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andrea

Tifoso Juventus
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  1. A iniziare da quella cosa che aveva in testa l'altra sera
  2. Agnelli a 20 anni dalla morte: era un grand'uomo, vi racconto perché, una testimonianza, fra terrorismo e minimalia, fra scemenze e luoghi comuni di Marco Benedetto Pubblicato il 29 Gennaio 2023 - 13:23| Aggiornato il 31 Gennaio 2023 Giovanni Agnelli II, Gianni per i giornali e gli amici, l’Avvocato per le masse, morì 20 anni fa di questi giorni. Era nato 102 anni fa fra 2 mesi, il 12 marzo del 1921. Era il nipote di Giovanni Agnelli il fondatore della Fiat. Entrambi senatori, il nonno di nomina regia, lui nominato dal presidente della Repubblica Cossiga. Fu un grande uomo. Non lo fu tanto e non soltanto per il personaggio interpretato. La partecipazione di popolo al suo funerale fu testimonianza di qualcosa di mistico. Giovanni Agnelli fu un grande della storia del nostro Paese soprattutto per il ruolo giocato come nocchiere di una Italia nave in gran tempesta quasi come ai tempi di Dante, in un tempo in cui uscivi di casa senza sapere se il supremo tribunale del terrorismo ti ci avrebbe fatto tornare. Nessuno era esente, non solo i padroni ma i moltissimi annoverati come loro servi. Nessuno che non vivesse nel Nord d’Italia in quegli anni può immaginarlo. Credo che la Fiat sia quel pezzo d’Italia che più di tutti ha pagato col sangue dei suoi uomini la follia di quella gente. Dalla Fiat, sotto la guida di Agnelli, è partita però anche la riscossa che ha riportato l’Italia alla normalità. Agnelli tenne sempre la barra sull’orza, senza ambiguità né dubbi, solo senso di responsabilità e di essere nel giusto. Sapeva di essere il sogno di ogni terrorista. Una volta chiese a un capo dell’antiterrorismo francese cosa sarebbe stato utile per la sua sicurezza e quello rispose: non basterebbe nemmeno un reggimento di cavalleria. Confortato, affidò la sua sicurezza alla irregolarità dei comportamenti. Mai la stessa ora negli spostamenti da casa all’ufficio, partenze improvvise per l’estero, mancato rispetto dei semafori, contromano quando possibile, cosa che avveniva regolarmente a Roma, nel tragitto sull’Appia antica percorso contromano. Un mattino lo accompagnavo all’aeroporto, lui al volante, io accanto. Erano le 7 del mattino di sabato, a Torino il deserto. Il semaforo si era fatto verde, lui non si muoveva. Gli dico: Avvocato, è verde. E lui: Appunto per questo non mi fido. Ma Agnelli fu grande anche per le piccole cose. Ne sono testimone. Un giorno del 1979, in pieno caos di conflittualità sindacale e terrorismo, era stato ucciso in quei giorni Carlo Ghiglieno, durante una conferenza stampa mi lascio scappare una battutaccia contro il sindaco di Torino Diego Novelli. I giornalisti riportano le parole ma non chi le ha dette. Cane non morde cane. Tenace, Novelli lo scopre dopo nove mesi. Era fine luglio. Si precipita in Fiat e chiede all’Avvocato il mio licenziamento. Agnelli lo tranquillizza, lo congeda e mi manda a chiamare. Racconta ridendo l’accaduto. Poi la battuta. Sapeva che sarei andato in vacanza nelle Filippine. “Meno male che adesso va nelle Filippine, là si che le insegnano le pubbliche relazioni”. Erano i tempi del dittatore Marcos. Con un Romiti o un De Benedetti sarei già stato licenziato. Non era volgare né rancoroso. Disse sì quando gli prospettarono di affidare la guida della Montedison (cosa che poi non avvenne) a Carlo De Benedetti, che lui stesso aveva allontanato dall’azienda nell’estate del 1976. “È il più bravo di tutti” motivò. Una ventina d’anni dopo (lasciai la Fiat nel 1984) incontrai il favore degli astri. Non lo sentivo da tempo. Mi telefonò per dirmi che era contento della mia fortuna e che lo meritavo. Romiti, stizzito per il mio abbandono, mi obliterò, proprio come in Vaticano o nell’Urss. Cresciuto in un mondo di privilegio dinastico, Giovanni Agnelli ne godeva immensamente. Ma forse per questo aveva ammirazione e rispetto per la forza di carattere di chi era diverso da lui. Questo spiega il fascino esercitato su Agnelli da un personaggio come Luciano Lama. E anche il rispetto dei due fratelli Agnelli verso il Partito comunista. Un altro punto fermo nella grande strategia dell’Avvocato fu la legittimazione del Pci rispetto agli Usa. Lo scoprii quando una giornalista americana, Lally Weymouth, figlia di Catherine Graham, proprietaria del Washington Post, venne a Torino per intervistarlo. Amica di famiglia, era ospite di Agnelli nella sua villa in collina. Io la accompagnai in giro per le fabbriche, a Mirafiori evitammo uno spruzzo di giallo da un operaio della verniciatura infastidito dalla nostra presenza. Ma l’intervista si svolse fuori dal controllo che di solito mi veniva affidato. Seppi cosa l’Avvocato aveva detto solo qualche settimana dopo, quando arrivò dall’Inghilterra il testo ripreso dal magazine del Telegraph. Erano parole esplosive in un tempo in cui si definivano i contorni del compromesso storico e il terrorismo divampava. Inorridito chiamai l’Avvocato che mi placò dicendomi: dobbiamo convincere gli americani che il Pci è un’altra cosa dall’Urss. Onorava Torino e il Piemonte come categorie superiori dello spirito umano. Per lui essere piemontese era un lasciapassare assoluto. Non so se parlasse la lingua correntemente, ma le frasi che pronunciava, spesso citando il nonno, le diceva in modo impeccabile, nel modo in cui gli aristocratici di ogni regione parlano il loro dialetto. Amava il privilegio e i vantaggi che comportava. Ma ammirava il cognato Carlo Caracciolo, diventato grande editore partendo dal sottoscala perché non da eredità ma da duro lavoro aveva ottenuto il successo. L’Avvocato aveva un senso della realtà molto acuto, godeva del privilegio, era consapevole della responsabilità che gli veniva dall’essere numero uno di una delle più grandi aziende europee e mondiali, con molta autoironia si chiedeva: se non ci fosse stato Valletta a accumulare oggi noi cosa redistribuiremmo. E sospirava anche: Se ci fosse mio nonno, cosa farebbe. Il nonno visse e sopravvisse all’ondata rossa del 1919. Successivamente impresse all’azienda uno sviluppo multicentrico oltre le automobili: Se ci fosse mio nonno saremmo già sulla luna, sospirava il nipote. Sulla scrivania di mio nonno c’era solo una matita rossa e blu. Si limitava a chiedere, in piemontese: Ai son i sold, ai son nen (ci sono i soldi o non ci sono?). Giovanni Agnelli II amava andare a Parigi e New York, suo nonno preferiva Berlino. A Giuseppe Gabrielli, creatore del primo aereo italiano in metallo ad appena 29 anni, progettista del G91 e del G222, consigliò di andare in vacanza a Berlino ai tempi di Weimar e lo raggiunse anche per qualche giorno. La vita militare lo aveva segnato, forse perché lì il privilegio non pesava nella vita quotidiana, si sentiva uno come tutti o quasi. Una volta, andando in elicottero da Torino a Villar Perosa, nei pressi di Pinerolo, mi indicò eccitatissimo una scarpata che da giovane cavallerizzo scendeva a cavallo con grande rischio. Un’altra volta doveva andare a New York col Concorde. Io perennemente ritardatario, gli feci perdere la coincidenza a Parigi e dovemmo adattarci a un percorso di 8 ore invece di 3. Fu un incubo. Non mi rimproverò mai, non me lo fece mai pesare. Ma per tutto il viaggio, appena vedeva che cedevo al sonno, mi svegliava per dirmi qualcosa. In quella occasione mi raccontò di comue aveva sventato il tentativo del nonno di non farlo partire per la guerra. Agnelli usò Edda Ciano, la figlia di Mussolini, di cui parlava con ammirazione (e con disprezzo del marito) per ottenere l’arruolamento. “Quando mio nonno lo scoprì si arrabbio tantissimo”. Era il senso del dovere e della Patria. Mio zio piemontese era comunista ma non diede ascolto al vicino di casa fascista che disse a suo figlio mio cugino in procinto di partire per la Russia-Ucraina: buttati giù dal treno, rompiti una gamba ma non ci andare. Mio zio, tanto coinvolto nella propaganda antifascista da essere convocato dalla polizia politica nella caserma delle torture di Genova, non volle sentire ragione. Mio cugino partì e non tornò mai. Così erano i piemontesi di una volta. C’è un dettaglio infimo nella agiografia di Giovanni Agnelli che mi viene da ricordare. Quello dell’orologio sul polsino della camicia, evidenziato nel 1974 da un articolo su Epoca. Anche io avevo l’abitudine, per comodità e anche per non logorare il bordo del polsino. L’avevo imparato da bambino, a Genova, accompagnando mia madre in un mercatino rionale, osservando uno scaricatore. Arrivai a vivere a Torino proprio al tempo dell’articolo. Cominciarono gli sfottò, dovetti rinunciare a quello che sembrava un gesto di piaggeria. Sempre sul piano delle frivolezze non si può trascurare due contributi importanti allo stile maschile: le camicie e le scarpe. Agnelli fu il primo a portare in Italia le camicie button down, col colletto floscio fermato da bottoni sulle punte. Oggi è di uso comune, all’epoca erano le camicie di Oxford azzurro che comprava da Brooks Brothers a New York. Le scarpe che portava l’Avvocato erano quelle tipo para-boots allacciate sopra la caviglia o, in alternativa, le car shoes, quei mocassini con i chiodini di gomma ottime per la guida, che, con l’abile promozione di Montezemolo, furono la fortuna di Diego Della Valle. Grande uomo fu anche, in modo diverso ma altrettanto importante, suo fratello Umberto, nato 16 anni dopo di lui, morto un anno dopo. Fu un uomo sfortunato, nella vita e nella discendenza. Fu persona di grande sensibilità, come dimostra questo fatto. Umberto Agnelli era stato rimosso dal fratello Gianni, che l’aveva sostituito con Cesare Romiti nella carica di amministratore delegato della Fiat, per ordine di Cuccia, vero dominus della grande industria italiana in quegli anni. La posizione di Cuccia non era insensata. Consapevole dello scontro che stava per scatenarsi fra azienda e sindacato, nel vuoto dei partiti, Cuccia temeva che una sconfitta avrebbe trascinato anche la famiglia principale azionista. Con Romiti, fossero andate male le cose, si sarebbe ripetuto il modello 25 luglio. Così me lo spiegò, pur senza riferimenti storici, lo stesso Avvocato. Bene, quel medesimo giorno che veniva diciamo pure brutalmente estromesso dalla partita della vita della Fiat e anche dell’Italia, Umberto Agnelli si fece portare dall’autista presso un famoso gioielliere di Torino, Fasano, e comprò un regalo per me, ultima insignificante ruota del carro: un cestino d’argento con sul coperchio una volpe dormiente tutta in filo d’argento. L’oggetto aveva un significato preciso, legato al mio lavoro nell’ufficio stampa. Chi di noi lo avrebbe mai fatto? Umberto Agnelli nutriva una devozione profonda per il fratello maggiore, al di là di ogni possibile diversa visione delle cose, biologicamente naturale in due uomini formati in epoche divise dal displuviale della guerra. Entrambi adoravano Luca Montezemolo, unico in un mondo di sicofanti a dire la sua con schiettezza e lealtà. Con questa leva, Montezemolo riusciva a metterli d’accordo. La lealtà dell’Avvocato verso Montezemolo testimonia la stima e la fiducia, fino alla fine, verso una delle persone più capaci che ho conosciuto. Credo di non essere in questo accecato dalla gratitudine per la persona cui devo di più al mondo. Giustamente Montezemolo diventò, dopo i due fratelli (intervallati da Romiti), presidente della Fiat. Ha fatto cose egregie, molte di più ne avrebbe fatto se fosse stato più fortunato. Ho deciso di scrivere queste righe dopo molte perplessità. In occasione di questo ventennale ho letto un po’ di cose, spesso banalità sinistresi. Così ho deciso di dire la mia. Molto alta, invece, l’intervista del nipote John Elkann, figlio della figlia Margherita, ultimo presidente della Fiat prima della fusione con Peugeot. John Elkann ha superato il nonno in una impresa che all’Avvocato non riuscì per ben due volte, con la Citroen negli anni ‘60 e con la Ford nei ‘90. L’impresa è stata quella di avere salvato la Fiat, e con la Fiat un pezzo d’Italia, facendola confluire in una azienda di dimensione mondiale. La retorica patriottica incrociata con quella sinistroide non gliene renderà merito. Per me John Elkann si è già conquistato il suo posto nella storia. Tuttavia il confronto fra nipote e nonno per ora si deve fermare qui. Le condizioni ambientali in cui oggi opera un imprenditore in Italia non sono certo ideali ma certo non sono paragonabili con quelle degli anni ‘60, quando Giovanni Agnelli subentrò a Vittorio Valletta nella presidenza della Fiat. Si era fermata la prima spinta del boom, la cavalcata della industria italiana dopo il disastro della guerra e oltre la miseria autarchica, proletaria e fasista di Mussolini. Nelle grandi aziende i rapporti fra padroni e lavoratori si erano fatti aspri. Il sindacato agiva secondo varie logiche. La prima era ottenere una più equa distribuzione del reddito accumulato negli anni della crescita. I risultati furono ottimi. Al punto da togliere spinta a un altro obiettivo che si inserì forse fin dall’inizio, quello della rivoluzione. Valletta pianse al primo sciopero, così mi ha raccontato Umberto Agnelli. I grandi imprenditori italiani non erano preparati alla durezza dello scontro. Il Fascismo e poi il boom avevano agito da anestetico. Le grandi imprese erano in prima linea. La convergenza fra guerra di classe e pauperismo cattolico fu devastante: il ‘68 in Francia durò un mese, da noi non è mai finito. Piccolo è bello era lo slogan di quegli anni. Col piccolo imprenditore, spesso lui medesimo di estrazione operaia, era più facile capirsi e tante altre cose. L’esistenza di tre grandi sigle sindacali (4 alla Fiat) complicava ulteriormente il quadro. Il Pci fu all’origine della spinta rivoluzionaria iniziale. Fu però anche il primo partito a rendersi conto della crisi, del fatto che Fiat non disponeva di risorse inesauribili, che la rivoluzione avrebbe travolto anche il partito dei lavoratori medesimo. Erano anni duri, di fuoco, presto sarebbero stati di piombo. I due fratelli Agnelli tennero la barra ferma. Giovanni Agnelli seppe resistere a ogni tentazione di abbandono. Molto merito fu di Umberto ma l’ultima decisione era sempre la sua. In quegli anni duri e tormentati, Giovanni Agnelli non taceva davanti agli scempi del regime democrstiano. La sua costante polemica intrisa di etica e moralità gli valse l’odio feroce di una parte della Dc, in particolare di Amintore Fanfani. Fanfani era convinto che l’Espresso, regalato da Adriano Olivetti a Caracciolo per fare uscire l’azienda di Ivrea dal cono d’ombra democristiano, fosse il braccio armato di Agnelli nell’informazione e che Agnelli ne fosse il socio occulto. Gliela giurò e gliela fece pagare. Esattaemente mezzo secolo fa, ai tempi della grande crisi petrolifera, la Dc operò per tenere bloccato il prezzo delle automonili in Italia, che all’epoca era soggetto a autorizzazione governativa. Una ventina di mesi di blocco dei prezzi in epoca di inflazione al 20%, aprì un divario rispetto alla concorrenza europea che probabilmente non si è più colmato. Anni dopo Cesare Romiti usò la concessione dell’adeguamento automatico delle retribuzioni alla inflazione, la scala mobile, come simbolo della debolezza dell’Avvocato. Sarebbe stato bello vedere Romiti al suo posto: “Minacciarono di occupare Mirafiori, cosa potevo fare?” mi disse l’Avvocato. (La scala mobile fu abolita negli anni ‘90 e fu uno dei contributi decisivi, insieme con la fine del terrorismo, alla ripresa nazionale dato da Pci e Cgil. Quest’ultima pagò un prezzo molto alto in termini di consenso). Romiti, uomo di straordinaria quanto intermittente generosità, dal canto suo non lo ho mai percepito come un vero duro”. Lo diventò dopo che Vittorio Ghidella, Carlo Callieri e Cesare Annibaldi piegarono i sindacati dopo un mese di occupazione della Fiat. Fino alla fine Romiti spingeva per un accordo qualunque anche al ribasso, forse con la segreta speranza di scaricare poi le automobili allo Stato. Niente di disdicevole in quelle circostanze. Alla una di notte il sindacato crollò. In un lampo Romiti si appropriò del successo. La sera dopo ero nel mio ufficio a Torino. Il tg delle 20 manda in onda una intervista a Romiti che devo ammettere era sfuggita al mio controllo. La sintesi era uno sfolgorante: “Abbiamo vinto”. Prendo il telefono e chiamo il mio capo, Luca Montezemolo. “Hai sentito quello che ho sentito io?” In realtà la strategia per riportare l’azienda sotto controllo era stata elaborata nell’ufficio di Umberto Agnelli prima che Cuccia ne imponesse l’allontanamento. E approvata in quello dell’avvocato. Fu un momento displuviale per la storia d’Italia. Prima c’erano Prova d’orchestra di Fellini, steward e hostess della Alitalia che insultavano i passeggeri, e soprattutto un fermento che fu brodo di coltura del terrorismo.
  3. Il gol è più vicino IL NAPOLI INSEGNA: STA SCOMPARENDO IL TIRO DA FUORI Cambia il modo di arrivare in porta: sempre più squadre si avvicinano all’area per aumentare la percentuale di realizzazione «N o shoot, Vinnie, no shoot!». Non tirare Vinnie, non tirare. A distanza di anni, nel catino dell’Etihad Stadium ancora risuona l’urlo di Pep Guardiola rivolto a Vincent “Vinnie” Kompany: nella corsa alla Premier 2018-19, il City era inchiodato sullo 0-0 a 20’ dalla fine in casa con il Leicester, il Liverpool alle calcagna pronto al sorpasso in testa. Kompany, ignorando Pep, scelse il tiro dalla distanza: gol sotto l’incrocio. E una settimana dopo trofeo della Premier alzato dai Citizens. Perché Guardiola implorava il suo capitano di non tirare? Semplice: la conclusione dalla distanza ha una bassissima percentuale di realizzazione - un basso valore di Expected Goal, abbreviato in xG quindi è statisticamente meglio cercare un tiro più “vantaggioso”. E, come sempre, la squadra di Pep è tra le più avanguardiste nell’andare a costruire azioni per un gol che abbia un’alta probabilità di essere realizzato (avete presente il cross basso che attraversa l’area piccola per l’attaccante sistemato sul secondo palo? Ecco: in quei casi l’xG è altissimo). È un trend che si è diffuso e i dati delle prime venti giornate di Serie A confermano l’andamento. Napoli d’area Il tiro “ignorante”, alla Kompany, è una soluzione sempre meno praticata, soprattutto sempre meno gol arrivano da conclusioni di questo genere. Il Napoli ha il miglior attacco del campionato con 48 gol, ma di questi soltanto uno è arrivato da fuori area: quello di Kvaratskhelia contro il Monza, un meraviglioso e potente destro a giro dalla distanza. E pensare che il Napoli ha il maggior numero di conclusioni della Serie A (339). La squadra di Spalletti che se non è un guardioliano è di certo un allenatore che ama arrivare in porta con un’azione manovrata e avvolgente - è quella che ha prodotto il maggior numero di xG: 38,68. Il computo complessivo in realtà prende in esame tutte le conclusioni della squadra (266 tiri) ma se ci si limita al valore in xG dei tiri diventati gol “veri”, anche qui troviamo il dato più alto: 13,20. Questo perché il Napoli cerca di arrivare a conclusioni più redditizie. E infatti la maggior parte delle reti arrivano a non più di 11 metri dalla porta e in posizione centrale. Più vicini In una recente lezioni per il corso di aggiornamento degli allenatori, il match analyst azzurro Antonio Gagliardi ha spiegato come negli ultimi anni di Nba sia cambiata la scelta dei tiri: è sparito quello dalla media distanza, a favore di tiri da 2 ravvicinati (ad alta percentuale realizzativa) e soprattutto di tiri da 3 (più redditizi). Nel calcio sta avvenendo gradualmente un’evoluzione verso la conclusione più vicina, magari da cercare con un passaggio in più in area, ma che produca un xG più alto. L’Inter, seconda per Expected goals, ha un’altissima concentrazione di gol e conclusioni dall’area piccola (e il secondo miglior attacco con 40 gol, 5 dei quali da fuori area). L’Atalanta, che pure ha segnato 8 gol dalla distanza (più di tutti), ha tirato meno della Cremonese (266 tiri a 269) ma con un xG per tiro più alto (0,12 a 0,08). La Lazio segna quasi esclusivamente da posizione centrale ed entro gli undici metri. Gli stessi principi guidano la Fiorentina e il Monza, che ha il valore di xG più alto della Serie A per gol “veri” segnati: 0,36 xG, cioè ogni conclusione finita in rete aveva una percentuale di realizzazione media del 36%. Non troppo sorprendente se si analizza il gioco avvolgente di Palladino, che ha portato 7 reti dall’area piccola. Attenzione: non si tratta di diavolerie da calcio moderno. La Roma è la squadra con il valore xG più alto per tiro (0,13): una squadra di Mourinho, forse il tecnico filosoficamente considerato in antitesi con Guardiola. Cremonese, Empoli e Sampdoria condividono il dato peggiore: 0,08 xG per tiro. Significa scelte non ottimali per la conclusione, forse per la minore capacità di avvicinarsi alla porta avversaria. Esempi Un solo gol in tutto il campionato è stato registrato da Opta con valore 1 di xG (cioè di fatto non sbagliabile): curiosamente di un empolese, Parisi, contro la Cremonese, un colpo di testa sulla linea di porta. Il più basso? 0,02. E ne sono stati contati 7 di gol così “improbabili”. Due sono del cremonese Okereke: uno, il destro contro l’Inter, per intenderci. Svantaggioso esattamente quanto quello di Kompany contro il Leicester.
  4. Segnalo domenica il mondiale di ciclocross con il grande duello Van Aert- Van der Poel
  5. A quelli pur di tornare a guadagnare come ai vecchi tempi andrebbe bene anche la serie D
  6. Se non fai parte del campione auditel che la guardi o no nemmeno se ne accorgono
  7. Juve al contra Ttacco DAL CALCOLO DEI PUNTI AI NUOVI CAPI D’ACCUSA E LE INTERCETTAZIONI... I BIANCONERI PREPARANO IL RICORSO di Fabiana Della Valle TORINO · 1 feb 2023 giornalaccio rosa dello sport La penalità Tra i punti della difesa la mancanza di chiarezza su come è stato alterato il risultato sportivo Sarà contestato anche il passaggio dall’articolo 31 (illeciti amministrativi) al 4 (lealtà) llogicità, carenze motivazionali e infondatezza: ecco da dove ripartirà la difesa della Juventus. Il comunicato con cui il club bianconero lunedì sera ha commentato le motivazioni della sentenza della Corte federale d’appello, annunciando il ricorso al Collegio di garanzia del Coni, traccia già le linee guida degli avvocati della Signora e dei dirigenti coinvolti, Maurizio Bellacosa, Davide Sangiorgio e Nicola Apa. Nelle quattro parole di diritto ci sono i principi su cui si baserà la difesa dei bianconeri, che sono fermamente convinti di avere parecchi elementi cui potersi appigliare. Il pool di legali della Juventus è già al lavoro per eccepire nel suo ricorso tutto ciò che può riguardare profili di legittimità. Questo perché il Collegio di garanzia non giudica nel merito la sentenza contro cui si ricorre (quindi non può dire è giusta, è sbagliata o 15 punti sono troppi), però può annullare la sentenza o rinviarla alla Corte d’appello federale se dovesse rilevare vizi, formali e sostanziali. Revocazione e novità Dalle motivazioni appare evidente che l’elemento essenziale del procedimento non è più la plusvalenza, ma l’eccessivo ricorso che ne è stato fatto dalla Juventus. Ecco perché sulla sentenza hanno pesato le intercettazioni, i documenti e il Libro Nero di Paratici (redatto da Federico Cherubini) presenti nelle carte della Procura di Torino, che ha chiesto il rinvio giudizio per 12 persone (tra cui l’ex presidente Agnelli) più la Juventus. In sostanza è il comportamento a essere illecito, e non la plusvalenza, che invece non è punibile. Ecco perché si è passati dall’articolo 31 (che regola gli illeciti amministrativi e prevede solo multe e squalifiche per i dirigenti) al 4 (che parla di lealtà, correttezza e probità, per cui invece possono esserci punti di penalizzazione). In questo caso però si tratta di una revocazione, ovvero della riapertura del procedimento precedente per riprendere in secondo grado una sentenza già passata in giudicato (con la Juventus assolta) e questo pone dei limiti: l’accusa può modificare le sanzioni purché siano previste negli stessi capi d’imputazione. Perciò, sebbene la corte arrivi a dire che sono ininfluenti degli eventuali giudizi formalistici, l’eccezione che potranno muovere i legali Juve è che in un processo di revocazione non si ppssa agire quasi come se fosse un nuovo procedimento. Specificità e generalità Restando in tema di articolo 31 e 4, l’altra eccezione potrebbe essere relativa alla specificità: in giurisprudenza quando c’è una norma specifica non si dovrebbe applicare quella generale e, nel coa dice di giustizia sportiva esiste l’art. 31 che regola gli illeciti amministrativi (come le plusvalenze). Nel procedimento contro la Juventus si è passati dal discutere di plusvalenze fittizie al loro eccessivo ricorso, quindi il comportamento, che però chiama in causa una clausola generale. Le carte di Torino Nelle motivazioni le intercettazioni e il Libro Nero di Paratici sono considerati prove del sistema creato dalla Juve. La difesa punterà ad eccepire che in realtà questi elementi provengono da una sola parte, l’accusa, e non hanno ancora trovato riscontro presso un organo giudicante (l’udienza preliminare dell’inchiesta Prisma sarà il 27 marzo). L’unica volta che sono stati sottoposti a un gip sono state negate le misure cautelari richieste dai pm per Agnelli e altri indagati. C’è poi, sempre secondo i legali, la nota del 14 aprile 2021, che per l’accusa non era rilevante perché era una possibile notizia di illecito e non un’effettiva notizia di illecito, e che sarebbe incognita anche alla corte. Ma allora, si chiede la difesa, come si fa a sapere che non era rilevante se non c’è? Infine la delibera Consob che per la Procura non sarebbe stata impugnata dalla Juve. La penalizzazione L’ultimo punto, e forse quello più spinoso, è come si è arrivati ai 15 punti di penalizzazione. Nelle motivazioni si legge che «la sanzione deve essere proporzionata all’inevitabile alterazione del risultato sportivo», ma senza entrare nel dettaglio: in che cosa consiste quindi l’alterazione dovuta alle plusvalenze, una partita, due o altro? La Juventus avrà un mese di tempo per preparare il ricorso, poi toccherà al Collegio di garanzia del Coni dare una risposta.
  8. Vittoria Castagnotto, torinese, granata
  9. Tra chi lavora in TV mi pare che si sia esposto a nostro favore solo Tacchinardi
  10. Gravissimo che parli a vanvera prima del ricorso. Ma se organizziamo gli Europei gli concediamo lo stadio?
  11. Il dg della Juve deve essere un fuoriclasse. Cherubini lo è?
  12. Prendiamo De Zerbi, ennesima scommessa
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