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andrea

Qualche idea salva Italia

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Branchini: “Meno soldi ai giovanissimi, manca la fame”

 

Giovanni Branchini · 6 lug 2024

 

Credo che il problema del calcio italiano sia un problema di sistema, come ripeto da più di 10 anni. È da allora che stiamo andando in una direzione sbagliata e pericolosa che non è identificabile in un solo aspetto. Non è il problema degli stranieri, non è il problema dei club che non hanno fiducia negli italiani. È una serie di fattori che non affliggono solo l’italia perché è dimostrato che ci sia una crisi di vocazioni e di talenti anche in Sud America. Guardate che fatica ha fatto l’inghilterra miliardaria, teatro del miglior calcio del mondo. Da quando il controllo del calcio è passato a tutti i livelli a dei politici o a degli affaristi si è perso di vista l’aspetto sportivo.
Si è permesso che i peggiori costumi diventassero la norma. Oggi non c’è un giovane calciatore che non viene avvicinato da una mega agenzia che compra la fiducia sua e della famiglia. Una prassi vietata da regole che però non sono fatte rispettare, perché non porta consenso e voti a chi vive solo per essere rieletto e tenere il potere. Questo è un elemento devastante, è il primo anello di una catena di fattori che impediscono ai giovani talenti di affrontare gli anni di crescita con la fame necessaria. Oggi un ragazzino di talento a 16 anni, a 18 ha già una prima macchina da 100 mila euro, un contratto di 4/5 anni con un grande club e con gli sponsor, sa di esser stato valutato 15/20 milioni e dettaglio non da poco, ha già un’influencer nel letto. Come fai dirgli: sei ancora una pippa, devi darti da fare? Lui ti guarda ti dice: ma tutti questi che mi riempiono di soldi e mi dedicano dei titoloni sono pazzi?
Ci manca il primo vero grande maestro, il calcio per strada e negli oratori è quasi sparito, vanno tutti a giocare nelle accademie e nei settori giovanili con gente che più di loro vuole diventare qualcuno e per riuscirci deve vincere. E per farlo non costruisce giocatori. A 14 anni non è importate che un ragazzino sappia fare la diagonale, ma che sappia stoppare, calciare, dribblare. Su questo non lavora più nessuno. Avremmo dovuto diversificare le carriere. Chi allena fino a 15/16 anni deve farlo con un unico scopo: formare giocatori che possano ambire alla prima squadra. Invece giocano per vincere.
Cominciamo almeno a far rispettare le regole che ci sono. Poi sediamoci tutti attorno a un tavolo: agenti, checché ne dicano, media sportivi e società per uscirne con una serie di principi e degli impegni reali. Fino ad oggi nessuno ha dimostrato mai il minimo interesse per affrontare i problemi e cercare di risolverli.

 

 

Galli: “Dobbiamo seguire meglio la crescita dei ragazzi”

 

Filippo Galli · 6 lug 2024

 

L’eliminazione della nostra Nazionale da Euro ’24 ha riacceso il dibattito sul sistema calcio, sulla mancanza di giocatori di qualità con particolare riferimento ai giovani talenti. Un ennesimo atto d’accusa ai settori giovanili che non sarebbero in grado di formare giocatori pronti al salto nel massimo campionato professionistico privando così la nostra massima rappresentativa di un’adeguata possibilità di scelta.
E allora quali sono le ragioni per cui i giovani calciatori faticano ad esordire e a giocare con continuità nella nostra Serie A?
Se il giovane calciatore è ritenuto all’altezza, l’unica ragione plausibile per non schierarlo potrebbe risiedere nella consapevolezza che, un ragazzo, seppur bravo e talentuoso, abbia comunque la necessità di commettere qualche errore in più rispetto ai colleghi più esperti e quindi più tempo per garantire un rendimento adeguato e costante. Il giocatore ha bisogno di un sostegno che arrivi non solo dal Mister ma anche da tutte quelle figure dirigenziali che hanno peso all’interno del club.
Manca una comunione d’intenti nell’accompagnare il giovane, lasciando l’allenatore a pagare le conseguenze di un eventuale insuccesso, ragion per cui quest’ultimo preferisce scegliere giocatori già navigati.
Se, al contrario, il giovane o i giovani calciatori non fossero ritenuti pronti dopo il percorso formativo dovremmo cominciare a valutare quale sia l’approccio al lavoro nelle nostre Academy e verificare che le metodologie di allenamento non siano ancora legate a teorie dell’apprendimento e a pratiche ormai superate.
Dovremmo di conseguenza chiederci come e da chi vengano formate le figure professionali che lavorano in questo settore.
La nostra realtà comprende entrambi gli scenari sopra descritti.
Occorre aggiungere la necessità di garantire dignità professionale a chi opera nei vivai e non destinare stipendi che superino a mala pena le spese sostenute. In altre parole dovremmo davvero cominciare a considerare il Settore Giovanile, non un costo, ma un investimento.
Ciò significa anche premiare, in modo serio, in termini finanziari, quei club che investono sul territorio provando a portare giocatori dal Settore Giovanile alla Prima Squadra senza alimentare il fenomeno del players trading che coinvolge soprattutto giocatori stranieri.
Che ognuno smetta di guardare soltanto al proprio orticello!

 

 

 

Zoff: “Non trattiamo da adulti i nostri bambini”

 

Dino Zoff · 6 lug 2024

 

Oggi in Italia chi ha voglia di iniziare a giocare a calcio ne ha tutte le possibilità. Non è un problema di centri sportivi, di infrastrutture congelate. È che ci sono meno bambini, più opportunità di praticare altri sport e genitori che mettono pressione ai loro figli sin dà giovanissimi. Tante componenti importanti. Faccio un esempio: ai miei tempi eravamo 10-12 friulani in Serie A, di cui tre o quattro in Nazionale.
Tolto qualche portiere di adesso, negli ultimi trent’anni non ce n’è stato più uno. E mica mancavano i presupposti: una volta l’unico centro sportivo era la strada. Non a caso i giocatori del nostro campionato provengono sempre più dall’africa, dal Sud America, dove il calcio è ancora spontaneo e popolare. Mettiamoci pure la crisi demografica e il quadro è completo.
La nostra Serie A ha ritmi tranquilli, non è la condizione fisica ad averci eliminato. Probabilmente non abbiamo avuto la convinzione mentale e i mezzi tecnici sufficienti. Ci siamo comportati in un modo non consueto per la Nazionale. Penso ai grandi Europei della storia azzurra: a volte il destino ci ha aiutato a vincere, altre volte no. In
Germania però siamo stati lontani dall’arrivare a scomodarlo. Nel calcio si può anche perdere, bisogna vedere come.
Ora sarà essenziale saperci rialzare. Il calcio di strada da noi non ritorna più, inutile girarci attorno. Abbiamo tanti stranieri, tutti parlano dei giovani come se non li facessimo giocare abbastanza: ridicolo. I club hanno ogni interesse a schierare i ragazzi del vivaio in prima squadra, se non lo fanno vuol dire che non sono ancora all’altezza.
Il problema è semplice: abbiamo pochi bambini e li trattiamo troppo presto da adulti. Bisogna ripartire dalla semplicità, dal far divertire i giovani. Non spingerli a ragionare da professionisti già a 10 anni. Facciamoli giocare, senza caricarli di aspettative. E proteggiamo la loro fantasia.
Sapete cosa ci diceva Bearzot? “Siamo italiani: perché mai dobbiamo giocare come i tedeschi, gli olandesi o i brasiliani”. Così abbiamo vinto il Mondiale. Abbiamo caratteristiche peculiari, picchi di straordinario rendimento. Torniamo esprimere questo nostro modo di essere. Questa nostra identità.

 

 

Capuano: “Ci serve un numero massimo di stranieri”

 

Eziolino Capuano · 6 lug 2024

 

Il calcio va cambiato nelle regole. La prima cosa, la più semplice: nel settore giovanile limitare in maniera drastica il numero degli stranieri. E anche imporre un massimale alle squadre in Serie A nel far giocare stranieri. In questo modo si dà la possibilità di crescere i nostri. Il vero allenatore si adatta ai giocatori a disposizione, cerca di costruire il giovane. Che deve essere prima uomo, e poi calciatore. E il vero giocatore deve affrontare i sacrifici; senza sacrifici non si conosce il parametro della sofferenza e senza quel parametro non arrivi in alto. Bisogna essere meticolosi,* studiare, ed essere persone serie: io non credo nella fortuna, ma solo nella preparazione dei dettagli. In C non ci sono fenomeni, che sfruttano il calcio per fare marketing. Bisogna enfatizzare le caratteristiche dei giocatori: se hai pasta e fagioli e vuoi fare una lasagna ti viene una schifezza. Non si frigge il pesce con l’acqua, però io posso farlo con l’acqua minerale. L’allenatore non è un mestiere come un altro: deve difendere un popolo. E dopo la partita deve spiegarla al barista e al panettiere.
Bisogna tornare, tutti quanti, all’essenza del calcio. Questo non è uno sport come gli altri, è lo sport dei poveri, del sentimento. Io dico sempre ai miei ragazzi che devono giocare per quelli che fanno l’amore in macchina perché i soldi per l’albergo li hanno usati per comprare il biglietto della partita. Proprio per quel panettiere, barista, per quelli che aspettano tutta la settimana di vedere la partita.
Purtroppo questo è un mondo di gente che si vende per mille euro, nelle serie minori, e per pubblicità o successo in quelle maggiori. È un mondo di mammiferi in uno squalaio. Ma in questo calcio c’è anche la malattia del disquilibrio: persone che si permettono anche in mondovisione di criticare, dopo che hai vinto tutto ma ne hai sbagliata una. Quando fai del bene devi avere una grandissima forza: quella di subire il male.
Tutta Italia ha visto Carmine, un tifoso del Taranto di 84 anni in lacrime perché per rifare lo stadio per i Giochi del Mediterraneo gli impediranno di vedere le partite. Abodi e Gravina hanno promesso che non toglieranno lo stadio al popolo tarantino, io spero mantengano la parola. Il calcio è sentimento, e non si può deludere un popolo.

 

 

Aldo Serena


Gli allenatori delle squadre giovanili devono cambiare idee


Aldo Serena · 6 lug 2024

 

La prima cosa che mi viene in mente per aiutare il calcio italiano è quella di lavorare sui settori giovanili. Parto dall’esperienza personale di mio figlio quindicenne che gioca in una squadra dilettantistica in Veneto. Oggi i genitori non si fidano più a lasciare che ragazzi giochino da soli in strada, nelle piazze. Gli oratori sono quasi spariti o comunque sembrano aver esaurito la loro funzione “sportiva”; così la palla passa alle scuole calcio oppure a piccole società, organizzate quasi come club di professionisti: fanno allenare i ragazzi due o tre volte alla settimana (i costi partono da 400/600 euro); gli allenamenti sono prevalentemente di carattere collettivo e lasciano pochissimo spazio alla fantasia dei ragazzi: possesso palla, possesso palla con vincoli specifici (usare solo il piede sinistro o solo il destro, scambi a un tocco, scambi a due tocchi ed esercizi simili). In questo modo, lo spazio della partitella, il momento più atteso dai ragazzi, si riduce a una decina di minuti con porte piccole e quindi nessun tiro in porta, nessun confronto uno contro uno, quasi nessuno spazio ai dribbling. Vedo che c’è un soffocamento della fantasia, chi dimostra di possedere estro e genialità non viene tenuto in considerazione e questo porta a un soffocamento in tempi brevi delle qualità creative dei singoli.
Gli allenatori pensano a costruire una squadra organizzata, dove le qualità dei singoli passano in secondo piano e la tattica ha più importanza della tecnica e del divertimento, che dovrebbe essere una prerogativa delle squadre ragazzi: per loro è un modo di affermarsi, di mettersi in luce di sentirsi importanti. Così in Italia abbiamo una grande scuola di allenatori, come ha dimostrato anche l’europeo con cinque c.t. alla fase finale su 24 o il fatto che due coppe europee su tre siano state vinte da tecnici italiani, ma la sensazione che la preoccupazione dei tecnici dei settori giovanili sia più quella di valorizzare se stessi rispetto ad avviare una giusta maturazione dei ragazzi.
Oltre a questo, mi preoccupa anche la nuova norma sulla caduta del vincolo che procurerà un grave danno a molte società dilettantistiche. Oggi vivono sulle rette che fanno pagare ai genitori e su quello che incassano quando un loro giocatore fa strada. Se vengono a mancare questi soldi temo che molte società o aumenteranno le rette o rischieranno di sparire. Bisognerebbe fare in modo di ridurre certi sprechi per finanziare queste società. La vera base è questa e quindi bisogna iniziare da qui, con i ragazzi che cominciano a giocare a 8/9 anni con i pulcini. Dovremmo aiutare le società dilettantistiche e preparare gli allenatori a insegnare calcio e non solo tattica, inseguendo il mito della costruzione (o distruzione?) dal basso oppure le mode del momento. Ci vorrebbe un cambio di mentalità, ma vero, non soltanto a parole, con una giusta mediazione tra la voglia di emergere dei tecnici e la volontà di far crescere i ragazzi, privilegiando l’aspetto del divertimento. Non trattiamo da adulti i bambini o da bambini quelli che sarebbero già pronti per giocare ad alto livello, perché le società tendono a non dare fiducia ai giovani, anche se talentuosi. Rivera e Mancini giocavano in Serie A a 16 anni, io ho esordito a 18 a San Siro. Certo oggi i ragazzi sono bombardati anche dai social tra una partita e l’altra, i tifosi non hanno pazienza, la stampa ancora meno, ma le società possono proteggerli e difenderli nella loro crescita. Diamo ai giovani anche il tempo di sbagliare, senza affogarli tra le critiche. E le società seguano quei ragazzi che diventano subito milionari, ma non hanno accanto una famiglia che li sappia aiutare nel momento in cui cominciano a diventare famosi. Insomma, cominciando a lavorare sui bambini e poi sui giovani potremmo risollevarci.


 

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Joined: 01-Jan-2009
59,690 posts

Ma in Spagna, Inghilterra, Francia, Germania, danno meno soldi ai giovani? I loro campionati hanno un numero massimo di stranieri? Sempre le solite frasi fatte...

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