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EMILIANO MORETTI Il girotondo di Moretti è quello in campo – scrive Matteo Marani sul “Guerin Sportivo” del 17-23 settembre 2002 –: dalla Fiorentina alla Juve, dal centro della difesa al ruolo di laterale dove l’ha rimesso Lippi. Aspettando Pessotto. L’estate bianconera ha promosso un nuovo protagonista e il campionato lo conferma. «Mi sono calato bene nella realtà bianconera, ma è faticoso stare dietro a tanti campioni» dice con la finta e appagante stanchezza del neofita. A 21 anni si ritrova con tante cose alle spalle: un passato nella Lodigiani, una fascia di capitano della Fiorentina Primavera, un paio di brutti infortuni, il debutto in A con Mancini e l’approdo nell’Under 21 di Gentile. Dall’alto dei suoi 185 centimetri usa tutta l’accortezza del caso: «Ho capito la Juventus quando sono arrivato qui e mi sono trovato ad allenarmi con tutti nazionali. Oggi li guardo, li osservo e cerco di imitarli nel comportamento. La cosa difficile del calcio non è fare uno stop preciso». – Partiamo con un atto di sincerità: butti l’occhio ai risultati della Fiorentina? «Sì, ci ho guardato. Sono partiti in ritardo con la preparazione, ma con il passare delle settimane le cose miglioreranno. Ho lasciato molti amici laggiù, non posso che tifare per loro». – Scegli il destinatario di un messaggio e compila un saluto. «Lo mando a Di Livio. Un uomo di cuore, la sua scelta di rimanere a Firenze non mi ha sorpreso. Pochi mesi fa era al Mondiale e ora sta in C2. Quando gli ho parlato al telefono, ho capito che Angelo ha ancora rabbia, cuore, voglia di lottare. E a Firenze vive benissimo». – Cosa ti lascia l’ultimo anno viola? «Penso che peggio non potesse andare, però i problemi non dovevano funzionare da alibi per la squadra. Mettiamola così: toccato il fondo si può soltanto iniziare a risalire». – Prima di voltare pagina, vorrei chiederti se c’era modo di salvare la Fiorentina. «Si poteva fare di più per salvarla. Sì. Non ritengo che fosse l’unica società in crisi, almeno così leggo sui giornali». – Oltre dieci anni fa Baggio fece il tuo stesso tragitto ma faticò a integrarsi. Lo capisci? «Firenze è più piccola, è una città a misura d’uomo. Ma seppure pare fredda, in realtà Tonno non lo è. C’è modo di ambientarsi molto bene. Ho preso casa in collina, zona Moncalieri». – Con chi hai legato di più? Hai trovato un nuovo Palombo come ai tempi viola? «Essendo tutti e tre nuovi, all’inizio ho stretto parecchio con Baiocco e Chimenti. Poi, professionalmente, ho fatto gruppo con Montero e Ferrara. In campo pensano più a me che a loro. Alla Juve si respira un’aria familiare. Mi ha colpito come l’efficienza si sposa con l’umanità. Quando sono venuto a firmare, il direttore (Luciano Moggi ndr) si è messo al tavolo e ha parlato con me come a un qualunque grande nome della rosa. È un gesto che mi ha colpito». – Lo sai? Un tempo veniva etichettato come stile-Juve. «Esiste un marchio di fabbrica. Lo ravvisavo in Di Livio e Torricelli, che erano passati di qui. Siccome ricevi tutto, con un’organizzazione che ti risolve ogni minimo problema, ti senti anche in dovere di dare tutto». – E si vince. «Con lo scudetto sulla maglia siamo la squadra da battere. A me fanno paura Milan e Inter, specie quest’ultima perché la vedo fenomenale in ogni reparto». – Ancora un attimo per i pronostici. Prima raccontaci la Juve vista da dentro. «Colpisce la presenza delle forti personalità, che riducono lo spazio per polemiche e fratture tipiche di altre piazze». – Tutto bene fine al rientro di Pessotto, e poi? «È il migliore nel ruolo, forse non abbastanza apprezzato per quanto valga. Uno che gioca nella Juve e in Nazionale è per forza il numero uno del gruppo, e poi lo dimostra pure il fatto che nessuno gli ha portato via il posto». – L’elenco dei candidati è in effetti lungo: da Athirson a Paramatti, risalendo fino a Dimas e Jarni. «Se la domanda è: hai paura? dico no, perché non sono qui per portare via il posto a nessuno e perché non ho mai fatto la mia corsa sugli altri». – L’Italia non offre grandi alternative nel ruolo: ci sono Coco e poco più. «Verissimo, meglio così. Battute a parte, la carenza di alternative si vede nel fatto che molti “destri” giocano a sinistra. Noi mancini siamo davvero pochi, per questo a parità di mezzi siamo favoriti sulla concorrenza». – Apriamo una parentesi sull’Under 21. Il gruppo c’è? «Trovo che si tratti di una buona squadra, il mister Gentile lo ripeteva nello spogliatoio dopo la vittoria sull’Azerbaigian». – Abbiamo recuperato Cassano. «Abbiamo recuperato lui e Brighi, presto ci sarà Bonera. E poi sono felice per l’esplosione di Borriello». – A te piace più marcare o lanciarti sulla fascia? «Io gioco in un ruolo preciso: dove c’è una maglia libera. Lippi mi sta impiegando più come cursore, che forse è il mio ruolo naturale. Ma non muoio per la posizione da tenere in campo». – Il tecnico cosa ti ha chiesto? Intendo nei colloqui a tu per tu, lontano dalle telecamere e dai compagni. «Mi ha parlato moltissimo durante il ritiro, il mister ha spinto perché mi togliessi di dosso la soggezione e il timore di stare nella Juve. Insomma, mi ha sciolto». – Chi ti ha insegnato di più? «Con Lippi ho la fortuna di lavorarci. L’altro è Mancini, dal punto di vista mentale mi ha insegnato a essere calciatore». – Mandiamo un messaggio anche a lui? «Un grande in bocca al lupo. Farà bene, ne sono convinto, e da ex simpatizzante della Lazio non posso che rallegrarmi della sua avventura. Mancini sa fare gruppo e questo vale più del 50 per cento del lavoro». – Vogliamo dire a questo punto chi fosse il tuo idolo? «Nesta, non lo nego, proprio per il fatto di avere una simpatia laziale. Oggi, standogli accanto, stimo molto Montero». – Qual è stato il colpo migliore del mercato? «Quello più affascinante è stato Rivaldo». – Se ne è andato Ronaldo. «Vero, ma l’Inter avrà un terzetto composto da Crespo, Vieri e Recoba. Lo ripeto: vedo l’Inter come principale minaccia per la Juve». – Qual è l’attaccante con cui hai sofferto di più in marcatura? «Ho avuto tante difficoltà con Montella. Lo soffro, forse perché ha intuizione, è rapidissimo con i piedi. Se non stai attento è capace di prenderti il tempo e batterti di testa, lui che alto non è». – E il giocatore che ti ha colpito qui alla Juve? «Del Piero, ma non solo per le capacità tecniche. Non è facile chiamarsi Del Piero, hai una pressione costante da parte di tifosi e stampa. E invece lui è equilibrato, attento, deve avere un grande equilibrio mentale per riuscire a stare ogni giorno in prima pagina». – Fare il calciatore non è una sciocchezza, vuoi dire questo? «È una vita bella, ma è anche una vita facile da buttare via». – Hai cominciato a fare i conti con la popolarità? «Riderai, ma mi sono reso conto di essere passato alla Juve dalle attenzioni ricevute in spiaggia. Quest’anno, come negli ultimi cinque, ho fatto le vacanze a Milano Marittima, un posto abitato da gente squisita come sono i romagnoli. Ebbene, ho firmato molti più autografi di prima, il marchio Juve fa effetto». – Con chi festeggi oggi? «A Torino mi ha seguito Alfredo, l’amico più caro che ho. Lui ha 44 anni, ci siamo conosciuti ai tempi della Lodigiani, quando Alfredo faceva il preparatore atletico e giurò che mi avrebbe accompagnato lungo la carriera. È un punto di riferimento importante, perché mi dà equilibrio e mi smorza nei momenti di eccessivo entusiasmo». – A casa? «Immagina tu la soddisfazione. Mio padre Luigi ha già detto che verrà a Newcastle per la trasferta di Champions, mia madre Maria mi continua a telefonare con le solite raccomandazioni. Frasi da mamma: non fare tardi, copriti bene, stai attento». – Poi c’è la supertifosa. «Mia sorella Romina, sono molto legato e protettivo con lei». – Lasciamo stare lo scudetto, poniamo però che la tua stagione si dimostri buona. Quale premio chiederesti? «C’è l’ho davvero un premio da chiedere. Visto che Juve e Ferrari sono così vicine, domanderei di conoscere Michael Schumacher. Impazzisco per lui e sarebbe un sogno stringergli la mano». 〰.〰.〰 Anche i migliori sbagliano, proprio così. E può capitare che pure il migliore dei migliori possa prendere una cantonata. Chissà, forse è una strategia per rendersi un pochino più umano e vulnerabile (ma solo nel tallone, come il prode Achille) o forse in certi giocatori, Luciano Moggi ci crede proprio. È il caso di Emiliano Moretti, arrivato a Torino nell’estate del 2002 e andatosene nel gennaio dopo, con appena una quindicina di presenze nel suo paniere. Il bravo difensore romano, dopo aver girato mezza Italia (con pure una capatina a Valencia), troverà la sua collocazione ideale sull’altra sponda del Po, quella granata. Arriverà anche alla Nazionale, a 33 anni, stabilendo il record del giocatore più anziano a esordire in maglia azzurra. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/06/emiliano-moretti.html
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EMILIANO MORETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Emiliano_Moretti Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 11.06.1981 Ruolo: Difensore Altezza: 185 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: La Birra Alla Juventus dal 2002 al 2003 Esordio: 25.08.2002 - Supercoppa italiana - Juventus-Parma 2-1 Ultima partita: 15.01.2003 - Coppa Italia - Juventus-Perugia 1-2 15 presenze - 0 reti 1 supercoppa italiana Emiliano Moretti (Roma, 11 giugno 1981) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, dirigente del Torino. Emiliano Moretti Moretti in nazionale nel 2015 Nazionalità Italia Altezza 185 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 27 maggio 2019 - giocatore Carriera Giovanili 1991-1998 Lodigiani Squadre di club 1998 Lodigiani 2 (0) 1998-2002 Fiorentina 36 (0) 2002-2003 Juventus 15 (0) 2003 → Modena 9 (0) 2003-2004 → Bologna 32 (0) 2004-2009 Valencia 135 (4) 2009-2013 Genoa 107 (2) 2013-2019 Torino 175 (5) Nazionale 1997-1998 Italia U-16 4 (0) 2001 Italia U-20 1 (0) 2001-2004 Italia U-21 18 (0) 2004 Italia olimpica 6 (0) 2014-2015 Italia 2 (0) Palmarès Olimpiadi Bronzo Atene 2004 Europei di calcio Under-21 Oro Germania 2004 Europei di calcio Under-16 Argento Scozia 1998 Caratteristiche tecniche Mancino naturale, nasce come terzino di fascia sinistra, ma in carriera è stato spesso impiegato come difensore centrale. Carriera Giocatore Club Gli inizi: Lodigiani e Fiorentina Moretti (in piedi, secondo da destra) nella Fiorentina vincitrice della Coppa Italia 2000-2001 Inizia la sua carriera professionistica nella Lodigiani, con la quale compie tutte le trafile giovanili e con cui conquista lo scudetto di categoria Berretti. Con la stessa maglia debutta ufficialmente in Serie C1 nel 1998, collezionando 2 presenze. L'anno successivo, a soli 17 anni, viene ingaggiato dalla Fiorentina, che gli consente di confrontarsi per la prima volta con la massima serie. Dopo i primi anni nella formazione primavera viola, viene inserito nella rosa ufficiale per il campionato 2000-2001, ma dopo tre giorni di ritiro subisce la rottura del perone, che lo costringe a saltare la prima parte di stagione. Il 31 marzo 2001 Roberto Mancini lo fa debuttare in Serie A nel pareggio in trasferta contro il L.R. Vicenza. Scende ancora in campo altre otto volte, e a maggio vince con la sua squadra la Coppa Italia 2000-2001, il suo primo trofeo in carriera. La società viola decide di puntare su di lui e l'anno seguente l'allenatore Roberto Mancini lo promuove titolare al centro della difesa. Il 20 settembre fa il suo esordio anche in Coppa UEFA contro il Dnipro. Nonostante una buona stagione a livello personale, con 27 presenze in campionato e una rete, il club termina diciassettesimo in classifica, retrocedendo in Serie B. Juventus e il prestito al Modena Il 5 luglio 2002, dopo aver sostenuto le visite mediche, diventa ufficialmente un giocatore della Juventus, che lo preleva a titolo definitivo. Il 24 settembre debutta da titolare in Champions League in occasione del 5-0 interno contro la Dinamo Kiev. Con la squadra bianconera vince la Supercoppa italiana 2002, ma complessivamente trova poco spazio. Il 29 gennaio 2003, nel mercato invernale, viene ceduto in prestito secco al Modena di Gianni De Biasi, dove termina la stagione con 9 presenze. Bologna Il 30 giugno 2003 viene acquistato dal Parma per 1,8 milioni di euro nello scambio che porta Stephen Appiah alla Juventus. Dopo aver trascorso la preparazione estiva con i ducali, a fine mercato l'arrivo di Marcello Castellini ne determina la cessione, a titolo temporaneo, al Bologna. Titolare della difesa di Carlo Mazzone, con le sue 32 presenze contribuisce al dodicesimo posto in classifica finale. Valencia Nell'estate del 2004 è ufficiale il suo trasferimento a titolo definitivo al club spagnolo, il Valencia, che già aveva prelevato dal campionato italiano Bernardo Corradi, Marco Di Vaio e Stefano Fiore. Il 27 agosto, pur restando in tribuna, consegue la Supercoppa Europea, vinta dalla squadra per 2-1 contro il Porto. Claudio Ranieri lo schiera prevalentemente come terzino sinistro, e, nonostante un inizio difficile a causa della concorrenza con Fábio Aurélio e il connazionale Amedeo Carboni, si guadagna presto il posto da titolare. Il 28 novembre 2004 segna anche il suo primo gol in Primera División, nel 2-0 casalingo contro il Maiorca. In Champions League disputa 4 partite contro Inter, Werder Brema e Anderlecht, e in tutto sono 29 le presenze a fine stagione. La stagione seguente è titolare, e con 33 presenze contribuisce al conseguimento del terzo posto finale, mentre all'inizio della stagione successiva, il 6 novembre 2006, nella gara contro l'Espanyol, si procura un grave infortunio al legamento laterale del ginocchio, che lo costringe a più di tre mesi di stop. Nonostante l'infortunio, questa stagione resta una delle più proficue a livello personale e di squadra, che raggiunge i quarti di finale della Champions League, sconfitta soltanto dal Chelsea. Moretti conclude l'anno con 34 presenze complessive. La Primera División 2007-2008 non si rivela altrettanto positiva in campionato, che il Valencia conclude al decimo posto. Moretti contribuisce alla cavalcata che porta alla vittoria, il 16 aprile, della Coppa del Re, in cui gioca tutte le partite dalla fase iniziale fino alla finale. La stagione seguente è ancora titolare nella squadra spagnola, che raggiunge gli ottavi di finale della Coppa UEFA, e che a fine anno conclude il torneo nazionale in sesta posizione. Moretti disputa in tutto 32 partite. Genoa Dopo 172 presenze e 4 reti con la società spagnola, l'11 luglio 2009 lascia la Spagna per ritornare in patria al Genoa, impegnato in Europa League, che lo acquista a titolo definitivo per 3,7 milioni di euro. Il 23 agosto scende per la prima volta in campo con la nuova maglia nel vittorioso 3-2 interno contro la Roma e una settimana dopo segna il suo primo gol in rossoblu nell'1-0 esterno contro l'Atalanta. La prima stagione con il grifone termina con 37 presenze e un gol complessivi. L'anno successivo Gian Piero Gasperini lo fa scendere in campo solo 18 volte, mentre la squadra conclude il torneo al decimo posto. La stagione 2011-2012 si rivela ancora difficile per la squadra, e nonostante 27 presenze e una rete, segnata all'Inter, si piazza in quartultima posizione. La stagione 2012-2013 si conferma titolare della difesa genoana, con 33 presenze in totale. Il 5 maggio 2013 raggiunge la centesima presenza in campionato con la maglia del Genoa, in occasione della partita terminata 4-1 contro il Pescara. Chiude la sua esperienza genoana con 121 presenze e 2 gol tra Campionato, Coppa Italia ed Europa League. Torino Moretti al Torino nel 2015 L'11 luglio 2013 viene ufficializzato il suo arrivo a titolo definitivo da parte del Torino, che lo acquista per 700 000 euro. Il 17 agosto 2013 debutta ufficialmente in maglia granata nella partita di Coppa Italia Torino-Pescara (1-2). Divenuto titolare nella difesa a 3 del tecnico Ventura, realizza il suo primo gol in maglia granata il 24 novembre 2013 contro il Catania nella vittoriosa partita terminata 4-1. Nel corso della sua seconda stagione all'ombra della Mole, dapprima si guadagna il primo gettone in nazionale per mezzo dell'ottima continuità di rendimento in campionato ed Europa League e il 25 gennaio 2015, alla prima giornata del girone di ritorno, segna al 94' il gol con il quale il Torino batte l'Inter al "Meazza" dopo 27 anni. Anche nella stagione 2015-2016 è presenza fissa nella retroguardia granata e il 5 dicembre 2015 (Torino-Roma 1-1) raggiunge la quota di 100 presenze con la maglia del Torino e 500 da professionista. Divenuto uno dei senatori della formazione piemontese sia con Ventura che sol suo successore Mihajlović, indossa spesso la fascia di capitano in assenza del compagno Vives ma - alla partenza di quest'ultimo nel mercato invernale della stagione 2016-2017 - decide di lasciare la fascia al giovane Benassi. Nella stagione 2017-2018 (la sua quinta nel capoluogo piemontese) colleziona 22 gettoni in campionato, divenendo così il calciatore con il maggior numero di presenze durante l'era Cairo. L'11 febbraio 2019 ha ricevuto il riconoscimento di Ambasciatore dello sport da parte del Consiglio regionale del Piemonte. Il 22 maggio 2019 annuncia in una conferenza stampa il suo ritiro dal calcio giocato al termine della stagione, giocata ancora da titolare. Il 26 maggio disputa la sua ultima partita tra i professionisti. Nazionale È il più anziano debuttante nella storia della nazionale italiana, avendo giocato la prima gara (amichevole) contro l'Albania, il 18 novembre 2014, all'età di 33 anni e 5 mesi. Dopo il ritiro Il 19 giugno 2020 diventa il nuovo team manager del Torino. Nel luglio del 2021 passa ad affiancare il direttore sportivo Vagnati sul mercato. Il 19 dello stesso mese consegue la qualifica da direttore sportivo. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 2000-2001 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2002 Coppa di Spagna: 1 - Valencia: 2007-2008 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Valencia: 2004 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - Germania 2004 Bronzo olimpico: 1 - Atene 2004 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 27 settembre 2004. Di iniziativa del Presidente della repubblica.
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RUBÉN OLIVERA «Ho ricordi bellissimi dell’esperienza juventina. Ho avuto la fortuna di giocare, di vincere tre scudetti, di conoscere e di giocare assieme a giocatori spettacolari come Del Piero, Camoranesi, Thuram, Ibrahimović. Ho un po’ di rimorso, perché potevo comportarmi meglio e magari fare qualche anno in più. Solo questo».Uruguagio di Montevideo, sponda Danubio, classe 1983, arriva alla Juventus nel 2002, quando è poco più che un ragazzino. «Montero è stato fondamentale. Sono arrivato qui giovanissimo, da un altro continente, senza sapere la lingua. Era difficile, ma lui qui alla Juventus è stimato da tutti, quindi mi ha subito inserito nell’ambiente, me ne ha spiegato le regole e tutto è stato molto più semplice. In poche parole, diciamo che mi ha fatto sentire a casa. E poi, con Marcelo c’è un ottimo rapporto e anche lui mi è stato di grande aiuto nell’ambientamento a Torino».Ma è complicato trovare spazio in una squadra che Lippi sta pilotando verso il secondo titolo consecutivo, senza perdere di vista la Coppa Campioni. E proprio in questa competizione, nella trasferta di Kiev a qualificazione già conquistata, gli toccano spiccioli di gloria. Siamo nel novembre 2002, la stagione è appena decollata e per El Pollo (così è soprannominato) che ha grinta da vendere e un talento tutto sudamericano, sembrano aprirsi spazi importanti. Purtroppo per lui, Lippi ha alternative valide e di esperienza e la sua stagione si conclude con poche apparizioni.Chiede e ottiene di trovare una squadra per farsi le ossa, magari all’estero. Lo accoglie in prestito l’Atletico di Madrid, ma anche qui gli spazi sono pochi.Nell’estate del 2004, arriva alla Juventus Fabio Capello. Rubén è fresco di vacanze e, quindi, con lo spirito giusto per dare il meglio di sé. Don Fabio lo vede all’opera nelle amichevoli precampionato e lo conferma; una scelta felice, che il ragazzo contraccambia innestando le marce alte e dando da subito un senso nuovo al proprio gioco. Sostituisce Camoranesi nel preliminare di Coppa dei Campioni, contribuendo in modo importante al superamento del turno. È un giocatore nuovo, notevolmente maturato, sia tecnicamente sia tatticamente e non tarda a emergere.«Dopo i sei mesi vissuti in Spagna, dove non ho giocato quasi mai – ammette – perché fin dal mio arrivo sapevo che la squadra era già fatta, è arrivata la convocazione della Juventus per il ritiro estivo. Sinceramente non sapevo cosa mi aspettavo, potevo rimanerci anche solo cinque giorni e poi finire in prestito. Invece ecco la bella sorpresa. Con un nuovo allenatore ovviamente si ricomincia tutti da capo, e soprattutto con un mister come Fabio Capello che non guarda in faccia a nessuno, non sceglie a priori i giocatori ma manda in campo chi in allenamento gli ha dato risposte migliori. In questa condizione ognuno può giocarsi le proprie carte ed io l’ho fatto. Così il mister ha iniziato a utilizzarmi nelle diverse amichevoli e alla fine dell’estate mi ha detto che contava anche su di me e che sarei rimasto qui».Prima giornata di campionato, a Brescia, entra nella ripresa al posto di Del Piero e trova il mondo di rendersi utile a tutto campo, non sulla fascia destra, nella quale è spesso schierato da Capello. Titolare contro l’Atalanta, gioca pezzi di gara praticamente ogni domenica, rilevando di volta in volta Nedved, Camoranesi, Pessotto oppure Zalayeta.Ma il primo, vero giorno di gloria è una fresca serata di novembre, quando al Delle Alpi arriva la Fiorentina. La Juventus capolista fatica tantissimo per segnare e lo 0-0 resiste per oltre un’ora, finché Rubén sblocca il punteggio, irrompendo di destro su un calcio d’angolo di Camoranesi; è il goal-partita. Ed è doppiamente protagonista qualche domenica dopo, Juventus-Lazio sempre a Torino. Vantaggio laziale di Pandev, un gran goal, ma la replica è veemente; ancora Olivera, sempre su assist di Camoranesi, pareggia il conto con un perfetto colpo di testa. Sarebbe festa grande se di lì a poco non si infortunasse: un mese di stop e poi nuovamente in campo. A Bergamo, nella prima di ritorno, sfrutta al meglio un pasticcio della difesa atalantina andando nuovamente a segno. Ed è decisivo a Verona, il 13 marzo, nell’ostica trasferta sul campo del Chievo, quando a una manciata di minuti dalla fine, sfrutta un altro errore difensivo per infilare il goal dell’1-0. Bravo a sostituire Del Piero in un’altra delicata trasferta, contro la Lazio, Rubén chiude la stagione con un contributo significativo alla conquista del 28° scudetto.Durante il secondo anno di Capello, le cose non vanno altrettanto bene; il mister lo utilizza con il contagocce, tanto che fa sparire le sue tracce. «Nei due anni di Capello uscimmo contro due squadre inglesi ai quarti di finale, c’era stata poca differenza. Sono convinto che senza Calciopoli, la Juve avrebbe raggiunto almeno la finale. Era una squadra troppo forte quella; il campionato lo vincevi con dieci punti di distacco ipotecandolo già a marzo, non giocava benissimo ma era una squadra di uomini. Quando arrivava Capello, chiedeva a Camoranesi il perché non si allenasse bene. Mauro era così: non si allenava a grandi ritmi, era molto tranquillo ma in partita era instancabile, ha sempre giocato. Impressionante. Sono virtù, queste, che si vedono molto raramente. Il mister lo stuzzicava, gli diceva che se non correva e non si allenava come tutti gli altri non lo faceva giocare. Lui acconsentiva, gli rispondeva “va bene” e nella partita che disputava successivamente era sempre il migliore in campo. Capello ripeteva che non aveva mai avuto un giocatore come l’italo-argentino. Io se non davo il massimo, non toccavo nemmeno la palla».Poi arriva la bufera Calciopoli. «Feci tutto il ritiro con Deschamps, l’idea di restare c’era anche perché stavo giocando con continuità nelle amichevoli. Da un giorno all’altro, la società mi disse che volevano restare con pochi giocatori dell’anno precedente e mi chiesero di andare a giocare in prestito in Serie A. Venivo dall’ultimo anno di Capello dove non avevo mai giocato per via degli infortuni e fu su questo che gli allora dirigenti bianconeri fecero leva. “Un anno di prestito e poi torni alla Juve”, questo fu l’accordo».Viene prestato alla Sampdoria per rientrare a Torino nell’estate del 2007. Non rientrando nei piani di Ranieri, nel mercato invernale si trasferisce in Uruguay, al Peñarol, quindi al Genoa e di nuovo al Peñarol. Nell’estate 2010 si svincola dalla Juventus, terminando così la sua avventura in bianconero. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/10/uruguagio-di-montevideo-sponda-danubio.html
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RUBÉN OLIVERA https://it.wikipedia.org/wiki/Rubén_Olivera Nazione: Uruguay Luogo di nascita: Montevideo Data di nascita: 04.05.1983 Ruolo: Centrocampista Altezza: 184 cm Peso: 79 kg Nazionale Uruguaiano Soprannome: El Pollo Alla Juventus dal 2002 al 2006 e dal 2007 al 2008 Esordio: 13.11.2002 - Champions League - Dinamo Kiev-Juventus 1-2 Ultima partita: 26.09.2007 - Serie A - Juventus-Reggina 4-0 39 presenze - 4 reti 3 scudetti 2 supercoppe italiane Rubén Ariel Olivera da Rosa (Montevideo, 4 maggio 1983) è un allenatore di calcio ed ex calciatore uruguaiano, di ruolo centrocampista. È soprannominato El Pollo. Rubén Olivera Olivera con la maglia del Lecce Nazionalità Uruguay Altezza 184 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex-centrocampista) Termine carriera 10 gennaio 2021 - giocatore Carriera Giovanili 1999-2000 Danubio 2003 Juventus Squadre di club 2000-2002 Danubio 50 (21) 2002-2004 Juventus 8 (0) 2004 → Atlético Madrid 2 (0) 2004-2006 Juventus 30 (4) 2006-2007 → Sampdoria 20 (0) 2007-2008 Juventus 1 (0) 2008 → Peñarol 14 (5) 2008-2009 → Genoa 20 (4) 2009-2010 → Peñarol 15 (0) 2010-2012 Lecce 43 (4) 2012-2013 Fiorentina 13 (0) 2013 → Genoa 5 (0) 2013-2014 Fiorentina 1 (0) 2014-2015 Brescia 32 (0) 2015-2016 Latina 36 (6) 2017 LDU Quito 12 (0) 2017-2018 Latina 12 (2) 2018-2019 Aprilia 34 (9) 2019-2020 → Ostia Mare 22 (4) 2020-2021 Aprilia 28 (6) Nazionale 2001-2005 Uruguay 18 (0) Carriera da allenatore 2022- Aprilia Caratteristiche tecniche Nato attaccante, è stato spesso impiegato come centrocampista di fascia sinistra o destra. Nel Genoa è stato reimpostato come punta centrale del tridente da Gian Piero Gasperini. Nel corso della carriera è stato impiegato anche come trequartista o come centrocampista centrale. Carriera Club Gli inizi e il passaggio alla Juventus Viene acquistato dalla Juventus dal Danubio di Montevideo nella stagione 2002-2003 nella quale gioca 3 gare in campionato e debutta in Champions League il 13 novembre contro la Dinamo Kiev. Nella stagione successiva le presenze si riducono a una sola gara in Coppa Italia e a gennaio passa in prestito all'Atlético Madrid, scendendo in campo per poche manciate di minuti. Nella stagione successiva ritorna alla Juventus di Fabio Capello, che lo impiega come esterno di centrocampo, posizione in cui segna gol decisivi per la conquista del campionato 2004-2005, titolo poi revocato per la vicenda Farsopoli, e gioca 8 gare in Champions League. Nella stagione 2005-2006 non scende mai in campo in campionato e Champions League, ma solo per pochi minuti in Coppa Italia. Sampdoria Il 9 agosto 2006 passa alla Sampdoria in prestito con diritto di riscatto della metà del cartellino. Dopo alcune partite viene messo da parte da Walter Novellino, specialmente dopo un'espulsione in Coppa Italia che gli è costata cinque giornate di squalifica. Nell'estate del 2007 ritorna nella Juventus e nella sessione del mercato invernale 2008 ritorna in Uruguay per giocare nel Peñarol. Genoa Dopo l'esperienza uruguaiana, la Juventus lo cede ancora una volta in prestito, questa volta in Italia. Olivera firma così un contratto annuale con il Genoa con un'opzione per altri tre anni di contratto. Nelle partite amichevoli di precampionato, il tecnico Gian Piero Gasperini lo riadatta come prima punta e lui segna 11 gol, con una doppietta all'AZ. L'esordio in gara ufficiale nel Genoa avviene il 24 agosto 2008 in Coppa Italia contro il Mantova dove Olivera segna una doppietta. Complice l'acquisto nell'ultimo giorno di calciomercato di Diego Milito, prima punta di ruolo, viene relegato a una nuova stagione in panchina. A fine anno il Genoa decide di non esercitare l'opzione di riscatto; il giocatore torna quindi alla Juventus, che lo trasferisce nuovamente in prestito al Peñarol. Lecce L'anno successivo si svincola dalla Juventus e il 5 luglio 2010 firma un contratto triennale con il Lecce. Segna 4 gol nel campionato di Serie A 2010-2011, fra cui il primo in Lecce-Inter (1-1). In totale con la maglia del Lecce gioca 44 partite e segna 4 gol. Fiorentina e il ritorno al Genoa Il 30 gennaio 2012 passa a titolo definitivo alla Fiorentina, per 1,8 milioni di euro; il giocatore firma un contratto biennale. Esordisce in maglia viola il 17 febbraio in Fiorentina-Napoli (0-3). Nella partita contro il Bologna, a causa di una gomitata a Alessandro Diamanti, viene espulso e squalificato per tre turni. Il 18 gennaio 2013 viene ceduto dalla Fiorentina al Genoa, dove ritorna dopo quattro anni: la formula è quella del prestito con diritto di riscatto fissato a un milione di euro. Gioca subito titolare alla prima uscita del club ligure due giorni dopo, il 20 gennaio, nella partita Genoa-Catania. Dopo 5 partite giocate torna alla Fiorentina. In totale con la maglia viola ha giocato 14 partite. Brescia, Latina e l'esperienza in Ecuador Il 30 gennaio 2014 viene acquistato, a titolo definitivo, dal Brescia. Con le rondinelle totalizza 32 presenze complessive in due campionati di Serie B, senza mai andare a segno. Il 27 gennaio 2015 si trasferisce a titolo definitivo al Latina firmando un contratto fino al 30 giugno 2016. A pochi giorni dall'arrivo nella squadra laziale, si rende decisivo mettendo a segno il rigore utile ai fini della vittoria contro il Livorno (3-2). Termina anticipatamente la propria stagione l'8 aprile 2015, dopo essere stato operato al tendine di Achille. Chiude la prima stagione con il Latina con un bilancio di 3 presenze e una rete. Torna in campo nella nuova stagione, il 6 settembre 2015, in occasione della prima giornata di campionato contro il Novara (1-1). Segna 5 gol in 33 presenze e alla fine della stagione rimane svincolato. Il 3 novembre 2016 inizia ad allenarsi con la squadra pontina in vista di un possibile tesseramento. Nel gennaio del 2017 viene ingaggiato dal LD Quito dove disputa dodici giornate nel massimo campionato dell'Ecuador, al termine della stagione rescinde il contratto. Il ritorno a Latina Il 19 settembre 2017 il Latina, (militante in Serie D dopo il fallimento della precedente gestione e dopo la retrocessione dalla Serie B) annuncia l'ingaggio del calciatore a titolo definitivo. Aprilia Racing Club ed Ostia Mare Il 16 luglio 2018 l'Aprilia Racing Club del presidente Pezone annuncia il suo ingaggio. Il 21 ottobre 2018 è proprio lui, da ex, a decidere il derby pontino al "Francioni" con una rete su calcio di punizione che vale l'1-0 finale. A dicembre del 2019 passa all'Ostia Mare e nel luglio 2020 ritorna a indossare la maglia biancoceleste delle Rondinelle dell'Aprilia Racing Club di Pezone. Inizio della Carriera di allenatore Il 3 giugno 2022 l'Aprilia, società di Serie D, comunica di avergli affidato la guida tecnica della prima squadra, al posto di Giorgio Galluzzo. Nazionale Con la Nazionale uruguaiana guidata da Daniel Passarella ha partecipato alla Copa América 2001, uscendo alla fase a gironi. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2003 Competizioni nazionali Campionato uruguaiano: 2 - Danubio: Apertura 2001 - Peñarol: Clausura 2008 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 2002, 2003 Campionato italiano: 3 - Juventus: 2002-2003, 2004-2005, 2005-2006
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LANDRY BONNEFOI FABIO ELLENA, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 2003 Il connubio “Juventus-Francia” non significa solo Thuram e Trezeguet. Nella rosa bianconera fa infatti capolino un altro transalpino, un giovane portiere dal futuro assicurato. Si tratta di Landry Bonnefoi, 20 anni a settembre, juventino dal 2001 e nel giro della prima squadra dall’estate scorsa. Parigino di nascita, la sua esplosione calcistica è invece legata a un’altra località molto conosciuta al di qua delle Alpi: «Quando avevo 14 anni mi sono trasferito a Cannes e lì sono rimasto 5 stagioni prima di arrivare alla Juve, una squadra molto seguita anche in Francia. Essere qui a 20 anni è una grande soddisfazione per me». Bonnefoi è uno dei tanti frutti della politica juventina di andare a scoprire giovani talenti tra i cugini transalpini. Negli ultimi anni, a vestire la maglia delle giovanili sono arrivati ragazzi come Pericard, Fofana, Bertin e ora, via Genoa, anche Konko. «È stato importante trovare qui dei compagni francesi – prosegue Landry –, è servito per ambientarmi meglio, da solo sarebbe stato più difficile. Pian piano sto imparando l’italiano, una lingua che mi piace molto, e sto conoscendo anche Torino. Differenze tra Italia e Francia? Nel modo di vivere sono simili, quello che è diverso è sicuramente il calcio, qui è più difficile e spettacolare». E il giovane parigino ha scelto il nostro paese per crescere ancora e proseguire una tradizione di ottimi portieri che, in Francia, poteva contare in passato su gente del calibro di Lama (idolo del Landry bambino) e ora su Barthez e Frey, solo per fare due nomi: «Qui lavoro con un campione del mondo come Bordon e con due grandi compagni come Buffon e Chimenti, tutti mi aiutano molto. Con Gigi c’è anche modo di divertirsi, e sempre allegro e questo aiuta molto durante gli allenamenti». E con maestri come questi, Bonnefoi non può che continuare a migliorare e a imparare i cosiddetti “trucchi del mestiere” da sfruttare in un futuro che tutti gli prospettano roseo. Intanto c’è da chiudere una stagione che può regalare nuove soddisfazioni. Dopo la Supercoppa Italiana con la prima squadra e il torneo di Viareggio con i compagni della Primavera, il giovanotto vuole vincere ancora, magari riuscendo a recitare un ruolo da protagonista: «La Champions League? Sarebbe un sogno, ma a me piacerebbe conquistare un trofeo potendo giocare qualche partita. Magari il campionato Primavera, sarebbe un’altra bella gioia per questa squadra». 〰.〰.〰 Il giovinotto si toglierà enormi soddisfazioni, vincendo due campionati e una Supercoppa, senza però mai mettere piede in campo. Infatti è costantemente chiuso da Buffon e da Chimenti e poco di più di qualche panchina non riuscirà a ottenere. Così, nell’estate del 2003, viene mandato in Serie B, come prestito al Messina. Bonnefoi gioca soltanto in un’occasione. Dal 2004 al 2006 il francese torna alla Juventus ma il suo destino è sempre quello: vincere senza giocare mai. Landry decide di tornare in patria: prestato al Metz per una stagione, nel 2007 lascia la Juventus a titolo definitivo per giocare nel Digione, dove troverà finalmente un po’ di continuità. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/12/landry-bonnefoi.html
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LANDRY BONNEFOI https://it.wikipedia.org/wiki/Landry_Bonnefoi Nazione: Francia Luogo di nascita: Villeparisis Data di nascita: 20.02.1983 Ruolo: Portiere Altezza: 184 cm Peso: 72 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2001 al 2003 e dal 2004 al 2006 Esordio: 21.08.2002 - Amichevole - Juventus-Juve Berretti 6-0 Ultima partita: 22.03.2006 - Amichevole - Pool Cirievauda-Juventus 0-4 0 presenze - 0 reti Landry Bonnefoi (Villeparisis, 20 febbraio 1983) è un ex calciatore francese, di ruolo portiere. Landry Bonnefoi Bonnefoi allo Châteauroux nel 2014 Nazionalità Francia Altezza 184 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1º luglio 2019 Carriera Squadre di club 2000-2001 Cannes 0 (0) 2001-2003 Juventus 0 (0) 2003-2004 → Messina 1 (-1) 2004-2006 Juventus 0 (0) 2006-2007 → Metz 1 (0) 2007-2009 Digione 24 (-34) 2009-2012 Amiens 106 (-123; 1) 2012-2013 Bastia 8 (-12) 2013-2015 Châteauroux 72 (-113) 2016-2018 Strasburgo 6 (-9) 2018-2019 F91 Dudelange 0 (0) Carriera Promettente portiere francese, nel 2001 il diciottenne Bonnefoi è acquistato dagli italiani della Juventus. Nel successivo biennio, tuttavia, non trova spazio nella squadra bianconera, partecipando da comprimario alla vittoria di due campionati di Serie A e una Supercoppa di Lega. Nella stagione 2003-2004 viene ceduto in prestito al Messina, in Serie B, con cui gioca una partita che comunque gli vale il debutto da professionista. Rientrato nel frattempo nei ranghi della Juventus, nel 2006 torna in patria venendo ceduto ancora in prestito al Metz, dove anche qui prende parte tra le seconde linee alla vittoria della Ligue 2. Nel 2007 approda a titolo definitivo al Digione, società dove per la prima volta in carriera trova una certa continuità di rendimento, e nella quale resta fino al 2009 quando viene acquistato dall'Amiens. Nel 2012 viene ceduto al Bastia, con cui debutta in Ligue 1 totalizzando 8 presenze nella prima divisione francese. L'estate seguente passa allo Châteauroux, dove rimane per il successivo biennio venendo sovente chiamato in causa. Nel 2016 si accorda con lo Strasburgo, con cui nell'annata seguente vince il suo secondo titolo di Ligue 2, seppur ancora da comprimario; rescinde inizialmente il contratto col club a fine stagione, tornando però ugualmente tra i ranghi dei bleu et blanc nelle settimane successive. Si svincola definitivamente dallo Strasburgo nell'estate 2018, per approdare la stagione seguente ai lussemburghesi del F91 Dudelange con cui chiude la carriera. Palmarès Ligue 2: 2 - Metz: 2006-2007 - Strasburgo: 2016-2017 Campionato lussemburghese: 1 - F91 Dudelange: 2018-2019 Coppa del Lussemburgo: 1 - F91 Dudelange: 2018-2019
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DAVIDE BAIOCCO Davide Baiocco è visibilmente emozionato quando racconta le sue prime sensazioni da juventino – si legge su “Hurrà Juventus” del giugno 2002 – lui che in soli due anni è passato dalla Viterbese al “tetto del mondo”, via Perugia, ovviamente. «L’esperienza che ho fatto in Serie C, nelle stagioni 1998/99 e 1999/2000 mi è servita molto per maturare, infatti quando sono tornato a Perugia ho messo in pratica quanto avevo imparato ed ho dimostrato di essere in grado di giocare in Serie A. È normale però che arrivare qui alla Juve ti fa provare certe emozioni. La prima cosa che ho notato è un’organizzazione eccezionale, e poi ci sono tanti campioni». Prima di partire per l’avventura bianconera ha ascoltato i consigli dell’allenatore che lo ha lanciato nel grande calcio, Serse Cosmi: «Mi ha detto solo, ed è ovviamente il mio proposito, di fare un passo alla volta». Intanto in bianconero trova uno dei suoi modelli, Edgar Davids: «Nel suo ruolo, che è anche il mio, pur avendo io giocato sia da centrale che da esterno, l’olandese è senza dubbio uno dei più forti al mondo. Ha dimostrato di essere un grande campione e avendolo vicino sono sicuro che imparerò ancora di più. I miei modelli sono lui e il romanista Tommasi». 〰.〰.〰 Chiuso da tanti campioni, non troverà tanto spazio, riuscendo a vestire la maglia bianconera solamente per 16 volte. Al termine della stagione è ceduto alla Reggina. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/06/davide-baiocco.html#more
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DAVIDE BAIOCCO https://it.wikipedia.org/wiki/Davide_Baiocco Nazione: Italia Luogo di nascita: Perugia Data di nascita: 08.05.1975 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2003 Esordio: 25.08.2002 - Supercoppa italiana - Juventus-Parma 2-1 Ultima partita: 23.01.2003 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 2-0 16 presenze - 0 reti 1 supercoppa italiana Davide Baiocco (Perugia, 8 maggio 1975) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Davide Baiocco Baiocco in azione al Perugia nel 2000 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1º luglio 2019 Carriera Squadre di club 1992-1994 Gubbio 34 (0) 1994-1996 Perugia 4 (0) 1996-1997 → Fano 28 (2) 1997-1998 → Siena 29 (0) 1998 Perugia 1 (0) 1998-2000 → Viterbese 52 (3) 2000-2002 Perugia 63 (2) 2002-2003 Juventus 16 (0) 2003 → Piacenza 16 (0) 2003-2004 Reggina 28 (0) 2004-2005 Perugia 33 (2) 2005-2009 Catania 122 (2) 2009-2011 Brescia 59 (1) 2011-2012 Siracusa 29 (1) 2012-2014 Cremonese 29 (0) 2014 Alessandria 14 (0) 2014-2015 Akragas 28 (0) 2015-2017 Siracusa 43 (1) 2017 Palazzolo 10 (0) 2017-2018 Biancavilla 13 (0) Caratteristiche tecniche Era un centrocampista dinamico, energico nei contrasti e intelligente tatticamente. Carriera Cresciuto nelle giovanili del Gubbio, debutta in prima squadra nel Campionato Nazionale Dilettanti 1993-1994. Passato al Perugia, viene aggregato alla Primavera dei Grifoni, con cui esordisce in Serie B nella stagione 1995-1996 conclusa con la promozione in Serie A. Nelle annate successive viene ceduto in prestito in Serie C, al Fano e al Siena. Rientrato al Perugia, debutta in Serie A il 4 ottobre 1998 sul campo dell'Inter, prima di essere nuovamente girato in prestito alla Viterbese, in Serie C1. Con la formazione laziale (di proprietà della famiglia Gaucci come il Perugia) disputa due stagioni, giocando in coppia con Fabio Liverani e sfiorando la promozione in Serie B nel campionato 1999-2000. Al termine della stagione torna al Perugia, inizialmente per disputare l'Intertoto, e in seguito imponendosi come titolare nella formazione umbra, che ottiene la salvezza schierando numerosi giocatori prelevati dalle serie inferiori sotto la guida di Serse Cosmi. Dopo un'ulteriore stagione in Serie A con il Perugia, nel 2002 approda alla Juventus per cinque miliardi di lire più Fabián O'Neill; in bianconero trova poco spazio (7 presenze in campionato) senza convincere, e a gennaio viene ceduto in prestito al Piacenza, dove non evita la retrocessione in Serie B del club emiliano. Nella stagione successiva passa sempre in prestito alla Reggina, con cui ottiene la salvezza in Serie A. Baiocco (accosciato, primo da sinistra) nella Viterbese della stagione 1998-1999 Nella stagione 2004-2005 torna nuovamente al Perugia, in Serie B, e porta la squadra umbra alla conquista dei play off per il ritorno in A, persi contro il Torino. Svincolatosi a seguito del fallimento della formazione umbra, passa al Catania con cui ottiene la promozione in Serie A al termine della stagione 2005-2006 e nella stagione 2007-2008 diventa il capitano della squadra. Nel 2009 lascia la formazione etnea (ma non la città dove ormai vive stabilmente), dopo 122 partite di campionato e 2 reti, essendo in scadenza di contratto e non rientrando più nei piani della società. Il 15 luglio 2009 firma un contratto biennale per il Brescia, in Serie B, dove è tra i più presenti nella scalata delle rondinelle alla Serie A. Il Brescia però non riesce a rimanere nella massima serie e retrocede nuovamente in B. Il 20 giugno 2011 firma per il Siracusa, società militante in Lega Pro Prima Divisione. Esordisce il 7 agosto 2011 nella sfida di Tim Cup contro il Teramo, vinta per 1-0, e colleziona 29 presenze in campionato, diventando capitano della formazione siciliana che manca la promozione in Serie B ai play-off. A fine stagione si svincola, a causa della mancata iscrizione del club siciliano al campionato, e viene ingaggiato dalla Cremonese, sempre in Prima Divisione. Rimane in forza ai grigiorossi per una stagione e mezza, fino al gennaio 2014, quando passa all'Alessandria, in Lega Pro Seconda Divisione. A fine stagione rimane svincolato, e torna in Sicilia nelle file dell'Akragas. Con la società agrigentina vince l'ennesimo campionato ritornando a giocare in Lega Pro. Nell'estate 2015 torna al Catania: inizialmente contattato per un ruolo dirigenziale, decide in seguito di proseguire la carriera agonistica con i siciliani, sua squadra già dal 2005 al 2009, tuttavia la società decide di non tesserarlo, e di lasciarlo quindi libero di cercarsi un'altra squadra. Il 1º settembre 2015 torna allora a vestire la maglia del Siracusa, contribuendo alla vittoria del Girone I del campionato di Serie D e al conseguente ritorno in Lega Pro degli azzurri. L'11 luglio 2016, viene riconfermato dal Siracusa per la stagione 2016-2017. Il 14 dicembre lascia la squadra aretusea, decidendo però di andare a giocare nell'altra squadra della famiglia Cutrufo, già proprietaria del Siracusa, ossia il Palazzolo, militante nel girone B dell'Eccellenza Sicilia. Il 23 aprile 2017 vince il campionato di Eccellenza con la maglia del Palazzolo contribuendo alla promozione del club in Serie D a distanza di quattro anni dall'ultima volta. Il 30 agosto 2017 raggiunge l'accordo con il Biancavilla, formazione catanese militante in Eccellenza. A gennaio 2018, contestualmente all'esonero del tecnico biancavillese, Baiocco prende la decisione di smettere con il calcio giocato, dichiarando di non rivedersi più in questo sistema calcio. Palmarès Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Perugia: 1995-1996 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C2: 1 - Viterbese: 1998-1999 (girone B) Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2002 Campionato italiano Serie D: 2 - Akragas: 2014-2015 (girone I) - Siracusa: 2015-2016 (girone I) Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Palazzolo: 2016-2017 (girone B)
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FRANTZ BERTIN https://it.wikipedia.org/wiki/Frantz_Bertin Nazione: Haiti Luogo di nascita: Tolosa (Francia) Data di nascita: 30.05.1983 Ruolo: Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: - Nazionale Haitiano Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2003 Esordio: 08.08.2002 - Amichevole - Juventus-Vigevano 4-0 0 presenze - 0 reti Frantz Bertin (Tolosa, 30 maggio 1983) è un ex calciatore haitiano, centrocampista. Frantz Bertin Nazionalità Haiti Altezza 182 cm Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2016 Carriera Squadre di club1 2001-2002 Red Star 0 (0) 2002-2003 Juventus 0 (0) 2003-2005 Racing Santander B 39 (2) 2004-2005 Racing Santander 14 (0) 2005-2006 Tenerife 18 (0) 2006-2007 Atlético Madrid B 17 (3) 2007-2008 Benidorm 19 (0) 2008 Lucerna 5 (0) 2009-2011 OFI Creta 73 (0) 2011-2012 Alkī Larnaca 4 (0) 2012–2013 PAE Véroia 7 (0) 2013–2014 Panachaïkī 11 (0) 2014–2015 Apollōn Pontou 11 (2) 2015 Aiginiakos 12 (0) 2015 Mumbai City 10 (1) Nazionale 2007-2016 Haiti 43 (1)
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EMANUELE BELARDI UMBERTO ZOLA, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2006 Spesso si sceglie di stare tra i pali perché gli altri sono più bravi a giocare la palla, oppure perché nessuno vuole rimanere fisso in porta e tutti vogliono essere protagonisti nell’area avversaria. Non è questo il caso: Emanuele Belardi oggi ha 29 anni, ma già quando era un bambino come tanti e giocava a pallone nei campetti di Eboli, il neo acquisto bianconero preferiva le parate ai calci, amava tuffarsi piuttosto che correre. La voglia c’era, le qualità pure e così la sua passione si è trasformata in una professione. Undici anni di onorata carriera, coronata quest’estate dalla chiamata della Juventus, «un’opportunità colta al volo». Lasciamo però il presente per lare un passo indietro fino agli esordi: «I primi calci, anzi le prime parate, le ho fatte in una scuola calcio di Eboli, il mio paese natale. Ho sempre amato il ruolo del portiere, in primo luogo perché non dovevo correre per tutta la partita come gli altri e poi perché sentivo di essere bravo tra i pali. A tredici anni sono stato chiamato dalla Reggina e la mia aspirazione si è trasformata in realtà». – Quando hai capito che ce l’avresti fatta? «Inizialmente era solo un sogno, ma dopo un anno tra gli allievi è arrivato il debutto in Primavera e ho iniziato a crederci sempre più. Eravamo una buona squadra, abbiamo anche raggiunto le semifinali scudetto. Così, l’anno dopo, mi sono trovato nella rosa della prima squadra e a diciotto anni ho esordito in Serie B. Dopo un paio di stagioni a Reggio sono passato al Turris, in C1. Un’esperienza dura, a quei tempi i giovani calciatori non avevano vita facile, specie nelle serie minori. Comunque mi è servito, in quella stagione ho imparato molte cose, ho fatto la giusta gavetta e ciò mi è stato utile nel proseguo della mia carriera». – Una carriera che ti ha visto protagonista a Reggio Calabria per sei anni consecutivi. Poi Napoli, la breve parentesi di Modena, Catanzaro e ora la Juventus. Te lo saresti mai aspettato? «Beh, è stata certamente una sorpresa. Ma nella vita non si può mai dire mai, specie se si fa il mio mestiere. Il calcio è strano: nel 2004/05 venivo da tre stagioni giocate alla grande, una promozione in A e due salvezze nella massima serie, e mi sono ritrovato a giocare in C1. Quest’estate, al contrario, ero tornato alla Reggina dopo i guai finanziari del Catanzaro, credevo di dover andare ad Ascoli e invece mi è arrivata la chiamata della Juventus, una delle squadre più conosciute al mondo. Non ho esitato nemmeno un secondo, ho detto al mio procuratore che ci sarei venuto anche di corsa». – Com’è stato il primo impatto? «Ricordo che i primi giorni mi limitavo a guardare i grandi campioni, per capire cosa avevano di speciale, quali erano i loro segreti. Poi ho capito che sono persone semplici come lo sono anch’io. Scendendo in Serie B, hanno dimostrato di avere una grande umiltà, di essere dei professionisti, dei veri fuoriclasse». – Tu conosci bene sia la massima serie che quella cadetta. Quali sono le differenze più rilevanti? «In Serie B c’è molta più quantità. Si corre di più, c’è più agonismo. Per vincere ci vogliono lo spirito e la mentalità giusta. Se si gioca col massimo impegno, allora la qualità farà la differenza. Parola di un portiere che di B ne ha già vinte due». – Cosa significa difendere la porta bianconera? «Vuol dire impegnarsi sempre anima e corpo, cercando di farsi trovare pronti nelle occasioni che capiteranno. Dare il massimo... è il minimo che io possa fare per ripagare l’opportunità che la Juventus mi ha offerto». 〰.〰.〰 Nelle gerarchie bianconere è il terzo portiere, dietro a Buffon e Mirante, e non scende mai in campo. «Gigi è il numero uno in assoluto – rivela – e avere rapporti con Del Piero, Camoranesi, Trézéguet, Nedved, calciatori che qualche mese prima avevano disputato la finale di un Mondiale, fu fantastico, perché erano di un’umiltà spaventosa. E fu proprio questo che mi colpì di quei grandi campioni. Per tutti qual campionato in Serie B sembrò una passeggiata, ma sotto l’aspetto psicologico fu una situazione particolare. Ma non per me, perché io l’avevo già vissuta diverse volte. Anche in quell’occasione dimostrarono un grande attaccamento e una grande umiltà in una situazione che per loro era surreale». Nella stagione successiva è acquistato definitivamente dalla Juventus e, con la cessione di Mirante alla Sampdoria, è promosso nel ruolo di secondo portiere. Sotto la guida di Claudio Ranieri gioca titolare in Coppa Italia, mentre in campionato è chiamato a sostituire il titolare Buffon, spesso frenato dai dolori alla schiena. Esordisce in maglia bianconera, avversaria la Reggina; è schierato ancora contro il Livorno, il Cagliari e, nuovamente, la Reggina, nella partita persa dai bianconeri per 1-2, incontro pesantemente condizionato dai clamorosi errori dell’arbitro Dondarini. L’ultima presenza di Emanuele è a Genova, nell’ultima partita di campionato con la Samp, durante la quale si toglie la soddisfazione di parare un rigore a Cassano. Al termine del campionato totalizza 9 gare, comprese le partite di Coppa Italia, sostituendo degnamente il portiere Campione del Mondo. «La partita del debutto fu a Livorno, anche se esordii ufficialmente nei 5-10 minuti finali del match con la Reggina. In Toscana andai abbastanza bene ed ero in camera con Giorgio Chiellini e mi dicevo “Ma se me la sono cavata nelle squadre piccole, sarà una passeggiata giocare nella Juve”. La presi con questa filosofia e poi, per dire la verità, a detta degli addetti ai lavori giocai bene. Fu un anno fantastico, perché nonostante una rosa normalissima e i tanti infortuni, con un gruppo fortissimo arrivammo in Champions e battemmo l’Inter a San Siro, il Milan Campione d’Europa e del Mondo e tante altre squadre. C’era Legrottaglie in difesa, Cristiano Zanetti e Nocerino a centrocampo: davvero dei bei ricordi. E questa credo sia la più limpida dimostrazione che se c’è un gruppo forte si possono ottenere grandi risultati». Il 20 luglio 2008 è ceduto in prestito all’Udinese, nell’operazione che riporta a Torino Antonio Chimenti. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/06/emanuele-belardi.html
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EMANUELE BELARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Emanuele_Belardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Eboli (Salerno) Data di nascita: 09.10.1977 Ruolo: Portiere Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: Ciccio - Bela Alla Juventus dal 2006 al 2008 Esordio: 26.09.2007 - Serie A - Juventus-Reggina 4-0 Ultima partita: 17.05.2008 - Serie A - Sampdoria-Juventus 3-3 9 presenze - 17 reti subite 1 campionato di serie B Emanuele Belardi (Eboli, 9 ottobre 1977) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Emanuele Belardi Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 2015 - giocatore Carriera Giovanili 1993-1995 Reggina Squadre di club 1995-1997 Reggina 5 (-5) 1997-1998 → Turris 18 (-14) 1998-2004 Reggina 116 (-102) 2004-2005 → Napoli 16 (-18) 2005 → Modena 0 (0) 2005-2006 → Catanzaro 36 (-49) 2006-2008 Juventus 9 (-17) 2008-2011 Udinese 7 (-6) 2012 Reggina 14 (-10) 2012 Cesena 19 (-21) 2013 Grosseto 0 (0) 2013-2014 Pescara 28 (-25) 2014 Pune City 4 (-6) 2015 Reggina 11 (-20) Carriera Giocatore Inizia la sua carriera agonistica con la Reggina nella stagione 1995-1996, disputando una sola partita nel campionato di Serie B (Reggina-Palermo 4-0). Resta nella squadra amaranto fino al 2004, con una breve parentesi in Serie C1 alla Turris nella stagione 1997-1998. Sempre con i calabresi conquista la promozione in serie A nel 1998/99 con 5 presenze ed esordisce in Serie A il 19 dicembre 1999, a San Siro, nella gara di campionato contro il Milan terminata 2-2, parando nell'occasione anche un calcio di rigore ad Andrij Ševčenko. Fino alla stagione 2000-2001 viene impiegato come portiere di riserva, per poi diventare titolare nelle tre annate successive, una in Serie B in cui conquista la promozione in A parando tra l'altro 4 rigori su 8 subiti e due in A vincendo lo spareggio salvezza contro l'Atalanta effettuando parate decisive.. Nel settembre del 2004 lascia Reggio Calabria e passa al Napoli, appena fallito e retrocesso in C1, dove rimane per cinque mesi prima di accasarsi al Modena dove però è relegato al ruolo di secondo portiere alle spalle di Giorgio Frezzolini. Nel 2005 viene poi acquistato dal Catanzaro con cui disputa da titolare il successivo campionato di Serie B. Al termine della stagione ritorna alla Reggina che lo cede di nuovo in prestito, questa volta alla titolata Juventus neodeclassata in Serie B dopo lo scandalo Farsopoli. Nelle gerarchie bianconere è il terzo nel ruolo, dietro a Gianluigi Buffon e al giovane Antonio Mirante, sicché non scende mai in campo in quel vittorioso torneo cadetto. Nell'annata successiva viene acquistato definitivamente dal club bianconero e, con la cessione di Mirante, è promosso a secondo portiere dei torinesi. Nella sua seconda stagione in Piemonte gioca titolare in Coppa Italia e disputa 5 gare in Serie A, sostituendo degnamente il titolare Buffon frenato da un problema alla schiena; come ricorderà in seguito: «[a chi mi dice] 'si hai giocato nella Juve ma poche partite...' ho sempre risposto "sono stato il [numero] 12 del più forte in assoluto"». Durante il mercato estivo la società juventina lo cede in prestito per la stagione 2008-2009 all'Udinese, dove è ancora secondo portiere dietro al titolare Samir Handanovič; nel gennaio del 2009 il trasferimento diventa definitivo. Il 26 novembre 2011 risolve consensualmente il contratto con il club friulano. Il 30 gennaio 2012 torna nuovamente alla Reggina. Scaduto il contratto con la società amaranto, il 7 luglio seguente passa al Cesena. Fa il suo debutto con la squadra romagnola nella trasferta sul campo della Ternana, finita a reti bianche grazie soprattutto alle sue parate. Il 28 dicembre 2012, dopo soli cinque mesi, rescinde consensualmente il contratto con il club cesenate. Il 31 gennaio 2013 si accorda con il Grosseto, tuttavia il 13 marzo seguente risolve consensualmente il contratto che lo legava ai toscani. Il 7 settembre 2013 si accasa al Pescara, in Serie B. Per via dell'espulsione del giovane Mirko Pigliacelli, secondo portiere degli abruzzesi, esordisce con la casacca biancazzurra il 30 dello stesso mese, entrando nel secondo tempo della partita contro il Cesena, sua ex squadra, e parando il conseguente rigore calciato da Davide Succi. Il 15 luglio 2014 firma con gli indiani del Pune City, insieme ai connazionali Bruno Cirillo, Daniele Magliocchetti e Franco Colomba alla guida. Infine, nel mercato di gennaio del 2015 torna ancora una volta alla Reggina, insieme al compagno di squadra Cirillo, dove al termine della stagione chiude l'attività agonistica. Allenatore Nel 2007, quando era ancora in attività, rileva la scuola calcio in cui era cresciuto calcisticamente, ribattezzandola col suo nome. Dirigente Dopo il ritiro dal calcio giocato diventa consigliere del CONI per la Regione Campania. Il 25 maggio 2018 torna alla Reggina come responsabile del settore giovanile, salvo poi dimettersi il 30 novembre dello stesso anno per dissidi con la nuova dirigenza. Nel 2019 fa parte dell'area scouting della Juventus. Palmarès Campionato italiano di Serie B: 1 - Juventus: 2006-2007
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SERGIO CERVATO Figlio di contadini, nasce a Carmignano di Brenta (PD), il 22 marzo del 1929 ed è scoperto diciottenne nel Bolzano da Renato Bottacini. A seguito della retrocessione, in considerazione delle qualità del giocatore, Bottaccini lo indirizza, viste le ottime sue conoscenze con il sodalizio genovese (allora i procuratori non esistevano), alla Sampdoria. I provini non sono esaltanti e la società si aggrappa, per rescindere il contratto, a una carenza di equilibrio, essendo l’atleta mancante di una falange al dito della mano. Viene quindi immediatamente indirizzato alla Fiorentina e sarà la sua fortuna. SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERO Sergio Cervato era il giocatore di ogni epoca che aveva disputato più partite nella Fiorentina: 316 in undici anni di fedeltà. Era uno di «quelli dello scudetto» (ne rimanevano quattro o cinque) e i tifosi fiorentini lo lasciarono partire con molti brontolii ma senza clamorose contestazioni. Cervato stava per compiere trent’anni e sembrava un vecchio combattente pieno di ferite: aveva avuto guai a un piede (il famoso «piede freddo» che a suo tempo aveva bloccato anche Meazza) e si diceva che fosse troppo spesso esposto a strappi muscolari. Anche in Nazionale, dopo venticinque partite, non era più inamovibile: lo sostituiva un tracagnotto della sua stessa stazza, Gaudenzio Bernasconi, centromediano della Sampdoria. La Juve lo acquistò, ufficialmente, per cinquanta milioni. In quegli stessi giorni il Bologna ingaggiava Campana per ottanta e la Roma – con la stessa cifra – Manfredini detto «Piedone». Eravamo alla vigilia del boom economico. Una FIAT Millecento lusso, appena presentata al salone di Ginevra, costava un milione e 50.000. La critica era quasi unanime nel giudicare Cervato l’unico terzino italiano di valore europeo dai tempi di Ballarin e Maroso. Aveva giocato per anni a sinistra componendo con Magnini una formidabile coppia, poi si era spostato al centro e, da libero, aveva assunto un ruolo, a detta di alcuni, più idoneo al suo stile. Aveva nello slancio la sua arma migliore, era veloce e intelligente, con una visione ben precisa del gioco difensivo, dove l’eleganza era pari alla decisione. Sono rimasti famosi certi suoi salvataggi che sembravano disperati e invece venivano da fulminee intuizioni. Aveva un modo per scacciar via l’incubo della capitolazione che scatenava applausi insoliti per un difensore, di norma riservati a goleador (o ai portieri dei miracoli). C’è chi ricorda ancora un suo intervento in una partita contro il Brasile, a San Siro, nel 1956: il centromediano Orlando era solo in piena area, davanti alla rete di Viola, ottantamila col cuore in gola, sembrava un goal inevitabile, quando si vide Cervato sbucare alla sua maniera come da una zona nascosta del campo e soffiare in un lampo, con una «spaccata meravigliosa», la palla dal piede del brasiliano. Lo salutò un boato di riconoscenza. L’Italia poi vinse 3-0 e quell’intervento è rimasto indimenticabile. Cervato era famoso anche per i goal che segnava, non solo quelli che impediva. Fu il prototipo del difensore-cannoniere, grazie ai suoi micidiali tiri piazzati: i rigori, che ha imparato a battere inesorabilmente dopo qualche errore di gioventù (uno dei primi, calciato lontanissimo dai pali, lo aveva sbagliato proprio contro la Juve a cinque minuti dalla fine di una partita finita 0-0), ma soprattutto le punizioni. Quando ce n’era una da limite, lui veniva avanti con la sua andatura dondolante con quelle gambe da cow-boy appena smontato da cavallo, prendeva una breve rincorsa e lasciava partire tiri che raramente i portieri facevano in tempo a vedere. Spesso restavano impalati, impotenti, mentre il pallone si infilava lassù, nell’angolo fra il palo e la traversa. Con un goal simile – nel «sette», come si dice in gergo – si presentò al suo esordio in maglia bianconera. Era addirittura la finale di Coppa Italia, che allora si giocava in settembre: a San Siro la Juventus travolse l’Inter per 4-1 e Cervato fu il cannoniere della giornata, segnando – tra quelli di Charles e Sivori – due gol, il primo appunto su punizione e il secondo su rigore. La Juve di quella stagione (1959-60) era allenata da Renato Cesarini e viveva un momento particolare: c’era Boniperti che non gradiva il ruolo di ala destra e sembrava sul punto (udite, udite) di cambiare società. Cervato era stato chiamato a rafforzare una difesa tutta nuova e impostata su due giovani di talento, Castano e Benito Sarti. Qualcuno nutriva perplessità sulla tenuta del vecchio difensore: lui rispose disputando ad alto livello tutte le trentaquattro partite del campionato e segnando sei gol (uno appena in meno di Boniperti) come contributo personale alla conquista dello scudetto; Riprese anche il suo posto in Nazionale: tre partite, l’ultima a Barcellona, una sconfitta patita dalla Spagna di Suarez e Di Stefano nel marzo del 1960, commissario tecnico Gipo Viani. Nella sua seconda stagione juventina Cervato fu di nuovo tra i protagonisti. Giocò ventotto partite (segnò un solo gol, su rigore), riprendendo in qualche occasione l’antico ruolo di terzino e alla fine si ritrovò vincitore su due fronti: la Coppa contesa in finale proprio alla sua vecchia squadra; la Fiorentina e lo scudetto difeso in molte risse con l’Inter di Herrera. Così quando lasciò la Juve poteva vantare un «en plein» davvero straordinario: in due stagioni aveva vinto due Coppe Italia e due campionati. Finì la carriera nella Spal, dove giocò altri quattro anni e continuò a firmare, con le sue micidiali punizioni, altri gol. Il destino, però, volle che l’ultimo pallone messo in rete dal terzino-cannoniere fosse un autogol. Accadde all’Olimpico contro una Roma che schierava un De Sisti ventunenne. VLADIMIRO CAMINITI, DAL SUO LIBRO “JUVENTUS JUVENTUS” Aveva un modo di contrare che era azzannare, non c’era possibilità che si distraesse e in campo infatti non sorrideva mai, più spesso digrignava i denti; era rude alquanto ma perché al calcio una volta i terzini si occupavano di rinviare il pallone e si impegnavano, si studiavano di farlo come si facevano una volta le porte e le finestre, cioè solide, forti, e solida e forte era la pedata, i meno bravi alzavano il pallone a campanile, i più bravi, come Cervato, davano al pallone le giuste traiettorie. Calciava le punizioni con mirabile effetto. Può essere considerato uno dei più grandi terzini della storia. Lo confermò, anche da stopper, alla Juve. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/sergio-cervato.html
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SERGIO CERVATO https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Cervato Nazione: Italia Luogo di nascita: Carmignano di Brenta (Padova) Data di nascita: 22.03.1929 Luogo di morte: Firenze Data di morte: 09.10.2005 Ruolo: Difensore Altezza: 173 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1959 al 1961 Esordio: 06.09.1959 - Coppa Italia - Juventus-Genoa 3-1 Ultima partita: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 71 presenze - 13 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Sergio Cervato (Carmignano di Brenta, 22 marzo 1929 – Firenze, 9 ottobre 2005) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Con 466 presenze in Serie A, è venticinquesimo per numero di apparizioni nella massima serie italiana. Sergio Cervato Cervato alla Fiorentina Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1965 - giocatore Carriera Giovanili 1946-1947 Tombolo Squadre di club 1947-1948 Bolzano 17 (0) 1948-1959 Fiorentina 316 (31) 1959-1961 Juventus 71 (13) 1961-1965 SPAL 91 (7) Nazionale 1951-1960 Italia 28 (4) Carriera da allenatore 1966-1967 Pescara 1967-1968 Trani 1968-1970 Empoli Caratteristiche tecniche Giocatore Fu un difensore avvezzo al gol, tanto che nel suo ruolo risulta secondo solo a Giacinto Facchetti per reti segnate in Serie A (45, contro le 59 del connazionale). Si incaricava spesso della battuta dei calci di rigore, e con 19 gol segnati dal dischetto è il miglior rigorista nella storia della Fiorentina; altri 3 li realizzò con la Juventus e 2 con la SPAL, per un totale di 24 penalty trasformati in campionato (su 32 tentativi): grazie a ciò occupa la nona posizione nella classifica dei calciatori con il maggior numero di rigori finalizzati nella massima serie italiana. Carriera Giocatore Cervato festeggia il primo scudetto dei gigliati nel 1956 Dopo le prime esperienze calcistiche nelle squadre del paese natale (Lampo di Carmignano e Carmenta), iniziò la carriera di calciatore come terzino sinistro nel Tombolo a 17 anni. Passò tra i dilettanti seguendo le sorti del Bolzano. Nel 1948 girò l'Italia alla ricerca di una squadra professionistica. Privo del pollice della mano destra, amputato in seguito a un incidente con un attrezzo agricolo in gioventù, fu scartato a un provino della Sampdoria prima di arrivare a Firenze, dove la Fiorentina lo prese. Rimase coi viola fino al 1959 (316 presenze e 31 reti in Serie A, 334 presenze totali). Era infallibile dal dischetto e le sue punizioni a pelo d'erba erano micidiali. Con la squadra toscana conquistò il primo scudetto nella stagione 1955-56, oltre a una Coppa Grasshoppers nella seconda parte del decennio. Giocò inoltre tutte le sette gare della Coppa dei Campioni 1956-1957 persa in finale dai gigliati contro il Real Madrid. Nel 1959 passò alla Juventus, dove conquistò altri due scudetti giocando da centromediano sistemista – ovvero da centrale in una difesa a tre. Coi piemontesi vinse anche due Coppe Italia, e giocò altre due gare nella Coppa dei Campioni 1960-1961. Cervato (in piedi, secondo da sinistra) con l'Italia nel 1956 Fu anche nazionale, esordendo in maglia azzurra nel 1951, nella partita Portogallo-Italia 1-4. In azzurro accumulò 28 presenze e 4 reti, alle quali si aggiungono altre due gare giocate nel 1955 con la nazionale B. Fu inoltre capitano dell'Italia in 6 gare, oltre a 2 della nazionale B. Smise l'attività agonistica nel 1965 in Serie B, con la SPAL, squadra a cui era approdato nel 1961 chiamato da Paolo Mazza – convinto, a differenza di altri, che il giocatore non fosse assolutamente finito; Cervato giunse a Ferrara assieme a Dell'Omodarme quale parziale conguaglio della comproprietà di Bozzao; Il patavino diventò l'indiscusso capitano della formazione estense, giocando altri quattro campionati e fermandosi solo per un serio infortunio che ne compromise definitivamente il prosieguo della carriera. Allenatore Si dedicò successivamente all'attività di allenatore partendo proprio dalla formazione De Martino della SPAL, contribuendo a lanciare, tra gli altri, un giovane di sicuro talento, Fabio Capello. Allenò successivamente il Trani, il Pescara e l'Empoli e diresse le giovanili della Fiorentina, quindi si dedicò all'attività di osservatore, continuando la sua opera di talent scout e selezionando alcuni dei migliori giocatori della Fiorentina fino a che una lunga malattia lo costrinse a fermarsi. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Fiorentina:1955-1956 - Juventus: 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Competizioni internazionali Coppa Grasshoppers: 1 - Fiorentina: 1952-1957
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MARCO DI VAIO Attaccante molto veloce, ficcante e dotato di un tiro molto potente e preciso, viene acquistato dalla Juventus, nell’ultimo giorno del calciomercato edizione 2002. Proviene dal Parma, proprio pochi giorni dopo aver giocato e segnato alla Vecchia Signora nella finale della Supercoppa Italiana: «Eravamo a Tripoli. Nel primo tempo meglio loro e 1-0 di Del Piero, poi siamo usciti noi ed io ho fatto un gran secondo tempo, ma ancora Del Piero ha fatto 2-1. Si diceva che dovessi andare all’Inter, dopo che Ronaldo era stato ceduto al Real, ero convinto, invece mi chiamò il mio agente Alessandro Moggi e mi disse che mi aveva preso la Juve». SALVATORE LO PRESTI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 2003 Ormai certi dubbi pesanti li ha spazzati via, gettati nel dimenticatoio Marco Di Vaio. Lo ha fatto all’indomani di una serata importante: quella in cui, subentrato a Christian Vieri, ha messo a segno il gol che ha chiuso definitivamente – se ancora qualcuno potesse nutrire dei dubbi – Italia-Azerbaigian e quindi il discorso della qualificazione per il campionato d’Europa 2004. «Sì, finalmente ho capito che andare in panchina – ha detto all’indomani del suo primo gol con la maglia della Nazionale – non è un declassamento, né tanto meno una mortificazione, ma rappresenta solo un’occasione da cogliere al volo. E che puoi mettere a frutto soltanto se mentalmente sei preparato, cioè sereno e caricato, non certo rassegnato. Dipende tutto da quello che vuoi dalla tua vita di calciatore. Ma quando accetti di restare in una squadra come la Juve, non puoi essere insofferente, qualche panchina ci può anche stare». Un Marco Di Vaio diverso quello che ha iniziato nel modo giusto la sua seconda stagione alla Juve e che è rientrato da Reggio Calabria dopo aver segnato il suo primo gol in Nazionale. Un uomo che sembra essersi liberato da certi dubbi che lo avevano assalito soprattutto nello scorso campionato, quando al rientro dopo un serio infortunio in Champions League, aveva fatto fatica a recuperare la brillante condizione di inizio stagione. Il suo arrivo alla Juventus, la scorsa estate, era stato dettato da motivi contingenti. In precampionato aveva già fatto soffrire Buffon e compagni sulla sabbia colorata di verde di Tripoli, dove il suo gol non era bastato a far quadrare i conti del Parma e ribaltare la doppietta di Alessandro Del Piero che aveva indirizzato la Supercoppa verso Torino. Pochi giorni dopo, a causa dei problemi al ginocchio che aveva fermato Trezeguet e alla necessità della Juve di rinfoltire i ranghi in vista di una stagione estremamente impegnativa, era diventato bianconero. Ma la sua vicenda non era stata delle più lineari: dopo una confortante partenza – e due splendidi gol alla Dinamo Kiev – era incappato in un infortunio (la tremenda testata contro O’Brien nel corso della partita di Champions League contro il Newcastle che lo aveva mandato in ospedale con un forte trauma cranico) che forse lo ha condizionato anche dopo il pur sollecito rientro. Il vero Di Vaio, insomma, si era rivisto solo a sprazzi. «In certe occasioni resti fuori dalla formazione iniziale e cerchi alibi – confessa Marco Di Vaio – oppure, quando vai in campo vorresti spaccare il mondo e non ci riesci. Allora è comprensibile che si possa perdere la tranquillità, la sicurezza dei propri mezzi. Alcune prestazioni non troppo felici si possono spiegare solo così». – Ma come hai valutato il tuo primo anno alla Juve? In che misura ti ha soddisfatto? «Il bilancio è stato buono: quando si vince uno scudetto e si arriva a una finale di Champions League, anche se non si riesce a vincerla, non ci si può lamentare. A livello personale forse poteva andar meglio, ho avuto alti e bassi. Comunque è stata un’esperienza positiva da cui credo di essere riuscito a trarre insegnamenti preziosi». – Quali sono stati i momenti più difficili da superare? «Ho sofferto, e parecchio, le pressioni dell’ambiente, fossero esse esterne o interne. Sentivo in altri termini che la gente si aspettava molto da me e mi rendevo conto di non riuscire a rispondere nella maniera giusta a queste aspettative. Tutto questo mi dava ovviamente un senso di comprensibile insoddisfazione». – E poi cos’è successo? «Poi sono andato in vacanza, ho riflettuto a lungo su quanto mi era successo e qualcosa si è finalmente sbloccato, è cambiato dentro la mia testa. Ovviamente non ho fatto tutto da solo: mi hanno aiutato in maniera determinante Malisa, la mia compagna, mia madre Rossella e mio padre Gino». – A quale conclusione ti hanno portato questi suoi ragionamenti? «Innanzitutto mi sono reso conto che nella Juve ci sono tanti grandi campioni che non possono giocare tutti in tutte le partite. È ovvio che vorresti esserci sempre, e che se stai fuori ci resti male. Credo che succeda a tutti, non solo a me. Ma ho capito che un`eventualità del genere poteva succedere anche a me e che non dovevo considerarla la fine del mondo. Non dovevo considerare la panchina come una gabbia né tanto meno come un’umiliazione, ma come un’occasione da sfruttare, un trampolino di lancio. Bisogna andare in panchina senza accettarla con rassegnazione ma animati dalla voglia di dimostrare sul campo di non meritarla. Ragionando così, ora mi sembra che la porta si stia persino allargando, per me». – Di riuscire a sfruttare l’occasione, come stavi dicendo, è successo già contro la Roma, per esempio. «Sì, sono entrato dopo l’infortunio di Del Piero e ho segnato due gol. Purtroppo non sono bastati per vincere, ma non ha importanza. È stata la dimostrazione che la panchina si può interpretare in maniera positiva». – Ed è anche una costante per te. Anche il giorno del tuo esordio in Serie A, era successa la stessa cosa. «È vero: giocavo nella Lazio, ero entrato nella ripresa contro il Padova e avevo fatto subito gol. E non è storia di ieri, ma del 1994». – Una storia che si è ripetuta tante volte, però. L’ultima l’11 ottobre scorso contro l’Azerbaigian, con la maglia della Nazionale. «Già, ed è stato un fatto importante soprattutto perché non avevo mai segnato con la maglia della Nazionale, e la cosa cominciava a darmi fastidio, lo confesso. Il segreto forse sta nel fatto che gioco sempre con lo spirito e l’entusiasmo di quando avevo diciotto anni». – Ora si è aggiunto un particolare: sia nella Juve che in Nazionale spesso Di Vaio in panchina si ritrova con Fabrizio Miccoli. «Già, e di posto spesso ce n’è uno solo! Ma sarà così per tutta la stagione. Dopo Italia-Azerbaigian il primo a complimentarsi con me per il gol è stato proprio lui. Ma siamo amici, ci rispettiamo, ci vogliamo bene. È una storia che si ripeterà ma noi ci aiuteremo e sosterremo a vicenda. Così sarà più facile per entrambi. E poi si tratta di un grande giocatore, con colpi straordinari. Giocare con uno come lui è facile e divertente!». – Anche ad Ancona, in campionato, avete giocato insieme: tu hai fatto la prima punta, e Miccoli ha segnato due gol. «Sono stato felice per lui: meritava una serata da protagonista dopo la sfortuna avuta all’esordio, nella prima di campionato. In quanto a me, ho giocato da prima punta, ho cercato di mettermi al servizio della squadra, e credo di aver dato il mio apporto». – Hai studiato da Trezeguet, insomma, tu che più che altro sei una seconda punta, un contropiedista. «Sulla seconda punta sono d’accordo. Preferisco giocare al fianco di un giocatore che abbia certe caratteristiche, ma posso fare anche la prima punta, l’ho già fatto in passato con buoni risultati e non solo episodicamente. Non mi considero però un contropiedista, anche se sono veloce e nelle ripartenze posso mettere a frutto certe mie qualità. Quella del contropiedista è una leggenda: tutto dipende anche da chi hai vicino. Io credo di essere un attaccante abbastanza completo e sto cercando di fare di tutto per dimostrarlo». – Com’è cominciata per te la nuova stagione? «Credo di avere avuto le occasioni che mi aspettavo, che speravo di avere. Purtroppo si è infortunato Del Piero e mi si è presentata qualche opportunità in più. Che spero di riuscire a cogliere». – Come in occasione della partita con la Roma. «È stata davvero una giornata speciale per me, anche perché non era in preventivo. È stata la mia gioia più grossa da quando sono alla Juve, dopo quella del gol al Perugia, l’anno scorso, che ci è valso lo scudetto». – Tu hai segnato un gol importante anche in Nazionale. Il tuo primo gol in azzurro, il terzo della partita, ha chiuso definitivamente la pratica della qualificazione per l’Europeo. «Sarei stato ugualmente felice se avessi segnato il quarto o il quinto gol. La prima volta in Nazionale ti dà una emozione immensa, che ti rimane dentro, impressa indelebilmente nella mente. Resterà uno di quei momenti della mia vita di calciatore che non dimenticherò mai». – Il tuo obbiettivo per questa stagione? «Far meglio dell’anno scorso e soprattutto vincere ancora. Che cosa? Non metto limiti. Più che si può. Cercando di dare il massimo contributo». 〰.〰.〰 E il buon Marco farà davvero meglio, con 44 presenze e 17 gol; facendosi ricordare, soprattutto, per la bellissima rete realizza a San Siro contro il Milan, con uno splendido tiro al volo di destro. Ma la stagione juventina è deludente e Marcello Lippi abbandona la nave bianconera. Arriva Fabio Capello che non crede in lui e viene così ceduto al Valencia: «A Torino ho passato due anni intensi, anche non facili ma crescendo tanto e togliendomi soddisfazioni importanti. Il secondo anno, nonostante facessi bene, non c’è stata continuità nel mio utilizzo. Da qui sono nati i contrasti con Lippi o, sarebbe meglio dire, chiacchierate in privato, ma sempre nel rispetto dei ruoli. Non a caso quando andai in Spagna lui arrivò alla Nazionale e mi convocò subito. Ranieri mi voleva a Valencia e credeva nelle mie qualità; posso dire che la sua presenza è stata determinate per farmi accettare il trasferimento fuori dall’Italia». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/marco-di-vaio.html
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MARCO DI VAIO https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Di_Vaio Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 15.07.1976 Ruolo: Attaccante Altezza: 179 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: SuperMarco Alla Juventus dal 2002 al 2004 Esordio: 15.09.2002 - Serie A - Juventus-Atalanta 3-0 Ultima partita: 16.05.2004 - Serie A - Siena-Juventus 1-3 84 presenze - 28 reti 1 scudetto 1 supercoppa italiana Marco Di Vaio (Roma, 15 luglio 1976) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante, direttore sportivo del Bologna. Cresciuto nelle giovanili della Lazio, squadra con cui ha esordito in Serie A, in carriera ha giocato con Verona, Bari, Salernitana, Parma, Juventus, Valencia, Monaco, Genoa, Bologna e Montreal Impact. Con 142 reti segnate è, insieme a Christian Vieri, Benito Lorenzi e Paolo Pulici, il 29º giocatore più prolifico della Serie A. Marco Di Vaio Di Vaio nel 2013 Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 25 ottobre 2014 - giocatore Carriera Giovanili 1991-1995 Lazio Squadre di club 1993-1995 Lazio 8 (3) 1995-1996 → Verona 7 (1) 1996-1997 → Bari 27 (3) 1997-1999 Salernitana 67 (33) 1999-2002 Parma 83 (41) 2002-2004 Juventus 84 (28) 2004-2006 Valencia 35 (11) 2006-2007 Monaco 29 (8) 2007-2008 Genoa 44 (12) 2008-2012 Bologna 143 (65) 2012-2014 Montréal Impact 76 (34) Nazionale 1993-1994 Italia U-18 3 (0) 2001-2004 Italia 14 (2) Carriera Giocatore Club Lazio Cresce nelle giovanili della Lazio. Nei primi anni 1990 l'allora allenatore biancoceleste Dino Zoff decide di aggregarlo alla prima squadra per la stagione 1993-1994, all'età di 17 anni, schierandolo in due partite ufficiali. L'esordio avviene il 29 settembre 1993 in Coppa UEFA nella trasferta vinta dalla squadra capitolina contro il PFC Lokomotiv Plovdiv per 0-2. La seconda presenza stagionale avviene nel secondo turno di Coppa Italia nella gara di andata persa all'Olimpico per 0-2 contro l'Avellino. In campionato Di Vaio non riesce a trovare spazio tra i più esperti compagni del reparto d'attacco Giuseppe Signori, Alen Boksic e Pierluigi Casiraghi. Alessandro Nesta, l'allenatore Domenico Caso e Di Vaio durante un allenamento delle giovanili della Lazio, nella prima metà degli anni 1990. La stagione seguente Zdenek Zeman, che nell'estate 1994 viene chiamato a sostituire Zoff (divenuto presidente della Lazio), lo schiera in 13 occasioni. La prima gara dall'attaccante come titolare è Modena-Lazio (1-4) nel turno di ritorno di Coppa Italia, dopo che la gara di andata era stata vinta dalla Lazio per 5-0. In campionato totalizza 3 reti in 8 gare: l'esordio avviene il 20 novembre 1994 in Lazio-Padova (5-1) sostituendo Casiraghi nel secondo tempo e mettendo a segno la rete del parziale 4-1. Le altre due reti segnate in campionato sono realizzate in Lazio-Fiorentina (8-2) e Lazio-Genoa (4-0). Nella stessa stagione segna anche la sua prima rete in Coppa UEFA contro i turchi del Trabzonspor. Prestiti e passaggio alla Salernitana Di Vaio alla Salernitana nel vittorioso campionato di Serie B 1997-1998, in cui conquistò anche il titolo di capocannoniere. Nel novembre 1995 la Lazio lo cede in prestito dapprima al Verona e poi al Bari la stagione successiva. Nel 1997 la società biancoceleste decide di trasferirlo a titolo definitivo per 5 miliardi di lire in Serie B (record storico per la categoria) alla Salernitana, che guida alla sua seconda promozione in Serie A nella stagione 1997-1998 vincendo il titolo di capocannoniere del campionato con 21 gol. Parma, Juventus, Valencia e Monaco Nella stagione seguente la Salernitana retrocede e Di Vaio segna 12 gol. Il calciatore viene quindi acquistato dal Parma e resta così in Serie A. Nella stagione 2001-2002 vince la Coppa Italia e si classifica quarto nella classifica dei cannonieri di Serie A segnando 20 gol. Poco prima dell'inizio del successivo campionato, nell'agosto 2002, viene acquistato dalla Juventus per 7 milioni di euro (oltre a un'opzione pari a 14 milioni in tre rate annuali), proprio pochi giorni dopo aver giocato e segnato contro quest'ultima nella finale di Supercoppa italiana. Con i bianconeri si laurea campione d'Italia vincendo lo scudetto 2002-2003 e conquista la sua seconda Supercoppa italiana. Nell'estate 2004 venne ceduto in Spagna al Valencia per oltre 11 milioni di euro. Qui disputa un'annata segnando 11 gol e vincendo la Supercoppa europea, nella quale mette a segno un gol nella finale contro il Porto. Nel dicembre 2005 viene ceduto in prestito al Monaco, segnando 5 gol in 15 partite di campionato francese. Genoa Di Vaio (a destra) al Genoa nel 2007, mentre festeggia con la squadra la promozione in Serie A. Comincia anche la stagione successiva 2006-2007 al Monaco, e nel gennaio 2007 viene acquistato dal Genoa, in Serie B. Con i rossoblù, grazie anche ai suoi 9 gol in 21 partite, il 10 giugno 2007 raggiunge con i liguri la promozione in Serie A grazie al piazzamento al terzo posto. Nella stagione successiva il suo minutaggio diminuisce e viene utilizzato generalmente partendo dalla panchina. A fine campionato realizza 3 reti in 22 partite disputate. Bologna Nell'agosto del 2008 il Genoa lo cede in prestito al Bologna, dove è subito decisivo segnando la rete che permette di battere il Vicenza in Coppa Italia. Va in gol anche alla prima giornata di campionato, contribuendo al successo (per 2-1) in casa del Milan. Il 17 maggio 2009 realizza la centesima rete in massima serie, in occasione del 2-1 contro il Lecce. In questo torneo mette a referto 24 marcature, al pari di Diego Milito: soltanto Ibrahimovic, con 25 centri, riesce a far meglio. A campionato concluso, la società felsinea rende definitivo il suo ingaggio. Nominato capitano, è determinante per la salvezza anche nel 2009-2010. Di Vaio nel 2011 al Bologna Il 14 novembre 2010, segnando il gol che vale la vittoria contro il Brescia, eguaglia Bulgarelli in fatto di reti con la maglia rossoblu (43). Il 26 febbraio 2011 marca poi la doppietta con cui i petroniani espugnano il campo della Juventus, sul quale non vincevano dal 1980: tali gol gli consentono di superare Rivera ed agganciare Bettega nella classifica all-time dei cannonieri in Serie A (con 130 realizzazioni). Il 6 marzo, nella sfida con il Cagliari, raggiunge le 100 presenze in rossoblu: viene quindi premiato con una targa commemorativa da Gianni Morandi (presidente onorario del club) e insignito, da parte della città, del Nettuno d'oro. Il giocatore restituirà il premio a seguito del coinvolgimento in uno scandalo di pass per disabili, ma dopo che la sua posizione viene archiviata l'onorificenza gli è nuovamente riconosciuta. Gli unici altri sportivi a ricevere il premio erano stati Bulgarelli, Pierluigi Collina e Alberto Tomba. Nella stagione 2011-12 contribuisce al nono posto raggiunto dalla squadra con 10 reti, tra cui la doppietta in casa dell'Inter (sconfitta per 3-0 dagli emiliani). Successivamente annuncia il suo addio ai felsinei: l'ultima presenza nel campionato italiano è quella del 13 maggio 2012, contro il Parma. Montréal Impact Il 24 maggio 2012 viene ufficializzato il suo passaggio al Montreal Impact, squadra militante nella MLS. Nel nuovo club incontra i connazionali Matteo Ferrari e Bernardo Corradi, a cui presto si aggiunge anche Alessandro Nesta, già suo compagno di squadra ai tempi delle giovanili della Lazio. Al primo anno segna 5 gol in 17 partite di campionato. Con 2 reti in 3 presenze contribuisce a portare il Montréal Impact alla vittoria del Canadian Championship 2013. Nel 2013 complessivamente gioca 40 partite e segna 22 gol campionato, coppa e Champions. Di Vaio nel 2013, in allenamento con il Montréal Impact. Il 3 ottobre 2014 Di Vaio annuncia il suo ritiro tramite la propria pagina Facebook, ringraziando la famiglia, i club e gli allenatori per i quali ha giocato e i propri tifosi. L'addio al calcio avviene il 25 ottobre, data dell'ultima partita di campionato, in cui Di Vaio realizza un gol nell'1-1 contro il DC United. In questa stagione ha giocato 27 partite e segnato 12 gol. Complessivamente nei suoi due anni e mezzo al Montréal ha giocato 84 partite e segnato 39 gol. In totale in carriera con i club ha giocato 697 partite e segnato 268 gol. Nazionale Il 5 settembre 2001 esordì in Nazionale, nell'amichevole vinta contro il Marocco (1-0). Realizzò le due reti in azzurro nel 2003, contro l'Azerbaigian e la Romania. Il CT Giovanni Trapattoni lo chiamò per l'Europeo 2004, nel quale ottenne una presenza. In seguito all'arrivo di Lippi sulla panchina azzurra, ha disputato soltanto due gare prima di essere escluso dal giro della Nazionale. Dirigente Il 21 gennaio 2015 il Bologna, nel frattempo retrocesso in Serie B e con una nuova proprietà nordamericana (la stessa che guida il Montréal), lo nomina Club Manager con la responsabilità, sotto la supervisione del nuovo direttore dell'area tecnica Pantaleo Corvino, delle attività relative alla gestione della prima squadra. Inoltre, in coordinamento con le aree preposte, parteciperà alle iniziative di comunicazione organizzate dal club. Il 30 novembre 2015 consegue il Diploma da Direttore Sportivo discutendo una tesi sul ruolo del Club Manager. Calcioscommesse Implicato nell'inchiesta del calcioscommesse come giocatore del Bologna, il 26 luglio 2012 viene deferito dal procuratore federale Stefano Palazzi per omessa denuncia in riferimento a Bologna-Bari del 2010-2011. Il 3 agosto Palazzi richiede per lui una squalifica pari a un anno ma il 10 agosto la Commissione Disciplinare della Federcalcio lo assolve perché il pentito che lo aveva accusato, Andrea Masiello, non è stato ritenuto credibile. Il 13 agosto Palazzi presenta ricorso contro la sua assoluzione, ma il 22 agosto viene nuovamente prosciolto. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Lazio: 1994-1995 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Salernitana: 1997-1998 Supercoppa italiana: 2 - Parma: 1999 - Juventus: 2003 Coppa Italia: 1 - Parma: 2001-2002 Campionato italiano: 1 - Juventus: 2002-2003 Canadian Championship: 2 - Montréal Impact: 2013, 2014 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Valencia: 2004 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1997-1998 (21 gol) MLS Best XI: 1 - 2013
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Antonio Chimenti - Calciatore e Allenatore portieri giovanili
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ANTONIO CHIMENTI Finalmente, Antonio Chimenti! – scrive Franco Montorro su “Hurrà Juventus” del dicembre 2002– Nel senso che dopo aver atteso il proprio turno, dopo aver fatto “il dodici” come fanno tutti i “dodici” di questo mondo, alla Juve, in questa circostanza a fianco di portierone Gigi Buffon, Antonio Chimenti ha vissuto l’emozione diversa, mai vissuta in carriera, andando in campo in occasione dell’ultima partita del turno eliminatorio di Champions League, a Kiev, contro la Dinamo, partita vinta per 2-1, partita che entra legittimamente nella piccola, grande storia di questo solido personaggio. Ma che tipo è questo Chimenti? E Come si inserisce nella filosofia juventina? Detto che è figlio di un bravo goleador del passato, Francesco Chimenti, non resta che girargli il microfono. «Ho avuto due idoli, Zoff era il mio idolo da bambino, Tacconi degli anni successivi, due dei campioni più amati e seguiti da generazioni di tifosi, me compreso. È un piacere ancora più grande oggi, essere alla Juventus anche per questa ragione». Il primo bilancio del Chimenti bianconero è positivo, anche se ci tiene a spostare l’attenzione su un quadro complessivo: «Mi sono subito ambientato bene e penso di aver dato il massimo. Ma è stato più facile, in questa Juve e con questi compagni. È un momento positivo, che, sono convinto, possa durare a lungo». Solo un altro rapido passaggio nel passato per ricordare la Juve vista dalla porta avversaria e per confrontare le idee di allora alle scoperte o alle conferme di oggi: «La Juve è stata sempre un’avversaria particolare, come penso capiti a tutti quelli che l’affrontano. Ho quindi ricordi belli e brutti: qualche bella prestazione ma anche qualche sconfitta le ricordo eccome. In fondo giocavo sempre in squadre inferiori e adesso posso anche cavarmela con una battuta, che poi tanto battuta in fondo non è: sapete qual è uno dei vantaggi di stare qui? Di non dover più pensare a… certi attaccanti davanti alla mia porta, da avversario: Del Piero e Trezeguet, Salas, Zalayeta e da quest’anno anche Di Vaio. Affari dei miei amici portieri delle altre squadre». Lo dice con un sorriso e con bonomia, senza alcun sentimento di spacconeria. Perché Antonio, come il suo conterraneo e omologo Conte sa ben misurare le parole: «È così, siamo forti, molto forti, ma non invincibili e dobbiamo stare attenti a ogni avversario». Così, quando gli chiedi se si sente di promettere qualcosa ai suoi nuovi tifosi, innanzi tutto premette un ringraziamento: «Devo loro molto per come mi hanno accolto e per la fiducia che mi hanno subito mostrato. La più grande promessa che mi sento di fare è quella del massimo impegno». Nessuno ne dubitava, Antonio. Ma lui allarga il tiro, a spiegare bene la sua nuova posizione nella squadra dei suoi sogni: «Il passaggio alla Juventus dopo tanti anni di calcio significa una consacrazione. È il coronamento di un grande sogno, ma è anche un grande punto per una nuova partenza. La Juventus è sempre stata il massimo. Dopo pochi giorni ho capito che era il massimo anche in tanti altri aspetti, a partire dalla organizzazione della società e tutto ciò si propone come un ulteriore motivo di soddisfazione e un’altra spinta a non deludere chi ha creduto in me». Pericolo remoto, conoscendo Antonio, subito a suo agio e subito in grado di svolgere il compito che gli viene chiesto: essere sempre pronto. Perché nel calcio del turn over non esiste proprio differenza, se non per gli almanacchi, fra portiere titolare e di riserva. Ci sono spazi e opportunità per tutti, la preparazione e l’approccio alle gare identici, e c’è un progetto comune, per il massimo delle vittorie. Come in una scuderia di Formula 1, che per conquistare il Mondiale Costruttori ha bisogno che vada al massimo anche il secondo pilota. Antonio tutto questo lo sa, ci era preparato: «Sapevo quello che mi aspettava, non ho risentito del fatto di passare dal ruolo di titolare a quello di riserva, né il salto dal Lecce alla Juventus. Grazie al mister, alla società, ai compagni, ma anche grazie al fatto che il mio compito è rimasto invariato: allenarmi ed essere pronto a dare il massimo quando tocca a me giocare». Gli è toccato spesso, gli toccherà ancora, ricevendo e dando sicurezza. Perché come sostiene lui «Buffon è il numero uno al mondo ed io sono contento di essere alle sue spalle». È facile sostenere che con l’affidabilità dei suoi due portieri la Juventus si avvia a essere un po’ la Ferrari degli ultimi anni. Se non vince Schumi, vince Barrichello e comunque vince la Ferrari. Se non gioca Buffon, gioca Chimenti. E tranquilli, sicuri, certi: a giovarsene è sempre e comunque la Juventus. Che con Antonio Chimenti non ha fatto che confermare una regola: alla Juve, solo grandi portieri. La prima stagione in bianconero vede Chimenti scendere in campo solamente una decina di volte; una di queste è all’Old Trafford, contro il Manchester, nel secondo girone della Coppa dei Campioni. La Juventus è colpita da un virus influenzale che riduce la rosa ai minimi termini. Anche Buffon deve marcare visita, regalando ad Antonio la possibilità di calpestare l’erba del glorioso campo dei Red Devils. Nel campionato 2003-04 le presenze aumentano a 12, di cui due in Coppa Campioni, contro i turchi del Galatasaray e nella goleada ai danni dell’Olympiakos. La stagione successiva è molto deludente; Antonio è schierato solamente 5 volte, a causa anche dell’eliminazione della compagine bianconera al primo turno della Coppa Italia, a opera dell’Atalanta. L’ultimo campionato di Chimenti nella Juventus è pessimo: Buffon si infortuna seriamente nel Trofeo Berlusconi e la società corre ai ripari, prendendo in prestito Christian Abbiati; Capello, però, schiera Antonio nella Supercoppa Italiana contro l’Inter e il portiere ha delle grossissime responsabilità sul gol-vittoria di Verón. In campionato è ancora peggio; schierato a San Siro contro il Milan, a causa dell’indisponibilità di Abbiati, si rende responsabile di un errore clamoroso, su una punizione da più di 30 metri calciata da Pirlo. Anche sul primo gol di Seedorf non è esente da colpe, a causa del suo piazzamento non certo perfetto. Va da sé che l’avventura di Chimenti in bianconero finisca qui. Nel gennaio del 2006 è ceduto al Cagliari, dove contribuisce in maniera sostanziale alla salvezza della squadra sarda. La sua migliore partita la disputa proprio contro la Juventus, parando un calcio di rigore a Del Piero. Ritorna in bianconero nell’estate del 2008, come terzo portiere, senza avere mai la soddisfazione di entrare in campo. Nella stagione successiva, a causa del contemporaneo infortunio di Buffon e Manninger, è schierato titolare in tre occasioni, con risultati disastrosi. Infatti, contro il Siena, il 14 marzo 2010, subisce tre reti (contribuendo, con il solito errore di piazzamento sul gol di Maccarone, alla rimonta della squadra toscana, dallo 0-3 al 3-3), ancor peggio farà a Londra, avversario il Fulham. Il 18 marzo, la compagine bianconera è eliminata dai bianchi inglesi, perdendo seccamente per 1-4. Zucchina ha sulla coscienza almeno un paio di reti del Fulham. Ma il vero capolavoro (si fa per dire) lo compie tre giorni dopo, in casa della Sampdoria. Dopo qualche buon intervento, si lascia infilare da un tiro di Cassano, scoccato da centrocampo. La Vecchia Signora perde 0-1 e abbandona i residui (pochi) sogni di gloria. «Cassano è stato furbo a calciare in porta da lontano – racconta Chimenti – sono rimasto un po’ sorpreso e, indietreggiando, ho perso il passo, ho provato a smanacciarla, ma ormai ero già dentro la porta. Rimane il rammarico e sono molto dispiaciuto per quanto successo. Ero molto nervoso, sono rientrato per primo nello spogliatoio e ho sfogato la rabbia con un pugno su un tavolino. Purtroppo mi sono fratturato la mano». In totale, per Zucchina Chimenti, 34 presenze con la maglia bianconera e pochissimi rimpianti lasciati fra i supporters juventini. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/antonio-chimenti.html -
Antonio Chimenti - Calciatore e Allenatore portieri giovanili
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ANTONIO CHIMENTI https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Chimenti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bari Data di nascita: 30.06.1970 Ruolo: Portiere Altezza: 183 cm Peso: 83 kg Soprannome: Zucchina Alla Juventus dal 2002 al 2006 e dal 2008 al 2010 Esordio: 13.11.2002 - Champions League - Dinamo Kiev-Juventus 1-2 Ultima partita: 21.03.2010 - Serie A - Sampdoria-Juventus 1-0 34 presenze - 50 reti subite 3 scudetti 2 supercoppe italiane Antonio Chimenti (Bari, 30 giugno 1970) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Antonio Chimenti Antonio Chimenti da preparatore dei portieri della Sampdoria Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Preparatore dei portieri (ex Portiere) Termine carriera 2010 - giocatore Carriera Giovanili 1980-1988 Sambenedettese Squadre di club 1988-1991 Sambenedettese 5 (-4) 1991-1992 Tempio 35 (-30) 1992-1993 Monza 4 (-4) 1993 Sambenedettese 0 (0) 1993-1997 Salernitana 137 (-130) 1997-1999 Roma 32 (-38) 1999-2002 Lecce 98 (-147) 2002-2006 Juventus 31 (-42) 2006-2007 Cagliari 43 (-51) 2007-2008 Udinese 3 (-8) 2008-2010 Juventus 3 (-8) Carriera da allenatore 2011-2012 Juventus All. Naz. Portieri 2012 Sampdoria Portieri 2014-2019 Italia U-21 Portieri 2019-2020 Italia U-20 Portieri 2020 SPAL Coll. tecnico Biografia È figlio di Francesco Chimenti, attaccante degli anni settanta e ottanta nelle file della Sambenedettese e nipote di Vito Chimenti, attaccante degli anni settanta e ottanta con le maglie di Palermo e Pistoiese. È soprannominato Zucchina, soprannome affibbiatogli da Francesco Totti negli anni di permanenza alla Roma. Carriera Giocatore Inizi Cresciuto nella Sambenedettese, nel 1988-1989 fa parte della rosa che prende parte al campionato di Serie B. Dopo altre due stagioni trascorse nel club sambenedettese, in Serie C1 e poi in C2, passa al Tempio, in C2. Successivamente si trasferisce al Monza, in Serie B. Nella stagione 1993-1994 fa ritorno alla Sambenedettese, per poi vestire per quattro stagioni consecutive la maglia della Salernitana, con cui vince un campionato di C1 e consolida la sua posizione di titolare per gli altri tre anni nella serie cadetta. Roma Il 21 settembre 1997 esordisce in Serie A nelle file della Roma, che lo acquista per 3 miliardi di lire, in Roma-Lecce 3-1 a seguito dell'espulsione del portiere Michael Konsel, parando un rigore. La stagione seguente, a causa dell'infortunio patito in nazionale da Konsel in un'amichevole estiva contro la Francia, disputa da titolare l'intero girone di andata. Con la squadra giallorossa colleziona 32 presenze in due anni. Lecce Nel 1999 passa al Lecce e del club salentino veste la maglia da titolare per tre anni, a grandi livelli. Insieme ai compagni riesce a mantenere il posto in Serie A per le prime due stagioni, conquistando una salvezza sicura. Nella terza stagione però, il Lecce chiude al terz'ultimo posto e retrocede in B. Juventus e Cagliari Nell'estate 2002 la Juventus lo sceglie come secondo portiere alle spalle di Gianluigi Buffon, al posto del ritirato Michelangelo Rampulla. Importante per lui la partita di Champions League all'Old Trafford contro il Manchester United nei gironi, alla prima stagione con la squadra di Torino. Nel gennaio 2006 ritrova la maglia da titolare nel Cagliari. Con i sardi gioca anche la stagione successiva, totalizzando 43 presenze in campionato nell'arco di un anno e mezzo. Nella stagione 2006-2007 totalizza 7 partite su 22 da imbattuto, ovvero una partita su tre. Udinese Il 29 giugno 2007 l'Udinese ne ufficializza l'acquisto e ricopre il ruolo di vice del portiere titolare Samir Handanovic. Durante la sua stagione in Friuli gioca solo 3 gare di campionato. Ritorno alla Juventus Il 19 luglio 2008, grazie ad un accordo tra Udinese e Juventus, torna, 38enne, a vestire la divisa dei bianconeri di Torino come terzo portiere, dietro Gianluigi Buffon e Manninger. Inizialmente si trasferisce in prestito, dal gennaio 2009 il passaggio diventa definitivo. Il 18 marzo 2010 esordisce in Europa League contro il Fulham dove le sue parate non bastano ad evitare la sconfitta per 4-1 della Juventus. Il 21 marzo 2010, durante Sampdoria-Juventus, nonostante la prova complessiva positiva, subisce la rete decisiva dell'1-0 a favore dei blucerchiati su tiro dalla distanza di Antonio Cassano, commettendo un errore su un tiro abbastanza centrale. Rientrando negli spogliatoi sfoga la propria rabbia tirando un pugno a un tavolino e si frattura la mano. Al termine della stagione 2009-2010, dopo aver collezionato ulteriori 2 presenze in maglia bianconera, termina la carriera agonistica. Allenatore Nella stagione 2011-2012 allena i portieri degli Allievi nazionali della Juventus. Il 2 luglio 2012 entra a far parte dello staff di Ciro Ferrara alla Sampdoria con il ruolo di preparatore dei portieri. All'esonero di Ferrara, il 17 dicembre successivo, viene sollevato dall'incarico insieme al resto dello staff. Nel 2014, scaduto il suo contratto con la Sampdoria raggiunge l'altro ex compagno Luigi Di Biagio sulla panchina della Nazionale italiana Under-21, affiancando nel ruolo di preparatore dei portieri Francesco Toldo e ricoprendo il medesimo incarico in tutte le nazionali giovanili. Nel 2020 segue Luigi Di Biagio alla SPAL con l’incarico di collaboratore tecnico. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 2002-2003, 2004-2005 e 2005-2006 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 2002, 2003 -
SALVATORE PAPA Nazione: Italia Luogo di nascita: Caltanissetta Data di nascita: 12.02.1982 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1998 al 1999 e dal 2000 al 2001 0 presenze - 0 reti Club career 07/2005 - 06/2006 SPAL 1907 Ferrara Midfielder 01/2005 - 06/2005 Cisco Lodigiani Midfielder 07/2002 - 12/2004 SPAL Ferrara Midfielder 07/2001 - 06/2002 AS Gubbio Midfielder 07/2000 - 06/2001 Juventus Midfielder 07/1998 - 06/2001 Juventus [Youth] Midfielder 07/1998 - 06/1999 Juventus Midfielder https://www.worldfootball.net/player_summary/salvatore-papa/
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STEFANO PADOVAN https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Padovan Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 16.04.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 2012 al 2013 e dal 2016 al 2017 Esordio: 17.07.2012 - Amichevoli - Aygreville-Juventus 1-7 Ultima partita: 30.07.2016 - Amichevoli - South Cina AA-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti Stefano Padovan (Torino, 16 aprile 1994) è un calciatore italiano, attaccante dello United Riccione. Stefano Padovan Nazionalità Italia Altezza 182 cm Calcio Ruolo Attaccante Squadra United Riccione Carriera Giovanili 2011-2013 Juventus Squadre di club 2013-2014 → Pescara 5 (0) 2014 → Vicenza 9 (0) 2014-2015 → Crotone 20 (3) 2015-2016 → Virtus Lanciano 19 (1) 2016-2017 → Foggia 17 (3) 2017 → Pordenone 14 (3) 2017-2019 → Casertana 57 (7) 2019-2020 Imolese 22 (2) 2020 → Pro Vercelli 15 (2) 2021 → Sambenedettese 5 (0) 2021-2022 Imolese 35 (4) 2022- United Riccione 13 (3) Nazionale 2010 Italia U-16 3 (1) 2011 Italia U-17 2 (1) 2012 Italia U-18 5 (3) 2012-2013 Italia U-19 14 (3) 2013-2014 Italia U-20 4 (3) Caratteristiche tecniche Attaccante mancino, può svariare dal ruolo di prima o seconda punta a quello di esterno d'attacco destro. Carriera Club Prodotto delle giovanili della Juventus, nel 2013 viene ceduto in prestito al Pescara per un anno, raccogliendo 5 gettoni di presenza, senza mai andare in goal. Nel gennaio 2014 torna alla Juventus, che ufficializza la sua cessione in prestito fino alla fine della stagione al Vicenza, squadra che allora militava in C1, collezionando 9 gettoni di presenza e anche qui senza andare in goal. Nel 2014 viene ceduto in prestito per un anno al Crotone in Serie B, dove raccoglie 20 gettoni di presenza e andando a segno 3 volte. Nel 2015, viene ufficializzata la sua cessione in prestito annuale alla Virtus Lanciano in Serie B, collezionando 14 presenze e 1 goal. Nel 2016 viene ceduto in prestito con diritto di riscatto al Foggia e controriscatto a favore dei bianconeri. Il 29 agosto Padovan esordisce con la maglia del Foggia, segnando all'esordio la sua prima rete in rossonero contro la Fidelis Andria (2-1). Nel gennaio 2017 passa in prestito al Pordenone. Nel luglio 2018 la Juventus lo cede in prestito alla Casertana. Nazionale Nel 2010 viene convocato nell'Italia U16 collezionando 3 presenze e 1 goal. Nel 2011 viene convocato nell'Italia U17 collezionando 2 presenze e 1 goal. Nel 2012 viene convocato nell'Italia U18 collezionando 5 presenze e 3 goal. Nel 2012 viene convocato nell'Italia Under-19 collezionando 14 presenze e 3 goal. Nel 2013 viene convocato nell'Italia U20 collezionando 4 presenze e 3 goal. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2012 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2012-2013
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VAIFRO LENI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 01.01.1924 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 Esordio: 24.04.1952 - Amichevole - Juventus-Biellese 7-2 0 presenze - 0 reti
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Massimiliano Allegri - Allenatore
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Allegri scontento del mercato Juve? Il PSG lo sta cercando? Nella foto Allegri é con Luis Campos, dirigente del Paris Saint-Germain -
SALVATORE FRESI Nasce a La Maddalena, in provincia di Olbia, il 16 gennaio 1973. Dopo alcune esperienze nelle giovanili di Fiorentina e Foggia, disputa il primo campionato professionistico con la Salernitana nel 1993-94. A soli vent’anni si impone come regista difensivo dal grande talento e carattere; arrivano, alla fine del campionato, la promozione in B e, inevitabile, la convocazione in Nazionale Under 21, di cui porterà anche la fascia di capitano. Dopo un eccellente campionato di Serie B, in cui sfiora la promozione, è acquistato dall’Inter; I tre anni con la casacca neroazzurra iniziano in maniera incoraggiante, ma la decisione dell’allenatore Hodgson di schierarlo a centrocampo, non gli consente di esprimersi al meglio. Nonostante ciò, partecipa all’Olimpiade di Atlanta nel 1996 e vince, con l’Inter, la Coppa Uefa nel 1998. «Il paragone con Baresi è stata un'etichetta che ho dovuto subire per tanti anni, lui era un campione io dovevo ancora dimostrare. All'Inter feci il difensore centrale per qualche mese, poi mi misero a centrocampo e non fui più né carne, né pesce. Il più forte giocatore con il quale ho giocato è Ronaldo, senza dubbio. Quando arrivò il primo giorno, lo marcai io, il tempo di guardargli i piedi e alzare la testa che lui era già andato in porta, un calciatore incredibile». La stagione 1998-99 lo vede nuovamente a Salerno, dove disputa ventisette gare, con tre goal all’attivo ma; dopo la retrocessione, ritorna all’Inter con cui gioca solo scampoli di partite. Nell’estate del 2000 è a Napoli, l’anno dopo si accasa al Bologna con cui torna a giocare a buoni livelli, segnando ben otto goal. «È stata una bella esperienza in un ambiente pulito». Le ottime prestazioni di Salvatore non sfuggono ai dirigenti juventini che lo ingaggiano per i due anni successivi. L’avventura in bianconero comincia con il botto; prima partita del campionato 2002-03, contro l’Atalanta: Salvatore entra nella ripresa e va a realizzare la rete del definitivo 3-0. Sarà solamente un fuoco di paglia; infatti, Fresi non riuscirà a trovare molto spazio, Coppa Italia esclusa. Alla fine della stagione, potrà contare solamente sedici presenze e quel golletto contro i bergamaschi; tanto basta, però, per poter festeggiare il primo e unico scudetto della sua carriera. La stagione successiva è ancora più avara di soddisfazioni; Salvatore veste la maglia bianconera in una sola occasione, nel match di Coppa Italia contro il Siena. A gennaio, inevitabilmente, va in prestito al Perugia. La stagione 2004-05 inizia a Catania, ma a gennaio torna a Salerno, ottenendo una salvezza vanificata dal fallimento della società. L’anno successivo accetta di restare a Salerno, con la nuova società in C1; ben presto, però, in disaccordo con l’allenatore Costantini, già avuto a Catania, rescinde il contratto. Gioca in eccellenza con la Battipagliese fino a fine anno, per poi appendere gli scarpini al chiodo. «Dopo la Juve, la mia carriera era finita, non è facile fare un passo indietro, ho mollato anche mentalmente e con mia moglie abbiamo deciso che era giusto smettere». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/salvatore-fresi.html
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SALVATORE FRESI https://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Fresi Nazione: Italia Luogo di nascita: La Maddalena (Sassari) Data di nascita: 18.01.1973 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-21 e Olimpico Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2004 Esordio: 15.09.2002 - Serie A - Juventus-Atalanta 3-0 Ultima partita: 25.11.2003 - Coppa Italia - Siena-Juventus 1-2 17 presenze - 1 rete 1 scudetto 2 supercoppe italiane Campione d'Europa 1996 con la nazionale italiana under-21 Salvatore Fresi (La Maddalena, 18 gennaio 1973) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Salvatore Fresi Fresi alla Salernitana nel 1994 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2006 Carriera Giovanili 1990-1991 Fiorentina 1991-1993 Foggia Squadre di club 1993-1995 Salernitana 64 (2) 1995-1998 Inter 76 (1) 1998-1999 → Salernitana 27 (3) 1999-2000 Inter 9 (0) 2000-2001 → Napoli 23 (1) 2001-2002 Bologna 25 (8) 2002-2004 Juventus 17 (1) 2004 → Perugia 11 (2) 2004-2005 Catania 6 (0) 2005 Salernitana 4 (0) 2005-2006 Rinascita Battipaglia 16 (5) 2008-2009 Vigor Masullo 14 (0) Nazionale 1994-1996 Italia U-21 17 (1) 1996 Italia olimpica 3 (0) Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro Spagna 1996 Caratteristiche tecniche Tecnicamente dotato, poteva ricoprire sia il ruolo di libero sia quello di centrale di centrocampo, sebbene quest'ultima collocazione gli fosse meno congeniale. Carriera Club Dopo esperienze giovanili a Firenze e Foggia, disputò il primo campionato professionistico con la Salernitana in Serie C1 1993-1994, conquistando la promozione in Serie B. A fine stagione fu convocato in Nazionale Under-21. Dopo un campionato di Serie B in cui la squadra granata arrivò quinta a 5 punti dalla promozione (1994-1995), fu acquistato per 7 miliardi di lire dall'Inter, con cui giocò fino al 1998 vincendo una Coppa UEFA. Nel 1998-1999 tornò in prestito a Salerno e subì la retrocessione in Serie B. Poi giocò poche partite con l'Inter. Vestì quindi le maglie di Napoli e Bologna, con cui tornò a giocare con regolarità e realizzò 8 gol in 25 presenze. Ingaggiato dalla Juventus, fu utilizzato come riserva; vinse uno scudetto (2002-2003) e due Supercoppe italiane (2002 e 2003). Vestì ancora le maglie di Perugia, Catania e ancora Salernitana, che seguì in C1 dopo il fallimento. Passò alla Battipagliese, in Eccellenza, per disputare quella che doveva essere l'ultima stagione della sua carriera. Due anni dopo, però, scelse di tornare ad indossare gli scarpini, e disputò una nuova stagione col Vigor Paolo Masullo Campano, squadra di Seconda Categoria del salernitano. Nazionale Campione d'Europa con l'Italia Under-21 nel 1996, conta 17 presenze e una rete nelle file degli azzurrini. Con la selezione olimpica ha preso parte ai Giochi del 1996, ottenendo tre presenze. Durante la sua militanza nell'Inter è stato convocato per tre volte in nazionale A, tra il 1997 e il 1998, senza scendere in campo. Dopo il ritiro Dopo il ritiro dalla carriera da calciatore, si trasferisce a Salerno dove realizza un centro sportivo e una scuola calcio per bambini rientrante nell'Inter GrassRoots Program. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 2002-2003 Supercoppa italiana: 2 - Juventus: 2002, 2003 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Inter: 1997-1998 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - Spagna 1996
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Pavel Nedved - Calciatore e Vice-Presidente
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PAVEL NEDVED «Ci faceva sempre goal – ricorda Luciano Moggi – lo prendiamo noi, così risolviamo il problema, dissi nel 2001 a Bettega e Giraudo. Oltre che a rompere le scatole a noi della Juventus, Pavel Nedved era davvero un gran giocatore: centrocampista offensivo, qualità tecniche eccellenti, nessuna differenza tra destro e sinistro, super anche nel calciare le punizioni. Tutto questo associato a un fisico infaticabile. Correva sempre, ricordo che negli allenamenti bisognava fermarlo, altrimenti non smetteva più. Correva anche negli spogliatoi, mai visto nulla di simile.Un giorno mi raccontò che quando militava nello Sparta Praga, i compagni lo chiamavano il Matto, perché si sottoponeva a dosi suppletive di allenamento, anche due ore in più. Insomma, un tipo da Juventus: tutto calcio e famiglia. Decidemmo di prenderlo, perché volevamo dar via Zidane per impostare una squadra più atletica, più veloce. Nedved era l’uomo giusto per noi. Ma portarlo a Torino non fu semplice. La trattativa con la Lazio di Sergio Cragnotti andò via liscia: stretta di mano a settanta miliardi di lire, contratto firmato a maggio 2001. Molto più difficile fu convincere Nedved. Infatti, non ne voleva sapere di venire alla Juventus. Non era questione di soldi, ma una scelta di vita. Lo chiamai diverse volte, ma non ci sentiva. “Direttore, grazie. Ma mi trovo bene alla Lazio e sto splendidamente a Roma: abito all’Olgiata, vicino ai campi da golf, il massimo. Qui io e la mia famiglia abbiamo tutto, perché andarcene?” È uno dei pochi “no” ricevuti in vita mia che non mi hanno fatto imbestialire. Perché le motivazioni di Pavel mi avevano confermato che, dietro al giocatore, c’era un uomo vero. Anche a Roma, Cragnotti e il direttore sportivo, Nello Governato, si diedero da fare per convincerlo. Senza fortuna. Tanto che strapparono il contratto con me e annunciarono, il 15 giugno, il prolungamento con il giocatore, con annessa rituale dichiarazione d’amore dell’atleta: “Felice di restare alla Lazio”. I dirigenti biancocelesti mi chiesero di cestinare anche il mio accordo. Ma la parola arrendermi non fa parte del mio vocabolario. Bisogna lottare sempre, anche quando la vittoria sembra impossibile. Perché in caso di successo, il gusto è doppio. E anche perché sapevo che la trattativa con il Real Madrid per la cessione di Zidane sarebbe andata a buon fine. Rischiavamo quindi di non avere il sostituto di Zizou. Feci il gioco dei dirigenti biancocelesti e tre-quattro giorni dopo, in conferenza stampa, dissi chiaro e tondo che Nedved non sarebbe arrivato: “Per la Lazio è incedibile”. Non era una bugia, le cose stavano esattamente così. Avevo semplicemente mentito a me stesso. Perché sapevo che la caccia a Nedved non era terminata. Ma ci volle un colpo di genio per ottenere il sì del giocatore. Gli telefonai di nuovo, mentre si trovava a Praga per le vacanze. “Pavel, fammi un piacere, fai un salto a Torino. Non ti dico di venire per forza alla Juventus, ma almeno a dare un’occhiata. Poi se decidi per il no, amici come prima. Ti mando un aereo dall’Italia, un volo privato, così non ti vede nessuno”. Pavel accettò e cadde nella trappola. Misi giù il telefono e avvisai giornali e televisioni: “Sta arrivando Nedved”. Il giorno dopo, Pavel atterrò a Torino, e quando scese la scaletta dell’aereo, si trovò davanti una folla di giornalisti. “Ma come hanno fatto a sapere del mio arrivo?” disse guardandosi intorno smarrito. Ovviamente feci finta di essere sorpreso e arrabbiato, ma dentro godevo come un matto e assaporavo già quel gusto (doppio) della vittoria. A Pavel tornò il sorriso quando lo portammo a visitare il Circolo Golf Torino, inserito nel parco regionale La Mandria, tra i più belli e affascinanti della Pianura Padana, già riserva di caccia dei Savoia, a due passi dallo splendore della Reggia di Venaria Reale. Gli occhi di Nedved luccicarono nel gustare quel paradiso. Il calciatore rimase stordito da tanta bellezza. E la Juventus era più vicina. Il resto lo fecero i tifosi della Lazio dopo quell’inaspettato blitz a Torino: trasformarono Nedved da idolo a traditore. Per lui furono giorni di contestazione a Roma. Momenti difficili, che culminarono, il 4 luglio, con la sua resa: “OK, firmo per la Juventus”. Fu la nostra, ma anche la sua, fortuna. In bianconero ha vinto quasi tutto, con la ciliegina del Pallone d’Oro 2003. Si è guadagnato la fiducia della famiglia Agnelli anche fuori dal campo, tanto che oggi è vice presidente della società bianconera».Quando, nell’estate del 2001, Pavel sbarca a Torino, è un ventinovenne al culmine della gloria, che ha bisogno di trovare ulteriori motivazioni per diventare ancora più grande di quanto possa esserlo in quel momento. La Juventus, nuovamente, “lippiana” ha il passo della capolista e in mezzo al campo può contare sul più versatile dei campioni; Pavel, infatti, è capace di difendere contrastando con grinta, come di attaccare rifinendo o tentando la sorte con soluzioni balistiche sempre più ambiziose. Ci mette un po’ a rompere il ghiaccio, ma dopo un gelido Juventus-Perugia, la sera del primo dicembre 2001, la sua regolarità diventa impressionante. Fino a diventare l’uomo scudetto, il 21 aprile 2002 a Piacenza, con una rete che lo consegna dritto agli annali; la Juventus che insegue l’Inter quel giorno capisce che, grazie a Nedved, i giochi sono tutt’altro che chiusi. Goal fantastico, nelle battute finali, e rincorsa lanciata.Finirà, come sanno tutti, quindici giorni dopo; la Juventus, che vince a Udine, sorpassa l’Inter distrutta proprio dalla Lazio: «Quello iniziale con la Juventus, fu un periodo difficile, perché avevo cambiato completamente preparazione e modo di giocare. Alla Lazio puntavamo sul contropiede, mentre qui dovevamo attaccare e trovavamo sempre avversari chiusi. Insomma, dovevo abituarmi, capire i movimenti e il gioco che veniva praticato. Ci ho impiegato un po’, diciamo fino a Natale; poi, grazie anche a Lippi che mi ha spostato in una posizione più centrale, mi sono trovato molto meglio ed ho cominciato a essere me stesso. Ricordo il giorno dello scudetto come una grande soddisfazione; ero particolarmente felice anche per la doppietta del mio amico Poborski, contro l’Inter».Il 2002-03 è un anno magico; Nedved, è oramai il trascinatore e l’idolo della folla bianconera, che gli affibbia il soprannome di Furia Ceka. Il secondo scudetto della sua avventura bianconera arriva quasi senza clamori, perché i tifosi juventini, e lo stesso Pavel, sono concentrati sulla Champions League. La “Coppa dalle grandi orecchie” è un lungo, meraviglioso sogno. Nedved ha un rendimento incredibile per tutta la stagione, gioca e segna come non ha mai fatto in carriera. Ma è destino che, nella serata più bella e gloriosa, quella della semifinale di ritorno con il Real Madrid, il campione più amato non riesca a portare fino in fondo il suo meraviglioso progetto. Migliore in campo, autore dello straordinario goal che chiude la sfida, Pavel nel finale viene ammonito dall’arbitro e, diffidato, deve dare addio alla finale di Manchester. Una batosta per lui e un gravissimo, decisivo handicap per la Juventus, che si vedrà sfuggire quella coppa ai rigori. Ma il 2003 è comunque il suo anno; i giurati di tutta Europa lo eleggono Pallone d’Oro, la consacrazione di una carriera fenomenale e, al tempo stesso, lo stimolo per programmare altri trionfi. Torino sembra proprio essere la città adatta a chi, come lui, ha regole ferree di vita: «Per me esiste il calcio e la mia famiglia. Non ho bisogno di altro. A Roma vivevo fuori città, a Torino pure. Sono un cultore del lavoro, anche in vacanza cerco di organizzarmi in modo da poter mantenere la forma fisica che mi serve al momento in cui ritorno al lavoro».Terminati gli allenamenti, le partite e i ritiri, Pavel si dedica a 360 gradi alla sua famiglia, alla moglie Ivana e ai due figli Ivana e Pavel: «Abbiamo deciso di chiamarli così perché, quando noi non ci saremo più, esisteranno ancora un Pavel e un’Ivana che si amano».Un pensiero profondo, speciale, per un ragazzo nato e cresciuto a Cheb, venti minuti in auto dal paese dove viveva il suo grande amore, Ivana: «Ci siamo conosciuti quando io avevo quindici anni e lei tredici. Veniva a Cheb a trovare sua nonna, prima c’è stata amicizia, poi è scoppiato l’amore. Ci siamo sposati prestissimo, avevo ventuno anni». Racconta con un volto che lascia trasparire una dolcezza e che, in altre occasioni, viene ben mascherata da uno sguardo a volte addirittura severo.Soprattutto quando parla del calcio, uno sport, un gioco, ma anche una professione, che Pavel ha sempre preso con grande serietà: «Sento addosso una grande responsabilità, fin da piccolo stavo male quando perdevo una partita, avevo ed ho sempre una grande voglia di migliorarmi. Sono una persona che ama prendere sul serio tutto quello che fa, mi capitava già da ragazzino e non solo in campo sportivo. Ora poi, che sono alla Juventus, sono emozionato e onorato. So che la mia gente si aspetta molto da me ed io non voglio certo deluderla».Il popolo ceco lo considera un vero idolo: «Devo tanto alla mia Nazionale, perché mi ha permesso di mettermi in mostra a livello europeo e di arrivare fino qui».Il vizio del goal, soprattutto con tiri da lontano, è proprio una delle sue caratteristiche. Una predisposizione nata quando Nedved era il più piccolo dei suoi compagni di squadra e per aggirare l’ostacolo provava a segnare da fuori area: «Mio padre, e poi il mio primo allenatore, mi mettevano i palloni tutti intorno alla linea dell’area di rigore e da lì provavo a tirare».La stagione successiva è avara di soddisfazioni; la Juventus è falcidiata dagli infortuni e il campionato è molto deludente. Anche Pavel risente della stanchezza generale di una squadra che sta chiudendo il ciclo del suo grande condottiero, Marcello Lippi. Nell’estate del 2004 arriva Fabio Capello e, con esso, una ventata di aria nuova; Pavel ritrova lo smalto dei bei tempi e conquista altri due scudetti da protagonista assoluto, come suo solito. Dopo la bufera di Calciopoli, Pavel decide di restare alla Juventus, anche in Serie B: «Non ho mai avuto dubbi sul fatto di rimanere alla Juventus. Le offerte non mi mancavano, ma la mia famiglia ed io stiamo bene a Torino e poi devo molto a questa società e alla famiglia Agnelli, che mi è sempre stata vicino».Il centrocampista ha ancora forti motivazioni e un obiettivo ben preciso: «Credo di poter dare ancora una mano a questa squadra e lo sento come un dovere. Finiti i Mondiali ho anche pensato di smettere, capita quando sei stanco. Dopo una settimana di vacanza, però, aveva già cambiato idea e mi sono dato un compito: voglio riportare subito la Juventus in A, perché è lì che merita di stare. Anche i nostri scudetti erano meritati; noi abbiamo sempre dato tutto in campo, avevamo uno squadrone e abbiamo battuto grandi avversari, vincendo onestamente e sono fiero di questo. La sentenza? Alla fine a pagare è solo la Juventus e questo non è giusto, soprattutto per i tifosi e i calciatori».La decisione di Pavel di restare assume ancor più valore se si pensa a quanto il ceco abbia sempre desiderato vincere la Champions League: «Ci ho pensato, ma la mia Champions League ora è la Serie B. Anche perché centrare la promozione partendo da una penalizzazione così pesante sarebbe come vincere la Coppa. Bisogna essere realisti ed ho cancellato il pensiero della Champions; non toccherà a me alzarla, ma ho comunque grandi motivazioni per riportare la Juventus in Serie A».Se già era un idolo per i tifosi, ora Pavel è un vero e proprio eroe: «No, non mi sento un eroe. Ho semplicemente fatto una scelta di vita; per quale motivo avrei dovuto cambiare? Sto bene a Torino, la mia famiglia è felice ed io voglio ricambiare quanto la Juventus mi ha dato in questi anni. Altri compagni hanno deciso diversamente? Beh, ognuno fa le proprie scelte, anche se credevo rimanessero più giocatori. Ora mi auguro che restino tutti gli altri campioni, perché dovremo comunque affrontare una stagione difficile; ci sono campionati all’estero molto meno duri della Serie B italiana. Quello che posso dire è che il mio impegno e il mio modo di giocare saranno gli stessi».Chiaramente, anche nella serie cadetta è un protagonista assoluto e, grazie anche alle sue grandissime prestazioni, la squadra bianconera risale immediatamente in Serie A, sicura di poter ambire a qualsiasi traguardo, fino a quando la maglia numero undici sarà indossata da Pavel Nedved, la Furia Ceka: «Se mi guardo alle spalle, momenti tristi non ne vedo. Forse la cosa peggiore che mi è successa è di non aver giocato la finale di Champions; però la Juventus era in campo. Anche quando penso alla retrocessione non riesco a essere triste, perché la Juventus c’era e c’è sempre. Quel che resta, alla fine, è la felicità di giocare per la Juventus, Perché noi giocatori passiamo e la Juventus rimane. Per sempre».Anche nella stagione che segna il ritorno nella massima serie, Pavel non si risparmia portando la Juventus in Champions League e a un ottimo terzo posto. Il campionato 2008-09 è l’ultimo per Nedved in maglia bianconera; il rendimento della squadra è un pochino deludente nonostante il secondo posto e l’eliminazione agli ottavi di finale da parte del Chelsea in Champions League. Pavel è, come sempre, un grande protagonista della stagione, arrivando anche a realizzare ben sette reti. Il 31 maggio 2009, proprio contro la Lazio, Nedved gioca la sua ultima partita con la maglia della Juventus. Del Piero gli cede la fascia da capitano e lui gioca una grandissima partita, onorando quella maglia che ha tanto amato: «Dopo otto stagioni con la Juventus è arrivato il momento di salutare tutti i tifosi, i compagni e la società e ringraziarli per il sostegno ricevuto in questi anni. A Torino ho vinto quattro scudetti e un Pallone d’Oro. Vorrei ringraziare in particolare mia moglie Ivana e i miei figli, che mi sono stati sempre molto vicini, accompagnandomi nel corso della mia carriera consentendomi di raggiungere traguardi straordinari. Alla Juventus continuerò a sentirmi legato da un rapporto di grande affetto e sono particolarmente grato alla famiglia Agnelli per avermi dato l’opportunità di giocare in questa grande squadra».Il saluto di Del Piero: «È stato un giorno speciale. Lo è stato per Nedved e per noi, ancora non ci sembra vero di non rivederlo più nello spogliatoio, quando ci troveremo per ricominciare la stagione. Mi dispiace davvero che Pavel non sia più al mio fianco il prossimo anno, basta pensare a quello che è riuscito a fare in questa stagione: come tutti i grandi campioni ha chiuso alla grande. Mi legano a lui tanti ricordi, tante vittorie, qualche sconfitta, la scelta di restare alla Juve anche in Serie B per ritornare in alto insieme. Mi legano a Pavel tutti quei momenti, anche apparentemente insignificanti, quegli attimi vissuti insieme in questi otto anni, che per me rappresentano la grandezza non solo del calciatore, ma anche dell’uomo, dell’amico. Sono orgoglioso di avere giocato con Pavel, sono orgoglioso che domenica sia stato il mio capitano».FRANCESCO DENDENA, SU “I NOSTRI CAMPIONILa sua azione classica? Strappata la palla con un contrasto o ricevutala dal compagno, Nedved si allunga verso l’esterno di centrocampo. Non c’è un tocco di suola a saltare l’uomo: quello di Nedved è una sfida brutale, un elegante sfoggio di potenza. La bellezza dell’azione tecnica del ceco è nel perfetto dispiegamento della propria forza fisica, che non è celata, trattenuta: è furia, appunto. Stoppata la palla, Pavel avanza su un terreno che sembra sempre troppo corto per la forza che lo sta attraversando. Poi, al limite dell’area grande, di fronte al difensore che lo spinge verso l’angolo, Pavel, il miglior Pavel dico, rientra passando la palla dal piede sinistro al destro, il suo piede naturale. Qualche passo, non più del necessario per distanziare il difensore, e la frangia biondissima si solleva una frazione di secondo; poi Pavel fa partire il suo tiro classico. Teso, netto, pulito. Fortissimo.“TUTTOSPORT” DEL 7 GIUGNO 2012Fino a un po’ di tempo fa erano in tanti a chiedermi di tornare a giocare e, vi confesso, che mi ha fatto sempre molto piacere. Adesso è diverso, ma altrettanto bello che la gente mi faccia i complimenti per la squadra, che quindi mi consideri un dirigente. E poi, logicamente, dopo i complimenti mi chiedono di aggiungere dei campioni alla squadra. Ed io cosa rispondo loro? Che abbiamo le idee chiare e non dormiremo di sicuro. Possono stare tranquilli.Qual è il mio lavoro alla Juventus? Questa domanda la prendo un po’ più larga. Quando uno smette di giocare, deve trovare la sua dimensione e non è facile. Non è che puoi partire dicendo: ho giocato vent’anni e so tutto di questo mondo. Col cavolo! Parti da zero e devi imparare tutto. Io all’inizio non capivo dove e come posizionarmi, poi con il passare del tempo ho trovato la mia posizione. Un po’ come mi è successo il primo anno con Lippi che nei primi sei mesi non capiva dove mettermi! (ride) Poi con Marotta, Paratici e Conte ho trovato la mia giusta dimensione, nella quale sento di essere utile. Al campo cosa faccio? Innanzitutto c’è un lavoro che svolgo al campo per dare una mano ai dirigenti e all’allenatore. Seguo la squadra, parlo con Conte e con i giocatori, osservo come si allenano. Solo così puoi capire. Capire cosa? Un giocatore viene generalmente giudicato alla domenica per la partita, ma se vuoi valutarlo seriamente devi soprattutto vederlo in settimana, come si allena, come lavora. Una squadra è composta da venticinque giocatori, devi sapere tutto di tutti, perché di tutti c’è bisogno. E in sede cosa faccio? Riunioni! Tante riunioni! (ride) Dal mercato per la prima squadra alla gestione del settore giovanile ed è un gran lavoro, c’è tanto da fare.Più difficile fare il dirigente o fare il calciatore? Cosa sia più difficile non lo so. Ho capito che vincere da dirigente provoca le stesse emozioni di quando si vince da giocatore. Perché da giocatore sei protagonista in campo, ma da dirigente sei consapevole di quanto lavoro c’è dietro ogni vittoria e di quante persone hanno contribuito, a partire dal presidente che non smette mai di lavorare. A Trieste mi sono emozionato, tanto. Non pensavo di emozionarmi così, ma giuro che mi sono commosso. È una sensazione diversa rispetto alle vittorie da giocatore, ma di uguale intensità.Come si può evolvere il mio ruolo? Ora voglio imparare più cose possibili. Abbiamo qui un amministratore delegato e direttore generale che ha trent’anni di calcio alle spalle, gli voglio rubare più cose possibili. Vi faccio un esempio: a volte io e Paratici partiamo fortissimi con un’idea, ci gasiamo, pensiamo che sia il massimo. Poi arriviamo da Marotta che ci dice: calma ragazzi, questa situazione l’ho già passata e, come dire, ti aggiusta, ti spiega cosa si può fare e cosa no. Poi a volte capita che invece sia il primo entusiasta delle nostre idee. È bello confrontarsi con persone di esperienza, ti fa crescere.Com’è lavorare con Agnelli? Bello. Perché lui è uno che lavora tantissimo, ha le idee chiare, per primo dà la dimostrazione che serve sacrificio e applicazione per raggiungere certi traguardi. E poi è un presidente che capisce di calcio. E da quando è un ragazzino che gioca e gioca ancora oggi, sa entrare nella testa dei calciatori. Se è un competente? Assolutamente sì. Si confronta molto con lo staff tecnico e sa sempre tutto quello noi facciamo, anche se logicamente rispetta i ruoli e lascia a noi certe decisioni. Dice: «Questo lo dovete decidere voi, perché siete più attrezzati di per farlo».Dopo l’addio di Del Piero, io e Buffon siamo gli juventini più anziani? Significa che dobbiamo portare avanti i valori della juventinità. Quelli che ho vissuto io fin dal primo giorno. Quando sono arrivato ho sentito un profumo che non so spiegare, è qualcosa che ha a che fare con il nostro DNA e non si respira altrove. Il mio compito e quello di Gigi è spiegare questa cosa ai più giovani e a chi arriva.La svolta di Conte è stata più tecnico-tattica o psicologica? Cinquanta e cinquanta: perché dal punto di vista tattico è stato grandioso nel cambiare quando si è reso conto di avere in rosa un giocatore di livello mondiale, Vidal, ed ha rivoluzionato tutto. Ma dal punto di vista psicologico ha svolto un lavoro pazzesco su dei ragazzi che venivano da annate negative ed ha fatto fare un salto di qualità notevole a tutti. In questo, devo dire, gli ha dato una mano lo Stadium, perché lì è tutta un’altra cosa. Io ero certo che quell’impianto ci avrebbe portato dei benefici nei risultati e tutto si è avverato.Se ho mai pensato cosa avrebbero fatto le Juventus in cui ha giocato io nel nuovo stadio? Sì, sempre. L’ho immaginato tante volte. E penso che più che in campionato, ci avrebbe dato qualcosina in più in Champions. Penso spesso a quel pareggio con il Liverpool e a quell’altro pareggio con l’Arsenal al Delle Alpi nelle stagioni di Capello. Le avessimo giocate allo Stadium, in quell’ambiente, le avremmo vinte di sicuro. La squadra di Capello era la più forte d’Europa. Ovviamente non siamo riusciti a dimostrarlo vincendo la Champions, ma abbiamo vinto in Italia, anzi abbiamo sempre stravinto. E comunque quella rosa era la migliore. Mi dispiace per la Champions, forse giocando bene come la Juventus di Conte avremmo vinto anche la “Coppa dalle grandi orecchie”.Nella prossima stagione ricomincia la caccia alla mia ossessione? Solo toccarla mi darebbe un’emozione. Non importa se da dirigente. Sarebbe la soddisfazione più grande.Se la Juventus sarà competitiva in Champions? Se dovesse esprimersi ai livelli di quest’anno farebbe già una bella strada. Di questo sono convinto perché ho sempre confrontato il gioco di Conte con quello che veniva espresso in Champions ed ho sempre pensato che non ci fossero grandi differenze. Certo, l’anno prossimo ci saranno tre fronti: il campionato, la Champions, la Coppa Italia, quindi dobbiamo rinforzarci. Abbiamo una base molto solida, ma dobbiamo aggiungere dei pezzi. È un lavoro teoricamente più facile, ma in realtà è molto difficile perché stavolta dobbiamo prenderne pochi ma buoni e non possiamo permetterci di sbagliare.Se cerchiamo giocatori con esperienza in Champions? No, non necessariamente. Stiamo cercando dei giocatori che siano forti e che stiano bene nel nostro ambiente. Non ha importanza se hanno già giocato la Champions, l’esperienza la faremo insieme. Se è vero che nella selezione stiamo scartando chi non rispetta certi parametri comportamentali? In linea di massima sì, ma credo anche che un ambiente molto sano, come il nostro, possa anche permettersi di gestire una testa calda se dovesse portare un contributo tecnico molto importante. La testa gliela aggiustiamo noi.Se mi sono mai immaginato come allenatore? No, sinceramente non ho ancora avuto occasione di pensarci seriamente. Ho preso un anno sabbatico quando ho lasciato, poi mi sono incontrato con Agnelli ed ho deciso di iniziare questa strada.Se è dura competere con club come il City sul mercato? Sì è dura. E non solo perché i City, i Real o il Barcellona hanno un budget molto più ampio per acquistare i giocatori, ma hanno pure un fatturato quasi doppio del nostro per pagare i loro ingaggi. Ma attenzione, non è sempre solo questione di soldi. Guardate com’è andata l’anno scorso: non è stata facile convincere dei campioni venire a Torino, eppure. Come si fa strappare un giocatore al City o al Real? Bisogna essere chiari con i giocatori, spiegare bene il progetto. Abbiamo la forza che abbiamo vinto, che partecipiamo alla Champions con la volontà di esserne protagonisti, che abbiamo il nuovo stadio. Queste sono cose che parlano a nostro favore, poi ce ne sono altre a nostro sfavore: il momento del calcio italiano, per esempio, non è facile, il campionato si gioca in stadi non adeguati. Ma io so come ragiona un giocatore, quindi riesco a entrare nella loro testa e qualche chances ce l’abbiamo. Sono fiducioso.Posso dire che è un mercato difficile, ma ci stiamo lavorando e abbiamo fatto una valutazione complessiva per capire dove intervenire. I tifosi devono stare tranquilli, la squadra c’è. E c’è tutta la società che ha voglia di migliorarla. Nonostante le difficoltà, la miglioreremo di sicuro. Ma piuttosto che dovermi rimangiare qualcosa a fine mercato, preferisco mantenermi basso. Non voglio promettere cose che non si avverano. Io sono il primo a volere una Juventus con undici fenomeni com’era nel 2005-06, però dobbiamo stare tranquilli. Niente promesse, tranne una: tifosi, state tranquilli, sul mercato non dormiamo. Abbiamo fatto uno step e ora vogliamo migliorare. L’obiettivo ora è, inevitabilmente, la Champions.Se io ho mai pensato di giocare negli Stati Uniti, a Dubai o in Cina? No, quando ho smesso Mino Raiola, il mio procuratore, voleva spingermi all’Inter. Era la cosa più seria e voleva chiudere lì. Si era praticamente installato a casa mia per un paio di settimane per convincermi. Alla fine l’ho cacciato! (ride) E pensate che ancora adesso mi rinfaccia i soldi che gli ho fatto perdere con quel rifiuto. Ma dai! Mi ci vedete con la maglia dell’Inter? http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/08/pavel-nedved.html -
Pavel Nedved - Calciatore e Vice-Presidente
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PAVEL NEDVED https://it.wikipedia.org/wiki/Pavel_Nedvěd Nazione: Cecoslovacchia - Repubblica Ceca Luogo di nascita: Cheb Data di nascita: 30.08.1972 Ruolo: Centrocampista - Vicepresidente Altezza: 177 cm Peso: 70 kg Nazionale Ceco Soprannome: Furia Ceka Alla Juventus dal 2001 al 2009 Esordio: 26.08.2001 - Serie A - Juventus-Venezia 4-0 Ultima partita: 31.05.2009 - Serie A - Juventus-Lazio 2-0 327 presenze - 65 reti 4 scudetti 2 supercoppe italiane 1 campionato di serie B Pallone d'oro 2003 Vicepresidente della Juventus dal 23 ottobre 2015 al 18 gennaio 2023 Pavel Nedvěd (Cheb, 30 agosto 1972) è un dirigente sportivo ed ex calciatore ceco. È stato, dal 2000 al 2006, capitano della nazionale ceca, con la quale è stato vicecampione d'Europa nel 1996. Considerato uno dei migliori centrocampisti della sua generazione, nonché uno dei più forti giocatori cechi della storia, è stato tra i protagonisti, a cavallo degli anni 1990 e 2000, dei successi di Lazio prima e Juventus poi — club, quest'ultimo, di cui è il calciatore d'origine non italiana ad averne vestito più volte la maglia (327) —; in virtù delle prestazioni offerte in maglia bianconera nel 2003, è stato premiato con il Pallone d'oro conferito dalla rivista francese France Football (secondo ceco a ricevere questo riconoscimento dopo Josef Masopust), e nominato World Player of the year dalla rivista britannica World Soccer. Soprannominato Furia ceka dai tifosi italiani, nel corso della carriera ha inoltre vestito in patria le maglie di Dukla Praga e Sparta Praga. È stato inserito nella formazione ideale del campionato d'Europa 2004, e sempre nello stesso anno nella FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi stilata da Pelé e dalla FIFA in occasione del centenario della federazione mondiale. È stato incluso per tre anni consecutivi, dal 2003 al 2005, nella squadra dell'anno UEFA. Nel 2004 l'Association of Football Statisticians, classificando i 100 più grandi calciatori di sempre secondo un criterio puramente statistico, lo ha incluso al 34º posto. È il miglior calciatore ceco del decennio 1993-2003 secondo la rivista ceca Mladá fronta DNES, e di quello 2000-2010 secondo Lidové noviny. Pavel Nedvěd Nedvěd in azione con la nazionale ceca Nazionalità Cecoslovacchia Rep. Ceca (dal 1993) Altezza 177 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 31 maggio 2009 Carriera Giovanili 1977-1985 Tatran Skalná 1985-1986 RH Cheb 1986-1990 Skoda Plzeň 1990-1991 Dukla Praga Squadre di club 1991-1992 Dukla Praga 19 (3) 1992-1996 Sparta Praga 98 (23) 1996-2001 Lazio 138 (33) 2001-2009 Juventus 327 (65) Nazionale 1992-1993 Cecoslovacchia U-21 7 (0) 1994-2006 Rep. Ceca 91 (18) Palmarès Europei di calcio Argento Inghilterra 1996 Confederations Cup Bronzo Arabia Saudita 1997 Biografia È stato sposato con la connazionale Ivana, conosciuta in giovane età: la coppia ha avuto due figli a cui hanno dato i loro stessi nomi, Ivana e Pavel, perché, come ha dichiarato lo stesso Nedvěd, «quando noi non ci saremo più, nel mondo ci saranno sempre un Pavel e un'Ivana che si vorranno bene». Nel 2010 è uscita la sua autobiografia, La mia vita normale. Di corsa tra rivoluzione, Europa e Pallone d'oro, scritta insieme a Michele Dalai. Dal 2011 è tra i 50 calciatori juventini omaggiati nella Walk of Fame allo Juventus Stadium. Il 1º dicembre 2014 è stato omaggiato di una statua di cera dal Museo Grévin di Praga, al fianco di altre glorie sportive ceche quali Petr Cech, Dominik Hasek, Jaromir Jagr, Ivan Lendl, Martina Navratilova, Roman Sebrle e Emil Zatopek. Il 28 ottobre 2015 ha ricevuto la Medaglia al Merito della Repubblica Ceca, la più alta onorificenza del suo Paese. Ha preso parte a numerose iniziative benefiche. Caratteristiche tecniche Era un centrocampista offensivo, dotato di buona tecnica, affinata grazie alla perseveranza negli allenamenti, nonché di infaticabile costanza, grande propensione alla corsa e un'ottima inclinazione nel servire assist ai compagni. Considerato uno dei migliori centrocampisti espressi dal calcio europeo, era inizialmente un mancino naturale che tuttavia, con il tempo, imparò a calciare indifferentemente con entrambi i piedi — affermò che da piccolo imparò a tirare di destro tanto bene, da sentirsi poi un destro naturale —, caratteristica che ne fece un elemento molto pericoloso nelle conclusioni dalla lunga distanza e nei calci di punizione. Atleta dall'indole molto aggressiva, ciò lo portava a essere talvolta falloso, anche quando non strettamente necessario. Poteva coprire svariati ruoli sul fronte offensivo del centrocampo, dal laterale al trequartista; la sua posizione prediletta era quella di esterno sinistro di centrocampo, dove poteva effettuare cross di sinistro o rientrare per il tiro di destro. Tuttavia, la caratteristica che più lo contraddistingueva era una tenuta atletica che gli garantiva una corsa ininterrotta sulla fascia dal primo all'ultimo minuto di gara, grazie alla quale era in grado di effettuare recuperi difensivi e ribaltare subito l'azione. Carriera Giocatore Club Gli inizi Nato a Cheb e cresciuto poi nella vicina Skalna, Nedvěd ha iniziato la sua carriera calcistica nella natia Cecoslovacchia. Fanatico di calcio fin dalla giovane età, ha iniziato a giocare appena cinquenne per il Tatran Skalná, nel 1977. Si è poi trasferito al RH Cheb nel 1985, giocandovi per una stagione. In seguito si è accasato allo Skoda Plzen, nella quale ha militato per un lustro. Ha giocato per il Dukla Praga nel 1991, ma rimase con il club una sola stagione prima di trasferirsi allo Sparta Praga l'anno seguente. Con il club ceco vince un campionato cecoslovacco nella stagione 1992-1993, due campionati cechi nelle stagioni 1993-1994 e 1994-1995, e infine una Coppa della Repubblica Ceca nella stagione 1995-1996. Lazio Nedvěd alla Lazio nel 2000 Al termine de campionato d'Europa 1996 che lo vede finalista con la sua nazionale, passa alla società italiana della Lazio per 9 miliardi di lire. Il 7 settembre 1996 debutta in Serie A con la maglia della Lazio contro il Bologna. In quell'annata trova 7 volte la via del gol, confermandosi uno dei punti fermi della rosa della squadra. Nedvěd è diventato rapidamente un giocatore importante per la squadra laziale tanto che, all'inizio della stagione 1997-1998, segna 4 gol nelle prime tre partite di campionato. Nella seconda stagione con la Lazio vince il suo primo trofeo italiano, la Coppa Italia, battendo nella doppia finale il Milan, e perde la Coppa UEFA cadendo nella finale unica di Parigi contro l'Inter. La terza stagione a Roma si apre per Nedvěd con la conquista della prima Supercoppa italiana, giocando la finale vinta per 2-1 sulla Juventus: proprio ai bianconeri Nedvěd sigla anche la sua prima rete stagionale. L'annata è caratterizzata da un infortunio che lo blocca per un lungo periodo; a fine stagione è il match winner della finale di Coppa delle Coppe UEFA, giunta alla sua ultima edizione e giocata a Birmingham il 19 maggio 1999, segnando con una girata al volo il decisivo 2-1 al Maiorca a pochi minuti dal termine (si tratta dell'ultima rete in assoluto nella storia quasi quarantennale della competizione), consegnando il primo trofeo confederale alla squadra capitolina e di riflesso al calcio romano. La stagione successiva inizia con il trionfo in Supercoppa UEFA contro il Manchester Utd. Trova 5 volte la via del gol tra cui due reti fondamentali nell'ottica del campionato: una contro il Bologna nel giorno del centenario della società capitolina, che vince e si porta in testa alla classifica, e l'altro nel derby di ritorno contro la Roma, che consegna la vittoria ai biancocelesti (2-1) e riapre la rimonta sulla Juventus, in quel momento prima con 9 punti di vantaggio. Nell'ultima giornata la Lazio batte la Reggina per 3-0, e approfittando della caduta della squadra bianconera sul campo del Perugia, dopo ventisei anni torna a laurearsi campione d'Italia. Nell'annata 2000-2001 il ceco realizza 13 gol, tra cui uno nella rimonta nei minuti finali della stracittadina in cui i biancocelesti, sotto 0-2, trovano prima il suo gol che accorcia le distanze, e poi al 5' di recupero quello del compagno di squadra Lucas Castroman. Da ricordare anche la doppietta contro la Juventus (4-1). Tuttavia dopo cinque anni molto positivi a Roma, sul piano sportivo (207 partite e 51 gol) e ancor più personale, Nedvěd decide di lasciare la Lazio a causa di sopravvenuti dissidi con la dirigenza e con la stessa società capitolina peraltro costretta a cederlo per far cassa. Juventus Nedvěd in azione per la Juventus nel campionato 2001-2002 Dopo cinque stagioni con la squadra romana, viene acquistato per 75 miliardi di lire dalla Juventus. Partito Zidane, l'allenatore Marcello Lippi schiera inizialmente il nuovo arrivato come esterno sinistro, con libertà di accentrarsi. L'adattamento alla nuova realtà non è tuttavia dei più semplici, con il ceco che nei primi mesi a Torino sembra subire una pesante involuzione sul piano agonistico, tanto da divenire quasi un "caso". Lippi risolve l'impasse sul finire del 2001, posizionando Nedvěd in un ruolo mai ricoperto prima dal giocatore, dietro alle due punte, a supporto della coppia d'attacco Del Piero-Trezeguet: una collocazione tattica in cui il centrocampista ritrova quelle libertà di movimento e tiro a lui congeniali, svolgendo al contempo anche compiti in parte simili a quelli di un trequartista. Segna il suo primo gol a dicembre, in campionato, con un colpo di testa nella gara casalinga contro il Perugia; soprattutto, alla terz'ultima giornata realizza il gol decisivo per espugnare il campo del Piacenza (0-1), che contribuisce alla rimonta ai danni dell'Inter culminata con la vittoria dello Scudetto all'ultima giornata. Chiude la sua prima stagione in Piemonte a quota 4 reti. Nell'annata 2002-2003 realizza 9 gol in campionato e bissa lo Scudetto, che si aggiunge alla Supercoppa italiana. In Champions League segna il suo primo gol nella competizione con la maglia bianconera con un potente tiro contro la Dinamo Kiev (5-0) e, nel prosieguo della competizione, con le sue prestazioni trascina i bianconeri in finale. Segna anche al Camp Nou con il Barcellona (1-2 dopo i tempi supplementari) e nella semifinale di ritorno al Delle Alpi contro il Tral Madrid (3-1): in quest'ultima gara, tuttavia, rimedia un'ammonizione negli ultimi minuti e, essendo diffidato, è costretto a saltate per squalifica la finale di Manchester, persa contro i rivali del Milan che si impongono ai tiri di rigore (2-3). Nella stagione successiva vince un'altra Supercoppa italiana. Il 2003 si conclude con la conquista del Pallone d'oro assegnatogli dalla giuria della rivista francese France Football, succedendo dopo quarantuno anni all'unico altro calciatore ceco insignito con tale premio, Josef Masopust, e con il titolo di World Player of the Year conferitogli dalla rivista britannica World Soccer all'inizio del 2004 festeggia la consegna ufficiale del Pallone d'oro davanti ai suoi tifosi con un gol da 30 metri al Perugia (1-0). Nedvěd capitano juventino nell'estate 2007, durante un'amichevole contro la nazionale olimpica cinese. Nei due anni successivi, con Fabio Capello in panchina, vince altri due campionati che, successivamente, saranno l'uno revocato e l'altro non assegnato per le vicende di Farsopoli che, nell'estate 2006, portano altresì alla retrocessione d'ufficio della Juventus in Serie B. Nedvěd è tra i senatori bianconeri che decidono di rimanere a Torino anche con la squadra relegata tra i cadetti: nella stagione 2006-2007 segna più volte gol decisivi e conclude il campionato con 33 presenze e 11 reti, che contribuiscono all'immediata risalita dei piemontesi in massima serie. Nell'annata del ritorno in Serie A, il 9 dicembre 2007, festeggia la sua partita numero 300 in bianconero siglando il gol della vittoria contro l'Atalanta. Il 17 maggio 2009 tocca quota 500 presenze da professionista. Il successivo 31 maggio, dopo avere annunciato l'imminente ritiro dal calcio giocato, gioca la sua ultima partita, proprio contro la Lazio, società che lo aveva lanciato nel calcio italiano: è autore dell'assist a Vincenzo Iaquinta per la rete del 2-0 finale. Prima della fine dell'incontro, Nedvěd esce tra la standing ovation del pubblico. Nazionale Nedvěd ha giocato con tutte le nazionali giovanili della Rep. Ceca. Esordisce con la nazionale maggiore il 5 giugno 1994, nella vittoria per 3-1 contro l'Irlanda. Nedvěd viene convocato per il campionato d'Europa 1996 in Inghilterra. Esordisce nella gara persa 2-0 contro la Germania, nella quale riceve un cartellino giallo. Nella seconda gara contro l'Italia, Nedvěd sigla il suo primo gol in nazionale maggiore e contribuisce alla vittoria della sua squadra per 2-1. Nella terza gara contro la Russia pareggiata 3-3, Nedvěd riceve il suo secondo cartellino giallo e viene, così, squalificato; ciò gli impedisce di partecipare alla sfida dei quarti di finale contro il Portogallo, vinta dai cechi per 1-0. Nella semifinale contro la Francia, i cechi vincono 6-5 ai tiri di rigore: Nedvěd realizza il secondo tentativo dal dischetto per la sua squadra, e viene nominato man of the match. Nedvěd gioca anche la finale contro la Germania, che batte in finale la Repubblica Ceca con il punteggio di 2-1 al golden goal. Nel 1997 la Repubblica Ceca viene invitata a disputare la FIFA Confederations Cup 1997 come sostituta della Germania, vincitrice del campionato europeo precedente. La squadra riesce a qualificarsi per la fase a eliminazione diretta, dopo essersi classificata seconda nel suo girone dietro all'Uruguay; nella terza e ultima gara della fase a gironi, Nedvěd segna la sua prima doppietta con la maglia della nazionale, contribuendo alla vittoria per 6-1 contro gli Emirati Arabi Uniti. La nazionale ceca, dopo aver perso contro l'Australia in semifinale, sconfigge l'Uruguay per 1-0 e conquista la medaglia di bronzo. Nedvěd capitano della Repubblica Ceca al campionato del mondo 2006 Dopo aver mancato la qualificazione al campionato del mondo 1998, la Repubblica Ceca partecipa al campionato d'Europa 2000 organizzato congiuntamente da Belgio e Paesi Bassi. Nedvěd non si presenta in forma alla competizione a causa di un infortunio alla caviglia. Nella prima gara della fase a gironi, persa contro i Paesi Bassi, Nedvěd prende un palo insieme al compagno di squadra Jan Koller. Le sue prestazioni contro Francia e Danimarca non bastano a raggiungere la fase a eliminazione diretta. Dopo il torneo, Nedvěd viene nominato nuovo capitano della nazionale ceca. Al campionato d'Europa 2004 in Portogallo, Nedvěd gioca un buon torneo, disputando le tre gare della fase a gironi e la semifinale persa contro i futuri campioni della Grecia. Nella seconda gara della fase a gironi contro i Paesi Bassi viene nominato man of the match. Nella semifinale contro gli ellenici, persa per 1-0, Nedvěd subisce un infortunio al ginocchio ed è costretto a lasciare il campo: dopo questa sconfitta, il giocatore palesa l'intenzione di lasciare la nazionale. A fine torneo viene inserito nella formazione ideale dell'edizione insieme ai compagni Petr Cech e Milan Baros. Sebbene alla fine dell'europeo lusitano avesse annunciato il suo ritiro dalla nazionale, Nedvěd viene pressato dai tifosi e dai compagni per rimanere in squadra in vista del campionato del mondo 2006 in Germania. I cechi riescono a qualificarsi alla competizione, ma vengono eliminati al primo turno dopo una vittoria sugli Stati Uniti e due sconfitte subite dal Ghana e dall'Italia. Nella stessa estate, in occasione dell'amichevole contro la Serbia e Montenegro, Nedvěd annuncia il suo definitivo addìo alla nazionale: conclude la sua esperienza con 91 presenze e 18 gol. I suoi compagni di squadra tentano comunque di convincerlo a partecipare al successivo campionato d'Europa 2008, ma Nedvěd rifiuta. Dirigente[ Il 12 ottobre 2010, Exor, in vista dell'assemblea degli azionisti, ha proposto il ceco come consigliere d'amministrazione della Juventus; il 27 dello stesso mese, a seguito dell'assemblea, Nedvěd diventa ufficialmente uno degli undici componenti del board della società bianconera. Il 23 ottobre 2015 viene eletto vicepresidente della Juventus. Durante i suoi incarichi dirigenziali in seno alla società bianconera, la squadra vive uno dei cicli più vittoriosi della propria storia compresa una striscia-record di nove Scudetti consecutivi. Rimane in carica fino al 28 novembre 2022 quando, insieme a tutti i componenti del consiglio di amministrazione con a capo il presidente Andrea Agnelli, si dimette dal proprio ruolo con la società bianconera nel frattempo interessata da un processo sportivo. Il 20 gennaio 2023, nell'ambito del summenzionato procedimento, la Corte Federale d'Appello (CFA) della FIGC lo inibisce per 8 mesi a svolgere attività in ambito federale, con richiesta di estensione in ambito UEFA e FIFA; il successivo 20 aprile il Collegio di Garanzia del CONI accoglie il ricorso presentato da Nedvěd, annullando l'inibizione e rinviando la decisione alla CFA. Il 22 maggio seguente, il nuovo giudizio della CFA proscioglie Nedvěd da ogni addebito. Dopo il ritiro Il 2 giugno 2018, per festeggiare il centenario dello Skalná, squadra in cui è cresciuto, Nedvěd è tornato a vestire i panni del calciatore, venendo tesserato dal club e scendendo in campo nella sfida casalinga contro il Baník (1-4); la circostanza l'ha visto giocare al fianco del figlio, Pavel Jr. Statistiche Tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili, Nedvěd ha totalizzato globalmente 761 presenze segnando 165 reti, alla media di 0,21 gol a partita. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato cecoslovacco: 1 - Sparta Praga: 1992-1993 Campionato ceco: 2 - Sparta Praga: 1993-1994, 1994-1995 Coppa della Repubblica Ceca: 1 - Sparta Praga: 1995-1996 Coppa Italia: 2 - Lazio: 1997-1998, 1999-2000 Supercoppa italiana: 4 - Lazio: 1998, 2000 - Juventus: 2002, 2003 Campionato italiano: 5 - Lazio: 1999-2000 - Juventus: 2001-2002, 2002-2003, 2004-2005, 2005-2006 Campionato italiano di Serie B: 1 - Juventus: 2006-2007 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Lazio: 1998-1999 Supercoppa UEFA: 1 - Lazio: 1999 Individuale Calciatore ceco dell'anno: 4 - 1998, 2000, 2003, 2004 Zlatý míč: 6 - 1998, 2000, 2001, 2003, 2004, 2009 Squadra dell'Anno ESM: 2 - 2000-2001, 2002-2003 Squadra dell'anno UEFA: 3 - 2003, 2004, 2005 World Soccer's World Player of the Year: 1 - 2003 Miglior giocatore UEFA: 1 - Miglior centrocampista: 2003 Oscar del calcio AIC: 2 - Miglior straniero: 2003 - Migliore assoluto: 2003 Guerin d'oro della rivista Guerin Sportivo: 1 - 2002-2003 Pallone d'oro: 1 - 2003 Golden Foot: 1 - 2004 FIFA 100: Inserito nella lista dei giocatori Cechi - 2004 Top 11 Europei 2004: 1 Premio nazionale Andrea Fortunato nella categoria Carriera - 2011 Premio Bulgarelli al miglior centrocampista del decennio 1995-2005 - 2014 Onorificenze Medaile Za zásluhy I. stupeň (Medaglia al Merito della Repubblica Ceca in primo grado) «per i suoi servizi in favore della reputazione della Repubblica Ceca all'estero.» — Praga, 28 ottobre 2015.
