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Luigi Bertolini - Calciatore E Allenatore

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bidescu    0
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juventus.pngLUIGI BERTOLINI



bertolini.jpg


http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Bertolini



Raccontava: «Sono nato a Busalla, nel 1904, per caso. La mamma, prossima allevento, abitava ad Alessandria, dovera nata. Mio padre, Aristide, era di Caprino Veronese; un tipo strambo, per come posso rammentarlo. Simbarcò per lAmerica che ero ancora bambino. Faceva il pittore e saggiustava a suonare la chitarra. Un fratello di mamma aveva un negozio di frutta e verdura. Come ebbi letà e la forza di lavorare mi volle con sé. Vita dura, mica scherzi. Mi alzavo di mattino presto, verso le quattro, per andare al mercato generale, con il carretto. Ne tornavo tre ore dopo e facevo il garzone di bottega. Dopo la sfaticata giornaliera, a sera, andava a scuola. Diploma di arti e mestieri, licenza commerciale, medaglia doro per il disegno meccanico. Nei pochi momenti di svago, via in piazzetta a giocare alla palla. Di stracci, mica col pallone vero. Ci davo dentro un paio dore, poi la fame ed il sonno minducevano a smetterla. Mi ero fatto, con gli anni, lungo e secco. Abile comunque per il servizio di leva nel 22° Fanteria. Si era nel 1924 ed il football cominciava davvero a fare strada. Si disputò persino un torneo militare ed ebbi, con la squadra reggimentale, il mio primo titolo italiano: campione militare di calcio. Da notare che giocavo centravanti, segnando fior di goals con la testa, già ricoperta dalla benda bianca che poi mi fu quasi demblema per il resto della carriera. Finito il servizio di leva raggiunsi a Savona un amico dei tempi passati. Faceva il manovale in ferrovia lavorando di notte. Dividemmo in due il lavoro ed in due la sua paga settimanale. Faticavamo a turni di due ore, dormendo con lo stesso ritmo. Un giorno lamico mi avvertì di aver parlato di me ai dirigenti del Savona, che a quel tempo militava in serie B. Gli chiesi se era impazzito. Mi rispose di non preoccuparmi. Sapeva il fatto suo, mi aveva visto tante volte giocare ad Alessandria sulle piazze o nella Borsalino che era convinto di non sbagliare. Piuttosto incerto mi recai alla prova. Unora dopo firmavo un contratto per giocare nel Savona. Stipendio di calciatore: 25 lire al mese, oltre ad un lavoro allIlva, acciaierie dItalia. Finii il torneo come capocannoniere».

Proprio i suoi goals lo resero famoso ed i dirigenti dellAlessandria, che se lo erano lasciato scappare nel 1925, lo riebbero per la cifra di mille lire, con lintenzione di farne il centravanti di riserva. Gli avevano anche promesso un lavoro, ma questa promessa non venne mai mantenuta; così, per tirare avanti, il nostro Luigi si adattò a molti umili espedienti di modestissimo guadagno, come vendere giornali od aggiustare biciclette. Una vita di sacrifici. Numerose volte, forse per dare una dimostrazione non necessaria della sua forza danimo, Bertolini raccontò incredibili avventure legate al tempo della sua giovinezza.

«Allenatore dellAlessandria era Carcano. Vedendomi allopera nelle riserve si chiedeva perché mai giocassi bene il primo tempo e nel secondo non facessi altro che cadere a terra. Venne finalmente a domandarmelo e gli risposi che con 25 lire alla settimana non riuscivo a mangiare altro che caffelatte e brioches. Il giorno dopo venivo messo a pensione allalbergo Croce Verde dove iniziai un duello (che mi vide sempre vittorioso) contro le più grosse bistecche che mi fosse dato di vedere. Con il nutrimento giusto ripresi vigore ed in pochi mesi passai alla prima squadra».

Non avendo il posto di titolare in prima squadra, Bertolini doveva provvedere alla propria attrezzatura di gioco; lo faceva abitualmente, acquistando scarponi militari alla Cittadella e sostituendo i bulloni ai chiodi, in modo da essere a posto con il regolamento calcistico. Ma quando, imponendosi con le armi della tecnica e del coraggio, conquistò il posto in prima squadra, le scarpe cominciò a riceverle dal magazziniere. Lesordio avvenne presto: «Era di scena ad Alessandria il fortissimo Torino, quando si ammalò il mediano Papa. Carcano mi cercò (era di sabato) e mi avvertì che il giorno seguente avrei esordito in serie A. Giocherai mediano mi disse svelto e se ne andò. Gli corsi appresso: Come mediano ??? Ma se sono il centravanti delle riserve. Il mediano non lo so fare. E poi, proprio contro il Torino. Non ti preoccupare fu la risposta gioca come sai e andrà tutto bene. Vincemmo per 3 a 1 su di un campo più fango che prato. Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni ed impararono a conoscermi. Divenni, in unora e mezzo, lidolo di Alessandria. Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo destate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un letto di paglia e di fieno».

In campo, Bertolini, dava limpressione di spendere allinizio tutte le energie che aveva in corpo. Spesso, a metà partita, sembrava già in riserva sfiancato e sfiatato; ma non era che una impressione. Il giocatore alessandrino era come un motore con il compressore che gira più del suo regime normale e Bertolini recuperava sempre: allultimo minuto era ancora quello del primo tempo, sempre con laspetto di un atleta sfinito che, miracolosamente, era arrivato alla fine della partita. Dove giocava lui, la zona risultava effettivamente coperta, lì non cerano falle o buchi, né vuoti improvvisi. Sembrava che catturasse palloni facendoseli calamitare sulla fascia bianca che gli legava la fronte.

Quando si trasferì alla Juventus, lAlessandria mise nelle casse sociali la bellezza di 150 mila lire. A Bertolini non andò neppure una lira. Ma il barone Mazzonis, con esemplare magnanimità, gli pagò in anticipo lo stipendio di agosto, mese che di norma restava fuori dal contratto, dal momento che la paga correva da settembre a luglio, quando, cioè, si giocava. E Bertolini, nelleuforia del recentissimo ingaggio, si precipitò ad Alassio, a quei tempi rinomatissimo luogo di villeggiatura, spiaggia mondana e tentatrice, dove pullulavano le belle donne. Il neo bianconero ad Alassio dovette folleggiare non poco, perché era giovane, bello e felice. Ma il vice presidente Mazzonis, inevitabilmente, lo venne a sapere e nel giro di pochi giorni lo richiamò in sede con un telegramma, per rispedirlo di volata a finire le ferie a Forte dei Marmi, dove già cerano Carlo Carcano e Giovanni Ferrari: al riparo, dunque, da ogni follia. Ed il buon Bertolini sorrideva, nostalgicamente, ogni qual volta rievocava queste cose.


Da unintervista del 1966:

«Lanno 1928 mi portò davvero fortuna. Fu per me una stagione meravigliosa che coronai con lesordio in maglia azzurra contro il Portogallo. Vincemmo per 6 a 1, grazie anche allapporto superbo della prima linea che contava sul fantastico Orsi, oltre che sul centravanti Sallustro. In due anni ero passato dai prati di piazza dArmi agli stadi che ospitavano le vedette del calcio mondiale. Nel 1929 affrontai vittorioso la Juventus. Una gara memorabile. LAlessandria schierò: Curti; Viviano, Casta; Lauro, Gandini, Bertolini; Cattaneo, Avalle, Canchero, Ferrari, Chierico. Vincemmo 1 a 0 con un goal di Chierico. Al termine del campionato lAlessandria iniziò la smobilitazione. Se ne andò lallenatore Carcano (alla Juventus) portandosi appresso Ferrari. E fu proprio Gioanin a caldeggiare con Carcano il mio acquisto lanno successiva. La cifra di cessione fu di 150.000 lire. Il mio stipendio passò di colpo da 100 lire a 5.000 lire mensili. Quando lessi il contratto mi parve di diventare matto. Di, cifre del genere ne avevo, fino a quel momento, solo sentito parlare. E poi cerano i premi di partita: 500 lire per ogni confronto vinto, 250 per i pareggi. Nelle file bianconere assaporai davvero lebbrezza della fama. Fu una specie di girotondo quasi fiabesco. Alberghi di lusso, viaggi in vagone letto, schiere di tifosi in ogni parte dItalia. Erano anni dorati. Vinsi in bianconero quattro scudetti consecutivi, dal 1931 al 1935. Ricordo con particolare emozione un campionato conquistato alla spasimo, dopo un estenuante inseguimento allAmbrosiana che pareva irraggiungibile. A sette domeniche dalla conclusione eravamo cinque punti dietro i nerazzurri. Allultima giornata il vantaggio dei milanesi era ridotto ad un solo punto. Entrambe le squadre giocavano in trasferta: la Juventus a Firenze, lInter a Roma contro la Lazio. I nerazzurri vennero sconfitti, noi vincemmo per 1 a 0 con un goal di Giovanni Ferrari. Due incidenti piuttosto seri mi capitarono nel periodo juventino. La frattura di una tibia contro la Triestina. per un violento colpo subito ad opera dellala giuliana Mian; la frattura di due costole in un match internazionale contro lUngheria, da noi vinto. Lala magiara Markos, un tracagnotto veloce e grintoso, per difendersi da una mia carica mi piazzò il gomito dritto nel petto. Sentii un dolore acutissimo, credetti di svenire. Mi ripresi subita ma finii la gara piegato in due per il dolore.

Tra i miei ricordi più belli, la gara ormai famosa di Londra, quando lInghilterra ci sconfisse per 3 a 2 dopo averci inflitto tre reti (a zero) nel primo tempo. Lo stadio di Higbury ribolliva come un vulcano. Poco prima dellinizio Pozzo mi ordinò di togliermi la benda bianca che mi cingeva la fronte, alla quale era abituato armai da anni. Gli inglesi, mi spiegò Pozzo, non accettavano quella piccola mania, definendola esibizionistica. Me la tolsi a malincuore. Senza quella benda candida sulla fronte mi pareva desser nudo di fronte a 100.000 spettatori. Nel clima rovente della battaglia di Higbury scordai benda ed ogni altra cosa. Monti si fece male, frattura ad un piede, dopo pochi minuti. Gli inglesi, che volevano ad ogni costo travolgere gli azzurri appena reduci dallalloro mondiale di Roma, attaccarono con una violenza impressionante: Ridotti in dieci replicammo colpo su colpo e nella ripresa, con il pubblico che man mano sazzittiva, cominciammo la rimonta. Due volte Meazza fece centro ed a 30 secondi dalla fine Guaita, solo davanti ai portiere britannico, colpì il palo con un tiro irresistibile.

Persi una sola partita, in maglia azzurra, e la triste storia mi toccò proprio a Torino, davanti al mio pubblico. Si giocava contro lAustria dei Sindelar e dei Jenisalem. Andai completamente in barca, insieme a Combi e Caligaris. Perdemmo per 3 a 4 ed il mio diretto rivale, lala destra Svoboda, fece centro due volte. Promisi solennemente ai miei compagni di squadra che se avessi incontrato altre volte Svoboda e quegli fosse riuscito ancora a segnare, io avrei abbandonato il football. Il duello si ripeté altre due volte, a Milano ed a Roma nei mondiali. Svoboda non riuscì più a segnare. Io, continuai a giocare.

Nel 1938 (avevo 34 anni) un dirigente juventino che aveva grossi interessi in riviera mi fece una proposta allettante: alle stesse condizioni della Juventus, dove ormai mi veniva rinnovato il contratto di anno in anno, mi avrebbe assunto come giocatore/allenatore del Rapallo per tre anni. Restai in Liguria anche dopo lo scoppio della guerra e ripresi lattività sportiva come allenatore dellAcireale nel 1946. Lanno seguente passai alla Reggina quindi, ritornai a Torino. anzi a Torre Pellice, dove avevo acquistato, a rate, un albergo. Con la Juventus ripresi i rapporti accettando di dirigere la preparazione delle squadre minori e vidi crescere sotto i miei occhi atleti notevoli come Umberto Colombo, Flavio Emoli, Tortonese, Bruno Garzena. Nel 1952 divenni, insieme a Combi, responsabile della prima squadra dopo lallontanamento di Carver. Nel 1953 Pietro Beretta mi volle a Brescia, ma fu un esperimento non troppo fortunato che mindusse a piantarla definitivamente con lo sport attivo.

Inizia così, ancora una volta, una carriera. Assunsi una rappresentanza di sofà-letto. poi unaltra di mobili svedesi e danesi. Il giro seguì la corrente giusta ed ora la mia azienda commerciale di corso Giulio Cesare è solida ed efficiente. La mia vita scorre quieta, serena. Ho una figlia di quattordici anni che pratica tutti gli sport. Per me cè ogni tanto un tuffo nel passato quando corro ai raduni degli ex azzurri. Mi resta in fondo ai cuore un desiderio grande e struggente. Vorrei riabbracciare Luisito Monti, luomo tutto dun pezzo che tanta parte ebbe nelle glorie juventine e della nazionale. Di lui serbo un ricordo incancellabile. Forse in quegli anni ruggenti ero lunico che fosse riuscito a conquistarne lamicizia. Monti era un tipo speciale: da una parte lattività professionale come calciatore (ed alla società, come alla Nazionale m dava il meglio di sé), dallaltra la vita privata, dove non tollerava intrusioni. Io gli fui amico. nel senso più profondo della parola. Ora lo so lontano, sempre arcigno come un tempo, sempre uomo-roccia, come se gli anni non fossero passati anche per lui. A Luisito Monti dedico queste mie brevi note di vita vissuta, i miei ricordi di calciatore. A Luisito Monti, tenace come la mia Juventus».



http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/09/luigi-bertolini.html Modificato da Socrates

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Socrates    3532
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juventus.pngLUIGI BERTOLINI



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Luigi Bertolini centrocampista della Juventus dal 1930 al 1937

Nazione: Italia 19pxflagofitalysvg.png
Luogo di nascita: Busalla (Genova)
Data di nascita: 13.11.1904
Luogo di morte: Torino
Data di morte: 11.02.1977
Ruolo: Centrocampista
Altezza: 178 cm
Peso: 72 kg
Nazionale Italiano
Soprannome: -



Luigi Bertolini (Busalla, 13 novembre 1904 – Torino, 11 febbraio 1977) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista.

Carlo Felice Chiesa lo ha definito «uno degli uomini chiave della leggenda del quinquennio juventino e del periodo d'oro della Nazionale di Pozzo», con cui ha vinto il campionato mondiale nel 1934.


Biografia


Nato in Liguria da madre alessandrina e padre veronese, crebbe nella città piemontese ed iniziò a giocare a calcio con la squadra dilettantistica del quartiere San Michele; si diplomò in arti e mestieri.

Lavorò dappima come fruttivendolo nel negozio di uno zio, poi come meccanico specializzato presso la fabbrica di cappelli G.B. Borsalino fu Lazzaro. Nel 1924 si trasferì a Savona, dove venne ingaggiato dalla squadra di calcio locale che gli garantì anche un lavoro all'Ilva.

Tornò due anni dopo nella sua città, tra le riserve dell'Alessandria, e scalò le gerarchie, passando infine a giocare ai più alti livelli con Juventus e Nazionale. Dopo alcune esperienze da allenatore (una con la Juventus campione d'Italia nel 1952), si ritirò a vita privata e si dedicò al commercio di mobili.

Morì a 72 anni per un aneurisma aortico, all'ospedale Martini di Torino; lasciò la moglie ed una figlia.


Caratteristiche tecniche


Disse di lui il compagno di squadra Felice Borel: «Era idolatrato dagli inglesi: era il calciatore inglese, forte, deciso, generoso». Abile soprattutto nel colpo di testa, salì alla ribalta come profilico centravanti, e fu per ricoprire questo ruolo che l'Alessandria lo ingaggiò dal Savona; osservandolo, l'allenatore dei grigi Carlo Carcano pensò invece di utilizzare la sua peculiarità in fase difensiva e lo schierò dunque in mediana, sulla sinistra, ruolo in cui raggiunse la fama. Era riconoscibile poiché, per proteggersi dai colpi del pallone, indossava un fazzoletto bianco sulla fronte.

Carlo F. Chiesa lo descrive come un «formidabile difensore, dalla tipica benda sulla fronte, con la quale pareva calamitare i palloni, tanto facile e perentorio gli riusciva il colpo di testa», e ne ricorda la «grande pulizia negli interventi in chiusura» e l'abilità «nella fase di rilancio». Carlo Moriondo lo ricorda «lungo, dinoccolato, il fazzoletto bianco attorno ai capelli ricciuti, imbattibile nei colpi di testa, con un eccezionale compasso di gambe che gli permetteva di garantire spazi enormi; un compendio di volontà e di tecnica [...] meno forte sulla struttura fisica».



Carriera



Giocatore


Esordi: ad Alessandria e Savona

Tra le prime formazioni dilettantistiche alessandrine in cui militò sono annoverati il San Michele e il Dopolavoro Borsalino. Nel 1924, dopo il servizio di leva, fu segnalato ai dirigenti del Savona da un amico; passò le selezioni e giocò tra gli striscioni biancoblù come centravanti, per una stagione. Chiesa indica anche una sua temporanea militanza nel Vado.

1926-1931: Alessandria

La sua prolificità attirò l'attenzione dei dirigenti dell'Alessandria, che lo acquistarono dal Savona per mille lire e assicurandogli un lavoro che non arrivò; all'attività di calciatore, tra le riserve dei grigi, affiancò quelle precarie e mal retribuite di riparatore di biciclette e di venditore di giornali.

Fu notato da Carcano, che segnalò ai vertici della squadra i problemi di malnutrizione del calciatore (per ragioni economiche, si limitava a «robusti caffelatte») e chiese di garantirgli il vitto; ristabilitosi, il 13 febbraio 1927 debuttò in prima squadra, a Genova, nella gara persa per 2-1 contro la Sampierdarenese. A partire da quel momento fu schierato con regolarità nel ruolo di mediano sinistro, e contribuì alla vittoria della Coppa CONI, nel 1927. Ricordò come momento di svolta per la sua carriera la gara contro il Torino del 30 ottobre 1927«Vincemmo per 3-1 su di un campo più fango che prato. Feci una gara spettacolosa. Vezzani e Baloncieri toccarono pochi palloni ed impararono a conoscermi. Divenni, in un'ora e mezzo, l'idolo di Alessandria. Mi pareva di sognare. Un anno prima dormivo d'estate sotto il ponte del Tanaro, in una specie di capanna con un letto di paglia e di fieno».

Sotto la guida di Carcano andò a comporre una robusta mediana al fianco di Avalle e Gandini, dando un importante contribuito ad alcuni dei migliori campionati tra quelli disputati dalla squadra cinerina in massima serie. Giocò la sua ultima partita in maglia grigia il 14 giugno 1931, contro il Bologna: la gara terminò con una pesante sconfitta (1-6) e Bertolini, già in trattative con la Juventus, venne escluso dal direttore tecnico Savojardo per le ultime due gare.

1931-1940: la Juventus e gli ultimi anni

Secondo Mario Pennacchia, Bertolini era già da tempo affascinato dalla prospettiva di giocare nella Juventus, ed era rimasto amareggiato quando Carcano, passato ad allenare i bianconeri nel 1930, aveva portato con sé il solo Giovanni Ferrari; fu però proprio l'interno a richiedere, nell'estate del 1931, l'acquisto di Bertolini, che gli avrebbe garantito più copertura, considerata anche una scarsa attitudine di Virginio Rosetta al gioco aereo. Intervenne dunque il dirigente Giovanni Mazzonis che, forte della sua volontà, si assicurò il giocatore offrendo ai dirigenti grigi 180.000 lire.

Con la squadra bianconera vinse da titolare quattro dei cinque scudetti del "Quinquennio d'oro"; andò a comporre la cosiddetta «mediana d'acciaio» con Luis Monti e Mario Varglien. Rimase alla Juventus per sei campionati, fino al 1937, quando divenne per tre stagioni giocatore ed allenatore del Rapallo, rinominato Tigullia dopo la fusione col locale Gruppo Sportivo Littorio; con la squadra ligure vinse la Prima Divisione 1937-1938.


Nazionale

Debuttò in Nazionale il 1º dicembre 1929, a San Siro, in Italia-Portogallo 6-1, nella prima da commissario unico di Vittorio Pozzo; inizialmente non fu confermato tra i titolari. Vi figurò stabilmente a partire dal febbraio 1931. Andò a formare una celebre linea mediana con Monti, già suo compagno di squadra alla Juventus, ed Attilio Ferraris.

Con gli azzurri vinse il campionato mondiale del 1934 disputando da titolare quattro gare su cinque (mancò il primo quarto di finale). Fu inoltre tra i protagonisti della cosiddetta "Battaglia di Highbury", nella quale raddoppiò i suoi sforzi in difesa per sopperire all'infortunio che aveva neutralizzato il compagno di reparto Monti all'inizio della partita, del quale peraltro, nella foga, non si era accorto (secondo le testimonianze, nella frenetica opera di contenimento, chiedeva insistentemente al terzino Allemandi: «Dov'è Luis?»).

In totale ha disputato 26 gare indossando la maglia azzurra della Nazionale A e 3 con quella della Nazionale B.



Allenatore


Calciatore-allenatore del Tigullia di Rapallo, con cui ottenne una promozione in Serie C nel 1938, proseguì nel dopoguerra allenando ancora compagini di serie minori: nel 1946 divenne il primo allenatore nella storia dell'Acireale e nel 1947-1948 passò alla Reggina, in C, venendo sostituito a campionato in corso da Guido Dossena.

Divenuto osservatore della Juventus, fu promosso allenatore da Gianni Agnelli all'inizio della stagione 1951-1952, in seguito alle dimissioni che Jesse Carver presentò in polemica con la dirigenza. Nell'impossibilità d'ingaggiare subito György Sárosi per ragioni burocratiche, Bertolini, coadiuvato da Gianpiero Combi, guidò la squadra per dieci giornate, fino al mese di dicembre. Il campionato si chiuse con la vittoria dello scudetto, il nono nella storia della squadra torinese.

Nella stagione successiva venne ingaggiato dal Brescia, in B; fu sollevato dall'incarico dopo le prime otto giornate e negli anni a venire proseguì l'attività a livello dilettantistico con Cuneo e Cenisia.



t128a.png 1930-1937 Juventus 161 presenze 5 goals

16pxscudettosvg.png16pxscudettosvg.png16pxscudettosvg.png16pxscudettosvg.png Campionato 137 presenze 5 goals 4 scudetti vinti 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935
Coppa Italia 1 presenza 0 goal
Coppa Europa Centrale 23 presenze 0 goal

Squadre in cui ha giocato: Savona, Alessandria, Juventus, Rapallo Ruentes

19pxflagofitalysvg.png Italia 26 presenze 0 goal 13px-W.Cup2.svg.png Campione del mondo 1934

Squadre che ha allenato: Rapallo Ruentes, Acireale, Reggina Juventus, Brescia, Cuneo, Cenisia

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Tifoso Juventus
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