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MASSIMO BONINI Al termine della trionfale stagione del ventiduesimo scudetto, Boniperti lo ha definito: «Il nostro fantastico terzo straniero». Più che all’origine anagrafica (è nato a San Marino), il presidente si riferiva al costante rendimento offerto da Massimo Bonini. Il biondo centrocampista è un mostro di continuità, infaticabile e prezioso. Quando si presenta, giovanissimo, lo battezzano in mille modi: il nuovo Netzer, il nuovo Benetti, l’erede di Furino. In realtà, Bonini è un azzeccato cocktail, ricco di personalità originale. Se la Juventus non ha dovuto rimpiangere un grosso campione come Furino, il merito è proprio del suo degno successore.Cursore dai mille polmoni, nelle ultime stagioni Bonini ha saputo farsi apprezzare anche per un miglioramento sostanziale sotto il profilo tecnico. La sua qualità è la capacità di corsa: il vero, classico uomo ovunque: difesa, attacco, grande recuperatore di palloni, grazie ad una mobilità da fondista. Questa dote, unitamente alla disponibilità al sacrificio, lo rende amatissimo dai compagni che sanno di poter contare sul suo apporto. «La scarsa vena realizzativa – puntualizza – non ha mai rappresentato un problema, perché la Juventus di allora era una squadra particolarmente sbilanciata in avanti, che si attendeva, da giocatori come me, la copertura e non le reti». Negli anni d’oro di Platini, le sue doti podistiche gli permettono di vincere il duello con Tardelli come centrale a sostegno del divino Michel con conseguente spostamento di Marco nel ruolo di esterno destro (e il buon Marco non gradì proprio). Fra il primo e il secondo tempo di un’importante sfida di campionato, l’Avvocato Agnelli entrò, come sempre senza farsi annunciare, nello stanzone degli spogliatoi. Michel Platini, seduto su una panca, fumava tranquillamente una sigaretta; non era una cosa rara, lo faceva quando era nervoso, per scaricare la tensione. L’Avvocato gli disse sorridendo divertito: «Platini, ma lei fuma nell’intervallo di una partita?» «Avvocato, non si preoccupi se fumo io», rispose pronto Michel, «l’importante è che non fumi Bonini, che deve correre anche per me!» Questo dialogo, diventato famoso, dimostra che Massimo non è un fenomeno ma neanche scarsissimo, molto solido mentalmente e tatticamente. Non un fuoriclasse, quindi, ma l’indispensabile supporto ai campioni. Massimo nel 1977 è in serie D, a Bellaria. Poi si mette in luce nel Cesena e la Juventus lo individua come ideale complemento al centrocampo, assicurandoselo nell’estate 1981 per 700 milioni (più Verza e la comproprietà di Storgato). Fu un affare. La consacrazione internazionale del giovane centrocampista risale al 16 settembre 1981, tre giorni dopo l’esordio in A (13 settembre: Juventus-Cesena); Trapattoni lo schiera contro il Celtic in Coppa Campioni e il ragazzo ottenne subito la promozione. Pier Luigi Cera, libero del Cagliari scudettato, lo ha avuto a Cesena: «Bonini è un Furino con i piedi buoni, è un mediano completo. È il seguito di Furia e vale molto di più anche come tiro. Lo cancellerà, presto, dalla faccia della terra. Quando arrivò a Cesena, gli dissero che sarebbe stato una riserva, essendo giovane. Ebbene, da riserva è diventato in fretta titolare ed ha finito per essere l’anima del Cesena, il trascinatore, il giocatore più amato dalla folla». La cittadinanza sammarinese gli ha creato anche qualche inconveniente curioso: dopo aver giocato nella Nazionale Under 21, infatti, Bonini è stato estromesso perché considerato straniero. «All’inizio degli anni Ottanta ho giocato sette partite con l’Under 21 di Vicini. In quel periodo c’era anche un altro giocatore di San Marino nel giro delle nazionali giovanili, il mio amico Marco Macina. Nel novembre 1982 con la Juniores prese parte al torneo di Montecarlo e, in quell’occasione, le avversarie degli azzurri fecero reclamo, perché l’Italia schierava un giocatore non di passaporto italiano. L’UEFA intervenne e da quel momento Macina non poté più vestire la maglia azzurra. Fu cambiato il regolamento e dalla stagione successiva anch’io, dopo aver disputato due partite nell’Under come fuori quota, dovetti dire addio alla Nazionale». Si è rifatto ampliamente con la maglia bianconera, evidenziando sempre più, particolarmente in Europa, le sue caratteristiche di gladiatore. Bonini si avvicinò allo sport molto presto, ma voleva fare il ciclista. Fu un incidente a suggerirgli di dedicarsi al calcio: «È stata la mia fortuna, come sono stato fortunato ad arrivare alla Juventus: pensate che era sempre stato il mio sogno. In camera, da ragazzino, avevo i poster appesi con l’immagine dei miei idoli bianconeri». MASSIMO BURZIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1984 Massimo Bonini il maratoneta. Corre il sanmarinese, corre su e giù per il campo, la chioma bionda che pare gonfiarsi al vento e farlo diventare ancor più veloce. Ma Massimo non è soltanto un podista, anzi. Trapattoni e Furino (e loro di mediani se ne intendono!) lo stimano e lo considerano quasi indispensabile al gioco della Juventus. L’allenatore ha plasmato Bonini disciplinandolo tatticamente e tempestandolo con consigli e suggerimenti, in allenamento come in partita. Il Capataz (al quale, non scordiamolo, Bonini ha tolto il posto) è il primo tifoso del buon Massimo e spesso dice: «È un ragazzo d’oro, ha fiato, volontà ma anche tecnica e senso del gioco. La maglia numero quattro, che fu mia per tante stagioni, è indossata davvero da un giocatore meritevole». Bonini è stato spesso definito un Benetti giovane. Ma, probabilmente, del roccioso Romeo Bonini non ha il tiro. O meglio in una Juve dove sono così tanti i cecchini, il sanmarinese preferisce portare le munizioni piuttosto che sparare. Oramai Bonini è un titolare quasi inamovibile ma, giustamente, non si illude e dice: «Quando arrivai alla Juve sapevo di aver raggiunto il massimo. Ma il brutto, il difficile cominciava soltanto in quel momento. Si trattava di dimostrare ai dirigenti, a Trapattoni, ai compagni, quanto valevo e chi ero. I dubbi erano tanti, le emozioni e le paure parecchie. Ho fatto tutto quanto potevo e ora le cose stanno andando per il verso giusto. Ma il successo è più difficile da mantenere che da conquistare. Non posso sbagliare. È necessario ancora imparare, ancora combattere». Bonini è un ragazzo serio, lo si capisce da quanto dice, ma soprattutto è un professionista nel senso più largo del termine. Silenzioso ma non musone, misurato quando occorre, è tanto ermetico fuori dal campo (entra ed esce dallo spogliatoio e passa senza mai dar troppa confidenza) quanto vulcanico in partita. E come se i silenzi del pre-partita diventassero grida e urla durante il match. Bonini è capace di bruciare l’erba per due o tre volte da una porta all’altra senza mai fermarsi, senza mai commettere errori. Platini, dicono, sia incantato dal dinamismo di Massimo, dalla sua grandezza nella modestia e non possa fare a meno del suo apporto. E il transalpino non pensa d’avere accanto un gregario, un portatore d’acqua, ma un compagno che con il suo gioco copre e apre varchi nelle difese avversarie e velocizza il gioco juventino. Il generale coro di elogi che accompagna Bonini è stato ribadito e amplificato anche dalle molte presenze di Massimo con la maglia azzurra dell’Under 21. Presenze che non potranno, per ora, aumentare nel numero perché una singolare sentenza dell’UEFA ha sancito che chi, come Bonini, è cittadino della Repubblica di San Marino non può giocare con la Nazionale italiana. Così Massimo è diventato straniero per l’UEFA, ma resta calcisticamente italiano per la Federcalcio, visto che a tutti gli effetti può giocare nel nostro campionato: «È stata una cosa stranissima. Tutto subito m’è dispiaciuto, ci tenevo alla Nazionale. Ma tengo anche al mio stato di cittadino di San Marino e non cambierò certo nazionalità. Se, in futuro, l’UEFA rivedrà le proprie posizioni, allora tutto tornerà a posto. Diversamente va benissimo così. La mia Nazionale non esiste (San Marino non ha una federazione calcio e non ha giocatori, oltre a Bonini, in grado di giocare ad alti livelli) ma non mi preoccupo. Mi basta la Juve. E in bianconero che, ogni partita, io do il mio esame di laurea». NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL MARZO 2018 “Reliquosvos libero ab utroque homine” ossia: “Vi lascio liberi da ambedue gli uomini” che, all’epoca in cui la tradizione fa risalire i fatti, IV secolo dopo Cristo, erano l’Imperatore e il Papa. A pronunciare la solenne frase fu un tagliapietre dalmata chiamato Marino (poi diventato Santo) che si era rifugiato sul Monte Titano per sfuggire alle persecuzioni di Diocleziano e lì poi aveva dato vita a una comunità cristiana. Quelle parole, dette poco prima della morte avvenuta nel settembre del 301, sono a fondamento dell’indipendenza di San Marino. Uno stato autonomo, libero, neutrale. È qui, nella più antica Repubblica al mondo, posta a confine tra l’Emilia Romagna e le Marche che il 13 ottobre 1959 è nato Massimo Bonini, il biondo mediano della Juventus di Platini, attualmente direttore tecnico della nazionale sanmarinese. Ed è qui, nel suo ufficio di Serravalle, che ci incontriamo. Fisicamente è identico a quello delle figurine, compresi i capelli, sempre folti e biondi. Sulle pareti molte tracce fotografiche del suo passato da calciatore, soprattutto quello a tinte bianconere. Con la maglia numero quattro della Juventus ha speso la parte migliore della sua carriera, dal 1981 al 1988 vincendo quasi tutto. Prima c’era stato il Bellaria del primissimo Arrigo Sacchi, il Forlì e il Cesena (con promozione in A nel 1981). Dopo la Juve, il Bologna fino al 1993, prima del ritorno a “casa” con tanto di maglia della Nazionale di San Marino, nata ufficialmente nel 1990 e con cui ha collezionato diciannove presenze. Un giusto, ma tardivo, risarcimento dopo il divieto della Fifa nei primi anni Ottanta che gli aveva impedito di poter indossare la maglia azzurra della Nazionale italiana. Quanto ti è pesato tutto questo? «Un po’, anche perché ero nel giro dell’Under 21 e una mia convocazione da parte di Bearzot era pensabile. La decisione della Fifa fu cervellotica, anche perché San Marino all’epoca non aveva una sua rappresentativa. Di fatto voleva dire, per me, non avere alcuna chance di indossare la maglia di una nazionale maggiore». A meno che tu non rinunciassi a essere cittadino della Repubblica di San Marino. «E perché avrei dovuto farlo? Io sono nato qui, sono sanmarinese da sempre. Il legame con il nostro piccolo stato è forte. Non sai la soddisfazione e l’orgoglio che ho provato nell’indossare la maglia della Nazionale di San Marino. Anni fa sono stato a Detroit, dove c’è da tempo una comunità di sanmarinesi. Sono stati momenti bellissimi, dove il senso di appartenenza si è toccato con mano. Certo, mi è dispiaciuto non aver potuto giocare con la nazionale italiana, ma va bene lo stesso». Anche perché c’era la Juventus che compensava. «La dimensione internazionale me l’ha data ampiamente la Juve. Tra il 1983 e il 1985 ho disputato tre finali continentali e una mondiale. Senza contare le coppe ogni anno e le amichevoli in giro per il mondo. E poi c’era quella definizione di Boniperti che mi faceva gonfiare il petto». “Bonini è il nostro terzo straniero”. «Proprio quella. Era un complimento, un riconoscimento, a sottolineare l’importanza del mio apporto alla causa. Eravamo ai primi anni di riapertura delle frontiere, il calciatore straniero era visto come un qualcosa in più. Non necessariamente un fenomeno tecnico, ma un giocatore capace di alzare comunque l’asticella della qualità e della personalità della squadra. E, con Platini e Boniek, il presidente metteva anche me». A proposito di Boniperti, cosa ti colpì di lui nei primi incontri? «Il carisma, la competenza, la fame di vittorie. E, ovviamente, il contratto già predisposto in tutto. “Firma qui, se vinciamo avrai dei buoni premi” Ed io firmai per tre anni». E dei capelli non ti disse nulla? «Come no. E non solo la prima volta. Ma io, che non volevo tagliarli, li bagnavo, così da farli apparire più corti. Poi per un certo periodo ho rinunciato al caschetto, pettinandoli all’indietro, ma lui sbuffava sempre». Come sei finito alla Juventus? «Dopo la promozione in A con il Cesena nel 1981 sembrava tutto fatto con la Sampdoria. Un giorno, però, mi telefona il nostro diesse, Pierluigi Cera: “Se ti chiamano quelli della Samp, tu digli che non ci vuoi andare. Stai tranquillo, c’è qualcosa di più grosso sotto”». Era la Juventus. «Durante la stagione era venuto a osservarmi Romolo Bizzotto, il vice di Trapattoni. Aveva amici a San Marino, io lo avevo conosciuto anni prima. Se ne è andato poco tempo fa, mi è dispiaciuto molto perché lui per me è stato un grandissimo maestro. Una persona dotata di enorme umanità che ha lavorato molto per i giovani, quasi sempre nell’ombra». Alla Juve con quale spirito vai? «Intanto ci fu una seconda telefonata di Cera: “Ti aspettano a Torino per la firma del contratto”: Presi la mia Fiat 131, da solo, non avevo agenti. Ero felicissimo, ho sempre tenuto per la Juventus, dalle nostre parti è abbastanza radicato il tifo per i bianconeri. Durante il viaggio, però, mi vennero a mente mille cose, compreso il fatto che era la prima volta che mi allontanavo veramente da casa. In più facevano capolino anche i timori. “Ma che ci vado a fare alla Juve?”». Da cosa erano mossi quei pensieri? «La Juve è la Juve. Vai a giocare, ma anche a competere con campioni veri. Io ho iniziato a fare sul serio col pallone a diciassette anni. Da piccolo ho fatto tutti gli sport dal baseball al ciclismo. Si giocava vicino casa a Serravalle, in via Ponte Mellini, per puro divertimento. A dirla tutta il mio sogno era diventare maestro di tennis, pensa un po’». E il calcio come ha prevalso? «Merito di Pietro Paolini, il mio primo mister, colui che più di tutti mi ha trasmesso la passione. Mi propose di giocare nella Juvenes, la squadra della parrocchia di Don Peppino Innocentini che lui allenava. Per problemi di tesseramento, però, dovettero falsificare il cartellino. Giocavo con un altro nome: Stefano Benedettini. E poi nel 1977 ci fu subito la Serie D per merito di Dante Maiani ed Ermanno Ferrari che mi segnalarono al Bellaria. Mi fecero fare un provino a Fusignano nel torneo “Sacchi; intitolato alla memoria del fratello di Arrigo. Test superato e a diciotto anni è iniziata la mia vera carriera da calciatore». Come Bonini o Benedettini? «Massimo Bonini di Alfredo detto Coppi, per la sua passione per il grande ciclista. Lo chiamavano tutti così. Quando sono andato a Detroit, la gente mi salutava: “O ma tu sei il figlio di Coppi”. Mio babbo era una persona speciale, di una simpatia incredibile. Diceva di aver giocato a calcio e anche bene. Lo vidi solo una volta in azione, in mutande, con noi ragazzini, in una partita per strada. Era tifoso della Juve, aveva una ditta di costruzioni. Arrivava a casa e diceva: “Ho comprato quel terreno”. E mia madre: “E con quali soldi?”. “Non ti preoccupare”: questa la risposta, accompagnata da un sorriso che diceva tutto. Ha dato lavoro a tantissimi sanmarinesi. Un uomo generoso e felice della felicità degli altri». Lavoravi anche tu? «Ce n’era per tutti. Sono stato spesso su cantieri. Mi capitava di comandare la gru per scaricare il materiale dal camion. Poi davo una mano al bar di famiglia, gestito da mia madre Annamaria. Era conosciuto come “Bar Coppi”, tanto per cambiare. Diventò poi una tavola calda e anche una balera, nei locali sottostanti. Ho dei ricordi bellissimi dei quegli anni. Per la musica c’era il giradischi. Le luci psichedeliche, invece, le facevamo mettendo della carta velina colorata sui neon che venivano spenti e accesi dal babbo». Torniamo al Bellaria. «Era allenato dal primissimo Arrigo Sacchi, che non poteva però sedersi in panchina. Andava in tribuna, ma non riusciva a stare seduto, correva più di noi. Era già molto avanti rispetto ai tempi. Non lo potevo dire io in quel momento, questo l’ho capito dopo. I suoi insegnamenti tattici sono stati utilissimi per me. Gli piacqui subito. A inizio stagione facemmo una prima partitella tra titolari e riserve, io ero tra queste. Dopo il primo tempo mi mise tra i titolari. E non sono più uscito. Quell’anno feci trentatré partite, quindi ci fu il salto di categoria in C con il Forlì e nel 1979 addirittura il Cesena in B. Giocare con la maglia del Cesena, a vent’anni, era già un sogno. Accanto al tifo per la Juve, c’è sempre stata la passione per l‘altro bianconero. Andavamo a vedere tutte le partite casalinghe, ricordo le tribune in tubi innocenti. L’anno delle targhe alterne, poi, facevamo delle vere e proprie “macchinate” da San Marino, visto che per noi il divieto non operava. In più il Cesena veniva spesso quassù da noi a fare le amichevoli. Io ero lì come raccattapalle. Mi è capitato qualche volta di fare dei tiri in porta a Boranga. L’ho ritrovato parecchi anni dopo a “Quelli che il calcio”, quando si ripetevano le azioni dei goal. Un fisico della madonna e un’elasticità da urlo, un fenomeno». Chi ti volle al Cesena? «Mi segnalò Arrigo Sacchi, che allenava la Primavera». Curiosità: ma Sacchi ti ha mai cercato dopo? «Una volta, quando era al Milan, sapeva che ero in scadenza. Io gli dissi che se la Juve non mi avesse rinnovato il contratto, ci avrei pensato. Ricordo che ne parlai con mio padre, che di solito mi ha sempre lasciato fare. Quella volta mi disse: “Se vai al Milan, perdi due tifosi: me e la mamma!”». Torniamo al Cesena. «Due anni bellissimi, era come stare in famiglia. La ciliegina sulla torta fu la promozione in A al termine della stagione 1980–81 con un centrocampo composto da giovanissimi: Piraccini, Lucchi e il sottoscritto, poco più di sessant’anni in tre. Grande merito va comunque al mister Osvaldo Bagnoli, altro maestro, con il suo stile e la sua personalità. Poche parole, molto fatti, la ricerca della semplicità. E poi una notevole libertà per noi giocatori che ci sentivamo così maggiormente responsabilizzati». Hai un’immagine simbolo dentro dite di quella fantastica annata? «Il mio goal di testa all’Atalanta nella penultima giornata di campionato, quella della matematica conquista della Serie A. Dopo arrivò anche il 2–0 di Garlini. Ricordo la grandissima gioia per il traguardo raggiunto in un campionato di B “anomalo”; con Milan e Lazio retrocesse per il calcioscommesse e dunque, ancora più difficile e competitivo». E arriviamo quindi alla Juventus e al misto di gioia e timori. «Ventidue anni, mai fatto il settore giovanile, e adesso mi ritrovo in mezzo a gente che fino a un minuto prima ho in visto in TV: Zoff, Scirea, Tardelli, Furino, Cabrini. Dall’altra parte c’era però una grande determinazione e un entusiasmo a prova di bomba. E poi se mi avevano voluto, significava che le qualità c’erano». Tra l’altro per il tuo acquisto, la Juve investì molto. «So che il Cesena incassò 700 milioni delle vecchie lire, oltre al cartellino di Verza e la metà di quello di Storgato. Una bella responsabilità anche quella, va detto». Il primo giorno da juventino lo passi interamente con Paolo Rossi. «Facemmo i fidanzatini per una giornata intera, dalle visite mediche alle prime foto ufficiali con la nuova maglia. Ovviamente gli occhi erano tutti per lui, il vero acquisto boom di quell’anno, anche se ancora sotto squalifica. Di me non si filava nessuno. Giusto così. Pablito era Pablito, un centravanti di un’intelligenza tattica unica. Avere davanti uno così è una manna per i centrocampisti». Il tuo primo anno alla Juve ti vede in campo ventotto volte, anche se molte come tredicesimo. «Non potevo chiedere di più. Trapattoni mi ha tenuto in grande considerazione fin da subito. Mi ha curato molto tecnicamente. Avevo bisogno di lezioni suppletive e lui mi ha insegnato tante cose, insieme a Bizzotto. Poi, quando si giocava, in un modo o nell’altro, mi metteva dentro. In questo mi ha molto aiutato il fatto che fin da ragazzo, abbia giocato in tutti i ruoli, anche di punta. Un eclettismo che, con i primi insegnamenti di Sacchi, mi ha dato una marcia in più». Stagione 1982–83, a metà anno ecco il sorpasso definitivo a Furino. «Dico subito che per me Beppe è stato uno dei compagni più belli che ho avuto. Da lui ho appreso molto e lui non si è mai stancato di darmi le giuste dritte. A un certo punto Trapattoni ha preso la decisione e mi ha affidato stabilmente la maglia numero quattro, centrocampista di sinistra. Dico subito che quella è stata la più bella Juve in cui ho giocato. In Coppa dei Campioni si dava spettacolo. Ed io a fine anno fui premiato proprio dal Guerino con il “Bravo” come miglior “under 24” delle competizioni europee». Tornando al tuo lancio, pare che qualcuno dei tuoi compagni si fosse lamentato per la presenza di Furino e che abbia richiesto la sua esclusione. «Quello che posso dire è che, rispetto all’anno prima, le dinamiche e gli equilibri della squadra erano cambiati. Erano arrivati Boniek e Platini. C’era Tardelli sul centro destra, Bettega e Rossi in avanti. C’era bisogno di qualcosa di diverso in mezzo al campo e forse di maggiore freschezza. Se poi vuoi sapere se si discutesse con il mister, anche animatamente, ti dico di sì. E a volte erano siparietti tutti da gustare. Boniek per esempio, quando il Trap gli chiedeva di fare certi movimenti, rispondeva: “Sono venuto in Italia per giocare con palla al piede” e il mister: “Ed io ho vinto scudetti con Farina e Marocchino”!». E Platini? «Michel era più furbo, lo faceva con sarcasmo e ironia. Anche se poi, quando è stato allenatore, ha dato più volte ragione al Trap». Come è stato il tuo rapporto con Platini? «Molto bello. Lui aveva una particolare attenzione per i più giovani. Quando aveva la casa libera, ci invitava lì a passare la serata. Con me poi, giocava a tennis. Era molto bravo, anche se abusava con le pallette sotto rete e i pallonetti. Mi faceva impazzire. E poi erano ironico e intelligentissimo». La battuta sulle sigarette è passata alla storia: cosa c’è di vero e di leggenda? «Di vero c’è tutto. L’avvocato Agnelli, altro personaggio straordinario, chiese a Michel di non fumare. E lui, rispose: “L’importante è che non fumi Bonini che deve correre”». Fumavi molto? «Pochissimo, quasi nulla. Ci avevo dato un po’ da ragazzo, mia sorella fumava. Io “rubavo” le sigarette dal bar di famiglia, le davo a lei e ai miei amici di nascosto, e qualcuna la tenevo per me. Una volta mi beccò mio babbo che mi rincorse per tutta la casa». Correvi tanto? «Correvo bene. Il mediano è un ruolo delicato. È come il batterista di una rock band: deve dare i tempi. E poi deve capire in anticipo come si sviluppa il gioco, saper dialogare con i compagni, preparare le linee di uscita della palla. In quella Juve lì, anche se mi sarebbe piaciuto, la metà campo l’ho superata poche volte. Perché era utile e funzionale che rimanessi dietro a dirigere». In campo come era Platini? «Era esigente, bofonchiava sempre, non gli andava mai bene nulla. Ma questo era uno stimolo forte. A dire il vero questa era la cifra di quella Juventus. La cura del dettaglio, la ricerca della perfezione. Ricordo Zoff che in allenamento, ti rincorreva fino a metà campo se avevi commesso un errore. Le partitelle erano partite vere e proprie, la domenica ci riposavamo (ride). E poi c’era un grande senso di appartenenza, la voglia di andare oltre l’ostacolo. Cabrini ha giocato una stagione intera con due stecche di ferro a protezione del ginocchio, incredibile». Alla Juve hai vinto molto, che bilancio fai? «La Coppa Intercontinentale va sopra tutto perché sancisce la fine di un percorso di successi precedenti. Non sento di aver vinto la Coppa dei Campioni del 1985. Non si può morire per andare a vedere una partita. Noi giocatori sapevamo pochissimo, quasi nulla. L’Heysel è una tragedia che ancora oggi fa malissimo». La delusione più cocente? «Atene 1983. Sbagliammo tutto. Quando l’arbitro fischiò la fine, ebbi la sensazione che la partita fosse durata dieci minuti». Una sola volta espulso, vero? «Per somma di ammonizioni; il secondo giallo per proteste al 90’ Ci tengo a questo dato. Non ero uno tenero in campo, ma ho sempre giocato nel rispetto delle regole». L’avversario più ostico? «Lo spagnolo Juan Lozano che giocava con l’Anderlecht, difficilissimo da marcare. A seguire Falçao, un fuoriclasse». E quello più cattivo? «(ride) Salvatore Bagni: una volta quando era al Napoli gli detti una gran stecca e lui mi cercò per il resto della partita per ricambiare la cortesia. Ma non mi beccò». Il goal da ricordare? «Il sinistro all’incrocio nel 2–0 all’Inter il 23 marzo 1986, su assist di Platini, beffando Zenga. Tardelli che era all’Inter, alla fine della partita mi fa: “Proprio qui dovevi fare goal, e di sinistro, poi!”». La sensazione più strana? «Quando sei sul pezzo ti godi poco le vittorie. Alla Juve poi è ancora più complicato. Si guarda subito al traguardo successivo. C’è più gusto adesso, rivivendo ricordi ed emozioni come in questa intervista». Nel1988 lasci la Juve, perché? «Non mi divertivo più. Con mister Marchesi non è andata come si sperava. Sbagliai anch’io a tirarmela un po’; può capitare: Dovevo andare alla Lazio, invece poi spuntò il Bologna. Cinque anni in rossoblù che ricordo con piacevolezza, nonostante le turbolenze societarie e le retrocessioni». Quale è la cosa più bella che ti ha lasciato lo sport? «L’amicizia, i legami nati al campo di allenamento che durano tuttora, il ritrovarsi dopo tanti anni e abbracciarsi. Perché alla base di tutto c’è stata la passione, il divertimento, la gioia di aver fatto parte di una squadra». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/massimo-bonini.html
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MASSIMO BONINI https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Bonini Nazione: San Marino Luogo di nascita: Cittá di San Marino Data di nascita: 13.10.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 68 kg Nazionale Sammarinese Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Maratoneta Alla Juventus dal 1981 al 1988 Esordio: 23.08.1981 - Coppa Italia - Rimini-Juventus 1-3 Ultima partita: 21.09.1988 - Coppa Italia - Juventus-Como 0-0 296 presenze - 6 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Massimo Bonini (Città di San Marino, 13 ottobre 1959) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore sammarinese, di ruolo centrocampista. Cresciuto nel settore giovanile della Juvenes, legò il suo nome principalmente alla Juventus, squadra in cui esordì nel campionato italiano di Serie A militandovi poi per otto stagioni, disputando complessivamente in maglia bianconera 192 partite e realizzando cinque reti; impiegato nel ruolo di mediano, divenne tra i pilastri del ciclo di Giovanni Trapattoni nella prima metà degli anni 1980, che lo vide affiancato a centrocampisti come Marco Tardelli e Michel Platini. Coi piemontesi vinse tre titoli di campione d'Italia, una Coppa Italia e tutte le competizioni per club allora organizzate dall'Unione delle Associazioni Calcistiche Europee (UEFA) tranne la Coppa UEFA, manifestazione in cui raggiunse i quarti di finale nella stagione 1990-91 come capitano del Bologna. Inizialmente membro della nazionale italiana Under-21, Bonini divenne nazionale sammarinese durante i primi sei anni di attività della rappresentativa del Titano (1990-1995), disputando un totale di 19 incontri. Uno degli unici due atleti di San Marino, assieme al motociclista Manuel Poggiali, ad aver vinto un titolo mondiale, è ritenuto lo sportivo più rappresentativo del Paese in virtù del livello internazionale che la sua carriera agonistica raggiunse nel calcio, trattandosi anche dell'unico calciatore del Titano ad aver vinto una competizione confederale. Nel 2004 la Federazione Sammarinese Giuoco Calcio (FSGC) lo nominò miglior giocatore della propria storia mentre, nello stesso anno, la UEFA lo insignì del titolo di Golden Player (Giocatore d'oro). Massimo Bonini Bonini alla Juventus nella stagione 1986-1987 Nazionalità San Marino Altezza 178 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1997 - giocatore 2005 - allenatore Carriera Giovanili 1973-1977 Juvenes Squadre di club 1977-1978 Bellaria 33 (?) 1978-1979 Forlì 23 (1) 1979-1981 Cesena 60 (5) 1981-1988 Juventus 296 (6) 1988-1993 Bologna 96 (4) 1994 Juvenes ? (?) 1995 San Marino ? (?) 1995-1997 Juvenes ? (?) Nazionale 1980-1983 Italia U-21 9 (0) 1989 San Marino U-21 2 (0) 1990-1995 San Marino 19 (0) Carriera da allenatore 1996-1998 San Marino 1998-2000 Cesena Primavera 2000-2002 Cesena D.T. 2002-2005 Oakland University 2017-2020 San Marino D.T. Caratteristiche tecniche Giocatore «L'Avvocato entrò nello spogliatoio. [...] Quando si presentò sulla soglia, Michel stava allacciandosi una scarpa, la sigaretta accesa in bocca. "Ma come, Michel? Un atleta come lei fuma nell'intervallo?" Accanto a Platini si stava asciugando Massimo Bonini [...] Platini diede una gran pacca sulle spalle nude del compagno, poi, alzando lo sguardo verso Agnelli, dopo una lunga tirata alla sigaretta, disse semplicemente: "Avvocato, l'importante è che non fumi Bonini, è lui quello che deve correre".» (Fabio Caressa) Centrocampista di contenimento e sostegno, si distinse per la grande resistenza fisica che gli fece guadagnare il soprannome di Maratoneta, nonché per le notevoli abilità in fondamentali quali contrasto, recupero palla e ripartenze. Venne ritenuto decisivo nei successi della Juventus degli anni 1980 e, soprattutto, nell'economia di gioco di Michel Platini per conto del quale, durante le partite, si occupava di conquistare palloni in ogni zona del campo da recapitare poi sulla trequarti, a disposizione delle giocate del fantasista francese; compiti da stacanovista tuttofare che, agli occhi degli addetti ai lavori, ne fecero di fatto i «polmoni» di Platini. Carriera Giocatore Club Bonini esultante con la maglia del Cesena nell'annata 1980-1981 Si formò nelle giovanili della Juvenes, squadra del suo paese. A diciott'anni si trasferì nella Serie D italiana per giocare la stagione 1977-78 nelle file del Bellaria; l'annata successiva fu prelevato dal Forlì che lo fece esordire in Serie C. Passò poi nel 1979 al Cesena con cui, nel torneo 1980-81, ottenne la promozione in Serie A. L'estate seguente fu quindi ingaggiato dalla Juventus. Giovanni Trapattoni, allenatore dei piemontesi, lo fece esordire in massima serie contro la sua ex squadra, il 13 settembre 1981, e tre giorni dopo lo portò all’esordio in Coppa dei Campioni, nella sfida con gli scozzesi del Celtic. La prima stagione a Torino si concluse per Bonini con la conquista del suo primo scudetto, quello della seconda stella per la società juventina. Nell'annata seguente il sammarinese conquistò definitivamente un posto da titolare a scapito del capitano bianconero Giuseppe Furino (non senza polemiche da parte di quest'ultimo); al termine del campionato 1982-83 gli venne inoltre conferito il Trofeo Bravo, riconoscimento all'epoca destinato al miglior Under-24 d'Europa. Bonini in maglia juventina, pressato dal milanista Franco Baresi, nel corso del torneo 1981-1982 Il suo palmarès ne fa lo sportivo più decorato della Repubblica di San Marino. Nel corso degli anni 1980, con la Juventus, ha vinto tutti i trofei della sua carriera: 3 titoli di campione d'Italia (1981-82, 1983-84, 1985-86), 1 Coppa Italia (1982-83), 1 Coppa delle Coppe (1983-84), 1 Supercoppa UEFA (1984), 1 Coppa dei Campioni (1984-85) e 1 Coppa Intercontinentale (1985); quest'ultimo trionfo ha fatto di Bonini il primo sportivo sammarinese, in seguito eguagliato dal motociclista Manuel Poggiali, ad aver vinto una competizione mondiale. Nell'ottobre 1988, dopo 296 gare ufficiali (192 di campionato) coi bianconeri, Bonini si trasferì al Bologna, tornato in Serie A. La squadra ottenne la salvezza al termine della stagione e, in quella successiva, la qualificazione alla Coppa UEFA. In totale coi felsinei, di cui fu anche capitano, giocò quattro annate mettendo a referto 112 partite e 5 gol. Chiusa la parentesi professionistica, Bonini ritornò in patria per indossare le maglie della Juvenes, società che lo aveva lanciato, e del San Marino. Nazionale Bonini nei primi anni 1980 con l'Italia Under-21 Nonostante il passaporto sammarinese, nei primi anni 1980 Bonini ha vestito 9 volte la maglia azzurra dell'Italia Under-21 nel periodo in cui la Federcalcio del Titano non era ufficialmente affiliata all'UEFA, la quale considerava quindi i giocatori di San Marino assimilati agli italiani. Al contrario non giocò mai nella nazionale maggiore italiana, poiché il regolamento FIFA richiedeva che un calciatore difendesse i colori del paese di origine: per sua scelta personale, Bonini non volle mai rinunciare alla cittadinanza sammarinese. Dal 1990 vestì la maglia della neocostituita nazionale di San Marino, con la quale disputò 19 partite fino al 1995, anno del suo ritiro dal calcio giocato, precedute da 2 gare giocate nel 1989 da "fuori quota" nel San Marino Under-21, entrambe contro i pari età dell'Italia, nelle qualificazioni europee di categoria. Bonini (al centro) nel 1993, capitano della nazionale di San Marino, durante una sfida contro l'Inghilterra Ritenuto lo sportivo più rappresentativo nel Paese in virtù della caratura internazionale della sua carriera agonistica, nel 2004, per celebrare il proprio 50º anniversario, l'UEFA invitò ogni federazione nazionale a essa affiliata a indicare il loro miglior giocatore del precedente mezzo secolo: la scelta di San Marino ricadde su Bonini, designato Golden Player dalla confederazione calcistica europea. Allenatore e dirigente Dal 2 giugno 1996 al 10 settembre 1997 Bonini assunse l'incarico di selezionatore della nazionale di San Marino, guidandola in 8 partite durante le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 1998. Nello stesso anno andò sulla panchina della formazione Primavera del Cesena, allenandola per due stagioni; dopodiché entrò nello staff tecnico del settore giovanile cesenate, nel ruolo di direttore tecnico, fino a giugno 2002. Successivamente, a dicembre dello stesso anno, diventò tecnico della formazione della Oakland University a Detroit. Il 28 febbraio 2017 fu nominato direttore tecnico della Federazione Sammarinese Giuoco Calcio, rassegnando le proprie dimissioni nel luglio 2020. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1981-1982, 1983-1984, 1985-1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Individuale Trofeo Bravo: 1 - 1983 Nominato UEFA Golden Player per il FSGC - 2004 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1982. Medaglia d'oro al valore atletico CONS — Città di San Marino, 1989 Medaglia d'oro del centenario della FIFA «Premio alla carriera sportiva» — Città di San Marino, 15 gennaio 2005.
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ENRICO SAVIO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1926 al 1927 Esordio: 06.01.1927 - Coppa Italia - Cento-Juventus 0-15 1 presenza - 5 reti
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SILVIO CAGLIERIS Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 01.01.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.01.1965 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1926 al 1927 Esordio: 27.02.1927 - Coppa Italia - Parma-Juventus 0-2 1 presenza - 0 reti subite
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DANIELE ZANNONI Nazione: Italia Luogo di nascita: Ravenna Data di nascita: 03.02.1954 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1971 al 1972 Esordio: 02.03.1972 - Amichevole - Novara-Juventus 1-1 Ultima partita: 11.05.1972 - Amichevole - Susa-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti
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UBERTI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 01.09.1955 - Amichevole - Juventus-Juventus De Martino 2-3 Ultima partita: 11.09.1955 - Amichevole - Padova-Juventus 3-0 0 presenze - 0 reti
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GIUSEPPE GALDERISI «Galderisi ebbe un momento di fortuna che oggi si potrebbe definire sfacciata – scrive la pungente penna di Caminiti – nell’esordio in Serie A dal 60’ in sostituzione di Marocchino, avvenuto a Perugia in un match senza gol, il 9 novembre 1980, le sue doti si erano potute appena intuire, doti di sveltezza innanzitutto. Poi il 14 febbraio 1982 giocò contro il Milan e segnò i tre gol della sua vita, e Boniperti, cioè il più silenzioso presidente dell’intera storia del pallone, gli dedicò una frase, anzi un pensiero, ricco di una grande virtù: la generosità. Boniperti disse testualmente: “Questo Galderisi fa gol come Zoff para”. Erano i giorni in cui Zoff lustrava la sua gloria sempiterna e parve una profezia per la carriera più luminosa. Così fu in effetti, anche se di gol nella Juventus, dopo quei tre, non ne avrebbe segnati molti: il marchio, direbbe Angelo Caroli, rimane». Per acquistarlo, ragazzino, dal Raito squadra di Vietri sul Mare, la Juventus aveva battuto la concorrenza di Napoli, Inter, Varese e Atalanta. L’avevano visto già a Parma, dove la sua famiglia ha vissuto 11 anni: «Da pochi mesi eravamo tornati al Sud, quando la Juventus venne a prendermi. Il mio destino era al Nord, evidentemente». Proprio in bianconero esordisce in Serie A, il 9 novembre 1980, che resterà l’unica presenza nella stagione. Galderisi è un uomo gol, ha tutte le caratteristiche da attaccante puro; sa sacrificarsi in ritorni utili alla squadra, ma il suo occhio svelto è sempre rivolto alla porta avversaria. «All’improvviso il mister mi fa dire di prepararmi dal massaggiatore De Maria. Corsetta, qualche esercizio, due o tre scatti, mentre la pioggia mi bagna i capelli. Trenta minuti tutti miei. Ma durati poco, troppo poco per uno come me che aspettava da sempre quel momento. Peccato non aver combinato molto in quella prima partita: un po’ come quando si scarta il cioccolatino nella speranza di leggere che hai vinto e invece trovi scritto “ritenta”». Grosso, che lo ebbe a lungo con sé nella Primavera bianconera, dive di lui: «Pochi minorenni nel nostro calcio hanno fatto capire subito che sarebbero diventati giocatori di primo piano. Agile, potente, capace di calciare indifferentemente di destro o di sinistro. Il suo tiro dai 16 metri è forte e preciso e, malgrado la statura, emerge in elevazione grazie alla sua scelta di tempo. Il suo ruolo iniziale era quello di mezza punta, ma è diventato uomo da area». «I primi tempi – racconta Nanu – sono stati molto duri. Sentivo terribilmente la nostalgia di casa e tante volte mi inventavo delle scuse per poter tornare in famiglia. Ma il solo fatto di potermi allenare con Bettega, Causio, Tardelli era come sognare a occhi aperti. Così come fantastica era la sensazione di tirare in porta a Zoff. Qualche volta l’ho fatto anche arrabbiare perché, magari, fintavo la botta e provavo a superarlo con un pallonetto. Ero giovane, carico e un po’ sfrontato. Sono stati anni meravigliosi ed io ho dato il massimo. Anche grazie a Beppe Furino con cui palleggiavo prima di iniziare ogni allenamento e al Trap che mi teneva ancora in campo quando gli altri avevano finito». Un metro e 70, 69 chili il suo peso forma, Galderisi non è certo piccolo, anche se il nomignolo affettuoso di Nanu se lo porta appresso come un’etichetta. La sua forza sono lo scatto, la grinta, la voglia di combattere su ogni pallone: conquistarlo, difenderlo, calciarlo, possibilmente dove il portiere non può arrivarci. Poi il gol contro l’Udinese: «Parto dalla panchina, ancora con il 16, ma Tardelli dopo mezzora si fa male. Tocca a me. Mi scaldo bene, fa freddo, la pista del Comunale è ricoperta di neve. Entro in campo, si cambia modulo, adesso si gioca con due punte: io e Virdis là davanti, mentre Bonini schierato con l’11 prende il posto di Tardelli». Nanu è in palla. Scatti, piroette, assist per i compagni: una meraviglia. Fino al fatidico minuto numero 52. «Cross in area, svetta Osti per l’occasione spostatosi in avanti. Borin, il portiere avversario riesce solo a respingere il pallone. Io sono lì, da solo, a due metri dalla porta. Basta un tocchetto. Gol, ho segnato. Dallo slancio finisco in porta anch’io, poi però, torno indietro e corro verso la curva a ringraziare i tifosi. Ricordo che mi venne incontro Cabrini e mi sollevò da terra. Con quel gol vincemmo la partita». E ancora la tripletta contro il Milan: «Stavo andando a Viareggio con la Primavera, per disputare il torneo di carnevale. Arrivato in Toscana arrivò la telefonata di Trapattoni che mi diceva di prendere il primo treno e tornare a Torino, perché l’indomani avrei giocato titolare. Quei tre gol furono uno dei momenti più belli della mia vita. Ma quanti calci nel sedere dal Trap! Mi controllava in tutto, che cosa mangiavo, se fumavo o meno. Lo faceva per il mio bene e per me è stato uno dei punti di riferimento più importanti della mia carriera». Ricorda ancora con amarezza quando Boniperti gli disse che in bianconero non c’era posto per lui: «Ci rimasi male, della Juventus mi resta comunque un bel ricordo, ma forse è stata la mia fortuna quella partenza. Ero chiuso da troppi campioni, avevo bisogno di libertà e soprattutto di giocare. Ma la Juventus è stato lo spaccato della mia vita. Quello stare insieme, quella disciplina, quella voglia di essere sempre i migliori, quella fame di voler sempre vincere. Solo chi è stato dentro può rendersi conto di cosa sia la Juventus, perché la Juventus non si può raccontare, la si deve vivere». Poi il Verona e lo scudetto da provinciale, quindi il passaggio dal ruolo di promessa a quello più impegnativo, ma senza dubbio più piacevole, di campione consacrato e appetito, tanto da finire alla corte di Berlusconi. Dopo il Milan, inizia il suo girovagare, che lo porta alla Lazio, di nuovo al Verona, sempre con pochissimo costrutto, anche a causa di numerosi infortuni che ne limitano il rendimento. Trova pace e tranquillità a Padova, dove inanella diverse buone stagioni in serie B. Nel 1986 Nanu è il centravanti titolare della Nazionale di Bearzot al Mondiale in Messico. Capitato in una dimensione troppo grande per lui, naufraga miseramente, non aiutato, certamente, da una squadra che è solo la brutta copia di quella trionfante al Bernabéu quattro anni prima. Ma la tripletta al Milan, soprattutto il gol su rimpallo con Collovati, ha la grandiosità dei classici: come Harpo che fuma la corda, il pasto di Chaplin ne “La febbre dell’oro” e l’inseguimento di “Ombre rosse” e autorizza l’ingresso di Galderisi nella storia bianconera. MASSIMO BURZIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1988 Gli aficionados del Campo Combi lo sapevano. Quel ragazzino basso di statura, il fisico comunque ben costruito e due piedi magici, un giorno sarebbe arrivato in prima squadra. Era diventato il loro beniamino, lo chiamavano Nanu: una storpiatura in dialetto piemont-meridionale che voleva significare piccolo (e cioè nana) e giovane (e quindi gagnu) dal più stretto slang torinese. Era un soprannome che a seconda di come lo si intendesse poteva esser sia affettuoso, sia dispregiativo. Ebbene il ragazzino, il Nanu, diede ragione ai supporter più ottimisti e divenne Galderisi. L’avventura del giocatorino in bianconero durò, ad alto livello, soltanto un triennio: poco o forse tantissimo per uno che a tutto sembrava votato, ma certamente non al calcio. Almeno a quello di alto livello. E invece Beppe Galderisi rimarrà nella storia juventina come uno degli artefici di due vittorie in campionato e di un trionfo in Coppa Italia. C’è da dire, dunque, che per il Nanu la sorte ha voluto qualcosa in più di quello che normalmente è dato avere a molte giovani promesse e cioè veri e propri sfracelli nelle giovanili e poca fortuna nel calcio che conta. E poco importa se ora Galderisi non è più quello di un tempo, quasi che il risveglio dal sogno lo abbia reso più fragile e certamente meno bravo. Quand’anche la carriera del Nanu si chiudesse domani, gli resterebbe comunque la gioia di aver saputo vincere là dove voleva e cioè nella Juventus. Avere, insomma, conquistato i massimi traguardi proprio nella squadra che da ragazzino lo aveva fatto sognare e gioire. In un calcio sempre più dominato dal business questo non è poco: forse potrebbe essere tutto quello che un professionista vero potrebbe chiedere alla sua carriera. Perché è importante l’ingaggio, il premio partita, ma lo è forse di più quell’intima soddisfazione che chiunque di chi non prova (e che Galderisi ha provato) quando riesce a fare le cose bene e nell’ambiente che più aggrada. Nato a Salerno il 22 marzo del 1963 e presto trasferitosi con la famiglia al Nord, Giuseppe Galderisi dopo l’intera trafila nelle squadre giovanili bianconere raggiunge la prima squadra nel campionato 1980-81. Al fisico brevilineo unisce un buon impianto muscolare e una rapidità che lo fanno apprezzare sia sulla fascia sia al centro dell’attacco. Quello che la natura non gli ha dato in centimetri, Galderisi lo ottiene in coraggio, grinta e inventiva. In più la simpatia, innata, immediatamente percepibile che si unisce a una pulizia di animo raramente riscontrabile in altri personaggi del pianeta calcio. Bravo nel dribbling e nel palleggio con un tiro secco e bruciante, Nanu contribuisce nei suoi tre anni juventini alla conquista di due scudetti: 1981 e 1982 oltre alla Coppa Italia del 1983. In totale le presenze sono 32 e le reti 7. Nell’estate del 1983 lascia la Juventus nell’ambito della trattativa che porterà in bianconero Penzo e Vignola e si accasa al Verona. Qui troverà in Osvaldo Bagnoli il tecnico più adatto alle sue caratteristiche così da raggiungere nuovamente e inaspettatamente il traguardo dello scudetto. Se le qualità sono molte, infatti, a Galderisi fa difetto ogni tanto il carattere: l’allenatore papà ma anche padre padrone Bagnoli riesce a far emergere il Nanu anche oltre ai limiti raggiunti nella Juve, quando con un Trapattoni super professionista le esitazioni e le malinconie personali avevano poco spazio sacrificate com’erano dalle necessità di un collettivo che doveva vincere a tutti i costi. Dopo il Verona, il Milan e infine la Lazio dove Galderisi non ha certamente raccolto quanto poteva e doveva ottenere. In mezzo a questo peregrinare anche il Mondiale messicano del 1986 con un totale di 2 presenze azzurre, che vanno sommate alla maglia dell’Under 23 e alle 11 partite e dai gol della Giovanile. A ben guardare e meditare le cifre della carriera di Galderisi quasi si rischia di non poter dare un giudizio completo sul giocatore: 3 scudetti non sono pochi, ma il resto? Il resto forse è un sogno: quello del ragazzino del Combi che un giorno volò in alto e ora continua, un po’ più in basso, a cercare di liberarsi dal peso di ricordi che per un giovane di soli 25 anni sono certamente troppo pesanti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/giuseppe-galderisi.html
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GIUSEPPE GALDERISI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Galderisi Nazione: Italia Luogo di nascita: Salerno Data di nascita: 22.03.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Nanu Alla Juventus dal 1980 al 1983 Esordio: 20.08.1980 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 2-2 Ultima partita: 19.06.1983 - Coppa Italia - Verona-Juventus 2-0 32 presenze - 7 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Giuseppe Galderisi (Salerno, 22 marzo 1963) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Soprannominato Nanu dai tifosi della Juventus, è il miglior rigorista in Serie A nella storia dell'Hellas Verona insieme a Luca Toni (12). Giuseppe Galderisi Galderisi al Verona nel 1983 Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1º luglio 1997 - giocatore Carriera Giovanili 1975-1977 Vietri-Raito 1977-1980 Juventus Squadre di club 1980-1983 Juventus 32 (7) 1983-1986 Verona 82 (25) 1986-1987 Milan 21 (3) 1987-1988 → Lazio 33 (1) 1988-1989 → Verona 28 (4) 1989-1995 Padova 180 (50) 1996 N.E. Revolution 4 (0) 1996-1997 Tampa Bay Mutiny 37 (12) 1997 N.E. Revolution 7 (0) Nazionale 1981 Italia U-20 ? (?) 1982-1987 Italia U-21 16 (2) 1985-1986 Italia 10 (0) Carriera da allenatore 1999-2000 N.E. Revolution Vice 2000-2001 Cremonese 2001-2002 Mestre 2002-2003 Giulianova 2004 Gubbio 2005 Viterbo 2005-2006 Sambenedettese 2006-2007 Avellino 2008 Foggia 2008-2009 Pescara 2009-2010 Arezzo 2010 Arezzo 2010-2011 Benevento 2011-2012 Triestina 2012 Salernitana 2014 Olhanense 2014-2015 Lucchese 2016-2017 Lucchese 2018-2019 Gubbio 2020 Vis Pesaro 2021-2022 Mantova 2023 Gelbison 2024 Gelbison Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1984 Caratteristiche tecniche Giocatore Attaccante rapido e agile, Galderisi è stato un cannoniere prolifico e reattivo, doti alle quali aggiungeva la predisposizione al movimento senza palla, la generosità e la tenacia. Era in grado di calciare con potenza e precisione anche dalla distanza e, a dispetto della bassa statura, era abile anche di testa, grazie alla precisione nello stacco e all’elevazione. Inizialmente schierato come seconda punta, si realizzò pienamente come centravanti, ruolo che ricopriva alla perfezione per merito della sua rapidità, del senso del gol e del suo stile da rapace d’area. Fu penalizzato dai frequenti infortuni e da una certa discontinuità durante la militanza in squadre di grande caratura, riuscendo d'altra parte a giocare con un buon rendimento in società di medio-bassa classifica. Carriera Giocatore Club Gli inizi Cresciuto a Trecasali, nel Parmense, gioca nelle giovanili della Vietri-Raito, nel salernitano. A quattordici anni e mezzo è acquistato dalla Juventus, entrando nel vivaio torinese. Juventus Galderisi alla Juventus, a fianco del bolognese Mancini, nel campionato 1981-1982 Il 20 agosto 1980 esordisce in prima squadra della Juventus, in occasione della gara di Coppa Italia in casa dell'Udinese (2-2). La prima presenza in Serie A arriva il successivo 9 novembre, con l'ingresso in campo al 60' di Perugia-Juventus (0-0). Coi piemontesi gioca altri due campionati: nella stagione 1981-1982, a diciott'anni, anche a causa di un grave infortunio occorso a Bettega, gioca 15 gare da titolare schierato da Giovanni Trapattoni ed è autore di 6 gol, tra cui tripletta in Juventus-Milan (3-2); l'anno successivo non trova spazio in squadra, causa la concorrenza di Paolo Rossi e l'arrivo degli stranieri Michel Platini e Zbigniew Boniek. Con la maglia bianconera Galderisi ha vinto due scudetti e una Coppa Italia. Verona, Milan e Lazio Galderisi in azione alla Lazio nella stagione 1987- 1988 Nel 1983 si trasferisce all'Hellas Verona, siglando 9 reti nell'annata 1983-1984. Nella stagione successiva, 1984-1985, è tra gli elementi determinanti per la vittoria dell'unico, storico scudetto della squadra scaligera, all'epoca allenata da Osvaldo Bagnoli, di cui è capocannoniere (11 gol in 29 presenze). Gioca un altro campionato a Verona prima di trasferirsi, per cinque miliardi di lire più il cartellino di Paolo Rossi,[6] al Milan. Nell'annata 1986-1987 colleziona coi rossoneri 21 presenze e 3 gol in campionato, vincendo un Mundialito per club. Per il torneo 1987-1988 scende in Serie B alla Lazio guidata da Eugenio Fascetti, centrando la promozione in Serie A. Nell'annata seguente torna in serie A a Verona segnando 4 gol. Padova ed esperienze nordamericane Galderisi (in primo piano) in azione per il Padova nel 1993, contrastato dal modenese Moz. Nell'estate del 1989 è riscattato dal Milan, che lo cede a campionato iniziato al Padova in Serie B, voluto fortemente dal direttore sportivo Piero Aggradi. Veste la divisa biancoscudata sette stagioni, di cui cinque nella serie cadetta (segnando 14 gol nel 1990-1991, 12 nel 1992-1993, 15 nel 1993-1994). Il ritorno in massima categoria è meno prolifico, con il solo gol segnato contro il Brescia nella stagione 1994-95, ma l'attaccante è in campo nello spareggio vinto ai rigori col Genoa, valido per la permanenza in Serie A. L'anno seguente, a stagione in corso, Galderisi lascia Padova per chiudere la carriera negli Stati Uniti, disputando un campionato a testa con New England Revolution e Tampa Bay Mutiny, in Major League Soccer, e conquistando una Supporters' Shield. Nazionale Subito dopo la vittoria dello scudetto con il Verona, viene convocato in nazionale dal commissario tecnico Enzo Bearzot ed esordisce il 2 giugno 1985, a 22 anni, entrando al posto di Bruno Giordano all'inizio del secondo tempo della partita amichevole contro il Messico (1-1) disputata allo Stadio Azteca di Città del Messico. Galderisi ottiene la fiducia del CT che lo convoca per il Mondiale 1986, dove viene preferito a Paolo Rossi come spalla di Altobelli in attacco; gioca da titolare tutte e quattro le partite disputate dall'Italia, che viene eliminata dalla Francia negli ottavi di finale. In seguito all'avvicendamento tra Bearzot e Azeglio Vicini non verrà più convocato e concluderà la sua esperienza in nazionale con 10 presenze, senza nessun gol. Allenatore Gli inizi Nel 2001 fonda a Padova la Galderisi Soccer Team, scuola calcio che si occupa della crescita di giovani calciatori fino alla categoria Giovanissimi. In seguito ha allenato Cremonese (Serie C2), Mestre (Serie C2 2001-2002 dalla quinta alla ventisettesima giornata, esordendo nella partita Trento-Mestre, esonerato), Giulianova (esonerato a novembre dopo la sconfitta 0-3 in casa col Crotone e contestazione della tifoseria), Gubbio (Serie C2, subentrato a 2 mesi dalla fine), Viterbo (serie C2, subentrato a fine dicembre ed esonerato dopo la sconfitta 4-0 con la Lodigiani e penultimo posto in classifica), Sambenedettese (esonerato dopo 8 gare). Avellino, Foggia, Pescara e Arezzo Nel 2006-2007 è allenatore dell'Avellino, in Serie C1. A quattro giornate da fine stagione regolare, con l'Avellino al secondo posto, Galderisi è esonerato dal presidente Massimo Pugliese, sostituito da Giovanni Vavassori. Da gennaio 2008 sostituisce Salvatore Campilongo sulla panchina del Foggia in Serie C1. Porta i pugliesi ai play-off, perdendo in semifinale con la Cremonese, venendo eliminato, restando in Serie C1. A giugno 2008 diventa allenatore del Pescara in Serie C1 e a marzo seguente è esonerato per via della pessima posizione in classifica della squadra adriatica (zona play-out). A novembre 2009 diventa allenatore dell'Arezzo. Il presidente Piero Mancini esonera Galderisi dopo il pareggio 1-1 col Viareggio, richiamando Leonardo Semplici, esonerato a novembre. Nella sua ultima conferenza stampa, Galderisi ha un alterco con il giornalista Romano Salvi del Corriere di Arezzo. Benevento, Triestina e Salernitana A dicembre 2010 diventa allenatore del Benevento subentrando a Agatino Cuttone. Coi sanniti sfiora la promozione in Serie B (persa alle seminfinali play-off con la Juve Stabia), lasciando successivamente l'incarico. Il 25 ottobre 2011 diventa allenatore della Triestina in Prima Divisione subentrando all'esonerato Gian Cesare Discepoli. Galderisi porta la Triestina al terz'ultimo posto finale in classifica e retrocede in Seconda Divisione dopo i playout persi. Il 13 luglio 2012 firma contratto biennale con la Salernitana, in Seconda Divisione. L'esperienza con la squadra della sua città dura pochi mesi: il 20 settembre, dopo aver raccolto appena un punto in tre gare, ultimo in classifica, è esonerato, sostituito da Carlo Perrone. Olhanense e Lucchese Il 7 gennaio 2014 diventa allenatore dei portoghesi dell'Olhanense (in quel momento all'ultimo posto in Primeira Liga), con l'obiettivo salvezza. Debutta il 12 gennaio col Vitória Setúbal, vinta dai rossoneri 2-1. A fine stagione, dopo la sconfitta 3-1 col Vitória Setúbal, l'Olhanense è all'ultimo posto in campionato retrocedendo in Segunda Liga. Il 18 novembre 2014 diventa allenatore della Lucchese in Lega Pro al posto dell'esonerato Guido Pagliuca. La squadra ottiene una tranquilla salvezza. Il 28 maggio 2015 la società comunica che il suo contratto non sarà rinnovato, annunciando quindi la sua partenza dal club toscano. Il 9 marzo 2016 torna ad allenare la squadra toscana. Viene esonerato il 27 marzo 2017, dopo un periodo negativo, che ha visto le Pantere conquistare sei punti nelle ultime otto partite giocate, culminato con dissidi insanabili con la società. Ritorno a Gubbio, Vis Pesaro, Mantova e Gelbison Il 26 novembre 2018 viene chiamato a sostituire l'esonerato Alessandro Sandreani sulla panchina del Gubbio, dove era già stato all'inizio carriera. Portato il team alla salvezza, a fine maggio si separa dal club. Il 18 febbraio 2020 viene nominato nuovo tecnico della Vis Pesaro. Rileva l'esonerato Simone Pavan con la squadra al quattordicesimo posto. Ottenuta la salvezza, dopo una sola gara disputata, causa il blocco del campionato per il covid, viene confermato per la stagione successiva ma il 3 novembre 2020, dopo una sola vittoria in campionato e col team al sedicesimo posto, viene esonerato. Il 14 dicembre 2021 assume la guida del Mantova, in Serie C, al posto dell'esonerato Maurizio Lauro. Rileva la squadra in zona play-out, al diciassettesimo posto. Il 12 aprile 2022, dopo un periodo negativo con cinque punti nelle ultime otto partite e la squadra al quindicesimo posto, un punto sopra la zona play-out, viene sollevato dall'incarico e richiamato il suo predecessore Lauro. Il 3 aprile 2023 assume l'incarico di allenatore della prima squadra della Gelbison, in quel momento sedicesima nel girone C con 36 punti a tre giornate dal termine, sottoscrivendo un accordo fino a giugno 2024. Termina la stagione regolare con tre sconfitte piazzandosi al diciottesimo posto e retrocedendo dopo che ai play-out il Messina ha la meglio in virtù del miglior piazzamento in classifica. L'8 agosto 2024, ritorna sulla panchina della Gelbison, in Serie D, al posto di Domenico Giampà. Il 24 ottobre seguente, dopo la sconfitta di Sassari contro il Latte Dolce e con la squadra a centro classifica, viene esonerato. Dopo il ritiro È stato commentatore televisivo per Mediaset, Sky e Rai. Il 21 gennaio 2004 è colpito da infarto, nel centro di Padova, ed è sottoposto ad un intervento in angioplastica. Il 1º aprile 2010 è votato dai tifosi del Padova, su iniziativa della società, da "Calciatore biancoscudato del Secolo", concorso per stabilire quale giocatore e quale allenatore avessero fatto maggiormente breccia nel cuore dei tifosi padovani. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 - Verona: 1984-1985 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983
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REYNERT https://it.wikipedia.org/wiki/Foot-Ball_Club_Juventus_1911-1912 Nazione: Svizzera Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1910 al 1912 Esordio: 08.10.1911 - Prima Categoria - Torino-Juventus 2-1 Ultima partita: 24.03.1912 - Prima Categoria - Juventus-Piemonte 5-2 17 presenze - 11 reti
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GIUSEPPE ANTOGNINI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 Esordio: 09.04.1916 - Amichevole - Juventus-Genoa 2-1 Ultima partita: 14.01.1917 - Amichevole - Juventus-Torinese 6-1 0 presenze - 0 reti
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GIUSEPPE MOTTA https://it.wikipedia.org/wiki/Foot-Ball_Club_Juventus_1915-1916 Nazione: Italia Luogo di nascita: Biella Data di nascita: 03.01.1894 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1914 al 1916 Esordio: 18.04.1915 - Amichevole - Alessandria-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1916 - Amichevole - Torino-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti
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ALBINO MUSSO Nazione: Italia Luogo di nascita: Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 e dal 1920 al 1921 Esordio: 21.11.1915 - Amichevole - Savona-Juventus 3-0 Ultimo incontro: 20.09.1920 - Amichevole - Losanna-Juventus 3-5 0 presenze - 0 reti
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GUSTAVO DE PETRO Nazione: Italia Luogo di nascita: Ivrea (Torino) Data di nascita: 19.04.1894 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1916 Esordio: 02.01.1916 - Amichevole - Torinese-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti
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GIUSEPPE BERGANTE Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 10.02.1896 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1917 e dal 1918 al 1919 Esordio: 02.01.1916 - Amichevole - Torinese-Juventus 1-2 Ultima partita: 25.05.1919 - Amichevole - Alessandria-Juventus 4-1 0 presenze - 0 reti
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LIONELLO QUAGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 25.06.1895 Luogo di morte: Novara Data di morte: 17.10.1962 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1916 Esordio: 30.01.1916 - Amichevole - Milan-Juventus 4-3 0 presenze - 0 reti
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ALBERTO QUAGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 26.03.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1992 Esordio: 28.07.1991 - Amichevole - Vipiteno-Juventus 0-8 Ultima partita: 12.03.1992 - Amichevole - Giaveno-Juventus 0-10 0 presenze - 0 reti
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RONNIE O'BRIEN «Quella alla Juve è stata un’esperienza straordinaria, ero entusiasta già da quando mi alzavo al mattino: non vedevo l’ora di allenarmi». È un centrocampista nato a Bray – si legge su Uomonelpallone.com del 9 settembre 2015 – in Irlanda, e che si è messo in mostra più con la propria Nazionale giovanile che con il suo club: così mentre nel 1998 è stato (insieme a future stelle del calcio mondiale come Damien Duff e Robbie Keane) uno degli elementi cardine dell’Irlanda Under 16 Campione d’Europa di categoria, al Middlesbrough dove è cresciuto è stato completamente ignorato dal manager Bryan Robson, che non solo non lo ha mai fatto esordire in prima squadra, ma ha lasciato anche che il suo contratto finisse senza rinnovarlo. Estate del 1999: O’Brien, vent’anni e ancora nessuna esperienza nel calcio che conta, firma per la Juventus. La cosa fa notizia, ovviamente, e sono in molti a domandarsi perché una delle squadre più forti e rinomate al mondo si sia gettata su uno scarto del Middlesbrough. La risposta si conoscerà solo diversi anni dopo: l’agente che la Juventus aveva ai tempi in Inghilterra, Steve Kutner, è anche l’agente del funambolico Paul Merson, campione e icona dell’Arsenal che al “Boro” sta spendendo gli ultimi anni di carriera. È proprio lui a fare il nome di Ronnie, che viene visionato dalla Juventus in videocassetta e quindi preso sulla fiducia: i bianconeri sono allettati dalla giovane età del ragazzo e dal fatto che sia a costo zero, ma la mossa lascia comunque tutti sorpresi. Il primo è proprio Bryan Robson, che dopo tanti anni di calcio non ci sta a passare per quello che non è stato capace di vedere un talento, pur avendolo avuto sotto gli occhi ogni giorno per anni: «Ronnie non è abbastanza bravo», dice. Sarà buon profeta.Intanto O’Brien raggiunge la Juventus in ritiro a Chatillon: il ragazzo, che ancora deve giocare con i “grandi” e che appena quattro anni prima rimetteva a posto gli scaffali in un supermercato irlandese, si ritrova in camera con Antonio Conte e si allena con giocatori del calibro di Zinedine Zidane, Edgar Davids, Alessandro Del Piero e Filippo Inzaghi. Fa anche in tempo a partecipare alla foto di rito della rosa per la stagione, apparendo tra Zidane e Ferrara, e poi ecco addirittura l’esordio con la prestigiosa casacca bianconera, terzo irlandese di sempre dopo il pioniere Matts Kunding e il leggendario Liam Brady. Il 4 agosto la Juventus affronta i russi del Rostsel’maš (oggi Rostov) nella gara di ritorno valida per l’accesso alla finale dell’Intertoto: O’Brien entra al posto di Mirković al 77° minuto, un istante dopo che Del Piero ha portato la gara sul 5-1 (preceduto da una tripletta di uno scatenato Inzaghi) e dopo che la gara di andata aveva visto i bianconeri imporsi per 4-0 in Russia.Si gioca al Dino Manuzzi di Cesena, e quei quindici minuti scarsi resteranno gli unici che il buon Ronnie giocherà con la Juventus. Ben presto, infatti, si scoprirà che Robson ci aveva visto giusto: il ragazzo non è davvero niente di speciale, un onesto mestierante che farebbe fatica anche nella seconda serie inglese, figuriamoci alla Juventus, in un calcio italiano che è stato spietato anche con giocatori di ben altro calibro. I tre anni di contratto il ragazzo irlandese li passa in prestito tra la Svizzera (Lugano) e la Scozia (Dundee United) con puntate anche nelle serie minori italiane con Crotone e Lecco, senza mai lasciare il segno sia per tutta una serie di infortuni che evidenziano un fisico non adatto ai livelli del calcio professionistico sia una qualità tecnica certo non eccellente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/ronnie-obrien.html
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RONNIE O'BRIEN https://it.wikipedia.org/wiki/Ronnie_O'Brien Nazione: Irlanda Luogo di nascita: Bray Data di nascita: 05.01.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: - Soprannome: Alla Juventus nel 1999 Esordio: 04.08.1999 - Torneo Intertoto - Juventus-Rostselmash 5-1 1 presenza - 0 reti 1 trofeo intertoto Ronnie Sean O'Brien (Bray, 5 gennaio 1979) è un ex calciatore irlandese, di ruolo centrocampista. Ronnie O'Brien Nazionalità Irlanda Altezza 178 cm Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2009 Carriera Squadre di club 1997-1999 Middlesbrough 0 (0) 1999 Juventus 1 (0) 1999-2000 → Lugano 8 (0) 2000 → Crotone 4 (0) 2000-2001 → Lecco 8 (0) 2001-2002 → Dundee Utd 6 (0) 2002-2006 FC Dallas 101 (12) 2007 Toronto FC 13 (0) 2008-2009 S.J. Earthquakes 28 (4) Carriera Inizia a giocare nella rappresentativa scolastica, con qualche presenza in club come il Wolfe Tone, il Wayside Celtic, il St. Joseph's Boys e il Bray Wanderers. È nella squadra della sua scuola che si fa notare dal Middlesbrough, che lo integra in rosa nella stagione 1997-1998, stagione che segna il debutto nel calcio professionistico, anche se conta già qualche presenza in Nazionale irlandese Under-16 con cui vince il Campionato europeo di categoria (sconfiggendo in finale gli azzurrini di Rocca) nel 1998. Nel primo anno che passa al Boro, con la squadra appena retrocessa in Serie B, non gioca nemmeno una partita. La stagione successiva il Boro è in Premier League ed ancora si trova ancora a fare la spola tra panchina e tribuna e le uniche partite le gioca nell'Under-21 irlandese. Nell'estate del 1999 si trasferisce alla Juventus, esordendo nell'Intertoto 1999, la sua unica partita in bianconero, Juventus-Rostselmash Rostov; l'allora allenatore Carlo Ancelotti decide di mandarlo in campo sul 5-1 (dopo il 4-0 dell'andata). A settembre viene mandato in prestito nel Lugano, massima serie svizzera, dove gioca 8 volte, e a gennaio finisce al Crotone, in Serie C, dove gioca 4 partite. Nel 2000 torna alla Juventus venendo dato ancora in prestito, stavolta in Serie C1 al Lecco, dove scende in campo 8 volte. Nel gennaio 2002 va in Scozia, al Dundee Utd, dove gioca 6 partite. In estate la Juventus lo cede al Dallas, nel campionato statunitense. Negli USA segna il suo primo gol dopo un quarto d'ora dall'esordio, consentendo al Dallas di battere il San José per 2-1. Nel 2004 gioca 29 partite, con 2 gol. Nel 2007 passa al Toronto FC, squadra del Canada facente parte della Major League Soccer statunitense. Nella squadra canadese gioca 13 partite. Nel 2008 passa ai San Jose Earthquakes, l'anno seguente appende gli scarpini al chiodo. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C1: 1 - Crotone: 1999-2000 Competizioni internazionali Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Individuale MLS Best XI: - 2004, 2005
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WILLIAM BRADY Ventiquattro anni, due Coppe d’Inghilterra alle spalle – scrive Giancarlo Galavotti sul “Guerin Sportivo” del 13 agosto 1980 –, tanto cervello e tanta classe: questo è Liam Brady che, nei ritagli di tempo, si è improvvisato scrittore con un libro che – sono parole sue – non è e non vuole essere un’autobiografia ma la storia di un irlandese che si considera molto fortunato e che ha trovato nel calcio la sua realizzazione. «So far so good» s’intitola il volume di Brady: «tanto lontano, tanto bello» -si potrebbe dire in italiano. Ma cos’è tanto lontano e tanto bello? Forse la sua giovinezza, forse la sua verde Irlanda, forse i suoi sogni, molti dei quali già realizzati. Il libro di Brady è una specie di lunga cavalcata all’interno della vita del giocatore e delle sue varie sfaccettature. Ma è soprattutto una proposta panoramica del gioco che – dice il neo juventino – «è un qualcosa che coinvolge e ti coinvolge a ogni livello. Ma è anche un qualcosa che ti insegna a vivere anche perché, quando giochi, tutti quelli che ti vedono hanno il diritto di criticarti in pubblico. E questo è il modo migliore perché uno cresca in fretta». E Brady, a crescere in fretta, c’è riuscito pienamente: dopo le esperienze iniziali a Dublino sono venute quelle di Highbury con la maglia dell’Arsenal, una delle squadre più amate di tutta l’Inghilterra, e ora quelle della Juve dove il suo arrivo ha avuto il potere di galvanizzare un ambiente. E adesso leggiamo la sua storia. Pare che la prima volta che a Liam Brady passò per la testa di diventare calciatore professionista, fu quando aveva sette anni. Era il 1964, e i suoi fratelli maggiori, Ray e Pat, giocavano già al football. Entrambi avevano debuttato nell’Home Farm, vivaio di talenti d’esportazione della lega irlandese, e si sarebbero infine ritrovati nei Queen’s Park Rangers di Londra, dopo essere passati per il Millwall. Ray, terzino, era senz’altro il migliore, tanto da venir convocato fin dal 1963, a far parte della nazionale dell’Eire. Arrivò così il giorno che papà Edward, che faceva il portuale nella capitale irlandese, portò il più piccolo dei sette figli, Liam, (oltre a Ray e Pat c’erano Breda, Frank ed Eamon, mentre un’altra femmina era morta in tenera età) allo stadio, dove Pat e i compagni nelle maglie verdi dell’Eire giocavano contro l’Austria. In quell’atmosfera magica di canti, di grida, di folla, di inni nazionali e di bandiere, Liam Brady, ragazzetto mingherlino e già non molto alto, anche per la sua età, sogno di emulare, un giorno, il fratello più grande. Ma c’erano altre cose, in casa Brady che parlavano di football: non mancava occasione che mister Edward non tirasse fuori le storie di suo zio Frank, che negli Anni Venti aveva giocato nel Belfast Celtic, un club che ora non c’è più, ed era stato chiamato due volte in nazionale, per un match di andata e di ritorno contro l’Italia, Il 21 marzo 1926 la partita fu giocata a Torino, e gli azzurri vinsero per 3-0. A Dublino, il 23 aprile dell’anno seguente, l’Italia segnò ancora tre reti, e la squadra di casa due. Poi c’era la passione della gente per il football, tante squadre a Dublino e tanti campionati giovanili per avviare fin da piccoli i possibili campioni del mondo a conoscere tutti i segreti del gioco. E a nove anni Brady entrò nella prima squadra, il St. Kevin’s Boys Club. Un paio di anni dopo, quando dalle elementari passò alle scuole superiori, nel collegio cattolico di St. Aidan, fu costretto però a dividere e raddoppiare il suo impegno con il pallone: a scuola, come in tutte le scuole della Repubblica, di Irlanda, si giocava il football gaelico, che è una variazione più rude del calcio, sostenuta dallo spirito patriottico e irredentista di una popolazione che cerca il più possibile di distinguersi dall’Inghilterra, e quindi anche nel caso dello sport, appoggia le tradizioni locali piuttosto che quelle importate, o imposte, attraverso il lungo dominio della nazione vicina. Calcio con il St. Kevin’s, gaelic con il collegio: Liam di allenamenti e di padronanza della palla ne aveva come un professionista: però doveva per forza scapparci il conflitto, che esplose quando, a 15 anni, si trovò convocato dalla nazionale studentesca per una partita contro il Galles, e nominato capitano della squadra. Quando andò dal preside, Padre Walsh, per chiedergli il permesso di stare assente per il match, il superiore non mostrò affatto di congratularsi con lui per essere stato chiamato a rappresentare l’Irlanda. Invece gli ricordò che nello stesso giorno c’era un’importante partita di gaelic contro un’altra scuola, e senza mezzi termini gli fece capire che, se avesse rifiutato di difendere l’onore dell’istituto preferendo giocare al calcio, poteva considerarsi espulso. Naturalmente Brady giocò in Galles con l’Irlanda, fu espulso dalla scuola con il pieno appoggio della famiglia, e soprattutto di suo padre, e alcuni giorni dopo la storia finì su un giornale di Dublino, che denunciò l’assurdità del comportamento del preside. Ma non ci fu nulla da fare: Liam non rimise più piede al St. Aidan, se non per gli esami di fine anno, ai quali si era preparato in un altro istituto. Del resto non aveva più bisogna di tornare a scuola, perché subito dopo arrivò la chiamata dell’Arsenal, che lo aveva accettato nel suo vivaio. Era il 1971, e Liam aveva 15 anni. L’Arsenal lo stava tenendo d’occhio da un paio d’anni prima, quando due dei suoi talent scout, Malwyn Roberts e Bill Darby, lo avevano segnalato a Highbury, e nell’estate avevano provveduto a farlo arrivare a Londra, per il primo provino. Il ragazzino si fece prendere, quella volta, dall’emozione, e per una buona mezz’ora non riuscì a combinare nulla, quasi avesse il piede paralizzato. Poi, quando mister Roberts, che lo aveva accompagnato, stava già per sprofondare, cominciò a far capire che anche nel suo caso l’intuizione del talent-scout non era stata fasulla. A quello, nell’estate successiva, era seguito un altro periodo di prova, un’altra estate a Highbury, e finalmente, l’anno dopo, la convocazione definitiva. Non fu facile, per Brady, adattarsi subito a Londra, alla lontananza dalla famiglia, dalla gente cordiale di Dublino, e soprattutto al rigido ambiente del vivaio, dove continuavano ad arrivare ragazzi da tutta la Gran Bretagna, e dall’Irlanda, molti dei quali venivano rispediti a casa, con il sogno di diventare un campione del football infranto per sempre. Durante le vacanze di Natale, alla fine di sei mesi di intenso tirocinio, Brandy di nuovo in famiglia fu sul punto di lasciare tutto: disse ai genitori che non ne voleva più sapere di Londra e del calcio e il giorno fissato si rifiutò di far ritorno in Inghilterra. Arrivando un paio di lettere da Highbury, che chiedevano notizie e lo invitavano a ripresentarsi al più presto agli allenamenti. Bastò questo per far superare la crisi a Brady che, pur con due settimane di ritardo, si presentò finalmente al quartier generale dell’Arsenal, che non doveva più lasciare per quasi dieci anni. Brady era stato preso in forza dal settore giovanile dei «cannonieri» proprio al termine di quella che era stata la stagione più gloriosa nella centenaria storia del club londinese. Nel campionato 1970-71 i rossobianchi avevano conquistato, oltre al primo posto in classifica, anche la Coppa d’Inghilterra, realizzando una doppietta che rappresenta un risultato eccezionale e ambito da tutte le maggiori formazioni del campionato inglese. Si respirava quindi ancora l’atmosfera esaltante delle celebrazioni dei festeggiamenti, e i ragazzini del vivaio tremavano di emozione e di rispetto incrociando negli spogliatoi sul campo e nelle sale di Highbury i campioni che avevano saputo cogliere un tale trionfo. Ma per Brady e compagni tutto doveva scemare molto presto nelle delusioni e nel declino delle stagioni successive. Pochi giorni dopo la fine del campionato, il coach Don Howe aveva deciso di andarsene, per tentare la carriera di manager con il West Bromwich Albion. Fu soprattutto quella la causa delle successive fortune avverse dell’Arsenal, in quanto, privo del validissimo aiutante, il manager Bertie Mee si rivelò subito incapace di mantenere gli standard che avevano consentito alla squadra l’accoppiata campionato- coppa. Tuttavia, per il momento, queste vicende non toccavano direttamente Brady e gli altri della squadra giovanile, che si stavano formando il carattere e le qualità partecipando al campionato della categoria, vestendo però di tutto punto come i grandi della prima divisione, e scendendo in campo contro altre formazioni che porta- vano i nomi di Liverpool, Manchester United, Tottenham. In quel contesto, sotto la guida del responsabile del vivaio, Brady imparo a limitare l’istinto naturale che lo portava a insistere troppo nel possesso della palla, a discapito del gioco di squadra: e allo stesso tempo raffinò la sua tecnica a un livello decisamente superiore alla media, in modo da supplire con l’abilità alle carenze di peso e di statura nei confronti dei compagni. Comunque per questo, continuavano a riempirlo di vitamine e di diete super-nutritive, per rafforzarlo il più possibile e per mettergli di resistere agli scontri e battere i più massicci difensori avversari. Già nella sua prima stagione con l’Arsenal, Brady venne convocato con una certa frequenza nei ranghi delle riserve, vale a dire l’anticamera della prima squadra. Le riserve disputano un campionato appositamente creato per loro, e fanno trovare insieme i giovani che sperano di arrivare finalmente al grande debutto, e i calciatori della prima squadra che vengono declassati fino a che non ritrovano la forma e la capacità di ritornare a far parte della formazione superiore. In tal modo, Brady si trovò a giocare con Alan Ball, uno degli eroi della nazionale della Coppa del Mondo 1966, che nell’Arsenal era il motore, il perno del centrocampo, l’animatore di ogni azione, che dirigeva gridando in continuazione come un sergente maggiore ma comunicando il suo entusiasmo a tutti gli altri. Così il mingherlino dal piede sinistro magico, cha giocava naturalmente sulla fascia esterna a sinistra, collaborando col centrocampo in maglia numero undici, venne definitivamente giudicato maturo per il passaggio nei ranghi dei professionisti: nel febbraio del 1973 fu ingaggiato dall’Arsenal con un contratto della durata di due anni, a 120.000 lire al mese. Per un ragazzo di diciassette anni era quanto di meglio potesse desiderare. Nel ‘73-’74 Bertie Mee si riproponeva di provare a risolvere le sorti della squadra, già lacerata da profondi contrasti tra giocatori e dirigenti, con un coach che riuscisse a riportare l’ordine e i risultati ottenuti nell’armata d’oro da Howe. Così, al posto di Steve Burtenshaw, che nelle due stagioni successive non aveva fatto molto più che litigare con tutti, da Alan Ball a Charlie George, fu assunto Bobby Campbell. L’arrivo di Campbell fu preceduto però di pochi giorni dal passaggio di Frank McLintock, una delle colonne dell’Arsenal campione, al Queen’s Park Rangers. Oltre che a rinnovare i sistemi di training, Mee voleva anche ricostruire radicalmente la squadra. L’impresa però si rivelò ben presto un salto nel vuoto. Nel settembre del 1973 i «cannonieri» vennero subito messi fuori dalla Coppa di Lega perdendo a Highbury dal modesto Tranmere. In tale contesto, il 6 ottobre, arrivò per Brady il grande giorno. Convocato in panchina con le riserve per l’incontro di campionato in casa con il Birmingham City, senza alcuna prospettiva di essere impiegato nel corso della partita, si trovò invece a debuttare a freddo, quando una brutta distorsione al ginocchio mise fuori causa Jeff Blockey. Non ci volle molto, tuttavia, per vedere messo in pratica tutto il talento e il mestiere messi insieme nel solido apprendistato: l’Arsenal vinse uno a zero, con un gol di Ray Kennedy, ma tutti i commenti della stampa furono per lodare la prova di Liam Brady. La gioia fu però di breve durata: la settimana dopo, Mee lo schierò fin dall’inizio contro il Tottenham, che vinse due a zero, e il gioco dell’Arsenal e di Brady furono definiti un incubo. Così fu rimandato a qualche lezione supplementare nelle riserve. Ma ormai si era fatto notare, e nel gennaio del 1974 fu di nuovo chiamato a giocare in campionato. Le sorti dell’Arsenal continuavano ad alternare poche vittorie a molte sconfitte, dimostrando che anche Campbell non aveva niente da spartire con le qualità del sempre più rimpianto Don Howe. Ma il 30 aprile del 1974, durante il match casalingo con i Queen’s Park Rangers, Alan Ball si ruppe una gamba, e Brady andò a occupare per la prima volta quel ruolo di regista che lo avrebbe poi definitivamente consacrato tra i migliori calciatori della scena inglese. In totale giocò quell’anno solo nove partite in prima squadra, e sembrava destinato ad attendere ancora prima di potersi assestare definitivamente tra i titolari, se non che durante la tournée preliminare alla stagione 1974-75 in Olanda, Ball, che aveva cercato di ristabilirsi al più presto, tornò a rompersi la gamba, garantendo automaticamente la permanenza di Brady in prima squadra. Poco dopo il 30 ottobre, Johnny Giles, valido manager-giocatore, coronava il momento fortunato del suo connazionale chiamandolo a rivestire per la prima volta la maglia verde dell’Eire, in un clamoroso match di qualificazione per gli Europei a Dublino contro la Russia battuta per tre a zero. Tornando a Londra, il giorno seguente, Brady dovette però tornare bruscamente alla realtà ben diversa dell’Arsenal ridotto a fanale di coda della prima divisione. E per giunta venne a sapere che Mee aveva deciso l’acquisto di Alex Cropley, un giocatore delle sue stesse caratteristiche. «Stai tranquillo, tu continuerai a essere il titolare» gli disse il manager per rassicurarlo, quindi lo rimandò subito tra le riserve, dove si procurò uno stiramento addominale che lo tenne fuori praticamente fino alla fine del campionato. L’Arsenal riuscì a salvarsi per un pelo, finendo al 19. posto. Il 1975-76 non cominciò per nulla con auspici migliori. Brady fu richiamato tra i titolari, gioco 30 partite e fece anche tre gol, ma la squadra non andò oltre il 15. posto. Fu anche troppo, considerata l’aria da guerra civile che tirava a Highbury: Bertie Mee ormai non si faceva più vedere, e Campbell non faceva altro che aumentare il nervosismo dei giocatori, scontrandosi con Ball a ogni occasione, e provocando infine la sua richiesta di trasferimento. Già se n’era andato Kennedy, acquistato dal Liverpool, e quindi fu la volta di Charlie George, che passò al Derby. Quindi toccò a McNab, trasferito al Wolverhampton. Tuttavia, anche in mezzo a quello sfacelo, qualcosa di buono stava succedendo: certo, l’Arsenal continuava a lottare per la salvezza e farsi buttare fuori dalle Coppe Nazionali fin dalle prime battute, ma il crescente impiego di elementi giovani, come Brady, O’Leary e Stapleton, avrebbe dato i suoi frutti in futuro, quando Mee e Campbell sarebbero già stati lontani. Ai primi di marzo, infatti, il manager annunciò, senza riuscire a trattenere le lacrime di fronte ai giornalisti, che a fine stagione se ne sarebbe andato. Ciò creò subito una spaccatura in seno alla squadra: alcuni volevano Campbell, gli altri (e Brady tra questi) un radicale colpo di timone. Finito il campionato, con l’Arsenal ancora miracolosamente salvo, in 17. posizione in classifica, il consiglio direttivo della società decise di optare per un elemento nuovo, e invece che accettare Campbell affidò il posto a Terry Neill, manager del Tottenham, che si portò dietro anche il coach Will Dixon. Ben presto però Brady e gli altri si sarebbero accorti che anche questo cambiamento non avrebbe mutato granché per quel che concerneva l’ambiente e i risultati. Neill cominciò subito a sbarazzarsi di quelli che erano stati fautori di Campbell: continuò, come avevano fatto i suoi predecessori, a scontrarsi violentemente con Ball, che era considerato il capo, il rappresentante e il portavoce dei giocatori, e comprò dal Newcastle United Malcolm MacDonald, un centravanti di grandi capacità ma estremamente egocentrico, che ben presto impose alla squadra di giocare esclusivamente in sua funzione, causando perciò alti e bassi a seconda delle sue condizioni e del suo rendimento a ogni singolo incontro. Così Brady, e i nuovi come O’Leary, Rix e Young (preso dal Tottenham) debbono ruotare attorno a MacDonald, i cui acuti non sembrano essere così frequenti come le stonature. L’unica carica psicologica arriva a Liam dall’attività con la nazionale irlandese, che sotto Giles attraversa un positivo periodo di revival, anche se alla fine sia la qualificazione agli Europei che ai Mondiali del 1978 verrà mancata. Ma l’aria che si respirava nell’Eire è sempre molto più buona di quella di Highbury. L’inizio del 1977 ve de l’Arsenal precipitare in un baratro di undici partite negative di fila. È poi la volta dell’eliminazione della Coppa d’Inghilterra, buttati fuori dal Middlesbrough. Neill accusa i giocatori di non essere capaci di battere nemmeno undici «bidoni della spazzatura». Brady è alla nausea. La squadra ha un’impennata d’orgoglio nel finale della stagione, riuscendo a terminare a metà classifica. Ma questo non gli impedisce di chiedere il trasferimento. Lo trattiene in seguito la decisione della presidenza, che si è resa conto che non è più possibile continuare in quel modo: o si trova un coach che sappia fare il suo mestiere, come la tradizione dell’Arsenal richiede, o non si vede come la squadra possa uscire dal tunnel. Si fa il nome di Dave Sexton, che però sceglie il Manchester United. Intanto l’Arsenal è in Australia, a disputare un torneo di amichevoli in preparazione del 1977-78. Neill ne combina un’altra delle sue, spedendo a casa in anticipo MacDonald e Hudson, rei di aver bevuto un bicchiere di fronte al presidente. Ma il 9 agosto arriva l’annuncio che riempie Brady e gli altri di un entusiasmo che non credevano di ritrovare più: l’Arsenal ha un nuovo coach, Don Howe. Sì, l’uomo che tutti a Highbury rimpiangevano ha deciso di ritornare all’ovile, e in pochi giorni con le sue qualità umane e di tecnico conquista tutti giocatori. Neill viene ridotto a fare il direttore sportivo, a occuparsi della stampa e delle pubbliche relazioni, ma tutto quello che ha a che fare con il gioco dell’Arsenal non deve più riguardarlo direttamente: ci pensa Howe a decidere la formazione, a studiare ruoli, schemi e tattiche, a gridare gli ordini dalla panchina. Così l’Arsenal ritorna nel giro delle grandi, e si qualifica per la finalissima della Coppa d’Inghilterra di Wembley, contro l’Ipswich. Brady è tra quelli che hanno messo maggiormente a frutto gli insegnamenti di Howe: si fa sempre più spesso notare tra i migliori in campo, si spinge in avanti, come vuole il coach, e comincia a segnare oltre che a far segnare con la sua abilità di playmaker. Purtroppo è l’Ipswich che si aggiudica la Coppa, con una sola ma ugualmente determinante rete. Ma il disappunto per aver mancato il successo proprio all’ultimo viene sfruttato da Howe per dare una carica ancora maggiore all’Arsenal nella stagione che viene. Ancora una volta il coach dà prova delle sue qualità: ancora l’Arsenal arriva alla finalissima di Wembley, e Brady è salutato unanimemente come l’artefice primo dell’appassionante scalata alla Coppa d’Inghilterra. Tanto che l’associazione calciatori professionisti lo elegge «miglior giocatore della stagione» e i giornali cominciano a parlare di lui, con titoli sempre più altisonanti, come del numero due del calcio britannico, secondo solo a Kevin Keegan. A Wembley, Brady fornisce la prova più convincente ed esaltante che l’onore tributatogli dai colleghi è ampiamente meritato: l’Arsenal batte il Manchester United per tre a due, al termine di novanta minuti che sono passati alla storia tra i più emozionanti della prestigiosa competizione. È Brady a suggerire i due gol che portano in vantaggio i «cannonieri» nel primo tempo, ed è ancora lui, a pochi secondi dalla fine, a fare avere una palla stupenda a Sunderland, che annulla così ogni sforzo dello United, che nella ripresa si era portato sul due a due. Oltre duecentomila persone salutano il ritorno dell’Arsenal nel quartiere di Highbury, cantando «di Liam Brady ce n’è uno solo». Ma poco dopo il loro entusiasmo si spegne con la notizia che il loro idolo ha deciso di andarsene quando, a meta del 1980, scadrà il suo contratto. Come Keegan, come Woodcock e Cunningham, anche lui vuole cimentarsi nel Continente, misurando il suo valore e acquistando nuove abilità nel confronto con il calcio di una nazione europea di grandi tradizioni, come la Germania, la Spagna o l’Italia. Nel frattempo continua a dare il meglio di sé, anche se i tifosi sono pronti a beccarlo, adesso, per l’occasionale svista, e i dirigenti di Highbury rimproverano la mancanza di lealtà nei confronti del club. Ancora una volta, ed è storia di quest’anno, l’Arsenal arriva in finale a Wembley, ma il peso di una pressante stagione inglese ed europea, in Coppa delle Coppe, si fa sentire di colpo, e la vittoria è del West Ham. Però il valore di Liam non è sfuggito a Boniperti, che l’ha osservato a Highbury e soprattutto a Torino guidare la sua squadra nell’eliminazione della Juventus dalle semifinali di Coppa delle Coppe. Il piano del presidente bianconero è di assicurarsi l’irlandese a centrocampo e Rossi in attacco: lo scandalo delle scommesse fa sfumare l’abbinamento e Brady per un po’ viene lasciato nel cassetto. Ma dopo aver girato in lungo e in largo per il mondo, rischiando di restare a mani vuote, la Juventus e giunta il mese scorso alla conclusione che nessuno tra gli stranieri disponibili aveva la classe e il potenziale di Liam Brady, soprattutto al prezzo di appena un miliardo e qualche milione di lire. E l’uomo di Dublino arriva trionfalmente alla corte della Vecchia Signora per aiutarla a recuperare il fascino perduto. Nel ‘78-79 William-Liam (all’italiana) Brady ha vissuto il suo periodo migliore vincendo il premio riservato al calciatore dell’anno e la Coppa d’Inghilterra a chiusura di una stagione davvero meravigliosa. Ed è stato soprattutto suo il merito del successo che l’Arsenal ha conseguito a Wembley quando ha battuto il Manchester United per la conquista del più ambito trofeo del calcio inglese: senza i suoi passaggi e la sua visione di gioco, infatti, questo risultato non sarebbe giunto. Ma la stagione ’78-79 è stata, per il fuoriclasse irlandese, la migliore di tutta la sua carriera visto che, con 17 gol, ha realizzato il proprio record quale marcatore. E quando Sir Stanley Matthews, l’indimenticato fuoriclasse del calcio britannico degli Anni Quaranta e Cinquanta, gli ha consegnato il premio riservato al calciatore dell’anno, Brady ha detto: «È il più importante riconoscimento che abbia mai ricevuto». Quando Arsenal e Manchester United si sono trovati di fronte a Wembley per la finale della Coppa, tutti si aspettavano un Brady goleador: al contrario, lui si è proposto a pubblico e tecnici come regista e creatore di occasioni favorevoli per gli altri, e questa è stata la risposta a chi non credeva in lui e a chi ne contestava il diritto alla successione di Keegan come «number one» del calcio inglese dopo la sua partenza per Amburgo. Era da tempo che Brady diceva di voler tentare, una volta scaduto il contratto con l’Arsenal, l’avventura in Europa ma sempre, in un modo o nell’altro, i «gunners» erano riusciti a farlo rientrare anche perché, valutandolo tre milioni di sterline (è vero o no che Francis, due anni or sono, fu valutato un milione?) pensavano di poter respingere gli assalti... europei sulla loro star. E invece... la Juve ce l’ha fatta e ora sulla testa di Dennis Hill-Wood, presidente del club londinese, si sono addensate molte nubi foriere di tempesta. Nei sei anni che Brady ha vestito la maglia dell’Arsenal non si è certamente imposto come goleador: una sola rete (in nove partite) nel ‘73-74; tre l’anno dopo; cinque ognuno nei due campionati successivi, ma le 17 realizzate due anni fa sembrano dare ragione a Don Howe, l’allenatore dell’Arsenal che in questo ragazzo ha sempre creduto ciecamente. Sempre a proposito del Brady-goleador, sentiamo cosa pensa di sé il giocatore: «Far gol è la cosa più bella del mondo anche se devi solo toccare il pallone in fondo alla rete avversaria da due metri. Ancor più bello, però, è segnare da lontano, come faccio io quasi sempre. Ci sono due persone che mi hanno dato coraggio in questa mia veste: Terry Neill e Don Howe, ed io cerco di seguire i loro suggerimenti. So benissimo che la gente mi considera una punta ma io, in questa posizione, ho giocato solo un paio di volte in assenza di Stapleton o McDonald per infortunio». Rigorista emerito, Brady è difficilissimo che sbagli dagli undici metri: «Nell’Arsenal – dice – ho ereditato questo compito da MacDonald quando Supermac sbagliò due rigori consecutivi. Allora gli subentrai io e da quel giorno non ho più ceduto a nessuno quest’incarico». DARWIN PASTORIN, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 13 AGOSTO 1980 Liam Brady e la Juventus si sono amati a prima vista. È stata davvero una «corrispondenza d’amorosi sensi». Cinquemila persone, per la vernice di Madama a Villar Perosa, hanno applaudito a lungo l’irlandese, che ha dato subito buona mostra di sé: sinistro magico, lancio lungo, intesa già magnifica con Roberto Bettega. I venditori di gagliardetti e bandiere bianconere hanno fatto affari d’oro grazie a questo irlandese silenzioso, un po’ timido, che non perde mai l’occasione per applaudire la prodezza di un compagno. Le bancarelle, ai bordi del campo, portavano scritto: «Esaurite le foto di Brady». L’amarezza-Maradona è già stata dimenticata. Un tifoso antico della Juve ha gridato all’avvocato Agnelli, immancabile all’appuntamento della «prima» di Madama: «Grazie per averci acquistato questo gran giocatore». Lo stesso Gianni Agnelli, festeggiato calorosamente dai tifosi, si è espresso in termini lusinghieri nei confronti del centrocampista: «Brady sa giocare al calcio, è un uomo d’ordine che col sinistro fa veramente quello che vuole. Non è molto veloce, ma si fa vedere in ogni zona del campo». La benedizione dell’avvocato vale oro. Brady davanti a un simile attestato (una specie di laurea ad honorem pallonara) si è lasciato scappare un lieve sorriso. Dichiarazioni ditirambiche: l’irlandese veste già stile Juve... Anche Giampiero Boniperti ha visto un Liam Brady in gran forma. Solitamente parco di parole e di giudizi, il presidente si è sbottonato, segno evidente che questo Brady piace davvero (non è quindi, come hanno affermato certi maligni, soltanto una soluzione di ripiego...). Boniperti ha detto: «Brady mi ha molto soddisfatto. D’altronde, non lo scopriamo certo noi ora. In Inghilterra ha giocato più di duecentocinquanta incontri, segnalandosi sempre come un giocatore utile e continuo. Bene, davvero bene questo Brady: i compagni lo cercano e lui ha per tutti palle bellissime, lanci in profondità da primo della classe». Liam Brady si è già inserito perfettamente nel tessuto bianconero. Il suo fair-play, tipicamente anglosassone, ha conquistato i tifosi. Pier Carlo Perruquet, capo carismatico dei supporters bianconeri, ha detto: «Brady, dopo che lo avevamo accolto trionfalmente al suo arrivo, all’aeroporto di Caselle, ci ha telefonato alla sede del “Club Torino” per ringraziarci. È veramente un ragazzo eccezionale. Per noi è già un beniamino. Ancora una volta Boniperti ha visto bene». In campo, Liam ha parole di stima per tutti. Chiama i compagni con nome di battesimo o col nomignolo di battaglia: «Franco», «Cuccu», «Bobby». La sua intesa con Bettega, parole e musica di Giovanni Trapattoni funziona già a meraviglia. «Tra i due, che parlano lo stesso linguaggio calcistico – ha avuto modo di dire il Trap – certe giocate vengono spontanee. Due fuoriclasse sanno trovarsi anche a occhi chiusi. Non servono le tattiche o le alchimie». Liam Brady e la Juventus, insomma, è già un grande amore. E, a detta di molti, non sarà soltanto una parentesi estiva, un approccio destinato a concludersi alle soglie dell’autunno. Brady e la Juve vogliono amarsi follemente per tre lunghe stagioni (il periodo cioè, della durata del contratto dell’irlandese) senza mai ombra di peccato o di tradimento. E poi, si sa, Madama non perdona gli amanti infedeli. È fatta così. Vecchia sì, ma non in menopausa... Al contrario, come tutte le «jeunes filles en fleur» di una volta, Madama è per i lunghi sodalizi anche se sa che in questo modo si rischia di sfilacciare il rapporto. Meglio un rapporto sfilacciato ma vissuto intensamente e a lungo, però, di un colpo di fulmine che si conclude nel breve spazio di pochi mesi: questo può essere accettato da chi non ha la classe di Madama. Lei invece, profumata e vestita con grande chic, si concede sì ma solo a chi la merita e Brady, questo irlandese dagli occhi chiari come l’acqua di un fiume di montagna, indubbiamente la merita. GRAZIA BUSCAGLIA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 27 AGOSTO 1980 Mr. e Mrs. Brady formano una bella coppia: lei, Sarah, una biondina londinese di vent’anni, è un vulcano di idee e di progetti. Lui, il famoso Liam, quando ha al fianco la graziosa mogliettina è totalmente diverso dal «Brady calciatore», persino l’espressione del suo volto, burbera e impenetrabile a ogni «impatto» con i giornalisti, si trasforma in quella tipica dell’omino innamorato di Peynet. Si sono sposati a fine maggio a Londra, secondo il rito protestante, anche se lui è cattolico. «Quel giorno – svela Sarah – Liam era emozionatissimo, neanche avesse dovuto giocare la finale di Coppa del Mando: in più gli dava fastidio la mia calma. Era comico a vedersi». Sarah e Liam si sono conosciuti due anni fa a Dublino. «Era proprio destino che lo incontrassi: fino a cinque anni fa io ero vissuta a Londra, poi mio padre fu trasferito a Dublino per ragioni di lavoro. Liam era in vacanza dai suoi. Era già famoso: in Irlanda, poi, è una sorta di semidio. Una sera, appunto, ero in un pub con degli amici quando lui entrò. Tutti, al suo ingresso, avevano cominciato a bisbigliare: “C’è Brady, c’è Brady”, nemmeno fosse stato la Regina Elisabetta! Io sono molto orgogliosa di essere inglese, figuriamoci se mi sarei mai abbassata a sbavare per un irlandese. Dopo un po’, i miei amici mi fecero notare che questo Brady mi stava puntando. Liam mi venne vicino e mi offrì da bere: gli risposi che non avevo bisogno di niente. Non mi piaceva. Allora, per giunta, io uscivo con un altro ragazzo: non ero neanche tifosa dell’Arsenal, seguivo il Leeds. Cominciammo a parlare e lo trovai simpatico, mi divertivo a chiacchierare con lui. Quando tornò a Londra mi scrisse molte lettere e mi telefonò sovente. Beh, debbo dire che ancora adesso quando siamo lontani Liam vive al telefono. Poi, non si sa bene come e perché, mi innamorai di questo irlandese ed eccomi qua, sposata». ➖ Liam, da quanto dice Sarah dev’essere stato difficile vivere separati, tu a Londra e lei a Dublino... «È stato molto più difficile per me. Sarah è sempre stata indipendente, troppo indipendente. Ci vedevamo una volta al mese, ma lei era talmente occupata che non si accorgeva neanche del tempo che passava. Io contavo non solo i giorni, ma persino le ore e i minuti». ➖ Liam è geloso di te come della sua vita privata? «Sotto questo punto di vista è un vero uomo latino, altro che irlandese! Non vorrebbe mai lasciarmi sola, si preoccupa troppo». «Lei invece – interviene Liam – non si preoccupa per niente. “Stai tranquillo, io so ciò che devo fare”, mi dice, e mi “spedisce”. Anche adesso è tutta presa dall’Italia, da Torino, le novità la eccitano». Sarah sprigiona voglia di vivere da tutti i pori: trovarsi in un Paese sconosciuto, ma tanto decantato dalla Letteratura anglosassone, ha per lei il sapore dell’avventura in cui tutto è da scoprire. Torino la affascina e inoltre, come ogni donna, è attratta anche dalle vetrine dei negozi del centro. Osserva i prezzi, calcola in sterline e poi afferma in tono scherzoso. «Qua ci porto Liam: gli dirò che se non vuole farmi sentire sola, deve comprarmi qualcosa. È un modo come un altro per rifarmi il guardaroba». La neo signora Brady non avverte minimamente la difficoltà di inserirsi in un nuovo Paese di cui non conosce la lingua. «Sto imparando ad attraversare la strada senza finire sotto una macchina, in più so raggiungere il centro usando i mezzi pubblici. Quando poi avrò, la casa da arredare, allora sì che verranno i problemi. Fino a quando vivremo in albergo, starò come una regina». «La casa che avevo visto in un primo momento – dice Brady – aveva una sola stanza da letto, mentre noi ne vogliamo perlomeno due. Altrimenti i parenti e gli amici che verranno dall’Inghilterra dove li metteremo?». ➖ Allora, Sarah, dovrai cambiare anche il tuo modo di cucinare, imparando a preparare le specialità italiane... «Devo proprio imparare a cucinare, perché io sinceramente non so neanche da che parte si cominci. Mi sono sposata a fine maggio, sono stata venti giorni in California, una settimana in Irlanda, dieci giorni in Spagna in viaggio di nozze. Quando siamo tornati a Londra, Liam era talmente preso dal suo trasferimento che mangiava qualsiasi cosa gli mettessi nel piatto. Ora il discorso cambia: dovrò comprarmi libri e libri di cucina, In compenso Liam è un ottimo cuoco, se la cava benissimo con le pentole». ➖ E con le faccende di casa in genere, come te la cavi? «Sono la più piccola di casa: col fatto che mi hanno sempre considerato la “baby” non mi sono mai occupata di nulla. Immaginarsi poi quando ho annunciato che mi sarei sposata! Mio fratello Richard e mia sorella Susy sono ancora “scapoli” mentre io a vent’anni mi sono già fatta “incastrare”. Che pazza, eh?». ➖ I tuoi genitori erano contenti del tuo rapporto con Liam? «I miei non avevano mai avuto una grande considerazione per i calciatori, dicevano che sanno ragionare solo con i piedi. Poi hanno conosciuto Liam e si sono ricreduti. L’importante per loro, poi, era che io fossi felice. Dopo tutto con Liam ci vivo io e non i miei genitori». ➖ Che cosa facevi prima di sposarti? «Lavoravo in un teatro come impiegata, ma non era un lavoro d’ufficio, era più di pubbliche relazioni. Mi divertivo moltissimo». ➖ Ora pensi di dedicarti totalmente ai nuovi compiti di casalinga? «Ma che cosa ho fatto di male per essere relegata fra le pareti domestiche? No, no, vuoi scherzare? Ottima moglie e discreta casalinga, questo sì, ma io voglia lavorare fuori, non voglio mica aspettare il ritorno di Liam a casa! Appena, me la caverò con l’italiano cercherò d’insegnare inglese in qualche scuola privata». ➖ Sarah, che tipo è Liam fuori dal campo? «È molto tranquillo, un casalingo senza particolari interessi. Ama molto ascoltare la musica, specialmente il folk e il rock, gli Eagles, Bob Dylan, i Rolling Stones. Guai a mettergli in disordine i suoi dischi!». ➖ Che cosa ti ha colpito di lui? «La bellezza», interviene Liam scherzando. «Oh no, la bellezza proprio no. La dolcezza». ➖ Com’è Liam prima di una partita? «Molto sereno. Lo è meno dopo una sconfitta». ➖ Che cosa ti ha raccontato di particolare nelle telefonate-fiume che ti ha fatto una volta giunto in Italia? «Appena arrivato a Villar Perosa mi ha telefonato in piena notte: Sarah, è bellissimo – diceva – mi han fatto un’accoglienza indescrivibile. Dovevi vedere i tifosi, mai visto gente così meravigliosa! La seconda sera invece mi ha detto: “Ora sono un vero italiano: conosco già tutte le parolacce”. Bel tipo, no?». ➖ L’hai trovato un po’ cambiato da quando è in Italia? «Sì, l’Italia, ma soprattutto la Juventus, gli hanno restituito una voglia di fare che a Londra aveva perso. È entusiasta, dice che non poteva capitare meglio di così. Prima di arrivare a Torino, poi, a Liam non interessava affatto la moda maschile. Adesso mi ha già detto che vuole comprarsi qualcosa di nuovo, è stufo di essere subito riconosciuto come straniero, e proprio per il modo di vestirsi. In più sta imparando a guidare all’italiana». ...«E sono un asso – dice Liam – a volte qualche mio compagno di squadra mi fa guidare la sua macchina. Sono bravissimo». ➖ Tuo marito ha una certa avversione per la stampa: perché? «No, Liam ha le sue simpatie: anche qua in Italia ha già inquadrato bene i vari giornalisti». ➖ E quando in campo scendono Irlanda e Inghilterra tu, Sarah, per chi fai il tifo? «Per l’Inghilterra, è chiaro. È successo lo scorso febbraio a Wembley: quando Keegan segnò, io saltai in piedi dalla gioia, mentre i vari tifosi irlandesi che sapevano che io ero la fidanzata di Brady mi guardavano disgustati. Ma Liam mi capisce... Non si può rinnegare la propria nazione. E poi ne sa qualcosa: è stato persino espulso dal collegio pur di non perdere un incontro con la rappresentativa irlandese!». ➖ Liam, che importanza ha Sarah nelle tue decisioni? «Lei è tutto per me: qualsiasi cosa io intenda fare, lei ne è al corrente e mi consiglia. Sarah ha una personalità molto più forte della mia, sa sempre come agire, soprattutto non è per nulla emotiva. È una vera sicurezza per me». ➖ Che differenza di gioco hai riscontrato fra il calcio inglese e quello italiano? «In Italia il gioco è lento, si porta molto la palla e si ha paura di scoccare tiri da fuori area. In Inghilterra non ci si risparmia mai, è un continuo arrembaggio». ➖ A quanto pare la Juventus ti ha conquistato... «Sono entusiasta, l’ambiente è favoloso, mi trovo perfettamente a mio agio. I miei compagni di squadra mi hanno aiutato e continuano tuttora a farlo. Mi sembra di stare con loro da sempre». ➖ Che cosa ti ha colpito maggiormente da quando sei in Italia? «Pensavo che gli inglesi fossero pazzi per il football, ma qui invece si vive proprio per il calcio, quotidiani sportivi a non finire, riviste di calcio a fiumi, giornalisti di tutti i generi, è straordinario. Ancora non riesco a leggere il contenuto degli articoli, ma comprendo i titoli: già da un mese non faccio altro che leggere il mio nome scritto a caratteri cubitali e penso ai poveri lettori che tutti i giorni sono costretti a sentire parlare di questo Brady. E poi mi hanno colpito tantissimo i tifosi con il loro calore, il loro entusiasmo». ➖ Dove arriverà questa Juve? «Spero il più lontano possibile: se la Juve andrà forte vorrà dire che anch’io avrò fatto la mia parte». ➖ E tu dove vuoi arrivare? «Mi... basta essere felice: qui a Torino, con Sarah». Brady è un regista giovane, ma calcisticamente maturo; arriva in Italia con etichetta irlandese, ma rivela ben presto insospettate capacità di adattamento che gli consentono di inserirsi senza problemi nella squadra bianconera. Col suo arrivo nella Juventus ricompare il regista, giubilato da Trapattoni dopo la partenza di Capello e interpretato in seguito, seppure in modo anomalo, da Benetti e Furino. Così la Juventus torna a una manovra ordinata, basata sulla ricerca di impostazioni logiche e razionali, anche se il ritmo non eccezionale dell’irlandese riduce in parte le accelerazioni. «Con quel sinistro potrebbe scappare di prigione», aveva scritto un reporter londinese, non privo di humour. Investito nei primi giorni da una curiosità che sfiora aspetti morbosi, Liam si rifugia ben presto in un rapporto formalmente ineccepibile, ma che poco concede all’interlocutore. Soluzione necessaria e appropriata. Ma ancora oggi, a distanza di anni, Brady è ricordato nell’ambiente torinese con ammirazione e simpatia. Anche per la sua vita privata Liam lascia nel ricordo tracce indelebili. Lo prova il fatto che, in perfetto accordo con la moglie Sarah, decide di far nascere a Torino la figlioletta Ella, che viene alla luce a metà gennaio 1983, quando l’irlandese già si trova a Genova, in quanto trasferito nell’estate precedente alla Sampdoria. «Fu una fortuna, per lui, che fosse sistemato in camera, fin dal ritiro di Villar Perosa, col sacrestano delle rincorse, Furia Furino – racconta Caminiti – perché gli vennero insegnati gli stimoli alla lotta, perché riuscì a scaldarsi al fuoco dell’emulazione e cominciò a giocare alla grande, disimpegnando il suo piede mancino da vicino e da lontano, con sicura maestria. Certo, poco appariscente e, a voler essere obiettivi, spesso pigro nel corso della stessa partita: come Furia andava a soffiargli nelle orecchie con la sua voce grattata, Brady riprendeva la sua corserella, svelando doti di centrocampista di impulso ed anche di agonismo sicuramente superiori alla media». Le due stagioni di Brady alla Juventus sono coronate dalla conquista di altrettanti scudetti. Trapattoni dirà che sono gli scudetti che sente di più come suoi, maturati nel rinnovamento di una squadra che comincia a perdere qualche grosso nome del passato (Morini, Benetti e Boninsegna) per dare spazio a giovani che si chiamano Cabrini, Farina, Prandelli, Marocchino e Galderisi, oltre al recupero di Virdis e alla progressiva affermazione di Brio. In quella squadra il sinistro di Brady, proietta di volta in volta i compagni verso il gol, lo stesso irlandese si segnala anche nei panni di goleador: 8 reti il primo anno, 5 il secondo. Stupenda la prima stagione, anche se ci mette un po’ di tempo a prendere le misure; viene fuori il pomeriggio del 23 novembre 1980, mentre un terremoto squassava l’Italia del Sud. La Juventus gioca contro l’Inter campione in carica, con una formazione decimata dalle squalifiche volute da Agnolin, dopo un derby scandaloso. Liam segna un gol e un altro lo fa fare a Scirea. La squadra bianconera vince 2–1 e comincia, seriamente, a inseguire la Roma. La seconda stagione è meno appariscente ma è suggellata, comunque, da un significativo finale. Il 30 aprile 1982, un venerdì, alla vigilia delle ultime tre giornate di campionato, Liam viene informato, all’improvviso, che non sarà riconfermato. «Preso Platini – racconta Giampiero Boniperti, sul suo libro “Una vita a testa alta” –, avevo un grosso problema. E un dispiacere enorme. Dirlo a Brady. Perché di stranieri ne erano consentiti soltanto due e noi avevamo già Boniek, preso in quegli stessi giorni. Brady, Boniek, Platini: uno era di troppo. Avessimo potuto tenerli tutti e tre, con Brady dietro a quei due, saremmo diventati la più grande squadra del mondo. Ho chiamato l’irlandese, dopo un’ora Liam era a casa mia: «Brady, abbiamo preso Platini. Mi rincresce». Pianse e un po’ di magone venne anche a me. A fine stagione venni contattato da Paolo Mantovani, presidente della Sampdoria, per discutere la cessione del centrocampista irlandese. Il reingaggio di Liam l’ho fissato io. E Mantovani fu d’accordo su tutto. Ma di Brady non si può non ricordare l’ultima partita in maglia bianconera, il 16 maggio 1982, a Catanzaro, giorno in cui la Juventus conquista lo scudetto approfittando del concomitante pareggio della Fiorentina a Cagliari. Vince 1-0 la Juventus, con un rigore trasformato dallo stesso irlandese per fallo di mano sulla linea di Celestini, a seguito di un’ubriacante azione impostata da Fanna con deviazione di Rossi verso il gol. L’episodio accade a metà ripresa, con la Juventus accanitamente protesa verso la vittoria. Liam, rigorista designato, si avvia a battere dal dischetto come se non fosse l’ultima partita e l’ultimo rigore nella Juventus, con un grandissimo esempio di professionalità. Il gol sancisce l’apoteosi bianconera ed è la rivincita morale di Brady. «Avevo due scelte, due possibilità: fare il professionista e calciare bene il rigore, oppure fare il bambino stupido e rifiutarmi di calciare o, peggio, sbagliare volutamente il tiro. Ho scelto di fare il professionista, ho tirato ed ho fatto gol». «In quella cruciale domenica di Catanzaro – ricorda ancora Caminiti – toccò proprio a Brady battere il penalty decisivo, contro la squadra di casa, nello stadio infuocato di tifo contro. E segnò, con la gelida tristezza del professionista, confermandosi tra le figure più limpide del poco limpido calcio degli anni recenti». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/william-brady.html
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WILLIAM BRADY https://it.wikipedia.org/wiki/Liam_Brady Nazione: Irlanda Luogo di nascita: Dublino Data di nascita: 13.02.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Irlandese Soprannome: Liam - Chippy Alla Juventus dal 1980 al 1982 Esordio: 20.08.1980 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 2-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 76 presenze - 15 reti 2 scudetti William Brady, detto Liam (Dublino, 13 febbraio 1956), è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore irlandese, di ruolo centrocampista. Liam Brady Brady alla Juventus nella stagione 1980-1981 Nazionalità Irlanda Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1989 - giocatore 2010 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? St. Kevin's Boys 19??-1970 Home Farm 1970-1973 Arsenal Squadre di club 1973-1980 Arsenal 235 (43) 1980-1982 Juventus 76 (15) 1982-1984 Sampdoria 57 (6) 1984-1986 Inter 58 (5) 1986-1987 Ascoli 17 (0) 1987-1989 West Ham Utd 89 (9) Nazionale 1974-1990 Irlanda 72 (9) Carriera da allenatore 1991-1993 Celtic 1993-1995 Brighton 1996-2014 Arsenal Giovanili 2008-2010 Irlanda Assistente Caratteristiche tecniche Giocatore Regista mancino, dotato di ottima visione di gioco, compensava qualche carenza in termini di dinamismo con ordinate geometrie e notevole carica agonistica. Oltre a ciò, era un affidabile rigorista. Carriera Giocatore Club Arsenal Cresciuto calcisticamente dapprima nel St. Kevin's Boys e poi nello Home Farm, venne notato all'età di tredici anni dagli scouts dell'Arsenal, da cui venne acquistato nel giugno del 1971. La dirigenza dei Gunners in quegli anni era orientata a una politica di sviluppo del settore giovanile che le consentisse di coltivare in casa le future stelle della prima squadra. Brady trascorse tre anni nel settore giovanile assieme a un gruppo di giocatori – David O'Leary, Frank Stapleton, Graham Rix, John Matthews e Richie Powling – che venne promosso in toto in prima squadra. Brady (a sinistra) all'Arsenal nel 1980, anticipato dal futuro compagno di squadra Furino durante le semifinali di Coppa delle Coppe. Il giorno del suo diciassettesimo compleanno firmò il contratto da professionista, seguendo così le orme dei fratelli maggiori Pat (che giocava nel Millwall), Ray (che militava nel QPR), Frank Jr. (che giocava nello Shamrock Rovers), nonché dello zio Frank Sr. Il 6 ottobre 1973 fece il suo debutto, subentrando al posto dell'infortunato Jeff Blockley nella gara contro il Birmingham City. Nel resto della stagione l'allenatore Bertie Mee decise di impiegarlo con parsimonia: "Chippy" terminò la sua prima stagione con la maglia dei Gunners con all'attivo 13 presenze. Con la squadra londinese vinse la FA Cup nel 1978-1979, disputando le finali della stessa sia nel 1977-1978, sia nel 1979-1980. Con il club londinese raggiunse inoltre la finale di Coppa delle Coppe nel 1979-1980, perdendola contro gli spagnoli del Valencia. Esperienze italiane e ritorno in Inghilterra Nell'estate del 1980, grazie all'intervento del talent scout Gigi Peronace, diventò il primo giocatore straniero acquistato dalla Juventus dopo la riapertura del calcio italiano agli stranieri. Con la squadra torinese vinse due scudetti consecutivi, nelle stagioni 1980-1981 e 1981-1982; in quest'ultimo campionato si incaricò di tirare il rigore che, all'ultima giornata, diede ai bianconeri la vittoria sul campo del Catanzaro e, di riflesso, il titolo nazionale, pur sapendo di non esser stato confermato in rosa per l'annata successiva. Brady (a destra) alla Sampdoria nel 1982, alle prese con l'ex compagno di squadra Rossi. Chiuso infatti dall'arrivo a Torino di Michel Platini, passò alla Sampdoria. Dopo due buone stagioni a Genova si trasferì all'Inter per 3,5 miliardi di lire, e successivamente all'Ascoli dove partecipò alla vittoria di una Coppa Mitropa nel 1986-1987. Il 1º marzo 1987 ritornò quindi in Inghilterra, dove chiuse la carriera dopo due annate nelle file del West Ham Utd. Nazionale Ha vestito per quindici anni la maglia dell'Irlanda, a cavallo degli anni 1970 e 1980, non riuscendo a prender parte con i Boys in Green, in questo lasso di tempo, ad alcuna fase finale delle manifestazioni europee e mondiali. Allenatore e dirigente Il 19 giugno 1991 diventò l'allenatore del Celtic, carica mantenuta fino al 6 ottobre 1993. Il 1º dicembre dello stesso anno approdò sulla panchina del Brighton, dove rimase fino al 30 giugno 1995. Il 2 luglio 1996 ricoprì la carica di direttore del settore giovanile dell'Arsenal. Il 1º maggio 2008 divenne l'assistente del commissario tecnico della nazionale irlandese, Giovanni Trapattoni, affiancato nel ruolo dall'altro ex juventino e compagno di squadra Marco Tardelli; si dimise il 30 aprile 2010 per non perdere l'incarico all'Arsenal. Nel gennaio 2013 l'Arsenal annunciò che Brady avrebbe lasciato il ruolo di responsabile del settore giovanile del club nel maggio 2014. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa d'Inghilterra: 1 - Arsenal: 1978-1979 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Ascoli: 1986-1987 Individuale Giocatore dell'anno della PFA: 1 - 1979
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WALTER LANNI Coppa Italia 1976-77: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Walter Lanni che disputerà una settantina di minuti nel vittorioso match casalingo contro il Vicenza giocato il 29 giugno ‘77. Ricordiamo le formazioni di quella partita terminata 2-1 per i bianconeri, con reti di Della Monica, Cascella e Albanese. Juve: Bobbo; Francisca, Cascella; Berti, Bogani (dal 65’ Beccaris), Gola; Lanni (dal 70’ Noferi), Della Monica, Schincaglia, Gasperini, Saporito. Lanerossi: Galli; Lelj, Prestanti; Donina, Dolci (dal 46’ Demo), Carrera; Cerilli, Salvi, Albanese, Verza (dal 46’ Briaschi), Filippi. Allenatore Gibi Fabbri. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1978 Si è svolto negli ultimi giorni dello scorso anno, a Sanremo, un torneo internazionale di calcio riservato ai giovanissimi, al quale hanno partecipato squadre di otto nazioni. Per l’Italia, due partecipanti, la «Pre-juniores» e la «Scolastica»; questo torneo era riservato ai giovani nati dopo il 1° agosto 1960. Ben cinque bianconeri sono stati chiamati dal selezionatore Acconcia, e precisamente Storgato, Ricci, Formoso, Giusti (ora in prestito alla Pistoiese) e Lanni. Tutti si sono fatti onore, giungendo alla finalissima; un particolare cenno per Walter Lanni, nato a Roma il 13 agosto 1960, che è risultato il capocannoniere di tutto il Torneo, con la realizzazione di ben 8 reti, quattro delle quali rifilate in una sola partita (terminata per 4 a 0) alla compagine ungherese. Lanni è arrivato alla Juventus proveniente dalla Jacopini Sport di Roma, all’età di 15 anni, entrando subito nella squadra degli allievi; attualmente è «punta» nella compagine della «Primavera». Le sue doti principali sono il tiro in porta, secco e preciso, lo scatto bruciante e un controllo di palla, in velocità e in dribbling, veramente eccezionale. Forse manca ancora di continuità nel gioco, ma senza dubbio è un talento naturale. Sempre riferendoci al Torneo di cui sopra, Lanni ha segnato un magnifico gol alla nazionale svizzera, che ci ha consentito di portare a casa un prezioso pareggio, poi, come già detto, una spettacolosa quaterna, con una rete più bella dell’altra, ai magiari, poi ancora due reti ai Carlin’s Boys, e, nella finalissima, contro l’«Italia B», è stato ancora autore del primo gol, con un bellissimo pallonetto che ha scavalcato il portiere depositandosi nell’angolino in fondo alla rete. Alcune brevi domandine all’eroe del giorno, che gran parte degli sportivi d’altronde avranno avuto modo di ammirare in ripresa diretta da Sanremo alla TV. – A quale giocatore ti ispiri? «Mi è sempre piaciuto Causio, veramente formidabile, è un giocatore che col pallone fa quello che vuole». – I tuoi genitori erano d’accordo sulla tua carriera calcistica? «Pienamente d’accordo, madre e padre». – Quali sono stati i tuoi primissimi allenatori? «Jacobini, l’ex giocatore della Roma, e Italo Rosi». – Ti piace la TV? «Moltissimo; vado matto per lo spettacolo del sabato sera, quello con Mondaini-Vianello; una coppia straordinaria, con un umorismo sottile ma efficacissimo». – E come cinema? «Mi piace tutto». – Parliamo allora di attori preferiti. «Meglio attrici: le due che sono in testa alla mia classifica diciamo che sono Sidney Rome e Gloria Guida». – E diciamo ancora una cosa, Walter: progetti per il prossimo anno? «Dovrebbe interpellare i dirigenti; io mi augurerei di essere prestato a una buona società di serie B o C a farmi le ossa; se, come mi auguro con tutto il cuore, al termine del campionato risultassi meritevole, sarebbe mio grande desiderio tornare poi alla «Casa Madre». Come si vede, il vivaio bianconero è sempre sulla breccia; facciamo voti affinché tra breve si possa parlare di questi ragazzi, come d’altronde di tutti gli altri in forza alla società, come candidati a vestire la gloriosa maglia juventina della prima squadra. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/08/walter-lanni.html
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WALTER LANNI Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 13.08.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 0 reti
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Massimo Storgato - Calciatore e Allenatore giovanili
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
MASSIMO STORGATO Negli anni Cinquanta il Veneto è ancora una regione d’emigranti e non di piccoli-grandi industriali. Di soldi ce ne sono pochi e le famiglie del padre (dieci fratelli) e della madre (cinque) di Storgato si stabiliscono a Casale Monferrato. Poi, quando arriva il posto alla Fiat, Mariano Storgato va a Torino con la moglie Apollonia e il figlio. Sono gli anni del boom, la Fiat mette il paese su quattro ruote e papà Mariano pone i blocchi di acciaio negli altoforni, dopo averli sollevati con la sua gru: «Tornava a casa che sembrava reduce da una sauna».Massimo va in bici con suo padre per i campi. Poi si fermano e via con i palleggi: «Per non giocare sempre da solo, mio padre mi portò all’oratorio di Don Orione alle Vallette».L’oratorio, anche per Storgato, non è solo un campo da calcio, ma anche un luogo di incontro. Massimo incrocia sua moglie Manuela: «Si facevano gli incontri e, d’estate, si andava in vacanza in montagna, a Salice d’Ulzio». Il primo amore. Anzi i primi amori. Perché la signora Manuela si abitua subito a dividere Massimo col calcio: «Mi sono sposato lo stesso giorno di Prandelli. L’indomani cominciava una tournée negli Stati Uniti. Dovevano venire anche le mogli e invece le lasciarono giù. Mia moglie me lo rinfaccia ancora».Storgato parte centravanti: «Segnavo otto, dieci goal a partita. Andai a fare un provino da Pedrale». Pedrale è una specie di istituzione. Riceve gli aspiranti bianconeri tutti i sabati al Combi: «Io ci andai con la maglia di Rivera. Ero milanista». Pedrale lo esamina e pronuncia il suo verdetto: «Torna il prossimo sabato». «Tornai per un mese e mezzo e alla fine mi presero. I miei genitori fecero tanti sacrifici. Ricordo ancora quando mio padre mi comprò le prime scarpe da calcio Magrini in una bottega di Corso Regina. C’erano ancora i tacchetti che si infilavano nel blocco di legno».È un’Italia che si può permettere qualcosa in più di quella precedente, però, intuisce sempre nel calcio la stessa possibilità di riscatto sociale: «Prendevo il dieci con mia madre e un panino per andare al campo. Stavamo ore e ore davanti ad un muro a fare tecnica con Martello Pedrale». Arrivano le prime soddisfazioni: «Vincemmo un torneo internazionale: Boniperti ci ricevette in sede e ci consegnò una medaglia: eravamo quelli del Mitico 61».Sacrifici, privazioni, soprattutto degli svaghi dei ragazzi («ma non sono mai stato un tipo da discoteca»), il diploma arenato al quarto anno dell’istituto per geometri. Storgato avanza in carriera, arretrando nel ruolo: da attaccante a terzino. Dopo un soggiorno a Bergamo, torna per esordire (con la maglia blu) in Serie A: Ascoli-Juventus 0-0, 19 ottobre 1980. Alla fine colleziona uno scudetto e tante lezioni di calcio: «Trap era pieno di vitalità. Stava tanto tempo con Brady a spiegargli come fare ginnastica e poi, nella partitella, gli si incollava addosso per prepararlo alle marcature».Un anno via, a Cesena, poi il ritorno alla Casa Madre, nella stagione 1982-83, quella della Coppa Italia e della Coppa Campioni perduta ad Atene con l’Amburgo: «Brio aveva la pubalgia ed io ero in pre-allarme. Trap mi fece allenare tutta la settimana per bloccare Hrubesch: avrò fatto diecimila colpi di testa. Poi mise Brio. Perse anche il derby per far giocare Brio. Ma allora un allenatore aveva molte remore a schierare un giovane». Vince anche il Mundialito, grazie anche a un suo goal, contro l’Inter: «Sono approdato in prima squadra proprio nel momento in cui la facevano da padroni diversi Campioni del Mondo, per cui non posso lamentarmi troppo per aver fatto tanta fatica a impormi: l’unico rammarico vero è quello di essere tornato nel periodo sbagliato. Sono, infatti, quasi certo che un paio di anni più tardi avrei avuto migliori possibilità di conquistarmi, in pianta stabile, il ruolo di primo rincalzo della difesa. In ogni caso, pur giocando poco, da quell’esperienza ho imparato davvero tantissimo».Sei anni di prestiti e una fregatura nel 1984: «Avevo fatto un anno straordinario a Verona da centrocampista avanzato. Bagnoli era speciale: non ho mai sentito un giocatore escluso parlare male di lui». Bagnoli lo vuole, ma le società litigano. Si va alle buste: per mille lire Storgato perde il secondo scudetto della sua vita. Comincia a peregrinare: Lazio, Avellino («esperienza traumatizzante: facemmo sei mesi di ritiro»), Cosenza, e in mezzo tanta Udinese. «All’inizio la speranza di rientrare alla Juventus non mi abbandonava mai, poi, a venticinque anni, mi sono messo il cuore in pace. Comunque quando sono stato definitivamente venduto ai friulani ho provato un profondo dispiacere: la favolosa esperienza quasi decennale con la squadra della mia città era purtroppo giunta all’epilogo. E, a quel punto, non mi restava che cercare di sviluppare la carriera nel migliore dei modi, pur lontano da Torino».Il torneo successivo scende di categoria con l’Alessandria, la nona squadra in dodici anni di professionismo: «A parte Torino, sicuramente a Verona e a Udine è dove sono stato meglio: lì si è apprezzati per come si gioca e non per come si cerca di apparire. Ed io, che di natura sono silenzioso e per nulla incline alla ribalta e alle interviste, ho trovato in quelle città davvero l’ambiente ideale».Nel 1992 a trentuno anni compiuti Storgato, anche per riavvicinarsi a casa, decide quasi per gioco di accettare l’offerta della Pro Vercelli, che cercava uomini d’esperienza per tornare tra i professionisti: «Dopo una stagione d’assestamento, nel 1993-94 abbiamo vinto il torneo e così mi sono ritrovato a disputare altre due stagioni in C. Poi, spinto dall’enorme passione per il calcio, ho deciso di continuare per un altro biennio nel campionato di Eccellenza con l’Ivrea prima e con la Sangiustese in seguito e, in entrambe le occasioni, le mie squadre si sono classificate al primo posto».Nel 1998, a trentasette anni e mezzo, la combattuta decisione di smettere: «Che ho preso soltanto perché il mestiere d’allenatore che avevo iniziato nel 1996 mi stava impegnando troppo». In quell’anno, infatti, la dirigenza bianconera, che non si era dimenticata di uno dei suoi figli migliori, gli affida una delle tante compagini del settore giovanile: «Lasciando da parte i luoghi comuni, devo confessare di sentirmi assai fiero di essermi nutrito per anni del vecchio stile Juventus, un mix di umiltà, spirito di sacrificio, dedizione, compostezza e correttezza di comportamento che permea tutto l’ambiente e che ti condiziona positivamente anche nella vita di tutti i giorni. E, giuro, non è poco: ve lo dice uno che, suo malgrado, con quella bellissima maglia ha fatto quasi da comparsa». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/massimo-storgato.html
