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FRIEDRICH BOLLINGER Svizzero, mediano un po’ statico ma potente, grande amico del presidente Dick, Fritz Bollinger arriva dall’Old Boys di Basilea all’indomani dello scudetto 1905. Con Bollinger, siamo al salto di qualità: il giovanotto ha già all’attivo alcune presenze con la Nazionale elvetica e sarà protagonista nel campionato successivo. Poi seguirà il presidente Dick al Torino.«Come tecnica di gioco è unico in Italia – si può leggere sui giornali dell’epoca – ha un gioco elegante, preciso e vigile sempre. Occupa un posto di back, è un beniamino del pubblico italiano, ché ovunque egli si porti a giocare gli è prodigo di meritati applausi. Bisogna aver visto Bollinger, quando si presentava al campo serio e rigido, col fiocco dell’immancabile fascia di capitano facente capolino su di un fianco, quando col suo piazzamento intelligente, col modo nitido di colpire la palla, coll’intesa più astuta, cercava di facilitare l’opera del compagno di linea o del portiere, quando interveniva con uno scatto nervoso nelle situazioni più intricate, uscendone vittorioso con la palla al piede; bisognava averlo visto allora per riconoscere come il lavoro suo fosse un esempio di finezza e di efficacia nello stesso tempo. Indifferentemente schierato a destra o a sinistra, Bollinger è un campione vero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/friedrich-bollinger.html
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FRIEDRICH BOLLINGER https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Bollinger Nazione: Svizzera Luogo di nascita: Basilea Data di nascita: 02.08.1885 Luogo di morte: Lucerna Data di morte: 06.08.1945 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Svizzero Soprannome: Fritz Alla Juventus 1902-1903 e 1905-1906 Esordio: 15.03.1903 - Campionato Federale - Juventus-Andrea Doria 7-1 Ultima partita: 29.04.1906 - Prima Categoria - Juventus-Milan 0-0 8 presenze - 0 reti Johann Friedrich Bollinger (Basilea, 2 agosto 1885 – Lucerna, 6 agosto 1945) è stato un calciatore svizzero, di ruolo terzino. Friedrich Bollinger Nazionalità Svizzera Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1914 Carriera Squadre di club 1903 Juventus 3 (0) 1904-1905 Old Boys Basilea ? (?) 1906 Juventus 5 (0) 1907-1914 Torino 59 (1) 1914 Nordstern ? (?) Nazionale 1905-1914 Svizzera 2 (0) Biografia Morte Morì suicida nell'agosto 1945. Carriera Club Bollinger fu un giocatore della Juventus esordì contro l'Andrea Doria il 15 marzo 1903, in una vittoria per 7-1. Tornato nel 1904 in patria, militò nell'Old Boys Basilea che lasciò per tornare nuovamente alla Juventus nel 1906, club con cui disputò la sua ultima partita contro il Milan il 29 aprile 1906, un pareggio per 0-0. In totale in bianconero collezionò otto presenze ma nessuna rete. Seguì l'ex presidente bianconero Alfredo Dick al neonato Torino, club in cui giocherà sino al 1914. Nel 1914 torna in patria, per giocare nel Nordstern. Nazionale Bollinger vestì in due occasioni la maglia della nazionale svizzera, nel 1905 e nel 1914.
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BELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Bella_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1903 al 1904 Esordio: 13.03.1904 - Prima Categoria - Milan-Juventus 1-1 Ultima partita: 27.03.1904 - Prima Categoria - Genoa-Juventus 1-0 3 presenze - 0 reti Bella (- -) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Bella Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1904 Carriera Squadre di club 1901 Juventus 0 (0) 1902 Genoa 0 (0) 1903 Andrea Doria 1 (0) 1904 Juventus 3 (0) Carriera Dopo essere transitato brevemente alla Juventus e al Genoa, nel 1903 Bella militò nell'Andrea Doria. Con i doriani affrontò nel terzo turno la Juventus, che prevalse per 7-1. La stagione seguente torna alla Juventus, società con cui arriva a disputare la finale di campionato, persa per 1-0 contro il Genoa. Durante quell'incontro venne pesantemente contestato dai tifosi rossoblu per i suoi continui trasferimenti di società.
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COSTANTINO NICOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Costantino_Nicola Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1899 al 1900 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 08.04.1900 - Campionato Federale - Torinese-Juventus 2-1 4 presenze - 0 reti Costantino Nicola (... – ...) è stato un calciatore italiano. Costantino Nicola Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista e attaccante Termine carriera 1904 Carriera Squadre di club 1900 Juventus 4 (0) 1902-1904 Torinese 6 (0) Biografia Era figlio di Celestino Nicola e Luigia Nota mentre il fratello Beniamino fu suo compagno di squadra sia alla Juventus che al Torinese. Carriera sportivo L'esperienza calcistica di Nicola iniziò nel 1900, ove fu il portiere titolare nel primo incontro ufficiale giocato dalla Juventus, ovvero la sconfitta per 1-0 contro il Torinese l'11 marzo 1900. Nicola con il suo club ottenne il secondo posto del Gruppo Eliminatorio Piemontese. Sono accertate dai tabellini solo due presenze sulle quattro partite giocate dalla Juventus. Nel 1902 è in forza al Torinese, con cui esordisce ufficialmente il 2 marzo 1902 nel pareggio per 1-1 contro la Juventus. Con il FC Torinese, dopo aver superato dopo uno spareggio il Girone Eliminatorio Piemontese, raggiunse la semifinale del torneo, da cui il suo club venne estromesso a causa della sconfitta nella gara unica contro il Genoa. Sono accertate dai tabellini solo due presenze sulle cinque partite giocate dal FC Torinese. È incerta la sua presenza nella rosa del FC Torinese nella stagione seguente, da cui il suo club fu estromesso al primo turno dell'Eliminatoria Piemontese dalla Juventus, ma non vi è certezza a causa del tabellino incompleto. Nel 1904 è eliminato con il suo club nell'Eliminatoria Piemontese dalla Juventus. Era indicato sui tabellini come Nicola II per distinguerlo dal fratello, suo compagno di squadra.
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FERDINANDO CHIAPIRONE https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Chiapirone Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 09.03.1883 Luogo di morte: Pisa Data di morte: 15.05.1936 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1899 al 1900 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 08.04.1900 - Campionato Federale - Torinese-Juventus 2-1 4 presenze - 0 reti Ferdinando Chiapirone (La Spezia, 9 marzo 1883 – Pisa, 15 maggio 1936) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Sui tabellini è talvolta riportato come Chiapirone G. ma trattasi probabilmente di un errore di trascrizione. Ferdinando Chiapirone Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1900 Carriera Squadre di club 1897-1900 Juventus 4 (0) Biografia Alunno del Ginnasio Massimo D'Azeglio dal 1896 al 1899, dal quale provenivano quasi tutti i primi fondatori e giocatori della Juventus, nacque a La Spezia nel 1883. Fece parte della rosa della Juventus che affrontò la stagione del 1900. Chiapirone, che giocò i quattro incontri disputati dal club rosanero, ottenne con i suoi il secondo posto nelle eliminatorie piemontesi, non ottenendo l'accesso alle semifinali del torneo. Con la Juventus di quella stagione, giocò anche due amichevoli contro il Milan. Compiuti i diciassette anni, abbandonò il calcio per iscriversi alla Scuola di applicazione, proseguendo la tradizione familiare di alti ufficiali dell'Esercito, partecipando alla prima guerra mondiale e congedandosi, infine, in qualità di generale di cavalleria.
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BENIAMINO NICOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Beniamino_Nicola Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 04.12.1879 Luogo di morte: Torino Data di morte: 17.08.1963 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1899 al 1900 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 08.04.1900 - Campionato Federale - Torinese-Juventus 2-1 4 presenze - 3 reti subite Beniamino Andrea Mario Nicola riportato come B. Nicola Rencomino (Torino, 4 dicembre 1879 – Torino, 17 agosto 1963) è stato un calciatore e medico italiano. Beniamino Nicola Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1903 Carriera Squadre di club 1897-1900 Juventus 4 (-3) 1902-1903 Torinese 5 (-11) Biografia Nacque a Torino da Celestino Nicola e Luigia Nota; il fratello Andrea (Costantino) fu suo compagno di squadra sia alla Juventus che al Torinese. Dopo gli studi al liceo classico Massimo d'Azeglio, si iscrisse nel 1898 alla facoltà di Medicina all'università di Torino ove si laureò nel 1904. Al 1930 risulta medico insegnante per i missionari e le suore dell'Istituto missioni Consolata di Torino, mentre nel 1941 pubblica Piccolo manuale di medicina e chirurgia teorico pratica. Carriera sportiva Ricordato da Vittorio Pozzo come non particolarmente sicuro, l'esperienza calcistica di Nicola iniziò nel 1900, ove fu il portiere titolare nel primo incontro ufficiale giocato dalla Juventus, ovvero la sconfitta per 1-0 contro il Torinese l'11 marzo 1900. Nicola con il suo club ottenne il secondo posto del Gruppo Eliminatorio Piemontese. Sono accertate dai tabellini solo due presenze sulle quattro partite giocate dalla Juventus ma in quell'anno non risultano nella rosa dei torinesi altri portieri. Nella stagione seguente è in forza al Torinese, con cui esordisce ufficialmente il 2 marzo 1902 nel pareggio per 1-1 contro la Juventus. Con il FC Torinese, dopo aver superato dopo uno spareggio il Girone Eliminatorio Piemontese, raggiunse la semifinale del torneo, da cui il suo club venne estromesso a causa della sconfitta nella gara unica contro il Genoa. Sono accertate dai tabellini solo due presenze sulle cinque partite giocate dal FC Torinese ma in quell'anno non risultano nella rosa dei torinesi con certezza altri portieri. È riportata la sua presenza nella rosa del FC Torinese anche nella stagione seguente, da cui il suo club fu estromesso al primo turno dell'Eliminatoria Piemontese dalla Juventus, ma non vi è certezza a causa del tabellino incompleto. Era indicato sui tabellini come Nicola I per distinguerlo dal fratello Andrea (Costantino), suo compagno di squadra.
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Carlo Vittorio Varetti - Calciatore e Presidente
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CARLO VITTORIO VARETTI Socio fondatore e presidente – scrive Renato Tavella sul “Dizionario della grande Juventus” – firmatario della nascita dello Sport Club Juventus e avanti titolare della squadra campione d’Italia 1905. Redattore assieme a Donna del bollettino societario “Sport”, nel 1907 viene eletto alla presidenza al posto dello svizzero Dick, incarico che l’ingegner Varetti porta avanti con grande juventinità fino al 1910, anche vendendo di persona i biglietti delle partite. “HURRÀ!” MARZO 1919 Entrò in carcere e finì... Cavaliere, mentre di solito sono i Cavalieri che finiscono in carcere. Adesso si chiama Ing. Varetti Cav. Vittorio, prima non aveva generalità ben precisate; lo avevano battezzato con un’infinità di nomi, uno dei quali lo spinse, come un presagio, verso l’idraulica, nella quale debuttò come Ingegnere. Sorvoliamo, questo argomento gli è sempre spiaciuto e non è prudente insistervi; una volta si rischiava un pugno, adesso potrebbe capitare di peggio: dalle mani si potrebbe passare alle manette. Per lo Sport nutriva una passione esagerata, divorava giornali e riviste con una voracità da struzzo. Era l’annuario vivente: date, campioni, premi, venivano fuori a semplice richiesta; non gli mancava che il cartellino: « Introducete una moneta... ecc. » e la tendenza a non funzionare, per essere una perfetta macchinetta. Con questi miraggi per il capo e con un debole per gli eroi di Dumas v’immaginate facilmente che razza di fervore sportivo bollisse in petto al futuro Cavaliere. Per questo lo prendevano anche un pochino in giro: Gibezzi, per esempio, se ne permetteva di quelle..., finchè un bel giorno il tenace Varetti dopo tre mesi di occulto allenamento in un occulto paesello della Valle di Susa, ritornò con un bicipite rispettabile che sottopose alla sociale considerazione; da allora... trac! Ci sono dei bicipiti che portano jettatura, per esempio l’aquila austriaca; quella di Varetti invece portò fortuna. A palpeggio finito, fu eletto Presidente. Ed era giusto: anzitutto aveva il più bel paio di baffi della Juventus, con buona pace di Gibezzi che si spiluccava inesorabilmente quattro peli, biondicci per giunta, e poi possedeva l’à plomb necessario. Mancava, forse, per le solenni occasioni dell’eleganza voluta. Carattere eminentemente focoso, non s’attardava in certe piccolezze: gli saltava subito la mosca al naso, il sangue gli montava alla testa ed anche la cravatta. Ah! La cravatta!... Era il cauchemar di Malvano. Per fortuna della « Juventus » c’era sempre lui a dargli quel tocco sapiente, quel non so che atto a mettere il nostro Presidente all’altezza della situazione. Non dunque nelle sale rifulgeva il nostro Varetti, sibbene all’aria libera, nella semplice ed elegante divisa juventina. Veramente la linea era un po’, come dire ?... un po’ uniforme, a causa dei polpacci, ma nel complesso, dato lo sviluppo toracico e quel famoso bicipite, non c’era poi malaccio. Per rimediare a quella maledetta deficienza, praticò tutti gli Sports: nuoto, remo, pallone, pattinaggio, foot-ball, e, checchè ne dicano i maligni, poteva riuscire molto peggio. Difettava forse di colpo d’occhio, alcuni sostenevano per debolezza di vista, ma ciò non è provato. Non c’è da ridere! Che abbia scaraventato un giorno ad un socio che lo insolentiva un proiettile attraverso un vetro della finestra, non prova affatto che non avesse visto il vetro, ma provava bensì la nettezza della nostra prima Sede sociale. Ad ogni modo, avendo egli pagato L. 1,54 per i danni, l’affare è liquidato, e non è di buon gusto insistervi. Da parecchi anni s’è appartato dalla vita sportiva. Sfido, direte voi, data la sua fine... Ah, già! Mi ero dimenticato di dirvi ch’egli è Ingegnere addetto, semplicemente addetto, alle carceri, Del resto, si occupa anche di manicomi, forse per la grande esperienza acquistata nella Juventus, Eran però dei bei matti! E si ricordano con nostalgia, vero Varetti? https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/02/carlo-vittorio-varetti.html -
Carlo Vittorio Varetti - Calciatore e Presidente
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CARLO VITTORIO VARETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Vittorio_Varetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 22.04.1884 Luogo di morte: Roma Data di morte: 17.10.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Tubo Alla Juventus dal 1897 al 1907 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 03.02.1907 - Prima Categoria - Torino-Juventus 4-1 28 presenze - 2 reti 1 scudetto Carlo Vittorio Domenico Varetti (Torino, 22 aprile 1884 – Roma, 17 ottobre 1963) è stato un ingegnere, storico della scienza, dirigente sportivo calciatore italiano. Carlo Vittorio Varetti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1907 Carriera Squadre di club 1897-1907 Juventus 28 (2) Biografia Carlo Vittorio Varetti nacque a Torino il 22 aprile 1884. Fu uno dei fondatori e tra i primi giocatori della Juventus. Fece il suo esordio contro il Torinese, partita persa per 1-0. Fece la sua ultima comparsa in bianconero contro il Torino, in cui la Juve fu sconfitta per 4-1. Fu uno dei protagonisti del primo scudetto juventino nel 1905. In otto stagioni collezionò 25 presenze e 2 reti, entrambe segnate in due partite contro l'US Milanese nel 1905. Nel 1907, anno del suo ritiro dall'attività agonistica, divenne presidente della Juventus in sostituzione dell'esautorato Dick, carica che ricoprirà fino al 1910. Sempre nel 1907 si laureò in ingegneria industriale e, dopo aver abbandonato l’attività sportiva, nel 1913 entrò a far parte dell'Ufficio tecnico della Direzione generale delle carceri. Durante la guerra ricoprì la carica di ufficiale del Genio Zappatori, riprendendo, al termine del conflitto, il suo impiego presso il Ministero della giustizia, nel quale raggiunse la carica di Ispettore generale tecnico degli Istituti di prevenzione e pena. Fu inoltre membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici e capo di Gabinetto presso il Ministero delle comunicazioni. Nel settore dell’edilizia carceraria, che per Varetti doveva essere ispirata a criteri umanitari, diede un importante contributo, testimoniato dalle sue pubblicazioni e dai progetti da lui ideati e realizzati. Si dedicò inoltre con passione agli studi di storia della scienza e fu membro corrispondente della Società italiana di storia delle scienze mediche e naturali; i suoi interessi si concentrarono in particolare sul Rinascimento scientifico napoletano, sull'astronomo Francesco Fontana e su altri scienziati del XVII secolo. Morì a Roma il 17 ottobre 1963. Archivio La biblioteca del Museo Galileo conserva un fondo archivistico prodotto da C.V. Varetti, acquisito nel 1979 tramite dono della figlia, l'architetto Cecilia Varetti. Il fondo, dallo stesso Varetti ordinato in buste e cartelle secondo un criterio tematico, contiene lettere, prevalentemente scritte fra il 1956 e il 1963, e numerosi appunti e minute relative al Rinascimento scientifico napoletano, a Francesco Fontana e ad altri scienziati del Seicento; contiene anche appunti e materiale di studio riguardanti l’edilizia carceraria, gli ospedali e gli istituti di assistenza e rieducazione per i minori, in particolare l'Ospizio della Quarconia e il Carcere delle Stinche di Firenze e l’Ospizio apostolico di San Michele di Roma. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905 -
GORDON THOMAS SAVAGE Forse il primo dei pionieri, certamente il più importante. Non più giovanissimo, nel 1896, con alcuni connazionali, si ritrova in Piazza d’Armi, il sabato, per giocare a football, con un pallone originale, di vero cuoio. È già stato professionista per alcuni anni in Inghilterra, nelle file del Nottingham Forest e qui, naturalmente, spopola e fa scuola. Veloce, dotato di un buon dribbling, gioca a più riprese nella prima Juventus in camicia rosa, nel ruolo di mezzala sinistra. Nel 1903, insieme all’amico Goodley, gli viene l’idea di far venire dall’Inghilterra, e in particolare da Nottingham, delle divise da gioco più moderne. Il fornitore, che ha in magazzino le maglie destinate al Notts County, spedisce quelle che sono a strisce verticali bianco e nere. Nasce, così, la leggenda juventina.RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Da tempo frequentavano la Juventus alcuni inglesi. Fin dai primissimi giorni della Piazza d’Armi, Canfari e soci avevano, infatti, condiviso belle ore di gioco con un gruppo di pionieri che insieme a Edoardo Bosio, al Duca degli Abruzzi, avevano fatto conoscere il football in Torino. Erano, costoro, personaggi quanto meno pittoreschi: Jordan, Goodley, Savage, e non da ultimo Dobbie, un dentista sulla cinquantina che fra una volata e l’altra sul campo amava dissetarsi con generose sorsate di whisky. Favoriti da questi contatti, non era stato difficile trovare nel negozio di mister Jordan un vero, autentico pallone inglese, il primo acquistato dagli intraprendenti d’azeglini. Percorso del tutto analogo si era ripetuto per le casacche sociali, allorché John Savage, già giocatore del Nottingham Forest, aveva fatto notare agli juventini come fosse oramai necessario un corredo di gioco, diciamo, più professionale di quello adottato fino a quel momento. Se ne sarebbe incaricato lui personalmente (immaginiamo abbia detto) acquistando tutto il necessario per diretto tramite dall’Inghilterra. A sua volta, il negoziante di Nottingham cui era stato indirizzato l’ordinativo, pur di soddisfare all’istante la richiesta, aveva pensato bene di spedire il blocco di maglie di cui disponeva in quel frangente in magazzino, senza troppo badare a soddisfare la clientela oltre che dal punto di vista della celere evasione anche da quello, assai importante, dell’estetica. Così pare. E, infatti, l’inattesa e imprevista divisa non era stata accolta con molto entusiasmo: sarebbero state di gran lunga più gradite e ben accette le rosse casacche del Nottingham. Smaltita la piccola delusione, col passare dei mesi, si cominciò a non fare più tanto caso alla singolare combinazione di colori e al loro conformarsi in strisce verticali. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/11/john-savage.html
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GORDON THOMAS SAVAGE https://it.wikipedia.org/wiki/Gordon_Thomas_Savage Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Lenton (Nottingham) Data di nascita: 18.02.1867 Luogo di morte: Nottingham Data di morte: 23.04.1951 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: John - Jim Alla Juventus dal 1901 al 1902 Esordio: 14.04.1901 - Campionato Federale - Juventus-Ginnastica Torino 5-0 Ultima partita: 23.03.1902 - Campionato Federale - Torinese-Juventus 4-1 5 presenze - 0 reti Gordon Thomas Savage, noto anche come John o Jim (Lenton, 18 febbraio 1867 – Nottingham, 1951), è stato un arbitro di calcio, allenatore di calcio e calciatore inglese, di ruolo attaccante. Gordon Thomas Savage Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1902 Carriera Squadre di club1 ????-1887 Notts County ? (?) 1887-1891 Torino FCC 0 (0) 1898-1899 Internazionale Torino 4 (1) 1901-1902 Juventus 5 (0) Carriera da allenatore 1898-1899 Internazionale Torino Biografia Savage fu uno dei primi giocatori nonché il primo d'origine non italiana in assoluto della Juventus. Era noto anche come Jim o John. Durante il suo soggiorno italiano gli venne attribuito il titolo di marchese, di dubbia certezza, visto che nessun titolo nobiliare risulta per lui dagli archivi inglesi (censimenti e registri anagrafici). Carriera Calciatore Club Fu tra i primi calciatori a militare in Italia, membro del più antico club calcistico d'Italia, il Torino FCC che nel 1891 si fuse con il Nobili Torino per dare vita all'Internazionale Torino. Savage partecipò al primo campionato di calcio italiano, tra le file dell'Internazionale Torino, club del quale era capitano e allenatore, e con il quale raggiunse la finale di campionato persa contro il Genoa per due a uno. Anche nella stagione seguente, sempre tra le file dell'Internazionale Torino, disputò la finale di campionato, persa anche in questa occasione contro i genovesi, che vinsero per tre a uno. In seguito militò per due stagioni nella Juventus. Ricoprì il ruolo di attaccante per cinque partite senza segnare alcuna rete. Il suo esordio avvenne contro il Milan il 28 aprile 1901, in cui i rossoneri vinsero per tre a due, mentre la sua ultima partita avvenne il 20 marzo dell'anno seguente contro il Torinese partita anch'essa persa dai bianconeri per quattro a uno. Il suo nome tuttavia rimane legato indissolubilmente a quello della Juventus perché a lui si deve nel 1903 l'adozione della maglia bianconera da parte della squadra. Savage, già giocatore del Nottingham Forest, aveva fatto notare come fosse necessario un corredo di gioco più professionale di quello adottato fino a quel momento, ossia la camicia rosa con cravatta nera. Se ne occupò lui insieme all'amico, compagno e conterraneo Goodley, acquistando tutto il necessario dall’Inghilterra. Ma il negoziante di Nottingham cui era stato indirizzato l’ordinativo, pur di soddisfare all’istante la richiesta, aveva pensato bene di spedire il blocco di maglie di cui disponeva in quel frangente in magazzino, così anziché le rosse casacche del Nottingham Forest arrivarono quelle a strisce bianconere del Notts County. Il suo ruolo fondamentale nel rendere la Juventus conosciuta a livello planetario per la propria casacca a strisce bianconere è stato di recente ricordato dal club torinese insieme ai discendenti di Savage. Inoltre nello Juventus museum di Torino è esposta una cartolina postale spedita da Savage ad un amico, con al recto la foto di Savage e della sua famiglia ed al verso un messaggio scritto a mano. Il messaggio dice: "Dear Varetti, Please accept many greetings from me and my family, your devoted Tom Savage. P.S. Have you seen the next football game that will be played in Saluzzo next Sunday for a silver cup?" ("Caro Varetti, accetta tanti saluti da me e dalla mia famiglia, tuo devoto Tom Savage. P.S. Hai visto che partita verrà giocata a Saluzzo domenica prossima per la coppa d'argento?") Rappresentativa Italiana Benché inglese, il 30 aprile 1899 giocò a Torino presso il Velodromo Umberto I l'incontro amichevole nella Selezione Italiana contro la Selezione Svizzera, terminato due a zero a favore degli elvetici. Arbitro Svolse anche il ruolo di arbitro federale, dirigendo incontri importanti come la finale di campionato del 1902.
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Umberto Malvano - Calciatore e Presidente
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UMBERTO MALVANO Nato a Moncalieri il 17 luglio 1884 – ricorda Renato Tavella – figlio di Alessandro, assessore della città di Torino, spicca trai ginnasiali del D’Azeglio come uno dei promotori più accalorati all’idea Juventus. Nel gioco si distingue come abile avanti e milita da titolare fino al 1904. Partito per il servizio militare, non partecipa alla vittoria del primo campionato. Invitato in quel periodo a giocare nel Milan, con i rossoneri vince il titolo 1906. Tornato a casa, ritorna a vestire la maglia bianconera fino allo scoppio della Grande Guerra. Negli anni Venti viene nominato tra i vicepresidenti della Federazione Gioco Calcio.VLADIMIRO CAMINITI, DA “JUVENTUS 70”Il passato acquista, a distanza di sessant’anni, una dimensione fiabesca. Bino Hess celebra la democrazia della prima Juventus come simbolo del suo spirito sociale.Invece Umberto Malvano si fa mescere dalla consorte i liquori preferiti e si abbandona all’empito lirico.Chi è Malvano?Oggi è un ometto tondo e liscio. Ha occhietti azzurri e tersi. Vive in uno spazio estraneo alle lotte quotidiane, all’evolversi del mondo. Una scossa di terremoto che squarciasse il pavimento del quarto piano della sua casa di Piazza Sant’Agostino a Milano lo vedrebbe precipitare nell’abisso col sorriso sulle labbra.Malvano è un vecchietto diabolico.Perfettamente superfluo tutto nella sua vita, non la moglie anch’essa juventina con tanto di tessera degli anni d’oro. Superflui studi e letture, passeggiate e viaggi.La Juventus non è stata superflua ma sostanziale. Con la Juventus il Milan, ma non ammette che si avanzi il sospetto. E invece il Milan partecipa al suo empito lirico. Il suo empito lirico è musicale.Ci guarda con occhietti di vellutata soddisfazione terrena e canta: Per il gioco del football poche doti sol ci vuol posseder buon colpo d’occhio pantalon corto al ginocchio gamba lesta molto fiato un po’ di english bestemmiato e se il resto anche non c’è lo si mette col toupé. Il toupé?Amico mio non si distragga…E mi faccia un favore. Legga.È seduto in poltrona, vestito di blu, inforca un paio di occhiali. Con un sorriso trionfante cava da una tasca quattro fogli dattiloscritti. Li sventola. Con la vocetta dei nani amici di Biancaneve ordina alla moglie – una signora ben conservata e assai simpatica – di riempire il suo e il mio bicchiere. Eseguito.Mi faccia un favore, legga.«Abbiamo letto la chiara smentita che ella ha dato alle voci nuovamente ricorrenti di una fusione col Torino. Dio sia lodato! Speriamo che non se ne parli mai più…»Interrompo la lettura. Faccio notare che sono venuto per sentire da lui la rievocazione della Juventus pionieristica.Non si allarma. Sorride.«Intanto legga, non c’è fretta, ogni cosa a suo tempo…»Proseguo nella lettura.«Per noi che da tanti, tanti anni, ci sentiamo orgogliosi dei nostri colori sarebbe stato come se la Juventus, nostra amorosa madre sportiva, abbandonasse noi “suoi figli di sempre” per sposare uno sconosciuto, che non potremmo mai, assolutamente mai, amare neanche in minimissima parte: La preghiamo tanto: ci preservi da così grande jattura e voglia scusare questo sfogo dettato dal cuore…»Torno alla carica specificando la ragione del mio viaggio. Non si allarma, sorride e risponde:«Introduzione al tema. Ogni cosa a suo tempo…»«Ma lei ha giocato nella Juventus?» Chiedo malignamente.Attacca a cantare. Dare i calci avanti indietro sì così così così sbagliar gol d’un solo metro sì così così così. Imparar bene l’ofsay questo mai poi mai poi mai e se il referee dà torto fare il morto il morto il morto. Canta beatamente. Io coi fogli del suo discorso tra le mani (facciamo un bel quadretto). La signora Malvano mesce altro liquore.«Ma non ha ancora bevuto niente! Guardi mio marito quant’è arzillo! E guardi qui. Questa era la mia tessera!»«Anche lei bianconera, signora?»«Si capisce…»«La conobbi alla Juventus. Seguiva tutte le trasferte. Era dama patronessa. Fummo insieme anche a Losanna. Non sa di Losanna?»«No, non so di Losanna… Mi dica lei… Andò con la Juventus a Losanna?»«Sì, con la Juventus…»«Lei in che molo giocava?»«Ala sinistra…»«Giocava bene?»«Ah, come giocavamo!»«Correvate tutti dietro il pallone?»«Macché! Giocavamo molto bene… Avevamo ottimi maestri inglesi…»«Me ne ha parlato Hess».M’interrompe brusco. Sorride.«Hess… Una riserva… Venne poi in prima squadra… Non può sapere… Glielo dico io… Triangolazioni perfette assolute rasoterra al centro o alla mezzala. Facevamo gli allenamenti al Motovelodromo mettendo le sedie come ostacoli. Una specie di slalom col pallone. Era utilissimo. Ogni giorno, finito lo studio o il lavoro, andavamo a correre un’ora a Piazza d’Armi… Avevamo un fiato che non finiva mai…»«Ma come nacque la Juventus?»«Mio papà era sindaco di Torino…»«…Interessante…»«Al tempo di Voli…. Pure assessore alle finanze, era un personaggio della grande Torino…»«Ma i compagni di gioco? Se li ricorda?»«È difficile, è difficile, non stanno mica dietro la finestra… Io ho smesso di giocare nel 1916. Cinquanta anni fa… Quasi tutti sono morti…»Dice sua moglie, con atteggiamento sospiroso.«Quanti begli amici sono morti, mio Dio!»Ed esce dalla stanza in compagnia del suo sospiro.«La memoria ci tradisce quando si è vecchi… Ed io sono vecchio…»Sorride.«Però certe cose non si possono dimenticare del tutto. Eravamo studenti di seconda e quarta ginnasio… Ci trovavamo all’uscita del D’Azeglio e tutti i giorni si andava a correre e a giocare alla “barra” in Piazza d’Armi… Giocavano al football alcuni inglesi impiegati in fabbriche di pizzi e tulli… Anche degli svizzeri… Il gioco ci piacque, mettemmo cinquanta centesimi l’uno per il primo pallone…»«Hess mi ha detto che lui versò dieci lire…»«Lui effettivamente stava meglio quanto a soldi… Il pallone ci costò dodici lire…»«Hess mi ha detto che costò sessanta lire…»«Davvero? Costò invece dodici lire, lo fece venire Mister Savage, un bell’uomo, giocava veloce, era mezzala sinistra. Lo fece venire da Nottingham, il club dove aveva giocato. Era il 1896. Eravamo bambini. Avevamo dieci anni. Tutti i giorni giocavamo alla barra…»«E cantavate quella canzone?»«La cantavamo dopo… Sul motivo della Vedova Allegra… La nostra prima divisa comprendeva una camiciola rosa, di tela… C’era Guido Botto, campione italiano di velocità, c’era Luigi Gibezzi, è morto l’anno scorso a Milano, un ingegnere, era stato per lavoro in America, non poteva più camminare. Era alto un metro e ottantacinque, era biondo e con gli occhi azzurri. Ogni volta che mi incontrava mi faceva una grande festa, e poi mi dava pacche sulle spalle, e mi voleva abbracciare… Ricordi che bei tempi, ricordi? Gridava. C’era il terzino Chapiron, studente, c’era Gioachino Armano. In seconda linea c’erano Varetti, Goccione, Diment. Poi c’era Luigi Forlano, il centravanti, era un toro. Poi c’ero io… E il futuro generale Ferrero… Un grand’uomo… I primi tempi giocavamo in Piazza d’Armi… Duecento o trecento persone come spettatori. Tiravamo una corda tutt’intorno. La porta era fatta con due pali e una corda tesa alla quale attaccavamo una striscia di tela perché si vedesse… Così giocavamo nel 1897… Ci riunivamo nell’officina dei fratelli Canfari in corso Re Umberto…. Dietro l’officina c’era una stanza abbastanza grande con sedie e panche… I fratelli Canfari fabbricavano biciclette… Mi ricordo come fosse ora… Un cancello, una porta… E lì fu deciso il nome… Si discusse per ore… Mi ha fatto parlare troppo… Ora legga, ora legga…»Sorride e beve.Leggo.«Cosa posso dirvi di nuovo su quei tempi che sanno quasi di leggenda tanto sono belli e lontani? Ad esempio potrei dirvi della nostra missione pionieristica per la diffusione del nostro amato gioco: diffusione gioconda ed entusiastica; potrei narrarvi i nostri viaggi goliardici con i nostri cori scanzonati; potrei dirvi gli scherzi, le burle, la fresca allegria di quel gruppo di giovanissimi che trovava già un poco anziano il nostro primo presidente che aveva appena vent’anni. E sono di quei primi tempi le canzoni più suggestive: per esempio, il canto del Montriond (Losanna) trasformato in bianconero o le parole famose della Vedova Allegra…» Per il gioco del football poche doti sol ci vuol posseder buon colpo d’occhio pantalon corto al ginocchio. È estasiato.Canta anche sua moglie.Sorride.Su questo sorriso si può ricamare. Un po’ è il sorriso della vecchiaia, un po’ il sorriso dell’ultimo pioniere. Qualcosa di estatico e struggente come trecce bionde, come cavalli lanciati nel sole, come la poesia di Gozzano… Tutto ciò in un sorriso, anche la farsa, il tradimento, la conquista di Milano; il calcio nei primi del Novecento è Genova, Milano, Torino, con rare infiltrazioni vercellesi o alessandrine; gli svizzeri giocano meglio di noi, gli inglesi ci insegnano tutto, scendono dalle navi e insegnano. La Juventus è una squadra democratica che alterna nei primi anni i presidenti, i due fratelli Canfari sono i primissimi, poi uno dei ragazzi della panca di Corso Re Umberto, si chiama Favale e firma la tessera del campione italiano delle riserve, studente in chimica, Ettore Corbelli.Umberto Malvano va militare a Pavia, nel Genio. Mi racconta che lo avvicina uno del Milan.«Chi me lo fa fare ad andare tutte le domeniche a Torino? Ero libero di decidere e gioco nel Milan. Cosa succede? Succede che debbo giocare contro la mia Juventus…»Memorabile sfumatura di sorriso.«Non può immaginare quello che provai… Più di un’emozione… Io ero un forte giocatore, quella volta non valevo niente… Si giocò quella partita del 1906 che poteva garantire lo scudetto al Milan al campo del Velodromo… Sbagliai un goal tutto solo davanti a Durante per l’emozione… Mi tremavano le gambe… I compagni mi accusarono di averlo fatto apposta… Nella partita successiva non giocai… Il Milan vinse quel campionato proprio contro la mia Juventus, ma io non c’ero…»Malvano sorride, e si bea del suo sorriso. Ha ripreso possesso dei suoi fogli dattiloscritti. Non potrà mai separarsene. Sono passate due ore che sto nel suo appartamentino grazioso come una stanza di bambini; la signora Mary entra ed esce con le sue bottiglie di liquore; ogni tanto arriva un giovinotto che dev’essere uno dei nipoti della signora Mary o del dottor Umberto. La signora Mary era patronessa e questo mi fa pensare a fiumi di champagne e a dolcissimi valzer… Così dovettero conoscersi… Oppure cavalcando un pomeriggio al Valentino… Chissà… Certo la signora Mary è di una grande famiglia torinese, la famiglia Dalmazzo, anch’essa benemerita juventina.Con un sussurro di voce Malvano mi informa della cosa più delicata, l’attività federale.«Deve sapere che per molti anni, fino al 1915, sono stato vice presidente della Federazione e ci fu molto lavoro. Il presidente era l’avvocato Bozzino della Pro Vercelli. I vice presidenti eravamo io e l’ingegner Francesco Mauro… Si lavorava tutta la settimana, certe volte si andava a letto alle quattro del mattino, lavorammo per uno scandalo, si erano fatti pagare…».Sorride con una sfumatura di superiorità garantita. Mi pare di intuire che quello scandalo fosse stato da lui svelato.«Mi raccomando, non imbratti la storia con questi fatti… Giuri che non scriverà niente…»Tace, si guarda intorno…. Sua moglie è uscita dalla stanza. Sussurra.«C’erano anche allora degli sportmen che si facevano corrompere… Io fui incaricato di condurre l’inchiesta e andai fino in fondo… Confessarono e furono squalificati… Il presidente del Genoa Davidson, un vecchio grassone, era furibondo… Non sapeva niente… Ma non potevo transigere…»Sì, dottor Umberto, ha ragione. Non bisogna transigere con i professionisti! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/07/umberto-malvano.html -
Umberto Malvano - Calciatore e Presidente
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UMBERTO MALVANO https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Malvano Nazione: Italia Luogo di nascita: Moncalieri (Torino) Data di nascita: 17.07.1884 Luogo di morte: Milano Data di morte: 15.09.1971 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Bertu Alla Juventus dal 1900 al 1904 e dal 1907 al 1911 Esordio: 18.03.1900 - Campionato Federale - Ginnastica Torino-Juventus 0-2 Ultima partita: 21.05.1911 - Prima Categoria - Juventus-Andrea Doria 4-2 21 presenze - 8 reti Umberto Malvano (Moncalieri, 17 luglio 1884 – Milano, 15 settembre 1971) è stato un calciatore, arbitro di calcio e dirigente sportivo italiano. Da studente tredicenne di ginnasio partecipò alla fondazione della Juventus nel 1897. Umberto Malvano Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1913 Carriera Squadre di club 1900-1904 Juventus 17 (8) 1906 Milan 4 (1) 1907-1913 Juventus 4 (0) Carriera Diciassettesimo figlio di Alessandro, deputato e assessore alle finanze del Comune di Torino, Malvano giocò per quattro stagioni tra i bianconeri prima di trasferirsi a Pavia per il servizio di leva. In Lombardia conobbe i dirigenti del Milan, che lo tesserarono come ala sinistra per la fortunata campagna agonistica del 1906 che sfociò nel secondo scudetto dei rossoneri, vinto proprio contro la Juventus: dopo gli insulti che ricevette nella trasferta al Velodromo Umberto I l'11 marzo, Malvano preferì non ripresentarsi quando, il 29 aprile, a Torino fu in programma lo spareggio per il titolo. Finito l'impegno di leva col grado di tenente di complemento d'artiglieria, tornò a giocare con la Juventus fino al 1913. Nel 1909 venne eletto Presidente del club per le due stagioni successive. Laureatosi in ingegneria, mantenne i propri interessi a cavallo fra le due più ricche regioni italiane e la sua ampia rete di conoscenze gli permise di intercedere per ottenere, nel 1913, la provvisoria iscrizione della Juventus nel girone di Prima Categoria gestito dal Comitato Regionale Lombardo per le sole qualifiche regionali. Malvano fu poi anche arbitro e vicepresidente della FIGC. Nel 1948 in occasione del 50º anniversario della F.I.G.C. fu insignito del titolo di pioniere del calcio italiano. Nel 1956, a seguito delle voci che paventavano una fusione tra le due maggiori squadre cittadine, scrisse una lettera aperta al Presidente del tempo contro tale eventualità: «Abbiamo letto nella stampa di ieri la chiara smentita che ella ha dato alle voci nuovamente circolanti di una fusione col Torino. Dio sia lodato! Speriamo che non se ne parli mai più. Per noi che da tanti, tanti anni, ci sentiamo orgogliosi dei nostri colori sarebbe stato come se la Juventus, nostra amorosa madre sportiva, abbandonasse noi, suoi figli di sempre, per sposare uno sconosciuto, che non potremmo mai, assolutamente mai, amare neanche in minimissima parte. La preghiamo tanto: ci preservi da così grande jattura e voglia scusare questo sfogo dettato dal cuore» (Intervista a Umberto Malvano di Vladimiro Caminiti) . Morì a Milano il 15 settembre 1971. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 1906 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1901 (4 reti) -
LUIGI GIBEZZI Luigi Gibezzi, uno dei soci fondatori della Juventus – scrive Fabrizio Poli – era nato a Ronta il 6 febbraio 1883. Non è stato possibile finora chiarire con certezza quale fosse l’attività mugellana dell’ingegner Gibezzi, che lo aveva portato nella Ronta di fine Ottocento. L’ipotesi più plausibile è che fosse un ingegnere di sezione per conto di una delle imprese appaltatrici della ferrovia Faentina, i cui lavori ebbero inizio nel marzo del 1881 per concludersi nell’aprile del 1893. La zona di Ronta era interessata dal 6° Tronco (Ronta-Fosso Canecchi), di competenza dell’impresa Ceribelli Francesco, e dal 7° Tronco (Fosso Canecchi-Crespino), di competenza dell’impresa Mattè-Trewhella. Comunque sia, Luigi Gibezzi non è stato mai iscritto come residente all’anagrafe borghigiana. È però certo che negli ultimi anni dell’ottocento viveva a Torino ed era uno studente del Ginnasio Massimo D’Azeglio.Fu proprio un gruppo di allievi di quell’istituto che il primo novembre del 1897, su una panchina di Corso Re Umberto, prese la decisione di fondare una nuova società sportiva: lo Sport Club Juventus. La scelta del nome avvenne dopo un ballottaggio nonostante all’inizio non trovasse molti consensi. Le notizie sulla fondazione e i primi passi si devono a uno scritto di Enrico Canfari, “Storia del football Club Juventus di Torino”, pubblicato dalla Tipografia Artale nel 1915, in cui si legge: «I presenti, in tutto, non passavano una quindicina, il più vecchio diciassettenne, gli altri sotto i tre lustri».Non è citato un solo nome, ma per tradizione orale si ritiene fossero i fratelli Enrico ed Eugenio Canfari, Gioacchino e Alfredo Armano, Francesco Daprà, Domenico Donna, Carlo Ferrero, Luigi Forlano, Luigi Gibezzi (anche lui sotto i tre lustri, non avendo ancora compiuto i quindici anni), Umberto Malvano, Enrico Piero Molinatti, Umberto Savoia e Vittorio Varetti. In origine, come voleva la tradizione dell’epoca, si trattava di una società polisportiva, con sezioni dedicate al podismo, al ciclismo, alla lotta greco-romana e alla ginnastica, ma poi il football aveva decisamente selezionato i soci: i podisti e i ciclisti puri, a poco a poco, erano scomparsi. Tanto che già nel 1899 la ragione sociale fu modificata in Juventus Football Club, rimasta intatta fino ai giorni nostri. La prima partita, amichevole, fu giocata contro il F.C. Torinese.La breve carriera calcistica di Luigi Gibezzi può essere riassunta nelle sette presenze in gare ufficiali disputate in cinque stagioni con la maglia della Juventus. Il debutto avvenne l’11 marzo del 1900, nella gara persa per 1-0 contro il F.C. Torinese in quello che è il primo incontro giocato dalla società bianconera nel campionato italiano. Gibezzi prese parte a una gara anche nella stagione 1901 (la semifinale Juventus-Milan), non scese mai in campo nel 1902, disputò due incontri nel 1903 e tre nel 1904. Un numero molto limitato di partite ufficiali dunque, ma si deve tener conto che la Juventus in quelle cinque stagioni giocò appena diciotto gare di campionato. Nei suoi ultimi due anni da juventino Gibezzi sfiorò la conquista dello scudetto. Nel 1903 la squadra torinese, neo bianconera (aveva adottato le divise all’inizio di quell’anno), giunse alla finale contro il Genoa dopo aver eliminato F.C. Torinese, Audace Torino, Andrea Doria e Milan.Il 13 aprile a Genova, sullo storico campo di Ponte Carrega, i padroni di casa, campioni in carica, si imposero con un netto 3-0. La seconda delle tre reti rossoblu, per un curioso intreccio, fu segnata da un altro Mugellano: Henri Dapples. Per la verità, l’italo-svizzero, che cessò l’attività dopo quella partita, si stabilì a Grezzano, dove la famiglia dello zio viveva già dal 1886, solo nel 1912. Stessa storia nella stagione successiva: Genoa Campione d’Italia e Juventus seconda. I bianconeri furono sconfitti per 1-0 in finale, disputata il 27 marzo sul nuovo campo genovese di San Gottardo, dopo aver battuto nelle fasi eliminatorie F.C. Torinese, Andrea Doria e Milan.Fu la sua ultima gara in bianconero: il primo scudetto della storia juventina arriverà un anno dopo, nel 1905, quando Gibezzi aveva già lasciato la società. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/08/luigi-gibezzi.html#more
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LUIGI GIBEZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Gibezzi Nazione: Italia Luogo di nascita: Borgo San Lorenzo (Firenze) Data di nascita: 06.02.1883 Luogo di morte: Domaso (Como) Data di morte: 09.04.1956 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1904 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 09.05.1909 - Prima Categoria - Andrea Doria-Juventus 3-1 14 presenze - 2 reti Luigi Gibezzi (Borgo San Lorenzo, 6 febbraio 1883 – Domaso, 9 aprile 1956) è stato un ingegnere, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Luigi Gibezzi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1904 Carriera Squadre di club 1897-1904 Juventus 13 (1) Carriera Gibezzi fu uno dei fondatori e tra i primi giocatori della Juventus. Il suo esordio in campionato avvenne contro il Torinese, partita persa per 1-0 l'11 marzo 1900, mentre la sua ultima partita fu contro il Genoa il 27 marzo 1904, partita finita col medesimo risultato a favore degli avversari. Nelle sue cinque stagioni bianconere collezionò 13 partite, e segnò una rete il 20 marzo 1904 contro il Milan, partita che finì poi col risultato di 3-0 per la Juventus. Laureato in ingegneria, al termine della carriera agonistica entra nei ranghi dirigenziali della Juventus.
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LUIGI FORLANO «Bomber ante litteram – ricorda Renato Tavella – si esibisce nella primissima squadra che si cimenta al Valentino. Forte e irruente come un toro, è insostituibile avanti della squadra vincitrice il primo scudetto 1905. Irresistibile quando è in giornata. Generoso sempre. Nel corso della Grande Guerra parte all’assalto alla testa dei suoi bersaglieri e di lui non si sa più nulla».VLADIMIRO CAMINITI«Ricordo i primi compagni: i fratelli Canfari sempre allegri. Enrico fu il primo presidente, Luigi Forlano, il centravanti, un macigno, giocava con la lingua e con i muscoli, quando era in vena lui si vinceva sempre, quando non era in vena dipendeva dal fatto che non aveva potuto dormire. Il fratello non ammetteva di dovergli dare anche i soldi per il football, e il sabato sera non gli apriva la porta di casa.Luigi dormiva sulle scale, prendeva l’umidità della notte, ci toccava andare all’alba a massaggiarlo per ore finche era ben sveglio. Ce ne accorgevamo quando apriva gli occhi e si strizzava i baffetti. Dovevamo massaggiarlo per bene, quel furbone. Poi gli davamo da mangiare e finalmente era pronto per partire con noi. Anche Luigi Forlano è morto in guerra come Enrico Canfari».Fu un mattino degli anni Sessanta che andai a intervistare quel lungagnone rancoroso, un terribile vecchio tutto spigoli. L’intervista ebbe luogo nel suo studio. Avvocato Bino Hess. Via Montecuccolo numero 1. Mi bastò salire appena un giro di scale per trovarmi dinanzi la prima Juventus, quella dei calzoni alla zuava, dei figli di papà che respingevano i discorsi troppo seri dei genitori per un futuro fatto anche di viaggi, di scoperta del mondo e dei sani piaceri dello sport. La parola patria ammuffiva già tra vecchie scartoffie, il Novecento portava fremiti originali: «Non arrecavamo disturbo a nessuno, sapevamo vivere e divertirci senza far danno. Non facevamo chiassate per la pubblica via, sapevamo trovare il divertimento nelle cose semplici. C’era la vera democrazia dei sentimenti, non le chiacchiere vuote. Un Mazzonis, della migliore aristocrazia, andava a braccetto con Moschino che portava i telegrammi, era fattorino telegrafico. Andavo al ginnasio. Ero un “gorba”, ragazzo noioso».Ricordo quel bastone e quella faccia ossuta e rancorosa. Ricordo che mi fece alzare da una sedia: «Sloggi da quella sedia. È mia!» Ero ospite inconsapevole di un vecchio uomo di sport agli ultimi giorni terreni, che sfogava i suoi rimpianti con acre tristezza: «La nostra Juventus. Fu una cosa ginnasiale, ma ebbe significati e valori profondi. Come può capirmi lei che appartiene a una generazione così stordita?».Per i vecchi, i giovani, come minimo, sono dei superficiali. E Bino Hess era un vecchio acido, con i giorni che gli suonavano blasfemi. La sua Juve era ben un’altra cosa. Essa era poesia: «Non eravamo propriamente giocatori, eravamo sportsmen. Però c’era uno spirito sociale, un piacere di stare insieme. Quella Juventus era fatta di persone civili. Essere juventino voleva dire un favore, un onore. Voleva dire garbo, senso dell’humour, lealtà, e naturalmente cultura. Non si meravigli, perché erano tempi in cui allo sportivo potevano servire anche gli studi. Sentivamo subito il bisogno di avere una sede per riunirci d’inverno e fissare i nostri programmi. Le riunioni cominciavano e non finivano. Si stava insieme nelle ore libere e alla domenica mattina si partiva per Genova o Milano, dove generalmente si giocavano le partite».Forse, fu quella la mia più bella intervista da quando mi occupo di Juventus. Se mi innamorai della storia, lo debbo anche a quel vecchio rancoroso. Ancora il suo bastone mi ammonisce e la sua aspra voce risuona nella mia fantasia. Assieme a lui conobbi il primo eroico centrattacco della Juventus, Luigi Forlano, del quale Domenico Donna, ala sinistra della stessa squadra Campione d’Italia 1905 (ma Hess ricorderà orgogliosamente che, capitano della seconda squadra bianconera, Campione d’Italia riserve, batterà la prima squadra): «Simpatico al pubblico, l’uomo più lunatico del mondo, che ora fa mirabilie, ora si accontenta di lavorare con la lingua, lanciando rimproveri ai compagni, al tempo, a se stesso. Fortunatamente il pubblico non riesce a sentire il rosario, e si accontenta di ammirare in lui lo slancio, l’abilità pallone che lo rendono scocciante alla difesa avversaria. Simpatico perché non tralascia di lanciare il suo motto arguto, fidente, sul campo, della vittoria».Certe considerazioni o riflessioni del resocontista ci trovano spiazzati. Ma il ritratto è sbozzato. Forlano è caratterialmente centravanti nato. Indossa con orgoglio la maglia bianconera dei colori giunti da Nottingham e gioca con furore per infilare il ball nella porta del goal-keeper avversario. Forlano, come Moschino, è uomo del popolo. Morì sul Carso, coi gradi e la piuma nera di ufficiale dei bersaglieri. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/11/luigi-forlano.html
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LUIGI FORLANO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Forlano Nazione: Italia Luogo di nascita: Rocchetta Tanaro (Asti) Data di nascita: 05.07.1884 Luogo di morte: Nova Vas nad Dravonjo (Slovenia) Data di morte: 14.09.1916 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1900 al 1905 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 02.04.1905 - Prima Categoria - Juventus-Genoa 1-1 20 presenze - 4 reti 1 scudetto Luigi Forlano (Rocchetta Tanaro, 5 luglio 1884 – Nova Vas nad Dragonjo, 14 settembre 1916) è stato un calciatore italiano, di ruolo centravanti, socio fondatore della Juventus. Luigi Forlano Forlano alla Juventus nei primi anni 1910 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centravanti Termine carriera 1914 Carriera Squadre di club 1900-1905 Juventus 20 (4) 1906 Torinese 0 (0) 1909 Milan 1 (0) 1910-1914 Stresa ? (?) Biografia Scomparso durante la prima guerra mondiale, in cui combatté come capitano dei bersaglieri. Nei giorni 14 e 15 settembre 1916 il XLVII battaglione bersaglieri del quale Forlano faceva parte partecipava all'attacco delle posizioni nemiche fra Nova Vas e quota 208 sud; raggiunto e superato l'obiettivo, il XLVII battaglione subì il contrattacco austriaco e rischiando l'aggiramento, fu costretto a ripiegare sulla linea di partenza ed il 15 stesso inviato a Vermegliano per riordinarsi. Nell'azione il capitano Luigi Forlano risultò tra i dispersi il giorno 14 settembre 1916. Luigi Forlano aveva un figlio, Bruno, il quale seguì le orme paterne giocando nel Novara, e che come il padre morì in guerra, in questo caso durante la campagna di Russia nel secondo conflitto mondiale. Carriera Iniziò a giocare nella Juventus, con cui vinse il titolo italiano del 1905 — il primo nella storia del club bianconero — segnando 3 reti in 4 presenze nel corso di quel torneo. Con la compagine torinese disputò sei campionati segnando complessivamente 4 reti in 17 incontri. Dopo un biennio nelle file dei concittadini della Torinese, senza scendere in campo, nel 1908 passò al Milan. Esordì coi rossoneri il 17 gennaio 1909 nella trasferta di campionato persa 1-3 sul campo della US Milanese; sarà questa la sua unica partita con i meneghini. Nella parte conclusiva della sua carriera giocò anche con lo Stresa; lo stadio di Stresa è a lui intitolato. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905
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DOMENICO DONNA «È il piccoletto della compagnia – afferma Renato Tavella – muove nervoso gli occhi scuri e profondi su di un volto di furetto, senza mai stancarsi di dire la sua, arguta e sferzante. Rapido e scaltro gioca da avanti ed è titolare nell’undici titolare campione d’Italia del 1905. Abbandona l’attività agonistica nel 1910. Oramai avvocato di grido, seguita a diffondere l’idea Juventus fino all’ultimo giorno di vita. Cantastorie dei primi tempi, a lui e a Varetti si devono le pagine di “Sport”, bollettino che veniva inviato ai soci agli inizi del Novecento».Con Domenico Donna, il mestiere dell’ala pionieristica comincia a prendere dei contorni precisi. Domenico è il giocatore che rappresenta meglio lo spirito della Juventus del primo scudetto. Sul baffo a manubrio di questo signore piccoletto e pazzerellone, si potrebbe scrivere la storia dei primordi bianconeri.L’ala alla Domenico Donna è giocatore di falcata breve ma rapidissima, che conosce a menadito le fasce laterali e, in quei corridoi stretti, misura tutto il proprio estro e la propria dedizione alla causa comune. Agile e altruista, Domenico ingaggia duelli furenti, ma cavallereschi, con il dirimpettaio terzino o back e, spesso e volentieri, lo inganna con serpentine di poetica vocazione. A questo punto, se il piede è quello buono, il compito dell’ala si esaurisce con il cross per il centrattacco o forward centrale. Di lì, non si sfugge.Donna tira pochissimo in porta e, praticamente, non segna mai. Segnare è compito di altri; il centrattacco sta lì per questo e poi, ci sono le mezzali. All’ala non si richiede né il calcio lungo, né la precisione del tiro. Deve, insomma, fare il gregario e filosofeggiare; ma c’è gloria per tutti, anche per i comprimari.«È molto modesto, ma un’occhiata alla fotografia vi convince del contrario – sostiene Caminiti – ha i baffi, naturalmente, e occhio furbo, come la coda del gatto; è secco e un po’ storto. È un poeta. Pensate che Donna odiasse i baffi? Semmai aveva in uggia se stesso, i suoi difetti, certa sua pigrizia, i suoi eccessi di fantasia. Giusto che scrivesse contro i baffi che nel tempo della favolosa “toilettes” ribaltavano la virilità. Donna come giocatore non vale molto. Perdonatelo se dietro il pallone arriva con la penna anziché la gamba…». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/domenico-donna.html
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DOMENICO DONNA https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Donna Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 30.06.1883 Luogo di morte: Aosta Data di morte: 21.08.1961 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Mic Alla Juventus dal 1897 al 1910 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 07.11.1909 - Prima Categoria - Torino-Juventus 3-1 30 presenze - 10 reti 1 scudetto Giuseppe Domenico Donna (Torino, 30 giugno 1883 – Aosta, 21 agosto 1961) è stato un avvocato e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Domenico Donna Donna alla Juventus negli anni 10 del XX secolo Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1910 Carriera Squadre di club 1897-1910 Juventus 30 (10) Biografia[modifica | modifica wikitesto] «La Juventus ha dieci giocatori. E poi ha Donna.» Studiò al liceo Massimo D'Azeglio e in seguitò si laureò, divenendo avvocato. Fu tra i soci fondatori e tra i primi giocatori della Juventus, nella quale ebbe il ruolo di ala destra. Fece il suo esordio in una gara ufficiale l'11 marzo 1900 contro il Torinese, partita persa per 1-0. La sua ultima presenza fu invece contro il Torino, sfida persa per 3-1. Durante le sue undici stagioni bianconere collezionò 30 presenze e 10 gol, e nel 1905 fu tra i protagonisti del primo titolo italiano del club, nella Prima Categoria. Il 17 aprile 1904 partecipò inoltre, seppur membro della prima squadra, alla finale della prima edizione del torneo di Seconda Categoria riservato alle riserve — una sorta di campionato di Serie B ante litteram —, contro il Genoa: la vittoria arrise ai liguri che si imposero per 4-0. Precedentemente alla II guerra mondiale fu esule a Villeurbanne per motivi politici. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1905
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ETTORE CORBELLI Componente la prima squadra boys juventina, partecipa come riserva al vittorioso campionato 1905. «Noi della squadra riserve – racconta Vladimiro Caminiti nel suo libro “Juventus 70” – eravamo soltanto più giovani di età. Vincemmo il titolo battendo tutte le avversarie, nessuna sconfitta. Sfidammo, alla fine, anche la squadra dei titolari che era finita prima in classifica e la battemmo. Fu una grande gioia. Ho giocato tutto il 1906 con la prima squadra. Ma a Torino contro il Milan, l’unica volta che giocavo all’attacco, presi un calcio al ginocchio dal terzino svizzero Widler, e la mia carriera fu stroncata. Lacerazione dei tendini. Tornai in campo dopo anni, ma il ginocchio non era guarito. I medici mi fecero la cura del latte. Quel bravo professore sosteneva che sarei guarito bevendo litri di latte. Una questione di riattivazione la circolazione sanguigna. Io mi ero laureato nel 1908 ed ero andato a lavorare a Rivarolo Canavese, là tutti bevevano vino, io ordinavo latte al posto del vino, cominciarono a perseguitarmi». Ritornato in campo nell’abituale ruolo di avanti, gioca fino al 1911. Morì al fronte, durante la Prima Guerra Mondiale. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/06/ettore-corbelli.html
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ETTORE CORBELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Corbelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 06.12.1885 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.05.1970 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1905 al 1912 Esordio: 21.01.1906 - Prima Categoria - Genoa-Juventus 1-1 Ultima partita: 29.10.1911 - Prima Categoria - Juventus-Milan 0-4 20 presenze - 2 reti Ettore Mario Camillo Corbelli (Torino, 6 dicembre 1885 – Torino, 27 maggio 1970) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ettore Corbelli Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1912 Carriera Squadre di club 1902-1904 Juventus 0 (0) 1905 Juventus II 3 (0) 1906-1912 Juventus 20 (1) Carriera Ettore Corbelli iniziò la sua carriera agonistica con la squadra riserve della Juventus, con cui vinse nel 1905 la Seconda Categoria, pur risultando nella rosa della squadra dal 1902. Il suo esordio in prima squadra avvenne il 21 gennaio 1906 contro il Genoa, in un pareggio per 0-0. La sua carriera ebbe un lungo stop a causa della rottura dei legamenti patito in uno scontro col milanista Ernst Widmer in una partita casalinga contro il Milan, che lo costrinse fuori dal campo di gioco per circa tre anni. Nel 1908 si laurea in Chimica. Partecipa anch'esso alla Grande Guerra col grado di ufficiale di complemento di fanteria. Torna a giocare in prima squadra nel 1909 e la sua ultima partita fu il 29 ottobre 1911 in una sconfitta per 4-0 contro il Milan. In bianconero collezionò 20 presenze ed una rete, segnata contro il Torino il 2 aprile 1911. Nel 1923 fonda la "Industrie filati & affini", società tessile sita in Torino. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Seconda Categoria: 1 - Juventus II: 1905
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Enrico Canfari - Presidente
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ENRICO CANFARI Socio fondatore e secondo presidente – scrive Renato Tavella – nato a Genova il 16 aprile 1877. Da ritenersi l'indiscusso trascinatore dei primi passi juventini. Nella torinese officina di biciclette di Corso Re Umberto 42, che condivide col fratello Eugenio, si tiene la storica riunione da cui nasce la società.Eletto presidente nel secondo anno di vita societaria, si attiva per organizzare le prime partite e far confezionare le prime maglie, quelle leggendarie di colore rosa. Della primissima formazione che si confronta sui prati del Valentino coi pionieri del gioco si assegna il ruolo di avanti centrale ma, ben presto, si fa da parte preferendo l'arbitraggio. Laureatosi in chimica, la professione sovente lo conduce in Inghilterra da cui trasferisce e diffonde, primo in Italia, il riconosciuto Regolamento Arbitrale.Allo scoppio della Grande Guerra parte volontario col grado di capitano e pochi mesi dopo, il 22 ottobre 1915, muore sull'Isonzo. Aveva chiesto il consenso alla mamma, prima di offrirsi volontario. Nominato sottotenente alla scuola allievi ufficiali, era stato promosso tenente a un primo richiamo e ora era salito al grado di capitano, in questi primi giorni di conflitto. Arriva come una fucilata, la notizia della sua morte sull'Isonzo.Scrive alla madre, in data 10 novembre 1915, il sottotenente Antonio Cutietta, 12° Fanteria, 3ª Compagnia: «Egregia Signora, con l'animo profondamente commosso Le comunico i particolari della morte del mio Capitano che, più che un superiore era per noi un vero padre; tutti lo amavamo e, per quanto sia stato poco tempo al comando di questa Compagnia, pure ne apprezzammo le doti e ne serberemo imperitura memoria. Il giorno 22 alle ore 11 ci fu dato l'ordine di lanciarci all'assalto di una trincea nemica. Egli, dopo avermi comunicato l'ordine e rincuorato i soldati, si è spinto oltre la nostra trincea per scacciare il nemico che stava a pochi passi. Tutti allora lo abbiamo seguito e già eravamo sulla trincea del nemico, quando una malaugurata pallottola di fucile lo colpì in pieno petto. Cadde a me vicino senza dire una parola; mi chinai su di lui per rialzarlo: non respirava più. La sua morte era stata fulminea! Signora, quello è stato per me un momento doloroso: avevo il mio Capitano ai piedi e la Compagnia davanti. Ho dovuto compiere il mio dovere, cioè prendere il comando della Compagnia; ho chiamato quattro soldati, ho affidato loro la salma del nostro amato Padre e l'ho fatto portare indietro per dargli onorata sepoltura, mentre io ho seguito la Compagnia per non far sbandare i soldati. Ora si trova seppellito nel piccolo cimitero improvvisato di Sdrussina. Ciò è quanto ho potuto fare. E ora in nome degli ufficiali tutti e di tutti i soldati Le invio le più sincere condoglianze».Alcuni mesi prima di morire aveva scritto per il bollettino "Hurrà!" la storia sulle origini e i primi anni di vita della Juventus.DOMENICO DONNA, “HURRÀ”, DEL DICEMBRE 1915Lo vidi, e doveva purtroppo essere l’ultima volta, in occasione del match «Veterani» in Alessandria. Ravvicinati dopo parecchi anni di lontananza, c’eravamo piantati l’uno dinanzi all’altro in attento esame per scoprirci a vicenda gli effetti del tempo e spiattellarceli francamente e gaiamente sul viso.Io gli avevo trovato meno capelli in testa, ed egli, più caritatevole, non mi aveva rilevato alcun cambiamento. «Tal quale (mi disse) sempre brüt istess».Il frizzo era il suo genere. D’intelligenza pronta, egli sapeva ribattere parola, opporre scherzo a scherzo, ma senza acrimonia e sovratutto senza invidia! Sincerissimo di indole, non lasciò mai un offeso; ravvide anzi sovente i troppo impulsivi: li ravvide con l’esempio, dimostrando loro come in ogni cosa debba prevalere sulla forma la sostanza.Oh! per la forma, Canfari non aveva che una sdegnosa alzata di spalle. Sdegnava il convenzionalismo e le apparenze. Giovanissimo, già poco gli importava del giudizio altrui, se questo unicamente derivava dal vestire, dalle mani callose, dal volto annerito dal fumo. Sfido! Egli lavorava: egli, agiato, faceva il meccanico in società col fratello, s’incalliva le mani alla rude fatica, perché lo aveva tentato l’appena nascente industria ciclistica. Che c’era di strano? D’altronde non erano volgari meccanici: il loro ideale richiedeva una somma di operosità, di coltura, di tenacia, della quale non tutti sarebbero stati capaci. Volevano diventare costruttori, volevano che la macchina in ogni sua parte fosse prodotto genuino del loro studio e del loro lavoro; in essi si fondevano i due fattori che nella grande industria sono quasi sempre divisi l’ingegnere e l’operaio. Còmpito allora né facile né breve, e nel quale pure riuscirono senz’essere assillati dal bisogno. Unicamente li spingeva il desiderio dell’operare, la gioia del trionfo, l’orgoglio del bastare a se stessi.E sempre sulla voce dell’incudine, sul ronzio del torno si levava acuto e giocondo il canto di Rico. Egli l’amava, il lavoro! Pei poltroni la sferza: il suo vocabolario si faceva rovente, sembrava che togliesse le parole dai carboni della forgia. Rampognava, ma compativa!Il nostro Socio migliore!Quanta serenità emanava da lui, quanta allegria da quel volto espressivo, or volutamente grave, ora attraversato da un riso schietto e comunicativo. La stessa sua voce scuoteva ogni torpore e fugava il tedio. Io l’ho qui nei timpani quella cara voce! La si distingueva tra mille e le dominava tutte senza infastidire. No, povero Rico! Che anzi, al primo udirlo, e lo s’avvisava da lontano, ogni noia spariva. Era una promessa: egli della brigata voleva dire una meta decisa, una letizia continua, un coro che abbreviava il ritorno. Fu egli ad iniziarci alle armonie corali. La rammentate, voi vecchi, quella sua voce di clarino levarsi lenta a salmodiare le nostre più tradizionali canzoni?Chi sentiva più la fatica? Chi sentiva più, nei primi ritorni da Genova o da Milano la voce del ferroviere sgranare tutto il rosario delle innumeri Stazioni che l’«omnibus» onorava di sua fermata?Rico «attaccava» e noi lo seguivamo volenti o nolenti, svegli od assonnati. La sua voce ci trascinava come il suo esempio nelle partite.Canfari non fu un giuocatore nel senso che intendete voi. In istile, in abilità tutti lo superavano, ma nessuno lo uguagliava nella tenacia indomabile e nel saper dare tutto se stesso fino all’ultimo, malgrado l’avversa fortuna, malgrado lo sconforto dei compagni. Sapeva volere e, volendo, riusciva. Non v’è fatto, del resto, della sua vita che non sia opera della sua volontà.Voi giovani l’avete conosciuto in periodo migliore della sua vita, e vi sarà parso naturale ch’egli si trovasse al posto che occupava. Ma per noi vecchi, che lo vedemmo meccanico dapprima, poi insegnante di Chimica alle Scuole Serali «Cavour», viaggiatore in seguito, per noi, ripeto, ha del prodigioso la meravigliosa ascensione ch’egli seppe compiere coi suoi soli mezzi, appoggiati sopra una volontà ferrea, ch’era il fulcro d’ogni sua impresa.Eppure, a lato di queste doti, più atte a plasmare l’uomo pratico o il freddo calcolatore, quanta squisita delicatezza di sentimento! Basterebbe da solo a rischiarare la troppo breve vita del nostro caro Rico l’amore profondo ch’egli portava alla Madre sua.In quest’ora d’angoscia sia a Lei di conforto il sapere che a contrastarle l’amore del diletto figlio suo non si eresse che una sola rivale: la sola degna di Lei! La Patria.Rico poteva forse sfuggire al pericolo, certo ritardarlo: non volle. Alla vita tranquilla delle retrovie egli preferì quella di trincea: chiese ed ottenne d’essere mandato al fronte per dare, ove occorresse, il suo tributo alla Patria, e là ricevette il premio degli Eroi.Madre, non piangere! Tu, che meglio di noi lo conoscevi, Tu, che lo avevi nutrito dei più generosi sentimenti, devi sentire più forte l’orgoglio del dolore. Rico non è morto; per cento bocche di amici, che gli furono fratelli, sentirai ripetere religiosamente il suo nome; in cento cuori vivrà scolpita l’immagine serena del figlio tuo.Ricordiamolo, o amici, ricordiamolo spesso, ma sia intimo il nostro cordoglio; agli altri mostriamo tutta la fierezza che ci viene da questa nuova gloria ch’egli ci ha acquistata a prezzo della sua vita. Attorno alla tomba ideale che gli abbiamo innalzata, non piantiamo mirti o cipressi, ma cespi di rose. E sciegliamole tra le più fragranti e tra le più vivaci.MALVANO UMBERTO DAL FRONTE, “HURRÀ” DEL DICEMBRE 1915Caro Armano – Ho ricevuto ieri sera la tua cartolina.Non posso e non voglio credere: non è possibile! Il nostro Rico, il vecchio fedele amico, quello che più di tutti aveva l’amore puro, continuo, instancabile per la nostra Juventus; quello che ci fu di sprone e di conforto, di aiuto e di guida; il nostro Rico, allegro sempre, giovane d’animo e di cuore; quello che più di tutti rappresentava la vera antica Juventus nei suoi entusiasmi, nella sua allegria, nella sua fede gioconda; quel compagno di ogni lotta, di ogni gioia, di ogni dolore, non può essere morto. Troppo di noi e del nostro passato scomparirebbe con lui.Non voglio e non riesco ad ammettere la possibilità di tale disastro.Senti, Armano: stanotte, si capisce, non ho dormito che qualche ora e malamente: mi sono passate davanti agli occhi tutte le vostre persone, ho rivisto tutte le cose più interessanti degli anni che trascorsero, ho ripensato a tutti voi così intensamente, con tanto amore, da aver la sensazione che voi sentiste che vi ero vicino e che piangevo con voi. Pensavo a Rico, al suo piccolo caldo alloggio di Milano, e ricordavo le mie visite e le sue premure, ed i buoni piatti cucinati sotto la sua attenta sorveglianza, e le lunghe chiaccherate fino a tarda sera, rivolte sempre ad uno scopo, ed i nostri progetti, pervasi tutti dall’amore che legava i nostri cuori alla grande famiglia di noi tutti vecchi e giovani Juventini.Povero Rico e più poveri noi! Quanto ci mancherebbe, quanta parte scomparirebbe di ciò che fummo! Dimmi che fu un equivoco, che è ferito soltanto, che per molto tempo non ritornerà, ma che non è morto. Io voglio saper tutto in ogni modo! E vorrei piangere, piangere tanto con grosse lagrime che mi sarebbero di sollievo, e invece non posso, e sento un nodo qui alla gola; vorrei abbracciarvi lutti, voi amici, e sentire i vostri cuori che battono vicino al mio, e forse potrei allora nelle vostre braccia piangere liberamente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/eugenio-ed-enrico-canfari.html -
Enrico Canfari - Presidente
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ENRICO CANFARI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Canfari Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 16.04.1877 Luogo di morte: Monte San Michele (Gorizia) Data di morte: 22.10.1915 Ruolo: Difensore - Presidente Altezza: - Peso: - Soprannome: Rico Alla Juventus dal 1900 al 1903 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 13.04.1903 - Campionato Federale- Genoa-Juventus 0-3 14 presenze - 0 reti Presidente della Juventus dal 1898 al 1901 «L'anima juventina è un complesso modo di sentire, un impasto di sentimenti, di educazione, di bohémien, di allegria e di affetto, di fede alla nostra volontà di esistere e continuamente migliorare.» (Enrico Canfari) Enrico Francesco Pio Canfari (Genova, 16 aprile 1877 – Monte San Michele, 22 ottobre 1915) è stato un calciatore, dirigente sportivo e arbitro di calcio italiano. Insieme al fratello Eugenio fu tra i fondatori e maggiori artefici dei primi tre lustri d'attività dello Sport-Club Juventus, società calcistica che diverrà la più titolata d'Italia nonché una delle più vittoriose al mondo. Enrico Canfari Enrico Canfari nel 1915, poco prima di arruolarsi e morire nella prima guerra mondiale. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centravanti Termine carriera 1904 Carriera Squadre di club 1900-1903 Juventus 14 (0) 1904 Milan 3 (0) Biografia Enrico Canfari con la maglia della Juventus Canfari era il proprietario, insieme al fratello Eugenio, di un'officina meccanica a Torino, in Corso Re Umberto 42, e frequentava nel tempo libero un gruppo di studenti del vicino Liceo Classico Massimo D'Azeglio quando, nel 1897, insieme al fratello e a quel gruppo di studenti fondò la Juventus. Era soprannominato Papaloto dai soci perché, essendo il più anziano del gruppo, veniva visto da tutti come un fratello maggiore. Si cimentò anche come giocatore, sempre nella squadra torinese, nei campionati del 1900 e del 1901, prima di divenire a tutti gli effetti il secondo presidente del club, succedendo al fratello Eugenio il quale aveva occupato il ruolo a partire dalla fondazione della Vecchia Signora. Nonostante i suoi trascorsi bianconeri, nel 1903 si trasferì in Lombardia dove fu tesserato dal Milan, squadra con la quale fu eliminato nella semifinale del campionato del 1904 proprio dalla Juventus. In seguito fu arbitro, guardalinee e, fino al 1915, presidente dell'Associazione Italiana Arbitri. Capitano del 112º Reggimento fanteria "Piacenza", morì nel 1915 durante la terza battaglia dell'Isonzo, presso Monte San Michele, nel corso della prima guerra mondiale. Dopo la morte, a lui e alle sue testimonianze si attingerà, in gran parte, per la ricostruzione della memoria storica della squadra juventina. Stessa sorte sarebbe toccata ad un altro dei fondatori della Juventus, Luigi Forlano, capitano del XLVII battaglione bersaglieri, vincitore del campionato 1905, che nel corso di un'azione all'attacco delle posizioni nemiche fra Nova Vas e quota 208 sud risultò tra i dispersi il giorno 14 settembre 1916. Palmarès Altre competizioni Torneo FGNI: 1 - Milan: 1904 -
ALFREDO ARMANO https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Armano Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 04.10.1885 Luogo di morte: La Spezia Data di morte: 15.09.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1911 Esordio: 02.03.1902 - Campionato Federale - Torinese-Juventus 1-1 Ultima partita: 22.01.1911 - Prima Categoria - Juventus-Pro Vercelli 0-4 15 presenze - 1 rete Alfredo Armano (La Spezia, 4 ottobre 1885 – La Spezia, 15 settembre 1965) è stato un calciatore e arbitro di calcio italiano, di ruolo mediano. Alfredo Armano Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1903 Carriera Squadre di club 1897-1903 Juventus 5 (0) Alfredo Armano Informazioni personali Arbitro di Calcio Sezione Non esistevano le sezioni all'epoca. Attività nazionale Anni Campionato Ruolo 1907-1921 1921-1922 Prima Categoria Prima Divisione Arbitro Arbitro Premi Anno Premio 1948 Pioniere del calcio italiano Biografia Era noto come Armano II, per distinguerlo dal fratello maggiore Gioacchino o Armano I. Carriera Alfredo Armano fu uno dei fondatori e giocatori della Juventus. Vestì la maglia bianconera per sei occasioni senza segnare nessuna rete. Il suo esordio avvenne contro il Torinese il 2 marzo 1902 partita pareggiata 1-1, mentre il suo ultimo incontro fu l'8 marzo dell'anno seguente contro l'Audace Torino in cui i bianconeri vinsero per 2-1. Arbitro Inizia ad arbitrare nel 1907 dirigendo subito le partite di Prima Categoria quale arbitro della Juventus. Ha arbitrato presumibilmente fino al 1922. Nel 1948 in occasione del 50º anniversario della F.I.G.C. fu insignito del titolo di pioniere del calcio italiano.
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UGO ROLANDI https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Rolandi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 13.08.1884 Luogo di morte: Santiago del Cile Data di morte: 27.09.1954 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1897 al 1903 Esordio: 11.03.1900 - Campionato Federale - Juventus-Torinese 0-1 Ultima partita: 13.04.1903 - Campionato Federale - Genoa-Juventus 3-0 8 presenze - 0 reti Ugo Rolandi (... – ...) è stato un calciatore italiano. Ugo Rolandi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1903 Carriera Squadre di club 1897-1903 Juventus 8 (0) Carriera Studente del liceo Massimo d'Azeglio, Ugo Rolandi fu uno dei primi giocatori della Juventus, per cui giocò per quattro stagioni. Esordi contro il Torinese l'11 marzo 1900 persa per 1-0, mentre la sua ultima partita fu contro il Milan il 22 marzo 1903 partita persa per 2-0. In quattro stagioni bianconere collezionò otto presenze ufficiali ed un numero imprecisato di presenze in amichevoli.
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FRANCESCO DAPRÁ PAOLO ROSSI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2010 È stato un ingegnere tra i più importanti nella Torino del secondo dopoguerra e la sua ampia cultura l’ha messa al servizio della costruzione di scuole e biblioteche. Oggi, a 90 anni, è un coinvolgente narratore di una storia di famiglia che ci riguarda da vicino. Perché Mario Daprà è il figlio di Francesco, classe 1881, uno studente che insieme ai suoi compagni, a 17 anni, decise d’inventare una creatura che ci riempie d’infinito orgoglio. I suoi ricordi partono dai racconti del padre, uomo di poche parole, come si conviene a chi genera sogni che valgono per milioni di persone. – Chi era suo padre? «Mio padre andava a scuola al liceo classico Massimo D’Azeglio ed è stato uno dei fondatori della Juventus. Il D’Azeglio a quel tempo era frequentato dalla “crema” dei torinesi, uscire da lì era un titolo importantissimo, dal valore formidabile». – Come nacque l’idea di fondare una squadra di calcio? «Tutto nasce dai fratelli Canfari, che sono stati i primi presidenti della società. Uno di loro aveva lavorato in Inghilterra dove si era innamorato del calcio che – differentemente che in Italia – era già uno sport molto popolare. La prima Juventus, nata nel 1897, non era una società unicamente votata al pallone. L’idea di base era quella di creare una polisportiva che abbracciasse diverse discipline. Il calcio divenne il primo e poi l’unico interesse quando si affacciò alla ribalta anche il Torino e la rivalità fu subito accesa. Le prime partite si giocarono in Piazza d’Armi, poi nel 1923 ci fu l’approdo in corso Marsiglia quando Edoardo Agnelli divenne il presidente della Juventus. Quello stadio me lo ricordo bene. Era diviso in due parti: una agonistica, messa in funzione per le partite; l’altra, invece, era una sorta di club, aperto ai soci e ai loro invitati. Ho ricostruito una pianta del vecchio campo, basandomi su alcuni dati. Oltre al terreno di gioco c’erano anche otto o dieci campi da tennis. Il pubblico era tranquillissimo: nella tribuna dei soci, arredata con panche di legno, al massimo i tifosi gridavano “Alè alè!” per incitare i propri giocatori o battevano le mani quando gli avversari facevano una bella azione. Sotto la tribuna che divideva il campo dal resto dell’impianto c’erano gli spogliatoi. Per dare un’idea dalla distanza rispetto al calcio di oggi basta pensare che i giocatori attraversavano il parterre e si intrattenevano con il pubblico o che per mantenere in ordine il prato si organizzavano merende a base di uova sode e insalate di girasoli. Sul campo dove giocava la Juventus». – Cosa le raccontò suo padre della fondazione? La famosa panchina di Corso Re Umberto dove nacque la Juventus esisteva davvero? «Sì, la panchina era posizionata sul controviale. Uscendo dal D’Azeglio, mio padre e gli altri ragazzi si fermavano li, dove c’è il Caffè Platti. La signora del caffè era prosperosa e loro, che non avevano abbastanza soldi per entrare nel locale, la guardavano dalla vetrina. La panchina è stata poi ricostruita successivamente dalla Juventus facendosi dare il modello dall’Ufficio Giardini e Alberate del municipio. Quand’ero bambino, negli anni Venti, mio padre mi portava a vederla ma ormai, in Corso Re Umberto, ce n’erano tante a farle compagnia… Comunque va detto che non si può parlare di fondazione vera e propria. Non esistono atti ufficiali, non si trovano. Diciamo che erano dei ragazzi che organizzavano riunioni e s’innamorarono del gioco del calcio, lo volevano praticare. Quando la Juventus era diventata ormai una società affermata, che partecipava al campionato di Serie A e i fondatori erano diventati uomini, le riunioni le facevano allo stadio. Poi cambiarono idea scoprendo il Caffè degli specchi, in piazza Solferino». – A casa sua esistevano documenti ufficiali sulla Juventus? «Sì, mio padre li custodiva in un armadio. Non li ho mai letti e non so cosa ci fosse di preciso. Ricordo che non erano raccolti e catalogati, erano sparsi qua e là, non c’era l’idea che potessero avere un valore storico. Purtroppo i bombardamenti della guerra hanno causato la perdita di un prezioso patrimonio di testimonianze che oggi risulterebbero utili». – Suo padre in che ruolo giocava? «Era un terzino e giocò fino al 1907. Fece parte dei consigli di amministrazione della Juventus, di cui era revisore dei conti. Poi, con l’avvento degli Agnelli negli anni Venti si formò una contrapposizione tra le due anime che convivevano nella società: quella dei ragazzi che avevano iniziato l’avventura e pensavano al calcio con lo spirito delle origini e quella, più moderna, che incarnava un’idea di squadra all’altezza dei tempi, con uno stretto rapporto con la Fiat. Avvenne così una sorta di naturale passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo, simbolicamente rappresentato dallo spostamento dal campo di Corso Marsiglia allo stadio intitolato a Benito Mussolini, diventato poi Comunale e oggi Olimpico. A Torino, negli anni Trenta c’erano stati i Vittoriali dello sport, una specie di Olimpiade per ragazzi. Una volta finiti, lo stadio era rimasto inutilizzato. La federazione fascista propose allora alla Juventus e al Torino di giocarci. Le due società accettarono perché il campo di Corso Marsiglia era ormai inadeguato. Fu la svolta decisiva. I vecchi soci della Juve che avevano un posto numerato in tribuna non si ritrovano più, il loro mondo scomparve e non pochi abbandonarono il calcio per iscriversi alla società di canottaggio Caprera, non tanto per reale interesse verso quello sport, ma per avere un motivo per continuare a ritrovarsi. Forse aveva inciso anche il fatto che per aderire alla Juventus era aumentata la quota d’iscrizione e i fondatori del D’Azeglio non volevano pagarla…». – Andava allo stadio con suo padre? «Poche volte al Mussolini, molto in Corso Marsiglia. Mi colpiva moltissimo che quando c’erano incontri con poca gente invitavano gli Artigianelli, allievi di una scuola per ragazzi sbandati, vestiti in rigorosa uniforme umbertina. Erano tanti, partivano con la banda e marciavano militarmente cantando l’inno della Juve, che per la verità non era particolarmente bello, aveva un ritornello molto retorico». – Nel pubblico si notavano presenze femminili? «Erano poche, le chiamavano le “dame patronesse”. Erano le sole ad assistere alle partite». – Qual era il mestiere di Francesco Daprà? «Era laureato in chimica e farmacia ma rinunciò a proseguire nel settore per impiegarsi alla Cassa di Risparmio, dove fece carriera come dirigente. La Juventus fu per lui un grande amore ma dopo il matrimonio si chiuse un po’ in famiglia, come capitava un po’ a tutti in quell’epoca. Andava ancora allo stadio, ma non era più il giovane con la barba delle origini». – Le raccontava cosa significava essere juventini? «Non c’era bisogno di parole. Lo si vedeva. Era vivere solo per la Juve. Se vinceva alla domenica, alla sera mio padre si presentava in famiglia con un dolce. Se il risultato era stato negativo si saltava pure cena…». – Ha notizie di altri fondatori? «Non ho avuto grandi frequentazioni: mio padre amava la Juventus, ma lo faceva in maniera discreta. Ricordo Nizza, un ingegnere dell’azienda tramviaria di Firenze che lavorò a Torino al Politecnico. Era un uomo brillante. I Canfari non li ho conosciuti, mentre ricordo Mario Durante, il portiere pittore. Era un personaggio speciale, discuteva animatamente con il pubblico e quando c’era una punizione la contestava apertamente». – Un mito dell’epoca fu Carlo Bigatto… «Carlo Bigatto è stato il capitano della Juventus per tanti anni. Rifiutava di farsi pagare, non concepiva il calcio se non come passione. Era un personaggio notevole, giocava con una retina in testa, era di gran moda, una cuffia con elastici che lo rendevano riconoscibile». – Facendo un salto in avanti nel tempo, lei ha conosciuto qualche giocatore della Juventus? «Sì, Giampiero Combi, il portiere degli scudetti del quinquennio. Era di casa, frequentava regolarmente la mia famiglia ed era un ragazzo che voleva giocare sempre al football, il campo di gioco era la sua vita. Gli zii avrebbero voluto che diventasse un ragioniere per gestire l’azienda di famiglia che produceva vermouth, poi con il tempo hanno confessato a mio padre che era andata meglio così, era giusto che avesse seguito il suo istinto e la sua passione. Era un vero numero uno, lo paragonavano a Zamora, il mitico portiere della Spagna. Il bello di Combi è che stava appoggiato al palo della porta quando la Juventus attaccava e considerando la forza dei bianconeri trascorreva così gran parte del tempo della partita. Finita l’attività agonistica aveva messo su un caffè in via Roma e sul banco c’era una statua che lo raffigurava proteso in una parata. Però, quando si passava da lì, lo vedevi che stava sulla porta del caffè proprio come se fosse ancora sul campo, appoggiato allo stipite con lo sguardo rivolto in avanti come se dovesse fermare un tiro. Quando mio padre morì, nel 1952, lui portò con orgoglio il gonfalone della Juventus al suo funerale. Fu l’ultima volta che lo vidi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/01/francesco-dapra.html
