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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. NICOLA RAGAGNIN Nazione: Italia Luogo di nascita: Mestre (Venezia) Data di nascita: 18.05.1972 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1992 al 1993 Esordio: 10.12.1992 - Coppa Uefa - Juventus-Sigma Olomouc 5-0 1 presenza - 0 reti 1 coppa Uefa Club career 07/2004 - 06/2005 FC Canavese Midfielder 07/2002 - 06/2004 Ivrea Midfielder 07/2001 - 06/2002 FC Canavese Midfielder 07/1995 - 06/1999 Pro Vercelli Midfielder 07/1994 - 06/1995 Ospitaletto Midfielder 01/1994 - 06/1994 Reggina Calcio Midfielder 07/1993 - 12/1993 Ancona Calcio Midfielder 07/1992 - 06/1993 Juventus Midfielder https://www.worldfootball.net/player_summary/nicola-ragagnin/
  2. SALVATORE AVALLONE https://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Avallone Nazione: Italia Luogo di nascita: Salerno Data di nascita: 30.08.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 73 kg Soprannome: Sasá Alla Juventus dal 1988 al 1990 Esordio: 21.03.1990 - Coppa Uefa - Juventus-Amburgo 1-2 Ultima partita: 16.05.1990 - Coppa Uefa - Fiorentina-Juventus 0-0 4 presenze - 0 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Salvatore Avallone, noto anche con lo pseudonimo di Sasà (Salerno, 30 agosto 1969), è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista, team manager della Salernitana. Salvatore Avallone Avallone alla Juventus nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2006 - giocatore Carriera Giovanili 1984-1986 Lazio Squadre di club 1986-1988 Valdiano '85 39 (1) 1988-1990 Juventus 4 (0) 1990-1991 Avellino 10 (0) 1991-1992 Casale 14 (0) 1992-1997 Alessandria 138 (1) 1997-2002 Nocerina 136 (0) 2002-2004 Varese 56 (0) 2004-2006 Juve Stabia 35 (0) Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Lazio, Avallone deve la sua notorietà alla vittoria della Coppa UEFA 1989-1990 con la Juventus: al 72' della finale di ritorno contro la Fiorentina, l'allenatore Dino Zoff lo inserisce in sostituzione di Rui Barros, dopo aver esordito nella competizione poche settimane prima, nei quarti di ritorno contro l'Amburgo. In quella stagione colleziona anche due spezzoni di gara in Serie A, esordendo l'8 aprile 1990 in Juventus-Cremonese 4-0. Vanta pure dieci presenze in Serie B con l'Avellino nella stagione 1990-1991. La sua carriera prosegue nelle serie inferiori: C1 con Alessandria, Nocerina e Varese. Negli ultimi due anni veste la maglia della Juve Stabia, ottenendo la promozione dalla Serie C2 grazie al ripescaggio nella prima stagione e nella seconda, in Serie C1, si salva solo ai play-out. Dirigente In seguito al suo addio al calcio giocato, ha prima svolto il ruolo di team manager nella Salernitana, squadra di Serie A, per poi fare il dirigente del Messina con il collega Angelo Fabiani in Serie D (anche quest'ultimo in precedenza a Salerno). Dalla stagione 2010-2011 è il direttore sportivo del Sorrento. Dalla stagione 2014-2015 riassume l'incarico di team manager nella Salernitana, nel frattempo scivolata in Lega Pro, dopo che l'anno precedente aveva lavorato come dirigente alla Juve Stabia in serie cadetta. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
  3. HUGO DANIEL RUBINI https://it.wikipedia.org/wiki/Hugo_Rubini Nazione: Argentina Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 07.11.1969 Ruolo: Portiere Altezza: 182 cm Peso: 80 kg Soprannome: Puma di Baires Alla Juventus dal 1988 al 1989 0 presenze - 0 reti subite Hugo Daniel Rubini (Buenos Aires, 7 novembre 1969) è un ex calciatore argentino con passaporto italiano, di ruolo portiere. Hugo Rubini Nazionalità Argentina Altezza 182 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 2008 Carriera Giovanili ????-1986 River Plate Squadre di club 1986-1988 Viterbese 31 (-13) 1988-1989 Juventus 0 (0) 1989-1991 Tempio 26 (-24) 1991-1993 Casale 33 (-26) 1993-1996 Fiorenzuola 90 (-81) 1996-1998 Ravenna 73 (-73) 1998-1999 Ancona 34 (-41) 1999-2006 Spezia 159 (-115) 2006-2007 Forte dei Marmi 29 (-37) 2007-2008 Carrarese 32 (-40) Caratteristiche tecniche Rubini era un portiere particolarmente abile nel gioco acrobatico, sia tra i pali, sia in uscita, e nel neutralizzare i calci di rigore. Per queste doti era soprannominato dai tifosi Puma di Baires. Carriera Di lontane origini italiane, inizia a giocare nelle giovanili del River Plate, alla scuola di Amadeo Carrizo, arrivando ad essere il terzo portiere dietro Nery Pumpido e Sergio Goycochea. Nella formazione platense non riesce ad esordire in prima squadra, anche a causa di un infortunio che gli preclude il debutto in assenza dei due titolari, e viene scavalcato nelle gerarchie da José Miguel; si trasferisce perciò in Italia, alla Viterbese, grazie alla mediazione di Omar Sívori, rimanendovi per due stagioni tra i dilettanti. Nel 1988 approda alla Juventus, a seguito di una positiva prestazione in un'amichevole contro i bianconeri: qui è il terzo portiere dietro Stefano Tacconi e Luciano Bodini. Nelle annate successive milita in Serie C1 e Serie C2: passa al Tempio (dapprima in prestito e poi a titolo definitivo), alternandosi a Daniele Balli, e poi al Casale, dove guadagna il posto da titolare nella seconda stagione. Nell'estate 1993 approda al Fiorenzuola, in Serie C1, acquistato per 200 milioni di lire: difende i pali della formazione valdardese per tre stagioni di terza serie, sfiorando la promozione in Serie B nel 1995, quando perde ai rigori la finale playoff contro la Pistoiese. Nel 1996, dopo aver mancato i playoff, viene ceduto in Serie B, al Ravenna: qui rimane per due annate come titolare nella serie cadetta, collezionando 73 presenze in campionato. Dopo una stagione in Serie C1 all'Ancona, nel 1999 accetta un ulteriore declassamento trasferendosi allo Spezia, in Serie C2. Vi rimane per sette anni consecutivi, in cui indossa anche la fascia di capitano; nella prima stagione ottiene la promozione in Serie C1 e nell'ultima (tormentata da problemi di pubalgia che limitano le sue presenze a 5) la promozione in Serie B. Gioca da titolare anche nelle due partite di Supercoppa di Serie C1, vinta contro il Napoli. Nell'estate 2006, non riconfermato dagli Aquilotti, scende in Serie D disputando una stagione nel Forte dei Marmi, prima di chiudere la carriera alle soglie dei 40 anni con un'annata tra i professionisti, nella Carrarese. Al termine del campionato abbandona l'attività agonsitica, anche a causa di problemi al tendine d'Achille. Dopo il ritiro Lasciato definitivamente il mondo del calcio, dal 2008 torna a Buenos Aires aprendo un bar con i suoi familiari. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia Serie C: 1 - Spezia: 2004-2005 Campionato italiano Serie C1: 1 - Spezia: 2005-2006 Campionato italiano Serie C2: 1 - Spezia: 1999-2000 Supercoppa di Serie C1: 1 - Spezia: 2005-2006
  4. IAN RUSH Nasce a Saint Asaph, nel Galles, il 20 ottobre 1961, Arriva alla Juventus nell’estate del 1987 con la fama di miglior attaccante del mondo, in virtù delle valanghe di goal segnati con il Liverpool (alla fine della sua carriera saranno 346 in 658 partite) e dei numerosi trofei sollevati, fra cui la Scarpa d’oro. Prenotato dalla squadra bianconera, che vince la concorrenza dei maggiori club europei, un anno prima è destinato a far coppia con Platini, per riproporre grandi coppie del passato, in particolare quella composta da Sivori e da Charles.Il gallese, che dovrebbe rinverdire le gesta del suo conterraneo Charles, arriva alla Juventus nel suo momento peggiore, con una squadra rinnovata e, soprattutto, segnata profondamente dal ritiro di Platini. Non c’è più nemmeno Trapattoni, al suo posto siede Marchesi e Ian fatica tantissimo a inserirsi in schemi molto diversi da quelli di Liverpool. Marchesi chiede alla squadra di difendersi, prima di tutto, obbligando Laudrup a fare il terzino. Il resto della squadra non è un granché, gli eroi di mille battaglie sono stanchi e i nuovi non sono all’altezza dei sostituti.Rush non riesce ad adattarsi all’Italia, sono molti i ritardi accumulati nel presentarsi agli allenamenti, (gli costeranno alcuni milioni di multa) e accusa pure continui malanni che ne rallentano l’inserimento, come l’infortunio accorsogli poco prima dell’inizio del campionato e che lo tiene lontano dal campo per circa un mese. Discontinuo, quando è in giornata è irresistibile: se ne accorge il Pescara di Leo Junior alla terza giornata, affondato da 2 goal del gallese (mentre in Coppa Italia gliene rifila cinque in due partite!) e pure l’Avellino, liquidato con tre reti, una delle quali firmata dal centravanti venuto da Liverpool.Segna anche contro all’Empoli e all’Ascoli, ma è contro il Torino che Rush dà il meglio di sé, segnando sia all’andata che al ritorno e mettendo il proprio sigillo anche nello spareggio per l’ammissione alla Coppa Uefa, risolto ai calci di rigore proprio dal gallese. Rush, alla fine della stagione, ritorna al campionato inglese, sicuramente più adatto alle sue caratteristiche, ma lasciando la sensazione che, se avesse trovato un’altra Juventus, la sua storia avrebbe potuto essere raccontata in modo diverso.«Sono arrivato in Italia nel momento in cui si ritirava Platini, e mi mandano via adesso che arriva Zavarov. Peccato, perché questa Juventus mi piace davvero, è diversa rispetto a quella dell’anno passato, fatta di uomini più esperti, anche se da scoprire, comunque non provenienti da squadre abituate a lottare per non retrocedere. Lo stesso Marocchi, che arriva dalla Serie B, viene da una squadra che ha sempre giocato all’attacco. È cambiato l’allenatore, se ne è andato Marchesi, con il quale non avevo trovato un’immediata comunicabilità: anzi, non ho neanche mai capito a che ora fissava, giorno per giorno, gli allenamenti. È stata un’impresa, per me, anche questa. Torno al Liverpool, il massimo, anche perché la mia ex squadra si è rinforzata ulteriormente da quando me ne sono andato. E stanno rinforzando anche i botteghini: da quando hanno annunciato il mio rientro stanno esaurendo gli abbonamenti, c’è la coda in strada, insomma, all’Anfield non aspettano altro che il sottoscritto, Alla Juventus invece la situazione mi sembrava diversa. In Italia, la gente ti parla come se fosse tua amica, poi se ne vanno e ti piantano un coltello nella schiena. Quando la Juventus giocava fuori casa, era ovvio che bastava il pareggio. Vedevo pochissimi palloni e, in queste condizioni, era difficile fare molto. Stranamente, per una squadra italiana, la Juventus giocava con palloni lunghi e alti nella speranza che io, in quanto britannico, amassi i contrasti aerei. Non capisco, il colpo di testa non è mai stato il mio forte. Per me sarebbe stato più semplice giocare con il pallone a terra. Mi sono rivolto ai vecchi amici per chiedere aiuto, ne avevo bisogno, cominciavo a essere veramente preoccupato. Souness mi ha impedito di impazzire, mi ha convinto che sono ancora capace di giocare. Mi ha parlato della mentalità italiana. Tutto è esagerato: la vittoria, la sconfitta, i goal. Si sono scritte molte bugie sul mio conto, ma i problemi sono stati quasi esclusivamente di natura tecnica. Mi piaceva la cucina italiana, scoprire un altro stile di vita. Ho anche preso lezioni di italiano. Ma la prima cosa da tenere presente è che in Italia non ci sono grandi attori o stelle del rock. La voce di Robert Redford è doppiata, e quindi come è possibile identificarsi con lui? Per cui, tutti si rivolgono al calcio. Noi calciatori siamo i numeri uno nei loro pensieri, le nostre vite sono esaminate minuto per minuto. Tutti si sentono degli esperti: il parcheggiatore, il barista, il cameriere, tutti. A volte dovevo fermarmi e convincermi che non era vero, ma invece era proprio così. Pochi giorni prima ero a Liverpool, lavorando duramente, segnando dei goal e bevendo qualcosa con i compagni dopo la partita. Alla Juventus, dopo la partita, non c’era nulla: la doccia, lo spogliatoio, e poi via. Ma forse sarebbe difficile fare due chiacchiere con qualcuno che ti ha sputato in faccia per novanta minuti. E così bisogna tenersi tutto dentro: i pensieri buoni e cattivi, le tensioni. È a questo punto che ho capito quanto mi mancava il Liverpool».DA “HO CONOSCIUTO LA SIGNORA” DI ANGELO CAROLIAlla Juventus, esattamente trenta anni dopo John Charles, arriva un altro fenomeno gallese. Il gigante di Swansea era stato acquistato da Umberto Agnelli nella primavera del 1957. Ora la “Signora” si appella al volpino Ian, baffetti ben curati e impertinenti, occhi svegli, giocatore incredibilmente rapace. Ha il fiuto e i gesti repentini del puma. La scelta sul gallese del Liverpool nasce da una necessità, avere un cannoniere implacabile, e dalle relazioni molto amichevoli che si sono instaurate fra i due club dopo la tragedia dell’Heysel. Boniperti e Giuliano parlano spesso con il manager Robinson e con il presidente Smith.Nella primavera del 1986 c’è l’aggancio ufficiale. Teatro delle operazioni è Londra, stupenda e viva come sempre. Ian è felice di incontrarsi con i dirigenti bianconeri. Il gallese è rappresentato dall’avvocato Dean. Le proposte della Juventus sono concrete e allettanti. Rush ne prende atto, sorride, accarezza i baffi e lascia aperto più di uno spiraglio per condurre a termine l’operazione più importante della sua vita, C’è da vincere la resistenza della fidanzata Tracey.In fasi successive, il giocatore del Liverpool mantiene continui contatti telefonici con la Juventus. Finché, ai primi di giugno del 1986 decide di accettare le proposte di Boniperti. Vola a Torino e firma il contratto: 550 milioni lordi di lire all’anno per un triennio, più la garanzia di un premio minimo di 125 milioni lordi a stagione. Al Liverpool vanno due milioni e 750.000 sterline, pari a circa sei miliardi di lire da pagarsi in due anni. L’esito della trattativa è soddisfacente per entrambe le parti. Giuliano mi dice: «La determinazione è il particolare che più colpisce del giocatore».Rush saluta il Liverpool dopo sette anni scanditi da valanghe di goal. 205 in sette anni e in circa 330 partite fra coppe e campionato. La prima rete nei “Reds” la mette a segno nel 1981, contro i finlandesi del Pollosura (Coppa dei Campioni). L’ultima, nel giorno dell’addio alla Gran Bretagna, contro il Chelsea. Quello realizzato al Chelsea è il trentesimo in campionato. La cifra complessiva stagionale è di quaranta bersagli, più i due nella Nazionale.Rush disputa, il 25 aprile del 1987, l’ultimo derby (il ventesimo personale) fra Liverpool ed Everton (che è campione d’Inghilterra). Il palcoscenico è l’Anfield Road. Applaudito da una folla in delirio, riesce nell’exploit di eguagliare il leggendario Dixie Dean, esecutore storico nei derby di Liverpool degli anni Venti con diciannove bersagli. Al termine del match, la folla saluta Rush con affetto, mazzi di fiori volano dagli spalti. È lontano il dicembre del 1986, quando Ian ha una leggera crisi, dovuta sempre alle ultime riserve della fidanzata Tracey, un po’ turbata dall’idea di dover lasciare l’Inghilterra e Liverpool. Tracey viene a Torino il 22 maggio, visita la città e compie un sopralluogo in collina, dove andrà a vivere con Ian. È entusiasta della gente e della città. Il matrimonio si celebra il 3 luglio a Flint.Ian appartiene a una famiglia molto numerosa. Dall’unione tra Francis Rush (operaio alle acciaierie Shotton) e Doris nascono, infatti, dieci figli, sei maschi, Graham, Gerald, Peter, Francis junior, Steve e Ian, e quattro femmine, Janette, Pauline, Carol e Susan. Il culto della tradizione e del rispetto per il prossimo unisce la famiglia, che vive a Flint, in mezzo al verde lucido dei prati senza fine, dove spuntano più cavalli che fiori.Ian nasce il 20 ottobre del 1961 a St.Asaph in Galles. Gioca nel Chester fino al 1980, poi passa al Liverpool per 300.000 sterline. Con i “Reds” vince quattro campionati inglesi, una Coppa d’lnghilterra, due di Lega, una Coppa dei Campioni. Nel 1984 riceve la Scarpa d’oro come miglior goleador d’Europa, con trentadue reti all’attivo.L’ultima volta che è venuto in Italia, John Charles mi ha detto: «Ian è più bravo di me e segnerà di più. Non esiste al mondo un cannoniere che conosca come lui l’arte di andare in rete».A Rush l’Italia piace e non fa solo sfoggio di diplomazia quando ripete che: «La Juventus rappresenta un grosso obiettivo, poiché come il Liverpool vuol dire serietà e stile, successo e tradizione: e siccome so che i tifosi bianconeri ci tengono a vincere una seconda Coppa dei Campioni, farò l’impossibile per regalargliene una. Mi auguro che fa Juventus, nel 1990, mi rinnovi il contratto per altri due o tre anni. Mi dispiace molto che Platini abbia lasciato il calcio, chissà quanti assist avrebbe preparato per me!»Quando parla della tragica notte di Bruxelles, Ian si fa triste: «Da allora ho sperato che un giorno i tifosi del Liverpool e della Juventus si potessero unire in un abbraccio affettuoso e sincero. Mi auguro che ciò accada presto, molto presto. So che in Italia potrò contare sul caldo sostegno dei nuovi tifosi. Mi dà comunque conforto sapere che anche i vecchi supporter del Liverpool mi saranno vicini con il pensiero, mi hanno promesso eterno affetto. Ho conosciuto l’avvocato Giovanni Agnelli e Giampiero Boniperti, sono dirigenti davvero eccezionali. Il presidente ha sempre voglia di vincere. Non potevo avere stimolo migliore. Come ricompensarli? Con la musica sempre gradevole, dei goal».Ian Rush racconta, in un libro autobiografico, che a cinque anni fu colpito da una forma di meningite, rimase in coma qualche giorno, con febbre molto alta, solo con la borsa del ghiaccio mamma Doris riusciva a dargli sollievo. Poi, la guarigione completa. Ian ha trascorso un’infanzia movimentata, era uno scavezzacollo, saltava spesso le lezioni a scuola, litigava e si azzuffava con i coetanei, ha trascorso persino una notte nella prigione di Flint, ha guidato senza patente, prendeva solenni sbronze nei pub, usciva all’aria gelida della notte con la pancia piena di birra.Racconta nel libro curato da Ken Goran: «Con una gang una sera abbiamo rubato in un emporio alcuni distintivi da infilare nell’occhiello del cappotto. Una bravata. Ci presero. Finii in tribunale, provai un senso di disgusto, ero minorenne e fui rilasciato. Mi dettero due anni con la condizionale. È stata per me una lezione molto salutare».Rush ama il cricket, il golf, il biliardo, l’ippica e le auto sportive. Ian da giovanissimo ha giocato anche a rugby e a hockey. Il football gli è penetrato nel sangue, come spiega la sua storia, che è oramai nota. Sono, infatti, acclamati il suo impetuoso fiuto del goal, la straordinaria scelta di tempo, la concretezza, la tecnica essenziale, il gioco di testa dirompente, il tiro forte con entrambi i piedi, lo scatto bruciante, quel muoversi sornione negli spazi stretti e intelligente in quelli ampi, l’astuzia nel coltivare in ogni gesto atletico la speranza, contro le speranze altrui, del successo personale del goal. È un bellissimo esemplare di attaccante, da sostenere con schemi continui e aggiranti. Il Liverpool ha costruito e imposto in Gran Bretagna una formula con il gioco di rimessa, con repliche alimentate però attraverso la partecipazione corale, con la squadra mai disunita e disarticolata. La Juventus dovrà sostenere l’azione di Rush allo stesso modo.Ma la squadra di Marchesi non sostiene Rush né con manovre aggiranti né con schemi corali. Ian appare come un corpo estraneo, quasi staccato dalla squadra. Sono esigui i palloni che gli sono indirizzati da fondo campo. Ben poco gli viene servito dalle zone laterali, se si eccettuano i rari traversoni di De Agostini oppure di Cabrini. E anche se il gallese fa ben poco per mettersi al servizio del collettivo, i colleghi non lo sostengono come si conviene. E si vive in una sorta di equivoco, non voluto da nessuno ma che diventa quasi fisiologico. Il gioco di Rush è basato sull’intuizione rapinosa, sulla ricerca dello spazio vincente. Però gli spazi gli si restringono davanti. E quando dopo un lungo infortunio segna due goal al Pescara, i tifosi sono convinti di avere davanti le immagini che il gallese aveva regalato a Liverpool, l’irrequieta città dei Beatles. Ma una rondine non fa primavera, Ian fallisce clamorosamente.Terminato il campionato, la Juventus va in ritiro nel verde smeraldo di Buochs. Rush non arriva. È a Flynt in Galles, colpito da varicella, una malattia esantematica di cui per solito si è vittime nell’infanzia. Il medico sociale, dottor Bosio, parteper la Gran Bretagna. Vuole constatare l’entità del male. Ma Ian, proprio come i brasiliani, soffre anche di nostalgia. Chiede alla Juventus di lasciarlo andare e al Liverpool di accoglierlo di nuovo nei suoi ranghi. Pochi sono i tifosi bianconeri che lo rimpiangono. Un secondo anno lo avremmo rivisto volentieri, se non altro per concedergli quella prova d’appello che non si nega a nessuno. I rapporti tra Juventus e Liverpool sono ottimi e il ritorno di Ian in Inghilterra da nostalgico sogno si trasforma in realtà. Dalglish si riprende quello che definisce un suo gioiello.VLADIMIRO CAMINITIChe avesse predisposizione per il goal, lo testimoniavano le sue irripetibili prodezze prima con il Chester e poi soprattutto con il Liverpool, arrivando a conquistare la Scarpa d’oro come più forte bomber d’Europa e conseguentemente del mondo. La Juventus lo ingaggia anche nel ricordo del mito, big John Charles; Ian Rush arriva e squillano le trombe. È un grande acquisto. Anche perché viene per colmare il vuoto lasciato da quello che l’Avvocato ritiene il più grande di sempre, ovverosia Michel Platini. Sono stati ceduti Briaschi, Caricola, Manfredonia, Pioli, Serena e Soldà, la rifondazione è profonda ma obbedisce ai postulati “bonipertiani”; con il gallese, arrivano Alessio, Bruno, De Agostini, Magrin, Napoli e Tricella. Teoricamente nessuno di questi calciatori sembra destinato a fallire, nell’impatto con la grande squadra. Tutti sono stati scelti con la massima attenzione. Ma le cose del calcio, che è una faccia della vita, non seguono regole precise. Comincia il campionato e sembra che Ian Rush fatichi a inserirsi nel contesto generale della squadra, affidata per il secondo anno a Rino Marchesi, raffinato quanto sfortunato e triste allenatore, non ne azzecca proprio una. Esattamente come la Scarpa d’Oro. Rush, anziché sgroppare inafferrabile, anziché fiondare in goal i suoi tiri perfetti, le sue testate assassine, piomba in una crisi inspiegabile, gli riesce tutto difficile, si intorpidisce il suo spirito e si incupisce nella sfera privata, riflettendo in campo quella che è una sua personalissima involuzione. Rino Marchesi non può farci nulla. Se anche l’attaccante è forte, e lo ribadirà rientrando alla base, nel nostro campionato non incide più di tanto; la squadra finisce sesta, abbastanza ingloriosamente; Boniperti decide di dare il via a un’ennesima rivoluzione, optando per il russo Zavarov e il piccolo, rampante portoghese Rui Barros. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/ian-rush.html
  5. IAN RUSH https://it.wikipedia.org/wiki/Ian_Rush Nazione: Galles Luogo di nascita: St. Asaph Data di nascita: 20.10.1961 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 79 kg Nazionale Gallese Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 23.05.1988 - Spareggio Uefa - Torino-Juventus 0-0 40 presenze - 13 reti M.B.E. Ian James Rush (St Asaph, 20 ottobre 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore gallese, di ruolo centravanti. Ian Rush Ian Rush nel 2010 Nazionalità Galles Altezza 181 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex Attaccante) Termine carriera 2000 - giocatore Carriera Squadre di club 1979-1980 Chester City 34 (14) 1980-1987 Liverpool 224 (139) 1987-1988 Juventus 40 (13) 1988-1996 Liverpool 245 (90) 1996-1997 Leeds Utd 36 (3) 1997-1998 Newcastle Utd 10 (0) 1998 → Sheffield Utd 4 (0) 1998-1999 Wrexham 18 (0) 1999-2000 Sydney Olympic 2 (1) Nazionale 1980-1996 Galles 73 (28) 1979-1980 Galles U-21 2 (0) Carriera da allenatore 2004-2005 Chester City Carriera Club Inizi Cresce nella piccola città di Flint, nella contea di Flintshire, nord-est del Galles. Inizia a giocare a calcio a livello scolastico presso la San Richard Gwyn Catholic High School di Flint dove, con 79 reti, stabilisce il record di gol del campionato scolastico del Galles settentrionale. Tale record viene superato soltanto nel 1998 da Michael Owen che ne realizzerà 92. Chester Dopo aver lasciato la San Richard Gwyn Catholic High School, nel 1978 si trasferisce al Chester. Dopo aver giocato per un periodo nelle giovanili, viene promosso in prima squadra che allora disputava il campionato di Third Division. Fa il suo debutto, come centrocampista, nell'aprile del 1979 nella partita pareggiata per 2-2 contro lo Sheffield Wednesday. Nella stagione successiva viene schierato come centravanti e il 15 settembre 1979 segna il suo primo gol contro il Gillingham. Il 5 gennaio 1980, a 18 anni, segnò uno dei due gol che consentirono al Chester di sconfiggere il Newcastle, allora militante in Second Division, nel terzo turno di FA Cup. Nell'aprile del 1980 Bob Paisley, manager del Liverpool, decide di puntare sul giocatore e Rush viene acquistato dai Reds per 300 000 sterline. Si trattava della cifra più alta pagata fino ad allora per il trasferimento di un giocatore così giovane. Lascia il Chester dopo aver segnato 14 gol in 34 partite. Liverpool Debutta con la maglia dei reds il 13 dicembre 1980 entrando al posto dell'infortunato Kenny Dalglish nel corso della partita pareggiata per 1-1 contro l'Ipswich. Nel corso della sua prima stagione ad Anfield disputa 9 partire, tra le quali il replay della finale di Coppa di Lega contro il West Ham, senza mettere a segno nessuna rete. Al termine della stagione chiede di essere ceduto, ma il tecnico Bob Paisley decise di continuare a puntare su di lui. Il 30 settembre 1981, nel corso della gara di ritorno del primo turno di Coppa campioni contro i finlandesi del Oulun Palloseura, segna la sua prima rete con la maglia del Liverpool. Entrato in campo al 67' al posto dell'infortunato David Johnson, dopo tre minuti mette a segno la rete del momentaneo 5-0. Segna subito dopo una doppietta sia contro l'Exeter in Coppa di Lega che contro il Leeds in campionato. Entra in pianta stabile nell'undici titolare e a fine stagione ha collezionato 30 reti in 49 partite complessive, inclusa la prima delle sedici triplette con la maglia del Liverpool, che mette a segno a Meadow Lane nel 4-0 contro il Notts County. Segna anche nella finale di Coppa di lega vinta per 3-1 ai tempi supplementari contro il Tottenham. Rush al Liverpool nel 1984, mentre festeggia con il trofeo della Coppa dei Campioni al termine della vittoriosa finale di Roma La stagione successiva, 1982-1983, segna 31 reti tra cui un poker nel derby contro l'Everton; sono reti che consentono alla squadra di conquistare il secondo "double" consecutivo: campionato e Coppa di lega. Al termine della stagione vince il premio come miglior giocatore giovane del campionato. In questa stagione si cementa l'intesa calcistica con Kenny Dalglish; lui stesso scriverà poi nella sua autobiografia: «Rushie aveva percezione e due ottimi piedi. E' uno dei finalizzatori più istintivi che il calcio abbia mai visto. La mia collaborazione con Rush è andata tanto bene perchè lui sapeva correre e io sapevo passare. Avrei solo dovuto piazzare la palla davanti a lui. Rushie diceva che scattava sapendo che la palla sarebbe arrivata a lui. Era vero ma solo perchè i suoi scatti erano così intelligenti. La sua corsa era più importante dei miei passaggi. Lo stesso Rushie aveva un buon passaggio. Avrebbe potuto essere un centrocampista poichè la sua capacità di passaggio era fantastica. Rush è stato probabilmente il miglior compagno di squadra che abbia mai avuto. Eravamo fatti l'uno per l'altro». Nella stagione seguente, 1983-1984, vince il "treble" (campionato, Coppa di lega e Coppa dei Campioni), nonché diversi titoli a livello individuale. Va a segno 47 volte in 65 gare complessive, battendo il precedente record di reti in una sola stagione con la maglia del Liverpool; il record che apparteneva a Roger Hunt (41 gol). Con questi gol vince la Scarpa d'oro, il premio di Giocatore dell'anno della FWA e quello di Giocatore dell'anno della PFA. Vince, con 32 reti, anche il titolo di capocannoniere del campionato, contribuendo alla vittoria del terzo titolo consecutivo della sua squadra. Segna inoltre 5 reti in Coppa campioni, contribuendo alla vittoria ai calci di rigore contro la Roma, ed è decisivo anche nella vittoria della Coppa di lega. All'inizio della stagione 1984-1985 si infortuna, saltando così le prime 14 gare. Al termine della stessa mette a segno 26 reti, una sola in meno del capocannoniere della squadra John Wark. La stagione del Liverpool è caratterizzata, oltre che dalla mancanza di vittorie finali (non accadeva da dieci anni), anche dalla tragedia dell'Heysel. La stagione seguente, 1985-1986, va meglio sia per Rush che per il Liverpool. Rush va a segno 33 volte, tra cui una doppietta nella finale di FA Cup contro l'Everton. Anche in campionato la lotta per il titolo è con l'Everton: i reds agganciano i rivali alla trentatreesima giornata, per poi superarli a una giornata dal termine. All'ultima giornata i reds sconfiggono il Chelsea a Stamford Bridge per 1-0 e si aggiudicano il sedicesimo titolo della loro storia, nonché il primo "double" campionato-FA Cup. All'inizio della stagione 1986-1987 Rush annuncia ai propri tifosi che al termine della stessa lascerà il club di Anfield per trasferirsi alla Juventus. Nonostante ciò va a segno per 40 volte, di cui 30 in campionato, senza aver disputato alcuna partita nelle competizioni europee a causa dell'esclusione dei club inglesi a seguito della tragedia dell'Heysel. Segna nella finale di coppa di Lega persa per 2-1 contro i Gunners. Per la prima volta, dopo 144 gare, Rush va a segno e la squadra perde la partita. Juventus Lascia il Liverpool dopo sette anni e 207 gol segnati in 331 partite fra coppe e campionato. Quando arriva in Italia, John Charles, anche lui gallese ed ex juventino, dichiara: «Ian è più bravo di me e segnerà di più. Non esiste al mondo un cannoniere che conosca come lui l'arte di andare in rete». Fu acquistato per 3,2 milioni di sterline da pagarsi in due anni, pari a 7 miliardi di lire. Viene accolto dai tifosi juventini con un entusiasmo pari a quello riservato cinque anni prima a Michel Platini. Rush in azione con la maglia della Juventus nella stagione 1987-1988 Debutta ad agosto in Coppa Italia contro il Lecce e si infortuna subito: uno stiramento dei muscoli della coscia che lo tiene lontano dai campi di gioco per cinque settimane. Rientra alla seconda partita di campionato, persa per 1-0 contro l'Empoli; la giornata successiva, contro il Pescara, segna una doppietta. Il 30 settembre 1987 torna a giocare nelle Coppe europee dopo ventotto mesi di assenza per la squalifica internazionale dei club inglesi. A Torino segna 14 gol complessivi, di cui 7 in campionato. Rush non riesce ad adattarsi all'Italia, sono molti i ritardi accumulati nel presentarsi agli allenamenti (gli costeranno alcuni milioni di multa), e accusa pure continui malanni che ne rallentano l'inserimento. Non imparò bene la lingua, tanto da dichiarare che: «è vero, l'unico con cui mi trovo è Laudrup, lui e la sua fidanzata parlano bene l'inglese, così Tracy e io non ci sentiamo mai soli». Soffre oltremodo le "attenzioni" dei difensori italiani, ben più duri di quelli inglesi. Non molto aiutato dal resto della squadra, i bianconeri si qualificarono per la UEFA con lo spareggio vinto ai rigori contro il Torino (lui segnò l'ultimo rigore, quello decisivo). Giampiero Boniperti, deluso dalle sue prestazioni, lo cedette nuovamente al Liverpool dopo un anno, incassando 2,8 milioni di sterline. A posteriori, Rush ammetterà di aver tratto comunque giovamento, sul piano tecnico, dalla difficile annata in bianconero: arrivato in Italia come cannoniere puro, attivo quasi esclusivamente in area di rigore, in Serie A imparò a sacrificarsi maggiormente per la squadra, iniziando a dare una mano anche in zone diverse del campo e diventando così, per sua stessa ammissione, un giocatore più completo e, globalmente, migliore di quello che era stato fin lì. Ritorno a Liverpool Nell'agosto del 1988 il Liverpool indice una conferenza stampa per annunciare il ritorno di Rush dopo un anno di lontananza da Anfield. La maggior parte della stagione di Rush è caratterizzata da infortuni e da panchine. Terminerà la stagione con 11 reti in 32 partite complessive. Tra queste la doppietta nei tempi supplementari della finale di FA Cup vinta contro gli storici rivali dell'Everton. La stagione seguente, 1989-1990, si apre con la cessione di John Aldridge alla Real Sociedad, nonostante l'allenatore Kenny Dalglish li avesse provati più volte assieme nella stagione precedente. Rush segna complessivamente 26 volte, di cui 18 in campionato, e spinge la squadra alla conquista del 18º titolo, il quinto per lui. Rush si ripete anche nella stagione successiva, andando a segno 26 volte di cui 16 in campionato. Le sue reti non sono sufficienti a far vincere il titolo alla squadra che arriva seconda dietro l'Arsenal. La stagione è caratterizzata anche dalle dimissioni di Dalglish il 20 febbraio 1991. Nella stagione successiva, a causa dei frequenti infortuni, Rush disputa 18 gare complessive andando a segno 9 volte in totale. Tra queste la rete del 2-0 nella finale di FA Cup, vinta contro il Sunderland, che consente ai Reds, ora guidati dallo scozzese Graeme Souness, di vincere il loro 5º titolo (il 3º per il giocatore). Mentre in campionato per la prima volta dal 1980-1981 la squadra non finisce nei primi due posti, terminando la stagione al 6º posto. Nella stagione 1992-1993 la squadra alla fine di Marzo si trova al 15º posto, ma riesce a concludere il campionato al 6º. Rush al termine della stagione segna 22 reti in 32 presenze complessive; tra queste un poker nella gara di andata dei sedicesimi di finale di Coppa delle Coppe contro i ciprioti dell'Apollōn Limassol. Rush porta così il suo bottino europeo a 20 reti, abbattendo il record di 17 appartenente a Roger Hunt. Record che sarà poi superato il 24 settembre 2003 da Michael Owen. Il 18 ottobre 1992 segna contro il Manchester United il suo 287º gol con la maglia del Liverpool, superando il precedente record appartenente sempre a Hunt. All'inizio della stagione successiva Graeme Souness gli affida la fascia di capitano. Il 28 ottobre 1993 segna contro il Leeds il suo 200º gol in campionato. Chiude la stagione con 19 reti, tra cui una tripletta in Coca Cola Cup contro l'Ipswich Town. Nel corso della stagione gioca in coppia col giovane Robbie Fowler: il 13 marzo 1994, per la prima volta, segnano entrambi in una partita: quella di campionato contro l'Everton. All'inizio della stagione successiva, 1994-1995, sotto la guida di Roy Evans Rush disputa 36 partite tutte da titolare, andando a segno 19 volte complessivamente. La stagione si conclude con la vittoria della Coppa di lega: si tratta della 5ª vittoria sia per il club che per il giocatore, la prima di Rush come capitano. Il 30 novembre 1994, durante il 4º turno della competizione, mette a segno contro il Blackburn Rovers la sua ultima tripletta con la maglia dei Reds. Nell'estate del 1995 il Liverpool acquista Stan Collymore dal Nottingham Forest e ciò, assieme all'età di Rush e alla crescita di Robbie Fowler, fa sì che la storia tra il giocatore e il Liverpool volga al termine e difatti nel mese di marzo del 1996 viene annunciato che al termine della stagione Rushie abbandonerà Anfield. Nel corso della stagione 1995-1996 disputa 29 partite, di cui 14 da titolare, andando a segno 7 volte. Il 6 gennaio 1996, nel corso della partita di FA Cup contro il Rochdale, mette a segno il 42º gol nella storia del torneo, battendo così il precedente record di 41 appartenente a Denis Law. Il 27 Aprile gioca la sua ultima partita ad Anfield contro il Middlesbrough, subentrando dalla panchina e ricevendo l'applauso di entrambe le tifoserie alla fine del match. Segna il suo ultimo gol in campionato per i Reds il 5 Maggio a Maine Road contro il Manchester City nell'ultima giornata della stagione, terminata 2-2. Viene inoltre nominato membro dell'MBE dalla Regina Elisabetta. Lascia definitivamente il club di Anfield nell'estate del 1996, dopo aver segnato 346 gol in 660 gare disputate complessivamente. Considerando tutte le competizioni, è il miglior realizzatore del Liverpool di tutti i tempi. Ultimi anni Dopo aver lasciato il Liverpool, si trasferisce al Leeds United. Resta una stagione nello Yorkshire e segna 3 gol in 36 partite di campionato. A fine stagione si trasferisce a parametro zero al Newcastle dove ritrova Kenny Dalglish come allenatore. Trova spazio soltanto inizialmente a seguito dell'infortunio subito da Alan Shearer. Con la maglia dei Magpies non va mai a segno in campionato, ma due volte nelle coppe. Segna il suo 43º gol in una partita di FA Cup che consente alla squadra di vincere la partita del 3º turno contro l'Everton. Segna poi nella partita di League Cup contro l'Hull City, eguagliando così il record di gol nella competizione appartenente a Geoff Hurst (49 reti). Nel corso della stagione viene ceduto in prestito allo Sheffield United con il quale disputa 4 gare. Nell'estate del 1998 lascia il St James' Park e firma per i gallesi del Wrexham. Disputa 18 gare di Second Division senza segnare mai e verso la fine della stagione viene spostato a centrocampo. Nel luglio del 1999 rifiuta un ruolo nello staff tecnico dei Robins al fianco di Brian Flynn, e decide di concludere la carriera. Torna successivamente in campo per due partite con la maglia dei Sydney Olympic, segnando anche una rete, per poi ritirarsi definitivamente dal calcio giocato nel 2000 a 39 anni. Nazionale Dal 1980 al 1996 ha collezionato 73 presenze nella Nazionale di calcio del Galles, segnando 28 gol che lo hanno reso il maggior realizzatore nella storia di tale Nazionale fino al 2018, anno in cui venne superato da Gareth Bale. Gioca la sua prima partita con la maglia della Nazionale il 21 maggio 1980 contro la Scozia, prima ancora di aver debuttato con la maglia del Liverpool. Il 4 giugno 1988, a Brescia, segna un gol che consente al Galles di sconfiggere l'Italia, mentre il 5 giugno 1991 segna il gol che dà alla Nazionale gallese la vittoria contro la Germania campione del mondo in carica, nelle qualificazioni a Euro 1992. Dopo il ritiro Ian Rush (al centro) nel 2012, durante una sessione di allenamento del Liverpool Nel gennaio del 2003 torna ad Anfield con l'incarico di allenatore degli attaccanti, coadiuvando il manager Gérard Houllier. Nell'agosto del 2004 è nominato manager del Chester City che partecipa al campionato di Football League Two. Debutta con una sconfitta per 3-1 in casa del Boston United, poi la squadra inanella un periodo di due mesi senza sconfitte e si qualifica per il terzo turno di FA Cup, a ottobre viene nominato manager del mese. A partire da novembre la squadra subisce una serie di sconfitte e Rush viene fortemente criticato. All'inizio di marzo 2005, dopo la sconfitta per 5-0 in casa dello Shrewsbury Town il presidente Stephen Vaughan chiede a Rush di dimettersi, ma l'ex calciatore si rifiuta. Nell'aprile del 2005, dopo la sconfitta per 1-0 contro il Darlington, Vaughan licenzia il vice di Rush il quale a sua volta rassegna le proprie dimissioni. Nel giugno del 2005 Mike Harris, amministratore delegato dei The New Saints, gli propone di tornare in campo per disputare il primo turno preliminare di Champions League contro il Liverpool campione in carica, offerta che Rush in seguito declina. Nel 2006 entra a far parte della Hall of Fame del calcio inglese. Nel 2007 è nominato "elite performance director" nell'ambito della Welsh Football Trust, con il compito di affiancare il direttore tecnico nello sviluppo della nuova generazione di calciatori gallesi. Il 21 agosto 2008 viene pubblicata la sua autobiografia. In seguito ha ricoperto l'incarico di ambasciatore delle scuole calcio del Liverpool con l'incarico, inoltre, di coadiuvare il team commerciale del club nello sviluppo di partnerships con altri brand di livello mondiale. Palmarès Club Competizioni nazionali Charity Shield: 6 - Liverpool: 1980, 1982, 1986, 1988, 1989, 1990 Coppa di Lega inglese: 5 - Liverpool: 1980-1981, 1981-1982, 1982-1983, 1983-1984, 1994-1995 Campionato inglese: 5 - Liverpool: 1981-1982, 1982-1983, 1983-1984, 1985-1986, 1987-1988, 1989-1990 Coppa d'Inghilterra: 3 - Liverpool: 1985-1986, 1988-1989, 1991-1992 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 2 - Liverpool: 1980-1981, 1983-1984 Individuale Giocatore dell'anno della FWA: 1 - 1984 Giocatore dell'anno della PFA: 1 - 1984
  6. ANDREA CAVERZAN https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Caverzan Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 24.09.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 88 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 e 1991 Esordio: 06.09.1987 - Coppa Italia - Pisa-Juventus 2-1 Ultima partita: 10.02.1988 - Coppa Italia - Avellino-Juventus 1-1 2 presenze - 0 reti Andrea Caverzan (Montebelluna, 24 settembre 1968) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Andrea Caverzan Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 88 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2005 - giocatore Carriera Giovanili Montebelluna Squadre di club 1985-1986 Montebelluna 32 (2) 1986-1987 Udinese 3 (0) 1987-1988 Juventus 2 (0) 1988-1989 Venezia-Mestre 26 (2) 1989-1990 Venezia 24 (1) 1990 Barletta 2 (0) 1990-1991 Casale 21 (0) 1991 Juventus 0 (0) 1991-1992 Licata 19 (1) 1992-1993 Treviso 13 (2) 1993-1994 Monopoli 26 (3) 1994-1996 San Donà 58 (13) 1996-1997 Ternana 34 (3) 1997-1998 Cittadella 35 (6) 1998-1999 Arezzo 18 (4) 1999-2000 Cittadella 32 (3) 2000 Padova 2 (0) 2000-2001 Cittadella 25 (5) 2001-2003 Spezia 53 (7) 2003-2005 Fo.Ce. Vara 32 (8) Nazionale 1985 Italia U-17 ? (?) 1987 Italia U-20 ? (?) Carriera da allenatore 2007-2009 Argentina 2009-2011 Taggia 2011-2012 Unione Venezia (vice) 2012-2013 Imperia Juniores 2013-2014 Imperia 2014 Sanremese 2014-2015 Albenga 2015-2018 Ventimiglia 2018-2019 Finale Ligure 2019- Ospedaletti Caratteristiche tecniche La sua specialità principale erano i calci di punizione. Carriera Giocatore Club Cresciuto nel Montebelluna nel 1986-1987 approda all'Udinese in Serie A dove gioca tre partite. Viene ceduto alla Juventus, con i bianconeri disputa due partite in Coppa Italia nella stagione 1987-1988. Nella sua carriera ha giocato anche per Venezia, Barletta, Casale, Licata, Treviso, Monopoli, San Donà, Ternana, Cittadella, Arezzo, Padova, Spezia. Chiude la sua carriera nel 2005 al Fo.Ce. Vara, a 37 anni. Nazionale Con la Nazionale italiana partecipò al Campionato mondiale di calcio Under-17 del 1985 e al Campionato mondiale di calcio Under-20 1987. Allenatore Nella stagione 2013-2014 allena l'Imperia, in Eccellenza; l'anno seguente siede sulla panchina dell'Albenga, in Promozione. Il 29 maggio 2018 viene ufficializzato il suo ingaggio sulla panchina del Finale Ligure, appena retrocesso dalla Serie D. Il 6 gennaio 2019 vince la Coppa Italia Dilettanti Liguria battendo il Rapallo per 2-0, mentre il 1º marzo, a seguito di un calo di risultati della squadra, rassegna le proprie dimissioni. Nella stagione 2021/2022 è il responsabile tecnico del settore giovanile dell'Albenga 1928 Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia Dilettanti: 1 - Treviso: 1992-1993 Serie C2: 1 - Ternana: 1996-1997
  7. MARINO MAGRIN È l’anno degli addii, o meglio degli arrivederci, in casa bianconera – scrive Federica Bosco su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1987–; del vivere e del convivere con qualche screzio e incomprensione, ma sempre affrontando la battaglia per lo scudetto affiancati nel comune desiderio di riportare gloria alla vecchia zebra, ringiovanita e rinvigorita dai nuovi gioielli che il Presidente ha voluto regalare per ridare il giusto splendore alla società bianconera. La folla ha sempre subito il fascino dello spettacolo calcistico e, quando il vivaio nostrano non ha saputo fornire un’adeguata varietà di talenti in grado di soddisfare le aspettative di un pubblico sempre più esigente, i riflettori della ribalta hanno illuminato i pezzi pregiati del mercato mondiale. Talenti come Zico. Platini, Maradona e Falcao non solo hanno riappacificato i tifosi con le società colmando una lacuna tecnica, ma hanno assunto il ruolo consueto di maestri del calcio, diventando prototipi da ammirare e imitare. Il susseguirsi talvolta rapido degli avvenimenti, la fugacità del tempo, inducono la nostra attenzione a immortalare un campione nel ruolo che gli è più congeniale, per il quale ha catturato un angolo di gloria nella storia del calcio. E accaduto per gli eroi di altri tempi, per le stars odierne e sarà così per i divi di domani: cambiano i nomi, i fatti, ma non i sincronismi degli episodi... A dare conferma a tante parole, apparentemente banali, ha contribuito Marino Magrin, definito nella passata stagione il Platini di Bergamo; un parallelo azzardato se esteso alla grandezza dell’atleta transalpino, ma ricca di fondamento se rapportata alla capacità di realizzazione nei calci piazzati. Infatti, non a caso, la disperata ricerca di un pizzico del genio del francese ha fatto puntare gli occhi di tutti sul campione veneto. Per associazione d’idee la Juventus ha così trovato il seguito del divino Michel; dunque un atleta italiano, con una scuola maturata in provincia, ha saputo assimilare un bagaglio tecnico tale da far sognare il pubblico bianconero ancora legato al nitido ricordo delle magiche punizioni... – Sei arrivato a Torino con una pesante eredità; come vivi il ruolo di successore di Platini? «Sono consapevole dei miei limiti, per cui non cerco di sostituirmi a un genio del calcio; piuttosto mi auguro di colmare un poco la lacuna che si è creata con la sua partenza, rimanendo me stesso sul campo e fuori. La Juventus mi ha dato la possibilità d’indossare la maglia bianconera, un sogno per molti che nel mio caso ha avuto un felice esto; perciò spero di contraccambiare la fiducia dimostrata nei miei confronti portando giovamento alla società e al tempo stesso anche al sottoscritto; infatti il desiderio di migliorare la mia tecnica mi stimola ad affrontare ogni gara col massimo zelo». – Non ti senti eccessivamente responsabilizzato dall’eredità di Platini? «Un ruolo diventa gravoso solo nel momento in cui si perde di vista la propria identità e si richiede alla propria intelligenza e al proprio fisico uno sforzo eccessivo. Personalmente non avverto alcun fardello in quanto so valutare le mie capacità e quali benefici posso trarre dalla società e dai compagni; quindi affronto ogni ostacolo tranquillo e sereno conscio di dare sempre il massimo di me stesso». – È più difficile soddisfare se stessi o il pubblico? «Ho un temperamento piuttosto critico, perciò so valutare le mie prestazioni e, benché sia incuriosito da quanto dicono i giornali, so individuare i problemi e isolare tutte le dicerie che fanno da cornice alle gare». – Benché tu sia il nuovo regista, non indossi la maglia n° 10; scaramanzia o casualità? «Il mio modo di giocare non rispecchia il ruolo suddetto nel senso più completo del termine; infatti io agisco preferibilmente come mezz’ala destra e il numero sulla divisa rappresenta poi una formalità a cui non attribuisco alcuna importanza. Quello che conta sono i consigli e i suggerimenti tecnici del Mister; mentre tutto ciò che esorbita dal calcio vero e proprio sono cavilli di esiguo valore». – Un grande calciatore italiano, Giancarlo Antognoni, in un’intervista, ha dichiarato di ritrovare le sue caratteristiche in Magrin; queste parole ti lusingano? «I complimenti di un collega sono motivo di orgoglio per il sottoscritto come per ogni persona, anche se da parte mia non vedo alcun nesso sul piano tecnico col campione gigliato. Infatti il modello a cui m’ispiravo era Marco Tardelli, un giocatore che mi ha impressionato favorevolmente per la grinta, la concentrazione e il temperamento mostrato in ogni circostanza». – La scorsa stagione sei stato il miglior realizzatore sui calci piazzati; come hai acquistato questa dote? «Negli ultimi tre anni con l’Atalanta sono stato il rigorista, per cui ho avuto modo di perfezionare il tiro, tanto che ho fallito solo in una circostanza. Mi auguro di proseguire la serie positiva dal dischetto, ma se dovessi sbagliare, non farei un dramma; sono consapevole che la fortuna prima o poi mi volterà le spalle e allora, come molti miei colleghi, anch’io conoscerò l’amarezza di un bersaglio mancato dagli 11 metri». – Quando è sbocciata la tua passione per il calcio? «Il mio approccio col mondo del pallone è avvenuto per merito dei miei due fratelli maggiori che si dilettavano in questo sport e mi coinvolgevano nelle loro partite. In seguito ho accentuato la mia dedizione tanto da arrivare ai massimi livelli; mentre purtroppo loro non hanno avuto la stessa fortuna e ora militano nel campionato di C2». – Oggi sei soddisfatto del tuo rendimento? «L’aver raggiunto un traguardo così ambito sarebbe motivo di orgoglio per ogni atleta; per il sottoscritto però tutto ciò ha un sapore speciale in quanto solamente otto anni fa ero un operaio di fabbrica con un futuro piuttosto grigio. Il prosieguo della mia vita professionale mi ha riservato invece un’accoglienza al di là di ogni più rosea aspettativa; e attualmente sia sotto l’aspetto tecnico che economico, non posso che essere felice dell’esito della mia carriera». – L’infortunio che ti ha bloccato nell’avvio della preparazione ha avuto un ascendente negativo sul tuo morale? «Il momento in cui ho accusato il colpo ha accresciuto ulteriormente i problemi che già accompagnano un normale incidente; infatti la partita di Lucerna rappresentava l’inizio della fase di assorbimento degli schemi e il dover star lontano dai terreni di gioco per diverse gare mi ha condizionato. Ora sto cercando di accelerare i tempi di recupero per assuefarmi al gruppo, così da far rientrare l’handicap che mi ha accompagnato nei primi mesi dell’avventura bianconera». – In cosa pensi di assomigliare a Platini e in cosa invece credi di essere diverso? «Non vanto alcuna dote comune al francese; il campione transalpino come uomo e come calciatore è troppo intelligente per essere oggetto di confronto con altri atleti. Io sono solamente Magrin, un giocatore che spera di dare sempre il meglio di se stesso alfine di carpire ancora qualche segreto; benché abbia 28 anni, penso di poter garantire un margine di miglioramento tale da raggiungere un rendimento costante nell’arco del campionato». – Dovessi rubare una dote a un calciatore, su quale qualità ricadrebbe la tua scelta? «Non vorrei apparire retorico, ma le mie preferenze ancora una volta coinvolgono Michel Platini; l’intelligenza e la furbizia del campione francese sono tali da suscitare ammirazione in qualunque individuo. Perciò senza ombra di dubbio sottolineo queste caratteristiche come elementi essenziali per trasformare un atleta in un vero campione». – Sei passato dalla zona retrocessione alla lotta per lo scudetto; quali difficoltà pensi d’incontrare e al contrario quale agevolazione pensi di avere? «La Juventus nella scelta dei suoi giocatori vaglia attentamente ogni aspetto dell’atleta in questione, per cui credo che la società bianconera conoscesse le mie qualità e i miei limiti ancora prima che io firmassi il contratto. Inoltre un obiettivo fallito rappresenta un motivo di rammarico, anche perché dare una motivazione agli errori commessi è pressoché impossibile; Bergamo è stata una tappa fondamentale nella mia carriera senza la quale oggi non avrei raggiunto la vetta, però è un capitolo chiuso, e ora devo assimilare la mentalità vincente della nuova squadra». – Il tuo arrivo alla Juventus è coinciso con la piena maturazione come calciatore; pensi che ciò ti agevolerà per un rapido inserimento nell’organico? «L’accoglienza che mi ha riservato lo staff bianconero mi ha favorevolmente impressionato; oltre a un Presidente e un allenatore eccezionali, ho trovato nei compagni dei veri amici. Quindi mi auguro di adattarmi in tempi brevi alla squadra senza però falsare le mie caratteristiche di gioco». – Molti tuoi colleghi non credono a una sincera amicizia tra calciatori; dalle tue parole invece ho potuto cogliere una diversa interpretazione del rapporto sopra citato... «Il calcio è un lavoro di equipe per il quale occorre una stima reciproca affinché i risultati siano soddisfacenti. Uno spogliatoio unito è alla base di ogni successo; quindi occorre un’intesa non solo professionale per garantire un buon campionato». – Com’è stato il primo impatto col tifo bianconero? «Sono entusiasta dell’accoglienza che il pubblico di Torino mi ha riservato; soprattutto apprezzo la loro intelligenza, hanno capito che io sono solo Magrin e non Magrinì come qualcuno mi aveva definito. Da parte mia spero di ricompensare tanta stima con delle ottime prestazioni in campionato, affinché possa meritare il titolo di giocatore da Juventus». – Come ha vissuto la tua famiglia la tua ascesa sportiva? «La mia infanzia non è stata spensierata come quella di molti miei coetanei; infatti un grave lutto ci ha colpiti quando io avevo 6 anni. La morte di mio padre mi ha maturato molto rapidamente, in quanto il carico di responsabilità che incombeva sulla mia persona è cresciuto tanto che al termine delle scuole medie inferiori ho dovuto abbandonare gli studi per lavorare in fabbrica. Tale dolore mi ha fatto capire il valore del denaro; oggi sono consapevole della fortuna che mi ha baciato e dedico molti impegni alla mia professione perché so che nulla nella vita è regalato; non solo, ma se non si ottengono i risultati ipotizzati si rischia di compromettere il sacrificio di tanti anni di dura gavetta». – Tua moglie è sportiva? «Non segue con attenzione le partite di calcio, fatta eccezione per la Nazionale e per Cabrini, un campione che quest’anno avrà modo di ammirare più da vicino». – Quali lati del vostro carattere vi accomunano e quali vi distinguono? «Ho trovato in mia moglie una ragazza eccezionale con cui discutere e dialogare; ora abbiamo anche un figlio, Michele, di 22 mesi, che ha ulteriormente consolidato il nostro rapporto di coppia. Quindi siamo una famiglia molto unita in cui vige il reciproco rispetto». – La famiglia Magrin si è perfettamente integrata nel sistema di vita torinese? «Nonostante il mio arrivo sia recente ho già instaurato un felice dialogo con la città e i suoi abitanti. L’ambiente non ha mai rappresentato un ostacolo alle mie prestazioni, e i risultati positivi sono l’unico compromesso per un soggiorno piacevole». – Quando sei lontano dai terreni di gioco dove vivi? «Trascorro il mio tempo libero nel paese d’infanzia, Casoni in provincia di Vicenza, un sobborgo che ha dato inizio alla mia felice carriera; infatti i primi passi come calciatore mi videro protagonista con la Casanense. Quindi il Bassano Virtus mi ha valorizzato come atleta e mi ha permesso di raggiungere stadi più ambiziosi: dal Montebelluna al Mantova fino all’Atalanta. Con la società bergamasca ho avuto parecchie soddisfazioni, l’ultima delle quali si chiama Juventus». – Quali sono i tuoi hobbies preferiti? «Sin da ragazzino ho avuto la passione per la musica; infatti mi dilettavo durante le feste o negli spettacoli teatrali a interpretare brani italiani con l’accompagnamento di una chitarra». – Quali generi musicali prediligi? «A questo proposito sono piuttosto patriottico: le mie preferenze vanno alle canzoni italiane, in quanto di facile comprensione; i testi stranieri, se pur belli, presentano invece l’handicap della lingua». – Sei appassionato di cinema? «Non mi reco di frequente nelle sale cinematografiche, in quanto il piccolo schermo offre l’opportunità di seguire dei bei lungometraggi da casa». – Perciò la televisione è una compagna delle tue ore di relax... «Seguo con interesse il telegiornale per tenermi aggiornato sui fatti di cronaca più importanti; inoltre guardo i cartoni animati per volere di Michele». – Quali sono le tue letture preferite? «Questo passatempo non si annovera tra i miei interessi; per lo più sfoglio dei quotidiani che mi danno un panorama globale delle vicende nazionali e internazionali». – Quanto pensi sia importante la cultura per un professionista sportivo? «Credo che lo studio permetta a un atleta di valorizzarsi oltre che per le imprese sportive anche come uomo; inoltre un linguaggio appropriato è indispensabile per un calciatore durante le interviste con la Stampa». – Oltre l’attività sportiva hai altri interessi? «Attualmente la mia attenzione è rivolta in maniera esclusiva al calcio; quest’anno rappresenta una tappa troppo importante perché possa sviare la concentrazione a favore di altre aspirazioni. Tutto ciò al tempo stesso non pregiudica il mio avvenire, in quanto mi tengo aggiornato sulle prospettive del domani». – Nel tuo futuro cosa vedi? «La mia massima aspirazione sarebbe di diventare allenatore del settore giovanile, per mettere a disposizione dei ragazzini l’esperienza maturata sui terreni di gioco». – Per chiudere, ci fa un pronostico sul campionato della Juventus? «Mi auguro che le aspettative e i sogni dei tifosi non svaniscano nel nulla; da parte nostra possiamo garantire il massimo impegno affinché ritornino i trionfi delle stagioni più splendenti». Negli anni ‘80 sono sempre stati guardati con sospetto i registi «made in Italy»; l’affannosa ricerca delle società rivolta ai campioni con l’accento straniero ha condizionato i tifosi e il pubblico, pronto a trasformare gli atleti italiani del suddetto ruolo in capri espiatori ogni qual volta l’esito della gara non era soddisfacente. Oggi giocatori come Magrin, Matteoli, Giannini, rappresentano un barlume di speranza per un’ipotetica proliferazione di talenti nostrani; affinché si possa verificare un’inversione di tendenza che riporti una giusta considerazione alla scuola calcistica italiana, troppe volte ingiustamente ridicolizzata dagli ingegneri del pallone. 〰.〰.〰 È stato sfortunato, Marino Magrin: capitato in una delle peggiori Juventus di sempre (quella di Marchesi, tanto per intendersi) e costretto a sostituire, nel gioco e nel cuore dei tifosi, Michel Platini. Chiunque avrebbe capito che l’ex atalantino non sarebbe mai stato in grado di rimpiazzare il divino Michel. Dotato di buona tecnica e temibile sui calci piazzati, il buon Magrin ci prova, soprattutto il primo anno: 34 presenze e 6 gol, che gli valgono la riconferma per la stagione successiva, che lo vede partire spesso dalla panchina anche se, alla fine, totalizzerà 30 presenze e 2 reti. Finisce qui l’avventura juventina di Marino: la sensazione è che, magari in un’altra Juventus, avrebbe potuto recitare un ruolo da protagonista. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/marino-magrin.html
  8. MARINO MAGRIN https://it.wikipedia.org/wiki/Marino_Magrin Nazione: Italia Luogo di nascita: Borso del Grappa (Treviso) Data di nascita: 13.09.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 72 kg Nazionale Italia Olimpica Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1989 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 64 presenze - 8 reti Marino Magrin (Borso del Grappa, 13 settembre 1959) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Marino Magrin Magrin con la maglia dell'Atalanta nel 1985. Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex-Centrocampista) Termine carriera 1993 - giocatore Carriera Giovanili 1974-1975 Bassano Virtus Squadre di club 1975-1978 Bassano Virtus 7 (3) 1978-1980 Montebelluna 57 (14) 1980-1981 Mantova 27 (1) 1981-1987 Atalanta 192 (40) 1987-1989 Juventus 64 (8) 1989-1992 Verona 85 (4) 1992-1993 Bassano Virtus 14 (4) Nazionale 1987 Italia Olimpica 3 (0) Carriera da allenatore 1998 Mantova 2007 Tritium 20?? Atalanta Giovanili 2011-2016 Milan Pulcini Biografia Suo figlio, Michele, fu anch'egli calciatore, avendo militato tra la Serie C e Serie D. Carriera Giocatore Club Magrin inizia a tirar calci al pallone a sedici anni, nei dilettanti del Bassano Virtus, che nel 1975-1976 disputa il campionato di Serie D. A giugno la squadra scende nei Dilettanti, e il giovane centrocampista gioca 7 partite segnando 3 gol. Magrin resta a Bassano del Grappa fino al 1978, anno in cui passa al Montebelluna, in Serie D. Lì Magrin gioca due campionati di Serie D, sommando 57 presenze e 14 reti. Magrin (in piedi, secondo da sinistra) nel Verona della stagione 1989-1990 A giugno 1980 passa al Mantova che milita in Serie C1. In biancorosso Magrin resta solo un anno: a giugno 1981 lo recluta l'Atalanta, appena scesa in Serie C1. Nel giro di tre stagioni i nerazzurri conquistano la massima serie. Debutta in Serie A tre giorni dopo il suo 25º compleanno, il 16 settembre 1984, nell'1-1 contro l'Inter. Resta a Bergamo fino al giugno 1987, sommando 192 presenze e 40 gol. Passa quindi alla Juventus per 2,8 miliardi di lire dopo la partenza di Michel Platini. Nel 1987-1988 i bianconeri arrivano sesti in campionato, ottenendo la partecipazione alla Coppa UEFA grazie allo spareggio-derby con il Torino. L'anno dopo la squadra arriva quarta. Magrin lascia Torino nel giugno 1989, dopo 64 presenze e 8 reti. Nonostante fosse stato acquistato per sostituire Platini, Magrin non indossò la prestigiosa maglia numero 10 durante le due stagioni in bianconero. Ormai trentenne, il giocatore passa all'Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli, dove disputa le ultime stagioni di attività (due retrocessioni in Serie B intervallate da una risalita) fino al 1992, quando ritorna a Bassano per giocare l'ultima stagione prima del suo ritiro. Nazionale Nel 1987 disputò 3 gare nella Nazionale Olimpica. Allenatore Ha allenato Mantova e Tritium, oltre alle giovanili di Atalanta e Milan. Nel 2012 allena la scuola calcio del Frassati e nel 2012 del La Torre. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C1: 1 - Atalanta: 1981-1982 Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 1983-1984 Promozione in Serie A: 1 - Verona: 1990-1991
  9. MAURO CONTE Nazione: Italia Luogo di nascita: Conegliano Veneto (Treviso) Data di nascita: 22.10.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 06.09.1987 - Coppa Italia - Pisa-Juventus 2-1 1 presenza - 0 reti
  10. LAJOS DÉTÁRI https://it.wikipedia.org/wiki/Lajos_Détári Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 24.04.1963 Ruolo: Centrocampista Altezza: 180 cm Peso: 76 kg Nazionale Ungherese Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1991 Esordio: 09.06.1991 - Amichevole - Stati Uniti-Juventus 0-0 Ultima partita: 14.06.1991 - Amichevole - Leon-Juventus 2-0 0 presenze - 0 reti Lajos Détári (Budapest, 24 aprile 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore ungherese, di ruolo trequartista. Lajos Détári Détari nel 2011 Nazionalità Ungheria Altezza 180 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2001 - giocatore Carriera Giovanili 1972-1973 Aszfaltútépítő Budapest 1973-1980 Honvéd Squadre di club 1980-1987 Honvéd 134 (72) 1987-1988 Eintracht Francoforte 33 (11) 1988-1990 Olympiakos 61 (35) 1990-1992 Bologna 42 (14) 1992-1993 Ancona 32 (9) 1993 → Ferencváros 13 (1) 1993-1994 Genoa 8 (1) 1994-1995 Neuchâtel Xamax 37 (12) 1996-1998 St. Pölten 50 (29) 1998-1999 BVSC Budapest 17 (8) 1999-2000 Dunakeszi VSE 17 (4) 2000-2001 Ostbahn XI 11 (5) 2001 Družstevník Horná Potôň 4 (2) Nazionale 1984-1994 Ungheria 59 (13) Carriera da allenatore 2000-2001 Bihor Oradea 2001-2002 Csepel 2002 Honvéd 2002-2003 Hà Nội ACB 2003-2004 Haladás 2004 Tatabánya 2004 Diósgyőr 2004-2005 Nyíregyháza Consulente 2005 Panserraïkos 2005-2006 Unione Budapest 2006 Ungheria Vice 2006-2007 Felsőpakony 2007-2008 Sopron 2008 AO Poros 2008 Siófok 2009 Siófok Giovanili 2009 Vecsés 2009-2010 FK Tornala 2010-2011 Vecsés 2011-2012 Ferencváros 2013-2014 Felsőtárkány DT 2015 Balatonszepezd 2016 Nagyréde SE Biografia Ha 2 figlie di nome Dora e Zsanett. Caratteristiche tecniche Trequartista tecnicamente dotato, è ritenuto uno dei migliori calciatori ungheresi dell'epoca del dopo-Puskás. Era maggiormente abile nella rifinitura piuttosto che nella finalizzazione. Carriera Giocatore Club Gli inizi in patria Muove i primi passi nel Aszfaltútépítő Budapest, nel 1973 a soli dieci anni entra nel settore giovanile dell'Honvéd, facendo tutta la trafila e debuttando in prima squadra nel 1980 all'età di diciassette anni sotto la guida della bandiera del club Lajos Tichy. Grazie alle ottime doti dimostrate scala presto le gerarchie nella squadra guadagnandosi un posto da titolare già alla sua terza stagione. Con la squadra di Kispest sarà uno delle successive bandiere del club diventando titolare inamovibile, laureandosi campione d'Ungheria ben tre volte in tre anni consecutivi vincendo anche una Coppa d'Ungheria. Sotto il profilo personale vinse tre volte e anche qui per tre anni successivi il titolo di capocannoniere del campionato ungherese attirando l'interesse nazionale e non vedendo in lui l'erede di Ferenc Puskás. Le esperienze estere Détari in azione al Bologna nella stagione 1991-1992 Nel 1987, si trasferì ai tedeschi dell'Eintracht Francoforte: nell'unica stagione in Germania, segnò al Bochum la rete che valse la coppa nazionale, portando la squadra al nono posto finale in campionato, vincendo anche il premio di miglior giocatore straniero della Bundesliga grazie alle 11 reti messe a segno in 33 partite. Lasciò il club dopo un anno trasferendosi all'Olympiakos Pireo in cui militò per un biennio, prima che l'arresto del presidente della società lo costringesse a cambiare squadra. Nella sua prima stagione vinse la coppa nazionale e il premio di miglior giocatore del campionato, lasciò il club biancorosso con 55 presenze e 33 reti. Nell'estate 1990 fu acquistato dal Bologna. L'esperienza felsinea durò fino al 1992, con una serie di infortuni che impedirono al magiaro di esprimersi al meglio. In Italia giocò anche per l'Ancona e il Genoa. A 31 anni si trasferì agli svizzeri del Neuchâtel Xamax, dove nonostante i contrasti con l'allenatore Gilbert Gress seppe fornire buone prestazioni terminando la stagione al quarto posto e segnando 12 reti in 38 presenze vincendo anche qui alla prima stagione il titolo di miglior giocatore del campionato. Nella seconda stagione invece subì un grave infortunio alla terza giornata di campionato, restando fermo per tutta la stagione. Nell'estate del 1996 si trasferisce St. Pölten militante nella seconda serie austriaca. Alla prima stagione si aggiudicò il titolo di capocannoniere del campionato con 19 e il premio di giocatore dell'anno della squadra, sfiorando la promozione nella massima serie nella prima stagione, e retrocedendo dopo i play-out nella seconda, lasciando il club con 29 reti in 50 presenze. Ultimi anni Successivamente nel 1998 tornò in patria firmando per il BVSC Budapest squadra militante in massima serie, nonostante le 8 reti messe a segno in 17 occasioni non riuscì ad evitare la retrocessione della squadra in NBII. L'annata seguente scese di categoria firmando per il Dunakeszi VSE squadra dell'omonima cittadina della Provincia di Pest militante in seconda divisione, terminò la stagione con 17 presenze e 4 gol. Per la stagione 2000-01 si trasferì nuovamente in Austria, firmando con l'SC Ostbahn XI società storica di Vienna del distretto di Simmering militante nella Wiener Stadtliga la quarta serie del calcio austriaco. Con la squadra viennese scese in campo in 11 occasioni mettendo a segno 5 reti. Nel febbraio 2001 lasciò il club austriaco andando in Slovacchia per accettare la proposta del Družstevník Horná Potôň squadra della quinta divisione slovacca dell'omonima cittadina abitata prevalentemente da ungheresi. Alla firma fu accolto da un grande clamore nel club, furono presenti ben nove emittenti televisive nella sua prima conferenza stampa, inoltre gli fu consegnata la maglia numero 10. All'esordio mise a segno una doppietta, successivamente un infortunio non gli permise di segnare altre reti. Nell'estate del 2001 dopo aver declinato un'offerta dello Csepel annunciò il ritiro all'età di 38 anni. Nazionale Con la Nazionale ungherese ha giocato dal 1984 al 1994, partecipando ai Mondiali messicani del 1986, in cui va a segno nella gara vinta per 2-0 contro il Canada. Con la selezione maggiore ha segnato 13 reti in 59 partite, diventandone capitano nel 1989. Allenatore La sua carriera in panchina, iniziata poco dopo il ritiro dal campo, sotto l'invito dell'imprenditore rumeno di origine ungherese László Máriusz Vízer nel 2000 diviene allenatore del Bihor Oradea terminando al quarto posto nella seconda serie rumena. L'annata successiva tornò in patria firmando per lo Csepel in NBII, la seconda divisione ungherese, terminando quarto. Ssuccessivamente tornò all'Honvéd esordendo così nella massima serie magiara, terminando il campionato al settimo posto e centrando la qualificazione all'Intertoto; la stagione seguente iniziò nel club di Kispest ma dopo l'acquisto del club da parte dell'italiano Piero Pini fu mandato via. Nel 2002 tenta l'avventura in Vietnam firmando per il Hà Nội - ACB, club della massima serie, portando con se svariati calciatori e tecnici ungheresi. Tornato in patria firmò per l'Haladás; rassegna le dimissioni a dieci giornate dal termine ,con la squadra al secondo posto e in lizza per la promozione in NBI. Successivamente è diventato l'allenatore del Tatabanya, sempre in seconda divisione, guidandolo al nono posto finale. Per la stagione 2004-05 venne scelto dal Diosgyor neopromosso nella massima serie, ma dopo non essere riuscito ad ottenere la licenza e di conseguenza a non partecipare al campionato rescisse il contratto. Fu consulente del Nyíregyháza prima di firmare per il Panserraïkos, squadra della seconda divisione greca, con l'obiettivo di ritornare in Souper Ligka Ellada, ma dopo una serie di incomprensioni con la dirigenza è stato sollevato dall'incarico prima ancora di poter cominciare il campionato. Tornato in patria firmò per un piccolo club della capitale, l'Unione Budapest militante nella Megye II, ovvero la quinta serie del calcio magiaro: al termine dell'annata vinse il campionato, lasciando comunque il club. Nel 2006 ebbe l'occasione di fare da vice a Péter Bozsik nella Nazionale ungherese, ma, dopo alcuni disastrosi risultati come la pesante sconfitta per 4-1 in casa contro la Norvegia e il vergognoso risultato contro Malta, unito al grande malcontento popolare che chiedeva a gran voce l'esonero dei due, ad ottobre dopo un incontro con la MLSZ vennero licenziati assieme a tutto il loro staff. Nella stagione 2006-07 si accasò al Felsőpakony, in Megye II. Per la stagione successiva venne invitato da Vízer, già suo presidente ai tempi del Bihor Oradea, alla guida del Sopron avendo così nuovamente l'occasione di allenate una squadra nella massima serie; ma dopo il cambio di proprietà, con l'acquisto da parte dell'italiano Righi, venne licenziato dopo la sconfitta per 1-0 contro il Mòr in Coppa d'Ungheria. Nel 2008 tornò in Grecia accettando la proposto del Poros. Successivamente tornò in patria guidando la squadra del Siofok nella massima serie. Dopo una breve esperienza alla guida delle giovanili, ebbe un'altra breve esperienza al Vecsés, club di terza divisione e poi al FK Tornala, squadra slovacca, restando una stagione. Ritornato al Vecsés per un anno, il 30 agosto 2011 è diventato allenatore del Ferencvarosi. Il 20 agosto 2012 lascia la guida del club a seguito di una rescissione consensuale. Finita l'esperienza con il club biancoverde, nel campionato 2013-14 fece da direttore tecnico per la squadra del Felsőtárkány militante in NBIII, la terza divisione nazionale. Nel 2015 diventa l'allenatore del Balatonszepezd, squadra dell'omonimo comune ungherese situato sul lago Balaton e militante nella Megye III, la sesta serie del calcio ungherese, quindi nel 2016 sale di categoria accettando la proposto del Nagyréde SE militante nel campionato della Megye I, la quarta serie in Ungheria. Palmarès Giocatore Club Campionato ungherese: 3 - Honvéd: 1983-1984, 1984-1985, 1985-1986 Coppa d'Ungheria: 1 - Honvéd: 1984-1985 Coppa di Germania: 1 - Eintracht Frankfurt: 1987-1988 Coppa di Grecia: 1 - Olympiakos: 1989-1990 Supercoppa d'Ungheria: 1 - Ferencváros: 1993 Individuale Capocannoniere del Campionato ungherese: 3 - 1984-1985 (18 gol), 1985-1986 (27 gol), 1986-1987 (19 gol) Calciatore ungherese dell'anno: 1 - 1985 Miglior giocatore straniero della Bundesliga: 1 - 1988 Miglior giocatore del Campionato greco: 1 - 1989 Miglior giocatore del Campionato svizzero: 1 - 1994 Capocannoniere della 2. Liga: 1 - 1996-1997 (19 gol) Miglior giocatore del St. Pölten: 1 - 1996-1997 Allenatore Club Megye II: 1 - Unione Budapest: 2005-2006
  11. ANTHONY MARCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Anthony_Marchi Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Londra Data di nascita: 21.01.1933 Luogo di morte: Chelmsford Data di morte: 15.03.2022 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Tony Alla Juventus dal 1957 al 1958 Esordio: 28.11.1957 - Amichevole - Sheffield Wednesday-Juventus 3-4 Ultima partita: 15.05.1958 - Amichevole - Wolverhampton-Juventus 1-5 0 presenze - 0 reti Anthony Marchi (Londra, 21 gennaio 1933 – Chelmsford, 15 marzo 2022) è stato un calciatore e allenatore di calcio inglese, di ruolo centrocampista. Anthony Marchi Tony Marchi con la maglia del L.R. Vicenza (1958). Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1965 - giocatore 1968 - allenatore Carriera Squadre di club 1949-1957 Tottenham 131 (2) 1957-1958 Lanerossi Vicenza 30 (7) 1958-1959 Talmone Torino 29 (4) 1959-1965 Tottenham 101 (5) Carriera da allenatore 1965-1967 Cambridge City 1967-1968 Northampton Town Carriera Cresciuto nelle giovanili del Tottenham, debuttò a 17 anni in prima squadra nell'aprile del 1950, ma fino al 1954, con il passaggio di Ronnie Burgess allo Swansea City trovò poco spazio con la maglia degli Spurs. Nel 1957 si trasferisce in Italia al Lanerossi Vicenza, giocando 30 incontri e mettendo a segno 7 reti. Passa poi al Talmone Torino con cui gioca 29 partite con 4 gol. Ritornato al Tottenham nel 1959, non riuscì a trovare molto spazio in squadra, dato che nel frattempo gli Spurs lo avevano sostituito con Dave Mackay. Fu solo quando Danny Blanchflower e lo stesso Mackay si infortunarono contemporaneamente che Marchi poté trovare un posto da titolare: dopo le sue ottime prestazioni nella stagione 1962-1963, la stagione successiva venne nominato capitano della squadra. Lasciò il Tottenham nel 1965 per diventare allenatore del Cambridge City, formazione impegnata nella Southern League, non dopo aver festeggiato la vittoria di due First Division (1951 e 1961, gli unici della storia della formazione bianco-blu), di due FA Cup (1961 e 1962) di due Community Shield (1962 e 1963) e della Coppa delle Coppe 1962-1963. Per un breve periodo fu allenatore anche del Northampton Town. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato inglese: 2 - Tottenham: 1950-1951, 1960-1961 Coppa d'Inghilterra: 2 - Tottenham: 1960-1961, 1961-1962 Community Shield: 3 - Tottenham: 1951, 1961, 1962 Second Division: 1 - Tottenham: 1949-1950 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Tottenham: 1962-1963
  12. RINO MARCHESI Rino Marchesi è arrivato a Torino nell’estate dell’86 – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – dopo aver salvato il Como con un girone di ritorno in crescendo. Non era propriamente un uomo vincente, ma un tecnico serio, di poche parole (sin troppo poche diranno i giocatori bianconeri), e aveva soprattutto un padrino, che alla Juve conta ancora, tanto che Gianni Agnelli ogni tanto continua a chiamarlo al telefono: Giovanni Trapattoni. La prima stagione (1986-87) per Marchesi è stata un calvario per la dipendenza da un Platini ormai alla frutta (più psicologicamente, nausea da pallone, che fisicamente). La gente bianconera non si convinceva facilmente che il francese non era più lui: sprazzi di gioco al livello della sua classe, ma anche partite più «passeggiate» che lottate. La stagione ‘86-87 di Marchesi vede comunque la Juventus finire il campionato al secondo posto: 39 punti contro i 42 del Napoli campione (la prima volta). La squadra non offre un grande calcio: è concreta, ma ricalca in linea di massima gli schemi di Trapattoni. Comincia ad accusare il peso degli anni Gaetano Scirea, Caricola si rivela un rincalzo modesto, Cabrini accusa i malanni al ginocchio e gioca solo 17 partite di campionato. Il blocco si sfalda, il secondo posto è il risultato di un correre a ruota libera sugli schemi del passato. Si propone il rinnovamento, che si rivela una trappola anche (se non soprattutto) per Rino Marchesi. Non si saprà mai a chi attribuire le colpe della campagna acquisti-cessioni dell’estate ‘87. Marchesi prepara i programmi, la versione ufficiale dice «in sintonia col presidente». La Juve perde Platini, che ne ha abbastanza del pallone e delle interviste italiane, perde il cardine Manfredonia perché vuole un contratto di tre anni e tanti soldi, perde lo «zingaro», Serena reclamato dall’Inter. Arrivano De Agostini, Bruno, Alessio, Tricella, Magrin, Napoli. E, ciliegina sulla torta, Ian Rush prenotato da due anni col Liverpool, Troppa gente, tanti gregari e pochi leaders. Rino Marchesi si rivela un barman senza la mano felice, soprattutto senza la mano ferma. Ogni settimana un cocktail. Impossibile parlare di gioco alla Juve, per tre quarti di stagione. Ogni domenica una squadra diversa, polemiche in spogliatoio. Il presidente, in prima linea nel difendere lo stile del club, non nega mai fiducia al tecnico pur nutrendo forti dubbi. I giocatori dicono (sottovoce) di allenarsi poco. Sarà per via di questa preparazione leggera, ma dall’aprile ’88 la Juve comincia a correre. Va in gol Rush, si sgancia Tricella dopo un campionato dei più anonimi, fatica meno Cabrini spostato a centrocampo dopo aver lasciato la fascia sinistra a De Agostini che torna al suo ruolo veronese. Sale di tono Laudrup, Bonini e Mauro scendono dall’altalena e tornano titolari. Una Juve più logica, alla fine di due stagioni drammatiche. Se l’avversario è debole, fuori un marcatore e dentro una seconda punta (il giovane Buso) o un altro esterno (Alessio). Per la Juve di Marchesi due stagioni senza una identità. Ma alla base di tutto una colpa precisa: il pensare di poter sostituire un asso come Platini comprando un po’ di gregari. Due carciofi, un sedano, due carote per rimpiazzare un tartufo. In cucina non è mai riuscito, in campo (e lo si è visto) neppure. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/rino-marchesi.html
  13. RINO MARCHESI https://it.wikipedia.org/wiki/Rino_Marchesi Nazione: Italia Luogo di nascita: San Giuliano Milanese (Milano) Data di nascita: 11.06.1937 Ruolo: Allenatore Altezza: 177 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1986 al 1988 89 panchine - 42 vittorie - 27 pareggi - 20 sconfitte Rino Marchesi (San Giuliano Milanese, 11 giugno 1937) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o difensore. Rino Marchesi Marchesi nel 1982 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, difensore) Termine carriera 1973 - giocatore 1994 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1956 Atalanta Squadre di club 1956-1957 Fanfulla ? (?) 1957-1960 Atalanta 87 (12) 1960-1966 Fiorentina 121 (9) 1966-1971 Lazio 125 (4) 1971-1973 Prato 61 (2) Nazionale 1961-1962 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1973-1974 Montevarchi 1974-1976 Mantova 1977-1978 Ternana 1978-1980 Avellino 1980-1982 Napoli 1982-1983 Inter 1984-1985 Napoli 1985-1986 Como 1986-1988 Juventus 1988-1989 Como 1989-1990 Udinese 1992 Venezia 1992-1993 SPAL 1993-1994 Lecce Carriera Giocatore Club Iniziò la sua carriera a Lodi, per poi approdare all'Atalanta dove disputò tre stagioni, dal campionato 1957-1958 al 1959-1960 (il primo e il terzo in Serie A, mentre il secondo in Serie B). Passò quindi alla Fiorentina dove rimase per sei stagioni, tutte giocate da titolare tranne l'ultima, quella del 1965-1966, in cui collezionò soltanto 2 presenze. Nell'annata 1960-1961 prese parte a Firenze al double formato dalla Coppa Italia e dalla Coppa delle Coppe, facendo registrare rispettivamente due presenze (con un gol) e una presenza; nella stagione 1965-1966 vinse con i gigliati una seconda Coppa Italia (manifestazione nella quale, tuttavia, non scese mai in campo), abbinandola alla Coppa Mitropa. Nel 1966 si trasferì alla Lazio, insieme ai compagni viola Morrone e Castelletti. Con i biancocelesti disputò cinque campionati, collezionando 144 presenze in partite ufficiali (125 in campionato, 10 in Coppa Italia, 9 in Coppa delle Alpi) e 4 reti (tutte in campionato nonché su calcio di rigore), e vincendo nell'ultima stagione a Roma una Coppa delle Alpi. Fu inoltre il primo calciatore di movimento nella storia laziale a effettuare una sostituzione in campionato: in Lazio-Catanzaro (1-1) del 29 settembre 1969 prese il posto, all'inizio del secondo tempo, di Governato. Approdò quindi nel 1971 al Prato, in Serie C, dove due anni dopo chiuse la carriera agonistica. Nazionale Vanta 2 presenze con la maglia azzurra della Nazionale Italiana, con cui debuttò a Firenze il 15 giugno 1961, nella partita amichevole vinta per 4-1 contro l'Argentina. Allenatore Esordì nel 1973 alla guida del Montevarchi, per poi sedere sulle panchine di provinciali quali Mantova, Ternana, Avellino, Como, Udinese, Venezia, SPAL e Lecce, nonché di blasonati club quali Napoli, Inter e Juventus. Ottenne le maggiori soddisfazioni professionali quando nel 1981 portò il Napoli a sfiorare la conquista del suo primo scudetto, giungendo terzo in classifica al termine del campionato. Sempre alla guida della squadra partenopea, fu il primo allenatore italiano di Diego Armando Maradona. Personaggio schivo e mai polemico, non riuscì a ottenere alla guida della Juventus risultati degni di nota, anche perché la formazione che gli venne affidata era ormai al termine del ciclo legato a Michel Platini. La disastrosa retrocessione in Serie B con il Lecce, nel 1994, pose di fatto fine alla sua carriera da allenatore. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Fiorentina: 1960-1961, 1965-1966 Campionato italiano di Serie B: 2 - Atalanta: 1958-1959 - Lazio: 1968-1969 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Coppa Mitropa: 1 - Fiorentina: 1966 Coppa delle Alpi: 1 - Lazio: 1971
  14. ANGELO ALESSIO A un clima di moderata soddisfazione per la ritrovata vittoria esterna – scrive Federica Bosco su “Hurrà Juventus” del gennaio 1988 –, ottenuta in terra toscana, si contrappone un senso d’incredulità e di sgomento per l’evolversi del caso Sanguin; un «petardo» che è scoppiato sul campionato italiano riportando alla luce antichi dibattiti sulla validità del regolamento tutt’ora vigente. In questa altalena di eventi che condizionano il gioco pur estraniandosi dalla sua originaria natura, si può scorgere una ricerca compatta e uniforme del significato vero del campionato: ossia una risposta concreta allo strapotere del Napoli. Nel fervido sincronismo degli eventi e necessario, dunque, porre in rilievo le nuove realtà italiane della domenica calcistica, sia per allentare la tensione che va ad accumularsi in maniera eccessiva, che per dare una valvola di sfogo e di sicurezza alla credibilità del nostro calcio in proiezione futura. Ecco dunque comprensibile il desiderio di mettere in primo piano i nomi e i volti di coloro che faranno il calcio di domani, per dare una garanzia di continuità e di successo agli individui che oggi nutrono un certo scetticismo sulla qualità dei campioni nostrani. Proprio alla luce di questa realtà è perciò affascinante conoscere il percorso compiuto da un ragazzo del sud per arrivare a essere una scoperta prima, e una conferma poi del calcio italiano... Da Avellino a Torino, cosa è cambiato nella tua vita professionale e privata? «Nella sfera personale non ho avvertito alcun mutamento sostanziale; credo di essere riuscito a mantenere intatto il mio carattere, nonostante alcune circostanze avessero un potenziale in grado di turbare il mio modo di vivere. In relazione all’attività lavorativa, invece, ho riscontrato una diversa mole di responsabilità; infatti in Campania si lottava per non retrocedere, per cui il dovere di ogni calciatore si esauriva nel momento che si realizzava la salvezza della squadra. Nella Juventus gli obiettivi da raggiungere sono molteplici, quindi la tensione agonistica è un fattore costante nell’intero arco della stagione». Ognuno di noi quando si allontana dalla propria terra porta nel cuore un particolare; tu cosa rimpiangi del tuo paesino? «Ricordo con affetto e un pizzico di nostalgia gli abitanti di Pestum, il luogo natale a pochi chilometri da Salerno, che mi sono sempre stati vicini con immenso calore. La stessa cordialità e disponibilità mi è stata offerta da Avellino; anche nel capoluogo irpino ho avuto modo di apprezzare lo sforzo della gente per alleviare il vuoto lasciato dalla lontananza, nel mio caso relativa, della famiglia. A questo proposito voglio sottolineare come sia vantaggioso l’essere vicino casa per un ragazzo che svolge la professione di calciatore, la tranquillità che solo l’atmosfera famigliare riesce a dare è determinante per riuscire ad affermarsi». Com’è sbocciata in te la passione calcistica? «Non ricordo con precisione la circostanza che mi ha fatto conoscere questo sport; sin da bambino infatti guardavo con entusiasmo le partite di pallone alla televisione e apprezzavo in maniera particolare Gigi Riva. Perciò per imitare il mio campione mi dilettavo prima con i miei fratelli, e poi nella squadretta del paese; fino ad arrivare, dopo diversi anni di gavetta, al palcoscenico più ambito da un calciatore: la serie “A”». Chi è stato il tuo talent-scout? «Nel mio trascorso calcistico c’è un uomo a cui devo tutto; un personaggio che, nonostante una menomazione fisica, ha saputo infondermi la voglia e il coraggio di tentare per arrivare fino in vetta. E oggi che ho raggiunto l’apoteosi del calcio non posso che ricordare Salvatore Apadula con grande affetto e gratitudine». Quando hai saputo che saresti arrivato alla Juventus? «Sono venuto a conoscenza dell’intenzione della società di cedermi alla squadra bianconera solo al termine della stagione scorsa; quindi nel mese di giugno sono venuto a Torino e ho concretizzato quanto si ventilava in precedenza». Com’è stato l’impatto con la società bianconera? «Negli anni passati avevo avuto modo di sentir parlare di stile Juventus, ma poiché la mia conoscenza era occasionale e superficiale ero piuttosto scettico su ciò che si asseriva negli ambienti calcistici. Oggi le circostanze mi hanno portato proprio alla squadra zebrata e non posso che dare atto a quanto si sosteneva; infatti la grandezza della Juventus deriva proprio dalla sua abilita di curare ogni dettaglio nei minimi particolari, nulla viene tralasciato. Quindi è comprensibile il perché di tanti successi: alle spalle di una rosa di campioni, c’è un organico che sa programmare con parsimoniosa cura ogni più piccola contingenza». Che rapporto si è instaurato coi compagni di squadra? «Anche tra i colleghi ho riscontrato molta disponibilità, non esiste rivalità tra i ragazzi; e di conseguenza il rendimento della squadra trae giovamento da questa favorevole circostanza. Io stesso ho legato con tutti gli atleti, dunque non posso che essere soddisfatto del mio repentino inserimento». C’è qualche giocatore che più di ogni altro ti ha aiutato a superare la fase d’ambientamento? «A questo proposito vorrei ringraziare Sergio Brio, un personaggio grandissimo anche sotto il profilo umano, che ha saputo mettermi in rilievo la reale dimensione della Juventus». Non hai avvertito inizialmente un certo timore reverenziale nei confronti dei grandi campioni che indossano la maglia bianconera? «Di primo acchito mi ha assalito la paura di non riuscire a reggere il paragone con giocatori dal calibro di Cabrini e Scirea, due atleti con un bagaglio di esperienze da far impallidire chiunque. Fortunatamente la sensazione suddetta è svanita in modo fulmineo non appena ho avuto la possibilità di conoscere i compagni, ragazzi eccezionali che mi hanno accolto con entusiasmo». Nella Juventus sei stato impiegato in diversi ruoli a seconda delle esigenze della società; ma qual è la tua posizione idonea sul campo? «Ad Avellino svolgevo il compito di seconda punta; a Torino, per ora, ho riscoperto diverse mansioni, ma ciò non mi crea dei turbamenti in quanto nel calcio conta poter esprimere le proprie capacita. Inoltre il mio gioco è piuttosto duttile, per cui non ho avuto difficoltà di adattamento; in seguito avrò modo di trovare una collocazione definitiva». Hai sostituito per diverse domeniche l’infortunato Mauro e hai ricoperto il ruolo con autorevolezza; non pensi di meritare il posto da titolare? «Nel momento in cui ho firmato il contratto con la Juventus ero consapevole del compito marginale che avrei dovuto recitare nella squadra! Ero a conoscenza del fatto che avrei dovuto andare in panchina per essere utilizzato solo nel momento in cui le circostanze lo rendevano necessario. Inoltre l’infortunio di un collega non è mai la condizione più idonea per conquistare uno spazio in squadra, anche se i complimenti che mi sono stati rivolti mi lusingano. Ora Massimo ha recuperato per cui, se io dovessi ritornare tra le riserve, non farei alcuna opposizione». Dopo le brillanti prestazioni con la Nazionale Olimpica non hai fatto un pensierino alla squadra di Vicini? «Attualmente dedico le mie forze alla causa bianconera; quindi gli allenatori che selezionano i giocatori in prospettiva d’Italia ‘90 potranno giudicare le mie prestazioni e decidere di conseguenza nel modo più idoneo. Il sogno di ogni giovane calciatore è di poter indossare la maglia azzurra; personalmente non mi discosto da questa linea, per cui ho sempre un occhio di riguardo per la casacca italiana, nella speranza di poter realizzare, un giorno non troppo lontano, il mio desiderio». Cosa diresti al tecnico azzurro per convincerlo a inserirti nei quadri della Nazionale? «In questa circostanza non penso che le parole possano servire, occorre dimostrare sul campo il proprio valore per catturare l’attenzione del C. T. azzurro». Cosa rappresenta per te il calcio? «Per il sottoscritto il gioco del pallone esorbita dal significato originario di divertimento e salute. La disciplina sportiva ha assunto le dimensioni di un lavoro, perciò non posso che rispettare l’ambiente per quante soddisfazioni riesce a offrirmi e per il compenso materiale che scaturisce dalla mia professione». Hai riscontrato delle differenze nel modo d’interpretare il gioco del pallone nel sud e nella città da sempre capitale del calcio italiano? «In relazione all’attività praticata sul campo posso dire che c’è una certa uniformità; il campionato si è equilibrato interessando non solo le metropoli del nord, ma anche i grossi agglomerati del meridione. Esiste invece un baratro a livello di risorse: scarse nei piccoli centri d’Italia insulare e nel mezzogiorno, e più prosperose nel settentrione. Tutto ciò contribuisce a dare un’ottica diversa di questo sport in centri come Avellino dove il calcio rappresenta l’unico divertimento della gente». I tifosi bianconeri sono conosciuti per il loro atteggiamento freddo e distaccato; hai riscontrato effettivamente un’aria poco calorosa nei vostri confronti? «Non concordo pienamente con quanto viene attribuito al pubblico della Juventus, infatti penso che l’appellativo suddetto scaturisca da un senso di superiorità che è tipico di coloro che conoscono il sapore della vittoria con una certa consuetudine. Inoltre non bisogna confondere il silenzio con l’indifferenza: mai la squadra è stata abbandonata dai suoi sostenitori, e la testimonianza deriva proprio dalla presenza massiccia di folla negli stadi ogni qual volta si esibiscono i giocatori Zebrati. Quindi tutto ciò è un segnale tangibile di affetto della gente nei nostri confronti; il desiderio di acclamare è poi un fattore soggettivo che nasce dalla smania di una persona di dar sfogo o meno ai suoi sentimenti». In quale circostanza ricordi che il pubblico sia stato particolarmente vicino alla squadra? «In questo scorcio di stagione posso citare la partita contro il Panathinaikos; dunque in situazioni non ottimali il tifo ci ha sorretto dimostrando attaccamento ai colori bianconeri». Parlaci un po’ della tua numerosa famiglia... «La caratteristica più evidente della mia simpatica tribù è la confusione che accomuna undici fratelli! Certamente non tutto è oro ciò che luccica: dietro a tanto divertimento si nascondono anche parecchi problemi che, fortunatamente, abbiamo sempre risolto con l’aiuto dei nostri genitori. Mamma e papà ci hanno dato la possibilità di studiare e di avere un’infanzia serena e spensierata; da parte nostra non possiamo che essere riconoscenti di tutto l’amore che ci ha trasmesso, e in ogni momento ricambiamo le loro premure con tanto affetto». La passione per il calcio ha contagiato solo te, oppure ha fatto altre vittime in casa Alessio? «Prima di me hanno tentato l’avventura sportiva altri due fratelli; ma non hanno creduto fino in fondo nelle loro possibilità e, alla prima situazione avversa, hanno gettato la spugna. Altri due più giovani non hanno proprio voluto conoscere il sapore del pallone, forse assuefatti dalla presenza di troppi calciatori in famiglia; quindi, per concludere la carrellata, il più piccolo gioca attualmente in una squadra interregionale per divertimento, senza prefiggersi particolari obiettivi». Tu hai anche delle sorelle, come vivono la realtà del fratello famoso? Sono tue tifose o per loro sei semplicemente Angelo? «Non mi vedono come un personaggio, ma s’interessano alla mia attività e sono orgogliose del fatto che gioco in serie “A”. Inoltre una di loro è titolare in una squadra di calcio femminile, e si destreggia, in questo campo, meglio di molti ragazzi». Sei fidanzato? «Sì». Come vi siete conosciuti? «Ho incontrato Patrizia ad Avellino, la sua citta; mi è stata presentata da un amico e, frequentandola, ho iniziato ad amarla. Il nostro rapporto ha incontrato alcune difficoltà poiché, nel capoluogo irpino, una cittadina di sessantamila abitanti, gli sguardi erano rivolti in particolare a noi calciatori; per cui ogni qual volta andavamo in un locale con le fidanzate, venivamo assaliti dall’abbraccio affettuoso della folla». Sono in vista i fiori d’arancio? «No... e per molti anni ancora!». Patrizia è una tua tifosa, segue il calcio? «La mia ragazza è sempre stata una sostenitrice della Juventus; perciò, dal momento che gioco nella sua squadra preferita, è doppiamente felice di seguire la mia carriera». Quali caratteristiche deve avere la tua donna ideale? «Non identifico il mio modello femminile in un nome o in un volto, ciò che è indispensabile in una ragazza che ha un rapporto con un atleta è la pazienza. Troppo spesso occorre rinunciare ai divertimenti, sostenere una relazione a parecchi chilometri di distanza e non poter aiutare la partner nei momenti di bisogno: fattori, questi, che accomunano la maggior parte dei calciatori; quindi è necessaria tanta comprensione per superare gli innumerevoli sacrifici». Preferisci le more o le bionde? «Senza ombra di dubbio la mia scelta ricade sulle ragazze dai capelli scuri!». Quali sono i tuoi hobbies? «Tra i miei interessi extra calcistici annovero la pesca, il cinema, il tennis e soprattutto la compagnia di un buon libro.». Come trascorri le tue giornate quando non sei impegnato con gli allenamenti e le partite? «Le mie conoscenze torinesi sono piuttosto circoscritte al benzinaio, al portiere e al barista sotto casa; perciò ho parecchie difficoltà a impegnare le ore libere. Quindi la mia routine è molto tenue: allenamento, televisione e ristorante…». Dicono che le responsabilità che gravano su un giovane atleta maturino anzitempo il ragazzo; ti senti più adulto rispetto ai tuoi coetanei? «Provengo da una famiglia numerosa, per cui ho dovuto affrontare i problemi della vita con un certo margine d’anticipo rispetto gli altri bambini; in seguito il calcio ha definitivamente levigato il mio carattere, creandomi una personalità quando ancora molti miei coscritti erano assolti da ogni compito gravoso». Quali programmi apprezzi maggiormente in televisione? «Mi piacciono i film, inoltre seguo con interesse le vicende che accadono nel mondo; quindi guardo con occhio attento il telegiornale e leggo i quotidiani per conoscere più dettagliatamente gli episodi di cronaca. Infine mi sono fatto una cultura economica, per poter tutelare adeguatamente i miei interessi». Cosa pensi dell’incontro tra Reagan e Gorbaciov che anima la politica internazionale? «La pace mondiale è un aspetto su cui vale la pena soffermarsi e riflettere; l’intenzione di ridurre le potenze missilistiche è un segnale tangibile che mette in luce un desiderio unanime di tranquillità. Perciò non posso che essere soddisfatto dello sforzo compiuto per tutelare il mondo intero dallo scoppio di un ordigno nucleare». Oggi il calcio è diventato spettacolo e come tale impone una figura di calciatore più aperta alla stampa e al pubblico; cosa pensi del duplice ruolo di atleta e show-man che vede impegnati molti tuoi colleghi in programmi televisivi? «Il giocatore moderno non fossilizza la sua mente sul rettangolo erboso; ma spazia in altri campi, si crea dei nuovi interessi. Perciò l’avere una seconda occupazione non è che la naturale conseguenza del fenomeno suddetto; e la professione televisiva non è estranea alla linea di concezione precedentemente enunciata, ma piuttosto deriva dal binomio che si è creato tra lo sport e lo spettacolo». Nel tuo caso è prematuro parlare di dopo calcio, però vorrei chiederti un parere su quello che sarà il vostro sport tra dieci anni. Pensi che nonostante gli allarmanti dati relativi a stadi meno affollati, l’amore che nutre il tifoso si conserverà intatto? «Negli ultimi campionati si è scorto un calo di gente piuttosto preoccupante; sicuramente l’allarme rientrerà tra due anni, quando l’Italia sarà sede dei campionati mondiali. In seguito è difficile prevedere quale presa avrà il nostro sport sul pubblico, molto dipenderà dall’esito dei prossimi impegni internazionali; se le aspettative non saranno deluse, penso che si verificherà un’inversione di tendenza col conseguente aumento di spettatori». Qual è il più grande desiderio che vorresti realizzare? «In campo professionale sogno una maglia azzurra; nella sfera privata vorrei trascorrere una vita tranquilla e spensierata... chiedo troppo?». Il nostro protagonista, interessante talento degli anni ‘80, rappresenta il prototipo che ogni ragazzo del sud, almeno una volta nella vita pensa di emulare. L’emigrazione è un fenomeno che ha fatto una parte della storia italiana e anche alle soglie del Duemila è piuttosto attuale; certo nel mondo dello sport è paradossale parlare di trasferimenti in termini tanto denigratori e restrittivi, in quanto tutto il sistema calcistico è improntato su un vagabondaggio degli atleti. Benché i compensi e l’attività stessa ci impongano una diversa angolazione al fenomeno, la realtà per le giovani promesse cela un distacco dall’ambiente familiare non sempre facile da assorbire. Dunque, in sintesi, occorre mettere in evidenza questo aspetto per comprendere non solo l’atleta, ma anche l’uomo, troppe volte trascurato per dar spazio al campione dei campi erbosi. Alessio, come prevedibile, trova difficoltà a inserirsi nella squadra juventina. «Ero un ragazzo, venivo dalla provincia di Salerno, l’unica esperienza l’avevo maturata ad Avellino. Se non avessi trovato Brio e gli altri anziani a darmi una mano, probabilmente non ce l’avrei fatta. Con Sergio ho diviso la camera durante i ritiri: i suoi consigli sono stati preziosi. Mi hanno aiutato a maturare in fretta». Grazie alla sua duttilità e alla predisposizione a giocare in qualsiasi zona del campo, Angelo rimane alla Juventus dal 1987 al 1992, salvo una piccola parentesi a Bologna, riuscendo a totalizzare 139 presenze e 21 gol, conditi con la conquista della Coppa Uefa e della Coppa Italia. «Un calciatore fa i bilanci. La Juve è una grande società. Potevo restare, ero sotto contratto. Però in certi casi prevalgono altre considerazioni: vivacchiare o trovare altrove motivazioni più serie? L’offerta del Bari mi fece uscire dal tunnel: città importante, società con voglia di riemergere, possibilità per me di non fare la comparsa e, ancora, avvicinamento a casa. Quest’ultimo particolare non è trascurabile: gli affetti sono una cosa seria. La Juve? Un’esperienza importante. La stagione più bella? Quella con Zoff. Arrivammo anche terzi in campionato. Zoff mi è rimasto nel cuore, è un grande allenatore. Non parla? E un freddo? Non comunica? Tutte balle. Semmai parla poco. È uno di quegli uomini che non si sprecano in chiacchiere. Dice le cose giuste, essenziali. Quando lo conosci a fondo, apprezzi l’uomo. Un uomo severo, ma profondamente buono». SIMONE LO GIUDICE, DA ILPOSTICIPO.IT DEL 7 MAGGIO 2021 Capaccio Paestum, il Tirreno che fa rumore e oltre quella distesa azzurra un mito sardo e lontano: Gigi Riva. Storie di Anni ‘70 in Campania tra sogni, palloni che rotolano sulla spiaggia e impronte lasciate sulla sabbia, segno della fatica e della passione. Angelo Alessio ha cominciato giocando coi suoi fratelli, poi è arrivata la chiamata dell’Avellino: una finestra sulla Serie A, prima del grande salto a Torino sponda Juve. Proprio lì, dove nel 1991 è arrivato un altro ragazzo del sud, Antonio Conte da Lecce, che con Angelo Alessio ha condiviso subito il campo e vent’anni dopo la panchina. Con loro è rinato il mito Juve dopo gli anni amari di Calciopoli e sono ritornati a Torino gli scudetti, tre di fila prima dell’addio improvviso nell’estate 2014. Sono passati sette anni da allora e oggi Angelo corre da solo, ma non dimentica ciò che è stato. E dopo quella Juve è pronto a vivere una nuova grande avventura. Angelo, la sua ultima esperienza è stata in Scozia al Kilmarnock: come è andata? «La considero una buona esperienza, anche se sono stato esonerato da quinto in classifica. Eravamo terzi a ottobre, avevo ricevuto anche il premio come migliore allenatore del mese, poi a metà dicembre dopo due sconfitte mi hanno esonerato. Con lo stupore dei tifosi che oggi mi mandano ancora messaggi di stima. Hanno chiuso all’ottavo posto, poi il campionato è stato sospeso quando è scoppiato il Covid, non si sono giocati i playout. Quest’anno sono partiti male e sono penultimi. Non ho accettato come è finita. Avevo portato con me anche due ragazzi della Juve. Mi hanno mandato via prima della finestra di mercato. Dopo il mio esonero la squadra è stata affidata al secondo Alex Dyer con Massimo Donati vice, ma i risultati sono stati deludenti». L’esperienza con Conte al Chelsea l’ha spinta a riscegliere il nord d’Europa? C’è qualcosa che dobbiamo imparare da loro? «Sì, anche se il campionato scozzese è tutta un’altra storia. Soltanto Celtic e Rangers hanno potenza economica e 60mila spettatori. Gli altri club raccolgono le briciole. Ricordo la grande disponibilità dei calciatori e il loro spirito. È un calcio verticale, che si appoggia alla prima punta, molto alta di solito: così giocano quasi tutti, a parte Celtic e Rangers che hanno calciatori importanti. Ci sono spizzate e sportellate alla vecchia maniera. Non si sentono mai vinti, lottano fino alla fine, hanno uno spirito battagliero. L’intensità del gioco è alta, anche perché gli arbitri fischiano poco. Kilmarnock fa 45mila abitanti, è una città tranquilla. Mi fa molto piacere aver lasciato un buon ricordo». Lei da ragazzo è cresciuto in Campania: quale è stato il suo percorso nel calcio? Aveva un mito da ragazzo? «Sono cresciuto nella squadra del mio paese, il Poseidon, a Capaccio Paestum. A 17 anni sono passato al Solofra: due osservatori mi hanno visto e mi hanno portato all’Avellino che in quegli anni giocava in Serie A. Il mio mito era Gigi Riva, sono cresciuto con le sue prodezze. Mi sono avvicinato al calcio così, giocavo coi miei fratelli. Sono nato attaccante. Dopo il primo anno alla Juve è iniziata la mia metamorfosi: ho cominciato a giocare sulla fascia. Sono andato in prestito al Bologna. Quando sono tornato a Torino ho fatto l’ala destra e il centrocampista. Sono arrivato nella stagione ‘87-88, la prima senza Platini. Rino Marchesi in panchina, Ian Rush e Michael Laudrup in campo. Poi sono andato via in prestito, quando sono tornato c’era Zoff allenatore. Quell’anno arrivarono Casiraghi e Schillaci, il russo Aleinikov. Dopo l’addio di Platini erano venute fuori Napoli, Milan e Inter. Siamo riusciti a ritagliarci uno spazio importante nel ‘90: arrivammo terzi in campionato e vincemmo la Coppa Uefa e la Coppa Italia». Lei è stato allenato da Trapattoni alla Juve: ha qualche aneddoto? «Il Trap viveva il calcio a 360°, studiava tantissimo. Poi aveva sempre la battuta pronta, a volte raccontava barzellette. È stato il mio quarto e ultimo allenatore alla Juve. L’anno prima del Trap avevo avuto Gigi Maifredi: con lui in panchina non siamo riusciti a qualificarci alle coppe, nonostante l’arrivo di tanti nuovi giocatori tra cui Roberto Baggio. È stato un anno difficile». Nel ‘91 alla Juventus è arrivato anche Antonio Conte: quale era la sua qualità migliore? «Era arrivato a novembre, c’era Trapattoni in panchina. Antonio era un giovane che si affacciava per la prima volta su un nuovo palcoscenico importante, si calò subito nella parte. Conte è stato sempre un ragazzo sveglio, recettivo, con voglia di fare e di imparare». Nel ‘92 lei ha lasciato la Juve: che cosa ricorda degli anni successivi? «Andai a Bari nello scambio con David Platt che passò alla Juve. Era una piazza importante. Speravamo di ritornare subito in A, ma così non è stato: ci siamo riusciti al secondo anno. Ho raggiunto il mio apice da calciatore a Torino sotto la guida di Zoff con cui vincemmo a sorpresa. Non avevamo una squadra di grossi nomi, ma si crearono un’alchimia e un’unione che ci portarono a risultati straordinari. Il calcio italiano era dominato dal Napoli di Maradona, dal Milan di Rijkaard, Gullit e van Basten, poi c’era l’Inter di Trapattoni che vinse lo scudetto nell’89». Quale è stato l’avversario più tosto che ha affrontato? «Diego, i campioni del Milan, Matthäus dell’Inter: ogni squadra aveva i suoi stranieri ed erano quasi tutti calciatori di alto livello. Negli Anni ‘80 in Italia si giocava un bel calcio. Ho un bellissimo ricordo. Oggi tante squadre sono gestite da stranieri, allora c’erano presidenti italiani che erano prima tifosi e poi proprietari. Oggi sono coinvolti gruppi e fondi d’investimento: è totalmente diverso. Per giocarsela nel calcio di oggi bisogna fare le cose con programmazione e stare molto attenti ai conti. Alcune società sono anche quotate in Borsa». Come è nato nel 2010 il suo rapporto professionale con Conte? C’è qualcosa che vi accomuna? «Siamo sempre rimasti in contatto, a Torino abbiamo amici in comune. L’ho incontrato l’anno in cui si è dimesso dall’Atalanta. Facemmo una chiacchierata e Antonio mi chiese se volevo seguirlo nella sua prossima avventura: ho accettato. Poi venne fuori il Siena e firmammo. Così è cominciato il nostro percorso insieme. È nato tutto un po’ per caso. Abbiamo due caratteri diversi: Conte ha un carattere forte, è energico, io sono più riflessivo. Siamo accomunati dalla stessa sensibilità nel capire certe situazioni. So cosa pensa Antonio quando non parla e viceversa». Avete ereditato la Juve dei settimi posti: quanto è stato difficile tornare a vincere? «Abbiamo trovato una Juve fatta di uomini importanti. Antonio è stato bravo a formare quella squadra prendendo anche decisioni difficili. Scelse il gruppo su cui puntare. Arrivarono giocatori come Vidal e Pirlo. C’era una base forte, andava solo valorizzata. I calciatori avevano bisogno di una scintilla e di un allenatore come Conte che riuscisse a prenderli per mano e a fargli disputare una grande stagione». Quale è stato il momento più difficile delle vostre tre stagioni alla Juve? «Nel 2014 quando abbiamo perso l’opportunità di giocare la finale di Europa League che si sarebbe giocata a Torino. Abbiamo pareggiato in casa col Benfica e siamo stati eliminati. Eravamo scesi in campo con tante aspettative, ma non siamo riusciti a centrare l’obiettivo. Quella sconfitta ha pesato. Però avevamo fatto registrare il record dei 102 punti in Serie A e avevamo vinto la Supercoppa italiana. C’era stata una crescita esponenziale. Lì è stata costruita la base per gli anni successivi con Allegri in panchina: quelli delle due finali Champions e delle altre vittorie in campionato e nelle coppe nazionali». Nell’estate 2014 avete detto addio alla Juve e siete andati in Nazionale. «Non pensavamo di andare via da Torino. La Juve è il massimo per ogni calciatore, allenatore e collaboratore. È successo tutto velocemente. Avevamo iniziato il ritiro con la Juve, dopo due giorni andammo via per divergenza di vedute tra Antonio e la società. Poi firmammo con la Nazionale. Con l’Italia abbiamo fatto un percorso importante. È una realtà diversa rispetto a quella del club. Ci incontravamo una volta al mese, era difficile organizzare dei raduni. Però era qualcosa che Antonio aveva deciso di fare. Abbiamo preparato bene l’Europeo, abbiamo disputato un ottimo torneo in Francia al di là del valore effettivo della squadra. Siamo usciti contro la Germania». È più difficile lavorare con Agnelli o con Abramovich? «Siamo stati bene con entrambi. Agnelli era quasi sempre con noi, Abramovich lo abbiamo visto poco. Andrea ricorda i presidenti degli Anni ‘80 perché vive il calcio a 360°, vuole vincere sempre, trasmette grande carica a tutti. La sua presenza è importantissima per questa società, spero che sia così anche in futuro». Angelo, che cosa si augura per il futuro? «Quest’anno sarei potuto andare all’estero, ma per via del Covid e della quarantena è diventato tutto complicato. Vorrei avere un’opportunità qui in Italia. So che è difficile. Comunque potrei anche ritornare fuori: ho imparato un po’ d’inglese, mi consente di poter partire di nuovo». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/angelo-alessio.html
  15. ANGELO ALESSIO https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Alessio Nazione: Italia Luogo di nascita: Capaccio (Salerno) Data di nascita: 29.04.1965 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 74 kg Nazionale Italia Olimpica Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 e dal 1989 al 1992 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 142 presenze - 21 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Allenatore in seconda della Juventus dal 2011 al 2014 Angelo Alessio (Capaccio, 29 aprile 1965) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Angelo Alessio Alessio nel 2012 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Solofra Squadre di club 1984-1987 Avellino 48 (7) 1987-1988 Juventus 42 (6) 1988-1989 → Bologna 29 (4) 1989-1992 Juventus 100 (15) 1992-1995 Bari 77 (12) 1995-1997 Cosenza 57 (15) 1997 Avellino 5 (1) 1997-1998 Modena 18 (1) Nazionale 1987 Italia olimpica 5 (1) Carriera da allenatore 1998-2001 Napoli Giovanili 2002 Napoli Coll. tecnico 2003 Napoli Vice/Coll.tecnico 2004-2005 Imolese 2006-2007 Massese 2008 SPAL 2010-2011 Siena Vice 2011-2014 Juventus Vice 2014-2016 Italia Assistente 2016-2018 Chelsea Vice 2019 Kilmarnock 2021 Esteghlal Assistente 2021-2022 Persija Caratteristiche tecniche Era un centrocampista duttile che poteva giocare in qualsiasi zona del campo, come ad esempio nel ruolo di seconda punta. Carriera Giocatore Alessio all'Avellino nella stagione 1986-1987 Dopo aver iniziato nelle giovanili del Gromola (Capaccio) e nel Solofra, esordisce tra i professionisti in Serie A, con l'Avellino, nel 1984, con cui vince il Torneo Estivo del 1986 segnando 6 gol (doppietta in finale a Benevento del 19 giugno 1986, il primo gol e il terzo, quello decisivo nella sfida col Bari) che gli fruttano il titolo di vicecapocannoniere della manifestazione. Dopo tre stagioni in biancoverde va alla Juventus, acquistato per 5 miliardi di lire. Veste la casacca bianconera dal 1987 (anno in cui entra nel giro della Nazionale B) al 1992, con la parentesi di un anno in prestito al Bologna dove è autore di una doppietta alla Juventus il 6 novembre 1988, nella sconfitta interna 4-3, quinta giornata d'andata; e della rete vincente in Bologna-Pescara (1-0) che sancisce la salvezza dei felsinei. Alessio alla Juventus nella stagione 1990-1991 Dopo l'esperienza bianconera veste le maglie di Bari (Serie A), Cosenza (Serie B). Nel 1997 torna all'Avellino in Serie C1; qui segna il gol vittoria in rimonta, contro il Palermo, allo stadio Partenio, dopo essere già andato a rete nel turno casalingo del girone eliminatorio della Coppa Italia di Serie C. Chiude la carriera a Modena, sempre in Serie C1, firmando un gol in 18 gare di campionato. Allenatore Intraprende la carriera di allenatore al Napoli prima come allenatore delle giovanili, poi dal 14 giugno 2002 collaboratore di Franco Colomba e vice di Andrea Agostinelli e Sergio Buso. Il 21 luglio 2004 diventa tecnico dell'Imolese, dal 22 marzo 2006 allena la Massese, dove porta la squadra alla retrocessione in Serie C2. Il 27 giugno 2007 lascia il club, in quanto la società non lo riconferma. Il 25 febbraio 2008 firma per la SPAL, in serie C2, di cui diventa terzo allenatore in quella stagione. Allenandola dalle ultime nove giornate di campionato: la porta al quarto posto al termine della stagione regolare in Serie C2, piazzamento che vale un posto ai play-off, senza essere riconfermato la stagione successiva. Dal 25 maggio 2010 è allenatore in seconda del Siena, nello staff di Antonio Conte, che seguirà come vice alla Juventus la stagione successiva. Dopo fine squalifica per calcioscommesse, e persistendo quella di Conte, dal 20 ottobre 2012 siede sulla panchina bianconera prendendo il posto di Massimo Carrera, che li aveva sostituiti entrambi fino a quel momento. A causa delle dimissioni di Conte dalla Juventus, il 16 luglio 2014 Alessio è esonerato insieme allo staff e il 19 agosto, con la firma di Conte come commissario tecnico della Nazionale A, entra a far parte dello staff azzurro in qualità di assistente. Il 14 luglio 2016 segue Antonio Conte al Chelsea, divenendo allenatore in seconda. Terminata l’esperienza inglese nell’estate del 2018, il 4 gennaio 2019 Alessio a Sportitalia annuncia la separazione da Conte per intraprendere un percorso in autonomia. Il 16 giugno 2019 viene annunciato come nuovo allenatore della squadra scozzese del Kilmarnock con cui firma un contratto triennale. Viene esonerato il 17 dicembre, con un bilancio di 6 vittorie, 5 pareggi e 7 sconfitte in 18 partite. Il 19 maggio 2021 viene annunciato il suo prossimo ingaggio sulla panchina della squadra iraniana dell'Esteghlal Cultural and Athletic Club, ufficialmente come assistente tecnico dell'allenatore Farhad Majidi dato che nel paese mediorientale vige una nuova normativa che vieta l'assunzione di allenatori stranieri. Dopo venti giorni viene però ufficializzato come nuovo tecnico del Persija, in Indonesia. Calcioscommesse Il 26 luglio 2012 è deferito dalla Procura federale della FIGC nell'ambito dell'inchiesta sportiva sul calcioscommesse, con l'accusa di omessa denuncia in relazione alle partite Novara-Siena 2-2 e AlbinoLeffe-Siena 1-0 del campionato di Serie B 2010-11. Il 1º agosto la Commissione Disciplinare respinge l'istanza di patteggiamento a 2 mesi e 60 000 euro concordata tra il procuratore Palazzi e i suoi legali. Caduta ogni possibilità di un nuovo accordo tra le parti, il giorno successivo è resa nota la richiesta di 1 anno e 3 mesi di squalifica da parte della Procura federale. Il 10 agosto in primo grado la Disciplinare lo squalifica per 8 mesi, mentre il 22 agosto in secondo grado la squalifica gli è ridotta a 6 mesi. Il 12 ottobre il TNAS riduce la squalifica di Alessio a 2 mesi, che ha visto la scadenza il 15 ottobre. Il 9 febbraio 2015 la Procura di Cremona termina le indagini e formula per lui e altri indagati le accuse di associazione a delinquere e frode sportiva. Nonostante la richiesta di 4 mesi di reclusione con pena sospesa da parte dell'accusa, il 16 maggio 2016 viene assolto con rito abbreviato insieme ad Antonio Conte. Palmarès Alessio festeggia il double continentale juventino della stagione 1989-1990 Giocatore Club Competizioni nazionali Torneo Estivo del 1986: 1 - Avellino: 1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
  16. IGOR DE CAMARGO https://it.wikipedia.org/wiki/Igor_de_Camargo Nazione: Belgio Luogo di nascita: Porto Feliz (Brasile) Data di nascita: 12.05.1983 Ruolo: Attaccante Altezza: 187 cm Peso: 75 kg Nazionale Belga Soprannome: - Alla Juventus dal 2007 al 2008 Esordio: 07.09.2007 - Amichevole - Real Saragozza-Juventus 2-1 0 presenze - 0 reti Igor Albert Rinck de Camargo, noto semplicemente come Igor de Camargo (Porto Feliz, 12 maggio 1983), è un calciatore brasiliano naturalizzato belga, attaccante del RWD Molenbeek. Igor de Camargo De Camargo nel 2011 Nazionalità Belgio Altezza 187 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra RWD Molenbeek Carriera Squadre di club 2000-2003 Genk 57 (10) 2003-2004 → Heusden-Zolder 27 (16) 2004-2005 Genk 15 (1) 2005-2006 Brussels 28 (14) 2006-2010 Standard Liegi 114 (32) 2010-2013 Borussia M'gladbach 58 (14) 2013 → Hoffenheim 8 (1) 2013-2015 Standard Liegi 48 (13) 2015-2016 Genk 23 (6) 2016-2018 APOEL 40 (20) 2018-2022 Malines 89 (32) 2022- RWD Molenbeek 1 (0) Nazionale 2009-2012 Belgio 9 (0) Carriera Club Seppur di origine brasiliana, de Camargo ha quasi sempre militato nel campionato belga, dove ha cominciato a giocare all'età di 17 anni. È il 2000 infatti quando viene acquistato dal Genk. Nel 2003 passa in prestito allo Heusden-Zolder, per poi tornare al Genk l'anno successivo. A metà stagione 2004-2005 viene ceduto al F.C. Brussels. Nel 2006 viene poi tesserato dallo Standard Liegi, squadra con cui si afferma e guadagna, nel 2009, le sue prime convocazioni con la maglia della Nazionale belga. Sempre con i valloni vince due titoli, gli unici del suo palmarès. Nella stagione 2009-2010 prende parte a tutte le gare ufficiali della sua squadra tranne una, riuscendo a segnare 7 gol. Nell'estate del 2010, sebbene avesse un contratto che lo legava allo Standard fino a giugno 2013, si accasa al Borussia Mönchengladbach, storico club tedesco appena risalito in Bundesliga. Segna un gol il 22 maggio 2011 al 93' che regala la permanenza in prima serie ai bianconeri (terzultimi classificati) in occasione dello spareggio con il Bochum, terzo classificato in 2. Bundesliga. Passa la seconda parte della Bundesliga 2012-2013 in prestito all'Hoffenheim e poi nel luglio 2013 il giocatore passa allo Standard Liegi, firmando un contratto triennale con opzione per un altro. Per De Camargo si tratta di un ritorno, perché ha già giocato in precedenza con questa maglia. Il 23 giugno 2015 fa ritorno al Genk. Nazionale Debutta in Nazionale maggiore belga nel febbraio 2009, in occasione della gara contro la Slovenia. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato belga: 2 - Standard Liegi: 2007-2008, 2008-2009 Campionato cipriota: 2 - APOEL Nicosia: 2016-2017, 2017-2018
  17. JOEL UNTERSEE https://it.wikipedia.org/wiki/Joel_Untersee Nazione: Sudafrica Svizzera Luogo di nascita: Johannesburg Data di nascita: 11.02.1994 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 74 kg Nazionale Svizzero Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2014 e dal 2016 al 2018 Esordio: 17.07.2012 - Amichevole - Aygreville-Juventus 1-7 Ultima partita: 07.08.2016 - Amichevole - West Ham-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Joel Untersee (Johannesburg, 11 febbraio 1994) è un ex calciatore sudafricano con cittadinanza svizzera, di ruolo difensore. Joel Untersee Nazionalità Sudafrica Svizzera (dal 2009) Altezza 181 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 23 luglio 2021 Carriera Giovanili Aadorf Winterthur Zurigo 2010-2013 Juventus Squadre di club 2014-2016 → Vaduz 57 (0) 2016-2017 → Brescia 39 (0) 2017-2019 Empoli 18 (0) 2019 → Zurigo 8 (0) 2020 Lugano 1 (0) 2021 HJK 0 (0) Nazionale 2009 Svizzera U-15 4 (1) 2009-2010 Svizzera U-16 9 (0) 2010-2011 Svizzera U-17 11 (1) 2011-2012 Svizzera U-18 4 (0) 2012-2013 Svizzera U-19 4 (0) 2013 Svizzera U-20 7 (0) 2014-2016 Svizzera U-21 2 (0) Caratteristiche tecniche È un terzino destro, dotato di buona velocità, inoltre può giocare all'occorrenza anche come esterno di centrocampo sulla fascia destra. Carriera Club Giovanili Nato a Johannesburg, in Sudafrica, si trasferì in Svizzera in età giovanissima e scelse da subito di optare per la nazionalità elvetica. Entrò a far parte delle giovanili dello Zurigo nel 2010, prima di essere acquistato dalla Juventus ad ottobre dello stesso anno. Vaduz Il 1º gennaio 2014 viene ceduto in prestito ai liechtensteinesi del Vaduz, militanti nella seconda divisione svizzera, per sei mesi. Debutta quindi da professionista il 3 febbraio nel match vinto 2-0 contro il Lugano. Segna la sua prima rete nella semifinale di Coppa del Liechtenstein 2013-2014, vinta 8-0 contro il Ruggell. Il prestito viene rinnovato per le successive due stagioni. Nei tre anni in prestito, il calciatore vince 3 Coppe del Liechtenstein e una Challenge League. Juventus e il prestito al Brescia Il 1º luglio 2016, alla scadenza del prestito, fa ritorno alla Juventus dove svolge la preparazione precampionato con la prima squadra, partecipando alle amichevoli estive pur rimanendo fuori dai piani di Massimiliano Allegri. Il 31 agosto viene ceduto in prestito al Brescia. Nazionale Compie tutta la trafila delle nazionali giovanili elvetiche militando nell'Under-15 sino a giocare nell'Under-21 svizzera. In possesso del doppio passaporto, tuttavia nel marzo 2018 dopo un colloquio con il CT. dei Bafana Bafana Stuart Baxter, sceglie di optare per il paese di origine ovvero di rappresentare il Sudafrica. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa del Liechtenstein: 3 - Vaduz: 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016 Challenge League: 1 - Vaduz: 2013-2014 Campionato italiano di Serie B: 1 - Empoli: 2017-2018 Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 2012 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2012-2013
  18. ORLANDO URBANO MAURIZIO TERNAVASO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2004 «Ho uno stimolo in più, per arrivare il più in alto possibile nel mondo del calcio: vorrei dare ai miei genitori, in particolare a mio padre che dalla nascita convive con un problema fisico, tutte le soddisfazioni che lui avrebbe dato a noi, se solo avesse potuto». Orlando è un ragazzo posato e sensibile, oltre che un tipo che sa il fatto suo, sicuro in campo come nella vita di tutti i giorni. «Sono nato in un paese sulle colline di Caserta nel giugno del 1984, ho una sorella e un fratellino di soli cinque anni che è la mia mascotte. Papà ha una piccola azienda, la mamma fa la casalinga e gli dà una mano in ufficio». Gli inizi calcistici sono andati di pari passo con l’attività di allenatore dello zio. «L’ho seguito in ogni società dei dintorni nella quale di volta in volta ha prestato la sua opera, e sicuramente gli devo moltissimo». A 14 anni, dopo diversi provini e qualche torneo disputato in prestito con la maglia bianconera, il sogno si è realizzato. »Sono arrivato a Torino grazie all’interessamento di Ceravolo, e nel capoluogo subalpino, in questi sei anni, ho vinto tantissimo». Per comodità, riassumiamo noi il suo palmarés: fase finale del campionato Giovanissimi Professionisti all’esordio, semifinale nel campionato italiano Allievi, scudetto con la Berretti, due tornei di Viareggio consecutivi. E quest’anno la Primavera è ancora in piena lotta per lo scudetto di categoria... «Certo, gli inizi non sono stati facili: ritrovarsi da soli a mille chilometri da casa non è una cosa semplicissima: per fortuna la società e i compagni mi sono sempre stati vicini. Adesso vivo in un appartamento dalle parti dello stadio Comunale e frequento la facoltà di scienze motorie dopo aver conseguito regolarmente la maturità: lo faccio con il massimo scrupolo, è sempre meglio avere un paracadute nel caso le cose non girassero al meglio». Al di fuori del rettangolo di gioco, Orlando è un ragazzo come molti altri. «Non voglio trascurare nulla, non penso soltanto al calcio, cerco di dare il giusto valore alle cose di tutti i giorni. Appena posso torno a casa dai miei, qualche volta la società e il mister mi concedono un giorno di permesso supplementare proprio in considerazione della distanza da Caserta. I miei hobby? Lo sport in genere, in particolare il beach volley e il nuoto da praticare, e tutti gli altri da seguire in televisione e sui giornali». Come raccontano i compagni, la grinta e la generosità non gli mancano: Orlando è uomo da spogliatoio che sa spronare i compagni nei momenti difficili e che si fa in quattro quando qualcuno di loro gli chiede una mano. Urbano e i suoi idoli calcistici, Urbano e le sue caratteristiche migliori. «Mi piacciono, mi ispiro e sogno di emulare almeno in parte i miei conterranei Ferrara e Cannavaro e un campione come Maldini. Per quanto mi riguarda, mi sento particolarmente a mio agio al centro della difesa, ma quando si gioca a tre posso giostrare senza problemi pure come laterale. Calcio indifferentemente con entrambi i piedi, anche se sono un destro naturale, ho una buona elevazione, una discreta tecnica e non mi fa difetto la grinta. L’esperienza mi aiuterà a far mie tutte quelle malizie che servono a fare di un giovane un calciatore vero». Orlando, che vanta diverse presenze nelle nazionali giovanili, ha già al suo attivo qualche convocazione con la prima squadra. «Ho indossato la maglia azzurra delle rappresentative under 15, under 16 e under 17. Il brutto incidente alla caviglia di due stagioni fa ha momentaneamente interrotto un rapporto con la nazionale che spero di riprendere al più presto. Con Lippi invece ho sostenuto diversi allenamenti, e in occasione della finale di coppa Italia con la Lazio sono andato in panchina». Nella stagione in corso il difensore campano, assistito dalla Gea di Alessandro Moggi, ha messo in mostra una continuità non indifferente. «All’inizio dello scorso campionato ho fatto un po’ di panchina, mentre nelle fasi finali ho sempre bollato la cartolina; al Viareggio, invece, qualche volta ho lasciato spazio a Cassani e Piccolo, i prestiti che la Juve si era assicurata solo per il passato torneo. Quest’anno spero di aver ricambiato la fiducia che la società ha avuto in me, ma anch’io nel mio piccolo forse mi sono espresso un po’ meglio». E i risultati si sono visti: dopo la vittoria al Viareggio, è arrivato anche il successo della coppa Italia di categoria, l’ennesimo prestigioso trofeo per una carriera che si preannuncia brillante. Gasperini e Chiarenza, due timonieri per altrettanti stagioni della Primavera: con chi dei due ti sei trovato meglio? «Una risposta sintetica, ma sincera: sono entrambi grandi uomini e ottimi allenatori, con loro non ho mai avuto problemi di alcun tipo». Una domanda classica, a questo punto della stagione, per gli elementi i quali, per ragioni anagrafiche, l’anno prossimo abbandoneranno la categoria: Orlando, cosa c’è per te dietro l’angolo? «Il mio futuro è nelle mani della società, e la cosa mi va benissimo. Spero di percorrere le strade più brevi, ma anche le più formative, verso il professionismo. Non so se finirò in serie B o in C, in fondo poco importa: ciò che conta è fare esperienza in squadre che credano in me e che mi consentano di mettermi in luce, in modo da arrivare il più in alto possibile. Papà ci terrebbe tantissimo, io pure...». ROBERTO BORDI, PALLONINFUGA.WORDPRESS.COM DEL 25 AGOSTO 2015 Estate 2006. Marcello Lippi si carica sulle spalle la Nazionale e la trascina alla vittoria del Mondiale tedesco. Negli stessi giorni, la “sua” Juventus viene condannata alla serie B dalla giustizia sportiva: è lo scandalo di Calciopoli, con protagonista indiscusso Luciano Moggi. Tutti i tifosi italiani sono ebbri di gioia. Anzi, non proprio tutti. Il cielo sopra Torino non è azzurro, ma grigio. Lo scandalo di Calciopoli ha sconvolto i tifosi della Juventus. I bianconeri, per la prima volta nella loro storia, subiscono l’onta della retrocessione in serie B. In corso Galileo Ferraris si opta per una rivoluzione tecnica. La ghigliottina fa vittime eccellenti: Cannavaro, Zambrotta, Vieira. Ibrahimovic e Fabio Capello. Tanti rimangono: Buffon, Camoranesi, Nedved. Alessandro Del Piero e Trezeguet. La discesa nella serie cadetta è un (mezzo) disastro. Ma al tempo stesso un’occasione d’oro per incoraggiare il passaggio in prima squadra dei migliori ragazzi del vivaio. I nomi sono tanti. Paro, De Ceglie, Bianco, Marchisio, Giovinco… Guardando nella rosa juventina di quella stagione, tutti hanno la propria voce su Wikipedia. Tutti. Tutti tranne uno: Orlando Urbano. Ruolo: difensore centrale. Nel 2006, quando viene aggregato alla prima squadra della Juventus, Urbano ha alle spalle già due stagioni e quattro squadre tra i professionisti: tre in serie C e una in B (con la maglia del Catanzaro), per una trentina di presenze complessive. Il ragazzo, nativo della provincia di Caserta, rispetto ai suoi coetanei ha questo vantaggio non indifferente. Ma non basta. Nelle gerarchie stilate da mister Deschamps, prima di lui trovano posto difensori più o meno esperti. Non solo gli scafati Birindelli, Kovac, Boumsong, Zebina e Legrottaglie, ma persino Felice Piccolo, oltre al già citato Chiellini. Il 27 agosto Urbano segue dalla panchina la sfida di Coppa Italia contro il Napoli. 2-2 nei tempi regolamentari, 3-3 nell’extra-time. Ai rigori Balzaretti commette l’errore decisivo. La Juventus, che con la Coppa nazionale non ha mai avuto un bel rapporto, la saluta senza rimorsi. La testa va al campionato, dove anche Orlando Urbano vorrebbe giocarsi le sue carte. Ma non c’è niente da fare. Per lui nella Juventus non c’è spazio e a fine stagione le loro strade si separano. La “Fidanzata d’Italia” torna in A, mentre Urbano rescinde e firma per il Potenza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/orlando-urbano.html
  19. ORLANDO URBANO https://it.wikipedia.org/wiki/Orlando_Urbano Nazione: Italia Luogo di nascita: Ruviano (Caserta) Data di nascita: 09.06.1984 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-16 Soprannome: - Alla Juventus dal 2002 al 2004 e dal 2006 al 2007 Esordio: 22.05.2002 - Amichevole - Juventus-Cossatese 3-2 Ultima partita: 16.05.2007 - Amichevole - Cuneo-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Orlando Urbano (Ruviano, 9 giugno 1984) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Orlando Urbano Urbano (in piedi, secondo da sinistra) nella squadra Primavera della Juventus vincitrice del Torneo di Viareggio 2004 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2019 Carriera Giovanili ????-2004 Juventus Squadre di club 2003-2004 Juventus 0 (0) 2004-2005 → Reggiana 7 (0) 2005 → Pavia 9 (0) 2005-2006 → Torres 1 (0) 2006 → Catanzaro 13 (0) 2006-2007 Juventus 0 (0) 2007-2008 Potenza 29 (1) 2008-2009 Pro Patria 31 (2) 2009-2010 Vicenza 5 (0) 2010 → Perugia 7 (0) 2011 Paganese 15 (1) 2011-2012 Como 31 (2) 2012-2017 Lugano 126 (12) 2017-2018 Chiasso 20 (2) 2018-2019 Varese 1 (0) Nazionale 2000 Italia U-15 2 (0) 2000-2001 Italia U-16 3 (0) Carriera Giocatore Club Gli inizi: Juventus e prestiti È cresciuto nelle giovanili della Juventus. Nell'estate 2004 è stato ceduto in prestito alla Reggiana, club del girone B di Serie C1. Ha debuttato in campionato il 12 settembre 2004, in Reggiana-Foggia (1-1). Con il club emiliano ha collezionato sette presenze in campionato. Scaduto il prestito, nel gennaio 2005 viene girato al Pavia, club del girone A di Serie C1. Ha debuttato in campionato il 23 gennaio 2005, in Pavia-Acireale (2-0). Con il club lombardo ha collezionato nove presenze in campionato e quattro nei play-off. Nell'estate 2005 viene ceduto a titolo temporaneo alla Torres. Il 28 agosto 2005 ha debuttato in campionato il 28 agosto 2005, in Torres-Gela (2-0). Con il club sardo non ha collezionato altre presenze. Nel gennaio 2006 la Juventus lo ha girato in prestito al Catanzaro, club di Serie B. Ha debuttato nel campionato cadetto il 21 gennaio 2006, in Catanzaro-Rimini (1-0), giocando da titolare. Ha collezionato in totale, con i giallorossi, 13 presenze in campionato. Dalla Juventus al Como Rientrato dal prestito, nell'estate 2006 la Juventus, retrocessa in Serie B, lo ha confermato in rosa. Con il club bianconero non ha collezionato alcuna presenza in campionato. Al termine della stagione, culminata con la promozione della Juventus in Serie A, Urbano ha rescisso il contratto. Nell'estate 2008 è stato ingaggiato dal Potenza, club di Lega Pro Prima Divisione. Ha debuttato in campionato il 26 agosto 2007, in Potenza-Pescara (4-0). Ha messo a segno la sua prima rete in campionato il 9 marzo 2008, in Martina-Potenza (1-1). Nell'estate 2008 si è trasferito alla Pro Patria. Ha debuttato in campionato il 7 settembre 2008, in Reggiana-Pro Patria (1-3). Ha messo a segno la sua prima rete con il club lombardo il 1º marzo 2009, in Pro Patria-Cremonese (2-2). Con la Pro Patria ha giocato i play-off, sfiorando la promozione in Serie B, sfilata a causa della sconfitta nella doppia finale contro il Padova. Nell'estate 2009 si è trasferito al Vicenza, in Serie B. Ha debuttato in campionato il 15 settembre 2009, in Reggina-Vicenza (0-2). Nel gennaio 2009 è stato ceduto in prestito al Perugia, in Lega Pro Prima Divisione. Ha debuttato con la nuova maglia il 28 febbraio 2010, in Perugia-Cremonese (4-0). Rientrato dal prestito è rimasto svincolato. Nel gennaio 2011 è stato ingaggiato dalla Paganese. Ha debuttato con gli azzurri il 9 gennaio 2011, in Paganese-Pavia (1-1). Nell'estate 2011 viene ufficializzato il suo trasferimento al Como. Ha debuttato in campionato l'11 settembre 2011, in Foligno-Como (1-2). Ha messo a segno la sua prima rete con la maglia dei biancoblù il successivo 25 settembre, in Reggiana-Como (2-4). Ultimi anni: dal Lugano al Varese Il 28 agosto 2012 è stato acquistato dal Lugano, club svizzero. Ha debuttato nella Challenge League il 1º settembre 2012, in Winterthur-Lugano (3-1). Ha messo a segno la sua prima rete con la maglia bianconera il 17 marzo 2013, in Lugano-Vaduz (3-3). Con il club svizzero ha ottenuto, al termine della stagione 2014-2015, la promozione in Super League. Ha debuttato nel massimo campionato svizzero il 19 luglio 2015, in San Gallo-Lugano (2-0). Ha messo a segno la sua prima rete nella Super League il 22 novembre 2015, in Zurigo-Lugano (5-3). Ha militato nel club del Canton Ticino fino al termine della stagione 2016-2017. L'11 luglio 2017 è stato ufficializzato il suo trasferimento al Chiasso, club della seconda serie svizzera. Ha debuttato con la nuova maglia il 22 luglio 2017, in Servette-Chiasso (2-2). Al termine della stagione è rimasto svincolato. Il 2 novembre 2018 è stato ingaggiato dal Varese, club di Eccellenza. Al termine della stagione si è ritirato. Dirigente Il 20 dicembre 2019 è diventato ufficialmente direttore sportivo del Novara. L'8 gennaio 2021 è stato sollevato dall'incarico. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Juventus: 2003, 2004 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2003-2004 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Juventus: 2006-2007 Challenge League: 1 - Lugano: 2014-2015
  20. MASSIMO TURRA Nazione: Italia Luogo di nascita: Goro (Ferrara) Data di nascita: 23.01.1962 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980 Esordio: 22.05.1980 - Amichevole - Aosta-Juventus 2-4 0 presenze - 0 reti
  21. ROBERTO TRICELLA Il tamburino convoca rullando a due mani l’attenzione delle case a filo sul vicolo – scrive Carlo F. Chiesa sul “Guerin Sportivo” del 24 giugno1987 –. Il tamburino è un bimbo colmato da una palandrana lunga fino ai piedi, gli ondeggia in testa il lungo cappello a cilindro di certe favole popolate di nani e fanciulle in fiore. Ascoltate, popolo, udite, udite... La piccola corte dei banditori ch’egli precede e annuncia dispensa polvere di suoni prima di rimpicciolire fino a dileguarsi oltre un’ansa tra spigoli di muri e il respiro immobile dell’acciottolato. È qui, accanto a noi, col suo aprirsi e chiudersi nel movimento come d’ali di farfalla, mentre Robertino Tricella racconta e si racconta impassibile. La evoca, per contrappasso istintivo, il suo misurare le parole, ordinandole puntigliosamente sul filo teso di un perenne sorriso di fanciullo. Udite, udite... Non tradisce emozione o le esitazioni dell’imbarazzo: dipana il tono monocorde di chi si limita a relazionare, senza avvertire l’esigenza di dilatare o colorare i fatti. Il tamburino che dovrebbe annunciare il suo nome il suo prorompere finalmente nel pieno del calcio di vertice, gli assomiglia solo per le fattezze del volto da adulto mancato. Lui, non sembra pretendere attenzione. In questa imperturbabilità al limite dell’indifferenza c’è probabilmente già molto dello specchio interiore del nuovo libero della Juventus, del nuovo Scirea del nostro calcio, del nuovo leader della difesa azzurra, e di quant’altro il piccolo banditore della favola gradirebbe annunciare col felice scompiglio dei toni eccitati. In pochi mesi – udite, udite... – la carriera di Roberto Tricella si è rivoltata come un guanto, ha ripreso a correre proprio mentre pareva ormai assestata su una tranquilla marcia da crociera d’alto bordo. Un infortunio di Baresi gli aprì le porte del Müngersdorf Stadion di Colonia, due mesi fa, per un ritorno in azzurro bagnato alla vigilia dallo scetticismo generale, ma fortemente voluto da una intuizione di Vicini: rimasto sordo agli appelli di chi proponeva alternative (Pellegrini e Renica) a un ripescaggio dal preteso sapore di dejà vu. In quell’occasione, nell’amichevole azzurra con la Germania, Robertino Tricella si issò a sorpresa oltre l’orizzonte dei sommersi, sillabando scrupolosamente per il mondo distratto la sua maturità di libero ormai senza difetti, se non quello del silenzio, dell’ostinata discrezione al limite del riserbo fuori dal campo: quella che fa sì che così poco ci si accorga di lui. Annuisce impercettibilmente, seguendo la cronistoria come non gli appartenesse; non abbocca all’amo dell’indignazione retroattiva: tanti anni di gran calcio, eppure son stati necessari quell’infortunio di un collega e quei novanta minuti perché la sua carriera rompesse finalmente il guscio. «In effetti – confida – la Juventus è scoccata subito dopo, come un fulmine a ciel sereno: se ne cominciò a parlare sui giornali solo l’ultima settimana di campionato. E subito dopo la partita conclusiva, alla vigilia della partenza per la trasferta scandinava della Nazionale, senza che ci fosse stata la minima avvisaglia, gli emissari bianconeri mi contattarono e concludemmo rapidamente. Prima, non c’era stato nulla: fu una sorpresa anche per me». Prima, si erano snocciolate le giornate dell’ennesima stagione agli alti livelli: eppure senza quell’invasione inattesa di azzurro il velo non si sarebbe squarciato. Curiosa avventura, quella di Robertino Tricella, che narra a voce bassa, sorride lievemente, non concede alla parola di prevaricare l’evento, non consente a questo, al limite, di meritare la parola. Paradossalmente, prima di Colonia il libero Tricella pareva non interessare più di tanto il nostro calcio: che ne aveva sperimentato in passato le doti anche in azzurro, che l’aveva già cullato come una lieta speranza, fino a rimandarlo in eterno a un impalpabile settembre, sull’onda di una intransigente delusione: è bravino, recitavano i giudizi, ha pulizia di tocco e visione di gioco, ma gli fanno difetto la cattiveria e la grinta di una personalità meno restia. Più invadente, precisa, risaltante. «Non ho mai contestato queste critiche – replica serenamente – ognuno ha il diritto di pensarla come vuole. A Verona credo di non avere mai deluso, e di avere sbagliato ben poco, anche grazie a un ambiente che si è rivelato ideale sotto tutti i punti di vista: la straordinaria bellezza di una città che offre ogni giorno angoli nuovi, l’inossidabile quiete del clima societario e di squadra. Non per niente esplodono regolarmente in gialloblu giocatori dai grandi mezzi, frenati altrove da difficoltà di vario genere: a Verona trovano le componenti ideali per trarre il meglio da se stessi». Svicola con naturalezza, appare istintivamente disinteressato, perfino nei confronti di se stesso. Non serba rancori di sorta, è evidente; è un uomo felice e maturo, senza paura del mondo, abituato a nascondere accuratamente la grinta sotto l’accondiscendente tappeto di quell’eterna immagine di ragazzo stupito della vita. Colonia, però, ha aperto gli occhi a tanta gente: è possibile che il calcio, che noi tutti, siamo così imperdonabilmente superficiali? «Direi che non c’è niente di strano in ciò che è accaduto: non è che a Verona si passi inosservati, però è ovvio che la ribalta internazionale è un’altra cosa. Se giochi bene a Colonia contro la Germania Occidentale, cioè contro i vicecampioni del mondo, ti vedono milioni di persone, ti vedono tutti: conta più che un intero campionato giocato ad alto livello». Così succede che in poche settimane Robertino Tricella raccoglie inopinatamente l’eredità di Scirea – cioè il meglio che nel ruolo il calcio italiano ha espresso negli ultimi quindici anni – sia in Nazionale che nella Juve. E le trasferte azzurre di Oslo, Stoccolma e Zurigo, indipendentemente dal bisticciare dei risultati, non fanno che promuoverlo a pieni voti. Perfino il titolare ormai consacrato del nuovo corso, Franco Baresi, sembra in procinto di perdere ogni diritto alla maglia. A ventotto anni, non è poco. Anzi, è tutto; forse con qualche mese o stagione di ritardo. La storia, a poco a poco, si riannoda; e riconosciamo sempre più l’esigenza di quel tamburino, con l’espressione furba di una lepre, con la voce e la disponibilità a proclamare, a sovrastare il già troppo lungo concerto delle disattenzioni. Invece, nulla. Le parole scorrono come una pioggia quieta, leggera. Non c’è spirito di rivincita, per questo frammento di storia da incompreso: «Cominciai nella squadra del mio paese, Cernusco sul Naviglio, che è lo stesso di Scirea. Arrivai giovanissimo all’Inter, dalla piccola squadra al grande club: si apriva la stagione di un sogno meraviglioso». Con i colori nerazzurri, tuttavia, assaggia il breve tragitto della trafila nelle formazioni minori, poi, proprio alla soglia della prima squadra, la ferita della prima, bruciante delusione. «Ma no– racconta –. Il fatto è che in quel momento all’Inter c’erano fior di liberi giovani di grande valore. In prima squadra il posto era di Bini, che aveva ventidue anni; nella Primavera c’erano già Vianello e Occhipinti, entrambi poi approdati alla Serie A: insomma, era logico che noi si uscisse dalla casa madre per fare esperienza. Arrivai a Verona a vent’anni, avevo giocato appena una manciata di partite con la maglia nerazzurro». All’Inter tuttavia, era logico sperasse fortemente di tornare. O no? «Per un paio d’anni – riprende – coltivai in effetti la speranza o ambizione di tornare a casa: perché Milano era innanzitutto casa mia. Ma al terzo campionato mi accorsi che casa mia era ormai diventata Verona. Dove la situazione scorreva ideale sotto ogni profilo: professionalmente, non mi potevo certo lamentare: ero titolare sin dal mio arrivo, i risultati cominciavano ad arrivare; sul piano umano, il rapporto con l’allenatore e con i tanti giocatori che già conoscevo era ottimale. In tre stagioni conquistammo la Serie A; ne impiegammo altre tre per approdare al primo scudetto della storia gialloblù, in quell’indimenticabile primavera dell’85: eravamo più o meno gli stessi, lo stesso gruppo che Bagnoli sapeva pilotare come se appunto nulla e nessuno cambiasse nel corso degli anni. I nuovi diventavano immediatamente veterani, noi veterani eravamo sempre nuovi, sul piano degli stimoli, della voglia di dare il meglio di noi stessi. È stata una bellissima esperienza». Verona nel cuore, dunque. Ma non più di tanto probabilmente a dar retta all’incalzante seppur quieto realismo del personaggio. «Verona – riassume – mi ha fatto diventare giocatore professionista. Con questo dico tutto. Per questo non posso di fatto considerarmi un ex dell’Inter, in prima squadra con la maglia nerazzurra ho giocato cinque partite in tutto». Da quando ha raggiunto la Serie A col suo Verona, nell’anno del titolo mondiale, ha stabilito un piccolo primato di presenze: ha giocato 139 partite consecutive in campionato fermandosi per la prima e unica volta il primo marzo di quest’anno, ventesima giornata, match casalingo con l’Udinese. Il segno di una solidità a prova di bomba, a dispetto di un fisico non proprio da gladiatore, e di una correttezza in campo che fa scintillare l’altra faccia della medaglia del suo gioco senza sbavature. Il tempismo nel contrasto che gli risparmia quasi sempre la necessità del fallo, la pulizia del tocco, il nitore delle intromissioni nella manovra, il lancio in verticale che ne tradisce la vocazione da centrocampista testimoniano del suo valore assoluto, lungamente maturato al lievito delle feconde stagioni veronesi. Oggi lascia i colori gialloblù quasi all’improvviso, dopo aver conquistato il diritto a una nuova Coppa Uefa, all’indomani dell’ennesimo campionato condotto lungo l’ormai consueta linea di rigorosa perfezione stilistica. A Torino, a ben guardare, affronterà i primi, veri rischi della carriera. «È un’esperienza allettante, perché mi porta in una società tra le prime del mondo. Ma non vedo rischi particolari: professionalmente, sul piano delle quotazioni e della cifra di valore personali, si rischia dappertutto: alla Juventus come al Verona o al Real Madrid. Non ho paura, non vedo perché dovrei averne». Non vuole prender niente, si direbbe, se non sa di dare; il disincanto di lombardo che galleggia sulla vita lo induce al rigore delle scelte, al riserbo dei sentimenti, alla quiete del carattere come soglia intransitabile. Che sia una volta di più Verona, assurta ormai nel mondo del calcio quasi a categoria dello spirito, la fonte di tanta serenità? A molti, prima di lui, è già accaduto di lasciare i lungadige accoglienti, ove il presente sciaborda per ricomporsi, in direzione di metropoli matrigne che hanno spezzato l’incantesimo. Da Penzo a Iorio, da Fanna a Marangon fino a Galderisi l’elenco è lungo come una minaccia. «Quella della grande città è sinceramente una prospettiva cui non penso: penso solo che sto andando a giocare in un’altra città, tutto qui. Ogni luogo vale per ciò che vi si riesce a trovare: dipende anche da noi». Ha il diploma di perito in telecomunicazioni, dispensa la proprietà di linguaggio di una non effimera cultura. Ha un fratello di l7 anni, Dario, che gioca a pallone, ma solo per hobby. È sposato con Renata. – Sarà il tuo compaesano Scirea a passarti il testimone: cosa ti manca, o cosa credi di possedere in più, rispetto al campione bianconero? «È difficile avere qualcosa in più di Scirea; l’ho sempre considerato un modello, nel mio ruolo: quest’anno coglierò l’occasione per riuscire, da vicino, a carpirgli ancora qualcosa». – Cosa è cambiato negli ultimi anni nel ruolo di libero? «Come interpretazione direi poco; mi sembra importante invece il fatto che negli ultimi dieci anni quasi tutti i liberi affermati hanno avuto alle spalle una scuola, un indirizzo preciso. In passato invece era spesso l’anziano difensore o centrocampista che retrocedeva a guida del reparto arretrato negli ultimi anni di carriera. Anch’io ho avuto fin dall’inizio questa specifica collocazione di ruolo: nelle giovanili mi alternavo con Occhipinti nel ruolo di libero e di mediano, per accentuare certe caratteristiche costruttive, ma l’impostazione era quella». – Oggi la nuova frontiera del ruolo non sembra promettere granché. «Non mi pare: ci sono giovani emergenti come Pellegrini, Argentesi, Cravero, lo stesso Renica. Tutti giocatori che hanno cominciato da ragazzini in questo ruolo e mostrano un’impostazione di alto livello». – Chi è il tuo tecnico ideale, prima che diventi... Marchesi? «Ho trascorso sei anni con Bagnoli, è naturalmente lui l’allenatore cui sono più legato sul piano umano. – Conservo però un ottimo ricordo e un’assoluta stima per tutti gli altri che ho avuto, da Veneranda a Cadé, da Bersellini a quelli delle giovanili nerazzurre». I toni restano asciutti come il suo gioco, incapace di tradire l’emozione di un’uscita dalle righe, di un’impennata fuori ordinanza. Alla Juve arriva dopo che è inaspettatamente caduto già un pretendente, al trono da Scirea: quel coetaneo Soldà che solo un anno fa appariva ben saldo sulla sella del futuro bianconero. Gioverà a Tricella il fatto di partire subito titolare, con lo stesso Scirea già compreso nell’annunciato ruolo di «chioccia» in panchina. Gli gioverà soprattutto la consapevolezza di mezzi che, la ribalta azzurra lo ha confermato, possono sfidare le scene internazionali. Magari sussurrando più che gridando, com’è nel suo stile di tamburino senza proclami. FRANCO MONTORRO DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 2002 C’era una volta in cui Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, era chiamato il Paese dei Liberi perché là avevano avuto i natali tre grandi giocatori, accomunati dal ruolo, tutti quasi contemporaneamente sui campi di Serie A: Gaetano Scirea, Roberto Galbiati e Roberto Tricella. Solo un caso, eppure di quella curiosa concentrazione di “numeri 6” (per lettori più giovani, era quello il classico numero dei liberi ai tempi in cui i ruoli erano rigidamente distinti secondo le cifre da 1 a 11 e dunque i terzini avevano il 2 e il 3, il mediano il 4, lo stopper il 5 e così via fino all’11 dell’ala sinistra). E così a molti parve non scontato, ma naturale sì, che sul finire della carriera di Gaetano la Juventus gli affiancasse il migliore degli altri due “compaesani”, quel Roberto Tricella che nel 1987, anno del passaggio in bianconero, era nel pieno della maturità calcistica. Dopo gli esordi nell’Inter e l’affermazione nel Verona dello storico scudetto, il Tricella che arriva a Torino è libero affermato e stimato. Elegante nello stile di gioco, si inserisce presto e bene negli schemi di una squadra che lui stesso, oggi, definisce “di transizione”. Gioca nella Juve per tre campionati, prima di trasferirsi al Bologna. «Quella alla Juventus è stata per me un’esperienza fondamentale. Ne conservo ricordi positivissimi dal punto di vista umano, mentre ho qualche rammarico per i risultati, che non sono stati tutti favorevoli. Abbiamo vinto poco, tranne l’ultimo anno, quello con Zoff, il 1989/90. Abbiamo vissuto un po’ un periodo di mezzo fra i grandi successi della Juve precedente e poi di quella di Lippi. Ma oggi, ripeto, preferisco sottolineare i ricordi di quell’ambiente, i compagni, tutti. Comunque, anche se forse più di tanto non potevamo vincere, eravamo pur sempre la Juventus e per me fu un’enorme soddisfazione essere richiesto prima e poi giocare nel club bianconero. Anche perché c’era già Scirea, come compagno di squadra e dopo come allenatore. Una persona e un amico indimenticabili, un esempio: perché è stato il più grande libero di sempre, in Italia. A volte si fanno paragoni fra lui e Baresi, io sostengo che Franco è stato un gradino sotto “Gai”». Libero elegante e puntuale, si diceva, preciso e mai sopra le righe, ordinato e con una grande visione di gioco. «Sono stato un buon giocatore – dice Tricella con la prolungata umiltà dei grandi – che ha cercato di supplire con il tempismo al fatto di non essere particolarmente veloce». Oggi i rapporti di Roberto con il mondo del calcio sono molto allentati. «Ma è perché ho un’attività che mi assorbe molto. Lavoro nel campo immobiliare, ho una società che acquista terreni e costruisce e vende appartamenti: Questo da otto-nove anni, da quando ho smesso con il pallone. Vado allo stadio molto raramente, più di frequente seguo qualche partita in televisione, mi sento con qualche ex compagno. Ad esempio Gigi De Agostini, che era a Verona con me e che passò alla Juventus nello stesso mio anno. Ho due figli di 11 e 8 anni, uno juventino e uno milanista, che giocano a pallone all’oratorio. Non penso oggi se potranno avere un futuro come calciatori. L’importante è che facciano sport e che si divertano. Poi che lo sport rappresenti per loro una palestra di vita. Oggi, purtroppo, i giovani non sono quasi più abituati a conquistarsi le cose, sembra che tutto sia loro dovuto, che tutto sia scontato. Invece lo sport aiuta a capire che gli obiettivi si raggiungono con la fatica. Poi, semmai, potranno seguire il mio percorso e comprendere anche quanto sia bello il calcio, quante bellissime emozioni regali. Io sono stato fortunato a viverne tante, a giocare e a rimanere un ragazzo fin oltre i 30 anni». «I primi mesi senza calcio sono stati terribili. Avevo questo malessere fisico dovuto al fatto che non potessi più allenarmi tutti i giorni. Una sofferenza pazzesca perché, in oltre 15 anni di carriera, penso di non aver mai saltato un singolo allenamento: correre e sudare mi piaceva un sacco. Uno può prepararsi mentalmente quanto vuole, ma finché non smetti in maniera definitiva è difficile ricreare quella situazione nella tua testa. Immaginarti quel che sarà. Sono arciconvinto che il 90% dei calciatori, se il loro fisico reggesse, ritarderebbero il più a lungo possibile quel passo fatidico. Ne sono uscito buttando anima e corpo nell’attività degli investimenti immobiliari. Quand’ero a Bologna acquistai alcuni terreni con l’obiettivo di farli fruttare costruendoci sopra case. Solo che all’inizio delegavo volentieri agli altri visto che avevo la partita della domenica tra i miei pensieri principali. In seguito decisi di provarci in prima persona ed ebbi la fortuna di inserirmi in un team già rodato». Queste frasi sono molto meno banali di quanto sembrino e convincono sempre di più che il buon Roberto sia stato un calciatore di grandi qualità umane, ma di modeste qualità atletiche. È arrivato a lambire i vertici del ruolo, rimanendo tuttavia escluso dal Gotha, per le ragioni dette prima: i limiti atletici (in campo aperto era in costante imbarazzo, di testa se la cavava col tempismo, ma non è certo stato un gran colpitore) e la mancanza della giusta dose di cattiveria e agonismo sono evidenti. Lo si può considerare una specie di Scirea minore, ma con una dote decisiva in meno: la personalità. Ma è stato un professionista serio e non ha mai lesinato l’impegno. Il fatto che sia stato anche capitano, della Juventus testimonia quanto fossero bui i tempi del dopo Platini. Ma Roberto, di questo, non ha, ovviamente, alcuna colpa. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/roberto-tricella.html
  22. ROBERTO TRICELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Tricella Nazione: Italia Luogo di nascita: Cernusco sul Naviglio (Milano) Data di nascita: 18.03.1959 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1990 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 14.04.1990 - Serie A - Cesena-Juventus 1-1 114 presenze - 2 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Roberto Tricella (Cernusco sul Naviglio, 18 marzo 1959) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Roberto Tricella Tricella al Verona Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1º luglio 1992 Carriera Giovanili 19??-19?? Inter Squadre di club 1977-1979 Inter 5 (0) 1979-1987 Verona 255 (3) 1987-1990 Juventus 114 (2) 1990-1992 Bologna 23 (0) Nazionale 1984 Italia Olimpica 6 (0) 1984-1987 Italia 11 (0) Caratteristiche tecniche Giocava come libero. Carriera Giocatore Club Tricella in azione alla Juventus nella stagione 1988-1989 Cresce calcisticamente nell'Inter, dove esordisce in Serie A non ancora ventenne. Dopo due anni passati in prima squadra con un totale di cinque presenze, passa in Serie B al Verona. Nella stagione 1981-1982, con il nuovo allenatore Osvaldo Bagnoli, inizia il miglior periodo della storia della squadra scaligera che culmina con la vittoria dello scudetto 1984-1985; Tricella è il capitano della formazione campione d'Italia. Nel 1987 passa alla Juventus per 4,5 miliardi di lire prendendo il posto del suo concittadino Gaetano Scirea, anche lui di Cernusco sul Naviglio. La squadra arriva al sesto posto in campionato e viene eliminata ai sedicesimi in Coppa UEFA. L'anno seguente è ancora titolare e la squadra arriva al 4º posto in campionato. I primi successi juventini arrivano nella stagione 1989-1990, quando vince Coppa Italia e Coppa UEFA. A fine stagione lascia Torino per accasarsi al Bologna. La stagione dei rossoblù fu fallimentare con la squadra che concluse il campionato all'ultimo posto con soli 18 punti all'attivo. Tricella collezionò 23 presenze in campionato più altre 7 in Coppa UEFA, torneo che vide il Bologna raggiungere i quarti di finale. In quella edizione Tricella fallì uno dei calci di rigore che decisero gli ottavi di finale contro l'Admira Wacker. Nella stagione seguente Tricella decise di rompere consensualmente il contratto coi felsinei cercando poi accordi con altre squadre di Serie A; tuttavia, per via di un guaio muscolare, abbandonò la carriera agonistica a 33 anni. Nazionale Vanta in totale 11 presenze con la maglia della Nazionale italiana, prevalentemente giocate in amichevoli (l'Italia, campione in carica, non aveva bisogno di qualificarsi per il Mondiale). Fu selezionato da Enzo Bearzot nella rosa dell'Italia che partecipò al campionato del mondo 1986 in Messico, ma non scese mai in campo perché Bearzot preferì rinnovare la fiducia a Gaetano Scirea. Col passaggio dall'era Bearzot all'era Azeglio Vicini, Tricella non rientrò nei piani di questi, che puntò su Franco Baresi. Nel 1987 sostituì il libero rossonero, infortunato, in quattro amichevoli e una gara di qualificazione; rientrato Baresi dall'infortunio, Vicini non concesse più spazio a Tricella. Dopo il ritiro Abbandonati i campi da gioco, lascia completamente il mondo del calcio, tornando a vivere nel paese natio e lavorando nel settore immobiliare. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Inter: 1977-1978 - Juventus: 1989-1990 Campionato italiano di Serie B: 1 - Verona: 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Verona: 1984-1985 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
  23. PAOLO SIROTI Nazione: Italia Luogo di nascita: Macerata Data di nascita: 26.05.1970 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1988 al 1989 Esordio: 03.09.1988 - Coppa Italia - Verona-Juventus 2-2 1 presenza - 0 reti
  24. NICOLÓ NAPOLI Riserva di lusso, Nicolò Napoli veste la maglia bianconera a 25 anni, a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90, riuscendo a ritagliarsi un piccolo posto da protagonista e facendosi apprezzare dai suoi allenatori, da Marchesi a Zoff, per arrivare a Maifredi. Dal 1987 al 1991, riesce a totalizzare 93 presenze e 6 gol, conditi con la conquista della Coppa Uefa e della Coppa Italia. ADALBERTO SCEMMA, DA “HURRÀ JUVENTUS DEL GIUGNO 1989 Neanche a inventarle apposta: Napoli pareggia a Napoli il gol di De Napoli. Un gioco di parole che asseconda qualche sconosciuta bizzarria del destino. Ma quando si scopre che di Napoli (il «di» è minuscolo, please) e anche la moglie di Napoli (il Nicolò è sottinteso, arriplease) allora il pasticcio si complica. E il minimo che si possa pensare è che anche lui, Napoli, sia di Napoli. E invece no. Napoli è di Palermo. Una Palermo che all’inizio degli anni Settanta viveva in altalena tra la A e la B la propria avventura calcistica e che aveva Corrado Viciani, allenatore sessuofobo, un fustigatore feroce di costumi e un assertore frenetico della necessità dei ritiri. A quell’epoca Nicolò Napoli conta Nicolo, aveva una decina d’anni (è del ‘62, nato il 7 febbraio) e vestiva il rosanero nella squadra dei giovanissimi sotto la guida di Tedeschini. I suoi idoli erano Girardi, Arcoleo, Favalli e soprattutto Franco Landri, detto il «Vescovo» per quel suo modo sempre molto curiale di gestire i rapporti tra giocatori e società e tra amici Vicini e Viciani. Landri giocava libero proprio come Napoli, ma l’identità del ruolo non rappresentava evidentemente una garanzia di continuità perlomeno in rosanero. «A fine campionato», racconta Nicolò, «l’intera squadra, con l’allenatore in testa, si trasferì a Tommaso Natale, che non è un nome di persona, ma un Comune della cornice palermitana. Un ambiente sereno. Giocai per quattro stagioni a livello giovanile vincendo anche un titolo italiano “Libertas”, poi debuttai a 15 anni in prima squadra, campionato dilettanti di prima categoria. Mi sentivo un re anche perché il calcio, a quell’età, è soprattutto un divertimento e alla carriera non ci si pensa ancora». – E invece... «E invece, quando avevo già 17 anni, ecco che un giorno arriva da Messina un certo signor Bucalo, uno di quei talent-scout abituati a passare con il setaccio i campetti della provincia. Mi vede, parla con i miei genitori, mi fa firmare per il Messina, Serie C2 ma società solida, di grandi tradizioni. Sono a un bivio: o il calcio o gli studi. Non è una decisione facile, ma io sono convinto che nella vita a vincere sia soprattutto l’istinto, quel radar capace di pilotarti in ogni momento. Ed è così che ho scelto il calcio». – E i suoi genitori che cosa avevano scelto? «Qualche mugugno c’è stato all’inizio, ma neppure troppo insistito. Mio padre è impiegato alla Regione Sicilia, mia madre invece è casalinga. Un figlio con un diploma era probabilmente il minimo che potessero aspettarsi, però devo dire che hanno rispettato, senza interferire, la mia decisione: l’importante, mi dicono anche adesso, è che ogni scelta sia condotta sino in fondo. Soltanto così non potranno mai esserci rimpianti». – Lei ne ha? «Assurdo. Ciò che faccio mi piace. E poi non bisogna confondere i rimpianti con le delusioni». – In che senso? «Forse mi sono concesso qualche sogno di troppo. Quando sono arrivato alla Juve ho cominciato a fantasticare. Mi sono accorto invece che ogni traguardo rappresenta una dura conquista, che non c’è nulla di facile. Sognavo cose, insomma, che non erano certo a portata di mano e che soltanto adesso, ma lo dico piano, cominciano ad assumere contorni un po’ più precisi». – Lei ha 27 anni compiuti, non è certo un ragazzino. E quasi stagione di bilanci. «Sei campionati nel Messina, tre in C2, due in Cl e uno in B; in mezzo una breve parentesi alla Cavese, in Serie B, e il trasferimento autunnale a Benevento: un buon rendimento, credo, se è vero che il Messina mi ha richiamato per farmi giocare da titolare. In tre campionati ho segnato sedici gol, una bella media per un difensore». – Un’abitudine proseguita anche nella Juventus. «I miei gol hanno stupito tutti, meno che il sottoscritto. Del resto credo di essere un difensore piuttosto duttile, portato naturalmente alla costruzione del gioco. Il calcio moderno non concede più spazio ai “francobollatori” che andavano di moda una volta. Ma queste sono cose che ho memorizzato da parecchio tempo». – Dal Messina alla Juve in età già matura. Chissà quanti scogli sulla sua strada... «Di scogli, invece, ne ho avuto soltanto uno a Messina, e con la esse maiuscola. Il “professore” è stato fondamentale per la mia formazione: mi ha insegnato come stare in campo, mi ha costretto a dare sempre il meglio di me, a non perdere mai la concentrazione. Tutte cose che mi sono ritrovato in dote più avanti, quando è arrivato il momento, forse un po’ a sorpresa, della Juventus». – Sorpresa fino a un certo punto. In Serie B lei era stato tra i migliori. «Diciamo allora che il mio impatto con la Juve è stato un po’ particolare, perlomeno a livello di sensazioni. Da un lato la certezza di essere arrivato al massimo: organizzazione eccezionale, ambiente splendido. Nessuna società può competere con la Juve sotto questo profilo. Dall’altra la delusione dei risultati che non arrivavano. Proprio il fatto di essere arrivato a Torino in età matura mi aveva costretto ad aprire la porta alle illusioni». – E invece? «E invece ecco una lunghissima trafila, un po’ come rifare la gavetta. Tutto giusto, per carità, ma qualche speranza me l’ero proprio tenuta in serbo». – Eppure il debutto in Serie A e arrivato quasi subito: Juventus-Pescara, 27 settembre 1987, un bel 3 a 1 con la sigla di Rush. «Un Rush vero, quella partita me la ricordo bene. Ma i problemi sono arrivati più tardi. Problemi fisici, non certo di ambientamento. I miei muscoli erano sempre pieni di tossine, sembravano di seta. Sono andato avanti in altalena, insomma, fino a quando i medici non hanno diagnosticato la causa: una banale tonsillite, roba da bambini. Così alla vigilia di Natale mi sono fatto operare e i risultati, anche agonistici, sono cominciati a fioccare. Sto vivendo un momento di grazia però lo dico pianissimo. Guai a turbare l’equilibrio». – Un equilibrio che alla Juve è da sempre una regola. «È per questo che la Juve è diversa da tutte le altre società. C’è un grande rispetto per l’individuo, un rispetto che prescinde dalle valutazioni calcistiche. E poi la vecchia “scuola” funziona sempre...». – In che senso? «Nel senso che c’è sempre chi è prodigo di consigli, chi è disposto a darti una mano. La professionalità non è un optional. Prendiamo Scirea, per esempio. Lo scorso anno giocava e non giocava, si apprestava a chiudere la carriera, ma ha compiuto questo passo con una grandissima dignità, allenandosi sempre con l’entusiasmo e la dedizione di un ragazzo. Il gol che si è permesso di segnare, al momento di chiudere con il calcio attivo, credo abbia commosso un po’ tutti. Scirea mi è stato particolarmente vicino, mi ha aiutato, mi ha spronato. Io sono juventino dalla nascita, a Palermo c’è la tradizione dei Vycpalek, dei Furino, Benetti, Causio. Figuratevi che cosa può avere rappresentato per uno come me l’amicizia di Scirea». – Gaetano Scirea, dunque. E poi? «E poi Rui Barros, un mostro di simpatia. È il mio compagno di camera. Ci intendiamo a meraviglia, è un bravissimo ragazzo. Ma il fatto è che in questa Juve sono bravi un po’ tutti. Mi spiacerebbe andarmene...». – Le sue carte lei le sta giocando tutte. E piuttosto bene. «Da un lato mi conforta constatare che di fenomeni in giro, nel ruolo che occupo adesso, non ce ne sono molti. Dall’altro i miei 27 anni potrebbero rappresentare un handicap, anche se ci sono esempi precedenti proprio qui alla Juve. Prendiamo Favero: perché non dovrei ispirarmi a lui?». – I vecchi juventini dicono invece che lei ricorda moltissimo Bobo Corradi... «Non ho alcuna possibilità di verifica, ma prendo per buono il complimento. Corradi ha giocato in Nazionale, e stato un “grande”. Però mi accontenterei anche di molto meno, mi accontenterei di dimostrare che Napoli, nel calcio, occupa un posto non precario. È una specie di impegno che ho preso con mio figlio Giambattista». – Uno che già la giudica? «È impossibile: ha solo cinque anni. No, il mio è un impegno morale, nei suoi confronti e in quelli di mia moglie Michela. Per il resto mi accontento di poco. Qualche gita in barca e la pesca alla trota. Anche se preferisco il mare di Messina...». VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS DEL GIUGNO 1989 L’eco delle sue prodezze messinesi non era bastato a farlo apprezzare da Marchesi, non soltanto perché il ragazzo era chiuso dal forte Favero, quanto e soprattutto perché una nuvola di ricordi e di nostalgie stava in quei giorni sulla difesa. E certamente l’imbattibile difesa juventina di tutti i primati, andava a essere riveduta e corretta. Però Nicolò Napoli avrebbe meritato di essere scoperto prima, lui, allievo di quel tecnico scorbutico e geniale che ha il destino nel nome, cioè Scoglio, il quale lo aveva valorizzato nel Messina, e che aveva ripagato a suon di gol, sei nel campionato 1986-87, in 36 partite. Cosa aggiungere se non una scheda tecnica che faccia capire il repertorio di questo difensore eclettico? Sa marcare ma soprattutto sa salpare; Zoff lo ha rilanciato in occasione della trasferta di campionato a Fuorigrotta, e lui lo ricompensa con un gol di bellissima fattura, di testa, da quel momento proponendosi come titolare. «Sente» il gol, è la sua caratteristica primaria come difensore, un difensore che «sente» il gol è merce rara. Mi ha colpito anche per la sua corsa snella, la sua attitudine all’anticipo senza sprecare, anzi ignorando i colpi proibiti. Un giocatore lindo, di grossa semplicità psicologica, un professionista adamantino, se è vero che ha subito ogni parte della malasorte, senza mai lamentarsi. Soltanto di recente ha cercato di farsi sentire: almeno provatemi, per vedere se valgo ancora qualcosa. Infatti, a non giocare ci si inaridisce, soprattutto psicologicamente. Ecco Nicolò Napoli, dunque, alla conquista della squadra più bella, lui che è palermitano purosangue, di una città calcisticamente negata al vivaio e dove ogni fiore spesso è appassito per colpevole negligenza dell’ambiente. Napoli sta dimostrando, in questo finale di stagione – una stagione, la prima zoffiana, secondo me positiva – il suo talento di calciatore. Calciatore di difesa, ma concepito strutturalmente per la costruzione del gioco; giocatore di difesa con uno squisito senso tattico, che può disimpegnarsi con buoni risultati anche impiegato da half. Lo definirei l’erede spaccato di Antonello Cuccureddu, con un destro meno possente, quello del sardo era proverbiale, ma non meno eclettico nella disponibilità a più ruoli. Il futuro dirà ancora molte cose su questo giovane troppo trascurato nell’epoca di Marchesi tecnico, quasi snobbato, prima di accorgersi di avere in casa un puledro che sa azzeccare le traiettorie volanti e che dispone di ottimi fondamentali tecnici. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/nicol-napoli.html
  25. NICOLÓ NAPOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Nicolò_Napoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 07.02.1962 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 70 kg Soprannome: Il Cabrini del Sud Alla Juventus dal 1987 al 1991 Esordio: 27.09.1987 - Serie A - Juventus-Pescara 3-1 Ultima partita: 26.05.1991 - Serie A - Genoa-Juventus 2-0 94 presenze - 6 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Nicolò Napoli (Palermo, 7 febbraio 1962) è un allenatore di calcio, ex calciatore ed ex giocatore di calcio a 5 italiano, di ruolo difensore, tecnico del FC U Craiova. Nicolò Napoli Napoli con la maglia del Cagliari nel 1991 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra FC U Craiova Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili Libertas Messina Squadre di club 1980-1983 Messina 71 (4) 1983 Cavese 2 (0) 1983-1984 → Benevento 27 (3) 1984-1987 Messina 104 (16) 1987-1991 Juventus 94 (6) 1991-1996 Cagliari 148 (9) 1996-1997 Reggina 29 (0) 1997-1998 Tempio 3 (0) Carriera da allenatore 2002 Moncalieri 2003 Vado 2003-2004 FCU Craiova 2005-2007 Orbassano 2007-2009 FCU Craiova 2009 Brașov 2009-2010 Astra Ploiești 2011 FCU Craiova 2012-2013 Turnu Severin 2013-2014 FCU Craiova 2014-2016 CSM Studențesc Iași 2018-2019 FCU Craiova 2020 FCU Craiova 2021 FC Politehnica Iași 2022- FCU Craiova Calcio a 5 Carriera Squadre di club 1998-1999 Cagliari 4 (1) Carriera Giocatore Cresciuto nel vivaio del Palermo, passa poi alla formazione "Allievi" del Tommaso Natale. Viene quindi prelevato dal Messina. Successivamente giocò nella Cavese e poi nel Benevento, prima di tornare al Messina dove rimase per tre stagioni. Nel 1987 venne ingaggiato dalla Juventus. Rimane in bianconero per quattro stagioni raccogliendo 94 presenze ufficiali con 6 gol, dei quali il più importante lo realizzò il 28 gennaio del 1990 allo stadio Comunale di Torino contro l'Inter, sconfitta dalla sua rete. Con la Juventus vinse una Coppa Italia e una Coppa UEFA nella stagione 1989-1990. Napoli (in primo piano) alla Juventus nel 1989, alle prese con l'azzurro De Napoli. Nel 1991 viene ceduto al Cagliari dove rimane fino al 1996, quando scende in Serie B nelle file della Reggina. L'ultimo suo sprazzo di carriera come calciatore lo vive ancora in Sardegna, dove è stato protagonista tra i più validi nella storia del Cagliari post-scudetto, mettendo a referto tre presenze nel Tempio, nel campionato di Serie C2 1997-1998. Nella stagione 1998-1999 si cimenta con il calcio a 5 giocando nel Cagliari, in Serie A; l'impatto con la disciplina non è tuttavia incoraggiante: il giocatore scende in campo in quattro occasioni, mettendo a segno una rete. Allenatore Comincia la sua carriera da allenatore nel 2002 Moncalieri, per poi passare l'anno successivo al Vado. Nella stessa stagione si trasferisce in Romania, chiamato dall'FCU Craiova, dove continua la sua carriera di allenatore, tranne un biennio ad Orbassano tra il 2005 e il 2007. Dal 13 ottobre 2014 allena il CSMS Iasi, divenuto nel 2016 Politehnica Iași con cui interrompe nel giugno 2016. Nell'estate del 2018 viene chiamato dall'FCU Craiova, club fallito nel 2013, ripartito dalla categorie minori e attualmente in Liga III. Dopo una promozione in Liga II Viene esonerato nell'ottobre 2020 L'anno successivo subentra con il Politehnica Iași ma non viene confermato a fine stagione che termina con la retrocessione. Nel dicembre 2021 subentra sulla panchina del FCU Craiova nel frattempo promosso nella massima categoria Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Campionato italiano Serie C1: 1 - Messina: 1985-1986 (girone B) Campionato italiano Serie C2: 1 - Messina: 1982-1983 (girone D) Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990
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