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Socrates

Giuseppe Marotta - Dirigente

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99p8qv.jpgGIUSEPPE MAROTTA

 

 

Afbeeldingsresultaat voor giuseppe marotta juventus

 

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Marotta_(dirigente_sportivo)

 

 

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Giuseppe Marotta nel 2008

Giuseppe Marotta, detto Beppe (Varese, 25 marzo 1957), è un dirigente sportivo italiano, direttore generale e amministratore delegato della Juventus Football Club.

 

 

Biografia

Vive a Torino con la moglie e i due figli gemelli.

 

 

Carriera

Inizi

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Un giovane Beppe Marotta (a destra) DS del Varese nella stagione 1981-1982, in panchina assieme al tecnico Eugenio Fascetti.

La sua carriera inizia da giovanissimo: nel 1976, a 19 anni, è già responsabile del settore giovanile del Varese. Prosegue come direttore sportivo dei lombardi, sotto la presidenza di Guido Borghi e successivamente dell'avvocato Mario Colantuoni. Nel 1986 Marotta entra a far parte dei quadri societari del Monza, dove rimane per tre anni. Successivamente, diviene dapprima direttore generale al Como e quindi al Ravenna. Dopo la parentesi romagnola ha inizio l'esperienza con il Venezia, che dura cinque anni ed è caratterizzata dal conseguimento di una promozione in Serie A e dalla salvezza, nella stagione successiva, con l'allenatore Walter Alfredo Novellino in panchina. Dal 2000 al 2002 Marotta è direttore generale dell'Atalanta, che in entrambe le stagioni supera il record societario di punti sino ad allora conseguiti nei campionati di massima serie.

Sampdoria

Il 6 maggio 2002 va a ricoprire la carica di direttore generale nella Sampdoria. Al termine della stagione 2002-2003, dopo aver riorganizzato la società blucerchiata, Marotta conquista la promozione in Serie A, ancora con Novellino che fu già suo allenatore a Venezia. Dal febbraio del 2004 il dirigente ricopre, all'interno della Sampdoria, anche la carica di amministratore delegato. Dal 1995 al 2008 Marotta fa parte anche del consiglio direttivo dell'Associazione Italiana Direttori Sportivi, ed è uno dei più giovani amministratori di società appartenenti alla Lega Nazionale Professionisti.

In blucerchiato, il 13 agosto 2007 conclude la trattativa con il Real Madrid per l'arrivo a Genova di Antonio Cassano; il giocatore, pienamente recuperato dopo la fase madrilena, disputa poi un ottimo campionato guadagnandosi la convocazione in Nazionale. Stesso successo si rivela l'ingaggio di Giampaolo Pazzini dalla Fiorentina, che con la Sampdoria si riscatta dagli altalenanti anni in viola e conquista anche lui la maglia azzurra. L'ultima stagione di Marotta a Genova coincide coi migliori risultati dei doriani da quindici anni a quella parte, raggiungendo il quarto posto in classifica e la qualificazione ai preliminari di Champions League. Al termine dell'annata, il 17 maggio 2010 il dirigente ufficializza le sue dimissioni da direttore generale del club ligure.[1]

Juventus

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Marotta (al centro) dirigente della Juventus nel 2016, ospite insieme al collega Adriano Galliani del Milan all'Ambasciata d'Italia a Doha prima della sfida di Supercoppa italiana.

Il 1º giugno 2010 approda alla Juventus come direttore generale.[2] Il successivo 27 ottobre entra nel consiglio di amministrazione del club e viene contestualmente nominato amministratore delegato.[3] Tra le sue prime operazioni in bianconero c'è l'acquisto di Andrea Barzagli. Agli inizi degli anni 2010 è tra gli artefici del ritorno ai vertici della società di corso Gallileo Ferraris dopo l'opaco lustro post-Calciopoli; la stagione 2011-2012, in cui Marotta porta a Torino Andrea Pirlo e Arturo Vidal, si conclude con la conquista dello scudetto – chiuso da imbattuti (terza squadra a riuscirci dall'istituzione del girone unico) –, titolo che mancava nella bacheca della Juventus da nove anni.

L'annata successiva fa vestire la maglia bianconera a Paul Pogba, cui seguono nella sessione di mercato estiva del 2013 Carlos Tévez. Sotto il suo mandato, la Juventus si aggiudica il campionato italiano per sei stagioni consecutive – tra questi spiccano gli scudetti del 2011-2012, vinto da imbattuti (seconda squadra a riuscirci dall'istituzione del girone unico), e del 2013-2014, alla quota record di 102 punti –, superando dopo ottantadue anni il record della Juve del Quinquennio; nello stesso periodo il club torinese stabilisce l'ulteriore primato di tre double nazionali consecutivi, in virtù delle altrettante affermazioni in Coppa Italia. Nel frattempo, nel 2014 era stato inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Dirigente italiano. Nella sessione estiva di calciomercato 2016, tratta la cessione di Pogba al Manchester Utd per 105 milioni di euro e l'acquisizione di Gonzalo Higuaín dal Napoli per 90, che divengono le due operazioni più onerose, rispettivamente, al mondo[4] e in Italia.[5]

 

Ruoli istituzionali

Nella Lega Nazionale Professionisti (L.N.P.)

  • Membro Commissione Studi Diritti TV ed Economici (2005)
  • Membro Commissione Marketing (1998-2002)

Nell'Associazione Direttori Sportivi (A.DI.SE.)

  • Consigliere (dal 1995 ad oggi)

Nella Federazione Italiana Giuoco Calcio (F.I.G.C.)

  • Membro del Comitato d'Assistenza
  • Vice Presidente del Consiglio Direttivo del Settore Tecnico

Carriera in sintesi

  • 1978-1979: direttore settore giovanile Varese Calcio
  • 1979-1986: direttore generale Varese Calcio
  • 1987-1990: direttore generale Calcio Monza
  • 1990-1993: direttore generale Como Calcio
  • 1993-1995: direttore generale U.S. Ravenna
  • 1995-2000: direttore generale A.C Venezia
  • 2000-2002: direttore generale Atalanta B.G.
  • 2002-2004: direttore generale U.C. Sampdoria
  • 2004-2010: direttore generale e amministratore delegato U.C. Sampdoria
  • 2010-oggi: direttore generale e amministratore delegato Juventus F.C.

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MAROTTA: «CON LA JUVE VINCE IL MADE IN ITALY»

L'ad bianconero: «I soldi stranieri nel nostro calcio non danno stabilità: oggi ci sono, domani non si sa»

di LUCA PASQUARETTA (QUOTIDIANO SPORTIVO 03-08-2015)

 

Il nuovo Italo Allodi. Per tutti Beppe Marotta. Ci ha aperto le porte del suo ufficio al secondo piano di corso Galileo Ferraris e ci ha raccontato le sue verità. Lei rappresenta un dirigente anomalo nel mondo del calcio. Non urla, non ama apparire, ma fare «Il calcio è un circo, c’è spazio per tutti i generi di animali. Ci sono vari profili e prototipi di personaggi. Per aver autorevolezza non bisogna gridare, io sono un uomo di sintesi, preferisco lavorare sodo, vincere, non affermarmi come personaggio di colore, da circo».

 

Le ha mai chiesto scusa Lotito?

«No. Ma neanche m’interessa».

All’esterno la Juve è vincente ed antipatica...

«Essere antipatici è caratteristica dei vincenti, attirano invidia. Questo però non significa essere arroganti. Noi siamo ambiziosi ed orgogliosi del nostro lavoro. Sono consapevole che la Juve o la si odia o la si ama».

Cosa ha provato quando le hanno proposto di passare alla Juve?

«Ero orgoglioso. È stato il coronamento di un lungo e duro lavoro durato decenni. Sono un uomo di provincia. Che viene dalla gavetta. Alla Juve dovevo arrivare un anno prima rispetto alla primavera del 2010. Per una mia valutazione sono rimasto alla Sampd, avevo un debito di riconoscenza verso Riccardo Garrone. L’avvento di Andrea Agnelli è stato decisivo».

Insieme avete creato il modello Juve vincente

«Un modello dove la società è al centro di tutto e sopra ogni cosa. Conta la Juve, non i personalismi. Prima i grandi club badavano al risultato sportivo e poi a pianificare quello economico. Del tipo abbiamo vinto lo scudetto, ma quanto abbiam perso? Ecco l’assegno. Anteponevano il bilancio, noi cerchiamo di mixare vittorie ed equilibrio economico-finanziario-patrimoniale. Abbiamo uno stadio di proprietà, che genera ricavi e punti».

Perché la Juve è diversa?

«Guardate le proprietà delle squadre, cambiano in continuazione. Oggi ci sono, domani chissà. E così certi dirigenti badano più alla quotidianità che ad una programmazione a medio termine, preferiscono spendere soldi per i nuovi giocatori e cambiare allenatore, che pensare al futuro. Alla Juve è diverso, la famiglia Agnelli è stata l’apripista, ha dato un senso di appartenenza, di solidità e continuità dal 1923, vedono le cose con tranquillità e sicurezza. Non si improvvisa alla Juve».

Come percepisce le proprietà straniere?

«Come fenomeno negativo. Il senso di appartenenza ti aiuta molto nel raggiungimento degli obiettivi. C’è stato un cambiamento del modello calcio Italia, il mecenatismo non è più sostenibile, alcuni si affidano a personaggi stranieri che dovrebbero garantire certe cose, dovrebbero appunto. Gli stranieri arrivano e spariscono con facilità, essendo radicati a centinaia di migliaia di chilometri, chi li vedono più?».

Meglio il Made in Italy?

«È un plusvalore. La nostra proprietà è italiana, noi siamo italiani, avendo giocatori italiani, bravi e lo sottolineo tre volte, è più facile arrivare a vincere lo scudetto. Sanno quanto è importante, come si fa, quanto è importante indossare la maglia della Juve. Aiutiamo la nazionale. Bonucci è arrivato che era un ragazzino, oggi è un autorevole giocatore della Juve e della nazionale. Gli italiani sono molto più legati alla maglia degli stranieri, prendete il caso di Tevez. È impensabile che un giocatore di quella caratura ci dica voglio tornare a casa. Se lo fa Bonucci, da Torino va a Viterbo (risata, ndr)».

Qual è l’acquisto di cui va più fiero?

«Ricordo con piacere Gentile prima della Juve, arrivò al Varese come aggiunta di un’altra operazione. Torricelli era al Como con me».

La prima operazione importante?

«La cessione di Casiraghi dal Monza alla Juve, l’incontro con Boniperti, una fotografia, un ricordo che mi porterò sempre dentro».

Si sente più Boniperti o Moggi?

«Quando uno si forma come dirigente deve cogliere gli aspetti migliori dalle persone che ti circondano, ho preso qualcosa da tutti».

I giocatori da piccoli avevano un poster in camera, lei a chi si è ispirato?

«Ad Italo Allodi, la prima vera figura di manager calcistico moderno, il precursore del modello attuale. Lui diceva che nel calcio un muratore poteva diventare architetto il giorno dopo. Non è normale che uno faccia tutto. Allodi è stato un precursore della competenza, ha inventato un ruolo, come Herrera ha valorizzato quello di allenatore».

Parliamo di attualità. Quest’anno avete cambiato tanto. Quali sono i vostri competitor per lo scudetto?

«Dopo tanti anni le milanesi sono tornate ad investire, entrambe sono candidate alla vittoria, Roma, Napoli e anche questa Lazio, che non ha grande caratura, ma è sempre pericolosa».

Sarri che si ispira a Sacchi. Può dare qualcosa in più al Napoli?

«Sulla carta potrebbe apparire un controsenso, perché prima si sono affidati ad un superesperto come Benitez. Ha alzato l’asticella del rischio De Laurentiis, deciderà il campo, come al solito».

Il tormentone Pogba. Ci spieghi.

«Nel calcio moderno la decisione dei calciatori è fondamentale, Tevez docet. È scontato che noi lo vorremmo tenere fino a quando smette di giocare, non possiamo permetterci di fare pazzie in termini di stipendi, alcuni club possono garantirgli il doppio».

Capitolo trequartista, non è che ce l’avete già in casa?

«Infatti, siamo alla ricerca numericamente di un centrocampista, non di specifiche qualità, in un contesto di settore molto eclettico, che annovera Pogba, Marchisio, Khedira, Pereyra. Dybala potrebbe fare il trequartista».

Isco e Oscar?

«Sono due giocatori non stellari, ma farebbero al caso della Juve, purtroppo non sono nostri, non li prenderemo mai».

Nella sua squadra ideale prenderebbe Conte o Allegri?

«C’è un allenatore per ogni tempo, entrambi sono vincenti, ma diversi come modus operandi e caratteristiche. C’è stato un momento in cui c’era bisogno di Conte, oggi di una figura come Allegri. Entrambi ci hanno portato al successo. Quello che conta è che la società, non c’è nulla sopra, da noi funziona così».

 

La proposta Marotta «blinda» il suo massimo dirigente

«Agnelli presidente di Lega? Noi ce lo teniamo stretto...»

di LUCA PASQUARETTA (QUOTIDIANO SPORTIVO 03-08-2015)

Marotta come vedrebbe Andrea Agnelli alla presidenza di Lega o Figc?

«Molto bene. Andrea ha acquisito ulteriore esperienza in questi anni – spiega l’ad –. Questo lo porta ad essere uno dei migliori manager non solo in Italia. Però ce lo teniamo stretto alla Juve. È giusto che continui ad essere il nostro presidente, pur mettendosi a disposizione del movimento calcio italiano».

È sotto gli occhi di tutti la necessità di un manager vero...

«È innegabile. Bisogna dare un senso di centralità alla Lega».

Il vostro è un modello vincente, in Lega però siete alla minoranza?

«Vige un sistema democratico. La maggioranza vince ed è giusto che governi, ma non sempre ha ragione».

Lei si è sempre pronunciato criticamente verso la Lega e la Figc.

«Ho sempre messo la competenza al primo posto. Spesso nel calcio ci si improvvisa e lo vediamo quotidianamente, alcuni soggetti fino a ieri erano anonimi imprenditori, poi sono diventati presidenti/dirigenti di calcio. Sotto la luce dei riflettori sono capaci di dire le più grandi fesserie e stranezze. Il calcio è cambiato in questi anni, non è solo un fenomeno sociale, un gioco, ma è diventato un business milionario. Così come in ogni attività imprenditoriale anche nel nostro mondo serve la necessaria competenza».

Qualcuno diceva che dopo Calciopoli, il calcio sarebbe stato più pulito. Ed invece, gli scandali proliferano...

«Sono 36 anni che faccio questo lavoro, sono passato attraverso numerosi scandali, che si ripetono con ciclicità. Il calcio è uno specchio della nostra società, come la politica, la corruzione esiste dappertutto».

La curiosità L’attuale ad della Juve gonfiava i palloni e sistemava le maglie

A scuola con Maroni, a Varese i primi passi

di LUCA PASQUARETTA (QUOTIDIANO SPORTIVO 03-08-2015)

Marotta bambino cosa faceva?

«Era un po’ il garzone di bottega, però di una squadra di calcio. Abitavo vicinissimo allo stadio di Varese. Lì ho appreso le prime arti e imparato il senso di organizzazione».

Ci racconti

«Andavo alle elementari, uscivo da scuola e correvo allo stadio dove c’era sempre da fare: pulivo le scarpe, raccoglievo palloni, con la pioggia sgonfiavo i palloni, il giorno dopo dovevo pomparli e mettere il grasso per evitare che seccassero e si lacerassero. Era il modello organizzativo del tempo».

Ha sempre sognato di fare il dirigente?

«Era una cosa innata, alle elementari ero il capoclasse, all’oratorio organizzavo tornei e attività».

E il calciatore?

«Ho fatto tutta la trafila fino alla Primavera al Varese, ma ho capito che non sarei mai diventato un top player e invece di andare in serie C, ho colto un’occasione, al termine del liceo mi hanno offerto di entrare nel settore giovanile del Varese come dirigente».

Intanto studiava

«Ho fatto il liceo classico, è stato fondamentale nella mia formazione. L’ex ministro Maroni era mio compagno di classe, milanista (risata, ndr). Varese è stata il cuore della Lega di Bossi, quando sono andati al governo, tanti miei coetanei ed ex compagni di classe, come Bonomi, Marano, per citarne alcuni, hanno ricoperto incarichi di responsabilità».

E l’università?

«Mi ero iscritto a giurisprudenza, ma non l’ho terminata».

Perché?

«È passato un treno, l’ho preso al volo. Tutto è nato da una circostanza favorevole: il direttore del settore giovanile ebbe un incidente, mi chiesero se me la sentivo di sostituirlo. Avevo 19 anni. Qualche anno dopo, l’avvocato Colantuoni propose a me e a Fascetti di essere i responsabili del settore giovanile. A 22 anni, ero direttore sportivo». Un predestinato, come si dice.

Agnelli presidente di Lega:

per Marotta è il rilancio del calcio

di GIUSEPPE TASSI (QUOTIDIANO SPORTIVO 03-08-2015)

Andrea Agnelli presidente della Lega calcio. La proposta-provocazione arriva dall’intervista esclusiva di QS al direttore generale della Juventus Giuseppe Marotta. Un sasso lanciato nello stagno di un calcio addormentato, di un movimento che fatica ad adeguarsi ai tempi. Per guidare con mano sicura il gigantesco business del pallone servono cultura sportiva, managerialità, preparazione specifica.

Sono le doti che Marotta riconosce al suo grande capo, Andrea Agnelli. Non a caso quando il discorso scivola sulla Juve dei quattro scudetti consecutivi, per carpirne i segreti, il dg bianconero mette al primo posto la continuità aziendale, il peso della dinastia Agnelli che regna sui destini del club da quasi cento anni. Una garanzia di programmazione, ma anche uno stretto legame con il territorio, con la comunità di Torino, un made in Italy calcistico che porta frutti importanti alla Juve e al calcio azzurro.

In un mondo zeppo di dirigenti improvvisati, di presenzialisti a oltranza, di millantatori dalla parola facile, Agnelli e Marotta sono mosche bianche, suggestive eccezioni. E nell’era dei capitali stranieri, dei tycoon cinesi, americani o indonesiani il culto delle radici e la solidità economica della Juve rappresentano un’ancora di salvezza.

La proposta provocazione di Marotta si ferma qui, anche perché gli attuali equilibri della Lega mettono in netta minoranza Andrea Agnelli schiacciato dall’asse Galliani-Lotito. Eppure la rifondazione del sistema calcio, a cominciare dalla Lega, che è la centralina di comando del business, non è più rinviabile. E la suggestiva apertura di Marotta ha il senso di un’operazione culturale, di un importante salto di mentalità da recepire in fretta.

È bello che l’affondo arrivi da un uomo misurato, da un autentico appassionato di calcio, da un dirigente che ha fatto dell’equilibrio la sua cifra distintiva. Scavando nelle origini del dg juventino affiorano immagini in bianco e nero che sembrano rubate a un altro mondo: Marotta bambino, garzone e raccattapalle del Varese, che mette i palloni ad asciugare sul termosifone, il ragazzo che cresce fra stadio, casa e oratorio. Gioca a pallone ma arrivato alla squadra Primavera scopre che il suo mondo non è dentro il campo e a soli 22 anni diventa direttore sportivo, lascia il gioco e sceglie l’organizzazione che sarà il lavoro di una vita.

Per capire chi è Marotta basta ascoltarlo parlare di calcio con passione genuina mentre indica i suoi modelli, primo fra tutti quell’Italo Allodi che ha aperto in Italia la nuova era dei manager del pallone. Un dirigente completo, serio, preparato. Come Marotta che ha gli studi classici nel cassetto e una carriera universitaria (giurisprudenza) troncata da quella calcistica, troppo prepotente per essere ignorata. Ma il dg Juve non è neppure un personaggio monocorde perché nel suo orgoglio bianconero dice di aver rubato segreti tanto a Boniperti che a Moggi, senza ombre di condanna morale per Lucky Luciano.

Sa che la Juve, fidanzata d’Italia, è anche la squadra più odiata del Belpaese, per questo la vuole ricca e vincente ma non arrogante. Cannibale, affamata di successi sportivi però capace di perdere con fair play, come nella sfida stellare con il Barcellona.

La rincorsa alla Champions e ai grandi club d’Europa continua mentre cresce la concorrenza italiana. Marotta vede Milan e Inter come avversarie più pericolose, anche in virtù degli investimenti fatti sul mercato, con Roma, Lazio e Napoli subito di rincalzo. Il progetto De Laurentiis-Sarri lo trova coraggioso ma ad alto rischio per la totale inversione di tendenza rispetto all’era Benitez: da un Napoli-spettacolo a una squadra tutta corsa e collettivo.

In tema di mercato si rinnova il sodalizio con il diesse Paratici, sua creatura e la vecchia formula della Juve "vendi e vinci" di epoca moggiana si perpetua sotto altre spoglie. Dopo Tevez, Vidal e Pirlo ora c’è il rischio di perdere Pogba perché oggi la volontà di un calciatore è sempre più determinante in un affare di mercato. Come insegna il caso Tevez. Marotta garantisce a Pogba uno stipendio di 4 miliioni all’anno, ma quando i superclub europei alzeranno la posta, sarà difficile mettere la catene al francese.

In altre parole godiamoci quest’ultimo anno juventino del felino nero prima di cederlo al Barcellona o al Psg.

La storia emblematica di Pogba chiude il cerchio aperto con Agnelli. Le radici, il made in Italy, l’identificazione con il club sono patrimonio dei giocatori italiani, almeno di quelli che hanno alti valori morali e non guardano solo al dollaro.

I calciatori di oggi sono piccole aziende viventi, calamita di investimenti da milioni di euro. Difficile dare un’anima a guerrieri di ventura, a professionisti che cercano solo il miglior offerente. Ecco perché Marotta vota il modello Juve e cita ad esempio Bonucci che arrivò a Torino come un pulcino bagnato e ora è uno dei simboli della nostra nazionale.

Sono storie del calcio di oggi e di ieri, storie di uomini e di palloni. Come quelli collocati con metodo sul termosifone dello stadio di Varese da un giovane inserviente di nome Beppe Marotta.

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Edited by Ghost Dog
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