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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ANGELO PERUZZI La leggenda racconta che a Blera, il paese in provincia di Viterbo dov’è nato, Angelo allenasse la presa ferrea delle mani cercando di afferrare i pesci nei ruscelli. La passione originaria, quasi genetica, è per la pesca. Ma la prodigiosa abilità delle mani trova sfogo anche altrove, per esempio nel ruolo solitamente meno amato dai ragazzini che giocano a pallone. Nasce così, quasi per scherzo, il portiere Peruzzi.La prima squadra è quella di Blera. Il passatempo diventa, in breve tempo, una cosa più seria. Angelo è notato dagli osservatori della Roma, che convincono papà Francesco e mamma Francesca ad affidarglielo. Non è facile, perché l’idea che il figlio tredicenne trascorra lunghi periodi fuori di casa è accettata con molte riserve, ma alla fine il ragazzo si trasferisce nella foresteria giallorossa della Montagnola.Di qui, prende l’autobus per recarsi agli allenamenti a Trigoria. I suoi maestri sono Negrisolo e Superchi. Angelo continua a frequentare la scuola fino alla terza ragioneria e intanto progredisce. Non ha quasi il tempo di farsi notare nella squadra Primavera, perché a nemmeno diciotto anni è già in campo a San Siro: 13 dicembre 1987, si gioca Milan-Roma. Alla fine del primo tempo si accascia a terra Tancredi, colpito da un petardo. In panchina c’è Angelo, che gioca la ripresa ed è battuto solo su rigore, calciato da Virdis. Poi il Giudice Sportivo assegna il 2-0 ai giallorossi. Quella rimane l’unica esperienza stagionale di Serie A.L’anno dopo, le soddisfazioni aumentano. A diciannove anni appena compiuti, Angelo si ritrova titolare al posto di Tancredi, non più nelle grazie dell’allenatore. Dodici presenze, oltre al debutto internazionale (Roma-Norimberga di Coppa Uefa) e con l’Under 21 di Maldini (Turchia-Italia 2-2). Il tutto senza contratto. Peruzzi diventa ufficialmente professionista solo nei primi mesi del 1989. In estate, essendo chiaro che tenerlo in panchina è un lusso per la società e può risultare controproducente per l’interessato, è deciso il prestito al Verona. Lui risponde egregiamente, essendo regolarmente tra i migliori in campo pur nel contesto di un campionato finito con la retrocessione.Il ritorno alla Roma sembra preludere al definitivo salto di qualità e, invece, coincide con la battuta d’arresto più amara. Dopo un Roma-Bari abbastanza insignificante, Angelo è trovato positivo all’esame antidoping. La sostanza proibita è la Fentermina contenuta nel Lipopill, un farmaco dimagrante.«È stata la peggior s******a che ho fatto nel mondo del calcio: il Lipopill me lo diede un compagno, perché venivo da uno stiramento e non volevo farmi di nuovo male, ma quando la Roma mi disse di fare ricorso dissi di no. Ho sbagliato, ho pagato con un anno di squalifica ed è stato giustissimo. Poi ebbi un paio di discussioni con i dirigenti della Roma, solo il presidente Viola mi difese».Il 13 ottobre arriva la condanna della Commissione Disciplinare, confermata poco dopo dalla CAF: un anno di squalifica, una mazzata tremenda per un ragazzo che ha peccato solo per ingenuità: «Questa esperienza mi ha trasformato. Non sono più il compagnone di prima, faccio più fatica a fidarmi della gente». Inutile aggiungere che sono mesi terribili, soprattutto i primi: «Se ho resistito, se non sono impazzito, lo devo soprattutto all’affetto dei miei familiari».Il tempo passa lentamente, ma passa e finisce per portarlo alla Juventus: «È stata la mia salvezza. Non c’è voluto molto a capire che non potevo rimanere alla Roma. La prospettiva era la panchina, perché la società puntava ancora su Cervone. E poi, diciamo la verità: a qualcuno non interessava che io rimanessi, anzi».Nel luglio del 1991, le amarezze cominciano a essere archiviate. In agosto, poi, il sole buca finalmente le nubi. Angelo ottiene una deroga per poter disputare le amichevoli e scende in campo a Padova: non sta nella pelle dalla gioia, è un piacere vederlo saltare fra i pali. La fine del tunnel è vicina, il 13 ottobre è salutato con un brindisi, ma le date storiche sono altre. Il 12 febbraio 1992, per esempio, giorno di Juventus-Inter di Coppa Italia, prima partita da titolare. Che la ruota della fortuna stia cambiando direzione lo dimostra anche il rigore calciato da Matthäus sul palo. E poi il 18 aprile: in Roma-Juventus, Angelo esordisce come numero uno in campionato. Un’altra prestazione da applausi, ma la conferma che Peruzzi non ha perso nessuna delle qualità durante la lunga sosta, era venuta già qualche giorno prima, nella semifinale di Coppa Italia contro il Milan. Angelo era stato il migliore in campo e aveva anche parato un rigore a Baresi.Arriva l’annuncio ufficiale da parte dell’allenatore bianconero Trapattoni: «Mi dispiace per Tacconi, ma da oggi il numero uno della Juventus sarà Peruzzi», con la quale resterà otto stagioni, nelle quali colleziona 301 presenze e vince tre scudetti, una Coppa Italia, una Champions League, una Coppa Uefa, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea e due Supercoppe Italiane, entrando di diritto nella Hall of Fame dei portieri bianconeri.«L’Avvocato ogni tanto chiamava, sempre alle sette, sette e dieci: la prima volta risponde mia moglie e mi dice: “C’è uno che vuole prenderti in giro, dice che chiama da Casa Agnelli”, ho messo giù. Ma poi richiamano e rispondo io: dopo dieci minuti di attesa, venne davvero lui al telefono. Mi domandava sempre: “Quanto pesi?”. Una volta venne a vedere un allenamento con Gorbačëv e da dietro la porta mi chiese: “Quanti rigori pareresti a Platini?”. Ed io: “Presidente, tre o quattro”. E lui mi fa: “Io penso nessuno”. Dopo un Empoli-Juve mi chiama: “Forse quella è stata la parata più bella che lei ha fatto alla Juventus”. In realtà avevo preso goal. In quel momento non me ne resi conto, io mi girai e chiesi a quelli della Croce Rossa dietro la porta: risposero che era entrata di venti centimetri. Volevo dire tutto a fine partita, non andai io in conferenza stampa».Nel 1999 si trasferisce all’Inter, richiamato dal vecchio allenatore della Juventus, Marcello Lippi. Le cose non vanno benissimo, l’anno dopo Angelo cambia casacca, va alla Lazio.Portiere completo sia tra i pali sia in uscita, di grandissima esperienza e di notevole forza fisica. Poderoso, compatto e con fasce muscolari larghe che gli consentono prodigiosi gesti atletici sul breve, si esalta nei tiri ravvicinati, dove fa valere la propria prontezza di riflessi e il notevole colpo di reni. Forse troppo saggio, troppo poco personaggio e, di rimbalzo, una non totale convincente capacità di guidare la difesa, ma anche la simpatia e lo scanzonato distacco con cui ha vissuto il nostro calcio isterico. Peruzzi è il padrone assoluto dell’area di rigore, è capace di stare a quindici metri dalla porta con la stessa disinvoltura con cui sta tra i pali: la sua capacità di uscire dall’area sull’avversario lanciato, permette alla squadra di giocare con grande disinvoltura, risultando perciò determinante. Unico limite: le notevoli masse muscolari che, continuamente sollecitate, sono soggette a qualche malanno di troppo.Con la Nazionale esordisce il 25 marzo 1995, a Salerno, nella partita Italia-Lituania 4-1, con la quale, però, non raggiunge mai la consacrazione sperata, causa anche un infortunio che lo estromise alla vigilia dei Mondiali del 1998 in cui partiva come titolare. L’unica competizione importante è l’Europeo del 1996 che termina in malo modo per l’Italia, prima del trionfo Mondiale del 2006, che Angelo sente suo, nonostante non scenda mai in campo.«Nel 2000 mi sentivo forte, avevo fatto una grande stagione all’Inter così quando Zoff mi disse che sicuramente non avrei giocato, gli disse che non mi andava di fare il terzo portiere. Poi Buffon si fece male e Toldo giocò benissimo. Finito all’Europeo, sia io che Zoff andammo alla Lazio e lui mi disse che ero stato stupido, che alla fine magari avrei giocato io. Nel 2006 a Lippi dissi di sì, perché lui mi chiamò per fare il secondo di Buffon. Finita la partita, festeggiammo come pazzi, poi siamo rientrati negli spogliatoi. Ero molto legato a Zidane, così andai a trovarlo, lui era lì che fumava una sigaretta, non abbiamo parlato dell’episodio».NICOLA CALZARETTA, DA “HURRA JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 2013Quando Gianni Agnelli lo vede per la prima volta a Villar Perosa, ha un tuffo al cuore. Il modo di parare, l’esplosività dei muscoli, la plasticità del volo gli ricordano il grande Sentimenti IV detto Cochi. Ma lui si chiama Angelo Peruzzi, ha ventuno anni e viene da Viterbo. È l’estate del 1991, in casa bianconera c’è aria di restaurazione dopo il doloroso flop della Juve champagne di Gigi Maifredi. L’Avvocato per prima cosa ha fatto tornare in tutta fretta Giampiero Boniperti, dimessosi l’anno prima, quindi ha convinto Ernesto Pellegrini, presidente dell’Inter, a restituirgli Giovanni Trapattoni, che così torna sulla panchina bianconera dopo cinque stagioni. Ritorna la premiata ditta Boni-Trap che ha segnato per un decennio la storia vincente della Juventus. La campagna acquisti punta sulla sostanza e sulla forza. Arrivano i tedeschi Reuter e Kohler, oltre a Massimo Carrera. A novembre ci sarà posto anche per Antonio Conte. Ma la novità più interessante è data dall’acquisto di Angelo Peruzzi, uno dei portieri italiani più promettenti.Che sia un talento naturale lo dice già la sua breve ma intensa biografia. Cresce nella Roma. Negrisolo, che è il preparatore dei portieri, dice di non averne mai visto uno così esplosivo. Nils Liedholm, allenatore giallorosso, conferma, anche lui stupefatto dalle doti naturali del ragazzone e dalla sua maturità. Perché Angelo, neanche maggiorenne, dimostra una freddezza e una tranquillità che difficilmente si riscontrano a quell’età, specie per chi fa il portiere. Il Barone lo fa esordire a San Siro nel dicembre 1987, al posto di Tancredi stordito da un petardo. L’anno dopo fa una dozzina di partite, quindi una stagione a Verona da titolare con Luciano Bodini a fargli da chioccia, in un affascinante intreccio di Juventus passate e future. Il ritorno a Roma, la squalifica, e adesso la grande occasione del passaggio in bianconero.Angelo, com’è nato il suo trasferimento alla Juventus? «Un giorno mi telefonò Montezemolo. Successe pochi mesi dopo la squalifica, a cavallo tra il 1990 e il 1991. Mi disse che mi avrebbe voluto alla Juve. Chiaro che per me quella richiesta abbia rappresentato un caldo e intenso raggio di luce in un momento buio. Prima dal punto di vista umano, perché l’interessamento significava che il giudizio sulla persona era positivo. E poi sotto l’aspetto sportivo, perché vestire la maglia della Juventus, è il massimo per un calciatore».Faceva il tifo per i bianconeri da bambino? «A dire il vero da piccolo il calcio non lo seguivo per niente. I primi di album di figurine li ho fatti quando ero a Verona perché ce li regalavano! No, non avevo squadre del cuore, né particolari simpatie».Com’è che si è trovato a fare il portiere? «Perché mi piaceva tuffarmi, mi divertivo. Così è stato naturale giocare in porta. Non è un caso che abbia finito per ricoprire l’unico ruolo “singolare” che c’è in una squadra di calcio, quello in cui si usano le mani al posto dei piedi».A proposito delle mani, ma è vera la storia che era capace di pescare a mani nude? «È una tradizione del mio paese, Blera. Lo fanno tutti. E poi i pesci che nuotano nei fiumi sono più lenti rispetto a quelli marini».Torniamo alla telefonata della Juventus. Cosa ha pensato quando, a fine stagione 1991, Montezemolo ha lasciato la società? «Ho sudato freddo. Normale che avessi paura di non andare più a Torino».E invece? «E invece mi chiamò Boniperti e mi convocò in sede. La gioia fu immensa, anche perché il futuro alla Roma era ad alto rischio».Si ricorda il primo incontro con Boniperti? «Ricordo tutto. All’epoca ero assistito dall’agente Beppe Bonetto. Passammo la serata precedente a studiare tutte le possibili strategie per spuntare le migliori condizioni contrattuali. Tutto inutile».Perché? «Perché fece tutto Boniperti. Appena entrati nella sua stanza, mi chiese se ero sposato. Gli risposi di no. E lui: “Allora cerca di sposarti presto”».Ma almeno sul contratto avrete discusso? «Macché! Mi disse: “Firma qui, vedrai che ti troverai bene”. Firmai per quattro anni».La cifra? «La mise lui, aveva già preparato tutto. Ovviamente molto lontana da quelle pensate la notte prima con Bonetto. Comunque, quel che più contava in quel momento è che ero un giocatore della Juve».Per lei si apriva una pagina nuova. «Ero molto soddisfatto, anche se per alcuni mesi ancora non avrei potuto prendere parte alle partite ufficiali. Ma a quel punto sapevo che sarebbe stata solo una questione di tempo».Era in programma il suo lancio come titolare già in quella prima stagione? «Non lo so, anche se un po’ ci speravo di fare qualche partita, com’è normale per ogni calciatore. Ma le gerarchie erano chiare: Tacconi numero uno ed io dietro».Com’è stato il suo rapporto con Tacconi? «Molto buono. Dividevamo la camera nei ritiri. Aveva una grande voglia di giocare».Ma Trapattoni la pensava diversamente. «Il mister fece delle scelte in prospettiva. Tacconi aveva trentacinque anni, io ventuno. Chiaro che per me fu una magnifica sorpresa quando giocai per la prima volta con la maglia numero uno, andata dei quarti di finale di Coppa Italia contro l’Inter. Era il 1991».Nessun segno premonitore? «I giornali ne stavano parlando, insomma un po’ nell’aria girava la notizia, ma la conferma me la dette Trapattoni solo la sera prima, durante il classico giro delle camere. Andai bene, passammo il turno e fui confermato anche nelle semifinali contro il Milan, dove parai un rigore a Franco Baresi».La cosa che impressionava di lei era la sensazione di grande freddezza e tranquillità che dimostrava in campo. «Era tutta una finta! Mascheravo così la tensione».Il 18 aprile 1992: arriva anche il debutto in Serie A, proprio all’Olimpico contro la Roma. «Quella fu una coincidenza curiosa. La cosa più importante fu l’annuncio pubblico di Trapattoni che annunciò la mia promozione come titolare».Le sue sensazioni? «Ero felice, tutto stava andando benissimo, oltre le mie stesse aspettative. Ereditare la maglia di Zoff e Tacconi a ventidue anni era decisamente una cosa eccezionale».Tanto che Tacconi, piuttosto che farle da riserva, preferì lasciare la Juve. «Lui desiderava giocare, ed era giusto che lo pensasse e che perseguisse l’obiettivo. Alla Juve le scelte a quel punto erano state fatte. Lui andò al Genoa e al suo posto arrivò Michelangelo Rampulla con il quale sono entrato subito in sintonia, diventando presto amici, anche perché con me, che ogni tanto mi rompevo, non ha fatto solo panchina». (ride)E con Rampulla suo vice operativo è arrivata subito la Coppa Uefa nel 1993. «Uno di ricordi più intensi che ho ancora oggi, perché per me è stata la prima vittoria in assoluto in carriera. Avevamo una squadra fortissima, con Baggio, Möller e Vialli e gente tosta come Kholer, Marocchi, Conte e Dino Baggio. Purtroppo l’anno dopo andò maluccio, così la società decise di cambiare tutto».E sulla panchina arrivò Marcello Lippi. «Non lo conoscevo direttamente, ma mi fece subito una grande impressione. Aveva idee chiare, una grande voglia di sfruttare al massimo l’occasione e una fame di vittorie che era anche la nostra. C’è stato subito feeling tra noi per un legame che si è intensificato nel corso del tempo: andai con lui all’Inter e, soprattutto, mi volle in Nazionale nel 2006. Una grande persona».Quali sono le doti migliori di Lippi? «Sono tante. Ma a me è sempre piaciuto il suo essere franco e diretto nel faccia a faccia. Con me succedeva questo: mi chiamava nel suo spogliatoio e ci confrontavamo. Mi diceva: “Angelo, hai sbagliato questa cosa”. Ed io rispondevo per le rime, magari anche quando sapevo di non avere completa ragione. Era un modo per stimolarmi. In questo era molto bravo, sapeva capire le persone».E sul piano tecnico-tattico? «Fu lui che ci convinse a giocare con le tre punte e che, dopo la sconfitta per 2-0 con il Foggia disse che, se proprio si doveva prendere goal, allora era meglio prenderlo in contropiede. Lippi è stato l’artefice massimo della rinascita della Juve. Lo dimostra anche il fatto che ogni anno partiva qualche big, ma la squadra rimaneva ai massimi livelli».Con Lippi arrivò anche il nuovo preparatore atletico Ventrone. «Un torturatore (ride). Mi costringeva a fare le presse. Con lui ho fatto una quantità enorme di addominali. Ma la forza di quella Juve era anche quella. Forse non eravamo i più forti in assoluto, ma non mollavamo mai. Eravamo una squadra rognosa, dove tutti lottavano fino alla fine per lo stesso obiettivo».A fine campionato 1994-95, bruciando tutte le tappe, arrivò lo scudetto. «Una gioia immensa. Per noi fu un’accelerazione che ci permise di fare subito il salto di qualità che, forse, avrebbe dovuto esserci qualche anno dopo. Invece eravamo già lì, pronti ad aprire un nuovo ciclo».E, difatti, il 22 maggio 1996 ecco la Coppa dei Campioni. «Un altro di momenti indimenticabili vissuti alla Juventus, anche se alla fine del primo tempo della finale mi giravano parecchio».Per via del goal del pareggio dell’Ajax? «Mi sentivo in colpa, avevo respinto male una punizione e Litmanen ne approfittò. Ma alla fine quell’errore mi servì moltissimo al momento dei rigori. Mi dissi: “La cazzata l’hai già fatta. Ora hai solo da guadagnare”. Riuscii a tranquillizzarmi e ne parai due!»Certo vincere la Coppa dei Campioni nel suo stadio deve essere stato qualcosa di incredibile. «Tutto vero. L’unica cosa che stonava era quella maglia gialla con le stelle blu. Io ero un tradizionalista: grigio o nero, come Zoff».Fu accontentato la stagione dopo: aveva proprio una bellissima divisa nera con bordi grigi a Tokyo, quel 26 novembre 1996. «Che ricordi incredibili! La prima cosa che mi colpì durante la partita era sentire il boato del pubblico con qualche secondo di ritardo dopo che era finita un’azione o c’era stato un tiro. Mi dissi: “Ma questi giapponesi so’ proprio strani!”»E invece? «La cosa era molto semplice: loro guardavano la partita anche sul maxischermo; arrivando le immagini in ritardo, di conseguenza anche i loro ululati erano ritardati».Temuto di non vincere quella sera? «Sarebbe stato un gran peccato. Meno male che ci pensò Del Piero con un goal fantastico. E a me, che ero capitano, non restò che alzare la Coppa».Quella sbagliata, però! (ride) «Presi la Toyota Cup, ma per i giapponesi è quello il vero trofeo».La sua avventura alla Juve è finita nel 1999, dopo altre vittorie e serate magiche. Cosa rimane dei suoi pro? «Tantissimi bei ricordi, grandi gioie, ma anche cocenti delusioni, ma questo è lo sport. Fuori dal campo, molti legami, qualche forte amicizia e un magnifico lunedì di Pasqua al Comunale: mega grigliata di rosticciana e bistecche con le famiglie. Una giornata meravigliosa». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/angelo-peruzzi.html
  2. ANGELO PERUZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Peruzzi Nazione: Italia Luogo di nascita: Blera (Viterbo) Data di nascita: 16.02.1970 Ruolo: Portiere Altezza: 181 cm Peso: 88 kg Nazionale Italiano Soprannome: Tyson - Cinghialone Alla Juventus dal 1991 al 1999 Esordio: 12.02.1992 - Coppa Italia - Juventus-Inter 1-0 Ultima partita: 09.05.1999 - Serie A - Juventus-Milan 0-2 301 presenze - 264 reti subite 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Campione del mondo 2006 con la nazionale italiana Angelo Peruzzi (Blera, 16 febbraio 1970) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 2006. Considerato uno dei migliori portieri italiani di sempre, è stato uno dei massimi esponenti del ruolo negli anni 1990 e 2000. A livello di club ha ottenuto i maggiori successi con la maglia della Juventus, conquistando tre campionati di Serie A, due Supercoppe di Lega, una Coppa Italia, una UEFA Champions League, una Supercoppa UEFA, una Coppa Intercontinentale e una Coppa UEFA. Al suo attivo ha altre due coppe nazionali, vinte rispettivamente con Roma e Lazio, e una terza Supercoppa di Lega, vinta sempre in maglia laziale. In nazionale ha totalizzato 31 presenze: titolare in occasione del campionato d'Europa 1996, ha partecipato da riserva al campionato d'Europa 2004 e al vittorioso campionato del mondo 2006; ha invece saltato per infortunio il campionato del mondo 1998, per il quale era stato convocato come titolare. Prima di approdare nella nazionale maggiore, ha preso parte agli Europei Under-21 del 1990 e del 1992, vincendo, da riserva, quest'ultima edizione; nello stesso anno ha partecipato ai Giochi olimpici di Barcellona. A livello individuale si è aggiudicato per tre volte l'Oscar del calcio AIC come miglior portiere della Serie A, è stato incluso per due volte nella squadra dell'anno ESM e ha vinto un'edizione del Guerin d'oro; nel 1997 è stato inserito nella lista dei 50 candidati al Pallone d'oro, classificandosi 29º, ed è risultato 2º (primo tra gli europei) nella classifica IFFHS di miglior portiere dell'anno. La stessa IFFHS lo ha annoverato tra i più forti portieri europei del XX secolo e tra i migliori in assoluto del periodo 1987-2011, collocandolo al 30º posto in entrambe le graduatorie. Angelo Peruzzi Peruzzi alla Juventus nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 88 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 20 maggio 2007 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Roma Squadre di club 1987-1989 Roma 13 (-16) 1989-1990 → Verona 29 (-38) 1990-1991 Roma 3 (-3) 1991-1999 Juventus 301 (-264) 1999-2000 Inter 33 (-31) 2000-2007 Lazio 192 (-196) Nazionale 1989-1992 Italia U-21 10 (-8) 1992 Italia olimpica 2 (-1) 1995-2006 Italia 31 (-17) Carriera da allenatore 2008-2010 Italia Coll. tecnico 2010-2012 Italia U-21 Vice 2012 Sampdoria Vice Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Oro 1992 Mondiali di calcio Oro Germania 2006 Caratteristiche tecniche Giocatore «Sembra la smentita in carne (pardon, muscoli) e ossa di quel vecchio detto secondo cui per fare i portieri bisogna essere un po' svitati, se non proprio matti. Angelo Peruzzi è l'esatto contrario di tutto questo.» (Salvatore Lo Presti, La giornalaccio rosa dello Sport, 18 ottobre 1997) Peruzzi in maglia juventina il 14 settembre 1997, mentre si oppone al romanista Totti subito dopo avergli respinto il precedente tiro: un doppio intervento annoverato tra i più belli nella storia del calcio italiano. Soprannominato Tyson o più amichevolmente Cinghialone in virtù della notevole potenza muscolare, Peruzzi era un portiere dal repertorio completo, dotato di buona presa, riflessi pronti e ottimo senso del piazzamento. Talento precoce, freddo e valido tecnicamente, dava il meglio di sé nelle uscite basse — gesto tecnico in cui aveva pochi eguali al mondo —, ma eccelleva anche tra i pali, per merito di grandi doti acrobatiche che gli valsero, in giovane età, l'accostamento al funambolico Luciano Castellini; tuttavia, in apparente contrasto con tale abilità, non era solito compiere interventi vistosi: era infatti dell'avviso che ridurre al minimo i tuffi, muovendosi molto sulla linea di porta, facesse apparire più semplici le sue parate, costituendo un vantaggio psicologico nei confronti degli attaccanti. Capace di infondere sicurezza nella retroguardia, era inoltre riconosciuto come leader dello spogliatoio dai compagni di squadra, che in diverse occasioni ne hanno elogiato le qualità caratteriali e umane; l'indole pacata ma decisa e la sobrietà dello stile di gioco — così come la preferenza per uniformi poco vistose — lo posero quindi sulla scia di Dino Zoff, suo punto di riferimento nonché predecessore nella Juventus e in nazionale. Da sinistra: Peruzzi, riconosciuto in carriera quale leader carismatico dello spogliatoio, qui in maglia interista mentre striglia i compagni di reparto durante la stracittadina del 23 ottobre 1999; con lui, il rivale milanista Weah e l'altro nerazzurro Panucci. Pur non essendo molto abile col pallone tra i piedi — «quando voglio toccare di fino, rischio di combinare guai» —, dal punto di vista tattico si mostrò particolarmente adatto alla difesa a zona e ai compiti di sweeper-keeper, producendosi all'occorrenza in tempestivi scatti fuori dall'area di rigore per fermare l'avversario lanciato a rete: ciò gli permetteva di rivelarsi decisivo con pochi, importanti interventi anche quando restava a lungo inoperoso. Per via della sua affidabilità, sul finire degli anni 1990 era ritenuto da diversi esponenti della stampa italiana il miglior portiere del mondo; il suo rendimento è rimasto costantemente elevato anche negli anni 2000. Nella prima metà della carriera mostrò una spiccata propensione a parare i calci di rigore — culminata nei due penalty respinti nell'epilogo dagli undici metri della UEFA Champions League 1995-1996 —, solo sporadicamente confermata in seguito. La sua esecuzione delle uscite alte — di solito finalizzate alla respinta piuttosto che alla presa — è stata generalmente indicata come il suo principale punto debole: superando di poco i 180 cm, aveva una statura ridotta per il ruolo che ricopriva, motivo per cui era restìo ad affrontare in mischia attaccanti più alti di lui. Sul piano fisico è stato spesso frenato dagli infortuni, sebbene nella maggior parte dei casi sia rimasto lontano dai campi solo per brevi periodi. Carriera Giocatore Club Roma e Verona Un giovane Peruzzi debutta in Serie A con la Roma il 13 dicembre 1987 Cresciuto nel vivaio della Roma, esordisce in Serie A a 17 anni, il 13 dicembre 1987, sostituendo il portiere titolare Franco Tancredi, colpito da un petardo lanciato dagli spalti. La stagione successiva, nonostante la giovane età, si propone come alternativa allo stesso Tancredi collezionando 12 presenze in campionato, 7 in Coppa Italia e una in Coppa UEFA. Nell'annata 1989-1990, a 19 anni, passa in prestito al Verona con cui affronta il suo primo campionato da titolare. In maglia scaligera, con cui colleziona 29 presenze, il portiere sfodera prestazioni convincenti, segnalandosi tra l'altro per aver respinto un rigore a Roberto Mancini nei minuti finali della gara di ritorno contro la Sampdoria: con quella parata — da lui ritenuta tra le più belle della propria carriera — trascina il Verona a un'importante vittoria che, per la prima volta in stagione, risolleva il club dall'ultimo posto in classifica, mantenendo vive le possibilità di permanenza nella massima serie; tuttavia, nel contesto di una squadra dal basso valore tecnico e per giunta preda di problemi finanziari, Peruzzi non riesce a evitare a fine stagione la retrocessione in Serie B. Peruzzi (in piedi, primo da sinistra) nel Verona della stagione 1989-1990 Torna in forza alla Roma per il campionato 1990-1991, iniziato da titolare. Tuttavia, dopo tre giornate, risulta protagonista insieme ad Andrea Carnevale di un episodio di doping: trovato positivo alla fentermina, viene squalificato per dodici mesi. Juventus 1991-1995 Scontata la squalifica, nella stagione 1991-1992 passa per 4,5 miliardi di lire alla Juventus, in cui si affermerà — dopo un periodo di assestamento — come uno dei migliori portieri della sua generazione. Nella prima stagione è chiamato a fare da riserva a Stefano Tacconi, il capitano della squadra, venendo designato fin dal principio a futuro erede del portiere umbro. Fa il suo esordio in maglia bianconera il 12 febbraio 1992, nella gara d'andata dei quarti di finale di Coppa Italia contro l'Inter, e da lì in poi disputerà il resto del torneo da titolare, con ottimo rendimento: spiccano, fra gli altri episodi, la sua prestazione nel retour match coi nerazzurri, in cui resta in campo per tutta la gara malgrado la frattura del naso («bisogna concludere che la sua soglia del dolore è altissima», ha poi sentenziato il medico sociale), e il rigore parato a Franco Baresi durante la semifinale di ritorno contro il Milan. Giunta in finale, la Juventus viene superata dal Parma con un complessivo 2-1 nonostante la vittoria nella partita di andata. Peruzzi all'inizio della stagione 1992-1993, la sua seconda alla Juventus e la prima da titolare della porta bianconera. Oltre che in Coppa Italia, Peruzzi colleziona 6 presenze anche in campionato, venendo promosso titolare a partire dalla gara contro la Roma del 18 aprile 1992, valida per la 29ª giornata: l'episodio getta le basi per il definitivo avvicendamento tra i portieri bianconeri, sfociato nell'addio di Tacconi a fine stagione. Dall'annata successiva Peruzzi è dunque titolare fisso e, pur non disputando una grande stagione sul piano personale, ottiene il primo successo internazionale, con la vittoria in Coppa UEFA. L'anno seguente, nonostante un avvio incerto — che comunque non scalfisce la fiducia che il tecnico Trapattoni nutre nei suoi confronti — e il rischio di vedersi affibbiata l'etichetta di «eterna promessa», migliora il proprio rendimento a tal punto da candidarsi al ruolo di terzo portiere della nazionale italiana al campionato del mondo 1994, pur restando infine escluso dall'elenco dei convocati. La stagione 1994-1995, che vede Marcello Lippi sulla panchina della squadra, è per Peruzzi quella della definitiva affermazione: sottoposto a metodi di allenamento più specifici, il portiere esperisce un miglioramento sul piano tecnico e atletico che, oltre a porre le basi per le sue eccellenti prestazioni negli anni a seguire, gli vale l'esordio in nazionale, di cui diverrà titolare fisso a partire dal settembre 1995: un risultato peraltro profetizzato da Lippi, convinto che Peruzzi sarebbe presto diventato la prima scelta in maglia azzurra. Al termine della stagione, il portiere bianconero vince inoltre il suo primo scudetto, cui fa seguito la vittoria della Coppa Italia: nuovamente opposta al Parma, questa volta la Juventus si impone con un complessivo 3-0. 1995-1999 Peruzzi (a sinistra) festeggiato da Del Piero al termine della finale di UEFA Champions League 1995-1996, in cui il portiere si rivelò decisivo nel vittorioso epilogo ai rigori: «L'unica cosa che stonava era quella maglia gialla con le stelle blu. Non mi piaceva. Sono sempre stato un tradizionalista: grigio o nero, come Zoff». Nella stagione 1995-1996 vince la Supercoppa italiana, battendo ancora il Parma, e soprattutto la Champions League; nella finale di Roma contro l'Ajax non appare immune da colpe in occasione del gol di Jari Litmanen, ma dopo che i tempi regolamentari e supplementari si chiudono sull'1-1, Peruzzi si riscatta ai tiri di rigore neutralizzando le conclusioni di Edgar Davids e Sonny Silooy, e risultando così decisivo per la conquista della coppa. Nella stagione seguente diviene vicecapitano della squadra; in questa veste, complice il lungo infortunio che tiene lontano dai campi Antonio Conte, solleva con la fascia al braccio la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa UEFA, rispettivamente contro River Plate e Paris Saint-Germain. Oltre a ciò, conquista il suo secondo scudetto e giunge nuovamente in finale di Champions League, in cui la Juventus è sconfitta dal Borussia Dortmund: autore di parate decisive nei turni precedenti — in particolar modo nella semifinale di ritorno contro l'Ajax, in cui aveva compiuto, a suo giudizio, l'intervento più difficile della sua carriera su un colpo di testa di Winston Bogarde —, nell'ultimo atto del torneo Peruzzi incappa in una prestazione poco brillante, subendo peraltro uno dei più bei gol nella storia delle finali europee, un pallonetto con cui Lars Ricken fissa il risultato sul 3-1 per i tedeschi. Peruzzi, nell'occasione capitano juventino, solleva la Supercoppa UEFA 1996. Reduce comunque da un'annata di alto profilo, l'estremo difensore juventino consegue diversi riconoscimenti individuali, tra cui il premio di migliore portiere AIC, il Guerin d'oro e l'inserimento nella squadra ideale di France Football; ottiene inoltre il secondo posto (alle spalle del paraguaiano José Luis Chilavert) nella corsa al titolo di portiere dell'anno IFFHS e la candidatura al Pallone d'oro (29ª posizione). Nella stagione 1997-1998, iniziata con la conquista della Supercoppa italiana, è campione d'Italia e finalista di Champions League per l'ultima volta in carriera: nell'atto conclusivo del torneo continentale, la Juventus si arrende al Real Madrid (0-1). Per il secondo anno consecutivo, Peruzzi viene eletto miglior portiere della Serie A e classificato fra i primi dieci al mondo. Ormai annoverato tra i più forti numeri 1 nella storia del club torinese, nel 1998-1999 gioca il suo ultimo campionato a difesa della porta bianconera: nel corso della stagione, rivelatasi deludente sul piano dei risultati, matura infatti l'intenzione di chiudere la sua esperienza juventina, sia per ragioni economiche sia per la ricerca di nuovi stimoli. Lascia Torino dopo 301 presenze complessive tra campionato e coppe, sostituito da Edwin van der Sar tra i pali bianconeri. Inter e Lazio Per la stagione 1999-2000 si trasferisce all'Inter, che lo acquista dalla Juventus per 28 miliardi di lire, seguendo il suo allenatore Marcello Lippi e rimpiazzando Gianluca Pagliuca quale nuovo numero 1 del club lombardo. L'ottimo rendimento sul piano personale — finanche «straordinario» nella prima parte di campionato —, in controtendenza rispetto alla scialba annata della squadra, gli vale la più alta media della Serie A nelle pagelle della giornalaccio rosa dello Sport; ciononostante, la sua militanza in nerazzurro dura un solo anno, in cui il portiere totalizza 38 presenze. Infatti nell'estate 2000, da una parte il ritorno a Milano dell'emergente Sébastien Frey reduce da una positivo prestito al Verona, e su cui l'Inter sceglie di puntare per motivi anagrafici ed economici, e dall'altra la volontà di Peruzzi di riavvicinarsi alla natìa Blera per ragioni familiari, determinano la sua cessione alla Lazio in cambio di 33 miliardi più il cartellino di Marco Ballotta. Peruzzi (in piedi, secondo da destra) alla Lazio nella stagione 2000-2001 In maglia biancoceleste prende il posto del più anziano Luca Marchegiani, il quale diviene la sua riserva, e nell'arco di sette anni colleziona 226 presenze, vincendo due trofei: la Supercoppa italiana 2000 contro l'Inter (4-3) e la Coppa Italia 2003-2004 contro la Juventus (2-0 e 2-2 nella doppia finale); il miglior risultato ottenuto in campionato è invece il terzo posto delle stagioni 2000-2001 e 2006-2007. Autore di prestazioni di grande spessore, in qualche occasione indossa anche la fascia da capitano. Il 20 maggio 2007, un mese dopo aver annunciato il suo imminente ritiro, disputa l'ultima presenza della carriera, a 37 anni, subentrando nei minuti finali di Lazio-Parma (0-0). Si ritira dopo 620 incontri da professionista con i club (478 in Serie A). Il rendimento offerto nella sua ultima stagione da calciatore verrà premiato con la conquista del terzo Oscar del calcio AIC come miglior portiere. Nazionale Nazionali giovanili Entra nel giro della nazionale Under-21 sul finire del 1988, quando viene convocato da Cesare Maldini per l'amichevole contro Malta del 21 dicembre, terminata 8-0. Esordisce con gli azzurrini il 18 gennaio 1989, sempre in amichevole, nel 2-2 contro la Turchia. Durante le successive qualificazioni al campionato d'Europa 1990, la porta azzurra è inizialmente affidata a Valerio Fiori e Giuseppe Gatta, mentre Peruzzi ottiene la titolarità in occasione della fase finale del torneo, in cui l'Italia viene eliminata dalla Jugoslavia in semifinale. Scontata la squalifica comminatagli sul finire del 1990, è convocato anche per il vittorioso campionato d'Europa 1992, in cui fa da riserva a Francesco Antonioli. Nello stesso anno prende parte, sempre come vice di Antonioli, al torneo olimpico di Barcellona 1992, in cui l'Italia è eliminata dai padroni di casa della Spagna ai quarti di finale. Conta 10 presenze nell'Italia Under-21 (8 le reti concesse) e 2 nella selezione olimpica (con 1 gol subìto). Nazionale maggiore «È un peccato che non abbia potuto giocare un Mondiale da titolare e credo lo meritasse. Ogni tanto pensavo che avere in panchina un portiere con le qualità, umane e tecniche, di Peruzzi fosse uno spreco.» (Gianluigi Buffon) 1995-1999 Peruzzi (in piedi, primo da destra) agli esordi con la nazionale maggiore nel 1995 Escluso in extremis dall'elenco dei convocati per il campionato del mondo 1994 (gli viene preferito, come terzo portiere, Luca Bucci), esordisce in nazionale A il 25 marzo 1995, a 25 anni, in sostituzione dell'infortunato Gianluca Pagliuca: la partita è Italia-Estonia (4-1), valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1996. A partire dal settembre dello stesso anno, Peruzzi viene promosso titolare dal commissario tecnico Arrigo Sacchi, e difende la porta azzurra durante l'Europeo, in cui l'Italia viene eliminata al primo turno. Con l'arrivo di Cesare Maldini sulla panchina azzurra, Peruzzi è confermato titolare e convocato in questa veste per il campionato del mondo 1998, ma uno «stiramento al gemello interno della gamba sinistra», subìto a pochi giorni dall'inizio della competizione, gli impedisce di prendervi parte; al suo posto giocherà Pagliuca. Al termine del suddetto Mondiale, una volta ripresosi dall'infortunio, Peruzzi viene inizialmente confermato titolare dal nuovo CT Dino Zoff, ma nel giro di un anno è scavalcato dall'emergente Gianluigi Buffon, che prima lo sostituisce approfittando di alcuni suoi acciacchi, e poi viene confermato quale numero 1 dell'Italia anche dopo il completo recupero del collega: ciò determina, insieme all'ascesa di Francesco Toldo a prima riserva di Buffon, un temporaneo congedo di Peruzzi dal giro azzurro. Peruzzi in azzurro nel 1997, in azione durante le qualificazioni al campionato del mondo 1998. Pur avendo la possibilità di rientrare nel gruppo per la fase finale del campionato d'Europa 2000, Peruzzi rifiuta amareggiato la convocazione, essendo destinato sulla carta al ruolo di terza scelta: una decisione che, a posteriori, gli impedirà di contendere a Toldo il posto da titolare, poiché — come rivelatogli tempo dopo da Zoff — l'improvviso forfait di Buffon per infortunio, a pochi giorni dall'inizio del torneo, avrebbe verosimilmente incrementato le sue possibilità di impiego. 2004-2006 Dopo cinque anni di assenza (l'ultima chiamata risaliva al 10 febbraio 1999), rientra in nazionale durante la gestione di Giovanni Trapattoni, scendendo in campo nell'amichevole del 28 aprile 2004 contro la Spagna e accettando, pur dopo qualche tentennamento, la convocazione come riserva per il campionato d'Europa 2004, in cui l'Italia non va oltre la fase a gironi. La scelta di affiancare un altro veterano agli esperti Buffon e Toldo — a discapito dell'emergente Ivan Pelizzoli, e in controtendenza rispetto alla prassi azzurra di affidare il ruolo di terzo portiere a «un giovane in rampa di lancio» — apparirà dovuta alla stagione sottotono di questi ultimi, da anni le prime due scelte per la difesa della porta italiana, ma ora incalzati da un concorrente in ottima forma; ciò, unitamente alla poca propensione di Peruzzi a fare da comprimario, alimenterà dubbi in merito alle gerarchie degli estremi difensori: mentre da un lato la titolarità di Buffon non sarà comunque messa in discussione, dall'altro non risulterà chiaro chi fosse il suo secondo effettivo nelle intenzioni del CT. Un anno dopo, sotto la guida di Marcello Lippi, Peruzzi indossa la fascia da capitano nell'amichevole dell'8 giugno 2005 contro Serbia e Montenegro, e nei mesi seguenti disputa le sue ultime 3 gare in maglia azzurra, valide per le qualificazioni al campionato del mondo 2006. Convocato come vice-Buffon per la fase finale del torneo, il 9 luglio 2006 si laurea campione del mondo all'età di 36 anni; pur senza scendere in campo, nell'occasione si distingue come figura di spicco dello spogliatoio azzurro, guadagnandosi l'apprezzamento dei più giovani compagni di squadra. Conclude la sua carriera in nazionale con 31 presenze e 17 reti subite. Dopo il ritiro Dal 2008 al 2010 fa parte dello staff della nazionale, come collaboratore tecnico del CT Marcello Lippi. Il 22 ottobre 2010 è stato nominato vice allenatore della nazionale Under-21, all'interno dello staff guidato da Ciro Ferrara. Il 2 luglio 2012 segue il tecnico napoletano alla Sampdoria, dove diventa il vice della squadra blucerchiata; tuttavia, complici alcuni risultati negativi inanellati, il successivo 17 dicembre Ferrara viene esonerato con lo stesso Peruzzi. Nel luglio 2016 torna alla Lazio in veste dirigenziale, andando a ricoprire il ruolo di club manager della squadra romana. Mantiene l'incarico per il successivo lustro, prima di rassegnare le proprie dimissioni nell'estate 2021 a causa di sopravvenuti attriti con il presidente biancoceleste Claudio Lotito. Fuori dal calcio, nel 2010 è stato eletto consigliere comunale del Comune di Blera, paese in cui è nato e dove è tornato a risiedere al termine della propria carriera agonistica. Palmarès Giocatore Orlando, Roberto Baggio e Peruzzi festeggiano il successo della Juventus nella Coppa Italia 1994-1995 (in alto), e Ravanelli, Peruzzi, Rampulla e Sousa con la Champions League 1995-1996 vinta dal club bianconero (in basso). Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 3 - Roma: 1990-1991 - Juventus: 1994-1995 - Lazio: 2003-2004 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Supercoppa italiana: 3 - Juventus: 1995, 1997 - Lazio: 2000 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992 Campionato mondiale: 1 - Germania 2006 Individuale Oscar del calcio AIC: 3 - Migliore portiere: 1997, 1998, 2007 Guerin d'oro: 1 - 1996-1997 (ex aequo con Gianluca Pagliuca e Lilian Thuram) Squadra dell'Anno ESM: 2 - 1996-1997, 1997-1998 Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 23 ottobre 2006. Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana — 12 dicembre 2006. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.
  3. NELLO GOVERNATO https://it.wikipedia.org/wiki/Nello_Governato Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.09.1938 Luogo di morte: Roma Data di morte: 08.06.2019 Ruolo: Direttore Sportivo Direttore sportivo della Juventus dal 1990 al 1992 Nello Governato (Torino, 14 settembre 1938 – Roma, 8 giugno 2019) è stato un giornalista, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Nello Governato Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1973 Carriera Giovanili Torino Squadre di club 1957-1961 Como 80 (23) 1961-1966 Lazio 128 (9) 1966 → Inter 0 (0) 1966-1967 → Lanerossi Vicenza 16 (0) 1967-1971 Lazio 107 (7) 1971-1973 Savona 35 (2) Carriera Calciatore Prodotto del vivaio del Torino, Governato arriva alla Lazio, proveniente dal Como nel 1961. La sua prima avventura nei biancocelesti della capitale dura fino al 1966. Viene ceduto all'Inter dove però non trova spazio in squadra: i nerazzurri, senza averlo mai utilizzato, lo girano a novembre al Lanerossi Vicenza. Torna alla Lazio nel 1967 dove rimane fino al 1972 quando viene ceduto al Savona. Governato nel complesso viene ricordato come una delle "bandiere" della Lazio con 251 presenze complessive (235 in Campionato, 14 in Coppa Italia e 2 in Coppa delle Fiere) e 17 reti (16, 1, 0). Dirigente sportivo Dopo aver terminato la carriera sui terreni di gioco, Governato inizia una seconda vita dietro alle scrivanie, che pure gli regalerà alcune soddisfazioni. Nel 1983 viene chiamato una prima volta dalla Lazio in qualità di direttore sportivo. Due anni dopo va a ricoprire lo stesso incarico al Bologna, e successivamente nella Juventus e nella Fiorentina. Negli anni novanta la sua carriera è strettamente legata a Sergio Cragnotti che, al suo avvento, gli affida nuovamente il ruolo di direttore sportivo con l'obiettivo di costruire la squadra che poi trionferà in Italia, ottenendo il secondo scudetto, e in Europa, portando a Roma la Coppa delle Coppe (nota per essere stata l'ultima edizione disputata nella storia del trofeo) e la Supercoppa UEFA. Giornalista e scrittore Parallelamente alla carriera dirigenziale, sbocco abbastanza comune per molti calciatori, Governato si distingue da buona parte dei suoi ex colleghi per una certa perizia con la penna. Diventa infatti giornalista, fino ad approdare alla redazione romana di Tuttosport. Ma non basta: nel 1976 dà alle stampe, presso la casa editrice SEI di Torino, la sua prima opera letteraria: "Un caso da gol - romanzo verità", scritta a quattro mani con Gianpaolo Ormezzano, che denota una certa dimestichezza con la narrazione di fatti, cose e persone legate allo sport. Dopo la lunga parentesi dovuta all'attività dirigenziale, Governato ritorna a scrivere: nel 2004 esce per Rizzoli "Gioco sporco", un testo che denuncia alcuni mali del calcio contemporaneo, anticipando molti retroscena e descrivendo alcune delle dinamiche che sarebbero venute pienamente alla luce con lo scandalo calcistico del 2006. Nel febbraio del 2007 esce presso Mondadori il romanzo La partita dell'addio che narra - in chiave romanzata ma rispettosa degli accadimenti storici - la vicenda di Matthias Sindelar, il campione di calcio austriaco che rifiutò di giocare nella squadra nazionale tedesca dopo l'annessione del suo paese ad opera dei nazisti. Nel 2011 esce presso Mondadori Il sindaco pescatore, dedicato alla vicenda di Angelo Vassallo, sindaco del comune di Pollica nel Cilento assassinato nel 2010 per essersi opposto alla camorra, scritto a quattro mani con il fratello di Angelo, Dario Vassallo. Da questo libro nel 2016 è stato tratto l'omonimo film per la tv con la regia di Maurizio Zaccaro e Sergio Castellitto nel ruolo del protagonista. È morto a Roma l'8 giugno 2019 all'età di 80 anni. Il nome di Nello Governato è legato anche a un errore commesso in un album Calciatori Panini: nell'album del 1963/64, infatti, quando Governato militava nella Lazio, la Panini utilizzò, per la sua figurina, l'immagine di Governato pubblicata nell'album Assi del calcio 1960/61 della Lampo, ma in tale figurina non era ritratto Governato, bensì il suo compagno di squadra del Como, il difensore Bruno Ballarini, lo storico capitano comasco che, tra l'altro, non assomigliava per nulla a Governato. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Lazio: 1968-1969 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Lazio: 1971
  4. CHIELLINI DROPS BIGGEST MLS HINT YET AFTER JUVENTUS EXIT https://football-italia.net/chiellini-drops-biggest-mls-hint-yet-after-juventus-exit/
  5. DYBALA BREAKS DOWN AS HE SAYS GOODBYE TO JUVENTUS FANS https://football-italia.net/dybala-breaks-down-as-he-says-goodbye-to-juventus-fans/
  6. DYBALA SALUTES JUVENTUS FANS, BUT REFUSES TO DROP TRANSFER HINT https://football-italia.net/dybala-salutes-juventus-fans-but-refuses-to-drop-transfer-hint/
  7. ROBERTO BAGGIO «Non avevo nulla contro i bianconeri, è che volevo restare a Firenze. E poi la società fece un gioco non bello. Mi vendette senza dirlo. Io dicevo ai tifosi che non sarei andato via e un bel giorno scoprii che, tenendomi all’oscuro di tutto, mi avevano ceduto. Si faceva così, allora. Poi si dava la colpa ai giocatori che volevano andar via per soldi. Balle, almeno nel mio caso. Io volevo restare per gratitudine per la gente di Firenze. Per i primi due anni non ho giocato. Mi hanno aspettato e voluto bene. Come fai a dimenticarli?».Caldogno è un piccolo paese alle porte di Vicenza. È stato fondato da Calderico Caldogno, consigliere militare di Federico Barbarossa. Diecimila abitanti, aria buona. Qui il 18 febbraio 1967 in via Marconi nr.3, alle ore 18:15, nasce Roberto Baggio. Il papà si chiama Florindo, la mamma Matilde. Sesto di otto fratelli: Gianna, Walter, Carla, Giorgio, Anna Maria, lui, Nadia, Eddy. Una grande e bella famiglia, molto sportiva. Il papà gioca qualche anno in una squadretta di calcio dilettanti, ma diventa ciclista. Florindo ama molto la bici.Il più piccolo dei fratelli di Roberto si chiama Eddy in onore di Merckx. Ma non è l’unico nome “dedicato” a uomini dello sport: Walter si chiama come Speggiorin, attaccante del Vicenza. Giorgio è un omaggio a Chinaglia, centravanti della Lazio e della nazionale. E poi, lui, Roberto. Perché Roberto? Papà Florindo aveva due idoli: Boninsegna dell’Inter e Bettega della Juve. Quindi Roberto, come loro.Roberto è un bambino esile e molto sensibile. «Piangevo quando sentivo passare le ambulanze».Un po’ timido, il giusto. Abbastanza testardo, un malato di calcio. Gioca con tutto quello che trova: palline da tennis, carta bagnata e poi indurita sul termosifone. Gioca nel corridoio della sua casa, fa gol da solo (nella porta aperta del bagno), urla e poi si fa la radiocronaca. Per i suoi amici e subito Roby. Ma anche “Guglielmo Tell”, perché si allena a tirare le punizioni mirando i lampioni della strada. E li colpisce, inseguito poi dal maresciallo dei carabinieri.L’allenatore si chiama Zenere, è il fornaio del paese. Il vicepresidente è l’idraulico. Sul Campetto c’è una scritta a grandi caratteri: «Chi non si presenta non giocherà mai più».Roberto si presenta quasi sempre, gioca, si diverte e diverte tutti. E già un piccolo fenomeno. A Caldogno arrivano molti osservatori, lo prendono quelli del Vicenza. Nelle giovanili fa gol e assist: 120 partite, 110 reti.Uno dei suoi primi maestri, Giulio Savoini, lo coccola: «Tu sei il mio Zico».Va in panchina, in serie C1, a 16 anni. L’11 giugno 1983, ultima di campionato, Vicenza-Piacenza 0-1. Entra nella ripresa al posto del centrocampista Carlo Perrone.Nella stagione successiva Bruno Giorgi lo inserisce in prima squadra. Incanta con la sua fantasia e i suoi tocchi “brasiliani”. Lo chiamano nelle nazionali Under 16 e Juniores. Due campionati in C1. Nel primo solo 6 presenze e 1 gol. Nel secondo, anno 1984, sempre con Giorgi, è titolare. Segna, dà spettacolo, è inseguito dagli operatori del calcio mercato.Lo vuole la Samp di Mantovani, il presidente della Juve, Boniperti, lo sta per prendere. Ma s’inserisce il Conte Pontello della Fiorentina: ecco 2 miliardi e 700 milioni di lire. E fatta. Roberto ha 18 anni. Il 3 maggio 1985 due giorni dopo la firma gioca a Rimini (allenato da Arrigo Sacchi), segna il gol del Vicenza, poi si fa male. E un infortunio molto grave: rottura del crociato e del menisco della gamba destra. Un trauma terribile, rischia di non giocare più. Lo operano in Francia, intervento delicatissimo del professor Bousquet, il chirurgo dei campioni.Momento molto difficile, la Fiorentina lo aspetta. A Firenze trova amici e comprensione, conosce i campioni del mondo Antognoni e Oriali. Ma Roberto non gioca, ha pensieri neri e disperati. Il massaggiatore Pagni gli insegna a non avere fretta.Campionato 1986-87: primi sorrisi, primi gol. Debutta in serie A, contro la Samp di Roberto Mancini, magico numero 10. È il 21 settembre 1986. Sette giorni dopo, in allenamento, il ginocchio operato si spacca. Ancora in Francia, ancora operazioni. Altri tre mesi fermo, dolori e sconforto. Si riprende a fatica, rientra. Ma il destino è feroce: un’altra rottura, menisco. Torna in sala operatoria. Roberto ha solo vent’anni, è disperato e pensa: è finita, smetto con il calcio. Lo assiste mamma Matilde.Roberto racconterà: «La mamma era il mio angelo. Quanto mi è stata vicina, quanto mi ha aiutato. In ospedale, dopo le operazioni, stavo malissimo. Non potevo prendere antidolorifici e il dolore mi trapassava il cranio. Una volta mi sono girato verso di lei, che mi stava accanto, e le ho detto: “Mamma, sto malissimo. Se mi vuoi bene uccidimi perché io non ce la faccio più”. Lei mi accarezzava: “Non fare lo scemo, eh? Dai dai, tornerai come prima. Più bello e più forte”».Una mattina Roberto dice alla mamma: «Sì, torno e spacco tutto».Torna, ce la fa, gioca. Segna a Napoli, nella città di Maradona. Primo scudetto di Dieguito e primo gol di Roberto Baggio. Scrivono: «Una magica punizione, alla Maradona».Arriva la svolta, cambia tutto, la vita, il futuro, forse – scrivono – anche il destino. Roberto Baggio, con il suo calcio dal sorriso tenero e semplice, entra nel cuore della Fiorentina e dei tifosi di tutta Italia. Gli vogliono bene e lui ricambia con le sue meraviglie.La Fiorentina lo porta in Nazionale, il primo gol contro l’Uruguay. Si sposa con Andreina, che conosce da sempre. «Avevamo 15 anni, abitava vicino a casa mia, veniva nella mia scuola. Andreina all’inizio ha fatto fatica ad accettare la mia fede nel buddismo. Venivamo da famiglie cattoliche. Non era facile capire, per lei. Poi, quando ha capito che la fede per me era importante, si è avvicinata e abbiamo pregato insieme. La fede mi ha aiutato molto nella mia carriera. L’allenamento spirituale al coraggio mi ha fatto sopportare il dolore. Avevo male, sempre male. Ma non importava. Sono stato male molti anni, ma sono andato in campo. Se avessi dovuto giocare soltanto quando stavo bene, con quella gamba, con quelle ginocchia, avrei fatto due, tre partite all’anno. E invece ho resistito, mi è andata bene. Molti miei amici sono stati più sfortunati e hanno smesso subito».Roberto avanza con la sua classe, la sua poesia, è il sogno dei bambini. E dei grandi. Piace a tutti, va nella Juve che è stata di Sivori e Platini. Roberto lascia Firenze, ma l’amore per quella città e quei colori non finirà mai.Gli diranno: eppure te ne sei andato. Risposta: «Non me ne sono andato, mi hanno mandato via. Pontello aveva preso accordi con Agnelli, mi avevano venduto un anno prima. Quando Berlusconi provò ad acquistarmi, Agnelli gli rispose che poteva accordarsi su tutto, ma che Baggio era già bianconero…».La sua cessione nell’anno del Mondiale di Italia ‘90 scatena la rabbia dei tifosi viola: arresti, feriti, rabbia. Baggio è in ritiro a Coverciano con la Nazionale. L’atmosfera è elettrica, i tifosi contestano, il c.t. Azeglio Vicini fa chiudere il centro federale al pubblico. Roby cerca di concentrarsi solo sul Mondiale, convinto che arriverà il suo momento. C’è dualismo con Giannini, lui è un “dodicesimo di lusso”.L’Italia gioca due partite, Roby non c’è. La gente e i critici lo invocano. Entra, in coppia con Schillaci, nella terza gara contro la Cecoslovacchia ed è subito spettacolo. Il 19 giugno 1990, a Roma, cominciano le “Notti Magiche”. Roberto segna uno dei suoi gol più belli.Semifinale con l’Argentina: entra sull’1-1, sfiora un gol. Supplementari e rigori, Baggio segna, Donadoni e Serena sbagliano. Argentina in finale, Germania campione.Dopo l’estate e le notti azzurre, ecco la Juve di Gigi Maifredi, un tecnico giovane che promette calcio nuovo e spregiudicato. E, soprattutto, divertente. Baggio con il 10 di Michel Platini è l’uomo giusto. Ma c’è il Milan di Arrigo Sacchi con il suo gioco moderno ed esaltante. La Juve non decolla.In dicembre arriva la Fiorentina, Baggio è da poco papà, è nata Valentina. L’emozione e i ricordi viola lo bloccano. Molte polemiche. La Juve precipita in classifica. E poi c’è quella storia del rigore di Firenze. Roberto si rifiuta di batterlo e questo complica ancora di più i rapporti con i tifosi bianconeri. Qualche giornale scrive: «Baggio a Firenze era di Firenze. A Torino è di nessuno».Quel rigore e quello slogan accompagnano per molti anni il suo percorso bianconero. La Juve richiama Giovanni Trapattoni. Costruisce una buona squadra, ma il Milan è travolgente. Roberto fatica, poi si sblocca, segna 18 volte e torna in Nazionale. Adesso il c.t. è Sacchi. Il Trapattoni-bis è un secondo posto.Il nuovo anno consacra Baggio: 4 gol all’Udinese, 3 al Foggia, doppiette a raffica. Stagione eccellente: 21 gol. Adesso è al centro di tutto. Conquista tifosi, Agnelli, Coppa Uefa, il Pallone d’oro. «Quando a vincere erano gli altri mi limitavo a pensare: beati loro. Oggi non lo so proprio. Qualcosa di importante l’ho fatto, se in tanti mi hanno scelto deve esserci una buona ragione. E poi un premio non è mai l’espressione di un giudizio definitivo su un calciatore: sono i risultati che decidono. Se fossi arrivato secondo in Coppa Uefa, se non avessi realizzato 5 goal tra le semifinali e le finali, non parleremmo di queste cose. Da un lato il Pallone d’Oro è un meraviglioso compagno di viaggio e di avventura; dall’altro, rappresenta un peso, anche se questa mia valutazione può apparire scontata. Le responsabilità sono aumentate. Ora la gente si aspetta che io giochi sempre al massimo e che dia spettacolo. Il sempre, però, non è possibile. Paura? No di certo. A farmi compagnia c’è sempre il gusto della sfida, la voglia di dimostrare a tutti, anche a me stesso, che sono all’altezza».Sul nome di Roberto Baggio vincitore del Pallone d’Oro sembravano d’accordo i critici sin dall’autunno, quando proprio da Parigi cominciavano ad arrivare le prime indiscrezioni sull’esito del referendum. E tuttavia Roberto aveva palesato le proprie perplessità. Questione, ovviamente, di scaramanzia: «Anche quando tutti sparavano titoli a nove colonne, io pensavo: Roby, attento, è in arrivo una fregatura. Spesso mi è tornata in mente la notte della finale bis contro il Borussia Dortmund: pioveva a dirotto, ricordate? Beh, anche in quella circostanza ho temuto che saltasse tutto. C’era una vocina dentro me che non stava mai zitta: per una volta che ti capita di vincere rinviano la partita. Le foto con il Pallone d’Oro le ho fatte con la speranza che il grande sogno si avverasse. Si è avverato, grazie al cielo».Stagione 1993-94, un’altra buona annata, regala pezzi magici agli amanti del bel gioco. Esulta e poi festeggia l’arrivo di Mattia, il secondogenito, va in America con Sacchi ai mondiali. Un sogno e un incubo. «Sacchi mi è stato vicino in un periodo nero. Per tre mesi ho giocato con uno stiramento. Non mi riconoscevo più. Poi a Foggia, contro Cipro, c’è stata la partita della svolta. Lì sono uscito dal tunnel».Roberto ha 27 anni, porta il codino, è Pallone d’oro, è titolare indiscusso della Nazionale. È concentratissimo e si prepara in segreto prima della partenza per gli Usa. Racconterà: «Non l’ho detto a nessuno, nemmeno a Sacchi».Il c.t. gli dice: «Roberto tu, per l’Italia, sei come Maradona per l’Argentina: fondamentale».Contro la Norvegia, il portiere Pagliuca è espulso e Sacchi fa entrare Marchegiani e toglie Roby. La reazione di Baggio è clamorosa, fa un gesto a Sacchi: «Questo è matto».Il Mondiale americano di Baggio è un tormento. Gianni Agnelli lo stuzzica da lontano: «Sembra un coniglio bagnato».Roby reagisce e segna con Nigeria, Spagna e Bulgaria e porta in finale l’Italia con il Brasile. Pasadena, 17 luglio, ore 12:30, caldo torrido. 0-0, supplementari, rigori. Sbagliano Franco Baresi e Roberto Baggio, i due più bravi rigoristi italiani, e il Brasile è campione. Pazzesco! Baggio dirà: «Nella mia carriera ho sbagliato dei rigori, ma non li ho mai calciati alti. Quella è stata l’unica volta che mi e successo. Ed è difficile riuscire a spiegare perché è andato là. Non lo so. Però è successo, fine. Sognavo quel giorno da bambino. E un sogno che s’infrange, che si rompe sul più bello e diventa un incubo».Il suo maestro spirituale Daisaku Ikeda, l’aveva previsto: «Quel Mondiale lo vincerai o lo perderai all’ultimo secondo».La stagione 1994-95 sarà la sua ultima in bianconero. C’è Marcello Lippi, Roby si fa male e va in panchina o in tribuna, avanza il giovanissimo Alessandro Del Piero. La Juve vince lo scudetto, grazie anche ai gol e agli assist di Baggio nella prima parte della stagione. Fa festa con la Juve, ma quella non è più la sua Juve.Finisce sul mercato, lo seguono in tanti, lui sceglie il Milan (che lo aveva cercato cinque anni prima). Spiega: «È il club che mi ha voluto di più e me lo ha fatto capire meglio».Il grande Milan di Capello vince, dopo una stagione di pausa, ancora lo scudetto. Per Fabio è il quarto in cinque anni, per Roby il secondo di fila con due squadre diverse. Una bella stagione, i tifosi rossoneri, subito in sintonia con il Divin Codino, lo eleggono giocatore dell’anno, anche se è spesso sostituito.Il secondo anno rossonero è segnato da Oscar Washington Tabarez, uruguaiano. Tabarez fallisce, è esonerato. Al Milan torna Arrigo Sacchi. Va tutto male e Baggio soffre la panchina. A fine aprile 1997, Cesare Maldini lo riporta in Nazionale. A Napoli, Italia-Polonia, valida per le qualificazioni ai Mondiali 1998. 3-0: lui segna un gol splendido.Arrivi e partenze al Milan. Torna Capello, lascia Baggio. Per lui non c’è più spazio. Si arriva, anche con il Milan, alla separazione consensuale. In estate, un anno prima del Mondiale in Francia, Baggio sembra finito. Non è così.La nuova destinazione, Bologna, lo riporta in corsa. Il suo obiettivo principale è sempre la Nazionale, forse la sua unica e vera maglia. Cesare Maldini lo richiama in azzurro. Bologna è un momento positivo e importante. I rapporti con l’allenatore Renzo Ulivieri non sono semplici, ma il bilancio personale di Baggio è strepitoso: 22 gol, il suo record in A.Prenota Francia ‘98. Il c.t. Maldini è raggiante. Con un Baggio così… Dovrebbe essere lui il titolare. Ma c’è Del Piero (21 gol in campionato) che reclama una maglia. Il Mondiale francese è segnato dal dualismo Baggio-Del Piero. Ma è una nuova delusione. Roberto segna contro il Cile e l’Austria, sfiora il Golden gol contro la Francia ai quarti. L’Italia esce ai rigori, battuta dai francesi.E Baggio si rimette in viaggio. Nell’estate 1998, dopo una sola stagione, lascia Bologna e torna a Milano, stavolta all’Inter. Due campionati nerazzurri tormentati da molti infortuni (Ronaldo su tutti) e dai troppi cambi di panchina (Simoni, Lucescu, Hodgson, Castellini, Lippi). Roby non riesce a dare il massimo. Da ricordare i due gol in Champions al Real Madrid campione d’Europa. Poi, altri buoni colpi, emozioni ma – soprattutto – scontri con Marcello Lippi.Nell’estate 2000, Gino Corioni, presidente del Brescia, lo convince: «Vieni da noi».Baggio incontra Carlo Mazzone, un bellissimo rapporto di stima e amicizia. Sor Cadetto lascia Roby libero di inventare. E allora arrivano i gol in un Brescia che fa ruotare Toni, Di Biagio, Pirlo e Guardiola. Baggio si ritrova in testa alla classifica dei marcatori, con 8 gol nelle prime 9 giornate.Sogna il Mondiale con la Nazionale (c’è Trapattoni alla guida) in Corea e Giappone. Ma il destino lo ferma: cede il ginocchio sinistro. La riabilitazione è da record, ritorno in campo dopo 76 giorni, in tempo per segnare 3 gol nelle ultime 3 partite. Ma Trapattoni non lo può più aspettare.La delusione è grande, ma Roberto decide di andare ancora avanti. Gioca altri due anni, taglia il traguardo dei 200 gol (poi saranno 205). Un’ultima passerella azzurra a Genova con la Spagna. Il 16 maggio 2004, a San Siro, la “Scala del calcio”, si conclude la luminosa carriera del violinista Baggio: la gente canta e balla per lui. E un grande abbraccio a uno dei campioni più amati.La giornalaccio rosa titola: «Sei stato un mito, sei stato Baggio».Lucio Dalla, poeta e cantautore, dice: «A veder giocare Baggio ci si sente bambini… Baggio è l’impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo».Se ne va. L’anno dopo nasce Leonardo, il terzo figlio. Poi, dopo un lungo periodo di riflessione, torna. A Coverciano, dove ha vissuto una vita azzurra. Ha preso il posto di Azeglio Vicini, il suo commissario tecnico a Italia ‘90. Riparte dall’azzurro.Baggio è stato di tutti e di nessuno. O forse è stato solo una magia azzurra, come quella porta nel cielo. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/roberto-baggio.html#more
  8. ROBERTO BAGGIO https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Baggio Nazione: Italia Luogo di nascita: Caldogno (Vicenza) Data di nascita: 18.02.1967 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Divin codino - Coniglio bagnato - Raffaello Alla Juventus dal 1990 al 1995 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 21.05.1995 - Serie A - Juventus-Parma 4-0 200 presenze - 115 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Pallone d'oro 1993 Roberto Baggio (Caldogno, 18 febbraio 1967) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista, vicecampione del mondo con la nazionale italiana nel 1994. Soprannominato Raffaello per l'eleganza dello stile di gioco e Divin Codino per la caratteristica acconciatura, è ritenuto uno dei migliori giocatori nella storia del calcio. Con le squadre di club ha conquistato due scudetti (1994-1995 e 1995-1996), una Coppa Italia (1994-1995) e una Coppa UEFA (1992-1993). In nazionale ha preso parte a tre Mondiali (Italia 1990, Stati Uniti 1994 e Francia 1998), sfiorando la vittoria dell'edizione 1994: dopo avere trascinato l'Italia in finale con cinque gol decisivi, fu uno dei tre azzurri a sbagliare il proprio tiro di rigore nella partita conclusiva del torneo persa contro il Brasile. Pur non avendo mai vinto la classifica dei marcatori, è il settimo realizzatore del campionato di Serie A con 205 gol. Prolifico anche in nazionale, con 27 reti in 56 partite, è quarto tra i migliori realizzatori in maglia azzurra, a pari merito con Alessandro Del Piero; inoltre, con nove gol realizzati nei Mondiali, è il miglior marcatore italiano nella competizione iridata (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri), nonché l'unico ad avere segnato in tre diverse edizioni. A livello individuale ha conseguito numerosi riconoscimenti, tra cui il FIFA World Player e il Pallone d'oro nel 1993 e l'edizione inaugurale del Golden Foot nel 2003. Occupa la 16ª posizione (primo italiano) nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata da World Soccer nel 1999, ed è stato inserito da Pelé nel FIFA 100, la lista dei 125 più grandi calciatori viventi divulgata nel 2004. Oltre a ciò, è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2011 e nella Walk of Fame dello sport italiano nel 2015. Durante la carriera ha diviso a metà la critica tra ammiratori e oppositori. Roberto Baggio Baggio con la nazionale italiana nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 16 maggio 2004 Carriera Giovanili 1974-1980 Caldogno 1980-1983 Lanerossi Vicenza Squadre di club 1982-1985 Lanerossi Vicenza 36 (13) 1985-1990 Fiorentina 94 (39) 1990-1995 Juventus 200 (115) 1995-1997 Milan 51 (12) 1997-1998 Bologna 30 (22) 1998-2000 Inter 41 (9) 2000-2004 Brescia 95 (45) Nazionale 1984 Italia U-16 4 (3) 1988-2004 Italia 56 (27) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Argento Stati Uniti 1994 Biografia Baggio nel 2013 È il sesto degli otto figli di Florindo Baggio (1931-2020) e Matilde Rizzotto; tra questi vi è Eddy (1974), anche lui ex calciatore pur senza avere raggiunto i livelli del più noto fratello maggiore, con una carriera trascorsa prettamente nelle serie minori italiane. Il padre, appassionato di calcio e di ciclismo, lo chiamò Roberto in onore di Boninsegna. Avvicinatosi al calcio fin da piccolo, il suo idolo era Zico. A due mesi dalla fine degli studi decide di andare in ritiro con il L.R. Vicenza e per questo non consegue il diploma. Dalla sua unione con Andreina, sposata nel 1989, sono nati tre figli. Dapprima cattolico, si è in seguito avvicinato al buddhismo, aderendo alla Soka Gakkai dal 1º gennaio 1988. In seguito ha aperto un centro della Soka Gakkai in un locale di sua proprietà e una sala di riunione a Thiene; nell'ottobre 2014 ha inoltre inaugurato a Corsico il più grande centro culturale buddista d'Europa. È proprietario di un'azienda agricola in Argentina e dal novembre 1991 al settembre 2012 ha gestito un negozio di articoli sportivi a Thiene, chiamato Roberto Baggio Sport, chiuso per la crisi economica. Eddy Baggio, fratello minore di Roberto, divenuto anche lui calciatore con una discreta carriera nelle serie minori. Nel dicembre 1994, con un guadagno annuo di circa 8,6 miliardi di lire (5,3 di contratto e 3,3 di entrate pubblicitarie), fu il primo calciatore a entrare tra i quaranta sportivi più pagati del mondo secondo Forbes. Nel febbraio 1997 fu convocato come testimone dalla Guardia di Finanza a seguito di una truffa internazionale ai suoi danni, e nella quale perse circa 7 miliardi, in un investimento su una miniera in Perù gestita da una banca caraibica e da promotori italiani. Ha scritto un'autobiografia, pubblicata nel 2001, col titolo Una porta nel cielo, nella quale ripercorre la carriera, il rapporto con la fede buddhista, e approfondisce i complicati rapporti avuti con alcuni allenatori (Arrigo Sacchi, Renzo Ulivieri e Marcello Lippi), spendendo parole di elogio per altri (Giovanni Trapattoni, Luigi Simoni, Luigi Maifredi, Óscar Tabárez e Carlo Mazzone). Impegno nel sociale Ambasciatore FAO, ha preso parte a numerose iniziative benefiche. Il 9 novembre 2010 gli è stato assegnato il Peace Summit Award 2010, riconoscimento assegnato annualmente da una commissione composta dai Premi Nobel per la pace alla personalità più impegnata verso i più bisognosi, per «il suo impegno forte e costante alla pace nel mondo e le relative attività internazionali». Popolarità Molto popolare sia in Italia che all'estero, Baggio è stato protagonista di diversi spot pubblicitari: si ricordano in particolare quelli del 2000 per Wind e del 2001 per Johnnie Walker, entrambi incentrati sul tiro di rigore fallito nella finale del campionato del mondo 1994. Gli sono state dedicate poesie, canzoni e opere teatrali, inoltre parte della sua vita viene raccontata nel film Il Divin Codino del 2021. È possibile trovare riferimenti alla sua figura anche in fumetti e cartoni animati; in quest'ultimo caso, è stato omaggiato in episodi di Che campioni Holly e Benji!!! e Sailor Moon. È stato inoltre oggetto di imitazioni satiriche. Controversie Il rapporto tra Baggio (a sinistra) e l'allenatore Marcello Lippi (a destra) ha avuto vari dissidi, nati alla Juventus e poi deflagrati all'Inter. Baggio ha avuto dissapori con quasi tutti i suoi allenatori. Tra i primi, quello con Sven-Göran Eriksson alla Fiorentina, perché il tecnico svedese voleva cederlo in prestito al Cesena per fargli fare esperienza, e perché voleva schierarlo ala destra, e quello con Giovanni Trapattoni, suo tecnico dapprima nella Juventus (1991-1994) e poi nell'Italia (2000-2004), il quale era solito richiamarlo a fischi quando Baggio non tornava a centrocampo e che, inoltre, aveva accusato il calciatore di «non giocare per la squadra» dopo averlo sostituito in un Inter-Juve (3-1) dell'ottobre 1992. Cesare Maldini lo mandò più volte in panchina nell'Under-21. Alla Juventus ebbe forti contrasti con la dirigenza, formata dal trio Giraudo-Moggi-Bettega, oltre che con Marcello Lippi, che lo ha allenato sia in bianconero sia successivamente all'Inter. Nell'autobiografia, Baggio accusa Lippi d'avergli chiesto di fargli i nomi dei calciatori a lui contrari. Dinanzi al rifiuto di Baggio, il tecnico aveva reagito con un atteggiamento ostile. L'allenatore rispose affermando di non avere mai chiesto aiuto a Baggio «perché è una persona di cui non ho stima e che non reputo importante dal punto di vista umano» e dando mandato ai propri avvocati di avviare un'azione legale contro il giocatore, contro le «cattiverie e falsità» raccontate e minacciando di querelarlo. Al Milan, Baggio ebbe rapporti negativi sia con Fabio Capello, di cui, in seguito al suo passaggio al Real Madrid, disse che «nello spogliatoio non lo sopportava più nessuno», e che al suo ritorno al Milan disse a Baggio che «per lui non c'era più posto», sia con Arrigo Sacchi — che lo ha allenato sia in nazionale sia al Milan —, un tempo suo amico, che l'aveva fatto giocare in azzurro quando la Juventus era intenzionata a cederlo, reo d'averlo fatto allenare solo per «farlo entrare nel suo schema tattico». Al termine del rapporto con la società rossonera, sarebbe dovuto passare al Parma, ma l'attaccante Enrico Chiesa si oppose, inoltre il giocatore non rientrava nei piani tattici del tecnico degli emiliani Carlo Ancelotti: nonostante la volontà della famiglia Tanzi, proprietaria del club, l'affare non si concluse e il caso Baggio portò al licenziamento del direttore sportivo Riccardo Sogliano. Baggio passò allora al Bologna, dove cominciò un rapporto conflittuale con l'allenatore Renzo Ulivieri, che lo pose allo stesso livello di tutti gli altri calciatori. L'apice fu raggiunto nel gennaio 1998 quando il tecnico non lo schierò titolare contro la Juventus, comunicando la decisione al giocatore il giorno prima: Baggio lasciò il ritiro e non andò in panchina. Poco prima di questo incontro Ulivieri, in seguito agli scontri con Baggio, diede per la seconda volta le dimissioni (la prima volta, nell'agosto 1997, in seguito a un'amichevole persa contro l'Inter, l'allenatore aveva rassegnato le dimissioni sempre per dissapori con il calciatore), che però, come nel primo caso, vennero rifiutate. Caratteristiche tecniche Un giovane Baggio in acrobazia al Lanerossi nella stagione 1982-1983 Riconosciuto fin da giovane come «fuoriclasse», Baggio era un fantasista in grado di ricoprire più ruoli: ha giocato prevalentemente da seconda punta o trequartista, ma è stato talvolta schierato come prima punta (nel 4-3-3), come centravanti di manovra (nel 4-4-2) o come attaccante esterno (nel 4-3-3 e nel 3-4-3). Michel Platini, di cui Baggio raccolse l'eredità alla Juventus, lo descrisse come un «nove e mezzo» poiché lo considerava a metà strada tra un attaccante e un rifinitore, caratteristica che non di rado rese difficoltosa la sua collocazione tattica. Eccelso dal punto di vista tecnico, in particolar modo nel tocco di palla e nella precisione d'esecuzione, fu paragonato in tal senso a diversi numeri dieci del passato: il giornalista Gianni Brera propose spesso il confronto con Giuseppe Meazza, mentre Giovanni Trapattoni accostò il suo stile di gioco a quello di Zico, riscontrando inoltre affinità tecniche con il sopracitato Platini e con Juan Alberto Schiaffino. Era capace di impostare la manovra di gioco e di fornire assist ai compagni grazie alla sua visione di gioco e alla sua abilità nel fraseggio. Era inoltre rapido sia nello smarcarsi che nell'esecuzione dei tiri; possedeva infatti un tiro preciso e un innato fiuto del gol, doti che gli permisero di contribuire molto anche in fase realizzativa durante la carriera, peraltro condizionata da vari e gravi infortuni. In grado di calciare con entrambi i piedi, era più incline a usare il destro, ma si avvaleva spesso del sinistro per iniziare il dribbling, di cui era uno specialista. Era un calciatore agile, elegante e veloce, dalla fantasia e dalla qualità tecnica brillante, insolita per il calcio italiano, abituato a essere più fisico, tattico e meno tecnico; lo stesso Baggio ha affermato di non avere ricevuto alcun insegnamento tattico da giovane, muovendosi in campo secondo il proprio istinto. Baggio (n. 10) alla Juventus nel 1994, esultante dopo una rete di tacco siglata all'Udinese. Abile esecutore di calci piazzati (al punto da ispirare futuri specialisti come Andrea Pirlo), in Serie A è secondo solo a Francesco Totti per numero di reti segnate su rigore (68 su 83); è invece 4º, a pari merito con Totti, per quanto riguarda i gol realizzati su punizione, con 21 centri, dietro Siniša Mihajlović (28), Pirlo (27) e Alessandro Del Piero (22). Calciatore dal carattere controverso, sul campo gli è stata contestata una scarsa attitudine alla fase difensiva e la tendenza a comportarsi più da gregario che da leader, sebbene con le maglie di Juventus e Brescia si fosse conquistato questo ruolo. Fuori dal campo è introverso e mite. Carriera Giocatore Club Lanerossi Vicenza Baggio al Lanerossi nella stagione 1984-1985 Dopo avere iniziato nella squadra del suo paese, il Caldogno, dove si fa notare, all'età di 13 anni si trasferisce al Lanerossi Vicenza, a quel tempo in Serie C1, in cambio di 500 000 lire. Si mette subito in luce nelle formazioni giovanili, segnando negli anni 110 gol in 120 presenze. A causa di alcune defezioni, è portato ad allenarsi con la prima squadra. Ritornato nelle giovanili, la squadra dei Beretti è seguita da circa 1000 spettatori durante gli incontri. Debutta quindi in prima squadra a 16 anni, il 5 giugno 1983, all'ultima giornata del campionato di Serie C1, L.R. Vicenza-Piacenza (0-1), entrando nel secondo tempo. Nella stagione seguente, il 30 novembre 1983, segna il primo gol in carriera nella partita di Coppa Italia Serie C contro il Legnano, vinta 4-1 in trasferta; il 3 giugno 1984 va a segno per la prima volta in campionato, realizzando su rigore il gol del definitivo 3-0 contro il Brescia. Nella stagione 1984-1985, inserito in prima squadra dall'allenatore Bruno Giorgi, chiude la sua esperienza vicentina con 12 reti in 29 incontri di campionato, diventando uno dei calciatori più amati dai tifosi e consentendo alla sua squadra la risalita in Serie B. In una delle ultime partite di campionato, il 5 maggio 1985 allo stadio Romeo Neri contro i padroni di casa del Rimini — guidato da Arrigo Sacchi, futuro allenatore di Baggio in nazionale e nel Milan —, subisce un grave infortunio al ginocchio destro (compromessi legamento crociato anteriore e menisco), il primo di una lunga serie, che lo costringe a un periodo di oltre un anno di assenza dai campi di gioco. I suoi muscoli vengono affidati a Carlo Vittori ed Elio Locatelli, due dottori specializzati nel potenziamento muscolare in atletica leggera. Durante questa fase di riposo forzato e quindi di incertezza sulla propria carriera di calciatore vive una profonda crisi personale e spirituale, che lo convince ad abbracciare definitivamente la fede buddhista. Fiorentina 1985-1988 Baggio al debutto in Serie A nel 1986, con la divisa della Fiorentina. Questo infortunio arriva a due giorni dalla firma del contratto con la Fiorentina, che lo ha ingaggiato per 2,7 miliardi di lire. La Fiorentina ha la possibilità di recedere dal contratto ma il presidente del club decide di tenerlo. Viene operato a Saint-Étienne, in Francia, dal professor Bousquet, che è costretto a mettere 220 punti di sutura per rimettere a posto la sua gamba. A causa del periodo di stop dopo l'operazione, perde 12 kg, arrivando a pesarne 56, e vive così isolato dal resto della squadra che si dimentica di incassare lo stipendio per cinque mesi. Ripresosi dall'infortunio, colleziona cinque presenze in Coppa Italia e disputa, nel febbraio 1986, il Torneo di Viareggio. Esordisce in Serie A il 21 settembre 1986, grazie all'allenatore Eugenio Bersellini, nella sfida casalinga di Firenze contro la Sampdoria. Il successivo 28 settembre subisce una lesione al menisco del ginocchio destro che lo costringe a una nuova operazione. Rientra in campo a fine stagione, a distanza di quasi due anni dal primo infortunio. Il suo primo gol nella massima divisione arriva su punizione il 10 maggio 1987 contro il Napoli (1-1); il pareggio finale regala la salvezza matematica alla squadra viola. A partire dalla stagione 1987-1988, di cui è la rivelazione, può finalmente essere impiegato con buona frequenza, totalizzando 34 presenze e 9 reti fra tutte le competizioni: memorabile quella messa a segno il 20 settembre 1987 contro il Milan di Sacchi, dopo avere superato in dribbling tutta la retroguardia avversaria. 1988-1990 Baggio (a sinistra) assieme a Stefano Borgonovo, con cui formò in maglia viola la coppia d'attacco B2 nella stagione 1988-1989. Nella stagione 1988-1989, con l'arrivo di Sven-Göran Eriksson, mette a segno 15 gol, andando a formare con Stefano Borgonovo un affiatato tandem d'attacco detto B2, dalle iniziali dei loro cognomi: i due realizzano 29 dei 44 gol totali messi a segno dalla formazione viola, trascinando la squadra a un settimo posto in campionato. Nello spareggio per la Coppa UEFA contro la Roma, Baggio fornisce l'assist per il gol della vittoria di Pruzzo che regala la qualificazione ai viola. Nell'annata seguente sigla 17 reti, arrivando in seconda posizione nella classifica marcatori, davanti a Diego Armando Maradona (16) e dietro al solo Marco van Basten (19). Il campionato è chiuso a metà classifica, ma i viola giungono in finale di Coppa UEFA, dove si arrendono alla Juventus: lo 0-0 nella gara di ritorno, giocata sul campo neutro di Avellino, non permette loro di ribaltare l'1-3 patito all'andata a Torino. Nel torneo continentale Baggio segna un solo gol, seppur decisivo: un rigore che consente alla Fiorentina di sconfiggere la Dinamo Kiev agli ottavi di finale (1-0). Alla fine dell'anno riceve il Trofeo Bravo, premio assegnato dalla rivista Guerin Sportivo al miglior giovane sotto i 23 anni partecipante alle coppe europee, unico riconoscimento personale vinto con la Fiorentina. La finale di ritorno di Coppa UEFA (16 maggio 1990) è l'ultima gara di Baggio con la Fiorentina: nello stesso mese il giocatore viene infatti acquistato dalla Juventus per la cifra-record, a quei tempi, di circa 25 miliardi di lire più il cartellino di Renato Buso, valutato 2 miliardi. La tifoseria viola, consapevole di perdere il proprio simbolo e perdipiù in favore del club a loro più inviso, scende in piazza protestando con violenza contro la dirigenza e il presidente Pontello; i disordini causano anche diversi feriti e arrivano fino a Coverciano, creando non pochi problemi al ritiro degli Azzurri in preparazione per il campionato del mondo 1990 e al giocatore stesso, che arriva a ricevere sputi da alcuni esagitati. L'allora procuratore Caliendo ha in seguito narrato un fatto singolare al riguardo: Baggio nell'aprile 1991, in quel momento giocatore juventino, raccoglie una sciarpa viola durante la prima sfida a Firenze contro la sua ex squadra. «Mi ricordo ancora la scena: quando Baggio passò dalla Fiorentina alla Juventus, in conferenza stampa, davanti ai giornalisti gli misero al collo la sciarpa bianconera e lui la gettò via. Fu un gesto imbarazzante. Io dissi che il ragazzo andava compreso: era come se avessero strappato un figlio alla madre. Ammetto che, quella volta, rimasi molto colpito anch'io.» (Antonio Caliendo) Il giocatore resta molto legato a Firenze e ai colori viola, avendo già mostrato nei mesi precedenti la sua volontà di non accasarsi alla società torinese, suscitando non pochi malumori tra i suoi nuovi tifosi. Su tutte, rimane celebre la sua prima sfida in maglia bianconera contro la Fiorentina a Firenze, il 6 aprile 1991, nella vittoria viola per 1-0: Baggio si rifiuta di calciare un rigore contro la sua ex squadra, motivando il gesto con il fatto che il portiere avversario, Gianmatteo Mareggini, «lo conosceva bene», e una volta sostituito, uscendo dal campo va poi a salutare i suoi ex tifosi raccogliendo una sciarpa viola che gli è stata lanciata dagli spalti, in un alternarsi di applausi e fischi. Juventus 1990-1993 Baggio nella stagione 1990-1991, la prima con la casacca della Juventus. Esordisce con la maglia della Juventus il 1º settembre 1990, in Supercoppa italiana, realizzando l'unico gol dei torinesi nella sconfitta per 5-1 contro il Napoli. Nel primo anno in bianconero, sotto la guida di Luigi Maifredi, segna 27 gol, di cui 9 in Coppa delle Coppe che gli valgono il titolo di capocannoniere dell'edizione; ne sigla uno anche nella semifinale di ritorno contro il Barcellona, ma l'1-0 non è sufficiente a ribaltare l'1-3 degli spagnoli dell'andata. A fine campionato la Juventus, nonostante il bottino di 14 reti di Baggio, rimane esclusa dalle coppe europee. L'anno successivo sulla panchina del club torna Giovanni Trapattoni. Nel settembre 1991, dopo la sfida casalinga contro il Bari, Baggio rimedia il primo dei vari infortuni che influenzeranno la sua carriera in bianconero negli anni a seguire, uno stiramento che lo tiene fuori tre settimane e dal quale recupera a fatica. Ristabilitosi, incrementa notevolmente il proprio rendimento, disputando un'ottima seconda parte di stagione e attirando paragoni sempre più frequenti con Giuseppe Meazza, mentre Trapattoni lo accosta a Zico. La squadra torinese arriva seconda in campionato dietro al Milan e raggiunge la finale di Coppa Italia; nella partita d'andata della finale poi persa contro il Parma, Baggio segna il gol della vittoria su rigore. Baggio, divenuto capitano del club bianconero, bacia la Coppa UEFA 1992-1993. Nella stagione 1992-1993 subisce la frattura della costola contro la Scozia nel novembre 1992, restando lontano dai campi per oltre un mese; durante questo periodo ha degli screzi con Trapattoni e con la dirigenza bianconera. Tra le tante marcature di Baggio in quest'annata, va ricordato il poker rifilato all'Udinese (5-1) l'8 novembre 1992, sua prima quaterna in carriera. In Coppa UEFA, in semifinale contro il Paris Saint-Germain, il fantasista realizza una doppietta nella gara di andata finita 2-1 per i bianconeri, terminando la serata come migliore in campo, e quindici giorni dopo, a Parigi, è ancora il numero dieci a siglare il successo per 0-1 che vale la finale, dove mette poi a referto un'altra doppietta nella sfida d'andata, stavolta contro il Borussia Dortmund; al ritorno la Juventus vince per 3-0 e si aggiudica il trofeo, il primo della carriera per un Baggio che, grande protagonista del trionfo continentale, alla fine dell'anno solare è insignito del Pallone d'oro e del FIFA World Player, vincendo anche l'Onze d'or. Chiude la stagione con 21 gol in campionato (secondo nella classifica marcatori alle spalle di Giuseppe Signori), 6 in Coppa UEFA, 2 in Coppa Italia e con la fascia di capitano al braccio. 1993-1995 Nel torneo 1993-1994, Trapattoni è solito schierarlo da mezzapunta, alternandolo con la giovane promessa Alessandro Del Piero, entrambi dietro a Gianluca Vialli. Nel precampionato, l'allenatore lo prova anche come trequartista arretrato dietro a Vialli e a Fabrizio Ravanelli, ma la squadra riesce a esprimersi al meglio solo quando Baggio avanza di posizione. Nel marzo 1994 è operato al menisco. A fine campionato la Juventus si piazza di nuovo al secondo posto dietro al Milan, che ottiene il terzo successo italiano consecutivo, e nel dicembre 1994 Baggio si classifica secondo nella graduatoria del Pallone d'oro, alle spalle di Hristo Stoičkov, e terzo in quella del FIFA World Player, dietro allo stesso giocatore bulgaro e al brasiliano Romário; nello stesso mese, la rivista Don Balón lo elegge «miglior giocatore della Cee». In questa stagione, Baggio sigla 17 marcature, chiudendo la graduatoria dei migliori realizzatori al terzo posto. Baggio mostra alla tifoseria juventina il Pallone d'oro 1993 Nella stagione seguente, Marcello Lippi è chiamato a sostituire Trapattoni: il nuovo tecnico predilige il 4-3-3, modulo che costringe Baggio a ripiegare su un ruolo, quello di ala, poco adatto alle sue caratteristiche, tanto che a lui sono sovente preferiti Vialli, Ravanelli e un Del Piero sempre più lanciato in squadra. Dopo l'infortunio patito a Padova il 27 novembre 1994 al ginocchio destro, nel febbraio 1995 Baggio torna ad allenarsi con la squadra, ma la società piemontese decide di farlo sottoporre a operazione, rimandando così un rientro in campo che avviene solo dopo quasi cinque mesi, l'8 marzo 1995, nella semifinale di Coppa Italia contro la Lazio in cui, peraltro, fornisce l'assist per il decisivo gol di Ravanelli. Pur essendosi ristabilito e rientrato a pieno regime nell'organico titolare, la sua prolungata lontananza dai terreni di gioco favorisce la definitiva esplosione in casa juventina del ventenne Del Piero — sul quale la dirigenza bianconera e Lippi, per ragioni anagrafiche ed economiche, scelgono di puntare —, riducendo le possibilità di un rinnovo del contratto di Baggio, in scadenza a giugno. Da qui alla fine della stagione, il fantasista segna comunque alcuni gol decisivi per la conquista del double scudetto-coppa nazionale: tra di essi anche un rigore sul campo della sua ex Fiorentina, stavolta (a differenza di quattro anni prima) calciato, realizzato e festeggiato. Da notare anche la sua prestazione nella sfida decisiva contro il Parma, giocata a Torino il 21 maggio 1995 e vinta per 4-0, che permette ai bianconeri di rivincere il titolo italiano dopo nove anni: durante la partita, Baggio fornisce tre assist. Risulta decisivo anche in Coppa UEFA, competizione in cui segna 4 gol: nella semifinale di ritorno contro il Borussia Dortmund, giocata a Dortmund, sforna l'assist per la prima rete juventina da calcio d'angolo, e segna poi il gol-vittoria su calcio di punizione, portando la squadra bianconera in finale di coppa. La squadra torinese sarà poi sconfitta per 2-1 dal Parma nella doppia finale. Da sinistra: Baggio con Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli, il tridente d'attacco della Juventus campione d'Italia 1994-1995: il club torinese tornò allo scudetto dopo nove anni, mentre il Divin Codino colse il primo tricolore della carriera. Nel giugno 1995, già in contrasto con Umberto Agnelli, Baggio non trova l'accordo con la società per il prolungamento: durante un ultimo colloquio con la dirigenza il giocatore chiede ai capi ultras bianconeri di assistere alla riunione per firmare un nuovo contratto, tuttavia il meeting fallisce non solo per questioni economiche (Baggio chiedeva 4 miliardi di ingaggio contro i 2 proposti dalla Juventus) ma anche per forti dissapori con la dirigenza. Termina la sua esperienza a Torino con 200 presenze e 115 reti, 78 delle quali nel solo campionato. Con i colori bianconeri ha conquistato uno scudetto, una Coppa Italia e una Coppa UEFA. L'ultima stagione in maglia juventina gli vale il quinto posto nella graduatoria del FIFA World Player e l'Onze d'argent alle spalle di George Weah. Milan Fra le proteste degli ultras juventini, e dopo avere rifiutato una più sostanziosa offerta dell'Inter, nel luglio 1995 Baggio si accorda con il Milan che per il suo cartellino sborsa, causa i parametri UEFA che in epoca pre-Bosman regolavano il mercato degli svincolati, un indennizzo di 18 miliardi di lire. Esordisce in rossonero il 27 agosto seguente, nella vittoria esterna sul Padova per 1-2, e segna il primo gol nel successivo impegno contro l'Udinese, realizzando il definitivo 2-1. Con la maglia del Milan vince subito lo scudetto, il secondo di fila per lui, segnando anche su rigore contro la Fiorentina nella vittoria per 3-1 che regala il titolo ai milanesi: diviene il quinto dei sei giocatori a vincere due campionati italiani consecutivi con due squadre diverse, dopo Giovanni Ferrari, Riccardo Toros, Eraldo Mancin e Alessandro Orlando, e prima del futuro compagno di squadra Andrea Pirlo. Parte titolare in quasi tutte le partite, ma è spesso sostituito dal tecnico Fabio Capello — che pure ne aveva caldeggiato l'acquisto in estate —, finendo per dare un contributo più marginale rispetto ai compagni di reparto George Weah e Dejan Savićević; ciò nonostante riesce a imporsi come migliore assist-man del campionato. Baggio (a sinistra) alla stagione d'esordio nel Milan, mentre esce dal campo di San Siro con l'interista Ince in occasione di una stracittadina. Nella stagione successiva sulla panchina del Milan arriva l'allenatore uruguaiano Óscar Tabárez. Baggio parte titolare e offre un buon rendimento nelle prime partite stagionali, esordendo anche in UEFA Champions League nella sconfitta casalinga contro il Porto dell'11 settembre 1996; il successivo 30 ottobre realizza contro l'IFK Göteborg la sua prima rete nella massima competizione europea. La crisi di risultati della squadra lo relega tuttavia in panchina, a favore di Marco Simone. A dicembre Tabárez si dimette, e al suo posto la società richiama l'ex Arrigo Sacchi, il quale, per accettare la proposta, rassegna a sua volta le dimissioni da commissario tecnico della nazionale italiana. Tra Sacchi e Baggio, non ancora ambientatosi in maglia rossonera, ci sono vecchie ruggini risalenti al campionato del mondo 1994, dopo il quale le convocazioni in nazionale del giocatore erano diminuite fino a interrompersi, facendogli saltare il successivo Europeo d'Inghilterra 1996. Al Milan il rapporto tra i due sembra inizialmente migliorare, ma si deteriora nuovamente nel febbraio 1997, allorché Baggio, stanco di essere escluso dall'undici titolare, a mezzo stampa si sfoga apertamente contro il tecnico. La situazione degenera due mesi dopo, quando, durante un Milan-Juventus perso nettamente 1-6 dai padroni di casa, Baggio non raccoglie l'invito dell'allenatore a scaldarsi per entrare in campo, a punteggio già compromesso; sarà il secondo di Sacchi, Pietro Carmignani, a far desistere il calciatore dalle sue posizioni. Nonostante le incomprensioni con l'allenatore e la concorrenza di Simone, Savićević e Jesper Blomqvist, ai quali deve spesso cedere il posto, sul finire di aprile Baggio viene inaspettatamente richiamato in nazionale dal nuovo CT Cesare Maldini, a un anno e mezzo dall'ultima convocazione ricevuta da Sacchi. A fine stagione il Milan si piazza all'undicesimo posto, fuori dalle coppe europee. Baggio supera il portiere nerazzurro Pagliuca e apre le marcature nel derby del 24 novembre 1996 (1-1). Nell'estate 1997, Baggio si presenta al raduno milanista con l'intenzione di restare, ma il rientrante Capello non mostra progetti tecnici per lui; sentitosi escluso dall'ambiente, soprattutto dall'allenatore, decide di trasferirsi, dopo 67 presenze e 19 reti in rossonero. Bologna Il 9 luglio 1997, il Parma si accorda con il Milan per l'acquisto di Baggio per 3,5 miliardi di lire, ma l'affare non va in porto poiché il giocatore non rientra nei piani tattici dell'allenatore Carlo Ancelotti, il cui 4-4-2 non prevede l'impiego di un fantasista; inoltre l'attaccante Enrico Chiesa aveva preannunciato un suo trasferimento all'estero se Baggio fosse arrivato a Parma. A distanza di anni, Ancelotti si dichiarerà pentito di avere rinunciato al talento di Baggio. Avendo bisogno di giocare con continuità per guadagnarsi un posto fra i 22 che avrebbero preso parte al campionato del mondo 1998, il 18 luglio passa allora al Bologna per 5,5 miliardi di lire, voluto dal presidente Giuseppe Gazzoni Frascara, ma non dall'allenatore Renzo Ulivieri; nel contratto è presente una clausola che permette al calciatore di lasciare la società pagando una penale di 5 miliardi di lire. Baggio (a destra) al Bologna nell'estate 1997, in posa per i fotografi insieme all'interista Ronaldo. Esordisce il 31 agosto 1997 nella sconfitta esterna con l'Atalanta (4-2), segnando su rigore il secondo gol dei felsinei. Quella nel Bologna è la stagione del record personale di marcature per Baggio, con 22 gol segnati in 30 partite: un bottino che contribuisce alla qualificazione del Bologna alla Coppa Intertoto e che vale al giocatore la convocazione per il Mondiale di Francia. Baggio viene inoltre nominato capitano della squadra, indossando la fascia per qualche incontro prima di cederla a Giancarlo Marocchi. Anche in questa stagione si verificano alcune incomprensioni con l'allenatore di turno, Ulivieri, tanto che nel gennaio 1998 Baggio lascia il ritiro della squadra quando il tecnico gli comunica che non avrebbe giocato dall'inizio nella partita con la Juventus. Schierati dalla parte del calciatore, i tifosi chiedono anche l'esonero di Ulivieri tramite una petizione su internet. Nella sua autobiografia, Baggio accusa Ulivieri di essere stato invidioso della sua fama, in quanto la stampa attribuiva le vittorie del Bologna al suo talento, mettendo in ombra il lavoro dell'allenatore. Inter Nell'estate 1998 si trasferisce per circa 3,5 miliardi di lire all'Inter, che punta con decisione alla vittoria dello scudetto dopo il secondo posto dell'anno precedente. Il giocatore si inserisce in un reparto offensivo già piuttosto nutrito e composto, tra gli altri, dal Pallone d'oro in carica Ronaldo e dagli esperti Iván Zamorano e Youri Djorkaeff. Esordisce con la nuova maglia il 12 agosto contro lo Skonto, nella gara di andata del secondo turno preliminare di Champions League, contribuendo al 4-0 finale con un gol e tre assist. Pur frenato da problemi alle ginocchia — che comportano spesso la sua esclusione dall'undici titolare, per indisponibilità o scelta tecnica —, nella prima parte di stagione Baggio offre buone prestazioni e risulta determinante per la qualificazione dell'Inter ai quarti di finale di Champions League: nella penultima gara della fase a gironi, il 25 novembre 1998, realizza una doppietta nei minuti finali della sfida contro i campioni in carica del Real Madrid, fissando il risultato sul 3-1 per l'Inter, che ipoteca il passaggio del turno. Baggio in azione all'Inter, mentre dribbla il portiere madridista Illgner e segna la personale doppietta nella vittoriosa sfida di Champions League del 25 novembre 1998 (3-1). Il prosieguo dell'annata si rivela, tuttavia, negativo. Un avvio incerto in campionato e un gioco ritenuto poco convincente causano l'esonero di Luigi Simoni, estimatore di Baggio, a pochi giorni dalla succitata vittoria sul Real Madrid; guidata, in successione, da altri tre allenatori (Mircea Lucescu, Luciano Castellini e Roy Hodgson), la squadra incappa in una lunga crisi che si ripercuote, oltre che sulla classifica, sulla serenità del gruppo, finendo per condizionare anche il rendimento di Baggio: «Se non avessimo vinto 5-4 all'Olimpico contro la Roma, saremmo andati in B. Non c'era più una squadra, men che meno uno spogliatoio», ricorderà il fantasista. Il deludente ottavo posto finale viene in parte compensato dallo status di semifinalista di Coppa Italia, grazie al quale l'Inter può contendere al Bologna un approdo in extremis alla successiva edizione della Coppa UEFA: nel doppio spareggio contro gli emiliani, però, i nerazzurri vengono sconfitti nonostante un gol di Baggio nella gara di andata, mancando dunque l'accesso alle coppe europee. Nella stagione 1999-2000, sulla panchina dell'Inter siede Marcello Lippi, e l'impiego di Baggio diminuisce ulteriormente, al punto che il giocatore polemizzerà col tecnico viareggino, smentendo pubblicamente le voci su presunti guai fisici e affermando di essere spesso tenuto fuori per scelte personali dell'allenatore. In poco meno di sei mesi diviene la sesta (e ultima) scelta nel reparto offensivo, realizzando la prima rete stagionale solo sul finire di gennaio. Prossimo alla scadenza del contratto, il giocatore contribuirà comunque alla qualificazione dell'Inter in Champions League: nell'ultima giornata di campionato va a segno su rigore nel 2-0 contro il Cagliari, una vittoria che consente all'Inter di ottenere il quarto posto a pari merito con il Parma; nel successivo spareggio contro gli emiliani, vinto 3-1, sigla due reti — peraltro di pregevole fattura — che permettono ai milanesi di accedere ai preliminari della massima competizione europea per club, un successo che segue di cinque giorni la sconfitta in finale di Coppa Italia contro la Lazio. Sveste la maglia nerazzurra dopo avere totalizzato 59 presenze e 17 reti. Brescia 2000-2002 Baggio (a destra) al Brescia nel 2000 con il presidente Luigi Corioni Svincolatosi dall'Inter, e dopo un'estate 2000 trascorsa da «disoccupato», il successivo 14 settembre si accorda con il Brescia — di cui diviene subito capitano —, con l'obiettivo dichiarato di partecipare al campionato del mondo 2002. Per contratto, se il presidente Luigi Corioni avesse esonerato l'allenatore Carlo Mazzone, Baggio sarebbe stato svincolato. Debutta con il nuovo club il 16 settembre 2000 in Coppa Italia, in occasione del pareggio casalingo (0-0) contro la Juventus. Il 24 febbraio 2001, in campionato, realizza le prime reti con il Brescia nel 2-2 esterno contro la Fiorentina. Il successivo 1º aprile, contro la Juventus, segna uno dei suoi gol più belli: Andrea Pirlo lo lancia con un preciso passaggio da centrocampo, e lui salta Edwin van der Sar con uno stop a seguire per poi insaccare a porta vuota, fissando il punteggio sul definitivo 1-1; il risultato allontanerà i torinesi dal vertice della classifica, guidata fino alla fine dalla Roma. Con 10 reti in campionato Baggio conduce la sua squadra all'8º posto — il miglior piazzamento mai ottenuto dal Brescia in Serie A — e alla qualificazione alla Coppa Intertoto, poi persa in finale contro il Paris Saint-Germain l'estate seguente, nonostante un doppio pareggio (0-0 al Parco dei Principi, 1-1 al Rigamonti), in virtù del gol siglato fuori casa dai parigini nella gara di ritorno (inutile il pari di Baggio su rigore). Inserito fra i 50 pretendenti per il Pallone d'oro 2001, giunge 25º nella classifica finale. All'inizio della stagione 2001-2002 Baggio mostra un'ottima vena realizzativa, ritrovandosi capocannoniere con 8 gol dopo 7 giornate. Tuttavia, il 21 ottobre 2001 rimedia una distorsione al ginocchio sinistro in seguito a un contrasto con Filippo Cristante nella sfida contro il Piacenza: ripresosi rapidamente, rimedia un'altra distorsione una settimana più tardi, dopo un contrasto col centrocampista del Venezia Antonio Marasco, a cui segue la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro con lesione del menisco interno rimediata durante Parma-Brescia, nella semifinale di Coppa Italia. È operato a Bologna il 4 febbraio 2002 e riesce a rientrare in campo a 81 giorni dall'infortunio grazie a un pesante lavoro di rieducazione, a tre giornate dalla fine del campionato in casa contro la Fiorentina, gara del 21 aprile nella quale segna due gol. Nell'ultima di campionato contribuisce a salvare ancora il Brescia dalla retrocessione con un gol contro il Bologna (gara finita poi 3-0). La stagione si conclude con un bottino di 11 gol segnati in 12 partite, non sufficienti a garantirgli la convocazione per il Mondiale: il commissario tecnico della nazionale Giovanni Trapattoni, infatti, non lo ritiene in forma ottimale per via del recente infortunio. 2002-2004 Il 15 dicembre 2002, Baggio segna su rigore la rete numero 300 in carriera, contribuendo alla vittoria sul Perugia per 3-1. Alla fine della stagione 2002-2003, grazie anche al contributo sottorete del Divin Codino, il Brescia si qualifica per la seconda volta nella sua storia alla Coppa Intertoto, in cui si ferma al terzo turno contro il Villarreal. Prossimo al ritiro, annunciato nel dicembre 2003, il 14 marzo 2004 segna al Parma la 200ª rete in Serie A, diventando il quinto giocatore a raggiungere tale soglia dopo Meazza, Piola, Nordahl e Altafini; il successivo 9 maggio, alla penultima giornata, realizza il suo 205º e ultimo gol in A, nella vittoria casalinga per 2-1 contro la Lazio. Infine, il 16 maggio, disputa a 37 anni l'ultima partita della sua carriera, un Milan-Brescia (4-2) valevole per il turno conclusivo della stagione 2003-2004, fornendo l'assist per il gol di Matuzalém: alla sua uscita, cinque minuti prima della fine dell'incontro, viene abbracciato da Paolo Maldini e tutto il pubblico di San Siro gli tributa una lunga standing ovation. Al termine della stagione, il Brescia ritira in suo onore la maglia numero dieci, da lui indossata per un quadriennio. Dopo avere sempre centrato la salvezza durante la permanenza di Baggio, alla fine della stagione 2004-2005, successiva al suo ritiro, il Brescia retrocederà in Serie B. Nazionale Nazionali giovanili Nel 1984 ha giocato 4 incontri segnando 3 gol con l'Italia Under-16. Conta anche una convocazione nella rappresentativa Under-21 guidata da Cesare Maldini, in occasione della vittoria contro la Svizzera del 16 ottobre 1987: la gara, valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1988 e vinta 3-0 dagli azzurrini, non lo vede però scendere in campo. Nazionale maggiore 1988-1990 Baggio e Aldo Serena (sulla sinistra) lasciano il campo del Bentegodi di Verona al termine dell'amichevole contro l'Uruguay (1-1) del 22 aprile 1989, in cui il Divin Codino trovò la sua prima rete con la nazionale maggiore. «Mi ricorda Peppìn Meazza: non credo si possa fare elogio più alto di un giovane attaccante al giorno d'oggi!» (Gianni Brera su la Repubblica del 21 settembre 1989, all'indomani dei due gol realizzati da Baggio in un'amichevole con la Bulgaria) Convocato dal commissario tecnico Azeglio Vicini, esordisce in nazionale A il 16 novembre 1988, a 21 anni, in occasione della partita amichevole contro i Paesi Bassi (1-0), organizzata in ricorrenza del 90º anniversario dell'istituzione della FIGC. In questa gara di esordio Baggio fornisce l'assist per il gol decisivo di Vialli. Segna il suo primo gol in nazionale il 22 aprile 1989, su calcio di punizione, nella partita amichevole contro l'Uruguay (1-1) disputata a Verona; nella successiva amichevole con la Bulgaria realizza la prima doppietta in maglia azzurra. Partecipa al campionato del mondo 1990, durante il quale gioca con il numero 15. Nelle prime due partite è lasciato in panchina da Vicini ma, alla sua prima presenza, contro la Cecoslovacchia, mette a segno un gol memorabile, considerato il più bello di quel Mondiale e settimo nella classifica del più grande gol nella storia della Coppa del Mondo FIFA, partendo da metà campo dopo uno scambio con Giuseppe Giannini e superando in dribbling quattro avversari. Così nelle due successive partite della fase a eliminazione diretta è schierato titolare al fianco di Salvatore Schillaci, contribuendo con giocate decisive alle reti realizzate dal compagno di reparto contro Uruguay e Irlanda (peraltro, segna egli stesso due gol, entrambi annullati). Nonostante le buone prestazioni, nella decisiva semifinale di Napoli contro l'Argentina campione in carica di Diego Armando Maradona, l'allenatore punta su un poco convincente Gianluca Vialli; Baggio entra in campo al posto di Giannini solo al 73', arrivando vicino al gol con una punizione all'incrocio dei pali, che però viene parata da Sergio Goycochea. Baggio segna il suo tiro dal dischetto nella serie di rigori che premia l'Argentina, dopo gli errori di Roberto Donadoni e Aldo Serena. Baggio, vanamente contrastato da Kadlec, sigla il definitivo 2-0 alla Cecoslovacchia nella fase a gironi del campionato del mondo 1990; la rete dell'azzurro sarà eletta quale la più bella dell'edizione nonché, nel 2002, la settima nella fin lì storia dei Mondiali. Nella finale per il terzo posto, disputata a Bari, contro l'Inghilterra, mette a segno un altro gol e lascia calciare a Schillaci il rigore del definitivo 2-1 per l'Italia, in modo da permettere al compagno di vincere la classifica dei marcatori del torneo. 1990-1994 «I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli.» (Roberto Baggio) Dopo il mancato accesso al campionato d'Europa 1992 e il conseguente esonero di Vicini, sostituito da Arrigo Sacchi, Baggio segna 5 gol nelle fasi di qualificazione al campionato del mondo 1994 (durante la quale rimedia una costola incrinata, infortunio che lo tiene lontano dal campo per un mese), risultando il miglior marcatore italiano e aiutando la squadra azzurra ad arrivare prima nel proprio girone. Frattanto, il 18 novembre 1992 scende in campo da capitano nello 0-0 contro la Scozia, unica occasione in cui ha indossato la fascia dal primo minuto. Reduce da una stagione condizionata da lievi ma fastidiosi acciacchi, nelle prime tre partite del Mondiale Baggio non offre prestazioni convincenti, anzi è ritenuto tra le grandi delusioni del torneo. Nel secondo incontro con la Norvegia, è sostituito per far posto al secondo portiere Luca Marchegiani, dopo l'espulsione di Gianluca Pagliuca. Sacchi decide di far uscire proprio lui: restano famose le immagini televisive quando il CT decide per il cambio, seguite dai gesti e dall'espressione basita di Baggio, e soprattutto dal suo labiale «ma questo è matto!». Alla fine della partita contro il Messico, rimedia un lieve infortunio che però non gli impedisce di continuare a giocare la competizione. Riferendosi al suo sguardo prima dell'incontro, il presidente Gianni Agnelli lo definisce un «coniglio bagnato», espressione che rimarrà celebre negli anni a seguire. Baggio in azione nella sfida tra Italia e Portogallo (1-0) valevole per le qualificazioni al campionato del mondo 1994. È solo agli ottavi (conquistati dagli azzurri grazie al ripescaggio) che inizia il "vero" Mondiale di Roberto Baggio, che ne è protagonista. Di fronte a una Nigeria campione d'Africa in carica e passata presto in vantaggio, l'Italia si ritrova nuovamente in inferiorità per un cartellino rosso dato a Gianfranco Zola. A due minuti dal termine, con gli azzurri vicini all'eliminazione, Baggio riceve un pallone sul limite dell'area da Roberto Mussi e lascia partire un tiro rasoterra e angolato che entra alla destra del portiere Rufai, passando fra una selva di gambe e portando l'Italia al pareggio; nel primo tempo supplementare è ancora decisivo, realizzando il rigore del 2-1 definitivo. Ai quarti, contro la Spagna, è sempre Baggio a chiudere la gara negli ultimi minuti di gioco su assist di Giuseppe Signori, segnando quasi allo scadere la rete del 2-1 finale. La semifinale con la Bulgaria vede nuovamente un 2-1 per gli azzurri, grazie a una nuova doppietta di Baggio. Baggio sale a 5 reti nel Mondiale statunitense e porta l'Italia in finale dopo dodici anni, ma nell'ultima frazione rimane vittima di uno stiramento, complici il caldo e la fatica. Nella finale al Rose Bowl di Pasadena con il Brasile, Arrigo Sacchi decide ugualmente di rischiare il suo numero dieci, che non ha recuperato a pieno dopo lo stiramento nella precedente partita. Baggio paga l'infortunio e non riesce a essere decisivo come nelle partite precedenti. Il match rimane bloccato sullo 0-0 sino alla fine dei tempi supplementari, e così sono i rigori a dare la vittoria ai sudamericani per 3-2, con l'ultimo tiro sbagliato proprio da Baggio, che manda la palla alta sopra la traversa. La maglia azzurra n. 10 autografata da Baggio Baggio viene premiato col Pallone d'argento dei Mondiali, risultando il secondo miglior giocatore del torneo dopo il brasiliano Romário, che si laureó campione del mondo. Con 5 gol, Baggio si laurea inoltre vice capocannoniere del torneo, assieme a Romário, Kennet Andersson e Jürgen Klinsmann, superato solamente da Hristo Stoičkov e Oleg Salenko. Nel 1994 Baggio si classifica secondo nella classifica del Pallone d'oro e terzo in quella del FIFA World Player, e nello stesso anno gli viene assegnato l'Onze de Bronze. 1994-1998 Terminato il Mondiale, la nazionale italiana comincia il percorso di qualificazione al campionato d'Europa 1996 con prestazioni poco convincenti, culminate in una modesta prova casalinga contro la Croazia (1-2), dopo la quale Baggio critica l'operato di Sacchi; l'Italia riesce comunque ad approdare alla fase finale del torneo senza patemi, ma Baggio, i cui rapporti col CT appaiono ormai freddi, viene impiegato solo in due occasioni e infine escluso dall'elenco dei convocati per l'Europeo, a vantaggio di Enrico Chiesa. Dopo essere rimasto fuori dal giro azzurro per quasi due anni, a fine aprile 1997 viene riconvocato dal nuovo CT Cesare Maldini per la partita casalinga contro la Polonia, valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1998; entrato dalla panchina, mette a segno il terzo gol nella vittoria italiana per 3-0. Al termine dell'ottima stagione 1997-1998, Baggio — che fino a un anno prima era considerato da Maldini la riserva di Gianfranco Zola — viene convocato per Francia 1998, battendo la concorrenza di Pierluigi Casiraghi nonché dei succitati Chiesa e Zola, tutti in lizza per l'ultimo posto disponibile nel settore offensivo. Baggio (a sinistra) a Coverciano nell'aprile 1997, di nuovo in azzurro dopo un biennio di esilio, insieme al commissario tecnico Cesare Maldini. L'opinione pubblica si divide sul dualismo tra lo stesso Baggio e Alessandro Del Piero, più adatto agli schemi del CT ma reduce da un infortunio rimediato nella finale di Champions League. Baggio parte titolare in attacco al fianco di Vieri contro il Cile nella prima partita, rivelandosi decisivo: prima fornisce l'assist per il gol di Vieri, poi si procura e segna il rigore che riporta l'Italia sul pari dopo la rimonta cilena. Nella seconda partita, vinta 3-0 contro il Camerun, Baggio gioca nuovamente dal primo minuto e sforna l'assist per il primo gol di Luigi Di Biagio con un cross in seguito a un calcio d'angolo. In questa occasione si consuma la prima «staffetta» con Del Piero, riproposta anche nella gara successiva contro l'Austria, ma a parti invertite: stavolta è Baggio a subentrare al fantasista della Juventus, andando poi a realizzare il gol del 2-0. Non impiegato nella partita degli ottavi contro la Norvegia, entra nel corso della partita con la Francia, valida per i quarti di finale, al posto di Del Piero; nei supplementari, lanciato da Demetrio Albertini, sfiora il golden goal, calciando in corsa al volo un pallone che sfila rasente il palo destro della porta di Fabien Barthez. Nell'epilogo ai calci di rigore segna il primo tiro dagli 11 metri, ma l'Italia viene eliminata dopo gli errori di Albertini e Di Biagio. Grazie ai due gol realizzati, eguaglia il record italiano di marcature nei Mondiali detenuto da Paolo Rossi a quota 9 reti (il record verrà poi raggiunto anche da Christian Vieri), e diventa l'unico giocatore italiano ad avere segnato in tre Mondiali diversi. 1998-2004 Baggio in nazionale nel 1999, al tramonto della sua esperienza azzurra. Al termine del Mondiale, disputa 3 partite sotto la guida di Dino Zoff, che tuttavia non lo include nell'elenco dei convocati per il campionato d'Europa 2000. Salta anche il successivo campionato del mondo 2002: il nuovo CT Giovanni Trapattoni, che nell'aprile 2001 si era detto favorevole a chiamare Baggio se questi fosse stato in buona forma, decide di non convocarlo perché a suo avviso non è in condizione di giocare; la mancata convocazione sarà motivo di grande amarezza per il fantasista veneto. Due anni dopo, il 28 aprile 2004, sarà lo stesso Trapattoni a convocarlo per l'ultima volta in nazionale, in occasione di una partita amichevole contro la Spagna: per il trentasettenne Baggio si tratta di una convocazione-tributo simile a quella ricevuta da Silvio Piola nel 1952; l'ultima sua presenza risaliva alla partita di qualificazione all'Europeo 2000 contro la Bielorussia del 31 marzo 1999, col CT Zoff. Nel secondo tempo, dopo l'uscita dal campo di Fabio Cannavaro, indossa la fascia da capitano e riceve una standing ovation dal pubblico di Genova quando viene sostituito negli ultimi minuti da Fabrizio Miccoli. Per via delle sue prestazioni, l'opinione pubblica e la stampa spingono per vederlo in campo in quello che avrebbe potuto essere il suo primo Europeo, quello di Portogallo 2004, e nel torneo olimpico dello stesso anno, ma quella di Genova resterà la sua ultima apparizione in azzurro. In nazionale totalizza 56 presenze e 27 reti, che lo pongono al quarto posto, insieme ad Alessandro Del Piero, tra i migliori marcatori della storia azzurra, preceduto da Gigi Riva, Piola e Giuseppe Meazza. Dirigente Su proposta del Presidente della FIGC Giancarlo Abete, d'accordo con il Presidente dell'AIAC Renzo Ulivieri, il 4 agosto 2010 viene ufficializzata la sua nomina a Presidente del Settore tecnico della Federazione. Il 5 luglio 2012 acquisisce a Coverciano il titolo di allenatore di Prima Categoria UEFA Pro e quindi il diritto di ricoprire il ruolo di tecnico in una squadra della massima serie. Il 23 gennaio 2013 lascia la carica di presidente del settore tecnico della Federcalcio: «Non ci tengo alle poltrone. Il mio programma di 900 pagine, presentato a novembre 2011, è rimasto lettera morta, e ne traggo le conseguenze». Record Con 9 gol al campionato mondiale, è il miglior realizzatore della nazionale italiana (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri). Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1994-1995 - Milan: 1995-1996 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Individuale Guerin d'oro come miglior calciatore della Serie C1: 1 - 1985 Trofeo Bravo: 1 - 1990 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1990-1991 (9 gol) Pallone d'oro: 1 - 1993 FIFA World Player: 1 - 1993 Onze d'or: 1 - 1993 World Soccer's World Player of the Year: 1 - 1993 All-Star Team dei Mondiali: 1 - Stati Uniti 1994 Pallone d'argento del campionato mondiale: 1 - Stati Uniti 1994 Onze de bronze: 1 - 1994 Onze d'argent: 1 - 1995 Guerin d'oro: 1 - 2001 Premio Scirea alla carriera: 1 - 2001 Oscar del calcio AIC: 1 - Calciatore più amato dai tifosi: 2002 Inserito nel FIFA World Cup Dream Team - 2002 Golden Foot: 1 - 2003 Inserito nella FIFA 100 - 2004 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Giocatore italiano - 2011 Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano nella categoria Leggende - 2015 Candidato al Dream Team del Pallone d'oro - 2020 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana — Roma, 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della repubblica. World Peace Award — 12 novembre 2010.
  9. Non mi meraviglia. Viviamo nell'epoca del "Voglio avere ragione io costi quel che costi".
  10. PAOLO DI CANIO Tutto cominciò con un polsino – scrive Francesca Sanipoli sul “Guerin Sportivo” del 18 luglio 1990 –. Fu dopo una partita col Cesena che Paolo Di Canio se lo strappò e lo lanciò in aria con rabbia: «Era soltanto un gesto di disappunto, non c’era polemica, non era indirizzato verso nessuno» ricorda «ma fu sufficiente per nascere un caso. Nel giro di poche ore si parlò di rimandarmi a giocare nella Primavera della Lazio, di farmi una multa di dieci milioni... È stato allora che ho capito che era venuto il momento di cambiare aria». Ventidue anni appena compiuti (è nato luglio, come Adriano Panatta e Gianluca Vialli), Paolo Di Canio si ritrova alla Juve, la stessa squadra nella quale giocheranno Baggio e Schillaci, due nomi carichi di significato. Una fortuna o una disgrazia? «Certamente una fortuna, anche se ci sarà da faticare per trovare un posto in squadra. Ma io sono uno che a tennis si sceglie sempre l’avversario più forte, altrimenti non mi diverto. E poi, con tutti i campioni che ci saranno nella mia nuova squadra, finalmente non sarò più il principale oggetto delle pressioni dei tifosi, della stampa e della società». La decisione era nell’aria da molto tempo, ma lui ha aspettato a lungo prima di comunicarla ufficialmente: «È stato un periodo durissimo. Stavano succedendo cose più grosse di me e non sapevo come gestirle. La gente voleva sapere, ed io non riuscivo a ragionare freddamente. Finalmente ho deciso di andarmene da Roma, per tanti motivi. Ho amato la Lazio, la amo e l’amerò sempre. Ma come calciatore ho anche bisogno di giocare in una squadra nella quale potenzialmente posso togliermi delle soddisfazioni. Se la Juve mi ha voluto, credo di avere dei meriti anch’io: forse non sono soltanto il ragazzino immaturo su cui gravavano, negli ultimi tempi in biancazzurro, tante pressioni e responsabilità. Se una società così seria prende un giocatore, deve aver avuto delle buone referenze. Ed io, in questo momento, ho un enorme bisogno di credibilità, di fiducia, di stimoli. Tutte cose che la Juve può darmi. Oltre, beninteso, a qualche vittoria: con Baggio, Schillaci, De Agostini, Tacconi e tutti gli altri campioni che ci sono, spero di vincere subito uno scudetto. Anche se dovrò rinunciare a essere considerato una bandiera...». Già: non molto tempo prima dell’addio aveva dichiarato che sarebbe andato via dalla Lazio soltanto se fosse stata la società a cederlo: «Dopo il famoso gesto del polsino, in effetti, lo stesso presidente Calleri mi disse che mi considerava ancora immaturo per essere la bandiera di una squadra. Ho commesso degli errori, è vero. Mi sono troppo spesso lasciato guidare dall’istinto, in mancanza dell’esperienza. Ma tutto sommato credo di aver fatto anche qualcosa di buono. Essere il primo della classe è molto gratificante, ma non è sempre facile. A volte può essere estremamente scomodo, e anche pericoloso, soprattutto per un giovane come me. E allora voglio godermi fino in fondo questa nuova sfida, una sfida importantissima, una grande fortuna che mi è capitata e che spero di non bruciare». Secondo i maligni, Di Canio – pallino di Montezemolo – avrebbe preso, oltre all’ingaggio, una sorta di «sottobanco» per dire di sì alla Juve: «È chiaro che un giocatore professionista, quando cambia squadra, cerchi di fare soprattutto un salto di qualità. Ma, come in tutti i mestieri del mondo, credo che sia importante anche ottenere dei vantaggi economici. Non nego che alla Juve vado a guadagnare di più: il mio ingaggio in bianconero sarà circa il quadruplo di quello che percepivo alla Lazio. Francamente non credo ci fosse bisogno di “sottobanco” per convincermi». Aveva detto, però, che pur di restare alla Lazio sarebbe stato disposto a guadagnare di meno rispetto alle sue potenzialità: «Quando lo dissi ero in assoluta buona fede: fu subito dopo il derby, un momento molto particolare, per me. Poi, però, ho capito che se fossi rimasto avrei rischiato di darmi la zappa sui piedi. Giocare con la maglia della Juve è la massima aspirazione per un campione, figuriamoci per un ragazzino come me. Lascio un ruolo di leader, ma ho la possibilità di guadagnarmi un posto in una delle squadre più prestigiose del mondo». E come pensa di vivere il passaggio dallo stile-Lazio allo stile-Juve? «La Lazio è una squadra giovanissima: questa presidenza esiste da quattro anni ma è soltanto al terzo di Serie A. Un paragone con la tradizione e la storia della Juve non è proponibile: sarà tutta un’altra cosa. Spero soltanto di esserne all’altezza». Con i vecchi e nuovi acquisti, la Juventus è tra le favorite del prossimo campionato: «Sono d’accordo, ma ci andrei piano: ricordo ancora quando si diceva che Sacchi non sarebbe arrivato a mangiare il panettone e poi, invece, il Milan fece un recupero strabiliante. Sulla carta la Juve è la favorita, è vero. Ma ci sono Inter, Milan, Napoli, Sampdoria che possono fare qualunque cosa. Con la Juve ho un contratto quadriennale, ma a essere sincero spero di rimanerci molto più a lungo: dopo la Lazio, per la quale ho fatto il tifo in curva, da bambino, la Juve è sempre stata la mia squadra del cuore. Le ho sempre invidiato i campioni come Platini, la classe, tutti gli scudetti che ha vinto...». Ma non c’è proprio nulla, di quella che a suo tempo ha definito «una scelta di vita», a spaventarlo? «No: sono un tipo estroverso, è difficile che possa avere problemi di inserimento, almeno per quanto riguarda l’aspetto umano. Certo, mi mancheranno le ottobrate romane, avrò nostalgia della mia famiglia e della mia ragazza, Elisabetta, che vive a Terni. Ma per fortuna esistono gli aerei...». E gli mancherà il derby, un derby vissuto anche in famiglia, con suo fratello Antonio che gioca nel Quarticciolo e tifa Roma, da sempre: «Malgrado sia passato al nemico per eccellenza, però, mio fratello è stato felicissimo per me. Per il mio compleanno mi ha regalato un cuscino con su scritto: “complimenti, ce l’hai fatta”. Sapeva quanto fosse importante, per me, una svolta del genere a questo punto della carriera». Del derby vissuto in campo ricorda quel famoso 26° del primo tempo quando, il 19 gennaio del 1989, infilò il pallone nella rete della Roma: «Vedevo realizzarsi un sogno coltivato fin da piccolissimo. Prima di quel derby, che a Roma tornava dopo tre anni di esilio laziale, mi ero chiuso in bagno a riflettere». Si era anche fatto crescere il «pizzetto», come aveva fatto Borg per cinque anni consecutivi a Wimbledon: «Dopo quel gol persi la testa dalla felicità. Avevo giurato a Rizzolo che, se avessi segnato, sarei andato sotto la curva Nord». Ma poi, in uno scarico di adrenalina, aveva cambiato direzione, precipitandosi verso quella della Roma, l’indice della mano destra puntato verso l’alto. Come Chinaglia. Come Mennea. «Gestacci? No, soltanto la gioia di un ragazzino che tocca il cielo, è proprio il caso di dirlo, con un dito. E poi, non può essere fatta di gestacci la rivincita di uno che tre anni prima aveva rischiato di perdere l’uso di un piede». Una tallonite mal curata, quand’era alla Ternana: «Quando avevo 15 anni nessuno mi prendeva sul serio. Dopo l’allenamento schizzavo subito in piazzetta, al Quarticciolo. A casa ci andavo soltanto per mangiare. Ho cominciato a capire qualcosa quando ho visto piangere mia madre, in ospedale: il problema non era tanto tornare a giocare, quanto salvare il piede. Quando sentii mamma dire sottovoce che del pallone non le importava, che la sola cosa che contasse era che non rimanessi zoppo, improvvisamente diventai grande. Quel ricordo me lo porterò sempre dentro, mi aiuterà a rimanere umile, mi darà la forza per lottare. Anche se si trattasse di combattere per ottenere un posticino in una grande squadra. Come la Juve». Racconta il giorno del raduno: «Mi sono detto che se la società bianconera continuava a seguirmi, credeva in me non solo dal punto di vista tecnico, capivano il Di Canio ragazzo più che giocatore, allora dovevo tentare. Che emozione il giorno in cui strinsi la mano dell’avvocato Agnelli! Ora so che rischio in prima persona, non sarà facile trovare un posto in una squadra di grandi campioni. Ma nell’ultimo campionato con la Lazio ho dimostrato di poter giocare non solo da tornante ma pure da seconda punta, mi sono divertito molto, segnando anche tre gol, uno proprio alla Juve. Abbandono la mia città, Roma, lascio una ragazza a Terni per vivere da solo a Torino. Mi sembra che la dica lunga sulle mie intenzioni. Vivo un momento bellissimo, vorrei giocare molto, so che naturalmente non dipenderà solo da me. Non mi sento un raccomandato di Maifredi, perché il tecnico continua a elogiarmi. Sono contento della sua stima così come di quella della società. Ho ritrovato fiducia e serenità, al punto che tornerò a Roma tranquillo. Contro i giallorossi no, non sarà derby, anzi finalmente potrò dormire la notte prima della partita e sperare di segnare un gol, un ultimo regalo alla curva biancoceleste. E contro la Lazio, beh, mi sembrerà strano non indossare quei colori, ma l’unica cosa che potrebbe farmi star male sono i fischi, non credo di essere un traditore». Ma nella rosa oltre a Paolo, ci sono Hässler, Baggio, Schillaci, tutti giocatori troppo individualisti per poter coesistere. Amano ricevere la palla al piede per poi lanciarsi in azioni personali e ci vorrebbero quattro o cinque palloni contemporaneamente per poterli accontentare tutti. Senza dimenticare che la squadra è molto sbilanciata e Tacconi è costretto a passare parecchi brutti momenti. Va da sé che la stagione non può finire bene e anche Di Canio finisce nell’occhio del ciclone. L’anno successivo, con Trapattoni, malgrado qualche iniziale mugugno, Di Canio ritrova entusiasmi e stimoli. Della curva juventina, quella dedicata al fuoriclasse del calcio e della vita Gaetano Scirea, è un beniamino. I sostenitori bianconeri si riconoscono in lui, nella sua genuinità, in quel suo essere privo di maschere e reticenze. E lui ricambia tanto affetto piroettando sul campo, con quel suo modo sudamericaneggiante di intendere e interpretare il football. «In me è cambiato tutto, sono cresciuto e ci sono riuscito, perché nessuno mi ha messo fretta. Si trattava solo di aspettare, di avere pazienza e con me ne hanno sempre avuta poca». VITTORIO OREGGIA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1992 C’è una cosa che lo fa arrabbiare: sentirsi descrivere come una testa matta. Se la prende, Paolo Di Canio, perché questa etichetta appartiene al passato e, in un certo senso, non è mai stata aderente alla realtà. In assoluto, comunque, l’ex ragazzino terribile del Quarticciolo, nemico dichiarato della Roma giallorossa, amico ritrovato della Juventus, ha cambiato pelle. Il merito è di due donne, le sue donne: la moglie Elisabetta e la piccola Ludovica. Così, stregato dal fascino delle sue signore, Paolo il caldo ha raffreddato certi entusiasmi per la vita spericolata. Ma questa metamorfosi non gli impedisce di andare al massimo: «Sono sempre me stesso. Chiedetelo a quei poveretti dei miei compagni, vittime di scherzi terribili». Sacrosanta verità. Non a caso, Di Canio ha legato subito con Vialli, l’altro mattacchione dello spogliatoio juventino. Luca crapa pelata ha fatto proseliti, tanto che anche Paoletto ha deciso di tagliarsi i capelli a zero. Uno skinhead in piena regola, ma solo nel look un po’ trasgressivo. Perché dietro la voglia di scherzare e il desiderio di sdrammatizzare ci sono consapevolezze importanti. I famosi valori, per esempio: «Strada facendo, sbagliando e correggendomi, ho imparato a prendere la vita per il verso giusto. Ho capito che la famiglia è tutto. Perché in famiglia c’è armonia e con l’armonia c’è la tranquillità. Ingredienti fondamentali per emergere». Ecco, Elisabetta e Ludovica, le sue donne. Di Canio è stato a lungo sull’orlo di una crisi di nervi. Era persino arrivato al punto di pensare al divorzio, alla rottura del rapporto con la Juve. Una storia vecchia, passata. Anzi, sorpassata: «Non diamo a una situazione delicata i contorni di un dramma. Non ero soddisfatto di star fuori, a guardare gli altri. Ma chiunque lo sarebbe stato. Trapattoni mi raccomandava di avere pazienza e non riuscivo a capirlo. Invece sbagliavo. Me ne sono reso conto dopo. Il fatto è che la mia carriera è sempre stata esagerata. A diciannove anni ero titolare della Lazio, un perenne osservato speciale. Ed io non avevo pazienza per aspettare ma neppure gli altri ne avevano per aspettare me. Quando si è giovani si sbaglia. Ed ho sbagliato. Ma mi sono ripreso». Si è ripreso la maglia titolare, soprattutto. Le ultime prestazioni della scorsa stagione e il convincente inizio di campionato hanno spinto il Trap a confermarlo sul fronte offensivo. Di Canio è rinato poco a poco, anche se nessuno gli ha regalato nulla: «Quest’estate, mentre gli altri compagni si divertivano in spiaggia, sono andato in Calabria a lavorare con il dottor Bergamo. Ogni giorno mi sottoponevo a una cura intensiva di sudore. Il potenziamento muscolare, comunque, ha dato i suoi frutti. Ho messo qualche chilo, non sono più una piuma: per buttarmi a terra ci vuole una spallata. E l’arbitro fischia il fallo. Dettagli, la cura dei dettagli. Trapattoni sembra un maniaco, ma se insiste sui dettagli una ragione deve pur esserci, no?». Non è più quello di una volta, Di Canio. Ha accantonato le inutili leziosità che tanto facevano infuriare il Trap ed ha messo la sua classe al servizio della squadra. Un’evoluzione tecnica, tattica, personale. Adesso Paolo il caldo è un freddo ragionatore: «Ho conservato qualche tocco, il gusto per il dribbling, la passione per le fughe inebrianti sulla fascia destra. Nel contempo ho capito che non bisogna esagerare. E devo confessare che Trapattoni ha svolto un ruolo fondamentale nella mia maturazione». Con la Curva Scirea ha stretto un legame basato sulla reciproca simpatia. Non c’è partita in cui la frangia più accesa dei sostenitori bianconeri non scandisca semplicemente il nome o non componga un coro in favore di Di Canio. Retaggio di una passione lontana: «Ero un ultrà della Lazio. Andavo in trasferta con poche lire in tasca e non avevo paura di nulla. Ho provato cosa significa soffrire per una sconfitta o vivere una partita in curva: ecco perché, forse, oggi i tifosi juventini mi vogliono bene. In fondo, io sono uno di loro. Un innamorato della Signora». Dicono che sia un bisbetico domato. Dice che il suo peggior difetto è l’istintività e il suo miglior pregio è la disponibilità. Dice che ha quasi pianto quando ha saputo che avrebbe giocato la prima finale di Coppa Italia con il Parma. Insomma, un ragazzo semplice a cui piacciono le cose semplici. E non dite che è una testa matta. Al massimo lo era. Comincia la terza stagione juventina con buoni propositi, nonostante gli spazi si restringano con l’arrivo di Vialli e Ravanelli. «Eravamo a Villar Perosa una domenica mattina – racconterà anni dopo – era una novità per me che ero giovane e appena arrivato alla Juventus. Una villa enorme, un posto magnifico. Ci fecero restare per più di mezzora in quel cortile e vedevo attorno a me una certa tensione anche sul volto di grandissimi campioni come Baggio. A quel punto mi preoccupai, perché volevo far bella figura davanti a un personaggio così importante. A un certo punto si sentì il rumore delle pale dell’elicottero e atterrò tra noi l’Avvocato. Parlò molto con Trapattoni ed io, che ero lì vicino, ascoltai alcune parole. “Lo farai giocare Di Canio?” chiese al Trap. Il nostro allenatore rispose negativamente “Abbiamo bisogno di più copertura a centrocampo contro i mediani dell’Udinese”. Allora l’Avvocato fece una delle sue meravigliose battute “Di Canio è come lo champagne, tutti vogliono le bollicine alla fine di un pasto”. Allora mi sentì ringalluzzito da tanta considerazione. Ma l’Avvocato andò oltre: “Quando Di Canio entra in area e c’è un difensore avversario sono contento, perché molto probabilmente per fermarlo saranno costretti a fargli un fallo da rigore”. Ero tanto sorridente in quel momento, a sentire queste parole, ma ecco che l’ultima parte del suo discorso mi distrusse: “Quando invece entra in area e non ci sono difensori avversari mi preoccupo, perché chissà dove manderà quel pallone”. Su questa battuta i compagni mi presero in giro per un anno intero. Effettivamente era il fantastico stile dell’avvocato, ironico e dissacrante. È qualcosa che mi manca tantissimo in questo calcio di oggi, qualcuno col suo acume. In mezzo ai dirigenti sciatti di oggi servirebbe così tanto uno come lui». Ma Di Canio è un personaggio irrequieto ed ha qualche incomprensione di troppo con l’allenatore di Cusano Milanino. Così, dopo aver vinto la Coppa Uefa edizione 1992-93, chiede di essere ceduto e si trasferisce a Napoli. «È da un mese che ho deciso di andar via. Io qui non ci posso più stare», afferma il giorno dell’addio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/07/paolo-di-canio.html
  11. PAOLO DI CANIO https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Di_Canio Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 09.07.1968 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1993 Esordio: 05.09.1990 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 2-0 Ultima partita: 06.06.1993 - Serie A - Juventus-Lazio 4-1 112 presenze - 7 reti 1 coppa Uefa Paolo Di Canio (Roma, 9 luglio 1968) è un commentatore televisivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Paolo Di Canio Di Canio nel 2010 ad Upton Park Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 2008 - giocatore 2013 - allenatore Carriera Giovanili 1984-1986 Lazio Squadre di club 1986-1987 → Ternana 27 (2) 1987-1990 Lazio 54 (4) 1990-1993 Juventus 112 (7) 1993-1994 → Napoli 26 (5) 1994-1996 Milan 37 (6) 1996-1997 Celtic 26 (12) 1997-1998 Sheffield Wednesday 41 (15) 1998-2003 West Ham Utd 117 (48) 2003-2004 Charlton 31 (4) 2004-2006 Lazio 50 (11) 2006-2008 Cisco Roma 46 (14) Nazionale 1988-1990 Italia U-21 9 (2) Carriera da allenatore 2011-2013 Swindon Town 2013 Sunderland Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Biografia È sposato con Elisabetta, dalla quale ha avuto due figlie, Ludovica e Lucrezia. Nel settembre del 1999 ha realizzato un cortometraggio come attore dal titolo Strade Parallele. Girato in quattro settimane, è stato realizzato dal regista Luca Borri. Ha anche recitato, in Inghilterra, per uno spot della Imperial Bathtime. Carriera Giocatore Calcio Club Gli inizi Di Canio in azione con la maglia della Lazio nel 1989, alle prese con il pisano Cuoghi. Trascorre l'infanzia nel quartiere romano del Quarticciolo e comincia a giocare a calcio nelle giovanili della Pro Tevere Roma. In questo periodo, durante una partita della piccola squadra romana, viene notato da Aldo Angelucci (il padre di un suo avversario in quella sfida), il quale scrive al Corriere Laziale affermando che lo stesso Di Canio è un vero e futuro talento per la Lazio. Viene quindi tesserato nelle giovanili della società biancoceleste, dove cresce sportivamente. Dopo una stagione in prestito alla Ternana in Serie C2, con Mario Facco come allenatore e Vincenzo D'Amico come compagno di squadra (e dove rischia anche la carriera a causa di un grave infortunio), esordisce in Serie A con la maglia della Lazio, allenata da Giuseppe Materazzi, il 9 ottobre 1988, nella trasferta sul campo del Cesena (0-0). Segna il gol decisivo nel derby contro la Roma del 15 gennaio 1989 (risultato finale 1-0), gol festeggiato correndo sfrontatamente sotto la curva giallorossa con il dito puntato (come Giorgio Chinaglia in ua stracittadina di quindici anni prima), al primo derby di Roma dopo tre anni di assenza della Lazio dalla massima serie. Juventus, Napoli e Milan Di Canio alla Juventus nella stagione 1990-1991 Nel 1990 si trasferisce alla Juventus, ceduto dall'allora presidente laziale Gianmarco Calleri, che incassa 7,5 miliardi di lire. Il successivo triennio a Torino, con Gigi Maifredi prima e Giovanni Trapattoni poi in panchina, non è positivo per Di Canio a causa dei suoi cattivi rapporti soprattutto con il Trap, tanto da arrivare a chiedere di essere ceduto almeno in prestito per un anno, dopo aver comunque vinto la Coppa UEFA 1992-1993 in maglia bianconera. Va quindi a giocare nel Napoli allenato da Marcello Lippi, dove disputerà una sola stagione caratterizzata da 5 gol, di cui uno segnato allo stadio San Paolo contro il Milan. Di Canio (a destra) al Milan nel 1994, alle prese con l'interista Orlando. Nel novembre del 1994, dopo un breve ritorno da fuorirosa alla Juventus, passa proprio al Milan per 6,38 miliardi di lire. A Milano vince il suo primo scudetto, nella stagione 1995-1996, ma un litigio con l'allenatore dei rossoneri, Fabio Capello, durante la tournée in Oriente della squadra, lo porterà a chiudere con i meneghini e ad andare in Scozia. Le esperienze britanniche Nell'estate del 1996 approda all'estero, precisamente a Glasgow, in Scozia. Qui gioca una stagione con il Celtic, dove viene votato giocatore dell'anno; i successi personali non corrispondono però con quelli della squadra, dato che le Hoops avranno risultati peggiori dell'altra squadra cittadina, i Rangers. Dopo un anno si sposta in Inghilterra, militando per un anno e mezzo nello Sheffield Wednesday, in Premier League: nel primo anno segna 12 gol, mentre nel secondo viene squalificato per undici giornate a causa di una spinta all'arbitro Paul Alcock. Nel dicembre del 1998 passa al West Ham Utd, dove in quattro anni e mezzo segna 48 gol e colleziona 118 presenze, giocando con continuità anche grazie ai due allenatori di quel periodo, Harry Redknapp e Glenn Roeder. Tra le reti segnate è degna di nota quella messa a segno contro il Wimbledon FC il 26 marzo 2000, realizzata con uno spettacolare tiro al volo. Questo gol è stato premiato dal West Ham come il gol più bello siglato ad Upton Park, casa degli Hammers fino al maggio 2016. Nel corso della stagione 1999-2000 vince con gli Hammers la Coppa Intertoto, superando in finale i francesi del Metz e portando così i londinesi in Coppa UEFA; qualche mese dopo viene nominato giocatore dell'anno della squadra in Premier League, campionato in cui realizza 17 gol, suo record personale in una stagione. Uno degli episodi più famosi della carriera di Di Canio risale al 18 dicembre 2000, durante la trasferta del West Ham Utd a Liverpool sul campo dell'Everton: il portiere dei padroni di casa, Paul Gerrard, si avventura in un'uscita al limite dell'area, ma le sue ginocchia cedono e cade su sé stesso, mentre la palla schizza verso l'ala destra, dove Trevor Sinclair mette al centro un cross per Di Canio. Pur potendo colpire il pallone prima di ogni altro giocatore, l'italiano afferra la palla con le mani, fermando il gioco. Appena la folla capisce quello che è successo, il Goodison Park prorompe in un'ovazione e in seguito, in virtù di tale gesto, Di Canio riceve il FIFA Fair Play Award, unito a lettera ufficiale di encomio firmata da Joseph Blatter. Nello stesso anno scrive e pubblica la propria autobiografia e viene inserito dai tifosi nell'undici ideale di tutti i tempi del West Ham United. Di Canio firma autografi nel 2010 ad Upton Park, stadio del West Ham United, squadra a cui è rimasto molto legato. Il giocatore romano viene lasciato libero al termine della stagione 2002-2003 in seguito alla retrocessione degli Hammers. Decide di rimanere a Londra per giocare la sua ultima stagione anglosassone nel Charlton: disputa 31 incontri in Premier e segna 4 reti. In particolare si ricorda quella siglata al Leicester City, su calcio di rigore, in occasione della quale, dopo la trasformazione dal dischetto, mostra una maglia con scritto «Onore a Fabrizio eroe vero», dedicata a Fabrizio Quattrocchi, rapito e poi ucciso in Iraq in quei giorni. Alla conclusione della stagione 2003-2004 lascia la Gran Bretagna, dove dal 1996 al 2004, tra campionato scozzese e inglese, ha collezionato 227 presenze e realizzato 90 reti, divenendo inoltre uno dei calciatori italiani più amati all'estero e venendo insignito del premio Hammer of the year nel 2000, nonché inserito nel migliore undici di tutti i tempi del club nel libro The Official West Ham United Dream Team del 2003 (risultato del sondaggio condotto tra 500 tifosi). Ritorno alla Lazio, Cisco Roma Torna alla Lazio per la stagione 2004-2005 (rinunciando a tre quarti del proprio stipendio in Premier League). Durante la prima parte dell'annata viene allenato da Domenico Caso; in questo periodo segnerà quattro reti. Caso viene poi esonerato e sostituito da Giuseppe Papadopulo, a causa della infelice posizione in classifica dei biancocelesti nonché dei suoi problemi con lo stesso Di Canio (il quale qualche anno più tardi racconterà di aver aggredito fisicamente il tecnico). Il calciatore termina il campionato con un bilancio di 23 presenze, 6 gol e una stagione che verrà ricordata, anche e soprattutto, per il gol nel derby del 6 gennaio 2005 (vinto dai laziali per 3-1), segnato sotto la curva romanista proprio come sedici anni prima. Un altro evento che caratterizzò l'annata fu la squalifica rimediata nella gara contro la Juventus, a causa del saluto romano rivolto ai tifosi della propria curva. Il 2005 vede anche l'uscita del suo secondo libro, da titolo Il ritorno - Un anno vissuto pericolosamente, nel quale racconta le emozioni del ritorno in maglia biancoceleste. Nella stagione successiva è titolare pressoché stabile nella Lazio ora guidata da Delio Rossi, che raggiunge la qualificazione alla Coppa UEFA. Di Canio lascia la società dopo l'ultimo derby romano, perso per 2-0, per attriti con l'allenatore e il presidente biancoceleste Claudio Lotito, il quale non rinnova il contratto del giocatore. Nel luglio del 2006 scende quindi in Serie C2 passando alla Cisco Roma. Il calciatore milita nel club fino al marzo del 2008 quando, a fronte di una lunga serie d'infortuni, annuncia il proprio ritiro dall'attività agonistica. L'ultima partita della sua carriera è la sfida interna contro il Benevento (persa 2-4) del 27 gennaio 2008, dove segna una doppietta, insulta l'arbitro e rimedia 4 giornate di squalifica. Durante una trasferta a Viterbo viene inoltre colpito con una bottiglia da un tifoso ospite. Nazionale Ha fatto parte della nazionale Under-21 dal 1988 al 1990 con 9 presenze e 2 gol su un totale di 11 convocazioni. Beach soccer Nel 2009 Di Canio, così come il suo ex compagno di squadra Marco Ballotta, passa al calcio a 5 su spiaggia diventando attaccante titolare della nazionale italiana. Footgolf Nel 2015 ha disputato alcuni tornei di footgolf, insieme ad altri ex calciatori professionisti, come Dino Baggio. Nel 2016 ha partecipato a tutte le tappe del Campionato Nazionale di Footgolf, risultando primo classificato nella categoria Over 45. Allenatore Swindon Town Di Canio esulta dopo la promozione in League One Il 20 maggio 2011 lo Swindon Town, dopo essere arrivato ultimo nel campionato inglese di League One ed essere conseguentemente retrocesso in League Two, lo nomina proprio allenatore. Dopo una serie di quattro sconfitte di fila, Di Canio porta i Robins a un filotto di vittorie e risultati positivi, alla finale del Johnstone's Paint Trophy e al quarto turno di FA Cup dopo aver battuto il Wigan per 2-1 (viene poi eliminato dal Chesterfield con il risultato di 2-0). Il 21 aprile 2012 il Swindon raggiunge l'aritmetica promozione in League One con due turni d'anticipo. Il 18 febbraio 2013, dopo i continui contrasti con la dirigenza del club, rassegna le dimissioni. Sunderland Il 31 marzo 2013 diviene l'allenatore del Sunderland al posto dell'esonerato Martin O'Neill. La nomina solleva alcune polemiche dopo che Di Canio è stato etichettato come «fascista» e causa le dimissioni di David Miliband, componente del consiglio di amministrazione del club. Esordisce nella sconfitta esterna per 2-1 contro il Chelsea. Nei due successivi incontri, i Black Cats ottengono due importanti vittorie per la permanenza in Premier League, nel derby contro il Newcastle Utd e nella partita contro l'Everton, e alla fine della stagione il Sunderland riesce a salvarsi. La stagione 2013-2014 non si apre nel migliore dei modi: la squadra ottiene, infatti, un solo punto nelle prime cinque partite di campionato, subendo 11 reti e segnandone 3. Il 22 settembre 2013, in seguito a questi risultati negativi, Di Canio viene sollevato dall'incarico di allenatore dei Black Cats. Dopo il ritiro Dal 2009 al 2014 ha partecipato come opinionista al programma sportivo Guida al campionato, insieme con l'ex calciatore Francesco Graziani, ed è stato ospite nelle trasmissioni sportive della piattaforma televisiva Mediaset Premium. È stato spesso commentatore sportivo per le partite di UEFA Europa League. Dalla stagione 2014-2015 è stato opinionista per Fox Sports, dove ha condotto il programma House of Football. Il 14 settembre 2016 è stato sospeso da Sky Italia perché durante una trasmissione televisiva era stato inquadrato il suo tatuaggio recante la scritta “Dux” sul braccio; il suo programma Di Canio Premier Show è tornato in onda il 15 gennaio 2017, dopo la partita Liverpool-Manchester United. Per Sky Italia è commentatore televisivo per le partite di Premier League, oltre che opinionista della trasmissione Sky Calcio Club. Ha seguito, come opinionista in studio, le partite del campionato d'Europa 2020. Controversie Fascismo e saluto romano Da quando ha ricominciato a giocare in Italia dopo le esperienze calcistiche oltremanica, Di Canio ha spesso fatto discutere di sé per l'uso del saluto romano rivolto ai tifosi laziali. Di Canio si è ripetutamente esibito in questo gesto in occasione del derby di Roma del 6 gennaio 2005, vinto dalla Lazio per 3-1. I numerosi commenti, pro e contro il giocatore, hanno generato una campagna mediatica anche all'estero, provocando l'interessamento della FIFA. In questa occasione, Di Canio ha voluto precisare di essere «un giocatore professionista», aggiungendo: «vorrei sottolineare che le mie esultanze non hanno nulla a che vedere con comportamenti politici di alcun tipo». Successivamente, non essendo stato squalificato per nessun turno in campionato, ha dato ulteriori spiegazioni sul gesto, puntualizzando che non avrebbe accettato di buon grado nessuna squalifica. Deferito alla commissione disciplinare, nel marzo del 2005 al giocatore, come alla Lazio, è stata comunque inferta una multa di 10.000 euro. Di Canio esulta in modo irriverente sotto la Curva Sud dell'Olimpico, sede della tifoseria romanista, dopo la rete segnata nel derby del 15 gennaio 1989. Il saluto romano è stato ripetuto alla fine del 2005 in altre tre occasioni, nella partita contro il Siena, poi durante la trasferta sul campo del Livorno dell'11 dicembre, al momento della sostituzione. Il 17 dicembre, sempre nel momento di uscire dal campo, in occasione della partita casalinga contro la Juventus, Di Canio ha nuovamente eseguito il saluto e per questo ha subito una giornata di squalifica e una multa di 10 000 euro, mentre un'altra ammenda di pari importo è stata inflitta alla società per responsabilità oggettiva. Questi episodi ravvicinati hanno suscitato accese polemiche anche a livello internazionale; il presidente della FIFA Joseph Blatter ha anche minacciato dure sanzioni contro il giocatore. Di Canio ha mostrato, tuttavia, di non temere le conseguenze del proprio perseverare, dichiarandosi disposto a essere messo sotto inchiesta ogni domenica per ogni saluto. Nel periodo in cui si sono succeduti questi episodi, si sono schierati dalla sua parte Silvio Berlusconi (il quale lo ha descritto come «Un ragazzo per bene, non è fascista. Lo fa solo per i tifosi, non per cattiveria. Un bravo ragazzo, ma un po' esibizionista») e Alessandra Mussolini, benché Di Canio abbia voluto prendere le distanze anche da loro, riaffermando la propria apoliticità, per lo meno in relazione al saluto romano: «il mio non è un gesto politico. Ribadisco che non voglio offendere nessuno, perché io non sono mai contro, ma a favore... Ora ci saranno altre partite, ma torneranno a strumentalizzare tutto solo quando ci sarà il ritorno di Lazio-Livorno e le elezioni saranno ancora più vicine». Il calciatore ha poi specificato cosa significhi per lui il saluto romano, ovvero non un'istigazione alla violenza, non un'apologia del fascismo, ma un semplice gesto di appartenenza che lo avvicina alla curva (e, facendo leva su queste distinzioni, ha presentato ricorso contro la decisione del giudice sportivo); tali dichiarazioni sono state poi in parte smentite, essendosi il giocatore definito «fascista sì, ma razzista no». Quando fu scelto come allenatore del Sunderland, nel marzo 2013, a seguito delle forti proteste contro la nomina di un allenatore con un'ideologia di tipo fascista, e dietro pressione del club, Di Canio ha cercato di ritrattare le proprie posizioni riguardo al fascismo dichiarando: «non supporto l'ideologia fascista, sono solo un uomo di famiglia, con valori semplici». Ciò tuttavia non ha placato le proteste, in quanto le sue dichiarazioni sono state considerate come tardive e in contrasto con sue precedenti ammissioni. Il club è stato fatto altresì oggetto di forti pressioni per licenziare l'allenatore, in considerazione del suo passato con palesi simpatie fasciste. Le proteste hanno coinvolto anche gli sponsor, che hanno minacciato il ritiro e la rescissione dei contratti di pubblicità con il club, a meno che Di Canio non fosse stato allontanato. Denunce Il 23 luglio 2009 Di Canio venne fermato a Porto Santo Stefano, mentre era in procinto di prendere un traghetto, da alcuni agenti della Guardia di Finanza per un controllo, ai quali si rifiutò di obbedire, minacciando di farli trasferire. I militari, a loro volta, lo denunciarono. Di Canio disse in seguito di aver reagito quando, alla richiesta di compiere tutti gli accertamenti in fretta, poiché avrebbe potuto perdere il traghetto, si sarebbe sentito rispondere dai finanzieri che potevano trattenerlo per quanto desiderassero. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 1995-1996 Competizioni internazionali Di Canio (in alto a destra) esulta con i compagni di squadra del Milan (in senso orario: Donadoni, Desailly, Albertini e Panucci) dopo la vittoria nella Supercoppa UEFA 1994. Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Supercoppa UEFA: 1 - Milan: 1994 Coppa Intertoto UEFA: 1 - West Ham Utd: 1999 Individuale Giocatore dell'anno della SPFA: 1 - 1997 Premio Fair play: 1 - 1999-2000 Hammer of the Year: 1 - West Ham Utd: 2000 FIFA Fair Play Award: 1 - 2001 Inserito nell'undici ideale dei tifosi del West Ham Utd nell'anno 2003 Allenatore Club Campionato inglese di quarta divisione: 1 - Swindon Town: 2011-2012 Individuale Allenatore dell'anno della Football League Two: 1 - Swindon Town: 2011-2012
  12. SERGIO GIUNTA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 29.12.1968 - Amichevole - Pro Patria-Juventus 0-3 Ultima partita: 22.05.1969 - Amichevole - Albese-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
  13. PIETRO POVERO https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Povero Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 23.06.1899 Luogo di morte: Asti Data di morte 02.08.1967 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1922 Esordio: 12.06.1921 - Amichevole - Reggiana-Juventus 2-3 Ultima partita: 14.09.1921 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-0 0 presenze - 0 reti Pietro Povero (Vercelli, 23 giugno 1899 – Asti, 2 agosto 1967) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Giocava nel ruolo di ala. Pietro Povero Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1931 Carriera Squadre di club1 1919-1920 Alessandria 3 (1) 1920-1921 FERT (Torino) ? (?) 1921-1923 Libertas Palermo 11+ (6+) 1923-1924 Astigiani ? (?) 1924-1925 SPAL 14 (1) 1925-1926 Reggiana 21 (6) 1926-1927 Modena 13 (2) 1927-1928 US Milanese 18 (0) 1928-1929 Triestina 19 (6) 1929-1930 Ambrosiana-Inter 9 (2) 1930-1931 Ascoli 11 (2)
  14. CESARE PLANETTA Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassari Data di nascita: 07.09.1948 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1972 al 1973 Esordio: 21.02.1973 - Amichevole - Spezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
  15. MASSIMO ORLANDO Veneto di San Donato di Piave, dove nasce il 26 maggio del 1971, veste la maglia bianconera in sole due occasioni: «Ho fatto la prima esperienza da calciatore nel Conegliano Veneto, campionato Interregionale. Avevo diciassette anni quando fui acquistato, insieme a tredici compagni dì squadra, dalla Reggina, che doveva rinforzare il settore giovanile. Credo di essere stato uno dei pochi di tutta quella “covata” a proseguire la carriera nel professionismo. Fu Nevio Scala a farmi esordire in Serie B nell’ottobre del 1988, nel derby con il Cosenza. Rimasi titolare fisso, sia con Scala, sia con Bolchi nel campionato successivo. I due anni trascorsi a Reggio Calabria sono stati splendidi. Nell’estate del 1989 fui ingaggiato dalla Juventus, credo per sei miliardi, una grossa cifra almeno a quei tempi per un giocatore di Serie B. Allenatore era Maifredi. Aveva tanti campioni ai suoi ordini, non poteva perdere molto tempo con un ragazzino come me. Titolare nel mio ruolo era Roberto Baggio. Morale: il mio posto era in tribuna o, se andava bene, in panchina. In campionato non fui mai impiegato e giocai soltanto due spezzoni di partita in Coppa Italia a Taranto e in Coppa Uefa contro i bulgari dello Sliven. Quando alla riapertura delle liste la Juventus decise di darmi in prestito alla Fiorentina feci salti di gioia. Qualcuno scrisse che non volevo accettare il trasferimento a Firenze perché lo consideravo un passo indietro: una balla grossa come una casa. Nella Fiorentina mi trovai subito bene, anche se qualche tifoso contestava la mia provenienza bianconera. A più di un “Viola Club” dovetti spiegare che a Torino non avevo neppure disfatto la valigia, tanta era l’ansia di andarmene. Fu proprio Baggio, di cui dovevo indossare la maglia col numero dieci, a dirmi che a Firenze sarei stato benissimo. Roberto fu un buon profeta. Il primo anno nella Fiorentina, forse, è stato il migliore della mia carriera: venticinque partite, otto goal, il posto nell’Under 21, persino l’interessamento di Sacchi nei miei confronti. Lazaroni mi lasciava libero di giocare dove e come volevo. La Fiesole era tutta con me: fu creato un Fans Club Orlando con 400 iscritti. Il futuro era colorato di rosa. Mario Cecchi Gori mi riscattò per una cifra vicina ai dieci miliardi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/02/massimo-orlando.html
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