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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. SANDRO PUPPO «Puppo era un tecnico adorabile – racconta Angelo Caroli – colto e ricercato sulla parola. Il giorno prima di ogni partita portava su una 1100 Fiat i suoi “puppanti” lungo tragitti collinari. Raccontava aneddoti, spiegava segreti del calcio e della vita per tenerci al riparo da tensioni e polemiche, come un efficacissimo parafulmine». ANGELO CAROLI, “STAMPASERA” DEL 17 OTTOBRE 1986 Aveva 68 anni. Si è spento in una clinica di Piacenza, dove era ricoverato da alcuni giorni Sandro Puppo, ottimo giocatore di calcio, era stato convocato perfino nella squadra azzurra nel 1936, l’anno del successo alle Olimpiadi di Berlino. Figlio di un violinista, da bambino aveva seguito i destini artistici del padre in Cina, a Shanghai, dove cominciò a dare i primi calci a un pallone. Appena tornato in Italia, il giovane Puppo viene ingaggiato dal Piacenza, per poi essere tesserato, in successione, dall’Inter, che allora si chiamava Ambrosiana, dal Venezia e dalla Roma. Un brutto infortunio a un ginocchio ne interrompe la carriera. L’inclinazione all’insegnamento lo porta presto alla professione di tecnico. Allena infatti una squadra turca, poi la Juventus e il Barcellona, prima di rivestire il ruolo di segretario del settore tecnico federale presso Coverciano. Torna, nel 1968, al suo vecchio amore, il Piacenza, prima di partecipare ai mondiali messicani del ‘70 in qualità di consulente federale. Sandro Puppo segna un’epoca nella Juventus, con il lancio di un gruppo di giovanissimi pieni di speranze, chiamati «Puppanti», da Garzena a Stacchini, da Emoli a Colombo, da Donino a Mattrel, da Bartolini a Dell’Omodarme. Anche il sottoscritto debutta in serie A per suo desiderio. Era un tecnico squisito, un uomo delizioso, colto, dai toni garbati e dalla parola ricercata. La sua Juventus cerca di continuare il discorso della squadra che con Boniperti, Praest, Martino, John Hansen, Manente, Viola, Corradi e Carletto Parola raccoglie nel ‘49/50 l’eredità del Grande Torino, tragicamente scomparso nel rogo di Superga. Quando Puppo allena il club bianconero, presidente è il dottor Umberto Agnelli, un giovane molto competente che sarebbe diventato presidente della Federcalcio e che in quegli anni (55/56 e 56/57) stava gettando le basi per ricostituire quello che sarebbe diventato uno squadrone con Boniperti, Charles e Sivori. Quello del «puppanti» è un manipolo di «boy» con tanta buona volontà e con poca esperienza, perde molte partite ma si batte al limite delle possibilità, lasciando intendere che la strada percorsa è quella giusta e che per i successori si tratterà soltanto di raccogliere quanto è stato seminato dal «filosofo». Così lo chiamavano, per quell’aria incantata e meditativa, per quello sguardo docile e buono, per la discrezione con la quale affrontava i problemi, per gli occhiali che lo facevano sembrare più un professore universitario che un allenatore di calcio. E oggi ne piangiamo la morte. ANGELO CAROLI, “STAMPASERA” DEL 22 NOVEMBRE 1988 L’allegrezza con la quale i bianconeri realizzano e subiscono i gol preoccupa i tifosi e crea problemi inquantificabili a Dino Zoff. È una Juventus, concepita per lo spettacolo, con il baricentro spostato pericolosamente in avanti. I numeri parlano un linguaggio nitido: 13 gol fatti e 11 subiti in 6 partite di campionato. La statistica, filosofia dei numeri che si diverte a collegare il passato al presente, va a riesumare vecchi capitoli nella vita della Signora. E scopre che nel ‘55/56 la Juve percorre un analogo cammino. Era una squadra «colabrodo», ed io c’ero. Il calcio viveva in pieno romanticismo, si guardava molto allo specchio e prestava poca attenzione al domani. Le formule tattiche restavano nei laboratori del pensiero degli allenatori e non erano ancora realizzate sul campo. Era un calcio spettacolare, per certi versi ingenuo e impietoso con i club meno competitivi. Quella Juve attraversava un periodo di congiuntura e poneva le fondamenta per una ricostruzione con una politica basata sui giovani, dopo gli scudetti (stagioni ‘49/50 e ‘51/52) ottenuti dalla squadra presieduta dall’avvocato Giovanni Agnelli. Il raffronto statistico tra la Juventus di allora e quella di oggi è imposto dalle cifre, ma non è assolutamente proponibile in chiave tecnica e tattica. La Juventus di allora era una miscellanea di anziani (Viola, Nay, Oppezzo), di uomini maturi (Corradi e Boniperti, allora elemento di maggior carisma del calcio italiano), di giovani in germinazione (Garzena, Emoli, Colombo, Montico) e di bambini che uscivano dall’adolescenza e che erano tutti da svezzare (Stacchini, Dell’Omodarme. Frateschi, Donino, Mattrel e il sottoscritto). Quest’ultima era una covata di «puppanti», visto che l’allenatore si chiamava Sandro Puppo, uomo di una certa cultura, saggio e meditativo, colpevole solo di poter preparare la minestra in base agli ingredienti, non proprio piccanti, che aveva in cucina. Gli stranieri, Colella e Vairo, non furono di alcun aiuto al collettivo e si smarrirono presto in una geografia anonima. Ma su giocatori solidi come Garzena, Emoli, Colombo, Stacchini e sulla maturità di Boniperti, il dottor Umberto Agnelli stava edificando gli scudetti degli anni 57/58, 59/60 e 60/61. La Juventus di oggi aspira al vertice, esibisce campioni e fuoriclasse, giocatori di grosso rendimento e gente esperta, ma la sua struttura fisiologica e la spiccata melinazione offensiva la costringono spesso al rischio. E quando a certi squilibri costituzionali accoppia l’errore dei singoli le capita, come domenica contro il Napoli, di servire ai tifosi frittate dal gusto amaro. Nel ‘55/56 la Juve si tolse dalla testa certe idee scapigliate, fece leva sulla vecchia generazione, centellinò l’esibizione dei giovani in vetrina, rinforzò i cardini e ottenne la salvezza. La Juve costruita nell’estate scorsa guarda giustamente a posizioni di vertice e non è certo una sconfitta, seppur condita da cinque gol, a ridimensionarla. A patto che riveda i principi troppo spregiudicati e, soprattutto, inviti i suoi difensori a non distrarsi più. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/01/sandro-puppo.html
  2. SANDRO PUPPO https://it.wikipedia.org/wiki/Sandro_Puppo Nazione: Italia Luogo di nascita: Piacenza Data di nascita: 28.01.1918 Luogo di morte: Piacenza Data di morte: 16.10.1986 Ruolo: Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 62 panchine - 15 vittorie - 27 pareggi - 20 sconfitte Sandro Puppo (Piacenza, 28 gennaio 1918 – Piacenza, 16 ottobre 1986) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mediano. Sandro Puppo Puppo (a sinistra) alla Juventus a metà anni cinquanta, assieme a Giampiero Boniperti. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1950 - giocatore 1967 - allenatore Carriera Squadre di club 1934-1937 Piacenza 73 (7) 1937-1939 Ambrosiana-Inter 8 (0) 1939-1944 Venezia 118 (5) 1945-1946 → Piacenza 18 (1) 1946-1947 Venezia 37 (0) 1947-1949 Roma 15 (0) 1949-1950 Thiene 27 (0) 1952-1953 Thiene 6 (0) Carriera da allenatore 1945 Piacenza 1949-1950 Thiene 1950-1951 Venezia Vice 1951 Venezia 1951-1952 Rovereto 1952-1954 Turchia 1952-1953 Thiene 1953-1954 Beşiktaş 1954-1955 Barcellona 1955-1957 Juventus 1957-1958 Mestrina 1959 Italia B 1960-1961 Beşiktaş 1960-1962 Turchia 1962-1963 Siracusa 1963-1964 Venezia 1964 Triestina D.T. 1964-1966 Turchia 1966-1967 Piacenza Palmarès Olimpiadi Oro Berlino 1936 Caratteristiche tecniche Giocatore Ha giocato prevalentemente nel ruolo di centromediano, sia in squadre metodiste che in squadre sistemiste, distinguendosi per senso di posizione e doti tattiche. Allenatore È stato tra i precursori del gioco a zona, che applicava già negli anni sessanta, escludendo l'utilizzo di un libero fisso dietro i marcatori. Puppo assegnava al libero compiti sia di copertura che di costruzione del gioco offensivo. Carriera Giocatore Piacentino di nascita, trascorre gli anni dell'adolescenza a Shanghai, al seguito del padre violinista. In Cina inizia anche a giocare a calcio, nella squadra della scuola locale, e quando nel 1934 torna a Piacenza si presenta all'allenatore Carlo Corna, che inizialmente lo schiera mezzala; in seguito, tuttavia, viene schierato centromediano, ruolo che ricoprirà per il resto della carriera. Gioca da titolare nel Piacenza per tre stagioni di Serie C, e le sue prestazioni gli valgono la convocazione per le Olimpiadi di Berlino del 1936 insieme al compagno di squadra Carlo Girometta, entrambi però da riserve e senza mai giocare. Puppo (in piedi, terzo da destra) nel Venezia della stagione 1940-1941, vincitore della Coppa Italia. Nell'estate 1937 passa all'Ambrosiana Inter, con cui vince subito uno scudetto sia pur senza mai scendere in campo (chiuso da Renato Olmi); in maglia nerazzurra esordisce in Coppa Italia, il 6 gennaio 1938 sul campo del Napoli. Anche nella stagione successiva ha poco spazio (8 presenze in Serie A) e viene ceduto al Venezia, con cui si impone da titolare per quattro campionati consecutivi, dal 1939 al 1943, giocando alle spalle del duo Loik-Mazzola. Resta in forza ai neroverdi anche nel Campionato Alta Italia 1943-1944, nel quale la squadra approda al girone finale. Finita la guerra viene posto in lista per il prestito: torna per una stagione al Piacenza come allenatore-giocatore (sostituito però dalla quarta giornata da Renato Bodini), prima di rientrare al Venezia per il campionato di Serie A 1946-1947. Con la retrocessione dei veneti in Serie B passa alla Roma, voluto da Imre Senkey per le sue capacità di adattamento al ruolo di centromediano sistemista. Nella Capitale, tuttavia, si procura un grave infortunio che chiude la sua carriera agonistica, chiusa in Promozione al Thiene nel 1949-1950 nel doppio ruolo di giocatore-allenatore. Allenatore Dopo le prime esperienze da allenatore-giocatore nel Piacenza e nel Thiene, nel 1950 diventa allenatore in seconda del Venezia, in Serie B; in seguito, tra gennaio e ottobre 1951 diventa primo allenatore, prima di essere esonerato a favore di Mario Villini. Nel prosieguo della stagione 1951-1952 passa sulla panchina del Rovereto, in Serie C. Nel 1952 arriva la chiamata della Nazionale di calcio della Turchia, che guida nelle Olimpiadi di Helsinki del 1952 e conduce alla qualificazione ai mondiali del 1954 eliminando a sorpresa la favorita Spagna. In quello stesso biennio (1952/54) allena anche il Beşiktaş, con cui vince due campionati turchi. Siederà poi sulla panchina del Barcellona (1954-1955), conquistando un secondo posto dietro al Real Madrid e lanciando in prima squadra Luis Suárez. Tornato in Italia, allena per un biennio la Juventus, portando avanti un programma di rinnovamento e ringiovanimento della squadra: in quella squadra, soprannominata la Juve dei puppanti, inserisce tra i titolari giovani come Piero Aggradi, Flavio Emoli, Enzo Robotti e Giuseppe Vavassori. Nel 1957 si riavvicina a Venezia per motivi di salute, allenando la Mestrina, e l'anno successivo entra nei ranghi federali chiamato da Walter Mandelli, come segretario generale del Settore Tecnico della F.I.G.C.. In occasione di un'amichevole a Budapest siede sulla panchina della Nazionale B, prima di ritornare di nuovo in Turchia, ancora alla guida di Nazionale e Beşiktaş. Rientrato definitivamente in Italia, guida Siracusa, Venezia (dove viene sostituito in febbraio da Camillo Achilli) e Triestina, prima di concludere la carriera di allenatore nella natìa Piacenza, dal giugno 1966 all'ottobre 1967, quando si dimette dall'incarico passando al ruolo di consulente tecnico del neo allenatore Leo Zavatti. Dopo il ritiro Nel 1968 venne assunto dalla ditta piacentina Astra dell'ex presidente del Piacenza Enzo Bertuzzi, come corrispondente in lingue estere e segretario. Nel 1970 fu scelto dalla FIFA nel gruppo di studio tecnico dei mondiali in Messico, insieme agli inglesi Winterbottom e Greenwood e al tedesco Cramer. Nel 1974 pubblicò a Piacenza il volume Calcio: quo vadis, un saggio in cui esponeva l'evoluzione tecnica e tattica del gioco del calcio dalle origini fino al 1970. È scomparso a Piacenza nel 1986 all'età di 68 anni. Nella sua città natale gli è stato intitolato un campo da calcio, sul quale disputano le proprie partite le formazioni dilettantistiche della U.S. Turris, della A.S.D. Primogenita e della Nuova Spes. Subito dopo la sua scomparsa si era pensato di intitolargli anche lo stadio della Galleana, ma l'idea è stata successivamente accantonata. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Ambrosiana-Inter: 1937-1938 Coppa Italia: 2 - Ambrosiana-Inter: 1938-1939 - Venezia: 1940-1941 Nazionale Oro olimpico: 1 - Italia: Berlino 1936 Allenatore Campionato di Istanbul di calcio: 1 - Beşiktaş: 1952-1953
  3. MARIO BONIVENTO https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Bonivento Nazione: Italia Luogo di nascita: Pola Data di nascita: 28.01.1903 Luogo di morte: Grado (Gorizia) Data di morte: 14.01.1984 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 25.09.1927 - Divisione Nazionale - Juventus-Casale 1-2 Ultima partita: 06.05.1928 - Divisione Nazionale - Juventus-Torino 1-4 22 presenze - 8 reti Mario Bonivento (Pola, 28 gennaio 1903 – ...) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Mario Bonivento Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1939 - giocatore 1939 - allenatore Carriera Squadre di club 1920-1921 GC Polesi ? (?) 1921-1925 Edera Pola ? (?) 1925-1926 Edera Trieste ? (?) 1926-1927 Audace Taranto ? (?) 1927-1928 Juventus 22 (7) 1928-1930 Pro Patria 48 (18) 1930-1931 Vomero ? (?) 1931-1932 Napoli 4 (0) 1932-1933 Livorno 14 (4) 1933-1937 Grion Pola 42+ (10+) 1937-1939 Arsa 18 (?) Carriera da allenatore 1938-1939 Arsa Carriera Primi anni e Juventus Ala di ruolo, dotato di fisico robusto, debuttò con la maglia della Juventus in Divisione Nazionale, l'allora massima categoria del campionato italiano, nel campionato 1927-1928, nella sconfitta casalinga del 27 settembre 1927 contro il Casale per 2-1, segnando la sua prima rete ad alto livello nella vittoria casalinga del 30 ottobre 1927 contro il Verona per 5-1 Pro Patria Fu ceduto quindi alla Pro Patria nella trattativa che portò in Piemonte Mario Varglien; con la nuova maglia ricoprì il ruolo del calciatore ceduto Tognazzi facendo coppia con l'altro istriano Andrea Gregar in un reparto che poteva contare anche su un giovanissimo Carlo Reguzzoni e su Valentino Crosta. Al termine del primo campionato i quattro attaccanti segnarono 46 reti su 68 della squadra e la squadra si classificò quinta nel proprio girone, qualificandosi per il primo campionato di Serie A della storia. Esordì quindi nell'allora appena costituita Serie A il 6 ottobre 1929, in Pro Patria-Cremonese 4-2, alla prima giornata, siglando l'ultimo gol della partita per i bustocchi, realizzando una rete nella vittoria casalinga del 19 gennaio 1930 contro la Roma per 6-1 ed una tripletta nella vittoria casalinga del 9 marzo 1930 contro l'Alessandria per 4-0; al termine del campionato i bustocchi si piazzarono al dodicesimo posto in classifica, con Bonivento terzo migliore cannoniere della squadra. Napoli Fu quindi ceduto per la stagione 1930-1931 al Vomero, allora militante in Prima Divisione, quindi nel 1931-1932 passò al Napoli, disputandovi solo quattro gare chiuso nel suo ruolo da giocatori ed idoli della folla locale come Attila Sallustro, Marcello Mihalich ed Antonio Vojak; nell'unica stagione con i partenopei debuttò contro la sua ex squadra nel pareggio a reti inviolate di Busto Arsizio del 10 gennaio 1932, giocando anche la gara di ritorno, il pareggio per 1-1 del 29 maggio 1932 a Napoli. Al termine della stagione, in cui non segnò reti, la squadra si classificò nona. Ultimi anni L'anno seguente scese in Serie B con il Livorno, dove segnò una doppietta nella vittoria casalinga del 30 aprile 1933 contro il Messina per 7-0, per concludere la carriera ad alto livello prima con il Grion e poi con l'Arsa. Vanta in totale 74 gare e 25 gol in massima categoria; anche nel ventunesimo secolo viene ricordato come uno dei giocatori più importanti della squadra lombarda ed uno dei migliori giocatori giuliano-dalmati. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie B: 1 - Livorno: 1932-1933
  4. GUGLIELMO GABETTO Nel vociare della festa Guglielmo Gabetto, invece, si dà da fare – scrive Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – lui è un cittadino sul serio, per carattere. È estroverso. Ride e scherza, balla, sfodera sorrisi e ogni tanto si defila in bagno e accende da fumare. Sempre meglio “tirar due note” di nascosto, che mostrare l’abitudine in pubblica, pensa. Farsi vedere dalle persone, lì convenute, s’intende; perché in Borgata Aurora dov’è nato e abita, fuma anche per strada, se gli va. Ma in Juventus è meglio evitarselo, è preferibile non farsi ripetere da Mazzonis che «un giocatore, ancora più se giovane, le sigarette non le dovrebbe conoscere».«E bravo il nostro Guglielmo», va intanto dicendo più d’uno. Nel sentir fare i complimenti a uno dei suoi gioielli, Beccuti s’illumina. Ne ben donde di gongolare il bravo allenatore delle zebrette, già giocatore juventino in tempi pioneristici. Lui solo sa con quanto amore ha supportato sin da piccolo questa macchietta che è Guglielmo, simpaticissimo, argento vivo in corpo, che in campo si tramuta in fantastici colpi calcistici.“IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 16 GIUGNO 1937A Vercelli. Ottobre 1933. Atrio di un albergo qualunque.Le riserve della Juventus, che debbono giocare contro le riserve delle bianche casacche, hanno consumato la colazione ed attendono l’ora di andare al campo. Alcuni signori, lì vicino, parlano di calcio e commentano le prime esibizioni di Piola, già della Pro Vercelli, nella nuova squadra: la Lazio. Affiorano i ricordi. Vi è della nostalgia.Uno di quei signori sospira:– Ah Piola, Piola! È proprio il miglior centravanti italiano!Un giocatore juventino alza la testa, ed entra in conversazione:– Lorsignori parlano di Piola? È un gran giocatore. Un gran centravanti. Ma loro non conoscono Gabetto. Quello sì che è il più grande centrattacco d’Italia!– Gabetto? E chi è questo Gabetto?– Il centravanti delle riserve juventine. Vadano a vederlo, signori. Vadano a vederlo, e vedranno che fenomeno!Quei signori lasciano l’atrio, e le riserve juventine sbottano in una risata.Gabetto, proprio lui, allora non ancora conosciuto e non ancora asceso alla ribalta della prima squadra, era precisamente quello che aveva interloquito. Una bella faccia tosta, penserete. Gli è che Gabetto è un burlone di prima qualità. É quello che mantiene l’allegria nella squadra. Forse neanche lui, allora, pensava che dopo qualche mese avrebbe occupato il posto di Borel II e che sarebbe diventato uno dei migliori centravanti italiani.A undici anni tirava i primi calci in una squadra dell’oratorio dei Salesiani. La squadra si chiamava « Salus » e quei ragazzi volevano ricordare, con quell’appellativo, nientemeno che... il santo di Sales. « Salus » (che in latino significa « salute ») doveva essere di effettivo buon augurio.Gabetto era il più piccolo, il più mingherlino, e giocava mezz’ala destra. Nessuno avrebbe dato un soldo per il suo avvenire di calciatore, e fu solamente nel 1930, a quattordici anni (Guglielmo Gabetto è nato a Torino il 24 febbraio 1916), che vesti la prima maglia bianco-nera juventina.Era e non era alla Juventus, perché la maglia era della « Zebra », società di ragazzi dipendenti appunto dal grande Circolo torinese. Nella Juventus Gabetto era in... buona compagnia, poiché c’era anche Rava, più giovane d’un anno di lui, ma più... bravo (questo secondo le opinioni dei dirigenti e di Gabetto stesso).Passano gli anni, ma Gabetto non... cresce (si è sviluppato poi, tutto d’un colpo); allora la « Zebra » lo manda a farsi le ossa in una società di liberi.Ecco Gabetto mezz’ala di una certa Virtus, giocare e vivere una vita... mediocre. Al termine di quella stagione, giocata senza infamia e senza lode, fa ritorno alla Juventus. Oh meraviglia! I juventini constatano come il giovane Guglielmo si sia deciso a svilupparsi. Lo trovano alto e ingrossato. È maturo, insomma, per la Juventus.Eccolo (1932) nella squadra allievi juventina, sempre come mezz’ala. Al termine della stagione si rende vacante il ruolo di centravanti delle riserve. L’allenatore ha una felice pensata: promuovere questo Gabetto che ha della intraprendenza e cerca il contatto degli avversari per ingaggiare duelli ed uscirne vittorioso. Gabetto, centravanti delle riserve bianco-nere, gioca le ultime tre partite della stagione 1932-33.Alla Juventus hanno un buon fiuto : Gabetto può riuscire. Per questo lo invitano a seguire la squadra a Parigi. I juventini debbono giocare al Par des Princes contro il Red Star. Gabetto giocherà mezzo tempo, il Primo mezzo-tempo. Si schiera infatti al centro della prima linea e, così per esperimento, Borel viene spostato mezz’ala. L’attacco ingrana, Gabetto non si emoziona ed anzi segna un bellissimo punto. Al riposo dovrebbe rivestirsi, ma l’allenatore ritiene opportuno insistere nella formazione, e Gabetto ricambia la fiducia con un secondo goal. La Juventus, dunque, può contare su un giocatore di più. Gabetto è felice. Torna a casa e marcia impettito tenendo circolo tra gli amici del suo rione. Ma con sua sorpresa viene... ringoiato dalla squadra riserve.Alla Juventus si procede coi piedi di piombo, con la massima sicurezza. Un conto è una partita amichevole, altro conto è una partita di campionato italiano. Gabetto ha molti numeri, indiscutibilmente, ma dovrà fare la sua strada gradatamente. Ci si ricordi di quell'antica poesia: “Fu già una zucca che montò sublime...”E alla Juventus non ci devono essere... zucche.Ma fa anticamera per poco tempo. Glielo aveva detto il suo dirigente diretto, l'ing. Bené Gola:– Non ti scoraggiare. Il tuo debutto è prossimo.Ed è lo stesso Gola che, il 26 gennaio 1935 (certe date non si dimenticano) lo chiama e gli dice:– Preparati. Domani devi andare a Vercelli con la prima squadra!Ecco Gabetto a Vercelli. Giocherà? Non giocherà? Borel ha l’influenza e si è appena alzato da letto. Fa parte della carovana, ma è tuttora indeciso se giocare o no. All’ultimo momento si decide per il no. Gabetto giocherà. Guglielmo non… perde la calma per la felicità, ma è tutto contento. Va in campo: la partita è difficile perché le bianche casacche difendono coi denti la permanenza in Divisione Nazionale. Ad un certo momento, ben lanciato da Monti, Gabetto si scaraventa verso la porta di Scansetti. Al momento di entrare in area di rigore, il terzino vercellese Beltaro lo atterra rudemente e l’arbitro Gianelli accorda un calcio di punizione dal limite. L’incarico dell’esecuzione è affidato a Orsi, che prende la rincorsa e segna con uno dei suoi tiri inesorabili. Uno a zero, e il risultato non cambia.Questo l’esordio di Gabetto (allora i giornali non sapevano chi fosse e lo chiamavano « Gabetti » e lui ci soffriva...). Deve aspettare tre mesi per far ritorno in prima squadra. Ciò avviene il 21 aprile : gioca contro il Bologna a Torino, poi lo vediamo ala destra ad Alessandria, ed a Torino contro il Palermo e contro la Roma. Le sue esibizioni come estrema non... persuadono, e nella partita Milan-Juventus è bellamente lasciato fuori squadra. Lo riammettono all’ultima partita di campionato, in tempo per giocare a Firenze nella partita che (mentre l’Ambrosiana perdeva a Roma) doveva assicurare il quinto scudetto consecutivo alla Juventus.Il campionato 1935-36 ha inizio, ma Gabetto è ancora nelle riserve. Entra in scena solamente alla nona giornata, perché evidentemente il destino lo protegge. Durante una partita d’allenamento Borel II, effettuando una rovesciata, si produce una lesione al ginocchio. La diagnosi è precisa: lesione al menisco. Bisognerà operare. Per un’intera stagione « Farfallino » è perso per lo sport italiano. Il problema della successione non si presenta difficile e Gabetto entra in scena a Torino, contro la Triestina. Il debutto è clamoroso, si potrebbe dire sensazionale. La Juventus vince per 3 a 0 e tutti i punti sono segnati da Gabetto. Il posto se l’è finalmente conquistato. Brucia le tappe, segna porte su porte ed alla fine della stagione, tirando le somme nella cosiddetta « classifica dei cannonieri », risulta al secondo posto con 20 porte segnate, preceduto dal solo Meazza con 25 successi personali. Se si pensa che Gabetto è entrato in scena ad un terzo del torneo, si deve riconoscere che il ragazzo, al suo primo anno di Divisione Nazionale, ha fatto prodigi. E quali « cannonieri » ha preceduto: Piola, Rocco, Arcari, Silano, un quartetto che l’anno scorso è marciato forte per davvero.Una stagione indimenticabile per Gabetto, anche se la Juventus ha dovuto scucirsi lo scudetto per offrirlo al Bologna. Una stagione che lo ha visto anche in maglia azzurra. Sicuro, a Novara, il 5 aprile 1936, tra i Cadetti contro la Svizzera B. La squadra era formata da Olivieri; Fiorini e Galimberti; Ghidini, Mornese e Milano; Busani, Riccardi, Gabetto, Marchini e Venditto. E Gabetto? Gabetto, un po’... emozionato e un po’ guardato a vista, non fece grandi cose. Ma intanto anche la maglia azzurra è stata collezionata e le sue comparizioni, statene certi, non si fermeranno qui.Quest’anno il campionato lo ha visto ancora all’avanguardia, con gli inevitabili alti e bassi. Ha capeggiato, per qualche tempo, la classifica dei cannonieri. Non è riuscito nell’intento di aggiudicarsi il primato, ma ha avuto la soddisfazione di essere ancora secondo, a tre reti da Paola, precedendo Buscaglia e Borel II.Attualmente Gabetto veste il « grigio-verde » del fantaccino. Ciò gioverà ad irrobustirlo ancora, a farlo più uomo. Ma, calcisticamente, è già un arrivato.Secco, scattante, autentica spina nel cuore delle difese avversarie, Guglielmo si impone subito all’attenzione del pubblico, per il modo dinoccolato di correre, per la prontezza di riflessi, per il modo impensato di crearsi varchi verso la porta avversaria. Un vero acrobata, che nessun difensore voleva marcare, perché, prima o poi, sul filo del fuorigioco, lo avrebbe sorpreso. Scaltro e avveduto come pochi attaccanti, possedeva un eccezionale senso della realizzazione.Nell’estate del 1941 i dirigenti bianconeri, pensando che Guglielmo sia a fine carriera, commettono un errore gravissimo e lo cedono al Torino.In granata è cinque volte Campione d’Italia e si aggiudica la Coppa Italia nel 1943. È uno dei più prolifici bomber del nostro calcio, è sei volte azzurro con la Nazionale A (cinque goal) e disputa una partita con l’Italia B. Muore a Superga, nella tragedia aerea nella quale scompare il Grande Torino, il 4 maggio 1949.Se fosse rimasto juventino, avrebbe sicuramente battuto ogni record, in fatto di segnature quel magnifico centrattacco, che tutti volevano avere insieme e nessuno contro.VLADIMIRO CAMINITISi era guastata la serenità della Juventus all’indomani della tragica fine del presidente Edoardo, le nubi all’orizzonte e nel cuore degli uomini avrebbero impedito ai responsabili juventini di riparare adeguatamente i danni, la Juventus era sopravvissuta a se stessa archiviando la sua quinquennale gloria negli occhi e nelle cose, a vantaggio di Bologna e Ambrosiana Inter. Il suo miglior piazzamento nell’anteguerra sarebbe stato il secondo posto alle spalle dei milanesi neroazzurri nel campionato 1937-38, campionato a sedici, in una formazione esperta e gagliarda (Bodoira; Foni e Rava; Depetrini, Monti e Varglien I; De Filippis, Varglien II, Gabetto, Tomasi e Bellini, altri titolari Borel II, Santhià, Borel I, Bergonzoni, Amoretti), ma già l’anno successivo alla conquista del secondo alloro mondiale, mentre i libri di autori ebrei e antifascisti venivano ritirati dalle librerie, e si sanciva a Berlino l’alleanza politica tra Germania e Italia, la guerra è alle porte. L’Italia invaderà l’Albania come premessa all’evento inesorabile.E la Juventus? Pierone Rava ricorda quei giorni con nostalgia e rabbia. Ha dovuto scioperare in campo perché i dirigenti bianconeri gli riconoscessero i diritti ai giusti guadagni da professionista; pure, la difesa Foni-Rava è degna degli antenati Rosetta-Caligaris. Nel giugno 1940 si terrà l’ultima edizione dei Littoriali, e uno dei pulcini della Juventus è cresciuto, al campionato del secondo posto dà il suo contributo sonante di goal, ben nove. Pierone Rava me ne parla come di un ragazzo vivacissimo, coinvolgente con i suoi scherzi e la sua perenne allegria.Sa forse ciascuno di noi cosa gli riservi il destino? No certamente. Guglielmo si imbrillantina i folti capelli neri, e svicola in camp o ai difensori, velocissimo, frustante, con il suo dribbling secco in corsa, con le sue impensabili acrobazie coglie al volo le traiettorie dei palloni più difficili, segnando bellissimi goal. Ma è bello che nell’animo del collega anziano lasci subito l’impronta di uno stile originale, i sarcasmi e le risatine del giovane Gabetto non saranno mai dimenticati da Rava.Incredibile ma vero che la Juventus se ne priverà presto, illudendosi di averne già spremuto tutti gli estri. Gabetto passerà nel Torino nell’estate del 1941, giorni di guerra, e vi inizierà una seconda più fulgente carriera, prima di quel botto mostruoso confermando tutte le doti di estro e di tecnica con altri 120 goal che, aggiunti ai 103 juventini lo tramanderanno tra gli attaccanti di più vivida classe di tutto il nostro calcio. Una classe fatta di coraggio e dedizione professionale. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/guglielmo-gabetto.html
  5. GUGLIELMO GABETTO https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Gabetto Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 24.02.1916 Luogo di morte: Superga Data di morte: 04.05.1949 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 70 kg Soprannome: Il Barone - Gabe Alla Juventus dal 1934 al 1941 Esordio: 27.01.1935 - Serie A - Pro Vercelli-Juventus 0-1 Ultima partita: 18.05.1941 - Coppa Italia - Fiorentina-Juventus 5-3 191 presenze - 102 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Guglielmo Gabetto (Torino, 24 febbraio 1916 – Superga, 4 maggio 1949) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Prematuramente scomparso nella tragedia di Superga, ha legato la carriera alle due maggiori formazioni della sua città: prima la Juventus, vivendo da comprimario l'epilogo del Quinquennio d'oro ed emergendo negli anni seguenti tra i maggiori attaccanti italiani del suo tempo, e poi il Torino, partecipando, da protagonista ormai affermato del calcio italiano, alla vittoriosa epopea del Grande Torino. Realizzò più di 80 reti in Serie A con le due maglie: grazie ai 102 gol totali in bianconero, si posiziona nella top ten dei marcatori juventini sia nei campionati sia in Coppa Italia, mentre con 127 reti totali in granata si trova al 4º posto tra i goleador torinisti di tutti i tempi. Insieme ad Alfredo Bodoira ed Eugenio Staccione, è stato uno dei soli tre calciatori ad aver vinto il campionato italiano con entrambe le principali squadre torinesi. Guglielmo Gabetto Gabetto al Torino negli anni 1940 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1949 Carriera Squadre di club 1934-1941 Juventus 191 (102) 1941-1949 Torino 219 (122) Nazionale 1942-1948 Italia 6 (5) Caratteristiche tecniche Attaccante completo, rapido nel breve e guizzante nel dribbling, con notevoli doti acrobatiche. Fantasioso realizzatore di gol apparentemente impossibili, la coordinazione e la potenza del tiro ne fecero un cannoniere implacabile. Un bel gesto atletico di Gabetto con la maglia azzurra della Nazionale Era acrobatico, astuto e malizioso, sfruttava il fisico longilineo e spigoloso per dare spettacolo: odiava fare le cose banali. Per la sua eleganza e i capelli sempre in ordine, lisciati dalla brillantina a imitazione dell'altro grande juventino Raimundo Orsi, era soprannominato il Barone, come accadrà decenni dopo prima a Nils Liedholm e poi a Franco Causio. Era il cosiddetto "uomo spogliatoio", capace di sdrammatizzare ogni situazione, gratificato da una spontaneità tipicamente popolana. Carriera Torinese purosangue, della Borgata Aurora, incominciò a giocare nella Juventus nel 1934 e in soli sette anni segnò 102 gol (di cui 85 in campionato) che ne fanno ancora oggi uno dei migliori realizzatori nella storia della società bianconera. Nel 1941 fu acquistato ai concittadini del Torino per la somma, notevole per l'epoca, di 330 000 lire; nello stesso anno la società granata acquistò altri due juventini, Felice Borel e Alfredo Bodoira. Qualcuno, scherzosamente, lo chiamava «La Santa Rita dei goleador», per le sue reti così difficili da realizzare, un po' come i miracoli attribuiti alla Santa. Era molto amato dai tifosi, che lo chiamavano "Gabe". Lui legava profondamente con Franco Ossola e ciò era proficuo anche in campo, dove il loro affiatamento dava buoni risultati alla squadra. Gabetto in azione alla Juventus nella stagione 1938-1939 Quando arrivarono al Torino anche Ezio Loik e Valentino Mazzola poté giocare al meglio delle sue possibilità e negli anni successivi divenne un pilastro del Grande Torino, unico autentico torinese di quella squadra insieme a Piero Operto. Perì insieme ai suoi compagni di squadra il 4 maggio 1949, nella tragedia di Superga. Nel Torino aveva segnato 127 gol in 225 partite; nella Juventus aveva tenuto una media simile, che ne fa uno dei più grandi attaccanti italiani. Nella sua carriera non ha mai conquistato "ufficialmente" il titolo di capocannoniere, pur essendo il calciatore che fra Campionato Alta Italia e Girone finale ha realizzato il maggior numero di reti (22 in totale) nell'anomala stagione 1945-1946. Gabetto è stato sepolto presso il cimitero monumentale di Torino. Palmarès Campionato italiano: 6 Juventus: 1934-1935 Torino: 1942-1943, 1945-1946, 1946-1947, 1947-1948, 1948-1949 Coppa Italia: 2 Juventus: 1937-1938 Torino: 1942-1943 Guglielmo Gabetto nella cultura di massa Gabetto durante l'esperienza militare Il giornalista sportivo Giglio Panza ricorda Guglielmo Gabetto perché erano entrambi nella Compagnia Atleti del 92º Fanteria. Quando arrivò come recluta, Panza era già un graduato; iniziò così la loro amicizia. Gli altri commilitoni avevano rispetto per lui, perché considerato un personaggio importante. Cercava di legare con tutti e faceva fino in fondo il suo lavoro di recluta. Una volta fece vincere una gara di marcia a Panza perché gli fosse concesso un permesso domenicale, così da trascorrerlo con la sua ragazza. Gabetto era già fidanzato con quella che sarebbe poi divenuta la moglie. Le loro strade si separarono durante il conflitto, Panza si occupò della guerra come cronista, mentre Gabetto rimase in città a giocare. Si ritrovarono dopo la Liberazione, quando ormai era già un tassello del Grande Torino. Un aneddoto per ricordare Gabetto. Era considerato un «discolo». Durante il ritorno da una trasferta a Trieste il pullman del Torino fu inseguito dalla Polizia. Il «Barone» aveva riempito il bagagliaio di sigarette di contrabbando. Così gli furono ritirati i documenti, sequestrate le sigarette e per fortuna, grazie ai dirigenti granata, riuscì a rientrare a casa. Per riprenderseli dovette lottare a lungo, perché la Polizia voleva fargli giocare una partita nella propria squadra, che aveva un incontro importante da disputare. Grazie all'accompagnatore granata riuscì a convincerli che la partita del Torino in campionato era più importante della loro. È stato interpretato dall'attore Massimo Molea nella miniserie TV del 2005 Il Grande Torino.
  6. AMAURI GIULIO SALA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 2008 8 dicembre del 2007 va in scena Palermo-Fiorentina. Al 17’ del primo tempo, Amauri è sulla tre-quarti avversaria. Di testa spizzica il pallone, che si impenna e compie una parabola morbida, destinata a scendergli sul piede. La cosa più semplice sarebbe controllare la palla o toccare all’indietro verso un compagno e far salire la squadra. Amauri però ama le cose utili e le cose utili non sempre sono semplici. Così, quando il pallone sta ancora cadendo, alza il destro e tocca al volo verso Miccoli (che segnerà l’1-0). E mentre lo fa, non guarda verso la porta ma gira la testa platealmente dalla parte opposta, indietro, mentre là davanti il suo pallone vale oro. Un gesto che comincia la sua storia. «Sono arrivato in Italia a 20 anni, completamente sconosciuto, con un unico sogno: giocare in una grande squadra. Ci ho messo otto anni, ma alla fine ce l’ho fatta». Per arrivare alla Juventus, a, vertice del calcio italiano, Amauri ha dovuto guardarsi indietro tante volte: il talento c’è e c’è sempre stato, ma nel suo caso riuscire a farlo sbocciare è stato più difficile del previsto. E dire che la strada, all’inizio, sembrava in discesa. Amauri ha 19 anni quando inizia a giocare a calcio sul serio. Fino a quel momento, per lui il pallone non è altro che uno svago, un hobby. Il fatto è che tirare calci gli riesce dannatamente bene anche se lo fa in spiaggia, a scuola, o per strada. Così bene che il Santa Catarina, squadra semiprofessionistica di Brumenao, cittadina nel sud del Brasile gli mette gli occhi addosso. Il Santa Caterina gioca in B e sta retrocedendo e il campionato è quasi al termine. Amauri non può fare molto per salvarlo, ma per mettersi in mostra sì: segna 8 gol in 14 partite e vola a Viareggio, per la Coppa Carnevale del 2000. Anche in Toscana il centravanti incanta, segnando 5 reti in 3 gare. Viareggio è una vetrina importante e il talento di questo sconosciuto attaccante non passa inosservato. Così il ragazzo si guadagna il diritto di sognare una carriera da campione. E la carriera parte, ma in sordina. Non in Italia, ma in Svizzera, a Bellinzona. E per un brasiliano di 20 anni, la Svizzera non è un posto facile dove stare, specie se un infortunio ti allontana dal tuo lavoro: il calcio. «Il primo mese sono stato davvero male – ricorda Amauri –. Era la prima volta che mi allontanavo da casa e, come tutti i brasiliani, mi mancava il mio paese. In Svizzera ho visto i primi ghiacci della mia vita e ci ho messo un po’ ad ambientarmi. Superate le difficoltà, le cose sembrano andare meglio, gioco due partite e segno un gol, ma subito dopo mi faccio male. Un mese fermo: un altro periodo poco piacevole...». Forse, a questo punto, guardando che cosa si era lasciato alle spalle – la sua terra, la sua famiglia, i suoi amici – Amauri pensa di mollare tutto e tornare a casa. Ma nei tre mesi a Bellinzona, deve aver anche assimilato un po’ del carattere tosto degli svizzeri e decide di continuare. Come contro la Fiorentina: guarda indietro, ma tocca il pallone in avanti. E il pallone della sua personalissima partita, a gennaio del 2001, inizia a rotolare. Fino a Napoli, dove si ferma giusto il tempo necessario per fargli conoscere Cinthya, sua moglie: «Anche lei è brasiliana ed era a Napoli per lavoro: è un chirurgo plastico. L’ho conosciuta a una cena, abbiamo iniziato subito a frequentarci e ci siamo innamorati. Da allora è sempre stata il mio punto di riferimento». In quel Napoli la concorrenza è spietata e per di più arrivando a metà stagione non è facile trovare spazio: in avanti ci sono giovani promettenti come Stellone e Floro Flores, ma soprattutto campioni affermati come Amoruso, Bellucci e uno degli idoli di Amauri, Edmundo “O’ Animal”, arrivato anche lui a gennaio. «Romario è sempre stato il mio mito, ma subito dopo veniva lui. I primi tempi a Napoli non potevo fare a meno di pensare che fino a un anno e mezzo prima giocavo su qualche campetto e lì, invece, dividevo la stanza con il grande Edmundo. La sua vicinanza mi ha aiutato parecchio: era molto più tranquillo rispetto al giocatore che avete conosciuto a Firenze e poi, anche solo vederlo mentre si muoveva in campo, mi permetteva di migliorare. Credo solo che fosse capitato nella squadra sbagliata: meritava di lottare per risultati importanti, non per la salvezza». Napoli l’esperienza inizia con un gol annullato nella gara d’esordio contro il Bari. «Era fuorigioco, ma di poco». Quasi un segno premonitore che la sua avventura sul golfo non sarà idilliaca. In sei mesi il suo bottino è di 6 presenze e un gol e per Amauri, a fine stagione, dopo la retrocessione in B e i problemi economici della società, viene il momento di cambiare aria. Va a Piacenza, dove in un anno mette insieme solo 7 presenze, ma dove nasce la sua bimba Cindy. «A Piacenza non ho praticamente giocato. Sapevo di avere davanti un attaccante importante come Hubner, ma avrei voluto dimostrare il mio valore. In quel periodo ho pensato di tornare a casa. Era il gennaio 2002 e immaginavo, con l’esperienza che avevo fatto in Europa, di poter trovare una squadra importante in Brasile. Però ho tenuto duro, anche perché, con molta umiltà e serenità, vedevo giocare gli altri compagni e mi dicevo che sarebbe arrivato anche il mio momento». A settembre 2003, l’ennesimo cambio di maglia: dopo la preparazione precampionato con l’Empoli, Amauri passa al Messina, in B. Sullo Stretto le cose iniziano a girare per il verso giusto: 23 presenze e 4 gol non sono numeri impressionanti, ma sufficienti a riportarlo in A, con il Chievo. Qui la favola inizia a prendere forma: «Il primo anno a Verona fu una bella esperienza. Sentivo fiducia di Del Neri e se persi il posto da titolare fu per colpa mia. La stagione successiva invece, fu deludente. L’allenatore era Beretta, con il quale non ho mai avuto un rapporto. Non credeva in me e quando ero nel pieno della forma non mi diede la possibilità di giocare. Il terzo anno invece trovai quello che chiamo affettuosamente “il mio allenatore”: Beppe Pillon. Tornai dalle vacanze e si parlava di un mio possibile trasferimento. Pillon lo bloccò immediatamente dicendo che per lui ero un giocatore fondamentale. Parole che mi ripeté anche in privato. Sapere che l’allenatore conta su di te è importante e quell’anno mi diede la carica». Così nel 2005/06 arrivano 11 reti in 37 partite e la chiamata a Palermo. Ormai Amauri è il vero globetrotter del calcio italiano: «Tutto sommato girare così tanto è stata un’esperienza positiva, anche perché ho sempre cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno. Soprattutto non mi sono mai abbattuto, anzi ho sempre cercato di dimostrare le mie capacità, consapevole del fatto che se non ci fossi riuscito, sarei tornato in panchina, come gli anni precedenti». In Sicilia Amauri deve far dimenticare Luca Toni, non uno qualunque. Un bel fardello, che il brasiliano si scrolla dalle spalle in appena tre mesi: il Palermo vola grazie ai suoi gol, si inizia a parlare di un nuovo fenomeno e le grandi squadre cominciano a guardare il ragazzo con interesse crescente. Ma nel destino di Amauri è scritto che nulla deve essere facile e prima del salto in una big deve ancora pagare un dazio pesante. Il 23 dicembre 2006, a Siena, in uno scontro con Manninger, ecco il crack: rottura parziale del legamento crociato posteriore e stiramento del collaterale mediale del ginocchio destro. Stagione finita: «Ho sofferto tanto in quel periodo. Eravamo secondi, dietro l’Inter, stavo giocando bene e segnavo tanto. Si parlava addirittura di una possibile convocazione da parte della Nazionale brasiliana... Quando mi sono fatto male tutto il castello di sogni che stavo costruendo, mi è crollato addosso. In quel periodo è stata fondamentale la nascita del mio secondo figlio. Hugo Leonardo è nato venti giorni dopo l’incidente e mi ha dato una carica pazzesca. Da quel momento ho solo cercato di riprendermi. Non pensavo ancora di arrivare in una grande squadra, ma solo a tornare più forte di prima. Ringraziando il Signore ce l’ho fatta». Il resto è storia dei giorni nostri. Amauri torna più forte di prima e nell’ultimo campionato vive la sua stagione migliore: 15 reti (due segnate in maniera perfida alla Juventus che già lo corteggiava) e il passaggio in bianconero al termine di una trattativa lunga e in qualche momento tortuosa. «La Juve è la mia vittoria – ha detto appena arrivato a Torino per la firma e la presentazione alla stampa –. Sono sbarcato in Italia da sconosciuto e dopo otto anni mi ritrovo in una squadra che ha la vittoria nel dna. La Juve è sempre stata la regina d’Italia e d’Europa. Ora vuole tornare a esserlo e in questo ritorno ci voglio essere anch’io». Come a dire, uno sguardo indietro, al suo intenso passato, servendo un magnifico assist al futuro. 〰.〰.〰 Fa il suo esordio ufficiale con la casacca numero 8, il 13 agosto 2008, nei minuti finali di Juve-Artmedia 4-0, andata del 3° turno preliminare della Coppa dei Campioni e, nella gara di ritorno, realizza la prima rete juventina, gol che fissa il risultato sul pareggio finale 1-1. La sua stagione è strepitosa. Ama segna a ripetizione: di testa, di piede, in acrobazia, di potenza. Speciale è, poi, la doppietta al Milan, nella vittoriosa partita dell’Olimpico, terminata 4-2. In Coppa Campioni, segna un gran gol al Real Madrid, che raddoppia quella altrettanto portentosa segnata da Del Piero. Nonostante un calo nel finale di stagione, totalizza 44 presenze e ben 14 realizzazioni. «La sensazione principale è l’orgoglio di aver dimostrato di essere un giocatore che merita la maglia della Juventus. È qualcosa di gratificante per due motivi. Intanto perché non è facile raggiungere questo obiettivo e questa era la mia scommessa personale. E poi perché giocare in una squadra così ambiziosa significa misurarsi in ogni gara, non dare mai per scontato che hai toccato un certo livello». Nella stagione successiva sceglie di indossare la maglia numero 11. «Sono molto felice di ritrovare il numero 11 perché è stata la maglia che mi ha accompagnato in carriera e ha visto la mia affermazione. In più è un grande onore rilevare il testimone da Pavel Nedved. Lui mi ha consegnato questa maglia dicendomi che è un numero che porta fortuna e che alla Juventus ha un grande significato sin dai tempi più lontani. Farò di tutto per essere degno di questa tradizione». Purtroppo per lui e per la Juve, non sarà così. Segnerà solamente 7 reti in 40 presenze: la prima il 17 ottobre 2009, decisiva per il pareggio contro la Fiorentina. Si ripete nelle successive partite con Siena e Sampdoria (una doppietta). Il giorno di San Valentino, dopo ben 109 giorni di astinenza, ritorna al gol con un colpo di testa realizzato contro il Genoa su assist di Caceres. Il 18 febbraio realizza una doppietta in Europa League all’Amsterdam Arena, avversari i biancorossi dell’Ajax. Poi la luce si spegne. Il 10 agosto 2010 indossa, per la prima volta la casacca della Nazionale italiana, nella partita amichevole contro la Costa d’Avorio. Amauri, infatti, grazie alle leggi italiane sulla cittadinanza, diventa convocabile per la selezione azzurra, sfruttando la naturalizzazione della moglie, in possesso del doppio passaporto. «Non ho scelto la cittadinanza italiana, dunque la vostra Nazionale, perché non sarei mai stato convocato nel Brasile. Mi avevano chiamato, ma io mi sento calcisticamente italiano. E i miei figli sono nati qui», afferma rispondendo alle polemiche. Apre la stagione 2010-11 con una doppietta agli irlandesi dello Shamrock Rovers, in Europa League, partita terminata con una vittoria per 2-0. Va a segno anche nel match giocato in Austria vinta per 2-1 contro lo Sturm Graz. Nella gara di campionato contro il Bologna si fa male e rientra il giorno della Befana, quando sostituisce l’infortunato Quagliarella, nella netta sconfitta contro il Parma per 1-4. Ormai, però, il feeling con i tifosi è irrimediabilmente compromesso. Uno spot di una famosa marca di crociere che lo vede protagonista, è preso come spunto dai supporter juventini che lo invitano a ritornare sulla nave. D’altronde, il suo rendimento è alquanto scadente. A digiuno di reti in campionato da quasi un anno, non riesce nemmeno a rendersi utile alla squadra. Quel giocatore devastante che segnava a ripetizione non esiste più e ad Ama non resta che emigrare altrove. Così, il 31 gennaio 2011, nell’ultimo giorno del “mercato di riparazione”, viene ufficializzato il suo passaggio in prestito al Parma. Amauri lascia pochissimi rimpianti. Anzi, per la maggior parte dei tifosi juventini, la sua partenza è la fine di un incubo. In totale, veste la maglia bianconera per un centinaio di volte, realizzando 24 reti. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/amauri.html
  7. AMAURI https://it.wikipedia.org/wiki/Amauri Nazione: Brasile Italia Luogo di nascita: Carapicuíba Data di nascita: 03.06.1980 Ruolo: Attaccante Altezza: 186 cm Peso: 86 kg Nazionale Italiano Soprannome: Boneco - Calimero Alla Juventus dal 2008 al 2011 Esordio: 13.08.2008 - Champions League - Juventus-Artmedia 4-0 Ultima partita: 27.01.2011 - Coppa Italia - Juventus-Roma 0-2 100 presenze - 24 reti Amauri Carvalho de Oliveira (Carapicuíba, 3 giugno 1980) è un ex calciatore brasiliano naturalizzato italiano, di ruolo attaccante. Amauri Amauri con la maglia della Juventus nel 2009 Nazionalità Brasile Italia (dal 2009) Altezza 186 cm Peso 86 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 2017 Carriera Giovanili 1998-1999 Santa Catarina Squadre di club 1999-2000 Santa Catarina 14 (8) 2000-2001 Bellinzona 5 (1) 2001 Parma 0 (0) 2001 Napoli 6 (1) 2001-2002 Piacenza 7 (0) 2002 Empoli 0 (0) 2002-2003 Messina 22 (4) 2003-2006 Chievo 90 (17) 2006-2008 Palermo 52 (23) 2008-2011 Juventus 71 (17) 2011 Parma 11 (7) 2011-2012 Juventus 0 (0) 2012 Fiorentina 13 (1) 2012-2014 Parma 65 (18) 2014-2016 Torino 21 (1) 2016-2017 Ft. Lauderdale Strikers 13 (5) 2017 N.Y. Cosmos 3 (0) Nazionale 2010 Italia 1 (0) Biografia Il suo nome in Brasile è pronunciato Amaurì, ma in Italia è chiamato anche e soprattutto Amàuri. Ha ricevuto in Italia il soprannome Calimero. Da ragazzo ha lavorato in un supermercato, in una fabbrica di carbonella, nel settore metallurgico e come muratore per aiutare la famiglia, riuscendo anche ad allenarsi e fare provini, spesso non riuscendo, a causa di tutti questi impegni, ad esprimersi al massimo. È sposato con Cynthia Cosini Valadares, connazionale conosciuta a Napoli, da cui ha avuto tre figli, ovvero Cindy, Hugo Leonardo e Miley, nati tutti in Italia: la prima nel 2003, il secondo il 27 gennaio 2006 e la terza il 26 gennaio 2012. Il 12 aprile 2010, grazie alla moglie di origini italiane (avi della provincia di Cuneo), acquisisce la cittadinanza italiana per naturalizzazione, quest'ultima ricevuta dal direttore dei servizi civici di Torino Gianni Giacone. Nel decreto di naturalizzazione scompare il cognome materno Carvalho e il giocatore per la Repubblica Italiana è semplicemente Amauri de Oliveira. Molto importante, per la sua vita professionale e non, è stato il suo procuratore Vittorio Grimaldi. È finanziatore dell'Istituto per l'infanzia abbandonata del Brasile. Nel giugno del 2021 su Instagram, insieme ad altri ex campioni del calibro di Marco Materazzi e Alessio Cerci, annuncia l’adesione alla Island Cup, un mini campionato che prenderà il via in Florida ad agosto e dal 2022 si svolgerà in diversi paesi dell’area caraibica. Caratteristiche tecniche Mario Beretta, suo allenatore al ChievoVerona, lo ha definito «abile nel gioco aereo e forte fisicamente», lodandone anche il dinamismo. Carriera Club Inizi in patria e Bellinzona Viene notato e portato a fare un provino nel Santa Catarina, club militante in seconda serie brasiliana, distante dieci ore da San Paolo. Dopo 14 presenze e 8 gol, nel gennaio 2000 viene inserito in una rappresentativa che partecipa al Torneo di Viareggio. In questa competizione impressiona subito segnando una doppietta all'Empoli; saranno 5 le realizzazioni nel torneo giovanile. Nel marzo dello stesso anno viene tesserato come extracomunitario dalla squadra svizzera del Bellinzona, dove, anche a causa di un infortunio al ginocchio, gioca solo 5 partite segnando un gol e la sua proprietà non viene riscattata. Parma e Napoli In seguito si reca in Belgio per sostenere un provino, ma le trattative non vanno a buon fine. Così torna in Italia e va a Torino, dove per due mesi vive praticamente da clandestino, sprovvisto del biglietto di ritorno per il Brasile. Il manager Mariano Grimaldi lo fa restare in Italia, dove viene acquistato dal Parma nel gennaio del 2001 e subito ceduto in prestito al Napoli, che lo tessera il 12 aprile. Con i partenopei inizia a giocare con la Primavera e successivamente viene aggregato alla prima squadra, dove trova il suo idolo Edmundo. Esordisce in Serie A tre giorni dopo in Bari-Napoli (0-1), gara della 26ª giornata di campionato, in cui gli viene anche invalidato un gol, uscendo al 69' per far posto a Francesco Moriero. Sigla il primo gol in Serie A in Napoli-Hellas Verona (2-0). A fine stagione retrocede con la società partenopea in Serie B. Piacenza, Empoli e Messina Anche a causa della cattiva situazione economica della società partenopea si trasferisce, nell'estate 2001, al Piacenza dove ottiene 7 presenze in Serie A. La stagione successiva inizia all'Empoli, dove rimane, senza mai scendere in campo, fino a settembre, quando su sua richiesta passa al Messina in Serie B poiché chiuso da Luca Saudati, Antonio Di Natale e Tommaso Rocchi. In Sicilia segna 4 reti in 23 presenze e la squadra arriva 13º in campionato. Chievo Nel 2003 torna in Serie A, questa volta a Verona con la maglia del Chievo. Il primo goal lo sigla alla sesta giornata contro la Sampdoria e si ripete la settimana successiva sul campo dell'Empoli. Nelle prime due annate in gialloblu è chiuso da Pellissier e Cossato, ma comunque riesce a mettere a segno 6 reti. La stagione 2005-2006 è la migliore nel Chievo: realizza 11 reti in 37 partite in campionato (tra cui quattro doppiette, una in casa del Palermo, un'altra in casa contro la Reggina, una sul campo dell'Ascoli e l'ultima prestigiosa in casa contro la Roma) da aggiungere ai tre siglati in Coppa Italia e, grazie alle penalizzazioni seguite a Calciopoli, la squadra raggiunge la qualificazione al terzo turno preliminare di Champions League, in cui Amauri segna al Bentegodi 2 reti ai bulgari del Levski Sofia (primo giocatore nella Storia del Chievo a segnare un gol in una competizione Uefa), inutili però per la qualificazione dei veneti alla fase ai gironi. Chiude l'esperienza veronese nel 2006 con 22 reti (17 in campionato, 3 in Coppa Italia e 2 nei preliminari di Champions League) e 96 presenze in 3 campionati. Palermo Il 31 agosto 2006 viene acquistato dal Palermo nell'ultimo giorno della campagna dei trasferimenti del 2006 per 8,75 milioni di euro più il cartellino di Denis Godeas; con la società rosanero stipula un contratto da 1,2 milioni di euro di ingaggio a stagione. Nella prima parte della stagione gioca come attaccante di peso della squadra rosanero, che, anche grazie ai suoi gol, arriva in testa alla classifica. Il 23 dicembre, durante la partita Siena-Palermo, in uno scontro con il portiere austriaco Manninger si procura un trauma distorsivo al ginocchio destro con rottura parziale del legamento crociato posteriore e stiramento del collaterale mediale. La sua assenza contribuisce in negativo alla mancata qualificazione del Palermo alla Champions League: la squadra termina la stagione al 5º posto dopo aver perso tutti i punti di vantaggio (erano arrivati a dieci) proprio sulla quinta posizione. Nell'agosto del 2007 l'infortunio è completamente assorbito e torna a giocare con i rosanero, confermandosi ai livelli positivi della stagione precedente, prima dello stop. Dopo la vittoria esterna per 1-3 contro l'Atalanta del 16 dicembre l'allenatore Guidolin lo elogia accostandolo a Drogba. L'11 maggio 2008 disputa l'ultima partita con la maglia del Palermo, persa per 2-0 contro la Sampdoria, da capitano, per la contemporanea assenza dal campo di Barzagli e del suo vice Zaccardo. Chiude la sua esperienza palermitana, in cui è stato molto apprezzato dalla tifoseria, con 23 gol in due campionati di Serie A ed una qualificazione in Coppa UEFA. Il 29 maggio 2008 viene premiato come "Miglior calciatore" ai Golden Goal del calcio 2007-2008, dedicando il premio al Palermo. Juventus Il 19 maggio firma un contratto quadriennale con la Juventus, che lo acquista per la cifra di 22,8 milioni di euro. In bianconero indossa la maglia numero 8. Fa il suo esordio ufficiale nella stagione 2008-2009 il 13 agosto, nei minuti finali di Juventus-Artmedia Bratislava 4-0, andata del terzo turno preliminare della UEFA Champions League e nella gara di ritorno, giocata a Bratislava il 26 agosto, realizza la prima rete ufficiale con la maglia bianconera, rete che fissa il risultato sul pareggio finale 1-1. Realizza il primo gol in campionato il 14 settembre contro l'Udinese, decisivo per la vittoria, mentre il 14 dicembre raggiunge il traguardo delle 50 reti segnate in Serie A, firmando la doppietta che fissa il punteggio sul 4-2 nella gara contro il Milan all'Olimpico. Nell'annata 2009-2010, dopo il ritiro di Pavel Nedvěd, indossa la maglia numero 11. La sua seconda stagione in bianconero è sottotono, caratterizzata da lunghi periodi senza gol: Amauri totalizza 40 presenze e 7 reti. Il 1º luglio 2010, a ridosso dell'inizio della nuova stagione bianconera, la FIGC comunica le sanzioni seguenti ai deferimenti per irregolarità sul trasferimento del giocatore, al quale viene comminata un'ammenda. Apre positivamente la stagione 2010-2011 realizzando due reti agli irlandesi dello Shamrock Rovers, nell'andata del terzo turno preliminare di Europa League, contribuendo alla vittoria della Juventus per 2-0. Va a segno anche nel turno seguente dei preliminari, nella vittoria per 2-1 contro lo Sturm Graz. Questa sarà, tuttavia la sua ultima rete in maglia bianconera. Vittima di alcuni infortuni, gioca la sua ultima partita in campionato con la Juventus, la nona, il 23 gennaio in Sampdoria-Juventus (0-0), mentre quattro giorni dopo scende in campo in Juventus-Roma (0-2) di Coppa Italia, sua ultima partita in totale con i bianconeri. Prestito al Parma Il 31 gennaio 2011, nell'ultimo giorno della sessione invernale di calciomercato, viene ufficializzato il suo passaggio in prestito al Parma - squadra che lo aveva tesserato dieci anni prima - fino al termine della stagione. Scelta la maglia numero 11, debutta con la nuova maglia due giorni dopo dal primo minuto nel turno infrasettimanale della 23ª giornata, nella sconfitta casalinga per 1-0 contro il Lecce, giocando tutti i 90'. Segna il primo gol con la maglia del Parma alla seconda presenza, datata 6 febbraio 2011, nel pareggio casalingo per 1-1 contro la Fiorentina, segnando un gol di rovesciata, a distanza di quasi un anno dall'ultimo gol segnato in campionato (realizzato il 14 febbraio 2010 in Juventus-Genoa, 3-2). Nel corso della stagione realizza due doppiette, saltando gli ultimi quattro incontri a causa di un infortunio alla caviglia, cui si aggiunge un'operazione alla mano destra. Chiusa quindi la stagione con 7 reti in 11 partite, risulta decisivo per la salvezza del Parma. Ritorno alla Juventus e trasferimento alla Fiorentina Finito il prestito, il 1 luglio fa ritorno alla Juventus, che lo mette sul mercato in quanto non facente più parte dei piani tecnici di Antonio Conte; resta comunque a Torino, fuori rosa nella squadra futura campione: la sua maglia numero 11 è stata data a De Ceglie. Senza alcuna presenza in bianconero, il 24 gennaio 2012 viene ufficializzato il suo passaggio a titolo definitivo alla Fiorentina, che lo acquista per 500.000 euro firmando un contratto fino al termine della stagione. Debutta in maglia viola cinque giorni dopo, giocando titolare in Fiorentina-Siena (2-1) della 20ª giornata di campionato, risultando tra i migliori in campo a fine partita. Segna il suo unico gol con la maglia della Fiorentina il 7 aprile 2012 (31ª giornata), all'undicesima presenza, realizzando all'89' il gol vittoria a San Siro contro il Milan capolista fino a quel momento (2-1 il risultato finale). Infortunatosi nella partita contro la Roma, valida per la 33ª giornata, conclude anzitempo la stagione, con un gol segnato in 13 apparizioni. Il 30 giugno rimane svincolato. Ritorno al Parma Il 2 luglio sottoscrive un contratto biennale con il Parma con opzione per il terzo, tornando per la terza volta in questa società. Debutta in stagione nella quarta giornata di campionato pareggiata per 1-1 contro la Fiorentina, entrando in campo al 65' al posto di Dorlan Pabón. Il 21 ottobre successivo mette a segno i suoi primi gol stagionali realizzando una doppietta contro la Sampdoria nell'ottava giornata di campionato. Il 10 marzo 2013 segna una tripletta, la prima in carriera, al Torino nella gara interna vinta 4-1 della 28ª giornata. Il 30 marzo seguente, nella partita Parma-Pescara della 30ª giornata, segna un gol in rovesciata dal limite dell'area di rigore. Chiude la stagione con 33 presenze in campionato, accompagnate da 10 gol, e una presenza in Coppa Italia. Il 6 gennaio 2014 interrompe il suo digiuno di gol che durava dal 30 marzo 2013 siglando il 3-1 nella partita contro il Torino della 18ª giornata del campionato 2013-2014. Il 18 maggio 2014, contro il Livorno, segna una doppietta decisiva per la conquista del sesto posto in campionato che permette al Parma di qualificarsi per la UEFA Europa League 2014-2015 (poi revocata per la mancata concessione della licenza UEFA alla società ducale). Conclude la stagione con 31 presenze in campionato e 8 gol a cui si aggiungono le due presenze in Coppa Italia con un gol all'attivo. Gioca la prima partita del campionato di Serie A 2014-2015 Cesena-Parma (1-0) entrando al 66' per Raffaele Palladino, quindi viene ceduto dopo due stagioni. Torino Il 1º settembre, all'ultimo giorno della sessione del calciomercato estivo, passa a titolo definitivo al Torino. Il 23 ottobre segna il suo primo gol con la nuova maglia, nella partita di Europa League vinta per 2-0 contro l'HJK allo Stadio Olimpico. Il 1º febbraio 2015 realizza la sua prima ed unica rete in campionato, nella sfida casalinga vinta per 5-1 contro la Sampdoria. Nella stagione 2015-2016 viene però messo ai margini della squadra dall'allenatore granata Gian Piero Ventura, tanto da disputare solamente due partite, tra campionato e Coppa Italia, in sei mesi. L'11 febbraio 2016 risolve consensualmente il contratto che lo legava al Torino, rimanendo quindi svincolato. Conclude quindi l'esperienza granata con 21 presenze e un solo gol. Esperienze nordamericane Il 9 agosto 2016 firma un contratto di un anno e mezzo con i Fort Lauderdale Strikers, club della Florida militante nella NASL, campionato di seconda serie nordamericana e che conta tra i proprietari Ronaldo. Il 21 febbraio 2017 firma per i New York Cosmos, che da poco avevano vinto il campionato di seconda serie nordamericana. Nazionale Dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, il giocatore ha detto che non avrebbe rifiutato un'eventuale convocazione in nazionale. Grazie alle leggi italiane sulla cittadinanza, è diventato convocabile per la selezione azzurra, sfruttando la naturalizzazione della moglie che, di origine italiana, era in possesso del doppio passaporto dal 3 marzo del 2009, giorno della firma e del giuramento sulla Costituzione italiana nell'ufficio anagrafe del comune di Palermo. Nonostante sia stato molto stimato dall'ex c.t. azzurro Marcello Lippi e dal presidente federale Giancarlo Abete, ha dichiarato che se fosse stato convocato dal Brasile, non avrebbe rinunciato a giocare con i verdeoro. Il 31 gennaio 2009 il commissario tecnico del Brasile Dunga lo scelse come sostituto dell'infortunato Luís Fabiano in vista della partita amichevole del 10 febbraio all'Emirates Stadium di Londra contro l'Italia, ma la Juventus gli negò il nulla osta in quanto scaduto il termine regolamentare. Dunga dovette perciò rinunciare alla sua convocazione. Pur accettando la decisione della società, Amauri ribadì la sua volontà di giocare nella Seleção. Il 6 agosto 2010 ha ottenuto la prima convocazione nella nazionale italiana da parte del nuovo CT Cesare Prandelli, per la partita amichevole contro la Costa d'Avorio del 10 agosto. Questa partita, conclusasi con la vittoria per 1-0 degli africani, è rimasta l'unica giocata da Amauri in nazionale, all'età di 30 anni, lasciando il campo al 59' per far posto a Fabio Quagliarella.
  8. BENITO SARTI «Giocavamo per divertire il pubblico, quel pubblico a cui dovevamo fama e, perché no, qualche soldo. Ci si allenava duramente per essere pronti la domenica, per non fare mai brutte figure, per fare in modo che i nostri tifosi fossero contenti e soddisfatti per una bella partita o una vittoria. Ai miei tempi non era concepibile battere la fiacca, altrimenti ci si rimetteva per sempre la faccia». ANGELO CAROLI, "HURRÀ JUVENTUS" DELL’AGOSTO 2000 Anima semplice e grande terzino, lo chiamavamo “boccolo d’oro” per via dell’uso maniacale che faceva del “fon” per increspare la testa bionda di riccioli. Andiamo indietro negli anni, a cavallo dei ‘50 e ‘60. Benito è un difensore naturale, cresciuto a Padova dove, adolescente, scopre l’arte italiana di piegare la schiena sotto il peso di una cinghia di canapa per trainare un carretto pieno zeppo di frutta e ortaggi. Suo padre fa l’ortolano. Ogni giorno il bocia spinge quel trabiccolo per 40 chilometri e alla fine della giornata si riposa all’ombra del monumento del Gattamelata, nella Piazza del Santo. E intanto gioca al pallone. In quel periodo di sacrifici e passione rifinisce il senso del dovere. E il suo angelo custode è il perfezionismo. I tifosi ricordano quando prima di entrare in campo il giovane Benito si inginocchiava per controllare se le scarpe fossero ben allacciate. Era molto di più che un semplice rituale scaramantico. Cresce con Nereo Rocco, il Paròn. E vola verso la gloria. Nel ‘57 viene acquistato dalla Sampdoria. È già una fionda con la testa bionda. La rima gli piace. E vola ancora, tanto che nel ‘59 lo chiama il club più prestigioso d’Italia. La Juve lo compera per 80 milioni, una cifra esorbitante per un difensore. Benito non smette di saltare e volare, elegante, sicuro, tempista, con garretti che sembrano di caucciù. Ha due piedi d’oro, come la testa. È buono ma schivo e introverso. Parla poco e brontola a voce bassa. Si sfoga solo con chi entra in sintonia con lui. È attento e scrupoloso, Cesarini e Parola gli insegnano segreti fantastici e lui mette tutto in un cassetto, come i sogni. E li esibisce sul campo per migliorare la sua figura di terzino versatile e anche di centromediano dalla battuta sicura e rapida. Diventa una colonna anche con la maglia azzurra. Gioca in Nazionale sei partite, il debutto si celebra nel ‘59 nel famoso pareggio di Colombes, quando Nicolè sigla due gol che fanno delirare i fans italiani. Sarti non si ferma, continua a volare e a trasformare la teoria in pratica. E ad accarezzare i boccoli biondi con interminabili soffi di “fon”. È sempre l’ultimo a lasciare lo spogliatoio, con la testa vaporosa come una colata di zucchero filato. La carriera nelle fila bianconere si allunga. Conosce anche Heriberto Herrera, un mastino che sta scomodo a tanti. Benito vince con lui il terzo scudetto. Poi lascia il calcio ma non si allontana dal Piemonte. Mette su famiglia, la moglie gli dà due figlie, Isabella e Sabrina, che sono bionde come lui. Lascia il calcio con un secco e coraggioso colpo di machete. Non brontola più il padovano buono come il pane, però sono sicuro che insiste tutt’oggi nel custodire con gelosa delicatezza quei riccioli che a 64 anni si sono inceneriti un po’. 〰.〰.〰 «Rammento come fosse accaduto ieri un episodio buffo che ha per protagonisti proprio Umberto Agnelli e il sottoscritto. Siamo nel ‘59, e vengo convocato in Nazionale a Firenze per l’incontro con l’Ungheria, nonostante fossi influenzato da una settimana. Ma in campo dimentico gli acciacchi, e me la cavo piuttosto bene. Al termine della partita, davanti alle telecamere della Rai il mio intervistatore è proprio lui, il Dottor Umberto: “Sarti, ci dica: come ha fatto a salvare tre gol, praticamente già fatti, sulla riga di porta?”. “Presidente, il trucco è semplice: giocando, ho imparato anche a fare il portiere senza usare le mani”. Qualche giorno dopo a Torino gli regalai la medaglia d’oro con la quale all’epoca venivano ricompensati gli azzurri». EMILIO FEDE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1965 Nell’alloggio al terzo piano di via Barletta, Isabella e Sabrina hanno smesso di giocare. Stanno buone, sedute sulla stessa poltrona vicine al nonno Edmondo che fra poco, a bordo di un’autoambulanza, ritornerà nella sua città, a Padova. Lo accarezzano, gli fanno vedere gli ultimi giocattoli avuti in regalo dal papà, Sabrina gli offre anche le caramelle. Vogliono molto bene al nonno e sanno che è malato. È venuto da Padova, perché voleva rivedere il figlio, la nuora e le nipotine che adora. Ha voluto fare una sorpresa, è arrivato senza avvisare. Sabrina che ha quattro anni ha il compito di badare alla sorellina, Isabella, di due anni. «Non fare chiasso, il nonno deve stare tranquillo», dice a Isabella con tono molto serio. Edmondo Sarti ha compiuto sessant’anni, ha lavorato tanto, la sua salute è logora, ma non si sente di starsene fermo nella sua casa in Borgo San Carlo, a Padova. Dei sette figli, quello che sta a Torino, Benito, è il più lontano ed è quello che gli è più caro. «Da bambino lo portavo sempre con me, Io tenevo per mano mostrandogli le cose curiose che accadono nel mercato generale di una grande città. Noi, oltre al negozio, avevamo anche un banco per il commercio della frutta e verdura e speravo che diventato vecchio toccasse a Benito di mandarlo avanti. Chi avrebbe pensato allora che invece la sua strada era il calcio?», dice Edmondo Sarti. È un uomo magro, dai capelli bianchi, lo sguardo dolce. Per Benito Sarti, il terzino titolare della Juventus, non è stato soltanto padre affettuoso, ma soprattutto un amico comprensivo e intelligente: «Si può dire - racconta Benito - che fino a pochi mesi fa mi ha tenuto per mano. Quando andavo a trovarlo a Padova e uscivamo insieme, lui mi prendeva una mano come da ragazzino e mi parlava del lavoro, delle difficoltà, del suo programma per il futuro. Della salute non voleva dire nulla, per non preoccuparmi. Era felice di ricordare gli anni della mia infanzia». Benito Sarti è nato il 23 luglio del 1936 in una casa modesta del rione San Carlo di Padova, dove i genitori avevano un negozio per il commercio all’ingrosso di frutta e verdura. È penultimo di sette fratelli, cinque maschi e due femmine. Aveva undici anni quando il padre lo portò per la prima volta al mercato spiegandogli come funziona il commercio e facendogli vedere gli aspetti più curiosi di quel mondo che si sveglia all’alba fra clamori insoliti e rumori di camion e motorette. A Benito bambino, quel mondo piaceva. Seguiva spesso il padre e fu ben presto in grado anche di aiutarlo. Restava al banco, sorvegliava il carico e lo scarico della merce, imparò a conoscere la qualità della frutta, a dare consigli utili. Ma non era destinato a quella vita. Pochi mesi dopo lo videro giocare nella squadra della parrocchia San Carlo e fu chiamato fra i «pulcini» del Padova. Dalle file dei piccolissimi, passò in quelle dei ragazzi, poi fra gli allievi e infine, nel 1954, debuttò in prima squadra. Il Padova militava in Serie B, ma proprio al termine del campionato di quel l’anno fu promosso alla massima serie e Sarti disputò, a diciotto anni, la sua prima partita della Serie A. Era un ragazzo serio, di poche parole. I dirigenti già allora dicevano che avrebbe avuto un avvenire brillante. Due anni dopo fu ceduto alla Sampdoria, dove rimase fino al 1958 quando la società bianconera decise di acquistarlo. Benito Sarti, che all’età di undici anni era stato portato in un mercato generale, per imparare i segreti del commercio di frutta e verdura, indossava la maglia di una fra le più importanti società di calcio italiane. «Scrissi una lunga lettera a mio padre e pochi giorni prima di trasferirmi a Torino andai a trovarlo. Gli feci una sorpresa. Mi presentai all’alba al negozio e lui aveva le lacrime agli occhi. Stava leggendo sul giornale la notizia della mia cessione alla Juventus. Mi disse di non montarmi la testa, di continuare a vivere come avevo sempre fatto, allenandomi scrupolosamente, senza trascurare il minimo particolare. Restai con lui tutto il giorno, poi andai a Torino, la mia nuova città», racconta Benito. La sua prima partita con la Juventus fu contro il Vicenza. Quella domenica i bianconeri scesero nella seguente formazione: Mattrel; Castano e Sarti; Emoli, Cervato e Colombo; Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori e Stivanello. Vinsero per 4-0 e alla fine del campionato conquistarono anche lo scudetto. Era il primo che Benito fece cucire sulla sua maglia: «Mi ero sposato da un anno. Milena, mia moglie, era l’unica persona che capisse l’importanza di quel momento. Stava realizzandosi tutto ciò che di più bello avevo sognato. La Juventus, lo scudetto, una vita serena e felice. Cosa potevo chiedere di più alla vita?». Quell’anno fu il più importante per Sarti. Disputò la prima partita in maglia azzurra nella rappresentativa B a Saragozza e in seguito nella A, a Parigi contro la Francia che si concluse in pareggio con due reti a due. Che ricordo ha di quell’incontro in Nazionale? «So che abbiamo giocato tutti molto bene. Io ero terzino con Corradi, eravamo affiatati. I giornali scrissero che avevo fatto il mio dovere». Dopo Parigi Benito Sarti ha giocato sei volte in maglia azzurra. L’ultima a Firenze contro l’Argentina dove gli azzurri vinsero per cinque reti a una. Ci sono stati, in seguito, anche momenti tristi nella vita del forte difensore bianconero, com’è destino per ogni individuo. Quando fu chiamato Amaral alla direzione tecnica della squadra, Sarti rimase un lungo periodo fuori squadra e si parlò anche di cederlo: «Lasciare la Juventus sarebbe stato grave. Anche se mi avesse acquistato un’altra società importante avrei provato un profondo senso di sconforto. In quei giorni ero di cattivo umore, demoralizzato. Amaral diceva che il mio gioco non si inseriva nel metodo che lui voleva e non potevo che rassegnarmi. Devo ringraziare mia moglie che ha avuto tanta comprensione ed ha saputo aiutarmi a superare la crisi; anche la direzione della società che si è mostrata affettuosa nei miei riguardi. Oggi quel periodo è come cancellato dalla mia mente. Mi sento rinascere. Con Herrera facciamo tutti una nuova vita; abbiamo imparato certe cose che sono estremamente importanti nella vita e nello sport». Sembra strano il modo vivace che ha di raccontare, di metterci al corrente dei suoi stati di animo. Lui che è schivo di confidenze, che appare spesso chiuso, impenetrabile. Ma è così Benito Sarti? «No, assolutamente no. Anzi a me piacerebbe parlare, intrattenermi con la gente. Ma è difficile farsi capire. La nostra è una professione che richiede molto controllo nei rapporti umani. Capita che si sia fraintesi. Uno ha voglia di sfogarsi, di parlare delle proprie aspirazioni, invece finisce con l’apparire presuntuoso. Così penso che sia meglio non dire niente. Quel che ho voglia di dire lo racconto a mia moglie la sera quando gioco con Sabrina e Isabella». Ma questo modo di essere schivo può crearle delle antipatie: «Lo so, ma non importa. Faccio il mio dovere di atleta, gioco sempre con impegno, non mi trascuro mai, perché so che il pubblico è giustamente esigente e vuol veder giocare. Io cerco di accontentarlo. Per quanto riguarda i rapporti umani non ho colpa. È il mio carattere, non posso cambiare». Nella sua casa elegante e ordinata, Milena Sarti aiuta le due figliolette a cambiarsi di abito. Fanno tutto piano, piano per non disturbare il riposo del nonno. Sono giorni tristi questi per Benito Sarti. Ha smesso di andare a caccia, i suoi fucili moderni sono rimasti appesi nello studio e non li tocca da diverso tempo. L’ultima volta era andato con Sivori in riserva per cacciare anatre e beccaccini. Una malinconica giornata nebbiosa. Avevamo parlato dei loro problemi personali, lontani dalle polemiche del gioco, dalle grida della folla. Sivori è suo buon amico, perché anche lui come Benito ha avuto tanti momenti tristi nella vita. È un tardo pomeriggio quando lasciamo Benito Sarti nel suo alloggio di via Barletta. Fuori c’è in attesa l’ambulanza che riporterà a Padova papà Sarti, un uomo dal volto magro, i capelli bianchi che ha voluto fare l’ultima sorpresa al figlio che per tanti anni ha tenuto per mano. Sarà ricordando questo pomeriggio di fine marzo che proveremo più affetto, la domenica, quando fra le maglie bianconere vedremo quella di un ragazzo biondo che da bambino era destinato a occuparsi di un banco ai mercati generali. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/benito-sarti.html
  9. BENITO SARTI https://it.wikipedia.org/wiki/Benito_Sarti Nazione: Italia Luogo di nascita: Padova Data di nascita: 23.07.1936 Luogo di morte: Padova Data di morte: 04.02.2020 Ruolo: Difensore Altezza: 173 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: Fionda con la testa bionda Alla Juventus dal 1959 al 1968 Esordio: 06.09.1959 - Coppa Italia - Juventus-Genoa 3-1 Ultima partita: 04.02.1968 - Serie A - Varese-Juventus 5-0 252 presenze - 1 rete 3 scudetti 3 coppe Italia 1 Coppa delle Alpi Benito Sarti (Padova, 23 luglio 1936 – Padova, 4 febbraio 2020) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Benito Sarti Sarti alla Juventus nel 1966 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1969 Carriera Giovanili 1953-1954 Padova Squadre di club 1954-1957 Padova 22 (0) 1957-1959 Sampdoria 63 (0) 1959-1968 Juventus 206 (1) 1968-1969 Varese 7 (0) Nazionale 1958-1961 Italia 6 (0) Caratteristiche tecniche Impiegato preferibilmente come terzino, all'occorrenza ben si disimpegnò anche come centromediano. Carriera Figlio di un ortolano, si formò nella squadra della sua città, il Padova, con cui esordì in Serie A durante il campionato 1955-1956. Nel 1957 passò alla Sampdoria e poi, nel 1959, venne acquistato dalla Juventus per circa 80 milioni di lire; a Torino partecipò alla fase conclusiva del ciclo del Trio Magico. Il 9 novembre 1958 aveva debuttato in nazionale a Parigi, in un'amichevole contro la Francia terminata sul 2-2. Sul finire del 1962, nel corso della classica contro il Milan, si fratturò il menisco rimanendo fermo per due mesi. L'infortunio gli costò la maglia azzurra: dopo quello stop, infatti, Sarti non fu più convocato in nazionale. Con la Juventus, club a cui legò la maggior parte della carriera militandovi per nove stagioni, vinse tre scudetti e tre Coppe Italia. Lasciò i bianconeri nel 1968, abbandonando il calcio dopo una breve parentesi con il Varese. In Serie A collezionò in totale 296 presenze e 1 gol. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960, 1964-1965 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1959-1960, 1960-1961, 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963
  10. PIETRO CARMIGNANI «Le circostanze del ruolo - scrive Caminiti - in tempi altamente strategici non che la grazia dicendi del Barone Rosso al secolo Nils Liedholm ex componente del GRE-NO-LI, favorivano nel 1968 l’affermazione di questo lucchese candido ma non fesso, molto rispettoso coi cronisti panciuti e dimessi del posto chiamato Comerio traversato dalla grandeur della famiglia Borghi.I palloni gli rovinavano addosso, si catapultava nel fango quasi immenso e gradasso a ribattere, Italo Allodi di Suzzara dichiarò che per lo stile della parata, il fatto di rifiutare il volo, somigliava parecchio al sovietico Yashin. Il mondo della pedata italica ne fu conquiso. Arrivarono i cronisti metropolitani e andando Italo alla corte bonipertiana della Juve assieme a Spinosi, Landini e Capello, fece ingaggiare il lucchese di Altopascio.Allenava la Juventus Cestmír Vycpálek che si stancava molto a guidare la truppa negli allenamenti dovendosi trainare bella pancia rosa da bevute e sbafate, portiere costui, puah, pure il suo tiretto blando finiva in gol, “se questo è portiere vado in porta io”, mugugnava in sede, Boniperti taceva e racchetava il fedele scudiero.In realtà, Carmignani non riusciva a imporsi. Anzolin aveva lasciato il ricordo della leggiadria sposata al piazzamento. Era un piccolo angelo capace di piccoli miracoli. Carmignani parava poco e beccava molto, apparendo assai pesante di lombi. La difesa, con Morini e Salvadore perni smaliziati, Spinosi e Marchetti molto animosi, Furino incursore e incontrista, reggeva comunque, sulle ali dell’euforia, a ogni disavventura del suo portiere.Ebbe anche qualche domenica felice e fu congratulato perforo dai dirigenti. Ma non da Vycpálek che continuava a mugugnare. Ci fu poi la giornataccia di Cagliari, nello stadio nuovo di Sant’Elia, davanti a 70.000 spettatori, una parabola di Domenghini sfugge alla sua presa e consente intervento vittorioso a Bobo Gori. Un gol tartarinesco, i compagni sgomenti, quel caruso di Pietruzzu Anastasi si fa mezzo campo per andare a consolare l’avvilito portierone. Poteva confermarlo la Juve a fine stagione? Mai e poi mai, restando Vycpálek allenatore. Carmignani salpava per Napoli e lo sostituiva il magnetico Zoff».Classe 1945, la sua svolta calcistica avviene a Firenze, a 18 anni, quando è ancora una giovane promessa. Lo visiona Pandolfini, l’ex mezzala della Nazionale, e dà il suo parere favorevole; la Fiorentina, però, nicchia e il talent scout Franceschini se lo porta a Como. Tre anni in riva al lago e poi il trasferimento a Varese, da dove comincia la sua ascesa: l’affermazione, la promozione in Serie A e l’acquisizione delle doti necessarie per difendere i pali di una squadra che lotta disperatamente per la salvezza.Volente o nolente, deve fare i miracoli, ma lui è uno che ha un fisico di ferro: 38 partite su 38 in Serie B, 30 su 30 in Serie A, dove subisce più di 30 gol, ma fa almeno il triplo di miracoli. Allodi, e quindi la Juventus, lo vede una volta a San Siro parare un tiro di Sormani quando già i rossoneri erano pronti ad abbracciarsi per festeggiare il gol. Pietro, invece, devia quella palla lasciando di stucco tutto lo stadio. «San Siro, campionato 1967-68, Milan-Varese: Sormani, dal disco del rigore indirizza di testa un pallone verso la mia porta. Io sono fuori dai pali, ma con un colpo di reni riesco a deviarlo mentre la gente urla gol! A fine partita conosco per la prima volta Italo Allodi che si complimenta. Tra l’altro mi dice che l’arbitro stava ormai indicando il centro del campo, convinto che non sarei mai riuscito a parare. Forse il mio destino juventino maturò in quella partita».Soprannominato Gedeone («Viani, a Como, mi diede questo soprannome. Non so nemmeno il perché, forse perché Gedeone fa rima con “nasone”, e il mio naso è di rispettabili dimensioni»), per i dirigenti bianconeri deve essere il portiere del futuro e, invece, si fa notare per alcune prestazioni opache e un rendimento altalenante.Diventa storica la “papera” di Cagliari. «Vidi Nenè e Riva con la coda dell’occhio. “Sono lontani. La palla è mia”. Sentii il rumore della sfera che si spiaccicava sull’erba molle, e che mi veniva incontro. La aspettavo tranquillo: sentii due o tre voci gridarmi: “Attento!” alle spalle. Erano quelle dei miei compagni. Alzo le mani, la palla la sfioro. Non succede proprio niente. Succede solo che le mani sono rigide, non si chiudono: e il pallone ricade alle spalle. Mi giro disperato. Vedo Gori che cerca a scivoloni la palla. Vedo Salvadore, spero per un attimo che ce la faccia: ma il pallone è già in rete. È inutile: è il destino fatale. Mi presentai ai giornalisti a capo basso, come un imputato. Riuscii solo a dire: “Eccomi qui”. Forse il mio destino è difficile di per sé. Sono l’estremo difensore della squadra più amata d’Italia. La più seguita. È logico che gli occhi di tutti, ogni domenica, siano puntati sulla mia rete. Li sento, questi occhi. Li sento a ogni uscita, come se milioni di pupille mi si attaccassero alle reni».Dopo quello sfortunato episodio non riesce più a riprendersi. Anzi, nelle ultime decisive partite della stagione è sostituito da Piloni. Nonostante lo scudetto vinto e le 37 presenze, fra campionato e coppe, Carmignani è ceduto al Napoli, dove resterà per 5 stagioni, vincendo anche la Coppa Italia del 1976, per poi passare e chiudere la carriera alla Fiorentina, prima di intraprendere la carriera di allenatore, con alterne fortune.Il suo passaggio al Napoli permise il trasferimento a Torino di Dino Zoff, l’uomo leggenda. Peccato, comunque, per Gedeone che, in precedenza e più precisamente a Como e a Varese, aveva mostrato notevoli doti che, alla Juventus, pochi ebbero la fortuna di ammirare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/pietro-carmignani.html
  11. SEBASTIAN GIOVINCO Soprannominato Formica Atomica per via del suo fisico minuto (1,64 per 62 chili), nasce a Torino da mamma calabrese di Catanzaro e da padre di Bisacquino, paese in provincia di Palermo. Eredita il nome dal nonno, che in realtà si chiamava Sebastiano, troncando la “O” finale. La sua statura limitata e il suo fisico leggero non gli impediscono di essere considerato una delle migliori promesse del calcio italiano e uno dei giovani calciatori più talentuosi in circolazione.Preferisce giocare da trequartista, ma può ricoprire anche il ruolo di esterno di centrocampo e seconda punta. Rapidità di esecuzione, visione di gioco e dribbling sono alcune delle migliori doti che lo contraddistinguono, assieme ad una grande abilità nei calci piazzati.Comincia a tirare i primissimi calci al pallone nel campetto di calcio al quartiere della Riber a Borgo Melano (Beinasco). Matura nelle giovanili della Juventus, con la quale compie tutta la trafila delle formazioni giovanili, vincendo tra il 2005 e il 2006 il Torneo di Viareggio e il campionato Primavera, alla fine del quale sarà premiato dal “Guerin Sportivo” quale miglior giocatore della fase finale del torneo.Nella stagione 2006-07 conquista la Supercoppa e la Coppa Italia Primavera. Il 12 maggio 2007, a vent’anni, debutta in Serie B con la prima squadra: si gioca Juventus-Bologna, partita fondamentale per il ritorno della squadra bianconera in Serie A, e Sebastian entra al posto di Palladino. Nemmeno il tempo di annotare la sostituzione e Giovinco, con una grande giocata, fornisce a Trézéguet l’assist per la rete del definitivo 3-1 in favore della Juventus.Il primo giugno 2007 esordisce nella Nazionale Under 21 allenata da Pierluigi Casiraghi, giocando da titolare nella gara contro l’Albania, in un match valido per la prima giornata di qualificazioni al Campionato Europeo del 2009.La società bianconera, ritornata nella massima Serie, decide di mandare in prestito i suoi giovani più promettenti, per permettere loro di farsi le ossa. Sebastian e Marchisio emigrano a Empoli, nell’ambito dell’operazione che porta Sergio Bernardo Almirón alla Juventus. Giovinco esordisce in Serie A il 26 agosto 2007, nel derby contro la Fiorentina, quando il Mister Luigi Cagni gli concede l’ultima mezzora, al posto di Antonini. La prima rete nella massima serie arriva il 30 settembre, quando realizza il secondo goal nella vittoria casalinga sul Palermo per 3-1.Il 4 ottobre esordisce anche in campo europeo, a Zurigo, in occasione della partita di ritorno del primo turno di Coppa Uefa tra Empoli e Zurigo, conclusasi 3-0 in favore della formazione elvetica. A fine campionato, l’Empoli retrocede, ma Giovinco chiude la prima stagione in Serie A con sei goal in trentacinque partite. Grazie alle buone prestazioni, si aggiudica la sesta edizione del premio Leone d’Argento, essendo stato votato attraverso Internet e da una giuria tecnica composta da giornalisti e rappresentanti del tifo empolese.In estate, è convocato dalla Nazionale olimpica per partecipare al Torneo di Tolone, durante il quale disputa cinque gare, mettendo a segno due reti; Giovinco è premiato come miglior giocatore del torneo. Nel luglio successivo partecipa ai Giochi olimpici di Pechino, dove disputa quattro partite, realizzando una rete contro l’Honduras nel primo incontro.Il 26 giugno 2008 la Juventus lo richiama a Torino. Disputa la sua prima partita stagionale in bianconero il 26 agosto, nella gara di ritorno del terzo turno preliminare della Champions League, contro l’Artmedia. Il 24 settembre dello stesso anno, contro il Catania, gioca la sua prima partita in bianconero in Serie A. Il 7 dicembre, nel match contro il Lecce, segna, con uno splendido calcio di punizione, il goal del momentaneo 1-0 per i bianconeri.È nuovamente protagonista il giorno del suo esordio in Champions League, il 30 settembre contro il Bate, fornendo due assist per le reti di Iaquinta che valgono il 2-2 finale. Nella partita di ritorno, conclusasi 0-0, Sebastian fallisce un calcio di rigore, tirando sopra la traversa. Da ricordare anche la grande prova casalinga contro il Bologna, culminata con una sonante vittoria per 4-1. Sebastian, assieme a Del Piero, è il protagonista assoluto, deliziando il pubblico con grandi giocate e con uno splendido goal. Nella sua prima stagione con la Juventus può vantare tre reti in ventisette presenze.È convocato per l’Europeo Under 21 in Svezia, nel quale l’Italia sarà eliminata in semifinale dalla Germania. Con questa partita, che lo ha visto tra i migliori in campo, si chiude il suo ciclo in Under 21. L’esperienza all’Europeo è comunque positiva per Sebastian, infatti, è inserito dall’UEFA sia nel Dream Team della competizione, che nella lista dei dieci giocatori che maggiormente si sono messi in mostra durante la competizione.La stagione 2009-10 è negativa, come per tutta la Juventus. Giovinco riesce a trovare spazio quando Ferrara (nuovo Mister bianconero) adotta il 4-2-3-1. È protagonista nella roboante vittoria (5-1) contro la Sampdoria. Quando Zaccheroni subentra a Ciro, Sebastian non riesce in pratica più a vedere il rettangolo di gioco, anche a causa di numerosi problemi fisici. Il tabellino finale parla di diciannove presenze e un goal, realizzato nella partita casalinga contro il Napoli, persa per 2-3: «La mia stagione? Personalmente non ho nulla da rimproverarmi, penso di aver giocato bene le poche partite che ho disputato. Fin quando sono stato in campo, la Juve era seconda in classifica. Poi, all’improvviso, sono stato messo da parte e da lì il bilancio personale ha rispecchiato quello della squadra: peggio di così non poteva andare. Perché sono stato estromesso dalla squadra? Il motivo non l’ho capito e non riesco a darmi una spiegazione, però mi ha dato parecchio fastidio. Fino alla trasferta contro il Bordeaux di Champions avevo giocato con una certa continuità, poi il black out, nei mesi successivi non ho più sentito da parte di tutti, staff tecnico e società, la considerazione che aveva di me fino a tre giorni prima. Se Ferrara fosse rimasto, probabilmente avrei chiesto un confronto con lui. Invece se n’è andato. Così, l’unica consolazione che mi è rimasta è l’aver fatto bene quando ho avuto la possibilità di esprimermi. Quando si punta su un giocatore bisogna metterlo nelle condizioni di rendere al meglio. Se mi avessero messo in quelle condizioni, forse sarei riuscito anche a dare di più».Nell’estate del 2010 arriva Gigi Delneri e il suo 4-4-2 non prevede l’utilizzo del trequartista. Giovinco capisce che non c’è più posto: «Tutti sanno quali sono le mie caratteristiche. Io con il 4-4-2 ho giocato sia nell’Empoli, sia con Ranieri largo a sinistra e so adattarmi a diversi ruoli, posso essere esterno o centrale di centrocampo o seconda punta. Certo, se Delneri chiede agli esterni di essere i quinti di difesa, allora quello non è il mio mestiere. Il mio sogno è quello di continuare con la Juve. Però se non c’è considerazione, è giusto cambiare aria, anche se sono consapevole che separarmi da questa maglia sarebbe per me una decisione estremamente difficile da prendere».Così, Sebastian chiede di essere ceduto: «Se la società non mi vuole cosa ci sto ancora a fare qui? Dopo due stagioni, non passo un altro anno ad ammuffire in panchina, non avrebbe davvero senso. Penso anche di non meritarmela la panchina. Anzi, non me la merito di sicuro per come mi sono comportato dentro e fuori il campo. Certo, mi priverei di una squadra forte, di un club nel quale sono cresciuto, che mi ha dato tanto e al quale ho dato tanto, dei tifosi che mi hanno sempre sostenuto. Però voglio giocare con continuità, in questo momento è l’unica cosa che chiedo: potermi divertire scendendo in campo. Solo in questo modo potrò ritrovare quell’entusiasmo che è venuto a mancare, non solo a me ma a tutta la squadra. Se sarebbe un fallimento lasciare la Juve? Da parte mia no, semmai lo sarebbe per la società perché non ha creduto in me. Penso che alla lunga avrò ragione io: sono più che convinto che se ne pentiranno. Avrei potuto dare molto di più se mi avessero messo nelle condizioni di farlo».Il 5 agosto 2010 passa al Parma in prestito oneroso (un milione di euro pagabile in tre anni) con diritto di riscatto per la metà del cartellino fissato a tre milioni pagabili anch’essi in tre anni. Il 21 giugno 2012, su volere preciso di Antonio Conte, la Juventus riscatta la seconda metà del cartellino del giocatore, versando nelle casse dei ducali 11 milioni di euro. L’11 agosto fa il suo secondo esordio con la maglia della Juventus, a Pechino, in Supercoppa italiana dove la Juventus supera il Napoli per 4-2 dopo i tempi supplementari. Alla prima di Coppa Italia, contro il Cagliari, segna la sua prima rete stagionale nella competizione, decidendo l’incontro per 1-0 e sancendo il passaggio della Juventus ai quarti di finale. Curiosamente, la rete arriva in data 12-12-12, è la 12ª in maglia bianconera, è segnata al 12’ della ripresa, indossando la maglia numero 12. È una stagione positiva per Seba con quarantadue presenze e undici reti e, soprattutto, con il primo scudetto messo in bacheca.Nella stagione 2013-14, con l’arrivo di Tévez e di Llorente gli spazi si restringono sempre più. Seba segna la sua prima rete il 6 ottobre 2013 nella partita vinta 3-2 contro il Milan: altro goal curioso, poiché il pallone, dopo essere stato calciato, buca la rete. Le prestazioni di Giovinco sono spesso impalpabili, tanto da essere contestato platealmente dai tifosi juventini al momento della sostituzione in una partita contro il Chievo. Il 14 aprile, comunque, segna un goal importantissimo in quel di Udine che sancisce, in pratica il terzo scudetto consecutivo juventino, il secondo personale.Con l’arrivo di Allegri la situazione peggiora ulteriormente. Il tecnico toscano non lo tiene quasi per niente in considerazione e, nel gennaio 2015, Giovinco firma un contratto per il passaggio al Toronto al termine della stagione; il 2 febbraio, però, raggiunge un accordo con la Juventus per rescindere anticipatamente il contratto e volare in Canada, prima dell’inizio della Major League Soccer. «Avevo avuto altre richieste, ma non c’era stato nulla di concreto. Ed è arrivata questa offerta (economica) impossibile da rifiutare. Qualche rimpianto per non essere rimasto alla Juve? Assolutamente no. Con Allegri avevo una buona relazione. Il fatto di arrivare alla scadenza avrebbe messo in difficoltà la società e allora ho preso questa decisione anche per andarle incontro, perché mi era stato proprio chiesto di anticipare la partenza. Conte ha preso in mano una formazione da metà classifica e l’ha portata ai vertici alti. Una squadra che negli anni è stata costruita per vincere. Allegri si è trovato una Ferrari. Ma è stato bravo a lasciare a tutti molta libertà: è un uomo con grande intuito. La squadra che ho lasciato era veramente forte».La Juventus, tramite il suo sito internet, ufficializza l’addio di Giovinco, dopo diciannove anni vissuti in bianconero. «Dai campi delle Giovanili bianconere fino al palco dello Juventus Stadium dove ha sollevato due volte il titolo di Campione d’Italia: la storia di Sebastian Giovinco in bianconero ha il sapore della favola. Piedi raffinati e tecnica notevole, la Formica Atomica ha sempre saputo mettere, nel corso di quasi due decadi, il suo talento a disposizione dei successi del gruppo. Fin dal primo momento in cui, ancor prima di compiere dieci anni, vestiva per la prima volta i colori bianconeri. Le sei stagioni nella Prima Squadra nascono da anni di sudore e sacrifici, vissuti fin dalla tenera età, quando iniziava la sua avventura nelle Giovanili della Juve, dove sarebbe cresciuto con i futuri compagni di Serie A Marchisio e De Ceglie. In Primavera vince tutto ed è sempre tra i migliori in campo, tanto da meritarsi la chiamata in Prima Squadra. Il debutto in Serie B, nel 2007, contro il Bologna, è subito impreziosito da un assist per il definitivo 3-1 firmato Trézéguet. A Empoli inizia a far parlare di sé anche nel massimo campionato sotto la guida di Gigi Cagni: concluderà la sua prima stagione alla ribalta del calcio italiano con un bottino di sei reti. Inevitabile un primo ritorno in bianconero. Nel debutto da titolare in Champions contro il Bate Borisov si ripete: un altro esordio bagnato da due assist (questa volta a Iaquinta). I due anni trascorsi a Parma ne confermano il talento, tanto da meritarsi la chiamata in Nazionale per l’avventura di Euro 2012. Quindi la “Signora” sulla sua strada, di nuovo. Il primo dei suoi venti goal in 132 presenze in bianconero è un pezzo forte del suo repertorio, ovvero il calcio di punizione con cui strega Benussi allo stadio Via del Mare di Lecce. Il cerchio si chiude idealmente al 5’ dell’ultimo Juventus-Verona di Tim Cup, quando Seba realizza un altro calcio di punizione. Ma quella sera il suo è stato un doppio commiato al popolo bianconero, che lo ha applaudito allo Stadium e lo ha sommerso d’affetto di recente in occasione del suo compleanno. Davanti al pubblico di casa segna, infatti, di nuovo. È doppietta e al momento di lasciare il terreno di gioco restituisce gli applausi alla sua tifoseria. Ora per lui si aprono le porte delle arene MLS: affronterà una nuova avventura umana e professionale con la maglia del Toronto FC. Da tutti noi un sincero in bocca al lupo per la tua nuova sfida. Grazie di tutto, Seba». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/01/sebastian-giovinco.html
  12. GIAN PIERO GASPERINI A nove anni, partecipa a un provino per la Juventus insieme con una miriade di ragazzini. Il teatro del batticuore è proprio il Campo Combi e, come principale esaminatore, il mitico Predale, scopritore di tanti talenti. Giampiero viene scelto, ma nasce subito un problema a causa dell’età, poiché il tesseramento al NAGC è possibile soltanto a dieci anni. Il piccolo Gasperini si presenta, spavaldamente, con un anno di anticipo; è, però, troppo bravo per essere lasciato in pasto alla concorrenza ed è tesserato la stagione successiva.Nel settore giovanile della Juventus, rimane per nove anni; una costante questi tempi lunghi di appartenenza, che si ripeterà più avanti anche da professionista. I suoi maestri sono Bussone, Viola, Castano e Grosso; conquista uno scudetto Allievi Nazionali nel 1975 vinto ai danni dell’Atalanta (2-0 all’andata, 1-1 al ritorno) e l’anno successivo la finale Primavera persa contro la Lazio di Giordano e Manfredonia, allo stadio Olimpico davanti a 30.000 spettatori.Ha come compagni Paolo Rossi, Zanone, Brio, Miani, Marocchino, Marangon, Chinellato, Verza, Schincaglia, Chiarenza, Capuzzo e Maggiora. Una bella nidiata, frutto di un settore giovanile che sforna talenti stagione dopo stagione. Poi, l’esordio in prima squadra: «Me lo ricordo bene perché segnai il goal del pareggio contro il Lecce, in Coppa Italia».È la Juventus del Trap, la grande Juventus autarchica che vince lo scudetto e la prima Coppa Uefa. Altre due presenze in Coppa Italia contro l’Inter a San Siro e con il Vicenza. La stagione successiva (1977-78) va in prestito alla Reggiana in Serie 😄 «Era l’anno dei Mondiali in Argentina e siccome la Juventus dava molti giocatori alla causa azzurra, gli furono concessi dei prestiti a fine stagione per disputare la Coppa Italia. Lì sommai sei presenze alle diciotto che avevo avuto nella Reggiana».Poi a Palermo: «Quella che doveva essere soltanto una tappa di passaggio, si dimostrò invece un tour lungo cinque anni in Serie B. Venni accolto bene, l’ambiente era ideale, c’era entusiasmo. Peccato la mancata promozione, sfiorammo più volte la Serie A e addirittura una Coppa Italia».A proposito di quest’ultima, il Palermo giocò la finale proprio contro la Juventus, sul neutro di Napoli: «Match storico per noi e vissuto fino all’ultimo secondo di gioco. Eravamo sfavoriti, ma i bianconeri tremarono a lungo e li portammo ai supplementari. Al goal di Chimenti rispose Brio. Chiuse ogni discorso Causio, ma per Palermo quella partita è rimasta scolpita nella memoria».Il periodo siciliano resta un ricordo magnifico non solo dal punto di vista professionale. È tempo di matrimonio con Cristina, un amore nato sui banchi di scuola all’Istituto Sommellier di Torino: «Due ragionieri in casa, nessuno corre».Questa è la battuta di Gasperini riferita al diploma, che entrambi hanno conseguito. Solo uno scherzo, perché il centrocampista Gasperini ha sempre pedalato unendo qualità e temperamento. Altri due passaggi a Cava dei Tirreni e a Pistoia, prima di approdare a Pescara: «Anche qui sono rimasto cinque anni. Ho conosciuto la zona di Catuzzi e quella di Giovanni Galeone, ma soprattutto la Serie A».È il 1987, Gasperini a ventinove anni è nella piena maturità: «In quella stagione segnai sette goal, il primo dei quali proprio all’esordio contro il Pisa. Con me c’era Junior, poi vennero altri due brasiliani come Tita e Edmar. I due anni in Serie A sono stati indimenticabili».Ma non è finita, perché Gasperini tiene duro fino a trentacinque anni, passando dalla Salernitana in B, alla Vis Pesaro in C2 dove vince anche un campionato e disputato il successivo in C1.Il passaggio tra il campo e la panchina è quasi simultaneo; è il 1993 e anche stavolta la Juventus nel destino: «Il primo anno sono stato alla Sisport con una squadra esordienti, poi sono entrato nel settore giovanile».Due anni con i Giovanissimi, altrettanti con gli Allievi e, nel 1998, la Primavera, con la quale vince il prestigioso Torneo di Viareggio: «Il ricordo più bello e sfortunato è, però, legato alla finale Giovanissimi persa a Terracina contro la Roma».Poi, il salto nei professionisti, con le ottime stagioni a Crotone, con il quale ottiene una storica promozione in Serie B, nel campionato 2003-04. Rimane in Calabria per altri due anni esprimendo sempre un calcio assai gradevole, molto offensivo e innovativo. Le sue competenze tattiche gli sono valse il ruolo di insegnante presso il corso per allenatori della FIGC. Nell’estate del 2006 il trasferimento a Genova, sponda rossoblu, con il quale ottiene la promozione in Serie A. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/giampiero-gasperini.html
  13. DEAN DONNY HUIJSEN https://it.wikipedia.org/wiki/Dean_Huijsen Nazione: Paesi Bassi Spagna (2024) Luogo di nascita: Amsterdam Data di nascita: 14.04.2005 Ruolo: Difensore Altezza: 195 cm Peso: - Nazionale Olandese Under-19 Nazionale spagnolo Under-21 Soprannome: Maldeani Alla Juventus dal 2022 al 2024 Esordio: 22.10.2023 - Serie A - Milan-Juventus 0-1 1 presenza - 0 reti Dean Donny Huijsen Wijsmuller (Amsterdam, 15 aprile 2005) è un calciatore olandese naturalizzato spagnolo, difensore del Bournemouth e della nazionale Under-21 spagnola. Dean Huijsen Huijsen al Bournemouth nel 2024 Nazionalità Paesi Bassi Spagna (dal 2024) Altezza 195 cm Calcio Ruolo Difensore Squadra Bournemouth Carriera Giovanili 2010-2015 Costa Unida 2015-2021 Malaga 2021-2023 Juventus Squadre di club 2023-2024 Juventus Next Gen 27 (1) 2023-2024 Juventus 1 (0) 2024 → Roma 13 (2) 2024- Bournemouth 9 (1) Nazionale 2021-2022 Paesi Bassi U-17 11 (2) 2022 Paesi Bassi U-18 4 (0) 2023 Paesi Bassi U-19 3 (0) 2024- Spagna U-21 2 (0) Palmarès Europei di calcio Under-17 Argento Israele 2022 Biografia Nato nei Paesi Bassi, si è trasferito a 5 anni in Spagna con la famiglia; il 20 febbraio 2024 ottiene la cittadinanza spagnola. Suo padre Donny è un ex calciatore. Caratteristiche tecniche È un difensore centrale che, alle notevoli doti tecniche, unisce una buona capacità realizzativa. Carriera Club Gli inizi, Juventus Inizia a giocare a calcio nella Costa Unida di Marbella, per poi passare a 10 anni al Malaga. Nel 2021, a 16 anni, si trasferisce alla Juventus, venendo inserito inizialmente nella squadra Under-17 e poi in quella Primavera. Nella seconda parte della stagione 2022-2023 inizia a venire aggregato sempre più spesso alla Juventus Next Gen, la seconda squadra bianconera militante in Serie C. Esordisce tra i professionisti l'8 gennaio 2023, nella sconfitta casalinga per 1-2 contro il Pordenone. Il successivo 15 febbraio, in occasione della semifinale di ritorno della Coppa Italia Serie C contro il Foggia, realizza i suoi primi gol, con una doppietta decisiva nel computo del doppio confronto; quindi l'11 aprile seguente scende in campo da titolare nella finale di ritorno della Coppa, persa 2-3 sul campo del L.R. Vicenza. Frattanto, il precedente 2 aprile aveva realizzato anche la sua prima marcatura in campionato, nella sconfitta interna per 1-3 contro la Feralpisalò. Conclude la stagione con 19 presenze e 3 reti. Nella prima parte della stagione 2023-2024 viene confermato nella rosa della Next Gen, con la quale totalizza 11 presenze, venendo anche inserito in quella della prima squadra di Massimiliano Allegri, con cui debutta il 22 ottobre 2023, subentrando nel corso della classica a San Siro contro il Milan, vinta per 0-1. Il 6 gennaio 2024 passa in prestito oneroso alla Roma. Debutta con i giallorossi il giorno seguente, subentrando nel pareggio casalingo per 1-1 contro l'Atalanta. Il successivo 5 febbraio segna la sua prima rete in Serie A, quella del definitivo 4-0 nella vittoria all'Olimpico contro il Cagliari. Il 30 luglio 2024 si trasferisce in Inghilterra, acquistato a titolo definitivo dal Bournemouth per 15,2 milioni di euro più 3 di bonus. Debutta con i Cherries il 17 agosto seguente, in Premier League, nella trasferta contro il Nottingham Forest pareggiata 1-1. Il 5 dicembre segna la sua prima rete nel campionato inglese, decidendo la partita interna contro il Tottenham: a 19 anni e 235 giorni, diventa il più giovane nella storia del Bournemouth a trovare il gol in Premier League. Nazionale Tra il 2021 e il 2023 gioca nelle nazionali giovanili Under-17, Under-18 e Under-19 dei Paesi Bassi. Il 15 febbraio 2024 ottiene la cittadinanza spagnola e il mese successivo, il 15 marzo, viene convocato da Santiago Denia, selezionatore della Spagna U-21. La settimana successiva fa il suo debutto con gli spagnoli, nella sconfitta 0-2 contro i pari età della Slovacchia.
  14. GIACOMO MARI Nato a Vescovato (Cremona), il 17 ottobre del 1924, iniziò la carriera nella Cremonese; passò, poi, all’Atalanta all’inizio della stagione 1946-47, dove riuscì a imporre il suo nome all’attenzione dei tecnici e ottenere la convocazione per le Olimpiadi di Londra del 1948. La Juventus, protesa a rinverdire gli allori del passato e a ripetere le prodezze del quinquennio, decise di acquistarlo, insieme a Piccinini.Il compito dei due mediani era fra i più difficili: dovevano sostituire il tandem Depetrini-Locatelli, oramai declinante, ma che aveva lasciato un’impronta indelebile nel gioco della Juventus; poche partite furono sufficienti a Mari e a Piccinini per sgombrare il campo da ogni dubbio. La Juventus, edizione 1949-50, formato “WM”, la prima Juventus voluta dall’avvocato Gianni Agnelli, aveva trovato, con un colpo fortunato, la sua naturale propulsione a centrocampo.La grande grinta della difesa (Viola, Bertuccelli, Manente), ma di più le voglie sfolgoranti del centrocampo, l’esplosività di John Hansen, il felpato tocco creativo di Rinaldo Martino, i rilanci di Piccinini per gli scatti possessivi di Præst e i goal puntuali del terribile Boniperti, che dai cross di Muccinelli riceveva costante ispirazione, si equilibravano nel lavoro fondamentale, quanto oscuro di Mari.Quando Parola si sganciava, retrocedeva sul centravanti; in generale assolveva al ruolo di marcatore ma era il suo senso della posizione, il suo altruismo a maniche rimboccate, la sua duttilità nel coprire ogni spazio scoperto, a farne l’elemento più veloce e prezioso di quella grandissima squadra, considerata una delle più forti di ogni epoca.Giocatore inesauribile, pur non toccando vertici sublimi di tecnica pura, Mari interpretò il compito del mediano laterale in maniera ottimale; forte nell’interdizione e nel gioco aereo, abilissimo nel rilancio, sfruttava l’ottima condizione atletica, per inserirsi sempre con profitto nel perfetto gioco della Juventus. Nel 1950, Giacomo esordiva in azzurro contro l’Austria, a Vienna e, in quell’occasione, l’Italia schierò la mediana juventina al completo (Mari, Parola e Piccinini). Selezionato per i Mondiali del 1950, Giacomo giocò contro il Paraguay la seconda gara di qualificazione. Nel 1952, a Firenze contro l’Inghilterra, Mari era ancora in campo con Ferrario e Piccinini, ad affermare la superiorità della Juventus in campo nazionale.Mari lasciò la Juventus all’inizio della stagione 1953-54, dopo aver vestito per 133 volte la casacca bianconera e aver segnato nove goal.Fu scambiato con Oppezzo e passò alla Sampdoria; sembrava finito, disputò delle ottime stagioni nella Sampdoria, prima, e nel Padova di Rocco, poi, tanto da meritarsi la convocazione per i Mondiali svizzeri del 1954.VLADIMIRO CAMINITIIl giorno prima che compisse sessantasette anni, lasciava questa terra anche Giacomo Mari, un “half” di grinta e di spinta della Juventus creata da Gianni Agnelli presidente, perché andasse a colmare i vuoti lasciati dal Grande Torino. Un “half” destinato al lavoro di faticatore, per compensare ai disguidi tattici inevitabili in uno squadrone pieno di fuoriclasse giovani indigeni e foresti. Prima che Agnelli li acquistasse, Mari non conosceva Piccinini, non ci aveva mai giocato insieme; né conosceva i due danesi; però si mise al servizio del gruppo con quella modestia e il sempiterno garbo che ne fecero per tre campionati di gloria assoluta, inframmezzati da pochissime delusioni (un 1-7 in casa, dal Milan, nel primo; la riscossa del celebre GRE-NO-LI nel secondo, superati anche dall’Inter; ma nel terzo, con Karl Aage Hansen aggiunto agli altri due, fu ancora scudetto) l’implacabile custode del fortino bianconero. Quella Juventus viaggiava l’Italia in un pullman che ai ragazzi sembrava d’argento; ma d’oro erano le sue vittorie; che arricchirono di felicità l’Avvocato giovane. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/giacomo-mari.html
  15. GIACOMO MARI https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Mari Nazione: Italia Luogo di nascita: Vescovato (Cremona) Data di nascita: 17.10.1924 Luogo di morte: Cremona Data di morte: 16.10.1991 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1949 al 1953 Esordio: 11.09.1949 - Serie A - Juventus-Fiorentina 5-2 Ultima partita: 31.05.1953 - Serie A - Juventus-Napoli 1-1 135 presenze - 9 reti 2 scudetti Giacomo Mari (Vescovato, 17 ottobre 1924 – Cremona, 16 ottobre 1991) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giacomo Mari Mari alla Juventus nei primi anni 1950 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1961 - calciatore 1975 - allenatore Carriera Giovanili 193?-1941 Cremonese Squadre di club 1941-1946 Cremonese 59 (0) 1946-1949 Atalanta 113 (8) 1949-1953 Juventus 135 (9) 1953-1956 Sampdoria 70 (4) 1956-1960 Padova 110 (3) 1960-1961 Cremonese 28 (1) Nazionale 1948-1954 Italia 8 (0) Carriera da allenatore 1960-1961 Cremonese 1961-1962 Padova 1962-1964 Taranto 1964-1965 Mantova 1965-1966 Casertana 1967-1968 Ravenna 1974-1975 Crema Carriera Giocatore Club Mediano cresciuto calcisticamente nella Cremonese, giocò con i grigiorossi in Serie B fino alla stagione 1945-1946. Nell'annata 1946-1947 passò nelle file dell'Atalanta dove esordì in Serie A il 22 settembre 1946. Con gli orobici disputò tre ottime stagioni facendosi notare soprattutto dai dirigenti della Juventus che, volendo rinverdire la linea mediana bianconera, lo acquistarono nel 1949 insieme a un altro centrocampista proveniente dal Palermo, Alberto Piccinini. Nella Juventus di Carlo Parola e Giampiero Boniperti collezionò 135 presenze (133 in campionato e 2 nella Coppa Latina 1952) e 9 reti in quattro stagioni, vincendo due scudetti, nel 1950 — a quindici anni dalla precedente affermazione bianconera — e nel 1952. Lasciati i bianconeri, nell'annata 1953-1954 approdò a Genova nelle file della Sampdoria, dove rimase fino al campionato 1955-1956, per poi passare nel Padova di Nereo Rocco e concludere la carriera in Serie C ritornando a Cremona. In carriera collezionò complessivamente 426 presenze e 24 reti in Serie A — fatto che lo pone tra i 30 calciatori più presenti in massima serie —, e 23 presenze in Serie B. Nazionale Mari (in piedi, terzo da sinistra) in maglia azzurra nel 1952 Con le ottime prestazioni di Bergamo ottenne la convocazione da parte del commissario tecnico Vittorio Pozzo per il torneo olimpico di Londra 1948, esordendo con la maglia dell'Italia il 2 agosto di quell'anno. Nel 1950 venne convocato dal seelzionatore Ferruccio Novo insieme al resto della linea mediana juventina, ovvero Parola e Piccinini, per partecipare al campionato del mondo 1950 in Brasile. In azzurro prese parte anche al successivo campionato del mondo 1954 in Svizzera. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952
  16. JAN ARPAS Estate 1947. Liquidati Korostelev e Vycpálek la Juventus si gettò nuovamente sul mercato cecoslovacco per rinnovare il parco stranieri. Al posto del deludente Cesto, i bianconeri pescarono nelle file dello SK Bratislava, una delle formazioni più in voga di quegli anni, una mezzala che non aveva mai indossato la maglia della Nazionale boema, ma le cui qualità erano state decantate da tutti gli osservatori: Ján Arpáš.Con lui doveva arrivare anche il terzino Stanislav Kocourek, astro emergente nella difesa del mitico Slavia; costui, però, non ottenne mai il nulla osta e fu costretto a rimanere in patria.Arpáš giunse a Torino accompagnato da una fama di ottimo ragionatore e grande tiratore dal limite; armi con le quali avrebbe dovuto scardinare le retroguardie italiane non più “metodiste” e non ancora “sistemiste”.Purtroppo, la sua presenza fisica denunciava molti anni in più di quelli dichiarati dal passaporto: il documento portava 1918 alla casella dell’anno di nascita ma, probabilmente, il boemo era di almeno cinque anni più vecchio.Debuttò con il botto; nell’esordio di Alessandria segnò due goal, impressionando per lucidità mentale e prontezza sotto rete. Esaurì forse le sue energie in quel primo incontro; da quel giorno la sua partecipazione si fece sempre più rarefatta, e il peso del suo gioco si affievolì in poche settimane.Gli fu spesso preferito l’uomo ovunque Pietro Magni, il giocatore capace di vestire con la stessa maestria la maglia di terzino come quella di centravanti.Nel frattempo, la sua formazione di origine stava scoprendo un talento chiamato László Kubala, uno dei più grandi calciatori espressi dal football ceco.Pian piano, Arpáš si isolò dal resto della truppa, facendo vita per conto suo e mantenendo i rapporti con dirigenti e compagni di squadra solamente in occasione delle partite.Verso la metà di aprile del 1948, un martedì, il tecnico Renato Cesarini si accorse dell’assenza di Arpáš sul campo di allenamento: qualcuno lanciò una malignità, sostenendo che fosse ancora nel suo letto nonostante l’ora tarda.Cesarini, più smaliziato dei suoi ragazzi, sospettò una fuga del boemo: non fece in tempo a curarsi di organizzare un controllo che la segreteria della società informò i presenti dell’arrivo di un cablogramma proveniente da Bratislava.Con quel messaggio, Arpáš comunicava alla Juventus di aver fatto buon viaggio e di aver trovato la famiglia in ottima salute con la preghiera di inviare, senza fretta, il nulla osta per potersi ritesserare per la sua squadra del cuore.IL RICORDO DI GIAMPIERO BONIPERTIArpáš, mitico e inquietante personaggio. Quando arrivò alla Juve, avrà avuto 45 anni, piuttosto stagionato per essere un atleta, ma a 30 era stato sicuramente un gran calciatore. Lo si intuiva ancora. Alto, ossuto, mezzala di punta, giocava benissimo e aveva un fiuto del goal eccezionale. Ma non era più in età per giocare a pallone.Jan era intelligentissimo, aveva imparato l’italiano in pochissimo tempo, si informava di tutto, tranne del calcio che era l’ultimo dei suoi pensieri: «Dov’era la Fiat… quante fabbriche aveva in Italia… quanti operai». E annotava. Per me era una spia.Comparso misteriosamente nel 1947, altrettanto misteriosamente l’anno dopo sparì e nessuno ne seppe più niente.Tutte le volte che sono andato in Cecoslovacchia ho chiesto di lui, ma sembrava che nessun Arpáš fosse mai esistito. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/jan-arpas.html
  17. JAN ARPAS https://it.wikipedia.org/wiki/Ján_Arpáš Nazione: Cecoslovacchia Luogo di nascita: Bratislava Data di nascita: 07.11.1917 Luogo di morte: Bratislava Data di morte: 16.04.1976 Ruolo: Centrocampista Altezza: 184 cm Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 29.02.1948 - Serie A - Juventus-Genoa 2-1 18 presenze - 6 reti Ján Arpáš (Bratislava, 7 novembre 1917 – 16 aprile 1976) è stato un calciatore cecoslovacco, dal 1939 al 1945 slovacco, di ruolo centrocampista. Ján Arpáš Nazionalità Cecoslovacchia Altezza 184 cm Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1939-1946 Bratislava 166 (151) 1947-1948 Juventus 18 (6) 1950-1952 Sokol NV Bratislava 20 (7) Nazionale 1939 Slovacchia 12 (4) Carriera Club Arpáš (in piedi, terzo da sinistra) nel 1947 alla Juventus Nel corso della sua carriera ha militato nel Bratislava e nella Juventus, dove arrivò dopo che la squadra aveva ceduto Čestmír Vycpálek, con cui aveva avuto pessimi rapporti sfociati in una rissa in campo. Con la maglia bianconera debuttò in Serie A il 14 settembre 1947, segnando il secondo ed il terzo gol dei torinesi nella trasferta sul campo dell'Alessandria, gara conclusasi sul 3-1 a favore della sua squadra; il resto della sua stagione in Italia non fu particolarmente felice, venendo sostituito nel ruolo da Pietro Magni, quindi lasciò ad aprile 1948 la squadra, saltando alcuni allenamenti senza avvisare la squadra, e in seguito inviando un telegramma da Bratislava in cui chiedeva un nulla-osta per poter ritornare a giocare in patria. Per via del suo addio improvviso, non pochi ipotizzarono che Arpáš fosse una spia. Nazionale Ha giocato 12 partite e segnato 4 reti con la Nazionale di calcio della Slovacchia, compreso il primo gol della sua nazionale, contro la nazionale tedesca, il 27 agosto 1939.
  18. ALBERTO PICCININI RENATO TAVELLA, “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS” Laterali erano Mari e Piccinini, due ottimi giocatori che si compensavano a vicenda, giocando sovente in diagonale: più difensivo Mari, più per l’attacco Piccinini. Il quale, poi, conosceva i suoi limiti e non solo rimediava con intelligenza e la posizione, ma non faceva mai “il di più” per dribblare e brillare, giocando unicamente per la squadra. Il 1949, per la Juventus, è l’anno zero. Il ventottenne presidente Gianni Agnelli vuole riportare la sua squadra ai fasti antichi, a quei successi epici culminati, tra il 1930 e il 1935, con l’indimenticabile serie dei cinque scudetti consecutivi. Non è ammissibile prolungare oltre, un digiuno che dura oramai da quattordici anni. Per far fronte a ciò, la rosa della stagione precedente viene quasi interamente smantellata: tra i titolari sono riconfermati i soli Manente, Parola, Boniperti, John Hansen e Muccinelli, ai quali sono affiancati i nuovi Bertuccelli, Viola (che rientra dal prestito alla Lucchese), Mari, Piccinini e gli stranieri Præst e Martino. I miglioramenti per ora sono solo sulla carta; occorre amalgamare al meglio undici campioni e farne una squadra. L’arduo compito è affidato al neo allenatore inglese Jesse Carver che, con sapiente maestria, allestisce una compagine fortissima, dotata di un solido impianto difensivo e di un centrocampo straordinariamente completo. Accanto al confermato Parola, il nuovo duo Mari-Piccinini, erede della coppia Depetrini-Locatelli, deve garantire grinta e tecnica, recuperi e suggerimenti, impostazioni e contenimento. Alberto Piccinini, nato a Roma il 25 gennaio 1923, cresce nella Roma per poi trasferirsi nella Salernitana, dove Gipo Viani lo imposta da finto centravanti. Piccinini veste la maglia numero nove, ma il suo compito è quello di marcare il centravanti avversario, quando i campani sono costretti in difesa; il suo arretramento, consente al difensore centrale Buzzegoli di operare in seconda battuta. Questa invenzione tattica, è definita “Mezzo Sistema” o “Vianema”; il libero, l’ultimo nato del calcio mondiale, muove i primi passi proprio a Salerno, in quel lontano 1946. Dopo un paio di stagioni, è ceduto al Palermo e raggiunge Torino nell’estate del 1949. Non ha un fisico eccezionale, ma le qualità proprie del mediano classico; l’ottima visione di gioco e il sempre felice tocco di palla gli consentono finezze in serie e non troppe coperture, delle quali se ne occupa il compagno di reparto Mari. Giocatore elegante e di classe, Piccinini, che si toglie anche la soddisfazione di disputare cinque partite in Nazionale, è certamente da ricordare come uno dei migliori comprimari degli anni Quaranta e Cinquanta. Nell’estate del 1952, lascia la Juventus per raggiungere il Milan, dopo aver vestito per ben 104 volte la maglia bianconera e aver segnato due goal. LINO CASCIOLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1967 Ogni tanto qualcuno si ricorda di lui. Qualcuno sfoglia a ritroso il grande album del calcio e inevitabilmente lo ritrova, fra le ombre del passato. Ogni tanto cade il diaframma e riappare tra noi e non sembra neppure un fantasma della memoria tanto è ancora giovane e in carne, così simile al campione di ieri, pur, nell’edizione di oggi, imborghesita dalla cellulite, da domandarci subito per quale misteriosa ragione sia scomparso, si sia eclissato, abbia messo tra sé e il calcio troppe cose: il posto di impiegato alla FIAT, il silenzio di tutti questi anni, i due figli che ne adorano il mito e che oggi non potrebbe più tradire, non potrebbe più deludere per una di quelle panchine sgangherate che continuano a offrirgli. Ha tagliato tutti i ponti, eluso tutte le seduzioni, le chimere, sembra che abbia persino evirato i ricordi, pure splendidi e dignitosi. Eppure dopo cinque minuti che ci parlo già scopro che della vita di un tempo, della sua carriera bella e luminosa, ha saputo conservare tutti gli incanti, ma solo per sé. «Non li cedo per moglie o per figliolo, non ne fo con alcuno parti uguali». Tanti anni senza vivere più di calcio, senza rivedere la Juve, gli amici di un tempo (Ferrario, Muccinelli), senza riconoscere più nessuno. Lontano, isolato, senza respirare l’atmosfera densa di entusiasmo degli stadi. Ma come fa signor Piccinini? Non impazzisce? Non muore? «Ho scelto la mia vita borghese, tranquilla e oggi non me ne pento. Ho tagliato tutti i ponti. Beh, certo… qualche volta mi volto indietro a guardare. Qualche volta mi assalgono i ricordi, tutti insieme, ed è come scoprirsi addosso una febbre. Mi capita quando vedo certe partite alla TV, come Juventus-Inter, Juventus-Milan. Vivo ancora nel calcio a modo mio. Ci vivo con mio figlio Alessandro di nove anni, che conosce tutte le nazionali straniere a memoria. Un fenomeno, mi creda! Ci vivo con mio figlio Stefano, di quindici anni, che ha un futuro come calciatore, creda a me. Un fisicaccio… Mi ricorda Ferrario per la maniera come si piazza al centro dell’area e… Ma lasciamo perdere. Per il momento sono fantasie. Pensi che lui voleva fare il portiere. Ma se è nato stopper in tutto e per tutto!». Ecco, tutto questo è bello. Mi scusi signor Piccinini, se insisto. Ma un posto da centralinista non le sembra troppo angusto, troppo soffocato per un ex Campione d’Italia, per un ex nazionale? «No. Oggi la penso come ieri, quando feci la mia scelta: avevo allenato il Palermo e per sei mesi il Cosenza. La squadra mi era stata offerta a metà campionato, quando aveva quattro punti in meno della Reggina di Pugliese. Finii il torneo secondo a tre punti di distacco. Insomma, dal mio punto di vista, avevo vinto il campionato. E poi quel diavolo di Pugliese vinceva sempre. Insomma alla mia prima esperienza me la cavai con onore. Tornai a casa e trovai nella cassetta delle lettere l’offerta della FIAT. A Cosenza tergiversavano per il rinnovo del contratto. Non ci pensai due volte e accettai il posto. Oggi lavoro tra gente che mi vuole bene. E poi è stato meglio che sia andata così. Oggi il calcio è così cambiato! Mi viene da piangere a volte quando assisto a certe partite. Non se ne può più. Giocatori che nemmeno sanno stoppare la palla vengono marcati da due o tre uomini. Se ci fosse oggi un Nordhal allora? Quest’anno ho assistito a una sola vera partita di calcio: Juventus-Fiorentina. Poi il buio». Passiamo in rassegna i laterali di oggi. Vediamo cosa ne pensa uno che ha fatto il mestiere del mediano per tanti anni. Lei, Piccinini, è un’autorità in proposito. Ci sa dire chi le piace di più tra quelli che vanno per la maggiore? Bedin? Fogli? Bianchi? Bertini? «Beh; il ruolo è cambiato. In peggio, naturalmente. Bedin non fa il mediano nel senso a me familiare della parola. È un giocatore come vanno oggi, né carne, né pesce. Mai visto un giocatore intrupparsi con i compagni, come accade nel gioco di oggi. Oggi c’è bisogno soprattutto di centometristi per divorare gli spazi brevi e quelli lunghi. Chi mi piace di più è Fogli, ma non ha il vigore che avevamo noi e non parlo solo di me, parlo di Annovazzi, Chiappella, Venturi, Segato, Fattori. C’era una concorrenza che metteva paura. Oggi quello che ha giocato meglio la domenica prima lo buttano dentro, in Nazionale». A sentirla parlare viene spontaneo chiedersi, signor Piccinini, se a lei piace davvero il calcio, al di là dei ricordi che le ridesta voglio dire. «No, non dia retta agli sfoghi di chi ne è rimasto fuori. Mi piace, ci sono nato. Se rinascessi rifarei il giocatore di calcio. Forse non commetterei gli stessi errori… Beh, adesso passo dirlo, la mia vita non era sempre la più ligia ai doveri di un calciatore. Eppure due mesi prima dell’incidente di Cagliari (quando schiacciai il ginocchio contro un palo) ero ancora capitano della Nazionale B che giocava in Turchia, la partita in cui esordiva Ghezzi. Andavo ancora forte». La Juventus che posto occupa nella sua vita di oggi? Anzi, ha ancora un posto? «Il primo posto in senso assoluto. Ho vinto due scudetti e due secondi posti giocando nella Juve. Sono andato in Nazionale. Ho giocato accanto a calciatori indimenticabili come Boniperti, Martino, Muccinelli…». A quale personaggio del passato ritiene di assomigliare di più, visto che con i calciatori di oggi è impossibile ogni paragone? «È difficile. Forse a Locatelli». Cosa fa quando a casa, la sera, e ricorda? «Leggo tutti i giornali sportivi. Mi aiutano a dimenticare. Come vede ci vivo ancora in mezzo al mondo del calcio. Ma per procura». È contento della sua carriera? «No. Avrei potuto fare molto di più, anche se ho avuto tutte le soddisfazioni. Lo sa che, tra campionati-ragazzi, campionati-riserve e tornei veri, ho quasi sempre vinto?». Che cosa pensa possa ancor oggi essere ricordato di lei, come tipico della sua personalità di giocatore? «Forse la precisione nei passaggi. Carlin una volta scrisse che io ero il giocatore che sbagliava solo tre passaggi in un campionato». Qual è l’episodio che i suoi figli le chiedono di raccontare più spesso? «Il goal che segnai all’Inter e che ci garantì la vittoria del campionato. Eravamo primi in classifica con tre punti di vantaggio. Dopo venti minuti l’Inter vinceva per 2-0. Rimontammo 2-2 e a dieci minuti dalla fine realizzai il goal del 3-2. Ma bisogna ancora ricordare?». Un’ultima domanda, signor Piccinini, se le chiedessero di ritornare? «Ci penserei, ma so che non è possibile: Sono così lontano da tutti! No, meglio non pensarci. Meglio vivere la mia vita. Meglio non farci nessun pensiero. La vita di un calciatore è bella. È la miglior vita che un uomo possa fare. Migliore di quella di un divo del cinema, migliore di quella di un re. Ed io l’ho fatta. Adesso è finito. Devo ricordare ancora? O posso andare?» https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/alberto-piccinini.html
  19. ALBERTO PICCININI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Piccinini Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 25.01.1923 Luogo di morte: Roma Data di morte: 24.04.1972 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1949 al 1953 Esordio: 11.09.1949 - Serie A - Juventus-Fiorentina 5-2 Ultima partita: 31.05.1953 - Serie A - Juventus-Napoli 1-1 104 presenze - 2 reti 2 scudetti Alberto Piccinini (Roma, 25 gennaio 1923 – Roma, 24 aprile 1972) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Alberto Piccinini Piccinini con la maglia della Juventus Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1957 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Roma Squadre di club 1942-1944 Avia 4 (1) 1944-1945 Roma 14 (0) 1945-1948 Salernitana 43 (0) 1948-1949 Palermo 36 (0) 1949-1953 Juventus 104 (2) 1953-1954 Milan 19 (0) 1954-1955 Palermo 13 (1) 1955-1957 Avezzano 14 (0) Nazionale 1949-1952 Italia 5 (0) Carriera da allenatore 1955 Palermo Biografia Sposato con Anna Maria Rubini, ha avuto due figli: il primogenito si chiama Stefano, mentre il secondo è Alessandro detto Sandro, divenuto dagli anni 1990 telecronista e conduttore televisivo di Mediaset. È morto nel 1972, all'età di 49 anni, a seguito di un male incurabile. Caratteristiche tecniche Giocatore Alla Salernitana, anziché giocare come centravanti, veniva arretrato per difendere: è uno dei primi casi del calcio italiano in cui si può parlare di libero. Carriera Giocatore Club Inizia a giocare nei Pulcini e successivamente nelle Riserve della Roma. Alberto Piccinini con la maglia del Milan In seguito lascia la Roma, intenzionata a pagargli solo i premi partita senza uno stipendio fisso. Nel 1945 quindi scende di categoria, venendo ingaggiato dalla Salernitana per duecentomila lire. Nei primi due anni colleziona 11 presenze ottenendo la promozione in Serie A nel 1947 della squadra campana; nel campionato 1947-1948 l'allenatore Gipo Viani lo schiera con la maglia numero 9 (abitualmente assegnata al centravanti), ma con compiti di marcatura sul centravanti avversario, consentendo allo stopper Ivo Buzzegoli di sistemarsi dietro ai difensori in posizione di libero. Nella stagione 1948-1949 gioca 36 partite con il Palermo, mentre nel 1949 approda alla Juventus in cui resterà per quattro stagioni collezionando 104 presenze e 2 reti in campionato. In seguito ha dichiarato che gli anni in bianconero sono stati i migliori della sua vita. Con la Juventus vince due scudetti ma il suo rapporto con l'allenatore inglese Jesse Carver non è dei migliori: viene escluso da quindici partite consecutive per esser rientrato con un giorno di ritardo dal permesso concessogli per recarsi a Roma dalla sua fidanzata e futura moglie Anna Maria Rubini. Lasciata la Juventus per divergenze contrattuali, nel novembre del 1953 passa al Milan con cui gioca 19 partite di campionato. Nella stagione 1954-1955 fa ritorno al Palermo, segnando una rete in 13 partite. Successivamente si rompe i legamenti di un ginocchio, interrompendo anzitempo la carriera professionistica, continuando comunque a giocare per altri due anni tra i dilettanti della Forza e Coraggio di Avezzano. Nazionale Piccinini (in piedi, quarto da sinistra) in maglia azzurra nel 1952 Durante la militanza alla Juventus colleziona 5 presenze in nazionale. Allenatore Costretto al ritiro, allena il Palermo per due mesi all'inizio della stagione 1955-1956. Di fronte alla possibilità di diventare allenatore a tutti gli effetti, chiede tre anni di contratto ma gliene propongono uno, rifiutando così l'offerta. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Salernitana: 1946-1947 (girone C) Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952
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