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A me la Boschi ha prosciugato le palle per le seghe indotte
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in Italia? naaaaaaaaaaaa
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http://noisefromamerika.org/articolo/riflessioni-conte-giarrusso Riflessioni su Conte e Giarrusso 8 settembre 2018 • giovanni federico L'università italiana è di nuovo sulle prime pagine per i motivi sbagliati. In questo post tento di spiegare perchè la nomina di un garante dei concorsi è comunque inutile, indipendentemente dalla persona scelta (male) e perchè il concorso di Conte non è in sè scandaloso. E' scandaloso che Conte non abbia avuto la sensibilità di ritirarsi spontaneamente. Alcune riflessioni (lunghette) sui casi Conte/Giarrusso. Sgombriamo il campo dal problema più semplice: il conflitto di interesse nel caso di Conte è enorme ed avrebbe consigliato un immediato ritiro al momento della nomina a presidente del consiglio. Senza se e senza ma. Casomai, mi domando perchè la procedura sia stata così lenta. Essendo stato il concorso bandito a gennaio, la commissione avrebbe avuto tutto il tempo di finire prima della nomina. Ciò detto, vediamo di capire come funziona il reclutamento dei professori universitari in genere e quali sono i problemi specifici dell’Italia. Spoiler: un commissario non serve a niente ed è probabile che peggiori la situazione. Questo varrebbe anche se il commissario fosse una persona competente ed esperta. Giarrusso è palesemente inadeguato anche se (per fortuna) per ora non ha poteri. Innanzitutto, premessa fondamentale. Solo gli esperti della materia sono in grado di giudicare la qualità di uno studioso. Esistono degli strumenti bibliometrici alla portata di qualsiasi persona informata (ho qualche dubbio su Giarrusso), tipo l’H-index e il numero di citazioni, ma servono solo come indicatori molto generici per una primissima sgrezzatura fra studiosi degni di attenzione e ciarlatani. Per esempio Borghi Aquilini ha pochissime citazioni sulla principale banca-dati di citazioni (Google Scholar). Il livello successivo, che si basa sulla sede di pubblicazione (riviste vs. libri, quali riviste etc.), richiede una esperienza del settore in genere. Per scegliere fra due studiosi di buon livello è necessario qualcosa di più: bisogna essere specialisti del tema. Tanto per metterla sul personale, io sono allo stadio uno per tutte le materie non economiche, allo stadio due per economia ('esperto') ma mi riterrei specialista solo per alcuni temi di Storia Economica. E’ una illusione italica che un professore ordinario ('esperto' per definizione) possa giudicare la qualità di qualsiasi lavoro scientifico nel suo settore leggendolo. Solo uno specialista sa distinguere un lavoro veramente originale da un’abile copiatura. Per questo i direttori delle riviste internazionali (‘editors’) si affidano ad esperti (‘referees’) per il giudizio sugli articoli presentati (‘submitted’) per la pubblicazione. E nel 99% dei casi, seguono i loro consigli. Un non addetto ai lavori a questo punto potrebbe concludere che basterebbe raccogliere i migliori specialisti del tema e affidare loro il compito di scegliere lo studioso migliore. Ma ci sono due problemi. In primo luogo, chi decide chi sono i migliori specialisti? Ci vorrebbe un pool di specialisti di livello superiore che sceglie i membri delle varie commissioni. E chi sceglie gli specialisti di livello superiore? Magari una supercommissione di 6-7 persone. E chi sceglie quest’ultima? Il governo? O un commissario, che quindi diventerebbe il padrone dell’università italiana? E così via. In secondo luogo, non sempre lo studioso migliore in assoluto è il più adatto alle esigenze del dipartimento. Magari il dipartimento ha bisogno di un microeconomista ed il migliore fra i concorrenti è un macroeconomista, o, più in dettaglio, il dipartimento ha un affermato laboratorio di economia sperimentale ed il migliore microeconomista è un esperto di teoria dei giochi (un sub-settore puramente teorico). O addirittura il migliore microeconomista sperimentale ha litigato con tutti gli specialisti del dipartimento (succede..) e la sua assunzione provocherebbe un’ondata di dimissioni etc. In sostanza, il dipartimento non può non avere un ruolo essenziale nella scelta. Nei paesi anglosassoni è l’unico decisore. Il dipartimento di Economia di Harvard sceglie chi vuole (e lo paga quanto vuole). Magari fa un errore e sceglie uno studioso mediocre, ma si prende tutte le responsabilità. Il sistema funziona, come dimostrano tutte le classifiche. Perchè in Italia (e in molti paesi europei) invece si fanno i concorsi? Per capirlo, occorre un passo ulteriore. Il ‘dipartimento’ è ovviamente formato da 'esperti' ma tipicamente ha pochi specialisti della materia. Gli altri membri possono intervenire nelle prime fasi della selezione ma, salvo rare eccezioni, il dipartimento deve affidare agli specialisti interni, magari aiutati da referees esterni, la scelta finale. Come impedire loro di scegliere il loro allievo mediocre o addirittura la propria amante, con un accordo tacito con gli altri specialisti - io faccio vincere il tuo oggi e tu mi promuovi il mio domani? Questo tipo di accordi impliciti è stato fino ad ora la norma in Italia ed è ancora diffusissimo. Si è tentato di impedirli con grida manzoniane e meccanismi complicati (nei miei quarant’anni di carriera ho visto quattro sistemi di concorsi diversi) ma con esiti mediocri a dir poco. E’ possibile far ricorso alla magistratura amministrativa in caso di irregolarità formali ed a quella penale in caso di reati, come accordi collusivi fra 'cupole' di professori. Evitare irregolarità formali è però relativamente facile (la tipologia delle irregolarità è ben nota agli 'esperti'), mentre provare accordi collusivi richiede indagini complesse (intercettazioni etc.) e le pene sono basse e quindi cadono in prescrizione presto. D’altra parte la magistratura non può per evidenti ragioni entrare nel merito della valutazione scientifica: come fa un giudice a decidere se un lavoro è valido o no? Quindi, come se ne esce? La soluzione è creare meccanismi che incentivino i professori del dipartimento a comportarsi ‘bene’ – cioè a scegliere i migliori. Negli Stati Uniti, i comportamenti virtuosi sono ispirati dal desiderio di mantenere o accrescere la reputazione del proprio dipartimento, istillata sin dalla scuola di PhD e rafforzata da meccanismi istituzionali (in particolare il divieto informale ma rispettato di assumere dottorati nell’università stessa) e dalla necessità di attrarre fondi di ricerca e donazioni dagli ex-alunni. Nel Regno Unito i comportamenti virtuosi, già presenti per il meccanismo reputazionale (pensate a Oxford o Cambridge) sono stati fortemente incentivati dall’istituzione del RAE (ora REF). In pratica i fondi pubblici, che rappresentano una parte consistente del totale delle risorse, sono distribuiti sulla base di una valutazione periodica della qualità della ricerca, con enormi differenze fra le università migliori e le altre. Ci sono voluti parecchi anni, ma ora il sistema funziona. Un sistema analogo è stato adottato in Italia da qualche anno, con la VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), gestita dall’ANVUR, un’agenzia ministeriale indipendente. Ciascun professore deve presentare due prodotti di ricerca ogni cinque anni e la valutazione complessiva del dipartimento e dell’università influisce sul finanziamento statale. Nelle due tornate precedtenti (lavori 2004-2009 e 2010-14) sono emersi vari difetti tecnici, i requisiti per avere il voto massimo sono troppo facili da raggiungere (almeno nei settori che conosco) e la quota cosidetta premiale è ancora modesta, troppo modesta, ma nel complesso il sistema ha funzionato. Si nota un lento miglioramento, ma mio parere, ci vorranno almeno ancora tre-quattro tornate di VQR (15-20 anni) per modificare permanentemente i comportamenti della maggioranza dei professori. E quindi, veniamo a Conte e Giarrusso. In primo luogo, bisogna spiegare i meccanismi di reclutamento, partendo dalla distinzione fra tre casi di reclutamento, la scelta di un professore all’inizio della carriera, la promozione di un professore già in servizio nel dipartimento e l’assunzione di un professore esperto da altra università. Senza entrare in dettagli tecnici, il sistema attuale, creato dalla legge Gelmini del 2010, prevede due livelli decisionali, uno nazionale e uno locale. A livello nazionale, gli aspiranti professori sono valutati da commissioni sorteggiate fra i professori ordinari migliori (Abilitazione Scientifica Nazionale o ASN). L’abilitazione è condizione necessaria per entrare nel ruolo permanente come professore di seconda fascia (associato) o di prima (ordinario). A livello locale, i dipartimenti possono aprire concorsi per contratti triennali da ricercatori a tempo determinato (a loro volta distinti fra tipo RTD-A o B) o per posti di professore. I posti di ricercatore tipo A dovrebbero essere aperti ai ‘giovani’ che hanno conseguito il il dottorato, anche se poi in pratica finora gran parte dei posti sono stati vinti da studiosi più anziani che sono rimasti nell'università con borse contratti etc. (collettivamente noti come 'precari').In genere hanno curricula più ricchi dei giovani dottori, anche se in parecchi casi si tratta di studiosi mediocri (quelli veramente bravi essendo già fuggiti all'estero) e/o sfibrati da anni di attesa). La scelta dei ricercatori privilegia i candidati locali, cioè gli allievi dei professori in servizio. Anzi, un tempo molto spesso si partiva dal nome del candidato per creare un posto. Questa pratica è ora lievemente meno frequente perchè il calo delle risorse ha diminuito il numero di assunzioni e quindi ha aumentato il peso delle esigenze didattiche nelle scelte. In teoria i contratti RTD-A dovrebbero essere trasformati in contratti di tipo B dopo tre anni, se il ricercatore ha lavorato bene. Inoltre il dipartimento può bandire direttamente concorsi di tipo B, per studiosi più maturi. Anche i contratti di tipo B durano tre anni, ed alla fine il ricercatore ha diritto alla stabilizzazione da associato se ha conseguito l’abilitazione, anche se il dipartimento può rifiutarla. E’ la versione italiana del sistema americano: i professori sono assunti dopo la fine del PhD, e dopo sei anni hanno il diritto di chiedere la stabilizzazione (tenure). In alternativa, in Italia, un dipartimento può bandire direttamente posti di associato o ordinario, con concorsi riservati agli abilitati interni (articolo 24), aperti a tutti gli abilitati ed ai professori di fascia equivalente italiani ed esteri (articolo 18). In quest’ultimo caso, i concorsi possono escludere gli abilitati interni (‘concorsi per esterni’). Le università sono obbligate ad assumere almeno il 20% dall’esterno. Il dipartimento nomina una commissione, possibilmente con almeno un commissario locale, che riporta le opinioni del dipartimento. Queste ultime possono comprendere una forte preferenza per un nome (‘concorsi chiusi’), una generica indicazione di una preferenza per un tipo di specialista o nessuna preferenza (‘concorsi aperti’). Tale preferenza può essere anche indicata specificando un profilo scientifico nel bando (nel caso di cui sopra un microeconomista specializzato in economia sperimentale), in modo tale da attrarre il tipo di specialista necessario. Sta poi alla commissione scegliere fra i candidati quello che ritiene il migliore o il più adatto. In moltissimi casi, i consorsi ‘chiusi’, surprise surprise, si concludono con la vittoria del candidato locale. La mia impressione è che il numero di concorsi ‘aperti’ stia aumentando. Negli ultimi anni i pensionamenti massicci in un contesto di risorse scarse hanno indebolito il potere baronale ed hanno reso più urgente il reclutamento di nuovi professori. Alla conclusione dei lavori, il dipartimento può approvare l'esito, assumendo il vincitore, ma può anche decidere di non 'chiamarlo'. In tal caso però è penalizzato - non può ribandire il concorso per due anni. Questa lunga spiegazione per inquadrare il caso Conte. Si trattava di un concorso a prima fascia articolo 18 per esterni. Quindi Conte poteva partecipare in quanto professore ordinario a Firenze, come poteva partecipare qualsiasi altro collega italiano, o straniero, purchè di rango equivalente all’ordinario, o anche qualsiasi studioso abilitato ma non ancora ordinario. Ripeto che Conte doveva assolutamente ritirarsi, anche se avesse avuto il diritto di continuare, per ragioni di opportunità. Pare lo abbia fatto, ed il concorso può continuare con gli altri candidati. Non ho la minima idea se Conte sia bravo o bravissimo o se lo abbiano scelto per le pressioni del suo maestro Alpe, ora andato in pensione, ma la scelta di creare un posto per lui non mi scandalizza particolarmente. E' una decisione del dipartimento, che se ne prende le responsabilità indirettamente (scegliendo una commissione a lui favorevole) e direttamente (eventualmente chiamandolo dopo la vittoria). Se il prescelto si rivela un incapace, ed il sistema di valutazione funziona, nel lungo periodo il dipartimento viene penalizzato. Alla fine impara la lezione. Credo che a questo punto sia evidente perchè un commissario per i concorsi non serve a niente. Eventuali irregolarità formali o reati sono competenza dei TAR e della magistratura ordinaria. D’altra parte l’eventuale Ombusdman (per citare Fioramonti) non ha, a legislazione attuale, i poteri per intervenire nel merito. Al massimo potrebbe fare un esposto alla magistratura, dato che solo un candidato bocciato può far ricorso al TAR. Ed anche se una nuova legge gli desse ulteriori poteri, non capisco come potrebbe funzionare il sistema. L’ Ombusdman dovrebbe istituire una commissione alternativa, che dovrebbe rivedere tutti i titoli ed esprimersi di nuovo. La già menzionata difficoltà a scegliere i commissari sarenne un problema tutto sommato minore. Pensate infatti a cosa potrebbe succedere: la commissione fa vincere X ed un candidato perdente Y fa ricorso, non sulla base di irregolarità formali ma sostenendo di essere più bravo. Giarrusso (o chi per lui) riceve la segnalazione: come fa a decidere se il ricorso è fondato, senza chiedere ad uno o più esperti? Quindi dovrebbe istitituire una commissione per decidere se istituire una commissione per rifare il concorso. Oppure decide a priori che tutti i ricorsi sono validi e fa rifare sempre il concorso. In ambdue i casi, se il concorse venisse rifatto e vincesse Y, chi potrebbe impedire a X (o a Z) di fare un nuovo ricorso? Se applicato rigidamente, il principio provocherebbe il blocco istantaneo del reclutamento. Prevedo (spero!) che, come molti altri provvedimenti di questo governo, finirà per essere uno spot propagandistico che distrae dai problemi seri. I processi di reclutamento dell’università italiana sono tradizionalmente opachi e clientelari. Per decenni hanno vinto quasi sempre gli insiders. Il risultato è la prevalenza dei mediocri, con punte di eccellenza (spesso uno bravo alleva e promuove giovani di valore) e abissi di clientelismo (amanti, figli etc.). Gli outsiders sono rimasti fuori o se ne sono andati. La situazione, ripeto, sta lentamente migliorando, ma è un processo lungo e molto fragile. Come possono contribuire i (spero molti) che, all’interno o al di fuori, hanno a cuore le sorti dell’università italiana? Secondo me, vigilando affinchè la valutazione sia corretta, rigorosa e soprattutto abbia conseguenze incisive sul finanziamento. Non è affatto scontato: una parte consistente, forse maggioritaria dei professori è contraria per motivi ideologici (la valutazione produce nel lungo periodo una segmentazione delle università) o pratici (a nessuno piace essere valutato). Purtroppo, ma non inaspettatamente, le valutazioni finora effettuate premiano fortemente le università del Centro-Nord ed in particolare Padova e Bologna (per chi è interessato, Pisa è andata malissimo). Questo crea un problema aggiuntivo grave, perchè introduce un fattore politico a cui temo i Cinque Stelle siano molto sensibili. La prossima valutazione della ricerca è prevista per il 2020, sulle pubblicazioni 2015-2019. Vedremo cosa succede. Riassumendo i) le ‘gabole’ per usare un’espressione di un commentatore su FB, sono inevitabili data la natura della ricerca scientifica e della struttura universitaria ii) bisogna introdurre meccanismi tali da incentivare ‘gabole’ positive, rompendo tradizioni lunghissime iii) è stato fatto qualcosa ma bisogna continuare e rendere l’azione più incisiva Nel frattempo, è certo che i proclami mediatici non servono a nulla.
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però almeno c'è la strappanza
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Condom fiscale Roba per anal-isti
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Togliere i social nel weekend = spegnere salvini due giorni alla settimana Quasi quasi...
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Poi però il ministro dei beni culturali revoca "la domenica al museo"
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Dunque: 1) ministro dell'interno che se ne sbatte dei magistrati e li percula pure 2) il partito del ministro dell'interno condannato per fondi "prelevati distrattamente", ma a differenza degli altri partiti quello del ministro dell'interno è eroico, il ministro è eroico, tutti faranno collette per ripianare il buco (non avendo capito che ci avranno rimesso i soldi due volte) 3) i paladini della legalità che non ricordano più di esserlo, la lega condannata "ma sono cose del passato", il ministro della giustizia che raccomanda alla sindachessa di Roma un corrotto, lo stesso ministro che, interrogato sulla vicenda, MENTE al senato 4) un premier che a tempo perso fa concorsi, anzi no perché quel giorno ha un impegno (!?!) 5) lo stesso premier che, da buon avvocato civilista, se non fosse stato premier avrebbe volentieri difeso la lega (dove credo serva un penalista) e stikazzi di quanto dice la magistratura 6) cambio rotta sui vaccini, seguito da un cambio rotta sul cambio rotta (nel giro di due ore) 7) il "movimento" che ha fatto campagna elettorale a Taranto sulla chiusura ilva, e poi il suo leader ratifica con qualche miglioria l'accordo calenda, cioè l'opposto di quanto promesso 8) concessioni revocate anzi no 9) il ministro dei trasporti che denuncia pressioni subite però dal ministro precedente TUTTO QUESTO in circa 15 GG Per carità, niente di nuovo sotto il sole, ma non mi si pigli per il kulo con la menata del cambiamento
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"Non sono frocione non mi chiamo frifri, sono un commissario e ti faccio un kulo così" - comm. Auricchio
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Paulo Dybala vestirà la maglia numero 10
hopper ha risposto al topic di Paganese26 in L'Archivio Di Tifosibianconeri.com
hai segnato? e chi sei, mandzukic? -
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se tu mi parli di cambiamento, di w la legalità, ecc... possiamo dire o no che visto l'andazzo non c'è una renga di cambiamento nè di legalità? se mi dici "prima era così e così, abbasso il berlusca (che ora NON dicono più, da quando hanno fatto il governo con salvineee) e SIMAILPIDDDDDI? ora vedrai invece che cambiamento!!" io dovrei teoricamente aspettarmi un cambiamento, giusto? invece tendenzialmente si continua la politica precedente. oltretutto il "movimento", passata l'adolescenza e apprese una serie di pratiche tipo "cambiafaccia", "doppiamorale", ecc., direi che è definitivamente diventato adulto trasformandosi in un normalissimo partito vecchio stampo con le consuete putthanate ergo nessun cambiamento è una presa d'atto, la mia
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dopo che "il nuovo che avanza", "prima gli italiani", "il cambiamento" hanno fatto campagna h24 con colpi di mortaio ad alzo zero sparando mherda su tutto e tutti cosa vuoi aspettarti?
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1997 - Marco Pantani scatta sull'Alpe D'Huez. Un solo uomo al comando
hopper ha risposto al topic di Morpheus © in Sport's Hall Of Fame
Quelli che dopo Campiglio chiamarono Pantani traditore Xavier Jacobelli - 22 ottobre 2014 La circostanza è casuale. Ti fermi a un autogrill dopo mezzanotte, di ritorno da un impegno in tv, sorseggi un caffè e l’occhio cade sulla raccolta della giornalaccio rosa dello Sport, il giornale storico organizzatore del Giro d’Italia. È aperta sulla prima pagina del 6 giugno 1999. È il giorno dopo Madonna di Campiglio dove Pantani, che sta stravincendo il Giro, viene fermato per un valore dell’ematocrito leggermente, cioè curiosamente alterato, visto che la sera prima alle 18 era tutto in regola. A un certo punto, nell’editoriale intitolato “Attorno a lui, il tradimento”, firmato Candido Cannavò, si legge: “… Fra i tanti aspetti deleteri che emergono da questa vicenda, quello che mi ferisce di più è il senso feroce del tradimento: umano e sportivo. Non so da quale fonte provenga, non so quale sia il grado di colpa di Pantani o quanto lui sia vittima del suo stesso ambiente. Ma comunque sia, di tradimento si tratta. Io me lo sento addosso. L’ho letto nel volto della gente incredula, sgomenta, calpestata nei suoi sentimenti, alla fine anche civilissima. Credo che neanche i più beceri tifosi possano tenere in piedi la tesi di un complotto. Illogica, irreale, profondamente stupida. Nell’orribile mattino in cui è affiorata la notizia, le facce dei medici, dei giurati, dello stesso presidente Verbruggen esprimevano il nostro stesso doloroso scoramento. Analisi clinica clamorosamente sbagliata? Ne sarei paradossalmente felice, anche se il trauma si appesantirebbe di un’ingiustizia. Ma non è possibile crederlo, vista la tecnica approfondita, le prove e le riprove, che sorreggono questi esami della federazione internazionale: elementari ma affidabili”. Sono passati 15 anni, Marco se n’è andato il 14 febbraio 2004, a Rimini. Marco cominciò a morire a Madonna di Campiglio. Marco mai trovato positivo a un controllo antidoping. Mai. E questo non lo può negare neanche chi, per anni, gli ha dato del dopato. Stamane compri La giornalaccio rosa dello Sport e in prima pagina leggi: “Caso Pantani, Vallanzasca in 6 ore svela tutto sul giallo di Campiglio. Interrogatorio di due giorni: identificato il detenuto che nel ’99 rivelò lo stop di Marco”. E all’interno, pagina 31, Vallanzasca conferma ciò che scrisse a Tonina, la mamma di Pantani che da anni difende la memoria del Pirata e, assieme al marito Paolo, si batte come una belva, tanto da ottenere la riapertura dell’inchiesta sulla morte del figlio. Ai Carabinieri che l’interrogano nel carcere di Bollate, Vallanzasca ribadisce le parole inviate a Mamma Pantani: «Non posso dirti quello che non so, ma è certo che 4 o 5 giorni prima di Madonna di Campiglio sono stato consigliato vivamente di puntare contro il tuo ragazzo perché poteva vincere Gotti o Jalabert o al limite chiunque altro, ma Pantani non sarebbe arrivato a Milano in maglia rosa. Questi sono i fatti che ho raccontato anche al giudice di Trento». A Trento, il pm Giardina aveva aperto un’indagine a carico di Pantani, assolto nel 2003. Assolto, chiaro? Aspettiamo di conoscere come andranno a finire le due inchieste in corso: su Madonna di Campiglio e su quella tragica notte di San Valentino. Nella totale estraneità di Pantani a Campiglio ho sempre creduto sin da quel 5 giugno, tanto che il giorno dopo, su Tuttosport, il giornale che dirigevo, titolammo a nove colonne in prima pagina: “Marco è innocente”. Così innocente che, quando lo accerterà anche la lenta macchina della giustizia italiana, davanti alla sua tomba, nel cimitero di Cesenatico ci sarà la fila di quelli che dovranno chiedergli scusa. CANNAVO' FIGLIO DI UNA GRANDISSIMA TROJKA il quale cannavò poi ebbe anche il coraggio di scriverne l'elogio funebre :: IL RICORDO di Candido Cannavò Eroe perduto, ti adoravamo La morte di Marco Pantani, una tragedia che ci è entrata in casa in modo violento Ricordo giorni tragici, notti in cui abbiamo maledetto i demoni dello sport e le angosce del nostro mestiere, ma la mazzata che ci è arrivata addosso ieri sera ha pochi paragoni. Certo, abbiamo vissuto tragedie di altre proporzioni nella nostra vita: l’aereo del grande Torino schiantato contro la basilica di Superga, la strage dell’Heysel. Ma questa di Pantani è una morte diretta, è un lutto che ci è entrato in casa in maniera diretta e violenta, è una mazzata che, oltre al dolore, ci riporta lungo il sentiero infido di un grande rimorso collettivo. L’eroe che aveva riportato il ciclismo ai tempi mitici di Coppi è finito in frantumi, è precipitato in una sorta di perdizione volontaria, si è ucciso prima che la notizia della sua morte, piombata ieri sera nella casa degli italiani, avesse i crismi, ormai banali, di una modalità e di una ufficialità. Ma noi, pur atterriti dalle ultime notizie sui brandelli della misera vita di Marco, non osavamo pensare che alla fine ormai certa dell’atleta seguisse così fulminea quella dell’uomo. Evidentemente in Marco le due realtà si sovrapponevano. Per lui la vita era una soltanto: quella incontrata sulla bicicletta. Dopo la caduta del campione, i resti di un uomo smarrito si aggiravano, senza amici e senza prospettive, per luoghi dove non c’era spazio per le speranze. Sino al residence di Rimini: una tomba nella sua Romagna che lo adorava e seguiva sgomenta il suo tragico crepuscolo. Quando mi chiedono quale sia stato il più brutto giorno della mia vicenda professionale, nella mia mente emerge quel fatale 5 giugno del 1999. Sono arrivato a detestare uno dei luoghi più belli delle montagne d’Europa: Madonna di Campiglio. La sera prima ero stato con lui, in una tavola ormai vuota di pastasciutta e bistecche. Marco aveva praticamente stravinto il Giro, in un clima di delirio. Il ciclismo dell’epopea era rimato in lui e il Giro e il Tour dell’anno prima lo avevano celebrato. Di cosa parliamo, Marco? Non più di ciclismo, ma della vita. Investiamo in qualcosa di bello, di solidale questa tua gloria. I poveri, i bambini. Inventiamo un progetto. E lui assentiva, puntandomi addosso i suoi occhi dolci. Ma in quel momento - questo l’ho intuito dopo - pensava al Mortirolo, la tremenda montagna che lo aveva reso grande agli inizi della carriera. Là, sui quei tornanti, voleva sconfinare dalla sua fisiologia. Il trionfo in più. E il desiderio del Mortirolo, dove il grande Pantani era nato, ha decretato la sua fine. L’indomani mattina, verso le sette, Castellano picchiò alla mia porta: "Pantani, Pantani...". Epo, sigla infame: il suo sangue era fuori da tutte le regole. Un medico spagnolo, decretando la sua esclusione dal Giro, piangeva. L’eroe Pantani lasciò l’albergo tra due carabinieri. E io ebbi la sensazione che il ciclismo fosse finito per sempre. Di certo, finì Pantani. L’unica via di salvezza sarebbe stata quella della confessione. Scendere di bicicletta, scontare la pena e ripartire. Marco non ci ha mai pensato. Non ha avuto consiglieri all’altezza. O forse era impossibile guidarlo verso una forma di contrizione. Entrò in una spirale di vendetta, vide nemici dovunque. Trovò tribunali su tribunali sulla sua strada e altri andò a cercarne, sbagliando tutte le mosse. Ha tentato di ritrovarsi, ma i processi e i livori che si portava addosso lo stordivano. La gente non ha finito mai di implorarlo. Ad ogni suo scatto un urlo si levava da qualsiasi strada. Ma erano vampate di un fuoco che si era ormai spento per sempre. Dai suoi riposi invernali emergevano notizia raggelanti. Gli incidenti di macchina a ripetizione, le scorribande notturne in posti dove un atleta non dovrebbe mai entrare. Dal doping ciclistico a qualcosa di peggio. Ci hanno provato amici, da Gimondi a Cassani, a tirarlo fuori da quella bara che si stava costruendo. Ma la sua voglia di autodistruzione ha prevalso. E adesso, tra le lacrime di una notte, qual è la conclusione? Stiamo piangendo una vittima del doping? Troppo facile rispondere di sì. Ma non sarebbe la risposta giusta e completa. Certo, il doping c’entra come base della perdizione: ma il suicidio di Pantani si è consumato lungo il labirinto più complesso di una vita che ha smarrito i suoi valori di base. E purtroppo anche lo sport ne fa parte. Marco è entrato, con le sue prodigiose gambe e le sue orecchie a sventola, in un meccanismo che lo ha esaltato sino a farne un eroe, prima di rivelarne l’artifizio. La caduta è stata senza ritorno. E lui si è perso in quel precipizio, pensando che gli eroi come lui avessero diritto a una sorta di impunità. O forse che un eroe della bicicletta non potesse rassegnarsi a essere un corridore normale. Non sapremo mai quale tipo di campione sarebbe stato Pantani senza quel suo sangue potenziato e avvelenato. Ma io penso alle sue montagne, penso alla famosa tappa del Galibier con arrivo alle Deux Alpes, penso a quella maglia gialla emersa dalla tempesta. E penso infine a quello che, grazie a Pantani, ho scritto sulle pagine rosa. Molte cose terribili sono successe dopo. Ma io di quelle pagine non rinnego una sola sillaba. Per me, in quei giorni di ebbrezza, Pantani era una verità scolpita nella leggenda. Non lo tradisco con il minimo pentimento. Oggi posso dire che a quel ragazzo, da cui un giorno mi sono sentito tradito, ho voluto bene. Ed è lui che piango con una terribile angoscia, pensando alla tomba che si è scelto e ai suoi genitori. Il campione, per me, non esisteva più dal quello sventurato 5 giugno. Solo adesso sappiamo che anche l’uomo Pantani stava eclissandosi in una tragedia. -
1997 - Marco Pantani scatta sull'Alpe D'Huez. Un solo uomo al comando
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Poirot, sono votati per RdC e flat tax. Amen, il resto è dettaglio
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Petronella Ekroth è una nuova giocatrice della Juventus
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