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Socrates

1 - GIANLUIGI BUFFON

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Socrates    1450
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99p8qv.jpgGIANLUIGI BUFFON

 

 

Afbeeldingsresultaat voor gianluigi buffon juventus 2017 coppa

 

 

http://it.wikipedia....ianluigi_Buffon

 

 

Nazione: Italia 20px-Flag_of_Italy.svg.png
Luogo di nascita: Carrara (Massa Carrara)
Data di nascita: 28.01.1978
Ruolo: Portiere
Altezza: 191 cm
Peso: 94 kg
Nazionale Italiano
Soprannome: Superman

 

 

Gianluigi Buffon
Gianluigi Buffon (2014).jpg
Buffon con la maglia della nazionale nel 2014
     
Nazionalità Italia Italia
Altezza 191[1] cm
Peso 94[1] kg
Calcio Football pictogram.svg
Ruolo Portiere
Squadra Juventus
Carriera
Giovanili
1984-1986 Canaletto
1986-1990 Perticata
1990-1991 Bonascola
1991-1995 Parma
Squadre di club1
1995-2001 Parma 168 (-159)[2]
2001- Juventus 488 (-365)
Nazionale
1993-1994 Italia Italia U-16 3 (-2)
1995 Italia Italia U-17 3 (-1)
1994-1995 Italia Italia U-18 3 (-1)
1995-1997 Italia Italia U-21 11 (-7)
1997 Italia Italia U-23 4 (-1)
1996 Italia Italia olimpica 0 (-0)
1997- Italia Italia 169 (-139)
Palmarès
Coppa mondiale.svg Mondiali di calcio
Oro Germania 2006
UEFA European Cup.svg Europei di calcio
Argento Polonia-Ucraina 2012
Transparent.png Confederations Cup
Bronzo Brasile 2013
Transparent.png Europei di calcio Under-21
Oro Spagna 1996
Gold medal mediterranean.svg Giochi del Mediterraneo
Oro Bari 1997
Transparent.png Europei di calcio Under-19
Argento Grecia 1995
Transparent.png Europei di calcio Under-16
Argento Turchia 1993
1 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate, per le sole partite di campionato.
Il simbolo → indica un trasferimento in prestito.
Statistiche aggiornate all'11 giugno 2017

Gianluigi Buffon, detto Gigi (Carrara, 28 gennaio 1978), è un calciatore italiano, portiere della Juventus e della Nazionale italiana, delle quali è capitano; in quest'ultima è il giocatore che vanta il maggior numero di presenze (169).

Considerato uno dei più forti portieri di tutti i tempi, è stato spesso definito il migliore nella storia del calcio. Con i club ha vinto 8 campionati di Serie A  record per un portiere –, 1 di Serie B, 6 Supercoppe italiane, 4 Coppe Italia e una Coppa UEFA, oltre ad essere stato per tre volte finalista della Champions League, nelle edizioni 2002-2003, 2014-2015 e 2016-2017.

Con la Nazionale italiana è stato campione del mondo nel 2006 e vicecampione d'Europa nel 2012, partecipando a cinque Mondiali (1998, 2002, 2006, 2010 e 2014), quattro Europei (2004, 2008, 2012 e 2016) e due Confederations Cup (2009 e 2013). Prima di entrare nel giro della Nazionale maggiore ha vinto un Europeo di categoria con l'Under-21 nel 1996, e nello stesso anno ha preso parte ai Giochi olimpici.

Detiene il record di imbattibilità nella Serie A a girone unico, avendo mantenuto la sua porta inviolata per 974 minuti nella stagione 2015-2016. Con oltre 600 presenze nel massimo campionato italiano, è il portiere con più apparizioni nella storia della Serie A, nonché il secondo giocatore in assoluto dietro Paolo Maldini (a pari merito con Francesco Totti); insieme allo stesso Maldini, è inoltre uno dei due calciatori italiani ad aver superato le 1000 presenze in carriera.

Nel 2006 è stato premiato dalla FIFA come miglior portiere del Mondiale e si è classificato secondo nella classifica del Pallone d'oro, dopo il connazionale Fabio Cannavaro. Nel 2003, la UEFA lo ha premiato con il titolo di miglior portiere e, unico caso tra i giocatori del suo ruolo, miglior giocatore della stagione. Tra il 2003 e il 2007 è stato eletto quattro volte "Portiere dell'anno" dall'IFFHS, organismo che si occupa delle statistiche riguardanti la storia del calcio; altre sei volte, tra il 2008 e il 2016, ha ottenuto il secondo posto. Fino al 2011 risulta il portiere ad aver vinto più volte il premio IFFHS, venendo poi superato da Iker Casillas nel 2012. Sempre dall'IFFHS è stato premiato come miglior portiere del decennio 2000-2010, del quarto di secolo 1987-2011[18] e del XXI secolo, prendendo però solo in considerazione i risultati ottenuti dal 2001 al 2011.[19] Nel 2009 è stato inserito nella squadra ideale del decennio dal Sun,[20] mentre nel 2004 è stato inserito nella FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi, selezionata da Pelé e dalla FIFA in occasione delle celebrazioni del centenario della federazione. Nel 2016, a Montecarlo, è stato premiato con il Golden Foot, diventando il primo portiere nella storia a ricevere tale riconoscimento, nonché il quarto italiano ad ottenerlo, dopo Roberto Baggio (2003), Alessandro Del Piero(2007) e Francesco Totti (2010).[21][22]

 

Biografia

Gianluigi Buffon nasce il 28 gennaio 1978 a Carrara, in Toscana, da una famiglia di sportivi: la madre Maria Stella Masocco è stata tre volte campionessa italiana di getto del peso e lancio del disco,[23] lo zio Dante Angelo Masocco ha giocato a livello nazionale e nella Serie A1 di pallacanestro, il padre Adriano ha militato nella Nazionale di getto del peso[23] e le sorelle Guendalina e Veronica sono state pallavoliste affermate.[23][24] È parente di Lorenzo Buffon, portiere di Milan, Genoa, Inter, Fiorentina e della Nazionale: Lorenzo è cugino di secondo grado del nonno di Gianluigi.[25][26]

Nonostante fin da bambino sia stato tifoso del Genoa, dalla stagione 2002-2003 porta scritto sui guanti l'acronimo "C.U.I.T.", che significa Commando Ultrà Indian Trips,[27] ovvero il nome di un gruppo di tifosi ultras della Carrarese,[27] di cui è azionista.[27] Possiede un ristorante nel centro della città di Pistoia, intitolato "Zerosei", e lo stabilimento balneare "La Romanina" in località Ronchi.[28]

È stato opinionista fisso nel programma di Darwin Pastorin, Le partite non finiscono mai, tra il settembre 2006 e il maggio 2007.

Il 14 novembre 2008 esce Numero 1, testo autobiografico scritto con Roberto Perrone,[29] in cui Buffon viene definito nell'introduzione «il più grande portiere del mondo, uno dei quattro o cinque che resteranno per sempre nell'immaginario mondiale del football».

Nell'estate 2009 viene ingaggiato da PokerStars (la sala di poker online), come testimonial pubblicitario con un contratto da un milione di euro.[30]

Il 16 luglio 2010 è diventato socio azionario della Carrarese, squadra della sua città natale, acquisendo il 50% della proprietà assieme a Cristiano Lucarelli e Maurizio Mian.[31] Il 10 giugno 2011 acquisisce il 20% delle quote azionarie della società,[32] per poi diventarne unico azionista l'anno successivo.[33]

Il 30 maggio 2011 è entrato a far parte del Consiglio di amministrazione di Zucchi con una quota del 19,4%.[34] Nel luglio 2011 la CONSOB lo multa per un ammontare di circa 60 000 euro «per non avere dato conto di avere superato le soglie rilevanti del 2%, del 5% e poi 10% nel capitale di Zucchi».[35] Nel 2014 acquisisce il 56% delle azioni, diventandone azionista di maggioranza. Quest'operazione ha destato qualche perplessità da parte dei media, essendo essa uno degli sponsor della FIGC.[36]

Il 16 giugno 2011 si sposa con la showgirl ceca Alena Šeredová.[37] Da lei ha avuto due figli: Louis Thomas, nato il 28 dicembre 2007, il cui nome è stato scelto in onore del suo idolo sportivo, il portiere del Camerun Thomas N'Kono,[38] e David Lee nato il 31 ottobre 2009.[39] La coppia si è separata nel 2014. Attualmente è legato sentimentalmente alla giornalista di Sky Ilaria D'Amico,[40] con la quale, il 6 gennaio 2016, ha avuto il suo terzo figlio, Leopoldo Mattia.[41]

Il 7 maggio 2012 è stato eletto vicepresidente dell'Associazione Italiana Calciatori, prima volta per un giocatore in attività.[42] Il 6 luglio dello stesso anno è divenuto l'azionista unico della Carrarese, tramite la società Buffon & co.[43]

Controversie

È stato oggetto di critiche in due occasioni, entrambe riguardanti l'ostentazione di simboli legati all'estrema destra. Quando militava nel Parma, mostrò sotto la curva una maglietta con la scritta "Boia chi molla"; il gesto, oltre alle critiche, gli costò anche un deferimento alla commissione disciplinare.[44] Lo stesso Buffon spiega, nell'autobiografia Numero 1, che tale gesto era dovuto al fatto di aver trovato questa scritta intagliata sul cassetto di un tavolo ai tempi del collegio.[45]

Sempre nel Parma, all'inizio della stagione 2000-2001, Buffon scelse l'88 come numero di maglia, poiché costituito da quattro "palle", simbolo della rinascita dopo l'infortunio che gli aveva impedito di partecipare all'Europeo 2000.[46] Il numero 88 è però usato in ambienti neonazisti come acronimo di Heil Hitler (l'ottava lettera dell'alfabeto è la H); il portiere, ignaro di questo significato del numero 88, ripiegò sul 77 dopo alcune proteste di diverse associazioni, soprattutto del responsabile dello sport della comunità ebraica di Roma Vittorio Pavoncello.[47]

Nel 2001 rischia la reclusione, a causa di un falso diploma, per essersi iscritto a giurisprudenza all'Università di Parma senza averne titolo,[48] ma patteggia la pena a sei milioni di lire.[49]

A maggio 2006, viene coinvolto in un giro di scommesse clandestine,[50][51][52][53] che gli fa rischiare la partecipazione agli imminenti mondiali.[54] Lo stesso anno, durante i festeggiamenti per la vittoria del campionato del mondo 2006 al Circo Massimo, sventola uno striscione con su scritto "Fieri di essere italiani", con annessa una croce celtica.[55]

Caratteristiche tecniche

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Buffon para il rigore di Ashley Colenei quarti di finale del campionato d'Europa 2012 contro l'Inghilterra

Portiere di grande carisma[56][57][58] e temperamento,[59] abbina a un ottimo senso della posizione[60] eccellenti doti tecniche, fisiche e atletiche,[59][60][61] che gli consentono di destreggiarsi con efficacia nelle parate in tuffo[60] e nelle uscite alte;[60][62] in quest'ultimo gesto tecnico, pur essendo dotato di una buona presa,[60] è solito preferire la respinta, indirizzando il pallone verso il compagno meglio piazzato.[63]Sa farsi valere anche nelle uscite basse,[60][64] sebbene col passare degli anni abbia progressivamente ridotto la frequenza di questo genere di interventi.[65]

Nonostante la statura elevata è dotato di ottimi riflessi[62][66] e notevole agilità;[62] si distingue, inoltre, per la costanza di rendimento,[67][68] la concentrazione[59][68] e il buon controllo di palla, che all'occorrenza sfrutta per eludere il pressing degli avversari.[60][69] Abile nel parare i calci di rigore, nel corso della sua carriera ha neutralizzato numerosi tiri dal dischetto, anche in circostanze decisive.[70][71] Di notevole longevità sportiva, ha mantenuto elevati standard di rendimento anche in età avanzata.[72][73]

In giovane età occupava spesso il ruolo di centrocampista; divenne portiere all'età di 13 anni, quando lasciò il Bonascola per approdare a Parma, prendendo come modello Thomas N'Kono,[74] numero 1 del Camerun ai Mondiali del 1982 e del 1990.

Carriera

Club

Gli esordi e l'affermazione nel Parma

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Buffon da bambino (in piedi, primo da sinistra) con la maglia dei "Pulcini" del Canaletto, nel 1986

Inizia nella scuola calcio Canaletto, una società di calcio dilettantistica della Spezia. Passato nella categoria pulcini, torna a Carrara per giocare nel Perticata, altra formazione dilettantistica. Sia nella squadra ligure che in quella toscana ricopre il ruolo di centrocampista. A 12 anni passa al Bonascola, squadra della sua città natale.

All'età di 13 anni, il 13 giugno 1991, viene acquistato dal Parma.[75] Venne acquistato per 15 milioni di lire pagabili in due anni, con la prima da 3 milioni e la seconda da 12 milioni: se però dopo il primo anno ai ducali non fosse stato riconfermato, sarebbe decaduto l'impegno dei ducali a corrispondere il compenso pattuito per la seconda stagione.[76] Così non fu.

Nelle giovanili dei ducali, a 14 anni, è costretto a giocare in porta, vista la contemporanea assenza di entrambi i portieri infortunati e, dopo due sole settimane, conquista tra i pali il posto di titolare.[24] In gialloblù è cresciuto sotto la guida del preparatore dei portieri Ermes Fulgoni, che Buffon ha ritenuto essere stato il suo maestro;[77] anche con Villiam Vecchi ha imparato tanto.[78]

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Buffon da adolescente nelle giovanili del Parma, nella stagione 1994-1995

Con il titolare Luca Bucci infortunato,[77] viene aggregato in prima squadra dal tecnico Nevio Scala, che, fortemente colpito dalle qualità del giocatore,[79] lo preferisce al secondo portiere Alessandro Nista e lo fa esordire in Serie A a 17 anni, il 19 novembre 1995, nella partita Parma-Milan (0-0), in cui Buffon è uno dei migliori in campo.[80] Subisce la prima rete nella successiva partita contro la Juventus (gol di Ciro Ferrara). Con i ducali esordisce anche nelle competizioni UEFA per club, precisamente in Coppa UEFA, contro il Vitória Guimarães (partita finita 2-0 per i portoghesi) il 24 settembre dell'anno seguente.

Nella stagione successiva (1996-1997) è già titolare della squadra emiliana, con la quale colleziona 27 presenze, e l'anno successivo esordisce in Nazionale. Negli anni in cui veste la maglia parmigiana viene ribattezzato Superman[81] e conquista una Coppa UEFA, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana.

Juventus

2001-2011

Dopo aver perfezionato l'acquisto di Lilian Thuram dal Parma, il 3 luglio 2001, sempre dagli emiliani, la Juventus acquista Buffon per 75 miliardi di lirepiù la cessione a titolo definitivo di Jonathan Bachini, valutato 30 miliardi;[82] Buffon risulta così l'acquisto più oneroso nella storia della società bianconera[83] – record mantenuto fino al 2016, anno in cui la Juventus acquista Gonzalo Higuaín per 90 milioni di euro[84] –, nonché il calciatore italiano e il portiere più costoso di sempre.[85] Nella sua prima stagione in bianconero, dopo un avvio incerto, incrementa il proprio rendimento[86] e vince lo scudetto, il primo della carriera, con un sorpasso all'Inter all'ultima giornata.

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Buffon difende la porta della Juventus nel 2006, contro il Rimini, all'esordio in Serie B

Nel 2002-2003 vince la Supercoppa italiana e un altro scudetto, perdendo ai tiri di rigore la Champions League nella finalissima contro il Milan: già protagonista di un penalty parato a Luís Figo nella semifinale contro il Real Madrid, neutralizza i tiri di Clarence Seedorf e K'akhaber K'aladze, ma il suo collega Dida fa meglio e la coppa va ai rossoneri (2-3).[87][88] Quell'anno viene premiato dalla UEFA come miglior giocatore della stagione: nessun portiere aveva mai ricevuto questo riconoscimento.[15]

Vinta la Supercoppa italiana contro il Milan, ai rigori, nella stagione 2003-2004 la Juventus si classifica terza in campionato.

Nelle stagioni 2004-2005 e 2005-2006, con Fabio Capello in panchina, Buffon vince rispettivamente il terzo e il quarto scudetto della sua carriera, in seguito revocati per le vicende di Calciopoli. Retrocesso in Serie B, decide di continuare la sua avventura con la società torinese. Nel novembre del 2006, la Juventus lo ringrazia acquistando una pagina di ognuno dei tre quotidiani sportivi nazionali (Corriere dello Sport, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport), pubblicandovi queste parole: «La tua maglia dice chi sei. La società, i compagni, i tifosi e i partner ringraziano Gigi Buffon per essere ancora e sempre il loro numero uno».[89][90] A fine stagione la Juventus si classifica al primo posto nonostante la penalizzazione, ritrovando la Serie A.

Durante la stagione 2007-2008. Buffon inizia a soffrire di acciacchi fisici,[91] che lo affliggeranno anche nelle due stagioni successive, costringendolo a saltare diversi incontri.[92][93][94] Per la Juventus sono anni altalenanti: dopo un terzo e un secondo posto ottenuti nelle stagioni 2007-2008 e 2008-2009, le due annate successive vedono i bianconeri classificarsi settimi.

2011-2017
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Buffon alla Juventus il 16 settembre 2014, all'esordio stagionale in Champions League contro il Malmö FF

L'arrivo di Antonio Conte sulla panchina della Juventus coincide con il ritorno ad alti livelli della squadra torinese, che conquisterà tre scudetti consecutivi, oltre a due Supercoppe italiane. Divenuto capitano della Juventus dalla stagione 2012-2013, in seguito all'addio di Alessandro Del Piero, nel corso della stagione successiva Buffon realizza un record personale di imbattibilità di 745 minuti, la sesta miglior prestazione di tutti i tempi in Serie A.

Terminato il ciclo di Conte, sostituito da Massimiliano Allegri nella stagione 2014-2015, la Juventus non riesce a vincere la terza Supercoppa italianadi fila, persa ai rigori contro il Napoli,[95] ma conquista il quarto scudetto consecutivo, seguito dalla Coppa Italia (pur non scendendo mai in campo durante la competizione, sostituito da Storari). Nello stesso anno giunge in finale di Champions League contro il Barcellona, perdendo per 3-1 nonostante la buona prova di Buffon.[96] Al termine della competizione, Buffon viene inserito nella squadra ideale dell'edizione 2014-2015.[97]

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Buffon in riscaldamento prima della Supercoppa italiana 2016

L'8 agosto, con la vittoria per 2-0 sulla Lazio, vince la quinta Supercoppa italiana con la Juventus e la sesta personale, raggiungendo Dejan Stanković nella speciale classifica di trofei vinti (6).[98] Il 12 agosto si è classificato al quarto posto dell'UEFA Best Player in Europe Award.[99] Il 21 ottobre, nella partita casalinga di Champions Leaguepareggiata 0-0 contro il Borussia M'gladbach, supera Alessandro Del Piero al primo posto della classifica dei minuti giocati con la Juventus.[100] A partire dal 64' di Sampdoria-Juventus (1-2) del 10 gennaio 2016, in cui subisce una rete da Antonio Cassano, è protagonista di un lungo periodo di inviolabilità, che lo porta a stabilire due record: l'11 marzo, a seguito della vittoria per 1-0 contro il Sassuolo, diventa il portiere con la più lunga striscia di imbattibilità in Serie A nella storia della Juventus, superando il precedente primato di Dino Zoff;[101] il 20 marzo, in Torino-Juventus, batte anche il record assoluto della massima serie (stabilito da Sebastiano Rossi nel 1994), migliorandolo fino a 974 minuti, quando subisce su rigore il gol di Andrea Belotti.[10] Vince il campionato alla trentacinquesima giornata, grazie alla vittoria conseguita contro la Fiorentina per 1-2 (nella quale, nel finale, risulta decisivo ai fini del risultato parando un rigore a Nikola Kalinić) e alla sconfitta del Napoli secondo in classifica per 1-0 nella trasferta di Roma, nel posticipo giocato il lunedì pomeriggio. Il 21 maggio, pur non scendendo in campo durante la partita (così come durante tutta la competizione, sostituito da Neto), vince la seconda Coppa Italia consecutiva con la Juventus, la terza personale.[102]

L'11 ottobre 2016 si aggiudica la 14ª edizione del Golden Foot;[21] nello stesso mese viene inserito dalla testata francese France Football fra i 30 candidati alla vittoria del Pallone d'oro.[103] Il 2 novembre, nel pareggio casalingo contro il Lione (1-1), raggiunge quota 100 presenze in Champions League (escluse le presenze nei turni preliminari).[104] Il 6 novembre, nella vittoria esterna contro il Chievo (1-2), raggiunge quota 600 presenze in Serie A;[105] l'8 aprile 2017, nella gara di ritorno contro i clivensi, tocca quota 616, superando Javier Zanetti al secondo posto della classifica dei calciatori con più presenze nel massimo campionato italiano.[106] Alla fine di maggio mette in bacheca sia la Coppa Italia (non giocando nessuna gara della manifestazione)[107] che il sesto campionato di fila[108]: Buffon, insieme ai compagni di squadra Barzagli, Bonucci, Chiellini, Lichtsteiner e Marchisio, è tra i 6 esacampioni d'Italia di questo ciclo bianconero.[109] Non riesce invece l'affermazione europea in Champions League, dove la Juventus esce sconfitta in finale contro il Real Madrid, vittorioso per 1-4; per Buffon si tratta della terza finale di Champions League persa, dopo i precedenti del 2003 e 2015.[110]

Nazionale

Gioca in tutte le rappresentative giovanili italiane dall'Under-15 all'Under-23. Gioca l'Europeo Under-15 nel 1993 in Turchia, il Mondiale Under-17 nel 1993 in Giappone, arriva in finale all'Europeo Under-19 del 1995 e vince l'Europeo Under-21 del 1996 pur senza scendere in campo nel corso della manifestazione, in cui il portiere titolare della nazionale italiana era Angelo Pagotto[111].

L'esordio e la conquista del Mondiale 2006

Gianluigi Buffon ottiene la sua prima convocazione in Nazionale maggiore da parte del CT Cesare Maldini in occasione delle qualificazioni al Mondiale di calcio 1998. Esordisce con la maglia della Nazionale il 29 ottobre 1997, all'età di 19 anni, durante una partita contro la Russia giocata a Mosca, valida per le qualificazioni ai Mondiali di Francia 1998. Buffon entrò in campo al 32' minuto del primo tempo per sostituire l'infortunato Gianluca Pagliuca. Durante l'incontro, Buffon subì il suo primo gol in Nazionale al 52' a causa di un'autorete di Fabio Cannavaro, all'epoca suo compagno di squadra nel Parma e futuro collega nella Juventus. La partita si concluse con il risultato di 1-1, frutto della rete realizzata da Christian Vieri al 49'.

Viene convocato per i Mondiali di Francia 1998 come terzo portiere dopo Angelo Peruzzi e Gianluca Pagliuca, durante i quali tuttavia non scende mai in campo. Buffon riesce a brillare con l'arrivo sulla panchina della Nazionale il CT Dino Zoff, il quale decide di schierarlo come titolare a soli 20 anni, anche se è costretto a saltare il Campionato Europeo di Belgio-Olanda 2000 per via di un infortunio alla mano subito durante un'amichevole contro la Norvegia.[112] In seguito, sotto la guida del CT Giovanni Trapattoni, partecipa al Mondiale 2002 e all'Europeo 2004, subendo rispettivamente cinque e due gol.

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Buffon durante la finale del Mondiale 2006 contro la Francia

Gianluigi Buffon raggiunge i suoi massimi livelli di prestazione durante i Mondiali del 2006 in Germania sotto la gestione tecnica del nuovo CT della Nazionale Marcello Lippi. Durante il torneo, infatti, subisce solo due reti, ovvero un autogol del compagno Cristian Zaccardo durante l'incontro con gli Stati Uniti nella fase a gironi, terminato con il punteggio di 1-1,[113] e l'altra fu il calcio di rigore realizzato da Zinédine Zidane nella finale del 9 luglio 2006 contro la Francia.[114] Fino a quel momento ha mantenuto la porta italiana inviolata per ben 458 minuti (avvicinandosi al record di 518 minuti stabilito da Walter Zenga nel 1990). Nella finale disputata all'Olympiastadion di Berlino, a 28 anni si aggiudica con la Nazionale italiana la Coppa del Mondo, battendo i francesi dopo l'1-1 ai calci di rigore. In special modo, durante la gara è da ricordare la decisiva parata effettuata nei supplementari su colpo di testa di Zidane.[115] Con le sue parate è stato uno dei maggiori artefici della vittoria azzurra del Mondiale, venendo per questo insignito del Premio Yashin come miglior portiere del torneo. In lizza fino all'ultimo per il Pallone d'oro, si classifica secondo dietro al compagno di squadra Fabio Cannavaro.

Dall'Europeo 2008 in poi

All'Europeo 2008, con il CT Roberto Donadoni, indossa la fascia di capitano nella gara d'esordio contro i Paesi Bassi (sconfitta per 3-0) a causa dell'assenza di Fabio Cannavaro;[116] in seguito evita all'Italia una precoce eliminazione, parando di riflesso un rigore ad Adrian Mutu, nella seconda gara del girone contro la Romania (1-1),[117] e mantiene inviolata la porta azzurra nella decisiva vittoria contro la Francia (2-0) che vale l'accesso ai quarti di finale.[118] Qui, nella gara che vede la Spagna estromettere gli azzurri ai tiri di rigore (2-4, 0-0 d.t.s.), neutralizza inutilmente ai fini del risultato il tiro di Daniel Güiza.[119] Chiude la competizione con 4 reti al passivo.

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Buffon difende la porta azzurra durante la partita di qualificazione agli Europei 2012 contro la Slovenia nel 2011

Partecipa quindi alla Confederations Cup 2009, con Marcello Lippi tornato in panchina, dove l'Italia viene eliminata al primo turno e nella quale il portiere subisce 5 reti. Il 14 novembre dello stesso anno, nell'amichevole di Pescara contro i Paesi Bassi, raggiunge quota 100 presenze in nazionale – quarto giocatore italiano dopo Zoff, Paolo Maldini e Fabio Cannavaro a toccare tale traguardo.

Il 1º giugno 2010 viene selezionato per il Mondiale 2010 in Sudafrica. Nella prima partita del girone contro il Paraguay (1-1) si è infortunato alla schiena, accusando un problema sciatico che lo ha costretto a lasciare il campo durante l'intervallo;[120][121] al suo posto è entrato Federico Marchetti, che è stato titolare anche per le altre due partite del girone che ha visto l'Italia eliminata. Chiude quindi la competizione con una presenza e una rete subita.

Dopo l'addio di Lippi, arriva come CT Cesare Prandelli, il quale lo nomina nuovo capitano della squadra non appena torna fra i disponibili: rientra a giocare infatti il 9 febbraio 2011 nell'amichevole pareggiata per 1-1 in casa della Germania.[122] Il 6 settembre 2011, nella gara vinta per 1-0 sulla Slovenia, stabilisce il nuovo record d'imbattibilità nelle qualificazioni agli Europei: 644'.[123][124]

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Buffon e Alessandro Diamanti esultano dopo il calcio di rigore siglato da quest'ultimo agli Europei 2012contro l'Inghilterra, valido alla qualificazione per la semifinale contro la Germania

Selezionato per l'Europeo 2012,[125] è tra i protagonisti dell'Italia che si classifica al secondo posto, perdendo la finale ancora contro la Spagna (0-4). Al termine della manifestazione, la commissione tecnica dell'UEFA ha inserito Buffon nella lista dei migliori giocatori dell'edizione.[126]

Convocato per la Confederations Cup 2013,[127] gioca tutte le 5 partite in cui è coinvolta la nazionale azzurra che giunge al terzo posto, dopo aver battuto l'Uruguay ai calci di rigore (dove Buffon è decisivo parando i penalty di Diego Forlán, Martín Cáceres e Walter Gargano);[128] nella precedente partita, cioè la semifinale persa sempre dal dischetto e nuovamente contro la Spagna, non aveva invece respinto alcun tiro dei sette calciati dalle furie rosse. L'11 ottobre seguente, in Danimarca-Italia (2-2), supera le 136 presenze di Cannavaro, diventando il primatista azzurro dei calciatori più presenti in Nazionale.[129]

Nel 2014 disputa il suo quinto mondiale, raggiungendo un primato condiviso con Lothar Matthäus e Antonio Carbajal.[130] Nella terza partita contro l'Uruguay, nonostante Buffon risulti tra i migliori in campo, l'Italia perde 0-1 e viene eliminata dalla competizione.[131][132]

Il 6 settembre 2015 (durante la gestione di Antonio Conte, subentrato a Prandelli) Buffon raggiunge le 150 presenze in maglia azzurra, scendendo in campo contro la Bulgaria in una gara di qualificazione all'Europeo 2016.[133] Titolare e capitano anche nella competizione continentale, offre ottime prestazioni;[134] l'Italia viene eliminata ai quarti di finale dalla Germania dopo i tiri di rigore (ininfluente la parata di Buffon sul tiro di Thomas Müller).[135]

Il 24 marzo 2017, in occasione della partita di qualificazione al Mondiale di Russia 2018 contro l'Albania, giocata a Palermo, tocca quota mille presenze tra squadre di club e nazionale maggiore.[136]

Record

Statistiche aggiornate all'11 giugno 2017.

Palmarès

Club

Competizioni nazionali

Parma: 1998-1999
Juventus: 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017
Parma: 1999
Juventus: 2002, 2003, 2012, 2013, 2015
Juventus: 2001-2002, 2002-2003, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017
Juventus: 2004-2005
Juventus: 2006-2007

Competizioni internazionali

Parma: 1998-1999

Nazionale

Spagna 1996
Gold MedGames.svg Bari 1997
Germania 2006

Individuale

1998-1999
Miglior portiere: 1999, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2008
"Fan" award: 2006, 2007
Squadra dell'anno: 2012, 2014, 2015, 2016
2002-2003; 2014-2015
  • Miglior giocatore UEFA: 2
Miglior portiere: 2003
Miglior giocatore dell'anno: 2003
2003, 2004, 2006, 2016
2003, 2004, 2006, 2007
2006
Germania 2006
2006, 2007
Austria-Svizzera 2008, Polonia-Ucraina 2012
Miglior portiere degli ultimi 20 anni: 2009, 2012
Miglior portiere del decennio (2000-2009)
Miglior portiere del XXI secolo (2012)
2013-2014
2014-2015, 2016-2017
2013, 2016
2016
2016

Onorificenze

Collare d'oro al Merito Sportivo - nastrino per uniforme ordinaria  Collare d'oro al Merito Sportivo
  — Roma, 23 ottobre 2006.
Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria  Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana
  — 12 dicembre 2006. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.

Bibliografia

  • Gianluigi Buffon, Roberto Perrone, Numero 1, Milano, Rizzoli, 2008.
  • Andrea Schianchi, Il calcio di Buffon ai raggi X, Milano, La Gazzetta dello Sport, 31 agosto 2011.

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Ghost Dog    650
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Mi manca la Champions

Gigi Buffon è il più grande portiere del mondo. E pochissimi hanno vinto quanto lui: scudetti,

Mondiale, premi vari. «Vorrei vincere in Europa perché un grande calciatore deve avere quel

trofeo». A Vinovo si è parlato di Conte, Calciopoli, figli e del dopo calcio. «Fra 3 anni e mezzo»

IL PALLONE D'ORO POTEVANO DARLO A CHIUNQUE DI NOI DOPO IL MONDIALE.

RESTAI INVECE SORPRESO NEL 2003: NON FUI MESSO NEANCHE TRA I PRIMI DIECI”

di MATTEO MARANI (GUERIN SPORTIVO | FEBBRAIO 2013)

Ci sono giocatori che entrano nella storia sin da quando sono in campo. Da quindici anni, dopo il debutto non ancora maggiorenne con la maglia del Parma, Gianluigi Buffon ha scritto pagine destinate a rimanere: la Coppa Uefa con il Parma, il passaggio storico alla Juventus, i cinque scudetti (di cui due cancellati), le 4 Coppe Italia, ma soprattutto il Mondiale tedesco, quello che doveva valergli anche il Pallone d'oro, finito invece al compagno e amico Fabio Cannavaro.

L'idea non dimostrabile è che il centrale napoletano venne avvantaggiato dall'avere alzato la coppa in qualità di capitano, un'immagine che suggestionò gli elettori più delle straordinarie parate di Buffon. Il miglior portiere del mondo, come si dice tutto di un fiato ogni volta in cui si parla di lui. «Non sono d' accordo» si schermisce l'altissimo Gigi, con in faccia la crema contro la durezza del freddo appena subito in allenamento. «Dopo quel Mondiale potevano votare me, Cannavaro, Zambrotta, Pirlo o chiunque altro. I giurati non si sarebbero sbagliati, perché facemmo tutti un Mondiale eccezionale. Quello che mi lasciò sorpreso fu invece il 2003: fui votato come migliore dell'anno da giocatori e allenatori dell'intera Champions League. Invece nel Pallone d'oro non entrai neanche nei primi dieci posti».

E così l'unico portiere ad avere vinto il premio rimane il russo Jascin. Un po' poco in oltre 50 anni. Forse è il fatto di essere un estremo difensore a penalizzare i candidati. «Forse sì, forse ho sbagliato ruolo» sorride Gigi nella saletta che ospita l'ufficio stampa della Juventus a Vinovo.

Fuori dalle finestre si vede la neve, sciarpe e capponi ricordano quanto il freddo di Torino possa essere pungente. Ma attorno si respira anche il calore dei buoni risultati della squadra, il tepore di chi sa di avere lavorato molto per tornare a vincere. Con Buffon ci diamo del tu.

Caro Gigi, il 28 gennaio compirai 35 anni. Volente o nolente, hai smesso di essere il bambino prodigio.

«Calcisticamente parlando, non lo sono più da parecchio tempo. Debuttai in Serie A contro il Parma a 17 anni, il 19 novembre 1995 contro il Milan. Da allora sono successe molte cose e il lavoro è stato importante per la mente e per darmi entusiasmo».

Nella vita com'è Buffon?

(ride) «Ancora un ragazzino».

Hai già fissato la data in cui lasciare il campo?

«Penso di potere fare ancora tre anni e mezzo al massimo. Per come sono fatto, però, non mi piace porre date o scadenze. Voglio giocare fino a quando mi reputerò un portiere all'altezza. Mi conosco bene, so alla perfezione quali sono le mie caratteristiche e il giorno in cui non mi considererò al top smetterò. Meglio un'ora prima».

Te lo dirai da solo o te lo farai dire?

«Capirò da solo. Io ho 34 anni, ma per certi versi è come se ne avessi di più, perché le pressioni sono state e sono tuttora molte. Per fortuna sono un portiere che non ha mai basato tutto sulla forza fisica, che è il primo elemento che perdi, ma su altre caratteristiche. Per questo non dovrei avere un decadimento verticale».

Zoff divenne Campione del Mondo a quarant'anni. Un bell'esempio.

«I portieri durano di più. Negli ultimi anni mi vengono in mente Pagliuca, Ballotta, Antonioli e altri ancora».

La società ti ha proposto inizialmente un rinnovo triennale. Si dice a 3 milioni di euro netti a stagione. E tu hai detto di no.

«Non ho detto di no, ho semplicemente detto che avrei preferito firmare un contratto più breve. Mi piace: è un modo come un altro per investire su me stesso».

Resta il fatto che ci sono decine di tuoi colleghi che sognerebbero il prolungamento di 3 anni e che tu, al contrario, hai accettato i 2 anni.

«Io mi sento come un motoscafo che deve andare a manetta in mare alto. Un contratto troppo lungo mi trasformerebbe mentalmente in una barchetta a remi ferma in porto. Rendo l'idea?».

Altroché.

«Metti che mi infortuni. Mi è già successo tre volte in carriera. Incidenti duri, importanti. Sono rimasto fuori anche 6 o 7 mesi di fila».

Ci ricordiamo: l'ultima volta pensavano di prendere un altro portiere per la Juventus.

«Era un infortunio talmente grave che era giusto che ciascuno facesse le proprie valutazioni. Era un diritto della società fare altre scelte. Per fortuna tutto si è sistemato, e oggi mi sento di nuovo carico, carichissimo».

In quel periodo, allenatore Gigi Del Neri, sentivi spesso Francesco Totti. Possiamo dire che sei stato vicino a passare alla Roma?

(sorriso enigmatico) «Possiamo dire che con Francesco ci sentiamo spesso. Abbiamo vissuto e condiviso tante situazioni tra di noi».

Dicevi: oggi sei di nuovo carico.

«Caspita, per forza lo sono. È una Juventus che ha saputo risorgere dalle ceneri e che si sta rimponendo con forza. Ha carattere, spesso, non ultimo è tornata a vincere».

Tu hai vissuto quelle di Lippi e Capello: puoi fare paragoni?

«Questa è diversa dal punto di vista tecnico-tattico. Ha un'organizzazione eccellente, superiore alle altre squadre. Una strada obbligatoria, perché i campioni di un tempo non è più possibile averli. Non parlo solo della Juve, ma di tutto il calcio italiano. Allora bisogna crescere nel gioco».

Sii sincero: ti aspettavi l'exploit di Pirlo? Pensavi possibile una sua resurrezione così decisiva?

«Certo che me lo aspettavo. Perché, come il sottoscritto, Andrea non ha bisogno della forza fisica per rendere al 100 per cento. Al calo dell'età supplisce con la tecnica, ma soprattutto con il fosforo del cervello».

Altra rivelazione inattesa: la difesa juventina è la meno battuta della Serie A da due anni.

«Ricordi anche tu le ironie, vero?».

Barzagli era uno scarto dei tedeschi, costato appena 300mila euro, Bonucci non era proponibile, anche tu eri spesso criticato.

«Gran parte del merito è della difesa a tre, di come gira e di come funziona il modulo. Si è creata una struttura solida, forte, e ho compagni bravissimi davanti a me. Il segreto è davvero il reparto, nel suo concetto esteso, più ampio».

Cosa mi rispondi se affermo che Marchisio rappresenta oggi il migliore giocatore italiano, tenuto conto di ruolo, età e propensione al gol?

«Secondo me è perfetto per il modulo che vuole il mister. È nella posizione ideale: copre, entra e colpisce. È imprescindibile per noi. In qualche modo si può applicare il discorso anche a Vidal. In tempi non sospetti, feci un'intervista dicendo che uno come lui sarebbe entrato anche nelle Juventus del passato, quelle di Lippi o di Capello. Fa parte di quella genia».

Tu Gigi hai vinto tutto: Mondiale, scudetti, Coppa Uefa, Supercoppe italiane, Coppe Italia. Ma manca la Champions.

«Se è per questo manca anche un Europeo. E per due volte, sia l'Europeo che la Champions, li ho persi in finale. Sono passati dieci anni da quando fummo sconfitti a Manchester dal Milan. Parecchio del dispiacere patito allora è superato. Però vorrei davvero vincere la Champions e prendo la domanda come un auspicio ».

Anche come una logica premessa visto il girone di qualificazione vinto sul fortissimo Shakhtar e sul Chelsea campione in carica.

«Ogni volta in cui inizio una stagione penso che quello possa essere l'anno buono. Intanto siamo tra i primi 16 d'Europa. Contro il Celtic ce la possiamo giocare. Poi ci sono i soliti squadroni: Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco e Manchester United. Non trascurei neppure il Borussia Dortmund».

Chiudi gli occhi: la Juventus torna a vincere la Champions 17 anni dopo l'ultima volta a Roma.

«Sarebbe troppo bello. Non nego che mi piacerebbe vincerla perché trovo giusto che i grandi giocatori la abbiano. E a me manca in carriera. Vuoi leggere su wikipedia, accanto al nome di Gianluigi Buffon, che ha vinto una Champions».

Mi dai un aggettivo per la Juve?

«Duttile. Duttile e, se posso usarne un altro, qualitativa. È il mix delle due. Questa è una grande squadra perché, a seconda dei momenti, mette in campo le sue migliori peculiarità».

Dall'Europa all'Italia. Prima delle vacanze di Natale, eravamo ormai tutti convinti che non ci fossero alternative alla vostra forza. È così?

«La Juve è la naturale favorita del campionato, essendo la detentrice del trofeo. Ci siamo già caricati da tempo la responsabilità di dover difendere la leadership».

Domanda scontata: chi è l'anti-Juve?

«Ho un grande rispetto per il Napoli, che ha un allenatore eccezionale in panchina, e per l'Inter. Ma mi spingo anche sino alla Roma, alla Lazio e alla Fiorentina. Magari non vinceranno, ma potrebbero creare problemi a noi e a tutti».

Finora abbiamo parlato molto di Juve e pochissimo del suo allenatore. Quanto è stato importante l'apporto di Antonio Conte per la rinascita?

«Più che decisivo. La sua è stata una presenza fondamentale, che si avverte tutti i giorni anche nello spogliatoio. Ha la grinta impressa negli occhi e sa trasmetterla sempre a noi giocatori. E poi è bravissimo nell'individuare e correggere gli errori tattici».

Come spiegheresti la Juve a chi non la conosce da vicino?

«Bella domanda. È lo specchio della città che la ospita, dell'anima di Torino. Poteva nascere soltanto qui la Juve. Impegno, massima serietà, sacrificio quotidiano, ma tutto proteso a raggiungere i risultati».

Ogni volta in cui c'è la Juve di mezzo, si finisce per parlare di Calciopoli. I suoi tifosi se ne sentono vittime, gli altri individuano in Madama tutti i mali.

«Se ne parla ogni volta perché qualcuno ci è rimasto scottato, con le dita nella presa. Pagando dei dazi che sono stati talvolta troppo pesanti. E c'è invece chi non ha subito nulla».

Complimenti per la chiarezza.

«La cosa più strana, credimi, è che quando finirò la carriera non saprò ancora quanti scudetti avrò vinto in carriera. Cinque? Tre? La giustizia, per essere veramente giusta, non può essere postuma. Va fatta nel tempo in cui una cosa accade, oppure diventa pesante da sopportare».

Poniamo che il Guerin Sportivo decidesse di fare un incontro fra te e Javier Zanetti, capitani delle due squadre, prima di un Inter-Juventus. Parteciperesti?

«Certo. Con Zanetti mi sento al telefono qualche volta. Fra noi giocatori non esiste quello che c'è tra i tifosi, spesso usato - diciamolo - anche per riempire le pagine dei giornali. Certi rancori non esistono proprio. Mi riferisco anche alla Nazionale».

Calciopoli sta avvelenando i pozzi.

«Io ho ricevuto dai miei genitori un'educazione sportiva. Forse perché in casa erano tutti atleti. Ma nello sport vittorie e sconfitte vanno accettate con serenità, senza alimentare dietrologie. O senza, ancora peggio, montare una polemica strumentale per avere vantaggi il prossimo giro».

Chissà perché ma mi vengono in mente molti presidenti di Serie A in relazione agli arbitri.

«Se cerchi una scusa ogni volta in cui perdi significa che non accetti che uno possa essere più forte di te. Lo sport è bello perché cadi e poi risali. Te lo dice uno che è andato in Serie B con la Juventus da Campione del Mondo e che non ha mai avuto dubbi sulla scelta. Invece spesso prevale la polemica logorante, di chi usa un insuccesso in modo demagogico. Ed è la cosa che mi piace meno del nostro mondo».

Quella che invece ancora ami?

«Mi piace quando entri nel cuore dei tifosi. Sentire il loro incitamento allo stadio. L'altro motivo è lo spogliatoio. O meglio ancora: la vita che faccio da 25 anni. L'arrivo al campo, l'allenamento, il pranzo coi compagni, i ritiri. Non potrei sopportare tutto se non amassi il mio lavoro. Mi piace l'impegno, la giornata organizzata».

Nella quale rientra oggi anche una famiglia. A proposito del fatto che non sei più il ragazzino di un tempo.

«Delego molto a mia moglie Alena. I bimbi sono sereni, vedo che vengono su molto bene, con una educazione di stampo europeo. Mi piace giocare con loro, soffermarmi su alcuni dettagli utili alla loro crescita».

Ti piacerebbe che un domani giocassero a calcio?

«Perché no? Ma vorrei un calcio con valori forti, senza le polemiche di cui parlavamo prima. Quello che piaceva a noi da bambini, tra partite al campo e partite infinite in casa al Subbuteo».

Abbiamo iniziato parlando dei tuoi 35 anni e del tuo futuro. Ecco, Gigi, visto che siamo all'ultima domanda: come e dove sarà il tuo futuro?

«Lo sai che per il momento non ci ho pensato? Bisogna vivere il presente, l'attualità, mai il domani che ti porta via. Posso dirti che ho molti interessi: ho la Carrarese, quote in aziende, uno stabilimento balneare e una società immobiliare. Potrò scegliere con comodo, senza annoiarmi».

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MacNamechB&W    1100
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Calcio: Iffhs, e' Buffon il miglior portiere degli ultimi 25 anni

Roma, 17 gen. - (Adnkronos) - Il portiere della Juventus e della nazionale, Gianluigi Buffon e' il miglior portiere degli ultimi 25 anni. E' quanto afferma la classifica della Federazione Internazionale di Storia e statistica del calcio (Iffhs) che ha preso in considerazione il periodo che va dal 1987 al 2011. Buffon, con 226 punti, ha battuto la concorrenza dello spagnolo Iker Casillas, secondo con 213 punti, e dell'olandese Edwin van der Sar, 201 punti. Scorrendo la classifica dell'Iffhs in ottava posizione compare Walter Zenga, 16esimo Gianluca Pagliuca e 17esimo Francesco Toldo. Nella classifica figurano anche Angelo Peruzzi, Christian Abbiati, Luca Marchegiani, Carlo Cudicini, Ivan Pellizzoli, Luca Bucci e Stefano Tacconi.

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amodomio    2
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<3 !! grande portiere, grande uomo !

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Ghost Dog    650
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la Repubblica 01-06-2014

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FourFourTwo UK | July 2014

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Socrates    1450
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Lo scudetto di Buffon


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I suoi eredi si mettano l’anima in pace. Buffon è ancora un grande portiere, con una costanza di rendimento che si può confrontare solo con De Sanctis quest’anno. Pochissimi gli errori evidenti. La gara peggiore il 25 gennaio contro la Lazio. Prima un controllo impreciso e un tentativo di dribbling su Klose, con l’attaccante che gli toglie il pallone in scivolata. Poi l’uscita sempre su Miro che gli vale il rosso, unico cartellino della stagione.

https://www.youtube.com/watch?v=Dpl6zmA-qG8#t=102


Il resto del campionato è quasi impeccabile. Il livello delle sue prestazioni segue quello della squadra. All’ottava giornata, quella del 4-2 contro la Fiorentina, ha subìto 9 gol (contro il Verona, 2-1 per la Juve, aveva giocato Storari). Più di uno a partita, con due imprecisioni: un tuffo poco reattivo sul sinistro da fuori di Rossi e una respinta centrale che fa segnare Klose nel 4-1 alla Lazio, la gara di campionato in cui ha fatto più parate, 7.

La fase difensiva della Juve ha qualche problema. Gli avversari tirano con regolarità e Buffon non è pulito in alcuni interventi. Le cose cambiano dopo la trasferta di Firenze: la squadra di Conte non subisce gol per otto partite e Buffon può registrare il record d’imbattibilità personale, 745′, sesto posto nella classifica all-time della Serie A. Lui è meno impegnato, ma è determinante con le sue parate. In Juventus-Udinese ha un riflesso clamoroso su Di Natale, in una sfida chiave, subito dopo il sorpasso sulla Roma e risolta al 91′ da Llorente.


A Cagliari è fondamentale con una parata coi piedi in controtempo su Dessena. La gara era sull’1-1 e sarebbe finita 4-1 per la Juve. A marzo la sua forma raggiunge il top. Contro il Milan fa cinque parate, due in particolare su Kakà, che sono una parte decisiva del 2-0 finale. Contro il Genoa è ancora più incisivo sul risultato con il rigore parato a Calaiò sullo 0-0. Pirlo all’89′ avrebbe segnato l’1-0.

Lì lo scudetto è già praticamente conquistato, ma Buffon mantiene un livello di rendimento altissimo. Contro il Napoli è il migliore nonostante la sconfitta e nelle partite successive ha una piccola incertezza solo sul gol di Zaza, un sinistro preso sul suo palo, anche se toccato da Ogbonna.

Nulla toglie al grande campionato di Buffon, protagonista più che negli altri due scudetti vinti. Concentrato, preciso nelle uscite e nei rinvii (complessivamente ha una precisione dell’85%, dato top in Serie A, da squawka), compensa col senso della posizione una reattività e un’esplosività inevitabilmente calanti. Imbattuto in 19 partite sulle 32 giocate, un rapporto che vale il primato tra i portieri di questa Serie A. La media gol subìti (0,63) è la più bassa del campionato. Scuffet, Bardi, Perin e compagnia possono aspettare: il migliore in Italia è ancora lui.

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da Calcio Critico

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« Non, je ne suis pas immortel ! »

GIANLUIGI BUFFON, l'inusable gardien de la Juventus (37 ans), prochain adversaire de

Monaco en Ligue des champions, plaisante sur son incroyable longévité et évoque la suite.

par MÉLISANDE GOMEZ (L'ÉQUIPE 13-04-2015)

Mis au repos, Gianluigi Buffon n'a pas participé à la défaite (0-1) de la Juventus, samedi à Parme, son club formateur, qui l'a vu débuter avec les pros à seulement dix-sept ans. Vingt ans plus tard, le gardien turinois est encore l'un des meilleurs à son poste, capable de parades décisives au fil d'une saison presque parfaite où, en Championnat, il a réussi à garder son but inviolé lors de seize matches sur les vingt-sept qu'il a disputés. À trente-sept ans, Buffon semble étemel et il ne cache pas se sentir assez bien pour poursuivre sa carrière encore plusieurs années. Histoire de gagner, enfin, la Ligue des champions, qui manque à son joli palmarès et où il s'apprête à rencontrer Monaco, demain, en quarts de finale aller.

« Il y a deux ans. après le quart de finale aller perdu contre le Bayern Munich (0-2), Franz Beckenbauer vous avait comparé à "un retraité". Aujourd'hui, vous êtes toujours là, et de retour en quarts de finale...

Oui, et je n'ai de revanche à prendre vis-àvis de personne. Cette défaite contre le Bayern, c'était seulement un match. J'avais fait une très bonne saison mais, comme dans toutes les saisons, on commet des eneurs. Je n'avais pas été vexé par cette remarque. J'ai toujours été très critique envers moi-même et je sais quand je suis bon ou pas ; je n'aipas besoin qu'on me le dise. Et j'avais encore moins besoin d'entendre que j'étais arrivé à la fin de ma carrière : ce n'est vraiment pas ce que je ressens.

Donc, malgré les années qui passent, vous n'avez jamais peur de faire la saison de trop ?

Des critiques pareilles, comme celles de Beckenbauer, je n'en ai pas affronté beaucoup ! Les gens regardent le terrain, et les réponses, au-delà de mon âge, sont vraiment rassurantes, à mon avis. Je ne laisse pas de place pour qu'on puisse me critiquer.

Avant l'Euro 2012, vous disiez que vous vouliez encore vivre "trois saisons au top". Nous y sommes. Alors ?

Je suis assez grand pour savoir que si j'arrive à maintenir ma forme physique et mentale au niveau actuel, j'ai encore la possibilité de me tailler deux ou trois ans comme numéro un. Je ne veuxpas être un second rôle. Mon objectif, c'est d'arriver à quarante ans comme numéro un. Ensuite, je pense que je me ferai une raison et que j'arrêterai ! Les saisons qu'il me reste, je veux les vivre du mieux possible, en essayant de prendre soin de moi dans chaque petit détail pour surprendre encore, et pour montrer que même àtrente-sept ou trente-huit ans, je suis encore un gardien qui compte.

Donc, la Coupe du monde en Russie, en 2018, vous y pensez...

Si je disais que non, je mentirais. C'est normal que des joueurs habitués à la compétition et aux objectifs importants aient toujours des ambitions démesurées, et peut-être pas très rationnelles (rires) ! Mais c'est le seul moyen que j'ai trouvé pour tirer le maximum de moimême . Il ne manque que trois ans : à mon âge, c'est beaucoup mais je peux les atteindre.

Vous sentez-vous plus fort que jamais, avec l'expérience ?

La façon d'appréhender les matches change énormément avec l'âge. Aujourd'hui, j'ai beaucoup plus de certitudes qu'ily a quinze ans ; j'ai aussiune connaissance plus pointue des situations qui se produisent en match, j'ai une vision beaucoup plus claire et lucide, parce que ce sont des situations que j'ai déjà vécues tellement de fois. Et cela m'aide énormément. Mais il ne faut jamais se sentir satisfait de ce que l'on a fait, parce que c'est toujours au moment où tu te dis: «Ah, là, j'ai été bon ! » que tu chutes immédiatement. Cela m'est arrivé, et notamment contre le Bayern, ce fameux soir où Beckenbauer a parlé. Trois jours avant, on avait joué contre l'Inter à San Siro, on avait gagné et j'avais été très bon. Le match d'après, je me suis troué, justement parce que je m'étais trouvé trop bon. Tu peux être content de toi une fois que tu as fini ta carrière, mais pas avant.

Qu'est-ce qui est le plus difficile, avec les années : le corps qui fatigue ou la tête qui se lasse d'une certaine routine ?

La tête, peut-être. J'ai commencé à jouer au foot quand j'avais sept ans ; ça fait donc trente ans que je fais les mêmes choses ! Ce sont toujours les mêmes gestes, toujours la même vie bien organisée. C'est un quotidien magnifique mais qui, à la longue, peut peser. Pour dépasser la routine, tu dois t'accrocher à un objectif, à une ambition. Moi, je me dis que j'ai beaucoup gagné, mais que je n'aipas tout gagné.

Vous aviez dit, en parlant de Francesco Totti, qu'il était "immortef. Vous l'êtes aussi ?

Non, je ne suis pas immortel, malheureusement, je me suis rendu à l'évidence (rires) ! Mais c'est beau de vivre sans regrets, en sachant que tu as fait presque tout ce que te permettaient tes capacités au départ. Et, une fois que ta carrière est finie, pouvoir te retourner et te dire: "J'ai été bon."

Aujourd'hui, justement, quand vous vous retournez, quel est le plus beau souvenir ?

Le plus beau cadeau que m'ait fait le football, c'est la victoire dans la Coupe du monde, en 2006. Pour un enfant qui commence le foot, gagner une Coupe du monde, c'est le rêve. Et d'y arriver, c'est incroyablement fort. Aujourd'hui encore, on me parle de cette parade sur la tête de Zidane. Tout ce qui arrive dans une finale est toujours amplifié, le moindre geste technique d'un joueur prend une dimension légendaire.

Vous êtes recordman de sélections en Italie (147). C'est important, pour vous ?

Ce n'est pas tellement le record qui compte pour moi, c'est surtout le fait d'être là depuis près de vingt ans en équipe nationale. J'ai débuté en 1997. Cela me rend fier. Et je pense pouvoir encore continuer.

Pendant plus de dix ans, vous avez été considéré comme le meilleur gardien au monde. Aujourd'hui, on parle beaucoup de Manuel Neuer. Comment le vivez-vous ?

Bien, parce que c'est inévitable ! Quand un joueur, même s'il est bon, comme je pense l'être encore aujourd'hui, arrive à trente-deux, trente-trois, trente-quatre ans, c'est normal que l'on parle de la nouvelle génération. Ce qui me plaît, c'est d'avoir trente-sept ans, mais de voir que tous ont un grand re spect pour ce que j'ai été, mais aussi pour ce que je suis aujourd'hui.

Avec les années, le rôle de gardien a évolué. Avez-vous dû vous adapter, ces derniers temps ?

Pas tant que ça. C'est vrai que, depuis deux ou trois ans, le gardien est recherché beaucoup plus dans le jeu au pied, pour faire partir l'action de derrière par exemple. Mais depuis que je suis petit, et dans mes premières années à Parme, j'avais un jeu très audacieux. J'aiaussieu des entraîneurs qui voulaient que le gardien soit souvent en dehors de la surface, je devais intervenir du pied souvent. Donc, tout ça, ce sont des choses que j'avais déjà faites, il y a quinze ans. J'ai simplement dû dépoussiérer un peu certains réflexes.

Vous n'avez jamais gagné la Ligue des champions. Franchement, Monaco est-il l'adversaire que vous espériez au tirage ?

Disons que, parmi toutes les équipes qui restaient, il y en avait deux ou trois sur qui il était mieux de tomber et Monaco en faisait partie. Mais Monaco doit penser la même chose de nous ! Il devait être plutôt content de tomber sur la Juve.

Que connaissez-vous de cette équipe ?

C'est une équipe imprévisible et àprendre avec des pincettes, parce qu'il est vraiment difficile de comprendre quel animal c'est ! Tu les vois jouer à l'extérieur, et ils sont très dangereux. Puis tu les vois chez eux et ils sont plus décevants. Quand tu penses qu'ils ne sont pas favoris et qu'ils vont perdre, ils peuvent gagner ; et quand ils sont favoris, ils peuvent rencontrer des difficultés. Tu ne sais jamais ce que tu vas affronter. Si Monaco est arrivé en quarts de finale, c'est qu'ilades qualités, morales ettechniques.Il n'est pas arrivé là par hasard.

Donc, il n'y a pas de risque que la Juve prenne ce match de haut ?

Certainement pas ! On parle d'un quart de finale de la ligue des champions, la Juve est un club en progression. Mais pour prouver à nous-mêmes, à l'Italie, à l'Europe que nous sommes en train de revenir auplus haut niveau, ce sont ces matches-là qu'il faut gagner.

Et l'autre club français qualifié, le PSG, pensez-vous qu'il peut éliminer le Barca ?

On suit le PSG, ici, parce qu'il y a une petite colonie italienne et des joueurs qui ont joué en Série A. À mon avis, c'est une équipe qui peut aller au bout, parce qu'elle a un potentiel énorme, de Sirigu, qui est un grand gardien, à Verratti, Thiago Motta, Thiago Silva... Elle est pleine de grands joueurs et s'ils arrivent à jouer ensemble, ils peuvent aller très haut.

Sirigu ne vous en veut pas trop de ne pas laisser la place en sélection ?

Je ne pense pas, non (il sourit). Nous sommes amis, nous plaisantons. Et avec une telle différence d'âge (Sirigu a vingt-huit ans), c'est difficile de me sentir en compétition avec lui. Je me sentirais ridicule. Ca me fait plaisir de jouer avec la Nazionale, mais le jour où il prendra ma place, je serai heureux pour lui.

Vous êtes déjà assuré de gagner le titre de champion...

(Il coupe.) Disons que c'est bien engagé...

Mais l'objectif de cette fin de saison, c'est vraiment la Ligue des champions, non ?

C'est une occasion importante pour nous. Si vous me demandez si je pense la gagner, comme je suis un incorrigible optimiste et que je crois en mes rêves, je vous dirais que ce serait incroyable, mais pas impossible. Après, aujourd'hui, il y a deux ou trois équipes qui nous sont supérieures, par l'expérience ou la qualité technique. Mais on ne sait jamais.

Vous y croyez, donc ?

C'est un titre qui me manque et un objectif auquel je pense forcément. Je voudrais y arriver et je ne serais pas surpris de la gagner d'ici à la fin de ma carrière. J'ai travaillé aussi pour ça et je crois que, quand tu travaille sérieusement, la vie te le rend toujours. Donc, je crois que je réussirai à la gagner, mais si ce n'e st pas le cas, tant pis.

L'absence de Paul Pogba va-t-elle beaucoup vous pénaliser, sur ces deux matches ?

Oui, c'est un joueur unique en son genre. Et c'est un garçon qui, s'il maintient cette envie de briller, de vouloir être une rareté dans le monde du foot, pourra écrire des pages importantes. Son absence ne nous aide pas, parce qu'il est capable de faire basculer un match sur un geste, il est capable de te faire gagner. Mais, ces derniers mois, à la Juve, les joueurs qui ont remplacé les absents ont été fiables et efficaces. Et cela nous donne de belles certitudes, en tant qu'équipe.

Avez-vous déjà croisé, dans votre carrière, un joueur aussi fort techniquement ?

Un joueur aussi fort à son âge, non, je ne pense pas en avoir déjà vu. Je ne vois personne avec de telles qualités, avec cette puissance physique et cette capacité à être décisif. Sa carrière commence à peine. Donc, la suite ne dépendra que de lui. Il faut qu'il sache ce qu'il veut faire de sa carrière. Et il faut qu'il comprenne ce qui fait la différence entre être un excellent joueur, être un champion, ou être le champion. Il doit le vouloir lui, il doit ne jamais se contenter de ce qu'il a fait, il faut qu'il garde l'envie de progresser. Pour réussir une grande carrière, ily a beaucoup de facteurs, pas seulement le physique ou la technique.

Entre Parme et la Juventus, vous n'avez jamais quitté l'Italie. Avez-vous des regrets de ne pas avoir connu l'étranger ?

Je suis resté parce que j'ai toujours pensé, et cela était vrai pendant de s années, que le Championnat italien était le plus difficile et le plus beau de tous. Aujourd'hui, nous sommes en déclin, mais je crois que cela fonctionne par cycles. Hier, c'était l'Espagne, aujourd'hui, l'Angleterre, peut-être que demain ce sera la France. Mais, au fond de moi, je ne pouvais pas partir. Parce que je n'ai connu que deux clubs, j'ai fait dix ans à Parme puis bientôt quinze à la Juve. Quand tu as un lien aussi fort avec une équipe, une ville, un club, tu ne trouves plus de sens à devoir t'en détacher. Le seul petit regret, c'est de ne pas avoir joué en Premier League. J'aurais bien aimé me mesurer à ce Championnat et goûter aux sensations de jouer dans de tels stades, avec un tel public et une culture pareille, de fair-play et de grande sportivité. »

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ÉDITO

par GIANPAOLO ORMEZZANO (SO FOOT | AVRIL 2016)

 

Quand j’étais un jeune supporter très actif du Torino, j’admirais quand même un joueur de la Juventus, grande rivale: le gardien Lucidio Sentimenti. Le 11 mai 1947, quand l’Italie rencontra la Hongrie à Turin, tous les joueurs de la sélection jouaient pour mon Toro (un record!), sauf le gardien, qui a longtemps empêché l’arrivée de Valerio Bacigalupo, du Toro. L’Italie-Toro gagna 3 buts à 2, j’étais heureux, même pour l’usurpateur Sentimenti. J’éprouve les mêmes sentiments pour Buffon. En rigolant, mais au fond pas vraiment, je dis que sans Buffon, la Juventus serait en troisième division. J’admire le gardien comme l’homme (qui ne quitta pas son club condamné à descendre en Serie B pour les magouilles de Moggi), et aussi le mec qui est né à Carrare, berceau des anarchistes italiens.
 
J’ai rencontré une première fois Gigi Buffon quand je lui ai donné mon livre, La Bible du parfait ennemi de la Juventus. Puis une autre fois, dans une cave à vin. Il m’a transmis ses meilleurs voeux pour la nouvelle année… Sauf que je ne l’ai pas reconnu: j’ai dû lui demander son nom et son prénom! Même si j’ai toujours proclamé mon amour inconditionnel pour le Torino et mon bonheur à chaque défaite de la Juve, je dois avouer que Gigi est un homme généreux et intelligent, avec un surplus de magie. J’ai vu jouer tous les plus grands gardiens du monde de l’après-guerre, je les ai appréciés, mais Buffon, c’est autre chose. Avec ce jugement, je trahis Dino Zoff. Zoff arrêtait tous les ballons, mais Buffon se permet de théâtraliser ses arrêts. Il le peut, car il ne fait (presque) jamais d’erreurs. C’est comme le grand acteur qui joue l’idiot, en sachant qu’au fond de sa performance, on verra le génie.
 
Ayant dépassé 80 ans, je peux le dire: je ne crois à aucun schéma tactique dans le football. Tout comme je crois qu’une équipe avec un grand gardien est déjà une équipe forte. L’immense bla-bla-bla tactique autour du football est une trouvaille de nous, les journalistes. Si Buffon avait joué dans les buts adverses, la Juventus n’aurait sans doute jamais remporté autant de victoires.
 
Je sais que Gigi aime les femmes, les jeux de hasard, l’anarchie évidemment, la liberté, les enfants et peut-être aussi les vieux journalistes. Mais il aime le sport avant tout, sa mère “herculéenne” était lanceuse de poids: quand il illumine une Juventus moche, il le fait comme un hommage au sport.
 
À Turin la Royale, la Juventus représente l’école du bon goût sportif. Elle a donné naissance au grand patron Gianni Agnelli (ancien président de Fiat et de la Juventus), puis à Giampiero Boniperti (joueur et dirigeant mythique de la Juve), qui est presque mon frère, et enfin à Michel Platini, que je considère comme un vieux cousin français. Peut-être que Buffon sera le prochain héritier des vrais grands caïds de la Juventus. Devant Alessandro Del Piero, même. J’aurai alors presque 100 ans. Et si j’avais la chance de le rencontrer, je serais en mesure de le reconnaître.

“Ce que je préfère chez moi, 

c’est que je sais que j’ai peur”
Il est peut-être le plus grand gardien de l’histoire du football. Ou le plus élégant. En tout cas l’un des plus titrés. Gianluigi Buffon, 38 ans, nouveau recordman d’invincibilité en Serie A (973 minutes), a tout vu, tout vécu: la splendeur du calcio puis sa crise, le triomphe d’une victoire en coupe du monde et la honte d’une élimination au premier tour, le passage de Ronaldo le Brésilien à Cristiano Ronaldo le Portugais. Quelles leçons en a-t-il tirées? Alors que la fin de sa carrière avance à grands pas, le portier de la Juventus dresse le bilan. De très haut.
par LUCAS DUVERNET-COPPOLA ET STÉPHANE RÉGY (SO FOOT | AVRIL 2016)
 
Tu as démarré ta carrière professionnelle il y a plus de vingt ans, en 1995. À l’époque, tu étais le grand espoir international des gardiens de but. Aujourd’hui, la référence à ton poste s’appelle Manuel Neuer. Beaucoup disent qu’il a révolutionné la fonction, notamment par l’utilisation qu’il fait du jeu au pied. Qu’en penses-tu?
Le jeu au pied a toujours fait partie des caractéristiques du gardien du but. Sincèrement, ce que fait Neuer aujourd’hui, c’est quelque chose que je connais très bien. Regardez les vieux matchs du Parme de Malesani, celui avec lequel nous avons gagné la coupe de l’UEFA, la coupe d’Italie et la supercoupe (en 1999, ndlr): trois à quatre fois par match, je sortais de ma surface pour aller arrêter une action de l’adversaire. Il se trouve que j’ai toujours eu une prédisposition à jouer au pied, parce que quand j’étais jeune, avant d’être gardien, j’ai joué dans le champ. Mais surtout, c’est quelque chose qui a toujours été assez répandu en Italie. Au début des années 90, Francesco Mancini, le gardien de Zdenek Zeman à Foggia, ou Luca Marchegiani à la Lazio, jouaient eux aussi beaucoup en dehors de leur surface. Tout cela pour dire que pour moi, il n’y a là aucune nouveauté. La vraie nouveauté au poste de gardien de but, c’est le Barça qui l’a apportée. Et c’était il y a dix ans. Parce qu’à ce momentlà, le Barça a non seulement intégré le gardien dans l’équipe, mais il l’a intégré dans la phase de construction du jeu. Avant, un gardien qui sortait de sa surface comme je pouvais le faire, il le faisait pour interrompre une action adverse. Mais le Barça a ajouté quelque chose: désormais, le gardien n’est plus là pour interrompre une action, il est là pour l’initier.
 
Cette polyvalence ne touche pas seulement les gardiens de but, mais tous les joueurs. Aujourd’hui, l’attaquant doit savoir défendre, le défenseur doit savoir attaquer…
Je dirais que dans le foot actuel, soit tu es un phénomène –un vrai phénomène, hein– et alors tu peux te permettre le luxe de faire une course en moins, de t’économiser un peu plus que les autres. Parce que chaque fois que tu as la balle, tu fais la différence. Ça, c’est Messi, Cristiano Ronaldo, aussi Neymar ou Ibrahimovic. Mais si tu n’es pas l’un de ces joueurs, si tu es un joueur faible, moyen, ou même juste fort, tu dois courir. Parce qu’avec l’exigence physique qu’il existe désormais, aucune équipe ne peut plus se permettre d’offrir un joueur aux adversaires. Quand j’ai démarré, on pouvait se permettre d’avoir un ou deux joueurs qui couraient moins. Maintenant, c’est terminé.
 
Cela ne risque-t-il pas de faire disparaître une certaine race de joueurs plus fragiles? Par exemple, Roberto Baggio nous racontait qu’il aurait été incapable de jouer aujourd’hui, qu’il n’aurait jamais eu la lucidité de marquer si avant de se retrouver devant le but, il avait dû presser un adversaire pendant cent mètres…
Mais Baggio était justement l’un de ces joueurs au-dessus. Je peux le dire, j’ai joué avec lui. Je ne sais pas si tout le monde en a bien conscience, mais Baggio n’était pas inférieur techniquement à Maradona. Et quand je dis ça, je ne dis pas une hérésie, je suis absolument certain de ce que j’affirme: Baggio était quelqu’un d’incroyable. Impressionnant. Techniquement, c’était un joueur divin. Peut-être, juste, avait-il moins de caractère, moins de personnalité que Maradona, car Maradona avait une personnalité débordante. Mais bref. Aujourd’hui, l’un comme l’autre seraient toujours aussi importants qu’ils l’ont été à leur époque, aussi parce qu’ils s’entraîneraient différemment, qu’ils seraient plus résistants à la fatigue. Les forts, ils trouvent toujours la façon de jouer.
 
Tu parlais d’autres gardiens italiens, comme Mancini ou Marchegiani. Pour toi, il y a une école italienne des gardiens de but?
Elle s’est un peu perdue, mais oui. Pendant longtemps, il était très facile de reconnaître le gardien italien parmi tous les autres. Parce qu’il avait une technique subjective particulière que les autres n’avaient pas, qu’il avait un physique presque toujours très imposant… Je crois qu’il y a quinze ans, le gardien italien était celui en qui on pouvait avoir le plus confiance, plus confiance qu’envers les autres. Mais il y a toujours eu un petit détail qui a empêché, à mon avis, les gardiens italiens d’exprimer le maximum de leur potentiel: ce détail, c’est qu’en Italie, à la différence de tous les autres pays au monde, si un gardien fait cent arrêts et une erreur, on lui parlera toute la semaine de son erreur, en oubliant les arrêts, et on va le rendre fou. Ici, à partir du moment où tu fais une erreur, tout ce que tu as fait avant et tout ce que tu feras après ne compte plus. À l’étranger, ce n’est pas comme ça. Un gardien peut faire une, deux, trois, quatre, cinq, six erreurs, et continuer à jouer. Ce qui signifie qu’il peut engranger de la confiance et progresser de façon sereine. En Italie, ça n’existe pas. Si le gardien se trompe, il est fiché. Les quelques gardiens qui ont réussi ici à se maintenir au plus haut niveau sont vraiment très forts, y compris psychologiquement. Parce que c’est vraiment très dur. C’est une guerre des nerfs d’être gardien de but en Italie.
 
Toi, cela fait vingt ans que tu y arrives. Tu as un secret à faire partager?
Le secret, c’est de faire très peu d’erreurs. Et dans ma carrière, j’en ai fait très peu. Voilà ce qui m’a permis de trouver de la continuité dans mes prestations et d’acquérir des certitudes. Et le résultat, c’est qu’aujourd’hui, lorsque je fais une erreur, je ne me laisse pas conditionner. Je me dis: “Bon, c’est arrivé, j’ai fait une erreur. De temps en temps, ça m’arrive à moi aussi.”
 
Tu dégages un énorme sentiment de confiance, y compris vis-à-vis de tes adversaires et de tes coéquipiers. Et pourtant, peu de gens le savent, mais tu as fait une dépression en 2003…
Un gardien de but, c’est la même chose qu’un journaliste ou qu’un chanteur: c’est un homme. Et comme tous les hommes, nous vivons la vie, et quand on vit la vie, ce sont des choses qui arrivent. Ce qui m’est arrivé est très banal. J’avais 25, 26 ans à l’époque, et de garçon, j’étais en train de devenir un homme. Ce sont des moments où tu réalises que tu dois laisser de côté l’insouciance, la joie et toutes les conneries que tu peux faire quand tu es un garçon. Tu réalises que désormais, tu dois proposer un autre type de vie, que tu ne peux plus te proposer aux autres de façon désinvolte, comme un adolescent. C’est ce passage d’un âge à un autre qui m’a fait traverser ce que j’ai traversé.
 
Comment t’en es-tu sorti?
On m’avait proposé de prendre des médicaments. Mais j’ai réussi à surmonter cela sans y avoir recours. Si j’avais cédé, j’aurais créé, je pense, dans ma tête, une sorte de dépendance à quelque chose. Mais moi, je ne veux jamais être dépendant de rien, ni de personne. Pour cela, j’ai repoussé l’aide médicale, et j’ai cherché seul la voie de sortie.
 
Et tu l’as trouvée comment?
À l’époque, quand je jouais, j’avais les jambes qui se mettaient à trembler sans prévenir, à l’improviste. J’avais peur. Et ce qui me faisait le plus peur, c’était la perspective de l’Euro 2004, au Portugal, qui arrivait. Le premier match était contre le Danemark. J’avais très peur. Peur d’échouer. Quand on est le gardien d’une nation comme l’Italie… Je m’en souviens très bien: je ressentais une très grande angoisse. Et au contraire, ce match a été le tournant. Un peu par talent, et un peu par chance –parce qu’à certains moments, on a besoin de chance–, j’ai réussi à faire un très bon match. Je me souviens que j’ai fait des arrêts importants, et je me souviens de la décharge et des émotions que m’a apporté le fait d’effectuer ces arrêts. Et au coup de sifflet final, pour la première fois depuis cinq, six mois, je me suis rendu compte que je n’éprouvais plus de tremblements dans les jambes. Que je commençais à retrouver la force qui m’avait toujours accompagnée. C’était comme si je renaissais. C’est un match lors duquel on a fait 0-0. Un sale match. À la fin, tout le monde était énervé, sauf moi, parce que j’étais en train de comprendre que j’avais probablement résolu mon problème. Et j’ai arrêté d’avoir peur d’aller là où j’avais le plus peur d’aller.
 
À l’époque, tu avais parlé de cette dépression avec tes entraîneurs, tes coéquipiers?
À certains, oui. Parce que dans ces moments, parler te fait aller mieux. Tu cherches le soutien, tu cherches un appui partout, chez tout le monde. Mais c’est vrai aussi, que… Tu sais, la frontière est subtile. Tu peux te permettre d’en parler avec quelques-uns, mais en même temps, tu dois continuer de livrer des prestations. Et si tu parles, mais que tes prestations sont moins bonnes, alors tout arrive: l’étiquette, la rumeur, le reste. Le risque est grand.
 
Le football, c’est un milieu où on n’a pas le droit d’être faillible?
Ça dépend du moment où tu parles. Tu peux dire que tu as eu peur après, quand tu as déjà dépassé la chose. Mais pendant que tu vis ta peur… Tout de suite, on va dire: “Il est fou! On ne peut plus lui faire confiance!” Alors que c’est tout à fait normal, d’avoir peur. Ceux qui disent qu’ils n’ont jamais eu peur sont des menteurs. Dans la vie, on a toujours peur. D’ailleurs, j’ai peur encore aujourd’hui quand je joue certains matchs. Et j’ai 38 ans. Et j’ai des millions de certitudes. Mais j’ai encore peur. Et la chose que je préfère chez moi, c’est que je sais que j’ai peur, et que je veux affronter cette peur. C’est un défi. Il ne s’agit pas de ne pas avoir peur. Il s’agit d’éprouver de la peur, de le savoir et d’y aller pour triompher d’elle. C’est mon objectif.
 
Tu parlais de l’Euro 2004. Tu es le dernier de cette génération dorée à jouer encore: Del Piero, Pirlo, Totti, plus personne n’est là…
(Il coupe.) Encore heureux! S’ils étaient encore là, ça voudrait dire qu’on serait une sélection finie (rires). Moi, j’y suis encore parce que j’étais l’un des plus jeunes à l’époque, et parce que je joue à un autre poste. Mais si on avait toujours la même équipe, franchement, ce serait un problème.
 
Mais tu ne crois pas que le foot italien a régressé? Que les talents d’aujourd’hui ne semblent pas à la hauteur de ceux d’hier?
Je ne sais pas. Dire qu’ils sont ou non à la hauteur, je ne sais pas, je ne sais même pas si c’est correct de le formuler comme ça. Je crois que, grosso modo, la société italienne a changé. Et comme la société italienne change, les façons d’éduquer les jeunes changent, les façons de jouer des jeunes changent. Ma génération, enfants, nous avons tous commencé à jouer à l’oratorio (traditionnellement, l’oratorio est, en Italie, une structure adossée à l’église d’un village ou d’un quartier, où des activités sont proposées aux jeunes, au premier rang desquelles le football. De nombreux joueurs italiens ont été découverts là, ndlr). On s’y retrouvait tous pour jouer au foot, au basket, à tous les sports d’équipe. On était ensemble, il y avait les notions de groupe et de convivialité. Et surtout, à mon avis, c’est là que se développait le talent. Dans ces matchs à cinq contre cinq, sur l’asphalte, à faire un dribble, malgré un caillou, un adversaire, un trou. Ces conditions, ça aide vraiment à faire sortir la partie la plus bestiale de l’homme qu’il y a en nous. Maintenant, c’est plus compliqué. Avec la technologie, les jeunes sont davantage portés à rester à la maison. Derrière leur ordi, leur iPad, leur iPod, leur i-ce-que-tu-veux. Et j’ai l’impression que la conséquence, c’est que footballistiquement, la fantaisie, l’inspiration et le talent sont un peu anesthésiés. On est tous davantage robotisés aujourd’hui.
 
Prenons Marco Verratti. C’est un grand espoir du foot italien qui est venu jouer en France. Il y a dix ans, c’étaient les grands espoirs français qui partaient en Italie…
Les dynamiques sont différentes aujourd’hui. Les dynamiques politico-économiques. Enfin, surtout économiques. En raison des déséquilibres d’investissement et de pouvoir financier, la valeur que pouvait avoir autrefois la tradition d’une équipe a de moins en moins d’importance. Aujourd’hui, potentiellement, n’importe quelle équipe, avec n’importe quelle histoire, y compris la pire, qui a la chance d’être rachetée par le premier cheikh venu, peut se permettre le luxe d’avoir sa chance contre la Juve, le Real Madrid ou le Barça en ligue des champions, qui sont, elles, de leur côté, des équipes avec cent cinquante ans d’histoire. D’un côté, c’est quelque chose de très beau, parce que cela veut dire que tout le monde va désormais pouvoir avoir sa chance. C’est comme un jeu à gratter. Tu grattes, à qui le tour? Mettons Norwich. Et alors Norwich, dans deux ans, va jouer la ligue des champions. Les supporters de Norwich vont être très heureux. Mais d’un autre côté, ça enlève l’aspect romantique du football. Parce que la tradition, selon moi, est une valeur importante. C’est le fruit de la sueur de ceux qui t’ont précédé. C’est le fruit des souffrances et des succès. Et à mon avis, ce n’est pas correct qu’on oublie cela par la force de l’argent. Pour moi, la valeur que peut avoir le fait de jouer à la Juventus est plus forte que le fait de jouer dans une autre équipe qui n’aurait pas l’histoire de la Juventus mais qui me proposerait le double d’argent… Moi, je reste à vie à la Juventus. Parce que ça a une valeur. Faire partie de l’histoire d’un club comme ça est quelque chose qui rend fier.
 
Tu as 38 ans. Quelles sont les raisons qui font qu’à ton âge, tu joues encore?
En premier lieu, je joue parce que j’aime jouer. Même si je n’ai plus la même passion que j’avais quand j’étais jeune, car au bout de tant d’années, il est normal que la passion diminue un peu. Mais disons que j’ai toujours ce plaisir du défi. Ensuite, je joue pour respecter la vie. Moi, ma qualité, ça a été d’être un gardien important. Et il est juste que j’exploite cette qualité tant que je peux le faire. Et enfin, je joue pour vivre des émotions, et pour offrir des émotions. Avec le supporter, nous avons une relation basée sur un transfert d’émotions réciproques. De mon côté, je lui transmets une émotion en faisant un arrêt, en allant chercher un résultat. Et de l’autre, quand je le regarde, je reçois aussi une émotion. C’est quelque chose d’extraordinaire. D’unique au monde. Je suis convaincu que quand j’arrêterai de jouer, je ne trouverai plus d’émotions comparables à celles que j’ai vécues en tant que footballeur. Je le sais d’ores et déjà. Mais je pense que je serai prêt à affronter cette réalité le moment venu.
 
Tu as une idée précise du moment où tu vas t’arrêter?
J’ai comme idée de finir cette saison, puis de faire encore deux saisons. Et après, basta. Voilà mon idée. Je ne veux pas jouer après 40 ans. En revanche, je veux arriver à 40 ans comme je suis maintenant.
 
Et ensuite, tu sais déjà ce que tu feras?
Cela fait deux ans que j’ai en tête le type de parcours que je veux faire, oui. Je connais bien le monde du foot. Je crois que la vie que j’ai menée m’a apporté un bagage d’expérience important, et j’espère avoir quelque chose à transmettre aux autres. De cela, je suis certain. Mais de quelle façon? Je ne le sais pas encore.
 
Il y a quelques années, tu as déclaré quelque chose de curieux: que cela te plairait d’être sélectionneur des États-Unis…
Je n’ai pas envie d’être entraîneur. Après trente ans de foot, l’idée de devoir faire encore toutes les mises au vert, franchement, non. Mais sélectionneur, je trouve que c’est un rôle très beau. Et il se trouve que je suis né ambitieux. Si je fais quelque chose, c’est avec l’idée que je peux arriver au plus haut. Si on m’enlève ça, j’arrête de vivre. Alors je suis enclin à regarder vers les nations qui ont un grand potentiel et une population nombreuse. Ce qui m’amène vers les Etats-Unis ou la Chine. Des nations qui ont du potentiel, avec qui il y aurait la possibilité d’effectuer un parcours de douze, treize ans, pour viser la victoire.
 
La politique, ça ne t’intéresserait pas?
J’ai un problème: je crois que si l’on est réaliste, on s’aperçoit que changer les choses, sur le long terme, est très compliqué. Parce que changer veut dire devoir renoncer à quelque chose, signifie qu’il faut s’impliquer et faire des sacrifices. Pour changer, il faut travailler sur soi-même. Et au final, les gens ne veulent pas faire tout ça. Ils cherchent la meilleure solution pour eux-mêmes, y compris économique, ce qui est normal. Je ne peux pas critiquer ce type de choix. Mais du coup, tout discours général de valeurs, d’amélioration s’obscurcit. Mon Italie idéale est une Italie qui n’existe pas. C’est utopique de penser qu’il puisse y avoir de l’estime, de l’aide, la volonté de vouloir dépasser tous ensemble des moments de crise politique, économique, parce qu’au final, chacun place toujours son moi avant. Et je le comprends. Mais quand tu mets ton moi en avant, c’est la négation de l’altruisme. Et si tu nies l’altruisme, tu ne peux plus parler de nation, de peuple. Tu en restes au niveau de l’individu. Mais la vérité, c’est que ce n’est pas qu’en Italie que les choses se passent comme ça. Elles se passent comme ça partout.
 
Récemment, tu as apporté ton soutien à Gianni Infantino dans la course à la présidentielle de la Fifa, une institution considérée comme très corrompue. Pourquoi te mouiller dans un truc comme ça?
Parce que je connais Infantino comme homme. C’est un professionnel, en jambes, très préparé. Il a des idées novatrices qui pourraient donner un tournant positif au monde du football. En plus de ces idées, il a une intégrité morale très importante. Il m’a toujours inspiré confiance. Je suis content de lui avoir apporté mon soutien avant les élections, et je suis encore plus content qu’il ait gagné. Parce qu’il a une grande responsabilité, et il le sait. D’ailleurs, je lui ai envoyé un message pour lui dire que maintenant, la balle était entre ses mains. Je te fais confiance. On te fait confiance. Et je suis sûr qu’il fera le maximum pour ne pas nous décevoir.
 
Quand tout sera fini, tu voudrais que les gens gardent quelle image de Gigi Buffon?
J’aimerais qu’on se souvienne de moi pour ce que j’espère avoir fait de bon comme footballeur. Et aussi pour avoir été quelqu’un de bien. C’est très important, attention. J’en parlais avec un ami il y a quelques jours. Je disais que dans le monde actuel, les gens bien, les gens qui respectent les autres, sont souvent considérés comme des idiots ou comme des gens en dehors du monde. Et c’est quelque chose qui me dérange beaucoup. Parce que je crois que certaines valeurs doivent être encore prépondérantes et doivent être la base pour pouvoir améliorer la société en général. Tant que j’aurai cette capacité à être un instrument important de diffusion d’idées, je me battrai pour que tout cela émerge et puisse prendre force. Et puis, sinon, rien d’autre: qu’on se souvienne de moi comme quelqu’un de bien, et quelqu’un de correct. C’est tout.

Dans l’ombre de Buffon

Comment reconnaît-on une légende au poste de gardien de but? Sans doute au fait que ses remplaçants s’estiment heureux et fiers d’avoir pu être sa doublure. Ou, au mieux, d’avoir réussi, l’espace de quelques matchs, à lui prendre sa place. Même si c’était de la faute à une vilaine blessure. N’est-ce pas, Francesco Toldo?
par VALENTIN PAULUZZI (SO FOOT | AVRIL 2016)
 
Ils sont peu à pouvoir se targuer d’avoir remplacé, le temps d’une compétition majeure, Gianluigi Buffon. D’ailleurs, en vingt ans de carrière, Gigi n’a connu qu’un seul véritable col infranchissable: Francesco Toldo. Le portier italien, impressionnant jusqu’à la 93e minute de la finale mythique de l’Euro 2000, revient sur cette parenthèse enchantée. Vite refermée: “Lui et moi avons mené un chemin parallèle en sélection. Il a d’abord pris possession de la place de titulaire de façon impétueuse après le mondial 1998, et puis il y a eu cette blessure avant l’Euro, j’ai ainsi pu exploiter la situation en ma faveur. Les mois suivants, Trapattoni a eu une période de flottement avant que le choix définitif ne retombe sur Gigi.” Un début de règne que l’ancien pensionnaire de l’Inter, retraité international en 2004, prend avec philosophie: “Nos niveaux étaient très proches, c’était un duel prolongé mais respectueux, la Nazionale en tirait profit. Je suis fair-play et je sais accepter un rôle de gregario.”
 
Football Manager, Coca et Superman
Avant cela, Buffon avait déjà imposé sa loi à Parme. Dès 1997, Matteo Guardalben est le premier à se casser les dents sur le sourire charmeur d’un jeune majeur: “J’avais bon espoir d’être choisi numéro un, il s’agissait d’une ambition logique car je restais sur une année de titulaire en Serie A au Hellas Vérone. Je me sentais vraiment fort, mais dès le premier entraînement lors de la préparation d’avant-saison, j’ai compris que je ne jouerais jamais.” Dur à encaisser sur le coup, certainement, mais d’une logique implacable avec le recul: “Je l’ai observé, décortiqué pour lui piquer ses secrets, car Buffon est incapable de les transmettre. Non pas qu’il soit jaloux, mais parce que tout ce qu’il fait est spontané.” Non content de surclasser très rapidement ses homologues italiens, le natif de Carrare se paye également le scalp du seul gardien français qu’il côtoie en club, Landry Bonnefoi, à la Juventus Turin, au début des années 2000: “C’est quelqu’un de très appliqué, un bosseur, mais ses qualités sont innées.” Dès lors, pas la peine de chercher bien loin une explication aux statistiques d’Antonio Chimenti. Avec treize matchs en six ans –divisés en deux passages, de 2002 à 2006 et de 2008 à 2010– à la Juventus, la doublure chauve de Buffon ne ramasse littéralement que les miettes laissées par le maître. Sans jamais pouvoir prétendre s’asseoir à sa place: “À 32 ans, je pensais avoir tout appris, mais en le côtoyant, j’ai encore progressé. Il m’a transmis son incroyable tranquillité, sa façon d’affronter les matchs. Je me demandais comment il pouvait encore progresser. Dès son arrivée, à 24 ans, en 2002, on sentait sa présence dans le vestiaire, au milieu des Davids, Montero, Del Piero et autres Conte. Il avait du crédit et en a acquis de plus en plus au fil des années.” Clairement, niveau charisme, avec sa chevelure impeccable et sa silhouette de statue romaine, Buffon évolue au-dessus de ses compatriotes. Bien au-dessus, en tout cas, de l’adolescent qui se pointait aux shootings photo en tee-shirt Superman dégueulasse dans les années 90. Un jeune homme pas toujours très rigoureux, se rappelle même Guardalben. “Nous étions ensemble dans la chambre, et il passait des nuits entières à jouer à Football Manager et s’endormait le lendemain lors des briefings de Carlo, ou alors il se présentait la tête dans le cul avec un Coca à la main, à 10 heures du matin!”
 
Croix celtique, Abbiati et Rimini
Bien entendu, Buffon n’a pas toujours été le gendre idéal que ses adorateurs dessinent depuis quelques années. Mais sa passion pour les paris, une malencontreuse demande de porter le numéro 88 (dont l’équivalent alphabétique est HH), une banderole avec une croix celtique agitée et une paire de polémiques ont forgé un homme capable d’exprimer sa pensée sans heurter: “C’est quelqu’un d’une grande culture, fils de personnes cultivées. Il suffit de l’entendre parler pour s’en rendre compte, Gigi n’utilise pas les mêmes termes que les autres footeux. Il ne répète pas les mêmes choses inlassablement, n’est jamais prévisible. C’est une personne très intéressante hors du terrain”, dépeint Emanuele Belardi, son remplaçant à la Juve entre 2006 et 2008. “J’ai vu en lui une vraie croissance intérieure, il a très bien su gérer les moments délicats où il était au centre de l’attention, notamment en dehors du foot”, appuie Toldo. Simplicité, humilité et disponibilité sont les mots qui reviennent le plus souvent à l’heure de qualifier le champion du monde 2006. “Je l’ai rejoint juste après la relégation administrative en Serie B. Un mois plus tôt, il était à Berlin en finale du mondial et appréhendait un match contre Rimini de la même façon. Il n’a jamais fait peser ce choix de rester et a continué de bosser comme s’il devait jouer le Real le lendemain, évoque Belardi. Je vaux 1% de Gigi, mais j’ai passé dix ans en Serie B et je lui décrivais les caractéristiques des attaquants qu’il affrontait pour la première fois, il acceptait mes conseils bien volontiers.” Pourtant, un an avant, en août 2005, les affaires auraient pu se compliquer: Buffon se blesse salement à l’épaule. La Vieille Dame recrute alors l’autre grosse valeur italienne au poste de gardien, Christian Abbiati. Là encore, comme avec Toldo lors de l’Euro 2000, la sélection naturelle fait son travail sans brusquer personne: “Gigi était out trois mois, Christian pouvait être titulaire partout. Il l’a remplacé puis a tranquillement pris place sur le banc. Aussi par amitié”, retrace Chimenti. Comme si sa carrière ne dégoulinait pas suffisamment de gestes de classe, Buffon en rajoute toujours un peu: “J’étais titulaire en coupe d’Italie, on arrive en finale, les journalistes insistent pour que l’entraîneur le fasse jouer, et lui me dit: ‘Matteo, ne crois rien de ce que tu lis, je vais voir le coach, et s’il veut me faire jouer, je me porte malade.’ Ulivieri n’a pas eu d’autre choix que de m’aligner”, narre Guardalben. Un homme d’honneur, en somme. Comme le résume très bien, quinze ans après, Landry Bonnefoi: “J’ai été titulaire ailleurs, mais avoir été le remplaçant de Buffon est peut-être la plus belle ligne de mon CV.”

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Gianluigi Signor Capitano Buffon
di GIUSEPPE DE BELLIS (RIVISTA UNDICI | GIUGNO-LUGLIO 2016)

Le mani di Buffon. Uno non ci pensa mai, perché in realtà non le vede. Vede i guanti, che sono un'altra cosa. Cambiano anche i movimenti. Qui adesso sono naturali: se le tocca, le stringe, le chiude. Le mani per un portiere sono molto, forse tutto. Buffon parla spesso di una parata, ne parla anche stavolta: un tiro di Recoba in un Parma-Inter. Lui che si lancia verso la palla e tu non pensi che ce la possa fare. Invece la tocca. Ecco, le mani. In una settimana o poco più le ho viste due volte in borghese e sono sempre state determinanti: mentre si fa fotografare nella palestra di Coverciano e prima a Milano, dove è stato invitato a raccontarsi. Lì una reggeva il microfono, l'altra la muoveva tra la tasca dei pantaloni e la testa, oppure la usava come una bacchetta quasi a darsi il ritmo del discorso. Perché parlava di sé: «Non sopporto i miti sui campioni. Oltre a uno sportivo, uno deve essere anche un grande uomo. Questo non è corretto. Non mi sento un grande uomo. Giudicatemi come sportivo». E Gianluigi Buffon sportivo è campione del mondo nel 2006, sette volte campione d'Italia (più gli scudetti revocati), campione d'Europa Under 21, vicecampione d'Europa con la Nazionale nel 2012, quattro volte miglior portiere mondiale dell'anno, miglior portiere del decennio 2000-2009. Poi il record, quello di quest'anno. Quello dei 973 minuti di imbattibilità. Sappiamo tutto, certo. E però quando lo vedi, Buffon, allora non puoi non fissare bene chi è e che cos'è, al di là del giudizio collettivo, al di là degli aggettivi, degli appellativi, al di là dell'elevare idealmente il suo essere il portiere contemporaneo, e forse di sempre, più forte di tutti, a qualcosa che vada oltre. I numeri, i trofei, i successi individuali tengono ancorati tutti alla realtà. E basta quella, a dirla tutta. Così come basta il campo, come dice lui. È la dimensione più onesta e più vera. Più giusta. Va ascoltato, punto. Quello che pensa, quello che dice e come lo dice. Col tempo ha cambiato modo di parlare. Non tanto come contenuto, quanto come tono di voce, quanto come volume. Come se essere capitano della Juventus e della Nazionale sia diventato uno standard che si traduce in una parola che usa spesso: «Rispetto». Di sé, degli altri, ma anche degli altri verso di lui. È Signor capitano, più che capitano e basta. Identitario e però trasversale, perché i 38 anni hanno cambiato la percezione, l'hanno allargato, hanno esteso l'appartenenza.

Recentemente Sportweek l'ha indicata come il calciatore italiano più forte di tutti i tempi. Qual è invece il calciatore che lei ha amato di più?
Ce ne sono stati molti, ma forse quello che mi ha colpito maggiormente e che ha influenzato la mia carriera è stato il portiere del Camerun nel Mondiale di Italia '90: Thomas N'Kono. Come ho più volte raccontaro è forse grazie a lui se sono diventato portiere.

Perché? 
La folgorazione per questo ruolo la ebbi appunto durante Italia '90. Avevo dodici anni e mi innamorai non di Maradona o di Lineker e neppure di Roger Milla, che del Camerun 1990 era il leader. Io scelsi proprio Thomas N'Kono, il portiere del Camerun, che allora aveva già trentaquattro anni, ma entrò nei miei sogni e condizionò la mia vita. Era un portiere che usciva dagli schemi, faceva delle respinte di pugno fantastiche, cose che noi non eravamo abituati a vedere. Mio padre mi disse: «Prova Gigi, fai un anno in porta e poi torni in mezzo al campo». Sono entrato tra quei pali e non ne sono uscito più.

Per una parte della critica questo è stato complessivamente il suo miglior anno. Lei come si auto-giudica?
Io sono da sempre molto critico con me stesso. È innegabile che io abbia disputato un campionato buono, ricco di soddisfazioni e che passerà alla storia per una serie di record che siamo riusciti a tagliare insieme ai miei compagni: quello di imbattibilità, la striscia di risultati utili consecutivi, il quinto Scudetto. Insomma, direi che qualcosa di buono l'abbiamo fatto.

L'ha fatta soffrire non essere inserito nella lista del Pallone d'Oro?
No.

Non crede che in oltre 20 anni di carriera, con 17 trofei vinti, da campione del mondo, avrebbe meritato il Pallone d'Oro?
È difficile dire che cosa avrei meritato di vincere e non ho vinto. Io mi sento appagato ed estremamente soddisfatto di tutto ciò che ho ottenuto in carriera, ma ho ancora voglia di conquistare tutte le competizioni alle quali partecipo. Guardarsi troppo indietro non è mai stata una mia caratteristica. Andiamo avanti, passo dopo passo.

C'è un errore che le torna in mente di tanto in tanto e che non si perdona?
Gli errori fanno parte del mestiere e credo siano da mettere in conto per chiunque. Se penso a un ambito personale da migliorare mi viene in mente la reazione al pareggio con il Bayern, che è stato vissuto con troppo pessimismo: in futuro cercherò di essere ancora più equilibrato e razionale nell'affrontare i nodi più delicati della stagione.

E qual è la miglior parata che le torna in mente?
Per fortuna ce ne sono tante che mi ricordo sempre con grande affetto e orgoglio. Ne scelgo sempre tre: Italia-Paraguay a Parma, avevo 19 anni. Parma-Inter su Recoba nel 2000 e quella su Zidane nella finale Mondiale del 2006.

Come è cambiato Buffon in campo? 
Invecchiando si migliora soprattutto negli allenamenti e nella concentrazione con cui li si esegue. Il tempo ti fa acquisire anche più consapevolezza della loro importanza e di quanto questi migliorino poi la qualità della prestazione.

Ma la maturità dipende soltanto dall'età? 
Diciamo che l'età aiuta molto. A 38 anni mi rendo conto di vivere e osservare il mondo in maniera sensibilmente diversa da quanto non facessi da ragazzo. E questo credo sia più che normale. Credo appartenga alla naturale evoluzione delle persone. Ed è ancora più affascinante pensare di essere il capitano di uno spogliatoio decisamente più giovane.

C'è qualcosa che ancora oggi migliorerebbe di se stesso in campo?
Certamente. C'è sempre qualcosa da migliorare: la concentrazione, la forza d'animo, l'abnegazione in allenamento. In una parola, la professionalità. Non credo che un professionista possa dire di non poter più migliorare.

Ha detto: smetto a 40 anni. Pensa già al dopo?
Al "dopo" mancano ancora due anni di attività che dovranno essere vissuti con il massimo della concentrazione perché ogni anno sarà sempre più difficile vincere, perché ogni anno le concorrenti migliorano. In Italia e in Europa. Sul futuro non ho ancora progetti concreti e credo ci sia il tempo per valutare quali potranno essere le strade migliori da percorrere.

Ha detto anche che non vorrebbe fare l'allenatore, mentre il ruolo di selezionatore l'affascina... Perché?
Diciamo che si è un po' enfatizzata una mia battuta relativa all'eventuale possibilità di allenare una Nazionale. Con il sorriso sulle labbra, ho risposto che sarebbe stato affascinante, dovendo immaginare un possibile futuro da allenatore, poter allenare una Nazionale come la Cina o gli Stati Uniti.

Si sente un simbolo? 
Preferisco separare la sfera privata e personale dalla dimensione sportiva e professionale. Mi spiego meglio: mi reputo una persona assolutamente normale con pregi e difetti, come ogni altro individuo. Guardando invece alla carriera sportiva, penso di aver raggiunto risultati e traguardi straordinari, grazie alla professionalità e all'abnegazione che certamente possono rappresentare, e ne sarei orgoglioso, un modello da seguire.

C'è qualcosa di cui s'è pentito in questi anni? 
Anche questa è una domanda sibillina. Conoscete qualcuno che sinceramente non sia mai pentito di qualcosa? Io no. E, ovviamente, anch'io appartengo alla categoria di coloro che hanno vissuto, sperimentato, sbagliato. E quindi, in alcuni momenti della mia esistenza, mi sono pentito degli errori fatti. Ma ho sempre avuto la convinzione che l'errore sia una componente fondamentale della maturazione individuale e in quanto tale, per quanto non ricercato, vada vissuto nel suo tempo presente.

L'abbiamo vista cantare l'inno della Juventus a squarciagola nell'ultima partita contro la Sampdoria. Si sente tifoso?
Certamente. Sono un grande tifoso del mio lavoro.

Che cosa significa essere il capitano della Juventus?
Significa rappresentare e raccontare uno stile, un ambiente, un gruppo. Significa dimostrare con il proprio esempio quotidiano cosa significa essere consapevoli del valore di una maglia e dell'importanza che questa rappresenta per milioni di tifosi. Quando diventi capitano di una squadra vuol dire che è passato un po' di tempo. Io non posso che essere felice di essere un uomo importante per questa squadra e per questa società. E sono ancora più felice del fatto che i tifosi della Juve siano orgogliosi che io li rappresenti.

E che cosa significa essere capitano della Nazionale?
Il principio è davvero molto simile. Oserei dire identico. La Juventus è uno tra i club più importanti al mondo e certamente il più amato in Italia. La Nazionale è una dimensione ancora diversa. Rappresentare la propria nazione e avere la fortuna di farlo nel mondo è un privilegio.

Euro 2004, il suo primo Europeo da titolare. Ha recentemente parlato della partita contro la Danimarca come quella della svolta della sua vita. Perché?
Avevo affrontato un periodo difficile a livello personale. Ero molto spaventato dalla prima uscita. Avevo paura di fallire. Grazie al talento e alla fortuna ho disputato una buona partita. E ho svoltato. Ricordo lo choc e le emozioni procurate da alcune parate importanti. Al fischio finale, per la prima volta in 5-6 mesi, non ho più sentito tremori alle gambe: stavo ritrovando la forza che mi aveva sempre accompagnato. Era come se fossi nato di nuovo. La partita finì 0-0, erano tutti arrabbiati tranne me, che avvertivo di aver probabilmente superato un momento difficile.

Quell'Europeo finì in parte per demeriti dell'Italia, in parte per il presunto biscotto tra Danimarca e Svezia. Come si fa ad accettare eliminazioni così?
Con il lavoro e con la convinzione di doversi concentrare esclusivamente su se stessi e non sulle altre squadre. Se avessimo ottenuto risultati migliori nelle precedenti gare, non avremmo dovuto sperare in un risultato favorevole su un altro campo.

Il calcio è crudele? 
Come qualsiasi sport. Purtroppo, o forse per fortuna, vince sempre solo uno. E non sempre è quello più forte. Ma questo credo sia la bellezza, e non la crudeltà, dello sport.

Il Mondiale 2014 ha lasciato scorie o è tutto superato?
Nessuna scoria. Semmai ha lasciato un bagaglio di esperienza in più. Ogni partita disputata fa maturare e crescere e serve a migliorare piccoli dettagli. L'Italia è una Nazionale storicamente solida capace di ottenere grandi risultati grazie alla forza del gruppo.

Sono passati dieci anni dal trionfo mondiale. È un ricordo che continua ad accompagnarla?
Difficile dimenticare la sera di Berlino anche se, come ho più volte dichiarato, di quella sera non ho dei ricordi nitidi. Piuttosto alcuni flash di alcuni momenti particolari. Vorrei ricordarmi tutto, vorrei rivivere tutto. Ma poi ripenso a una cosa semplice: io quella sera l'ho vissuta davvero. E questo vale più dei ricordi.

Quanto vale una vittoria con la Nazionale? 
Tantissimo. Avere la forte percezione di aver fatto felice un'intera nazione regala una gioia e un orgoglio indescrivibile. Impareggiabile.

Ricorda le critiche a quel gruppo e all'intero sistema calcio precedenti a quel Mondiale? Non ha mai avuto voglia dopo di rinfacciare quelle critiche?
Impossibile dimenticarle. Ma no, nessuna voglia di rinfacciare niente a nessuno. Paradossalmente sono state proprio quelle critiche a scatenare in noi l'orgoglio che ha contribuito a cementare il gruppo spingendolo a fare qualcosa di eccezionale.

Che cosa pensa di questa Nazionale che dalla critica sembra essere un po' snobbata?
È un buon gruppo con un ottimo staff tecnico. Di sicuro non siamo stati particolarmente fortunati con gli infortuni di Verratti e Marchisio, ma come dicevo prima, la forza dell'Italia è sempre stata il gruppo: chi verrà chiamato a sostituire Marco e Claudio lo farà al massimo delle proprie possibilità e con il massimo del proprio impegno.

Prima ha ricordato che in porta è arrivato quasi per caso. Secondo lei Gianluigi Buffon sarebbe diventato un campione anche se non fosse stato un portiere?
Non lo so. Impossibile da immaginare. Diciamo che anche lontano dai pali non ero male, ma da lì a immaginare una carriera da professionista sarebbe stato forse eccessivo.

Dicono che Neuer abbia rivoluzionato il modo di stare in porta. Ma lei faceva le stesse cose già 15 anni fa...
Neuer è certamente un grande portiere che vive un presente ricco di successi e di consacrazioni. Fare paragoni non ha senso. Ogni atleta, ogni persona, ogni professionista esprime delle proprie peculiarità che lo rendono unico.

Parla spesso di "sfide". Quanto le piace la sfida?
La sfida è l'aspetto fondamentale della carriera di uno sportivo. Ma non solo: chiunque si appresti ad affrontare qualcosa di importante di fatto affronta una sfida. Poi per me è una questione di carattere: mi piace mettermi alla prova, misurarmi con gli avversari, e cercare di migliorare me stesso.

Ha detto che a 18/20 anni ha capito che doveva cambiare qualcosa. Che cosa?
Molto semplicemente mi accorsi che era necessario un salto di qualità nella mia maturazione personale. Parlo di Gianluigi, più che di Buffon. Parlo di un ragazzo più che del portiere. Capii che alcuni miei atteggiamenti da guascone erano esagerati e, all'interno di un spogliatoio che vive di equilibri, fuori luogo. Tutto qui.

Ma a 20 anni si ha il diritto di sbagliare? 
Sinceramente ritengo che a qualsiasi età si abbia il diritto di sbagliare. Come dicevo prima, gli errori credo davvero siano la base di partenza per la maturazione e la crescita individuale.

Da giovane ha ricevuto diverse critiche. Quale la più feroce?
Da ragazzo mi sono concesso delle guasconate per cui sono stato ripreso, richiamato e criticato. Alcune volte in maniera forse eccessiva, ma sono convinto che il Buffon di oggi, prima uomo e poi atleta, è ciò che è anche grazie a quelle critiche.

Quanto conta il sacrificio per lei? 
Il sacrificio è una delle parti fondamentali della sfida. Parlavamo prima di che cos'è una sfida e di che valore ha. Ecco, la fatica e lo sforzo per me sono parte integrante della sfida. Chiunque ne affronti una deve mettere sempre in conto di dover rinunciare a qualcosa di importante. Se vuoi celebrare un successo non c'è altra strada.

Parla spesso del rispetto di se stesso. Che è aumentato nel tempo. Che cos'è per lei il rispetto di se stesso e quanto conta?
Ritengo sia un aspetto fondamentale della vita perché rappresenta la prima "pietra" su cui costruire il proprio io.

Buffon è un solitario? 
No. Buffon è un uomo maturo, capace di ritagliarsi degli spazi della propria vita che ama vivere da solo. Ma in generale credo di essere un uomo espansivo e che preferisce la dimensione casalinga e familiare a quella mondana.

Sono passate un po' di settimane dal suo record di imbattibilità. La soddisfazione è già archiviata o invece se la sta gustando poco alla volta?
Assolutamente già archiviata. Non ho mai amato particolarmente i numeri e le statistiche. È chiaro che un traguardo così prestigioso non può che far piacere, ma il record di imbattibilità per un portiere deve essere condiviso con tutta la squadra. L'ho detto, l'ho scritto, ci credo: è solo grazie ai miei compagni che ho potuto superare Rossi.

Buffon ha ancora un obiettivo? 
Buffon ha tanti obiettivi. Personali e sportivi. Dal punto di vista sportivo punto a giocare il Mondiale 2018 in Russia e a continuare a fare bene in Italia e in Europa con la Juventus.

Quando vede un giovane portiere che si abbatte per un errore che cosa pensa?
Che è normale e che è proprio da lì che si deve ripartire. Capendo, digerendo e metabolizzando la fallibilità a cui tutti siamo soggetti, ma su cui tutti possiamo lavorare per ridurne gli effetti.

C'è qualche giovane - in Italia o all'estero - che le piace più degli altri?
Ci sono diversi portieri che mi piacciono. È difficile citarli tutti perché sicuramente ne dimenticherei qualcuno. E mi dispiacerebbe. Diciamo, in generale, che la scuola dei portieri italiani che aveva forse subito qualche anno di difficoltà, si sta riprendendo alla grande e alcuni giovani molto interessanti iniziano ad affacciarsi nei nostri campionati.

Come ha vissuto la responsabilità di essere quello che può sbagliare meno degli altri?
È una responsabilità difficile da affrontare e gestire. Probabilmente all'inizio della carriera la si percepisce meno, o quantomeno, la si affronta con un briciolo di spensieratezza, mentre man mano che il tempo passa le sensazioni provate in partita aiutano a essere maggiormente concentrati in allenamento.

È più importante saper vincere o saper perdere?
Saper perdere.

E quanto è importante sapersi rialzare dopo un errore?
È fondamentale. Ed è forse addirittura fondamentale il fatto stesso di commettere degli errori. Essi sono, e devono essere - a mio avviso - considerati tali, delle scosse elettriche che ti fanno ripartire per fare meglio di prima.

La sua percezione è cambiata. Oggi è sicuramente juventino, ma al tempo stesso è trasversale. Quanto conta per lei l'appartenenza?
È una sensazione positiva e avvolgente. Saper incarnare e rappresentare all'esterno un dna, che sia di un club o di una Nazionale, credo sia un obiettivo fondamentale a cui qualunque sportivo deve tendere e, col tempo, deve raggiungere.

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Grazie Ghost Dog per aver pubblicato questa bella intervista di Gigi .... conoscere il tedesco fa apprezzare le parole del nostro numero 1.

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