-
Numero contenuti
145226 -
Iscritto
-
Ultima visita
-
Days Won
44
Tipo di contenuto
Profilo
Forum
Calendario
Tutti i contenuti di Socrates
-
GIOVANNI GREPPI https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Greppi_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Pezzana (Vercelli) Data di nascita: 06.08.1910 Luogo di morte: Torino Data di morte: 26.11.1980 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1930 Esordio: 27.01.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Cremonese 3-0 Ultima partita: 15.06.1930 - Serie A - Juventus-Padova 3-1 5 presenze - 0 reti Giovanni Greppi (Pezzana, 6 agosto 1910 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giovanni Greppi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista centrale Termine carriera 1942 Carriera Squadre di club 1928-1930 Juventus 5 (0) 1930-1931 Casale 1 (0) 1931-1932 Syracusae ? (?) 1932-1933 Acireale ? (?) 1933-1936 Biellese 84 (0) 1936-1940 Varese 108 (0) 1940-1942 Ivrea ? (?) Carriera Giocò in Serie A con la Juventus e il Casale; militò poi con Siracusa, Acireale, Biellese, Varese ed Ivrea (fino al 1942). Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Varese: 1939-1940 (girone C)
-
EDMONDO DELLA VALLE SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” Nato ad Arce in provincia di Frosinone, ed emigrato giovanissimo in Argentina con la famiglia, era rientrato in Italia e aveva probabilmente trovato lavoro presso le Officine Viani e Silvestri di Milano (o Brescia) che avevano anche un Gruppo Sportivo con una squadra di calcio (denominata G.S.O.M.) dove verosimilmente iniziò anche a giocare. Passato al Foggia, vi rimane per tre stagioni, dal 1925 al 1928. Dopo aver contribuito alla promozione in prima divisione della squadra pugliese ed essersi assestato nel ruolo di mediano, dopo gli inizi da attaccante esterno, passò alla Juventus. In bianconero Della Valle esordì alla 2ª giornata del campionato 1928/29 contro la Fiorentina nel corso di una partita vinta largamente (11-0 il 7 ottobre 1928) dalla Juventus. Nel corso della stagione venne utilizzato nove volte e mise a segno un gol. Rimase in bianconero anche nella stagione successiva (1929/30, la prima della Serie A a girone unico) giocando sei volte e segnando un altro gol (con cui firmò il temporaneo pareggio in occasione della vittoria in rimonta per 2-1 contro l’Ambrosiana). Ma non ci sarà più posto per lui nella stagione successiva quando Carlo Carcano allestirà la squadra che vincerà i cinque scudetti consecutivi. Dalla Juventus Della Valle passò al Bari, in Serie B, contribuendo con 24 presenze alla promozione in Serie A dei pugliesi. Dalla Puglia in Liguria, ove lo tesserò l’Andrea Doria, con cui disputò un campionato di 1ª divisione prima di passare il confine e sistemarsi in Costa Azzurra, all’OGC Nice, dove in due stagioni nel massimo campionato francese, collezionò 15 presenze. Tornò in Italia per disputare un ultimo torneo professionistico nella Sanremese da centromediano metodista – dove venne apprezzato per le sue notevoli doti caratteriali – prima di chiudere definitivamente a livello dilettantistico con la Coriglianese. A Sanremo si sposò prima di trasferirsi a Torino dove mori il 30 settembre 1976. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/edmondo-della-valle.html
-
EDMONDO DELLA VALLE https://it.wikipedia.org/wiki/Edmondo_Della_Valle Nazione: Italia Luogo di nascita: Arce (Frosinone) Data di nascita: 16.11.1904 Luogo di morte: Torino Data di morte: 30.09.1976 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1930 Esordio: 07.10.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Fiorentina 11-0 Ultima partita: 20.04.1930 - Serie A - Modena-Juventus 2-1 15 presenze - 2 reti Edmondo Della Valle (Arce, 16 novembre 1904 – 1976) è stato un calciatore italiano, di ruolo mezzala. Edmondo Della Valle Della Valle alla Juventus Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Carriera Squadre di club 19??-1928 Foggia ? (?) 1928-1930 Juventus 15 (2) 1930-1931 Bari 23 (0) 1931-1932 Andrea Doria ? (?) 1932-1934 Nizza 15 (0) 193?-1935 Sanremese ? (?) Biografia Nato nel frusinate ma emigrato bambino con la famiglia in Argentina, tornò in seguito nella nazione d'origine per proseguire la sua carriera calcistica. Carriera Militò inizialmente nel Foggia, da cui venne acquisito dalla Juventus nel 1928. Della Valle, primo oriundo nella storia del club piemontese, fece il suo esordio con la maglia bianconera contro la Reggiana il 30 settembre 1928, in un pareggio per 2-2, mentre la sua ultima partita fu contro il Modena il 20 aprile 1930, in una sconfitta per 2-1. Nelle sue due stagioni a Torino collezionò 15 presenze e 2 reti, venendo impiegato principalmente quale riserva di Federico Munerati. Nel 1930 venne ceduto al Bari, con cui ottenne la promozione in Serie A al termine della sua unica stagione in biancorosso; successivamente militò nella Sanremese, fino al 1935.
-
CARLO CROTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Crotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Costa Vescovato (Alessandria) Data di nascita: 09.09.1900 Luogo di morte: Tortona (Alessandria) Data di morte: 25.07.1963 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1931 Esordio: 30.09.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Reggiana-Juventus 2-2 Ultima partita: 01.02.1931 - Serie A - Juventus-Livorno 4-1 36 presenze - 3 reti 1 scudetto Carlo Crotti (Costa Vescovato, 9 settembre 1900 – Tortona, 1963) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Crotti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1936 Carriera Squadre di club 1919-1922 Novara ? (?) 1922-1925 Derthona 47+ (19+) 1925-1928 Novara 41+ (23) 1928-1931 Juventus 33 (3) 1931-1934 Derthona 18+ (2+) Carriera da allenatore 1932-1933 Parma 1935-1938 Derthona 1948 Derthona Carriera Nella stagione 1930-1931 vinse uno scudetto con la Juventus. Fu a lungo giocatore del Derthona, squadra con la quale visse alcune esperienze da allenatore. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
-
Umberto Caligaris - Giocatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
UMBERTO CALIGARIS «Caligaris rifiuta gli schemi – ha scritto Gianni Giacone – non perché sia un anarchico, ma semplicemente perché non li concepisce: il calcio, per lui, è un gioco tanto entusiasmante quanto semplice, che si gioca con la palla. Chi ha la palla, alla lunga, vince. Compito fondamentale suo è di sradicare più palloni possibili dai piedi degli avversari. Insomma, lottare, correre e poi ancora lottare». Era nato e cresciuto a Casale Monferrato, proprio in un’epoca nella quale la squadra nerostellata ospitava nelle sue file giocatori di sicura classe e di grande temperamento. Caratterizzò un lungo periodo della storia calcistica italiana ed espresse elementi di indubbio valore, molti nomi, fra cui spiccano quelli di Eraldo Monzeglio e di Berto Caligaris. Poderoso atleta, si era segnalato sin dalle sue prime apparizioni nelle formazioni giovanili; entrava sul pallone con l’impeto delle valanghe che scendono a valle. Aggressivo e istintivo, perfetto colpitore, tagliava l’aria a fette con le sue acrobatiche sforbiciate, di cui gli si assegna la paternità. Giocava con eccezionale grinta, senza smettere un attimo di incitare i compagni, secondo quel vigoroso temperamento di trascinatore di cui la natura lo aveva dotato. Portava i capelli lisci abbastanza lunghi tenendoli a posto con un candido fazzoletto: nelle mischie quella fascia bianca, che gli cingeva la testa, lo rendeva subito riconoscibile quando si scrollava con foga dai viluppi di uomini. Era un’autentica forza della natura, una massa di muscoli messi al servizio di una tecnica squisita. Nella stagione 1923–24 Caligaris, del quale i dirigenti juventini avevano già sentito parlare, comparve per la prima volta come avversario della Juventus e di quei due personaggi, Combi e Rosetta, di cui sarebbe poi divenuto inseparabile amico. Entrambe le partite di quel campionato si conclusero con il successo della Juventus sul Casale, con il punteggio di 3–2 e c’è da segnalare un curioso particolare: un goal realizzato da Viri Rosetta che in quella formazione (10 febbraio 1924, campo di Corso Marsiglia) figurava come attaccante. Con una finta diabolica, Viri riuscì a sbilanciare Caliga che gli si era fatto incontro come una furia e a battere, con un abile tocco, il portiere casalese De Giovanni. Per altre quattro stagioni Caligaris continuò a essere il perno della difesa nerostellata, anche se in maglia azzurra, sino dal giugno 1925 a Valencia, il terzino casalese aveva felicemente completato il trio di difesa insieme a Combi e a Rosetta. Anche alle Olimpiadi di Amsterdam la coppia Rosetta–Caligaris, allineata davanti a Combi, si era confermata come la più forte del mondo. Alla Juventus convennero che sarebbe stato assolutamente necessario assicurarsi il fortissimo terzino del Casale, per cominciare dalla difesa, la costruzione di quella che sarebbe stata la squadra monstre degli anni ‘30. Edoardo Agnelli e Giovanni Mazzonis non esitarono: alla Juventus le decisioni erano prese senza tentennamenti e Caligaris fu convinto a trasferirsi a Torino. Così Caliga diventò bianconero a tutti gli effetti, giocando 26 gare su 30 nel suo primo campionato. L’arrivo del casalese aveva conferito saldezza e omogeneità al trio di estrema difesa, proprio perché le qualità di Rosetta integravano e completavano quelle di Caligaris. Viri e Berto: due prodotti tipici del calcio provinciale e pure tanto diversi, come temperamento, come carattere, come gioco. Rosetta è apparso di colpo come giocatore completo, affinò in seguito il suo gioco con l’esperienza, ma non ne mutò più la base. Elemento calcolatore, freddo, positivo il vercellese; entusiasta, tutto fuoco, irrompente, il casalese. Il primo studiava l’avversario, il secondo lo investiva. Questo diverso comportamento in campo traduceva il diverso carattere dei due uomini: di poche parole, riflessivo, osservatore Rosetta, espansivo, tutta cordialità, esuberante Caligaris. Caligaris, però, era forse più avanti nei tempi, perché sarebbe stato sicuramente un perfetto terzino “sistemista”. A quell’epoca non esisteva il centromediano arretrato e i terzini tenevano a zona la parte centrale del campo, scaglionati in profondità. Berto giocava terzino avanzato o di rottura, un compito a volte ingrato, di scarse soddisfazioni, che solo un generoso e un altruista come lui poteva accettare. Caliga esordì in Nazionale a 21 anni, il 15 gennaio 1922, al Velodromo Sempione di Milano, affrontando la temibilissima formazione dell’Austria. La squadra azzurra aveva uno schieramento un po’ avventuroso all’attacco, ma la difesa, con Caligaris in coppia con De Vecchi e la mediana imperniata sui tre assi del Genoa, Barbieri, Burlando e Leale, dava il massimo affidamento. Infatti, Caligaris giocò una buona partita, rimanendo nella famiglia azzurra per ben dodici anni, totalizzando la bellezza di 59 presenze e risultando, per molto tempo, il primatista delle presenze azzurre. Verso il termine della carriera, avrebbe sicuramente potuto indossare per la sessantesima volta la maglia della nazionale ma Vittorio Pozzo, che pur lo aveva in particolare predilezione, non riuscì ad accontentarlo, affidandogli il simbolico ruolo di alfiere della squadra nazionale in occasione del Campionato del Mondo del 1934. «Caligaris pianse quando gli dovetti negare la soddisfazione di giocare la sua sessantesima partita in maglia azzurra, cifra tonda; pianse e nascose il suo dolore incoraggiando, con ogni sua forza, i compagni», raccontava Vittorio Pozzo. Caligaris chiuse la sua carriera nella Juventus con la vittoriosa partita, in casa contro la Pro Vercelli: 3–0. Era il 26 maggio 1935. Dopo la lunga e onoratissima carriera, Berto appese gli scarpini al classico chiodo e passò all’insegnamento, prestando servizio in diverse società, compresa, naturalmente, la Juventus. Mentre era a Brescia, fu colpito da una grave forma di setticemia, dalla quale riuscì a guarire, grazie alla sua fibra eccezionale e a parecchie trasfusioni. L’apparato cardiocircolatorio ne risentì sensibilmente e i medici gli proibirono qualsiasi sforzo, consigliandogli anche di evitare emozioni. Un giorno del 1940 lui e i suoi vecchi compagni si ritrovarono per un allenamento in vista di un torneo fra vecchie glorie. C’erano Combi e Rosetta: si trattava di ricostruire il trio protagonista di tante battaglie internazionali e Caliga non volle mancare. Rosetta gli disse di rinunciare, perché non era il caso di sottoporsi a pericolosi sforzi ma Berto non volle sentire ragioni. A un tratto, mentre rincorreva un pallone, Caligaris si sentì male e fu adagiato accanto al palo della porta. I compagni lo sollevarono e lo trasportarono al vicino Ospedale Militare, dove l’ufficiale medico di servizio, mentre si apprestava a praticargli un’iniezione tonificatrice, dovette dolorosamente annunciare ai pochi presenti che nessuna cura avrebbe più giovato a quel generoso cuore, che aveva oramai cessato di pulsare. Così Umberto Caligaris chiuse la sua non lunga ma intensa giornata. E fu posto nella bara con la maglia della Juventus e, accanto, quella della Nazionale azzurra. Visse al completo l’epopea del favoloso quinquennio anni ‘30 e senza mai realizzare un goal mandò in archivio un bottino di 197 presenze: 178 di campionato e 19 nell’ambito della Coppa dell’Europa Centrale. Insieme al compagno di reparto Rosetta vinse 5 scudetti consecutivi e quando gli domandavano quale fosse il loro segreto, lui rispondeva sorridendo: «Semplice: mai distrarsi, non dare all’avversario nemmeno il tempo di tirare il fiato!» «Quando il pallone era abbastanza alto da essere colpito di testa e non abbastanza basso – racconta a “Tuttosport” nel 1958 Viri Rosetta – quando insomma gli arrivava all’altezza dello stomaco, il povero Caliga si elevava in salto, tendendo in alto la gamba che non avrebbe calciato; un attimo prima che gli arrivasse la palla, mandava bruscamente in basso questa gamba favorendo così il movimento e la forza di lancio dell’altra gamba che avrebbe calciato. Aveva la giusta avvertenza, il povero Berto, di tenere un po’ piegata al ginocchio la gamba che avrebbe rimandato, per effettuare un lungo lancio, non un tiro alle stelle. Gli bastava poi il rinculo prodotto dall’urto con la palla per permettergli di ricadere nell’eretta posizione normale sulle gambe, facilitato dal movimento delle braccia che aveva tenuto aperte, per l’equilibrio del corpo prima, e perché gli servissero poi da contrappeso nella fase di atterraggio. Era, beninteso, un rimando di liberazione, questa sforbiciata e non un preciso passaggio». VLADIMIRO CAMINITI Combi; Rosetta e Caligaris; Barale, Varglien II e Bigatto; Munerati, Ferrero, Vojak, Testa e Cevenini III. È il campionato 1928–29 quello che avvicina la Juventus ai giorni della gloria. E Berto Caligaris arriva dalle campagne casalesi, figlio d’arte, poiché il padre era stato un grande giocatore di pallone elastico. Ha esordito come portiere all’oratorio Sacro Cuore al Valentino, poi è stato spostato all’attacco e in difesa. Prima di diplomarsi ragioniere, aveva fatto parecchie apparizioni in pista di atletica, eccellendo nella corsa veloce e nel salto in alto. Nel Casale si dimostra subito terzino da combattimento. Il modulo tattico in voga era il Metodo, senza marcature fisse, le partite erano spesso cruente con feriti e contusi gravi al suolo, i campi erano spesso affondanti e melmosi. Berto a tredici anni, appoggiato alla rete di recinzione, piccolo, con il ciuffo sulla fronte e gli scuri cupi occhi, guardava questa squadra e sognava. Sognava quello che presto sarebbe stato realtà, di vivere di calcio, per il calcio. Perfino morire per il calcio. Non si dà mai per vinto, dove c’è da conquistare il più difficile dei palloni c’è lui, il fazzoletto bianco sulla fronte. Rosetta arriva perfino ad arrabbiarsi, gli suggerisce i piazzamenti, ma invano. Il più spiazzato dei difensori è lui, ma riesce sempre ad arrivare sul pallone. La corsa lo assorbe, il pallone lo seduce. È un grande lottatore appartenente all’epopea di uno sport che andrà a rappresentare presto tattica e strategia, ma nel Casale ed anche nella Juventus, Caligaris sarà Caligaris, terzino che irriderà ad Aitken che pretendeva giocasse anche senza palla, come Rosetta. In Nazionale è uno dei più longevi, vi esordisce il 15 gennaio 1922, al velodromo Sempione di Milano (3–3 con l’Austria), con i Morando, De Vecchi, Barbieri, Burlando, Leale, Migliavacca, Cevenini III, Moscardini, Santamaria, Forlivesi, non c’è neanche uno juventino in questa formazione. Figura in azzurro anche la Valenzana, con il portiere Morando. L’11 febbraio 1934, al Benito Mussolini di Torino, Caligaris gioca per l’ultima volta in azzurro. È il Campionato del Mondo organizzato in Italia, che vinceremo. Dopo il trionfo con la Cecoslovacchia a Roma, quello sbandieratore inebriato, in testa agli azzurri, è lui. Vivere per il calcio, perfino morire di calcio. Alle 15 e 30 del 19 ottobre 1940, gioca una partita tra vecchie glorie, subito dopo una colossale mangiata. Scattando alla sua maniera, gli cede il cuore. Rosetta è il primo a soccorrerlo. Nella grande ombra nera, Berto già si rattrappisce sull’erba di Piazza d’Armi, con la sua bella maglia bianconera intrisa di sudore. VITTORIO POZZO “LA STAMPA” DEL 20 OTTOBRE 1940 Amava la squadra nazionale di un amore sviscerato: la maglia azzurra era l’ambizione della sua vita. Non ne faceva mistero. I compagni lo conoscevano così bene che una volta, si era nel 1930, a Francoforte sul Meno, pregarono il Commissario Tecnico di fingere di lasciarlo fuori squadra, nel corso del rapporto del giorno precedente la gara. A sentire enunciare un altro nome invece del suo, Caliga non fece sforzo alcuno per nascondere il suo dolore: impallidì e si appoggiò al tavolo come se tutto gli crollasse attorno. Ci volle la fragorosa risata dei colleghi per farlo ritornare in sé. «Sì, scherzate, farabutti – fu la sua risposta – ma se domani ci sarà da lasciar la pelle sul campo, perché l’Italia vinca, vedrete chi vi saprà dare l’esempio». Ha avuto un dolore, come giuocatore di squadra nazionale. Glie lo ho dato io. Quello di non aver potuto arrotondare a 60 il numero delle sue maglie azzurre. Avrebbe dato non so cosa per allinearsi ancora una volta coi compagni, magari coi “cadetti”. Gli avevo detto che ero disposto ad assecondarlo in tutto, ma che la squadra nazionale non era, secondo me, un campo in cui si potessero fare dei favori. Mi serbò il broncio per un anno e più. Ma, anche non arrotondato, anche così come è, il suo primato rimane intatto, e ci vorranno degli anni prima che sia raggiunto e superato. Un gladiatore fu Caligaris. L’energia e la volontà personificata. Il combattente nato. L’ambizione stessa che aveva di emergere, lo portava ad affrontare qualsiasi sacrificio, a fermamente volere, a correre qualunque rischio. Sul campo era un trascinatore, colla parola e coll’esempio. I suoi lineamenti duri, angolosi, volitivi (il fronte sempre bendato da un fazzoletto) trovavano diretta corrispondenza nei suoi atteggiamenti sul campo. Ambidestro, possedeva un rimando di una potenza spettacolosa. La specialità sua era il rinvio a forbiciata, per cui rimaneva un istante in aria come se stesse per spiccare il volo. Veloce, sicuro di sé, deciso, non c’era avversario, per duro che fosse, che gli incutesse timore. Formò, con Rosetta, nella Juventus, una coppia che fu una delle più complete e delle più classiche del calcio italiano. Formò con Combi e con Rosetta, un’estrema difesa che, come intesa, come fermezza, come capacità intrinseca di giuoco rappresenta il più saldo blocco che sia mai stato prodotto da quella officina che è il campionato. È morto sul campo, al suo vecchio posto di combattimento, come se di colpo avesse voluto tornare indietro di dieci anni. È morto giocando in una formazione che proprio allineava: Combi, Rosetta, Caligaris, e che proprio vestiva la maglia bianconera, ha piegato il ginocchio dopo uno di quegli scatti pieni di generosità che lo portavano, ai suoi tempi, ad abbandonare, temporaneamente, la posizione di terzino per sostenere l’attacco e proiettare in avanti tutta la squadra. Nella disadorna camera dell’Ospedale Militare, in cui lo abbiamo lasciato, Berto ha chiuso gli occhi colla maglia della Juventus indosso, in tenuta completa da giuocatore. Addio, caro Caliga, compagno di tante lotte in difesa del nome d’Italia, atleta dal cuore grande e dai mezzi eccezionali. Domani, più di un ciglio si inumidirà alla notizia di questa tua improvvisa dipartita. Nessuno di coloro che hanno diviso con te le fatiche dello sport o che alle tue prodezze hanno assistito, ti dimenticherà, ne puoi star certo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/umberto-caligaris.html -
Umberto Caligaris - Giocatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
UMBERTO CALIGARIS https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Caligaris Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 26.07.1901 Luogo di morte: Torino Data di morte: 19.10.1940 Ruolo: Difensore Altezza: 171 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Berto - Caliga Alla Juventus dal 1928 al 1935 Esordio: 30.09.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Reggiana-Juventus 2-2 Ultima partita: 26.05.1935 - Serie A - Juventus-Pro Vercelli 3-0 198 presenze - 0 reti 5 scudetti Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus 1939-1940 Umberto Caligaris (Casale Monferrato, 26 luglio 1901 – Torino, 19 ottobre 1940) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore, campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934. Legò la sua attività calcistica principalmente a due squadre: Casale e Juventus, ottenendo con quest'ultima i suoi principali successi durante i suoi 8 anni di militanza a cavallo degli anni 20 e 30 del XX secolo. Vincitore di cinque campionati di Serie A, Caligaris formò – assieme al portiere Gianpiero Combi e al terzino Virginio Rosetta, tutti e tre compagni di squadra nella Juventus e nazionale – quella che è ritenuta dalla stampa specializzata come la miglior linea difensiva di tutti i tempi espressa nel calcio italiano nonché una delle migliori nella storia della disciplina. È stato a lungo il giocatore con più presenze nella storia della nazionale italiana: il suo record di 59 incontri, stabilito nel corso degli anni 1930, verrà battuto da Giacinto Facchetti nel 1971. Umberto Caligaris Caligaris alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1937 - giocatore 1940 - allenatore Carriera Giovanili 1913-19?? San Valentino 19??-1919 Sparta F.C. Squadre di club 1919-1928 Casale 182 (18) 1928-1935 Juventus 198 (0) 1935-1937 Brescia 40 (0) Nazionale 1922-1934 Italia 59 (0) Carriera da allenatore 1935-1937 Brescia 1937-1938 Lucchese 1938-1939 Modena 1939-1940 Juventus Palmarès Olimpiadi Bronzo Amsterdam 1928 Coppa Internazionale Oro 1927-1930 Oro 1933-1935 Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Carriera Giocatore «I soldi non valgono l'amore per una maglia e io ne ho due, una bianconera e una azzurra.» (Risposta di Caligaris ai dirigenti del Valencia che volevano ingaggiarlo) Club Esordì a 12 anni nelle squadre libere della natìa Casale Monferrato, iniziando nell'oratorio del Valentino e poi nello Sparta F.C. Nel 1918 è campione casalese nei 100 metri piani e nel salto in lungo. Nel 1919 si diplomò ragioniere. Nel 1919, ad Alessandria, con lo Sparta F.C. vinse il torneo "Brezzi" e fu subito preso dal Casale. Crebbe calcisticamente tra le file dei nerostellati, con i quali esordì diciottenne nella Prima Categoria (la massima serie dell'epoca, prima dell'istituzione della Prima Divisione e successivamente della Serie A) il 12 ottobre 1919, nella vittoriosa partita interna contro il Valenzana (3-1). Un giovane Caligaris al Casale Nel 1921 divenne il capitano del Casale. Con la maglia nerostellata disputò vari campionati ottenendo due qualificazioni alle semifinali interregionali del Nord, senza mai tuttavia riuscire ad andare oltre. Nel 1928 passò ai corregionali della Juventus, dove tornò a formare la celeberrima coppia di terzini con Rosetta, che già da qualche anno si formava in nazionale. I due, con Gianpiero Combi tra i pali e con il quale formarono una difesa eccezionale, divennero uno dei terzetti più famosi della storia del calcio italiano, che contribuì ai 5 scudetti consecutivi vinti dal club bianconero tra il 1930 e il 1935, il cosiddetto Quinquennio d'oro. Il 28 ottobre 1930, con un telegramma inviatogli dalla Federcalcio, fu nominato Cavaliere della Corona d'Italia. Nel 1935 lasciò i bianconeri, sostituito dal giovane emergente Alfredo Foni, passando al Brescia nel doppio ruolo di allenatore e giocatore, prima di ritirarsi dal calcio giocato nel 1937. Nazionale Fu convocato appena ventenne in nazionale, con cui esordì il 15 gennaio 1922 contro l'Austria nell'incontro finito 3-3, al fianco di Renzo De Vecchi. Chiuso nel suo ruolo di terzino sinistro dal succitato giocatore genoano, nei suoi primi anni in azzurro si alternò spesso nel ruolo di terzino destro con Virginio Rosetta. Prese parte alla spedizione olimpica azzurra ai Giochi di Parigi 1924 e Amsterdam 1928, vincendo in quest'ultima partecipazione la medaglia di bronzo. Caligaris in maglia azzurra Dopo la vittoria in Coppa Internazionale nel 1930, venne convocato da Vittorio Pozzo per il campionato del mondo 1934 durante il quale però non disputò alcuna partita; infatti la sua ultima gara in azzurro, come la prima, fu contro la nazionale austriaca l'11 febbraio 1934. Fu questo un dispiacere per Caligaris, il quale voleva raggiungere la cifra delle 60 presenze in azzurro disputando una gara nei campionati mondiali. Tuttavia con 59 presenze (di cui 16 da capitano) fu a lungo il detentore del record di gare nella nazionale italiana, quando superò le 47 presenze di Adolfo Baloncieri: il primato rimase suo fino al 1971, quando venne a sua volta superato da Giacinto Facchetti. Inoltre è stato il primo giocatore italiano a sbagliare un rigore in nazionale. Allenatore La sua prima stagione in panchina a Brescia non fu delle migliori, in quanto la squadra retrocesse in Serie B; l'anno successivo invece concluse il campionato cadetto all'ottavo posto. Durante la stagione 1936-1937 a Brescia, inoltre, fu colpito da una grave setticemia e salvato a stento. Ripresosi, andò ad allenare la Lucchese. Allenò successivamente il Modena, prima di tornare alla Juventus nei campionati del 1939-1940 e del 1940-1941, quest'ultimo solamente iniziato prima dell'improvvisa e prematura scomparsa. Il 19 ottobre 1940 Caligaris riscese in campo in una gara tra vecchie glorie bianconere, insieme ai suoi vecchi compagni di reparto Gianpiero Combi e Virginio Rosetta, ma dopo pochi minuti di gioco fu costretto a lasciare il campo: portato in ospedale, fu stroncato da un aneurisma. Il commissario tecnico della nazionale, Vittorio Pozzo, gli dedicò sulla Stampa un articolo commemorativo dal titolo Un gladiatore. Al suo posto, subentrò sulla panchina della Juventus Federico Munerati. Iniziative commemorative Caligaris ha ricevuto sepoltura nel cimitero di Casale Monferrato; tempo dopo, al suo fianco venne sepolto un altro campione della disciplina, Eraldo Monzeglio. Nel 1973, su iniziativa della Juventus, gli venne dedicato uno dei campi di allenamento del club bianconero, siti di fronte allo stadio Comunale di Torino. Anni dopo la sua città natìa, Casale, gli dedicò un torneo giovanile, mentre la Juventus, sua ex squadra, nel 2011 gli ha dedicato una delle 50 stelle commemorative presenti nella Walk of Fame bianconera allo Juventus Stadium. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Amsterdam 1928 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930, 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Onorificenze Cavaliere della Corona d'Italia — Firenze, 1930 -
OLIVIERO VOJAK https://it.wikipedia.org/wiki/Oliviero_Vojak Nazione: Italia Luogo di nascita: Pola (Croazia) Data di nascita: 24.03.1911 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.12.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Oli - Vogliani Alla Juventus dal 1927 al 1931 Esordio: 15.01.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Bologna-Juventus 2-0 Ultima partita: 16.11.1930 - Serie A - Juventus-Legnano 1-0 9 presenze - 1 rete 1 scudetto Oliviero Vojak (Pola, 24 marzo 1911 – Torino, 21 dicembre 1932) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Per via delle leggi fasciste il suo nome fu cambiato in Vogliani, ma in alcuni casi veniva scritto anche Vojach. Oliviero Vojak Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1932 Carriera Squadre di club 1925-1926 U.S. Primavera ? (?) 1926-1927 Pro Gorizia ? (?) 1927-1931 Juventus 9 (1) 1931-1932 Napoli 15 (5) Biografia Rivelatosi calcisticamente a Pola, è tra i più giovani debuttanti della Juventus, avendo esordito a 16 anni, 10 mesi e 23 giorni. Per distinguerlo dal fratello maggiore Antonio che era conosciuto come Vojak I, Oliviero era chiamato Vojak II. Cresciuto a Stoia, morì ventunenne per una polmonite. Il suo feretro fu portato a spalla dai giocatori della Juventus. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
-
PAOLO VIGNA https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Vigna Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 09.12.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 20.11.1987 Ruolo:Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 11.12.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Dominante 3-1 1 presenza - 0 reti Paolo Vigna (Torino, 9 dicembre 1902 – 20 novembre 1987) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Paolo Vigna Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1938 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1927-1928 Juventus 1 (0) 1928-1929 Biellese 23 (8) 1929-1930 Pro Patria 22 (5) 1930-1931 Vomero ? (?) 1931-1933 Siracusa 48 (12) 1933-1935 Biellese 11 (2) 193?-1937 Ciriè ? (?) 1937-1938 Cinzano ? (?) Carriera Cresciuto nella Juventus, con la quale esordisce in un incontro di Divisione Nazionale 1927-1928 contro La Dominante. La stagione successiva è alla Biellese e alla prima stagione di Serie A veste invece la maglia della Pro Patria, con 22 presenze e 5 reti. Chiude l'attività con esperienze prima al Vomero, e poi al Siracusa, alla Biellese, al Ciriè e al Cinzano.
-
GIUSTINIANO MARUCCO https://it.wikipedia.org/wiki/Giustiniano_Marucco Nazione: Italia Luogo di nascita: Maggiora (Novara) Data di nascita: 22.08.1899 Luogo di morte: Aielli (L'Aquila) Data di morte: 24.10.1942 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 25.09.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Casale 1-2 Ultima partita: 15.07.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Bologna-Juventus 0-2 19 presenze - 1 rete Giustiniano Marucco (Maggiora, 22 agosto 1899 – Aielli, 24 ottobre 1942) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Giustiniano Marucco Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1929 Carriera Squadre di club 1920-1926 Novara 58+ (16+) 1927-1928 Juventus 19 (1) 1928-1929 Novara 28 (6) Nazionale 1920 Italia 2 (0) Carriera Ala sinistra, giocò negli anni '20 nelle file di Novara e Juventus. Prese parte con la Nazionale italiana ai Giochi olimpici del 1920 ad Anversa, nel corso delle quali disputò le sue 2 uniche partite in maglia azzurra, terminate entrambe con la sconfitta. Giocò nelle file dell'Internazionale di Milano nell'amichevole vinta contro la Lazio (4-2) del 18 maggio 1927. Dopo il ritiro lavorò presso la Molino Felice Saini di Crenna e fu direttore della SAINA (Società Anonima Industrie Nazionali Aiellesi) di Aielli, nella Marsica. Morte Morì a 43 anni a causa di un incidente stradale, in Abruzzo.
-
GIUSEPPE GALLUZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Galluzzi Nazione: Italia Luogo di nascita: Firenze Data di nascita: 10.11.1903 Luogo di morte: Firenze Data di morte: 06.12.1973 Ruolo: Centrocampo Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 02.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Cremonese-Juventus 0-0 30 presenze - 10 reti Giuseppe Galluzzi (Firenze, 10 novembre 1903 – Firenze, 6 dicembre 1973) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Giuseppe Galluzzi Galluzzi (in piedi, quinto da sinistra) alla Juventus nella stagione 1928-1929 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex interno) Termine carriera 1936 - calciatore 1954 - allenatore Carriera Squadre di club 1920-1921 Prato 4 (0) 1921-1925 CS Firenze ? (?) 1925-1926 Libertas Firenze ? (?) 1926-1927 Alba Audace 16 (3) 1927-1929 Juventus 30 (10) 1929-1933 Fiorentina 97 (20) 1933-1935 Lucchese 36 (12) 1935-1936 Pisa 2 (1) Carriera da allenatore 1936-1938 Pontedera 1939-1945 Fiorentina 1946-1947 Sampdoria 1947-1949 Legnano 1949-1950 Livorno 1950-1951 Sampdoria 1951-1952 Bologna 1952-1953 Brescia 1953-1954 Legnano Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Napoli 1963 Carriera Giocatore È stato una figura prominente nella scena calcistica fiorentina degli anni venti e trenta, prima con il Club Sportivo Firenze e dopo la fusione con la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas del 1926, con la Fiorentina, con cui ha disputato due campionati in Serie B, e, dopo la promozione nella stagione sportiva 1930-1931, due in Serie A. La sua carriera agonistica si è svolta quasi totalmente in Toscana con l'eccezione di due anni alla Juventus, dal 1927 al 1929, nelle due stagioni che hanno preceduto l'introduzione del girone unico. In carriera ha totalizzato complessivamente 38 presenze e 10 reti nella serie A a girone unico, tutte con la maglia della Fiorentina, e 67 presenze e 13 reti con le maglie di Fiorentina, Lucchese e Pisa. Allenatore Dopo la fine della carriera di calciatore ha intrapreso quella di allenatore divenendo responsabile di alcuni club di buon livello come Fiorentina, con la quale vinse la Coppa Italia nell'annata 1939-1940, Sampdoria, della quale fu il primo allenatore nella stagione 1946-47, e Bologna. In seguito, dopo aver guidato in massima serie anche il Legnano diventò selezionatore delle nazionali giovanili. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1930-1931 Allenatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 1939-1940 Competizioni regionali Campionato toscano di guerra: 1 - Fiorentina: 1944-1945
-
MARIO FINAZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Finazzi Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 05.07.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Genoa-Juventus 3-0 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato Divisione Nazionale - CremoneseJuventus 0-0 6 presenze - 0 reti Mario Finazzi (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano e ala. Mario Finazzi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1927-1929 Juventus 6 (0) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro il Genoa il 5 luglio 1928 in una sconfitta per 3-0, mentre la sua ultima partita fu contro la Cremonese il 29 giugno 1929 in un pareggio per 0-0. In due stagioni bianconere collezionò 6 presenze senza segnare.
-
LUIGI CEVENINI «La Juventus ingaggia Zizì – scrive Caminiti – il terzo di questi fratellastri sempre affamati e sempre affumati (il fumatore più incallito è lui, va anche in campo con la sigaretta infilata dappertutto) per sentirsi più forte, le ambizioni con l’avvento della famiglia Agnelli sono naturalmente cresciute. Zizì arriva con Barisone, Galluzzi e Mario Varglien; si va a tentoni, il falso conte (Mazzonis non ha le velleità di mostrarsi di sangue blu) cerca di affidare a Carlo Carcano alessandrino giocatori validi.E Zizì Cevenini gode fama di essere un autentico virtuoso, un fenomeno del dribbling e del goal di possesso come non se ne sono mai veduti; e, in effetti, questo trentaquattrenne dal naso grifagno, dal taglio del labbro vizioso, mezzo storto mezzo gobbo, che calza scarpe di cuoio di sua (e dei fratelli) fabbricazione, merita tutta la sua fama.Per anni nell’Inter ha dribblato intere squadre, segnando e facendo segnare fantastici goal. È il simbolo di come l’italiano medio considera il calciatore di classe, un dribblomane, un solista senza padroni, un cane sciolto a caccia di emozioni speciali, che sgrida alla voce i compagni, che si sente il più bravo da dieci a zero e lo vomita in faccia a tutti. In allenamento, la sua abilità nel calciare da fermo era così assoluta da mettere spesso in crisi il grande Combi.Alla partita, cominciava a dribblare, con fanatico impegno e guai a non passargli il pallone. Grifagno come il suo naso, e a ogni impresa pedatoria aduso, pur di arrivare al goal da solo, senza dovere chiedere l’aiuto di nessuno. E che non si osassero di non passargli il pallone; tanto la gente, in quei declinanti anni Venti, si divertiva al calcio ancora da noi football, soltanto vedendolo giocare».RENATO TAVELLA, DAL SUO LIBRO “ IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Già carico di gloria e di non pochi colpi d’ala, dall’alto dei suoi trentaquattro anni fin da subito si era messo a pontificare. Ma se Combi, con il suo aristocratico distacco, lo invitava alla moderazione e la otteneva; se Rosetta e Caligaris, con altrettanto esempio di signorilità seppur diversa all’apparenza, inchiodavano sul controllo la sua vena polemica; Munerati, con schiettezza per niente diplomatica, al contrario lo mandava con buon abitudine a quel paese, con relativo seguito. D’altronde lui, Ricciolo, pur conoscendo l’arte dei colpi raffinati non meno di altri, si sobbarcava bene sfiancanti galoppate per recuperare qualsiasi palla vagante. E perché ‘sto Cevenini poco si degnava in simili lavori per la squadra: che credeva mai di essere? No, Munerati e Cevenini proprio si potevano vedere come la polvere negli occhi. Troppo diversi di carattere, seppure entrambi fossero fra i campioni più conclamati. «Sono tre gli uomini che, ricevuto il pallone, sappiano giocarlo – ci informa il pioniere Annibale Ajmone nel dicembre 1924 su “Hurrà” – dribbling, finta, passaggio e shoot, con gli occhi bendati e, ciò malgrado, con stupefacente sicurezza e precisione: Cevenini, Baloncieri e Munerati».PIERA CALLEGARI, DAL SUO LIBRO “LA JUVENTUS”Zizì Cevenini era il più famoso di cinque fratelli che avevano giocato tutti con la maglia dell’Internazionale. Un anno addirittura contemporaneamente e quella dovette essere una delle poche circostanze in cui i neroazzurri poterono definirsi, con giusta ragione, una grande famiglia. Poi, il primo e il terzo dei Cevenini si erano elevati ai fasti della Nazionale e della fama, specie Zizì, che la brillantezza del gioco e l’estrema stramberia del carattere contribuivano a distinguere. Era, infatti, Zizì per il chiacchierio pungente e mai rallentato con cui aveva afflitto il suo prossimo fin dall’infanzia, protagonista immancabile di beffe e di dispute per mezzo delle quali riusciva a collocarsi al centro dell’attenzione. Era anche l’uomo che una volta, nell’Internazionale, sparì per un mese senza avvertire nessuno e, quando tornò, riprese il suo posto dichiarando di essere stato in Inghilterra. Vi si era recato, così disse, per perfezionare a quell’alta scuola il proprio gioco. Fosse o non fosse vero, bisognava accettarlo così o rinunciare a lui. E la seconda soluzione costava più della prima.DAL LIBRO “JUVENTUS FIDANZATA D’ITALIA”Cevenini III era quel finissimo, diabolico, strambo giocatore che era sempre stato. Non aveva più, ovviamente, quelle facoltà che lo avevano reso famoso nell’Internazionale, ma era pur sempre il “vecchio” inimitabile Zizì. E a questo punto è inevitabile parlare di lui, anche se gli aneddoti fioriti sulla sua persona appartenevano al tempo passato. Cevenini era stato un giocatore troppo illustre e troppo conosciuto perché, anche sul declinare di una brillantissima, eccezionale carriera, non si parlasse di lui come di un mito. Terzo di una schiera di cinque fratelli calciatori che per una stagione avevano giocato tutti insiemi nell’Inter, fu tra loro il più celebre, il più classico, il più famoso, il più ecclettico, il più eccentrico, il più bizzarro, il più strambo, il più rude, il più tranquillo, il più focoso. Tutto fu: e spesso, da un momento all’altro, il contrario di se stesso.Ma perché fu chiamato Zizì? Perché chiacchierava sempre, trovava da ridire su tutto e su tutti, non era mai contento, criticava questo e quello, era sempre con la lingua in moto, pronto ad appuntare lo strale della critica, della maldicenza, della superiorità, in ogni momento e in ogni luogo. E quando non parlava male di qualcuno, parlava di altre cose che magari non interessavano nessuno, erano barzellette, raccontini, parolacce, era un mulinello di parole. In casa, sul campo, al bigliardo, alle bocce, tra i ragazzini del rione cui si piccava di insegnare tecnica calcistica. “Ziz... zi... zi... ziizi”, pareva una mosca, una zanzara, una cicala, con quel suo parlare dialettale. E così nacque Zizì, e con lui la sua leggenda.Si possono raccontare a decine gli episodi che riguardano il “terzo” dei Cevenini. Come dirli tutti? Del resto sono noti a coloro che conoscono un po’ di anedottica sportiva. Una volta, durante un allenamento, alcuni giocatori, compagni di squadra, provano a tirare in porta: sbagliano, suggestionati dalla presenza del Ceva. Arriva il divo, facendo finta di nulla, si avvicina alla palla, ferma sul disco del rigore, e spara. Il portiere è immobile, come paralizzato. E la sfera va fuori. Cevenini, faccia di bronzo, per nulla scosso, dice: «Ecco come fate voi. Adesso vi faccio vedere come si calcia un penalty». E, dopo una finta da campione mette in rete.Un’altra volta sparì improvvisamente da Milano: nessuno poté sapere, lì per lì, dove si fosse cacciato. Dopo un mese tornò, calmo, sereno: era stato tutto quel periodo in Inghilterra «per imparare a giocare», come disse poi. Volle riprendere subito il posto in squadra, senza dare ulteriori giustificazioni. Fu accontentato, ovviamente, dato che la società aveva bisogno dì lui. Successe, durante una partita, che un compagno di squadra fece un grave errore. Cevenini dapprima si mise a imprecare, a stramaledire, a malmenare il collega. Infine si mise a sedere, in mezzo al campo, sulla palla. Ci volle del bello e del buono, anche da parte dell’arbitro, per convincerlo a rialzarsi. Divenne celebre una sua polemica con Combi, “l’uomo di gomma” specializzato nel parare i rigori, per un tiro dagli undici metri che Cevenini era riuscito a mettere in fondo alla rete. Zizì non la finiva più di gettare sberleffi verso il tranquillo e signorile portiere juventino. Era successo che prima di battere il famoso penalty Cevenini si era avvicinato all’ottimo Giampiero e gli aveva sussurrato: «Bada che calcerò da quella parte», e sparò davvero nell’angolo indicato, dove Combi, gettatosi con prontezza, non era riuscito neppure a sfiorare il bolide tirato con astuzia e con potenza da Zizì.Questo era il Cevenini dei bei tempi: ma di lui, quando già rivestiva la maglia della Juventus, si conosce un altro episodio. Ha per protagonista anche Serantoni. Si giocava a Milano: Sera era ancora neroazzurro. Il Ceva, ansioso di far bella figura contro i suoi vecchi amici e i suoi vecchi ammiratori del “pulvinare” e dei popolari, cominciò a sparare verso Degani qualcuno dei suoi micidiali palloni. Serantoni, arguto e pacifico (mica tanto, però) spirito veneto, si avvicinò al “terzo”, e gli disse: «Neh, Zizì, si te tiri an coro cussì, mi te masso...». Cevenini sorrise, e continuò a tirare. Il caso volle però che i primi palloni dopo l’intemerata di Serantoni andassero a finire lontano dai pali. E Sera avvicinò ancora a Cevenini per dirgli «Va avanti cussì, Zizi, e mi no te masso più». Nella Juventus, comunque, aveva trovato una seconda giovinezza, e giocò altre tre partite in Nazionale: l’ultima il 28 aprile 1929, a trentacinque anni, contro la Germania a Torino. Ora è morto anche lui, il 23 luglio 1968 nella sua casa di campagna presso Como. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/luigi-cevenini.html
-
LUIGI CEVENINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cevenini Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 13.03.1895 Luogo di morte: Masano di Villa Guardia (Como) Data di morte: 23.07.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Nazionale Italiano Soprannome: Zizí Alla Juventus dal 1927 al 1930 Esordio: 25.09.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Casale 1-2 Ultima partita: 29.06.1930 - Serie A - Inter-Juventus 2-0 67 presenze - 21 reti Luigi Cevenini (Milano, 13 marzo 1895 – Masano di Villa Guardia, 23 luglio 1968) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo interno sinistro. È noto anche come Cevenini III, in quanto terzo di cinque fratelli (gli altri furono Aldo, Mario, Cesare e Carlo) che costituirono una delle maggiori dinastie calcistiche italiane. Detto Zizì per la lingua arguta e pettegola, fu probabilmente il più famoso e dotato dei cinque fratelli, arrivando anche a giocare 29 partite in nazionale con 11 reti. Fu il primo calciatore della storia del massimo campionato italiano di calcio a vestire le maglie di Milan, Inter e Juventus. Luigi Cevenini Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex interno) Termine carriera 1939 Carriera Squadre di club 1911-1912 Milan 1 (1) 1912-1915 Inter 55 (63) 1915-1919 Milan 0 (0) 1919-1921 Inter 40 (54) 1921-1922 Novese 19 (6) 1922-1927 Inter 95 (41) 1927-1930 Juventus 67 (21) 1930-1932 Messina 49 (28) 1932-1933 Peloro 17 (4) 1933-1934 Novara 5 (0) 1934-1935 Comense 15 (5) 1935-1936 Varese[3] 8 (1) 1939 Arezzo 4 (0) Nazionale 1915-1929 Italia 29 (11) Carriera da allenatore 1930-1933 Messina 1934-1935 Comense 1935-1936 Varese 1939 Arezzo 1942-1943 Civitanovese Carriera Club Milan, Inter e Novese Esordì in Serie A nel Milan il 28 aprile 1912 nella gara contro il Genoa, vinta grazie a un suo gol, ma per gran parte della sua carriera fu legato all'Inter, con cui fra il 1912 e il 1927 disputò complessivamente 190 partite in campionato, segnando 158 reti in 10 stagioni: rimane tuttora il quinto miglior capocannoniere dei nerazzurri. Cevenini III (in piedi, primo da destra) insieme ai suoi quattro fratelli all'Inter nella stagione 1920-1921 La Prima guerra mondiale, che lo vide tornare provvisoriamente in rossonero e giocare 7 gare segnando 6 gol in Coppa Federale 1915-1916, Coppa Regionale Lombarda e Coppa Mauro, gli rubò gli anni in cui un calciatore solitamente si afferma, ma Zizì riuscì comunque a imporsi nel panorama calcistico italiano. Campione d'Italia nel 1920, lui al primo campionato dopo il conflitto, rimase in nerazzurro fino al 1927, senza più riuscire a ripetere in campionato l'exploit del 1920. In questo lasso di tempo, i fratelli Cevenini stabilirono un record tuttora in essere, alquanto straordinario: il 26 dicembre 1920, infatti, tutti e cinque i fratelli, (Aldo, Mario, Luigi, Cesare e Carlo), vennero schierati nel derby cittadino contro l'U.S. Milanese, terminato 2-1 per l'Inter grazie ai gol di Luigi e Carlo. Nella sola stagione 1921-1922 giocò nella Novese nel campionato FIGC, mentre l'Inter partecipava a quello della "ribelle" CCI (arrivando ultimo nel proprio girone senza Zizì). La Novese, con l'apporto del grande campione e trovatasi senza le rivali più titolate, arrivò a vincere lo scudetto nell'anno dello scisma. In quell'anno giocò ancora con il fratello maggiore Aldo e con il secondo della dinastia, Mario. Tornato a Milano, con la maglia dell'Inter segnò 17 reti nei derby, superato poi negli anni solo da Meazza con 20 reti, mentre il fratello Mario, che a lungo giocò al Milan, si fermò a 16. Nessuno fu poi capace di superare questo terzetto. Juventus e ultimi anni Approdato alla Juventus nel 1927, vi rimase per tre stagioni. Cevenini III (in piedi, primo da destra) alla Juventus nella stagione 1928-1929 Passato al Messina nel 1930, ricoprì il ruolo di allenatore-giocatore nel campionato di Prima Divisione, l'allora terza serie. L'anno successivo, nonostante i 37 anni d'età, guidò la squadra alla conquista della Serie B dopo gli spareggi per la promozione. Nella stagione 1934-1935 allenò la Comense in Serie B, giocando anche 15 partite e segnando 5 reti. Nella fase conclusiva della stagione 1938-1939 guidò l'Arezzo, con cui, a 44 anni di età, giocò anche 4 gare; allenò poi la Civitanovese. Nazionale Già prima della Grande Guerra aveva esordito con la maglia azzurra nella partita del 31 gennaio 1915 vinta per 3-1 contro la Svizzera, con un suo gol su rigore per il 2-1 e nella ripresa il terzo gol del fratello maggiore Aldo (che giocava in Nazionale fin dalla sua prima partita nel 1910). Nel 1929 diede l'addio alla Nazionale, di cui ebbe per 7 volte la fascia di capitano. Giocò anche 2 partite, con una rete, nella Nazionale B nelle prime due partite della sua storia, nel 1927, segnando 3 reti contro le nazionali maggiori di Lussemburgo e di Irlanda. Come riportato da Antonio Ghirelli nella sua Storia del calcio in Italia, Cevenini fu il primo giocatore nella storia della Nazionale a rendersi protagonista di un episodio singolare: nell'immediato dopoguerra, alla vigilia di un derby, egli scomparve misteriosamente da Milano. Si venne a sapere una quindicina di giorni dopo che s'era recato in Inghilterra per confrontarsi con i professionisti inglesi. Il provino ebbe esito positivo ma, quando una squadra britannica si fece avanti per ingaggiarlo, Cevenini sparì da Londra così come da Milano. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Inter: 1919-1920 - Novese: 1921-1922
-
ALFREDO BARISONE Ala di Acqui Terme (Alessandria), classe 1904, si forma nell’Alessandria e quando arriva alla Juve, nel 1927, si punta molto su di lui per dare un seguito ai buoni risultati del biennio precedente. Se la cava, per due stagioni, raggranellando 23 presenze (di cui due in Coppa Europa) e 3 reti. Nell’Atalanta e nella Sampierdarenese prosegue una discreta carriera. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/alfredo-barisone.html
-
ALFREDO BARISONE https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Barisone Nazione: Italia Luogo di nascita: Acqui Terme (Alessandria) Data di nascita: 06.02.1904 Luogo di morte: Acqui Terme (Alessandria) Data di morte: 28.12.1992 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 02.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 06.07.1929 - Coppa Europa Centrale - Slavia PragaJuventus 3-0 21 presenze - 3 reti Alfredo Barisone (Acqui Terme, 5 febbraio 1904 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Alfredo Barisone Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1938 Carriera Giovanili 19??-1924 Acqui Squadre di club 1924-1927 Acqui 0 (0) 1927-1929 Juventus 21 (3) 1929-1933 Atalanta 80 (15) 1933-1935 Sampierdarenese 30 (6) 1935-1936 Sanremese 11 (1) 1936-1938 Acqui 25 (1) Carriera Ha giocato in massima serie con le maglie di Atalanta, Sampierdarenese e Juventus. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Sampierdarenese: 1933-1934 Serie C: 1 - Sanremese: 1935-1936 Competizioni regionali Terza Divisione: 1 - Acqui: 1926-1927
-
GIUSEPPE VOLTA https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Volta Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 11.07.1903 Luogo di morte: Casale Monferrato (Alessandria) Data di morte: 14.07.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 25.09.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Casale 1-2 Ultima partita: 11.03.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 0-1 5 presenze - 0 reti Giuseppe Volta (Casale Monferrato, 11 luglio 1903 – Casale Monferrato, 14 luglio 1979) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giuseppe Volta Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1937 Carriera Giovanili Casale Squadre di club 1922-1927 Casale 43 (0) 1927-1928 Juventus 5 (0) 1928-1931 Atalanta 92 (3) 1931-1934 Casale 69 (1) 1934-1935 Pavia 12 (0) 1935-1937 Asti 37 (0) Carriera Cresce calcisticamente nel Casale, con cui disputa cinque campionati nella massima categoria, passando poi alla Juventus. Con i bianconeri, con i quali colleziona appena 5 presenze nella stagione 1927-28, non riesce a compiere il salto di qualità, venendo ceduto la stagione successiva all'Atalanta, sempre nella massima serie. La prima stagione in neroazzurro si conclude con una retrocessione. Ritorna quindi al Casale, dove disputa altri tre campionati di Serie A, per concludere poi la carriera tra Pavia (Serie B) ed Asti (Serie C).
-
William (George) Aitken - Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
WILLIAM AITKEN «Mister» George Aitken era un «gentleman» molto simpatico – racconta da Umberto Maggioli su “Hurrà Juventus” del marzo 1966 – e sapeva a fondo il suo mestiere di tecnico calcistico. Era scozzese, nato ad Edimburgo come quasi tutti gli Aitken di Scozia; aveva giocato con buon successo nei «Rangers», da mezz’ala e mediano laterale. Oltre che buon giocatore e ottimo tecnico di football era anche un quasi campione di «golf»: non bisogna dimenticare, infatti, che quello del golf e del football sono i giochi nazionali scozzesi. Alla Juventus rimase poco: una sola stagione, ma si potrebbe pero ugualmente affermare che una certa impronta della sua opera con i bianconeri rimase anche dopo il suo esonero. Ma bisogna spiegare il perché, prendendola, purtroppo, molto alla larga. Spieghiamo: come tutti sanno nel 1925 era avvenuta nelle regole del football una grande riforma: precisamente quella del «fuori gioco»: l’alto consesso dell’«International Board» aveva in detto anno variato la regola, portandola da tre a due giocatori. Ciò aveva prodotto un mezzo terremoto nei rendimenti delle squadre, anche delle più forti e celebri: l’Arsenal, ad esempio, cominciò ad incassare lunghe serie di goals, tanto da ritrovarsi quasi sull’orlo della retrocessione. Il «general manager» del club, che era quell’autentico «mago» dal nome di Herbert Chapman, diede allora ascolto ai consigli di un suo giocatore, altra eccelsa mente calcistica, Charles Buchan, detto familiarmente «Charlie», mezzo sinistro e centravanti dei «gunners», che soffia alle orecchie del suo direttore tecnico una proposta: quella di assumersi l’incarico dello svolgimento d’una nuova tattica di gioco. Lui avrebbe cominciato a fare la spola sul terreno: avanti e indietro, per sollevare le fatiche e le responsabilità della mediana. Il medio centro, che nell’Arsenal era allora Butler, avrebbe dovuto soltanto incaricarsi della sorveglianza del centravanti avversario. Si cominciò e andò bene. Chapman volle allora che il medesimo gioco del suo «Charlie» lo svolgesse anche l’altro interno, e tutto andò meglio: l’Arsenal non vinse il campionato di Lega, ma ottenne comunque una buona classifica. Da quanto abbiamo sopra detto tutti capiranno che fu allora che nacque quella tattica di gioco che comunemente venne poi definita «sistema». «Mister» Aitken conosceva a fondo tale tattica e la fece svolgere agli elementi della squadra che in quel momento allenava: il Cannes. L’avvocato Edoardo Agnelli, che frequentava assiduamente la Riviera, lo conobbe laggiù e ne apprezzò le chiare doti di tecnico del calcio, tanto che pensò di chiamarlo a Torino e di affidargli la direzione dell’undici. Aitken, bisogna dolorosamente ammetterlo non trovò nell’ambiente della società e della squadra, troppi incoraggiamenti. Aveva la completa stima del Presidente, ma non quella di alcuni altri membri della Direzione: alcuni semplici orecchianti di tecnica, altri troppo arretrati di mentalità calcistica che non li faceva favorevoli alle innovazioni che il nuovo allenatore intendeva applicare. Anche parecchi giocatori non gli furono favorevoli e non lo assecondarono: anzitutto furono i terzini che non intendevano mettersi a giocare in una maniera in cui non avevano mai operato. Pensando alle quasi sostanziali differenze che corrono tra le due tattiche cosiddette del «metodo», sino allora seguite, e quelle del «sistema» che veniva dall’Inghilterra e che «mister» Aitken intendeva applicare nella Juventus si capisce facilmente l’ostracismo che gli uomini dell’estrema difesa bianconera iniziarono contro il nuovo allenatore, aiutati, come accennato, da qualche elemento della Direzione che li spalleggiava. Prima i terzini aspettavano l’avversario, o la palla, dopo l’attento controllo e gli interventi di due mediani laterali quali Varglien I e Bigatto prima e Varglien I e Bertolini poi. Con «mister» Aitken bisognava sudare, correre dietro alle ali avversarie in fuga, ostacolarle, toglier loro, se possibile, il pallone, rinviarlo al reparto avanzato nella migliore maniera possibile. Quasi non ne vollero sapere. Così Aitken, venuto all’inizio della stagione 1929, lavorò a fondo senza ottenere risultati apprezzabili. Quel campionato, che fu il primo torneo nazionale giocato a girone unico vide ottenere dai bianconeri un risultato onorevole: quello del terzo posto, con 45 punti, dietro l’Ambrosiana, con 50 – vincitrice del titolo – e il Genoa, con 48. Così lo scozzese «mister» Aitken dovette far fagotto e tornarsene sulla Costa Azzurra a fare l’istruttore e giocatore di golf, lasciando peraltro a Torino tanti amici che lo avevano capito e stimato. Quale tecnico calcistico lo scozzese era assai profondo, non soltanto nell’insegnare le nuove tattiche di gioco ma anche nella preparazione dei giocatori. Fu lui che importò da noi le modalità del perfetto allenamento all’inglese, che faceva preparare i suoi giocatori con il cosiddetto «giro all’inglese», alternando corsa, marcia e tempi di respirazione, che furono i preliminari del cosiddetto «interval training» tanto usato in Inghilterra e nei paesi più evoluti calcisticamente. Il «mister» era tipo veramente ameno: serio e allegro secondo le circostanze, cordialissimo e umano sempre. Si sforzava di far eseguire i suoi ordini e di attenersi ai suoi insegnamenti; quando incontrava difficoltà sapeva rimproverare, senza mai offendere. Preferiva magari ricorrere a una battuta di spirito per far comprendere ciò che richiedeva dai suoi calciatori. A qualcuno che non si applicava eccessivamente nella preparazione e nel gioco diceva magari scherzosamente: «Miei cari, io giocando come voi saprei essere calciatore fino a sessanta anni!». Quando arrivò a Torino aveva superato la quarantina ma anche sul terreno non restava troppo indietro ai suoi allievi: quale mezzala di spola e come mediano laterale si faceva rispettare da tutto e brillava spesso partecipando agli allenamenti non come istruttore ma come elemento di squadra. Giocò una memorabile partita in una amichevole internazionale contro l’undici argentino dello «Sportivo Barracas» di Buenos Aires che era in «tournèe», e che venne sconfitto sul rettangolo di via Filadelfia dalla Juventus per 6 a 1. Aveva la battuta pronta e cordiale, con tutti. Degli arbitri non parlava mai, per non compromettersi; e così anche delle intemperanze del pubblico sui campi avversari. Una volta tornò dalla Costa Azzurra, dove con la Juventus si era recato per una breve serie di partite amichevoli, mostrando un vistoso cerotto sulla fronte. Gli chiedemmo: «Cosa mai le è accaduto, «mister»? Cosa è che lo ha ferito?» «Pomodori», ci rispose. E alla nostra dichiarazione di meraviglia, aggiunse: «Però erano dentro una scatola!». «Mister» Aitken era fatto così: ottimo tecnico calcistico, uomo cordiale e gioviale. Aveva il carattere degli innovatori: i quali raramente hanno fortuna. Però, a pensarci bene, viene magari il sospetto che nella folgorante serie di vittorie che seguirono la sua partenza la Juventus doveva una certa dose di riconoscenza anche a questo simpaticissimo scozzese che in casa bianconera non era stato subito compreso e seguito… VLADIMIRO CAMINITI L’uomo nel quale l’idealista Edoardo si rispecchiò, reputando di avere risolto tutti i problemi tecnici futuribili della Juve, spiccava gloriosamente nella larga mutanda nera e col bronzeo omero nella dorata spiaggia della Rapallo anteguerra. Quando gli fu presentato, Edoardo lo accolse col suo sorrisino, Aitken espose in inglese, che anche Edoardo parlava correttamente, le sue idee sul calcio. La soddisfazione di essersi conosciuti fu reciproca e lo scozzese allievo di Chapman entrò ufficialmente nella Juventus. Qui la soddisfazione sparì e nei giocatori subentrò l’abitudine di non capire le istruzioni del mister, gli esercizi venivano eseguiti con indolenza, la svogliatezza era generale, il mister si adombrò ed in un italiano che aveva masticato per giorni, gridò: «Muovendomi così io giocare fino a sessant’anni». Andava dopo la quarantina, George Aitken, oscillava sugli ottanta chili con un vigore ed un efficientismo che volle dimostrare pubblicamente, andando in campo e giocando mezzala una partita amichevole contro la squadra argentina del Barracas, vinta dalla Juventus. Segnò un gol e la critica giudicò la sua prova lucida, da distributore veloce ed accorto senza verun atteggiamento egoistico. Ma di lui riuscivano ostiche le esatte ed esemplari idee tecnico-tattiche, che, rappresentando il sistema inglese, stravolgevano le riottose abitudini del nostro calcio professorale più che professionistico. Egli pretendeva che i due gloriosi terzini della Nazionale, l’olimpico maestrino Rosetta e il ruggente imbandierato Caligaris seguissero le proprie ali, incalzandole e dettando l’inizio della manovra. Inoltre disponeva sedute come sarebbero state trent’anni dopo, interval training, corsa, marcia, tempi di recupero, niente affidato al caso. I campioni e gli aspiranti campioni mugugnavano; Mumo Orsi, costretto a presenziare alle partite di campionato, ci faceva sopra qualche sonata di violino; anche perché a lui, nonostante le apparenze di un fisico minuto, il lavoro piaceva e rendeva. E poi George Aitken era un simpaticone, se lo avessero ascoltato la Juve avrebbe risolto prima tantissimi problemi di ordine strategico e chissà quante partite avrebbe vinto per undici a zero come sulla Fiorentina il 7 ottobre 1928 o per undici a zero come sulla Fiumana il 4 novembre di quello stesso venturoso anno. In effetti, mutavano i costumi della società che stipendiava «il signor Orsi» e cominciava l’era del calciatore divo, presuntuoso nume di se stesso, e disposto a meno che a soffrire, allegro, perdigiorno, non era il caso di Rosetta o Caligaris, ma della maggioranza sì, George Aitken era arrivato in anticipo, un figlio settimino nell’evoluzione del calcio destinato ad irrobustire anche il cervello, oltre le gambe. Il terzo dei Cevenini, detto Zizì, con la sua aria di grinzoso vecchino dallo scattino velenoso non obbedì mai e non fece mai un giro di campo. Coi mutandoni fin sotto i ginocchi che nascondevano una precoce pinguedine, rifiutava l’obbedienza e difendeva l’anarchia del giocatore artista. Artista e morto di fame. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/george-aitken.html -
William (George) Aitken - Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
WILLIAM AITKEN https://it.wikipedia.org/wiki/William_Aitken Nazione: Scozia Luogo di nascita: Peterhead Data di nascita: 02.02.1894 Luogo di morte: Gateshead (Inghilterra) Data di morte: 09.08.1973 Ruolo: Attaccante - Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: Billy Allenatore-Giocatore della Juventus dal 1928 al 1930 67 panchine - 37 vittorie - 16 pareggi - 14 sconfitte William John Aitken, noto anche come George Aitken e Billy Aitken (Peterhead, 2 febbraio 1894 – Gateshead, 9 agosto 1973), è stato un allenatore di calcio scozzese, il cui cognome è riportato da alcune fonti come Ajtken. William John Aitken Nazionalità Scozia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1939 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Squadre di club 19??-1916 Kirkintilloch ? (?) 1916-1918 Queen's Park 62 (14) 1918-1919 Rangers 21 (2) 1919-1920 Port Vale 30 (4) 1920-1924 Newcastle Utd 104 (10) 1924-1926 Preston N.E. 56 (11) 1926 Chorley ? (?) 1926-1927 Norwich City 14 (0) 1927-1928 Bideford Town ? (?) 1928-1930 Juventus 0 (0) 1930-1934 Cannes 6+ (1+) 1934-1936 Stade Reims 10+ (3+) 1936-1939 Antibes 6 (0) Carriera da allenatore 1928-1930 Juventus 1930-1934 Cannes 1934-1936 Stade Reims 1936-1939 Antibes 1947-1948 Union Saint-Gilloise Carriera Giocò in Gran Bretagna per Rangers, Port Vale, Newcastle, Preston North End, Norwich ed altre squadre minori. Come allenatore fu allievo di Herbert Chapman, di cui adottò il medesimo schema di gioco, il Sistema. Venne ingaggiato per volontà di Edoardo Agnelli e fu allenatore-giocatore della Juventus nel periodo dal 1928 al 1930. Fu sia il primo allenatore juventino nella Serie A a girone unico, sia il primo straniero e scozzese nella storia del club. Divenne noto per il suo carattere simpatico e per le tecniche di preparazione fisica all'avanguardia importate dall'Inghilterra. Il suo tentativo di applicare il Sistema anche in Italia trovò diverse opposizioni interne alla società ed alla squadra, e contribuì a minarne i risultati. Come giocatore invece ricoprì i ruoli di mezzala e mediano laterale e scese in campo soltanto in allenamenti ed amichevoli, poiché essendo straniero gli era proibito giocare in partite ufficiali. Portò nel 1929-1930 la Juventus al terzo posto. Fu poi sostituito da Carlo Carcano poiché i suoi faticosi metodi di allenamento gli avevano inimicato parecchi giocatori. Andò allora in Francia ad allenare il Cannes, che lo aveva apprezzato nel corso di una trasferta della Juventus in Costa Azzurra. Continuò ad affiancare l'attività di calciatore a quella di allenatore e fu in campo nella finale di Coppa di Francia vinta dal suo Cannes nel 1932. Fu poi allo Stade Reims ed all'Antibes, con cui il 18 novembre 1938 giocò la sua ultima partita in Division 1 all'età di 44 anni e 290 giorni. In Francia svolse anche l'attività di istruttore di golf, sua altra grande passione. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa d'Inghilterra: 1 - Newcastle - 1923-1924 Coppa di Francia: 1 - Cannes: 1931-1932 -
MARIO VARGLIEN La maglia della mia vita ha avuto due soli colori – raccontava – il bianco e il nero ed era a strisce. Adesso tutti quelli che non mi conoscono penseranno che io sono nato alla Juventus e alla Juventus sono morto, come calciatore, si intende. Allora mi accorgo che devo precisare. Non sono cresciuto alla Juventus, io sono di Fiume. I primi calci, lo sapete, si tirano senza importanza, sin da bambini. Se uno, però, è destinato a fare il calciatore di professione, ecco che prima o poi arrivano i suoi primi, calci ufficiali. Per me questi sono arrivati che avevo sedici o diciassette anni, non lo ricordo con assoluta esattezza, in ogni caso ero un pivello e giocavo per l’Olimpia e Gloria di Fiume e la mia maglia era appunto bianconera, come quella della Juventus. Così ora mi sono in parte già spiegato.A un certo momento, Olimpia e Gloria si fusero nella Fiumana: eravamo in Serie B. Io gironzolavo di ruolo in ruolo. Ora all’attacco come mezzala, ora in difesa come mediano o centromediano. Ero, come tutti i giovani, in cerca di una posizione stabile, nella vita e nel calcio, che per me era la vita, anche se debbo confessare che ero abbastanza versatile come sportivo praticante: nuotavo discretamente, giocavo a basket, facevo ginnastica.Qualcuno mi diceva che io ero un generico dello sport e che perciò ero destinato a non eccellere in un campo specifico. Io sapevo che il calcio l’avevo nel sangue e, siccome ritengo di essere sempre stato un duro, ancor più verso me stesso che verso gli altri, ho puntato i piedi ed ho vinto la mia battaglia, anche se non è stato facile.Avevo superato da poco i diciassette anni, quando giocai (in maglia azzurra) con la rappresentativa della Venezia Giulia contro quella del Veneto, a Udine. Mi misi in luce, tanto è vera che la Pro Patria, che era stata promossa in Serie A, mi acquistò. Ed io, ancora giovanissimo, esordii in Serie A, udite udite, con la Pro Patria a Bologna. Il Bologna era Campione d’Italia! Quel giorno, memorabile anche per i bolognesi, io ero centromediano. Si perdeva, logicamente, si perdeva per 1-0 e fui proprio io che, a sei minuti dalla fine, segnai il goal del pareggio per la Pro. Avevo vent’anni, l’età dei sogni di gloria!A casa mia mi dicevano: gioca pure al football, ma devi anche lavorare. Ed io lavoravo in banca, a Busto. Lavoravo, mi allenavo e la domenica giocavo. Poi, nel 1927-28, venne lo scossone decisivo della mia vita: venne a cercarmi la Juventus. Io ero ai sette cieli, mi sembra che fosse umano, ma la Pro Patria non voleva saperne di mollarmi. Mi chiamarono i dirigenti e mi dissero: «Varglien, resti, le daremo quel che le offre la Juventus».I quattrini non hanno colore, le maglie sì, quella della pur amatissima Pro Patria non valeva quella della Juventus. Mi toccavano tutti sul sentimento, dicevano che sarei dovuto rimanere a Busto, lì mi volevano bene. Ero indeciso e, mentre ero indeciso, mi infortunai. La Juventus, intanto, stava aspettando, Quando arrivammo al dunque, seppi che la Pro Patria non era più disposta a mantenere le sue promesse finanziarie. Feci una sola cosa: le valige e me ne tornai a Fiume, ero un tipo abbastanza deciso. Ma, ricordo, il 31 agosto, mi arrivò un telegramma: finalmente era stato ceduto alla Juventus! La Juventus, ora, mi dava meno quattrini, ma a me la cosa non interessava: il passo era fatto e basta, la mia vita aveva avuto la svolta che tanto avevo desiderato. Avevo, in quei giorni, ventidue anni.Venni a Torino, alla Juventus, e alla Juventus restai quattordici anni, dico quattordici; correva il 1928, l’anno in cui si fondarono le basi definitive della più grande Juventus di tutti i tempi. Io era titolare, mediano destro o sinistro. La Juventus aveva acquistato anche Orsi e Caligaris: i tre nuovi eravamo noi. Combi, Rosetta e Caligaris, Varglien I, Monti e Bertolini. Con Caligaris e Bertolini che giocavano a sinistra ed erano entrambi tutti destri, con Rosetta e Varglien che giocavano a destra e che preferivano calciare con il sinistro! Io, Orsi e Caligaris, i tre novellini, ci facevamo compagnia, avevamo fatto gruppo a sé, ma non tardammo a inserirci nella grande famiglia che, tutta unita, conquistò i cinque scudetti. Anni, quelli, che non scorderò mai, gli anni migliori della mia vita e della mia carriera. Fra l’altro, una volta giocai in Nazionale A, a Roma contro la Francia (e vincemmo 2-1) e undici o dodici volte giocai in Nazionale B.Combi in porta, Rosetta non marca nessuno, io penso all’ala destra, Bertolini all’ala sinistra, Monti marca il centravanti. Se l’avversario che dobbiamo affrontare ha classe, allora la marcatura è seria, altrimenti si gioca come sappiamo noi, ignorando l’avversario. Quando dovevamo giocare contro Sindelar, il compito di marcarlo era mio, perché Monti non lo pigliava mai e si imbufaliva. Anche Braine e Meazza ci facevano soffrire. Le nostre bestie nere erano la Roma e la Lazio. Io davo del “lei” anche a Bigatto. Faotto, terzino del Palermo, voleva acciaccare Orsi. Orsi, muovendo il piedino fantastico che aveva, lo azzoppò. Quando si vinceva lo scudetto c’erano serate d’onore al Carignano. Orsi era il più pagato, prendeva 1.000 pesos, cioè 700 lire al mese più una villa e un’automobile. Quando il pesos andò giù, la Juventus gli corrispose sempre la stessa cifra.Non so che significa classe. Io ho imparato dai campioni dello Spartak che venivano a giocare a Fiume, come Kada, Janda, Kelacef. Mi spaccavo gli occhi per capire come stavano in campo. Ho giocato tante volte centromediano nella conquista dei miei cinque scudetti.Dopo ogni allenamento Rosetta andava ad asciugarsi e si curava le scarpe come cose sacre. Monti era sempre troppo serio e andava d’accordo solo con Bertolini. Combi nelle sue uscite dai pali ci terrorizzava. Una volta il suo pugno riuscì a beccare anche me. Rimasi svenuto cinque minuti. Rosetta si portava nella valigia in trasferta per scaramanzia il vestito nero, quello con il quale si era sposato. Era un grandissimo giocatore, però nella partita facile si sfaticava. Come terzino faceva in un tempo solo quello che gli altri facevano in due o tre tempi. Passava al volo di prima tutti i palloni. Non ne colpì mai uno di testa. Orsi era simpatico, suonava il violino, mi chiamava spesso al telefono e mi diceva: «Ascolta questo tanghito!» Cesarini era una testa pazza, ci faceva ammattire tutti.A fine carriera, oramai nel 1941-42, giocai nella Sanremese, che era una dépendance della Juventus (campionato di guerra) e infine tornai a Trieste, dove disputai le mie ultime partite. Ricordo quella contro una squadra militare tedesca. Io ero il capitano, con me c’era anche Nereo Rocco. Invasione di campo, calci e pugni: non ci tiravamo indietro! Ho appeso le scarpe al chiodo a trentasei anni, nel 1942. Da allora sono diventato più juventino di prima.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1978Rievocare su queste pagine l’indimenticabile figura di Mario Varglien potrebbe risultare arduo per chi abbia avuto una conoscenza superficiale dell’uomo e del giocatore. Io, che ragazzino militante nelle squadre minori della Juventus, ho avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo, trovo facile ripresentare ai lettori il personaggio che per quindici anni è stato un po’ il simbolo di fedeltà alla società bianconera. Anche oggi le statistiche ricordano che soltanto due giocatori, Giampiero Boniperti, la bandiera stessa della Juve, e Giovanni Varglien, fratello dello scomparso, hanno giocato un maggior numero di partite con la maglia bianconera. Già questo rilievo giustificherebbe l’importanza che l’amico Mario ebbe nella storia della società. Ma esistono anche fattori di carattere tecnico.Prima dell’avvento di Luisito Monti, il fiumano Mario Varglien fu senz’altro uno dei due grandi centromediani della Juventus: l’altro era stato l’ungherese Viola. Quello del centromediano è uno dei più controversi e impegnativi ruoli affidati a un giocatore di calcio. Naturalmente il nostro discorso è valido se si tiene conto di come si giocava a calcio dalla fine della Prima Guerra Mondiale all’inizio della seconda. Abbiamo detto controverso, perché a quei tempi erano tutt’altro che esaurite o appianate le discussioni circa le sue attribuzioni, oscillanti tra i compiti di rottura e i compiti di lancio; abbiamo detto impegnativo perché si imperniavano in esso l’impostazione, la struttura e il movimento dell’intera squadra.Per quanto, infatti, il mediocentro sistemista non abbia più avuto le consegne particolarissime del mediocentro “metodista” di una volta, è un fatto che dalla sua condotta dipendeva, a gioco virtualmente fermo, la registrazione generale della squadra. Mario Varglien ha giocato con il Metodo, ma sarebbe stato fortissimo anche con il Sistema: possedeva scatto, vigore, elasticità e intuito per svolgere un lavoro tanto oneroso e complesso. Chi ha avuto modo di vederlo giocare, non può aver dimenticato quella figura.Mario era un combattente nato, che eseguiva il suo lavoro senza disperdersi in azioni confuse e avventurose, ma incanalava la sua condotta tra le sponde della sagacia, dell’ordine e del rendimento concreto. Giocava, come avrebbe poi detto molti anni dopo Bruno Roghi, «a pugni chiusi e a occhi aperti». Era di statura superiore alla media. Morfologicamente apparteneva alla categoria dei giocatori raccolti e compatti come mastini di battaglia, sempre sicuri del balzo utile per addentare la preda, nel nostro caso la palla di cuoio. Stava probabilmente nel suo istintivo e felice tempismo, nel balzo il segreto della sua abilità nello svolgere il gioco di testa: è il tempismo che gli consentiva di anticipare avversari più alti, ma più tardi di lui.Con la duttilità che solo i giocatori di classe posseggono, Mario Varglien seppe poi trasformarsi da centromediano in mediano laterale e, dotato com’era di scatto e velocità, anche in ala o addirittura centrattacco. È stato quello che si dice un jolly di gran lusso. È chiaro, tuttavia, che il suo ruolo preferito fu quello di laterale, in coppia con Bertolini e avendo a fianco un colosso come Luisito Monti.Mario aveva nell’istinto la scelta di tempo necessaria per entrare nel midollo dell’attacco in marcia e sapeva realizzare il suggerimento con la prontezza, la sicurezza e soprattutto la chiarezza d’accento che distinguevano i veri mediani “sistemisti”. Il loro paragone con lo stantuffo della locomotiva è pertinente al moto e alla funzione del loro gioco, ora di spinta alla ruota, ora di trazione per assicurare la continuità d’impulso. Gli giovava molto l’attrezzatura atletica per la quale madre natura non aveva adoperato con avarizia la sua creta; la natura aveva messo in piedi un Varglien robusto, solido, resistente. Sono doti non comuni che, coordinate dall’addestramento e riscaldate dal temperamento, plasmano il classico giocatore di battaglia, a buon rendimento quando la partita è piana, a rendimento eccezionale quando la partita è scabrosa.Ciò che massimamente si notava nel suo impianto e nella sua condotta di gioco era la positività del rendimento, sempre ad alto livello per intere stagioni. La sua tecnica (forse, ma non ne siamo certi) non brillava per invenzioni virtuosistiche: Mario stava alla sostanza e non alle apparenze del gioco; perciò cercava sempre di giocare più per la squadra che per se stesso, più per il risultato che per la platea. In questo senso la sua tecnica era stringata e asciutta: un periodo ordinato e organico, senza aggettivi svolazzanti che spesso avvolgono il poco arrosto nel molto fumo del discorso sportivo.È stato un giocatore duro, ma un atleta leale; mai lo abbiamo visto colpire a tradimento un avversario, ma se qualcuno cercava di provocarlo, non poteva certo prevedere i confini della reazione di Varglien. Indimenticabili i suoi duelli con Silano, l’ala sinistra di un Torino battagliero e deciso. Mario opponeva tecnica a tecnica, sia pure premendo il pedale delle risorse atletiche che in lui parevano inesauribili.Da quanto abbiamo sinora scritto di lui e per lui, pensiamo balzi fuori la figura di un giocatore completo e maturo, di un uomo che sapeva conservare anche nei frangenti più burrascosi, la chiarezza di visione e la freddezza di esecuzione che i giocatori di media tacca sono soliti perdere lasciandosi avviluppare dai tentagli velenosi dell’orgasmo.Giocò quindici anni con la maglia della Juventus, conquistò cinque scudetti consecutivi, vinse tre volte il titolo mondiale con la Nazionale goliardica selezionata dal dirigente juventino Benè Gola; disputò numerose partite con la Nazionale B ed ebbe la soddisfazione di indossare anche la maglia azzurra dei moschettieri a Roma contro la Francia. Un grosso personaggio del calcio bianconero e del calcio nazionale.Ora Mario ci ha lasciati per sempre. È andato a raggiungere morti suoi cari amici, compagni di tante battaglie: Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien, Bertolini, Sernagiotto, Cesarini, Vecchina. Lassù c’è mezza Juve degli anni d’oro.RENATO TAVELLAE pensare che il tutto non era nato sotto i migliori auspici. Anzi. Al primo approccio con la beneamata, dopo le due timide parole di convenzione e quattro sani calci, il nostro in premio era finito all’ospedale col naso fracassato. Niente di voluto, ben inteso: un casuale scontro di gioco con uno dei due fratelli Brotto, per la precisione, quello che giocava all’attacco. Insieme si erano lanciati per aria con genuina foga, ben intenzionati a colpire entrambi il pallone che spioveva dal cielo. Ne era venuta fuori una gran capocciata. Risultato: Mario Varglien era rimasto stordito a terra, la faccia insanguinata. Subito a soccorrerlo si era precipitato il professor Ferrero, medico sociale bianconero, mentre Brotto, avvertita la gravità dello scontro, non sapeva più come giustificare l’accaduto con gli altri compagni. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/mario-varglien-i.html
-
MARIO VARGLIEN https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Varglien Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (Croazia) Data di nascita: 26.12.1905 Luogo di morte: Roma Data di morte: 11.08.1978 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1942 Esordio: 30.09.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Reggiana-Juventus 2-2 Ultima partita: 07.06.1942 - Serie A - Napoli-Juventus 4-1 357 presenze - 15 reti 5 scudetti 2 coppe Italia Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Mario Varglien, detto Varglien I (Fiume, 26 dicembre 1905 – Roma, 11 agosto 1978), è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mediano. Il fratello minore, Giovanni, fu calciatore anch'egli: era noto come "Varglien II". Divenne Campione del Mondo nel 1934 con la Nazionale Italiana. Mario Varglien Varglien I alla Juventus negli anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano) Termine carriera 1944 – giocatore 1954 – allenatore Carriera Giovanili 191?-1920 Olympia Fiume Squadre di club 1920-1926 Olympia Fiume ? (?) 1926-1927 Fiumana 18 (3) 1927-1928 Pro Patria 20 (2) 1928-1942 Juventus 357 (15) 1942-1943 Sanremese 21 (0) 1943-1944 Triestina 11 (0) Nazionale 1935 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1942-1943 Sanremese 1946 Padova 1946-1947 Triestina 1948-1951 Como 1951-1952 Pro Patria 1952-1954 Roma Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Carriera Club Fu un atleta che si distinse anche in diverse gare Fidal, nelle specialità dei 100, 200, 400 metri e del salto triplo. Nel calcio esordì con la formazione dell'Olympia di Fiume; vi giocò per 4 stagioni fino alla fusione della squadra con il Gloria, che portò alla nascita dell'Unione Sportiva Fiumana. Giocò nella neonata squadra quarnerina nella stagione 1926-27; non avendo ruolo fisso, venne impiegato come centromediano o come mezzala d'attacco. Esordì in Divisione Nazionale nel 1927-28, acquistato dalla Pro Patria. Nel 1928 passò alla Juventus. Militò per 14 stagioni nella squadra torinese, vincendo cinque campionati italiani (quelli del cosiddetto Quinquennio d'oro) e due Coppe Italia. Con la casacca bianconera realizzò complessivamente 15 reti in 357 partite. Nel campionato di Serie C 1942-1943 fu giocatore ed allenatore della Sanremese. Nazionale Fu uno dei ventidue giocatori convocati da Vittorio Pozzo per giocare il campionato del mondo 1934. Quell'edizione, disputata in Italia, venne poi vinta proprio dagli azzurri. Nella sua carriera, comunque, Varglien giocò solo un match in nazionale, un'amichevole contro la Francia il 17 febbraio 1935 vinta 2-1. Record Con la Juventus Primatista di presenze in Coppa dell'Europa Centrale (32). Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1948-1949
-
PIETRO POCCARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Poccardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 04.02.1908 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.01.1951 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 02.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Novara-Juventus 2-2 1 presenza - 1 rete Pietro Poccardi (Torino, 4 febbraio 1908 – Torino, 18 gennaio 1951) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Pietro Poccardi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1927-1928 Juventus 1 (1) 1930-1931 Derthona 25 (1) 1934-1935 Pro Patria 25 (2) 1935-1936 Pistoiese ? (?) 1938-1939 Casale 9 (0) Carriera Ha giocato con la Juventus nella stagione 1927-1928 e a Tortona con il Derthona nel 1930-1931 in Serie B e nell'annata seguente. In seguito ha difeso i colori di Pro Patria, Pistoiese e Casale.
-
GIUSEPPE MORTAROTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Mortarotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Valduggia (Vercelli) Data di nascita: 03.10.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 19.07.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1930 Esordio: 18.03.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Alessandria-Juventus 2-0 Ultima partita: 04.05.1930 - Serie A - Milan-Juventus 1-1 6 presenze - 0 reti Giuseppe Mortarotti (Torino, 3 ottobre 1903 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Giuseppe Mortarotti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1934 Carriera Squadre di club 1922-1923 Pastore 1 (0) 1923-1925 La Chivasso ? (?) 1925-1927 Chieri ? (?) 1927-1930 Juventus 6 (0) 1930-1931 Atalanta 6 (0) 1931-1932 Aquila Montevarchi 0 (0) 1932-1934 Cosenza 28 (3) Carriera Cresciuto in società piemontesi militanti in categorie inferiori quali F.C. Pastore, nella stagione 1924-1925 passa in forza all'U.R.S. La Chivasso, disputando per due stagioni il campionato di Terza Divisione, classificandosi al 3º posto nella sua prima stagione ed al 4º posto nella stagione successiva, nelle stagioni 1925-1926 e 1926-1927 difende i colori del Chieri, passa alla Juventus nella stagione 1927-1928, con cui debutta nel massimo campionato italiano. Dopo tre stagioni, in cui scende in campo complessivamente 6 volte, viene acquistato dall'Atalanta, con cui disputa un'annata in Serie B, concludendo poi la carriera in Prima Divisione, prima al Montevarchi e poi al Cosenza.
-
GUGLIELMO BORGO Detto Borgo I° per distinguersi dal fratello Ezio, era un giocatore di un certo valore più atletico che tecnico, non guardava in faccia nessuno per cui finiva sempre per imporre la propria volontà sull’avversario. Con un pizzico in più di classe avrebbe raggiunto mete più ambite. Nato a Genova il 14 giugno 1906, milita nei ranghi juventini dal 1927 al 1929. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/ezio-borgo.html
-
GUGLIELMO BORGO https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Borgo Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 14.06.1906 Luogo di morte: Borghetto Santo Spirito (Savona) Data di morte: 15.06.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 13.05.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Bologna 1-1 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Cremonese-Juventus 0-0 12 presenze - 0 reti Guglielmo Borgo (Genova, 14 giugno 1906 – Borghetto Santo Spirito, 15 giugno 1979) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Guglielmo Borgo Borgo I (in piedi, terzo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1928-1929 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista centrale Termine carriera 1938 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Squadre di club 1926-1927 Cremonese 10 (0) 1927-1929 Juventus 12 (0) 1929-1931 Milan 37 (1) 1931-1934 Messina 60 (9) 1934-1936 Nissena ? (?) 1936-1938 Salernitana 42 (2) Carriera da allenatore 1942-1943 Foligno 1946-1947 Arsenale Taranto 1947-1948 Brindisi Carriera Giocò in Serie A con il Milan ed in Divisione Nazionale con Cremonese e Juventus. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Salernitana: 1937-1938 (girone E)
-
ENRICO PATTI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Patti Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 12.10.1896 Luogo di morte: Novara Data di morte: 16.10.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 16.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Bologna 1-0 Ultima partita: 05.02.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Pro Patria-Juventus 2-0 13 presenze - 0 reti Enrico Patti (Novara, 12 ottobre 1896 – Novara, 16 ottobre 1973) è stato un allenatore di calcio, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo difensore. Enrico Patti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 1913-1927 Novara 123 (5) 1927-1928 Juventus 13 (0) Carriera da allenatore 1929-1931 Novara Carriera Con il Novara disputa complessivamente 123 partite segnando 5 reti dal 1913 al 1926; in particolare a partire dalla stagione 1922-1923 totalizza 84 gare e segna 2 reti nel corso di quattro campionati di Prima Divisione. Dopo aver lasciato il Novara, passa alla Juventus con cui gioca per un anno scendendo in campo per 13 volte. Nel frattempo inizia la sua carriera da dirigente sportivo fondando la Società Sportiva Sparta Novara, della quale rimarrà presidente per 47 anni consecutivi, fino al giorno della sua scomparsa. Da allenatore, siede sulla panchina del Novara per due anni in Serie B dal 1929 al 1931. Nel 1951 viene chiamato a far parte della Commissione Tecnica Nazionale in rappresentanza dei settori giovanili e dilettanti, e con altri membri di quella commissione varava il progetto del Centro Tecnico Sportivo Federale di Coverciano. Essendo "uomo di sport" nel 1963 accetta la presidenza della Pro Novara, carica che manterrà fino al 1969. Precedentemente fu anche vicepresidente del Velo Club Novara e iniziatore del Panathlon Club di Novara. Il comune di Novara gli ha intitolato una via situata fra lo stadio Silvio Piola e quello di baseball. Il 5 giugno 2004 il vecchio Stadio comunale di Novara in via Alcarotti è stato intitolato al nome di Enrico Patti "maestro di sport e di vita".
