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Moratti Saras Inter Etc Etc

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Joined: 14-Jun-2008
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IL CASO

Saras, i Moratti trattano nuove alleanze

La raffineria di Sarroch - fulcro del gruppo, valore un

miliardo - potrebbe passare di mano o vedere l'ingresso di un

investitore straniero. "Contatti con gruppi industriali", tra

cui la russa Sibur. Escluso il delisting. Nella trattativa

potrebbe entrare anche la squadra dell'Inter in trattativa

di ANDREA GRECO (la Repubblica.it - ECONOMIA & Finanza 02-12-2011)

MILANO - Delisting no. Vendita forse. Alleanza con i russi probabile. Si

inizia a capire qualcosa del volo di Saras, che in Borsa ha guadagnato il 50%

in una settimana, anche se ieri dopo un +9% in partenza il prezzo è planato a

1,154 euro (-1,03%). La raffineria della famiglia Moratti potrebbe avere

presto nuovi soci o finire in mani russe. "Saras e il proprio azionista di

controllo Angelo Moratti Sapa precisano che non esiste alcuna iniziativa di

delisting da parte dell'azionista di controllo - ha scritto Saras in una nota,

emessa su richiesta della Consob dopo l'ennesima fiammata del titolo - . Il

gruppo sottolinea, inoltre, che continuano ad esservi rapporti, anche

informativi, con controparti industriali, che possono riguardare operazioni

sia commerciali che strategico-industriali".

In Borsa da qualche giorno si erano diffuse voci su un possibile delisting

del titolo, quotato nel 2006 e che ben poche soddisfazioni ha dato agli

azionisti. Ma la pista da seguire sarebbe quella delle "operazioni

strategico-industriali". Una formula burocratica, ma che secondo fonti

attendibili celerebbe un'ipotesi molto più circoscritta: un'alleanza forte di

Saras con un operatore straniero. I candidati non mancano e le voci si

rincorrono da mesi: si era parlato e scritto di Gazprom, e della compagnia

energetica statale dell'Azerbaijan, Socar. Ma il candidato più accreditato lo

avrebbe portato Marco Tronchetti Provera, ed è Sibur holding, il partner russo

di Pirelli negli pneumatici.

Da circa un mese e mezzo la trattativa con Sibur - conglomerato russo che fa

capo a Gazprombank, il braccio finanziario del colosso del gas di Mosca -

sarebbe in piedi, anche agevolata dai consulenti storici di Saras (si fanno i

nomi di Banca Leonardo e Lazard). Il negoziato sarebbe stato inizialmente

difficile, anche per la distanza tra le parti. Ma l'impennata dei volumi e dei

prezzi di Saras degli ultimi giorni fa presumere gli addetti ai lavori che

potremmo essere alla svolta (e anche di questi movimenti borsistici potrà

magari occuparsi la Consob).

Agli ultimi prezzi, la società vale quasi 1 miliardo di euro a Piazza Affari.

È noto che il business della raffinazione è in difficoltà, in Europa: i

margini sono molto compressi, specie per chi non è produttore di idrocarburi

(è il caso di Saras) e non riesce a scaricarli a monte. Inoltre, alla

sovraccapacità produttiva che da anni falcidia il settore si aggiungono le

politiche aggressive sui prezzi dei raffinatori asiatici.

In questo contesto, la voglia dei raffinatori italiani di passare la mano è

crescente. Da tre anni Erg, unica concorrente italiana di Saras, ha stretto

un'alleanza strategica con Lukoil, che ha pagato 1, 34 miliardi per il 49%

nella raffineria Isab di Priolo. Ora Sibur holding persegue una strategia

simile, più volte portata avanti dagli oligarchi russi delle materie prime e

teorizzata dal Cremlino. Si tratta di "scendere" nella filiera delle materie

prime, passando dalla mera produzione alla raffinazione e poi distribuzione,

per accrescere il valore aggiunto. La stessa strategia la sta tentando Gazprom

nel mercato del gas italiano.

Sibur è leader nel settore petrolchimico in Russia e in Europa dell'Est, e

opera in tutti i processi della catena petrolchimica, dal gas alle materie

plastiche, poi fertilizzanti, pneumatici e prodotti di gomma per l'industria.

Conta su oltre 2mila diversi marchi, nei suoi impianti lavorano oltra 50mila

persone. Storicamente era il "braccio chimico" di Gazprom, che poi la girò

alla finanziaria Gazprombank, che ne controlla il 95% del capitale.

Nelle prossime ore potrebbe esserci l'epilogo della trattativa italo-russa. E

chissà che non possano venirne sviluppi clamorosi anche sul fronte calcistico.

L'amor fou di Massimo Moratti per la società nerazzurra, si mormora dietro le

quinte, sarebbe in ritirata, la rosa dei calciatori da rifondare. Un mestiere

e una vetrina perfetti per un oligarca russo. Ci sarebbe il problema che

Gazprom era stata affacciata come potenziale compratore del Milan, ma la

perfezione non è del mondo, e anche Silvio Berlusconi, secondo la vulgata, si

fece le ossa come interista.

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Joined: 03-Sep-2006
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scava scava, secondo me viene fuori la solita storia: una bella fetta di questi soldi pubblici assegnati alla Saras, torna in qualche modo nelle tasche di chi è preposto ad assegnare tali contributi. E questo spiega anche come mai i *****atti siano intoccabili, hai visto mai che, in difficoltà, trascinassero nel fango il politici collusi...

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Joined: 14-Jun-2008
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GRANDI FAMIGLIE

MORATTI IN

VENDITA

Mezzo miliardo di perdite grazie all'Inter di Massimo e alle

iniziative tecnologiche di Gian Marco. Ecco cosa c'è dietro

l'ipotesi di cedere una quota della Saras

di LUCA PIANA (l'Espresso | 2 febbraio 2012)

imperomoratti.th.jpg

Non c'è solo la rimonta dell'Inter nel campionato di calcio. In queste

settimane una questione più delicata per gli affari di famiglia costringe i

Moratti a trattenere il fiato.

A Milano, nel grattacielo della Saras, la principale delle loro aziende,

vengono seguite passo dopo passo le conseguenze dell'embargo deciso

dall'Unione europea sulle importazioni di petrolio dall'Iran. Tra i barili di

greggio utilizzati per produrre carburante nella loro raffineria di Sarroch,

in Sardegna, quasi uno su dieci arriva dal Paese degli ayatollah. E la perdita

degli approvvigionamenti rischia di essere un duro colpo perché la Saras e

tutte le raffinerie europee già oggi soffrono terribilmente l'aumento dei

prezzi, al punto che la lobby dei petrolieri ha pubblicamente chiesto al

governo di Mario Monti lo stato di crisi.

Al di là delle pressioni sul governo, i Moratti hanno però fatto un passo che

rivela una possibile svolta nella loro storia familiare. Già dalla scorsa

primavera stanno sondando il mercato per vedere se c'è qualcuno interessato a

comprare almeno una quota dell'impianto di Sarroch, inaugurato dal capostipite

Angelo nel 1965 e da quel momento fonte di tutte le loro ricchezze.

Cedere anche la metà di un bene così cruciale in un momento tanto negativo di

mercato, sarebbe un cambiamento epocale, che mostra forse come Gian Marco e

Massimo, i due figli ai quali Angelo aveva lasciato la guida dell'azienda in

una famiglia dove le donne erano escluse dai posti di vertice, nutrano qualche

timore per il futuro industriale del loro gruppo. E magari sentano, restando

nel campo delle ipotesi, il colpo delle perdite accusate in alcuni business

personali, dall'Inter di Massimo alle iniziative tecnologiche di Gian Marco e

della moglie Letizia, ex sindaco di Milano. Perdite stimabili, negli ultimi

tre anni, in circa 500 milioni di euro.

A dire il vero, la ricerca di un alleato disposto a contribuire agli

investimenti necessari per superare il momento buio della raffinazione sembra

che si stia rivelando complicata. A quasi un anno dalle prime ammissioni del

management con gli analisti, a quanto è dato sapere non si sarebbe ancora

arrivati a un nome certo. Rispetto all'ultima dichiarazione di dicembre

("continuano i rapporti, anche informativi, con controparti industriali, che

possono riguardare operazioni sia commerciali che strategico-industriali",

aveva detto la Saras), fonti vicine alla famiglia ribadiscono a "l'Espresso"

che non ci sono novità imminenti sull'arrivo di un partner: "Ammesso che

accada, ci vorrà ancora tempo".

Per i non addetti ai lavori, immaginare i Moratti in crisi o alle prese con

la necessità di ricercare capitali esterni appare quanto meno sorprendente. Il

loro è, infatti, uno dei nomi più noti del capitalismo italiano, anche se

l'effettiva consistenza del loro patrimonio resta segreta. Gian Marco, 75 anni,

è noto in città per essere stato lo sponsor delle milionarie campagne

elettorali della moglie. Mentre Massimo, 66 anni, si calcola che in 17 anni di

Inter abbia speso per sostenere la squadra circa un miliardo (vedi articolo

nella pagina a fianco).

Nessuno mette in dubbio la solidità del patrimonio familiare. È vero che

Massimo si è fatto più attento e che nemmeno i suoi tifosi lo definirebbero

oggi "lo sceicco del pallone italiano", come disse Fedele Confalonieri, grande

amico del rivale milanista Silvio Berlusconi. Ed è anche vero che, durante le

indagini della magistratura - poi archiviate - sul collocamento in Borsa di

Saras nel 2006, un fiasco per gli investitori, spuntarono alcune mail dove un

banchiere sussurrava che "uno dei fratelli" fosse indebitato per oltre 500

milioni.

Furono però Gian Marco e Massimo, interrogati come persone informate dei

fatti, a smentire difficoltà di questo genere. E fra chi li conosce c'è chi

dice che i quasi 1.800 milioni di euro incassati sui loro conti personali con

il collocamento siano ancora tutti lì, intatti. C'è poi un ulteriore fatto che

rende lecito supporre che la famiglia possa contare su risorse più ampie delle

partecipazioni rintracciabili negli atti delle loro società e delle loro

proprietà immobiliari, disseminate dalla centralissima via Laghetto a Milano

alla zona chic di Cortina d'Ampezzo, dall'isola di Saint-Louis sulla Senna

parigina al magnifico Central Park di New York.

Nella struttura proprietaria della Saras (vedi figura in alto) sono

infatti presenti solo i figli maschi di Gian Marco e Massimo. Si dice che

Angelo Moratti fosse contrario per principio alla presenza delle figlie nei

ruoli aziendali perché temeva che si sarebbe aperta la strada a

un'incontrollabile frammentazione della proprietà. Gian Marco e Massimo,

chissà se per scelta o se per vocazione delle loro cinque figlie femmine,

quanto meno nella Saras hanno continuato a seguire le direttive paterne. E

così la nuda proprietà dell'accomandita che ne custodisce la maggioranza fa

capo da diversi anni ai quattro figli maschi (la gestione è ancora in mano ai

genitori, con Gian Marco presidente e Massimo amministratore delegato). È però

immaginabile che, nella suddivisione dei beni accumulati dal nonno e dai

genitori, anche le ragazze Moratti abbiano avuto la loro parte, senza darne

troppa pubblicità.

Perché dunque cercano un socio forte per la Saras? E perché la raffineria è

in difficoltà? Dare una risposta plausibile alla prima domanda è difficile,

perché riguarda in parte gli affari di famiglia. Affari che, a dispetto del

patrimonio finanziario che è possibile attribuire loro, se si guardano le

aziende personali negli ultimi anni non sono andati granché bene. Fornire un

dato complessivo potrebbe essere fuorviante, perché nessuno dei due rami

familiari ha una vera capogruppo che pubblichi un bilancio consolidato. A

spanne si può però dire che, sommando le perdite accumulate dal 2008 al 2010

dalla Securfin (lato Gian Marco) e dalle sue partecipate sparse fra

Lussemburgo, Stati Uniti, Olanda e Germania, nonché dall'Inter (lato Massimo)

e dalle società raccolte sotto il cappello della Cmc, il rosso complessivo

sfiora il mezzo miliardo di euro. E se è vero che la passione ultrà del patron

nerazzurro è certamente dispendiosa, i dati sembrano smentire la vulgata che

attribuisce a Gian Marco un bernoccolo degli affari più aguzzo: la controllata

tedesca Syntek Capital, nata per investire nelle nuove tecnologie, ha perso

negli ultimi anni 202 milioni, ai quali vanno aggiunti quelli riferibili alla

controllante olandese Golden.e, ora annunciata come prossima alla chiusura.

La Saras, dunque. In questi anni di tensione sul prezzo del petrolio ma anche

di crisi economica in Europa, i raffinatori stanno vivendo un momento buio.

Semplificando al massimo, si può dire che comprano il greggio a caro prezzo

dai Paesi produttori ma vendono i carburanti a fatica in casa, dove i consumi

sono diminuiti. Una volta la benzina prodotta a Sarroch trovava la via degli

Stati Uniti. Ora invece sono le raffinerie americane che possono vendere in

Europa i loro carburanti, perché per la prima volta il mercato Usa non assorbe

tutta la produzione. E pure i cinesi stanno mietendo successi, con grandi

recriminazioni da parte degli operatori europei che li accusano di godere di

normative ambientali meno severe.

Se il presente è duro, il futuro rischia di non essere migliore. Dice Davide

Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: "Nemmeno quest'anno lo scenario è

destinato a cambiare. Negli Stati Uniti e in Europa i consumi di benzina e

gasolio sono previsti in calo e in Italia, se la recessione sarà dell'entità

che si teme, andrà anche peggio che altrove. Per i raffinatori si tratta di un

contesto molto complicato: anche gli impianti particolarmente sofisticati come

quello di Sarroch non riescono a ottenere margini sufficienti per coprire il

costo del greggio e gli oneri per lavorarlo".

La cose si vanno complicando, fra l'altro, per alcune raffinerie italiane che

hanno impianti fatti per lavorare i greggi dell'Iran, ora sotto embargo. Ma

non tutti i mali vengono per nuocere: la Saras, non sapendo dove mandare la

benzina, è l'origine di gran parte dei volumi che attualmente vanno alle

cosiddette "pompe bianche", quelle al di fuori dei circuiti delle grandi

compagnie che le ultime liberalizzazioni vorrebbero più diffuse.

In tutta Europa, però, diverse raffinerie stanno chiudendo, mentre i

produttori dell'Est hanno messo nel mirino gli impianti migliori. Spiega

Tabarelli: "I russi sono interessati a comprare e hanno potenzialità enormi:

basti pensare che, per loro, il costo di estrazione del petrolio è di 3-4

dollari al barile, rispetto ai 105 dollari a cui vendono attualmente quello di

qualità Ural. Il problema è che sanno quanto sia difficile la situazione delle

raffinerie europee. E aspettano il momento giusto per comprare". Un'attesa

opportunistica che, però, potrebbe indurre i Moratti a resistere fino a quando

il peggio sarà passato.

I più svelti a vendere, in Italia, sono stati i Garrone, che nel 2008 hanno

ceduto il controllo dell'impianto siciliano di Priolo alla russa Lukoil, che

aveva interpellato pure la Saras. In tempi più recenti, invece, contatti ci

sono stati certamente con il colosso moscovita Gazprom, ma sono circolati

anche i nomi della kazaka KazMunaiGaz e dell'azera Socar. In teoria, per

sfruttare il boom dei consumi di carburante previsto nei prossimi anni non

solo in Russia ma anche in Asia, America Latina e Medio Oriente, la crisi

potrebbe offrire un'occasione d'oro agli imprenditori che avessero le risorse

e la capacità di compiere il salto di qualità. I Moratti, forse, i quattrini

per provarci li avrebbero anche. Ma trovare il coraggio di farlo davvero è

un'altra cosa.

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Ritratto di "Massimo Moratti - Le perdite dell’Inter ripianate dal petrolio"

dal libro di Gianfrancesco Turano Fuori gioco che merita...

La dinastia dell’oro nero

Angelo Moratti, il capostipite della più nota dinastia di petrolieri italiani,

compra l’Inter nel 1955, inaugurando una stagione di gloria sotto la guida

dell’allenatore Helenio Herrera. L’acquisto della squadra è il coronamento di

un’ascesa imprenditoriale nel settore dei combustibili. Oltre mezzo secolo

dopo la ricchezza dei figli Massimo e Gianmarco proviene dal petrolio

raffinato alla Saras di Sarroch, nel sud della Sardegna. I due fratelli

producono anche energia elettrica con la Sarlux e hanno avviato l’espansione

nelle energie rinnovabili con il parco eolico di Ulassai, sempre sotto il

controllo del gruppo con base a Sarroch e coordinamento a Milano.

Ma il business principale è l’oro nero. Ogni anno la Saras lavora 15 milioni

di tonnellate di greggio, il 15 per cento dell’intera capacità nazionale. Ogni

giorno alla Saras 300.000 barili in arrivo dai principali paesi produttori

diventano benzina, gasolio e gpl da vendere sul mercato italiano ed europeo. A

volte tornano da dove sono venuti, per esempio in Libia, uno dei migliori

fornitori-clienti dell’impianto di Sarroch. Il documento di bilancio della

Saras del 2010 commenta così la crisi del regime del colonnello Muhammar

Gheddafi: «Il gruppo Saras, che intrattiene importanti rapporti commerciali

con la Libia da molti anni, è in primo luogo preoccupato per la sorte delle

popolazioni locali, che stanno vivendo momenti difficilissimi. A loro va il

nostro pensiero e l’augurio che la situazione si normalizzi presto».

Anche perché, si legge qualche riga più sopra, «i recenti tragici avvenimenti

in Libia hanno temporaneamente alterato lo scenario di fondo; la brusca salita

delle quotazioni del grezzo, non completamente seguita dal corso dei prodotti

raffinati, ha nell’immediato compresso i margini a livello globale».

L’anormalità della guerra civile in Tripolitania e Cirenaica si fa sentire

non solo sulla sorte delle popolazioni locali, ma anche sui conti della Saras.

Infatti «l’acutizzarsi della crisi libica rende impraticabile

l’approvvigionamento di certi grezzi con particolari caratteristiche, che la

raffineria di Sarroch ha tradizionalmente utilizzato».

La speranza dei Moratti è che la caduta del regime di Gheddafi e la morte del

Colonnello consentano la ripresa regolare delle attività di estrazione e

raffinazione, perché la Saras, in fondo, è come l’Inter. Entrambe dipendono da

prodotti stranieri, siano petrolio o calciatori. Entrambe subiscono

concorrenze sleali. Nel calcio ci sono gli sceicchi della Premier League che

spendono e spandono o i club spagnoli avvantaggiati dal regime fiscale. Il

mondo della raffinazione, che segue un sistema di prezzi differente da quello

del greggio, è stato investito a partire dalla seconda metà del 2009

dall’entrata in funzione di nuove raffinerie in Cina, in India e in altri

paesi dell’Asia. «In questi paesi le raffinerie beneficiano di sussidi statali

e regimi fiscali agevolati. Al contrario, i raffinatori europei si trovano

sottoposti sempre di più a una moltitudine di vincoli tesi a limitare

l’impatto ambientale.»

Nonostante la moltitudine di vincoli, nel 2007 uno studio dell’ente di

monitoraggio europeo Eper ha messo la raffineria di Sarroch al terzo posto in

Italia nella classifica delle emissioni di anidride carbonica: 6,22 milioni di

tonnellate contro i 15,8 milioni dell’Enel di Brindisi, campione nazionale di

inquinamento, e i 9,56 milioni dell’Ilva di Taranto (gruppo Riva).

L’erosione dei margini di profitto, insomma, non sembra provocata dagli

sforzi ambientalistici. In ogni caso, non è più la Saras di una volta. I

200-300 milioni di utili netti all’anno sono scesi a 60-70 milioni nel

2008-2009. Il 2010 si è chiuso in perdita per quasi 10 milioni di euro e il

primo semestre 2011 è negativo per 45 milioni di euro. All’Inter si

brinderebbe per un rosso così limitato. Ma fra incidenti sul lavoro e margini

di raffinazione sempre più sottili, a Sarroch tira un’aria pesante, tanto che

si parla di cedere quote della Saras a gruppi russi.

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La prima Grande Inter

Moratti senior è all’origine di una dinastia imprenditoriale che, come gli

Agnelli, ha saputo adattarsi alle varie fasi politiche dell’Italia. Figlio del

farmacista di piazza Fontana, a due passi dal Duomo di Milano, fa fortuna a

Roma e nel Centro Italia poco più che ventenne, in piena era fascista. Inizia

dal trasporto petrolifero nel 1932 e nel 1939 apre una miniera di lignite

nella valle del Nestore, nei pressi del lago Trasimeno. Il materiale estratto

serve ad alimentare la centrale dell’Enel vicina. Oggi è possibile visitare

l’area di archeologia industriale dov’è nata la ricchezza di Angelo Moratti. I

suoi discendenti hanno il diritto di aggiungere al cognome di famiglia anche

l’origine geografica del loro capitale: Moratti di Valle Nestore.

Nel dopoguerra la lignite viene gradualmente abbandonata. Il materiale è

altamente tossico, come mostra la tragedia di Balvano (1944), quando le

esalazioni di una locomotiva alimentata a lignite uccisero oltre 500

passeggeri saliti a bordo di un treno merci.

Il petrolio è decisamente più redditizio, più sicuro e più abbondante grazie

al boom della produzione in Africa e nei paesi del Golfo Persico. Tra il 1946

e il 1948 Moratti realizza la sua prima raffineria ad Agusta, in Sicilia,

grazie all’appoggio finanziario di Giorgio Enrico Falck, re dell’acciaio e

senatore su nomina di Mussolini. Nel settore petrolifero Moratti senior ha una

carta in più da giocare: è l’amicizia risalente al Ventennio con Enrico Mattei,

fondatore dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni). Mattei, uno dei protagonisti

del boom economico del dopoguerra e gran finanziatore di partiti, muore

nell’incidente aereo di Bascapè il 27 ottobre del 1962.

Proprio nel 1962, sette anni dopo aver comprato l’Inter, Angelo costituisce

la Saras e avvia la costruzione dell’impianto di Sarroch, in una landa

desolata a sudovest di Cagliari. Tre anni dopo la raffineria entra in

produzione.

Nel 1965 Massimo Moratti ha vent’anni. È nato il 16 maggio 1945, tre

settimane dopo la Liberazione, a Bosco Chiesanuova, un paese a nord di Verona

dove la famiglia è sfollata per sfuggire alla guerra. Ha un fratello maggiore,

Gianmarco, nato nel 1936, tre sorelle, Adriana, Gioia e Maria Rosa detta

«Bedy», e un fratello adottivo, Natalino Curzola Moratti.

Ovviamente sono tutti tifosi dell’Inter. Massimo più degli altri. I primi

tempi della gestione paterna sono una sofferenza. La squadra di famiglia

stenta a trovare i risultati fino al 1963 quando, a otto anni di distanza

dall’acquisto, l’Inter vince lo scudetto. La gioia è guastata dalla vittoria

del Milan in Coppa dei campioni quello stesso anno, il primo successo di una

squadra italiana nel torneo continentale più importante. Ma il riscatto arriva

l’anno successivo.

Il 27 maggio 1964 l’Inter di Corso, Jair, Mazzola, Suárez, Facchetti e

«mister» Helenio Herrera vince la sua prima Coppa dei campioni battendo il

Real Madrid di Puskás e Di Stefano, il club che ha dominato i primi anni della

Coppa. L’anno successivo arriva il bis contro il Benfica di Eusebio.

Dalla prima Inter morattiana alla seconda passa oltre un quarto di secolo. Di

nuovo, gli inizi sono di scarsa soddisfazione e ci vorranno più di dieci anni

prima di ottenere risultati importanti. Se Massimo Moratti ha faticato più del

padre prima di trovare la strada verso la gloria sportiva, è colpa in gran

parte della suggestione ancora viva della Grande Inter. A lungo il club

nerazzurro è stato una sorta di casa di riposo per vecchie glorie, calciatori

eccezionali negli anni Sessanta ma amministratori mediocri. Lentamente,

insuccesso dopo insuccesso, le cose sono cambiate. Sono arrivate le vittorie e

oggi la governance dell’Inter si presenta simile a quella di una banca

internazionale. Ma la parola finale su ogni decisione, dall’ingaggio di un

Primavera all’arredo della sala stampa di Appiano Gentile, spetta al

presidente. I dirigenti, come i familiari, hanno soltanto potere consultivo.

Nella seconda generazione dei Moratti, soltanto Natalino e Bedy hanno un

ruolo nell’organigramma del club. Natalino è consigliere di amministrazione,

Bedy è presidente onorario del centro coordinamento Inter Club.

Gianmarco, che condivide con Massimo e con i rispettivi figli maschi il

controllo della Saras, non ha mai ricoperto incarichi diretti nella società

nerazzurra. Né la Saras ha avuto mai formalmente a che fare con il club.

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Le dispari opportunità dei rampolli

In Italia, quando si parla di casta, si pensa a un insieme di persone che trae

sostentamento e privilegi illegittimi da una nomina politica. La casta di

onorevoli, assessori e amministratori di comunità montane in riva al mare è

soltanto una delle tante. Non quella di vertice. I bramini in versione

mediterranea sono altrove. Si eleggono fra loro, si riconoscono per diritto di

nascita e cooptano nuovi membri molto di rado, in genere per eccezionali

meriti finanziari. Fermo restando che il trasversalismo fra loro è d’obbligo,

a volte sono pure di sinistra, socialmente coscienti, beneficenti ed

ecosostenibili.

Con Berlusconi, il dominatore della politica italiana dal 1994 al 2011, hanno

avuto rapporti altalenanti. Il perfetto bramino deve sempre essere

filogovernativo, ma con il Cavaliere non è facile. Lui ha scavalcato i confini

della casta di provenienza e, secondo uno schema storico fra i più antichi, ha

trovato sostegno diretto nel popolo. Ha dunque tradito l’oligarchia, i suoi

simili. Ci sarebbero gli estremi per una congiura di palazzo. Se no, si fa

all’italiana. Si litiga, poi ci si accorda. Fino alla lite e all’accordo

successivi. L’importante è mantenere quel minimo di coesione che eviti il

tracollo della struttura di potere.

La famiglia Moratti trova la sua collocazione sociologica sotto la categoria,

abbastanza vaga, della «buona borghesia milanese». Con questa definizione si

indica un ambiente ristretto ed esclusivo che ha le caratteristiche

dell’oligarchia. Solo che il termine oggi fa pensare a limousine stretch

popolate da escort e mafiosi russi armati fino ai denti. La buona borghesia

milanese, invece, ricorda il panettone. Un po’ pesante ma stabile, nutriente e

bipartisan.

Il presidente dell’Inter è sposato con Emilia Bossi detta «Milly»,

sostenitrice di Giuliano Pisapia alle elezioni comunali di Milano del 2011

contro la cognata Letizia Brichetto Moratti, moglie di Gianmarco, che è stata

presidente della Rai e ministro dell’Istruzione per nomina berlusconiana. Il

duello elettorale è stato vinto dall’ala sinistrorsa della famiglia. È un po’

l’idea del derby trasferita in politica. Tutto con grande fair play, però. Al

massimo c’è stato qualche battibecco fra cognate. I fratelli sono rimasti al

di sopra delle parti. Anche Pisapia, alla fin fine, è interista e suo padre

Giandomenico è stato l’avvocato di Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità

di San Patrignano che Gianmarco e Letizia Moratti finanziano generosamente.

Proprio Letizia aveva suggerito a Muccioli di chiedere l’assistenza legale di

Pisapia senior nel processo per la morte di Roberto Maranzano, un ospite della

struttura. Il verdetto finale si è chiuso con la condanna di Muccioli a otto

mesi per favoreggiamento.

La terza generazione dei due fratelli Moratti, i padroni della Saras, è

composta da nove eredi. Gianmarco ha due figli dal matrimonio con la

giornalista Lina Sotis: Angelo Gino (nato nel 1963), e Francesca (1967). Altri

due figli sono nati dal secondo matrimonio con Letizia Arnaboldi Brichetto:

Gilda (1977) e Gabriele Paolo (1978).

Massimo Moratti ha cinque figli: Maria Celeste nata nel 1972, Angelomario

nato nel 1973, Carlotta nata nel 1976, Giovanni Emanuele, classe 1984, e Maria,

la più giovane (1986). Nell’organigramma dell’Inter Angelomario è

vicepresidente e membro del comitato strategico, dove figurano anche il padre

e la madre Milly. Carlotta e Giovanni sono consiglieri di amministrazione con

Angelo Gino, l’unico figlio di Gianmarco presente nei ranghi del club.

Carlotta presiede Interfutura, cui fa capo Inter Campus, la struttura

internazionale per l’infanzia diffusa in una ventina di paesi, dalla Romania

al Congo. Angelomario è anche presidente di Interbrand, la controllata alla

quale è stato conferito il marchio della squadra per una valutazione di 158

milioni di euro alla fine del 2005.

Per quanto riguarda la raffineria di Sarroch, negli organi di governance

della Saras sono stati inseriti Angelo Gino, Angelomario e Gabriele. Né in

Saras né nell’accomandita di famiglia che la controlla c’è traccia delle

figlie di Gianmarco e Massimo Moratti a livello di proprietà o di gestione. Il

business a casa Moratti non è gioco per signorine, che si sono per lo più

dedicate ad altre attività.

Francesca, figlia di Gianmarco, ha avuto qualche esperienza nel mondo delle

pubbliche relazioni milanesi. La sua passione, e il suo lavoro, è lo yoga. Ha

fondato e dirige il centro Beyoga in via Carlo Botta, in zona Porta Romana.

Tra gli aficionados di Beyoga c’è la cugina minore di Francesca, Maria, che

nel suo profilo di Facebook si dichiara inoltre fan del programma di Fabio

Fazio e Roberto Saviano Vieni via con me, di Emergency (facile), della lista

Milly Moratti per Pisapia (ci mancherebbe) e di una misteriosa iniziativa

lobbistica chiamata «Petition to get Gattuso released from captivity».

Gilda, l’altra figlia di Gianmarco, si è sposata nel dicembre 2005 con il

francese Emmanuel Di Donna, ex responsabile newyorkese della casa d’aste

Sotheby’s e oggi gallerista in proprio. Il matrimonio, festeggiato nella

tenuta paterna di Cicognola (Pavia) come quello di Angelomario, è stato

rallegrato dalla presenza del premier Silvio Berlusconi e dal coro della

comunità di San Patrignano diretto da Andrea Muccioli, il figlio di Vincenzo,

esonerato dalla guida di Sanpa nel settembre del 2011. Non alla portata di

tutti gli sposini il messaggio augurale di papa Benedetto XVI.

Maria Celeste, la maggiore fra le figlie di Massimo, fa l’attrice a New York,

dove ha studiato allo Stella Adler Conservatory, la scuola di recitazione di

Marlon Brando e Robert De Niro. Nel 2010 ha sposato l’ex compagno di studi e

collega giamaicano Duane Allen Robinson, membro della Adirondack Shakespeare

Company e dotato di una somiglianza impressionante con l’ex attaccante

interista Mario Balotelli.

Carlotta, oltre a presiedere Interfutura, ha una casa di produzione

cinematografica, la Red House, che ha realizzato nel 2008 il documentario

sugli Inter Campus diretto dal tifoso interista e premio Oscar Gabriele

Salvatores.

Anche i quattro maschi, eredi del gruppo Saras, hanno avuto esperienze

lavorative diversificate e buoni matrimoni. Il primogenito di Gianmarco,

Angelo Gino o più semplicemente Angelo, fra la fine degli anni Novanta e

l’inizio del Duemila ha costituito e quotato sul Nuovo mercato – il canale di

accesso ai finanziamenti per le piccole e medie imprese istituito dalla Borsa

nel 1999 e mandato in pensione appena sei anni dopo – la società

ePlanet-Planetwork insieme ad altri giovani imprenditori di buon nome come

Paolo Merloni (figlio dell’ex ministro Francesco e nipote di Vittorio

dell’Indesit), Andrea Rocca (cugino di Gian Felice Rocca della Techint) e l’ex

McKinsey Luigi Orsi Carbone. La ePlanet è stata collocata in Borsa nell’agosto

del 2000 raccogliendo oltre 60 miliardi di lire. Dopo aver toccato un massimo

di 80 euro, ha perso tre quarti del valore in un anno. Al termine di vari

passaggi di proprietà, il delisting è arrivato nel 2006 al prezzo di due euro.

Con ePlanet-Planetwork Angelo Moratti ha prima puntato sulla cablatura delle

principali città industriali e sulla fornitura di servizi informatici a una

clientela di piccole e medie imprese. Poi ha tentato di diventare il quarto

gestore di cellulari, partecipando alla gara vinta da Blutel. Infine si è

lanciato nella tecnologia Umts costituendo un consorzio di pura casta bramina

con la Securfin di papà Gianmarco e mamma Letizia, la Banca di Roma di Geronzi,

l’e-Biscom di Francesco Micheli e Silvio Scaglia, la Pirelli di Marco

Tronchetti Provera e la famiglia Agnelli attraverso la finanziaria Ifil,

guidata al tempo da Gabriele Galateri di Genola.

Dopo l’esperienza fallita con ePlanet, dal 2002 al 2007 Angelo ha presieduto

Aon Nikols, la società di brokeraggio assicurativo nata dalla fusione fra il

gruppo statunitense Aon e la Nikols Sedgwick di Letizia Moratti e Carlo

Clavarino. È stato sposato per dieci anni con Roberta Armani, la nipote dello

stilista Giorgio. Il matrimonio è stato celebrato nel 1997 dal parroco di San

Patrignano nel castello di famiglia a Cicognola. Fra i presenti, Mario Monti,

Marco Tronchetti Provera, Cesare Rimini, Giorgio Falck. Dell’accompagnamento

musicale si è occupato il rocker canadese Bryan Adams.

Gabriele, fratello minore di Angelo, si è laureato in sociologia e storia

negli Stati Uniti alla prestigiosa Duke University. Nel suo curriculum si

legge che è entrato nell’organigramma della Saras nel 2001, ad appena ventitré

anni, nel dipartimento risorse umane, con incarichi in progetti di tutela

ambientale e sicurezza, due settori alquanto delicati delle attività Saras,

considerando i problemi di inquinamento e i quattro incidenti mortali sul

lavoro negli ultimi due anni (26 maggio 2009 e 12 aprile 2011). Dal 2007 è

assistente del direttore generale Dario Scaffardi. Nel 2011, a ridosso delle

comunali che vedevano la madre Letizia in corsa contro Pisapia, è stato

indagato per l’abuso edilizio nel loft milanese di via Airaghi, un immobile da

447 metri quadri a uso industriale trasformato in abitazione e arredato come

il set di un film di Batman.

Gabriele è molto legato a San Patrignano, come i genitori e il fratello

maggiore. I suoi due partner nella società di ecommerce Redemption sono

operatori della comunità fondata da Vincenzo Muccioli. Come la cugina Carlotta,

anche lui ha una casa di produzione cinematografica, la Memo Films, fondata a

metà del 2010 insieme a Francesco Melzi d’Eril, già produttore dei

lungometraggi Albakiara e Io sono l’amore. Dal 2008 è alla guida della Manta,

che fornisce servizi di vigilanza.

Angelomario detto «Mao» ha studiato filosofia a Pavia e ha seguito corsi di

economia presso facoltà di gran nome (London School of Economics, Oxford,

Columbia). In Saras si occupa del personale, dello sviluppo nell’eolico, della

direzione finanziaria e delle attività commerciali in Spagna, dove i Moratti

hanno 124 stazioni di servizio. Il suo matrimonio con Mariachiara Travia in

una delle ville di famiglia a Imbersago, in Brianza, è stato uno degli eventi

mondani del 2002. Fra gli oltre mille invitati, Alessandro Profumo (Unicredit),

Cesare Romiti (Rcs), Paolo Scaroni allora all’Enel, Franco Carraro

(Mcc-Capitalia), Marco e Afef Tronchetti Provera, l’esponente dei Verdi Luigi

Manconi, un folto gruppo di artisti interisti come Adriano Celentano e la

moglie-agente Claudia Mori, Moni Ovadia e Giacomo Porretti del trio Aldo

Giovanni e Giacomo. Il rito è stato celebrato da don Gino Rigoldi, parroco del

carcere minorile Beccaria e fondatore della onlus Comunità Nuova.

Insieme al cugino Angelo, Mao ha aperto nel marzo del 2005 il Sibilla Cafè sul

Bund, la zona glamour di Shanghai. Ai party sono state avvistate celebrità

come Arnold Schwarzenegger e Quincy Jones. I panini portano i nomi dei grandi

italiani: Luciano Pavarotti, Giorgio Armani, Sophia Loren. Nel sito del locale

l’identikit della proprietà inizia con la frase: «The Moratti, the most

well-known Italian family...».

Giovanni Emanuele VI Moratti di Valle Nestore, detto «Gigio» a dispetto del

suo nome pontificale, è il più giovane dei maschi ed è consigliere dell’Inter

dal 2006, quando aveva ventidue anni. Non ha altri incarichi societari, ma nel

2008 è stato fra le 46 maschere licenziate dal Piccolo Teatro di Milano. Gigio

ha annunciato di voler guidare la protesta fino allo sciopero, ma non è

bastato. Il suo stipendio era di 700 euro al mese. Ogni estate tiene una festa

nella dépendance della villa di famiglia a Imbersago. Il party, molto

frequentato, è a tema (Ritorno al futuro, cartoni animati, anni Cinquanta) ed

è, fra l’altro, l’occasione per raccogliere abiti da distribuire ai bisognosi.

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Lo sportivo di famiglia

L’Inter è stata dei Moratti dal 1955 al 1968, quando il presidente era Angelo.

Poi sono passati quasi trent’anni prima che la squadra tornasse nelle mani

della famiglia, con l’acquisto nel 1995 da parte del figlio Massimo. La

passione per il calcio e per il suo club lo ha reso uno dei presidenti più

amati della serie A. La circostanza assume il suo valore reale se si pensa che

per i primi dodici anni di gestione l’Inter non ha vinto quasi niente, a parte

una Coppa Uefa e qualche Coppa Italia. Niente scudetto, niente Champions

League. Le contestazioni da parte dei tifosi, inclusi gli habitué della

tribuna, non sono mancate. Ma anche nei tempi bui in cui a San Siro

campeggiava lo striscione «Mai una gioia», Moratti ha sempre ottenuto il

riconoscimento delle attenuanti generiche (la passione) e specifiche

(signorilità ed enormi investimenti nella squadra).

Anche prima di comprare l’Inter, Massimo ha sempre mostrato grande passione

per gli sport. È stato due volte commissario straordinario e una volta

presidente (1992-1997) della Federazione di motonautica (Fim), non proprio una

disciplina di massa. Anche qui il figlio ha seguito le orme del padre, che era

stato presidente della Fim per cinque anni (1969-1974) subito dopo aver ceduto

l’Inter all’imprenditore milanese Ivanoe Fraizzoli nel 1968.

Ma il calcio è la passione predominante. Alla fine degli anni Ottanta Moratti

collabora con il comitato organizzatore di Italia ’90. Alla guida c’è l’ex

presidente del Milan riveriano Franco Carraro, detto «il Poltronissimo» per il

suo talento nel passare da una carica all’altra. Il direttore è Luca Cordero

di Montezemolo. Al figlio di Angelo tocca l’organizzazione delle partite

milanesi del Mondiale. Il torneo è vinto dalla Germania di Matthäus, Brehme e

Klinsmann, che in Italia giocano nell’Inter. Proprio a San Siro i tedeschi

eliminano l’Olanda di Gullit, Rijkaard e Van Basten, ingaggiati dal Milan.

Finito il Mondiale, Massimo Moratti tenta una nuova avventura sportiva.

Nell’estate del 1992 il comproprietario della Saras organizza la candidatura

di Milano a sede delle Olimpiadi del 2000, con un appoggio su Venezia per il

torneo di scherma e le regate. Soltanto per i nuovi impianti si profila un

budget da 500 miliardi di lire, in linea con i costi pazzeschi degli stadi di

Italia ’90. Altri 120 miliardi sono previsti per realizzare i tre centri

stampa allocati al Castello Sforzesco, ad Assago e alla Villa reale di Monza.

L’iniziativa viene rilanciata dallo stesso Carraro che, oltre a essere membro

del Cio, il Comitato olimpico internazionale, in quel momento è anche sindaco

di Roma in quota al Garofano craxiano e guida una giunta che riflette gli

equilibri del governo in Italia.

Purtroppo da qualche mese tira una brutta aria per l’alleanza

Craxi-Andreotti-Forlani. Le inchieste della magistratura sulle tangenti a

partire dal febbraio del 1992 sono tra i fattori che contribuiranno ad

affondare la candidatura olimpica milanese a vantaggio dei comunisti di

Pechino. Ma il nipote del farmacista di piazza Fontana non è tipo da

arrendersi al primo rovescio. Il 18 febbraio 1995, circa quattordici anni dopo

la morte di Angelo senior, Massimo Moratti compra l’Inter dal re delle mense

Ernesto Pellegrini, che non riesce più a stare al passo con le spese

dell’espansione milanista. Il suo gruppo di ristorazione è messo in difficoltà

proprio a causa dei costi di gestione del club nerazzurro.

I contraccolpi finanziari subiti da Pellegrini per l’impegno nel club

influenzano la scelta dei Moratti. Gianmarco, il fratello maggiore, mette in

chiaro con Massimo che l’acquisto dell’Inter è una sua scelta personale e che

la Saras non deve essere coinvolta. Così, a differenza di quanto accade sulla

sponda milanista dove il club fa capo alla Fininvest, la maggioranza

dell’Inter viene rilevata dalla persona fisica di Massimo Moratti.

Il caso è più unico che raro. Il nuovo proprietario non mette di mezzo neppure

una società di capitali per limitare la responsabilità. Il suo messaggio ai

soci di minoranza è: decido io perché regolo il conto di tasca mia. Ovvio che

i soldi arrivino dai profitti annuali della raffineria di Sarroch e che,

indirettamente, siano gli operai sardi a pagare gli ingaggi del Chino Recoba,

di Ronaldo e di Bobo Vieri. Ma petrolio e football rimangono formalmente

separati. Soltanto undici anni dopo Moratti organizzerà una struttura

societaria (Internazionale Holding) alla quale trasferirà il controllo del

club. Peraltro, la holding rimane controllata da Massimo per il 98,1 per cento

e da un’altra sua società, la Cmc, per il restante 1,9 per cento. Come vuole

la legge non scritta del calcio italiano, un uomo solo è al comando.

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Bilanci in rosso a San Siro

La lunga fase perdente della gestione Moratti è caratterizzata da un

andirivieni di calciatori, allenatori e manager che, per lo più, non si

dimostrano all’altezza. Oppure non rendono in base al loro valore finché non

vanno a giocare in qualche altra squadra, di preferenza il Milan. Alcuni dei

più famosi falliti interisti baciati dal successo altrove sono Clarence

Seedorf, Andrea Pirlo e Roberto Carlos. L’elenco dei brocchi invece è troppo

lungo per essere citato, ma fa ormai parte della mitologia sportiva del club.

Quello che rimane sbalorditivo è l’impegno finanziario di Moratti, e in

misura più modesta dei suoi soci, nella caccia allo scudetto, vinto sul campo

solo nel 2006-2007, e alla Champions League, conquistata nel 2009-2010. Le

cifre che seguono non hanno bisogno di commenti. Dall’inizio della gestione

Moratti fino all’ultimo bilancio disponibile, quello chiuso al 30 giugno 2011,

la società Fc Internazionale ha accumulato perdite complessive per 1351

milioni di euro in diciassette stagioni senza mai chiudere un esercizio in

attivo.

L’anno peggiore è stato il 2006-2007, quello del primo scudetto con Roberto

Mancini in panchina (- 206,8 milioni). Ma in realtà l’anno precedente era

stato ancora più negativo. I 181,5 milioni di rosso sarebbero raddoppiati

senza la plusvalenza straordinaria per la cessione del marchio a Interbrand.

Queste perdite hanno costantemente eroso il capitale costringendo i soci a

ricostituirlo con una frequenza che ha stroncato i più resistenti. Basti

pensare che nel 2002 Moratti aveva una quota di controllo del 59,8 per cento.

Il secondo socio del club, la Pirelli di Marco Tronchetti Provera, aveva il 19,6

per cento, la Minmet della famiglia Giulini l’11,9 e Interbanca il 5. A

furia di non aderire agli aumenti di capitale necessari perché il club non

fallisse, i compagni di avventura sono diventati sempre più piccoli, fino a

sparire. Oggi Moratti ha oltre il 98 per cento dell’Inter. Solo Pirelli, che è

anche lo sponsor principale della squadra, ha resistito con una quota ridotta

all’1,6 per cento.

Se si restringe l’inquadratura agli ultimi anni, compresa la fase vincente di

Mancini e Mourinho, le cifre sono ancora più spaventose. Dal 2003-2004 al

2010-2011 la società ha accumulato perdite per 1062 milioni di euro in otto

esercizi. Com’è stato possibile ripianarle?

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Un aiuto dal Caucaso

La Saras, cioè la principale fonte di guadagno di Massimo Moratti, nei sette

anni fra il 2004 e il 2010 ha realizzato profitti netti complessivi per 1334,6

milioni di euro. Ma non sono andati tutti in tasca al presidente dell’Inter.

Fino al 18 maggio 2006 la raffineria sarda era controllata dalla solita

accomandita per azioni in uso nella casta dei bramini, la Angelo Moratti Sapa

di Gianmarco e Massimo Moratti.

L’accomandita ha una struttura su due livelli. Gianmarco e Massimo sono

usufruttuari al 50 per cento ciascuno: ciò significa che gestiscono la sapa e

incassano i dividendi. La nuda proprietà è intestata in parti uguali ai

quattro eredi maschi (Angelo, Gabriele, Angelomario e Giovanni).

Dopo la quotazione della Saras, con il collocamento del 35 per cento

dell’azienda sul mercato, i profitti vanno divisi con tutti gli altri titolari

di azioni. Alla Angelo Moratti Sapa vanno quindi due terzi degli utili

generati dalle raffinerie a partire dal 2006. Per essere esatti, la quota

teorica di pertinenza del-l’accomandita dal 2006 al 2009 è stata di 568

milioni, senza contare il bilancio del 2010 chiuso in perdita per 9, 5 milioni

di euro.

Se la Saras avesse distribuito tutto il guadagno in dividendi, cosa che non ha

fatto, a Massimo sarebbero toccati 284 milioni di euro nel periodo della

quotazione (2006-2010). La somma non basta a coprire i 408 milioni di euro

spesi per l’Inter in aumenti di capitale a ripianamento delle perdite nel solo

quinquennio 2006-2011. E la squadra ha perso tanto anche prima.

Insomma, durante la sua gestione il presidente dell’Inter ha dovuto chiudere

la voragine della squadra con alcune centinaia di milioni di euro prese dai

suoi risparmi. È vero che Moratti ha altre attività, soprattutto immobiliari,

oltre la Saras. Ma nulla che consenta di coprire un tale buco. A meno che non

ci siano risorse disponibili all’estero. L’attività petrolifera si presta come

poche alla costituzione di tesoretti oltre confine.

In realtà non c’è bisogno di pensare male. All’atto di quotazione della Saras

nel maggio del 2006 i due fratelli Moratti si sono divisi un incasso di circa

1,7 miliardi di euro. Con i suoi 850 milioni, sottratte le perdite successive

dell’Inter, Massimo Moratti ha ancora oltre 400 milioni di margine. I tifosi

nerazzurri possono quindi dormire sonni tranquilli sul futuro della squadra.

Sull’ipotesi di una gestione più oculata, invece, non c’è da illudersi. A

dispetto delle promesse di ravvedimento e delle sanzioni annunciate dal

presidente dell’Uefa Michel Platini contro i club che non rispetteranno il

fair play finanziario, i miglioramenti contabili della società sono illusori.

I costi dei dipendenti, in particolare dei giocatori e degli allenatori, sono

in aumento perenne. I 160 milioni di euro del 2006-2007 sono diventati 180 un

anno dopo, 205 nel 2008-2009 e 234 nel 2009-2010, la stagione del «triplete»

Scudetto-Champions-Coppa Italia.

Vincere costa e costa sempre di più. Lo confermano i premi versati al

personale tecnico per i trofei: 21,6 milioni nel 2007,28 milioni nel 2008, 30

milioni nel 2009 e 50 milioni di euro nel glorioso 2010. Soltanto per lo

scudetto del 2006 – quello di Calciopoli assegnato a tavolino all’Inter

dall’ex consigliere dell’Inter Guido Rossi, contestato furiosamente dalla

Juventus e criticato da un altro ex consigliere interista, Diego Della Valle –,

Moratti non ha corrisposto premi.

L’indebitamento lordo della squadra è arrivato alla cifra record per l’Italia

di 463 milioni di euro. Queste cifre sono compensate in piccola parte

dall’aumento dei ricavi, che nel 2010 sono arrivati a 323 milioni contro i 221

del 2009 grazie alle plusvalenze da cessioni e al contributo Uefa per la

vittoria in Champions League. Nel 2009-2010 erano arrivate le somme pagate

dalla famiglia al Nahyan di Abu Dhabi per portare Balotelli al Manchester City

e da Rosella Sensi per l’acquisto di Burdisso (44 milioni di euro in tutto),

mentre nel 20102011 i conti hanno chiuso con un rosso di 86 milioni, dopo i 69

milioni di euro persi nel 2009-2010. È vero che gli ingaggi sono scesi a 190

milioni di euro ma, in contemporanea, anche i ricavi sono calati a 270

milioni. Ecco perché a Moratti non è parso vero cedere Eto’o per 27 milioni di

euro al petroliere e immobiliarista venuto dal Caucaso Sulejman Kerimov, nuova

stella del calcio che se ne frega del fair play finanziario.

A dispetto della «nuova politica economica» dell’Inter, il confronto con il

Milan di Berlusconi resta impietoso. Negli ultimi cinque anni i rossoneri

hanno registrato perdite complessive per 165,5 milioni di euro, circa un

quinto della somma persa dall’Inter. Ma il rosso del Milan è largamente

coperto da 1306 milioni di euro di utili netti 2005-2010 della capogruppo

Fininvest, che non è quotata e gira tutti i profitti direttamente alla

famiglia Berlusconi. Il duello fra il Cavaliere e il Petroliere sulla strada

delle spese pazze ha fatto molto più danno a Moratti che a Berlusconi.

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Compagni di strada tra Pirelli e Mediobanca

Accertato senza possibilità di dubbio che l’Inter è il peggiore affare

economico del calcio italiano e uno dei peggiori d’Europa, risulta ancora più

paradossale che il club nerazzurro sia così frequentato da banchieri,

finanzieri, imprenditori e manager di chiara fama.

Incominciamo dai soci. Nell’avventura di Moratti all’Inter il primo a entrare

è stato Marco Tronchetti Provera, figlio di un dirigente delle acciaierie

Falck, a lungo vicepresidente del club e vicino di poltroncina di Moratti in

tribuna autorità a San Siro. In quel miliardo e 300 milioni di euro abbondanti

di perdite complessive accumulate nella gestione Moratti, la Pirelli di

Tronchetti ha dovuto caricarsi una quota di svariate decine di milioni di

euro. A questa cifra bisogna aggiungere altre decine di milioni per

sponsorizzare le maglie della squadra. Se è possibile giustificare il rapporto

di sponsorizzazione con ragioni più o meno valide come la penetrazione dei

pneumatici italiani nel mercato cinese, non esiste un motivo razionale per cui

un’azienda industriale come la Pirelli, un gruppo quotato in Borsa, sia stata

socia fino al 20 per cento di una squadra di calcio che perdeva soldi a rotta

di collo e dove la stessa Pirelli non esercitava alcun potere di indirizzo o

di gestione. È vero che l’azienda dei pneumatici ha una massa di debiti tale

che qualche decina di milioni di euro buttati per mantenere i ragazzi di

Appiano Gentile non fa poi tanta differenza. Ma sono tempi duri e si taglia

dove si può.

Così, in un colloquio privato avvenuto non molto tempo fa, Tronchetti Provera

ha ribadito il suo affetto per l’amico Massimo ma ha aggiunto che il livello

di spesa della squadra non era più sostenibile. In un mondo imprenditoriale

più incline alla democrazia societaria di quello italiano, qualcuno avrebbe

fatto notare l’anomalia già da qualche anno. Ma il rapporto fra Moratti e

Tronchetti va al di là della partecipazione di Pirelli nell’Inter. Basta dare

un’occhiata dentro una società del presidente nerazzurro che non ha nulla a

che vedere con la Saras e possiede soltanto una piccola quota del club.

La società si chiama Cmc ed è presieduta da Rinaldo Ghelfi, il vero

amministratore del patrimonio personale di Massimo Moratti, con incarichi in

tutte le sue società a eccezione della Saras. La Cmc contiene alcuni immobili

di famiglia come la villa a Cortina, una casa a Parigi, una a Londra, una a

Milano in via Laghetto e un edificio a uso commerciale a Madrid. Il tutto è a

bilancio per 11,5 milioni di euro, quanto pagano all’Inter per comprare un

panchinaro.

La parte più interessante della Cmc sono le partecipazioni finanziarie. C’è

una piccola quota (12,9 per cento) nella Gut edizioni, la società costituita

dai tifosi interisti Gino e Michele (Luigi Vignali e Michele Mozzati) che

pubblica la Smemoranda e che per Moratti rappresenta un’apertura sul mondo

degli intellettuali di sinistra, così come il sostegno finanziario a Emergency,

l’organizzazione non governativa dell’altro fan nerazzurro Gino Strada. La

Cmc ha investito in tre società della galassia Pirelli, cioè Pirelli & C. (19,3

milioni di euro, pari allo 0,71 per cento del capitale), la Camfin (7,2

milioni, pari all’1,74 per cento del capitale) e la Prelios, l’ex Pirelli Real

Estate (1,5 milioni). La cifra totale impegnata nella Pirelli da Cmc (28

milioni) si è ridotta nel 2011 dopo la vendita di un pacchetto consistente.

Insomma, se Tronchetti mostra disaffezione verso l’Inter, Moratti non ha

motivo di mostrare affetto verso la Pirelli. In ogni caso, il legame d’affari

fra i due si è forse allentato, ma non si è certo interrotto. Moratti è

consigliere di Pirelli & C. dal 2005 ed è stato confermato per un triennio

nell’aprile del 2011. Nello stesso modo è stato amministratore di Telecom

Italia fino al 2007, quando Tronchetti Provera è uscito dal colosso delle tlc,

anch’esso oberato da oltre 30 miliardi di euro di debiti netti.

L’altro impegno finanziario importante di Cmc è nella Sator, la giovane

merchant bank fondata da Matteo Arpe qualche tempo dopo la sua estromissione

da Capitalia a opera di Cesare Geronzi, con buonuscita di 30 milioni di euro

lordi. Anche Arpe, cresciuto alla scuola di Mediobanca e di Enrico Cuccia, non

ha potuto fare a meno di trasformare la sua Sator in un salottino buono. La

Cmc di Moratti non si è limitata alla partecipazione da 2,8 milioni di euro in

Sator, ma ha investito altri due milioni nel Sator Private Equity Fund e altri

10 milioni in un hedge fund della stessa Sator. Oltre a Moratti, tra gli

azionisti figurano l’industriale farmaceutico Francesco Angelini, uno degli

uomini più ricchi d’Italia grazie a Tachipirina, Tantum e Pampers, nonché ex

pretendente all’acquisto dell’As Roma. C’è la famiglia dei petrolieri

Brachetti Peretti dell’Api, il costruttore romano Santarelli, gli armatori

D’Amico, la Fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, ex amico di Geronzi

diventato suo avversario, e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena. La banca

senese, controllata dalla fondazione, ha finanziato la Cmc di Moratti con 35

milioni di euro a titolo di ristrutturazione del debito con altre banche.

Com’è tipico della finanza claustrofobica nazionale, gli intrecci di alleanze

sono complicati. All’atto di costituzione del patto di sindacato di Capitalia

nell’ottobre del 2003, con il tandem Geronzi-Arpe ancora ai comandi in armonia,

Moratti arriva nel club dei pattisti proprio su consiglio di Tronchetti

Provera, in ottime relazioni con Geronzi. La quota di Moratti, in verità, è

modesta: solo lo 0,181 per cento della banca. È un chip da pochi milioni di

euro, tanto per essere cortese e, semmai, agevolare qualche finanziamento in

corso o in programma. Capitalia, per esempio, ha concesso un mutuo ipotecario

da alcuni milioni di euro proprio a Cmc, che lo sta tuttora estinguendo con il

successore di Capitalia, Unicredit. Da parte sua, Moratti ha un rapporto con

Carraro, presidente di Mcc-Capitalia, che, come si è detto, risale ai tempi di

Italia ’90.

Per completare il quadro, Cmc controlla due terzi di Digital Television

attraverso uno schermo fiduciario di Madeira (Almata Consultadoria). La

società puntava a fornire servizi di telefonia e televisione via internet

(Voip e Iptv) nelle aree coperte dalla banda larga. L’accordo con l’operatore

satellitare Eutelsat non è bastato e Digital Television è fallita nel giugno

del 2011 ripetendo l’insuccesso, fra la fine degli anni Novanta e l’inizio del

Duemila, di ePlanet-Planetwork.

Un’ultima partecipazione della Cmc porta alla questione controversa della

quotazione della Saras nel maggio del 2006, in concomitanza con la fine del

campionato.

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Scudetti e quotazioni a tavolino

Domenica 14 maggio 2006 si gioca l’ultimo turno del campionato di calcio di

serie A. Da qualche giorno, per la precisione dal 2 maggio, stanno circolando

sui giornali le intercettazioni sullo scandalo di Calciopoli. Per il 16 maggio

sono attese le convocazioni per il Mondiale di Germania da parte del

commissario tecnico della nazionale Marcello Lippi, ex allenatore della Juve e

dell’Inter.

Quella domenica l’Inter pareggia 2-2 a Cagliari, ma è una partita inutile. La

Juventus di Antonio Giraudo e Luciano Moggi è virtualmente già campione,

almeno sul campo. Secondo è il Milan e i nerazzurri sono terzi, staccati di

quindici punti. Non sanno che diventeranno campioni a tavolino dopo le

sentenze della Federcalcio.

In quei giorni la partita che davvero conta per i Moratti non si gioca a

Cagliari ma fra Sarroch, poco distante dal capoluogo sardo, e Milano, dove si

sta definendo il collocamento in Borsa del 35 per cento della Saras.

L’operazione è curata da Jp Morgan come global coordinator, coadiuvata da

Caboto (gruppo Intesa San Paolo). Il collocamento del titolo presso gli

investitori istituzionali come fondi o banche è curato dalla stessa Jp Morgan,

guidata da Federico Imbert, e da Morgan Stanley, diretta da Galeazzo Pecori

Giraldi. Con Imbert – che nel 2001, quando era alla Chase Manhattan, ha avuto

un ruolo decisivo nel passaggio di Telecom Italia dal gruppo Gnutti-Colaninno

a Tronchetti Provera – lavora un gruppo di giovani fra i quali Simone Rondelli

e Guido Tugnoli.

La quota viene messa sul mercato quattro giorni dopo la fine del campionato,

il 18 maggio 2006, sulla base di un prezzo di sei euro per azione. Il

controvalore per chi vende, cioè i due fratelli Moratti, è di quasi 1,7

miliardi di euro. Il titolo perde quota subito dopo l’inizio delle

contrattazioni. Incomincia a scendere del 10 per cento all’esordio e tocca un

minimo storico di 1,3 euro per azione nell’agosto del 2010. L’anno dopo, con

la tempesta sui mercati finanziari, il titolo scende sotto un euro. Insomma, a

cinque anni di distanza l’azione Saras vale un sesto del prezzo di

collocamento. Resta da capire chi ha deciso questo prezzo.

Nel settembre del 2008 la Guardia di finanza e il sostituto procuratore di

Milano Luigi Orsi, uno specialista di reati finanziari, aprono un’indagine per

falso in prospetto informativo e aggiotaggio. Se c’è stata sopravvalutazione

di Saras, la responsabilità spetta alle banche che hanno seguito la quotazione

e che hanno stabilito il prezzo finale. Così finiscono sotto inchiesta nove

dirigenti e manager fra i quali Imbert, Pecori Giraldi, Rondelli e Tugnoli. La

perizia di Marco Honegger, consulente della procura, indica un valore più

corretto di Saras fra quattro e cinque euro, e un danno per il mercato di 770

milioni di euro.

Il nocciolo della questione starebbe nei profitti Saras del 2005. La somma

record di 292,6 milioni avrebbe dovuto essere depurata da utili straordinari

derivanti dalla vendita di scorte di magazzino. Caboto e Morgan Stanley

segnalano il problema, ma alla testa del collocamento c’è Jp Morgan, e Imbert

decide che l’utile non va rettificato al ribasso. «È vitale che davanti al

prezzo ci sia un sei» scrive in una email ai suoi collaboratori.

All’ipotesi che la supervalutazione di Saras sia servita per coprire i buchi

dell’Inter Massimo Moratti replica: «Solo calunnie, niente di più». Non è però

una calunnia che la filiale di private equity di Jp Morgan si prenda in

gestione l’incasso dei fratelli Moratti, con un ulteriore margine di guadagno.

E non è frutto di immaginazione quello che capita nel giugno del 2006 a

Gabriele Moratti: pochi giorni dopo la quotazione il terzo figlio di Gianmarco

viene assunto dalla Jp Morgan di Imbert con un incarico nel settore fusioni e

acquisizioni da svolgere fra la sede di Milano e il quartier generale di

Londra.

La presenza di Gabriele Moratti a Londra assomiglia poco a un trionfo

professionale, perché dopo qualche mese «Batman» viene restituito alle aziende

familiari. Ma le cordialità fra i manager italiani di Jp Morgan e i Moratti

non finiscono qui. Nel novembre del 2008 la Cmc di Massimo Moratti costituisce

la 77 Holding, presieduta da Angelomario Moratti con il sostegno

dell’onnipresente Ghelfi. Cmc ha il 91,7 per cento di 77 Holding. L’altro

socio, con una partecipazione dell’8,3 per cento, è la società Four Partners.

I quattro partner in questione sono Simone Rondelli, nominato amministratore

delegato di 77 Holding, Guido Tugnoli, Domenico Romeo e Alberto Manzonetto. I

primi due, Rondelli e Tugnoli, erano in Jp Morgan ai tempi della quotazione

Saras e si sono messi in proprio il 19 dicembre 2006, sette mesi dopo il

collocamento in Borsa delle raffinerie sarde. Rondelli è anche supervisore

della Syntek, la holding privata di Letizia e Gianmarco Moratti. La 77 Holding

ha una piccola partecipazione del valore di tre milioni di euro nella torinese

Electro Power Systems che realizza sistemi con celle a combustione.

L’investimento è stato finanziato quasi per intero da un prestito di Cmc.

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L’istruttoria è chiusa

Contrariamente a quanto capitato ai risparmiatori che hanno comprato Saras, la

vicenda giudiziaria della quotazione ha avuto un lieto fine per gli indagati:

nel maggio del 2011 il gip di Milano ha archiviato l’indagine su richiesta

della pubblica accusa. Il pm Orsi ha confermato che il prezzo era stato

gonfiato, ma ha ugualmente evitato di procedere perché «i numerosi e

significativi dati che inducono sospetto su siffatta manovra, tanto che siano

considerati partitamente quanto che siano valutati nel loro complesso, non

sono idonei a prefigurare il successo dell’accusa in giudizio». Una volta la

si sarebbe definita assoluzione per insufficienza di prove. Il pubblico

ministero ha anche suggerito ai piccoli risparmiatori di intentare un’azione

civile. Il che, dopo un’archiviazione penale, suona come la beffa dopo il

danno. Come insegna il caso Mondadori, il risarcimento può arrivare, se si

aspetta vent’anni e si hanno buoni avvocati. Ma la Cir di De Benedetti ha

vinto la causa civile a partire da una condanna penale per corruzione nel lodo

Mondadori. Nel caso Saras, se lo stesso pubblico ministero rinuncia persino

alle richieste di rinvio a giudizio, per i piccoli azionisti ottenere i danni

è una chimera.

L’inchiesta sulla quotazione Saras ha escluso fin dall’inizio un

coinvolgimento dei Moratti. La tesi è che i fratelli petrolieri siano stati in

qualche modo costretti a quotarsi a caro prezzo o abbiano subito pressioni in

tal senso da parte delle banche, il cui guadagno sulle Ipo (initial public

offering) miliardarie è proporzionale al ricavo totale dell’offerta. È

possibile che i Moratti, «obbligati» a incassare 850 milioni, non fossero del

tutto convinti della quotazione. Ma quando si devono trovare 200 milioni di

euro all’anno per gli stipendi di calciatori e allenatori conviene fare cassa

dove si può.

Anche l’Inter è stata a un passo dalla quotazione, ben prima della Saras. Nel

1999 sembrava che il club nerazzurro fosse pronto per lo sbarco in piazza

Affari. Nel 1997 Interbanca era entrata nell’azionariato in vista del

collocamento, fissato per il 2000. Oltre a Interbanca, si sarebbe occupata

dell’operazione Morgan Stanley, poi arruolata per il collocamento della Saras.

Il progetto è finito in un vicolo cieco a causa, in qualche misura, di Sergio

Cragnotti. Il finanziere della Cirio e proprietario della Lazio è stato il

primo a portare in Borsa una squadra di calcio. All’inizio del 1999, in piena

bolla rialzista, il club biancoceleste capitalizzava più di 500 miliardi di

lire. L’idea di Moratti era che l’Inter dovesse valere almeno il doppio: o

così o niente. Le banche incaricate del collocamento hanno trovato il prezzo

eccessivo e così l’Inter è rimasta una società privata. Considerato

l’andamento economico del club, per una volta ai piccoli azionisti è stato

risparmiato un bagno di sangue.

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Moratti e le banche, un amore ricambiato

Le banche adorano gli industriali che muovono tanti soldi. E gli industriali

italiani sono fatalmente attratti dagli istituti di credito che muovono

tantissimi soldi. Il presidente dell’Inter è uno degli imprenditori che più

ama le banche, ed è a sua volta riamato. È stato vicepresidente del Credito

Lombardo, poi assorbito da Antonveneta, e consigliere del Banco Lariano,

incorporato dal gruppo San Paolo. In cambio, l’elenco di banchieri, finanzieri

e avvocati d’affari che amministrano o hanno amministrato il club nerazzurro è

il più vario e prestigioso che sia dato di incontrare in serie A. Al confronto,

Milan e Juventus sono squadre a gestione familiare.

Ernesto Paolillo, attuale amministratore delegato e direttore generale

dell’Inter, è stato direttore generale della Banca popolare di Milano (Bpm)

dal 1994 al 2004. Peraltro, l’assemblea annuale dei 70 soci dell’Inter

continua a svolgersi nella sala delle Colonne di via San Paolo 12, sede della

Bpm. Paolillo, barese e interista, ricopre vari incarichi: in Banca Akros

(vicepresidente dal 1998), nella filiale italiana del colosso bancario

svizzero Ubs (consigliere dal 2009) e nella Cal, la società mista fra Anas e

Regione Lombardia incaricata di realizzare la Brebemi, la Tem e la Pedemontana,

le tre principali infrastrutture in territorio lombardo per un investimento

previsto di circa 6,5 miliardi di euro. Paolillo ha conosciuto Moratti quando

era alla direzione finanziaria del Banco Lariano, di cui Moratti è stato

consigliere nel 1993. Nel 1994 si è trasferito a Interbanca, l’istituto di

credito a medio e lungo termine controllato da Antonveneta e diventato

azionista dell’Inter nel 1997. Durante la stagione 2004-2005, appena dopo aver

lasciato la Bpm, il manager ha esordito nelle serie minori o, come si dice in

gergo, si è fatto le ossa nello Spezia, club controllato dai Moratti di cui si

parlerà più avanti.

Da Interbanca arriva anche il predecessore di Paolillo, Mauro Gambaro, che dal

1998 al 2004 è stato direttore generale di Interbanca. Poi, con una versione

italiana del sistema statunitense della porta girevole, è diventato il braccio

destro di Moratti all’Inter. La sua carriera è durata un paio d’anni, dal 2004

al 2006, ed è stata caratterizzata da un arresto per il crac da 500 milioni di

euro della compagnia aerea Volare da lui amministrata. Il 27 aprile 2005,

subito dopo la notizia dell’arresto, sul sito dell’Inter la proprietà

dichiarava di «ribadire la stima più completa nei confronti di Mauro Gambaro».

Il processo per Volare, che si tiene al Tribunale di Busto Arsizio, è fra

quelli di lungo corso. Si è invece concluso in modo positivo l’altro guaio

giudiziario di Gambaro, vissuto in compagnia del collega milanista Adriano

Galliani. È il processo per il falso in bilancio delle due squadre milanesi

avviato nel settembre del 2007 dal sostituto procuratore di Milano Carlo

Nocerino. Per anni nerazzurri e rossoneri si sono scambiati a prezzi insensati

giovani giocatori che, nella migliore delle ipotesi, hanno fatto carriera in

C2. Il meccanismo era semplice: si prendeva un ragazzo dalla squadra Primavera

del Milan e lo si vendeva all’Inter per qualche milione di euro. La cifra era

segnata come plusvalenza al Milan. L’anno dopo l’Inter prendeva lo stesso

giovane e lo cedeva al Milan a prezzo maggiorato, con una nuova plusvalenza

per il venditore.

Il prezzo dei calciatori non aveva nulla a che vedere con il valore di

mercato, ma era fissato per convenzione fra le parti e migliorava il conto

economico del club alla voce «proventi straordinari». La rivalità

stracittadina, insomma, era limitata al campo. I giudici ne hanno preso atto e

hanno assolto tutti.

Oggi nel consiglio di amministrazione dell’Inter, una versione San Siro del

salotto buono della finanza, c’è l’avvocato napoletano Carlo d’Urso, fratello

dell’ex senatore Mario, a sua volta avvocato e banchiere con Lehman Brothers.

Carlo d’Urso è un punto di riferimento assoluto per il mondo del-l’alta

finanza. Il suo rapporto privilegiato con Enrico Cuccia, condiviso con l’altro

interista Guido Rossi, ha fatto sì che il Grande Vecchio di Mediobanca lo

spedisse nel 1993 nel consiglio della Premafin, holding di Salvatore Ligresti

in grave difficoltà come la controllata Fondiaria-Sai, nel cui consiglio siede

d’Urso. L’avvocato è inoltre consigliere di Che Banca (gruppo Mediobanca) e di

Banca Leonardo, fondata dall’ex Mediobanca Gerardo Braggiotti, figlio del

banchiere Enrico. Quando il fan interista Alessandro Profumo è stato silurato

da Unicredit, nonostante il sostegno dei soci libici e di Ligresti, d’Urso ha

curato la trattativa sulla buonuscita, conclusa con un jackpot di 40 milioni

di euro.

Altro uomo di banca prestato ai colori nerazzurri è Pier Francesco Saviotti,

amministratore delegato del Banco Popolare, un istituto che si è dovuto fare

carico di due situazioni molto critiche assorbendo Banca Italease di Massimo

Faenza e la Banca popolare di Lodi (Bpl-Bpi) di Gianpiero Fiorani, salvate

sull’orlo del crac.

Ex di Bpl è Amato Luigi Molinari, che ha vissuto buona parte della cavalcata

di Fiorani fino alla caduta rovinosa del banchiere dei furbetti. Il 30 gennaio

2006, poco più di un mese dopo l’arresto di Fiorani, Molinari si è dimesso dal

gruppo lodigiano, ma il nocciolo della sua carriera è nel settore

assicurativo. Dopo trentacinque anni alle Generali, di cui è stato direttore

generale, è stato dal 1994 al 1997 amministratore delegato di Fondiaria con

d’Urso consigliere. È un uomo delle assicurazioni anche Mario Greco, che non

ha nulla a che fare con l’Inter ma è diventato consigliere della Saras dopo

avere guidato per sette anni la Ras (gruppo Allianz).

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I Giulini e un manager-poliziotto

Poiché non di sola finanza vive una squadra di calcio, fra i consiglieri

interisti c’è anche Tommaso Giulini, l’erede più giovane di una famiglia di

imprenditori che ha con i Moratti un lungo rapporto di amicizia e di

partnership. Il capostipite, Carlo Enrico Giulini, discendente di una famiglia

aristocratica della Brianza morto nel febbraio del 2011, è stato un pioniere

dello sbarco degli imprenditori continentali in Sardegna. Come Angelo Moratti

e come Nino Rovelli con la Sir a Porto Torres, anche lui ha puntato sulla

chimica. Ad Assemini, comune alla periferia nord di Cagliari, Giulini senior

ha fondato la Fluorsid nel 1969. L’azienda è il leader mondiale nella

produzione di fluoroderivati organici, ricava un centinaio di milioni di euro

all’anno e, fra dipendenti diretti e indotto, impiega quasi 400 lavoratori

contro i 1800 della Saras.

Nell’Inter di Massimo Moratti si sono avvicendati vari membri della famiglia

Giulini: Jantra Dal Pozzo (moglie di Carlo Enrico), poi Paolo, Gabriele

(produttore di moquette per campi di calcio in sintetico con la Olosport,

attuale proprietario del Bellinzona e indicato come uno dei possibili

acquirenti del disastrato Torino di Urbano Cairo), e appunto Tommaso. La

holding di famiglia, la Minmet Financing Company, una finanziaria con sede a

Panama, è stata fra i principali azionisti del club milanese, finché i

continui aumenti di capitale non hanno diluito la partecipazione a livelli

infinitesimali. Tra il 2010 e il 2011 Tommaso, amministratore delegato di

Fluorsid, è stato a lungo in trattativa per rilevare la Pro Patria di Busto

Arsizio, l’ennesimo club del calcio professionistico travolto dalla crisi.

Alla fine ha rinunciato per i costi eccessivi.

La famiglia italo-svizzera mostra chiare analogie con un certo modo

morattiano di vivere la ricchezza. Al momento di comprare il Bellinzona,

Gabriele Giulini veniva descritto nei comunicati stampa come qualcuno che «ha

sempre avuto sensibilità verso i valori umani dello sport e verso la loro

salvaguardia dalla presunta onnipotenza del denaro».

La galleria dei compagni di strada di Massimo Moratti si conclude con il

personaggio più atipico. Si chiama s. f. ed è uno dei pochi manager

ad avere incarichi sia nell’Inter – dove è vicedirettore generale, segretario

del comitato strategico, membro del comitato di direzione e responsabile ad

interim della comunicazione societaria – sia nella Saras, dov’è direttore

delle relazioni esterne dal 2009. È stato lui a gestire l’emergenza mediatica

dopo la morte di tre operai nella raffineria di Sarroch il 26 maggio 2009. Lo

ha fatto tanto bene che nell’aprile del 2010 la Confindustria sarda lo ha

eletto vicepresidente.

Il suo curriculum vitae potrebbe far pensare a un manager cresciuto nel mondo

delle pubbliche relazioni. Niente di tutto questo. Dopo la laurea in

giurisprudenza e l’entrata in polizia, a trent’anni (1989) f. è già

dirigente di Pubblica sicurezza. Poco dopo entra nello Sco (Servizio centrale

operativo) dove, fra l’altro, indaga sulla morte del banchiere Roberto Calvi a

Londra. Nel 1993 passa alla neocostituita Dia (Direzione investigativa

antimafia) di Firenze e collabora con il procuratore Piero Luigi Vigna. Nel

gennaio del 2000 il sindaco di Firenze Leonardo Domenici gli affida la

struttura di sicurezza del Comune e poi il comando della polizia municipale.

Nello stesso anno diventa portavoce del capo della polizia Giovanni De Gennaro,

nominato a maggio.

Dopo tre anni al fianco di De Gennaro, nel 2003 f. riceve una proposta

di ingaggio da parte di Massimo Moratti. Il proprietario dell’Inter si è

accorto che c’è del marcio nel pallone.

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I dossier di Tavaroli sui calciatori

Le avvisaglie della tempesta di Calciopoli, esplosa nel 2006, risalgono al

2001-2002, quando il dirigente dell’Inter Giacinto Facchetti riceve le

confessioni dell’arbitro Danilo Nucini sul sistema di premi e castighi in

vigore in Federcalcio per i direttori di gara soggetti al tandem di

designatori Bergamo-Pairetto, a loro volta soggetti al tandem juventino

Giraudo-Moggi.

Facchetti trova una conferma ai sospetti, alimentati da torti arbitrali

clamorosi, che l’Inter è stata esclusa dalla stanza dei bottoni e viene

danneggiata a vantaggio di altri club, Juventus in testa. Il dirigente

interista riferisce il colloquio con Nucini a Moratti, che si confida con il

socio e amico Tronchetti Provera. Il capo di Pirelli e Telecom suggerisce di

affidare la pratica al suo uomo della sicurezza, Giuliano Tavaroli, che

incomincia a interessarsi delle schede sim svizzere regalate da Moggi agli

arbitri per i colloqui riservati.

Tavaroli è alla guida del Tiger Team, una miniagenzia spionistica foraggiata

con decine di milioni di euro da Telecom Italia, allora presieduta da

Tronchetti Provera. I collaboratori di Tavaroli sono Emanuele Cipriani e l’ex

funzionario di polizia Adamo Bove, arrestato con Tavaroli il primo, morto

suicida il secondo dopo l’avvio dello scandalo delle intercettazioni Telecom.

I referenti del Tiger Team nel club sono Facchetti e f.. Ma Moratti

segue la partita da vicino. Nel 2003 gli investigatori nerazzurri preparano un

rapporto riservato. Tavaroli ne parla ai giudici di Milano: «Facchetti mi

disse di aver registrato su un cd i suoi colloqui con l’arbitro Nucini e mi

chiese di fare delle verifiche sull’arbitro De Santis. Concordammo di dare

l’incarico a Cipriani. Chiesi ad Adamo Bove di verificare i numeri dati da

Moggi all’arbitro per vedere se fossero riconducibili a personaggi del mondo

del calcio. Bove confermò. Cipriani redasse un report: “Operazione ladroni”».

Moratti dirà di avere chiesto a Tavaroli un semplice consiglio e che il resto

è stato frutto dell’iniziativa personale del capo della sicurezza Telecom. Ma

è chiaro che l’atmosfera da private investigation piace molto a Moratti, tanto

da prendergli la mano. Il metodo Tavaroli viene esteso ai calciatori, a

cominciare dagli atleti più in vista.

Il centravanti nerazzurro Bobo Vieri vive due stagioni eccezionali fra il

2001 e il 2003, ma dimostra un tendenza spiccata alla vita notturna. Moratti,

d’accordo con l’amministratore delegato Ghelfi, decide di pedinarlo. La

richiesta viene inoltrata a Tavaroli. Lui la gira all’amico Cipriani che,

oltre a seguire il bomber, effettua verifiche di polizia nella banca dati

dell’anagrafe tributaria e nei conti correnti bancari. Tutto viene

regolarmente fatturato all’Inter dalla Polis d’Istinto, l’agenzia

investigativa di Cipriani. Moratti non avrà problemi ad ammettere l’attività

spionistica, come fosse una normale prassi d’azienda. Lo farà ai primi di

ottobre del 2006, pochi giorni dopo l’arresto di Tavaroli per le

intercettazioni illegali Telecom. A raccogliere la testimonianza del

presidente interista è Francesco Saverio Borrelli, ex capo del pool Mani

pulite a Milano, incaricato di guidare l’indagine della Federcalcio su

Calciopoli.

Vieri, dopo sei anni di onesto servizio sportivo e 133 gol in maglia

nerazzurra, non la prende bene. L’attaccante fa causa per danni a Moratti con

una richiesta di 21 milioni di euro, denunciando di essere caduto in

depressione dopo aver appreso di essere stato spiato. Il processo è presieduto

da Raimondo Mesiani, il giudice dell’affare Mondadori-Cir e vedrà la prossima

udienza il 29 marzo 2012. Finora sono stati chiesti 80 milioni di euro

complessivi di danni a Telecom, Pirelli e Inter. A fine novembre 2011

Tronchetti Provera è finito sotto inchiesta per ricettazione e corruzione

internazionale per le attività spionistiche del Tiger Team, finanziate con 26

milioni di euro attraverso una voce del bilancio Telecom chiamata «conto del

presidente».

Si è invece conclusa con semplici condanne sportive l’avventura dello Spezia,

la squadra controllata e gestita dall’Inter. Con il club ligure c’era un

accordo tecnico complessivo per valorizzare i giovani nerazzurri che ha

prodotto altri milioni di perdite. Nel 2005 il club è stato rilevato da

Giuseppe Ruggieri, costruttore di origine calabrese con base a Reggio Emilia

noto per avere comprato l’Italcantieri da Paolo Berlusconi, che a sua volta

l’aveva ricevuta dal fratello Silvio assieme all’intero gruppo Edilnord.

L’arrivo di Ruggieri ha compromesso in modo definitivo una situazione

contabile già difficile. Il club ligure è fallito nel 2008. Un anno dopo

Ruggieri è stato arrestato per tentata estorsione e alla fine del 2010 è

finito sotto inchiesta per la bancarotta fraudolenta del club, con un buco

stimato in 15 milioni di euro. Nel processo sportivo conclusosi nel giugno del

2011, insieme a Ruggieri (cinque anni di inibizione) sono stati condannati a

sei mesi gli ex consiglieri dello Spezia Accursio Scorza, amministratore

dell’Inter con quarant’anni anni passati in Saras, e il direttore dell’area

tecnica nerazzurra Piero Ausilio.

La grana ligure toccata ai dirigenti interisti è passata inosservata, a

differenza di un altro guaio datato maggio 2008. Mentre la squadra stava per

conquistare lo scudetto, una fuga di notizie dalla Procura di Milano ha

svelato le frequentazioni e i colloqui telefonici fra alcuni interisti

(l’allenatore Roberto Mancini, il suo vice Sinisa Mihajlovic, il capitano

Javier Zanetti, il difensore Marco Materazzi, l’ex attaccante Alessandro

Altobelli e altri) e il sarto Domenico Brescia, referente del clan

’ndranghetista Crisafulli con precedenti per omicidio, spaccio, rapina e

associazione mafiosa. «È una brava persona» ha dichiarato «Spillo» Altobelli.

«Non è una questione molto importante» ha ribadito Moratti.

La sartoria di Domenico Brescia a Rovello Porro (Como) sistemava le divise

dell’Inter e il titolare aveva rapporti cordiali con molti giocatori, oltre

che un posto in tribuna vip a San Siro e accesso libero al centro sportivo

della squadra alla Pinetina di Appiano Gentile.

La pubblicazione sui giornali delle intercettazioni fra Brescia e il gruppo

di dipendenti nerazzurri ha molto irritato la Direzione distrettuale antimafia

milanese. Ma forse all’Inter avevano intuito qualcosa in anticipo rispetto ai

cronisti. Brescia è stato allontanato dalla Pinetina un mese prima che

uscissero gli articoli. Prevenire è sempre meglio che reprimere.

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Si sono rivisti in aula per la rissa all´Hollywood

Moratti contro Irvine

tutta colpa di un sms

di EMILIO RANDACIO (la Repubblica - Milano 31-01-2012)

Si sono rivisti, forzatamente, in un´aula di tribunale. Tre anni dopo una

rissa scatenata nel privè della discoteca Hollywood. L´ex pilota della Ferrari,

Eddie Irvine, e il figlio dell´ex sindaco, Gabriele Moratti. Tutti e due

imputati, ma anche parte lesa, per una lite scatenata nella notte del 20

dicembre 2008. Su come andarono i fatti, il processo cerca, molto a fatica, di

fare luce.

Ieri, di fronte ai molti «non ricordo», di diversi testimoni, il giudice

Marco Formentin è dovuto intervenire più volte ricordando che nelle

deposizioni c´è l´obbligo di dire la verità. Un dato, al momento, sembra

pacifico: il figlio di Letizia Moratti si sarebbe indispettito per un sms che

l´ex amico Irvine manda all´ex fidanzata Monica. Sul resto, le versioni

divergono. Irvine, insieme all´avvocato Marco Baroncini, giura di essere stato

colpito per primo, mentre era di spalle, e di aver avuto la rottura di un

timpano. Lesioni, ma anche minacce. Nel cuore della notte, l´ex ferrarista

riceve una telefonata dal guardaspalle di Moratti junior che gli giura che

gliela farà pagare. Dall´altra parte, il rampollo di casa Moratti (difeso

dagli avvocati Vincenzo Saponara e Vinicio Nardo), garantisce di essere stato

colpito all´Hollywood per primo con un bicchiere in testa.

I primi testimoni della rissa non hanno aiutato molto a chiarire le idee.

Solo un amico di entrambi gli imputati ha giurato che il primo a colpire sia

stato Moratti. Il 27 aprile, oltre agli ultimi testimoni, verranno ascoltate

le ricostruzioni dei diretti interessati.

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Società di consulenza al lavoro per la possibile cessione di una quota minoritaria

Moratti apre a nuovi soci per l'Inter

Il presidente possiede la quasi totalità delle

azioni e l'operazione non presenta grandi

difficoltà dal punto di vista tecnico

di LUCIANO MONDELLINI (MILANO FINANZA 22-02-2012)

Massimo Moratti potrebbe presto aprire il capitale dell'Inter a nuovi soci. I

rumor e le battute delle settimane scorse sul possibile ingresso di soci arabi

hanno lasciato spazio a qualcosa di più concreto e alcune società di

consulenza sarebbero già al lavoro per capire quale potrebbe essere il valore

economico del club nerazzurro.

L'obiettivo sarebbe quello di valutare un'eventuale cessione di una quota del

capitale della società, che al momento sarebbe però minoritaria. Fonti vicine

al presidente Moratti, interpellate da MF-Milano Finanza, assicurano infatti

che il numero uno nerazzurro non è intenzionato a cedere la maggioranza del

club né tantomeno una significativa quota di minoranza. Insomma non sarebbe

ipotizzabile la vendita del 49%, né che le famiglia Moratti lasci a breve la

presa sulla società calcistica tanto amata. Anche perché, a conferma della

continuità familiare che Moratti intende perseguire, va ricordato che nel cda

della società siedono due dei suoi cinque figli, Carlotta e Angelomario, e

proprio quest'ultimo è stato nominato vicepresidente esecutivo del club in

occasione del cda dello scorso 18 gennaio. Tanto che ormai viene considerato

dai bene informati l'erede certo al vertice della società, quando il padre

cederà il passo. In questo quadro, tuttavia, la possibilità che nei prossimi

mesi nuovi soci entrino nel capitale dell'Inter (apportando, così, risorse

fresche per il rilancio della squadra) è più che un'indiscrezione.

Tecnicamente, d'altronde, l'operazione non presenterebbe soverchie

complicazioni, visto che Moratti possiede quasi interamente la società

nerazzurra. All'ultima assemblea degli azionisti (tenutasi a fine 2011),

l'Inter risultava, infatti, controllata per oltre il 98% dalla Internazionale

Holding, società a sua volta posseduta in maniera pressoché totalitaria da

Massimo Moratti persona fisica. E le percentuali non sono mutate un granché

neanche dopo l'aumento di capitale da 40 milioni deciso in quell'occasione per

ripianare le perdite (pari a 86 milioni nel bilancio che si è chiuso a giugno

2011). In questo quadro l'imprenditore milanese potrebbe tranquillamente

cedere una quota significativa del club, senza alterare granché gli equilibri

di potere.

Il punto è quanto potrebbe essere la valutazione esatta dell'Inter in termini

economici. La stima non è affatto semplice, visto che, come la gran parte

delle società calcistiche italiane, il club milanese non possiede uno stadio

di proprietà. Ciò significa che, a parte il valore degli uffici e dei vari

centri sportivi (Appiano Gentile e non solo), gli asset sono soprattutto

immateriali, come per esempio il valore dei giocatori e quello del marchio.

Certamente, però, si tratta di una delle società calcistiche più conosciute e

gloriose al mondo, seconda in Italia solo alla Juventus per numero di tifosi e

con sostenitori in tutto il pianeta. La rivista americana Forbes, che

annualmente stila una graduatoria sui club calcistici più ricchi al mondo, ha

classificato la società nerazzurra al decimo posto al termine della stagione

scorsa, con un valore superiore a 304 milioni. Ovvio quindi che anche la

cessione di una quota minoritaria potrebbe portare una grande sollievo alle

casse del club, rilanciandone le ambizioni sportive.

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Nuove alleanze

Soci per Moratti:

pista araba calda

e spunta l'Indonesia

Uno sponsor è più probabile della cessione di quote

Il presidente deciderà su Ranieri dopo Napoli-Inter

di MATTEO DALLA VITE & MARCO IARIA (GaSport 24-02-2012)

Nuovi soci per l'Inter di Massimo Moratti. L'anticipazione de La Ġazzetta

dello Sport del 15 febbraio scorso trova conferme e riscontri anche negli

ambienti finanziari. Milano-Finanza (quotidiano economico) rilancia l'ipotesi

di un ingresso nel club nerazzurro. Così. «I rumor delle settimane scorse sul

possibile ingresso di soci arabi — racconta MF — hanno lasciato spazio a

qualcosa di più concreto e alcune società di consulenza sarebbero già al

lavoro per capire quale potrebbe essere il valore economico nerazzurro».

Nuovi orizzonti da non escludere quindi, anche se ancora non quantificabili

e soprattutto non definiti.

Quota e presidenza I sussurri di metà febbraio lasciavano intravvedere

più una sponsorizzazione forte che un ingresso vero nelle quote del club.

Quest'ultima ipotesi, comunque non esclusa a priori, pareva più difficile e

complicata rispetto a un appoggio esterno che si tradurrebbe proprio in uno

sponsor come può essere l'attuale (principale) legato a Pirelli o gli Emirates

per il Milan o la Qatar Foundation per il Barcellona. Adesso, sempre secondo

Milano-Finanza, «l'obiettivo sarebbe quello di valutare un'eventuale cessione

di una quota del capitale della società, che al momento sarebbe però

minoritaria... perché non sarebbe ipotizzabile la vendita del 49% né che la

famiglia Moratti lasci a breve la presa sulla società calcistica». Di certo,

comunque, è da tempo che si vocifera un passaggio di mano da Massimo

(che comunque non uscirebbe certo dal pianeta-Inter) al figlio Angelomario che

fra l'altro è stato nominato vicepresidente esecutivo nell'ultimo consiglio di

amministrazione.

Arabia o Indonesia? Fin qui la conferma di MF, ma l'ultima indiscrezione

da ambienti sportivi allargherebbe gli orizzonti: tempo fa parlammo di interessi

provenienti dagli Emirati Arabi nei quali l'Inter ha avviato diverse

iniziative, calcistiche e imprenditoriali. L'ipotesi araba resterebbe comunque

la più attendibile ma sussurri dell'ultima ora aprirebbero un percorso verso

l'Indonesia, nella quale l'Inter sta allestendo due amichevoli di fine

stagione e comunque intrecciando rapporti che potrebbero avere un futuro.

L'Indonesia, economia in crescita, non fa più parte della Opec (Organizzazione

dei Paesi esportatori di Petrolio) dal 2009 ma negli ultimi anni ha registrato

importanti scoperte di giacimenti di gas, anche questo un settore di forte

interesse per la Saras della famiglia Moratti.

Ipotesi nuovo stadio? Naturalmente, come detto, l'eventuale ingresso di

sponsor/soci che avverrebbe attorno alla metà del 2012 riporterebbe a galla

vecchi discorsi legati alla realizzazione di un nuovo stadio, vecchia idea di

Massimo Moratti accantonata ma mai dimenticata. L'ingresso di quelle (arabe o

indonesiane) nuove forze, potrebbe anche portare allo sviluppo di nuove vie di

investimento fra le quali proprio l'impianto sportivo avrebbe un ruolo non

secondario. Ma, visto che i «nuovi ricchi» amano fare shopping in Occidente

semplicemente per accreditarsi in determinate piazze finanziarie, ecco che

l'Inter potrebbe essere la testa di ponte per ulteriori business. A ogni modo,

l'ingresso di capitali freschi darebbe una boccata d'ossigeno alle finanze

personali di Moratti, al quale l'Inter continua a costare tanto. L'ultimo

bilancio, relativo alla stagione 2010-11, ha registrato un deficit di 86, 8

milioni e si è reso necessario l'ennesimo aumento di capitale (da 40 milioni)

facendo ammontare l'esborso del patron, dal 2006 in avanti, a 400 milioni.

Ranieri e Napoli In tutto questo, c'è anche la parte sportiva. Il k. o. di

Marsiglia ha aggiunto un'altra perla «bacata» nella collana delle sconfitte.

Massimo Moratti è uscito dal Velodrome senza passare dagli spogliatoi, sia

per il fastidio post 1-0 e sia per evitare le tante telecamere prontissimo ad

attenderlo. Ma la domanda che si fanno tutti è: se perde a Napoli, Claudio

Ranieri salta? Ipotesi da non escludere, se sarà un altro tracollo tipo Roma.

Ma senza dare l'esonero per scontato. Moratti è convinto che prima o poi

l'Inter vera riapparirà.

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MORATTI CERCA SOCI La «8holding» studierebbe l’opzione: 100-120 milioni per 4 anni

La rinascita Inter? Cose turche

Un fondo sarebbe interessato a rilevare Pirelli come «main sponsor» dei nerazzurri

di FILIPPO GRASSIA (il Giornale 25-02-2012)

La rinascita dell’Inter parte dalla finanza con l’ingresso, sempre più

plausibile, di un fondo turco che ha in portafoglio una società

particolarmente interessata allo sport come fattore di comunicazione. Nel

mirino la sponsorizzazione dell’Olimpiade 2020 che vede Istanbul fra le grandi

favorite dopo la rinuncia di Roma. Ma c’è dell’altro in attesa della decisione

del Cio, prevista a settembre 2013. Vale a dire una serie d’interventi

intermedi fra i quali una forte presenza nell’Inter come main sponsor se non

addirittura come azionista di minoranza.

Quanto servirebbe per posizionare il brand a livello europeo. A occuparsi

della questione è Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli nonché

vice­presidente di Mediobanca e consigliere d’amministrazione dell’Inter. A

questo riguardo si parla di contatti con la “8holding”, un network

internazionale di serissima e consolidata esperienza che ha sede a Lugano.

Potrebbe spettare infatti ai vertici della holding, presente in svariati

settori imprenditoriali e in numerosi Paesi, la verifica del business e la sua

congruità in relazione agli scopi del fondo turco, che ha anche forti

interessi in Azerbaijan dove ha presentato un progetto per lo stadio olimpico

di Baku.

Tronchetti Provera si pone due scopi: innanzi tutto trovare un’alternativa

alla sponsorizzazione della Pirelli sulle maglie della squadra nerazzurra e

concentrare sulla F1 l’attività di marketing; in secondo luogo assicurare

all’Inter un partner in grado di supportare un bilancio che si mantiene in

profondo rosso nonostante le criticate cessioni di alcuni fra i migliori

giocatori come Eto’o, Balotelli e Thiago Motta. Negli ultimi tre esercizi la

perdita è stata di oltre 310 milioni. Ma di questo i tifosi, abituati fin

troppo bene a scudetti e coppe in serie, si dimenticano facilmente. E il fair

play finanziario dell’Uefa, tanto sbandierato, fa davvero paura. Per

rientrarvi Moratti dovrà dimostrare una netta inversione di tendenza sui conti

e far risalire la gran parte del disavanzo agli ingaggi firmati in data

anteriore al primo giugno 2010. Di qui l’importanza di associare una cura

dimagrante sui costi fissi (stipendi e cartellini) all’ingresso di denaro

fresco proveniente da fonti esterne alla società.

In caso di main sponsorship Tronchetti Provera si propone l’ambizioso

traguardo (per lui non sarebbe una novità) di ottenere un contratto

quadriennale fra i 100 e i 120 milioni. Diverso sarebbe il discorso se il

fondo in questione, supportato da «8holding» a livello consulenziale, entrasse

fra i soci con capitali importanti. È quanto si augurano Moratti e Tronchetti

Provera che sono fortemente interessati sul piano extrasportivo anche alle

altre attività di «8holding», in particolare nel campo energetico e in quello

dell’impiantistica sportiva.

Per capire qualcosa di più sul network svizzero è interessante riportare un

paio di frasi che compaiono nel biglietto da visita: «La nostra rete è il

nostro prodotto, e il capitale intellettuale è la nostra risorsa principale »,

«Non abbiamo clienti, ma partner». Nel board è massiccia la presenza di

management italiano, e questo fattore potrebbe aumentare il successo

dell’iniziativa. Nel core-­business non solo olio, gas e minerali, ma anche

biotecnologia, agricoltura e alimentazione, servizi finanziari, lusso e

fashion, media e comunicazione, trasporti, infrastrutture anche sportive,

utilities. La società è presente in 18 Paesi fra cui Azerbajian, Brasile,

Italia, Turchia, Regno Unito e Sudafrica. Al momento i suoi emissari guardano

con interesse al recupero dell’area industriale di Marghera e al passante

energetico.

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CorSera - Milano 28-04-2012

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___

Il processo All'udienza per la rissa all'Hollywood, scoppiata perché l'ex pilota della Ferrari era accompagnato dall'ex fidanzata dell'altro

Irvine, deposizione show contro Moratti

di LAURA FUGNOLI (la Repubblica - Milano 28-04-2012)

MORATTI jr contro Irvine, due imputati, l'un contro l'altro, e una udienza

davanti ai giudici milanesi che siè trasformata in un vero e proprio show.

Eddie Irvine, ex pilota della Ferrari, ha ricostruito teatralmente - ad un

certo punto è anche salito su una sedia - la rissa avvenuta tra lui e Gabriele

Moratti il 20 dicembre 2008 alla discoteca Hollywood, tra botte, gelosie e

qualche bicchiere di troppo. «All'improvviso mi sono sentito strattonare alle

spalle- ha spiegato Irvine mimando la scena - e mi è arrivata una scarica di

pugni alla testa. Allora ho risposto colpendo alla cieca con la mano sinistra,

con cui impugnavo un bicchiere di vodka lemon.

Ma non mi sono girato perché temevo di essere colpito agli occhi». L'ex

pilota di Formula 1 ha dichiarato poi ai giudici di essere tornato in albergo

con un orecchio dolorante per le botte subite e di aver ricevuto una

telefonata minacciosa da parte di un amico di Moratti presente quella sera

all'Hollywood: «Mi disse che mi avrebbe ucciso - ha raccontato impetuosamente

Irvine in aula - e so che questa persona aveva una pistola, l'avevo vista!»

All'origine del litigio sembra ci sia stato un impeto di gelosia. Irvine,

infatti, aveva fatto il suo ingresso nella discoteca di corso Como in

compagnia di una ragazza, ex fidanzata di Moratti. Una storia di rivalità

amorosa, sfociata nel peggiore dei modi ma con modalità ancora da chiarire. Di

fatto dal 2008 a oggi né Irvine né Moratti jr hanno trovato una conciliazione

Il figlio di Letizia Moratti, coimputato, ha ascoltato scuotendo la testa e

mostrando incredulità. La sua udienza, per replicare al rivale, è fissata il

prossimo 29 giugno. Per lui, oltre all'accusa di lesioni gravi, anche quella

di minacce aggravate, ma gli avvocati del giovane rampollo non demordono.

«Gabriele Moratti ha avvicinato civilmente Irvine- questa la tesi dei suoi

legali - ricevendo invece un colpo violentissimo che avrebbe potuto cavargli

un occhio».

___

A processo dopo la rissa

Irvine balla davanti al giudice

per accusare Moratti junior

di MASSIMO DE ANGELIS (Libero 28-04-2012)

Botte da orbi in discoteca e show danzante di fronte al giudice. Succede anche

questo nella rutilante Milano by night, quando i contendenti rispondono ai

nomi di Eddie Irvine e Gabriele Moratti. Nel dicembre 2008 memorabile rissa

nel privè del club Hollywood tra il driver irlandese e il rampollo meneghino,

ovviamente per la contesa di una giovane modella. Dalle parole ai fatti il

passo fu breve, con accuse reciproche di lesioni gravi e minacce ripetute. Una

scena da Far West tra il drammatico e l’esilarante. Non avendo mai trovato una

conciliazione i duellanti si sono dati appuntamento in un’aula del tribunale,

con testimoni e body guard al seguito. Spettacolare la deposizione odierna del

pilota irlandese, che si mette a ballare sulla sedia davanti al giudice

incredulo, cercando di ricreare l’atmosfera della nottata. Poi mima la

dinamica della presunta aggressione. Ma entra troppo nella parte e viene

ripreso dalle autorità «Signor Irvine non gesticoli, cerchi di spiegare i

fatti con le parole, non con le danze». Allora si passa al racconto della

singolar tenzone, con la descrizione dell’ambiente, l’approccio con la ragazza

( ex fidanzata di Moratti ), un drink di troppo e l’immediata lite a seguire.

L’acciaccato Eddie sostiene di essere stato colpito da due, tre cazzotti del

focoso Gabriele, perdendo l’equilibrio in una rovinosa caduta. Risultato

finale: forte contusione al timpano, costole doloranti e lividi ovunque. Ora

toccherà al figliolo di sciura Letizia, il prossimo 29 giugno, raccontare la

sua versione dei fatti, possibilmente senza frizzi e lazzi.

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LA TRIMESTRALE

Saras, trimestre difficile per la raffinazione

crolla l'utile dell'89%, il titoli ai minimi

La società dei Moratti sconta il calo dei margini a causa della

concorrenza dei prodotti in arrivo dall'estremo oriente. Ottimismo per

la seconda parte dell'anno con la discesa dei prezzi del petrolio

di LUCA PAGNI (la Repubblica - ECONOMIA & Finanza 15-05-2012)

MILANO - Ancora un trimestre difficile per la Saras, la società controllata

dalla famiglia Moratti che è tra i leader in Europa nella raffinazione dei

prodotti petroliferi. Come da due anni a questa parte, la concorrenza dei

prodotti in arrivo dall'Estremo oriente, dove si può ancora contare su un

prezzo della manodopora più basso, ha penalizzato i margini. Saras nel primo

trimestre ha così accusato una perdita netta 'adjusted' di 36,6 milioni di

euro a fronte di un profitto di 39,5 milioni registrato nello stesso periodo

dell'esercizio precedente. Contestualmente l'utile netto 'reported' è crollato

dell'89% a 14,1 milioni.

La performance negativa rispetto al primo trimestre 2011, spiega una nota,

può essere spiegata soprattutto "da un contesto di margini estremamente deboli

e dalle penalizzazioni indotte dalle attività di manutenzione effettuate sulla

raffineria. Nei tre mesi a marzo i ricavi del gruppo sono aumentati del 17% a

3,11 miliardi, mentre l'ebitda 'comparable' si è attestato a 21,1 milioni (in

calo dell'86% dai 154,3 milioni della prima frazione dell'anno scorso).

L'azienda ha però lavorato sull'indebitamento: al 31 marzo la posizione

finanziaria netta risultava calata a 473 milioni dai 653 milioni registrati al

31 dicembre. In Borsa il titolo ha reagito in negativo, toccando un nuovo

minimo storico sotto quota 0,77 euro.

Per il futuro si intravede qualche margine di miglioramento. Il presidente,

Gian Marco Moratti ha osservato che "oggi, la discesa delle quotazioni del

grezzo sta producendo un miglioramento dei margini di raffinazione, e ciò ci

consente di guardare al secondo trimestre con discreto ottimismo". Anche

perchè, ha precisato, che nel primo trimestre, "i segmenti generazione energia

elettrica, marketing ed eolico hanno avuto un andamento positivo mentre il

segmento raffinazione ha risentito di uno scenario di mercato difficile".

I problemi di Saras riguardano tutto il settore della raffinazione in Europa.

L'Italia non fa ovviamente eccezione, come dimostrano anche i casi di Eni,

che ha fermato l'impianto di Gela per un anno, e quelli di Erg, che ha

ceduto la maggioranza dell'impianto di Priolo ai russi di Lukoil.

___

Libero 16-05-2012

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Modificato da Ghost Dog

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Finanziarie. Conti Cmc in rosso di 3,6 milioni

Massimo Moratti fa

pulizia nella holding

di ANDREA GIACOBINO (Il Sole 24 ORE 09-06-2012)

Massimo Moratti fa pulizia di bilancio e riduce i debiti verso banche nella

sua holding Cmc attraverso la quale è socio di Marco Tronchetti Provera

nelle quotate Camfin e Prelios. Qualche giorno fa, infatti, l'assemblea

degli azionisti ha dovuto utilizzare la voce di patrimonio “altre riserve”

per coprire i 3,64 milioni di perdite registrati nei conti 2011, che si

confrontano con i 730.416 euro di passivo del precedente esercizio. Il

rosso è dovuto a svalutazioni per 2,87 milioni che hanno riguardato

diversi asset della holding del presidente dell'Inter: nel dettaglio

236.638 euro di writeoff sulla controllata Almata Servicos de Consultadoria

(che deteneva una piccola partecipazione nella Digital Television fallita

recentemente), altri 240.000 euro di minor valore su una manciata di titoli del

Banco Popolare, 1,8 milioni di svalutazione sull'1,49% in Camfin (con un valore

di carico unitario ridotto da 0,61 a 0,46 euro per azione) cui si sommano

400.000 euro di minor valore della quota dello 0,4% in Prelios (passata in

carico da 0,43 a 0,32). Durante l'esercizio, peraltro, Moratti ha venduto

anche parte delle azioni Pirelli, circa un milione di titoli che gli hanno consentito

di realizzare una plusvalenza di 331.173 euro, riducendo la partecipazione

allo 0,48%. Su un totale di attivo sceso così da 75,17 a 67,6 milioni,

Cmc mantiene significativi asset immobiliari che valgono oltre 12 milioni, come

un immobile nella centrale via Laghetto a Milano, un altro edificio a Parigi

detenuto attraverso la Emcedeux che è stata finanziata per 380.000 euro,

oltre a immobili a Londra, Madrid e Cortina d'Ampezzo. Ci sono poi

attività finanziarie per 12,1 milioni che comprendono 10 milioni investiti su un

fondo hedge collegato al gruppo Sator di Matteo Arpe e una quota del Sator

Private Equity Fund. A fronte di un patrimonio netto di 28,5 milioni Moratti ha

visto ridursi i debiti anno su anno da 45,8 a 41,6 milioni; diminuzione ascrivibile

quasi interamente all'esposizione verso banche. Questa è costituita, fra

l'altro, da un mutuo ventennale con Unicredit Banca del valore residuo di 1,8

milioni e da un finanziamento a tasso variabile del valore iniziale di 35

milioni ottenuto da Mps.

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il Fatto Quotidiano 10-06-2012

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FINANZA

LETTERA ALL'INVESTITORE

di ALBERTO NOSARI (Repubblica - AFFARI&FINANZA 24-06-2012)

-------

Saras vede un Ebitda stabile

nel 2012 sarà di 400 milioni

PER L’ESERCIZIO IN CORSO SI PUNTA SULLA RIDUZIONE DEI COSTI.

IN DIMINUZIONE L’INDEBITAMENTO SCESO DI 100 MILIONI, A QUOTA

550 MILIONI. L’EBIT DOVREBBE RIPROPORRE I 180 MILIONI DEL 2011

SALVO SORPRESE SU CAMBI, CONGIUNTURA E MARGINE DI RAFFINAZIONE

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Milano

«Lo scenario congiunturale si conferma decisamente complesso e proprio per

questo noi resteremo concentrati sulla riduzione dei costi e sull’aumento

dell’efficienza, implementando il programma di eccellenza operativa chiamato

“Progetto Focus” in attesa che passi la tempesta che da oltre tre anni

imperversa sul nostro settore ». Questo anche perché, precisa Gian Marco

Moratti, presidente e maggiore azionista di Saras con il fratello Massimo, che

è ammini-stratore delegato, «la nostra struttura patrimoniale e

l’articolazione reddituale, con i relativi flussi di cassa, ci permettono di

affrontare il permanere di uno scenario macro negativo ancora per molto tempo,

ma anche senza nessuna soddisfazione per gli impegni sino ad ora profusi».

Uno scenario negativo da cui, prosegue il presidente, «dobbiamo trovare una

via di uscita in tempi ragionevoli, anche tramite l’intervento delle autorità

comunitarie. Intervento volto a salvaguardare un’attività considerata

“strategica” da molte economie occidentali, eliminando le distorsioni oggi

presenti sul mercato e ricreando le condizioni di una “corretta” concorrenza».

Intervento senza il quale il settore della raffinazione in Europa è destinato

ad un progressivo arretramento. Noi comunque, aggiunge Gian Marco Moratti,

«possiamo fronteggiare le attuali difficoltà meglio di altri concorrenti

europei, grazie alla tradizionale solidità patrimoniale del nostro gruppo, ed

ai confortanti flussi di cassa derivanti dagli investimenti realizzati nel

recente passato, anche per sviluppare la generazione di energia elettrica con

l’utilizzo dei prodotti meno nobili del ciclo di raffinazione».

Ed è anche per tutto ciò che noi, prosegue il presidente, «parteciperemo

attivamente, insieme a tutte le altre società del settore, alla ricerca di

opportunità e di alternative per affrontare al meglio un quadro congiunturale

che si conferma oggettivamente complesso », con pesanti ricadute sui margini

reddituali come testimoniano i risultati delle aziende del settore in Europa.

Più in particolare, precisa Massimo Moratti, amministratore delegato di Saras,

«il nostro comparto è in difficoltà da diversi anni in quanto i prezzi dei

prodotti petroliferi, principalmente benzina e diesel, hanno riflesso solo

parzialmente i notevoli rialzi della materia prima, ovvero il petrolio grezzo.

In tale contesto, i margini di raffinazione si trovano sotto pressione, e non

sempre risultano adeguati a coprire i costi», ma sovente generano perdite. Nel

contempo, prosegue il Ceo, «domanda e produzione sono distribuiti in modo

asimmetrico nel mondo. In Europa, per esempio, la produzione locale di diesel

non è in grado di coprire i consumi, e ciò costringe ad importare circa il

20-25% del fabbisogno ».

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Ma ciò non si traduce in una opportunità per le società europee e il gruppo

italiano in quanto Saras, «pur facendo leva su importanti vantaggi competitivi,

merito anche ai massicci investimenti realizzati nel passato, non ne può

beneficiare perché l’industria della raffinazione europea subisce la

“scorretta concorrenza” delle raffinerie Indiane, Medio-Orientali, Cinesi ed

Americane». La competizione infatti, prosegue Massimo Moratti, «è fortemente

squilibrata in quanto le raffinerie orientali beneficiano di varie forme di

esenzione fiscale ed incentivi economici, oltre ad avere delle normative sulla

sicurezza e sull’ambiente assai meno vincolanti di quelle europee, mentre gli

Usa invece, il costo d’acquisto del petrolio è decisamente inferiore a quello

che devono sostenere le raffinerie europee. Ciò, poiché il prezzo del grezzo

di riferimento per il Nord America, il Wti, che abitualmente trattava a

livelli simili al Brent (circa 1 o 2 dollari al barile di premio), in questi

ultimi 2 anni è passato ad essere fortemente a sconto rispetto al grezzo di

riferimento europeo; uno sconto che in certi momenti è giunto fino a 25

dollari al barile, e che attualmente sembra essersi stabilizzato nell’intorno

dei 15 dollari. Ed ecco perché le raffinerie americane del Mid-West e del

Golfo del Messico possono inviare i loro prodotti nel Vecchio Continente,

compensando ampiamente gli oneri di trasporto verso l’Europa». A complicare

ulteriormente la situazione, vi sono state poi le crisi geo-politiche in Nord

Africa, in Sudan, in Siria ed Iran, solo per citare le principali; uno

scenario che hanno messo particolarmente in tensione i mercati del grezzo,

comprimendo ulteriormente i margini.

Un quadro di riferimento oggettivamente complesso, a cui il gruppo, come

ricordato, ha risposto focalizzandosi ancora di più sulla ricerca di

efficienze, utilizzando anche la leva commerciale in modo proattivo proprio

per sfruttare le opportunità che si creano in una fase di forte oscillazione

dei prezzi come puntualizza Dario Scaffardi, direttore generale di Saras, che

aggiunge: «data l’impossibilità di influenzare lo scenario di mercato abbiamo

dovuto porre l’enfasi sui programmi di “self-help” tesi al miglioramento

interno». E i risultati fin qui ottenuti «sono decisamente positivi nella

razionalizzazione dei costi, con circa 23 milioni di benefici nel 2011,

oltreché nell’ambito dell’efficacia operativa, mentre il progresso

nell’efficienza energetica continua a richiedere sforzi importanti ed offre

ancora margini di miglioramento».

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Nel contempo, prosegue Scaffardi, «il “Project Focus” è stato esteso anche

alle aree commerciali, al fine di cogliere maggior valore dalle opportunità

che sorgono in un contesto di mercato forte e con elevata volatilità dei

prezzi petroliferi. Grande enfasi viene posta anche sul controllo del capitale

circolante, delle scorte petrolifere, e sulla rigorosa selezione degli

investimenti». Ma c’è pure altro poiché, completa il direttore generale, «in

considerazione di logiche di lungo periodo secondo le quali l’Europa

continuerà ad essere un importatore netto di diesel, abbiamo deciso di

completare il progetto di potenziamento dell’impianto MildHydroCracking2

(MHC2). Tale unità è dedicata alla produzione di gasolio a bassissimo tenore

di zolfo e, con un investimento di circa 60 milioni da completarsi entro la

prima metà del 2013, sarà in grado di incrementare la produzione di diesel per

circa 600 mila tonnellate/anno, generando anche un incremento della

lavorazione di raffineria per circa 650 mila tonnellate, cogliendo la relativa

marginalità, che risulta rilevante anche nell’attuale congiuntura».

Iniziative i cui effetti si dispiegheranno appieno nel prossimo futuro,

mentre il presente resta condizionato dagli scenari macro sopra delineati come

testimoniato dai dati 2011, dal primo trimestre 2012 e dalle proiezioni per

fine anno. Le aspettative sul 2012, nell’ipotesi di stabilità nel tempo del

cambio euro/dollaro, dello scenario macro, e dei margini di raffinazione,

riproducono nella sostanza le dinamiche dello scorso anno. E se si

confermeranno tali ipotesi di stabilità, il 2012 potrebbe chiudersi con un

Ebitda nell’intorno dei 400 milioni e un Ebit in linea con i 181 milioni dello

scorso anno, mentre l’indebitamento dovrebbe diminuire di circa 100 milioni e

collocarsi a fine 2012 in prossimità dei 550 milioni.

-------

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Continua l’altalena in Borsa

ma il trend resta discendente

SARAS SOTTOPERFORMA A CAUSA DEL DIFFICILE CONTESTO

ARRIVANDO MARTEDÌ 19 GIUGNO A FISSARE LA QUOTAZIONE A 0,73

EURO, CON UN GAP DI CIRCA IL 50% SUI MASSIMI DELLO SCORSO

ANNO. TREND ORMAI IN ATTO DAL 2007 OSSIA DA QUANDO GLI

EVENTI MACRO HANNO RIVOLUZIONATO L’ECONOMIA REALE

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Milano

Saras conferma un andamento contrastato, anche se caratterizzato da

una progressiva erosione dei valori. Il titolo ha così inaugurato il 2012 con un

trend positivo da quota 0,998, ma già dal 6 gennaio si è innestata una

inversione a cui ha fatto seguito un’altra ripresa, seppur contrastata, sino

al massimo di 1,238 dell’8 febbraio.

Un saliscendi proseguito nei mesi successivi, anche se ogni volta il pendolo

si è fermato a valori inferiori sino a raggiungere il livello attuale 0,73

con un calo dell’1,15% rispetto a lunedì 18 giugno.

Novantacinque giorni borsa nel corso dei quali Saras ha perso il 41%

sottoperformando sia il Ftse Mib che l’indice oil&gas dell’Euro Stoxx.

Scenario sostanzialmente analogo se il confronto viene attuato sulla base

dell’andamento delle quotazioni degli ultimi dodici mesi poiché le azioni

della società milanese hanno perso oltre il 52% passando da 1, 524 euro del 4

luglio 2011 agli attuali 0,725 euro.

Un trend che prosegue sostanzialmente inalterato sin dal 2007 e cioè pochi

mesi dopo l’ingresso al listino, avvenuto il 19 giugno 2007 a 4,637. Saras è

infatti salita nelle prime settimane sino a raggiungere il massimo storico il

9 luglio 2007 a 4,891 prima di innestare la retromarcia e sforare

progressivamente i tre euro nel marzo del 2008 per poi scivolare

inesorabilmente sotto i due euro 12 mesi dopo, all’inizio di marzo del 2009, e

infine scendere sotto un euro il 21 novembre del 2011.

Una caduta a cui ha contribuito l’avversa congiuntura e la progressiva

erosione di una redditività che in alcune occasioni ha segnato valori negativi

poiché i margini di raffinazione non sono risultati sufficienti a coprire i

costi.

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e fra gli analisti domina la cautela

Equita è passata da hold a buy a inizio anno perché Saras «aveva

sottoperformato in misura marcata e abbiamo percepito una

accelerazione nel processo di ristrutturazione dell’industria della

raffinazione».
Intermonte
conferma il neutral perché «i margini di

raffinazione sono destinati a restare sotto pressione in quanto il

settore continuerà ad essere penalizzato a lungo dal tema della

sovracapacità».
Cheuvreux
rilancia l’underperform perché «ci

attendiamo un 2012 ancora molto debole sul margine di raffinazione

in quanto l’eccesso di capacità continuerà a penalizzare il settore

e lo scenario macro si conferma difficile».
Banca Imi
ripropone

l’add «per motivi valutativi in quanto tratta a multipli

eccessivamente penalizzati se non assumiamo un peggioramento

dello scenario macro, mentre noi dal 2013 ci attendiamo una certa

ripresa e una riduzione della sovracapacità».
Mediobanca
conferma

il neutral perché «in questo momento il business della raffinazione

tratta a equity value negativo e quindi non riteniamo che il titolo

possa scendere al di sotto dei valori attuali, anche se non ci

sono elementi macro per poter ritenere un’inversione in positivo

dei margini di raffinazione».
Centrosim
ripropone il buy perché

«apprezziamo le qualità degli asset, con un portafoglio di attività

in grado di stabilizzare i flussi di cassa e una raffineria fra le

più grandi ed efficienti del Mediterraneo, mentre i prezzi attuali

scontano già valori impliciti negativi del business della

raffinazione».

-------

[LE CRITICITÀ]

mentre la redditività rasenta valori negativi

La domanda di carburanti resta depressa mentre il prezzo del

petrolio dipende da variabili geo-politiche e ciò si scarica su quel

margine di raffinazione
che potrebbe restare molto penalizzante

ancora a lungo. La congiuntura si conferma infatti difficile e gli

interventi sul rilancio appaiono deboli poiché i leader europei

stentano a trovare una quadra per farci uscire da una
recessione

che trova terreno fertile, mentre gli emergenti rallentano. Permane

inoltre il timore sulle
sorti dell’euro
e l’euforia originata dalle elezioni

greche potrebbe essere effimera se non verranno avviati a

soluzione i nodi strutturali e se non verrà condiviso un percorso di

rilancio delle economie. La
domanda di carburanti
quindi ristagna

e potrebbe riproporsi per lungo tempo quell’eccesso di offerta

aggravatosi per la sovra-capacità: fenomeno acutizzatosi con

l’entrata a regime delle nuove maxiraffinerie e sul quale permane il

timore di altre iniziative analoghe nei Paesi ricchi di petrolio.

Saras si deve poi confrontare con il tema della dimensione perché i

suoi impianti sono un gioiello, ma restano “piccoli” per un mondo

popolato da colossi, mentre il rifinanziamento del debito scadente

nelle prossime settimane tarda a chiudersi, anche se le dimensioni

sono contenute e la struttura patrimoniale resta solida. C’è infine

un tema di
trasparenza e governance
per una realtà famigliare

che vede molti dei suoi membri al vertice e ben pagati mentre da

tre anni i soci devono rinunciare ai dividendi.

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