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Socrates

Tifoso Juventus
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Tutti i contenuti di Socrates

  1. STEFANO LO PORTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 30.01.1968 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1988 Esordio: 28.05.1986 - Amichevole - Reggiana-Juventus 1-3 Ultima partita: 16.06.1988 - Amichevole - Venezia-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti
  2. ANGELO ORLANDO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 Esordio: 01.09.1955 - Amichevole - Juventus-Juventus De Martino 2-3 Ultima partita: 16.01.1957 - Amichevole - Juventus-Nazionale Militare 3-3 0 presenze - 0 reti
  3. GIULIO ORIGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.02.1912 Luogo di morte: Torino Data di morte: 24.04.1964 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1935 al 1936 Esordio: 28.10.1935 - Amichevole - Biellese-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti
  4. BENJAMIN ONWUACHI Correva l’estate dell’oramai lontano anno 2002 – si legge sul sito Mondoprimavera.com – quando, in compagnia dell’ex attaccante Nando De Napoli (diventato collaboratore della Reggiana) sbarcano in Italia una serie di promettenti giovanotti nigeriani con un carico di sogni e di belle speranze per il futuro. Giovanissime promesse arrivate nel Bel Paese tramite la regia di Sunday Oliseh, ex centrocampista proprio del club emiliano e della Juventus, che soltanto un anno prima aveva spedito due giocatori che negli anni a seguire saranno protagonisti di una discreta carriera in Serie A, ovvero Obafemi Martins e Stephen Makinwa. Lo stesso non si può dire di un altro attaccante che ai tempi sembrava destinato a un futuro da campione: stiamo parlando di Benjamin Chukuka Onwuachi, noto semplicemente ai più come Benjamin. Baricentro basso e scatto da vero velocista, il ragazzo classe 1984 si presenta alla Reggiana mostrando fin da subito le proprie doti fisiche fuori dal comune: la società emiliana non ci pensa due volte e gli consegna le chiavi dell’attacco della squadra Berretti. Mai scelta fu più azzeccata: la freccia nigeriana mette a segno ben quaranta reti nella prima stagione in Italia, contribuendo in maniera netta alla conquista dello scudetto di categoria. Tre di questi goal li rifila nei play-off alla Juventus, club che si innamora letteralmente del rapidissimo attaccante nigeriano e, senza pensarci due volte, si presenta nella sede della Reggiana con un’offerta irrinunciabile (seicentomila euro) che consente ai bianconeri di battere la concorrenza di Milan e Inter e portare quindi Benjamin sotto la Mole. Aggregato alla Primavera, l’allora tecnico Vincenzo Chiarenza lo schiera in coppia con Raffaele Palladino, dando vita a un tandem offensivo devastante: il bomber africano realizza più trenta goal tra campionato e Torneo di Viareggio, contribuendo alla vittoria di quest’ultimo e attirando su di sé le attenzioni del pubblico di fede bianconera, sempre più incuriosito dall’impressionante prolificità del gioiellino della Primavera. Lo tiene spesso d’occhio anche Marcello Lippi che, dopo averlo visto all’opera nella classica amichevole pre-stagionale di Villar Perosa, nella quale l’allora diciannovenne Benjamin aveva segnato una rete a Buffon, inizia a chiamarlo sempre più spesso per partecipare alle sedute di allenamento con la Prima Squadra. I big, da Del Piero a Trézéguet, passando per lo stesso portiere della Nazionale, coccolano il gioiellino africano, che nel frattempo deve iniziare a fare i conti con la notorietà. Le persone lo fermano per strada e lo salutano, i tifosi gli chiedono autografi e ciò avviene anche in Nigeria, dove molti servizi su radio e giornali vengono dedicati al giovanotto che sta realizzando caterve di gol in Italia. In molti vedono in lui la risposta juventina a Oba Oba Martins, ex compagno di squadra e amico di Benjamin che nel frattempo sta facendo sognare i tifosi dell’Inter. A differenza di Obafemi, lui non fa capriole, ma gonfia le reti avversarie con una regolarità impressionante. L’esordio in Prima Squadra è solo questione di tempo: Lippi lo manda in campo in Coppa Italia, contro il Siena, e Benjamin non tradisce le attese andando in goal alla sua prima partita tra i professionisti. Il ragazzo è pronto: la Juventus, però, ha un reparto avanzato pieno di campioni (ai quali si è aggiunto un certo Ibrahimović) e non c’è spazio per il promettente bomber nigeriano, che all’inizio della stagione 2004-05 si trasferisce in prestito alla Salernitana. MAURIZIO TERNAVASIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2003 Ha gli occhi vispi, lo sguardo intelligente, i modi garbati. Ma anche la consapevolezza che, con un po’ di sacrificio, potrebbe ottenere buoni risultati. Perché a Benjamin Onwuachi, il nuovo straniero della Primavera bianconera, le qualità certo non mancano: è veloce, scattante, ambidestro, opportunista, tecnico. E ha pure un gran fiuto del goal: lo dimostrano le tante reti realizzate lo scorso anno nella Berretti della Reggiana, la sua prima squadra italiana, che in due occasioni gli ha fatto fare pure panchina in Serie C. «Il bello è che nelle fasi finali abbiamo incontrato proprio la Juve, sconfitta per 4-1 con tre miei goal. Non l’avessi mai fatto…», dice in un buon italiano, quasi inaspettato per chi è relativamente da poco tempo alle prese con una lingua difficile come la nostra. «A Reggio Emilia ho frequentato per un paio di mesi una scuola di italiano, qui a Torino dovrei iniziarne presto un’analoga per non aver più problemi di sorta». Lo scorso anno Benjamin giostrava prevalentemente da seconda punta, mentre in Juve si sta adattando a muoversi anche come attaccante puro. «Devo migliorare nel colpo di testa e nel far miei tutti i particolari tattici cui, nel mio paese, non ero abituato. In Nigeria si cura molto la parte atletica, ma non troppo quella tecnica. Spero di recuperare in fretta il tempo perduto». Non deve essere stato facile mollare tutto per venire a cercare fortuna in Italia. «Dalle nostre parti si sta attraversando un momento difficile, soprattutto dal punto di vista politico. È vero, molti vivono sotto la soglia della povertà, ma c’è anche chi se la passa piuttosto bene. I problemi iniziali sono stati soprattutto familiari e legati al clima: trasferirsi a soli diciassette anni in perfetta solitudine in una realtà completamente nuova è più complicato di quanto si possa immaginare. A Reggio, poi, mi sono trovato di colpo immerso nel gelo e nella nebbia, e non è stato facile abituarsi. Però mi sono imposto di riuscirci, uno sforzo che spero mi consenta in breve tempo di fornire un aiuto tangibile alla mia famiglia». Con la quale, immaginiamo, non hai frequenti contatti. «Ogni tanto ci sentiamo al telefono, ma fino a Natale non avrò la possibilità di raggiungerli. Un motivo in più per dar loro da lontano il maggior numero di soddisfazioni». Qual è il tuo modo preferito per andare in goal? E quali le caratteristiche migliori sotto porta? «A parte cinque o sei marcature venute da lontano, tutte le altre le ho realizzate nei pressi dell’area piccola, nell’uno contro uno o in velocità, visto che sono piuttosto sgusciante e veloce. In Italia, se non sbaglio, si dice che uno con le mie caratteristiche vede bene la porta. Gli obiettivi per l’avventura appena iniziata? Bissare i successi dello scorso anno. Non tanto quelli personali, perché non credo di potermi ripetere a tali livelli quantitativi, quanto piuttosto quelli di squadra. Sarebbe fantastico se il mio arrivo coincidesse con la conquista del titolo nazionale». Come procede invece il tuo ambientamento a Torino? Dove e come vivi? «Per ora mi affido unicamente all’amicizia e alla cortesia dei compagni, dal momento che non ho ancora avuto modo di stabilire contatti con i connazionali che vivono a Torino. Fortunatamente quasi tutti i ragazzi che vengono da fuori città alloggiano nel mio stesso albergo: una sistemazione confortevole e comoda sotto ogni punto di vista. E poi si mangia bene, una cosa che mi è sin da subito piaciuta dell’Italia». La scorsa stagione la formazione della Reggiana in cui militavi schierava ben sette ragazzi nigeriani. Per certi versi, era quasi come giocare in casa. «Siamo arrivati in Italia tutti insieme, ci conoscevamo già da tempo. Quest’anno però, com’era prevedibile, la colonia si è sciolta: due centrocampisti sono finiti alla Roma, un attaccante è andato all’Inter, un paio sono ancora in attesa di sistemazione. Nonostante non abbia più loro al mio fianco, le motivazioni per far bene sono immutate, anche perché sono approdato in una delle più importanti società del mondo. Anzi, a maggior ragione vorrei dare il massimo per raggiungere un posto al sole, anche se non è quello del mio paese. E poi, come ho detto, non posso proprio lamentarmi: sono in compagnia di ragazzi simpatici, con i quali nei momenti di libertà si va allegramente in giro, e mi porto sempre dietro un po’ di musica: non soltanto le canzoni nigeriane, ma anche quelle americane e di genere pop, per le quali stravedo. Per la prossima intervista spero di essere preparato anche sui ritmi italiani, com’è giusto che sia per chi non vuole sentirsi di passaggio». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/benjamin-onwuachi.html
  5. BENJAMIN ONWUACHI https://it.wikipedia.org/wiki/Benjamin_Onwuachi Nazione: Nigeria Luogo di nascita: Lagos Data di nascita: 09.04.1984 Ruolo: Attaccante Altezza: 171 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2003 al 2004 Esordio: 25.11.2003 - Coppa Italia - Siena-Juventus 1-2 1 presenza - 1 rete Benjamin Chukuka Onwuachi (Lagos, 9 aprile 1984) è un ex calciatore nigeriano, di ruolo attaccante. Benjamin Onwuachi Nazionalità Nigeria Altezza 171 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra svincolato Carriera Giovanili 2002-2003 Reggiana 2003-2004 Juventus Squadre di club 2003-2004 Juventus 1 (1) 2004-2005 → Salernitana 15 (4) 2005-2006 Standard Liegi 0 (0) 2006-2007 Iōnikos 41 (7) 2007 → Tirana 0 (0) 2007-2008 Iōnikos 27 (14) 2008-2009 → APOEL 23 (8) 2009-2011 Kavala 55 (20) 2011-2012 AEL Limassol 10 (0) 2012 Panaitōlikos 9 (0) 2012-2013 Skoda Xanthī 21 (6) 2013-2014 Īraklīs 19 (3) 2014 Oțelul Galați 1 (0) 2014-2015 Salam Zgharta ? (?) 2016-2017 Aiginiakos 6 (0) 2017 Banneux ? (?) 2017-2018 Nerostellati 18 (1) 2018 Folgore Rubiera ? (?) 2018-2019 Nerostellati ? (?) Carriera Club Dopo aver segnato 40 gol nelle giovanili della Reggiana, nel 2003 Onwuachi si trasferisce alla Juventus per 420 mila €. Anche qui, in coppia con Raffaele Palladino, riuscirà a realizzare molte reti con la Primavera. Debutta in prima squadra in Coppa Italia contro il Siena, in cui riuscirà a siglare la rete del definitivo 2-1 per la "Vecchia Signora". Tuttavia, a discapito delle promesse, questa si rivelerà essere la sua unica presenza ufficiale con la Juventus; poco dopo, infatti, un grave infortunio gli costò la rottura del crociato, circostanza che lo tenne lontano dai campi di gioco per molto tempo. Nella stagione seguente venne inviato in prestito alla Salernitana, dove non riuscì a tener fede alle aspettative: nel campionato cadetto 2004-2005 scese in campo 15 volte, mettendo a referto 4 marcature. Nell'estate del 2005 venne ceduto gratuitamente allo Standard Liegi; il trasferimento tuttavia venne contestato dalla Guardia di Finanza e la società belga, per cautelarsi, decise di rinunciare al contratto col nigeriano, che così non ebbe modo di esordire con i Rouches. Da lì iniziò una lunga trafila in squadre minori che lo avrebbe portato a giocare in Grecia, Cipro, Albania, Romania, Libano e nuovamente Belgio. Nel novembre del 2017 tornò in Italia, firmando con la squadra dilettantistica dei Nerostellati. Nel luglio del 2018 passò alla Folgore Rubiera, ma dopo appena cinque mesi fece ritorno nella squadra di Pratola Peligna. Svincolato dal 2019, decide quindi di appendere le scarpette al chiodo.
  6. LUIGI DE AGOSTINI «Un calciatore furlan ha risorse speciali – racconta Camin – matura spesso nel silenzio, la sua dedizione al lavoro, qualsiasi lavoro, ha radici molto antiche. E se pensiamo De Agostini calciatore, lo pensiamo attaccante, piccolo e audace, al servizio dell’Udinese che veste gli stessi colori della sua futura squadra, la Juventus, nella quale si calerà come un elemento alla base di tutto, della stessa tradizione, degli ideali valori della maglia e della professione. Diventa titolare inamovibile nel ruolo di laterale sinistro proprio all’uscita fisica dal ruolo di Cabrini. Lo diventa anche in Nazionale, dove Vicini, gli preferisce spesso la finezza araldica del Maldini, dovendo tuttavia convenire che De Agostini è il jolly ideale per ogni incombenza. La qualità del piede che trasferisce palloni decisivi nell’area piccola, anche di prima intenzione così da consentire al bomber naturale la fondamentale deviazione di testa, la qualità della corsa abbinata a un tackle risoluto quanto leale che ne fa un agonista mai domo. Pur nei giorni meno brillanti di Madama, questo furlan ha rappresentato l’anello di congiunzione col passato di tutte le vittorie e, col recupero della normalità, è stato il più pronto a capire la svolta e a dare il suo contributo. Un calciatore furlan ha sempre risorse speciali. Matura spesso nel silenzio dell’operosità e dell’osservazione, i suoi mezzi e la sua classe. De Agostini entra di diritto nella schiera dei più grandi per il cuore meraviglioso che lo sostiene, un professionista davvero raro per i nostri giorni; non lo anima il denaro, ma l’amore per la maglia. I suoi furenti raid sulla fascia sinistra provvigionano l’attacco dei servizi decisivi». Approda in riva al Po nell’estate 1987. Gigi è un professionista molto serio, può giocare indifferentemente sia sulla fascia sia in marcatura, sia in mediana che come mezzala; giocatore dai classici piedi buoni, tira le punizioni e diventa anche il rigorista della squadra. «Quando sono arrivato alla Juventus, la maglia numero tre era ben salda sulle spalle di Cabrini. Allora sono stato impiegato da mediano, dimostrando di poter coesistere con Antonio. Non mi piace che il pubblico mi identifichi solo nel giocatore che corre sulla fascia sinistra e piazzi precisi cross per la testa degli attaccanti». De Agostini corre e combatte, puntella alla bisogna in ogni parte del campo, applica sul campo quelle teorie sul calciatore universale che, ogni tanto, qualcuno rispolvera, tanto per sottolineare che questo tipo di giocatore è oramai scomparso. Ha la sfortuna, però, di arrivare in una Juventus modesta, troppo impegnata a un vano inseguimento di Napoli e Milan e vi rimane per cinque campionati. Il suo trasferimento all’Inter, avvenuto nell’estate del 1992 è causato, forse, da una leggerezza dello staff bianconero convinta che il jolly De Agostini avesse già espresso il meglio di sé; in neroazzurro rimane una sola stagione, per poi vivere una seconda giovinezza alla Reggiana. È stato lo stakanovista di una professione vissuta sempre con grande serietà e passione: «Per giunta, ho anche un record ignorato da molti; nelle stagioni 1987-88 e 1989-90, con quasi settanta partite, sono stato il giocatore italiano che ha disputato più incontri ufficiali. Inoltre, sono arrivato ad un passo dallo juventino Magni, il solo che abbia portato sulle spalle tutti i numeri di maglia. Così, in occasione dell’ultima partita della mia carriera, ho chiesto e ottenuto dall’allenatore, di poter indossare la maglia numero cinque, l’unica che, a parte quella da portiere, mi mancava ancora». NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL NOVEMBRE 2017 Tricesimo. È questo l’ombelico del mondo per Luigi De Agostini, nato il 7 aprile 1961 a Udine, ma vissuto e cresciuto proprio qui, nel piccolo comune friulano. Dove è tornato a vivere una volta terminatala sua carriera di calciatore iniziata nel 1978 e chiusa diciassette anni dopo: 574 partite da professionista con le maglie di Udinese, Trento, Catanzaro, Verona, Juventus, Inter e Reggiana, compreso l’azzurro dell’Italia. Sempre di corsa, giocando in tutti i ruoli, segnando cinquantasei reti e mettendo da parte qualche bella soddisfazione. Vive qui, a Tricesimo, con la moglie Odilla, compagna di vita da sempre. I figli, Michele (anche lui calciatore, oltre 300 presenze in serie C) e Sofia, nata il 14 maggio 1989 proprio durante un derby Toro–Juve, hanno messo su famiglia e vivono per conto loro. Mi accoglie sulla soglia di casa (una bellissima casa, immersa in un parco ancora più bello) e mi mostra le scarpette attaccate al chiodo. Sorride amaro: «Il chiodo me lo regalò Tricella quando smisi nel 1995. Le mie Adidas le ha appese mia moglie pochissimo tempo fa, dopo l’impianto di un pacemaker cardiaco. È stata una cosa improvvisa. Dal ritiro ho sempre continuato a giocare, ultimamente anche con le “Legends” della Juventus. Un medico, il dottor Milan mi ha scoperto il problema. E i suoi colleghi Rebellato e Proclamar mi hanno operato. Li ringrazio, ovviamente, anche se questo significa stop definitivo con le partite». Tutto vero, ma il pallone non è certo sparito dalla sua vita, «Ho una scuola calcio qui a Tricesimo, oltre trenta bambini. Non girano soldi, sento il dovere di ridare gratuitamente alla mia terra quello che ha dato a me quando ero ragazzo, permettendone di realizzare il mio sogno. Al calcio devo tutto: ho giocato, ho guadagnato, ho potuto metter su famiglia e sono stato in grado di affrontare le difficoltà della vita con lo spirito giusto. Potevo fare qualcosa in più, ma sarebbe potuto accadere anche il contrario. Di certo a diciassette anni ci avrei messo la firma per la carriera che ho fatto». Da dove sei partito? «Dal cortile di casa, dove abitavano i De Agostini, sempre a Tricesimo. Con me, oltre ai miei fratelli Silvio e Andrea, c’era mio cugino Stefano, di tre anni più piccolo e anche lui poi diventato professionista». Chi ti ha trasmesso la passione per il calcio? «Mio padre Claudio che ha giocato fino alla Quarta Serie. Una vita di sacrifici la sua, insieme a mia mamma Luciana. Di notte il fornaio, di giorno nei campi con mio nonno. E quei quindici minuti che mi dedicava giocando la sera in casa, con un pallone fatto di stracci (per non rompere nulla) erano la cosa più meravigliosa che poteva capitarmi». Mi risulta che tu fossi tifoso del Milan da piccolo. «Avevo le vene rosse e le arterie nere. Mi chiamavano “Gigi Milan”. Ero pazzo di Gianni Rivera e quando lui smise, nel 1979, anche la passione per i colori rossoneri è scemata. Da lì non ho più tifato per nessuno». A che età sei entrato nel vivaio dei bianconeri? «Da grande, a diciassette anni. Fino ad allora avevo giocato nella Polisportiva Tricesimo. Ma erano momenti particolari, c’era stato da poco il terremoto (giugno 1976, ndr) e le conseguenze le sentivamo ancora tutte. Non c’erano palloni, non avevamo le maglie. Io devo dire grazie a quei volontari che ci portavano alle partite, che hanno sopperito alle inevitabili mancanze». Anche Tricesimo fu colpita dal sisma? «Crollò il campanile della Chiesa, morì una persona. Ci furono molti danni agli edifici. Noi abbiamo dormito per un mese in tenda. Non è stato semplice quel periodo». Il calcio dette una bella mano alla rinascita. «L’Udinese dei miracoli che dal 1978 in due anni vola in A ha dato una bella spinta, questo sì. Se vuoi ti dico al volo la formazione che vinse il campionato in B. Della Corna, Fanesi, Riva; Leonarduzzi, Bonora, Fellet; De Bernardi, Delneri, Bilardi, Vriz e Ulivieri. Una squadra fortissima, mai sufficientemente ricordata: in due anni dalla C alla A; nel 1978 la Coppa Italia semi–professionisti e nel 1980 la Mitropa Cup». Nella rosa di quella squadra ci sei anche tu. «A diciassette anni fui inserito nella Primavera. Tutto sinistro, giocavo in attacco e mi piaceva fare i “numeri”. A livello fisico, invece, ero indietro rispetto agli altri. Lavorai sodo con Cleante Zat, il preparatore atletico. Ho cominciato allora a fare sacrifici, una costante di tutta la mia carriera. Ero determinato, certi treni passano una sola volta». Sforzi premiati, visto che nell’anno della promozione in A tu fai una presenza. «Devo molto a mister Giacomini e al suo vice Zoratti. Debuttai il 24 giugno 1979, ultima di campionato di B, contro il Rimini. Entrai al posto del centravanti Bilardi. E l’anno seguente ci fu anche l’esordio in A, contro il Napoli il 23 marzo 1980. Quella volta fu Dino D’Alessi a darmi fiducia». 23 marzo 1980, una data nera per il calcio italiano. «Fu la domenica degli arresti allo stadio per il calcio–scommesse. Ho sempre in testa quelle immagini che vidi alla TV, mi fecero una gran brutta impressione. Non era quello il mondo che avevo sognato». Torniamo al tuo debutto: con il Napoli giocasti con il nove. «Ho iniziato con quel numero perché facevo la punta, ma nella mia carriera li ho girati tutti, dal due all’undici. Solo Magni ha fatto meglio di me, perché una volta indossò anche il numero uno giocando in porta. In campionato feci altre quattro partite da attaccante e D’Alessi mi impiegò anche nella Mitropa Cup, che vincemmo». L’anno dopo, però, nessuna presenza in campionato. «Ero il capitano della Primavera allenata da mister Tumburus. Vincemmo lo scudetto. Con me c’erano, fra gli altri, Miano, Cinello, Trombetta, Gerolin, Papais, Borin, tutta gente che ha fatto una buona carriera da professionista». Nel 1981–82 sei in prestito al Trento, in C1. «Trovai un ambiente ideale. Il giorno dopo un 3–2 con il Fano in cui feci il fenomeno, i giornali titolarono: “E all’improvviso al Briamasco appare una stella”. Feci un’ottima stagione, da titolare, realizzando pure tre goal. Il ruolo? Spesso mediano». L’anno dopo ti mandano a Catanzaro. «Lo seppi dalla televisione. L’Udinese acquistò Massimo Mauro e, nell’operazione finirono anche i cartellini di Trombetta e il mio. I nuovi compagni erano in ritiro ad Ampezzo, li raggiungemmo lì. La cosa buona è che la squadra calabrese faceva la Serie A. Ma Catanzaro era veramente lontana, non tornavo mai a casa». Come hai superato la “saudade”? «Io e Odilla decidemmo di sposarci e fu una mezza avventura. La domenica precedente il matrimonio giocai contro la Roma. A fine partita dovevo raggiungere Lamezia, ma non ce l’avrei mai fatta se non avessi ottenuto un passaggio dal pullman che portava i romanisti all’aeroporto e che, come prassi, viaggiava scortato». Che ricordi conservi dell’annata in Calabria? «Vivevo a Soverato, un bellissimo posto sulla costa. In campionato ho giocato ventiquattro partite e fatto quattro goal di cui uno a Zoff. Sentivo che la gente mi voleva bene. In più c’era Bruno Pace, l’allenatore. Era un esteta, amava il bel gioco. Fumava spesso e talvolta, dopo aver preparato il campo per gli esercizi, si metteva seduto in panchina, si accendeva una Marlboro e ci lasciava liberi di allenarci». Domanda d’obbligo: in quale ruolo hai giocato a Catanzaro? «Ho fatto il jolly. Veramente». 1983: ritorni all’Udinese. «E trovo un certo Zico. Che meraviglia. Lo avevo visto in TV, sui quei circuiti locali che trasmettevano le partite del campionato brasiliano. Mi pareva incredibile pensare che ci avrei giocato insieme». Ci descrivi Zico per favore? «È il giocatore più forte che abbia mai visto. Tecnicamente divino, faceva tutto con una semplicità disarmante. Aveva gli occhi anche dietro la testa. Sapeva dove, come e quando darti la palla, E poi c’era il “fuori campo”; dove si misurano davvero le persone. Ecco, Zico era un campione anche lì: sempre disponibile, non gli ho mai visto rifiutare una foto o un autografo. Un grande davvero, ci sentiamo ancora adesso». Hai cercato di carpirgli qualche segreto durante gli allenamenti? «A fine seduta rimaneva a provare le punizioni, si allenava con le sagome. Io c’ero sempre, era già appagante vederlo in azione. Imitarlo, impossibile». Hai un ricordo particolare di lui? «Andiamo a giocare a Catania. Ci accolgono con fischi e qualche sasso. Zico al 70’ segna il goal del vantaggio, ma la cosa più incredibile succede al 90’ quando l’arbitro fischia una punizione dal limite per noi e il pubblico di Catania invoca Zico per la battuta. Una cosa mai vista. Per la cronaca fece goal e vincemmo 2–0». Non era male comunque quell’Udinese 1983–84. «Per poco non ci qualificammo per la Coppa Uefa. Oltre a Zico c’erano anche Virdis, Mauro, Edinho. Ma su tutti metto Franco Causio, un professionista esemplare: a trentaquattro anni era sempre in testa al gruppo negli allenamenti». E tu in tutto questo bailamme? «Ci stavo, e anche bene. Ondeggiavo tra centrocampo e difesa per volere del mister Enzo Ferrari che già qualche anno prima mi aveva pronosticato un futuro da numero tre. All’epoca rifiutai l’idea, non mi ci vedevo proprio. Adesso invece la soluzione cominciava a piacermi. Nella stagione successiva ho iniziato a fare stabilmente il terzino sinistro. Allenatore Luis Vinicio, uno a cui piaceva il bel gioco. Era il campionato 1984–85, il migliore per me con la maglia dell’Udinese». C’è una partita di quella stagione che ricordi con particolare piacere? «La sfida di ritorno contro il Napoli, 12 maggio 1985, con la rete di mano di Maradona, molto simile a quella più famosa contro l’Inghilterra. La partita finì 2–2, io realizzai un gran goal con un bel sinistro da lontano e presi due pali. Quel giorno in tanti “scoprirono” De Agostini e alla società iniziarono ad arrivare un po’ di richieste per il sottoscritto». Possiamo dire che il vero salto di qualità lo hai fatto con la stagione a Verona 1986–87? «Senza dubbio. Dico subito che a Verona ho lasciato un pezzo del mio cuore. Ho trovato l’ambiente giusto e l’allenatore che mi ha fatto volare, Osvaldo Bagnoli. La sua grandezza sta nella semplicità, che è il sugo di ogni allenatore. In tre mesi sono decollato: prima la Nazionale Olimpica, poi quella maggiore; miglior terzino sinistro del campionato e alla fine il trasferimento alla Juventus. Una cosa fantastica». Andiamo con ordine. Partiamo dalla squadra di club. «Il Verona due anni prima aveva vinto lo storico scudetto, l’atmosfera era ancora frizzante. Ho giocato con il miglior Tricella, un libero che nell’uno contro uno era imbattibile, oltre ad essere il primo contropiedista della squadra. Siamo diventati subito amici. Poi c’era Roberto Galla, un giocatore fondamentale negli equilibri in campo e un ragazzo d’oro che ho ritrovato alla Juve, condividendo con lui molti ritiri. E infine Elkjær, un grandissimo. Prima di entrare in campo, dopo essersi fumato una sigaretta, mi prendeva per un braccio e mi diceva: “Non avere paura. Tu giocare con Elkjær!”». Un campionato strepitoso, trenta presenze, tre goal e a fine stagione sei giudicato il migliore nel tuo ruolo. «Fu una grande soddisfazione, tenuto conto anche della concorrenza che era di altissimo livello: Cabrini, il giovanissimo Maldini, Nela, senza dimenticare Briegel e Branco». Apriamo adesso il capitolo azzurro. «Non ci speravo quasi più. Per una questione di età non sono mai riuscito a giocare con l’Under 21; la Nazionale di C mi sfuggì per un pelo. Nel 1985 venni convocato con l’Italia “sperimentale; ma la partita che avrebbe dovuto giocarsi a Genova, fu annullata per la neve, ed erano anni che non nevicava sul capoluogo ligure». E, invece, la ruota gira nel verso giusto. «Merito di Dino Zoff, allenatore dell’Olimpica. Io debuttai subito, alla prima uscita nell’amichevole contro la Grecia a Patrasso. Era il 14 gennaio 1987. Zoff, un altro di quelli della scuola di Bagnoli, prima di entrare in campo, in dialetto friulano mi disse: “Sei pronto?”. Ero prontissimo e carico, Vincemmo 2–0, con un uomo in meno. Reti di Carnevale, in entrambi i casi su miei assist. In tribuna a vedere la partita c’era Azeglio Vicini, CT della Nazionale maggiore. Zoff mi ha sempre chiamato per l’Olimpica, ero uno dei titolari fissi. Ma nel frattempo arrivò anche la convocazione per la Nazionale A. Il 28 maggio 1987 gioco la mia prima partita con l’Italia: 0–0 con la Norvegia. Io entro nel secondo tempo al posto di Bergomi; poi un altro spezzone e il 10 giugno 1987 debutto come titolare nel 3–1 all’Argentina di Maradona». Ed ecco la Juventus. «Sinceramente non pensavo di andare via, anche perché avevo firmato un contratto triennale. Ma il presidente del Verona aveva bisogno di soldi ed io e Tricella eravamo tra i pochi ad avere mercato. Seppi della Juventus mentre ero in tournée con la Nazionale». Ricordi il primo impatto con il mondo Juve? «Entrai in sede e mi sembrò di stare in una gioielleria: c’erano coppe e trofei dovunque. Ero con Tricella. Poi incontrammo Boniperti, il presidente. L’incarnazione del successo. Ce lo disse subito: “Qui alla Juventus vincere è l’unica cosa che conta”». Temevi il salto dalla provincia alla grande squadra? «Temere no. C’era la consapevolezza che non potevi sbagliare. In campo e fuori. Lo stile–Juve era ancora vivo e presente. Ed era soprattutto educazione, rispetto, responsabilità. Boniperti era molto attento a questi particolari, non solo per il taglio dei capelli». Hai qualche aneddoto che riguarda il presidente? «La telefonata che ricevetti mentre ero in ritiro con la Nazionale in Lussemburgo. “Dove sei?”‘ mi domanda Boniperti. Ed io: “Con la Nazionale”. “Guai a te se ti fai male, mi fa lui, che domenica c’è il derby”. Ecco, la partita con il Torino per lui era uno spauracchio». Andiamo sul campo, adesso. Perché alla prima uscita ufficiale, ti presenti con la maglia numero dieci di un certo Michel Platini che si era appena ritirato. «Me la trovai addosso nella partita di Coppa Italia contro il Lecce il 23 agosto 1987. Fu una decisione di mister Marchesi. Ed io non ebbi nessun problema a indossarla, oltretutto segnai anche il goal del 3–0». Non male come esordio dell’erede di Michel! «(sorride). Non scherziamo. Io con Platini non c’entravo nulla. In campo il giocatore che avrebbe dovuto sostituire tatticamente Michel era Marino Magrin. A lui il mister dette l’otto per non appesantirlo ulteriormente. Fu una decisione intelligente. Io presi il dieci e fui schierato in mediana, visto che come terzino sinistro c’era ancora Antonio Cabrini». Annata bruttina, con tanto di spareggio Uefa contro il Torino. «Vincemmo ai rigori, io realizzai il mio. Meno male, così andai con il cuore più leggero a giocare il mio primo Europeo in Germania. Era una buona Nazionale quella, ci bloccò l’Unione Sovietica in semifinale. Io feci anche un goal contro la Danimarca nel girone iniziale, dopo due minuti dal mio ingresso in campo. Corsi ad abbracciare Tacconi che mi aveva predetto la rete». 1988–89, seconda stagione alla Juve e ritrovi Zoff come nuovo mister bianconero. «Zoff e Scirea, che era il suo vice, erano lo stile–Juve. Poche parole, molti fatti. Penso a Gaetano e mi commuovo sempre. La sua morte prematura ci ha lasciato scioccati. Avrebbe fatto cose egregie, soprattutto per i giovani. Io porto sempre nel mio portafoglio una sua figurina». Con Zoff la tua Juve operaia vince due Coppe nel 1990. «Dino era riuscito a creare un gruppo unito, saldo. Ha vinto con i portatori d’acqua. Prima Rush, poi Zavarov, avevano deluso. In compenso c’erano Galia, Marocchi, il sottoscritto. E poi Schillaci, Alejnikov, Fortunato. Tutta gente affamata e pronta a giocare per la squadra». L’avversaria era la Fiorentina di Baggio. «Decisiva fu la partita d’andata che vincemmo per 3–1. Tacconi fece il fenomeno su alcune conclusioni ravvicinate del Codino. Galia e Casiraghi segnarono i primi due goal. Il terzo lo feci io, di destro dal limite dell’area, ingannando Landucci. Sono molto legato a quella rete: è l’ultima segnata da un bianconero al Comunale, il teatro dei grandi successi della Juventus». Mi risulta che per queste vittorie l’Avvocato Agnelli non abbia mancato di fare una delle sue proverbiali battute. «Successe dopo la Coppa Italia, disse: “Pensavo faceste una buona partita, ma non avrei mai pensato che sareste riusciti a vincere la Coppa”. La punzecchiatura era tutta per il Milan che pareva invincibile». In quella lunga estate 1988, ci fu anche l’esperienza olimpica a Seul. «Non c’era più Zoff in panchina, lo avrei ritrovato alla Juventus come allenatore. Per di più incappammo nella batosta con lo Zambia. Sfiorammo il podio, battuti dalla Germania nella finale per il terzo e quarto posto». E così, prima la conquista della Coppa Italia ad aprile e un mese dopo, la Coppa Uefa. «Due enormi soddisfazioni. La prima arrivò dopo aver battuto il Milan di Sacchi, con un goal decisivo di Galia a San Siro. La seconda fu conquistata con due “Primavera” in campo nella finale di ritorno e con un uomo in meno per gran parte della partita a causa del rosso a Pasquale Bruno». Tu hai un tuo ricordo personale dell’Avvocato? «Il giorno che mi fu consegnata la medaglia per le mie cento partite nella Juve, mi fa: “Mi aspetto da lei altre cento partite prima di giudicarla”». Il 1990 è anche l’anno dei Mondiali di casa. «E stavolta li giocavo anch’io! Nel 1978 fui ospite di alcuni miei parenti in Argentina. Quattro anni dopo convinsi Odilla, non ancora mia moglie, ad andare in vacanza in Spagna. Italia ‘90 è stata un’esperienza fantastica. Il Mondiale è il sogno di ogni calciatore. Feci sei partite su sette. Dico la verità: meritavamo la vittoria». Torniamo alla Juve e alle clamorose trasformazioni dell’estate 1990. «Zoff non fu confermato. Arrivò Maifredi e una nuova idea di calcio. Arrivò anche Roberto Baggio. La partenza fu da incubo con il 5–1 subito dal Napoli in Supercoppa, poi però in campionato non facemmo male. Ma non c’era equilibrio in campo, e per noi difensori era dura. Dopo l’eliminazione con il Barcellona in Coppa delle Coppe, iniziò il tracollo. Alla fine non ci qualificammo nemmeno per la Uefa. Addio Maifredi e ritorno di Trapattoni». Tue libere valutazioni adesso. «Avrei tenuto Zoff e con innesti mirati, avrei rafforzato la squadra che, l’anno prima, aveva vinto due coppe. Maifredi fu lasciato solo. Avrebbe avuto necessità di più tempo. Ma alla Juve non c’è tempo da perdere. Devi essere sempre pronto». Anche a calciare i rigori che qualcuno non vuole tirare? «Ma io i rigori li ho sempre tirati, anche in Nazionale. Quella volta con la Fiorentina andai sul dischetto io. Stop. Poi Mareggini fece il fenomeno. Può capitare di sbagliare». Alla Juve ci stai ancora un anno, quindi nel 1992 c’è l’Inter. «Seppi del trasferimento dai giornali. Avrei rifiutato, se ci sono andato è solo perché c’era Osvaldo Bagnoli. All’Inter pensano che quelli che arrivano dalla Juve siano oramai a fine serie. Non ho buoni ricordi di quella stagione, una volta sono stato pure espulso per scambio di persona, al posto di Tramezzani». 1993: ecco la Reggiana. «Mi volle Dal Cin, mio vecchio dirigente all’Udinese. Feci lì i miei ultimi due anni di carriera. Dissi basta quando mi accorsi che non ero più competitivo e che stava subentrando una certa nausea. Dopo diciotto anni di sacrifici, era giunto il momento di staccare la spina e pensare ad altro». La vita poi ti ha messo di fronte a un avversario difficile da superare. «16 settembre 1999. Sofia fu travolta da un’auto guidata da un ubriaco mentre stava attraversando la strada con la sua tata, la Dina, che morì sul colpo. Le lesioni subite da mia figlia furono gravissime. Grazie al cielo, siamo riusciti a superare ogni ostacolo. Sofia è tornata a camminare e a fare una vita normale. Lo sport mi ha aiutato molto ad affrontare questa battaglia». Chiudiamo: cosa ti ha emozionato di più in tutti i tuoi anni da calciatore? «La festa a sorpresa che mi organizzarono dopo i Mondiali del 1990. Qui a Tricesimo, nel cortile di casa. Lo stesso dove da bambino ho iniziato a sognare». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/04/luigi-de-agostini.html
  7. LUIGI DE AGOSTINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_De_Agostini Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 07.04.1961 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1992 Esordio: 23.08.1987 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-3 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 215 presenze - 29 reti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Luigi De Agostini (Udine, 7 aprile 1961) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Luigi De Agostini De Agostini alla Juventus nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 30 giugno 1995 Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1978-1981 Udinese 7 (0) 1981-1982 → Trento 28 (3) 1982-1983 → Catanzaro 24 (4) 1983-1986 Udinese 80 (3) 1986-1987 Verona 30 (3) 1987-1992 Juventus 215 (29) 1992-1993 Inter 31 (1) 1993-1995 Reggiana 61 (2) Nazionale 1987-1988 Italia Olimpica 15 (1) 1987-1991 Italia 36 (4) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Biografia Ha un figlio, Michele, divenuto a sua volta calciatore con una carriera nelle serie minori italiane. Caratteristiche tecniche De Agostini si appresta a battere un calcio piazzato per la Juventus nella stagione 1987- 1988 Giocatore molto duttile – nel corso della sua carriera, in un'epoca precedente l'arrivo della numerazione fissa, indossò tutti i numeri di maglia dal 2 all'11 –, agiva prevalentemente sulla fascia sinistra, come terzino o esterno di centrocampo, ma sapeva disimpegnarsi anche come mezzala. Dotato tecnicamente e apprezzato per la sua professionalità, era un ottimo esecutore di rigori e punizioni, caratteristica che, unitamente a un buon tiro da lontano, gli permise di trovare spesso la via del gol: con 33 reti in Serie A, è nel novero dei più prolifici difensori del massimo campionato italiano. Carriera Giocatore Club Debutta in Serie A con la maglia dell'Udinese il 23 marzo 1980, in Udinese-Napoli (0-0). In seguito passa al Catanzaro, poi al Verona e, nel 1987, alla Juventus per 5,5 miliardi di lire, dove milita fino al 1992. De Agostini in azione all'Udinese nel 1985 Nella stagione 1989-1990, in cui offre un rendimento particolarmente alto in maglia bianconera, è tra i protagonisti della squadra di Dino Zoff che incamera il double continentale formato dalla Coppa UEFA – realizzando anche un gol nella finale di andata contro la Fiorentina – e dalla Coppa Italia. Si trasferisce nel 1992 all'Inter, per 2 miliardi di lire, e quindi nel 1993 alla Reggiana dove rimane per due annate prima di chiudere, all'età di trentaquattro anni, la carriera agonistica. Nella massima divisione italiana conta 378 partite e 33 gol. Nazionale Convocato dal commissario tecnico Azeglio Vicini, esordisce in nazionale il 28 maggio 1987, a 26 anni, entrando nel secondo tempo della partita amichevole contro la Norvegia (0-0) disputata ad Oslo. Da sinistra: De Agostini in maglia azzurra con Tacconi, Marocchi e Schillaci, gli altri juventini convocati per il campionato del mondo 1990. Successivamente partecipa al campionato d'Europa 1988, competizione conclusa in semifinale, dov'è autore di un gol contro la Danimarca, e al campionato del mondo 1990, manifestazione che l'Italia conclude al terzo posto; in quest'ultima occasione si afferma come titolare dopo alcune buone prestazioni da subentrato. Conclude la sua militanza in azzurro con 36 presenze e 4 reti, disputando l'ultima gara il 25 settembre 1991, contro la Bulgaria. Nel 1988 milita anche nella nazionale olimpica, prendendo parte ai Giochi di Seul 1988, in cui l'Italia è eliminata in semifinale dall'Unione Sovietica e perde contro la Germania Ovest la finale per il terzo posto. Dopo il ritiro Nel 2007 è stato assunto come team manager dell'Udinese, lasciando poi l'incarico dopo sei mesi. Nel 2009 comincia a dedicarsi all'organizzazione di campi e scuole calcio per ragazzi, diventando il responsabile tecnico per i camp del Real Madrid organizzati in Italia. Inizia ad allenare la sezione "piccoli amici" nel Tricesimo Calcio. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Udinese: 1980-1981 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Udinese: 1978-1979 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1989-1990 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Udinese: 1979-1980 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma. 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della repubblica.
  8. SAMUELE ZOPPO Nazione: Italia Luogo di nascita: Aosta Data di nascita: 21.04.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1989 al 1990 Esordio: 15.11.1989 - Amichevole - Juventus-Nazionale Italiana Dilettanti 5-0 0 presenze - 0 reti
  9. OTELLO ZIRONI https://it.wikipedia.org/wiki/Otello_Zironi Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassuolo (Modena) Data di nascita: 02.01.1917 Luogo di morte: Sassuolo (Modena) Data di morte: 28.03.1990 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano B Soprannome: - Alla Juventus dal 1936 al 1937 Esordio: 13.06.1937 - Amichevole - Sochaux-Juventus 2-2 Ultima partita: 20.06.1937 - Amichevole - Torino-Juventus 2-0 0 presenze - 0 reti Otello Zironi (Sassuolo, 2 gennaio 1917 – Sassuolo, 28 marzo 1990) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Otello Zironi Zironi (in piedi, primo da sinistra) nella Lazio della stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1951 Carriera Squadre di club 1933-1934 Scandianese ? (?) 1934-1936 Reggiana 55 (28) 1936-1940 Modena 117 (37) 1940-1942 Lazio 24 (4) 1942-1944 Modena 43 (25) 1945-1946 Piacenza 9 (4) 1946-1947 Parma 18 (3) 1947-1948 Piacenza 14 (5) 1949-1950 Scandianese ? (?) 1950-1951 Bondenese ? (?) Nazionale 1938 Italia B 2 (1) Biografia Nasce a Sassuolo come suo fratello Walter, anch'egli calciatore in serie A e deceduto durante la seconda guerra mondiale. Caratteristiche tecniche Zironi era un'ala destra, veloce e forte fisicamente; grazie alle doti di dribbling saltava l'uomo con facilità. Era abile tanto nel cross per i compagni al centro dell'attacco, quanto nella finalizzazione personale. Carriera Club Cresciuto nella Scandianese, nel 1934 passò alla Reggiana, in Prima Divisione. Vi disputò due stagioni, realizzando 28 gol in 55 partite e conquistando la promozione in Serie B nel 1936. Attirò l'attenzione del Modena, con cui esordì in Serie B: vi rimase quattro stagioni da titolare, conquistando la promozione in Serie A al termine del campionato 1937-1938, dopo spareggi con Novara e Alessandria. Debuttò in serie A il 18 settembre 1938 contro il Liguria. In due stagioni realizzò 13 reti, mettendosi in evidenza come ala destra e passando nel 1940 alla Lazio, dove fu titolare nella prima stagione. Nel campionato 1941-1942 Zironi nell'undici laziale disputò un'unica partita, il 9 novembre 1941 proprio contro il Liguria. Di nuovo al Modena, tornò titolare, realizzando 19 reti nel Serie B 1942-1943; restò in gialloblu anche durante la guerra, disputando 12 partite con 6 reti nel Campionato Alta Italia 1944 e giocando a fianco del fratello Walter. Dopo la guerra, riprese a giocare nel Piacenza, dove rimase per due stagioni intervallate da una parentesi al Parma (3 reti in 18 partite), sempre in Serie B. Chiuse nelle serie inferiori, militando nella Scandianese e nella Bondenese. Con 65 reti realizzate è il quarto miglior marcatore della storia del Modena. Nazionale Con la Nazionale azzurra B disputa 2 partite siglando un gol, nella partita di esordio contro la Francia a Marsiglia. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 2 - Modena: 1937-1938, 1942-1943
  10. RETO ZIEGLER GIUSEPPE GATTINO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 2011 Se ne parlava già lo scorso anno. Fresco di un buon Mondiale con la sua Svizzera e di una qualificazione in Champions con la Sampdoria, sembrava davvero destinato a occupare la corsia sinistra bianconera. Cosa che farà, con un anno di ritardo. Reto Ziegler nella prossima stagione macinerà i suoi chilometri sulla fascia con la maglia della Juventus addosso. Per il venticinquenne ginevrino, dopo quattro anni a Genova e tre stagioni tra Premier e Bundesliga, la nuova avventura è un punto di svolta, il coronamento di un sogno: in Svizzera, infatti, la Juventus è una delle squadre più seguite. «È vero – conferma –. Infatti a Ginevra avevo molti amici di origine italiana che tifano Juventus e poi, soprattutto, nella Juventus gioca Alessandro Del Piero che è sempre stato uno dei miei giocatori preferiti». – Facciamo un passo indietro: quando hai deciso di venire alla Juve? «Ho pensato al mio futuro solo a stagione finita. Prima mi sono concentrato unicamente sul campionato, che purtroppo è andato come sapete. Poi ho deciso senza esitazioni di venire a Torino: per me, a 25 anni, è una svolta fondamentale, perché ho sempre lavorato per arrivare più in alto possibile». – La tua scelta è stata condizionata dalla presenza di Marotta? «Beh, ovviamente il fatto che alla Juve ci fossero Marotta e Paratici mi ha aiutato a decidere, visto che erano stati proprio loro a portarmi a Genova, dimostrando di credere in me quando la mia carriera era all’inizio». – Hai firmato il contratto con la Juventus il giorno dopo Andrea Pirlo. Che impressione ti fa giocare con campioni di questo calibro? «Pirlo è un grande campione, ma in squadra ci sono altri giocatori importanti e spero di potermi esprimere al meglio anche grazie a loro. Il mio obiettivo è mettere in mostra le mie qualità e scendere in campo sempre per vincere». – Poche settimane fa il capitano ha rinnovato il contratto di un altro anno. Avresti mai pensato di giocare con Del Piero? «Del Piero è sempre stato uno dei miei idoli e sono davvero felice di avere la possibilità di giocare con lui. Giocare con la stessa maglia di Zidane e Davids – che avevo conosciuto al Tottenham e che mi aveva parlato molto bene di Torino e della Juve – è davvero un sogno». – Per finire, che cosa prometti ai tifosi della Juve? «Dico soltanto che non vedo l’ora di indossare questa maglia e di festeggiare un successo insieme. E poi, se Del Piero e Pirlo me ne lasceranno qualcuna, vorrei calciare qualche punizione...». ROMEO AGRESTI, GOAL.COM DEL 16 GENNAIO 2021 Non tutti gli acquisti producono benefici. Alcune volte ci si azzecca a pieni voti, altre si sfocia nel flop. A distanza di anni, però, resta curiosa la storia di Reto Ziegler: approdato alla Juventus, da parametro zero, nell’estate del 2011. Ceduto, nella stessa finestra, al Fenerbahçe. Una bocciatura netta. Una scelta, dura e cruda, presa da Antonio Conte. L’ex tecnico bianconero, appena insediatosi al timone della Signora, nel ritiro di Bardonecchia – esclusivamente a base di 4-2-4 – capisce subito come sulla sinistra l’interprete non soddisfi le sue richieste. Movimenti non perfetti in fase difensiva e, soprattutto, qualche problema qua e là nel recupero del possesso. Ecco perché, immediatamente, nella vecchia sede di corso Galileo Ferraris iniziano a ponderare un divorzio lampo. Vuoi per tutelarsi da un quadriennale appena siglato, vuoi per limitare i danni. In occasione della sfida della Svizzera con la Bulgaria, valevole per le qualificazioni all’europeo 2012, Ziegler rilascia un’intervista all’emittente “RSI” in cui analizza una situazione surreale. «Ho parlato col mister e mi ha fatto capire dall’inizio che non conta su di me perché ha altre idee. Quando ho firmato per la Juve c’era ancora Del Neri e insieme a Marotta, che mi conosceva ai tempi della Sampdoria, mi ha voluto in bianconero. Io sono andato alla Juve per giocare e non per guardare gli altri, poi ho parlato con altre squadre che mi volevano prima che andassi alla Juve ma avevano già trovato un altro terzino. A questo punto ho deciso di rimanere e dare il massimo, ho sempre dato tutto e sono convinto che posso convincere Conte». Parole che, immediatamente, sviluppano un finale già scritto. In estrema sintesi, un errore grossolano. Nonostante un corteggiamento lungo e datato, nonché fondamentale per battere la concorrenza nostrana ed estera. D’altro canto, in blucerchiato, Ziegler ha vissuto il picco massimo di rendimento: 5 anni e mezzo intensi, confluiti in 155 partite e 5 gol, a un passo dal sogno Champions costruito proprio alla corte di Del Neri, che avrebbe voluto allenarlo anche alla Juve. Ma l’esonero del tecnico di Aquileia, inevitabilmente, ha condizionato i piani dell’elvetico. Che, in un primo momento, sarebbe dovuto diventare il padrone della fascia sinistra della Juve sotto lo sguardo attento del suo allenatore sotto la Lanterna. E che, improvvisamente, s’è ritrovato a essere valutato da Conte, uno che crede molto al primo impatto. Appunto. A testimonianza di un matrimonio nato sotto la peggior stella possibile, a fronte di 600 mila euro per il prestito, la Signora decide di sfruttare la pista turca. Una destinazione scovata nella fretta, ma sposata con convinzione da tutti. Ziegler non ha mai avuto modo di dimostrare il suo valore all’ombra della Mole. Dopo il Fenerbahçe, la Lokomotiv Mosca. Per poi tornare nuovamente a Istanbul. Sempre gestito da Madama, alle prese con un contratto non semplice da piazzare. Dopodiché il ritorno in Italia, al Sassuolo, ma senza lasciare il segno. Il prosieguo di carriera parla di un ritorno in patria, prima due anni e mezzo al Sion, poi appena 3 mesi al Lucerna. Fino a qualche settimana fa ha giocato in MLS, all’FC Dallas, prima di rimanere svincolato. Una carriera più che dignitosa, ma che nel passaggio a Torino avrebbe dovuto proporre il definitivo salto di qualità. Mai avvenuto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/01/reto-ziegler.html
  11. RETO ZIEGLER https://it.wikipedia.org/wiki/Reto_Ziegler Nazione: Svizzera Luogo di nascita: Ginevra Data di nascita: 16.01.1986 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Nazionale Svizzero Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2012 Esordio: 15.07.2011 - Amichevole - Selezione Val Susa-Juventus 1-12 Ultima partita: 19.08.2012 - Amichevole - Milan-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti Reto Pirmin Ziegler (Ginevra, 16 gennaio 1986) è un calciatore svizzero, difensore del Lugano. Reto Ziegler Ziegler nel 2012 alla Lokomotiv Mosca Nazionalità Svizzera Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Lugano Carriera Giovanili 1993-1995 Gland 1995-1997 Servette 1997-1998 Terre Sainte 1998-2000 Servette 2000-2002 Losanna Squadre di club 2002-2004 Grasshoppers 31 (0) 2004-2005 Tottenham 22 (1) 2005-2006 → Amburgo 8 (0) 2006 → Wigan 10 (0) 2006-2007 Tottenham 1 (0) 2007-2011 Sampdoria 128 (4) 2011 Juventus 0 (0) 2011-2012 → Fenerbahçe 38 (1) 2012-2013 → Lokomotiv Mosca 6 (0) 2013 → Fenerbahçe 7 (0) 2013-2014 → Sassuolo 17 (0) 2015-2017 Sion 72 (12) 2017 Lucerna 9 (2) 2018-2020 FC Dallas 80 (11) 2021- Lugano 32 (5) Nazionale ???? Svizzera U-15 4 (1) ???? Svizzera U-17-18-19 16 (2) 2005 Svizzera U-20 3 (0) 2004-2007 Svizzera U-21 30 (3) 2005-2014 Svizzera 35 (1) Palmarès Europei di calcio Under-17 Oro Danimarca 2002 Biografia Poliglotta parla correntemente cinque lingue: francese, tedesco, inglese, spagnolo e italiano. Ha un fratello maggiore, Ronald, ex calciatore. Caratteristiche tecniche Nato come esterno offensivo, viene reimpostato come esterno difensivo e compie un salto di qualità, mettendosi in luce per le doti di spinta, ma anche per la fase difensiva. Specialista nei calci piazzati, ha un piede mancino potente e preciso che in più di un'occasione gli ha permesso di segnare. Carriera Club Gli esordi e il Grasshoppers Cresciuto nelle giovanili del Servette, nel 2000, a 14 anni fu acquistato dal Losanna. Due anni dopo passò al Grasshoppers, con la quale esordì, nello stesso anno, nel massimo campionato svizzero. Tra il 2002 e il 2004 vestì la maglia del Grashoppers in 41 occasioni, senza alcuna marcatura. Tottenham, Amburgo e Wigan Nell'estate 2004, il giovane calciatore svizzero andò a giocare in Premier League con la maglia del Tottenham dove, diciottenne, fece presto il suo debutto e riuscì a trovare molto spazio, in particolare come centrocampista sinistro. Alla fine della stagione fece registrare 31 presenze totali, di cui 23 in campionato e fu premiato come "JSM Young Player Of The Year" ("Giovane calciatore dell'anno della JSM"). Nella seconda metà del 2005 il Tottenham decise di cederlo in prestito alla tedesca Amburgo, dove giocò 8 partite riuscendo a esordire in Coppa UEFA il 15 settembre 2005 in occasione di Amburgo-Copenaghen (1-1). Richiamato in Inghilterra nel mese di gennaio, passò un'altra volta in prestito, al Wigan; qui disputò 5 partite da titolare racimolando in tutto 10 presenze. Nella stagione 2006-2007 ha fatto il suo ritorno a Tottenham, dove nella prima parte dell'annata ha disputato 4 partite. Sampdoria Il giocatore arriva quindi nel campionato italiano passando in prestito con diritto di riscatto, nel gennaio 2007, alla Sampdoria. Trova il suo esordio in Serie A e in maglia blucerchiata il successivo 18 febbraio in occasione di Parma-Sampdoria (0-1); ha segnato la sua prima rete in Serie A e in maglia blucerchiata il 21 aprile seguente, nella vittoria per 3-1 della Sampdoria sul Messina. Nel luglio 2007 viene definitivamente acquistato dalla società ligure per una cifra vicina ai 2 milioni di euro. Nella stagione successiva, col nuovo tecnico Walter Mazzarri, è riserva di Mirko Pieri. Il 23 gennaio 2008 ha segnato la sua seconda rete nella Sampdoria nella partita di Coppa Italia dei quarti di finale d'andata contro la Roma terminata col punteggio di 1-1; tuttavia il suo gol non è bastato ai blucerchiati a passare il turno dato che al ritorno hanno perso 1-0 all'Olimpico. Nel campionato 2009-2010, con il nuovo allenatore Luigi Delneri, Ziegler viene impiegato come terzino sinistro e in questo ruolo ha più spazio e disputa da titolare quasi tutte le partite giocate dalla Sampdoria, segnando anche due gol: uno durante la gara casalinga contro il Bologna finita 4-1, l'altro direttamente su punizione nella gara contro il Livorno, finita 2-0. Nella stagione 2010-2011 (prima sotto la guida di Domenico Di Carlo e poi di Alberto Cavasin) patisce il momento no di tutta la squadra (la Sampdoria totalizza 10 punti in 19 partite nel girone di ritorno) e retrocede in Serie B. Juventus, prestiti a Fenerbahce, Lokomotiv Mosca e Sassuolo Ziegler in azione nel precampionato 2011 alla Juventus, club col quale non esordì mai a livello ufficiale Svincolatosi dalla Sampdoria, il 30 maggio 2011 si accasa a parametro zero alla Juventus. Tuttavia già il successivo 3 settembre, senza aver avuto modo di esordire in maglia bianconera, viene girato in prestito al Fenerbahçe per 600.000 euro. Segna il suo primo gol il 22 aprile 2012, nella partita sul campo del Galatasaray. Alla fine del prestito fa ritorno alla Juventus, che il 7 settembre 2012 lo cede in prestito al Lokomotiv Mosca. Rientrato a Torino nella successiva sessione di calciomercato, il 31 gennaio 2013 viene ceduto in prestito per una seconda volta al Fenerbahçe. Ziegler nel 2012 al Fenerbahçe Il 20 agosto 2013 la Juventus lo cede nuovamente in prestito al Sassuolo, club neopromosso in Serie A. Il 25 agosto seguente fa il suo esordio con la maglia neroverde nella partita di campionato Torino-Sassuolo (2-0). Dopo 18 presenze, a fine stagione rientra alla Juventus, quindi nell'estate 2014 riscatta il proprio cartellino dalla squadra bianconera, rimanendo così svincolato. Sion, Lucerna e Dallas Il 2 febbraio 2015 firma con gli svizzeri del Sion. Svincolatosi dopo due anni, il 25 settembre 2017 si accorda con il Lucerna dove rimane per appena tre mesi. Nuovamente svincolatosi, nell'inverno 2018 si accasa a parametro zero agli statunitensi dell'FC Dallas. Milita nel club per due anni e mezzo, dopodiché rimane svincolato. Lugano Il 25 febbraio 2021 firma un contratto fino al termine della stagione con il Lugano. Il 3 giugno seguente estende il proprio contratto per altre 2 stagioni. Nazionale Ha giocato nelle nazionali giovanili elvetiche, tra cui l'Under-17 (con cui ha vinto l'Europeo in Danimarca nel 2002), l'Under-18, l'Under-19, l'Under-20 e l'Under-21. Il 26 marzo 2005 ha fatto il suo esordio in nazionale maggiore, entrando nella ripresa nella partita contro la Francia e aiutando i compagni a conquistare lo 0-0 presso lo Stade de France. Durante il torneo di qualificazione agli europei di categoria Under-21, che si sarebbero disputati in Svezia nel giugno 2009, Ziegler ha ottenuto con la sua squadra la testa del girone di qualificazione, segnando una rete nell'ultima e decisiva partita con i rivali diretti, i pari età olandesi. Il 19 novembre 2008 segna il suo primo gol con la maglia della nazionale maggiore nell'amichevole contro la Finlandia vinta dalla formazione elvetica per 1-0. L'11 maggio 2010 il selezionatore svizzero Ottmar Hitzfeld lo inserisce nella lista dei 23 convocati per Sudafrica 2010, insieme al compagno di squadra Padalino. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato svizzero: 1 - Grasshoppers: 2002-2003 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2012 Coppa di Turchia: 2 - Fenerbahçe: 2011-2012, 2012-2013 Coppa Svizzera: 1 - Sion: 2014-2015 Nazionale Campionato d'Europa Under-17: 1 - 2002
  12. PASQUALE BRUNO In coincidenza col battesimo del nuovo anno – scrive Federica Bosco su “Hurrà Juventus” del febbraio 1988 –, in molti individui si riscopre una vena astrologica e si sprecano le previsioni che in qualche modo, benché facciano semplicemente sorridere il pubblico, condizionano la vita di coloro che ricercano nelle stelle la risposta ai loro problemi. Lo stesso Dalla cantava «L’anno che verrà», inno ormai incontrastato del prossimo futuro italiano, che puntualmente accompagna quel processo di presagio che coinvolge ogni settore di cronaca del nostro Paese, alla sfrenata ricerca di conoscere con un margine d’anticipo gli eventi che condizioneranno il 1988. In questa sfilata di maghi e cartomanti non si discosta il mondo dello sport, dove, se pur in misura restrittiva, si svelano ipotetici vincitori di scudetti, di coppe o di gare; il tutto frenato da un certo scetticismo degli atleti, che crea nel calcio un terreno poco fertile in cui svilupparsi. Perciò alle tante parole profferite da astrologi di tutta Italia, rispondono con omertà i protagonisti, ormai completamente immersi nella battaglia del campionato così da non essere soggetti a condizionamenti esterni. Quindi in un clima fiabesco non poteva mancare una storia fantastica; a conclusione di tante predizioni surreali occorrono delle certezze per dare speranza ai tifosi demoralizzati dai pronostici pessimistici espressi dalla cabala. Ecco dunque in vetrina il gioiello di Como: Pasquale Bruno, un ragazzo che in riva al lago ha trovato la sua dimensione di uomo e atleta; e oggi ha saputo dar conferma del suo valore anche con la Juventus. Perciò senza ombra di dubbio il futuro, bianconero s’intende, sarà suo; e, mai come in questo caso, le stelle staranno a guardare... – Durante la scorsa estate sei stato uno dei protagonisti del mercato italiano, appetito da diverse squadre e sei poi approdato alla Juventus; eppure molti tifosi bianconeri ancora non ti conoscono. Puoi supplire a questa mancanza raccontandoti in breve al nostro pubblico? «La mia avventura nel mondo dello sport è iniziata con la maglia giallorossa; infatti nelle giovanili del Lecce sono cresciuto e ho appreso i segreti del calcio; quindi a 17 anni ho esordito in serie B con la squadra pugliese e per quattro stagioni ho difeso i colori della mia città. In seguito sono stato acquistato dal Como, con cui ho giocato tre campionati cadetti e uno nella massima divisione; dopodiché il destino mi ha spalancato le porte del grande calcio e, in sordina, sono arrivato a Torino». – Il tuo aspetto da duro ricorda vagamente Claudio Gentile; chi è stato il tuo modello? «Per anni ho sognato di emulare giocatori come Antonio Cabrini e lo stesso Gentile, che personalmente ritengo un duo formidabile di difensori. L’aver costruito per molte stagioni l’ossatura portante della retroguardia bianconera dimostra tutta la loro grandezza a livello nazionale ed europeo; perciò sono lusingato ogni qual volta il mio stile viene avvicinato a un campione di quella caratura! Se è possibile azzardare un paragone ritengo di avere, dell’atleta di Tripoli, la camminata piuttosto simile sul terreno di gioco; per cui, quando ho l’opportunità di rivedere delle partite della Juventus di quegli anni, m’identifico col personaggio da te citato sotto il profilo atletico». – Ma nel tuo caso i tratti somatici ricalcano le caratteristiche essenziali di un carattere piuttosto spigoloso e grintoso; o in realtà dietro uno sguardo inflessibile si cela un ragazzo diverso? «Sul terreno di gioco sprigiono un’aggressività a me sconosciuta nella vita privata; perciò si può parlare di una vera e propria metamorfosi che interessa il mio carattere durante un incontro di calcio. La mia indole quotidiana è piuttosto tranquilla, quindi decisamente in antitesi all’aspetto che assumo quando indosso i panni di sportivo, il che non mi disturba affatto; anzi penso che un duplice aspetto permetta di condurre un’esistenza equilibrata, senza incorrere nel rischio di mescolare il lavoro con la personalità». – Da Lecce, tua città natale, sei arrivato, dopo una lunga gavetta, alla Juventus; nell’arco della tua carriera non hai mai avvertito una crisi di rigetto nei confronti del calcio? «La passione che mi ha coinvolto sin da bambino ha avuto il sopravvento su ogni ostacolo, per cui non si è mai verificato un senso di assuefazione per lo sport che ancora pratico con diligenza. Sicuramente nell’arco di 10 anni ho provato un’inversione di tendenza circa la concezione del pallone: in un primo momento per me rappresentava lo svago, il divertimento; in seguito ha preso spazio una maggiore sicurezza nelle capacità personali e il gioco ha lasciato via libera al lavoro, cosicché l’hobby ha assunto il significato di professione». – Ma pensi che nel tuo caso il calcio abbia creato l’uomo o l’uomo abbia generato il calciatore? «Ritengo che un contributo alla maturazione provenga proprio dal mondo dello sport; attraverso un ambiente complesso ho imparato a destreggiarmi anche nelle vicende quotidiane. Con ciò però vorrei precisare che le vere maestre di vita sono state le esperienze negative che coinvolgono ogni individuo indipendentemente dalla sua professione». – Agli occhi del pubblico il mestiere di calciatore appare immune dai tanti problemi che invece accomunano la gente; concordi con questa tendenza? «C’è un fondo di verità nella parola “privilegiato” con cui viene etichettato uno sportivo professionista; in quanto la retribuzione è ottima e inoltre abbiamo l’opportunità di divertirci lavorando. Non bisogna dimenticare però che non è tutto oro ciò che luccica e, sotto la campana di splendore in cui siamo avvolti, si nascondono piccole insidie e tante questioni spesso trascurate dal tifoso che del calcio conosce solo i lati positivi». – Puoi svelare quali sacrifici deve affrontare un atleta per raggiungere l’affermazione e soprattutto per conservarla? «Non c’è nulla di misterioso nelle difficoltà che deve superare un professionista: in primo luogo è indispensabile una vita regolare; perciò un ragazzo che intende affermarsi nello sport, qualunque esso sia, deve ben presto dimenticare la parola divertimento serale. Una banalità che però per un giovane è importante, quindi non è facile saper rinunciare alla discoteca, agli amici quando l’attività è in fase di sviluppo. Col passare del tempo e la maturazione sopraggiunge un nuovo handicap per il calciatore: la difficoltà nel conciliare gl’impegni lavorativi con la famiglia, quest’ultima spesso viene trascurata con grande rammarico dell’individuo in questione». – Tra i tanti problemi sicuramente nel tuo caso il trasferimento al nord avrà fatto la parte del leone... Quale vantaggio e invece quale perdita ha determinato la tua scelta? «In un primo momento le maggiori difficoltà erano di natura ambientale; la lontananza dalla famiglia, dai parenti, dalla ragazza, nonché un certo imbarazzo che accompagna un giovane meridionale nei suoi primi approcci col settentrione, avevano creato qualche perplessità iniziale nell’accettare la soluzione comasca, per altro accreditata dal desiderio di scoprire il mondo che si muoveva fuori da Lecce, fino ad allora totalmente estraneo per me. Quindi in un’altalena di emozioni sono giunto in riva al lago dove, per la prima volta, ho realizzato che nel calcio nulla viene regalato e ho perciò dovuto lottare parecchio per farmi apprezzare dalla società, dai compagni, ma soprattutto dai tifosi. Mentre in Puglia ero il ragazzino coccolato e vezzeggiato dalla squadra perché rappresentavo il frutto del vivaio, a Como ho conosciuto l’altra faccia del pallone, ben più spigolosa di quanto sembri apparentemente. Però l’esperienza fatta mi ha maturato moltissimo e mi ha reso più forte nella tecnica e nel carattere; dunque sono partito da casa che ero poco più di un ragazzino e sono diventato un uomo...». – Con la vecchia Signora si è aperto un nuovo capitolo della tua vita; che significato ha avuto per te approdare alla società bianconera? «Juventus come garanzia dello sport è il motto che accomuna questo team a un’altra grande italiana; la Ferrari; due idoli per milioni di persone che seguono rispettivamente il calcio e la formula uno. Perciò nei sogni di ogni giovane promessa calcistica si nasconde il desiderio d’indossare la maglia zebrata, e personalmente mi sento parte integrante di questa ampia fetta di atleti. Quindi nel momento in cui ho dovuto esprimere un parere in merito al mio trasferimento non ho avuto dubbi e sono arrivato a Torino, benché fosse in ballottaggio pure l’Inter. Forse con la casacca nerazzurra avrei disputato l’intero campionato da titolare, ma la mia indole bianconera ha fatto pendere l’ago della bilancia in direzione della Mole». – Si dice che tu sia un pupillo di Marchesi, e proprio il desiderio dell’allenatore abbia inciso sul tuo trasferimento; quanto c’è di vero in questa affermazione? «Probabilmente il ricordo di una splendida stagione coi colori azzurri ha avuto un ascendente sulle scelte della Juventus; perciò non posso che essere lusingato dell’attenzione che il tecnico ha mostrato nei miei confronti e spero di ricambiare la sua fiducia con ottime prestazioni anche con la maglia bianconera». – Com’è il tuo rapporto con la dirigenza della Juventus? «Nonostante la collaborazione si protragga da pochi mesi, ho avuto modo di ammirare un desiderio reciproco della società e dei giocatori d’instaurare un dialogo basato sulla fiducia, sulla stima e su un’amicizia di fondo necessaria per attenuare il naturale distacco che esiste tra le due posizioni. Per dar credito a questa tesi posso citare che il Presidente, considerato un uomo freddo, è in realtà una persona eccezionale, ben disposta a incoraggiare un giocatore nei momenti difficili, molto cordiale in ogni situazione e oltretutto simpaticissima». – Proprio all’inizio della preparazione hai subito un infortunio che ti ha tenuto lontano dai campi di gioco per diverse settimane; quanto pensi ti abbia penalizzato tutto ciò nella ricerca dell’intesa coi compagni? «Ancora oggi, a distanza di tanti mesi, avverto le conseguenze di una stagione iniziata con un certo ritardo; infatti, benché abbia raggiunto la forma migliore, sono danneggiato nel ritmo, non in sintonia con quello degli altri bianconeri». – Le tue prestazioni, se pur brillanti, restano occasionali. Non pensi di meritare un posto da titolare? «A 25 anni la carriera e ancora in fase di ampio sviluppo per cui posso attendere senza preoccupazione; oltretutto occorre considerare che la Juventus vanta nel mio ruolo gente come Cabrini, Favero e Brio: uomini che conoscono ogni più piccolo segreto del calcio e hanno in coppe e scudetti gli attestati più eloquenti della loro bravura Perciò sarebbe assurdo se, dopo sole tre partite, rivendicassi uno spazio di primo piano; l’importante e dimostrare la propria validità nei momenti opportuni, dopodiché il tempo sarà un prezioso alleato!!». – Lo stare in panchina dopo un trascorso da titolare, sia pure col Como, che conseguenze porta a livello psicologico in un atleta? «Certamente nessun calciatore se pur di giovane età apprezza una soluzione di ripiego, soprattutto se alle spalle vanta stagioni di piena attività; quindi il danno che scaturisce à prevalentemente di natura psichica. Pero nel mio caso devo dire che ero consapevole di dover fare un iniziale rodaggio e ho accettato ugualmente, pur mettendo in preventivo questo rischio, per ragioni affettive che mi legano da lunga data alla maglia bianconera». – Hai la nomea di essere tra i più simpatici e divertenti; quali sono le battute migliori del tuo repertorio? «Benché in un primo momento abbia avuto un certo timore di fronte a tanti campioni, dopo una conoscenza maggiore degli altri ragazzi, sono riuscito a superare il baratro d’imbarazzo e ho potuto esprimere la mia indole piuttosto vivace. Oggi sono un trascinatore del gruppo, ma nonostante ciò in tema di barzellette sono poco esauriente». – Dunque sembra che tu abbia familiarizzato bene coi compagni di squadra; chi per carattere è sincronizzato meglio con te? «Denominatore comune dello spogliatoio bianconero è l’allegria; a Como i giocatori hanno un’età pressoché analoga, qui a Torino invece la rosa è molto flessibile in quel senso, perciò i giocatori di 30 anni vantano una serietà ancora sconosciuta a noi giovani. La simpatia però supera anche la barriera anagrafica e ci rende tutti partecipi agli scherzi altrui: da Buso a Cabrini senza eccezione alcuna». – Frequenti i colleghi anche fuori dal campo? «La dimensione della città, nonché la presenza di figli in parecchie famiglie, penalizza i ritrovi extracalcistici... Ma quando le circostanze favoriscono incontri tra compagni di squadra si approfitta della situazione e si organizzano cene o uscite in gruppo». – È vero che gran parte dei problemi che nascono sul campo si possono risolvere con una maggiore conoscenza dei compagni? «Un elemento fondamentale nel mondo del calcio è lo spogliatoio; la presenza di astio o d’indifferenza è il presupposto di un campionato in sordina. Al contrario una sincera amicizia con gli altri giocatori e col tecnico è il sintomo più evidente del successo». – Molti tuoi colleghi sono piuttosto restii nel rilasciare interviste di carattere personale; anche tu sei geloso del tuo privato? «Non penso che una conoscenza più approfondita della mia vita possa nuocere alla carriera, mentre può rendere più affiatato il tifoso nei miei confronti. Quindi sono favorevole alla figura del calciatore come personaggio pubblico, con tutte le conseguenze, positive e non, che tale concezione comporta». – Sei sposato? «Sì». – Come hai conosciuto tua moglie? «La sua abitazione distava circa tre chilometri dalla mia, per cui tramite alcuni parenti ho avuto modo di incontrarla e... Cupido ha fatto il seguito!!». – Cosa ti ha colpito maggiormente in lei? «È luogo comune parlare d’intelligenza; in realtà l’impatto iniziale avviene con l’aspetto fisico, perciò di primo acchito sono rimasto affascinato dalla sua persona. In seguito ho avuto moda di apprezzare anche il carattere e ho scoperto di amarla». – Quanta incidenza può avere la vita affettiva nella carriera? «La famiglia è un tassello fondamentale nel mosaico di un campione: la tranquillità domestica può garantire un rendimento elevato al calciatore, mentre i problemi coniugali possono dare risvolti negativi pure sul lavoro». – Se durante una passeggiata una tifosa ti avvicina e fa degli apprezzamenti sulla tua persona, tua moglie come reagisce? «Per orgoglio dimostra una certa superiorità, ma, conoscendola, so che è gelosa». – Tua moglie segue con interesse la tua carriera sportiva? «Il mondo del calcio non l’ha mai coinvolta appassionatamente: solo ora comincia a carpire il significato di area di rigore, di centro campo; senza per altro mostrare un attaccamento che esorbiti da quello strettamente affettivo». – Avete dei figli? «Sì, una bambina di tre anni e mezzo di nome Sandra». – Ma com’è Pasquale Bruno in pantofole? «Scarico la tensione accumulata durante le partite davanti al televisore; quindi trascorro molte ore in compagnia di Sandra e di mia moglie per supplire alle tante giornate che la mia professione ruba alla famiglia». – In casa riesci a estraniarti dal mondo del calcio, oppure una parte di te resta legata alla professione? «È difficile separare la sfera affettiva da quella professionale, anche se, involontariamente, si resta coinvolti nel ciclone che suscita oggi la nostra attività. Quindi in ogni persona viene istantaneo seguire le trasmissioni sportive, anche quando è vivo il desiderio di dimenticare la parentesi lavorativa per qualche ora». – Da qualche mese vivi a Torino; come giudichi il capoluogo piemontese? «Ho sempre avuto simpatia per questa città, apparentemente fredda, che s’identifica bene col mio carattere. Negli anni passati avevo modo di conoscerla solo superficialmente; oggi ho l’opportunità di scoprire ogni angolo, anche grazie a una totale discrezione della gente che non infastidisce i personaggi pubblici ogni qual volta passeggiano per le vie del Centro». – Hai avuto modo di conoscere le bellezze artistiche della nostra città? «A causa dei frequenti impegni di lavoro ho potuto ammirare solo la Basilica di Superga: un monumento cittadino che riporta alla luce una storta molto amara per il capoluogo piemontese. La tragedia del grande Torino è viva ancora oggi nel cuore di moltissime persone; perciò la struttura architettonica, per altro molto bella, lascia spazio alla memoria di uomini e campioni indimenticabili e il ricordo di quel tempo dona un tocco di fascino alla costruzione». – Tu provieni da una città di provincia; quali analogie e quali differenze hai riscontrato tra il tifoso di Como e quello di Torino? «La Juventus per anni ha sempre significato vittoria e di conseguenza il suo pubblico, abituato a grandi campioni, si è avvezzato alle grosse imprese dimenticando col tempo il sapore delle sfide e della concorrenza; in quanto era consuetudine nel calcio italiano un monopolio bianconero. La cittadina lombarda, invece, rappresentava un capitolo atipico al punto che spesso noi giocatori avevamo l’impressione di essere in Svizzera. Quest’isola felice era contornata da un pubblico e da un calore impressionante alla domenica, mentre durante la settimana era tipica poca pubblicità, ma tanta tranquillità. Le motivazioni di questa pace sono da ricercare non nelle dimensioni della città – infatti anche nel sud, Avellino e Ascoli contano pochi abitanti però il calcio è il centro del mondo, tutto ruota intorno alla squadra locale e ai suoi campioni – ma nella concezione dello sport inteso, in riva al lago, come uno dei passatempi domenicali per gli abitanti locali, in alternativa ad altre attività». – Quest’anno i risultati hanno deluso le attese del pubblico, perciò si è sviluppato un clima freddo nei vostri confronti; cosa diresti ai tifosi per catturare nuovamente la loro attenzione? «Vorrei ricordare alla gente bianconera un ricorso storico: difficilmente la Juventus fallisce più appuntamenti consecutivi. Perciò è in programma un pronto riscatto, per regalare nuove soddisfazioni alla gente che ogni domenica ci segue con passione». – Si dice che anche negli hobbies un individuo esprima la sua personalità; tu quali interessi hai oltre al calcio? «Il mio tempo libero quest’anno è pienamente assorbito dallo studio; infatti ho deciso di diplomarmi e, poiché ricominciare dopo parecchio tempo è molto difficile, occorre il massimo impegno». – È importante per un calciatore la cultura? «Ritengo sia indispensabile una conoscenza di base per poter affrontare ogni discussione con un bagaglio d’idee tali da poter esprimere dei giudizi personali. A questo proposito devo dar atto ai consigli di mio padre, da me snobbati qualche anno addietro, e ora puntualmente riscoperti. Proprio in virtù di questa ragione ho deciso d’impegnarmi per essere culturalmente preparato in ogni circostanza; e tra qualche mese l’Italia potrà vantare un geometra in più…». – Quali programmi segui alla televisione? «E mia consuetudine guardare il telegiornale per avere una conoscenza generale dei fatti di cronaca che interessano l’Italia e il mondo; inoltre apprezzo molto il nuovo show di Renzo Arbore: “Indietro tutta”, oggetto di divertimento quotidiano nello spogliatoio bianconero». – Le tue caratteristiche fisiche, nonché i tratti del tuo volto, farebbero di te un potenziale attore; non ti ha mai sfiorato l’idea d’interpretare un film? «Per la verità alcune volte ho avuto il desiderio di tentare un’avventura simile, ma i miei impegni calcistici impediscono la realizzazione di ogni progetto in tal senso. Però se un giorno dovessi scegliere un’attività alternativa al pallone non giocherei le mie carte nel cinema, ma piuttosto mi cimenterei nel mondo della moda». – Ma se domani un regista ti proponesse un ruolo, chi vorresti interpretare? «Sicuramente scarterei una parte troppo impegnativa, non idonea al mio grado culturale; forse accetterei un personaggio in un film d’avventura sul genere di “Un tranquillo weekend di paura” o di “Rambo”». – Quali sono le tue preferenze musicali? «Sono un grande estimatore dei Genesis di cui conservo gelosamente ogni Lp dal 1969 a oggi, per un totale di 15 long plain veramente eccezionali». – E in tema di canzoni italiane? «Apprezzo i cantautori: in particolare Baglioni, Cocciante, De Gregori e Dalla». – Come ogni anno questo è il periodo dei rimpianti e delle promesse; come pensi si possa sviluppare per te il 1988? «Mi auguro di trascorrere una stagione tranquilla sotto il profilo della salute e di realizzare tanti successi in campo professionale». – Un’ultima domanda: pensi di continuare il tuo rapporto con la società bianconera anche l’anno prossimo? «Ho un contratto che mi lega alla Juventus per tre stagioni, quindi spero di soddisfare le esigenze della squadra così da poter portare a termine l’impegno sottoscritto. Se poi mi fosse confermata la fiducia per gli anni futuri, sarei ben lieto di protrarre la collaborazione fino al duemila e anche oltre». Facendo riferimento ai famosi ricorsi storici, di G.B. Vico si può effettivamente notare, una certa analogia tra la teoria dell’antico filosofo napoletano e la Juventus. La società di Piazza Crimea puntualmente riesce a smentire tutti coloro che giudicano ormai tramontata l’era bianconera; in passato, ogni qual volta si verificavano stagioni di transizione come l’attuale, si dava per concluso il calcio di vittorie, ma con orgoglio la squadra torinese rispondeva con nuovi allori allo scetticismo che pullulava nel mondo del calcio. Oggi i presupposti sono tali da far rivivere la situazione sopra citata; perciò, secondo una linea di condotta ampiamente collaudata, la società saprà restituire la grinta recentemente smarrita. Quindi sull’esperienza dei campioni e sulla vitalità di giocatori come Bruno, Alessio e Buso: giovani tra i più promettenti del campionato, la vecchia signora saprà costruire le fondamenta di un nuovo «corso» di splendore… 〰.〰.〰 Il campionato 1987-88 della Vecchia Signora è molto deludente: eliminata subito dalla Coppa dei Campioni, non riesce mai a entrare nella lotta per lo scudetto. Bruno totalizza, comunque, 34 presenze e ha il merito di legare molto con Ian Rush, oggetto misterioso di quella squadra. Il gallese ricordava divertito di quando Pasquale gli insegnava le parolacce in pugliese! La Juventus che si presenta alla partenza del campionato 1988-89, vede Dino Zoff in panchina; l’ex portiere ha molta fiducia in Bruno e lo promuove titolare, grazie alla sua capacità di disimpegnarsi in tutti i ruoli difensivi. Durante questa stagione, Pasquale realizza un gol di rara bellezza, contro il Napoli, in Coppa Uefa, che rimarrà l’unica segnatura con la maglia juventina. «Oltre alla comprensibile soddisfazione personale, ho gioito per la squadra che poteva così riscattarsi di fronte a un pubblico caloroso. Anche se per pochi giorni, sono stato l’artefice di un bel sogno. Ho avvertito un susseguirsi di emozioni indescrivibili, ma l’unico pensiero è stato per la mia famiglia». L’ultima stagione in bianconero è in chiaro scuro: totalizza una trentina di presenze, ma sono più le espulsioni e le squalifiche che le partite giocate bene. Nel suo palmarès, comunque, ci sono la Coppa Uefa e la Coppa Italia conquistate in quella stagione. Così, nell’estate del 1990 attraversa idealmente in Po e passa al Torino, lasciando pochi rimpianti. «Io non sputo nel piatto dove ho mangiato: la Juve mi ha dato il successo, i soldi e la possibilità di conoscere alcuni grandi personaggi come l’avvocato Agnelli e Boniperti. Quella maglia granata, però, mi è rimasta addosso per sempre». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/pasquale-bruno.html
  13. PASQUALE BRUNO https://it.wikipedia.org/wiki/Pasquale_Bruno Nazione: Italia Luogo di nascita: San Donato di Lecce (Lecce) Data di nascita: 19.06.1962 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: O' Animale Alla Juventus dal 1987 al 1990 Esordio: 27.09.1987 - Serie A - Juventus-Pescara 3-1 Ultima partita: 16.05.1990 - Coppa Uefa - Fiorentina-Juventus 0-0 99 presenze - 1 rete 1 coppa Italia 1 coppa Uefa «Non è stato un violento, ma un esibizionista della violenza.» (Adalberto Bortolotti) Pasquale Bruno (San Donato di Lecce, 19 giugno 1962) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore, ricordato per essere stato uno dei giocatori più duri della storia del calcio italiano. Tra le sue vittorie figurano la Coppa UEFA 1989-1990, conquistata con la Juventus, e due Coppe Italia. Personaggio molto discusso, era soprannominato O' Animale per la sua grinta agonistica — più volte tramutatasi in violenza —, caratteristica che gli fece collezionare in sedici anni di calcio italiano oltre cento ammonizioni, numerosi cartellini rossi e una cinquantina di giornate di squalifica, e per la quale era anche apprezzato dai tifosi, i quali lo incoraggiavano a interventi rudi: in questo senso, durante il periodo granata fu protagonista di un derby contro la Juventus in cui fu espulso e, successivamente, squalificato per otto giornate per il suo impeto dopo il cartellino rosso. Pasquale Bruno Bruno al Torino nella stagione 1992-1993 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2003 Carriera Giovanili 19??-19?? Lecce Squadre di club 1979-1983 Lecce 111 (9) 1983-1987 Como 109 (2) 1987-1990 Juventus 99 (1) 1990-1993 Torino 74 (1) 1993-1994 Fiorentina 19 (0) 1995 Lecce 17 (3) 1995-1997 Hearts 35 (1) 1997-1998 Wigan 1 (0) 2002-2003 Delta San Donato ? (?) Nazionale 1981 Italia U-20 2 (0) 1981 Italia B U-21 1 (?) 1987-1988 Italia Olimpica 2 (0) Biografia Pasquale Bruno è nato a San Donato di Lecce. È sposato con Marcella e ha due figlie: Sandra e Marta. È il suocero di Ernesto Chevantón, legato a sua figlia Sandra. Il soprannome O' Animale fu coniato da Roberto Tricella, suo compagno ai tempi della Juventus, per l'omonimia con Pasquale Barra, killer pentito della camorra tra i cui appellativi c'è proprio O' Nimale, attribuitogli per la ferocia dei suoi delitti. Bruno ha svelato di non aver mai avuto un amico calciatore, nemmeno tra i suoi compagni di squadra, eccezion fatta per Ian Rush. Ha dichiarato più volte di essere diventato ricco e di aver raggiunto la notorietà grazie alla sua cattiveria e costruendo un personaggio su di essa, senza la quale non avrebbe mai potuto — a suo dire — giocare ad alti livelli. Da quando ha terminato la carriera calcistica svolge principalmente la professione di intermediario: è socio, con Jason Ferguson, figlio di Alex, della Elite Sport Group, società di procure sportive a Manchester. Inoltre ha lavorato come commentatore televisivo per TELE+ e nella stagione 2010-2011 per Dahlia TV. Dal 2020 è spesso ospite a Tiki Taka - La repubblica del pallone, programma condotto da Piero Chiambretti su Italia 1. È tifoso del Torino ed è un appassionato di mountain bike. Caratteristiche tecniche Un rude intervento in scivolata di Bruno ai danni di Renato Buso Difensore arcigno e non molto dotato tecnicamente, faceva del gioco duro la sua arma principale. Tuttavia, ingaggiando duelli non sempre regolari con gli attaccanti avversari, sapeva fornire ottime prestazioni come marcatore a uomo. Numerosi furono gli screzi e le liti avute con gli avversari, tra i quali Crippa, Baggio, Ruben Sosa, Vialli, Casiraghi, van Basten, Răducioiu, Maradona, Lerda. Veniva impiegato prevalentemente nel ruolo di terzino, oppure come stopper. Carriera Club Gli esordi al Lecce Un giovane Bruno con la maglia del Lecce Bruno inizia la sua carriera professionistica nel 1979 con la maglia del Lecce, nel campionato di Serie B. Il 30 marzo 1980 realizza la sua prima rete nella partita Lecce-Ternana (2-1). Con i giallorossi partecipa a quattro campionati cadetti, disputando 111 gare e realizzando 9 reti. Nel campionato 1981-1982 marca 6 gol, suo record stagionale. L'arrivo al Como e le prime stagioni in Serie A Nell'estate del 1983 passa al Como, con cui raggiunge il secondo posto nel campionato di Serie B e la sua prima promozione in Serie A, alla prima stagione. Tra i suoi compagni ci sono Annoni e Fusi, che ritroverà poi negli anni 1990 al Torino. Bruno al Como nella stagione 1985-1986 Il 16 settembre 1984 il Como è impegnato, contro i campioni d'Italia della Juventus, nella prima gara di campionato. Bruno fa il suo debutto in Serie A, accompagnato dalla prima espulsione nel massimo campionato. La partita termina 0-0. Il 13 gennaio 1985 Bruno realizza il suo primo gol in Serie A, nella partita Milan-Como, siglando al 40' la rete del definitivo 0-2. Durante il campionato Bruno prende parte a 27 partite e il Como termina all'11º posto. La stagione successiva, a campionato in corso, come allenatore subentra Rino Marchesi, che vorrà Bruno con sé anche alla Juventus due anni dopo. Il Como termina al 9º posto in campionato e nella Coppa Italia giunge sino alle semifinali, dove viene eliminato dalla Sampdoria. Dopo quattro stagioni, 109 presenze in campionato e due reti, nell'estate del 1987 lascia Como per approdare alla Juventus. Le vittorie alla Juventus Nei primi giorni di giugno del 1987 Bruno viene acquistato dalla Juventus. Con i bianconeri, causa un infortunio che gli fa saltare le prime partite, fa il suo debutto ufficiale alla terza gara di campionato, Juventus-Pescara (3-1) del 27 settembre. Al termine del campionato la Juventus sarà sesta, mentre in Coppa Italia verrà eliminata dai concittadini del Torino in semifinale. Bruno alla Juventus a fine anni 1980 Nell'estate del 1988 la Juventus cambia allenatore e sceglie Dino Zoff, che conosce Bruno per averlo convocato da selezionatore della Nazionale olimpica nel 1987. Il terzino affermerà che Zoff è stata la persona da cui ha avuto i migliori insegnamenti e di avere sempre fatto tesoro dei suoi consigli. Il 1º marzo 1989, a Torino, si gioca l'andata dei quarti di finale della Coppa UEFA, che vede affrontarsi Juventus e Napoli; la partita, terminata 2-0, viene sbloccata al 13' da un potente tiro di Bruno da fuori area che supera il portiere partenopeo Giuliani. Questa sarà l'unica rete di Bruno in bianconero in 99 gare, di cui 67 di campionato. Tuttavia, nonostante il vantaggio dell'andata, la Juventus verrà eliminata subendo un 3-0 (dopo i tempi supplementari) nella gara di ritorno al San Paolo. Il 28 maggio 1989 si gioca Juventus-Fiorentina — trentesima giornata del campionato, che i bianconeri termineranno al quarto posto — e Bruno deve marcare Roberto Baggio. Al 73' vengono espulsi entrambi, il primo per una scorrettezza mentre il pallone era lontano, il secondo per un fallo di reazione. A causa di questa lite, continuata anche negli spogliatoi, entrambi sconteranno due giornate di squalifica e proseguiranno la loro inimicizia: Baggio considerava il gioco di Bruno troppo duro, mentre secondo il difensore, il fantasista era un cascatore. Bruno stringe in mano la Coppa UEFA vinta in bianconero nella stagione 1989-1990, mentre festeggia negli spogliatoi con i compagni di squadra Oleksandr Zavarov (al centro) e Dario Bonetti (a destra). Nell'ultima stagione in bianconero Bruno vince la Coppa Italia e la Coppa UEFA. La sua ultima partita è Fiorentina-Juventus (0-0), finale di ritorno della UEFA, disputatasi il 16 maggio 1990 al Partenio di Avellino, gara in cui viene anche espulso. L'affermazione al Torino «Io non sputo nel piatto dove ho mangiato: la Juve mi ha dato il successo, i soldi e la possibilità di conoscere alcuni grandi personaggi come l'Avvocato Agnelli e Boniperti. Quella maglia granata, però, mi è rimasta addosso per sempre.» (Pasquale Bruno, 2013) Una volta svincolatosi dalla Juventus, Pasquale Bruno si accorda coi concittadini del Torino. La trattativa tra la società granata e il terzino — svoltasi durante il mese di giugno e sponsorizzata dal nuovo tecnico Mondonico, già suo allenatore ai tempi del Como, con il quale non mancheranno le polemiche — è contestata da molti tifosi, il cui ostracismo deriva dal recente passato del difensore tra le file dei rivali bianconeri. Ma a distanza di pochi mesi Bruno diventerà il loro idolo nonché un leader della squadra. Esordisce il 5 settembre 1990 nella partita di Coppa Italia Verona-Torino (0-4). Quattro giorni dopo debutta anche in campionato, allo Stadio delle Alpi, contro la Lazio e viene espulso per una gomitata rifilata a Ruben Sosa, che — secondo quanto riportato dallo stesso Bruno — gli avrebbe sputato. Il Torino si piazzerà al quinto posto in campionato e nel mese di giugno vincerà la Mitropa Cup. La grande rabbia di Bruno, placata a stento dai membri della panchina granata, dopo l'espulsione nel derby di Torino del 17 novembre 1991: «Quando [l'arbitro] mi ha fatto vedere il cartellino rosso sono rimasto a bocca aperta, come un merluzzo. Poi ho capito, mi sono fatto sotto e mi hanno trascinato via. Senza l'intervento di Lentini forse avrei finito la carriera». Il 17 novembre 1991 si gioca la decima giornata di campionato e il Torino è impegnato nel derby contro la Juventus. Questa partita, terminata 1-0 per i bianconeri, verrà ricordata per l'espulsione e la reazione di Bruno che alcuni giornali definiranno «isterica». Già ammonito dopo 5 minuti di gioco, Bruno rifila una gomitata a Casiraghi, inducendo l'arbitro Ceccarini a espellerlo al 16º minuto del primo tempo per somma di ammonizioni, cosa che fa perdere la testa al calciatore che tenta di aggredirlo, non riuscendoci grazie al tempestivo intervento di Lentini, aiutato poi anche da Cravero, Casagrande e altri componenti della panchina granata, i quali riescono ad accompagnare Bruno, scoppiato in lacrime, fuori dal campo. Ceccarini e i due guardalinee lasceranno lo stadio scortati dalla polizia. Per il suo comportamento verrà squalificato inizialmente per otto giornate, poi ridotte a cinque dalla Commissione disciplinare, che accoglierà il ricorso del Torino. Bruno, dopo l'accaduto, si giustificherà dando la colpa all'arbitro, criticherà i suoi compagni e Mondonico per averlo censurato e accuserà Casiraghi di essere un provocatore. «Al Torino Bruno trova il suo habitat, è il gladiatore a lungo atteso.» (Adalberto Bortolotti) Il 26 febbraio 1992 si gioca al Delle Alpi il ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia tra Torino e Milan. Al 22º minuto di gioco, su un cross di Maldini Bruno colpisce il pallone, svirgolandolo e facendolo rimbalzare dentro la porta difesa da Marchegiani: van Basten, dopo avere subito le pressioni del difensore granata in avvio di partita, si lascia andare a un balletto irridente nei suoi confronti, danzando a gambe aperte sopra il corpo di Bruno disteso a terra; Marchegiani, nel tentativo di rincorrere l'olandese, travolge Simone, rischiando l'espulsione, mentre nell'area si accende una mischia. La terna arbitrale non segue attentamente gli sviluppi dell'episodio, che invece inducono l'allenatore rossonero Capello — dopo due minuti dal gol — alla sostituzione di van Basten, per evitare l'aggravarsi della situazione. Bruno segue l'attaccante verso la panchina, insultandolo, e dichiarerà in seguito di non essersi accorto di nulla, in quanto frastornato dall'autogol, e che avrebbe senz'altro reagito se fosse stato lucido. Bruno in azione al Torino nel 1992-1993 In Coppa UEFA, il Torino avanza agevolmente sino alle semifinali, dove incontra il blasonato Real Madrid. Nella partita di andata, al Bernabéu, i padroni di casa si impongono per 2-1. Il 15 aprile 1992, nella gara di ritorno, i granata ribaltano il risultato, vincendo 2-0; Bruno disputa un'ottima gara, neutralizzando Butragueño. Nelle finali i granata affronteranno gli olandesi dell'Ajax, i quali si aggiudicheranno la competizione in virtù del maggior numero di gol segnati in trasferta dopo il 2-2 di Torino e lo 0-0 di Amsterdam. Il 17 maggio 1992, nel penultimo turno di campionato, Bruno va in rete con una giocata pregevole nella partita Atalanta-Torino, fissando il risultato sull'1-3. Questa sarà la sua unica rete in maglia granata in 106 presenze totali tra campionati e coppe. Al termine della stagione 1991-1992 il Torino si classificherà terzo in Serie A. Dopo due buoni anni al Torino, Bruno comincia la stagione 1992-1993 subendo un calo di rendimento e non è più efficace nei suoi interventi. Per questo viene criticato da Mondonico e dalla stampa. A chi gli fa notare le sue opache prestazioni risponde: «I quattro in pagella non contano nulla, l'importante è avere quattro miliardi in banca.» (Pasquale Bruno dopo Torino-Juventus (1-2) del 22 novembre 1992) Il 7 febbraio 1993 si gioca allo Stadio delle Alpi Torino-Brescia, 19º turno di campionato. Al 45º minuto del primo tempo Bruno entra con irruenza sulla gamba sinistra dell'attaccante romeno Răducioiu — che sarà costretto a lasciare il terreno di gioco in barella —, alla quale verranno applicati nove punti di sutura. Nel dopopartita il romeno accuserà di essere stato minacciato dal difensore e Bruno, di fronte alle telecamere, vi scherzerà sopra: «Sì, è vero, ho commesso un fallo volontario, e in più avevo in tasca una pistola, una lupara e la magnum. Attenzione, ho scherzato, non vorrei fare la fine di Schillaci che venne squalificato.» (Pasquale Bruno dopo Torino-Brescia (1-0) del 7 febbraio 1993) Il neo presidente del Torino Goveani, indispettito dalle dichiarazioni di Bruno, deciderà di non rinnovargli il contratto, in scadenza, e non lo multerà. Nei giorni seguenti la FIGC — su richiesta dello stesso Răducioiu, appoggiato dal presidente dell'Associazione Italiana Calciatori Sergio Campana — aprirà un'inchiesta federale. Bruno esulta in maglia granata Verso la fine di febbraio Bruno, in un'intervista televisiva, fa sapere di essersi accordato con il Manchester City per la stagione successiva: approfittando di due giorni liberi concessigli, è andato a trattare in prima persona con il club inglese e — stando alle sue parole — si è anche allenato con i suoi futuri compagni, a totale insaputa della società torinese, che rimarrà delusa per la vicenda e lo multerà. Il 19 giugno 1993 disputa la sua ultima partita con la maglia granata all'Olimpico di Roma, in occasione della finale di ritorno della Coppa Italia tra Roma e Torino, che vedrà come vincitrice proprio la squadra piemontese. Ritorno in Serie B: Fiorentina e Lecce bis Il 30 giugno 1993 passa alla Fiorentina per la cifra di 1,5 miliardi di lire, firmando un contratto biennale da 650 milioni netti annui, e torna a giocare in Serie B dopo 9 stagioni consecutive in Serie A. Le multe Pasquale Bruno è famoso anche per aver ricevuto, durante la sua carriera, parecchie multe dalle società. Di seguito sono elencate alcune di esse. A seguito del suo comportamento nel derby Juventus-Torino (1-0) del 17 novembre 1991, venne multato per 41 milioni di lire dalla società granata. Nell'estate 1992, in occasione di un'amichevole precampionato contro la Lucchese, venne multato dall'allora direttore sportivo del Torino, Luciano Moggi, per 10 milioni di lire a seguito di un'espulsione. Nel febbraio del 1993 il neo presidente granata Goveani lo multò per 10 milioni di lire per la sua trasferta a Manchester. Ai tempi della Fiorentina, il presidente Cecchi Gori lo multò con 32 milioni di lire a seguito di una squalifica di tre giornate, comminatagli per la rissa al termine della partita Fiorentina-Brescia (2-1) del 26 settembre 1993. Sempre Cecchi Gori, nell'ottobre del 1994, lo multò per altri 30 milioni di lire per aver partecipato alla trasmissione L'appello del martedì senza il permesso della società. Esordisce con la Fiorentina il 22 agosto 1993 nella gara di Coppa Italia Fiorentina-Empoli (2-0). Dopo avere saltato le prime due gare per squalifica, il successivo 12 settembre Bruno fa il suo debutto in campionato con i viola nella terza giornata, in occasione di Cosenza-Fiorentina (1-1). Nel dopopartita viene sorteggiato per il controllo antidoping e allunga la provetta delle urine con acqua minerale; nonostante l'evidenza del fatto, Bruno negherà tutto. In seguito, il 22 ottobre, verrà squalificato per due turni. «In campo mi dicevano di tutto e io mi regolavo di conseguenza.» (Pasquale Bruno intervistato nel 2004) Il 26 settembre 1993, al termine della quinta giornata di campionato Fiorentina-Brescia (2-1), Bruno colpisce con un pugno al volto Lerda nel sottopassaggio che porta agli spogliatoi, reagendo agli insulti e agli sputi dell'attaccante bresciano. Il difensore viola, che escluderà il suo coinvolgimento nella vicenda, verrà squalificato per tre turni, ai quali verranno sommati gli altri due per aver falsificato il test antidoping, per un totale di cinque giornate consecutive di squalifica. In occasione della gara di ritorno, giocata al Rigamonti di Brescia nel febbraio del 1994, Bruno viaggerà sdraiato sul fondo del pullman per evitare di attirare le ire dei tifosi avversari e verrà accompagnato da quattro guardie del corpo fino al campo. Nel frattempo il 3 dicembre 1993, all'indomani della partita di Coppa Italia Fiorentina-Venezia (1-2) — che fa registrare un'altra espulsione di Bruno —, il presidente Cecchi Gori decide di metterlo fuori squadra a tempo indeterminato (salvo poi rivedere il suo provvedimento e optare solamente per escluderlo dalla rosa, grazie alla mediazione dell'allenatore Claudio Ranieri), stanco dei suoi comportamenti e delle sue squalifiche che — a suo dire — rovinano l'immagine della società. Solamente in questi primi mesi della stagione Bruno è stato multato per la cifra complessiva di 117 milioni di lire dal presidente, in seguito alle sue ripetute gravi condotte. L'acquisto di Bruno, voluto da Cecchi Gori per dare solidità difensiva, si rivela fallimentare, non solo per i suoi comportamenti, ma — sempre secondo Cecchi Gori — anche per le sue prestazioni insufficienti. Nel nuovo anno la punizione di Cecchi Gori termina, sicché il 2 gennaio 1994 Bruno torna in campo per la partita di campionato Lucchese-Fiorentina (1-1). Nel girone di ritorno esibisce una buona condizione fisica. A fine stagione la Fiorentina vincerà il campionato cadetto e sarà promossa in Serie A. Bruno, inaspettatamente, sarà riconfermato. Bruno alla Fiorentina nell'annata 1993-1994 Nella stagione successiva viene messo fuori rosa per contrasti con Ranieri, il quale lo reintegrerà in squadra il 30 novembre 1994 — dopo che il difensore deciderà di adattarsi alla panchina — in occasione dei quarti di finale di Coppa Italia Parma-Fiorentina (2-0), partita nella quale andrà in panchina per la prima volta nella stagione. In rotta con la società viola, dopo una nuova multa di Cecchi Gori, Bruno chiede di essere ceduto; nel mese di ottobre tenta il trasferimento al Crystal Palace, senza successo. Nei primi giorni del novembre 1994 il Brescia acquista Pasquale Bruno dalla Fiorentina. Dopo le contestazioni dei tifosi lombardi — dovute ai suoi passati incidenti con Răducioiu e Lerda, all'epoca dei fatti calciatori del Brescia — la società preferisce non presentare il difensore, che decide di non trasferirsi a Brescia, preoccupato per l'incolumità sua e della sua famiglia. Il 3 gennaio 1995 firma un contratto per due stagioni con il Lecce, che disputa il campionato di Serie B. Il suo ritorno in campo con la maglia giallorossa avviene cinque giorni dopo nella partita Lecce-Verona (1-0). A fine stagione il Lecce terminerà all'ultimo posto e retrocederà in Serie C1; Bruno totalizzerà tre reti in 17 gare di campionato e, contrariamente agli accordi, non seguirà la squadra la stagione successiva in Serie C. Le esperienze nel Regno Unito e il ritiro Nell'autunno del 1995 firma un contratto biennale dall'equivalente di 300 milioni di lire annui con l'Hearts, squadra di Edimburgo. Bruno, accolto con calore, si ingraziò presto i tifosi scozzesi. Il suo esordio avviene il 4 novembre 1995 nella partita Hearts-Partick Thistle (3-0). Nella sua prima stagione raggiunge la finale della Scottish Cup, dove gli Hearts perdono 5-1 contro il Rangers Glasgow. Nel 1997 passa al Wigan dove disputerà solamente 45 minuti in tutta la stagione, alla fine della quale si ritirerà, salvo poi ritornare a giocare come attaccante nel 2002 — all'età di quarant'anni — con il Delta San Donato, squadra di terza categoria, della sua città natale, allenata dal fratello Gigi e diretta dal padre Pino. Nazionale Bruno fa parte della selezione che, nell'ottobre del 1981, disputa in Australia il campionato mondiale Under-20. Gioca le prime due partite contro la Corea del Sud e il Brasile, rimediando due cartellini gialli. L'Italia esce al primo turno, dopo tre sconfitte in tre partite. Il 16 dicembre 1981 disputa, con la Nazionale italiana B Under 21, una partita amichevole contro una selezione simile della Spagna. Nel novembre del 1986, durante il periodo di militanza nel Como, Bruno entra nel giro della Nazionale olimpica allenata da Zoff, nella quale vanta sei convocazioni totali. Tra il gennaio e l'aprile del 1987, viene chiamato per le partite contro Grecia, Portogallo, Germania Est e Islanda. Dopo aver debuttato contro la Germania Est, nell'aprile del 1988 gioca in Italia-Paesi Bassi (3-0) la sua seconda e ultima partita con la selezione olimpica. Bruno verrà incluso nella preselezione per i giochi olimpici di Seul 1988 dal nuovo CT Rocca — che sostituirà Zoff dopo il suo passaggio alla Juventus —, ma non farà parte della rosa dei 20 finali. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Juventus: 1989-1990 - Torino: 1992-1993 Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1993-1994 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1989-1990 Coppa Mitropa: 1 - Torino: 1991
  14. MARCO BRUZZANO https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Bruzzano Nazione: Italia Luogo di nascita: Portoferraio (Livorno) Data di nascita: 24.04.1968 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1986 al 1987 Esordio: 10.05.1987 - Serie A - Verona-Juventus 1-1 1 presenza - 0 reti Marco Bruzzano (Portoferraio, 24 aprile 1968) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Marco Bruzzano Bruzzano in azione con la squadra Primavera della Juventus negli anni 80 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1986-1987 Juventus 1 (0) 1987-1988 Novara 1 (0) 1988-1991 Pavia 72 (12) 1991-1992 Carrarese 33 (11) 1992-1993 Cremonese 4 (0) 1993-1994 Giarre 7 (0) 1994-1995 Carrarese 24 (4)[1] 1994-1995 Cremonese 1 (0) 1995-1997 Pavia 60 (12) Carriera Ha esordito diciannovenne in Serie A a Verona, con la Juventus, nella partita Verona-Juventus (1-1), poi Serie C a Novara e Pavia, e Serie B con la Cremonese; con i grigiorossi lombardi ha disputato la seconda gara nella massima serie, il 4 settembre 1984 a Parma, nella partita Parma-Cremonese (2-0). Ha poi chiuso la carriera a Pavia. Palmarès Coppa Anglo-Italiana: 1 - Cremonese: 1992-1993
  15. ROBERTO SOLDÁ «So che Scirea ha avuto parole di elogio nei miei confronti – racconta poco dopo il suo approdo a Torino nell’estate del 1986 – come lui, anch’io in Serie C ho giocato da mezzala e solo dopo mi sono trasformato in libero. Spero di poter disputare qualche partita, ma non sarà facile trovare spazio perché Gaetano non si discute. Non vorrei però trascorrere un intero anno in panchina perché allora sarebbe una stagione persa. Come libero mi ritengo abile a impostare il gioco, non solo a romperlo. Però questa sarà una novità per me, abituato soprattutto a non scoprire la difesa. Perché a Bergamo giocavamo soprattutto per salvarci e far bene in una squadra come l’Atalanta è abbastanza facile. Alla Juventus le ambizioni sono diverse: non ci si può accontentare del risultato, bisogna anche dare spettacolo. Non ho avuto problemi a inserirmi nel nuovo ambiente e con Marchesi mi sono subito trovato a mio agio. Gli allenamenti non sono neppure molto pesanti. A Bergamo, con Sonetti, ero abituato a un lavoro più duro, maggiormente impostato sul fondo. Qui l’obiettivo della squadra non è uno solo come lo era per l’Atalanta, noi ci dovremo impegnare su più fronti ed è quindi logico che il carico di lavoro sia distribuito diversamente». Quella Juventus è allenata da Rino Marchesi: è l’ultima stagione di Platini, la penultima di Scirea. Roberto è sballottato fra difesa e centrocampo; addirittura, a Firenze, è schierato con un improbabile numero 10! Dice Marchesi: «Soldà può essere valido anche a tutto campo, mancatomi Bonini ho pensato a lui proprio per le sue risorse nella corsa, assistite da un buon tocco di palla». È un giocatore potente e acrobatico, forte sulle parabole, sempre costruttivo nel tocco di palla. Difetta solamente di personalità, quella che deve avere il leader della difesa della Juventus. Certo, la squadra bianconera non lo aiuta, gli eroi di mille battaglie sono stanchi, i giovani troppo acerbi e Marchesi non è in grado di gestire la situazione. La Juventus, piano piano, va alla deriva; il campionato è dominato dal Napoli di Maradona e la Coppa dei Campioni è presto perduta, di fronte ad un modesto Real Madrid. Alla fine di quella stagione è ceduto al Verona, in cambio di Tricella. La caccia all’erede di Scirea continua. NICOLA CALZARETTA DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 22-28 LUGLIO 2003 Luglio caliente, voglia di mare. Si scende dalla Val Brembana, meta la costiera romagnola. «Il mio regno estivo è Milano Marittima, dove ho da tempo una casa: un acquisto è stato il primo affare della mia attività imprenditoriale». La compiaciuta confessione è di Roberto Soldà, quarantaquattro anni e un fisico tirato a lucido come ai tempi d’oro, quando comandava le difese di Como, Atalanta, Juventus, Verona, Lazio e Monza. Il tutto tra l’81 e il ‘93. «Dopo, però, c’è stata anche l’esperienza all’estero con il Chiasso da allenatore-giocatore. A trentasei anni ho scelto di chiudere nonostante l’offerta del Benevento, troppo lontano: l’idea era di rimanere a Bergamo per curare da vicino i miei interessi». Ramo immobiliare. «Già durante la carriera mi ero avvicinato al settore. Il mattone mi piaceva fin da ragazzo. Frequentavo l’Istituto per congegnatori meccanici e il pallone era solo un sogno. Finita la scuola, anche per raggranellare qualche spicciolo, lavoravo con mio zio, titolare di un’impresa edile. Così una volta smesso non ho avuto dubbi: ho creato la Abso Srl, un’immobiliare. Acquisto vecchie case, le ristrutturo appaltando i lavori e poi le metto sul mercato». In più c’è l’attività di consulenza per le agenzie immobiliari del Bergamasco. «Mi capita spesso di avere contatti con chi opera direttamente sul mercato. Io mi sono fatto un po’ d’esperienza sempre un passetto dopo l’altro. È la mia filosofia: poche cose fatte bene e con i tempi giusti». E in solitudine. «Ho preferito fare così, anche perché se devo sbagliare preferisco farlo con la mia testa. E poi c’è meno stress. Di buoni affari ne ho fatti. Quello che mi ha dato più soddisfazione è la vendita di un appartamento ristrutturato a Bergamo Alta a un signore inglese che neanche in Toscana era riuscito a trovare qualcosa di suo gradimento. Ma non pensare che sia stato tutto in discesa. Grossi traumi nel passaggio dal calcio alla vita normale non li ho avuti perché con il mondo del pallone non ho mai staccato definitivamente: ho allenato squadre dilettantistiche vicino casa per alcuni anni e poi ho continuato a giocare, anche con la nazionale di beach-soccer. Poi perché, comunque, mi sono inserito in un settore che già conoscevo. Piuttosto è stato arduo, specie i primi tempi, convivere con i problemi quotidiani che ti si presentano: come porsi di fronte ai clienti, cosa dire al venditore che non ti vuol cedere quella casa. Poi il tempo stesso ti aiuta». Fino ad arrivare a escogitare qualche piccola astuzia: «Quando mi presento per l’acquisto di un immobile cerco di non far sapere che sono stato calciatore perché è il presente quello che conta. Poi non si sa mai, magari qualcuno potrebbe pensare “questo qui ha i soldi, alziamo il prezzo”». Sorriso convinto, la battuta è andata a segno. «Nel futuro non penso proprio che ci sarà posto per altre attività. Anche perché improvvisarsi a questa età in altri mestieri la vedo dura. Continuo con il mattone ancora per qualche tempo, poi se i figli lo vorranno lascerò spazio a loro». Roberto la via del pallone non l’ha abbandonata del tutto, quindi... «Certo, se arrivasse qualche proposta interessante la valuterei con attenzione, l’esperienza non mi manca». E non solo di campo, ma pure di vita. «Fino a vent’anni ho gravitato nei dilettanti. Ero il “bravo giocatore di paese” e niente più. Con il passare delle stagioni quell’etichetta mi stava sempre più stretta, provavo un senso profondo di grande ingiustizia. Comunque non ho mai mollato». Finalmente ecco il treno giusto. «Un certo Cavalcanti mi portò al Ravenna, sempre nei dilettanti. Ma intanto avevo passato il confine del paese. L’anno dopo mi prese il Forlì in C1, finalmente ero tra i professionisti. Giocai bene tanto che si aprirono le porte della Serie A». Immediata scalata al vertice: segno che le qualità c’erano in questo ragazzo dal fisico massiccio e dal destro potente. «Capisci il perché di quel senso di ingiustizia? Io sapevo di poterci stare ad alto livello. Anche se nel primo anno a Como pagai un po’ lo scotto. Ho esordito contro il Napoli, ci giocava Krol, il mio idolo. Un libero capace di impostare e rilanciare. Quello che cercai di fare anch’io in quel debutto... Figurati se ci sono riuscito: troppo emozione». Il Como retrocede. Soldà, libero dai piedi buoni, riconquista subito la A, ma resta fra i cadetti. «Andai all’Atalanta, mi chiamò Sonetti: per me è stato fondamentale. Aveva un brutto carattere, però è stato lui a darmi sicurezza e convinzione. Si vinse il campionato e non ti dico la festa. Ancora oggi è il ricordo sportivo più bello». Insieme a una partita speciale. Ancora Napoli, quasi una rivincita: «L’anno dopo, era l’ottobre dell’84, me la sono vista con Maradona, e ho detto tutto. Segnai su punizione e salvai un gol sulla linea. Titolo sulla giornalaccio rosa del giorno dopo: “Soldà batte Napoli 1-0”». Roberto stuzzica gli appetiti di molte grandi, Boniperti gioca d’anticipo. «La Juventus mi aveva preso già un anno prima, ma per una stagione mi lascio a Bergamo. Arrivai a Torino nell’86 con questo programma: campionato di apprendistato, poi l’eredità di Scirea». Non andò esattamente così. «La stagione in bianconero mi ha lasciato molte amarezze. Ho giocato 16 partite, ma tutte da mediano. Anche per colpa mia non sono riuscito a integrarmi nell’ambiente: ho sentito molto il salto da Bergamo a Torino. Alla fine della stagione mi trovai ceduto al Verona». Tempo due anni e nuovo trasferimento, stavolta alla Lazio. «Ci arrivai nell’89 e all’inizio fui trattato a pesci in faccia dalla stampa locale. Attacchi del tutto immotivati. A sistemare le cose pensò prima il campo e poi, l’anno dopo, l’arrivo di Zoff che mi definì il libero ideale per la sua squadra». Anche a Roma buoni campionati, ma zero successi. «È il dispiacere più grande. Il treno delle grandi occasioni è passato e l’ho preso al volo. Ma quando si è fermato alle stazioni più importanti non ho mai trovato la banda». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/roberto-solda.html
  16. ROBERTO SOLDÁ https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Soldà Nazione: Italia Luogo di nascita: Valdagno (Vicenza) Data di nascita: 28.05.1959 Ruolo: Difensore Altezza: 179 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1986 al 1987 Esordio: 24.08.1986 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 0-2 Ultima partita: 06.05.1987 - Coppa Italia - Juventus-Cagliari 2-2 27 presenze - 1 rete Roberto Soldà (Valdagno, 28 maggio 1959) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Roberto Soldà Soldà alla Lazio Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1993 - giocatore 1998 - allenatore Carriera Giovanili Ravenna Squadre di club 1978-1980 Ravenna 46 (0) 1980-1981 Forlì 29 (3) 1981-1983 Como 48 (0) 1983-1986 Atalanta 81 (4) 1986-1987 Juventus 27 (1) 1987-1989 Verona 56 (0) 1989-1992 Lazio 88 (0) 1992-1993 Monza 27 (2) Carriera da allenatore 1993-1994 Chiasso 1997-1998 Montichiari Caratteristiche tecniche Calciatore Dotato di buon senso della posizione e di grandi doti fisiche, ricopriva il ruolo di libero, che spesso si trasformava in un centrocampista aggiunto, che permetteva di impostare l'azione dalle retrovie. Carriera Giocatore Soldà alla Juventus nella stagione 1986-1987 Debutta in Serie A con la maglia del Como l'11 ottobre 1981 a Napoli; anche se con la squadra lariana non riesce a evitare la retrocessione nel campionato cadetto, disputa un buon campionato da titolare. Nel 1983 è stato acquistato dall'Atalanta, con la quale ha disputato delle ottime stagioni e quattro reti condite con la promozione nella massima serie nella stagione 1983-84. Le sue prestazioni sono state notate dalla Juventus, acquistandolo come successore del grande Scirea. Nella sua prima e unica stagione in maglia bianconera non si è dimostrato all'altezza delle aspettative, derivato anche dal calo generale della squadra, venendo così ceduto al Verona per due stagioni e poi alla Lazio. Nella sua carriera disputa più di 200 partite in massima serie. Allenatore e dirigente Dopo l'ultima esperienza da giocatore al Monza, inizia la prima avventura da tecnico alla guida del Chiasso in Svizzera. In Italia diventa allenatore di seconda categoria nel 1997 e trova impiego dopo pochi mesi subentrando a novembre sulla panchina del Montichiari essendo poi esonerato a febbraio. Intraprende poi la carriera dirigenziale prima nell'Ardens Cene e poi, dopo la fusione con l'Alzano, nell'AlzanoCene. Dal mese di maggio 2013 ricopre il ruolo di direttore tecnico al Ciserano, squadra bergamasca di Eccellenza. Dal 2016 ricopre invece il ruolo di direttore tecnico della Falco Albino, squadra di prima categoria bergamasca con un ottimo settore giovanile. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 1983-1984
  17. ALDO SERENA «È un campione, ma soltanto dalla vita in su». Gianni Agnelli aveva le idee chiare e, soprattutto, il gusto di esporle senza tante perifrasi. Naturalmente, le parole di Agnelli non volevano essere un complimento, ma neppure una critica severa. Lui, Aldo Serena, non se la prese; in fondo non aveva mai goduto di fiducia illimitata nelle squadre dove aveva militato. VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1985 Serena occupa l’intera pagina con la sua figura di bomber vero. Di giocatori come lui, di atleti sani e schietti come lui, ha bisogno il calcio per la sua continuità ideale. Serena ha cambiato le più grandi squadre nazionali, le due di Milano e il Torino prima di passare alla massima, alla squadra campione d’Europa. Chi più felice di lui? Il professionista vive di traslochi e mutamenti, deve tenere sempre pronta la valigia sotto il letto, almeno fin quando l’età non lo farà... svincolare e scegliere da solo. 1,83 per 72 chilogrammi, l’Aldo è figlio di un conciatore di pelle, ex calciatore pure lui, nato dunque in una famiglia non proprio benestante, ebbe il basket come primo sport della sua vita. Giocava pivot e si esercitava sull’alto. Non aveva il fisico per fare il cestista e fatalmente scivolò sul calcio, cominciando a scoprire la sua attitudine al colpo di testa. Un colpo di testa sbrecciante, l’Aldo si aiuta come può, anche Bettega, ricordate, si aiutava come poteva, sgomitava, era il primo ad attaccare, i difensori venivano sgominati. Una cosa simile succede con l’Aldo e il suo colpo di testa fa il vuoto nelle difese e atterrisce i portieri. Ho visto esordire questo nuovo panzer nell’Inter anni fa. Era novembre, – 13 novembre 1978 – una domenica uggiosa ma non troppo per le scale di San Siro e il suo prato bellissimo. Una partita come tante: Inter- Lazio. C’è Altobelli e c’è Serena. Ci sono due polli nel pollaio. Serena ha diciotto anni, toccherà a lui fare gavetta. E l’Altobelli ha tutto per ottenere il bastone di maresciallo e insomma ci tiene alla sua autonomia. Inter-Lazio 4 a 0 e l’Aldo infila il suo primo gol in A. L’unico nelle due partite giocate nella stagione della rivelazione. Perché l’Inter non se lo tiene, ma già decide di mandarlo a Como a farsi le ossa... Si tenga presente che il calcio ha solennemente strappato l’Aldo a un duro lavoro in una fabbrica senza depuratore, seguendo la strada del genitore. Benedetto pallone per tanti ragazzi. E la fortuna anche di aver visto il suo fisico d’improvviso sbocciare. Serena è già sul lago di Garda. Gioca diciotto volte e mette a segno due gol. Non è che ne siano entusiasti. Ha questa testata ribelle, ma anche il piede è ribelle. I suoi fondamentali sono mediocri. Bisogna che il ragazzo vada a scuola e un po’ di profondo Sud gli farà bene. Un altro campionato in B, questa volta a Bari, l’Aldo va subito, con un sorrisino, un rossore, un cenno della testa umile, rifà la valigia. Che tipo è, secondo voi, Serena? Semplice e complicato. Egli è di posti e cieli che hanno avuto in uno scrittore l’esaltazione più naturale: Comisso. Serena è disponibile e provato a sofferenze ancestrali, egli appartiene a una bellissima gente di persone inquiete anche quando sono quiete, il senso del destino, la caducità delle cose terrene, l’amore per la natura... Serena ha tutto questo dentro, è semplice e complicato, pronto a ogni concessione e duro nell’illudersi; va a Bari e ce la mette tutta. Ora ha vent’anni, qualche idea se l’è fatta, comincia a capirci di più, l’ambiente pieno di calore lo scalda, 35 partite e dieci gol. Comincia a nascere un nuovo attaccante, pivot frontale, che non sta fermo ad attendere, arranca se è il caso in retrovia, piglia un sacco di botte e ne restituisce una parte, sulle parabole vola a castigare il mondo, felice, inebriato saluta i suoi gol con le braccia levate al cielo. Oh cielo di Puglia così diverso dal cielo di Milano. Che è bello anche esso, quando è bello, ha scritto don Lisander. All’Inter finalmente si accorgono che il ragazzo ci sa fare, che è tempo di menarlo tra i buoi di casa, di provarlo nella maglia nerazzurra insomma. Detto fatto, il campionato 1981-82 l’Aldo lo gioca per l’Inter, mai giorni dorati di Bari sono una cosa lontana, l’ambiente altolocato, le sotterranee implicite gelosie, gli interessi privati della grande squadra meneghina, non sono fatti per scioglierlo; l’Aldo va a giocare 21 volte ma va a gol soltanto due; troppo poche, forse – e non so a quale geniaccio venga questa idea, forse al Beltrami – è proprio il caso di cederlo in prestito al Milan. Si divertano loro. 1982-83, il Milan. Ora i giochi sono fatti, ora l’uomo sta facendosi largo e ha tra gli occhi azzurri un’espressione non più di beatitudine e d’innocenza. Ascolta musica rock per riposare, legge buoni libri. E nel Milan va molto meglio che nell’Inter, 20 partite e otto gol. Non le gioca tutte perché non è proprio il caso visto che è in prestito. Il Milan, il Milan, il Milan... E insomma l’Inter si rosicchia le mani. Come è stato possibile? Il ragazzo deve tornare alla base. Realtà romanzesca del calcio. Ritorna all’Inter, è di proprietà nerazzurra, vi gioca quasi tutte le partite, 28, del campionato 82-83, mette a segno ancora otto gol. Cosa è un asso, un pilastro del gioco frontale, un tardopede, un bolide, una massicciata di muscoli? Cosa è, un asso o un brocco? Non lo ha capito ancora nessuno. Non lo capirà mai nessuno. Ma poi arriva il Torino di Radice. L’Inter lo dà in prestito al Torino. E stato questo il destino di Aldo, non pochi giocatori nella storia del calcio come lui, col destino di emigranti, tipicamente veneto, una dolcezza e una tristezza, quieti e complicati, semplici e difficili, duri nel fondo, di ghiaccio, perciò atleti completi, campioni. La Juventus aiuterà Aldo Serena a diventare grande. Il Torino gli è servito per questo approdo coi gol bellissimi – nove – che ha fatto. Forse, finalmente, nella Juventus ne segnerà qualcuno in più, non è da escludere, io l’ho studiata la storia della Juventus e ci ho trovato tutti i fermenti ideali alla vita di un calciatore. La Juventus non è soltanto italiana, essa è internazionale come tutte le altre squadre più grandi, con in più il suo stile smagato, la sua perenne innocenza, il suo bisogno di isolamento; la Juventus è nata nell’altro secolo dal ghiribizzo di alcuni figli di papà che non ne potevano più della retorica dei loro genitori, convinti che la pacificazione, l’amor del mondo, fossero alla base di tutto. Quindi altro che faide paesane, altro che rivalità fagocitate da dipendenti in mala fede, da guastatori del costume calcistico. Il calcio ha bisogno di ingenuità a tutti i livelli e comunque ha bisogno di sportività a tutti i livelli. Nessun odio di parte deve essere alimentato. Cosa farà l’Aldo Serena nella Juventus? Quanti gol metterà a segno? L’ho già visto all’opera con la nuova maglia, l’ho visto tra i nuovi compagni. Vi posso dire che l’operazione di trapianto è stata felicemente realizzata. Aldo Serena così si aggiunge, col suo viso tondo e i suoi occhi azzurri, la sua inquietudine tipica di cittadino veneto comissiano, veneti delle sue plaghe native hanno riempito i piroscafi nell’emigrazione transeoceanica, ai profili più noti della famiglia juventina, si cala nella realtà in movimento professionale e morale della più grande squadra italiana, per partecipare alle sue nuove vittorie. Ed io non so quale sorte futura, quale nuova emigrazione, attenda questo sano giovanotto, questo intelligente ragazzone, il cui cartellino e di proprietà di Ernesto Pellegrini. Mi auguro tuttavia che la permanenza di questo pivot del gol leggendario – i gol che segnava un Bettega, un Charles – non sia solo un passaggio alla Juventus. Perché scegliere una maglia in fondo, una e non tante, può essere il vero segreto, non commerciabile, di un campione. 〰.〰.〰 Serena vince il suo primo scudetto, realizzando 20 gol in 35 presenze: segna di testa, di piede e anche di sponda (nel derby di andata, deviando fortunosamente una punizione di Cabrini). Si scatena soprattutto in Coppa Campioni, dove timbra il cartellino 5 volte in 4 partite. Nel dicembre 1985 conquista anche la Coppa Intercontinentale contro l’Argentinos Juniors, segnando uno dei rigori nella lotteria dal dischetto. Purtroppo, risulterà fatale per la Juventus la sua assenza nella doppia sfida contro il Barcellona: Briaschi al Camp Nou e, soprattutto, lo sciagurato Pacione al Comunale, con clamorosi errori determineranno l’eliminazione dei bianconeri. Serena rimane anche nell’annata 1986-87, quella che Marchesi porterà al secondo posto dietro il Napoli di Maradona, durante la quale segnerà “solamente” 16 reti in 36 partite. ENRICO VINCENTI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 2010 Montebelluna, Como, Bari, Inter (tre volte), Milan (due volte), Torino e Juventus. Queste le squadre in cui ha militato Aldo Serena. Tre scudetti vinti con tre squadre diverse. Tanti gol segnati, ovviamente molti contro ex squadre. Un vero e proprio bomber di razza: devastante nel colpo di testa, potente nella conclusione, soprattutto di sinistro. Spesso uomo derby, anche perché fra Torino e Milano di derby ne ha giocati molti e su tutte le sponde. Forse proprio per questo è la persona che meglio può presentare il derby per eccellenza, quello d’Italia. «Non è facile dare una connotazione a questa partita. Più che altro Inter-Juventus era una gara, almeno per come l’ho vissuta io, segnata da una profonda rivalità storica, ma anche da un forte rispetto reciproco. Da interista era la partita più importante della stagione, contro un avversario che non mollava mai. Anche se magari non stava attraversando un grande periodo di forma, era sempre difficilissimo da battere». – E in casa bianconera cosa voleva dire affrontare i neroazzurri? «La sensazione era analoga. Io non sono stato fortunato, perché nelle mie due stagioni in bianconero, causa infortuni, non sono mai riuscito a giocare la gara casalinga, mentre a San Siro da juventino ho segnato due gol: uno ci ha permesso di pareggiare, l’altro non ci ha impedito la sconfitta. Anche se in quegli anni l’Inter non era certo all’altezza della Juventus, era ovviamente sempre una prova difficilissima». – Come si viveva la gara nei giorni precedenti e cosa vi chiedevano i tifosi? «Per noi giocatori di certo non c’era bisogno delle pressioni dei tifosi per sentire quella partita. In particolare da bianconero ricordo che nelle gare disputate a San Siro avevamo sempre un folto numero di tifosi essendo la Brianza un feudo di juventini». – Due società storiche. Come hai vissuto la tua permanenza in entrambe? «Nell’Inter sono stato in vari periodi con presidenti e dirigenti diversi, mentre nella Juventus sono stato in uno dei momenti più felici della sua storia, a metà degli anni ‘80, con Boniperti presidente, Trapattoni allenatore e giocatori come Platini, Cabrini e Scirea. Prima di arrivare credevo fosse una società molto complessa, in cui fosse difficile inserirsi. Dopo una settimana di ritiro mi sono subito reso conto che era una società snella con tre persone importanti da prendere come riferimento: il presidente Boniperti, il proprietario Agnelli e l’allenatore Trapattoni. Con tutti loro si poteva dialogare. Nella Juventus ti sentivi come in famiglia». – L’inserimento dunque è stato facile. «Questo aspetto mi ha facilitato moltissimo. Infatti, anche se quell’anno la Juventus aveva cambiato ben quattro undicesimi della squadra, partimmo subito alla grande. Credo che quell’organizzazione societaria sia stata una delle ragioni delle nostre vittorie. Ancora oggi se penso a una società ideale mi viene subito in mente quella, in cui ho vissuto due bellissimi anni». – Un arrivo non facile, perché provenivi dall’altra squadra della città, il Torino. «Anche questo si ricollega a quanto dicevo prima. Era stata un’estate difficilissima e proprio in virtù di queste difficoltà temevo di non ambientarmi subito. Invece è andata molto bene, grazie all’esperienza e all’intelligenza del presidente, dell’allenatore e dei giocatori più vecchi. Persone in grado di capire subito quali potevano essere i problemi per un nuovo arrivato». – Una stagione coronata subito da grandi successi. «Il mio primo anno alla Juventus è stato probabilmente il più bello della mia carriera calcistica. Quando giochi in una squadra del genere sei inevitabilmente proiettato in una dimensione mondiale. Arrivano giornalisti da tutto il mondo per chiederti interviste. Se fai gol conquisti le copertine dei giornali, insomma tutto viene percepito in una dimensione più ampia di quello che poteva capitarmi con le altre squadre. Quell’anno eravamo partiti benissimo vincendo le prime otto partite e perdendo poi alla nona a Napoli. Quell’inizio ci aveva consentito di guadagnare subito un ampio margine sulla seconda in classifica. Dopo la straordinaria vittoria della coppa Intercontinentale a Tokyo, eravamo un po’ stanchi e questo vantaggio risultò estremamente utile. La Roma ci raggiunse, ma nello sprint finale riuscimmo a vincere lo scudetto». – Era una Juventus profondamente cambiata dall’arrivo di Lionello Manfredonia, Massimo Mauro e Michael Laudrup e dalla partenza di giocatori come Paolo Rossi, Marco Tardelli e Zibì Boniek. «Quella Juventus aveva un mix di freschezza e di esperienza, per la presenza di giocatori come Gaetano Scirea, che era un esempio per tutti fuori e dentro il campo, di Antonio Cabrini e Michel Platini. Grandissimi campioni che diedero molto ai giovanotti come me Manfredonia, Mauro o Laudrup, pieni di voglia di fare e imparare». – Poi il ritorno all’Inter. «In realtà io non ho mai scelto la squadra in cui andare. All’epoca non c’era ancora la possibilità di scegliere ed è stata l’Inter, che era proprietaria del mio cartellino, a decidere. Era proprio un accordo tra le due società per cui io dovevo stare a Torino due anni e Tardelli passare ai nerazzurri. Finiti i due anni, l’Inter mi ha richiamato». – Due esperienze, un comune denominatore: Giovanni Trapattoni in panchina. «Trapattoni è il mio allenatore di riferimento. Con lui ho raggiunto i traguardi più alti della mia carriera. Il suo atteggiamento schietto e leale è sempre stato molto importante per me. Il Trap era proprio l’allenatore ideale per grandi squadre e grandi campioni, perché era immune allo stress, qualità fondamentale per allenare a certi livelli, e perché sapeva capire i giocatori. Era ed è ancora un grande gestore di uomini. Non credo agli allenatori universali, quelli che possono fare bene in tutte le squadre. Ci sono quelli per le compagini più modeste, che sanno dare particolari motivazioni o trovano soluzioni tattiche per colmare le lacune di un gruppo modesto, e poi ci sono quelli come Trapattoni adatti a capire i grandi campioni e a gestire panchine importanti». – Tante squadre, tante città diverse. È stato semplice per te? «A posteriori posso dire di essere stato fortunato. Ho vissuto anche nei due Milan di Farina e di Berlusconi, completamente agli antipodi come gestione. Ho fatto tante esperienze, incontrando molte persone. Questo mi ha aiutato a capire meglio il calcio, gli allenatori e tutti i problemi che ruotano attorno ad una squadra. Ovvio che nel mio sogno da bambino c’era quello di poter diventare la bandiera di un club. Non è accaduto, e non per colpa mia, ma perché mi hanno sempre ceduto o dato in prestito, comunque è andata bene lo stesso». – Un’esperienza importante che ora ti serve nella tua veste di commentatore televisivo. «Sicuramente. Innanzitutto perché adoro il calcio e sin da bambino volevo solo giocare a pallone. E poi, come dicevo, mi è stato utile avere tanti allenatori e giocare in squadre con moduli diversi. Ad esempio il Milan di Capello, decisamente diverso dalla Juventus o dall’Inter di Trapattoni. E poi Radice, che ho avuto sia al Torino sia all’Inter, che aveva idee moderne e diverse da molti altri allenatori. Insomma tutto ciò mi ha consegnato un bagaglio di esperienze che oggi sicuramente mi tornano utili». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/aldo-serena.html
  18. ALDO SERENA https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Serena Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 25.06.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1987 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 17.05.1987 - Serie A - Juventus-Brescia 3-2 71 presenze - 36 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Aldo Serena (Montebelluna, 25 giugno 1960) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. È uno dei sei calciatori italiani (insieme a Filippo Cavalli, Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Pierino Fanna e Attilio Lombardo) ad aver conquistato il titolo nazionale con tre diverse società: nel suo caso, con Juventus, Inter e Milan. Aldo Serena Serena al Milan nella stagione 1982-1983 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1993 Carriera Giovanili 1975-1977 Montebelluna Squadre di club 1977-1978 Montebelluna 29 (9) 1978-1979 Inter 2 (1) 1979-1980 → Como 18 (2) 1980-1981 → Bari 35 (10) 1981-1982 Inter 21 (2) 1982-1983 → Milan 20 (8) 1983-1984 Inter 28 (8) 1984-1985 → Torino 29 (9) 1985-1987 Juventus 71 (36) 1987-1991 Inter 114 (45) 1991-1993 Milan 10 (0) Nazionale 1984-1990 Italia 24 (5) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Caratteristiche tecniche Attaccante dotato di grinta e spirito di sacrificio, aveva nel colpo di testa il pezzo migliore del proprio repertorio. Carriera Giocatore Club Montebelluna e Inter Cresciuto nelle giovanili del Montebelluna, sua città natale, esordì nel calcio professionistico nella stagione 1977-1978 segnando nove reti con i biancocelesti in Serie D. Acquistato dall'Inter nel 1978, come riserva di Altobelli e Muraro, segnò il suo primo gol in Serie A il 19 novembre 1978 nella partita interna contro la Lazio (vinta 4-0), che rappresentò il suo esordio in massima serie. Como, Bari, Milan e Torino A fine stagione, collezionate soltanto due presenze, venne mandato in prestito al Como in Serie B segnando due reti in 18 presenze. L'anno successivo passò al Bari, sempre in prestito, e stavolta segnò 10 reti in 35 apparizioni. Tornò all'Inter nella stagione 1981-1982, segnando 2 reti in 21 presenze di campionato e solo una in Coppa Italia, seppure quest'ultima valse il definitivo 1-0 nella finale di andata contro il Torino; l'1-1 nella sfida di ritorno diede il trofeo ai nerazzurri, il primo per l'attaccante. Non venne confermato per la stagione successiva e passò così ai concittadini del Milan, in Serie B, segnando otto reti e contribuendo attivamente alla promozione dei rossoneri in massima serie. Tornò all'Inter la stagione seguente, segnando ancora otto gol. Serena al Torino nella stagione 1984-1985. Venne quindi ceduto, ancora una volta in prestito, al Torino per l'annata 1984-1985, terminata dai granata al secondo posto in classifica, cui Serena contribuì con un bottino personale di 9 reti tra cui il gol-vittoria all'89' nel derby del 18 novembre 1984. Juventus Nel 1985, rientrato all'Inter, fu ceduto alla Juventus che pagò 2,8 miliardi di lire più il cartellino di Marco Tardelli valutato 3,2 miliardi. Curiosa la storia del suo trasferimento: Serena nel giugno 1985 viene chiamato d'urgenza dal presidente Pellegrini mentre si trovava alla prima assoluta del concerto milanese di Bruce Springsteen: il giocatore rimandò l'incontro a dopo il concerto di The Boss. A mezzanotte se ne andò da San Siro a piedi sino alla casa, non distante, di Pellegrini, che gli comunicò il trasferimento ai bianconeri. Un biennio più tardi, nel quale debuttò in Coppa dei Campioni, vinse uno scudetto e una Coppa Intercontinentale, fece il percorso inverso: passò dalla Juventus all'Inter per 3,5 miliardi di lire. Serena alla Juventus nell'annata 1985-1986 Nel dicembre 1985 vinse la Coppa Intercontinentale contro l'Argentinos Juniors ai tiri di rigore, realizzando il proprio penalty. A fine stagione conquistò il suo primo scudetto, il 22º per la Vecchia Signora, segnando 11 gol in 24 presenze. Rimase anche nella stagione 1986-87. Ritorni alle milanesi Nell'estate 1987 ebbe quindi luogo il ritorno all'Inter, dove ritrovò Trapattoni con cui si era aggiudicato il titolo nazionale un anno prima. In Coppa UEFA, nel ritorno dei sedicesimi con il Beşiktaş, segnò una doppietta nel 3-1 finale. Altri due gol li realizzò da ex, nel derby d'Italia del 25 ottobre: i nerazzurri vinsero per 2-1. Anche il Bologna, in Coppa Italia, subì due reti da lui. Visse un'ulteriore consacrazione l'anno successivo, quando si laureò capocannoniere del torneo con 22 centri contribuendo in maniera determinante allo Scudetto dei record nerazzurro. Un gol portò alla vittoria della stracittadina d'andata, in cui segnò con un colpo di testa in tuffo. Appose la propria firma anche sulla Supercoppa italiana, con una realizzazione alla Sampdoria. Aggiunta al suo palmarès anche una Coppa UEFA (1991) rientrò al Milan dove, in due stagioni, disputò in tutto 10 partite e non segnò alcuna rete, ma vinse altri due Scudetti. Si ritirò nel 1993. Detiene il singolare primato di aver giocato i derby di Milano e di Torino con tutte le 4 maglie. Nazionale Convocato in Nazionale da Enzo Bearzot, esordì nella squadra dei campioni del Mondo l'8 dicembre 1984, a 24 anni, nell'amichevole contro la Polonia vinta 2-0 a Pescara. Realizzò il suo primo gol in Nazionale il 5 febbraio 1986, ad Avellino, nella partita amichevole persa 2-1 in casa contro la Germania Ovest. Fu convocato per il Mondiale 1986 in Messico, senza però scendere in campo. Venne confermato nel gruppo azzurro dal nuovo CT Azeglio Vicini, che lo convocò per il Mondiale 1990 ospitato dall'Italia, preferendolo a Fusi del Napoli. L'attaccante segnò una rete all'Uruguay negli ottavi di finale, partita che coincise con il suo trentesimo compleanno. Nella semifinale contro l'Argentina fallì un rigore della sequenza finale, contribuendo alla sconfitta italiana. La sua ultima presenza in Nazionale fu quella del 22 dicembre 1990, con il centravanti che mise a referto una doppietta nella gara delle qualificazioni europee vinta 4-0 contro Cipro a Limassol. Chiuse la sua esperienza in Nazionale con 5 gol in 24 presenze, ed è uno dei sei calciatori italiani ad aver segnato sia ad un Mondiale che ad un'Olimpiade. Dopo il ritiro Dopo il ritiro è diventato commentatore tecnico nelle telecronache e opinionista dapprima per Mediaset, dal 1994, e poi per Sky Sport, dal 2023. Palmarès Serena premiato come miglior marcatore della Serie A 1988-1989 Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 2 - Como: 1979-1980 - Milan: 1982-1983 Coppa Italia: 1 - Inter: 1981-1982 Campionato italiano: 4 - Juventus: 1985-1986 - Inter: 1988-1989 - Milan: 1991-1992, 1992-1993 Supercoppa italiana: 2 - Inter: 1989 - Milan: 1992 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa UEFA: 1 - Inter: 1990-1991 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1988-1989 (22 gol) Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.
  19. MARCO PACIONE Da Pescara, classe 1963, è l’attaccante che, nella stagione 1985-86, deve sostituire il titolare Serena all’occorrenza, o affiancarlo quando si tratta di dare maggiore peso e incisività all’attacco bianconero. Il ragazzo, che nell’Atalanta in Serie B era stato ribattezzato Paciogol per la sua abitudine a segnare reti pesanti, è un talento naturale: gran fisico, buon colpitore di testa, sembra fatto apposta per sfondare le difese avversarie.Racconta il giorno del raduno: «Essere alla Juventus è come arrivare al top, al gradino più alto. Quando ero a Bergamo, nell’Atalanta, sapevo che la Juventus mi stava facendo seguire e si interessava a me. Ora vivo questa esperienza con umiltà e con una gioia incredibile. Non sono storie; quando mi hanno fatto sapere che sarei stato bianconero, mi è sembrato di essere di colpo entrato a far parte del grande calcio. Poi, mi sono detto, quello era soltanto un passaggio e non il traguardo finale. Alla Juventus si deve far sempre bene, crescere con il tempo».Trapattoni gli dà spesso fiducia, non sempre però ripagato dal ragazzo, che offre buone prestazioni ma che, dopo essersi procurato non poche occasioni da goal, manca sistematicamente di lucidità al momento di concludere, fallendole clamorosamente. La svolta negativa di una stagione già poco entusiasmante arriva una sera di gran gala, in primavera; c’è il Barcellona nei quarti di finale di Coppa dei Campioni, e Trapattoni schiera Pacione nell’undici di partenza, al posto dell’infortunato Serena. Nel primo tempo la Juventus, che deve recuperare lo 0-1 subito al Camp Nou, attacca e Platini offre al centravanti pescarese almeno tre ghiotte palle goal, tutte mancate di un soffio. Poi, una rete dello scozzese Archibald, in forza agli azulgrana, ammutolisce lo stadio e rende ancora più evidente le opportunità non sfruttate da Pacione.A fine stagione, Marco da Pescara è ceduto al Verona, dove, ironia della sorte, non solo riprenderà a fare goal, ma ne rifilerà addirittura due, in un colpo solo, proprio ai bianconeri, in un Verona-Juventus che lo consegnerà direttamente alla leggenda dei tifosi veronesi. Tre stagioni in Veneto, poi il ritorno a Torino, sponda granata, per disputare il campionato di Serie B; altri quattro tornei con Genoa e Reggiana, per poi concludere la carriera a Mantova, in Serie C, nella stagione 1994-95.Nell’anno della Juventus, concluso con la conquista del ventiduesimo scudetto, Pacione, mette comunque insieme ventitré partite, di cui quattro in Coppa dei Campioni, pur senza andare mai a segno. Strano destino per un giocatore che in carriera ha realizzato più di settanta reti, molte delle quali, decisive ai fini del risultato. ANGELO CAROTENUTO, DA REPUBBLICA.IT DEL 5 GIUGNO 2015Aveva gli anni di Morata e l’esperienza europea di Sturaro. Veniva dalla provincia come Scirea e sognava di diventare un altro Paolo Rossi. Un bravo ragazzo. Cognome e nome Pacione Marco, riserva della riserva del centravanti titolare della Juve, 1986, quarti di finale di Coppa dei Campioni. Se fosse un libro di Colin Shindler, la storia di quella sera avrebbe un titolo facile e diretto: “Il Barcellona mi ha rovinato la vita”. Insomma, all’età di anni ventidue, al povero Pacione tocca di giocare al centro dell’attacco della Juve nella sera in cui mancano contemporaneamente Serena e Briaschi. Non solo. Gli capita di avere tre volte l’occasione di mettere la palla in porta e di sbagliare sempre. La Juve va fuori dalla coppa e siccome Ennio Flaiano aveva capito come gira il mondo, succede che gli italiani corrano in soccorso dei vincitori. Pacione? Si può distruggere.È il mese di marzo. L’era di Giovanni Trapattoni alla Juve sta finendo. Gianni Brera su Repubblica riferisce che «il proto fotografo Silver Maggi ha sentito bestemmiare adirato Michel Platini e chiedere a Pacione se per caso si considerasse in vacanza». Non è più elegante il portiere dei catalani, Urruticoechea, che a fine partita regala la sua sintesi: «Pacione è stato un amico». Per uno di quei casi clamorosi in cui la realtà si trasforma in tempesta mediatica, il nome di Pacione entra nella tipologia linguistica. Il “Guerin Sportivo” titola “Mi manda Pacione”, giocando con un film di gran successo dell’epoca (“Mi manca Picone”). Se c’è un disastro, si evoca Pacione. Il nuovo mangiatore di goal per antonomasia. Scalza finanche lo sciagurato Egidio, il celebre Calloni milanista.Invano il ragazzo prova a spiegare che in realtà s’è mangiato soltanto un goal, che la seconda occasione non era così facile da trasformare e sulla terza Urruticoechea ha avuto fortuna. Dice: «Ho lottato, ho combattuto, credo di avere fatto il mio dovere. Quello che mi è toccato è insieme un onore e un onere». Non sa ancora che resterà soltanto l’onere. Alla Juve intuiscono tutto subito. A parte le bestemmie di Platini, la reazione ufficiale è di solidarietà. Briaschi: «Anche Pelé ha sbagliato molto». Sivori, grande ex e all’epoca opinionista TV: «Era emozionato». Boniperti, il presidente: «Non facciamo di Pacione la rovina della Juventus. Palle goal più facili delle sue ne ho sbagliate tante anch’io. È stato ingaggiato per formarsi gradualmente». La realtà è più complessa. Il ragazzo viene mandato a dormire in casa di un compagno di squadra (Bonetti), perché non rimanga solo. Dichiarazione di Bonetti: «Secondo me ha giocato bene, anche se adesso maledice la partita». Adesso. Bonetti è un ottimista. Il giorno dopo al campo Pacione non c’è. I giornali scrivono che s’è assentato per legittima difesa. Non ha il telefono in casa, deve concentrarsi sugli studi per prendere il diploma di geometra, pure il brasiliano Junior del Torino si mette nei suoi panni: «Metterlo in croce è assurdo, impietoso». Trapattoni allora accorre e rasserena: «Ho piena fiducia in lui per il futuro». La Juve lo venderà al Verona. Il sabato che precede la partita successiva, Pacione ha la voce bassa: «Ho già detto tante cose, è meglio che adesso stia zitto».Non ha aggiunto molto altro da allora. Riprese a far goal a Verona, con il Torino e con la Reggiana (due promozioni dalla Serie B alla Serie A). Ma quella notte deve essere ancora un tarlo, se finanche oggi che è felicemente il team manager del Chievo, a distanza di trent’anni, preferisce sorvolare. «È passato molto tempo, ho fatto la mia carriera, non ho voglia di ricordare». Maledetto Barcellona, come diceva Colin Shindler dello United. Se non altro, a Pacione non hai rovinato la vita. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/marco-pacione.html
  20. MARCO PACIONE https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Pacione Nazione: Italia Luogo di nascita: Pescara Data di nascita: 27.07.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1986 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 06.04.1986 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-0 23 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Marco Pacione (Pescara, 27 luglio 1963) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Marco Pacione Pacione all'Atalanta nei primi anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 187 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1994 Carriera Giovanili 19??-1982 Atalanta Squadre di club 1982-1985 Atalanta 85 (26) 1985-1986 Juventus 23 (0) 1986-1989 Verona 87 (15) 1989-1990 Torino 30 (6) 1990-1992 Genoa 22 (1) 1992-1994 Reggiana 33 (7) 1994 Mantova 15 (2) Caratteristiche tecniche È ricordato come un centravanti che esibiva «una malizia non comune», tra le altre cose molto abile nell'«appoggiarsi e fare perno sul marcatore avversario». Carriera Giocatore Atalanta Pacione cresce calcisticamente nel vivaio dell'Atalanta, con cui fa il suo debutto nel calcio professionistico nella stagione 1982-1983, non ancora ventenne, scendendo in campo 20 volte e segnando 6 reti in Serie B. Nell'annata successiva, 1983-1984, consolida la sua importanza all'interno della squadra bergamasca, rivelandosi uno dei principali artefici della promozione in Serie A con 15 reti in 36 gare disputate, conquistando a corollario il titolo di capocannoniere del campionato cadetto. Nella stagione 1984-1985, in cui debutta in massima categoria, nonostante la giovane età è ormai tra i punti fermi degli orobici; giovando dell'affiatamento con il compagno di reparto Strömberg, contribuisce con 5 gol in 29 partite di campionato alla salvezza nerazzurra, togliendosi inoltre la soddisfazione di andare a segno sul campo della Roma e contro i futuri campioni d'Italia del Verona. Juventus Pacione alla Juventus nel 1986, contrastato dal blaugrana Víctor, nel retour match dei quarti di Coppa dei Campioni (1-1). Le positive stagioni a Bergamo danno l'opportunità a Pacione, nell'estate 1985, di andare a vestire la maglia di una big del calcio italiano, la Juventus campione d'Europa in carica e al centro di un profondo rinnovamento della rosa nel post-Heysel; i piemontesi, anche alle prese con il lento recupero dell'infortunato Briaschi, acquistano il giovane e promettente Pacione con l'idea di farlo crescere gradualmente, affidandogli il ruolo di vice-Serena. Tuttavia il giovane non si dimostra all'altezza delle aspettative e l'esperienza in bianconero si rivela negativa, costellata da vari e grossolani errori in fase realizzativa. Poco impiegato sino alla primavera, viene improvvisamente buttato nella mischia in una delle fasi più importanti della stagione, ovvero il doppio confronto nei quarti di Coppa dei Campioni contro il Barcellona, inframezzato dalla sfida-scudetto sul campo della Roma; un infortunio di Briaschi fa sì che l'allenatore Giovanni Trapattoni lo inserisca dopo 10' nell'andata di coppa al Camp Nou (persa 0-1), mentre l'ulteriore forfait di Serena gli consegna una maglia da titolare prima per la gara di campionato contro i giallorossi e poi per il retour match al Comunale contro i catalani. Se già nel big match dell'Olimpico (perso 0-3) non brillò, sarà soprattutto la gara del 19 marzo 1986 contro il Barcellona a rivelarsi, a posteriori, lo spartiacque nella carriera di Pacione: nei 90' contro i blaugrana si rende protagonista di numerosi e marchiani sbagli sottorete, di «rara sciaguratezza», che a qualificazione sfumata (1-1) ne fanno suo malgrado il capro espiatorio dell'eliminazione. Pacione conclude la stagione con 12 presenze in Serie A, senza mai segnare. Durante la permanenza a Torino si toglie comunque la soddisfazione di laurearsi campione d'Italia e di vincere la Coppa Intercontinentale, seppur da comprimario; tuttavia la succitata e opaca prestazione contro il Barcellona, di fatto aveva già posto termine alla sua avventura in bianconero nonché alle sue possibilità di carriera ad alti livelli. Verona Pacione in azione al Verona, mentre batte il portiere viola Landucci nella vittoriosa sfida di campionato del 24 gennaio 1988 (1-0). Dopo appena un anno, la Juventus si libera senza troppe remore di Pacione, cedendolo al Verona. Diversamente da Torino, in Veneto l'attaccante riesce parzialmente a riscattarsi, disputando tre stagioni su buoni livelli. Nel primo campionato con gli scaligeri, 1986-1987, sigla 4 reti in 28 partite, contribuendo al quarto posto finale in classifica e annessa qualificazione in Coppa UEFA. Rimane su tali livelli realizzativi anche nelle restanti due annate, con 6 gol in 29 presenze nel 1987-1988, e 5 reti in 30 gare nel 1988-1989; in quest'ultima si toglie anche la soddisfazione di realizzare una doppietta all'ex squadra bianconera nella vittoriosa sfida di campionato del 12 febbraio 1989 al Bentegodi (2-0). Risalgono inoltre al periodo in maglia gialloblù le sue due apparizioni (1 gol) con la maglia della nazionale B, con la quale debutta il 18 novembre 1987. Torino e Genoa Nell'estate 1989 passa al Torino, scendendo in serie cadetta. Nell'unica stagione in maglia granata Pacione ottiene la sua seconda promozione in massima categoria, contribuendo al salto di categoria con 6 marcature in 30 partite di campionato giocate. Ceduto nell'estate seguente, nel campionato 1990-1991 ha comunque modo di calcare i campi di Serie A grazie al passaggio al Genoa. Con i rossoblù disputa 18 partite segnando 1 rete, la sua ultima in massima categoria. L'anno successivo viene utilizzato soltanto in 4 occasioni, nelle quali non riesce a trovare la via del gol. Reggiana e Mantova Nell'estate 1992 si accasa alla Reggiana, in Serie B, dove giocando da titolare ottiene la terza promozione in A della sua carriera, cui contribuisce con 7 gol in 32 partite. Nella stagione 1993-1994 scende in campo per l'ultima volta in massima categoria con gli emiliani, prima di passare, nel gennaio 1994, al Mantova, in Serie C1. Con i virgiliani, dopo 15 presenze e 2 reti in campionato, chiude prematuramente la sua carriera agonistica all'età di trentuno anni, dopo aver collezionato 151 presenze e 21 reti in Serie A, e 118 presenze e 35 reti in Serie B. Dirigente Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Pacione torna nella città di Verona legandosi stavolta al Chievo, per ricoprire dal 1995 il ruolo di team manager dei clivensi. Dopo la mancata iscrizione ai campionati della squadra gialloblù nel 2021, inizialmente rimane a collaborare con Campedelli al progetto "Chievo Sona"; ma a causa dei ritardi nello sviluppo, il 5 ottobre 2022 assume l'incarico di direttore sportivo del Vigasio, militante nel campionato veneto di Eccellenza. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 3 Atalanta: 1983-1984 Torino: 1989-1990 Reggiana: 1992-1993 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1983-1984 (15 gol)
  21. JESÚS GARCIA TENA https://it.wikipedia.org/wiki/Jesús_García_Tena Nazione: Spagna Luogo di nascita: Terrassa Data di nascita: 07.06.1990 Ruolo: Difensore Altezza: 190 cm Peso: 78 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2010 al 2011 0 presenze - 0 reti Jesús García Tena (Terrassa, 7 giugno 1990) è un ex calciatore spagnolo, di ruolo difensore. Jesús García Nazionalità Spagna Altezza 190 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2019 Carriera Giovanili 1999-200? CP San Cristobal 200?-2004 Terrassa 2004-2009 Espanyol 2010-2011 Juventus Squadre di club 2009 Sabadell 1 (0) 2009-2010 Terrassa 13 (0) 2011-2012 Cuneo 2 (0) 2012-2013 Livingston 29 (3) 2013-2017 Hamilton Academical 67 (6) 2017-2018 Edinburgh City 21 (2) 2018-2019 Stenhousemuir 11 (0) 2019 Bonnyrigg Rose 0 (0) Biografia Anche il padre ed il fratello minore Pol sono calciatori. Carriera Club Il 9 settembre 2013 viene acquistato dall'Hamilton Academical.
  22. POL GARCIA TENA https://it.wikipedia.org/wiki/Pol_García Nazione: Spagna Luogo di nascita: Terrassa Data di nascita: 18.02.1995 Ruolo: Difensore Altezza: 185 cm Peso: 71 kg Nazionale Spagnolo Under-17 Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2014 Esordio: 17.05.2012 - Amichevole - Juventus-Santarcangelo 3-1 Ultima partita: 23.07.2013 - Amichevole - Sassuolo-Juventus 0-0 0 presenze - 0 reti Pol García Tena (Terrassa, 18 febbraio 1995) è un calciatore spagnolo, difensore del Trento. Pol García García con la maglia del L.R. Vicenza nel 2015 Nazionalità Spagna Altezza 185 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Trento Carriera Giovanili 1999-200? CP San Cristobal 200?-2004 Terrassa 2004-2008 Espanyol 2008-2011 Barcellona 2011-2014 Juventus Squadre di club 2014-2015 → Vicenza 23 (1) 2015-2016 → Como 13 (0) 2016 → Crotone 12 (1) 2016-2017 → Latina 32 (1) 2017-2018 → Cremonese 15 (0) 2018-2021 Sint-Truiden 61 (3) 2021-2022 Juárez 17 (1) 2022 Lugo 2 (0) 2022- Trento 0 (0) Nazionale 2011 Spagna U-17 1 (0) Biografia È fratello minore di Jesús García Tena, anche lui ex-difensore. Carriera Club Giovanili Di origini catalane, muove i primi passi all'età di 4 anni nel San Cristobal - squadra allenata dal padre -, per poi passare prima al Terrassa e poi, nel 2004 alle giovanili dell'Espanyol, dove rimane fino al 2008, quando passa ai rivali cittadini del Barcellona, rimanendovi una stagione. Successivamente si trasferisce in Italia, alla Juventus, assieme al fratello Jesus, disputando in una stagione negli allievi nazionali e due in primavera. Vicenza Nel 2014 debutta nel calcio professionistico, andando in prestito in Serie B, al Vicenza, appena ripescato dalla Lega Pro. Il 7 settembre gioca la sua prima partita di sempre, perdendo 2-1 in campionato sul campo del Trapani. Mette a segno la prima rete in carriera il 25 ottobre nella sconfitta per 3-1 in trasferta contro il Catania. Termina la stagione in Veneto dopo 23 presenze e 1 gol. Como Per la stagione 2015-2016 va a giocare al Como, neopromosso in Serie B. Fa il suo esordio il 9 agosto 2015 nella sconfitta per 1-0 in Coppa Italia sul campo del Trapani. Il 6 settembre gioca la prima in campionato, perdendo 2-0 in trasferta con il Perugia. Chiude anticipatamente il prestito dopo mezza stagione e 14 apparizioni in campo. Crotone Il 25 gennaio 2016 termina il prestito al Como e si trasferisce con la stessa formula al Crotone. Il 21 febbraio debutta nell'1-1 in trasferta contro la Salernitana. Il 9 aprile segna il primo gol con i rossoblù, il secondo in carriera, nella vittoria per 2-1 sul campo della Ternana. Con 12 presenze e 1 rete contribuisce alla prima promozione di sempre in Serie A dei calabresi. Latina Nel luglio 2016 va un'altra volta in prestito in Serie B, stavolta al Latina. Esordisce il 7 agosto nell'1-0 casalingo in Coppa Italia sul Matera. Il 27 agosto debutta in campionato nella sconfitta per 4-1 sul campo del Verona. Segna la sua prima rete nel recupero del posticipo Spezia - Latina del 30 gennaio, finito 3-2 per i liguri. Il 12 giugno 2017, dopo aver chiuso la stagione con 32 presenze e 1 rete, viene svincolato d'autorità da parte della FIGC, insieme al resto della rosa del Latina, società fallita a cui era stata revocata l'affiliazione. Cremonese Per la stagione 2017-2018 va in prestito alla Cremonese, neopromossa in Serie B. Nazionale Nel 2011 ha giocato una partita con la Nazionale Under-17 spagnola. Palmarès Club Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Juventus: 2012-2013 Supercoppa Primavera: 1 - Juventus: 2013
  23. MICHEL GARBINI PEREIRA https://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Garbini_Pereira Nazione: Brasile Luogo di nascita: Vitoria Data di nascita: 09.06.1981 Ruolo: Difensore Altezza: 187 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 01.06.2005 - Amichevole - Yokohama Marinos-Juventus 0-1 Ultima partita: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
  24. ALFREDO GANZINI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1930 al 1931 Esordio: 06.01.1931 - Amichevole - Lugano-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti
  25. ANTONIO GAMBINO Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 01.01.1967 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1987 al 1988 Esordio: 30.08.1987 - Coppa Italia - Juventus-Catanzaro 3-0 Ultima partita: 02.09.1987 - Coppa Italia - Juventus-Casertana 0-0 2 presenze - 0 reti
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