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Io sono dell'84.

Purtroppo ho conosciuto questo brutto capitolo della storia della Juventus, un bel paio di anni dopo, tramite tv in uno speciale dedicato proprio a quella strage.

Sempre con noi :sventola:

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L’ultimo ricordo che ho di quei momenti di follia è il terrore di una ragazza toscana, che pochi istanti prima era seduta vicino a me: mi si aggrappava implorandomi di aiutarla a raggiungere il suo ragazzo, portato via dalla folla che lo aveva spinto in una direzione diversa dalla nostra; cademmo entrambi e finimmo sotto la massa di corpi travolti dalla ferocia di chi premeva con catene, coltelli e bottiglie rotte.

Stefano, uno degli amici con cui avevo raggiunto Bruxelles, mi schiaffeggiava e urlava “è vivo, è vivo”. Pensai “ma che sta dicendo?”; aprii gli occhi e fu allora che vidi la scena. Ricordo un uomo in piedi nella parte alta della gradinata che chiamava un nome e chiedeva aiuto; all’improvviso riconobbe una maglia fra i corpi vicino al prato e si precipitò giù: era suo figlio. Sollevò quel corpo ormai senza vita poi ricadde su di esso urlando tutto il suo dolore di padre.

Mi alzai barcollando e cercai di portare soccorso a chi era rimasto a terra. Il primo giovane che cercai di rianimare aveva il collo fratturato, mentre la maggior parte portava i segni della morte per asfissia, il viso cianotico, gli occhi sbarrati. Una donna mi fermò e mi chiese in francese di aiutare il marito; tentai, ma anche lui aveva le vertebre lussate e fu tutto inutile.

Quando finalmente arrivarono i soccorsi, uscii per cercare i miei amici. Ricordo la fila di corpi coperti da bandiere e accanto a questi un ragazzo che piangeva: aveva i capelli rossi e la sciarpa del Liverpool. Gli dissi di andare via da lì perché temevo qualche vendetta, ed egli mi rispose che non aveva paura perché aveva aiutato la polizia e i ragazzi italiani a radunare i corpi, poi scoppiò a piangere singhiozzando: non tutti i tifosi del Liverpool erano delle belve.

La polizia belga non brillò per umanità: fingevano di non capire nonostante ponessi loro delle domande in un buon francese. Ancora oggi penso che le autorità belghe e i dirigenti dell’UEFA ci siano debitori di risposte. In tutta questa mancanza di umanità ricordo due ragazze e un signore anziano che mi portarono insieme ad altri all’interno di un baracchino dove prima c’era un bar, e ci lavarono il viso coperto di polvere e di sangue. Quando trovai i miei amici scappammo via lontano da quella follia cercando disperatamente un telefono per poter togliere i nostri cari dall’angoscia; incredibile ma vero, nessuna porta si aprì per farci telefonare.

Non vidi la partita quella sera; non l’ho mai voluta vedere. Quella sera il calcio aveva lasciato il posto a una disperazione senza fine. Non si può morire a 20 anni. Non si può morire per una partita di calcio. Ricordo l’espressione della dottoressa dell’ospedale del paesino vicino al nostro albergo; cercava di tranquillizzare il nostro amico, colto da un’improvvisa crisi di tremore, e mentre lo faceva mormorava: ”une popolation civilizée”.

Ogni giorno prego per le famiglie di quelle 39 persone, che mi sono rimaste nell’animo; prego Dio che non si debbano più piangere morti per una partita di calcio. Vorrei pregare le autorità affinché prendano provvedimenti per impedire che tutte le domeniche si inneggi a quella bestiale follia.

Ciao a tutti

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L’ultimo ricordo che ho di quei momenti di follia è il terrore di una ragazza toscana, che pochi istanti prima era seduta vicino a me: mi si aggrappava implorandomi di aiutarla a raggiungere il suo ragazzo, portato via dalla folla che lo aveva spinto in una direzione diversa dalla nostra; cademmo entrambi e finimmo sotto la massa di corpi travolti dalla ferocia di chi premeva con catene, coltelli e bottiglie rotte.

 

Stefano, uno degli amici con cui avevo raggiunto Bruxelles, mi schiaffeggiava e urlava “è vivo, è vivo”. Pensai “ma che sta dicendo?”; aprii gli occhi e fu allora che vidi la scena. Ricordo un uomo in piedi nella parte alta della gradinata che chiamava un nome e chiedeva aiuto; all’improvviso riconobbe una maglia fra i corpi vicino al prato e si precipitò giù: era suo figlio. Sollevò quel corpo ormai senza vita poi ricadde su di esso urlando tutto il suo dolore di padre.

 

Mi alzai barcollando e cercai di portare soccorso a chi era rimasto a terra. Il primo giovane che cercai di rianimare aveva il collo fratturato, mentre la maggior parte portava i segni della morte per asfissia, il viso cianotico, gli occhi sbarrati. Una donna mi fermò e mi chiese in francese di aiutare il marito; tentai, ma anche lui aveva le vertebre lussate e fu tutto inutile.

 

Quando finalmente arrivarono i soccorsi, uscii per cercare i miei amici. Ricordo la fila di corpi coperti da bandiere e accanto a questi un ragazzo che piangeva: aveva i capelli rossi e la sciarpa del Liverpool. Gli dissi di andare via da lì perché temevo qualche vendetta, ed egli mi rispose che non aveva paura perché aveva aiutato la polizia e i ragazzi italiani a radunare i corpi, poi scoppiò a piangere singhiozzando: non tutti i tifosi del Liverpool erano delle belve.

 

La polizia belga non brillò per umanità: fingevano di non capire nonostante ponessi loro delle domande in un buon francese. Ancora oggi penso che le autorità belghe e i dirigenti dell’UEFA ci siano debitori di risposte. In tutta questa mancanza di umanità ricordo due ragazze e un signore anziano che mi portarono insieme ad altri all’interno di un baracchino dove prima c’era un bar, e ci lavarono il viso coperto di polvere e di sangue. Quando trovai i miei amici scappammo via lontano da quella follia  cercando disperatamente un telefono per poter togliere i nostri cari dall’angoscia; incredibile ma vero, nessuna porta si aprì per farci telefonare.

 

Non vidi la partita quella sera; non l’ho mai voluta vedere. Quella sera il calcio aveva lasciato il posto a una disperazione senza fine. Non si può morire a 20 anni. Non si può morire per una partita di calcio. Ricordo l’espressione della dottoressa dell’ospedale del paesino vicino al nostro albergo; cercava di tranquillizzare il nostro amico, colto da un’improvvisa crisi di tremore, e mentre lo faceva mormorava: ”une popolation civilizée”.

 

Ogni giorno prego per le famiglie di quelle 39 persone, che mi sono rimaste nell’animo; prego Dio che non si debbano più piangere morti per una partita di calcio. Vorrei pregare le autorità affinché prendano provvedimenti per impedire che tutte le domeniche si inneggi a quella bestiale follia.

 

Ciao a tutti

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eh... e pensare che è un messaggio di due anni fa... peccato non averlo potuto veder prima e magari scambiare due chiacchiere con il fratello qui sopra...

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eh... e pensare che è un messaggio di due anni fa... peccato non averlo potuto veder prima e magari scambiare due chiacchiere con il fratello qui sopra...

vero

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Ho letto anche io adesso.. non ci sono parole.

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Parla Carpitelli, sopravvissuto all’Heysel: ” Non ho mai voluto vedere nulla di quella notte prima di 7-8 anni. Mio fratello mi cercava tra i cadaveri”

Gianni Carpitelli, tifoso juventino e sopravvissuto all’inferno dell’Heysel, ha rilasciato delle dichiarazioni in esclusiva alla nostra redazione

 

Risultati immagini per heysel morti

 

FONTE

 

 

Sono trascorsi quasi 35 anni da quando è stata scritta una delle più brutte pagine della storia del calcio, quando il 29 maggio del 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, perdevano la vita 39 persone, in occasione della finale di Champions League tra Juventus e Liverpool. Ancora oggi però, quella drammatica e tragica notte non viene mai dimenticata e anzi, ogni anno viene commemorata dai parenti delle vittime e da tutto il popolo bianconero. A tenere vivo il ricordo, è stato un tifosissimo della Vecchia Signora Gianni Carpitelli che, quella serata infernale l’ha vissuta sulla sua pelle, riuscendola però a salvarla e a tornare in Italia da solo, quando era ancora un minorenne.

 

Cosa rappresenta la Juve per lei?

 La Juventus per me è la vita. A livello sportivo ha sempre rappresentato qualcosa che va oltre il tifo. E’ la mia seconda pelle, va aldilà di una partita di calcio. L’ho sempre sentita in maniera particolare, quando ero giovane chiaramente molto di piu, ora tra lavoro e famiglia sono un pò limitato ma è sempre al centro dei miei pensieri”. 

 

Questo senso di appartenenza ai colori bianconeri, è incrementato dopo quella tragica notte?

No. Io avendola vissuta in prima persona e avendo rischiato di non tornare quella notte sono rimasto un pò deluso da tutto l’ambiente circostante, politica compresa. Per quanto riguarda la squadra, io quella partita non l’ho vissuta perchè, fortunatamente mi trovavo in tutt’altro posto dallo stadio nel momento in cui stavano giocando. Non ho mai voluto vedere niente di quella notte prima dei 7-8 anni, non ci riuscivo. Però non ho mai avuto un distacco dalla squadra dal punto di vista sportivo anche se per me quella Coppa non esiste. Per quanto riguarda quella serata e quella partita ho rimosso tutto, però l’attaccamento alla squadra e ai colori è rimasto tale. Ho rivisto tutte le finali negli anni successivi, sia in tv che andando allo stadio. L’unico momento in cui ho avuto veramente paura quella notte è stato quando mi hanno trascinato fuori lo stadio e mi hanno caricato su una camionetta insieme a due tifosi inglesi. Mi hanno messo le manette e siamo partiti a 200 all’ora. Io ho avuto paura perche non conoscendo le leggi del Belgio e non sapendo perche ero finito li, facevo anche pensieri folli del tipo: “Ora ci portano in un campo e ci sparano”, in quei frangenti pensi a tutto. Poi fortunatamente, avendo studiato francese a scuola, sono riuscito a cavarmela e la notte mi hanno rilasciato”. 

 

Che atmosfera si respirava prima del match? Temevate gli inglesi o pensavate di passare una serata di sport? 

Noi siamo partiti con il pullman da Firenze e abbiamo saputo che qualcosa non andava con u biglietti solamente a Strasburgo. Ci siamo fermati li la notte a mangiare una cosa e a bere una birra insieme agli altri tifosi. Ci hanno voluto dare gli ultimi biglietti rimasti che erano quelli per la curva Z e solo all’ora abbiamo appreso che si trattava del settore accanto ai tifosi inglesi. Però li per li l’abbiamo presa in maniera molto tranquilla, senza neanche pensarci troppo. Poi la mattina successiva abbiamo saputo che ci furono alcuni incidenti e tafferugli nella piazza centrale di Bruxelles. Io mi ricordo benissimo che feci una battuta del tipo: “Si dovrebbe restare qui a guardarla in tv”, pensandoci dopo con il senno di poi, ti rendi conto che era destino. Arrivati fuori dallo stadio si vedeva gia che c’erano dei casini, con gente sdraiata a terra. Prima della partita in quella situazione li, speri di non pensarci e vai dentro, poi però una volta entrato, quando mi sono reso conto delle condizioni che c’erano all’interno, con una rete da pollaio che divideva noi dai tifosi inglesi e con soli 3 poliziotti, ti accorgi in che situazione delicata ti trovi.  Io sono stato fortunato perchè sono riuscito a farmi trascinare verso il basso, dove c’era una porticina che affacciava sulla pista di atletica, dove inizialmente i poliziotti non facevano neanche passare e provavano a chiudere, siamo riusciti a passare in circa 20 persone e io sarò stato il 19esimo, un vero colpo di fortuna. Solo che a differenza degli altri che sono andati tutti sotto la tribuna dei giornalisti, dove c’erano le ambulanze per farsi medicare, io sono andato dalla parte opposta della curva. Questo perchè due anni prima ero ad Atene e avevo conosciuto 3 ragazzi di un fan club della Juve che erano li anche loro e speravo che magari vedendomi mi riconoscessero, ma era una follia. Era un’atmosfera da guerriglia, sapevamo degli Hooligans, però cerchi sempre di non pensarci finché non lo provi realmente. Le gradinate si rompevano come fossero pezzi di carta, credo non ci sia stato neanche il momento di pensare piu a niente, se non il fatto di indietreggiare e cercare di ripararsi. Nella mischia ho perso anche mio fratello e l’ho ritrovato dopo due giorni a casa, per farti capire in che clima eravamo, ognuno pensava a salvare se stesso”. 

 

Cosa è accaduto realmente all’interno del settore Z?

“Mi ricordo vagamente alcune cose. Mi ricordo che siamo entrati dentro lo stadio ed è accaduto poco tempo dopo che noi eravamo li. Loro iniziarono prima a fare dei cori, poi secondo me, quando la curva era completamente piena, quando anche l’alcool era risalito bene e noi invece eravamo ancora pochi tifosi, con molti spazi vuoti, li è successo il vero dramma. Credo mancasse circa un ora e mezzo prima che la gara iniziasse. Dopo un pò abbiamo iniziato a vedere questo lancio di oggetti di qualsiasi tipo che ci sfioravano le teste, poi dalla parte alta dello stadio ci siamo accorti che gli inglesi avevano iniziato a sfondare la rete e a passare nel nostro settore, con sassi, bottiglie rotte, aste delle bandiere e da li sinceramente non ho piu visto nulla, se non in televisione. Mi sono ritrovato in questa ondata di gente, saremo state circa 5000 persone e non potevi andare dove ti pareva, ma venivi trascinato dalla folla, questo era testimoniato dal fatto che altrimenti anche le 39 vittime sarebbero volute andare in tutt’altro posto. La mia salvezza è stata il fatto che io sono stato spinto verso il basso, vicino alla porta della pista di atletica dalla quale sono riuscito ad uscire. Altri invece si sono buttati verso l’alto dove erano gli inglesi e si sono salvati. Diciamo che ognuno ha usato la sua tattica per mettersi in salvo, ma chi era veramente al centro di quel settore, ha passato l’inferno. Poteva andare peggio ma poteva andare anche molto molto meglio”. 

 

Lei una volta arrivato sulla pista di atletica, si è accorto subito della situazione o pensava che ci fossero solo dei feriti?

“No, io in teoria ero convinto non ci fossero neanche i feriti. In quel momento pensavo a salvarmi, ho detto tra me e me vado di la per via dei ragazzi di Atene che dicevo prima, ma è stato un gesto stupido se ci penso ora. Se fossi andato sotto la tribuna magari mi sarei reso conto piu da vicino cosa fosse realmente accaduto, o per lo meno sarei riuscito a mettermi in contato con mio fratello e i miei genitori e forse sarebbe andata meglio. Io non mi sono reso conto di nulla all’inizio. Durante la notte però, ho visto che arrivavano in continuazione a portare dei sacchi neri vicino alla cella dove ero io, tutti contenenti abiti insanguinati. Chiesi gentilmente cosa fosse successo a un gendarme e lui mi rispose in maniera squallida: ” Ci sono stati degli incidenti, ci sono stati dei morti”, poi fece una battuta e disse: “Cosa te ne frega tanto avete vinto”. Me lo ricordo molto bene perche se potessi tornare indietro lo prenderei a calci. Avevo solo 17 anni, stavo passando una notte da incubo ma sapevo che prima o poi mi avrebbero rilasciato perche non avevo fatto nulla”. 

 

Da tifoso juventino e avendo vissuto quella serata, lei condanna o giustifica il gesto di Platini?

“Sono molto combattuto su questa cosa. Avendo vissuto la serata e se non ci fosse stato quello che è accaduto, da sportivo dico che è un gesto che chiunque farebbe se segna un gol in finale di Champions, da quel punto di vista posso anche capire. Riportando il nastro indietro però penso che quella partita non l’avrei mai fatta giocare. C’è stata veramente mancanza di ordine pubblico, lo stadio crollava a pezzi, non c’erano poliziotti, è stato sottovalutato veramente tutto, compreso il fatto di mettere gli italiani accanto agli inglesi. Per quanto riguarda l’esultanza in se per se ti ci devi trovare, perchè per uno sportivo segnare un gol cosi importante può essere comprensibile che reagisca cosi. Certo però, mi sarei risparmiato di scendere all’aeroporto di Torino con la Coppa in mano. Sinceramente io l’avrei lasciata nella stiva dell’aereo”. 

 

Molti giocatori hanno sempre dichiarato di non essersi accorti di nulla, pensi che sia possibile?

Io non credo proprio. Chiunque potesse interessarsi dell’accaduto si sarebbe reso conto che fosse accaduto qualcosa, magari non capivi se ci fossero stati morti, però che fosse successo qualcosa di serio era inevitabile capirlo. Un conto poi è essere protagonisti in curva e un contro è esserlo all’interno, dove hai tutti gli occhi del mondo addosso e i vertici dell’UEFA presenti, che ti pressano per far si che la partita venga giocata, è sempre tutto da valutare. Documentandomi poi posso dirti che non mi è piaciuto anche il gesto dello stesso Boniperti”. 

 

Come è riuscito poi a tornare in Italia? 

Io sono riuscito perche la mattina successiva alla stazione di Bruxelles, ho sentito due persone parlare italiano, un giornalista de La Stampa e un padre con il figlio. Mi hanno prestato i soldi per arrivare in Lussemburgo, altrimenti poi non li avrebbero avuti per tornare loro. A me bastava uscire dal Belgio, potevano mandarmi anche in Finlandia basta che uscissi da li, era il mio unico desiderio. A Lussemburgo alcuni poliziotti del posto mi comprarono il biglietto e riuscii a tornare in Italia. Nel frattempo i miei genitori erano gia all’aeroporto di Pisa per andare a Bruxelles, convinti di venirmi a prendere in una bara perche non avevano piu notizie mie di nessun tipo, ne dai morti, ne dai feriti gravi, mio fratello non riusciva a dargli spiegazioni. Io sono riuscito ad avvisare a casa a una nostra amica di famiglia che era rimasta li  a prendere le telefonate. Di conseguenza avvisò la polizia italiana della mia chiamata e riuscii poi a ritrovare la mia famiglia. Dal mercoledì sera io sono tornato di sabato mattina alle 4″. 

 

Gli eventi di quella notte hanno poi causato degli effetti collaterali sulla vita quotidiana?

“Io forse no. Poi ognuno di noi pensa di essere sempre invincibile, comunque a livello pratico non ne ho risentito in maniera particolare. Io dopo quella partita sono andato da solo a Monaco in treno, a vedere la partita contro il Borussia, sono andato a Manchester da solo a vedere quella con il Milan, insomma ho sempre continuato ad andare allo stadio e a fare le mie cose. ho partecipato a manifestazioni di ogni tipo e posso dire che l’ho catalogato come un incidente di percorso. Mio fratello invece è rimasto segnato, va ancora in cura dallo psicologo, lui poi ha trascorso il tempo a sollevare i cadaveri per vedere se mi trovava in mezzo ai corpi delle persone morte e questo credo lo abbia traumatizzato. Non riesce piu a fare la fila neanche per andare a fare la spesa, poi ha un carattere spigoloso e differente dal mio. Forse alcune cose che io non ho visto a lui hanno cambiato il corso delle cose”. 

 

Ringraziamo cortesemente Gianni Carpitelli per la disponibilità.

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