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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ALFREDO FONI Foni approdò alla Juve – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – giusto in tempo per essere tra i protagonisti di uno scudetto: l’ultimo del mitico quinquennio e il primo, anzi l’unico, nella sua carriera di campione, olimpionico e mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma destino volle che in quella prima stagione in bianconero giocasse molto più lui di quei due fenomeni ormai al tramonto: così fece coppia ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di una ideale staffetta.Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dioscuri delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.La storia juventina di Foni è legata a quello che viene definito, tout court, un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità da bricolage calcistico: le sue 229 partite ininterrotte sono una vera sfida, vinta, agli incidenti di gioco, ai malanni, alle insidie degli scadimenti di forma, alla severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.Cominciò, la lunga sequenza, in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora per sette campionati neppure un’assenza: cambiavano i nomi al suo fianco – Amoretti, Bodoira, Perucchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori – ma lui c’era sempre. Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juve, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».La duecentoventinovesima fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte l’attacco del «grande Torino» lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. Foni, quel giorno, vide segnare il suo dirimpettaio torinista, il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto ai cacciatori di queste curiosità: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto. Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea del Don.Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, una dozzina di partite, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.Foni era nato a Udine – 20 gennaio 1911 – e nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia (e qualche vecchio almanacco del calcio lo segnala rispettosamente con il titolo accademico: Foni Dott. Alfredo, una vera finezza). Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per cinquantamila lire, si dice, e uno stipendio che anticipava una famosa canzonetta, mille lire al mese. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma la sua impresa più notevole fu un gran gol al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Poi chiese di essere ceduto perché voleva laurearsi a Padova. Qui in una squadra che schierava anche Annibale Frossi, con tanto di occhiali, cominciò a cambiar ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo troviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juve: era il giorno del congedo di un trio famoso, Combi, Rosetta, Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto con un sonoro cinque a uno.Nella Juventus Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, Pala, il centrattacco fu definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei «back». E probabilmente anche la scarsa propensione a goleare. Sentite cosa si leggeva di lui sul «Calcio illustrato» ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni». Quattro anni di serie A e non più di dodici gol: una volta alla Juve non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto.Era nato per il gioco di difesa, aveva un grande senso della posizione, era un temporeggiatore come «Viri» Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza» ricorda Rava «lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza». L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: ammiratissima, spesso, la potenza dei rimandi, uno dei gesti atletici di gran spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai mondiali contro la Francia fu lui – con Rava e Andreolo – a salvare la partita grazie alla «qualità e calma gelida del suo gioco». E contro il Brasile, si legge, «spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava». Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra» Detto da loro era il massimo.A modo suo Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del ‘35 le uniche vittorie vennero in coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» scrisse felice dopo il trionfo di Berlino dove era il capitano della squadra) al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria. La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un quattro a zero venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali; Quel giorno firmò il primo gol in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni. Si chiamava Aldo Ballarin.Appena conclusa la carriera di calciatore, Foni passò a quella di allenatore. Cominciò col Venezia, serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del «primo non prenderle» secondo lo spirito che lo aveva animato quando giocava. In due riprese – dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958 – fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in Tv i gol del nostro campionato.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1985Mi trovavo, un giorno di tanti anni fa, nella Divisione di Cardiochirurgia del professor Ake Senning, al Kantonosspital di Zurigo. Il giorno dopo avrei dovuto assistere a un impianto di cuore artificiale su un cane lupo; la protesi sperimentale era stata ideata dall’ing. Roberto Bosio, uno scienziato torinese, e l’operazione sarebbe stata realizzata dal prof. Turina, un chirurgo jugoslavo che lavorava nella équipe di Senning.Un dottore che mi conosceva e che sapeva anche delle mie antiche e indiscutibili simpatie sportive per la squadra della Juventus, venne a un certo momento a dirmi che era stato ricoverato d’urgenza un ex calciatore della squadra bianconera, un certo Alfredo Foni. Ebbi un sobbalzo. Non solo conoscevo molto bene l’uomo ricoverato, ma a lui ero legato da vincoli di fraterna amicizia.Ebbi rapidamente informazioni sulla natura del male. Si trattava di un aneurisma dell’aorta, cioè una pericolosa dilatazione della grossa arteria dovuta, a quanto sembrava, ad arteriosclerosi in un soggetto dalla pressione alta. L’evoluzione clinica, in questi casi, è dominata dalla possibilità che l’aneurisma si rompa, eventualità che comporta una mortalità dell’80 per cento. Mi resi perfettamente conto che Alfredo era in pericolo di vita, ma sapevo che nelle mani di Senning un paziente aveva molte probabilità di essere salvato. Così infatti avvenne. Alfredo Foni si salvò. E del grave pericolo da lui corso e superato parlammo più volte insieme, seduti nelle comode poltrone del giardino della sua magnifica villa di Breganzona, sulla collina che domina Lugano. E, chiacchierando con l’amico, avevo rivissuto1’epopea di una invidiabile carriera calcistica. Rievoco per i lettori.Friulano puro sangue, Alfredo Foni, detto «Nifo» dagli amici, aveva tirato i primi Calci nelle file dell’Udinese, ma si era poi formato calcisticamente nelle file del Padova, un complesso allora forte e coraggioso nel quale militavano il portiere-kamikaze Latella, l’ala Prendato e il centrattacco Vecchina. Foni rimase in forza al Padova sino all’età di 19 anni, poi venne acquistato dalla Lazio, dove gli furono compagni e amici il portiere Ezio Sclavi, già riserva di Combi nella Juve e nella nazionale, e il «bellissimo›› Piero Pastore, che con la maglia della Juventus aveva vinto lo scudetto al termine della stagione 1925-26.Quando Foni era alla Lazio non giocava terzino, almeno in un primo tempo, ma mezz’ala, formando un pericoloso tandem con Cevenini V, il più giovane dei cinque famosissimi fratelli calciatori. Era tarchiato, molto veloce, tecnicamente inappuntabile, con una assoluta e intelligente visione di gioco.L’ing. Bene Gola, dirigente accompagnatore della squadra bianconera, aveva avuto ottime referenze sul giocatore proprio da Vecchina, già in precedenza acquistato dal Padova, e dallo stesso Pastore: «È un ragazzo di sicuro valore – avevano detto i due – e farà molta strada. Ne consigliamo l’acquisto: non ve ne pentirete!›› E Alfredo Foni approdò alla Juventus.Quando arrivò, lo ricordiamo per i più giovani dei lettori di «Hurrà», in bianconero giocavano due strepitosi campioni, Rosetta e Caligaris. Se uno dei due risultava indisponibile, ecco in campo il modesto (come carattere), ma bravissimo (come giocatore) Mario Ferrero, bianconero dal 1927, difensore di sicuro talento. Ma occorreva un altro difensore: questa la ragione per cui venne acquistato Foni. Il quale, oltre ad essere un ottimo giocatore, era anche un ragazzo molto serio e studioso. A Roma, quando era alla Lazio, si era diplomato in Ragioneria. A Torino si iscrisse all’Università, nella Facoltà di Scienze economiche e commerciali: concluse positivamente il corso, con la sua brava laurea.Con la maglia della Juve, Alfredo Foni esordi il 30 settembre 1934, giocando a Brescia. La Juve vinse per 2 a 0, reti di «Farfallino» Borel e Serantoni. Per sette domeniche Foni giocò terzino destro, avendo come compagno Caligaris; poi si spostò a sinistra, per far posto a Rosetta. In quel campionato, con prestazioni tutte ad alto livello, Foni disputò 27 partite su 30, portandosi poi a quota 30 su 30 nella stagione successiva, quella che vide anche l’esordio di Piero Rava, il terzino che doveva ricomporre una delle coppie di terzini più perfetta della storia juventina.Racconta Alfredo: «Con Pierone Rava ci intendemmo subito a meraviglia. Era un ragazzo sincero e appassionato. Intuimmo di poter continuare, senza interruzioni, l’epopea dei nostri grandi predecessori. Io stavo a destra, lui a sinistra, entrambi potenti e veloci, colpitori precisi con i due piedi. Vittorio Pozzo si ricordò ben presto di noi, allora studenti, in occasione delle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Disputammo quattro partite, quattro autentiche battaglie; in due occasioni, contro la Norvegia e con l’Austria, ci furono i tempi supplementari: anche questo servì a collaudare le nostre doti atletiche. Lo dimostra anche il fatto che nella Juventus giocammo insieme tutte e trenta le partite della stagione 1936-37, tutte e 30 della stagione 1937-38. Io, poi, continuai la serie sino al 1942, senza mai lamentare un’assenza, nemmeno quando, una domenica a Bergamo, riportai la frattura del setto nasale...».Io ricordo molto bene quell’episodio, perché insieme al massaggiatore Guido Angeli accompagnai l’amico Alfredo alla Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università, diretta dal prof. Fausto Brunetti, padovano. Il clinico ridusse la frattura a Foni. Rammento che Guido Angeli, percorrendo tutto curvo i corridoi della clinica, mi disse: «Vuoi scommettere che quello là domenica sarà in campo a Roma contro la Lazio?...» E Foni, ormai lanciato verso il record delle presenze consecutive, andò infatti regolarmente in campo, con una mascherina sul naso, tenuta ferma da grossi cerotti.Proprio contro la Lazio, il 21 febbraio 1943 Alfredo Foni giocò la sua ultima partita con la maglia della Juventus. Aveva 32 anni e aveva conquistato due Coppe Italia, era stato campione olimpionico nel 1936 e campione del Mondo nel 1938. Finita la carriera di calciatore, Foni iniziò la carriera di allenatore; ed anche qui ebbe le sue grosse soddisfazioni, conquistando, alla guida dell’Internazionale due scudetti nelle stagioni 1952-53 e 1953-54. L’undici nerazzurro guidato da Foni era una squadra razionale sino a sembrare sparagnina: i suoi solisti Wilkes, Lorenzi, Skoglund e Nyers folleggiavano in attacco, ben sicuri alle spalle in virtù di una difesa molto bloccata. Quasi sempre l’Inter subiva per lunghi tratti l’iniziativa avversaria e reggeva bravamente la botta; poi, d’improvviso, partiva il potente lancio di Blason, a 70 metri di distanza. Davanti c’era poca gente, gli spazi erano vasti. In quelli giostravano i solisti nerazzurri che facevano gaudiosi sfracelli.Più tardi Foni cercò di applicare tali schemi alla nazionale, ma ebbe poca fortuna. Godeva di grossa considerazione, tanto è vero che la Federazione elvetica gli affidò la nazionale di quel Paese.Ora Foni ci ha lasciati. Il vecchio male, l’aneurisma dell’aorta, cui il prof. Senning aveva posto rimedio, si è rifatto vivo. E questa volta non c’è stato scampo.Caro Alfredo: hai lasciato un grande vuoto. Io e i tuoi amici della Juventus non ti dimenticheremo mai. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/alfredo-foni.html
  2. ALFREDO FONI https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Foni Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 20.01.1911 Luogo di morte: Breganzona (Svizzera) Data di morte: 28.01.1985 Ruolo: Difensore Altezza: 172 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1934 al 1947 Esordio: 30.09.1934 - Serie A - Brescia-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.03.1947 - Serie A - Juventus-Torino 0-1 304 presenze - 8 reti 1 scudetto 2 coppe Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Alfredo Foni (Udine, 20 gennaio 1911 – Breganzona, 28 gennaio 1985) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo terzino destro metodista. Legò la sua attività calcistica principalmente alla Juventus, ottenendo i suoi principali successi durante i suoi quattordici anni di militanza nel club torinese a cavallo degli anni 1930 e 1940. Vincitore del campionato di Serie A 1934-35 e di due Coppe Italia (1937-1938 e 1941-1942), Foni formò con il terzino Pietro Rava, tutti e due compagni di squadra nella Juventus e nella nazionale, una delle migliori linee difensive di tutti i tempi espresse dal calcio italiano, rivelatasi decisiva anche nei trionfi azzurri ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 e al campionato del mondo di Francia 1938; Foni rimane uno degli unici quattro calciatori italiani — assieme al succitato Rava, Sergio Bertoni e Ugo Locatelli — ad aver vinto entrambe le competizioni. Iniziò la sua carriera di allenatore in Serie A, una volta conclusa la sua attività agonistica, nel 1951 guidando la Sampdoria, ottenendo i suoi maggiori successi all'Inter, squadra con cui vinse due campionati nazionali consecutivi (1952-1953 e 1953-1954). Dopo aver allenato la nazionale A nel 1957, con la quale mancherà la qualificazione al mondiale in Svezia del 1958, il suo maggior risultato fu la vittoria della Coppa delle Fiere quattro anni più tardi con la Roma, chiudendo la sua carriera professionista nel 1977 dopo aver allenato il Lugano. Alfredo Foni Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1949 - giocatore 1977 - allenatore Carriera Squadre di club 1927-1929 Udinese 3+ (0) 1929-1931 Lazio 38 (3) 1931-1934 Padova 96 (19) 1934-1947 Juventus 304 (8) 1948-1949 Chiasso 3 (0) Nazionale 1936-1942 Italia 23 (0) Carriera da allenatore 1947-1948 Venezia 1949-1950 Casale 1950-1951 Pavia 1951-1952 Sampdoria 1952-1955 Inter 1954-1958 Italia 1958-1959 Bologna D.T. 1959-1961 Roma 1961-1962 Udinese 1963 Roma 1964-1967 Svizzera 1968-1969 Inter 1970-1971 Bellinzona 1972-1973 Mantova 1973-1974 Lugano 1976-1977 Lugano Palmarès Olimpiadi Oro Berlino 1936 Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Carriera Giocatore Club Esordì sedicenne nelle file dell'Udinese, nell'allora Prima Divisione. Nel 1929 passò alla Lazio, in coincidenza con la riforma del girone unico, facendo il suo debutto in Serie A il 2 febbraio 1930 nella sfida fra i biancocelesti e la Pro Vercelli. Dopo due stagioni a Roma passò quindi al Padova per una parentesi triennale. Foni (in piedi, al centro) nella Juventus del 1940-1941 Chiamato a Torino a sostituire Virginio Rosetta, divenne una bandiera della Juventus con cui giocò ininterrottamente dal 1934 al 1947. In maglia bianconera collezionò 266 presenze in campionato — senza peraltro mai saltare una partita per sette tornei, dal 1934-1935 al 1941-1942 —, per un totale di 370 gare in massima serie. Nelle tredici stagioni alla Juve, oltre a formare una celebre coppia di terzini con Pietro Rava, vinse lo scudetto del 1935, l'ultimo del cosiddetto Quinquennio d'oro, e due Coppe Italia, nel 1938 e nel 1942. Lasciato il club piemontese, nel 1948-1949 militò infine e brevemente con gli svizzeri del Chiasso, assommando 3 presenze nel campionato elvetico. Nazionale Esordì in nazionale il 3 agosto 1936, ai Giochi Olimpici di Berlino 1936, dove conquistò la medaglia d'oro, tuttora l'unica degli azzurri nel torneo a cinque cerchi. Sostituì definitivamente il terzino destro titolare Eraldo Monzeglio proprio al campionato del mondo 1938 in Francia, riformando anche in maglia azzurra la coppia con Rava e arrivando a conquistare il titolo iridato, il secondo per gli italiani. Chiuse la carriera internazionale nel 1942, con 23 presenze in totale. Allenatore Conclusa la carriera agonistica, nel secondo dopoguerra Foni intraprese quella di allenatore. Debuttò con il Venezia nella stagione 1947-1948, in Serie B, venendo esonerato durante il campionato e sostituito con Bepi Girani. Seguirono poi le esperienze con Casale e Pavia, in Serie C, prima di cimentarsi per la prima volta con la massima categoria grazie alla Sampdoria, nel torneo 1951-1952. Foni (in piedi, primo da sinistra) allenatore dell'Inter scudettata della stagione 1952-1953 Nella stagione 1952-1953 approdò all'Inter, vincendo subito il campionato italiano e bissando lo scudetto un anno dopo, al termine di un lungo testa a testa con la Juventus. Dopo i trionfi nerazzurri fu chiamato a guidare l'Italia: fece parte della commissione tecnica nel quadriennio 1954-1958, divenendo commissario tecnico nel 1957, ma fu protagonista in negativo non riuscendo a far qualificare gli azzurri al campionato del mondo 1958 — primo caso della storia (dopo la volontaria mancata partecipazione del 1930, e prima della seconda débâcle sul campo del 2018) —, causa la sconfitta contro la modesta Irlanda del Nord passata alla storia come il disastro di Belfast. Tornato ad allenare squadre di club, a cavallo degli anni 1950 e 1960 si sedette sulle panchine di Bologna, Udinese e, in due periodi distinti, Roma, con cui vinse nel 1961 la Coppa delle Fiere battendo in finale gli inglesi del Birmingham City. Fu in seguito selezionatore di un'altra nazionale, quella della Svizzera, guidata nel triennio 1964-1967 prima di un fugace ritorno all'Inter, nel campionato 1968-1969. Chiuse infine la carriera da tecnico negli anni 1970, dopo le ultime esperienze con Bellinzona, Mantova e Lugano. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 Nazionale Oro olimpico: 1 - Berlino 1936 Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Individuale All-Star Team dei Mondiali: 1 - Francia 1938 Allenatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Inter: 1952-1953, 1953-1954 Competizioni internazionali Coppa delle Fiere: 1 - Roma: 1960-1961
  3. EUGENIO STACCIONE https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Staccione Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.04.1909 Luogo di morte: Torino Data di morte: 05.05.1967 Ruolo: Portiere Altezza: 175 cm Peso: - Soprannome: Andrea Alla Juventus dal 1934 al 1937 Esordio: 08.09.1935 - Amichevole - Inter-Juventus 0-0 Ultima partita: 15.09.1935 - Amichevole - Genoa-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti subite 1 scudetto Eugenio Staccione (Torino, 14 aprile 1909 – Torino, 5 maggio 1967) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Negli almanacchi sportivi viene anche riportato come Staccione II, per distinguerlo dal fratello Vittorio Staccione (I) anche lui calciatore nel Torino, oppure erroneamente solo come Staccione Andrea, dal suo soprannome. Eugenio Staccione Nazionalità Italia Altezza 175 cm Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1940 Carriera Giovanili 1922-1925 Torino Squadre di club 1926-1927 Torino 2 (-9) 1927-1929 → Casale 37 (-?) 1929-1931 Torino 12 (-16) 1931-1934 Messina 64 (-?) 1934-1937 Juventus 0 (0) 1937-1940 Aosta 32 (-?) Carriera Venne scoperto nel 1921 da Enrico Bachmann, capitano del Torino antecedente la prima guerra mondiale, nelle formazioni giovanili della periferia torinese. Fu quindi inserito nel 1922 nelle giovanili granata come portiere, assieme al fratello maggiore Vittorio. Esordì nel massimo campionato italiano di calcio a Genova, diciassettenne, difendendo la porta del Torino contro la Sampierdarenese, il 20 marzo 1927, in concomitanza dell'ultima partita in granata del fratello Vittorio. Con 2 presenze partecipò alla vittoria del primo titolo nazionale del Torino, nella stagione 1926-1927 (poi revocato). Staccione (in piedi, quarto da destra) nella Juventus del 1935- 1936 L'anno dopo, durante il servizio militare nel Genio Ferrovieri, fu ceduto in prestito al Casale dove rimase per due stagioni dal 1927 al 1929, con 37 presenze da titolare, e contribuendo alla permanenza dei nerostellati nella neonata Serie A. Rientrato nei ranghi della squadra granata, tornò a essere il secondo portiere alle spalle di Vincenzo Bosia, collezionando 12 presenze nelle due stagioni successive, 1929-1930 e 1930-1931. L'acquisto da parte del Torino di Giuseppe Maina diminuì le sue possibilità di giocare, sicché Staccione venne ceduto al Messina, nel campionato di Prima Divisione, dove con la squadra siciliana conquistò immediatamente la promozione in Serie B. Rimase con i giallorossi per tre stagioni, collezionando 64 presenze dal 1931 al 1934. Tornato a Torino, stavolta sponda Juventus, giocò come vice di Cesare Valinasso per tre stagioni, dal 1934-1935 al 1936-1937: come portiere di riserva non riuscì mai a scendere in campo, ma conquistò nel 1935 il suo secondo titolo italiano, l'ultimo del Quinquennio d'oro bianconero. Nelle successive tre stagioni, dal 1937-1938 al 1939-1940, terminò la sua carriera calcistica in Serie C con l'Aosta, con 32 presenze. Dopo il ritiro Rimasto nell'ambiente calcistico torinese, pur lavorando come operaio alla FIAT Grandi Motori Navali di Torino, allenò la squadra del "Parco Sparta" di Torino per alcuni anni, e immediatamente dopo la tragedia di Superga del 4 maggio 1949 venne chiamato da Mario Sperone, come rappresentante della società, per ricevere i giocatori del River Plate in arrivo dall'Argentina per la partita amichevole contro il Torino Simbolo. Contribuì, negli anni successivi, alla ricostruzione dei quadri dirigenziali del Torino. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 (revocato) - Torino: 1926-1927 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935
  4. ATTILIO BULGHERI https://it.wikipedia.org/wiki/Attilio_Bulgheri Nazione: Italia Luogo di nascita: Piombino (Livorno) Data di nascita: 09.03.1913 Luogo di morte: Livorno Data di morte: 23.12.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1934 al 1935 e 1941-1942 Esordio: 29.03.1942 - Serie A - Juventus-Triestina 1-0 1 presenza - 0 reti subite 1 scudetto 1 coppa Italia Attilio Bulgheri (Piombino, 9 marzo 1913 – Livorno, 23 dicembre 1995) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Attilio Bulgheri Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1946 Carriera Squadre di club 1933-1934 Grosseto 25 (-?) 1934-1935 Juventus 0 (0) 1935-1939 Livorno 73 (-?) 1939-1941 Alessandria 19 (-?) 1941-1942 Juventus 1 (0) 1945-1946 Venturina ? (-?) Carriera Giocò in Serie A nel Livorno e, nel 1941-1942, nella Juventus (con una sola presenza in Juventus-Triestina 1-0 del 29 marzo 1942). Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Livorno: 1936-1937 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942
  5. MARCELLO MIHALICH https://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Mihalich Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 12.03.1907 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.10.1996 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Marzelin Alla Juventus dal 1933 al 1934 Esordio: 01.11.1933 - Serie A - Napoli-Juventus 2-0 Ultima partita: 11.03.1934 - Serie A - Juventus-Napoli 2-0 6 presenze - 0 reti 1 scudetto Marcello Mihalich (Fiume, 12 marzo 1907 – Torino, 27 ottobre 1996) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mezzala sinistra. Ritenuto tra i migliori giocatori del vivaio fiumano, diversamente da molti altri, anche una volta giunto in Italia, non vide il suo cognome "italianizzato" (secondo l'uso dell'epoca). La h finale ha sempre fatto parte del cognome. La grafia Mihalic è quella della lingua croata e viene spesso utilizzata erroneamente, anche da fonti autorevoli. Era inoltre noto a Fiume con il soprannome di Marzelin cioè Marcellino (in dialetto Marcello diventa Marzel) che in un articolo della Voce del Popolo è diventato Manzelin, probabilmente per un errore di trascrizione. Marcello Mihalich Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1938 - giocatore 1940 - allenatore Carriera Giovanili 1920-1923 Tarsia Squadre di club 1923-1926 Olympia Fiume 35 (13) 1926-1929 Fiumana 61 (28) 1929-1932 Napoli 94 (31) 1932-1933 Ambrosiana-Inter 11 (7) 1933-1934 Juventus 6 (0) 1934-1935 Pistoiese 28 (11) 1935-1937 Catania 32 (10) 1937-1938 Fiumana 19 (4) Nazionale 1929 Italia 1 (2) 1930-1931 Italia B 2 (0) Carriera da allenatore 1938-1940 Fiumana Caratteristiche tecniche Emergeva per la sua grande qualità nei dribbling e nelle finte: era inoltre dotato di una buona velocità e di precisione nei tiri. Carriera Club Primi anni Iniziò la sua carriera calcistica nell'immediato dopoguerra a Fiume, nelle file del Tarsia, dove si mise in mostra per le sue qualità: passò dopo qualche anno all'Olympia, in cui esordì in prima squadra nel 1924, nella seconda divisione. Nel 1926 l'Olympia si fuse con il Club Sportivo Gloria dando vita all'Unione Sportiva Fiumana, disputando due campionati di Prima Divisione e in Divisione Nazionale nel 1928-1929, dove fece registrare dodici reti in 27 gare e mostrando un'ottima intesa con il compagno Rodolfo Volk. Per i due nell'estate 1929 si scatenò una vera e propria asta, in particolare tra Roma e Napoli, diatriba che durò diversi mesi. Alla fine dovette intervenire la Federazione, che decretò il passaggio di Volk ai capitolini e di Mihalich ai campani: il costo di quest'ultimo fu di 120.000 lire dell'epoca. Al Napoli La sua stagione d'esordio fu positiva: il Napoli arrivò quinto e lui segnò 10 reti, di cui due nella prima gara della stagione, il 6 ottobre 1929, nella sconfitta in trasferta contro la Juventus per 3-2. Nella stessa partita fu però espulso dall'arbitro Caironi di Padova per un fallo su Munerati: come scrisse Vittorio Pozzo su La Stampa nel resoconto della partita, dopo anni di prestazioni non brillanti la reputazione delle squadre campane dopo quella partita era migliorata. Il contributo di Mihalich fu importante soprattutto per l'aiuto dato ai compagni di squadra Vojak (terzo miglior cannoniere stagionale) e Sallustro, che segnarono rispettivamente 20 e 13 reti. Nel campionato seguente Vojak si confermò terzo miglior goleador della stagione, ancora con 20 reti, contro le 11 reti di Sallustro mentre il fiumano confermò il suo talento di assist man e di realizzatore, siglando 12 gol, tra cui la rete della bandiera nella sconfitta in trasferta a Milano dell'undicesima giornata, giocata il 7 dicembre 1930, contro l'Ambrosiana per 2-1. Gli ultimi anni e il ritiro Infortunatosi al ginocchio sinistro, lasciò Napoli nel 1931, dopo aver siglato 36 reti in 94 gare di campionato. Passò quindi all'Ambrosiana-Inter dove però rimase solo una stagione, siglando comunque sette gol in 11 partite, e successivamente alla Juventus, con cui vinse lo scudetto 1933-1934 anche se vi giocò solo sei gare senza alcun gol. Dopo solo un anno, consapevole di non poter più restare ad alti livelli, lasciò la compagine bianconera per passare alla Pistoiese in Serie B, dove segnò undici reti in 28 presenze; successivamente passò al Catania, dove rimase per tre stagioni disputando due campionati cadetti e uno di Serie C. Nel 1937 tornò nella sua città natale, dove disputò la sua ultima stagione da calciatore segnando quattro gol in diciotto gare: nel giugno 1938 lasciò quindi il mondo del calcio giocato. Dopo il ritiro e la morte Mihalich ebbe anche una breve esperienza come allenatore della Fiumana, dal 1938 al 1940, poco prima della scoppio della seconda guerra mondiale, dopo la quale lasciò il mondo del calcio. Con il passaggio di Fiume alla Jugoslavia si rifugiò a Trieste, dove fu poi raggiunto dalla famiglia e dove visse fino al 1984, anno in cui raggiunse uno dei figli a Torino. Nel capoluogo piemontese morì nel 1996, a 89 anni. Nazionale Il 1º dicembre 1929 fu il primo giocatore del Napoli (insieme ad Attila Sallustro) e della Venezia Giulia a giocare in Nazionale, vestendo la maglia azzurra nell'amichevole contro il Portogallo a Milano, gara in cui mise a segno una doppietta. Una frattura ad un braccio rimediata in allenamento poco dopo l'esordio ne rallentò però la carriera in azzurro: il commissario tecnico Pozzo gli preferì, dopo allora, Giovanni Ferrari, malgrado stravedesse per lui. Mihalich disputò inoltre due partite della Nazionale B, entrambe finite con una vittoria degli Azzurri per 3-0: la partita del 2 marzo 1930 disputata a Napoli contro la Grecia, ed una gara in trasferta in Lussemburgo (dove l'attacco era composto da giocatori fiumani: Volk-Mihalich-Vojak I) giocata il 12 aprile 1931 contro la Nazionale locale. Giocò inoltre una gara della Nazionale del Centrosud, nel 1932 a Napoli, nella vittoria contro l'Austria B per 3-1, gara in cui segnò una rete. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1933-1934
  6. TEOBALDO DEPETRINI Una volta nelle squadre di calcio il lavoro non si distribuiva – racconta Vladimiro Caminiti – non lavoravano tutti. Di undici c’era il portiere comandato di parare anche spezzandosi le nocche delle dita; e c’era il centravanti assegnato alle illusioni del gol, a ingrandirsi con quelle, ad appartarsi con quelle.I terzini facevano i terzini e basta, i mediani si occupavano di marcare e basta, le mezzeali concertavano l’azione del gol uno generalmente con più foga dell’altro che non si affrettava. Una volta, le squadre di calcio avevano i padroni del vapore che erano gli oriundi, e poi furono i nordici, pelandroni con lentiggini e alterigia. Una volta, nelle squadre di calcio dovevano correre in pochi, perché mediocri, perché comandati di correre e basta. Dovevano rompersi le ossa, potevano lamentarsi solo a letto, erano pagati poco e peggio. Rava si ribellò in nome di tutti quelli che non erano attaccanti e famosi.«Mi sono sempre chiamato Baldo, precisi per favore – mi disse Depetrini, una mattina, a casa mia, era in pastrano nordamericano dal nome del famoso generale, vendeva scatolette, era un muro cadente, non aveva più niente del suo passato di calciatore e i suoi occhi verdi erano gonfi di tutto ma non di speranza.«Questa di Teobaldo è inventata, mi sono sempre chiamato Baldo. E non staccato, De e poi Petrini, unito, sono stato sempre unito io, ho sempre corso per quattro, dovevo aiutarmi da solo. La Juventus mi aveva preso dalla Pro Vercelli, ero cresciuto nella stessa squadra dove si erano formati Piola e Ferraris II, cioè la Veloce. Cominciai a giocare proprio piccolo, a dodici anni ero qualcuno. I miei lavoravano sul riso, anche mio nonno. Vercelli vive comunque sul riso, lei lo sa?!››Infatti lo sapevo. Il riso, le discussioni, le contrattazioni, le cancellate alte a proteggere la gente del riso, con le rughe del lavoro duro, la speranza, il guadagno duro, stampate in viso. Vercellesi, col rispetto del centesimo o della lira. Non sprecano, non sprecheranno mai. Risparmiano. Si accontentano di poco. Sono umili e sgobboni. Come Depetrini nel calcio.«Avevo giocato in serie A con la Pro Vercelli i campionati dal ‘11 al ‘33. Mi facevano marcare Orsi ed io gli rendeva la vita difficile. Non mi incantava quello, non mi ha mai incantato. Non abboccavo alle sue finte. Lui si innervosiva. Bertolini era anziano e mi hanno chiamato a Torino. Nel ‘33-‘34 ho cominciato a giocare per la Juve. Ho giocato diverse volte. Poi ho letto che sono state dieci le partite che ho giocato quel primo anno. Ho esordito come ala destra a Casale. Si vince tre a zero e mi danno a bere un bicchiere di champagne. Ala destra. Ho fatto un gol. Ho sostituito Sernagiotto».Rivangando il passato, si rallegra, diventa eloquente.«Una vita ho giocato poi con la Juve, sedici anni consecutivi, dal 1933 al 1950, ne ho passate di tutte, ci sono stati i momenti bui, io ho rischiato pure di retrocedere con la Juve, dovettimo andare con Rosetta allenatore in ritiro a Torre Pellice. Però non ho guadagnato molto, era diverso ai miei tempi... E con la guerra di mezzo...».Il calcio dava a pochi, togliendolo anche a quelli come Depetrini. Orsi lo pagava anche Mussolini, Depetrini no.ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1982Il nome di «Baldin» (così lo chiamano affettuosamente gli amici, i vecchi compagni di squadra) compare per la prima volta il 21 gennaio del 1934, in occasione di una partita del girone di ritorno del campionato 1933-34. La Juve, naturalmente, era campione d’Italia e immagino con quanto orgoglio il piccolo vercellese indossò la sua maglia bianconera con lo scudetto tricolore sul petto. La Juve era chiamata ad affrontare l’Alessandria allo Stadio Comunale; i «grigi» a quei tempi conoscevano ancora i fasti della serie A e ricordo che in quella stagione, oltre alla formazione «mandrogna», anche la Pro Vercelli e il Casale militavano nella massima divisione.Ecco, abbiamo citato il nome della Pro Vercelli. E non l’ho fatto a caso, perché per comprendere alla perfezione lo stile e la personalità del nostro amico Depetrini, non si può fare a meno di parlare della famosa «scuola» vercellese. Si può dire che la grande squadra di Milano-Ara-Leone rappresentò una sorta di ateneo calcistico e che quasi tutti i giocatori che poi ebbero a indossare la bianca casacca attinsero a piene mani dallo stile e dal temperamento di quei formidabili giocatori: citiamo Rosetta, Ardissone, Piola, Ferraris II°, Baiardi e, naturalmente, Baldo Depetrini.Lo stile calcistico della vecchia «Pro» era caratteristico: sbrigativo, veloce, pieno d’estro e di iniziative. Si basava moltissimo sul fiato e sulla solidità degli atleti. Uno dei più noti rappresentanti di quella scuola, Guido Ara, ebbe a riassumere la sua «estetica» nel motto: il calcio non a sport da signorine! Piaceva motto, a quell’epoca, l’indimenticabile Ettore Berra: osservò che tali caratteristiche si dovevano probabilmente spiegare con l’origine della società, che «veniva dalla ginnastica», aveva dunque imparato a giocare quasi da sola, senza un vero e proprio tecnico della palla. Sarebbe però erroneo e ingiusto identificare la tendenza sostanziale della scuola vercellese con un elogio della violenza come tale. Per quanto i giocatori in casacca bianca si meritassero le prime definizioni iperboliche del linguaggio sportivo per il fatto che si avventavano contro l’avversario con leonina irruenza e con l’«accompagnamento di secchi scatti della voce», nel gioco vercellese c’era più razionalità di quanto si potesse immaginare. In tempi in cui si giocava in undici, ma l’individualità regnava sempre sovrana, la Pro Vercelli seppe dimostrare che si poteva vincere e divertire anche con il gioco di squadra, e fornì anche uno dei primi esempi di razionale allenamento atletico e tecnico.Baldo Depetrini apparteneva indubbiamente a quella scuola. Se lo si dovesse paragonare a uno dei grandi vercellesi del passato, lo accosterei a Leone, che, come lui, giocava nel ruolo di mediano laterale. Leone era un uomo rude, leale ma rude. Le finte e i ricami di Ara non lo interessavano; per lui il gioco era lotta, fatica, sacrificio. Affrontava l’avversario con l’impeto dello schermidore che non conosce che la botta dritta; scavalcato, ritornava sui suoi passi, risoluto, caparbio, mai vinto.Sono proprio le doti che, poco tempo fa, decantava Ugo Locatelli parlando dell’amico Depetrini con il quale ha giocato in maglia bianconera per dieci campionati consecutivi. Diceva Locatelli: «Avete mai visto Depetrini cadere in terra? Quasi mai! Il giocatore che cade rimane estromesso dall’azione; tagliato fuori dal gioco. Questo a Depetrini non succedeva mai: era sempre in piedi, magari superato, ma ugualmente in grado di recuperare, di essere d’aiuto ai compagni, con quella sua chiarissima visione di gioco, con quell’intuito che lo portava ad anticipare le mosse dell’avversario, con quella sua potenza e rudezza che, in fase difensiva, lo rendevano praticamente insuperabile!»Ci pare che il giudizio di Locatelli, grande calciatore e acutissimo osservatore, sia fondamentale per presentare ai lettori il piccolo grande Depetrini.I tecnici della Juventus lo avevano visto giocare nelle file della Pro Vercelli e ne erano rimasti entusiasti. Conferme non necessarie erano poi venute nelle partite di campionato delle stagioni 1931-32 e 1932-33, quattro gare in cui il mediano della Pro Vercelli aveva avuto il non facile compito di controllare un uomo della classe di Raimundo Orsi; quattro partite tutte concluse con il successo della Juventus, ma nelle quali il «grande» Orsi non riuscì mai a segnare un gol, se non su calcio di rigore nella gara del 19 marzo 1933.L’acquisto di Depetrini, marcatore inesorabile, venne deciso all’unanimità.Come abbiamo già detto, l’esordio in prima squadra della Juve avvenne a Torino in un incontro con l’Alessandria; in quella occasione alla formazione bianconera mancava un’ala destra, e venne scelto Depetrini il quale, non solo se la cavò con grande onore, ma riuscì addirittura a mettere a segno la terza rete bianconera. Ancora come ala destra «Baldin» giocò le successive partite contro il Casale e la Roma; poi, essendo venuto a mancare Orsi, ecco che venne deciso di schierare il vercellese come ala sinistra: altre tre partite, contro Torino, Palermo e Triestina. Ancora ala destra contro il Genoa a Marassi e poi, finalmente, le ultime tre partite di campionato nel suo ruolo di mediano destro, contro Milan (4-0), Pro Vercelli (2-0) e Lazio (2-0). Ho citato i risultati delle tre gare per metter in rilievo il fatto del nessun gol incassato, segno di un perfetto equilibrio nella difesa della squadra.Nella stagione successiva (1934-35) le presenze di Depetrini furono 14; nel 1935-36 ne contiamo 24 su 30 gare; e così via di seguito, con un crescendo di rendimento eccezionale, con una continuità di presenze che collocano il nome di Depetrini al 6° posto assoluto nella graduatoria della Juventus: 336 partite di campionato con la maglia bianconera e 9 reti segnate.Un atleta di tanta classe e rendimento non poteva certo sfuggire all’occhio attento di Vittorio Pozzo che, nel quadro di un rinnovamento della squadra nazionale che aveva vinto i «mondiali» del 1934 a Roma, convocò ben presto il mediano juventino, destinato a dividersi con Serantoni la responsabilità di sostituire il classico Pizziolo della Fiorentina.Baldo Depetrini fece dunque il suo esordio in azzurro a Roma il 17 maggio del ‘36, in un incontro piuttosto difficile, contro un avversario tradizionalmente ostico, l’Austria, dove giocavano campioni di fama internazionale, come il portiere Platzer, il terzino Schmaus, il mediano Urbanek e gli attaccanti Sindelar e Jerusalem. L’incontro si chiuse in pareggio, 2-2, dopo che gli austriaci avevano chiuso in vantaggio per 1 a 0 il primo tempo. Naturalmente Depetrini venne confermato per la successiva partita con l’Ungheria, a Budapest, del 31 maggio. Altri campioni in Campo, da Polgar a Dudas, da Turay a Sarosi, da Toldi a Tiktos, quest’ultimo avversario diretto del piccolo vercellese. L’Italia disputò una bella partita, grande fu Depetrini e meritatissimo il successo per 2 a 1 sulla formazione magiara.Per un certo periodo Depetrini, sempre in gran forma e in perfette condizioni fisiche, venne messo da parte; ma nel maggio del 1939, in occasione della grande sfida di San Siro tra il calcio italiano e i «maestri» inglesi, ecco che Depetrini venne richiamato in servizio, previo spostamento di Serantoni nel ruolo di interno destro. Risultato: 2 a 2, con il famoso gol di Piola con la «manina». E «Baldin»? Un autentico leone, come dimostrò ancora di esser anche nelle partite della tournee balcanica, contro Jugoslavia, Ungheria e Romania, tre terribili battaglie. Anche a Helsinki una splendida partita e una convincente vittoria. In totale: 12 partite in azzurro e una sola sconfitta quella di Zurigo nel novembre del ‘39 contro una sorprendente formazione elvetica.Sia nelle file della Juventus (e prima ancora nella Pro Vercelli), sia in quelle della nazionale, Baldo Depetrini confermò, al di là delle riconosciute doti tecniche, di essere plasmato con l’acciaio; la sua solidità atletica, infatti, è stata la nota spiccante della taglia di giocatore chiave per la squadra nella quale militava, qualsiasi squadra ne avesse bisogno per coordinare i congegni, irrobustire il telaio, possedere una lancia e uno scudo da utilizzare via via, a seconda delle esigenze e degli sviluppi della partita.A Depetrini hanno sempre guardato i tecnici che avevano bisogno di un giocatore a un tempo provetto, esperto e gagliardo, che deve dare ordine ed equilibrio al gioco.È stato sempre difficile misurare e precisare la somma di benessere tecnico che un solo giocatore può apportare al complesso d’una squadra, ma sarebbe davvero difficile negare quanto sia stato utile, dal 1933 al 1949, un giocatore del calibro di Depetrini. Nitidissimo a stato sempre il senso architettonico del gioco e della partita giocata da «Baldin». Nel corso delle battaglie più accese, si è avuta la sensazione che il mediano vercellese recasse stampate sulle membrane del cervello le linee geometriche che la palla componeva e scomponeva nell’aria e sul terreno. Depetrini non è mai stato un solista, ma un lavoratore-tecnico per conto della collettività.Il meglio del giocatore si è sempre rispecchiato nel meticoloso lavoro di tamponamento e di sostegno, con una cifra elevatissima di rendimento. Disciplinato (non solo in senso tattico), attaccatissimo ai colori sociali, pronto a qualsiasi sacrificio, con un fisico che per vent’anni ha resistito a ogni sforzo. Un esempio stupendo da indicare ai giovani di oggi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/baldo-depetrini.html
  7. TEOBALDO DEPETRINI https://it.wikipedia.org/wiki/Teobaldo_Depetrini Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 12.03.1913 Luogo di morte: Torino Data di morte: 08.01.1996 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Baldo - Baldino Alla Juventus dal 1933 al 1949 Esordio: 21.01.1934 - Serie A - Juventus-Alessandria 3-1 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 388 presenze - 10 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Allenatore della Juventus 1956-1957 e 1958-1959 34 panchine - 18 vittorie - 9 pareggi - 7 sconfitte Teobaldo Depetrini (Vercelli, 12 marzo 1913 – Torino, 8 gennaio 1996) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo mediano. Teobaldo Depetrini Depetrini alla Juventus nella stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1951 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Giovanili 192?-1930 Pro Vercelli Squadre di club 1930-1933 Pro Vercelli 66 (1) 1933-1949 Juventus 388 (10) 1949-1951 Torino 30 (0) Nazionale 1936-1946 Italia 12 (0) Carriera da allenatore 1951-1952 Siena 1952-1954 Pro Vercelli 1954-1957 Cenisia 1957 Juventus 1958-1959 Juventus 1959-1960 Biellese 1960 Sarom Ravenna 1961-1962 Pro Vercelli 1965-1969 Ciriè Carriera Giocatore Cresciuto calcisticamente nella Pro Vercelli, esordì in Serie A con i bianchi il 31 maggio 1931, giocando per tre stagioni insieme a Silvio Piola e compagni. Nel frattempo la Juventus aveva messo gli occhi su di lui, facendolo arrivare a Torino nel 1933, nel pieno dell'epoca del Quinquennio d'oro. Depetrini (primo da sinistra) con alcuni compagni in bianconero all'inizio degli anni 1940 Nelle stagioni successive diventerà un punto fondamentale della linea mediana bianconera, collezionando 388 presenze di cui 359 in campionato (304 in Serie A, 23 nel campionato di guerra e 32 nella transitoria Divisione Nazionale del secondo dopoguerra), 23 in Coppa Italia e 6 in Coppa dell'Europa Centrale, conquistando due scudetti e due coppe nazionali. Anche l'esperienza azzurra è tutta legata al periodo nella Juventus: Depetrini debuttò nell'Italia di Vittorio Pozzo nel 1936, chiudendo con la nazionale nel 1946 con un attivo di 12 presenze. All'età di trentasei anni lasciò la maglia bianconera per andare a vestire quella granata dei concittadini del Torino, nell'immediato dopo-Superga, con cui militò per due stagioni prima di chiudere la carriera agonistica nel 1951. Allenatore Alla Juventus ritornerà da tecnico, sedendo in panchina dapprima nelle ultime gare della tribolata stagione 1956-1957, subentrando all'esonerato Sandro Puppo, e poi come sostituto di Ljubiša Broćić per la gran parte dell'annata 1958-1959. Fu allenatore anche del Siena, del Cenisia, della Biellese, della Sarom Ravenna, della Pro Vercelli e del Ciriè, attività parallela al lavoro di rappresentante di caffè e altri prodotti alimentari. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942
  8. CESARE VALINASSO Nasce a Torino, il 27 novembre 1909. Ultimo di tre figli (il padre era sarto) mosse i primi passi nell'Oratorio Michele Rua di Torino. Nel 1928 entrò nelle giovanili della Reggina, disputando sei partite nel corso della stagione 1928-29. In seguito, a causa del servizio di leva, passò alla Novellara e alla Biellese. In quel periodo esordì anche in Nazionale giovanile, in occasione di un incontro vinto per 8-1 contro la Francia.Passato alla Juventus, ebbe in sorte di sostituire Combi in cinque giornate del campionato 1933-34 (conquistando così il suo primo titolo di Campione d'Italia), ma fu riconfermato a pieni voti nella stagione successiva, quando il grande Gianpiero, dopo la superba conclusione dei Mondiali di Roma, decise di rinunciare all'attività agonistica. Valinasso, uomo tranquillo e sicuro, atleta tecnicamente dotato, disputò tutte le trentaquattro partite del torneo 1934-35, cucendo sulla maglia il secondo scudetto della sua carriera.Valinasso, alla sua prima stagione da portiere titolare, ebbe modo di stabilire un record di imbattibilità che sarebbe rimasto imbattuto per quarant’anni. La striscia positiva iniziò il 20 gennaio 1935 (Juventus-Milan, conclusasi con il punteggio di 1-0) e si interruppe in occasione del derby contro il Torino (vinto dalla Juventus per 3-1), in cui subì un goal a un quarto d'ora dalla fine, fermando l'imbattibilità a 681 minuti.Nell'estate dello stesso anno fu ceduto alla Roma, dove fece da riserva a Masetti. Terminò la carriera con una stagione da titolare al Venezia. Sposato e con quattro figli, morì nel 1990, a causa di un male incurabile, all'Ospedale Martini di Torino.RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Valinasso, un altro buono in quanto a riservatezza. Eppure l’erede di Combi, alto e slanciato, di nome Cesare oltretutto, avrebbe buone credenziali per essere, se non proprio spavaldo come un condottiero o un imperatore, almeno presupponente al livello di un giovanotto a cui il successo arride. Invece no. Forse non gli pare ancora vero di essere transitato, in un baleno, dalla squadra “liberi” del rione Barca di Torino alla Biellese, alla Rappresentativa Piemontese, alla Juventus. Di essere Campione d’Italia per la seconda volta. Presente, eppure sperduto, con quel po’ di giusta timidezza, nel vociare della festa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/cesare-valinasso.html
  9. CESARE VALINASSO https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Valinasso Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.11.1909 Luogo di morte: Torino Data di morte: 04.04.1990 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Colla Alla Juventus dal 1933 al 1936 Esordio: 18.02.1934 - Serie A - Torino-Juventus 1-2 Ultima partita: 10.05.1936 - Serie A - Alessandria-Juventus 3-2 73 presenze - 72 reti subite 2 scudetti Cesare Valinasso (Torino, 27 novembre 1909 – Torino, 4 aprile 1990) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Cesare Valinasso Valinasso (in piedi, sesto da destra) alla Juventus nella stagione 1934-1935 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1942 Carriera Squadre di club 1928-1929 Reggina 6 (-13) 1930-1931 A.C. Novellara ? (-?) 1931-1933 Biellese 49 (-?) 1933-1936 Juventus 73 (-72) 1936-1938 Roma 13 (-?) 1938-1940 Venezia 26 (-?) 1940-1941 Santhià ? (-?) 1941-1942 Biellese 9 (-?) Carriera Ultimo di tre figli, il padre era sarto, mosse i primi passi nell'Oratorio Michele Rua di Torino. Nel 1928 entrò nelle giovanili della Reggina, disputando sei partite nel corso della stagione 1928-1929. Successivamente, a causa del servizio di leva, passò all'A.C. Novellara e alla Biellese. In quel periodo esordì anche in Nazionale giovanile, in occasione di un incontro vinto per 8-1 contro la Francia. Ceduto alla Juventus nel 1933, fu uno dei protagonisti del cosiddetto quinquennio d'oro divenendo inizialmente riserva di Combi, di cui prese il posto di titolare nel 1934. Dopo due stagioni in bianconero, Valinasso fu ceduto alla Roma dove fu la riserva di Masetti. Successivamente vestì la maglia da titolare al Venezia per una stagione, e militò nuovamente nella Biellese fino al 1942. Sposato e con quattro figli, morì nel 1990 a causa di un male incurabile all'Ospedale Martini di Torino. Durante la stagione 1934-1935, Valinasso, alla sua prima stagione da portiere titolare, ebbe modo di stabilire un record di imbattibilità che sarebbe rimasto imbattuto per 40 anni. La striscia positiva iniziò il 20 gennaio 1935 (Juventus-Milan, conclusasi con il punteggio di 1-0) e si interruppe in occasione del derby contro il Torino (vinto dalla Juventus per 3-1), in cui subì un gol a un quarto d'ora dalla fine fermando l'imbattibilità a 681 minuti. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1933-1934, 1934-1935
  10. FELICE PLACIDO BOREL È stato sicuramente uno dei più grandi attaccanti del calcio nazionale, probabilmente il più forte centravanti della Juventus di tutti i tempi. Felice, figlio di Ernesto Borel, un pioniere del calcio juventino, pertanto figlio d’arte, esordì, appena sedicenne, con la maglia granata del Torino, nella formazione dei Balon-boys. I molti osservatori della società granata, sparpagliati per i campi della periferia e negli oratori dei salesiani, avevano sentito certamente parlare di questo autentico talento calcistico. Ma fu un austriaco, Karl Sturmer, responsabile tecnico del Torino nella stagione 1929-30, a completare la formazione calcistica di Felice Borel.Sturmer è stato il più abile preparatore e insegnante per i giovani calciatori che mai ci sia stato in Italia. Chi ha frequentato i corsi di Sturmer, poteva vantare un corredo tecnico personale di primissimo ordine. Se poi, come nel caso di Borel, il tecnico austriaco aveva la possibilità di lavorare su una base di eccellenza, ecco che saltava fuori il fuoriclasse.La Juventus, abituata da sempre a scegliere gli acquisti non tra gli elementi promettenti, ma nelle esigue file dei campioni già conosciuti come tali, si mosse. Arrivando quasi di sorpresa sulle gradinate dello stadio Filadelfia, il barone Giovanni Mazzonis poté rendersi personalmente conto di quanto fosse abile nel gioco di attacco quel ragazzino, che altri non era se non il figlio di quell’altro Borel, Ernesto per l’appunto, che con lo stesso Mazzonis aveva giocato nella Juventus nei campionati dal 1906 al 1910.Giovanni Mazzonis convinse Borel a trasferirsi nelle file della Juventus. Felice non assomigliava per niente a suo padre calciatore; quest’ultimo era tozzo e possente, Felice era alto, snello, d’aspetto gentile, sicuramente il più riuscito, calcisticamente parlando, della famiglia. Anche l’altro fratello, Aldo, dopo una fugace apparizione nelle file del Torino (giocò anche una partita in prima quadra nel maggio del 1930 contro la Pro Vercelli), aveva militato a lungo nelle file del Casale, della Fiorentina e del Palermo, con una breve presenza anche nelle file nella stessa Juventus. Era un buon calciatore, ma sicuramente non della levatura del fratello Felice.«Mio nonno – racconta Betty, l’unica figlia di Farfallino – era nato nei pressi di Porta Palazzo e aveva sposato Gabriella de Matteis, erede della più rinomata fabbrica di pizzi della città. Di carattere assai simile a quello di mio padre, Ernesto aveva tantissime qualità, ma un pessimo senso degli affari: nel 1931 aprì, in piazza Castello, a due passi dal bar di Combi, un negozio di articoli sportivi e un’agenzia di viaggi che ebbero vita breve. Mio zio Aldo, invece, nato nel 1912, era l’esatto contrario di mio padre, sempre allegro e ridanciano; seppur particolarmente serio, posato e austero, andava molto d’accordo con papà, anche se nella piena maturità le loro strade si divisero del tutto. Infatti, a metà degli anni Sessanta, Aldo si trasferì in Spagna, da dove tornò soltanto qualche mese prima di morire».Fu soprannominato Farfallino e i motivi di questo nomignolo rimangono per certi aspetti misteriosi; forse per ricordare il suo inimitabile modo di correre danzato. Aveva una classe che nessuna scuola calcistica, nemmeno quell’eccelsa di Sturmer, poteva prestare ad alcuno. La velocità, lo scatto con il quale riusciva a umiliare gli specialisti dell’atletica, l’intelligenza, il dribbling, il tiro: Felice aveva proprio tutto.«Il viso di un ragazzo spensierato – così il giornalista Bruno Roghi terminava il suo entusiastico pistolotto sul nuovo astro nascente del calcio italiano – ride volentieri con i luminosi occhi neri. Viso da fanciullone, taglia di atleta. Di alta statura, ben modellato, asciutto, senza essere fragile, Borel ha la classica macchina del centravanti. La sua falcata è ampia, balzante, equilibratissima nel ritmo. Quel Borel ci è proprio sembrato in possessori felicissimo talento calcistico. Egli ha la calma di un veterano del gioco, il tocco di un artista, il senso dell’azione collettiva, lo scatto che brucia il terreno, il tiro a rete che difficilmente sbaglia il bersaglio».Questo spiega perché, appena diciassettenne, poteva già insidiare il posto a un grande centrattacco com’era a quell’epoca, Vecchina, il padovano che, nei due campionati vinti dai bianconeri nel 1931 e nel 1932, aveva realizzato trentadue goal. Nane era anche stato in Nazionale, il che testimonia del suo valore, ma aveva un ginocchio in disordine e l’allenatore Carlo Carcano sapeva molto bene che, senza nulla togliere a Vecchina, l’inserimento di Borel in prima quadra avrebbe significato un passo decisivo verso la perfezione che raggiunse quella mitica squadra.Raccontava: «L’inizio del campionato 1932-33 non fu troppo fortunato per la Juventus. Nella gara inaugurale di quella stagione, disputata in settembre, si dovette andare a giocare allo stadio Moccagatta di Alessandria. Carcano mandò in campo la nostra migliore formazione, quella con Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien I, Monti. Bertolini, Sernagiotto, Cesarini, Vecchina, Ferrari. Orsi. A quei tempi i grigi possedevano una squadra di notevoli possibilità, ma nessuno poteva prevedere, come, in effetti, avvenne, che l’Alessandria battesse la Juventus. Due goal li segnò l’ala destra Cattaneo e uno Scagliotti; per noi andarono in goal Vecchina e Orsi dal dischetto del rigore. Il 25 settembre, seconda gara di campionato, giocammo sul nostro campo di Corso Marsiglia e battemmo il Padova per 3-1. Cesarini segnò due reti, l’altra la mise a segno Ferrari; ma Renato si fece male e nella successiva trasferta di Napoli, Carcano mi mandò in campo nel ruolo di mezzala. Non credo di aver giocato una splendida partita, ma fui sicuramente sufficiente. D’altra parte, con la tattica del Metodo, non potevo improvvisarmi nel ruolo d’interno. La Juventus fu battuta da una rete segnata nella ripresa da Attila Sallustro, centrattacco del Napoli; l’undici partenopeo, a quell’epoca, contava su ottimi giocatori, come il portiere Cavanna, i terzini Vincenzi e Innocenti, il mediano Colombari, la mezzala Mihalic e l’ala sinistra Ferraris II. A Torino contro la Roma tornò in squadra Cesarini che segnò anche l’unico goal della partita. E nemmeno la domenica successiva, a Vercelli, dove non giocò Vecchina, l’allenatore mi ripropose in formazione: fece giocare Imberti. Poi tornò ancora una volta Vecchina, il cui ginocchio faceva le bizze. E finalmente a Torino, contro il Bari, entrai stabilmente in squadra, nel mio ruolo di centrattacco. Particolare curioso: vincemmo per 4-0, ma non misi a segno neppure un goal. A scagliare il primo pallone in rete riuscii il 20 novembre, alla nona giornata di campionato, nel corso della partita contro la Lazio. Vincemmo per 4-0. Realizzai le prime due reti, facendo molto arrabbiare l’amico Sclavi, passato dalla Juventus a guardia della porta della squadra romana. Gli altri due goal li segnarono Munerati e Cesarini. Con la formazione al gran completo (quella con Munerati all’ala destra al posto di Sernagiotto) affrontammo poi il Torino nel derby: ed anche in quell’occasione il mio unico goal fu decisivo. Una soddisfazione senza pari, che rinsaldò in modo definitivo il mio morale. La domenica successiva, con Sernagiotto al posto di Munerati, liquidammo la Triestina con un punteggio tennistico: 6-1. Tre miei goal, uno di Sernagiotto, uno di Ferrari e uno di Orsi. Va ricordato un particolare importante: la facilità con la quale gente come Orsi, Ferrari, Monti, Bertolini, Cesarini e Munerati creavano un alto numero di occasioni da rete. Dopo l’exploit con la Triestina, segnai mediamente un goal a partita, nel senso che, se stavo una domenica a digiuno, in quella successiva mettevo dentro un paio di palloni. Nella partita contro il Palermo, sapendo che poi a Genova sarebbero andati in campo molti rincalzi, segnai addirittura tre reti. Terminai con ventinove reti realizzate in ventotto partite. E mi ripetei nella stagione successiva, andando in goal ben trentadue volte in trentaquattro partite giocate. Nell’ultimo dei cinque campionati consecutivi vinti dalla Juventus, segnai solo tredici goal, riuscendo tuttavia a raggiungere la ragguardevole cifra di settantaquattro reti in novantuno partite disputate nei primi tre campionati con la maglia della Juventus».Nel campionato 1935-36 Felice Borel giocò solamente otto incontri a causa dei postumi delle ripetute operazioni al ginocchio. «Ho giocato tutta la vita con una gamba sola», amava ricordare a chi gli domandava il motivo del suo spostamento a mezzala a soli ventisei anni. La stagione successiva, tuttavia, egli tornò a pieno servizio, disputando, in qualità di interno a fianco di Guglielmo Gabetto, ventisei partite e realizzando ben diciassette goal, uno in meno dell’amico centrattacco.«Papà – continua la figlia Betty – era davvero una persona fuori dal comune; assommava in sé le migliori qualità del genitore, del compagno di giochi, dell’amico e del confidente. Io e lui ci siamo sempre capiti al volo, soltanto con uno sguardo. Seppur fosse per certi versi intransigente, mi ha sempre coccolato e viziato con il suo modo di fare garbato e aperto. Era amato proprio da tutti, in quanto uomo puro e generoso, che dava senza mai chiedere nulla in cambio».Nel 1941 Borel, insieme a Gabetto e al portiere Bodoira, passò al Torino con la cui maglia disputò, naturalmente alla grande, un solo campionato. Poi, il ritorno alla Juventus con il doppio incarico di giocatore e allenatore sino a quando, nel 1946, appese le scarpe al chiodo a soli trentuno anni. Trascorsa qualche stagione, l’ex Farfallino tornò al calcio con grande entusiasmo.«Dopo la tragedia di Superga, papà (che, nel frattempo, insieme al talent-scout Voglino aveva scoperto un certo Boniperti) si mise ad allenare prima il Torino, quindi il Napoli e infine il Catania. Poi, volendosi avvicinare a casa, decise di voltare pagina cimentandosi nell’attività di assicuratore a Pinerolo sino a che, nel 1961, Umberto Agnelli lo nominò general manager dei bianconeri. Più avanti, quando stabilì che la sua vita si sarebbe divisa tra la casa torinese di via Bertola e Finale Ligure, divenne il responsabile di tutti gli osservatori della società».In totale Borel ha disputato con la maglia della Juventus 286 incontri di campionato, mettendo a segno 160 goal; nel 1993, dopo aver convissuto per qualche anno con un male che raramente perdona, Farfallino se ne è volato via, sbattendo appena le ali. Era cresciuto nella Juventus, una vera scuola di vita oltre che di calcio; quel calcio di cui non si stancava mai di parlare, raccontando, a chiunque gli desse la possibilità, alcuni dei tanti episodi gloriosi di cui, mezzo secolo prima, era stato un indiscusso protagonista.VLADIMIRO CAMINITI, “I PIÙ GRANDI”«Io fui chiamato per sostituire Vecchina, ma anche quei due grossi centravanti di Rosa e Imberti. Nel 1932 si inaugurò il campo di La Spezia. Mancando Cesarini convocato in Nazionale e altri bianconeri pure convocati in azzurro, andammo con una formazione mista, il primo tempo giocai mezzodestro e perdevamo 1-0. Nell’intervallo, Carcano insultò tutti, dicendo che dovevamo vergognarci. Anche Mazzonis era furente e non ci guardò nemmeno. Così nel secondo tempo ci impegnammo, segnammo quattro reti. Carcano mi disse che io ero soltanto centravanti. Così il mercoledì successivo andammo a giocare in amichevole a Cannes, dove aveva giocato anche mio padre, vincemmo 7-0 e fui schierato centravanti».Tuo papà ha giocato nella Juventus dei pionieri. «Era un tipo tranquillo, ma si divertiva a correre. Era tre volte più scattante di me».Tu sei nato nei Balon-boys intestati a Baloncieri. «Nel 1928 nascevano i Balon-boys; siccome la Juventus non aveva squadre ragazzi, per partecipare al campionato ragazzi ho firmato il cartellino dell’ULIC e contemporaneamente il cartellino verde della Juventus».Tutto e il contrario di tutto, continuando a vivere sotto i suoi cieli belli e melodiosi, è Felice Placido Borel, che la falcata agilissima, l’eleganza dello stile fecero soprannominare Farfallino. Arrivò con lui nella Juventus il centravanti radioso. Raggiava la luce di una bellissima gioventù, era un pizzico snob e palesemente invaghito prima di se stesso, poi del mondo intero; e il suo carattere diffidente di ogni volgarità lo segnala come il vero maestro di Giampiero Boniperti nel gesto e nell’educazione. E bisogna rivolgersi a lui perché si accendano tutti i lampadari, e si legga chiaramente anche nei dettagli l’inimitabile storia bianconera.«Mazzonis è stato il primo dirigente di calcio veramente proiettato sul futuro del calcio. È andato lui a cercare Orsi, Monti e Cesarini. Soltanto Novo, parlo prima che arrivasse Boniperti, era stato grande come lui. Era democratico per eccellenza, ma di un’autorità dittatoriale. Era come doveva essere, perché la squadra la mandava avanti lui, mica Edoardo che gli lasciava carta bianca su tutto. Si comportò benissimo con Cesarini che era un pazzoide, aveva firmato per tre anni e, nel 1931, voleva ricattare la Juventus. Lui non fece una piega, il barone che poi non era barone. Cesarini voleva essere pagato come Orsi che prendeva 100.000 lire, invece continuò a corrispondergli 36.000 annue. Maglio, l’altro argentino se n’era tornato in America, ma Mazzonis non si piegò. Cesarini restò quattro mesi fuori squadra; rientrando, perse quei quattro mesi. Monateri, che era un grosso industriale, quello che ha creato la Venchi Unica e lo stadio di Corso Marsiglia, e che adorava Cesarini, dovette arrendersi, non ci furono agevolazioni sentimentali. Mazzonis era uno degli uomini più ricchi di Torino, la sua famiglia veniva per ricchezza dopo quella di Agnelli e Gualino, ma non era nobile, un suo cugino era barone di Pralafera. Vantava anche un contado».La parola di Farfallino è seducente, molti miti e leggende vengono sbriciolati. «Il deficit della Juventus nel 1928 era pagato, un cinquanta per cento da Edoardo Agnelli e l’altro cinquanta per cento da Mazzonis. Nel 1931, il deficit venne diviso in sedici parti che furono divise tre sedicesimi ad Agnelli, tre a Mazzonis, due a Remmert, due al tavolo del poker del Circolo della Juventus di Via Bogino, uno a Monateri, uno a Valerio e Gaspare Bona a testa, uno tra Tapparone, Fubini, Nizza, il Conte Ghigo».La mente di Farfallino è lucida, perlustra e rischiara tutte le zone di ombra. Anche se uno spesso si chiede: ma sarà vero? «La squadra incassava per tutto il campionato tra un milione e 1.100.000 lire».Se deve spiegare la tattica, non si tira indietro: delucida e ribadisce. «Aveva un gioco pratico, il risultato era la base di tutto, lo spettacolo veniva dopo. Facciamo degli esempi. Rosetta non faceva mai un passo più del necessario, Combi si allenava in modo tutto suo, venti minuti di allenamento con quattro palloni scagliatigli addosso che valevano più di dieci ore di lavoro, non voleva che si scherzasse, bisognava tirargli come in partita, era un grande portiere, per qualche numero migliore di Plánička, però meno completo. Cevenini III, che sapeva mettere la palla dove voleva, pur non avendo potenza, tirando a effetto e tagliando il tiro, lo faceva ammattire. Caligaris era l’apposto di Rosetta, entusiasta, correva, sprecava, urlava, giocava, ma non era poi tanto coraggioso. Varglien I era l’atleta perfetto, fisicamente ma non tecnicamente. Monti era un giocatore eccezionale, molto grosso ma molto mobile, però non aveva velocità progressiva. Bertolini era idolatrato dagli inglesi, era il calciatore inglese, forte, deciso, generoso, Orsi è stato il giocatore più grande che abbia conosciuto, alto 1.60 pesava sessanta chili e non riusciva a fermarlo nessuno».Si colgono esagerazioni, affermazioni, peregrinazioni dell’io fantastico, ma in mezzo c’è la realtà di uno squadrone “umano”.Erano già divi alcuni di quei campioni? Borel questo non lo dice. Erano delle teste matte, ma insomma “erano”. «Monti faceva sparire tutto, rubava tutto quello che gli capitava a tiro, quando spariva qualcosa si andava subito da lui. Una volta nel 1934, per una partita a Parigi contro il Red Star Racing, entriamo in quel grande albergo, c’era un bel veliero sulla mensola, il giorno dopo non c’era più. “Fuori la barca – scrisse l’albergatore a Mazzonis – o vi denunzio tutti; oppure ci spedite, per evitare la denuncia, 4.000 franchi”. Monti restituì la barca facendo mille smorfie e il caso fu risolto. E quel pazzoide di Cesarini? Sempre nel 1934, a Vienna, il giorno stesso in cui fu trucidato Dolfuss, Caligaris era spaventatissimo dopo il discorso che ci fece Mazzonis di stare tutti uniti e di non aprire bocca con nessuno, perché Mussolini aveva mandato le truppe al Brennero. Al mattino, la partita con l’Admira si giocava all’una e mezzo, vedemmo un negozio con una vetrina meravigliosa, montata tutta con una sola cravatta. Bene. Cè ha fatto sparire la cravatta. Perdemmo 3-1 quella partita, lo stadio era stipatissimo, mai vista tanta gente in uno stadio».Non sapevi che Mazzonis era soprannominato Stalin? Sei proprio un ignorante. «Tutti tremavano davanti a Stalin, io no, io gli ho detto e ripetuto cento volte che non credevo nella sua parola d’onore. Infatti, mi manipolò il contratto come voleva, volevo essere lasciato libero alla fine di ogni campionato, ma lui niente, come se parlassi a un sordo».Anche tristezze, figure torbide. «Il conte Rolando Ricci, figlio del generale, un pederasta ucciso da un altro pederasta nel 1944, si occupava del vivaio. Scoprii Rava, Gabetto, Genta, Gentili, Bracco, eccetera, trentasei giocatori. Un giorno mi fece la lista».Tutto vero? Ma quali sono per Felice Placido Borel i confini tra verità e falsità? Inquieto crudelissimo Farfallino, i suoi capelli bianchi, e quei suoi occhi nerissimi di cui si innamorò mezza Torino. Un centravanti, “il” centravanti, dalle movenze flessuose, irresistibile nel fango, inferiore, forse, solo a Meazza.«Io ho cominciato a giocare a calcio a sei anni, a sette andavo già alla Juventus in Corso Marsiglia. Mi ricordo la prima partita di Combi nel 1923, allora la Juventus andava in campo senza tuta, con quelle giacchette tutte bianche così chic, bordate nero. Al campo non andavano più di 2.500 persone. Anche mio fratello Aldo giocava bene».Peccato che si invecchia tutti, e tutti attende un eguale destino di oscurità senza fine. Il calcio non avrà più, né potrebbe più nemmeno concepirlo, in tempi di scatenamento, e scotennamento, televisivo, un artista così riuscito, un campione così infantile nutrito di cieli azzurri e di visioni.Borel II è stato un centravanti dal talento alato, le ginocchia un po’ delicate dovevano farlo soffrire ma, tutto considerato, è stato lui a far soffrire i difensori, elusivo nel gioco e infallibilmente felice nel tiro, come scrisse Pozzo: «Il suo pallone secco e preciso era sempre indirizzato fuori dalla portata della parata del portiere».Dinoccolato, agilissimo, flessuoso, con piede trentasei. L’inimitabile Farfallino. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/felice-placido-borel.html
  11. FELICE PLACIDO BOREL https://it.wikipedia.org/wiki/Felice_Borel Nazione: Italia Luogo di nascita: Nizza (Francia) Data di nascita: 05.04.1914 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.02.1993 Ruolo: Attaccante Altezza: 166 cm Peso: 55 kg Nazionale Italiano Soprannome: Farfallino Alla Juventus dal 1932 al 1941 e dal 1942 al 1946 Esordio: 02.10.1932 - Serie A - Napoli-Juventus 1-0 Ultima partita: 16.06.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Bari-Juventus 0-2 308 presenze - 158 reti 3 scudetti 1 coppa Italia Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1942 al 1946 64 panchine - 37 vittorie Felice Placido Borel (Nizza, 5 aprile 1914 – Torino, 21 febbraio 1993) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934. Felice Borel Borel II alla Juventus negli anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 55 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1949 - giocatore 1967 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Torino Squadre di club 1932-1941 Juventus 205 (119) 1941-1942 Torino 25 (7) 1942-1946 Juventus 75 (24) 1946-1948 Alessandria 1 (0) 1948-1949 Napoli 1 (0) Nazionale 1933-1934 Italia 3 (1) Carriera da allenatore 1942-1946 Juventus 1946-1948 Alessandria 1948-1949 Napoli 1954 Cenisia D.T. 1954-1956 Fossanese 1958-1959 Catania D.T. 1966-1967 Ternana Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Biografia Soprannominato Farfallino, era figlio di Ernesto e fratello minore di Aldo Giuseppe, anche loro calciatori; per distinguerlo da questo ultimo, negli almanacchi calcistici viene segnalato come Borel II. Era figlio di commercianti di Nizza Marittima e aveva frequentato il liceo classico. Caratteristiche tecniche Era un centravanti dallo spiccato senso del gol, distintosi inoltre per le qualità tecniche e l'abilità nello sfuggire alla marcatura dei difensori avversari. La sua carriera fu in gran parte condizionata dagli infortuni, ascrivibili alla fragilità fisica. Carriera Giocatore Club Da sinistra: Borel con l'allenatore Carlo Carcano alla Juventus. Esordì in Serie A con la Juventus appena diciottenne, il 2 ottobre 1932, in occasione di una sconfitta con il Napoli. Dal 1932 al 1935 contribuì alla vittoria di 3 Scudetti consecutivi, laureandosi capocannoniere nelle stagioni 1932-33 (con 29 gol in 28 presenze) e 1933-34: nel primo caso il numero di reti fu superiore agli incontri disputati, stabilendo un record che soltanto Christian Vieri riuscì ad eguagliare settant'anni dopo con 24 centri in 23 apparizioni. Risultò inoltre il calciatore più giovane a vincere la classifica dei marcatori, primato tuttora resistente. Pur vivendo da protagonista il Quinquennio d'oro bianconero, il suo apporto venne limitato dai numerosi infortuni. Dopo una sola stagione al Torino fece rientro alla Vecchia Signora, militandovi sino al 1946. Concluse poi la carriera difendendo i colori dell'Alessandria e del Napoli, in quest'ultimo caso in Serie B, per ritirarsi nel 1949. Nazionale Disputò 3 gare con la nazionale italiana, segnando un gol — peraltro al debutto — contro l'Ungheria. Partecipò al campionato del mondo 1934 come riserva del bolognese Angelo Schiavio, scendendo in campo nella ripetizione dei quarti di finale con la Spagna. Conta inoltre 5 presenze e 3 reti con la nazionale B. Allenatore Come allenatore-giocatore diresse la Juventus, per conto della quale scoprì Giampiero Boniperti, l'Alessandria e il Napoli; allenò poi la Fossanese in IV Serie. Da direttore tecnico affiancò dapprima brevemente Luigi Bertolini alla guida del Cenisia, all'epoca la terza squadra di Torino militante in IV Serie, nel 1954, e poi Carmelo Di Bella sulla panchina del Catania nel campionato cadetto del 1958-1959. Ha inoltre guidato la Ternana, subentrando in corsa a Cesare Nay durante il campionato di Serie C della stagione 1966-1967, e avuto un'esperienza in Canada. Dopo il ritiro Fu anche giornalista aiutando vari colleghi nelle interviste, oltreché osservatore, dirigente e general manager per Umberto Agnelli; spinse inoltre per la creazione di una scuola calcio a Finale Ligure, la città dove visse per lungo tempo e dove fu sepolto, scuola che prese il suo nome. Morì il 21 febbraio 1993, ultimo superstite della nazionale campione del mondo nel 1934; ai suoi funerali, svoltisi prima a Torino e poi a Finale Ligure, assistettero numerose persone, tra cui le squadre di Juventus e Torino nonché la formazione locale finalese. Dall'ottobre 1997 lo stadio comunale di Finale Ligure è intitolato alla sua memoria. Record Calciatore più giovane ad aver vinto la classifica marcatori della Serie A (19 anni, 2 mesi e 10 giorni). Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1937-1938 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Capocannoniere della Serie A: 2 - 1932-1933 (29 gol), 1933-1934 (31 gol)
  12. MARIO GENTA https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Genta Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 01.03.1912 Luogo di morte: Genova Data di morte: 09.01.1993 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1932 al 1934 Esordio: 18.06.1933 - Serie A - Genoa-Juventus 3-2 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Campione del mondo1938 con la nazionale italiana Mario Genta (Torino, 1º marzo 1912 – Genova, 9 gennaio 1993) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1938. Mario Genta Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano) Termine carriera 1951 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Squadre di club 1932-1934 Juventus 1 (0) 1934-1935 Pavia 17 (0) 1935-1946 Genoa 222 (7) 1946-1950 Prato 108 (2) 1950-1951 Entella 23 (0) Nazionale 1938-1939 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1946-1947 Prato 1950-1951 Entella 1954-1955 Siena 1956-1958 Frosinone 1958-1959 Entella 1961-1963 Parma 1963-1964 Modena 196?? Sestri Levante 1965-1967 Massese 1967-1969 Entella 1969-1970 Carrarese 1970-1971 Torres 1971-1973 Grosseto 1973-1974 Entella Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Carriera Club Iniziò la carriera agonistica nella Juventus, sodalizio con cui, grazie ad un'unica presenza il 18 giugno 1933, nella sconfitta esterna per 3-2 contro il Genova 1893, si aggiudicò lo scudetto nella stagione 1932-1933. Successivamente passò al Pavia e nel 1935 al Genova 1893. Con i rossoblù esordì il 22 settembre 1935 nella sconfitta esterna per 4-1 contro il Bologna. Nella sua militanza con i liguri vinse la Coppa Italia 1936-1937. Genta era nella rosa della squadra rossoblù che partecipò alla Coppa Città di Genova, che nei primi mesi del 1945 sostituì il normale campionato a causa degli eventi bellici che sconvolgevano l'Europa in quel periodo. La competizione fu vinta dai rossoblù, che sorpassarono all'ultima giornata i rivali del Liguria; a Genta e a ciascun vincitore della competizione furono date in premio 20.000 lire dal futuro presidente rossoblù Antonio Lorenzo. Dopo la seconda guerra mondiale indossò le maglie del Prato, club in cui rivestì nel suo primo anno di militanza anche l'incarico di allenatore e infine dell'Entella, anche qui con il medesimo duplice ruolo. Nazionale Tra i convocati per il Campionato mondiale di calcio 1938, si laureò Campione del mondo pur senza disputare alcuna partita nel torneo. In carriera registrò due presenze complessive in Nazionale, entrambe nel 1939 contro la Germania. Allenatore Dopo il ritiro dall'attività agonistica, è stato in seguito apprezzato allenatore di numerose squadre, tra cui Siena, Parma, Grosseto, Frosinone, Modena, Torres, Sestri Levante ed Entella, quest'ultima in quattro diverse occasioni. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1932-1933 Coppa Italia: 1 - Genova 1893: 1936-1937 Coppa Città di Genova: 1 - Genova 1893: 1945 Serie C: 1 - Prato: 1948-1949 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Allenatore Competizioni nazionali Serie D: 2 - Entella: 1959-1960; Grosseto: 1972-1973
  13. DUILIO SANTAGOSTINO https://it.wikipedia.org/wiki/Duilio_Santagostino Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.04.1914 Luogo di morte: Torino Data di morte: 06.10.1982 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1932 al 1936 Esordio: 28.05.1933 - Serie A - Juventus-Fiorentina 5-0 Ultima partita: 24.05.1936 - Coppa Italia - Juventus-Fiorentina 1-3 4 presenze - 0 reti 1 scudetto Duilio Santagostino (Torino, 15 aprile 1914 – Torino, 6 ottobre 1982) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Duilio Santagostino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1932-1936 Juventus 4 (0) 1937-1940 Biellese ? (?) 1940-1942 Saviglianese ? (?) 1942-1943 Settimese ? (?) Carriera Durante la sua carriera calcistica ha collezionato una presenza in Serie A con la maglia della Juventus, nella stagione 1932-1933 in Juventus-Fiorentina (5-0). Contro la Fiorentina giocò anche una partita di Coppa Italia nel 1936. Giocò altre due partite in Coppa dell'Europa Centrale, a Vienna e Genova contro l'Admira Vienna nel 1934. Giocò poi nella Biellese dal 1937 al 1940 e nel Savigliano e Settimese le stagioni successive. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935
  14. PEDRO SERNAGIOTTO A soli cinquantasette anni – scrive Umberto Maggioli su “Hurrà Juventus” dell'aprile 1965 – è mancato improvvisamente a San Paolo del Brasile, dove era nato nel maggio 1908, Pietro Sernagiotto, calciatore che ha onorato lo sport sui campi di gioco del vecchio e del nuovo continente, italiano di stirpe, brasiliano di nascita, juventino di adozione. Di lui nell’ambiente bianconero è stato e sarà sempre vivo il ricordo: sia di uomo che di giocatore. Calcisticamente si era formato in quella magnifica fucina che fu la Palestra Italia, società paulistana che accoglieva la parte migliore della nostra colonia di emigrati in terra brasiliana: magnifica fucina di atleti e di patrioti che avevano il culto della loro terra di origine.Già in Brasile Pietro Sernagiotto, figlio di friulani che avevano cercato fortuna oltre oceano, godeva di notevole celebrità e gli sportivi di laggiù, per la sua distinzione e autorevolezza di personalità, anche se emanava da fisico di proporzioni alquanto ridotte, gli avevano affibbiato un soprannome che gli calzava a pennello. Era Ministrinho: ossia piccolo ministro, come se la fama sportiva dovesse andare di pari passo con quella politica. Anche se il ragazzo non si fosse mai immischiato, né avesse accennato di volerlo fare, nelle faccende inerenti la politica.Ma oltre tale nomignolo i fans brasiliani gliene avevano coniato un altro: molto più azzeccato e giustificato dai fatti. Era anche Flecha de Oro, freccia d’oro cioè. La minuscola ala destra con il suo gioco caratteristico suscitava, infatti, l’immagine di un dardo scoccato da un’invisibile balestra. Caratteristico era, infatti, il suo scatto fulmineo che lasciava quasi sempre in asso ogni più attento avversario addetto alla sua marcatura; la partenza da fermo di Pietro Sernagiotto appariva infatti sorprendente e nessun difensore riusciva a prevederla e prevenirla. Era anche molto veloce, ma si trattava di una velocità iniziale che, dati i ridotti mezzi fisici del soggetto, non riusciva a essere mantenuta a lungo.Molti sportivi che ricordano bene Ministrinho non avranno dimenticato certi caratteristici duelli che nel periodo in cui giocò in Italia ingaggiò con un mediano laterale che oltre magnifico calciatore era anche perfetto cultore di atletica leggera, versato in modo particolare nella velocità pura e negli ostacoli: Alfredo Pitto. Ministrinho spesso sorprendeva, piantava Pitto e se ne andava sgambettando turbinosamente lungo la linea laterale, ma l’altro si riprendeva immediatamente, partiva all’inseguimento e non lasciava allontanare troppo il pericoloso rivale e, se Freccia d’oro non riusciva a passare il pallone al compagno meglio postato, l’Alfredo riusciva ad avere ragione del Pietro.La Juventus si assicurò i servigi di Sernagiotto sul finire del 1930. Tra la società bianconera e la direzione della Palestra italia, gli accordi erano stati definiti e il giocatore s’imbarcò per la traversata dell’Atlantico. A Genova era andato ad attendere il nuovo acquisto l’Ing. Benè Gola, delegato dalla presidenza, il quale dando il benvenuto allo sbarco al nuovo giunto ebbe la sgradita sorpresa di venire a conoscenza che, durante la navigazione emissari di altra società italiana, che non staremo qui a ricordare poiché si tratta di avvenimenti lontani e oramai quasi dimenticati, avevano carpito la buona fede del ragazzo e gli avevano fatto firmare un altro cartellino di tesseramento. Ciò dimostra quanto Pietro Sernagiotto fosse anima candida e incline a pensare che tutti i suoi simili agissero rettamente e senza secondi fini.Il fatto suscitò scalpore e i nostri dirigenti federali non poterono ignorarlo: risultato ne fu che Pietro Sernagiotto si vide comminata la squalifica di un anno, che dovette scontare quasi per intero. Nel periodo della punizione la Juventus usufruì del giocatore negli incontri amichevoli non ufficiali e l’attività completa del nuovo acquisto si ebbe nelle stagioni 1931-32, 1932-33 e 1933-34, che coincisero esattamente con la conquista di altrettanti titoli nazionali riusciti alla Juventus nel periodo del cosiddetto ruggente quinquennio.Ministrinho era un’ala destra di elevate possibilità; senza assurgere addirittura al valore di autentico fuoriclasse il suo peso, se non fisico, ma esclusivamente tecnico, lo faceva sentire nel rendimento generale dell’undici. Adoperava indifferentemente i due piedi e i suoi passaggi erano sempre sfruttabilissimi per esatto indirizzo e dosatura; i tiri poi riuscivano spesso micidiali, e per la giusta direzione cui erano avviati ed anche per la potenza più che notevole che sempre avevano. Flecha de oro, la cui altezza era di 1,53, con peso e muscolatura proporzionati, era un tiratore poderoso che lasciava perplessi quanti lo osservavano e che stentavano sempre a rendersi ragione come da tanta modestia di mezzi fisici ne potessero uscire effetti tanto rovinosi per i portieri avversari. Nelle tre stagioni che Ministrinho passò nelle file bianconere ebbe modo di giocare cinquanta partite di campionato, realizzando quindici segnature, esattamente quante ne riuscirono ad altra ala, sinistra però, ossia Stivanello.Di carattere franco e gioviale Pietro Sernagiotto ebbe amici ed estimatori nell’ambiente juventino. In squadra i suoi amici più intimi, e sicuri, furono Luisito Monti e Bertolini, che si assunsero anche l’incarico di suoi alti protettori. Per quanto Sernagiotto fosse subito riuscito ad affermarsi nell’ambiente calcistico nazionale e bianconero ebbe sempre un po’ la strada chiusa: nella Juventus da Federico Munerati, nella Nazionale da altri, come un altro italo brasiliano, Guarisi, e l’italo argentino Guaita; ebbe tuttavia anche l’onore di essere chiamato dal commendator Vittorio Pozzo all’onore della maglia azzurra, giocando la sua unica partita quale Nazionale il 22 ottobre del 1933, quando la nostra formazione B chiuse in pareggio, per 4-4, con l’undici B ungherese a Vercelli; e con Sernagiotto figurarono nella nostra prima linea anche Silvio Piola e Nereo Rocco. Alla fine del primo tempo gli azzurri vincevano per 3-1, ma i magiari riuscirono a riequilibrare le sorti per loro compromesse.Sernagiotto si sposò a Torino quando fece giungere da San Paolo la sua graziosa fidanzata, e a Torino nacque anche il suo primogenito. Altri due rampolli ebbe dopo il suo rientro in Brasile, che avvenne all’inizio del 1935. Meticoloso amministratore delle proprie sostanze ed economo di carattere aveva messo in disparte un discreto gruzzolo che gli fu prezioso al suo rientro per dedicarsi al commercio delle calzature, che era sempre stata attività familiare. Dopo la Juventus giocò ancora un paio di stagioni nella sua squadra di origine, che da Palestra Italia si era intanto trasformata in Palmeiras e che figura tuttora tra le più importanti organizzazioni calcistiche della Lega Paulistana.Pietro Sernagiotto, che è stato sempre cittadino italiano, aveva serbato un ricordo appassionato della Juventus e accoglieva sempre con grande cordialità tutti quegli amici juventini che talvolta avevano occasione di recarsi in Brasile e a San Paolo, non mancando mai di recarsi a fargli visita. Appariva lievemente ingrassato e aveva sempre goduto di perfetta salute.L’ultimo juventino che lo aveva visto e salutato circa nove mesi fa è Cornelio Giordanetti che, come tutti gli juventini e non juventini sanno, è stato sempre una specie di ambasciatore bianconero in terra brasiliana e che era andato a salutarlo nel grande e ben fornito negozio di calzature che Pietro Sernagiotto possedeva in un rione quasi centrale della metropoli brasiliana. Stava bene, appariva poco invecchiato e godeva di una discreta agiatezza tra gli affetti familiari. Niente lasciava presagire una fine repentina e così prematura.Un altro bianconero se n’è andato, ma è un altro bianconero che tutta la grande famiglia della Juventus ricorda e ricorderà sempre. Finché juventini seguiteranno a vivere in questo mondo: e pensiamo ve ne saranno sempre. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/pietro-sernagiotto.html#more
  15. PEDRO SERNAGIOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Pedro_Sernagiotto Nazione: Brasile Italia Luogo di nascita: San Paolo Data di nascita: 17.11.1908 Luogo di morte: San Paolo Data di morte: 05.04.1965 Ruolo: Ala Altezza: 153 cm Peso: - Nazionale Brasiliano e Italiano Soprannome: Ministrinho Alla Juventus dal 1931 al 1934 Esordio: 29.06.1932 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Ferencvaros 4-0 Ultima partita: 08.07.1934 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Ujpest Dosza 1-1 60 presenze - 16 reti 3 scudetti Pedro Sernagiotto (San Paolo, 17 novembre 1908 – San Paolo, 5 aprile 1965) è stato un calciatore brasiliano naturalizzato italiano, di ruolo ala. È noto anche con il nome italianizzato di Pietro Sernagiotto o con il soprannome brasiliano di Ministrinho, ossia "Piccolo Ministro": quest'ultimo gli fu dato dal suo dirigente Italo Bosetti come tributo a Giovanni Del Ministro alias Ministro, idolo del tempo e del quale Sernagiotto ricordava lo stile di gioco. Pedro Sernagiotto Sernagiotto alla Juventus nei primi anni 1930 Nazionalità Brasile Italia Altezza 153 cm Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1927-1930 Palestra Itália 54 (20) 1931-1934 Juventus 60 (16) 1934-1935 Palestra Itália 2 (0) 1936-1938 San Paolo 66 (13) 1939-1940 Portuguesa ? (?) 1941-1943 Palmeiras 88 (24) Nazionale 1930 Brasile 3 (0) 1934 Italia B 1 (0) Carriera Club Nato in una famiglia veneto-friulana, visse nel centro di San Paolo, nei pressi di Rua Augusta. Crebbe calcisticamente nella Palestra Itália, esordendo in prima squadra il 13 novembre 1927, non ancora diciassettenne. Sul finire del 1930 venne notato dai dirigenti della Juventus, in cerca di una giovane ala con cui rimpiazzare il declinante Federico Munerati. Acquistato dalla società torinese, tuttavia a bordo del transatlantico che lo stava portando dal Sudamerica all'Europa, venne avvicinato da due emissari del Genoa e convinto a firmare, in buona fede, per la squadra ligure; allo sbarco a Genova, la scoperta della doppia firma costò al brasiliano un anno di squalifica da parte della Federcalcio. Durante i successivi dodici mesi la Juventus poté schierare il neoacquisto solo nelle amichevoli, prima che Sernagiotto tornasse ufficialmente nei ranghi con la stagione 1931-1932, in cui contribuì subito alla vittoria dello scudetto. Con il club torinese vinse consecutivamente altri due campionati, nelle edizioni 1932-1933 e 1933-1934, partecipando alla fase centrale del cosiddetto Quinquennio d'oro. Nel 1934 fece rientro in Brasile dove proseguì la sua carriera con il Palestra Itália, poi divenuto Palmeiras, fino al 1943, vestendo nel frattempo anche le maglie del San Paolo e del Portuguesa. Nazionale Nel 1929 esordì in amichevole con la nazionale brasiliana. Dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, disputò anche una partita con l'Italia B, il 22 ottobre 1933 a Vercelli contro l'Ungheria, conclusasi con un pareggio per 4-4. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934 Campionato Paulista: 1 - Palmeiras: 1942
  16. ENZO ROSA https://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Rosa Nazione: Italia Luogo di nascita: Balzola (Alessandria) Data di nascita: 24.04.1913 Luogo di morte: Varazze (Savona) Data di morte: 20.02.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1931 al 1934 Esordio: 04.10.1931 - Serie A - Casale-Juventus 1-1 Ultima partita: 21.02.1932 - Serie A - Juventus-Casale 3-2 3 presenze - 1 rete 1 scudetto Enzo Rosa (Balzola, 24 aprile 1913 – Varazze, 20 febbraio 1994) è stato un calciatore italiano. Enzo Rosa Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1942 - giocatore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1931-1934 Juventus 3 (1) 1934-1935 Pavia 8 (1) 1935-1936 Atalanta 6 (2) 1936-1937 Biellese 15 (7) 1937-1938 Casale 4 (0) 1939-1940 Piacenza 0 (0) 1940-1941 Pinerolo 1 (0) 1941-1942 Casale 1 (0) Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1931-1932 Serie C: 1 - Casale: 1937-1938
  17. GIOVANNI VECCHINA La notizia della scomparsa di Nane Vecchina – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del maggio 1973 – ha colto gli amici bianconeri tra un’edizione e l’altra del nostro giornale. Ma il personaggio ci è troppo caro per non tributargli, sia pure in ritardo, un doveroso omaggio. Lo sapevamo da tempo malato, ma speravamo che la sua fibra eccezionale gli facesse superare le crisi sempre più frequenti e violente. Lo scorso anno eravamo andati a trovarlo in clinica e avevamo provato un senso di inenarrabile tristezza. Chi lo aveva visto nei periodi del suo formidabile fulgore atletico, non lo avrebbe quasi riconosciuto.Giovanni Vecchina era nato a Venezia il 19 agosto 1902. Apparteneva anche lui, dunque, alle schiere del calcio veneto che ha sempre esercitato sensibile influsso nel gioco in Italia, in virtù della robustezza e della sanità della razza. Da ragazzo aveva militato nelle squadre minori del Venezia, distinguendosi non solo per le spiccate attitudini di realizzatore, ma anche per una visione corale del gioco. Nel 1924 passò al Padova, la squadra veneta che in quel periodo si trovava all’apice del suo rendimento. Tra i biancorossi militavano atleti di straordinarie doti tecniche e fisiche, dal portiere Paglianti, ai terzini Danieli e Barzan; dalla famosa mediana Girani-Fagioli-Fayenz, alla strepitosa linea attaccante composta dai due Busini (il Duca e Toni), i due Monti (Bisa e Cice, rispettivamente contrassegnati con i numeri ordinali II e III), e poi lui, Nane Vecchina, nel ruolo di centrattacco. Questa formazione aveva concluso il campionato in seconda posizione alle spalle del Genoa; poi nei 1925 (Lega Nord, Girone B) il Padova si era classificato al quarto posto, dietro a Bologna, Pro Vercelli e Juventus. Il gioco dei patavini era veloce, duro, spigoloso, all’inglese; e infatti trainer dei biancoscudati era proprio un inglese, l’indimenticabile Burgess il quale aveva di Vecchina una grande stima; stima meritata, perché Nane fu un grande centrattacco in un’epoca di grandi stoccatori, anni in cui giocavano Peppino Meazza, Angelo Schiavio e Giulio Libonatti. Nel campionato 1924-25 il Padova vinse le sue due partite con la Juventus: 2-1 a Padova e 2-0 a Torino; Vecchina fu sempre tra i migliori e una delle reti incassate da Combi a Torino portava la sua firma, un goal di strepitosa potenza. Nella stagione successiva Vecchina realizzò ancora un goal alla Juve nella gara giocata a Padova e continuò praticamente a dare dispiaceri a Combi ogni qual volta i biancoscudati si trovavano di fronte ai bianconeri. L’ultima prodezza del centrattacco patavino porta la data del 26 gennaio 1930, giorno in cui il Padova sconfisse la Juventus e Nane mise a segno la stoccata del successo. Un simile centrattacco era molto meglio averlo in squadra come compagno che come avversario: fu così che il giocatore venne acquistato dalla Juve (per la grossa cifra di 100.000 lire) e iniziò a giocare nella stagione 1930-31. La partita inaugurale del campionato era Juventus-Pro Patria: i bianconeri vinsero per 4-1, con tre reti di Vecchina e una di Cesarini. Altri tre goal (in quello stesso campionato) il centrattacco mise a segno contro la Pro Vercelli (risultato 5-1) e contro il Genoa (risultato 4-1). In quella sua prima stagione bianconera Vecchina realizzò sedici goal (senza mai tirare un calcio di rigore) e cucì sulla maglia il primo dei suoi tre scudetti. Nella stagione 1931-32 le reti realizzate furono quindici (sempre senza l’aiuto dei rigori), mentre nel 1932-33 poté giocare solo nove partite a causa di un infortunio al ginocchio destro: mise a segno due reti. La Juventus, fortunatamente aveva già in squadra un altro sensazionale centrattacco, Felice Borel II, giocatore di luminosa classe, senz’altro superiore per doti tecniche a Vecchina. Anche Borel, tuttavia, alcuni anni più tardi ebbe la sua carriera stroncata da una grave lesione al ginocchio destro. La carriera di Giovanni Vecchina può considerarsi conclusa alla fine del 1933. Giocò ancora con alterna fortuna un paio di stagioni nelle file del Torino, poi emigrò in Svizzera e disputò due campionati nel Servette; quindi decise di appendere le scarpe al chiodo. In tempi in cui, come abbiamo ricordato, giostravano in Italia grandi condottieri d’attacco come Meazza, Schiavio e Libonatti, Vecchina venne convocato una decina di volte in Nazionale. In maglia azzurra disputò due partite in A e una in B. L’esordio avvenne a San Siro contro l’Olanda: giocò nel ruolo di mezzala sinistra, facendo coppia con Baloncieri e avendo a fianco il piccolo guizzante Libonatti. Come allenatore non ebbe mai fortuna: la sua migliore stagione rimane quella del 1946-47, alla guida del Lanerossi Vicenza. Proprio a Vicenza ai primi di aprile Giovanni Vecchina ha chiuso la sua carriera terrena. Era stato un ottimo calciatore, ma tutti lo avevano sempre stimato per le sue straordinarie doti umane. Con lui se ne è andato un indimenticabile amico. VLADIMIRO CAMINITI Vecchina, un veneziano tosto dalle ginocchia un po’ delicate, arriva alla Juventus anche lui in età atletica avanzata, ventotto anni, la Juventus lo iscrive ai ruoli, e il falso conte Mazzonis non se ne pentirà mai. Va bene che all’apparire dell’astro Borel, Vecchina invecchierà precocemente, e verrà rifilato al cugino di casa, il Torino, con il quale i rapporti, nonostante tante chiacchiere, sono sempre stati storicamente più che buoni. Su tre campionati nella Juventus, il veneziano ha fatto valere la discreta classe e vinto i primi tre scudetti dell’inobliabile serie. Il campionato a diciotto 1930-31 è forse il migliore che Vecchina disputa dei tre. Carlo Carcano è un allenatore psicologo e un buon preparatore atletico (se ne avvantaggerà anche Vittorio Pozzo in Nazionale). Vecchina è all’apice del rendimento e il suo apporto è sempre positivo. In un campionato lungo e massacrante, la Juventus traversa periodi difficili, ma risale ogni volta con la classe delle sue individualità superiori; non è ancora squadra completa in difesa, Carcano deve spesso cambiare, ma il registro tattico è superbo dalla metà campo in poi con Ferrari regista, nonché goleador implacabile: segna sedici goal, quanti il nostro veneziano. L’asso pigliatutto è Mumo Orsi, venti goal che ne fanno brillare tutto il talento. Talento che possiede anche Vecchina, le cui giocate sono meno appariscenti, ma il cui senso del goal è provvidenziale in parecchie partite. La classifica finale vedrà i bianconeri primi con cinquantacinque punti, a quattro lunghezze la Roma che il 15 marzo 1931, al Testaccio, infliggerà ai bianconeri un umiliante 0-5. In effetti, Vecchina fu tra i pochi a salvarsi; la difesa uscì umiliata, a partire dal trio Combi, Rosetta, Caligaris. Varglien I, schierato centromediano, lottò inutilmente come un leone. Fulvio Bernardini gran regista segnò due goal, Volk centrattacco di autentica classe, Lombardo e Fasanelli completarono l’opera disgregatrice. La Juventus uscì a testa bassa, e tra i fischi dei romanisti estasiati da quello stadio in legno. Saprà subito rifarsi a Torino, nel campo in cemento di Corso Marsiglia sette giorni dopo, rifilando quattro reti al Genova 1893 e proprio Giovanni Vecchina sarà l’uomo della riscossa: irresistibilmente trascinerà l’attacco, segnando tre bellissimi goal. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/giovanni-vecchina.html
  18. GIOVANNI VECCHINA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Vecchina Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 16.08.1902 Luogo di morte: Vicenza Data di morte: 05.04.1973 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Nane Alla Juventus dal 1930 al 1933 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 18.06.1933 - Serie A - Genoa-Juventus 3-2 75 presenze - 33 reti 3 scudetti Giovanni Vecchina (Venezia, 16 agosto 1902 – Vicenza, 5 aprile 1973) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era noto anche come "Nane". Giovanni Vecchina Vecchina al Padova Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1940 - giocatore 19?? - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Aurora Venezia 19??-19?? Venezia Squadre di club1 1919-1922 Venezia ? (?) 1922-1924 Petrarca ? (?) 1924-1930 Padova 117 (86) 1930-1933 Juventus 75 (33) 1933-1935 Torino 32 (3) 1935-1936 Servette ? (?) 1935-1937 Biellese 20+ (6+) 1937-1938 Venezia 3 (0) 1938-1939 Palmese ? (?) 1939-1940 Siracusa 14 (3) Nazionale 1928-1931 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1938-1939 Palmese 1939-1940 Siracusa 1940-1941 Napoli Riserve 1942-1943 Rovigo 1946-1947 Vicenza 1948 Vicenza 1947-1948 Napoli 1949-1950 Pistoiese 1953-1954 Portogruaro 1959-19?? Azzurra Sandrigo Carriera Giocatore Club Dopo gli esordi, a cavallo degli anni 10 e 20 del XX secolo, con le maglie di Venezia e Petrarca, legò il suo nome principalmente a quello del Padova, club con cui disputò sei campionati prima dell'istituzione del girone unico, figurando tra i migliori marcatori del tempo. Accasatosi ai biancoscudati nel 1924, lasciò la formazione veneta nel 1930 dopo la prima edizione nella neonata Serie A. Vecchina alla Juve del Quinquennio nel 1932, tra Orsi (a sinistra) e Munerati (a destra). Nello stesso anno approdò alla Juventus di Carlo Carcano, dove rimase per tre stagioni. Per l'iniziale biennio fu il centravanti titolare dei bianconeri, perdendo il posto solo nell'ultima annata causa l'esplosione del giovane Felice Borel, vincendo sotto la Mole tre scudetti — i primi del cosiddetto Quinquennio d'oro — prima di cambiare squadra ma non città, passando ai rivali del Torino con cui esordì in una partita interna contro la Lazio (1-1), rimanendo in granata per due stagioni. Nel 1935 si trasferì al Servette di Ginevra. Tornato in Italia dopo una stagione, seguirono due anni nella Biellese, prima di far brevemente ritorno a Venezia e chiudere infine la carriera agonistica sul finire del periodo interbellico, con Palmese e Siracusa, club questi ultimi in cui si cimentò nel doppio ruolo di giocatore-allenatore. Nazionale Ha giocato anche due partite con la maglia azzurra dell'Italia, la prima il 2 dicembre 1928 a Milano, contro i Paesi Bassi (3-2), e la seconda il 12 aprile 1931 a Oporto, contro il Portogallo (0-2), senza collezionare reti. Allenatore La sua prima esperienza da allenatore è stata a Palmi, in Serie C nella stagione 1938-1939, quando divenne allenatore-giocatore della Palmese. Ha chiuso la carriera da giocatore fungendo anche da allenatore a Siracusa: in quella stessa annata ne fu anche il capitano. Condusse quindi il Rovigo nella stagione 1942-1943, dopo essere subentrato a Renato Bottaccini, guidando poi blasionate squadre come il Vicenza, dove fu esonerato il 28 settembre 1947 per lasciare il posto a Emilio Berkessy, e il Napoli, subentrando nel corso della stagione 1947-1948 a Raffaele Sansone. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933
  19. GILBERTO POGLIANO https://it.wikipedia.org/wiki/Gilberto_Pogliano Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 02.02.1908 Luogo di morte: Torino Data di morte: 12.07.2002 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 04.01.1931 - Serie A - Modena-Juventus 1-2 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Gilberto Pogliano (Torino, 2 febbraio 1908 – Torino, 12 luglio 2002) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Gilberto Pogliano Pogliano (quarto da destra) nel Parma del 1934-1935 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 1929-1930 Cuneo ? (?) 1930-1931 Juventus 1 (0) 1931-1933 Catania 42 (17) 1933-1935 Parma 50 (26) 1935-1936 Cremonese 8 (1) 1936-1937 Parma 30 (1) 1937-1938 Varese 21 (0) 1938-1939 Acqui ? (?) 1939-1940 La Chivasso ? (?) Carriera Dopo aver militato nell'allora seconda divisione con la squadra di Cuneo, nel 1930 passò alla squadra riserve della Juventus; durante la stagione fu chiamato a disputare un incontro con la prima squadra, il 4 gennaio 1931 nella partita Modena-Juventus (1-2), e grazie a quell'unica presenza si aggiudicò, come i compagni di squadra, lo scudetto che i bianconeri vinsero al termine di quell'annata, il primo del cosiddetto Quinquennio d'oro. Giocò poi con le maglie del Parma dal 1933 al 1937, la stagione 1935-36 la disputò alla Cremonese, poi disputò una stagione, la 1937-38 col Varese. Chiuse la carriera nell'Acqui e nel Chivasso. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931 Prima Divisione: 1 - Parma: 1933-1934 (girone D) Campionato italiano Serie C: 1 - Cremonese: 1935-1936 (girone B)
  20. JUAN MAGLIO Genova, primo agosto 1931. Sbarca dal transatlantico proveniente da Buenos Aires un giovanotto dall’aspetto poco rassicurante, vestito di blu, con cappello nero e bagaglio ridotto all’osso. È Josè Maglio, argentino, mezzala destra, se ne dice un gran bene, qualcuno pensa che possa addirittura prendere il posto di Cesarini. In quanto a originalità, però, non è secondo al grande Cè; viaggia senza valigia e tiene nel taschino un pettinino e uno specchietto.Taciturno oltre ogni immaginazione, vestito sempre con abiti scuri (il che lo rendeva sgradito a chi era superstizioso), odioso della compagnia; non poteva certamente trovarsi a suo agio, in un ambiente che faceva della goliardia, il proprio motto.Debutta in campionato nel pareggio 1–1 sul campo della Pro Patria il 20 settembre 1931 e firma il goal del pareggio su assist di Orsi. Così descrive l’azione “La Stampa”: «Maglio, che si trova davanti a Agosteo, avuta la palla da Orsi la pone in rete. La palla disegna una traiettoria falsa e il portiere bustese, che è anche abbagliato dal sole, non può fare altro che raccogliere la palla stessa in fondo al goal».In campo parla un linguaggio sopraffino, sa adattarsi a tutti i ruoli dell’attacco e ogni tanto riesce anche a realizzare qualche rete, come il primo novembre 1931, Juventus batte Alessandria 3–0; oppure il 29 novembre, 4–1 alla Pro Vercelli con doppietta dello stravagante argentino, che ha preso il posto a Cesarini, relegandolo in tribuna. Maglio è un giocatore di ottima caratura tecnica, pronto su ogni pallone e dal discreto colpo di testa. Il 17 gennaio 1932, contro l’Ambrosiana, gioca la sua miglior partita, segnando pure due dei sei goal del trionfo juventino.Poi, improvvisamente, all’indomani di un Milan–Juventus, il 28 febbraio 1932, scompare senza lasciare traccia. Così scrisse “La Stampa”: «Martedì sera alle 19:15 il giocatore salì sul treno per Parigi con moglie e figlio senza darne comunicazione alla società. Alla base probabilmente una multa da 1.000 lire comminatagli dopo la partita contro il Napoli per aver saltato alcuni allenamenti senza autorizzazioni dell’allenatore Carcano. Ma la notizia della multa sembrava averla accolta senza contestazioni promettendo di intensificare gli allenamenti per recuperare le condizioni migliori. E a Milano si era battuto con determinazione. Nulla lasciava presagire una fuga così misteriosa».«Da segnalare – si legge sul libro “Tango bianconero” – che dalla Juventus aveva già incassato (in rate mensili da 3.600 lire) le 40.000 lire concordate come premio di ingaggio per le tre stagioni per cui si era impegnato a giocare in maglia bianconera. Girarono strane voci a riguardo, pare infatti che un suo amico che gli faceva anche da manager, tale Viglienghi, avesse allacciato trattative con l’Huracán di Buenos Aires per farlo rientrare in Argentina. La Juventus ovviamente lo denunciò alla FIGC e alla FIFA (ma con poche speranze, visto che il club argentino militava in una lega che non affiliata alla FIFA). Si sa per certo che indossò nel 1932 la maglia del Gimnasia y Esgrima La Plata per passare l’anno dopo nel Chacarita Juniors, e apparire nel 1934 prima fra le file del Vélez Sarsfield e infine in quelle del Ferro Carril Oeste. Con qui verosimilmente chiuse la carriera».Qualcuno insinuò che la fuga di Maglio fosse stata pilotata da Cesarini, che era spesso costretto alla tribuna per far posto al connazionale. Nessuno, ovviamente, si prese la briga di indagare; in fondo, in quella squadra, di uno come Maglio non si sentiva certo il bisogno. Cesarini tornò titolare e la Juventus riprese a vincere, come se niente fosse successo. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/jose-maglio.html
  21. JUAN MAGLIO https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Maglio Nazione: Argentina Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 22.02.1904 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 06.05.1964 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Argentino Soprannome: Juancito Alla Juventus dal 1931 al 1932 Esordio: 02.09.1931 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-2 Ultima partita: 28.02.1932 - Serie A - Milan-Juventus 0-0 18 presenze - 6 reti 1 scudetto Juan Félix Maglio (Buenos Aires, 22 febbraio 1904 – Buenos Aires, 6 maggio 1964) è stato un calciatore argentino, di ruolo attaccante. In Italia divenne conosciuto come Juan José Maglio. Juan Maglio Maglio al San Lorenzo negli anni 1920 Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1922 Almagro ? (?) 1923-1925 San Lorenzo 1925 Nueva Chicago ? (?) 1926-1930 San Lorenzo 173 (75) 1931 Gimnasia La Plata 6 (1) 1931 F. del Estado ? (?) 1931-1932 Juventus 17 (6) 1933 Chacarita Juniors 10 (4) 1934 Ferro Carril Oeste 1 (1) 1935 Vélez Sarsfield 2 (0) Nazionale 1925-1931 Argentina 9 (6) Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1931-1932
  22. GIOVANNI FERRARI Detto Gioanin o Giovannin, esordì in Prima Divisione (come si chiamava allora la Serie A) quando non aveva ancora sedici anni, nella stagione 1923-24, nella file dell’Alessandria, allenata dall’ungherese Béela Révéezs. Le stagioni seguenti, visse in simbiosi calcistica con il grandissimo allenatore Carlo Carcano, tanto da seguirlo a Napoli nell’Internaples, la più forte squadra campana che contese all’Alba di Roma l’onore di rappresentare la Lega Sud nella finale contro la Lega Nord per il titolo italiano nel 1925-26.L’Alba ebbe la meglio sull’lnternaples, ma i romani furono poi battuti nettamente (7-1 e 5-0) dalla Juventus che schierava: Combi; Rosetta e Allemandi; Grabbi, Viola e Bigatto; Munerati, Vojak I, Pastore, Hirzer e Torriani.Tornato da Napoli per il campionato 1926-27, Ferrari rimase nell’Alessandria, allenata da Carcano, sino al giugno 1930. L’ultima partita in grigio di Giovannin fu a Udine il primo giugno di quell’anno, contro la Triestina. L’anno seguente emigrò a Torino chiamato, nella Juventus, dallo stesso Carcano diventato allenatore dei bianconeri.Modesto, serio, laborioso, Giovannin si trovò a suo agio nel grande club di Edoardo Agnelli ma diretto dal barone Mazzonis che, fra gli altri, poteva schierare il divo Orsi per un premio di 100.000 lire, una Fiat 509 e 8.000 lire mensili di stipendio, e Renato Cesarini, nato a Senigallia però emigrato a Buenos Aires da bambino. Il bizzarro, allegro, mattacchione Cesarini, era una magnifica mezzala destra capace di tutto e, con l’austero Ferrari, formò una strana, straordinaria coppia in bianconero come nella Nazionale. Renato l’impenitente, ascoltava i consigli di Giovanni e la Juventus vinse cinque scudetti consecutivi.Nel campionato 1935-36 Giovanni Ferrari emigrò a Milano, sponda neroazzurra, chiamato dal presidente Pozzani, il popolare Generale Po. Giocando a fianco di Meazza, Ferraris II, Frossi, Attilio Demaria, Ferrara I e Ferrara II (questi tre ultimi di scuola argentina), Giovannin si aggiudicò altri due scudetti con il suo gioco infaticabile, altruista, tecnico, potente e i suoi tanti goal: trentadue nell’Ambrosiana in cinque stagioni come ne aveva fatti sessantasette nella Juventus. Scaricato a Bologna, come giocatore alla fine della carriera, Ferrari andò a raccogliere l’ottavo scudetto nel 1940-41 in tempo di guerra.Lo scorbutico piemontese Vittorio Pozzo, giornalista e Commissario Unico degli azzurri due volte Campioni del Mondo, selezionò per la prima volta Giovanni Ferrari il 9 febbraio 1930 a Roma contro la Svizzera superata (4-2) con le reti di Magnozzi, Orsi e Meazza (due): l’alessandrino giocò mezzala destra a fianco del barese Costantino. Nella Coppa del Mondo 1934, Giovanni Ferrari formò uno straordinario attacco con Guaita, Meazza, Schiavio e Orsi all’ala sinistra, invece a Parigi nel 1938 i suoi compagni di prima linea furono Biavati, ancora Meazza, Piola e Colaussi, il triestino.Confessò: «Ho battuto Zamora nel Mondiale del 1934 a Firenze, però la maggiore soddisfazione la provai l’anno precedente, a Roma, contro gli inglesi. Erano i maestri. Con un lungo tiro ingannai il portiere Hibbs; peccato che, poco dopo, Bastin ottenne il pareggio che, tuttavia, ci fece onore. Il mistero sugli inglesi, ritenuti invincibili, incominciò a svelarsi».Quindi la lunga attività come tecnico. Giocatore-allenatore nella Juventus, poi trainer dell’Inter, e infine l’arrivo alla Nazionale, con la quale, non riuscì a evitare il fallimento della spedizione Mondiale in Cile, patendo molto la totale mancanza di fiducia nei suoi confronti, tanto che fu affiancato da Mazza e Spadaccini, con Pasquale a tirare i fili. Ha sempre amato insegnare ai giovani, insegnava calcio, non tecniche raffinate, lui così antico e così semplice.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1983La scomparsa di Giovanni Ferrari ha addolorato tutti gli sportivi che seguono le vicende del calcio nazionale ed ha lascito addirittura sgomenti quanti ebbero la ventura di conoscere da vicino il grande campione alessandrino.Fu nel periodo della permanenza alla Juventus di Giovanni Ferrari che ebbi modo di conoscere dalla viva voce del protagonista molti particolari della sua vita, specie di quella parte che riguarda il modo con il quale Gioanin fece il suo ingresso nel mondo della palla rotonda.Forse la passionaccia per il calcio gli entrò nel sangue non appena fu capace di camminare. Da ragazzino, insieme agli inseparabili amici Avalle, Rapetti e Scagliotti, percorse migliaia di volte le strade adiacenti il suo domicilio, specialmente Piazza Valfrè, prendendo a calci piccole palle di gomma o fatte di stracci. Quei ragazzi disputavano partite di incommensurabile durata: iniziavano alla luce del sole e finivano sotto la flebile luce dei lampioni.Quando aveva quattordici anni, afferrò al volo qualche frase pronunciata da gente che conosceva il calcio, gente che aveva constatato con quale arte il giovane Ferrari sapeva trattare la palla. Era un timido, il caro Gioanin, e non avrebbe mai osato presentarsi ai dirigenti delle squadre minori dell’Alessandria se non fosse stato spinto dagli amici Avalle e Rapetti.Fu il destino a dargli una mano. Un pomeriggio, insieme agli amici, stava giocando a palla per le strade cittadine quando, urtato da un compagno, cadde a terra e andò a sbattere il mento contro una delle rotaie del tram a vapore che faceva servizio per Spinetta Marengo. Si procurò una lussazione mascellare e una larga ferita al mento. L’incidente, oltre a renderlo inabile al gioco, lo aveva anche liberato dagli impegni di bottega (era aiuto commesso in un negozio di tessuti).Appena le sue condizioni migliorarono, sebbene ancora incerottato, un giorno se ne andò insieme all’amico Rapetti al campo dei grigi che dovevano sostenere un allenamento. Giunto allo stadio con largo anticipo sull’orario fissato per l’allenamento stesso, si mise a palleggiare (lui in borghese) con il Rapetti (in tenuta da gioco). Ferrari non sapeva di essere attentamente osservato dall’allenatore Carcano: il palleggio morbido e sicuro impressionò il tecnico a tal punto da indurlo a invitare Ferrari la sera stessa in sede per firmare il cartellino che lo legava all’Alessandria.Fu proprio in quella squadra che il giocatore alessandrino ebbe le prime soddisfazioni, raccolse generali consensi, disputò il suo primo campionato di Serie A e fu addirittura convocato in Nazionale. Ad Alessandria, ultima venuta nell’arengo provinciale, aveva portato una nota stilistica nuova, trasformando in una scuola tecnica quella che era stata prevalentemente una scuola di ardimento e di sacrificio.Di questa scuola Baloncieri e Ferrari possono essere considerati gli alunni migliori (come lo furono Rosetta per la Pro Vercelli e Caligaris per il Casale), cioè due atleti che riassunsero le caratteristiche di intelligenza, di intuizione, di volontà di tutta una generazione di calciatori. Cevenini III, tanto per fare un esempio, si isolava in un certo modo dalla squadra, faceva numero a sé; Ferrari, invece, vi si immergeva tutto: un giocatore che rappresentava l’ordine, la continuità, con metodicità del gioco, una macchina che pulsava continuamente, che dava al gioco un’andatura, un ritmo, una cadenza.Posso dire, per averli visti giocare tutti e due, che Ferrari è stato il continuatore dello stile, della tecnica dell’idea di gioco del formidabile Adolfo Baloncieri. Purtroppo con la partenza di Ferrari dall’Alessandria verso la Juventus, la scuola alessandrina doveva chiudere il suo meraviglioso ciclo. Il gioco perse allora quel tanto che gli era rimasto di ispirazione provinciale e andò sempre più acquistando un netto carattere nazionale, cioè una fusione di tendenze diverse, armonizzate da un concetto tecnico più generale.Non mi è nemmeno difficile tracciare un profilo tecnico del vecchio amico scomparso. Tante e tante volte l’ho visto giocare, ho analizzato la sua tecnica di gioco, l’intelligenza con la quale partecipava agli incontri, sia nelle squadre di club che in Nazionale. Giovanni Ferrari: il calcolo applicato al gioco del calcio. Un giocatore freddo, positivo, il buon senso fatto persona. Gli sportivi lo ricordano come la tipica mezzala del metodo, cioè mezzala di manovra, da tessitura.Era una macchina che lavorava e funzionava a regolari colpi di stantuffo, uno dopo l’altro, continui, implacabili. Giocatore di una tecnica sobria, poco portato a osare, ma che costruiva la partita un’azione sull’altra, come le pietre di un edificio, le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a misurare l’ostacolo e a valutare una situazione tattica, un uomo metodico che sembrava possedere un misterioso senso del ritmo; giocava con una cadenza sempre uguale, apparentemente un po’ lenta, ma che faceva forse più strada di ogni altra; quello sfornare continuo di palloni scoccati per ogni direzione, quel senno di gioco che dava l’impressione di un saggio fra tanti scavezzacolli. Tutto, insomma, ha contribuito a fare di Ferrari un elemento di grandissima classe.Gioanin Ferrari, giudicato a posteriori, è stato proprio il giocatore sorto nell’epoca sua, cresciuto nel suo più conveniente clima di gioco. Posso senz’altro affermare (confortato in ciò dall’opinione di illustrissimi competenti, quali Ugo Locatelli, Piero Rava, Baldo Depetrini e Silvio Piola) che egli è stato, nel corso di un decennio, la migliore mezzala sinistra europea. Ed è l’elogio più alto che il critico può scrivere dell’indimenticabile giocatore alessandrino.Maestro sommo sul terreno di gioco, per gli avversari e per i compagni: una vera scienza calcistica, quella scienza che Ferrari per lunghi anni elargì poi a tutti i suoi allievi, attenti ascoltatori delle sue lezioni al Centro Tecnico di Coverciano. Per questo sono convinto che la morte di Giovanni Ferrari sia stata una grave perdita per il mondo del calcio nazionale.RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Ventenne dall’aria già matura, stempiato e serafico, l’alessandrino Gioanin Ferrari quando scende dal treno a Porta Nuova e infila i portici che conducono alla vicina sede juventina, forse, per la prima volta in vita sua si sente investito da un senso di particolare nervosismo. Non è da lui, in genere così flemmatico e pacato, riflessivo. Per questo la cosa lo mette in gran sospetto e gli fa pensare che, “stavolta”, il momento è per davvero molto particolare.E pensare che credeva di essere inattaccabile in tal senso. Vaccinato, come si usa dire. Di situazioni emotive ne aveva dovute affrontare eccome nella sua carriera, malgrado fosse pur sempre un novizio alle prime prove sui grandi palcoscenici. Gli venne in mente, ad esempio, la fuga da Napoli in piena notte. Lui e Carcano, dopo quella sconfitta che aveva mandato in bestia i tifosi partenopei al punto di promettere certi «ti aspetto fuori» da far paura. «Basta con lo stare a Napoli e basta con l’Internapoli. Mai più», avevano seguitato a ripetersi, mentre il treno dal Meridione, caldo e agitato, li riportava nella più fredda, ma assai più tranquilla Alessandria. Già, Alessandria, la sua cittadina. Dove aveva scoperto il calcio e da dove era stato pescato da Vittorio Pozzo per la Nazionale. Giusto l’altro ieri. E adesso la Juventus, la squadra di Agnelli.«Gioanin, son qui». Come risvegliato dai suoi pensieri, Ferrari vede all’improvviso Carcano pararglisi in faccia. «Sì, sì – balbetta – buongiorno». «Dai, che il barone Mazzonis ti aspetta».VLADIMIRO CAMINITIChe fosse il pupillo di Carcano, è accertato. Che le cronache di calcio dei nostri nonni, e per questo, anche quelle dei nostri padri, sorvolassero beatamente su tutto ciò che non fosse pallone, nei giorni di un’Italia massimamente ipocrita, nei giornali non si leggeva di suicidi, e la cronaca nera, era ridotta all’essenziale anche questo è risaputo. Nei giorni di guerra, Emilio De Martino continuava a scrivere i suoi edulcorati romanzi sportivi, quando è evidente che, fin dal suo sorgere e poi irrobustirsi, la Juventus con Edoardo Agnelli il magnate, presidente con Giovanni Mazzonis factotum, e dirigenti ammanicati col fatto economico e quasi spilorci perché solo gli assi godevano dei loro favori, per tutti gli anni Trenta della gloria totale e della conquista della popolarità nazionale, ebbe i suoi problemi e pure problemacci, che sapeva risolvere con discrezione, perché i panni sporchi si lavano in famiglia.Che Carcano avesse il vizietto dunque è risaputo, ma ciò non toglie che sia stato un grandissimo lavoratore, e un professionista serio, anche molto dotato sotto il profilo psicologico, come dimostrano cento episodi, e specialmente uno raccontato da Luigi Cavallero papà di Ferruccio, e ambedue diversamente sventurati (il padre morì nella fiammata di Superga col Grande Torino, il secondo si sarebbe spento a trent’anni sulla soglia di una luminosa carriera giornalistica) a proposito di Combi.Giovanni Ferrari, in sostanza uno dei grandi meriti di Carcano allenatore della Juventus, (Carcano godeva anche l’alta stima di Pozzo tanto che ne faceva l’allenatore della Nazionale), alessandrino puro sangue, insieme a Baloncieri e a Rivera costituisce la triade delle grandi mezzeali che dopo aver rivestito la maglia dell’Alessandria, attinsero alla gloria.Ferrari è stato il regista di centrocampo più completo, se si vuole, dell’intera storia del calcio italiano; due Campionati del Mondo (1934 e 1938), otto scudetti, ne documentano le infinite risorse. Non veloce, velocizzava il gioco con il pallone passato di prima, spesso verticalmente, con lanci di cinquanta metri, e aveva moltissimo nerbo nel contrasto. Era un grande atleta, nonché un cursore sorvegliato stilisticamente e abilissimo nel piazzamento; vince con la Juve cinque scudetti consecutivi, prima di passare a Milano, all’Ambrosiana di Meazza, per continuare a vincere; senza tricolore sul petto non viveva; la tattica che si fa strategia, lo ebbe principe della Juventus di Carcano dal 1930 al 1935, sia che si trattasse di lanciare Vecchina e Orsi o Borel II e Orsi, o di risolvere personalmente.Monti e Ferrari furono la spina dorsale di quella squadra inimitabile, cattivissima quanto leale nel gioco, che sapeva speculare sul goal senza concedere all’avversario un’unghia di terreno, che aveva un portiere quasi eroico nelle mischie, e cominciò a declinare soltanto quando sulla diga foranea del porto di Genova, ammarando nell’idrovolante guidato da Arturo Ferrarin, il presidente Edoardo andò a incontrare un’atroce assurda morte.«L’impasto di squadra meglio riuscita dall’epoca d’oro della Pro Vercelli». «La bella creazione dei dirigenti affidata alle sapienti mani di Carcano». «Modello ed esempio di organizzazione e di educazione calcistica». Roggi, il mancato pianista veronese, Casalbore che avrebbe poi fondato “Tuttosport”, quell’arguto umorista di Carlin, la cui matita “parlava” assai più e meglio della penna, il sentimentalismo di De Martino, la sincera retorica di Pozzo. E insieme a tutto questo, la regia equidistante e virile di Gioann Ferrari, l’alessandrino pupillo di Carcano, che pilota anche la Nazionale come la Juventus (e poi l’Ambrosiana) ai massimi traguardi. Come dire uno dei più grandi centrocampisti della storia mondiale, e forse è più giusto definirlo mezzala, la mezzala tessitrice del gioco, continuo, mai trafelato, sempre puntuale, dal tiro potente, un trascinatore e un creatore di gioco divenuto leggenda. Quanto all’uomo, e alla sua scorbutica natura (uomo di poche parole e di tanto pragmatismo) chi sa veramente sviscerare l’animo umano? https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/giovanni-ferrari.html
  23. GIOVANNI FERRARI https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Ferrari Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 06.12.1907 Luogo di morte: Milano Data di morte: 02.12.1982 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gioanin Alla Juventus dal 1930 al 1935 e 1941-1942 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 08.02.1942 - Coppa Italia - Juventus-Padova 1-0 193 presenze - 79 reti 5 scudetti 1 coppa Italia Campione del mondo 1934 e 1938 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1941 al 1942 16 panchine - 7 vittorie - 4 pareggi - 5 sconfitte Giovanni Ferrari (Alessandria, 6 dicembre 1907 – Milano, 2 dicembre 1982) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mezzala. Annoverato tra i migliori giocatori della sua generazione (Carlo Felice Chiesa lo ha definito «una della più complete mezzali sinistre della storia») e considerato come il prototipo dell'interno sinistro nel Metodo, è uno dei calciatori italiani più vincenti, potendo vantare nel palmarès personale due Coppe del Mondo e una Coppa Internazionale conquistate negli anni 1930 con la nazionale di Vittorio Pozzo, e otto campionati nazionali, di cui cinque consecutivi con la Juventus. È uno dei sei calciatori italiani (con Filippo Cavalli, Sergio Gori, Pierino Fanna, Aldo Serena e Attilio Lombardo) che sono riusciti a vincere lo scudetto in tre diverse squadre, nel suo caso con Juventus, Ambrosiana-Inter e Bologna. È inoltre l'unico atleta, assieme a Cesare Maldini, ad aver partecipato al mondiale sia nelle vesti di giocatore che in quelle di allenatore della nazionale azzurra. Giovanni Ferrari Ferrari alla Juventus nei primi anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Mezzala Termine carriera 1942 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 1922-1925 Alessandria Squadre di club 1923-1925 Alessandria 15 (1) 1925-1926 Internaples 15 (16) 1926-1930 Alessandria 104 (64) 1930-1935 Juventus 187 (78) 1935-1940 Ambrosiana-Inter 108 (24) 1940-1941 Bologna 16 (2) 1941-1942 Juventus 6 (1) Nazionale 1930-1938 Italia 44 (14) Carriera da allenatore 1941-1942 Juventus 1942-1943 Ambrosiana-Inter 1944-1945 Pavia 1945 Brescia 1947-1948 Cantonal Neuchâtel 1948-1950 Prato 1950-1951 Padova 1958-1959 Italia 1960-1962 Italia Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Argento 1931-1932 Oro 1933-35 Biografia La casa natale di Giovanni Ferrari in via Tripoli, ad Alessandria. Crebbe nel popolare quartiere della Cararola, uno dei più poveri d'Alessandria, che prendeva il nome da un canale di scolo che l'attraversava; sin da giovanissimo mostrò interesse per il pallone, tanto che dichiarò: «la "passionaccia" per il gioco del calcio è entrata in me non appena sono stato capace di camminare». Precoce talento, diventò popolare tra i giovani della città e attirò l'interesse della squadra cittadina, da cui venne tesserato nel 1921; in quel momento lavorava come aiuto-commesso in un negozio di tessuti. Convinse subito l'allenatore Carlo Carcano, che seguì in varie squadre tra gli anni 1920 e 1930; fu tra gli uomini-simbolo della Juventus del Quinquennio d'oro e della nazionale italiana di Vittorio Pozzo. Smise di giocare nel 1942, per dedicarsi all'allenamento, attività nella quale non eguagliò gli stessi risultati conseguiti da calciatore. Fu per lungo tempo istruttore presso il Centro Tecnico Federale di Coverciano, rivestendo peraltro assieme a Paolo Mazza il ruolo di commissario tecnico dell'Italia durante il campionato del mondo 1962. Tra le sue ultime apparizioni pubbliche vi fu la sfilata al Camp Nou di Barcellona, nella cerimonia inaugurale del campionato del mondo 1982; nell'occasione volle portare con sé la prima tessera della Federazione, datata 1921. Morì pochi mesi dopo all'ospedale San Carlo Borromeo di Milano per un collasso cardiocircolatorio, conseguenza di un'emorragia esofagea e gastrica che lo aveva colpito alcuni giorni prima; lasciò la moglie e una figlia. Gli sono stati intitolati il campo sportivo di via Alessandro Tonso, ad Alessandria, e l'Aula Magna del Centro Tecnico di Coverciano. Caratteristiche tecniche Giocatore Ettore Berra considerava Ferrari un modello per gli attaccanti della sua epoca; scrisse su Il Calcio Illustrato nel 1938: «è non solo il miglior giuocatore della sua generazione, ma è l'uomo che insegna a tutti come si giuochi per la squadra e non solo per il proprio tornaconto, come s'inizi un'azione, come ci si comporta negli sviluppi di quest'azione. Si può dire che tale ruolo è, dal punto di vista tecnico una creazione sua. Prima di Ferrari, il mezzo-sinistro era un giuocatore qualunque [...]. Quando darà un addio allo sport porterà con sé il segreto del suo giuoco. Nessuno finora l'ha eguagliato, nessuno lo vale». Nello stesso anno, l'ex-calciatore e giornalista francese Lucien Gamblin lo definì su L'Auto «probabilmente il miglior calciatore italiano da dieci anni a questa parte [...]. Degno successore di Baloncieri, stratega notevole e fine tecnico, il cui giuoco resta sobrio e impersonale [...]», concludendo «nessuno sa meglio di lui iniziare o condurre un attacco nelle migliori condizioni, e, se il suo tiro a rete non ha niente di speciale come potenza, non pecca certo di imprecisione». Il gol-scudetto di Ferrari alla Fiorentina il 2 giugno 1935, che permise alla Juventus di stabilire il suo Quinquennio d'oro. Il paragone con Baloncieri, altro prodotto della «scuola alessandrina» fu approfondito da Gianni Brera: «normotipo di larga cassetta e solide gambe, è di gran lunga il più specializzato e dotato dei centrocampisti italiani. Non ha la nevrile eleganza di Baloncieri, ma lo supera per fondo atletico e impegno. Possiede minor senso del gol, ma è largamente più assiduo nei recuperi difensivi [...]. È il tipico mediano di spola: dove arriva lui, l'equilibrio di squadra è assicurato». Angelo Rovelli lo descrisse come «calciatore solido, pragmatico, lineare [...], stantuffo di centrocampo ma pure abile nel puntare a rete». Agli esordi ebbe compiti offensivi che, a partire dal passaggio alla Juventus (1930) andarono limitandosi: in nazionale, date le presenze di Schiavio e di Piola come centravanti, Vittorio Pozzo gli affiancò Meazza per creare «una coppia costruttrice di giuoco, come poche altre in Europa». Le doti di regista di Ferrari furono evidenziate da Antonio Ghirelli: «giuocatore d'una tecnica sobria, poco portato ad osare, costruiva la partita un'azione sull'altra [...], le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a mirare l'ostacolo e a valutare una situazione tattica, un metodico che sembrava avesse un misterioso senso del ritmo». Calciatore disciplinato e corretto, nel 1931 ricevette un encomio dalla dirigenza della Juventus per non aver reagito, durante una gara di campionato, allo schiaffo di un avversario. Allenatore Fautore di un gioco offensivo, Ferrari era ricordato da Enzo Bearzot come «un buon maestro»; infatti, pur non raccogliendo particolari successi nell'allenamento, fu a lungo istruttore dei corsi per allenatori del centro tecnico di Coverciano. Raccontò Fino Fini: «Giovanni era fatto per insegnare [...]. Ricordo il primo corso per allenatori. Spiegava la tecnica e agli esami era severo». Carriera Giocatore Club L'Alessandria e la parentesi a Napoli Ferrari (in prima fila, secondo da destra) nell'Alessandria della stagione 1927-1928. Entrò nelle giovanili dell'Alessandria nel 1921, a quattordici anni non ancora compiuti; tre amici calciatori, Giuseppe Rapetti, Edoardo Avalle e Cinzio Scagliotti, lo segnalarono al giocatore-allenatore Carcano, che ne apprezzò particolarmente il palleggio morbido e sicuro. Poco tempo dopo giocò per la prima volta con la squadra riserve, a Torino, mentre il debutto in prima squadra avvenne il 7 ottobre 1923, a 15 anni e 10 mesi, sul campo della Sampierdarenese (vittoria dei grigi per 2-1). Nelle prime due stagioni giocò saltuariamente, segnando la sua prima rete il 1º febbraio 1925, nel 6-1 al Mantova. Nel 1925 fu segnalato da Carcano, neo-allenatore dell'Internaples, ai dirigenti, che lo acquistarono per 5 000 lire. L'interno fu decisivo nella stagione 1925-1926, in cui l'ancora inesperta squadra campana raggiunse per la prima volta nella sua storia le finali di Lega Sud, poi perse contro l'Alba Audace di Roma. Considerato il successo della coppia, i dirigenti alessandrini, che uscivano da una difficile stagione in cui la squadra aveva rischiato la retrocessione, si convinsero a ingaggiare Carcano come allenatore per la stagione 1926-1927 e a riacquistare il diciottenne Ferrari sborsando 12 000 lire, più del doppio di quando avevano ricavato l'anno prima dalla sua cessione. Lo sforzo economico fu ricompensato da ottime prestazioni in campionato e dalla vittoria dell'Alessandria in Coppa CONI (Ferrari segnò un gol nella finale di ritorno, contro il Casale); a dargli sicurezza durante gli spunti offensivi fu l'innesto di Luigi Bertolini, chiamato da Carcano a coprirgli le spalle in mediana. Parte, scrisse Mario Ferretti, «di quella famosa linea attaccante che fu spauracchio – a quei tempi – d'ogni difesa: Cattaneo, Avalle, Banchero, Ferrari, Chierico», nella stagione 1927-1928 Ferrari segnò 24 reti in 32 gare, sospingendo l'Alessandria verso la vittoria dello scudetto, mancata per questione di pochi punti. Sempre più frequentemente richiesto da grandi squadre, nel 1929 Ferrari rimase all'Alessandria poiché questa, non potendogli offrire un ingaggio migliore, scelse di promettergli la cessione gratuita per l'anno successivo, a patto di rimanere ancora per un campionato. Il torneo 1929-1930 fu positivo per il club e grazie alla prolificità dell'interno, che segnò 19 reti e nel corso della stagione debuttò in nazionale, si mantenne a lungo al vertice della classifica, per poi cedere posizioni nel corso del girone di ritorno. A quel punto la società fece un estremo tentativo per non svincolare il giocatore, escludendolo dai titolari delle ultime gare per scarso impegno e sperando così di poter venir meno ai patti; Ferrari giocò la sua ultima partita in maglia cinerina il 1º giugno 1930, a Udine (Triestina-Alessandria 1-0); è a oggi il terzo marcatore nella storia dell'Alessandria. La Juventus del Quinquennio Ferrari (secondo da destra) con la Juve del Quinquennio nella stagione 1933-1934. Ferrari fu espressamente richiesto alla Juventus da Carcano, nel momento in cui fu offerta a questi la guida della prima squadra; essendo a conoscenza degli accordi tra il calciatore e l'Alessandria, era cosciente che il suo ingaggio per la società non avrebbe rappresentato un pesante esborso. Ferrari ne ebbe 22 000 lire annue più bonus. Alla Juventus, dove già erano presenti centravanti prolifici (Vecchina e poi Borel) Carcano poté sfruttare le doti di manovra di Ferrari, che andò dunque a infoltire il roccioso centrocampo della squadra fungendo da «motore». Il calciatore stesso, negli anni della maturità, raccontò: «I cannonieri c'erano già, non era necessario avvicinarsi troppo all'area. Piuttosto, bisognava servire le ali, specie Orsi, perché Cesarini si dimenticava troppo spesso di farlo». Con i bianconeri vinse cinque scudetti in altrettante stagioni e fu, in tutti i cinque campionati, il secondo cannoniere della squadra, malgrado la riduzione degli obblighi d'attacco; disputò 160 partite su 166. Particolarmente importante fu la rete segnata all'81' di Fiorentina-Juventus del 2 giugno 1935 che, in virtù della contemporanea sconfitta dell'Ambrosiana-Inter sul campo della Lazio, assegnò lo scudetto ai bianconeri. Fu quella anche l'ultima gara di Ferrari con la Juventus; alla fine dell'anno fu inserito in lista di trasferimento. Il passaggio all'Ambrosiana-Inter Nel 1935 l'improvvisa morte di Edoardo Agnelli portò novità dirigenziali in seno alla società bianconera. Questa optò per una politica d'austerità, e quando a Ferrari fu negato un lieve aumento di stipendio, questi, che già aveva assistito all'allontanamento del mentore Carcano nel corso della stagione precedente, scelse di cambiare squadra. Rifiutò le offerte della Lazio prefendo quelle dell'Ambrosiana-Inter, determinata a ricomporre l'accoppiata con Meazza già vista in nazionale. Ferrari (in piedi, terzo da destra) nell'Ambrosiana-Inter campione d'Italia 1937-1938. Durante quest'esperienza, Ferrari diede prova di «magistero e continuità atletica», dimostrandosi «aduso a giocare allo stesso (sfiancante) ritmo dal primo all'ultimo minuto, impegnato nel lavoro di cucitura al servizio della squadra». Con Ferrari titolare, Meazza si laureò per due volte capocannoniere, e l'Ambrosiana vinse il campionato del 1937-1938, il primo della gestione di Ferdinando Pozzani. Nel 1938 gli giunse una ricca offerta dell'Arsenal; risulta essere questa una delle prime richieste di giocatori stranieri da parte di un club inglese: Ferrari rifiutò (Chiesa scrive che «non se la sentì»). A partire dalla stagione 1938-1939, nonostante la vittoria del precedente campionato e il successo al mondiale francese, Ferrari (così come Meazza, bloccato da un embolo a un piede) fu gradualmente accantonato dal nuovo allenatore nerazzurro Tony Cargnelli, che gli preferiva il giovane Candiani. Nella stagione 1939-1940 Ferrari era ormai relegato tra le riserve, e vinse il suo settimo scudetto personale collezionando appena otto presenze. Il Bologna dei veterani All'inizio della stagione 1940-1941 Hermann Felsner, allenatore del Bologna, chiese alla società l'ingaggio di Ferrari, trentatreenne e ormai ai margini nell'Ambrosiana. Lo impiegò alternandolo, a turno e a seconda dello stato di forma, ai due interni della squadra, i trentenni Andreoli e Sansone; il Bologna andò a vincere così, con largo anticipo, il sesto scudetto della sua storia, l'ultimo del ciclo dello «squadrone che tremare il mondo fa». Per Ferrari fu anche l'ottavo e ultimo scudetto in carriera; nella stagione successiva ritornò alla Juventus come calciatore-allenatore. Disputò la sua ultima partita di campionato il 1º febbraio 1942, in Bologna-Juventus 2-0, prima di giocare ancora una volta, la settimana dopo, nel quarto di finale di Coppa Italia vinto per 1-0 contro il Padova. Nazionale Ferrari (sesto da sinistra) nell'Italia campione del mondo 1934 Il debutto con l'Italia avvenne a 22 anni, allo stadio del PNF, in Italia-Svizzera 4-2; nella stessa partita debuttò Giuseppe Meazza, che sotto la guida di Vittorio Pozzo andò a formare con Ferrari una celebre coppia di mezzali definita, nel 1938, «il duo più straordinario del mondo». Nell'aprile di quell'anno esordì anche in nazionale B, con cui collezionò 7 reti in 4 presenze. Ferrari giocò cinque partite su sei del vittorioso campionato del mondo 1934 ospitato dall'Italia, segnando una rete nell'ottavo di finale, contro gli Stati Uniti, e un'altra a Zamora, nel quarto contro la Spagna. Il 14 novembre dello stesso anno fu tra i protagonisti della gara contro l'Inghilterra ricordata come "Battaglia di Highbury"; su Lo Sport Fascista scrisse: «Li abbiamo battuti moralmente a casa loro, nel cuore, e siamo stati più che alla pari per tecnica di gioco». Il 13 maggio 1933 era stato il primo italiano a segnare un gol alla nazionale inglese, che ricordò come uno dei momenti più appaganti della sua carriera: «Ho battuto Zamora nel mondiale del 1934 a Firenze, però la maggiore soddisfazione la provai l'anno precedente, a Roma, contro gli inglesi. Erano i maestri. Con un lungo tiro ingannai il portiere Hibbs; peccato che, poco dopo, Bastin abbia ottenuto il pareggio che, tuttavia, ci fece onore. Il mistero sugli inglesi, ritenuti invincibili, incominciò a svelarsi». Soprattutto, Ferrari è ritenuto uno dei calciatori più importanti nella vittoria del campionato del mondo 1938 in Francia. Su Il Calcio Illustrato l'inviato Renzo De Vecchi spiegò che le due mezzali «stavano, generalmente, più arretrate, e talvolta si videro anche sulla linea dei terzini, ciò che invece non si verificò in campo francese, brasiliano e ungherese». L'Auto, uno dei principali giornali sportivi dell'epoca, scrisse: «Ferrari e Meazza, artefici della vittoria per il modo abile, chiaro, intelligente impiegato nella costruzione del gioco offensivo della loro squadra»; il corrispondente di Paris-Soir Jean Eskenazi inserì il mezzo sinistro nella formazione ideale del torneo. Con gli azzurri Ferrari vinse anche la Coppa Internazionale 1933-1935. Disputò l'ultima gara il 4 dicembre 1938, a Napoli, in Italia-Francia 1-0; aveva collezionato 44 presenze (2 da capitano) e 14 reti. Allenatore Club Juventus e Ambrosiana-Inter Nel 1941-1942 Ferrari fece ritorno alla Juventus dopo sei anni per ricoprire il ruolo di giocatore e allenatore; in quella stagione, spiegò Paolo Facchinetti, «esigenze di rinnovamento» comportarono una «strana campagna acquisti, che vide la cessione fra gli altri di Borel II, di Gabetto e del portiere Bodoira». Ferrari diede le dimissioni dall'incarico dopo quattordici gare, con la squadra quinta, già nettamente distanziata dal gruppo di testa; fu sostituito da Luis Monti, rimanendo in rosa come giocatore. Al termine della stagione la Juventus si aggiudicò la Coppa Italia, l'unica della carriera per Ferrari. Nella stagione successiva si legò invece all'Ambrosiana, reduce da un campionato deludente e dalle dimissioni del presidente Pozzani. La squadra rimase a lungo a contatto con le prime posizioni, per poi cedere nelle battute finali del torneo; durante le partite dell'ultima giornata contro il pericolante Venezia, i giocatori nerazzurri assunsero un atteggiamento passivo e Ferrari scelse di espellere un proprio giocatore, Ubaldo Passalacqua, «per scarso impegno». La Commissione di Controllo della Federazione multò Ferrari per questo gesto, poiché anch'esso avrebbe favorito il Venezia. La sospensione dei campionati e il dopoguerra Ferrari (a sinistra) allenatore del Brescia nella stagione 1945-1946 Nel 1944, durante la sospensione dei campionati dovuta all'evolversi della seconda guerra mondiale, Ferrari fu ingaggiato dal Pavia in un'ottica di rafforzamento della squadra voluta dal presidente Giovanni Valsecchi per la partecipazione al Torneo Benefico Lombardo 1944-1945; la squadra chiuse il torneo al terzo posto. Allenò poi il Brescia durante la Divisione Nazionale 1945-1946. Nella stagione 1947-1948 seguì la prima squadra del Cantonal Neuchâtel nella massima serie svizzera; la squadra retrocesse al termine del torneo, ma l'opera di Ferrari, scrisse La Stampa in quell'anno, «fu apprezzata dai dirigenti elvetici». Nella stagione successiva vinse la Serie C 1948-1949 con il Prato; allenò anche il Padova, in A, nel 1950-1951: chiamato a campionato in corso a sostituire Pietro Serantoni, venne sollevato dall'incarico prima del termine della stagione, e rimpiazzato da Frank Soo. Seguì inoltre diverse squadre giovanili (Alessandria, Inter) e fu osservatore per la FIGC, notando tra gli altri Giacomo Losi. Nazionale Dal 1950 entrò nei ranghi federali e divenne istruttore tecnico nei corsi per allenatori. Fu dapprima aiutante di campo per la nazionale, poi nel 1958 fu chiamato a sostituire Giuseppe Viani con una commissione tecnica formata dai dirigenti Pino Mocchetti e Vincenzo Biancone. Dopo un breve ritorno di Viani, Ferrari gli subentrò in solitaria, ottenendo la qualificazione al campionato del mondo 1962 in Cile. Sotto la guida dell'ex mezzala, «la massima rappresentativa italiana conobbe tra l'autunno del 1960 e la primavera del 1962 una stagione complessivamente positiva», anche se il gioco offensivo da lui proposto poiché congeniale ai vari oriundi venne criticato dal giornalista Gianni Brera, in particolare dopo la sconfitta contro l'Inghilterra del maggio 1961. Per la fase finale, in Cile, gli furono affiancati Helenio Herrera, che rinunciò dopo poco tempo, e il presidente della SPAL Paolo Mazza. A partire dall'esclusione dal novero dei convocati di Mario Corso, dopo un litigio con lo stesso Ferrari, la spedizione cilena fu travagliata sin dal principio, anche per i contrasti tra i due componenti della commissione tecnica, a causa delle diverse visioni di gioco (Mazza era un difensivista). Ferrari ricordò l'esperienza declinando le responsabilità per l'esito negativo del mondiale: «se l'Italia fu eliminata in Cile, non è colpa mia. Lo dissi allora e lo ripeto oggi. Io non contavo niente. Quando mi venne comunicata la decisione di affiancarmi Mazza, risposi che con me Mazza non avrebbe litigato. In parole povere avrei fatto decidere a lui». L'Italia, considerata tra le favorite, uscì al primo turno, principalmente a causa del caotico esito della partita contro i padroni di casa del Cile, nella partita ricordata come "Battaglia di Santiago". Omar Sívori denunciò poi il pesante condizionamento della stampa, dichiarando di essere stato testimone di una conversazione in cui i due commissari si erano fatti influenzare, nella scelta dei titolari da schierare contro il Cile, da alcuni importanti cronisti fautori del difensivismo (tra i quali pare vi fosse lo stesso Brera). Al ritorno Ferrari lasciò dunque la guida nella nazionale; per il giornalista Giuseppe Signori «ebbe il torto in Cile e prima di Santiago di non opporsi a troppe cose, come a persone sbagliate. Passivamente accettò in silenzio il peggio, limitandosi a parlare dopo», come ammise lui stesso, rammaricandosene, nella lettera di dimissioni inviata alla Federazione. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 8 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Ambrosiana-Inter: 1937-1938, 1939-1940 Bologna: 1940-1941 Coppa Italia: 2 Ambrosiana-Inter: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Coppa CONI: 1 - Alessandria: 1927 Nazionale Campionato mondiale: 2 - Italia 1934, Francia 1938 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Inserito nella Hall of Fame - I Magnifici del calcio italiano - 2000 Inserito nella Hall of fame del calcio italiano - 2011 (riconoscimento alla memoria) Allenatore Club Campionato italiano Serie C: 1 - Prato: 1948-1949 (girone C)
  24. ALDO VOLLONO https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Vollono Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 03.08.1906 Luogo di morte: Brunate (Como) Data di morte: 05.06.1946 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 18.01.1931 - Serie A - Inter-Juventus 2-3 Ultima partita: 26.04.1931 - Serie A - Legnano-Juventus 1-2 10 presenze - 3 reti 1 scudetto Aldo Vollono (Genova, 3 agosto 1906 – Brunate, 5 giugno 1946) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Aldo Vollono Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1934 Carriera Squadre di club 1928-1930 Triestina 20 (2) 1930-1931 Juventus 10 (0) 1931-1932 Triestina 11 (3) 1932-1933 Bari 2 (0) 1933-1934 Antibes ? (?) Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
  25. FRANCESCO RIER https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Rier Nazione: Italia Luogo di nascita: Rovereto (Trento) Data di nascita: 02.12.1908 Luogo di morte: Rovereto (Trento) Data di morte: 05.05.1991 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 28.09.1930 - Serie A - Juventus-Pro Patria 4-1 Ultima partita: 14.06.1931 - Serie A - Brescia-Juventus 1-1 28 presenze - 2 reti 1 scudetto Francesco Rier, noto anche come Franco (Rovereto, 2 dicembre 1908 – Rovereto, 5 maggio 1991), è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Rier Rier alla Juventus nel 1930 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 1926-1927 Rovereto ? (?) 1927-1928 Modena 19 (16) 1928-1930 Lazio 29 (8) 1930-1931 Juventus 28 (2) 1931-1932 Servette ? (?) 1932-1934 Nizza 11+ (0+) 1934-1936 Brescia 47 (9) 1936-1939 Palermo 56 (7) 1939-1940 Rovereto ? (?) Caratteristiche tecniche Alla Lazio giocava come interno, poi alla Juventus diventa un mediano. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931 Competizioni regionali Terza Divisione: 1 - Rovereto: 1926-1927 Prima Divisione: 1 - Rovereto: 1939-1940
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