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Salvatore Jacolino - Giocatore E Allenatore Giovanili
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
SALVATORE JACOLINO Il testimone non è reticente e ha visto tutto – afferma Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” del 2-8 maggio 2001–: rivolgimenti nel calcio pensato con la Ternana-monstre di Corrado Viciani e tempeste perfette nel calcio giocato senza avere le spalle protette da un procuratore, saliscendi nel costume e nella società, campioni mai sommersi dalla polvere e faticatori da campo che solo la memoria può strappare dalle sabbie mobili del tempo. Salvatore Jacolino era un germoglio di bimbo quando suo padre Pasquale, nell’anno di fuga dalla miseria 1951, salì da Agrigento a Torino. Una moglie, otto figli equamente divisi fra maschi e femmine, un mestiere da fabbro. Era la primissima emigrazione del secondo dopoguerra, gli operai-massa da incasellare nella filiera della città- Fiat sarebbero saliti sui treni della speranza all’inizio degli armi Sessanta, col boom. «Papà è mancato tre mesi fa. Lavorava pesante, manteneva tutti ed è stata dura soprattutto per lui. Per il resto funzionò bene fin da subito, dipende da come uno la vive ‘sta cosa dell’emigrazione». E da come si decide di stare al mondo. Salvatore è un cinquantenne fiero, c’era da andare e partiva, si affacciava un’occasione e ci metteva il cuore. Gomiti bassi, tanti amici a Torino, dove vive, e nella Juve, una fucina che l’ha plasmato e poi gli ha riaperto le porte, quando a carriera esaurita da nobile metallo è diventato lui uno dei maestri alla forgia nel settore giovanile, per diciotto anni. «Quando entrai alla Juventus era il ‘59. Conobbi un gruppo di ragazzi fantastici, Castelli, che ha giocato in C, Bettega, che è rimasto un’ottima persona. Ogni mese ci rivediamo per la cena della classe ‘50, tiriamo fuori le vecchie storie, i tornei in giro, i casini che combinavamo nelle stanze. Sono partito dagli esordienti e andato avanti, ho fatto tutta la trafila delle Nazionali juniores e nel ‘69-70, ero alla Primavera, giocavo il campionato della De Martino però venivo quasi sempre aggregato alla prima squadra, allenata da Rabitti, che mi aveva allevato. Il mio ruolo era centrocampista offensivo, più o meno un trequartista». Una presenza in A, nel torneo vinto dal Cagliari. Cuccureddu, Bob Vieri, Anastasi, Del Sol, Jacolino: «Era l’ultima giornata, a Bari, avevo l’11 perché Rabitti dava quel numero a chi giocava a ridosso delle punte. Un’altra partita la giocai in autunno, Coppa Italia, a Bologna. Io contro Scala e Bulgarelli, Boniperti mi fece i complimenti e ho conservato il ritaglio di Tuttosport col titolone “È nata una stella”. Vero eh, l’ho conservato». La sfida con le squadre di vertice è restarci. Quella Juve è una piccola fabbrica di meteore: “brucia” Lamberto Leonardi, ala di un certo spicco alla Roma e al Varese ma sparita in bianconero, prova il giovane terzino Paolo Viganò, che successivamente passerà alla Roma, al Palermo e alla B, tasta il polso all’enfant du pays Elio Rinero, un jolly presto destinato alla cadetteria. Jacolino, appena ventenne, accetta di buon grado la C. «L’allora manager Italo Allodi, un grande, mi consigliò di andare a Piacenza in prestito: “Ci lavora nello staff il mio amico Casati, con lui farai ottime cose, sta costruendo una squadra apposta per te”. L’annata andò così e così, ci salvammo a malapena. Il ‘71-72 partì l’avventura con la Ternana. Venni a sapere che ero stato ceduto in comproprietà dalla radio, negli ultimi cinque-sei minuti di calciomercato. Longobucco alla Juve, Jacolino, Mastropasqua e Brutto alla Ternana. La Juve aveva promesso di piazzarmi almeno in B e aveva mantenuto la parola. Andai, sapendo di dovermi conquistare il posto». I “senatori” lo accolgono bene e l’integrazione fila liscia grazie a Marinai, Cucchi, Cardillo. La squadra punta alla salvezza, finirà in testa, vincendo diciotto partite, con quattordici pareggi e solo sei sconfitte. Ecco la A, traguardo storico firmato Viciani: «Arrivato a Terni mi accorsi che il calcio stava cambiando pelle, si lavorava in modo diverso. Viciani era un ex farmacista... no, solo roba lecita, vitamine. Era un perfezionista, un patito della parte atletica e in anticipo di vent’anni pure nella parte tattica. Per quanto riguarda la preparazione adottavamo l’interval training, allunghi sui cento metri in tre serie da cinque in tempi ristretti. Questo per dieci-quindici giorni di fila, dopo la settimana di capillarizzazione in montagna». Ovvero corsa lenta e continua per raggiungere la migliore vascolarizzazione. E il famoso “gioco corto”? «Un calcio modernissimo. Viciani voleva la squadra stretta e il fuorigioco alto: a comandare la difesa pensava Mastropasqua. Una ragnatela di passaggi corti coi giocatori raggruppati in quindici-venti metri, triangolazioni brevi e veloci, così voleva Viciani ed era una novità. Correvamo più degli altri e sorprendevamo tutti coi fraseggi, perfetto per me che tecnicamente ero valido. Si giocava a zona, un 4-4-2 oppure 4-4-1-1 e in quel caso io facevo la mezzapunta a ridosso dell’attaccante». La Ternana del prodigio sbarca in A nel ‘72-73, la piazza vive di calcio, è coinvolta e per i vecchi tifosi veder entrare in campo al Liberati Milan, Inter e Juve sembra un sogno. Il risveglio è da cerchio alla testa: «La società non aveva grandi risorse, poteva spendere poco e in A giocarono i nove undicesimi della squadra di B». Tattica, sudore: non bastano, la Ternana vince appena tre volte, in casa, e termina in ultima posizione. «Furono le mie prime partite consecutive in A, quattordici in totale, con un gol solo, al Palermo. Al termine del girone d’andata mi strappai gli adduttori, a destra e a sinistra: giocavamo in casa, contro la Sampdoria di Heriberto Herrera. Il guaio è che mi curarono come per una pubalgia, girai per provare a guarire tutta l’Italia e rimasi fermo un anno, un anno intero di passione». Jacolino incontra al Brescia il medico giusto, o perlomeno uno che indovina dove sta il problema, e guarisce: «Come ricominciare da capo, in B. Rimasi tre anni e diventai capitano». Dal ‘73 al ‘76 c’è modo anche di sposarsi, «con Maria Teresa, una ragazza di Torino, abbiamo due figlie, Silvia e Laura. Arrivai alla Nazionale di B, coi vari Pruzzo, Ranieri, Del Neri, una bella rivincita. Qualche aspetto meno piacevole venne fuori al terzo anno di Brescia, stava crescendo Beccalossi e Angelillo, l’allenatore, diceva che non potevamo coesistere. Ci provammo e non funzionò. A quel punto Angelillo decise il mio trasferimento e fu un divorzio non troppo morbido, anzi, polemico. Per carità, nulla da dire su Angelillo allenatore, comunque a livello umano si mostrò poco disponibile a darmi spiegazioni. Nel calcio va così, quando bisogna fare delle scelte... Mi escluse dalla rosa e nel novembre del ‘76 mi scambiarono con Aristei e mi toccò la Spal. Chiariamo: Beccalossi era più bravo di me, assolutamente, ero buono anch’io, in B dicevo la mia, Evaristo era già un fuoriclasse a sedici anni». Metà anni Settanta, un altro mondo, un’altra Italia che archivia definitivamente il periodo post-bellico e si scopre incasinata e vitale, mutata nei costumi e nella mentalità, metropolitana e meno succube della parrocchia. Sensibile alle mode. Per il casting di un suo spaghetti-western, Sergio Leone avrebbe dovuto pescare tra le formazioni dell’epoca: ai Massimo Palanca coi ricci e i baffoni, Antonio Logozzo dai capelli pece, Giorgio Braglia full optional con la chioma spiovente, mustacchi e barba sarebbero stati perfetti. Di facce da mezzosangue messicani, esplosioni pilifere incontrollate, occhi tra il furbo e il patibolare il nostro campionato ne offriva, in abbondanza. Nel film di Jacolino non si spara, si patisce: «Alla Spal fu un anno maledetto, con una girandola di allenatori e la retrocessione in C. Questa è curiosa: un bel momento sostituirono Guido Capello con Ottavio Bianchi, che così divenne allenatore e giocatore e dopo cinque o sei partite fu esonerato da tutti e due i ruoli. Provarono con Suarez, inutile. Allora la disciplina tattica non era importante, a parte i casi come Viciani, chi aveva i giocatori forti vinceva le partite, si improvvisava. Adesso un buon collettivo permette ottimi campionati. Mi proposero di rimanere, ma con l’ingaggio dimezzato per la retrocessione non ce l’avrei fatta a vivere a Ferrara con moglie e figlia appena nata, era una città cara, pagavo in affitto trecentomila lire al mese, son tanti soldi, e non potevo permettermelo. Tornai a Torino». Salvatore si tiene in forma grazie a Rabitti che lo aggrega alla Primavera del Toro e una mattina, a novembre «vennero a casa mia l’allenatore e i dirigenti della Biellese per propormi un triennale. Accettai e nel mio piccolo son stati anni molto belli, segnai parecchi gol. Un po’ mi sentivo dimenticato. L’anno in cui ero andato via da Brescia avevo avuto richieste da Lazio e Catanzaro, che giocavano in A, avevo scelto Ferrara perché il contratto non era male... Ormai il mio momento era passato». A trentuno anni, qualche squadra di C gli fa ancora la corte. Ma Jacolino è tornato a casa, in tutti i sensi: «Alla Juve mi dissero che era il momento buono per entrare, stavano ringiovanendo il parco allenatori. Scelsi bene». È l’81, partenza coi Giovanissimi, fino alla Primavera, che guiderà per sei anni complessivi. A contatto con Trapattoni, Marchesi, Maifredi, Lippi: «Il Trap mi mandava in giro a vedere le partite di Uefa e Coppa Campioni, nell’89, l’anno in cui morì Scirea in Polonia, girai parecchio. Ricordo che Gaetano mi chiedeva libri e librettini per poter studiare da allenatore, gli avevo dato i miei appunti. Con Lippi ho uno stupendo rapporto di amicizia, l’ho seguito a Châtillon al ritiro della prima squadra». Da pulcino a mister e il cerchio si chiude: «Tre anni fa ho lasciato la Juve per andare ad allenare la Viterbese in C2. La situazione era complicata, allo sbando: trovai in ritiro quattordici giocatori e mancavano addirittura i palloni. Però si suppliva con l’entusiasmo, coi giocatori il rapporto era buonissimo, avevo Liverani, un ragazzo stupendo. A novembre eravamo quarti, Gaucci comprò la società e ci mandò tutti a casa. Mai ricevuto uno stipendio... Da allora ho detto basta, son rimasto scottato. E sto alla finestra, non ho smania di rientrare, mi dedico di più alla famiglia». Quarant’anni li ha passati in pista, quasi quasi verrebbe da credergli. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/salvatore-jacolino.html -
Salvatore Jacolino - Giocatore E Allenatore Giovanili
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SALVATORE JACOLINO https://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Jacolino Nazione: Italia Luogo di nascita: Agrigento Data di nascita: 24.12.1950 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 66 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1969 al 1970 Esordio: 25.02.1970 - Coppa Italia - Bologna-Juventus 0-0 Ultima partita: 26.04.1970 - Serie A - Bari-Juventus 2-1 2 presenze - 0 reti Salvatore Jacolino (Agrigento, 24 dicembre 1950) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Salvatore Jacolino Jacolino alla Ternana nella stagione 1972-1973 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1981 - giocatore Carriera Giovanili 1959-1969 Juventus Squadre di club 1969-1970 Juventus 2 (0) 1970-1971 Piacenza 24 (7) 1971-1973 Ternana 43 (3) 1973-1976 Brescia 86 (9) 1976-1977 SPAL 31 (1) 1977-1981 Biellese 113 (21) Carriera da allenatore 1981-1984 Juventus Giovanili 1984-1998 Juventus Giovanili 1998 Viterbese 1999 Cuneo 2000-2001 Borgosesia 2001-2002 Ivrea 2002-2003 Biellese 2003-2005 Casale 2005-2007 Canavese 2007-2009 Alessandria 2009-2010 Savona 2010-2011 Cuneo 2011-2012 Biellese 2014-2016 Cuneo 2016-2017 Cuneo 2017 Varese Caratteristiche tecniche Giocava come mezzala o come centravanti arretrato. Tecnicamente dotato, era carente dal punto di vista della forza fisica. Carriera Giocatore Jacolino (al centro) con la maglia della SPAL, tra gli atalantini Bertuzzo e Mastropasqua, prima della sfida di Bergamo del 9 gennaio 1977. Torinese d'adozione, essendovi arrivato quando aveva un anno e mezzo, trascorse 10 anni nel vivaio della Juventus ed esordì in Serie A il 26 aprile 1970, nella partita contro il Bari giocata dai bianconeri sul neutro di Napoli. Nel 1970 fu ceduto al Piacenza, in Serie C, dove mise a segno 7 reti in 24 partite; rientrato alla Juventus, passò alla Ternana, con cui ottenne una promozione in A (1971-1972), e in seguito militò nel Brescia (3 stagioni in Serie B) e nella SPAL. Chiuse la sua carriera da calciatore nel 1981, dopo quattro stagioni alla Biellese, in Serie C. In carriera ha totalizzato complessivamente 15 presenze in Serie A (una con la Juventus, 14 con la Ternana) realizzando una rete (nel pareggio contro il Palermo), e 146 presenze e 12 reti in Serie B. Allenatore Una volta intrapresa la carriera di allenatore ha guidato quasi esclusivamente squadre piemontesi. Iniziò con le giovanili della Juventus, subito dopo il ritiro, rimanendo a Torino per il successivo decennio. Dopo avere lasciato il vivaio bianconero esordì alla guida di una prima squadra allenando per alcuni mesi la Viterbese, che di lì a poco sarebbe stata acquistata da Luciano Gaucci, nel campionato di Serie C2 1998-1999: Jacolino fu però esonerato e sostituito da Paolo Beruatto col quale, al termine della stagione, la formazione laziale ottenne la promozione in Serie C1. In seguito allenò Cuneo e Borgosesia nelle stagioni successive; allenò poi le prime squadre di Ivrea, con cui raggiunse il primo posto in Serie D nel 2001-02, perdendo poi lo spareggio-promozione con il Savona, Biellese e Casale, con cui vinse la Serie D 2003-2004. Con la Canavese vinse nuovamente il torneo al termine della stagione 2006-07, portando per la prima volta i blu-granata tra i professionisti. Ingaggiato dall'Alessandria, la condusse alla vittoria del campionato 2007-08 con cinque giornate di anticipo (fu la terza promozione in Serie C2 della sua carriera) e la guidò nel 2008-2009 in un buon girone d'andata, per poi venire esonerato il 20 gennaio 2009 dopo una serie di risultati negativi. Nella stagione 2009-2010 è al Savona, che ha portato dalla Serie D alla Lega Pro Seconda Divisione. Il 3 giugno 2010 gli subentra Gennaro Ruotolo. Jacolino (in basso, terzo da sinistra) allenatore della squadra Primavera della Juventus nella stagione 1986-1987 Nella stagione 2010-2011 arriva al Cuneo, subentrando all'esonerato Danilo Bianco alla quinta giornata, con la squadra terz'ultima in classifica. A fine stagione vince il campionato con 9 punti di vantaggio sulla seconda classificata. Il Cuneo partecipa quindi alla Poule Scudetto e si laurea Campione d'Italia di categoria a Treviso battendo in finale il Perugia. A fine stagione rassegna le dimissioni dall'incarico di allenatore della squadra piemontese. Nell'ottobre 2011 (a campionato in corso) viene chiamato alla guida della Biellese, formazione di Eccellenza Piemonte con un recente passato nei campionati professionistici della serie C, dimettendosi poi a fine febbraio, dopo aver raccolto 22 punti in 15 partite. Nel luglio 2012 viene assunto alla guida dell'Acqui, rinunciando all'incarico dopo pochi giorni per motivi familiari. Il 28 ottobre 2014 torna sulla panchina del Cuneo: subentrato a Riccardo Milani con la squadra in undicesima posizione, al termine della stagione vince il campionato ottenendo la promozione in Lega Pro. Il 20 marzo 2016 viene esonerato in seguito a tre sconfitte consecutive, con la squadra in zona playout a 28 punti. Il 25 ottobre successivo, a seguito dell'esonero di Fabio Fraschetti (che gli era subentrato nella stagione precedente), gli viene nuovamente affidata la panchina del Cuneo, nel frattempo retrocesso in Serie D. Sotto la sua guida i biancorossi piemontesi s'impongono come squadra leader del proprio girone, centrando infine la promozione in Lega Pro. Risolto il contratto con il Cuneo sul finire del mese di maggio 2017, a giugno passa ad allenare il Varese, ma l'esperienza in Lombardia per Jacolino si rivela una delusione totale: i biancorossi alla sua guida si trovano solamente in dodicesima posizione con soli 16 punti conquistati in 20 gare e il 28 novembre 2017 rassegna le dimissioni da allenatore. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C: 1 - SPAL: 1977-1978 (girone B) Allenatore Campionato italiano Serie D: 6 Casale: 2003-2004 (girone A) Canavese: 2006-2007 (girone A) Alessandria: 2007-2008 (girone A) Savona: 2009-2010 (girone A) Cuneo: 2014-2015 (girone A), 2016-2017 (girone A) Scudetto Serie D: 1 - Cuneo: 2010-2011 -
ROBERTO VIERI La storia del calcio è fatta di tipi stravaganti come Bob Vieri – racconta Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – basta cercare in epoche di meno solido pragmatismo e di più diffusa poesia, come il calcio, nei ruggenti anni Venti; poesia, appunto, condita appena da un pizzico di professionalità. La poesia di Bigatto, strenuo lottatore, è ancora impregnata di rimembranze dannunziane e assai poco propensa alla filosofia pratica del risultato da conquistare ad ogni costo. Per non parlare di Pastore, il centrattacco di quella Juventus, in fondo tardo romantica e tardo garibaldina, che nel ruvido tackle con il “centr’half” avversario, scopre in se stesso insospettate doti drammaturgiche e finisce sul set del nascente mondo cinematografaro. Vieri, tanto per tornare in argomento, in quella Juventus di estrosi protagonisti ci sarebbe stato molto bene.«Non facevo niente di speciale – si difende Bob – ma si sa com’è, uno si fa una certa fama, i giornalisti ci ricamano sopra. Io non giravo con le galline, non giocavo a poker, avevo i capelli lunghi e la barba ma mica ero un sessantottino. È vero però che d’estate non andavo mai a letto, che correvo in macchina, che facevo delle bischerate. È vero anche che fumavo. Strambo ero strambo. Mia moglie ricorda che gliene ho fatte di tutti i colori. Un giorno la feci venire giù da Parigi e dopo cinque minuti che era arrivata la rispedii via. Ero fatto così. E nel momento più importante mi ritrovai come allenatore Bernardini. Grandissimo. Ma me le dava tutte vinte. Chissà, se avessi trovato uno più severo. Anche Mondonico era matto ai miei tempi, quando giocava. Ma come allenatore! Fu lui, che l’aveva già visto tra i giovani del Torino, a volere Christian all’Atalanta. Gli parlò una volta sola. E poi non gli parlò più. Ma quella volta bastò».Al termine del torneo 1968–69, altalenante nei risultati e negli umori, c’è aria di gran rinnovamento in casa juventina. È finito il lungo ciclo “heribertiano” e, al posto del trainer paraguagio, arriva un signore paffuto con occhietti sornioni e l’aria navigata di chi del calcio conosce proprio tutto; si chiama Luis Carniglia, è argentino e vanta trascorsi di gran prestigio sia in Italia che all’estero. E arrivano anche giocatori nuovi: lo stopper Morini, che eredita il posto tenuto gloriosamente per anni da Bercellino, Leonardi, ala di ruolo non giovanissima ma indispensabile per un attacco imperniato l’anno prima sul solo Anastasi. E, infine, Vieri dalla Sampdoria, lasciando grande rimpianto fra i tifosi blucerchiati; approda a Torino e l’attesa dei tifosi juventini è naturalmente grande. L’acquisto boom è costato il sacrificio di Benetti e una barca di soldi.Qualcuno avanza dei dubbi sull’utilità di un giocatore così estroso, in un complesso nel quale già figura Helmut Haller, ovvero l’estro fatto persona. Sono dubbi, si dice, presto destinati a cadere; e poi, proprio nelle file della Sampdoria, Vieri ha giocato partite memorabili contro la Juventus. Lo stesso tedesco è entusiasta: «Giocare a fianco di un giocatore come lui è quel che desideravo – dice Helmut – sono convinto che insieme formeremo una grande coppia. Vieri gioca come facevo io sette anni fa, anche se rispetto a lui vantavo una maggior dinamicità, uno scatto più secco».Ben venga Vieri, dunque; al primo approccio col nuovo ambiente, Bob ricorda figure antiche e recenti di juventini stravaganti eppur grandissimi. Cesarini, per esempio, aveva lo stesso carattere e caracollava con la stessa indolenza per il campo, in attesa di mettere a segno la zampata che risolveva la partita. E non parliamo poi di Sivori; Bob ricorda il grande Omar non solo nell’aspetto (“cabezon” e calzettoni srotolati) ma anche e soprattutto nell’incedere palla al piede, nella dimestichezza con il pallone. Sono impressioni della prima ora e, magari, si esagera nel gravare di responsabilità il giovanotto, che ha appena ventitré anni e ben poca esperienza a certi livelli. Bob si schermisce: «Omar appartiene a un’altra categoria, altra classe, come lui non ci sarà più nessuno».Carniglia, dalla sede del ritiro precampionato, si lascia trasportare da entusiasmi squisitamente romantici e ai cronisti, che cercano anticipazioni sulla nuova Juventus attesa alla riscossa, dispensa giudizi entusiastici sul conto di questa mezzala nuova e antica al tempo stesso, che “tiene piedi come mani” e a cui il nuovo trainer juventino non si sente di dover insegnare niente. «Il ragazzo ha classe, non si discute. Subito, però, mi preoccupava la sua tenuta fisica, non mi era parso adatto per coprire molti chilometri. Oggi va decisamente meglio, mi segue, mi ascolta come tutti gli altri. Quando gli ho chiesto di tagliarsi mezzo chilo di capelli se li è tagliati subito, quasi quasi mi finiva sotto peso».Il tempo delle verifiche non tarda a venire; dopo le partitelle amichevoli, il primo impegno di un certo livello avviene al Comunale contro l’Ajax, vice–campione d’Europa, che viene a collaudare la condizione della Juventus nuova edizione. È una serata calda di inizio settembre e la folla risponde in massa; naturalmente, è Vieri l’osservato speciale e l’ex sampdoriano si cala alla perfezione nella parte. Prestazione orgogliosa, la sua, con momenti davvero entusiasmanti di calcio persino lussuoso. La squadra va a singhiozzo, manca di intesa tra i reparti e la partita vive sugli spunti dei singoli e di Bob; la mezzala gioca nella posizione di regista offensivo, che Carniglia gli ha assegnato, e dal suo piede partono tutte o quasi le offensive bianconere. L’incontro, che si era messo male per la Juventus dopo un goal di Groot in apertura di ripresa, è raddrizzato proprio da due prodezze di Vieri; la prima frutta un’autorete di un difensore olandese su sua stangata dal limite e la seconda consente alla squadra bianconera di aggiudicarsi l’incontro. Una discesa in slalom, nugoli di avversari saltati con un dribbling noncurante e persino sfottente e alla fine botta ravvicinata con palla che va nel punto più lontano per il portiere. Insomma, un esordio alla grande; la gente di fede bianconera esulta e si prepara a far festa per gli impegni che contano.Si comincia con la Coppa Italia: Vieri, che salta il primo turno per una squalifica rimediata alla fine del campionato precedente, debutta a Bergamo e può ben poco nel grigiore generale della squadra. Qualcosa di meglio si vede in Coppa delle Fiere, ma anche la netta vittoria per 3–1 a spese dei bulgari del Lokomotiv non dissipa tutti i dubbi sulla funzionalità del complesso “carnigliano”. Haller trotterella esattamente come l’anno precedente e quando ha lui la palla tutto va bene; ma capita spesso che il suo avversario diretto si ritrovi smarcato e a centrocampo si soffre tantissimo. Vieri, dal canto suo, non ha certamente attitudini da maratoneta, né Carniglia pretende da lui l’assolvimento di compiti di marcatura; Furino e Del Sol devono in definitiva correre per quattro e la squadra si sbilancia fatalmente.Il campionato comincia alla grande; il Palermo di Bercellino II e di un certo Causio subisce quattro reti a Torino, con Vieri in cabina di regia e Haller nelle vesti di cannoniere. Già a Verona, seconda giornata, si intuisce che la squadra, così impostata, denuncia preoccupanti lacune e sbandamenti. La coppia formata dal tedesco e da Bob è esemplare sotto il profilo stilistico; classe da vendere e numeri di alta scuola, per la gioia di Carniglia, ma i tempi suggeriscono soluzioni meno spettacolari e più redditizie. Sette giorni dopo la sconfitta di Verona, la Juventus è attesa dal difficile incontro contro il Bologna. I bianconeri iniziano con puntiglio e vanno anche in goal per primi, proprio con Vieri, esecutore di un’esemplare punizione dal limite, con palla tagliata e angolatissima. Non è sufficiente, però; la squadra bolognese corre e marca con maggiore determinazione e il filtro, che il centrocampo bianconero riesce a effettuare, è quanto mai approssimativo.Le partite successive confermano le difficoltà della squadra a esprimere un gioco apprezzabile; dopo la duplice sconfitta nel derby e con il Vicenza, nella guida tecnica della squadra subentra Ercole Rabitti. La Juventus cambia totalmente; dopo la vittoria sull’Inter, la squadra perde di misura a Napoli e Vieri è nuovamente al centro dell’attenzione. Succede che Bob calcia contro il palo un rigore, buttando alle ortiche un pareggio che avrebbe significato rilancio. È un episodio significativo, ma non è certamente solo per il penalty sciupato che Rabitti accantona Bob nella successiva trasferta di Cagliari. Il nuovo allenatore ha vedute opposte a quelle del suo predecessore ed esige dai suoi giocatori una disponibilità totale, sia in costruzione sia in interdizione. Cuccureddu, il fresco acquisto novembrino, esemplifica le nuove concezioni tattiche e la squadra, corroborata nel tono atletico, comincia a risalire la classifica.Bob è un capitale tecnico tutt’altro che irrilevante e il suo contributo, pur ridimensionato rispetto alle previsioni iniziali, sarà comunque apprezzabile. Il rientro contro la Fiorentina non dice molto, ma ben di più significa la sua prova a San Siro contro il Milan, sette giorni più tardi. All’inizio della ripresa è un suo piccolo capolavoro che permette alla Juventus di passare in vantaggio; ancora una lunga discesa in dribbling, finte e controfinte quasi a ritmo di danza e poi il tiro, a mezza altezza, sul quale Cudicini, che pure si allunga, non riesce ad arrivare.«Vieri ha disputato – scrive Bruno Bernardi su “Stampa Sera” – sotto lo sguardo del padre, la sua miglior partita di questa difficile stagione juventina. Dopo il goal, un “goal alla Sivori”, ha pianto di gioia. Alla fine ha vanamente chiesto all’arbitro di cedergli il pallone a ricordo della partita. Di se stesso non ha voluto parlare, né del confronto a distanza con Rivera: “Sono felice e basta, si è giocato bene. Ho visto una grande Juve che, dall’inizio alla fine, ha sempre tenuto in pugno il risultato. Una Juventus che avrebbe sconfitto qualsiasi avversario”».Il paragone con il grande Omar si ferma lì – conclude Giacone – una prodezza significa tutto e nulla, nel calcio oramai ben poco romantico dei nascenti anni Settanta. Vieri non è un brocco, come frettolosamente i denigratori, delusi dalle sue prime esibizioni in campionato, lo avevano definito. Vieri ha talento da vendere ma non basta questo per fare un fuoriclasse; bastava, forse, nella Juventus pigliatutto di Cesarini e ancora in quella assai più vicina di Sivori e degli altri fuoriclasse. Proprio con Sivori si è chiusa un’epoca e troppo tardi arriva Bob Vieri per riproporre tempi irrimediabilmente superati.È ceduto alla Roma e da qui al Bologna dove, accanto a Bulgarelli, disputerà memorabili prestazioni. In seguito, un continuo peregrinare in formazioni minori prima del viaggio in Australia, dove troverà un ingaggio, presso il Marconi di Sydney. «Avevo trentatré anni, ero finito. Mi offrirono un contratto per fare otto partite con una squadra di Sidney, il Club Marconi. Aveva 8.000 soci e si finanziava con le slot machine. “Andiamo a vedere – dico a Nathalie – ci vediamo l’Australia gratis e in più mi pagano”. Ventiquattro ore di volo, Madonna bona! Ma quando arrivammo lì. Un paese stupendo! Di spazi, di aria. Non ce ne sono altri al mondo, di paesi cosi».Ritorna alla ribalta negli anni Novanta, quando i figli Max e, soprattutto, Christian calcano i campi di calcio, ripercorrendo le orme del padre; particolare curioso, entrambi i figli militano nella Juventus, anche se Max non avrà mai l’onore di indossare la maglia bianconera in partite ufficiali.GIOVANNI ARPINO, DA “LA STAMPA” DEL 15 OTTOBRE 1969«Dica lei: le sembro un ragazzaccio?», mi interroga corrugando la fronte. Ha le basette molto fiorite, i capelli che gli spiovono sugli occhi e lo sguardo che a prima vista appare un po’ torbido. Uno dei tanti giovani d’oggi, poco più che ragazzi, che fanno l’autostop con lo zaino lungo le strade d’estate, che suonano la chitarra, che occupano le aule universitarie. Lo si potrebbe incontrare in un caffeuccio della “riva sinistra” a Parigi, o nel giardino dei capelloni a Juan–les–Pins, o a una festa hippie a Londra. Invece ha una Porsche rossa parcheggiata sotto casa, una camicia color aragosta, una caviglia gonfia e bendata, e una certa ritrosia che ogni tanto si libera per lasciar scattare la risposta pronta, leale.Ecco Roberto Vieri, mezzala juventina, uno dei giovani calciatori che stanno facendosi largo per i sentieri del football nazionale. Un tipo e un carattere di giocatore nuovo, che in Inghilterra si chiama Best, in Olanda si chiama Cruijff, in Italia si chiama Bertini, Bedin, Chiarugi, e appunto Vieri, che come Bertini è nato a Prato, come lui ha fatto il macellaio, come lui è noto per il carattere estroso, la battuta pronta, il temperamento non proprio docile. Dopo gli anni trascorsi a Genova, dov’era più o meno un reuccio («ho tanti amici a Genova, però quando si perdeva non era la Sampdoria a essere giudicata sconfitta, bensì io»). Si trova a Torino da poco, non conosce la città, appena le strade che portano in centro e allo stadio. Nel suo alloggetto di scapolo, niente di superfluo, un tavolo rotondo, un divano, e il cane Titina che corre e guizza e trema da vero chihuahua. Parlando, muove le mani, si contrae in viso, fa lavorare i muscoli delle guance. Via via ha imparato a controllarsi. «Fin da ragazzo ero conosciuto come un toscanaccio, uno che ribatte la parola. Naturalmente sono cresciuto, adesso mi domino».Non parliamo del derby torinese trascorso, né delle convocazioni per la Nazionale, né dei Mondiali in Messico, aspirazione di ogni campione del football. Discutiamo divagando, è una giornata di riposo per un professionista del calcio, che sul campo si spreme come un dannato, secondo alcuni critici spendendosi anche troppo. Si diverte ancora a giocare? «Sì, mi piace, molto. Però, divertirsi è più difficile. Il calcio è duro, oggi, bisogna spingere come dannati, essere dappertutto per novanta minuti». Non ha atteggiamenti da divo, non cerca di creare un diaframma che lo protegga, tace volentieri, i muscoli facciali sempre in movimento. È in salute, dorme bene, il lunedì è la giornata più difficile, perché si ripensa agli errori commessi, alla vittoria sfiorata e non raggiunta. Di colpo ride scoprendo i denti: «Il calcio è bellissimo quando si vince». Si alza, si risiede, trascinando un piede appena infilato nella scarpa. È un piede, è una caviglia, che devono riprendersi da una botta. Segue il cane con occhi ridenti, e il cane corre, si lascia abbracciare, finge di mordere. È stato anche operaio. «Sono abituato al fatto che da me si pretenda sempre molto. È stato così da sempre», confessa con brusco pudore.Forse per questo gli piace stare in casa, appena può, in vari mesi a Torino avrà visto sì e no quattro o cinque film, tra cui un western troppo violento e quindi inevitabilmente monotono. Tormenta un pacchetto di sigarette con le mani, ma non fuma, offre un whisky, ma non beve, se suona il telefono, e viene costretto a una lunga chiacchierata con un parente, la voce infoltisce le parole quasi confondendole, con la noncuranza e l’annoiata rassegnazione tipica in un ventenne, che non si lascia sorprendere da nulla, per cui tutto è più o meno normale. Un amico che gli tiene compagnia approfitta d’un attimo d’assenza per dire che sotto la scorza il Bob, come già lo chiamano molti tifosi, è un cuor d’oro, un ragazzo assennato, tutti i suoi estri sono quelli d’un giovane del nostro tempo, non bizzarrie di un campione sregolato. «Quando esco dal campo dopo gli allenamenti, tra i gruppetti dei tifosi ci sono sempre dei tizi che criticano la mia automobile, le basette. Si fermano ai particolari, non pensano mai alla sostanza», sogghigna lui rimettendosi a sedere.È un sentimentale, sa sostenere benissimo la responsabilità piovutagli addosso in una squadra di rango, però è geloso dei propri pensieri, della vita privata. Detesta i pettegolezzi, sa benissimo che ne basta uno solo a trasformarsi in fastidiosa etichetta. Non si lamenta della prigione d’oro in cui vive un campione, ma in certi toni lascia capire come la vita spensierata d’un tempo, quand’era operaio e toccava i primi palloni, è cancellata, un capitolo chiuso. Oggi, a ventitré anni, è battaglia: per maturare, durare. Per vincere, sapendosi amministrare nel nome, nella salute. Dalla finestra di casa Vieri si vedono le strade che portano a Piazza Vittorio, qualche bambino che gioca nel sole, i tavoli di un’osteria con giochi di bocce. Vi abitava prima Salvadore, il terzino bianconero che ha dovuto cambiare alloggio dopo la nascita del secondo figlio: nelle tre stanze, Vieri si aggira con l’irrequietudine d’un ufficiale di picchetto, che ha preso il posto lasciato da un collega e che a sua volta lo cederà a un nuovo collega. Una valigia pronta, un paio di scarpe bullonate e la strada che porta al campo o al ritiro. Può essere tutto, a ventitré anni, e può essere niente: Roberto Vieri, mezzala bianconera, sa d’avere cominciato oggi a costruire se stesso. Le carte buone da giocare sono ancora nel mazzo.ERNESTO CONSOLO, DA SOCCERNEWS24.IT DEL 30 DICEMBRE 2017«A me m’ha rovinato lo spagnolo. Partivamo per i locali della Costa Azzurra o per la Svizzera. Tornavamo la mattina. Ma gli aveva un fisico della Madonna. Gli era quadrato, un metro per un metro di cassa toracica, faceva una doccia ed era pronto per allenarsi. Mentre io ‘un ce la potevo fare. A me m’ha rovinato lo spagnolo». Che per la cronaca è Luis Del Sol.Per far sbocciare il talento di questo toscanaccio che se ne infischia del protocollo e della grammatica italiana, ci hanno provato in tanti. E non senza risultati. Anche perché Roberto Vieri soprattutto quell’anno s’impegna, bisogna riconoscerlo. E la sua squadra è quella che sognava da bambino. Ci crede soprattutto Ercole Rabitti, che lo ha già visto nel 1962 e voleva farlo prendere alla Juve: l’appuntamento era stato rimandato di sette anni. «Sono un regista di centrocampo, non una mezzala di punta». Tecnicamente raffinato, vede il gioco come pochi, ma rimane piacevolmente refrattario a quel calcio da atleti. Qualcuno parla di infanzia sofferta, di genitori che litigano e soldi che latitano. Papà Enzo è operaio, ma anche un discreto calciatore di seconda fascia. Lo lascia correre sui campetti della periferia di Prato. Poi lo porta a vedere la Juve, che quel giorno perde. E Roberto piange. Intanto a casa accarezza già la palla: quando scavalca papà con un tiro dei suoi, lo fa imbestialire.La prima grande chance alla Fiorentina: la brucia. Non gli resta che fare l’operaio. Ci riprova col Prato ed è tra i migliori giovani della serie C. Ripassa dalla Fiorentina dove non se ne accorge nessuno, tranne quando vince la Mitropa Cup. Ma Chiappella non è convinto. In tribuna il dottor Fulvio Bernardini, allenatore della Samp, nota subito quel ragazzo dal tocco aristocratico e il curriculum da operaio. Telefona al presidente: «Voglio quel Vieri, ci farà comodo». «Ma la Fiorentina vuole ottanta milioni…». Arruolato comunque. «Il calcio è la cosa più bella di questo mondo. Quando corro dietro la palla, mi sento vivo, mi sento felice».Brescia–Samp. Punizione dal limite dell’area per fallo su Salvi: la parabola di Vieri si ferma solo sotto l’incrocio dei pali. Ancora lui, stavolta un colpo d’incontro: ruba palla a Casati e si lancia verso la porta. Quindi deposita nell’angolino sul portiere in uscita. Il pubblico di Brescia applaude nonostante la sconfitta.Vent’anni, ma per Bernardini è un fuoriclasse. Pare che lo veda erede di Sivori. Anche caratterialmente. Si viene infatti a sapere che Roberto fa tardi la sera con Giancarlo Salvi. La Samp sguinzaglia le vedette. Una sera Roberto esce davvero con Salvi, ma usando l’auto di Francesco Morini. Quando a mezzanotte passa il sorvegliante della società, trova le auto di Vieri e Salvi regolarmente in garage: viene multato Morini.«A San Siro contro l’Inter. Fine primo tempo e perdiamo 1–0. Sabatini controllava Domenghini e Delfino era “libero”. Sono andato dal dottor Fulvio, su delega dei compagni e ho detto “Scusi, forse conviene mettere Delfino stopper e liberare Sabatini”. Così ha fatto e abbiamo pareggiato. Bernardini mi dice sempre: “Roberto tu in campo fai quello che sai fare, nient’altro”. È uno al quale piace il bel gioco. Col quale puoi confidarti. Un secondo padre, il mio primo vero maestro. Non mi ha mai multato. Mi ha strigliato quand’era il caso, ma sa anche perdonarmi quando faccio qualcosa che non va. Una volta gli ho risposto con eccessiva durezza: mi diede un ceffone, ma poi a fine partita mi regalò una medaglia d’oro che gli era stata consegnata poco prima. E mi responsabilizza».Qualcuno dice che dopo Meroni c’è lui. Forse non solo calcisticamente: «Mi hanno attribuito un flirt con Cristiana, la ragazza del povero Gigi Meroni. Invece non sono mai andato oltre una semplice amicizia». Occhiali scuri sul naso e aspetto un po’ trasandato, chiarisce: «Con Meroni non ci somigliamo. Ho sempre ispirato il mio gioco a quello di Sivori, il mio idolo. Che, chiamato in causa, conferma: “Vieri è l’unico col quale vorrei giocare insieme”».Per Roberto c’è mezza serie A pronta a spendere e subito una maglia azzurra. Prima quella dell’Under 23. Gioca bene accanto a Riva, Anastasi, Savoldi, Boninsegna, Chiarugi. E segna un goal all’Irlanda del Nord. C’è anche la chiamata di Valcareggi per una tournée in Messico. E Roberto fa sfracelli. Ma a parole. «Non è stata un’esperienza piacevole: convocato e mai utilizzato. E poi anche Rivera sbaglia una partita: mi sembra troppo elogiato rispetto ai reali meriti. Ma quando gioca male, i giornali gli riservano commenti benevoli. E non ho mai detto che intendo soffiargli il posto». Valcareggi intanto non la prende bene.Prima di lasciarla, Roberto salva la Samp dalla retrocessione. «Non vado via volentieri. Non posso dimenticare giorni felici. Mi sono ambientato bene. Esco da una vera famiglia e spero di entrare in un’altra. A volte mi verrebbe di dare un calcio alla carriera e ai soldi e fare di testa mia».Con ciuffo in bella vista, spalle un po’ curve, basette lunghe e l’aria imbarazzata, entra nel sancta sanctorum. La Juve ha speso per lui la rispettabile cifra di 800 milioni di lire. Qui trova l’allenatore Luis Carniglia, non proprio entusiasta: «Se ti tagli quel mezzo chilo di capelli, mi fai un favore. Anche se non vorrei finissi sottopeso». Accontentato.Il 27 agosto 1969 arriva l’Ajax in amichevole col signor Cruijff: applausi. Ma per Bob Vieri, che scorrazza, segna e provoca un autogoal. E timbra su un piazzato al Bologna. «Il calcio è bellissimo quando vinci». Poi la squadra si blocca, lui annaspa. E punta il dito contro i carichi di lavoro di Carniglia. «Divertirsi oggi è più difficile. Bisogna spingere come dannati. Io gioco per divertirmi. Se non mi diverto, è inutile che giochi. In settimana tutto bene. Ma alla domenica mi ritrovo i muscoli delle gambe duri. E più dormo, più ho sonno».Altri spiegano la crisi diversamente: «Dolce vita? Ho ventitré anni, se all’inizio della settimana vado a ballare con la mia fidanzata non credo di nuocere a me, né alla Juve. Ho il mio carattere. Non lo posso cambiare. Ma sarò disciplinato. La Juve è la squadra che a un giovane come me offre maggiori spunti di suggestione».Dopo due sconfitte consecutive, Carniglia viene cacciato. Roberto non disapprova: «In campo non sapevamo cosa fare». Poi un giorno c’è Milan–Juventus, che è anche la sfida a distanza con Rivera. E arriva papà Vieri: «Datti da fare figliolo, puoi rendere di più».«Sono abituato al fatto che da me si pretenda sempre molto». Duetta con Haller, poi irride Schnellinger col sinistro e stende Cudicini col destro. Raddoppia Zigoni, la Juve passa a San Siro. Chiede all’arbitro il pallone della partita, piange di gioia. «Goal alla mia maniera. Sono felice e basta. Anche se penso di più a migliorare nel ruolo di regista. Oggi avremmo battuto chiunque. Una grande Juve. E se vinciamo lo scudetto offro una bottiglia di champagne a Haller: ci vuole riempire la piscina».Sotto lo strato d’indifferenza c’è un ragazzo molto sensibile, entrato troppo presto nel grande giro. Sospeso tra euforia e vertigine. Rabitti prova a proteggerlo, insiste per sdoganarlo. Lo manda a Cervinia: deve irrobustirsi. Anche se nevica e Bob non esce quasi mai. Torna e lancia lungo per Haller. Il tedesco non ci arriva e Bob lo manda a quel paese: sacrilegio. Haller pretende le scuse. Con Del Sol invece Bob va d’accordo, soprattutto di notte.Girone di ritorno. Dopo la partita con la Samp scoppia in lacrime negli spogliatoi. Adesso il fiore è reciso. I compagni la buttano sul ridere, cercando di scuoterlo. «Sono stato io a chiedere a Rabitti di mettermi a riposo. Fra influenza e infortuni, in inverno ho perso molto tempo. Quando invece mi hanno sostituito con Furino a metà dell’incontro col Napoli, mi è sembrato di subire un’ingiustizia. Mi hanno dato solo quei quarantacinque minuti per riscattarmi. La sera stessa avevo fatto le valigie per tornarmene a Genova. Solo Rabitti mi ha convinto a restare». Boniperti e Allodi lo convocano. Cercano di rasserenarlo e i genitori vengono pregati di trasferirsi a Torino.A marzo dopo la sconfitta di Firenze, lo scudetto sfuma. Il Cagliari è imprendibile. Sul banco degli imputati Anastasi, Haller e, ovviamente, lui: «Non è colpa mia. Mi sono impegnato, ho corso. E poi si tira sempre in ballo il mio rapporto con Haller. Prima si diceva che non ci passavamo la palla, adesso che ce la passiamo troppo». Gli tocca la multa.Sul “caso Vieri” interviene Colantuoni, presidente della Samp: «Vieri non sa badare a se stesso: scommetto che è capace di uscire al mattino in giacchetta, ma Torino non è Genova. Mandatelo qui per gli allenamenti. Il sabato e la domenica ve lo restituiamo».Ancora Milan: forse viene escluso dall’undici di partenza, lui sta male per l’anticipazione della stampa. «Lasciatemi in pace». Parla con Rabitti prima dell’allenamento, salta sulla sua Porsche rossa e se ne va. Telefona alla madre. «Mio figlio ha già sopportato abbastanza. Non è giusto che lo trattino così. Da quando gioca nella Juventus, non è riuscito a trovare se stesso. Ed io credo di sapere di chi è la colpa». Tre giorni a Genova in permesso.«Ho un carattere impossibile. Dico tante stupidaggini. Come quella che sarebbero i giornalisti a dettare la formazione. Mi scuso. Anche con Haller mi ha rovinato il mio carattere toscano». Per orientarsi nei suoi tortuosi percorsi mentali, si chiede anche a Bernardini: «Roberto è un bambino con la faccia da vecchio. Si può anche comunicare con lui, ma facendo ricorso all’intuizione». Migliore in campo contro la Lazio. E sembra arrivare la riconferma.«Ho sbagliato ad andare alla Juventus. Non ero maturo. A chi non piacerebbe andare alla Juve? Mi era parso un punto di arrivo e invece non ho capito che era soltanto un punto di partenza. Ero frastornato e ho le mie colpe. Tutti parlavano di me come il nuovo Sivori. È facile montarsi la testa. Giocavo male, me ne rendevo conto io per primo. Ma ciò che più mi demoralizzava era il silenzio del pubblico. Quando sbagliava qualcun altro, erano fischi. Quando sbagliavo io, silenzio assoluto». Viene recapitato alla Roma.Adesso o mai più. Helenio Herrera ha appena ricostruito fisicamente e psicologicamente Fabio Capello e ci crede. Allenava Roberto nell’Under 23. «Ha grande classe. Tornerà quello della Sampdoria». Alla presentazione con la nuova maglia, Bob arriva con venti minuti di ritardo: «Mi sono perso, non sono pratico di Roma». Poi se ne sta tutto il tempo appoggiato allo stipite di una porta. Sguardo basso, scocciato. Con lui c’è ancora Luis Del Sol, che tranquillizza tutti: «Bob è così e se si mette a giocare, la Roma andrà a mille».Salvori parte in contropiede e la dà a Cordova, che mette basso in mezzo, velo splendido di Amarildo e piatto di Vieri sull’uscita di Sulfaro: è il 6 settembre 1970, la vittoria nel derby di Coppa Italia. Lui in quel pre–campionato offre spettacolo. E trattiene a lungo la palla. Quel tocco inutile, proprio per questo divino.Poi i primi fischi e una catena interminabile di problemi fisici, che Herrera riesce facilmente a spiegare: tutti inventati. Per il dolore al ginocchio l’aveva mandato a Parigi dall’amico Wanono, mago del massaggio. Bob era tornato guarito, ma gli era scoppiato subito il mal di denti. Poi si stira (davvero) e perde un altro mese. Così quando in un Fiorentina–Roma si strappa un legamento, non dice nulla e continua a giocare. «Chi mi avrebbe creduto? Potevo chiedere di uscire, lo so. Sono considerato uno sfaticato».Ha un amico vero, è Gianfranco Zigoni. Ma fuori dal campo. Perché in partita non fanno altro che litigare. Non solo per battere le punizioni, ma per qualsiasi sciocchezza. «Certo che mi intestardisco nel dribbling, certo che tengo palla. Se mi costringono a cambiare registro, non mi diverto. E finisce tutto». Quasi pronto per il rientro in squadra, riesce a farsi espellere e squalificare con la Roma De Martino. Anche se quel giorno va in goal. Herrera sbraita: «Sei un fuoriclasse. Devi metterti a giocare come sai».Per tornare stabilmente in squadra deve aspettare che Amarildo prenda tre giornate di squalifica. Partecipa alla goleada al Catania. Ma il mago si accorge che il ragazzo indugia col whisky e le sigarette, rifugio artificiale della sua infelicità. «Quando si parla del solito Vieri piantagrane, mi vengono le lacrime agli occhi perché penso al dolore di mio padre e mia madre». Barba incolta, ciuffo e un’ora di ritardo all’allenamento. Pronta la multa. Risposta: mezz’ora di ritardo.«Nel primo anno alla Roma gli allenamenti erano troppo duri. Ora mi sto abituando. Mi sono fidanzato e questo mi ha dato un senso di calma e un equilibrio che prima mi sfuggivano. Herrera dice che sono un uomo squadra. Credo di aver raggiunto la consapevolezza delle mie possibilità sia come uomo che come calciatore». Ma gioca solo il girone d’andata. Poi Helenio lo battezza numero tredici. «Meglio così, vuol dire che mi riposerò. Il calcio è la mia vita, non posso permettermi di rinunciare».Nell’estate 1972 se ne va in Sardegna in vacanza. Rifiuta il Palermo, ma c’è il Bologna. «Il mago dovrà pentirsi amaramente. Lo aspetto alla terza giornata». Bologna–Roma 1–3. Per evitare la fatica di andare al cinema, si è accaparrato un costoso proiettore. E ha sposato una ragazza parigina, come se oramai inseguisse solo il destino dei fiori del male. Irrecuperabile anche per gli amici fraterni e per la massa catalogato come fenomeno da baraccone.Un giorno, dopo una sconfitta, Pesaola ordina dieci giri di campo di quelli pronti via, al massimo della velocità. Dopo qualche minuto, Bob si stacca dal gruppo e si dirige verso un angolo del campo. Sta per calarsi un po’ i pantaloni, quando Pesaola urla: «Dove va Vieri?». «Vo’ a fa’ l’antidoping, Maremma maiala a tutta l’Argentina».Proprio Bruno Pesaola ha chiamato l’amico Juan Carlos Duran, un pugile che si alza alle cinque del mattino per far correre Bob nei boschi. «Il matrimonio mi gioverà. Il Vieri di una volta non esiste più. Non prometto cose eccezionali. Vorrei soltanto giocare come so. Come alla Sampdoria. La mia parabola discendente dovrebbe essere finita. Ora mi sacrifico. Non posso più sbagliare. E ho trovato Pesaola che mi capisce come mi capiva Bernardini». Intanto è nato il suo primo figlio: lo chiama Christian.I dirigenti sono dalla sua parte, i tifosi in piedi ad applaudire al primo tocco. E Pesaola riesce addirittura a prevederne i dolorini: «Bravo quando gioca per gli altri. Se si intestardisce nel dribbling, torna in tribuna. Un bel posto numerato e lo lasciamo là». Lui regala sprazzi di classe pura, assist da sogno. E davvero non dribbla più. Migliore in campo nella squadra che ne rifila tre al Milan e tre all’Inter. «Ultimamente mi hanno sempre marcato i terzini. Strano, visto che gioco piuttosto arretrato. Evidentemente ci si preoccupa del momento in cui mi butto in area. In quei casi sono piuttosto difficile da fermare. Mai in tanti anni di carriera sono stato tanto felice». Segna nella quaterna al Cagliari. Paragoni in libertà, perfino con Neeskens. Concede un cameo in Coppa Italia, quella vinta.Non può durare e lui fa il suo: infatti scappa.Prima a Bangkok, dopo una vincita al gioco. Quasi un mese. Poi in America, dove lo porta Marino Perani. Dollari e calcio nuovo. Rimbalza in Canada: qualche partita e torna a casa. Allarga le braccia, «che vuoi farci… è così». Praticamente inattivo. Vale adesso molto meno che al Prato. Sembra davvero il capolinea anche perché perde sua madre.«Ho sempre detto e fatto ciò che pensavo. Grosso errore che però ripeterei. Non sono mai sceso a compromessi, né mi sono arruffianato nessuno. Non andavo d’accordo con Herrera, ma ho sempre rispettato le sue opinioni e la sua personalità. Non mi sono mai reputato migliore di altri calciatori, ma neanche peggiore. Fino a poco tempo fa tutto ciò non era accettato. Ora molte cose sono cambiate. Ma io per divertirmi, me ne vado da Pelé, se ci riesco». Il provino ai Cosmos però va male.Diciotto mesi di isolamento. Poi la stagione del Bologna 1976–77. «Oggi sono tornato Roberto Vieri. Anche per la gente. Il merito è di Giagnoni, che è un uomo vero e meriterebbe più fortuna». Un mese di grandi prestazioni. Ma la squadra stavolta è fragile e non può reggere il suo estro vagamente anarchico: in quelle sue quattro partite si prendono dieci goal, segnandone uno.Se ne va in Australia, ma questa non è una fuga. Trova l’ingaggio in un club italiano alla periferia di Sidney. L’espressione è cambiata, più serena. Gli danno in mano il gioco e la squadra vince il campionato.Un giorno si ritrova accanto alla radio per ascoltare Torino–Lazio di Coppa Italia. Sembra distratto, a tratti quasi annoiato. Anche quando il Torino va in vantaggio. Intorno a lui seguono la partita alcuni parenti. Che sembrano molto più interessati al racconto martellante di Ameri. Coinvolti come se giocassero. Poi gli occhi di Bob s’illuminano, improvvisamente. Anche se solo per un attimo: ha segnato Christian. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/roberto-vieri.html
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ROBERTO VIERI https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Vieri Nazione: Italia Luogo di nascita: Prato Data di nascita: 14.02.1946 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: Bob Alla Juventus dal 1969 al 1970 Esordio: 03.09.1969 - Coppa Italia - Atalanta-Juventus 1-1 Ultima partita: 26.04.1970 - Serie A - Bari-Juventus 2-1 29 presenze - 4 reti Roberto Vieri, detto Bob (Prato, 14 febbraio 1946), è un ex calciatore italiano, di ruolo mezzala. Roberto Vieri Roberto "Bob" Vieri alla Roma nei primi anni 1970 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1982 Carriera Giovanili 1960-1964 Fiorentina Squadre di club 1965-1966 Fiorentina 0 (0) 1965-1966 Prato 24 (11) 1966-1969 Sampdoria 84 (16) 1969-1970 Juventus 29 (4) 1970-1972 Roma 31 (1) 1972-1974 Bologna 34 (3) 1975 Toronto Metros-Croatia 9 (3) 1975-1977 Bologna 4 (0) 1977-1981 Marconi Stallions 66 (16) 1980-1981 Prato 4 (1) 1982 Marconi Stallions 21 (1) Nazionale 1967-1969 Italia U-23 5 (1) Biografia È il padre di Christian e Massimiliano, i quali hanno seguito le orme paterne divenendo a loro volta calciatori. Caratteristiche tecniche È stato un giocatore di classe e invenzione. Carriera Club Dopo aver iniziato nelle giovanili della Fiorentina, e dopo un anno in prestito in Serie D, nella Sangiorgese, a farsi le ossa, nella stagione 1964-1965 gioca 24 partite nel Prato, in Serie C1, segnando 11 gol. Tornato in riva all'Arno, non trova spazio in campionato; vince però una Coppa Italia abbinandola con la Mitropa Cup di cui disputa anche la finale, il 19 giugno 1966 contro la squadra cecoslovacca dello Jednota Trenčín, e nella quale Mario Brugnera segna l'unico gol della partita deviando un tiro dello stesso Vieri. Vieri alla Juventus nella stagione 1969-1970 Approdato alla Sampdoria, tra i cadetti, nell'annata 1966-1967 disputa 32 partite segnando 5 gol, emergendo tra i protagonisti del campionato record della compagine genovese. L'anno successivo, sempre con i liguri, Vieri debutta in Serie A disputando 25 partite e segnando 6 reti. Si mantiene su buoni livelli anche nella terza e ultima stagione in maglia blucerchiata, giocando 27 partite e segnando 5 gol. Attira quindi le attenzioni della Juventus che nell'estate 1969 lo acquista, insieme allo stopper Francesco Morini, nell'ambito di un'operazione che vede dirottati verso Genova il cartellino di Romeo Benetti e un conguaglio di 800 milioni di lire, una cifra alta per il calcio di allora. Dopo un'altalenante e alla fine deludente unica stagione in bianconero, in cui mette a referto 29 presenze e 4 reti, nell'annata 1970-1971 passa alla Roma insieme a Luis del Sol e Gianfranco Zigoni, in un maxi scambio che contemporaneamente fa arrivare Fabio Capello, Luciano Spinosi e Fausto Landini a Torino. Nella stagione 1972-1973 è al Bologna dove gioca per due stagioni, in cui totalizza rispettivamente 14 e 18 partite; rimane in forza alla società felsinea, a periodi alterni, fino all'annata 1976-1977. Frattanto nel 1975 c'è la breve parentesi canadese tra le file dei Toronto Metros-Croatia, nella North American Soccer League. Nel gennaio 1977 decide di tentare l'avventura australiana, ai Marconi Stallions di Sydney. Rientra brevemente in Italia nel gennaio 1981 tornando al Prato, in Serie C1, dove gioca 4 partite e segnando 1 gol, prima di chiudere la carriera nuovamente ai Marconi, nel 1982, giocando ancora 21 incontri con 1 gol. Nazionale Nel periodo sampdoriano, dal 1967 al 1969, ha anche giocato 5 partite con la nazionale B, segnando 1 gol. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Fiorentina: 1965-1966 - Bologna: 1973-1974 Campionato italiano di Serie B: 1 - Sampdoria: 1966-1967 Campionato australiano: 1 - Marconi Stallions: 1979 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Fiorentina: 1966 Coppa Anglo-Italiana: 1 - Roma: 1972
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GIANPIETRO MARCHETTI Dal piccolo paese del bresciano alla metropoli torinese. Marchetti è rimasto semplice come il ragazzino che cercava di dribblare all’oratorio anche il parroco e che il destino dirottò ben presto a Chiari. «Da ragazzino quando giocavo all’oratorio, io facevo il tifo per i bianconeri. Quante liti con gli amici nerazzurri o rossoneri! Non mi sarei mai immaginato che un giorno avrei portato anch’io quella maglia che amavo tanto».Poi il passaggio all’Atalanta dove c’era un dirigente, il dottor Brolis che ha l’occhio fino anche in fatto di calciatori dopo i Domenghini e i Pizzaballa vari, Brolis ha stornato anche Marchetti che in cinque anni di maglia nerazzurra è diventato calcisticamente maturo, pronto al gran salto come in effetti avvenne. Con Gianpietro giocavano altri ragazzini. ì fratelli Savoldi, un certo Novellini, un tale Zaniboni Tutti parlavano di calcio dal mattino alla sera. Marchetti cercava anche di affondarsi sui libri di scuola, frequentava le magistrali, si sentiva ormai un maestrino. Invece quando il diploma era a portata di mano, dovette dare forfait: i ritiri con la squadra gli ponevano una difficile alternativa o andare a scuola e rinunciare al calcio per una stagione, oppure rinunciare al diploma. Meditò a lungo poi si decise per il football che in quel momento gli prospettava un avvenire sicuro ricco di soddisfazioni.Da allora la sua carriera è stata un crescendo: l’esordio in A con la maglia dell’Atalanta il primo premio alla sua costanza di atleta.«Resta il mio ricordo più bello, una data che non potrò dimenticare. Fu il 28 maggio del 1967. Vincemmo 4-1, e avevo 17 anni. Per un calciatore l’esordio in A resta indubbiamente la giornata più emozionante, quella degna di essere messa nell’angolo principale del cervello. Per me almeno. Vincemmo e cominciarono a guardarmi con maggiore attenzione, i dirigenti e gli sportivi. Insomma, diventai Marchetti, non più uno dei tanti giovincelli del vivaio bergamasco».Una partita in A nella prima stagione, 5 in quella successiva poi il trasferimento al Lecco dove Marchetti poté esprimere tutte le sue caratteristiche di calciatore e di atleta che vuole sempre dire l’ultima parola quando si discute in campo con la palla.Fu quasi sempre presente, segnò 3 gol, divenne uno dei pezzi pregiati della squadra, Lui non sa come fatto sta che un giorno gli dissero: «Sei della Juventus». L’aveva già letto su qualche giornale ma pensava alle solite voci della campagna acquisti. Invece era vero.Torino fece un po’ paura al ragazzo di Rudiano. «All’inizio ero un po’ titubante. Oltretutto facevo il servizio militare, a Torino capitavo di rado, non mi era facile ambientarmi, non conoscevo quasi nessuno. Poi finito il militare, anch’io ho “scoperto” Torino, i suoi viali, le sue strade, i suoi abitanti e mi sono fatto molti amici».Il suo esordio, il 16 novembre 1969, avviene in una Juventus in crisi di fiducia e, per di più, priva di parecchi titolari; la squadra bianconera è attesa da una durissima trasferta sul campo della capolista, il grande Cagliari di Scopigno e Gigi Riva. Rabitti, l’allenatore delle giovanili bianconere promosso al timone della prima squadra dopo l’esonero di Carniglia, non ha scelta e concede piena fiducia ai giovani. Per due di loro si tratta di esordio assoluto in bianconero. Sono Antonello Cuccureddu e, appunto, Marchetti.Vale la pena di ricordare la formazione di quel giorno, scesa allo stadio Amsicora con il disperato obiettivo di strappare un risultato utile. In porta Tancredi; terzini Salvadore e Furino; in mediana Marchetti, Morini e Castano; in avanti Leonardi, Del Sol, Haller, Cuccureddu e Favalli. Una partita memorabile che segna la svolta della fin lì grigia stagione bianconera; sotto di un goal segnato da Domenghini, all’inizio della ripresa, la Juventus riesce a pareggiare in extremis, grazie ad una gran legnata da fuori area di Cuccureddu da Alghero, eroe della giornata.Gli elogi, gli applausi e le interviste vanno tutte al tamburino sardo, giustamente; peccato, però, che in pochi si ricordino di Marchetti, che ha fatto la sua parte con estrema diligenza, meritandosi i complimenti speciali dell’allenatore.Fortunato per il positivo debutto, nel giorno del rilancio, Marchetti ha, però, la sfortuna di ritrovare in Cuccureddu, un concorrente alla maglia di titolare, nell’unico ruolo disponibile, quello di mediano. Con Cuccureddu in campo e Marchetti in panchina e più spesso in tribuna, il campionato continua, all’insegna di una Juventus tornata protagonista e più che mai in lizza, assieme al Cagliari e all’Inter, per la conquista dello scudetto.Marchetti trova nuovamente spazio e gloria contro la Lazio e il Brescia, in dicembre; contro il Verona si segnala, nella giornata del gran rilancio di Anastasi in veste di cannoniere, come marcatore energico e tempestivo. Poi, dopo una lunga assenza, rientra in squadra contro il Brescia, in aprile, ma è sfortunatissimo: all’inizio della ripresa si infortuna seriamente e chiude, in questo modo, la stagione.«Ricordo la gara con il Brescia quando mi portarono fuori in barella e poi mi ingessarono un piede. Più che l’incidente in se stesso, mi diede i brividi il fatto di essere portato fuori dal campo con questo arnese. Mi vennero alla mente analoghi episodi di calciatori rovinati da un calcio: in quel momento sudai freddo. Poi quando conobbi l’entità del mio incidente, sorrisi a quei tetri pensieri».La vera carriera bianconera di Gianpietro deve, quindi, ancora iniziare. Nell’estate del 1970, alle molte partenze si contrappongano arrivi importanti; talenti giovani e giovanissimi, chiamati a costituire una formazione in grado di durare a lungo ai vertici dei valori nazionali. Marchetti, confermatissimo, trova subito spazio, sfruttando al meglio le sue doti di jolly, utilizzabile tanto in difesa quanto a sostegno del centrocampo.A Catania, nella partita inaugurale del torneo, Armando Picchi, nuovo Mister bianconero, lo schiera mezzala e, con la maglia numero dieci, gioca le prime gare della stagione. In seguito, retrocede a mediano prima e a terzino poi, trovando con il numero tre e in tandem con Luciano Spinosi, la sua definitiva e completa valorizzazione. La stagione bianconera conosce progressive affermazioni man mano che i giovani trovano amalgama e convinzione nei propri mezzi.Da un’ibrida posizione di centro classifica, la Juventus risale pian piano la graduatoria, diventando l’immediata inseguitrice alle milanesi e al Napoli. Marchetti, sin qui diligente comprimario e ottimo marcatore, diventa protagonista anche in zona goal, segnando reti decisive al Vicenza in trasferta e all’Inter, prossima a laurearsi campione, al Comunale. In entrambi i casi, il terzino realizza con perentorie conclusioni dalla distanza, rivelando una potenza di tiro e una precisione davvero notevoli.Termina la stagione con un bottino niente male, ventitré presenze in campionato e due goal, oltre ad una manciata di gettoni in Coppa delle Fiere e in Coppa Italia. Le prime, sostanziose conquiste sono alle porte.La stagione 1971-72 è quella dei ricordi più lieti, delle soddisfazioni più attese e sofferte. Vycpálek allenatore, Carmignani portiere è l’unica novità di rilievo di un organico confermatissimo e motivatissimo. La zazzera bionda di Marchetti cresce come i sogni dei tifosi; si fa festa a Villar Perosa al raduno, per la squadra nuova del campionato, cui tutti guardano con rispetto, se non con paura.La Juventus inizia alla grande ed è subito spettacolo di folla e di goal: il Catanzaro è travolto da una girandola di reti, Bettega-Anastasi è tandem già leggendario, si assaporano entusiasmi nuovi cioè antichi. Carmignani, Spinosi e Marchetti compongono il trio difensivo, giovane ma tenace, magari qualche volta distratto, ma tremendamente forte e ben amalgamato.Le incursioni di Marchetti, sulla fascia sinistra, anticipano concezioni affatto moderne, si scambiano i ruoli di marcatore e di cursore fluidificante, nasce il monumentale Furino. Gianpietro merita tutti gli elogi, il suo rendimento è continuo, diventa è una garanzia.La partita in cui molto del destino della Juventus si decide, lo vede tra i protagonisti principali. È una buia e piovosissima domenica di marzo, si gioca Juventus-Bologna in un Comunale intristito dalla poca luce e dal molto fango. Si combatte come alla guerra, in trincee che sono poi le aree di rigore. La squadra emiliana gioca una grandissima partita e imbriglia la Juventus nei suoi stessi schemi, prigioniera di un terreno infame che non da spazio alla poesia dei suoi solisti. Segna proprio la squadra felsinea, con quel furetto anziano di nome Perani e questo complica tremendamente tutto. Poi, a metà ripresa, pareggia in una mischia furibonda Pietruzzo Anastasi, ma non basta, non basta proprio.Ci vogliono i due punti, Milan, Torino e Cagliari incombono in classifica e stanno vincendo le loro partite. Nella battaglia sempre più dura si vede a un certo punto fiondare dalla distanza uno che, coperto com’è dal fango, si riconosce a mala pena. Marchetti trova, non si sa come, lo spiraglio tra una ventina di gambe e segna il goal più importante e drammatico del campionato.La Juventus vince, perderà il derby, ma saprà poi rimettersi in carreggiata taglierà il traguardo per prima, con una lunghezza su Torino, Milan e Cagliari. Ventinove presenze per Marchetti, oramai perno della squadra e compagno inseparabile di linea con Spinosi il Romanaccio. La Nazionale che va a giugno nei Balcani darà spazio e gloria a entrambi. La maglia azzurra è il premio giusto, strameritato, per un ragazzo al termine della sua stagione più bella.Non cambia molto per la stagione 1972-73, ma quel poco è importante: arriva Zoff, e la terna difensiva, tutta da Nazionale, diventa Zoff, Spinosi e Marchetti. E arriva Altafini, un pezzo di leggenda del pallone con ancora tanti goal da segnare. Per Marchetti è un’altra stagione esaltante, con un avvio non eccezionale e un pronto inseguimento coronato dal più clamoroso dei successi. Tra l’altro, è la stagione che consente a Zoff di stabilire un nuovo prestigioso record di imbattibilità in campionato, con ben 904 minuti senza subire reti: merito del portierone, naturalmente, ma anche dei compagni della difesa, Marchetti non in secondo luogo.A ventiquattro anni, Gianpietro è un giocatore completo, agonisticamente sempre su livelli eccellenti e in grado di recitare un ruolo di primo piano anche in fase di impostazione del gioco. A San Siro, contro il Milan, Marchetti torna al goal in modo a dir poco clamoroso, con una sventola da posizione impossibile che non lascia scampo al portiere rossonero e consente alla Juventus di lasciare imbattuta la roccaforte milanista. Nel finale di stagione, poi, in una squadra arrembante alla ricerca del primo posto, il dinamismo e la grinta di Marchetti si rivelano determinanti. A Bergamo, segna la rete della sicurezza per la squadra bianconera, che, approfittando del pareggio dei Milan a Torino con i granata, rosicchia un punto prezioso alla rivale.Sette giorni più tardi, a Torino, lo stesso Marchetti segna all’Inter la prima rete, poi raddoppiata da Altafini, ipotecando un successo prezioso e bene augurante in vista dell’ultima decisiva partita, a Roma contro i giallorossi. Superfluo ricordare l’esaltante vittoria, con relativo sorpasso scudetto ai danni del Milan. Per Marchetti, le cifre dicono quasi tutto: è stato presente ventotto volte su trenta, segnando tre goal. È un’altra annata da incorniciare.Purtroppo, la stagione successiva non consente al terzino di ripetersi sui suoi livelli oramai abituali. Qualche infortunio, qualche partita giocata non al meglio della condizione e la concorrenza di altri giovani di valore, come Longobucco, Gentile e lo stesso Cuccureddu, talora utilizzato da terzino, riducono le apparizioni e quindi il contributo di Gianpietro alla causa juventina. La Juventus, per di più, inciampa spesso in ostacoli non insormontabili e alla fine della stagione, chiusa comunque al secondo posto, molte novità sono nell’aria. Marchetti è tra i partenti. È un commiato triste, ma la legge del calcio è ferrea e soggiacervi è inevitabile.Dopo cinque stagioni, Marchetti merita di diritto un posto di primo piano nella galleria dei personaggi che hanno fatto grande e talora grandissima la Juventus dei primi anni Settanta. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/giampietro-marchetti.html
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GIANPIETRO MARCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianpietro_Marchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Rudiano (Brescia) Data di nascita: 22.10.1948 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1969 al 1974 Esordio: 22.10.1969 - Coppa Italia - Juventus-Foggia 2-1 Ultima partita: 01.05.1974 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-1 166 presenze - 7 reti 2 scudetti Gianpietro Marchetti (Rudiano, 22 ottobre 1948) è un ex calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Gianpietro Marchetti Marchetti alla Juventus nel 1973 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Difensore, centrocampista Termine carriera 1980 Carriera Giovanili 1964-1966 Atalanta Squadre di club 1966-1968 Atalanta 6 (0) 1968-1969 Lecco 38 (3) 1969-1974 Juventus 166 (7) 1974-1979 Atalanta 126 (1) 1979-1980 Catanzaro 10 (0) Nazionale 1969-1970 Italia U-21 7 (0) 1970 Italia U-23 1 (0) 1972-1973 Italia 5 (0) Caratteristiche tecniche Jolly di difesa e centrocampo, ha ricoperto prevalentemente il ruolo di terzino sinistro, che ha interpretato in senso moderno abbinando le doti di marcatore a quelle di fluidificante. È stato anche utilizzato nei ruoli di libero e mediano. Carriera Giocatore Club Esordisce con la maglia dell'Atalanta nella stagione 1966-1967, debuttando in Serie A il 28 maggio 1967 sul campo del Foggia. Nella stagione successiva le presenze salgono a 5, e nell'estate del 1968 scende in Serie B al Lecco, dove viene impiegato da titolare collezionando 38 presenze e 3 reti. Marchetti (secondo da sinistra) festeggia con i compagni di squadra Morini, Haller e Anastasi la vittoria juventina nel campionato 1972-1973. Viene quindi acquistato dalla Juventus, con cui debutta il 16 novembre 1969 sul campo del Cagliari, nel ruolo di mediano. Nella prima stagione trova poco spazio (6 presenze), chiuso da Antonello Cuccureddu, mentre nelle annate successive conquista gradatamente il posto da titolare come terzino sinistro, in coppia con Luciano Spinosi. Rimane a Torino fino al 1974, vincendo due campionati agli ordini di Čestmír Vycpálek, totalizzando 102 presenze con 6 reti e disputando anche la finale della Coppa dei Campioni 1972-1973, persa a Belgrado contro l'Ajax. Nell'ultima stagione perde il posto da titolare, complici alcuni infortuni e la concorrenza di Claudio Gentile e Cuccureddu per il ruolo di terzino. Nella successiva sessione di calciomercato torna all'Atalanta, inserito come contropartita tecnica nell'acquisto di Gaetano Scirea; con gli orobici disputa cinque stagioni, tre in serie cadetta e, dopo la promozione del 1977, due nella massima categoria. Chiude la carriera con un'annata nel Catanzaro, sempre in Serie A. Nazionale Esordisce con la maglia della Nazionale Giovanile nell'aprile del 1969, contro i pari età della Romania, totalizzando 7 presenze a cui si aggiungono altre due apparizioni nella Nazionale B l'anno successivo. Nel 1972 il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi lo fa esordire nella Nazionale maggiore, come alternativa a Giacinto Facchetti. Debutta contro la Romania a Bucarest, il 17 giugno, insieme al compagno di reparto Spinosi, e colleziona complessivamente 5 presenze con gli Azzurri, tra il 1972 e il 1973. Dirigente Appese le scarpette al chiodo, Marchetti viene ingaggiato dalla Triestina in qualità di direttore sportivo nel marzo del 1982. Con gli alabardati rimarrà fino al giugno del 1988; il 29 agosto di quello stesso anno viene assunto dal Piacenza, ancora nelle vesti di direttore sportivo. In riva al Po rimane fino all'estate del 2001, rendendosi coprotagonista della scalata degli emiliani dalla Serie C1 alla A, e venendo in seguito sostituito da Fulvio Collovati. Ricopre lo stesso incarico per alcuni mesi nel Napoli, dimettendosi nel dicembre del 2002, e in seguito nel Modena, al posto di Doriano Tosi. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973
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Antonello Cuccureddu - Giocatore E Allenatore Giovanili
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ANTONELLO CUCCUREDDU «Essere stati juventini è come aver fatto il bersagliere. Per tutta la vita resti tale. Perché una società come la Juventus non esiste, non ha riscontri come età, come ambiente, come tutto. Il suo stile, il rispetto reciproco, soprattutto l’impronta della famiglia Agnelli».Scelse il più difficile, ma anche il più diretto modo di presentarsi alla Juventus. In una partita di Coppa Italia del settembre 1969 allo stadio Comunale torinese scese in campo con la maglia del Brescia e marcò così bene Luis Del Sol da impressionare la dirigenza bianconera. Era l’inizio della sua storia juventina che doveva portarlo a vincere, in dodici anni, sei scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa, totalizzando 434 presenze con trentanove goal. Un bottino che ricorda tuttora con affetto e gioia.Terzino, mediano, mezzala, giocatore eclettico, alla Juventus arriva nella stagione 1969–70 ai tempi di Luis Carniglia, anche se a lanciarlo è Rabitti, dopo il licenziamento del tecnico argentino. Ricorda quel giorno come uno dei più belli: «La Juventus era malmessa in classifica, io debuttai a Cagliari, ci trovammo sotto di un goal, la gente urlava: “Serie B, Serie B”. Nel finale mi giunse fra i piedi la palla buona e infilai Albertosi. Quel goal rappresentò molto, fu una specie di trampolino per la Juventus che finì in bellezza il campionato».Di goal importanti, comunque, ne ha realizzati tanti: Cuccureddu ricorda quello dello stadio Olimpico che consacrò la Juventus Campione d’Italia il giorno del disastro del Milan a Verona; i goal segnati contro il Magdeburgo in Coppa; un altro in Coppa Uefa l’anno del successo. In dodici anni passati alla Juventus, Cuccureddu ha avuto come tecnici: Carniglia, Rabitti, Picchi, Vycpálek, Parola, Trapattoni.Ora ne parla, e allinea il povero Picchi a Trapattoni: «Non ci fu il tempo di valutarne appieno le doti e la personalità. Però una cosa è certa: Picchi era un allenatore giovane con idee nuove che capiva di calcio, che sapeva applicarlo, spiegarlo, che aveva un dialogo e, soprattutto, era pieno di umanità e sapeva esserti amico. Come Trapattoni, insomma, che non viveva all’ombra di Boniperti come sostengono i maligni. In primo luogo per una questione di personalità che Trapattoni ha e che ha sempre difeso, poi perché la Juventus non ha mai tolto e non toglie spazio a nessuno».In Nazionale Cuccureddu gioca sedici volte: debutta a Varsavia contro la Polonia nel 1975, chiude in Argentina nella partita col Brasile per il terzo–quarto posto. Ancora oggi si domanda perché fu estromesso dal giro dopo il Mondiale del 1978. «Non discuto le scelte di Bearzot: certamente avrà avuto le sue ragioni. Però un discorsino mi avrebbe fatto piacere. In fondo il mio contributo l’avevo dato».Il suo eclettismo, in fatto di ruoli e di compiti, lo sottolinea nella stagione 1975–76. Ricordava su “La giornalaccio rosa dello Sport” Beppe Conti, che nella Juventus che eguaglia o fallisce di un soffio record prestigiosi, c’è Antonello Cuccureddu in possesso di un primato perlomeno curioso. In quel campionato ha giocato, infatti, con ben sette differenti numeri di maglia. Il due (Napoli, Roma, Bologna, Sampdoria e Perugia), il tre (Verona, Como, Fiorentina, Cagliari e Cesena), il quattro (Fiorentina), il sette (Como), l’otto (Verona), il dieci (Inter e Ascoli) e l’undici (Torino).Mentre Cuccureddu cambia maglia in continuazione, restava in tribuna elementi del calibro di Altafini, Spinosi, Gentile, Gori, Damiani e lo stesso Capello, ai quali l’allenatore di volta in volta preferisce il sardo. Il suo passaggio da terzino d’ala a centrocampista avviene in seguito ad un infortunio occorso a Bob Vieri dopo una trasferta in Germania per un impegno di Coppa Uefa: «Da quel giorno entrai in pianta stabile; la mia impostazione tattica venne cambiata. I dodici anni che ho passato a Torino sono indimenticabili anche per questo».I difensori lo cercano non appena possono evitare la respinta casuale e lui serve l’interno oppure l’ala tornante in linea con lui, rilancia il compagno che sfrutta le fasce con secche battute di collo, invita il centravanti a scattare verso l’area avversaria e scatta, a sua volta, negli spazi. Quello che pratica Cuccureddu è un gioco moderno e valido per lo spettacolo e il risultato. Le partite di Antonello sono novanta minuti di corsa sul passaggio obbligato del gioco avversario. Filtrare e ricostruire: non esiste fatica più improba; correre, perché si vuole e rincorrere, perché si deve; il cuore a stantuffo e i polmoni a mantice. Il vigore fisico gli consente di reggere la fatica della partita, il talento gli scopre gli orizzonti della bella giocata; sa alternare, con estrema disinvoltura, l’intervento risoluto e l’azione sciolta ed elegante.Una delle sue prerogative è il tiro a rete, forte, teso, imparabile. I suoi calci di punizione sono carichi di dinamite. Come tiratore puro è il più forte della compagnia. I suoi calci di punizione sono carichi di dinamite. Cuccureddu tira delle vere e proprie bordate; il pallone parte dritto e non cambia mai traiettoria. I tiri di Cuccu sono onesti, non cercano di ingannare il portiere. Niente “foglia morta”, “tiro a giro” o “cucchiaio”. Il pallone parte dritto per dritto e il portiere non può fare altro che raccogliere il pallone in rete. «Finiscila di minacciare la mia incolumità!». Gli grida scherzosamente Carmignani, durante gli allenamenti.Due aneddoti: nel 1973 la Juventus (pur sconfitta nella finale di Coppa Campioni) ha, grazie alla rinuncia dell’Ajax, l’opportunità di disputare la Coppa intercontinentale. Si gioca a Roma, contro l’Independiente di Buenos Aires: Sullo 0–0, la Juventus usufruisce di un calcio di rigore a favore per un fallo subito dallo stesso Cuccu. Il sardo tira una delle sue proverbiali cannonate, ma la palla sorvola la traversa; a un minuto dalla fine, su passaggio di un ventenne che avrebbe fatto strada, Daniel Bertoni, Bochini infila il goal decisivo, portando la coppa in Argentina.Campionato 1980–81: è il passo d’addio di Antonello, che sa di dover lasciare a fine stagione la casa tanto amata. La partita è Pistoiese–Juventus, Cuccu sblocca il risultato con un missile su punizione; non fa alcun gesto di esultanza, solo un mezzo sorriso (scriverà Giglio Panza: «Raramente ho visto tanta serenità esteriore in un giocatore dopo un goal»). Quel mezzo sorriso, quel commiato così sottovoce, con una tenerezza e un affetto enormi, dimostra tutto l’uomo in un piccolo gesto.Rientra alla Juventus agli inizi degli anni Novanta, come allenatore della squadra Primavera, con la quale vince il prestigioso Torneo di Viareggio e lancia alcuni giovani promettenti: Cammarata, Dal Canto, Manfredini, Binotto, Squizzi e, soprattutto, Alessandro Del Piero.VLADIMIRO CAMINITIEra il 1969 quando il direttore di “Tuttosport” mi spediva a intervistare al volo Antonello Cuccureddu, che sbarcava alle dieci di una sera di novembre alla stazione di Porta Nuova a Torino, proveniente da Brescia. Detto e fatto, e scrissi in quel mio articolo sul quotidiano al quale ho dedicato trentadue anni di vita, che approdava in bianconero un giocatore con un cognome davvero strano: «Cuccureddu nome da uccello più che da calciatore», scrissi. E poi da Juventus! L’esordio in prima squadra avvenne subito, a Cagliari, l’allenatore della Juventus era il mite orgoglioso Rabitti, di nome Ercole, da me soprannominato il piccolo monsù. In realtà, era più che altro un grande allevatore e maestro di giovani (tra le sue scoperte Furino e Bettega), come allenatore dei grandi gli facevano difetto polso e tranquillità psicologica; era insomma il primo a perdere la testa, soprattutto a contatto con i media televisivi. Oramai il grande calcio era anche televisione, con annessi e connessi, Rabitti disponeva dei suggerimenti di Boniperti oramai rientrato nella Famiglia e in procinto di assumerne la presidenza, ma non ascoltava nessuno. Cagliari-Juventus finì 1–1, il figlio di Sassari a pochi secondi dalla fine di un match molto combattuto (erano i giorni del guerriero Riva) infilò il pallone del pareggio.Di snella presenza, dalla corsa molto alacre, Cuccu avrebbe giocato 298 volte in campionato, sessantasei in Coppa Italia, settanta volte nelle Coppe europee, testimoniando un eclettismo razionale con sventole di destro possessive e perentorie che lo portarono a risolvere molte partite cruciali. Forte e sicuro come terzino, diventava un “half” in grado di assolvere felicemente alle più ardue consegne tattiche: fu, infatti, come jolly valorizzato da Enzo Bearzot, che lo convocò tra i ventidue azzurri di quella mancata sfolgorante vittoria del Mundial d’Argentina. Della Juventus destinata a vincere tutto, subito protetta dallo stellone per le doti di corsa e di tecnica del suo collettivo, ispirata al vertice da un presidente geniale e imperativo come Boniperti, Cuccu diventava dunque il perno così detto mobile, giocatore buono per molti usi, anche stopper, in qualche circostanza, tenace nella marcatura, puntiglioso quanto corretto, con momenti di recitativo ispirati al suo piede destro che senza esagerare si poteva definire ciclonico.Alla fine del campionato 1980–81, Cuccureddu lasciava la sua Juventus per la Fiorentina. Una decisione motivata soltanto dal desiderio di poter guadagnare ancora qualcosina in vista del futuro che non si può mai programmare. Perché negli anni Settanta, la “bonipertiana” Juventus, giunta a vincere tutto, mica arricchiva i suoi campioni, mica li blandiva o vezzeggiava; essendo campioni e per giunta juventini, quindi uomini veri.ANGELO CAROLIAntonello era un ragazzo adorabile, ma ne aveva sempre una. Andavo allo stadio per intervistarlo, lo incrociavo nello spogliatoio mentre si faceva curare da De Maria. Gli chiedevo come stava e lui, diventando serio, quasi triste mi rispondeva: «Ho un dolorino qui giù, anzi quassù». De Maria mi guardava e rideva, aggiungendo: «Sono tutte storie». E Cuccureddu scendeva in campo regolarmente. Un giorno, l’anno in cui Zoff arrivò alla Juventus, Antonello voleva lasciare il ritiro di Villar Perosa. Era giovanissimo e si era innamorato di un’adolescente. Aveva la borsa pronta, ma fu bloccato dall’amico Scanu, sardo come lui, il quale gli assestò un ceffone, accompagnato da questa frase: «Se non hai capito cosa vuol dire la parola Juventus, vattene pure a Torino, ma una volta abbandonato il ritiro, ricordati, non sarai più degno della maglia che ti è stata affidata». Antonello pianse, chi non ha pianto nella vita! E non lasciò più la “Signora”, finché non prese la strada per Firenze.NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL LUGLIO 2017In dialetto sardo, il termine “Cuccuru” sta per “cima della montagna”, promontorio, colle. E Cuccureddu è il monte sul quale si adagia la cittadina di Villacidro, nel Sud della Sardegna. Per gli amanti del pallone, e per il popolo bianconero in particolare, Cuccureddu è solo e soltanto Antonello, protagonista di tanta Juventus, dal 1969 al 1981: 434 presenze e trentanove reti, sei scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Un mutante di qualità, per tredici volte azzurro d’Italia, Mondiale d’Argentina otto compreso. Nato in Sardegna, ad Alghero per l’esattezza, il 4 ottobre 1949, cresciuto nella Fertilia tra i Dilettanti, esploso a diciotto anni nella Torres in C, quindi emigrato in continente a Brescia tra i cadetti per la stagione 1968–69. L’immediata promozione in A, la prospettiva di continuare con le “Rondinelle” anche l’anno dopo e invece, l’improvvisa chiamata della Juventus a campionato iniziato. Dodici anni di fila con il bianconero tatuato sulla pelle, quindi l’addio, non voluto. Tre anni alla Fiorentina, prima di chiudere con il Novara in C2 nel 1984–85 e intraprendere la carriera di allenatore. Le giovanili bianconere come prima esperienza con tanto di scudetto Primavera e Viareggio vinto insieme a un giovanissimo Del Piero e poi molta Serie C tra Crotone, Perugia e Grosseto, con alcune storiche promozioni. Adesso, se ne sta ad Alghero, intento alla prossima apertura della sua scuola–calcio. Ma, sempre e comunque, con la Juventus nel cuore.Quando è nato il tuo amore per la Juventus? «Fin da bambino. Raccoglievo le figurine dei giocatori bianconeri. Amavo Boniperti, Sivori, poi anche Haller, ma avevo un debole per chi correva in mezzo al campo, come Luis Del Sol».È stato grazie a lui che sei arrivato alla Juventus? «In un certo senso sì. Lo marcai durante la partita di Coppa Italia tra Juve e Brescia giocata al Comunale di Torino il 7 settembre 1969. Avevo il numero dieci. Ero emozionatissimo, giocavo contro giocatori che avevo visto in TV fino a pochi giorni prima. Con Del Sol fu un gran duello. Per un po’ mi stette dietro anche lui, poi si arrese perché io correvo più forte».Sognavi di indossare la maglia bianconera da bambino? «Sognavo di diventare un calciatore. Era la mia passione. La scuola in inverno e i classici lavori stagionali d’estate. Ma su tutto il calcio. Si giocava dappertutto, nei campi, per le strade, in mezzo ai palazzi. Con i muri a fare da sponda. Sapessi quante cose si imparano così. Poi ho seguito mio padre Pino che allenava la Rinascita. Quindi mi ha portato con sé alla Fertilia. Avevo sedici anni, fisicamente ero messo bene, giocavo a centrocampo e avevo già un bel destro. Si vinse il campionato, da imbattuti. E su di me si posarono diversi sguardi interessati».La spuntò la Torres che ti pagò due milioni. Era il 1967. «La Torres faceva la Serie C. Non mi sembrava vero, non avevo ancora diciotto anni e avevo alle spalle una sola stagione tra i dilettanti. Ero felicissimo. Feci il mio primo contratto, 150.000 lire al mese».Come hai affrontato il salto di categoria? «Con una determinazione pazzesca. Sono sempre stato serio, ho sgarrato poco. Mi sono applicato, ascoltavo i consigli, mi fermavo anche dopo l’allenamento a calciare in porta, L’allenatore, Colomban, mi ha dato i primi insegnamenti tattici».E a Brescia come ci sei finito? «(sorride) La Sardegna aveva scarsa visibilità, nonostante il Cagliari stesse facendo molto bene. Si doveva andare in continente, c’era poco da fare. Devo tutto a un torneo di fine stagione che si disputò a Treviglio, il paese natale di Facchetti. Mi vollero lì in prestito. Fui uno dei migliori di quella competizione. E gli osservatori del Brescia mi segnalarono».1968, diciannove anni da compiere e giochi in Serie B. «Non mi sembrava vero: due anni prima ero in seconda categoria. Andai a Brescia per firmare il contratto ed era la prima volta in vita mia che prendevo l’aereo. La squadra era appena retrocessa dalla A e puntava all’immediato ritorno. Abitavo vicino allo stadio, insieme al nostro terzo portiere Renzo Restani. C’erano giocatori esperti come Gigi Simoni e Virginio Depaoli. L’allenatore era Arturo Silvestri detto Sandokan. Mi ha insegnato tanto. Era stato calciatore, sapeva correggere l’errore. Meglio se non sbagliavi però (sorride)… Io feci ventidue partite su trentotto, quasi sempre schierato a centrocampo. Giocai anche con la De Martino insieme a Gigi Cagni e vincemmo lo scudetto di categoria. Adesso c’era la Serie A. Iniziamo il ritiro, quindi la Coppa Italia e poi è arrivata la partita contro la Juventus».E dopo quella partita che succede? «Succede che non ci capisco più niente. Non gioco più. Mi alleno più che mai, ma la domenica sto fuori. Nessuno mi dice nulla. E intanto il tempo passa. Fino a quando la società mi comunica che la Juventus mi vuole subito, alla riapertura del mercato di novembre. Non ho giocato perché altrimenti il passaggio a stagione in corso non si sarebbe potuto fare, visto che tutte e due le squadre militano nella stessa categoria».Sensazioni? «Impossibile spiegare cosa ti succede dentro. Sollievo, stupore, incredulità. Ma soprattutto gioia, tanta, tantissima. Andavo alla Juventus, la mia squadra del cuore. La realtà, stavolta, aveva superato anche il sogno».Qualcuno ironizzò sul tuo cognome. «A Brescia mi proposero di cambiarlo. A Torino ricordo Vladimiro Caminiti che scrisse nel suo primo pezzo: “Cuccureddu nome da uccello più che da calciatore”: Con Caminiti poi ci fu tempo dopo un episodio curioso. Lui amava la Juve e stravedeva per i siciliani, Furino e Anastasi su tutti. Con me, nelle pagelle, era sempre molto severo. Una sera, ospiti comuni di un club di tifosi, glielo feci notare. Da quella volta i voti migliorarono sensibilmente».Che ricordi hai del tuo primo giorno da juventino? «Mi vennero a prendere alla stazione. Il giorno dopo andammo allo stadio. C’era un gruppetto di tifosi e qualche altro dirigente della Juventus fuori ad aspettarmi. Raggiungemmo lo spogliatoio. Era finito l’allenamento da poco, vidi i miei nuovi compagni. Ricordo Zigoni allo specchio a sistemarsi i capelli. A un certo punto uno dei dirigenti indicando una poltroncina, mi disse: “Ecco, quello è il tuo posto”. Io, in tutta quella situazione, non riuscii a spiccicare parola. Facevo dei cenni con la testa, il sorriso stampato in faccia, mentre lo stomaco ribolliva di emozione».Poi sei andato in sede a firmare il contratto. «E ho incontrato per la prima volta Giampiero Boniperti che era stato appena nominato amministratore delegato della Juventus. Io sono stato il suo primo acquisto».E per te, chi è stato Boniperti? «Il mio presidente, prodigo di consigli e che mi ha tenuto con sé dodici anni. Più in generale lui era la Juve. In tutto e per tutto. La passione, lo stile, ma soprattutto, la fame di vittoria. Ci sono due episodi che danno il senso del personaggio: il primo è relativo all’estate del 1976. Siamo a Villar Perosa, in ritiro precampionato. È il giorno dei rinnovi dei contratti. Tocca a me, chiedo un ritocco e lui mi fa vedere la foto del Perugia dell’anno prima, la squadra con cui si perse all’ultima di campionato, regalando così lo scudetto al Torino. Come a dire: e hai anche il coraggio di chiedere un aumento?».Il secondo? «Maggio 1977, abbiamo appena vinto la Coppa Uefa, il primo trofeo internazionale della storia della Juve. Siamo felicissimi. Ma non si festeggia. Boniperti ci dice bravi, ma subito dopo ci ricorda che quattro giorni dopo ci aspetta l’ultima di campionato contro la Sampdoria. Novanta minuti decisivi, visto che il Torino è a un punto».Torniamo ai tuoi primi passi bianconeri in quel novembre 1969. «La Juventus era terzultima. Era stato addirittura esonerato l’allenatore Luis Carniglia. Al suo posto c’era Ercole Rabitti, che veniva dal settore giovanile. Io non ebbi tempo di pensare a nulla che il 12 novembre ero già in campo, in Coppa delle Fiere, contro l’Hertha Berlino. Avevo il numero due e ricordo che giocammo con la maglia bianca».Il 16 novembre 1969 giochi la tua prima in Serie A: a Cagliari! «Neanche a farlo apposta. Allo stadio c’era mezza Alghero a vedermi, tra amici e parenti. Avevo il dieci, la maglia era quella bianconera».Ma la cosa ancora più incredibile deve ancora venire. «(sorride) Stavamo perdendo 1–0. I tifosi di casa, invece, ci urlavano “Serie B. Serie B”. Mancava un minuto alla fine. Corner per noi, Un difensore respinge di testa e il pallone arriva a me che sono appostato all’altezza del dischetto del rigore, un po’ decentrato. Botta di destro al volo senza pensare ad altro. Pallone in rete, Albertosi nemmeno ha visto partire il tiro. È il goal del pareggio definitivo».La realtà, ancora una volta, ha superato l’immaginazione. «Proprio così! Anche se il giorno sui giornali c’era scritto “Cuccureddu malufigliu”. Ma vabbè. A noi, invece, quel pareggio colto all’ultimo minuto contro la prima della classe, dette una bella spinta: dopo facemmo sette vittorie consecutive».Ma era comunque una Juventus non più competitiva. «Infatti nell’estate del 1970 Giampiero Boniperti con l’aiuto di Italo Allodi, ringiovanì la rosa. Furono cedute alcune bandiere come Leoncini, Castano, Del Sol. Arrivarono molti giovani tra cui Causio, Bettega, Spinosi, Capello. In più c’eravamo io, Furino, Anastasi, Giampiero Marchetti, Francesco Morini, tutti under venticinque. Gli unici ultratrentenni rimasti furono Sandro Salvadore e Helmut Haller».A guidare la Juve baby fu chiamato un giovane allenatore: Armando Picchi, trentacinque anni. «Fu una magnifica intuizione della società. Picchi era stato il capitano della Grande Inter, sapeva di calcio, aveva un grande carisma e, soprattutto, sapeva dialogare con i giocatori. Una persona straordinaria, un allenatore che avrebbe fatto una grande carriera, se il destino non fosse stato così crudele con lui».Come hai vissuto la malattia di Picchi? «All’inizio ci avevano tenuto nascosto la verità. Poi abbiamo capito e saputo. È stata moto dura, eravamo tutti molto giovani e con lui ciascuno di noi aveva già instaurato un bel rapporto. Non è stato facile. Ci hanno aiutato la società e il nuovo allenatore Vycpálek. Un uomo di una bontà unica. Sarebbe stato bellissimo conquistare la Coppa delle Fiere per poter dedicare la vittoria a Picchi. Arrivammo in finale con il Leeds, ma ci fregò la regola dei goal in trasferta che valgono doppio».Come era quella tua prima Juventus? «C’era molto entusiasmo e molta tecnica. Tanti bravi ragazzi, diversi già nel giro delle Nazionali. Gente seria. E su tutti c’era Boniperti».Prima hai detto gente seria? Proprio tutti? «(sorride). Ogni tanto qualcosa succedeva. Haller era un po’ anarchico. Come in campo. Correva il giusto e spesso mi toccava marcare anche il suo avversario. Ma è stato bellissimo giocargli a fianco. Un genio, si passava il pallone dal destro al sinistro con una rapidità mai vista».Quella Juventus dei primi anni Settanta aveva molti giocatori di origini meridionali: tu, Causio, Anastasi, lo stesso Furino. «Per giocare nella Juve non bastava essere nati da Roma in giù (ride). Diciamo che a Torino c’erano tanti operai della FIAT che venivano dal Sud, forse era giusto che anche la Juve avesse questa caratteristica. Rispecchiava meglio l’anima della città. E poi, noi giocatori del Sud, con le nostre storie di sacrifici e rinunce, forse rappresentavamo una sorta di riscatto per i giovani che dovevano lavorare in fabbrica».Come era il rapporto con i tifosi? «Era ed è ancora meraviglioso. Ho fatto più di 400 partite con la Juve, la mia maglia è al Museo. Poi ho anche allenato. Quando giocavo era meraviglioso stare in mezzo alla gente. A Villar Perosa, per fare le poche centinaia di metri che separavano l’albergo dal campo, ci si metteva una vita. Durante la stagione, lo stesso succedeva nel breve tratto di strada che separava il Comunale (dove ci spogliavamo) e il campo Compi dove facevamo allenamento».Hai qualche storia particolare da raccontare? «Vicino allo stadio avevo conosciuto un parrucchiere, sardo come me e tifoso della Juve. Siamo diventati amici. Allora spesso andavo da lui per farmi lisciare i capelli che avevo un po’ crespi. Questo perché un po’ andavano di moda, un po’ per far star buono il presidente».E dell’avvocato Gianni Agnelli che mi dici? «Un uomo dall’enorme carisma, molto curioso e ironico. Prima della partita, scendeva nello spogliatoio, si metteva da solo da una parte a bere, senza dire una parola. Poi se ne andava in tribuna. Non è mai successo che si sia intromesso nelle questioni tecniche».Nel 1972 arriva il tuo primo scudetto. «Giocai poco per colpa della pubalgia. Una brutta bestia. Mi rifeci l’anno dopo. Alla Juve erano arrivati Zoff e Altafini. Si puntava anche alla Coppa Campioni. In panchina c’era ancora Vycpálek, colpito duro nel maggio del 1972 dalla morte del figlio in un incidente aereo. Anche questa fu una pagina molto dolorosa della storia della Juventus. Boniperti, che era anche amico del mister, gli stette molto vicino, così come tutta la società. Noi gli abbiamo voluto ancora più bene. Lo scudetto vinto all’ultimo minuto dell’ultima giornata è stato un segnale importante».E tu in quello scudetto ci hai messo la sigla finale. «Avevo giocato con più continuità rispetto all’anno prima. Quasi sempre a centrocampo. Mi sentivo parte integrante della squadra. Arrivammo all’ultima giornata in programma il 20 maggio 1973 con un punto in meno rispetto al Milan capolista che ne aveva quarantaquattro e a pari merito con la Lazio a quarantatré».Il calendario vi fa giocare tutte in trasferta: il Milan a Verona, la Lazio a Napoli e voi a Roma. «Il segreto è che ci abbiamo creduto. Non abbiamo mai mollato. Il “fino alla fine” che è diventato adesso il motto della Juve, vuol dire questo. Noi lo mettemmo in pratica».Però al 45’ eravate sotto di un goal. «La scossa decisiva è arrivata proprio nell’intervallo, quando abbiamo saputo che i rossoneri stavano perdendo per 3–1. Allora ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: “Proviamoci’: Vycpálek mise subito dentro Altafini per Haller. Josè quell’anno aveva segnato diversi goal pesanti partendo dalla panchina».E, come da copione, Altafini al 61’ pareggia. «E noi prendiamo coraggio sempre di più. Il Milan era oramai naufragato, la Lazio stava pareggiando. A tre minuti dalla fine, dopo un nostro calcio d’angolo, vedo un pallone vagante al limite dell’area, gli vado incontro. Stoppo e tiro una sassata di destro a occhi chiusi. Quando li riapro, sono sommerso dagli abbracci dei miei compagni. È’ il goal del 2–1. È il goal dello scudetto. Il Milan ha perso. La Lazio pure. Siamo campioni d’Italia, Festeggiamo e andiamo tutti ad abbracciare Vycpálek».Manca la finale di Coppa dei Campioni in programma a Belgrado il 30 maggio 1973. «Che io giocai solo per pochi minuti, alla fine. Fu una delusione immensa. Avevo disputato tutte le partite del torneo, quasi sempre da titolare. Non c’erano motivi perché dovessi stare fuori nella gara più importante. La decisione definitiva fu presa la sera prima della finale, a mezzanotte. Qualcuno convinse l’allenatore che si sarebbe dovuto giocare con tre punte. Non lo avevamo mai fatto, non era la soluzione tattica migliore, contro l’Ajax poi. E così, per far entrare un attaccante, fecero uscire me».E tu quando hai saputo della novità? «La mattina seguente. Me lo disse Vycpálek. Era dispiaciuto, quasi più di me. Ed io me ne andai in camera e mi misi a piangere. Quella è stata una delle note più amare della mia esperienza juventina».Nella stagione successiva segni dodici goal in campionato. «Haller non c’era più, giocavo stabilmente come mezzala, La porta era più vicina, in più calciavo le punizioni e i rigori, anche se quello più importante quell’anno lo sbagliai».Ti riferisci al penalty in Juventus–Independiente? «Giocammo per l’Intercontinentale al posto dell’Ajax. Finale unica, a Roma, 28 novembre 1973. Sullo 0–0 rigore per noi. Tiro io, ma il pallone va altissimo, lo stanno ancora cercando. Poi loro fanno goal, vincono per 1–0 e si prendono la coppa».Toglimi una curiosità: perché eri tu il rigorista? In quella squadra c’era gente come Anastasi, Bettega, Causio. «Ricordo che facemmo una gara durante il ritiro estivo, sui dieci a chi ne segnava di più. Vinsi io, Tiravo forte al centro, a mezza altezza. Mi allenavo durante la settimana, anche sulle punizioni. Sapessi quante volte ho fatto inca**are Zoff che mi diceva di tirare più piano!».1974, alla Juve arriva Parola e tu diventi stabilmente terzino. «Parola era un altro juventino vero, in perfetta sintonia con Boniperti, un babbo per noi giocatori. All’inizio della stagione ci propose alcuni cambiamenti. Era arrivato Scirea. Non c’erano più Salvadore e Marchetti. Lui mise Gaetano libero. Spostò Spinosi da terzino a stopper. Dette la maglia numero due a Claudio Gentile e a me disse di fare il terzino sinistro visto che gli mancava un difensore esterno».Ti convinse quello spostamento? «A parte che nella Juve pur di giocare avrei fatto anche il portiere. Un anno, nel 1975–76, ho indossato quasi tutte le maglie, e all’epoca al numero corrispondeva il ruolo. Comunque il cambio mi convinse, anche perché il mio modo di interpretare il ruolo era moderno, scendevo molto sulla fascia. Io e Gentile siamo stati la prima coppia di terzini fluidificanti. E poi da difensore sono arrivato in Nazionale. E da terzino in maglia azzurra ho un ricordo bellissimo: il duello, vinto, con Kevin Keegan, nella partita dì qualificazione ad Argentina 1978. Keegan a metà anni Settanta era uno dei top player mondiali, oltre che Pallone d’Oro».In azzurro hai messo via tredici presenze di cui cinque ai Mondiali del 1978. «Eravamo nove juventini a quel Mondiale. Giocammo tutti insieme dall’inizio contro l’Olanda. Il blocco Juve è sempre stato una colonna delle Nazionali vincenti».Torniamo al bianconero e facciamo un passo indietro, stagione 1976–77. «L’anno della doppietta campionato–Coppa Uefa. Parola fu sostituito da Giovanni Trapattoni, un allenatore giovane, brillante, con una grande fame di vittorie. Come tipo di operazione mi ricordò molto quella fatta nel 1970 con il povero Picchi. Il Trap poteva contare su una grande società e su una squadra formidabile e affiatata. Ci furono gli innesti di Benetti e Boninsegna. Lui poi avanzò Tardelli, che era arrivato l’anno prima, a centrocampo. Io e Gentile ci scambiammo le fasce, con Antonio Cabrini che iniziava a fare capolino. E venne fuori lo squadrone che vinse lo scudetto record dei cinquantuno punti e la prima coppa internazionale: 1–0 a Torino e 2–1 in Spagna e la Coppa Uefa è nostra».Del trionfo europeo che ricordi conservi? «Il San Mamés, lo stadio dell’Atletico Bilbao. Una bolgia, il pubblico spagnolo che urla, noi che lottiamo con il coltello tra i denti e alla fine la liberazione, la gioia e l’entusiasmo per una coppa che meritavamo di vincere perché avevamo superato le migliori squadre europee».In Spagna avete sofferto molto. «È la partita più intensa che abbia mai disputato. Specie nel secondo tempo eravamo in apnea. Ricordo che Benetti fece un fallo a centrocampo e fu circondato dagli avversari. Nessuno di noi ebbe la forza di andarlo a difendere: eravamo tutti a riprendere fiato».La Juve di fine anni Settanta è una delle formazioni juventine più forti di sempre. Sei d’accordo? «Sì. E tutta italiana. Vincemmo ancora lo scudetto nel 1978 e la Coppa Italia nel 1979».Il 1980–81 è il tuo ultimo anno alla Juventus. «Ho giocato uno dei migliori campionati in maglia bianconera. Con la Pistoiese realizzai il mio ultimo goal con la mia classica “cannonata” da trenta metri. Alla fine arrivò per me il sesto scudetto. Un numero che oggi suona giustamente come leggenda per la Juventus di Allegri. E poi l’addio».Non te lo aspettavi. «No, credevo di chiudere la carriera alla Juve. Invece rimasi invischiato in una trattativa con la Fiorentina che avrebbe dovuto portare Vierchowod alla Juve, ma ciò non avvenne. E quando la dirigenza bianconera pretese il mio ritorno a Torino, da Firenze dissero di no».Rimane lo spazio per un’ultima risposta. «Ed io lo sfrutto per ricordare: Romolo Bizzotto. Per anni è stato l’allenatore in seconda della Juve, soprattutto con Trapattoni. Una persona a modo che ha lavorato nell’ombra e in silenzio per il bene della squadra e dei giovani». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/antonello-cuccureddu.html -
Antonello Cuccureddu - Giocatore E Allenatore Giovanili
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
ANTONELLO CUCCUREDDU https://it.wikipedia.org/wiki/Antonello_Cuccureddu Nazione: Italia Luogo di nascita: Alghero (Sassari) Data di nascita: 04.10.1949 Ruolo: Difensore/Centrocampista/Jolly Altezza: 180 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cuccu Alla Juventus dal 1969 al 1981 Esordio: 12.11.1969 - Coppa delle fiere - Hertha Berlino-Juventus 3-1 Ultima partita: 09.06.1981 - Coppa Italia - Roma-Juventus 1-1 434 presenze - 39 reti 6 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Allenatore della Juventus Primavera dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1995 1 Campionato Primavera 1 Coppa Italia Primavera 1 Torneo di Viareggio Allenatore in seconda della Juventus 1990-1991 Antonello Cuccureddu (Alghero, 4 ottobre 1949) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Antonello Cuccureddu Cuccureddu alla Juventus nel 1975 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1985 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Rinascita 19??-1967 Fertilia Squadre di club 1967-1968 Torres 34 (0) 1968-1969 Brescia 22 (0) 1969-1981 Juventus 434 (39) 1981-1984 Fiorentina 37 (0) 1984-1985 Novara 22 (0) Nazionale 1969-1971 Italia U-21 3 (0) 1975-1978 Italia 13 (0) Carriera da allenatore 1988-199? Juventus Primavera 1990-1991 Juventus Vice 1997-1998 Acireale 1998 Ternana 1999-2001 Crotone 2002-2003 Al-Ittihād 2004-2005 Avellino 2005-2006 Torres 2006-2007 Grosseto 2007-2008 Perugia 2008 Perugia 2009-2010 Pescara 2013 Alghero DT 2013-2014 Grosseto Biografia Nato in una famiglia di umili origini, ha un fratello di qualche anno più giovane, Carmelo, anche lui cimentatosi come calciatore nello stesso periodo di Antonello, seppur con minore successo, avendo circoscritto la propria carriera alle categorie inferiori. Caratteristiche tecniche Giocatore Calciatore molto eclettico, venne impiegato come jolly di difesa e centrocampo, svariando da mezzala — suo ruolo originario — a mediano, da terzino fluidificante a stopper. In questo senso, rimane singolare quanto accadde nella Serie A 1975-1976 quando, in un'epoca ancora lontana dalla numerazione fissa, Cuccureddu terminò quel campionato vestendo ben sette diversi numeri di maglia, con altrettanti ruoli ricoperti: il n. 2 (contro Napoli, Roma, Bologna, Sampdoria e Perugia), il n. 3 (Verona, Como, Fiorentina, Cagliari e Cesena), il n. 4 (Fiorentina), il n. 7 (Como), il n. 8 (Verona), il n. 10 (Inter e Ascoli) e il n. 11 (Torino). Cuccureddu (a destra) in nazionale ai Mondiali 1978, mentre interviene in acrobazia sull'argentino Ortiz. Nel corso della sua carriera, oltre a dinamismo e intelligenza tattica, rivelò ben presto delle spiccate attitudini offensive; a tal proposito, agli esordi in Serie A si guadagnò il paragone con Eusebio Castigliano, storico mediano del Grande Torino, tra i primi nel ruolo a specializzarsi anche nel cercare la battuta a rete. Dotato di un destro teso, potente e preciso, Cuccureddu lo mise a frutto con conclusioni da fuori area, calci piazzati e rigori: con 26 segnature nella massima divisione italiana, tutte maturate durante la sua militanza nella Juventus — ne siglò 39 in totale —, emerse come uno dei difensori-centrocampisti più prolifici di sempre in Serie A. Allenatore Come allenatore predilige utilizzare moduli di provata affidabilità, basati su una solida difesa a quattro elementi, vedi il classico 4-4-2 o il derivato 4-3-1-2. Carriera Giocatore Club Cuccureddu (accosciato, primo da sinistra) al Brescia nel 1969 Iniziò a giocare a pallone in giovane età grazie al padre, presidente di una piccola formazione amatoriale della natìa Alghero, la Rinascita; andò in seguito al Fertilia con cui, ancora minorenne, vinse il campionato sardo di Seconda Categoria. La vera carriera calcistica iniziò per lui con la stagione 1967-1968, quando passò per 2 milioni di lire alla Torres di Sassari, in Serie C, dove venne impiegato come centrocampista puro. Nell'annata 1968-1969, acquistato per 30 milioni, si trasferì al Brescia appena retrocesso in Serie B; nonostante la giovane età l'allenatore Silvestri gli concesse numerose presenze nel torneo cadetto, la maggior parte delle quali da titolare, facendo sì che Cuccureddu contribuisse attivamente all'immediato ritorno delle rondinelle in massima categoria. Iniziò la stagione seguente ancora nelle file della squadra biancazzurra, fin quando nel settembre 1969 destò le attenzioni della Juventus in occasione di un incontro di Coppa Italia a Torino, in cui il diciannovenne Cuccu marcò con successo l'esperto del Sol: la prova offerta convinse i piemontesi, di lì a un paio di mesi, a prelevarlo dai lombardi per la somma di 350 milioni, con il giocatore che andò così a indossare la maglia per la quale aveva sempre tifato. Cuccureddu alla Juventus nel 1973, alle prese con un avversario del Derby County nella semifinale di andata della Coppa dei Campioni. Fece il suo debutto in bianconero il 12 novembre 1969, nella sfida di Coppa delle Fiere a Berlino Ovest contro l'Hertha Berlino; tuttavia l'esordio più ricordato è quello di quattro giorni dopo in Serie A, nella trasferta di Cagliari, in cui trovò anche la sua prima rete in massima divisione, quella dell'1-1 finale: «la Juventus era malmessa in classifica [...] ci trovammo sotto di un goal, la gente urlava "serie B, serie B". Nel finale mi giunse fra i piedi la palla buona ed infilai Albertosi. Quel goal rappresentò molto, fu una specie di trampolino [...]». La rete più importante della sua carriera la segnò il 20 maggio 1973, durante l'ultima giornata del campionato 1972-1973. Mentre il Milan, in vantaggio di un punto rispetto ai bianconeri, perdeva 5-3 a Verona, la Juventus riusciva a recuperare lo svantaggio iniziale in casa della Roma, dapprima pareggiando con Altafini e poi vincendo 2-1 a tre minuti dalla fine, con un tiro da fuori area di Cuccureddu; questo successo consentì ai piemontesi di conquistare il loro quindicesimo scudetto. Il campionato successivo, 1973-1974, si rivelò tra i migliori sul piano personale, in particolar modo sotto l'aspetto realizzativo: chiuse infatti quel torneo a quota 12 gol, dopo esserne stato persino capocannoniere per lunghi tratti. Da sinistra: Cuccureddu, Daniel Bertoni ed Eraldo Pecci alla Fiorentina nella stagione 1981-1982 Cuccureddu giocò per dodici stagioni con la divisa della Juventus, emergendo come uno degli elementi più importanti dei plurititolati bianconeri degli anni 1970, passati sotto la guida di Vycpálek, Parola e Trapattoni: con la Vecchia Signora mise in bacheca sei titoli nazionali (1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978 e 1980-1981), la Coppa Italia 1978-1979 e, soprattutto, la Coppa UEFA 1976-1977, il primo importante trofeo internazionale del club torinese. Nell'estate 1981, trentunenne, si accasò alla Fiorentina dove, nel campionato 1981-1982, sfiorò un ennesimo scudetto dopo un lungo duello proprio contro la sua ex squadra. A Firenze chiuse con la Serie A nel 1984, a causa di vari infortuni alla schiena. Con l'annata 1984-1985 concluse poi definitivamente la carriera agonistica, in Serie C2, nelle file del Novara. Nazionale Dopo aver maturato tre presenze con la maglia della nazionale Under-21 nel biennio 1969-1971, furono 13 le partite di Cuccureddu in nazionale A, tutte sotto la gestione del commissario tecnico Enzo Bearzot: tra queste è compreso l'esordio del 26 ottobre 1975 a Varsavia contro la Polonia, e i 5 incontri disputati al campionato del mondo 1978 in Argentina (chiuso dagli azzurri al quarto posto) che ne fecero il primo calciatore sardo a scendere in campo nella fase finale di un Mondiale — eguagliato in seguito dai soli Zola nel 1994, e Sirigu nel 2014. Cuccureddu (in piedi, primo da sinistra) in azzurro nel 1978 L'ultimo incontro di Cuccureddu in nazionale risale al dicembre 1978, contro la Spagna; in generale, non riuscì mai a entrare stabilmente nel giro azzurro, da cui venne definitivamente estromesso all'indomani del mondiale argentino: «Non discuto le scelte di Bearzot: certamente avrà avuto le sue ragioni. Però un discorsino mi avrebbe fatto piacere. In fondo il mio contributo l'avevo dato». Allenatore Gli inizi Intrapresa la carriera di allenatore una volta chiusa l'attività agonistica, nel 1988 eredita da Salvatore Jacolino la panchina della squadra Primavera della Juventus, incarico che manterrà fino alla metà del decennio seguente. A Torino vince nella stagione 1993-1994 il Campionato Primavera e il Torneo di Viareggio — due successi che mancavano alle giovanili bianconere, rispettivamente, da oltre venti e trent'anni —, e nell'annata seguente la prima Coppa Italia Primavera nella storia del club; contribuisce inoltre in questi anni alla crescita di una giovane promessa quale Del Piero, futura bandiera juventina. Cuccureddu (al centro) festeggia, assieme ai ragazzi della "Primavera" juventina, la vittoria nel campionato di categoria del 1993-1994. A tale esperienza si affianca nella stagione 1990-1991 quella di vice della prima squadra durante la gestione tecnica di Luigi Maifredi, avendo anche l'occasione di debuttare in Serie A, sostituendo lo squalificato Maifredi, nella sfida casalinga del 30 settembre 1990 contro la Sampdoria (0-0). Le serie minori Nel 1997-1998 ottiene l'ottava posizione con l'Acireale, in Serie C1. Dopo una fugace esperienza alla guida della Ternana nel 1998-1999, in Serie B, dov'è sostituito da Luigi Delneri, nel 1999-2000 passa ad allenare il Crotone, sempre in C1, portando la squadra pitagorica, dopo un entusiasmante campionato, alla storica promozione in cadetteria con quattro giornate di anticipo. La separazione dai crotonesi avviene l'anno successivo, quando è esonerato dopo alcune giornate. Nel 2004-2005 guida l'Avellino in C1, ma a poche giornate dal termine viene sollevato dall'incarico, non potendo dunque partecipare attivamente alla promozione in cadetteria dei biancoverdi. Nella stagione 2005-2006 è sulla panchina della Sassari Torres che porta sino alle semifinali play-off, dove gli isolani vengono eliminati dal Grosseto. Cuccureddu al Pescara nel 2009-2010 Nel novembre 2006 diviene il nuovo allenatore proprio dei grossetani, e in sei mesi riesce a portare la squadra maremmana dai bassifondi della classifica alla prima posizione; il 13 maggio 2007 il Grosseto vince 1-0 a Padova e viene promosso, per la prima volta nella sua storia, in Serie B. Cuccureddu in Maremma ha ottenuto una delle migliori medie-punti di sempre tra gli allenatori biancorossi: 53 punti in venticinque match, pari a 2,12 punti a partita. Nel giugno 2007 arriva la chiamata del Perugia, in C1, che con Cuccureddu punta alla promozione. Dopo una buona partenza la squadra accusa un calo e, a seguito di quattro sconfitte interne consecutive, viene esonerato: sarà richiamato dopo due sole partite, coincise con altrettante sconfitte. Il 23 marzo 2009 viene chiamato dal Pescara, in sostituzione dell'esonerato Giuseppe Galderisi. Dopo aver centrato la salvezza diretta, viene confermato per altre due stagioni. Tuttavia nell'annata successiva, il 12 gennaio 2010, dopo una serie negativa di risultati e all'indomani della sconfitta in casa con la Cavese, viene sollevato dalla guida tecnica degli abruzzesi. Il 30 settembre 2013 viene annunciato il suo ingaggio come direttore tecnico dell'Alghero, nel torneo regionale di Eccellenza, dimettendosi dopo un mese dall'incarico per divergenze sui programmi. Poche settimane dopo, il 26 novembre, in seguito all'esonero di Stefano Cuoghi, riassume la carica di allenatore del Grosseto, in Prima Divisione, da cui viene esonerato il 27 gennaio 2014 a seguito di altalenati risultati culminati nella sconfitta contro una sua ex squadra, il Perugia. Dopo il ritiro Dopo il ritiro fonda nella natìa Alghero una società calcistica dilettantistica, la "Antonello Cuccureddu 1969". Per quest'attività, nel giugno 2017 viene indagato dalla procura di Sassari con l'accusa di turbativa d'asta, finendo a processo nel gennaio 2020; nel maggio dello stesso anno la vicenda vede Cuccureddu ottenere parere favorevole da parte del tribunale amministrativo regionale. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 6 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie C1: 2 - Crotone: 1999-2000 (girone B) - Grosseto: 2006-2007 (girone A) Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1994 Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1993-1994 Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 1994-1995 -
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GIUSEPPE FURINO Palermo e Torino, Torino e Palermo. Questa, salvo una breve parentesi a Savona, è la storia calcistica di Beppe Furino. Nasce, nel capoluogo siciliano, il 5 luglio del 1946: «Mio padre, maresciallo di finanza, era stato trasferito da Palermo ad Avellino quando avevo appena sei mesi, nella città irpina ho vissuto fino a tre anni. Poi la minacciosa diffusione di un’epidemia indusse mia madre, che era nata a Ustica e apparteneva a una famiglia fortemente radicata sull’isola, a mandarmi per qualche tempo dai suoi genitori. Nonno Peppino era stato sindaco di Ustica negli anni cinquanta e, con nonna Silvia, gestiva uno di quei negozi in cui si vende di tutto e che rappresentano il punto di riferimento dell’intera comunità. Zio Domenico invece, genio e sregolatezza della famiglia, faceva il medico fra Palermo e Ustica. La famiglia di mio nonno era molto amata dalla gente anche perché, durante la guerra, non aveva lesinato aiuti a chi si trovava in difficoltà. L’ambiente per me, oltre che sano, era affettivamente ideale anche fuori dall’ambito familiare. E così, prima che l’italiano o il napoletano, ho imparato il dialetto siciliano, che ancora oggi esercita su di me un fascino straordinario. Dopo appena un anno sono tornato ad Avellino. A otto anni mi sono trasferito a Napoli e a quindici definitivamente a Torino».Furino, cresce calcisticamente nella Juventus, nei NAGC, la scuola calcio bianconera; il primo prestito è al Savona, dove si disimpegna come ala sinistra. Tornato a Torino, è trasferito nella sua città natale, dove disputa il campionato 1968-69.«Ero cresciuto nel settore giovanile della Juventus e venivo da un paio di campionati a Savona fra B e C; la società bianconera voleva prendere il rosanero Benetti ed io fui girato in prestito al Palermo, che era appena approdato in serie A. C’era un grande entusiasmo, il Palermo tornava nel massimo campionato dopo cinque anni. Le prime due giornate giocammo in trasferta: all’esordio a Cagliari e perdemmo 3-0, due goal di Riva e uno di Boninsegna; poi a Torino contro la Juventus portammo a casa un bel pareggio. Finalmente, arrivò il debutto allo stadio Favorita, ospitavamo l’Inter di Mazzola, Corso, Suarez e Jair. Lo stadio poteva tenere 40.000 spettatori ma, secondo me, non erano meno di 60.000. C’era un tale frastuono che non riuscivo a sentire nulla di quello che si diceva sul campo. Riuscimmo a fare 0-0, come la settimana precedente. La seconda emozione la provai entrando a San Siro, dove quell’anno pareggiammo sia contro l’Inter che contro il Milan. A fine campionato ritornai alla Juventus, dove sono rimasto tutta la carriera».In quella stagione palermitana, Beppe disputa ventisette partite e realizza un goal; torna a Torino nell’estate del 1969 e trova una Juventus completamente rivoluzionata, dopo la ferrea gestione di Heriberto Herrera e del suo “movimiento”. L’allenatore è Don Luis Carniglia, che non farà tanta strada, tanto è vero che sarà presto sostituito da Ercole Rabitti.Per uno scherzo del destino, nella prima di campionato la Juventus deve affrontare al Comunale il Palermo; è il 14 settembre 1969 e le due squadre, agli ordini dell’arbitro Gussoni, si schierano così. Juventus: Tancredi; Salvadore e Leoncini; Morini, Castano e Furino; Favalli, Haller, Anastasi, Bob Vieri e Leonardi. Palermo: Ferretti; Bertuolo e Pasetti; Lancini, Giubertoni e Landri; Pellizzaro, Reja, Troja, Bercellino Silvino e Ferrari. La partita non ha storia; i rosanero passano in vantaggio con Troja dopo soli quattro minuti, ma la reazione bianconera è furiosa. Una doppietta di Helmuttone Haller e un goal di Leonardi mettono le cose a posto. A dieci minuti dalla fine, ci pensa proprio lui, Beppe Furino a siglare la rete del definitivo 4-1 cominciando, nel migliore dei modi, la sua lunga e splendente carriera in bianconero.Ci sono sempre state due correnti di pensiero su Beppe Furino. Boniperti e in generale tutti gli allenatori bianconeri, lo hanno sempre considerato un giocatore fondamentale per le proprie squadre, un capo carismatico, un tipo coriaceo, grintoso, portabandiera dei cosiddetti giocatori umili che sono però insostituibili in una squadra che vuole vincere. 528 presenze con la maglia bianconera, diciannove goal, otto scudetti, tantissime partite con la fascia di capitano al braccio, testimoniano quanto Furino sia stato uno degli artefici delle vittorie della Juventus targata Boniperti.Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla Nazionale. Prima Valcareggi, poi Bernardini e infine Bearzot, hanno sempre ignorato questo siciliano tosto, al punto di definirlo un giocatore mediocre; solamente tre presenze, una vera ingiustizia.Con lui, il calciatore povero è riuscito a emergere, fino ad arrivare nella stanza dei potenti; con lui, il mediano faticatore è importante come il fuoriclasse; con lui, il calciatore è divenuto dignitoso, anche se le sue giocate sono meno belle di quelle dei cosiddetti assi. È un campione chi si sacrifica costantemente per la squadra; la classe non è solo stile, ma anche rendimento.Non gli è mai piaciuto essere definito la bandiera della Juventus: «Perché la bandiera sta alta sul pennone ed io non sono certo il tipo da piedistallo. Tutt’altro, preferisco star giù a lavorare con gli altri, soprattutto con i giovani, con i quali mi trovo benissimo, perché parlo come loro e sento come loro».Non ha mai amato i giornalisti e non è mai stato tenero nei loro confronti; ha avuto tantissime difficoltà a rapportarsi con loro, fino addirittura a snobbarli, in quanto erano i giornalisti stessi a ignorare Furino. Caminiti gli affibbiò il soprannome di Furia dopo le prime partite nella Juventus, un volta tornato dal prestito da Palermo ma Furino è palermitano solo in apparenza, essendo taciturno, come la maggior parte dei siciliani. È, invece, un torinese di adozione, in quanto gran lavoratore sparato e spedito.Lo stesso Caminiti lo descriveva in questo modo: «Mi colpiva, in quei giorni, il suo rapporto con la madre, piccola e stortarella come lui, ma verissima donna, maniacale nell’amore per i figli, per l’esempio costante di dovere, come le madri di una volta, che forse non esistono più. E mi era sembrato il giocatore emanazione di questa madre, la sua grandezza la facevo tutta morale, in campo lo vedevo crescere da nano (è alto 1,69) a gigante, in virtù di questa sua primigenia ricchezza, la ricchezza dell’isola bedda».Il primo a intuire le grandi qualità di Furino, è Boniperti, ma è Cesto Vycpálek, succeduto a Rabitti, scopritore del ragazzo, e al povero Armando Picchi, a valorizzarlo in pieno nei fatti, enfatizzandone le qualità, perché Furia ha bisogno di fiducia per scatenarsi e rendere al massimo. Diventa in poco tempo il propulsore e il trascinatore; nasce il mediano considerato il più cattivo d’Italia, in quanto è spietato nel contrasto, non si tira mai indietro, in ogni mischia che si rispetti, lui è presente.Quando è necessario, è pronto a litigare, in quanto non ha paura di niente e di nessuno. La Juventus ha giocatori molto celebrati e importanti, come Bettega, Zoff, Causio, lo stesso Anastasi, che Furia cordialmente odia, ma lui è fondamentale in squadra. Boniperti lo sa benissimo e non manca mai di elogiarlo: «Tutti dovreste giocare con il cuore che ci mette lui».Quando l’Ajax batte la Juventus, nella finale della Coppa dei Campioni a Belgrado, Boniperti in testa è il più emozionato di tutti, e Furia fallisce pure lui, come tutta la squadra. Nasce così l’impressione che sia un giocatore provinciale, tutt’altro che indispensabile. Valcareggi, tecnico degli azzurri, non lo apprezza più di tanto, anche se lo convoca per i Mondiali messicani. Anche Bernardini, fautore dei giocatori dai piedi buoni, quando lo manda in campo, a Genova contro la Bulgaria, il 29 dicembre 1974, lo fa più per accontentare l’opinione pubblica, che per convinzione personale.Ma Furia si esprime al meglio in campionato, con la maglia bianconera. Sui rettangoli nostrani si decide tutto e qui Furino è un grandissimo. È il giocatore più stringente che si sia mai visto nella zona mediana, una catapulta. Con la sua determinazione, carica i compagni, li obbliga a impegnarsi all’estremo delle forze, li esalta con il suo esempio. Non si tira mai indietro, è sempre lì che morde i calcagni degli avversari, dove c’è pericolo, accorre lui, brutto, sghembo ma bellissimo nell’ardore. Ma non è solo questo, tatticamente è un giocatore molto intelligente; è lui, infatti, che si schiera da libero durante le frequenti avanzate di Scirea ed è sempre lui a coprire le sgroppate di Tardelli.Il suo modo di giocare lo porta a realizzare pochissime reti. Una in particolare, però, si rivelerà d’importanza enorme: quart’ultima giornata del campionato 1976-77. Sabato 30 aprile al Comunale di Torino va in scena l’anticipo di campionato contro il Napoli. La Juventus, che sta lottando con il Torino per lo scudetto, è reduce dal pareggio di Perugia ed è obbligata a vincere; segna Bettega, pareggia nella ripresa Massa. La squadra bianconera è in difficoltà, il Napoli la mette sotto mentre un autentico nubifragio si abbatte sul campo. A quattro minuti dal termine, quando lo spettro del sorpasso granata si sta oramai materializzando, ecco che, tra grandine e fango, spunta la zampata vincente del capitano che ridarà morale e fiducia alla squadra.La sua carriera termina, praticamente, con l’arrivo di Platini; famosa è la frase dell’Avvocato: «È inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino». Il Trap obbedisce e Furia è sostituito da Bonini. Trapattoni non si dimentica, però, di Furino e lo schiera nel campionato successivo, per permettergli di vincere il suo ottavo scudetto.Ci sono stati tanti mediani fortissimi nella storia bianconera: Bigatto o Bertolini, Depetrini o Del Sol, ma nessuno è stato come lui. Il suo sacrificio, la sua presa diretta nel gioco, là dove nasce il pericolo, là dove si rischia, non manca mai. Un grande campione povero, forse il più grande di tutti. E non importa se nel mondo del calcio, soprattutto in Italia, sono considerati molto di più i giocatori virtuosi di quelli che sudano, che lottano, che sbagliano un passaggio. Furino ha aperto gli occhi a tanti; si può essere campioni anche non essendo belli.Diceva alla fine del 1979: «Tutte le vittorie sono uno stimolo a proseguire con lo stesso spirito, per questo mi sento ancora al debutto. Perché mi sono realizzato in una Juventus vincente, una Juventus che mi ha insegnato che, per andare avanti, bisogna darci dentro, per ottenere il risultato attraverso il gioco e la lotta. La durezza delle stagioni e la media positiva dei miei anni calcistici, durante i quali ho ricoperto tantissimi ruoli, da difensore puro ad ala tornante, da centrocampista a jolly, mi hanno fatto maturare una mentalità elastica, ma sempre proiettata in avanti. Mi rendo conto che posso farcela ancora e bene; non vedo il motivo per sentirmi dire che sono, non dico vecchio ma anziano. Sarò un vecchio capitano, questo sì, perché porto la fascia da sei stagioni, ma, nel ruolo, mi sento proprio com’ero agli inizi e questo mi carica. Una cosa sola voglio: andare avanti con lo stesso spirito».NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 29 SETTEMBRE 2009I numeri fissi si vedevano solo ai Campionati del Mondo e agli Europei. Ma il quattro bianco sul quadratone nero ha avuto un unico padrone nella Juventus degli anni settanta: Beppe Furino. Quella era la sua targa, il suo marchio, il suo codice a barre. Per oltre 500 partite (361 solo in campionato) spalmate in quattordici anni di ininterrotta permanenza in bianconero.Otto scudetti, un record, e una manciata di coppe. Tutte alzate per primo da lui, il capitano. Onore che gli è toccato fin dal 1976, quando andò via Anastasi. Fascia blu sul braccio sinistro, bianca nella divisa da trasferta. Di lui Giampiero Boniperti, il suo presidente, diceva che aveva due cuori, uno a destra, l’altro a sinistra per rimarcarne la generosità, la dedizione alla causa, l’attaccamento alla maglia.Una vita in trincea la sua. Con il quattro sulla schiena, in un’epoca in cui a quel numero era associato solo e soltanto un ruolo: il mediano. Quello che corre, lotta, combatte, si appiccica al dieci avversario per duelli condotti, talvolta, sul filo di un regolamento che qualche concessione in più in quegli anni faceva al meno dotato tecnicamente. Chilometri e sudore, sguardi severi e concentrazione spinta al massimo: qui dentro sta Giuseppe Furino, una vita per la Juventus che domenica sera, nella gara che chiude la settima giornata, sbarca in Sicilia per sfidare il Palermo di Zenga. Una partita dal sapore particolare per lui che in rosanero ha debuttato in serie A, prima di diventare una colonna bianconera.Quali sono le sue sensazioni? «Con il Palermo ho compiuto l’ultimo passo verso il ritorno alla Juventus, una tappa fondamentale per la mia formazione professionale. Venivo da due stagioni al Savona. Ero arrivato a Palermo per caso, nel giro dei prestiti, credo legato all’operazione che portò Benetti alla Juventus. Un solo campionato, quello della stagione 1968-69, giocato bene, in crescendo, con una salvezza conquistata meritatamente».La sua pagella come fu? «Bei voti. I tifosi mi elessero calciatore dell’anno. Il pubblico palermitano è stupendo. Alla prima partita che giocammo in casa la Favorita scoppiava dalla gente che c’era. Ricordo il mio primo goal in A contro la Sampdoria, ma anche una domenica da incubo a rincorrere quel pennellone di Menti, l’ala destra del Vicenza».Perché lei all’epoca giocava terzino sinistro? «Quell’anno sì. E anche nei primi periodi alla Juve. Ma il mio ruolo vero era a centrocampo. Da piccolo presi una cotta incredibile per Sivori. Anch’io portavo i calzettoni abbassati. Poi un giorno, durante un allenamento, vidi Del Sol. Rimasi incantato dal suo modo di giocare. Sentivo che il mio posto era in mezzo al campo e lì prima o poi sarei tornato. Com’è successo, anche se non è stato automatico».Mi par di capire che i primi periodi alla Juventus non siano stati semplici: «È così. Non credo che rientrassi nei piani societari. Su di me probabilmente non c’era il pieno consenso, forse volevano inserirmi in qualche giro di mercato, non so. Alla fine comunque sono rimasto».Quando c’è stata la svolta? «Con l’esonero di Carniglia e l’arrivo di Rabitti alla settima giornata. Quello fu il primo passo, completato con l’ingresso di Boniperti in società. Devo dire, comunque, che con Carniglia ero riuscito a giocare quasi sempre da titolare, magari cambiando spesso ruolo e posizione. Avevo addirittura segnato un goal alla mia prima partita in bianconero. Guarda caso proprio contro il Palermo».Palermo e Juventus, la sfida continua: che clima c’è in casa Furino? «È una partita particolare. A Palermo ci sono nato, anche se dopo pochi mesi mio padre, maresciallo della finanza, fu trasferito ad Avellino. Nonostante questo, sono legatissimo alla mia terra d’origine. In particolar modo a Ustica: lì abitava mia nonna materna. Sull’isola per anni ho trascorso le mie vacanze, anche quando ero oramai un giocatore affermato».Meglio Zenga o Ferrara? «Zenga mi piace molto. Il Palermo con Ballardini aveva perso un ottimo allenatore, ma ne ha trovato uno altrettanto bravo. A Catania ha lavorato bene. Ferrara mi convince, la sua scelta rispetta la tradizione juventina di affidarsi ad allenatori giovani e non ancora affermati».Si riferisce a Picchi e Trapattoni? «Senza dubbio. Armando Picchi non ha avuto la fortuna di vedere i risultati del suo lavoro, che ci sono stati. Era molto vicino come mentalità a noi calciatori, in fondo aveva smesso da poco. Un gran dolore la sua perdita, noi giocatori sapevamo qualcosa, ma non più di tanto all’inizio».E Trapattoni? «Diversi di noi ci avevano giocato contro, qualcuno insieme. Benetti e Boninsegna gli davano del tu, io no. Anche Zoff gli dava del lei nonostante fossero quasi coetanei. Fu una bella ventata di freschezza e novità. Il Trap fu una gran bella intuizione di Boniperti».Così la formazione la faceva lui, no? (ride). «Trapattoni non aveva certo bisogno di tutori. Semmai si consultava con noi giocatori, quello sì. Il sabato prima della partita faceva il giro delle camere. Tastava il polso alla squadra, coglieva sensazioni, magari da qualcuno ricavava qualche buon suggerimento. Il Trap era giovane, ma aveva le idee chiare. E moderne, come quella di giocare senza un regista di ruolo».Per questo motivo Capello fu ceduto? «Sì».Sicuro che non ci sia stato anche il suo zampino? «Capello rilasciò un’intervista dai toni accesi. Era in America con la Nazionale per il torneo del Bicentenario. La Juve aveva perso lo scudetto in malo modo, regalandolo al Torino. Fu uno sfogo, il suo: un po’ voluto, un po’ provocato».Nel merito cosa disse? «Criticò la Juve, il gioco, i compagni. Tirò dentro anche me, per giustificare il suo calo di rendimento e le difficoltà di gioco della Juve. Da lì è partito tutto, con qualcuno che pensò addirittura a una mia vendetta. Non è vero nulla, io non c’entravo niente e poi non ho mai avuto il potere di cacciare nessuno».A parte qualche tifoso ingrato, così mi risulta: «Questo è vero. Successe all’aeroporto di Caselle, dopo aver vinto la Coppa Uefa contro l’Athletic Bilbao. Tornammo a Torino su un aereo privato della Fiat, io scesi per primo con la Coppa in mano. Misi piede a terra e vidi davanti a me un tifoso che l’anno prima era stato tra i più accaniti nelle critiche e nelle offese. Gli dissi: “Brutto bastardo, levati subito di lì sennò la Coppa te la spacco in testa”».Come, la Coppa appena vinta dopo un eterno digiuno? «Per carità, non l’avrei mai fatto. Conquistare la Coppa Uefa è stato uno dei momenti più belli della mia carriera. Il primo trofeo internazionale, dopo una vera e propria battaglia a Bilbao. Senza contare che quattro giorni dopo avremmo battuto la Sampdoria e vinto anche lo scudetto dei record. Una stagione trionfale e con una squadra tutta italiana».E senza regista: alla fine ebbe ragione lei: «Ancora con questa storia (sorride). A parte il fatto che avevamo un certo Causio là davanti che svolgeva alla grande i compiti di regista avanzato, le dico questo: non c’è calciatore che giochi male per colpa di un altro. Se accade, le responsabilità sono soltanto del diretto interessato. Questa è la semplice regola».Vale anche per i grandissimi? «Sì».Compreso Platini? «Altra storia buffa. Qualcuno ha voluto metterci l’uno contro l’altro. Dicevano che non volevo passargli il pallone. Che fesseria! La verità è che quando Platini arrivò alla Juve non era in forma. Ha impiegato mesi per ambientarsi, forse un tempo eccessivo. Ma se non giocava bene, non era certo per colpa mia».I rapporti con l’attuale presidente dell’Uefa come sono? «Cordiali, ci mancherebbe altro. D’altronde oggi sono buoni anche i rapporti con quelli del Toro» (risata).Il derby era lo spauracchio di Boniperti, vero? «Ci spaccava le palle fin dal lunedì. Era la settimana più lunga dell’anno e la partita più sentita, specie da chi come me veniva dal settore giovanile e di sfide con il Torino ne aveva già vissute tante».Ricordi speciali? «Andavo nello spogliatoio due ore prima: giocavo un’altra partita, tutta mia, prima di quella vera. La tensione era veramente altissima e in campo si vedeva. Noi giocavamo, loro facevano i goal. Le offese e le provocazioni erano all’ordine del giorno».Per esempio? «Le racconto solo questo episodio. Per stemperare il clima teso, a gioco fermo, corre verso di me un avversario con il braccio teso: vuole stringermi la mano per riportare la calma. Mentre si avvicina, me ne dice di tutti i colori. Io, allora ritraggo la mano, come a dire: sei impazzito? Il guaio è che agli occhi della gente è rimasta l’immagine del mio rifiuto, ma nessuno sa il vero motivo».Vabbeh, non vorrà mica passare da verginella? «No, figuriamoci. Qualcuna l’ho fatta anch’io».A chi ha dovuto fare qualche bella risciacquata durante la settimana? «Qualcuno ogni tanto andava stimolato. Marocchino, per esempio, aveva delle qualità enormi, ma era pigro. Di Tacconi, poi, non ne parliamo. In allenamento era una rovina. Nelle partitelle sceglievo sempre Bodini, uno di quelli come me, che non mollava mai».E in campo, c’è stato qualche episodio da raccontare? «Credo che su tutti ci sia quello di Firenze con Prandelli. Punizione decentrata per la Fiorentina. Zoff chiede due uomini in barriera. Andiamo io e Cesare. Io mi allineo con il palo e cerco di portare a me Prandelli. Lui, invece, tergiversa, spostandosi verso il centro. Allora lo riprendo bruscamente, un po’ troppo, ma la foga agonistica a volte ti fa fare anche cose che non vuoi».Vi siete chiariti dopo? «Certamente. Gli ho chiesto scusa, oltretutto Prandelli è sempre stato un bravo ragazzo, serio, disciplinato. Le dirò di più. Quando ero alla Juve come responsabile del settore giovanile, ho fatto di tutto per portarlo da noi. Ma lui si era oramai impegnato con l’Atalanta ed è rimasto là».NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DELL’AGOSTO 2013Vladimiro Caminiti, sommo cantore delle gesta bianconere, lo aveva soprannominato “Furiafurinfinetto”. Una pennellata d’autore. D’altronde, il grande Camin ha sempre avuto un debole per il conterraneo. «Non credo di esagerare», scriveva Caminiti, «dicendo che il primato di Furino è qualcosa di disumano. Nella sua storia leggendaria la Juve ha avuto eccelsi gregari. Ma nessuno all’altezza di questo nano portentoso, incontrista e cursore, immenso agonista, indomabile nella fatica, i piedi come uncini dolorosi in certe circostanze».Non esagerava, il poeta panormita. Lo confermano le 528 partite di Forino con la maglia della Juve, i diciannove goal fatti, i trofei conquistati, tra cui la prima Coppa Uefa nel 1977. Lo conferma la lunghissima permanenza in bianconero, dal 1969 al 1984, presenza costante del più lungo ciclo vincente della storia del calcio italiano. Sempre li, sul pezzo. Ora come allora, magari con una mazza da golf e la pallina bianca al posto della maglia numero quattro e del pallone di cuoio.Golf Club di Moncalieri, ora di pranzo, seduti a un tavolino. Tra fiori di zucca fritti e una tagliata con friggitelli, Furino si racconta. E parte proprio da un ricordo di Vladimiro Caminiti, scomparso il 5 settembre 1993: «Un amico, siciliano e palermitano, il che non guasta. Un personaggio fantastico, uno scrittore geniale, con uno stile inarrivabile e intuizioni brillanti. Ha saputo, meglio di tutti, parlare della Juventus e della juventinità, avendo colto fin dall’inizio la portata innovativa e vincente dell’avvento di Giampiero Boniperti alla presidenza della società».Ne vogliamo parlare più nel dettaglio? «Io sono tornato alla Juve nel 1969. Le squadre che dominavano erano l’Inter e il Milan, poi c’erano anche la Fiorentina e il Cagliari. La Juve era staccata. Nel giro di tre stagioni abbiamo ribaltato la situazione. Li abbiamo tenuti tutti sotto per quindici anni».Tutti i suoi alla Juve, è un caso? (ride) «Io c’ero. All’inizio come Junior voglioso di apprendere. Poi come Senior che doveva dare l’esempio con i fatti. E questa era una delle peculiarità di quella Juventus: il mix di giovani e anziani che garantiva forza, freschezza, valori e rispetto della tradizione. I nuovi arrivati potevano crescere a immagine e somiglianza dei più esperti, con Boniperti perfetto braccio operativo della famiglia Agnelli a pilotare la nave con le giuste dritte».Il Presidente ha sempre parlato bene di lei: diceva che aveva due cuori, una a destra e l’altro a sinistra: «Il rapporto tra noi è sempre stato ottimo, d’altronde avevamo lo stesso obiettivo: vincere. Boniperti era il garante della juventinità. Il suo passato da calciatore gli è servito, anche se con noi calciatori non ha mai espresso concetti tecnici. Lui aveva una grandissima dote: vedeva tutto. E, dunque, non gli sfuggiva niente. Alla base della strategia vincente che ha visto la Juventus dominare per tanti anni ci sono le sue intuizioni. Costruire per mantenere nel tempo: questo il suo slogan».Quando è stato compiuto il primo passo? «Nel 1970, quando fu rivoluzionata la rosa con la cessione di molti della vecchia guardia e l’inserimento di tanti ventenni. Poi, ogni anno, c’è stato almeno un innesto in prospettiva: Gentile, Scirea, Tardelli, Cabrini, Fanna. Tutta gente di valore, non solo in campo».In ossequio allo stile Juve: «Certamente: chi indossava la maglia bianconera doveva avere grandi doti morali: la serietà, la disciplina, la disponibilità al sacrificio, il rispetto dei compagni, della società, dei tifosi. E come base, un’enorme sete di vittorie. Perché alla Juve vincere è la sola cosa che conta».Quando è tornato in bianconero aveva già tutto chiaro? «Io sì, ma all’inizio alla Juve c’era ancora un po’ di confusione, sia a livello societario che tecnico. Boniperti era all’esordio come Amministratore Delegato. Su di me avvertivo un’aria pesante, credo che volessero inserirmi in qualche trattativa di mercato. La svolta c’è stata con l’esonero di Carniglia e l’arrivo di Rabitti, il quale veniva dal Settore Giovanile e mi conosceva benissimo».Che ricordi conserva degli anni del vivaio bianconero? «Splendidi. Anni di formazione, sotto tutti i punti di vista. In quel periodo ho avuto la fortuna di incontrare il dottor La Neve, che poi ho ritrovato come medico sociale della prima squadra. Una persona dolcissima, molto legato a Boniperti, era il suo occhio brago. Talvolta succedeva che il presidente riprendesse qualcuno di noi. E noi: “Dottore, chissà come mai il presidente sa queste cose”. E lui giù a ridere».Dei consigli del mitico Renato Cesarini ne vogliamo parlare? «Cesarini, che personaggio. Stravedeva per me. Veniva in Piazza d’Armi per vedermi giocare. Una volta me lo riconto a bordo campo durante una sfida contro la prima squadra. Tra parentesi fu in quell’occasione che ebbi la mia prima infatuazione per Omar Sivori. Per fare come lui, giocavo anch’io con i calzettoni abbassati. Giusto quello, però!»Va bene, torniamo però a Cesarini: «Lui si metteva a bordo campo, mi incitava e mi suggeriva come giocare. Il guaio è che i suoi consigli erano del tutto contrari a ciò che mi veniva detto dagli allenatori. Ne veniva fuori un gran casino. Ma mi divertivo da morire ed ero orgoglioso di essere il suo pupillo».Una cosa non ho capito: ma lei in che ruolo giocava? «Bella domanda. Anche perché all’inizio ho cambiato molte maglie, sia a Savona che a Palermo. Ho fatto il terzino sinistro, l’interno, il marcatore, l’ala sinistra. Il vagabondaggio è continuato a Torino: nei primi due anni alla Juve, credo che mi sia mancato solo il nove, oltre all’uno del portiere».Quando è finito il tour de force? «Con Vycpálek, nella seconda parte della stagione 1970-71. Lui mi fece giocare stabilmente mediano, quello che io ho sempre sentito come il mio molo naturale».E Sivori? «Innamoramento giovanile. L’amore vero è nato quando ho visto all’opera Luis Del Sol, rimanendo incantato dal suo modo di stare in campo: grinta, temperamento, corsa, intelligenza tattica. E la maglia numero quattro è diventata la mia».A proposito di maglie, lei era uno dei pochi che giocava con il colletto abbottonato. C’è un perché? «Francamente no, magari lo tenevo così quando era più freddo. Quello che ricordo è che, specie nei primi anni, avevamo due sole maglie per tutta la stagione. Una con le maniche lunghe, l’altra con quelle corte. E, spesso, dovevano intervenire le nostre sarte con ago e filo. Altri tempi».Tempi in cui il quattro marca a uomo il centrocampista più pericoloso. Che ricordi ha dei tanti avversari diretti marcati? «Ricordo Giacomo Bulgarelli, il duello con lui mi entusiasmava. Poi c’era Rivera, il più pericoloso di tutti. Quindi Mazzola, che da mezzapunta era fantastico e difficilmente arginabile. Ma quello che mi ha messo in difficoltà veramente è stato Luigi Menti del Lanerossi Vicenza, un lungagnone il doppio di me che mi passava da ogni parte. Un incubo».E in campo internazionale? «Con Bremner del Leeds, uno alto più o meno come me. Ci siamo incontrati nella doppia finale di Coppa delle Fiere, anno 1971. Gli entravo duro, lui cadeva, sbatteva due o tre volte il piede per terra e ripartiva. Ed io dicevo: “Porca miseria, questo è uno tosto”. Poi una volta mi ha centrato in pieno. Mi ha fatto malissimo, ma io, pur di non dargli soddisfazione, dopo un secondo mi sono rialzato come se niente fosse. E la giostra dell’autoscontro è ripartita».Sincero: ne ha date o prese di più? «Il registro della contabilità l’ho perso (ride), comunque se oggi facessi una visita per il riconoscimento dell’invalidità permanente, qualche punto lo prenderei. Posso dire di averne prese tante e di averle date. L’importante è sapere aspettare. Basta aver pazienza».C’è stato un episodio che ancora oggi le fa salire la pressione? «Con Perico dell’Ascoli. Una scena da film horror. Entrata durissima dell’ascolano e buco netto nello stinco, io giocavo sempre senza protezioni, all’epoca non erano obbligatorie. Resto fuori campo qualche minuto, un dolore tremendo. Mentre il dottore mi sistema la ferita, non faccio altro che puntare Perico che gioca dalla parte opposta a dove sono io, schiumando rabbia. Mi rimettono in piedi e parto dritto per andare a restituire la cortesia al mio avversario. Attraverso tutto il campo di corsa, tempo dieci secondi e lo centro in pieno, lasciandolo a terra».E l’arbitro? «Non prese provvedimenti, ma quella volta avrei meritato il rosso diretto senza dubbio».Ha mai simulato? «Una volta sola, nella finale di ritorno della Coppa Uefa a Bilbao. Finsi di aver ricevuto una spinta. Ma lì c’era bisogno di rifiatare e di spezzare il ritmo dei baschi. L’arbitro abboccò, per fortuna».Rifacciamo un passo indietro e torniamo al campionato 1970-71. Juve tutta nuova affidata a un tecnico giovanissimo: Armando Picchi: «Uomo per bene, grande passione, tanto entusiasmo, vedeva lontano. Non era facile il suo compito e all’inizio ci furono difficoltà. Ma i semi gettati erano buoni, difatti dettero frutti già l’anno dopo. Poi, purtroppo, arrivò la malattia e spezzò ogni trama».Come lo avete saputo voi giocatori? «Ricordo che dopo la sconfitta con il Bologna, il 7 febbraio 1971, ci fu un po’ di maretta. Quando non arrivano i risultati, il clima è sempre pesante. Durante il viaggio in treno lui non riusciva a stare seduto, aveva dolori alla schiena. Poi, il giorno prima della partenza per l’Olanda per affrontare il Twente in Coppa delle Fiere, venne al Comunale e ci disse che non sarebbe venuto per effettuare delle visite. Era metà febbraio. Non lo abbiamo più rivisto».E così Boniperti, per sostituire Picchi, pensò al suo ex compagno Vycpálek: «Guardi che Cesto era un ottimo allenatore. Godeva della protezione morale di Boniperti, questo sì. Ma in tre anni ha vinto due campionati e nel 1973 ha portato la Juve in finale di Coppa dei Campioni contro l’Ajax e in Coppa Italia contro il Milan».Partiamo dagli scudetti: che sapore ha per lei la prima doppietta tricolore? «Un sapore dolcissimo. Il successo in campionato nel 1971-72 forse è quello a cui sono più affezionato. È stato il primo trionfo in assoluto, da titolare, nel mio molo di mediano. È stata la prima vittoria, quella che ha aperto il lunghissimo periodo di dominio bianconero. L’anno dopo, con Zoff e Altafini, lo scudetto arrivò all’ultimo minuto. Una gioia doppia, perché inaspettata, visto che il Milan pareva già trionfante. Peccato per la Coppa dei Campioni sfuggita in finale contro l’Ajax di Cruijff».A proposito di Belgrado 1973: che analogie e che differenze ci sono con Atene 1983? «L’unica analogia è che pendemmo con lo stesso risultato (1-0, ndr), subendo il goal nei primi minuti della gara. Per il resto, grandi differenze. Gli olandesi erano molto più forti dell’Amburgo e a Belgrado erano i favoriti. Avevano maggiore esperienza internazionale e giocavano un calcio più evoluto. Ricordo la tattica del fuorigioco che ci mise in grave difficoltà».Chi ha sbagliato ad Atene? «Trapattoni (sorride)».Perché non l’ha fatta giocare? «Proprio così (pausa). Ma non avrei potuto far niente nemmeno io. È stata una partita maledetta. Eravamo i favoriti, sicuramente superiori. Ci siamo afflosciati dopo il goal di Magath. Non c’è stata reazione, è mancata la personalità. Tutti più o meno ad attendere il guizzo decisivo di Platini, che era anche lui sottotono».Più rabbia o delusione? «Delusione e rabbia. Perché per me era l’ultima occasione e in panchina ti senti del tutto inutile».Torniamo a metà anni Settanta. Vycpálek esaurisce il suo ciclo ed ecco Carlo Parola: «Altro juventino doc, con maggiore esperienza rispetto a Cesto, ma sempre sotto l’ala protettiva di Boniperti».Il che vuoi dire che la formazione: «Il che vuol dire che la società era dichiaratamente schierata con il tecnico e, in caso di eventuali contrasti tra allenatore e giocatore, la ragione era sempre del primo. Principio sacrosanto e forza assoluta della Juve: mai un allenatore è stato abbandonato a se stesso».Con Parola, la Juve vince lo scudetto nel 1974-75, ma perde quello dell’anno successivo: e la notizia è più la seconda della prima: «Non so ancora come facemmo. Il Torino era a cinque punti. Perdemmo tutto nelle ultime giornate. La partita chiave fu a Cesena: 2-1 per loro e sul finale Bettega respinge involontariamente un tiro a botta sicura di Causio. Sarebbe stato almeno il pareggio».Lo scudetto perso in malo modo spinge Boniperti a girare pagina: panchina al trentasettenne Trapattoni: «Il suo arrivo fece bene a tutti. La sua fu una bella ventata di novità. Era evoluto, moderno, voleva una squadra tosta e veloce. Puntò su un centrocampo duttile e affidò a Causio la regia offensiva della manovra».Anche perché Capello era stato ceduto al Milan in cambio di Benetti, uno scambio che fece rumore: «Trapattoni aveva in mente un progetto tattico innovativo e per lui era molto più funzionale Benetti».Era il leader della squadra, questo si può dire: «Non è esatto. Ero uno dei leader, perché c’erano anche Zoff, Bettega, Boninsegna, tanto per fare alcuni nomi. Tutta gente di grandissima personalità. Quella Juve lì era composta da campioni in ogni ruolo. Non c’era posto per un solo leader».Si lavorava parecchio con il Trap? «Si stava molto sul campo, quella era la nostra palestra, in tutti i sensi. Il Trap era un martello, non mollava mai. E poi si viveva molto lo spogliatoio. Il lettino dei massaggi era il nostro ombelico del mondo».Perché, che succedeva li? «Quello era il luogo e il momento delle confidenze, delle chiacchiere. Un po’ si dialogava con il massaggiatore De Maria, che è stato alla Juve tanti anni, un po’ ci si confrontava sul gioco, sui risultati, sui compagni. Ma c’era spazio anche per l’extra calcio, comprese le balle e le s********e di ogni tipo. Devo dire che un po’ mi manca, compreso l’odore dell’olio canforato».Nascevano anche così le vittorie? «Senza dubbio. Erano tanti momenti della verità. Ma alla base c’è sempre stata una squadra fortissima. Di testa e di gambe».Cosa deve avere necessariamente una squadra vincente? «Deve sapere gestire bene il pallone e, quando non ce l’ha, lo deve recuperare il prima possibile».Nelle sue tante Juventus chi erano i big della prima fase e chi quelli della seconda? «Nel primo gruppo ci stanno Capello, Haller, Causio, ma anche Scirea, un grande organizzatore di gioco. Nel secondo il top era Del Sol, quindi Leoncini, Tardelli, Benetti e il sottoscritto».Invece chi sono, a suo avviso, quei giocatori che avrebbero potuto dare di più alla Juve? «Il primo è Marocchino. Qualità incredibili ma disordinato. Per sfondare devi condurre una vita da atleta. Io non mi sono fatto mancare nulla, ma a piccole dosi. Dopo Marocchino metto Fanna, un talento eccezionale, ma dovevi stare sempre lì a pungolarlo. Un altro è Tavola, dotatissimo, ma con scarsa determinazione, si spegneva come una candela, da solo. Da ultimo, anche se un po’ a malincuore, dico Anastasi».Anastasi? «Chiarisco: ha fatto tantissimo, era juventino dentro, e lo è tutt’ora. Ma con le doti e le qualità e che aveva, avrebbe potuto e dovuto fare di più. A un certo punto si è ingarbugliato su se stesso, sono nate incomprensioni».La lingua batte dove il dente duole, lo scudetto perso nel 1976: «Lo ammetto, mi fa ancora arrabbiare quella storia. E poi proprio al Torino dovevamo fare quel regalo?».Vi siete rifatti, con gli interessi, l’anno dopo, però: «È vero, ma in quegli anni il Toro ci rendeva la vita difficile. Con noi facevano i fenomeni. La settimana del derby era la più lunga dell’anno. Un incubo. Specie per chi come me veniva dal settore giovanile. La tensione era altissima e in campo si vedeva. La Juve giocava, i granata facevano i goal».Il dato oggettivo è che alla fine della stagione 1976-77 siete di nuovo Campioni d’Italia: «Quella per me è stata l’annata magica, la più bella vissuta alla Juventus. Lo scudetto, il record di punti, il mio goal decisivo al Napoli al minuto ottantasei a tre giornate dalla fine. E l’anno seguente, ecco il bis per la mia seconda doppietta personale. Che goduria».Siamo nel maggio 1978. A questo punto manca solo una cosa: la Nazionale: «E invece niente. In Argentina andarono nove juventini, ma io rimasi a casa. Che dire? Non ci siamo mai amati, e non so il perché. Bearzot mi disse che avrebbe puntato su un gruppo giovane e che per me non c’era posto. Ma è stato l’unico a darmi una motivazione».Gli altri? «La sola cosa che posso raccontare è che Valcareggi, dopo Italia-Turchia del 25 febbraio 1973 vinta per 1-0, dichiarò ai giornalisti nello spogliatoio: “Ho trovato finalmente il mediano per questa Nazionale”. Ricordo che avevo a fianco Mazzola che mi disse “Non gli credere”. Ebbe ragione lui. Non mi convocò più».Non c’è male! «Lasciamo perdere. La maglia azzurra l’ho indossata tutte le volte che ho giocato con la divisa di riserva della Juve, come nella meravigliosa notte di Bilbao. Conquista della Coppa Uefa, finalmente il primo trofeo internazionale. E con una squadra tutta italiana».Arriviamo agli anni Ottanta e alla sua terza accoppiata tricolore. Partiamo dal 1980-81: «Campionato molto equilibrato, giocato a tre con Juve, Roma e Napoli. C’era la grande novità degli stranieri. Da noi arrivò Brady, un ragazzo straordinario, oltre che un regista dall’ottima visione di gioco».Lo scudetto 1980-81 è legato alla partita contro la Roma, quella del goal annullato a Turone e della sua espulsione: «Giocai con la rabbia negli occhi. Mancavano poche giornate dalla fine e quello era uno scontro diretto per lo scudetto. Ci mancava mezza squadra. Tardelli e Bettega erano stati squalificati, Allora dissi al Trap: se la mettiamo sul piano del gioco, ci fanno neri. Buttiamola sull’agonismo. Giocai al limite del regolamento».Ma andò oltre: Bergamo tirò fuori il rosso: «Fu una stupidaggine con Maggiora, tra l’altro mio vecchio compagno juventino. Ma alla fine fu 0-0 e punto decisivo. Quello era il mio modo di giocare. Correre, lottare, incitare i compagni, talvolta scuoterli».E degli altri compagni stranieri della Juve? «Di Del Sol abbiamo detto. Di Altafini, che venne da noi a trentaquattro anni, mi impressionavano velocità e voglia di giocare. Quanto a Platini, a qualcuno ha fatto piacere metterci l’uno contro l’altro. Dicevano che non volevo passargli il pallone. Balle! Il nostro rapporto era buono, era cliente della mia assicurazione. Rimane Boniek: simpaticissimo. Imparò subito la nostra lingua. Diceva che in confronto al polacco, l’italiano era facile facile».Mi sembra che manchi un certo Haller: «Helmut! Che mattacchione. L’unica multa presa alla Juve la devo a lui. Una sera mi convinse ad accompagnarlo a Saint Vincent, al casinò. Perse un sacco di soldi e per smaltire la delusione andammo prima al ristorante e poi al night. Alle nove di mattina non eravamo ancora tornati a casa. Risultato: ricca multa. L’unica».Torniamo ancora al 1982. A trentasei anni lei gioca uno dei migliori campionati: «Al punto che ricevo un’offerta per andare altrove».Dove? «A Napoli. Venne a casa mia Antonio Juliano, che all’epoca era uno dei dirigenti della squadra partenopea. Fui sorpreso e lusingato, anche perché la proposta era molto interessante».Boniperti sapeva? «No, non lo ha mai saputo. Fino a questa intervista. Io comunque dissi di no, anche perché dovevo star dietro all’agenzia di assicurazioni che avevo rilevato già dal 1979. Devo dire che rinunciai a malincuore».Avrebbe dunque lasciato la Juventus? «Le strade tra calciatore e società prima o poi si dividono. La società ha i suoi programmi, che a un certo punto non coincidono più con i tuoi. Io ci stavo pensando già da qualche anno. Vedevo che venivano inseriti nella rosa dei probabili successori: prima Marchetti, poi Tavola, Verza, lo stesso Prandelli. Io ho giocato sempre le mie carte, poi però la corsa è stata “truccata” e allora ho capito che era meglio dire basta».Si riferisce a una situazione in particolare? «Mi riferisco alla seconda parte della stagione 1982-83. Niente contro Bonini, ma era già stabilito che dovesse giocare lui».Perché è rimasto anche la stagione successiva? «Avevo deciso che quello sarebbe stato il mio ultimo campionato. La fortuna ha voluto che arrivasse l’ennesimo scudetto e per una manciata di minuti ho eguagliato Giovanni Ferrari. Ma stare in panchina non era per me. Quella volta contro l’Avellino sono entrato, perché era giusto. Ma altre volte ho detto di no al Trap: “Fai entrare Prandelli”. Eppure alla fine di quell’anno avrei avuto una clamorosa occasione di rivincita».Cioè? «Venne a cercarmi un amico, Sergio Rossi, che nel frattempo era diventato il presidente del Torino, per offrirmi un anno di contratto».Furino in maglia granata? «No, non sia mai. Sarebbe stato un atto contro natura. Io sono juventino da sempre e lo sarò per sempre. Specie adesso che è arrivato Ludovico, il primo nipotino al quale devo trasmettere le tradizioni di famiglia».Tra le quali mi risulta ci sia anche la musica: «Proprio così. Mio padre ha sempre avuto una grande passione per la musica ed io ho un piccolo sogno nel cassetto: imparare a suonare il mandolino». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/giuseppe-furino.html
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GIUSEPPE FURINO https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Furino Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 05.07.1946 Ruolo: Centrocampista Altezza: 167 cm Peso: 69 kg Nazionale Italiano Soprannome: Furia - Furin-Furetto - L'Omino di ferro - Capitano con l'elmetto Alla Juventus dal 1969 al 1984 Esordio: 31.08.1969 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 0-0 Ultima partita: 06.05.1984 - Serie A - Juventus-Avellino 1-1 528 presenze - 19 reti 8 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa delle coppe 1 coppa Uefa «Nella sua storia leggendaria la Juve ha avuto eccelsi gregari. Ma nessuno all'altezza di questo nano portentoso, incontrista e cursore, immenso agonista, indomabile nella fatica, i piedi come uncini dolorosi in certe circostanze.» (Vladimiro Caminiti) Giuseppe Furino (Palermo, 5 luglio 1946) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Ha legato la sua carriera alla Juventus, club in cui ha militato per quindici anni a cavallo tra gli anni 1970 e 1980, divenendone uno dei giocatori-simbolo, fino a indossarne la fascia di capitano dal 1976 al 1983 e contribuendo alle vittorie di 8 campionati italiani, 2 Coppe Italia, 1 Coppa UEFA e 1 Coppa delle Coppe, disputando inoltre 2 finali di Coppa dei Campioni. È stato inoltre vicecampione mondiale nel 1970 con la nazionale italiana. Giuseppe Furino Furino nel 1972 alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 167 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1984 Carriera Giovanili 19??-1965 Juventus Squadre di club 1965-1966 Juventus 0 (0) 1966-1968 Savona 61 (7) 1968-1969 → Palermo 27 (1) 1969-1984 Juventus 528 (19) Nazionale 1970-1974 Italia 3 (0) Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Biografia Ha origini usticesi da parte di madre e napoletane da parte di padre, maresciallo della Guardia di Finanza. Nato a Palermo, vi rimase appena sei mesi, trasferendosi con la famiglia, causa il lavoro del padre, dapprima ad Avellino, dove crebbe fino agli otto anni (salvo dodici mesi trascorsi a Ustica coi nonni materni, per il pericolo di un'epidemia di tifo nell'avellinese), poi a Napoli e Agropoli durante l'adolescenza, arrivando infine a Torino quindicenne. Dopo il ritiro dal calcio giocato si è stabilito definitivamente a Moncalieri, nell'hinterland torinese, dove ha proseguito l'attività di assicuratore già avviata negli ultimi anni da calciatore. Nel 2015 si è candidato a sindaco della città moncalierese, nelle file della coalizione di centro-destra, non venendo eletto. Nel 2017 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Agropoli. Nel marzo 2021, durante la pandemia di COVID-19, è rimasto vedovo della moglie Irene. Caratteristiche tecniche «Capitano sì, bandiera no. Non mi è mai piaciuto l'accostamento con le bandiere, che stanno alte in cima a un pennone. Io stavo rasoterra, a lottare.» (Giuseppe Furino, 2014) Fu un mediano aggressivo, infaticabile e duro nei contrasti, nonostante il fisico non imponente, nonché generoso nell'aiutare i compagni. Per queste caratteristiche si guadagnò da parte dei tifosi il soprannome di "Furia", ripreso anche dal giornalista Vladimiro Caminiti che lo fece diventare "Furia-furin-furetto", affiancandolo a quello di "Capitano con l'elmetto". Furino in allenamento al Campo Combi nel 1974 Brevilineo e muscoloso, disponeva di notevoli capacità di corsa, recupero sull'avversario e resistenza. Molto caparbio, marcava a uomo ogni sorta di avversario, potendosi confrontare coi maggiori campioni dell'epoca quali Giacomo Bulgarelli, Sandro Mazzola e Gianni Rivera. Da ragazzo il suo idolo era il Cabezón Omar Sívori, da cui riprese il vezzo di non indossare mai i parastinchi, «poi un giorno, durante un allenamento, vidi del Sol. Rimasi incantato dal suo modo di giocare. Sentivo che il mio posto era in mezzo al campo e lì prima o poi sarei tornato. Come è successo, anche se non è stato automatico». Soprattutto all'inizio della carriera visse infatti un discreto tormento riguardo al suo impiego, tanto che nel biennio trascorso a Savona venne schierato come ala sinistra, mentre a Palermo Carmelo Di Bella lo trasformò da mediano destro a terzino fluidificante, tornando infine a giocare definitivamente a centrocampo solo con il rientro in pianta stabile alla Juventus: in fatto di numeri di maglia, «credo che mi sia mancato solo il nove, oltre all'uno del portiere». Carriera Giocatore Club Gli inizi tra Juventus, Savona e Palermo Un giovane Furino al Savona nel 1966-1967 Crebbe a livello sportivo nel vivaio della Juventus, dove attirò le attenzioni di Renato Cesarini il quale lo accolse sotto la sua ala: «lui si metteva a bordo campo, mi incitava e mi suggeriva come giocare. Il guaio è che i suoi consigli erano del tutto contrari a ciò che mi veniva detto dagli allenatori. Ne veniva fuori un gran casino. Ma mi divertivo da morire ed ero orgoglioso di essere il suo pupillo». Nel campionato 1966-1967 i piemontesi lo diedero in prestito in Serie B al Savona, dove diventò subito titolare nel ruolo di mediano. Dopo la retrocessione dei liguri disputò con loro un campionato di Serie C, prima di venir ceduto in prestito in massima serie al Palermo, nella stagione 1968-1969, con diritto di riscatto fissato a 30 milioni di lire: «ero arrivato a Palermo per caso, nel giro dei prestiti, credo legato all'operazione che portò Benetti alla Juventus». Furino al Palermo nella stagione 1968-1969 Inizialmente in rosanero non trovò spazio, sicché l'allenatore Carmelo Di Bella lo schierò per la prima volta alla terza partita di Coppa Italia, vinta in trasferta per 1-0 contro il Napoli. Alla quarta giornata, il 27 ottobre 1968, realizzò il suo primo gol in Serie A, l'1-0 che sancì il successo degli isolani sul campo della Sampdoria. Chiuse la parentesi siciliana disputando 27 delle 30 partite di un campionato «giocato bene, in crescendo, con una salvezza conquistata meritatamente». Dato che la squadra sicula non esercitò il diritto di riscatto, dall'estate del 1969 tornò in seno alla Juventus che, nel frattempo, aveva appena chiuso il ciclo movimientiano di Heriberto Herrera dando inizio a un corposo rinnovamento e svecchiamento della rosa. Il quindicennio alla Juve Al primo anno a Torino parve non godere appieno della fiducia della società bianconera. La svolta arrivò nel 1970, dapprima con l'avvicendamento in panchina tra Luis Carniglia ed Ercole Rabitti, proveniente dal settore giovanile e che per questo ben conosceva le qualità di Furino, e poi con l'insediamento in società dell'ex bandiera bianconera Giampiero Boniperti che puntò senza indugi sul giocatore, il quale nel frattempo crebbe sotto la guida di Armando Picchi, prematuramente scomparso, e del suo erede Čestmír Vycpálek divenendo presto uno degli inamovibili della squadra: in particolare, fu proprio il tecnico cecoslovacco a stabilizzarlo in campo come mediano, «quello che io ho sempre sentito come il mio ruolo naturale». Furino (a destra) in marcatura sul milanista Rivera nella classica di San Siro del 25 novembre 1973 Nel corso dei seguenti tre lustri all'ombra della Mole ebbe modo di conquistare otto campionati italiani (1971-1972 — «forse è quello a cui sono più affezionato. È stato il primo trionfo in assoluto, da titolare, nel mio ruolo di mediano. È stata la prima vittoria, quella che ha aperto il lunghissimo periodo di dominio bianconero» —, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984) e due Coppe Italia (1978-1979 e 1982-1983), a cui si aggiunsero in campo europeo la Coppa UEFA del 1976-1977 — «uno dei momenti più belli della mia carriera. Il primo trofeo internazionale, dopo una vera e propria battaglia a Bilbao. Senza contare che quattro giorni dopo avremmo battuto la Sampdoria e vinto anche lo scudetto dei record. Una stagione trionfale e con una squadra tutta italiana» — e la Coppa delle Coppe del 1983-1984. Nell'estate del 1976, con la partenza di Pietro Anastasi, ereditò inoltre da questi i gradi di capitano del club che manterrà per i successivi sette anni, vivendo in gran parte l'epopea del plurivittorioso ciclo di Giovanni Trapattoni. Nella stagione 1981-1982, ormai trentaseienne, dopo oltre un decennio in bianconero era ancora tra i protagonisti dell'undici titolare, disputando peraltro nell'occasione uno dei suoi migliori tornei sul piano personale. Ciò nonostante, di lì a breve perderà fisiologicamente il posto da titolare in favore di più giovani elementi, meglio adatti a supportare i nuovi schemi bianconeri ora incentrati sulle giocate di Michel Platini, su tutti Massimo Bonini: «la società ha i suoi programmi, che a un certo punto non coincidono più con i tuoi [...] Vedevo che venivano inseriti nella rosa dei probabili successori: prima Marchetti, poi Tavola, Verza, lo stesso Prandelli. Io ho giocato sempre le mie carte, poi però la corsa è stata "truccata" e allora ho capito che era meglio dire basta [...] Mi riferisco alla seconda parte della stagione 1982-1983. Niente contro Bonini, ma era già stabilito che dovesse giocare lui». Furino (a sinistra) saluta il capitano dell'Arsenal, Rice, prima della semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe 1979-1980. Persa definitivamente centralità nell'undici base, nell'estate 1983 cedette nel frattempo anche i gradi di capitano della squadra al più giovane Gaetano Scirea. Chiuse la carriera in bianconero, e contestualmente quella agonistica, il 6 maggio 1984, dopo 361 partite di campionato spalmate in quindici stagioni, quando il Trap gli concesse il secondo tempo di Juventus-Avellino, a scudetto ormai acquisito, per permettergli di conquistare il suo ottavo tricolore personale, eguagliando così l'allora primato di Giovanni Ferrari e Virginio Rosetta; un record che Furino in qualche modo "migliorò", avendo conseguito tutti i titoli con un'unica squadra. Tale primato gli sarà strappato trentaquattro anni dopo da un altro capitano juventino, Gianluigi Buffon. Nazionale In nazionale non riuscì a essere protagonista come in casa juventina: nello specifico, «in Argentina andarono nove juventini, ma io rimasi a casa. Che dire? Non ci siamo mai amati, e non so il perché». In maglia azzurra disputò tre partite in tutto, di cui la prima il 6 giugno al campionato del mondo 1970 in Messico, subentrando nella ripresa ad Angelo Domenghini nella partita contro l'Uruguay; in questa rassegna iridata fu vicecampione del mondo. Tornò a vestire l'azzurro nel 1973, non venendo tuttavia convocato da Ferruccio Valcareggi per il successivo campionato del mondo 1974 in Germania Ovest: «La sola cosa che posso raccontare è che Valcareggi, dopo Italia-Turchia del 25 febbraio 1973 vinta per 1-0, dichiarò ai giornalisti nello spogliatoio: "Ho trovato finalmente il mediano per questa nazionale". Ricordo che avevo a fianco Mazzola che mi disse: "Non gli credere". Ebbe ragione lui. Non mi convocò più». Dirigente Nel 1991 Giampiero Boniperti lo riprese nei quadri tecnici della Juventus in qualità di responsabile del settore giovanile, carica ricoperta sino al 1998. In questo lasso di tempo la formazione Primavera bianconera, allenata dall'ex compagno di squadra Antonello Cuccureddu, conquistò nella stagione 1993-1994 il Torneo di Viareggio e il campionato di categoria, affermazioni che mancavano alla Vecchia Signora da, rispettivamente, oltre trenta e vent'anni, e la sua prima Coppa Italia Primavera nell'annata 1994-1995. Palmarès Club Il capitano juventino Furino con il trofeo della Coppa UEFA 1976-1977 Competizioni nazionali Campionato italiano: 8 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Onorificenze Medaglia d'oro al valore atletico «Per meriti eccezionali» — Roma, 1970.
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LAMBERTO LEONARDI «È veramente una grandissima soddisfazione poter giocare in una squadra come la Juventus, amata in tutta Italia e con delle magnifiche tradizioni – racconta al suo arrivo a Torino – sono certo che mi affiaterò presto con i miei compagni e i dirigenti non dovranno rimpiangere la fiducia concessami. La Juventus, oltre che un grosso traguardo, rappresenta anche una piccola rivincita personale verso la Roma che, cedendomi al Varese, mi aveva certamente declassato». Alla Juve, Leonardi arriva trentunenne, da Varese – racconta Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” dell’agosto 1973 – in un anno in cui pure giungono nomi illustri a rinnovare la squadra pressoché in ogni reparto. Ma il suo arrivo non ò casuale: l’idea è quella di ricostruire il tandem che a Varese, due anni prima, aveva destato sensazione, Anastasi-Leonardi vale a dire. E si tratta di un’idea azzeccatissima. Non appena conosciuta la notizia dell’acquisto di «Bebo», il picciotto non ha infatti potuto nascondere la propria felicità: «È un grosso giocatore, affiatatissimo con me sul terreno di gioco come nella vita privata; un vero amico, un ragazzo allegro e simpatico come tutti i romani, con il quale è impossibile non andare d’accordo; sono lietissimo di ritrovarmelo vicino; ritengo che insieme potremo fare grandi cose». Anche un suo ex avversario, ora collega, Leoncini, ne parla in termini entusiastici: «Leonardi è una brutta gatta da pelare per un difensore; scatta da fermo come se fosse catapultato da una spingarda, ed ha una velocità progressiva impressionante; inoltre per completare... l’opera, dispone di un tiro a rete fortissimo e preciso. Tutte le volte che gli ho giocato contro mi ha sempre fatto penare, tanto è vero che quasi mai, nel corso della partita, mi sono potuto spingere all’attacco com’è mio costume; era troppa la paura di non potere più recuperare su quel diavolo scatenato...». La squadra, dopo una partenza piuttosto infelice, si assesta in ogni reparto, e comincia a risalire la china. Leonardi, piano piano, conquista il pubblico torinese, che usa per lui lo stesso nome abbreviato di Leoncini, «Leo». Come gioca questa squadra, che Rabitti ha appena ereditato e subito immesso in acque più tranquille? In un modo semplicissimo, essenziale, moderno e antico al tempo stesso. Si capisce che c’entra in questo Leonardi da Roma, ala pura tra le ultime in circolazione: era da tempo che la Juve non aveva più un uomo simile, capace di sfruttare al massimo le fasce laterali e di far spiovere al centro palloni dorati per la delizia dell’attaccante appostato, Anastasi il più delle volte. L’intesa tra i due è pressoché perfetta, e più di una partita viene risolta in virtù dell’abilità del tandem avanzato juventino. Prendi Juventus-Fiorentina, 30 novembre ‘69: contro i viola campioni uscenti, i bianconeri danno per la prima volta nella stagione una dimostrazione di grande efficienza tattica. La chiave di volta della partita è proprio Leonardi, inafferrabile e determinato nel dosare i lanci, una spina nel fianco della difesa viola. La Juve vince due a zero, non segna lui ma fa segnare Pietruzzo nostro, è proprio lo stesso... Ma Leonardi ha un altro grosso pregio tecnico da far fruttare al servizio della squadra: il tiro estremamente violento e preciso. Le occasioni per mettere in mostra le sue capacità in tal senso arrivano presto: in casa bianconera, i rigori continuano a rappresentare una vera spina nel fianco, nel senso che non si riesce a trovare uno «specialista» che garantisca il buon esito dell’esecuzione. E a un certo punto Rabitti decide che dovrà essere Leo a tentare: accade il 21 dicembre, in uno Juve-Lazio che promette rilancio al vertice per la Juve già reduce da tre vittorie consecutive. I bianconeri, che conducono col minimo scarto grazie ad un gol realizzato in mischia da Salvadore, usufruiscono di un rigore al quarto d’ora della ripresa. Tocca a Leo, contro il quale è il portiere laziale Sulfaro. Rincorsa piuttosto lunga e... niente tiro: già, perché nel frattempo l’estremo difensore è finito a mezza strada tra la linea di porta e il dischetto. Tutto da rifare, il momento può essere importante, e la tensione in campo e fuori è notevole. Ma Leonardi ha nervi d’acciaio, e, col portiere al suo posto tra i pali, scaraventa il pallone in rete con memorabile legnata. A distanza di due domeniche dal fatto, Leo fa ancora di più: risolve su punizione dal limite la partita casalinga col Bari, fattasi difficilissima a causa del terreno innevato e perciò ammazza gioco. Intanto, il suo gioco continua a essere di estrema efficacia e importanza nell’economia della manovra bianconera: a Bologna, contro i rossoblù scatenati alla ricerca del successo di prestigio, Leo disputa una grande prova, alleggerendo con i suoi spunti in velocità la costante pressione dei padroni di casa. E nel derby di ritorno la sua prestazione è addirittura memorabile, così come sono senza dubbio da ricordare quasi tutte le sue prove del finale di stagione. 8 febbraio ‘70, è giorno di gran derby: all’andata han prevalso i granata su una Juve perfino autolesionista nel dosare le marcature, ma adesso molte cose sono cambiate, e nei bianconeri secondi a un passo dal Cagliari è grande la voglia di vincere e convincere. Leonardi gioca qui forse la sua migliore partita in bianconero: una prestazione esemplare sul piano della manovra condita da un gol tanto bello quanto decisivo. Sull’uno a zero per la Juve, con i granata proiettati all’attacco in cerca del gol del pareggio, un difensore bianconero vince un contrasto e appoggia a Leonardi, che si trova appena oltre la propria metacampo. Leo compie uno stupendo slalom in progressione ai danni di tre difensori granata, e, giunto in prossimità del vertice destro dell’area torinese, pur sbilanciato da un contrasto, beffa il portiere in uscita disperata con un pallonetto smorzato che si infila nell’angolino opposto. Esecuzione magistrale, una vera «pennellata» che esalta la platea del Comunale. «Sulla rimessa del nostro portiere, ho anticipato Fossati e sono giunto fin sul limite dell’area. Avevo di fronte un paio di avversari, ho fatto la finta di scartare sulla sinistra e invece mi sono incuneato sulla destra. Poi ho sparato e la palla è entrata». Rincara la dose Renato Molino su “La giornalaccio rosa dello Sport”: «Dimostrazione vivente su cosa sia il contropiede. Mezzo campo di corsa e tiro in diagonale. Poi una botta di Agroppi gli ha tolto una marcia e ha dovuto cedere il posto a Zigoni. Ha lasciato il campo tra gli applausi». Naturalmente, ci sono nell’arco del torneo momenti meno esaltanti per questa ala di grandi risorse atletiche che sa pure risolvere situazioni in area di rigore, con la sua considerevole potenza di tiro. Vedi il caso di Juve-Napoli zero a zero, rigore calciato sull’incrocio dei pali e punto importantissimo regalato agli azzurri di Zoff. O ancora la prova opaca di Firenze, con relativa sconfitta che estromette in pratica i bianconeri dalla lotta per il titolo. Il 29 marzo, comunque, è nuovamente festa per Leonardi: il Milan, che si illude forse di avere a che fare con una Juve ridimensionata dalla sconfitta subita dai viola e perciò dimessa, becca subito due magnifiche reti da uno scatenato Anastasi, e dopo una manciata di minuti arriva il definitivo suggello alla vittoria. Haller filtra tra due difensori e scodella al centro un pallone millimetrico che Leonardi sbatte dentro al volo, agganciandolo di collo destro. Finisce tre a zero la partita, e finisce anche il campionato, che per la prima volta nella sua storia è sfuggito alle squadre del continente per prendere la strada della Sardegna. Leonardi detto Leo si è praticamente congedato dal pubblico juventino con la prodezza della gara col Milan: ventotto presenze, cinque gol, sono il bilancio della sua stagione. Un bilancio più che lusinghiero; c’è soltanto il rammarico che un giocatore del genere non sia arrivato prima in bianconero. Avrà la conferma per l’anno dopo? No; i piani di rinnovamento della squadra sono estremamente chiari, occorre programmare a distanza, e per questo occorre votarsi ai giovani. Leonardi è una soluzione positiva, ma elude il problema. Chi lo sostituirà nell’ormai atipico ruolo di ala «vecchia maniera»? Nessuno, chiaramente. Si torna a giocare secondo quanto comanda il moderno verbo calcistico, che parla di «punte» tuttofare, e non di «ala» o «centrattacco». Per questo, oltre che per il poco tempo trascorso da allora, Leonardi si ricorda bene, senza timore di confonderlo con qualche altro «juventino di passaggio»: parlare di lui «ala pura» è un po’ come fare un tuffo nel passato. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/lamberto-leonardi.html
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LAMBERTO LEONARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Lamberto_Leonardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 08.08.1939 Luogo di morte: Roma Data di morte: 23.02.2021 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Leo - Bebo - Cicala Alla Juventus dal 1969 al 1970 Esordio: 31.08.1969 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 0-0 Ultima partita: 18.04.1970 - Serie A - Juventus-Roma 1-1 38 presenze - 8 reti Lamberto Leonardi detto Bebo (Roma, 8 agosto 1939 – Roma, 23 febbraio 2021) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Lamberto Leonardi Leonardi alla Juventus nel 1969 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1975 - giocatore 2009 - allenatore Carriera Giovanili 1950-1957 Roma Squadre di club 1957-1959 Roma 2 (0) 1959-1960 Cosenza 30 (3) 1960-1961 Prato 28 (2) 1961-1962 Modena 29 (3) 1962-1966 Roma 74 (5) 1966-1969 Varese 86 (20) 1969-1970 Juventus 38 (8) 1970-1972 Atalanta 38 (2) 1972-1973 Mantova 0 (0) 1973-1974 Benevento 31 (4) 1974-1975 Ischia Isolaverde 15 (1) Nazionale 1963 Italia U-21 4 (0) Carriera da allenatore 1974-1975 Ischia Isolaverde 1975-1976 Paganese 1976-1979 Latina 1979-1980 Benevento 1980-1981 Salernitana 1981-1982 Nocerina 1982-1983 Foggia 1983-1985 Francavilla 1986-1988 Torres 1990-1991 Torres 1991-1992 Francavilla 1992-1993 VJS Velletri 1993-1994 Nocerina 1997 Sant'Anastasia 1999-2001 Torres 2001-2002 Giugliano 2002 Torres 2003-2004 Isernia 2008 Sangiuseppese Neapolis 2008-2009 La Palma Alghero Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Napoli 1963 Carriera Giocatore Club Cresciuto nella Roma, dove gli affibbiarono il soprannome di "Cicala", esordì in serie A con la maglia giallorossa il 7 maggio 1959 contro la SPAL poi venne ceduto al Cosenza in Serie C. Prima di tornare a Roma, giocò due anni in B con Prato e Modena. In giallorosso giocò ancora per quattro stagioni, dal 1962 al 1966, totalizzando 74 presenze e 5 reti. Nel 1966 si trasferì a Varese e con i biancorossi ottenne la promozione in serie A, facendo coppia in attacco con il giovanissimo Pietro Anastasi e mettendo a segno 11 reti in 33 partite. Con la squadra del commendator Giovanni Borghi, nella quale, nel frattempo, era arrivato il libero Armando Picchi dall'Inter, giocherà nella massima serie ancora due stagioni, segnando 9 volte in 53 partite. Leonardi al Varese nel 1966 Nella stagione 1969-70 passò alla Juventus dove ritrovò l'amico Anastasi. Dopo un avvio disastroso ed il conseguente allontanamento dell'allenatore argentino Carniglia, sotto la guida di Ercole Rabitti i bianconeri rimontarono posizioni su posizioni fino a contendere sino alla fine lo scudetto al Cagliari di Gigi Riva. In campionato Leonardi scese in campo 28 volte mettendo a segno 5 reti, mentre in coppa delle Fiere realizzò 2 gol in 4 partite, ma i bianconeri furono eliminati già al secondo turno dall'Hertha Berlino. Per la Juventus la stagione successiva fu quella del grande ringiovanimento: tornano dal prestito Causio e Bettega, arrivano da Roma Capello, Spinosi e Landini ed il trentenne Leonardi, insieme a Leoncini, venne ceduto all'Atalanta in serie B. Ottenuta subito la promozione in A, nel 1971-72 contribuì con 2 gol alla salvezza degli orobici prima di chiudere la carriera da professionista con il Mantova in Serie B. Decise poi di disputare un'ultima stagione in serie D a Benevento dando una grossa mano per la promozione in serie C. Da calciatore professionista in campionato, nell'arco di 16 anni compresi tra il 1957 ed il 1973, collezionò 315 presenze e 40 reti. Nazionale Nel 1963 contro la Tunisia esordì nella nazionale giovanile, con cui giocò 4 partite. Allenatore Iniziò all'Ischia Isolaverde nel 1974, svolgendo il doppio ruolo di allenatore e giocatore, con un terzo posto in Serie D. L'anno seguente passò alla Paganese dove conquistò la promozione in Serie C2 con una cavalcata in solitaria. Leonardi lasciò comunque la squadra per prendere il Latina sempre in Serie D, ottenendo un'altra promozione grazie al primo posto in graduatoria di fine stagione. Concluse il primo campionato di Serie C al quinto posto, posizione che gli permise di essere inserito nella Serie C1 della stagione successiva, al termine della quale arrivò la prima retrocessione. La stagione 1979-1980 venne dedicata allo studio con il Supercorso di Coverciano, sebbene all'inizio accettò comunque di allenare il Benevento, salvo poi lasciare la panchina dopo la prima giornata di campionato. Nella stagione 1980-1981 allenò la Salernitana, ottenendo un dodicesimo posto in Serie C1. Nel 1981 guidò per la prima volta la Nocerina, giungendo al terzo posto in Serie C1 e tornò alla guida dei molossi nella stagione 1993-1994 del CND, conquistando il secondo posto.nel 1992-93 allena in eccellenza laziale la VJS Velletri con cui vinse la fase regionale della Coppa Italia Dilettanti contro il Palestrina nella cornice dello stadio Flaminio di Roma con 5000 tifosi al seguito pervenuti dalla cittadina dei Castelli Romani. Nello stesso anno arrivò secondo in campionato sfiorando la promozione in Serie D, in quella formazione spiccavano calciatori del calibro di Marco Saltarelli, Morgagni, D'Auria, Di Lazzaro, Busini e Massimo Caprari. Arrivò nel 1982 la prima chance in Serie B con il Foggia, ma l'esperienza culminò con il primo esonero della sua carriera. Dal 1983 al 1985 allenò il Francavilla dove, nella stagione 1983-1984, ottenne un terzo posto in Serie C1. Le soddisfazioni maggiori se le tolse con la Sassari Torres, con la quale conquistò nel 1987 una promozione in Serie C1, in una squadra ispirata dalla fantasia e dall'estro di un giovanissimo Gianfranco Zola. Con la stessa Torres conquistò un'altra promozione in Serie C1 nella stagione 1999-2000 con Stefano Udassi e Theofilos Karasavvidīs come coppia d'attacco della vincente formazione rossoblù. La stagione successiva i sardi, sempre guidati da Leonardi sfiorarono la partecipazione ai playoff per la Serie B, playoff che sfumarono in seguito ad una sconfitta per 2 a 1 contro l'Ascoli, in una sorta di scontro diretto previsto per la penultima giornata di quella stagione. Non confermato per la stagione seguente , dopo un anno al Giugliano, tornò in Sardegna per l'annata 2002-2003, pero' Il 7 ottobre 2002 la società Sassari Torres comunicò il suo esonero. Nel dicembre del 2008 viene chiamato in panchina dal La Palma Alghero, formazione militante in Eccellenza Sardegna con cui retrocede in Promozione alla fine del campionato. Da segnalare durante la lunga carriera da allenatore di Leonardi anche un breve intermezzo sulla panchina del Sant'Anastasia nell'Eccellenza Campana dal Gennaio 1997, squadra che condusse per la prima volta in Serie D. Negli anni della Torres aveva come piccola superstizione quella di indossare per tutto il campionato lo stesso maglione blu pesante sia in inverno che in estate, espediente che evidentemente portava bene visto che con i rossoblù ha vinto 2 campionati. È morto il 22 febbraio 2021, a 81 anni, a causa dell'aggravarsi delle condizioni a seguito di una caduta. Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Roma: 1963-1964 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Napoli 1963 Allenatore Club Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Francavilla: 1984 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie D: 2 - Paganese: 1975-1976 (girone G) - Latina: 1976-1977 (girone F) Campionato italiano Serie C2: 2 - Torres: 1986-1987 (girone A), 1999-2000 (girone B) Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Sant'Anastasia: 1996-1997 (girone A)
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PAOLO VIGANÓ Paolo Viganò di Seregno sarebbe il tipo perfetto dell’imprenditore nord-italiano in versione brianzola – afferma Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” del 23-29 aprile 2002 –: cinquantadue anni, lingua furba, rispetto per i dané, che mica si vincono alla Sisal. Una volta giocava. Tra i ‘60 e i ‘70 era un terzino di fatica, in squadre che non avevano ancora purgato talenti e mattane perché circolava ovunque, all’epoca, una bell’aria incasinata. Juve e Roma da pulcinone cresciuto, poi Palermo in A e B, Brescia, Novara in C1, Monza. Del presidente monzese Giovanni Cappelletti ha sposato la figlia Renata, smesso col calcio ha lavorato per lui e dopo si è messo in proprio. A Nord di Milano, dritti verso i laghi, è terra di nobile pallone e di mobilieri. Cuoio e legno, i lilla di Legnano e i maestri della pialla, un vivaio di buoni piedi e divani, cucine, infissi. Capannoni e villini, stretti, fitte formichine. Gadda nel “pieno” ci lesse un deserto. «Ho cominciato a giocare all’oratorio di Seregno e da lì mi ha preso il Cusano Milanino. La casa vecchia di Trapattoni è proprio attaccata al campo e quando lui si affacciava alla finestra come il Papa noi giovincelli andavamo a salutarlo. Mio papà era artigiano, sempre campo del mobile. I piccoli si sono spostati in Veneto, qui in Brianza e a Pesaro adesso ci sono le ditte grosse. Produco colla vinilica per incollare porte, finestre, parquet». E, detta onestamente, non gliene potrebbe fregare di meno. La spontanea allegria di ex biondo vitaiolo galleggia sugli aneddoti del calciatore che era, ci parli mezz’ora e la chiacchiera di “futball” va sul fondo di qualche rimpianto a spigolo vivo, la sua cognizione del dolore. Viganò conosce Oriali, Braida, Trapattoni, è uno del giro. Ds, dt e compagnia dirigente gli hanno fatto promesse: «Ma tra il dire e il fare... A me piacerebbe visionare i giocatori, andare per partite, al Torneo di Viareggio ad esempio. Stare in ufficio non mi diverte. Mi avessero detto: “Paolo, vai in Sudamerica e fa ballare l’occhio”, un’offerta precisa, un incarico. Mai venuti al sodo. “Ci sentiamo, ci vediamo” e zero. L’allenatore? No, per l’amor di Dio. Quando ci vediamo a cena con Cagni, che è un amico di famiglia, gli dico sempre: “Io non ho fatto l’allenatore ma ho tutti i capelli e tutte le unghie. Cambia mestiere, va bene che guadagni, però se devi star male lascia perdere”. Gigi è un nevrotico. Bisogna essere portati come Capello o il Trap, Giovanni è una macchinetta, parla, parla, ti strega e ti fa rivenire la voglia di giocare». Paolo ha smesso a Monza, stagione ‘80-81 di B, ultimi e retrocessi: «Ci avevo giocato già nel ‘71-72 e non eravamo finiti in C per un pelo. Ci sono tornato anche se ero sulla trentina per dare una mano, non navigavano in acque tranquille. In squadra avevamo Monelli e Massaro giovanissimi. Mio suocero non era più presidente effettivo, era arrivato Valentino Giambelli che per l’81-82 chiamò Braida come direttore sportivo e l’Ariedo mi chiese: “Vuoi continuare?”. Risposta: “Mi sono stufato”. Volevo darla su e no, spunta mio suocero: “Mi ha telefonato il presidente del Forlì, prova ad andare a sentirlo”. Pensavo fosse un primo contatto, così, per tastare il terreno. Macché, si erano messi d’accordo, tanto che a Forlì Giovanni Bianchi era deciso: “Paolo, tuo suocero ha detto che giochi nel Forlì". Ciao, sono tornato a casa e ho messo in chiaro: “Io a calcio non ci gioco più”». Forza, aereo e Stati Uniti. Il cavalier Cappelletti produceva macchinari per il legname e aveva aperto laggiù due stabilimenti. «Sono partito con due operai italiani, almeno potevo parlare in brianzolo. Se ero da solo tornavo dopo un mese. Ero già sposato, con una figlia, Veronica, e stava nascendo il secondo, Alessandro. Ha vent’anni, col calcio l’ho disilluso subito: “Sei mica adatto, neanche per la C, non perdiamo tempo”. A me danno fastidio tutti ‘sti padri che si lamentano: “Guardi che mio figlio è bravo, non gli danno una possibilità”. Balle, ci sono tre milioni di osservatori che battono l’Italia e ti pescano anche nel paesino. Io e Oriali abbiamo iniziato nel Cusano eppure ci hanno visto». Viganò dice del Trap, però anche lui è un discreto juke-box. Calma. Negli Usa a fare che di preciso? «Roba di trance e tranciato. Spiego: se porti in Italia i tronchi non tagliati, ti occupano un sacco di spazio, se li tagli in loco con le trance, le sfogliatrici, e li trasformi in tranciato occupi meno posto. In un container di tranciato ci metti l’equivalente di dieci container di tronchi, abbatti le spese di trasporto e ti ritrovi il legno pronto per impiallacciare mobili e finestre. Perché c’è l’impiallacciato e il massello. Dunque...». Dunque succede che Paolo sale i primi gradini nel Seregno e nel ‘64 la Juve gli fa un fischio. Trambusto in casa Viganò. «I miei erano all’antica, dovevo viaggiare dallo studio alla chiesa e viceversa: “Oh, tu a Torino da solo? Ma sei matto?”. Sono venuti a vedere il collegio, non si fidavano. Avevo quattordici anni, ne ho fatti cinque di collegio, c’era anche Causio. Il primo mese da piangere, in un clima un po’ da caserma. Piloni, che era più vecchio, mi dava gli ordini: “Comprami le sigarette, rifammi il letto”. Andavo al cinema con Pulici, che stava nel collegio del Toro, il mio era in via Susa. Tre tram per arrivare all’allenamento e in mensa non sceglievi, quello che ti davano dovevi mangiare. Come che sia, in Primavera guadagnavo già di più che a lavorare». Nel 68-69 Viganò e uno junior bianconero e frequenta la prima squadra di Heriberto Herrera il giusto per capire che le preoccupazioni di mamma e papa erano un pelo fondate: «Bob Vieri e Zigoni, una cosa folle. A quei tempi in una squadra c’erano dieci pazzi e quattro buoni, ora no. Bob era matto come un cavallo, una volta è finito al Sestriere con la Porsche e per una settimana è sparito. E Del Sol...». No, il probo Luisito no, per favore. «Sì, invece. Diceva tranquillo alla moglie: “Stasera vado al night”. E si presentava la mattina dopo all’allenamento in giacca e cravatta. Correva come una bestia e fumava Gauloise. Pure Vieri fumava e beveva. Il più matto di tutti però era Giuliano Fiorini, il centravanti, mio compagno al Brescia nel ‘76-77: una mattina è arrivato al campo in tuta da rally, aveva corso la notte intera. Una faccia tosta: “Allora, ci alleniamo?”. “Va là, è meglio che dormi”, gli ho detto e lui si è sdraiato su una panchina». Un altro passo. Vigano nel ‘69-70 si aggrega alla De Martino. Rabitti, subentrato a Carniglia, lo fa esordire in aprile contro la Roma. Quindici minuti di A e, la domenica seguente, un match intero contro il Bari sul neutro di Napoli, al posto di Salvadore, uno che avrebbe giocato con le stampelle. «Sandro era attaccato al lavoro e ai soldi. Si andava in ritiro e tirava su le merendine, gli asciugamani, le saponette e portava a casa. Un giorno Zigoni gli ha rovesciato la valigia e tutti gli abiti si sono macchiati di marmellata». Due presenze alla Juve «e nell’estate del ‘70 sono passato alla Roma di Helenio Herrera con Del Sol, Zigoni e Bob Vieri, in cambio di Capello, Spinosi e Fausto Landini. Io ero l’aggiunta, il buon peso. È stato l’anno del militare, mi hanno fatto giocare una partita, contro il Toro. Non si tratta di fortuna o sfortuna, i più bravi vanno avanti. Bettega nel ‘69 l’avevano mandato a Varese per maturare fisicamente, di modo che aumentasse la potenza muscolare: di testa non la prendeva mai, neanche se gliela tiravano addosso. A diciotto anni io ero già maturo, gli davo dieci metri nello scatto, ma tecnicamente Roberto era eccezionale, palleggiava di destro e sinistro con una naturalezza incredibile». Per l’anno romano, non servono dolcificanti: «Un disastro. Mi avevano proposto l’Atalanta in B e la Roma in A. Helenio mi convinse, era un incantatore di serpenti: “Lei è meglio di Spinosi”. E sì, non giocavo mai Credevo di sfangarmi bene il militare alla Cecchignola, vicino alla squadra, ma con quindici giorni di fila in caserma come ti alleni? Ho ricominciato da capo col Monza in B. Puntava a salvarsi, ci siamo riusciti a fatica». Nuovo bivio nel ‘72: Sampdoria in B o Palermo in A? «Nessuno voleva andare in Sicilia e per questo invogliavano pagando bene. Aggiungiamo che volevo stare in A». E giocando s’impara: «Ero un corridore, un combattente generoso, destro non male, mancino manco a parlarne, però l’ho allenato, a Roma e al Brescia con Angelillo nel ‘76, e alla fine colpivo bene. A forza di esercizi ha imparato a crossare anche uno come Gentile. Di testa saltavo poco da fermo, nello slancio andavo in alto: pure qui è un difetto che l’allenatore deve cogliere e correggere, se vuoi alzarti da fermo serve una preparazione muscolare speciale. La Rosa nel Palermo era uno e sessanta e li anticipava tutti». Aeroporto di Punta Raisi. Il lombardo apre lo sportello, gli viene male: «Un caldo tremendo, africano. Si immagini i dubbi che mi sono venuti. Ma là il tifo è il più bello del mondo, mi hanno sistemato all’hotel Palace di Mondello e ci ho vissuto quattro anni, fino al ‘76, ottimamente. In un’isola hai la sensazione del chiuso da principio, poi ti abitui. Tornavo a casa in febbraio e, fra nebbia e freddo, non vedevo l’ora di riprendere l’aereo per Palermo». Albergo al mare, soldini. Si può ipotizzare anche un discreto “movimiento”. «Poco ma sicuro. C’erano pro e contro. Sul campo d’allenamento mancava l’erba e l’acqua l’avevamo un giorno sì e l’altro no. Però a fine mese quello che guadagnavo a Palermo non l’avrei preso da nessuna parte». Paolo è in squadra con Arcoleo, Reja, l’ex juventino Favalli e il centrattacco storico Tano Troja. «Quello era il mio livello di A, come un Verona, un Lecce di oggi, lì potevo giocare, non di più». Venticinque partite e retrocessione. «Avevo marcato bene Anastasi e girava voce che la Juve potesse richiamarmi. Ma Viciani, il nuovo allenatore, ha voluto assolutamente tenermi e con stipendio aumentato. A Palermo avevo tutto, mi mancava solo la serie A». L’esperienza («bellissima») continua, nel ‘74-75 arriva il centravanti Braida dal Cesena, l’anno seguente è l’ultimo: «Mi ero sposato, i dirigenti credevano che avrei tirato i remi in barca e mi hanno venduto al Brescia, lì ho conosciuto Altobelli, Beccalossi e Cagni. Si viveva tranquilli: un’oretta ed ero a casa. Due anni e nel ‘78 sono andato al Novara, per la serie “i casotti di mio suocero”, che era amico del presidente Tarantola. Allenava Bolchi, capiva la mia svogliatezza e mi lasciava fare avanti e indietro con Monza. Ci si allenava una volta al giorno». Un’altra stagione e dirittura d’arrivo al Monza. «Undici anni fa ho ripreso col calcio per sei mesi. Mio suocero era morto e Giambelli, il nuovo presidente, per riconoscenza verso di lui, mi ha chiamato nel Monza. Seguivo un po’ gli allenamenti, accompagnavo la squadra in trasferta. Non era un compito ben definito, ho lasciato perdere. Il resto sono promesse, Oriali che mi diceva “vieni a Bologna con me”. Così, genericamente. Un posticino per me non si è trovato e all’Inter avranno tremila osservatori. Mi scoccia». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/03/paolo-vigano.html
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PAOLO VIGANÓ https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Viganò Nazione: Italia Luogo di nascita: Seregno (Monza e Brianza) Data di nascita: 11.02.1950 Luogo di morte: Seregno (Monza e Brianza) Data di morte: 23.05.2014 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 68 kg Soprannome: Netzer di Seregno Alla Juventus dal 1969 al 1970 Esordio: 12.11.1969 - Coppa delle fiere - Hertha Berlino-Juventus 3-1 Ultima partita: 26.04.1970 - Serie A - Bari-Juventus 2-1 4 presenze - 0 reti Paolo Viganò (Seregno, 11 febbraio 1950 – Seregno, 23 maggio 2014) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Paolo Viganò Viganò al Palermo nella stagione 1973-1974 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1981 Carriera Squadre di club 1969-1970 Juventus 4 (0) 1970-1971 Roma 1 (0) 1971-1972 Monza 31 (0) 1972-1976 Palermo 107 (0) 1976-1978 Brescia 47 (3) 1978-1980 Novara 62 (0) 1980-1981 Monza 26 (0) Biografia Era soprannominato il Netzer di Seregno per la somiglianza fisica col centrocampista Günter Netzer, campione d'Europa nel 1972 e del mondo nel 1974 con la Germania Ovest. Ha sposato la figlia del presidente del Monza, Giovanni Cappelletti. Caratteristiche tecniche Giocava come terzino sinistro, noto per le sue doti acrobatiche. Carriera Viganò al Novara nella stagione 1978-1979 Ha giocato in Serie A con le maglie di Juventus, Roma e Palermo, collezionando complessivamente 28 presenze in massima categoria. Con la Juventus esordì il 12 novembre 1969 nella partita Hertha Berlino-Juventus (3-1) valida per la Coppa delle Fiere 1969-1970; disputò anche la trasferta di Coppa Italia 1969-1970 contro il Bologna (0-0) e quindi due partite di campionato contro Roma (1-1) e Bari (sconfitta per 2-1). Passa quindi alla Roma insieme a Luis Del Sol, Roberto Vieri e Gianfranco Zigoni nel maxi-scambio che porta a Torino Fausto Landini, Luciano Spinosi e Fabio Capello. Con i giallorossi disputa una sola partita, in campionato, contro il Torino. Ha inoltre disputato sei campionati di Serie B con Monza, Palermo e Brescia, totalizzando 155 presenze e 3 reti in cadetteria, tutte con la maglia bresciana: realizzò la prima rete il 24 ottobre 1976 nel derby lombardo Brescia-Atalanta (1-2). Con il Palermo, nella stagione 1973-1974 raggiunse la finale di Coppa Italia, poi vinta dal Bologna 5-4 ai tiri di rigore; non poté comunque giocare la finale per squalifica.
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Francesco Morini - Calciatore E Dirigente
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
FRANCESCO MORINI Veste la maglia bianconera nell’estate del 1969, arrivato, dalla Sampdoria, in compagnia di Bob Vieri. Due personaggi completamente differenti: lui pisano (nato a Metato, frazione di San Giuliano Terme) concreto, attento, preciso, attaccato alla professione; il pratese geniale, quanto incostante, promessa mai mantenuta nel nostro calcio. L’allenatore della Juventus è Luis Carniglia, un esigente sognatore, il quale avrebbe voluto che tutti i propri giocatori, anche uno stopper, saltassero gli avversari con un tunnel. Morini non aveva per niente queste caratteristiche e si trovò a disagio. Era una piovra che, con mille tentacoli, toglieva il pallone dai piedi del diretto rivale, uno stopper perfetto, dalla marcatura ferrea. «Sapevo di avere dei limiti, ma sono sempre stato sorretto da un buon fisico e da un’ottima condizione atletica; seppure fossi alto, ero molto veloce e scattante, sicché potevo marcare, indifferentemente, avversari piccoli o ben messi. Anche se non cattivo, sono sempre stato molto spigoloso, rognoso e appiccicoso, pronto in ogni momento a far valere il mio anticipo, Di certo, non mi cimentavo in lanci millimetrici, preferivo appoggiare la palla a un compagno vicino a me». Soprannominato Morgan, come il pirata, perché, come scriveva un giornalista a quel tempo, da pirata era il suo modo di depredare l’avversario del pallone roteandogli addosso i bulloni, di arrangiarsi con i gomiti. Fisico poderoso e asciutto (181 centimetri per settantatré chili), undici volte nazionale, Morini era uno di quei rari atleti mai domi, di grandissima utilità, capaci di giocare anche con una caviglia a pezzi, con un muscolo dolente. Arrivò a marcare un extra terreste come Cruijff, malgrado avesse un tallone fuori uso. Bastava un’iniezione antidolorifica per farlo scendere in campo: «In bianconero ho passato degli anni meravigliosi. Abbiamo centrato risultati eccezionali, sia in Italia che in Europa, ho avuto per compagni di squadra, dei veri campioni. È importante giocare con dei campioni, perché ti trascinano ed io mi sono fatto trascinare. Ricordi ne ho tanti, rimpianti un solo: Belgrado, eravamo nel 1973, finale di Coppa dei Campioni, persa contro un Ajax grande, ma non poi così grande. Insomma, avremmo potuto anche giocarcela, invece andò come tutti sanno». Francesco lascia la Juventus alla fine del campionato 1978-79. Si trasferisce in Canada, nel Toronto Blizzard a studiare lingue, per poi presentarsi, successivamente, al corso di manager di Coverciano. Terminato il corso, Cecco, ritorna alla Juventus come dirigente: «Un tipo di lavoro che mi ha sempre affascinato e appassionato». Mette a disposizione la sua esperienza maturata sul campo, che unisce la professionalità all’amore per colori per i quali ha dato molto ma dai quali, dice, ha ricevuto moltissimo: «Ho sempre cercato di imparare dai più bravi, sia da calciatore che da dirigente ed ho sempre continuato a farlo. Sono stato onorato di far parte della famiglia bianconera, mi sono sempre identificato in questo ambiente, conoscendone i segreti; non mi sarei mai visto a lavorare altrove». Non ha mai segnato una rete ufficiale: «A dire il vero, una volta un goal l’ho fatto, in un torneo italo-inglese, disputato in un’estate di tantissimi anni fa. In ogni caso, la mancata segnatura di reti non mi ha mai contagiato più di tanto, perché ciò che mi esaltava era fare in modo che non andasse in goal l’uomo che dovevo marcare. Questo equivaleva, per me, a una rete, perché se in squadra devono essere particolarmente attivi i bomber, altrettanto devono esserlo i difensori a imbrigliare il gioco delle punte avversarie». Come dargli torto? GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1980 Lo stopper più granitico e guerreggiante dei tempi moderni, dunque, prende e se ne va. Francesco Morini, gloria vivente di tanto calcio italiota degli anni Sessanta e Settanta, decide che è giunto il suo momento, ma prima vuole, fortissimamente vuole, concedersi una divagazione sportiva che è emblematica del tempo presente, inimmaginabile per il pioniere. Morini va a chiudere la sua carriera di ineguagliabile lottatore in America, Canada per l’esattezza, ed è decisione niente affatto sorprendente, semmai perfettamente allineata con la personalità di questo difensore tra i più illustri della Juventus trionfante di questi anni. Duro è il mestiere di stopper, dove il talento non basta e spesso il coraggio e la cattiveria sono valori ben più essenziali. Durissimo, poi, fare lo stopper nella Juve. 1969, anno di grazia e di parecchie disavventure. Francesco Morini arriva venticinquenne dalla Sampdoria con la fama di marcatore ruvido ancorché insormontabile. Deve rilevare le incombenze dell’araldo difensivo della Juve heribertiana, dell’ultimo centromediano antico del nostro calcio, di Giancarlo Bercellino da Gattinara, eroe con Tino Castano del tredicesimo scudetto. È un’eredità grave, un fardello dei più ingombranti. Gli inizi non sono facili, né potrebbero esserlo. La Juve che dovrebbe voltare pagina e tornare a essere trionfante, in realtà inciampa spesso in ostacoli all’apparenza agevoli e le colpe si ripartiscono tra tutti, stopper compreso, stopper prima di altri. Il derby di andata in una luminosa e calda giornata di ottobre si vinceva a una manciata di secondi dalla fine grazie ad una rete di Zigoni detto Zigo e va a finire che si perde per una dabbenaggine di Morini nostro, che fa saltare indisturbato Bui sotto porta, e gli consente la più comoda delle realizzazioni. Lo sguardo solare di Francesco si rabbuia, ci sono giornate tristi di solitudine per quest’atleta in cerca di comprensione tecnica. Carniglia, l’allenatore che nulla ha da insegnare a Vieri e Haller fuoriclasse d’altri tempi, non riconosce l’indispensabile lavoro di rottura del biondo stopper toscano e si lascia andare ad affermazioni poco felici che rattristano il ragazzo. Ci vuole tempo, non molto, ma ci vuole. Carniglia non può avere futuro in questa Juve che vuole proiettarsi sugli anni Settanta. Morini fa parte della Juve Settanta. Il dilemma tecnico tra il vecchio hidalgo e il giovane stopper non si pone neppure. La leggenda bianconera di Francesco Morini, certo, passa attraverso tappe e momenti speciali. Per esempio, momento importante e altamente significativo il suo duello con Gigi Riva, che inizia nel novembre del 1969 all’Amsicora di Cagliari e prosegue per anni, sempre all’insegna della massima correttezza pur nel massimo dispiego di energie e sforzi. Tenacemente assertore del gioco all’inglese, dotato di un anticipo che non concede scampo all’attaccante in cerca di leziosità, Morini costruisce il suo stile in pochi tratti essenziali e lo spiega al volgo con prestazioni monumentali. I duelli rusticani con Giorgione Chinaglia esemplificano al massimo grado questa concezione di gioco, di tempesta e assalto, di pionierismo nel senso di impegno cristallino, di dedizione alla causa bianconera. A qualcuno può non piacere questo modo brusco di cercare il tackle, questa volontà tremendamente applicata alla marcatura. Nessuno, però, può discuterne l’efficacia. Cesto Vycpálek, chiamato a proseguire il lavoro del povero Picchi su un telaio di giovani campioni in cerca di grandi traguardi, eredita già lo stopper di tutte le leggende. Nella Juve 1971 che sta per vincere tutto, Morini è già colonna insostituibile. I centravanti del campionato imparano a conoscere e a temere la disfida lanciata dallo stopper toscano oramai saldamente trapiantato a Torino. Lo scudetto della sofferenza, il quattordicesimo, arriva con il determinante contributo dello stopper giunto a piena maturazione tecnica e umana. Morini onora la maglia con un rendimento medio altissimo e giganteggia con fior di campioni, soffrendo praticamente in una sola circostanza, un Juventus-Napoli che anche per questo finisce pari, 2-2. Morini nell’occasione è chiamato a controllare un centravanti che ne sa una più del diavolo e che, secondo alcuni, sta per appendere le scarpe al fatidico chiodo. Non sarà così, per fortuna della Juve che anche grazie a costui costruirà il suo mito. Fin troppo chiaro che stiamo parlando di Altafini. Trenta presenze nel magico campionato 1971-72, trenta erano pure state le presenze nel 1970-71. Due stagioni senza manco un’assenza che è una rappresentano già un fatto significativo. Ma il bello deve ancora venire. Lo scudetto numero quindici, quello del 1972-73 propone un Morini ancora migliorato sul piano della sicurezza, oramai dotato di un bagaglio di esperienza che solo un veterano può permettersi di vantare. E Francesco a tutto si può avvicinare, meno che a un veterano. 1973-74 e 1974-75 coinvolgono anche il biondo difensore bianconero, ne toccano assetti umani non inediti ma comunque suggestivi in prospettiva futura. Morini accusa qualche infortunio, il dispendio di energie e gli elevati rischi che comporta il suo modo di giocare, sempre estremamente battagliero, intaccano, talvolta, la sua dura scorza. Accade che talvolta la critica non sia benevole nei suoi confronti. Sono accadimenti, episodi, che lasciano il tempo che trovano. La volontà contribuisce ad assorbire infortuni e critiche a tempo di record. Il tallone che lo fa soffrire è spesso ignorato a scusante di certe prestazioni non propriamente inappuntabili, e sono le poche volte che il personaggio, che poi personaggio non è almeno nel senso comune del termine, esce allo scoperto e affronta le critiche con la medesima risolutezza e linearità con cui duella con i centravanti. Le fortune bianconere non coincidono che raramente con analoghe soddisfazioni azzurre, e questa è la principale ragione di rammarico di Morini. La Nazionale messicana, che giustamente Valcareggi, per meriti effettivi oltre che per normale riconoscenza, mantiene a lungo intatta o quasi, non concede spazio allo stopper bianconero, all’oramai leggendario Morgan delle mille battaglie. Né si può dire dei più fortunati l’impatto di Francesco con la maglia azzurra, alle porte del Mondiale di Germania. A trent’anni, coinvolto negli esiti infausti di una spedizione nata male e finita peggio. Morini paga colpe che non ha mai avuto e finisce nel dimenticatoio, proprio mentre la sua vicenda bianconera raggiunge vertici assoluti, tanto in campo nazionale che a livello di coppe. È un neo assolutamente ingiustificato, sul quale Francesco ha lungamente filosofeggiato, senza acredine e inutili polemiche. Anche questo contribuisce a rendere grande e assoluto il personaggio. Il Morini più grande, quello cui tutti i supporter bianconeri sono maggiormente legati, è però senza dubbio l’ultimo, il più vicino a noi. La maturità del campione è spesso segnata da una lenta quanto inesorabile parabola discendente sul piano del rendimento: nulla di tutto questo nel caso di Morini che conosce nella Juve trapattoniana i momenti forse più esaltanti di una carriera sfolgorante. Le battaglie di Coppa Uefa esaltano l’ardore e l’attaccamento alla causa bianconera dello stopper più roccioso dei tempi moderni, ne affinano l’acume tattico, ne rendono sempre più efficace il contrasto. Anche gli esteti devono alfine ammettere uno stile Morini, e di stile autentico si tratta, affinato dalla partecipazione a tutti i massimi eventi della recente storia bianconera. Entrato di diritto, nella stagione passata, tra i grandi della Juve quanto a fedeltà di presenza, Francesco Morini lascia in modo glorioso, in perfetta sintonia con il suo carattere. In America ritroverà una fetta del suo passato, e rivivrà con sfumature diverse gli attimi esaltanti della sua ineguagliabile carriera. E sarà tramonto ancor più glorioso. Il momento di appendere le scarpe al chiodo rappresenta per molti giocatori un vero e proprio trauma; vediamo esempi quasi quotidiani di uomini dal passato eccellente che, non sapendo rassegnarsi, accettano ruoli quasi patetici in squadre, per così dire, periferiche. Nel caso di oggi c’è, al contrario, chi impegna le sue attività sempre nel calcio ma in altra direzione restando in servizio attivo ad alto livello. Non poteva essere altrimenti: Francesco Morini stopper tutto di un pezzo, terrore di tanti attaccanti di casa nostra e del resto del mondo, non soddisfatto delle sue esperienze ha deciso di studiare il calcio straniero e in particolare quello d’America. Poiché, in casa, vi era oramai un degno e promettente sostituto, se n’è andato a vedere da vicino le società calcistiche del nuovo mondo. Sir Morgan, come lo soprannominano i tifosi, giunto quasi al momento di ritirarsi in pensione, ha voluto rimanere se stesso: infatti, il segreto della sua carriera è sempre stato condensato in queste due parole: saper osservare. «Vi sono due modi di essere buoni giocatori – ha detto Morgan in un’intervista – avere innato il senso del gioco e della posizione oppure imparare guardando per far tesoro delle prestazioni altrui». Nella sua lunga carriera, non ha mai sgarrato da questo intendimento. Per lui non vi sono mai state polemiche se doveva starsene in panchina, sia quando militava nella Sampdoria, sia quando vestiva in bianconero: «Anche stando ai bordi del campo c’è tutto da apprendere; certo, dipende da chi vedi all’opera ma, stai tranquillo, se hai occhio critico, impari come comportarli anche se fai la riserva». Il ruolo che ha ricoperto nella sua carriera non è stato dei più facili, eppure in virtù della sua umiltà è riuscito a intimidire e ridicolizzare tanti avversari di grido. Tralasciando l’attività nelle squadre minori, la sua carriera si è svolta in sei anni alla Sampdoria e undici alla Juventus, vivendo due aspetti diversi di gioco, due modi distinti di lottare: il primo quasi totalmente intento alla ricerca della salvezza, il secondo diretto invece alla conquista di tanti primati. Il segreto di una carriera sempre, in crescendo è costituito esclusivamente dalla professionalità di Morini e dal suo comportamento lineare che non ha mai sgarrato dalle precise regole che si era imposto. Comportarsi secondo i dettami della disciplina sportiva non gli è mai costato sacrificio: ubbidire all’allenatore è sempre stato per lui facile, mantenersi in forma altrettanto, nessuno può imputargli crisi o impennate di carattere. Il nostro biondo Vichingo, ha un cruccio: «In mezzo a molti successi, a tanti trofei, sento la mancanza di una Coppa dei Campioni. Ogni volta che la Juventus ha giocato in quella competizione è sempre arrivata a due passi, a un soffio da quel traguardo e ogni volta se l’è vista sfuggire». È vero, fare previsioni specie in quel campo, è assai arduo: quella è una strada intessuta di tanti piccoli frammenti di mosaico che fanno storia a sé e poi vi partecipa la crema del calcio mondiale per cui il successo ti arriva con la stessa difficoltà di un terno al lotto o di una vincita al totocalcio. Si è parlato troppe volte di un Morini terribile come se fosse un pirata dell’area di porta: «Non mi sono sempre fermato in quel punto, sovente mi sono spinto in avanti, perché così mi ha imposto di fare il gioco praticato dalla Juventus. Ho fatto anche lo stopper avanzato e, credetemi, il mestiere in quel punto del campo è quanto mi ardito». Le più grosse soddisfazioni di Morgan sono quelle di aver fatto passare notti insonni agli avversari e di aver mandato a monte innumerevoli piani tattici di allenatori avversari che pensavano di poterlo distogliere facilmente dai suoi compiti: «Cruijff mi ricorderà certamente, Bersellini e tanti altri mi sogneranno, però dovranno dare atto della mia lealtà sportiva, perché falli cattivi con il preciso intento di far male, non ne ho mai compiuti. Non fanno parte del mio bagaglio mentale e neppure del mio stile». Con queste parole, egli intende chiudere la bocca a taluni denigratori che, per poter segnare reti, avrebbero voluto incontrare un Morini suonatore di violini o clavicembali. Nella vita di ogni giorno, Cecco, è tutt’altro che un duro: legato sì alle tradizioni e ai ricordi ma è anche previdente e sa mettere le mani avanti con oculata preveggenza: «La vita di un calciatore è veloce, possa con la rapidità di un lampo per cui bisogna aver gli occhi ovunque: sul passato, sul presente e sul futuro». In vista del futuro si è inserito nella concessionaria Otma e volgendo le spalle indietro ha chiamato Jacopo il figlio: «Ricorderò sempre i primi passi che ho mosso sul campetto dell’Oratorio di San Jacopo a San Giuliano in quel di Pisa». Questa è una sorta di legame tra il passato e il più bel presente dello stopper juventino. Ora, è partito per l’America a studiare l’ambiente calcistico di laggiù: «È che non sono tuoi sazio di esperienze, mi sono cercato un’altra panchina perché so quanto sia utile vedere cose nuove per continuare a imparare». Ecco cosa gravita oggi attorno alla realtà Morini, quell’uomo tutto di un pezzo che non ha mai speso una parola in più del dovuto e che, forse, ha fatto un solo sogno di troppo: la Coppa dei Campioni. Che cosa si poteva chiedergli e cosa poteva darci di più? Nulla! Ha vestito la maglia bianconera e quella azzurra della Nazionale con eguale ardore e impegno, ha collezionato successi in Italia e all’estero in piena umiltà e in nome di un’inimitabile professionalità. VLADIMIRO CAMINITI Ciccio Morini detto Morgan, stopper sgranocchiante il pallone come una cabala misteriosa, soltanto in fin di carriera finalmente in grado di stopparlo al volo, eppure negli scudetti juventini della prima serie bonipertiana uno dei fondamentali della squadra, per l’epica grinta. Aveva negli occhi tutto l’infinito della speranza quando lo conobbi nella Sampdoria allenata da Ocwirk. Biondo e aguzzo, andava in campo e risolveva la vicenda del gioco come un fatto personale con l’asso a lui affidato. Bisognava arginarlo e possibilmente annichilirlo, ed ecco Morgan, piratesco il suo stile nell’irruzione tra pallone e piede portante, nella spallata leale ma dura, l’avversario interdetto tentava la replica, ma incespicava fatalmente nel rivale a lui addossato, come una parte del suo stesso intendere, felinamente intuitivo negli anticipi più condizionati. Allenandosi con ossessiva costanza, rispettandosi come un anacoreta, Morini risolse nella Juventus decisa a vincere tutto, allenata da Vycpálek, da Parola e anche dal giovane Trap, ogni problema delle domeniche affliggenti, e se un avversario riuscì a superarlo fu Giggiriva di Leggiuno, che sgomitava anche lui, ferocemente proteso al goal d’autore. Quando, nel 1973, Valcareggi lo convocò in Nazionale, insieme a Zoff, Spinosi, Furino, Causio, Anastasi e Capello, era divenuto proprio necessario. Aveva già due scudetti sul petto, ne avrebbe vinti altri tre, con un rendimento sempre sostanziale, che aveva sbugiardato quel verdetto del Caballero falsamente appassionato Carniglia dei suoi pochi mesi di permanenza juventina. Il cherubino Morini, pur non possedendo l’aire dello stile di Bellugi, completava idealmente la squadra ruggente su tutti i traguardi, in un tempo di calcio a misura di uomo, e di chi uomo era nella vita come in campo. NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DELL’AGOSTO 2011 Francesco Morini detto Morgan, come il pirata. Capello biondo, eleganza naturale e battuta pronta, in fin dei conti nelle sue vene scorre sangue toscano, nonostante sia di casa a Torino oramai da più di quarant’anni. Morini detto Morgan, due vite per la Juventus. Prima da calciatore, poi da dirigente. Dal 1969, anno del suo arrivo dalla Samp in compagnia di Bob Vieri, al 1994, ultimo tassello della Juve bonipertiana spazzato via dal tornado della Triade. Uomo di fiducia del presidente Boniperti, con cui ha condiviso per anni la passione per la caccia, legato a doppio filo con l’avvocato Agnelli, che lo fece tornare dal Canada per affidargli il ruolo di direttore sportivo. 372 presenze con la maglia della Juve, una ventina di volte capitano, zero assoluto nella casella dei goal fatti, piccolo record. Stopper efficace e concreto, cresciuto alla scuola di Bernardini e affinatosi a quella di Carlo Parola, Cecco Morini è il numero cinque della Juventus del primo Trapattoni, che si siede sulla panchina bianconera a soli trentasette anni. Primo luglio 1976: trentacinque anni fa nasce la Giovin Signora. Non fu un azzardo affidare la guida della squadra a Trapattoni? «Effettivamente il Trap era un ragazzo e con pochissima esperienza come tecnico. Ma per Boniperti l’allenatore giovane era uno schema vincente. Nel 1970 ci aveva provato con Armando Picchi, alla prima esperienza in panchina. Un esperimento che stava funzionando benissimo. Squadra dall’età media molto bassa, guidata da un uomo di grandi valori, con carisma e notevoli capacità tattiche. Lì, purtroppo, ci si è messo di mezzo il destino». D’accordo sulla bontà del progetto bonipertiano, ma quella di Trapattoni rimaneva una scelta che faceva discutere: «La scommessa non era facile da vincere. Trapattoni è stato bravissimo a sapersi inserire con noi. Quelli più scafati come me, Zoff e Furino gli hanno dato una grande mano. Per un allenatore è fondamentale trovare buoni giocatori». Cosa avevate di speciale? «Per ogni ruolo c’era un ottimo professionista e una brava persona e con questo intendo dire che oltre ad essere tutti bravi calciatori da un punto di vista tecnico, eccetto me (ride), eravamo ragazzi seri, affidabili e disponibili. Trapattoni l’abbiamo fatto diventare noi allenatore. Dirò di più: quella Juve lì avrebbe trasformato in grande allenatore anche uno come Maifredi!». Cosa aveva di particolare il Trap? «Era molto presente, si allenava con noi, non mollava mai. Stava moltissimo sul campo, specie con i più giovani. Quando eravamo in ritiro faceva il giro delle camere, continuava a dare consigli in vista della partita. Un martello, mai seccante, però. Anzi, la sua era una carica molto positiva». Di chi fu l’idea di rinunciare al regista per un centrocampo di ferro composto da Furino, Benetti e Tardelli? «Certamente Trapattoni privilegiava la gente che mordeva le caviglie e che aveva le capacità di ripartire a razzo, di lanciare il contropiede veloce. Vado sul sicuro se dico che le varianti tattiche nascevano dal confronto tra Boniperti e Trapattoni. Anche se non so a chi dei due veniva prima l’idea». Allora è vero che la formazione la faceva Boniperti! «Non è vero. La presenza di Boniperti era un valore aggiunto per l’allenatore. Il presidente sapeva di calcio e aveva grande personalità. Il Trap è stato bravo a lavorare con lui, ogni lunedì era in sede. Cosa che non ha mai fatto Zoff quando è tornato alla Juve da tecnico». Perché? «Diceva: “Devo andar lì a sentir parlare di Hansen, di Præst. Ma no, non mi va”. Dino è fatto a modo suo, io sono stato con lui in camera per anni e mi avrà detto tre parole. Ricordo che gli piacevano i gialli del Commissario Sanantonio. Sia chiaro, siamo amici, il suo arrivo alla Juve come compagno è stato fondamentale. Prima, oltre che il centravanti, dovevo marcare anche i portieri, visto che non ne bloccavano mai una». Lei a Zoff, invece, hai fatto più di uno scherzo in campo. «Non ho mai segnato. Mi sono sfogato con alcune autoreti di pregio al povero Dino. Quella più incredibile la realizzai all’Olimpico, contro la Roma nel 1975. Ero solo, sul dischetto del rigore, spalle alla porta. Cross lento di Bruno Conti ed io riesco a beccare il sette in rovesciata. Una sassata paurosa. E Zoff che mi fa: “Se la tiravi più piano, la paravo”». In fondo i piedi non sono mai stati il suo forte. «Mi ricordo il primo giorno a Torino. Io e Vieri andammo da un barbiere per tagliarci e capelli. Io stavo leggendo il giornale. A un certo punto, uno dei vecchietti che era lì disse: “Porca miseria, hanno mandato via Bercellino e hanno preso quello scarpone di Morini”. Io mi nascosi ancora di più dietro al giornale, chissà forse mi avrebbe preso anche a pedate se mi avesse riconosciuto». Non male come accoglienza. «La giornata, in realtà, proseguì con la conferenza stampa di presentazione. C’erano venti giornalisti. A Vieri chiesero di tutto, a me neanche una domanda. Una tristezza enorme. Ma avevo voglia di sfondare dopo le buone stagioni alla Sampdoria. Venivo da una famiglia di contadini. Non mi sono mai buttato giù e quando è arrivato il Trap ero oramai uno dei cardini della Juventus». Quali erano i suoi punti di forza? «L’anticipo, la velocità e la grinta. Il centravanti me lo mangiavo. Il mio motto era: munizioni non arrivano, cannone non spara. Se stavo bene fisicamente, era dura farmi goal. Vallo a chiedere a Gigi Riva: in diciassette duelli, non mi ha mai segnato». Nella memoria collettiva sono rimasti impressi i corpo a corpo con il Boninsegna interista. «Bonimba era un teppista. Dicono che si strofinasse i gomiti con una pomata irritante. Di sicuro c’è che se gli stavi troppo attaccato, prima o poi ti arrivava un colpo». E lei porgeva l’altra guancia? «Col cavolo. Una volta a San Siro gli diedi una gomitata sulla spalla. Nelle interviste del dopo partita mi ricordo che dissi che non solo non ero pentito, ma che la spalla gliel’avrei staccata volentieri! Il guaio è che Boniperti, per quelle dichiarazioni, mi dette 500.000 lire di multa. Lo stile era stile». Com’era il suo rapporto con Boniperti? «Ottimo, da cacciatore a cacciatore. Un anno rischiò l’infarto». Durante una battuta di caccia? «No (ride), a fine stagione 1971-72. L’anno prima, alla mia richiesta di aumento, mi rispose tirando fuori la foto dell’Inter che aveva vinto lo scudetto. Allora io gli dissi: “Se l’anno prossimo vinciamo, mi regala un fucile”. Accettò la scommessa. Vincemmo il campionato ed io presi un Cosmi, valore commerciale quattro milioni e mezzo. È ancora lì che urla dalla disperazione per i soldi che gli ho fatto spendere». Si vendicò in qualche modo? «No. Anche perché lui aveva il totale controllo su di noi. Sapeva tutto. Aveva un braccio destro, il mitico Romildo. Mandava lui a spiarti, a vedere se eri in casa o no. Oltre alle classiche telefonate serali. Non potevi muovere un passo. Niente discoteche, niente trasgressioni». Niente donne, quindi. «Era matematicamente impossibile. Solo quando venivamo convocati con la Nazionale, allora in quella settimana lì le briglie si scioglievano. Aspettavamo quel momento per sfogare tutti gli istinti. Meno male che in azzurro ci sono stato poco». Le è pesato aver fatto solo una decina di presenze con la Nazionale? «Sinceramente sì. Soprattutto mi rode non essere andato in Argentina. C’era tutta la difesa della Juve, tranne me. Senza contare che Bellugi era mezzo rotto, aveva una gamba più piccola dell’altra. Le provai tutte per andarci, anche una pressione tramite Zoff». Si è raccomandato? «Gli dissi: “Tu e Bearzot siete della stessa terra. Gli puoi dire che ti fidi di me, che sono anni che giochiamo insieme”. Insomma avrei voluto che lui facesse presente al commissario tecnico che con me poteva andare sul sicuro, oltretutto avrei giocato con gli stessi miei compagni della Juve. Avevamo un blocco difensivo da urlo, in quegli anni». Mi sembra che l’ambasciata non abbia avuto alcun effetto. «Anche perché non ci fu nessuna ambasciata. Dino mi guardò e fu perentorio: “Io non le faccio queste str... e!”. In compenso Bellugi prese goal dopo un minuto con la Francia e poi si fece male. Ed io persi cento milioni. Ma lasciamo perdere, torniamo alla Juventus 1976-77, è meglio». Ok. Quali erano i punti di forza di quella squadra? «Tanti, ma non lo spogliatoio». Davvero? «Il nostro non era uno spogliatoio in cui regnava la perfetta armonia. Non ci sono stati odi particolari, questo mai. Ma nemmeno una fusione perfetta. C’erano tanti leader, tante personalità forti. Poteva succedere che io, Scirea e Zoff fossimo più legati. Bettega per esempio era un tipo chiuso. Durante la settimana ognuno se ne stava per i fatti propri, ma la domenica o il giorno della partita, la Juve era un blocco unico e di acciaio». Mi immagino durante le partitelle d’allenamento. «Ci tiravamo delle legnate bestiali, sa quante volte il Trap è stato costretto a fischiare prima la fine della partita? C’era molta animosità, diciamo pure rivalità. Si litigava spesso, questo sì». Qualcuno è arrivato anche alle mani? «Qualche anno prima, tra Salvadore e Marchetti volarono pugni e zoccolate. Oddio, Salvadore, pace all’anima sua, una volta fece andare fuori dai gangheri anche me. Il male è che successe in partita». Quale? «Era la finale di Coppa Intercontinentale del 1973, a Roma contro l’Independiente. Mi chiamava ogni secondo: stai attento lì, marca stretto quello, occhio di qua. A un certo punto dissi basta e gli rifilai una gomitata nello stomaco. Lui mi rincorse fino a centrocampo per vendicarsi, poi intervennero i compagni e la finimmo lì. Ora che ci penso, ricordo anche una furiosa litigata in allenamento tra Boninsegna e Benetti, durante il loro primo anno alla Juve». Tutti i particolari, prego. «I primi tempi abitavano nello stesso condominio a Torino. Boninsegna aveva un cane con lo stesso carattere del padrone. Abbaiava in continuazione, si scagliava contro le persone. Una volta dette un morso al portiere. Insopportabile. Poco tempo dopo, il cane fu trovato morto. Per questo Bonimba litigò furiosamente con Benetti, fortemente sospettato di avergli fatto fuori il cane». Ma era veramente così cattivo Benetti? «Con Benetti nessuno voleva condividere la camera perché fumava e dormiva con le finestre aperte anche a gennaio. Ma in quanto a cattiveria pura, non era il più cattivo. Prima di lui c’era gente come Furino, Tardelli, anch’io. Mettiamoci pure Gentile e sicuramente Bettega. Ecco, lui era capace di farti l’entrataccia». Ma era anche l’uomo in più di quella squadra. «Roberto era fortissimo, grande giocatore e grande goleador. In quella stagione fu decisivo, sia in campionato sia in Coppa Uefa, insieme al Barone Causio e a Tardelli, una vera rivelazione». Che ricorda del trionfo in Europa, il primo per la Juve? «I primi due turni in cui buttammo fuori i due Manchester. Una svolta decisiva per il resto del cammino. Personalmente il duello con Sparwasser del Magdeburgo, un centravanti tra i più forti dell’epoca. Fu una partita perfetta, non gli feci vedere pallone. È il mio fiore all’occhiello». E della finale di Bilbao? «Il Trap fece entrare Spinosi, loro premevano a più non posso. Mi passa davanti, era bianco come un cencio. Ed io gli faccio: “Spina, stai tranquillo, la cosa più importante è che martedì dobbiamo andare a caccia”. Per poco non resta secco e duro per terra. Per il resto la sensazione di assoluta mancanza di forze negli ultimi venti minuti. Non riuscivamo a venir via dall’area. Erano i fotografi a spingerci. Al fischio finale, una gioia mai provata. Finalmente». Una giusta ricompensa per chi, come lei, visse la delusione di Belgrado del 1973. «Credo di sì. Quella con l’Ajax fu una partita stregata. Loro erano più forti e correvano di più. A un certo punto dissi a Furino: “Ma li hai contati? Perché secondo me sono più di noi”. Stavolta, invece, la Coppa era nostra». Come avete festeggiato? «Festeggiato? Facemmo in tempo a bere un po’ di spumante, poi Boniperti ci richiamò all’ordine, perché la domenica dopo c’era l’ultima di campionato con la Sampdoria, il Toro era a un punto. L’aeroporto di Bilbao era chiuso per nebbia. La mattina dopo arrivammo in Francia in pullman e poi con un aereo messo a disposizione dall’Avvocato Agnelli tornammo a Torino». 22 maggio 1977: Juventus cinquantuno punti, Torino cinquanta. È lo scudetto record. «Il derby dell’anno lo vincemmo noi». Grazie anche a una difesa mostruosa. «Senza nulla togliere agli altri reparti, era la nostra arma vincente. Gentile e Cuccureddu non erano solo terzini. Scirea era un centrocampista aggiunto. Con lui l’intesa era perfetta. Non abbiamo mai sbagliato un’uscita difensiva. E poi c’era Zoff, insuperabile». Nel 1980 chiude la carriera da calciatore e l’anno dopo inizia quella da dirigente. «Non era nei programmi. Ero in Canada, tiravo gli ultimi calci con il Toronto Blizzard. Un giorno mi chiama l’Avvocato: “Morini, la smetta di fare il co*****e in giro per l’America. Torni da noi a fare il direttore sportivo”. Mi avevano offerto di dirigere una scuola calcio, mi davano 150.000 dollari all’anno. Sono tornato a Torino per tre milioni lordi al mese. Ma alla Juve potevo dire di no?». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/francesco-morini.html -
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Luis Carniglia - Allenatore
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LUIS CARNIGLIA Il nuovo trainer della Juventus, Luis Carniglia, è da ieri sera a Torino. È giunto a Roma nelle prime ore del pomeriggio proveniente da Buenos Aires, due ore più tardi è ripartito proseguendo per la nostra città. I timori che si nutrivano sulle sue condizioni fisiche, dopo il pauroso incidente stradale in cui rimase coinvolto nel mese di aprile, sono stati fugati dallo stesso Carniglia. Con passo agile il trainer è sceso dall’aereo, si è avvicinato al gruppo dei giornalisti che l’attendevano insieme con il vice presidente bianco-nero Giordanetti e il segretario del club Amerio. Li ha salutati con uno smagliante sorriso anche se appariva un po’ affaticato per le 16 ore complessive di volo. «Sono veramente felice di essere tornato in questo magnifico paese – ha dichiarato – dove ho vissuto una parte importante della mia vita calcistica. Il destino stava per giocarmi un brutto scherzo, ho rischiato la vita in un incidente. È un miracolo se ora sono qui a raccontarvi come è andata. La mia auto, sulla quale viaggiavo alla periferia di Buenos Aires, è andata quasi completamente distrutta nell’urto con un autocarro. Ho riportato la frattura di due costole e di una clavicola, un ematoma al polmone. Sono stati giorni terribili. Ma adesso voglio dimenticare tutto. Ho avuto la fortuna di riacquistare interamente la mia efficienza fisica. Sono pronto a lavorare per dare alla Juventus e ai suoi appassionati la squadra che è nei loro desideri in grado di competere con le «milanesi» e gli altri squadroni del campionato. Sono tranquillo, fiducioso e ottimista». Quali giocatori bianconeri conosce meglio? «Haller ha disputato tre campionati con me quando eravamo al Bologna – ha risposto Carniglia –, nel primo dei quali è stato formidabile. Se riuscirò a ricondurre Haller sul suo standard normale di gioco, già avremo fatto un grosso passo avanti. Considero Helmut una grande mezz’ala. Poi ritroverò Leonardi e Menichelli che già ebbi alle mie dipendenze quando guidavo la Roma e Giuliano Sarti che allenai nella Fiorentina. Ma oltre a questi giocatori so che la Juventus ha nelle sue file nomi di prestigio come Anastasi, che vidi segnare un gran goal in Nazionale contro la Jugoslavia, Salvadore, Castano, Del Sol, per non parlare dei nuovi acquisti Vieri, un giocatore di classe che deve raggiungere un rendimento più continuo, e Morini». Carniglia ha dimostrato di essere perfettamente al corrente sulla situazione del nostro football: «Una volta alla settimana – ha spiegato – la televisione argentina trasmette partite del campionato che si disputa in Italia. Anche dai giornali ho potuto seguire i vari incontri. Con mio figlio avevo scommesso che avrebbe vinto lo scudetto il Milan, mentre lui aveva pronosticato la Fiorentina». Non pensa che, avendo ora a disposizione una formazione forte come quella juventina, avrà quasi un «obbligo morale» di vincere lo scudetto? La domanda ha creato un leggero imbarazzo nel trainer argentino, ma Carniglia si è subito ripreso: «Dovrò prima rendermi personalmente conto della situazione della squadra. Ma i giocatori ci sono, i risultati non potranno mancare. Lo scudetto non si può preventivare. Finora, in Italia, non l’ho mai vinto. Sono arrivato tre volte secondo: una con la Fiorentina, dietro la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti, due con il Bologna». Le verrà affidata una squadra che da cinque stagioni applica il medesimo schema e le cui caratteristiche sono il gioco collettivo e lo spirito agonistico. Ritiene difficile mutare la mentalità dei calciatori adattandola alle sue teorie? «La combattività non è una qualità essenziale nel football. Se schieriamo 11 corridori formeremo una squadra di rugby. Il calcio è semplice, non bisogna complicarlo. Prima di tutto pretendo dai giocatori il massimo rendimento, e a loro chiedo di giocare bene, non per raccogliere individualmente l’applauso, ma nell’interesse della squadra. Non soffoco l’estro a chi lo possiede: le doti tecniche del singolo al servizio dell’intero complesso. Per avere una grande squadra ci vogliono due o tre assi al posto giusto. Gli altri debbono amalgamarsi con essi». Lei conosce Heriberto e i suoi sistemi di allenamento? «Heriberto Herrera l’ho incontrato un paio di volte. Ma non mi interessa il passato. Io pretendo soprattutto la massima disciplina e l’ordine senza i quali non si possono raggiungere traguardi importanti, ma con una certa elasticità. Altro elemento essenziale è la condizione fisica degli atleti. Penso che un giocatore che abbia superato i 25 anni ha bisogno di mantenere sempre in piena efficienza la sua condizione atletica effettuando, qualche volta, anche due allenamenti al giorno. Non posso cambiarlo dal punto di vista tecnico. Mentre è chiaro che si dovrà rivedere l’impostazione della squadra. Secondo le mie teorie, quando si è in possesso della palla bisogna attaccare tutti con la massima decisione, pronti però a ripiegare se vengono avanti gli avversari. In sostanza gli undici che scendono in campo devono saper formare un complesso omogeneo. Ho lasciato l’Independiente – ha spiegato Carniglia – perché sono abituato a lavorare con serietà. Ho trovato delle difficoltà nell’ambiente, sia fra i giocatori sia fra i dirigenti. Così mi sono dimesso. Avevo ricevuto anche altre proposte da clubs argentini. Ma ho preferito attendere gli sviluppi di alcune trattative con società italiane. Tornare in Italia è stato sempre il mio sogno da quando lasciai circa nove mesi fa il vostro paese. Ora mi si prospetta addirittura di guidare una grossa squadra come la Juventus. Mancano solo alcuni dettagli per la firma del contratto. I miei figli hanno appreso la notizia con gioia. Luis Cesare desidera laurearsi in ingegneria in Italia, la ragazza invece – ha detto sorridendo – ha interessi di carattere sentimentale». Oggi Carniglia sottoscriverà il contratto biennale sulla base (si dice) di 35-40 milioni all’anno. Probabilmente si incontrerà con Heriberto Herrera per lo «scambio delle consegne» e prenderà un primo contatto con i giocatori. Nei prossimi giorni, Carniglia si recherà a Genova e Bologna, per affari privati. 〰.〰.〰 Invece la Juve faticherà tantissimo. La squadra è troppo sbilanciata: Furino e Del Sol devono farsi in otto per tappare i buchi lasciati dagli “anarchici” Bob Vieri e Haller. Le 4 sconfitte nelle prime 8 giornate (fra le quali il derby), i soli 6 punti in classifica e il distacco di 8 lunghezze dal Cagliari, fanno sì che il presidente Catella decida di esonerare il Carniglia prima che diventi problematico raddrizzare la situazione. I bianconeri sono affidati a Ercole Rabitti, responsabile del settore giovanile, che pian piano ricostruisce il morale della truppa. Nel mercato di riparazione viene acquistato Antonello Cuccureddu, che subito diventa un punto fermo della compagine juventina. Vieri è spesso relegato in panchina, Haller comincia a far vedere di che pasta (e di che classe) è fatto. Inizia la riscossa: la Juve risale la classifica, fermandosi tuttavia al 3° posto finale, alle spalle del Cagliari di Gigi Riva e dell’Inter. Don Luis farà le valigie e in Italia non ne sentiremo più parlare. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/12/luis-carniglia.html -
Luis Carniglia - Allenatore
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LUIS CARNIGLIA https://it.wikipedia.org/wiki/Luis_Carniglia Nazione: Argentina Luogo di nascita: Olivos Data di nascita: 04.10.1917 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 22.06.2001 Ruolo: Allenatore Allenatore della Juventus dal 1969 al 1970 12 panchine - 5 vittorie - 4 pareggi - 3 sconfitte Luis Antonio Carniglia (Olivos, 4 ottobre 1917 – Buenos Aires, 22 giugno 2001) è stato un calciatore e allenatore di calcio argentino, di ruolo attaccante. Luis Carniglia Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1955 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Giovanili 1932-1933 Olivos Squadre di club 1933-1936 Tigre ? (?) 1936-1941 Boca Juniors 54 (17) 1942-1944 Chacarita Juniors 14 (3) 1945-1948 Atlas ? (?) 1949 Tigre 1 (0) 1951-1952 Nizza 10 (1) 1952-1953 Tolone 26 (4) 1953-1955 Nizza 8 (0) Carriera da allenatore 1955-1957 Nizza 1957-1959 Real Madrid 1959 Real Madrid 1959-1960 Fiorentina 1961 Bari 1961-1963 Roma 1963-1964 Milan 1964-1965 Deportivo La Coruña 1965-1968 Bologna 1969 Juventus 1973 San Lorenzo 1978-1979 Bordeaux Caratteristiche tecniche Giocatore Giocava come interno destro; era dotato di buona tecnica e discreta visione di gioco. Carriera Giocatore Passò all'Atlas nel 1945. Nel giugno 1948 lasciò il Messico per tornare in patria. Allenatore Inizia subito la carriera di allenatore nel suo ultimo club da calciatore professionista, il Nizza. Con la squadra della costa azzurra si aggiudica il titolo francese al suo primo anno da mister. Si posiziona al 2º posto nella Coppa Grasshoppers, con solo tre punti di distacco dal club vincitore del torneo. Nel 1957 viene ingaggiato dal Real Madrid campione d'Europa con il quale si aggiudica due Coppe dei Campioni (1958 e 1959) e una Liga (1958). Fu cacciato da Santiago Bernabéu in seguito alla scelta di lasciare in panchina Ferenc Puskás nella finale della Coppa dei Campioni 1958-1959. Ha guidato anche alcune squadre italiane, tra cui la Fiorentina (con la quale perse la finale di Coppa Italia 1959-1960), la Roma (con la quale vinse la Coppa delle Fiere nel 1961), il Milan (sconfitto nella finale di Coppa Intercontinentale nel 1963 contro il Santos di Pelé) e la Juventus. È stato per tre stagioni allenatore del Bologna, prima di essere esonerato nel gennaio del 1968, a seguito della sconfitta per 4-2 contro il Milan, e sostituito da Viani. Suo figlio Luis Carniglia Jr. ha militato in Serie A con la maglia della Sampdoria. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato argentino: 1 - Boca Juniors: 1940 Copa Ibarguren: 1 - Boca Juniors: 1940 Coppa del Messico: 1 - Atlas: 1945-1946 Campeón de Campeones: 1 - Atlas: 1946 Campionato francese: 1 - Nizza: 1951-1952 Coppa di Francia: 1 - Nizza: 1951-1952 Allenatore Competizioni nazionali Campionato francese: 1 - Nizza: 1955-1956 Campionato spagnolo: 1 - Real Madrid: 1957-1958 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 2 - Real Madrid: 1957-1958, 1958-1959 Coppa delle Fiere: 1 - Roma: 1960-1961 -
FABIO BONCI Pochi spiccioli di gloria per l’attaccante modenese arrivato alla corte bianconera nell’estate del 1967, via Reggio Emilia, “aprendo” la strada per i vari Padovano e Ravanelli (anche loro provenienti dalla squadra della Città del Tricolore) che avranno maggior fortuna di lui una trentina di anni dopo. Il buon Bonci, attaccante di razza, solcherà i campi della cadetteria, facendosi sempre ben volere e ben valere, vincendo tre campionati con le maglie di Varese, Mantova e Genoa. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1969 Questa è la breve storia di un ragazzo, una promessa del calcio italiano che, pur avendo un padre allenatore, ha preferito fare la propria strada da solo. Accadde cinque anni fa a Fabio Bonci: il papà Iro, ex giocatore di serie A, allenava allora i giovani virgulti modenesi. I dirigenti di quella società adocchiarono Fabio che giocava in una squadretta della provincia, e gli offrirono la maglia giallo-blu. Ma il «nostro», già in possesso di una spiccata personalità, a evitare di essere considerato il classico figlio di papà con relative antipatiche facilitazioni, optò invece per il Moglia. Vi rimase due anni, in Quarta Serie, poi passò alla Reggiana, in Serie B, e qui si ebbe il suo primo «magic moment». Penultima partita di campionato contro il Varese: un dirigente gli si avvicina: «Mi raccomando Fabio, cerca di dare tutto te stesso, perché in tribuna c’è un osservatore della Juventus, ed è molto probabile che sia l’ultimo incontro che giochi per noi». La stupenda prospettiva e un po’ l’orgoglio di fare meglio del suo avversario con il numero nove, che era un certo Anastasi, già celebre per i suoi goal, fanno sì che Bonci giochi una partita magistrale. E l’anno dopo, come previsto, arrivò a Torino alla corte di Heriberto. A parte l’esordio in Coppa Italia a Cesena, l’inizio fu piuttosto in sordina, con una lunga permanenza nella De Martino. Un bel giorno, per la precisione il 24 novembre scorso, secondo momento magico. L’allenatore lo chiama in panchina come tredicesimo; mancano quattro minuti alla fine e Salvadore si infortuna; Bonci entra in campo e mentre sta per toccare la prima palla, l’arbitro fischia la fine. Passa il tempo e Fabio, che ha davanti a sé il grande Anastasi, riprende la via delle riserve. Partecipa al Torneo di Viareggio e contro il Dukla si lascia prendere dai nervi, si fa espellere e la squadra, ridotta in dieci, si fa eliminare dal Torneo. Heriberto, per punirlo della sua leggerezza, lo trattiene qualche tempo in purgatorio, Ma Bonci, pur maledicendo quel disgraziato scatto di ira, non si abbatte, stringe i denti, «mugugna» ma non si dà per vinto, china la testa e lavora con umiltà, e finalmente arriva, il giorno di Pasqua, al suo terzo momento magico. Anastasi è infortunato e Zigoni indisponibile. È di turno il Napoli. Sono le undici della domenica, la Pasqua che risulterà la più bella della sua vita. Nel ritiro della Pineta Heriberto lo chiama: «Allora Bonci, è pronto? Oggi centravanti gioca lei!» Il ragazzo per poco non sviene dalla gioia. Un solo grande rammarico; debuttare ufficialmente nella grande Juve e non potere avere vicino il suo papà, che nemmeno con un jet potrebbe arrivare in tempo per la partita. Una telefonata a Modena: «Babbo, sta tranquillo cercherò di farmi onore, sta vicino alla radio e prega per me!». L’incontro si svolge sul fango, una fatica improba; un’azione di tutto l’attacco, una palla lunga, Zoff esce e Bonci lo anticipa, rincorre la palla che sta uscendo oltre la linea di fondo, e con una «zampata» di classe infila la porta. Tripudio sugli spalti, i giocatori lo abbracciano e una lacrima bagna il viso di Fabio. La stessa che a Modena scende sulla guancia di papà Iro. A questi momenti magici, siamo certi, ne seguiranno altri. Per adesso per Fabio è in vista il militare, per cui, con tutta probabilità, verrà prestato a qualche società nei dintorni di Bologna; chissà magari proprio alla Reggiana, sua vecchia squadra. Tornerà alla Juventus fra due campionati, più forte di prima e magari in un ruolo non di centravanti; un ruolo che gli consenta di formare con Anastasi, una coppia di punta. Auguri Fabio! Nella vita militare non troverai troppa differenza da quella in bianconero; dal sergente di ferro Heriberto al caporale di giornata il passo è brevissimo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/fabio-bonci.html
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FABIO BONCI https://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Bonci Nazione: Italia Luogo di nascita: Modena Data di nascita: 31.01.1949 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1967 al 1969 Esordio: 08.09.1968 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-0 Ultima partita: 06.04.1969 - Serie A - Juventus-Napoli 2-0 3 presenze - 1 rete Fabio Bonci (Modena, 31 gennaio 1949) è un ex calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo attaccante. Fabio Bonci Bonci alla Juventus nel 1967-1968 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1980 Carriera Giovanili 1967-1968 Juventus Squadre di club 1964-1966 Moglia 36 (16) 1966-1967 Reggiana 11 (1) 1967-1969 Juventus 3 (1) 1969-1970 Varese 4 (0) 1970-1971 Mantova 21 (2) 1971-1972 Parma 36 (19) 1972-1973 Perugia 27 (9) 1973-1974 Atalanta 29 (5) 1974-1975 Parma 36 (14) 1975-1976 Genoa 34 (15) 1976-1978 Cesena 24 (7) 1978-1980 Parma 48 (13) Carriera Giocatore Figlio di Iro Bonci, anch'egli calciatore e, in seguito, tecnico, decise di non farsi tesserare dal Modena dove suo padre allenava e fu ingaggiato nel 1964 dal Moglia in serie D, dal quale passò due stagioni dopo alla Reggiana. Da lì fu acquistato nel 1967 dalla Juventus. Dopo una stagione nella seconda squadra che disputò il De Martino, esordì in gara ufficiale in prima squadra nella fase iniziale della Coppa Italia 1968-69 in casa del Cesena, incontro che terminò 0-0. In autunno debuttò in serie A nelle battute finali dell'incontro che la Juventus vinse 2-0 a Torino contro il Pisa. La sua ultima partita in bianconero fu anche l'unica in cui partì da titolare: fu la gara di ritorno contro il Napoli in cui Bonci trovò spazio al centro dell'attacco stante la contemporanea indisponibilità di Pietro Anastasi e Gianfranco Zigoni e nel corso della quale mise a segno anche il suo unico goal ufficiale per il club. A fine stagione la Juventus cedette Bonci al Varese. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 3 - Varese: 1969-1970 - Mantova: 1970-1971 - Genoa: 1975-1976 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1974-1975 (14 gol)
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Una grande coppia di attaccanti: Roberto Bettega e Pietro Anastasi
