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Verissimo ma poi arrivò quel goal assurdo di Magath e iniziò il buio.

Io ad Atene ero in curva. Per quella trasferta spesi 550.000 lire: partenza da Torino con un charter alle 8 di mattina e ritorno alle 4 di mattina del giovedì. Non rimpiango i soldi ma quella coppa, con quella squadra poi, quella sì.

Quando riguardo quell'azione ( sono davvero masochista in questo sefz ) , mi chiedo spesso : ma che gazzo ci faceva Bettega a contrastare Magath su quel maledetto pallone ?? :,(

Edited by marcotardelli

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Quando riguardo quell'azione ( sono davvero masochista in questo sefz ) , mi chiedo spesso : ma che gazzo ci faceva Bettega a contrastare Magath su quel maledetto pallone ?? :,(

Vero ma quella sera non c'era una cosa che funzionava... che delusione.

Due anni dopo ci fu l'Heysel. Io che ero presente a Belgrado nel 1973 quando perdemmo contro quello squadrone targato Ajax con un altro goal a palombella sul colpo di testa di Rep che sorprese Zoff, che ero presente ad Atene, decisi dopo la sconfitta con l'Amburgo di non assistere di persona ad altre finali; con il senno del poi meno male che non c'ero a Bruxelles altrimenti non so come sarebbe finita.

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@@

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buon compleanno Michel!!!:sventola: :sventola: :sventola: :sventola: @@ @@ 56 anni compie oggi il nostro presidente!!!

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Da wikipedia:

Dopo l'addio al calcio, su invito dell'Emiro del Kuwait, Platini gioca, per 21 minuti, con la casacca del Kuwait, una partita amichevole contro l'URSS.

Ma è vera sta cosa?? .asd

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Joined: 12-Apr-2011
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Joined: 04-Apr-2006
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Da wikipedia:

Dopo l'addio al calcio, su invito dell'Emiro del Kuwait, Platini gioca, per 21 minuti, con la casacca del Kuwait, una partita amichevole contro l'URSS.

Ma è vera sta cosa?? .asd

Ma come poteva giocare con la nazionale del Kuwait se é francese? sefz

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Joined: 27-May-2011
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sono a 10000 post il posto dove mettere il 10000simo non poteva che essere qui. avevo 8 anni quando è venuto alla juve. mi ha fatto diventare juventino (nono stante papà milanista sefz )

http://www.vavel.com..._277030453.jpeg

http://youtu.be/XXorVefuMik[/

http://youtu.be/9X5gkyAoI_s[/

http://youtu.be/SwUM8l3UX1M[/

http://youtu.be/Boz7uTwQF_E[/

http://youtu.be/gfIyLmwmBNc[/

http://youtu.be/Lu1XthWs0Mk[/

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TURIN CHANTE TOUJOURS

“MICHEL”

QUE RESTE-T-IL DE PLATINI dans la capitale

du Piémont, qu'il a enchantée de 1982 à 1987

sous le maillot de la Juventus? Un quart de siècle

plus tard, le Français demeure ici « le Roi ».

par YOANN RIOU (FRANCE football | MARDI 13 NOVEMBRE 2012)

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Edited by Ghost Dog
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Joined: 21-Feb-2009
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In assoluto il giocatore piu' determinante e il piu' completo, che ho avuto la fortuna di ammirare in parole povere un "Marziano". Guardatevi come "Mata" i bovini con due gol che dimostrano quanto era completo. Prima un gol di testa da "Ariete" dell'area di rigore (lui che era mingherlino e di statura media) e poi una punizione dal limite delle sue, una rasoiata nel sette che ha rischiato di far venir giu' il vecchio "comunale

Edited by Bkkjuve

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Joined: 19-Nov-2011
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Mio fratello aveva una sua foto sulla parete, una gigantografia (per la gioia del mio babbo milanista sefz) e ogni volta che entravo nella sua camera mi diceva "piccola, saluta LeRoi..." .asd ...prima del suo arrivo simpatizzavo Juve per far felice il mio fratellone, Platini mi ha fatto innamorare perdutamente della Vecchia Signora @@ @@ @@

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Joined: 14-Dec-2005
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Mio fratello aveva una sua foto sulla parete, una gigantografia (per la gioia del mio babbo milanista sefz) e ogni volta che entravo nella sua camera mi diceva "piccola, saluta LeRoi..." .asd ...prima del suo arrivo simpatizzavo Juve per far felice il mio fratellone, Platini mi ha fatto innamorare perdutamente della Vecchia Signora @@ @@ @@

io da qualche parte custodisco una foto con suo autografo originale .the

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AS color 19-11-2013

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Les Inrockuptibles 30.04.2014

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“La mia esultanza per il gol all’Heysel fu da psichiatria: vivo col senso di colpa”

“I calciatori sono intelligenti sul campo senza esserlo nella vita”.

In anteprima segreti e confessioni di un Re del pallone

Platini Lezioni di calcio

di MICHEL PLATINI (PARLIAMO DI CALCIO | BOMPIANI 2014)

Dribblare, segnare, dribblare, segnare, dribblare, segnare. Ecco il calcio. Quando nel 1987 non ho più segnato sono rientrato a casa. Da quel giorno non avrei più messo la palla in rete. Non so se sono mai stato quel che tutti chiamano Michel Platini. Dal mio ritiro in poi, tutti gli impegni che hanno occupato i successivi venticinque anni mi hanno fatto dimenticare un po’ quello che ero stato da calciatore. Il destino mi ha dato la possibilità di passare da una passione all’altra. E di dire che vi è un’età per ogni passione: a vent’anni si gioca, a trenta ci si allena, a quaranta si comanda, a cinquanta si presiede e a sessanta... si legge. Per certi versi sicuramente mi diverto più oggi. Penso di poter fare di più oggi per il calcio di quanto abbia saputo fare trent’anni fa. Ho approfittato della vita. Dal principio, in gioventù. Il calcio non era tutto. Mio padre me lo aveva insegnato: “Gioca per giocare”, dunque ho giocato per divertire e divertirmi: questa è stata la mia forza. Ho sviluppato quasi naturalmente, di fronte ai più grandi avversari, il tempo dell’anticipo, la malizia, l’astuzia. E l’arma migliore: il dribbling. Con il passare degli anni ho cercato maggiormente la semplicità. Si può risolvere un problema senza avventurarsi in uno scenario complicato e individualista. Io dribblavo per andare in porta quando non disponevo di un’altra soluzione facile. Il mio dribbling era “lungo” per ragioni di efficacia. Una finta breve non ti assicura il superamento definitivo dell’avversario, che può sempre prenderti la maglia, i pantaloncini, starti addosso. Quando lo superi con un dribbling lungo è come un “ciao e arrivederci”. L’erba dove sei passato non cresce più, ma per il tuo avversario. Ripensandoci, avrei potuto essere più veloce nella corsa. Fisicamente non ero così male, anche se non ero né Cruijff né Maradona né Pelé. E se dicono che ero un giocatore completo tecnicamente, io non smentirò. L’insieme era al servizio di una visione, di una percezione o, piuttosto, di una capacità di registrare tutti gli elementi che compongono il paesaggio, il panorama, che ti danno una proprietà di controllo che, secondo me, è il primo vantaggio, a volte decisivo, nel gioco.

BISOGNAVA SOPPORTARMI

Avrei potuto giocare come Pirlo. Con il binocolo. Ma non concepivo una partita senza cercare il gol. A dieci anni avevo segnato ventiquattro gol nella stessa partita tra i due alberi di castagno della scuola. Era una vocazione, ero nato attaccante, diventai numero 10 per caso. Dovetti sostituire un numero 10 e così feci, diventando un 9 e mezzo.

Ho amato tutte le maglie, tutte le squadre nelle quali ho giocato. Le ho amate non come un felice imbecille, anche se a volte questo mestiere lo suggerirebbe. Non ci si abbraccia o ci si bacia sulla bocca dovunque e comunque. Ci si spia, si è gelosi, ci si detesta anche. Bisognava sopportarmi e bisognava che io sopportassi gli altri. Le squadre sono collettivi che non si scelgono uno con l’altro ma devono vivere e agire in comunità. Le squadre lavorano come in un patto sociale. È il rispetto di questo contratto che costituisce il valore di una squadra. Non ci sono squadre che se la vivono e se la giocano facilmente.

I calciatori sono intelligenti nel gioco senza esserlo nella vita quotidiana, civile; questa li sorprende in uno stato di “imbecillità” per le straordinarie facilitazioni che vengono loro offerte e alle quali non sono preparati. Il calcio è entrato nella società per i suoi meriti ed entrando dalla porta principale, non ha messo la pistola alla tempia di nessuno; è diventato un fenomeno mondiale e non mi stupisco se i più grandi calciatori approfittino di questo momento di gloria. Oggi i calciatori sono dei passanti, il tifoso invece è un residente. Il tifoso si rende completamente conto di essere il superstite di una continuità smarrita. La sua richiesta è quella di essere riconosciuto come tale, un sopravvissuto. Il telespettatore è uno spettatore invisibile. È il tredicesimo uomo che ha un passo diverso dal dodicesimo uomo. Lui cerca più il gioco, lo spettacolo che esclusivamente il risultato. Questo vuole la televisione. Il dodicesimo uomo è partigiano, il tredicesimo uomo è consensuale. Lui non influisce sul risultato e nemmeno sul gioco. La televisione, mandando in onda a getto continuo ogni partita, dovunque e comunque, rende banale un match importante e importante un match banale. E non credo che sia opportuno ringraziarla per questo. Comunque, se il futuro è la televisione in campo, significa che vedremo l’arbitro all’inferno dal primo all’ultimo minuto: da sempre lui è il sospettato numero uno. Per me non sarà uno spettacolo. Sarà anzi uno spettacolo al quale io non parteciperò.

IL CIELO NERO DI BRUXELLES

Sul mio comportamento all’Heysel uno potrà pensare quello che vorrà, ma sulla purezza no, no, no. Ho già rivelato un giorno che, sapendo che c’erano dei morti e avendoli come cancellati dal mio spirito o respinti, ecco che il mio gesto mi sembrava oggetto di psichiatria. L’ho ribadito a Marguerite Duras qualche mese dopo. Se il mio comportamento era sintomo di una “scienza” particolare, questa era più la psichiatria che la filosofia. Se si va sul terreno della psichiatria si scopre che gli uomini non sono degli eroi, figuratevi gli sportivi. Senza dubbio non sei un grande sportivo se non ti lasci andare in un grande avvenimento senza dimenticare tutto ciò che ti circonda e al tempo stesso ribellandoti a ciò che ti circonda. Il senso di colpa più palpabile, più duraturo, non è tanto nel gesto inappropriato, quanto nel fatto che la partita si sia svolta in una situazione così luttuosa.

La morte di uno spettatore francese, un mio tifoso venuto a vedermi, mi ha ossessionato. Lui era il riassunto di tutti gli altri morti. Lui era per me, prima dell’Heysel, un tifoso come tanti che avevo conosciuto, quelli che mi parlavano, che mi chiedevano gli autografi e posavano con me nelle fotografie, ma all’Heysel era diventato il volto del dramma. Il volto della mia colpa, anche.

Due ricordi mi perseguitano. Una percezione incompleta, molto incompleta, quasi una nebbia di una vita esterna che si racchiude nella nostra vita interiore, nello spogliatoio, nella partita, nelle ultime consegne, nel ritiro, nel silenzio. In quale partita, in quale avvenimento ci ritroviamo? Poi arriva l’ordine di giocare, in contrasto con il nostro desiderio di non giocare, facendoci intendere che ci sono due, forse tre morti.

Alcuni di noi vogliono giocare, non perché si trattava del nostro lavoro, ma perché era il nostro dovere se volevamo evitare che lo stadio e forse la città andassero a ferro e fuoco. Così Jacques Georges, allora presidente dell’Uefa, ci ha illustrato la situazione. Abbiamo incominciato a giocare, a livello emotivo, come se nulla fosse accaduto, senza un attimo di pausa, football immediato, duro, totale, esattamente quello choc tattico e mentale che ci si poteva aspettare fra due squadre pronte a darsele in una finale. Quasi automi alla ricerca di una normalità. Noi tutti eravamo calati in pieno rituale, più o meno meccanico, e nell’oblio di certe circostanze. E mi domando: è un oblio cosciente o incosciente? Ho voluto vendicare i tifosi della Juventus? Ho voluto, malgrado tutto, approfittare, un momento, un momento solo, di una schiarita nel cielo nero di Bruxelles? Esorcizzare il dramma, rubando un momento di non dramma? Dimostrare che il gioco è più forte della morte? Oppure ho soltanto voluto “qualcosa”? Che cosa, esattamente? Trent’anni dopo, non è ancora chiaro nel mio spirito ciò che è accaduto, forse non lo sarà mai, e trent’anni dopo vorrei dire che non lo rifarei. Non avrei dovuto attendere trent’anni, trenta minuti sarebbero stati sufficienti.

Non sono mai tornato all’Heysel. Ma con il tempo ho cambiato idea. Lo sento sempre di più necessario. Ma vorrei che questa visita non avesse alcuna cornice di stampa e fotografi. Vi andrò per raccogliermi in preghiera in quel cimitero che è lo stadio, per me, il cimitero di tanti bambini, donne, uomini. Credo che nel silenzio avrò da dire molte parole a tutti loro. E a me stesso.

UN VIAGGIO SENZA FINE

Il calcio sarà quel che sarà e questo non mi coinvolge molto, ma quello che resterà sarà il pallone. E lui tornerà davanti alla saracinesca di un garage, ai suoi sabati e alle sue domeniche. Non c’è l’ultima parola, il calcio è un viaggio senza fine. Da tempo immemore il pallone rotola, rotola, rotola dovunque nel mondo. Così rotola la vita. E il calcio ne segue la traccia. Come può.

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Un compleanno da Le Roi

Platini, l’Avvocato e quel Pallone d’oro

Monsieur Calcio compie 60 anni

Il presidente dell’Uefa è stato l’uomo simbolo della Juve anni ’80. Stregò Gianni Agnelli a cui,

per i 70 anni, regalò il proprio trofeo: «Questa è l’unica cosa che lei non potrà mai avere...»

MONUMENTO FRANCESE Della nazionale è stato capitano e ct e ha organizzato i mondiali ’98

SINCERO E GUASCONE AI giornalisti amava dire: «Grazie a me avete girato il mondo»

IL SUO MOTTO «Il calcio è dei bambini». Ma con le sue idee cerca di svegliare i grandi

di TONY DAMASCELLI (IL GIORNALE 20-06-2015)

A Guadalajara il caldo era terribile. I brasiliani erano il luna park del calcio, i francesi ammiravano, in silenzio, il futbol bailado. Alla vigilia dei quarti di finale, Giresse riassunse il pensiero di tutti: «Mi verrebbe voglia di fermarmi e guardarli giocare». Era il ventuno di giugno del millenovecentottantasei. Michel Platini compiva trentun'anni e un suo gol aveva pareggiato la spettacolare rete di Careca. Zico sbagliò poi un calcio di rigore, fu come il segnale di una giornata diversa per gli dei del pallone. Le due squadre andarono ai tempi supplementari e poi ai rigori. Toccò anche al dottor Socrates commettere l'errore clamoroso, poi venne il momento di Platini. La canicola lo aveva sfiancato, era riuscito a tenere segreto un guaio alla schiena, i calzettoni erano addormentati sulle caviglie, camminò stancamente, come un messicano sotto il sombrero, tenendo le mani sui fianchi, caracollando, verso il dischetto, raccolse il pallone, lo sfiorò con le labbra, tentò il bacio della buona sorte, lo appoggiò delicatamente sul terreno, calciò quasi stirando il proprio corpo, all'indietro, la traiettoria sbilenca si concluse, decollando alta, nell' aria umida di Guadalajara. Michel si inarcò ancora di più, portandosi le mani ai capelli, disperato. Andò a centrocampo e sussurrò a Luis Fernandez, ultimo rigorista: «Segna, Luis, segna tu perché altrimenti quelli lassù mi taglieranno la gola!». Fernandez ubbidì, la Francia eliminò il Brasile, la testa del re fu salva.

Quelli lassù erano i giornalisti francesi, in tribuna stampa, con loro Michel aveva un rapporto ordinario ma di diffidenza: «Grazie a me avete fatto i turisti in giro per il mondo». Era così, Michel, è così ancora oggi, da sempre, guascone e tenero, faccia da schiaffi e sincero ai massimi, istintivo e razionale, calmo e passionale, intelligente e geniale.

Gianni Agnelli ama telefonare, all'alba, ad amici e conoscenti, il gioco perfido della sveglia premattutina lo divertiva come capita ai sovrani. Provò anche con Platini, erano le sei e mezzo di un mattino qualunque: «Stava dormendo?», Michel rispose in un secondo: «Non ancora». Fu l'inizio di una amicizia che si consolidò con gli anni al punto che quando l'avvocato celebrò i settanta, a Parigi da Chez Maxim, con un gruppo ristretto, invitò il francese che portò in dono uno dei tre palloni d'oro che aveva conquistato, accompagnato da un biglietto augurale: «Questa è l'unica cosa che Lei non potrà mai avere». Qualche giorno dopo, Gianni Agnelli telefonò a Michel per sincerarsi: «Ma è davvero tutto d'oro?», anche stavolta la replica fu trionfale: «Eh no, se fosse tutto d'oro non glielo avrei regalato...». Quel pallone dorato è rimasto a Parigi, nella dimora oggi di John Elkann, il presidente della Fiat FCA ha domandato a Platini se volesse riprendersi il trofeo: «No, un regalo è un regalo e rimane la mia memoria per la Vostra famiglia».

La memoria resta tale anche per l'Italia e per tutto ciò che il nostro Paese ha rappresentato per la sua carriera, cinque anni meravigliosi, per la Juventus, per lui, per lanazionale di Francia campione di Europa nel 1984 e due volte protagonista ai mondiali, un quarto posto in Argentina, un terzo in Messico. Platini francese in Italia e italiano in Francia, lo stuzzicava così Gianni Brera per il quale Michel nutriva un rispetto particolare, per la cultura del Maestro e l'amore per la Francia. Quello della doppia faccia italofrancese è un vizietto di famiglia. Nei cinque anni torinesi, al telefono di casa Platini, rispondeva puntualmente suo figlio: «C'est Laurent!». Cinque anni, così, senza un solo sforzo di fare l'alunno di italiano.

Il giorno dopo il rientro in Francia, nell'autunno dell'87, provai ancora. Da Nancy la voce puntuale del figlio ma stavolta: «Sono Lorenzo!», «allora sei come tuo padre…». In verità Platini ha imparato l'italiano nel café des Sports di suo nonno Francesco a Joeuf, nello spogliatoio della Juventus e con i dischi di Cocciante, Battisti e Lucio Dalla, compagni del dopopartita. Altri spiccioli juventini: Gianni Agnelli gli regalò un cane husky, il quale, ai primi fiocchi di neve a Nancy, si rifugiò infreddolito in casa. Michel telefonò all'Avvocato, chiedendogli ironicamente: «Credo che Lei mi abbia mandato un husky taroccato…».

Dicono che assomigli sempre di più a Gerard Depardieu, questione di nasi comunicanti, questione di un fisico debordante (da quando ha smesso di fumare), questione di Francia e di cuore italiano. Con il tempo ha ritrovato e consolidato i valori della famiglia che il calcio, con gli impegni, le trasferte, i ritiri, aveva messo da parte. Non l'ho mai visto piangere ma ne ho intuito la dignità del dolore quando sua madre Anna si è addormentata definitivamente lo scorso ventotto aprile. Michel teneva al braccio il padre Aldo, devastato dalla sofferenza improvvisa, erano un uomo solo in due corpi distinti. Laurent e Marine, i due figli di Michel che lo hanno reso nonno, stavano appresso, con la madre Christéle, nella chiesa Saint Leon di Nancy. Michel non informò nessuno di quella perdita, come sempre la sua vita privata è rimasta fuori da qualunque intervista e racconto. Così ha voluto Christèle Bigoni, maestra di piano, che è moglie e compagna discreta, presente ma sullo sfondo, ombra vigile del campione prima e dirigente dopo.

Michel dice che il calcio è dei bambini ma lui deve fare i conti con gli adulti che spesso non sono grandi. Non gioca più a pallone, ha tradito il tennis con il golf ma se "flappa" è come se avesse sbagliato un rigore. Ha portato mille idee a Nyon, luogo di sogni e di sonni, faticando con chi era abituato a ronfate svizzere.

Storia anche questa unica, vissuta prima sui campi di tutto il mondo, calciatore, capitano, allenatore, dirigente e poi presidente alla testa di cinquantaquattro Paesi, l'Unione europea del football, il vecchio continente che è il più nuovo del calcio mondiale.

Domani, trent'anni dopo quel rigore a Guadalajara, nessun party, nessuna festa pubblica ma Parigi e il suo cielo, i figli, i nipoti, Christèle e il pensiero che, come diceva Pablo Picasso, a sessant'anni incomincia la giovinezza. Ma, forse, è troppo tardi.

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IL GIORNALE 29-05-2015

Una ricorrenza ha valore se è una ricorrenza. L’anniversario, dicono i vocabolari, è la celebrazione di un evento accaduto in quella data in anni precedenti...

Da un po’ di tempo, però, i giornali hanno l’abitudine di anticipare anniversari e compleanni, come se fosse una gara a chi se ne ricorda prima. Ma togliendo completamente senso alla ricorrenza... Come festeggiamo il 25 aprile il 25 aprile e il 2 giugno il 2 giugno. Altrimenti ci auguriamo già Buon Ferragosto.

 

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Platini attacca il Var: “È una bella cagata"

L’ex presidente Uefa si dice contrario all’utilizzo della moviola in campo: “Non risolve le cose, le sposta”. Sulla sospensione: “Ho sempre pensato di essere un uomo libero. Blatter e Infantino? Con loro non ho più rapporto”

 

Afbeeldingsresultaat voor platini il var é una cagata

 

FONTE

 

 

"Io non ero accusato ma semplicemente testimone, le accuse erano rivolte a Blatter. Ho sempre pensato di essere un uomo libero. Non sono uscito per questo dal calcio. Il calcio non appartiene alla Fifa. La giustizia sportiva non mi voleva come presidente della Fifa. Ad un certo punto era il mio destino cambiare qualcosa nel calcio. Un calciatore che finalmente poteva decidere qualcosa in un mondo gestito da dirigenti". Sono le parole di Michel Platini ospite della trasmissione "Che tempo che fa" condotta da Fabio Fazio. Dopo aver ripercorso la propria carriera, con un occhio di riguardo alla Juventus, nel 2015 "Le Roi" era stato sospeso da tutte le attività legate al calcio per otto anni (poi ridotti a quattro dal Tas di Losanna) per aver violato il codice etico Fifa. La causa scatenante è stata quella di aver ricevuto 2 milioni di franchi svizzeri (circa 1,8 milioni di euro) nel 2011 dall'allora presidente della Fifa Blatter per consulenze del periodo 1998-2002. A maggio dello scorso anno è stato scagionato dalla giustizia svizzera dalle accuse di corruzione. Tuttavia i pm svizzeri fecero sapere che il caso Platini non era definitivamente chiuso. I quattro anni di sospensione sono terminati a ottobre scorso.

Platini sul Var: “Non risolve le cose”

"Con Blatter non c’è più rapporto. Lo stesso con Infantino. Quando sei presidente dell'Uefa e ti fanno fuori è dura. Ho sofferto un mese. Tante accuse, poi ho capito da dove venivano e ho iniziato a difendermi. Quando sono stato assolto dalla giustizia ordinaria svizzera ho iniziato il mio contropiede. Ho 64 anni, vorrei un'ultima avventura". Infine sul Var: “Non risolve le cose, le sposta. Ci vogliono 30 minuti per spiegare perché non sono d'accordo. Penso che non si ritornerà mai indietro, ma penso che sia una bella cagata".

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la penso uguale a Michel, ma sin dall'inizio.

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14 ore fa, Dark Wizard ha scritto:

la penso uguale a Michel, ma sin dall'inizio.

 

della kagata?

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5 ore fa, hopper ha scritto:

 

della kagata?

 

si sul var, per me crea solo altri casini e non si risolve niente, come dice Michel viene solo demandato ad altri una decisione spinosa e poco chiara, e si sta vedendo infatti, spesso prendono la decisione sbagliata anche dopo aver visto delle immagini, a volte non ci vanno proprio a vedere per  azioni dello stesso tipo in diverse partite o nella stessa partita, insomma un casotto che è servito solo ad alimentare polemiche verso le solite squadre, anzi verso la solita squadra, come mi permisi di scrivere io quando fu lanciata sta kagata.

 

poi mi spiegheranno pure la faccenda del fuorigioco, non ci sono telecamere in linea (ce ne dovrebbe essere una che segue l'azione di continuo) come fanno a determinare l'esatta posizione di un giocatore, in base a che? altra caxxata.

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