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ETTORE CORBELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Corbelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 06.12.1885 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.05.1970 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1905 al 1912 Esordio: 21.01.1906 - Prima Categoria - Genoa-Juventus 1-1 Ultima partita: 29.10.1911 - Prima Categoria - Juventus-Milan 0-4 20 presenze - 2 reti Ettore Mario Camillo Corbelli (Torino, 6 dicembre 1885 – Torino, 27 maggio 1970) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ettore Corbelli Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1912 Carriera Squadre di club 1902-1904 Juventus 0 (0) 1905 Juventus II 3 (0) 1906-1912 Juventus 20 (1) Carriera Ettore Corbelli iniziò la sua carriera agonistica con la squadra riserve della Juventus, con cui vinse nel 1905 la Seconda Categoria, pur risultando nella rosa della squadra dal 1902. Il suo esordio in prima squadra avvenne il 21 gennaio 1906 contro il Genoa, in un pareggio per 0-0. La sua carriera ebbe un lungo stop a causa della rottura dei legamenti patito in uno scontro col milanista Ernst Widmer in una partita casalinga contro il Milan, che lo costrinse fuori dal campo di gioco per circa tre anni. Nel 1908 si laurea in Chimica. Partecipa anch'esso alla Grande Guerra col grado di ufficiale di complemento di fanteria. Torna a giocare in prima squadra nel 1909 e la sua ultima partita fu il 29 ottobre 1911 in una sconfitta per 4-0 contro il Milan. In bianconero collezionò 20 presenze ed una rete, segnata contro il Torino il 2 aprile 1911. Nel 1923 fonda la "Industrie filati & affini", società tessile sita in Torino. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Seconda Categoria: 1 - Juventus II: 1905
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Enrico Canfari - Presidente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
ENRICO CANFARI Socio fondatore e secondo presidente – scrive Renato Tavella – nato a Genova il 16 aprile 1877. Da ritenersi l'indiscusso trascinatore dei primi passi juventini. Nella torinese officina di biciclette di Corso Re Umberto 42, che condivide col fratello Eugenio, si tiene la storica riunione da cui nasce la società.Eletto presidente nel secondo anno di vita societaria, si attiva per organizzare le prime partite e far confezionare le prime maglie, quelle leggendarie di colore rosa. Della primissima formazione che si confronta sui prati del Valentino coi pionieri del gioco si assegna il ruolo di avanti centrale ma, ben presto, si fa da parte preferendo l'arbitraggio. Laureatosi in chimica, la professione sovente lo conduce in Inghilterra da cui trasferisce e diffonde, primo in Italia, il riconosciuto Regolamento Arbitrale.Allo scoppio della Grande Guerra parte volontario col grado di capitano e pochi mesi dopo, il 22 ottobre 1915, muore sull'Isonzo. Aveva chiesto il consenso alla mamma, prima di offrirsi volontario. Nominato sottotenente alla scuola allievi ufficiali, era stato promosso tenente a un primo richiamo e ora era salito al grado di capitano, in questi primi giorni di conflitto. Arriva come una fucilata, la notizia della sua morte sull'Isonzo.Scrive alla madre, in data 10 novembre 1915, il sottotenente Antonio Cutietta, 12° Fanteria, 3ª Compagnia: «Egregia Signora, con l'animo profondamente commosso Le comunico i particolari della morte del mio Capitano che, più che un superiore era per noi un vero padre; tutti lo amavamo e, per quanto sia stato poco tempo al comando di questa Compagnia, pure ne apprezzammo le doti e ne serberemo imperitura memoria. Il giorno 22 alle ore 11 ci fu dato l'ordine di lanciarci all'assalto di una trincea nemica. Egli, dopo avermi comunicato l'ordine e rincuorato i soldati, si è spinto oltre la nostra trincea per scacciare il nemico che stava a pochi passi. Tutti allora lo abbiamo seguito e già eravamo sulla trincea del nemico, quando una malaugurata pallottola di fucile lo colpì in pieno petto. Cadde a me vicino senza dire una parola; mi chinai su di lui per rialzarlo: non respirava più. La sua morte era stata fulminea! Signora, quello è stato per me un momento doloroso: avevo il mio Capitano ai piedi e la Compagnia davanti. Ho dovuto compiere il mio dovere, cioè prendere il comando della Compagnia; ho chiamato quattro soldati, ho affidato loro la salma del nostro amato Padre e l'ho fatto portare indietro per dargli onorata sepoltura, mentre io ho seguito la Compagnia per non far sbandare i soldati. Ora si trova seppellito nel piccolo cimitero improvvisato di Sdrussina. Ciò è quanto ho potuto fare. E ora in nome degli ufficiali tutti e di tutti i soldati Le invio le più sincere condoglianze».Alcuni mesi prima di morire aveva scritto per il bollettino "Hurrà!" la storia sulle origini e i primi anni di vita della Juventus.DOMENICO DONNA, “HURRÀ”, DEL DICEMBRE 1915Lo vidi, e doveva purtroppo essere l’ultima volta, in occasione del match «Veterani» in Alessandria. Ravvicinati dopo parecchi anni di lontananza, c’eravamo piantati l’uno dinanzi all’altro in attento esame per scoprirci a vicenda gli effetti del tempo e spiattellarceli francamente e gaiamente sul viso.Io gli avevo trovato meno capelli in testa, ed egli, più caritatevole, non mi aveva rilevato alcun cambiamento. «Tal quale (mi disse) sempre brüt istess».Il frizzo era il suo genere. D’intelligenza pronta, egli sapeva ribattere parola, opporre scherzo a scherzo, ma senza acrimonia e sovratutto senza invidia! Sincerissimo di indole, non lasciò mai un offeso; ravvide anzi sovente i troppo impulsivi: li ravvide con l’esempio, dimostrando loro come in ogni cosa debba prevalere sulla forma la sostanza.Oh! per la forma, Canfari non aveva che una sdegnosa alzata di spalle. Sdegnava il convenzionalismo e le apparenze. Giovanissimo, già poco gli importava del giudizio altrui, se questo unicamente derivava dal vestire, dalle mani callose, dal volto annerito dal fumo. Sfido! Egli lavorava: egli, agiato, faceva il meccanico in società col fratello, s’incalliva le mani alla rude fatica, perché lo aveva tentato l’appena nascente industria ciclistica. Che c’era di strano? D’altronde non erano volgari meccanici: il loro ideale richiedeva una somma di operosità, di coltura, di tenacia, della quale non tutti sarebbero stati capaci. Volevano diventare costruttori, volevano che la macchina in ogni sua parte fosse prodotto genuino del loro studio e del loro lavoro; in essi si fondevano i due fattori che nella grande industria sono quasi sempre divisi l’ingegnere e l’operaio. Còmpito allora né facile né breve, e nel quale pure riuscirono senz’essere assillati dal bisogno. Unicamente li spingeva il desiderio dell’operare, la gioia del trionfo, l’orgoglio del bastare a se stessi.E sempre sulla voce dell’incudine, sul ronzio del torno si levava acuto e giocondo il canto di Rico. Egli l’amava, il lavoro! Pei poltroni la sferza: il suo vocabolario si faceva rovente, sembrava che togliesse le parole dai carboni della forgia. Rampognava, ma compativa!Il nostro Socio migliore!Quanta serenità emanava da lui, quanta allegria da quel volto espressivo, or volutamente grave, ora attraversato da un riso schietto e comunicativo. La stessa sua voce scuoteva ogni torpore e fugava il tedio. Io l’ho qui nei timpani quella cara voce! La si distingueva tra mille e le dominava tutte senza infastidire. No, povero Rico! Che anzi, al primo udirlo, e lo s’avvisava da lontano, ogni noia spariva. Era una promessa: egli della brigata voleva dire una meta decisa, una letizia continua, un coro che abbreviava il ritorno. Fu egli ad iniziarci alle armonie corali. La rammentate, voi vecchi, quella sua voce di clarino levarsi lenta a salmodiare le nostre più tradizionali canzoni?Chi sentiva più la fatica? Chi sentiva più, nei primi ritorni da Genova o da Milano la voce del ferroviere sgranare tutto il rosario delle innumeri Stazioni che l’«omnibus» onorava di sua fermata?Rico «attaccava» e noi lo seguivamo volenti o nolenti, svegli od assonnati. La sua voce ci trascinava come il suo esempio nelle partite.Canfari non fu un giuocatore nel senso che intendete voi. In istile, in abilità tutti lo superavano, ma nessuno lo uguagliava nella tenacia indomabile e nel saper dare tutto se stesso fino all’ultimo, malgrado l’avversa fortuna, malgrado lo sconforto dei compagni. Sapeva volere e, volendo, riusciva. Non v’è fatto, del resto, della sua vita che non sia opera della sua volontà.Voi giovani l’avete conosciuto in periodo migliore della sua vita, e vi sarà parso naturale ch’egli si trovasse al posto che occupava. Ma per noi vecchi, che lo vedemmo meccanico dapprima, poi insegnante di Chimica alle Scuole Serali «Cavour», viaggiatore in seguito, per noi, ripeto, ha del prodigioso la meravigliosa ascensione ch’egli seppe compiere coi suoi soli mezzi, appoggiati sopra una volontà ferrea, ch’era il fulcro d’ogni sua impresa.Eppure, a lato di queste doti, più atte a plasmare l’uomo pratico o il freddo calcolatore, quanta squisita delicatezza di sentimento! Basterebbe da solo a rischiarare la troppo breve vita del nostro caro Rico l’amore profondo ch’egli portava alla Madre sua.In quest’ora d’angoscia sia a Lei di conforto il sapere che a contrastarle l’amore del diletto figlio suo non si eresse che una sola rivale: la sola degna di Lei! La Patria.Rico poteva forse sfuggire al pericolo, certo ritardarlo: non volle. Alla vita tranquilla delle retrovie egli preferì quella di trincea: chiese ed ottenne d’essere mandato al fronte per dare, ove occorresse, il suo tributo alla Patria, e là ricevette il premio degli Eroi.Madre, non piangere! Tu, che meglio di noi lo conoscevi, Tu, che lo avevi nutrito dei più generosi sentimenti, devi sentire più forte l’orgoglio del dolore. Rico non è morto; per cento bocche di amici, che gli furono fratelli, sentirai ripetere religiosamente il suo nome; in cento cuori vivrà scolpita l’immagine serena del figlio tuo.Ricordiamolo, o amici, ricordiamolo spesso, ma sia intimo il nostro cordoglio; agli altri mostriamo tutta la fierezza che ci viene da questa nuova gloria ch’egli ci ha acquistata a prezzo della sua vita. Attorno alla tomba ideale che gli abbiamo innalzata, non piantiamo mirti o cipressi, ma cespi di rose. E sciegliamole tra le più fragranti e tra le più vivaci.MALVANO UMBERTO DAL FRONTE, “HURRÀ” DEL DICEMBRE 1915Caro Armano – Ho ricevuto ieri sera la tua cartolina.Non posso e non voglio credere: non è possibile! Il nostro Rico, il vecchio fedele amico, quello che più di tutti aveva l’amore puro, continuo, instancabile per la nostra Juventus; quello che ci fu di sprone e di conforto, di aiuto e di guida; il nostro Rico, allegro sempre, giovane d’animo e di cuore; quello che più di tutti rappresentava la vera antica Juventus nei suoi entusiasmi, nella sua allegria, nella sua fede gioconda; quel compagno di ogni lotta, di ogni gioia, di ogni dolore, non può essere morto. Troppo di noi e del nostro passato scomparirebbe con lui.Non voglio e non riesco ad ammettere la possibilità di tale disastro.Senti, Armano: stanotte, si capisce, non ho dormito che qualche ora e malamente: mi sono passate davanti agli occhi tutte le vostre persone, ho rivisto tutte le cose più interessanti degli anni che trascorsero, ho ripensato a tutti voi così intensamente, con tanto amore, da aver la sensazione che voi sentiste che vi ero vicino e che piangevo con voi. Pensavo a Rico, al suo piccolo caldo alloggio di Milano, e ricordavo le mie visite e le sue premure, ed i buoni piatti cucinati sotto la sua attenta sorveglianza, e le lunghe chiaccherate fino a tarda sera, rivolte sempre ad uno scopo, ed i nostri progetti, pervasi tutti dall’amore che legava i nostri cuori alla grande famiglia di noi tutti vecchi e giovani Juventini.Povero Rico e più poveri noi! Quanto ci mancherebbe, quanta parte scomparirebbe di ciò che fummo! Dimmi che fu un equivoco, che è ferito soltanto, che per molto tempo non ritornerà, ma che non è morto. Io voglio saper tutto in ogni modo! E vorrei piangere, piangere tanto con grosse lagrime che mi sarebbero di sollievo, e invece non posso, e sento un nodo qui alla gola; vorrei abbracciarvi lutti, voi amici, e sentire i vostri cuori che battono vicino al mio, e forse potrei allora nelle vostre braccia piangere liberamente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/eugenio-ed-enrico-canfari.html -
Enrico Canfari - Presidente
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ENRICO CANFARI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Canfari Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 16.04.1877 Luogo di morte: Monte San Michele (Gorizia) Data di morte: 22.10.1915 Ruolo: Difensore - Presidente Altezza: - Peso: - Soprannome: Rico Alla Juventus dal 1900 al 1903 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 13.04.1903 - Campionato Federale- Genoa-Juventus 0-3 14 presenze - 0 reti Presidente della Juventus dal 1898 al 1901 «L'anima juventina è un complesso modo di sentire, un impasto di sentimenti, di educazione, di bohémien, di allegria e di affetto, di fede alla nostra volontà di esistere e continuamente migliorare.» (Enrico Canfari) Enrico Francesco Pio Canfari (Genova, 16 aprile 1877 – Monte San Michele, 22 ottobre 1915) è stato un calciatore, dirigente sportivo e arbitro di calcio italiano. Insieme al fratello Eugenio fu tra i fondatori e maggiori artefici dei primi tre lustri d'attività dello Sport-Club Juventus, società calcistica che diverrà la più titolata d'Italia nonché una delle più vittoriose al mondo. Enrico Canfari Enrico Canfari nel 1915, poco prima di arruolarsi e morire nella prima guerra mondiale. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centravanti Termine carriera 1904 Carriera Squadre di club 1900-1903 Juventus 14 (0) 1904 Milan 3 (0) Biografia Enrico Canfari con la maglia della Juventus Canfari era il proprietario, insieme al fratello Eugenio, di un'officina meccanica a Torino, in Corso Re Umberto 42, e frequentava nel tempo libero un gruppo di studenti del vicino Liceo Classico Massimo D'Azeglio quando, nel 1897, insieme al fratello e a quel gruppo di studenti fondò la Juventus. Era soprannominato Papaloto dai soci perché, essendo il più anziano del gruppo, veniva visto da tutti come un fratello maggiore. Si cimentò anche come giocatore, sempre nella squadra torinese, nei campionati del 1900 e del 1901, prima di divenire a tutti gli effetti il secondo presidente del club, succedendo al fratello Eugenio il quale aveva occupato il ruolo a partire dalla fondazione della Vecchia Signora. Nonostante i suoi trascorsi bianconeri, nel 1903 si trasferì in Lombardia dove fu tesserato dal Milan, squadra con la quale fu eliminato nella semifinale del campionato del 1904 proprio dalla Juventus. In seguito fu arbitro, guardalinee e, fino al 1915, presidente dell'Associazione Italiana Arbitri. Capitano del 112º Reggimento fanteria "Piacenza", morì nel 1915 durante la terza battaglia dell'Isonzo, presso Monte San Michele, nel corso della prima guerra mondiale. Dopo la morte, a lui e alle sue testimonianze si attingerà, in gran parte, per la ricostruzione della memoria storica della squadra juventina. Stessa sorte sarebbe toccata ad un altro dei fondatori della Juventus, Luigi Forlano, capitano del XLVII battaglione bersaglieri, vincitore del campionato 1905, che nel corso di un'azione all'attacco delle posizioni nemiche fra Nova Vas e quota 208 sud risultò tra i dispersi il giorno 14 settembre 1916. Palmarès Altre competizioni Torneo FGNI: 1 - Milan: 1904 -
ALFREDO ARMANO https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Armano Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 04.10.1885 Luogo di morte: La Spezia Data di morte: 15.09.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1911 Esordio: 02.03.1902 - Campionato Federale - Torinese-Juventus 1-1 Ultima partita: 22.01.1911 - Prima Categoria - Juventus-Pro Vercelli 0-4 15 presenze - 1 rete Alfredo Armano (La Spezia, 4 ottobre 1885 – La Spezia, 15 settembre 1965) è stato un calciatore e arbitro di calcio italiano, di ruolo mediano. Alfredo Armano Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1903 Carriera Squadre di club 1897-1903 Juventus 5 (0) Alfredo Armano Informazioni personali Arbitro di Calcio Sezione Non esistevano le sezioni all'epoca. Attività nazionale Anni Campionato Ruolo 1907-1921 1921-1922 Prima Categoria Prima Divisione Arbitro Arbitro Premi Anno Premio 1948 Pioniere del calcio italiano Biografia Era noto come Armano II, per distinguerlo dal fratello maggiore Gioacchino o Armano I. Carriera Alfredo Armano fu uno dei fondatori e giocatori della Juventus. Vestì la maglia bianconera per sei occasioni senza segnare nessuna rete. Il suo esordio avvenne contro il Torinese il 2 marzo 1902 partita pareggiata 1-1, mentre il suo ultimo incontro fu l'8 marzo dell'anno seguente contro l'Audace Torino in cui i bianconeri vinsero per 2-1. Arbitro Inizia ad arbitrare nel 1907 dirigendo subito le partite di Prima Categoria quale arbitro della Juventus. Ha arbitrato presumibilmente fino al 1922. Nel 1948 in occasione del 50º anniversario della F.I.G.C. fu insignito del titolo di pioniere del calcio italiano.
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UGO ROLANDI https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Rolandi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 13.08.1884 Luogo di morte: Santiago del Cile Data di morte: 27.09.1954 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1903 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 13.04.1903 - Campionato Federale - Genoa-Juventus 3-0 8 presenze - 0 reti Ugo Rolandi (... – ...) è stato un calciatore italiano. Ugo Rolandi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1903 Carriera Squadre di club 1897-1903 Juventus 8 (0) Carriera Studente del liceo Massimo d'Azeglio, Ugo Rolandi fu uno dei primi giocatori della Juventus, per cui giocò per quattro stagioni. Esordi contro il Torinese l'11 marzo 1900 persa per 1-0, mentre la sua ultima partita fu contro il Milan il 22 marzo 1903 partita persa per 2-0. In quattro stagioni bianconere collezionò otto presenze ufficiali ed un numero imprecisato di presenze in amichevoli.
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FRANCESCO DAPRÁ PAOLO ROSSI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2010 È stato un ingegnere tra i più importanti nella Torino del secondo dopoguerra e la sua ampia cultura l’ha messa al servizio della costruzione di scuole e biblioteche. Oggi, a 90 anni, è un coinvolgente narratore di una storia di famiglia che ci riguarda da vicino. Perché Mario Daprà è il figlio di Francesco, classe 1881, uno studente che insieme ai suoi compagni, a 17 anni, decise d’inventare una creatura che ci riempie d’infinito orgoglio. I suoi ricordi partono dai racconti del padre, uomo di poche parole, come si conviene a chi genera sogni che valgono per milioni di persone. – Chi era suo padre? «Mio padre andava a scuola al liceo classico Massimo D’Azeglio ed è stato uno dei fondatori della Juventus. Il D’Azeglio a quel tempo era frequentato dalla “crema” dei torinesi, uscire da lì era un titolo importantissimo, dal valore formidabile». – Come nacque l’idea di fondare una squadra di calcio? «Tutto nasce dai fratelli Canfari, che sono stati i primi presidenti della società. Uno di loro aveva lavorato in Inghilterra dove si era innamorato del calcio che – differentemente che in Italia – era già uno sport molto popolare. La prima Juventus, nata nel 1897, non era una società unicamente votata al pallone. L’idea di base era quella di creare una polisportiva che abbracciasse diverse discipline. Il calcio divenne il primo e poi l’unico interesse quando si affacciò alla ribalta anche il Torino e la rivalità fu subito accesa. Le prime partite si giocarono in Piazza d’Armi, poi nel 1923 ci fu l’approdo in corso Marsiglia quando Edoardo Agnelli divenne il presidente della Juventus. Quello stadio me lo ricordo bene. Era diviso in due parti: una agonistica, messa in funzione per le partite; l’altra, invece, era una sorta di club, aperto ai soci e ai loro invitati. Ho ricostruito una pianta del vecchio campo, basandomi su alcuni dati. Oltre al terreno di gioco c’erano anche otto o dieci campi da tennis. Il pubblico era tranquillissimo: nella tribuna dei soci, arredata con panche di legno, al massimo i tifosi gridavano “Alè alè!” per incitare i propri giocatori o battevano le mani quando gli avversari facevano una bella azione. Sotto la tribuna che divideva il campo dal resto dell’impianto c’erano gli spogliatoi. Per dare un’idea dalla distanza rispetto al calcio di oggi basta pensare che i giocatori attraversavano il parterre e si intrattenevano con il pubblico o che per mantenere in ordine il prato si organizzavano merende a base di uova sode e insalate di girasoli. Sul campo dove giocava la Juventus». – Cosa le raccontò suo padre della fondazione? La famosa panchina di Corso Re Umberto dove nacque la Juventus esisteva davvero? «Sì, la panchina era posizionata sul controviale. Uscendo dal D’Azeglio, mio padre e gli altri ragazzi si fermavano li, dove c’è il Caffè Platti. La signora del caffè era prosperosa e loro, che non avevano abbastanza soldi per entrare nel locale, la guardavano dalla vetrina. La panchina è stata poi ricostruita successivamente dalla Juventus facendosi dare il modello dall’Ufficio Giardini e Alberate del municipio. Quand’ero bambino, negli anni Venti, mio padre mi portava a vederla ma ormai, in Corso Re Umberto, ce n’erano tante a farle compagnia… Comunque va detto che non si può parlare di fondazione vera e propria. Non esistono atti ufficiali, non si trovano. Diciamo che erano dei ragazzi che organizzavano riunioni e s’innamorarono del gioco del calcio, lo volevano praticare. Quando la Juventus era diventata ormai una società affermata, che partecipava al campionato di Serie A e i fondatori erano diventati uomini, le riunioni le facevano allo stadio. Poi cambiarono idea scoprendo il Caffè degli specchi, in piazza Solferino». – A casa sua esistevano documenti ufficiali sulla Juventus? «Sì, mio padre li custodiva in un armadio. Non li ho mai letti e non so cosa ci fosse di preciso. Ricordo che non erano raccolti e catalogati, erano sparsi qua e là, non c’era l’idea che potessero avere un valore storico. Purtroppo i bombardamenti della guerra hanno causato la perdita di un prezioso patrimonio di testimonianze che oggi risulterebbero utili». – Suo padre in che ruolo giocava? «Era un terzino e giocò fino al 1907. Fece parte dei consigli di amministrazione della Juventus, di cui era revisore dei conti. Poi, con l’avvento degli Agnelli negli anni Venti si formò una contrapposizione tra le due anime che convivevano nella società: quella dei ragazzi che avevano iniziato l’avventura e pensavano al calcio con lo spirito delle origini e quella, più moderna, che incarnava un’idea di squadra all’altezza dei tempi, con uno stretto rapporto con la Fiat. Avvenne così una sorta di naturale passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo, simbolicamente rappresentato dallo spostamento dal campo di Corso Marsiglia allo stadio intitolato a Benito Mussolini, diventato poi Comunale e oggi Olimpico. A Torino, negli anni Trenta c’erano stati i Vittoriali dello sport, una specie di Olimpiade per ragazzi. Una volta finiti, lo stadio era rimasto inutilizzato. La federazione fascista propose allora alla Juventus e al Torino di giocarci. Le due società accettarono perché il campo di Corso Marsiglia era ormai inadeguato. Fu la svolta decisiva. I vecchi soci della Juve che avevano un posto numerato in tribuna non si ritrovano più, il loro mondo scomparve e non pochi abbandonarono il calcio per iscriversi alla società di canottaggio Caprera, non tanto per reale interesse verso quello sport, ma per avere un motivo per continuare a ritrovarsi. Forse aveva inciso anche il fatto che per aderire alla Juventus era aumentata la quota d’iscrizione e i fondatori del D’Azeglio non volevano pagarla…». – Andava allo stadio con suo padre? «Poche volte al Mussolini, molto in Corso Marsiglia. Mi colpiva moltissimo che quando c’erano incontri con poca gente invitavano gli Artigianelli, allievi di una scuola per ragazzi sbandati, vestiti in rigorosa uniforme umbertina. Erano tanti, partivano con la banda e marciavano militarmente cantando l’inno della Juve, che per la verità non era particolarmente bello, aveva un ritornello molto retorico». – Nel pubblico si notavano presenze femminili? «Erano poche, le chiamavano le “dame patronesse”. Erano le sole ad assistere alle partite». – Qual era il mestiere di Francesco Daprà? «Era laureato in chimica e farmacia ma rinunciò a proseguire nel settore per impiegarsi alla Cassa di Risparmio, dove fece carriera come dirigente. La Juventus fu per lui un grande amore ma dopo il matrimonio si chiuse un po’ in famiglia, come capitava un po’ a tutti in quell’epoca. Andava ancora allo stadio, ma non era più il giovane con la barba delle origini». – Le raccontava cosa significava essere juventini? «Non c’era bisogno di parole. Lo si vedeva. Era vivere solo per la Juve. Se vinceva alla domenica, alla sera mio padre si presentava in famiglia con un dolce. Se il risultato era stato negativo si saltava pure cena…». – Ha notizie di altri fondatori? «Non ho avuto grandi frequentazioni: mio padre amava la Juventus, ma lo faceva in maniera discreta. Ricordo Nizza, un ingegnere dell’azienda tramviaria di Firenze che lavorò a Torino al Politecnico. Era un uomo brillante. I Canfari non li ho conosciuti, mentre ricordo Mario Durante, il portiere pittore. Era un personaggio speciale, discuteva animatamente con il pubblico e quando c’era una punizione la contestava apertamente». – Un mito dell’epoca fu Carlo Bigatto… «Carlo Bigatto è stato il capitano della Juventus per tanti anni. Rifiutava di farsi pagare, non concepiva il calcio se non come passione. Era un personaggio notevole, giocava con una retina in testa, era di gran moda, una cuffia con elastici che lo rendevano riconoscibile». – Facendo un salto in avanti nel tempo, lei ha conosciuto qualche giocatore della Juventus? «Sì, Giampiero Combi, il portiere degli scudetti del quinquennio. Era di casa, frequentava regolarmente la mia famiglia ed era un ragazzo che voleva giocare sempre al football, il campo di gioco era la sua vita. Gli zii avrebbero voluto che diventasse un ragioniere per gestire l’azienda di famiglia che produceva vermouth, poi con il tempo hanno confessato a mio padre che era andata meglio così, era giusto che avesse seguito il suo istinto e la sua passione. Era un vero numero uno, lo paragonavano a Zamora, il mitico portiere della Spagna. Il bello di Combi è che stava appoggiato al palo della porta quando la Juventus attaccava e considerando la forza dei bianconeri trascorreva così gran parte del tempo della partita. Finita l’attività agonistica aveva messo su un caffè in via Roma e sul banco c’era una statua che lo raffigurava proteso in una parata. Però, quando si passava da lì, lo vedevi che stava sulla porta del caffè proprio come se fosse ancora sul campo, appoggiato allo stipite con lo sguardo rivolto in avanti come se dovesse fermare un tiro. Quando mio padre morì, nel 1952, lui portò con orgoglio il gonfalone della Juventus al suo funerale. Fu l’ultima volta che lo vidi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/01/francesco-dapra.html
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FRANCESCO DAPRÁ https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Daprà Nazione: Italia Luogo di nascita: Castelletto di Branduzzo (Pavia) Data di nascita: 01.09.1881 Luogo di morte: Torino Data di morte: 22.01.1955 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Pitecia Alla Juventus dal 1897 al 1903 Francesco Domenico Daprà (Castelletto di Branduzzo, 1º settembre 1881 – Torino, 22 gennaio 1955) è stato un calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo difensore. Fu uno dei fondatori della Juventus. Francesco Daprà Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1903 Carriera Squadre di club 1897-1903 Juventus 0 (0) Biografia Concluse il ginnasio nell'Istituto Massimo d'Azeglio. Qui, con altri suoi compagni, fondò nel 1897 la Juventus. A causa della folta barba, venne soprannominato "Pitecia" dal professore di geologia, che in quel periodo stava studiando una scimmia barbuta chiamata, appunto, Pithecia. Partecipò alle attività agonistiche della sezione calcio con la seconda squadra, nel ruolo di terzino, senza grande profitto. Si laureò in farmacia all'università di Torino e partecipò alla Grande Guerra a partire dal primo giugno del 1917, in qualità di tenente medico di complemento - chimico farmacista all'Ospedale militare di Alessandria. Dopo la guerra, rimase in orbita Juventus, ricoprendo la carica di vicepresidente oltre a quella di revisore dei conti nei primi anni venti.
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LUIGI BARBERIS https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Barberis Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 09.08.1881 Luogo di morte: Milano Data di morte: 21.04.1944 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1908 al 1909 Esordio: 10.01.1909 - Campionato Federale - Torino-Juventus 1-0 Ultima partita: 06.06.1909 - Prima Categoria - Milanese-Juventus 1-2 9 presenze - 2 reti Luigi Barberis (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Luigi Barberis Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1913 Carriera Squadre di club 1902 Juventus 0 (0) 1909-1913 Juventus 9 (2) Carriera Luigi Barberis fu un giocatore della Juventus. Pur risultando in rosa nel 1902, egli fece il suo esordio il 7 dicembre 1909 contro il Torino nel Derby della Mole, finita in una sconfitta per 3-1, mentre il suo ultimo incontro fu il 9 febbraio 1913 sempre nel Derby della Mole in una sconfitta per 8-6. In cinque stagioni collezionò nove presenze e due reti.
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GIOVANNI GOCCIONE La storia della Juventus è in gran parte legata alle vicissitudini tecniche e atletiche dei suoi grandi centromediani, il primo dei quali, in ordine cronologico, fu quello stupendo giocatore che risponde al nome di Goccione, centr’half titolare della squadra che conquistò il titolo italiano nel 1905. Si trattava di un giocatore robusto e pugnace, che ricavava il meglio delle sue prestazioni dalla coordinata presenza dell’impeto e dello stile nel suo gioco a un tempo distruttivo e costruttivo.Avendo avuto qualche esperienza come mediano laterale e come mezzala, Goccione era tutt’altro che sprovveduto nel gioco di manovra. Non appena la partita si sottraeva ai vincoli della difesa organizzata, a Goccione piaceva mettere il naso nella metà campo avversaria, così che, spesso, gli attaccanti juventini se lo trovavano immediatamente alle spalle in posizione di attivo rincalzo.In retroguardia Goccione era un muro elastico contro il quale le onde dell’attacco avversario si infrangevano e facevano confuso risucchio. In ogni azione di contropiede, all’azione di drastica rottura, subentrava una manovra intelligente e logica.Era, insomma, un tipico e avveduto centromediano di posizione, di rottura, di scatto, di battaglia, di coraggio e di resistenza: un’autentica forza di quella Juventus. E quando la squadra si appoggiava alla difesa, era come se entrasse in una corazza.Nelle file bianconere, gioca fino a tutto il campionato 1911-12, totalizzando 36 presenze.«Goccione – scrive Caminiti – il centro half-back, capitano della squadra, giocatore poco brillante ma efficacissimo, impareggiabile nei colpi testa, mobilissimo nel campo e sfacciatamente fortunato nel sorteggio».RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Si spoglia di giacca e colletto inamidato della camicia Giovanni Goccione, mentre accenna a un giovincello di nome Vittorio Pozzo, che ancora studia, col quale gli capita di dividere lunghe sgroppate in allenamento nella corsa: «Se mai se ne convince che l’atletica non è la sola – commenta con una punta di rammarico – questo è un altro adatto per il football».Dio solo sa quanto vedeva giusto. E, ricordando quest’amicizia, il futuro commissario tecnico della Nazionale due volte Campione del Mondo, avrà a dire: »Fu nella Piazza d’Armi, lato Crocetta, che incontrai Goccione, il primo centromediano che ebbe la Juventus, che proprio in quella zona curava la sua preparazione. Fu Goccione che mi diede la spinta decisiva, portandomi al calcio definitivamente. Ricordo che, per decidermi, mi diceva: “Quando corri senza niente davanti a te, fai la figura di quelle carrozze che circolano ora senza cavalli”. Quelle carrozze senza cavalli erano le prime automobili marca Diatto, Spa, Itala, Fiat, che si cominciavano a vedere in giro. Dedicandomi al giuoco, la figura da stupido, secondo lui, non la si faceva, perché si correva dietro a un pallone…».Come molti in quegli anni, Giovanni Goccione non vede di buon occhio i cavalli meccanici trotterellare nel bel mezzo delle strade. Il fenomeno non lo affascina, anzi, fieramente lo contesta; non è detto che tutto ciò che è nuovo debba andare bene. Se i nuovi verbi è giusto sposare, questi debbono comunque richiamarsi alla purezza dell’impegno e… Per intanto seguita a correre a testa alta, lui footballer, al margine della Piazza d’Armi, senza dar conto, neanche di sottecchi, alle carrozze prive di cavalli che gli passano accanto, sul bordo del viale.È un torinese il buon Goccione. Sempre in bilico, dentro di lui, lo spirito di conservazione e lo slancio verso il nuovo: esce dall’ufficio e fa presto, pur di unirsi al gruppo della sua Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/giovanni-goccione.html
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GIOVANNI GOCCIONE https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Goccione Nazione: Italia Luogo di nascita: Oulx (Torino) Data di nascita: 06.09.1882 Luogo di morte: Susa (Torino) Data di morte: 06.12.1952 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1902 al 1912 Esordio: 02.03.1902 - Campionato Federale - Torinese-Juventus 1-1 Ultima partita: 10.12.1911 - Prima Categoria - Juventus-Torino 1-1 51 presenze - 4 reti 1 scudetto Giovanni Enrico Goccione (Oulx, 6 settembre 1882 – Susa, 6 dicembre 1952) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Giovanni Goccione Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1912 Carriera Squadre di club 1902-1912 Juventus 37 (3) Carriera Impiegato presso la Società Assicurazioni Incendi di Torino, Goccione fu un giocatore della Juventus per undici stagioni. Fece il suo esordio contro il Torinese il 2 marzo 1902 partita finita col risultato di 1-1. La sua ultima apparizione in maglia bianconera fu nel Derby della Mole, giocato il 10 dicembre 1911, finito 1-1. Nella sua carriera collezionò 51 partite e 4 gol. Fu uno dei protagonisti del primo scudetto juventino. Rivestì il ruolo di capitano nella stagione del 1905. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905
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Gioacchino Armano - Calciatore E Presidente
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GIOACCHINO ARMANO Flemmatico, alto e biondo – racconta Renato Tavella – prossimo a laurearsi in ingegneria, controlla con vera signorilità la sua grande carica agonistica ed è sempre in guardia, non appena entra in campo. Ha aderito a dare concretezza all’idea Juventus e nel ruolo di back destro, contribuisce fortemente alla conquista del campionato 1905, il primo in assoluto. Nel periodo buio della Grande Guerra, assieme a Nizza e Zambelli, assume la direzione del club tenendolo a tutti i costi in vita. VLADIMIRO CAMINITI In camiciola rosa con cravatta nera è uno dei ragazzi della terza e quarta classe del Liceo-Ginnasio Statale Massimo D’Azeglio fondatori della Juventus. «Nel 1896 una brigata di studenti del Ginnasio Massimo D’Azeglio – scrive Enrico Canfari, secondo presidente della Juventus, il primo è il fratello Eugenio meccanico – soleva avviarsi, finite le lezioni pomeridiane, verso il corso Duca di Genova, e quindi, deposti i libri su d’una panca, dedicarsi al gioco di barra, un bel gioco... Contemporaneamente prese voga il ciclismo ed i ciclisti si fecero subito numerosi, certo più delle biciclette che allora costavano un occhio. Il football s’insinuò più tardi; già s’era visto giocarlo prima alla patinoire del Valentino, poscia in piazza d’Armi da alcuni stranieri residenti in Torino i quali avevano fondato il F.C. Internazionale mutatosi poi in F.C. Torinese». Muore il secolo dei poeti, dei profeti, dei guerrieri, viene ultimata a Torino la Mole Antonelliana, il paese è scosso da rivolte proletarie, Crispi è un vegliardo lacrimoso, Mascagni è giovanotto, il libro Cuore esaurisce tutta la retorica del patrio ideal, Ada Negri scrive dei poveri nelle sue poesie, Eleonora Duse è bellissima, nel giornalismo il telefono sostituisce i dispacci telegrafici e postali, D’Annunzio è un manico di ambizioni, ennesimo risvolto eroicomico della sua vita tenta la carriera politica, Vittorio Emanuele ha sposato l’alta e cupa Elena Petrovich del Montenegro, «due mesi di salve e di applausi». La Juventus nasce su una panca di pietra rugosa di corso Re Umberto a Torino. Attorno a questa panca si ritrova la «brigata» di studenti, tra i quali Gioachino Armano, i fratelli Eugenio ed Enrico Canfari, Rolandi, Secondi, Umberto Malvano, Guido Botto, Luigi Gibezzi, Ettore Corbelli, Domenico Donna, Giovanni Goccione, Bino Hess. Piccoli, paffuti, spilungoni, coi calzoni a zuava, figli di papà della Torino sormontata di elmi, sciabole e cimieri: la città di Fieramosca; con i suoi eroi e le sue esposizioni, le panche di pietra rugosa, le strade ampie e luminose, le case solide e quadrate, coi balconi pomposi. «Torino diventava impertinente, faceva andare ad elettricità la deamicisiana carrozza di tutti, trovava ridicolo il suo borgo medievale – scrive Augusto Monti – al Valentino sul Po, lenta e primitiva la funicolare di Superga, non capiva più il barocco, ne aveva abbastanza di rettilinei e non bastandole che Sambuy e Ceppi, un sindaco e un architetto, conti tutti e due, uno più geniale dell’altro, avessero con la eresia della loro diagonale – via Pietro Micca – cambiato di pianta i connotati al vecchio nobile ortodossissimo centro, quella agitata Torino si era fatto un nuovo centro a Porta Nuova, tutta avventata verso Sud, al sole, trasferiva al di là ritrovi a gran forza, e Università e Ospedali, e Docks e officine, allungando di là senza fine, attraverso un borgo, Nuovo davvero, colmando di ville i residui bocconi erbosi della vecchia Piazza d’armi, già muovendo all’assalto della nuova, là dalla Crocetta; dalle rive della Dora puntava decisa verso quelle del Sangone». Gioachino Armano e tutti questi altri spuntoni di gioventù incravattata avevano voglia di alzar la gamba, di spogliarsi, di ridere e fare a botte, di mescolarsi con la plebe, insomma di vivere; perché tutto considerato, capivano che elmi e cimieri fanno male, pesano, non si riesce che a fatica ad aprire gli occhi e a vedere, imbalsamati dentro le corazze i guerrieri vengono issati a viva forza e deposti sulle groppe degli animali anche loro assai poco volitivi o guerreggianti. In sostanza, questi ragazzi ci ridevano sopra sui cosiddetti ideali, la risata di Gioachino Armano figlio di un piccolo industriale in ferro con bottega in corso Palestro e ventidue operai, era comunicativa; più di tutti rideva, piccolo, secco, nero, come un chiodo arrugginito, Domenico Donna, con sangue plebeo nelle vene, il padre un celebre avvocato penalista «che faceva piangere»; il più candido di tutti, disposto a qualsiasi sacrificio pur di mettersi a correre liberamente dietro il ball era Umberto Mal-vano, che soffriva di mammismo – i capelli biondi e gli occhi azzurri pareva un cherubino – e veniva requisito da donne ogni dì appiccicose e lagnose, perché si era strappata un’asola, gli era saltato un bottone, che avrebbe detto l’ingegnere architetto padrone e signore? Uno scavezzacollo veniva considerato Bino Hess, figlio di grosso industriale, uomo dal baffo forcuto e minacciosissimo che faceva impallidire suo figlio al solo pensiero, mentre Corbelli prendeva la cosa come una scampagnata ed invece Goccione sognava la montagna, la pura montagna da scalare, Bino Hess gli faceva il verso ed allora confutavano furiosamente; il maggiore dei Canfari, Enrico, che sapeva tutto senza sapere niente, ed era forte come un toro, si intrometteva tra i due e poneva fine alla disputa. I figli contestavano i padri, nemmeno nel baffo volevano somigliargli e Donna se ne fabbricò uno affatto inedito, che non esprimesse virilità quanto divertimento ironia, un baffo che non spioveva per niente, un baffo alzato e lisciato da viveur, dopo i diciotto anni con questo baffo ci giocava pure al ball, prima ala sinistra della storia, antesignano di un ruolo in cui la furbizia contò sempre, come avrebbe dimostrato il divo Orsi, ed oltre alla furbizia quella manciata di cose che fanno il calcio ritratto della vita, come divertimento ed espansione di sé. Gioachino Armano scelse subito un ruolo arretrato, dal quale sbattere lontano il ball con fidente pedata. Alto uno e ottantuno, nella fotografia ufficiale del 6 maggio 1900, camiciola rosa e cravattino nero, le braccia dietro la schiena, il labbro lungo e stretto, tutto gote occhi e naso, il ritratto della salute, protettore e consolatore di quel bambino spaurito di Malvano, è il trascinatore della squadra. Gioca back destro con impeto ribaldo e di lui scriverà Domenico Donna, all’indomani del primo scudetto di Madama: «è un back infuocato pur se simuli sangue freddo inglese, aiutato nell’inganno dalla bionda capigliatura». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/05/gioacchino-armano.html -
Gioacchino Armano - Calciatore E Presidente
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GIOACCHINO ARMANO https://it.wikipedia.org/wiki/Gioacchino_Armano Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 15.12.1883 Luogo di morte: La Spezia Data di morte: 09.12.1965 Ruolo: Mediano - Presidente Altezza: 181 cm Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1910 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 24.04.1910 - Prima Categoria - Juventus-Milanese 1-2 31 presenze - 2 reti 1 scudetto Presidente della Juventus dal 1915 al 1918 20 partite - 10 vittorie - 3 pareggi - 7 sconfitte Gioacchino Armano (La Spezia, 15 dicembre 1883 – La Spezia, 9 dicembre 1965) è stato un dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo mediano. Era noto come Armano I, per distinguerlo dal fratello minore Alfredo o Armano II. Gioacchino Armano Nazionalità Italia Altezza 181 cm Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1910 Carriera Squadre di club 1897-1910 Juventus 31 (2) Carriera Calciatore Gioacchino Armano fu uno dei fondatori e dei primi giocatori della storia della Juventus, ricoprì il ruolo di mediano. Il suo esordio ufficiale avvenne l'11 marzo 1900 contro il Torinese, partita persa uno a zero. L'ultima sua partita avvenne nell'aprile del 1910 contro l'US Milanese persa per 2-1. In undici stagioni bianconere collezionò 31 presenze e 2 reti, oltre ad altri 39 incontri disputati per tornei ed amichevoli. Fu uno dei fautori della scelta di dedicarsi esclusivamente al calcio (nei primi anni, la Juventus era una polisportiva). Dirigente sportivo Dal 1907 entra nel consiglio societario, divenendo il nono presidente della Juventus, insieme a Nizza e Zambelli, durante il periodo 1915-1918, in piena Grande Guerra. Assieme ai due copresidenti, fondò la pubblicazione Hurrà!, primo periodico ufficiale di un club italiano, inizialmente da distribuire al fronte ai molti soci impegnati nel conflitto. Vita privata Si laureò in Ingegneria. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905 -
ORESTE MAZZIA Pioniere, studente in medicina e terzino della Juve vincitrice il primo campionato 1905. Lascia il calcio dopo il titolo. Benché non tanto veloce, pareva trovare in certe… illuminate intuizioni sempre il modo di intercettare la palla, da qualunque parte si trovasse a transitare. Dove non bastava l’abilità, si arrivava col cuore. DOMENICO DONNA, “LA STAMPA SPORTIVA” DEL 30 APRILE 1905 Mazzia, il giuocatore calmo per natura e professione, rivelatosi in questi ultimi tempi come uno dei migliori backs d’Italia, malgrado le sue proteste in contrario. Perché piace Mazzia al pubblico? Non certo perché egli sia un Adone, né perché dia confidenza agli spettatori, ché anzi all’infuori qualche... corpo di Bacco, pronunciato nei momenti difficili, Mazzia non parla mai: piace perché vi è profonda antitesi tra quello che sembra e quello che è tra il giuocatore e il gioco... non è svelto, ma la sua gamba a cannocchiale, come dicono i compagni, arriva dovunque; non è veloce ma corre, e tratto, tratto, fa tirare al pubblico certi ah! di esclamazione e di sollievo, che gli dovrebbero dar prova della sua bravura. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/02/oreste-mazzia.html
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ORESTE MAZZIA https://it.wikipedia.org/wiki/Oreste_Mazzia Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 19.03.1883 Luogo di morte: Pettinengo (Biella) Data di morte: 22.10.1918 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1902 al 1906 Esordio: 01.03.1903 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 5-0 Ultima partita: 29.04.1906 - Prima Categoria - Juventus-Milan 0-0 16 presenze - 0 reti 1 scudetto Oreste Giuseppe Edoardo Mazzia (Torino, 19 marzo 1883 – Pettinengo, 22 ottobre 1918) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Oreste Mazzia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1906 Carriera Squadre di club 1902-1906 Juventus 16 (0) Carriera Svolse i suoi studi superiori al Ginnasio Massimo d'Azeglio, fu studente di medicina all'epoca della sua carriera agonistica (si laureò nel 1906), Mazzia fu un giocatore della Juventus a partire dal 1902 ed uno dei protagonisti del primo scudetto del 1905. Fece in suo esordio il 1º marzo 1903 contro il Torinese partita vinta per 5-0, mentre l'ultima sua partita in maglia bianconera fu tre anni dopo contro il Milan finita con un pareggio per 0-0. In quattro stagioni juventine collezionò sedici presenze ufficiali senza segnare ed altre ventidue in amichevoli. Lasciata la Juventus, Mazzia, insieme ad Alfred Dick ed altri transfughi dal club bianconero, fu tra i fondatori, il 3 dicembre 1906, del Torino. Laureatosi in medicina, si recò in Argentina per esercitare la professione, stabilendosi dapprima a Belgrano e poi a Tucuman. Ritornato in Italia, prestò servizio nel Regio Esercito durante la prima guerra mondiale in qualità di Tenente medico. Morì nell'ottobre 1918 vittima dell'influenza spagnola, contratta proprio in un ospedale militare al fronte. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905
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DOMENICO DURANTE È il primo portiere della storia bianconera. Pittore di professione, è ingaggiato dai fondatori per difendere la rete della Juventus, nel 1901. Personaggio eccentrico, è ricordato per i celebri baffi e per il rapporto non proprio roseo con gli arbitri; a ogni decisione contestata, infatti, è solito girarsi verso i tifosi e, sventolando il berretto, urlare: «Mi appello al pubblico!» Secondo le cronache del tempo, dà il meglio di se stesso nella ripresa, dopo aver brindato a champagne nell’intervallo. Veste la maglia bianconera per undici stagioni, vincendo lo scudetto del 1905.RENATO TAVELLA, “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Sghignazzava sotto i baffi, il portiere Durante alzando il calice: «... e se il “referée” dà torto, fare il morto il morto il morto...», ripeteva soddisfatto in controcanto, disegnando in volto un’impercettibile smorfia. Giusto il contrario dell’espressione determinata che di abitudine sfoderava in campo, quando aggrottava rughe sopra ciglia cespugliose e, levato il cappello, lo sventolava in direzione del pubblico gridando a gran voce: «Mi appello al popolo!» Un modo pittoresco, tutto personale, per dirsi non d’accordo con una decisione contraria ai suoi colori presa dal “referée” (com’era chiamato l’arbitro stando alla classica dizione inglese). Urlava e si agitava di continuo, mostrava certi occhiacci neri da far paura, il tracagnotto Durante quando era alla difesa tra i pali. Poi rivestiva i panni borghesi e si ricalava nella vita artistica di tutti i giorni, fatta di tele e colori, di quadri solari.VLADIMIRO CAMINITITracagnotto, di baffi (assai) fornito, con occhi rapaci, è una figura di pittore più che meditativo attento alle forme appiccicose della vita. Le sue polemiche con i giudici di linea cominciano e non terminano che al tramonto, quando i giudici con rispettiva sedia e rispettiva bombetta, salmodiando se ne vanno dietro il vociferante pittore. «Ma sono scherzi da fare? Avevo respinto il ball». No, era passato, era infilato, era folgorato. Durante si strizza i baffetti e impreca, poi ci fa una risata. Ogni sua parata impressione il rado passante, il quale si ferma e dice: «Ma cosa fa ca fa cul matt?».DANILO COMINO, ARTEFOOTBALL.COM DEL 19 DICEMBRE 2015L’esordio di Domenico Maria Durante come pittore fu posteriore di un anno a quello da calciatore: avvenne nel 1902 all’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino. I due quadri che espose in tale occasione non dovettero passare inosservati: infatti, nel 1904, il nostro pittore fu invitato alla mostra organizzata dalla Società Promotrice delle Belle Arti di Firenze, dove il suo quadro “Poeta alla solitudine” vinse il premio della locale Camera di Commercio e Arti.Persone sempre più importanti si appassionavano alla pittura di Durante: alla mostra della Società Promotrice delle Belle Arti di Torino del 1905, il re d’Italia Vittorio Emanuele III acquistò la sua opera intitolata “Testa di vecchio”. Negli anni successivi, il sovrano comprò altri suoi dipinti: “Dea” nel 1910 e “Collana di Venezia”, nel 1912.Alla fine degli anni Dieci, la carriera di Durante era in rapida ascesa: alla Prima Esposizione Donatelliana di Livorno del 1909, il suo quadro “Profilo” ottenne la croce al merito e la medaglia d’oro, premi che vinse anche il dipinto “Diana” alla Seconda Esposizione Donatelliana di Napoli del 1910.Dal 1907 Durante iniziò a esporre con regolarità alla Biennale di Venezia, una delle più prestigiose rassegne internazionali d’arte al mondo. Negli anni Venti era ormai un pittore affermato, i suoi quadri si incontravano in collezioni private non solo italiane, ma anche inglesi, tedesche, statunitensi, peruviane, argentine, russe, del Principato di Monaco, ecc.Per i suoi meriti, nel 1921, Durante fu nominato Socio onorario dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, l’istituzione in cui studiò.Nella Torino dell’epoca, il pittore di maggior successo era Giacomo Grosso, professore all’Accademia Albertina di Belle Arti; era specialista in ritratti di esponenti della nobiltà o dell’alta borghesia e in quadri di avvenenti fanciulle nude, che entusiasmavano il pubblico maschile.Grosso esibiva una raffinata tecnica accademica e cercava il facile successo presso la parte più conservatrice - e facoltosa - del mondo artistico di Torino. Va detto che se la città era all’avanguardia nell’industria, non lo era certo nell’arte: vi dominava una tranquilla pittura accademica di tradizione ottocentesca, che era detestata dagli innovatori come Boccioni e i futuristi, che cercavano di far progredire l’arte scontrandosi con l’ostilità della critica ufficiale.«Noi denunciamo al disprezzo dei giovani tutta quella canaglia incosciente che (...) a Torino incensa una pittura da funzionari governativi in pensione». (Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla, Gino Severini; Manifesto dei pittori futuristi, 1910).Disinteressato al futurismo, al cubismo e alle novità in generale, Durante si trovava perfettamente a suo agio in questo ambiente ancorato al passato. Come Grosso, si specializzò nel genere del ritratto. I suoi quadri, quasi sempre firmati “D.M. Durante”, sono basati su una grande abilità tecnica ed esibiscono spesso riferimenti all’arte del passato, in particolare a quella del Rinascimento italiano.Dagli anni Dieci, Durante dipinse diversi ritratti di ragazze della campagna piemontese; sono opere che si concentrano soprattutto sui volti delle giovani e, in particolare, sui loro sorrisi.«Non avete mai fatto un’istantanea ad un gruppo di ragazze di qualsiasi condizione, ignare dell’attentato fotografico e quindi sorprese nel loro più comune atteggiamento? Ebbene, avrete notato, che, su dieci, nove almeno erano ridenti». (Domenico Maria Durante).Durante non interruppe definitivamente la sua relazione con la Juventus nel 1909. Tornò a giocare nella stagione 1910-1911, seppur per una sola partita, e in seguito collaborò a “Hurrà!”, il primo bollettino ufficiale di una squadra di calcio italiana, nato nel 1915 per tenere i contatti tra il Football Club Juventus e i suoi molti soci impegnati nella Prima Guerra Mondiale. Inoltre, Durante realizzò alcuni manifesti promozionali della Juventus; in queste opere scelse di firmarsi con il soprannome che gli diedero i suoi ex compagni di squadra: “Durantin”.Per tutta la sua vita, Durante fu fiero del suo passato da calciatore: lo dimostra il suo “Autoritratto in maglia della Juventus” della fine degli anni Venti, dipinto quando aveva quasi cinquant’anni. Come tutti i suoi quadri, è pieno di citazioni all’arte del passato: come un ritratto del quattrocento, è dipinto con la tecnica dell’olio su tavola e contiene un’iscrizione in basso. In essa, Durante si definì con orgoglio “campione di calcio et pittore”. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/08/luigi-durante.html#more
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DOMENICO DURANTE https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Durante Nazione: Italia Luogo di nascita: Murazzano (Cuneo) Data di nascita: 17.12.1879 Luogo di morte: Canale d'Alba (Cuneo) Data di morte: 20.10.1944 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1901 al 1911 Esordio: 14.04.1901 - Campionato Federale - Juventus-Ginnastica Torino 5-0 Ultima partita: 26.02.1911 - Prima Categoria - Torino-Juventus 2-1 39 presenze - 45 reti subite 1 scudetto Domenico Maria Durante (Murazzano, 17 dicembre 1879 – Canale, 21 ottobre 1944) è stato un pittore e calciatore italiano, di ruolo portiere, che alcune fonti riportano con il nome Luigi. Domenico Durante Durante alla Juventus nel 1906 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1911 Carriera Squadre di club 1900 Ginnastica Torino 4 (-9) 1901-1911 Juventus 29 (-32) Carriera Giocatore Presente nella rosa della Ginnastica Torino almeno dal novembre 1899, quando disputò una partita di preparazione al campionato successivo. Nella sua prima stagione, Durante fu in forza al Ginnastica Torino, con cui giunse al terzo ed ultimo posto del girone eliminatorio piemontese. Durante fu il secondo portiere della storia della Juventus, ma il primo a ricoprire tale ruolo per più di una stagione. Il suo esordio avvenne contro il Milan il 28 aprile 1901, partita vinta dai rossoneri per 3-2. L'ultima partita avvenne invece nel derby della Mole, il 26 febbraio 1911, partita vinta dal Torino per 2-1. La sua carriera nella porta bianconera durò undici stagioni, in cui collezionò 39 presenze e subì 45 gol. Nel 1905 fu uno dei protagonisti del primo titolo di campione d'Italia della storia della Juventus. Pittore e disegnatore Foot-Ball Club Juventus Association, 1903 Di professione pittore, partecipò a molte esposizioni e fu più volte invitato alla biennale di Venezia. Si distinse particolarmente come ritrattista e paesaggista. Svolse anche l'attività di disegnatore, sotto lo pseudonimo di Durantin. Fu illustratore del mensile Hurrà Juventus e delle campagne promozionali dei bianconeri torinesi. Morì nel 1944 a Canale nelle Langhe. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus 1905
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ALBERTO BARBERIS Nato a Vercelli, studia giurisprudenza a Torino dove vive di un impiego nella ditta del presidente Dick. Non segue lo svizzero al Torino e viene licenziato. Bonariamente detto Ju-ju, è uno degli avanti artefici della conquista del primo campionato 1905. DOMENICO DONNA, “LA STAMPA SPORTIVA” DEL 30 APRILE 1905 Barberis non gode troppo; val meglio esser franchi, le simpatie e del pubblico, per la ragione inversa di quella che le attira su Mazzia. Si attende da Barberis, data la sua alta statura e la sua souplesse, più di quanto la sua età e la sua esperienza possano dare, mentre non si tien conto della sua precisione nel servire i forwards, qualità rara e preziosissima. Si noti poi che nell’attacco il distinguersi è molto più difficile che nella difesa, dove il giuoco è pressoché personale e non solo è difficile, ma spesso nocivo. Non voglio con questo scusare i completamente Barberis, egli ha, come tutti, i suoi difetti, ma vorrei che il pubblico lo incoraggiasse, giacché qualora con più matches sulle spalle egli riesca a valersi dei mezzi di cui dispone, non avrà più nulla da invidiare ai forwards migliori. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/03/alberto-barberis.html#more
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ALBERTO BARBERIS https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Barberis Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 31.07.1887 Luogo di morte: Milano Data di morte: 18.06.1920 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Ju-Ju Alla Juventus dal 1900 al 1912 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 19.11.1911 - Prima Categoria - Piemonte-Juventus 1-4 31 presenze - 2 reti 1 scudetto Alberto Barberis (Torino, 31 luglio 1887 – Milano, 18 giugno 1920) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Alberto Barberis Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1912 Carriera Squadre di club 1900-1912 Juventus ? (?) Carriera Alberto Barberis fu uno dei primi giocatori della Juventus. Fu uno dei protagonisti del primo scudetto juventino nel 1905. Studente prima al ginnasio D'Azeglio, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'università di Torino nel 1904, laureandosi il 23 novembre 1910. Per sostenersi agli studi lavorò presso la ditta di Alfredo Dick, presidente della Juventus dal 1905 al 1906. Quando Dick, esautorato dalla presidenza, decise di fondare il Torino, gli propose di seguirlo nel nuovo club. A causa del suo diniego al trasferimento venne licenziato dall'imprenditore svizzero. Partecipò alla Grande guerra in qualità di sottotenente di complemento dei Granatieri. Grazie alla sua passione per il volo, il 13 ottobre 1917 venne comandato al deposito di aviazione di Torino est del battaglione aviatori. Morì a causa di un incidente aereo. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905
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SERGEIJ ALEYNIKOV Un po’ Boniek e un po’ Goria – scrive Adalberto Scemma su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1989 –. Di Zibì ha i riccioli cespugliosi color carota; di Goria (Amedeo, naturalmente, quello della Ruta) ha il baffo pendulo in similpelle, il naso arguto a frangiflutti e il sorriso in missione speciale, un sorriso così veloce da consolidargli di colpo anche la fisionomia. Di suo, senza la presunzione del copyright, Sergej Alejnikov ci mette tutto il resto, compresi gli scampoli di curiosità sempre innescata. Curiosità per un mondo non soltanto calcistico che gli mostra l’altra faccia della sua luna. Curiosità, anche, per quelle vibrazioni nuove che lo carezzano sottili; e che dovrà ascoltare e catalogare con pazienza e con cura, senza fretta, per non correre i rischi di Sasha, per non interrompere il filo nevrile della sintonia. Ma non sembra il tipo Sergej Alejnikov, da lasciarsi impressionare dalle novità, neppure da quelle così improvvise da rischiare – come la chiamata della Juve – di stravolgere il giro consueto di un’esistenza già consolidata in chiave di serena gestione dell’ordinario: il presente di calciatore di Stato, con i benefici annessi e connessi, e il futuro di insegnante di educazione fisica o magari di colonnello, considerando la carriera di riflesso nell’esercito. Di paura, infatti, nemmeno l’ombra. «Ho esperienza da vendere», ha dichiarato a Novogorsk proprio alla vigilia del festoso, commovente omaggio a Lev Jascin, «e questo alla Juve non è certo un salto nel buio. Ho giocato in Messico, al Campionato del Mondo, e anche in Germania agli Europei. Il mio atteggiamento nei confronti del lavoro che svolgo non cambierà: ce l’ho sempre messa tutta, stiano tranquilli i tifosi, e continuerò su questa strada. L’ambientamento, le difficoltà, gli errori inevitabili: nel conto ci metto un po’ di tutto. Ma non sono questi i veri ostacoli. I problemi nascono quando nella testa di un calciatore si inceppa la macchina che fabbrica gli stimoli, quando si blocca il flusso della motivazione. Non è il mio caso. Io vado a Torino per vincere e per farmi ricordare: non voglio passare inosservato. E poi le prove impegnative mi stimolano, sono una scommessa continua. Credo di essere un giocatore nell’anima: è questo il mio temperamento». Un tipo deciso, Sergej, con un’arma segreta, quella della modestia, sempre a portata di mano. Ma è una modestia in esibizione controllata, la sua: frutto del pragmatismo, quindi reale, più che del retaggio di un’educazione fuorviante. «Il futuro», sottolinea, «mi incute rispetto ma non paura. Come potrebbe essere diversamente? Non sono un fenomeno, nessuno deve pensare a me come a un fuoriclasse, eppure gioco ad alto livello da una decina d’anni; ne ho viste e passate di tutti i colori. Per dire che uno ha esperienza, a Minsk si usa una frase che da voi fa sorridere: “Ha mangiato un pud di sale”. Il pud è una misura nostra, corrisponde a sedici chili, quindi è un bel mangiare. Ebbene: il mio pud è già in archivio, non possono più tremarmi le ginocchia». È stato Stefano Bizzotto, bolzanino della «rosea», tedesco e inglese parlati a raffica, il primo ad allacciare un ponte telefonico con Sergej a Minsk: da allora, l’atteggiamento di questo russo dall’inesauribile carica umana nei confronti del calcio e della vita non è cambiato. Le parole di quella prima intervista «di getto» si profilano senza mutamenti di rotta in tandem con quelle che pronuncia oggi, a esperienza italiana gradualmente maturata e a comprensibili traumi da ambientamento già filtrati con disinvoltura. Come dire che la chiave di lettura, al di là dell’imprescindibile simpatia istintiva, rimane pur sempre la freddezza, o quantomeno una ammirevole capacità di autocontrollo. A incidere, naturalmente, c’è anche la naturale adattabilità degli slavi alle situazioni nuove. Sasha Zavarov è un ucraino, popolo semplice, privo di spigoli, ma Sergej Alejnikov è di razza soltanto in apparenza affine e in realtà molto più corsara, corroborata nelle sue componenti di inventiva e di fantasia da una vistosa e duratura presenza dal XIII secolo agli albori del ‘700 dei polacchi e dei lituani. La Bielorussia, o Russia Bianca, ha subito nei secoli successivi spartizioni costanti e ha patito senza patirlo il giogo dei russi di Mosca e di Kiev (così raccontano gli annali quella storia sovietica) finendo poi per assestarsi nell’attuale configurazione geografica soltanto settant’anni fa. La sua gente ha il calore dei russi, la loro voglia di cantare, e ha quel grano di follia che è quasi una costante nei polacchi e nei lituani piazzati e spiazzati (quasi una regola i mutamenti territoriali) al di là del confine. Bene al di qua del confine, proprio al centro della Bielorussia, c’è invece Minsk, la città di Sergej Alejnikov. Un milione e mezzo di abitanti, un’impronta ormai più industriale che agricola, una vaga (ma per Sergej fondamentale) somiglianza con Torino. E la Dora Riparia? C`è il fiume Svisloc che ha un andamento sinuoso e che carezza Minsk con tutte e due le sponde. Con un po’ di fantasia ci si può immaginare persino il Valentino. Ma quale sarà, per Sergej, l’immagine traditrice capace di riproporgli lo Svisloc e la nostalgia? La nostalgia, nei primi giorni torinesi, si chiamava soprattutto Natasha, la moglie dolce e cara, e Artiom, il piccolino, due anni e mezzo soltanto, tetragono a quelle sollecitazioni calcistiche cui gli Alejnikov sembrano incapaci di resistere. «Gioca a calcio», dice Sergej, «anche il minore dei miei fratelli, Anatoly. Ha vent’anni e veste naturalmente la maglia della Dinamo Minsk. Gli altri giocano per hobby, non hanno avuto la fortuna di incontrare un maestro come Oleg Michailovich Basarnov: gli devo molto, è stato lui, alla scuola di calcio numero cinque, il “Djussh 5”, a insegnarmi tutto quello che c’era da insegnare a un giovane; La mia carriera? Dal “Djussh 5” alla Burevetsnik, la squadra della mia scuola, e poi alla Dinamo. Qui ho trovato Eduard Malofeev, un grande tecnico, e ho vinto uno scudetto». È stato Malofeev, stimatissimo in patria, famoso all’estero soltanto perché venne cacciato alla vigilia dei Mondiali messicani per far posto a Lobanovski, a trasformare Alejnikov da attaccante in centrocampista d’attacco e poi in regista difensivo: il primo passo concreto in direzione delle teorie poi propugnate da Lobanovski, latore di un’ideologia calcistica che privilegia l’atleta “universale” nei confronti del fuoriclasse iperspecializzato. E non è casuale, forse, l’insistenza con cui Lobanovski avrebbe continuato a chiamare Sergej in Nazionale: Dasaev dello Spartak e Alejnikov della Dinamo Minsk sono stati gli unici, dai Mondiali del Messico in poi, a perforare il blocco apparentemente inalterabile della Dinamo Kiev. «In Nazionale», osserva Sergej, «sono già in “zona Netto”. È una zona prestigiosa, un club riservato. Ne fanno parte tutti coloro che, come il grande Igor, hanno superato le cinquanta presenze. Sono stato il diciassettesimo giocatore sovietico, per la cronaca, a raggiungere questo traguardo: ho tagliato il filo l’anno scorso, 19 ottobre, partita di qualificazione mondiale contro l’Austria. Il mio debutto? Quattro anni e mezzo prima a Hannover: vinsero i tedeschi per 2 a 1 con una rete di Brehme proprio all’ultimo minuto. Ma avrò tutto il tempo, qui in Italia; di restituire a Brehme quel “favore”. Non sono un goleador, però non c’è stato un anno che mi abbia visto all’asciutto. In 220 partite di Serie A ho messo a segno 31 reti, le ultime due in questo campionato. Il mio top? Otto bersagli nell’82, l’anno dello scudetto vinto con la Dinamo. Ma giocavo ancora da attaccante, segnare era abbastanza normale». C’è una frase che Sergej ha pronunciato prima ancora di mettere piede a Torino e che Emanuele Novazio, il corrispondente de La Stampa da Mosca, ha puntualmente registrato: una frase che la dice lunga sul suo pensiero. «Il calcio in Italia è più che uno sport, è un tipo d’arte senza la quale non si può immaginare l’Italia». Semplicissima, d’accordo, ma non semplicistica, se la analizziamo con attenzione. Perché a parlare di arte, riferendola al calcio, non è un artista del pallone, un fantasista alla Maradona o (se volete) alla Zavarov, ma un giocatore duttile che si autodefinisce «gregario». Ed è proprio questa sorta di rispetto per un mondo e per un ambiente da affrontare in umiltà ma «senza paura» a qualificare il carattere e la sensibilità dell’uomo. «Vorrei guadagnare soldi», dice ridendo Sergej, «ma anche tifosi. Tanti, come quelli che ho lasciato a Minsk e che ritroverò tra tre anni con un altro “pud” di sale nel mio magazzino privato. Chiedo troppo? Spero di no. Nella mia carriera ho sempre corso molto, non ho mai avuto paura di faticare, conosco l’abitudine al sacrificio. Ho grande volontà e tecnica discreta, però non aspettatevi tutto e subito. Io vi conquisterò a poco a poco». L’ammirazione di Sergej, dichiarata, è per Van Basten («Il migliore del mondo, in questo momento») e per Gullit («Deve guarire presto: il confronto diretto con lui mi affascina»). Voglia di rivincita dopo la scoppola di Monaco agli Europei? Sergej dice di no. «Perdemmo dall’Olanda meritatamente ma Van Basten, visto che lo marcavo io, ebbe una fortuna sfacciata, pescò l’asso…». Il tempo per voltarsi indietro, oggi come oggi, non c’è davvero. Il presente di Alejnikov è così infittito di avvenimenti da spingerne qualcuno verso il futuro, come in una giostra gioiosa. Dalla Ziguli settimo modello («Un gioiellino, non le manca niente») alla Thema 16 valvole, dall’appartamento di Gorki Park alla villetta in collina, dal milione e mezzo al mese ai 200 e passa milioni all’anno: ce n’è abbastanza perché sia necessario toccare impercettibilmente il freno. Dal 12 agosto, prima giornata juventina, a oggi, le ore sono filate così veloci da offrire un ricordo «blocco unico». Il momento indimenticabile? Il primo: l’impatto con il povero, stupendo Gaetano Scirea e Alberto Refrigeri, maestri di cerimonia, e con i tifosi dello Juventus Club Augusta Taurinorum. C’è una foto di Alejnikov nell’atto di stappare una bottiglia di champagne, con la sciarpa bianconera al collo e un gran sorriso sulle labbra. Il tappo è saltato con un gran botto ma a portare fortuna è stato soprattutto il sorriso di Sergej. Contagioso. Coinvolgente. Calibrato. La sintonia con Sasha Zavarov? Calibrata anche quella. Ride Sasha e piangono gli avversari, proprio come ha promesso Sergej. Alè-gria. Con una elle sola. In deroga. 〰.〰.〰 Non è certamente un fuoriclasse, Sergej, ma un buon giocatore, abbastanza dotato tecnicamente molto intelligente dal punto di vista tattico. Viene schierato da Zoff, come centrocampista davanti alla difesa, anche se in carriera ha giocato anche come difensore centrale, come in occasione della finalissima del Campionato Europeo del 1988 nella quale, mancando i difensori titolari Bessonov e Kutnetsov, gli tocca l’improbo compito di marcare Marco Van Basten. Con la squadra bianconera, disputa 49 presenze, mettendo a segno 3 gol, contribuendo in modo determinante alla conquista della Coppa Italia e della Coppa Uefa. La stagione successiva, con l’arrivo di Maifredi, è ceduto al Lecce, dove giocherà con il futuro capitano juventino, allora giovanissimo, Antonio Conte. GAETANO MOCCIARO, TUTTOJUVE.COM DEL 5 APRILE 2012 L’ex centrocampista bianconero Sergej Alejnikov apre i cassetti della memoria raccontando la sua esperienza alla Juve e le vicissitudini che lo portarono al trasferimento a Torino prima e a Lecce poi, facendo un paragone col calcio dell’epoca e quello attuale. – Innanzitutto cosa sta facendo adesso? «Alleno il Kras, squadra di Eccellenza del Friuli-Venezia Giulia. È un ritorno, il mio, dopo esservi arrivato 4 anni fa e quest’anno in squadra c’è anche mio figlio Artur, classe 1991, che gioca un po’ come giocavo io anche se con caratteristiche più offensive». – Com’è arrivato ad allenare il Kras? «Come nella vita molte cose avvengono casualmente. Quando facevo il Corso Master a Coverciano ho conosciuto il presidente del Kras e abbiamo parlato un po’. Abbiamo deciso di provare a lavorare insieme, questo 4 anni fa. La società era giovane ed io come allenatore pure, essendo freschissimo di Coverciano. Comunque l’impatto fu positivo e siamo rimasti amici anche quando il rapporto è terminato. Poi ci siamo risentiti e quest’anno eccomi di nuovo al timone della squadra». – Lei è stato uno dei primissimi sovietici a lasciare il proprio paese per giocare all’estero. Era così difficile per voi pionieri avventurarsi in una nuova realtà? «Il discorso secondo me va spostato non tanto sul fatto che eravamo i primi a giocare fuori, perché se guardi bene anche oggi gente come Pavljucenko o Arsavin è tornata indietro dopo essere stata in Inghilterra. È una questione di carattere. Io ad esempio giocavo nella Nazionale sovietica da 8 anni e ho avuto possibilità di viaggiare e vedere i paesi. Eravamo spesso a Coverciano, stavamo in ritiro e in qualche modo avevo già conosciuto l’Italia. Perciò non ho mai avuto problemi di ambientamento». – Non tutti sanno che in realtà in Italia non l’ha portata la Juventus ma un’altra società. «Esatto, è stato il Genoa a portarmi in Italia. All’epoca il professor Scoglio mi voleva nella sua squadra, sono arrivato a Genova per cominciare a discutere il contratto. Mentre aspettavamo i dirigenti per chiudere è intervenuta la Juve. E la storia è cambiata». – Insomma, un tradimento nei confronti del Genoa. «Non direi, perché hanno fatto tutto i dirigenti della mia ex squadra, la Dinamo Minsk. Anche se la situazione era ben più complessa, perché in Unione Sovietica la situazione era particolare. In pratica la Dinamo Minsk, come tutte le squadre denominate Dinamo erano sotto il Ministero dell’Interno, perciò qualsiasi cosa doveva passare da Mosca. Non c’erano le squadre professionistiche ed io stesso ero dipendente del Ministero dell’Interno. Erano loro a decidere, mi hanno detto: domani si chiude il mercato, firma qui. Ed io ho firmato». – Era il 1989. Un anno alla Juve che ha portato una vittoria in Coppa Italia e Coppa Uefa. Insomma, non male. «In realtà è andata male. Ho saputo che avevo firmato un contratto di 3 anni, poi seppi che dopo un anno se la Juve non mi voleva più, c’era una clausola nella quale doveva pagare un indennizzo. In ogni caso non era certo la mia intenzione, dopo aver vinto 2 trofei al primo anno, di andarmene. Per quale motivo avrei dovuto? Anche Zoff fu mandato via dopo quello che aveva fatto. Dico io: vinci 2 coppe e anziché rinforzarti mandi via quasi tutti?». – Cosa successe? «Io posso parlare per me. Non sapevo niente del fatto che sarei andato a fine stagione al Lecce. Mi gestiva una società di Padova che controllava i cartellini dei giocatori che erano all’epoca alla Dinamo e li piazzava dove voleva. Io come molti altri sovietici non avendo mai avuto un contratto prima d’ora non sapevamo come funzionasse, non conoscevamo i nostri diritti». – Parlando di calcio giocato che ricordi le ha lasciato l’esperienza alla Juve? «Come il primo amore. Nel bene o nel male ti resta nel cuore. Ho trovato persone squisite, su tutti Gaetano Scirea che mi stette vicino durante i miei primi giorni. È stato importantissimo nell’aiutarmi a inserirmi nella squadra. Ho conosciuto la moglie e il figlio che ogni tanto sento ancora». – A differenza sua il connazionale Zavarov non si ambientò. Perché? «Non voglio entrare troppo nello specifico, certamente il problema è stato di tipo caratteriale. E poi i giornalisti sono in grado di portare un giocatore tanto in alto quanto in basso. Nel senso che se vedono un giocatore che finito l’allenamento scappa subito a casa e lo fa una volta, lasciano passare. Poi, lo rifà la seconda, la terza, la quarta e allora cominciano a ricamarci su. Il punto è che bisogna distinguere l’uomo dal calciatore e come calciatore su Zavarov penso non ci sia molto su cui discutere». – Forse le aspettative su di lui erano alte, per questo ha suscitato clamore. «Vero anche questo, ma d’altronde doveva sostituire un mito come Michel Platini ed era una cosa davvero difficile». – Lei l’ha più sentito? «Pochissime volte, da quando ha lasciato la Francia, che è stata la sua tappa successiva all’Italia, è tornato in Ucraina. Mi capita di rivederlo per qualche partita di beneficienza. Il rapporto fra noi è molto buono e adesso so che si occupa dell’organizzazione degli Europei del 2012». – Meglio Torino o Lecce? «Dal punto di vista calcistico passando dalla Juve al Lecce ci ho rimesso ma dal punto di vista umano nel Salento mi sono trovato benissimo, è un posto stupendo». – È più tornato a Torino? Possiamo definirla italiano, ormai. «Quando mi capita vengo spesso alla Juve, anche perché c’è mio figlio. Più che italiano sono cosmopolita. Oltre all’Italia ho visto altri paesi, come il Giappone, dove vi ho giocato 4 anni, o la Svezia. Mi spiace solo non essere stato negli Stati Uniti». – Rispetto ai suoi tempi che differenze trova nel calcio? «Vedo un calcio malato. Purtroppo prevalgono i soldi, gli interessi. E poi non per caso succedono casini, come quello delle scommesse. Ai miei tempi allo stadio vedevi tante persone, genitori con i figli, un’atmosfera diversa. Ora c’è paura ad andare allo stadio e si guarda la partita in TV». – Il nuovo stadio della Juve ha dato una spinta importante nel riportare la gente allo stadio. «Ed è questa la cosa più importante. Se poi arriva anche il business non c’è niente di male. Ma l’importante, per il bene del calcio, è che si riempiano di nuovo gli stadi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/sergeij-alejnikov.html#more
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SERGEIJ ALEYNIKOV https://it.wikipedia.org/wiki/Sjarhej_Alejnikaŭ Nazione: Unione Sovietica Bielorussia Luogo di nascita: Minsk Data di nascita: 07.11.1961 Ruolo: Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: 74 kg Nazionale Sovietico Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1990 Esordio: 23.08.1989 - Coppa Italia - Cagliari-Juventus 0-1 Ultima partita: 16.05.1990 - Coppa Uefa - Fiorentina-Juventus 0-0 50 presenze - 3 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Sergeij Evgen'evič Aleynikov (Minsk, 7 novembre 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore sovietico e dal 1991 bielorusso, di ruolo centrocampista. Ha giocato in Italia con Juventus e Lecce, prima di chiudere la carriera nelle serie minori. In precedenza, dal 1981 al 1989, ha vestito la maglia della Dinamo Minsk. Ha giocato anche in Giappone, con il Gamba Osaka. Sjarhej Alejnikaŭ Alejnikaŭ alla Juventus nella stagione 1989-1990 Nazionalità Unione Sovietica Bielorussia (dal 1991) Altezza 182 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Dainava Alytus Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Squadre di club 1980-1989 Dinamo Minsk 220 (31) 1989-1990 Juventus 50 (3) 1990-1992 Lecce 59 (2) 1992-1996 Gamba Osaka 83 (14) 1996-1997 Oddevold 5 (0) 1997-1998 Corigliano Schiavonea 9 (1) Nazionale 1984-1991 Unione Sovietica 73 (6) 1992 Comunità degli Stati Indipendenti 4 (0) 1992-1994 Bielorussia 4 (0) Carriera da allenatore 1998-1999 Anagni 2000-2001 Pontedera 2003 FK Mosca 2003 Vidnoe 2003-2005 Copertino 2005-2007 Juventus Giovanili 2007-2008 Kras 2011-2012 Kras 2014 Dainava Alytus Palmarès Europei di calcio Argento Germania Ovest 1988 Biografia Segue il calcio sin da giovane. Entra a far parte di una scuola di calcio a 5 nei pressi del Gorkij Park. A 17 anni lavora come operaio ma a 20 anni è titolare nella Dinamo Minsk. Si diploma in educazione fisica. È sposato con Natasha, ingegnere edile, ed è un cristiano ortodosso non praticante. Ha fatto anche il servizio militare, raggiungendo il grado di tenente. Nonostante nel periodo alla Juventus giochi assieme all'altro sovietico Oleksandr Zavarov, non riesce a restare in amicizia con il giocatore di origini ucraine. Sempre nel periodo in cui militava a Torino viveva in una villetta in collina, adattandosi presto all'Italia e imparando velocemente l'italiano. Trasferitosi a Lecce, dove vive per tre anni tra il 1990 e il 1993, acquista una villetta e ritorna a viverci al suo ritorno in Italia: ci vive tutt'oggi. A differenza di quanto gli è capitato in Italia, quando giocava per la Dinamo Minsk faceva due allenamenti al giorno e alla fine dell'allenamento andava a mettersi in coda ai negozi perché i dirigenti sovietici non volevano che i calciatori tornassero a casa presto. Ha due figli, Artėm, nato nel 1987 e Artur, nato il 30 marzo 1991. Caratteristiche tecniche Giocatore Alejnikov (a sinistra) in azione in maglia bianconera, in contrasto sul fiorentino Dunga nel corso della finale di Coppa UEFA 1989-1990 Centrocampista arretrato, centrocampista offensivo o regista talentuoso, spesso con compiti di marcatura ma che sapeva anche attaccare, era un calciatore tattico, un geometra, un giocatore che dava ordine al gioco, di quantità, completo, duttile e polivalente, dal buon tiro dalla distanza ma molto lento. Zoff, tecnico della Juventus, lo definisce un «giocatore di classe», e al suo arrivo è considerato un «grande campione». Cresce calcisticamente con il tecnico Ėduard Malafeeŭ, che lo allena sia a Minsk sia con la nazionale, adattandolo a regista difensivo, stopper, terzino, libero e difensore centrale. Zoff nella sua Juventus lo schiera usualmente come uno dei due mediani nel suo centrocampo a 4. Nella finale del campionato europeo di calcio 1988 in Germania Ovest, Alejnikov, schierato come difensore centrale, ha il compito di marcare Marco van Basten: ci riesce fino a quando l'olandese non s'inventa la magia realizzando il suo miglior gol in carriera con una conclusione al volo a pochi passi dalla linea di fondo campo. Era un calciatore dal carattere tranquillo. Carriera Giocatore Club Dinamo Minsk Ha giocato nella Dinamo Minsk dal 1981 e ha vinto il campionato dell'URSS la stagione seguente. Dopo nove stagioni a Minsk, il Genoa si accorda per acquistare il calciatore, sborsando 2,2 miliardi di lire e facendogli firmare un triennale: in realtà la società ligure aveva sbagliato, trattando con il SovinterSport mentre invece doveva iniziare la trattativa per Alejnikov direttamente con la Dinamo Minsk, secondo ciò che affermava il generale Syssoev, presidente di tutte le società "Dinamo" sovietiche. Nei giorni a seguire i contatti con i dirigenti della Dinamo Minsk si fanno sempre più flebili e nonostante si creda che l'affare con il Grifone sia già concluso, il 28 luglio 1989 Alejnikov arriva in Italia assieme a un dirigente della Dinamo, atterrando a Milano, dove anche il presidente del Genoa Aldo Spinelli lo stava aspettando; ad aspettarli invece c'è il presidente della Simod, società di calzature sportive che gestisce i cartellini dei calciatori della Dinamo Minsk, e i tre si dirigono con un aereo privato a Venezia. I dirigenti del Grifone, arrivati a Milano, scoprono che Alejnikov è diretto a Venezia ma ormai Spinelli non ne vuole sapere di raggiungerli. Dopo aver raggiunto Legnaro (Padova), sede della Dimod, società nata da un accordo tra la Simod e la Dinamo Mosca, si comincia a risolvere l'"intrigo Alejnikov": secondo il vicepresidente della Dimod, Paolo Sinigaglia (presidente della Simod), l'accordo di Spinelli con il SovinterSport - che gestiva tutte le azioni della Dinamo Mosca - è saltato perché da aprile il club sovietico è autonomo e lo stesso Spinelli era stato avvisato nelle settimane precedenti di ciò. Inoltre il prezzo del calciatore è salito e dall'offerta di Spinelli ($ 1,5 milioni, ingaggio compreso per tre anni), la società adesso chiede $ 3 milioni (circa 4,5 miliardi di lire). Alejnikov rimane in Italia fino al 30 luglio, ripartendo il giorno seguente per Minsk, dove gioca una sfida contro la Torpedo. L'indomani, 2 agosto 1989, la Dinamo Minsk si accorda con la Juventus per l'acquisto di Alejnikov, ufficializzato da Mosca il giorno dopo, per 4,2 miliardi di lire. L'accordo prevedeva anche che il calciatore potesse avere due auto della FIAT. Al suo arrivo la stampa lo ribattezza "il ragazzo di Gorki Park". A fine carriera il bielorusso rivela che essendo la Dinamo Minsk sotto il controllo del ministero dell'interno sovietico (come tutte le squadre denominate Dinamo), erano loro a decidere e Alejnikov stesso era un dipendente del ministero dell'interno, gli dissero di firmare il contratto con la Juventus e il giocatore firmò. Firma un triennale, con una clausola che prevedeva che se Alejnikov fosse stato ceduto dopo la prima stagione il club torinese avrebbe dovuto pagare un indennizzo. Alejnikov è uno dei primi calciatori sovietici a lasciare l'URSS per giocare all'estero e arrivando nel club bianconero rafforza il centrocampo. Juventus Alejnikov con gli altri due stranieri della Juventus per la stagione 1989-1990, il compagno di nazionale Zavarov (a sinistra) e il portoghese Rui Barros (al centro) Dopo un buon precampionato, durante il quale comincia a intendersi con l'altro sovietico (di origine ucraina) Oleksandr Zavarov, inizia il campionato sottotono e alla prima giornata pareggia 1-1 in casa contro il Bologna, dimostrando subito di essere un calciatore lento, «legnoso e privo di idee» e facendo una prestazione insufficiente nella partita successiva, vinta contro il Taranto (2-1). In seguito alla vittoriosa trasferta in Polonia contro il Górnik Zabrze (0-1), sfida valida per la Coppa UEFA, i tifosi cominciano a fischiare Alejnikov. Dopo alcune giornate di campionato, i tifosi lo soprannominano Alentikov a causa della sua sorprendente lentezza. Dopo due mesi, è ancora in ritardo di condizione, dimostrando una scarsa forma fisica: le sue uniche prestazioni decenti nella prima parte di stagione arrivano nel successo ottenuto a Parigi contro il PSG (0-1), e nel ritorno giocato a Torino e vinto 2-1, in Coppa UEFA. Nel gennaio 1990 subisce un lieve infortunio, riprendendosi in pochi giorni. Il 22 ottobre 1989 firma il 3-2 che consente alla Juventus di battere in trasferta il Genoa, che lo stava per acquistare tre mesi prima. Contro l'Amburgo, sfida di andata dei quarti di finale di Coppa UEFA, Alejnikov è schierato da libero. Nel corso della stagione riesce a ottenere i favori di Zoff, che a fine stagione sa già di lasciare l'incarico, schierando il sovietico sempre titolare. Dopo essersi ambientato, riesce a esprimere al meglio il suo calcio, collezionando buone prestazioni contro Napoli (1-1), Karl-Marx-Stadt (0-1, Coppa UEFA), Fiorentina (2-2), Colonia (0-0, Coppa UEFA) e Milan (0-1). Verso la fine della stagione, dato che l'URSS si stava preparando per affrontare il campionato del mondo di Italia '90, gli è ordinato di risparmiarsi con il club, evitando troppi sforzi. Dopo la prima finale di Coppa UEFA contro la Fiorentina (vinta 3-1), ammette che è stata la partita più violenta che il bielorusso abbia mai giocato: in questa sfida Alejnikov aveva il compito di marcare il centrocampista cecoslovacco Luboš Kubík. Durante la sfida di ritorno, è costretto, suo malgrado, a giocare da libero, essendo la quarta opzione nel ruolo dietro a Dario Bonetti (squalificato), Fortunato (indisponibile per infortunio) e Tricella (non recuperato completamente): giocando come libero, il ruolo di marcatore di Kubík è assegnato ad Angelo Alessio, riesce a disputare una buona partita, salvando anche un gol al 69'; il pareggio per 0-0 consente alla Juventus di vincere anche la Coppa UEFA. Alejnikov (a sinistra) e Tacconi con la Coppa UEFA vinta in bianconero nella stagione 1989-1990 A fine stagione vince la Coppa UEFA e la Coppa Italia nel 1990 giocando 50 incontri e segnando 3 gol, non riuscendo a integrarsi nella rosa nonostante non abbia problemi di ambientamento e deludendo le aspettative. Con l'arrivo in panchina di Gigi Maifredi, inizialmente la Juventus vorrebbe ricorrere alla clausola che gli consentirebbe di rimandare il bielorusso alla Dinamo Minsk, ma nel luglio seguente il Lecce inizia una trattativa che si conclude nella prima settimana di agosto e che porta alla firma di Alejnikov, che si aggrega subito al ritiro del Lecce guidato dal tecnico Zbigniew Boniek. Passa al Lecce non sapendo nulla della trattativa, perché secondo lo stesso bielorusso, tutti i cartellini dei giocatori della Dinamo Minsk era gestiti da una società di Padova (la Simod, società che l'aveva anche portato in Italia nel luglio 1989, poco prima di firmare per la Juventus) che mandava i giocatori dove voleva e Alejnikov, così come altri calciatori sovietici, non avendo mai avuto un contratto professionistico (non esisteva in Unione Sovietica), non sapeva come comportarsi. In seguito, nel 1993, Maifredi si pentirà di aver ceduto Alejnikov, «impoverendo il centrocampo [della Juventus]». Lecce Il bielorusso è ingaggiato dal Lecce per la sua polivalenza tattica, potendo giocare sia da libero sia da difensore centrale, ruolo nel quale non si trova adeguatamente durante le prime partite della formazione salentina. Nell'aprile 1991 è protagonista di un episodio curioso: quando il tecnico Boniek gli ordina di andare a messa, il bielorusso e Pietro Paolo Virdis si rifiutano e per risposta il polacco offende entrambi pesantemente. Durante il suo periodo di militanza in Puglia, la federcalcio sovietica decide di denunciare il Lecce all'UEFA per aver concesso in ritardo Alejnikov che doveva giocare un incontro con la nazionale (contro l'Ungheria). Nonostante risulti anche decisivo in qualche partita, Alejnikov, come ammesso dallo stesso bielorusso dopo il ritiro, perde stimoli a Lecce. Dopo esser retrocessi in B nella prima stagione, il Lecce è contestato anche durante l'annata successiva, tant'è che nel febbraio 1992 le auto dell'allenatore e dei calciatori leccesi sono prese a sassate: a quella di Alejnikov vengono arrecati i maggiori danni dall'assalto. Nel giugno 1992, non riuscendo a conquistare la promozione in A nella seconda stagione, il contratto con il Lecce scade e il bielorusso si ritrova svincolato. Giappone, Svezia e ritorno in Italia Alejnikov al Lecce nel 1990, mentre osserva un duello tra il compagno di squadra Virdis (al centro) e Vázquez del Torino (a sinistra) Dopo aver trascorso un anno senza squadra restando a vivere a Lecce, nel luglio 1993 firma un biennale con i giapponesi del Gamba Osaka. Dopo un'esperienza nel campionato svedese con l'IK Oddevold nel 1996, nel luglio 1997 si accorda con il Corigliano-Schiavonea chiudendo la sua carriera calcistica in Calabria, in Serie D. Il 17 settembre 1998 si è organizzato un incontro a Minsk per il suo addio al calcio giocato. Nazionale Ha giocato per l'Unione Sovietica, collezionando 73 presenze e 6 gol, dal 1984 al 1991, prendendo parte alla finale degli Europei 1988, persa contro i Paesi Bassi per 2-0, e 4 presenze nella Nazionale di calcio della Comunità degli Stati Indipendenti nel 1992. Ai tempi della Dinamo Minsk è riuscito a integrarsi molto bene nella nazionale sovietica, all'epoca formata per lo più da calciatori della Dinamo Kiev e guidata da Valerij Lobanovs'kyj, che riuscendo a usarlo in ogni zona del campo, lo convocava frequentemente. Inoltre ha guadagnato 4 presenze nella nazionale di calcio della Bielorussia dopo l'indipendenza di questo paese dall'URSS. Alejnikov (a destra) affronta Maradona nella sfida tra Argentina e Unione Sovietica al campionato del mondo 1990 Durante il periodo in nazionale, consegue spesso prestazioni sufficienti. Il 18 giugno 1988 realizza il primo gol nella sfida contro l'Inghilterra (3-1), andando a segno con un'azione personale al 3': fino al 19 giugno 2004, questo è uno dei gol più veloci alle qualificazioni degli Europei - assieme a quelli di Hristo Stoičkov in Bulgaria-Romania 1-0 del 1996, Alan Shearer in Inghilterra-Germania 1-1 del 1996 e Paul Scholes in Portogallo-Inghilterra 3-2 del 2000 -, quando il primato è superato da Dmitrij Kiričenko, che in Russia-Grecia (2-1) sigla il primo gol dopo 2'. Nel novembre 2003 è stato insignito del titolo "Golden Player bielorusso" dalla Federazione calcistica bielorussa come miglior giocatore nazionale degli ultimi 50 anni. Allenatore Inizia la carriera d'allenatore ad Anagni, dimettendosi nel novembre 1998 dopo 11 giornate di campionato e 12 punti conquistati (ultimo posto in classifica), prima di allenare il Pontedera dal giugno 2000 (in Serie C2). In seguito guida anche l'FK Mosca e il Copertino. Durante la sua esperienza ad Anagni cerca di allacciare una collaborazione con la Lazio di Sergio Cragnotti, senza successo. Nel 1999 ottiene il patentino di seconda categoria a Coverciano, avendo la possibilità di allenare tra i professionisti. Dal 2005 al 2007 è stato allenatore nel settore giovanile della Juventus. Nella stagione 2007-2008 allena il NK Kras di Monrupino, ritornandoci nel 2011, dove approda anche il figlio ventenne Artur. Alejnikov è arrivato al Kras dopo aver conosciuto il presidente della società durante un corso a Coverciano. Alla guida della squadra il 13 maggio 2012, vincendo il campionato di Eccellenza, ha conquistato la promozione in serie D. Il 29 ottobre 2012 si dimette dall'incarico. Nell'ottobre del 1999 l'amico e suo ex allenatore Zoff, all'epoca CT dell'Italia, lo convoca nella sede della FIGC per chiedergli consigli riguardo a una partita contro la Bielorussia. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato sovietico: 1 - Dinamo Minsk:1982 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Individuale Calciatore bielorusso dell'anno: 3 - 1984, 1986, 1988
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FABRIZIO MICCOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Fabrizio_Miccoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Nardó (Lecce) Data di nascita: 27.06.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Romario del Salento Alla Juventus 2003-2004 Esordio: 03.08.2003 - Supercoppa italiana - Juventus-Milan 1-1 Ultima partita: 10.08.2004 - Champions League - Juventus-Djurgarden 2-2 39 presenze - 10 reti 1 Supercoppa italiana Fabrizio Miccoli (Nardò, 27 giugno 1979) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ha vestito le maglie di Casarano, Ternana, Perugia, Juventus, Fiorentina, Benfica, Palermo, Lecce e Birkirkara vincendo una Supercoppa italiana nel 2003 con la Juventus e una Supercoppa portoghese nel 2005 con il Benfica. Ha segnato più di 200 reti in carriera, 81 delle quali con il Palermo, squadra di cui è il miglior marcatore di tutti i tempi e il migliore goleador in Serie A con 74 centri. Dei rosanero è anche il giocatore con più presenze in massima serie, 165. Con la maglia del Perugia è stato, invece, capocannoniere della Coppa Italia 2002-2003. Dal 2003 al 2004 ha fatto parte della nazionale italiana, totalizzando 10 presenze e 2 reti. Fabrizio Miccoli Miccoli con la maglia del Palermo nel 2010. Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 16 dicembre 2015 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1992 San Donato 1992-1994 Milan 1994-1996 Casarano Squadre di club 1996-1998 Casarano 57 (19) 1998-2002 Ternana 120 (32) 2002-2003 → Perugia 34 (9) 2003-2004 Juventus 25 (8) 2004-2005 Fiorentina 35 (12) 2005-2007 → Benfica 39 (14) 2007-2013 Palermo 165 (74) 2013-2015 Lecce 41 (16) 2015-2016 Birkirkara 11 (6) Nazionale 1996-1997 Italia U-18 10 (5) 2003-2004 Italia 10 (2) Carriera da allenatore 2020-2021 Dinamo Tirana Vice Biografia Nativo di Nardò, ma originario di San Donato di Lecce, è soprannominato Il Romário del Salento e il Pibe di Nardò. Sposato dal 2002 con Flaviana Perrone, ha due figli, Swami (nata nel 2003) e Diego (nato nel 2008), chiamato così in onore di Diego Armando Maradona. Ha un fratello, Federico (nato nel 1984), anch'egli attaccante, che fu acquistato dal Perugia insieme a lui. Il 24 settembre 2009 è stato insignito della cittadinanza onoraria del comune di Corleone, in provincia di Palermo, per meriti sportivi, riconoscimento revocatogli il 1º luglio 2013 in seguito alle polemiche suscitate dagli insulti proferiti dal giocatore nei confronti di Giovanni Falcone. Gestisce uno stabilimento balneare a Santa Maria di Leuca, mentre a San Donato, il paese di cui è originario, nel 2010 ha aperto una scuola calcio per bambini, l'A.S.D. Fabrizio Miccoli. È stato uno dei testimonial di Nike. Dal settembre 2009 fa parte dell'azienda Pikà insieme all'ex compagno di squadra Giovanni Tedesco. Il 30 novembre 2011 ha stretto un accordo con l'azienda automobilistica francese Citroën: al decimo gol segnato nella stagione 2011-2012 sarebbe diventato designer per la realizzazione di un modello di Citroën DS3 Just Black, da devolvere in beneficenza. È appassionato di wrestling. Un'altra sua passione è il poker Texas hold 'em. Nel gennaio 2010 ha acquistato all'asta per 25 000 euro un orecchino sequestrato a Maradona. In seguito Miccoli ha dichiarato di volerlo restituire al suo proprietario originale, a patto che la consegna avvenisse di persona. Il 26 febbraio 2013 Maradona, in visita a Napoli, in conferenza stampa ha ringraziato Miccoli per aver acquistato il suo orecchino pignorato con l'intento di restituirglielo. Appoggia il Partito Comunista dei Lavoratori e sulla gamba sinistra ha un tatuaggio di Che Guevara. Miccoli ha dichiarato: «Lo avevo visto su Maradona, ma non sapevo chi fosse Che Guevara». Procedimenti giudiziari Il 22 giugno 2013 riceve un avviso di garanzia dalla procura di Palermo per tentata estorsione, concorso in tentata estorsione ed accesso abusivo a sistema informatico (per l'uso di schede telefoniche cellulari intestate a persone ignare); nello stesso contesto le intercettazioni telefoniche rivelano insulti al giudice Giovanni Falcone, qualificato come «fango», durante conversazioni con Mauro Lauricella, il figlio del boss del quartiere Kalsa di Palermo. La FIGC inoltre apre un'inchiesta sul caso. Il 27 giugno seguente Miccoli tiene una conferenza stampa in cui in lacrime chiede scusa «alla città di Palermo» per il proprio comportamento, e il giorno successivo affida al quotidiano la Repubblica una lettera idealmente indirizzata a Falcone stesso, scritta di propria mano. In conseguenza di tali fatti, il 1º luglio il comune di Corleone gli revoca la cittadinanza onoraria. Successivamente, durante la stagione 2013-2014, la Procura Federale della FIGC chiede per lui una giornata di squalifica e un'ammenda di 50 000 euro, quindi il 27 febbraio 2014 viene prosciolto dalla Commissione disciplinare della Federcalcio. Il 20 aprile 2015 viene indagato con l'accusa di estorsione aggravata perché avrebbe contattato sempre Mauro Lauricella per recuperare un credito di 12 000 euro che l'ex fisioterapista del Palermo aveva nei confronti di un imprenditore dopo avergli ceduto la proprietà della discoteca "il Paparazzi" di Isola delle Femmine (PA), di cui era socio il campione del mondo ed ex calciatore rosanero Andrea Barzagli. Nell'ottobre 2017 viene condannato dal tribunale di Palermo a 3 anni e 6 mesi di reclusione, con rito abbreviato, per estorsione aggravata dal metodo mafioso, condanna confermata in appello a gennaio 2020. Il 23 novembre 2021 diventa definitiva la condanna a tre anni e sei mesi, dopo che la seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha confermato la sentenza decisa nel gennaio 2020 dalla Corte di Appello di Palermo per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il giorno successivo si costituisce presso il Carcere di Rovigo. Il 5 Dicembre 2021, in occasione della partita di calcio di serie C Palermo-Monopoli, sono stati uditi cori dagli ultrà della curva nord in favore dell’ex capitano rosanero Fabrizio Miccoli, condannato a tre anni e sei mesi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. A Miccoli è stato dedicato anche uno striscione: “Sempre con te, nativi di Palermo col sangue rosanero”. Non risulta alcun comunicato ufficiale del Palermo Football Club S.p.A. con cui la Società abbia preso le distanze da tale comportamento, che ha avuto risalto su quotidiani a diffusione regionale. Caratteristiche tecniche Trequartista o attaccante tecnico, rapido e scattante, dal tiro potente e ottimo nel dribbling, giocava prevalentemente come seconda punta, posizione dalla quale forniva anche svariati assist. Le sue doti risaltavano soprattutto durante i contropiede, in quanto era molto abile con la palla al piede preferendo allargarsi e partire dall'esterno del campo. Molto freddo sotto porta, era anche rigorista e tiratore di punizioni, solitamente battute con la tecnica della palla a giro sopra la barriera. Era anche molto abile nel gesto tecnico del cucchiaio, simile a quello di Francesco Totti. I rigori li eseguiva interrompendo la rincorsa e facendo delle finte fino a quando non arrivava alla distanza utile per calciare. Carriera Giocatore Club Inizi È talentuoso fin da bambino, tanto che nelle giovanili giocava con ragazzi più grandi: i dirigenti del San Donato, la sua prima squadra, falsificavano i suoi documenti incollando la sua foto in tesserini di altri ragazzini che rientravano nella categoria giusta, come ad esempio un certo Gianluca Luceri, cosicché dei sei anni reali gliene facevano dimostrare otto. Nel 1992, a quattordici anni, entrò nel settore giovanile del Milan, che lo acquistò per dieci milioni di lire, restandovi per due anni. In maglia rossonera si distinse: vinse il campionato nella categoria Giovanissimi segnando 28 gol in una stagione e facendo anche il raccattapalle a San Siro. Nostalgico di casa, decise quindi di tornare, ma nelle giovanili del Lecce, squadra per la quale Fabrizio ha sempre tifato, i dirigenti non poterono garantirgli il posto da titolare in squadra. Passò così, a soli diciassette anni, al Casarano del direttore sportivo Pantaleo Corvino, con cui dapprima vinse uno scudetto con la categoria Berretti, quindi esordì in Serie C1 a 16 anni diventando titolare fin dal suo primo anno, nel quale mise a segno 8 reti. Ripeté anche la stagione successiva i risultati del suo esordio nel calcio professionistico, tanto che nel 1998 fu acquistato dalla Ternana, in Serie B. In quattro stagioni con la Ternana, tutte in serie cadetta, Miccoli realizzò 32 gol, di cui 15 solo nell'ultima stagione: tale cifra è rimasta un record personale per il giocatore fino alla stagione 2009-2010, quando con la maglia del Palermo batte tale risultato; realizza la prima tripletta in carriera nella gara in trasferta contro il Pescara (1-3) nel campionato 2000-2001. Perugia, Juventus e Fiorentina Nell'estate 2002 viene acquistato dalla Juventus, che lo gira in prestito al Perugia del Presidente Luciano Gaucci, con il quale non ebbe un buon rapporto. Coi Grifoni debuttò in Serie A conquistando un nono posto, segnando 9 reti in campionato e 5 in Coppa Italia; queste ultime, che contribuirono a portare i biancorossi allo storico traguardo delle semifinali, gli valsero il titolo di capocannoniere dell'edizione 2002-2003. L'allenatore che lo ha guidato in quella stagione, in cui si è dimostrato rivelazione, era Serse Cosmi, suo mentore e, a detta dello stesso Miccoli, il miglior allenatore che il giocatore abbia mai avuto. Il 21 dicembre 2009 proprio Cosmi guidò la squadra formata da Miccoli per un'amichevole di beneficenza per la raccolta fondi da destinare agli alluvionati di Messina di quasi tre mesi prima. Tornato alla Juventus, giocò un discreto campionato nel quale, pur svolgendo il ruolo di rincalzo, si dimostrò una buona alternativa alle punte titolari Alessandro Del Piero e David Trezeguet. Realizzò 8 reti nel campionato 2003-2004 più una rete in Champions League contro l'Olympiakos. Mai del tutto amato dalla dirigenza bianconera (allora guidata dalla triade Moggi-Giraudo-Bettega), con la quale ebbe diversi screzi, e dopo l'acquisto di Zlatan Ibrahimović da parte dei bianconeri che gli ha chiuso praticamente lo spazio in squadra, nel 2004-2005 fu ceduto a titolo definitivo alla neopromossa Fiorentina per € 14 milioni, e contemporaneamente fu stipulato un accordo di partecipazione per 7 milioni di euro. Solo successivamente dichiarò che la sua annata in bianconero fu «una tragedia». Con la maglia viola disputò un'ottima stagione mettendo a segno 12 reti in 35 partite di campionato, risultando il capocannoniere della sua squadra contribuendo così alla salvezza della stessa ottenuta all'ultima giornata nella vittoria per 3-0 sul Brescia, sbloccando la partita su calcio di rigore. Alcuni mesi prima un suo errore dal dischetto alla lotteria dei rigori sancì l'eliminazione della squadra dai quarti di finale di Coppa Italia contro la Roma. A fine annata viene riscattato alle buste dalla Juventus per 2 milioni di euro contro 1,5 milioni offerti dalla Fiorentina. Il rilancio al Benfica Nella stagione 2005-2006 passò in prestito oneroso (900 000 euro) al Benfica, nel campionato portoghese. Con la squadra di Lisbona si mise in luce anche in Champions League, segnando due gol. Nell'estate 2006 il prestito al Benfica fu rinnovato per un'ulteriore stagione a fronte di un esborso di ulteriori 250 000 euro, nella quale Miccoli scese in campo 22 volte segnando 10 reti in campionato, disputando un campionato di alto livello e diventando uno dei giocatori preferiti della tifoseria del club lusitano. Collezionò 5 presenze e 2 reti in Champions League e 6 presenze e una rete in Coppa UEFA. L'esperienza lusitana è stata però segnata da infortuni a catena che gli hanno fatto pensare seriamente di smettere di giocare, pensiero poi abbandonato grazie al supporto morale della moglie. Palermo Dopo la fine del prestito al Benfica e il rientro alla Juventus, nell'estate 2007 viene acquistato a titolo definitivo dal Palermo per 4,3 milioni di euro pagabili in tre anni. Con Amauri ha formato per una stagione una delle coppie offensive più valide della Serie A. Miccoli durante la militanza nel Palermo I primi gol con la maglia rosanero arrivano alla seconda giornata contro il Livorno, firma una doppietta. Nonostante le buone prestazioni, la sua stagione è costellata da infortuni che non gli garantiscono una buona continuità di forma, chiudendo il campionato con 22 presenze ed 8 reti. Nella stagione 2008-2009 indossa anche la fascia di capitano nella partita giocata al Via del mare contro il Lecce. Il 15 agosto 2009 sigla due reti alla SPAL nel terzo turno di Coppa Italia. Nel novembre seguente, è ufficialmente designato capitano del Palermo. Il 27 marzo 2010, nella vittoria casalinga per 3-1 contro il Bologna, realizza la sua prima tripletta in A, che è anche la prima in maglia rosanero e la seconda in carriera. Segna due reti l'11 aprile seguente in Palermo-Chievo Verona (3-1). Termina l'annata con 22 reti complessive (3 in Coppa Italia) in 38 presenze. Nella stagione 2010-2011 debutta in Europa con la maglia del Palermo nella seconda giornata della fase a gironi di Europa League contro gli svizzeri del Losanna disputata il 30 settembre (sfida vinta 1-0). La sua stagione, che non lo ha visto in perfette condizioni fisiche e mentali, si chiude con 28 presenze e 10 gol fra campionato, Coppa Italia (persa in finale contro l'Inter per 3-1) ed Europa League; molte delle sue reti sono state decisive per le vittorie della sua squadra. Il 28 luglio 2011, in occasione della sfida di andata del terzo turno preliminare di Europa League al Barbera contro gli svizzeri del Thun, realizza su calcio di punizione il suo primo gol internazionale col Palermo che vale il pareggio per 2-2 al 92'. Il 1º febbraio 2012, in Inter-Palermo (4-4), realizza la sua seconda tripletta in rosanero. Il 6 maggio, alla penultima giornata, fa tre gol al Chievo. Chiude la stagione con 30 presenze (28 in campionato e 2 in Europa League) e 17 gol (16 in campionato ed uno in coppa) che lo rendono il miglior marcatore della stagione del Palermo. Realizza anche 12 assist in campionato, risultando secondo in questa graduatoria. Il 18 agosto apre la stagione 2012-2013 con la doppietta nel 3-1 contro la Cremonese in Coppa Italia. In questa annata fa tre reti al Chievo (4-1). Chiude la stagione con 29 presenze in campionato e una in Coppa Italia, mentre le reti sono rispettivamente 8 e 2, l'ultima delle quali all'ultima giornata contro il Parma su punizione: sua è la rete dei rosanero sconfitti per 3-1. Del Palermo è il giocatore con più assist vincenti, nove. In scadenza di contratto, lascia il Palermo dopo sei stagioni con 179 partite e 81 gol. È ritenuto, dalla stampa specializzata, il miglior giocatore della storia del Palermo. Lecce Svincolatosi dal Palermo, il 15 luglio raggiunge un accordo con il Lecce, squadra per la quale ha sempre tifato, militante in Lega Pro Prima Divisione; il contratto, di durata annuale, viene formalizzato il 17 luglio. Della squadra diventa subito il capitano, per decisione del tecnico Francesco Moriero che lo reputa «leader» della squadra. Esordisce in maglia giallorossa il 4 agosto 2013, in Lecce-Santhià (3-0), partita valevole per il primo turno di Coppa Italia, fornendo ad Edoardo Tundo l'assist per la prima rete. Segna il primo gol in giallorosso alla prima giornata di campionato, aprendo le marcature nella gara del 1º settembre persa per 2-1 sul campo della Salernitana. Nell'incontro della quarta giornata, in casa contro il Catanzaro, esce dal campo per infortunio, avendo rimediato uno stiramento all'adduttore. Il 16 marzo 2014 segna una tripletta contro il Pontedera, nella partita vinta per 3-0. La stagione si conclude con la sconfitta del Lecce nella finale dei play-off contro il Frosinone che vale la promozione in Serie B; Miccoli colleziona 24 presenze nella stagione regolare e 3 nei play-off, con 14 reti complessive, a cui si aggiungono le 4 presenze fra Coppa Italia e Coppa Italia Lega Pro. Rimasto svincolato il 30 giugno 2014, l'8 luglio seguente sottoscrive un nuovo contratto con il Lecce per una stagione. In questa annata, chiusa da Lecce al sesto posto, segna in tutto 5 gol in 19 partite. Complessivamente con la maglia del Lecce ha collezionato 50 presenze e 19 gol. Birkirkara Miccoli con la maglia del Birkirkara nel 2015, durante una gara contro il West Ham Utd. Dopo essere stato vicino agli ungheresi dell'Honvéd di Budapest, il 24 giugno 2015 firma un contratto annuale con il club maltese del Birkirkara. Segna il primo gol con la maglia del Birkirkara il 9 luglio 2015, nel match valevole per il primo turno di qualificazione per l'Europa League 2015-2016 contro la squadra armena dell'Ulisses. Segna nuovamente il 23 luglio, nel ritorno del secondo turno contro la squadra londinese del West Ham Utd (vincitrice all'andata per 1-0); la squadra maltese viene sconfitta ed eliminata dal torneo ai tiri di rigore. Termina la propria esperienza nel campionato maltese 2015-2016 con 11 presenze e 6 gol, che si sommano a 4 presenze e 2 gol nei turni preliminari di Europa League. Il 16 dicembre 2015, all'età di 36 anni, si ritira ufficialmente dall'attività agonistica. In carriera conta complessivamente 615 presenze e 220 gol nei club e 10 presenze e 2 gol in nazionale maggiore. Nazionale Nel 1996 esordì con l'Under-18, con cui collezionò 10 presenze in oltre un anno. Approdò in nazionale maggiore sotto la conduzione di Trapattoni. Fece il proprio debutto con l'Italia il 12 febbraio 2003, nell'amichevole vinta per 1-0 allo stadio Luigi Ferraris di Genova contro il Portogallo. Il 31 marzo 2004, sempre contro i lusitani, segnò la sua prima rete (direttamente da calcio d'angolo). Il 17 novembre successivo marcò il gol decisivo nell'amichevole contro la Finlandia (1-0) allo stadio San Filippo di Messina: questa fu anche l'ultima presenza in azzurro. Nel 2010, pur reduce da una positiva stagione con la maglia del Palermo, non fu scelto da Lippi per il mondiale sudafricano. L'attaccante, che non avrebbe comunque potuto rispondere all'eventuale chiamata per un infortunio al ginocchio destro subito nel finale di stagione, espresse più volte la propria delusione per non essere stato convocato. Allenatore e dirigente Il 29 dicembre 2020 viene ingaggiato dalla Dinamo Tirana nelle vesti di vice del neo-allenatore Francesco Moriero. Il 1º marzo 2021 Moriero annuncia le proprie dimissioni, congiuntamente a quelle di Miccoli, lasciando la squadra al primo posto della classifica della Kategoria e Parë. Il 22 luglio dello stesso anno entra nei quadri dirigenziali del settore giovanile della Triestina: si occuperà in particolare della Primavera e fungerà da trait d'union con la prima squadra allenata da Cristian Bucchi. Tuttavia il 30 luglio si dimette a causa di alcuni commenti che rievocavano le sue vicende giudiziarie. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Giovanissimi: 1 - Milan: 1992-1993 Campionato nazionale Dante Berretti: 1 - Casarano: 1996-1997 Competizioni nazionali Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2003 Supercoppa di Portogallo: 1 - Benfica: 2005 Individuale Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 2002-2003 (5 gol)
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RIZA LUSHTA Da quando la Coppa Italia venne istituita, cioè dal 1922 – scrive Dante Grassi su “Hurrà Juventus ” dell'ottobre 1979 – nelle trentuno edizioni che seguirono la Juventus ha fatto naturalmente la parte del leone aggiudicandosene ben sei, vale a dire una percentuale dell’ordine del 19,35. In campionato, e lo aggiungo per gli amanti delle statistiche, la Juventus, nettamente al vertice con i suoi diciotto scudetti su settantasei tornei finora disputati, ha fatto ancora di meglio in quanto la percentuale di successi sale all’incredibile quota di 23,68.Il perché sono partito dalla Coppa Italia per arrivare poi a parlarvi di Riza Lushta è facilmente spiegabile. Proprio il simpatico attaccante di una romantica Juventus degli anni Quaranta fu infatti, come vedremo, uno dei principali artefici del successo (il secondo della serie) conseguito dalla compagine torinese nella coppa di casa nostra, manifestazione che dal 1960 ha ottenuto una valorizzazione internazionale in virtù della Coppa delle Coppe a cui è collegata.Innanzitutto Riza Lushta, che trovo al circolo di Galleria San Federico, tiene a precisarmi com’egli non sia affatto di origine albanese, come invece si era sempre pensato, bensì soltanto proveniente dall’Albania, dove ancora nel 1939 figurava nei ranghi dello Sport Club Tirana prima di approdare al Bari. E con lui in quel Club militava un altro elemento molto noto ai calciofili di un tempo, cioè quel Krieziu che nelle file della Roma doveva contribuire al conseguimento del primo e finora unico scudetto della formazione capitolina.Ma allora, di dov’è esattamente? Chiedo a Lushta: «Sono jugoslavo, nativo esattamente di Mitroca, e da bambino i miei mi portarono in Albania e di qui è sorto l’equivoco. Pensi che anche Krieziu si diceva fosse albanese e invece anche lui, come il sottoscritto, era originario della Jugoslavia. A Tirana frequentai sino al quarto anno di agricoltura ma la passione per il calcio era al di sopra di ogni cosa, così andai allo Sport Club dove ebbi la fortuna di trovare un ottimo allenatore di scuola ungherese. Poi un amico italiano un giorno vedendomi giocare mi disse: “perché non vieni in Italia a provare?” Cosa che feci quasi subito e finii al Bari».Lushta porta con disinvoltura i suoi sessantatré anni; ha conservato, mi dicono quanti lo conobbero allora, la stessa carica di simpatia, quel pizzico di passionalità mediterranea, la loquacità nel discorrere. È il giramondo per eccellenza, ma ha finito col fare ritorno proprio in quella Torino, dove prese avvio tanti anni or sono la sua notorietà: «Sono qui per godermi un poco di tranquillità, diciamo la pensione – soggiunge con una punta di ironia – ma quanto viaggiare! Dopo la Juve, infatti, andai al Napoli, all’Alessandria quindi in Francia, a Cannes, tre stagioni in serie A. Poi gli Stati Uniti ma non più come calciatore bensì per lavoro nel settore degli ascensori, Quando tre anni fa decisi dl rientrare fu naturale per me fermarmi definitivamente in questa città che sento mia».Così ha ripreso i contatti con la sua vecchia società, l’ambiente di allora: «Sì, ma semplicemente come tifoso e credo di essere tra i più appassionati. Mi agito anche troppo. Per questo doso le mie presenze allo stadio».L’occasione per rinfrescare i ricordi allacciando il presente al passato: «Certo che la Juventus di soddisfazioni sa offrirtene a getto continuo; ma, e so anche il perché, è stata immensa la mia gioia quando l’ho vista alla TV la sera in cui ha conquistato la sua sesta Coppa Italia battendo il Palermo nei supplementari. Al goal di Causio per me è stato un ritornare indietro di qualcosa come trentasette anni, pensi che bello! Quando vincemmo noi la Coppa, lo rammento bene, eravamo nel giugno del 1942 e non ci fu molto da soffrire. Eravamo, infatti, in vantaggio di quattro reti quando per il Milan Boffi realizzò il goal della bandiera. Segnai tre volte io, quindi Ciccio Sentimenti su rigore. Ah, che giornata!»Lushta, pur non essendo centravanti di ruolo, se la cavava molto bene con la maglia numero nove sulla schiena, considerato che dopo la sua prima stagione in bianconero quale mezzo sinistro (nove reti) a fianco di Gabetto (sedici), successivamente (1941-42) passò stabile al centro dell’attacco per il fallimento del sudamericano Banfi successore di Gabetto: «Fu quella una stagione positiva per il sottoscritto, anche se finimmo al sesto posto; con sedici reti fui il cannoniere bianconero numero uno ed anche nel mio terzo e ultimo campionato nella Juventus risultati all’altezza della situazione con diciassette reti, due solo in meno di Sentimenti III. Poi l’interruzione bellica».Come giunse alla Juventus? «Fu un caso fortunato. Io ero nel Bari. Nel maggio del 1940 affrontammo la Juventus e vincemmo per 2-1 e la prima rete per i pugliesi fu mia. Borel II, Farfallino, quel giorno era in tribuna, mi ha seguito con attenzione caldeggiando in seguito il mio ingaggio. Anche il Venezia e la Fiorentina mi volevano ma a spuntarla infine fu il presidente di allora il Conte De la Forest».E da quel giorno la sua vita si legò allo “Zebrone”: «Sì, mi è subito piaciuta la Juventus, come società, come stile».Allora si giocava col metodo; quale era il suo compito in quella squadra? «Come già ho detto ero mezzo sinistro ma non mi limitavo a correre e portare palloni. Avevo, infatti, un buon senso della rete che si affinò avendo a fianco elementi della levatura di un Meazza, Borel, Sentimenti III, Locatelli. E prima ancora Colaussi e Gabetto. E con quella difesa che ti trovavi alle spalle era naturale puntare in avanti. Elementi come Parola erano eccezionali. Tutta grande sul piano puramente tecnico quella Juventus ricca di fuoriclasse, se pur la maggior parte avviati oramai sul viale del tramonto. Borel II, Meazza, Colaussi, ad esempio, non erano più quelli di qualche stagione prima. Fu invece un grosso sbaglio la cessione di Gabetto, questo sì. Lui scattava bene, faceva i goal difficili».E lei? «lo ero più tecnico. Anche allora si giocava duro, però si poteva godere di una maggiore libertà d’azione. Se dovessi trovarmi oggi in un’area di rigore col gioco così stretto è certo che non farei bella figura».Lasciamoci il passato alle spalle veniamo al dopoguerra. Di grandi Juventus ne abbiamo ammirate almeno tre. Di queste quale collocherebbe al primo posto? «Non possono esserci dubbi, la squadra degli anni Cinquanta. Era uno spettacolo, da Præst a Boniperti, da John Hansen a Martino e Muccinelli. Non ho molto in mente quella che seguì dei Charles e dei Sivori ma non può esserle superiore». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/riza-lushta.html#more
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RIZA LUSHTA https://it.wikipedia.org/wiki/Riza_Lushta Nazione: Albania Luogo di nascita: Mitrovicë Data di nascita: 02.02.1916 Luogo di morte: Torino Data di morte: 25.01.1997 Ruolo: Attaccante Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1940 al 1944 Esordio: 06.10.1940 - Serie A - Lazio-Juventus 2-2 Ultima partita: 02.04.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Novara 2-0 95 presenze - 56 reti 1 coppa Italia Riza Lushta (Mitrovicë, 2 febbraio 1916 – Torino, 25 gennaio 1997) è stato un calciatore albanese di ruolo attaccante. A lui è dedicato uno degli stadi della sua città natale, utilizzato dal Klubi Futbollistik Trepça 89. Riza Lushta Lushta alla Juventus negli anni 1940 Nazionalità Albania Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1954 Carriera Giovanili 19??-19?? FK Rudar Squadre di club 1934-1939 Tirana 69 (39) 1939-1940 Bari 16 (3) 1940-1945 Juventus 95 (56) 1945-1946 Napoli 27 (6) 1946-1948 Alessandria 47 (17) 1948-1951 Cannes 27 (3) 1951-1952 Siena 27 (4) 1952-1953 Forlì 21 (?) 1953-1954 Rapallo Ruentes 22 (?) Caratteristiche tecniche Lushta era un attaccante dotato di buona tecnica individuale e visione di gioco. Prediligeva il ruolo di mezzo sinistro, ma la buona vena realizzativa lo incoraggiò per una carriera anche da centravanti, nel quale si distinse per l'alto numero di reti realizzate ed una tecnica di base buonissima. Carriera Kosovaro di Mitrovica (alla data della sua nascita parte del Regno di Serbia), si trasferì ben presto con la famiglia in Albania, dove interruppe la scuola di agricoltura per dedicarsi al calcio, sua grande passione. Iniziò la carriera nel FK Rudar, da cui passò allo SK di Tirana, conquistando tre titoli nazionali (1934, 1936 e 1937) e la prima Coppa d'Albania, nel 1939. Giunto in Italia, dopo l'annessione dell'Albania al regno d'Italia, giocò in Serie A nel Bari per una stagione; nel 1940 fu acquistato dalla Juventus, che nella prima stagione lo schierò mezzala sinistra a causa della presenza nel ruolo di centravanti di Guglielmo Gabetto. In seguito alla cessione di Gabetto, divenne il centravanti titolare della formazione bianconera. Con i bianconeri vinse la Coppa Italia 1941-1942 segnando una tripletta nella gara di ritorno della finale, grazie alla quale la Juventus batté in casa il Milan 4-1; nella stessa competizione marcò un totale di otto reti, conquistando la classifica marcatori (primo calciatore non italiano a riuscire nell'impresa). Con la Juventus partecipò anche al Campionato Alta Italia 1944, giocando 5 gare e segnando altrettante reti. Al termine della Seconda guerra mondiale passò al Napoli. Segnò il suo primo gol contro il Bari. La folla esultò così animatamente da far crollare una tribuna dello stadio; si realizzò così la profetica dichiarazione del giornalista dello "Sport del Mezzogiorno" Carlo Di Nanni che, ironizzando sulle brutte prestazioni in campo dell'albanese, aveva affermato: «Quando Lushta segnerà, crollerà lo stadio». In azzurro non si ripete sui livelli raggiunti con la Juventus, anche a causa del livello modesto della squadra, e a fine stagione viene posto in lista di trasferimento. Passò quindi all'Alessandria, dove rimase per due stagioni: nella prima ritrovava con frequenza la via della rete, mentre nella seconda realizzò 4 gol in 21 partite. Dopo una parentesi in Francia nel Cannes, giocò in terza serie con il Siena e in quarta serie con Forlì e Rapallo, chiudendo la carriera nel 1954 a 38 anni. In Serie A disputò complessivamente 170 gare, segnando 68 gol. Dopo il ritiro Abbandonato il mondo del calcio, si trasferì per vent'anni negli Stati Uniti, lavorando per una ditta di ascensori, per poi tornare a Torino, dove verrà a mancare il 6 febbraio del 1997. Lushta è stato sepolto nel Cimitero Parco di Torino. Palmarès Club Campionato albanese: 3 - SK Tirana: 1934, 1936, 1937 Coppa d'Albania: 1 - SK Tirana: 1938-1939 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Individuale Capocannoniere del campionato albanese: 2 - 1936 (11 gol), 1937 (25 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1941-1942 (8 gol)
