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ZLATAN IBRAHIMOVIĆ https://it.wikipedia.org/wiki/Zlatan_Ibrahimović Nazione: Svezia Luogo di nascita: Malmö Data di nascita: 03.10.1981 Ruolo: Attaccante Altezza: 195 cm Peso: 95 kg Nazionale Svedese Soprannome: Ibra - Ibracadabra Alla Juventus dal 2004 al 2006 Esordio: 12.09.2004 - Serie A - Brescia-Juventus 0-3 Ultima partita: 14.05.2006 - Serie A - Reggina-Juventus 0-2 92 presenze - 26 reti 2 scudetti Zlatan Ibrahimović (Malmö, 3 ottobre 1981) è un ex calciatore svedese, di ruolo attaccante. Considerato uno dei calciatori più forti e completi della sua generazione nonché come uno degli attaccanti più forti della storia del calcio, è uno dei marcatori più prolifici di tutti i tempi. È stato inserito per undici volte tra i candidati alla vittoria del Pallone d'oro (dal 2003 al 2005, dal 2007 al 2009 e dal 2012 al 2016) arrivando a ricoprire nel 2013 la quarta posizione alle spalle di Franck Ribéry, Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. A livello individuale è stato inoltre candidato per sei volte al FIFA World Player of the Year/The Best FIFA Men's Player e per due volte all'UEFA Best Player in Europe Award. Vincitore del Golden Foot nel 2012 e del FIFA Puskás Award nel 2013 (grazie all'ultima delle quattro reti segnate contro l'Inghilterra il 14 novembre 2012), è stato nominato calciatore svedese dell'anno in 12 occasioni (record) e per quattro volte sportivo svedese dell'anno (2008, 2010, 2013 e 2015). Nel suo palmares si annoverano due campionati olandesi (2001-2002 e 2003-2004), una Coppa dei Paesi Bassi (2001-2002) e una Supercoppa olandese (2002) con l'Ajax, tre campionati italiani consecutivi (dal 2006-2007 al 2008-2009) con l'Inter e due (2010-2011 e 2021-2022) con il Milan, due Supercoppe italiane (2006 e 2008) con l'Inter e una (2011) con il Milan, un campionato spagnolo (2009-2010), due Supercoppe spagnole (2009 e 2010), una Supercoppa UEFA (2009) e una Coppa del mondo per club (2009) con il Barcellona, quattro campionati francesi consecutivi (dal 2012-2013 al 2015-2016), tre Coppe di Lega francesi consecutive (dal 2013-2014 al 2015-2016), due Coppe di Francia (2014-2015 e 2015-2016) e tre Supercoppe francesi consecutive (dal 2013 al 2015) con il Paris Saint-Germain, una Community Shield (2016), una Coppa di Lega inglese (2016-2017) e una Europa League (2016-2017) con il Manchester Utd. Con la nazionale svedese, di cui è primatista di reti, ha preso parte a due campionati del mondo (2002 e 2006) e a quattro campionati d'Europa (2004, 2008, 2012 e 2016). Zlatan Ibrahimović Ibrahimović nel 2018 Nazionalità Svezia Altezza 195 cm Peso 95 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1º luglio 2023 Carriera Giovanili 1989-1991 Malmö BI 1991-1995 FBK Balkan 1995-1999 Malmö FF Squadre di club 1999-2001 Malmö FF 40 (16) 2001-2004 Ajax 74 (35) 2004-2006 Juventus 92 (26) 2006-2009 Inter 88 (57) 2009-2010 Barcellona 29 (16) 2010-2012 Milan 61 (42) 2012-2016 Paris Saint-Germain 122 (113) 2016-2018 Manchester Utd 33 (17) 2018-2019 LA Galaxy 56 (52) 2020-2023 Milan 64 (34) Nazionale 1999 Svezia U-18 4 (1) 2001 Svezia U-21 7 (6) 2001-2023 Svezia 122 (62) Biografia Ibrahimović con l'attore svedese Persbrandt nel 2005 Ibrahimović nasce a Malmö, nella Svezia meridionale, il 3 ottobre 1981, figlio di immigrati jugoslavi: il padre, Šefik Ibrahimović, è un bosniaco originario di Bijeljina (nell'allora repubblica federata di Bosnia ed Erzegovina), mentre la madre, Jurka Gravić, è una croata di religione cattolica originaria di Prkos, frazione del comune di Škabrnja (nell'allora repubblica federata di Croazia). Dopo la separazione tra i genitori, avvenuta quando Zlatan ha due anni, il tribunale decide per l'affidamento separato della prole, con il futuro calciatore affidato al padre. Vive un'infanzia difficile, caratterizzata da povertà, risse, furti e bullismo. Cresce a Rosengård, sobborgo di Malmö in un quartiere densamente popolato da immigrati. Aveva un fratello di otto anni più grande, Sapko, morto nel 2014 a seguito di una malattia. È sposato dal 2001 con l'ex modella svedese Helena Seger, dalla quale ha avuto due figli. La sua autobiografia, dal titolo Io, Ibra (in svedese Jag är Zlatan Ibrahimović), ha venduto mezzo milione di copie in Svezia e 200.000 in Italia (alla data di Natale 2011), diventando un grande successo commerciale e venendo nominata nel 2012 al Premio August. Ai tempi dell'Inter, con un ingaggio da 12 milioni di euro a stagione, è stato il calciatore più pagato al mondo; secondo quanto riportato dalla rivista France Football, al 2016 risultava al 4º posto, con 28,5 milioni incassati tra stipendio da calciatore e vari sponsor. Nel febbraio 2015 ha aderito con il Paris Saint-Germain a una campagna del Programma alimentare mondiale (World Food Program) finalizzata a sensibilizzare i tifosi sul problema della fame nel mondo, che affligge circa 805 milioni di persone, e, per dare evidenza al progetto, si è riempito tutto il corpo con cinquanta tatuaggi temporanei rappresentanti i nomi di altrettante persone assistite dall'Agenzia della Nazioni Unite. Nell'ottobre dello stesso anno la sua interpretazione dell'inno svedese, in una versione realizzata per uno spot della casa automobilistica Volvo, gli è valso il disco d'oro, ottenendo un gran numero di visualizzazioni su YouTube; inoltre, sempre in ottobre, ha lanciato una sua marca di profumi, chiamata Zlatan Ibrahimović Parfums. Nel novembre 2016 è stata eretta una sua statua presso lo stadio Friends Arena di Stoccolma. Nel novembre 2018 esce il suo secondo libro Io sono il calcio, con testimonianze e racconti di giocatori e allenatori avuti in carriera, da Andrea Pirlo a José Mourinho. Nel novembre 2019 annuncia di aver acquistato una parte delle quote societarie dell'Hammarby, club di Stoccolma che milita nella massima serie svedese. Nel 2021 è ospite da Amadeus per tutte e 5 le serate del 71º Festival di Sanremo. Sempre nel 2021 viene annunciata sul profilo Instagram di Ibra l'uscita di un film su di lui, I am Zlatan (o semplicemente Zlatan), diretto da Jens Sjögren. Caratteristiche tecniche Ibrahimović, contrastato dal difensore francese Clichy, difende il pallone sfruttando la sua prestanza fisica Soprannominato Ibracadabra, è un attaccante completo, di talento e fantasia. Molto potente fisicamente (dote che gli permette una perfetta protezione della palla e facilità nel gioco di sponda), è abile con entrambi i piedi, resistente, agile e dotato di un'eccellente tecnica individuale. Paragonato a Marco van Basten nella prima parte della sua carriera, per l'analoga eleganza nei movimenti, i suoi punti di forza sono il dribbling, lo scatto e la grande potenza e precisione nel tiro: ciò lo rende un pericoloso finalizzatore sia su azione sia su punizione, e un buon rigorista, con 84 rigori realizzati su 100 calciati (84%) al 30 gennaio 2021. Grazie a queste qualità, alla visione di gioco, alla sua abilità nel fraseggio e nel servire assist ai compagni, ha giocato da seconda punta nella prima metà della carriera e successivamente da centravanti, ricoprendo spesso il ruolo di regista offensivo; giocando come prima punta ha inoltre mostrato una buona capacità nel gioco aereo. Avendo praticato da giovane il taekwondo (arte marziale di cui è cintura nera), è particolarmente dotato nel gioco acrobatico, e alcuni suoi movimenti nel colpire il pallone sono stati paragonati alle tecniche proprie delle arti marziali. Carriera Club Inizi e Malmö FF Da giovanissimo entra a far parte della squadra del Balkan, aggregato alla formazione dei ragazzi di due anni più grandi di lui. Tra le sue prestazioni da bambino spicca quella nella partita contro il Vellinge quando, entrato nella ripresa sul risultato di 4-0 per la squadra avversaria, capovolge le sorti dell'incontro segnando gli 8 gol che fissano il risultato finale sull'8-5 per la sua squadra. Nel 1995, all'età di 13 anni, viene acquistato dalla squadra della sua città, il Malmö FF. Il 19 settembre 1999 fa il suo esordio nella Allsvenskan, subentrando contro l'Halmstad, e il 30 ottobre dello stesso anno segna il primo gol contro il Västra Frölunda. Nella stagione successiva, dopo la retrocessione in Superettan, diventa titolare della squadra con cui conquista la promozione in Allsvenskan e di cui risulta il miglior marcatore stagionale con 12 reti in 26 partite. Nella prima partita dell'Allsvenskan 2001, il 9 aprile 2001 contro l'AIK, segna una doppietta, la prima nella massima serie svedese. Fino al 2001 colleziona complessivamente 40 partite e 16 gol tra Allsvenskan e Superettan con il Malmö FF; nel corso dello stesso anno viene inserito nella lista dei 100 migliori giovani calciatori stilata da Don Balón. Ajax Su indicazione dell'osservatore John Steen Olsen, nel 2001 viene acquistato dall'Ajax di Beenhakker per 19,2 milioni di fiorini (7,8 milioni di euro), diventando l'acquisto più costoso nella storia del club. Tuttavia l'affermazione del calciatore avviene sotto la guida tecnica di Koeman. Con l'Ajax debutta nelle competizioni UEFA per club l'8 agosto 2001 nell'andata del terzo turno preliminare di Champions League contro il Celtic (1-3), che elimina l'Ajax relegandolo in Coppa UEFA. Nel corso della stagione, Ibrahimović gioca 33 partite e segna 8 gol, tra cui il golden goal contro l'Utrecht che vale la vittoria della KNVB beker 2001-2002. Nella stagione successiva disputa per la prima volta la fase a gironi della Champions League 2002-2003, segnando una doppietta nella prima giornata contro l'Olympique Lione. Nella competizione europea realizza complessivamente cinque gol, trascinando l'Ajax fino alla qualificazione ai quarti di finale. Il 22 agosto 2004, durante una partita contro il NAC Breda, realizza quella che è stato definito come "il gol più bello della storia dell'Ajax", recuperando la palla da 25-30 metri e dribblando cinque giocatori prima di realizzare la rete. In totale nei Paesi Bassi gioca 106 partite segnando 46 gol e con l'Ajax vince due campionati olandesi (2002 e 2004), la Coppa e la Supercoppa dei Paesi Bassi nel 2002. Juventus Nell'estate 2004 è la Juventus ad acquistare il giocatore per 16 milioni di euro. Nel primo anno in bianconero è decisivo per la conquista del 28º scudetto (titolo poi revocato in seguito a Farsopoli). Diventa ben presto insostituibile, segnando all'esordio in campionato in Brescia-Juventus 0-3, e ripetendosi con marcature importanti, come la doppietta alla Fiorentina o la tripletta al Lecce. L'annata è, però, segnata da alcune intemperanze, come il pestone a Córdoba e la testata a Mihajlović in Juventus-Inter 0-1 del 20 aprile 2005. In campionato colleziona 35 presenze e in totale segna 16 gol, ma non realizza nemmeno una rete in Champions League. Il suo secondo anno alla Juventus è meno brillante. Segna 10 gol (7 in campionato e 3 nella prima fase a gironi della Champions League). La squadra torinese esce contro l'Arsenal nei quarti di finale della manifestazione. Vince una seconda volta il campionato italiano, poi posto sub iudice e assegnato all'Inter a causa di Farsopoli. Inter Ibrahimović e Balotelli durante la gara con il Palermo dell'aprile 2009 Il 10 agosto 2006, in seguito alle vicende dello scandalo del calcio italiano, lascia la Juventus e approda all'Inter, che si aggiudica l'attaccante per 24,8 milioni di euro. Esordisce con i nerazzurri il 26 agosto, nella finale di Supercoppa italiana vinta contro la Roma ai tempi supplementari. Il 9 settembre disputa la sua prima partita in Serie A con l'Inter nella vittoria per 3-2 contro la Fiorentina allo Stadio Artemio Franchi, gara nella quale sigla anche la sua prima segnatura con i meneghini. Tre giorni dopo, invece, arriva l'esordio con l'Inter in Champions League nella partita persa per 1-0 in casa dello Sporting Lisbona. Titolare del reparto avanzato di Mancini, continua a segnare con una certa regolarità – anche nei due derby di Milano. Nell'aprile 2007, a campionato vinto, si fa operare a Rotterdam per un'infiammazione all'adduttore destro. Grazie ai suoi 15 gol in 27 partite, si rivela essere uno dei protagonisti della stagione 2006-2007, conclusasi con la vittoria dello scudetto con cinque giornate di anticipo e i 97 punti finali. È incluso nella squadra ideale del 2007 dalla UEFA, tramite un sondaggio indetto sul proprio sito. Anche nella stagione successiva si conferma punto di forza dei nerazzurri. Il 16 settembre 2007, nella gara casalinga contro il Catania, taglia il traguardo delle 100 partite in Serie A. Oltre a segnare con regolarità in campionato, si sblocca e realizza il primo gol in Champions League con i colori nerazzurri nella partita col PSV, contro cui è autore di una doppietta. Dopo un'assenza di un mese e mezzo (dal 29 marzo 2008), torna a giocare nel secondo tempo della gara dell'ultima giornata di campionato con il Parma, contro cui realizza i due gol decisivi per la vittoria dell'ultima giornata di campionato (ottava doppietta stagionale, record in carriera fino a quel momento), che sancisce la vittoria del sedicesimo scudetto interista e la retrocessione in Serie B dei ducali. Complessivamente ha realizzato 17 reti in 26 partite di Serie A, 22 in 34 se si includono tutte le competizioni. Inizia la sua terza stagione all'Inter vincendo la sua seconda Supercoppa italiana, dopo quella del 2006, sempre ai danni della Roma; la Beneamata trionfa ai calci di rigore, durante i quali Ibrahimović realizza il suo tiro dal dischetto. Riceve l'Oscar del calcio AIC come miglior giocatore e miglior straniero del campionato precedente e anche il premio per il miglior gol dell'anno 2008 (un pregevole colpo di tacco contro il Bologna). I giornalisti de L'Équipe lo inseriscono nella squadra ideale del 2008. A fine stagione coglie un altro scudetto, laureandosi capocannoniere del torneo grazie alle 25 reti messe a segno in 35 partite (record personale da quando milita nel campionato italiano) e venendo premiato dall'AIC come miglior calciatore (straniero e assoluto) della Serie A 2008-2009. Barcellona Ibrahimović in azione contro lo Sporting Gijón in una partita dell'agosto 2009 Il 27 luglio 2009 passa a titolo definitivo al Barcellona in cambio di 49 milioni di euro più il cartellino di Samuel Eto'o (valutato 20 milioni). Debutta il 23 agosto seguente nella partita di Supercoppa di Spagna vinta per 3-0 sull'Athletic Bilbao. Segna la sua prima rete in maglia Blaugrana il 31 agosto, nella vittoriosa partita casalinga contro lo Sporting Gijón (3-0). Con la rete siglata contro il Malaga, nella gara disputata il 29 settembre e vinta per 2-0 dal Barcellona, diventa il primo giocatore nella storia del club catalano ad aver segnato consecutivamente nei primi cinque match di Primera División. Il 20 ottobre segna la sua prima rete in Champions League con i catalani nella sconfitta interna contro il Rubin Kazan (1-2), gara valida per la terza giornata della fase a gironi del torneo. Il 20 gennaio 2010 viene inserito nella Squadra dell'anno UEFA del 2009. Al termine di una stagione altalenante dal punto di vista personale, segnata da divergenze con l'allenatore Pep Guardiola, vince campionato, Supercoppa di Spagna, Supercoppa UEFA e Mondiale per club 2009, uscendo dalla Champions League in semifinale contro l'Inter. Il 14 agosto disputa la sua ultima partita con il Barcellona nella finale di Supercoppa di Spagna 2010 persa 3-1 contro il Siviglia, gara nella quale sigla il gol del momentaneo vantaggio dei catalani. Con i Blaugrana totalizza 22 reti in 46 presenze in tutte le competizioni. Milan Ibrahimović durante una sfida contro il Real Madrid al Santiago Bernabéu Il 28 agosto 2010 Ibrahimović è ceduto al Milan in prestito dal Barcellona, con l'opzione di acquisto a 24 milioni di euro alla fine della stagione. L'attaccante, che sceglie di indossare la maglia numero 11, firma un contratto quadriennale, diventando inoltre uno dei pochi calciatori nella storia della Serie A ad aver giocato sia con la Juventus, che con l'Inter e che con il Milan. Esordisce con la maglia rossonera l'11 settembre in occasione della seconda giornata di campionato nella partita persa per 2-0 in casa del neopromosso Cesena, fallendo un rigore. Il 15 settembre 2010, alla sua prima partita con il Milan in Champions League contro l'Auxerre (2-0), segna le sue prime reti in maglia rossonera. Il primo gol in campionato arriva una settimana dopo, il 22 settembre, nella partita pareggiata 1-1 contro la Lazio all'Olimpico. Il 14 novembre, al primo derby di Milano che gioca a maglie invertite, si rivela subito decisivo siglando su rigore l'1-0 finale contro l'Inter. Nel corso della stagione dimostra un ottimo affiatamento con i compagni di reparto Kevin Prince Boateng e Robinho, insieme ai quali va in gol in due gare consecutive contro il Brescia e il Bologna (entrambe partite terminate 3-0 per il Milan). Sigla la sua prima rete in Coppa Italia con i rossoneri il 20 gennaio 2011, nella vittoria casalinga per 3-0 contro il Bari. In campionato si segnala anche per alcuni comportamenti scorretti, come quando, nell'incontro casalingo del 13 marzo contro il Bari terminato 1-1, viene espulso – e susseguentemente squalificato per tre turni, poi ridotti a due – dopo un colpo allo stomaco ai danni del difensore Marco Rossi. Un'ulteriore squalifica di tre partite gli è stata comminata l'11 aprile a seguito di alcuni insulti rivolti al guardalinee durante l'incontro vinto con la Fiorentina per 2-1. La sua presenza si rivelerà fondamentale per le ambizioni del Milan che, nella gara del 7 maggio che i rossoneri pareggiano 0-0 all'Olimpico contro la Roma, vincerà lo scudetto a due giornate dal termine del campionato. Per lo svedese si tratta dell'ottavo titolo nazionale consecutivo. Conclude la prima stagione in rossonero con un totale di 41 presenze e 21 gol, risultando il miglior marcatore stagionale della squadra. Nel giugno 2011 il Milan lo riscatta dal Barça a titolo definitivo per 24 milioni. Inizia la stagione successiva vincendo la Supercoppa italiana – la sua terza in Italia – il 6 agosto 2011, dopo aver battuto l'Inter per 2-1 e aver segnato anche la rete del momentaneo pareggio rossonero. Sigla la sua prima doppietta in Serie A con i meneghini il 29 ottobre, nella vittoriosa trasferta contro la Roma (2-3). Il 27 novembre, nella gara casalinga vinta contro il Chievo (4-0), raggiunge quota 100 reti nel massimo campionato italiano. Con i suoi gol trascina il Milan al secondo posto in classifica al termine del girone d'andata, a meno uno dalla Juventus campione d'inverno, e, inoltre, si rivela determinante anche per l'esplosione del centrocampista Antonio Nocerino, autore di 11 reti in campionato, con il quale raggiunge un'ottima intesa. Al Gran Galà del calcio del 2011, svoltosi il 23 gennaio 2012, viene insignito del premio come miglior calciatore assoluto della stagione 2010-2011 e inserito nella squadra dell'anno. Il 6 febbraio, in seguito ad uno schiaffo a Salvatore Aronica nella partita contro il Napoli, viene squalificato per tre giornate. Il 15 febbraio sigla su rigore la rete del definitivo 4-0 nell'andata degli ottavi di finale di Champions League contro l'Arsenal, realizzando il suo primo gol nella fase ad eliminazione diretta con una squadra italiana ed eguagliando il suo record di reti nel torneo in una singola stagione (5, come nel 2002-2003 con l'Ajax e nel 2007-2008 con l'Inter). Realizza la sua prima tripletta in maglia rossonera il 3 marzo 2012, giorno del rientro in campo dopo lo stop forzato di tre partite, nella vittoriosa trasferta dei rossoneri contro il Palermo (4-0). A fine stagione è per la seconda volta di fila il miglior marcatore stagionale dei rossoneri con 35 reti in 44 partite di cui 28 in campionato (record personale da quando milita in Italia), che gli valgono il titolo di capocannoniere della Serie A, secondo personale dopo quello del 2009 con l'Inter; diventa inoltre il primo giocatore a vincere la classifica marcatori del massimo campionato italiano con due squadre diverse, nonché della stessa città. Nonostante la stagione sia stato un successo dal punto di vista personale, per la prima volta da quando è in Italia non riesce a festeggiare la conquista del titolo nazionale. Due mesi dopo si conclude bruscamente il rapporto con il club, in quanto, per ragioni di bilancio, la società si vede costretta a vendere il giocatore. Termina, quindi, la sua esperienza con i rossoneri dopo aver collezionato 85 presenze e 56 reti in tutte le competizioni in due stagioni, nelle quali ha vinto uno scudetto e una Supercoppa italiana. Paris Saint-Germain 2012-2014: i titoli di capocannoniere e le vittorie in Ligue 1 Ibrahimović durante la presentazione come nuovo acquisto del Paris Saint Germain Il 18 luglio 2012, a 30 anni, si trasferisce ai francesi del Paris Saint-Germain. Firmando un contratto triennale a circa 14 milioni di euro a stagione, diventa il calciatore più pagato della Ligue 1 e, in quella stagione, il secondo giocatore più pagato al mondo, alle spalle di Eto'o (20,5 milioni di euro annui). I 21 milioni di euro versati dalla squadra francese al Milan per acquistarlo lo hanno inoltre fatto diventare il giocatore complessivamente più costoso considerando tutti i suoi trasferimenti (record detenuto in precedenza da Anelka): dal Malmö al Paris Saint-Germain, passando per Ajax, Juventus, Inter, Barcellona e Milan, il cartellino dell'attaccante svedese è costato complessivamente circa 163 milioni di euro. Essendo la maglia numero 10 già assegnata al brasiliano Nenê, sceglie di indossare la 18. Fa il suo esordio con la squadra francese l'11 agosto seguente, in occasione della partita pareggiata per 2-2 al Parco dei Principi contro il Lorient: in questo match mette a segno due gol. Il 18 settembre 2012, all'esordio in Champions League con la maglia dei parigini, mette a segno la prima delle quattro reti con cui i francesi battono la Dinamo Kiev, nel 4-1 finale. Con questo gol lo svedese diventa il primo giocatore nella storia della competizione ad avere segnato con sei squadre diverse (in ordine cronologico: Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan e Paris Saint-Germain). Termina la stagione con 35 gol segnati di cui 30 in campionato, vinto dal Paris Saint-Germain, che gli valgono il titolo di capocannoniere della Ligue 1. Risulta inoltre anche il miglior assist-man della Champions League con 7 assist e ottiene il premio come miglior giocatore della Ligue 1 nell'ambito dei Trophées UNFP du football. Inizia la stagione 2013-2014 vincendo la Supercoppa di Francia grazie al 2-1 ottenuto il 3 agosto 2013 a Libreville contro il Bordeaux; in questa partita Ibrahimović è autore dell'assist per il gol del pareggio di Ongenda. Il 23 ottobre 2013, nella partita della terza giornata della fase a gironi di Champions League vinta dal Paris Saint-Germain per 5-0 in casa dell'Anderlecht, realizza una quaterna, diventando così il decimo giocatore a segnare 4 gol in una sola partita di Champions League. Il 27 novembre seguente, scendendo in campo contro l'Olympiakos, diventa il diciottesimo calciatore a raggiungere le 100 presenze in Champions League. Conclude la stagione vincendo la Coupe de la Ligue (decisivo il suo contributo), non disputandone però la finale per infortunio, e bissando la vittoria della Ligue 1. A livello personale chiude con 41 reti in 46 partite (massimo personale in carriera), delle quali 26 in campionato che gli valgono il secondo titolo di capocannoniere. Inoltre, ai Trophées UNFP du football, ottiene il titolo di miglior giocatore della Ligue 1 per la seconda volta e il premio per il gol più bello, grazie alla rete realizzata di tacco nella decima giornata contro il Bastia. 2014-2016: i record di gol e i nuovi trionfi domestici Comincia la stagione 2014-2015 con la vittoria della Supercoppa di Francia, risultando decisivo con una doppietta nel 2-0 ai danni del Guingamp. L'8 aprile 2015, grazie a una tripletta nella semifinale di Coppa di Francia vinta per 4-1 sul Saint-Étienne, raggiunge e supera il prestigioso traguardo dei 100 gol segnati in gare ufficiali col Paris Saint-Germain, attestandosi a quota 102 marcature in 124 partite. L'11 aprile segna una doppietta nella finale di Coupe de la Ligue vinta per 4-0 ai danni del Bastia, conquistando così il suo secondo trofeo consecutivo. Il 16 maggio il Paris Saint-Germain vince il terzo campionato di fila, grazie alla vittoria esterna per 2-1 sul Montpellier. Il 30 dello stesso mese arriva anche la conquista della Coppa di Francia, grazie alla vittoria per 0-1 in finale contro l'Auxerre. Ibrahimović esulta dopo un suo gol allo Šachtar nella Champions League 2015-2016 La quarta stagione a Parigi si apre con la vittoria, terza consecutiva, della Supercoppa di Francia grazie al 2-0 ai danni del Lione. Il 4 ottobre seguente, grazie alla doppietta realizzata contro l'Olympique Marsiglia, arriva a quota 110 reti con il Paris Saint-Germain superando il portoghese Pauleta (fermo a 109) e diventando momentaneamente il miglior marcatore della storia del club. Il 4 dicembre successivo, grazie alla prima delle due reti messe a segno nello 0-3 esterno ai danni del Nizza, diventa il miglior marcatore di sempre in campionato con la maglia dei parigini, attestandosi, dopo la seconda realizzazione, a 87 gol e superando il precedente record di Dahleb, fermo a 85. Quattro giorni più tardi, grazie al gol messo a segno nella vittoria di Champions League contro lo Šachtar per 2-0, diviene il miglior marcatore del PSG anche in ambito europeo con 17 reti, superando di una lunghezza il precedente primato di Weah. Il 9 marzo 2016, a seguito del gol realizzato durante il ritorno degli ottavi di finale contro il Chelsea, con cui contribuisce al passaggio del turno della propria squadra, diventa il quattordicesimo calciatore a tagliare il traguardo delle 50 reti in competizioni europee. Quattro giorni più tardi, la vittoria di campionato per 0-9 ai danni del Troyes, nella quale mette peraltro a segno una quaterna, assegna matematicamente con otto giornate di anticipo il titolo al PSG (nuovo record dei cinque principali campionati europei), il quarto consecutivo sia per la squadra sia per lo svedese. Riesce inoltre, grazie alla seconda rete, a conseguire il traguardo dei 100 gol in Ligue 1; la terza marcatura gli permette invece di realizzare, con nove minuti, la tripletta più veloce nella storia del massimo campionato francese. Il 23 aprile si aggiudica la terza Coupe de la Ligue consecutiva, grazie alla vittoria per 2-1 in finale sul Lilla. Il 13 maggio annuncia il suo addio alla società transalpina al termine della stagione. Nell'ultima partita di campionato segna una doppietta al Nantes, chiudendo in testa alla classifica marcatori per la terza volta e fissando con 38 gol il nuovo record di segnature con la maglia del PSG nel massimo campionato francese in una singola stagione, superando di una lunghezza l'allora primato di Bianchi stabilito nel 1977-1978. Il 21 maggio si aggiudica la Coupe de France, ultimo trofeo in maglia parigina, contribuendo con una doppietta al 4-2 ai danni dell'Olympique Marsiglia. Manchester Utd Ibrahimović durante il match dell'Europa League 2016-2017 contro il Rostov Il 1º luglio 2016, a 34 anni, viene ingaggiato a costo zero dal Manchester Utd di Mourinho, firmando un contratto per una singola stagione da 15 milioni di euro. Il 7 agosto gioca la sua prima partita ufficiale con la maglia dei Red Devils nella Community Shield, risultando decisivo siglando la rete del definitivo 2-1 ai danni del Leicester City. L'attaccante svedese va a segno anche all'esordio in campionato del 14 agosto, mettendo a referto la terza rete degli ospiti nella vittoria per 3-1 contro il Bournemouth. Il 29 settembre è sua l'unica rete dell'incontro di Europa League che assegna allo United la vittoria contro lo Zorja: questa marcatura porta Ibrahimović ad aver segnato in campo europeo con ben sette maglie diverse, record condiviso con Mutu e Carew. Il 6 novembre successivo sigla una doppietta nell'1-3 esterno sullo Swansea City: la prima rete risulta essere la numero 25.000 nella storia della Premier League, mentre la seconda la quattrocentesima in carriera con maglie di club. Il 26 febbraio 2017 mette in bacheca il secondo trofeo stagionale, la Coppa di Lega: nella finale col Southampton sigla una doppietta, compresa la rete del decisivo 3-2. Il 20 aprile, durante la sfida di ritorno dei quarti di finale di Europa League, vinta 2-1 sull'Anderlecht, riporta la rottura del legamento crociato anteriore e posteriore del ginocchio destro, che lo costringe a terminare anzitempo la stagione. Nonostante l'infortunio gli impedisca quindi di prendere parte alla successiva finale, il 24 maggio seguente vince il trofeo grazie al successo per 2-0 ottenuto dallo United contro l'Ajax. Al termine della stagione il club inglese non esercita l'opzione per il rinnovo del giocatore, che si svincola il 30 giugno. Il 24 agosto si riaccasa tuttavia ai Red Devils per un'ulteriore annata. Lontano dai campi per sette mesi, Ibrahimović torna a giocare il 18 novembre, subentrando a Martial nei minuti finali della sfida di campionato contro il Newcastle Utd, battuto 4-1. Ritrova il gol nella sconfitta 2-1 di English Football League Cup del 20 dicembre contro il Bristol City, 255 giorni dopo l'ultima realizzazione. Los Angeles Galaxy Ibrahimović con i LA Galaxy nel 2019 Il 23 marzo 2018, rescisso anticipatamente il contratto con il Manchester Utd, approda ai LA Galaxy, club militante nella Major League Soccer. Fa il suo esordio in campionato il 31 marzo successivo contro il Los Angeles FC nel derby di Los Angeles, subentrando al 71' sul risultato di 1-3 e contribuendo con una doppietta alla vittoria in rimonta per 4-3. Il 29 luglio seguente mette a segno la sua prima tripletta con la maglia dei Galaxy, risultando decisivo nella vittoria in rimonta per 4-3 contro Orlando City. La stagione, segnata sul piano personale da un ottimo bottino di 22 reti in 27 partite, vede tuttavia la squadra terminare in settima posizione la Western Conference, non abbastanza per accedere ai play-off per l'assegnazione del titolo: decisiva è la sconfitta interna 2-3 del 28 ottobre contro gli Houston Dynamo. A fine dicembre, Ibrahimović firma con i Galaxy un nuovo contratto da giocatore designato, oltre a diventare capitano della squadra. Nella seconda stagione a Los Angeles totalizza 30 gol in 29 presenze in regular season, contribuendo al raggiungimento del quinto posto in Western Conference e alla conseguente qualificazione ai play-off per il titolo. Dopo aver superato il primo turno contro il Minnesota Utd (2-1), i Galaxy vengono eliminati in semifinale dal Los Angeles FC, nonostante un gol di Ibrahimović nel 3-5 finale. Il 13 novembre 2019 il club e lo svedese comunicano la volontà di separarsi. Ritorno al Milan 2020-2021: il ritorno ad alti livelli Il 27 dicembre 2019 il Milan annuncia di aver trovato un accordo con Ibrahimović per un contratto di sei mesi, con opzione di rinnovo per un ulteriore anno; l'intesa viene formalizzata il 2 gennaio 2020. Lo svedese, tornato a vestire i colori rossoneri quasi otto anni dopo l'ultima volta, sceglie di indossare la maglia numero 21. Debutta – per la seconda volta – in Serie A con il Milan il 6 gennaio 2020 nel pareggio per 0-0 in casa contro la Sampdoria, subentrando a Piątek nel secondo tempo. Cinque giorni dopo realizza il primo gol nel successo esterno contro il Cagliari: con il gol agli isolani, Ibrahimović riesce ad andare a segno in quattro decenni diversi (1990, 2000, 2010 e 2020). L'impatto dello svedese in maglia rossonera è determinante per la risalita in classifica del Milan, che si porta a ridosso dei piazzamenti europei dopo un inizio di stagione deludente. Il 28 gennaio, nella partita vinta 4-2 contro il Torino, realizza la sua prima rete a San Siro e in Coppa Italia da quando è tornato a vestire i colori rossoneri. Il 9 febbraio, con la rete siglata nella gara persa contro l'Inter per 4-2, diventa il marcatore più vecchio di sempre nel derby di Milano all'età di 38 anni e 129 giorni, battendo il precedente record stabilito dal connazionale Nils Liedholm che risaliva al 26 marzo 1961, quando segnò all'Inter all'età di 38 anni e 43 giorni. Il 15 luglio, nella gara casalinga vinta per 3-1 contro il Parma, raggiunge quota 100 partite con il Milan in tutte le competizioni. Sei giorni dopo, nella trasferta vinta contro il Sassuolo (1-2), realizza la sua prima doppietta da quando ha fatto ritorno al Milan. Il 29 luglio sigla due gol nella gara vinta per 4-1 contro la Sampdoria alla penultima giornata, diventando il primo giocatore a segnare 50 reti sia con il Milan che con l'Inter nella storia della Serie A a girone unico. Il 1º agosto, con la rete siglata ai danni del Cagliari nell'ultima partita di campionato, diventa il giocatore più vecchio ad aver segnato almeno 10 gol in una stagione di Serie A, sorpassando Silvio Piola in questa speciale graduatoria. I rossoneri concludono il campionato al 6º posto, con Ibrahimović autore di 11 gol in 20 partite in tutte le competizioni. Murale nei pressi di San Siro raffigurante uno scontro tra Ibrahimović e Romelu Lukaku nel derby del gennaio 2021 Dopo settimane di trattative, il 31 agosto 2020 rinnova ufficialmente il suo contratto con il Milan fino al 30 giugno 2021; lo stesso giorno annuncia anche il cambio di numero della maglia per la stagione 2020-2021, tornando ad indossare la numero 11, la stessa da lui avuta nella prima esperienza in maglia rossonera. Il debutto stagionale avviene in Europa League (prima volta con i rossoneri), nella gara vinta per 2-0 contro gli irlandesi dello Shamrock Rovers, che lo vede mettere a segno una delle due reti che hanno permesso al Milan di passare al terzo turno preliminare. Il 17 ottobre 2020, grazie ad una doppietta messa a segno in meno di cinque minuti, decide il derby della Madonnina, issandosi a 9 reti complessive nella stracittadina milanese e migliorando ulteriormente il proprio record di marcatore più anziano della storia del derby, portandolo a 39 anni e 14 giorni. Con la rete siglata contro il Verona l'8 novembre, diventa l'unico calciatore nella storia del Milan ad aver segnato per sette partite consecutive in Serie A. Il 22 novembre seguente, realizzando una doppietta nella vittoria per 3-1 in casa del Napoli, sale a 10 gol segnati nelle prime 6 presenze stagionali in campionato e diviene il giocatore più anziano a segnare almeno 10 gol nelle prime 8 giornate di Serie A, battendo il precedente primato stabilito da Silvio Piola nel 1942-1943. Durante la partita casalinga contro il Crotone del 7 febbraio 2021, valida per la ventunesima giornata di campionato, segna il 500° e il 501° gol in carriera con le maglie dei club, divenendo il terzo calciatore di questo millennio a raggiungere tale traguardo. Con la rete segnata contro la Fiorentina, nella partita vinta 3-2 dai rossoneri il 21 marzo, diventa il calciatore più anziano ad aver realizzato 15 gol in una stagione di Serie A (39 anni e 169 giorni). Il 22 aprile estende il contratto con i rossoneri fino al giugno 2022. Nonostante la stagione sia stata tribolata dal punto di vista personale, tra svariati infortuni, con 15 reti in 19 presenze di campionato contribuisce significativamente a riportare il Milan in Champions League. 2021-2023: lo scudetto e gli ultimi record Ibrahimović (al centro) al termine di una partita contro il Torino nel 2021 Inizia la stagione 2021-2022 siglando, alla prima presenza, la rete del definitivo 2-0 contro la Lazio: con questa marcatura diventa lo straniero più anziano ad aver segnato in Serie A (39 anni e 344 giorni), superando il portoghese Bruno Alves. Il 16 ottobre 2021, subentrando nel secondo tempo della sfida casalinga contro l'Hellas Verona (3-2), raggiunge le 100 presenze in Serie A con i rossoneri. In seguito alla rete realizzata al termine dell'incontro contro il Bologna disputatosi il 23 ottobre 2021, lo svedese raggiunge un ulteriore, significativo traguardo: è diventato il quarto calciatore nella storia della Serie A a realizzare una marcatura dopo aver raggiunto la soglia dei 40 anni (40 anni e 20 giorni), unendosi al ristretto gruppo formato da Costacurta, Piola e Vierchowod. Poco più di una settimana dopo, il 31 ottobre, con il gol siglato contro la Roma su calcio di punizione taglia il traguardo delle 400 segnature nei campionati nazionali, di cui 150 in Serie A. Al rientro dalla sosta della Serie A dovuta alle partite delle nazionali, realizza due reti nella gara del 20 novembre 2021 contro la Fiorentina, divenendo il calciatore più anziano a realizzare una doppietta nel massimo campionato italiano, record precedentemente detenuto da Francesco Totti. L'11 dicembre seguente, in occasione di Udinese-Milan 1-1, raggiunge quota 300 gol nei primi 5 campionati europei, diventando il terzo a riuscirci negli anni 2000. Dopo una prima parte di stagione in cui gioca con continuità e si rivela ancora decisivo, agli inizi del girone di ritorno perde progressivamente il posto da titolare in favore di Olivier Giroud, suo compagno di reparto, a causa di problemi fisici che lo costringono a saltare diverse partite e a ridurre il suo minutaggio in campo. Il 24 aprile 2022, nella partita vinta dal Milan per 2-1 in casa della Lazio, diventa il giocatore più anziano ad aver mai realizzato un assist in Serie A (a 40 anni 6 mesi e 21 giorni), battendo il precedente record di Totti risalente al 19 febbraio 2017. A seguito della vittoria a Reggio Emilia contro il Sassuolo per 3-0, il 22 maggio vince il suo secondo scudetto con il Milan, undici anni dopo il primo trionfo con i rossoneri. Nonostante il suo apporto per la vittoria del campionato sia stato limitato (8 reti in 27 partite in tutte le competizioni), in questa stagione assurge al ruolo di uomo spogliatoio, rivelandosi fondamentale per la crescita della squadra e dei giocatori più giovani. Tre giorni dopo la vittoria del campionato si sottopone a un intervento chirurgico al crociato anteriore del ginocchio sinistro, che lo costringe a restare fuori dal campo per 7-8 mesi. Il 18 luglio 2022 rinnova per un altro anno il contratto con il Milan, fino al 30 giugno 2023. Dopo aver recuperato dal lungo infortunio, esordisce nella nuova stagione il 26 febbraio 2023 nella vittoria casalinga contro l’Atalanta (2-0), gara nella quale diventa il giocatore di movimento più anziano del Milan ad aver giocato in Serie A (41 anni e 146 giorni) nell’era dei tre punti a vittoria, superando l'ex difensore Costacurta. Il 18 marzo diventa il realizzatore più vecchio nella storia del campionato italiano segnando un gol su rigore coro l'Udinese all'età di 41 anni e 166 giorni e battendo in tal modo il precedente record di Costacurta, andato in rete su calcio di rigore all'età di 41 anni e 25 giorni in Udinese-Milan (2-3) del 19 maggio 2007. Inoltre, nella partita contro i friulani, indossa per la prima volta la fascia di capitano con il Milan, diventando il giocatore rossonero più anziano a portarla al braccio. In seguito a un infortunio al polpaccio destro rimediato il 23 aprile prima di entrare in campo nella gara casalinga contro il Lecce (2-0), termina anzitempo la stagione con un bilancio di una rete in 143 minuti giocati. Il 4 giugno, dopo l'ultima partita di campionato vinta per 3-1 dal Milan in casa contro il Verona, viene accolto dai compagni e dai tifosi sul campo, dove annuncia il ritiro dall'attività agonistica. In totale con i rossoneri ha giocato 163 partite andando a segno 93 volte. Nazionale Dopo aver disputato 4 partite con la Svezia Under-19, esordisce con la nazionale maggiore il 31 gennaio 2001 contro le Fær Øer. Nel corso del 2001 con la Svezia Under-21 prende parte alle qualificazioni all'Europeo di categoria dell'anno seguente, durante le quali disputa 7 partite segnando 6 gol. 2002-2009 Ibrahimović con la maglia della nazionale svedese al campionato del mondo 2006 A 20 anni viene convocato per la fase finale del campionato del mondo 2002 dove disputa 2 gare, una nella fase a gironi contro l'Argentina e l'altra negli ottavi di finale contro il Senegal, che elimina la Svezia ai supplementari con un golden goal di Camara. Si guadagna un posto da titolare accanto a Larsson in vista del campionato d'Europa 2004, dando un fondamentale apporto alla qualificazione della Svezia ai quarti di finale con un gol alla Bulgaria e uno (di tacco) all'Italia. Nei quarti di finale sbaglia uno dei tiri di rigore che condannano la Svezia all'eliminazione in favore dei Paesi Bassi. Più negativo per lui risulta il campionato del mondo 2006, pur avendo contribuito alla qualificazione. La Svezia verrà eliminata per 2-0 dalla Germania agli ottavi, dove Ibrahimović esce acciaccato prima del termine, e il Mondiale si chiuderà per lui senza gol. Il suo rapporto con la nazionale si incrina a fine 2006 quando, dopo essere stato allontanato dal ritiro dal commissario tecnico Lagerbäck nel mese di settembre a causa di una "evasione" notturna assieme ad altri due giocatori per festeggiare il compleanno del compagno Mellberg, decide di rinunciare temporaneamente alle convocazioni. Fa ritorno in rosa solo a fine marzo 2007, per la partita contro l'Irlanda del Nord a Belfast valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 2008. Nelle successive dodici partite di qualificazione non riesce a segnare e tornerà al gol con la maglia della nazionale soltanto il 10 giugno 2008 in Svezia-Grecia 2-0, primo turno del gruppo D; la sua ultima marcatura con la Svezia risaliva all'ottobre 2005. Nella successiva partita contro la Spagna, persa per 2-1, segna il gol del momentaneo pareggio. L'11 ottobre 2008 indossa per la prima volta la fascia di capitano della nazionale svedese, sostituendo l'infortunato Larsson in occasione della gara di qualificazioni ai Mondiali 2010 contro il Portogallo. Torna al gol durante le qualificazioni ai Mondiali 2010 contro Malta, nel match finito 4-0 per la Svezia e anche nella partita successiva contro l'Ungheria regalando alla Svezia la vittoria al 94º, successo che però non porterà la qualificazione ai Mondiali agli scandinavi, che si classificano terzi nel loro girone. 2009-2016 Ibrahimović, capitano della nazionale, entra in campo per la sfida contro la Francia nell'ultima partita della fase a gironi del campionato d'Europa 2012 Dopo la mancata qualificazione al campionato del mondo 2010 Ibrahimović annuncia il ritiro dalla nazionale, salvo poi ripensarci nel luglio successivo facendo il suo ritorno e venendo anche nominato capitano. Torna a indossare nuovamente la maglia della Svezia l'11 agosto 2010 in occasione dell'amichevole contro la Scozia, andando tra l'altro in rete. Nel corso delle qualificazioni all'Europeo 2012 Ibrahimović è il miglior marcatore della squadra con 5 gol in 8 partite. Il 14 maggio 2012 viene convocato dal CT Hamrén per la fase finale del campionato d'Europa 2012 in Polonia e Ucraina. Nella gara d'esordio dell'11 giugno successivo, persa per 2-1 contro l'Ucraina, Ibrahimović segna la rete del momentaneo vantaggio della propria squadra. Il 15 giugno 2012, causa la sconfitta per 3-2 contro l'Inghilterra, la Svezia è aritmeticamente eliminata al primo turno. Il 19 giugno seguente, durante l'ultima partita della fase a gironi giocata contro la Francia e vinta per 2-0, Ibrahimović segna il gol del momentaneo 1-0 con una sforbiciata al volo dal limite dell'area. Nel corso di un'amichevole contro l'Inghilterra svoltasi a Solna il 14 novembre 2012 per inaugurare la Friends Arena e terminata 4-2 per la Svezia, Ibrahimović segna tutte e 4 le reti della propria squadra, l'ultima delle quali con una rovesciata da 30 metri di distanza dalla porta, rimasta sguarnita a seguito dell'uscita del portiere inglese Hart. Per questo gol, nell'ambito delle premiazioni del Pallone d'oro FIFA 2013, vince il FIFA Puskás Award per il gol più bello dell'anno. Il 4 settembre 2014, grazie alla doppietta messa a segno contro l'Estonia, diventa con 50 reti il bomber più prolifico della storia della nazionale svedese, mentre l'8 seguente in occasione del pareggio per 1-1 contro l'Austria, valido per le qualificazioni all'Europeo 2016, raggiunge il traguardo delle 100 presenze in nazionale. Il 14 novembre 2015 sigla una rete nel 2-1 interno contro la Danimarca, valido per l'andata dei play-off, ripetendosi anche tre giorni più tardi con una doppietta nel 2-2 esterno. Grazie alle undici reti messe a segno durante le qualificazioni la Svezia approda agli Europei, risultando inoltre essere il secondo miglior realizzatore, dietro al polacco Lewandowski, primo con tredici gol. Al campionato d'Europa 2016 la Svezia raccoglie un solo punto nelle tre partite del girone: un pareggio per 1-1 contro l'Irlanda e due sconfitte contro Italia e Belgio, entrambe per 1-0, con quest'ultima che gli preclude la qualificazione. Al termine dell'incontro con il Belgio, Ibrahimović, a secco di reti nel torneo, annuncia il proprio ritiro dalla nazionale. 2021-2023 Il 16 marzo 2021 viene reso ufficiale il proprio ritorno in nazionale maggiore a distanza di quasi cinque anni, venendo inserito dal CT Janne Andersson nella lista dei convocati per le partite valide per le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 2022. Disputa il suo primo incontro in maglia gialloblu il 24 marzo seguente, in occasione del successo casalingo per 1-0 sulla Georgia, in cui peraltro fornisce a Viktor Claesson l'assist per il gol vittoria della sua squadra. Tuttavia, a causa di un infortunio subito nel finale di stagione con il Milan, si vede costretto a saltare il Campionato d'Europa 2020. Un anno dopo, il 29 marzo 2022, perde la possibilità di disputare anche il campionato del mondo 2022 a causa della mancata qualificazione della sua nazionale allo spareggio contro la Polonia, gara che ha giocato da subentrato e che ha visto la Svezia sconfitta per 2-0. Il 15 marzo 2023, dopo un anno di assenza, viene convocato per le gare di qualificazione agli europei del 2024 contro Belgio e Azerbaigian. Nove giorni dopo gioca contro i Diavoli rossi, entrando a partita in corso ma non riuscendo ad evitare la sconfitta per 3-0, quella che è stata − a posteriori − la sua ultima partita in nazionale e da professionista. Conclude, quindi, la sua esperienza con la Svezia con 122 e 62 reti, che ne fanno di lui il miglior marcatore di sempre e il sesto giocatore con più presenze. Record Statistiche aggiornate al 20 novembre 2021. Primo calciatore, e unico straniero, ad aver vinto la classifica marcatori della Serie A con due diverse squadre, peraltro della stessa città: Inter (2008-09) e Milan (2011-12). Attualmente divide il primato con Luca Toni e Ciro Immobile. Unico giocatore del Barcellona ad aver segnato consecutivamente nei primi cinque match di Primera División. Unico calciatore svedese ad avere segnato in tre edizioni consecutive degli Europei (Portogallo 2004, Austria-Svizzera 2008, Polonia-Ucraina 2012). Unico svedese ad aver vinto il Guldbollen per dodici volte, di cui dieci consecutive. Calciatore ad aver realizzato più gol con la Nazionale svedese (62). Miglior serie di segnature consecutive in Ligue 1 (9 giornate nel 2015-16, a pari merito con Vahid Halilhodžić). Calciatore ad aver realizzato la tripletta più veloce in Ligue 1 (9 minuti). Calciatore ad aver segnato più gol con la maglia del Paris Saint-Germain in un'unica stagione di Ligue 1 (38, nel 2015-16). Calciatore ad aver segnato più gol con la maglia del Paris Saint-Germain in un'unica stagione (50, nel 2015-16). Uno dei tre calciatori, insieme a Edgar Davids e Sergio Ramos, ad aver totalizzato più espulsioni in Champions League (4). Unico calciatore ad aver vinto 11 campionati in 4 leghe differenti (Eredivisie, Serie A, Primera División e Ligue 1). Unico calciatore ad aver giocato, vinto e realizzato almeno un gol nelle Supercoppe di Italia, Spagna, Francia e Inghilterra. Unico calciatore ad aver segnato al debutto in campionato (Serie A, Primera División, Ligue 1 e Premier League) e in Champions League in 4 leghe differenti. Unico calciatore ad aver segnato almeno un gol nei derby De Klassieker (Olanda), di Milano e d'Italia (Italia), El Clásico e Barceloní (Spagna), Le Classique (Francia) e di Manchester (Inghilterra). Uno dei tre calciatori ed unico in attività, insieme a Mutu e Carew, ad aver segnato con sette squadre diverse in competizioni UEFA per club (Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan, Paris Saint-Germain e Manchester Utd). Unico calciatore ad aver giocato in Champions League con sette squadre diverse (in ordine cronologico: Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan, Paris Saint-Germain e Manchester Utd). Calciatore ad aver segnato più gol con la maglia del Los Angeles Galaxy in un'unica stagione (30, nel 2019). Unico calciatore ad aver segnato 50 gol con le maglie delle due squadre di Milano, Milan e Inter. Calciatore più anziano ad aver realizzato 15 gol in una stagione di Premier League (35 anni e 125 giorni, nel 2016-17). Calciatore più anziano ad aver segnato 10 gol in una stagione di Serie A (38 anni e 302 giorni, nel 2019-20). Calciatore più anziano ad aver segnato nel derby di Milano (39 anni e 115 giorni, il 26 gennaio 2021). Calciatore più anziano ad aver segnato 10 gol nelle prime 8 giornate in Serie A (nel 2020-21). Unico calciatore nella storia del Milan ad aver segnato per sette partite consecutive in Serie A. Calciatore più anziano ad aver realizzato 15 gol in una stagione di Serie A (39 anni e 169 giorni, nel 2020-21). Calciatore straniero più anziano ad aver realizzato un gol in serie A (39 anni e 344 giorni, nel 2021-22). Calciatore più anziano ad aver realizzato una doppietta in Serie A (40 anni e 48 giorni, nel 2021-22). Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato olandese: 2 - Ajax: 2001-2002, 2003-2004 Coppa dei Paesi Bassi: 1 - Ajax: 2001-2002 Supercoppa dei Paesi Bassi: 1 - Ajax: 2002 Campionato italiano: 2 - Juventus: 2004-2005, 2005-2006 Supercoppa italiana: 3 - Inter: 2006, 2008, Milan: 2011 Campionato italiano: 4 - Inter: 2006-2007, 2007-2008, 2008-2009 - Milan: 2010-2011 Supercoppa di Spagna: 2 - Barcellona: 2009, 2010 Campionato spagnolo: 1 - Barcellona: 2009-2010 Campionato francese: 4 - Paris Saint-Germain: 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016 Supercoppa francese: 3 - Paris Saint-Germain: 2013, 2014, 2015 Coppa di Lega francese: 3 - Paris Saint-Germain: 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016 Coppa di Francia: 2 - Paris Saint-Germain: 2014-2015, 2015-2016 Community Shield: 1 - Manchester Utd: 2016 Coppa di Lega inglese: 1 - Manchester Utd: 2016-2017 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Barcellona: 2009 Coppa del mondo per club: 1 - Barcellona: 2009 UEFA Europa League: 1 - Manchester Utd: 2016-2017 Individuale Guldbollen: 12 (record) 2005, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2020 Oscar del calcio AIC/Gran Galà del calcio AIC: 10 Miglior calciatore straniero: 2005, 2008, 2009 Calciatore più amato dai tifosi: 2005 Miglior calciatore assoluto: 2008, 2009, 2011 Miglior gol: 2008 Squadra dell'anno: 2011, 2012 Capocannoniere della Serie A: 2 - 2008-2009 (25 gol), 2011-2012 (28 gol) Miglior giocatore della Supercoppa italiana: 1 - 2011 Europei Top 11: 1 - Polonia-Ucraina 2012 Golden Foot: 1 - 2012 Capocannoniere della Ligue 1: 3 - 2012-2013 (30 gol), 2013-2014 (26 gol), 2015-2016 (38 gol) Trophées UNFP du football: 8 Miglior giocatore: 2012-2013, 2013-2014, 2015-2016 Squadra ideale: 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016 Gol più bello: 2013-2014 FIFA Puskás Award: 1 - 2013 Miglior giocatore della Supercoppa di Francia: 1 - 2014 Capocannoniere della Coupe de la Ligue: 1 - 2014-2015 (3 gol, a pari merito con Cavani, Cissé, Ngakoutou e Viale) Capocannoniere della Coupe de France: 2 - 2014-2015 (4 gol, a pari merito con Mercier, Beauvue e Cavani), 2015-2016 (7 gol) Capocannoniere della English Football League Cup: 1 - 2016-2017 (4 gol, a pari merito con Sturridge) ESM Team of the Year: 4 - 2006-2007, 2007-2008, 2012-2013, 2013-2014 Squadra dell'anno UEFA: 4 - 2007, 2009, 2013, 2014 Jerringpriset: 1 - 2007 L'Équipe Journalist's Best XI: 1 - 2008 Sportivo svedese dell'anno: 4 - 2008, 2010, 2013, 2015 Miglior assist-man della Champions League: 1 - 2012-2013 (7 assist) FIFA FIFPro World XI: 1 - 2013 Squadra della stagione della UEFA Champions League: 1 - 2013-2014 Squadra della stagione della UEFA Europa League: 1 - 2016-2017 Eliason Merit Award: 1 - 2018 MLS All-Star Fan XI: 1 - 2018 MLS Best XI: 1 - 2018 MLS Newcomer of the Year: 1 - 2018 MLS Goal of the Year: 1 - 2018 (L.A. Galaxy-Los Angeles FC, 31 marzo 2018)
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BENEDIKT HÖWEDES È stato molto sfortunato Benedikt Höwedes, il forte difensore tedesco approdato alla Juve nell’estate del 2017. Una catena infinita di guai fisici, lo hanno costretto a frequentare più l’infermeria che il campo da gioco, precludendosi ogni possibilità di riscatto da parte della società bianconera. Arriva in prestito dallo Schalke 04 con tante speranze: «È un privilegio e un onore essere parte di uno dei più grandi club al mondo – dice il giorno della sua presentazione – mi sento benissimo: qui potrò sicuramente passare degli anni fantastici e me li godrò al massimo, potendo giocare al livello più alto possibile e potendo disputare la Champions League. Sami Khedira sarà un importante punto di riferimento per conoscere ancora meglio questa realtà e ci stiamo confrontando anche su dove trovare casa e su cosa poter fare qui a Torino nel tempo libero. È bello averlo al mio fianco: potrà sicuramente darmi degli ottimi consigli. Mi considero un leader, per sei anni sono stato capitano dello Schalke, stesso ruolo che avevo già ricoperto nelle giovanili Qui, però, dovrò innanzitutto adattarmi al meglio e trovare il mio posto nella squadra. La prima impressione è sicuramente ottima: questo è un club molto professionale, in un campionato estremamente competitivo, e sono molto felice di essere qui. Volevo giocare all’estero prima o poi nella mia vita ed ora è arrivato questo momento: mi sono detto che la Juventus potesse essere la strada giusta da percorrere ed eccomi qui. Allo Schalke ho passato 16 anni intensi e fantastici, questo è il mio primo passo all’estero ma qui farò nuove esperienze che già mi allietano e mi rallegrano! Sono un giocatore eclettico e multifunzionale, posso giocare in difesa a tre o a quattro, sia come centrale che come terzino. Al Mondiale del 2014, ad esempio, ho giocato terzino sinistro, ruolo che non avevo mai ricoperto. Molti miei allenatori hanno apprezzato il fatto che io sia spendibile in molte posizioni, che sia sempre disponibile, cosa che farò anche qua». Esordisce in maglia bianconera nel migliore dei modi, il 26 novembre 2017 contro il Crotone. Purtroppo ha la possibilità di tornare in campo solo il successivo 15 aprile, contro la Samp, riuscendo anche a segnare una rete. «Una partita speciale per me, ho giocato la mia seconda gara in campionato e ho anche segnato. I tifosi mi hanno fatto sentire il loro calore, così come la squadra e l’intero staff. Erano molto felici per me, è stato molto bello». Benedikt fa appena in tempo a giocare il big match contro il Napoli e poi torna mestamente nel gruppo degli infortunati. A fine stagione può fregiarsi dello scudetto e della Coppa Italia, nonostante tutto. «Sono molto contento. Io, a livello di club, finora ho conquistato solo una Coppa di Germania». L’avventura bianconera di Höwedes termina qui, con tanti rimpianti per non aver potuto dimostrare appieno il proprio valore. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2019/03/benedikt-howedes.html
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BENEDIKT HÖWEDES https://it.wikipedia.org/wiki/Benedikt_Höwedes Nazione: Germania Luogo di nascita: Haltern am See Data di nascita: 29.02.1988 Ruolo: Difensore Altezza: 187 cm Peso: 82 kg Nazionale Tedesco Soprannome: Benni Alla Juventus nel 2017-2018 Esordio: 26.11.2017 - Serie A - Juventus-Crotone 3-0 Ultima partita: 22.04.2018 - Serie A - Juventus-Napoli 0-1 3 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia Campione del mondo 2014 con la nazionale tedesca Benedikt Höwedes (Haltern am See, 29 febbraio 1988) è un ex calciatore tedesco, di ruolo difensore. Campione del mondo con la nazionale tedesca nel 2014. Benedikt Höwedes Höwedes con la nazionale tedesca nel 2011 Nazionalità Germania Altezza 187 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 31 luglio 2020 Carriera Giovanili ????-2001 Haltern 2001-2006 Schalke 04 Squadre di club 2006-2008 Schalke 04 II 15 (0) 2007-2017 Schalke 04 240 (12) 2017-2018 → Juventus 3 (1) 2018-2020 Lokomotiv Mosca 35 (3) Nazionale 2005-2006 Germania U-18 3 (0) 2006-2007 Germania U-19 16 (0) 2007 Germania U-20 1 (0) 2007-2010 Germania U-21 23 (3) 2011-2017 Germania 44 (2) Palmarès Mondiali di calcio Oro Brasile 2014 Europei di calcio Bronzo Polonia-Ucraina 2012 Bronzo Francia 2016 Europei di calcio Under-21 Oro Svezia 2009 Caratteristiche tecniche Classico esempio della cosiddetta «scuola tedesca» in fatto di difensori, nel corso della carriera si è fatto apprezzare dagli allenatori per il suo essere «spendibile in molte posizioni»: si definisce infatti lui stesso un giocatore «eclettico e multifunzionale», capace di disimpegnarsi indifferentemente in una retroguardia «a tre o a quattro» elementi, «sia come centrale che come terzino». Destrorso, tuttavia dalla succitata polivalenza deriva una discreta abilità anche col piede sinistro. Höwedes (a destra), con la maglia della Germania, alle prese con l'argentino Lavezzi nella vittoriosa finale del campionato del mondo 2014. Il suo ruolo predefinito è quello di stopper, ma spesso è stato schierato con profitto sulla fascia — solitamente a sinistra negli anni a Gelsenkirchen, mentre più frequentemente a destra con la maglia della nazionale —, financo in maniera più sporadica a mediano davanti alla difesa. Come terzino non è un elemento di spinta quanto più «di copertura e di appoggio alla manovra [...] fino alla trequarti avversaria», lasciando di norma i compiti prettamente offensivi agli esterni della formazione. Quando impiegato come centrale, eccelle nella gestione del pallone non patendo la pressione avversaria, e inversamente non diventa infrequente vederlo accompagnare l'azione, financo a inserirsi in area di rigore per battere lui stesso a rete. All'occorrenza riesce a rendersi utile in avanti anche su palla inattiva, grazie a uno dei suoi migliori fondamentali, un colpo di testa di grande potenza. Abile marcatore, ben si disimpegna nei duelli individuali, segnalandosi per uno stile aggressivo ma pulito, raramente falloso: ciò sfruttando un innato tempismo che gli permette, tra le altre cose, di leggere velocemente l'evolversi del gioco. Pur difettando in agilità si dimostra efficace anche nel recupero sul medio-lungo, in virtù dell'esplosività delle sue falcate che gli permette di sottrarre palla spesso in tackle. Quando puntato predilige al contrario lavorare di rimessa, portando l'avversario lontano dalla porta o sul piede debole, e cercando di chiudere eventuali linee di passaggio, anziché forzare l'intervento. Carriera Giocatore Club Schalke 04 Höwedes in allenamento allo Schalke 04 nel 2011 Cresciuto nelle giovanili dello Schalke 04, dove entra all'età di 13 anni, nel 2007 esordisce a 19 anni in prima squadra diventando rapidamente titolare. Höwedes ottiene la consacrazione a livello internazionale nella stagione 2010-2011, quando è tra i protagonisti, insieme a elementi quali Neuer, Draxler, Rakitić, Huntelaar e Raúl, dei competitivi Knappen che raggiungono la semifinale di Champions League: in particolare, il difensore si mette in luce con notevoli prestazioni nel doppio confronto contro i detentori dell'Inter, andando anche in rete nella gara di ritorno. Nella stessa annata trionfa con la squadra in Coppa di Germania, trovando anche il gol nel 5-0 con cui i biancoblù superano in finale il Duisburg. Divenuto nel frattempo capitano dello Schalke 04, nel 2011 solleva la Supercoppa tedesca vinta ai tiri di rigore contro i campioni di Germania del Borussia Dortmund, e con lo stesso Höwedes a realizzare uno dei penalty. Seppur con un rendimento minato nelle stagioni seguenti da qualche infortunio di troppo, il difensore rimane un punto fermo della squadra fino all'estate 2017, quando entra in rotta con il nuovo allenatore Domenico Tedesco chiedendo la cessione, dopo 16 ininterrotti anni a Gelsenkirchen. Juventus e Lokomotiv Mosca Höwedes alla Lokomotiv Mosca nel 2018 Approda quindi in Italia, prelevato in prestito dalla Juventus. La stagione a Torino è tuttavia molto sfortunata sul piano personale, costellata da numerosi guai fisici che lo fermano per gran parte della stessa. Dopo l'esordio in maglia bianconera del 26 novembre 2017, giocando da titolare la vittoriosa sfida interna di Serie A contro il Crotone (3-0), ha modo di tornare in campo solo il successivo il 15 aprile 2018, trovando nell'occasione il suo unico gol con la squadra piemontese, quello del momentaneo raddoppio nella vittoria casalinga di campionato sulla Sampdoria (3-0). Nonostante le poche presenze stagionali, a fine anno ha modo di fregiarsi del suo primo double in carriera. Non riscattato dalla Juventus, nell'estate 2018 fa ritorno allo Schalke che nella stessa sessione di mercato lo cede a titolo definitivo ai russi della Lokomotiv Mosca. Rimane a Mosca per il successivo biennio, vincendo nel 2019 la Coppa e la Supercoppa russa, prima di svincolarsi l'8 giugno 2020 per motivi familiari. Il 31 luglio seguente si ritira dal calcio giocato. Nazionale Tra il 2005 e il 2010 milita nelle varie rappresentative giovanili tedesche. Nel 2009 vince con la Germania Under-21 il campionato europeo di categoria, facendo parte di un gruppo che vede altri promettenti elementi quali Neuer, Hummels, Boateng, Khedira e Özil, destinati a divenire il blocco della Mannschaft nel successivo decennio. Höwedes (n. 4) festeggia con i compagni della Mannschaft durante lo storico Mineirazo al campionato del mondo 2014. Debutta quindi in nazionale maggiore il 29 maggio 2011, nell'amichevole di Hoffenheim vinta 2-1 contro l'Uruguay. Partecipa l'anno seguente al campionato d'Europa 2012 in Polonia e Ucraina, che vede i teutonici semifinalisti, senza tuttavia scendere in campo. Convocato per il campionato del mondo 2014 in Brasile, fa il suo esordio nella partita vinta 4-0 contro il Portogallo, indossando poi la maglia di titolare per il resto della rassegna, che porta i tedeschi in finale: il 13 luglio 2014 si laurea campione del mondo dopo la vittoria sull'Argentina per 1-0 ai tempi supplementari. Viene convocato per il campionato d'Europa 2016 in Francia, venendo confermato titolare per tutto il cammino della Germania che, come quattro anni prima, s'interrompe in semifinale. Dopo il ritiro Il 4 agosto 2021 viene assunto come dirigente dalla DFB. Palmarès Club Coppa di Germania: 1 - Schalke 04: 2010-2011 Supercoppa di Germania: 1 - Schalke 04: 2011 Coppa Italia: 1 - Juventus: 2017-2018 Campionato italiano: 1 - Juventus: 2017-2018 Coppa di Russia: 1 - Lokomotiv Mosca: 2018-2019 Supercoppa di Russia: 1 - Lokomotiv Mosca: 2019 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - Svezia 2009 Campionato mondiale: 1 - Brasile 2014 Individuale Selezione UEFA dell'Europeo Under-21: 1 - Svezia 2009
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KINGSLEY COMAN «Voglio solo dire grazie. Grazie a tutti per tutto. Ho fatto solo un anno ma è stato un anno fantastico che non dimenticherò mai. E non so se ci rivedremo. In bocca al lupo. Forza Juve». Laconiche parole per un saluto che ha il sapore dell’addio. Kingsley Coman nasce a Parigi, il 13 giugno 1996 e cresce come calciatore nella compagine parigina, con grande felicità del padre, da sempre tifoso del PSG. Coman è un’ala molto veloce, con una tecnica sopraffina e la capacità di calciare in modo preciso sia con il piede destro che con quello sinistro. Brucia tutte le tappe, è il più giovane debuttante nella Ligue 1 nella partita persa dal PSG contro il Sochaux per 2-3, il 17 febbraio 2013. Kingsley ha anche un caratterino non male, tanto è vero che l’anno dopo decide di non rinnovare il proprio contratto con la compagine francese. Anticipando tutti i concorrenti, la coppia Marotta-Paratici si aggiudica le prestazioni del giovane talento transalpino, il quale esordisce in Serie A alla prima giornata di campionato, nella vittoria di Verona contro i clivensi per 1-0. Coman è schierato da Allegri come seconda punta e la sua prestazione è suntuosa, sfiorando in più occasioni la rete. Scende in campo anche nella partita successiva contro l’Udinese, entrando dalla panchina, poi comincia a vedere il manto erboso sempre più raramente. Allegri crede nelle sue capacità, ma ha paura di “bruciarlo” e, comunque, la concorrenza è terribile: Tévez è inamovibile, Morata è esploso definitivamente e non smette più di segnare, Llorente e Matri scalpitano, inevitabile che tocchi a lui sedersi in panchina. Ha, comunque, la soddisfazione di segnare la sua prima e unica rete in bianconero, nella goleada di Coppa Italia contro il Verona. Alla fine della stagione le sue presenze sono venti, anche se poche sono le partite giocate da titolare. Kingsley, in questa prima stagione bianconera, mostra grandissime capacità tecniche, ma il suo talento rimane inespresso. Come dire: tanto fumo e poco arrosto. Si spera che possa consacrarsi definitivamente nella stagione successiva: le premesse sono buone, Coman gioca titolare nella Supercoppa Italiana vinta contro la Lazio e nella partita successiva contro l’Udinese. Ma, a sorpresa, il 30 agosto 2015 viene ceduto in prestito al Bayern Monaco per sette milioni di euro, con diritto di riscatto fissato a ventuno milioni. Considerato il grande investimento da parte del sodalizio bavarese, difficile pensare di rivederlo a Torino. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/10/kingsley-coman.html
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KINGSLEY COMAN https://it.wikipedia.org/wiki/Kingsley_Coman Nazione: Francia Luogo di nascita: Parigi Data di nascita: 13.06.1996 Ruolo: Attaccante Altezza 180 cm Peso 76 kg Nazionale Francese Soprannome: - Alla Juventus dal 2014 al 2016 Esordio: 30.08.2014 - Serie A - Chievo-Juventus 0-1 Ultima partita: 23.08.2015 - Serie A - Juventus-Udinese 0-1 22 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia 1 supercoppa italiana Kingsley Junior Coman (Parigi, 13 giugno 1996) è un calciatore francese di origine guadalupese, centrocampista o attaccante del Bayern Monaco e della nazionale francese con la quale è stato vicecampione d'Europa nel 2016 e vicecampione del mondo nel 2022. Kingsley Coman Coman in azione al Bayern Monaco nel 2019 Nazionalità Francia Altezza 181 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Squadra Bayern Monaco Carriera Giovanili 2002-2005 Sénart-Moissy 2005-2014 Paris Saint-Germain Squadre di club 2012-2014 Paris Saint-Germain 3 (0) 2014-2015 Juventus 22 (1) 2015- Bayern Monaco 178 (37) Nazionale 2011-2012 Francia U-16 9 (0) 2012-2013 Francia U-17 8 (3) 2013 Francia U-18 6 (1) 2013-2014 Francia U-19 7 (2) 2014-2015 Francia U-21 9 (2) 2015- Francia 47 (5) Palmarès Mondiali di calcio Argento Qatar 2022 Europei di calcio Argento Francia 2016 Biografia Coman è figlio di una coppia francese originaria della Guadalupa. Nel luglio 2017 è stato sottoposto a fermo per violenza domestica nei confronti di una sua ex fidanzata; nel settembre dello stesso anno si è dichiarato colpevole davanti alla giustizia francese, accettando di corrispondere un risarcimento alla vittima. Caratteristiche tecniche È un esterno offensivo o un trequartista molto tecnico, agile e veloce, è considerato uno dei giovani più promettenti nel panorama europeo della sua generazione. Nonostante il destro naturale, si trova a suo agio partendo da sinistra vista la predisposizione a rientrare verso l'interno dell'area. Incursore, bravo nei passaggi, realizza diversi assist, ha un ottimo dribbling e va anche in pressing rientrando ad aiutare a centrocampo. Carriera Club Paris Saint-Germain Coman muove i primi passi nel Senart-Moissy. All'età di otto anni si unisce al settore giovanile del Paris Saint-Germain, indirizzato da suo padre che era un sostenitore del club parigino. Compie tutta la trafila del vivaio, facendosi notare dagli addetti ai lavori nel corso della Youth League. Vince per due volte il premio Titì d'Or, assegnato ogni anno al miglior giovane calciatore francese. Il 17 febbraio 2013 esordisce con la prima squadra del PSG nella partita di Ligue 1 persa per 2-3 contro il Sochaux, divenendo così il più giovane debuttante in Ligue 1 nella storia dei capitolini, all'età di sedici anni, otto mesi e quattro giorni. Al termine della stagione successiva decide di non rinnovare il suo contratto con i parigini e rimane quindi svincolato. Juventus Coman in azione alla Juventus nel 2015 Nell'estate 2014, a diciotto anni, passa a titolo definitivo agli italiani della Juventus. Il calciatore esordisce in bianconero il 30 agosto successivo, giocando da titolare la partita inaugurale del campionato, una vittoria 1-0 in casa del Chievo; mette poi a referto il primo gol in maglia juventina il 15 gennaio 2015, siglando il definitivo 6-1 al Verona nella sfida valevole per gli ottavi di Coppa Italia. Al termine dell'annata a Torino, pur facendo parte delle seconde linee del club, può fregiarsi del double campionato-coppa nazionale, giocando anche uno scorcio della finale di Champions League persa dai bianconeri contro il Barcellona. Inizia la stagione 2015-2016 tra le file juventine, vincendo l'8 agosto a Shanghai la Supercoppa italiana contro la Lazio. Bayern Monaco Il 30 agosto 2015 si trasferisce in prestito biennale ai tedeschi del Bayern Monaco per 7 milioni di euro, con diritto di riscatto fissato a 21 milioni. Kingsley Coman in allenamento al Bayern Monaco nel 2017 L'impatto con la realtà tedesca è inizialmente migliore dei precedenti, tanto che Coman, anche sfruttando le assenze di compagni di reparto quali Götze, Robben e Ribéry, nella prima parte di stagione si guadagna un proprio spazio nell'organico dei bavaresi, anche godendo della fiducia del tecnico Josep Guardiola; nel corso dell'annata trova anche il gol contro la sua ex squadra bianconera, nel vittorioso retour match degli ottavi di Champions League. Chiude la sua prima stagione in Germania con la conquista del suo secondo double nazionale consecutivo. È invece negativa la seconda annata ai Roten, col giocatore scavalcato nelle gerarchie del nuovo allenatore Carlo Ancelotti; ciò nonostante vince il suo secondo titolo tedesco, e il 27 aprile 2017 il Bayern Monaco esercita l'opzione di acquisto a titolo definitivo del giocatore. Nelle tre annate successive vince altrettanti campionati, diventando gradualmente un elemento sempre più importante nell'economia della squadra, nonostante alcuni seri infortuni che non cessano di frenarne l'impiego con continuità; in particolare nel 2018, reduce dall'ennesimo stop fisico della sua pur giovane carriera, arriva a paventare il possibile ritiro dall'attività agonistica. Da qui in avanti, al contrario, la situazione fisica di Coman va parzialmente a migliorare, fino ad arrivare alla stagione 2019-2020 in cui mette il sigillo al treble bavarese, assurgendo a match winner della finale di Champions League vinta a Lisbona contro la sua ex squadra del Paris Saint-Germain. Dopo la vittoria europea rimane centrale nelle dinamiche della squadra bavarere, ciò nonostante il suo fisico non smette di riservagli problemi: nel settembre 2021 deve sottoporsi a un'operazione al cuore per risolvere un'aritmia cardiaca. Nazionale Il 2 giugno 2014, all'età di diciassette anni, esordisce con la Francia Under-21 nell'amichevole vinta per 6-0 contro i pari età di Singapore, realizzando anche una rete. Esordisce con la nazionale maggiore il 13 novembre 2015, nell'amichevole di Saint-Denis contro la Germania, nella sera degli attentati di Parigi che coinvolgono anche lo Stade de France, sede della gara. Il 12 maggio 2016 viene convocato dal commissario tecnico Didier Deschamps per il campionato d'Europa 2016 giocato in casa. Per via di un infortunio alla caviglia non ha potuto prendere parte al campionato del mondo 2018 poi vinto dalla nazionale francese. Convocato per il campionato del mondo 2022, pur non rientrando nell'undici titolare di Deschamps ha comunque modo di scendere in campo in sei occasioni nel corso della manifestazione, saltando unicamente la semifinale, vinta dai transalpini 2-0 sul Marocco; il 18 dicembre seguente, subentra a Ousmane Dembélé al 40' della finale contro l'Argentina, persa ai tiri di rigore, epilogo nel quale Coman fallisce il suo tentativo dal dischetto. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato francese: 2 - Paris Saint-Germain: 2012-2013, 2013-2014 Supercoppa francese: 1- Paris Saint-Germain: 2013 Coppa di Lega francese: 1 - Paris Saint-Germain: 2013-2014 Campionato italiano: 1 - Juventus: 2014-2015 Coppa Italia: 1 - Juventus: 2014-2015 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2015 Campionato tedesco: 7 - Bayern Monaco: 2015-2016, 2016-2017, 2017-2018, 2018-2019, 2019-2020, 2020-2021, 2021-2022 Coppa di Germania: 3 - Bayern Monaco: 2015-2016, 2018-2019, 2019-2020 Supercoppa di Germania: 6 - Bayern Monaco: 2016, 2017, 2018, 2020, 2021, 2022 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Bayern Monaco: 2019-2020 Supercoppa UEFA: 1 - Bayern Monaco: 2020 Coppa del mondo per club: 1 - Bayern Monaco: 2020 Individuale Miglior giocatore della finale di Champions League: 1 - 2020
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GONZALO HIGUAÍN https://it.wikipedia.org/wiki/Gonzalo_Higuaín Nazione: Argentina Luogo di nascita: Brest (Francia) Data di nascita: 10.12.1987 Ruolo: Attaccante Altezza: 184 cm Peso: 89 kg Nazionale Argentino Soprannome: El Pipita - El Pipa - Golzalo Alla Juventus dal 2016 al 2018 e dal 2019 al 2020 Esordio: 20.08.2016 - Serie A - Juventus-Fiorentina 2-1 Ultima partita: 07.08.2020 - Champions League - Juventus-Olympique Lione 2-1 149 presenze - 66 reti 3 scudetti 2 coppe Italia Gonzalo Gerardo Higuaín (Brest, 10 dicembre 1987) è un calciatore argentino, attaccante dell' Inter Miami. Con la nazionale argentina è stato vicecampione del mondo nel 2014 e vicecampione d'America nel 2015 e nel 2016. Ritenuto uno degli attaccanti più prolifici della sua generazione, con 36 reti nel corso del campionato 2015-16, ha stabilito il record di reti segnate in Serie A in una singola stagione, superando di una marcatura il precedente primatista Gunnar Nordahl, e venendo eguagliato da Ciro Immobile nella stagione 2019-20. Il suo trasferimento dal Napoli alla Juventus, avvenuto nel luglio 2016 per 90 milioni di euro, è stato all'epoca il più costoso nella storia della Serie A. In carriera ha conquistato tre campionati spagnoli (2006-07, 2007-08, 2011-12), due Supercoppe spagnole (2008 e 2012) e una Coppa di Spagna (2010-11) con il Real Madrid, una Coppa Italia (2013-14) e una Supercoppa italiana (2014) con il Napoli, tre campionati italiani (2016-17, 2017-18 e 2019-20) e due Coppe Italia (2016-17 e 2017-18) con la Juventus, una UEFA Europa League (2018-19) con il Chelsea. Ha totalizzato 75 presenze con la nazionale argentina, della quale è il sesto calciatore assoluto sia nel computo totale dei gol realizzati (31) sia per quanto riguarda le marcature nei campionati del mondo (5). Gonzalo Higuain Higuaín in nazionale nel 2018 Nazionalità Argentina Altezza 184 cm Peso 89 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra Inter Miami Carriera Giovanili 1997-2005 River Plate Squadre di club 2005-2007 River Plate 35 (13) 2007-2013 Real Madrid 190 (107) 2013-2016 Napoli 104 (71) 2016-2018 Juventus 105 (55) 2018-2019 → Milan 15 (6) 2019 → Chelsea 14 (5) 2019-2020 Juventus 44 (11) 2020- Inter Miami 64 (26) Nazionale 2008 Argentina olimpica 2 (1) 2009-2018 Argentina 75 (31) Palmarès Mondiali di calcio Argento Brasile 2014 Copa América Argento Cile 2015 Argento Stati Uniti 2016 Biografia È figlio d'arte: il padre Jorge, ex difensore, ha trascorso quasi per intero la propria carriera in Argentina, tranne un anno nel Brest; Gonzalo nacque nell'omonima città francese proprio nel corso di quell'anno. Sua madre, Nancy Zacarías (1957-2021) era una artista e pittrice di origini medio orientali. Ha tre fratelli, Nicolás, Lautaro e Federico; quest'ultimo era anch'egli un calciatore professionista e giocava insieme a lui all'Inter Miami. È soprannominato El Pipita, nomignolo che trae origine dal soprannome del padre, detto El Pipa per via del naso pronunciato. Trascorre i primi mesi della sua infanzia in Francia, quindi fa ritorno in terra argentina poiché il padre viene ingaggiato dal River Plate. All'età di 10 mesi viene ricoverato per venti giorni in ospedale a causa di una meningite fulminante, curata appena in tempo, ed è costretto per diversi anni ad assumere quotidianamente dei medicinali per eliminare ogni traccia della malattia. Nel 1998 tornò per breve tempo in Francia, quando accompagnò il padre impegnato in una ricerca di giovani talenti per conto dell'allora commissario tecnico della nazionale argentina, Daniel Passarella. Sarebbe stato proprio lo stesso Passarella, otto anni dopo, a concedere al giovane Higuaín una maglia da titolare e l'occasione di mettersi in mostra con il River. Caratteristiche tecniche È un «attaccante d'area di rigore», forte fisicamente e abile con entrambi i piedi. Oltre ad essere un eccellente finalizzatore, è propenso ai ripiegamenti a centrocampo, con cui contribuisce alla fase difensiva; è inoltre dotato di un'ottima visione di gioco, che gli consente di risultare decisivo anche come uomo assist. Pur essendo in possesso di buoni mezzi tecnici, è più concreto che elegante. Dinamico e determinato, ha nell'emotività il suo principale punto debole. Diego Armando Maradona ha affermato di rivedere in Higuaín alcune caratteristiche dei connazionali Hernán Crespo e Gabriel Batistuta, definendolo un attaccante completo e abile nei movimenti smarcanti. Carriera Club Gli esordi e il River Plate Dopo essere rientrato dalla Francia insieme alla sua famiglia, Higuaín muove i primi passi in ambito calcistico tra le file dell'Atlético Palermo, club dell'omonimo quartiere di Buenos Aires, da cui il River Plate lo acquista all'età di 10 anni. Dopo aver effettuato la trafila delle giovanili, a 17 anni il tecnico Leonardo Astrada lo fa debuttare in prima squadra il 29 maggio 2005 nella sconfitta interna per 1-2 contro il Gimnasia (LP) al Monumental. In questo scorcio di stagione colleziona altre 3 presenze. Poco utilizzato dal successivo tecnico del River Plate, Reinaldo Merlo, trova spazio con maggiore continuità con l'approdo di Daniel Passarella alla guida tecnica del River Plate. Realizza la prima rete il 12 febbraio 2006 nel 3-1 ai danni del Banfield, mentre in Coppa Libertadores realizza una doppietta contro il Corinthians, decisiva nel 3-2 finale a favore del River Plate. Il River Plate cede quindi il 50% del suo cartellino al club svizzero del Locarno, espressione di un gruppo di investitori internazionali, per circa 8 milioni di dollari. Autore di cinque reti nel torneo di Apertura 2006, l'8 ottobre 2006, con una doppietta guida il River Plate alla vittoria per 3-1 nel Superclásico contro il Boca Juniors. Real Madrid 2006-2009: i due campionati consecutivi e la prima Supercoppa spagnola «Il suo talento è grande quasi quanto la sua umiltà.» (Ramón Calderón, allora presidente del Real Madrid, al momento della presentazione di Higuaín alla stampa internazionale) Higuaín al Real Madrid nella stagione 2009-10 Le ottime prestazioni con la maglia del River Plate proiettano l'attaccante argentino in Europa e il 14 dicembre 2006, pochi giorni dopo aver compiuto 19 anni, viene acquistato a titolo definitivo dal Real Madrid per la cifra di 13 milioni di euro, su indicazione dell'allenatore Fabio Capello, firmando un contratto di sei anni e mezzo a decorrere dal gennaio seguente. Debutta con il Real Madrid l'11 gennaio 2007 nella gara di Coppa del Re contro il Betis, valida per gli ottavi di finale e terminata 0-0, disputando l'intera partita. Firma la prima rete il 24 febbraio seguente nel derby contro l'Atlético Madrid, realizzando il gol del definitivo 1-1 all'Estadio Vicente Calderón. Tre giorni prima aveva esordito nella massima competizione europea, la Champions League, partendo da titolare nella gara contro il Bayern Monaco, valida per l'andata degli ottavi di finale e vinta dal Real Madrid per 3-2. In campionato realizza il secondo gol siglando il definitivo 4-3 ai danni dell'Espanyol decisivo nella conquista del titolo spagnolo. Nella stagione seguente, con il nuovo allenatore Bernd Schuster alla guida del Real Madrid, stenta a trovare continuità di prestazioni, chiuso da Raúl e van Nistelrooij, con il tecnico tedesco che lo schiera sovente anche fuori ruolo, dichiarando di "non sapere dove metterlo" e arrivando a dubitare soprattutto delle reali capacità realizzative del giocatore. Vince nuovamente il campionato facendo registrare 8 reti in 25 partite. Con l'avvento in panchina di Juande Ramos riesce finalmente a trovare continuità d'impiego e un rendimento di altissimo profilo. Il 24 agosto 2008 vince la Supercoppa di Spagna siglando il gol del momentaneo 4-1 ai danni del Valencia nella gara di ritorno al Santiago Bernabéu (la partita si sarebbe poi conclusa 4-2 in favore dei Blancos). In questa stagione, complice un grave infortunio occorso a van Nistelrooij, consolida il suo ruolo nell'undici titolare del Real Madrid e riesce a trovare continuità d'impiego e un rendimento d'alto profilo. Il 26 ottobre realizza la sua prima doppietta stagionale, sempre in Liga, contribuendo al 3-2 finale nella gara contro l'Athletic Bilbao. L'8 novembre realizza invece la sua prima quaterna in carriera ai danni del Málaga. In totale realizza 22 reti e 9 assist in 35 partite, affermandosi come miglior marcatore stagionale della squadra. 2009-2011: il successo nella Copa del Rey 2011 Higuaín durante un derby di Madrid della stagione 2010-11 Nel campionato 2009-10 arriva il cileno Manuel Pellegrini come nuovo allenatore del Real Madrid, con cui l'attaccante argentino instaura un buon rapporto. Il 14 marzo 2010 segna una tripletta nella gara di ritorno contro il Real Valladolid. A fine stagione si conferma miglior cannoniere del Real Madrid con 27 reti, una in più del nuovo compagno di squadra Cristiano Ronaldo, grazie alle quali è anche vice-capocannoniere della Liga alle spalle di Lionel Messi, che ne sigla 34. Nell'intera stagione mette a segno 29 reti in 40 partite tra campionato e coppe. Il 7 giugno 2010 rinnova il contratto con il Real Madrid fino al 2016, anche se con l'arrivo dell'allenatore portoghese José Mourinho sulla panchina del Real Madrid viene utilizzato con meno continuità. Il 3 novembre entra nella storia del club spagnolo siglando, ai danni del Milan, la rete numero 700 del Real Madrid nella massima competizione europea, prima squadra a raggiungere tale cifra per quanto concerne i gol realizzati. L'11 gennaio 2011 viene sottoposto a un intervento chirurgico per la rimozione di un'ernia del disco, operazione che lo tiene lontano dai campi di gioco per tre mesi. Il 20 aprile, pur non scendendo in campo, conquista la sua prima Coppa del Re, superando in finale il Barcellona 1-0 al termine dei supplementari. Al termine dell'annata segna 13 gol in 25 presenze tra campionato e coppe. 2011-2013: la vittoria della Liga e la seconda Supercoppa spagnola Higuaín nella stagione 2011-12 Il 24 marzo 2012 raggiunge quota 100 gol con il Real Madrid. Il 21 aprile il Real Madrid conquista la Liga battendo 2-1 il Barcellona al Camp Nou. Higuaín conclude la stagione siglando 22 reti, riprendendosi il posto in squadra dopo che l'anno precedente era stato utilizzato da Mourinho con scarso minutaggio. Con Benzema (21 reti) e Cristiano Ronaldo (46) forma in questa stagione il tridente d'attacco più prolifico nella storia del Real Madrid e della Liga spagnola. Il 29 agosto 2012 Higuaín si aggiudica la Supercoppa di Spagna ai danni del Barcellona, aprendo le marcature nella gara di ritorno a Madrid, terminata 2-1 per i padroni di casa, i quali si aggiudicano il trofeo in virtù della regola dei gol fuori casa. Alternatosi a Benzema nel ruolo di titolare, a fine stagione esprime, di comune accordo con la società, la volontà di lasciare il Real, che lascia dopo sei stagioni e mezzo con sei trofei vinti, 264 partite giocate e 121 reti realizzate. Napoli 2013-2015: Coppa Italia e Supercoppa italiana Il 27 luglio 2013 viene acquistato a titolo definitivo dal Napoli per 37 milioni di euro più 3 di bonus. Sceglie la maglia numero 9. Higuaín con la maglia del Napoli, in un frangente della Supercoppa italiana 2014. Esordisce con il Napoli e nel campionato italiano il 25 agosto contro il Bologna. Mette a segno la sua prima rete in campionato la settimana seguente contro il Chievo. Il 3 maggio 2014 seguente vince il suo primo trofeo con il Napoli, conquistando la Coppa Italia, superando nella finale dello Stadio Olimpico di Roma la Fiorentina per 3-1. Conclude la stagione con 24 reti in 46 presenze tra campionato e coppe, risultando il capocannoniere stagionale della propria squadra. Il 22 dicembre si aggiudica ai tiri di rigore la Supercoppa italiana contro la Juventus, dopo che i tempi regolamentari e supplementari erano terminati sul 2-2: nel corso dell'incontro Higuaín si era peraltro reso autore di una doppietta. In merito a un episodio verificatosi il 10 maggio 2015 al termine del pareggio 2-2 contro il Parma, Higuaín, infastidito da una presunta perdita di tempo, pronuncia frasi ingiuriose all'indirizzo della squadra emiliana; il giudice sportivo Gianpaolo Tosel gli commina quindi una multa di 10 000 euro. Higuaín in azione contro il Dnipro nelle semifinali di UEFA Europa League 2014-2015 Il 31 maggio al San Paolo, nell'ultima gara di campionato contro la Lazio, decisiva per la qualificazione ai preliminari di Champions League, realizza la doppietta che vale la rimonta da 0-2 a 2-2, fallendo tuttavia il rigore del possibile 3-2 per i padroni di casa; dopo questo errore dal dischetto, il quarto stagionale, i biancocelesti realizzano altri due gol, conquistando la vittoria e la conseguente qualificazione alla massima competizione europea. Conclude la stagione con 29 reti in 58 presenze tra campionato e coppe, confermandosi per il secondo anno consecutivo il capocannoniere stagionale del Napoli. 2015-2016: il record di gol in Serie A L'8 novembre in Napoli-Udinese, terminata 1-0 in favore dei padroni di casa, realizza il suo 200º gol in carriera in squadre di club. Il 30 novembre segna una doppietta contro l'Inter nel 2-1 conclusivo, permettendo alla squadra di conquistare la vetta solitaria della classifica, a venticinque anni dall'ultima volta. Nel corso della stagione raggiunge alcuni traguardi significativi: entra nella top ten dei migliori marcatori della storia del Napoli, toccando quota 70 reti complessive; va a segno per sei giornate consecutive, eguagliando la striscia positiva di Maradona nella stagione 1987-88; supera inoltre il proprio primato personale di gol segnati in una stagione (27) e le 29 reti di Cavani, fino ad allora il miglior cannoniere stagionale nella storia degli azzurri (limitatamente al campionato). Nella gara contro l'Udinese, persa per 3-1, raggiunge le 100 presenze in Serie A e realizza il trentesimo centro stagionale; nella partita è tuttavia protagonista di una reazione scomposta verso l'arbitro Massimiliano Irrati, che lo aveva espulso per somma di ammonizioni; ciò determina la squalifica di Higuaín per quattro giornate, poi ridotte a tre a seguito del ricorso presentato dal Napoli. Il 14 maggio, nel 4-0 dell'ultima giornata contro il Frosinone, realizza la tripletta che gli consente di chiudere il campionato con 36 reti in 35 partite, vincendo la classifica marcatori e superando il record assoluto di reti in un singolo campionato italiano, fino ad allora detenuto da Nordahl nella stagione 1949-50, ed eguagliando inoltre quello di Rossetti che resisteva dal 1928-29, quando il campionato si disputava a più gironi. Il record sarà successivamente eguagliato da Ciro Immobile nella stagione 2019-20. Juventus Higuaín durante la sua prima esperienza alla Juventus nel 2017 Il 26 luglio 2016 viene acquistato a titolo definitivo dalla Juventus per un costo di 90 milioni di euro, anche qui sceglie la maglia numero 9; il suo trasferimento risulterà il più costoso nella storia della Serie A fino al luglio 2018, quando la Juventus acquisterà Cristiano Ronaldo dal Real Madrid per 100 milioni. Il 20 agosto bagna con un gol l'esordio in campionato con la casacca bianconera — cosa che non gli era riuscita nel triennio in azzurro — fissando il punteggio sul 2-1 finale nella vittoria interna sulla Fiorentina. Il 10 settembre, alla prima da titolare, firma una doppietta nei primi 10 minuti nel 3-1 ai danni del Sassuolo. Il 27 dello stesso mese sigla la prima marcatura con i bianconeri in Champions League, realizzando la seconda rete nello 0-4 esterno contro la Dinamo Zagabria. Il 29 ottobre segna la rete del definitivo 2-1 proprio contro la sua ex squadra, il Napoli, non esultando in segno di rispetto per la società partenopea. In seguito a un periodo di appannamento sottorete, l'11 dicembre ritrova il gol in campionato siglando una doppietta nell'1-3 del derby contro il Torino. Il 28 febbraio 2017 trova il primo gol in Coppa Italia con la formazione torinese nella semifinale d'andata, realizzando la seconda rete nel 3-1 dello Stadium sul Napoli. Il 17 maggio mette in bacheca la Coppa Italia, primo trofeo in maglia bianconera nonché terzo consecutivo per la formazione di Massimiliano Allegri, in seguito alla vittoria per 2-0 sulla Lazio nella finale di Roma; quattro giorni dopo, con il successo 3-0 allo Stadium sul Crotone, arriva anche, con una giornata di anticipo, il sesto titolo italiano di fila che permette a Higuaín di conquistare il primo double nazionale, al contempo terzo di fila per la Juventus, e soprattutto alla squadra di battere dopo 82 anni il record della Juve del Quinquennio. Non riesce invece l'affermazione europea in Champions League, dove il 3 giugno i bianconeri cedono nella finale di Cardiff 1-4 contro il Real Madrid: per Higuaín, in campo internazionale, si tratta della quarta finale persa su quattro disputate tra club e nazionale. I primi mesi della seconda stagione a Torino vedono un Higuaín volto maggiormente al servizio della squadra, seppur riesca a trovare il gol con meno frequenza; ciò nonostante il 28 ottobre è sua la doppietta che vale il successo 0-2 contro i rivali del Milan: la prima marcatura risulta inoltre essere la centesima nel massimo campionato italiano. Il 4 febbraio 2018 arriva invece la prima tripletta in maglia bianconera, nel roboante 7-0 interno sul Sassuolo. Così come l'anno precedente per Higuaín si ripete il double domestico (a cui ha contribuito anche segnando il goal del definitivo 3-2 in rimonta contro l'Inter a Milano), secondo consecutivo per l'attaccante e al contempo quarto di fila per la Juventus: i bianconeri si impongono infatti il 9 maggio nella finale di Coppa Italia con un netto 4-0 sul Milan — quarta affermazione in successione e nuovo primato nel calcio italiano —, conquistando quattro giorni più tardi anche il settimo scudetto consecutivo grazie al pareggio esterno a reti bianche contro la Roma. Prestiti a Milan e Chelsea Il 2 agosto 2018 Higuaín viene ceduto in prestito oneroso annuale al Milan, per 18 milioni di euro, con diritto di riscatto a favore dei rossoneri fissato a 36 milioni. Esordisce in maglia rossonera il 25 dello stesso mese al San Paolo, nella sconfitta per 3-2 contro il Napoli. La prima marcatura arriva il 16 settembre, quando segna la rete del definitivo 1-1 nella trasferta contro il Cagliari; quattro giorni più tardi arriva invece il primo gol europeo con la nuova squadra, nella gara d'esordio in Europa League sul campo del F91 Dudelange (0-1). Higuaín al Chelsea nel 2019 L'esperienza di Higuaín al Milan, caratterizzata da 8 gol in 22 presenze, si rivela tormentata e al di sotto delle aspettative. In occasione del match di campionato casalingo del Milan proprio contro la Juventus (vinta dai bianconeri per 2-0), l'attaccante argentino dapprima si fa parare un calcio di rigore da Szczęsny e poco dopo viene espulso per proteste. Il 16 gennaio il calciatore disputa solo gli ultimi venti minuti della partita di Supercoppa italiana persa a Gedda contro la Juventus, ufficialmente a causa delle precarie condizioni fisiche, ufficiosamente perché al centro di un "caso" di calciomercato. Sarà la sua ultima presenza in rossonero: il 23 gennaio 2019 Milan e Juventus si accordano per risolvere anticipatamente il prestito e contestualmente il giocatore passa con la stessa formula al Chelsea (che rileva le condizioni del Milan), dove ritrova Maurizio Sarri come allenatore. Higuaín debutta con il Chelsea in FA Cup il 27 gennaio 2019 in casa contro lo Sheffield Wednesday. Tre giorni dopo debutta in Premier League nella partita persa per 4-0 sul campo del Bournemouth. Segna i primi gol in maglia Blues il 2 febbraio, nella partita di campionato vinta per 5-0 in casa contro l'Huddersfield Town, in cui realizza una doppietta. Nei mesi successivi non rende all'altezza delle aspettative alternandosi con Olivier Giroud. Pur non scendendo in campo, il 29 maggio 2019 vince l'Europa League, il suo primo trofeo europeo, grazie al successo in finale contro l'Arsenal a Baku. Alla fine della stagione la sua proprietà non viene riscattata dal club londinese. Ritorno alla Juventus Higuaín nella sua seconda esperienza juventina, prima della trasferta di Mosca per la UEFA Champions League 2019-2020. Il 1º luglio 2019 fa definitivamente ritorno alla Juventus, dove nel frattempo è approdato in panchina Maurizio Sarri, tecnico che l'argentino ritrova per la terza volta in carriera. Il successivo 31 agosto ritorna al gol, segnando ancora una volta alla sua ex squadra, il Napoli — il sesto complessivo —, marcando il punto del 2-0 nella partita poi vinta per 4-3. Il 1º ottobre ritorna al gol in UEFA Champions League — che mancava dal 7 marzo 2018 — nel 3-0 interno contro il Bayer Leverkusen, e pochi giorni dopo segna il gol del definitivo 2-1 in casa dell'Inter. Saranno 8 le sue marcature stagionali dell'argentino, nel nono campionato di Serie A vinto consecutivamente dai bianconeri — record assoluto nella storia della Serie A e dei maggiori campionati nazionali d'Europa —: in una difficile stagione, Higuaín non riesce a mantenersi sui livelli sottorete del passato, rigenerandosi tuttavia come «play offensivo» e uomo-squadra. In questa stagione da comunque un contributo importante con 44 presenze e 11 reti in tutte le competizioni. Ciò nonostante, con l'arrivo del nuovo allenatore Andrea Pirlo nell'estate 2020, l'attaccante non rientra più nei piani della società torinese, sicché il 17 settembre 2020 si arriva a una risoluzione consensuale del contratto. Inter Miami Il 18 settembre 2020 Higuaín si accorda con l'Inter Miami, club statunitense militante nella Major League Soccer, che lo tessera come designated player. Debutta dieci giorni dopo nella sconfitta contro il Philadelphia Union, nella quale si rende negativamente protagonista sbagliando un calcio di rigore e sfiorando una rissa. Il 7 ottobre realizza la prima rete in MLS, segnando su calcio di punizione il definitivo 1-2 a favore della sua squadra contro il N.Y. Red Bulls. Nazionale In possesso inizialmente della sola cittadinanza francese, nel novembre 2006, a 19 anni non ancora compiuti, viene convocato nella nazionale francese dal commissario tecnico Raymond Domenech, che lo aveva notato grazie alla doppietta messa a segno nel derby contro il Boca Juniors, ma rifiuta la convocazione. Decide tuttavia di non rinunciare al passaporto francese — e allo status di comunitario — per non precludersi la possibilità di giocare per una squadra europea, cosa che conseguentemente gli impedisce di rispondere alla chiamata delle nazionali giovanili argentine. Nel 2007 acquisisce il passaporto argentino, conservando entrambe le nazionalità. Il 6 febbraio 2008 gioca un'amichevole non ufficiale con la maglia dell'Argentina olimpica, siglando una doppietta nel 5-0 ai danni del Guatemala. Non viene tuttavia convocato per i Giochi olimpici di Pechino 2008 a causa di pregressi screzi con la federcalcio argentina, dovuti al suo rifiuto di partecipare al Mondiale Under-20 del 2007. Il commissario tecnico Domenech gli offre nuovamente la convocazione, ma il giocatore oppone un altro rifiuto. Higuaín (di spalle) festeggia con i compagni di nazionale la tripletta alla Corea del Sud al campionato del mondo 2010 Nel 2009, dopo aver preso in considerazione l'ipotesi di accettare la convocazione nella nazionale francese, viene convocato dal commissario tecnico dell'Argentina Maradona per le gare contro Perù e Uruguay, valide per le qualificazioni al Mondiale 2010: debutta il 10 ottobre 2009 contro il Perù, a 21 anni e dieci mesi, bagnando l'esordio con una rete. L'anno seguente va a comporre il parco attaccanti della Argentina nella fase finale della massima competizione internazionale in Sudafrica. Il 17 giugno 2010, nella seconda partita del girone B del torneo, realizza la sua prima tripletta con la maglia dell'Argentina nella gara terminata 4-1 per l'Argentina contro la Corea del Sud, risultando il miglior giocatore dell'incontro. In passato solamente due giocatori argentini erano riusciti nell'impresa di segnare tre reti in una sola partita nella storia dei Mondiali: si tratta di Stábile nel 1930 (contro il Messico) e di Batistuta nel 1994 (contro la Grecia) e nel 1998 (contro la Giamaica). Va a segno anche negli ottavi di finale contro il Messico, quindi l'Argentina viene eliminata nei quarti perdendo 4-0 contro la Germania. Il 25 giugno 2011 viene inserito dal nuovo CT Sergio Batista nella lista dei ventitré convocati in vista della Copa América disputata in Argentina. I padroni di casa vengono eliminati nei quarti di finale dall'Uruguay al termine dei calci di rigore: proprio nello stesso match, conclusosi sull'1-1, Higuaín mette a segno l'unica rete personale del torneo, realizzando anche il proprio tentativo nella sequenza conclusiva dagli undici metri, risultato poi ininfluente sull'esito finale. In occasione delle qualificazioni al Mondiale 2014 contribuisce alla vittoria dell'Argentina nel girone sudamericano realizzando complessivamente nove reti. Convocato da Alejandro Sabella per la fase finale della competizione, nella gara d'esordio del torneo serve l'assist per il gol di Messi nella vittoria per 2-1 sulla Bosnia ed Erzegovina. Il 5 luglio segna nei quarti di finale la rete decisiva nella vittoria per 1-0 contro il Belgio, che garantisce la qualificazione in semifinale per l'Argentina dopo ventiquattro anni. A fine partita si è aggiudicato il titolo di miglior giocatore dell'incontro. Nella finale contro la Germania, persa per 1-0 al termine dei supplementari, è protagonista in negativo, fallendo una nitida occasione da rete a pochi passi dal portiere tedesco Neuer, vedendosi inoltre annullare un gol per fuorigioco. Higuaín e il tedesco Schweinsteiger nella finale del campionato del mondo 2014 Il 25 maggio 2015 viene inserito dal CT Gerardo Martino nella lista dei ventitré convocati in vista della Copa América da disputarsi in Cile. Nel corso del torneo va a segno due volte: nella terza e ultima gara della fase a gironi contro la Giamaica e nella semifinale contro il Paraguay. L'Albiceleste tuttavia viene sconfitta in finale dal Cile ai rigori, dopo lo 0-0 scaturito al termine dei tempi regolamentari e supplementari. Suo è uno degli errori dagli undici metri che consente agli avversari di vincere la manifestazione. Il 20 maggio 2016 viene convocato da Martino per la Copa América Centenario negli Stati Uniti; nel corso della competizione realizza quattro reti: due nel 4-1 inflitto al Venezuela nei quarti di finale e due nella semifinale vinta 4-0 contro gli Stati Uniti. Gioca da titolare anche la finale, che vede l'Argentina nuovamente sconfitta ai rigori dal Cile, in un remake dell'edizione precedente: nel match, conclusosi nuovamente a reti bianche, si rende protagonista in negativo, fallendo una buona occasione davanti al portiere cileno Bravo. Il 6 ottobre 2016 Higuaín segna la prima rete nel 2-2 esterno contro il Perù: questa risulterà essere la sua unica marcatura durante le qualificazioni ai Mondiali 2018 in Russia, al termine delle quali l'Argentina riesce non senza affanni ad ottenere il pass mondiale, terminando al terzo posto il proprio girone. Convocato per l'evento, l'esperienza nel torneo per Higuaín e compagni si rivela deludente, con l'attaccante argentino che resta a secco di reti, collezionando appena tre presenze di cui solo una da titolare. Superata a fatica la fase a gironi, il cammino dell'Albiceleste si ferma infatti già agli ottavi di finale, battuta 4-3 dalla Francia, gara dalla quale Higuaín resta peraltro escluso. Il 28 marzo 2019 annuncia il proprio ritiro dalla nazionale. Record In Serie A Calciatore ad aver segnato più reti (36) in una singola stagione del campionato italiano, a pari merito con Ciro Immobile. Nel Napoli Uno dei due calciatori, assieme a Diego Armando Maradona, ad andare a segno per sei giornate consecutive nel campionato italiano. Calciatore ad aver segnato più reti (36) in una singola stagione di Serie A. Nella nazionale argentina Uno dei tre calciatori argentini, assieme a Guillermo Stábile e Gabriel Batistuta, ad aver segnato una tripletta in una partita del campionato mondiale di calcio. Palmarès Higuaín con il trofeo della UEFA Europa League 2018-2019 vinta al Chelsea Club Competizioni nazionali Campionato spagnolo: 3 - Real Madrid: 2006-2007, 2007-2008, 2011-2012 Supercoppa di Spagna: 2 - Real Madrid: 2008, 2012 Coppa di Spagna: 1 - Real Madrid: 2010-2011 Campionato italiano: 3 - Juventus: 2016-2017, 2017-2018, 2019-2020 Coppa Italia: 3 - Napoli: 2013-2014 - Juventus: 2016-2017, 2017-2018 Supercoppa italiana: 1 - Napoli: 2014 Competizioni internazionali UEFA Europa League: 1 - Chelsea: 2018-2019 Individuale Premio Clarín Deporte: 1 - 2006 Equipo Ideal de América: 1 - 2006 Squadra della stagione della UEFA Europa League: 2 - 2013-2014, 2014-2015 Gran Galà del calcio AIC: 3 - Squadra dell'anno: 2014, 2016, 2017 Capocannoniere della Serie A: 1 - 2015-2016 (36 gol) Gol più bello dell'Europa League: 1 - 2015-2016 ESM Team of the Year: 1 - 2015-2016
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GONZALO HIGUAÍN «Tante battaglia insieme, tantissimi gol, spesso decisivi – scrive il sito ufficiale juventino –. Ora le strade di Gonzalo Higuain e della Juventus si separano. Il Pipita, dopo aver conquistato il suo terzo Scudetto, sveste la maglia bianconera. L'avventura di Gonzalo alla Juve era cominciata nell'estate 2016, con un grande impatto: miglior marcatore e giocatore più utilizzato in una stagione chiusa con la conquista dello scudetto e della Coppa Italia, double bissato l'anno seguente. E a partire dal suo esordio, datato 20 agosto 2016, Higuain è il secondo miglior marcatore della squadra in tutte le competizioni, oltre che il sesto miglior marcatore in Champions League. Il Pipa fin dall'inizio ha saputo entrare nei cuori dei tifosi bianconeri grazie a quella voglia irrefrenabile di essere decisivo e trovare il gol. Quella stessa voglia, che gli ha permesso di segnare un gol decisivo già all'esordio con la nostra maglia, l'ha messa in campo anche in questa stagione, al suo ritorno in bianconero dopo le esperienze con le maglie di Milan e Chelsea. Un ritorno vissuto con lo stesso entusiasmo dell'arrivo: a caccia di gol, pronto ad adattarsi sempre alle necessità della squadra». FRANCESCO QUADARELLA, CATENACCIOECONTROPIEDE.IT DEL 19 SETTEMBRE 2020 Fragilità e cattiveria. Sono probabilmente queste le parole che descrivono in maniera migliore Gonzalo Higuain, più di qualsiasi caratteristica calcistica, i suoi più grandi pregi e difetti psicologici. Figlio d’arte di Jorge Pipa Higuain, da cui riprende il soprannome, Pipita, Gonzalo è un lottatore: ha una cattiveria particolare, non è la cattiveria da strada dell’Apache Tévez, ma una cattiveria lucida, ha un killer instinct formidabile, è un giocatore completamente diverso dagli altri, non ha le classiche caratteristiche dell’argentino puro, probabilmente perché lui, nato a Brest, in Francia, la realtà della strada tipica dell’America meridionale fortunatamente non l’ha mai vista. A soli 10 mesi d’età è ricoverato in ospedale per una meningite fulminante ed è costretto dunque fin dalla tenera età a lottare, la metafora calcistica sorge spontanea. La carriera di Higuain non è quella di un “figlio del pueblo”, ma non per questo è una carriera con meno difficoltà: Gonzalo è costantemente messo in discussione, e la sua fragilità caratteriale lo condiziona in maniera importante. Tornato con la famiglia in Argentina, inizia la sua carriera calcistica tra le fila del River Plate, dove viene promosso in prima squadra appena maggiorenne. Nelle due stagioni con i Millonarios mette a segno 15 gol in 33 presenze, ma giocando soprattutto spezzoni di partita. In quelle poche apparizioni si toglie lo sfizio di decidere un Superclasico tra Boca e River con una doppietta ad appena 18 anni. Il destino nel grande calcio è segnato. La pensa allo stesso modo il Real Madrid di Fabio Capello, che nel 2006 lo acquista per tredici milioni di euro. In maglia blancos non sarà facile imporsi inizialmente in mezzo a giocatori del calibro di Raul, Ronaldo e van Nistelrooy, ma la concorrenza e la fiducia che gli allenatori ripongono in lui lo stimolano positivamente. Nella stagione 2009/2010 al Real Madrid arrivano Cristiano Ronaldo e Karim Benzema, e proprio con il franco algerino arrivato da Lione inizierà una convivenza complicata, in quanto riesce a togliergli minutaggio – e indirettamente fiducia – nel corso delle partite. L’acqua, che colma il vaso, fuoriesce definitivamente quando in panchina a guidare le merengues si siede José Mourinho, che vede in Benzema il partner ideale per il fenomeno con il numero 7. Gonzalo è quasi ai margini per un periodo, poi i gol e le prestazioni obbligano il portoghese a schierarlo, alternandolo al compagno Karim. Nell’annata 2011/2012 chiude il campionato realizzando 22 gol e formando con Benzema (21) e Cristiano Ronaldo (46) il tridente d’attacco più prolifico della storia del Real Madrid e della Liga in un singolo campionato. Per capire la grandezza di questo record: nel loro campionato più prolifico (2014/2015), la MSN – Messi, Suarez, Neymar – ha segnato 81 gol, 8 in meno rispetto al trio madrileno. Terminato il ciclo Mourinho, Florentino Pérez gli fa capire chiaramente che uno tra lui e Benzema doveva lasciare spazio all’acquisto di Gareth Bale, che in quel momento era il più costoso della storia del calcio, il primo a tre cifre, ed essendo il francese da sempre un pallino del presidente dei blancos, il prescelto era lui. Gonzalo deve quindi andarsene, e per la prima volta si affaccia al campionato che più di qualunque altro gli cambierà la carriera: la Serie A, più precisamente al Napoli. I numeri di Higuain al Madrid non sono di certo negativi – 121 reti e 56 assist in 6 stagioni –, eppure arriva a Napoli come se al Real avesse fatto male, come se avesse deluso, come se tutto questo non bastasse. Qui viene fuori la cattiveria di Gonzalo Higuain, che possiede nel DNA lo spirito del lottatore. Troppo spesso snobbato da addetti ai lavori e tifosi, ha sempre risposto alle critiche sul campo, da professionista. La sua esperienza napoletana è emotività allo stato puro. Il coinvolgimento emotivo che gli ha regalato questa piazza probabilmente non è mai stato e non sarà mai eguagliato da nessun’altra. Napoli ama Higuain e Higuain ama Napoli. A estremizzare questo concetto arriva un’altra figura emotiva, probabilmente, anche qui, l’allenatore che gli ha dato di più: Maurizio Sarri. Sotto la guida del tecnico toscano Higuain segna, segna, segna, segna e segna ancora. Non mancano di certo i suoi caratteristici momenti di debolezza, di fragilità: spicca quello di Udine, quando arrivato a un livello di stress incontenibile esplode definitivamente, si fa espellere ed esce in lacrime. Ma all’ultima giornata le lacrime per lui sono di gioia perché, contro il Frosinone, realizza tre gol, di cui l’ultimo, il trentaseiesimo stagionale, in rovesciata, e scrive definitivamente il suo nome nella storia del calcio italiano battendo il record di gol in una singola stagione in Serie A, che Nordahl deteneva da più di 60 anni. C’è un problema, però. La stagione finisce, Higuain ha disputato la più grande annata della sua carriera, ha messo a segno un record storico ed è uno degli attaccanti più forti del mondo, ma il Napoli è arrivato secondo, a 9 lunghezze della Juventus. Higuain ha preso consapevolezza dei suoi mezzi, sa che è nel momento migliore della sua carriera, vuole vincere. Il problema è che la rosa che il Napoli costruisce intorno a lui non basta per battere la Juve, e lui non vuole sacrificare i suoi anni migliori inseguendo un miracolo. De Laurentiis non accontenta le richieste di Gonzalo, Higuain passa al nemico. Già, proprio la Juventus, la squadra che nella stagione precedente aveva impedito a lui e a tutti i napoletani la gioia del tricolore. Non è una scelta legata al denaro come qualcuno sosterrà, il Napoli gli offre un rinnovo con un ingaggio più alto di quello che percepirà alla Juve. Viene messo di lato il cuore, entra in campo il professionista e Higuain si tinge di bianconero. I napoletani, probabilmente, non glielo perdoneranno mai, l’amore si è trasformato in odio. Questo è uno dei problemi più grandi di una tifoseria così calorosa, che però non potrà mai negare quanto il Pipita gli abbia dato, e viceversa. In bianconero conferma la sua grandissima forma segnando a raffica e vincendo Coppa Italia e Scudetto alla prima stagione, sfiora soltanto la Champions League, obiettivo comune con il club torinese. La finale del tracollo juventino è contro il Real Madrid, il primo tempo è equilibrato e termina 1-1, nel secondo tempo la Juventus non scende in campo, la partita finisce 4-1, sul banco degli imputati ci finisce Gonzalo Higuain, nonostante a sparire dal campo fosse stata l’intera squadra. La stagione successiva inizia come era finita, la Juve vince e si avvia alla vittoria dello scudetto, ma a cinque giornate dalla fine avviene qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato: il Napoli di Sarri, che sta disputando la migliore stagione della propria storia – considerando i punti –, vince lo scontro diretto a Torino con un gol di Koulibaly negli ultimi minuti. Nella giornata seguente la Juventus va a Milano, gioca contro l’Inter. La partita è un vero inferno, il vantaggio e la superiorità numerica per un’entrata scomposta di Vecino non bastano, l’Inter la ribalta, a 5 minuti dalla fine la Juventus è sotto e lo scudetto è più vicino a Napoli che a Torino, poi cambia qualcosa. Spalletti richiama in panchina Icardi per Santon, Allegri inserisce Dybala per Khedira. Questi cambi permettono di riscrivere la storia del match: l’Inter si schiaccia troppo in difesa e Dybala regala prima un gran pallone a Cuadrado che trova un gol fortunoso, poi, al 90′, mette in area un pallone velenosissimo su calcio di punizione che non poteva che finire sulla testa del Pipita, che sigla il 3-2 e porta la Juve a una vittoria tanto difficile quanto importante. Il giorno dopo il Napoli, probabilmente scosso psicologicamente dal risultato della Juve, crolla a Firenze con un clamoroso 3-0 firmato Simeone. La Juve e Higuain hanno la strada spianata per lo Scudetto, che arriverà insieme alla Coppa Italia. Ma anche in questa stagione per la Juve dici Champions dici danno, l’alieno CR7 ancora una volta spazza via i bianconeri, le responsabilità, ancora una volta, cadono più di chiunque su Higuain. Tutte le colpe sono di Higuain, già, non è la prima volta che se lo sente dire. Se la sua carriera con i club è tortuosa, con la Nazionale è un vero e proprio tormento. Brasile 2014, Cile 2015, Stati Uniti 2016: tre finali in tre anni con l’Albiceleste che si rivelano tre sconfitte. L’opinione della collettività è chiara: è colpa sua. In campo si scende in 11 sempre, tranne quando si perde, quando si perde è solo colpa di Higuain. Immaginate come possa vivere una situazione del genere un giocatore come lui, estremamente emotivo, estremamente fragile. Parliamoci chiaramente, queste gare per cui viene accusato non sono state di certo delle ottime partite per Higuain, ma è innegabile che non gli si possano addossare tutte le responsabilità come è stato fatto. Intanto a Torino si è trasferito CR7 e senza mezzi termini la società gli dice che non punta più su di lui, più che un discorso calcistico è un discorso economico, è il più sacrificabile per fare cassa, Gonzalo è spiazzato. In una trattativa tanto veloce quanto – probabilmente – sbagliata, la Juventus cede Higuain al Milan. Milano lo accoglie con entusiasmo, ma il Pipita non ripagherà le speranze dei tifosi e della società, il progetto in cui ha creduto è un progetto destinato a fallire, e ancora una volta se il Milan va male la colpa è sua. Gonzalo non riesce a gestire più questa situazione, vuole andare via, vuole andare dove può giocare con meno pressioni, al fianco di qualcuno che crede in lui a prescindere da tutto, vuole andare da Sarri, che nel frattempo si è trasferito al Chelsea. In maglia blues si pensa possa riscattare il periodo buio che sta vivendo, ma il campo non la pensa allo stesso modo, 5 gol in Premier League che contribuiscono alla qualificazione in Champions dei londinesi e poco altro. La stagione è un no secco. Il Chelsea non ha nemmeno deciso di riscattarlo, probabilmente perché l’unico motivo del legame tra i blues e Gonzalo sarebbe da lì a poco venuto meno: Sarri cambia squadra, e come Gonzalo finisce alla corte dello storico nemico, seguendo la filosofia del «si non potes inimicum tuum vincere, habeas eum amicum». Troppe persone hanno dimenticando la sua storia, la sua grandezza, quello che ha fatto e quello che è in grado di fare. Durante la sua carriera Higuain è caduto tante volte, ma si è sempre rialzato. Molti credevano fosse finito, che fosse un vulcano definitivamente spento, ma Higuain, se messo nelle giuste condizioni mentali, può trasformare la sua fragilità in cattiveria, ed esplodere da un momento all’altro. Vive dei mesi estivi incerti, la Juventus conduce un mercato confusionario, si pensa possa cedere sia lui che Dybala, alla fine restano entrambi e per la prima parte della stagione sembra la non-scelta migliore che si potesse fare. I due sono infatti risultati decisivi, tra le altre gare, nello scontro diretto a San Siro, contro l’Inter di Antonio Conte, con il ruggito del Pipita che, a distanza di due anni, si alza di nuovo nel cielo di Milano. La stagione e la vita di noi tutti, però, viene scossa dal COVID-19, che costringe l’Italia e il mondo a cambiare il nostro modo di agire, pensare e interagire con gli altri. A questo periodo, per il Pipita, si aggiunge soprattutto la disperazione per l’aggravamento delle condizioni di salute della madre, malata di tumore, che lo fanno volare in Argentina in piena quarantena. La fragilità di Gonzalo torna a farsi sentire. Il ritorno in campo è complicato per Higuain, che in una Juve di Sarri sempre meno coesa, e con una condizione fisica e soprattutto mentale non ottimale, trova appena 3 gol e 10 presenze. Alla fine dell’annata, nonostante la vittoria dello scudetto, la panchina di Maurizio Sarri salta, e il debuttante Pirlo gli comunica chiaramente che è fuori dal progetto. Gonzalo, non senza rammarico, è costretto a lasciare nuovamente i bianconeri, con destinazione Miami, decidendo di affacciarsi, alla soglia dei 33 anni, a un nuovo calcio, un calcio in cui possa davvero giocare senza troppe pressioni, un calcio in cui, forse, per una volta, potrà far emergere maggiormente la sua cattiveria, a dispetto di quella fragilità che da sempre lo contraddistingue maggiormente. ALEXANDER SUPERTRAMP, JUVENTIBUS DEL 24 APRILE 2020 Opinioni assai contrastanti ci sono nella tifoseria bianconera quando si parla di Gonzalo Higuain, quando si cerca di dare un giudizio “definitivo”, dopo quasi 5 anni dal suo arrivo, sulla bontà di quell’operazione unica e “deflagrante”. Intanto dobbiamo dire che analizzare e valutare nel tempo la giustezza di tali grandi operazioni, è cosa assai complessa. Vanno tenuti presenti diversi livelli di valutazione, molti dei quali comunque composti da spazi grigi e interpretativi. Certo, se analizziamo i freddi numeri, i costi, i ricavi, gli ammortamenti, l’operazione non è sicuramente delle più felici, visto anche l’ingombrante stipendio dell’argentino, che ha portato a una difficoltosa ricollocazione del giocatore negli ultimi anni. Ma nel calcio non si possono considerare solo le formulette matematiche. Il calcio mercato in particolare è una specie di giungla in cui in ogni dato momento devi effettuare la tua mossa, quasi come in una partita di scacchi. Oltre a guardare i tuoi benefici concreti devi anche bloccare il tuo avversario, in una complessa e fitta rete strategica. Per valutare un’operazione di tale portata dobbiamo partire difatti dall’esatto momento storico in cui è stata compiuta. Non bisogna mai perdere di vista la realtà. Non è un gioco virtuale dove cerchi di incastrare ogni ingranaggio al suo posto. Ci sono mille difficoltà, motivazioni e prospettive che il grande pubblico molto spesso tende a sottovalutare. Estate 2016, la Juventus si ritrova a dover gestire un ingente malloppo di denaro, dovuto alla quasi imminente e ormai certa partenza di Pogba. I milioni in ballo sono tanti e si deve operare in fretta. La stategia di fondo che sembra aver tracciato la dirigenza bianconera è basata sul cercare di confermare innanzitutto il predominio italiano. Grande forza gestionale, economica e di programmazione in questi anni è stata proprio quella di poter esprimere concretamente, come raggio di fuoco, un grande vantaggio sulle dirette concorrenti nostrane. Il primo ed esiziale scopo dunque, della nostra dirigenza, una volta resasi conto della partenza del francese, è indirizzato sul compiere una mossa che possa “garantire” (tra mille virgolette, dato che nel calcio di scontato non c’è nulla) la riconferma sul suolo nazionale. I tempi di reazione nel calcio mercato devono essere immediati, si deve agire in fretta e valutando moltissimi fattori. I 100 milioni derivanti dalla partenza di Pogba vengono praticamente e interamente girati sull’acquisto di Higuain. Il miglior giocatore della tua più diretta rivale. La mossa è intelligente, prudente e sfacciata allo stesso tempo. Si indebolisce l’avversario e si compie un’operazione anche quasi a livello psicologico distruttiva per il “nemico”. Su questo aspetto penso ci siano pochi dubbi. Da quell’operazione il Napoli ha avuto enormi strascichi, in seno all’ambiente, alla squadra e ovviamente in società, con molti tifosi ad attaccare il loro Presidente. L’entusiasmo al contempo invece registrato a Torino, è stato secondo forse solo al pirotecnico arrivo di CR7 qualche anno dopo. La scelta quindi appare assolutamente saggia e giusta, nel momento in cui è stata compiuta. Ma il campo cosa ha detto?… Il vero giudice supremo. Higuain nella sua prima stagione a Torino è stato devastante, segnando a raffica in campionato, e in particolare proprio alla sua ex squadra, un po’ meno in Europa, ma trovando comunque anche le marcature importanti, vedi la doppietta in semifinale di Champions. Con il passare delle stagioni però l’argentino ha fatto registrare sicuramente un calo atletico e di brillantezza. Quel momento bruciante che rappresenta in pochi millesimi di secondo, “vita o morte” per l’efficacia di un bomber. All’argentino in particolare è stata imputata una scarsa professionalità, un mantenimento fisico in diversi momenti non ottimale, con qualche chilo di troppo sul groppone. E inoltre una debolezza psicologica in certi frangenti che ne hanno minato il rendimento, soprattutto nei grandi match europei. Bisogna anche dire però che, se da un lato abbiamo assistito senza dubbio a un’involuzione dell’attaccante argentino, da un altro si è verificata una crescita, o meglio, una trasformazione. Come capitato in passato ad altri grandi attaccanti. Higuain ha iniziato a segnare sicuramente di meno, ma ha portato benefici importanti alla squadra sotto altri aspetti. È diventato un 9 e mezzo per citare una frase di un altro grande del nostro passato. È diventato una specie di trequartista avanzato, eseguendo molto spesso e molto bene una grande funzione di cucitura del gioco e della manovra della squadra. Gonzalo è dotato di una classe e di una visione di gioco davvero rare per essere stato uno dei più grandi 9 dell’era moderna. Un centravanti davvero completo. Negli ultimi anni ha sicuramente perso smalto in area di rigore e nella finalizzazione, ma ha sicuramente portato grande qualità in funzione di manovra e di raccordo. Questo non va dimenticato. Continuando comunque a segnare, e in particolare gol importanti. Le sue firme almeno in Italia, sono quasi sempre in grandi match o in sfide decisive. Gonzalo inoltre è amatissimo dal popolo bianconero, un amore come raramente si è visto nella nostra storia. E l’occhio della tifoseria è comunque sempre un buon termometro per determinare l’effettivo apporto di un giocatore. D’altro canto però abbiamo assistito a una sicura involuzione di Gonzalo sotto porta e sotto l’effettivo apporto di gol. Benissimo l’azione di cucitura, ma a un centravanti alla Juventus si chiedono soprattutto i gol. E questi in diversi momenti sono mancati. Probabilmente la conclusione migliore del rapporto sarebbe dovuta avvenire dopo 2 stagioni. E questo era stato anche nelle idee della Juventus. Nell’estate del 2018 la Juventus vuole piazzare il suo attaccante. Rientra perfettamente nelle classiche cessioni illustri e remunerative, ma qualcosa non va come previsto. Inizialmente sembra destinato al Chelsea per una cospicua cifra di milioni che avrebbe potuto ammortizzare e sanare il grande esborso iniziale. L’operazione non va in porto e Gonzalo finisce al Milan, con la formula del prestito e con la speranza della nostra dirigenza che i rossoneri prima o dopo ne possano acquisire l’intero cartellino. Ma anche qui qualcosa non va. Gonzalo sembra subire molto a livello mentale l’abbandono della sua Signora, processo che culmina quasi in una crisi isterica proprio nel match contro la sua ex squadra. (Qui torna fuori la sua latente debolezza psicologica di cui abbiamo accennato). La stagione dell’argentino si trasforma in un calvario, finisce al Chelsea temporaneamente, ma anche a Londra, a parte brevi lampi non riesce a tornare se stesso. Si arriva all’ultima estate, la Juventus non sembra assolutamente puntarci, ma piazzare Gonzalo ora è impresa davvero complicata. Il resto, è storia recente. L’atteggiamento di Higuain è encomiabile, sin da subito mette grande motivazione nel riconquistarsi la Juventus, arrivano gol importanti ma anche i soliti periodi di digiuno. Pur mantenendo una grande qualità nella cucitura del gioco, non sembra più in grado di mantenere quei livelli richiesti in una squadra come diventata ormai la Juventus. Al contrario del suo stipendio che è ancora assai pesante. Magari questa stagione poteva essere qualcos’altro per Gonzalo, se avesse potuto procedere, ma questo non lo sapremo mai. In definitiva l’acquisto di Higuain può definirsi assolutamente intelligente nel momento in cui è stato compiuto, poi la scommessa ha sicuramente perso di valore, ma sono errori che possiamo definire “fisiologici” nel calcio. Il suo arrivo ci ha permesso di confermare il nostro dominio italiano per diverse stagioni, con i conseguenti benefici economici e di prospettiva. Poi la piega si è aggrovigliata, soprattutto guardando i freddi numeri, più che il campo. Ma non dobbiamo mai dimenticare che si opera nella vita reale, non in un videogioco dove la programmazione non è mai intaccata da eventi negativi e imprevisti. Gonzalo ha dato tanto alla Juventus, ha segnato gol epocali (quello di San Siro è e resterà un macigno indelebile per l’eternità) e ci ha fatto godere come pochi nella nostra storia. Per questo motivo e in ultimo istanza il suo acquisto dovrà sempre essere visto più nel bene che nel “pesante”. Perché in fondo “...Siamo tutti venuti sin qui, per vedere segnare Higuain.” https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2018/12/gonzalo-higuain.html
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CHRISTIAN VIERI https://it.wikipedia.org/wiki/Christian_Vieri Nazione: Italia Luogo di nascita: Bologna Data di nascita: 12.07.1973 Ruolo: Attaccante Altezza 185 cm Peso 82 kg Nazionale Italiano Soprannome: Bobo Alla Juventus dal 1996 al 1997 Esordio: 28.08.1996 - Coppa Italia - Fidelis Andria-Juventus 0-2 Ultima partita: 01.06.1997 - Serie A - Juventus-Lazio 2-2 37 presenze - 14 reti 1 scudetto 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Christian Vieri, detto Bobo (Bologna, 12 luglio 1973), è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. È considerato uno dei più forti attaccanti della sua generazione. Il suo trasferimento dalla Lazio all'Inter nell'estate del 1999 per 90 miliardi di lire fu all'epoca un record nella storia del calciomercato. Con la nazionale italiana ha totalizzato 49 presenze e 23 reti, partecipando a due Mondiali (Francia 1998 e Corea del Sud-Giappone 2002) e un Europeo (Portogallo 2004); durante il campionato del mondo 2002 ha raggiunto il record italiano di marcature nei Mondiali detenuto da Paolo Rossi e Roberto Baggio, con 9 gol. Ha inoltre vinto l'Europeo 1994 con la selezione Under-21. A livello individuale fu nominato miglior calciatore italiano AIC nel 1999 e nel 2002. Nella stagione 2002-2003 fu capocannoniere della Serie A, dopo aver vinto quello della Primera División spagnola nella stagione 1997-1998. Pelé lo ha inserito nella FIFA 100, la lista dei 125 migliori calciatori viventi, redatta in occasione del Centenario della FIFA. È al 71º posto nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer. Christian Vieri Vieri con l'Inter nella stagione 1999-2000 Nazionalità Italia Altezza 185 cm Peso 82 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1º aprile 2009 - giocatore Carriera Giovanili 1987-1988 Marconi Stallions 1988-1989 Santa Lucia 1989-1990 Prato 1990-1992 Torino Squadre di club 1991-1992 Torino 7 (1) 1992-1993 Pisa 18 (2) 1993-1994 Ravenna 32 (12) 1994-1995 Venezia 29 (11) 1995-1996 Atalanta 19 (7) 1996-1997 Juventus 37 (14) 1997-1998 Atlético Madrid 24 (24) 1998-1999 Lazio 22 (12) 1999-2005 Inter 144 (103) 2005-2006 Milan 8 (1) 2006 Monaco 7 (3) 2006-2007 Atalanta 7 (2) 2007-2008 Fiorentina 26 (6) 2008-2009 Atalanta 9 (2) Nazionale 1992-1996 Italia U-21 22 (11) 1993 Italia U-23 3 (1) 1997-2005 Italia 49 (23) Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro Francia 1994 Oro Spagna 1996 Biografia Nato a Bologna, città dove giocava il padre, a 4 anni emigrò in Australia, dove ebbe le prime esperienze calcistiche. Tornato in Italia adolescente (14 anni) con la famiglia, ha vissuto a Prato, città natale del padre. Di madre francese, Christiane "Nathalie" Rivaux, è figlio di Roberto Vieri e fratello di Massimiliano Vieri, anch'essi ex calciatori. Nei primi anni 2000 ha avuto una relazione con l'ex velina Elisabetta Canalis. Tra il 2006 e il 2011, ha avuto una relazione con l'ex velina Melissa Satta. Il 18 marzo 2019 ha sposato l'ex velina Costanza Caracciolo, dalla quale ha avuto due figlie: Stella, nata il 18 novembre 2018 e Isabel, nata il 25 marzo 2020. Caratteristiche tecniche Vieri (a destra) all'Atalanta nel 1995, in un corpo a corpo con il romanista Aldair: pur a fronte della notevole mole fisica, l'attaccante annoverava velocità e opportunismo tra le sue maggiori qualità. Vieri era un centravanti dotato di grande forza fisica, veloce in progressione e molto efficace nel gioco aereo. Paragonato a Giorgio Chinaglia, nonostante il fisico massiccio, tra le sue migliori qualità rientrava l'opportunismo, prerogativa di attaccanti più esili; in più, grazie a un sinistro potente e preciso, sapeva rendersi pericoloso anche lontano dalla porta avversaria, con improvvise conclusioni da lunga distanza. Nelle sue stagioni più felici ha mantenuto medie realizzative molto elevate, coniugando il notevole senso del gol con l'abilità nel giocare di sponda e nel servire assist ai compagni: tali doti, associate a un carattere da trascinatore, lo rendevano un importante uomo-squadra. Era inoltre un buon rigorista. Nella fase iniziale della carriera era considerato un giocatore piuttosto grezzo, tanto da sollevare dubbi sulle sue effettive possibilità di emergere ad alti livelli; per di più, la sua ascesa fu ritardata da frequenti infortuni. Tuttavia, con l'allenamento costante, Vieri incrementò il proprio tasso tecnico, fino ad affermarsi come uno dei migliori centravanti della sua generazione: ciò gli ha valso numerosi accostamenti a grandi goleador del passato, in particolare a Gigi Riva, rispetto al quale ha saputo acquisire un repertorio forse più raffinato, pur senza eguagliarne la potenza e le soluzioni di tiro; lo stesso Riva, peraltro, ne ha tessuto le lodi, giudicandolo nel 1999 «l'attaccante, se non più forte in senso assoluto, certamente più completo al mondo». Un altro dei suoi predecessori, Roberto Boninsegna, ha affermato di aver rivisto in Vieri molte delle proprie caratteristiche. Carriera Club Gli inizi Quando rientra dall'Australia nel 1988 il suo primo club è l'A.C. Santa Lucia, squadra di una frazione di Prato, in cui il suo primo allenatore è Luciano Diamanti, padre del calciatore Alessandro. L'anno successivo viene tesserato ancora in giovane età dal Prato, squadra per cui tifava, mettendosi in luce con vari gol nel campionato Berretti. Un giovane Vieri al Torino nella stagione 1991-1992 Nell'estate del 1990 si trasferisce al Torino grazie a una segnalazione di Rosario Rampanti, il quale lo consiglia subito all'allenatore Sergio Vatta. Dopo un anno nel settore giovanile al Torino, nella stagione 1991-1992 Vieri entra nel giro della prima squadra grazie all'allenatore Emiliano Mondonico, che lo fa esordire in Coppa Italia all'età di 18 anni, il 30 ottobre 1991, contro la Lazio. In questa occasione realizza anche la rete del definitivo 2-0 per i granata, dopo il gol del vantaggio firmato da Enrico Annoni. Il 15 dicembre dello stesso anno debutta in Serie A a 18 anni, nei minuti finali della partita Torino-Fiorentina (2-0); segna anche il suo primo gol al Genoa nella sfida vinta dai granata per 4-0. Al fine di giocare con più continuità, dall'annata successiva Vieri milita in Serie B, nelle file del Pisa, con cui consegue la salvezza nel 1992-1993, poi nel neopromosso Ravenna, di cui non riesce a evitare la retrocessione in C1 al termine del campionato cadetto 1993-1994 (pur risultando l'attaccante più prolifico della sua squadra) e, infine, nel Venezia, nel quale, autore di un discreto campionato, mette a segno 11 gol nella stagione 1994-1995. Gli si riaprono dunque le porte della Serie A, dato che viene acquistato dall'Atalanta, club nel frattempo neopromosso in quello stesso anno. Nel club bergamasco si mette definitivamente in luce nella stagione 1995-1996. Juventus Nel 1996 la Juventus lo acquista per 7,3 miliardi di lire. L'8 settembre contro la Reggiana, Vieri esordisce in squadra bianconera e firma subito la sua prima rete stagionale in Serie A con la Juventus. All'inizio il giocatore non riesce a integrarsi nella squadra, soprattutto a causa di alcuni dissapori con l'allenatore Marcello Lippi. Questi dissapori culminarono il 12 gennaio 1997, nell'intervallo di Juventus-Atalanta, quando il giocatore e l'allenatore arrivarono a prendersi a pugni. Vieri ricorda, così, questo episodio: «Durante un Juventus-Atalanta, io ero entrato al 40' e, dopo cinque minuti, finì il primo tempo. Lui [Lippi] mi disse qualcosa negli spogliatoi ed io gli risposi. Furono bravi i miei compagni a separarci. Forse, è stata quella la scintilla che ci ha fatto conoscere.» Vieri in azione alla Juventus durante la Champions League 1996-1997 Riappacificatosi con l'allenatore e dopo un periodo in panchina, Vieri riesce a riprendersi la maglia da titolare e gioca le restanti partite del campionato. Il 15 marzo segna la sua prima doppietta in maglia bianconera nella sfida vinta 3-0 contro la Roma; realizza due gol anche il successivo 6 aprile, nella roboante vittoria sul Milan per 6-1. Chiude la stagione con la Juventus con 14 gol segnati, vincendo lo scudetto, la Supercoppa UEFA e la Coppa Intercontinentale e arrivando a disputare la finale di Champions League, persa contro il Borussia Dortmund. Atlético Madrid Nonostante le intenzioni di Gianni Agnelli di far rimanere il giocatore nel club torinese, nella stagione successiva Vieri viene ceduto all'Atlético Madrid per 34 miliardi di lire. Vieri ricorda che il trasferimento in Spagna è «stata la cosa migliore che ho fatto da quando gioco a calcio». Vieri (a destra) in azione all'Atlético Madrid, inseguito dal laziale Nesta, durante le semifinali di Coppa UEFA 1997-1998. Principale rinforzo del club presieduto da Jesús Gil insieme al brasiliano Juninho Paulista, l'attaccante italiano esordisce con la squadra madrilena il 30 agosto 1997, nella partita pareggiata per 1-1 contro il Real Madrid al Bernabéu e valida per la prima giornata del campionato di Primera División. Il primo gol con i colchoneros arriva il 16 settembre, su calcio di rigore, nella gara vinta per 2-1 al Calderón contro il Leicester City, nel primo turno di Coppa UEFA. Undici giorni dopo segna i primi gol in campionato, realizzando una doppietta nella partita pareggiata in casa contro il Celta Vigo (3-3). Nel mese di ottobre mette a referto due triplette consecutive, nel successo per 5-1 sul campo del Real Saragozza e per 5-2 in casa contro il PAOK il 21 ottobre, nei quarti di finale di Coppa UEFA. Contro i greci realizza un gol annoverato tra i migliori della sua carriera calcistica: beffa il portiere avversario, che stava facendo scorrere il pallone in fallo laterale, recuperandolo proprio sulla linea di fondo e segnando con un tiro a effetto. Il 21 marzo 1998 realizza una quaterna sul campo del Salamanca UDS, nella partita persa per 5-4. Termina la stagione con 29 gol in 32 presenze. Nella Liga, in cui l'Atlético chiude con un deludente settimo posto, Vieri segna 24 gol in 24 partite, risultato che gli frutta il primo posto nella classifica marcatori e quindi la vittoria del Trofeo Pichichi: è il primo (e finora unico) italiano a vincerlo. Lazio Poco prima della fine della fase estiva del calciomercato, il 28 agosto 1998, viene acquistato dalla Lazio per 55 miliardi di lire. Il 13 settembre 1998, nella gara pareggiata 1-1 contro il Piacenza, debutta con la squadra romana. Il 23 settembre, durante la gara di ritorno dei sedicesimi di finale di Coppa Italia, contro il Cosenza, si infortuna al ginocchio e sarà costretto a rimanere inattivo per oltre tre mesi. Rientra in campo e segna il primo gol con la Lazio il 6 gennaio 1999, risultando decisivo per la vittoria contro il Bologna. Vieri in azione palla al piede con la Lazio nella stagione 1998-1999 Vieri gioca con continuità fino alla fine del campionato, segnando 12 gol in 22 presenze. Con la Lazio si piazza secondo in campionato sfiorando lo scudetto (è suo il colpo di testa che va a spegnersi contro la traversa nella sfida decisiva che terminerà 1-1 con la Fiorentina e in seguito sancirà il sorpasso-scudetto del Milan per un solo punto). Oltre al campionato, Vieri è determinante per le vittorie della Lazio in Coppa delle Coppe, giunta alla sua ultima edizione. L'8 aprile 1999, nella semifinale giocata contro il Lokomotiv Mosca, gioca una buona gara (colpisce in pieno la traversa avversaria e arriva vicino al gol del raddoppio per i laziali), risultando decisivo per il passaggio della Lazio in finale. Il 19 maggio 1999 vince il trofeo, realizzando, tra l'altro, il primo dei due gol con cui i biancocelesti sconfiggono per 2-1 il Maiorca nella finale di Birmingham. Vieri ricorda questa sfida come una delle più belle della sua vita. Inter Nel giugno 1999 viene ceduto all'Inter per 90 miliardi di lire: nel prezzo è compreso il cartellino di Simeone, valutato 21 miliardi. Il 29 agosto, si presenta a San Siro con una tripletta al Verona. I nerazzurri finiranno il campionato al quarto posto. Nel torneo successivo è il miglior marcatore della squadra con 18 reti: tra queste, si ricorda la tripletta messa a segno contro il Perugia il 1º aprile 2001. Nel 2001-02 conduce i nerazzurri a un passo dal titolo, realizzando 22 reti e offrendo un rendimento eccellente; ciò non basterà a vincere lo scudetto, perso all'ultima giornata a causa della sconfitta contro la sua ex squadra, la Lazio, che il 5 maggio 2002 batte per 4-2 in casa i milanesi. Nell'incontro Vieri è autore del gol del temporaneo 1-0. L'anno dopo, l'attaccante si laurea capocannoniere del campionato di Serie A, con più reti che presenze (24 a 23): 4 gol sono realizzati al Brescia nella sfida del 1º dicembre 2002. Segna anche 3 gol in Champions League, i primi con la formazione lombarda; 2 di questi sono nel quarto di finale contro il Valencia. Nel ritorno con gli spagnoli si infortuna, chiudendo anzitempo la sua stagione. Vieri (a sinistra) e Ronaldo all'Inter nella stagione 1999-2000 Il 6 gennaio 2004, nel 3-1 con il Lecce, segna il suo 100º gol con la squadra, ma nel corso della stagione è schierato con minor frequenza dal tecnico Zaccheroni – subentrato a Héctor Cúper in autunno –, visto anche il ritorno in maglia nerazzurra di Adriano, centravanti dalle caratteristiche simili alle sue. Il mese successivo, nella semifinale di Coppa Italia contro la Juventus decisa ai tiri di rigore, il suo errore dal dischetto e il successivo centro di Fabrizio Miccoli sanciscono l'eliminazione dell'Inter. Rimasto a Milano anche dopo l'arrivo di Roberto Mancini, il 6 febbraio 2005 segna al Parma la 100ª rete in Serie A con la compagine ambrosiana. Alla fine della sesta stagione in nerazzurro, vince l'unico trofeo: la Coppa Italia, cui contribuisce con 3 gol, 2 dei quali realizzati nella semifinale di ritorno contro il Cagliari. Milan e Monaco Nel luglio 2005, dopo la risoluzione del contratto che lo legava all'Inter, si accorda con i concittadini del Milan. Gioca la prima gara in rossonero il 18 settembre, subentrando nel finale della sconfitta (2-1) con la Sampdoria. Il 26 ottobre segna il primo gol, in occasione della vittoria (3-1) contro l'Empoli. Si ripete in Coppa Italia contro il Brescia, in un altro successo per 3-1. Poiché la concorrenza di Ševčenko e Gilardino lo relega ai margini dell'attacco, nel gennaio 2006, per avere la possibilità di essere convocato l'estate successiva in nazionale, viene ceduto al Monaco. Esordisce nel campionato francese il 14 gennaio, nella gara persa 0-1 contro il Bordeaux. Il 4 febbraio, nella gara vinta 3-1 contro Rennes, segna una doppietta. Il 25 marzo, nella gara pareggiata 1-1 contro il Paris Saint-Germain, subisce un serio infortunio, che lo costringe a chiudere in anticipo la stagione, compromettendo un'eventuale partecipazione al campionato del mondo 2006. Parentesi alla Sampdoria, primo ritorno all'Atalanta Nel giugno 2006 si accorda con la Sampdoria in vista della stagione 2006-07, ma ad agosto, subito dopo la presentazione con la maglia blucerchiata, si ritrova nuovamente svincolato. Il giocatore, al tempo infortunato, sceglie di andare in vacanza con l’allora ex compagna Melissa Satta invece che partire in ritiro con la squadra, provocando l’ira del presidente doriano Riccardo Garrone il quale, in tutta risposta, non deposita il contratto in Lega. Il giocatore, nuovamente svincolato, dopo alcune settimane firma per l'Atalanta, tornando così a Bergamo dopo dieci anni. La prima convocazione con i nerazzurri, ritardata dai problemi seguiti all'infortunio, arriva il 17 aprile 2007, in vista della gara di campionato contro l'Empoli, nella quale gioca i 20 minuti finali. Torna al gol in campionato meno di un mese dopo, il 6 maggio 2007, nella partita vinta per 3-1 contro il Siena, grazie a un tiro di sinistro da 40 metri che sorprende il portiere bianconero Manninger. Conclude la stagione con 2 gol in 7 partite. Fiorentina, secondo ritorno all'Atalanta e ritiro Vieri alla Fiorentina nella stagione 2007-2008 Al termine della stagione 2006-2007, scaduto il contratto con l'Atalanta, passa alla Fiorentina a parametro zero e il 16 settembre segna il primo gol in maglia viola con un perentorio colpo di testa all'incrocio dei pali, proprio all'Atalanta. Il 25 ottobre, contro il Villarreal, realizza il suo primo gol in Europa con la maglia della Fiorentina, tra l'altro in occasione della quattrocentesima partita tra i professionisti. Il suo bottino personale a Firenze è di 9 gol (di cui 3 in Coppa UEFA e 6 in Serie A). Con la Fiorentina arriva fino alla semifinale di Coppa UEFA, dove viene eliminato dai Rangers ai tiri di rigore: suo l'errore decisivo dal dischetto. Al termine della stagione non rinnova il contratto con i viola, rimanendo svincolato. Nel giugno 2008, in previsione di un suo possibile nuovo ritorno all'Atalanta, i tifosi bergamaschi, contrariati per il modo in cui l'attaccante si era trasferito alla Fiorentina nel 2007, protestano platealmente; ciò nonostante il 30 giugno il club lombardo ne ufficializza l'acquisto. In maglia nerazzurra Vieri gioca 9 partite e segna 2 gol, ma la stagione è segnata da una serie di infortuni. Il 1º aprile 2009 il giocatore chiede di interrompere anticipatamente il rapporto con la società, ottenendo la rescissione consensuale. Nel novembre 2009 decide di trasferirsi in Brasile, al Botafogo, ma, dopo aver trovato l’accordo con il club, non si presenta alle visite mediche, costringendo così la dirigenza brasiliana a rinunciare al suo ingaggio. Decide quindi di ritirarsi dal calcio: il suo ultimo gol è quello realizzato il 21 dicembre 2008 nella gara interna persa per 1-3 dall'Atalanta contro la Juventus. Nazionale Nazionali giovanili Nel 1992 esordì nella selezione Under-21 di Cesare Maldini che lo inserì nella lista dei convocati per il campionato europeo 1994. Durante la competizione segnò il secondo dei cinque rigori che sancirono la vittoria degli azzurrini sulla Francia in semifinale. Gli azzurrini vinsero la finale contro il Portogallo. Segnò inoltre un gol nei quarti di finale del campionato europeo 1996 sempre contro il Portogallo, nella partita finita 2-0 per gli azzurrini che poi alzeranno il trofeo a Barcellona per la terza volta consecutiva. In totale vestì in 22 occasioni la maglia dell'Under-21 realizzando 11 reti. Nazionale maggiore Vieri (a destra) in azione in maglia azzurra nel 1997, alle prese con l'inglese Campbell nel corso delle qualificazioni al campionato del mondo 1998. Il capitolo nazionale maggiore è probabilmente uno dei migliori per la vita calcistica di Vieri. A suo merito va il fatto di aver vestito 49 volte la maglia segnando 23 reti, nono marcatore di sempre. Pur non avendo mai vinto un titolo internazionale, è sempre riuscito a spiccare nei campionati mondiali dove, in due edizioni, ha realizzato nove reti, grazie alle quali è il migliore marcatore italiano ai Mondiali a pari merito con Paolo Rossi e Roberto Baggio. Convocato dal commissario tecnico Cesare Maldini, ha esordito in nazionale il 29 marzo 1997, a 23 anni, nella partita Italia-Moldavia (3-0), in cui ha realizzato il 1000º gol nella storia della nazionale. Nello stesso anno ha fatto parte della selezione azzurra che disputa il Torneo di Francia. Nel 1998 viene convocato per il Mondiale tenutosi in Francia, rivelandosi uno dei protagonisti della manifestazione. A Bordeaux, l'11 giugno, esordisce in un campionato mondiale di calcio disputando la gara d'esordio dell'Italia contro il Cile. Nel primo tempo, su assist di Roberto Baggio, segna il gol del provvisorio vantaggio italiano (la partita finirà 2-2). Nella seconda gara contro il Camerun, Vieri sigla la sua prima doppietta in maglia azzurra nell'ultimo quarto d'ora della partita, terminata con il 3-0. Nella terza partita, su assist di Alessandro Del Piero, Vieri firma la prima delle due reti contro l'Austria, gara che termina 2-1. Negli ottavi di finale contro la Norvegia, Vieri segna il gol del definitivo 1-0 per gli italiani e porta la squadra ai quarti di finale contro i padroni di casa della Francia, terminati ai tiri di rigore: Vieri realizza uno dei tiri dal dischetto, ma gli errori di Demetrio Albertini e Luigi Di Biagio condannano l'Italia alla sconfitta. Insieme al portiere Gianluca Pagliuca, Vieri sarà uno dei due italiani inseriti nell'elenco dei 38 migliori giocatori del torneo. Vieri (in piedi, secondo da sinistra) numero dieci della nazionale nel 1999 Dopo aver segnato 3 gol nelle qualificazioni al campionato d'Europa 2000, è costretto a saltare la fase finale per un infortunio occorsogli nello spareggio tra Inter e Parma. Nel 2002 viene convocato per il suo secondo Mondiale, giocato in Corea del Sud e Giappone, dal CT Giovanni Trapattoni. Anche durante questa edizione rientra tra i protagonisti della manifestazione già dalla gara d'esordio contro l'Ecuador, dove segna la sua seconda doppietta in maglia azzurra. Nella seconda gara contro la Croazia porta in vantaggio l'Italia che, nonostante tutto, viene sconfitta per 2-1 dalla squadra avversaria. Vieri gioca anche gli ottavi di finale contro i padroni di casa Corea del Sud, dove segna il gol del vantaggio per la nazionale italiana. La partita, tuttavia, viene vinta dai coreani (anche a causa dell'arbitraggio controverso del fischietto ecuadoriano Byron Moreno) e gli Azzurri vengono eliminati dalla competizione. Al campionato d'Europa 2004 gioca tutte le tre partite dell'Italia, ma senza andare a segno; la nazionale italiana viene eliminata al primo turno. Nella conferenza stampa dopo la gara con la Svezia, accusa i giornalisti di scrivere notizie false (i giornali avevano infatti riportato di un presunto litigio avvenuto tra lui e Gianluigi Buffon). Il 12 ottobre 2005, sotto la gestione di Marcello Lippi, gioca la sua ultima partita proprio contro la Moldavia, la stessa avversaria del suo debutto, segnando il suo ultimo gol azzurro. Lo stesso Marcello Lippi, nel 2015, dichiarerà che la distorsione al ginocchio subita da Vieri nella primavera del 2006 fu l'unico motivo per cui l'attaccante bolognese non fece parte della selezione italiana dei Mondiali nell'estate successiva. A detta del Commissario Tecnico, il posto di Vieri era fin lì certo. Controversie giudiziarie Sul finire degli anni 2000, Vieri ha avviato un procedimento davanti al giudice civile Damiano Spera denunciando di aver subito danni psicologici (in particolare insonnia e depressione) per essere stato pedinato per conto dell'Inter tra il 2000 e il 2001 e nel 2004 e spiato tramite l'acquisizione illecita dei propri tabulati telefonici. Vieri ha chiesto un risarcimento di 12 milioni di euro a Telecom Italia e di 9 milioni e 250 000 euro all'Inter. Il 3 settembre 2012 il giudice di Milano ha condannato Inter e Telecom Italia al risarcimento in solido di 1 milione di euro in favore di Vieri. Dalle motivazioni è emerso come non siano stati riconosciuti il danno patrimoniale e il "danno non patrimoniale da lesione del bene salute", ma quello "non patrimoniale da lesione del diritto alla privacy". A luglio del 2015 la Corte d'Appello di Milano ha ridotto il risarcimento a lui spettante a 80 000 euro per Telecom e a 40 000 euro per l'Inter. Nel gennaio 2018 la Corte d'Appello di Milano rigetta il suo ricorso dichiarandolo inammissibile e lo costringe a rifondere entrambe le società di 33 000 euro per le spese. Nel maggio 2012 viene indagato per calcioscommesse in riguardo ad alcune partite tra cui Inter-Lecce 1-0 del 20 marzo 2011. Il 30 novembre dello stesso anno la procura di Cremona chiede una proroga di sei mesi per lui e altri 32 degli indagati. Nel luglio 2013 seguente il pm di Cremona Roberto Di Martino ha mandato un avviso ai 149 indagati per notificare il maxi incidente probatorio che sarà condotto sulle 200 apparecchiature poste sotto sequestro durante le indagini. Tra gli indagati figura lo stesso Vieri. Il 9 febbraio 2015 la procura di Cremona termina le indagini e per Vieri viene chiesta l'archiviazione. L'11 gennaio 2013 viene indagato dalla Procura di Milano per concorso in bancarotta insieme all'ex compagno di squadra e amico Cristian Brocchi. I due calciatori sono sotto inchiesta per il fallimento da 14 milioni di euro della loro società di arredi di lusso, la "Bfc&co". Le loro abitazioni sono state perquisite dai militari della Guardia di Finanza su mandato del pm Ascione e risultano coinvolte anche le loro madri, Christiane Rivaux e Rossella Cerruti, entrambe con una carica sociale, oltre all'amministratore della società Fabio Arcuri. Vieri si difende dicendo che ha finanziato la società con 3 milioni di euro e sostenendo di non aver avuto alcun tipo di attività gestoria. Il 12 febbraio 2014 il pm Ascione chiede l'archiviazione per l'ex calciatore e per sua madre. Fuori dal campo Nel 2000 recita un cameo nel film Faccia di Picasso di Massimo Ceccherini, interpretando il ruolo di Ivan Drago nell'Omaggio a quella fava di Rocky IV, che il comico toscano dedica al pugile Rocky Balboa, reso famoso dalle interpretazioni cinematografiche di Sylvester Stallone. Nel corso degli anni compare in molti spot televisivi come CEPU, TIM, Toys Center, Peugeot, Fastweb, Fonzies, Gillette, TIMVision. Nel 2012 partecipa come concorrente, in coppia con Natalia Titova, all'ottava stagione di Ballando con le stelle, il talent show di Rai 1 sul ballo condotto da Milly Carlucci con la partecipazione di Paolo Belli e si classifica al quinto posto. Dal 24 marzo 2012 partecipa al programma Ballando con te (spin-off di Ballando con le stelle). Nel 2013 è protagonista insieme all'ex compagno di nazionale Marco Delvecchio del programma tv Bobo&Marco - I Re del ballo in onda su Sky Uno. Dal 22 aprile 2014, in vista dell'imminente Mondiale, diventa opinionista e ospite frequente del canale BeIN Sports negli studi di Miami. L'anno seguente esce la sua autobiografia Chiamatemi bomber, scritta con Mirko Graziano. Sarà poi opinionista sempre di BeIN negli studi di Parigi per il campionato d'Europa 2016 e per il campionato del mondo 2018. Nelle estati del 2018 e del 2019 organizza in giro per le spiagge italiane la Bobo Summer Cup, partite benefiche di calcio-tennis alle quali partecipano diversi ex calciatori. Reinventatosi disc jockey, nel luglio del 2019 pubblica il suo primo singolo, The Chance, realizzato con il dj Luca Cassani e la cantante Lara Caprotti. Nel 2019-2020 è opinionista di Tiki Taka - Il calcio è il nostro gioco e Pressing Champions League su Italia 1. Durante il lockdown in Italia derivante dalla pandemia Covid-19, mediante il suo profilo Instagram va in onda quasi ogni sera intervistando suoi ex colleghi tra cui Daniele Adani, Antonio Cassano, Marco Materazzi, Javier Zanetti, Luigi Di Biagio, Luca Toni, Nicola Ventola, Francesco Totti, Alessandro Del Piero. Le dirette riscuotono da subito un notevole successo, raggiungendo ogni sera diverse migliaia di spettatori. Durante le trasmissioni venivano svelati aneddoti delle varie carriere sportive e alcuni utenti avevano la possibilità di intervenire in diretta. Nell'estate del 2020 pubblica il singolo Una vita da Bomber, insieme a Nicola Ventola e Daniele Adani. Ad agosto crea insieme a Fabrizio Vallongo e Driss El Faria, giovani imprenditori, un nuovo marchio di birra, BOMBEER La Birra del Bomber. A dicembre con Bernardo Corradi lancia PLB eSports, un progetto di formazione e intrattenimento per lo sviluppo professionale di giovani talenti nel mondo dei videogiochi. Nello stesso periodo Bobo Vieri, Lele Adani, Nicola Ventola e Antonio Cassano danno vita alla Bobo TV, trasmessa in streaming su Twitch. Il 20 maggio 2021 va in onda in prima serata su Italia 1 dallo Stadio dei Marmi Bomber vs King, una partita di calciotto tra vecchie glorie del calcio capitanate da Vieri e Daniele De Rossi organizzata da Gillette nell’ambito di un progetto che prevede un sostegno legale e psicologico alle donne vittime di violenza tramite la Fondazione Doppia Difesa. Il 14 ottobre dello stesso anno consegue la qualifica UEFA A a Coverciano che consente di allenare tutte le selezioni giovanili e le squadre femminili, le prime squadre fino alla Serie C oltre a poter essere tesserato come allenatore in seconda sia in Serie B che in Serie A. Record Con 9 gol al campionato mondiale, è il miglior realizzatore della nazionale italiana (a pari merito con Paolo Rossi e Roberto Baggio). Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 2 - Torino: 1990-1991, 1991-1992 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1996-1997 Supercoppa italiana: 1 - Lazio: 1998 Coppa Italia: 1 - Inter: 2004-2005 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Coppa delle Coppe: 1 - Lazio: 1998-1999 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 2 - Francia 1994, Spagna 1996 Individuale Trofeo Pichichi: 1 - 1997-1998 (24 gol) Squadra dell'Anno ESM: 3 - 1997-1998, 2001-2002, 2002-2003 Oscar del calcio AIC: 3 - Miglior calciatore assoluto: 1999 - Miglior calciatore italiano: 1999, 2002 Guerin d'oro: 1 - 2001-2002 Capocannoniere della Serie A: 1 - 2002-2003 (24 gol) Inserito nella FIFA 100 (2004) Legend giornalaccio rosa Sports Awards (2018)
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SIMONE PADOIN - Calciatore e Allenatore Primavera
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
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SIMONE PADOIN - Calciatore e Allenatore Primavera
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
SIMONE PADOIN «A tutti i tifosi juventini, premesso che si tratti per me di una cosa assolutamente inusuale scrivere sui social (di cui sono sprovvisto, questo è di mia moglie) e, infatti, è la prima volta che lo faccio, penso che in questa occasione sia assolutamente necessario esprimere da parte mia un ringraziamento particolare a tutto il popolo bianconero che in questi anni mi ha dimostrato costantemente il suo affetto. So assolutamente che un semplice grazie non può bastare a spiegare la mia gratitudine verso tutto l’ambiente juventino: questi sono giorni in cui provo sentimenti contrastanti, da una parte sono carico a mille per la nuova avventura che mi attende, dall’altra provo un grande nodo alla gola per quello che sto lasciando e che con questa lettera voglio ringraziare. GRAZIE innanzitutto a tutti i miei compagni che ho avuto in questi cinque anni, ognuno di voi mi ha dato e lasciato qualcosa di speciale e importante, difficilmente avrò la fortuna di trovare un altro gruppo così unito e solido in ogni occasione, per me è stato un onore immenso giocare con tutti voi e vi ringrazio di avermi fatto sentire importante e apprezzato all’interno del gruppo. GRAZIE agli staff tecnici di mister Conte e mister Allegri dai quali ho potuto imparare cose nuove e vincenti. GRAZIE ad ogni persona che ha lavorato a contatto con noi (Matteo Fabris, dottori, fisioterapisti, magazzinieri, marketing) e chi lavora costantemente “dietro le quinte” e a “fari spenti” dando il suo fondamentale contributo ai successi recenti. GRAZIE alla società (presidente, direttori Marotta e Paratici, Pavel Nedved) migliore che possa esserci, il cui obiettivo è sempre quello di migliorare e grazie a questo spirito è riuscita a essere avanti anni luce rispetto a tutti in Italia e lo diventerà anche a livello europeo e che mi ha dato la possibilità di confrontarmi a un livello altissimo come la Champions. GRAZIE alla bellissima città di Torino, dove sono nati i miei amati figli e che rappresenterà sempre per la nostra famiglia lo scenario di ricordi meravigliosi. E GRAZIE a tutti i tifosi che in questi anni ci hanno fatto sentire il loro appoggio e personalmente mi hanno apprezzato nonostante le mie qualità mediocri per il livello Juventus ma che hanno capito che in ogni occasione ho cercato di onorare la maglia dando tutto me stesso: i vostri complimenti mi fanno provare sinceramente un po’ di vergogna, perché penso di non meritarmeli e per questo vi sarò eternamente grato. Me ne vado via felice e con profonda soddisfazione e fierezza pensando di aver dato anche solo un briciolo di contributo a tutti i trionfi che abbiamo avuto la fortuna di avere in questi ultimi cinque anni. In poche parole GRAZIE JUVE!!!! Vi saluto tutti con grande affetto, facendovi un grande in bocca al lupo per il futuro. Simone Padoin». CATERINA BAFFONI, TUTTOJUVE.COM DEL 20 GIUGNO 2016 Si dividono dopo quattro anni e mezzo le strade tra Simone Padoin e la Juventus. A 32 anni, dopo aver vinto tantissimo in maglia juventina, il centrocampista e difensore friulano ritrova il compagno Marco Storari, ex bianconero, e soprattutto avrà molto più spazio per giocare di quanto ne abbia avuto con la Signora. Idolatrato e sempre incitato dai tifosi bianconeri, il Pado ha voluto salutare tutti i tifosi e la società con una lunga lettera a tratti toccante. Il numero 20 bianconero è stato più che un giocatore, era diventato un totem: amato dai tifosi e trasformato in amuleto dopo aver vinto 5 scudetti di fila. Ora, per Simone, arriverà finalmente l’opportunità di essere titolare in campo e soprattutto con un ruolo da protagonista. Dopo aver assaggiato tanta panchina nell’ultima stagione, con appena 589 minuti collezionati in 14 presenze, il centrocampista bianconero ha accettato la proposta del neopromosso Cagliari e a 32 anni riparte lasciando un po’ orfana tutta la Juve, perché un gregario così, sempre pronto e disponibile al momento giusto e al posto giusto, non si trova tutti i giorni e ora anche mister Allegri dovrà fare la storia, una nuova storia. Conquistare il 6° scudetto bianconero senza poter contare sull’uomo talismano che da quando è arrivato a Torino, gennaio 2012 su forte richiesta di Conte, non ha smesso di vincere. Non solo i 5 campionati di fila, come Buffon, Barzagli, Bonucci, Cáceres e Marchisio, ma anche le 2 Coppa Italia e le 3 Supercoppa italiane. Senza dimenticare la finale di Champions a Berlino, dove i tifosi bianconeri lo osannavano con il coro: «Che ce frega di Leo Messi, noi abbiamo Padoin». Indimenticabile. Esempio per tutti in questi anni e professionista esemplare, capace di dare sempre un contributo affidabile grazie all’uomo (che viene sempre prima del giocatore, soprattutto alla Juve) abile a fare gruppo. Ruolo secondario, uomo silenzioso ma presente, ha parlato poco e conquistato tutto e tutti, diventando un pupillo dello spogliatoio e un jolly per gli allenatori. A livello di professionalità e serietà, per diventare un amuleto, per diventare un “Padoin” alla Juve ci vuole tempo e non è da tutti. ANTONIO CORSA, JUVENTIBUS.COM DEL 20 GIUGNO 2016 Iniziamo da un ripasso veloce, per amor di cronaca. È arrivato a Torino l’ultimo giorno utile per il mercato “di riparazione” del gennaio del 2011, come ricorderete. Era il primo anno di Conte e la Juve lottava e faticava contro il Milan di Allegri, Ibrahimović e Thiago Silva. Fino al suo arrivo. Conte lo conosceva già, avendolo allenato all’Atalanta. Non si oppose. Eppure: non convocato col Siena, non convocato col Milan, non convocato col Napoli, non convocato col Palermo, non convocato con la Lazio, non convocato con la Roma, non convocato col Cagliari. Alla fine giocò 4 partite da titolare e segnò pure un goal, indimenticabile: il 5-0 alla Fiorentina, quello dell’umiliazione. Finimmo col vincere quel campionato, Padoin “bastò” e venne pure riconfermato, anno dopo anno, anno dopo anno. Il secondo giocò 10 volte da titolare (comprese due in Champions). Il terzo ancora 10 partite da titolare (una di Champions). Il quarto, permettetemelo, è stato un anno straordinario per davvero. 18 partite da titolare (inclusa una in Champions League), ma soprattutto la svolta tattica giocando terzino. Sinistro, per giunta. Giocò tanto, tantissimo, bene. Così bene che iniziarono per lui le prime pagine “vere”, quelle di ammirazione, quelle che «Vuoi vedere che oltre alla simpatia e alle battute questo è pure un giocatore?». Dalla parte sua, a sinistra, non passava nessuno. Le cavalcate alla Alex Sandro non le faceva, non vi voglio vendere fumo, ma almeno non si faceva uccellare, faceva le diagonali, teneva l’uomo, trasmetteva sicurezza. Un’alternativa tattica trovata per terra, ma utilissima e a tratti salva-stagione. In campionato, fu il 14° giocatore più utilizzato da Allegri. Nella stagione forse migliore di sempre. Caro Simone (e magari qualcuno che lo conosca gli faccia pervenire queste parole) hai dimostrato con i fatti di poterci stare in un roster della Juventus, altroché. Ma un tributo, dicevo, deve venire dal cuore. E dal cuore vi dico che Padoin è stato bello e divertente, una favola nella favola, fino al 30 agosto dello scorso anno. Dopo quel maledetto Roma-Juventus nel quale Allegri lo immolò da regista, stop, fine del padoinismo: una brutta partita (con mille attenuanti) ha distrutto tutto. Il Pado è stato zitto, non si è mai lamentato, non ha mai sbagliato una parola (neanche dopo l’esclusione dalla lista Champions), il giorno dopo Roma era di nuovo al suo posto, pronto ad allenarsi più degli altri. Primo ad arrivare e ultimo ad andarsene, e non è un modo di dire abusato nei tributi: nel suo caso è pure vero. Testa bassa e pedalare, senza mai sentire nulla, né gli elogi, né i mugugni. Ho visto presunti “fenomeni” crollare psicologicamente in situazioni analoghe. Mezzi uomini. Non lui. Lui è quello che, dopo essere scomparso dai radar perché non più “alla moda” come un tempo, il 17 aprile fece un gran goal contro il Palermo, ricevendo l’abbraccio di tutti i compagni di squadra. Simone è stato un grande e da grande ha lasciato così, con l’ovazione dello Stadium e con delle parole di puro amore e riconoscenza affidate all’account Instagram della moglie, riunendo tutti, nuovamente, in un unico lungo applauso. Ha chiuso da vincente professionalmente e umanamente e mi mancherà. Andrà al Cagliari, leggo. In fondo ne sono felice. Tornerà a giocare, con una nuova sfida davanti. Anch’io, che nutro la massima stima per lui, sono abbastanza onesto intellettualmente da non ritenerlo all’altezza di una lista ristretta nella Juve. E allora che vada a riprovare l’emozione di partire titolare, di tirare da fuori, di inserirsi senza palla, di sentirsi uno dei leader della squadra. Faccia vedere a ‘sti ragazzini sardi che lui, prima di andare a fare l’umile soldatino alla Juve, era un bel giocatore, anche di qualità. Torni a far parlare di sé come calciatore. Ciao Simone. Forza Simone. Alla tua. ENRICO ZAMBRUNO, “HJ MAGAZINE” DEL GENNAIO 2014 Parte dal basso il volo di Simone Padoin, comincia nella provincia. Umiltà, sacrifici, sudore e lavoro. La ricetta è sempre e solo questa. Ma c’è un segreto. Perché Simone non è da solo, perché le cose più belle sono quelle condivise. E qui scende in campo Valentina, più importante di qualsiasi allenatore, perché lei è l’anima gemella. Il loro è un cammino lungo, che ha radici profonde. E così mentre Simone arriva alla corte della Juventus, raggiungendo l’apice della carriera, Valentina corona il suo obiettivo. Aprire un luogo tutto suo, nell’amata moda, lavorandoci con passione giorno e notte. Ma partiamo da più lontano. Valentina e Simone si fidanzano nel 2002, a Bergamo, città che per lui è ormai diventata una seconda casa. Gioca nelle giovanili dell’Atalanta, il club che più ha creduto sulle sue capacità, prelevandolo a soli 14 anni dal Donatello di Udine. «Eravamo ragazzini, è passato tanto tempo – racconta Valentina – fu un colpo di fulmine immediato, Simone era ed è ancora oggi l’umiltà e la semplicità in persona. Alla Juventus non ci arrivi per caso, ma attraverso tanto lavoro. Me lo ricordo bene il giorno decisivo per il suo passaggio a Torino. Simone mi guardò negli occhi e mi disse della Juve, che c’era questa possibilità. Che grande gioia provai in quel momento per lui. Era un sogno, gli dissi di non pensarci neanche un attimo». Da un sogno all’altro. Febbraio 2013, nasce a Seriate (a una manciata di chilometri da Bergamo) il Simone Padoin Atelier. «Una boutique di alta moda con sartoria interna alla quale mi sto dedicando tantissimo – aggiunge Valentina – io e Simone abbiamo deciso di metterci in gioco, nonostante il periodo difficile in Italia per attività del genere. La sentiamo come una cosa nostra, creata da zero, che seguiamo passo dopo passo». E qui arriva Simone. Con i tempi giusti – perché la sua carriera da calciatore è ancora lunga – già pensa a quello che sarà una volta appese le scarpe al chiodo. «Fra 10 anni non mi immagino ancora nel calcio. Questo è un mondo che ti svuota a livello di energie mentali. Non mi vedo a fare l’allenatore, dirigente o osservatore. Al massimo mi piacerebbe aprire una scuola calcio e gestire un Centro Sportivo. Io mi vedo a Bergamo, a fare un lavoro a contatto con la mia famiglia, portare avanti le attività che deciderò di mettere su. Sicuramente vorrò aiutare mia moglie in negozio. Lei è l’imprenditore di famiglia, mi piace l’idea di starle accanto e dare il mio contributo». Otto anni di fidanzamento, poi il matrimonio nel 2010. «La portai un week-end sul lago di Garda, poi la sera della richiesta ufficiale andammo nella parte alta della città, dove si domina tutta Bergamo, e le diedi l’anello. Ci siamo sposati a San Paolo d’Argon, vicino a Bergamo, il suo paese natale». L’amore per il calcio nasce invece a Gemona del Friuli. «Quando ero piccolo andavo al campo in bicicletta, indossando già con le scarpe con i tacchetti. Partivo dal negozio di articoli per la scuola di mia mamma e volavo là felice. Ho ancora in testa tutte le prediche di mia madre quando rientravo a casa con i vestiti sporchi». Inizia a giocare nella Gemonese, poi a 11 anni c’è il passaggio al Donatello di Udine, la squadra che raccoglieva i migliori giovani della zona. La svolta arriva a 14 anni, perché alla porta di casa Padoin bussa l’Atalanta. «Ai tempi feci anche dei provini con Milan e Inter, ma alla fine non se ne fece nulla. Andare a Bergamo è stato fondamentale, anche se non è stato facile lasciare casa così presto». Simone esce dal Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di Bergamo con 98/100. Da piccolo adorava sciare («per due anni consecutivi ho portato a casa due secondi posti in discesa libera ai Campionati Regionali»), mentre oggi segue il tennis, con Rafa Nadal in cima alla lista delle preferenze. Ha un cane di nome Toby, in ritiro è in camera sempre con Andrea Barzagli e il miglior amico che ha nel mondo del calcio è Daniele Capelli, oggi a Cesena. Divora i libri di Giorgio Faletti, ammira il cestista LeBron James, in TV non si perde neanche per sbaglio una puntata di “X Factor” e un giorno vorrebbe andare da Papa Francesco proprio come ha fatto Carlos Tevez. Il legame tra Padoin e la Juventus sboccia tutto nel cerchio di poche, decisive ore. «Era fine gennaio 2012. Mi chiamò il mio procuratore e mi disse dell’interesse della Juve. Dovevo dare una risposta immediata: o sì, o no. Con Valentina ci sedemmo sul divano, io diventai bianco in faccia. Questi sono treni che passano una volta nella vita. Fui convinto anche dall’aver visto la Juve, da avversario a Bergamo, qualche settimana prima. Perdemmo 2-0 e mi fece un’impressione pazzesca. Lì capii lo spirito straordinario di questo gruppo, che ho ritrovato qui». Arriva a Torino, prende posto nello spogliatoio a Vinovo, vince lo scudetto, vince la Supercoppa Italiana e concede il bis tra maggio e agosto scorso. Una favola. Costruita con passione. Costruita con il sudore. Sempre con Valentina accanto. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/09/simone-padoin.html -
SIMONE PADOIN - Calciatore e Allenatore Primavera
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
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DARKO KOVAČEVIĆ «Sono un ambizioso». È la spezia che Darko Kovacevic mette sul piatto della conversazione ogni tre frasi pronunciate – scrive Matteo Marani sul “Guerin Sportivo” del 9-15 febbraio 2000 –. Una piacevole ossessione che lo sta spingendo a essere la sorpresa più importante della Juve 2000 e dell’intero campionato. Darko si alza di continuo il bavero del cappotto, quasi come avesse un tic. E così abbigliato, simile a un eroe poliziesco o a una guardia del corpo, riparte spedito: «No, non mi accontento di dire che sono nella Juve o di guadagnare i soldi che una squadra come la Juve ti può offrire. Io voglio giocare, fare tante reti e trionfare. Sono un ambizioso». Benedetta sincerità. Racconta che l’unica volta in cui gli è stato facile attendere su una panchina era per la nascita della prima figlia, Stella, che oggi ha quattro anni. L’unica volta, perché lui detesta tutte le panchine del mondo. Il secondo figlio si chiama come lui, Darko, ed è nato due anni fa in Spagna durante l’esperienza felice alla Real Sociedad. «Il terzo vorrei che nascesse in Italia, ne stiamo parlando con mia moglie Daniela». A lei, la donna che è l’ombra perenne del colosso serbo, ha regalato un salone di bellezza in Jugoslavia. Darko è un arrampicatore silenzioso, da sempre la razza più amata dal popolo juventino. «Sono uno con i piedi per terra». E bisogna per forza credere a uno che porta il 44 di scarpe. – Da acquisto semisconosciuto a rivelazione della stagione. Almeno tu pensavi che tutto questo potesse accadere così in fretta? «Sono felice. Ma non mi basta: io sono alla Juve per trionfare, per segnare tanti gol e per giocare. La mia sfida non è finita qui. La cosa che mi fa più piacere è l’affetto dei tifosi. Dopo appena cinque mesi in Italia è capitato a pochi stranieri di sentire il proprio nome cantato allo stadio. Loro mi incitano sempre, mi vogliono molto bene. Vorrei segnare i miei gol per loro». – Una cosa bella. «La più bella della mia vita». – Diciamo la verità: la panchina inizia a stare troppo stretta al miglior acquisto della stagione. «Ho davanti due campioni come Del Piero e Inzaghi, dunque ci sta che non giochi. Ma non voglio stare in panchina per sempre». – Messaggio chiaro per Ancelotti. «I gol segnati mi stanno aiutando tantissimo a mettermi in mostra e so che presto giocherò con più frequenza, la cosa che amo fare. Stare in panchina in una grande squadra non ti consola: ogni calciatore vuole essere continuamente in campo per lottare e vincere. E farlo da protagonista. Ripeto: sono un ambizioso». – Ancelotti cosa ti ha detto in queste settimane? «Di avere pazienza, che arriverà il mio momento. Il mister crede molto in me ed è per sua volontà che sono alla Juventus. È venuto a vedermi molte volte quando giocavo in Spagna e fra tutti gli attaccanti del mondo che poteva prendere lui ha detto: “Datemi Kovacevic”. È un grande orgoglio per me». – Qual è il suo pregio maggiore? «È un bravo allenatore, conosce ad esempio ogni avversario, ed è un grande amico dei giocatori. Il fatto di aver lasciato il campo solo pochi anni fa gli ha lasciato una mentalità giusta per gestire il gruppo. E qui alla Juve ho trovato il migliore da quando gioco a calcio, un merito che va tutto al mister». – Quando in estate sei arrivato in Italia, giornali e opinione pubblica sembravano ignorarti. Ti ha disturbato quella freddezza? «Mi seccava che le reti fatte in Spagna non valessero niente, ma mancavo del “nome” e questo era comprensibile. Ero uno zero assoluto. Ma sapevo molto bene che mi aveva voluto l’allenatore. Ed era l’assicurazione principale per affrontare questa esperienza. Ancelotti mi ha chiesto perché mi aveva visto giocare e sapeva cosa potevo dare alla squadra». – Oggi è migliorato il tuo rapporto con la stampa? «È ottimo e devo ringraziarla. I giornali mi stanno aiutando moltissimo, sono dalla mia parte. Leggo titoli in cui dicono che devo giocare, che Kovacevic non può stare fermo in panchina visto i numerosi gol che ha fatto. La stampa può massacrarti o esaltarti, darti dieci o zero». – A te quanto sta dando? «Non meno di nove». – Torniamo ad Ancelotti: gli hai creato un bel po’ di problemi. Alla faccia della gratitudine! «Io ho voluto creargli questi pensieri. Era il mio scopo: metterlo in difficoltà nelle scelte. Per lui adesso è difficile, me ne rendo perfettamente conto. Ma questo è il mio mestiere: lottare, combattere, far vedere che in panchina aveva uno che non ci voleva stare». – Oggi che lo stai conquistando a suon di reti ed elogi, come ti sembra questo calcio italiano? «Ho giocato sia in Inghilterra che in Spagna, gli altri due campionati più importanti. E non c’è paragone. Qui si gioca forte, il risultato è tutto, ti trovi davanti difese fortissime». – Hai ragione: Thuram, Nesta, Mihajlovic, Chamot, Cannavaro. «Sì, ma la cosa più incredibile è che vai a Venezia e soffri contro un difensore sconosciuto. O vai a Piacenza e ti trovi davanti uno come Vierchowod, un quarantenne che corre, lotta e sgomita come un ventenne. Oppure guarda il nostro Ferrara: 33 anni ed è più veloce dei diciottenni». – Insomma, non c’è mai un attimo di tregua. «Hai capito. Al di là della tattica molto sofisticata, è un calcio che richiede forza fisica, in cui si lavora tanto. Ventrone mi ha fatto sudare come non mi era mai successo in carriera. Carichi enormi di lavoro e cura di ogni piccolo dettaglio per non sbagliare mai». – Cosa vuol dire la Juve? «Che quei carichi di lavoro li fanno anche fuoriclasse come Zidane, Davids, Tacchinardi. Un esempio decisivo. E che dentro a ogni componente della squadra c’è fame, rabbia, voglia di vincere. Mai mollare, sempre pensare di vincere. Sempre». – Altre caratteristiche del successo juventino? «Qui funziona tutto. Ogni persona ha un incarico e lo assolve nel migliore dei modi. Tanta serietà e molto impegno. Si spiega così perché la Juve ha vinto tutto quello che c’era da vincere al mondo. Con un dato fisso: avere sempre grandissimi campioni nella sua rosa». – Qual è il giocatore della Juve che ti ha più impressionato? «Zidane!». – Non hai avuto bisogno di molto tempo per rispondere. «È il più forte del mondo. È di un altro pianeta. Giocargli accanto è divertente. Ti mette la palla sempre nel posto giusto al momento giusto. Non vale nel giudizio tecnico, ma è pure una bravissima persona». – Meglio lui o Rivaldo per il Pallone d’Oro? «Io non l’avrei dato a Rivaldo». – L’avresti assegnato nuovamente a Zidane? «Sì, a Zizou». – C’è un altro giocatore della Juve che ti ha colpito? «Faccio due nomi: Montero e Tacchinardi. Il primo è il miglior difensore del campionato, il secondo è fortissimo e non capisco perché non venga chiamato in Nazionale». – Tu con chi hai legato? «Ho rapporti molto stretti, anche per via della lingua, con Tudor e Mirkovic. Usciamo spesso con le nostre famiglie. Le discoteche non mi piacciono, cosi mi rifugio al ristorante. Vado matto per i vostri primi piatti e per i dolci. Trovo molto simpatico anche Ciro (Ferrara ndr). Quando arrivai nel ritiro di Chatillon fu lui a farmi i primi scherzi». – Quali? «Top secret». – Darko, come si vive a Torino? «Bene. Del resto quando giochi in una squadra come la Juve non puoi star lì a pensare alla città. È la tappa più importante della carriera, conta questo. Passo molto tempo in casa (nel centro di Torino, lo stesso palazzo in cui abitava Vialli ndr) davanti alla tv jugoslava, che vedo grazie alla parabola, o a Internet». – A proposito della Jugoslavia, dentro quanto ti manca? «Non ho nostalgia, mi mancano però le chiacchierate al bar con gli amici. Parlo del bar centrale di Kovin, il paese in cui sono nato. È a 50 chilometri da Belgrado. La mia casa è lì, in piedi, ma in giro si vedono ancora i segni della guerra. Credimi: è uno spettacolo che dà un dolore enorme. Vedo il campo in cui giocavo da bambino, scappando da scuola per andarci a giocare». – In questi anni hai cambiato amici? «No, sempre loro: Divaz e Todorivic, che gioca nella Serie C jugoslava. Adesso abbiamo le nostre famiglie e così si sta insieme a mogli e figli». – Oggi com’è il clima nel tuo Paese? «Io non amo parlare della guerra, ma dai discorsi sento che la gente ha problemi, è triste. Ci vorranno molti anni per cancellare quel conflitto dalla memoria. I segni si vedono soprattutto nel morale. E per questo vorrei vincere i prossimi Europei. Ce la possiamo e dobbiamo fare per la nostra gente». – Lo striscione dei tifosi laziali per Arkan ha fatto decidere per la sospensione delle gare in caso di simili episodi. Sei d’accordo con la scelta? «Politica e sport sono cose diverse e tali devono rimanere». – Dopo gli Europei che vorresti vincere, come te la immagini la nuova stagione con la Juventus? «Con Kovacevic più in campo. Sono sicuro che il prossimo anno avrò maggiore spazio. Posso esagerare?». – Esagera. «Sarò il capocannoniere del campionato 2000-2001. Non scherzo: voglio essere uno dei marcatori più importanti nella storia della Juventus». – Poniamo l’ipotesi che non ci sia posto per te nemmeno il prossimo anno: a quel punto chiederesti di andartene? «Sono onesto: rifiutare la Juve è difficile». – Facciamo il gioco della Torre: fra Inzaghi e Del Piero, tuoi rivali per l’attacco, chi butti giù? «Mi trovo bene con entrambi. Con Inzaghi giochiamo abbastanza vicini, entrambi in area a cercare il pallone giusto. Alex sta più largo e preferisce il passaggio». – Inzaghi ha detto: “Giocare con Kovacevic è come farlo con Vieri in Nazionale”. «Sono lusingato, anche perché Vieri è il mio modello. È vero che io e Bobo ci assomigliamo, benché ce ne voglia a essere come lui. È un attaccante forte dal punto di vista fisico. È bravissimo di testa, gioca facile e lavora tanto» – Torniamo a Inzaghi: cosa ti piace di lui? «Lo chiamano Pippo-gol e già nel soprannome c’è la risposta. Ha un fiuto incredibile, la butta sempre dentro. Magari non tocca un pallone per tutta la partita e poi, al novantesimo, infila la rete decisiva». – Tocca a Del Piero. «Tecnicamente è straordinario, si vede che gli piace giocare a football. È un buonissimo attaccante. Mi ricordo il giocatore di due anni fa, era sicuramente il migliore al mondo. Un vero fenomeno. Oggi gli manca poco per tornare quello di un tempo. Gli serve soltanto il gol». – Il gol, una parola. «La cosa più bella per chi fa il mio lavoro. Mi piace, ne ho sempre fatti parecchi e anche qua sto segnando. Gente come me, Inzaghi o Vieri vive per quello». – Qual è l’errore più grave che hai commesso nella tua vita? «Andare in Inghilterra. I mesi allo Sheffield Wednesday sono stati terribili. Arrivai e segnai due gol con il Bolton, ma il match successivo finii in tribuna. La cosa si ripeté: più segnavo più venivo spedito in tribuna». – Si direbbe che è un tratto ricorrente nella tua carriera. «Ma questa è la Juve! In Inghilterra pensavo di impazzire; mi ha salvato la presenza di mia moglie. Ci siamo conosciuti in una festa organizzata nel solito bar di Kovin. Lei aveva 18 anni, io due di più. Ed è bastato uno sguardo. Io sono un uomo forte, che ha un carattere grintoso, ma senza di lei non sarei la persona di oggi». – Un campione di temperamento. «Sono diventato uomo con la morte di mio padre due anni fa. Ho capito in quel momento che i soldi non servono a nulla. Mio babbo mi ha insegnato ad avere personalità. Quando passai alla Stella Rossa, dopo un lungo braccio di ferro con il Partizan, mi disse: “Quello che fai è giusto”. Scelsi la prima, lui era del Partizan». 〰.〰.〰 Darko si fa apprezzare quasi subito per le sue doti: implacabile di testa, si fa valere anche con la palla al piede, un duro, coraggioso, potente, fortissimo fisicamente, anche se non ha un senso tattico particolarmente sviluppato. Il primo anno scende in campo 44 volte (27 in campionato, 3 in Coppa Italia e 11 in Coppa Uefa) realizzando 19 gol (rispettivamente 3, 2 e 11). Notevole la sua prestazione a Milano contro l’Inter, vinta grazie a una sua doppietta. Il campionato successivo è piuttosto avaro di soddisfazioni: arriva David Trézéguet, sul quale la società punta molto e per Darko gli spazi si riducono. Sono solo 27 le presenze, molte delle quali partendo dalla panchina con 6 realizzazioni. Gestito malissimo proprio dal suo grande estimatore Ancelotti, sacrificato troppe volte sull’altare di Pippo Inzaghi. La mancanza di continuità è il suo maggior difetto; stimatissimo da Boskov – che non ha mai perso occasione di lodarne le qualità fisiche e caratteriali – non sfonda neppure in Nazionale, non essendo convocato per gli Europei in Belgio-Olanda. L’impressione generale è che non sia un giocatore da squadra ai vertici europei, dove potrebbe riciclarsi come punta di rincalzo. Professionista ineccepibile, comunque, e coraggio da vendere. Nell’estate del 2001 viene ceduto alla Lazio, in cambio di Marcelo Salas, nella quale disputa solamente 7 partite, prima di ritornare alla Real Sociedad. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/darko-kovacevic.html
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LUCIANO SPINOSI Nasce a Roma il 9 maggio 1950. A dieci anni, è investito da una macchina, che gli causa la frattura di una gamba («Da mancino diventai destro», ama ricordare); si riprende ed è tesserato dalla Tevere Roma, che gioca in Quarta Serie. Luciano picchia che è un piacere, mangia delle bistecche da far paura, ma non ingrassa di un etto; lo chiamano Er Secco der Villaggio. «Sono sempre passato per un picchiatore, ma non era così. Certo, le mie entrate le facevo, ma non ho mai fatto male a nessuno e, soprattutto, non sono mai stato espulso per un fallaccio».Nell’estate 1967, compie il gran balzo che lo porta dalla Serie D alla massima divisione nelle file della Roma con la quale, diciottenne, esordisce in Serie A. «Eravamo di lunedì e mister Pugliese venne da me, dicendomi che la domenica successiva, contro il Torino, mi avrebbe dato il posto da titolare. Mi disse di stare tranquillo e, forse per farmi passare un principio di tremarella, mi predisse che avrei pure segnato un gol. Fra me e me pensai che sarebbe stata una cosa assai improbabile, primo perché non sono mai stato un goleador, secondo perché, nel ruolo di difensore, non è che si abbiano molte occasioni per tirare a rete. Infatti, la mia prima rete la segnai l’anno dopo contro il Pisa».Dopo un triennio trascorso nella Capitale, nel 1970, in compagnia di Capello e Fausto Landini, raggiunge la Juventus e in bianconero si ferma otto anni. «Ricordo che girava voce che dovessi andare alla Juve, ma dalla società non trapelava niente. Una delle ultime partite di campionato la giocammo proprio a Torino contro i bianconeri. Mentre facevo riscaldamento, si avvicinò Boniperti. Ci salutammo e lui mi fece notare che avevo i capelli troppo lunghi e che li avrei dovuto tagliare. Lì ho capito che sarei andato alla Juve! Mi sono ambientato senza problemi, perché stavo facendo il militare a Roma e, praticamente, ero a Torino solamente pochi giorni. In questo modo, non ho sentito la nostalgia di casa e mi sono abituato alla città piemontese per gradi. Poi sono stati anni fantastici, basti pensare che qui mi sono sposato e qui sono nati i miei figli. Era un calcio diverso, io dovevo seguire il mio avversario in ogni zona del campo. Mi ricordo un episodio curioso: giocavamo al Comunale, era inverno e faceva un freddo cane. Il campo era metà al sole e metà all’ombra. A un certo punto il mio avversario (non ricordo chi era) mi dice. “Senti Luciano, io vado a giocare al sole che qui all’ombra fa freddo. Tu mi segui?” Io gli risposi: “Certo”. “Bene, allora andiamo”, disse lui. E così facemmo».Difensore di buon temperamento a Torino è per quattro stagioni pedina fondamentale del pacchetto arretrato di una Juventus che sta diventando grandissima, poi con l'arrivo di Gentile le sue apparizioni si fanno episodiche e Spinosi, con grande professionalità, appena ventiquattrenne, vive l'amara esperienza della retrocessione al ruolo di rincalzo, dovuta anche a un gravissimo infortunio. Il 3 novembre del 1974, infatti, sul campo della Sampdoria, intervenendo di testa, Luciano ricade malamente con conseguenze disastrose e forzato periodo di inattività.Per Luciano inizia un lungo calvario: «Pensavo addirittura di non poter più giocare, ma mi buttai a capofitto nella preparazione e i primi allenamenti furono durissimi; poi, un mattino, il dolore sparì e capii di potercela fare. Più mi allenavo e più speravo, perché il muscolo si riprendeva. Purtroppo, quando mi sono ripreso, non ho più ritrovato il posto, anche se, devo riconoscerlo, Morini ha giocato sempre magnificamente. Con Ciccio ho sempre avuto un ottimo rapporto, nonostante i giornalisti ci volessero far litigare per il posto in squadra».Spinosi è, sicuramente, un giocatore che ha ricevuto, almeno nella Juventus, molto meno di quanto avrebbe meritato: iniziò la sua carriera come terzino, costituendo con Marchetti una coppia dura e grintosa. Marcatore solido, sempre concentrato, era dotato di un bagaglio tecnico non disprezzabile che gli consentì, anni dopo nella Roma, di giocare esterno in una difesa a zona a quattro: «Me la sono sempre cavata, come terzino, spingendomi spesso in avanti, grazie anche alla mia discreta tecnica. Ma ritengo di essere, soprattutto, uno stopper. Sarà per l'alta statura che mi favorisce negli inserimenti di testa, ma è certo che al centro dell'area sono a mio agio».Il momento del decollo sembra arrivare nella stagione 1976–77: il Trap lo vuole stopper titolare da affiancare a Gaetano Scirea, ma dopo un paio di partite un altro infortunio lo mette fuori gioco. Entra Morini ed è un trionfo; l'esplosione di Cabrini poi (Cuccureddu e Gentile non si potevano discutere come marcatori) lo relega in panchina e all'epoca era panchina davvero; una sola sostituzione, oltre al portiere e cambi davvero con il contagocce.«Chiesi a Boniperti di andare via. Non avrei mai lasciato la Juve, ma avevo solo ventotto anni, mi sentivo giovane e avevo voglia di giocare. Restando a Torino avrei disputato pochissime partite e ne avrei sofferto tantissimo. Il presidente non mi voleva mandare via, ma vista la mia insistenza mi cedette alla Roma, come da mio desiderio». MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1988Ci fu un tempo in cui Juve e Roma andavano d'accordo. Non parlo di tempi lontani, ma del principio degli anni Settanta, quando la Roma era Romena (la citazione è testuale ed è tratta dai giornali dell'epoca) e non era ancora balzata ai vertici del calcio nazionale, diventando per un certo periodo, una delle antagoniste che negli ultimi quindici anni la sorte ha posto ciclicamente sulla strada sempre vincente della Juve bonipertiana. Bianconeri e giallorossi, insomma, avevano ottimi rapporti, certamente migliori di quelli, burrascosi, del primo periodo degli anni Ottanta, quando la Juve era l'odiata nemica dei capitolini. Ma tant'è, tutto passa, i campioni se ne vanno dall'una e dall'altra parte e il dialogo poi riprende, corretto e signorile com'è sempre stato da parte juventina. E così, magari, in futuro torneremo a vedere giocatori giallorossi emigrare verso la Juve e viceversa, così com'è già accaduto con Boniek e accadde nel 1970 con Spinosi. Il Core de Roma, infatti, è stato con Capello e Landini uno degli esempi dell'interscambio Juve–Roma e certamente ha lasciato una traccia nella recente storia della Juventus.Nato nella capitale, per la precisione nel popoloso e vivace Villaggio Breda, il 9 maggio del 1950, Spinosi comincia a giocare al calcio nella Tevere Roma. Prima le giovanili, poi l'esordio in Serie D e quindi a diciassette anni la Roma. Tre stagioni, ottime prove anche nella primavera giallorossa e nel 1970 ecco la Juve. Difensore roccioso ed eclettico, abile sui palloni alti, con una propensione alla marcatura ma anche alla propulsione, Ciano forma allora con il biondo Marchetti una coppia che i cronisti non esitano a definire la riedizione del duo interista Burgnich–Facchetti. Ottime prove, una disciplina di fondo unita a un carattere gioviale, a una facilità innata allo scherzo, fanno ben volere Spinosi sia dai compagni sia dai tifosi. Gran fisico, faccia sorridente fuori dal campo e cattiva in partita, per il bravo Luciano arrivano gli scudetti 1972 e 1973 e le prime maglie azzurre (1971). Sembra un sogno destinato a continuare e nell'estate del 1974 c'è anche la soddisfazione dei Mondiali in Germania. Spinosi parte titolare, ma naufraga con la squadra azzurra che esce al primo turno eliminatorio, rischiando anche contro i modesti giocatori di Haiti. Ed è proprio l'uomo affidato a Spinosi a segnare all'Italia l'unico goal haitiano, è un folletto, tale Sanon, che con uno scatto farà impallidire Luciano lasciandolo indietro di quei pochi (o tanti) metri sufficienti ad andare in rete.Al ritorno dai Mondiali, persa la maglia azzurra, Spinosi trova una sorpresa: la Juve l'anno precedente si è assicurata Claudio Gentile. Gento parte riserva ma scalpita e, complice anche un grave infortunio alla testa del femore rimediato da Ciano a Genova contro la Sampdoria, presto si appropria della maglia del titolare. Da quei giorni Gentile diviene un inamovibile e Spinosi un panchinaro. Luciano accetta la sorte, si impegna e ogni volta che verrà chiamato dall'allenatore cercherà di trovare spazio e gloria. Si reinventa stopper, libero, diventa, insomma, un jolly. Come tale vincerà ancora gli scudetti 1975, 1977 e 1978 e la Coppa Uefa 1978 (memorabile in quell'occasione una sua partita contro la punta del Manchester Channon e il secondo tempo del ritorno della finalissima a Bilbao).Dopo la Juve il ritorno a Roma, nel 1978, con due Coppe Italia (1980 e 1981), quindi il Verona, il Milan e infine il Cesena, dove nel 1984, Spina chiude una carriera davvero luminosa. Diciannove le sue presenze azzurre, il debutto è del 1971, con tre gettoni nell'Under e sei nella giovanile.Che dire in più di Spinosi? Che è stato un uomo capace di farsi apprezzare anche nei momenti più bui, che ha saputo lasciare in tutte le società in cui ha militato un ottimo ricordo. Chi scrive queste righe gli è stato amico ed ha passato splendide giornate con lui, apprezzandone quello spirito istintivo e incisivo che lo ha reso personaggio anche soltanto in occasione di una chiacchierata tra amici.Oggi Spinosi allena la primavera della Roma, non è cambiato è ancora quel Core de Roma che seppe amare Torino e farsi amare anche dai tifosi della Juve. NICOLA CALZARETTA, “GUERIN SPORTIVO” DEL MAGGIO 2017Non capita a molti di essere protagonisti nello sport, nel cinema e nella letteratura. Sarà per via del bel fisico, del capello ondulato e del sorriso ammaliante, ma al difensore romano Luciano Spinosi, classe 1950, è successo tutto questo. Avvio precoce nella Tevere Roma, quindi la maglia giallorossa nel 1967 e a venti anni quella della Juventus. Otto stagioni a Torino e poi nel 1978 il ritorno a Roma, prima dell’ultimo giro d’Italia tra Verona, Milan e Cesena. Quindi, chiusa la parentesi di calciatore nel 1985, ecco il trasferimento in panchina. Prima con le giovanili giallorosse, con alcuni successi pesanti e il lancio dell’adolescente Francesco Totti, poi come tecnico in prima in Serie B e C, infine come vice di Eriksson tra Sampdoria e Lazio, società dove è rimasto fino al 2004, contribuendo a vincere moltissimo, al fianco di Zoff, Zaccheroni e Roberto Mancini. Nel mezzo ecco il cinema: a metà anni Ottanta recita in un “Don Camillo” con Terence Hill e compare nel primo “L’allenatore nel pallone” del mitico Oronzo Canà (Lino Banfi). Infine la letteratura, con il romanzo “Azzurro Tenebra” di Giovanni Arpino, ispirato alle vicende della Nazionale al Mondiale tedesco del 1974 che vede tra i protagonisti anche lui, ribattezzato “Spina”. Insomma, gli ingredienti per un ricco amarcord ci sono tutti. Ci troviamo al Tennis Club Eur di Roma. Lui è venuto a piedi, abita poco lontano. Bel sole, il profumo dell’erba appena tagliata e, in lontananza i colpi di racchetta di due tennisti in azione. Stretta di mano, scambio dei gagliardetti, ci sediamo. Ho con me “Azzurro Tenebra”. Lo apro al capitolo terzo, dove vengono presentati gli undici che di lì a poco debutteranno al Mondiale contro Haiti: “Spina sorride ma con gli occhi troppo grandi, un tremito lungo la gamba destra: desidera l’avversario, lo vuole subito, ha bisogno di misurarne il fiato, il puzzo, il peso”».Era proprio così? «C’è molto di vero, sì. C’era la voglia di giocare. Di polemiche ce ne erano già state tante, fin dal ritiro a Coverciano quando furono assegnati i numeri delle maglie, ed erano poi proseguite in Germania».Cosa era successo? «Alcuni compagni non accettarono il ruolo di riserva e lo dissero. Primi tra tutti i giocatori della Lazio guidati da Chinaglia, che avevano appena vinto lo scudetto. Spesso mi era capitato di fare il viaggio Roma–Coverciano con Giorgio, Wilson e Re Cecconi. Potevo capirli, ma davanti a loro c’era chi fino a quel momento aveva comunque meritato la maglia da titolare».E tu avevi la numero due oramai da qualche anno. «Ho esordito nel giugno del 1971. Fui uno dei pochi che il commissario tecnico Valcareggi inserì nel gruppo dei “messicani”: Ho fatto tutta la qualificazione ai Mondiali. Era giusto che, almeno in partenza, fossi tra i primi undici. Così come lo era per gli altri titolari».Tra cui c’era comunque Chinaglia. «Giorgio era un generoso e un istintivo. Si batteva per i suoi compagni. A me stava simpatico, ma quando parlava di calcio era “piccante”».Finalmente arriva il giorno di scendere in campo, 15 giugno 1974. «Via le chiacchiere, congelate almeno per novanta minuti le polemiche, ora c’era solo la partita con le sue sfide e i suoi duelli, uno contro uno, quelli che piacciono a me».Ti aspetta un certo Sanon, veloce ala di colore. «Me ne sono accorto al primo minuto del secondo tempo che era veloce. Siamo nel cerchio di centrocampo, la palla schizza a lui che scappa a cento all’ora verso la nostra porta, supera anche Zoff e segna, interrompendo il suo record d’imbattibilità. Ricordo che Dino mi guardò sconsolato: “Luciano, però potevi stenderlo”: Ed io: “Dino, e chi ce la faceva a prenderlo!”».Il goal vi sveglia, perché alla fine Haiti viene superato per 3–1. «Tutto vero, ma nel mezzo c’è il gestaccio di Chinaglia a Valcareggi al momento della sostituzione. Un’altra bomba che scoppia. Il clima diventa ancora più irrespirabile con la squadra sempre più divisa in tanti gruppetti».Tutto questo con due partite da affrontare per superare il primo turno, l’obbiettivo minimo della spedizione. «Con l’Argentina pareggiammo 1–1 grazie a una loro autorete. Il peggio venne con la Polonia. Entriamo in campo e ci diciamo “vinciamo, vinciamo”: Sembrava il giorno giusto, invece perdiamo e non sappiamo neanche il perché. Ci fu molto nervosismo, finimmo quasi per litigare tra di noi».Tu sai nulla di presunti tentativi di accordo tra Italia e Polonia? Hai avuto qualche percezione in campo? «No. Posso immaginare che qualcosa sia stato tentato. Di voci negli anni seguenti ne sono corse. Di certo non avrebbero cercato Spinosi: avevo ventiquattro anni, ero uno dei più giovani. E difatti nessuno mi contattò».Morale della favola: ce ne torniamo a casa dopo il primo turno. Un fallimento. «Un gran peccato, perché quella Nazionale avrebbe potuto arrivare molto in alto e invece fu un naufragio senza attenuanti. E pensare che la nostra porta era inviolata da più di un anno e che nel novembre del 1973 avevamo battuto l’Inghilterra a domicilio, Per la prima volta nella storia».Che ricordi hai della magica serata di Wembley, 14 novembre 1973? «Il pubblico. Lo stadio. Un’emozione incredibile. E poi le maglie bianche della Nazionale inglese. Un po’ di timore, ma giusto il tempo di iniziare a giocare e tutto è sparito. Io ero fatto così. Fischio d’inizio e mi concentravo sulla mia gara e sul mio avversario».Le cronache parlano di uno Zoff miracoloso e di uno Spinosi da 7,5. «Dino fece delle parate eccezionali, il pallone era anche più leggero di quello che di solito si usava in Italia. Io me la vidi con Clarke, un osso duro. Lo arginai bene, soprattutto sulle palle alte. E poi quando arrivò il goal di Capello a pochi minuti dalla fine, fu un trionfo, anche per i nostri connazionali. Quello che non successe in Germania».Per te quella con la Polonia fu anche l’ultima partita in azzurro. «Purtroppo sì, anche se dopo il Mondiale ebbi un grave infortunio. Frattura dell’acetabolo, fuori per diversi mesi. Mi è dispiaciuto dare l’addio alla Nazionale dopo aver fatto tutta la trafila dell’epoca: Juniores, l’Under 21 e l’Under 23. Ho sempre vivo il ricordo della prima volta che entrai a Coverciano, la stessa sensazione del bambino che va alle giostre: una fantasia di colori, luci, suoni e campioni in carne e ossa che fino a poco tempo prima avevo visto solo in fotografia».Da piccolo sognavi di fare il calciatore? «Mi piaceva da matti giocare a pallone. Mio fratello Enrico, di tredici anni più grande, faceva il calciatore, giocò in Serie A con il Cagliari a metà anni Sessanta. Ricordo di essere stato qualche volta da lui nell’albergo dove era in ritiro la squadra. Gigi Riva lo vidi per la prima volta in quelle occasioni».E tu come è che sei arrivato in Serie A? «La strada non è stata in discesa perché a dieci anni fui investito da una macchina che mi spaccò la tibia e il perone sinistri. Le ossa in frantumi, rimase il muscolo del polpaccio a tenere unita la gamba. Fu una tragedia, c’era il rischio che non tornassi a camminare. Per fortuna tutto è andato per il meglio anche se la gamba sinistra è rimasta più piccola dell’altra. Ah, dimenticavo: prima dell’incidente ero mancino. Poi sono diventato destro».Quale è stata la tua prima squadra? «Quella del mio quartiere, il Villaggio Breda. Poi Walter Crociani mi tesserò per la Tevere Roma, che faceva la Serie D. Ero messo bene fisicamente, non mollavo mai, forte di testa, ma un po’ lento. Con i piedi me la cavavo, appena avevo il pallone lo appoggiavo al compagno più vicino. Crociani puntò subito su di me, mi fece fare una decina di provini in giro per l’Italia e sul finire della stagione 1966–67 mi fece debuttare in Prima Squadra, per due partite–vetrina. Su di me c’erano diverse squadre. Ci pensò Franco Evangelisti, presidente della Roma a risolvere il problema. Disse a Crociani: “Spinosi è un romano, sarà meglio che rimanga da noi”».È il 1967 e tu sei un giocatore della Roma. Contento? «Felicissimo. Ero a casa mia, andavo al campo di allenamento con il pullman. Il mister era Oronzo Pugliese. Ero più spesso con la De Martino e sognavo il debutto in A che arrivò il 12 maggio 1968, in Torino–Roma 2–1. Peccato per la sconfitta, ma grande soddisfazione per aver raggiunto il primo traguardo a diciotto anni appena compiuti».E con la scuola come facevi? «Non ci andavo. Ho recuperato il tempo perso con le serali. Prima a Torino e poi quando sono tornato a Roma: così mi sono diplomato in ragioneria».Nel 1969 arriva il tuo primo trofeo, la Coppa Italia. «È andato tutto molto veloce anche se il nuovo allenatore, Helenio Herrera, nel primo periodo non è che mi vedesse un granché. Erano circolate anche voci di un mio trasferimento. Poi ho iniziato a giocare, con sempre maggiore sicurezza e personalità, disputando anche le partite del girone finale della Coppa Italia».E così nell’estate del 1970 ecco la chiamata della Juventus. «Mi resi conto che qualcosa si stava muovendo verso la fine del campionato 1969–70. Alla penultima giornata incontrammo proprio la Juventus. Incrocio Boniperti che mi guarda e mi fa: “Hai i capelli troppo lunghi”».Ti spaventava lasciare Roma per andare a Torino? «No. Ero giovane, avevo vent’anni, volevo arrivare. La Roma di quel periodo non lottava per lo scudetto. Alla Juve ci sarei andato anche a piedi. Mi aiutò il fatto che con me furono acquistati anche Capello e Landini e che, comunque, avrei continuato a frequentare ancora un po’ la mia città, visto che facevo il militare proprio a Roma».Con Boniperti poi vi siete rivisti per il contratto. «Non era ancora il presidente, ma la società la dirigeva lui. Grande carisma, l’essere stato calciatore gli serviva per capire le situazioni. Arrivai in sede e lui, sorridendo: “Ciao romano”: Ed io, “Ma veramente avrei anche un nome, sono Luciano”. “Poche storie, firma qui”. Era il primo contratto, siglato in bianco».Mi risulta che una volta ti ha lasciato in mutande. «(ride). Quando lui trattava il reingaggio, di solito durante il ritiro estivo a Villar Perosa, se l’anno precedente eravamo arrivati secondi, ti metteva di fronte la foto della squadra che aveva vinto lo scudetto. Come a dire: “E avresti anche il coraggio di chiedermi qualcosa in più?”. Quella volta, dopo un nostro successo, mi presentai da lui con maglietta e bermuda con disegni di scudetti e gli autografi dei miei compagni. L’aumento me lo concesse, ma dovetti lasciare a lui gli indumenti».La serietà prima di tutto. «I capelli lunghi erano la sua ossessione. Poi ti controllava, specie di sera. Aveva dei suoi collaboratori fidati che ti pedinavano e poi riferivano. Di te Boniperti sapeva tutto. E quando succedeva qualcosa, partiva la convocazione nel suo ufficio e fioccavano le multe».È successo anche a te? «Qualche volta, sono un romano nell’anima, la bocca era difficile tenerla chiusa».Hai un tuo ricordo particolare del presidente? «Avevamo la passione comune per la caccia, come anche Morini e Capello. Allora capitava che ci invitasse nella sua tenuta. Ma sistematicamente dopo mezzora ci mandava via tutti. Vista la nostra bravura e precisione, temeva una strage».Torniamo al campo: con quali aspettative arrivi alla Juventus? «Era una squadra nuova e giovane, compreso l’allenatore che era Armando Picchi. Eravamo tanti, c’era molta concorrenza in difesa. Salvadore era il libero e capitano. Morini stopper, il ruolo che ho sempre amato. Poi c’erano Marchetti, Roveta, volendo anche Cuccureddu che era un jolly. La svolta ha un nome: Armando Picchi. Mi disse: “Mi manca il terzino destro. Giocaci te, vedrai che ti piacerà”. Io l’ho ascoltato. Picchi era un gran signore. Anche lui ex calciatore, parlava molto con noi. Ci raccontava della Grande Inter e della sua difesa. A me ha insegnato molto, anche da un punto di vista pratico. La sua morte precoce è stato un dolore immenso per tutti».Picchi semina e Vycpálek raccoglie già l’anno dopo. «1972, il mio primo scudetto e nell’ultima giornata contro il Lanerossi Vicenza segno anche un goal. Un evento miracoloso per chi, come me, non superava quasi mai la metà campo. Vycpálek era un babbo. Buono, saggio, placido. Veniva dal settore giovanile, aveva giocato con Boniperti».Quali erano i punti di forza di quella squadra? «Causio e Haller per la tecnica e la fantasia. Capello la regia e Furino il cuore. Salvadore una roccia, insieme a Morini. Anastasi e Bettega erano i goal, anche se Roberto a metà stagione si ammalò. Cuccureddu, jolly prezioso, Marchetti il terzino sinistro che faceva tutta la fascia. E poi c’ero anch’io, marcatore senza fronzoli».L’anno dopo ancora scudetto e la Coppa dei Campioni sfiorata. «Arrivarono Altafini e Zoff che conoscevo grazie alla Nazionale, un portiere eccezionale. Andavo spesso a pranzo a casa sua, a quel tempo ero ancora scapolo. Il campionato si decise solo all’ultima giornata, nei minuti finali anzi. Io ero infortunato, sarei dovuto rimanere a Roma, ma dopo la vittoria proprio contro i giallorossi all’Olimpico, tornai a Torino con tutta la squadra per festeggiare».Il 30 maggio 1973, invece, fecero festa quelli dell’Ajax. «Che rabbia vedere Cruijff e compagni alzare la coppa con le nostre maglie! Erano forti, va detto. Dalla panchina era impressionante vedere come si muovevano su due linee: attacco e difesa, intercambiabili tra di loro. Giusto così».Arriviamo al 1974: lo scudetto alla Lazio, il fallimento al Mondiale e il tuo grave infortunio a novembre. Giusto definirlo il tuo “annus horribilis”? «Purtroppo sì. Soprattutto per la frattura del bacino. Un infortunio grave, è stato lo spartiacque della mia carriera alla Juve e ha certamente inciso sulle scelte di Fulvio Bernardini, nuovo commissario tecnico della Nazionale. Peccato, perché la stagione 1974–75 alla Juve era cominciata particolarmente bene per me. Perché Carlo Parola, il nostro nuovo allenatore, mi propone finalmente di fare lo stopper. Al mio fianco c’è il giovane Gaetano Scirea, libero arrivato dall’Atalanta al posto di Salvadore che ha chiuso la carriera. Giusto poche giornate di campionato e poi, il 3 novembre, contro la Sampdoria, stacco di testa e nel ricadere combino un bel guaio. Dolore indicibile e il timore di non potere tornare a giocare. Ho recuperato, ce l’ho fatta, ma ho perso il treno. Alla Juve mi hanno sorpassato tutti. Già ero un po’ lento prima dell’infortunio, dopo poi (ride). Sono rimasto per fare gruppo. La società mi ha affidato Scirea: abitava con me, nel mio appartamento. Ragazzo d’oro, educato, tranquillo. L’esatto contrario di Tardelli, mio ospite l’anno dopo. Un terremoto, sempre in movimento. Il soprannome Schizzo gliel’ho dato io».Non sei più titolare, ma nella stagione 1976–77 sei uno dei protagonisti della conquista della Coppa Uefa. «Intanto era arrivato un nuovo allenatore, Giovanni Trapattoni. Giovane, idee nuove, una grande determinazione. Il suo arrivo fece bene a tutti. Non c’era più il classico regista. Spostò Tardelli a centrocampo. Io ero la prima alternativa per la difesa. Misi a disposizione la mia esperienza».Per questo a inizio stagione ti eri fatto crescere i baffi? «Era la moda del momento. Anche Causio lo fece. Solo che lui li ha tenuti, io li tagliai dopo poco».Che ricordi conservi di quel fantastico cammino europeo? «Il sapore delle grandi sfide. E poi la voglia di giocare e di vincere. Ho fatto il ritorno a Torino contro il Manchester United sostituendo Morini dopo otto minuti. E poi lo Šachtar Donetsk, il Magdeburgo e il ritorno con I’AEK Atene».Con giudizi sempre positivi «Ero io, giocavo come sempre sull’anticipo, sul colpo di testa, con decisione e con qualche trucchetto, ma tutto nelle norme. Parlavo molto, questo sì. Anche se erano stranieri».E così arriva la doppia finale del maggio 1977, sono passati quarant’anni. «4 e 18 maggio. Fu un mese lunghissimo e decisivo. Ci giocavamo coppa e scudetto. Che vincemmo. L’andata con il Bilbao non la feci. Si vinse 1–0. In compenso ero al San Mamés nel ritorno. Che impressione quello stadio. Una bolgia davvero. Ero in panchina, entrai al 60’ al posto di Boninsegna. Ne successero di tutti i colori. Bonimba era nero, in totale disaccordo con il Trap. Lui era uno da battaglia, e in quel momento non sarebbe mai uscito. Io entro e corro verso la nostra area di rigore alla ricerca del mio avversario da marcare. Morini mi vede disorientato e mi fa: “Dai Spina, non ti preoccupare. L’importante è andare a caccia martedì”».Fu una mezzora ad altissima intensità. «Non ricordo nessuna altra partita così carica di stress. Fecero il 2–1 al 77’: Gli ultimi tredici minuti furono da incubo. Un altro goal loro significava addio alla coppa. Abbiamo retto la loro forza d’urto, spinti anche dai nostri tifosi e dai fotografi italiani a bordo campo. E alla fine è arrivato il primo trionfo europeo».Una grande soddisfazione «Enorme, ma tempo per festeggiare non ce n’è stato. La domenica successiva si doveva giocare l’ultima di campionato, decisiva per la vittoria. Giusto qualche bicchiere di spumante, prima di un avventuroso viaggio di ritorno su un aereo messo a disposizione dall’avvocato Agnelli».Che ricordi hai dell’Avvocato? «Un uomo dall’enorme carisma. Amava la Juventus, era curioso, veniva spesso a Villar Perosa. E nel giorno della partita, scendeva negli spogliatoi e si metteva seduto da una parte. In silenzio, bevendo un bicchiere di thè».Domenica 22 maggio 1977. Battete la Sampdoria ed è scudetto–record: cinquantuno punti su sessanta. «Il lungo duello con il Torino, che si fermò a cinquanta punti è stato uno dei segreti di quel successo. Noi della Juve abbiamo sempre patito il derby. Ho marcato decine di attaccanti, ma l’unico che mi faceva impazzire era Paolo Pulici. Capitava anche di frequentarci durante la settimana. Ma in partita era una furia».Giusto un altro campionato con la Juve con il tuo quinto scudetto, poi l’addio. «Avevo ventotto anni, da quattro stagioni ero tra le riserve. Oramai facevo il raccattapalle, visto che la radiolina la teneva Alessandrelli, il secondo di Zoff: Chiesi a Boniperti di essere ceduto. Lui avrebbe voluto mandarmi alla Fiorentina, ma accettò di farmi fare ritorno alla Roma».1978–1982: quattro stagioni in giallorosso. Che bilancio fai? «Più che sufficiente. Intanto arrivarono due Coppe Italia. Ho giocato con grandi campioni come Pruzzo, Bruno Conti e Falçao. Ho fatto meno presenze di quelle sperate, stava anche cambiando il modo di difendere. Mi sono accorto che era arrivato il momento di cambiare aria. Mi chiamò Osvaldo Bagnoli al Verona e feci una grande stagione».Dopo Verona, c’è il Milan e poi chiusura in B a Cesena nel 1985. «Due stagioni dignitose, io ho sempre e comunque dato il massimo. Solo che non bastava più. Era giusto chiudere anche perché non vedevo l’ora di iniziare la nuova avventura, quella di allenatore».Hai trovato la tua dimensione come “vice”. «Grazie a Santarini che mi lasciò il posto come secondo di Eriksson, al quale peraltro devo molto».Anche il trasferimento alla Lazio. «Ma chi fa il professionista sa che questo fa parte del lavoro. Ma non tutti capiscono purtroppo».È un tuo dispiacere? «No, il rammarico più grande è non avere più l’amicizia con Fabio Capello. Litigammo di brutto dopo un derby, e da lì non ci parliamo più. Vorrei poterci mettere una pietra sopra. Per me Fabio è stato come un fratello, è stato anche il mio testimone di nozze».Chiudiamo con Totti: i vostri nomi sono spesso associati. «Il che non può farmi che piacere. Venne con me nella Primavera: Non gli mancava niente, giusto qualche muscolo in più. La cosa deliziosa è che dal suono che faceva il pallone, anche a occhi chiusi riconoscevi che a calciare era stato lui». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/luciano-spinosi.html
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BARRY JOHNSON https://it.wikipedia.org/wiki/Barry_Johnson Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1911 al 1912 Esordio: 29.10.1911 - Prima Categoria - Juventus-Milan 0-4 1 presenza - 0 reti Barry Johnson (... – ...) è stato un calciatore inglese, di ruolo terzino. Barry Johnson Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 1911-1912 Juventus 1 (0) Carriera Fu un giocatore delle Juventus per una sola stagione, in cui disputò una sola partita contro il Milan il 29 ottobre 1911 in una sconfitta per 4-0.
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sondaggio [ Serie A Tim ] Juventus - Napoli
Socrates ha risposto al topic di PiemonteBianconero in Stagione 2021/2022
Serie A 2021-2022 - 1^ Giornata di Ritorno - Giovedí 06-01-2022 (ore 20:45) JUVENTUS - NAPOLI .... ..... 1^ giornata di ritorno Giovedí, 6 gennaio 2022 - ore 20:45 Allianz Stadium - TorinoArbitro: Simone Sozza (Seregno) Allegri: "Morata non parte" "Abbiamo lavorato bene e avevamo bisogno in questi giorni di lavorare perché abbiamo lavorato poco nelle scorse settimane. Bonucci fuori oggi e domenica e vediamo per la Supercoppa. Danilo sarà a disposizione la prossima settimana, abbiamo recuperato Chiesa e Dybala. Kaio Jorge e Pellegrini domani non ci saranno. Ramsey è tornato ieri perché era in permesso ma è un giocatore in uscita". "Morata non parte. Lo scorso anno ha fatto 21 gol e quest'anno ne ha fatti sette senza tirare un rigore. Alvaro è un giocatore importante e sono contento. Ho parlato con lui e ho detto tu non vai via quindi rimane con entusiasmo. Deve stare sereno e tranquillo". "Chiesa sta molto bene e devo decidere chi far giocare davanti perché Chiesa e Dybala sono entrambi tornati da un infortunio. O gioca uno o gioca l'altro". "Avendo fuori Arthur e Ramsey perciò Locatelli torna in mezzo e poi tra McKennie, Rabiot e Bentancur ne giocano due". "Abbiamo lavorato bene sul piano fisico e anche su quello tecnico. In questi giorni abbiamo lavorato molto e ci serviva. Noi da domani saremo pronti per affrontare le sei partite di gennaio che saranno importanti per la nostra stagione. Dobbiamo giocare una partita secca con la Samp in Coppa Italia, poi Supercoppa e quattro partite di campionato molto complicate". "Ci sono gli organi di competenza che devono decidere. L'unica cosa che possiamo fare è: quanti siamo ad allenamento? Con questi ci si allena. Quanti siamo alla partita? Con quelli giocheremo. Possiamo fare solo questo". "La mia opinione non conta nulla. Bisogna rispettare quello che ci dicono di fare. Noi dobbiamo solo prepararci: allenamento stamattina, poi rifinitura. Sara una partita difficile, il Napoli è in emergenza ma in condizioni simili ha vinto contro il MIlan. La mi opinione personale non conta niente, dico di rispettare i ruoli chi comanda deve prendersi le responsabilità e decidere. In Supercoppa ci hanno detto di giocare ed è giusto cosi. Non so quali sono alla lettera i decreti, ma so solo che se ci dicono che domani si gioca e noi dobbiamo prepararci e giocare". "Io credo che al 99% la rosa resterà così". "L'Inter è la squadra nettamente favorita per vincere lo scudetto. Lo può perdere solo l'Inter. Noi dobbiamo fare un passo alla volta e cercare di vincere la prima partita della stagione. Un passetto alla volta arriviamo". "C'è un errore l'attacco ha segnato ci mancano i gol dal centrocampo e dobbiamo sfruttare meglio le palle inattive. L'attacco ha fatto il suo, abbiamo due acquisti come Dybala e Chiesa che ci daranno un grossa mano e faranno quattro mesi importanti. Gli acquisti a gennaio incidono poco e dobbiamo migliorare quello che abbiamo. Come dico sempre per raggiungere i nostri obiettivi bisogna viaggiare ad una velocità di crociera che a noi è mancata. Dobbiamo cercare di tenere sempre il motore acceso". Classifica di Serie A- 4013 risposte
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Federico Cherubini: il nuovo DG bianconero al lavoro
Socrates ha risposto al topic di Morpheus © in Juventus Forum
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Federico Cherubini é nato a Foligno il 4 gennaio 1971. Football Director della Juventus. Tanti auguri da TifosiBianconeri.com! -
Allegri: "No alla partenza di Morata a gennaio"! Non essendoci alternative valide ed economicamente plausibili, mister Allegri sembra voler ancora puntare su Álvaro per la seconda parte della stagione. D'altronde, privarsi di Morata, senza avere un nuovo centravanti che ne prenda il posto, sarebbe un chiaro indebolimento che nessuno accetterebbe.
