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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ABDOULAYE BAMBA https://it.wikipedia.org/wiki/Abdoulaye_Bamba Nazione: Costa d'Avorio Luogo di nascita: Abidjan Data di nascita: 25.04.1990 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 68 kg Nazionale Ivoriano Soprannome: - Alla Juventus dal 2008 al 2010 Esordio: 11.07.2008 - Amichevole - Mezzocorona-Juventus 1-7 Ultima partita: 03.03.2010 - Amichevole - Juventus-Bra 8-1 0 presenze - 0 reti Abdoulaye Bamba (Abidjan, 25 aprile 1990) è un calciatore ivoriano, difensore dell'Angers. Abdoulaye Bamba Nazionalità Costa d'Avorio Altezza 182 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Difensore Squadra Angers Carriera Giovanili 2000-2001 Legnago 2001-2010 Juventus Squadre di club 2010-2017 Digione 150 (2) 2017- Angers 63 (0) Nazionale 2016- Costa d'Avorio 4 (0) Carriera Club La sua carriera da calciatore inizia in Italia, all'età di dieci anni, quando viene selezionato dal club di Legnago, il Football Club Legnago Salus Società Sportiva Dilettantistica. Messosi in mostra varie volte per le sue doti calcistiche in netto miglioramento, su richiesta di Lapo viene acquistato dalla Juventus per farlo crescere, calcisticamente, nelle proprie giovanili. Durante la sua esperienza in bianconero vince sia la Supercoppa Primavera nel 2007, sia il Torneo di Viareggio nelle edizioni 2009 e 2010. Dopo aver trascorso quasi un decennio con La vecchia signora, nel luglio del 2010, firma il suo primo contratto come calciatore professionista con il Dijon Football Côte-d'Or, club di Digione. Compie il suo debutto il 17 settembre 2010 nel match contro l'Evian. Palmarès Club Supercoppa Primavera: 1 - Juventus: 2007 Torneo di Viareggio: 2 - Juventus: 2009, 2010
  2. STEFAN REUTER Luca Cordero di Montezemolo ha finalmente ufficializzato il trasferimento in bianconero del ventiquattrenne campione del mondo Stefan Reuter – si legge su “Hurrà Juventus” del luglio/agosto 1991 a firma di Marco Franceschi –. Con la Juventus, Reuter ha sottoscritto un contratto triennale, scadenza giugno 1994. Le basi dell’accordo, comunque, erano state gettate fin dal marzo 1990. Il suo contratto con il Bayern Monaco è scaduto il 30 giugno; lo scorso inverno la dirigenza bavarese, per bocca del general manager Uli Hoeness, aveva fatto l’ultimo tentativo per trattenerlo in Germania, inutilmente. «Reuter doveva essere una colonna del Bayern degli Anni 90, l’erede naturale del libero Klaus Augenthaler, abbiamo fatto il possibile per trattenerlo, ma lui aveva già deciso diversamente» ha commentato, sconsolato, lo stesso Hoeness. Al Bayern, Stefan Reuter era arrivato nell’estate 1988, ma anche con la società bavarese l’accordo era stato perfezionato nel mese di marzo e più esattamente la sera del 7 marzo 1988, a Monaco di Baviera. E insieme a lui, per un totale di 5 milioni e 800 mila marchi (circa 4 miliardi e mezzo di lire), cifra fra le più alte mai pagate in Bundesliga per due difensori, il Bayern aveva prelevato anche il marcatore Roland Grahammer. In tre stagioni trascorse a difendere i colori della squadra che fu di Beckenbauer, di Gerd Müller e di Kalle Rummenigge, Reuter ha avuto la soddisfazione di dominare in campo nazionale e di arrivare, in tre occasioni su tre, alle semifinali di una Coppa europea: nell’89 in Coppa Uefa (Bayern eliminato dal Napoli), nel ‘90 e nel ‘91 in Coppa dei Campioni (Bayern eliminato dal Milan e, quest’anno, dalla Stella Rossa). Al Bayern però ha vissuto una travagliata identità tattica. In tre anni, il tecnico Jupp Heynckes gli ha sistematicamente cambiato ruolo: prima mediano, sull’asse centrale del campo; poi fluidificante sulla fascia destra; quindi ancora mediano e infine libero. Calcisticamente, Reuter nasce come cursore di centrocampo, ma è nel ruolo di libero che si è affacciato e affermato nel calcio professionistico, salvo poi ottenere la consacrazione mondiale come fluidificante destro della Nazionale tedesca campione del mondo. Ma andiamo per ordine. Stefan Reuter è nato il 16 ottobre 1966 nella cittadina di Dinkelsbühl, nella Franconia, a metà strada fra Stoccarda e Norimberga, a nord ovest di Monaco di Baviera. Secondo genito di Fritz ed Ella Reuter, che tuttora vivono a Dinkelsbühl, Reuter ha un fratello di ventisette anni e una sorella di diciannove. A scuola è arrivato all’esame di maturità, ma gli studi hanno sempre lasciato spazio, molto spazio, allo sport. È figlio d’arte: in gioventù papà Fritz è stato un bravo mezzofondista, gareggiava sui 1.000, 1.500 e 3.000 metri piani, mentre mamma Ella, a livello giovanile, ha giocato a pallamano. A sei anni, Stefan è stato iscritto nel TSV 1860 Dinkelsbül, omonima polisportiva della sua città natale, e dall’età di otto anni ha cominciato a praticare contemporaneamente due diverse discipline: l’atletica leggera e il calcio. Velocista di belle speranze, finno all’età di quattordici anni ha corso dapprima sui 50 metri e poi sui 75, ma è negli 800 metri che ha vinto il titolo regionale della domenica. Nel 1980 è stato costretto a una scelta: ha optato per il calcio e due anni più tardi è entrato nelle giovanili del Norimberga, nella formazione «B-Jugend», paragonabile ai nostri Allievi. Però, una volta alla settimana, ha continuato a farsi seguire da un allenatore di atletica leggera con il quale, per mesi, ha lavorato sul potenziamento delle articolazioni dei piedi, un lavoro extra, estenuante, ma che oggi gli permette di sviluppare il massimo della progressione in soli dieci metri. E la sua è una progressione con la «p» maiuscola. Corre i 100 metri in 10”7, ma quello che ha sbalordito lo staff medico del Bayern è la sua capacità polmonare, poco inferiore ai 7 litri di volume, come quella di due campionissimi del ciclismo, Eddy Merckx e Stephen Roche... Ma c’è di più. Non sente lo sforzo fisico. Negli ultimi test ergometrici sostenuti nell’ottobre 1990, quando ha raggiunto il massimo dello sforzo il suo fisico è arrivato a sprigionare una potenza pari a 220 watt e questo mantenendo 120 pulsazioni cardiache al minuto: una persona comune che raggiunge i 125 watt di potenza ha già 150 pulsazioni al minuto... Nel tempo libero ama giocare a tennis e al tennis deve l’incontro con la donna della sua vita, Birgit Schaefer, conosciuta sui campi di terra rossa del centro sportivo del Norimberga e sposata nel dicembre 1989, quando i due già convivevano in un appartamento situato in un esclusivo quartiere residenziale di Monaco, adiacente, ovviamente, a un club di tennis. Da sempre, la famiglia Reuter è tifosa del Bayern, ma Stefan non è mai stato troppo entusiasta del suo trasferimento nel capoluogo bavarese. «Se Heinz Hoeher, il tecnico a cui devo di più come calciatore, fosse rimasto l’allenatore del Norimberga, non me ne sarei mai andato», dichiarò Reuter nei suoi primi mesi al Bayern. A Heinz Hoeher, Reuter deve l’esordio nella prima squadra del Norimberga e quindi nel professionismo. Un debutto fortuito, se vogliamo, sicuramente condizionato da fattori contingenti. Nell’autunno 1984 il Norimberga, allora in seconda divisione ma con velleità di promozione, fu scosso da un vero e proprio ammutinamento della «vecchia guardia», così l’allenatore (Hoeher, appunto) decise di affidarsi al vivaio e Reuter, diciottenne, fu promosso titolare e impiegato nel delicato ruolo di libero: una folgorazione. Al termine della stagione il Norimberga vinse il campionato, fu promosso nella Bundesliga e Reuter ne divenne il simbolo, tanto che qualcuno si lasciò scappare che «Reuter è per il Norimberga quello che Beckenbauer è stato per il Bayern», ma le cose andarono poi diversamente. Nelle quattro stagioni giocate a Norimberga, quasi sempre nel ruolo di libero, Reuter ha conquistato una promozione e un posto Uefa, ma tanto non gli è bastato per imporsi come libero anche a livello di rappresentative nazionali nelle quali, al contrario, in quel ruolo non è mai stato preso in considerazione. Destro naturale, grandi capacità di recupero, estremamente corretto nell’intervento (è incocciato nel primo cartellino rosso della sua carriera solo all’andata del campionato appena concluso), in possesso di un palleggio pulito ma non eccessivamente morbido, Reuter nasce mediano e in questo ruolo, nel maggio 1984, a Ulm, in Germania, si è fregiato del titolo continentale Under 16. Nel settembre 1985 ha esordito nella Nazionale Under 21, ma in 11 presenze, collezionate fra il settembre ‘85 e l’ottobre ’87, in una sola occasione ha potuto giostrare al centro della difesa. Anzi no, in due, una volta nell’inedito ruolo di stopper e sarà forse un caso, nell’unica partita giocata da libero ha messo a segno il suo primo gol realizzato in una selezione nazionale. Mediano o fluidificante di destra i due ruoli nei quali è stato regolarmente impiegato e la cosa non è cambiata con l’esordio nella Nazionale maggiore. Beckenbauer lo ha fatto debuttare il 18 aprile 1987, a Colonia, in una amichevole contro l’Italia di Vicini (0-0): è entrato nella ripresa e ha giocato gli ultimi venticinque minuti in sostituzione di Wolfgang Rolff. Ma neanche «Kaiser Franz» gli ha mai dato fiducia come libero: «Troppo giovane» era il giudizio dell’ormai ex c.t. tedesco. Ed essendo solo ventunenne, Beckenbauer lo ha scartato anche quando si è trattato di fare le convocazioni per gli Europei tedeschi. È tornato in Nazionale nel settembre ‘88 e ne è diventato titolare nell’aprile ‘89, ma come terzino destro. Presente a Italia ‘90, ha disputato la prima parte del Mondiale, poi Beckenbauer gli ha preferito Berthold (!). In questa stagione è ritornato prepotentemente alla ribalta: in Nazionale, sulla fascia destra, è ormai indiscutibile, mentre nel Bayern si è addirittura preso la soddisfazione di farsi ammirare come libero (dopo una stagione passata a correre sulla fascia e a centrocampo) in sostituzione dell’acciaccato Augenthaler. E di recente ha dichiarato: «Augenthaler è il migliore libero del calcio tedesco. Con me». Ma Vogts non vuole rinunciare al suo stantuffo. «Con le sue qualità dinamiche, sulla fascia destra Reuter è un elemento determinante». E come terzino fluidificante, secondo Beckenbauer, chiamato a esprimere un parere dal settimanale tedesco «Sport Bild», Reuter, già oggi, è da considerarsi trai migliori dieci della storia della Bundesliga. 〰.〰.〰 Reuter è un tipo tosto, il Trap vorrebbe usarlo anche come mediano. Peccato che Stefan sia un giocatore dal rendimento incostante e che è spesso bloccato da infortuni che gli fanno perdere i momenti chiave della stagione, tutto il contrario dell’inossidabile Kohler, arrivato insieme a lui dal Bayern Monaco. Appena arrivato a Torino, si deve operare al menisco. «È stato facile tornare in campo dopo appena 19 giorni, l’operazione, effettuata dal professore Pizzetti, è andata benissimo e la rieducazione altrettanto. Del resto, il centro Sisport di Orbassano è attrezzatissimo e dispone dei macchinari più moderni. Volevo operarmi in Germania, ma mi sono fidato dei consigli del dottor Bergamo, il medico della Juventus. Mi ha garantito che in Italia avrei trovato il meglio e ha avuto ragione». Purtroppo, alla Juventus serve un centrocampista e Reuter è un terzino destro velocissimo. Siccome Stefan proveniva dal Bayern e aveva vinto il Campionato Mondiale nel 1990 con la sua Nazionale (non stiamo parlando, quindi, di uno sconosciuto proveniente da un campionato alieno), quell’errore è stato semplicemente imperdonabile. È vero che gli infortuni contribuirono a complicargli la vita ma Stefan non ha il passo, la visione di gioco, la lucidità e la continuità d’azione del centrocampista. Viceversa, come esterno, preferibilmente di una difesa a cinque, avrebbe potuto esibirsi nei suoi numeri migliori: forza, velocità, recupero. Il bilancio finale conta 34 presenze e una costante incertezza di collocazione tattica che non gli vale la riconferma. Reuter troverà gloria tornando in patria e nel 1997, nel Borussia Dortmund degli ex bianconeri, si vendicherà della Juventus battendola nella finale di Coppa dei Campioni. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/stefan-reuter.html
  3. STEFAN REUTER https://it.wikipedia.org/wiki/Stefan_Reuter Nazione: Germania (Ovest) Luogo di nascita: Dinkelsbühl Data di nascita: 16.10.1966 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 75 kg Nazionale Tedesco Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1992 Esordio: 28.08.1991 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 0-0 Ultima partita: 24.05.1992 - Serie A - Verona-Juventus 3-3 36 presenze - 0 reti Campione del mondo 1990 con la nazionale tedesca Campione d'Europa 1996 con la nazionale tedesca Stefan Reuter (Dinkelsbühl, 16 ottobre 1966) è un dirigente sportivo ed ex calciatore tedesco, di ruolo difensore, dirigente dell'Augusta. Campione del Mondo nel 1990 e campione d'Europa nel 1996 con la nazionale tedesca. Stefan Reuter Reuter alla Juventus nella stagione 1991-1992 Nazionalità Germania Ovest Germania (dal 1990) Altezza 181 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 2004 Carriera Giovanili 1971-1982 TSV 1860 Dinkelsbühl 1982-1984 Norimberga Squadre di club 1984-1988 Norimberga 124 (13) 1988-1991 Bayern Monaco 95 (4) 1991-1992 Juventus 36 (0) 1992-2004 Borussia Dortmund 307 (11) Nazionale 1985-1987 Germania Ovest U-21 11 (2) 1987-1990 Germania Ovest 23 (1) 1990-1998 Germania 46 (1) Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1990 Europei di calcio Argento Svezia 1992 Oro Inghilterra 1996 Caratteristiche tecniche Grazie a caratteristiche quali forza, velocità e recupero sull'avversario, rese al meglio soprattutto come terzino fluidificante, o in alternativa come esterno di centrocampo, in entrambi i casi sulla fascia destra. Ricoprì all'occorrenza anche le posizioni di difensore centrale e libero, quest'ultimo il suo ruolo originario, e più raramente (e con minor successo) di mediano. Carriera Giocatore Club Cresciuto calcisticamente nella formazione locale del TSV 1860 Dinkelsbühl, si trasferì nel 1982 nelle giovanili del Norimberga, e dopo aver compiuto diciotto anni come richiedevano i regolamenti della Federazione tedesca, esordì nel 1984 nella prima squadra che disputava la Zweite Bundesliga. Rimase a Norimberga fino al 1988, conquistando nel 1985 la promozione nella Bundesliga e nell'ultimo anno la qualificazione alla Coppa UEFA, totalizzando complessivamente con il Club 100 presenze e 10 gol in campionato. Reuter (a destra) in azione al Bayern Monaco nel 1989, in marcatura sul napoletano Careca nella semifinale di andata della Coppa UEFA. Si trasferì quindi al Bayern Monaco. In Baviera giocò dalla stagione 1988-1989 al 1990-1991, con la conquista di due titoli nazionali e di una Supercoppa di Germania (1990), concludendo il suo triennio ai Roten con 95 presenze e 4 gol. Nella stagione 1991-1992 approdò in Italia, acquistato dalla Juventus per 4,6 miliardi di lire, assieme al compagno di squadra Jürgen Kohler. A differenza di quest'ultimo, il quale diverrà uno dei punti fermi dei bianconeri nella prima metà degli anni 1990, Reuter mostrò a Torino un rendimento incostante, a causa di vari infortuni nonché incomprensioni tattiche con l'allenatore Giovanni Trapattoni (il quale ne snaturò le qualità preferendo impiegarlo in mediana), facendo sì che non proseguisse oltre questa unica stagione la sua esperienza in Serie A, dove disputò 28 partite. Tornò allora in Germania, stavolta al Borussia Dortmund in cui militò per il resto della sua carriera. Dalla stagione 1992-1993 fino al ritiro, avvenuto al termine del campionato 2003-2004, giocò in maglia giallonera 307 incontri segnando 11 gol nella Bundesliga, che vinse in tre occasioni (1994-1995, 1995-1996 e 2001-2002). In campo internazionale prese parte anche alle affermazioni della squadra nel 1997 in Champions League e Coppa Intercontinentale. Nazionale Con la nazionale tedesca partecipò ai Mondiali di Italia 1990 e Francia 1998, e agli Europei di Svezia 1992 e Inghilterra 1996, vincendo nelle rispettive edizioni del 1990 e del 1996 e piazzandosi al secondo posto nel 1992. Con le maglie di Germania Ovest prima e Germania poi, totalizzò 69 presenze e 2 gol tra il 1987 e il 1998. Vinse inoltre con la rappresentativa tedesco-occidentale Under-16 gli Europei di categoria nel 1984. Dirigente Dopo la conclusione dell'attività agonistica, Reuter rimase dal 2004 al 2005 al Borussia Dortmund come assistente della dirigenza nel settore marketing. Dal 2006 al 2009 ricoprì poi la carica di direttore sportivo nel Monaco 1860. Dal 2012 è dirigente dell'Augusta. Palmarès Reuter nel 2016, dirigente dell'Augusta. Club Competizioni nazionali Campionato tedesco: 5 - Bayern Monaco: 1988-1989, 1989-1990 - Borussia Dortmund: 1994-1995, 1995-1996, 2001-2002 Supercoppa di Germania: 3 - Bayern Monaco: 1990 - Borussia Dortmund: 1995, 1996 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997 Nazionale Kohler, Augenthaler e Reuter festeggiano il trionfo della Germania Ovest al campionato del mondo 1990. Campionato mondiale: 1 - Germania Ovest: Italia 1990 Campionato d'Europa: 1 - Germania: Inghilterra 1996
  4. HAN KWANG-SONG https://it.wikipedia.org/wiki/Han_Kwang-song Nazione: Corea del Nord Luogo di nascita: Pyongyang Data di nascita: 11.09.1998 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 70 kg Nazionale della Corea del Nord Soprannome: - Alla Juventus (Under-23) dal 2019 al 2020 0 presenze - 0 reti Han Kwang-song (Pyongyang, 11 settembre 1998) è un calciatore nordcoreano, attaccante svincolato della nazionale nordcoreana. Han Kwang-song Han con la nazionale nordcoreana nel 2019 Nazionalità Corea del Nord Altezza 178 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Squadra svincolato Carriera Giovanili ????-2013 Chobyong 2013-2014 Tecnofutbol 2014-2015 Chobyong 2015–2017 ISM Academy 2017 Cagliari Squadre di club 2017 Cagliari 5 (1) 2017-2018 → Perugia 17 (7) 2018 Cagliari 7 (0) 2018-2019 → Perugia 19 (4) 2019-2020 Juventus U23 17 (0) 2020-2021 Al-Duhail 10 (3) Nazionale 2014-2015 Corea del Nord U-17 9 (4) 2016 Corea del Nord U-19 3 (1) 2017- Corea del Nord 10 (1) Caratteristiche tecniche Di ruolo ala, può svariare su tutto il fronte d'attacco. Ambidestro, è dotato di buona tecnica e velocità. Carriera Club Formatosi calcisticamente in patria nelle file del Chobyong, tra il 2013 e il 2014 intraprende una prima esperienza all'estero militando nel Centro Europeo de Tecnofutbol di Barcellona. Dopo un'ulteriore parentesi in patria, all'inizio del 2017 arriva in Italia per allenarsi in una scuola calcio di Perugia; il 24 febbraio si aggrega in prova al Cagliari, con cui il mese seguente disputa il Torneo di Viareggio segnando una rete all'esordio. Il 10 marzo 2017 firma il vincolo giovanile con lo stesso club sardo, divenendo così un tesserato della squadra a tutti gli effetti. Ad avallare il suo arrivo nel calcio italiano, anche i buoni uffici dell'allora senatore Antonio Razzi presso la nomenklatura di Pyongyang. Il suo esordio avviene il 2 aprile 2017, nella trasferta di campionato vinta contro il Palermo (3-1). Sette giorni più tardi, realizza la sua prima rete con i rossoblù, nella partita persa in casa contro il Torino (2-3), segnando al 5' di recupero il secondo gol della sua squadra: nello spazio di una settimana diventa così il primo calciatore nordcoreano a giocare prima, e segnare poi, nella storia della Serie A. Il 7 agosto 2017 viene ceduto in prestito (con opzione di riscatto e controriscatto) al Perugia, in Serie B. Il 13 dello stesso mese debutta con la maglia dei grifoni, nella vittoriosa sfida di Coppa Italia sul campo del Benevento (4-0); il 26 agosto fa il suo esordio in campionato, trovando una tripletta nella goleada degli umbri in casa dell'Entella (5-1). Dopo 7 reti nel suo semestre perugino, il 31 gennaio 2018 il Cagliari richiama anticipatamente il giocatore dal prestito. Il successivo 27 febbraio gioca per la prima volta da titolare con il Cagliari, e in Serie A, nella sconfitta interna per 5-0 contro il Napoli. Una volta chiusa la stagione in Sardegna, il 15 agosto 2018 viene nuovamente girato in prestito annuale al Perugia. Frenato nei primi mesi da un infortunio, con gli umbri segna il primo gol stagionale il 26 gennaio 2019, nella vittoriosa trasferta contro l'Ascoli (0-3); chiude la sua seconda esperienza perugina con 4 reti totali. Tornato inizialmente a Cagliari nell'estate 2019, il successivo 2 settembre viene acquistato dalla Juventus, che lo aggrega alla formazione Under 23 militante in Serie C. Debutta in maglia bianconera il 15 dello stesso mese, nella partita casalinga contro la Pro Patria (2-2), subentrando nei minuti finali a Clemenza; il successivo 6 novembre segna il primo gol con la squadra torinese, trasformando il rigore decisivo nella partita dei sedicesimi di Coppa Italia di Serie C contro l'Alessandria (1-0). L'8 gennaio 2020 passa a titolo definitivo all'Al-Duhail. Nel gennaio del 2021, a causa delle sanzioni inflitte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ai lavoratori nordcoreani all'estero, il calciatore è costretto a tornare in patria. Nazionale È stato capitano della Corea del Nord Under-16 con cui ha vinto il campionato asiatico di categoria 2014, segnando 2 reti nelle qualificazioni e 4 nella fase finale. Ha fatto parte della rosa della Corea del Nord Under-17 ai campionati mondiali di categoria 2015. Con la Corea del Nord Under-19 ha giocato 3 partite e segnato 1 gol, il 20 ottobre 2016 nella sconfitta contro i pari età degli Emirati Arabi Uniti (1-3), nel campionato asiatico di categoria 2016. L'11 maggio 2017 viene convocato per la prima volta in nazionale maggiore dal commissario tecnico Jørn Andersen. Debutta in nazionale il 6 giugno 2017, nell'amichevole disputata contro il Qatar; l'esordio ufficiale avviene invece il 13 giugno 2017, in occasione della partita di qualificazione alla Coppa d'Asia 2019 giocata in casa di Hong Kong. Viene convocato per la Coppa d'Asia 2019, in cui debutta venendo espulso nella sconfitta per 4-0 contro l'Arabia Saudita. Il 14 novembre 2019 realizza la prima rete in nazionale nella sconfitta per 3-1 contro il Turkmenistan. Palmarès Club Qatar Stars League: 1 - Al-Duhail: 2019-2020
  5. JÜRGEN KOHLER Il suo primo mese italiano scrive Maurizio Crosetti sul “Gerin Sportivo” del 25 settembre - 1° ottobre 1991 –, Jürgen Kohler l’ha trascorso distribuendo sorrisi: un po’ perché si tratta di un simpatico naturale, un po’ perché non capiva un accidente di quello che gli dicevano. Così è vissuto in simbiosi con Stefan Reuter, il quale sapeva da un anno che sarebbe venuto da queste parti e ha provveduto studiando. Kohler era ritenuto quasi un optional. Stopper duro, rude, forse ruvido, scoperto dai dirigenti bianconeri durante trasferte organizzate per vedere altri (appunto Reuter, e poi Möller), ma preteso da Trapattoni. Così gli è toccato di improvvisare, nei dialoghi impossibili e nel primo assaggio di vita torinese. Ne è risultato un totale sconvolgimento delle attese: perché si ipotizzava un robusto difensore centrale e s’è invece scoperto una formidabile «diga umana». Altro che Piedi di Ferro, il soprannome che s’è portato in dote da noi. Basta osservarlo quando avanza e smista precisi palloni ai compagni: c’è sicuramente il velluto, attorno al ferro. Quella che segue, è la prima intervista di Kohler senza l’ausilio dell’interprete. Reuter, per una volta, è stato lasciato in pace. «Capisco quello che mi dite, il problema è spiegarmi». Certo, se dovessimo scrivere in tempo reale non basterebbero dieci pagine... – Jürgen, l’Italia se l’aspettava proprio così? «Gli amici, e in particolare i compagni di Nazionale, mi avevano detto le solite cose. Bei posti, gente cordiale, buona cucina. Devo ammettere che la prima impressione corrisponde, però è presto per giudicare. Finora ho visto solo campi di calcio, stadi, alberghi. Un po’ poco. Però Torino mi piace». – Quando ha saputo che sarebbe diventato bianconero? «Verso la fine di giugno. La certezza è arrivata una sera: stavo in albergo al mare, in Toscana. Che bello interrompere le vacanze e raggiungere Torino...». – L’Italia l’ha colta di sorpresa? «Non proprio. Dai Mondiali dello scorso anno sapevo che il vostro Paese sarebbe stata la mia prossima destinazione, ma non immaginavo in quale squadra avrei giocato. La Juventus è come il Bayern in Germania, cioè il massimo. Però ho temuto di non arrivarci mai: leggevo di incomprensioni tra i dirigenti bianconeri e quelli bavaresi, questioni di soldi. Poi tutto è andato a posto». – Che impressione le ha fatto Trapattoni? «È identico alla definizione di Klinsmann: più tedesco di un tedesco!». – Pensa che i successi di una squadra si costruiscano prima di tutto in difesa? «No, non è vero. È il centrocampo il reparto più impor tante, ed io stesso ho iniziato lì. Forse è per questo che mi trovo a mio agio quando avanzo, palla al piede. Non amo le specializzazioni esasperate: se una punta non difende, è incompleta. E se un difensore non sa anche attaccare, è limitato». – Qual è l’avversario che le ha creato più problemi? «Tutti dicono Van Basten, ma è un’assurdità. Contro di me l’olandese ha segnato una sola rete importante, nella semifinale degli Europei ‘88. Quel giorno ho vissuto la più grande delusione della carriera, perché quella manifestazione dovevamo vincerla. Dopo, però, ho sempre bloccato il milanista, in Nazionale a Italia ‘90, in Coppa dei Campioni e nell’amichevole di agosto. Mi è spiaciuto che in campionato contro di noi non ci fosse». – Ha parlato della delusione maggiore. E il momento più brutto? «L’infortunio ai legamenti della caviglia destra, due anni fa. Temevo potesse compromettere la mia carriera». – Udo Lattek l’ha definita «lo stopper più forte d’Europa»: quali sono stati, oltre a lui, i suoi maestri? «Devo tutto a Klaus Schlappner, il tecnico che mi lanciò nel Waldhof Mannheim e mi fece esordire nella Bundesliga. È stato un padre, per me. Il mio vero papà non l’ho neppure conosciuto, perché morì subito dopo la mia nascita». – Ci parli della sua famiglia... «Ho tre fratelli più grandi e nessuno gioca al calcio. Mi sono diplomato meccanico automobilistico, ma a diciotto anni ero già professionista. In officina ci sono andato per pochi mesi, però mi piaceva. Mia madre Elfride avrebbe voluto che cercassi un posto in banca: calcio a parte, credo che non ce l’avrei fatta. Non ho mai amato lo studio». – Cosa le piace, invece? «La cucina tedesca, in particolare le bistecche di maiale, le “schweinbraten”. Non male gli spaghetti, anzi i sughi: non immaginavo ne esistessero tanti. Lo stesso vale per la pizza: sempre pensato che ce ne fosse un tipo solo. Invece è un problema scegliere... Non mi piace il vino: bevo Coca Cola e birra». – Quali sono i suoi hobby? «Ascolto la musica soft, leggo i libri di Konsalik, mi diverte il tennis. Comunque sono un tipo tranquillo, casalingo. Io e mia moglie Esther abbiamo appena trovato casa insieme ai coniugi Reuter: tra poco ci trasferiremo nel parco della Mandria, in una villetta bifamiliare immersa nel verde. Per me è fondamentale una bella casa tranquilla: della Germania mi manca soprattutto la mia abitazione di Grunwald, un luogo molto elegante». – Qual è stato l’anno più piacevole della sua vita? «Finora, il ‘90. Ho vinto il titolo mondiale, il campionato tedesco e soprattutto mi sono sposato. Adesso voglio un figlio italiano, che nasca e viva qui, che impari a sentirsi cittadino del mondo». – Ha già pensato al dopo calcio? «Lo vedo lontanissimo. Comunque, credo che curerò la mia agenzia di assicurazioni a Monaco». – Qual è la persona che stima di più, nel suo lavoro? «Sono due: Lattek e Beckenbauer. Ma l’elenco sta per allungarsi con nomi italiani». – È stato facile l’inserimento nella Juventus? «Facilissimo. Tutti molto simpatici, specialmente Tacconi. Mi ha fatto un sacco di scherzi durante il ritiro di Vipiteno e mi ha dato un soprannome: Kohlerone». – Si è scritto e detto molto, a proposito della sua cattiveria non solo agonistica: conferma? «Ma no, sono fantasie. In otto anni di carriera non mi hanno mai espulso, e nessun mio avversario si è infortunato seriamente. È chiaro che nel mio ruolo i colpi si prendono e si danno, però io non esagero mai». – E i famosi tacchetti al limite del regolamento? «Una leggenda anche quella. È una storia vecchia. Quando giocavo nel Waldhof Mannheim, il mio allenatore mi suggerì di usare tacchetti lunghi 18 millimetri per aumentare l’aderenza al terreno negli scatti. Però non mi sono mai sognato di trasformarli in armi improprie. Anche in Germania, del resto, le suole vengono controllate dall’arbitro...». – Com’è cambiata la sua vita, a livello di popolarità, da quando gioca nella Juventus? «Sembrerà strano, ma gli sportivi tedeschi mi seguono più adesso di prima. L’Italia è una pubblicità meravigliosa: figuratevi che una rete televisiva di Monaco ha appena dedicato a me e Reuter uno “speciale” di mezz’ora. Mai successo». – Pensa che la sua nuova squadra sia già una grande squadra? «Difficile dirlo, ma certo lo diventerà. Non mi pare che esista una formazione in grado di dominare il campionato: siamo al livello delle migliori, cioè le due milanesi, la Sampdoria e la Roma. Non vedo perché non si possa vincere lo scudetto al primo tentativo». – Lei è razionale, misurato, deciso, entusiasta: neppure una debolezza? «Una veramente esiste: i dolci mi fanno impazzire. E a Torino ci sono certe pasticcerie...». 〰.〰.〰 È, probabilmente, uno degli stopper più forti nella storia della Juventus. Forza atletica, velocità nell’anticipo, capacità di uscire in avanscoperta offensiva, quasi imbattibile di testa, spietato nella marcatura ma anche capace di avventurarsi nelle aree avversarie, soprattutto in occasione dei calci piazzati, per fare gol. Talmente forte da essere uno dei pochi in grado di opporsi a Marco Van Basten e di limitare alla grande gli effetti dirompenti del centravanti olandese. Nato a Lambseheim, il 6 ottobre 1965, piede d’acciaio e cuor di leone, straniero nella terra che per definizione ha dato i natali ai difensori più grandi, insegna l’arte della dedizione e dell’assalto anche ai più qualificati colleghi nostrani. Beniamino dei tifosi per il suo temperamento battagliero, è presente 27 volte (con 3 reti) nella stagione del debutto, e diventa un mito l’anno dopo, con 29 presenze, un gol e un apporto decisivo alla conquista della Coppa Uefa. Ma non si ferma qui, risultando tra i più forti anche nelle due stagioni successive, e chiudendo il ciclo bianconero con lo scudetto e la Coppa Italia ‘94–95: «Mi ricordo l’esordio nel campionato tedesco, da quel giorno non ho più mollato il posto da titolare. I veterani della squadra mi accettarono subito con simpatia. Il Waldhof era appena stato promosso nella Bundesliga; avevo un mister molto esigente, ma anche umano, Klaus Schlappner. Mi teneva in campo più degli altri per insegnarmi a crossare in corsa. Voleva uno stopper capace di sganciarsi a sostegno delle punte. Gli devo molto per il mio perfezionamento tecnico». In Nazionale ha debuttato a vent’anni; il grande Franz Beckenbauer, è sempre stato un suo grande estimatore: «Jürgen è uno che non perde mai di vista l’avversario, la sua concentrazione è massima. L’anticipo, perentorio, rappresenta una delle sue doti migliori. Un allenatore con lui va sempre sul sicuro». Ritorna in Germania, ma non più nella sua Baviera. Passa al Borussia Dortmund e proprio con i gialloneri della città della birra darà una grossa delusione ai suoi vecchi tifosi, battendo appunto la Juventus a Monaco nella finale di Champions League del 1997. «I miei ricordi più belli con la Juventus? Al primo posto il rapporto con i tifosi; sono davvero eccezionali, hanno sempre dimostrato di avere grande fiducia nei miei confronti. E... quel derby!». Derby, parola magica; è il 3 ottobre ‘93. C’è aria di stracittadina sotto la Mole e le due squadre danno vita a una delle sfide più intense ed emozionanti di tutti gli anni ‘90. Primo tempo esaltante; segna Conte, pareggia l’ex Daniele Fortunato. Ancora vantaggio bianconero, con Andy Möller e repentino 2–2 del granata Sergio. Ripresa molto più tranquilla, in attesa del colpo risolutivo, che arriva; azione sulla destra di Soldatino Di Livio, perfetto traversone e, a centro area, ecco spuntare l’attaccante che non ti aspetti. È Jürgen Kohler; colpo di testa vincente e corsa sotto la curva Scirea a festeggiare con i tifosi impazziti di gioia. «Io sono tedesco, ho giocato in squadre importanti in Germania, ma il mio cuore è solo bianconero. Sono orgoglioso di aver potuto fare parte di questa società ed anche di aver potuto vincere qualcosa di importante con questa prestigiosa maglia». Parole splendide e sincere, che arrivano direttamente dal cuore. LA MAGLIA DELLA JUVE, 2 LUGLIO 2017 Quando Jürgen Kohler compariva sui teleschermi, e Bruno Pizzul si trovava al microfono, il cantore friulano non mancava di sottolineare con la sua cadenza inconfondibile: «Kohler, la sua maschera». E faceva bene: Jürgen Kohler era la personificazione della concentrazione. Tedesco nella professionalità, tedesco nella fisicità, contrassegnata dal baricentro alto e dalle lunghe gambe innervate da fasce muscolari impressionanti (impressionarono lo stesso Del Piero, al suo primo allenamento coi “grandi”), latino nel cuore e nell’anima. Kohler era anche formalmente, non solo sostanzialmente, lo stopper per antonomasia. L’ultimo degli stopper di un calcio che andava tramontando, ma il suo sincero affetto per i colori bianconeri non è affatto tramontato. Ricordando i tempi che furono, non può non citare Antonio Conte, suo amico e compagno di squadra. «Conte ed io abbiamo anche condiviso la stanza molte volte. Si vedeva che sarebbe diventato allenatore, per come si dava da fare in allenamento e per quello che faceva per la squadra. Ma era anche un narciso. Diceva sempre: “Sono il più bello!”. Con il Trap e Lippi, non aveva problemi, anzi: non è un caso che molti allievi di Lippi siano diventati allenatori. I suoi allenamenti erano ogni giorno un insegnamento per noi tutti, dal punto di vista tattico e fisico. Mentre ci faceva sudare, ci trasmetteva l’essenza stessa della sua professione. E imparavamo. Il migliore dei due? Non saprei. Ma sono stati i migliori che abbia mai avuto. Non ho mai litigato con loro. Due gentlemen, sempre corretti, aperti, disponibili. Trapattoni era un grande motivatore e aveva un rapporto eccezionale con i giocatori. Lippi invece aveva un’incredibile attitudine al successo, al risultato. Mai vista una cosa simile». Eisenfuss rimpiange il calcio dei suoi tempi sotto diversi punti di vista, e non dimentica (e ci sembra ovvio, dato il suo carattere) il rapporto speciale che aveva con i fan. «Ai miei tempi il calcio, almeno in Italia, metteva davvero in campo tutte le sue eccellenze e avevi un rapporto molto più schietto con i tifosi. Che bei tempi. Oggi non è più così. Il ruolo del difensore è cambiato in peggio: i difensori non difendono più come un tempo, anche perché in campo devono fare molte altre cose, soprattutto tanto gioco. E quindi dietro si tende a stare sempre più a zona. Non si insegna più la vera arte del difendere e non ci allena più per questo». Jürgen invita, non a torto, il calcio italiano a ripensarsi anche sotto il piano della programmazione, specie quella dei giovani, che sono la base di un movimento. «Penso che l’Italia dovrebbe agire come la Federazione tedesca dal 2002 in poi: puntare tutto sui vivai, seguire lo sviluppo calcistico di bambini e ragazzi dentro e fuori la scuola, migliorare le infrastrutture che hanno arricchito la Bundesliga, rischiare i giovani in Nazionale, come ha fatto il commissario tecnico tedesco Joachim Löw. Così sono nati Reus, Götze... Dopo la vittoria al Mondiale nel 2006, l’Italia ha invece fatto molto poco per il proprio futuro». Ultime battute sull’Italia e sulla Juve. «L’Italia di Conte ha fatto bene agli ultimi Europei ma mancava di qualità. E senza qualità non vinci. Se la Juve dovesse vincere la Champions League sarei l’uomo più felice del mondo. Ma la vedo molto dura. Sono stato un difensore, e quindi comprendo a pieno il loro valore, ma Buffon, Chiellini, Barzagli e Bonucci non possono bastare. Hanno una certa età e questo pesa soprattutto in un calcio sempre più tecnico, veloce e dinamico. E il basso livello della Serie A certo non aiuta». Jürgen Kohler è rimasto com’era. Duro, corretto, sincero. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/jrgen-kohler.html
  6. JÜRGEN KOHLER https://it.wikipedia.org/wiki/Jürgen_Kohler Nazione: Germania (Ovest) Luogo di nascita: Lambsheim Data di nascita: 06.10.1965 Ruolo: Difensore Altezza: 186 cm Peso: - Nazionale Tedesco Soprannome: Eisenfuss (Piede di ferro) Alla Juventus dal 1991 al 1995 Esordio: 28.08.1991 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 0-0 Ultima partita: 18.04.1995 - Coppa Uefa - Borussia Dortmund-Juventus 1-2 145 presenze - 13 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Campione del mondo 1990 con la nazionale tedesca Campione d'Europa 1996 con la nazionale tedesca Jürgen Kohler (Lambsheim, 6 ottobre 1965) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore tedesco, di ruolo difensore. Jürgen Kohler Kohler alla Juventus nel 1992 Nazionalità Germania Ovest Germania (dal 1990) Altezza 186 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 1975-1981 TB Jahn Lambsheim 1982-1983 Waldhof Mannheim Squadre di club 1983-1987 Waldhof Mannheim 95 (6) 1987-1989 Colonia 57 (2) 1989-1991 Bayern Monaco 55 (6) 1991-1995 Juventus 145 (13) 1995-2002 Borussia Dortmund 191 (14) Nazionale 1983-1984 Germania Ovest U-18 8 (1) 1985-1987 Germania Ovest U-21 11 (0) 1986-1998 Germania 105 (2) Carriera da allenatore 2002-2003 Germania U-21 2005-2006 Duisburg 2008 Aalen 2012 Bonner SC Under-19 2013-2015 EGC Wirges 2015-2016 SC Hauenstein 2016-2017 VfL Alfter 2018-2020 Viktoria Colonia Under-19 2019 Viktoria Colonia Interim Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1990 Europei di calcio Argento Svezia 1992 Oro Inghilterra 1996 Caratteristiche tecniche Giocatore «Jürgen è uno che non perde mai di vista l'avversario, la sua concentrazione è massima. L'anticipo, perentorio, rappresenta una delle sue doti migliori. Un allenatore con lui va sempre sul sicuro.» (Franz Beckenbauer) È ricordato come uno degli ultimi stopper «vecchio stampo» del calcio europeo, ruolo di cui la stampa specializzata lo elesse a miglior interprete della sua generazione. Agli esordi, determinante nella sua impostazione in campo fu Klaus Schlappner, tecnico di Kohler al Waldhof Mannheim, il quale «mi teneva in campo più degli altri per insegnarmi a crossare in corsa. Voleva uno stopper capace di sganciarsi a sostegno delle punte. Gli devo molto per il mio perfezionamento tecnico». Kohler (a destra), con la maglia della Germania Ovest, difende la palla dall'intervento dell'olandese van Basten — suo storico avversario — nel corso degli ottavi di finale del campionato del mondo 1990. Difensore forte e possente fisicamente, tra i pezzi forti del suo repertorio c'era il colpo di testa, fondamentale in cui eccelleva grazie a tempismo — la sua qualità migliore, da cui derivava un ottimo senso della posizione — ed elevazione, e con cui sapeva all'occorrenza rendersi pericoloso anche in fase offensiva. Nonostante la mole fisica, aveva dalla sua una grande agilità che gli consentiva di affrontare con egual successo sia classici arieti d'area di rigore, sia avversari più brevilinei e scattanti: situazioni che permisero a Kohler di esibirsi in «appassionanti duelli tecnici e agonistici», dove adottò come contromisure l'anticipo o, in seconda battuta, «poderosi recuperi». In tal senso rimane nella memoria il suo dualismo sportivo con Marco van Basten, sia in nazionale sia nelle squadre di club, che lo fece passare alla storia come uno dei pochi difensori capaci di arginare le giocate dell'attaccante olandese: proprio van Basten descrisse il tedesco come un difensore «duro ma corretto», rimarcandone l'agonismo rude ma sempre nei limiti del regolamento. Calciatore dal grande temperamento e con il piglio del leader, mostrava altresì molta umiltà: Giovanni Trapattoni, suo allenatore alla Juventus, ricordò come non avesse «mai visto un campione del mondo che dopo l'allenamento si sottopone ad un lavoro specifico come un qualsiasi ragazzino del vivaio». Tra le pecche di Kohler, infatti, inizialmente vi era la carente tecnica di base — soprattutto per quanto riguardava l'uso del sinistro —, tanto che agli esordi in patria si guadagnò suo malgrado il soprannome di Eisenfuss ("piede di ferro"); in seguito, l'approdo nel calcio italiano gli permise di affinare questo fondamentale soprattutto nei passaggi, divenuti da qui in avanti «precisi anche dalla lunga distanza», oltreché a disimpegnarsi discretamente con i piedi pure nelle sortite verso l'area avversaria. Per tutta la carriera continuò invece a patire una certa incostanza di rendimento, anche alla luce di numerosi guai fisici. Carriera Giocatore Club Kohler (in primo piano) al Bayern Monaco nel 1990, alle prese con il milanista van Basten durante le semifinali di Coppa dei Campioni. Dopo gli inizi, tra gli anni 1970 e 1980, nei vivai di TB Jahn Lambsheim e Waldhof Mannheim, con questi ultimi esordì in prima squadra nel 1983, da neopromossi in Bundesliga, conquistando immediatamente un posto nell'undici titolare e rimanendo a Mannheim per i successivi quattro anni. Trasferitosi al Colonia, vi rimase per due stagioni sfiorando, nel 1989, il successo in Bundesliga che conquistò invece l'anno seguente con la sua nuova squadra, il Bayern Monaco. Lasciò Monaco di Baviera nell'estate 1991 per approdare in Italia alla Juventus, acquistato per 8,5 miliardi di lire. Grazie al suo temperamento, divenne ben presto uno degli idoli della tifoseria bianconera, rimanendo a Torino per quattro anni in cui disputò oltre 100 partite di Serie A in maglia juventina, conquistando nel 1993 la Coppa UEFA dopo aver superato nella doppia finale i connazionali del Borussia Dortmund, e contribuendo nella stagione 1994-1995 al double nazionale formato dallo scudetto — assente in casa bianconera da nove anni — e dalla Coppa Italia; sempre nel 1995 raggiunse con i torinesi la sua seconda finale di Coppa UEFA, persa contro il Parma. Kohler (a destra) in maglia juventina nel 1992, in marcatura sull'ascolano e connazionale Bierhoff nel corso del campionato di Serie A. Tornato in patria nell'estate seguente e accasatosi tra le file del Borussia Dortmund, nel 1996 trionfò per la seconda volta in Bundesliga e, l'anno successivo, prese parte alla vittoria della prima e fin qui unica Champions League nella storia dei gialloneri, conquistata battendo in finale proprio la Juventus: ancora legato alla sua ex squadra, Kohler festeggerà quel successo con al collo una sciarpa bianconera, gesto ricordato con affetto dai tifosi italiani. A Dortmund si fregiò inoltre, sempre nel 1997, del successo in Coppa Intercontinentale, seppur non scendendo in campo nella sfida contro i brasiliani del Cruzeiro. Con i gialloneri chiuse la carriera agonistica nel 2002, dopo aver vinto in quell'anno il suo quarto titolo nazionale e sfiorato nuovamente la seconda Coppa UEFA, perdendo la finale contro gli olandesi del Feyenoord durante la quale venne espulso al 31'. Nazionale Vestì per la prima volta la divisa della Germania Ovest il 24 settembre 1986, in una partita contro la Danimarca. Coi colori nazionali, sul finire degli anni 1980 disputò il campionato d'Europa 1988 giocato proprio in Germania Ovest, dove nella semifinale contro i Paesi Bassi, per l'unica volta in carriera Marco van Basten riuscì a spuntarla su Kohler siglando, allo scadere, il gol che qualificò gli olandesi alla finale. Il difensore fu poi tra i protagonisti della vittoriosa spedizione tedesca al mondiale di Italia 1990, giocando peraltro da titolare la finale di Roma contro l'Argentina di Diego Armando Maradona che diede ai teutonici il terzo titolo mondiale. Kohler (in secondo piano) in nazionale nel 1987, alle prese con l'argentino Valdano nell'amichevole di Buenos Aires. Con la maglia della riunificata Germania partecipò poi, nel corso degli anni 1990, al campionato d'Europa 1992 in Svezia che vide i tedeschi finalisti, al mondiale di Stati Uniti 1994, chiusosi per i campioni uscenti ai quarti di finale, e al campionato d'Europa 1996 in Inghilterra, culminato con la terza affermazione continentale della nazionale tedesca, trionfatrice in finale al golden gol sulla Rep. Ceca; Kohler, partito titolare nella spedizione oltremanica, si infortunò tuttavia al 14' della partita d'esordio dei tedeschi nel torneo, il 9 giugno contro i cechi, cosa che lo costrinse ad assistere da spettatore al resto della competizione. Lasciò la nazionale dopo aver giocato il suo terzo mondiale, quello di Francia 1998, con un ruolino di 105 partite e 2 reti. Allenatore e dirigente Appesi gli scarpini al chiodo, dal 1º luglio 2002 al 3 marzo 2003 siede sulla panchina della Germania Under-21. Dal 1º aprile seguente al 29 giugno 2004 è direttore sportivo del Bayer Leverkusen. Dal 17 dicembre 2005 al 4 aprile 2006 è poi allenatore del Duisburg. Il 28 agosto 2008 assume il doppio incarico di allenatore e direttore sportivo dell'Aalen, dando le dimissioni da tecnico il 5 maggio 2009 dopo che gli sono stati riscontrati problemi cardiaci; il 15 novembre lascia anche la mansione dirigenziale. Il 1º gennaio 2012 diventa il tecnico della formazione Under-19 del Bonner SC, lasciando il club il 12 marzo seguente. Il 2 aprile 2013 diventa direttore sportivo del Waldhof Mannheim, lasciando tuttavia la squadra poco dopo, il 30 giugno. Il 14 ottobre dello stesso anno diventa allenatore dell'EGC Wirges, incarico mantenuto fino al 2015. Dopo una stagione al SC Hauenstein, ha guidato il Vfl Alfter nella Mittelrheinliga 2016-2017. Palmarès Giocatore Club Roberto Baggio e Kohler sollevano la Coppa UEFA 1992-1993 vinta con la Juventus Competizioni nazionali Campionato tedesco: 3 Bayern Monaco: 1989-1990 Borussia Dortmund: 1995-1996, 2001-2002 Supercoppa di Germania: 3 Bayern Monaco: 1990 Borussia Dortmund: 1995, 1996 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Borussia Dortmund: 1996-1997 Coppa Intercontinentale: 1 - Borussia Dortmund: 1997 Nazionale Kohler, Augenthaler e Reuter festeggiano il trionfo della Germania Ovest al campionato del mondo 1990. Campionato mondiale: 1 - Italia 1990 Campionato d'Europa: 1 - Inghilterra 1996 Individuale Europei Top 11: 1 - Svezia 1992 Calciatore tedesco dell'anno: 1 - 1997
  7. ANTONIO VALENTIN ANGELILLO https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Angelillo Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 05.09.1937 Luogo di morte: Siena Data di morte: 05.01.2018 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Nazionale Argentino e Italiano Soprannome: L'Angelo dalla faccia sporca Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 15.05.1962 - Amichevole - Juventus-Ungheria 0-2 0 presenze - 0 reti Antonio Valentín Angelillo (Buenos Aires, 5 settembre 1937 – Siena, 5 gennaio 2018) è stato un calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Antonio Valentín Angelillo Angelillo con la nazionale italiana negli anni 1960 Nazionalità Argentina Italia (dal 1960) Altezza 178 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex mezzala) Termine carriera 1971 - giocatore 1994 - allenatore Carriera Giovanili 1952-1955 Arsenal de Llavallol Squadre di club 1955 Racing Club 9 (3) 1956-1957 Boca Juniors 34 (16) 1957-1961 Inter 113 (68) 1961-1965 Roma 106 (27) 1965-1966 Milan 11 (1) 1966-1967 Lecco 22 (1) 1967-1968 Milan 3 (1) 1968-1969 Genoa 22 (5) 1969-1971 Angelana 19 (3) Nazionale 1956-1960 Argentina 11 (11) 1960-1962 Italia 2 (1) Carriera da allenatore 1969-1971 Angelana 1971-1972 Montevarchi 1972-1973 Chieti 1973-1974 Campobasso 1974-1975 Rimini 1975-1977 Brescia 1977-1978 Reggina 1978-1980 Pescara 1981-1984 Arezzo 1984-1985 Avellino 1985-1986 Palermo 1986-1987 Mantova 1987-1988 Arezzo 1988-1990 FAR Rabat 1989-1990 Marocco 1990-1991 Torres 1994 Osorno Palmarès Copa América Oro Perù 1957 Carriera Giocatore Club Gli esordi in Sudamerica e il trasferimento all'Inter Di origini lucane (il nonno era nativo di Rapone), Angelillo, una mezzala assai rapida e prolifica, cresce calcisticamente nell'Arsenal de Lavallol dove debutta nel 1952. Tre anni dopo compie il salto di qualità, passando al Racing Club de Avellaneda. Nel 1956 viene acquistato dal Boca Juniors, con cui totalizzerà 34 presenze e 16 gol. Angelillo ai tempi dell'Inter L'exploit in Perù fa di Angelillo oggetto del desiderio di varie squadre europee: la spunta l'Inter, che già nell'estate 1957 lo porta a Milano. Nel corso della prima stagione interista, Angelillo trova come compagni d'attacco il vecchio "Veleno" Lorenzi, che gioca l'ultima sua stagione in maglia neroazzurra, il non più giovane Skoglund e Massei, oriundo argentino pure lui. Segna 16 reti. La classifica cannonieri è vinta dal gallese John Charles (Juventus) con 28 gol, seguono il sudafricano oriundo Eddie Firmani (23) e l'ex compagno d'attacco in Argentina, Omar Sívori (22). Nella stagione successiva (1958-1959), Angelillo si laurea capocannoniere con 33 gol (tra cui una cinquina alla Spal), stabilendo un record per i tornei a 18 squadre; con 38 reti complessive, inoltre, eguaglia il primato stagionale di gol realizzati con la maglia dell'Inter (appannaggio, fino a quel momento, del solo Giuseppe Meazza). Angelillo rimase all'Inter quattro stagioni, con 127 partite e 77 gol. Nel 1961 però il rapporto con il club di Angelo Moratti si deteriorò: l'allenatore Helenio Herrera accusava Angelillo di «dolce vita». In effetti, la resa sul campo era sotto le attese e le sue possibilità e Angelillo trascorse qualche serata di troppo in compagnia della nota ballerina Attilia Tironi (nome d'arte Ilya Lopez). L'attaccante argentino fu ceduto alla Roma. In realtà, la sua cessione ebbe una doppia motivazione: al declino delle prestazioni si aggiunsero motivi tecnici; Helenio Herrera preferiva non avere calciatori indipendenti, che non si votassero al suo concetto di squadra. Non a caso, la partenza del solista Angelillo e il contemporaneo arrivo da Barcellona di Luis Suarez segnarono la svolta che portò l'Inter a vincere, nel quinquennio successivo, tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. In ogni caso, rinunciando ad un tale campione, la società volle tutelarsi inserendo nel contratto di cessione una clausola che impegnava la Roma acquirente a non cedere Angelillo al Milan o alla Juventus o alla Fiorentina, clausola che Angelillo ignorava. Roma, Milan e la fine della carriera Angelillo alla Roma nella prima metà degli anni 1960 Nella Roma disputa quattro stagioni positive, a parte un inizio molto stentato, giocando da centrocampista. Resta fino alla stagione 1964-1965, totalizzando 27 gol in 106 presenze e vincendo la Coppa delle Fiere 1960-1961 a la Coppa Italia 1963-1964. Vi trova Pedro Manfredini, pochi anni prima in Argentina considerato il suo erede. Nel club capitolino Angelillo arretra a centrocampo, divenendone il regista e disputando, stando agli scritti degli osservatori più attenti (Brera in primo luogo), tre campionati a livelli mondiali. Nell'estate 1965 Angelillo si trasferisce al Milan di Nils Liedholm. Coi rossoneri disputa una mediocre stagione (11 presenze e 1 rete), anche perché mal visto dai tifosi rossoneri per via della sua lunga militanza con la maglia dei cugini dell'Inter. Nella stagione 1966-1967 quindi va al Lecco neopromosso in Serie A, nelle cui file gioca il giovane talento brasiliano Sergio Clerici: in 22 partite segna una sola rete e la squadra retrocede in Serie B. Nell'estate del 1967, nel tentativo di rilanciarsi in una grande piazza, si trasferisce in prova al Napoli (disputando una tournée della squadra azzurra in Colombia, Perù, Bolivia e Venezuela), riformando per qualche partita la famosa coppia con l'amico Omar Sívori. Quest'ultimo è artefice dell'arrivo di Angelillo in maglia azzurra e ne caldeggia l'acquisto definitivo alla dirigenza del Napoli, in cerca di calciatori dal glorioso passato a basso costo. Le appena sufficienti prestazioni nelle amichevoli in maglia azzurra e, soprattutto, l'infortunio gravissimo occorso al suo amico-sponsor Sívori proprio durante quella tournée faranno però saltare l'accordo con la società partenopea. Sfiduciato e senza squadra, Angelillo accetta di ritornare al Milan in cerca di un attaccante d'esperienza che giochi solo in caso d'emergenza. Sarà scudetto e nonostante solo 3 partite riuscì anche a segnare 1 gol. L'anno successivo gioca in Serie B nel Genoa, con 22 presenze e 5 reti. Nel 1969 scende tra i dilettanti dell'Angelana di Santa Maria degli Angeli, frazione di Assisi, in cui riveste il doppio ruolo di giocatore e allenatore sino al 1971, anno del ritiro. Nazionale Argentina Angelillo (al centro) e gli Angeli dalla faccia sporca, perno dell'Argentina trionfatrice al Sudamericano 1957 Il 15 agosto 1956, nella vittoria per 1-0 contro il Paraguay, debutta nella nazionale argentina. La prima grande affermazione avviene nella Campeonato Sudamericano de Football 1957 in Perù dove segna 8 volte, guidando i biancocelesti al trionfo, ma non solo in virtù dei gol (Maschio ne segnerà 9 e sarà il capocannoniere del torneo insieme all'uruguaiano Ambrois, mentre il terzo "angelo" argentino, Sívori, ne farà 3), quanto perché in ogni partita egli copre tutte le fasce del campo: accorre in aiuto della difesa, costruisce il gioco, fa gli assist per Maschio e, infine, segna. Non a caso la stampa sudamericana lo proclama "el nuevo Di Stefano", che nel frattempo si trovava al Real e giocava pure per la nazionale spagnola. A proposito del Sudamericano 1957, va segnalato che in quell'edizione l'Argentina segnò 25 reti in 6 partite (8-2 alla Colombia, 4-0 all'Uruguay, 6-2 al Cile, 3-0 al Brasile) e tutti i cronisti di calcio dell'epoca davano per scontata la vittoria dei biancocelesti al Mondiale dell'anno successivo; al contrario, in Svezia lo squadrone argentino non era più tale perché privo dei tre "angeli" approdati in Italia e venne eliminato al primo turno, perdendo 1-3 con la Germania Ovest e addirittura 1-6 con la Cecoslovacchia. Italia Nel 1960, essendo oriundo, Angelillo è chiamato nella nazionale italiana. In Argentina vige la regola secondo cui chi gioca all'estero non può vestire la casacca biancoceleste. Analoga sorte tocca agli altri due astri argentini del campionato italiano dell'epoca, Humberto Maschio e Omar Sívori ed è già toccata a Pedro Manfredini, Francisco Lojacono e Alfredo Di Stéfano. Nel frattempo in patria è considerato renitente alla leva, sicché per vent'anni non poté rimettere piede in Argentina. La FIGC, dunque, non si lascia sfuggire l'occasione e decide di inserirlo nel giro azzurro, grazie anche alle sue origini italiane. Tuttavia le presenze di Angelillo con la nazionale azzurra si limiteranno a 2: dopo l'esordio con sconfitta nell'amichevole contro l'Austria (1-2 a Napoli, il 10 dicembre 1960), Angelillo giocherà solo un altro match, il 4 novembre 1961 a Torino, nella sonante vittoria (6-0) contro Israele, partita nella quale realizza, al 69', il suo primo e unico gol in azzurro. Angelillo tra gli altri due oriundi, il brasiliano Altafini e l'argentino Sívori, in maglia azzurra nel 1961. Da segnalare che l'esordio in nazionale di Angelillo coincide con l'ultima partita in azzurro di Giampiero Boniperti (autore del gol), nonché con l'esordio in maglia azzurra di Sandro Salvadore e Giovanni Trapattoni. Per quanto concerne la seconda e ultima partita azzurra di Angelillo, in quell'occasione egli si ritrovò a fianco del compagno di nazionale argentina con cui vinse la Copa sudamericana: Omar Sívori. Quest'ultimo match era valevole per le qualificazioni ai Mondiali di Cile 1962, per i quali però Angelillo non verrà convocato al pari dell'altro oriundo Lojacono, e al contrario dei summenzionati Maschio e Sívori e degli italo-brasiliani Altafini e Sormani. In compenso, Angelillo disputerà qualche incontro per la nazionale di Lega, composta dai migliori stranieri del campionato e da quei calciatori italiani esclusi dalla Nazionale A, e di cui si occupa Boniperti da poco ritiratosi dal calcio attivo. Allenatore La carriera in panchina di Angelillo parte da una squadra dilettantistica, l'Angelana di Santa Maria degli Angeli, frazione di Assisi, dove riveste il doppio ruolo di allenatore e giocatore. Rimane in Umbria dal 1969 al 1971, retrocedendo in Prima Categoria nella stagione d'esordio ma risalendo immediatamente in Serie D nella seguente. Allenerà poi Montevarchi, Chieti, Campobasso, Rimini, Brescia, Reggina e Pescara (dove, nella stagione 1978-1979 ottenne la promozione in Serie A con i biancazzurri, trascinando oltre 40.000 tifosi pescaresi in trasferta, record tuttora imbattuto), prima di iniziare l'avventura con l'Arezzo in Serie C1. È la stagione 1981-1982 quando Angelillo compie nella città toscana un autentico miracolo sportivo: vince la Coppa Italia di Serie C e soprattutto guida gli amaranto alla promozione in Serie B, riportando il club nel calcio di seconda serie dopo 7 anni. Nel 1983-1984 l'Arezzo sfiora il salto in Serie A, giungendo 5º a soli 5 punti dalla promozione dopo aver condotto in testa la prima metà del girone d'andata. Avellino, Palermo, Mantova, ancora Arezzo, e i marocchini del FAR Rabat saranno le sue successive squadre, prima di chiudere in Serie C2 con la Sassari Torres, chiamato a metà del campionato di Serie C1 1990-1991, ed esonerato nel corso della stagione successiva. Dopo il ritiro Ha lavorato come osservatore per l'Inter in Sudamerica: tra le sue principali scoperte, l'argentino Javier Zanetti, futuro capitano e successivamente vicepresidente del club nerazzurro. Rimasto legato ad Arezzo, Angelillo ha vissuto nella città toscana; è morto all'età di 80 anni il 5 gennaio 2018 al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, dove si trovava ricoverato da due giorni. Record Miglior marcatore stagionale nella storia dell'Inter, insieme a Giuseppe Meazza (38 reti). Miglior marcatore stagionale nella storia della Serie A a 18 squadre (33 reti). Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Roma: 1963-1964 Campionato italiano: 1 - Milan: 1967-1968 Nazionale Campeonato Sudamericano de Football: 1 - 1957 Competizioni internazionali Coppa delle Fiere: 1 - Roma: 1960-1961 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1958-1959 (33 gol) Allenatore Competizioni nazionali Coppa Italia Semiprofessionisti: 1 - Arezzo: 1980-1981 Campionato italiano Serie C1: 1 - Arezzo: 1981-1982 (girone B) Competizioni regionali Prima Categoria: 1 - Angelana: 1970-1971
  8. DAVIDE ANDORNO Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 06.03.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1996 al 1997 Esordio: 26.07.1996 - Amichevole - Selezione Valle d'Aosta-Juventus 0-1 Ultima partita: 28.03.1997 - Amichevole - Juventus-Verbania 1-1 0 presenze - 0 reti
  9. MASSIMO CARRERA Si mette in mostra con il Bari, tanto che nel 1991-92 è acquistato dalla Juventus. La squadra bianconera ripresenta Trapattoni in panchina, dopo il disastroso campionato del duo Montezemolo-Maifredi. «A un certo punto ho pensato che avrei concluso la carriera con la squadra barese. Sentivo parlare di possibili cessioni a grandi club, però alla fine non se ne faceva nulla. Credo che la Juventus abbia rappresentato davvero l’ultima chance, ma anche la migliore possibilità».Carrera è schierato come terzino destro, ruolo che ricopriva anche al Bari e offre sempre buone prestazioni, culminate anche con una convocazione nella Nazionale di Sacchi. «Forse ho dato il meglio di me come libero, nel ruolo che continuo a preferire. Però, Trapattoni, mi ha quasi sempre impiegato in marcatura e mi sembra di essermela cavata. Non ho problemi neppure come terzino di fascia, posizione che tra l’altro mi consente di realizzare qualche goal. E, se c’è bisogno, non mi trovo male neanche a centrocampo».Parole pronunciate senza presunzione, anche perché si tratta di rilievi quasi cronistici. La versatilità di Carrera è, infatti, fuori discussione e non si limita alle incombenze tattiche: perché questo difensore camaleonte passa con facilità pure da uno schema di gioco all’altro. Efficacissimo nel modulo tradizionale del Trap, a proprio agio nella zona. Questione di gavetta: «Il gioco a zona lo conosco bene, perché l’ho praticato per alcuni anni agli ordini di Catuzzi nel Pescara. Ritengo fondamentali quelle stagioni per la mia crescita professionale e umana, e pensare che gli inizi furono piuttosto difficili: restavo spesso in panchina e temevo di perdere la fiducia in me stesso. Invece, l’allenatore mi ripeteva di non scoraggiarmi, così ho tenuto duro e sono diventato titolare».Con l’arrivo di Lippi, Massimo è schierato da libero, anche se, inizialmente è la riserva di Fusi, il quale, però, denuncia molte incertezze e Lippi butta nella mischia il già esperto difensore lombardo. Carrera entra stabilmente in squadra e comanda la difesa da vero leader, contribuendo all’esaltante stagione culminata nell’accoppiata campionato e Coppa Italia, tanto da essere definito da Lippi un vero fuoriclasse. Nelle stagioni successive, arrivano Vierchowod e Montero e Carrera parte quasi sempre dalla panchina ma, tutte le volte che è chiamato in causa, offre ottime prestazioni. Nell’estate del 1996, è ceduto all’Atalanta, dopo aver totalizzato 166 presenze con un goal e un palmarès di tutto rispetto: uno scudetto, una Coppa Italia, una Champions League, una Coppa Uefa e una Supercoppa Europea.Ritorna alla Juve nel 2009, nelle vesti di coordinatore tecnico del Settore Giovanile. Ma nella stagione 2012-13 siede sulla panchina della Prima Squadra, a causa della squalifica di Conte e del suo vice Alessio. Ottiene ben sette vittorie (fra cui quella a Pechino contro il Napoli valevole per la Supercoppa Italiana) e tre pareggi (due dei quali a Londra contro il Chelsea e in casa contro lo Šachtar nel girone di Champions League). “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 2009«Quando arrivavano i bianconeri a Bari, spuntavano un sacco dl amici e conoscenti che mi chiedevano un biglietto per andare allo stadio, perché una partita come quella non potevi perderla. Lo stadio era sempre pieno all’inverosimile e l’attesa per la gara era sempre spasmodica. Mi sono reso conto dell’amore per la Juventus a Bari anche quando giocavo a Torino. Fuori dall’albergo o mentre il pullman andava allo stadio era pieno di tifosi bianconeri. I miei ex compagni di squadra già giorni prima mi chiedevano maglie dei giocatori della Juventus. Anche se all’epoca non c’erano ancora scritti sopra i nomi, facevano a gara per avere quella di Baggio o Vialli. Questo a testimonianza della passione che c’è per la Juventus anche in Puglia».E per un giocatore del Bari cosa significa giocare contro la Juventus? «Significa molto. È una gara in cui hai modo di metterti in mostra: sai che spesso è un’impresa proibitiva per cui devi dare il massimo ed anche qualcosa di più, ma al contempo non hai molto da perdere e puoi fare bella figura. Partita delicata quindi ma che può offrirti anche delle sorprese».Sorprese come quella della stagione 1990-91. La Juventus di Gigi Maifredi prende una sonora batosta dal Bari. Tu sei stato uno dei migliori in campo in quella partita. «Ricordo che la Juventus di Maifredi fino a quella gara stava disputando un buon campionato. Noi giocammo benissimo, aggredendo dal primo minuto i bianconeri non concedendo mai spazio. Fu una vittoria meritata».Quello era una Bari grintoso ma anche molto tecnico. «Sì, c’erano giocatori come Di Gennaro, Scarafoni, Monelli, João Paolo. E poi molti baresi, giocatori cresciuti nel vivaio del Bari e arrivati poi in prima squadra. Sono stati cinque anni molto belli. Abbiamo spesso giocato al di sopra delle nostre possibilità per portare a casa buoni piazzamenti. Dopo il primo posto in B nel 1988-89, anche in A siamo riusciti a fare bene».Nell’estate del 1991, cioè l’anno dopo, il passaggio alla Juventus. Sulla panchina siede Giovanni Trapattoni. «Era una squadra in costruzione. In quegli anni abbiamo posto le basi per i grandi risultati che avremmo poi ottenuto qualche anno dopo. Nel 1991, quando sono arrivato, la Juventus si era piazzata così male da non poter neanche partecipare alle coppe, poi però, nel volgere di pochi anni, ancora con Trapattoni, abbiamo ottenuto buoni risultati. Secondi dietro al Milan in campionato il primo anno e, la stagione successiva, vittoria in Coppa Uefa. Una squadra forte anche se le mancava qualcosa per arrivare a dominare».Cosa ricordi della tua esperienza con il Trap? «Grandissimo allenatore e grandissimo uomo. Aveva una passione incredibile che sapeva trasmettere a tutti, in particolare ai giovani. Finiti gli allenamenti spesso rimaneva lì per spiegarti alcuni movimenti, per migliorarti tecnicamente, negli stop, nei tiri. Un personaggio veramente carismatico».L’arrivo di Lippi cosa cambiò? «Soprattutto la mentalità direi. È stato proprio quello, oltre all’arrivo di qualche giocatore, a farci fare il vero e proprio salto di qualità. Si entrava sempre in campo per vincere. Si correva per novanta minuti e si aveva sempre fame di vittorie. Eravamo partiti con un modulo, poi dopo la sconfitta a Foggia per 2-0 siamo passati al 4-3-3, più spregiudicato e aggressivo che ci ha permesso di vincere lo scudetto, la Coppa Italia e l’anno successivo la Champions League».Dotato di una grande duttilità tattica, Massimo è impiegato da Lippi in più occasioni per coprire ruoli diversi in difesa. «Nel Bari giocavo soprattutto come terzino destro. Anche Lippi in alcune occasioni, a seconda degli impegni o delle emergenze, mi ha impiegato in quel ruolo. Ma giocavo soprattutto come centrale. Con Ferrara o con Kohler».Tifoso della Juventus sin da piccolo, cosa vuol dire poter indossare la maglia bianconera? «È il coronamento di un sogno. Sin da: primi calci che tiri al pallone sogni di diventare professionista e di indossare quella maglia. Un sogno difficile da realizzare, ma proprio per questa ragione, ancora più emozionante quando si avvera». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/massimo-carrera.html
  10. MASSIMO CARRERA https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Carrera Nazione: Italia Luogo di nascita: Pozzuolo Martesana (Milano) Data di nascita: 22.04.1964 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1996 Esordio: 28.08.1991 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 0-0 Ultima partita: 20.04.1996 - Serie A - Inter-Juventus 1-2 166 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa Italia 1 supercoppa italiana 1 champions league 1 coppa Uefa Allenatore giovanili della Juventus dal 2009 al 2011 Collaboratore tecnico dal 2011 al 2014 Allenatore prima squadra ad interim 2012 10 panchine - 7 vittorie 1 supercoppa italiana Massimo Carrera (Pozzuolo Martesana, 22 aprile 1964) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. È salito alla ribalta da calciatore con la maglia del Bari, con cui ha vinto una Coppa Mitropa (1990). In seguito ha vissuto i suoi anni più gloriosi alla Juventus, con cui ha conquistato in Italia un campionato di Serie A (1994-95), una Coppa Italia (1994-95) e una Supercoppa italiana (1995), e in campo internazionale una Coppa UEFA (1992-93) e una UEFA Champions League (1995-96). Ha infine legato la seconda parte della carriera agonistica ai colori dell'Atalanta, divenendone bandiera a cavallo degli anni 1990 e 2000, e raggiungendo una promozione in Serie A (1999-00). Da allenatore ha vinto un campionato di Prem'er-Liga (2016-17) e una Supercoppa russa (2017) sulla panchina dello Spartak Mosca, e, in qualità di collaboratore tecnico della Juventus, ha vinto la Supercoppa italiana (2012) sostituendo lo squalificato Antonio Conte in panchina. Massimo Carrera Carrera allo Spartak Mosca nel 2018 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 2008 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Pro Sesto Squadre di club 1982-1983 Pro Sesto 30 (4) 1983-1984 Russi 28 (5) 1984-1985 Alessandria 31 (0) 1985-1986 Pescara 19 (1) 1986-1991 Bari 156 (4) 1991-1996 Juventus 166 (1) 1996-2003 Atalanta 207 (3) 2003-2004 Napoli 26 (0) 2004-2005 Treviso 12 (0) 2005-2008 Pro Vercelli 63 (1) Nazionale 1992 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 2009-2011 Juventus Giovanili 2011-2014 Juventus Coll. tecnico 2012 Juventus Interim 2014-2016 Italia Coll. tecnico 2016 Spartak Mosca Vice 2016-2018 Spartak Mosca 2019-2020 AEK Atene 2021 Bari Carriera Giocatore Club Gli inizi, Bari Carrera (in piedi, terzo da sinistra) al Bari nell'annata 1989-1990 Cresciuto nella Pro Sesto, dopo alcuni anni di esperienza nelle serie minori esordisce in Serie B nel 1985 con la maglia del Pescara, allenato da Catuzzi, dove gioca in squadra con Luigi De Rosa e Gian Piero Gasperini. Successivamente si afferma nel Bari, dove resta cinque stagioni. Juventus Nell'estate del 1991 viene ingaggiato dalla Juventus. Nella squadra bianconera guidata da Giovanni Trapattoni viene schierato prettamente come terzino destro, ruolo che aveva già ricoperto anche a Bari, ma dimostra una grande versatilità. La sua prima stagione a Torino culmina con la convocazione nella nazionale di Arrigo Sacchi. Al termine dell'annata seguente solleva il primo trofeo internazionale, la Coppa UEFA. Nell'estate del 1994, con l'arrivo sulla panchina bianconera di Marcello Lippi, viene schierato come libero al posto dell'incerto Fusi, e diventa un pilastro della squadra che al termine della stagione conquista il double Scudetto-Coppa Italia. Carrera alla Juventus nella stagione 1991-1992 Nella stagione successiva, l'ultima trascorsa a Torino, perde il posto da titolare, subentrando spesso dalla panchina. Lascia la squadra dopo aver totalizzato 166 presenze e una rete in maglia juventina, vincendo Scudetto, Coppa Italia e Coppa UEFA, a cui si aggiungono la Supercoppa di Lega e la Champions League dell'ultima stagione. Atalanta, ultimi anni Nell'estate del 1996 viene ceduto all'Atalanta. Diventa subito capitano e leader della squadra nerazzurra, la cui maglia veste per otto stagioni sommando 207 gare e 3 reti. A Bergamo diviene una bandiera proprio per la grinta che mette in ogni partita, nonostante l'età ormai avanzata. Nel settembre 2003 passa a parametro zero al Napoli, rimanendo con i campani per un'annata. Nell'estate 2004 si accorda con il Treviso, militando anche coi veneti per una sola stagione. Nell'ottobre 2005, quarantunenne, approda alla Pro Vercelli con cui lascia il calcio giocato, all'età di quarantaquattro anni, al termine del campionato di Serie C2 2007-2008. Nazionale Le prestazioni al primo anno nella Juventus gli valgono la convocazione in nazionale, con la quale scende in campo un'unica volta il 19 febbraio 1992 a Cesena in un'amichevole contro San Marino. Allenatore Juventus Il 18 giugno 2009, Carrera diventa nuovo coordinatore tecnico del settore giovanile della Juventus, ruolo che mantiene fino all'estate del 2011 quando, con l'arrivo di Antonio Conte come allenatore, diventa coordinatore tecnico della prima squadra. Sostituisce Conte nella direzione tecnica degli incontri della squadra durante la fase iniziale della stagione 2012-2013, a causa delle squalifiche inflitte a quest'ultimo e al suo vice Angelo Alessio a seguito delle sentenze sullo scandalo calcioscommesse. Esordisce sulla panchina della prima squadra il 4 agosto 2012 nell'amichevole di Salerno col Malaga, mentre Conte e Alessio sono in attesa di giudizio; in seguito alle sentenze di squalifica dei due, è confermato allenatore ad interim della prima squadra a partire dal primo incontro ufficiale della stagione, la finale di Supercoppa italiana disputata l'11 agosto 2012 a Pechino contro il Napoli: la squadra bianconera s'impone 4-2 ai tempi supplementari e Carrera conquista il suo primo trofeo da tecnico. Il 25 agosto successivo colleziona la prima panchina in Serie A, mentre il 17 settembre 2012, dopo che la squalifica di Conte è estesa anche alle competizioni internazionali, esordisce da allenatore in Champions League. Colleziona la sua ultima panchina bianconera il successivo 7 ottobre contro il Siena, lasciando il posto ad Alessio dopo 7 vittorie e 3 pareggi, chiudendo da imbattuto. Nazionale italiana A causa delle dimissioni di Conte dalla Juventus, il 16 luglio 2014 è esonerato dal club bianconero insieme al resto dello staff del tecnico salentino, e il successivo 19 agosto, con la firma di Conte come commissario tecnico della nazionale italiana, Carrera entra a far parte dello staff azzurro in qualità di assistente. Nel 2014-2015 frequenta a Coverciano il corso di abilitazione per il master di allenatori professionisti Prima Categoria-UEFA Pro. Spartak Mosca Dopo il campionato d'Europa 2016 non segue Conte al Chelsea, e il 13 luglio Carrera entra nello staff dello Spartak Mosca in qualità di allenatore in seconda. L'8 agosto 2016, dopo la prima giornata di campionato, prende inizialmente ad interim la guida tecnica del club a seguito delle dimissioni di Dmitrij Aleničev, venendo poi definitivamente confermato sulla panchina dei russi il 18 dello stesso mese. Sovvertendo i pronostici di inizio stagione, il 7 maggio 2017 vince la Prem'er-Liga alla guida degli spartachi, riportandoli al titolo nazionale dopo 16 anni. Nella stagione seguente vince la Supercoppa russa contro la Lokomotiv Mosca, battuta 2-1 ai tempi supplementari. Non riesce, però, a confermarsi in campionato, chiudendo al terzo posto della classifica, stesso piazzamento ottenuto nel girone di Champions League. Ripescato in Europa League, lo Spartak è eliminato ai sedicesimi di finale dall'Athletic Bilbao, mentre nella Coppa di Russia raggiunge le semifinali, dov'è estromesso dal Tosno. Il 22 ottobre 2018, all'indomani della sconfitta interna in campionato (2-3) contro l'Arsenal Tula, Carrera è esonerato, pagando un negativo avvio di stagione. AEK e Bari L'8 dicembre 2019 viene nominato allenatore dell'AEK Atene, subentrando a Marinos Ouzounidīs, dal quale eredita una squadra in terza posizione nel campionato greco. Conclude la stagione confermando la posizione in classifica, che vale la partecipazione ai preliminari di Europa League e guida gli ateniesi fino alla finale di coppa nazionale, persa contro l'Olympiakos. All'inizio della stagione seguente, dopo aver portato la squadra alla fase a gironi di Europa League, il 22 dicembre 2020 viene sollevato dall'incarico a causa degli scarsi risultati ottenuti in campionato. Il 9 febbraio 2021 torna in Italia, ingaggiato dal Bari, squadra militante in Serie C di cui aveva già vestito la maglia da calciatore tra il 1986 e il 1991, subentrando a Gaetano Auteri. Esordisce sulla panchina biancorossa il 17 febbraio seguente, vincendo in casa contro il Monopoli per 1-0. Dopo un buon inizio con dieci punti in quattro giornate, la squadra accusa un calo di rendimento che la fa scivolare al quarto posto in classifica. A causa di questi risultati, la società decide di esonerarlo il 19 aprile seguente, con un bilancio di 5 vittorie, 3 pareggi e 4 sconfitte. Controversie La notte di capodanno del 2011 rimane coinvolto in un tamponamento a catena sull'autostrada A4, tra Dalmine e Bergamo, nel quale perdono la vita due ragazze. Tra i conducenti indagati per omicidio colposo, nel maggio 2013 viene condannato in primo grado, con rito abbreviato, a due anni e sei mesi di reclusione. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Del Piero e Carrera festeggiano la vittoria della Juventus nella Serie A 1994-1995. Campionato italiano di Serie B: 1 - Bari: 1988-1989 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1994-1995 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 1995 Competizioni internazionali Torricelli, Deschamps, Ravanelli, Sousa, Rampulla, Pessotto e Carrera festaggiano il trionfo juventino nella Champions League 1995-1996. Coppa Mitropa: 1 - Bari: 1990 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Allenatore Club Supercoppa italiana: 1 - Juventus: 2012 Campionato russo: 1 - Spartak Mosca: 2016-2017 Supercoppa di Russia: 1 - Spartak Mosca: 2017 Individuale Allenatore dell'anno in Prem'er-Liga: 1 - 2016-2017 Panchina d'oro speciale: 1 - 2016-2017
  11. ARCADIO VENTURI https://it.wikipedia.org/wiki/Arcadio_Venturi Nazione: Italia Luogo di nascita: Vignola (Modena) Data di nascita: 18.05.1929 Ruolo: Allenatore Giovanili - Vice Allenatore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Allenatore giovanili/in seconda della Juventus dal 1991 al 1994 Arcadio Venturi (Vignola, 18 maggio 1929) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Arcadio Venturi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1947-1948 Vignolese 30 (5) 1948-1957 Roma 288 (18) 1957-1960 Inter 57 (0) 1960-1962 Brescia 26 (2) Nazionale 1951-1953 Italia 6 (1) Carriera da allenatore 1968-1986 Inter Giovanili 1986-1991 Inter Vice 1991-1994 Juventus Giovanili Carriera L'esordio arriva il 19 settembre 1948, in occasione di Bologna-Roma 1-2. Da allora scende in campo in quasi ogni partita dei giallorossi fino al 1950, totalizzando 100 delle sue 288 presenze totali in nove anni con la maglia della Roma, durante i quali entra a far parte del giro della Nazionale e realizza anche 18 gol. Nel 1951 segue la squadra in serie B, con 37 presenze e sei reti. Appesi gli scarpini al chiodo, entra a far parte dello staff dell'Inter in qualità di dirigente prima e vice-allenatore poi, aiutando molti giocatori a crescere, come confermato più volte da Beppe Bergomi che in varie interviste, sottolineava il fatto che mister Venturi si "fosse spezzato la schiena" per aiutarlo a crescere. Con l'arrivo di Giovanni Trapattoni all'Inter nel 1986 viene confermato come vice-allenatore della squadra neroazzurra, per poi seguire proprio il tecnico nell'avventura alla Juventus, sempre come vice-allenatore. Terminata la sua avventura alla Juve con l'arrivo della triade Moggi-Giraudo-Bettega, dall'estate del 1994 diventa dirigente del Bologna, per poi terminare la sua attività qualche anno più tardi. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Roma: 1951-1952
  12. ALESSANDRO PARISI https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Parisi Nazione: Italia Luogo di nascita: Palermo Data di nascita: 15.04.1977 Ruolo: Difensore Altezza: 184 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: Roberto Carlos dello Stretto Alla Juventus dal 2004 al 2005 Esordio: 01.06.2005 - Amichevole - Yokohama Marinos-Juventus 0-1 Ultima partita: 07.06.2005 - Amichevole - Tokyo-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti Alessandro Parisi (Palermo, 15 aprile 1977) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, team manager del Messina. Alessandro Parisi Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 4 febbraio 2016 - giocatore Carriera Squadre di club 1994-1996 Palermo 1 (0) 1996-1997 → Trapani 12 (1) 1997-1998 Palermo 10 (0) 1998-2000 Reggiana 47 (3) 2000-2003 Triestina 89 (14) 2003-2008 Messina 142 (25) 2008-2011 Bari 69 (5) 2011-2012 Torino 33 (1) 2015-2016 Messina 9 (0) Nazionale 2004 Italia 1 (0) Biografia Per la grande potenza del suo sinistro e la caratteristica modalità di calcio, è stato soprannominato Roberto Carlos dello Stretto. Il 2 aprile 2012 viene iscritto nel registro degli indagati per lo scandalo del calcioscommesse in merito ad alcune partite del Bari. Il 26 luglio viene deferito dal procuratore federale Stefano Palazzi per illecito sportivo riguardante Udinese-Bari e Palermo-Bari, e omessa denuncia riguardante Bari-Sampdoria e Bari-Lecce. Il 3 agosto patteggiando ottiene una squalifica di 1 anno e 8 mesi più 10.000 euro di ammenda. Nello stesso mese viene iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Bari per frode sportiva in riguardo a Salernitana-Bari 3-2 del 2008-2009: insieme ad altri 13 giocatori del Bari avrebbe incassato 7.000 euro da Luca Fusco e Massimo Ganci, avversari ed ex compagni proprio a Bari, per perdere la partita. Il 16 luglio 2013 viene condannato in primo grado dalla Commissione Disciplinare Nazionale della FIGC a 3 anni e 6 mesi di squalifica in continuazione, confermati, poi, anche in appello. Il 4 aprile 2014, ovvero il giorno successivo al termine della prima squalifica, il Tnas gli riduce la seconda squalifica continuata a 1 anno e 2 mesi, con un'ammenda di 5.000 euro. Il 30 maggio 2016 al processo penale di Bari, sempre in relazione a Salernitana-Bari, viene assolto «per non aver commesso il fatto». Il 17 novembre del 2004, nella partita fra Italia e Finlandia divenne il primo giocatore del Messina a esordire nella nazionale italiana. Carriera Esordi Inizia la carriera professionistica nel Palermo, con cui debutta, sotto la guida di Ignazio Arcoleo, in 1995-1996. L'anno successivo la società rosanero decide di cederlo al Trapani in Serie C1, con la quale colleziona 12 partite condite da un gol. Torna l'anno successivo al Palermo, nel frattempo retrocesso in Serie C1, giocando 10 partite, e in Sicilia disputa una stagione giocando sulla fascia sinistra di difesa. Torna in Serie B l'anno dopo, trasferendosi alla Reggiana: nella prima stagione gioca 18 partite, non riuscendo ad impedire la retrocessione del club; nella seconda, invece, in Serie C1, disputa 29 gare con 3 reti. Triestina Nel 2000 decide di scendere ulteriormente di categoria, passando alla Triestina e in Serie C2; a Trieste, arrivato in compartecipazione, è titolare nella formazione di Ezio Rossi, giocando 27 partite e segnando 3 gol nella stagione regolare; nei play-off va a segno contro la Pro Patria, e si ripete nella finale contro il Mestre che consegna la promozione alla squadra. L'anno successivo il suo cartellino diventa interamente del club alabardato, e nella stagione 2001-2002 in Serie C1 gioca 30 partite e realizza 6 reti; la Triestina centra i play-off e in seguito la seconda promozione consecutiva in due anni. Nel terzo anno a Trieste, oltre a segnare il suo ritorno in Serie B, con 32 presenze e 5 reti (decisive quelle contro Sampdoria e Livorno) è ancora una volta titolare nel reparto difensivo. In totale, con la Triestina, conta 89 partite e 14 gol segnati in tre anni, centrando due promozioni consecutive. Messina A fine campionato passa al Messina. Nella Serie B 2003-2004 gioca quasi tutte le partite (41) e va a segno 14 volte, più 1 in Coppa Italia vs il Pescara (2-0 su rigore), contribuendo al raggiungimento del quarto posto, e la conseguente promozione del club peloritano in Serie A dopo trentanove anni. Resta a Messina anche il campionato successivo in Serie A, nel quale disputa 27 partite andando a segno 6 volte. Sotto la guida di Bortolo Mutti, le sue prestazioni gli valgono la convocazione in azzurro di Marcello Lippi per l'amichevole Italia-Finlandia, giocata proprio a Messina il 17 novembre 2004: diventa così il primo giocatore nella storia del Messina ad aver giocato per la Nazionale. Nel 2005 viene acquistato in compartecipazione dal Genoa di Enrico Preziosi, neopromosso in Serie A, ma in seguito alla penalizzazione che porta i liguri in Serie C1 il trasferimento viene annullato e il calciatore torna al Messina. Parisi inizia male la stagione, anche condizionato da un infortunio, e a fine anno colleziona solo 11 presenze. Marcello Lippi lo include comunque nella lista dei preselezionati per il Mondiale tedesco, e nel giugno successivo, dopo un ulteriore scrematura, lo esclude definitivamente dalla spedizione in Germania. Nella stagione 2006-2007 colleziona 30 presenze e 2 reti, non riuscendo a impedire la retrocessione della squadra guidata da Bruno Giordano, che torna dunque in Serie B. Per la stagione 2007-2008 resta nella squadra allenata da Nello Di Costanzo anche in seconda serie. In campionato, Il Messina conclude al 14º posto, e Parisi disputa 33 partite segnando 3 reti. Il 26 maggio 2008 rinnova con la società peloritana fino al 2012; a seguito dei problemi economici per il Messina, che ne mettono in discussione l'iscrizione al campionato e che culminano nella mancata iscrizione alla serie B della società, lascia la squadra dopo oltre 150 partite con la società messinese in tutte le varie competizioni nazionali. Bari Parisi, rimasto svincolato insieme a tutti i suoi compagni, il 9 luglio 2008 firma per il Bari, con cui sottoscrive un contratto triennale. Nella prima stagione a Bari, sotto la guida di Antonio Conte, la società di Matarrese vince il campionato di Serie B e Parisi, contribuendo con 27 partite e tre gol, ritrova la Serie A dopo due anni. Per la stagione 2009-2010 perde il posto da titolare nella formazione di Gian Piero Ventura, chiuso dalla concorrenza di Salvatore Masiello e Nicola Belmonte. A giugno sono 15 le partite disputate in un campionato che vede il Bari chiudere con una decima posizione. Nel 2010-2011 gioca 27 partite segnando 2 reti, in una stagione che vede il cambio di allenatore (Bortolo Mutti sostituisce Ventura) e la retrocessione a fine stagione. In seguito il suo contratto scade e non viene rinnovato, rimanendo così libero da vincoli contrattuali. Torino Il 6 agosto 2011 firma un contratto di un anno per il Torino, in Serie B, dove ritrova il suo ex-tecnico Gian Piero Ventura. Esordisce in maglia granata nella prima giornata di campionato, in Ascoli-Torino (1-2). Segna il suo primo gol in maglia granata il 26 novembre 2011 nella partita casalinga contro il Livorno vinta per 1-0. A fine stagione ottiene la promozione in Serie A, dopo aver giocato 33 partite in campionato ed una in Coppa Italia; rimane quindi svincolato. Ritorno al Messina Dal luglio 2014 si allena con il Messina e, dopo aver scontato la lunga pena relativa alle due condanne per calcioscommesse e frode sportiva, il 9 ottobre 2015 viene ingaggiato dal club siciliano con cui aveva già giocato dal 2003 al 2008. A distanza di 3 anni e 5 mesi dall'ultima apparizione, torna in campo il 17 ottobre seguente nella vittoria esterna per 0-1 contro la Fidelis Andria subentrando al 79º a Barraco. La settimana successiva torna a giocare da titolare nella vittoria per 1-0 contro la Lupa Castelli Romani. Il 4 febbraio 2016 si ritira dal calcio giocato. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Bari: 2008-2009
  13. ANGELO PERUZZI La leggenda racconta che a Blera, il paese in provincia di Viterbo dov’è nato, Angelo allenasse la presa ferrea delle mani cercando di afferrare i pesci nei ruscelli. La passione originaria, quasi genetica, è per la pesca. Ma la prodigiosa abilità delle mani trova sfogo anche altrove, per esempio nel ruolo solitamente meno amato dai ragazzini che giocano a pallone. Nasce così, quasi per scherzo, il portiere Peruzzi.La prima squadra è quella di Blera. Il passatempo diventa, in breve tempo, una cosa più seria. Angelo è notato dagli osservatori della Roma, che convincono papà Francesco e mamma Francesca ad affidarglielo. Non è facile, perché l’idea che il figlio tredicenne trascorra lunghi periodi fuori di casa è accettata con molte riserve, ma alla fine il ragazzo si trasferisce nella foresteria giallorossa della Montagnola.Di qui, prende l’autobus per recarsi agli allenamenti a Trigoria. I suoi maestri sono Negrisolo e Superchi. Angelo continua a frequentare la scuola fino alla terza ragioneria e intanto progredisce. Non ha quasi il tempo di farsi notare nella squadra Primavera, perché a nemmeno diciotto anni è già in campo a San Siro: 13 dicembre 1987, si gioca Milan-Roma. Alla fine del primo tempo si accascia a terra Tancredi, colpito da un petardo. In panchina c’è Angelo, che gioca la ripresa ed è battuto solo su rigore, calciato da Virdis. Poi il Giudice Sportivo assegna il 2-0 ai giallorossi. Quella rimane l’unica esperienza stagionale di Serie A.L’anno dopo, le soddisfazioni aumentano. A diciannove anni appena compiuti, Angelo si ritrova titolare al posto di Tancredi, non più nelle grazie dell’allenatore. Dodici presenze, oltre al debutto internazionale (Roma-Norimberga di Coppa Uefa) e con l’Under 21 di Maldini (Turchia-Italia 2-2). Il tutto senza contratto. Peruzzi diventa ufficialmente professionista solo nei primi mesi del 1989. In estate, essendo chiaro che tenerlo in panchina è un lusso per la società e può risultare controproducente per l’interessato, è deciso il prestito al Verona. Lui risponde egregiamente, essendo regolarmente tra i migliori in campo pur nel contesto di un campionato finito con la retrocessione.Il ritorno alla Roma sembra preludere al definitivo salto di qualità e, invece, coincide con la battuta d’arresto più amara. Dopo un Roma-Bari abbastanza insignificante, Angelo è trovato positivo all’esame antidoping. La sostanza proibita è la Fentermina contenuta nel Lipopill, un farmaco dimagrante.«È stata la peggior s******a che ho fatto nel mondo del calcio: il Lipopill me lo diede un compagno, perché venivo da uno stiramento e non volevo farmi di nuovo male, ma quando la Roma mi disse di fare ricorso dissi di no. Ho sbagliato, ho pagato con un anno di squalifica ed è stato giustissimo. Poi ebbi un paio di discussioni con i dirigenti della Roma, solo il presidente Viola mi difese».Il 13 ottobre arriva la condanna della Commissione Disciplinare, confermata poco dopo dalla CAF: un anno di squalifica, una mazzata tremenda per un ragazzo che ha peccato solo per ingenuità: «Questa esperienza mi ha trasformato. Non sono più il compagnone di prima, faccio più fatica a fidarmi della gente». Inutile aggiungere che sono mesi terribili, soprattutto i primi: «Se ho resistito, se non sono impazzito, lo devo soprattutto all’affetto dei miei familiari».Il tempo passa lentamente, ma passa e finisce per portarlo alla Juventus: «È stata la mia salvezza. Non c’è voluto molto a capire che non potevo rimanere alla Roma. La prospettiva era la panchina, perché la società puntava ancora su Cervone. E poi, diciamo la verità: a qualcuno non interessava che io rimanessi, anzi».Nel luglio del 1991, le amarezze cominciano a essere archiviate. In agosto, poi, il sole buca finalmente le nubi. Angelo ottiene una deroga per poter disputare le amichevoli e scende in campo a Padova: non sta nella pelle dalla gioia, è un piacere vederlo saltare fra i pali. La fine del tunnel è vicina, il 13 ottobre è salutato con un brindisi, ma le date storiche sono altre. Il 12 febbraio 1992, per esempio, giorno di Juventus-Inter di Coppa Italia, prima partita da titolare. Che la ruota della fortuna stia cambiando direzione lo dimostra anche il rigore calciato da Matthäus sul palo. E poi il 18 aprile: in Roma-Juventus, Angelo esordisce come numero uno in campionato. Un’altra prestazione da applausi, ma la conferma che Peruzzi non ha perso nessuna delle qualità durante la lunga sosta, era venuta già qualche giorno prima, nella semifinale di Coppa Italia contro il Milan. Angelo era stato il migliore in campo e aveva anche parato un rigore a Baresi.Arriva l’annuncio ufficiale da parte dell’allenatore bianconero Trapattoni: «Mi dispiace per Tacconi, ma da oggi il numero uno della Juventus sarà Peruzzi», con la quale resterà otto stagioni, nelle quali colleziona 301 presenze e vince tre scudetti, una Coppa Italia, una Champions League, una Coppa Uefa, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea e due Supercoppe Italiane, entrando di diritto nella Hall of Fame dei portieri bianconeri.«L’Avvocato ogni tanto chiamava, sempre alle sette, sette e dieci: la prima volta risponde mia moglie e mi dice: “C’è uno che vuole prenderti in giro, dice che chiama da Casa Agnelli”, ho messo giù. Ma poi richiamano e rispondo io: dopo dieci minuti di attesa, venne davvero lui al telefono. Mi domandava sempre: “Quanto pesi?”. Una volta venne a vedere un allenamento con Gorbačëv e da dietro la porta mi chiese: “Quanti rigori pareresti a Platini?”. Ed io: “Presidente, tre o quattro”. E lui mi fa: “Io penso nessuno”. Dopo un Empoli-Juve mi chiama: “Forse quella è stata la parata più bella che lei ha fatto alla Juventus”. In realtà avevo preso goal. In quel momento non me ne resi conto, io mi girai e chiesi a quelli della Croce Rossa dietro la porta: risposero che era entrata di venti centimetri. Volevo dire tutto a fine partita, non andai io in conferenza stampa».Nel 1999 si trasferisce all’Inter, richiamato dal vecchio allenatore della Juventus, Marcello Lippi. Le cose non vanno benissimo, l’anno dopo Angelo cambia casacca, va alla Lazio.Portiere completo sia tra i pali sia in uscita, di grandissima esperienza e di notevole forza fisica. Poderoso, compatto e con fasce muscolari larghe che gli consentono prodigiosi gesti atletici sul breve, si esalta nei tiri ravvicinati, dove fa valere la propria prontezza di riflessi e il notevole colpo di reni. Forse troppo saggio, troppo poco personaggio e, di rimbalzo, una non totale convincente capacità di guidare la difesa, ma anche la simpatia e lo scanzonato distacco con cui ha vissuto il nostro calcio isterico. Peruzzi è il padrone assoluto dell’area di rigore, è capace di stare a quindici metri dalla porta con la stessa disinvoltura con cui sta tra i pali: la sua capacità di uscire dall’area sull’avversario lanciato, permette alla squadra di giocare con grande disinvoltura, risultando perciò determinante. Unico limite: le notevoli masse muscolari che, continuamente sollecitate, sono soggette a qualche malanno di troppo.Con la Nazionale esordisce il 25 marzo 1995, a Salerno, nella partita Italia-Lituania 4-1, con la quale, però, non raggiunge mai la consacrazione sperata, causa anche un infortunio che lo estromise alla vigilia dei Mondiali del 1998 in cui partiva come titolare. L’unica competizione importante è l’Europeo del 1996 che termina in malo modo per l’Italia, prima del trionfo Mondiale del 2006, che Angelo sente suo, nonostante non scenda mai in campo.«Nel 2000 mi sentivo forte, avevo fatto una grande stagione all’Inter così quando Zoff mi disse che sicuramente non avrei giocato, gli disse che non mi andava di fare il terzo portiere. Poi Buffon si fece male e Toldo giocò benissimo. Finito all’Europeo, sia io che Zoff andammo alla Lazio e lui mi disse che ero stato stupido, che alla fine magari avrei giocato io. Nel 2006 a Lippi dissi di sì, perché lui mi chiamò per fare il secondo di Buffon. Finita la partita, festeggiammo come pazzi, poi siamo rientrati negli spogliatoi. Ero molto legato a Zidane, così andai a trovarlo, lui era lì che fumava una sigaretta, non abbiamo parlato dell’episodio».NICOLA CALZARETTA, DA “HURRA JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 2013Quando Gianni Agnelli lo vede per la prima volta a Villar Perosa, ha un tuffo al cuore. Il modo di parare, l’esplosività dei muscoli, la plasticità del volo gli ricordano il grande Sentimenti IV detto Cochi. Ma lui si chiama Angelo Peruzzi, ha ventuno anni e viene da Viterbo. È l’estate del 1991, in casa bianconera c’è aria di restaurazione dopo il doloroso flop della Juve champagne di Gigi Maifredi. L’Avvocato per prima cosa ha fatto tornare in tutta fretta Giampiero Boniperti, dimessosi l’anno prima, quindi ha convinto Ernesto Pellegrini, presidente dell’Inter, a restituirgli Giovanni Trapattoni, che così torna sulla panchina bianconera dopo cinque stagioni. Ritorna la premiata ditta Boni-Trap che ha segnato per un decennio la storia vincente della Juventus. La campagna acquisti punta sulla sostanza e sulla forza. Arrivano i tedeschi Reuter e Kohler, oltre a Massimo Carrera. A novembre ci sarà posto anche per Antonio Conte. Ma la novità più interessante è data dall’acquisto di Angelo Peruzzi, uno dei portieri italiani più promettenti.Che sia un talento naturale lo dice già la sua breve ma intensa biografia. Cresce nella Roma. Negrisolo, che è il preparatore dei portieri, dice di non averne mai visto uno così esplosivo. Nils Liedholm, allenatore giallorosso, conferma, anche lui stupefatto dalle doti naturali del ragazzone e dalla sua maturità. Perché Angelo, neanche maggiorenne, dimostra una freddezza e una tranquillità che difficilmente si riscontrano a quell’età, specie per chi fa il portiere. Il Barone lo fa esordire a San Siro nel dicembre 1987, al posto di Tancredi stordito da un petardo. L’anno dopo fa una dozzina di partite, quindi una stagione a Verona da titolare con Luciano Bodini a fargli da chioccia, in un affascinante intreccio di Juventus passate e future. Il ritorno a Roma, la squalifica, e adesso la grande occasione del passaggio in bianconero.Angelo, com’è nato il suo trasferimento alla Juventus? «Un giorno mi telefonò Montezemolo. Successe pochi mesi dopo la squalifica, a cavallo tra il 1990 e il 1991. Mi disse che mi avrebbe voluto alla Juve. Chiaro che per me quella richiesta abbia rappresentato un caldo e intenso raggio di luce in un momento buio. Prima dal punto di vista umano, perché l’interessamento significava che il giudizio sulla persona era positivo. E poi sotto l’aspetto sportivo, perché vestire la maglia della Juventus, è il massimo per un calciatore».Faceva il tifo per i bianconeri da bambino? «A dire il vero da piccolo il calcio non lo seguivo per niente. I primi di album di figurine li ho fatti quando ero a Verona perché ce li regalavano! No, non avevo squadre del cuore, né particolari simpatie».Com’è che si è trovato a fare il portiere? «Perché mi piaceva tuffarmi, mi divertivo. Così è stato naturale giocare in porta. Non è un caso che abbia finito per ricoprire l’unico ruolo “singolare” che c’è in una squadra di calcio, quello in cui si usano le mani al posto dei piedi».A proposito delle mani, ma è vera la storia che era capace di pescare a mani nude? «È una tradizione del mio paese, Blera. Lo fanno tutti. E poi i pesci che nuotano nei fiumi sono più lenti rispetto a quelli marini».Torniamo alla telefonata della Juventus. Cosa ha pensato quando, a fine stagione 1991, Montezemolo ha lasciato la società? «Ho sudato freddo. Normale che avessi paura di non andare più a Torino».E invece? «E invece mi chiamò Boniperti e mi convocò in sede. La gioia fu immensa, anche perché il futuro alla Roma era ad alto rischio».Si ricorda il primo incontro con Boniperti? «Ricordo tutto. All’epoca ero assistito dall’agente Beppe Bonetto. Passammo la serata precedente a studiare tutte le possibili strategie per spuntare le migliori condizioni contrattuali. Tutto inutile».Perché? «Perché fece tutto Boniperti. Appena entrati nella sua stanza, mi chiese se ero sposato. Gli risposi di no. E lui: “Allora cerca di sposarti presto”».Ma almeno sul contratto avrete discusso? «Macché! Mi disse: “Firma qui, vedrai che ti troverai bene”. Firmai per quattro anni».La cifra? «La mise lui, aveva già preparato tutto. Ovviamente molto lontana da quelle pensate la notte prima con Bonetto. Comunque, quel che più contava in quel momento è che ero un giocatore della Juve».Per lei si apriva una pagina nuova. «Ero molto soddisfatto, anche se per alcuni mesi ancora non avrei potuto prendere parte alle partite ufficiali. Ma a quel punto sapevo che sarebbe stata solo una questione di tempo».Era in programma il suo lancio come titolare già in quella prima stagione? «Non lo so, anche se un po’ ci speravo di fare qualche partita, com’è normale per ogni calciatore. Ma le gerarchie erano chiare: Tacconi numero uno ed io dietro».Com’è stato il suo rapporto con Tacconi? «Molto buono. Dividevamo la camera nei ritiri. Aveva una grande voglia di giocare».Ma Trapattoni la pensava diversamente. «Il mister fece delle scelte in prospettiva. Tacconi aveva trentacinque anni, io ventuno. Chiaro che per me fu una magnifica sorpresa quando giocai per la prima volta con la maglia numero uno, andata dei quarti di finale di Coppa Italia contro l’Inter. Era il 1991».Nessun segno premonitore? «I giornali ne stavano parlando, insomma un po’ nell’aria girava la notizia, ma la conferma me la dette Trapattoni solo la sera prima, durante il classico giro delle camere. Andai bene, passammo il turno e fui confermato anche nelle semifinali contro il Milan, dove parai un rigore a Franco Baresi».La cosa che impressionava di lei era la sensazione di grande freddezza e tranquillità che dimostrava in campo. «Era tutta una finta! Mascheravo così la tensione».Il 18 aprile 1992: arriva anche il debutto in Serie A, proprio all’Olimpico contro la Roma. «Quella fu una coincidenza curiosa. La cosa più importante fu l’annuncio pubblico di Trapattoni che annunciò la mia promozione come titolare».Le sue sensazioni? «Ero felice, tutto stava andando benissimo, oltre le mie stesse aspettative. Ereditare la maglia di Zoff e Tacconi a ventidue anni era decisamente una cosa eccezionale».Tanto che Tacconi, piuttosto che farle da riserva, preferì lasciare la Juve. «Lui desiderava giocare, ed era giusto che lo pensasse e che perseguisse l’obiettivo. Alla Juve le scelte a quel punto erano state fatte. Lui andò al Genoa e al suo posto arrivò Michelangelo Rampulla con il quale sono entrato subito in sintonia, diventando presto amici, anche perché con me, che ogni tanto mi rompevo, non ha fatto solo panchina». (ride)E con Rampulla suo vice operativo è arrivata subito la Coppa Uefa nel 1993. «Uno di ricordi più intensi che ho ancora oggi, perché per me è stata la prima vittoria in assoluto in carriera. Avevamo una squadra fortissima, con Baggio, Möller e Vialli e gente tosta come Kholer, Marocchi, Conte e Dino Baggio. Purtroppo l’anno dopo andò maluccio, così la società decise di cambiare tutto».E sulla panchina arrivò Marcello Lippi. «Non lo conoscevo direttamente, ma mi fece subito una grande impressione. Aveva idee chiare, una grande voglia di sfruttare al massimo l’occasione e una fame di vittorie che era anche la nostra. C’è stato subito feeling tra noi per un legame che si è intensificato nel corso del tempo: andai con lui all’Inter e, soprattutto, mi volle in Nazionale nel 2006. Una grande persona».Quali sono le doti migliori di Lippi? «Sono tante. Ma a me è sempre piaciuto il suo essere franco e diretto nel faccia a faccia. Con me succedeva questo: mi chiamava nel suo spogliatoio e ci confrontavamo. Mi diceva: “Angelo, hai sbagliato questa cosa”. Ed io rispondevo per le rime, magari anche quando sapevo di non avere completa ragione. Era un modo per stimolarmi. In questo era molto bravo, sapeva capire le persone».E sul piano tecnico-tattico? «Fu lui che ci convinse a giocare con le tre punte e che, dopo la sconfitta per 2-0 con il Foggia disse che, se proprio si doveva prendere goal, allora era meglio prenderlo in contropiede. Lippi è stato l’artefice massimo della rinascita della Juve. Lo dimostra anche il fatto che ogni anno partiva qualche big, ma la squadra rimaneva ai massimi livelli».Con Lippi arrivò anche il nuovo preparatore atletico Ventrone. «Un torturatore (ride). Mi costringeva a fare le presse. Con lui ho fatto una quantità enorme di addominali. Ma la forza di quella Juve era anche quella. Forse non eravamo i più forti in assoluto, ma non mollavamo mai. Eravamo una squadra rognosa, dove tutti lottavano fino alla fine per lo stesso obiettivo».A fine campionato 1994-95, bruciando tutte le tappe, arrivò lo scudetto. «Una gioia immensa. Per noi fu un’accelerazione che ci permise di fare subito il salto di qualità che, forse, avrebbe dovuto esserci qualche anno dopo. Invece eravamo già lì, pronti ad aprire un nuovo ciclo».E, difatti, il 22 maggio 1996 ecco la Coppa dei Campioni. «Un altro di momenti indimenticabili vissuti alla Juventus, anche se alla fine del primo tempo della finale mi giravano parecchio».Per via del goal del pareggio dell’Ajax? «Mi sentivo in colpa, avevo respinto male una punizione e Litmanen ne approfittò. Ma alla fine quell’errore mi servì moltissimo al momento dei rigori. Mi dissi: “La cazzata l’hai già fatta. Ora hai solo da guadagnare”. Riuscii a tranquillizzarmi e ne parai due!»Certo vincere la Coppa dei Campioni nel suo stadio deve essere stato qualcosa di incredibile. «Tutto vero. L’unica cosa che stonava era quella maglia gialla con le stelle blu. Io ero un tradizionalista: grigio o nero, come Zoff».Fu accontentato la stagione dopo: aveva proprio una bellissima divisa nera con bordi grigi a Tokyo, quel 26 novembre 1996. «Che ricordi incredibili! La prima cosa che mi colpì durante la partita era sentire il boato del pubblico con qualche secondo di ritardo dopo che era finita un’azione o c’era stato un tiro. Mi dissi: “Ma questi giapponesi so’ proprio strani!”»E invece? «La cosa era molto semplice: loro guardavano la partita anche sul maxischermo; arrivando le immagini in ritardo, di conseguenza anche i loro ululati erano ritardati».Temuto di non vincere quella sera? «Sarebbe stato un gran peccato. Meno male che ci pensò Del Piero con un goal fantastico. E a me, che ero capitano, non restò che alzare la Coppa».Quella sbagliata, però! (ride) «Presi la Toyota Cup, ma per i giapponesi è quello il vero trofeo».La sua avventura alla Juve è finita nel 1999, dopo altre vittorie e serate magiche. Cosa rimane dei suoi pro? «Tantissimi bei ricordi, grandi gioie, ma anche cocenti delusioni, ma questo è lo sport. Fuori dal campo, molti legami, qualche forte amicizia e un magnifico lunedì di Pasqua al Comunale: mega grigliata di rosticciana e bistecche con le famiglie. Una giornata meravigliosa». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/angelo-peruzzi.html
  14. ANGELO PERUZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Peruzzi Nazione: Italia Luogo di nascita: Blera (Viterbo) Data di nascita: 16.02.1970 Ruolo: Portiere Altezza: 181 cm Peso: 88 kg Nazionale Italiano Soprannome: Tyson - Cinghialone Alla Juventus dal 1991 al 1999 Esordio: 12.02.1992 - Coppa Italia - Juventus-Inter 1-0 Ultima partita: 09.05.1999 - Serie A - Juventus-Milan 0-2 301 presenze - 264 reti subite 3 scudetti 1 coppa Italia 2 supercoppe italiane 1 champions league 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Campione del mondo 2006 con la nazionale italiana Angelo Peruzzi (Blera, 16 febbraio 1970) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 2006. Considerato uno dei migliori portieri italiani di sempre, è stato uno dei massimi esponenti del ruolo negli anni 1990 e 2000. A livello di club ha ottenuto i maggiori successi con la maglia della Juventus, conquistando tre campionati di Serie A, due Supercoppe di Lega, una Coppa Italia, una UEFA Champions League, una Supercoppa UEFA, una Coppa Intercontinentale e una Coppa UEFA. Al suo attivo ha altre due coppe nazionali, vinte rispettivamente con Roma e Lazio, e una terza Supercoppa di Lega, vinta sempre in maglia laziale. In nazionale ha totalizzato 31 presenze: titolare in occasione del campionato d'Europa 1996, ha partecipato da riserva al campionato d'Europa 2004 e al vittorioso campionato del mondo 2006; ha invece saltato per infortunio il campionato del mondo 1998, per il quale era stato convocato come titolare. Prima di approdare nella nazionale maggiore, ha preso parte agli Europei Under-21 del 1990 e del 1992, vincendo, da riserva, quest'ultima edizione; nello stesso anno ha partecipato ai Giochi olimpici di Barcellona. A livello individuale si è aggiudicato per tre volte l'Oscar del calcio AIC come miglior portiere della Serie A, è stato incluso per due volte nella squadra dell'anno ESM e ha vinto un'edizione del Guerin d'oro; nel 1997 è stato inserito nella lista dei 50 candidati al Pallone d'oro, classificandosi 29º, ed è risultato 2º (primo tra gli europei) nella classifica IFFHS di miglior portiere dell'anno. La stessa IFFHS lo ha annoverato tra i più forti portieri europei del XX secolo e tra i migliori in assoluto del periodo 1987-2011, collocandolo al 30º posto in entrambe le graduatorie. Angelo Peruzzi Peruzzi alla Juventus nel 1996 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 88 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 20 maggio 2007 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Roma Squadre di club 1987-1989 Roma 13 (-16) 1989-1990 → Verona 29 (-38) 1990-1991 Roma 3 (-3) 1991-1999 Juventus 301 (-264) 1999-2000 Inter 33 (-31) 2000-2007 Lazio 192 (-196) Nazionale 1989-1992 Italia U-21 10 (-8) 1992 Italia olimpica 2 (-1) 1995-2006 Italia 31 (-17) Carriera da allenatore 2008-2010 Italia Coll. tecnico 2010-2012 Italia U-21 Vice 2012 Sampdoria Vice Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Oro 1992 Mondiali di calcio Oro Germania 2006 Caratteristiche tecniche Giocatore «Sembra la smentita in carne (pardon, muscoli) e ossa di quel vecchio detto secondo cui per fare i portieri bisogna essere un po' svitati, se non proprio matti. Angelo Peruzzi è l'esatto contrario di tutto questo.» (Salvatore Lo Presti, La giornalaccio rosa dello Sport, 18 ottobre 1997) Peruzzi in maglia juventina il 14 settembre 1997, mentre si oppone al romanista Totti subito dopo avergli respinto il precedente tiro: un doppio intervento annoverato tra i più belli nella storia del calcio italiano. Soprannominato Tyson o più amichevolmente Cinghialone in virtù della notevole potenza muscolare, Peruzzi era un portiere dal repertorio completo, dotato di buona presa, riflessi pronti e ottimo senso del piazzamento. Talento precoce, freddo e valido tecnicamente, dava il meglio di sé nelle uscite basse — gesto tecnico in cui aveva pochi eguali al mondo —, ma eccelleva anche tra i pali, per merito di grandi doti acrobatiche che gli valsero, in giovane età, l'accostamento al funambolico Luciano Castellini; tuttavia, in apparente contrasto con tale abilità, non era solito compiere interventi vistosi: era infatti dell'avviso che ridurre al minimo i tuffi, muovendosi molto sulla linea di porta, facesse apparire più semplici le sue parate, costituendo un vantaggio psicologico nei confronti degli attaccanti. Capace di infondere sicurezza nella retroguardia, era inoltre riconosciuto come leader dello spogliatoio dai compagni di squadra, che in diverse occasioni ne hanno elogiato le qualità caratteriali e umane; l'indole pacata ma decisa e la sobrietà dello stile di gioco — così come la preferenza per uniformi poco vistose — lo posero quindi sulla scia di Dino Zoff, suo punto di riferimento nonché predecessore nella Juventus e in nazionale. Da sinistra: Peruzzi, riconosciuto in carriera quale leader carismatico dello spogliatoio, qui in maglia interista mentre striglia i compagni di reparto durante la stracittadina del 23 ottobre 1999; con lui, il rivale milanista Weah e l'altro nerazzurro Panucci. Pur non essendo molto abile col pallone tra i piedi — «quando voglio toccare di fino, rischio di combinare guai» —, dal punto di vista tattico si mostrò particolarmente adatto alla difesa a zona e ai compiti di sweeper-keeper, producendosi all'occorrenza in tempestivi scatti fuori dall'area di rigore per fermare l'avversario lanciato a rete: ciò gli permetteva di rivelarsi decisivo con pochi, importanti interventi anche quando restava a lungo inoperoso. Per via della sua affidabilità, sul finire degli anni 1990 era ritenuto da diversi esponenti della stampa italiana il miglior portiere del mondo; il suo rendimento è rimasto costantemente elevato anche negli anni 2000. Nella prima metà della carriera mostrò una spiccata propensione a parare i calci di rigore — culminata nei due penalty respinti nell'epilogo dagli undici metri della UEFA Champions League 1995-1996 —, solo sporadicamente confermata in seguito. La sua esecuzione delle uscite alte — di solito finalizzate alla respinta piuttosto che alla presa — è stata generalmente indicata come il suo principale punto debole: superando di poco i 180 cm, aveva una statura ridotta per il ruolo che ricopriva, motivo per cui era restìo ad affrontare in mischia attaccanti più alti di lui. Sul piano fisico è stato spesso frenato dagli infortuni, sebbene nella maggior parte dei casi sia rimasto lontano dai campi solo per brevi periodi. Carriera Giocatore Club Roma e Verona Un giovane Peruzzi debutta in Serie A con la Roma il 13 dicembre 1987 Cresciuto nel vivaio della Roma, esordisce in Serie A a 17 anni, il 13 dicembre 1987, sostituendo il portiere titolare Franco Tancredi, colpito da un petardo lanciato dagli spalti. La stagione successiva, nonostante la giovane età, si propone come alternativa allo stesso Tancredi collezionando 12 presenze in campionato, 7 in Coppa Italia e una in Coppa UEFA. Nell'annata 1989-1990, a 19 anni, passa in prestito al Verona con cui affronta il suo primo campionato da titolare. In maglia scaligera, con cui colleziona 29 presenze, il portiere sfodera prestazioni convincenti, segnalandosi tra l'altro per aver respinto un rigore a Roberto Mancini nei minuti finali della gara di ritorno contro la Sampdoria: con quella parata — da lui ritenuta tra le più belle della propria carriera — trascina il Verona a un'importante vittoria che, per la prima volta in stagione, risolleva il club dall'ultimo posto in classifica, mantenendo vive le possibilità di permanenza nella massima serie; tuttavia, nel contesto di una squadra dal basso valore tecnico e per giunta preda di problemi finanziari, Peruzzi non riesce a evitare a fine stagione la retrocessione in Serie B. Peruzzi (in piedi, primo da sinistra) nel Verona della stagione 1989-1990 Torna in forza alla Roma per il campionato 1990-1991, iniziato da titolare. Tuttavia, dopo tre giornate, risulta protagonista insieme ad Andrea Carnevale di un episodio di doping: trovato positivo alla fentermina, viene squalificato per dodici mesi. Juventus 1991-1995 Scontata la squalifica, nella stagione 1991-1992 passa per 4,5 miliardi di lire alla Juventus, in cui si affermerà — dopo un periodo di assestamento — come uno dei migliori portieri della sua generazione. Nella prima stagione è chiamato a fare da riserva a Stefano Tacconi, il capitano della squadra, venendo designato fin dal principio a futuro erede del portiere umbro. Fa il suo esordio in maglia bianconera il 12 febbraio 1992, nella gara d'andata dei quarti di finale di Coppa Italia contro l'Inter, e da lì in poi disputerà il resto del torneo da titolare, con ottimo rendimento: spiccano, fra gli altri episodi, la sua prestazione nel retour match coi nerazzurri, in cui resta in campo per tutta la gara malgrado la frattura del naso («bisogna concludere che la sua soglia del dolore è altissima», ha poi sentenziato il medico sociale), e il rigore parato a Franco Baresi durante la semifinale di ritorno contro il Milan. Giunta in finale, la Juventus viene superata dal Parma con un complessivo 2-1 nonostante la vittoria nella partita di andata. Peruzzi all'inizio della stagione 1992-1993, la sua seconda alla Juventus e la prima da titolare della porta bianconera. Oltre che in Coppa Italia, Peruzzi colleziona 6 presenze anche in campionato, venendo promosso titolare a partire dalla gara contro la Roma del 18 aprile 1992, valida per la 29ª giornata: l'episodio getta le basi per il definitivo avvicendamento tra i portieri bianconeri, sfociato nell'addio di Tacconi a fine stagione. Dall'annata successiva Peruzzi è dunque titolare fisso e, pur non disputando una grande stagione sul piano personale, ottiene il primo successo internazionale, con la vittoria in Coppa UEFA. L'anno seguente, nonostante un avvio incerto — che comunque non scalfisce la fiducia che il tecnico Trapattoni nutre nei suoi confronti — e il rischio di vedersi affibbiata l'etichetta di «eterna promessa», migliora il proprio rendimento a tal punto da candidarsi al ruolo di terzo portiere della nazionale italiana al campionato del mondo 1994, pur restando infine escluso dall'elenco dei convocati. La stagione 1994-1995, che vede Marcello Lippi sulla panchina della squadra, è per Peruzzi quella della definitiva affermazione: sottoposto a metodi di allenamento più specifici, il portiere esperisce un miglioramento sul piano tecnico e atletico che, oltre a porre le basi per le sue eccellenti prestazioni negli anni a seguire, gli vale l'esordio in nazionale, di cui diverrà titolare fisso a partire dal settembre 1995: un risultato peraltro profetizzato da Lippi, convinto che Peruzzi sarebbe presto diventato la prima scelta in maglia azzurra. Al termine della stagione, il portiere bianconero vince inoltre il suo primo scudetto, cui fa seguito la vittoria della Coppa Italia: nuovamente opposta al Parma, questa volta la Juventus si impone con un complessivo 3-0. 1995-1999 Peruzzi (a sinistra) festeggiato da Del Piero al termine della finale di UEFA Champions League 1995-1996, in cui il portiere si rivelò decisivo nel vittorioso epilogo ai rigori: «L'unica cosa che stonava era quella maglia gialla con le stelle blu. Non mi piaceva. Sono sempre stato un tradizionalista: grigio o nero, come Zoff». Nella stagione 1995-1996 vince la Supercoppa italiana, battendo ancora il Parma, e soprattutto la Champions League; nella finale di Roma contro l'Ajax non appare immune da colpe in occasione del gol di Jari Litmanen, ma dopo che i tempi regolamentari e supplementari si chiudono sull'1-1, Peruzzi si riscatta ai tiri di rigore neutralizzando le conclusioni di Edgar Davids e Sonny Silooy, e risultando così decisivo per la conquista della coppa. Nella stagione seguente diviene vicecapitano della squadra; in questa veste, complice il lungo infortunio che tiene lontano dai campi Antonio Conte, solleva con la fascia al braccio la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa UEFA, rispettivamente contro River Plate e Paris Saint-Germain. Oltre a ciò, conquista il suo secondo scudetto e giunge nuovamente in finale di Champions League, in cui la Juventus è sconfitta dal Borussia Dortmund: autore di parate decisive nei turni precedenti — in particolar modo nella semifinale di ritorno contro l'Ajax, in cui aveva compiuto, a suo giudizio, l'intervento più difficile della sua carriera su un colpo di testa di Winston Bogarde —, nell'ultimo atto del torneo Peruzzi incappa in una prestazione poco brillante, subendo peraltro uno dei più bei gol nella storia delle finali europee, un pallonetto con cui Lars Ricken fissa il risultato sul 3-1 per i tedeschi. Peruzzi, nell'occasione capitano juventino, solleva la Supercoppa UEFA 1996. Reduce comunque da un'annata di alto profilo, l'estremo difensore juventino consegue diversi riconoscimenti individuali, tra cui il premio di migliore portiere AIC, il Guerin d'oro e l'inserimento nella squadra ideale di France Football; ottiene inoltre il secondo posto (alle spalle del paraguaiano José Luis Chilavert) nella corsa al titolo di portiere dell'anno IFFHS e la candidatura al Pallone d'oro (29ª posizione). Nella stagione 1997-1998, iniziata con la conquista della Supercoppa italiana, è campione d'Italia e finalista di Champions League per l'ultima volta in carriera: nell'atto conclusivo del torneo continentale, la Juventus si arrende al Real Madrid (0-1). Per il secondo anno consecutivo, Peruzzi viene eletto miglior portiere della Serie A e classificato fra i primi dieci al mondo. Ormai annoverato tra i più forti numeri 1 nella storia del club torinese, nel 1998-1999 gioca il suo ultimo campionato a difesa della porta bianconera: nel corso della stagione, rivelatasi deludente sul piano dei risultati, matura infatti l'intenzione di chiudere la sua esperienza juventina, sia per ragioni economiche sia per la ricerca di nuovi stimoli. Lascia Torino dopo 301 presenze complessive tra campionato e coppe, sostituito da Edwin van der Sar tra i pali bianconeri. Inter e Lazio Per la stagione 1999-2000 si trasferisce all'Inter, che lo acquista dalla Juventus per 28 miliardi di lire, seguendo il suo allenatore Marcello Lippi e rimpiazzando Gianluca Pagliuca quale nuovo numero 1 del club lombardo. L'ottimo rendimento sul piano personale — finanche «straordinario» nella prima parte di campionato —, in controtendenza rispetto alla scialba annata della squadra, gli vale la più alta media della Serie A nelle pagelle della giornalaccio rosa dello Sport; ciononostante, la sua militanza in nerazzurro dura un solo anno, in cui il portiere totalizza 38 presenze. Infatti nell'estate 2000, da una parte il ritorno a Milano dell'emergente Sébastien Frey reduce da una positivo prestito al Verona, e su cui l'Inter sceglie di puntare per motivi anagrafici ed economici, e dall'altra la volontà di Peruzzi di riavvicinarsi alla natìa Blera per ragioni familiari, determinano la sua cessione alla Lazio in cambio di 33 miliardi più il cartellino di Marco Ballotta. Peruzzi (in piedi, secondo da destra) alla Lazio nella stagione 2000-2001 In maglia biancoceleste prende il posto del più anziano Luca Marchegiani, il quale diviene la sua riserva, e nell'arco di sette anni colleziona 226 presenze, vincendo due trofei: la Supercoppa italiana 2000 contro l'Inter (4-3) e la Coppa Italia 2003-2004 contro la Juventus (2-0 e 2-2 nella doppia finale); il miglior risultato ottenuto in campionato è invece il terzo posto delle stagioni 2000-2001 e 2006-2007. Autore di prestazioni di grande spessore, in qualche occasione indossa anche la fascia da capitano. Il 20 maggio 2007, un mese dopo aver annunciato il suo imminente ritiro, disputa l'ultima presenza della carriera, a 37 anni, subentrando nei minuti finali di Lazio-Parma (0-0). Si ritira dopo 620 incontri da professionista con i club (478 in Serie A). Il rendimento offerto nella sua ultima stagione da calciatore verrà premiato con la conquista del terzo Oscar del calcio AIC come miglior portiere. Nazionale Nazionali giovanili Entra nel giro della nazionale Under-21 sul finire del 1988, quando viene convocato da Cesare Maldini per l'amichevole contro Malta del 21 dicembre, terminata 8-0. Esordisce con gli azzurrini il 18 gennaio 1989, sempre in amichevole, nel 2-2 contro la Turchia. Durante le successive qualificazioni al campionato d'Europa 1990, la porta azzurra è inizialmente affidata a Valerio Fiori e Giuseppe Gatta, mentre Peruzzi ottiene la titolarità in occasione della fase finale del torneo, in cui l'Italia viene eliminata dalla Jugoslavia in semifinale. Scontata la squalifica comminatagli sul finire del 1990, è convocato anche per il vittorioso campionato d'Europa 1992, in cui fa da riserva a Francesco Antonioli. Nello stesso anno prende parte, sempre come vice di Antonioli, al torneo olimpico di Barcellona 1992, in cui l'Italia è eliminata dai padroni di casa della Spagna ai quarti di finale. Conta 10 presenze nell'Italia Under-21 (8 le reti concesse) e 2 nella selezione olimpica (con 1 gol subìto). Nazionale maggiore «È un peccato che non abbia potuto giocare un Mondiale da titolare e credo lo meritasse. Ogni tanto pensavo che avere in panchina un portiere con le qualità, umane e tecniche, di Peruzzi fosse uno spreco.» (Gianluigi Buffon) 1995-1999 Peruzzi (in piedi, primo da destra) agli esordi con la nazionale maggiore nel 1995 Escluso in extremis dall'elenco dei convocati per il campionato del mondo 1994 (gli viene preferito, come terzo portiere, Luca Bucci), esordisce in nazionale A il 25 marzo 1995, a 25 anni, in sostituzione dell'infortunato Gianluca Pagliuca: la partita è Italia-Estonia (4-1), valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1996. A partire dal settembre dello stesso anno, Peruzzi viene promosso titolare dal commissario tecnico Arrigo Sacchi, e difende la porta azzurra durante l'Europeo, in cui l'Italia viene eliminata al primo turno. Con l'arrivo di Cesare Maldini sulla panchina azzurra, Peruzzi è confermato titolare e convocato in questa veste per il campionato del mondo 1998, ma uno «stiramento al gemello interno della gamba sinistra», subìto a pochi giorni dall'inizio della competizione, gli impedisce di prendervi parte; al suo posto giocherà Pagliuca. Al termine del suddetto Mondiale, una volta ripresosi dall'infortunio, Peruzzi viene inizialmente confermato titolare dal nuovo CT Dino Zoff, ma nel giro di un anno è scavalcato dall'emergente Gianluigi Buffon, che prima lo sostituisce approfittando di alcuni suoi acciacchi, e poi viene confermato quale numero 1 dell'Italia anche dopo il completo recupero del collega: ciò determina, insieme all'ascesa di Francesco Toldo a prima riserva di Buffon, un temporaneo congedo di Peruzzi dal giro azzurro. Peruzzi in azzurro nel 1997, in azione durante le qualificazioni al campionato del mondo 1998. Pur avendo la possibilità di rientrare nel gruppo per la fase finale del campionato d'Europa 2000, Peruzzi rifiuta amareggiato la convocazione, essendo destinato sulla carta al ruolo di terza scelta: una decisione che, a posteriori, gli impedirà di contendere a Toldo il posto da titolare, poiché — come rivelatogli tempo dopo da Zoff — l'improvviso forfait di Buffon per infortunio, a pochi giorni dall'inizio del torneo, avrebbe verosimilmente incrementato le sue possibilità di impiego. 2004-2006 Dopo cinque anni di assenza (l'ultima chiamata risaliva al 10 febbraio 1999), rientra in nazionale durante la gestione di Giovanni Trapattoni, scendendo in campo nell'amichevole del 28 aprile 2004 contro la Spagna e accettando, pur dopo qualche tentennamento, la convocazione come riserva per il campionato d'Europa 2004, in cui l'Italia non va oltre la fase a gironi. La scelta di affiancare un altro veterano agli esperti Buffon e Toldo — a discapito dell'emergente Ivan Pelizzoli, e in controtendenza rispetto alla prassi azzurra di affidare il ruolo di terzo portiere a «un giovane in rampa di lancio» — apparirà dovuta alla stagione sottotono di questi ultimi, da anni le prime due scelte per la difesa della porta italiana, ma ora incalzati da un concorrente in ottima forma; ciò, unitamente alla poca propensione di Peruzzi a fare da comprimario, alimenterà dubbi in merito alle gerarchie degli estremi difensori: mentre da un lato la titolarità di Buffon non sarà comunque messa in discussione, dall'altro non risulterà chiaro chi fosse il suo secondo effettivo nelle intenzioni del CT. Un anno dopo, sotto la guida di Marcello Lippi, Peruzzi indossa la fascia da capitano nell'amichevole dell'8 giugno 2005 contro Serbia e Montenegro, e nei mesi seguenti disputa le sue ultime 3 gare in maglia azzurra, valide per le qualificazioni al campionato del mondo 2006. Convocato come vice-Buffon per la fase finale del torneo, il 9 luglio 2006 si laurea campione del mondo all'età di 36 anni; pur senza scendere in campo, nell'occasione si distingue come figura di spicco dello spogliatoio azzurro, guadagnandosi l'apprezzamento dei più giovani compagni di squadra. Conclude la sua carriera in nazionale con 31 presenze e 17 reti subite. Dopo il ritiro Dal 2008 al 2010 fa parte dello staff della nazionale, come collaboratore tecnico del CT Marcello Lippi. Il 22 ottobre 2010 è stato nominato vice allenatore della nazionale Under-21, all'interno dello staff guidato da Ciro Ferrara. Il 2 luglio 2012 segue il tecnico napoletano alla Sampdoria, dove diventa il vice della squadra blucerchiata; tuttavia, complici alcuni risultati negativi inanellati, il successivo 17 dicembre Ferrara viene esonerato con lo stesso Peruzzi. Nel luglio 2016 torna alla Lazio in veste dirigenziale, andando a ricoprire il ruolo di club manager della squadra romana. Mantiene l'incarico per il successivo lustro, prima di rassegnare le proprie dimissioni nell'estate 2021 a causa di sopravvenuti attriti con il presidente biancoceleste Claudio Lotito. Fuori dal calcio, nel 2010 è stato eletto consigliere comunale del Comune di Blera, paese in cui è nato e dove è tornato a risiedere al termine della propria carriera agonistica. Palmarès Giocatore Orlando, Roberto Baggio e Peruzzi festeggiano il successo della Juventus nella Coppa Italia 1994-1995 (in alto), e Ravanelli, Peruzzi, Rampulla e Sousa con la Champions League 1995-1996 vinta dal club bianconero (in basso). Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 3 - Roma: 1990-1991 - Juventus: 1994-1995 - Lazio: 2003-2004 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1994-1995, 1996-1997, 1997-1998 Supercoppa italiana: 3 - Juventus: 1995, 1997 - Lazio: 2000 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 UEFA Champions League: 1 - Juventus: 1995-1996 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1996 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1996 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992 Campionato mondiale: 1 - Germania 2006 Individuale Oscar del calcio AIC: 3 - Migliore portiere: 1997, 1998, 2007 Guerin d'oro: 1 - 1996-1997 (ex aequo con Gianluca Pagliuca e Lilian Thuram) Squadra dell'Anno ESM: 2 - 1996-1997, 1997-1998 Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 23 ottobre 2006. Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana — 12 dicembre 2006. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.
  15. NELLO GOVERNATO https://it.wikipedia.org/wiki/Nello_Governato Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.09.1938 Luogo di morte: Roma Data di morte: 08.06.2019 Ruolo: Direttore Sportivo Direttore sportivo della Juventus dal 1990 al 1992 Nello Governato (Torino, 14 settembre 1938 – Roma, 8 giugno 2019) è stato un giornalista, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Nello Governato Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1973 Carriera Giovanili Torino Squadre di club 1957-1961 Como 80 (23) 1961-1966 Lazio 128 (9) 1966 → Inter 0 (0) 1966-1967 → Lanerossi Vicenza 16 (0) 1967-1971 Lazio 107 (7) 1971-1973 Savona 35 (2) Carriera Calciatore Prodotto del vivaio del Torino, Governato arriva alla Lazio, proveniente dal Como nel 1961. La sua prima avventura nei biancocelesti della capitale dura fino al 1966. Viene ceduto all'Inter dove però non trova spazio in squadra: i nerazzurri, senza averlo mai utilizzato, lo girano a novembre al Lanerossi Vicenza. Torna alla Lazio nel 1967 dove rimane fino al 1972 quando viene ceduto al Savona. Governato nel complesso viene ricordato come una delle "bandiere" della Lazio con 251 presenze complessive (235 in Campionato, 14 in Coppa Italia e 2 in Coppa delle Fiere) e 17 reti (16, 1, 0). Dirigente sportivo Dopo aver terminato la carriera sui terreni di gioco, Governato inizia una seconda vita dietro alle scrivanie, che pure gli regalerà alcune soddisfazioni. Nel 1983 viene chiamato una prima volta dalla Lazio in qualità di direttore sportivo. Due anni dopo va a ricoprire lo stesso incarico al Bologna, e successivamente nella Juventus e nella Fiorentina. Negli anni novanta la sua carriera è strettamente legata a Sergio Cragnotti che, al suo avvento, gli affida nuovamente il ruolo di direttore sportivo con l'obiettivo di costruire la squadra che poi trionferà in Italia, ottenendo il secondo scudetto, e in Europa, portando a Roma la Coppa delle Coppe (nota per essere stata l'ultima edizione disputata nella storia del trofeo) e la Supercoppa UEFA. Giornalista e scrittore Parallelamente alla carriera dirigenziale, sbocco abbastanza comune per molti calciatori, Governato si distingue da buona parte dei suoi ex colleghi per una certa perizia con la penna. Diventa infatti giornalista, fino ad approdare alla redazione romana di Tuttosport. Ma non basta: nel 1976 dà alle stampe, presso la casa editrice SEI di Torino, la sua prima opera letteraria: "Un caso da gol - romanzo verità", scritta a quattro mani con Gianpaolo Ormezzano, che denota una certa dimestichezza con la narrazione di fatti, cose e persone legate allo sport. Dopo la lunga parentesi dovuta all'attività dirigenziale, Governato ritorna a scrivere: nel 2004 esce per Rizzoli "Gioco sporco", un testo che denuncia alcuni mali del calcio contemporaneo, anticipando molti retroscena e descrivendo alcune delle dinamiche che sarebbero venute pienamente alla luce con lo scandalo calcistico del 2006. Nel febbraio del 2007 esce presso Mondadori il romanzo La partita dell'addio che narra - in chiave romanzata ma rispettosa degli accadimenti storici - la vicenda di Matthias Sindelar, il campione di calcio austriaco che rifiutò di giocare nella squadra nazionale tedesca dopo l'annessione del suo paese ad opera dei nazisti. Nel 2011 esce presso Mondadori Il sindaco pescatore, dedicato alla vicenda di Angelo Vassallo, sindaco del comune di Pollica nel Cilento assassinato nel 2010 per essersi opposto alla camorra, scritto a quattro mani con il fratello di Angelo, Dario Vassallo. Da questo libro nel 2016 è stato tratto l'omonimo film per la tv con la regia di Maurizio Zaccaro e Sergio Castellitto nel ruolo del protagonista. È morto a Roma l'8 giugno 2019 all'età di 80 anni. Il nome di Nello Governato è legato anche a un errore commesso in un album Calciatori Panini: nell'album del 1963/64, infatti, quando Governato militava nella Lazio, la Panini utilizzò, per la sua figurina, l'immagine di Governato pubblicata nell'album Assi del calcio 1960/61 della Lampo, ma in tale figurina non era ritratto Governato, bensì il suo compagno di squadra del Como, il difensore Bruno Ballarini, lo storico capitano comasco che, tra l'altro, non assomigliava per nulla a Governato. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Lazio: 1968-1969 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Lazio: 1971
  16. CHIELLINI DROPS BIGGEST MLS HINT YET AFTER JUVENTUS EXIT https://football-italia.net/chiellini-drops-biggest-mls-hint-yet-after-juventus-exit/
  17. DYBALA BREAKS DOWN AS HE SAYS GOODBYE TO JUVENTUS FANS https://football-italia.net/dybala-breaks-down-as-he-says-goodbye-to-juventus-fans/
  18. DYBALA SALUTES JUVENTUS FANS, BUT REFUSES TO DROP TRANSFER HINT https://football-italia.net/dybala-salutes-juventus-fans-but-refuses-to-drop-transfer-hint/
  19. ROBERTO BAGGIO «Non avevo nulla contro i bianconeri, è che volevo restare a Firenze. E poi la società fece un gioco non bello. Mi vendette senza dirlo. Io dicevo ai tifosi che non sarei andato via e un bel giorno scoprii che, tenendomi all’oscuro di tutto, mi avevano ceduto. Si faceva così, allora. Poi si dava la colpa ai giocatori che volevano andar via per soldi. Balle, almeno nel mio caso. Io volevo restare per gratitudine per la gente di Firenze. Per i primi due anni non ho giocato. Mi hanno aspettato e voluto bene. Come fai a dimenticarli?».Caldogno è un piccolo paese alle porte di Vicenza. È stato fondato da Calderico Caldogno, consigliere militare di Federico Barbarossa. Diecimila abitanti, aria buona. Qui il 18 febbraio 1967 in via Marconi nr.3, alle ore 18:15, nasce Roberto Baggio. Il papà si chiama Florindo, la mamma Matilde. Sesto di otto fratelli: Gianna, Walter, Carla, Giorgio, Anna Maria, lui, Nadia, Eddy. Una grande e bella famiglia, molto sportiva. Il papà gioca qualche anno in una squadretta di calcio dilettanti, ma diventa ciclista. Florindo ama molto la bici.Il più piccolo dei fratelli di Roberto si chiama Eddy in onore di Merckx. Ma non è l’unico nome “dedicato” a uomini dello sport: Walter si chiama come Speggiorin, attaccante del Vicenza. Giorgio è un omaggio a Chinaglia, centravanti della Lazio e della nazionale. E poi, lui, Roberto. Perché Roberto? Papà Florindo aveva due idoli: Boninsegna dell’Inter e Bettega della Juve. Quindi Roberto, come loro.Roberto è un bambino esile e molto sensibile. «Piangevo quando sentivo passare le ambulanze».Un po’ timido, il giusto. Abbastanza testardo, un malato di calcio. Gioca con tutto quello che trova: palline da tennis, carta bagnata e poi indurita sul termosifone. Gioca nel corridoio della sua casa, fa gol da solo (nella porta aperta del bagno), urla e poi si fa la radiocronaca. Per i suoi amici e subito Roby. Ma anche “Guglielmo Tell”, perché si allena a tirare le punizioni mirando i lampioni della strada. E li colpisce, inseguito poi dal maresciallo dei carabinieri.L’allenatore si chiama Zenere, è il fornaio del paese. Il vicepresidente è l’idraulico. Sul Campetto c’è una scritta a grandi caratteri: «Chi non si presenta non giocherà mai più».Roberto si presenta quasi sempre, gioca, si diverte e diverte tutti. E già un piccolo fenomeno. A Caldogno arrivano molti osservatori, lo prendono quelli del Vicenza. Nelle giovanili fa gol e assist: 120 partite, 110 reti.Uno dei suoi primi maestri, Giulio Savoini, lo coccola: «Tu sei il mio Zico».Va in panchina, in serie C1, a 16 anni. L’11 giugno 1983, ultima di campionato, Vicenza-Piacenza 0-1. Entra nella ripresa al posto del centrocampista Carlo Perrone.Nella stagione successiva Bruno Giorgi lo inserisce in prima squadra. Incanta con la sua fantasia e i suoi tocchi “brasiliani”. Lo chiamano nelle nazionali Under 16 e Juniores. Due campionati in C1. Nel primo solo 6 presenze e 1 gol. Nel secondo, anno 1984, sempre con Giorgi, è titolare. Segna, dà spettacolo, è inseguito dagli operatori del calcio mercato.Lo vuole la Samp di Mantovani, il presidente della Juve, Boniperti, lo sta per prendere. Ma s’inserisce il Conte Pontello della Fiorentina: ecco 2 miliardi e 700 milioni di lire. E fatta. Roberto ha 18 anni. Il 3 maggio 1985 due giorni dopo la firma gioca a Rimini (allenato da Arrigo Sacchi), segna il gol del Vicenza, poi si fa male. E un infortunio molto grave: rottura del crociato e del menisco della gamba destra. Un trauma terribile, rischia di non giocare più. Lo operano in Francia, intervento delicatissimo del professor Bousquet, il chirurgo dei campioni.Momento molto difficile, la Fiorentina lo aspetta. A Firenze trova amici e comprensione, conosce i campioni del mondo Antognoni e Oriali. Ma Roberto non gioca, ha pensieri neri e disperati. Il massaggiatore Pagni gli insegna a non avere fretta.Campionato 1986-87: primi sorrisi, primi gol. Debutta in serie A, contro la Samp di Roberto Mancini, magico numero 10. È il 21 settembre 1986. Sette giorni dopo, in allenamento, il ginocchio operato si spacca. Ancora in Francia, ancora operazioni. Altri tre mesi fermo, dolori e sconforto. Si riprende a fatica, rientra. Ma il destino è feroce: un’altra rottura, menisco. Torna in sala operatoria. Roberto ha solo vent’anni, è disperato e pensa: è finita, smetto con il calcio. Lo assiste mamma Matilde.Roberto racconterà: «La mamma era il mio angelo. Quanto mi è stata vicina, quanto mi ha aiutato. In ospedale, dopo le operazioni, stavo malissimo. Non potevo prendere antidolorifici e il dolore mi trapassava il cranio. Una volta mi sono girato verso di lei, che mi stava accanto, e le ho detto: “Mamma, sto malissimo. Se mi vuoi bene uccidimi perché io non ce la faccio più”. Lei mi accarezzava: “Non fare lo scemo, eh? Dai dai, tornerai come prima. Più bello e più forte”».Una mattina Roberto dice alla mamma: «Sì, torno e spacco tutto».Torna, ce la fa, gioca. Segna a Napoli, nella città di Maradona. Primo scudetto di Dieguito e primo gol di Roberto Baggio. Scrivono: «Una magica punizione, alla Maradona».Arriva la svolta, cambia tutto, la vita, il futuro, forse – scrivono – anche il destino. Roberto Baggio, con il suo calcio dal sorriso tenero e semplice, entra nel cuore della Fiorentina e dei tifosi di tutta Italia. Gli vogliono bene e lui ricambia con le sue meraviglie.La Fiorentina lo porta in Nazionale, il primo gol contro l’Uruguay. Si sposa con Andreina, che conosce da sempre. «Avevamo 15 anni, abitava vicino a casa mia, veniva nella mia scuola. Andreina all’inizio ha fatto fatica ad accettare la mia fede nel buddismo. Venivamo da famiglie cattoliche. Non era facile capire, per lei. Poi, quando ha capito che la fede per me era importante, si è avvicinata e abbiamo pregato insieme. La fede mi ha aiutato molto nella mia carriera. L’allenamento spirituale al coraggio mi ha fatto sopportare il dolore. Avevo male, sempre male. Ma non importava. Sono stato male molti anni, ma sono andato in campo. Se avessi dovuto giocare soltanto quando stavo bene, con quella gamba, con quelle ginocchia, avrei fatto due, tre partite all’anno. E invece ho resistito, mi è andata bene. Molti miei amici sono stati più sfortunati e hanno smesso subito».Roberto avanza con la sua classe, la sua poesia, è il sogno dei bambini. E dei grandi. Piace a tutti, va nella Juve che è stata di Sivori e Platini. Roberto lascia Firenze, ma l’amore per quella città e quei colori non finirà mai.Gli diranno: eppure te ne sei andato. Risposta: «Non me ne sono andato, mi hanno mandato via. Pontello aveva preso accordi con Agnelli, mi avevano venduto un anno prima. Quando Berlusconi provò ad acquistarmi, Agnelli gli rispose che poteva accordarsi su tutto, ma che Baggio era già bianconero…».La sua cessione nell’anno del Mondiale di Italia ‘90 scatena la rabbia dei tifosi viola: arresti, feriti, rabbia. Baggio è in ritiro a Coverciano con la Nazionale. L’atmosfera è elettrica, i tifosi contestano, il c.t. Azeglio Vicini fa chiudere il centro federale al pubblico. Roby cerca di concentrarsi solo sul Mondiale, convinto che arriverà il suo momento. C’è dualismo con Giannini, lui è un “dodicesimo di lusso”.L’Italia gioca due partite, Roby non c’è. La gente e i critici lo invocano. Entra, in coppia con Schillaci, nella terza gara contro la Cecoslovacchia ed è subito spettacolo. Il 19 giugno 1990, a Roma, cominciano le “Notti Magiche”. Roberto segna uno dei suoi gol più belli.Semifinale con l’Argentina: entra sull’1-1, sfiora un gol. Supplementari e rigori, Baggio segna, Donadoni e Serena sbagliano. Argentina in finale, Germania campione.Dopo l’estate e le notti azzurre, ecco la Juve di Gigi Maifredi, un tecnico giovane che promette calcio nuovo e spregiudicato. E, soprattutto, divertente. Baggio con il 10 di Michel Platini è l’uomo giusto. Ma c’è il Milan di Arrigo Sacchi con il suo gioco moderno ed esaltante. La Juve non decolla.In dicembre arriva la Fiorentina, Baggio è da poco papà, è nata Valentina. L’emozione e i ricordi viola lo bloccano. Molte polemiche. La Juve precipita in classifica. E poi c’è quella storia del rigore di Firenze. Roberto si rifiuta di batterlo e questo complica ancora di più i rapporti con i tifosi bianconeri. Qualche giornale scrive: «Baggio a Firenze era di Firenze. A Torino è di nessuno».Quel rigore e quello slogan accompagnano per molti anni il suo percorso bianconero. La Juve richiama Giovanni Trapattoni. Costruisce una buona squadra, ma il Milan è travolgente. Roberto fatica, poi si sblocca, segna 18 volte e torna in Nazionale. Adesso il c.t. è Sacchi. Il Trapattoni-bis è un secondo posto.Il nuovo anno consacra Baggio: 4 gol all’Udinese, 3 al Foggia, doppiette a raffica. Stagione eccellente: 21 gol. Adesso è al centro di tutto. Conquista tifosi, Agnelli, Coppa Uefa, il Pallone d’oro. «Quando a vincere erano gli altri mi limitavo a pensare: beati loro. Oggi non lo so proprio. Qualcosa di importante l’ho fatto, se in tanti mi hanno scelto deve esserci una buona ragione. E poi un premio non è mai l’espressione di un giudizio definitivo su un calciatore: sono i risultati che decidono. Se fossi arrivato secondo in Coppa Uefa, se non avessi realizzato 5 goal tra le semifinali e le finali, non parleremmo di queste cose. Da un lato il Pallone d’Oro è un meraviglioso compagno di viaggio e di avventura; dall’altro, rappresenta un peso, anche se questa mia valutazione può apparire scontata. Le responsabilità sono aumentate. Ora la gente si aspetta che io giochi sempre al massimo e che dia spettacolo. Il sempre, però, non è possibile. Paura? No di certo. A farmi compagnia c’è sempre il gusto della sfida, la voglia di dimostrare a tutti, anche a me stesso, che sono all’altezza».Sul nome di Roberto Baggio vincitore del Pallone d’Oro sembravano d’accordo i critici sin dall’autunno, quando proprio da Parigi cominciavano ad arrivare le prime indiscrezioni sull’esito del referendum. E tuttavia Roberto aveva palesato le proprie perplessità. Questione, ovviamente, di scaramanzia: «Anche quando tutti sparavano titoli a nove colonne, io pensavo: Roby, attento, è in arrivo una fregatura. Spesso mi è tornata in mente la notte della finale bis contro il Borussia Dortmund: pioveva a dirotto, ricordate? Beh, anche in quella circostanza ho temuto che saltasse tutto. C’era una vocina dentro me che non stava mai zitta: per una volta che ti capita di vincere rinviano la partita. Le foto con il Pallone d’Oro le ho fatte con la speranza che il grande sogno si avverasse. Si è avverato, grazie al cielo».Stagione 1993-94, un’altra buona annata, regala pezzi magici agli amanti del bel gioco. Esulta e poi festeggia l’arrivo di Mattia, il secondogenito, va in America con Sacchi ai mondiali. Un sogno e un incubo. «Sacchi mi è stato vicino in un periodo nero. Per tre mesi ho giocato con uno stiramento. Non mi riconoscevo più. Poi a Foggia, contro Cipro, c’è stata la partita della svolta. Lì sono uscito dal tunnel».Roberto ha 27 anni, porta il codino, è Pallone d’oro, è titolare indiscusso della Nazionale. È concentratissimo e si prepara in segreto prima della partenza per gli Usa. Racconterà: «Non l’ho detto a nessuno, nemmeno a Sacchi».Il c.t. gli dice: «Roberto tu, per l’Italia, sei come Maradona per l’Argentina: fondamentale».Contro la Norvegia, il portiere Pagliuca è espulso e Sacchi fa entrare Marchegiani e toglie Roby. La reazione di Baggio è clamorosa, fa un gesto a Sacchi: «Questo è matto».Il Mondiale americano di Baggio è un tormento. Gianni Agnelli lo stuzzica da lontano: «Sembra un coniglio bagnato».Roby reagisce e segna con Nigeria, Spagna e Bulgaria e porta in finale l’Italia con il Brasile. Pasadena, 17 luglio, ore 12:30, caldo torrido. 0-0, supplementari, rigori. Sbagliano Franco Baresi e Roberto Baggio, i due più bravi rigoristi italiani, e il Brasile è campione. Pazzesco! Baggio dirà: «Nella mia carriera ho sbagliato dei rigori, ma non li ho mai calciati alti. Quella è stata l’unica volta che mi e successo. Ed è difficile riuscire a spiegare perché è andato là. Non lo so. Però è successo, fine. Sognavo quel giorno da bambino. E un sogno che s’infrange, che si rompe sul più bello e diventa un incubo».Il suo maestro spirituale Daisaku Ikeda, l’aveva previsto: «Quel Mondiale lo vincerai o lo perderai all’ultimo secondo».La stagione 1994-95 sarà la sua ultima in bianconero. C’è Marcello Lippi, Roby si fa male e va in panchina o in tribuna, avanza il giovanissimo Alessandro Del Piero. La Juve vince lo scudetto, grazie anche ai gol e agli assist di Baggio nella prima parte della stagione. Fa festa con la Juve, ma quella non è più la sua Juve.Finisce sul mercato, lo seguono in tanti, lui sceglie il Milan (che lo aveva cercato cinque anni prima). Spiega: «È il club che mi ha voluto di più e me lo ha fatto capire meglio».Il grande Milan di Capello vince, dopo una stagione di pausa, ancora lo scudetto. Per Fabio è il quarto in cinque anni, per Roby il secondo di fila con due squadre diverse. Una bella stagione, i tifosi rossoneri, subito in sintonia con il Divin Codino, lo eleggono giocatore dell’anno, anche se è spesso sostituito.Il secondo anno rossonero è segnato da Oscar Washington Tabarez, uruguaiano. Tabarez fallisce, è esonerato. Al Milan torna Arrigo Sacchi. Va tutto male e Baggio soffre la panchina. A fine aprile 1997, Cesare Maldini lo riporta in Nazionale. A Napoli, Italia-Polonia, valida per le qualificazioni ai Mondiali 1998. 3-0: lui segna un gol splendido.Arrivi e partenze al Milan. Torna Capello, lascia Baggio. Per lui non c’è più spazio. Si arriva, anche con il Milan, alla separazione consensuale. In estate, un anno prima del Mondiale in Francia, Baggio sembra finito. Non è così.La nuova destinazione, Bologna, lo riporta in corsa. Il suo obiettivo principale è sempre la Nazionale, forse la sua unica e vera maglia. Cesare Maldini lo richiama in azzurro. Bologna è un momento positivo e importante. I rapporti con l’allenatore Renzo Ulivieri non sono semplici, ma il bilancio personale di Baggio è strepitoso: 22 gol, il suo record in A.Prenota Francia ‘98. Il c.t. Maldini è raggiante. Con un Baggio così… Dovrebbe essere lui il titolare. Ma c’è Del Piero (21 gol in campionato) che reclama una maglia. Il Mondiale francese è segnato dal dualismo Baggio-Del Piero. Ma è una nuova delusione. Roberto segna contro il Cile e l’Austria, sfiora il Golden gol contro la Francia ai quarti. L’Italia esce ai rigori, battuta dai francesi.E Baggio si rimette in viaggio. Nell’estate 1998, dopo una sola stagione, lascia Bologna e torna a Milano, stavolta all’Inter. Due campionati nerazzurri tormentati da molti infortuni (Ronaldo su tutti) e dai troppi cambi di panchina (Simoni, Lucescu, Hodgson, Castellini, Lippi). Roby non riesce a dare il massimo. Da ricordare i due gol in Champions al Real Madrid campione d’Europa. Poi, altri buoni colpi, emozioni ma – soprattutto – scontri con Marcello Lippi.Nell’estate 2000, Gino Corioni, presidente del Brescia, lo convince: «Vieni da noi».Baggio incontra Carlo Mazzone, un bellissimo rapporto di stima e amicizia. Sor Cadetto lascia Roby libero di inventare. E allora arrivano i gol in un Brescia che fa ruotare Toni, Di Biagio, Pirlo e Guardiola. Baggio si ritrova in testa alla classifica dei marcatori, con 8 gol nelle prime 9 giornate.Sogna il Mondiale con la Nazionale (c’è Trapattoni alla guida) in Corea e Giappone. Ma il destino lo ferma: cede il ginocchio sinistro. La riabilitazione è da record, ritorno in campo dopo 76 giorni, in tempo per segnare 3 gol nelle ultime 3 partite. Ma Trapattoni non lo può più aspettare.La delusione è grande, ma Roberto decide di andare ancora avanti. Gioca altri due anni, taglia il traguardo dei 200 gol (poi saranno 205). Un’ultima passerella azzurra a Genova con la Spagna. Il 16 maggio 2004, a San Siro, la “Scala del calcio”, si conclude la luminosa carriera del violinista Baggio: la gente canta e balla per lui. E un grande abbraccio a uno dei campioni più amati.La giornalaccio rosa titola: «Sei stato un mito, sei stato Baggio».Lucio Dalla, poeta e cantautore, dice: «A veder giocare Baggio ci si sente bambini… Baggio è l’impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo».Se ne va. L’anno dopo nasce Leonardo, il terzo figlio. Poi, dopo un lungo periodo di riflessione, torna. A Coverciano, dove ha vissuto una vita azzurra. Ha preso il posto di Azeglio Vicini, il suo commissario tecnico a Italia ‘90. Riparte dall’azzurro.Baggio è stato di tutti e di nessuno. O forse è stato solo una magia azzurra, come quella porta nel cielo. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/roberto-baggio.html#more
  20. ROBERTO BAGGIO https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Baggio Nazione: Italia Luogo di nascita: Caldogno (Vicenza) Data di nascita: 18.02.1967 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Divin codino - Coniglio bagnato - Raffaello Alla Juventus dal 1990 al 1995 Esordio: 01.09.1990 - Supercoppa italiana - Napoli-Juventus 5-1 Ultima partita: 21.05.1995 - Serie A - Juventus-Parma 4-0 200 presenze - 115 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Pallone d'oro 1993 Roberto Baggio (Caldogno, 18 febbraio 1967) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista, vicecampione del mondo con la nazionale italiana nel 1994. Soprannominato Raffaello per l'eleganza dello stile di gioco e Divin Codino per la caratteristica acconciatura, è ritenuto uno dei migliori giocatori nella storia del calcio. Con le squadre di club ha conquistato due scudetti (1994-1995 e 1995-1996), una Coppa Italia (1994-1995) e una Coppa UEFA (1992-1993). In nazionale ha preso parte a tre Mondiali (Italia 1990, Stati Uniti 1994 e Francia 1998), sfiorando la vittoria dell'edizione 1994: dopo avere trascinato l'Italia in finale con cinque gol decisivi, fu uno dei tre azzurri a sbagliare il proprio tiro di rigore nella partita conclusiva del torneo persa contro il Brasile. Pur non avendo mai vinto la classifica dei marcatori, è il settimo realizzatore del campionato di Serie A con 205 gol. Prolifico anche in nazionale, con 27 reti in 56 partite, è quarto tra i migliori realizzatori in maglia azzurra, a pari merito con Alessandro Del Piero; inoltre, con nove gol realizzati nei Mondiali, è il miglior marcatore italiano nella competizione iridata (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri), nonché l'unico ad avere segnato in tre diverse edizioni. A livello individuale ha conseguito numerosi riconoscimenti, tra cui il FIFA World Player e il Pallone d'oro nel 1993 e l'edizione inaugurale del Golden Foot nel 2003. Occupa la 16ª posizione (primo italiano) nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata da World Soccer nel 1999, ed è stato inserito da Pelé nel FIFA 100, la lista dei 125 più grandi calciatori viventi divulgata nel 2004. Oltre a ciò, è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2011 e nella Walk of Fame dello sport italiano nel 2015. Durante la carriera ha diviso a metà la critica tra ammiratori e oppositori. Roberto Baggio Baggio con la nazionale italiana nel 1990 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 16 maggio 2004 Carriera Giovanili 1974-1980 Caldogno 1980-1983 Lanerossi Vicenza Squadre di club 1982-1985 Lanerossi Vicenza 36 (13) 1985-1990 Fiorentina 94 (39) 1990-1995 Juventus 200 (115) 1995-1997 Milan 51 (12) 1997-1998 Bologna 30 (22) 1998-2000 Inter 41 (9) 2000-2004 Brescia 95 (45) Nazionale 1984 Italia U-16 4 (3) 1988-2004 Italia 56 (27) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Italia 1990 Argento Stati Uniti 1994 Biografia Baggio nel 2013 È il sesto degli otto figli di Florindo Baggio (1931-2020) e Matilde Rizzotto; tra questi vi è Eddy (1974), anche lui ex calciatore pur senza avere raggiunto i livelli del più noto fratello maggiore, con una carriera trascorsa prettamente nelle serie minori italiane. Il padre, appassionato di calcio e di ciclismo, lo chiamò Roberto in onore di Boninsegna. Avvicinatosi al calcio fin da piccolo, il suo idolo era Zico. A due mesi dalla fine degli studi decide di andare in ritiro con il L.R. Vicenza e per questo non consegue il diploma. Dalla sua unione con Andreina, sposata nel 1989, sono nati tre figli. Dapprima cattolico, si è in seguito avvicinato al buddhismo, aderendo alla Soka Gakkai dal 1º gennaio 1988. In seguito ha aperto un centro della Soka Gakkai in un locale di sua proprietà e una sala di riunione a Thiene; nell'ottobre 2014 ha inoltre inaugurato a Corsico il più grande centro culturale buddista d'Europa. È proprietario di un'azienda agricola in Argentina e dal novembre 1991 al settembre 2012 ha gestito un negozio di articoli sportivi a Thiene, chiamato Roberto Baggio Sport, chiuso per la crisi economica. Eddy Baggio, fratello minore di Roberto, divenuto anche lui calciatore con una discreta carriera nelle serie minori. Nel dicembre 1994, con un guadagno annuo di circa 8,6 miliardi di lire (5,3 di contratto e 3,3 di entrate pubblicitarie), fu il primo calciatore a entrare tra i quaranta sportivi più pagati del mondo secondo Forbes. Nel febbraio 1997 fu convocato come testimone dalla Guardia di Finanza a seguito di una truffa internazionale ai suoi danni, e nella quale perse circa 7 miliardi, in un investimento su una miniera in Perù gestita da una banca caraibica e da promotori italiani. Ha scritto un'autobiografia, pubblicata nel 2001, col titolo Una porta nel cielo, nella quale ripercorre la carriera, il rapporto con la fede buddhista, e approfondisce i complicati rapporti avuti con alcuni allenatori (Arrigo Sacchi, Renzo Ulivieri e Marcello Lippi), spendendo parole di elogio per altri (Giovanni Trapattoni, Luigi Simoni, Luigi Maifredi, Óscar Tabárez e Carlo Mazzone). Impegno nel sociale Ambasciatore FAO, ha preso parte a numerose iniziative benefiche. Il 9 novembre 2010 gli è stato assegnato il Peace Summit Award 2010, riconoscimento assegnato annualmente da una commissione composta dai Premi Nobel per la pace alla personalità più impegnata verso i più bisognosi, per «il suo impegno forte e costante alla pace nel mondo e le relative attività internazionali». Popolarità Molto popolare sia in Italia che all'estero, Baggio è stato protagonista di diversi spot pubblicitari: si ricordano in particolare quelli del 2000 per Wind e del 2001 per Johnnie Walker, entrambi incentrati sul tiro di rigore fallito nella finale del campionato del mondo 1994. Gli sono state dedicate poesie, canzoni e opere teatrali, inoltre parte della sua vita viene raccontata nel film Il Divin Codino del 2021. È possibile trovare riferimenti alla sua figura anche in fumetti e cartoni animati; in quest'ultimo caso, è stato omaggiato in episodi di Che campioni Holly e Benji!!! e Sailor Moon. È stato inoltre oggetto di imitazioni satiriche. Controversie Il rapporto tra Baggio (a sinistra) e l'allenatore Marcello Lippi (a destra) ha avuto vari dissidi, nati alla Juventus e poi deflagrati all'Inter. Baggio ha avuto dissapori con quasi tutti i suoi allenatori. Tra i primi, quello con Sven-Göran Eriksson alla Fiorentina, perché il tecnico svedese voleva cederlo in prestito al Cesena per fargli fare esperienza, e perché voleva schierarlo ala destra, e quello con Giovanni Trapattoni, suo tecnico dapprima nella Juventus (1991-1994) e poi nell'Italia (2000-2004), il quale era solito richiamarlo a fischi quando Baggio non tornava a centrocampo e che, inoltre, aveva accusato il calciatore di «non giocare per la squadra» dopo averlo sostituito in un Inter-Juve (3-1) dell'ottobre 1992. Cesare Maldini lo mandò più volte in panchina nell'Under-21. Alla Juventus ebbe forti contrasti con la dirigenza, formata dal trio Giraudo-Moggi-Bettega, oltre che con Marcello Lippi, che lo ha allenato sia in bianconero sia successivamente all'Inter. Nell'autobiografia, Baggio accusa Lippi d'avergli chiesto di fargli i nomi dei calciatori a lui contrari. Dinanzi al rifiuto di Baggio, il tecnico aveva reagito con un atteggiamento ostile. L'allenatore rispose affermando di non avere mai chiesto aiuto a Baggio «perché è una persona di cui non ho stima e che non reputo importante dal punto di vista umano» e dando mandato ai propri avvocati di avviare un'azione legale contro il giocatore, contro le «cattiverie e falsità» raccontate e minacciando di querelarlo. Al Milan, Baggio ebbe rapporti negativi sia con Fabio Capello, di cui, in seguito al suo passaggio al Real Madrid, disse che «nello spogliatoio non lo sopportava più nessuno», e che al suo ritorno al Milan disse a Baggio che «per lui non c'era più posto», sia con Arrigo Sacchi — che lo ha allenato sia in nazionale sia al Milan —, un tempo suo amico, che l'aveva fatto giocare in azzurro quando la Juventus era intenzionata a cederlo, reo d'averlo fatto allenare solo per «farlo entrare nel suo schema tattico». Al termine del rapporto con la società rossonera, sarebbe dovuto passare al Parma, ma l'attaccante Enrico Chiesa si oppose, inoltre il giocatore non rientrava nei piani tattici del tecnico degli emiliani Carlo Ancelotti: nonostante la volontà della famiglia Tanzi, proprietaria del club, l'affare non si concluse e il caso Baggio portò al licenziamento del direttore sportivo Riccardo Sogliano. Baggio passò allora al Bologna, dove cominciò un rapporto conflittuale con l'allenatore Renzo Ulivieri, che lo pose allo stesso livello di tutti gli altri calciatori. L'apice fu raggiunto nel gennaio 1998 quando il tecnico non lo schierò titolare contro la Juventus, comunicando la decisione al giocatore il giorno prima: Baggio lasciò il ritiro e non andò in panchina. Poco prima di questo incontro Ulivieri, in seguito agli scontri con Baggio, diede per la seconda volta le dimissioni (la prima volta, nell'agosto 1997, in seguito a un'amichevole persa contro l'Inter, l'allenatore aveva rassegnato le dimissioni sempre per dissapori con il calciatore), che però, come nel primo caso, vennero rifiutate. Caratteristiche tecniche Un giovane Baggio in acrobazia al Lanerossi nella stagione 1982-1983 Riconosciuto fin da giovane come «fuoriclasse», Baggio era un fantasista in grado di ricoprire più ruoli: ha giocato prevalentemente da seconda punta o trequartista, ma è stato talvolta schierato come prima punta (nel 4-3-3), come centravanti di manovra (nel 4-4-2) o come attaccante esterno (nel 4-3-3 e nel 3-4-3). Michel Platini, di cui Baggio raccolse l'eredità alla Juventus, lo descrisse come un «nove e mezzo» poiché lo considerava a metà strada tra un attaccante e un rifinitore, caratteristica che non di rado rese difficoltosa la sua collocazione tattica. Eccelso dal punto di vista tecnico, in particolar modo nel tocco di palla e nella precisione d'esecuzione, fu paragonato in tal senso a diversi numeri dieci del passato: il giornalista Gianni Brera propose spesso il confronto con Giuseppe Meazza, mentre Giovanni Trapattoni accostò il suo stile di gioco a quello di Zico, riscontrando inoltre affinità tecniche con il sopracitato Platini e con Juan Alberto Schiaffino. Era capace di impostare la manovra di gioco e di fornire assist ai compagni grazie alla sua visione di gioco e alla sua abilità nel fraseggio. Era inoltre rapido sia nello smarcarsi che nell'esecuzione dei tiri; possedeva infatti un tiro preciso e un innato fiuto del gol, doti che gli permisero di contribuire molto anche in fase realizzativa durante la carriera, peraltro condizionata da vari e gravi infortuni. In grado di calciare con entrambi i piedi, era più incline a usare il destro, ma si avvaleva spesso del sinistro per iniziare il dribbling, di cui era uno specialista. Era un calciatore agile, elegante e veloce, dalla fantasia e dalla qualità tecnica brillante, insolita per il calcio italiano, abituato a essere più fisico, tattico e meno tecnico; lo stesso Baggio ha affermato di non avere ricevuto alcun insegnamento tattico da giovane, muovendosi in campo secondo il proprio istinto. Baggio (n. 10) alla Juventus nel 1994, esultante dopo una rete di tacco siglata all'Udinese. Abile esecutore di calci piazzati (al punto da ispirare futuri specialisti come Andrea Pirlo), in Serie A è secondo solo a Francesco Totti per numero di reti segnate su rigore (68 su 83); è invece 4º, a pari merito con Totti, per quanto riguarda i gol realizzati su punizione, con 21 centri, dietro Siniša Mihajlović (28), Pirlo (27) e Alessandro Del Piero (22). Calciatore dal carattere controverso, sul campo gli è stata contestata una scarsa attitudine alla fase difensiva e la tendenza a comportarsi più da gregario che da leader, sebbene con le maglie di Juventus e Brescia si fosse conquistato questo ruolo. Fuori dal campo è introverso e mite. Carriera Giocatore Club Lanerossi Vicenza Baggio al Lanerossi nella stagione 1984-1985 Dopo avere iniziato nella squadra del suo paese, il Caldogno, dove si fa notare, all'età di 13 anni si trasferisce al Lanerossi Vicenza, a quel tempo in Serie C1, in cambio di 500 000 lire. Si mette subito in luce nelle formazioni giovanili, segnando negli anni 110 gol in 120 presenze. A causa di alcune defezioni, è portato ad allenarsi con la prima squadra. Ritornato nelle giovanili, la squadra dei Beretti è seguita da circa 1000 spettatori durante gli incontri. Debutta quindi in prima squadra a 16 anni, il 5 giugno 1983, all'ultima giornata del campionato di Serie C1, L.R. Vicenza-Piacenza (0-1), entrando nel secondo tempo. Nella stagione seguente, il 30 novembre 1983, segna il primo gol in carriera nella partita di Coppa Italia Serie C contro il Legnano, vinta 4-1 in trasferta; il 3 giugno 1984 va a segno per la prima volta in campionato, realizzando su rigore il gol del definitivo 3-0 contro il Brescia. Nella stagione 1984-1985, inserito in prima squadra dall'allenatore Bruno Giorgi, chiude la sua esperienza vicentina con 12 reti in 29 incontri di campionato, diventando uno dei calciatori più amati dai tifosi e consentendo alla sua squadra la risalita in Serie B. In una delle ultime partite di campionato, il 5 maggio 1985 allo stadio Romeo Neri contro i padroni di casa del Rimini — guidato da Arrigo Sacchi, futuro allenatore di Baggio in nazionale e nel Milan —, subisce un grave infortunio al ginocchio destro (compromessi legamento crociato anteriore e menisco), il primo di una lunga serie, che lo costringe a un periodo di oltre un anno di assenza dai campi di gioco. I suoi muscoli vengono affidati a Carlo Vittori ed Elio Locatelli, due dottori specializzati nel potenziamento muscolare in atletica leggera. Durante questa fase di riposo forzato e quindi di incertezza sulla propria carriera di calciatore vive una profonda crisi personale e spirituale, che lo convince ad abbracciare definitivamente la fede buddhista. Fiorentina 1985-1988 Baggio al debutto in Serie A nel 1986, con la divisa della Fiorentina. Questo infortunio arriva a due giorni dalla firma del contratto con la Fiorentina, che lo ha ingaggiato per 2,7 miliardi di lire. La Fiorentina ha la possibilità di recedere dal contratto ma il presidente del club decide di tenerlo. Viene operato a Saint-Étienne, in Francia, dal professor Bousquet, che è costretto a mettere 220 punti di sutura per rimettere a posto la sua gamba. A causa del periodo di stop dopo l'operazione, perde 12 kg, arrivando a pesarne 56, e vive così isolato dal resto della squadra che si dimentica di incassare lo stipendio per cinque mesi. Ripresosi dall'infortunio, colleziona cinque presenze in Coppa Italia e disputa, nel febbraio 1986, il Torneo di Viareggio. Esordisce in Serie A il 21 settembre 1986, grazie all'allenatore Eugenio Bersellini, nella sfida casalinga di Firenze contro la Sampdoria. Il successivo 28 settembre subisce una lesione al menisco del ginocchio destro che lo costringe a una nuova operazione. Rientra in campo a fine stagione, a distanza di quasi due anni dal primo infortunio. Il suo primo gol nella massima divisione arriva su punizione il 10 maggio 1987 contro il Napoli (1-1); il pareggio finale regala la salvezza matematica alla squadra viola. A partire dalla stagione 1987-1988, di cui è la rivelazione, può finalmente essere impiegato con buona frequenza, totalizzando 34 presenze e 9 reti fra tutte le competizioni: memorabile quella messa a segno il 20 settembre 1987 contro il Milan di Sacchi, dopo avere superato in dribbling tutta la retroguardia avversaria. 1988-1990 Baggio (a sinistra) assieme a Stefano Borgonovo, con cui formò in maglia viola la coppia d'attacco B2 nella stagione 1988-1989. Nella stagione 1988-1989, con l'arrivo di Sven-Göran Eriksson, mette a segno 15 gol, andando a formare con Stefano Borgonovo un affiatato tandem d'attacco detto B2, dalle iniziali dei loro cognomi: i due realizzano 29 dei 44 gol totali messi a segno dalla formazione viola, trascinando la squadra a un settimo posto in campionato. Nello spareggio per la Coppa UEFA contro la Roma, Baggio fornisce l'assist per il gol della vittoria di Pruzzo che regala la qualificazione ai viola. Nell'annata seguente sigla 17 reti, arrivando in seconda posizione nella classifica marcatori, davanti a Diego Armando Maradona (16) e dietro al solo Marco van Basten (19). Il campionato è chiuso a metà classifica, ma i viola giungono in finale di Coppa UEFA, dove si arrendono alla Juventus: lo 0-0 nella gara di ritorno, giocata sul campo neutro di Avellino, non permette loro di ribaltare l'1-3 patito all'andata a Torino. Nel torneo continentale Baggio segna un solo gol, seppur decisivo: un rigore che consente alla Fiorentina di sconfiggere la Dinamo Kiev agli ottavi di finale (1-0). Alla fine dell'anno riceve il Trofeo Bravo, premio assegnato dalla rivista Guerin Sportivo al miglior giovane sotto i 23 anni partecipante alle coppe europee, unico riconoscimento personale vinto con la Fiorentina. La finale di ritorno di Coppa UEFA (16 maggio 1990) è l'ultima gara di Baggio con la Fiorentina: nello stesso mese il giocatore viene infatti acquistato dalla Juventus per la cifra-record, a quei tempi, di circa 25 miliardi di lire più il cartellino di Renato Buso, valutato 2 miliardi. La tifoseria viola, consapevole di perdere il proprio simbolo e perdipiù in favore del club a loro più inviso, scende in piazza protestando con violenza contro la dirigenza e il presidente Pontello; i disordini causano anche diversi feriti e arrivano fino a Coverciano, creando non pochi problemi al ritiro degli Azzurri in preparazione per il campionato del mondo 1990 e al giocatore stesso, che arriva a ricevere sputi da alcuni esagitati. L'allora procuratore Caliendo ha in seguito narrato un fatto singolare al riguardo: Baggio nell'aprile 1991, in quel momento giocatore juventino, raccoglie una sciarpa viola durante la prima sfida a Firenze contro la sua ex squadra. «Mi ricordo ancora la scena: quando Baggio passò dalla Fiorentina alla Juventus, in conferenza stampa, davanti ai giornalisti gli misero al collo la sciarpa bianconera e lui la gettò via. Fu un gesto imbarazzante. Io dissi che il ragazzo andava compreso: era come se avessero strappato un figlio alla madre. Ammetto che, quella volta, rimasi molto colpito anch'io.» (Antonio Caliendo) Il giocatore resta molto legato a Firenze e ai colori viola, avendo già mostrato nei mesi precedenti la sua volontà di non accasarsi alla società torinese, suscitando non pochi malumori tra i suoi nuovi tifosi. Su tutte, rimane celebre la sua prima sfida in maglia bianconera contro la Fiorentina a Firenze, il 6 aprile 1991, nella vittoria viola per 1-0: Baggio si rifiuta di calciare un rigore contro la sua ex squadra, motivando il gesto con il fatto che il portiere avversario, Gianmatteo Mareggini, «lo conosceva bene», e una volta sostituito, uscendo dal campo va poi a salutare i suoi ex tifosi raccogliendo una sciarpa viola che gli è stata lanciata dagli spalti, in un alternarsi di applausi e fischi. Juventus 1990-1993 Baggio nella stagione 1990-1991, la prima con la casacca della Juventus. Esordisce con la maglia della Juventus il 1º settembre 1990, in Supercoppa italiana, realizzando l'unico gol dei torinesi nella sconfitta per 5-1 contro il Napoli. Nel primo anno in bianconero, sotto la guida di Luigi Maifredi, segna 27 gol, di cui 9 in Coppa delle Coppe che gli valgono il titolo di capocannoniere dell'edizione; ne sigla uno anche nella semifinale di ritorno contro il Barcellona, ma l'1-0 non è sufficiente a ribaltare l'1-3 degli spagnoli dell'andata. A fine campionato la Juventus, nonostante il bottino di 14 reti di Baggio, rimane esclusa dalle coppe europee. L'anno successivo sulla panchina del club torna Giovanni Trapattoni. Nel settembre 1991, dopo la sfida casalinga contro il Bari, Baggio rimedia il primo dei vari infortuni che influenzeranno la sua carriera in bianconero negli anni a seguire, uno stiramento che lo tiene fuori tre settimane e dal quale recupera a fatica. Ristabilitosi, incrementa notevolmente il proprio rendimento, disputando un'ottima seconda parte di stagione e attirando paragoni sempre più frequenti con Giuseppe Meazza, mentre Trapattoni lo accosta a Zico. La squadra torinese arriva seconda in campionato dietro al Milan e raggiunge la finale di Coppa Italia; nella partita d'andata della finale poi persa contro il Parma, Baggio segna il gol della vittoria su rigore. Baggio, divenuto capitano del club bianconero, bacia la Coppa UEFA 1992-1993. Nella stagione 1992-1993 subisce la frattura della costola contro la Scozia nel novembre 1992, restando lontano dai campi per oltre un mese; durante questo periodo ha degli screzi con Trapattoni e con la dirigenza bianconera. Tra le tante marcature di Baggio in quest'annata, va ricordato il poker rifilato all'Udinese (5-1) l'8 novembre 1992, sua prima quaterna in carriera. In Coppa UEFA, in semifinale contro il Paris Saint-Germain, il fantasista realizza una doppietta nella gara di andata finita 2-1 per i bianconeri, terminando la serata come migliore in campo, e quindici giorni dopo, a Parigi, è ancora il numero dieci a siglare il successo per 0-1 che vale la finale, dove mette poi a referto un'altra doppietta nella sfida d'andata, stavolta contro il Borussia Dortmund; al ritorno la Juventus vince per 3-0 e si aggiudica il trofeo, il primo della carriera per un Baggio che, grande protagonista del trionfo continentale, alla fine dell'anno solare è insignito del Pallone d'oro e del FIFA World Player, vincendo anche l'Onze d'or. Chiude la stagione con 21 gol in campionato (secondo nella classifica marcatori alle spalle di Giuseppe Signori), 6 in Coppa UEFA, 2 in Coppa Italia e con la fascia di capitano al braccio. 1993-1995 Nel torneo 1993-1994, Trapattoni è solito schierarlo da mezzapunta, alternandolo con la giovane promessa Alessandro Del Piero, entrambi dietro a Gianluca Vialli. Nel precampionato, l'allenatore lo prova anche come trequartista arretrato dietro a Vialli e a Fabrizio Ravanelli, ma la squadra riesce a esprimersi al meglio solo quando Baggio avanza di posizione. Nel marzo 1994 è operato al menisco. A fine campionato la Juventus si piazza di nuovo al secondo posto dietro al Milan, che ottiene il terzo successo italiano consecutivo, e nel dicembre 1994 Baggio si classifica secondo nella graduatoria del Pallone d'oro, alle spalle di Hristo Stoičkov, e terzo in quella del FIFA World Player, dietro allo stesso giocatore bulgaro e al brasiliano Romário; nello stesso mese, la rivista Don Balón lo elegge «miglior giocatore della Cee». In questa stagione, Baggio sigla 17 marcature, chiudendo la graduatoria dei migliori realizzatori al terzo posto. Baggio mostra alla tifoseria juventina il Pallone d'oro 1993 Nella stagione seguente, Marcello Lippi è chiamato a sostituire Trapattoni: il nuovo tecnico predilige il 4-3-3, modulo che costringe Baggio a ripiegare su un ruolo, quello di ala, poco adatto alle sue caratteristiche, tanto che a lui sono sovente preferiti Vialli, Ravanelli e un Del Piero sempre più lanciato in squadra. Dopo l'infortunio patito a Padova il 27 novembre 1994 al ginocchio destro, nel febbraio 1995 Baggio torna ad allenarsi con la squadra, ma la società piemontese decide di farlo sottoporre a operazione, rimandando così un rientro in campo che avviene solo dopo quasi cinque mesi, l'8 marzo 1995, nella semifinale di Coppa Italia contro la Lazio in cui, peraltro, fornisce l'assist per il decisivo gol di Ravanelli. Pur essendosi ristabilito e rientrato a pieno regime nell'organico titolare, la sua prolungata lontananza dai terreni di gioco favorisce la definitiva esplosione in casa juventina del ventenne Del Piero — sul quale la dirigenza bianconera e Lippi, per ragioni anagrafiche ed economiche, scelgono di puntare —, riducendo le possibilità di un rinnovo del contratto di Baggio, in scadenza a giugno. Da qui alla fine della stagione, il fantasista segna comunque alcuni gol decisivi per la conquista del double scudetto-coppa nazionale: tra di essi anche un rigore sul campo della sua ex Fiorentina, stavolta (a differenza di quattro anni prima) calciato, realizzato e festeggiato. Da notare anche la sua prestazione nella sfida decisiva contro il Parma, giocata a Torino il 21 maggio 1995 e vinta per 4-0, che permette ai bianconeri di rivincere il titolo italiano dopo nove anni: durante la partita, Baggio fornisce tre assist. Risulta decisivo anche in Coppa UEFA, competizione in cui segna 4 gol: nella semifinale di ritorno contro il Borussia Dortmund, giocata a Dortmund, sforna l'assist per la prima rete juventina da calcio d'angolo, e segna poi il gol-vittoria su calcio di punizione, portando la squadra bianconera in finale di coppa. La squadra torinese sarà poi sconfitta per 2-1 dal Parma nella doppia finale. Da sinistra: Baggio con Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli, il tridente d'attacco della Juventus campione d'Italia 1994-1995: il club torinese tornò allo scudetto dopo nove anni, mentre il Divin Codino colse il primo tricolore della carriera. Nel giugno 1995, già in contrasto con Umberto Agnelli, Baggio non trova l'accordo con la società per il prolungamento: durante un ultimo colloquio con la dirigenza il giocatore chiede ai capi ultras bianconeri di assistere alla riunione per firmare un nuovo contratto, tuttavia il meeting fallisce non solo per questioni economiche (Baggio chiedeva 4 miliardi di ingaggio contro i 2 proposti dalla Juventus) ma anche per forti dissapori con la dirigenza. Termina la sua esperienza a Torino con 200 presenze e 115 reti, 78 delle quali nel solo campionato. Con i colori bianconeri ha conquistato uno scudetto, una Coppa Italia e una Coppa UEFA. L'ultima stagione in maglia juventina gli vale il quinto posto nella graduatoria del FIFA World Player e l'Onze d'argent alle spalle di George Weah. Milan Fra le proteste degli ultras juventini, e dopo avere rifiutato una più sostanziosa offerta dell'Inter, nel luglio 1995 Baggio si accorda con il Milan che per il suo cartellino sborsa, causa i parametri UEFA che in epoca pre-Bosman regolavano il mercato degli svincolati, un indennizzo di 18 miliardi di lire. Esordisce in rossonero il 27 agosto seguente, nella vittoria esterna sul Padova per 1-2, e segna il primo gol nel successivo impegno contro l'Udinese, realizzando il definitivo 2-1. Con la maglia del Milan vince subito lo scudetto, il secondo di fila per lui, segnando anche su rigore contro la Fiorentina nella vittoria per 3-1 che regala il titolo ai milanesi: diviene il quinto dei sei giocatori a vincere due campionati italiani consecutivi con due squadre diverse, dopo Giovanni Ferrari, Riccardo Toros, Eraldo Mancin e Alessandro Orlando, e prima del futuro compagno di squadra Andrea Pirlo. Parte titolare in quasi tutte le partite, ma è spesso sostituito dal tecnico Fabio Capello — che pure ne aveva caldeggiato l'acquisto in estate —, finendo per dare un contributo più marginale rispetto ai compagni di reparto George Weah e Dejan Savićević; ciò nonostante riesce a imporsi come migliore assist-man del campionato. Baggio (a sinistra) alla stagione d'esordio nel Milan, mentre esce dal campo di San Siro con l'interista Ince in occasione di una stracittadina. Nella stagione successiva sulla panchina del Milan arriva l'allenatore uruguaiano Óscar Tabárez. Baggio parte titolare e offre un buon rendimento nelle prime partite stagionali, esordendo anche in UEFA Champions League nella sconfitta casalinga contro il Porto dell'11 settembre 1996; il successivo 30 ottobre realizza contro l'IFK Göteborg la sua prima rete nella massima competizione europea. La crisi di risultati della squadra lo relega tuttavia in panchina, a favore di Marco Simone. A dicembre Tabárez si dimette, e al suo posto la società richiama l'ex Arrigo Sacchi, il quale, per accettare la proposta, rassegna a sua volta le dimissioni da commissario tecnico della nazionale italiana. Tra Sacchi e Baggio, non ancora ambientatosi in maglia rossonera, ci sono vecchie ruggini risalenti al campionato del mondo 1994, dopo il quale le convocazioni in nazionale del giocatore erano diminuite fino a interrompersi, facendogli saltare il successivo Europeo d'Inghilterra 1996. Al Milan il rapporto tra i due sembra inizialmente migliorare, ma si deteriora nuovamente nel febbraio 1997, allorché Baggio, stanco di essere escluso dall'undici titolare, a mezzo stampa si sfoga apertamente contro il tecnico. La situazione degenera due mesi dopo, quando, durante un Milan-Juventus perso nettamente 1-6 dai padroni di casa, Baggio non raccoglie l'invito dell'allenatore a scaldarsi per entrare in campo, a punteggio già compromesso; sarà il secondo di Sacchi, Pietro Carmignani, a far desistere il calciatore dalle sue posizioni. Nonostante le incomprensioni con l'allenatore e la concorrenza di Simone, Savićević e Jesper Blomqvist, ai quali deve spesso cedere il posto, sul finire di aprile Baggio viene inaspettatamente richiamato in nazionale dal nuovo CT Cesare Maldini, a un anno e mezzo dall'ultima convocazione ricevuta da Sacchi. A fine stagione il Milan si piazza all'undicesimo posto, fuori dalle coppe europee. Baggio supera il portiere nerazzurro Pagliuca e apre le marcature nel derby del 24 novembre 1996 (1-1). Nell'estate 1997, Baggio si presenta al raduno milanista con l'intenzione di restare, ma il rientrante Capello non mostra progetti tecnici per lui; sentitosi escluso dall'ambiente, soprattutto dall'allenatore, decide di trasferirsi, dopo 67 presenze e 19 reti in rossonero. Bologna Il 9 luglio 1997, il Parma si accorda con il Milan per l'acquisto di Baggio per 3,5 miliardi di lire, ma l'affare non va in porto poiché il giocatore non rientra nei piani tattici dell'allenatore Carlo Ancelotti, il cui 4-4-2 non prevede l'impiego di un fantasista; inoltre l'attaccante Enrico Chiesa aveva preannunciato un suo trasferimento all'estero se Baggio fosse arrivato a Parma. A distanza di anni, Ancelotti si dichiarerà pentito di avere rinunciato al talento di Baggio. Avendo bisogno di giocare con continuità per guadagnarsi un posto fra i 22 che avrebbero preso parte al campionato del mondo 1998, il 18 luglio passa allora al Bologna per 5,5 miliardi di lire, voluto dal presidente Giuseppe Gazzoni Frascara, ma non dall'allenatore Renzo Ulivieri; nel contratto è presente una clausola che permette al calciatore di lasciare la società pagando una penale di 5 miliardi di lire. Baggio (a destra) al Bologna nell'estate 1997, in posa per i fotografi insieme all'interista Ronaldo. Esordisce il 31 agosto 1997 nella sconfitta esterna con l'Atalanta (4-2), segnando su rigore il secondo gol dei felsinei. Quella nel Bologna è la stagione del record personale di marcature per Baggio, con 22 gol segnati in 30 partite: un bottino che contribuisce alla qualificazione del Bologna alla Coppa Intertoto e che vale al giocatore la convocazione per il Mondiale di Francia. Baggio viene inoltre nominato capitano della squadra, indossando la fascia per qualche incontro prima di cederla a Giancarlo Marocchi. Anche in questa stagione si verificano alcune incomprensioni con l'allenatore di turno, Ulivieri, tanto che nel gennaio 1998 Baggio lascia il ritiro della squadra quando il tecnico gli comunica che non avrebbe giocato dall'inizio nella partita con la Juventus. Schierati dalla parte del calciatore, i tifosi chiedono anche l'esonero di Ulivieri tramite una petizione su internet. Nella sua autobiografia, Baggio accusa Ulivieri di essere stato invidioso della sua fama, in quanto la stampa attribuiva le vittorie del Bologna al suo talento, mettendo in ombra il lavoro dell'allenatore. Inter Nell'estate 1998 si trasferisce per circa 3,5 miliardi di lire all'Inter, che punta con decisione alla vittoria dello scudetto dopo il secondo posto dell'anno precedente. Il giocatore si inserisce in un reparto offensivo già piuttosto nutrito e composto, tra gli altri, dal Pallone d'oro in carica Ronaldo e dagli esperti Iván Zamorano e Youri Djorkaeff. Esordisce con la nuova maglia il 12 agosto contro lo Skonto, nella gara di andata del secondo turno preliminare di Champions League, contribuendo al 4-0 finale con un gol e tre assist. Pur frenato da problemi alle ginocchia — che comportano spesso la sua esclusione dall'undici titolare, per indisponibilità o scelta tecnica —, nella prima parte di stagione Baggio offre buone prestazioni e risulta determinante per la qualificazione dell'Inter ai quarti di finale di Champions League: nella penultima gara della fase a gironi, il 25 novembre 1998, realizza una doppietta nei minuti finali della sfida contro i campioni in carica del Real Madrid, fissando il risultato sul 3-1 per l'Inter, che ipoteca il passaggio del turno. Baggio in azione all'Inter, mentre dribbla il portiere madridista Illgner e segna la personale doppietta nella vittoriosa sfida di Champions League del 25 novembre 1998 (3-1). Il prosieguo dell'annata si rivela, tuttavia, negativo. Un avvio incerto in campionato e un gioco ritenuto poco convincente causano l'esonero di Luigi Simoni, estimatore di Baggio, a pochi giorni dalla succitata vittoria sul Real Madrid; guidata, in successione, da altri tre allenatori (Mircea Lucescu, Luciano Castellini e Roy Hodgson), la squadra incappa in una lunga crisi che si ripercuote, oltre che sulla classifica, sulla serenità del gruppo, finendo per condizionare anche il rendimento di Baggio: «Se non avessimo vinto 5-4 all'Olimpico contro la Roma, saremmo andati in B. Non c'era più una squadra, men che meno uno spogliatoio», ricorderà il fantasista. Il deludente ottavo posto finale viene in parte compensato dallo status di semifinalista di Coppa Italia, grazie al quale l'Inter può contendere al Bologna un approdo in extremis alla successiva edizione della Coppa UEFA: nel doppio spareggio contro gli emiliani, però, i nerazzurri vengono sconfitti nonostante un gol di Baggio nella gara di andata, mancando dunque l'accesso alle coppe europee. Nella stagione 1999-2000, sulla panchina dell'Inter siede Marcello Lippi, e l'impiego di Baggio diminuisce ulteriormente, al punto che il giocatore polemizzerà col tecnico viareggino, smentendo pubblicamente le voci su presunti guai fisici e affermando di essere spesso tenuto fuori per scelte personali dell'allenatore. In poco meno di sei mesi diviene la sesta (e ultima) scelta nel reparto offensivo, realizzando la prima rete stagionale solo sul finire di gennaio. Prossimo alla scadenza del contratto, il giocatore contribuirà comunque alla qualificazione dell'Inter in Champions League: nell'ultima giornata di campionato va a segno su rigore nel 2-0 contro il Cagliari, una vittoria che consente all'Inter di ottenere il quarto posto a pari merito con il Parma; nel successivo spareggio contro gli emiliani, vinto 3-1, sigla due reti — peraltro di pregevole fattura — che permettono ai milanesi di accedere ai preliminari della massima competizione europea per club, un successo che segue di cinque giorni la sconfitta in finale di Coppa Italia contro la Lazio. Sveste la maglia nerazzurra dopo avere totalizzato 59 presenze e 17 reti. Brescia 2000-2002 Baggio (a destra) al Brescia nel 2000 con il presidente Luigi Corioni Svincolatosi dall'Inter, e dopo un'estate 2000 trascorsa da «disoccupato», il successivo 14 settembre si accorda con il Brescia — di cui diviene subito capitano —, con l'obiettivo dichiarato di partecipare al campionato del mondo 2002. Per contratto, se il presidente Luigi Corioni avesse esonerato l'allenatore Carlo Mazzone, Baggio sarebbe stato svincolato. Debutta con il nuovo club il 16 settembre 2000 in Coppa Italia, in occasione del pareggio casalingo (0-0) contro la Juventus. Il 24 febbraio 2001, in campionato, realizza le prime reti con il Brescia nel 2-2 esterno contro la Fiorentina. Il successivo 1º aprile, contro la Juventus, segna uno dei suoi gol più belli: Andrea Pirlo lo lancia con un preciso passaggio da centrocampo, e lui salta Edwin van der Sar con uno stop a seguire per poi insaccare a porta vuota, fissando il punteggio sul definitivo 1-1; il risultato allontanerà i torinesi dal vertice della classifica, guidata fino alla fine dalla Roma. Con 10 reti in campionato Baggio conduce la sua squadra all'8º posto — il miglior piazzamento mai ottenuto dal Brescia in Serie A — e alla qualificazione alla Coppa Intertoto, poi persa in finale contro il Paris Saint-Germain l'estate seguente, nonostante un doppio pareggio (0-0 al Parco dei Principi, 1-1 al Rigamonti), in virtù del gol siglato fuori casa dai parigini nella gara di ritorno (inutile il pari di Baggio su rigore). Inserito fra i 50 pretendenti per il Pallone d'oro 2001, giunge 25º nella classifica finale. All'inizio della stagione 2001-2002 Baggio mostra un'ottima vena realizzativa, ritrovandosi capocannoniere con 8 gol dopo 7 giornate. Tuttavia, il 21 ottobre 2001 rimedia una distorsione al ginocchio sinistro in seguito a un contrasto con Filippo Cristante nella sfida contro il Piacenza: ripresosi rapidamente, rimedia un'altra distorsione una settimana più tardi, dopo un contrasto col centrocampista del Venezia Antonio Marasco, a cui segue la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro con lesione del menisco interno rimediata durante Parma-Brescia, nella semifinale di Coppa Italia. È operato a Bologna il 4 febbraio 2002 e riesce a rientrare in campo a 81 giorni dall'infortunio grazie a un pesante lavoro di rieducazione, a tre giornate dalla fine del campionato in casa contro la Fiorentina, gara del 21 aprile nella quale segna due gol. Nell'ultima di campionato contribuisce a salvare ancora il Brescia dalla retrocessione con un gol contro il Bologna (gara finita poi 3-0). La stagione si conclude con un bottino di 11 gol segnati in 12 partite, non sufficienti a garantirgli la convocazione per il Mondiale: il commissario tecnico della nazionale Giovanni Trapattoni, infatti, non lo ritiene in forma ottimale per via del recente infortunio. 2002-2004 Il 15 dicembre 2002, Baggio segna su rigore la rete numero 300 in carriera, contribuendo alla vittoria sul Perugia per 3-1. Alla fine della stagione 2002-2003, grazie anche al contributo sottorete del Divin Codino, il Brescia si qualifica per la seconda volta nella sua storia alla Coppa Intertoto, in cui si ferma al terzo turno contro il Villarreal. Prossimo al ritiro, annunciato nel dicembre 2003, il 14 marzo 2004 segna al Parma la 200ª rete in Serie A, diventando il quinto giocatore a raggiungere tale soglia dopo Meazza, Piola, Nordahl e Altafini; il successivo 9 maggio, alla penultima giornata, realizza il suo 205º e ultimo gol in A, nella vittoria casalinga per 2-1 contro la Lazio. Infine, il 16 maggio, disputa a 37 anni l'ultima partita della sua carriera, un Milan-Brescia (4-2) valevole per il turno conclusivo della stagione 2003-2004, fornendo l'assist per il gol di Matuzalém: alla sua uscita, cinque minuti prima della fine dell'incontro, viene abbracciato da Paolo Maldini e tutto il pubblico di San Siro gli tributa una lunga standing ovation. Al termine della stagione, il Brescia ritira in suo onore la maglia numero dieci, da lui indossata per un quadriennio. Dopo avere sempre centrato la salvezza durante la permanenza di Baggio, alla fine della stagione 2004-2005, successiva al suo ritiro, il Brescia retrocederà in Serie B. Nazionale Nazionali giovanili Nel 1984 ha giocato 4 incontri segnando 3 gol con l'Italia Under-16. Conta anche una convocazione nella rappresentativa Under-21 guidata da Cesare Maldini, in occasione della vittoria contro la Svizzera del 16 ottobre 1987: la gara, valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1988 e vinta 3-0 dagli azzurrini, non lo vede però scendere in campo. Nazionale maggiore 1988-1990 Baggio e Aldo Serena (sulla sinistra) lasciano il campo del Bentegodi di Verona al termine dell'amichevole contro l'Uruguay (1-1) del 22 aprile 1989, in cui il Divin Codino trovò la sua prima rete con la nazionale maggiore. «Mi ricorda Peppìn Meazza: non credo si possa fare elogio più alto di un giovane attaccante al giorno d'oggi!» (Gianni Brera su la Repubblica del 21 settembre 1989, all'indomani dei due gol realizzati da Baggio in un'amichevole con la Bulgaria) Convocato dal commissario tecnico Azeglio Vicini, esordisce in nazionale A il 16 novembre 1988, a 21 anni, in occasione della partita amichevole contro i Paesi Bassi (1-0), organizzata in ricorrenza del 90º anniversario dell'istituzione della FIGC. In questa gara di esordio Baggio fornisce l'assist per il gol decisivo di Vialli. Segna il suo primo gol in nazionale il 22 aprile 1989, su calcio di punizione, nella partita amichevole contro l'Uruguay (1-1) disputata a Verona; nella successiva amichevole con la Bulgaria realizza la prima doppietta in maglia azzurra. Partecipa al campionato del mondo 1990, durante il quale gioca con il numero 15. Nelle prime due partite è lasciato in panchina da Vicini ma, alla sua prima presenza, contro la Cecoslovacchia, mette a segno un gol memorabile, considerato il più bello di quel Mondiale e settimo nella classifica del più grande gol nella storia della Coppa del Mondo FIFA, partendo da metà campo dopo uno scambio con Giuseppe Giannini e superando in dribbling quattro avversari. Così nelle due successive partite della fase a eliminazione diretta è schierato titolare al fianco di Salvatore Schillaci, contribuendo con giocate decisive alle reti realizzate dal compagno di reparto contro Uruguay e Irlanda (peraltro, segna egli stesso due gol, entrambi annullati). Nonostante le buone prestazioni, nella decisiva semifinale di Napoli contro l'Argentina campione in carica di Diego Armando Maradona, l'allenatore punta su un poco convincente Gianluca Vialli; Baggio entra in campo al posto di Giannini solo al 73', arrivando vicino al gol con una punizione all'incrocio dei pali, che però viene parata da Sergio Goycochea. Baggio segna il suo tiro dal dischetto nella serie di rigori che premia l'Argentina, dopo gli errori di Roberto Donadoni e Aldo Serena. Baggio, vanamente contrastato da Kadlec, sigla il definitivo 2-0 alla Cecoslovacchia nella fase a gironi del campionato del mondo 1990; la rete dell'azzurro sarà eletta quale la più bella dell'edizione nonché, nel 2002, la settima nella fin lì storia dei Mondiali. Nella finale per il terzo posto, disputata a Bari, contro l'Inghilterra, mette a segno un altro gol e lascia calciare a Schillaci il rigore del definitivo 2-1 per l'Italia, in modo da permettere al compagno di vincere la classifica dei marcatori del torneo. 1990-1994 «I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli.» (Roberto Baggio) Dopo il mancato accesso al campionato d'Europa 1992 e il conseguente esonero di Vicini, sostituito da Arrigo Sacchi, Baggio segna 5 gol nelle fasi di qualificazione al campionato del mondo 1994 (durante la quale rimedia una costola incrinata, infortunio che lo tiene lontano dal campo per un mese), risultando il miglior marcatore italiano e aiutando la squadra azzurra ad arrivare prima nel proprio girone. Frattanto, il 18 novembre 1992 scende in campo da capitano nello 0-0 contro la Scozia, unica occasione in cui ha indossato la fascia dal primo minuto. Reduce da una stagione condizionata da lievi ma fastidiosi acciacchi, nelle prime tre partite del Mondiale Baggio non offre prestazioni convincenti, anzi è ritenuto tra le grandi delusioni del torneo. Nel secondo incontro con la Norvegia, è sostituito per far posto al secondo portiere Luca Marchegiani, dopo l'espulsione di Gianluca Pagliuca. Sacchi decide di far uscire proprio lui: restano famose le immagini televisive quando il CT decide per il cambio, seguite dai gesti e dall'espressione basita di Baggio, e soprattutto dal suo labiale «ma questo è matto!». Alla fine della partita contro il Messico, rimedia un lieve infortunio che però non gli impedisce di continuare a giocare la competizione. Riferendosi al suo sguardo prima dell'incontro, il presidente Gianni Agnelli lo definisce un «coniglio bagnato», espressione che rimarrà celebre negli anni a seguire. Baggio in azione nella sfida tra Italia e Portogallo (1-0) valevole per le qualificazioni al campionato del mondo 1994. È solo agli ottavi (conquistati dagli azzurri grazie al ripescaggio) che inizia il "vero" Mondiale di Roberto Baggio, che ne è protagonista. Di fronte a una Nigeria campione d'Africa in carica e passata presto in vantaggio, l'Italia si ritrova nuovamente in inferiorità per un cartellino rosso dato a Gianfranco Zola. A due minuti dal termine, con gli azzurri vicini all'eliminazione, Baggio riceve un pallone sul limite dell'area da Roberto Mussi e lascia partire un tiro rasoterra e angolato che entra alla destra del portiere Rufai, passando fra una selva di gambe e portando l'Italia al pareggio; nel primo tempo supplementare è ancora decisivo, realizzando il rigore del 2-1 definitivo. Ai quarti, contro la Spagna, è sempre Baggio a chiudere la gara negli ultimi minuti di gioco su assist di Giuseppe Signori, segnando quasi allo scadere la rete del 2-1 finale. La semifinale con la Bulgaria vede nuovamente un 2-1 per gli azzurri, grazie a una nuova doppietta di Baggio. Baggio sale a 5 reti nel Mondiale statunitense e porta l'Italia in finale dopo dodici anni, ma nell'ultima frazione rimane vittima di uno stiramento, complici il caldo e la fatica. Nella finale al Rose Bowl di Pasadena con il Brasile, Arrigo Sacchi decide ugualmente di rischiare il suo numero dieci, che non ha recuperato a pieno dopo lo stiramento nella precedente partita. Baggio paga l'infortunio e non riesce a essere decisivo come nelle partite precedenti. Il match rimane bloccato sullo 0-0 sino alla fine dei tempi supplementari, e così sono i rigori a dare la vittoria ai sudamericani per 3-2, con l'ultimo tiro sbagliato proprio da Baggio, che manda la palla alta sopra la traversa. La maglia azzurra n. 10 autografata da Baggio Baggio viene premiato col Pallone d'argento dei Mondiali, risultando il secondo miglior giocatore del torneo dopo il brasiliano Romário, che si laureó campione del mondo. Con 5 gol, Baggio si laurea inoltre vice capocannoniere del torneo, assieme a Romário, Kennet Andersson e Jürgen Klinsmann, superato solamente da Hristo Stoičkov e Oleg Salenko. Nel 1994 Baggio si classifica secondo nella classifica del Pallone d'oro e terzo in quella del FIFA World Player, e nello stesso anno gli viene assegnato l'Onze de Bronze. 1994-1998 Terminato il Mondiale, la nazionale italiana comincia il percorso di qualificazione al campionato d'Europa 1996 con prestazioni poco convincenti, culminate in una modesta prova casalinga contro la Croazia (1-2), dopo la quale Baggio critica l'operato di Sacchi; l'Italia riesce comunque ad approdare alla fase finale del torneo senza patemi, ma Baggio, i cui rapporti col CT appaiono ormai freddi, viene impiegato solo in due occasioni e infine escluso dall'elenco dei convocati per l'Europeo, a vantaggio di Enrico Chiesa. Dopo essere rimasto fuori dal giro azzurro per quasi due anni, a fine aprile 1997 viene riconvocato dal nuovo CT Cesare Maldini per la partita casalinga contro la Polonia, valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1998; entrato dalla panchina, mette a segno il terzo gol nella vittoria italiana per 3-0. Al termine dell'ottima stagione 1997-1998, Baggio — che fino a un anno prima era considerato da Maldini la riserva di Gianfranco Zola — viene convocato per Francia 1998, battendo la concorrenza di Pierluigi Casiraghi nonché dei succitati Chiesa e Zola, tutti in lizza per l'ultimo posto disponibile nel settore offensivo. Baggio (a sinistra) a Coverciano nell'aprile 1997, di nuovo in azzurro dopo un biennio di esilio, insieme al commissario tecnico Cesare Maldini. L'opinione pubblica si divide sul dualismo tra lo stesso Baggio e Alessandro Del Piero, più adatto agli schemi del CT ma reduce da un infortunio rimediato nella finale di Champions League. Baggio parte titolare in attacco al fianco di Vieri contro il Cile nella prima partita, rivelandosi decisivo: prima fornisce l'assist per il gol di Vieri, poi si procura e segna il rigore che riporta l'Italia sul pari dopo la rimonta cilena. Nella seconda partita, vinta 3-0 contro il Camerun, Baggio gioca nuovamente dal primo minuto e sforna l'assist per il primo gol di Luigi Di Biagio con un cross in seguito a un calcio d'angolo. In questa occasione si consuma la prima «staffetta» con Del Piero, riproposta anche nella gara successiva contro l'Austria, ma a parti invertite: stavolta è Baggio a subentrare al fantasista della Juventus, andando poi a realizzare il gol del 2-0. Non impiegato nella partita degli ottavi contro la Norvegia, entra nel corso della partita con la Francia, valida per i quarti di finale, al posto di Del Piero; nei supplementari, lanciato da Demetrio Albertini, sfiora il golden goal, calciando in corsa al volo un pallone che sfila rasente il palo destro della porta di Fabien Barthez. Nell'epilogo ai calci di rigore segna il primo tiro dagli 11 metri, ma l'Italia viene eliminata dopo gli errori di Albertini e Di Biagio. Grazie ai due gol realizzati, eguaglia il record italiano di marcature nei Mondiali detenuto da Paolo Rossi a quota 9 reti (il record verrà poi raggiunto anche da Christian Vieri), e diventa l'unico giocatore italiano ad avere segnato in tre Mondiali diversi. 1998-2004 Baggio in nazionale nel 1999, al tramonto della sua esperienza azzurra. Al termine del Mondiale, disputa 3 partite sotto la guida di Dino Zoff, che tuttavia non lo include nell'elenco dei convocati per il campionato d'Europa 2000. Salta anche il successivo campionato del mondo 2002: il nuovo CT Giovanni Trapattoni, che nell'aprile 2001 si era detto favorevole a chiamare Baggio se questi fosse stato in buona forma, decide di non convocarlo perché a suo avviso non è in condizione di giocare; la mancata convocazione sarà motivo di grande amarezza per il fantasista veneto. Due anni dopo, il 28 aprile 2004, sarà lo stesso Trapattoni a convocarlo per l'ultima volta in nazionale, in occasione di una partita amichevole contro la Spagna: per il trentasettenne Baggio si tratta di una convocazione-tributo simile a quella ricevuta da Silvio Piola nel 1952; l'ultima sua presenza risaliva alla partita di qualificazione all'Europeo 2000 contro la Bielorussia del 31 marzo 1999, col CT Zoff. Nel secondo tempo, dopo l'uscita dal campo di Fabio Cannavaro, indossa la fascia da capitano e riceve una standing ovation dal pubblico di Genova quando viene sostituito negli ultimi minuti da Fabrizio Miccoli. Per via delle sue prestazioni, l'opinione pubblica e la stampa spingono per vederlo in campo in quello che avrebbe potuto essere il suo primo Europeo, quello di Portogallo 2004, e nel torneo olimpico dello stesso anno, ma quella di Genova resterà la sua ultima apparizione in azzurro. In nazionale totalizza 56 presenze e 27 reti, che lo pongono al quarto posto, insieme ad Alessandro Del Piero, tra i migliori marcatori della storia azzurra, preceduto da Gigi Riva, Piola e Giuseppe Meazza. Dirigente Su proposta del Presidente della FIGC Giancarlo Abete, d'accordo con il Presidente dell'AIAC Renzo Ulivieri, il 4 agosto 2010 viene ufficializzata la sua nomina a Presidente del Settore tecnico della Federazione. Il 5 luglio 2012 acquisisce a Coverciano il titolo di allenatore di Prima Categoria UEFA Pro e quindi il diritto di ricoprire il ruolo di tecnico in una squadra della massima serie. Il 23 gennaio 2013 lascia la carica di presidente del settore tecnico della Federcalcio: «Non ci tengo alle poltrone. Il mio programma di 900 pagine, presentato a novembre 2011, è rimasto lettera morta, e ne traggo le conseguenze». Record Con 9 gol al campionato mondiale, è il miglior realizzatore della nazionale italiana (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri). Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1994-1995 - Milan: 1995-1996 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1994-1995 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Individuale Guerin d'oro come miglior calciatore della Serie C1: 1 - 1985 Trofeo Bravo: 1 - 1990 Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1990-1991 (9 gol) Pallone d'oro: 1 - 1993 FIFA World Player: 1 - 1993 Onze d'or: 1 - 1993 World Soccer's World Player of the Year: 1 - 1993 All-Star Team dei Mondiali: 1 - Stati Uniti 1994 Pallone d'argento del campionato mondiale: 1 - Stati Uniti 1994 Onze de bronze: 1 - 1994 Onze d'argent: 1 - 1995 Guerin d'oro: 1 - 2001 Premio Scirea alla carriera: 1 - 2001 Oscar del calcio AIC: 1 - Calciatore più amato dai tifosi: 2002 Inserito nel FIFA World Cup Dream Team - 2002 Golden Foot: 1 - 2003 Inserito nella FIFA 100 - 2004 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Giocatore italiano - 2011 Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano nella categoria Leggende - 2015 Candidato al Dream Team del Pallone d'oro - 2020 Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana — Roma, 30 settembre 1991. Di iniziativa del Presidente della repubblica. World Peace Award — 12 novembre 2010.
  21. PAOLO DI CANIO Tutto cominciò con un polsino – scrive Francesca Sanipoli sul “Guerin Sportivo” del 18 luglio 1990 –. Fu dopo una partita col Cesena che Paolo Di Canio se lo strappò e lo lanciò in aria con rabbia: «Era soltanto un gesto di disappunto, non c’era polemica, non era indirizzato verso nessuno» ricorda «ma fu sufficiente per nascere un caso. Nel giro di poche ore si parlò di rimandarmi a giocare nella Primavera della Lazio, di farmi una multa di dieci milioni... È stato allora che ho capito che era venuto il momento di cambiare aria». Ventidue anni appena compiuti (è nato luglio, come Adriano Panatta e Gianluca Vialli), Paolo Di Canio si ritrova alla Juve, la stessa squadra nella quale giocheranno Baggio e Schillaci, due nomi carichi di significato. Una fortuna o una disgrazia? «Certamente una fortuna, anche se ci sarà da faticare per trovare un posto in squadra. Ma io sono uno che a tennis si sceglie sempre l’avversario più forte, altrimenti non mi diverto. E poi, con tutti i campioni che ci saranno nella mia nuova squadra, finalmente non sarò più il principale oggetto delle pressioni dei tifosi, della stampa e della società». La decisione era nell’aria da molto tempo, ma lui ha aspettato a lungo prima di comunicarla ufficialmente: «È stato un periodo durissimo. Stavano succedendo cose più grosse di me e non sapevo come gestirle. La gente voleva sapere, ed io non riuscivo a ragionare freddamente. Finalmente ho deciso di andarmene da Roma, per tanti motivi. Ho amato la Lazio, la amo e l’amerò sempre. Ma come calciatore ho anche bisogno di giocare in una squadra nella quale potenzialmente posso togliermi delle soddisfazioni. Se la Juve mi ha voluto, credo di avere dei meriti anch’io: forse non sono soltanto il ragazzino immaturo su cui gravavano, negli ultimi tempi in biancazzurro, tante pressioni e responsabilità. Se una società così seria prende un giocatore, deve aver avuto delle buone referenze. Ed io, in questo momento, ho un enorme bisogno di credibilità, di fiducia, di stimoli. Tutte cose che la Juve può darmi. Oltre, beninteso, a qualche vittoria: con Baggio, Schillaci, De Agostini, Tacconi e tutti gli altri campioni che ci sono, spero di vincere subito uno scudetto. Anche se dovrò rinunciare a essere considerato una bandiera...». Già: non molto tempo prima dell’addio aveva dichiarato che sarebbe andato via dalla Lazio soltanto se fosse stata la società a cederlo: «Dopo il famoso gesto del polsino, in effetti, lo stesso presidente Calleri mi disse che mi considerava ancora immaturo per essere la bandiera di una squadra. Ho commesso degli errori, è vero. Mi sono troppo spesso lasciato guidare dall’istinto, in mancanza dell’esperienza. Ma tutto sommato credo di aver fatto anche qualcosa di buono. Essere il primo della classe è molto gratificante, ma non è sempre facile. A volte può essere estremamente scomodo, e anche pericoloso, soprattutto per un giovane come me. E allora voglio godermi fino in fondo questa nuova sfida, una sfida importantissima, una grande fortuna che mi è capitata e che spero di non bruciare». Secondo i maligni, Di Canio – pallino di Montezemolo – avrebbe preso, oltre all’ingaggio, una sorta di «sottobanco» per dire di sì alla Juve: «È chiaro che un giocatore professionista, quando cambia squadra, cerchi di fare soprattutto un salto di qualità. Ma, come in tutti i mestieri del mondo, credo che sia importante anche ottenere dei vantaggi economici. Non nego che alla Juve vado a guadagnare di più: il mio ingaggio in bianconero sarà circa il quadruplo di quello che percepivo alla Lazio. Francamente non credo ci fosse bisogno di “sottobanco” per convincermi». Aveva detto, però, che pur di restare alla Lazio sarebbe stato disposto a guadagnare di meno rispetto alle sue potenzialità: «Quando lo dissi ero in assoluta buona fede: fu subito dopo il derby, un momento molto particolare, per me. Poi, però, ho capito che se fossi rimasto avrei rischiato di darmi la zappa sui piedi. Giocare con la maglia della Juve è la massima aspirazione per un campione, figuriamoci per un ragazzino come me. Lascio un ruolo di leader, ma ho la possibilità di guadagnarmi un posto in una delle squadre più prestigiose del mondo». E come pensa di vivere il passaggio dallo stile-Lazio allo stile-Juve? «La Lazio è una squadra giovanissima: questa presidenza esiste da quattro anni ma è soltanto al terzo di Serie A. Un paragone con la tradizione e la storia della Juve non è proponibile: sarà tutta un’altra cosa. Spero soltanto di esserne all’altezza». Con i vecchi e nuovi acquisti, la Juventus è tra le favorite del prossimo campionato: «Sono d’accordo, ma ci andrei piano: ricordo ancora quando si diceva che Sacchi non sarebbe arrivato a mangiare il panettone e poi, invece, il Milan fece un recupero strabiliante. Sulla carta la Juve è la favorita, è vero. Ma ci sono Inter, Milan, Napoli, Sampdoria che possono fare qualunque cosa. Con la Juve ho un contratto quadriennale, ma a essere sincero spero di rimanerci molto più a lungo: dopo la Lazio, per la quale ho fatto il tifo in curva, da bambino, la Juve è sempre stata la mia squadra del cuore. Le ho sempre invidiato i campioni come Platini, la classe, tutti gli scudetti che ha vinto...». Ma non c’è proprio nulla, di quella che a suo tempo ha definito «una scelta di vita», a spaventarlo? «No: sono un tipo estroverso, è difficile che possa avere problemi di inserimento, almeno per quanto riguarda l’aspetto umano. Certo, mi mancheranno le ottobrate romane, avrò nostalgia della mia famiglia e della mia ragazza, Elisabetta, che vive a Terni. Ma per fortuna esistono gli aerei...». E gli mancherà il derby, un derby vissuto anche in famiglia, con suo fratello Antonio che gioca nel Quarticciolo e tifa Roma, da sempre: «Malgrado sia passato al nemico per eccellenza, però, mio fratello è stato felicissimo per me. Per il mio compleanno mi ha regalato un cuscino con su scritto: “complimenti, ce l’hai fatta”. Sapeva quanto fosse importante, per me, una svolta del genere a questo punto della carriera». Del derby vissuto in campo ricorda quel famoso 26° del primo tempo quando, il 19 gennaio del 1989, infilò il pallone nella rete della Roma: «Vedevo realizzarsi un sogno coltivato fin da piccolissimo. Prima di quel derby, che a Roma tornava dopo tre anni di esilio laziale, mi ero chiuso in bagno a riflettere». Si era anche fatto crescere il «pizzetto», come aveva fatto Borg per cinque anni consecutivi a Wimbledon: «Dopo quel gol persi la testa dalla felicità. Avevo giurato a Rizzolo che, se avessi segnato, sarei andato sotto la curva Nord». Ma poi, in uno scarico di adrenalina, aveva cambiato direzione, precipitandosi verso quella della Roma, l’indice della mano destra puntato verso l’alto. Come Chinaglia. Come Mennea. «Gestacci? No, soltanto la gioia di un ragazzino che tocca il cielo, è proprio il caso di dirlo, con un dito. E poi, non può essere fatta di gestacci la rivincita di uno che tre anni prima aveva rischiato di perdere l’uso di un piede». Una tallonite mal curata, quand’era alla Ternana: «Quando avevo 15 anni nessuno mi prendeva sul serio. Dopo l’allenamento schizzavo subito in piazzetta, al Quarticciolo. A casa ci andavo soltanto per mangiare. Ho cominciato a capire qualcosa quando ho visto piangere mia madre, in ospedale: il problema non era tanto tornare a giocare, quanto salvare il piede. Quando sentii mamma dire sottovoce che del pallone non le importava, che la sola cosa che contasse era che non rimanessi zoppo, improvvisamente diventai grande. Quel ricordo me lo porterò sempre dentro, mi aiuterà a rimanere umile, mi darà la forza per lottare. Anche se si trattasse di combattere per ottenere un posticino in una grande squadra. Come la Juve». Racconta il giorno del raduno: «Mi sono detto che se la società bianconera continuava a seguirmi, credeva in me non solo dal punto di vista tecnico, capivano il Di Canio ragazzo più che giocatore, allora dovevo tentare. Che emozione il giorno in cui strinsi la mano dell’avvocato Agnelli! Ora so che rischio in prima persona, non sarà facile trovare un posto in una squadra di grandi campioni. Ma nell’ultimo campionato con la Lazio ho dimostrato di poter giocare non solo da tornante ma pure da seconda punta, mi sono divertito molto, segnando anche tre gol, uno proprio alla Juve. Abbandono la mia città, Roma, lascio una ragazza a Terni per vivere da solo a Torino. Mi sembra che la dica lunga sulle mie intenzioni. Vivo un momento bellissimo, vorrei giocare molto, so che naturalmente non dipenderà solo da me. Non mi sento un raccomandato di Maifredi, perché il tecnico continua a elogiarmi. Sono contento della sua stima così come di quella della società. Ho ritrovato fiducia e serenità, al punto che tornerò a Roma tranquillo. Contro i giallorossi no, non sarà derby, anzi finalmente potrò dormire la notte prima della partita e sperare di segnare un gol, un ultimo regalo alla curva biancoceleste. E contro la Lazio, beh, mi sembrerà strano non indossare quei colori, ma l’unica cosa che potrebbe farmi star male sono i fischi, non credo di essere un traditore». Ma nella rosa oltre a Paolo, ci sono Hässler, Baggio, Schillaci, tutti giocatori troppo individualisti per poter coesistere. Amano ricevere la palla al piede per poi lanciarsi in azioni personali e ci vorrebbero quattro o cinque palloni contemporaneamente per poterli accontentare tutti. Senza dimenticare che la squadra è molto sbilanciata e Tacconi è costretto a passare parecchi brutti momenti. Va da sé che la stagione non può finire bene e anche Di Canio finisce nell’occhio del ciclone. L’anno successivo, con Trapattoni, malgrado qualche iniziale mugugno, Di Canio ritrova entusiasmi e stimoli. Della curva juventina, quella dedicata al fuoriclasse del calcio e della vita Gaetano Scirea, è un beniamino. I sostenitori bianconeri si riconoscono in lui, nella sua genuinità, in quel suo essere privo di maschere e reticenze. E lui ricambia tanto affetto piroettando sul campo, con quel suo modo sudamericaneggiante di intendere e interpretare il football. «In me è cambiato tutto, sono cresciuto e ci sono riuscito, perché nessuno mi ha messo fretta. Si trattava solo di aspettare, di avere pazienza e con me ne hanno sempre avuta poca». VITTORIO OREGGIA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1992 C’è una cosa che lo fa arrabbiare: sentirsi descrivere come una testa matta. Se la prende, Paolo Di Canio, perché questa etichetta appartiene al passato e, in un certo senso, non è mai stata aderente alla realtà. In assoluto, comunque, l’ex ragazzino terribile del Quarticciolo, nemico dichiarato della Roma giallorossa, amico ritrovato della Juventus, ha cambiato pelle. Il merito è di due donne, le sue donne: la moglie Elisabetta e la piccola Ludovica. Così, stregato dal fascino delle sue signore, Paolo il caldo ha raffreddato certi entusiasmi per la vita spericolata. Ma questa metamorfosi non gli impedisce di andare al massimo: «Sono sempre me stesso. Chiedetelo a quei poveretti dei miei compagni, vittime di scherzi terribili». Sacrosanta verità. Non a caso, Di Canio ha legato subito con Vialli, l’altro mattacchione dello spogliatoio juventino. Luca crapa pelata ha fatto proseliti, tanto che anche Paoletto ha deciso di tagliarsi i capelli a zero. Uno skinhead in piena regola, ma solo nel look un po’ trasgressivo. Perché dietro la voglia di scherzare e il desiderio di sdrammatizzare ci sono consapevolezze importanti. I famosi valori, per esempio: «Strada facendo, sbagliando e correggendomi, ho imparato a prendere la vita per il verso giusto. Ho capito che la famiglia è tutto. Perché in famiglia c’è armonia e con l’armonia c’è la tranquillità. Ingredienti fondamentali per emergere». Ecco, Elisabetta e Ludovica, le sue donne. Di Canio è stato a lungo sull’orlo di una crisi di nervi. Era persino arrivato al punto di pensare al divorzio, alla rottura del rapporto con la Juve. Una storia vecchia, passata. Anzi, sorpassata: «Non diamo a una situazione delicata i contorni di un dramma. Non ero soddisfatto di star fuori, a guardare gli altri. Ma chiunque lo sarebbe stato. Trapattoni mi raccomandava di avere pazienza e non riuscivo a capirlo. Invece sbagliavo. Me ne sono reso conto dopo. Il fatto è che la mia carriera è sempre stata esagerata. A diciannove anni ero titolare della Lazio, un perenne osservato speciale. Ed io non avevo pazienza per aspettare ma neppure gli altri ne avevano per aspettare me. Quando si è giovani si sbaglia. Ed ho sbagliato. Ma mi sono ripreso». Si è ripreso la maglia titolare, soprattutto. Le ultime prestazioni della scorsa stagione e il convincente inizio di campionato hanno spinto il Trap a confermarlo sul fronte offensivo. Di Canio è rinato poco a poco, anche se nessuno gli ha regalato nulla: «Quest’estate, mentre gli altri compagni si divertivano in spiaggia, sono andato in Calabria a lavorare con il dottor Bergamo. Ogni giorno mi sottoponevo a una cura intensiva di sudore. Il potenziamento muscolare, comunque, ha dato i suoi frutti. Ho messo qualche chilo, non sono più una piuma: per buttarmi a terra ci vuole una spallata. E l’arbitro fischia il fallo. Dettagli, la cura dei dettagli. Trapattoni sembra un maniaco, ma se insiste sui dettagli una ragione deve pur esserci, no?». Non è più quello di una volta, Di Canio. Ha accantonato le inutili leziosità che tanto facevano infuriare il Trap ed ha messo la sua classe al servizio della squadra. Un’evoluzione tecnica, tattica, personale. Adesso Paolo il caldo è un freddo ragionatore: «Ho conservato qualche tocco, il gusto per il dribbling, la passione per le fughe inebrianti sulla fascia destra. Nel contempo ho capito che non bisogna esagerare. E devo confessare che Trapattoni ha svolto un ruolo fondamentale nella mia maturazione». Con la Curva Scirea ha stretto un legame basato sulla reciproca simpatia. Non c’è partita in cui la frangia più accesa dei sostenitori bianconeri non scandisca semplicemente il nome o non componga un coro in favore di Di Canio. Retaggio di una passione lontana: «Ero un ultrà della Lazio. Andavo in trasferta con poche lire in tasca e non avevo paura di nulla. Ho provato cosa significa soffrire per una sconfitta o vivere una partita in curva: ecco perché, forse, oggi i tifosi juventini mi vogliono bene. In fondo, io sono uno di loro. Un innamorato della Signora». Dicono che sia un bisbetico domato. Dice che il suo peggior difetto è l’istintività e il suo miglior pregio è la disponibilità. Dice che ha quasi pianto quando ha saputo che avrebbe giocato la prima finale di Coppa Italia con il Parma. Insomma, un ragazzo semplice a cui piacciono le cose semplici. E non dite che è una testa matta. Al massimo lo era. Comincia la terza stagione juventina con buoni propositi, nonostante gli spazi si restringano con l’arrivo di Vialli e Ravanelli. «Eravamo a Villar Perosa una domenica mattina – racconterà anni dopo – era una novità per me che ero giovane e appena arrivato alla Juventus. Una villa enorme, un posto magnifico. Ci fecero restare per più di mezzora in quel cortile e vedevo attorno a me una certa tensione anche sul volto di grandissimi campioni come Baggio. A quel punto mi preoccupai, perché volevo far bella figura davanti a un personaggio così importante. A un certo punto si sentì il rumore delle pale dell’elicottero e atterrò tra noi l’Avvocato. Parlò molto con Trapattoni ed io, che ero lì vicino, ascoltai alcune parole. “Lo farai giocare Di Canio?” chiese al Trap. Il nostro allenatore rispose negativamente “Abbiamo bisogno di più copertura a centrocampo contro i mediani dell’Udinese”. Allora l’Avvocato fece una delle sue meravigliose battute “Di Canio è come lo champagne, tutti vogliono le bollicine alla fine di un pasto”. Allora mi sentì ringalluzzito da tanta considerazione. Ma l’Avvocato andò oltre: “Quando Di Canio entra in area e c’è un difensore avversario sono contento, perché molto probabilmente per fermarlo saranno costretti a fargli un fallo da rigore”. Ero tanto sorridente in quel momento, a sentire queste parole, ma ecco che l’ultima parte del suo discorso mi distrusse: “Quando invece entra in area e non ci sono difensori avversari mi preoccupo, perché chissà dove manderà quel pallone”. Su questa battuta i compagni mi presero in giro per un anno intero. Effettivamente era il fantastico stile dell’avvocato, ironico e dissacrante. È qualcosa che mi manca tantissimo in questo calcio di oggi, qualcuno col suo acume. In mezzo ai dirigenti sciatti di oggi servirebbe così tanto uno come lui». Ma Di Canio è un personaggio irrequieto ed ha qualche incomprensione di troppo con l’allenatore di Cusano Milanino. Così, dopo aver vinto la Coppa Uefa edizione 1992-93, chiede di essere ceduto e si trasferisce a Napoli. «È da un mese che ho deciso di andar via. Io qui non ci posso più stare», afferma il giorno dell’addio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/07/paolo-di-canio.html
  22. PAOLO DI CANIO https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Di_Canio Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 09.07.1968 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1990 al 1993 Esordio: 05.09.1990 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 2-0 Ultima partita: 06.06.1993 - Serie A - Juventus-Lazio 4-1 112 presenze - 7 reti 1 coppa Uefa Paolo Di Canio (Roma, 9 luglio 1968) è un commentatore televisivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Paolo Di Canio Di Canio nel 2010 ad Upton Park Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 2008 - giocatore 2013 - allenatore Carriera Giovanili 1984-1986 Lazio Squadre di club 1986-1987 → Ternana 27 (2) 1987-1990 Lazio 54 (4) 1990-1993 Juventus 112 (7) 1993-1994 → Napoli 26 (5) 1994-1996 Milan 37 (6) 1996-1997 Celtic 26 (12) 1997-1998 Sheffield Wednesday 41 (15) 1998-2003 West Ham Utd 117 (48) 2003-2004 Charlton 31 (4) 2004-2006 Lazio 50 (11) 2006-2008 Cisco Roma 46 (14) Nazionale 1988-1990 Italia U-21 9 (2) Carriera da allenatore 2011-2013 Swindon Town 2013 Sunderland Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Biografia È sposato con Elisabetta, dalla quale ha avuto due figlie, Ludovica e Lucrezia. Nel settembre del 1999 ha realizzato un cortometraggio come attore dal titolo Strade Parallele. Girato in quattro settimane, è stato realizzato dal regista Luca Borri. Ha anche recitato, in Inghilterra, per uno spot della Imperial Bathtime. Carriera Giocatore Calcio Club Gli inizi Di Canio in azione con la maglia della Lazio nel 1989, alle prese con il pisano Cuoghi. Trascorre l'infanzia nel quartiere romano del Quarticciolo e comincia a giocare a calcio nelle giovanili della Pro Tevere Roma. In questo periodo, durante una partita della piccola squadra romana, viene notato da Aldo Angelucci (il padre di un suo avversario in quella sfida), il quale scrive al Corriere Laziale affermando che lo stesso Di Canio è un vero e futuro talento per la Lazio. Viene quindi tesserato nelle giovanili della società biancoceleste, dove cresce sportivamente. Dopo una stagione in prestito alla Ternana in Serie C2, con Mario Facco come allenatore e Vincenzo D'Amico come compagno di squadra (e dove rischia anche la carriera a causa di un grave infortunio), esordisce in Serie A con la maglia della Lazio, allenata da Giuseppe Materazzi, il 9 ottobre 1988, nella trasferta sul campo del Cesena (0-0). Segna il gol decisivo nel derby contro la Roma del 15 gennaio 1989 (risultato finale 1-0), gol festeggiato correndo sfrontatamente sotto la curva giallorossa con il dito puntato (come Giorgio Chinaglia in ua stracittadina di quindici anni prima), al primo derby di Roma dopo tre anni di assenza della Lazio dalla massima serie. Juventus, Napoli e Milan Di Canio alla Juventus nella stagione 1990-1991 Nel 1990 si trasferisce alla Juventus, ceduto dall'allora presidente laziale Gianmarco Calleri, che incassa 7,5 miliardi di lire. Il successivo triennio a Torino, con Gigi Maifredi prima e Giovanni Trapattoni poi in panchina, non è positivo per Di Canio a causa dei suoi cattivi rapporti soprattutto con il Trap, tanto da arrivare a chiedere di essere ceduto almeno in prestito per un anno, dopo aver comunque vinto la Coppa UEFA 1992-1993 in maglia bianconera. Va quindi a giocare nel Napoli allenato da Marcello Lippi, dove disputerà una sola stagione caratterizzata da 5 gol, di cui uno segnato allo stadio San Paolo contro il Milan. Di Canio (a destra) al Milan nel 1994, alle prese con l'interista Orlando. Nel novembre del 1994, dopo un breve ritorno da fuorirosa alla Juventus, passa proprio al Milan per 6,38 miliardi di lire. A Milano vince il suo primo scudetto, nella stagione 1995-1996, ma un litigio con l'allenatore dei rossoneri, Fabio Capello, durante la tournée in Oriente della squadra, lo porterà a chiudere con i meneghini e ad andare in Scozia. Le esperienze britanniche Nell'estate del 1996 approda all'estero, precisamente a Glasgow, in Scozia. Qui gioca una stagione con il Celtic, dove viene votato giocatore dell'anno; i successi personali non corrispondono però con quelli della squadra, dato che le Hoops avranno risultati peggiori dell'altra squadra cittadina, i Rangers. Dopo un anno si sposta in Inghilterra, militando per un anno e mezzo nello Sheffield Wednesday, in Premier League: nel primo anno segna 12 gol, mentre nel secondo viene squalificato per undici giornate a causa di una spinta all'arbitro Paul Alcock. Nel dicembre del 1998 passa al West Ham Utd, dove in quattro anni e mezzo segna 48 gol e colleziona 118 presenze, giocando con continuità anche grazie ai due allenatori di quel periodo, Harry Redknapp e Glenn Roeder. Tra le reti segnate è degna di nota quella messa a segno contro il Wimbledon FC il 26 marzo 2000, realizzata con uno spettacolare tiro al volo. Questo gol è stato premiato dal West Ham come il gol più bello siglato ad Upton Park, casa degli Hammers fino al maggio 2016. Nel corso della stagione 1999-2000 vince con gli Hammers la Coppa Intertoto, superando in finale i francesi del Metz e portando così i londinesi in Coppa UEFA; qualche mese dopo viene nominato giocatore dell'anno della squadra in Premier League, campionato in cui realizza 17 gol, suo record personale in una stagione. Uno degli episodi più famosi della carriera di Di Canio risale al 18 dicembre 2000, durante la trasferta del West Ham Utd a Liverpool sul campo dell'Everton: il portiere dei padroni di casa, Paul Gerrard, si avventura in un'uscita al limite dell'area, ma le sue ginocchia cedono e cade su sé stesso, mentre la palla schizza verso l'ala destra, dove Trevor Sinclair mette al centro un cross per Di Canio. Pur potendo colpire il pallone prima di ogni altro giocatore, l'italiano afferra la palla con le mani, fermando il gioco. Appena la folla capisce quello che è successo, il Goodison Park prorompe in un'ovazione e in seguito, in virtù di tale gesto, Di Canio riceve il FIFA Fair Play Award, unito a lettera ufficiale di encomio firmata da Joseph Blatter. Nello stesso anno scrive e pubblica la propria autobiografia e viene inserito dai tifosi nell'undici ideale di tutti i tempi del West Ham United. Di Canio firma autografi nel 2010 ad Upton Park, stadio del West Ham United, squadra a cui è rimasto molto legato. Il giocatore romano viene lasciato libero al termine della stagione 2002-2003 in seguito alla retrocessione degli Hammers. Decide di rimanere a Londra per giocare la sua ultima stagione anglosassone nel Charlton: disputa 31 incontri in Premier e segna 4 reti. In particolare si ricorda quella siglata al Leicester City, su calcio di rigore, in occasione della quale, dopo la trasformazione dal dischetto, mostra una maglia con scritto «Onore a Fabrizio eroe vero», dedicata a Fabrizio Quattrocchi, rapito e poi ucciso in Iraq in quei giorni. Alla conclusione della stagione 2003-2004 lascia la Gran Bretagna, dove dal 1996 al 2004, tra campionato scozzese e inglese, ha collezionato 227 presenze e realizzato 90 reti, divenendo inoltre uno dei calciatori italiani più amati all'estero e venendo insignito del premio Hammer of the year nel 2000, nonché inserito nel migliore undici di tutti i tempi del club nel libro The Official West Ham United Dream Team del 2003 (risultato del sondaggio condotto tra 500 tifosi). Ritorno alla Lazio, Cisco Roma Torna alla Lazio per la stagione 2004-2005 (rinunciando a tre quarti del proprio stipendio in Premier League). Durante la prima parte dell'annata viene allenato da Domenico Caso; in questo periodo segnerà quattro reti. Caso viene poi esonerato e sostituito da Giuseppe Papadopulo, a causa della infelice posizione in classifica dei biancocelesti nonché dei suoi problemi con lo stesso Di Canio (il quale qualche anno più tardi racconterà di aver aggredito fisicamente il tecnico). Il calciatore termina il campionato con un bilancio di 23 presenze, 6 gol e una stagione che verrà ricordata, anche e soprattutto, per il gol nel derby del 6 gennaio 2005 (vinto dai laziali per 3-1), segnato sotto la curva romanista proprio come sedici anni prima. Un altro evento che caratterizzò l'annata fu la squalifica rimediata nella gara contro la Juventus, a causa del saluto romano rivolto ai tifosi della propria curva. Il 2005 vede anche l'uscita del suo secondo libro, da titolo Il ritorno - Un anno vissuto pericolosamente, nel quale racconta le emozioni del ritorno in maglia biancoceleste. Nella stagione successiva è titolare pressoché stabile nella Lazio ora guidata da Delio Rossi, che raggiunge la qualificazione alla Coppa UEFA. Di Canio lascia la società dopo l'ultimo derby romano, perso per 2-0, per attriti con l'allenatore e il presidente biancoceleste Claudio Lotito, il quale non rinnova il contratto del giocatore. Nel luglio del 2006 scende quindi in Serie C2 passando alla Cisco Roma. Il calciatore milita nel club fino al marzo del 2008 quando, a fronte di una lunga serie d'infortuni, annuncia il proprio ritiro dall'attività agonistica. L'ultima partita della sua carriera è la sfida interna contro il Benevento (persa 2-4) del 27 gennaio 2008, dove segna una doppietta, insulta l'arbitro e rimedia 4 giornate di squalifica. Durante una trasferta a Viterbo viene inoltre colpito con una bottiglia da un tifoso ospite. Nazionale Ha fatto parte della nazionale Under-21 dal 1988 al 1990 con 9 presenze e 2 gol su un totale di 11 convocazioni. Beach soccer Nel 2009 Di Canio, così come il suo ex compagno di squadra Marco Ballotta, passa al calcio a 5 su spiaggia diventando attaccante titolare della nazionale italiana. Footgolf Nel 2015 ha disputato alcuni tornei di footgolf, insieme ad altri ex calciatori professionisti, come Dino Baggio. Nel 2016 ha partecipato a tutte le tappe del Campionato Nazionale di Footgolf, risultando primo classificato nella categoria Over 45. Allenatore Swindon Town Di Canio esulta dopo la promozione in League One Il 20 maggio 2011 lo Swindon Town, dopo essere arrivato ultimo nel campionato inglese di League One ed essere conseguentemente retrocesso in League Two, lo nomina proprio allenatore. Dopo una serie di quattro sconfitte di fila, Di Canio porta i Robins a un filotto di vittorie e risultati positivi, alla finale del Johnstone's Paint Trophy e al quarto turno di FA Cup dopo aver battuto il Wigan per 2-1 (viene poi eliminato dal Chesterfield con il risultato di 2-0). Il 21 aprile 2012 il Swindon raggiunge l'aritmetica promozione in League One con due turni d'anticipo. Il 18 febbraio 2013, dopo i continui contrasti con la dirigenza del club, rassegna le dimissioni. Sunderland Il 31 marzo 2013 diviene l'allenatore del Sunderland al posto dell'esonerato Martin O'Neill. La nomina solleva alcune polemiche dopo che Di Canio è stato etichettato come «fascista» e causa le dimissioni di David Miliband, componente del consiglio di amministrazione del club. Esordisce nella sconfitta esterna per 2-1 contro il Chelsea. Nei due successivi incontri, i Black Cats ottengono due importanti vittorie per la permanenza in Premier League, nel derby contro il Newcastle Utd e nella partita contro l'Everton, e alla fine della stagione il Sunderland riesce a salvarsi. La stagione 2013-2014 non si apre nel migliore dei modi: la squadra ottiene, infatti, un solo punto nelle prime cinque partite di campionato, subendo 11 reti e segnandone 3. Il 22 settembre 2013, in seguito a questi risultati negativi, Di Canio viene sollevato dall'incarico di allenatore dei Black Cats. Dopo il ritiro Dal 2009 al 2014 ha partecipato come opinionista al programma sportivo Guida al campionato, insieme con l'ex calciatore Francesco Graziani, ed è stato ospite nelle trasmissioni sportive della piattaforma televisiva Mediaset Premium. È stato spesso commentatore sportivo per le partite di UEFA Europa League. Dalla stagione 2014-2015 è stato opinionista per Fox Sports, dove ha condotto il programma House of Football. Il 14 settembre 2016 è stato sospeso da Sky Italia perché durante una trasmissione televisiva era stato inquadrato il suo tatuaggio recante la scritta “Dux” sul braccio; il suo programma Di Canio Premier Show è tornato in onda il 15 gennaio 2017, dopo la partita Liverpool-Manchester United. Per Sky Italia è commentatore televisivo per le partite di Premier League, oltre che opinionista della trasmissione Sky Calcio Club. Ha seguito, come opinionista in studio, le partite del campionato d'Europa 2020. Controversie Fascismo e saluto romano Da quando ha ricominciato a giocare in Italia dopo le esperienze calcistiche oltremanica, Di Canio ha spesso fatto discutere di sé per l'uso del saluto romano rivolto ai tifosi laziali. Di Canio si è ripetutamente esibito in questo gesto in occasione del derby di Roma del 6 gennaio 2005, vinto dalla Lazio per 3-1. I numerosi commenti, pro e contro il giocatore, hanno generato una campagna mediatica anche all'estero, provocando l'interessamento della FIFA. In questa occasione, Di Canio ha voluto precisare di essere «un giocatore professionista», aggiungendo: «vorrei sottolineare che le mie esultanze non hanno nulla a che vedere con comportamenti politici di alcun tipo». Successivamente, non essendo stato squalificato per nessun turno in campionato, ha dato ulteriori spiegazioni sul gesto, puntualizzando che non avrebbe accettato di buon grado nessuna squalifica. Deferito alla commissione disciplinare, nel marzo del 2005 al giocatore, come alla Lazio, è stata comunque inferta una multa di 10.000 euro. Di Canio esulta in modo irriverente sotto la Curva Sud dell'Olimpico, sede della tifoseria romanista, dopo la rete segnata nel derby del 15 gennaio 1989. Il saluto romano è stato ripetuto alla fine del 2005 in altre tre occasioni, nella partita contro il Siena, poi durante la trasferta sul campo del Livorno dell'11 dicembre, al momento della sostituzione. Il 17 dicembre, sempre nel momento di uscire dal campo, in occasione della partita casalinga contro la Juventus, Di Canio ha nuovamente eseguito il saluto e per questo ha subito una giornata di squalifica e una multa di 10 000 euro, mentre un'altra ammenda di pari importo è stata inflitta alla società per responsabilità oggettiva. Questi episodi ravvicinati hanno suscitato accese polemiche anche a livello internazionale; il presidente della FIFA Joseph Blatter ha anche minacciato dure sanzioni contro il giocatore. Di Canio ha mostrato, tuttavia, di non temere le conseguenze del proprio perseverare, dichiarandosi disposto a essere messo sotto inchiesta ogni domenica per ogni saluto. Nel periodo in cui si sono succeduti questi episodi, si sono schierati dalla sua parte Silvio Berlusconi (il quale lo ha descritto come «Un ragazzo per bene, non è fascista. Lo fa solo per i tifosi, non per cattiveria. Un bravo ragazzo, ma un po' esibizionista») e Alessandra Mussolini, benché Di Canio abbia voluto prendere le distanze anche da loro, riaffermando la propria apoliticità, per lo meno in relazione al saluto romano: «il mio non è un gesto politico. Ribadisco che non voglio offendere nessuno, perché io non sono mai contro, ma a favore... Ora ci saranno altre partite, ma torneranno a strumentalizzare tutto solo quando ci sarà il ritorno di Lazio-Livorno e le elezioni saranno ancora più vicine». Il calciatore ha poi specificato cosa significhi per lui il saluto romano, ovvero non un'istigazione alla violenza, non un'apologia del fascismo, ma un semplice gesto di appartenenza che lo avvicina alla curva (e, facendo leva su queste distinzioni, ha presentato ricorso contro la decisione del giudice sportivo); tali dichiarazioni sono state poi in parte smentite, essendosi il giocatore definito «fascista sì, ma razzista no». Quando fu scelto come allenatore del Sunderland, nel marzo 2013, a seguito delle forti proteste contro la nomina di un allenatore con un'ideologia di tipo fascista, e dietro pressione del club, Di Canio ha cercato di ritrattare le proprie posizioni riguardo al fascismo dichiarando: «non supporto l'ideologia fascista, sono solo un uomo di famiglia, con valori semplici». Ciò tuttavia non ha placato le proteste, in quanto le sue dichiarazioni sono state considerate come tardive e in contrasto con sue precedenti ammissioni. Il club è stato fatto altresì oggetto di forti pressioni per licenziare l'allenatore, in considerazione del suo passato con palesi simpatie fasciste. Le proteste hanno coinvolto anche gli sponsor, che hanno minacciato il ritiro e la rescissione dei contratti di pubblicità con il club, a meno che Di Canio non fosse stato allontanato. Denunce Il 23 luglio 2009 Di Canio venne fermato a Porto Santo Stefano, mentre era in procinto di prendere un traghetto, da alcuni agenti della Guardia di Finanza per un controllo, ai quali si rifiutò di obbedire, minacciando di farli trasferire. I militari, a loro volta, lo denunciarono. Di Canio disse in seguito di aver reagito quando, alla richiesta di compiere tutti gli accertamenti in fretta, poiché avrebbe potuto perdere il traghetto, si sarebbe sentito rispondere dai finanzieri che potevano trattenerlo per quanto desiderassero. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 1995-1996 Competizioni internazionali Di Canio (in alto a destra) esulta con i compagni di squadra del Milan (in senso orario: Donadoni, Desailly, Albertini e Panucci) dopo la vittoria nella Supercoppa UEFA 1994. Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1992-1993 Supercoppa UEFA: 1 - Milan: 1994 Coppa Intertoto UEFA: 1 - West Ham Utd: 1999 Individuale Giocatore dell'anno della SPFA: 1 - 1997 Premio Fair play: 1 - 1999-2000 Hammer of the Year: 1 - West Ham Utd: 2000 FIFA Fair Play Award: 1 - 2001 Inserito nell'undici ideale dei tifosi del West Ham Utd nell'anno 2003 Allenatore Club Campionato inglese di quarta divisione: 1 - Swindon Town: 2011-2012 Individuale Allenatore dell'anno della Football League Two: 1 - Swindon Town: 2011-2012
  23. SERGIO GIUNTA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 29.12.1968 - Amichevole - Pro Patria-Juventus 0-3 Ultima partita: 22.05.1969 - Amichevole - Albese-Juventus 0-8 0 presenze - 0 reti
  24. PIETRO POVERO https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Povero Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 23.06.1899 Luogo di morte: Asti Data di morte 02.08.1967 Ruolo: Centrocampista/Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1920 al 1922 Esordio: 12.06.1921 - Amichevole - Reggiana-Juventus 2-3 Ultima partita: 14.09.1921 - Amichevole - Juventus-Alessandria 2-0 0 presenze - 0 reti Pietro Povero (Vercelli, 23 giugno 1899 – Asti, 2 agosto 1967) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Giocava nel ruolo di ala. Pietro Povero Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1931 Carriera Squadre di club 1919-1920 Alessandria 3 (1) 1920-1921 FERT (Torino) ? (?) 1921-1923 Libertas Palermo 11+ (6+) 1923-1924 Astigiani ? (?) 1924-1925 SPAL 14 (1) 1925-1926 Reggiana 21 (6) 1926-1927 Modena 13 (2) 1927-1928 US Milanese 18 (0) 1928-1929 Triestina 19 (6) 1929-1930 Ambrosiana-Inter 9 (2) 1930-1931 Ascoli 11 (2)
  25. CESARE PLANETTA Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassari Data di nascita: 07.09.1948 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1972 al 1973 Esordio: 21.02.1973 - Amichevole - Spezia-Juventus 0-2 0 presenze - 0 reti
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