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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. GIUSEPPE GRABBI Aveva cominciato a giocare all’ala destra e terminò come mediano laterale. Era piccolo, coraggioso, velocissimo, portava avanti la palla con sicurezza, sapeva crossare molto bene e si inseriva nella manovra offensiva per tirare verso la porta avversaria. Aveva l’abitudine di guardare molto il pallone quando correva, ma sapeva vigilare sull’andamento del gioco.Era studente in ingegneria e giocava per puro diletto, nel senso che lo faceva con grandissima passione, frequentando assiduamente tutti gli allenamenti. Il suo gioco non era molto appariscente ma redditizio, dava calore più di quanto desse luce.Fu una pedina quasi insostituibile nella Juventus che, nel 1925, conquistò il titolo di Campione d’Italia. Grabbi, vestì la maglia azzurra come ala destra, il 20 gennaio 1924, nella partita disputata a Genova contro l’Austria. In totale, Giuseppe (nonno di Corrado che giocherà qualche partita nella prima Juventus di Lippi) indossò la maglia bianconera dal 1921 al 1927, collezionando ottantaquattro presenze e quattordici goal.VLADIMIRO CAMINITI«All’attacco Grabbi fu specialmente attivo e riuscì a effettuare alcuni ottimi centri; due dei quali in piena corsa, quasi sulla linea di fondo, pressato dall’half, in condizioni cioè impossibili a chiunque non riesca, come lui, a muoversi in barba a tutte le leggi dell’equilibrio». Dalla cronaca siglata Debe di Juventus-Legnano 0-1 del 20 settembre 1924, pubblicata da “Hurrà” dell’ottobre 1924. Formazione bianconera: Sartoris; Albera, Rasetto; Monticone, Barale, Grabbi; Munerati, Viola, Pastore, Gambino, Giriodi. Arbitro Mattea. Partita amichevole. «La squadra juventina si presentò largamente incompleta: mancavano Combi, Bruna, Rosetta e Gianfardoni nel primo tempo. La gara si svolse con ritmo regolare e alternate predominanze di gioco fino al momento in cui fu segnato il goal del Legnano, goal che venne a premiare, più che una supremazia tecnica, un maggiore impegno». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/giuseppe-grabbi.html
  2. GIUSEPPE GRABBI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Grabbi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 12.02.1901 Luogo di morte: Torino Data di morte: 25.08.1970 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1921 al 1927 Esordio: 02.10.1921 - Prima Divisione - Verona-Juventus 1-2 Ultima partita: 26.06.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Inter 1-3 86 presenze - 14 reti 1 scudetto Giuseppe Grabbi (Torino, 12 febbraio 1901 – Torino, 25 agosto 1970) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Anche suo nipote Corrado, quasi settant'anni dopo di lui, arrivò a indossare la maglia della Juventus, vincendo coi bianconeri lo scudetto 1994-1995. Giuseppe Grabbi Giuseppe Grabbi alla Juventus negli anni 1920 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1932 Carriera Squadre di club 1919-1921 Pastore ? (?) 1921-1927 Juventus 86 (14) 1927-1928 Novara 18 (2) 1928-1931 FBC Liguria 85 (4) 1931-1932 Saluzzo ? (?) Nazionale 1924 Italia 1 (0) Carriera Club Di ruolo ala e mediano, crebbe nella Juventus con la quale debuttò in massima serie nel 1921. Restava in bianconero fino al 1927, totalizzando 86 presenze condite da 14 reti nonché vincendo il campionato 1925-1926. Successivamente militò per due anni nel Novara, per altre due stagioni nei genovesi de La Dominante e infine nel Saluzzo per un'annata. Nazionale Con la nazionale giocò un'amichevole persa 0-4 contro l'Austria nel 1924. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
  3. FRANCESCO BLANDO https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Blando Nazione: Italia Luogo di nascita: Moncalieri (Torino) Data di nascita: 18.01.1901 Luogo di morte: Casale Monferrato (Alessandria) Data di morte: 29.06.1946 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1921 al 1923 Esordio: 07.12.1919 - Prima Categoria - Biellese-Juventus 0-3 Ultima partita: 06.05.1923 - Prima Divisione - Juventus-Bologna 2-2 22 presenze - 12 reti Francesco Blando (Moncalieri, 18 gennaio 1901 – Casale Monferrato, 29 giugno 1946) è stato un calciatore italiano, di ruolo mezzala. Francesco Blando Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Carriera Squadre di club 1921-1923 Juventus 22 (12) 1923-1926 Casale 53 (18) 1926-1931 Saluzzo ? (?) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro il Milan il 9 aprile 1922 in un pareggio per 0-0, mentre la sua ultima partita fu contro il Bologna il 6 maggio 1923 in un pareggio per 2-2 in cui segnò anche una rete. Nelle sue due stagioni bianconere collezionò 21 presenze e 12 reti. Nel 1923 venne ingaggiato dal Casale; mentre nel 1926 dal Saluzzo, dove giocò fino al 1931.
  4. GIOVANNI BARALE https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Barale Nazione: Italia Luogo di nascita: Pezzana Vercellese (Vercelli) Data di nascita: 01.07.1895 Luogo di morte: Torino Data di morte: 11.06.1976 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Pierino Alla Juventus dal 1921 al 1927 Esordio: 02.10.1921 - Prima Divisione - Verona-Juventus 1-2 Ultima partita: 27.02.1927 - Coppa Italia - Parma-Juventus 0-2 72 presenze - 3 reti 1 scudetto Giovanni Barale, noto anche come Barale II (Pezzana Vercellese, 1º luglio 1895 – Torino, 11 giugno 1976 all'età di 80 anni), è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano o ala. Giovanni Barale Giovanni Barale con la maglia della Juventus Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano, ala Carriera Squadre di club 1919-1921 Amatori Torino 8 (2) 1921-1922 Juventus 20 (2) 1922 Torino 3 (1) 1922-1927 Juventus 52 (1) 1928-1931 Rapallo ? (?) Carriera La sua carriera inizia all'Amatori Torino nel 1919. Nell'Amatori registra 8 presenze e 2 reti. Nella stagione 1921-1922 passa alla Juventus, dove esordisce il 2 ottobre 1921 contro il Verona, partita finita 1-3 per la Juventus. Nell'aprile del 1922 si trasferisce al Torino, dove resterà fino al dicembre dello stesso anno, quando tornerà alla Juventus. Col Torino mette a segno una rete in 3 presenze. Durante le sue stagioni in bianconero colleziona 74 presenze, segnando 4 reti. La sua ultima partita con la Juventus fu fuori casa contro il Parma, il 27 febbraio 1927, finita 0-2. Dopo un anno di stop passa al Rapallo Ruentes, società nella quale chiude la sua carriera durante la stagione 1930-1931. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
  5. GIANPIERO COMBI Nato a Torino, il 20 novembre 1902, milita esclusivamente nelle file della Juventus. Portiere di grande classe, Combi è una delle colonne della squadra che domina per tanti anni in Italia. Con i bianconeri vince cinque volte il Campionato d’Italia: nel 1926, nel 1931, nel 1932, nel 1933 e nel 1934, totalizzando 367 presenze. Forma con Rosetta e Caligaris il più famoso terzetto di difesa che sia mai esistito. Di media statura per quell’epoca (171 centimetri), muscolato in modo meraviglioso, ha una struttura fisica robustissima. È detto Fusetta, che in dialetto piemontese significa lampo, petardo.Al termine della stagione 1924-25: «Voleva quasi lasciare – racconta il fratello Maurizio – lui rappresentava la parte commerciale della nostra distilleria di liquori e doveva partire per l’America. Ne parlò alla Juventus e così diventò professionista. Ha avuto la prima macchina ed è diventato grandissimo. Io mi ero dato al canottaggio. Mi attirava quella disciplina seria, e ho vinto due titoli italiani; ma mio fratello è stato un vero campionissimo. Ha giocato con tre costole incrinate, dopo una partita con il Modena; con la Cremonese ha giocato con la vertebra coccigea incrinata, stava appoggiato al palo e interveniva quando era necessario. Non voleva perdere il posto, si preoccupava sempre di perderlo. Forse più si è bravi meno si è sicuri di esserlo. Ha giocato anche con l’itterizia, tutto fasciato, nel gran freddo; ha giocato con i polsi e le dita e la faccia scassati; ha giocato».In un Juventus-Bologna, fa una parata incredibile: Angelo Schiavio, che è un fuoriclasse, un grandissimo campione e un gentiluomo, si presenta da solo davanti a lui. Lo stadio piomba in un silenzio angoscioso, allucinante; i due grandi campioni si guardano negli occhi e Schiavio, con una finta, indirizza la palla nell’angolo, alla sinistra di Combi, il quale intuisce il tiro e, con un gran balzo, respinge a pugni chiusi. L’attaccante felsineo è di nuovo sul pallone e, senza aspettare un istante, tira ancora, esattamente nello stesso angolo di prima, dove Gianpiero è rimasto ad aspettare la palla, per bloccarla comodamente. Combi, giocatore di rara intelligenza, aveva capito che Schiavio, vedendolo a terra nell’angolino sinistro, avrebbe creduto che si sarebbe buttato dall’altra parte, dove ogni altro giocatore al mondo, all’infuori di Schiavio, avrebbe indirizzato il pallone. E, contrapponendo l’astuzia all’astuzia, era rimasto fermo, sicuro della mossa dell’attaccante bolognese, il quale, non appena Combi si alzò da terra, corse subito a stringergli la mano.Giocatore dotato di grande serietà e dirittura morale, è senza alcun dubbio uno dei migliori portieri che abbia prodotto il calcio italiano. Conclusa la sua vita di calciatore, Combi diventa dirigente. Il suo giudizio è competente e ponderato, fatto di tanto buon senso e tanta esperienza. Mai un apprezzamento azzardato, mai una valutazione che non fosse ben pensata. Nel consiglio direttivo della Juventus porta la sua saggezza, la sua onestà. Viene anche chiamato alla direzione della squadra nazionale con Busini e Beretta in un periodo agitato della vita calcistica.La morte lo coglie nel 1956 mentre coopera con Umberto Agnelli a risollevare i destini della Juventus: anche grazie a lui e ai suoi preziosi servigi, la squadra bianconera rivedrà, in poco tempo, le stelle.ANGELO CAROLISi era spento, sul lungomare che da Sanremo conduce a Imperia, uno dei più grandi portieri della storia. Colto da malore, aveva avuto il tempo di accostare la macchina al ciglio della strada. Fu soccorso e trasportato presso l’ospedale di Imperia, dove morì qualche ora dopo. Era il 13 di agosto. Quella notte le stelle caddero dal cielo con parabole struggenti. Fusetta, così lo chiamavano i tifosi, aveva lasciato al calcio un’antologia di prodezze, fatte di coraggio, di spavalderia e di continuità. Aveva vinto gli scudetti del quinquennio e un Campionato del Mondo con Vittorio Pozzo. Mai atleta dimostrò questa prodigiosa contraddizione: riflessivo nella vita, spregiudicato in campo. Quante volte si era presentato all’arbitro e in seguito fra i pali della porta con la testa o con una mano rotta! Fusetta aveva la rapidità dei felini quando fiutano la preda. Lessi della sua morte e rividi al rallentatore le immagini di quel gennaio del 1956, quando mi sorrise stringendomi la mano, mentre l’orologio della stazione di Porta Nuova scoccava la mezzanotte.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL 1975Attorno al letto di Ceresoli c’erano tutti: Rosetta, Allemandi, Monti, Meazza, Combi, Schiavio, Ferrari, Orsi e gli altri. Lui, disteso sulle lenzuola, pallido come uno straccio, contraeva le labbra dal dolore. Vittorio Pozzo, il Commissario Tecnico, lo stava a guardare in silenzio, pensieroso. Faceva molto caldo in quella piccola stanza d’ospedale piena di gente. Di tanto in tanto, dalla finestra aperta, entrava il suono di una campana lontana misto a un acuto odore di medicinali. A un tratto arrivò il medico. Si avvicinò al letto e si chinò su Ceresoli. Lo toccò alla spalla e gli palpò a lungo il braccio sinistro. Ceresoli non emise un gemito, ma il suo volto divenne ancora più bianco. Parve sul punto di svenire. «Una brutta frattura: l’omero si è spezzato netto – disse il medico – dovrà stare ingessato per più di un mese».Ci fu un attimo di sgomento generale. Pozzo si guardò attorno smarrito. Poi giro gli occhi verso Combi e lo fissò intensamente. A Combi tremavano le gambe dalla paura e dall’emozione: aveva già capito tutto. Pozzo parlò in dialetto piemontese, come faceva sempre nei momenti cruciali rivolgendosi a un suo conterraneo. Disse: «Piero, souta, touca a ti (Piero, sotto, tocca a te)».Gianpiero Combi fece un cenno d’assenso con il capo e uscì subito dalla stanza. Corse fuori, si appartò in un angolo e cominciò a singhiozzare come un bambino. All’inizio dei Campionati Mondiali di calcio mancavano solo dodici giorni e lui, da quel momento, era il portiere titolare della squadra azzurra. Ce l’avrebbe fatta a prepararsi? Sarebbe riuscito a superare la difficile prova?Nel maggio del 1934, i calciatori azzurri si trovavano in ritiro a Roveta, vicino a Firenze, per allenarsi in vista della seconda edizione dei Campionati Mondiali, che quell’anno si sarebbero svolti in Italia. Vittorio Pozzo aveva convocato una trentina di atleti, reclutandoti fra i migliori nelle squadre di maggior grido di allora. Sulla formazione c’erano ancora molti dubbi da risolvere, ma non esistevano incertezze sull’uomo da mettere fra i pali.Doveva essere il bergamasco Carlo Ceresoli, estremo difensore dell’Ambrosiana che, con il torinese Combi della Juventus, era considerato il più forte portiere italiano del momento. Tra i due, Pozzo aveva preferito il più giovane Ceresoli anche perché Combi, convalescente di un ennesimo infortunio di gioco, appariva un po’ giù di forma. Ma, all’improvviso, il commissario tecnico fu costretto a mutare la sua decisione.Proprio alla vigilia dei Mondiali, durante un allenamento sul campo sportivo di Roveta, Ceresoli cadde e si fratturò il braccio sinistro. Così, il suo posto in Nazionale lo prese Combi. «In quell’occasione Combi mi colpì soprattutto per la tenacia, la forza di volontà, il coraggio», ricorda Vittorio Pozzo. «In meno di due settimane riuscì a ritornare in forma perfetta. Si allenava dieci, dodici ore al giorno. Questa massacrante preparazione gli permise di affrontare in modo esemplare le terribili partite del campionato. La vittoria italiana ai Mondiali del 1934 dipese in larga misura dalle sue spettacolose parate».Dopo aver conquistato l’alloro di Campione del Mondo, Gianpiero Combi si ritirò per sempre dai campi di gioco. Chiunque altro si sarebbe lasciato lusingare dalla splendida prova. Lui no. Aveva trentuno anni appena, poteva continuare a giocare per molte stagioni ancora. Invece, decise di concludere la carriera. Qualche anno più tardi ne spiegò le ragioni. Disse: «Ci tenevo a finire in bellezza quindici anni di carriera juventina e dieci anni in azzurro, con quarantasette gettoni di presenza. Volevo sfuggire alla sorte di quei vecchi attori o cantanti che ogni anno si concedono la serata d’addio».Era un grande atleta, ma soprattutto un grande signore che conosce gli obblighi del suo rango. Gianpiero Combi cominciò a giocare, come tutti i grandi campioni del passato, tirando calci per le strade e le piazze della sua città. Il padre, che possedeva a Torino una piccola industria artigiana di liquori, avrebbe preferito che fosse più diligente a scuola e che lo aiutasse in ditta. Gianpiero, invece, andava con gli amici ai giardini di Porta Susa e della Cittadella per disputare interminabili partite con una palla di gomma o di stracci. Era talmente svelto e vivace, che i genitori, preoccupati, lo rinchiusero in collegio, a Pinerolo. E fu qui che egli si scopri la vocazione del calciatore.Mentre frequentava la scuola, propose la propria candidatura al Torino. Lo tennero in prova per alcuni giorni, gli fecero disputare una decina di partite, ma alla fine, i dirigenti granata decisero di scartarlo. Uno di loro disse: «È pieno di buona volontà, ma non ha proprio la stoffa del calciatore».Combi non era tipo da scoraggiarsi. Pochi mesi dopo tento ancora. Questa volta andò a offrirsi alla Juventus ed ebbe maggior fortuna. Entrò a far parte del club bianconero nel 1918, a sedici anni, come portiere della terza squadra. Era talmente smanioso di imporsi e di sfondare che, per tenersi aperta una via d’emergenza, giocava sovente anche all’ala sinistra. Quelli erano gli anni favolosi del calcio italiano. A quei tempi non esistevano lauti stipendi né premi di partita o d’ingaggio.La Juventus era un club di aristocratici che si occupavano di calcio per passione e per diletto. I calciatori erano in gran parte studenti, tutti ragazzi della borghesia che giocavano a pallone perché era lo sport di moda, perché amavano le contese franche, coraggiose, leali. Non a caso tutto ciò accadeva a Torino, legata ancora alle nobili tradizioni sabaude ma già ricca di nuovi stimolanti fermenti. In questo clima si affermo Gianpiero Combi.Gli inizi della carriera furono disastrosi. Esordì in prima squadra il 5 maggio 1922 contro la Pro Vercelli. Scese in campo tranquillo e sicuro. I tifosi juventini lo conobbero allora, la prima volta, ma purtroppo non ne riportarono un’impressione molto favorevole. Fu perseguitato dalla sfortuna e travolto dalla bravura degli avversari che, nel primo tempo, riuscirono a segnargli quattro reti. Pioveva a dirotto, il terreno sembrava una smisurata pozzanghera, i giocatori scivolavano ad ogni passo, il pallone schizzava di qua e di là come impazzito. Nel secondo tempo i terribili bianchi fecero altri tre goal e il malcapitato Combi fu quasi sul punto di piangere. Tenne duro fino alla fine dell’incontro, che si concluse con una clamorosa sconfitta della Juventus per 1-7. Poteva essere la fine di tutto. Lui, invece, seppe tener duro e aspettare giorni migliori.Anche come giocatore della Nazionale ebbe un esordio che sarebbe bastato per stroncare la carriera di chiunque. Chiamato improvvisamente il 6 aprile 1924 a Budapest, nella partita contro l’Ungheria, a sostituire l’infortunato Da Prà, condivise con i compagni la sorte di una fra le più dure sconfitte subite dagli azzurri e incassò ben sette reti. Una volta ancora trovò la forza di resistere e di continuare. Poi, finalmente, giunse la stagione dei trionfi, arrivarono le giornate memorabili: come Italia-Francia (7-0) a Torino il 22 marzo 1925, o come Italia-Germania (2-0) a Francoforte il 2 marzo 1930. In questo senso la sua carriera fu una lezione che ancor oggi può fare riflettere. Altrettanto esemplare fu il suo attaccamento per la squadra che lo aveva scoperto e valorizzato.Alla Juventus rimase fedele per tutta la sua carriera: gli sarebbe parso un tradimento cambiare squadra. In maglia bianconera disputò 160 partite di campionato, conquistando cinque scudetti: nel 1926, nel 1931, nel 1932, nel 1933 e nel 1934. Con i terzini Rosetta e Caligaris costituì un celebre trio difensivo, pilastro dei clamorosi successi della Vecchia Signora: «Era un trio insuperabile – dice Pozzo – Rosetta era tutto tecnica e studio, Caligaris tutto impeto e slancio, Combi riassumeva le doti di entrambi e le integrava perfettamente».Come tutti i metodisti, era fortissimo fra i pali e un po’ meno in uscita, ma aveva uno stile asciutto e molto poco esibizionista. Aveva scatto, colpo d’occhio, intuito. Parava anche i tiri più insidiosi. Una volta, durante una gara di campionato, riuscì a respingere nove rigori.Era parco nel cibo, beveva pochissimo vino, mai liquori. Fumava, invece, parecchie sigarette al giorno: una anche in partita, nell’intervallo fra un tempo e l’altro. Si allenava scrupolosamente. Tutte le mattine, nel cortile di casa, faceva ginnastica, dedicandosi poi a un esercizio che aveva inventato lui: si metteva davanti a un muro e calciava forte la palla con i piedi, riprendendola quindi di rimbalzo con le mani. Cosi, per mezzora di seguito.I tecnici, ancora oggi, lo considerano uno dei più abili portieri di tutti i tempi. Secondo Pozzo, il migliore in senso assoluto fu Olivieri: «Ma subito dopo metterei questi cinque: lo spagnolo Zamora, il cecoslovacco Plánička, l’inglese Scott, gli italiani Combi e Ceresoli».Dopo l’umiliante sconfitta subita a Budapest, Combi fu chiamato alle armi per il servizio di leva e assegnato al battaglione Susa del 3° Alpini. La sua carriera sportiva non subì interruzioni: poté continuare a giocare tanto per la Juventus come per la Nazionale. Dovette, però, rinunciare, durante i due anni di militare, a molte sue abitudini: ai capelli lunghi impeccabilmente pettinati, agli abiti eleganti e di buon taglio, alle passeggiate sotto i portici di piazza San Carlo con le belle ragazze torinesi o con uno dei suoi prediletti cani danesi.Teneva molto alla proprietà del vestire e alla cura della persona. Anche in campo, quando recitava la parte dell’atleta, desiderava essere di un’impeccabile eleganza. I suoi maglioni bianchi o neri, accollati, di forma perfetta, diventarono ben presto famosi. Si faceva confezionare i pantaloncini, con uno speciale panno di fustagno, da un sarto del quale non volle mai rivelare il nome. Questi calzoni, imbottiti ai fianchi, avevano due capaci tasche per infilarci le mani. Combi, infatti, soffriva molto il freddo.Durante il periodo in cui era militare, gli accadde di essere protagonista di un episodio curioso che, fra l’altro, rivela quanto egli fosse orgoglioso del suo fisico eccezionale e della perfetta struttura atletica. Un giorno seppe che il comandante del reggimento, colonnello Faracovi, cercava dei soldati di bell’aspetto disposti a posare per lo scultore Alloatti. Combi si presentò al colonnello e gli disse che lui pensava di essere l’alpino ideale. Fu esaminato attentamente e infine fu preferito ad altri cinque suoi prestanti commilitoni. Si trattò di una scelta felice. Ancor oggi a Viu, un paesino della valle di Lanzo, c’è un artistico monumento ai Caduti. Pochi sanno che fu proprio Combi a far da modello per la figura di quel soldato da montagna dalle forme scultoree.Per otto anni, i primi della sua carriera, non percepì uno stipendio regolare dalla Juventus e non lo pretese mai. Così, aveva meno obblighi verso la società e poteva dedicare più tempo alla sua industria di liquori e aperitivi che amministrava assieme al fratello Maurizio. Ai quattrini, del resto, non diede mai troppa importanza. Tuttavia, fu felice quando per la vittoria dello scudetto del 1926 il presidente della Juventus, Edoardo Agnelli, gli regalò una fiammante 501. Aveva la passione delle automobili. Più tardi si comprò una Lancia carrozzata da Pininfarina, decapottabile, rossa, della quale era orgogliosissimo. L’aveva pagata 14.000 lire. Con questa macchina tentò persino di partecipare a una Mille Miglia, ma i dirigenti del club bianconero glielo proibirono.Non si può dire comunque, che il gioco del calcio e i successi lo abbiano arricchito. Quando i suoi impegni sportivi aumentarono, accettò un compenso fisso che raggiunse, con il tempo, le 90-100.000 lire annue. Si trattava di una cifra rispettabile, se si pensa che in quegli anni era in voga la canzonetta che diceva: «Se potessi avere mille lire al mese, quante cose potrei far».Investì molti soldi nella ditta e nell’acquisto di alcune case. All’angolo di via Roma con piazza Castello aprì un bar che, per molti anni, fu il ritrovo preferito degli sportivi torinesi. In quel bar, vicino alla cassa, troneggiava una grande statua di bronzo che lo raffigurava proteso in volo con il pallone fra le mani. Oggi il bar è stato sostituito da una pasticceria e la statua e malinconicamente finita in un’oscura soffitta.Gianpiero Combi è passato alla leggenda del calcio anche per il suo coraggio. Un coraggio che rasentava la temerarietà. Si lanciava sulla palla, fra i piedi dei compagni e degli avversari, riportando anche lesioni e fratture. Sopportava il dolore fisico con grande forza d’animo. Una domenica, a Brescia, riuscì a giocare l’intero secondo tempo con due costole rotte. Ogni tanto sveniva e l’arbitro era costretto a sospendere il gioco; nel frattempo, il massaggiatore si affannava a fargli riprendere i sensi con degli impacchi d’acqua gelata alla nuca. L’incidente più grave gli capitò nel marzo del 1931 a Torino, sul vecchio campo di Corso Marsiglia, nella gara contro il Modena che la Juventus vinse per 2-0.Uscì baldanzosamente dai pali per afferrare la palla, ma rimase preso in mezzo fra un avversario e il suo compagno di squadra Caligaris. Si fratturò il braccio destro e prese un terribile colpo alla testa. Per quarantotto ore stette fra la vita e la morte. Da un orecchio continuava a uscirgli sangue. I medici dissero che si trattava di una lesione alla tromba d’Eustachio. Dovette rimanere parecchie settimane a riposo: aveva perso il senso dell’equilibrio. Ma non il senso dell’umorismo. Scherzava sulla sua disgrazia diceva che, diversamente da quei burattini che non cadono mai, lui cadeva non appena lo mettevano in piedi. Perché il gusto di scherzare, la giovialità e il tono bonario non lo abbandonavano mai. Accettava sportivamente anche i rabbuffi. A Francoforte, dopo la vittoria per 2-0 sulla Germania andò da Pozzo e gli chiese se fosse rimasto contento.Pozzo rispose bruscamente di no, che si erano sbagliati, che la partita da vincere non era quella ma l’altra, che si sarebbe disputata a Budapest. «L’è sempi l’autra», rispose in dialetto piemontese. E a Budapest si mise d’accordo con i compagni di squadra (che erano: Monzeglio, Caligaris, Colombari, Ferraris IV, Pitto, Costantino, Baloncieri, Meazza, Magnozzi e Orsi) e saltò fuori quel 5-0 che diede agli azzurri la Coppa Internazionale. «Anche stavolta abbiamo sbagliato?» Chiese a Pozzo quella sera.Al contrario dei calciatori della sua epoca, Combi non era superstizioso. Rosetta, per esempio, indossava sempre lo stesso abito nero il giorno che doveva disputare un incontro importante. Orsi non si radeva la barba e nascondeva tra calza e scarpa una carta da gioco raffigurante il jolly, Monti non andava mai in tram, Borel ricavava sfavorevoli pronostici dall’uscita del numero diciassette sulla ruota del lotto di Torino, Mario Varglien scendeva sempre in campo qualche minuto prima dei suoi compagni per cercare un quadrifoglio e le rare volte che non riusciva a trovarlo, si disperava e giocava malissimo. Combi sorrideva di queste piccole manie: al malocchio non ci credeva. Lui entrava in campo tranquillo e sereno, leggermente impettito, con lo stile di un vecchio ufficiale di cavalleria che partecipa a un concorso ippico.Mario Crova è un uomo di buona memoria, ne ha viste e sentite di tutti colori, è stato magazziniere e aiuto massaggiatore della Juventus dal settembre del 1924 al giugno del 1962. Dice di Combi: «Era un signore sotto tutti i punti di vista».Come un autentico signore, come un vero gentiluomo lo ricordano anche gli altri (sportivi e no) che ebbero la ventura di conoscerlo. Rosetta dice: «Non l’ho mai udito una volta arrabbiarsi o alzare la voce».Sul campo era sempre di una correttezza esemplare, soprattutto con gli avversari. Schiavio, del Bologna, gli segnò una volta, nella stessa partita, due goal in fila con due tiri bellissimi. Lui, in entrambe le occasioni, andò a stringergli la mano e a congratularsi. Ripete il medesimo gesto cavalleresco qualche tempo dopo con Petrone, della Fiorentina, che lo aveva battuto con un tiro micidiale.Conclusa in bellezza la carriera sportiva, si sposò con una ragazza torinese, Lidia Piola, che aveva conosciuto pochi mesi prima. La sua unica figlia, Maria Piera, sposata con l’industriale Lavazza, lo ha reso due volte nonno. Dopo la vittoria ai Mondiali del 1934, Combi non abbandonò del tutto il mondo del calcio. Divenne direttore tecnico della Juventus e fu per anni apprezzato e benvoluto da dirigenti e giocatori. Nel club bianconero portò competenza, saggezza, onestà. Prestò la sua opera per pura passione, disinteressatamente. Non volle mai una lira di compenso e pretese che lo si sapesse. Temeva che lo accusassero di fare la corte ai fratelli Agnelli per interesse personale.Il 13 luglio 1956, mentre era in villeggiatura con la famiglia sulla Riviera ligure, fu colto da un improvviso malore: fu proprio il cuore a tradirlo. Morì d’infarto. Ai suoi funerali, svoltisi a Torino, partecipò una folla enorme. Vittorio Pozzo tenne l’orazione funebre. Disse: «È tutta una serie di pagine della vita nostra, vissute e scritte assieme, che Gianpiero porta con sé. Tutte le cause a cui fu chiamato le ha servite con fedeltà e onore».Nella lotta per superare il dolore noi, pensando a lui a quasi vent’anni della morte e al rimpianto che ha lasciato, ci sentiamo più buoni. Sentiamo che vale ancora la pena di essere leali, corretti, onesti, tutti di un pezzo se, partendo, si raccoglie tanto plebiscito d’amore.MARIO DAPRÀ, FIGLIO DI FRANCESCO UNO DEI FONDATORI DELLA JUVENTUSEra di casa, frequentava regolarmente la mia famiglia ed era un ragazzo che voleva giocare sempre al football, il campo di gioco era la sua vita. Gli zii avrebbero voluto che diventasse un ragioniere per gestire l’azienda di famiglia che produceva vermouth, poi con il tempo hanno confessato a mio padre che era andata meglio così, era giusto che avesse seguito il suo istinto e la sua passione. Era un vero numero uno, lo paragonavano a Zamora, il mitico portiere della Spagna. Il bello di Combi è che stava appoggiato al palo della porta quando la Juventus attaccava e considerando la forza dei bianconeri trascorreva così gran parte del tempo della partita. Finita l’attività agonistica aveva messo su un caffè in via Roma e sul banco c’era una statua che lo raffigurava proteso in una parata. Però, quando si passava da lì, lo vedevi che stava sulla porta del caffè proprio come se fosse ancora sul campo, appoggiato allo stipite con lo sguardo rivolto in avanti come se dovesse fermare un tiro. Quando mio padre morì, nel 1952, lui portò con orgoglio il gonfalone della Juventus al suo funerale. Fu l’ultima volta che lo vidi.FELICE BOREL, DA “IL CAMPIONE” DEL 20 AGOSTO 1956«Era per tutti noi un fratello maggiore, il più bravo, il più saggio, e tutti gli volevano bene». Hanno scritto questo subito dopo la scomparsa di Gianpiero Combi, e nessuno può testimoniare quanto questo sia vero come me, che per trent’anni ho vissuto le sue gesta di campione, di sportivo e di uomo.Ero appena un ragazzo quando, nel 1922, assistetti per la prima volta a una partita di Gianpiero nella Juventus: divenne subito il mio idolo, e da quel momento fui il suo più acceso tifoso. Non immaginavo certo, allora, che qualche anno dopo mi sarebbe stato concesso l’onore di essere suo compagno di squadra. Come calciatore, Gianpiero poteva servire a noi tutti più giovani da esempio, e quando nel campionato 1930-31 un grave incidente lo tenne lungamente lontano dalla nostra Juventus, provammo come un senso di smarrimento: eravamo abituati a lui ed era per noi una sicurezza Io giocavo all’attacco, e a Gianpiero voltavo quasi sempre le spalle, ma sapevo che era lì, lo sentivo distintamente dietro di me anche senza vederlo ed eravamo tutti sicuri che le puntate degli avversari nella nostra area si sarebbero arrestate sotto la nostra porta, perché lui era tra i pali.Dall’incidente del Campionato 1930-31 Gianpiero riuscì a riprendersi meravigliosamente, la sua fibra fortissima aveva avuto ragione del mare, e da quella volta si era creata fra noi, ed era durata fino a ieri, la convinzione che Combi avrebbe superato qualsiasi crisi, che sarebbe vissuto per tanti, tanti anni ancora, che con lui avremmo potuto ricordare i bei tempi della Juve, dei cinque scudetti consecutivi, dei Mondiali del 1934. Era un sogno, e da questo sogno ci siamo svegliati bruscamente, in una stanzetta dell’ospedale di Imperia traboccante di fiori, dove chi entrava leggeva il proprio dolore sul viso degli amici che uscivano dal mesto pellegrinaggio.Non potevamo credere che Gianpiero ci avesse lasciati, e ancora adesso non riesco a pensare che noi vecchi della Juventus non potremo più rivolgerci a lui per un parere, per un consiglio. Per noi tutti era rimasto l’ideale compagno di gioco che era quando eravamo in squadra. In tanti anni di comune vita sportiva, non ricordo una sola volta che non avesse avuto per i suoi compagni parole che non fossero di incoraggiamento e di elogio. E quando proprio la sua voce suonava a rimprovero, era sempre un’osservazione calma, misurata, di chi essendo atleta non dimentica neppure per un istante di essere un uomo.Gianpiero Combi era, infatti, così: l’uomo-calciatore e, aveva creato un tipo da pochi altri imitato, e che adesso va sempre più scomparendo negli ambienti del calcio. Quando giocavo con lui vi erano in Europa e nel Mondo tre grandi portieri: lo spagnolo Zamora, il cecoslovacco Plánička e lui, Gianpiero Combi. Nessuno fu mai forte, tra i pali, come loro tre, e Giampiero non fu inferiore agli altri due, che di lui del resto avevano grandissima stima. Quanto fosse forte Combi, sta a dimostrarlo il fatto che per dieci anni, nei dieci anni in cui il calcio italiano fu forte come non mai, la casacca di portiere della Nazionale azzurra fu suo quasi esclusivo appannaggio. Per quarantasette volte Gianpiero fu portiere della Nazionale italiana e il suo record rimane nella storia del calcio internazionale come qualcosa di difficilmente eguagliabile.Quindici anni di eccezionale carriera nella Juventus, e dieci anni in Nazionale; c’era da accontentare chiunque, se non fosse che nel calcio difficilmente ci si rassegna a uscire dal campo. Lui ci riuscì, e diede un’ennesima prova della sua serietà sportiva Ce lo aveva detto, del resto, lo rammento benissimo. «I Campionati del Mondo, ragazzi, e poi chiudo». Non gli volevamo credere. I Mondiali, lo sapevamo tutti, erano l’apice della carriera di un calciatore, non c’era niente di più alto da disputare. Pure stentavamo a pensare che Gianpiero, dopo il trionfo del 1934 si sarebbe ritirato. Ma la sua decisione era stata ben ponderata. Ricordo ancora che mi spiegò il motivo per cui avrebbe lasciato, al culmine della carriera, il suo posto tra i pali. «Vedi Felice – mi disse – ho sempre pensato con tristezza alla sorte di quei vecchi attori o cantanti che a ogni piè sospinto si concedono una serata d’addio e che ogni volta di più danno prova del loro inarrestabile declino. No Felice, ho deciso, lascio il gioco, farò lo spettatore».Lasciò il gioco, infatti, ma quanto a fare lo spettatore non era facile. Doveva fare i conti con la Juventus, Gianpiero; e la Juventus, se era disposta a perdere Combi-giocatore, non voleva assolutamente privarsi di Combi-sportivo. Da allora a oggi sono trascorsi più di vent’anni, e in tutto questo periodo Gianpiero era stato il più sicuro consigliere del sodalizio bianconero. Anche negli ultimi tempi, quando gli sportivi torinesi e i tifosi della “Zebra” sparsi per tutta Italia avevano tremato per la brutta piega che prendevano le cose nella vecchia Juve, Combi era stato al suo posto di battaglia, e quando il giovane Umberto Agnelli aveva preso il timone della società, Combi era stato il consigliere più ascoltato del giovane presidente, l’uomo di fiducia da cui si era sicuri di poter sempre avere un parere esatto e ponderato.Non possiamo pensare che Gianpiero ci abbia lasciati; anche se non è più tra noi vogliamo sognare che esista una piccola parte di cielo riservata ai grandi campioni, e che di là egli possa seguire i suoi vecchi compagni, e gli sportivi che a lui si rivolgevano per un consiglio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/giampiero-combi.html
  6. GIANPIERO COMBI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianpiero_Combi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 20.11.1902 Luogo di morte: Oneglia (Imperia) Data di morte: 12.08.1956 Ruolo: Portiere Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Fusetta Alla Juventus dal 1921 al 1934 Esordio: 30.10.1921 - Prima Divisione - Juventus-Spezia 2-2 Ultima partita: 29.07.1934 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Admira Vienna 2-1 351 presenze - 336 reti subite 5 scudetti Campione del mondo 1934 con l'Italia Gianpiero Combi (Torino, 20 novembre 1902 – Imperia, 12 agosto 1956) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere, campione del mondo e capitano della Nazionale italiana nel 1934. Insieme a Ricardo Zamora e František Plánička è ritenuto, sia dal giornalismo sia dalla storiografia sportiva, il miglior estremo difensore dell'anteguerra nonché uno dei più forti portieri europei del XX secolo (16º classificato nella graduatoria stilata dall'IFFHS). Formatosi nel settore giovanile della Juventus, legò la sua intera attività sportiva e dirigenziale al club torinese, in cui militò durante dodici anni a cavallo degli anni 1920 e 1930 vincendo cinque campionati di Serie A, di cui quattro in maniera consecutiva. Combi formò – assieme ai terzini Virginio Rosetta e Umberto Caligaris, tutti e tre compagni di squadra e Nazionale – quella che è ritenuta dalla stampa specializzata la miglior linea difensiva di tutti i tempi espressa nel calcio italiano nonché una delle migliori nella storia della disciplina; ha inoltre detenuto per novanta anni (1926-2016) il record assoluto d'imbattibilità (934') nella storia della massima serie italiana. Fu anche direttore delle sezioni di nuoto e hockey su ghiaccio della Juventus durante gli anni 1940. Gianpiero Combi Combi alla Juventus negli anni 1920 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1934 Carriera Giovanili 1918-1921[1] Juventus Squadre di club 1921-1934 Juventus 351 (−336) Nazionale 1924-1934 Italia 47 (−65) Palmarès Olimpiadi Bronzo Amsterdam 1928 Coppa Internazionale Oro 1927-1930 Oro 1933-1935 Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Biografia Nacque a Torino il 20 novembre 1902. Dopo la fine della carriera agonistica, divenne un industriale e dirigente in un'azienda. Morì prematuramente nel 1956, all'età di cinquantatré anni, a causa di un infarto sopraggiunto mentre era alla guida della propria auto. Caratteristiche tecniche Soprannominato Fusetta per la sua notevole agilità, nonostante fosse scarsamente avvezzo a interventi vistosi, la sua sicurezza e leadership l'hanno reso un portiere di grande affidabilità per i suoi allenatori. Vantava un grande senso della posizione, soprattutto nelle uscite dalla propria porta per bloccare i cross e assist avversari. Nel corso della propria carriera cedette il posto da titolare in appena nove occasioni su un totale di 398, in ragione delle ottime condizioni fisiche, pur aver subìto critiche sul versante strettamente atletico; divenne anche uno specialista nel bloccare i calci di rigore, intuendo la direzione della palla dopo avere fissato negli occhi il tiratore. Carriera Club Combi anticipa in uscita Muzzioli nel corso della gara tra Juventus e Bologna del 18 novembre 1928 Inizialmente ebbe contatti con il Torino, ma non fu preso in squadra poiché giudicato troppo debole e privo di una degna struttura atletica. Si rivolse allora ai concittadini della Juventus, che ne intuì la stoffa atletica e lo mandò in campo con la terza squadra. Inizialmente non venne considerato più di tanto dai dirigenti e dall'allenatore, ma in seguito a un malanno del portiere titolare dell'epoca, Emilio Barucco, fu chiamato in prima squadra con cui esordì in Serie A il 5 marzo 1922, durante la trasferta sul campo della Pro Vercelli terminata con la vittoria dei padroni di casa per 7-1: in seguito ai sette gol subiti, Combi si allenò duramente, invitando i compagni a calciare di potenza contro la sua porta negli allenamenti, nel tentativo di parare. Nel 1931 subì un pesante infortunio in una gara di campionato, una botta alla testa; dopo diversi giorni di convalescenza, tuttavia, si rimise in sesto e tornò a giocare con continuità. Annunciò il ritiro nel 1934, a corollario di tredici anni in bianconero, dopo aver disputato in totale 351 gare e aver vinto cinque scudetti, quello del 1925-1926 e i primi quattro del Quinquennio d'oro (1930-1931, 1931-1932, 1932-1933 e 1933-1934). Proprio nel campionato 1925-1926 mantenne la sua porta inviolata per 934 minuti, più di nove partite (dal 25 ottobre 1925, nella gara Juventus-Milan 6-0 della 4ª giornata, al 28 febbraio 1926, nella sfida Parma-Juventus 0-3 della 12ª giornata): per novant'anni rimase questa la maggior inviolabilità mai fatta registrare da un portiere nella storia del massimo campionato italiano di calcio, prima di essere superata dai 974' di un altro estremo difensore bianconero, Gianluigi Buffon. Nazionale Con l'Italia esordì il 6 aprile 1924 a Budapest, in un'amichevole contro l'Ungheria (1-7). Combi (a sinistra) saluta il cecoslovacco František Plánička, un altro dei grandi portieri del periodo interbellico, prima della finale della Coppa Rimet 1934 a Roma Fu un grande protagonista del campionato del mondo 1934 disputato in Italia, il primo titolo mondiale vinto dagi azzurri. A questo torneo avrebbe dovuto inizialmente prender parte solo come portiere di riserva, ma il destino volle che il titolare designato, Carlo Ceresoli dell'Ambrosiana-Inter, durante la preparazione sul campo di Firenze, in una parata un po' azzardata si rompesse un braccio a causa di uno scontro con Pietro Arcari; il commissario tecnico Vittorio Pozzo puntò quindi sul trentunenne Combi, ormai a fine carriera per gli standard del tempo, dopo un colloquio di cinque minuti. Il 10 giugno 1934 la finale contro la Cecoslovacchia fu la sua ultima partita in azzurro: Combi alzò la Coppa Jules Rimet da capitano, lasciando così un ulteriore segno prima del ritiro dalle competizioni calcistiche. Durante una militanza di dieci anni, giocò 47 gare con la maglia della Nazionale, subendo in totale 65 reti. Riconoscimenti postumi Nel 1956 la Juventus intitolò postumamente a Combi il campo d'allenamento della prima squadra e un premio a livello giovanile. Il Campo sportivo Littorio di Merano, realizzato nel 1933 per ospitare la Nazionale italiana in occasione del Mondiale 1934, fu ribattezzato in onore a Combi nel 1957. Nel 2011 il club torinese gli consegnò postumamente una delle cinquanta stelle nella Walk of Fame dello Juventus Stadium. Palmarès Club Campionato italiano: 5 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Amsterdam 1928 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930, 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Onorificenze Cavaliere della Repubblica Italiana — Roma, 29 giugno 1955
  7. CESARE SERENO https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Sereno Nazione: Italia Luogo di nascita: Borgolavezzaro (Novara) Data di nascita: 31.05.1900 Luogo di morte: Vercelli Data di morte: 21.12.1969 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1923 Esordio: 24.10.1920 - Prima Categoria - Torino-Juventus 2-2 Ultima partita: 18.02.1923 - Prima Divisione - Modena-Juventus 1-0 36 presenze - 3 reti Cesare Sereno (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Cesare Sereno Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Carriera Squadre di club ????-1920 Pro Vercelli ? (?) 1920-1923 Juventus 36 (3) Carriera Formatosi nella Pro Vercelli, nel 1920 passa alla Juventus. Fece il suo esordio in maglia bianconera contro il Torino nel Derby della Mole il 24 ottobre 1920 in un pareggio per 2-2, mentre la sua ultima partita fu il 4 marzo 1923 contro il Legnano. Nelle sue tre stagioni bianconere collezionò 36 presenze e 3 reti.
  8. PIETRO PRINCLARI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Princlari Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 29.06.1898 Luogo di morte: Scalenghe (Torino) Data di morte: 07.03.1945 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: U'fenomeno Alla Juventus dal 1920 al 1921 Esordio: 21.11.1920 - Prima Categoria - Torinese-Juventus 2-1 Ultima partita: 16.01.1921 - Prima Categoria - Juventus-Torinese 2-2 4 presenze - 2 reti Pietro Princlari (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. In alcune fonti risulta noto come Princiari. Soprannominato da Giolitti "U'fenomeno". Pietro Princlari Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1920-1921 Juventus 4 (2) 1922-1925 Pastore 14+ (1+) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro l'US Torinese il 21 novembre 1920 in una sconfitta per 2-1 in cui segnò anche la sua prima rete, mentre la sua ultima partita fu contro il Carignano il 5 dicembre 1920 in una vittoria per 7-1 dove segnò la sua seconda rete. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 4 presenze e 2 reti. Successivamente si trasferì al Pastore Torino, disputando 14 gare nel campionato di Prima Divisione 1922-1923.
  9. GUIDO DEBERNARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Debernardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 06.01.1894 Luogo di morte: Torino Data di morte: 02.02.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Debe Alla Juventus dal 1920 al 1922 Esordio: 24.10.1920 - Prima Categoria - Torino-Juventus 2-2 Ultima partita: 12.02.1922 - Prima Divisione - Spezia-Juventus 1-1 12 presenze - 1 rete Allenatore della Juventus dal 1920 al 1922 32 panchine - 11 vittorie - 12 pareggi - 9 sconfitte Guido Debernardi (Torino, 6 gennaio 1894 – Torino, 2 febbraio 1963) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era noto come Debernardi II per distinguerlo dal fratello maggiore Enrico (Debernardi I), anch'egli calciatore. Guido Debernardi Debernardi (in piedi, terzo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1920-1921 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1910-1915 Torino 64 (23) 1919-1920 Torino 9 (1) 1920-1922 Juventus 12 (1) Caratteristiche tecniche Non particolarmente possente fisicamente, poteva giocare in tutti i ruoli d'attacco, ma dava il meglio di se nel ruolo di ala destra. Si segnalava più che per la tecnica, per la volontà e la determinazione. Carriera Militò nelle file del Torino dal 1910 al 1915, quando le competizioni di calcio vennero interrotte a causa della Grande Guerra; successivamente vi fece ritorno per una stagione, prima di passare "Per motivi che risalgono alla concordia e alla coesione morale della squadra" nel 1920 all'altra squadra cittadina, la Juventus. Nelle sue sei stagioni in maglia granata collezionò 73 presenze e 24 reti in campionato. Fece il suo esordio con i bianconeri il 24 ottobre 1920, in un derby contro la sua ex squadra e pareggiato per 2-2, mentre la sua prima e unica rete la segnò la partita successiva, il 31 ottobre, contro il Pastore in una vittoria per 4-0. La sua ultima partita in maglia juventina fu il 12 febbraio 1922 in un pareggio per 1-1 con lo Spezia. In due stagioni bianconere collezionò 12 presenze e 1 rete. In tutta la sua carriera totalizzò 85 presenze e 25 reti in campionato. In guerra Partì per la Grande Guerra col grado di sottotenente del genio, venendone congedato col grado di capitano. Dopo l'abbandono dell'attività calcistica, si laureò in ingegneria e per il secondo conflitto mondiale venne richiamato a servire nel genio col grado di maggiore.
  10. RENATO BECCUTI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Beccuti Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 26.05.1901 Luogo di morte: Loano (Savona) Data di morte: 05.04.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1923 Esordio: 09.01.1921 - Prima Categoria - Carignano-Juventus 1-5 Ultima partita: 06.05.1923 - Prima Divisione - Juventus-Bologna 2-2 27 presenze - 5 reti Renato Beccuti (Torino, 26 maggio 1901 – Loano, 6 aprile 1968) è stato un calciatore italiano, di ruolo mezzala. Renato Beccuti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Termine carriera 1923 Carriera Squadre di club 1920-1923 Juventus 27 (5) 1925-1926 Novara 11 (0) Biografia Renato era figlio dell'avvocato Pompeo Beccuti (1866-1930), fratello di Riccardo Beccuti, originari di Cortiglione e di Giovanna Migliardi originaria di Nizza Monf.to e nata a Genova Sampierdarena. Frequentò l'Istituto sociale dei gesuiti di Torino, dove conobbe Enrico Paulucci e Mario Soldati. Carriera Giocò nella Juventus per tre stagioni, dal 1920 al 1923, anno in cui la Juventus diviene proprietà della famiglia Agnelli. Poi riprese i suoi studi per concluderli con la laurea in giurisprudenza. Non partì per la grande guerra, venendo dispensato perché troppo giovane e unico figlio maschio rimasto alla famiglia. La morte lo colse all'età di 67 anni.
  11. RINALDO VARALDA Diciassette presenze, per Varalda II (fratello di Francesco, anch’esso giocatore juventino di quell’epoca), titolare nella compagine bianconera nella stagione 1919-20. Fa il suo esordio contro la Biellese il 26 ottobre 1919 in una vittoria per 4-0, dove segna la prima delle tre reti della sua avventura alla corte della Vecchia Signora. Di Caminiti: «Rinaldo Varalda è la grande utilità della squadra. Gioca bene tanto all’attacco quanto in difesa. È vercellese e possiede del gioco dei suoi concittadini le migliori doti, la decisione e la resistenza, unite alle quali la potenza del calcio e una prestanza fisica che non guasta». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/06/rinaldo-varalda.html
  12. RINALDO VARALDA https://it.wikipedia.org/wiki/Rinaldo_Varalda Nazione: Italia Luogo di nascita: Caresana (Vercelli) Data di nascita: 05.07.1895 Luogo di morte: Torino Data di morte: 09.02.1956 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1919 al 1921 Esordio: 12.10.1919 - Prima Categoria - Juventus-Alessandrina 3-0 Ultima partita: 21.11.1920 - Prima Categoria - Torinese-Juventus 2-1 20 presenze - 2 reti Rinaldo Varalda (Caresana, 5 luglio 1895 – Torino, 9 febbraio 1956) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era noto come Varalda II per distinguerlo dall'omonimo compagno di squadra Francesco (Varalda I). Rinaldo Varalda Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1919-1921 Juventus 20 (2) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro la Biellese il 26 ottobre 1919 in una vittoria per 4-0 dove fece anche la sua prima rete, mentre la sua ultima partita fu contro la US Torinese il 21 novembre 1920 in una sconfitta per 2-1. Nelle sue due stagioni bianconere collezionò 20 presenze e 2 reti.
  13. GIOVANNI GALLINA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Gallina Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 07.01.1892 Luogo di morte: Cuorgné (Torino) Data di morte: 09.07.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1919 al 1921 Esordio: 19.10.1919 - Prima Categoria - Pro Vercelli-Juventus 0-0 Ultima partita: 31.10.1920 - Prima Categoria - Pastore-Juventus 0-4 11 presenze - 1 rete Giovanni Gallina (Casale Monferrato, 7 gennaio 1892 – Cuorgnè, 9 luglio 1963) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era noto come Gallina II per distinguerlo dal fratello Attilio Gallina (I). Giovanni Gallina Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1925 Carriera Squadre di club 1909-1919 Casale 84 (19) 1919-1921 Juventus 11 (1) 1921-1925 Casale 64 (15) Nazionale 1914 Italia 2 (0) Carriera Iniziò a giocare nel Casale, con cui vinse lo scudetto nella stagione 1913-1914. Nella stagione 1919-1920 giocò nella Juventus, segnando un gol in 12 presenze. Successivamente ritornò al Casale per giocarvi quatro stagioni. Conta 2 presenze con la Nazionale italiana, risalenti al 1914. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Casale: 1913-1914
  14. JOSEF FERRERO https://it.wikipedia.org/wiki/Josef_Ferrero Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.11.1897 Luogo di morte: Lione (Francia) Data di morte: 16.03.1958 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Giovanni Alla Juventus dal 1919 al 1920 Esordio: 12.10.1919 - Prima Categoria - Juventus-Alessandrina 3-0 Ultima partita: 21.03.1920 - Prima Categoria - Milanese-Juventus 2-1 13 presenze - 2 reti Josef Ferrero (1897 – ...) è stato un calciatore italiano, di origine statunitense, di ruolo attaccante e difensore. Alcune fonti lo riportano con il nome Juant. Josef Ferrero Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante e difensore Carriera Squadre di club 1919-1920 Juventus 13 (2) Carriera Italo-americano di origine novarese, si fece notare durante i tornei militari del periodo bellico, venendo acquisito dalla Juventus. Fece il suo esordio con i bianconeri contro l'Alessandrina il 12 ottobre 1919 in una vittoria per 3-0 dove segnò due reti, mentre la sua ultima partita fu contro l'US Milanese il 21 marzo 1920 in una sconfitta per 2-1. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 13 presenze e 2 reti.
  15. CESARE SESIA https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Sesia Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 01.01.1898 Luogo di morte: Chivasso (Torino) Data di morte: 21.08.1924 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Bruno Alla Juventus dal 1919 al 1922 Esordio: 12.10.1919 - Prima Categoria - Juventus-Alessandrina 3-0 Ultima partita: 14.05.1922 - Prima Divisione - Juventus-Mantova 1-1 18 presenze - 0 reti Cesare Sesia – noto anche con il nome di Bruno – (Torino, 1º gennaio 1898 – Chivasso, 21 agosto 1924) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Cesare Sesia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1919-1922 Juventus 18 (0) Biografia Ragioniere, oltre a giocare a calcio lavorava come impiegato di banca a Torino; combatté come artigliere durante la Grande Guerra. Morì nel 1924, a 26 anni, all'ospedale di Chivasso, per le gravissime conseguenze di un incidente automobilistico avvenuto all'altezza di Casalborgone, dove un'autocorriera della quale era passeggero era precipitata in una scarpata alta trenta metri. Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro l'Alessandrina il 12 ottobre 1919 in una vittoria per 3-0, mentre la sua ultima partita fu contro il Mantova il 14 maggio 1922 in un pareggio per 1-1. Nelle sue tre stagioni bianconere collezionò 18 presenze senza segnare.
  16. GIOVANNI MASERA Racconta Caminiti: «Giovanni Masera è un prodotto della guerra, durante la quale ha brillato nella forte squadra del I Autoparco. Il suo gioco è deciso e correttissimo, vivace e assennato. È il caso di dire: “Dimmi come giochi, ti dirò chi sei”. A vederlo giocare di testa si direbbe che ha tre gambe!». Di origini novaresi, milita nelle file juventine dal 1919 al 1922. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/07/giovanni-masera.html
  17. GIOVANNI MASERA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Masera Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 01.01.1895 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Martel Alla Juventus dal 1919 al 1922 Esordio: 02.11.1919 - Prima Categoria - Amatori Gioco Calcio-Juventus 1-5 Ultima partita: 05.02.1922 - Prima Divisione - Milanese-Juventus 2-0 26 presenze - 0 reti Giovanni Masera (Novara, 1895 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Giovanni Masera Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano Carriera Squadre di club 1919-1922 Juventus 26 (0) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro la Biellese il 26 ottobre 1919 in una vittoria per 4-0, mentre la sua ultima partita fu contro l'Unione Sportiva Milanese il 5 febbraio 1922 in una sconfitta per 2-0. Nelle sue tre stagioni bianconere collezionò 26 presenze senza segnare.
  18. GUIDO MARCHI Detto Marchino per distinguerlo dal più anziano fratello Pio, era nato a Carmagnola il 21 settembre 1896. Nel 1913, all’età di 17 anni, aveva già indossato la maglia bianconera. Era stato alunno del San Giuseppe e poi del Sommeiller.Come arrivò alla Juventus, Guido Marchi partecipò subito ai campionati di Terza Categoria. L’anno successivo, il 1914, prese parte al campionato riserve che sfuggì alla Juventus, dopo una palpitante partita con il Casale sul campo neutro dell’Asti. L’incontro fu perduto per 1-0, ma i bianconeri terminarono con soli 9 uomini, avendone perduti due a causa di incidenti.Prima ancora che la stagione terminasse, Marchino era già in prima squadra e il suo debutto avvenne contro il Savona F.C. Nel 1916-17 partecipò a due partite regionali, Piemonte contro Lombardia, di cui una finita alla pari e l’altra vinta per 2-1. Nel 1920 altra gara interregionale, quella nella quale il Piemonte sconfisse per 3-2 la Liguria dopo una lotta a oltranza: l’incontro durò, infatti, due ore e mezza.Ormai Guido Marchi poteva essere considerato un autentico campione e che fosse degno di tanta considerazione lo testimoniano quanti lo videro all’opera nei campionati 1920-21 e seguenti.Era un centrosostegno (giocava anche laterale e persino all’ala sinistra) cioè, non limitava la sua prestazione al lavoro di sbarramento e di rottura: era un muro, ma anche un trampolino. In lui la quadratura atletica non era solo l’apporto che la sorda efficienza fisica può dare al rendimento generale del giocatore in virtù del vigore, intrepidità e resistenza. Alla quadratura atletica si aggiungeva un assai sviluppato contributo di doti tecniche per cui era in grado di trasformarsi in vero e proprio regista della squadra. Per non sapere colpire di testa, dopo ogni partita rientrava pieno di bernoccoli. Ma non si arrendeva.Nei 4 campionati che disputò con la maglia bianconera, totalizzò 41 presenze e realizzò 2 goal.VLADIMIRO CAMINITI, DAL SUO LIBRO “JUVENTUS 70”Poco lontano da Porta Nuova, in una strada antica di Torino abita un signore un po’ acciaccato. Fu uno di quei combattenti della Juventus veramente eroica che in campo esperimentava sanissime ebbrezze. Si chiama Guido Marchi. Lo chiamavano Marchino o biscötin. Giocava centr’half e half sinistro.Oggi è un signore un po’ patetico per via di una smussatura sopra la tempia destra segno di un incidente d’auto, di pochi anni fa, che lo vide più morto che vivo, ma gli consentì di apprezzare la compagna della sua vita. Me la presenta. Una donnetta bellissima. Mi sorridono le sue grinze argentee. Mi sorridono i suoi occhi luminosi.Stiamo nello studiolo dell’ex bianconero, il quale sta tentando da mezz’ora di risvegliare il passato. Tutto è rimasto lontano, e coperto di polvere. Di vivo nella vita di Marchino c’è questo dolcissimo amore. Vero che poi dai cassetti del grande armadio centrale prende con fatica dei pacchi. E ci mettiamo insieme a slegarli. Contengono giornali. Lui sorride benigno e qualcosa comincia a ricordare.«Ho giocato fino al 1922, poi mi sono fatto male nel match contro il Torino, Coppa dei Mutilati. Fu Aliberti della Nazionale, che è già morto, a darmi un calcione. Beveva, poveretto. Io lasciai il calcio e cominciai a fare il rappresentante... Come giocavo? Non giocavo bene, non si giocava tanto bene. Mia madre era disperata, arrivavo a casa sempre rovinato, con la testa rotta. Non c’era nemmeno la passione di oggi. La tecnica individuale era una nostra scoperta di tutti i giorni, però non ci si rassegnava mai e si imparava a nostre spese. Certe volte saltando su palloni alti prendevo dei colpi allo stomaco che mi lasciavano senza fiato...».E d’improvviso: «Lasciamo qui questi giornali, poi se li porta a casa. La cosa più importante non è questa. Lei sa scrivere a macchina?». «È il mio mestiere...». «La cosa più importante è una canzone, la nostra canzone, gliela detto».Vado alla macchina da scrivere, e lui mi detta, anzi mi grida, queste parole profumate come gigli. «La gioventù di cui portiamo il nome ci pulsa appien nei muscoli e nel cor, sappiam goder ma pur sappiamo come si debba oprar sui campi dell’onor. Prima del dì della vecchiezza del sacro ardor giovanil, vogliam goder, vogliam goder tutta l’ebbrezza di un radioso eterno April, un radioso eterno April. Sovra il terren la palla vaga e balza, veglia il terzin e l’half ricaccia a vol, dalla tribuna un plauso al del s’inalza quando l’avanti pronto segna il gol. Scoccata è l’ora della gloria, urla di gioia anche il portier. Hip Hip Hurrà, hip hip hurrà per la vittoria dei bianconer, dei bianconer. Miei cari amici difendiam con gioia i colori nostri e il gioco del football. I rammolliti, fiacchi per la noia, ne dican pur, tossendo, tutto il mal. Noi riderem di quei vecchioni nel nome della gioventù eternerem, eternerem le tradizioni del Club che non tramonta più».E dopo una lunga pausa, mentre la moglie provvede a rallietare ospite e marito con una birra, Marchino riprende: «Ho cominciato a giocare il football in Via delle Rosine, facevo le tecniche alla scuola di San Giuseppe. Nel 1905 avevo 9 anni... No, non conobbi la prima Juve... Ho conosciuto Baloncieri nell’Unione Sportiva Alessandria... Cominciai a giocare a 17 anni...Nella Juventus ebbi compagni come Giacone, Novo e Bruna, Mattea e Gallina, Varalda, Giriodi... Ma non ho memoria e non fui niente di eccezionale. Sicuramente più di me valeva mio fratello. Nonostante portasse gli occhiali...».Questa modestia di Marchino era evidente, eppure a me sembrava, e sembra, la testimonianza del suo valore. Cioè una forma di virtù, la vera virtù riconosciuta. E non ci vuole molto a intuire che si arriva a essere in un certo modo attraverso generazioni e generazioni di semplicità; la civilissima Torino si adorna di uomini come Marchino, i quali oggi escono qualche sera, per i soliti quattro passi, prima di regalarsi alla notte.Era dunque alto che forava le nuvole Marchino. Era centr’half. La sua presenza era tonificante o galvanizzante, a seconda delle situazioni. Già in quel 1919, volata via la guerra, le toilettes fiorivano sugli spalti dei campi di calcio. Le dame seguivano il gioco, le evoluzioni del pallone, ma più che tutto lo spettacolo era in quei forzuti che se lo contendevano, e la goduria era squisita se si trattava di giovinotti come Marchino, il cui ciuffo sormontava imperterrito pure le nuvole.Il 28 dicembre 1919, presentando il match Genoa-Juventus, il “Paese Sportivo” esce in edizione straordinaria, «Il glorioso squadrone di mister Garbutt incontrerà domani l’undici bianconero. Arbitro mister Garbutt. Precederà alle ore 13 una gara di campionato III Categoria».E la prima pagina ci presenta i protagonisti tra i quali Guido Marchi, «nato e cresciuto sul campo juventino, compiendovi una regolare carriera, passando cioè per la trafila dei diversi campionati, giocatore correttissimo, sa unire a ottime doti difensive un efficace gioco di sostegno per l’attacco...».Marchi oggi non ricorda di avere avuto queste qualità. Gli sono rimasti frastuoni più che ricordi, di quell’epoca. Era un calcio primordiale in senso tattico, primitivo in senso tecnico. Che i giocatori più noti, come Bona qualche anno prima, avessero gustosi soprannomi (Bona era chiamato Zio Bomba) rappresentava lo stato d’animo dello spettatore più trasecolato che consapevole.Marchi e Marchino erano due fratelli straordinari. «Guardate nei loro occhi, vi troverete un’indefinita espressione di bontà semplice e schietta, di serena modestia. Questi pregi li collocano in mezzo al nostro cuore, nei gelosi recessi degli affetti più puri...», scrive Rob in “Hurrà” del marzo 1921.Esagerazioni? Forse, ma ogni età ha la sua retorica. Vero comunque che «giocano con passione e soprattutto con rettitudine; la squadra ne riceve dignità e disciplina. È certa della loro abnegazione, della loro fede, di un’illimitata devozione. Nessuna commissione tecnica, questa faticosa sopravvivenza dell’alchimia quattrocentesca, conobbe dai fratelli Marchi un rifiuto, ebbe una mala parola, registrò un sordo o palese malcontento. Ciò significa possedere e applicare lo spirito di obbedienza e di rinuncia fino all’eroismo e al martirio... In Marchi I – conclude il sunnominato Rob – si confida e si crede».Ma anche in suo fratello Guido «lungo come la fame, trampoliere, innamorato. Dal 1896, 21 settembre, lustro di Carmagnola, dal 1909 lustro del football, dal 1913 lustro della Juventus. Dal San Giuseppe, Marchino passa al Sommeiller; ma non pago si mescola pure a una squadra del Liceo D’Azeglio finché gioca nel Pinerolo Football Club. In quei beati tempi i regolamenti federali non c’erano o erano un po’ elastici e un giocatore poteva arruolarsi a più di una squadra. Marchino ci pensa e decide di utilizzare senza indugio questa possibilità. Detto fatto. In un sol giorno gioca tre partite del torneo, lo vince e lascia il campo... L’infelice campionato 1920-21 che segnò per la nostra squadra tanti risultati negativi, deludendone le rosee speranze che ne avevano caratterizzato l’inizio, se ebbe, come sempre, il nostro Marchino tra i più volenterosi e prodighi di se stessi, ne ha pure registrato un decadimento di forma, dovuto alla salute che non sempre lo soccorse, per cui l’organismo del nostro campione perdette assai in resistenza e in efficienza. Segnaliamo però, a titolo d’onore, la forza d’animo di questo giocatore che più di una volta, febbricitante, ed evidentemente sofferente, scese in campo e vi tenne il suo posto con sforzo sovrumano, sino all’esaurimento...».Oggi Guido Marchi confessa che non conoscendo la tecnica del salto di testa subiva spesso colpi più o meno involontari. Era un calcio eroico, quasi folle, correva più del pallone, celebrava radiose verità. Era la giovinezza, una duplice giovinezza. Del calcio e dei calciatori.Ma Marchi II nel 1922 dovrà rinunziare al football. E si può affermare che egli fu sempre una creatura, quasi un angelo, in mezzo alla gente pedestre del football. Col suo ciuffo forava le nuvole. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/guido-marchi.html
  19. GUIDO MARCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Marchi Nazione: Italia Luogo di nascita: Carmagnola (Torino) Data di nascita: 21.09.1896 Luogo di morte: Torino Data di morte: 26.02.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Biscutin - Marchino Alla Juventus dal 1919 al 1923 Esordio: 12.10.1919 - Prima Categoria - Juventus-Alessandrina 3-0 Ultima partita: 14.05.1922 - Prima Divisione - Juventus-Mantova 1-1 43 presenze - 3 reti Guido Marchi, noto anche con il nome soprannome di Biscutin, (Carmagnola, 21 settembre 1896 – Torino, febbraio 1969), è stato un calciatore italiano, di ruolo centromediano. Era noto come Marchi II per distinguerlo dal fratello maggiore, anch'egli calciatore della Juventus, Pio o Marchi I. Guido Marchi Marchi (in piedi, terzo da destra) alla Juventus nella stagione 1920-1921 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centromediano Carriera Squadre di club 1919-1923 Juventus 43 (3) Carriera Tecnicamente più dotato del fratello, fece il suo esordio in maglia bianconera il 12 ottobre 1919 contro l'Alessandrina in una vittoria per 3-0, mentre il suo ultimo incontro fu il 29 aprile 1923 contro la Cremonese in una sconfitta per 1-0. Nelle sue quattro stagioni bianconere collezionò 43 presenze e 3 reti in campionato.
  20. GINO OLIVETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Olivetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Urbino (Pesaro e Urbino) Data di nascita: 05.09.1880 Luogo di morte: Olivos (Argentina) Data di morte: 04.02.1942 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1920 al 1924 61 partite - 26 vittorie - 17 pareggi - 18 sconfitte Jacob Angelo Gino Olivetti (Urbino, 5 settembre 1880 – Olivos, 4 febbraio 1942) è stato un avvocato, economista e politico italiano, fondatore e primo segretario della Confindustria, docente universitario di Diritto del Lavoro, editorialista della Stampa di Torino, deputato del Regno d'Italia, presidente del consiglio d'amministrazione dell'Ufficio internazionale del lavoro, fondatore e presidente della Croce Verde di Torino e undicesimo presidente della Juventus. Nacque da Raffaele e da Emilia Coen, entrambi possidenti di religione ebraica. Crebbe però a Ivrea dove il padre, originario di quella città, seguiva alcune attività. Studia giurisprudenza all'università di Torino, da dove esce laureato nel 1902. Dopo gli studi universitari per un breve periodo viaggia l'Europa e soggiorna in Gran Bretagna, Francia e Germania. Studia a fondo le tematiche dell'associazionismo imprenditoriale e delle relazioni industriali, nonché le teorie dell'ingegnere americano Frederick Taylor sulla razionalizzazione dei procedimenti di lavoro. Promotore e primo Segretario della "Lega industriale torinese" nel 1908, fondatore e primo Segretario Generale della Confindustria, dal 5 maggio 1910 fino al 1º gennaio 1934. Nel 1907 è stato iniziato in Massoneria nella Loggia "Propaganda" del Grande Oriente d'Italia a Torino. Eletto deputato nella XXV legislatura (1915-1919), è riconfermato nell'incarico parlamentare anche nelle quattro successive. Gino Olivetti è stato anche l'undicesimo presidente della Juventus. Occupò la carica di capo del club di Torino nel 1920 e vi rimase fino al 1924. In questo periodo il club segue un periodo di miglioramenti in ambito sportivo-societario condotti inizialmente da Giuseppe Hess in seguito alla crisi accaduta durante la prima metà degli anni 1910. Fu sotto la sua presidenza che per la prima volta dei giocatori juventini furono convocati nella nazionale italiana. Nel 1924 lasciò il club. Fu tra i maggiori promotori della realizzazione dello stadio di Corso Marsiglia, il primo di proprietà del club. Il 20 ottobre del 1939, in conseguenza delle leggi razziali fasciste, Olivetti, di religione ebraica, lascia l'Italia con la moglie. Muore in Argentina nel febbraio del 1942.
  21. PIERO DUSIO Per rievocare degnamente la figura dell’amico Piero Dusio – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del dicembre 1975 – l’ex presidente della Juventus recentemente scomparso a Buenos Aires dove da molti anni si era trasferito, per illustrare i meriti di questo autentico mecenate del calcio bianconero, occorre rifare un po’ la storia di quanto avvenne alla Juventus nel periodo successivo a quello, felicissimo, dei cinque scudetti consecutivi. Sono notizie ed episodi che forse nessuno sinora ha mai scritto né ricordato. A determinare uno stato di crisi tecnico-sportiva in seno alla Juventus dopo il 1935 furono essenzialmente due fattori: la tragica morte di Edoardo Agnelli avvenuta a Genova nell’estate del 1935 e la guerra contro l’Etiopia. Edoardo Agnelli e il barone Giovanni Mazzonis erano stati gli artefici delle grandi imprese della squadra bianconera dal 1930 al ‘35; specialmente Mazzonis era risultato insuperabile come mente organizzativa e tecnica, alla stessa stregua in cui Agnelli era risultato insostituibile sotto il profilo finanziario. Scomparso tragicamente Edoardo Agnelli, il barone Mazzonis si trovò privo della spalla ideale ed essendo anche lui politicamente compromesso (la Juventus aveva un consiglio direttivo composto da elementi antifascisti e di ebrei), fu costretto a trascurare il potenziamento della squadra, come aveva fatto negli anni precedenti. La situazione finanziaria della società era critica. La Juventus si costituì in una «Società» di sportivi che si addossò tutte le spese passive delle varie gestioni. Mancava anche un presidente. Le autorità politiche dell’epoca volevano imporre nomi non graditi all’assemblea dei soci, mentre non accettavano le persone designate dalla società. Nel 1936-37 venne raggiunto un accordo sul nome del conte Emilio de la Forest de Divonne che doveva risultare un presidente meraviglioso per serietà, equilibrio e sportività. Sotto la sua direzione la Juventus cercò di rinnovarsi e rimase quasi sempre nelle posizioni onorevoli della classifica. Ma la situazione politica internazionale diventa sempre più critica: la parola «guerra» veniva pronunciata con sempre più drammatica frequenza. Alcuni membri del consiglio direttivo bianconero, i fratelli Levi, fuggirono in Argentina, altri vennero poi deportati e morirono in campo di concentramento, come i membri della famiglia Nizza. Compare in quegli anni la figura di Piero Dusio, bianconero dalla nascita e buon giocatore negli anni successivi alla prima guerra mondiale, alla quale Dusio aveva preso parte, giovanissimo, come tenente dei bersaglieri. Nel primo campionato post-bellico, proprio nella gara inaugurale del torneo, troviamo Piero Dusio in prima squadra nella partita giocata a Torino contro l’Alessandria e vinta dai bianconeri con il punteggio di 3 a 0. Questa la formazione della Juve: Giacone, Novo, Bruna, Varalda, Marchi II, Sesia, Dusio, Giriodi, Mattea I, Bona, Ferrero. Si può fare un interessante rilievo statistico: in prima squadra Dusio non giocò molte partite ma in compenso le vinse tutte. Nel campionato 1921-22, con Dusio sempre nel ruolo di ala destra, la Juventus vinse la prima partita a Verona (contro l’Hellas) per 3 a 1 e poi la successiva gara a Torino contro l’Andrea Doria (2 a 0). Piero Dusio era stato molto amico di Annibale Ajmone Marsan, dirigente della Juventus e procuratore generale di Riccardo Gualino: da questi due personaggi Dusio ricevette appoggi decisivi per «sfondare» nel campo industriale. Il suo «boom» si realizzò nel 1938, attraverso grandi forniture militari e in quella circostanza Dusio non si dimenticò della Juventus: da vero sportivo e autentico bianconero, il giovane industriale si addossò tutte le responsabilità economiche e il deficit della società, pur rimanendo sempre con la qualifica semplice di consigliere in quanto, anche per motivi squisitamente politici, il conte Emilio de la Forest risultava assolutamente inamovibile. Solo nel 1945, alla fine del conflitto, Piero Dusio, che aveva nel frattempo salvato dal tracollo e dalla disgregazione la Juventus occupando i giocatori nella sua industria automobilistica (Cisitalia), venne eletto alla presidenza del club. Uno dei più grandi amici di Pierino Dusio è stato senza dubbio Felice Borel, centrattacco della Juventus del quinquennio. Nel 1941, tuttavia, a causa di motivi che ci pare superfluo ricordare, l’amicizia tra Dusio e Borel si incrinò. Ferruccio Novo, presidente del Torino, spinto da profonda considerazione per il calciatore juventino, lo convinse a lasciare la squadra bianconera e a trasferirsi al Torino. Non è dunque storicamente provato che sia stato Dusio a voler vendere Borel al Torino, ma il presidente venne convinto all’operazione dallo stesso Borel. In quell’epoca, d’altra parte, il dirigente bianconero era frastornato dalla presenza accanto a lui di tecnici o presunti tali: furono proprio quei presunti consiglieri a orientare Dusio verso la decisione di cedere alcuni importanti giocatori al Torino, primo fra tutti, proprio Borel II. Anche Gabetto, che era già stato praticamente ceduto al Genoa, venne acquistato dal Torino su consiglio di Borel, mentre lo stesso Bodoira, il portiere libero da impegni, ma riconosciuto di meriti eccezionali, venne tesserato per la società granata. Al posto di Borel, Gabetto e Bodoira, arrivarono alla Juventus i fratelli Lucidio e Vittorio Sentimenti, il centrattacco Banfi, Olmi, Locatelli e il portiere Perucchetti. La stagione seguente (1942-43) Dusio e Borel si rappacificarono; «Farfallino›› chiese di tornare in bianconero, a qualunque condizione. Infatti Borel tornò, assumendo la carica di responsabile tecnico generale. E Piero Dusio, che negli anni difficili della guerra, aveva sempre pagato lo stipendio ai giocatori, portò in maglia bianconera alcuni popolari campioni, come Peppino Meazza e Silvio Piola. Ma il merito maggiore della coppia Dusio-Borel fu quella di aver assicurato alla Juventus due grandi giocatori Giampiero Boniperti ed Ermes Muccinelli, autentici vessilliferi della squadra bianconera, due giocatori idolatrati dalle folle. Felice Borel vide immediatamente nel Giovanissimo Giampiero un campione di statura mondiale: 444 partite il biondo ragazzo di Barengo giocò infatti nelle file della Juventus, la squadra della quale è oggi presidente. Pierino Dusio, tuttavia, non fu solo un personaggio importante nell’ambito del calcio. In gioventù era stato un ottimo pilota di vetture sportive, un gentleman che amava il rischio e la velocità, un tecnico che conosceva molto bene i segreti dei motori dei bolidi da corsa. Piero Dusio fu il creatore di un’industria automobilistica che ebbe importanza nazionale, la Cisitalia: la Casa nata come fabbrica di automobili sportive subito dopo la fine della guerra, conseguendo apprezzabili risultati tecnici e svolgendo una preziosa funzione nella ripresa dello sport automobilistico con le sue piccole monoposto 1100 e con alcuni modelli sportivi di eguale cilindrata. Il disegno, possiamo dire il «chiodo fisso» di Dusio era tuttavia la costruzione di un bolide da corsa di formula 1. Pur conoscendo bene le difficoltà di costruire «ex novo», in quegli anni, una macchina da gran premio capace di fronteggiare organizzazioni come Alfa Romeo e Maserati, Dusio volle tentare, e con un programma ambiziosissime. Per la progettazione, la direzione della costruzione e la messa a punto della macchina, ricorse all’organizzazione che faceva capo al professor Ferdinand Porsche, di cui era consulente il professor Eberan von Eberhorst, uno dei maggiori tecnici del mondo in fatto di auto da corsa. E vennero a Torino da Merano, chiamati da Dusio, alcuni uomini di fiducia di Porsche: l`ing. Hrusckha e Carlo Abarth. In quegli anni l’industria meccanica italiana stava ancora faticosamente curando le ferite di guerra e non era certo in grado di fornire per il progetto Cisitalia la collaborazione che sarebbe stata desiderabile. Pertanto ogni particolare della macchina dovette essere seguito nello stesso stabilimento, che dovette acquistare costosissime macchine utensili di alta precisione. La stessa impostazione della «Gran Prix» poneva i tecnici della Casa torinese di fronte a problemi da far tremare i polsi. Ecco alcune caratteristiche di quel meraviglioso gioiello meccanico. Motore posteriore a 12 cilindri orizzontali e contrapposti, cilindrata 1500cc, blocco cilindri in lega leggera, con canne riportate in acciaio speciale; albero a gomiti (un capolavoro di raffinatezza meccanica) del tipo Hirth scomponibile con bielle montate su cuscinetti a rulli; due carburatori e due compressori del tipo palette Zoller-Cozette. Cambio Porsche a cinque rapporti sincronizzati; trasmissione sulle quattro ruote utilizzabile, a volontà, anche soltanto sull’asse posteriore; differenziale sulla trasmissione posteriore autobloccante. Secondo i calcoli, il motore avrebbe dovuto sviluppare una potenza superiore ai 300 cavalli, al regime di 8500 giri/minuto, e la vettura raggiungere una velocità di oltre 360 chilometri l’ora. La Cisitalia Gran Prix venne ultimata nell’autunno del 1949 e compì anche qualche prova su strada guidata dal collaudatore Macchieraldo. Tecnici e corridore dell’epoca ne erano entusiasti, primo fra tutti Tazio Nuvolari, che sognava di poterne essere il pilota. Invece la Cisitalia venne a trovarsi in gravi difficoltà, e in breve fu costretta a cessare ogni attività. La superba macchina rimase per sempre silenziosa, senza aver potuto esprimere quello che i suoi meravigliosi congegni sembravano promettere. Dusio se ne andò in Argentina, dove riprese a costruire macchine di serie. Ultimamente aveva creato una floridissima industria di pompe e motori elettrici. Ogni anno, d’estate, tornava per un mesetto in Italia, a Torino. Passava il pomeriggio sui bordi della piscina dello Sporting Club (oggi Circolo della Stampa), il meraviglioso complesso che lui aveva ideato e creato come circolo estivo e sede della segreteria della Juventus. Accanto a chi scrive, Piero Dusio rievocava con molta nostalgia ma anche con legittima fierezza gli anni in cui, con estrema generosità e sportività, dedicava tutto se stesso a ciò che forse più ha amato nella sua vita: la Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/piero-dusio.html
  22. PIERO DUSIO https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Dusio Nazione: Italia Luogo di nascita: Scurzolengo (Asti) Data di nascita: 13.10.1899 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 08.11.1975 Ruolo: Centrocampista - Presidente Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1919 al 1923 Esordio: 12.10.1919 - Prima Categoria - Juventus-Alessandrina 3-0 Ultima partita: 29.04.1923 - Prima Divisione - Cremonese-Juventus 1-0 4 presenze - 1 rete Presidente della Juventus dal 1941 al 1947 78 partite - 44 vittorie - 21 pareggi - 13 sconfitte Piero Dusio, anche Pietro (Scurzolengo, 13 ottobre 1899 – Buenos Aires, 8 novembre 1975), è stato un imprenditore, calciatore, dirigente sportivo e pilota automobilistico italiano. Biografia All'età di 27 anni, investendo oculatamente i proventi della sua attività di rappresentante di tessuti nella prima azienda italiana per la produzione di tele cerate stampate, costruì rapidamente una fortuna e divenne uno dei più importanti industriali piemontesi. Negli anni trenta abbozzò una carriera da pilota che gli diede anche alcuni successi, come un primo posto nella Corsa allo Stelvio del 1938. In seguito il suo impero industriale si ramificò in molti campi, per ulteriormente solidificarsi negli anni della seconda guerra mondiale, durante i quali assunse anche la presidenza del club di calcio della Juventus, dal 1942 al 1947 potenziando l'attività polisportiva del club. Nel 1944 fondò la Cisitalia, acronimo di Compagnia Industriale Sportiva Italiana, facendosi poi aiutare nell'impresa da Rudolf Hruska e Ferry Porsche, stante il sodalizio tecnico ed umano instauratosi, nel 1947, dopo che Dusio si era prodigato, anche versando un forte riscatto in denaro, per la liberazione del padre Ferdinand Porsche, detenuto in Francia quale prigioniero di guerra. Alla guida di una Cisitalia 202 MM, ha partecipato alla I Coppa delle Dolomiti nel 1947, raggiungendo il secondo posto. Nel secondo dopoguerra, con l'aiuto dei due tecnici tedeschi, tentò di dare vita ad un modello di auto di Formula 1, futuristico per i tempi, ma il tentativo si arenò. Il tracollo finanziario dovuto al pagamento dell'astronomico riscatto ed alle ingenti spese per la vettura di F1, lo spinse a lasciare la Cisitalia nelle mani del figlio Carlo (la società venne poi liquidata nel 1956) e trasferirsi in Argentina, dove fondò la Autoar, nel 1950, prima fabbrica locale di automobili. Nell'ultima parte della sua vita lavorativa, Piero Dusio si dedicò ad attività edilizie e commerciali, abbandonando il settore dell'automobile.
  23. ANTONIO BRUNA Comincia a giocare nelle file dell’Omegna, il suo paese di origine. Qualcuno lo vede all’opera e, presto, è invitato a indossare la maglia bianconera; tutto questo, avviene nel 1918, all’indomani della fine della Grande Guerra e alla ripresa dell’attività calcistica su scala nazionale.«Frutto di quella fertilissima terra di calciatore che è il novarese - scrive il “Paese Sportivo” alla fine del 1919 - costituisce con Novo un saldissimo duo difensivo. Instancabile, mobilissimo, sa meravigliosamente piazzarsi e con un encomiabile spirito di sacrificio riesce spesso a sventare pericolose discese avversarie. Al suo attivo di ottimo giocatore, può vantare un magistrale gioco di testa».Netu – così viene chiamato – si trova in difficoltà ad allenarsi a causa dell’impegno lavorativo presso la Fiat, poiché il caporeparto non ha nessuna intenzione di concedergli permessi per il football e così, con coraggio, Sandro Zambelli si rivolge direttamente al fondatore dell’azienda Giovanni Agnelli, ottenendo il sospirato nulla-osta.«Ancora più contento, quando lo seppe, fu Antonio Bruna – racconta Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – per il forte terzino potersi finalmente allenare qualche pomeriggio, costituiva oltre ad un’incredibile agevolazione per lui e la squadra un significativo riconoscimento alla sua valentia di giocatore. Tenace, puntiglioso e preciso, abile nel colpo di testa, il bruno e ben modellato atleta novarese era una di quelle persone cosiddette belle. Non c’era patronessa juventina che resistesse alla tentazione di lasciarsi andare a compiaciute occhiate quando, alto e slanciato, il difensore prendeva a correre al Campo Juventus. Neppure il portiere-pittore Durante sembrava avere dubbi. Dato mano ai colori, l’aveva immortalato su di un manifesto di promozione juventina. Appare su tutti i muri di Torino, Antonio Bruna, svolazzante bianconero, fissato in una posizione di stile quasi perfetto, mentre colpisce il pallone col piede destro».Convocato per il torneo calcistico delle Olimpiadi di Anversa del 1920, con lui andrà pure un giovanissimo Virginio Rosetta, che poi erediterà la maglia della Juventus.A causa delle sue precarie condizioni fisiche, Netu smette di giocare molto presto; nonostante questo, indossa per ben 95 volte la maglia bianconera, realizzando anche una rete.«Antonio Bruna, ex giocatore delia Nazionale e della Juventus – si legge su “Stampa Sera” del 27 dicembre 1976 – è morto sabato mattina all’ospedale Mauriziano causa un enfisema polmonare. Bruna, che era il più vecchio dei Nazionali viventi, aveva 81 anni. Dopo aver militato nelle file dell’Omegna, alla fine della prima Guerra Mondiale si trasferì alla Juventus e, successivamente, giocò cinque partite in maglia azzurra. Nel 1925 abbandonò l’attività calcistica e si trasferì a Parigi, dove divenne uno dei dirigenti più qualificati della Simca. Da poco tornato in Italia, Bruna frequentava assiduamente il Circolo della Juventus, in Galleria San Federico». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/antonio-bruna.html
  24. ANTONIO BRUNA https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Bruna Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 14.02.1895 Luogo di morte: Torino Data di morte: 25.12.1976 Ruolo: Difensore Altezza: 176 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Soprannome: Netu Alla Juventus dal 1919 al 1925 Esordio: 12.10.1919 - Prima Categoria - Juventus-Alessandrina 3-0 Ultima partita: 07.12.1924 - Prima Divisione - Livorno-Juventus 2-2 97 presenze - 1 rete Antonio Bruna (Vercelli, 14 febbraio 1895 – Torino, 25 dicembre 1976) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Antonio Bruna Bruna (a destra) assieme a Gianpiero Combi, nella Juventus della stagione 1924-1925. Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1925 Carriera Squadre di club 191?-1919 Omegna ? (?) 1919-1925 Juventus 97 (1) Nazionale 1920 Italia 5 (0) Carriera Terzino, Bruna iniziò a giocare nell'Omegna Calcio; vi rimase fino al 1919, anno in cui venne ingaggiato dalla Juventus. Ha disputato sei stagioni consecutive con la Juventus dal 1919-1920 al 1924-1925, collezionando 97 presenze ed un gol. Le sue condizioni fisiche precarie lo costrinsero ad un prematuro ritiro. Vanta 5 presenze in Nazionale: oltre ad un'amichevole nel maggio 1920 contro i Paesi Bassi, ha collezionato 4 presenze ai Giochi olimpici del 1920 di Anversa. Venne convocato anche per le Olimpiadi parigine del 1924, dove tuttavia non disputò alcuna partita. Un aneddoto riferisce che all'epoca in cui giocava, si trovava in difficoltà ad allenarsi a causa dell'impegno lavorativo presso la FIAT; il suo caporeparto non aveva intenzione di concedergli permessi per allenarsi e così con coraggio Sandro Zambelli, dirigente juventino dell'epoca, si rivolse direttamente al fondatore dell'azienda Giovanni Agnelli. Dopo la risposta positiva del senatore, nacque l'idea di affidare la presidenza della società bianconera al figlio Edoardo: ciò avvenne il 24 luglio 1923. È sepolto nel cimitero Parco di Torino
  25. GIOVANNI GIACONE https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giacone Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 01.12.1900 Luogo di morte: Torino Data di morte: 01.04.1964 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1919 al 1921 Esordio: 12.10.1919 - Prima Categoria - Juventus-Alessandrina 3-0 Ultima partita: 30.01.1921 - Prima Categoria - Juventus-Torino 0-2 30 presenze - 26 reti subite Giovanni Giacone (Torino, 1º dicembre 1900 – 1º aprile 1964) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. È stato il primo juventino ad indossare la casacca della Nazionale. Giovanni Giacone Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Carriera Giovanili 1917-1918 US Torinese 1918-1919 Pastore Squadre di club 1919-1921 Juventus 30 (-26) 1921-1923 US Torinese 26 (-31+) 1923-1924 Torino 4 (-7) 1924-1925 Pastore ? (-?) Nazionale 1920 Italia 4 (-8) Carriera Club Nato a Torino, crebbe nelle formazioni giovanili del capoluogo piemontese. Esordì, non ancora diciottenne, nella prima squadra dell'Unione Sportiva Torinese, da cui poi passò al Football Club Pastore, squadra di primo rango in quegli anni. Giacone (accosciato) alla Juventus nella stagione 1920-1921 Durante un incontro con il Bologna venne notato dai dirigenti juventini, che lo fecero diventare un giocatore bianconero. In bianconero si impose subito nonostante la giovane età ed esordì nella stagione 1919-1920, il primo campionato dopo la Prima guerra mondiale, vinto dall'Internazionale dopo una lunga lotta proprio con la Juventus. Giocò solo un'altra stagione con la maglia juventina dopodiché tornò all'Unione Sportiva Torinese, in cambio di Barucco. Nazionale Disputò con la maglia azzurra 4 gare, due delle quali ai Giochi olimpici di Anversa nel 1920. Fu il primo giocatore della Juventus a giocare nella Nazionale italiana.
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