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hopper

Tifoso Juventus
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Tutti i contenuti di hopper

  1. nel senso che nel momento preciso in cui ti trovi sopra il tunnel del brennero non accetti ironie su MEB?
  2. quando si troverà gente sotto casa con le forche in mano capirà che da lì a poco giustizia sarà fatta
  3. una precedente ministra dell'istruzione parlava di un mitico tunnel che collegava il gran sasso con la svizzera
  4. tutto sotto controllo (cit) è tutto circoscritto (cit)
  5. sta arrivando una tempesta, signor wayne....
  6. Con Toninelli in giro, in fondo, mi sento un pochino più al sicuro
  7. le pen...nkoulou... chiamali francesi
  8. trojka un paio di koglioni, prego devo vedermi lo stipendio tagliato col machete a causa di questi stronxi?
  9. coooooooooooonteeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee paaaaaartiròòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòò
  10. anche noi lo stiamo prendendo bene....bene a fondo...
  11. Caro Di Maio, non abbiamo paura: continueremo a raccontare la verità (lapresse) Il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, risponde agli attacchi del vicepremier, che ha evocato la chiusura del nostro quotidiano e il licenziamento dei giornalisti: "I nuovi potenti sono ossessionati dal nostro lavoro, ma non ci faremo spaventare". Oggi in edicola due pagine speciali di MARIO CALABRESI Dopo aver ascoltato le parole di Luigi Di Maio con cui annunciava, sabato pomeriggio, che Repubblica e molti giornali di questo gruppo stanno morendo, ho pensato al telegramma che Mark Twain mandò all'Associated Press dopo aver saputo che era stato prematuramente diffuso il suo necrologio: "Spiacente di deludervi, ma la notizia della mia morte è fortemente esagerata".Certo, si fatica a prendere sul serio chi in una settimana ha annunciato di aver cancellato la povertà, per la prima volta nella storia, e poi ha scritto nel Def che non ci saranno più vittime della strada entro il 2050, tanto da farci cantare con Lucio Dalla, come ha fatto Ellekappa in una memorabile vignetta questa settimana, che presto "sarà tre volte Natale e festa tutto l'anno...".Ma non è più tempo di scherzare o di scrollare la testa sconsolati. La campagna governativa contro i giornali, e contro Repubblica in particolare, sta diventando ogni giorno più ossessiva e più aggressiva. Perché accade se, come scandisce Di Maio, "nessuno li legge più" questi giornali? Semplicemente perché non è vero. Oggi Repubblica è il secondo quotidiano nelle edicole italiane ma ha la leadership assoluta su Internet. Siamo il sito più letto in Italia, i nostri numeri non hanno paragoni in Europa (lo ha sottolineato solo una settimana fa il Reuters Institute, analizzando la rilevanza social di tutte le maggiori testate del continente).E questo il Movimento 5 Stelle non lo digerisce, non sopporta che la voce più ascoltata e diffusa della rete sia critica con loro. Siamo "pericolosi" proprio perché Repubblica è leader in quello che considerano il loro territorio, la loro prateria. I nuovi potenti, ovunque nel mondo, si sono accorti che grazie alle tecnologie possono sperare di realizzare il sogno di ogni governante della storia: liberarsi dei corpi intermedi, delle critiche e delle domande scomode. Basta vendere ai cittadini l'illusione della comunicazione diretta, presentata come la più grande delle conquiste democratiche. Non lo ha inventato Grillo, lo faceva già Obama, che inondava gli americani di post su Facebook, foto su Instagram, mail in cui ti chiamava per nome e tweet. Però non convocava mai una conferenza stampa. Poi è arrivato Trump e la comunicazione è diventata una clava da usare contro il giornalisti e chiunque non si presti alla sua rappresentazione.Dalle nostre parti hanno appreso subito la lezione: niente domande e così le conferenze stampa diventano "Dichiarazioni alla stampa", momenti di propaganda senza contraddittorio. Il modello è fintamente democratico, raccontano che finalmente il potente ti parla direttamente, si mette sul tuo piano, si rivolge proprio a te. Peccato che tu possa solo ascoltare, al massimo commentare o votare in un sondaggio istantaneo. Se poi i commenti o i voti non sono quelli desiderati spariscono in un attimo. E così tutto si svela per quello che è, un modello antico come il mondo: il potente al balcone e la massa dei sudditi (che osservano attraverso lo schermo del telefono) sotto. Chi disturba e insiste nel fare domande, nel mettere in evidenza contraddizioni, nello svelare errori e furbizie, deve essere messo fuori gioco. In fretta. Con qualunque mezzo. Il Movimento 5 Stelle doveva cancellare il finanziamento pubblico ai giornali, per anni lo hanno ripetuto, poi sono arrivati a Palazzo Chigi e come previsto hanno scoperto non c'era nulla da tagliare, perché i grandi giornali non prendono alcun contributo pubblico. Lo sapevano anche i grillini ma quella menzogna serviva a squalificare i giornalisti, a far credere che fossero a libro paga del governo.A quel punto però hanno fatto un passo avanti e si sono chiesti: come possiamo provare a imbavagliarli? Come possiamo indebolirli, mandarli fuori strada?Così hanno alzato il tiro e hanno cominciato a studiare i bilanci degli editori per capire dove intervenire. Prima hanno prospettato l'aumento dell'Iva per la stampa, poi hanno promesso di abrogare l'obbligo di pubblicazione dei bandi di gara per le pubbliche amministrazioni (non sono pagate con soldi pubblici ma dalle aziende che si aggiudicano le gare e viene fatto per dare pubblicità e trasparenza agli appalti), infine hanno preso di mira direttamente la pubblicità. Per farlo, prima hanno trasmesso l'idea che la pubblicità sia non più un modo per raggiungere i consumatori ma piuttosto un trucco delle aziende per comprare i giornalisti, dando agli annunci una connotazione immorale e negativa.Anche sul blog di Grillo c'è la pubblicità, lo apro e ci trovo una compagnia di traghetti. Non mi viene neanche in mente che con quell'annuncio a pagamento stia cercando di conquistare la benevolenza del fondatore del Movimento. Lo fanno perché sanno che molti italiani leggono quel sito e allora è una buona occasione per vendere biglietti. Se ragionassi come loro però dovrei insinuare che forse quei soldi dati a Grillo servono a oliare qualche decisione che prima o poi andrà presa sulle concessioni marittime o sulle tasse. Ma se lo facessi sarei matto.Resa immorale la pubblicità, Di Maio ha dichiarato di voler scrivere a tutte le aziende che hanno una partecipazione pubblica per imporgli di non fare pubblicità sui giornali. È evidente il ricatto a queste aziende: state attenti, noi abbiamo voce in capitolo nelle nomine dei vertici... pensateci bene prima di dare pubblicità a Repubblica e a chi è critico con il governo. Il modello a cui ispirarsi viene dall'Est Europa, da quei paesi che tanto piacciono all'alleato Salvini. In Polonia, lo ha raccontato sulle nostre pagine Piotr Stasinski, vicedirettore del più illustre quotidiano di quel paese la Gazeta Wyborcza di Varsavia, il partito al governo ha imposto alle aziende a controllo statale di non comprare pubblicità sui media liberali e di opposizione, mettendoli in un angolo.Così si fa terra bruciata. Il messaggio si espande a cerchi concentrici, perché tutti capiscano la nuova musica. Sei titolare di concessioni? Sei un'azienda che potrebbe dipendere da decisioni governative? Allora è più prudente che tu ti tenga lontano da quei giornali che a chi governa sono invisi.È già successo in passato che grandi aziende togliessero la pubblicità a Repubblica per ritorsione contro inchieste o articoli scomodi. Ce ne siamo fatti una ragione e non ci siamo messi a piangere in pubblico. Non lo faremo nemmeno oggi, anche se il clima è già cambiato e cominciamo a sentire freddezza e titubanza in chi è cosciente che darci pubblicità potrebbe creargli problemi.Vogliono mandarci fuori strada, lo dicono e ripetono ogni volta che ne hanno occasione, in pubblico e in privato. Con una costanza e una rabbia che non ha precedenti, nemmeno Berlusconi arrivò mai a tanto e Repubblica con lui era ben più dura e critica di quanto non sia con i grillini. Non abbiamo paura. Siamo preoccupati per noi e per il Paese, per lo scadimento del dibattito che avvelena l'opinione pubblica.Se un ministro, in questo caso si tratta di quello dei Trasporti che si chiama Danilo Toninelli, scrive (ripeto: scrive, quindi si presume, che abbia per un attimo pensato alle sue azioni) sul blog delle Stelle, organo ufficiale del Movimento, che i Benetton "sono azionisti di punta" di Repubblica, viene da piangere. Perché è un falso clamoroso, non è mai stato vero né oggi né in passato. Ma a cosa serve sostenerlo? A sterilizzare qualunque critica al ministro. Gli elettori saranno autorizzati a pensare che questo giornale quando sottolinea che Toninelli ci ha messo cinquanta giorni per nominare un commissario (ripiegando sul sindaco di Genova, cosa che avrebbe potuto fare dopo una settimana) o che non ha idea da che parte si cominci, lo faccia perché glielo chiedono i suoi azionisti.Non importa che Repubblica in questi due mesi non abbia fatto sconti ad Autostrade e ai Benetton, abbia fatto un grande e puntuale lavoro di denuncia e di inchiesta sulle responsabilità della strage, abbia chiesto a gran voce di non dimenticare Genova, le vittime, gli sfollati e tutti coloro che stanno pagando un prezzo altissimo dopo il crollo del ponte Morandi. Importa, con l'aiuto dei giornali di servizio, sporcare tutto questo e insinuare il falso.Lo situazione del mercato dell'editoria aiuta questo lavoro di distruzione. In tutto l'Occidente si assiste al declino della carta stampata, ma anche alla moltiplicazione dei lettori. Il problema è che il digitale non è profittevole quanto lo era la carta. Sono necessari nuovi modelli e la capacità di trasformarsi. Lo stiamo facendo con fatica e con coraggio, i numeri ci dicono che abbiamo imboccato la strada giusta, ma far quadrare i conti è faticoso. In questo gruppo e in questo giornale non sono all'ordine del giorno licenziamenti e nemmeno chiusure di redazioni, ma per il potente che vuole liberarsi dalle critiche e vorrebbe solo giornali servizievoli che battono le mani sotto il balcone, quale migliore occasione che infilarsi in questo passaggio storico per aumentare le difficoltà?Ma qui torno alla domanda che mi ronza in testa, cosa c'era nel giornale di sabato di tanto indigesto da scatenare le ire di Di Maio?Finora nulla di quello che abbiamo scritto è mai risultato falso, inventato o costruito ad arte. Possiamo aver sbagliato, e producendo centinaia di pezzi ogni giorno può accadere ma mai costruito dei falsi. Allora riprendo la copia di sabato e cerco di capire. Ci trovo la notizia, data in anteprima la sera di venerdì sul sito, che la Ue boccia il deficit al 2,4. Ci trovo la nostra inchiesta sulle opacità del concorso che diede la cattedra di professore universitario a Conte. Ci trovo la notizia, tenuta nascosta fino a quel momento, che la Germania ha deciso di rimandarci i profughi sbarcati in Italia con dei voli charter. Fanno con noi quello che il nostro governo non riesce a fare con i Paesi africani. Perché ci vorrebbe capacità diplomatica, ci vorrebbero accordi, invece il nostro ministro dell'Interno è troppo occupato a insultare qualcuno in qualche sagra della salsiccia. Ci trovo poi la rivelazione che nessuno ha ancora cominciato ad organizzare la Conferenza sulla Libia che si dovrebbe tenere a Palermo tra sole sei settimane. Cosa di tutto questo, o forse tutto questo insieme - nulla è stato minimamente smentito - è il motivo dell'attacco? O forse il nostro sottolineare le incongruenze nelle cifre annunciate per il reddito di cittadinanza o la grande confusione e approssimazione nel descrivere un provvedimento che ancora non è stato scritto. Siamo un giornale di opposizione, è vero, come lo siamo stati durante i governi Berlusconi o come abbiamo criticato Renzi. Siamo antitetici alle idee di Salvini, allo sdoganamento di comportamenti fascisteggianti, alla continua caccia ai nemici di turno, siano essi gli immigrati o l'Europa, allo scadimento del dibattito pubblico, ridotto ormai a slogan di bassissimo livello. Per quanto riguarda i 5 Stelle ciò che ci spaventa è l'incompetenza. Non hanno idea di come si governi e delle conseguenze delle loro azioni.Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non viviamo di stipendi pubblici (ci avete mai pensato che sia Di Maio sia Salvini non hanno mai avuto altra busta paga nella vita che non fosse quella fatta con i soldi delle nostre tasse?), ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep:. Se vi interessa continuare ad ascoltare un'altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione. Molti lo stanno facendo in queste ore, mostrandoci una solidarietà commovente. Grazie di cuore.Noi, lo ripeto, siamo preoccupati, ma non abbiamo paura. E non potremo che cercare di fare meglio.
  12. E SE IL CORTOCIRCUITO MANOVRA-SPREAD-RATING-DEFAULT FOSSE IL GRIMALDELLO PER FAR SALTARE L’EUROSISTEMA? C’è un mistero intorno alle politiche di bilancio del governo che la (tardiva) presentazione dei dati mancanti del Def, arrivata una settimana dopo i festeggiamenti grillini dal balcone di palazzo Chigi, non chiarisce. E non ci riferiamo ai conti che non tornano, visto che conosciamo i saldi del deficit rispetto al pil dei prossimi tre anni (2,4%, 2,1% e 1,8%, dopo il penoso aggiustamento in corsa fatto a seguito delle prime reazioni di Bruxelles e con lo spread oltre 300 punti) ma ci è tuttora ignoto quanto saranno le entrate e quanto le uscite. E neppure ci riferiamo ai non detti intorno alla “guerra delle cifre” inscenata da 5Stelle e Lega, che litigano sulla quantità di risorse dedicate rispettivamente al reddito di cittadinanza (ma non sarebbe meglio chiamarlo di “fannullanza” o di “nullafacenza”?) da un lato, e alla manovra fiscale (chiamarla flat tax è francamente troppo) e alla revisione della legge Fornero sull’età di pensionamento, dall'altro. No, il mistero è un altro. E riguarda il motivo, apparentemente imperscrutabile, per cui Di Maio e Salvini hanno scelto di intestardirsi sul 2,4% di deficit, elevandolo a linea del Piave per difendere il (presunto) cambiamento insito nella “manovra del popolo”. La domanda non è per nulla oziosa, anche se a prima vista può sembrarlo. Perché c’era un altro modo, decisamente meno devastante e più che collaudato, per disporre della stessa quantità di risorse che la manovra adombrata nel Def concederà all’esecutivo pentaleghista, senza per questo mettersi in urto con l’Europa ed esporsi all’aggressione speculativa della finanza internazionale. Bastava fare l’esercizio che noi di TerzaRepubblica abbiamo fatto: prendere le previsioni del rapporto deficit-pil contenute nei documenti di programmazione economica e finanziaria dei precedenti governi e confrontarle con quanto successivamente consuntivato. Si sarebbe scoperto che dal 2011 ad oggi sulle 22 previsioni contenute nei 7 Def presi in esame (escluso l’ultimo, scritto “a politiche invariate” dal governo Gentiloni dimissionario), solo una volta il deficit preventivato si è rivelato superiore o almeno uguale a quello poi riscontrato a consuntivo l’anno dopo. In tutti gli altri casi i governi sono sempre stati troppo “ottimisti”, commettendo errori affatto marginali visto che in media lo scarto è stato di quasi un punto percentuale (0,86 per la precisione). Ora, se il governo avesse voluto, avrebbe potuto accettare il numero proposto dal ministro Tria – 1,6% poi elevato a 1,9% – salvo poi fare come tutti, e cioè sforare senza troppi riguardi. E supponendo che lo sforamento fosse quello medio degli ultimi anni, in realtà avrebbe potuto immaginare di consuntivare ben più del 2,4% sbandierato in faccia alla Ue e alla Bce. Sia chiaro, lungi da noi incentivare la pratica del “predicare bene e razzolare male” usata fin qui. Anzi, noi temiamo che anche questa volta al 2,4% di partenza si aggiungano un po’ di decimali e che a marzo 2020 ci si accorga che nel 2019 il deficit sul pil è arrivato al 3% o, applicando la media delle performance precedenti, lo superi di 2-3 decimi di punto. Ma rimane da capire perché si sia scelta la strada della violazione esplicita delle regole europee quando si poteva percorrere quella dello sforamento occulto dei parametri, molto meno esposta ai pericoli derivanti dall’incremento dello spread e addirittura del rischio di subire un downgrade del rating del nostro debito. Pericoli che riguardano prima di tutto il Paese, ma che espongono anche il governo e le forze politiche che lo compongono. Basti pensare a cosa accadde a Berlusconi nel 2011. E non si facciano calcoli sbagliati sull’entità dello spread: certo allora toccò la punta massima di 574, ma è pur vero che in quel momento non esisteva il Quantitative Easing, strumento attraverso cui la Bce interviene per comprare titoli pubblici sottoposti a pressione speculativa, calmierando quindi lo spread. Molti economisti, dunque, sostengono che i 300 punti toccati nei giorni scorsi equivalgano a 450-500 della fase pre-QE, e proprio per questo Mario Draghi salendo al Quirinale – e facendolo sapere – ha lanciato un warning: se l’Italia supera quota 300 e si attesta intorno ai 350 torna esattamente nelle stesse condizioni di pre-default del novembre 2011. E allora, perché il governo ha voluto correre questo enorme rischio? E soprattutto, perché lo ha voluto correre Salvini, che al contrario di Di Maio, pesca il grosso dei suoi consensi nel Nord operoso delle imprese e delle partite Iva, cioè le categorie che più pagherebbero le conseguenze di una nuova crisi finanziaria? E questo senza contare, al di là dei numeri, la qualità della manovra, su cui abbiamo già espresso la nostra critica più radicale. Abbiamo provato a girare queste domande a qualche esponente del governo, ma ci siamo sentiti rispondere che essendo il “governo del cambiamento” mica si poteva fare come gli altri, che sforavano di nascosto. Abbiamo risparmiato a loro, e a maggior ragione la risparmiamo a voi, cari lettori, la nostra replica, perché non c’è stato un presidente del consiglio o un ministro del Tesoro che in questi anni abbia rinunciato alla tentazione di spiegare che la sua era finalmente una manovra “diversa” dalle altre, persino da quelle proprie precedenti. Altri optano per la spiegazione che potremmo definire dell’ignoranza. Per esempio, si dice che lo stesso presidente della Bce sia convinto che Di Maio e Salvini, nell’intestardirsi sulla manovra dirompente, abbiano sottovalutato in modo pericoloso il contesto internazionale, e in particolare il ruolo delle agenzie di rating. Altri ancora, infine, pensano che i due si siano mossi così al solo scopo di massimizzare l’effetto elettorale della manovra, visto che tra otto mesi si voterà per le europee e prima ancora ci sarà un giro di elezioni amministrative. Francamente, entrambe le tesi non ci convincono. La prima perché tendiamo ad escludere – e non per generosità – che i due siano così sprovveduti. Inoltre, almeno Salvini ha ampiamente ricevuto, da Giorgetti in giù, una serie di avvisi sui pericoli, anche elettorali, che la Lega corre, e dunque non lo si può certo immaginare inconsapevole. Quanto alla tesi della propaganda, perché pare evidente che usare entrambe le narrazioni – “abbiamo rispettato i vincoli europei” e “finalmente spediamo per il popolo fin qui taglieggiato dalle politiche di austerità” – sarebbe più pagante che limitarsi soltanto alla seconda. Rimane dunque il mistero? Beh, in realtà un’ultima spiegazione ci sarebbe: si vuole scientemente fare casino. Usiamo il condizionale perché si tratta di un’ipotesi, visto che non disponiamo di elementi probanti per sostenerne la veridicità. Ma, certo, è induttiva. Tutti sanno che l’Italia ha un debito troppo elevato per essere difesa dagli altri paesi europei – tanto più se nei guai ci si caccia da sola – così come è noto che la sua economia è troppo grande e suo il ruolo nell’eurosistema è troppo importante perché una sua eventuale uscita dall’euro – spontanea o “spintanea” che sia – non determini un fallimento della moneta unica e di conseguenza il naufragio del progetto di integrazione continentale. Inoltre, non è difficile capire che ci sono nel mondo forze – politiche, finanziarie e militari – che hanno molti motivi, che per semplicità riassuntiva possiamo definire geo-strategici, per volere la crisi istituzionale e monetaria dell’Europa, e il suo conseguente ridimensionamento politico ed economico negli equilibri del mondo globalizzato. Non sono forse questi gli obiettivi più che confluenti – una convergenza meno strana di quanto non si pensi – della Russia di Putin e degli Stati Uniti di Trump? E c’è qualcuno che crede che queste potenze non esiterebbero a usare una leva come quella rappresentata dall’Italia finita in mani sovraniste e populiste, per perseguire finalità così strategiche? Che ruolo ha il signor Bannon – per citare solo chi è uscito allo scoperto – che da mesi gironzola per l’Italia e per l’Europa? L’Internazionale Sovranista di cui blatera è solo un’idea, strampalata ma legittima, o nasconde finalità meno ideali? Non ci piace la dietrologia, ma non può essere banalmente derubricata a fantasiosa illazione l’idea che qualcuno usi la politica di bilancio italiana come grimaldello per far saltare l’eurosistema. Qualcosa ci dice che nel dialogo tra Draghi e Mattarella ci sia stato posto anche per questa preoccupazione. Speriamo che il loro asse sia sufficiente a fare da argine.
  13. no, dai, è divertente tipo nelle slides dove dicono che la transizione per uscire dall'euro deve essere fatta in segreto, in pochi giorni così la gente non è tentata di salvarsi i soldi portandoli fuori dalle banche (banche che nel frattempo vengono azzerate, e i tuoi soldi che sono lì dentro vanno nel cesso)
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