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E adesso lo chiamano sport. A me sembra una baracconata.

Lo sport esisteva con uomini così sui campi di calcio.

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domani saranno già 25 anni, incredibile come siano volati

Ciao, Gae

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É vero. @@

25 anni fa se ne andava un campione la cui statura morale sarebbe servita al calcio:

Gaetano #Scirea, uomo con la #Juve e l'Azzurro nel cuore

https://twitter.com/OfficialAllegri

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DURA SOLO UN ATTIMO, LA GLORIA
La mia vita

di DINO ZOFF

Gaetano

Avevamo vinto 4 a 1 con il Verona e nel pullman che ci riportava a Torino c’era la classica atmosfera stanca e rilassata dei dopo partita. Avevamo deciso di prendercela con calma e ci eravamo fermati a mangiare vicino a Bergamo. Poi eravamo ripartiti. Era settembre, le giornate cominciavano ad accorciarsi, ma di poco. Era ancora estate.

Arrivammo alle porte di Torino appena dopo le undici di sera. Io, come sempre da quando facevo l’allenatore, ero seduto davanti, nelle file vicino all’autista. Per questo, quando abbassò il finestrino per pagare l’autostrada, vidi l’omino nel gabbiotto agitarsi un po’ troppo.

«È successo qualcosa a Scirea» disse.

Guardai l’orologio. «Ma com’è possibile?» pensai. «Ci sarà un equivoco... Doveva essere rientrato già stamattina, sono le undici di sera, possibile che non ci abbiano avvertito? Sarà a casa che dorme, a quest’ora.»

Passarono i dieci minuti più lunghi della mia vita, durante i quali ripercorsi le ore appena trascorse, rividi le immagini della giornata scorrere sul parabrezza del pullman: la partita, l’autogrill, la cena a Bergamo... e mi resi conto che nessuno di noi nelle ultime ore aveva chiamato a casa, e nessuno sapeva che eravamo in quel ristorante. Insomma, eravamo stati irraggiungibili per tutto il giorno. Allora non c’erano i telefonini.

Un’ansia sottile mi assalì di colpo.

Arrivati al parcheggio trovammo giornalisti, fotografi, telecamere, e tutto il solito armamentario. Fu lì che capimmo.

Era scesa la notte.

Tutti lo sapevano già da qualche ora. La tv l’aveva detto in diretta. Sandro Ciotti aveva interrotto «La Domenica Sportiva». Noi, invece, niente.

Un giornalista mi aveva chiamato a casa per avvertirmi, ma aveva risposto Anna. «Sapete cos’è successo a Scirea?» Lei è subito corsa a casa di Gaetano e Mariella. Ma non mi poteva avvisare.

Gaetano era l’allenatore in seconda. Il mio vice. Di lì a poco avremmo dovuto giocare contro una squadra polacca dal nome impronunciabile: Łódź. Era andato a vedere che avversari erano.

A dire il vero ci era già andato una volta. Ma il Łódź giocava fuori casa. Quando tornò a Torino gli chiesi com’erano. E lui liquidò la pratica: «Niente di particolare». Mi fidavo ciecamente. Non era un superficiale. Se aveva detto così, la questione era chiusa.

Giampiero Boniperti, il presidente, non era d’accordo, però. Secondo lui sarebbe stato più prudente vederli giocare di nuovo, magari in casa. Certe squadre si trasformano, quando giocano in casa. Mi convinsi e lo mandai.

Forse un giorno finirò di fare i conti con questo sottile senso di colpa che mi prende ogni volta che ci ripenso, con quest’angoscia per «quello che avrebbe potuto essere se...».

Forse si poteva evitare quel viaggio, sì. Forse quel «niente di particolare» poteva davvero chiudere la questione. Ma le cose sono andate così e dopo tanti anni restano solo i fatti. E i fatti sono due. Uno: Gaetano è morto, bruciato in quella Fiat sulle strade polacche mentre tornava dalla partita. E due: lì ce l’avevo mandato io, anche se non avrei voluto.

La sua macchina è stata tamponata e subito dopo l’urto hanno preso fuoco le taniche di benzina stivate nel bagagliaio per eventuali necessità, visto che le strade polacche erano impervie e non c’erano benzinai lungo il tragitto.

Eravamo amici. C’erano dieci anni di differenza tra noi. Ma il carattere, il nostro modo di essere uomini ci aveva saldati in un rapporto profondo, completo. Il venerdì sera andavamo a cena al ristorante Mauro con le famiglie. Ma condividevamo moltissimi momenti, in campo, negli spogliatoi e fuori. Tutti i giorni.

Era un uomo. Questo ancora oggi mi colpisce quando ripenso a quel ragazzo che arrivava dall’Atalanta, un tipo taciturno, buonissimo. All’inizio mi era sembrato troppo perfetto per essere autentico, così lo studiavo per scoprire dove stava il trucco. A volte i timidi appaiono meglio di ciò che sono, vale anche per me. Invece il trucco non c’era. Era sincero e puro, senza sovrastrutture. E aveva il pudore delle parole, un sentimento raffinato e raro già allora.

La cosa bella è che in campo lui era sempre perfettamente se stesso, anzi, era la continuazione agonistica di se stesso. E chiunque abbia giocato sa benissimo che quello calcistico non è un aspetto secondario quando si giudica una persona. Perché in partita, sul campo, in mezzo agli avversari, le persone vengono fuori esattamente per ciò che sono. Lì, al centro di quel rettangolo d’erba segnato col gesso, conta solo l’istinto. Non esiste il freno dell’intelligenza, la mediazione della cultura. Viene fuori il profondo. Direttamente. E il profondo di Scirea era Scirea. Uno dei pochi difensori della storia del calcio a non essere stato mai espulso. Gli bastavano la classe e la pulizia del suo gioco. Mai visto in campo uno così elegante, con la testa così alta. La purezza del suo tocco era purezza morale.

Ancora oggi quando lo ricordo – e lo ricordo quasi sempre così, in campo a testa alta – non posso non pensare che Gaetano apparteneva alla schiatta degli uomini importanti. Di quelli che, con la discrezione dei migliori, segnano la propria epoca.

Forse non se ne sono accorti in molti, perché lui non urlava, non appariva, nell’esprimere i propri contenuti era più attento allo stile che alla forma, ma credo che abbia impreziosito quell’intera fase della storia calcistica italiana.

A ripensarci oggi, un po’ me ne vergogno, ma uno dei sentimenti che provavo per Scirea era un’inconfessabile, per quanto bonaria, invidia. Sì, lo invidiavo. Lo invidiavo per la sua serenità da statua classica. La serenità è una base, una predisposizione dell’anima, un qualcosa che hai dentro e che ti porta a vedere la vita con molta speranza. Anche ciò che è negativo. È molto meglio della felicità, che è effimera e devi metterla nella stessa colonna di bilancio in cui metti le delusioni.

La serenità la puoi trasmettere, e ci puoi costruire sopra la vita. Lui, sulla serenità aveva costruito il suo essere uomo e il suo essere calciatore. Le due cose insieme lo avevano portato a diventare, naturalmente, il capitano.

«Capitano» è una parola che dovrebbe far sorridere, quando viene usata per il calcio. È un po’ naïf: uomini di trent’anni, pagati per giocare, che pigliano uno e lo chiamano capitano, come si fa su una nave o in guerra... Sì, a volte è proprio ridicolo.

Ma nel caso di Scirea, no. Anzi, tutt’altro, perché lui era leader come i leader dovrebbero essere. La sua naturalezza si esprimeva in campo nei gesti leggeri, quasi da non calciatore, e, fuori dal campo, nel garbo.

A volte lo osservavo e mi stupivo perché riusciva a prendere una posizione, magari anche dura, con delicatezza e intelligenza. E contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, subito lo ascoltavano tutti. S’imponeva senza imporsi, solo proponendosi.

Io mi chiedevo come facesse. Di leader o presunti leader, prima e dopo, ne ho visti molti, anch’io lo sono stato, ma nessuno interpretava il ruolo in quel modo. E nessuno veniva riconosciuto all’interno dello spogliatoio come lui.

Avrei voluto essere così. Ovviamente non lo imitavo. Perché non sono il tipo che scimmiotta qualcun altro e perché sapevo perfettamente che certe doti le hai o non le hai. Un animo come quello è un dono. E io non l’avevo, e non ce l’ho. Io ero più arrabbiato, anzi, direi più rabbioso.

Per fortuna, la mia timidezza mi ha contrabbandato per una persona mansueta e serena. Ma era un equivoco. Il timido appare buono, però qualcosa di tumultuoso, dentro, ce l’ha sempre. Un nervo scoperto, una rabbia, un’inquietudine. Io sembro sereno. Ma è apparenza, forse per il mio modo di parlare, o forse perché la mia voglia di piacere a volte mi frenava, mi suggeriva comportamenti più pacati. Dentro ero furioso, ce l’avevo con quelli che premiano la finzione, la forma, la chiacchiera, ce l’avevo con chi non riconosceva il talento quando l’aveva davanti, ce l’avevo, insomma, con i cialtroni.

La realtà è che non sono mai stato bravo come Gaetano, non sono mai stato così sereno, così coraggioso. Io ho sempre avuto più paura, rispetto a Gaetano, paura di non avere il coraggio necessario per essere sereno, sempre.

E questa rabbia mi domina ancora oggi, quando mi rendo conto che la gente ha dimenticato uno come lui, o comunque non lo ricorda come dovrebbe. Forse succederà anche a me, o è addirittura già successo, ma io, in fin dei conti, ho sempre fatto poco per essere ricordato. Come portiere ero molto autocritico, mi attribuivo mediamente il 60 per cento della responsabilità di ogni gol preso. E anche come uomo so misurarmi. So, per esempio, che sono stato indolente in certe situazioni. In altre, sono stato ruvido, scostante e avrei dovuto fare meglio, soprattutto con chi avrebbe potuto darmi quel posto da allenatore che mi spettava. E invece sono stato poco elastico, sempre aziendalista, ma alla mia maniera. E siccome non mi racconto palle, so perfettamente che le conseguenze di questa mia indole, di questa mia incapacità di ottenere ciò che il mio talento avrebbe meritato, mi hanno fatto soffrire, mi hanno reso rabbioso. Lui invece no, lui era così sereno, che forse non avrebbe voluto niente di più di ciò che ha avuto.

Personalmente, sono convinto che oggi il suo esempio farebbe bene a tanti. E invece non era un personaggio «da media», non piaceva ai giornalisti, quindi non interessava. Almeno fino a quando è morto. Allora hanno deciso che Scirea era un mito, ma non hanno saputo spiegare esattamente perché.

A Frosinone, un anno dopo la sua morte, ero in una sala cinematografica con ministri, cardinali, giornalisti: eravamo lì per commemorarlo. Sul palco si alternavano un po’ tutti, parlavano di lui. Parole bellissime, per carità. Però, mentre le ascoltavo, non riuscivo a non chiedermi: «Ma chi sono questi? Perché parlano così di Scirea? Che ne sanno, loro?».

La verità, mi dissi, è che su quel palco a parlare di Gaetano dovevo esserci io. Ero io il suo amico, ero io che lo conoscevo davvero. Così quando, per ultimo, è stato il mio turno, non mi sono trattenuto: «State sfruttando Scirea. Io, tutte queste belle parole, prima della sua morte non le ho mai sentite da nessuno». In sala scese il gelo. Ma non sono riuscito a fermarmi: avevo avuto l’impressione di un furto. Così provai a raccontare chi era realmente Scirea. Mi vennero in mente soprattutto piccoli aneddoti, ma che, a ben pensare, lo descrivevano alla perfezione.

Raccontai di quando, in Riviera, durante la pausa estiva, faceva gli autografi ai ragazzini che lo assediavano, ma prima chiedeva scusa ai vicini di ombrellone per il disturbo che stava dando e si spostava un po’ più in là. Raccontai di quando in campo gli dicevo: «Dài, picchialo!» riferendomi a qualche attaccante che aveva esagerato. E lui, no, si limitava a portargli via la palla col solito stile leggero. O di quella volta che, alla fine di una partita, mi accorsi che aveva giocato con le dita fuori dallo scarpino: gli si era rotto all’inizio della gara, ma a quel tempo non c’erano gli sponsor pronti a sostituirtelo. Un avversario se n’era accorto e lo aveva colpito proprio sul piede. E lui aveva giocato zoppicando, senza fiatare. Insomma, provai a raccontare lo stile di un uomo che non aveva bisogno di urlare o di piacere.

Alla fine, i papaveri mi applaudirono, ma quell’applauso, quella scena non smorzarono la mia rabbia, anzi. Perché avevo comunque l’impressione di non aver saputo comunicare tutto ciò che volevo. Le parole non bastano mai. Per questo mi piacciono così poco.

Ripensandoci, le uniche sensate avrei potuto dirle a lui. Avrei dovuto confessargli: «Ti voglio bene» o qualcosa del genere. Ma non sarebbe stata una cosa da noi. Il gesto pubblico, esteriore, era fuori dalle nostre regole. Sia dalle mie sia dalle sue. L’inflazione dei baci, delle parole, nella mia famiglia non è mai esistita. A casa mia era tutta sintesi. Non so se sia giusto oppure no. Ma era così. Io sono cresciuto in questo modo.

Ricordo che uscii da quella sala sconsolato. Avevo finito le parole e anche le idee. Continuava a rimbalzarmi in testa il termine «simbiosi». L’aveva utilizzato Mariella, la moglie di Gaetano, per descrivere il rapporto tra lui e me. Non ho mai amato il concetto di simbiosi. Mi sa di losco, di dipendenza, di bisogno, di segreti non rivelati. Eravamo fratelli, secondo me. Io il maggiore. Lui il minore. Ho litigato spesso per lui, in campo e fuori. E ancora oggi, in fondo, continuo a farlo, perché mi rendo conto che non gli è mai stato riconosciuto tutto quello che meritava.

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LA MORT DE GAETANO SCIREA

03 / 09 / 1989 

par ROBERTO NOTARIANNI (FRANCE FOOTBALL 02-09-2015)

A l'annonce de la terrible nouvelle, Marco Tardelli s'est senti mal et a dû quitter le plateau de la Domenica Sportiva, émission de la télévision italienne, avant de s'éloigner en larmes des studios de la RAI. Les mèmes larmes que versent dans ce tte funeste soirée de climanche tous les proches de Gaetano Scirea, amis et anciens coéquipiers, lorsqu'ils apprennent sa mort sur une route de Pologne. Dino Zoff ne fait pas exception. Et comment pourrait-il en être autrement pour celui qui était son meilleur ami et son collègue à la Juve? Ce soir-là, l'entraîneur bianconero est de retour de Vérone, où les Turinois l'ont facilement emporté (4-1) face au Hellas. En quittant l'autoroute, il entend bien un employé du péage murmurer quelque chose sur Scirea, mais Dino préfère l'évacuer de son esprit. Jusqu'à l'arrivée au stade. «Que faites-vous là, à une telle heure?», demande-t-il aux nombreux joumalistes présents. Leur réponse lui glace le sang. Alors, Zoff s'éloigne et donne un grand coup de pied dans le car du club, avant de quitter le vieux Comunale les yeux humides. Avec la mort de Gaetano Scirea, ce n'est pas seulement son adjoint qu'il perd, mais aussi et surtout le complice d'une grande partie de sa carrière de joueur, à la Juve et en Nazionale. Et quelle fin horrible!

PAS CONVAINCU DU DÉPLACEMENT.

Le technicien italien est décédé le matin même dans un accident de la route, sur la nationale ralliant Katowice à Varsovie. La veille, Scirea avait supervisé à Lodz le Gornik Zabrze, adversaire de la Vieille Dame en Coupe de l'UEFA. En compagnie d'un chauffeur, d'une interprète et d'un dirigeant du Gornik, il se rendait vers l'aéroport de la capitale polonaise. «Gaetano avait déjà vu jouer le club de Zabrze plusieurs fois et n'était pas convaincu de la nécessité d'un nouveau déplacement, moi non plus, du reste, confiera, plus tard, Dino Zoff. Mais notre président, Giampiero Boniperti, avait insisté, ce qui est juste dans un club comme la Juve où chaque détail compte. Et comment pouvait-on imaginer ce qui allait se passer? Le destin est invisible.» Pour Scirea, il prend la forme d'un dépassement hasardeux de son chauffeur, qui pour doubler un camion passe sur la voie opposée et percute une camionnette de plein fouet. L'impact est violent, mais c'est le feu qui se déclare dans la Fiat 125 qui sera fatal à trois des quatre passagers. Par peur d'une panne, le jeune chauffeur de Scirea avait embarqué plusieurs dizaines de litres d'essence dans des bidons. Seul le dirigeant du Gornik en réchappe. Son corps rapatrié sur un avion de la Fiat, propriétaire de la Juve, Gaetano Scirea sera enterré à Morsasco, près d'Alessandria, après les obsèques à Turin, devant plus de 30000 personnes. Hommage poignant à ce lui qui fut l'un des plus grands libéros de l'histoire.

 

UN GÉANT ET UN GENTILHOMME

par ROBERTO NOTARIANNI (FRANCE FOOTBALL 02-09-2015)

«Scirea, la mort d'un géant.» C'est ainsi que France Football a tenu, dans son édition du 12 septembre 1989, à saluer la mémoire du défenseur italien, décédé deux jours après Kasimierz Deyna, l'un des meilleurs joueurs polonais de l'histoire, disparu lui aussi dans un accident de la route, mais aux États-Unis. Notre hebdomadaire parle de «choc pour tous ceux qui, comme les lecteurs de FF, aiment le football».

Et il rappelle le palmarès exceptionnel de Scirea (sept Scudetti, deux Coupes d'Italie, une Coupe des Champions, une Coupe des Coupes, une Coupe UEFA, une Supercoupe d'Europe et une Coupe Intercontinentale avec la Juve, sans oublier la Coupe du Monde 1982 pour l'Italie), son style impeccable, son élégance, sa correction (jamais expulsé!).

Pour beaucoup d'observateurs, Scirea peut être considéré comme l'un des meilleurs libéros dans l'absolu, proche d'un Franz Beckenbauer. Un libéro moderne qui n'hésitait pas à porter le danger dans le camp adverse, auteur de 32 buts en 552 matches officiels avec la Juve, après ses débuts à l'Atalanta. Un géant sur le terrain, donc, doublé d'un homme droit, sincère et digne de confiance. Un gentilhomme.

 

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SCIREA

Il ministro della difesa

Scirea era mite, elegante. Gentile fuori e in

campo. Un difensore mai espulso. Chi difende

senza dover colpire, e rilanciando in avanti,

non è un’anima mite, ma un intelletto superiore

di ROBERTO MUSSAPI (AVVENIRE 23-09-2015)

Gli eroi, le imprese. È il titolo di un capitolo di un’opera che mi riguarda direttamente, essendo, Il necessario incanto, pubblicato nel 2006, un libro in cui Fabrizio Pagni, studioso della mia opera, mi intervista a tutto campo. Inevitabili, in un pezzo come questo che il lettore si accinge a leggere, i riferimenti autobiografici, da cui di regola tendo ad astenermi. Ma qui è obbligatorio entrare nel nucleo della questione: il capitolo citato è quello in cui Pagni mi interroga sulla mia passione e vocazione e produzione poetica nei confronti di modelli eroici, dagli esploratori dell’Antartide a Enea ad alcuni campioni dello sport. Campioni particolari, capaci di suscitare epica non solo nel compimento dell’azione agonistica, ma nella coincidenza di esecuzione e superamento della stessa. Tardelli, Scirea, Stefania Belmondo, per essere precisi. Tre eroi, tre poesie.

Quella dedicata a Scirea fu scritta qualche anno dopo la sua morte, per una suggestione alla vigilia dei Mondiali del ’90. Uscì nel volume mondadoriano dello Specchio (1997) poi in antologie e edizioni straniere, come accade. Pagni si sofferma molto su questo tema. Oltre che critico letterario e poeta, è stato, e continua a essere, ora, marito e padre, amatorialmente, ciclista. Conosce le componenti ascetiche dello sport, la lotta contro se stesso, che è il primo passo iniziatico dell’atleta. Prima dell’avversario, combatti contro un’ombra, una parte di te. Quell’ombra, quando cresci tecnicamente e sapienzialmente, assumerà la fisionomia dell’avversario, di ogni avversario.

A volte mitico, come Ettore di Ŧroia: Estiarte, il campione dei campioni della pallanuoto di ogni tempo, comandante della squadra spagnola battuta dal nostro leggendario Settebello (i Porzio, Attolico, Campagna, Fiorillo, eroi da brivido) era il più grande di tutti. Gli azzurri di Rudic compresero che avevano vinto contro la Spagna (e l’arbitro, per essere precisi), ma battuto il mitico Estiarte. Che nella sua grandezza assoluta, era l’ombra e l’anima di tutti loro. Normale che poi, ritiratosi dall’agonismo, divenisse, prima ancora che loro tifoso, affratellato. Era l’Altro del Settebello. Ettore-Estiarte, l’Altro di Agamennone, Aiace, Ulisse, Achille. L’ombra dell’Avversario, di ogni vero avversario era, ab origine, in nuce, la tua. Qualcosa di molto simile, senza il ricorrere al termine “ombra” - che faccio mio da Platone, dai poeti metafisici inglesi del Seicento, da Conrad - mi aveva detto molti anni prima (dopo l’urlo del Bernabeu), Marco Tardelli. Che era al mio fianco, una sera del 2006, alla presentazione milanese del libro in questione. Era stato invitato come relatore, principalmente per la parte riguardante lo sport, ma aveva divorato ogni pagina, ama i libri. Dialogò, con il critico Francesco Napoli e con me, sulla relazione tra la vita, la poesia, l’agonismo, la ricerca dell’armonia e della felicità. Quando aprii il libro di poesia per leggere ’82, Scirea, anticipò un mio desiderio, che forse non avrei osato esprimere, così, fuori programma, in pubblico, di colpo. Prese con delicatezza il volume dicendo, «Questa, se mi concedi, la leggerei io». Gli sorrisi, emozionato. «È roba tua, ma anche mia», concluse. E poi lesse, benissimo, nella sala ammutolita. Fermo. Virilmente recitante, ma, al verso finale, una lacrima.

Scirea era mite, elegante, al telefono non si negava a nessuno. Era gentile fuori e in campo. Un difensore glorioso, trionfatore, mai espulso. Attenzione.

Non cadiamo nel padanismo machista di Brera (peraltro eccellente scrittore, di calcio, nomi, suoni) quando definisce Scirea calciatore di grande classe ma non difensore assoluto. Non c’è solo il Gallo con le corna e le pelli, a difendere i suoi campi e le sue greggi, ma anche il generale ateniese che polverizza con l’ingegno l’armata e la flotta dei Persiani. Chi difende senza dover colpire, e rilanciando in avanti, non è un’anima mite, ma un intelletto superiore. E in una creatura armonica come quella Juve e quella Nazionale, accanto al furore agonistico, omerico, di Gentile e Tardelli, allo slancio olimpico, volante, di Cabrini, faceva luce il disegno elegante, incorporeo di Scirea. Vede prima. Disegna nella mente e immediatamente nella corsa, nei piedi, il campo. Anticipa i movimenti, di un attimo. Il genio di Polansky, giunge un istante in anticipo e simultaneamente. Non batte l’avversario, supera la di lui ombra invisibile, antesentendone il respiro, come Mick Jagger con il pubblico in tensione orgiastica. Il suo corpo obbedisce a un istinto, un’intuizione della mente. La sua falcata, le sue accelerazioni naturali, quasi impercettibili, le sue soste non nervose, ma come plananti… in questo geniale movimento di anticipo lo sport recupera di colpo, anche in una partita che noi vediamo in televisione, il valore rituale e simbolico con cui si manifestò in origine; perché lo sport nacque come esorcizzazione e messa in scena, teatralizzazione della guerra.

In quel suo procedere apollineo, in quello sguardo sempre diretto all’orizzonte, mai troppo in basso, livello tacchetti, mai troppo in alto, sempre radente, da angelo wendersiano, avevo intuito un destino mitico… Morì giovane, combusto, passando dalla terra alla sostanza dell’aria, come bruciato da una folgore... Altri tempi. Niente cellulari, email, quando scomparve. Torno con Teresa da Monaco di Baviera. Verso le otto. Mi telefona mio padre, mi dice: «Scirea…».

Scoppio in lacrime, senza alcun controllo, mia moglie ha già acceso e si vedono Ciotti, Gianna Nannini e Bennato che se ne vanno rinunciando a cantare la canzone per i Mondiali imminenti. Tardelli era ospite, dicono. Non ha retto, è stato male. Sta piangendo con me, ora, lo sento accanto a me, in un’altra stanza, altra città, accanto. La sua voce ha letto i miei versi su Scirea, tanti anni dopo. Con quelli finali concludo questo pezzo un po’ troppo autobiografico. Ma ogni storia d’amore è un’autobiografia.

«E non fu necessario alcuno scontro,

sempre agì di previsione anticipando,

sempre determinò il lancio in solitudine,

nel cuore della partita ed estraneo al suo strepito,

(…) Lui più di tutti ricordo,

che diresse l’esercito e antevide

ogni mossa dell’avversario e disegnò la vittoria,

tracciò la scia nell’alta marea».

 

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Sempre un dolore aprire i topic su Scirea.

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99p8qv.jpgGAETANO SCIREA

 

 

Afbeeldingsresultaat voor gaetano scirea juventus

 

 

 
 
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«Tra i liberi più forti del mondo, assolve il suo ruolo con assoluta naturalezza, in punta di piedi, concedendo poco allo spettacolo e meno ancora alla gloria personale. Nessuno è stato grande come Gaetano Scirea, perché gli altri, compresi i sommi Beckenbauer e Baresi, erano difensori che avanzavano, lui era difensore in difesa, centrocampista vero a centrocampo, attaccante vero in attacco. Era unico». Nasce a Cernusco sul Naviglio il 25 maggio 1953. Comincia la sua strada di calciatore nel ruolo di punta, anzi, di centrattacco. Dopo aver giocato sempre nel ruolo di attaccante nei ragazzi della squadra del San Pio X, firma il primo cartellino per i colori dell’Atalanta. È un suo amico, Crinella, a portarlo a Bergamo per un provino. Il dottor Brolis, addetto al settore delle giovanili neroazzurre, gli fa firmare il cartellino: Gaetano ha quattordici anni.
Sotto la guida di Capello e Castagner, Scirea è utilizzato in prevalenza all’attacco, qualche volta ala e qualche volta interno. Come interno gioca due stagioni nella Primavera della squadra orobica. Benino, ma senza squilli di fantasia: «Capello mi ha salvato! Ero, infatti, sul punto di lasciare il calcio. Credevo di aver sbagliato mestiere; mi sembrava di essere un fallito».
Capello, infatti, un bel giorno decide di impiegarlo nel ruolo di libero: «Mi parve di sprofondare. Portato alla manovra ritenevo erroneamente di essere diventato un tollerato, un tappabuchi. Tant’è vero che assunsi l’incarico senza entusiasmo, quasi con indifferenza. Abituato a rispettare i suggerimenti del tecnico, cercai di fare del mio meglio e venuto a mancare Verlotti, che si era fratturato una gamba in un’amichevole a Melegnano, divenni il libero titolare della Primavera».
Per un infortunio capitato a Savoia, Gaetano si vede schiudere le porte della prima squadra. È la stagione 1972-73, Scirea disputerà venti partite di fila in serie A, guadagnandosi il bastone da titolare per la successiva stagione nei cadetti. Corsini è stato il tecnico che lo ha lanciato nel massimo campionato. Heriberto Herrera quello che lo ha affinato, dandogli le attuali dimensioni di libero di gran lusso.
Gaetano diventa ben presto un uomo mercato e, tra i tanti osservatori che lo spiano, c’è Romolo Bizzotto; il suggerimento di tenere Scirea sotto osservazione pare sia partito dall’ex bianconero Bonci. Fatto sta che qualcuno lo dice a Gaetano ma lui, timido e semplice, pur guardando alla Juventus con occhio languido, non riesce a crederci. Invece, a fine maggio del 1974, tornando a casa da un allenamento, è raggiunto da una telefonata: «Guarda che sei della Juventus».
Lui pensa a uno scherzo ma, arrivato a casa, trova l’intera famiglia in agitazione. Fu una festa e ci scappò anche il brindisi, confessa lui ancora emozionato al ricordo. Poi le visite, la conferma, l’appuntamento al ritiro del 29 luglio: «Mi ricordo che non volevo scendere dalla macchina sulla quale mio fratello mi aveva accompagnato».
E il fratello dovette quasi tirarlo giù di peso. A Villar Perosa è messo in camera nientemeno che con Bettega. È troppo per un ragazzo semplice, ma con i piedi per terra come Scirea. L’ingresso in squadra, dopo la preparazione lo ricorda con sofferenza: «La prima partita in coppa Uefa, mi faccio male alla caviglia. Così, appena cominciato, sono stato costretto a fermarmi per due partite in campionato».
Pagato quello scotto, Scirea gioca ben ottantanove partite consecutive, partecipando alle emozioni e alle gioie degli scudetti più brillanti, quello dei cinquantuno punti e alla conquista della Coppa Uefa. E, a ogni partita, l’impegno per essere sempre all’altezza della situazione: «Giocare libero è un impegno continuo. Devi controllare tutti e nessuno. Devi possedere un intuito eccezionale. Capire quando il terzino parte avanti e prendere subito in consegna l’attaccante che resta incustodito, tenendo ben presente lo spazio dal quale possono venirti le sorprese del contropiede. Poi, quando intervieni, devi cercare non solo di liberare l’area, ma appoggiare il gioco in maniera da far ripartire i tuoi; semplice da dire, ma provate a farlo, quando il gioco è veloce e tutti sono in condizione di metterti in difficoltà».
Per lui, nulla sembra essere eccezionale, poiché ha imparato a misurare con il metro del buonsenso ogni fatto della vita, da quella intima di casa, a quella professionale di giocatore di calcio: «Così riesco a far durare di più il piacere delle cose buone e ben fatte e tengo sempre davanti alla mente che, se rifletto un pochino di più sugli errori, posso evitare di ricadervi».
Quattordici anni di Juventus. Una scelta di vita che lui commenta così: «Certo che avrei potuto anch’io, con l’arrivo dello svincolo, spuntare contratti faraonici, ma di squadre come questa ce n’è una sola. Ed io preferisco concludere la mia carriera alla Juventus. Senza fretta, però, ho il conforto dell’esempio di Zoff, un uomo che mi ha insegnato a non guardare indietro».
Ha vinto tutto: sette scudetti, due Coppe Italia, Supercoppa, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe, senza dimenticare il Mundial spagnolo. Ha sempre giurato di divertirsi troppo in campo, ogni partita è un avvenimento che lo affascina, aver tagliato tutti i traguardi possibili non l’ha mai accontentato.
Alla Juventus deve sostituire Salvadore: «Provavo tanta gioia ma spesso scendevo in campo con le gambe che tremavano, mi ha aiutato la squadra vincendo lo scudetto, il mio inserimento non poteva coincidere con miglior risultato».
Il 1976-77 è forse la stagione più esaltante della Juventus ultimo decennio: quella dello scudetto dei cinquantuno punti e del primo grande successo europeo, la Coppa Uefa: «Era la Juventus che dava sette o otto giocatori alla Nazionale. Una Juventus splendida, costruita da Boniperti pezzo su pezzo, da grande intenditore», ricorda. La Juventus che ha consegnato a Bearzot la Nazionale d’Argentina:
«Per due volte ha capito che nel calcio non si finisce mai di imparare. È stato quando, dopo aver vinto lo scudetto con Parola, l’anno successivo, a sette giornate dalla fine, con cinque punti di vantaggio rispetto al Torino la squadra perse tre partite di seguito e consegnò il titolo ai cugini granata. E, più grande di tutte, la delusione di Atene, la Juventus più bella, quella che era giunta in finale dominando squadroni come Widzew Łódź, Aston Villa e Standard Liegi».
La Juventus gli ha dato molto, gli ha spalancato le porte della Nazionale: «Ma è facile arrivare a certi livelli, il difficile è restarci», raccomanda sempre Scirea.
E non dimenticherà mai che insieme a lui, in Nazionale, cominciò Rocca: «Ecco, lui è il caso sfortunato, quello che dimostra come sia tutto così aleatorio. In quel momento era una pedina inamovibile, un esempio per me e tanti altri che si affacciavano alla maglia azzurra».
Gaetano Scirea è anche un buon marito, un buon padre, ama il cinema e pratica il tennis, sport preferito dell’estate. La famiglia è la sua oasi di pace, il rifugio di chi vive nel frastuono del mondo dello spettacolo. Ogni partita ha una sua fisionomia per cui, al termine di ogni incontro, Scirea si sente in dovere di analizzare, per conto suo, ogni azione giocata: «E mi critico e mia moglie mi critica ancora di più. Ma, devo dire, che i suoi interventi mi sono di aiuto, perché parla con serenità e la serenità ritrovata in casa, è il miglior sistema per distendersi. Ho sposato una juventina che mi ha portato una famiglia deliziosa. Ho imparato tante belle cose del Vecchio Piemonte, compreso il culto del vino buono, che ho imparato a fare da mio suocero nel Monferrato. Quando posso aiuto in cantina. Ma mi hanno detto che sono più bravo a fare il calciatore».
«Mio marito – racconta Mariella –  ha una qualità-difetto grossa come una casa, la modestia. Lui dice che, a volte, parlo come un direttore sportivo ma, secondo me, dovrebbe farsi valere di più. È testardo, poi crede di essere preciso, mentre non lo è per niente. Quante volte Gai, dopo l’allenamento, mi piombava a casa all’ora di pranzo con quattro sconosciuti.
Diceva: “Mariella, questi signori hanno fatto centinaia di chilometri per venire a vedere la Juve ed ho pensato che dovevano pur mangiare qualcosa”. Ecco, questo era Gaetano Scirea fuori dal campo».
Scirea rimane soprattutto un calciatore onesto e felice: «Perché ho amato questo sport fin da piccolo e sono riuscito a fare questo mestiere».
Il destino lo ha portato via il 3 settembre 1989, in una strada polacca; nulla è più atroce che morire giovani. Per Mariella e Riccardo, una scatola piena di ricordi e l’esempio di un uomo e di un padre che non potrà mai essere dimenticato.

 

da "Il pallone racconta" di Stefano Bedeschi

 

http://ilpalloneracconta.blogspot.nl/2008/05/gaetano-scirea.html

 

 

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La Juve ricorda Scirea a 30 anni dalla scomparsa: “Eredità intatta”

Il club bianconero ha omaggiato la sua straordinaria bandiera: “Campione indimenticabile sul campo ed esempio fuori”

 

La Juve ricorda Scirea a 30 anni dalla scomparsa: “Eredità intatta”

 

FONTE

 

 

 

La Juventus ricorda Gaetano Scirea sul suo sito internet a 30 anni dalla tragica scomparsa del suo grande capitano. "È morto Gaetano Scirea, in un incidente stradale avvenuto in Polonia, dove si era recato per seguire la squadra che sarà la prossima avversaria della sua Juventus nella coppa". È la tarda serata di domenica 3 settembre 1989, l'Italia sportiva e non solo apprende la tragica notizia dalla Domenica Sportiva. È Sandro Ciotti a interrompere il programma e ad annunciare la scomparsa del campione. L'Italia però in quel momento, prima ancora del fuoriclasse, piange l'uomo. Gaetano aveva solo 36 anni e lasciava la moglie Mariella e il figlio Riccardo. Sono passati trent'anni esatti - si legge sul sito bianconero - ma l'eredità che Scirea ha lasciato è ancora intatta. Sul campo, dove ha vinto tutto: un Mondiale, sette scudetti, tutte le coppe organizzate dalla UEFA, un'Intercontinentale, due coppe Italia. Ma forse soprattutto fuori del campo.

Zoff regala un ricordo di Scirea

Una fotografia del giocatore e dell'uomo la regala Dino Zoff, probabilmente il campione bianconero che ha maggiori punti di contatto con Gaetano e non solo perché erano amici intimi: "Ricordo la notte dopo la vittoria del Mondiale, assaporammo la gioia insieme, scambiando pochissime parole. La nostra stanza era soprannominata 'la Svizzera', perché era un'oasi di serenità". Mai un eccesso, mai un comportamento fuori dalle righe, come ricordava il suo Presidente di sempre, Giampiero Boniperti: "Non ha mai pronunciato una parola contro un compagno. Scirea era il mio fuoriclasse in tutto". Per ricordare a chi c'era, ma anche per raccontare alle nuove generazioni chi fosse Gaetano Scirea e perché a trent'anni di distanza la sua figura sia ancora tanto vivida, lo Juventus Museum gli dedica una mostra temporanea. L'esposizione 'Gaetano Scirea', all'interno del museo bianconero, verrà inaugurata proprio oggi, e sarà visitabile dal pubblico a partire da domani.

Buffon: “Indimenticabile”

Anche Gigi Buffon ha voluto dedicare un pensiero alla bandiera bianconera: “Oggi come 30 anni fa. Indimenticabile Gaetano Scirea” ha scritto su Instagram il portiere della Juve.

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Grande calciatore, grande Capitano ma sopratutto grande UOMO !!  Sempre nel cuore 

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Gaetano Scirea nel cuore del mondo Juve: 6 ricordi sulla Leggenda bianconera

Gaetano Scirea nasceva oggi, il 25 maggio del 1953. 6 ricordi sulla Leggenda che ha scritto la storia della Juventus

 

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Il 25 maggio 1953 è una giornata incisa a fuoco nella memoria e nella storia della Juventus. A Cernusco sul Naviglio, nasceva Gaetano Scirea, Leggenda bianconera capace di scrivere pagine indimenticabili per la Vecchia Signora dal 1974 al 1988. Un simbolo, un esempio per grandi e piccoli, con i valori di gioco e di umanità trasmessi in campo e fuori dall’ex difensore.

 

Con la Juve Scirea collezionò ben 552 presenze e 32 reti in 14 stagioni, vincendo 7 Scudetti, 2 Coppe Italia, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa delle Coppe ed una Supercoppa Uefa. Una carriera che lo ha fatto entrare di diritto nella hall of fame dei calciatori più amati e gloriosi dell’intera storia juventina. 6 il numero di maglia tatuato sulla sua schiena, 6 come i ricordi dell’indimenticato Gaetano.

 

IL PRIMO PENSIERO. La notte, quella tragica notte del 3 settembre 1989, fu il giornalista Sandro Ciotti a dare l’annuncio della morte di Gaetano a La Domenica Sportiva. ......

 

UMILTÀ. Negli anni, poi, a ricordarlo sono stati i suoi ex compagni di squadra, che hanno sempre speso parole importanti nei suoi confronti. Il minimo comune denominatore è sempre stato il termine ‘umiltà, a descrivere le qualità extra-campo di Gaetano. Così, con una lettera emozionante, lo aveva ricordato Marco Tardelli. .....

 

SEMPRE PRESENTE. Umiltà sì, ma anche il vuoto, la mancanza, la voglia di tornare ad abbracciarlo. Nel 2009 a Repubblica, Dino Zoff espresse le sue emozioni pensando all’amico Scirea, con un velo di tristezza ad accompagnare parole dense di significato. .....

 

ESEMPIO DI VITA. E chi lo ha allenato per ben 10 anni sa quanto Gaetano sia stato speciale. Dal 1976 al 1986, Giovanni Trapattoni ha guidato la Juventus dalla panchina, vedendo in Scirea il perfetto punto di riferimento della squadra. «Gaetano Scirea era un campione. ......

 

DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE. L’esempio di vita portato da Scirea è stato tramandato fino alle generazioni future. In casa Juve, infatti, i valori trasmessi da Gaetano sono stati conservati con cura, come un mantra da seguire per onorare il DNA bianconero. Lo ha sempre saputo Alessandro Del Piero che, a Sky Sport, raccontò gli insegnamenti che Scirea ha lasciato a tutti noi. ......

 

STESSA FASCIA. La fascia da capitano indossata da Scirea, oltre che da Del Piero, è indossata ora alla Juventus da Giorgio Chiellini. Stesso ruolo, difensore, stesse responsabilità nel guidare la squadra verso la vittoria. .....

 

Articolo completo -> https://bit.ly/2X0KwR6

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I nostri fratelli bianconeri di JuvePoland hanno commemorato alla grande a Babsk il mitico Gaetano Scirea nel luogo in Polonia dove perse la vita 31 anni fa in occasione del suo compleanno di due giorni fa.

 

Grazie Fratelli - Dziękuję wam bracia!

 

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