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MARINO RAKAR Nazione: Italia Luogo di nascita: Trieste Data di nascita: 02.02.1953 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1971 al 1972 Esordio: 04.11.1971 - Amichevole - Biellese-Juventus 1-6 0 presenze - 0 reti
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ARMANDO REGGIANINI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1966-1967 Nazione: Italia Luogo di nascita: Cutigliano (Pistoia) Data di nascita: 10.04.1947 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1966 al 1967 Esordio: 29.09.1966 - Amichevole - Ravenna-Juventus 0-3 Ultima partita: 20.06.1967 - Amichevole - Ponzone-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
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DANI ALVES Il re dei social tra i calciatori di Serie A – scrive Antonio Barillà, sul “Guerin Sportivo” del dicembre 2016 – il top player che la Juventus ha strappato al Barcellona per inseguire il sogno della Champions, Dani Alves ha vinto da solo più titoli internazionali (dodici) di tutti gli altri bianconeri ed è capitano del Brasile con cui ha disputato novantasette partite, ma i tifosi non ricordano soltanto discese, dribbling e cross: ne amano classe o carisma in campo quanto estro, solarità e generosità fuori, qualità a portata di smartphone o tablet attraverso Instagram, Facebook e Twitter. Accanto alle figurine classiche d’ogni campione, il web propone una galleria di look eccentrici, danze e canzoni, post ironici e riflessioni profonde. Dani Alves è sempre stato così, sopra le righe e fuori dagli schemi, sin da quando, piccino, si alzava all’alba per aiutare papà Domingues a coltivare meloni, pomodori e cipolle nel terreno che oggi gli appartiene: considerava un fratellino ogni melone che nasceva e aveva un amico immaginario di nome Melao. Lasciò la campagna a tredici anni per trasferirsi al Juazeiro a cercare fortuna nel calcio. Voleva diventare famoso, fingeva sempre di firmare, partecipò come comparsa al film “Guerra de canudos”, ripeteva che sarebbe diventato calciatore o musicista: è diventato calciatore, ma non ha mai accantonato l’altra grande passione, difatti suonar la chitarra in ritiro per i compagni e sui social per milioni di seguaci. «In un’altra vita deve essere stato cantante, non c’è altra spiegazione», sospira la compagna Joana. Musicista è divento Ney, il fratello che divise con lui le speranze della scuola calcio: compositore di Forrò, danza popolare diffusissima nel Nordest del Brasile. Dani Alves ama i tatuaggi, i colori accesi, le acconciature originali, gli accessori vistosi, l’abbigliamento stravagante. Ma non è la moda scontata dei calciatori personaggi, è la spontaneità di un personaggio che conosce l’arte del pallone. «Odio tutto ciò che circonda il calcio – confessò una volta – vivo in questo mondo, ho un ruolo, ma non ne faccio pienamente parte, non sempre sono a mio agio. Ho i miei difetti, ma sono onesto. Non mi vedo nel calcio dopo il ritiro, non farò l’allenatore: ho altri interessi, la mia intenzione è quella di mettermi uno zaino in spalla e andare in giro per il mondo. Una vita normale mi annoierebbe. Il mio modo di vestire mi rispecchia, così come la mia auto». Mai banale, il terzino venuto dal Barcellona. Spesso stupisce, spesso commuove. Come quella volta in cui, a pochi minuti dal derby con l’Espanyol, notò un tifoso non vedente seduto vicino a Joana: Io prese in braccio e Io portò con sé in campo, inserendolo nella rituale foto di squadra. Joana filmò e pubblicò tutto, i social impazzirono. «La possibilità – commentò – di rendere reale il sogno di Carlos (il nome del ragazzo, ndr) mi dà la carica per andare avanti a combattere in questo mondo. L’animo nobile di persone come Carlos è un esempio dei veri valori della vita, una dimostrazione di come bisogna godersi tutto ciò che abbiamo, le piccole cose che potrebbero essere enormi se solo noi non fossimo così avidi. Dobbiamo comprendere quanto siamo fortunati soltanto a detenere tutti i sensi e le capacità di una persona senza handicap. Mi ha emozionato così tanto vedere questo ragazzo con la faccia piena di lacrime perché era in mezzo ai suoi idoli, campioni che purtroppo è in grado di seguire soltanto alla radio. Grazie Carlos, per averci mostrato che la felicità è così semplice da raggiungere». Inutile descrivere il diluvio di like e di commenti entusiasti, gli stessi sbocciati quando Abidal svelò che Dani Alves si era offerto di donargli parte del suo fegato per il trapianto, o quando, al Madrigal di Vila–Real un tifoso lanciò una banana al neo bianconero: poteva inveire, adombrarsi, ignorare, invece la mangiò e andò a battere l’angolo tranquillo. «Papà mi diceva sempre: “Mangia banane per evitare i crampi”». Questa storia la sanno tutti, molti ignorano il successivo capitolo: l’autore del gesto, un ragazzo di ventisei anni, fu infatti bandito dallo stadio, accusato di discriminazione, odio e violenza per motivi razzisti e pure licenziato. Allora Dani Alves intervenne e chiese di restituirgli il lavoro: «Probabilmente voleva fare uno scherzo e ha scatenato un pandemonio…». L’altro Alves è dissacrante. Tra le immagini più bizzarre pubblicate su Instangram, quella in cui ha i pantaloni abbassati e grandi occhiali da sole, l’indice davanti alla bocca e l’altra mano a coprire le parti intime. «La vita è un grande gioco ed io sono un piccolo giocatore», il commento, che qualcuno interpretò come messaggio cifrato al Barça che non accettava la sua proposta del rinnovo. Possibile, benché in assoluto non sia tipo da appelli in codice e acrobazie dialettiche: «Col Barcellona – ammise infatti successivamente – ho quasi chiuso. Poco rispetto, merito di più». Come si dice? Senza peli sulla lingua. Così genuino e schietto da precipitare, a volte, nella polemica. Dopo l’eliminazione del Barcellona dalla Champions, postò un video in cui, indossando una parrucca, imitava Joana che lo consolava. I tifosi, amareggiati per l’addio alla coppa, s’infuriarono, ma lui non fece un passo indietro: «Lotta per chi sei e per chi sarai». Istrionico, stravagante, spirito libero, ma sempre se stesso. Uno che al galà del Pallone d’Oro s’è presentato con due foglie di marijuana come toppe sui gomiti della giacca e che ha sorpreso al contrario quando, da ambasciatore del progetto “Tour n’Cure”, che sostiene la lotta all’Epatice C (a proposito: pagherà personalmente i trattamenti a trecento ammalati), ha scelto un banale completo grigio scuro con cravatta in tono. A Torino, il giorno della presentazione, ha sfoggiato uno smoking nero a pois bianchi, giocando sui colori della Juventus come aveva già fatto, da grande comunicatore, quando il trasferimento non era ancora ufficiale: in posa con Joana che indossava un vestito zebrato, stringendo un paio di cuscini zebrati anch’essi. Negli stessi giorni, con la compagna, aveva interpretato un ballo in costume tribale, poi aveva fatto boom con un video in cui stappava una bottiglia di birra con una… sforbiciata. Joana è una complice perfetta, al di là della passione per il ballo, la musica e i social (ha svelato lei la nuova casa torinese, un attico in centro, immortalandosi… di spalle davanti alla piscina del terrazzo) ne condivide il senso dell’umorismo e l’originalità quotidiana. La prova? Quando lei dichiarò in un’intervista che s’erano sposati e lui smentì, neanche a dirlo attraverso il web, la modella di Tenerife chiarì con un sorriso: «Ci siamo sposati a Parigi, ma non in un modo ufficiale: a modo nostro…». Chissà com’era vestito lo sposo, e chissà che mise sceglierà quando davvero porterà la compagna all’altare: magari riproporrà quella con cui si presentò al Camp Nou prima di una sfida di Champions con il Bayern (giacca rossa, camicia bianca, papillon e bermuda neri, ciabatte screziate nero–bianco–fucsia) o quella che esibì prima di un Clasico: giacca grigio–lucida, quasi argento, pantaloni neri e scarpe color oro? Oppure la giacca rossa con camicia bianca, cravatta nera a pois bianchi, bermuda di jeans schizzati di vernice e scarpe candide che scelse per andare a trovare l’amico Felipe Massa a Montmelò? Look improbabili, in effetti, ma non addosso a lui, prestigiatore di colori e distillatore d’ironia, giocoliere nel cambiare tagli di capelli e modello di occhiali: primo accessorio, per altro, lanciato dalla sua linea di moda, Bam Bam, che poi è il nomignolo che diede la sorella e cori cui ancora lo chiamano in famiglia. Attenzione, però, ché la bizzarria del look s’alterna alla profondità del pensiero: «Non perdere mai il focus degli obiettivi – ha scritto qualche settimana fa – Il godimento viene in seguito al grande sforzo, alla grande dedizione e al grande equilibrio… Non solo nella professione, ma anche nella vita quotidiana, dedicati sempre più di quanto pensi vada bene, perché quando il tuo talento non riesce il lavoro ti dà una mano. Cerca sempre di capire per cosa siamo fatti in questa vita, tenta di capire qual è il miglior “dono” e sarai una persona realizzata…». E poi: «Sono come un Picasso, sono difficile da capire, ma se si riesce a decifrarmi rendo per il valore che deve avere una grande opera… Voglio arricchirmi di emozioni, perché è quello che fa battere il mio cuore. Non so se sono pazzo o diverso, voglio per la mia vita solo ciò che può catturare la mia mente… So quanto io sia privilegiato, amo la mia professione e sono ancora ben pagato… Mi piacerebbe che tutti un giorno potessero realizzare il proprio talento, avere la soddisfazione di stabilire un atteggiamento positivo per la propria vita, che vada bene per poter scrivere la storia come una grande poesia di Tom Jobim». SIMONE NAVARRA, JUVENTIBUS.COM 27 DEL GIUGNO 2017 Dani Alves e la sua ragazza, bellissima, vanno via. Il terzino–ala brasiliano ha deciso di cambiare indirizzo, guadagnare un po’ di più e andare dal suo maestro più importante, Guardiola. La Juventus, Torino e l’Italia sono state un passaggio, un momento che poteva pure portare una vittoria in Europa ma è servito comunque ad andare via da Barcellona senza lasciare troppi strascichi. La maglia numero ventitré assume i contorni di una piccola maledizione, dopo l’esperienza di Arturo Vidal, e adesso dovrà trovare un altro indossatore. Si spera più stabile. Le interviste TV rilasciate ad amici carioca non hanno chiarito le reali motivazioni di quanto avvenuto. Alves ha detto e non detto, spiegato e poi nascosto la mano. L’invito a Dybala di cambiare aria è parso quasi un sasso lanciato nello stagno di vacanze ed estate alle porte. I tifosi si sono arrabbiati il giusto e lui ha aggiunto la smentita di prassi e la società ha gettato acqua sul fuoco. Una rescissione non si nega al giocatore arrivato gratis e se si possono mantenere buoni rapporti perché non farlo. Potrebbe sempre accadere di ritrovarsi avversari. Il mondo è piccolo. Dani Alves è un brasiliano molto europeo che con la maglia juventina ha fatto bene per meno di dieci settimane. Potevano essere fondamentali per raggiungere il traguardo sperato. Sono servite, adesso, solo a lasciare un ricordo meno amaro. Alves non è Diego o Melo. Alves è della famiglia di Tévez, dei giocatori che hanno speso tutto o quasi e provano a spremere ancora un po’ dalla fortuna e dalle loro gambe vestendo panni diversi, cercando di rimettersi in forma e definendo il mondo che gli sta intorno come loro vogliono. Dani Alves certamente meno importante di Tévez, per la società e i tifosi. Ma è quella razza lì. Questo ragazzo molto tatuato però potrebbe comunque esser stato utile. Perché forse a Torino, nei piani alti di una società con tante questioni da risolvere, è stato compreso che i campioni altrui è meglio lasciarli scivolare altrove, dove si è più abituati alla confusione, ai balletti, ai messaggi scherzosi. Torino non è Milano e queste operazioni non sono ripetibili ovunque e comunque. Mister Allegri a Torino ha il passo di Trapattoni e non di Ancelotti che nel capoluogo lombardo ci aveva lasciato il cuore e molto altro. Alves non sopportava certe limitazioni? Possibile. Quando però la Juventus ha scelto di ridere troppo, di dimenticare l’aspetto militare e sabaudo è diventata una schifezza da settimo posto o peggio. Si chieda a Delneri quel che vuol dire. Lui che ha vissuto la costruzione dopo il disastro. Alves si porta via il divertimento e anche quella spensieratezza che tanto fa bene a quelli seduti sugli spalti. In squadra certe cose forse non vengono molto ben comprese. Se andranno via altri pezzi importanti della difesa come la si conosce sinora significherà che si è intrapresa una strada. Dove porterà? Lo scopriremo solo alla fine di agosto. LA MAGLIA DELLA JUVE, DEL 28 GIUGNO 2017 Dani Alves ci saluta e ringrazia, chiedendo scusa per qualche atteggiamento da noi mal interpretato (abbiamo equivocato: abbiamo pensato che consigliare a Dybala di approdare in un’altra squadra per completare la sua crescita non fosse un incentivo alla “Joya” a legarsi a vita alla Juve. Abbiamo pensato che mettere in mostra, a stretto giro di posta dalla delusione di Cardiff, le tue scarpe utilizzate nella finale di Berlino non fosse un modo di sottolineare la tua capacità di vincere la Champions senza e contro la Juve, bensì un prezioso omaggio virtuale ai collezionisti di memorabilia bianconera). Siamo stati ingenui, abbiamo interpretato male. O, forse, abbiamo il cuore meno puro del tuo, forse abbiamo familiarità con l’animo cospiratore. La tua classe, non l’abbiamo mai messa in discussione. La tua decisività nel tratto conclusivo della stagione l’abbiamo sottolineata, eccome. Pensavamo che tu ti sentissi grato di appartenere a un club che aveva già vinto tutti i trofei internazionali quando il Barcellona non aveva mai vinto la Coppa dei Campioni. Pensavamo che tu ti sentissi appagato dal far parte di una formazione dalla storia onusta di gloria e da un presente di altissimo profilo. Pensavamo che lo spirito guerriero della Vecchia ti fosse entrato, seppur in minima parte, nel corredo genetico. Pensavamo che tu, proprio perché campione riconosciuto e avviato alla fase discendente della parabola agonistica, ti prendessi maggiormente a cuore la nostra maglia e ci tenessi a onorarla nel migliore dei modi fino alla fine, comportandoti come un maestro, aiutando i giovani a crescere, dando l’esempio. Pensavamo che tu volessi divenire anche una leggenda juventina. Invece no: ci siamo sbagliati e lo ammettiamo, senza vergogna ma con le gote arrossite per l’errore commesso, un errore un po’ grossolano. Ma sappiamo come gira il mondo, e ci rendiamo conto che, in fondo, in questo calcio può succedere di amare una maglia così tanto da pensare che un giocatore che la veste seppur da poco tempo possa affezionarvisi sinceramente. Del resto, è successo qualche anno fa a un vecchio ragazzo di nome Andrea Pirlo; Andrea Pirlo non venne da noi solo per soldi, venne da noi per vincere, per far vedere al mondo che era ancora Andrea Pirlo. E Andrea Pirlo, in quanto a talento, ti è superiore, e non di poco. Ciao, Dani. Ci sono tanti modi per esternare la purezza dei propri sentimenti. Il tuo, a noi non è piaciuto. In tutto e per tutto. Buon proseguimento, ovunque la tua vena romantica ti porterà. Il suo saluto: «Mi piacerebbe ringraziare tutti i tifosi della Juventus per l’anno vissuto, i miei compagni per avermi accolto e per essere dei veri professionisti. Grazie a loro questo club vince e arriva alle finali. Credo che il mio rispetto verso questo club e la sua tifoseria è consistito nella mia dedizione, il mio impegno, la mia passione e tutto il mio sforzo per far parte di questa squadra, che cresce ogni giorno. Chiedo scusa a ogni tifoso juventino se hanno pensato che io abbia fatto qualcosa per offenderli, mai ho avuto questa intenzione: ho un modo spontaneo di vivere le cose sicché pochi lo capiscono… Anche se sembra, non sono perfetto, ma il mio cuore è puro. Oggi finisce il nostro rapporto professionale e porterò con me tutti quelli che rendono davvero e di cuore la Juventus un grande club. Come sapete ho il difetto di dire sempre quello che penso e che sento… Io sento che devo dire grazie al signor Marotta per l’opportunità che ho avuto di averlo come dirigente, un grande professionista che ama la sua professione. Io non gioco a calcio per denaro, gioco a calcio perché amo questa professione e rispetto chi la pratica. Amo il calcio e mai il denaro mi tratterrà in qualche posto. Grazie mille!». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2018/05/dani-alves.html
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DANI ALVES https://it.wikipedia.org/wiki/Dani_Alves Nazione: Brasile Luogo di nascita: Juazeiro Data di nascita: 06.05.1983 Ruolo: Difensore Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Brasiliano Soprannome: Dani - Vampiro Baiano Alla Juventus dal 2016 al 2017 Esordio: 20.08.2016 - Serie A - Juventus-Fiorentina 2-1 Ultima partita: 03.06.2017 - Champions League - Juventus-Real Madrid 1-4 33 presenze - 6 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Copa America 2007 e 2019 con la nazionale brasiliana Confederations Cup 2009 e 2013 con la nazionale brasiliana Daniel Alves da Silva, meglio conosciuto come Dani Alves (Juazeiro, 6 maggio 1983), è un calciatore brasiliano, difensore del Pumas UNAM, e della nazionale brasiliana, con la quale si è laureato campione del Sud America nel 2007 e nel 2019. Nel corso della sua carriera ha conquistato 44 trofei ufficiali che lo rendono, al 2022, il giocatore più titolato della storia del calcio con in bacheca nel seguente ordine: una Coppa del Nord-Est con il Bahia; due Coppe UEFA, una Supercoppa UEFA, una Coppa del Re e una Supercoppa di Spagna con il Siviglia; sei campionati spagnoli, quattro Coppe del Re, quattro Supercoppe di Spagna, tre UEFA Champions League, tre Supercoppe UEFA, tre Coppe del mondo per club FIFA con il Barcellona; un campionato italiano e una Coppa Italia con la Juventus; due campionati francesi, una Coppa di Francia, una Coppa di Lega francese e due Supercoppe di Francia con il Paris Saint-Germain; un campionato Paulista con il San Paolo; un campionato mondiale Under-20 con la nazionale Under-20; due Coppe America e due FIFA Confederations Cup con la nazionale maggiore; un oro olimpico con la nazionale olimpica. Ritenuto uno dei migliori interpreti del ruolo di terzino destro della storia del calcio, è stato inserito per cinque volte nella Squadra dell'anno UEFA (2007, 2009, 2011, 2015 e 2017) e per otto volte nel FIFA FIFPro World XI (2009, 2011, 2012, 2013, 2015, 2016, 2017 e 2018). Rientra inoltre nel gruppo ristretto di calciatori con 1000 presenze ufficiali. Dani Alves Dani Alves con la nazionale brasiliana nel 2019 Nazionalità Brasile Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Pumas UNAM Carriera Giovanili 1996-1998 Juazeiro 1998-2001 Bahia Squadre di club 2001-2002 Bahia 25 (2) 2002-2008 Siviglia 175 (11) 2008-2016 Barcellona 247 (14) 2016-2017 Juventus 33 (6) 2017-2019 Paris Saint-Germain 48 (2) 2019-2021 San Paolo 56 (3) 2022 Barcellona 14 (1) 2022- Pumas UNAM 3 (0) Nazionale 2002-2003 Brasile U-20 17 (0) 2021 Brasile olimpica 6 (0) 2006- Brasile 124 (8) Palmarès Olimpiadi Oro Tokyo 2020 Mondiali di calcio Under-20 Oro Emirati Arabi 2003 Copa América Oro Venezuela 2007 Oro Brasile 2019 Confederations Cup Oro Sudafrica 2009 Oro Brasile 2013 Caratteristiche tecniche Terzino destro dotato di ottima tecnica, buona velocità di base e resistenza fisica, è in grado di ricoprire anche i ruoli di esterno di centrocampo e di ala. In carriera ha dimostrato un'eccellente continuità di rendimento e ha conseguito ottimi risultati in zona gol, avendo collezionato un gran numero di assist e reti. Inoltre è un buon calciatore di punizioni dalla media e lunga distanza. Carriera Club Bahia Cresciuto calcisticamente nel Bahia, esordisce in prima squadra nell'incontro del Campeonato Brasileiro Série A 2001 contro il Paraná Clube. In questa partita, vinta dal Bahia per 3-0, fornisce due assist trasformati in gol e subisce un fallo punito con un calcio di rigore. A seguito di ciò, l'allenatore Evaristo de Macedo gli conferma un posto da titolare nella squadra. Siviglia Dani Alves con la maglia del Siviglia nel 2007. A metà del 2002 passa in prestito al Siviglia, che lo acquista a titolo definitivo. Nel corso delle sei stagioni trascorse nelle file del club andaluso, dal 2002 al 2008, vince due Coppe UEFA, una Supercoppa europea e una Coppa del Re. Nel giugno 2006 viene annunciato il suo trasferimento al Liverpool, ma l'affare salta. Nell'agosto 2007 il calciatore afferma di voler lasciare il Siviglia dopo una proposta di ingaggio avanzata dal Chelsea. In seguito il Siviglia rifiuta l'offerta del Chelsea, del valore di 36 milioni di euro, giudicandola inadeguata. Il 28 agosto 2007, pur essendo stato convocato per il ritorno della partita di qualificazione alla UEFA Champions League 2007-2008 contro l'AEK Atene, non si presenta all'aeroporto per prendere il volo per Atene, suscitando lo sdegno di José Maria Del Nido, presidente del Siviglia. Rimarrà comunque nelle file del club andaluso per un'altra stagione. Barcellona Dani Alves in azione al Barcellona in una partita della UEFA Champions League 2008-2009 contro il Rubin. Nel giugno del 2008 viene annunciato il trasferimento del brasiliano al Barcellona per 32 milioni di euro, più vari bonus in base ai risultati conseguiti, che faranno salire il prezzo a 40 milioni. Il 1º luglio seguente Alves si congeda dal Siviglia attraverso una conferenza stampa in cui, visibilmente commosso, ringrazia la squadra per tutto quello che gli ha dato; il giorno dopo passa al Barcellona, con cui esordisce in gare ufficiali il 13 agosto 2008, nel terzo turno di qualificazione di UEFA Champions League contro il Wisła Cracovia. L'esordio nella Primera División spagnola con la maglia blaugrana risale al 31 agosto 2008 contro il Numancia. Il 13 maggio vince per la seconda volta la Coppa del Re, mentre tre giorni dopo vince per la prima volta la Liga grazie alla sconfitta del Real Madrid sul campo del Villarreal. Il 27 maggio Alves si laurea anche campione d'Europa vincendo la UEFA Champions League allo stadio Olimpico di Roma contro il Manchester Utd, anche se non disputa la finale a causa di un'ammonizione rimediata nella semifinale di ritorno contro il Chelsea, nella quale figurava tra i diffidati. All'inizio della stagione 2009-2010 vince la Supercoppa di Spagna contro l'Athletic Bilbao e la prima Supercoppa europea contro lo Šachtar. Il 19 dicembre 2009 vince con il Barcellona la Coppa del mondo per club contro l'Estudiantes; questa vittoria permette alla squadra catalana di centrare il sextuple, ovvero a primeggiare in tutte le sei competizioni disputate nell'anno solare. Vince anche il campionato spagnolo, per la seconda volta in carriera. Il 21 agosto 2010 vince la supercoppa spagnola ai danni della sua ex squadra, il Siviglia. Nella stagione 2010-2011 il Barcellona si riconferma ad alti livelli e Dani Alves, con le sue prestazioni, contribuisce alla vittoria della UEFA Champions League, in contro il Manchester United (come due anni prima) e del campionato. Il 17 agosto 2011 vince la Supercoppa di Spagna contro il Real Madrid. Il 25 gennaio 2012, nella partita di Coppa del Re contro il Real Madrid, sigla il gol del 2-0 per il Barcellona, rete che permette alla squadra catalana di qualificarsi alla semifinale. Il 25 maggio vince per la terza volta la Coppa di Spagna in finale contro l'Athletic Bilbao (3-0). Per la stagione 2012-2013 cambia il proprio numero di maglia, ereditando la casacca numero 22 da Éric Abidal. Il 21 agosto 2013 fornisce un assist al compagno Neymar per il suo primo gol con la maglia dei blaugrana nell'andata della Supercoppa di Spagna a Madrid contro l'Atlético (1-1). Dani Alves disputa anche la gara di ritorno, che sancisce la vittoria del trofeo da parte del Barcellona. Dani Alves con il trofeo della Supercoppa UEFA conquistato con il Barcellona nel 2015. Il 27 aprile 2014, durante la partita di campionato Villarreal-Barcellona, mentre si accinge a battere un calcio d'angolo, gli viene lanciata dagli spalti una banana. Dani Alves, senza scomporsi, risponde a questo gesto chiaramente razzista in modo singolare: raccoglie il frutto, lo sbuccia e lo mangia, continuando poi a giocare. Mediaticamente l'accaduto suscita grande eco e l'atteggiamento del calciatore diviene un simbolo della lotta contro il razzismo, tanto che Dani Alves, in segno di solidarietà, viene imitato sui social network da molti altri calciatori, da altri sportivi e anche da personalità non legate al mondo del calcio. Il 17 settembre 2014, nella partita vinta per 1-0 in casa contro l'APOEL in UEFA Champions League, raggiunge quota 300 presenze in tutte le competizioni con la maglia del Barcellona. Il 17 maggio 2015, grazie alla vittoria esterna contro l'Atlético Madrid, si aggiudica con i colori blaugrana il campionato spagnolo per la quinta volta. Il 30 maggio vince per la quarta volta la Coppa del Re, grazie al 3-1 contro l'Athletic Bilbao, mentre il 6 giugno si aggiudica per la terza volta la UEFA Champions League battendo con i compagni la Juventus per 3-1 a Berlino. Nella stagione 2015-2016 decide di indossare la maglia numero 6 lasciata libera da Xavi. Comincia la nuova stagione vincendo la Supercoppa UEFA contro il Siviglia. Per Alves si tratta del quarto successo personale, uno in meno rispetto al record di cinque vittorie detenuto da Paolo Maldini. Il 2 giugno 2016 il Barcellona annuncia sul proprio sito ufficiale che il giocatore ha assunto la decisione di lasciare la compagine catalana. Juventus Il 27 giugno 2016 si trasferisce alla Juventus, scegliendo la maglia numero 23. Il 21 settembre, in occasione di Juventus-Cagliari di Serie A, sigla il proprio primo gol ufficiale in maglia bianconera. Quella stessa settimana, il 27 settembre, sigla anche la rete del definitivo 0-4 in casa della Dinamo Zagabria, primo gol in UEFA Champions League con i bianconeri. Il 27 novembre, in seguito ad un contrasto di gioco con Lucas Ocampos avvenuto nel corso della partita persa per 3-1 contro il Genoa, subisce la frattura composta del perone sinistro. Rientrato dall'infortunio, realizza altre due reti nella fase a eliminazione diretta di Champions League, contro Porto e Monaco, contribuendo al raggiungimento della finale, poi persa 1-4 contro il Real Madrid. Il 17 maggio segna il gol dell'1-0 nella vittoria contro la Lazio in finale di Coppa Italia. Il 29 giugno risolve anticipatamente il contratto che lo legava al club bianconero, dopo aver vinto lo scudetto e la Coppa Italia con la Juventus e dopo aver collezionato con la stessa squadra 33 presenze totali e 6 reti segnate. Paris Saint-Germain Dani Alves con la maglia del Paris Saint-Germain nel 2018. Il 12 luglio 2017 firma un contratto biennale con il Paris Saint-Germain, decidendo di indossare la maglia numero 32. Il 29 luglio seguente, all'esordio con la nuova maglia, segna subito il suo primo gol, nella Supercoppa di Francia vinta contro il Monaco. A fine stagione colleziona complessivamente 41 presenze e 5 gol in tutte le competizioni, arricchendo il suo palmarès da record con la Ligue 1, la Coupe de France e la Coupe de la Ligue. Nella seconda stagione i parigini conquistano solo 2 trofei su cinque: la Supercoppa di lega e la sesta Ligue 1 in sette anni. La squadra viene eliminata agli ottavi di Champions League dal Manchester United, ai quarti di Coupe de la Ligue dal Guingamp e in finale di Coppa di Francia ai rigori contro il Rennes, dopo aver condotto per 2-0 grazie allo stesso brasiliano che sblocca l'incontro. Dani Alves si ripete anche nella serie dal dischetto ma non riesce nell'occasione ad alzare il suo 43º titolo. Al termine della stagione, non rinnova il suo contratto con la società francese, lasciando quindi la squadra. San Paolo Svincolatosi dal Paris Saint-Germain, il 2 agosto 2019 viene ufficializzato dal San Paolo, con cui firma un contratto valido fino a dicembre 2022. Sceglie di indossare la maglia numero 10. Dopo due anni e la vittoria di un Campionato Paulista nel 2021, il 17 settembre dello stesso anno risolve il contratto con la società brasiliana in scadenza nel dicembre 2022. Ritorno al Barcellona Il 12 novembre 2021 viene annunciato un principio di accordo per il suo ritorno al Barcellona fino al termine della stagione, scegliendo di indossare la numero 8. Pur allenandosi con la squadra catalana dallo stesso mese, il contratto del brasiliano viene registrato il 5 gennaio 2022. Lo stesso giorno fa il suo secondo esordio con la maglia blaugrana nella vittoria per 2-1 contro il CD Linares in Coppa del Re. Tre giorni dopo debutta anche in campionato, nel pareggio per 1-1 contro il Granada, partita nella quale fornisce l'assist a Luuk de Jong per il momentaneo vantaggio. Il 6 febbraio è protagonista nell'El Otro Clasico contro il Atlético Madrid, partita in cui segna una rete, la prima al ritorno in maglia blaugrana, mette a referto un assist e viene espulso. Mette insieme 17 presenze e un gol e 21 giugno 2022 il Barcellona comunica al giocatore di non voler rinnovare il suo contratto. Pumas UNAM Il 21 luglio 2022 firma un contratto annuale con il Pumas UNAM, squadra messicana di primo livello. Nazionale Dani Alves in un'amichevole tra Brasile e Scozia nel 2011. A livello giovanile ha preso parte al Mondiale Under-20 2003, vincendo il torneo con il Brasile e venendo nominato come terzo miglior calciatore di quella competizione. La sua prima partita con la nazionale brasiliana, seppur non ufficiale, avviene il 7 ottobre 2006, entrando come sostituto nell'amichevole contro il club kuwaitiano Al Kuwait Kaifan, mentre 3 giorni dopo esordisce ufficialmente nell'amichevole contro l'Ecuador. Viene convocato dal commissario tecnico Carlos Dunga per la Copa América 2007 in Venezuela. Gioca le tre partite della fase a gironi e la finale vinta contro l'Argentina; contro gli argentini è autore del secondo gol del Brasile che alla fine si imporrà sull'avversario per 3-0. Due anni dopo è tra i convocati di Dunga per la FIFA Confederations Cup 2009, vinta dal Brasile, in cui è autore di un gol nella semifinale contro il Sudafrica. Nel maggio 2010 è stato convocato dal commissario tecnico Carlos Dunga per il Mondiale 2010 in Sudafrica. Il 15 giugno fa il suo esordio mondiale subentrando a Maicon nella prima sfida della fase a gironi contro la Corea del Nord. Il 25 giugno, con il Brasile già qualificato agli ottavi di finale, gioca da titolare la terza sfida della fase a gironi contro il Portogallo. Sempre da titolare gioca l'ottavo di finale contro il Cile e il quarto di finale contro i Paesi Bassi che sancisce l'eliminazione del Brasile. Nel 2011 Mano Menezes lo ha convocato per la Coppa America in Argentina dove Dani Alves ha disputato 2 delle 4 partite dei verdeoro, eliminati nei quarti di finale dal Paraguay ai rigori (0-2). Dani Alves con il trofeo della Confederations Cup vinto con il Brasile nel 2013. Il 14 maggio viene inserito, dal CT Luiz Felipe Scolari, nella lista dei 23 convocati per la FIFA Confederations Cup 2013, che si è svolta in Brasile dal 15 al 30 giugno 2013 come preludio del Mondiale 2014. Disputa da titolare tutte e cinque le partite del Brasile, compresa la vittoriosa finale contro la Spagna. Viene convocato per la Coppa del mondo 2014 svoltasi in Brasile. In questa competizione è titolare fino ai quarti di finale, poi, a causa di uno scarso stato di forma, perde il posto da titolare in favore di Maicon. Salta dunque la semifinale contro la Germania (1-7) che sancisce l'eliminazione del Brasile e anche la finale per il terzo posto persa contro i Paesi Bassi (0-3). L'11 giugno 2015 viene in seguito integrato dal commissario tecnico Carlos Dunga, nella lista definitiva alla Copa América 2015, a causa dell'infortunio di Danilo. Dani Alves gioca titolare tutte le 4 partite del Brasile, compreso il quarto di finale perso contro il Paraguay. Nel 2018 è costretto a saltare i mondiali in Russia a causa di un infortunio al ginocchio. Convocato per la Copa América 2019, vince la competizione con la fascia di capitano. Nell'estate del 2021 partecipa con la nazionale olimpica allenata da Andrè Jardine alle Olimpiadi di Tokyo. Gioca tutte e sei le partite del torneo, laureandosi campione olimpico grazie alla vittoria per 2-1 dopo i tempi supplementari sulla Spagna. Record Unico calciatore della storia ad aver vinto sette competizioni ufficiali nello stesso anno solare: nel 2009 infatti ha vinto il campionato spagnolo, la Coppa del Re, la UEFA Champions League, la Supercoppa di Spagna, la Supercoppa UEFA e la Coppa del mondo per club FIFA con il Barcellona e la FIFA Confederations Cup con la nazionale brasiliana. Palmarès Club Competizioni statali Copa do Nordeste: 1 - Bahia: 2002 Campionato Paulista: 1 - San Paolo: 2021 Competizioni nazionali Coppa di Spagna: 5 - Siviglia: 2006-2007 - Barcellona: 2008-2009, 2011-2012, 2014-2015, 2015-2016 Supercoppa di Spagna: 5 - Siviglia: 2007 - Barcellona: 2009, 2010, 2011, 2013 Campionato spagnolo: 6 - Barcellona: 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2012-2013, 2014-2015, 2015-2016 Coppa Italia: 1 - Juventus: 2016-2017 Campionato italiano: 1 - Juventus: 2016-2017 Supercoppa francese: 2 - Paris Saint-Germain: 2017, 2018 Coppa di Lega francese: 1 - Paris Saint-Germain: 2017-2018 Coppa di Francia: 1 - Paris Saint-Germain: 2017-2018 Campionato francese: 2 - Paris Saint-Germain: 2017-2018, 2018-2019 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 2 - Siviglia: 2005-2006, 2006-2007 Supercoppa UEFA: 4 - Siviglia: 2006 - Barcellona: 2009, 2011, 2015 UEFA Champions League: 3 - Barcellona: 2008-2009, 2010-2011, 2014-2015 Coppa del mondo per club: 3 - Barcellona: 2009, 2011, 2015 Nazionale Competizioni giovanili e olimpiche Campionato mondiale Under-20: 1 - Emirati Arabi Uniti 2003 Oro olimpico: 1 - Tokyo 2020 Competizioni maggiori Coppa America: 2 - Venezuela 2007, Brasile 2019 Confederations Cup: 2 - Sudafrica 2009, Brasile 2013 Individuale Miglior giocatore della Coppa UEFA: 1 - 2006 Miglior giocatore della Supercoppa UEFA: 1 - 2006 ESM Team of the Year: 5 - 2006-2007, 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012 Squadra dell'anno UEFA: 5 - 2007, 2009, 2011, 2015, 2017 Miglior difensore della Liga spagnola: 1 - 2008-2009 FIFA FIFPro World XI: 8 - 2009, 2011, 2012, 2013, 2015, 2016, 2017, 2018 Squadra ideale della Liga: 1 - 2014-2015 Gran Galà del calcio AIC: 1 - Squadra dell'anno: 2017 Miglior giocatore della Supercoppa francese: 1 - 2017 Squadra maschile dell'anno IFFHS: 1 - 2017 Miglior giocatore della Copa America: 1 - Brasile 2019 Squadra maschile CONMEBOL del decennio 2011-2020 IFFHS: 1 - 2020 Inserito tra le "Leggende del calcio" del Golden Foot - 2021
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EMIL AUDERO Una vita in bianconero, dagli Esordienti alla prima squadra – si legge su Gianlucadimarzio.com del 26 maggio 2017 – Emil Audero è cresciuto nella Juventus, l’ha portata nel cuore fin da bambino, quando sognava un giorno di poter ripercorrere le orme dell’idolo Buffon. La chiamata è arrivata presto, quando ancora frequentava la prima media. Papà (Edy Mulyadi) indonesiano, di Mataram, 1300 chilometri da Giacarta; mamma italiana, di Curmiana, a venti chilometri da Torino. La sua vita calcistica è iniziata lì, proseguita nell’accademia per portieri di Marco Roccati. Il passaggio alle giovanili della Juventus è avvenuto in maniera naturale. Da lì non si è più mosso Audero. Nove anni in bianconero: tante presenze nelle giovanili, domani arriverà la prima con i grandi. Un’emozione forte, una gioia incontenibile. Ha aspettato tanto questo momento: per l’esattezza dal 30 novembre 2014, quando fece la sua prima apparizione sulla panchina bianconera appena diciassettenne. Da lì ha collezionato sessantuno panchine, senza però mai scendere in campo. «In porta gioca Audero», ha detto ieri Allegri in conferenza, spiazzando un po’ tutti. Il giusto riconoscimento per un ragazzo che negli anni ha dimostrato di avere la stoffa del predestinato. Ameno così lo definiscono in Indonesia, dove spesso lo chiamano per chiedergli di rappresentare la loro Nazione. La risposta però è sempre la stessa: «No grazie». Il motivo? Audero si sente italiano a tutti gli effetti, è qui da quando aveva appena un anno. Ha già indossato la maglia della Nazionale Under 17, ha sfiorato quella dell’Under 20 che sta disputando il Mondiale in Corea del Sud. Lui però ora deve pensare alla Juventus, non può distrarsi. E pensare che in porta ci si è trovato quasi per caso. «Giocavo come esterno all’inizio! Sono diventato portiere casualmente, come spesso succede quando nella squadra del paese ne manca uno. Mi è piaciuto come ruolo, e da allora ho continuato a coltivarlo con piacere». Scherzi del destino, perché ora Audero è considerato uno dei portieri più promettenti del calcio italiano, al pari di Meret, al quale contende la porta della Nazionale Under 20. Tante parole, altrettanti elogi, domani finalmente potrà esaudire il suo desiderio più grande: esordire in prima squadra. Prenderà il posto dell’idolo di sempre Buffon. Niente passaggi di consegne però, la strada è ancora lunga, ma da domani il cammino di Emil Audero sarà un po’ più in discesa. Il giovinotto esordisce così in Prima Squadra, nella vittoriosa trasferta di Bologna (ultima giornata di campionato) dove, guarda caso, il goal della vittoria viene siglato da un altro giovanissimo: Moise Kean. La prova di Emil è positiva, per nulla condizionata dall’emozione. Intervistato dalla TV ufficiale bianconera, racconta le sensazioni vissute sul campo. «Sono felice, perché alla fine debuttare da titolare così è un’emozione indescrivibile. Per tante cose uno ci mette aggettivi, ma alla fine il bello è soltanto viverla e godersela al massimo. Chiellini prima di partire mi ha detto: “Goditela”. E così è stato. È stato peggio il prima, rimanere in hotel, in camera, non vedevo l’ora di scendere in campo, di fare un bel riscaldamento, una bella partita. Io sono cresciuto qui, è il nono anno, ho proprio tutta dentro di me la cultura della Juve, la cultura del lavoro, la serietà, la professionalità e quest’anno credo sia stato l’apice di tutto quello che è stato nel settore giovanile, ho capito tante cose, ho condiviso tante cose con un gruppo di campioni, ho imparato tanto. Oggi in campo ho cercato di mettere tutto quanto quello che ho appreso in queste stagioni. Già l’anno scorso ma soprattutto quest’anno. Con Buffon e Neto ho un ottimo rapporto, sono persone squisite, con cui ho condiviso già due anni in modo anche passionale, negli allenamenti, ma anche nelle partite si vede che c’è coesione e c’è proprio un gran feeling. Quindi mi hanno tranquillizzato, mi hanno fatto l’in bocca al lupo, mi sono stati vicini. Mantenere la concentrazione quando si è poco impegnati è difficile e va allenata. In questo ho preso dal numero uno, da Gigi. Magari uno non è impegnato per ottanta minuti e all’85’ è costretto a fare una parata. Questo è il ruolo e l’obiettivo che ha il portiere della Juve. Quando si è chiamati in causa bisogna rispondere presente. La concentrazione deve essere sempre al massimo, il ruolo del portiere è un ruolo soprattutto di testa e mentalità e oggi alla fine l’ho allenata e l’ho applicata in campo nel miglior modo possibile». Nella stagione 2017–18 viene prestato al Venezia, in Serie B, per “farsi le ossa” come si soleva dire tanti anni or sono. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2018/01/emil-audero.html
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EMIL AUDERO https://it.wikipedia.org/wiki/Emil_Audero Nazione: Italia Luogo di nascita: Mataram (Indonesia) Data di nascita: 18.01.1997 Ruolo: Portiere Altezza: 190 cm Peso: 83 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2016 al 2017 Esordio: 27.05.2017 - Serie A - Bologna-Juventus 1-2 1 presenza - 1 rete subita 1 scudetto 1 coppa Italia Emil Audero Mulyadi (Mataram, 18 gennaio 1997) è un calciatore italiano di origine indonesiana, portiere della Sampdoria. Emil Audero Nazionalità Italia Altezza 190 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Portiere Squadra Sampdoria Carriera Giovanili 2008-2017 Juventus Squadre di club 2016-2017 Juventus 1 (-1) 2017-2018 → Venezia 35 (-37) 2018- Sampdoria 143 (-221) Nazionale 2012 Italia U-15 9 (-3) 2012 Italia U-16 2 (-4) 2013-2014 Italia U-17 3 (-1) 2013-2015 Italia U-18 5 (-3) 2015 Italia U-19 3 (-1) 2016-2017 Italia U-20 4 (-4) 2017-2019 Italia U-21 10 (-10) Palmarès Europei di calcio Under-17 Argento Slovacchia 2013 Biografia Nato a Mataram da padre indonesiano e madre italiana, all'età di un anno si è trasferito a Cumiana. Caratteristiche tecniche Portiere dal fisico ben strutturato, mostra un'ottima reattività tra i pali, oltre a essere bravo nelle uscite basse. Nel 2019 la UEFA lo ha annoverato tra i giovani calciatori europei più promettenti della sua generazione. Carriera Club Gli inizi Inizia a giocare a calcio da bambino nell'accademia dell'ex portiere Marco Roccati. Qui viene notato da Michelangelo Rampulla, all'epoca preparatore dei portieri della Juventus, il quale lo fa entrare nel vivaio bianconero all'età di 11 anni. Compiuta via via tutta la trafila delle giovanili, ottiene per la prima volta la convocazione nella prima squadra di Massimiliano Allegri in occasione del derby di Torino del 30 novembre 2014; nel biennio seguente è il portiere titolare della squadra Primavera di Fabio Grosso, con cui nel 2016 raggiunge la finale scudetto persa ai tiri di rigore contro i pari età della Roma, ed è ciclicamente aggregato in prima squadra senza tuttavia mai scendere in campo. Nella stagione 2016-2017, pur continuando a far parte della squadra giovanile di Grosso, entra stabilmente nella rosa della prima squadra di Allegri come terzo portiere, dietro Buffon e Neto. Il 27 maggio 2017, dopo 61 panchine, debutta da professionista in occasione dell'ultimo turno di campionato, nella partita vinta per 2-1 sul campo del Bologna. Nell'estate seguente viene ceduto in prestito al Venezia, in Serie B, con cui disputa un campionato molto positivo a livello individuale, mantenendo la porta inviolata in ben 13 incontri e dimostrandosi uno dei migliori talenti della categoria. Sampdoria Tornato inizialmente a Torino al termine della stagione, nell'estate 2018 passa a titolo temporaneo, inizialmente con opzione e diritto di contro-riscatto, alla Sampdoria, con cui fa il suo debutto il successivo 12 agosto nella gara di Coppa Italia vinta 1-0 contro la Viterbese Castrense. Impostosi subito come titolare, a Genova è autore di prestazioni di rilievo, che ne fanno tra le rivelazioni della prima parte di campionato; nel gennaio 2019 Sampdoria e Juventus riformulano il precedente accordo in un obbligo di riscatto a favore del club ligure, che si formalizza nel febbraio seguente per 20 milioni di euro. Mantiene le chiavi della porta blucerchiata per gli anni a seguire, assurgendo tra i punti fermi della squadra in questa fase storica oltreché, nonostante l'ancora giovane età, nel novero degli estremi difensori doriani più rappresentativi. Vive una fase di appannamento solo a metà della stagione 2021-2022, quando alcune prestazioni opache lo relegano momentaneamente in panchina per quasi tre mesi, in favore di Wladimiro Falcone, pur ritrovando la titolarità nella parte finale del campionato: proprio qui, il 30 aprile 2022, in occasione di un derby della Lanterna decisivo in ottica salvezza, al 6' di recupero para il calcio di rigore del genoano Domenico Criscito, salvando la vittoria 1-0 dei suoi e mettendo a posteriori un sigillo importante sulla permanenza della Sampdoria in massima serie. Nazionale Ha scelto sin da ragazzino la nazionalità italiana nonostante il padre fosse indonesiano, ed è stato convocato per la prima volta nel 2012 per difendere i pali della nazionale Under-15, con cui ha collezionato 9 presenze subendo solo 3 reti. Con la nazionale Under-17, nel 2013, viene convocato sia per il campionato mondiale sia per il campionato europeo di categoria, in cui l'Italia termina seconda, sconfitta in finale dalla Russia, non riuscendo però a scendere in campo in quanto gli viene preferito Simone Scuffet nel ruolo di numero uno azzurro. Successivamente colleziona presenze con l'Under-18, l'Under-19 e l'Under-20. Esordisce con la nazionale Under-21 il 4 settembre 2017, giocando titolare nell'amichevole vinta 4-1 contro la Slovenia. Ottiene 10 presenze nel biennio, e viene convocato per l'Europeo Under-21 2019 in Italia, dove però gli viene preferito Alex Meret come portiere titolare. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 2016-2017 Coppa Italia: 1 - Juventus: 2016-2017
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MOHAMMED TCHITÉ https://it.wikipedia.org/wiki/Mohammed_Tchité Nazione: Burundi Luogo di nascita: Bujumbura Data di nascita: 31.01.1984 Ruolo: Attaccante Altezza: 176 cm Peso: 69 kg Nazionale Burundese Under-20 Soprannome: Mémé Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 04.06.2005 - Amichevole - Kitchee Football Team-Juventus 2-2 Ultima partita: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo F.C.-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti Mohammed Tchité (Bujumbura, 31 gennaio 1984) è un ex calciatore burundese, di ruolo attaccante. Mohammed Tchité Nazionalità Burundi Altezza 176 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 2022 Carriera Giovanili 1996-2001 AS Rangers 2001-2002 Prince Louis 2002-2003 Mukura Victory Sports Squadre di club 2003-2006 Standard Liegi 58 (21) 2006-2007 Anderlecht 33 (21) 2007-2010 Racing Santander 88 (24) 2010-2012 Standard Liegi 52 (23) 2012-2014 Club Bruges 25 (5) 2015 Petrolul Ploiești 11 (0) 2015-2016 Sint-Truiden 12 (1) 2016-2017 White Star Bruxelles 17 (2) 2018-2019 Hamoir 13 (4) 2019-2020 RFC Fleron ? (?) 2020-2022 Verviétois ? (?) Nazionale 2001 Burundi U-20 2 (0) Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato belga: 1 - Anderlecht: 2006-2007 Coppa del Belgio: 1 - Standard Liegi: 2010-2011 Supercoppa del Belgio: 1 - Anderlecht: 2006
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TOMÁS RINCÓN «Per capire il motivo per cui Tomás Rincón è soprannominato El General – si legge sul sito ufficiale bianconero il 3 gennaio 2017 – basta osservarlo in campo. Combattivo, risoluto, fondamentale per qualsiasi centrocampo in cui giochi, Rincón unisce alla sua grinta e alla sua caparbietà un piede capace sempre di mettere la palla al posto giusto. Ventottenne, alto 175 centimetri, Rincón nasce a San Cristóbal, in Venezuela, e muove i suoi primi passi nel mondo nel calcio nella sua nazione, prima allo Zamora FC e poi al Deportivo Táchira. In particolare nella prima stagione, e parliamo del 2007–08, El General si fa notare mettendo insieme trentatré presenze in campionato più cinque fra coppa nazionale e internazionale e segnando in tutto tre goal. Dopo diciotto presenze al Táchira si interessa a lui l’Amburgo, che lo fa debuttare nel calcio europeo. Dalla stagione 2008–09 a quella 2013–14, Tomás mette insieme 106 presenze in Campionato, nove in Coppa di Germania e undici in competizioni europee. La stagione 2014–15 è quella del suo esordio al Genoa, nella Serie A. Sotto la Lanterna, fino allo scorso mese di dicembre, Tomás ha tenuto in mano le chiavi del centrocampo, disputando settantotto partite in Serie A e tre in Coppa Italia, e andando a segno, la scorsa stagione, in tre occasioni. Nel campionato in corso le doti del General si sono espresse in modo ancora più evidente: 103 palle recuperate, media partita molto più alta rispetto al ruolo, diciannove contrasti vinti e altrettanti palloni recuperati, due assist e diciannove occasioni da rete in cui è stato protagonista. Particolarmente rilevante il dato dei suoi passaggi positivi, addirittura 680, con l’altissima media di quarantadue a partita, e quello delle verticalizzazioni, ben 249. Da oggi, Tomás Rincón entra a far parte nel centrocampo bianconero: Bienvenido, General!». Le sue prime parole juventine: «Sono felice e orgoglioso di essere qua, per me è un sogno, oltre che un onore, vestire la maglia di questa grande società. Ora inizierò a lavorare per vincere tanto, mettendomi a disposizione della squadra, dello staff e della società. Mando un saluto ai tifosi bianconeri: ci vediamo presto allo stadio e Forza Juve!». La legge del campo si rivelerà impietosa per il grintoso venezuelano. Nonostante scenda in campo per diciannove volte (anche se ben poche dall’inizio), Rincón si dimostra un giocatore diverso da quello ammirato a Genova e l’impressione generale è che non abbia le qualità necessarie per vestire la pesante maglia bianconera. Di lui si ricorda ben poco, se non un goal incredibilmente sprecato a porta libera, nella trasferta del San Paolo in Coppa Italia. Così, a fine stagione, Tomás viene ceduto in prestito al Torino. Per lui, comunque, uno scudetto e una Coppa Italia da mettere in bacheca. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2018/01/tomas-rincon.html
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TOMÁS RINCÓN https://it.wikipedia.org/wiki/Tomás_Rincón Nazione: Venezuela Luogo di nascita: San Cristóbal Data di nascita: 13.01.1988 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 78 kg Nazionale Venezuelano Soprannome: El General - Il Generale - Tommy Alla Juventus nel 2017 Esordio: 08.01.2017 - Serie A - Juventus-Bologna 3-0 Ultima partita: 21.05.2017 - Serie A - Juventus-Crotone 3-0 19 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Tomás Eduardo Rincón Hernández (San Cristóbal, 13 gennaio 1988) è un calciatore venezuelano, centrocampista del Santos e della nazionale venezuelana, della quale è capitano. Tomás Rincon Rincón in azione con il Venezuela nel 2019 Nazionalità Venezuela Altezza 177 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Centrocampista Squadra Santos Carriera Giovanili 2003-2006 UA Maracaibo Squadre di club 2006-2008 Zamora FC 33 (1) 2008-2009 Deportivo Táchira 18 (0) 2009-2014 Amburgo 106 (0) 2014-2017 Genoa 78 (3) 2017 Juventus 19 (0) 2017-2022 Torino 145 (6) 2022-2023 Sampdoria 51 (0) 2023- Santos 22 (2) Nazionale 2005-2006 Venezuela U-17 9 (1) 2006-2007 Venezuela U-20 6 (0) 2008- Venezuela 135 (1) Caratteristiche tecniche Soprannominato "El general" per le sue doti da leader, Rincón è un mediano incontrista duttile e grintoso che può giocare come centrocampista di destra o, in casi estremi, come terzino destro. Abile negli anticipi, nei contrasti e nelle chiusure difensive, duro negli interventi. Giocatore più di strappo che di costruzione, fa del temperamento, del contrasto e dell'intercetto le sue doti principali. Carriera Club Gli inizi, Amburgo Dopo aver giocato nelle giovanili del Maracaibo, nel 2007 esordisce tra i professionisti con la maglia dello Zamora Fútbol Club, totalizzando 33 presenze nel campionato venezuelano. L'anno successivo si trasferisce al Deportivo Táchira. Nel gennaio 2009 passa al club tedesco dell'Amburgo, in cui milita per cinque stagioni e mezza, giocando oltre 100 partite in Bundesliga. Genoa Il 31 luglio 2014 viene ufficializzato il suo approdo alla squadra italiana del Genoa a parametro zero e il 24 agosto gioca la sua prima partita ufficiale con la maglia rossoblù nella gara in trasferta, valevole per il terzo turno preliminare della Coppa Italia, vinta 1-0 contro il Lanciano. In campionato esordisce il 31 agosto alla prima giornata contro il Napoli. Con il Genoa conclude l'anno al sesto posto conquistando la qualificazione all'Europa League, negata però a causa della mancata concessione della licenza UEFA. Rincón al Genoa nel 2015. La stagione successiva fa il suo esordio in campionato alla seconda giornata, nella partita casalinga vinta 2-0 contro il Verona. Il 22 novembre 2015 realizza, con un gran tiro da fuori area, la sua prima rete con il grifone, nella partita vinta contro il Sassuolo. Si ripete il 17 gennaio 2016 nella vittoria per 4-0 contro il Palermo. Segna il suo terzo gol stagionale il successivo 20 marzo al San Paolo contro il Napoli, tirando da fuori area di potenza e insaccandola all'incrocio per il momentaneo vantaggio dei rossoblù, poi sconfitti per 3-1 dai partenopei. Complessivamente con il grifone mette insieme 83 presenze e 3 gol in due anni e mezzo. Juventus Il 3 gennaio 2017 viene acquistato a titolo definitivo dalla Juventus, in cambio di 8 milioni di euro (più 1 milione di bonus), firmando un contratto di 3 anni e mezzo. È il primo venezuelano a militare nella squadra bianconera. L'8 gennaio fa il suo esordio, con la maglia numero 28, nel match di campionato vinto per 3-0 contro il Bologna. Il 15 marzo debutta anche in Champions League nella vittoria per 1-0 contro il Porto, valevole per gli ottavi di ritorno. Il 17 maggio, vince il suo primo trofeo con la Juventus, la Coppa Italia, giocando da titolare la finale. Undici giorni dopo raggiunge il suo secondo trofeo vincendo anche il campionato. Torino L'11 agosto 2017 passa al Torino in prestito oneroso per 3 milioni di euro con opzione di riscatto a 6 milioni di euro che diventerà obbligatoria se il giocatore disputerà almeno il 50% delle partite stagionali dei granata. Il 20 agosto 2017 esordisce con la maglia granata in occasione della gara esterna pareggiata 1-1 contro il Bologna. Segna il suo primo goal con la maglia granata in occasione di Lazio-Torino (1-3) valevole per la 16ª giornata di Serie A e il 5 febbraio 2018 scatta l'obbligo di riscatto, che comporta il suo trasferimento a titolo definitivo al Toro. Confermato in rosa per la stagione 2018-2019, si conferma titolare nello scacchiere di mister Mazzarri. Il 5 ottobre 2018 realizza la sua seconda rete in campionato con la maglia granata nella vittoria interna (3-2) contro il Frosinone. Durante la partita di ottavi di finale di Coppa Italia, edizione 2020-2021, contro il Milan, che finirà a reti inviolate fino alla conclusione dei tempi supplementari, la squadra avversaria vincerà ai rigori per 5-4, Rincón calcerà dal dischetto ma il suo tiro verrà parato dal portiere Ciprian Tătărușanu. Sampdoria L'8 gennaio 2022 viene ceduto in prestito fino al termine della stagione alla Sampdoria. Il 5 luglio 2022 viene riscattato dalla società ligure. Santos Il 16 agosto 2023 si accasa da svincolato al Santos. Nazionale Rincón (a destra) capitano venezuelano nel 2019, con il connazionale Wuilker Faríñez, durante l'esecuzione dell'inno nazionale. Dopo aver partecipato nel 2007 al Campionato sudamericano Under-20 in Paraguay, fa il suo esordio in nazionale maggiore il 3 febbraio 2008 a Maturín in occasione della vittoria in amichevole per 1-0 contro Haiti. Il CT. del Venezuela César Farías lo inserisce nella lista dei convocati per la Copa América 2011. Durante il torneo non realizza alcun gol, ma riesce comunque a risultare decisivo per il 4º posto finale della vinotinto. Viene in seguito votato da Adidas come miglior giocatore del torneo e viene inserito dalla AFP nella formazione ideale della competizione. Viene convocato per la Copa América Centenario negli Stati Uniti. Il 16 novembre 2018 segna la sua prima ed unica rete con la maglia della Vinotinto nell'amichevole disputata contro il Giappone. Nel giugno 2019 viene convocato per la Copa América 2019. Il 14 ottobre 2019 nella partita amichevole disputata contro il Trinidad e Tobago, taglia il traguardo prestigioso delle 100 presenze con la maglia del Venezuela. Convocato anche per l'edizione 2021 della Copa América, è costretto a saltare la competizione dopo essere risultato positivo al covid prima della manifestazione. Palmarès Campionato venezuelano: 1 - Deportivo Táchira: 2007-2008 Coppa Italia: 1 - Juventus: 2016-2017 Campionato italiano: 1 - Juventus: 2016-2017
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SIMONE GANZ https://it.wikipedia.org/wiki/Simone_Ganz Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 21.09.1993 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 67 kg Nazionale Italiano Under-19 Soprannome: - Alla Juventus nel 2016 0 presenze - 0 reti Simone Andrea Ganz (Genova, 21 settembre 1993) è un calciatore italiano, attaccante della Triestina. Simone Ganz Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra Triestina Carriera Giovanili 2006-2008 Masseroni Marchese 2008-2013 Milan Squadre di club 2011-2013 Milan 0 (0) 2013-2014 → Lumezzane 12 (0) 2014 → Barletta 6 (0) 2014-2016 Como 70 (27) 2016 Juventus 0 (0) 2016-2017 → Verona 21 (4) 2017-2018 Pescara 5 (0) 2018-2019 Ascoli 23 (2) 2019-2020 → Como 24 (8) 2020-2021 → Mantova 30 (10) 2021-2022 → Lecco 32 (14) 2022- Triestina 0 (0) Nazionale 2011 Italia U-19 5 (1) Biografia È figlio dell'ex calciatore professionista e allenatore Maurizio Ganz. Carriera Club Gli inizi, Milan e vari prestiti Muove i primi passi nella Masseroni Marchese, una società satellite del Milan, al quale passa nell'estate del 2008. Con il Milan esordisce tra i professionisti in Champions League il 1º novembre 2011 a Minsk contro il BATĖ Borisov (gara terminata 1-1), subentrando nel finale di gara a Robinho. Nella stagione 2013-2014 il Milan lo cede in prestito in Lega Pro prima al Lumezzane, poi al Barletta. Como All'inizio della stagione successiva, nel luglio 2014, il Milan lo cede a titolo definitivo al Como, di nuovo in Lega Pro. Con 11 reti in campionato e 4 nei play-off trascina la squadra lariana in Serie B, dove esordisce quindi il 3 ottobre 2015 in un Como-Ascoli 0-4. Capocannoniere della squadra con 16 gol segnati in campionato, non riesce però a evitarne la retrocessione. Juventus e prestito al Verona Scaduto il contratto, viene ingaggiato dalla Juventus, con la quale firma un contratto di quattro anni. Il 12 luglio 2016 passa in prestito con diritto di riscatto e controriscatto al Verona. Esordisce con la maglia gialloblù il 5 agosto nell'incontro di Coppa Italia contro il Foggia, subentrando al 62' e segnando il gol decisivo che fissa il risultato sul 2-1 per il Verona. Debutta in campionato il 4 settembre contro la Salernitana, anche in questo caso andando a segno. Conclude la stagione con 5 gol. Pescara, Ascoli e vari prestiti Il 12 luglio 2017 viene ceduto a titolo definitivo al Pescara, con cui si lega con un quadriennale. Dopo una prima parte di stagione in cui colleziona 8 presenze e un gol, il 9 gennaio 2018 passa all'Ascoli, firmando fino al 2021. Il 6 ottobre 2018 segna la sua prima rete in maglia bianconera, nella partita persa 3-2 in trasferta contro il Foggia. A fine luglio 2019, dopo un anno e mezzo con i bianconeri, torna al Como, neopromosso in Serie C, con la formula del prestito secco. Alla ripresa delle attività dopo lo stop dovuto alla pandemia, il giocatore torna all'Ascoli. Girato quasi subito in prestito al Mantova, ottiene miglior sorte con una convincente prima parte di campionato. Il 31 agosto 2021 viene ceduto in prestito al Lecco, in Serie C. Rimasto svincolato, il 26 luglio 2022 firma un contratto biennale con la Triestina. Palmarès Individuale Capocannoniere del Torneo di Viareggio: 1 - 2013 (5 goal)
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POL LIROLA https://it.wikipedia.org/wiki/Pol_Lirola Nazione: Spagna Luogo di nascita: Mollet del Vallés Data di nascita: 13.08.1997 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 78 kg Nazionale Spagnolo Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2015 al 2016 Esordio: 16.07.2016 - Amichevole - Juventus-Selezione San Mauro/Alpignano 6-1 Ultima partita: 26.07.2016 - Amichevole - Juventus-Tottenham 2-1 0 presenze - 0 reti Pol Mikel Lirola Kosok, meglio noto come Pol Lirola (Mollet del Vallès, 13 agosto 1997), è un calciatore spagnolo, difensore del Frosinone, in prestito dall'Olympique Marsiglia. Pol Lirola Nazionalità Spagna Altezza 183 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Frosinone Carriera Giovanili 2013-2015 Espanyol 2015-2016 Juventus Squadre di club 2016-2019 Sassuolo 81 (2) 2019-2021 Fiorentina 47 (0) 2021-2022 Olympique Marsiglia 53 (3) 2022-2023 → Elche 12 (1) 2023- → Frosinone 14 (1) Nazionale 2013 Spagna U-17 1 (0) 2017-2019 Spagna U-21 2 (0) Palmarès Europei di calcio Under-21 Oro Italia-San Marino 2019 Caratteristiche tecniche Agisce sulla fascia destra come terzino o, all'occorrenza come esterno di centrocampo. Ambidestro, si distingue in fase di spinta. Carriera Club Gli inizi Dopo aver iniziato la propria carriera nelle giovanili dell'Espanyol, la Juventus lo rileva in prestito, per inserirlo nelle proprie giovanili, nel gennaio 2015. Durante la sessione estiva di calciomercato del medesimo anno, la Juventus lo acquista a titolo definitivo. Sassuolo Il 28 luglio 2016 si trasferisce al Sassuolo in prestito biennale. Fa il suo esordio in gare ufficiali in Europa League, a Belgrado, nella gara terminata 1-1 contro la Stella Rossa, che qualifica il Sassuolo alla fase a gironi della competizione. Il 15 settembre, sempre nella medesima competizione, segna il primo dei tre gol con cui il Sassuolo batte l'Athletic Bilbao nella prima gara del girone, che è anche il primo storico gol di un giocatore del Sassuolo in una competizione europea (preliminari esclusi). Tre giorni dopo fa il suo esordio in serie A, nella gara interna contro il Genoa, vinta per 2-0. Il 31 gennaio 2018 viene ufficializzata la sua cessione a titolo definitivo dalla Juventus al Sassuolo, dove militava da una stagione e mezzo. Sigla il primo gol in Serie A il 2 settembre 2018, nella vittoria per 5-3 contro il Genoa. Fiorentina Il 1º agosto 2019 passa ufficialmente in prestito con obbligo di riscatto fissato a 12 milioni alla Fiorentina. Il 18 agosto esordisce con la casacca viola nella partita valida per il terzo turno di Coppa Italia contro il Monza, vinta per 3-1. Sempre in suddetta manifestazione trova il suo primo gol con i toscani, il 15 gennaio 2020 nella sfida degli ottavi di finale contro l'Atalanta, vinta per 2-1. Dopo essere stato titolare nella prima stagione, nella seconda trova meno spazio, in particolare a partire dall'arrivo di Cesare Prandelli. Olympique Marsiglia Il 12 gennaio 2021 si trasferisce in prestito con diritto di riscatto all'Olympique Marsiglia. Segna i suoi primi due gol il 17 aprile nella vittoria interna per 3-2 contro il Lorient. Il 23 agosto 2021 viene acquistato a titolo definitivo dai francesi, con cui sigla un contratto di 5 anni. Elche Il 12 agosto 2022 viene ceduto in prestito all'Elche. Frosinone Rientrato all'Olympique Marsiglia dopo l'esperienza in Spagna, il 28 agosto 2023 viene girato in prestito con diritto di riscatto al Frosinone. Al suo esordio con i ciociari il 17 settembre va subito a segno nel successo per 4-2 contro il Sassuolo. Nazionale È stato convocato dal c.t. Santi Denia in Under-17, giocando Germania-Spagna 1-1 del 14 novembre 2013. Il 24 dicembre 2016 è stato convocato dalla nazionale catalana per l'amichevole contro la Tunisia, esordendo dal primo minuto e giocando tutto il primo tempo della partita. Convocato anche per la gara contro il Venezuela nel 2019, non ha poi giocato. Nella primavera 2017, dopo aver partecipato come riserva al ritiro della nazionale Under-21 spagnola, il c.t. Albert Celades non lo ha però incluso nella lista dei convocati per l'Europeo di Polonia 2017. Con la selezione Under-21 fa il suo debutto ufficiale nell'amichevole giocata il 1º settembre 2017 a Toledo contro la selezione degli "Azzurrini" vinta per 3-0. Palmarès Club Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2016 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 2019
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MARKO PJACA https://it.wikipedia.org/wiki/Marko_Pjaca Nazione: Croazia Luogo di nascita: Zagabria Data di nascita: 06.05.1995 Ruolo: Attaccante-Centrocampista Altezza: 186 cm Peso: 83 kg Nazionale Croato Soprannome: - Alla Juventus dal 2016 al 2018 e dal 2019 al 2020 Esordio: 27.08.2016 - Serie A - Lazio-Juventus 0-1 Ultima partita: 15.01.2020 - Coppa Italia - Juventus-Udinese 4-0 21 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia Marko Pjaca (Zagabria, 6 maggio 1995) è un calciatore croato, attaccante o centrocampista del Rijeka. Con la nazionale croata è stato vicecampione del mondo nel 2018. Marko Pjaca Pjaca in azione con la nazionale croata durante il campionato del mondo 2018 Nazionalità Croazia Altezza 186 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Squadra Rijeka Carriera Giovanili 2004-2009 Dinamo Zagabria 2009-2010 ZET Zagabria 2010-2012 Lokomotiva Zagabria Squadre di club 2012-2014 Lokomotiva Zagabria 49 (9) 2014-2016 Dinamo Zagabria 61 (19) 2016-2018 Juventus 20 (1) 2018 → Schalke 04 7 (2) 2018-2019 → Fiorentina 19 (1) 2019-2020 Juventus 1 (0) 2020 → Anderlecht 4 (1) 2020-2021 → Genoa 35 (3) 2021-2022 → Torino 24 (3) 2022-2023 → Empoli 17 (0) 2023- Rijeka 13 (5) Nazionale 2011-2012 Croazia U-17 8 (1) 2012 Croazia U-18 4 (0) 2012 Croazia U-19 1 (0) 2013 Croazia U-20 5 (0) 2013-2015 Croazia U-21 9 (1) 2014-2018 Croazia 24 (1) Palmarès Mondiali di calcio Argento Russia 2018 Caratteristiche tecniche Ala in possesso di buone doti tecniche, è in grado di calciare con entrambi i piedi e di agire su ambedue i lati del campo, pur prediligendo il piede destro e la fascia sinistra; all'occorrenza può essere impiegato anche come trequartista o seconda punta. La rapidità nello scatto e l'abilità nel dribbling lo rendono molto efficace nel superare il diretto avversario e convergere verso il centro dell'area per calciare in porta. Considerato in giovane età come uno dei talenti più promettenti della sua generazione, la sua ascesa è stata frenata da numerosi infortuni, impedendogli di emergere nel panorama calcistico internazionale. Carriera Club Lokomotiva Zagabria Esordisce in massima serie con la Lok. Zagabria nella stagione 2011-2012, nella quale gioca una partita, senza segnare. L'anno seguente gioca invece 17 partite, segnando anche un gol. Nella stagione 2013-2014 gioca entrambe le partite disputate dalla sua squadra nei preliminari di Europa League, terminate con l'eliminazione per mano dei bielorussi della Dinamo Minsk. Dinamo Zagabria L'anno successivo passa alla Dinamo Zagabria per 1 milione di euro, con cui gioca 4 partite senza mai segnare nei preliminari di Champions League; successivamente segna 3 gol in 4 partite giocate in Europa League. Nella stagione 2015-2016 segna 2 reti in 3 presenze nei turni preliminari di Champions League. Disputa la sua ultima partita con la squadra croata nella sfida contro il Vardar Skopje valida per i preliminari di Champions League il 20 luglio 2016; in quell'occasione mette a segno una doppietta su rigore e un assist che permettono alla sua squadra di trionfare per 3-2 sugli avversari, venendo poi salutato con una standing ovation dai suoi tifosi al momento della sostituzione nel finale. Juventus Il 21 luglio 2016 viene acquistato per 23 milioni di euro dalla Juventus, con cui firma un contratto di cinque anni; sceglie di indossare la maglia numero 20. Fa il suo esordio con i bianconeri il 27 agosto seguente, nella vittoria per 1-0 contro la Lazio all'Olimpico, subentrando a Paulo Dybala all'88º minuto di gioco. Il 22 febbraio 2017 segna il suo primo gol con la maglia della Juventus, nella partita vinta per 2-0 sul campo del Porto nell'andata degli ottavi di finale di Champions League. Il 28 marzo 2017 subisce un grave infortunio al ginocchio destro durante una partita con la nazionale croata, che lo costringe ad uno stop durato quasi otto mesi. Schalke 04 Il 5 gennaio 2018 viene ceduto in prestito ai tedeschi dello Schalke 04 fino al termine della stagione. Il 13 gennaio fa il suo esordio con la nuova maglia, nella sconfitta per 1-3 sul campo del Lipsia. Una settimana più tardi mette a segno la sua prima rete con lo Schalke, nel match casalingo pareggiato per 1-1 contro l'Hannover 96. Fiorentina Il 7 agosto 2018 viene ceduto in prestito alla Fiorentina per 2 milioni di euro, con diritto di riscatto fissato a 20 milioni di euro. Il 26 agosto debutta con i viola in campionato nel 6-1 casalingo al Chievo, subentrando a Federico Chiesa al 74' di gioco. Il successivo 22 settembre segna il suo primo gol in serie A, aprendo le marcature nel 3-0 alla SPAL. Nel marzo 2019 subisce un altro grave infortunio in allenamento, rompendosi il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, che lo costringe a chiudere anticipatamente la stagione, con quell'unico gol in 19 presenze. Ritorno alla Juventus, Anderlecht, Genoa, Torino ed Empoli A fine stagione torna alla Juventus, che lo mantiene nelle proprie file in quanto il croato deve ancora recuperare dall'infortunio al ginocchio ed escludendolo dalla lista Champions. Recuperata la forma fisica, il 7 dicembre viene convocato per la trasferta di campionato con la Lazio, senza però giocare. Il 15 gennaio 2020, agli ottavi di finale di Coppa Italia vinti 4-0 contro l'Udinese, fa il suo esordio stagionale subentrando a Paulo Dybala al 75º minuto di gioco. Il 31 gennaio viene poi ceduto in prestito all'Anderlecht. A fine stagione ritorna a Torino e inizia la preparazione della nuova stagione con la squadra bianconera, ma il 18 settembre passa in prestito al Genoa. Due giorni dopo, all'esordio con i grifoni, segna subito contro il Crotone (4-1), pochi minuti dopo essere entrato. In tutto mette insieme 3 gol e 2 assist in 38 presenze. Il 28 luglio 2021 viene ceduto in prestito con diritto di riscatto al Torino. Il 17 settembre segna il suo primo gol con i granata, che permette al Torino di espugnare il campo del Sassuolo; chiude l'annata con tre reti in 28 presenze. Tornato alla Juventus alla fine del prestito con i granata, il 1°settembre 2022 passa in prestito con diritto di riscatto all'Empoli. Rijeka Il 1º settembre 2023, Pjaca torna definitivamente in Croazia, venendo ingaggiato dal Rijeka, con cui firma un contratto triennale. Il 16 settembre seguente, segna una doppietta decisiva nella vittoria per 2-1 in campionato contro l'Osijek, interrompendo così un periodo privo di reti che durava dal dicembre del 2021. Nazionale Dopo aver giocato delle partite amichevoli con le nazionali giovanili croate dall'Under-17 all'Under-21, nel giugno del 2013 viene inserito nella lista dei convocati per il Mondiale Under-20, giocando da titolare nella prima partita della fase a gironi, vinta per 1-0 contro l'Uruguay; viene schierato dal primo minuto anche nella partita successiva, pareggiata per 1-1 contro l'Uzbekistan. Il 4 settembre 2014 fa il suo esordio in nazionale maggiore. Il 4 giugno 2016 sigla il primo gol nella goleada di 10-0 in amichevole contro San Marino. Viene convocato per gli Europei 2016 in Francia, risultando tra i migliori nella vittoria con la Spagna che vale il primo posto nel gruppo D. Il 28 marzo 2017, nel corso dell'amichevole persa per 0-3 contro l'Estonia, subisce un grave infortunio al ginocchio destro, riportando la rottura del legamento crociato anteriore ed una parziale lesione del menisco e del collaterale. Prende parte al Mondiale di Russia 2018, scendendo in campo tre volte, fra cui anche la finalissima (subentrando a 8 minuti dalla fine), persa dai croati per 4-2 contro la Francia. Palmarès Campionato croato: 2 - Dinamo Zagabria: 2014-2015, 2015-2016 Coppa di Croazia: 2 - Dinamo Zagabria: 2014-2015, 2015-2016 Campionato italiano: 1 - Juventus: 2016-2017 Coppa Italia: 1 - Juventus: 2016-2017 Onorificenze Cavaliere dell'Ordine del Duca Branimir — Zagabria, 13 novembre 2018. Di iniziativa della Presidente della Repubblica di Croazia.
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Mattia, il pararigori
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A presto Chicco!
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MIRALEM PJANIC «Respira Mire, questo è il ritornello che mi ripeto nella mente, nei momenti decisivi di una partita. Ed è quello che continuo a ripetermi ora, mentre provo a scrivere quello che sto provando in questo momento. Sono arrivato quattro anni fa per provare a vincere tutto. Perché anche quando non ci riesci, questo è ciò che deve provare a fare sempre un calciatore della Juventus. Sono stati 4 anni intensi, vissuti al fianco di grandi professionisti ma soprattutto di amici veri, con i quali ho condiviso vittorie e record, ma anche amare sconfitte ad un passo dal traguardo. Sono stati anni in cui sono maturato come uomo e come padre. Questa è la città dove Edin è cresciuto, diventando il primo tifoso di questa squadra, e dove con la mia famiglia abbiamo costruito i più bei ricordi della nostra vita. Penso che non si dica mai a sufficienza grazie, e quindi: Grazie alla Famiglia Agnelli. Grazie a tutti i compagni che hanno condiviso con me questo percorso. Grazie a tutti i dipendenti e i membri dello staff, che mi hanno aiutato a crescere. Grazie ai tifosi che ogni giorno mi hanno fatto sentire speciale. Perché se c’è una cosa che ho imparato, è che non esiste un tempo minimo per innamorarsi. Alla fine è molto semplice: indossa questa maglia come una seconda pelle, dai sempre tutto e, non sbaglierai mai. Ora però abbiamo poco tempo da perdere e molto da andare a vincere fino al termine della stagione. E quindi respira Mire, perché quello che oggi ti sembra così triste, da domani sarà uno splendido ricordo che porterai nel cuore per tutta la vita». ALESSANDRO BISETTO, CATENACCIOECONTROPIEDE.IT DEL 28 GENNAIO 2020 La Bosnia degli anni Novanta, quelli della guerra per i paesi dell’ex Jugoslavia, non rappresenta di certo uno di quei contorni ideali per crescere un figlio e garantirgli un futuro sereno. Tra i tanti che lasciarono in quegli anni i Balcani per cercare una vita migliore, ci sono anche Fatima e Fahrudin Pjanic, che il 2 aprile del 1990 diedero alla luce Miralem, in quel di Tuzla, terza cittadina per grandezza della Bosnia. Fahrudin allora militava nel FK Drina, squadra di terza divisione jugoslava che fornì a lui e alla sua famiglia, dopo una serie di numerosi rifiuti, il visto per lasciare il Paese e fuggire in Lussemburgo, lontano dagli orrori della guerra che di lì a poco avrebbe messo in pericolo i suoi affetti più cari e con la possibilità, quindi, di ricominciare nuovamente una vita che d’un tratto si era fatta buia e senza futuro. Miralem fin dai primi anni cresce a pane e pallone: cerca sempre di seguire il padre sia agli allenamenti che alle partite e si fa notare per la sua voglia di calcio. A sette anni inizia a tirare i primi calci nelle giovanili dello Schifflange – squadra nella quale militava il padre –, dimostrando da subito grandi qualità e un’attitudine al gioco degna di nota. Il calcio europeo non poteva che essere una conseguenza e l’occasione si concretizza a Metz – città geograficamente molto vicina al confine tra Francia e Lussemburgo – anche grazie ai consigli di Guy Hellers, centrocampista della nazionale lussemburghese, passato proprio nel Metz nel corso della sua carriera e che all’epoca garantì per Pjanic dopo averlo visto brillare nel Granducato. Servono quattro anni al ragazzo per scalare le gerarchie del club francese e presentarsi al cospetto della prima squadra, nella quale esordisce da subentrato all’età di 17 anni in un Metz-PSG terminato 0-0. Il suo primo contratto da professionista diviene realtà pochi mesi più tardi: un triennale firmato con i Grenats, come vengono soprannominati per il colore della loro maglia. Un contratto festeggiato con il primo gol della sua neonata carriera, verso la fine del 2007, su rigore – e non è un dettaglio da dimenticare così facilmente – contro il Sochaux, che permette a Pjanic di inserire il suo nome tra i più giovani marcatori della Ligue 1. Chiude l’annata con 38 presenze, accompagnate da 5 gol tra campionato e coppa – nella quale il club peraltro non sfigurò affatto in quella stagione, anche grazie alle prestazioni dello stesso Pjanic –, non sufficienti però a evitare la retrocessione della squadra granata, costretta così a vedere partire buona parte dei suoi giovani più talentuosi, attratti dalle sirene del calcio europeo più affermato. Tra questi ovviamente non può non essere inserito Pjanic, che il 6 giugno del 2008 ufficializza il suo passaggio al Lione, per la “modica” cifra di 7,5 milioni di euro. La squadra viene da una serie di annate fantastiche, forse le più gloriose vissute all’ombra dello Stade de Gerland – oggi non più utilizzato –, e sta ancora festeggiando il settimo titolo nazionale consecutivo, conquistato pochi mesi prima. L’OL ha bisogno di una mini-rifondazione tecnica, palcoscenico ideale per far crescere un giovane affamato come Miralem, che nella sua stagione iniziale ha la possibilità di studiare da uno dei maestri del centrocampo brasiliano e mondiale, Juninho Pernambucano, specialista assoluto dei calci piazzati. La sua prima stagione a Lione non inizia nel migliore dei modi: Pjanic infatti, in uno dei suoi primi match di campionato, subisce un grave infortunio al perone per una brutta entrata di Dalmat – centrocampista passato anche in Italia, all’Inter tra le altre – e si rivede in campo solamente a metà stagione, nella quale vuoi per adattamento in un nuovo club o per le precarie condizioni fisiche, non ha inciso come ci si aspettava. La stagione successiva per Pjanic è quella della svolta: la prima novità riguarda il lato tattico e vede il ragazzo prendere in mano le chiavi del centrocampo dei Gones, visto anche l’addio di Juninho – migrato verso i ricchi lidi del Qatar, dopo aver realizzato 100 reti con il club, 44 da calcio piazzato –, dal quale prende in eredità anche il numero 8. In un avvio di stagione a dir poco brillante, arriva anche il primo gol, lo segna in Champions League e, per lo strano gioco di destini che contraddistingue questo magico sport, viene realizzato su calcio di punizione, con indosso la maglia del suo maestro predecessore. In quell’annata non sarà l’unico nella competizione – cinque in totale a cui si aggiungono sei reti in campionato –, che vede il suo club arrivare fino alla semifinale poi persa nettamente contro il Bayern Monaco, dopo aver eliminato il Real Madrid agli ottavi. L’annata a venire, quella 2010/2011, sarà per lui l’ultima in terra francese. La decisione di lasciare il Lione non è influenzata, come spesso accade, da un cambio di guida tecnica – che rimane saldamente nelle mani di Puel, a cui Pjanic deve molto della sua maturità e intelligenza tattica –, quanto piuttosto per l’ingombrante presenza di un altro talento francese – mai veramente sbocciato – che in quella stagione diventa suo compagno di squadra, Yoann Gourcuff. I due assieme in campo si vedono raramente e il bosniaco inizia così a vedere molto spesso la panchina, relegato ai margini del progetto dallo stesso club che lo ha visto diventare grande tra i grandi. L’addio è cosa fatta l’anno seguente, dopo 121 presenze, 16 reti e 21 assist, cambia Paese e approda in Italia, alla Roma, per 11 milioni di euro, nell’anno in cui Luis Enrique approda sulla panchina giallorossa. Con l’allenatore spagnolo, proveniente dalle giovanili del Barcellona, Pjanic trova da subito spazio in un calcio fatto di tecnica e fraseggio prolungato con la palla tra i piedi. Un concetto forse troppo astratto e mal visto in un campionato come quello italiano, che alla fine della stagione vede la Roma non qualificarsi dalle coppe europee dopo 15 anni, con il conseguente esonero del tecnico dopo una sola annata. Le sue stagioni nella Capitale hanno visto una serie di alti e bassi dovuti anche e soprattutto ai continui cambi di allenatore: come detto Luis Enrique, seguito dopo una sola stagione dal romantico ritorno di Zeman – tecnico con cui lo stesso Pjanic non ha mai avuto un grande feeling e che nel corso della stagione lo ha relegato molte volte in panchina –, cacciato anch’egli dopo un solo anno per far posto a Rudi García. Il francese intuisce finalmente le potenzialità dell’incantatore bosniaco, che infatti nella stagione 2013/2014 – la terza in giallorosso – gioca quasi tutte le partite di campionato e soprattutto le disputa da grande campione, così come ci si poteva aspettare dopo averlo visto nei suoi primi anni in terra transalpina. Impiegato da interno di centrocampo nel 4-3-3 o da trequartista nel 4-2-3-1, il suo livello di calcio si alza notevolmente: memorabile il suo gol contro il Milan nell’aprile del 2014, dopo aver saltato da solo tutta la difesa rossonera e spiazzato con un tocco delizioso l’incolpevole Abbiati. Quel che colpisce è la fluidità del fraseggio e la facilità con cui intuisce linee di passaggio proibitive per chiunque altro, il tutto accompagnato da un piede sopraffino che gli permette di realizzare diverse reti dalla distanza e da calcio piazzato, la specialità della casa. Nei suoi tre anni con Garcia in panchina saranno 23 le reti messe a segno e 27 gli assist forniti ai compagni, con la ciliegina sulla torta della doppia cifra in entrambe le specialità raggiunta nel 2015/2016. Numeri che gli valsero l’attenzione delle grandi d’Europa: il piccolo principe – come veniva soprannominato a Roma – era finalmente diventato re, ed era giunto il momento di indossare la corona, cingendosi dei trofei assenti dalla sua bacheca fino a quel punto. Quello che porta il giocatore a Torino, sponda Juventus, è un trasferimento che fa scalpore: la squadra bianconera rappresenta per Pjanic l’occasione di vincere, celebrando una carriera brillante ma allo stesso incompiuta. Viene pagata la clausola di 32 milioni di euro – messa nero su bianco dalla Roma durante il rinnovo del calciatore nel 2014 – e uno dei più forti centrocampisti della Serie A di quel periodo cambia clamorosamente maglia. VALERIA ARENA, JUVENTIBUS.COM DEL 29 GIUGNO 2020 Ho scritto un necrologio persino per la vendita di Hernanes, figuriamoci se posso esimermi dal salutare per sempre Miralem Pjanic. Pochi giorni fa dissi ad alta voce, e per alta voce intendo che pigiai a caso le lettere della tastiera del cellulare, che una delle missioni di questo anno sgangherato sarebbe stata quella di determinare quale membro della coppia si fosse disinnamorato per primo, quindi se Pjanic della Juve o se la Juve di Pjanic, mentre a individuare il momento esatto in cui la magia sarebbe evaporata, ho rinunciato pressoché da subito, perché, come canta bene il poeta, quando finisce davvero l’amore ancora nessuno lo sa. E lo so che state tutti aspettando che vi urli la parola Cardiff per difendere la mia reputazione, ma no, non credo che nessuno si sia disinnamorato di qualcun altro dopo quella partita, a parte Dani Alves, ovvio. Avanzando a tentoni per pregiudizio, punterei tutto sulla Juve, d’altra parte è (quasi) sempre la Juve che si disinnamora per prima, è (quasi) sempre la Juve che ti mostra la porta, sia per entrare che per uscire, è (quasi) sempre la Juve che ti saluta e si volta dall’altra parte, eccetto per Dani Alves, ovvio. Sarebbe quindi da stupidi non rendersi conto che la dipartita di Pjanic è il tassello numero uno, anzi due se consideriamo anche Sarri, di un cambiamento che la società ha già annunciato lo scorso anno. Insomma, pare esserci un nuovo centrocampo in town, per cui forse Babbo Natale può anche stracciare i quintali di letterine che abbiamo scritto in questi anni e che lui ha prontamente ignorato. Il centrocampo, dicevamo, la spada di Damocle che ha iniziato a pressare sulla ferita sin dallo smembramento di quell’ottava meraviglia del mondo che era ritrarre in successione Vidal, Pogba, Pirlo e Marchisio. Ed è qui che inizia il necrologio dedicato a Pjanic, perché, purtroppo per lui, non si può procedere su questa strada ignorando chi e cosa è stato chiamato a sostituire. Fateci caso, tutto ciò che c’è da dire su una questione, è già stato spiegato per bene da quelli bravi, come quel “magari avessimo avuto noi questi attaccanti qui” di Andrea Pirlo, che lascia presupporre un altrettanto “magari questi attaccanti qui avessero avuto noi”. Una sintesi perfetta che, per la sua spietata semplicità, possiamo custodire gelosamente nei giorni a venire e poi con sfregio ignorare perché, a conti fatti, il risultato finale è stato praticamente identico. Per arrivare alla volta celeste e trafiggere le stelle bastava solo un po’ di tempismo e una anagrafica che giocasse a favore nostro. Torniamo però a Pjanic. Il necrologio, d’altra parte, dovrebbe essere il suo, ma qui non se ne vede ancora traccia, a dimostrazione di quanto sia difficile dibattere di lui senza citare in modo compulsivo Pirlo. E allora colgo l’occasione per trasformare questo elogio funebre in una lunga e tenera carezza a tutti quelli che sono chiamati a occupare i posti lasciati vuoti dagli Dei, a sostituire i fuoriclasse e persino a non farceli rimpiangere, pure se molto bravi. Non credo avremo difficoltà a ricordare Pjanic positivamente, d’altronde la sua carriera e la bacheca dei trofei, ossia la presunzione scesa sulla terra e fattasi carne, parlano abbastanza chiaro, così come non credo che saremo in grado di negare che, se di quelli come Pirlo non ci stanchiamo mai, di quelli come Pjanic, bravi come solo sanno essere gli umani, e ciò pieni zeppi di idiosincrasie, presto o tardi ci stufiamo. Il più grande regalo che possiamo fargli, quindi, è ricordarlo per quello che è stato, e cioè Miralem Pjanic, e non per quello che non è stato, un Pirlo a metà con un altro nome, e che probabilmente non sarà mai. Magari finalmente disimpareremo a cercare come degli ossessi gli eredi di e inizieremo a focalizzarci sull’unicità di ogni giocatore, nel bene e nel male. Ricordiamoci di Pjanic per i suoi pregi, tanti, e per i suoi difetti, tantissimi. Anche perché, parliamoci chiaro, Pjanic non sarebbe Pjanic senza quell’indolenza tutta sua, senza quella volontà di sbattersi il meno possibile, senza quelle giocate che fanno cadere nel dimenticatoio ogni fesseria o svogliatezza pregressa. Probabilmente sarebbe un altro giocatore e noi un’altra squadra. Ora ci aspettano due mesi di separazione in casa con il pensiero fisso di un altro inizio nella testa per entrambi e un grattacapo mi aleggia dentro la scatola cranica: la passione è proprio finita o ci sarà spazio per gli ultimi fuochi? MASSIMILIANO MINGIONI JUVEATRESTELLE.IT DEL 29 GIUGNO 2020 Dunque è arrivata l’ufficialità, nel mese pertinente, visto che di solito è dedicato al calciomercato, ma in pieno svolgimento della coppa Covid: Miralem Pjanic, pur continuando a esserlo, non è più un giocatore della Juventus. Il singolare frangente rende arrischiato un bilancio, perché ci sono ancora parecchie partite da giocare, e tuttavia la sensazione diffusa è quella di un epilogo fatale, scontato, per cui già da tempo il nostro 5 aveva come scritta addosso la parola “ex”. Pur sperando di poter aggiornare il palmares entro agosto azzardiamo quindi un résumé del quadriennio da juventino del bosniaco; e tanto per non farci mancare un cliché, spariamo subito un “luci e ombre”. Arrivato con la fama di calciatore di sopraffina qualità tecnica ma con la preoccupante tendenza a svaporare nelle partite ad alta intensità agonistica, Mire ha sostanzialmente confermato il ritratto pur vivendo, in modo positivo, una decisa trasformazione tattica, da trequartista elegante ma talvolta frivolo a concreto, puntuale regista di centrocampo. Trasformazione fortemente voluta da Massimiliano Allegri, e quindi controversa nello strampalato clima di contestazione permanente accesosi nei secondi due anni e mezzo di gestione del livornese, malgrado la ricca messe di trofei. Cui, diciamolo, Pjanic ha contribuito in modo sostanziale, aggiungendo al bagaglio già noto (aperture raffinate, tocchi eleganti, punizioni micidiali) in particolare una robusta crescita in fase di interdizione, di protezione della difesa, di “legna”, a volte persino con qualche eccesso nei falli per mancanza del “tempo” mentale da medianaccio; a uno di questi falli, non sanzionato con il massimo della pena in un noto Juve-Inter, è legata la più recente delle 12000 leggende nere sulla Juve che ne inficerebbero l’albo d’oro dal 1905. Molto bene i primi due anni (è lui, con Khedira, a formare il centrocampo che ci porta fino a Cardiff), decisamente in ribasso i successivi, con vistosa crisi quest’anno: i “150 palloni da toccare a partita”, pomposamente auspicati da Sarri, non si sono materializzati, e quelli toccati lo sono quasi sempre stati a cortissima gittata; forse un rapporto non sbocciato col tecnico, forse un’insofferenza al ruolo di mero smistatore di corrispondenza, certamente la frustrazione per essere stato estromesso dal ruolo di tiratore principe da un Ronaldo ingordo quanto (da fermo) inefficace, sta di fatto che il Pjanic di questa stagione non ha mai inciso, talvolta ha irritato, quasi sempre ha dato l’impressione che il suo ciclo fosse concluso. Inspiegabilmente, allenatori con decenni di esperienza non hanno raccolto lo struggente appello di alcuni tecnici da tablet che, contro ogni evidenza umana, invocavano per Mire una trasformazione in mezzala alla Lampard: vedremo se al Barcellona (non proprio una destinazione da fine carriera, per un giocatore secondo certe tesi “rovinato” dal solito noto) sarà colto questo inesplorato spunto o se anche i catalani andranno appresso, con burocratico grigiore, alla realtà. Pjanic ci lascia una plusvalenza sostanziosa, il ricordo di alcune giocate sublimi, e però la sensazione, sommessa ma tenace, di una rosa non del tutto colta, di un talento non del tutto consacrato, di un “quasi”, che sarebbe potuto diventare il top del ruolo con un po’ di personalità in più. E, diciamolo, con dei colleghi di reparto un po’ migliori: ma questa non è certo colpa sua. Speriamo non stacchi definitivamente la spina in questo strano scorcio di stagione ancora da giocare, e per il dopo gli auguriamo “quasi” ogni bene: eccetto, si capisce, quello che auguriamo, ahinoi invano da tanti anni, a noi stessi. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/10/miralem-pjanic.html
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MIRALEM PJANIC https://it.wikipedia.org/wiki/Miralem_Pjanić Nazione: Bosnia Lussemburgo Luogo di nascita: Tuzla Data di nascita: 02.04.1990 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Bosniaco Soprannome: Mire - Il Pianista - Giotto - Il Piccolo Principe Alla Juventus dal 2016 al 2020 Esordio: 10.09.2016 - Serie A - Juventus-Sassuolo 3-1 Ultima partita: 07.08.2020 - Champions League - Juventus-Olympique Lione 2-1 178 presenze - 22 reti 4 scudetti 2 coppe Italia 1 supercoppa italiana Miralem Pjanić (Tuzla, 2 aprile 1990) è un calciatore bosniaco con cittadinanza lussemburghese, centrocampista dello Sharjah e della nazionale bosniaca. Cresciuto calcisticamente in Lussemburgo, muove i primi passi nel FC Schifflange 95 per poi passare nelle giovanili del Metz, squadra con la quale debutta tra i professionisti. Nel 2008 si trasferisce all'Olympique Lione, dove si afferma come una delle migliori promesse del calcio europeo. Nel 2011 si accasa alla Roma, squadra in cui rimane per cinque stagioni guadagnandosi l'attenzione della Juventus, club quest'ultimo in cui milita dal 2016 al 2020 raccogliendo i maggiori successi della carriera con quattro Scudetti consecutivi (dal 2016-2017 al 2019-2020), due Coppe Italia (2016-2017 e 2017-2018) e una Supercoppa italiana (2018). Nella stagione 2021-2022 veste la maglia del Barcellona, con cui vince una Coppa del Re (2020-2021), mentre nella seguente milita nel Beşiktaş, con cui trionfa nella Supercoppa turca (2021). Con la Bosnia ha disputato il campionato del mondo 2014, anno in cui la nazionale balcanica ha preso parte alla competizione per la prima volta nella sua storia. Miralem Pjanić Pjanić con la nazionale bosniaca nel 2015 Nazionalità Lussemburgo Bosnia ed Erzegovina Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Centrocampista Squadra Sharjah Carriera Giovanili 2000-2004 FC Schifflange 95 2004-2007 Metz Squadre di club 2007-2008 Metz 32 (4) 2008-2011 Olympique Lione 90 (10) 2011-2016 Roma 159 (27) 2016-2020 Juventus 178 (22) 2020-2021 Barcellona 19 (0) 2021-2022 → Beşiktaş 20 (0) 2022- Sharjah 33 (4) Nazionale 2006 Lussemburgo U-17 4 (5) 2006-2007 Lussemburgo U-19 3 (1) 2007-2008 Bosnia ed Erzegovina U-21 3 (1) 2008- Bosnia ed Erzegovina 115 (17) Biografia Suo padre giocava nella seconda divisione jugoslava, Pjanić è in possesso di due cittadinanze: bosniaca e lussemburghese; si rifugiò in Lussemburgo con la sua famiglia poco dopo lo scoppio della guerra in Bosnia. Parla fluentemente sei lingue. Caratteristiche tecniche Pjanić intento a battere un calcio piazzato per la Juventus nel precampionato dell'agosto 2019 Annoverato in giovane età fra i talenti più promettenti del calcio mondiale, Pjanić è un centrocampista abile nel dribbling e dotato di un buon tiro dalla distanza. Grazie alla sua visione di gioco, la precisione nei passaggi, l'abilità nel fornire assist per i compagni e le sue qualità di impostazione, può ricoprire sia il ruolo di interno di centrocampo, sia quello di trequartista o di regista; è stato anche impiegato come mezz'ala, per la sua capacità di effettuare inserimenti offensivi. Considerato uno dei massimi specialisti della sua generazione nei calci piazzati, quando giocava nell'Olympique Lione si allenava spesso a tirare le punizioni col brasiliano Juninho, del quale è stato considerato l'erede nelle file della squadra transalpina. Carriera Club Gli inizi Inizia la sua carriera nel FC Schifflange 95, club della prima divisione lussemburghese, dopo vari infortuni che lo hanno relegato spesso in tribuna. Già allora l'allenatore del club nota il suo talento e decide di inserirlo in prima squadra nonostante la giovane età. Giunge al Metz nel 2004 e, dopo alcune stagioni nelle squadre giovanili, fa il suo debutto il 18 agosto 2007 contro il PSG, gara terminata 0-0. Il 15 dicembre realizza contro il Sochaux, rete che non servirà a evitare la sconfitta ai granata. Conclude la sua stagione totalizzando 38 presenze e 4 reti. Olympique Lione Il 1º agosto 2008 si trasferisce a titolo definitivo all'Olympique Lione per 7,5 milioni di euro. Fa il suo debutto il 2 agosto contro il Bordeaux. Il 24 febbraio 2009 fa il suo debutto in Champions League contro il Barcellona, partita terminata 1-1, chiudendo la sua prima stagione con 24 presenze, senza alcuna rete all'attivo. Nella stagione successiva, si afferma come uno dei migliori giovani sul palcoscenico europeo, anche grazie al compagno di squadra Juninho Pernambucano, dal quale apprende specifiche qualità balistiche nel calciare le punizioni. Il 19 agosto 2009, nel giorno del suo debutto stagionale, segna il suo primo gol in Champions League contro l'Anderlecht partita valevole per i Preliminari di Champions League, gara vinta dai francesi 5-1. Pochi giorni dopo, il 22 agosto, segna nella gara vinta 3-0 contro l'Auxerre il suo primo gol in campionato con la maglia dell'OL. L'11 marzo 2010 segna inoltre il gol del pareggio contro il Real Madrid nel ritorno degli ottavi, rete che permette alla sua squadra di passare ai quarti di finale. Termina la stagione con 53 presenze e 11 reti. Nel periodo successivo, disputa un'altra stagione su buoni livelli, senza però ripetere l'exploit di quella precedente. Conclude la sua esperienza a Lione con 121 presenze e 16 reti in totale. Roma Pjanić alla Roma nel 2012 Nell'agosto 2011 viene ceduto, per 11 milioni di euro, alla Roma. Esordisce in Serie A l'11 settembre, nella partita persa all'Olimpico contro il Cagliari (1-2). Il 20 novembre realizza la prima rete, risultando decisivo per la vittoria contro il Lecce. Nel lustro in giallorosso, pur non vincendo alcun trofeo, si dimostra un giocatore importante per gli equilibri della squadra. Con i capitolini disputa complessivamente 185 partite, mettendo a segno 30 gol (molti dei quali su calcio di punizione). Juventus Nel giugno 2016 si trasferisce alla Juventus, che investe 32 milioni di euro per il suo acquisto. Il 10 settembre 2016 segna la sua prima rete in campionato con la maglia bianconera in occasione della vittoria casalinga contro il Sassuolo (3-1), mentre il 27 dello stesso mese realizza la sua prima marcatura in Champions League con i torinesi nella sfida vinta per 4-0 in casa della Dinamo Zagabria. Il 23 dicembre disputa da titolare il match di Supercoppa Italiana a Doha, sempre contro il Milan, dove la Juventus viene sconfitta ai calci di rigore (la gara era terminata con il punteggio di 1-1 dopo i tempi supplementari). L'11 gennaio 2017 realizza il suo primo gol in Coppa Italia con i bianconeri (su calcio di rigore) nella partita casalinga vinta per 3-2 contro l'Atalanta, valida per gli ottavi di finale. Il 17 maggio vince per la prima volta la coppa nazionale italiana (la terza consecutiva per i torinesi) in finale contro la Lazio (vittoria bianconera per 2-0), pur non giocando il match per squalifica. Quattro giorni dopo arriva anche il suo primo scudetto (il sesto consecutivo per la Juventus) grazie alla vittoria casalinga per 3-0 contro il Crotone. Il 3 giugno disputa inoltre da titolare la sua prima finale di Champions League, che vede però i piemontesi sconfitti per 4-1 dal Real Madrid a Cardiff. Pjanić in maglia juventina nell'estate 2018 per l'International Champions Cup Il 13 agosto gioca da titolare la sfida di Supercoppa italiana contro la Lazio, dove la compagine torinese viene sconfitta per 3-2 dai biancocelesti. Il 26 novembre, nella vittoriosa partita casalinga contro il Crotone (terminata 3-0), ottiene la 200ª presenza in A. Termina la stagione con 5 reti segnate, e l'anno successivo, il 9 maggio 2018, vince la sua seconda Coppa Italia (la quarta consecutiva e tredicesima nella storia del club bianconero) in finale contro il Milan (4-0). Quattro giorni dopo, grazie al pareggio a reti bianche in casa della Roma, si aggiudica matematicamente anche il suo secondo scudetto (il settimo consecutivo per la Juventus). Come l'anno prima ha realizzato 5 gol in campionato. Nella stagione successiva, il 19 settembre 2018, realizza la sua prima doppietta in Champions League nella sfida vinta per 2-0 in casa del Valencia (entrambe le reti vengono realizzate su calcio di rigore). Il 16 gennaio 2019, invece, disputa da titolare il match di Supercoppa italiana, che vede i bianconeri prevalere sul Milan (1-0) a Gedda; in quest'occasione fornisce anche l'assist per la rete decisiva di Cristiano Ronaldo. Si tratta del primo successo in questa competizione per il centrocampista bosniaco. Il successivo 20 aprile, grazie alla vittoria casalinga contro la Fiorentina (2-1), si aggiudica lo scudetto per la terza volta consecutiva (l'ottava consecutivo per il club bianconero) con cinque giornate d'anticipo. Inizia subito bene la stagione 2019-2020 andando a segno per tre volte nei primi otto turni di campionato; tuttavia quelle resteranno le uniche marcature stagionali del bosniaco, che a fine annata si aggiudica il suo quarto scudetto consecutivo. Barcellona, Beşiktaş e Sharjah Il 29 giugno 2020, a campionato di Serie A ancora in corso, viene ufficializzato il prossimo trasferimento di Pjanić al Barcellona a decorrere dalla stagione sportiva seguente, per 60 milioni di euro più 5 di bonus, nell'ambito di uno scambio con Arthur Melo. In Catalogna colleziona 30 presenze totali nel corso dell'annata 2020-2021, senza trovare mai la rete e con un minutaggio abbastanza scarso; partecipa alla vittoria della Coppa del Re, ma sul piano personale è una stagione negativa per il bosniaco che finisce presto ai margini della squadra titolare, incapace di integrarsi con l'ambiente blaugrana, scavalcato nelle gerarchie del centrocampo ed entrato pesantemente in rotta col tecnico Ronald Koeman. Il 3 settembre 2021 viene ceduto in prestito ai turchi del Beşiktaş. Al termine della stagione fa ritorno in Spagna, dopo aver collezionato 26 presenze con la maglia della squadra turca. Inizia la stagione 2022-2023 con i catalani, senza trovare spazio nelle prime partite di campionato. Questo porta alla risoluzione del contratto e al suo passaggio agli emiratini dello Sharjah. Il 9 settembre 2022, all'esordio con la nuova maglia, trasforma un rigore nella vittoria 3-0 sul Baniyas. Nazionale Miralem Pjanić in azione con la Bosnia nel 2015 A causa dell'infanzia passata in Lussemburgo, Pjanić ha iniziato a rappresentare il Lussemburgo a livello giovanile. Con la selezione Under-17 ha partecipato al campionato europeo di categoria, al quale la nazionale lussemburghese partecipò come paese ospitante. Durante l'Europeo, Pjanić segnò l'unico gol della nazionale, durante la partita d'apertura persa per 1-7 contro la Spagna. Successivamente ha dichiarato di voler giocare per la Bosnia ed Erzegovina, debuttando con l'Under-21. Il 20 agosto 2008 fa il suo esordio con la nazionale maggiore bosniaca nell'amichevole contro la Bulgaria, gara finita con la vittoria dei bulgari per 2-1 risultando, a 18 anni, il più giovane esordiente della nazionale. Durante un'altra gara amichevole vinta 2-1, questa volta contro il Ghana, il 2 marzo 2010 segna la sua prima rete in nazionale. Il 3 giugno 2014 viene inserito nella lista dei convocati della nazionale bosniaca che ha partecipato per la prima volta al campionato del mondo, senza tuttavia superare la fase a gironi. Conclude la competizione con 3 presenze e una rete, segnata nel successo per 3-1 contro l'Iran. Il 12 ottobre 2019, alla 90ª presenza con la maglia della nazionale bosniaca e alla prima da capitano, segna la sua prima doppietta, nella partita interna vinta per 4-1 contro la Finlandia, valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 2020. Il 31 marzo 2021 raggiunge quota 100 presenze in nazionale in occasione della sconfitta per 0-1 contro la Francia. Palmarès Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 2016-2017, 2017-2018, 2018-2019, 2019-2020 Coppa Italia: 2 - Juventus: 2016-2017, 2017-2018 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2018 Coppa di Spagna: 1 - Barcellona: 2020-2021 Supercoppa di Turchia: 1 - Beşiktaş: 2021 Coppa di Lega (Emirati Arabi Uniti): 1 - Sharjah: 2022-2023 Coppa del Presidente degli Emirati Arabi Uniti: 1 - Sharjah: 2022-2023 Supercoppa degli Emirati Arabi Uniti: 1 - Sharjah: 2022 Individuale Gran Galà del calcio AIC: 4 - Squadra dell'anno: 2016, 2017, 2018, 2019 Squadra della stagione della UEFA Champions League: 1 - 2016-2017 Globe Soccer Awards: 1 - Premio alla carriera per calciatori: 2019
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RICCARDO ORSOLINI https://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Orsolini Nazione: Italia Luogo di nascita: Ascoli Piceno Data di nascita: 24.01.1997 Ruolo: Centrocampista-Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus nel 2017 0 presenze - 0 reti Riccardo Orsolini (Ascoli Piceno, 24 gennaio 1997) è un calciatore italiano, attaccante o centrocampista del Bologna. Riccardo Orsolini Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Squadra Bologna Carriera Giovanili 2004-2016 Ascoli Squadre di club 2014-2017 Ascoli 51 (8) 2017-2018 → Atalanta 8 (0) 2018- Bologna 186 (44) Nazionale 2016-2017 Italia U-20 12 (8) 2017-2019 Italia U-21 15 (3) 2019-2020 Italia 5 (2) Palmarès Mondiali di calcio Under-20 Bronzo Corea del Sud 2017 Caratteristiche tecniche Mancino naturale, è un giocatore tecnico e veloce che, dopo gli esordi sulla fascia sinistra, si stabilizza come esterno offensivo lungo la corsia di destra, posizione dove si trova a suo agio (soprattutto in moduli come il 4-2-3-1 o il 4-3-3), per sfruttare la conclusione col piede preferito. Forte fisicamente, è molto veloce con e senza palla al piede, mostrando agilità e notevoli capacità nel controllo della sfera. Possiede un buon tiro dalla media distanza, e si dimostra molto efficace nell'uno-contro-uno grazie a una buona abilità nel dribbling e nello spostare improvvisamente il pallone, per raggiungere il fondo ed effettuare traversoni verso i compagni; è tuttavia restìo nel tentare iniziative personali. Rigorista, possiede uno spiccato opportunismo in area, oltreché bravo nel cogliere le disattenzioni avversarie e innescare così dei contropiedi nei quali, come terminale offensivo, mostra freddezza. Carriera Club Gli inizi, Ascoli A 7 anni entra nel vivaio dell'Ascoli, esordendo in prima squadra il 2 aprile 2015, a 18 anni, entrando nel secondo tempo della partita casalinga di Lega Pro contro la Pro Piacenza (1-1) disputata allo stadio Del Duca. A fine stagione i marchigiani guadagnano la Serie B, dopo la revoca della promozione al Teramo. La stagione successiva viene aggregato alla prima squadra, e il 26 marzo 2016 il tecnico Devis Mangia decide di farlo esordire dal primo minuto in Serie B, nella partita contro il Vicenza terminata con una sconfitta (2-1). Conclude la stagione con 9 presenze in serie cadetta. Nell'annata seguente entra stabilmente nei ranghi della prima squadra, e il 27 agosto 2016, alla prima partita della stagione, parte titolare contro la Pro Vercelli, match terminato con un pareggio. Il 15 ottobre segna la prima rete da professionista contro il Verona, partita che però termina con una pesante sconfitta per i marchigiani (4-1). Due settimane più tardi, il 29 ottobre, realizza la sua prima doppietta da professionista, trascinando la propria squadra alla vittoria sul Carpi (2-0). Frattanto il 30 gennaio 2017 viene acquistato a titolo definitivo dalla Juventus; l'accordo prevede che il giocatore rimanga ad Ascoli Piceno fino al termine della stagione. Il successivo 14 febbraio segna la sua seconda doppietta, nella vittoria contro la Pro Vercelli (3-0) in avvio di girone di ritorno; termina il campionato con 8 reti in 41 presenze. Atalanta Nell'estate 2017 la Juventus cede il giocatore in prestito biennale all'Atalanta, con cui il successivo 17 settembre esordisce in Serie A, subentrando dalla panchina nella trasferta di Verona contro il Chievo (1-1); il 2 novembre 2017 fa invece il suo esordio nelle coppe europee, subentrando nella partita pareggiata sul campo dei ciprioti dell'Apollōn Limassol (1-1), nella quarta giornata della fase a gironi dell'Europa League. Bologna Il 31 gennaio 2018 Orsolini lascia l'Atalanta per andare al Bologna, che si è accordato con la Juventus per un prestito di 18 mesi. Esordisce con il club felsineo il successivo 4 febbraio, nel derby dell'Appennino giocato sul terreno della Fiorentina. Il 30 settembre 2018, con l'inizio della nuova stagione, sigla la sua prima rete in Serie A, contro l'Udinese; si afferma in quest'annata soprattutto dopo l'arrivo a Bologna dell'allenatore Siniša Mihajlović, mettendo insieme complessivamente 37 presenze e 10 gol. Al termine della positiva stagione, il 19 giugno 2019 il suo cartellino è interamente riscattato dal club rossoblù. Il 22 dicembre 2019 segna la sua prima doppietta in Serie A nel successo in trasferta contro il Lecce (2-3). Lungo la stagione 2022-2023, soprattutto dopo l'arrivo di Thiago Motta sulla panchina del Bologna, Orsolini acquista maggior continuità di rendimento, raggiungendo la doppia cifra nella massima serie per la prima volta nella sua carriera. Nella stagione seguente, nella gara casalinga contro l'Empoli del 1º ottobre 2023 realizza la sua prima tripletta in Serie A. Nazionale Nazionali giovanili Il 6 ottobre 2016 esordisce con l'Italia Under-20, segnando inoltre la sua prima rete con la maglia azzurra, nella vittoria contro i pari età della Polonia durante un match valido per il Torneo Quattro Nazioni. L'anno seguente è tra i 21 giocatori selezionati dal commissario tecnico dell'U-20, Alberico Evani, per il Mondiale Under-20 in Corea del Sud, dove l'Italia ottiene il terzo posto: Orsolini vince la Scarpa d'oro come capocannoniere del torneo, con 5 gol in 7 partite. Il 1º settembre 2017 esordisce con la nazionale Under-21, nell'amichevole contro la Spagna disputata a Toledo e vinta dalla Rojita (3-0); tre giorni dopo realizza il suo primo gol con gli Azzurrini, nella vittoriosa amichevole contro i pari età della Slovenia (4-1). Viene quindi convocato nel 2019 per l'Europeo Under-21 2019, che vede l'Italia non superare la fase a gironi. Nazionale maggiore Nell'aprile 2019 ha il suo primo approccio con la nazionale maggiore, grazie al commissario tecnico Roberto Mancini, in occasione di uno stage riservato ai migliori giovani del giro azzurro. Nel novembre dello stesso anno riceve la sua prima convocazione, in vista delle partite di qualificazione al campionato d'Europa 2020 contro la Bosnia ed Erzegovina e l'Armenia: fa il suo esordio in occasione della sfida del 18 novembre a Palermo contro gli armeni, subentrando nella ripresa a Barella e trovando subito il suo primo gol in azzurro, quello del parziale 8-0 nella goleada dei padroni di casa (9-1). Dopo tre anni di lontananza dal giro azzurro, nel settembre 2023 viene richiamato in coincidenza con l'inizio del ciclo tecnico di Luciano Spalletti, in vista della partita di Milano contro l'Ucraina valida per le qualificazioni al Germania 2024, in sostituzione dell'infortunato Matteo Politano: subentra nel finale dell'incontro, vinto 2-1 dai padroni di casa, rilevando Zaniolo. Palmarès Individuale Scarpa d'oro del campionato del mondo Under-20: 1 - Corea del Sud 2017 (5 gol)
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YOUNES BNOU MARZOUK https://it.wikipedia.org/wiki/Younes_Bnou_Marzouk Nazione: Marocco Francia Luogo di nascita: Freyming-Merlebach (Francia) Data di nascita: 02.03.1996 Ruolo: Attaccante Altezza: 180 cm Peso: 74 kg Nazionale Francese Under-18 e Marocchino Under-17 Soprannome: - Alla Juventus dal 2013 al 2014 Esordio: 19.09.2013 - Amichevole - Juventus-Cuneo 3-0 0 presenze - 0 reti Younes Bnou Marzouk (Freyming-Merlebach, 2 marzo 1996) è un calciatore francese naturalizzato marocchino, attaccante svincolato. Younes Bnou Marzouk Nazionalità Francia Marocco Altezza 180 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra svincolato Carriera Giovanili ????-???? USF Farebersviller ????-???? SG Marineau 2011-2013 Metz 2013-2014 Juventus Squadre di club 2015-2016 → Westerlo 0 (0) 2016-2017 → Angers 2 17 (2) 2017 → Chiasso 18 (12) 2017-2018 Lugano 11 (1) 2018 → Dalkurd 10 (1) 2018-2019 → Sliema Wanderers 21 (8) 2019-2021 Chiasso 34 (11) 2021-2023 Rapid Bucarest 30 (5) Nazionale 2013 Marocco U-17 9 (7) 2014 Francia U-18 2 (0) Caratteristiche tecniche È un attaccante veloce e dotato di buona tecnica individuale, ben strutturato fisicamente. Carriera Cresciuto nel settore giovanile di Metz e Juventus, da cui viene acquistato nel 2013 per 500.000 euro, dopo due stagioni trascorse con la formazione Primavera del club torinese, nell'agosto 2015 viene ceduto in prestito al Westerlo. Nel gennaio del 2016 passa, sempre a titolo temporaneo e per un anno e mezzo, all'Angers 2. Nel gennaio 2017 si trasferisce al Chiasso, militante in Challenge League, con cui mette a segno 12 reti in 18 presenze. Nel giugno seguente viene acquistato a titolo definitivo dal Lugano. Nel gennaio 2018 viene ceduto in prestito al Dalkurd, squadra neopromossa nell'Allsvenskan svedese. Nazionale Nel 2013 ha partecipato ai Mondiali Under-17 con il Marocco; nel 2014 ha invece giocato 2 partite con la nazionale francese Under-18.
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MEDHI BENATIA «A dicembre ero in vacanza a Dubai. Ho parlato con mia moglie e i miei figli, che mi chiedevano sempre: “Papà, perché non giochi?”. Mi bruciava dentro, non ero più felice. Ho lasciato una squadra di amici, ai quali sono molto legato. Però avrei voluto dare il mio contributo sul campo. Quando è tornato Bonucci, sono andato dal mister, che mi ha rassicurato dicendo di aver bisogno di me e che ero tra i centrali più forti al mondo. Poi le cose sono cambiate, ma non c’è nessun problema fra me e lui. Non guardo mai indietro, a quello che poteva essere e non è stato. L’ultima partita che ho fatto è stata contro il Milan a San Siro. Difficile, perché dovevo marcare Higuain. Ricordo tuttavia di aver giocato bene, ma la gara dopo sono rimasto fuori di nuovo». Arrivato alla Juventus nel luglio del 2016 – scrive il sito ufficiale bianconero – Medhi ha fin da subito messo a disposizione del club le sue doti di prestanza fisica, classe e visione difensiva. In totale, ha giocato 40 partite di Serie A con la maglia bianconera, segnando tre gol, l’ultimo dei quali contro la Roma nel dicembre 2017 (il primo nel marzo dello stesso anno). Quattordici le presenze in Champions League, una in Supercoppa Italiana e quattro in Coppa Italia completano il quadro. A proposito di Coppa Italia, sono negli occhi di tutti i suoi due gol, decisivi nel poker con cui lo scorso maggio i bianconeri hanno battuto il Milan, conquistando il trofeo. Due gli Scudetti, due le Coppe Italia e una Supercoppa Italiana sono i trofei vinti da Medhi in bianconero: un bottino di tutto rispetto, che porta anche la sua firma, se si pensa che la Juventus ha vinto 42 delle 59 partite in cui ha giocato (71%), considerando tutte le competizioni, mantenendo la porta inviolata nel 54% dei casi (32 gare). Una grande capacità di rispondere sempre all’appello, di farlo con prestazioni di alto livello e segnando gol che sono valsi una Coppa. Per tutto questo ringraziamo di cuore Benatia, augurandogli il meglio per il suo futuro professionale. ALEX CAMPANELLI, JUVENTIBUS.COM DEL 29 GENNAIO 2019 La Juventus, con la cessione di Medhi Benatia, perde molto. Non inganni la rottura recente del calciatore con l’ambiente, le pressioni sulla società per esser ceduto a gennaio e le conseguenti difficoltà in casa Juve nel sostituirlo; l’errore è stato fatto a monte, escludendolo aprioristicamente dal progetto, relegandolo velocemente a quarta scelta del reparto senza un’apparente motivazione tecnica, sminuendone il valore tecnico assoluto. Con la cessione di Benatia, la Juventus perde il miglior marcatore della squadra dopo Chiellini, e in generale perde probabilmente il secondo miglior marcatore della Serie A. A livello squisitamente difensivo, considerando l’elevatissima capacità di mantenere la concentrazione nell’arco della gara, nessun altro difensore del campionato è all’altezza del centrale marocchino, nemmeno Skriniar (che è sulla strada giusta per diventare il più forte di tutti), né tantomeno Manolas o il tanto incensato Koulibaly. Senza Benatia, ora la Juve non dispone di un altro difensore, oltre a Chiellini, capace di far rimbalzare via gli avversari oltre il cerchio di centrocampo, di aggredire alto e di stroncare le iniziative avversarie sul nascere, anche con un fallo deciso quando serve. Nel giro di qualche mese si è dimenticato quanto di buono l’ex Roma e Bayern Monaco ha regalato alla squadra di Allegri nella scorsa stagione, lo ha fatto la società ma anche molti tifosi: Benatia è diventato il principale responsabile dell’uscita dalla Champions League, benché il rigore su Ronaldo sia stato causato dalla catena di errori, come abbiamo dimostrato su queste pagine, ed è stato ovviamente messo all’indice per essersi perso Koulibaly in Juventus-Napoli 1-0, innalzato solo su una picca dopo una partita più che imbarazzante da parte di tutta la squadra. Il gol decisivo contro la Roma nel girone d’andata apparteneva ormai al passato, mentre la decisiva doppietta in finale di Coppa Italia con il Milan non è stata evidentemente sufficiente a riabilitare Medhi agli occhi di addetti ai lavori e non. In estate il ritorno di Bonucci aveva fatto presagire una possibile staffetta tra i due, ma così non è stato: sin dalla prima partita il numero 19 è tornato titolare inamovibile, e gli spazi per Benatia, superato nelle gerarchie anche da Rugani, si sono ridotti all’osso. Vero, grazie a Bonucci (ma anche a Cancelo e Ronaldo) la Juventus può praticare un altro tipo di calcio, e risolvere il cronico problema della scorsa stagione relativo all’uscita del pallone dalla difesa con più semplicità ma, come accade per centrocampisti e attaccanti, ci sono partite più adatte a determinati tipi di difensori piuttosto che ad altri. Un centrale come l’ormai ex numero 4 bianconero, per nulla malvagio con la palla tra i piedi e dalle ottime qualità difensive che abbiamo elencato subito, sarebbe stato utile in alcune partite in cui Bonucci è parso in difficoltà, avrebbe potuto sostituire Chiellini in occasioni nelle quali gli è stato invece preferito Rugani, ma soprattutto sarebbe stato FONDAMENTALE di qui in avanti, per permettere ad Allegri di far ruotare i centrali a disposizione senza incappare in cali di qualità. Il malumore di Benatia non nasce la settimana scorsa, piuttosto è andato formandosi progressivamente dopo le tante panchine consecutive; in casa Juventus l’evolversi della situazione non è stato monitorato, oppure lo si è fatto superficialmente, o ancora non è stato reputato prioritario. Ora la Juve, che non poteva non essere consapevole dell’impossibilità di reperire un centrale del livello di Benatia sul mercato a gennaio, si trova costretta a ripiegare su Caceres e pensa addirittura a un’altra soluzione tampone per sostituire temporaneamente Bonucci. Qui non parliamo di gratitudine, qui si parla di riconoscere a un calciatore il suo effettivo valore e di premiarlo offrendogli possibilità di dimostrarlo, con benefici che ricadono su di lui e su tutta la squadra. Benatia non è stato perso in un giorno, lo si è perso a ogni panchina, giornata dopo giornata, esclusione dopo esclusione. Ora ci troviamo a rimpiangerlo, e non potrebbe essere altrimenti: non ammetterlo, rifugiandosi dietro a scuse puerili come “tanto voleva andare via” o “tanto non giocava mai” non ci rende vicini alla società, quanto piuttosto superficiali com’è stata la gestione del difensore marocchino. Grazie Medhi, e scusaci. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2019/05/medhi-benatia.html
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MEDHI BENATIA https://it.wikipedia.org/wiki/Medhi_Benatia Nazione: Marocco Francia (Fino al 2003) Luogo di nascita: Courcouronnes (Francia) Data di nascita: 17.04.1987 Ruolo: Difensore Altezza: 189 cm Peso: 94 kg Nazionale Marocchino Soprannome: - Alla Juventus dal 2016 al 2019 Esordio: 27.08.2016 - Serie A - Lazio-Juventus 0-1 Ultima partita: 11.11.2018 - Serie A - Milan-Juventus 0-2 59 presenze - 5 reti 2 scudetti 2 coppe Italia 1 supercoppa italiana Medhi Amine Benatia El Moutaqui (Courcouronnes, 17 aprile 1987) è un ex calciatore francese naturalizzato marocchino, di ruolo difensore. Medhi Benatia Benatia in azione con la nazionale marocchina al campionato del mondo 2018 Nazionalità Francia Marocco (dal 2003) Altezza 189 cm Peso 94 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 9 dicembre 2021 Carriera Giovanili 2000-2002 INF Clairefontaine 2002-2003 Guingamp 2003-2006 Olympique Marsiglia Squadre di club 2004-2006 Olympique Marsiglia 2 12 (0) 2006-2007 → Tours 29 (0) 2007-2008 → Lorient 0 (0) 2008-2010 Clermont Foot 57 (2) 2010-2013 Udinese 80 (6) 2013-2014 Roma 33 (5) 2014-2016 Bayern Monaco 29 (2) 2016-2019 Juventus 59 (5) 2019-2021 Al-Duhail 38 (1) 2021 Fatih Karagümrük 6 (0) Nazionale 2003-2004 Francia U-17 7 (0) 2003-2004 Marocco U-17 1 (0) 2005-2007 Marocco U-20 4 (0) 2008-2019 Marocco 66 (2) Biografia Benatia è nato in Francia da padre marocchino e madre francese di origine algerina. Caratteristiche tecniche Di ruolo difensore centrale, è dotato di un'ottima personalità, oltre a essere elegante nei movimenti, veloce, atletico, aggressivo in marcatura e abile nei contrasti, in tackle, negli anticipi e nell'intercettare palloni grazie alla sua ottima lettura del gioco offensivo degli avversari. La sua forza fisica gli consente di essere bravo anche nei colpi di testa. Carriera Club Gli inizi Benatia muove i primi passi da calciatore nell'Évry e nel Créteil-Lusitanos, prima di entrare nella prestigiosa accademia di INF Clairefontaine. Decide di entrare nel settore giovanile dell'Olympique Marsiglia, dove rimane per più di quattro anni. Con lo scopo di fare esperienza, nel 2006 viene dato in prestito dapprima al Tours, dove disputa 29 partite, e nella stagione successiva al Lorient, dove tuttavia non scende mai in campo a causa di un grave infortunio al ginocchio. Clermont e Udinese Tornato a Marsiglia, non trova spazio nella squadra biancazzurra sicché nel giugno 2008 accetta il trasferimento a titolo definitivo al Clermont Foot, club di Ligue 2. Qui riesce a trovare continuità di rendimento e le sue prestazioni iniziano a destare l'interesse di vari club europei. Nel gennaio 2010 viene acquistato dagli italiani dell'Udinese per 500 000 euro, i quali decidono di farlo rimanere in prestito a Clermont sino a fine stagione. Benatia in allenamento all'Udinese nel 2011 Nell'estate seguente inizia l'esperienza a Udine, esordendo in bianconero l'11 settembre 2010 nella sconfitta 1-2 al Meazza contro l'Inter. Alla sesta giornata di campionato, il successivo 2 ottobre allo stadio Friuli contro il Cesena, segna al 2' di recupero il suo primo gol con la maglia friulana, che vale la vittoria 1-0 e pone fine a una striscia negativa dell'Udinese. All'ottava giornata, contro il Palermo, sigla la sua seconda rete stagionale, aprendo le marcature nel vittorioso 2-1 finale. Ritorna al gol il 13 marzo 2011, alla ventinovesima giornata, quando realizza il gol del vantaggio bianconero sul Cagliari nella trasferta del Sant'Elia poi vinta 4-0 dai friulani. L'Udinese termina la stagione al quarto posto della Serie A, accedendo ai preliminari di Champions League, piazzamento cui Benatia contribuisce con 34 partite e 3 gol. Nella stagione successiva, iniziata con l'eliminazione dalla Champions League e il ripescaggio in Europa League, realizza un'unica rete in campionato nella partita del 2 ottobre 2011 vinta 2-0 sul Bologna. Il 20 dello stesso mese sigla il suo primo gol nelle competizioni europee, nella vittoria 2-0 sugli spagnoli dell'Atlético Madrid (poi vincitore dell'edizione) valida per la fase a gironi di Europa League. Termina la stagione con un totale di 38 presenze e 2 gol che aiutano l'Udinese a raggiungere la quinta posizione della classifica, accedendo ai preliminari di Europa League. Roma e Bayern Monaco Nel luglio 2013 la Roma preleva il difensore dall'Udinese per 13,5 milioni di euro (comprensivi delle cessioni in comproprietà verso Udine dei calciatori Valerio Verre e Nico Lopez, rispettivamente per 2,5 e 1 milione). Debutta coi giallorossi il successivo 25 agosto, nella vittoriosa trasferta di campionato sul campo del Livorno (2-0). Il 25 settembre, nella gara esterna contro la Sampdoria vinta 2-0, segna la sua prima rete con la maglia dei capitolini. In questo inizio di stagione a Roma, contribuisce alla striscia-record di 10 successi consecutivi in Serie A, raggiunta dai giallorossi dopo la vittoria casalinga sul Chievo del 31 ottobre 2013. Il successivo 16 novembre entra nella lista dei 25 candidati al titolo di calciatore africano dell'anno, insieme al compagno di squadra Gervinho, dove viene inserito nella Top 11 continentale. Il 22 dicembre realizza al Catania una doppietta, in una partita finita 4-0 per i giallorossi. La positiva e unica stagione a Roma, conclusasi con 37 presenze e 5 reti, gli vale l'inserimento nell'ESM Team of the Year. Benatia in azione al Bayern Monaco nel 2014 Nell'agosto 2014 viene acquistato dal Bayern Monaco per 26 milioni di euro (più 4 di bonus). In Baviera vince per due volte il campionato tedesco, cui si aggiunge nella stagione 2015-2016 la Coppa di Germania, i primi trofei della carriera per il franco-marocchino; tuttavia non riesce a imporsi come titolare, sia per qualche infortunio di troppo, sia per la mancata fiducia accordatagli dall'allenatore Josep Guardiola, il tutto sommato anche a problemi di ambientamento in Germania. L'arrivo in rosa di Mats Hummels nell'estate 2016, di fatto preclude ulteriori spazi a Benatia, il quale lascia i Roten dopo due stagioni. Juventus e ultimi anni Nel luglio 2016, a fronte di un esborso di 3 milioni di euro, il giocatore torna in Italia approdando in prestito alla Juventus. Primo marocchino nella storia dei torinesi, esordisce in maglia bianconera il successivo 27 agosto, nella vittoriosa trasferta di campionato contro la Lazio (1-0). Il 10 marzo 2017 segna il suo primo gol juventino in Serie A, nella classica vinta per 2-1 contro il Milan allo Juventus Stadium. Frattanto il 12 maggio seguente il club piemontese riscatta il cartellino del giocatore dal Bayern Monaco per 17 milioni di euro. Tra il 17 e il 21 maggio, dapprima vince la sua prima Coppa Italia superando in finale la Lazio (2-0), e poi conquista il suo primo scudetto grazie alla vittoria casalinga contro il Crotone (3-0). Il 3 giugno partecipa inoltre alla sua prima finale di Champions League (senza tuttavia scendere in campo), poi persa dai bianconeri contro il Real Madrid (1-4). Benatia con la maglia della Juventus nel 2018 Dopo una stagione d'esordio globalmente positiva, ma che non lo vede tra gli inamovibili della squadra sia per la concorrenza nel ruolo, sia perché frenato da una serie di guai fisici, nell'annata seguente la sopravvenuta cessione di Leonardo Bonucci apre al marocchino maggiori spazi al centro della difesa bianconera. Al termine di un campionato che lo vede tra i punti fermi dell'undici titolare, bissa la conquista dello scudetto; infine il 9 maggio 2018, realizzando una doppietta, è tra i protagonisti della vittoriosa finale di Coppa Italia contro i rivali del Milan (4-0). Questo favorevole periodo va tuttavia a interrompersi nell'estate 2018, quando il ritorno a Torino di Bonucci relega nuovamente Benatia tra le seconde linee. Demotivato per le scarse possibilità d'impiego e spinto anche da ragioni extrasportive, nel gennaio 2019 chiede e ottiene la cessione all'Al-Duhail, che lo acquista per 8 milioni di euro (più bonus). Rimane in forza al club qatariota fino al giugno 2021, quando decide di non rinnovare il proprio contratto in scadenza, concludendo la sua esperienza a Doha con 66 presenze e 2 reti totale. Il 30 luglio dello stesso anno si accasa ai turchi del Fatih Karagümrük, club della Süper Lig. Rimane in rossonero per un semestre, giocando solamente 6 incontri fino al 9 dicembre 2021, giorno in cui annuncia il suo ritiro dal calcio giocato. Nazionale Ha iniziato a giocare per la nazionale giovanile francese (Under-17), dove ha disputato qualche partita. Successivamente gioca nelle varie nazionali giovanili marocchine, mentre il 19 novembre 2008 fa il suo debutto con la nazionale maggiore, giocando in un'amichevole contro lo Zambia. Il 4 giugno 2011 segna il suo primo gol internazionale nella partita contro l'Algeria. Dal 2013 si alterna la fascia di capitano dei marocchini assieme a Houssine Kharja, mentre dal 2015 diventa ufficialmente il capitano dei Leoni dell'Atlante. Il 15 marzo 2017 annuncia il temporaneo ritiro dalla rappresentativa marocchina a causa dello scarso impiego con la sua squadra di club, fatto che non riuscirebbe a garantirgli la giusta competitività; torna in nazionale nel successivo settembre, ed è poi convocato per il campionato del mondo 2018 in Russia (a cui il Marocco si qualifica anche grazie a un suo goal nello scontro diretto vinto 2-0 in trasferta contro la Costa d'Avorio), dove disputa le prime due partite del Marocco, eliminato al primo turno con un pareggio e due sconfitte. Successivamente disputa la Coppa d'Africa 2019, in cui scende in campo in 2 partite della Nazionale eliminata agli ottavi. Il 2 ottobre 2019, dopo 66 partite con 2 reti segnate all'attivo, decide di lasciare la Nazionale. Palmarès Club Campionato tedesco: 2 - Bayern Monaco: 2014-2015, 2015-2016 Coppa di Germania: 1 - Bayern Monaco: 2015-2016 Campionato italiano: 2 - Juventus: 2016-2017, 2017-2018 Coppa Italia: 2 - Juventus: 2016-2017, 2017-2018 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2018 Coppa dell'Emiro del Qatar: 1 - Al-Duhail: 2019 Campionato qatariota: 1 - Al-Duhail: 2019-2020 Individuale Africa Finest XI del Calciatore africano dell'anno: 1 - 2013 ESM Team of the Year: 1 - 2013-2014 CAF Team of the Year: 4 - 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2017-2018 Gran Galà del calcio AIC: 1 - Squadra dell'anno: 2014 Globe Soccer Awards: 1 - Premio speciale: 2014
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MARIO MANDZUKIC «È impossibile riassumere quattro anni e mezzo in un semplice arrivederci, ma spero abbiate visto la mia passione per questo club e per questa squadra in ogni singola partita che ho giocato per la Juventus. Un grande ringraziamento a Mr Allegri e a Mr Marotta per avermi voluto a Torino. È stato un privilegio giocare per la Juventus e gli ultimi mesi non cambieranno il rispetto e l’amore che provo per il club. Ringrazio tutti i compagni che ho avuto in queste stagioni, ho davvero apprezzato ogni singola battaglia con voi e abbiamo vinto la maggior parte di queste battaglie! Non dimenticherò tutte le vittorie e i trofei, frutto della nostra qualità, del duro lavoro e dello spirito di squadra. Un grande grazie anche allo staff che lavora dietro le quinte, allenatori, staff medico, fisioterapisti e ogni altra persona che si preoccupa che i giocatori della Juventus siano nelle migliori condizioni per avere successo. Infine, il ringraziamento più grande per i meravigliosi tifosi che sono la vera ragione per cui il club e così grande e vincente. Ho apprezzato davvero molto il sostegno che mi avete dimostrato fin dal primo giorno. Concludendo, ho sempre cercato di dare il massimo per i Bianconeri. Vi auguro il meglio! E per me, è tempo di un nuovo capitolo... Per sempre vostro, Mario». FRANCESCO QUADARELLA, CATENACCIOECONTROPIEDE.IT DEL 6 LUGLIO 2020 Se avesse visto il suo aspetto, la sua personalità e il suo modo di giocare, Ettore Scola avrebbe probabilmente arruolato istantaneamente Mario Mandzukic per il suo capolavoro del 1976 “Brutti, sporchi e cattivi”, in cui l’attaccante avrebbe potuto interpretare senza problemi uno dei ruoli della famiglia Mazzatella. Purtroppo per lui – oltre che per noi –, il croato nascerà solamente 10 anni dopo l’uscita del film. Precisamente nasce a Slavonski Brod, in Croazia, il 21 maggio 1986, ma calcisticamente non muove lì i suoi primi passi, perché, come in moltissime delle storie slave degli anni Novanta, si deve iniziare con una fuga dalla propria terra, uno sradicamento fisico dalle proprie radici, per sfuggire alle sanguinose guerre che ospitavano i Balcani in quegli anni e alle disastrose conseguenze che si ripercuotevano sui civili. I Mandzukic, quindi, decisero di scappare in Germania, nel Baden-Württemberg, a Ditzingen, a circa 20 km dalla capitale Stoccarda, e il giovanissimo Mario inizia a giocare nelle giovanili della squadra della città. Dopo quattro anni, a guerra conclusa e indipendenza croata ottenuta, i Mandzukic tornano a casa, e Mario può finalmente giocare nelle giovanili del Marsonia, la squadra della sua città natale, nonché la squadra che lo fa debuttare tra i professionisti, nella seconda divisione croata. Il ragazzo, appena maggiorenne, non è ancora calcisticamente formato, e gioca molto indietro rispetto alle posizioni che occuperà principalmente nella sua carriera, più a centrocampo che in attacco. Gli piace lottare in mezzo al campo e recuperare palloni, e sviluppa un’elasticità tattica che nel corso della sua carriera gli tornerà molto utile. Nonostante la posizione occupata, inizia a far intravedere delle importanti doti realizzative: alla sua prima stagione, infatti, segna 14 gol. In patria si inizia a parlare di lui, viene anche chiamato nell’Under-19 della Nazionale croata e anche lì mostra il suo talento, le sue prestazioni fanno rumore, Mario spicca sugli altri giocatori, e nel 2005 si trasferisce all’NK Zagabria, la meno nota ma più vecchia squadra della capitale. A Zagabria debutta nella prima divisione croata e inizia a giocare stabilmente da prima punta, nelle due stagioni con la maglia dei Pjesnici realizza 17 gol in 58 presenze. Nella stagione 2007/2008 la carriera di Mandzukic fa un ulteriore passo in avanti, viene infatti acquistato dalla prima squadra della capitale, nonché prima squadra del Paese, la Dinamo Zagabria. Nella stessa annata, dopo aver giocato ed esser andato in gol anche con l’Under-20 e l’Under-21, viene convocato dalla Nazionale maggiore, e anche lì ci mette poco a lasciare il suo timbro. Nei tre anni alla Dinamo diventa ancor più implacabile sotto porta, mette a segno 63 reti in 128 gare e colleziona nel palmarès i suoi primi trofei, tutti nazionali: 3 campionati, 2 coppe e 4 supercoppe. Mandzukic ha gli occhi di mezza Europa addosso, e nel 2010, come aveva fatto da bambino, decide di lasciare la Croazia per la Germania, questa volta fortunatamente non per questioni belliche. Ad attenderlo c’è un clima più rigido, Mario si trasferisce nel nord della Nazione, in Bassa Sassonia, precisamente nella città di Wolfsburg. Ad accoglierlo c’è il tecnico Steve McClaren – ex CT dell’Inghilterra –, che, nonostante la consacrazione in Croazia sia avvenuta da prima punta, lo schiera spesso sulla fascia, come esterno d’attacco e di centrocampo, perché, secondo il tecnico inglese, soffre la concorrenza di Edin Dzeko, altro attaccante roccioso classe ‘86 proveniente dall’est-Europa, che però porta già con sé una maggiore esperienza. Nonostante le scelte di campo, tra i due nascerà una buona amicizia, e viaggiando un po’ con la fantasia, sarebbe stato molto bello, calcisticamente parlando, vederli giocare insieme, per la stessa nazionale, al massimo dello splendore delle loro carriere, ma dobbiamo accontentarci di 6 sbiaditi mesi in quel di Wolfsburg. La confusione sulla panchina dei Wölfe è considerevole, e a poche gare dal termine c’è il serio rischio di retrocedere. Per evitare questo disastro il club richiama Felix Magath, l’eroe che 2 anni prima aveva miracolosamente portato i Lupi a vincere il campionato. Il tecnico tedesco sarà fondamentale per la crescita temperamentale di Mandzukic, sarà infatti in quegli anni che svilupperà la sua dedizione assoluta alla professionalità e temprerà il suo carattere, rude e scontroso ma sempre e solo al servizio del gioco e della squadra, saranno infatti rarissime in carriera le espulsioni per non esser riuscito a contenere la sua bruschezza, nonostante non si sia mai tirato indietro quando c’era da lottare. Oltre a smussarlo caratterialmente, Magath torna a far giocare Mandzukic come punta, e questa scelta ottiene sin da subito dei riscontri positivi: Mario, che fino a quel momento aveva segnato solo 1 gol, segna 7 reti in 6 gare e trascina il Wolfsburg alla salvezza. La mano di Magath si era fatta decisamente sentire. Nella stagione successiva Mandzukic segna 12 gol e serve 10 assist ai compagni, dimostrandosi una punta completa e terribilmente efficace, tra le migliori al mondo nel colpo di testa. Il Wolfsburg chiude l’anno all’ottavo posto, ma la sua avventura con i biancoverdi finisce lì, perché in Baviera si sono accorti di lui, e il Bayern Monaco decide di acquistarlo. Ancora una volta, come in Croazia, Mario sale un altro gradino, arrivando al top, e questa volta entra a far parte di una squadra che rappresenta l’élite europea, dalla quale Mandzukic si distaccherà solo sul finale di carriera. Nell’estate del trasferimento al Bayern, disputa la sua prima competizione internazionale con la Croazia, l’Europeo del 2012. La sua Nazionale, però, è parecchio sfortunata nel sorteggio, è costretta infatti ad affrontare un girone in cui ci sono Italia e Spagna, ovvero quelle che si riveleranno le finaliste del torneo. La vittoria con l’Irlanda e il pareggio con l’Italia non bastano, la Croazia esce ai gironi, ma lo fa a testa altissima, con 4 punti, 4 gol fatti e 3 subiti. Di quei 4 gol, Mandzukic ne segnerà 3, risultando capocannoniere a fine torneo nonostante le poche partite giocate, a pari merito però con altri cinque giocatori. Il pensiero iniziale del Bayern Monaco era quello di aver preso una riserva per Mario Gomez, ma nel corso della stagione, anche a causa dei problemi fisici del tedesco, riuscirà a superarlo nelle gerarchie di mister Heynckes e a divenire la punta titolare. La sua prima annata in Baviera è praticamente perfetta: mette a segno 22 gol e vince tutto quello che c’è da vincere. Conquista il treble, il primo nella storia del calcio teutonico, vincendo la sua prima Bundesliga, la sua prima Coppa di Germania, e soprattutto la Champions League, dopo aver battuto in finale il Borussia Dortmund di Jürgen Klopp, gara nella quale segna il primo gol dei bavaresi, prima del secondo e decisivo gol di Arjen Robben. In quel periodo, per la sua tenacia in campo, la sua continua interpretazione della gara come una lotta e l’asfissiante pressing sui difensori avversari, venne soprannominato dal suo ex compagno di squadra al Wolfsburg Brazzo Salihamidzic, Strassekämpfer, ovvero Street Fighter, come il famoso picchiaduro degli anni Novanta. Il capolavoro della prima stagione viene però soppiantato da quello che succede nella nuova: il Bayern rivoluziona, arriva Pep Guardiola. Come spesso accade, l’arrivo del tecnico spagnolo in un nuovo club prevede lo spodestare completamente il posto di giocatori che sembravano intoccabili, è successo al Barcellona con Ronaldinho, succederà al Manchester City con Yaya Touré, e al Bayern fu Mandzukic a esserne vittima. Per la dirigenza, però, il croato è un giocatore troppo importante, e decidono di tenerlo in rosa. Mandzukic prova in tutti i modi ad adattarsi alla filosofia del catalano, e sul campo i numeri parlano a suo favore, segna anche più dell’anno precedente, ma il feeling con l’allenatore non scatterà mai, e le cose precipiteranno nel finale di stagione. L’attaccante croato, in un’intervista rilasciata dopo l’addio al Bayern, accusò Guardiola di mancanza di rispetto nei suoi confronti, che al contrario aveva sempre rispettato lui e tutto il mondo Bayern. I motivi furono principalmente due: il non averlo convocato per la finale di Coppa di Germania, e l’averlo lasciato in panchina nelle ultime giornate di campionato – con il Meisterschale già in bacheca – solo per impedirgli di vincere il titolo di capocannoniere. Il caso vuole che il miglior marcatore stagionale, con due reti in più, sarà Robert Lewandowski, il giocatore che lo sostituirà. Mandzukic fa quindi le valigie e si trasferisce all’Atlético Madrid, alla corte del Cholo Simeone. Debutta e segna subito con i Colchoneros, decidendo il derby contro il Real Madrid nella Supercoppa di Spagna. Le premesse per fare bene ci sono tutte, il cholismo, al contrario del tiki-taka guardiolano, è una filosofia di gioco nella quale il croato può dare il suo massimo, ma l’annata non va come ci si poteva aspettare, l’Atlético è protagonista di una stagione mediocre. Mandzukic realizza comunque 20 gol e si conquista l’apprezzamento dei tifosi soprattutto per le battaglie senza esclusione di colpi con Sergio Ramos durante i derby madrileni. Mario, però, non rientra tra gli incedibili per la dirigenza, e dopo un’offerta reputata giusta per lui viene ceduto. Ad acquistarlo è una squadra italiana, la Juventus. Così come con l’Atlético, debutta segnando e vincendo la Supercoppa nazionale, insieme al suo compagno di reparto e anch’esso nuovo arrivato Paulo Dybala, con il quale costruirà sul campo un feeling particolare, oltre che con l’allora ventiduenne Paul Pogba, che gli fornirà diversi assist nel corso della stagione. Le premesse, ancora una volta, risultano beffarde. In campionato le cose non si mettono per niente bene, dopo 10 giornate la squadra di Allegri ha collezionato 3 vittorie, 3 pareggi e 4 sconfitte. Alla decima giornata, dopo la sconfitta contro il Sassuolo, sono davvero in pochi quelli che credono che la Juventus possa vincere quello scudetto. Mario, complice anche un infortunio, segna appena 1 gol, il suo primo in Serie A, nella vittoria contro l’Atalanta, e, come tutta la rosa, sta deludendo le aspettative. Ma qualcosa cambia, i veterani prendono in mano la squadra e nella partita successiva, quella del derby della Mole contro il Torino, la Juventus vince con un gol di Juan Cuadrado al 94’. Da quel momento fino alla trasferta di Firenze che regalerà lo scudetto ai bianconeri, la Juventus non perderà nessuna gara, e anzi, ne pareggerà solo una contro il Bologna, e vincerà tutte le altre, compiendo una rimonta insperata e miracolosa. Mario Mandzukic, nonostante qualche altro problema fisico che avrà nel corso della stagione, sarà uno dei protagonisti di questo miracolo, mettendo a segno 13 gol e diventando un giocatore tatticamente imprescindibile per Massimiliano Allegri. In Champions Mandzukic segna sia nella gara d’andata che in quella di ritorno contro il Manchester City, salta l’ultima gara del girone per influenza e la Juve crolla a Siviglia, passando clamorosamente il girone da seconda e incontrando subito una big agli ottavi, il Bayern Monaco. Mario sente molto questa gara, affronta i suoi ex compagni e soprattutto il suo ex allenatore Pep Guardiola, vuole aiutare i bianconeri a vincere. Nella gara d’andata, giocata allo Juventus Stadium, dopo 55 minuti, la Juventus è sotto di 2 reti: Müller e Robben, con un gol dei suoi. Ma la squadra torinese, presa sulle spalle dal suo numero 17, non si arrende, e trova prima l’1-2 di Dybala, su una grande imbeccata di Mandzukic, e poi il 2-2 con un gol a sorpresa di Stefano Sturaro, e in questo caso il croato confeziona l’hockey pass dell’azione. Mario, che rientrava da un problema muscolare che gli aveva fatto saltare cinque gare di campionato, è il trascinatore assoluto della Juventus, lotta come un leone per 90 minuti e non si risparmia mai quando c’è da battagliare, per conferme citofonare Robert Lewandowski. Ventuno giorni dopo, all’Allianz Arena di Monaco, si gioca il ritorno. La Juventus arriva alla gara orfana di Chiellini – che verrà convocato, ma resterà in panchina –, Marchisio e Dybala, e con un Mandzukic a mezzo servizio, visto che, nei giorni precedenti alla gara, ha riscontrato dei problemi muscolari. Per questo motivo, Allegri decide di tenerlo in panchina, e inserirlo al massimo a gara in corso se sarà necessario. I bianconeri, disegnati tatticamente da Allegri con un 5-4-1 e trascinati da un Morata in forma smagliante, giocano 60 minuti perfetti. Trovano due gol, il primo con Pogba e il secondo con Cuadrado, e hanno tantissime occasioni per chiudere definitivamente la gara, che però non vengono sfruttate. A 30 minuti dalla fine il Bayern inizia a spingere insistentemente, si fa sentire sempre di più e prova a riaprirla. Sul 2-0 per la Juve, Allegri, preoccupato dalla squadra che si stava arroccando troppo in difesa, inserisce Mandzukic per tenere su la palla, ma il risultato non è quello sperato. Mario, quasi per indole, oltre che per una condizione che non è delle migliori, si schiaccia sulla linea dei centrocampisti e di conseguenza gli avversari alzano il loro baricentro, diventando sempre più pericolosi, fino a quando non trovano il gol dell’1-2 con Lewandowski al 73′. La Juventus prova a resistere nell’ultimo quarto d’ora, ma al 91′ arriva il gol di Thomas Müller, che così come all’andata rimonta da 0-2 a 2-2, con la differenza che adesso ci sono a disposizione i supplementari. La Juventus, stanca fisicamente e psicologicamente, crolla sotto i colpi di Thiago Alcantara e Coman, e viene eliminata dalla competizione. L’estrema delusione di Mandzukic, come testimonierà Allegri anni dopo, si manifesta prepotentemente nelle settimane a seguire. Mario si sente l’assoluto responsabile per la sconfitta, diventa improvvisamente più silenzioso del solito e si isola dal gruppo all’interno dello spogliatoio, come per volersi punire. In pochi mesi si era creato un grande affetto tra lui, i compagni e i tifosi, e il pensiero di averli delusi lo straziava. Risponderà sul campo, nelle ultime gare del campionato, ma questa, per lui, rimarrà a lungo una ferita complicata da rimarginare. Nella stagione successiva, alla Juventus arriva Gonzalo Higuain, fresco di record di gol segnati in una singola stagione di Serie A nonché giocatore che rappresenta in quel momento il trasferimento più costoso nella storia della Juventus e della Serie A, e questo porta Mandzukic ad avere, almeno inizialmente, un ruolo più marginale all’interno dell’attacco bianconero. Allegri non può tenere fuori una macchina da gol come l’argentino, ma allo stesso tempo il croato è troppo importante per stare in panchina, Mandzukic è uno che si sacrifica ma che non si può sacrificare. Per farli condividere si inventa un 4-2-3-1 in cui Higuain fa la punta, e Mandzukic torna a ricoprire, dopo diversi anni, il ruolo di esterno sinistro d’attacco. Questa geniale mossa tattica rappresenta la chiave di volta per la Juventus, che con i due, Dybala e Cuadrado – o Dani Alves –, forma un attacco tatticamente perfetto. In questa posizione il croato riduce il numero di gol rispetto alla stagione precedente – andrà comunque in doppia cifra –, ma le sue lotte in mezzo al campo, i suoi recuperi in difesa, la sua corsa instancabile sulla fascia, il suo peso specifico in area di rigore, il suo pressing asfissiante sui difensori, la sua tenacia e la sua immensa leadership, lo rendono il giocatore più importante dello scacchiere bianconero per i meccanismi di gioco allegriani. La squadra rivince il campionato, rivince la Coppa Italia, e arriva in finale di Champions League, dopo aver sfoderato prestazioni epiche, su tutte la vittoria per 3-0 contro il Barcellona di Leo Messi. In quel di Cardiff, però, la Juve casca ancora una volta in quella che è la propria storica maledizione. Il primo tempo illude i bianconeri: gli ispanici passano in vantaggio con il solito Cristiano Ronaldo, ma Mandzukic pareggia i conti, segnando in rovesciata un gol imbarazzantemente bello – diventando uno dei tre calciatori, insieme al già citato Ronaldo e a Velibor Vasovic, ad aver segnato con due squadre diverse in una finale della massima competizione europea –; la squadra bianconera sembra essere in partita. Nel secondo tempo, però, complici dei possibili dissidi interni venuti fuori negli spogliatoi e un Cristiano Ronaldo in versione beast, la Juve viene travolta con un clamoroso 4-1. La terza stagione bianconera di Mandzukic, vissuta ancora principalmente da ala e solo parzialmente da punta, è una stagione di costanti. Vince ancora il campionato e vince ancora la Coppa Italia, ma alla costante delle vittorie nazionali si accompagna la costante delle delusioni europee, con il croato sempre protagonista e trascinatore di una squadra che quando esce dai propri confini sembra non riuscire a dare il proprio massimo. In Champions League, infatti, è ancora vittima del Real Madrid di Cristiano Ronaldo, questa volta ai quarti di finale. Dopo un sentenzioso 0-3 all’andata – partita nella quale CR7 segna probabilmente il gol più bello della sua carriera –, la Juve rischia di fare il miracolo al Bernabéu, ma perde la qualificazione all’ultimo minuto con un rigore del numero 7 dei blancos, per l’1-3 finale. In quella gara, studiata in maniera perfetta da Allegri, Mandzukic fu il leader offensivo della squadra, umiliando sulla sua fascia Dani Carvajal – uno dei perni assoluti del Real di Zidane –, sono infatti suoi i primi due gol della squadra torinese, che però risultano ancora una volta illusori. In estate arriva per lui e per i suoi compagni di Nazionale l’occasione che non si può sprecare, la talentuosa generazione croata dei Modric, dei Rakitic e dei Mandzukic è arrivata probabilmente all’ultima grande chiamata, quella dei Mondiali di Russia 2018. Era importante rendere orgogliosi i 4 milioni di croati presenti nel Paese e fare una buona figura, ma nessuno si sarebbe mai aspettato una spedizione così memorabile. La Croazia inizia il suo Mondiale in un girone per niente semplice, dove però ottiene 3 vittorie, contro la Nigeria, l’Islanda e soprattutto l’Argentina di Lionel Messi, che viene spazzata via con un netto 3-0. Nel prosieguo del percorso battono prima la Danimarca e poi i padroni di casa della Russia ai calci di rigore, e il destino sembra simile anche per la semifinale contro l’Inghilterra, che però viene risolta da un gol ai tempi supplementari di Mario Mandzukic, che porta la Croazia a giocare la prima finale della sua storia. Capire cosa significhi questo per un popolo appartenente a un paese piccolo e che ha visto la propria Nazionale, dopo l’exploit inaspettato del ‘98, eliminata ai gironi dei Mondiali 2002, 2006 e 2014, con in mezzo la non qualificazione del 2010, è praticamente impossibile. Quello che era riuscita a fare quella squadra, prima ancora della finale, era inspiegabile, molto più di un semplice traguardo sportivo. I croati erano uniti come mai lo erano stati prima. La finale vedrà la Francia vincere il suo secondo Mondiale, ma, al di là della banale retorica, l’orgoglio provato dai croati per la propria squadra rimase intatto anche dopo il triplice fischio finale, e la felicità di aver raggiunto quell’obiettivo e averne sfiorato uno forse troppo grande era incommensurabile. In quella partita finita 4-2 per i Blues, Mandzukic segna, quando ormai è troppo tardi, il suo trentatreesimo e ultimo gol con la maglia a scacchi, diventando il secondo goleador di sempre dopo Davor Suker. Nel frattempo, a Torino, la Juve ha portato in bianconero quello che per anni è stato il loro peggior incubo: Cristiano Ronaldo. Con la partenza di Higuain verso Milano, il croato si rivela un partner essenziale per il portoghese, e un elemento importante in area di rigore, decidendo spesso le partite contro le big del campionato italiano. Al termine dell’annata arriverà “solo” lo scudetto, il suo quarto consecutivo, e per sancire ancor di più l’amore tra lui e la Juventus, indosserà in 7 occasioni la fascia di capitano, tutto porta a prevedere che la carriera del croato si concluderà adornata dai colori bianconeri, come era anche nella volontà dello stesso Mandzukic. Quello che non era stato previsto, però, è un’altra rivoluzione che avrà lui come principale vittima, dopo quella del Bayern. La Juventus passa da Allegri a Sarri, e Mario passa dall’essere un giocatore inamovibile a essere un peso fuori rosa. La situazione che si era creata lo vede costretto ad andare via nel mercato di riparazione, lasciando la squadra nella quale ha dato e ricevuto di più in quanto ad affetto e non solo. Sceglie come meta il Qatar, attirato dal ricco stipendio che l’Al-Duhail era disposto a offrigli, ma dopo appena 572 minuti in campo e 1 gol, rescinde il proprio contratto con la squadra araba, e ora è pronto a navigare verso altri lidi per una nuova avventura che possa stimolarlo calcisticamente. Se si va a guardare la carriera di Mandzukic, lo spirito con il quale l’ha sempre condotta è praticamente opposto a quello che muove Giacinto Mazzatella, il protagonista della pellicola di Scola inizialmente citata. Il personaggio interpretato magistralmente da Nino Manfredi, infatti, mette i suoi soldi e la propria persona davanti a tutto, risultando egoista nei confronti della sua famiglia. L’attaccante croato, al contrario, ha sempre dato tutto quello che aveva per la propria squadra, per i propri allenatori e per i propri tifosi. Mario Mandzukic è sempre stato brutto, sporco e cattivo, ma solo per chi lo ha avuto contro. RICCARDO MITA, JUVENTIBUS.COM DEL 30 NOVEMBRE 2019 “L’ultima valigia e poi tutto cambierà e già qualcuno aspetta per portarti via di qua...” Cantava così Massimo Di Cataldo, icona della musica nostrana anni ‘90, che si presentò con questo testo dal titolo “Se adesso te ne vai” al festival di Sanremo del 1996, sì, proprio quel 1996, anno che ci vide per l’ultima volta sul tetto d’Europa. La canzone parlava di un amore finito, di un’agonia portata avanti per cercare di non buttare via tutto, nella speranza di un ripensamento, ma nella consapevolezza che ormai fosse tardi. Questa consapevolezza, noi juventini, la stiamo vivendo da qualche mese ormai; nel nostro caso la storia al capolinea è quella tra la Juventus e Mario Mandzukic, bomber capace di vincere ovunque sia andato, maestro del gioco aereo e uno degli “attaccanti d’area di rigore” più forti della sua generazione. Il croato, da punto inamovibile di mister Allegri è diventato – sì lo so è brutto chiamarlo così, ma al momento lo è – un esubero. L’ex Dinamo Zagabria, alla Juventus dalla stagione 2014/15, ha totalizzato 118 presenze e segnato 31 goal in bianconero. Numeri di tutto rispetto per uno dei giocatori più iconici della presidenza Andrea Agnelli. L’ex punta del Wolfsburg, (tra le diverse squadre in cui ha militato), ha rappresentato per noi tifosi un punto di riferimento, un giocatore pronto sempre a sacrificarsi e l’ultimo a uscire dal ring. Un calciatore che a 30 anni e passa si è messo a fare l’esterno d’attacco pur avendo quasi sempre indossato in carriera l’abito da punta centrale. Nonostante questo, prestazioni sempre di alto livello e goal importanti, soprattutto a grandi squadre, come a voler dimostrare la sua supremazia non solo fisica, ma decisamente mentale. Il suo goal più bello, manco a dirlo, la rovesciata in finale contro il Real Madrid... lancio di Bonucci da 40 metri verso Alex Sandro che rigira e trova Higuain, l’argentino fa sponda verso Marione che tenta la magia da posizione defilata e buca Keylor Navas. Un goal che sfida tutte le leggi della fisica, alcune le viola, ma Mario non lo sa e nel dubbio la butta dentro. Un’azione alla Holly e Benji, ma quel goal alla Hutton è frutto di un croato alto 1,90 m che tenta l’acrobazia da 12 m di distanza in una finale di Champions, e gli riesce. Come sia andata a finire quella partita lo sappiamo tutti e forse questo è l’unico ricordo da trattenere, non a caso firmato Mandzukic. Il destino del vice campione del mondo a Russia 2018, sembra ormai segnato, e la cosa più tragicomica – passatemi il termine – nella carriera di questo campione – così va chiamato perché lo merita – è l’epilogo di ogni esperienza. Mario, infatti, sembra sia sempre stato fatto partire con troppa facilità. Al Bayern, dopo aver vinto tutto da protagonista, complice anche l’arrivo di Lewandowski, fu costretto a fare le valigie e lasciare l’Allianz Arena per passare di fretta e furia all’Atletico Madrid. Qui nonostante la stima del cholo Simeone e una Supercoppa di Spagna vinta grazie a un suo goal al ritorno contro la solita vittima Real Madrid, dopo una sola stagione, viene lasciato tranquillo di proseguire da un’altra parte. Inizia quindi l’avventura in bianconero condita da 4 scudetti, 3 coppe Italia e 2 supercoppa di Lega, trionfi che l’hanno visto come uno dei principali fautori. In questi anni l’amore dei tifosi, la stima di tutti, e la passione di mister Allegri che lo avrebbe messo anche in porta. Quindi? Quindi stavolta finirà la carriera qui... Giusto? Macché sembra che tutto stia per finire anche stavolta. In questo caso non si deve dar colpa a scelte di mercato o mancanza di gratitudine, parola che nel calcio purtroppo ha poco peso, ma a uno stile di gioco di cui difficilmente potrebbe far parte. Sappiamo tutti infatti che nelle idee tattiche di Mister Sarri, il tecnico ex blues, prediliga giocatori più brevilinei sulle fasce e capaci di dare “strappi” durante diverse fasi della partita; senza pensare minimamente di togliere Ronaldo, libero di spostarsi partendo largo da sinistra. Per quanto riguarda il suo ruolo naturale da prima punta, qui il discorso è ancora più complesso. Al di là delle gerarchie, in cui Higuain veleggia, soprattutto in questo stato di grazia, subito dopo in quel ruolo troveremmo un Ronaldo accentrato “alla Allegri”, o un Dybala falso nueve, stile Sarri-Mertens per intenderci. Mandzukic quindi si ritrova dopo anni a non avere più una collocazione in campo, e questo lo porterà con ogni probabilità, alla soglia dei 34 anni, a cambiare di nuovo club. Si parla molto di Cina, si è parlato dello United che ora sembra essersi focalizzato sul talento Haland e si vocifera di un interessamento del Milan. Quale sia la sua destinazione poco importa, il dispiacere di vederlo andar via sarà naturale. Lui ha dato tanto a questa squadra e ha rappresentato la rinascita soprattutto in campo europeo. La qualità che più ci mancherà sarà la cattiveria agonistica, ingrediente che manca a molti dei nostri giocatori. Quello che mi sento di dire è grazie Mario per quello che ci hai fatto vedere. Spero che la tua carriera ti possa regalare ancora tante soddisfazioni, ciò che lascerai, se davvero dovessi andar via è una lezione: puoi essere il calciatore più forte, il più tecnico, il più elegante, il più veloce, ma se non hai un fuoco dentro che ti brucia, le partite che contano non sono per te... e tu Mario, nelle partite che contano, vai a fuoco. Chiudo come ho iniziato, con Massimo Di Cataldo, con una canzone vera, ma triste. Un po’ come questa bella storia che sta per tramontare. “E maledico il giorno che ci ha unito e questo che ti vede andare via, non mi rimane che un saluto abbasserò la testa e così sia...” ALEX CAMPANELLI, JUVENTIBUS.COM DEL 22 AGOSTO 2019 Mario Mandzukic non può essere definito un calciatore divisivo. Non si hanno notizie di suoi atteggiamenti, dentro e fuori dal campo, che possano destabilizzare l’ambiente, sul terreno di gioco è pronto ad adattarsi ai ruoli e compiti più svariati senza battere ciglio, con compagni e allenatore è tanto corretto e disponibile quanto aggressivo e battagliero nei confronti degli avversari. Eppure, gli ultimi mesi di Mandzukic in bianconero, le quali radici affondano in realtà all’inizio della stagione 2017/18, hanno letteralmente frammentato l’opinione del tifo bianconero, rendendo veramente difficile dare una dimensione reale delle sue 4 stagioni con la maglia della Juve. L’arrivo di Mandzukic in bianconero è una felice intuizione di Marotta e Paratici: partito Tevez, era impossibile sostituirlo con un giocatore dotato delle stesse caratteristiche, ecco allora sbarcare a Torino un attaccante che ne possedeva la classe e la tecnica di tiro, Dybala, e un altro che fosse in grado di ringhiare su ogni avversario ed eguagliarne l’impatto fisico, Mandzukic per l’appunto. Nell’inizio stagione più travagliato degli ultimi anni Allegri ci mette un po’ a trovare la quadratura, ma poi capisce che le qualità dei due si sposano alla perfezione e li mette davanti a Morata, probabilmente superiore a Mario come valore assoluto ma in quel momento meno funzionale a quella Juventus. Ne esce una stagione da 23 gol per Dybala, mentre Mario si accontenta di 13 segnature; resterà la sua annata più prolifica in bianconero. Nella stagione seguente l’arrivo a sorpresa di Higuain sembra poter relegare il croato a seconda scelta, invece MM gioca diverse partite da spalla del Pipita, prima del colpo di genio di Allegri che frutterà la seconda finale di Champions in 3 anni, per una delle Juventus complessivamente più convincenti degli ultimi anni: un 4-2-3-1 che vede Mandzukic, Dybala, Higuain e Cuadrado in campo tutti insieme, con Mario a far l’ala sinistra. L’epica che circonda Mario Mandzukic qui arriva ai livelli massimi, toccando l’apice col gol segnato al Real Madrid in finale, un capolavoro che, se la Juventus fosse uscita vincitrice, avrebbe proiettato il croato dritto nell’albo degli eroi bianconeri di ogni tempo. Le sue corse a mordere sulle caviglie degli avversari, i recuperi fino alla linea di fondo, le spallate e le sgomitate spalle alla porta, lo sguardo assassino contro i “nemici” della Juventus: tutte caratteristiche che fanno impazzire il popolo bianconero, il quale innalza il numero 17 a nuovo eroe. Poi qualcosa si rompe. Alla Juventus arrivano due esterni veri come Bernardeschi e Douglas Costa, l’opinione che “Mandzukic non possa ripetere una stagione così sfiancante” inizia a farsi strada, di colpo Mario l’eroe diventa un sopportato, si genera una corrente di pensiero che reputa stucchevoli tutti gli elementi che avevano fatto innamorare i tifosi, giudicate superflue nel momento in cui le prestazioni dell’ex Bayern non si rivelano più all’altezza della situazione. Il crollo del gradimento nei confronti di Mandzukic è proseguito nella stagione appena conclusasi: Mario che toglie spazio a Dybala da attaccante, Mario che impedisce alla Juventus di giocare bene a calcio, Mario che non segna mai ma deve giocare perché Allegri non ha il coraggio di toglierlo, Mario che non ne ha più ma non vuole ammetterlo e toglie spazio a compagni più meritevoli. Serve tanto, tanto equilibrio per parlare dell’esperienza in bianconero di Mandzukic. Nei 4 anni con la maglia della Juve, l’attaccante non si è mai rivelato un killer d’area di rigore, sempre oscillando tra i 10 e i 13 gol stagionali, ma è stato un giocatore estremamente poliedrico e funzionale. La sua abilità nell’aprire gli spazi ha dato vita al Dybala più prolifico di sempre, la sua intelligenza tattica e il suo spirito di abnegazione hanno permesso l’esistenza di una delle Juventus più sbilanciate di sempre, con Khedira-Pjanic in mezzo al campo, Dybala mezzapunta e Alves-Cuadrado sulla destra. Suo malgrado, non appena il deterioramento fisico (ostacolo quasi insormontabile per un giocatore delle sue caratteristiche) ne ha intaccato il rendimento, Mandzukic è rimasto prigioniero del suo stesso personaggio, della retorica che si era venuta a creare intorno a lui. La divisione su Mario Mandzukic ne ha generate di più ampie: chi lo reputa fondamentale viene considerato un discepolo di Allegri e nemico del bel calcio, quello predicato da coloro che ne invocavano la cessione a ogni prestazione opaca, per non parlare della dicotomia Dybala/Mandzukic, ritenuti “un giocatore senza palle, non da Juve” e “un carro armato senza piedi buono solo per le sponde” dai rispettivi detrattori. Mario Mandzukic, suo malgrado, ha tirato fuori il peggio del tifo bianconero, alimentandone la ghettizzazione. Vanno dunque ricordati i gol decisivi in Champions League (City, Monaco, Sporting, due volte Real) e in campionato, fasti del suo periodo fisicamente più brillante, la generosità anche nei momenti più complicati, lo spirito di sacrificio e la genuinità con cui Mandzukic è diventato un calciatore juventino, non un calciatore della Juventus. Per il momento però dobbiamo fermarci qui; solo il tempo ci donerà un’esatta percezione del Mandzukic bianconero, provare a giudicarlo ora scatenerebbe soltanto altre guerre di religione. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/mario-mandzukic.html
