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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. PIETRO ANASTASI Dissero subito: «Come calciatore è un paradosso». Avevano ragione: la lacuna più evidente finiva per essere la sua arma segreta; risolveva i problemi creati dal palleggio incerto con uno scatto e una velocità impressionante. Lo stop appariva sempre o quasi, approssimativo, ma lui riusciva a raggiungere la palla prima degli avversari. È stato un centravanti importante sia per la Juventus, che per la Nazionale e, a lungo, ha rappresentato un modello per i giovani del più profondo Sud alla ricerca di quell’affermazione sportiva che, ogni tanto, diventa vero riscatto sociale. Nasce a Catania il 7 aprile 1948, la famiglia non è ricca: «Sette persone in due stanze», ha raccontato un giorno. Come per altri ragazzi, il suo primo problema fu la scuola, poiché non gli piaceva. Un giorno in classe e un altro in piazza con una palla fra i piedi spesso nudi per non rovinare le scarpe. Poi il calcio diventò la sua ragione di vita. La carriera fu rapida e, naturalmente, il successo arrivò presto. Due anni nella Massiminiana (girone F della Serie D) e trasferimento al Varese nel 1966. Due stagioni in Lombardia e poi la Juventus che vinse la serrata concorrenza dell’Inter: fu pagato un prezzo record, 660 milioni. È il 1968, un anno magico per il calcio italiano. In Italia si disputa il Campionato d’Europa e, per la Nazionale è l’occasione per tornare fra le grandi potenze del calcio. La sera di sabato 8 giugno, allo Stadio Olimpico, l’Italia è in finale contro la Jugoslavia. Anastasi esordisce in azzurro, ma non si distingue in una squadra che non soddisfa. Il pareggio 1-1 è un premio immeritato per i nostri colori ma due giorni più tardi, nella finale bis, c’è una prova d’orgoglio degli italiani. È il trionfo: goal di Riva e, bellissima, in mezza rovesciata, la replica di Pietruzzo. Molto intuito, nel gioco di questo calciatore, molto genio e, purtroppo, anche molta sregolatezza: sarà il suo limite: «Le mie qualità migliori erano lo scatto, la velocità e l’altruismo. E seppur scendessi in campo, anche in Nazionale, con la maglia numero nove, spesso mi posizionavo sulla sinistra, per effettuare dei cross a favore del compagno di reparto. Insomma, ero un uomo d’area che sapeva anche manovrare». Due anni più tardi, è atteso con curiosità al Mundial messicano. È in gran forma, ma uno stupido incidente lo costringe al forfait poche ore prima della partenza. Lo sostituisce Roberto Boninsegna che, più tardi, prenderà il suo posto anche nella Juventus. Partecipa anche al Mondiale del 1974 ma, a quel punto, la carriera di Pietro è già verso l’epilogo. In Nazionale giocherà 25 gare e in totale realizzerà 8 volte. Quando, per la prima volta, arriva in Galleria San Federico, sede juventina, è senza cravatta, e il presidente di allora, Vittore Catella, lo avverte: «Quando si presenta in sede sarà bene, d’ora in avanti, che si vesta con regolare camicia e cravatta». Ma il contratto è buono e la cifra concordata anche. L’allenatore è Heriberto Herrera, il Ginnasiarca, uno che non cerca e non concede simpatia. Ad Anastasi, che in allenamento non riesce a interpretare uno dei tanti schemi, una volta urla, davanti a compagni, giornalisti e tifosi: «Tonto, stia a guardare, perché lei non capisce niente!». È un rapporto, questo con la Juventus, che non sarà mai sereno. Quando torna a segnare con una certa continuità, allo stadio compare uno striscione: “Anastasi, il Pelé bianco”. Le cifre: 302 partite e 129 goal, il 1971-72 è l’anno del suo primo scudetto, subito bissato l’anno seguente. Il terzo tricolore lo conquista nel 1974-75, sempre in bianconero, naturalmente. Lascia la Juventus per l’Inter, nel 1976-77, poi l’Ascoli e l’addio ai campi di calcio con un bilancio brillante. Anni dopo disse: «Andai via, perché ebbi un litigio con Parola, dopo una trasferta in Olanda, ma con la società sono sempre rimasto in ottimi rapporti. Alla Juventus è dove mi sono trovato meglio e rimarrò sempre un tifoso juventino». VLADIMIRO CAMINITI Anastasi fu ingaggiato da Catella, previo interessamento dell’avvocato Gianni al patron dei frigoriferi Giovannone Borghi, un uomo doppio, ma soltanto nel fisico, mento doppio, sopraccigli doppi, pancia se vogliamo tripla; però, una persona lastricata di buone intenzioni, Borghi aveva quasi raggiunto l’accordo con l’Inter per l’osannato centrattacco del suo Varese, ma all’ultimo momento fu galeotta una questione di compressori per frigoriferi e Anastasi passò alla Juventus, dopo che aveva già indossato in amichevole la maglia neroazzurra. I benpensanti si scandalizzarono. In realtà, il trasferimento fu solo rinviato di alcuni anni, i migliori della carriera del picciotto, di pelle quasi scura, due occhi balenanti, una tosta furbizia, due svelte gambe di levriero. Alla Juventus trova il fustigatore dei costumi Heriberto Herrera, che aveva nell’arcaico grandissimo Gipo Viani uno dei suoi pochi veri estimatori in un paese calcistico schiavo della pigrizia tecnica: «La Juventus sta praticando il gioco più moderno del mondo, è finita l’epoca degli specialisti; io faccio solo il goal, io difendo e basta». Diceva il Ginnasiarca prima dell’inizio del campionato, deludente per la Juventus, non per Pietruzzu, il cui bottino fu di 14 goal, rivelando tutta la sua astuzia istintiva e di volo un destro sciabolatore che levati. Furbo, ghiotto di tutto, soprattutto di popolarità, colpisce che non ami parlare nel dialetto di Meli. Si esprime in compìto italiano, insomma, e va a miracol mostrare del suo stile impolverato (i primi calci li ha dati scalzo, sui terreni aridi della periferia di Catania) già in questo primo campionato juventino: 1968-69. La fama gli dà subito un po’ alla testa. Con i cronisti, anche con me, ha rapporti difficili. Nello spogliatoio qualche compagno, ad esempio Furino, non ci andrà mai d’accordo. Voglio dire che ha spesso atteggiamenti spocchiosi. Pure, la Juventus ha cambiato il modo di vivere il calcio; è datato Heriberto Herrera il rinnovamento tecnico che prosegue clamoroso proprio alla fine di questo campionato, quando avanza sulla scena monsù Rabitti e la squadra ripiglia confidenza con le vittorie strappa applauso. L’Avvocato ha già richiamato Boniperti come amministratore delegato; presto lo farà presidente, e sarà il primo presidente anche tecnico nella storia del nostro calcio. Nascerà la Juventus ineguagliata e ineguagliabile del collettivo in campo e fuori campo. Anastasi ha tutto il tempo, sono sei anni di gioie e di rabbuffi, di goal maiuscoli e di sensazionali strafalcioni, per lasciare un’impronta. Non si era mai visto un centravanti come lui. L’istinto s’incarnava in uno scatto abbagliante come le onde del mare etneo al suo sole infuocato. Arrivando in bianconero, è famoso; in maglia azzurra si è laureato a Roma campione europeo. Paragonato ai centravanti tradizionali, è un misto di Gabetto e Lorenzi, ha più estro che tecnica, più possesso fisico dell’azione che senso tattico; caccia il goal come uno stallone la femmina. Quando al povero Picchi subentra Vycpálek mal gliene incoglie, perché Cesto è bonario ma caustico, ama le posizioni chiare, la lealtà. Anastasi ha atteggiamenti da divo in uno spogliatoio, dove legifera il collettivo. Ma subito per me diventa Pietruzzo, gioca partite stupefacenti e segna molti goal decisivi. Forse il campionato del primo scudetto bonipertiano (1971-72) è pure il suo più efficace, il suo apporto è trascinante, per supplire, insieme a tutti, all’assenza nevralgica di Bettega ammalatosi. «Quel campionato rappresentò il primo traguardo della mia carriera e dell’esperienza juventina. Arrivai al Nord che ero davvero un ragazzino e presto diventai uomo, anche in virtù dell’aria che si respirava in società: erano i tempi di Catella, Giordanetti, Allodi e, soprattutto, Boniperti». Un campionato tormentoso e per Cesto drammatico che si risolve in volata, con un bel 2-0 al Comunale inflitto al Vicenza. E si può ben dire che questa Juventus di Anastasi si riallaccia alla migliore tradizione della società, vince con una sola lunghezza (43 a 42) su Milan e Torino (che un sardo di nome Giagnoni pilota con demagogica sciarpa), ma è come sta scritto nel suo stemma, la vittoria del forte che ha fede. Anastasi vincerà altri due scudetti, quello numero 15 in cui assopirà un tantino il suo vulcanico talento. C’è qualcosa che non va nei costumi atletici del catanese? Ha qualche problema privato? Si può rispondere, senza indugio: quel suo gioco tutto istinto, i suoi scatti a ripetizione, lo logorano; senza la forza fisica rapinosa di un Chinaglia, non è meno rapinoso il suo gioco che siede i portieri. Rivivrà diversamente, com’è diversa Catania da Palermo, il mare etneo dal mare di Mondello, questo scatto in Schillaci. Alla conquista del suo terzo scudetto, campionato 1974-75, Anastasi arriva in coppia con Damiani, nove goal a testa, uno in meno l’eterno Altafini. Lapilli e scaglie dorate del suo scatto inimitabile sono oramai cenere; con un colpo di genio Boniperti, nell’estate del 1976, lo scambia con l’anziano Boninsegna. Il Pelé Bianco naufragherà nelle nebbie di Milano. ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1981 Anastasi, detto Pietruzzo è stato forse il caposcuola, il pioniere dei calciatori che dal Sud sono arrivati al Nord per fare fortuna. Non tutti sanno che a determinare il destino di Pietro Anastasi fu, probabilmente, una donna incinta presentatasi all’aeroporto di Catania e supplicando che la lasciassero partire, anche se non aveva un posto sull’aereo, perché doveva assolutamente recarsi a Milano. Quel gentiluomo che era Casati, allora general manager del Varese, le concesse il suo posto, accettando di partire la sera dopo. Lunedì pomeriggio Casati si recò al Cibali per assistere a una partita tra squadre ragazzi; in una di quelle squadrette giocava un certo Pietro Anastasi. Casati lo osservò attentamente e l’affare fu concluso in poche ore. Pietruzzo si comprò una giacca nuova e una valigia fiammante per salire al Nord. Divenne famoso a suon di goal, iniziando la carriera proprio nelle file del Varese. D’acchito il picciotto vinse la propria battaglia, quella contro il mostro del Nord, cioè il gelo, l’indifferenza, l’incomunicabilità. Vinse senza mai sottrarsi al pericolo di certe battaglie, ma affrontandole a viso aperto anche quando sapeva di rischiare grosso. Doveva finire all’Inter ma Gianni Agnelli soffiò il giocatore a Fraizzoli e lo vestì in bianconero quando già era stato fotografato in neroazzurro per la gioia illusoria dei tifosi interisti. Alla Juve fece fortuna e fu idolatrato dalla folla: era il centravanti che nelle iperboli tifose si vide etichettare come Superpietro, Pelé Bianco o cose simili. La sua figura s’installò in paradossali “ex voto” sportivi e fu ripetuta per centinaia di pose fotografiche in alloggi torinesi, in case siciliane, dietro il letto, sulla porta della cucina, alla sommità di cassettoni e credenze. Allo Stadio Comunale, in maglia bianconera, cominciò non la vita, ma la leggenda popolare di Pietruzzo. Robusto, seppur piccolo, veloce e sgambettante, carico di fantasie da cortile, un acrobata istintivo: questo il giocatore. Come ragazzo era simpatico, ingenuo, modesto, con qualche improvvisa punta d’orgoglio. Quando nel 1968 arrivò alla Juventus, aveva solo vent’anni e tanto entusiasmo. Lo gelarono subito, anche se si era in piena estate: il presidente Catella, piemontese di stampo antico, lo strigliò subito per aver osato presentarsi al raduno senza cravatta. Così lui, che era arrivato al primo appuntamento con la Vecchia Signora timido e sorridente, se ne andò con gli occhi rossi. Né quelle lacrime furono le ultime. A settembre, la lezione tattica di Heriberto Herrera gli gonfiò di nuovo gli occhi di pianto. Per fortuna, quando era sul campo tutto filava a gonfie vele: 28, 14 goal, tre in più che la stagione precedente nel Varese. Nemmeno la gloria (con tanto di maglia azzurra della Nazionale e un titolo di Campione d’Europa) è stata un passaporto sufficiente per l’amicizia: si sentiva scartato, isolato e così si chiudeva sempre più in se stesso. La sua ombrosità, logica conseguenza della difficoltà di comunicazione, era scambiata per selvatichezza e qualcuno ci ricamava sopra, sino all’insulto. La stagione successiva le faccende calcistiche andarono ancora meglio: ventinove partite, quindici goal. A fine campionato la fortuna gli voltò le spalle: alla vigilia della partenza della squadra nazionale per il Messico, dove erano in programma i Campionati del Mondo, Pietro fu colto da violenti dolori. Fu ricoverato in clinica e operato. Addio Nazionale, addio Mondiali. La sfortuna continuò poi a perseguitarlo, non ritrovò più per la successiva stagione lo smalto dei giorni migliori, segnò soltanto 6 reti, perdendo anche quei pochi amici di passaggio che era riuscito a racimolare. La straordinaria forza di volontà lo tenne a galla, in attesa di giorni migliori, del successo definitivo. Fu proprio allora che Anastasi iniziò un processo irreversibile, quello che fece di lui un autentico uomo, un personaggio di successo. L’introverso picciotto, ex raccattapalle del Cibali, egoista in campo, scontroso fuori, aveva finalmente imparato a comunicare, dentro e fuori del calcio, fino a diventare un protagonista: Campione d’Italia, uno dei migliori, un autentico leader. Pietro ricorda ancora quel periodo: «Sì, me lo dicevano tutti e anch’io dovevo constatare il cambiamento, il miglioramento. Ma una ragione precisa non c’era, al di là del fatto che con gli anni ero un po’ maturato. Quando ero arrivato alla Juventus, diffidavo di tutti, dei giornalisti in particolare. In campo pensavo solo a mettermi in luce, al tornaconto personale. Poi diventò tutto diverso e mi accorsi che contava prima la Juventus e poi Anastasi; per la squadra ero disposto a fare qualsiasi sacrificio». Sicuramente gli giovò molto il matrimonio, placandone la scontrosità e regolandone gli eccessi gastronomici: «A me piacevano i cibi piccanti, la cucina siciliana; molti miei periodi non positivi furono determinati da una pessima condizione fisica, conseguenza di disturbi intestinali. Un giorno decisi di abolire salumi e salse piccanti; la salute tornò e la condizione tecnica ne trasse giovamento». Poi la moglie, Anna Bianchi, gli regalò due figli e altri importanti equilibri furono conquistati. Fu quello il periodo migliore della sua carriera, quello in cui riuscì a riconquistare stabilmente il posto in Nazionale, arrivando poi a collezionare ben 25 gettoni di presenza. Vinse lo scudetto al termine della stagione 1971-72 (giocando tutte e 30 le partite) e fece il bis nel 1972-73, giocando 27 gare su 30; il terzo titolo di Campione d’Italia arrivò al termine della stagione 1974-75, anno in cui Pietro giocò 25 partite. Il divorzio dalla Juve avvenne nel corso della stagione 1975-76. Ritenendo di essere stato preso di mira dall’allenatore Parola, il picciotto si lasciò andare a roventi e polemiche dichiarazioni nella settimana precedente un delicatissimo derby con il Torino. La Juventus era stata sconfitta a Cesena e stava preparandosi a disputare l’incontro con il Torino. Anastasi, dopo un allenamento al Combi, improvvisò una conferenza stampa, nel corso della quale vuotò, come si suol dire, il suo sacco, pieno di livore e incomprensioni. Un attacco preciso verso l’allenatore Parola e certi compagni di squadra. Com’è nel proprio stile, la Juventus tolse di squadra Anastasi il quale, nella stagione successiva, fu ceduto all’Inter in cambio di Boninsegna. Tutti i tifosi bianconeri ricordano ancora le notizie sensazionali apparse sui giornali di quel 9 luglio 1976. La Juventus annunciava il trasferimento di Anastasi alla società neroazzurra che cedeva ai bianconeri il centrattacco Boninsegna, con l’aggiunta di 750 milioni. Contemporaneamente Capello era ceduto al Milan e la Juve aveva in cambio Benetti più 100 milioni. Un’operazione sensazionale che portava la Juve sulla strada di altri trionfi. Anastasi, dopo l’Inter, approdò ad Ascoli. Forse era anche il traguardo cui Pietruzzo anelava, dopo aver perso la gloria della casa bianconera. Ascoli ha rappresentato la tranquilla città di provincia, dove il Pelé Bianco sta oggi per terminare la sua lunga e tormentata carriera. Abbiamo visto recentemente Anastasi e abbiamo parlato dei tempi felici in cui guizzava come un fulmine verso la rete avversaria e mandava in delirio i suoi fan con i goal più pirotecnici e brasiliani. Anastasi ricorda tutto e tutti, la sua amicizia con Bettega, l’unico che seppe in certo qual modo sgelarlo dal mondo di diffidenza e incomprensione in cui era vissuto per molti anni. Della città di Torino, in fondo al cuore, ha una certa nostalgia. Forse si rivede ragazzo, correre disperatamente dietro ad un pallone, su un prato d’erba ispida, sotto il cocente sole di Sicilia. Forse ricorda il giorno in cui sbarcò a Torino e la leggenda si colorì con i toni di una ballata da cantastorie. Nel formicolio delle mansarde, degli agglomerati umidi delle periferie abitate dalla gente della sua terra, il Pelé Bianco riuscì a portare lume con le sue acrobazie e con il suo nerissimo ciuffo di capelli. La gloria arrivò presto e lo sistemò su un solido piedistallo. Pietro sa che la gloria aveva un nome: Juventus. Per questa ragione non ha mai dimenticato la società bianconera e i tifosi che dalla Curva Filadelfia urlavano il suo nome: “Pietro, Pietro!”. NICOLA CALZARETTA, “GS” DEL MAGGIO 2015 La cosa che più colpisce in Pietro Anastasi, nato a Catania il 7 aprile 1948, sono gli occhi. Scuri, scintillanti, vivi. E il sorriso. Solare e malinconico allo stesso tempo. Ci troviamo a casa sua, a Varese, la città di sua moglie Anna. «Devo tutto a questa donna – dice subito Pietruzzo, così come lo ribattezzò il conterraneo Vladimiro Caminiti – mi ha fatto da equilibratore. Quando tendevo a esaltarmi, mi riportava con i piedi per terra. Quando andavo giù di corda, sapeva scuotermi per risalire». Sono insieme da una vita, da quando il diciottenne Anastasi si trovò catapultato al Nord dopo gli straordinari esordi con la Massiminiana in Serie D. Stagione 1966-67, la prima a Varese, allora in Serie B. Il matrimonio nel 1970, due figli, e dal 1993 per lui la meritata pensione tra un po’ di scuola calcio, i commenti tecnici in televisione e gli impegni con le leggende bianconere. Eh già, perché se siamo qui è per ricordare soprattutto le 8 stagioni con la maglia della Juventus. Dal 1968 al 1976, tre scudetti, oltre 300 presenze e 130 goal. Numeri che danno l’esatta misura di un attaccante che in campo non si è mai risparmiato e che per i tantissimi tifosi meridionali della Juventus, in quel primo scorcio di anni ‘70, ha rappresentato la possibilità del riscatto. Numeri di un centravanti che quarant’anni fa stabilì un record tuttora imbattuto: tre goal realizzati da subentrante. Vogliamo partire proprio da quello Juventus-Lazio del 27 aprile 1975? «Quart’ultima partita del campionato. Siamo primi con tre punti sul Napoli e per me, che sono anche il capitano, si profila un’altra panchina. Già la domenica precedente con il Cagliari non ero partito titolare. Ma stavolta non ci sto. E quando il tecnico Carlo Parola legge la formazione, io gli dico che me ne torno a casa». Questo quando succede? «La mattina prima della partita, nel ritiro di Villar Perosa». Poi ha cambiato idea. «Chiamo mia moglie e le dico quel che sta succedendo. Lei mi suggerisce di accettare le decisioni dell’allenatore, ma io non voglio sentire ragioni. Poi durante la passeggiata, ecco l’avvocato Agnelli, al corrente dei fatti. E anche lui mi invita a non fare stupidaggini. Ma sono ancora ferito. Decisiva è la seconda telefonata con Anna. A quel punto mi faccio buono buono e mi metto a disposizione dell’allenatore». Numero tredici, seduto in mezzo a Piloni e Spinosi. «Fino al 70’. Stiamo vincendo 1-0, ma anche il Napoli è in vantaggio. Occorre mettere al sicuro il risultato. E così, quando mancano venti minuti alla fine, Parola mi dice di entrare al posto di Bettega. In cinque minuti, dall’83’ all’88’, realizzo una tripletta. Nessun subentrante era mai riuscito nell’impresa prima e, per quel che mi risulta, neppure dopo nel campionato italiano. A quel punto, sul 4-0, il risultato è più che in cassaforte. Missione compiuta». Se li ricorda quei tre goal? «Il primo di destro in scivolata ad anticipare il difensore su cross basso dalla destra. Il secondo di sinistro al volo a mezza altezza su centro dalla sinistra. Il terzo dopo una traversa di Viola: sulla ribattuta colpisco il palo, la riprendo e segno. In quell’occasione, Felice Pulici fece come l’orso nei giochi della fiera: a ogni sparo, cambiava direzione, senza capirci più nulla». Sarà stato un record anche per lui prendere tre goal in cinque minuti. «Credo di sì. Ero una furia, non mi importava chi avessi di fronte in quel momento. Avevo così tanta rabbia in corpo che se la partita fosse durata ancora avrei continuato a segnare. Pulici o non Pulici». È vero che la mattina dopo chiamò l’Avvocato? «Sì. Mi disse: “Ha visto che avevo ragione io quando le dicevo di non fare stupidaggini?”. Gli diedi corda, non ebbi cuore di dirgli che in verità il merito era tutto di mia moglie». Le ultime tre gare le ha giocate tutte dall’inizio. «A quel punto sarebbe stata dura per l’allenatore giustificare un’esclusione. Ripresi la numero nove, la fascia azzurra di capitano e nell’ultima gara contro il Vicenza segnai il goal del momentaneo 3-0, vivendo una delle emozioni più forti della mia carriera in bianconero. Sul 2-0 per noi tutto lo stadio aveva iniziato a chiamare il mio nome. L’urlo si era fatto sempre più forte e insistente. I tifosi volevano un mio goal, che in effetti arrivò al 36’. Allora ci fu un boato e a me vennero le lacrime agli occhi dalla commozione». Con i tifosi c’è sempre stato un legame particolare, vero? «Ancora oggi è così, nonostante siano passati molti anni. Di me il tifoso bianconero ha sempre apprezzato la generosità e l’impegno. Non ho mai giocato al risparmio: per la maglia della Juventus ho dato il massimo». E poi c’è la questione meridionale. «Per i tanti lavoratori che venivano dal Sud e che si facevano il mazzo in fabbrica sono diventato un simbolo, anzi ero uno di loro, quello che aveva avuto la buona sorte di giocare a pallone. Ricordo che mi fermavano fuori dello stadio e mi dicevano di farmi valere anche per loro. Mi rendeva orgoglioso». Qualcuno all’epoca sosteneva che non fosse un caso che la Juventus avesse molti giocatori del Sud. «Di vero c’è solo che eravamo in diversi: oltre a me c’era Furino, anche se lui fin da piccolo abitava a Torino. Poi Causio, Cuccureddu, Longobucco, anche Spinosi volendo, che era di Roma. Ma per stare alla Juve non bastava certo essere meridionali. Occorreva ben altro. Come abbiamo dimostrato in quegli anni dominando in Italia, con il pallone ci sapevamo fare». Lei forse meglio degli altri, visto lo striscione che a un certo punto apparve nei distinti. «“Anastasi Pelé bianco”. Comparve nei primi anni alla Juve. Mi fece un certo effetto, accidenti. Poi però mi dissi: “Chissà cosa ne pensa Pelé!”». E Carlo Parola, invece, di lei cosa pensava? «Non so cosa avesse con me. Non mi vedeva bene, cose che capitano. La mia permanenza alla Juve è stata pregiudicata dal rapporto non proprio idilliaco con lui. Però le confesso che mi trovo un po’ a disagio a parlare di una persona che non c’è più». Possiamo parlare dei fatti e delle sue sensazioni. «Parola arrivò nel 1974. Dopo il secondo posto dietro la Lazio, Boniperti decise di sostituire Vycpálek con cui avevamo vinto due scudetti. Vycpálek era un uomo molto legato al presidente, sapeva di calcio, buono, con un fare molto paterno. Con lui era difficile non andare d’accordo. Il primo scontro con Parola ci fu nel dicembre 1974 in occasione della partita di Coppa Uefa in Olanda contro l’Ajax. Sono infortunato, lo certifica anche il nostro medico La Neve. Il tecnico mi dà del vigliacco, pensa che mi voglia risparmiare. Ma non è così. Morale della favola: sto fuori in campionato per tutto dicembre. Rientro a gennaio con la Ternana». Quindi c’è la panchina con la Lazio di aprile. «Era successo anche la domenica prima. In quel caso esagerai. C’era un rapporto molto teso tra di noi, che non giovava a nessuno e che è poi scoppiato clamorosamente l’anno dopo, costandoci uno scudetto già vinto. Tutto inizia nell’intervallo di Lazio-Juventus del 7 marzo 1976. Era una giornata no per me, capitano partite dove non ti viene bene nulla. Chiesi di essere sostituito, pensavo che avrebbe fatto bene alla squadra. E così fu, al mio posto entrò Bobo Gori. Quel gesto fu mal interpretato da Parola, che mi mise in panchina per la successiva gara contro il Milan, dandomi gli ultimi venti minuti. La rottura vera si consumò la settimana dopo. Si gioca a Cesena e il mister mi rimette fuori. A quel punto chiedo spiegazioni, ero il capitano». E lui? «Mi risponde male. Ed io lo mando a quel paese. La partita con il Cesena la vedo dalla tribuna. Quindi qualche giorno dopo sbotto e dico chiaro e tondo che con Parola non voglio più avere niente a che fare. Finisco “fuori rosa”. Esco di squadra con la Juve avanti di cinque punti sul Torino. Alla trentesima giornata i granata vincono lo scudetto. Se abbiamo perso un campionato già vinto, la responsabilità non è certo mia che sono rimasto fuori nelle ultime nove partite. I colpevoli sono quelli che pensavano di avere già vinto». E Boniperti in tutta questa storia? «Avrebbe potuto intervenire in mia difesa, se avesse voluto. Invece mi disse: “Facciamo finire il campionato, poi ne parliamo”. Anche lui era sicuro dell’esito finale. Alla fine della stagione, ci vedemmo. Mi chiese di rimanere, lo fece più volte anche il dottor Giuliano, il suo braccio destro. Ma ormai era troppo tardi. Non c’erano più le condizioni. Meglio chiudere». È stato un addio amaro? «Senza dubbio. Chiesi solo di essere ceduto a una squadra che non doveva lottare per rimanere in A». Lasciò così la Juve dopo otto anni. Una curiosità: com’era arrivato in bianconero? «Il mio acquisto nel 1968 era stato rocambolesco. Ero già dell’Inter. Dopo il mio primo campionato in A con il Varese nel 1967-68, in cui avevo segnato undici goal, si fece avanti la società neroazzurra con Italo Allodi. Lui era molto amico di Casati, il Direttore Sportivo del Varese. Si figuri: andavano anche in vacanza insieme con le famiglie. Si strinsero la mano e chiusero l’affare». Contento? «Felicissimo! A vent’anni andavo in una grande squadra, e poi Milano era vicina a Varese, dove abitava Anna con cui mi ero intanto fidanzato. Ci fu un’amichevole di fine stagione tra Inter e Roma. I neroazzurri chiesero il permesso al Varese di potermi far giocare. Nell’intervallo mi venne incontro Mario Brogini, un amico fotografo di Varese, che era venuto per fare le prime foto con la nuova maglia. Fu lui a darmi la notizia della Juventus». Le svelò anche i particolari? «Non mi ricordo se accadde in quell’occasione. Si misero d’accordo direttamente l’avvocato Agnelli e il presidente del Varese Borghi. Oltre ai soldi (660 milioni di lire, ndr), nell’affare entrò anche la fornitura di compressori di frigoriferi per la Ignis, l’azienda di Borghi. So che Allodi si arrabbiò con Casati, ma lui non avrebbe potuto certo andare contro il suo principale». E lei in tutto questo? «Rimasi frastornato. Un po’ mi dispiaceva non andare all’Inter, perché voleva dire allontanarsi da Varese. Ma ero al settimo cielo perché vestivo la maglia della squadra di cui sono sempre stato tifoso, e lo sono tuttora. Nel portafoglio conservo ancora la foto fatta al Cibali con il grande Charles. Si avverava un sogno». Dai campi polverosi della Sicilia alla Juve. «Il pallone è sempre stato in cima ai miei pensieri. Ero il più piccolo di quattro fratelli, c’era la scuola, mi piaceva il mare, ho fatto piccoli lavori come il garzone di macelleria o lo stagnino. Ma il sogno era diventare calciatore e indossare la maglia bianconera». Quali sono state le tappe fondamentali? «Gli inizi all’oratorio San Filippo Neri di Catania. Per tutti ero Pietro “U turcu” perché d’estate diventavo nero come la pece. Poi la Trinacria e infine la Massiminiana. Devo tutto a Renzo Vellutini, che convinse i fratelli Massimino a prendermi nel 1964: a sedici anni debuttai in Serie D. Due anni dopo ero già in B». E il Varese com’è che la scova in Sicilia? «Per caso. Il Direttore Sportivo varesino Casati era al Cibali per assistere a Catania-Varese. Sarebbe dovuto ripartire con la squadra, ma lasciò il posto in aereo a una donna incinta. Il rinvio del volo di ritorno gli consentì di seguire il giorno dopo, sempre al Cibali, Massiminiana-Paternò. Anche se finì 0-0, mi vide e prese nota. Ero felice perché andavo in B a diciotto anni, avrei avuto una bella vetrina e qualche soldo in più. Ma avevo paura, perché andavo lontano per un’avventura che avrebbe potuto finire subito. A Varese mi accompagnarono i genitori. Al momento del saluto, piansero. Riuscii a trattenere le lacrime, anche perché fin dal primo impatto ho avuto la sensazione di essere in una famiglia. Poco dopo conobbi Anna, la quale certamente ha agevolato tutto. I due anni a Varese sono stati splendidi. Anche per i risultati sportivi, ovviamente». Ce li ricorda? «Il primo anno conquistammo la promozione in A. L’anno dopo il Varese fece un campionato eccezionale, battendo molte grandi. Eravamo una buona squadra con campioni come Armando Picchi, gente di esperienza come Sogliano, Da Pozzo, Maroso e giovani come il sottoscritto e Franco Cresci. L’allenatore era Bruno Arcari: a me ha insegnato tanto, soprattutto a come muovermi in attacco». Insegnamenti utili, visti gli undici goal finali. «Per me è stata una stagione fantastica. La ciliegina sulla torta fu la tripletta nel 5-0 alla Juventus, un risultato entrato nella storia del Varese. E poi il regalo più bello: la chiamata in Nazionale per l’Europeo. Successe tutto in fretta. Il passaggio rocambolesco alla Juve, la maglia azzurra. Ero al settimo cielo, un sogno essere lì con Zoff, Rivera, Mazzola, Gigi Riva». Nella finale con la Jugoslavia in attacco c’è lei, all’esordio. «Eravamo nello spogliatoio, mi chiama Valcareggi e mi fa: “Picciotto, tocca a te!” E non aggiunge altro. Gioco in coppia con Prati. La Jugoslavia è più forte e pareggiamo, grazie a una punizione di Domenghini nel finale. I regolamenti a quel tempo prevedevano la ripetizione della gara. Si rigioca due giorni dopo, Valcareggi cambia mezza squadra. Io sono confermato e accanto a me c’è Gigi Riva». Riva sblocca e lei, alla mezzora, realizza un goal in semirovesciata spettacolare: tutto voluto? «È stato sempre detto che sbagliai lo stop. Può darsi, non ricordo. So che feci una rete bellissima e che non stavo nella pelle dalla gioia. Ancora oggi quella notte romana con l’Olimpico illuminato dalle fiaccole mi fa venire la pelle d’oca. Vincemmo l’Europeo, l’unico nel nostro albo d’oro, e ci nominarono Cavalieri della Repubblica. Per me, che avevo vent’anni e non ero ancora maggiorenne (all’epoca la maggiore età era ai ventuno anni, ndr), fecero un’eccezione». Torniamo allo stop “sbagliato”: talvolta la critica ha sottolineato certe presunte lacune tecniche. «La risposta migliore l’ha data Boniperti. Lui diceva che io ero troppo veloce. Spesso capitava che anticipassi il pallone. Però rimaneva li, tra i miei piedi. Ed io, a quel punto, potevo fare la giocata desiderata». Da un punto di vista tattico, invece, si è sempre considerato un centravanti? «Ho spesso giocato con il nove, ma il centravanti non l’ho mai fatto. Mi piaceva allargarmi, spaziare, servire i compagni. Il famoso goal di tacco di Bettega a San Siro, nasce da un mio assist dopo un dribbling in area. Sono stato un falso nove. Mi rivedo molto in Tévez, che viene fuori a prendere il pallone e gioca spesso come trequartista». Chiudiamo la parentesi azzurra con il suo forfait al Mondiale di Messico 1970. «È ancora oggi uno dei miei più grandi rimpianti. E tutto per una sciocchezza. Stavo scherzando con il nostro massaggiatore Spialtini. Lui era seduto sul divano, io ero dietro. A un certo punto lui, spazientito e dopo avermi detto già diverse volte di smetterla, mi dà un colpo con il dorso della mano e mi colpisce ai testicoli. Dolore immediato, ma la cosa finisce lì. Durante la notte, ero in camera con Furino, non ce la faccio più dal dolore, mentre il testicolo colpito si è gonfiato paurosamente. Il Dottor Fini mi dà un calmante, ma dobbiamo andare di corsa in ospedale. La situazione è grave, posso correre il rischio di un’amputazione se non mi operano all’istante per assorbire il versamento interno. Eravamo alla vigilia della partenza per il Messico. Non ce la potevo fare. Ma lì la combinarono grossa, chiamando al mio posto due attaccanti, Boninsegna e Prati e mandando via Lodetti che ancora mi maledice. Fu una stupidaggine, oltretutto Prati non giocò mai. Io poi ho fatto ancora un po’ di Nazionale. Ero anche a Monaco nel 1974, ma lì la squadra non c’era». È il momento di tornare a parlare della Juventus. Ci siamo fermati al racconto dell’acquisto. «Il primo impatto con il mondo bianconero fu istruttivo. Era estate e andai in sede a incontrarmi per la prima volta con i nuovi dirigenti non pensando alla forma. Avevo una maglietta e un normale paio di pantaloni. Il presidente Catella mi disse: “La prossima volta si presenti in giacca e cravatta”». E sul campo come andò? «L’esordio fu eccezionale. A Bergamo, contro I’Atalanta, facciamo 3-3. Io segno una doppietta e uno dei due goal credo sia uno dei più belli realizzati con la Juve. Doppio pallonetto agli avversari e sinistro potente prima che la palla tocchi terra, tutto a grandissima velocità». Allenatore quell’anno, stagione 1968-69, era Heriberto Herrera. «Un uomo molto rigido, maniacale. Incuteva timore, specie davanti alla bilancia. Dava multe a chi sgarrava con il peso. Ricordo che Haller e Piloni erano tra i più terrorizzati perché tendevano a ingrassare anche mangiando pochissimo. Durante uno dei primi allenamenti mi trattò malissimo davanti ai compagni. Stavamo facendo una seduta tattica, io non ero abituato a certi metodi. A un certo punto mi dice: “Basta, cono (stupido, ndr), vada fuori”. Mi mandò via e fece entrare al mio posto Zigoni per farmi vedere come andava fatto il movimento. A me vennero le lacrime agli occhi dalla rabbia». L’anno dopo ci fu il breve regno di Luis Carniglia. «Aveva il vizio di parlare male di noi giocatori alle nostre spalle. Non ho un buon ricordo di lui. Ma nemmeno la società, visto che lo licenziò quasi subito. Al suo posto chiamarono Ercole Rabitti, che allenava le giovanili. Da lì le cose iniziarono a girare per il meglio, anche se quella era una Juve che non lottava per lo scudetto». La svolta ci fu nell’estate del 1970. «Furono gettate le basi della Juventus che ha poi dominato nei successivi quindici anni. Furono acquistati molti giovani, alcuni come Causio e Bettega rientrarono dai prestiti. Boniperti, il quale non era ancora ufficialmente presidente ma aveva già compiti direttivi, e Italo Allodi furono gli ideatori del progetto». E come allenatore fu scelto il giovane Armando Picchi, suo compagno di squadra a Varese. «Allodi lo conosceva benissimo, sapeva che aveva tutte le qualità per guidare una squadra giovane e importante come la Juventus. Nell’anno a Varese, ero rimasto stupito dalla grinta, dalla lucidità di pensiero e dal grande carisma, oltre che dalle qualità umane. Trovarmelo come allenatore fu un piacere». Nessun imbarazzo? «No, anche se in privato gli davo del tu e in pubblico del lei. Peccato che il destino con lui sia stato così cattivo. Noi sapevamo tutto, fu molto dura in quei mesi continuare a pensare al pallone. Fu bravo Cestmír Vycpálek, il nuovo allenatore, a tenere unito il gruppo e fu molto importante la presenza di Italo Allodi, un grande dirigente». Un po’ dimenticato, vero? «Molto dimenticato, ma questo è il vecchio vizio del nostro mondo. Senza nulla togliere a Boniperti, Allodi ha avuto grandi meriti nella rinascita della Juve. Quando le cose non andavano bene o c’era da cementare il gruppo, lui organizzava delle cene, spesso con le famiglie. Una volta accadde dopo la papera di Carmignani contro il Cagliari (il numero uno bianconero si fece sfuggire di mano un pallone innocuo, ndr). Tutti a cena e lui che regala al portiere una pinza. Geniale. Intervenne sui premi. Alla Juve gli ingaggi non erano migliori di altre squadre, ma se si vinceva, allora arrivavano tanti soldi. A quel tempo per ogni punto davano 80.000 lire a giocatore. Bene, lui arrivò e disse: “Se battete il Milan, ci sono 800.000 lire per ognuno”. Sia chiaro: lo sportivo vuole sempre vincere, ma certi stimoli sono molto importanti». Le strategie di Allodi hanno funzionato, nel 1972 la Juve vince il campionato. «Il mio primo scudetto, quello a cui sono più legato. Anche perché dopo la malattia che colpi Bettega e che lo tenne fuori per metà stagione, io mi sentii molto più responsabilizzato. Verso la fine della stagione ci fu anche il grave lutto di Vycpálek, che perse suo figlio vittima di un incidente aereo». Quel campionato vide un grande Torino come vostro avversario. Ha dei ricordi particolari? «Il ricordo più importante me lo ha lasciato Cereser, che mi diede un calcio sulla mano destra, all’altezza del metacarpo anulare, che di fatto è rincalcato verso l’interno. Lui da dietro mi diede la zampata». L’anno dopo, stagione 1972-73, fate il bis. «Vincemmo lo scudetto all’ultima giornata. La scossa vera ce la diede il Verona che stava battendo il Milan capolista. Anche noi a Roma eravamo sotto di un goal. Nell’intervallo, dentro lo spogliatoio, ci guardammo negli occhi. Nessun discorso, solo la consapevolezza che ce la potevamo fare. Anzi, che dovevamo farcela. Andò così, 2-1 per noi e alla fine altro tricolore». Su quella partita non sono mancate le chiacchiere. «Ma lasciamo stare! Noi sapevamo che per arrivare al traguardo dovevamo solo vincere. Lo stimolo decisivo sono state le notizie dal Bentegodi. E poi, se andiamo a vedere i goal, cosa c’è che non va? La difesa giallorossa poteva fare diversamente sul colpo di testa di Altafini? E sulla bomba di Cuccureddu all’incrocio dei pali? Fu una vittoria solare. Semmai c’era un altro problema. Riguardava Vycpálek. Prima della trasferta romana, anche per smorzare la tensione, qualcuno di noi disse: “Mister, domenica non possiamo vincere: non ce la faremmo a portarla in trionfo”. E lui: “Ma io domenica sarò leggero come una libellula”». Prima ha nominato Altafini, che proprio in quella stagione venne alla Juve: come fu preso il suo arrivo? «Bene, veramente. José era un vero campione, capace di essere decisivo anche giocando poco. Si inserì benissimo in squadra e poi quello lì era un gruppo veramente solido e caratterizzato da grandi personalità». Ha qualche episodio curioso che le torna alla memoria? «Penso a Helmut Haller, un tedesco napoletano, giocherellone e scherzoso. A volte portava con sé quel palloncino che sedendoci sopra emette rumori simili alle puzzette. Era uno dei suoi divertimenti preferiti. Senza dimenticare le sfide all’ultima moda tra Causio e Damiani. Li facevamo sfilare nello spogliatoio e poi davamo i voti». Il 1973 è anche l’anno della finale della Coppa dei Campioni persa dalla sua Juventus contro l’Ajax. «Un gran peccato. Loro erano sicuramente più forti. Noi andammo in ritiro per troppo tempo. In più, ci fu anche un cambio di formazione che non ci convinse. Fuori Cuccureddu e dentro Altafini. Ma la cosa che ci fece più male fu vedere come loro trattarono la Coppa una volta saliti sul pullman. La buttarono lì, sui sedili, come fosse un trofeo qualsiasi». Nel 1975 arriva il suo terzo scudetto, poi l’anno dopo l’addio. «Andai all’Inter. Due campionati così così, ma alla prima stagione conquistammo la Coppa Italia. C’è gente che è stata molti anni più di me in neroazzurro senza vincere nulla». Infine c’è l’Ascoli e soprattutto una data: 30 dicembre 1979. «E chi se la scorda? Giochiamo a Torino contro la Juventus. Prima della partita mi viene a salutare l’avvocato Agnelli, un grandissimo onore per me. Io sono alla caccia del mio centesimo goal in Serie A. Sembra una maledizione, me ne hanno già annullati un paio nelle giornate precedenti. Dopo otto minuti batto Zoff con un colpo di testa e tutto il Comunale mi applaude. Come se non fossi mai andato via». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/pietro-anastasi.html
  2. PIETRO ANASTASI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Anastasi Nazione: Italia Luogo di nascita: Catania Data di nascita: 07.04.1948 Luogo di morte: Varese Data di morte: 17.01.2020 Ruolo: Attaccante Altezza: 172 cm Peso: 66 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pietruzzu 'u turcu - Pelé bianco Alla Juventus dal 1968 al 1976 Esordio: 08.09.1968 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-0 Ultima partita: 14.03.1976 - Serie A - Juventus-Milan 1-1 303 presenze - 130 reti 3 scudetti Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana «Pietro Anastasi finì per essere il simbolo vivente di un'intera classe sociale: quella di chi lasciava a malincuore il Meridione per andare a guadagnarsi da vivere nelle fabbriche del Nord.» (Alessandro Baricco, 2008) Pietro Anastasi (Catania, 7 aprile 1948 – Varese, 17 gennaio 2020) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centravanti. Dopo gli esordi nella Massiminiana e la ribalta nel Varese, legò la sua attività agonistica soprattutto alla Juventus, squadra nella quale militò per otto stagioni a cavallo degli anni 1960 e 1970 diventandone uno degli uomini-simbolo, nonché tra i più amati dai tifosi, fino a esserne nominato capitano dal 1974 al 1976; con i bianconeri vinse tre campionati di Serie A, nel 1971-1972, 1972-1973 e 1974-1975, disputando inoltre le finali di Coppa delle Fiere, nel 1971, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale, queste ultime entrambe nel 1973. Considerato uno dei migliori attaccanti italiani della sua generazione, giocò con la squadra torinese un totale di 258 partite in Serie A realizzando 78 reti, laureandosi capocannoniere della Coppa delle Fiere 1970-1971 e della Coppa Italia 1974-1975, prima di una precoce parabola discendente che lo portò a chiudere la carriera con le maglie di Inter, Ascoli e Lugano. Ha disputato complessivamente 338 gare nella massima serie italiana segnando 105 gol; è stato inoltre il secondo marcatore della categoria, nel 1968-1969, e il terzo in altre due occasioni, nel 1969-1970 e 1973-1974. Campione europeo con la nazionale italiana nel 1968, in azzurro ha giocato 25 partite siglando 8 reti. Nel 2020 è stato introdotto postumamente nella Hall of Fame del calcio italiano. Pietro Anastasi Anastasi alla Juventus nella stagione 1971-1972 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centravanti) Termine carriera 1982 - giocatore 19?? - allenatore Carriera Giovanili 1958-1961 San Filippo Neri 1961-1964 Trinacria Squadre di club 1964-1966 Massiminiana 38 (19) 1966-1968 Varese 66 (17) 1968-1976 Juventus 303 (130) 1976-1978 Inter 46 (7) 1978-1981 Ascoli 58 (9) 1981-1982 Lugano 14 (10) Nazionale 1967 Italia U-21 6 (2) 1968 Italia B 4 (2) 1968-1975 Italia 25 (8) Carriera da allenatore 198?-198? Varese Giovanili Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Tunisi 1967 Europei di calcio Oro Italia 1968 Biografia «Ogni tanto, durante le partite, qualcuno mi insultava a colpi di "te***ne". Lo facevano più che altro per farmi innervosire. Io lo sapevo e tranquillamente gli rispondevo dicendogli: "Sarò pure te***ne, ma guadagno più di te che sei un polentone".» (Pietro Anastasi, 2011) Un giovane Anastasi (in piedi, al centro) impegnato in un campionato aziendale catanese di "calcio a 9" nella prima metà degli anni 1960 Nacque nella zona industriale di Catania, nell'immediato secondo dopoguerra, da una modesta famiglia operaia: «con me, eravamo in nove e vivevamo in una piccola casa» nel quartiere Fortino, racconterà in seguito. Sin dalla giovane età si appassionò al calcio, tanto da marinare varie volte la scuola per andare a giocare a pallone in strada. Durante la militanza nel Varese conobbe la sua futura moglie, Anna, che in seguito gli darà due figli; dopo il ritiro dall'attività agonistica, si stabilì definitivamente nella città varesina. Dopo essere stato operato con successo per un tumore all'intestino, nell'ultimo triennio di vita gli venne diagnosticata una sclerosi laterale amiotrofica che lo portò progressivamente alla morte, sopraggiunta a 71 anni, decidendo per la sedazione profonda e rifiutando un ulteriore accanimento terapeutico. Caratteristiche tecniche «Ha più estro che tecnica, più possesso fisico dell'azione che senso tattico; caccia il goal come uno stallone la femmina.» (Vladimiro Caminiti) Anastasi in allenamento nel febbraio 1971 Cresciuto con John Charles come idolo — «nel portafoglio conservo ancora la foto fatta al Cibali», ricorderà quasi settantenne —, al contrario dell'ariete gallese Anastasi fu un attaccante dotato di scatto e velocità, «mobilissimo e imprevedibile», caratteristiche che gli permettevano, tra le altre cose, di sopperire ad alcune lacune tecniche — «spesso capitava che anticipassi il pallone. Però rimaneva li, tra i miei piedi. Ed io, a quel punto, potevo fare la giocata desiderata» —, nonché di aiutare i compagni — «penso di essere stato un giocatore altruista, giocavo soprattutto per la squadra, [...] mai [...] per me stesso» — ripiegando all'indietro o recuperando palle perse. Dal fisico «corto e robusto», aveva inoltre dalla sua un buon palleggio, seppur molto singolare, una grande prontezza di riflessi e, anche per via di un innato opportunismo, rapidità nel concludere a rete. Definito da Vladimiro Caminiti come un misto tra due centrattacco del passato quali Guglielmo Gabetto e Benito Lorenzi, agli esordi fu accostato da Cesare Lanza a un suo contemporaneo, Luigi Meroni, soprattutto nel tocco di palla «di destro e di sinistro, magari con minore fantasia del Beatle comasco, ma, spesso, con superiore altruismo»; un atteggiamento, questo ultimo, sottolineato anche da Candido Cannavò, che riassunse il suo giudizio su Anastasi in «un grande giocatore, per abilità, per destrezza, per generosità». A Darwin Pastorin, negli anni 1970 giovane tifoso juventino, rimandava infine «nel dribbling, nella rovesciata, nella rete d'istinto» ai calciatori carioca ammirati durante la sua infanzia in terra brasiliana. Anastasi (a sinistra) batte il portiere Marić con un'apprezzabile parabola di sinistro, nell'amichevole tra Italia e Jugoslavia del 20 settembre 1972. Viene erroneamente ricordato come una prima punta, quando in realtà era per sua stessa ammissione «un uomo d'area che sapeva anche manovrare», a suo agio pure spalle alla porta. Definitosi, decenni dopo il ritiro, una sorta di falso nueve ante litteram, il siciliano era a ben vedere un attaccante che soleva spaziare per il campo — cosa che gli accadeva ancora più in nazionale, dove spesso si ritrovava a stazionare fisso all'ala, che non nelle squadre di club —, uscendo spesso dall'area di rigore a prendere la sfera e, giostrando quasi da trequartista poi, «inventa[re] palle gol» effettuando cross dal fondo o servendo assist: «giocavo come numero nove, però poi il numero nove lo facevo poche volte. Giocavo soprattutto sulle fasce laterali, a cercarmi gli spazi e mettere delle palle in mezzo». Carriera Club Gli inizi, Massiminiana e Varese Dopo gli inizi nella formazione dell'oratorio San Filippo Neri di Catania — dove, anche per via della pelle olivastra, «per tutti ero Pietro 'u turcu perché d'estate diventavo nero come la pece» —, e poi nella Trinacria, approdò ancora in giovane età alla Massiminiana, in Serie D, dove si mise in luce nel suo secondo campionato, quello del 1965-1966, segnando 18 reti in 31 partite che aiutarono il club di famiglia dei Massimino, nato appena sette anni prima, a vincere il proprio girone e ottenere così una storica promozione in Serie C, massima categoria raggiunta dai giallorossi. Un promettente Anastasi (accosciato, primo da destra) nella Massiminiana che conquistò la promozione in Serie C al termine del campionato 1965-1966. Proprio nel corso di quel torneo riuscì a destare, per una serie di fortuite circostanze, le attenzioni del direttore sportivo del Varese, Alfredo Casati: questi, come ricorderà lo stesso Anastasi, «era al Cibali per assistere a Catania-Varese. Sarebbe dovuto ripartire con la squadra» poche ore dopo ma, una volta giunto all'aeroporto di Fontanarossa, «lasciò il posto in aereo a una donna incinta». Tornato in albergo, nell'attesa del nuovo volo il barista gli suggerì di riempire la giornata seguente andando a vedere «sempre al Cibali, Massiminiana-Paternò», parlandogli di «un ragazzino che è un vero portento»; pur se l'incontro si concluse a reti bianche, Casati «mi vide e prese nota [...] A fine partita, venne giù negli spogliatoi e l'affare si concluse in poche ore». L'attaccante lasciò così la Sicilia per approdare dall'altra parte del Paese, in Lombardia, tra le file dei biancorossi all'epoca militanti in Serie B, dove nel successivo biennio giocherà al fianco di nomi quali il capitano Armando Picchi, gente di esperienza come Sogliano, Da Pozzo e Maroso, e coetanei come Cresci. Sotto la guida dell'allenatore Pietro Magni, nella prima stagione in maglia varesina conquistò la promozione nella massima categoria segnando 6 gol in 37 apparizioni. Debuttò poi in Serie A il 24 settembre 1967, non ancora ventenne, contro la Fiorentina, trovando nell'occasione anche la sua prima rete stagionale; da ricordare è inoltre la tripletta siglata nel 5-0 del Varese sulla sua futura squadra, la Juventus, il 4 febbraio 1968, il punto più alto di un campionato rimasto negli annali del calcio biancorosso: «quella vittoria fu memorabile, ma ci rendemmo conto dell'impresa compiuta solo negli spogliatoi, al termine della partita. [...] Tutta l'annata fu irripetibile: imbattuti in casa, settimi alla fine. Tutto un sogno». Anastasi al Varese nel 1967-1968, stagione della sua affermazione ad alti livelli. Complessivamente nella sua prima stagione in Serie A — dove, nell'album Calciatori Panini, il nome del giocatore sulla figurina era erroneamente «Piero» anziché Pietro — Anastasi realizzò 11 reti in 29 partite, contribuendo alla positiva settima piazza in graduatoria del Varese — il migliore piazzamento dei lombardi nella storia della massima categoria — ora allenato da Bruno Arcari, un tecnico che il giocatore ricorda per avergli «insegnato tanto, soprattutto a come muovermi in attacco»; a corollario, a livello personale si piazzò pure settimo nella classifica marcatori, emergendo quale maggiore rivelazione del campionato. Juventus Anni di ricostruzione (1968-1970) «Erano piene di nebbia, a quel tempo, le mattine d'inverno a Torino, ed era dura rimettersi a battere la lastra nel reparto presse della Fiat. Ma c'erano giorni diversi, c'erano i magici lunedì in cui l'operaio "terùn", naturalmente juventino, poteva dimenticare ogni gelo nella strada e nel cuore, ogni amarezza, ogni sporca fatica della vita grama. Perché la domenica la Goeba aveva vinto. E al centro dell'attacco di quella squadra c'era lui, Pietro Anastasi da Catania, Pietruzzu, Pietro 'u turco.» (Maurizio Crosetti, 2020) Le prestazioni offerte a Varese fecero convergere su Anastasi le attenzioni delle grandi squadre italiane. La spuntò la Juventus che nel maggio 1968 lo acquistò per la cifra-record di circa 650 milioni di lire: una somma considerevole per l'epoca, che ne fece addirittura il calciatore più pagato al mondo di quel decennio. Inizialmente il giovane sembrava destinato all'Inter, anche per via dell'amicizia tra Casati e il dirigente nerazzurro Italo Allodi; tuttavia, a trasferimento praticamente concluso, intervenne Gianni Agnelli — «mi voleva da mesi, da quando mi aveva visto segnare una tripletta proprio contro la Juve» — il quale, anche approfittando del momentaneo vuoto ai vertici della società meneghina causa l'avvicendamento tra Angelo Moratti e Ivanoe Fraizzoli, con una trattativa-lampo andò ad accordarsi direttamente con il presidente varesino Giovanni Borghi mettendo sul piatto, in aggiunta ai soldi del cartellino, pure una «fornitura di compressori di frigoriferi per la Ignis, l'azienda di Borghi», da parte della FIAT. Un acquisto che, oltre al lato sportivo, riservò dei non trascurabili risvolti politico-sindacali: in un mondo lavorativo preda delle agitazioni sessantottine, l'arrivo a Torino del catanese Anastasi contribuì a calmierare la situazione all'interno degli stabilimenti di Mirafiori, dove una manodopera in gran parte d'origine meridionale elesse subito a proprio beniamino quel giovane e più fortunato conterraneo. Da destra: gli juventini Anastasi, Haller, Leonardi e Salvadore escono dal campo al termine della vittoriosa trasferta di campionato del 28 dicembre 1969 contro la Roma. Questo, nonostante il giocatore avesse già avuto modo di vestire ufficiosamente i colori nerazzurri, aggregato al club meneghino per un'amichevole di fine stagione a San Siro contro la Roma: «tornato negli spogliatoi per l'intervallo, un fotografo che conoscevo [...] che era venuto per fare le prime foto con la nuova maglia [...] mi disse: "Pietro, guarda che sei un giocatore della Juventus"». L'attaccante rimase nell'occasione «frastornato. Un po' mi dispiaceva non andare all'Inter, perché voleva dire allontanarsi da Varese» dove viveva la fidanzata e futura moglie Anna, «ma ero al settimo cielo perché vestivo la maglia della squadra di cui sono sempre stato tifoso [...]. Si avverava un sogno». Debuttò in bianconero il 29 settembre di quell'anno, realizzando subito una doppietta con la nuova casacca nel 3-3 di Bergamo contro l'Atalanta. Nelle prime due stagioni a Torino fu allenato dapprima da un sergente di ferro quale Heriberto Herrera, poi da Luis Carniglia, con cui non ebbe un buon rapporto — «aveva il vizio di parlare male di noi giocatori alle nostre spalle. Non ho un buon ricordo di lui. Ma nemmeno la società, visto che lo licenziò quasi subito» — e infine da Ercole Rabitti, militando in una formazione che pur annoverando elementi quali del Sol, Haller e Salvadore, cui si aggregheranno nel 1969 anche Cuccureddu, Furino e Morini, trovandosi alla fine di un ciclo non riuscì a impegnarsi in traguardi di rilievo, cedendo il passo alle milanesi nonché al rampante Cagliari di Riva. Questo nonostante un Anastasi il quale, pur essendo il più giovane dello spogliatoio, dimostrò di non patire l'impatto con una big chiudendo i primi due campionati in Piemonte entrambi in doppia cifra; tra queste reti, quella che il 17 novembre 1968 decise allo scadere il suo primo derby torinese giocato. Ricambio generazionale e primi successi (1970-1974) Al termine del successo casalingo contro il Napoli del 7 marzo 1971, Anastasi (a destra) discute con Bettega, con cui formò uno dei più affiatati tandem d'attacco della storia bianconera. «Il ragazzo del Sud entusiasmò per il suo modo di giocare a tutto istinto, stop approssimativi, scatti, gol incredibili e per quel suo modo d'essere profondamente juventino. Anastasi faceva coppia con il torinese Bettega, il suo esatto opposto, distillato d'eleganza, straordinario nel gioco di testa, rifornito con generosità di cross dal ragazzo di Sicilia. I due fecero la fortuna dei bianconeri, contestualmente alla loro.» (Tuttosport, 2009) La svolta arrivò nell'estate 1970, quando la società bianconera si rinnovò profondamente. All'arrivo di Allodi e Giampiero Boniperti a livello dirigenziale, seguì l'inserimento in squadra di una nutrita pattuglia di giovani quali Capello, Causio e Spinosi. In una squadra ora affidata a una vecchia conoscenza di Anastasi, quel Picchi nel frattempo divenuto allenatore, l'attaccante andò a far coppia in avanti con un altro volto nuovo, un prodotto delle giovanili all'esordio in prima squadra, Roberto Bettega: agli antipodi sia geograficamente sia tatticamente — catanese e centravanti a tutto campo il primo, torinese e punta d'area di rigore il secondo —, ciò nonostante l'intesa tra i due scattò immediata tant'è che Pietruzzu e Bobby Gol, imbeccati dalle giocate di Causio e Haller, nei sei anni trascorsi assieme a Torino comporranno una delle meglio assortite coppie d'attacco che la storia juventina ricordi. La stagione 1970-1971, la prima del nuovo corso bonipertiano, seppur chiusasi senza titoli in bacheca — nonché segnata dal lutto per la precoce scomparsa, sul finire di maggio, del trentaseienne Picchi —, vide Anastasi laurearsi capocannoniere della Coppa delle Fiere — unico italiano nell'arco della manifestazione — con 10 reti in 9 match compresa l'ultima nella storia della coppa, all'Elland Road di Leeds, che valse il definitivo 1-1 nella finale di ritorno di quell'edizione tra un'imbattuta Juventus e il Leeds Utd, con gl'inglesi a sollevare il trofeo per la regola dei gol in trasferta. L'annata si chiuse per la punta con 2 reti nel commemorativo Trofeo Picchi, che ne fecero il migliore marcatore del quadrangolare, chiuso dai bianconeri al terzo posto, in coabitazione con Boninsegna, Brugnera e La Rosa. Anastasi e il Meridione A Torino, il catanese Anastasi assurse presto tra gli idoli di una curva juventina al tempo gremita da «tanti lavoratori che venivano dal Sud e che si facevano il mazzo in fabbrica», in quanto percepito come «uno di loro», un ragazzo di Sicilia andato a cercar fortuna nel lontano Piemonte: «l'identificazione tra il popolo bianconero di origine meridionale e noi che eravamo degli emigrati, privilegiati, ma comunque emigrati al Nord, fu molto forte in quegli anni [...] ricordo che mi fermavano fuori dello stadio e mi dicevano di farmi valere anche per loro. Mi rendeva orgoglioso». Negli anni conclusivi del boom economico e del consolidamento dell'emigrazione interna in essere a Torino dal secondo dopoguerra, il centravanti divenne un'icona per un'intera generazione di meridionali trapiantati nella città sabauda, che vedevano in lui «quello che aveva avuto la buona sorte di giocare a pallone [...] Io fui uno dei primi giocatori meridionali ad avere successo nel grande calcio [e] sentivo di essere diventato un modello, anche un motivo di speranza per tanti ragazzi che come me inseguivano i loro sogni partendo per il Nord». Assieme a conterranei del Mezzogiorno quali Cuccureddu e Furino, cui si aggiunsero più avanti Causio, Gentile e Brio, Anastasi fu il maggiore esponente della cosiddetta «squadra meridionale» pluricampione d'Italia negli anni 1970; un decennio in cui la Juventus, per una predisposizione a puntare su calciatori di quella zona del Paese — ricevendo di riflesso un vasto sostegno dalla locale popolazione, in controtendenza rispetto agli altri club del Settentrione —, si guadagnò l'appellativo di Sudista: «avvertivamo forte il calore della nostra gente al Comunale di Torino che era lo stesso, per intensità, che ritrovavamo anche negli stadi da Roma in giù. E quel calore era una grande spinta in campo». Pelé Bianco, come Anastasi era stato soprannominato dai tifosi bianconeri, dovrà attendere il 1971-1972 per festeggiare il suo primo scudetto, «quello a cui sono più legato. Anche perché dopo la malattia che colpì Bettega e che lo tenne fuori per metà stagione, io mi sentìi molto più responsabilizzato», vinto in volata contro il Milan del paròn Rocco e il Torino di Giagnoni, cui l'attaccante contribuì con 11 gol in 30 partite: «quel campionato rappresentò il primo traguardo della mia carriera e dell'esperienza juventina. Arrivai al Nord che ero davvero un ragazzino e presto diventai uomo». I piemontesi di Čestmír Vycpálek bissarono il tricolore nell'annata seguente, in un campionato rimasto tra i più appassionanti nella storia del girone unico, avendo la meglio solo nei minuti finali dell'ultima giornata delle due rivali, i succitati rossoneri e la neopromossa Lazio di Maestrelli e Chinaglia. Anastasi patì tuttavia sul piano personale la concorrenza del neoacquisto José Altafini, con cui si ritrovò spesso a darsi il cambio nonostante la non più giovane età dell'italo-brasiliano, tanto che, pur se rimarrà questa la stagione del suo massimo impiego con 47 presente totali, il catanese mise a referto 6 reti in Serie A e 7 nelle coppe, al di sotto dei suoi fin lì standard juventini. Con i bianconeri raggiunse inoltre nel 1973 due finali, quella di Coppa Italia e, per la prima nella storia del club, quella di Coppa dei Campioni, entrambe perse contro, rispettivamente, il Milan e l'Ajax di Kovács e Cruijff: nonostante la sconfitta di Roma con i rossoneri, nella partita che chiuse l'annata, arrivò ai rigori, ben più amaro fu l'esito della sfida di Belgrado contro i Lancieri, un rovescio dettato anche dall'essere «un po' intimiditi da questa grande squadra» già più volte detentrice del trofeo ma che non si presentava nell'occasione al meglio, ammetterà con qualche rimorso Anastasi anni più tardi, «loro erano abituati, noi purtroppo no». Anastasi (a sinistra) alle prese con l'inglese Todd del Derby County l'11 aprile 1973, nella semifinale di andata della Coppa dei Campioni. Il centravanti tornò su alti livelli realizzativi dodici mesi più tardi, marcando 16 gol in campionato — mettendo a referto il 12 maggio 1974 la sua prima tripletta in casa bianconera, nella vittoria casalinga 3-1 sulla Fiorentina, ripetendosi la giornata successiva sul campo del Lanerossi Vicenza — e 23 totali che fecero dell'annata 1973-1974 la più prolifica della sua carriera, nonostante si concluse senza successi di squadra; non riuscì ad andare in gol nella Coppa Intercontinentale, cui i torinesi presero parte dopo la defezione dell'Ajax, sconfitti a Roma dagli argentini dell'Independiente. Da capitano all'addio (1974-1976) «Improvvisamente l'umiltà scomparve, lo sguardo di Pietruzzo si rabbuiò. Visse momenti tristi, molti lo capirono, altri lo consigliarono male. E venne il giorno del dissenso. Si sfogò [...], vide congiure di palazzo attorno alla sua figura di capitano senza macchia e senza paura. E, frattanto, non riusciva ad offrire alla squadra il rendimento delle stagioni passate. [...] Ci fu la separazione, irrimediabile e logica...» (Angelo Caroli, 1977) Stante il sopravvenuto ritiro di Salvadore al termine della precedente stagione, nell'estate 1974 Anastasi, ventiseienne, venne nominato capitano della Juventus dal presidente Boniperti e dal nuovo allenatore Carlo Parola, vincendo la concorrenza interna di Furino. Nel campionato 1974-1975 arrivò per il neocapitano bianconero il terzo scudetto, con la squadra che ebbe la meglio del Napoli totale di Vinício e della Roma di Liedholm, e un buon cammino europeo con il raggiungimento della semifinale di Coppa UEFA, da cui i torinesi vennero estromessi per mano degli olandesi del Twente. Sul piano personale l'attaccante primeggiò, in virtù di 9 gol in 10 incontri, nella classifica marcatori della Coppa Italia, ma soprattutto fu autore di uno storico record in campionato, durante Juventus-Lazio (4-0) del 27 aprile 1975 quando, alzatosi dalla panchina a venti minuti dal fischio finale, dall'83' all'88' mise a segno tre reti nello spazio di cinque minuti: nessun giocatore subentrante aveva mai siglato prima una tripletta in Serie A, un exploit che sarà eguagliato nei decenni seguenti dai soli Kevin-Prince Boateng, Josip Iličić e Andreas Cornelius. Da destra: Anastasi, ormai divenuto capitano della Juventus, in azione contro l'Ajax il 27 novembre 1974 per l'andata degli ottavi di Coppa UEFA; dietro di lui il compagno di squadra Viola, l'olandese Mühren e l'altro bianconero Damiani. Ma fu anche la stagione in cui nacquero i primi screzi con Parola, con cui mal convisse poiché convinto di essere preso di mira da parte di questi, per via delle sempre più frequenti esclusioni dall'undici titolare: «il primo scontro [...] ci fu nel dicembre 1974 in occasione della partita di Coppa UEFA in Olanda contro l'Ajax. Sono infortunato, lo certifica anche il nostro medico La Neve. Il tecnico mi dà del vigliacco, pensa che mi voglia risparmiare. Ma non è così. Morale della favola: sto fuori in campionato per tutto dicembre». Sul finire del torneo, nelle ore precedenti il succitato Juventus-Lazio, causa una nuova panchina il capitano bianconero fu una prima volta sul punto di lasciare definitivamente la sua squadra, abbandonando tale proposito solo dopo una telefonata di chiarimento con la moglie nel ritiro di Villar Perosa. Una problematica situazione che si trascinò per tutta l'estate seguente, quando in sede di mercato Juventus e Bologna furono a un passo dal concretizzare uno scambio tra Anastasi e Giuseppe Savoldi, e che deflagrò nel torneo 1975-1976, perso dai bianconeri in un cocente rush finale contro i concittadini granata di Radice e del tandem Graziani-Pulici; un epilogo cui Anastasi, già reduce da un girone di andata non all'altezza, assistette impotente dall'esterno, ormai confinato fuori rosa per volontà di Parola: «tutto inizia nell'intervallo di Lazio-Juventus del 7 marzo 1976. Era una giornata no per me [...] Chiesi di essere sostituito, pensavo che avrebbe fatto bene alla squadra. [...] Quel gesto fu mal interpretato da Parola, che mi mise in panchina per la successiva gara contro il Milan, dandomi gli ultimi venti minuti». La settimana seguente si consumò la rottura definitiva quando, in vista della trasferta di Cesena, al giocatore venne ancora negata una maglia da titolare: «a quel punto chiedo spiegazioni, ero il capitano. [L'allenatore] mi risponde male. Ed io lo mando a quel paese. La partita con il Cesena la vedo dalla tribuna». Qualche giorno dopo, alla vigilia della stracittadina torinese, l'attaccante fece trapelare attraverso i giornali il suo malcontento «e dico chiaro e tondo che con Parola non voglio più avere niente a che fare. Finisco fuori rosa». Anastasi (a sinistra) e Capello, i due big che svestirono polemicamente la maglia juventina dopo il convulso epilogo della stagione 1975-1976. Alla fine di un torneo in cui mise assieme 1 gol in 16 presenze, e di cui Anastasi ricordò che «esco di squadra con la Juve avanti di cinque punti sul Torino. Alla trentesima giornata i granata vincono lo scudetto. Se abbiamo perso un campionato già vinto, la responsabilità non è certo mia che sono rimasto fuori nelle ultime nove partite», Boniperti provò comunque a ricomporre la frattura tra il giocatore e l'ambiente, tuttavia divenuta ormai insanabile, con «i compagni stessi di squadra [che] lo rifiutarono, come per una brutale crisi di rigetto»: pur tra molti dispiaceri «ormai era troppo tardi. Non c'erano più le condizioni. Meglio chiudere» nonostante «con la società sono sempre rimasto in ottimi rapporti. Alla Juventus è dove mi sono trovato meglio e rimarrò sempre un tifoso juventino». Anastasi concluse la sua lunga esperienza alla Vecchia Signora dopo otto stagioni, 205 partite e 78 reti in Serie A, e complessivamente 303 presenze e 130 gol tra campionati e coppe; della squadra juventina detiene i record di reti (12) e marcature multiple (2) in Coppa delle Fiere, e tuttora il primato di gol in Coppa Italia (30). Rimasto a distanza di decenni tra i calciatori più popolari tra la tifoseria juventina, e riconosciuto dal club piemontese come uno dei più importanti della sua storia, dal 2011 è tra i cinquanta bianconeri omaggiati nella Walk of Fame allo Juventus Stadium. Inter «Il furbo Boniperti non si era sbagliato: Anastasi ha ormai finito la benzina. [...] Mazzola si danna l'anima pur di restituire fiducia al compagno che aveva atteso per otto lunghe stagioni: inutile, tutto inutile. Lentamente ma inesorabilmente, Pietruzzu si intristisce.» (Leo Turrini, 2007) Dopo essere finito ai margini della squadra torinese per questioni disciplinari, e additato da una parte degli osservatori, assieme a Capello (anche lui al passo d'addio in bianconero), tra i capri espiatori del fallimentare finale di stagione 1975-1976 in casa juventina, nell'estate seguente Anastasi venne messo sul mercato; Giampiero Boniperti si diede da fare per cercare una nuova sistemazione al giocatore, il quale da par suo si limitò a chiedere «di essere ceduto a una squadra che non doveva lottare per rimanere in A». Anastasi (a destra) e Boninsegna, protagonisti nell'estate 1976 di uno dei più famosi scambi di mercato nella storia del calcio italiano. Fu a questo punto che nella carriera dell'attaccante rifece capolino l'Inter di Ivanoe Fraizzoli — per il quale Anastasi rappresentava un vecchio pallino fin dal blitz di otto anni addietro da parte dell'Avvocato Agnelli —, a sua volta alle prese con un esubero in avanti, quello di Roberto Boninsegna ormai considerato avulso dal gioco nerazzurro: i due presidenti raggiunsero quindi l'accordo per uno scambio tra le loro punte, con un conguaglio di circa 800 milioni a favore della Juventus data la più giovane età del siciliano. L'operazione di mercato destò non poco scalpore tra addetti ai lavori e tifosi, sia perché interessante due bandiere di nerazzurri e bianconeri, sia per la storica rivalità in essere tra i due club, rimanendo da allora negli annali del calcio italiano. A proposito di quella trattativa, quarant'anni più tardi, da una parte Boninsegna parlerà della «sensazione che Mazzola c'entrasse qualcosa con quella cessione, perché guarda caso uno a uno erano andati via tutti i grandi tranne lui», mentre dall'altra Anastasi ricorderà di come sia stata «durissima. Venivo da otto anni di Juventus, andavo in una rivale come l'Inter. Non l'avrei mai voluto. [...] se si dice Anastasi si pensa alla Juventus. E se si dice Boninsegna si pensa all'Inter». Ciò nonostante, almeno inizialmente sembrava essere proprio il catanese ad averci guadagnato nel trasferimento, e di riflesso il club nerazzurro avendo messo sotto contratto un ancora ventottenne Pietruzzu al posto di un trentaduenne Bonimba considerato dai più ormai sul viale del tramonto. Tra le poche voci contrarie ci fu quella di Gianni Brera, il quale sentenziò: «Anastasi è finito e se non fosse stato finito la Juventus non l'avrebbe dato via»; una previsione, quella del decano del giornalismo sportivo italiano, che si rivelerà quantomai esatta. Anastasi all'Inter, tra il compagno di squadra Mazzola (a sinistra) e il milanista Rivera (a destra), prima della finale di Coppa Italia 1976-1977. Come in parte suggerito da Boninsegna, l'approdo dell'ex bianconero a Milano fu avallato da Sandro Mazzola: con questi divenuto centravanti arretrato in coincidenza con l'ultima sua stagione da calciatore, nell'undici nerazzurro Anastasi andò ad agire da ala destra, in coppia con l'altro nuovo arrivato, il giovane Muraro. Ma le premesse estive vennero presto disattese, con l'attaccante che mal si integrò negli schemi di Giuseppe Chiappella, finendo per perdere dall'oggi al domani la verve sottorete e, peggio ancora, non riuscendo mai più, da qui in avanti, a ripetersi sui livelli del passato, andando incontro a un rapido declino; una situazione resa ancora più frustrante per Anastasi dal dover assistere, inversamente, a un Boninsegna «improvvisamente ringiovanito» a Torino, a dispetto di prematuri giudizi ancora «integro e competitivo», e che alla Juventus vincerà da protagonista campionati e coppe vestendo la sua maglia bianconera numero nove. Il 10 ottobre la punta trovò la sua prima rete meneghina, sbloccando il risultato nel 2-1 interno al Catanzaro, cui tuttavia ne seguirono solamente altre tre in tutto il campionato 1976-1977, inutili per l'Inter ai fini dell'obiettivo-scudetto. La stagione seguente, anche per via della maggiore efficacia del giovane neoacquisto Altobelli, «il deludente rendimento di Pietro Anastasi, sempre più lontano dalle prodezze dei tempi juventini, che in nerazzurro gli riescono solo nelle partitelle infrasettimanali» si limitò a 3 centri in 19 presenze in A, precludendo nuovamente alla Beneamata, nel frattempo passata nelle mani di Eugenio Bersellini, ambizioni tricolori. Anastasi rimase a Milano per un biennio nel quale, a dispetto di campionati «così così» raggiunse comunque due finali consecutive di Coppa Italia, sollevando l'unica della sua carriera al termine dell'edizione 1977-1978 cui contribuì con 4 reti in 9 gare — «c'è gente che è stata molti anni più di me in nerazzurro senza vincere nulla», sottolineerà lo stesso attaccante circa quel successo —; rimarrà l'unico acuto di un'esperienza interista, globalmente, incolore. Ascoli e Lugano Anastasi (a destra) all'Ascoli nella stagione 1978-1979, mentre esce dal campo assieme al napoletano Savoldi. All'età di trent'anni, nell'estate 1978 Anastasi tornò dopo due lustri in provincia passando all'Ascoli, nell'ambito dell'operazione che portò Pasinato in Lombardia e lo stesso Pietruzzu, con Gasparini, Trevisanello e Ambu, nelle Marche. Con i bianconeri del presidentissimo Costantino Rozzi militò in Serie A per altre tre stagioni, segnando 9 gol, e perdendo il posto da titolare solamente nell'ultima complice anche un serio infortunio che lo tenne lontano dai campi per cinque mesi. L'annata migliore si rivelò la seconda, 1979-1980, quando con 25 presenze e 5 centri contribuì al sorprendente quarto posto in campionato — il migliore piazzamento della loro storia — degli ascolani di Giovan Battista Fabbri, il quale schierò il catanese come seconda punta, alternandolo a Pircher, a supporto del giovane Iorio. Fu questo il torneo in cui Anastasi festeggiò il traguardo della centesima rete in massima serie, realizzata il 30 dicembre 1979 a Torino proprio alla sua Juventus, aprendo le marcature nel successo marchigiano per 3-2 — «dopo otto minuti batto Zoff con un colpo di testa e tutto il Comunale mi applaude. Come se non fossi mai andato via» —; oltreché quello in cui siglò l'ultimo gol nel campionato italiano, arrivato l'11 maggio 1980 e anche stavolta contro una sua ex squadra, nel 4-2 inflitto a domicilio all'Inter neoscudettata. Anastasi esulta in maglia ascolana per il suo gol numero 100 in Serie A, siglato il 30 dicembre 1979 a Torino alla sua ex Juventus. La sua militanza ad Ascoli Piceno coincise con quello che fu, a posteriori, il maggiore periodo di gloria della provinciale bianconera, grazie anche a due prestigiosi trionfi arrivati nei primi anni 1980: la vittoria nel Torneo di Capodanno del 1981, durante la sosta di calendario dettata dalla partecipazione azzurra al Mundialito, in cui i marchigiani primeggiarono superando in finale ancora l'ex squadra di Anastasi, la Juventus, era stata preceduta dal successo nella Red Leaf Cup, organizzata in terra canadese nel 1980 e vinta contro quotati rivali quali Botafogo, Nancy e Rangers; si trattò, in questo ultimo caso, del primo, storico trionfo internazionale per la formazione del Picchio. Disputò infine un'annata in Svizzera, dove dopo un periodo di prova si aggregò da svincolato, nell'ottobre 1981, al Lugano. Qui, ormai trentaquattrenne, nel 1981-1982 tornò in doppia cifra con 10 reti in 14 partite della Lega Nazionale B, l'allora seconda serie elvetica, prima di appendere ufficialmente gli scarpini al chiodo. Nell'immediato tentò comunque una breve avventura nel soccer statunitense partecipando, senza tuttavia troppa convinzione, a un torneo indoor che rappresentò l'ultima sua esperienza da calciatore, prima del definitivo addio all'agonismo. Nazionale Tra il 1967 e il 1968 Anastasi ebbe le prime esperienze in azzurro, vestendo le maglie di rappresentative nazionali quali l'Under-21 — con cui vinse la medaglia d'oro ai Giochi del Mediterraneo di Tunisi 1967 — e l'Italia B, e mettendo a referto, rispettivamente, 6 presenze e 2 reti con gli azzurrini, e 4 partite e 2 gol con i cadetti. Anastasi (a destra) e Riva in nazionale, al termine della vittoriosa ripetizione della finale del campionato d'Europa 1968, decisa dai due con un gol a testa. Del 1968 fu l'approdo in nazionale A, dove, per via della giovane età, inizialmente «venivo considerato la mascotte del gruppo». Ciò nonostante, l'esordio arrivò già l'8 giugno dello stesso anno, allo stadio Olimpico di Roma, quando scese in campo da titolare, a vent'anni da poco compiuti, nella finale del campionato d'Europa 1968 contro la Jugoslavia finita in parità — «eravamo nello spogliatoio, mi chiama Valcareggi e mi fa: "Picciotto, tocca a te!" E non aggiunge altro» —; confermato in squadra nella ripetizione giocata due giorni dopo, stavolta segnò con una mezza rovesciata dal limite dell'area — «De Sisti mi passò il pallone che compì uno strano rimbalzo: tirai senza sapere dove l'avrei indirizzato e ne venne fuori un gran gol» — il definitivo 2-0 che valse agli azzurri il primo titolo continentale: «ci nominarono Cavalieri della Repubblica. Per me, che [...] non ero ancora maggiorenne (all'epoca la maggiore età era ai ventuno anni), fecero un'eccezione». Nel 2014 l'UEFA, in occasione del proprio sessantenario, inserirà quella rete tra le 60 più belle nella storia del calcio europeo. Stabilmente nel giro azzurro a cavallo degli anni 1960 e 1970, fu inizialmente incluso nella rosa italiana per la spedizione al campionato del mondo 1970 in Messico ma, durante la preparazione al torneo, a causa di un colpo al basso ventre datogli per scherzo da un massaggiatore, fu costretto a operarsi ai testicoli e a saltare la competizione iridata; al suo posto furono chiamati due attaccanti, Boninsegna e Prati, con conseguente esclusione dalla rosa del centrocampista Lodetti. Dopo aver mancato con la nazionale la qualificazione al campionato d'Europa 1972, ha poi fatto parte dei convocati per il campionato del mondo 1974 in Germania Ovest, scendendo in campo da titolare nelle tre partite disputate dall'Italia prima dell'eliminazione al primo turno, e siglando il definitivo 3-1 ad Haiti nella sfida d'esordio del 15 giugno. Il deludente mondiale tedesco segnò de facto la fine per una generazione azzurra scossa da nervosismi interni ormai irreparabili oltreché arrivata, causa ragioni anagrafiche, al naturale epilogo di un ciclo: il rinnovamento seguente la débâcle coinvolse anche Anastasi il quale farà un'ultima apparizione in nazionale nel novembre di quell'anno, nella sconfitta 1-3 di Rotterdam contro i Paesi Bassi, in un match valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 1976. Chiuse così la sua esperienza in azzurro, con 25 partite giocate e 8 reti segnate. Dopo il ritiro Una volta ritiratosi dal calcio giocato, Anastasi conseguì a Coverciano il patentino di allenatore di Terza e Seconda Categoria, «poi mi sono fermato perché non mi interessava salire più in alto», motivando ciò con la volontà di non allontanarsi da Varese e dalla famiglia. Nel corso degli anni 1980 lavorò quindi alcune stagioni per le giovanili della locale formazione varesina, prima di passare a gestire una scuola calcio presso l'oratorio di Pagliera, a Lainate. In seguito è divenuto opinionista, dapprima per la pay TV Telepiù e poi, come ex calciatore di fede juventina, in ambito locale per il canale Telelombardia e la syndication 7 Gold. Palmarès Da destra: Anastasi, Haller, Morini, Marchetti e il medico sociale La Neve festeggiano il 20 maggio 1973, negli spogliatoi dell'Olimpico di Roma, il quindicesimo scudetto della Juventus. Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie D: 1 - Massiminiana: 1965-1966 (girone F) Campionato italiano: 3 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975 Coppa Italia: 1 - Inter: 1977-1978 Torneo di Capodanno: 1 - Ascoli: 1981 Competizioni internazionali The Red Leaf Cup: 1 - Ascoli: 1980 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Tunisi 1967 Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968 Individuale Capocannoniere della Coppa delle Fiere: 1 - 1970-1971 (10 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1974-1975 (9 gol) Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Riconoscimenti alla memoria (2019) Onorificenze Medaglia d'argento al valore atletico «Campione europeo» — Roma, 1968.
  3. HELMUT HALLER Nato ad Augsburg, in Germania, nel 1939, dopo una lunga e onorata carriera nel Bologna, oramai grassottello e appagato, si trasferisce alla Juventus nel 1968, convinto di poter terminare la sua carriera in pace e tranquillità. A Torino, trova il Ginnasiarca Heriberto Herrera, che lo torchia come un’oliva e lo restituisce alla più invidiabile delle condizioni fisiche. Comincia, così, una nuova vita da attaccante di fascia al servizio di una squadra giovanissima che trascina, con la sua classe e l’innegabile mestiere, alla conquista di grandi successi; addirittura, ritorna in Nazionale per i Mondiali del Messico del 1970, dopo essere stato protagonista assoluto ai Mondiali inglesi del 1966, portando la Germania in finale.Lo scudetto del 1971-72, conquistato senza Bettega, lo vede grande protagonista, offrendo scampoli di grande classe: suo il goal che, all’indomani del derby perso, sconfigge il Varese e rida speranza all’ambiente juventino. Sua, ancora, la rete che sblocca il risultato nel giorno più bello, quello che permette di festeggiare lo scudetto, contro il Vicenza.Haller è un tipo strano, molto simpatico: al primo posto dei suoi pensieri c’è il divertimento, è sempre a caccia della buona cucina, del buon bere e della risata sopraffina. Quando decide di giocare, in campo vola, unendo la forza tedesca alla classe brasiliana, accarezzando il pallone con perfezione a ogni tocco, dribblando, concludendo a rete oppure fornendo l’assist vincente al compagno meglio piazzato. Vycpálek, spesso, chiude entrambi gli occhi sulla vita non propriamente da professionista del tedesco. Scappatelle che costringono i dirigenti bianconeri a prendere, nei suoi confronti, provvedimenti anche severi e che vengono anche duramente censurate dalla moglie, la terribile signora Waltraud che lo gestiva come procuratrice. Cercava sempre di fare gli interessi del suo eterno ragazzo e, se qualche volta Helmut non riceveva giudizi lusinghieri dalla stampa, prendeva il telefono e, con un tono che non ammetteva repliche, caricava di insulti il giornalista che si era permesso di censurare il marito.E una volta, una di queste fughe gli costò molto cara. Era stato il migliore in assoluto nella Juve-baby battuta 2-1 sul campo del Wolverhampton, il 22 marzo 1972; su rigore, aveva trasformato il punto della bandiera. Poiché la qualificazione era già stata compromessa con l’1-1 dell’andata, Vycpálek aveva tenuto a riposo alcuni titolari, pensando al derby in programma la domenica successiva, sfida importantissima per la corsa allo scudetto. Per non mandare allo sbaraglio giovani come Piloni, Longobucco, Viola, Novellini e Savoldi II, l’allenatore aveva chiesto a Helmut di sacrificarsi in questo impegno internazionale di metà settimana. Haller fu ligio al dovere, fornendo una grande prestazione e strappando applausi agli stessi fan dei Wolves. Ritenendo di esserselo meritato, dopo cena chiese di fare un salto fuori albergo; richiesta bocciata, sia dal tecnico sia dai dirigenti.Con la complicità di italiani residenti in Inghilterra, Haller preparò la fuga di soppiatto; ma Vycpálek e il Direttore Generale Giuliano vigilavano e lo sorpresero al night, con una coppa di champagne in mano. Il tedesco fu messo fuori rosa. Boniperti spiegò: «Haller ha sbagliato e deve pagare; so i rischi che correremo nel derby, ma debbo dare un esempio ai giovani che sono su questo aereo».Sarebbe entrato di diritto nel Gotha dei grandissimi, se solo si fosse concesso qualche sacrificio in più. Nel 1999 è stato eletto centrocampista tedesco del secolo, a testimonianza della sua grande classe.Aveva una visione di gioco totale ed era portato a deliziare il pubblico con autentiche magie; ai compagni che gli chiedevano il pallone, Helmut Haller replicava: «Tu non chiama. Io vedo e ti dà».Lascia nel 1973 dopo aver contribuito a due scudetti e aver totalizzato 170 presenze e 32 reti.GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” LUGLIO 1974Sarebbe stato facile scriverne un anno fa, di questi tempi. Sarebbe stato facile, ma forse si sarebbe corso il rischio di lasciarsi influenzare da ricordi troppo vivi. Helmut Haller che dopo la finale di Coppa Italia a Roma contro il Milan, saluta e se ne torna nella sua Germania, è per la verità difficile da scordare anche adesso, men che mai adesso. Questione di personalità del soggetto, non certamente di romanticherie italiote: forse che in Germania, dopo dieci anni buoni di assenza, gli stuoli di suoi fan lo avevano dimenticato?Ma è un preambolo assurdamente lungo e pretenzioso, questo, che vuole in fondo soltanto introdurre l’Haller juventino, e non già spiegare il complessissimo personaggio, gran fuoriclasse della “pelota” e strambissimo esemplare di vichingo quale mai si era visto dalle nostre parti.Haller è juventino per cinque stagioni e sono tantissime, se si pensa che arriva quasi trentenne e quasi per caso. Non segna l’avvento di un ciclo, per il semplice fatto che di cicli bianconeri ne vede sorgere almeno tre, e non tutti lieti e trionfanti. Così come per nulla regolare e costante è il rendimento suo: gli umori di un fuoriclasse sono passeggeri, è risaputo, c’era Sivori il Cabezon che aveva giornate nerissime in stagioni di luminosa classe, e tornando ancora più indietro negli anni, c’era Cesarini, gran furbacchione nonché ira di dio quando tutto gli girava per il giusto verso, la qual cosa fortunatamente doveva capitargli sovente. Ecco, l’Haller juventino ha antecedenti illustri nei due tipi summenzionati, e dunque non fa che continuare un certo stile, una certa tradizione di “juventinismo” ad alto livello.Ma come diavolo succede che Haller capiti alla Juve? Quasi per caso, abbiamo detto prima. Il che, naturalmente, non può essere del tutto vero, almeno per chi crede in una certa predestinazione o fatalità degli umani eventi. Con il Bologna che è stato pure protagonista scudettato con un distinto signore di nome Bernardini, Helmut è entrato nel modo giusto tra le cose del nostro campionato.Mezzala di enormi mezzi tecnici, con due Campionati del Mondo alle spalle alla faccia dei soli ventitré anni, il tedesco ha trasformato la squadra rossoblu in una formazione di primissimo ordine, complici quel delizioso palleggiatore e regista nostrano che si chiama Bulgarelli e un centravanti grosso e virulento, capace però pure di fiorettare nelle aree infuocate con freddezza tutta nordica, Nielsen vale a dire.Finché tra i tre le cose sono andate lisce, il Bologna ha conosciuto attimi di vera gloria: basterebbe ricordare lo scudetto strappato all’Inter già europea nello spareggio di Roma, per rendere l’idea. Ma piano piano affiorano dissapori, Nielsen cambia aria e non lo ritroveremo più su certi livelli, e nel 1968 tocca a Haller fare fagotto. Un cambiamento d’aria perlomeno esaltante, con la Juve che offre al Bologna ponti d’oro per accaparrarselo. Ma nel contempo, un carico non indifferente di responsabilità.La Juve 1968-69 vuole lasciarsi dietro certi atteggiamenti di mediocrità tecnica e di modestia nei risultati, puntando a un rilancio immediato e in grande stile: Haller non è il solo arrivo importante, c’è Anastasi fresco di Nazionale e di titolo europeo e ci sono altri ancora a garantire un campionato di prim’ordine. Riuscirà Haller a non deludere le attese, e cioè a essere veramente Haller? Intanto, le premesse sono incoraggianti, con prestazioni rodomontesche in Coppa Italia, tanto che la gente di parte juventina si domanda chi mai potrà fermare quella Juve nuovamente fatta di super assi.Ma presto qualcosa comincia a non funzionare a dovere, Anastasi è troppo solo, il centrocampo non lega, Haller si concede lussuose divagazioni di sottile arte pedatoria, ma pure arranca e sbuffa, e tiene la panza di chi si sente oramai divo arrivato. Non va, e il pubblico si spazientisce.Tecnicamente, nessun mette in discussione Helmut, che difatti risolve da par suo partite importanti; ma il tedesco patisce una strana involuzione tecnica che lo porta a giocare in zone ibride, a estraniarsi dal contesto della manovra, a non giocare insomma per la squadra. L’apporto di Haller, alla sua prima stagione in bianconero è fatto di sporadici ancorché imperiosi guizzi di estro: 10 novembre 1968, per esempio, sconfitta interna con il Cagliari di Riva e Boninsegna con prodezza di Helmut che apre le marcature alla sua maniera.O ancor meglio, 4 maggio 1969: Juve-Inter grandi deluse si affrontano al Comunale e vince la Juve, perché a un certo punto il suo strambo tedesco decide che deve fare goal, e non c’è neroazzurro che possa impedirglielo. Appena sette giorni dopo la prodezza, ecco subito il tonfo: Juve-Fiorentina 0-2, è il secondo scudetto dei viola, Haller nella ripresa letteralmente non tocca palla, il suo guardiano Esposito fa il bello e il cattivo tempo.Tra l’Haller deludente del 1968-69 e quello incontenibile dell’inverno e della primavera successiva, capace di riprendersi il posto nella Nazionale tedesca per i Mondiali messicani, c’è di mezzo l’ennesima contraddizione tecnica. Il 1969-70 è cominciato con in panchina uno strano e attempato signore argentino, Carniglia si chiama costui, che ha idee assai personali sul conto del rodomonte e cerca di applicarle anche in casa juventina.Dunque, dice questo signore a Haller e a Bob Vieri il “sivoreggiante”, di fresco arrivo, la classe è tutto, e chi ne ha da vendere (come per l’appunto i due “professionial” summenzionati) è a posto, non è indispensabile sacrificarsi per servire alla squadra. Perbacco, ma allora Del Sol il vecchio sivigliano e Furino già detto Furia stanno sbagliando tutto, a galoppare perpetuamente su e giù per il rettangolo di gioco!Eppure, i risultati danno inequivocabilmente ragione a questi ultimi e torto al Mister. Haller e Vieri recitano a soggetto, qualche volta davvero bene, ma intanto la manovra ristagna e il centrocampo juventino deve chiedere sempre più apporto dinamico ai cursori, visto che gli artisti si rendono irreperibili in fase di interdizione. Dopo la doppia sconfitta con Torino e Vicenza, la situazione precipita e Carniglia lascia il posto a Rabitti. Tutti ricordano la stupefacente metamorfosi della squadra nel giro di un paio di settimane.Ma che cosa avrà mai portato di nuovo o di diverso la nuova conduzione tecnica? Pochissimo: un ritocco di numeri e compiti tattici. Haller è il principale interessato, naturalmente. Nessuno si sogna di rinunciare al suo elevatissimo tasso di classe e men che mai Rabitti. Si tratta di incanalarne le genialità al servizio del collettivo. Il tedesco non si sente portato all’interdizione? Ebbene, giocherà di punta, come appoggio al centravanti Anastasi.Con il sette sulle spalle, Helmut può finalmente spaziare a suo piacimento senza creare scompensi dietro. È naturale che le cose vadano subito meglio. Otto vittorie consecutive, record eguagliato, prestazioni ad altissimo livello di una squadra che ha nel tedesco il suo asso nella manica. Partita capolavoro all’Olimpico contro la Roma (3-0) con goal da antologia, e poi tanti altri episodi degni di essere ricordati.Basta ricordare questo: 29 marzo, Juve-Milan 3-0, è una delle più limpide affermazioni della squadra bianconera. Sul 2-0, Helmut conquista la palla nella sua metà campo, allarga sulla fascia sinistra e semina uno dopo gli altri quattro difensori, per poi crossare al millimetro per l’accorrente Leonardi che sbatte dentro. È un’azione da ala vecchia maniera, Præst non avrebbe saputo fare di meglio. Resta solo il rammarico di uno scudetto compromesso dalla disastrosa partenza.L’anno dopo, 1970-71, vede una Juve tutta nuova, ricostruita da cima a fondo con l’arrivo di giovani talenti in gran copia. In questa squadra rinnovata, Haller è più che mai punto di riferimento, pedina chiave. Si capisce che certi traguardi non si possono raggiungere subito, ma le premesse sono a dir poco incoraggianti. Se nel campionato c’è qualche battuta a vuoto di troppo, è però vero che in campo internazionale la giovane Juve si fa rispettare, portando in giro per l’Europa un gioco d’assieme di primissimo ordine.Le mansioni di Haller non sono cambiate che marginalmente: adesso, sulla fascia destra, si è formato un tandem nuovo di zecca, con il tedesco all’estrema e Causio interno, e i due dimostrano di intendersi alla perfezione. La stagione si chiude con le esaltanti e sfortunate imprese in Coppa delle Fiere: a Colonia, nelle semifinali, forse la migliore partita della stagione per Haller, che anche a Leeds fornisce un saggio, della sua classe, per di più correndo non poco dietro ai forsennati inglesi.Il tempo vola e il meglio deve ancora venire. È la stagione successiva, 1971-72, a dare le soddisfazioni più consistenti alla squadra e, nello stesso tempo, a fornire la miglior versione del tedesco bianconero.Anzi, Haller è in pratica il protagonista, in tutti i sensi, della stagione del quattordicesimo scudetto. Il cliché del rodomonte non potrebbe forse trovare espressione migliore che in quest’occasione. Un girone di andata esemplare, a livello mondiale, con partite capolavoro, come quelle interne con il Napoli e con la Fiorentina, o la trasferta trionfale di San Siro contro il Milan. Poi, qualche intoppo, viene a mancare Bettega e la squadra risente non poco della mezza rivoluzione tattica che la sua sostituzione impone di compiere. E c’è l’episodio di Wolverhampton, chi non ricorda il particolare, giusto alla vigilia di un decisivo derby, con Haller al centro della polemica, e che alla fine deve pagare.E non giocherà con il Toro. Cesarini, poi Sivori, poi Haller: come si fa a non tentare l’accostamento? Cambiano soltanto i contorni, nel senso che adesso il rodomonte è pur anche e prima di tutto “professional”, cui non gli si può perdonare la scappatella in nome della classe cristallina. Il Toro batte la Juve priva del suo tedesco mattacchione e la gente mugugna, lo scudetto torna in discussione.Ma no, non si getta alle ortiche una stagione così ben impostata: Haller rientra dopo l’assenza punizione e si prende una personale rivincita, da campione, battendo da solo il Varese in una giornata di grigiore generale per i compagni. E sul rettilineo d’arrivo, la sua classe risolve le ultime ansie bianconere: battuto il Cagliari con prestazione memorabile, battuto il Vicenza nell’ultimo assalto con rete capolavoro doppiamente importante perché rompighiaccio nel giorno della grande speranza e della grande paura di non farcela.Siamo agli sgoccioli: la quinta stagione di Helmut bianconero conosce ancora momenti esaltanti tanto in campionato che in Coppa Campioni: ma è superfluo ricordare, tanto sono vicini alla memoria e al cuore del tifoso. Lascia la Juve e il calcio italiano, ma nessuno si stupisce nel leggere che, nella sua Augsburg, faccia ancora parlare di sé con entusiasmo le cronache calcistiche. Haller è un campione senza eguali, un rodomonte. E i rodomonti, si sa, non hanno età.VLADIMIRO CAMINITIRappresentava il di più, come lo era stato Sivori, e più ancora di Sivori, se ci è consentito, a tutto campo, almeno quando la musa lo ispirava. Quale fosse questa musa, non è dato dubitare; si è saputo che, smesso di giocare, Helmut il giocoso, Helmut il fanciullone, Helmut il biondone rubizzo portato a divertirsi sempre e dovunque, tedesco ma di più wagneriano, strapazzato dagli agi ma di più dalla sua Santippe personale, la possessiva magrissima sanissima amministratrice Waltraud, ha voltato pagina. Ha cioè smesso di fare sacrifici e per prima cosa si è separato dalla sua Santippe. Verosimilmente la moglie ne sopportava le divagazioni extraconiugali quando erano giustificate dalle occasioni offerte dai continui viaggi sul cocuzzolo del mondo.Una volta, Furino mi disse: «La squadra respirava e acquistava armonia, è stato con lui il nostro periodo più bello anche dal punto di vista perfettamente tecnico. Ricordo quella partita di Milano (31 ottobre 1971) con Rocco disperato, costretto a cambiargli sempre marcatura, fare delle cose eccezionali a profitto di tutti, che è il modo vero e assoluto di essere fuoriclasse».Haller aveva nel gioco un portamento tecnico-atletico trascendentale, in grado di ispirare dalle fasce l’azione con traversoni passanti di rara euclidea precisione e di far tutto con due piedi divini, dribblando l’avversario nel senso dell’anticipo e della velocità di base, né più mai vedrò giocare di prima intenzione verticalizzando come lui.Allenava la Juventus, nei giorni in cui vi approdava Haller, per dotare finalmente la squadra di classe pura, il paraguaiano Heriberto Herrera; come tipo umano, come persona, tutto l’opposto di Helmuttone, quindi un disperato compare tutto ossa, dalle lunghe mani nodose e dagli occhietti neri cavallini. Helmuttone era grasso, troppo grasso. Le mani terribili di Heriberto lo torchiano e gli ridanno credibilità atletica. Però, non può bastare da solo, e Rabitti, subentrato a Carniglia, se ne accorge, bisogna riedificare la squadra e innestarvi il nuovo Haller così che risulti determinante.Ci vuol il beato e bonario Cesto Vycpálek perché la Juventus cominci a vincere; lo ha detto Furino, l’ordito della manovra si realizza in modo perfetto soltanto quando Haller è ispirato. Non capita spesso; ne sa una più del diavolo; nelle trasferte di Coppa, quando gli salta il ticchio, lascia la comitiva e si infila al tabarin; senza sapere che con Boniperti è proprio cambiato il mondo; e puntualmente la paga.Nelle giornate di vena accarezzava il pallone sprigionando perfezione in ogni impatto e ogni tocco, eseguire un disimpegno o un passaggio, laterale o frontale, indispensabile. Era tutto uno svolazzo senza esserlo in nulla. Si può dire che somigliasse all’acuto del tenore, quando tremano tutti i cristalli dei lampadari; all’assolo di Pavarotti.ANGELO CAROLI, DAL SUO LIBRO “HO CONOSCIUTO LA SIGNORA”Haller era alla sua penultima stagione juventina, era grandissimo, ma non sempre. Faceva leva sulla straripante vitalità di Causio, per concedersi pause che spiegano la lunga carriera. Il suo astro aveva cominciato a brillare ai Mondiali cileni, nel 1962. In Coppa Uefa i bianconeri non fecero troppa strada, con il Wolverhampton caddero al ritorno in Inghilterra, dove Helmut fu al centro di un curioso episodio di vita notturna.Quando all’ora della ritirata i bianconeri spensero le luci o si dedicarono alle letture, il fantasista tedesco uscì dalla stanza e se ne andò in giro, in compagnia di vecchi amici che aveva incontrato in Inghilterra. Cesto, placido come un monumento, volle dare un ultimo controllo ai suoi ragazzi. Appena vide il letto di Helmut vuoto, fu come scosso da un terremoto. Chiamò il dottor Giuliano. Pietro stava leggendo un libro giallo e fu sorpreso dall’irruzione inconsueta. Si vestì in fretta, si infilò con Cestmír in un taxi.Dopo un quarto d’ora trovarono il night galeotto. Wolverhampton è una città piccola. Quando misero il naso dentro il locale, Vycpálek e Giuliano videro subito Haller. Era seduto con amici italiani, in mezzo ad una nuvola grigia di fumo e l’aroma inconfondibile del whisky. Helmut si accorse del tecnico e del dirigente, sorrise, non gli restava altro da fare, si alzò, salì sempre in silenzio sul taxi prenotato da Vycpálek e da Giuliano e rientrò con loro in albergo.In Italia mi raccontò l’episodio, parlava e rideva era un picaro stravagante, con la risata a raffica sapeva farsi perdonare. La spiegazione di Helmut riportò il buon umore in Cestmír, il quale però propose il tedesco per una multa. Boniperti non si fece pregare due volte. Vincere e incassare erano, per lui, due hobby irrinunciabili.Helmut era un tedesco fuori dagli schemi, aveva sempre voglia di parlare se la luna non gli andava di traverso, magari per ragioni banali ma, per lui, importantissime. Quando instaurava il black-out non c’era verso di cavargli una parola. Nei periodi di eclissi, lasciava che la bella moglie Waltraud rispondesse al telefono: «Helmut non parla!»E riattaccava rumorosamente la cornetta, dopo aver salutato con tono molto scortese. Passavano ventiquattro ore e il sorriso tornava a splendere sul volto di tedesco nato ad Augsburg, città vicino a Monaco, ma che aveva le caratteristiche di un latino sfaccendato.GIANFRANCO CIVOLANI, “GS” DICEMBRE 2012Primavera del sessantadue. Il presidente del Bologna Renato Dall’Ara si innamora follemente di quel tedesco che nelle varie amichevoli pre Mondiali (i Mondiali cileni) fa sfracelli a tutto campo. Dall’Ara non ci pensa tanto. Invia il fido Raffaele Sansone, già campione del Bologna negli anni Trenta, a proporre a Haller (che vive ad Augsburg, in Baviera, e gioca lì) un precontratto al quale non si può proprio dire di no. E nel mese di maggio. Dall’Ara decide: si va a casa di Aler (Dall’Ara non sapeva aspirare l’acca e dimezzava le elle) per farlo firmare. «E ci vado proprio io di persona», dice.Dall’Ara parte in Mercedes con l’autista, fa firmare a Haller tanto di contratto pluriennale, ma nel viaggio di ritorno l’auto si rovescia in un fosso e l’autista è disperato. Dall’Ara ha settant’anni ed è rotolato tra le erbacce. Sorpresa: il presidente rossoblu emerge dalla melma e urla: «Io sto benissimo e il contratto di Aler è salvo».Ho seguito la carriera di questo tedesco funambolico e fracassone, diciamo pure un fantasista anarchico e spesso incontenibile fin da quando è arrivato a Bologna, luglio di quello stesso anno. Lui mi chiamava «giornalista di ciornale di Torino» perché io scrivevo per “Tuttosport” e chiaramente non mi considerava proprio uno di famiglia. Ma com’era possibile non fraternizzare con uno così? Napoletano di Baviera, scrivevamo e scrivevano tutti. Napoletano di giorno e di notte quando si concedeva qualche scappatella per sfuggire alle grinfie della terribile moglie Waltraud, una leggiadra signora che odiava tutti i giornalisti che non stravedevano per il suo augusto marito, una bollente e ruggente signora che a una giornalista bolognese diceva sempre: «Tu tifi per Nielsen, tu non vuoi bene a Helmut, tu p*****a».L’uomo era un po’ così, madornale nel bene e nel meno bene, ma il calciatore era sublime, il miglior straniero arrivato a Bologna negli ultimi settant’anni, una delizia degli occhi e del cuore per chi lo ha visto giocare, ma giocare come e dove? Come e dove gli pareva perché il grande Fulvio Bernardini gli diceva solamente: «Lei giochi come sa».Uno scudetto a Bologna, due alla Juve, tre Mondiali disputati con la sua Germania e vicecapocannoniere (nientepopodimeno dietro al grande Eusébio) ai Mondiali d’Inghilterra. E poi quella storia della feroce inimicizia con il danese Nielsen. Erano nati e sputati per giocare insieme, la fantasia al potere e il cinismo del bomberissimo. Ma una sera Haller con un giornalista (ebbene sì, con me) si sfogò contro il danese, io riportai pari pari e per un po’ di tempo scoppiò una tempesta che coinvolse metà squadra (l’allenatore Bernardini e Janich con il danese, Bulgarelli e Perani con il tedesco e Pascutti solissimo con i suoi pensieri e sentieri) prima di riconciliarsi la sera di quel magico settimo scudetto a Roma e di ridiventare amici quando si ritrovavano con i capelli bianchi per qualche allegra rimpatriata.Helmut Haller detto il Panzer arrivò a Bologna nel mese di luglio e tre mesi dopo Bernardini annunciò urbi et orbi che quel suo Bologna giocava «come si gioca in Paradiso». E adesso in Paradiso o lì nei dintorni ci stanno Giacomo Bulgarelli e il Panzer, là seduti nel trespolo a guardare qui da noi cose più terrene e più tristi.Chi fu Helmut Haller? Uno così, a Bologna, io non l’ho mai più visto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/helmut-haller.html
  4. HELMUT HALLER https://it.wikipedia.org/wiki/Helmut_Haller Nazione: Germania Ovest Luogo di nascita: Augsburg Data di nascita: 21.07.1939 Luogo di morte: Augsburg Data di morte: 11.10.2012 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 77 kg Nazionale Tedesco Soprannome: Helmuttone Alla Juventus dal 1968 al 1973 Esordio: 08.09.1968 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-0 Ultima partita: 01.07.1973 - Coppa Italia - Milan-Juventus 1-1 171 presenze - 32 reti 2 scudetti Helmut Haller (Augusta, 21 luglio 1939 – Augusta, 11 ottobre 2012) è stato un calciatore tedesco, di ruolo centrocampista o attaccante. Helmut Haller Haller alla Juventus a fine anni 1960 Nazionalità Germania Ovest Altezza 176 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1979 Carriera Giovanili 1948-1957 Augusta Squadre di club 1957-1962 Augusta 85+ (24+) 1962-1968 Bologna 180 (48) 1968-1973 Juventus 171 (32) 1973-1976 Augusta 85 (22) 1976-1978 Schwenningen 2 (0) 1978-1979 Augusta 15 (2) Nazionale 1961 Germania Ovest U-23 1 (1) 1958-1970 Germania Ovest 33 (13) Palmarès Mondiali di calcio Argento Inghilterra 1966 Bronzo Messico 1970 Biografia In gioventù lavorò come camionista ad Augusta, ed esercitò la stessa attività anche durante i primi anni di calcio professionistico; buona parte della sua carriera si svolse in Italia. Di carattere estroverso, era definito un tedesco "atipico" poiché amante del divertimento e della vita notturna; nel marzo del 1972, durante la militanza nella Juventus, fu escluso dalla squadra titolare prima di un derby (poi perso) dal dirigente Italo Allodi come conseguenza di una serata in un night di Wolverhampton, dopo una gara di Coppa UEFA. Suo nipote, Christian Hochstätter, ha giocato per il Borussia M'gladbach e per la Germania Ovest. Il 26 dicembre 2006 ha sofferto di un serio attacco cardiaco che è stato seguito da un progressivo declino delle sue condizioni di salute. È morto l'11 ottobre 2012 all'età di 73 anni; in suo onore la Germania ha giocato la partita di Dublino contro l'Irlanda con il lutto al braccio. Caratteristiche tecniche Giocava soprattutto come trequartista o ala, venendo ricordato come uno dei migliori nel suo ruolo degli anni 1960, nonché come uno dei migliori giocatori che abbiano indossato la maglia del Bologna; notevoli erano anche le sue capacità di dribbling, finalizzazione e carisma. Il bolognese Haller (sullo sfondo) batte il portiere romanista Fabio Cudicini nella sfida di campionato dell'8 novembre 1964 (1-1) Era particolarmente apprezzato per la sua fantasia e per gli assist ai compagni d'attacco. Diceva di lui Fulvio Bernardini, che lo allenò a Bologna: «Era capace di creare possibilità eccezionali, inventare passaggi stupendi per un compagno che gli andava a genio». Centrale per la maggior parte della sua carriera, fu spostato a destra dall'allenatore Čestmír Vycpálek durante la militanza nella Juventus, andando a formare un valido trio di centrocampisti offensivi con Franco Causio e Antonello Cuccureddu. Carriera Club Augusta e Bologna Haller con la maglia scudettata del Bologna nell'annata 1964-1965 Iniziò la carriera nelle giovanili dell'Augusta, la squadra della sua città natale, e approdò in prima squadra nel 1957; vi restò per cinque anni, fino al 1962, quando venne segnalato al Bologna dall'ex calciatore rossoblù Raffaele Sansone; fu lo stesso presidente felsineo Renato Dall'Ara a recarsi nell'allora Germania Ovest per portare a termine le trattative, avendolo ritenuto più completo di Omar Sívori: «Vale tre volte Sívori, perché Sívori ha il sinistro, Haller ha due piedi. E poi ha un presidente come me». Il suo acquistò costò 750.000 marchi. Si rivelò utile al gioco offensivo dell'allenatore Bernardini per la bravura nel lavoro di rifinitura per gli attaccanti, l'italiano Ezio Pascutti e il danese Harald Nielsen; questo ultimo, durante la militanza in rossoblù, vinse per due stagioni consecutive (1962-1963 e 1963-1964) il titolo di capocannoniere. In sei anni passati nelle file della società petroniana disputò quasi 200 partite, mettendo a segno 48 gol; nel 1964 il Bologna vinse allo spareggio contro l'Inter il suo primo e unico scudetto del secondo dopoguerra, cui Haller contribuì con 7 reti. Negli anni successivi il Bologna declinò e, in particolare, l'intesa tra il tedesco e Nielsen venne meno, anche a causa di contrasti personali tra i due. Juventus e ritorno all'Augusta Da sinistra: gli juventini Salvadore, Leonardi, Haller e Anastasi escono dal campo al termine della vittoriosa trasferta di Roma del 28 dicembre 1969 (3-0) Nel 1968 passò alla Juventus, nell'ambito di un'ambiziosa campagna acquisti voluta dal presidente bianconero Vittore Catella; da regista offensivo, a Torino dedicò il suo lavoro di rifinitura a Pietro Anastasi e Roberto Bettega. Con la squadra piemontese vinse altri due scudetti (1972 e 1973) e disputò le finali di Coppa delle Fiere, persa nel 1971 col Leeds Utd per la regola dei gol in trasferta, e di Coppa dei Campioni, persa nel 1973 contro l'Ajax di Johan Cruijff, nella quale il tedesco subentrò a Bettega al 49'. Al termine della stagione fece ritorno in patria. Ripartì così dall'Augusta restandovi fino al ritiro, avvenuto nel 1979, fatta eccezione per una piccola parentesi con lo Schwenningen tra il 1976 e il 1978. Nazionale Fece il suo debutto internazionale con la Germania Ovest a 19 anni, nel 1958. Quattro anni dopo prese parte al suo primo Mondiale, quello di Cile 1962; la nazionale tedesca passò il girone battendo i rivali dell'Italia, i padroni di casa del Cile e la Svizzera, ma venne eliminata ai quarti di finale dalla Jugoslavia. Quattro anni dopo la Germania Ovest, con un centrocampo formato da Haller, Wolfgang Overath e Franz Beckenbauer, si presentò al Mondiale di Inghilterra 1966 dove riuscì a raggiungere la finale contro i padroni di casa dell'Inghilterra; la partita terminò 4-2 per gli inglesi, ma Haller segnò la prima rete dell'incontro e, con i suoi sei gol totali, arrivò secondo nella classifica marcatori dietro al portoghese Eusébio. Venne convocato anche per i Mondiali di Messico 1970, ma a causa di problemi fisici giocò solo la partita del primo turno contro il Marocco, dove venne sostituito da Jürgen Grabowski; la Germania Ovest concluse quell'edizione del torneo al terzo posto. In totale ha giocato 33 partite in nazionale, segnando 13 reti. Palmarès Marchetti, Morini, Haller e Anastasi festeggiano la vittoria della Juventus nel campionato 1972-1973 Club Campionato italiano: 3 - Bologna: 1963-1964 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973
  5. ROMEO BENETTI 22 giugno 1979, il pomeriggio è caldo, la pista di Caselle assolata. Dall’aereo proveniente da Roma sbarca la Juventus, reduce da Napoli, dove ha conquistato la Coppa Italia. I bianconeri sono stanchi dopo l’ultimo successo, ma sorride loro la prospettiva delle imminenti vacanze. Sorrisi e pacche sulle spalle, non tutti però sono allegri: per qualcuno, infatti, è il momento dell’addio; Romeo Benetti, oramai alla conclusione della sua esperienza in bianconero. Anche a Napoli, in occasione della sua ultima prestazione con la maglia juventina, il carro armato del centrocampo, ha offerto una grande prestazione, riscuotendo consensi dai critici e complimenti dai compagni.In questa partita, ovviamente, Benetti non aveva più nulla da dimostrare: nei tre anni passati con la maglia bianconera, con prestazioni generose e tecnicamente valide, aveva sconfitto anche la diffidenza dei tifosi e degli osservatori che, al momento del suo secondo arrivo a Torino, avevano accolto con molto scetticismo la notizia del suo ritorno in bianconero. In effetti, il primo dei due periodi trascorsi alla Juventus offrì a Benetti poche occasioni.Chiamato a Torino da Heriberto Herrera, il quale nell’estate 1968 si trovava praticamente nella condizione di ricostruire il centrocampo, Romeo Benetti, un giovane veneto (è nato ad Albaredo d’Adige, in provincia di Verona) di stazza possente proveniente dal Palermo, dove aveva vissuto una stagione strepitosa, distinguendosi come uno dei migliori della serie B, si vide affidare un compito alquanto impegnativo. E il suo avvio di stagione rispose pienamente alle aspettative. Disputò buone partite precampionato, fu il protagonista assoluto di un incontro di Coppa Italia con la Sampdoria, che la Juventus si aggiudicò con il risultato di 5-1 con tre reti firmate da lui, ma trovò maggiori difficoltà del previsto a inserirsi nel nuovo ambiente.Schivo e taciturno, non troppo generoso durante gli allenamenti, circondato dalla diffidenza dei senatori della squadra (Del Sol, Cinesinho, Menichelli, Castano, Salvadore), poco stimato da Heriberto, Benetti non riuscì a imporsi nonostante avesse disputato prestazioni di indiscutibile validità: «Non era una Juventus pronta per vincere. C’erano senatori senza ambizioni, giovani acerbi e dirigenti oramai scarichi, un cocktail che non poteva avere successo. Infatti, ci piazzammo quinti in campionato e uscimmo subito sia dalla Coppa delle Fiere che dalla Coppa Italia. E pensare che il calcio, a quell’epoca, mi interessa relativamente; era quasi una forzatura. Sono maestro tipografo e ritenevo questa la mia vera professione; alla Juventus, invece, ho capito che, rincorrere e prendere a pedate un pallone, poteva diventare un lavoro che potevo portare a compimento per il resto della mia vita. Comunque, il mio rapporto con Heriberto fu bellissimo; anche se era umorale, spesso nervoso, perché capiva di aver fatto il suo tempo alla Juventus».Alla fine della stagione viene ceduto, destinazione Sampdoria: «Non potevo oppormi; Colantuoni, presidente blucerchiato, era stato bravo a vincere il confronto con i dirigenti bianconeri nella trattativa per la cessione di Roberto Vieri e di Morini. Mi trovai così bene in Liguria da decidere di fissare a Chiavari la mia dimora, anche dopo aver appeso e gettato le scarpe bullonate in soffitta. Nella Samp, a quattro giornate dalla fine, centrammo la salvezza. A quei tempi, a Genova, evitare la retrocessione equivaleva a vincere uno scudetto».I tifosi non si disperarono più di tanto, sicuramente non immaginando che le strade della Juventus e di Benetti sarebbero tornate a incrociarsi. Avvenne sette anni più tardi, stagione 1976-77, dopo che Romeo, personaggio dalle incredibili contraddizioni, estremamente duro sul campo (nel 1971 rimediò addirittura una denuncia penale per aver rotto un ginocchio al bolognese Liguori e poi, come dimenticare che, nei momenti più difficili, dalla curva Filadelfia echeggiava il grido: Picchia Romeo?) e capace di inimmaginabili dolcezze nella vita privata, gran parte della quale trascorsa ad allevare canarini, disputò una stagione con la maglia blucerchiata e addirittura sei, con quella del Milan: «Ero scapolo e ricevetti in regalo una coppia di canarini, con i quali mi dilettai a partecipare a un concorso che, a sorpresa, vinsi. Ovviamente, da quel momento in poi, su tutti i giornali si costruì una leggenda: “Il Benetti dai tackle duri ha anche un cuore tenero”. In realtà, il mio era solamente un modo per occupare il tempo libero».Capello stava oramai declinando, la Juventus cercava un elemento di peso per sostituirlo e Trapattoni, che l’aveva guidato nel Milan, individuò proprio in Benetti l’uomo giusto. Non la pensavano però alla stessa maniera i tifosi i quali, arrivarono molto vicini alla contestazione. Ma il Trap, lombardo tenace e convinto di quel che faceva, non si fece condizionare.E i fatti gli diedero ragione. Durante gli anni trascorsi lontano da Torino, Benetti era maturato e, pur non avendo perso le caratteristiche principali del suo carattere aspro e introverso, si dimostrò capace di legare con i compagni ben più concretamente di quel che gli era riuscito alla sua prima esperienza juventina. E sul campo, vicino a giocatori del calibro di Cabrini, Causio, Furino, Bettega e Boninsegna trovò il suo riscatto riuscendo a far cambiare idea ai detrattori. Diventò il lucchetto del centrocampo bianconero, facendo spesso saltare quello avversario con sventole formidabili.Di alcune partite divenne il protagonista principe come a San Siro, quando trascinò la squadra (in svantaggio per 2-0 nei confronti del Milan) a un insperato successo propiziato con una rete segnata di prepotenza; o come a Firenze, dove realizzò il goal dell’anno con una botta al volo da quaranta metri con la quale sfruttò nel modo migliore una respinta del portiere.E alla fine, scudetto e Coppa Uefa furono i sigilli di una stagione trionfale: «Era una Juventus programmata per vincere. Una grande società e lo sarà sempre, ma contribuì alla maturazione di Tardelli, Gentile e Cabrini, facendo crescere anche più rapidamente una squadra tutta italiana che centrò, al primo colpo, l’accoppiata scudetto e Coppa Uefa».Ma Benetti si esaltò ancor più l’anno successivo perché, oltre a contribuire alla conquista di un nuovo titolo, si impose a livello internazionale riscuotendo un grande successo ai Mondiali di Argentina, dove fu giudicato dagli osservatori tra i migliori della grande rassegna calcistica. Una soddisfazione certamente meritata perché, con il trascorrere degli anni, Benetti era riuscito a conservare la grinta di combattente indomito affinando contemporaneamente le sue qualità tecniche.Il cross che fece a Bettega contro l’Inghilterra, (2-0) durante le qualificazioni mondiali, è un valido esempio di una tecnica di base affatto disprezzabile: colpo di tacco del Barone Causio, volata di Romeo sulla sinistra, cross con il sinistro (non il suo piede) senza bisogno di rallentare, ovvero di controllare il pallone, e testata vincente di Bobby-gol: «È vero, mi sono affinato, ma mi pare naturale che questo sia avvenuto. Più che completato, diciamo che nel mio bagaglio tecnico ora esiste qualcosa in più; uno, infatti, cresce, ma mantiene le caratteristiche di base, che sarebbero grande dote di fondo, il coraggio che si trasmette ai compagni e la coscienza nelle proprie possibilità».Il divorzio dalla Juventus arrivò, consensuale, l’anno successivo: oramai trentaquattrenne, stanco delle mille battaglie di una carriera combattuta e trascorsa all’insegna della generosità, Romeo si congedò dai tifosi in modo ben diverso dalla prima volta; se questa fu accolta quasi con soddisfazione, la seconda venne salutata da generale rimpianto. Ed anche questa fu una rivincita di non poco conto.ENRICO VINCENTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2010Milan e Juventus sono state le due squadre che lo hanno visto protagonista nel calcio italiano degli anni settanta. Con queste maglie ha vinto trofei nazionali e internazionali, che gli hanno fatto guadagnare per diversi anni anche un posto in azzurro. Un centrocampista completo, duro nei contrasti, ma corretto, coraggioso e intelligente, dotato di un tiro dalla distanza di notevole precisione e potenza. Molti in passato lo avevano accusato di essere un picchiatore. Oggi sarebbe considerato un giocatore a tutto campo, con degli ottimi piedi e insuperabile nei contrasti. Insomma Romeo Benetti ha probabilmente anticipato i tempi, aggiungendo alla sua grinta agonistica una dedizione alla causa per cui era chiamato a lottare (ma è meglio dire giocare) come oggi è raro vedere, almeno in Italia: «Ero un giocatore attaccato alla maglia con cui giocava. Ero ligio al mio dovere come molti altri, ma forse ci mettevo quel qualcosa in più per cui, come molti sanno, mi hanno dedicato parecchi cori per il mio atteggiamento da gladiatore».Si definirebbe un giocatore moderno per l’epoca? «Probabilmente all’epoca nessuno se ne rendeva conto, ma forse sì, potevo essere considerato un giocatore moderno allora, un antesignano di un certo tipo di calciatore. La cosa essenziale, che non mi stuferò mai di dire, è che non amavo essere battuto dagli avversari».Con moderno intendo comunque un centrocampista a tutto campo, dotato di un gran tiro, ma soprattutto un buon mix di tecnica e potenza fisica. «Quella era una caratteristica che ho sempre avuto. Nessuno me lo ha insegnato. Cercavo sempre di dare il massimo e qualche volta riuscivo anche a segnare e a giocare in tutte le zone del campo».Non molti sanno che la sua prima esperienza in bianconero è stata nella stagione 1968-69. «È vero, e quell’esperienza non dico che sia stata traumatica, ma poco ci manca. Era una società ancora lontana dall’essere quello che sarebbe diventata con Boniperti qualche anno dopo. Non era super da nessun punto di vista, soprattutto da quello organizzativo. Era lontana dai giocatori. Adesso forse si esagera con i giocatori che sono tutelati in tutto, ma all’epoca quella Juventus era un’entità effimera, di cui non percepivamo bene l’esistenza. Non dico che mancasse qualcosa, anzi, ma non c’era affatto feeling e unione fra squadra e società. Anche da un punto di vista tecnico, senza offesa per nessuno, era una Juventus messa in piedi senza grande convinzione».Cosa ricorda quando, da milanista, affrontava la Juventus? «Come ho detto prima, ho sempre difeso i colori per cui giocavo. Devo ammettere che spesso da juventino ho battuto il Milan e viceversa: diciamo che ho sempre accontentato tutti! Evidentemente c’era qualcuno che faceva la differenza in quelle partite. (ride). A parte tutto, quello era davvero il derby d’Italia. Si affrontavano le due società con più tifosi e la supremazia era una nota di merito non di poco conto».Nell’estate del 1976 Giampiero Boniperti l’acquista dal Milan in cambio di Fabio Capello. Operazione simile a quella che porta, sempre in quella stagione, Boninsegna dall’Inter alla Juventus. «Si è parlato molto di questo scambio ed è vero che per l’epoca fu importante e insolito. Ma non dobbiamo dimenticare che allora i giocatori erano proprietà della società e non potevano svincolarsi come oggi. Se il tuo presidente decideva di tenerti per dieci anni non potevi andar via ed era quindi più facile diventare la bandiera di una squadra. In quell’estate Juventus e Milan si misero d’accordo per lo scambio e senza problemi io andai a Torino e Fabio Capello a Milano. Ma quell’anno la Juventus non prese solo me e Boninsegna, ma anche un grandissimo allenatore: Giovanni Trapattoni».Un’altra squadra rispetto a quella in cui militò a fine anni Sessanta. «Quella sì che era una Juventus straordinaria e molto ben organizzata. Rispetto a qualche anno prima si respirava un’aria totalmente diversa. L’aria di una squadra costruita per vincere, che già aveva cominciato a farlo da qualche anno. C’era una grande programmazione e ti sentivi parte integrante di un progetto che doveva filare liscio perché tutto era stato organizzato affinché fosse così. Complimenti quindi a Giampiero Boniperti che è stato un grandissimo presidente».Anche dal punto di vista tecnico, era una squadra che divenne famosa perché rinunciò al regista classico per un centrocampo più atletico. «Non sono d’accordo, sarebbe più corretto affermare che di registi quella squadra ne aveva dieci. Eravamo addirittura un po’ sbilanciati in avanti per i giocatori che avevamo, ma era un undici forte ed equilibrato sotto tutti i punti di vista. Se la mettevi sul piano tecnico, per gli avversari erano dolori. E sul piano fisico ancora di più. C’erano individualità tecniche incredibili, ma la cosa più importante, e se si vuole innovativa, è che con dieci registi in campo, quando uno aveva la palla gli altri nove giocavano per lui. Insomma non fai cinquantuno punti su sessanta per caso e vinci una coppa Uefa. Era un gran gruppo sia dal punto di vista professionale che umano».E affrontare il Milan cosa voleva dire? «A quel punto ero alla Juventus e facevo di tutto per battere il Milan. Semplice no? Ed è capitato anche di segnare un goal proprio nella prima gara da ex. Con un tiro da fuori realizzai il 2-2 in una partita in cui perdevamo per 0-2 a San Siro e riuscimmo a vincere per 3-2. Fu una vittoria memorabile che ci fece capire tutta la nostra forza. Lo dimostrammo a noi stessi e agli altri, anche se il Torino non si arrese facilmente e ci diede filo da torcere fino all’ultima giornata».Ma un po’ di emozione per il ritorno a San Siro? «Era ovvio che ci fosse, anche perché San Siro è veramente uno stadio imponente, ma svaniva con il fischio d’inizio».Come ha vissuto con questa nomea di giocatore cattivo? «Alla fin fine ringrazio coloro che mi hanno fatto diventare importante e famoso con questa nomea. Perché impauriti, i miei avversari lasciavano la palla ed evitavano di andare nei contrasti ed io facevo bella figura. Come modo di giocare ero sicuramente il più inglese, o tedesco, degli italiani dell’epoca».Il suo ultimo anno in A è coinciso con la riapertura delle frontiere. Inevitabile, era l’unico modo per tornare a vedere giocare inglesi e tedeschi! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/romeo-benetti.html
  6. ROMEO BENETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Romeo_Benetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Albaredo d'Adige (Verona) Data di nascita: 20.10.1945 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Panzer Alla Juventus dal 1968 al 1969 e dal 1976 al 1979 Esordio: 08.09.1968 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-0 Ultima partita: 20.06.1979 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 2-1 159 presenze - 23 reti 2 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Romeo Benetti (Albaredo d'Adige, 20 ottobre 1945) è un ex allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mediano o interno. Romeo Benetti Benetti in nazionale al campionato d'Europa 1980 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1981 - giocatore 1987 - allenatore Carriera Squadre di club 1963-1964 Bolzano 32 (10) 1964-1965 Siena 31 (7) 1965-1967 Taranto 63 (11) 1967-1968 Palermo 35 (2) 1968-1969 Juventus 24 (1) 1969-1970 Sampdoria 27 (2) 1970-1976 Milan 170 (32) 1976-1979 Juventus 135 (22) 1979-1981 Roma 27 (1) Nazionale 1971-1980 Italia 55 (2) Carriera da allenatore 1981-1984 Roma Primavera 1984-1985 Cavese 1986-1987 Carrarese Biografia Ultimo di otto fratelli, i genitori diedero il nome di Romeo a lui e quello di Giulietta alla gemella. Anche il fratello Bruno è stato un calciatore. Si trasferì quindi con la famiglia a Bolzano, ma rimase in collegio a Venezia fra gli 8 e i 16 anni; il suo primo lavoro fu quello di tipografo. In tempi più recenti si è stabilito a Leivi, nel genovese. Caratteristiche tecniche Giocatore «Benetti era un giocatore duro, completo. Uno strano tipo di cattivo. Non era scorretto, prendeva e dava, solo che il suo temperamento gli permetteva di dare molto più che prendere.» (Mario Sconcerti, 2017.) Il gol del milanista Benetti nel derby di Milano del 9 marzo 1975 Dotato di un fisico particolarmente robusto, era un elemento combattente noto per la grinta, lo stile maschio e la grande aggressività tipica del gioco all'italiana. Si distingueva soprattutto per dinamismo e furore agonistico, uscendo quasi sempre vittorioso dai contrasti. Il suo rendimento era costante e di alto livello; denotava uno spiccato senso tattico e una discreta visione di gioco, che gli permetteva di gestire una grande quantità di palloni e impostare rapidamente la manovra offensiva. Aveva una personalità da leader che gli garantiva il rispetto di compagni e avversari: era solito uscire a testa alta dalla difesa, palla al piede, cercando un compagno cui passare la sfera. Giunto al Milan dalla Sampdoria, dove giocava in posizione più avanzata, fu Nereo Rocco a lanciarlo come mediano onde sfruttarne la grande forza fisica. Aveva tra le sue doti migliori un tiro molto potente e preciso da fuori area. Alcuni critici lo consideravano uno "scarpone" per alcuni episodi in cui non era riuscito a controllare la propria irruenza, in particolare per un fallo che, durante un Milan - Bologna del 1971, provocò a Francesco Liguori la rottura dei legamenti crociati di un ginocchio. La stampa gli assegnò nomignoli come "killer" e "duro del calcio italiano", grazie ai quali incuteva grande timore agli avversari, pur se in carriera non venne mai espulso. Ciò nonostante, tale fama è andata a consolidarsi col tempo: nel 2008 il tabloid britannico The Sun lo ha posizionato al quarto posto nella lista dei calciatori più duri di tutti i tempi, mentre nel 2018 il Daily Mail lo ha inserito tra i 20 calciatori europei più cattivi di tutti i tempi. Tra gli altri pareri, il giornalista Gianni Brera gli diede il soprannome di Maultier, riferito ai cingolati dell'esercito tedesco nella seconda guerra mondiale; l'altro giornalista Angelo Rovelli lo definì "impavido e roccioso"; infine l'allenatore ed ex commissario tecnico azzurro Gian Piero Ventura lo inserì a posteriori come regista arretrato nella sua nazionale italiana ideale di tutti i tempi. Carriera Giocatore Club Gli inizi nelle serie minori Mosse i primi passi nel mondo del calcio con il Bolzano, in Serie D, arrivando alla massima serie dopo una lunga gavetta in Serie C e B con le maglie di Siena, Taranto e Palermo. Nella stagione 1965-1966 il Foggia & Incedit perfezionò il suo acquisto, ma all'ultimo momento il presidente Rosa non volle ufficializzarlo poiché Benetti doveva partire per il servizio di leva, lasciandolo al Taranto che ne promise per l'anno successivo l'approdo tra le file dei rossoneri; la stagione successiva questo accordo non venne tuttavia rispettato dagli ionici, che lo vendettero al Palermo. Palermo, Juventus e Sampdoria Benetti durante la sua prima esperienza alla Juventus nel campionato 1968-1969 Coi siciliani, che lo acquistarono per 50 milioni di lire, rimase solo per la stagione 1967-1968, collezionando 35 presenze e segnando 2 reti in un campionato cadetto che vide primeggiare i rosanero; a Palermo, per il centrocampista, anche 2 presenze e un gol in Coppa Italia. In quella stagione in Sicilia fu spesso schierato come seconda punta. Debuttò in Serie A nella stagione 1968-1969 con la maglia della Juventus, a cui fu venduto per più di 300 milioni, ma non si integrò nella squadra per la scarsa considerazione che aveva di lui il tecnico Heriberto Herrera. Dopo una sola stagione fu quindi ceduto alla Sampdoria, nell'ambito dell'operazione che portò a Torino Francesco Morini e Roberto Vieri. A Genova, nella stagione 1969-1970 disputò 27 partite corredate da 2 gol in Serie A, e 3 partite e 2 reti in Coppa Italia. Milan Benetti (a destra) al Milan, alle prese con lo juventino Marchetti, nella classica del 31 ottobre 1971 Nel 1970 fu acquistato dal Milan, dove rimase per le successive sei stagioni. Reduce dall'esperienza blucerchiata che l'aveva visto schierato in posizione avanzata, a Milano fu il tecnico Nereo Rocco ad assegnargli quella posizione di mediano che ne avrebbe fatto la fortuna; proprio il paròn aveva voluto Benetti in rossonero, dopo esserne rimasto colpito in una partita tra lombardi e liguri, dove in uno scontro di gioco aveva conservato la palla lasciando a terra Trapattoni, Cudicini e Schnellinger. A Milano collezionò numerosi piazzamenti di rilievo: nel suo primo triennio giunse per tre volte secondo in campionato, compreso quello di esordio del 1970-1971, in cui il Milan subì la rimonta finale dell'Inter dopo avere guidato a lungo la graduatoria, e quello del 1972-1973, perso rocambolescamente all'ultima giornata con la sconfitta nella cosiddetta Fatal Verona. Benetti capitano milanista per la stagione 1975-1976 Oltre alle vittorie in Coppa Italia nelle edizioni del 1971-1972 e 1972-1973, annata quest'ultima in cui sollevò anche la Coppa delle Coppe pur non giocando la finale, disputò un'altra finale di Coppa delle Coppe e una di Supercoppa UEFA nella stagione 1973-1974, e ancora due finali di Coppa Italia nelle edizioni 1970-1971 e 1974-1975. Durante la militanza in rossonero, il 10 gennaio 1971, per un fallo su Francesco Liguori del Bologna, il quale riportò un serio infortunio al ginocchio destro e vide la propria carriera stroncata, fu denunciato alla Procura di Milano e il commissariato di Pubblica Sicurezza del quartiere "Bolognina" inviò un rapporto sull'incidente alla Pretura di Bologna. Nell'ultima sua stagione a Milano, a causa del temporaneo ritiro dall'attività agonistica di Gianni Rivera, vestì la fascia di capitano della squadra. Ritorno alla Juventus Nell'estate 1976 fu oggetto di uno scambio di mercato con Fabio Capello della Juventus: il friulano approdò a Milano, mentre Benetti, voluto dall'ex compagno di squadra Trapattoni nel frattempo sedutosi sulla panchina bianconera, e da cui era molto stimato, fece ritorno a Torino dopo sette anni. Considerato erroneamente dal Milan in fase calante, al contrario in maglia bianconera raggiunse la piena maturità come centrocampista sia in fase di copertura sia nell'impostazione del gioco, andando a formare una linea mediana formidabile con Giuseppe Furino e Marco Tardelli. Benetti durante la sua seconda esperienza juventina, nella sfida interna di Coppa dei Campioni 1978-1979 contro i Rangers Sotto la Mole continuò a fornire grandi prestazioni e divenne una delle colonne della squadra che, nel triennio seguente, vinse i due scudetti del 1976-1977 e 1977-1978, un'altra coppa nazionale e la Coppa UEFA 1976-1977, quest'ultimo il primo trofeo confederale del club piemontese. Chiuse la seconda esperienza a Torino con 159 presenze e 23 reti tra campionato e coppe. Roma Lasciò la Juventus nel 1979 per approdare alla Roma, voluto dal presidente Dino Viola il quale stava rifondando la squadra con un mix di giovani promettenti ed esperti elementi. Logoro dopo anni di calcio giocato soprattutto fisicamente, le prestazioni in campo ne risentirono ma si distinse comunque per la sua consueta professionalità. Giocò con i giallorossi per due stagioni, aggiudicandosi altre due Coppe Italia e collezionando un totale di 42 presenze e 3 gol; disputò così anche il derby di Roma, il quarto della carriera dopo quelli di Torino, Genova e Milano. Nazionale Il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi lo fece esordire in nazionale il 25 settembre 1971, a 26 anni, subentrando a De Sisti nell'amichevole contro il Messico. Divenne presto titolare e vi rimase quasi ininterrottamente per i nove anni successivi. Nelle qualificazioni al campionato d'Europa 1972 prese parte al ritorno dei quarti di finale contro il Belgio, che vide gli Azzurri sconfitti per 2-1 ed eliminati. Giocò tutte e tre le partite disputate dall'Italia al campionato del mondo 1974 in Germania Ovest, terminato con l'eliminazione al primo turno dopo la sconfitta contro la Polonia. Con Zoff, Facchetti, Bellugi e Causio fu tra i pochi elementi di quel gruppo a essere confermati dal nuovo selezionatore Fulvio Bernardini per il successivo corso della nazionale. Benetti in maglia azzurra al campionato del mondo 1978 Nella difficile fase del rinnovamento disputò tre dei sei incontri validi per le qualificazioni al campionato d'Europa 1976, al quale l'Italia non si qualificò dopo essere arrivata terza nel girone vinto dai Paesi Bassi. Fu sotto la gestione di Enzo Bearzot che Benetti offrì il meglio di sé in maglia azzurra; realizzò il suo primo gol in nazionale l'8 giugno 1977 in una partita di qualificazione mondiale vinta 3-0 contro la Finlandia a Helsinki. In particolare, al campionato del mondo 1978 in Argentina fu una delle colonne dell'Italia che espresse grande gioco e si vide eliminata solo nel girone di semifinale, tra molte recriminazioni, dai Paesi Bassi. Nel mundial argentino realizzò anche un gol nella gara del primo girone vinta per 3-1 contro l'Ungheria a Mar del Plata. Prese parte anche al campionato d'Europa 1980 ospitato dall'Italia e qui disputò la sua ultima gara in nazionale, il 18 giugno 1980 a Napoli, nella finale per il 3º posto contro la Cecoslovacchia, in cui realizzò anche uno dei rigori della serie finale che vide la sconfitta degli Azzurri. Chiuse la carriera in azzurro collezionando 55 presenze e 2 gol, e vestendo la fascia di capitano in due occasioni. Allenatore Iniziò la carriera di allenatore nella stagione 1981-1982, subentrando a Saul Malatrasi alla guida della formazione Primavera della Roma e rimanendo in panchina per tre stagioni. Con i giallorossi vinse il torneo di Viareggio 1983 e il Campionato Primavera 1983-1984, grazie a un promettente gruppo che vantava elementi come Giuseppe Giannini, Stefano Desideri e Paolo Baldieri. Dopo questi successi con i giovani romanisti, nella stagione 1984-1985 gli venne affidata la panchina della prima squadra della Cavese, appena retrocessa dalla Serie B alla C1, ma a stagione inoltrata gli subentrò Corrado Viciani. Dopo un anno d'inattività, la sua ultima esperienza come allenatore di squadre di club fu ancora in C1, alla guida della Carrarese, dove fu ingaggiato nel gennaio 1986 per sostituire Corrado Orrico; una volta portata la squadra alla salvezza, venne confermato per il successivo campionato 1986-1987 in cui tuttavia non riuscì a evitare la retrocessione dei toscani in Serie C2. Fece quindi parte dello staff del centro tecnico federale di Coverciano, dove allenò la selezione italiana Under-15 in cui transitarono, tra gli altri, Alessandro Del Piero e Gianluigi Buffon. Studiò per entrare a Coverciano, e tra i suoi docenti vi fu Sandro Gamba, già coach della nazionale italiana di pallacanestro. Fu per vent'anni anche istruttore per aspiranti allenatori, e tra i suoi allievi vi sono stati Massimiliano Allegri e Antonio Conte. Dopo il ritiro Benetti è stato spesso ospite di emittenti private, nella veste di opinionista, in trasmissioni a tema calcistico. Palmarès Giocatore Benetti (a destra) e Roberto Boninsegna con il trofeo della Coppa UEFA 1976-1977 vinta con la Juventus Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1967-1968 Coppa Italia: 5 - Milan: 1971-1972, 1972-1973 - Juventus: 1978-1979 - Roma: 1979-1980, 1980-1981 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1976-1977, 1977-1978 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Milan: 1972-1973 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Allenatore Torneo di Viareggio - Roma: 1983 Campionato Primavera: 1 - Roma: 1983-1984
  7. LUIGI PASETTI Alla Juve arriva ventiduenne – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del novembre 1972 – dalla Spal, che è da sempre fucina di campioni: come terzino ha dimostrato subito di saperci fare, tanto che il suo nome figura nella lista di Bearzot tecnico della «Under 23». Ma il suo è un arrivo quasi in punta di piedi: si capisce che i tifosi parlano degli acquisti-boom, di Haller e di Anastasi vale a dire, e che il nome di Pasetti compare solo in secondo piano. Il fatto è che si sta forgiando una Juve tutta nuova: arrivata l’anno prima (‘67-68) al prestigioso traguardo della semifinale di Coppacampioni, la società bianconera chiude un ciclo di transizione e ne apre un altro che si vorrebbe subito di trionfi almeno caserecci. In questa squadra dal tessuto nuovo per cinque undicesimi Pasetti, difensore che pure non disdegna le sgroppate fluidificanti, cerca con impegno un posto al sole, e talvolta lo trova. Ma è tutt’altro che semplice: il reparto arretrato è il meno toccato dalle novità, a parte l’anziano e pacato Giuliano Sarti, portiere alla terza o quarta giovinezza, l’unico nuovo e praticamente proprio lui, Pasetti. Gli altri, dal «libero» Tino Castano allo stopper «Roccia» Bercellino, sono ancora quelli del tredicesimo scudetto. Naturale che Heriberto confermi il blocco, almeno in partenza. E tuttavia per Pasetti viene il momento buono: infortuni in serie tolgono di mezzo qualche titolare sin dalla fase precampionato, sicché a Bergamo, «prima» di campionato, Pasetti è il terzino destro della Juve che fa intravedere mirabilie all’attacco (Anastasi realizza una doppietta memorabile) ma che è traballante alquanto, ohimè, proprio in difesa. Finisce tre a tre, no, non ci siamo proprio; prima, difesa imperforabile ma poca forza penetrativa davanti, adesso problemi opposti. Chiaro che in questo non c’è solo la responsabilità dei difensori, men che mai di Pasetti: il centrocampo, quello delude alquanto, la mancanza di un uomo che sostituisca degnamente Cinesinho si fa sentire, e invano si chiede all’uno o all’altro di svolgere l’ingrato compito di giocare a tutto campo. Benetti e lo stesso Haller non trovano la giusta posizione, sicché si va avanti alla meno peggio, anche se la classifica è più che dignitosa. E Pasetti? Heriberto lo avvicenda per qualche partita con Roveta, e lo porta al suo fianco in panchina. Due, tre partite come tredicesimo inutilizzato e poi, finalmente, il rientro. Che coincide con un derby vinto, niente di meno. Diciassette novembre, Juventus subito in vantaggio con Menichelli e Toro arrembante che non passa fino all’intervallo. E quando finalmente riesce a segnare con l’«ex» Combin, ecco che si scatena Anastasi: il suo gol risolve la partita all’88’, ma c’è stata gloria anche per Pasetti, che ha svolto su Facchin un lavoro niente male. La gente comincia ad apprezzare questo oscuro faticatore che corre in modo atipico, pare quasi che inciampi ad ogni passo, e intanto costringe la «sua» punta a recuperi avventurosi. Sette giorni dopo il derby c’è la matricola Pisa al Comunale, è un incontro facile facile sulla carta, ma i toscani difendono bene, guidati dalla vecchia volpe Gonfiantini. Le punte bianconere pare proprio che non riescano a passare: ma tranquilli, ci pensa «El Paso» con una delle sue discese «alla Furino» conclusa da un tiro-cross che beffa il portiere pisano. Roba da non credersi: ma intanto non è che la fortuna lo assista, visto che proprio nell’incontro che lo scopre nell’inedita veste di realizzatore gli capita di buscarsi qualche calcione di troppo. Niente di grave, ma la caviglia malconcia gli impedisce di giocare a Napoli, e quando rientra, contro il Milan, le cose si mettono di nuovo male, per lui e per la Juve. Deve marcare Hamrin, ma «El Paso» davvero non c’è, lo scadimento di forma è addirittura incredibile, o forse è solo questione di concentrazione, il fatto è che quando finalmente l’ex-spallino riesce a prendere le misure del milanista, questo ha già avuto tempo e modo di segnare la rete decisiva. Un caso? Macché, per Pasetti è proprio un momento gramo, la domenica dopo tocca a Bui, a Verona, metterlo nei guai. Fortuna che il momentaccio finisce qui: la parte centrale del torneo, infatti, lo vede rigenerato in una difesa che riacquista poco per volta l’antica solidità: per Pasetti non mancano le occasioni per meritarsi elogi; a Firenze, per esempio, in una giornata in cui molti juventini giocano maluccio e pasticciano, Pasetti è tra i migliori in campo. E bene si comporta anche la domenica dopo, nel turno casalingo con la Sampdoria. La stagione si avvia al termine senza eccessivi scossoni, e per «El Paso» vengono momenti interessanti alquanto, vedi partita col Milan a San Siro, dove Heriberto, senza ali di ruolo da affiancare a Menichelli, lo schiera col numero sette. Chiaro che Pasetti non può fare i miracoli, terzino era e terzino rimane, ma qualcuno trova che come «jolly» potrebbe forse essere la trovata buona per il campionato successivo... Macché; ricordate tutti come andò a finire, è storia di ieri. L’anno dopo cambia di nuovo tutto, con la speranza che sia davvero la volta buona. E Pasetti viene dirottato al Sud, da dove ritorna nel contempo all’ovile Furino già detto Furia, che a Palermo si è consacrato campione di rango. Per «El Paso» la Juventus è già dietro l’angolo... GIULIO C. TURRINI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1968 Questa volta, Heriberto tocca l’optimum. Vogliamo dire che lui, il profeta del «movimiento», ha acquistato in Luigi Pasetti il movimento fatto uomo. Non sapremmo trovare una definizione più calzante per il ragazzo ferrarese; o ancora, potremmo indicare in Pasetti il sostituto più testuale che la Juventus potesse trovare per Adolfo Gori. È caldo, siamo a metà estate, il calcio sembra ancora un frutto acerbo, benché un po’ ovunque si stiano radunando – o si siano già radunate – le squadre, per le loro grandi manovre in collina; è presto, insomma; e parlare di partite, e soprattutto di tattiche e di formazioni sembra maledettamente fuori tempo. Eppure, ci vien l’uzzolo di predire a Pasetti un posto di titolare nella Juventus potenziata della stagione 1968-69, soprattutto perché del ragazzo conosciamo le qualità, singolarmente congeniali ai gusti di Heriberto Herrera. La storia di Pasetti è la storia semplice, diciamo pure umile (e gli faremo un elogio), di un ragazzo che nasce pochi mesi dopo la fine della guerra, il 9 settembre 1945, a Francolino, che è un paese che dista cinque o sei chilometri da Ferrara, di fianco al Po. La sua famiglia è modesta, il papà divide il suo lavoro in settori che direste distanti migliaia di anni luce l’uno dall’altro: fa un po’ il calzolaio e un po’ il pescatore. Ed è questa seconda attività di pescatore, in cerca di qualcosa di commestibile nelle pigre anse del fiume, che papà Pasetti trasmetterà al figlio; se a Gigi Pasetti domandate quale sia il suo «hobby», lui vi risponderà: «Caccia e pesca, soprattutto pesca». Lo ritroveremo a Ferrara (giocatore di Serie A esemplare per impegno e per rendimento) pronto tuttavia a scappare verso il fiume, trovando un comodo alleato nell’allenatore delle squadre minori della Spal che è Giambattista Fabbri, un uomo coscienzioso e riservato. Il secondo pigmalione di Pasetti, diciamo. Perché il vero pigmalione del ragazzo lo dobbiamo trovare, come spesso, in Paolo Mazza, indomito rabdomante di campioni. Se vogliamo restare alla similitudine, diciamo semplicemente che Mazza è un pescatore sornione che ogni anno butta le sue reti un po’ ovunque. Le lancia anche in direzione del Po, è ovvio. I pesciolini restano impigliati nelle reti, e vengono portati a Ferrara. Qui crescono, qui diventano merce pregiata. Con Pasetti, che ha un compromesso con il Francolino – squadra modesta che vive alla giornata – e che tuttavia gioca per una compagine ancora più piccola della quale nessuno ricorda il nome, Mazza realizza uno dei suoi prodigi. Se la Spal vive, è attraverso questi miracoli. Spal – lo sapete – vuol dire Società Polisportiva Ars et Labor, dove Ars significa ovviamente Arte, e dove Labor – il latino ce l’insegna – più che il concetto di lavoro esprime quello della fatica. La fatica di tirare avanti così, operosamente, a forza di salti mortali. Un altro miracolo di Mazza, dicevamo, che nel caso di Pasetti si traduce nel rapporto approssimativo di «uno a tremila»: acquistato per L. 50.000, venduto per milioni centoquaranta, sessanta subito, ottanta l’anno venturo. La carriera ferrarese di Pasetti è lineare. Allievo, De Martino, riserva, titolare. L’esordio avviene nel campionato 1963-64, un anno maledetto per la Spal, che costa alla squadra di Mazza la retrocessione in Serie B dopo tredici campionati di A. Pasetti viene lanciato in prima squadra a Bologna, in quello che viene chiamato il «derby del Reno». Adesso, arrivando a Torino, Pasetti troverà Haller, che fu il suo avversario di quella giornata, un avversario strapotente, al massimo della condizione. Il Bologna, oltretutto, quell’anno stava galoppando in testa al campionato e avrebbe vinto lo scudetto, nella finalissima romana con l’Inter. La partita con la Spal si giocò fuori data, per un rinvio stabilito all’indomani dell’esplosione del clamoroso «caso doping». Pasetti contro Haller, dunque. Il ragazzo comincia benino, benché il «panzer» dilaghi un po’ ovunque. Si estenua all’inseguimento del tedesco, il nostro Pasetti, fa l’impossibile, lui che comincia proprio ora. C’è un pallone a metà campo, lo ricordiamo bene, e Haller scatta violentemente; Pasetti tenta l’inseguimento ingrato, si ferma subito. Stiramento; la partita è conclusa. Un inizio scoraggiante, se vogliamo. Ma Pasetti ha doti autentiche in serbo, e quando sarà il momento le butterà fuori. In Serie B, Pasetti partecipa attivamente al campionato della rinascita: in un anno, la Spal ritorna in Serie A. Poi, gioca intensamente i tre anni successivi, quasi novanta partite. Gioca terzino destro, gioca mediano, gioca stopper, gioca libero, gioca dove lo mettono. Gioca bene in ogni ruolo. È una delle forze più concrete della Spal. Va in «tournée» in Inghilterra. Va con gli «Under 23». Gioca a Trieste contro gli inglesi, 1 a 1. È in quest’occasione che lo vede all’opera Heriberto Herrera. Heriberto è a Valmaura, e tutti vogliono indovinarne le intenzioni. Vieri? Riva? Cresci? Heriberto non dice nulla a nessuno. Gli piace Pasetti, ecco tutto. Nel suo gioco difensivo, Heriberto teme di avere perduto la carta-Gori, tatticamente così importante. Questo Pasetti è forse meno scaltro, ma può essere che sia addirittura più dinamico e più continuo di Gori. È una logica sostituzione di pezzi e senza nemmeno cambiare Casa produttrice. Lui, Pasetti, è felicissimo. Tocca il cielo con un dito. Prima, lo trattava il Palermo, perché Di Bella è un allenatore che tiene gli occhi aperti. Il Palermo offrì cento, centocinque, centodieci; poi venne fuori la Juve a dire centoquaranta; e al Palermo non restò che prendere Reja, se proprio voleva uno spallino, e prendere Gori se proprio voleva un difensore di quel tipo. A Ferrara la partenza di Pasetti, «enfant du pays», ha lasciato un po’ di amarezza; lo criticavano qualche volta per... quell’ultimo passaggio avventato, ma individuavano facilmente in lui lo spiritaccio della Spal, sempre viva, sempre disposta alla battaglia. Il giocatore ha una notevole base tecnica, una confortante conoscenza del pallone e delle esigenze del calcio moderno. Sa quel che vuole. Ha già rimesso a nuovo la casetta poco distante dal Po, dove vivono i suoi e la sorellina. È fidanzato con una ragazza del suo paese, una ragazza che sta per diplomarsi maestra. Nel suo fresco, breve passato c’è anche un segno, quasi una predestinazione. Il suo unico goal di Serie A, Pasetti l’ha segnato a Torino, nel settembre del ‘66: con quel goal, portò in vantaggio la Spal, tuttavia battuta nel finale. Un solo goal fatto a Torino; ma con l’avvertenza di segnarlo al Torino, mica alla Juve... Ma tutto sommato, la predestinazione la troviamo più facilmente nella comune radice padana. Pasetti è nato sul Po, a pochi chilometri dal delta. Nella sua vita, ha dovuto subito nuotare controcorrente, e l’ha fatto con robuste bracciate. Nuotando contro corrente, Pasetti ha risalito il Po ed ha toccato felicemente riva a Torino. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/luigi-pasetti.html
  8. LUIGI PASETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Pasetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Francolino (Ferrara) Data di nascita: 09.09.1945 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Paso - El Paso Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 15.09.1968 - Coppa Italia - Juventus-Sampdoria 5-0 Ultima partita: 13.04.1969 - Serie A - Milan-Juventus 1-0 26 presenze - 1 rete Luigi Pasetti (Francolino, 9 settembre 1945) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Luigi Pasetti Pasetti al Palermo tra gli anni 1960 e 1970 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1980 Carriera Giovanili 19??-19?? SPAL Squadre di club 1963-1968 SPAL 111 (1) 1968-1969 Juventus 26 (1) 1969-1974 Palermo 101 (1) 1974-1976 Piacenza 57 (1) 1976-1980 Adriese 14+ (0+) Nazionale 1967-1968 Italia U-21 5 (0) 1968 Italia B 5 (0) Carriera da allenatore 1981-1982 Adriese 1984-1991 SPAL Giovanili 1991 SPAL 1991-1997 SPAL Giovanili 1997-1998 Imolese 1998-2002 Milan Giovanili 2003-2007 Bologna Giovanili 2007-2008 Milan Giovanili 2010-2012 SPAL Giovanili Caratteristiche tecniche Era un calciatore grintoso che ha giocato prevalentemente come terzino fluidificante a destra, grazie alla facilità di corsa. Nel finale di carriera Giovan Battista Fabbri lo ha schierato come libero. Carriera Giocatore Club Crebbe calcisticamente nella SPAL dove costituì, assieme a Fabio Capello, Edoardo Reja, Arturo Bertuccioli, Franco Pezzato, Maurizio Moretti, Lauro Pomaro e Gianfranco Bozzao, la colonia di giovani calciatori spallini nati a metà degli anni quaranta che Paolo Mazza farà esordire in prima squadra, facendoli giocare sia in Serie A che in Serie B. Con questi calciatori la SPAL, con Giovan Battista Fabbri allenatore, vincerà lo scudetto Primavera nel 1965. Debuttò in prima squadra nel finale di stagione 1963-1964, nell'incontro Bologna-Spal 2-1 del 14 aprile 1964. A partire dalla stagione successiva fu promosso titolare nel ruolo di terzino sinistro, conquistando la promozione in Serie A e disputando tre campionati nella massima serie. Pasetti (accosciato, terzo da sinistra) nella Juventus 1968-1969 Nel 1968, dopo la retrocessione della SPAL in Serie B, Pasetti ebbe l'occasione di giocare nella Juventus. A Torino disputò 19 partite su 30 nel campionato 1968-1969, alternandosi a Gianluigi Roveta nel ruolo di terzino destro, oltre a 4 partite in Coppa delle Fiere e 3 in Coppa Italia; la sua stagione fu condizionata dai problemi difensivi della formazione bianconera e da alcuni infortuni. Nel 1969 fu ceduto al Palermo, nell'ambito del passaggio di Giuseppe Furino ai bianconeri. In Sicilia disputò cinque campionati, tra Serie A e Serie B, ottenendo la promozione nella massima serie nel 1971-1972 quando fu titolare nella difesa meno battuta del campionato. Nel 1974 si trasferì al Piacenza in Serie C, dove ritrovò il suo mentore Giovan Battista Fabbri e condusse gli emiliani alla vittoria del campionato, con sette punti di vantaggio sulla seconda, e alla promozione in Serie B. Un'altra stagione tra i cadetti con il Piacenza e poi, nel 1976, Pasetti scese di nuovo di categoria, stavolta in Serie D, per giocare nell'Adriese dove concluse la sua carriera di calciatore nel 1980 dopo aver ottenuto una nuova promozione, dalla Serie D alla Serie C2, nel 1978. Nella sua carriera ha totalizzato complessivamente 139 presenze e una rete (nella sconfitta esterna della SPAL contro il Torino alla prima giornata del campionato di Serie A 1966-1967). Nazionale Vanta 5 presenze in Nazionale B (esordio il 22 marzo 1967) e 5 in Nazionale Giovanile (esordio il 20 dicembre 1967), ovvero ciò che oggi sono le Nazionali Under-23 ed Under-21. Allenatore e dirigente Successivamente iniziò la carriera di direttore sportivo prima e di allenatore poi; la sua prima esperienza fu con l'Adriese ed in seguito con le giovanili di SPAL (con la quale vinse nel 1986 lo scudetto nel campionato Giovanissimi) e Milan, oltre ad allenare la prima squadra della SPAL nel finale di campionato nel 1991 in Serie C2, con Fabbri direttore tecnico. Successivamente rimane a Ferrara fino al 1997, come allenatore delle giovanili. Dopo una stagione sulla panchina dell'Imolese, nel Campionato Nazionale Dilettanti, passa al settore giovanile del Milan, dove rimane quattro stagioni. In seguito allena le giovanili del Bologna, prima di ritornare al Milan e poi alla SPAL, alla guida della formazione Esordienti, nel campionato 2010-2011; l'anno successivo siede sulla panchina dei Pulcini della formazione estense. Dopo il fallimento della SPAL abbandona la nuova società rifondata in Serie D per screzi con la dirigenza, e passa alle giovanili del Vigaranese X Martiri di Porotto. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano Serie C: 1 - Piacenza: 1974-1975 (girone A)
  9. ROBERTO TANCREDI «Tarchiato portiere – chi scrive è il mitico Camin – dalle geometri abituali, buon colpo di reni e discreta elevazione, mediocre in uscita, attinge al successo con difficoltà e non riesce a garantirsi un posto in squadra». Aggiunge Renato Tavella: «Oltre modo difficile, viene da dire, assicurarsi una maglia in quella Juve pronta per l’ennesima cavalcata».Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) il 30 gennaio 1944. Nella Juventus fa tutta la trafila come portiere, disputando i campionati Juniores, Primavera e De Martino; è Campione d’Italia nella stagione 1962-63, con la formazione Juniores. La Juventus ha molta fiducia in lui e lo cede in prestito al Siracusa, in Serie C; disputa un campionato eccezionale, contribuendo alla salvezza della squadra. Dalla C alla B il passo è breve, perché Roberto è già un portiere maturo. Passa al Potenza; purtroppo per lui, deve svolgere il servizio militare e le partite saranno solamente quindici. Dal Potenza alla Sambenedettese e qui rimane per un biennio; nell’estate del 1968, ritorna a Torino.Il ritorno in bianconero è ancora decisamente in sordina; Roberto è il terzo portiere, alle spalle del veterano Anzolin e del nuovo acquisto, l’anziano ma sempre valido Giuliano Sarti, e Roberto trova spazio solo in qualche partita amichevole.Nella stagione successiva Sarti ha chiuso l’attività, Anzolin è confermato titolare, ma Tancredi ha ben maggiori speranze di trovare spazio. Come accade alcune volte, dopo avere atteso così a lungo, Tancredi si ritrova addirittura titolare nello spazio di una sera. È l’agosto del 1969 e la squadra, diretta da Carniglia, si presenta al debutto di fronte al proprio pubblico, contro un avversario di gran nome, quell’Ajax di Amsterdam, fresca vice Campione di Europa, nelle cui file gioca un certo, già apprezzatissima, Johan Cruijff.Alla vigilia della partita, Anzolin si infortuna seriamente a una mano; tocca a Tancredi. Il battesimo juventino, che per di più coincide con un grosso appuntamento internazionale, potrebbe paralizzare portieri di ben maggiore esperienza ma Tancredi se la cava egregiamente, conquistando con le sue parate nel finale dell’incontro, con gli olandesi scatenati alla ricerca del pareggio, la simpatia e il sostegno di tutto il pubblico bianconero.Chiaramente, il più deve ancora venire. Sarà il campionato, con le sue situazioni imprevedibili, a dire del valore di questo ragazzo venticinquenne con la Juventus nel cuore. E si capisce subito che, proprio dal campionato, arriveranno difficoltà tutt’altro che trascurabili per la squadra, come per il suo giovane portiere.Debutto apparentemente facile; 4-1 al Palermo, Tancredi in porta con Anzolin ancora convalescente. La squadra segue movenze antiche, porta palla e bada più alla forma che alla sostanza. Anzolin che ritorna tra i pali sette giorni dopo, a Verona, raccoglie in fondo alla rete il pallone della sconfitta. Si va avanti così, un passo avanti e due indietro, fino a novembre. Poi, la svolta, che coincide anche con la definitiva consacrazione di Tancredi a numero uno titolare; la Juventus batte l’Inter, alla settima giornata, riscoprendo tutta la determinazione dei suoi campioni e scoprendo, pure, che il giovanotto chiamato a difendere il ruolo che fu di Combi, Sentimenti IV e Viola, ci sa fare. Grinta, piazzamento, essenzialità; doti che, unite alla continuità di rendimento, danno un’esatta dimensione di questo portiere, che chiude la sua prima stagione in Serie A con venticinque presenze, al di là di ogni più rosea aspettativa.Naturalmente, la conferma per l’annata successiva è fuori discussione. E nel 1970-71 Tancredi, che pure è giovanissimo e che l’anno prima figurava tra i ragazzini in una squadra dall’età media piuttosto avanzata, si ritrova addirittura a fare da chioccia, con lo stopper Morini e il libero Salvadore, a una squadra di giovanissimi.La stagione del rinnovamento radicale dei ranghi aggiunge altre positive considerazioni sul conto di Tancredi. Matura la sua esperienza internazionale, in una Coppa delle Fiere che la Juventus onora con prestazioni memorabili. Due partite, in special modo, mettono in eccezionale risalto il valore del portiere bianconero; nel ritorno degli ottavi di finale, a Torino, contro il Pécs Dósza, squadra ungherese già sconfitta in trasferta con un goal di Causio, Tancredi si erge nel primo tempo ad autentico protagonista, mettendo una pezza con i suoi grandi interventi agli improvvisi sbandamenti della retroguardia juventina. Prima del riposo, Tancredi para addirittura un rigore e propizia in tal modo la vittoriosa reazione della squadra nella ripresa.L’altra partita che lo vede nei panni di protagonista è quella di Leeds, finale di ritorno. La Juventus pareggia per 1-1, grazie soprattutto alla sicurezza del suo portiere, grande nelle mischie furibonde che si accendono, specialmente nel primo tempo, nell’area juventina.Con il 1970-71 si chiude il breve ma intenso momento di Tancredi con i colori bianconeri. Due campionati pieni, a dimostrazione di un buon valore. Portiere di talento, ragazzo serissimo, Tancredi può avere il solo rammarico di non aver vinto scudetti, avendo lasciato la Juventus proprio alla vigilia del ciclo delle vittorie.Lascia la maglia numero uno bianconera, indossata per sessantacinque volte, a Carmignani e si trasferisce a Mantova; in seguito, giocherà anche nella Ternana e nel Brescia. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/roberto-tancredi.html
  10. ROBERTO TANCREDI https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Tancredi Nazione: Italia Luogo di nascita: Montecatini Val di Cecina (Pisa) Data di nascita: 30.01.1944 Ruolo: Portiere Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1971 Esordio: 31.08.1969 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 0-0 Ultima partita: 03.06.1971 - Coppa delle fiere - Leeds United-Juventus 1-1 65 presenze - 50 reti subite Roberto Tancredi (Montecatini Val di Cecina, 30 gennaio 1944) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Roberto Tancredi Tancredi alla Juventus nel 1970 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1976 Carriera Giovanili 19??-19?? Solvay Rosignano 19??-1964 Juventus Squadre di club 1964-1965 → Siracusa 26 (-25) 1965-1966 → Potenza 20 (-24) 1966-1968 → Sambenedettese 63 (-47) 1968-1971 Juventus 65 (-50) 1971-1972 Mantova 16 (-21) 1972-1973 Ternana 6 (-10) 1973-1975 Brescia 5 (-9) 1975-1976 Livorno 14 (-16) Carriera Il calcio di rigore parato da Tancredi in Juventus-Pécsi Dózsa (2-0) di Coppa delle Fiere 1970-1971 Arrivò nelle giovanili della Juventus nel 1959, proveniente dalla squadra Allievi del Solvay Rosignano, vincendo il titolo di campione d'Italia nella stagione 1962-1963 con la squadra Juniores bianconera. Fu quindi ceduto in prestito al Siracusa, in Serie C, dove contribuì alla salvezza della squadra siciliana nel campionato 1964-1965. L'annata successiva passò al Potenza, in Serie B, per poi tornare in Serie C con la Sambenedettese dove rimase per due stagioni. Nell'estate del 1968 ritornò a Torino, dove disputò una prima stagione da terzo portiere, dietro ad Anzolin e Sarti. L'annata successiva Sarti si ritirò, mentre il titolare Anzolin venne confermato. Sfruttando un infortunio di questo ultimo, Tancredi giocò titolare una gara nell'estate del 1969 contro l'Ajax di Johan Cruijff, vicecampione d'Europa, guadagnandosi l'apprezzamento dei tifosi e la conferma tra i pali in attesa del convalescente Anzolin. L'esordio in campionato risale al 14 settembre 1969, nella vittoria 4-1 della Juventus sul Palermo e, dopo pochi mesi, venne confermato titolare a scapito del compagno, terminando la stagione con 25 presenze e soli 16 gol subiti. Nell'annata 1970-1971 venne riconfermato titolare, trovandosi a fare da chioccia a una squadra ancor più acerba di lui, guidata prima da Armando Picchi e poi, dopo la malattia di questo ultimo, da Čestmír Vycpálek. Maturò anche esperienza in Europa partecipando alla Coppa delle Fiere, dove la Juventus raggiunse la finale persa contro gli inglesi del Leeds Utd, da imbattuta, unicamente per via della regola dei gol in trasferta. Nell'estate del 1971 lasciò Torino e la maglia numero uno bianconera a Carmignani, rimanendo in Serie A e passando al Mantova. Chiuse la carriera nel 1976, dopo aver vestito le maglie della Ternana in massima categoria, del Brescia in cadetteria e infine del Livorno in terza serie.
  11. GIULIANO SARTI Lo sguardo è limpido – scrive Beppe Barletti, su “Hurrà Juventus” del settembre 1968 –, reso più intenso dal rapido cangiare verde-azzurro dei suoi occhi, freddi e glaciali solo all’apparenza. Le pagliuzze dorate che vi navigano dentro testimoniano di un calore umano senza limiti e senza misure. Longilineo, piuttosto secco e di muscoli allungati, tradisce un non so che di disperatamente nordico nella sua discendenza familiare. Lui, però, è emiliano tutto sangue. È nato quasi trentacinque anni fa, a Castel d’Argile, in provincia di Bologna. Il suo nome è famoso negli annali del calcio mondiale: Giuliano Sarti. Ha cominciato la sua avventura calcistica nella Bondenese. Lasciò la felice Bondeno a ventuno anni, per passare alla Fiorentina dove, l’anno successivo (stagione 1955-‘56) vinse il suo primo scudetto. A Firenze, città vecchia, gentile e di passioni ardenti, Sarti l’«inglese» rimase nove anni. Se ne andò, destinazione Inter, lasciando largo rimpianto. Non perché il successore, l’agile e funambolico Albertosi, non fosse all’altezza, ma perché a Firenze tifosi, dirigenti e compagni si erano affezionati al suo modo sereno di governare in campo la difesa gigliata. Occhio saldo, cuore intrepido, nervi di acciaio, le sue doti erano rifulse in una serie lunghissima di tornei, passando attraverso tutte le prove più ardue che un calciatore è chiamato ad affrontare. Nell’Inter kolossal, Giuliano Sarti ebbe un’altra impennata. Già chiamato in maglia azzurra, vinse con i nerazzurri altri campionati e la Coppa dei Campioni, arrivando su, fino al titolo assoluto intercontinentale. Oggi è juventino, quasi al chiudersi della carriera. Una conclusione che tutti i calciatori vorrebbero avere. Per lui, però, nulla è mutato. Professionista serio quanto preparato, veste al quattordicesimo anno di professionismo, la sua terza casacca. Nel ritiro di Villar Perosa, entra subito nel grande «giro» dei bianconeri. Non fatica ad ambientarsi. Sereno e intelligente, «lega» d’acchito con l’amico Anzolin, che – d’altra parte – dichiara a sua volta di essere felice di aver così grande compagno al fianco. Con «don Heriberto», ha subito parole chiarissime. Espone il suo caso, il suo modo di allenamento, le sue necessità, i suoi pochi timori, le sue non comuni esperienze. Il paraguayano, lo guarda fisso e con una frase sola liquida la questione: «Con lui non ci sono problemi». Lo incontro a sera. È l’ora di cena. Abbiamo, sì e no, dieci minuti per chiacchierare. Si discute delle squadre che l’hanno avuto. Dice: «Tutto bene a Firenze, il primo amore. Tutto bene anche nell’Inter: c’erano soldi e gloria. Spero bene anche nella Juve, dove tutto è splendore, dove tutto parla di un passato antico e recente, carico di successi e di imprese grandiose». – Differenze tra Inter e Juventus? «Per ora non ne trovo – risponde Giuliano – sono juventino da ieri. È troppo presto per tranciare giudizi. D’altra parte, io, giudizi non ne do mai. Cerco di fare il mio dovere, quello che serenamente mi indicano coscienza e ragionamento». – Paragoniamo Helenio a Heriberto? «Niente affatto. Primo, non è simpatico fare confronti; secondo: quello che a me pare girato in un senso, magari in effetti è tutt’altra cosa; terzo: ognuno ha il suo carattere, il suo sistema di vita e di lavoro. Paragonare i due, entrambi certamente tra i più bravi, sarebbe mancare di rispetto all’uno o all’altro». – Cosa l’ha colpita di più, in questo suo primo periodo trascorso alla scuola di Heriberto Herrera? «L’incredibile, assoluta padronanza del metodo con cui sa allenare gli uomini. Heriberto, credo, sa tutto sul modo più logico e rapido per mettere un atleta al massimo della condizione. Niente, nel suo lavoro, è affidato al caso. Penso che studi di notte quello che fa applicare di giorno. E dopo quindici anni di carriera, posso dire in tutta coscienza che Heriberto Herrera, sul mestiere non certo facile dell’allenatore, sa tutto quello che è possibile sapere». Sparo l’ultima cartuccia: Lei è, almeno così è stato finora, un uomo tranquillo. Non ha mai creato problemi a nessuno, ha sempre trovato accordo e comprensione con tutti. Come fa? Risponde con una semplicità che sconcerta: «Nella vita, ogni uomo ha due bisacce sul suo dorso, quella con le cose cattive e quella con le cose buone. Io non mi sono mai curato di quelle cattive: ho sempre accettato quelle buone. Punto e basta». 〰.〰.〰 Giuliano, suo malgrado, viene anche ricordato per la famosa “papera” di Mantova: è il 1° giugno 1967 e si gioca l’ultima giornata di campionato. L’Inter, di scena nel capoluogo virgiliano, è in testa alla classifica, con un punto di vantaggio sulla Juventus; il risultato è inchiodato sullo 0-0 ma, dopo pochi minuti del secondo tempo, Sarti si lascia sfuggire un innocuo cross di Di Giacomo, facendo terminare il pallone nella propria rete. La Juventus batte la Lazio e si aggiudica il 13° scudetto della sua storia. Sarti è messo in croce, nonostante, appena una settimana prima, fosse stato il migliore in campo nella sfortunata finale di Coppa Campioni contro il Celtic: «Viaggia sempre con me. Me la ricordano tutti, ci è costata uno spareggio. Hanno scritto molto, di tutto. Non ci sono misteri, né disegni: è stato un errore. Non c’era il vento, non c’era il sole, volevo lanciare il pallone a Facchetti sulla sinistra, mi è sfuggito dalle dita. Tutto qui. Un errore che mi ha scosso e che però è ricordato, è entrato nella storia e nelle memorie. E questo, se vogliamo, è pure bello. I giornalisti mi chiamano quando c’è da ricordare una delusione, come la beffa dell’Inter il 5 maggio 2002 a Roma, e fanno i paragoni con la “papera” del 1967. Va bene, sono qui vivo e vegeto e ho una buona memoria». Veste la maglia bianconera solamente quella stagione, collezionando 10 presenze: «A Firenze ho vinto il primo scudetto, a Torino nel ‘69, penultima giornata, ho rivisto la Fiorentina Campione d’Italia. Quel giorno ha giocato Anzolin, io tifavo per la Viola». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/giuliano-sarti.html
  12. GIULIANO SARTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuliano_Sarti Nazione: Italia Luogo di nascita: Castello d'Argile (Bologna) Data di nascita: 02.10.1933 Luogo di morte: Firenze Data di morte: 05.06.2017 Ruolo: Portiere Altezza: 178 cm Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 01.12.1968 - Serie A - Napoli-Juventus 2-1 Ultima partita: 16.02.1969 - Serie A - Juventus-Roma 2-2 10 presenze - 10 reti subite Giuliano Sarti (Castello d'Argile, 2 ottobre 1933 – Firenze, 5 giugno 2017) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Considerato uno dei migliori portieri nella storia del calcio italiano, ha trascorso i migliori anni della propria carriera con le maglie di Fiorentina e Inter, conquistando complessivamente 3 scudetti, una Coppa Italia, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali e una Coppa delle Coppe, oltre ad una Coppa Grasshoppers. L'IFFHS lo ha annoverato tra i più forti portieri europei del XX secolo, collocandolo in 43ª posizione. Giuliano Sarti Sarti all'Inter nella stagione 1966-1967 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1970 - giocatore 1970 - allenatore Carriera Giovanili 1949-1950 San Matteo della Decima 1950-1952 Centese Squadre di club 1952-1954 Bondenese ? (-?) 1954-1963 Fiorentina 220 (-206) 1963-1968 Inter 147 (-122) 1968-1969 Juventus 10 (-10) 1969-1970 Unione Valdinievole ? (-?) Nazionale 1959-1967 Italia 8 (-5) Carriera da allenatore 1970 Lucchese Caratteristiche tecniche Portiere «geometrico», con un'interpretazione del ruolo priva di fronzoli e improntata sul senso della posizione, Sarti spiccava per la capacità di compiere interventi efficaci senza dover ricorrere a gesti atletici particolarmente vistosi; caratteristica, questa, per la quale fu ribattezzato Portiere di ghiaccio dalla stampa specializzata e Hombre de la revolución da Helenio Herrera. Il suo stile di gioco, che negli anni seguenti trovò in Dino Zoff il più autorevole successore, gli consentì di sostituire tra i pali dell'Inter il più acrobatico e spettacolare Lorenzo Buffon senza farlo rimpiangere. Efficace anche nelle uscite, era inoltre avvezzo a seguire l'andamento dell'azione e ad «accorciare la distanza dal resto della squadra», ritenendosi in tal senso un precursore del ruolo. Carriera Giocatore Club Esordi e Fiorentina Dopo essere cresciuto nel San Matteo della Decima, in Seconda Categoria, nella Centese e nella Bondenese, con la quale gioca titolare nel campionato di Promozione Regionale, arriva nel 1954 alla Fiorentina assieme a Raul Tassinari. Con la squadra viola esordisce in Serie A il 24 aprile 1955 contro il Napoli; all'inizio del campionato seguente, ventiduenne, si ritrova titolare al posto di Leonardo Costagliola: si tratta del campionato 1955-1956 e con lui fra i pali la Fiorentina vince il suo primo scudetto, perdendo solo all'ultima giornata contro il Genoa, subendo due gol negli ultimi dieci minuti. Lo scudetto portò la Fiorentina a disputare la Coppa dei Campioni, appena istituita, e i viola persero in finale contro il Real Madrid; la prova di Sarti, molto positiva nonostante la sconfitta, gli valse le lodi di Alfredo Di Stéfano. Nei quattro campionati dopo quello vinto la formazione toscana si piazzò regolarmente seconda, con Sarti ancora titolare. Dal 1958 il suo secondo diventò Enrico Albertosi, all'inizio della carriera. Con la Fiorentina conquistò poi anche una Coppa Grasshoppers nel 1957, una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe, entrambe nel 1961; fu inoltre finalista nella Coppa delle Coppe 1961-1962 e nelle edizioni di Coppa Italia del 1958 e del 1959-1960. Inter Nell'estate del 1963 passò all'Inter di Helenio Herrera, che si era imposta in campionato l'anno precedente. Nella prima stagione perse lo spareggio-scudetto con il Bologna, vincendo la Coppa dei Campioni, bissata l'anno successivo. Presto arrivarono anche le vittorie in campionato, con gli scudetti del 1964-1965 e 1965-1966. Con i nerazzurri si aggiudicò anche due Coppe intercontinentali, nel 1964 e nel 1965. Nel campionato 1966-1967, dopo un'annata condotta sempre in testa, l'Inter perse sia la finale di Coppa dei Campioni a Lisbona con il Celtic – nonostante un'eccellente prestazione di Sarti –, sia l'ultima partita della stagione, in trasferta, contro il Mantova: in quest'ultimo incontro passò alla storia il suo errore nel decisivo 1-0 avversario, giunto «dopo una stagione ricca di prodezze»; la sconfitta relega l'Inter al secondo posto a vantaggio della Juventus di Heriberto Herrera. Juventus e ritiro Sarti alla Juventus nel 1969, in una pausa d'allenamento, assieme al collega Roberto Anzolin. Nel 1968, ormai trentacinquenne, si trasferì alla Juventus, dove chiuse la carriera in Serie A facendo da secondo a Roberto Anzolin, di cinque anni più giovane. Giocò la sua ultima stagione in Serie D, all'Unione Valdinievole, per poi abbandonare nel 1970. Nazionale Arrivò in Nazionale il 29 novembre 1959, contro l'Ungheria, vestendo poi la maglia azzurra in otto partite. Nel 1967 fece parte della selezione del Resto del Mondo che affrontò la nazionale spagnola, per celebrare il 65º compleanno del portiere Ricardo Zamora. La formazione FIFA vinse 3-0 e ne fecero parte altri quattro italiani: Tarcisio Burgnich, Gianni Rivera, Sandro Mazzola e Mario Corso. Fu il terzo portiere italiano a essere convocato dalla FIFA: prima di lui lo erano stati Aldo Olivieri negli anni quaranta e Lorenzo Buffon negli anni cinquanta; in seguito lo saranno Dino Zoff, Walter Zenga, Gianluca Pagliuca e Gianluigi Buffon. Allenatore Dopo il ritiro dalla carriera agonistica, assunse per qualche mese la guida della Lucchese. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Fiorentina: 1955-1956 - Inter: 1964-1965, 1965-1966 Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Competizioni internazionali Coppa Grasshoppers: 1 - Fiorentina: 1952-1957 Coppa delle Coppe: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Coppa dei Campioni: 2 - Inter: 1963-1964, 1964-1965 Coppa Intercontinentale: 2 - Inter: 1964, 1965
  13. FRANCO CAUSIO C’è un ricordo che Franco Causio si porterà sempre: lo scopone con Pertini sull’aereo che riportava a casa l’Italia Campione del Mondo del 1982: «Indelebile. Io ero in coppia con Bearzot, il presidente con Zoff. Io feci una furbata: calai il sette, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il “Settebello”. Abbiamo vinto così quella partita». C’è tutto il repertorio di Causio: il sette, la finta, l’avversario disorientato. Ma stavolta non era un terzino, era il Presidente della Repubblica. Che si arrabbiò moltissimo.Ha il merito di fare del calcio e del suo ruolo di ala, un’arte, un modo di esprimersi; irresistibile con la palla al piede, inventa uno stile di gioco, che in molti hanno cercato di copiare e che è rimasto impresso nella mente di molti tifosi. Il suo miglior periodo è senza dubbio legato alla Juventus degli anni Settanta e alla Nazionale di Enzo Bearzot. Il suo esordio avviene nella stagione 1964-65 nella squadra della sua città, il Lecce, che in quell’anno militava in Serie C. L’anno successivo passa alla Sambenedettese sempre in Serie C.Nel 1966 approda nella Juventus di Heriberto Herrera che lo fa esordire in Serie A, appena diciannovenne, contro il Mantova, il 21 gennaio 1968: «Avevo solo diciassette anni e non posso negare che l’impatto fu molto duro. Io ero un ragazzo del Sud e la Torino di fine anni Sessanta era una città difficile. Vivevamo nel pensionato di Via Susa e non è, francamente, un bel ricordo. Ci rimasi solo un anno, perché, dopo aver esordito nella Juventus, andai a Reggio Calabria».Successivamente, viene mandato al Palermo, per consentirgli di fare esperienza e maturare. Nella squadra rosanero, che milita in Serie A, il giovane Causio si fa conoscere a livello nazionale: «Avevo vent’anni quando sono arrivato a Palermo. Ero di proprietà della Juventus, che mi aveva mandato la stagione precedente alla Reggina in B. L’impatto con la città è stato bello, ho ancora tanti amici e per me è stato importante l’incontro con Di Bella. Era una persona eccezionale. Mi ha insegnato a giocare per la squadra. “Ricordati – mi diceva – non bisogna giocare per te stesso, ma per gli altri: sei bravissimo e se lo capirai, diventerai un grande”. E mi ha anche insegnato com’è la vita, che non è soltanto quella che si vive su un campo di calcio».Ritornato a Torino nel 1970, Franco Causio, non trova ancora un posto da titolare, ma in quella stagione riesce comunque a farsi notare segnando sei reti. Il giorno del raduno è il 24 luglio 1970. Causio è lì, capelli abbondanti, occhiate basse quasi torve: «Sono venuto per giocare. A Palermo ero titolare, la stessa cosa sarà nella Juventus. Sono il più forte».Ma è nella stagione successiva che, sotto la guida di Vycpálek, Causio trova lo spazio che merita giocando undici campionati con la maglia bianconera e vincendo sei scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa: «L’inizio non fu dei più semplici, perché non credevano molto in me e, se sono rimasto alla Juventus, devo ringraziare Armando Picchi. Fu lui a farmi giocare dieci minuti contro il Milan così che, in base al regolamento, non potevo più essere ceduto. Il mio, insomma, è stato un successo fortemente cercato, voluto».Professionista esemplare e molto attaccato al proprio lavoro, lo testimonia la carriera lunghissima, ha convissuto a lungo con il luogo comune, falsissimo come tutte le frasi fatte, di genio e sregolatezza. Viceversa, è sempre stato un serio lavoratore (anche in allenamento) anche se, è inutile negarlo, ha sempre cercato la giocata vincente, il guizzo per decidere l’incontro rifiutando, quasi sdegnoso, il passaggino banale, il tocco laterale per nascondersi: «Alla Juventus c’erano regole ferree: in campo non si gesticolava, non si protestava con gli arbitri. E se sbagliavi Boniperti ti toccava nel portafoglio. Non temeva affatto dei voti riportati dai giornali. Il lunedì ti incontrava e ti diceva: “Ti hanno dato sette, ma per me ha giocato da cinque”».Nella stagione 1983-84 passa all’Udinese, l’anno seguente all’Inter poi una parentesi al Lecce e nella Triestina, dove chiude la carriera a trentanove anni suonati: «La Juventus pensava al futuro che non poteva più essere di Causio, ma di Marocchino, di Fanna che scalpitavano tra i rincalzi. Peccato, perché a Udine ritrovai l’estro delle annate migliori e perché ero tutt’altro che sul viale del tramonto, tanto è vero che giocai ancora otto anni! Mi dispiace, perché fossi rimasto anche solo un anno, avrei giocato anch’io nella Juventus dei Platini e dei Boniek».Impossibile sfuggire all’Avvocato Agnelli: «Ci sono state le telefonate alle sei del mattino, gli arrivi in elicottero a Villar Perosa. E invitava Boniperti a farmi tagliare i capelli e Giampiero rispondeva: “Lo lasci stare”. L’Avvocato sapeva veramente tutto, lo avevo soprannominato l’Enciclopedia. Una sera mi ha invitato a cena a casa sua, aveva una cineteca immensa. Abbiamo visto “Il profeta del goal”, il film realizzato da Sandro Ciotti, un altro grande, su Cruijff. E, dell’olandese, Agnelli sapeva tutto».Causio esordisce in Nazionale il 29 aprile 1972, a Milano, in Italia-Belgio 0-0, ma il vero esordio avverrà due mesi dopo, il 17 maggio a Bucarest, Romania-Italia. Zoff; Spinosi e Marchetti; Agroppi, Rosato e Burgnich; Causio, Mazzola, Boninsegna, Capello e Prati. Finisce 3-3 e Causio segna il goal di un illusorio 3-2. Con la casacca azzurra disputa sessantatré incontri e realizza sei goal. Partecipa al Mondiale del 1974 giocando poco, ma in seguito con Bernardini prima e Bearzot poi diventa per molti anni padrone assoluto della maglia azzurra numero sette. Gioca in maniera ottima il Mondiale argentino del 1978 in cui segna anche un goal nella finalina contro il Brasile. Entra a far parte, a dieci anni dal debutto in Nazionale, all’età di trentatré anni, anche della rosa che conquistò il Mundial 1982.Chiude la carriera in azzurro il 12 febbraio 1983, dopo undici anni di servizio, in Cipro-Italia 1-1: «La Nazionale che uscì al primo turno in Germania, nel 1974, era forte. Solo che si parlava troppo, riunioni su riunioni, del dualismo Mazzola-Rivera. In quell’occasione ho apprezzato Gianni Rivera soprattutto come uomo. In Argentina, nel 1978, abbiamo giocato il calcio più bello di tutto il Mondiale. Non siamo andati in finale perché, contro l’Olanda, eravamo convinti di aver già vinto dopo aver chiuso 1-0 il primo tempo. Bearzot mi sostituì con Sala per farmi riposare in vista della finale. Invece, gli olandesi fecero due goal e addio finale. A Bearzot voglio un bene dell’anima e gliene avrei voluto, anche se non mi avesse portato con la Nazionale in Spagna nel 1982. Conosco il grande Vecio, come lo chiamo con affetto, da quando avevo sedici anni. Lui era allenatore in seconda del Torino ed io feci un provino con i granata. Poi le Nazionali dall’Under 20 a quella maggiore».VLADIMIRO CAMINITIQuante volte abbiamo convenuto sul calcio come il gioco più perverso e più meraviglioso del mondo! Quante volte l’ouverture della forza del destino sembra creata per la parabola infinita raccontata dal pallone. Causio è stato un grande, un grandissimo fantasista. In lui rivive il barocco leccese, quella forma di pittura che evoca altezze e squisitezze del pensiero. La Puglia è tanta parte del paese, quando si parla di sport. Un certo Pietruzzu Mennea ha annichilito le tesi longobardiche sul Sud negato alle conquiste dello sport. Da Costantino a Causio si dirama tutta la verità che spiriti gretti non hanno saputo leggere. Causio inizia la sua favola a San Benedetto, su un campo verde sfiorato dal mare, tra gli schiamazzi di una splendida gioventù. Alla Juventus lo ha segnalato uno dei massimi crani tecnici di sempre, l’imperturbabile segreto dolcissimo Viri Rosetta. La Juventus lo ingaggia e lo manda a farsi le ossa a Reggio Calabria e Palermo. Quando rientra dal prestito ai rosanero, nel luglio 1970, Causio sa già il suo futuro. Imbatte nel vostro scrivagante, nell’antistadio, il giorno del raduno e della partenza per Villar Perosa, e gli fa: «Scrivilo, io sono il più forte, non posso che giocare titolare». Naturale che lo scrivo, e nemmeno rido sotto i baffi, perché di fatto alla Favorita Causio aveva sfavillato in quel campionato di A 1969-70 e tutti (Boniperti in testa) scommettono sul suo talento.Nel campionato 1970-71, Causio entra in conflitto con il povero sventurato Picchi. Del resto, con chi non conflittuerà il nostro leccese gradasso? Giocherà venti partite, andando a segno cinque volte; a tratti, a sprazzi, il suo talento sarà evidenziato in una squadra che si sta rifacendo un’ossatura e un avvenire. L’avvenire della Juve bonipertiana, l’avvenire di Causio. Una volta, Boniperti dichiarerà che per essere grande, grandissimo, a Causio è mancata la precipua dote dello stoccatore. Ha insomma girato troppo al largo da quella che Heriberto nel suo italiota definì una volta “bocca del lupo”. Nel calcio, parabola della vita, tot capita tot sententia, ma attenzione, il giudizio di Boniperti è importante. Io prescindo da questo giudizio dell’amico Giampiero, e continuo a ritenere Causio il grande grandissimo stornellatore che è stato, e sufficienti tutti i goal che ha segnato.Causio è stato soprattutto un’ala. Un’ala con molto di più di Muccinelli, ma anche di Biavati, di Claudio Sala, di Costantino. Un’ala antica e nuova, capace di far tutto. Un’ala, dopo gli anni formativi e degli sprechi esosi di immagini, dal talento lucidato a nuovo, dallo scatto progressivo e la finta irresistibile, come il cross di acutissima percezione. Quanti goal di Bettega si debbono al cross spaziante, smarcante di Causio? Io l’ho soprannominato Brazil. Nella solita opera informativa leggo che l’avrebbero fatto i tifosi della Filadelfia. Per quelli resta il Barone, peraltro apposizione geniale. Il barone del calcio, ma un barone arricchito dai piedi. I piedi fastosi, barocchi di Causio. La sua scelta del tempo, la sua capacità di rovesciare tutto il fronte del gioco con una genialità tattica unica, la sua sensibilità di uomo portato alle cose belle (e alle donne belle), tutto me lo farà prediligere. Il fondo del carattere ingenuo e generoso, da vero pugliese. Non importa se dovunque vada, i camerieri degli alberghi lo descrivono come superbo e intrattabile. Causio ha qualche complesso freudiano, una ritrosia personale che lo rende difficile, ma a saperlo capire ci si guadagna. È l’operazione che fa Trapattoni, quando giovane allenatore subentra alla Juventus e lo trova asso già affermato. Parola non riusciva a domarlo. Occorre tanta fermezza con Causio. Anche e specialmente perché la domenica renda come può e sa. L’ago della bussola juventina spesso è lui. Furino riconosce in questo leccese gradasso l’unico giocatore capace di fare la differenza, me lo dice più volte; nemmeno con Zoff e Bettega sarà così ricco di riconoscimenti. E Furino è l’anima plebea, il cuore nobile della squadra.Il miglior Causio lo vedo in azione in Argentina. Finché i miei occhi non si chiuderanno, avrò ricordi consolatori per le rughe e le stanchezze; Verdi, Bellini, Vivaldi, Beethoven, Mozart; i miei classici: Tolstoj, Čechov, Maupassant, Balzac, Verga; i miei campioni, Causio tra questi. Ognuno di noi si porta addosso un carico di mestizie personali, a me ne sono toccate tante. Appena apro gli occhi, ogni giorno. Il calcio mi consola e mi rallieta. L’Argentina è tantissime cose: i lustrascarpe dalle rughe viziose, con la camicia di seta, seduti davanti ai negozi di lusso delle avenidas, le strade sbattute da una pioggia impietosa che da un momento all’altro restituisce i cieli salotti dell’azzurro; una città giovane come Mar del Plata, o una metropoli infinita come Buenos Aires. L’Argentina è tantissime cose. Le cose degli emigranti, queste bandiere che nello stadio dal prato appena sbocciato con il suo verde tenero, essi stringono sgolandosi con le lacrime agli occhi. Io ho conosciuto più Italia in Argentina nel 1978, di quanta non ne avessi conosciuta da adulto nel paese della partitocrazia. L’Italia della nostalgia assiste Causio nei suoi assoli stupendi, nelle sue fantasie inimitabili. L’Italia finisce quarta, ma lui ha saputo raccontare agli emigrati la patria lontana meglio del più squisito musicista o del più geniale romanziere. Quando un calciatore diventa messaggero di civiltà!Al termine della stagione 1980-81, che è stata ancora scudettata, Causio arriva logoro di gloria, ma anche di polemiche. C’è l’astro contingente Domenico Marocchino e con Trap l’intesa non è più perfetta. È finito in panchina proprio lui, l’eccelso fantasista. Nel destino delle cose umane, è di nascere e di tramontare. Per molti, forse anche per il Trap, Causio ha chiuso il suo ciclo, è finito come campione. E così è ceduto all’Udinese. Qualcuno, anche il mio bravissimo Trap, ha visto male. Marocchino non manterrà certe promesse, Causio giocherà tre campionati splendidi nell’Udinese, prima di iniziare un’altra carriera all’Inter, a Lecce, a Trieste. Soltanto un’ala? Il ruolo di ala ammodernatosi nei tempi del calcio della tivù e delle strategie applicate; un grande, un grandissimo artista.NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 2012Franco Causio, il Barone. Prodotto nobile del Salento, una terra fertile di talenti. Ha poco più di sedici anni quando Luciano Moggi, che lavora per il settore giovanile bianconero, lo adocchia durante un provino. La leggenda narra che trascorsi i primi dieci minuti di partitella, il giovanissimo Causio, dopo l’ennesima giocata brasiliana, fu invitato a fare la doccia. Si racconta che il ragazzo, caratterino pepato, non la prese bene, pensando a una bocciatura. Tutt’altro. L’uscita anticipata era per togliere il gioiello dalla vista di altri occhi. Parte l’avventura torinese. È il 1966, Causio si allena quasi sempre con la Prima Squadra, divide la camera con Tino Castano, il capitano. Heriberto Herrera lo scruta, ma non lo ritiene ancora pronto per il debutto. Intanto la Juventus vince lo scudetto e l’anno seguente c’è anche la Coppa dei Campioni. Causio, classe 1949, attende con pazienza e umiltà l’occasione. Che arriva, all’improvviso, il 21 gennaio 1968. Ricorda bene quel momento? «Eravamo in ritiro a Mantova, domenica mattina. Stavo bevendo un caffè, quando arriva Sarroglia, il massaggiatore, che mi dice di salire su in camera dal mister, senza aggiungere altro».Lei immaginava il motivo di quella chiamata? «No. Corsi subito da lui e bussai alla porta. “Entra ragasso”, mi disse. La camera era in penombra, le finestre socchiuse. Vidi solo la sagoma di Heriberto».Scena tenebrosa, preoccupato? «Un po’ di fifa ce l’avevo. Heriberto era un tipo tosto, molto severo. Durante le riunioni si doveva alzare la mano per parlare. Avevamo timore di lui. Era un bravissimo preparatore atletico, ma peccava dal punto di vista della comunicazione e questo non gli ha consentito di farsi capire dai giocatori. In certe occasioni ci voleva il semaforo in campo».Ma è vero che aveva la fissa per la bilancia? «Era attentissimo all’alimentazione. Ci pesava tutti i giorni, prima e dopo l’allenamento. E se non avevi perso qualcosa, ti multava. Il povero Erminio Favalli era quello più tartassato».Torniamo a quella domenica mattina. «Entrai nella stanza e gli dissi che ero lì perché me lo aveva detto il massaggiatore. E lui, senza scomporsi e con il solito intercalare spagnoleggiante, mi fa: “Luis (Del Sol, ndr) è indisponibile, tocca a lei. Oggi penso che sia il suo momento”. Andò così».E lei? «Ricordo che balbettai qualcosa, tipo: che significa? E lui: “Se la sente oggi?”. Come no, risposi. “La fascia destra, me la deve consumare”, aggiunse».A quel punto il messaggio era chiaro. «Chiarissimo. Tornai giù nella hall e feci festa con i compagni».Cosa le è rimasto di quella prima volta? «La riunione tecnica prima della gara e c’ero anch’io, perché a quei tempi le riserve non partecipavano alla preparazione della partita. Poi ricordo la maglia, anzi la camiciona, con lo scudetto sul petto. Avevo il numero otto, ma in realtà giocai all’ala destra. Feci una buona gara, anche se la partita finì 0-0. In campo mi aiutarono tutti, in particolar modo Cinesinho. Il Cina che purtroppo oggi non c’è più, è stato un grande maestro per me».C’è qualcun altro oltre a Cinesinho che le ha fatto da fratello maggiore? «Tutti, da Bercellino a Salvadore, da Del Sol a Tino Castano. Lui mi ha insegnato cosa vuol dire giocare per la Juventus, lo stile e l’educazione, non solo in campo, ma soprattutto fuori. E poi Haller, un fuoriclasse: con i piedi giocava a flipper. Da lui ho imparato qualche utile trucchetto». NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DEL MARZO 2014Oggi, di ritorno dal Brasile, terra di sua moglie Andreia, festeggia i sessantacinque anni con il “Guerino”. Sorridente, disponibile, confidenziale. Si commuove quando parla del babbo, di Armando Picchi e di Gianluigi Savoldi. Amareggiato solo quando ripensa a certi trattamenti ricevuti nel post carriera («La riconoscenza nel calcio non esiste»). Ma lui è uomo di campo, capace di superare in dribbling qualunque avversario. Causio è un uomo felice. Tre figli: Barbara e Francesco nati dal primo matrimonio e Gianfranco, ventuno anni, calciatore nel Tribase, avuto da Andreia. Commentatore per SKY, non ha più il capello voluminoso anni Settanta, né i baffoni. Ma in fatto di eleganza, non lo batte nessuno. Non si è Barone per caso, giusto? «È un soprannome al quale sono molto legato. Me lo dette il giornalista Fulvio Cinti de “La Stampa” nei miei primi anni a Torino, perché mi piaceva vestire in giacca e cravatta e per come mi muovevo in campo».Vladimiro Caminiti, invece, ti chiamava Brazil. «Lui fotografò così il mio modo di giocare, per la fantasia che mi portava a fare dei numeri a effetto e spettacolari. Ma sempre al servizio della squadra».Doti naturali o acquisite con il lavoro? «La base era buona, affinata dalle tante partite fatte per strada. Spazi stretti, condizioni di gioco al limite. Poi ci sono stati anche gli insegnamenti e i segreti rubati ad alcuni campioni, tra cui Helmut Haller».La tua storia parte da Lecce. «Lecce è la mia città e la mia prima squadra. Devo moltissimo ad Attilio Adamo, un maestro. Lui mi ha forgiato da ragazzino e mi ha fatto fare il primo salto di qualità».Era il tuo sogno quello di fare il calciatore? «Come per tutti i ragazzi. Sono stato fortunato perché ho avuto l’appoggio della famiglia. Mio padre Oronzo, che si faceva un bel cesto con il suo deposito di bombole di gas, mi ha sempre incoraggiato. Non si navigava nell’oro, io non volevo pesare troppo sul bilancio. Così ho fatto anche il garzone di bottega da un barbiere».Possiamo dire che la ruota ha iniziato a girare presto e bene grazie a uno sciopero? «È vero. Verso la fine del campionato 1964-65 i giocatori del Lecce si rifiutarono di giocare perché non venivano pagati. Quindi buttarono dentro noi del vivaio. Io avevo sedici anni. Feci tre partite, una di queste contro la Sambenedettese allenata dall’ex Nazionale Alberto Eliani. Gli piacqui e mi volle con sé l’anno dopo. A San Benedetto mi accompagnò il mio maestro Adamo. La sua vicinanza fu fondamentale. La Samb, comunque, mi trattò bene. Dei soldi che prendevo, metà li mandavo in famiglia. Solo anni dopo seppi che mio padre metteva i soldi in un libretto intestato a me».Nelle Marche ci stai un anno. Alla fine della stagione c’è subito la Juve: il sogno si avvera. «A vederla così sembra che la strada sia stata lineare, invece in quell’anno ne sono successe di tutti i colori. La parola magica era: provini. Ogni volta erano speranze che si accendevano e delusioni che ti colpivano. Su di me c’erano molte attenzioni, oltretutto facevo parte delle Nazionali giovanili ed ero spesso a Coverciano, all’epoca una vetrina privilegiata. Normale che le grandi squadre volessero fare il colpo e così, quasi ogni settimana, c’era qualche provino da fare. Ne ho fatti tanti, davvero. Per il Mantova, l’Inter, il Torino. Quella è stata l’esperienza più forte anche perché sono stato per un po’ a Torino, mi allenavo al Filadelfia, si usavano gli spogliatoi del Grande Torino. Fu lì che incontrai per la prima volta Enzo Bearzot, allora vice di Nereo Rocco. Sembrava fatta, avevo già scelto la camera nel pensionato, dove sarei stato l’anno dopo».E invece? «“No gà el fisico”, così disse qualcuno. A Bearzot, anni dopo, glielo rinfacciai. E lui un giorno mi fece vedere le relazioni che aveva scritto. Tutte ottime. La bocciatura venne dall’alto».Più arrabbiato che dispiaciuto? «Tutte e due le cose. Ricordo che dopo Samb-Bari, in cui feci anche il goal partita, Eliani mi disse di andare a Forlì a fare una prova per la Juve. Ma io non ne avevo nessuna intenzione».Poi, però, ci hai ripensato. «Sì. Però anche lì mi fecero saltare i nervi. Inizia la partita, nei primi minuti faccio quello che mi pare e segno due o tre goal. All’improvviso mi dicono di uscire. Non capisco e mi si chiude la vena. Presi Eliani e gli dissi che non ne potevo più e che di provini non ne avrei più fatti. In estate arriva un telegramma a casa mia. Viene da Torino. Lì per li penso ai granata, magari si sono ricreduti. Lo apro e c’è scritto di presentarsi in Galleria San Federico, sede della Juventus. C’è voluto un bel po’ perché riuscissi a capire quello che mi stava succedendo».Tenevi alla Juve? «No. Tifavo per il Milan, e in particolar modo per Dino Sani, un regista di una classe immensa. In più avevo un debole per Jair, l’ala destra dell’Inter».Estate 1966: sei un giocatore della Juventus. «Contento, molto. Mi accolsero il presidente Catella e Giordanetti. Mi misero in camera con Tino Castano. E poi guardavo Leoncini, Del Sol, Favalli e Cinesinho, gran giocatore. Ero come un bimbo alle giostre. Non avevo ancora diciotto anni, ma mi allenavo sempre con la Prima Squadra».E il 21 gennaio 1968 arriva l’esordio in A contro il Mantova. Era nei programmi? «No, quello di Guido Onor, che debuttò con me, sì. Io non sapevo nulla. Eravamo in ritiro a Mantova, era domenica mattina e stavo giocando a flipper. All’improvviso arriva Sarroglia, il massaggiatore che mi dice di salire subito in camera dal mister. Non aggiunge altro».Perché, dopo quell’esordio, la Juve non ti ha confermato? «Era giusto così. Dovevo farmi le ossa. Mi mandarono prima alla Reggina in Serie B e poi al Palermo in A. Trovai due famiglie, con legami che durano ancora oggi. A Reggio Calabria, Armando Segato mi fece crescere molto sul piano tecnico e tattico. In Sicilia, Carmelo Di Bella mi forgiò caratterialmente».Ma la Juventus credeva in te o no? «Penso di sì, anche se negli accordi del prestito al Palermo, il diritto di riscatto fu riservato ai siciliani. Mi ricordo sempre la partita contro la Juve. Feci impazzire Cuccureddu. Alla fine venne da me Boniperti, già dirigente ma non ancora presidente. Mi disse: “Ma tu sei nostro, lo sai?”. “Sì, ma avete lasciato al Palermo la facoltà di riscattare il mio cartellino”».La storia racconta che alla fine di quel campionato, comunque torni a Torino. «Estate 1970. La Juventus completa la rivoluzione iniziata un paio di anni prima con Furino, Morini, Cuccureddu e Anastasi. Con me tornarono o arrivarono molti altri ventenni, tra cui Bettega, Spinosi, Novellini, Landini. C’era anche Titti Savoldi, tecnicamente era il più bravo di tutti. È morto qualche anno fa dopo aver sofferto tanto. Mi è dispiaciuto: avrei voluto salutarlo».Una “Giovane Signora”, affidata a un allenatore giovanissimo: Armando Picchi, appena trentacinque anni. «Devo molto a Picchi. Di fatto mi tolse dal mercato, nell’ottobre 1970, facendomi giocare nel secondo tempo contro il Milan alla quarta giornata. All’epoca le regole non consentivano di essere trasferiti nella stessa serie in caso di presenze in campionato. In quella prima Juventus gli spazi erano intasati. C’era Haller. E poi Capello, Marchetti. Picchi cercava di trovare il giusto equilibrio».Si può dire che avesse un debole per te? «Sicuramente. Mi chiamava “maestro” e diceva: “Nella mia vita ho chiamato così solo due giocatori: Mario Corso e Franco Causio”. Dopo la trasferta in Ungheria contro il Pécsi Dózsa, in cui feci il goal decisivo, ero convintissimo di giocare la successiva partita in campionato. E invece rimasi in panchina ma Picchi disse a chi scendeva in campo che gli rodeva tenermi fuori».Il destino è stato avverso con Armando Picchi. «Provo ancora un dolore lacerante. Quando morì, lo avremmo voluto salutare con la conquista della Coppa delle Fiere, ma nella doppia finale con il Leeds ci andò male. Di Armandino mi piace ricordare la gaffe che facemmo uno dei primi giorni di ritiro a Villar Perosa. Eravamo sul balcone dell’albergo. A un certo punto arrivò una Jaguar. Scese una ragazza stupenda, bellissima. Puoi immaginare i commenti. Poi, all’improvviso, da sotto la terrazza, comparve il mister: “O’ buhaioli, è la mi’ moglje!”. La figuraccia era oramai fatta, ma con quella battuta ci si fece tutti una gran risata».La malattia di Picchi porta a Čestmír Vycpálek. «Cesto era una brava persona, grande intenditore di pallone. Ma la vera guida della Juve era Boniperti».Che nell’estate del 1971 viene nominato presidente. «Il ruolo naturale per lui, grandissimo calciatore, juventino doc e dirigente formidabile. Era il capo carismatico del pianeta Juventus. Presenza costante, interveniva spesso, sia nei momenti belli che in quelli di difficoltà. Con noi giocatori sapeva usare il bastone e la carota, ma ci difendeva sempre. E poi, anche se c’era qualche dissidio interno, non usciva mai niente».Era lo stile-Juve? «Non era solo giacca e cravatta e capelli corti. Ma anche e soprattutto educazione. Fuori e dentro il campo. Chi la domenica prendeva un giallo perché protestava con l’arbitro, veniva multato. Con lui non si sgarrava, e il giorno dei reingaggi, si presentava con le foto degli avversari che ci avevano battuti. Boniperti era il perfetto uomo di azione dell’Avvocato».Nella tua personale videoteca, qual è l’immagine più significativa della tua carriera? «Credo Juventus-Inter del 23 aprile 1972. Mia tripletta e 3-0 sui neroazzurri. Mancavano tre giornate alla fine e con i due punti la Juve superò il Torino al primo posto in classifica. Subito dopo arrivò la convocazione in Nazionale e il 29 aprile, contro il Belgio, feci il debutto con la maglia azzurra sostituendo nel secondo tempo Domenghini, un altro dei miei giocatori di riferimento. Mancò la ciliegina del goal; che sfiorai soltanto. Avevo ventitré anni. Nella Juve ero titolare. Dopo il debutto entrai nel giro della Nazionale. Feci anche il Mondiale in Germania. Poi, però, Fulvio Bernardini, si dimenticò di me. La cosa mi faceva strano. Era un periodo in cui il commissario tecnico chiamava chiunque per rifondare la Nazionale. Mi richiamò, spinto da Bearzot, che nel frattempo lo aveva affiancato. Dovette intervenire Boniperti per convincermi ad accettare, perché non volevo saperne».Ti dipingevano come arrogante e presuntuoso. «Nel mio lavoro volevo essere il numero uno. E lo sono stato. Ho lavorato sempre al massimo, ho dato l’esempio, nessun allenatore mi ha mai rimproverato per scarso impegno. Avevo un bel carattere, sì. D’altra parte, se non lo avessi avuto, sarebbe stato un casino. Il mio motto è sempre stato: farsi rispettare, rispettando. Il mondo del calcio è un mondo di paraculi».Tu hai mai fatto il paraculo? «Talvolta ho dovuto fare il fesso per convenienza. Una volta, alla Juve, tornammo tardi in ritiro. C’era Italo Allodi, come dirigente bianconero. Mi volevano mandare via. Allora, davanti alle minacce di Allodi, feci il finto pentito, mi scesero anche delle lacrime. Ma dentro di me lo stavo mandando abbondantemente a quel paese».E in campo hai mai fatto finta? «Le finte le facevo per saltare l’avversario. No, in campo non puoi fingere. E poi alla Juve si doveva vincere, altro che storie».E difatti nel 1972 arriva già il primo scudetto. «È quello cui sono rimasto più legato. Una vittoria anche di Armando Picchi. Un grande traguardo che ci aprì le porte alla Coppa dei Campioni».Troppo forte l’Ajax che vi batté in finale nel 1973? «Quello era uno squadrone, senza dubbio. Di qua ci furono un po’ di errori, non ultimo che fino a mezzora prima della partita, non si sapeva ancora chi avrebbe giocato. Nella stanza dei bottoni c’erano molti dubbi».Delusione? «Parecchia, ma anche rabbia. Con la Coppa dei Campioni in mano, avrei fatto mille volte il giro del campo, mentre loro quasi se ne fregavano. La tenevano in mano, così, come se fosse una coppetta qualsiasi».Ma intanto stava nascendo il mito della Juve degli anni Settanta, cinque scudetti in dieci anni. «Vero. Dopo la rivoluzione del 1970, Boniperti ogni anno inseriva uno o due giovani di qualità, tutti potenziali campioni: Gentile, Scirea, Tardelli, Cabrini. Senza contare che nel 1973 erano arrivati Zoff e Altafini».Che cosa aveva di speciale quella Juve? «Eravamo tutti dei leader nel proprio ruolo e ciascuno metteva a disposizione della squadra il suo talento. Il gruppo era solido. C’erano le cene al ristorante Due Lampioni o a casa di qualcuno di noi. C’era Zoff capo barzellettiere e sul pullman si ascoltavano le canzoni di Lucio Battisti. La più gettonata, “Il mio canto libero”».Quanto ha inciso l’arrivo di Trapattoni? «Avevamo appena perso lo scudetto del 1976. Carlo Parola, una cara persona, juventino vero, si fece da parte e Boniperti replicò l’operazione Picchi offrendo la panchina a Trapattoni, che aveva trentasette anni».E l’estate del 1976 e ti presenti in ritiro con due baffoni da cow-boy. Motivo? «Al di là che erano di moda, un omaggio a mio padre».Non è l’unica novità: il Trap ti dà il numero sette. Ala destra, è questo il tuo ruolo? «Ho sempre giocato in quella zona, anche come mezzala, specie nei primi anni alla Juve quando c’era Haller, un tedesco-napoletano, con la paura dell’aereo e della moglie. Tecnicamente era un fenomeno, gli ho rubato molti segreti. Non era il massimo del dinamismo e mi lasciava volentieri la fascia. Mi diceva: “Io vado via, tutta tua la zona. Tu non chiama palla, io vedere te”».Insomma, ti cambiava poco. «Diciamo che, senza la figura classica del regista che Trapattoni e Boniperti avevano accantonato, quella Juve faceva un 4-3-3, con Scirea libero di avanzare, Tardelli e Benetti che si inserivano e Furino tergicristallo e centrocampo. Davanti, Boninsegna punta centrale con il sottoscritto e Bettega a fungere da registi di attacco e con il compito anche di tornare a centrocampo. Una squadra fortissima».Infatti, arrivarono due scudetti consecutivi, di cui uno record e la prima coppa internazionale. «È stata una delle formazioni bianconere più forti di tutti i tempi. Cento per cento italiana. La notte di Bilbao con la conquista della prima Coppa Uefa rappresenta uno dei momenti più belli della mia carriera. Senza dimenticare il viaggio di ritorno su un aereo messo a disposizione dell’avvocato Agnelli, in una notte di temporali».La Juventus di quel periodo fa sempre più rima con Nazionale. In Argentina eravate in nove. «Che Mondiale! Una storia da raccontare. Intanto per quanto e come fu diversa da quella, allucinante, vissuta quattro anni prima in Germania. Furono commessi tanti errori, il primo quando furono assegnati i numeri delle maglie con la netta divisione tra titolari e riserve. Si scatenarono le proteste, si facevano continue riunioni, già in treno: veniva Allodi, capo delegazione, e ci convocava tutti in uno scompartimento. E poi Chinaglia. E le polemiche su Mazzola e Rivera. Devo dire che proprio in quelle circostanze ho potuto apprezzare la grandezza di Gianni Rivera, anche come persona. Tra l’altro il destino volle che fossi proprio io a dargli il cambio contro l’Argentina, nella sua ultima gara con la Nazionale».Torniamo al 1978, che forse è meglio. «Mica tanto se ripenso alla vigilia della partenza per Buenos Aires. Avevamo la critica contro, specie dopo lo 0-0 con la Jugoslavia a Roma. Ma eravamo imballati, perché avevamo ripetuto la preparazione. Ci siamo ripresi subito, con le partite che contano. Cabrini, all’esordio assoluto, era uno che spaccava gli equilibri. Paolo Rossi ha meglio assortito il reparto offensivo. Il resto della squadra ha trovato morale e convinzione, proponendo il calcio più bello di tutto il torneo. L’Italia era in cima al mondo. Non c’era la moda di cantare l’inno, ma quando lo sentivo mi veniva la pelle d’oca e capivo di rappresentare il mio paese».Sapevate cosa stava accadendo fuori? «No. Uscivamo scortati, questo sì. Io ho avuto piena cognizione di tutto leggendo il libro di Massimo Carlotto, molti anni dopo. È stato un colpo allo stomaco. Posso dire che sono doppiamente felice di aver battuto l’anno dopo l’Argentina nella gara celebrativa con il Resto del Mondo, di cui facevo parte. Vincemmo 2-1, con un uomo in meno e rovinammo la festa a Videla».Si poteva vincere il Mondiale argentino? «Mi verrebbe da dire di sì. Tutto è passato dalla partita contro l’Olanda. Alla fine del primo tempo, sull’1-0 per noi, Bearzot mi ha tenuto fuori per far entrare Claudio Sala. L’idea era quella di risparmiarmi per la finalissima. Che non abbiamo mai giocato».Dopo Argentina 1978, la Juve rallenta. «Il campionato del dopo Mondiale è sempre una corsa in salita. Lo scudetto andò al Milan, noi non fummo mai in gioco, e anche in Europa si uscì subito dalla Coppa Campioni. Ci consolammo con la Coppa Italia, vinta con i goal di due leccesi: Brio e Causio. Ricordo che mi marcava Citterio e che non mi mollò un attimo».Con chi hai avuto i duelli più duri? «Alessio Tendi della Fiorentina, uno che ti dava subito la zampata da dietro. Poi Giulio Zignoli, altro terzino tutto ossa. In campo internazionale, Cooper del Leeds e l’argentino Tarantini. Ma la storia più curiosa è quella con Facchetti. Contro di lui segnai il primo goal in Serie A in Palermo-Inter del 21 settembre 1969. Lui si vendicò realizzando il goal vittoria per i neroazzurri».E arriviamo al 1980-81: perdi il posto da titolare nella Juve e nella Nazionale. «Trapattoni prima delle partite faceva il giro delle camere e mi diceva sempre le stesse cose: “Per questa volta devo chiederti un sacrificio, ti faccio star fuori, metto dentro Fanna o Marocchino”. Sempre la stessa storia. Persa la Juve, anche la Nazionale si è allontanata. Bruno Conti stava facendo benissimo con la Roma e mi soffiò il posto in azzurro, complice una squalifica che avevo rimediato per un rosso contro il Lussemburgo».Per la Juventus sei al capolinea. «Non ho mai saputo da Trapattoni il vero perché. Forse gli rodeva il tunnel che gli avevo fatto diversi anni prima. A parte la battuta, la verità è che dopo undici anni finiva la mia avventura alla Juve senza un motivo. Boniperti non voleva certo rinforzare una diretta concorrente. Serviva una squadra di seconda fascia. Spuntò l’Udinese, io non ero per niente contento. Mi convinsero Dal Cin, il direttore generale, ed Enzo Ferrari, l’allenatore, mio ex compagno al Palermo».Diciamo la verità: un bel declassamento. «Ma io ho tirato fuori il meglio di me. Non mi sentivo finito. L’orgoglio ha giocato una parte fondamentale e uno stimolo forte furono le parole di Bearzot. Mi disse: “Vai nella mia terra, comportati bene. Sappi che io ti seguo. Non ti chiamerò subito, ma se fai bene e non rompi le scatole, io ti porto al Mondiale”. Tirai fuori un campionato da Guerin d’Oro e andai in Spagna. Anche in quell’occasione mi chiamò il Vecio e mi disse: “Bruno Conti è il titolare, le gerarchie sono chiare. Voglio che tu venga per fare gruppo. Sei d’accordo?” Dissi subito sì».E l’11 luglio 1982 giochi la finale di un Mondiale. «Non era previsto e fu un’emozione straordinaria. Fu un regalo bellissimo fattomi da un uomo eccezionale: Enzo Bearzot».Al quadro dei ricordi manca solo il presidente Sandro Pertini. «Lo sai che nella partita di scopone scientifico sull’aereo presidenziale, io bluffai? Tirai un sette, Zoff lo lasciò passare e Bearzot lo prese. Si vinse noi e Pertini si arrabbiò tantissimo. Una scena indimenticabile. Al pari di quella volta che si fece accompagnare dai carabinieri al campo di allenamento dell’Udinese e mi fece portare via dagli agenti perché mi volle a pranzo con sé».A Udine vivi una seconda giovinezza. «Avevo dimostrato che certe valutazioni erano sbagliate, anche alla luce di chi mi aveva sostituito alla Juve. All’Udinese arrivò Zico, che con me si divertì molto. Peccato che a marzo si infortunò. Questo gli ha pregiudicato il trasferimento all’Inter: Dal Cin, nel frattempo diventato dirigente neroazzurro, aveva messo le basi per il doppio colpo: Causio e Zico da Udine a Milano».A proposito: perché proprio l’Inter? «Arrivarono per primi e mi offrirono un buon ingaggio. Posso dirti che si fece vivo anche il Napoli, con Juliano, e per la seconda volta dissi di no. La prima era stata nel 1978, durante i Mondiali di Argentina. All’Hindu Club arrivarono Ferlaino e Gianni Di Marzio per convincermi ad andare al Napoli. Io rifiutai, mentre Bearzot per poco non li caccia via a pedate».E la Juve nel 1984 non si rifece sotto? «Come no? Mi cercò Boniperti. Gli dissi che non sarei tornato finché ci fosse stato Trapattoni. Mi fece piacere. Così come mi fecero piacere le parole dell’Avvocato. Quando tornai in Nazionale, disse ai suoi dirigenti: “Per fortuna che fisicamente era finito!”».Con l’Inter, però, l’annata non è da ricordare. «Ci furono incomprensioni anche con Dal Cin, alla fine della stagione me ne andai. Tornai al Lecce, soprattutto per far contento mio padre e feci altri due anni a Trieste in B. La cosa incredibile è che ho giocato l’ultima partita in A proprio contro la Juve, il 27 aprile 1986, il giorno della conquista dello scudetto ventidue dei bianconeri».Ultima domanda: hai mai segnato alla Juve? «No, ma con l’Udinese nel 1982 ci andai vicino. Rigore per noi, di solito tirava Edinho. Presi il pallone io. Guardai la porta, vidi Zoff e il pallone volò in cielo». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/franco-causio.html
  14. FRANCO CAUSIO https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Causio Nazione: Italia Luogo di nascita: Lecce Data di nascita: 01.02.1949 Ruolo: Ala Altezza: 170 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Il Barone - Brazil Alla Juventus dal 1966 al 1968 e dal 1970 al 1981 Esordio: 21.01.1968 - Serie A - Mantova-Juventus 0-0 Ultima partita: 28.05.1981 - Coppa Italia - Juventus-Roma 0-1 447 presenze - 72 reti 6 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Franco Causio (Lecce, 1º febbraio 1949) è un ex calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. I suoi maggiori successi a livello di club furono legati alla Juventus, con la quale vinse tra l'altro sei scudetti, mentre con la nazionale italiana trionfò al campionato del mondo 1982. Franco Causio Causio alla Juventus nel 1971 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1º luglio 1988 Carriera Giovanili 1963-1964 Lecce Squadre di club 1964-1965 Lecce 3 (0) 1965-1966 Sambenedettese 13 (0) 1966-1968 Juventus 1 (0) 1968-1969 → Reggina 30 (5) 1969-1970 → Palermo 22 (3) 1970-1981 Juventus 446 (72) 1981-1984 Udinese 83 (11) 1984-1985 Inter 24 (0) 1985-1986 Lecce 26 (3) 1986-1988 Triestina 64 (5) Nazionale 1972-1983 Italia 63 (6) Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Caratteristiche tecniche Noto come Il Barone, soprannome coniato dal giornalista de La Stampa Fulvio Cinti, Causio era un'ala destra dotata di fantasia, di un ottimo controllo di palla e abilità nel dribbling; forniva precisi traversoni al centro dell'area dopo avere percorso tutta la fascia. Carriera Giocatore Club Gli inizi, Juventus Lo juventino Causio (a destra) si porta a casa il pallone dopo la tripletta nel derby d'Italia del 23 aprile 1972, decisiva per strappare lo Scudetto dalle maglie dell'Inter. Causio esordisce nel calcio professionistico appena quindicenne con la squadra in cui è cresciuto, il Lecce, nel campionato di Serie C 1964-1965. Dalla squadra salentina, dopo avere collezionato 3 presenze nella stagione d'esordio, si trasferisce alla Sambenedettese. Qui, nella stagione 1965-1966, colleziona 13 presenze, sempre in Serie C. Viene quindi notato dalla Juventus che lo ingaggia nel 1966. Nel primo anno in bianconero non scende mai in campo, mentre nella seconda stagione marca una sola presenza che gli vale l'esordio in Serie A: la partita è Mantova-Juventus (0-0) del 21 gennaio 1968. Causio (a sinistra) in azione contro gli avversari dell'Athletic Bilbao nella finale di andata della vittoriosa Coppa UEFA 1976-1977. Il successivo biennio lo passa in prestito, dapprima alla Reggina, dove totalizza 30 presenze e 5 gol nel campionato di Serie B 1968-1969, e poi nell'annata seguente al Palermo, segnando 3 gol in 22 partite nel suo primo campionato da titolare in massima serie. Nel 1970 rientra alla Juventus dove, inizialmente, rimane inquadrato nella squadra riserve. Tuttavia ben presto si guadagna la fiducia dell'allenatore della prima squadra, Armando Picchi, il quale dall'autunno seguente lo promuove stabilmente a titolare. Nonostante l'ancora giovane età diventa ben presto una delle colonne della squadra bianconera, di cui vestirà la maglia ininterrottamente per le successive undici stagioni: coi torinesi vince sei scudetti, la Coppa UEFA 1976-1977 e la Coppa Italia 1978-1979. Udinese, gli ultimi anni Con la Juventus nel frattempo orientatasi a puntare per ragioni anagrafiche sui più giovani Pierino Fanna e Domenico Marocchino, nel 1981 viene ceduto all'Udinese. Il passaggio in provincia, che poteva far pensare a un precoce tramonto della carriera, si rivela in realtà una «seconda giovinezza» per Causio il quale gioca per altri tre anni ad alto livello, riconquistando altresì la maglia della nazionale. Causio in azione all'Udinese nel campionato 1981-1982 Si trasferisce all'Inter nel 1984, militando in nerazzurro per una sola stagione, per poi fare ritorno dopo vent'anni al Lecce, club che lo aveva lanciato agli esordi, e che nella stagione 1985-1986 è all'esordio in Serie A. Nella Triestina, sua ultima squadra, chiuse la carriera alla fine del campionato di Serie B 1987-1988, dopo una vittoria 2-1 sulla Cremonese. Nazionale Con la nazionale italiana esordisce a 23 anni a Milano, il 29 aprile 1972 contro il Belgio, nell'andata dei quarti di finale del campionato d'Europa. Partecipa poi al campionato del mondo 1974 in Germania Ovest con il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi, dove ottiene 2 presenze. Divenuto titolare, prende parte al campionato del mondo 1978 in Argentina, disputando tutti gli incontri e realizzando un gol nella finale per il terzo posto persa contro il Brasile. Causio (a sinistra) a Milano nel 1972, al debutto in nazionale, contro il belga Dockx. A 33 anni partecipa anche al vittorioso campionato del mondo 1982 in Spagna, nel quale ottiene 2 presenze; da ricordare poi come, a dimostrazione della grande stima e in segno di riconoscenza, il selezionatore Enzo Bearzot lo fece scendere in campo all'ultimo minuto della finale vinta 3-1 contro la Germania Ovest, l'11 luglio di quell'anno a Madrid. In finale contribuisce solo con un possesso palla e una rimessa laterale. Conclude la sua carriera in maglia azzurra il 12 febbraio 1983, a 34 anni, nella partita Cipro-Italia (1-1) in cui era stato schierato, dopo tanto tempo, fin dal primo minuto; l'incontro, conclusosi in pareggio, era valido per la fase di qualificazione al campionato d'Europa 1984. In undici anni totalizzò 63 presenze e 6 reti con la maglia della nazionale. Dopo il ritiro Dopo il ritiro si è stabilito a Udine, dove ha aperto un negozio di articoli sportivi. Ha giocato nella nazionale Over-40 dell'Italia, ed è stato dirigente sportivo e team manager in varie squadre, tra le quali l'Udinese. È stato voce tecnica nelle telecronache per Sky Sport, oltreché di quelle del club friulano su Udinese TV, emittente per la quale è anche ospite fisso in molti programmi. Nel 2015 ha scritto con Italo Cucci il libro Vincere è l'unica cosa che conta. Palmarès Da sinistra, in primo piano: Causio e Zoff attendono che il loro capitano Furino alzi la Coppa Italia 1978-1979. Da sinistra: Zoff, Causio, il presidente Pertini e Bearzot al ritorno dalla Spagna dopo la vittoria del campionato del mondo 1982. Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 6 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Guerin d'oro della rivista Guerin Sportivo: 1 - 1981-1982 Onorificenze Collare d'oro al merito sportivo «Campione mondiale del 1982 (brevetto n. 705)» — 2017 Medaglia d'oro al valore atletico «Campione mondiale (brevetto n. 743)» — 1982 Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano (brevetto n. 2032)» — 1972
  15. ROGER MAGNUSSON 1967: scudetto vinto significa Coppa dei Campioni da onorare – scrive Gianni Giacone – se possibile agganciare, comunque sognare. Sarà molto dura, con le frontiere chiuse e con un mercato che ha pochi pezzi pregiati, praticamente irraggiungibili. Il sogno è il giovane Gigi Riva, che non si muove da Cagliari. Anche il granata Meroni farebbe felice l’Avvocato, ma con il Torino non si può, i tifosi granata farebbero la rivoluzione. I rinforzi veri sono Volpi a centrocampo e Simoni a dare una mano all’attacco. In extremis, e solo per la Coppa, arriva uno svedese spilungone di nome Magnusson.In campionato, è subito durissima. Dopo due vittorie e due pareggi, arriva il derby del dolore e della rabbia granata: Meroni, travolto da un’auto, è morto sei giorni prima; la Juventus, quella domenica, ammaina bandiera quasi senza combattere. E il riscatto arriverà solo a dicembre, con prove convincenti e vittorie che non impediscono comunque al Milan, del ragazzino terribile Pierino Prati, di andare in fuga.La Coppa, invece, regala emozioni e soddisfazioni. L’Olympiakos Pireo è eliminato senza problemi (0-0 ad Atene e 2-0 a Torino, firmato da Zigoni e Menichelli). Poi tocca al Rapid di Bucarest e Magnusson si mette in mostra, dimostrando di essere un buon giocatore. Il suo goal a Torino decide il doppio confronto e spiana la strada verso i quarti di finale. Ci tocca l’Eintracht Braunshweig campione di Germania, un osso duro. In Germania è un’altalena di emozioni: la Juventus in vantaggio è raggiunta e sembra travolta dal gioco ripetitivo ma instancabile dei tedeschi, che si portano sul 3-1. Un goal di Sacco, nel finale, riporta la sconfitta in termini rimediabili. A Torino, nel ritorno, il 28 febbraio 1968, ci vuole comunque un rigore provocato da Del Sol e trasformato con una cannonata da Bercellino per conquistare il diritto allo spareggio. È la gara della verità, a Berna, il 20 marzo. La miglior partita della storia europea della Juventus, fino ad allora. Un grande Magnusson si mette in tasca mezza difesa tedesca e segna un goal di estasiante bellezza. La semifinale è raggiunta.«Un favoloso goal di Roger Magnusson – commenta Giglio Panza sulle colonne di “Tuttosport” – e le autentiche prodezze di una difesa tornata invalicabile, hanno permesso ai bianconeri, per la prima volta nella loro storia, di entrare nelle semifinali della Coppa Europa dei Campioni. E di entrarvi a testa alta, con pieno diritto. È stato un combattimento che ha toccato vertici altissimi di passionalità, una grande, emozionante ma leale battaglia. Nei frangenti più delicati, tre uomini non persero la testa, strinsero i denti, si buttarono coraggiosamente nella mischia e ressero la baracca: Castano, Bercellino e Salvadore, con Anzolin bravo ed energico in ogni intervento».E Renato Morino si lascia trascinare dall’entusiasmo nel raccontare il goal di Magnusson: «Ecco il miracolo, al dodicesimo minuto: Roger Magnusson, su invito di Cinesinho, conquista la palla a metà campo, dà inizio a qualcosa di favoloso, di irreale, quasi di surreale. Mi sembra di vedere i guizzi di Felice Borel quando in linea retta partiva deciso, slalomando i difensori come fossero pali telegrafici. Lo svedese parte dunque in dribbling, e dribblando e correndo scarta uno, due, tre, quattro avversari, entra in area, è solo, spara rasoterra rasente il palo: è goal! Un’impresa da campionissimo. Come il danese Præst. Certo anche Mumo Orsi, ma di Mumo non ho ricordi diretti. Ripeto, è la creazione di un artista».Semifinale, dunque, ma qui, il compito si fa proibitivo. Il Benfica di Eusébio, Torres, Simoes e Coluna ci mette un’ora scarsa, nella gara di andata a Lisbona, per venire a capo di una Juventus che più che difendersi non può. Segnano Torres ed Eusébio, è un 2-0 non umiliante, ma praticamente irrecuperabile. Non basta una grande folla, con il record degli incassi di tutti i tempi, 144 milioni tondi. Non bastano gli scatti di Magnusson, che i portoghesi peraltro marcano stretto. Il Benfica è più forte, contiene la Juventus e nel finale vince anche la partita con una punizione di Eusébio. Finisce l’avventura bianconera e, con essa, anche la favola di Roger Magnusson.Magnusson si trasferisce all’Olympique Marsiglia e non ci mette molto a impressionare il difficile pubblico dello Stade Velodrome. I suoi dribbling sono diabolici e riesce ad avere la meglio sui difensori avversari, contribuendo non poco a risolvere le situazioni più difficili. Il primo anno coincide con la vittoria della Coppa di Francia che pone fine a ventun anni di magra vissuti dal club provenzale. Magnusson è tra i protagonisti di un esaltante Rennes-Olympique Marsiglia al Parc des Princes, dove la squadra marsigliese si impone ai tempi supplementari per 3-2, proseguendo il suo cammino in Coppa, fino alla vittoria finale contro il Bordeaux.Ma il meglio deve ancora arrivare; la splendida intesa di Magnusson con il forte attaccante Josip Skoblar, arrivato un anno dopo grazie all’attivissimo presidente Leclerc, vero uomo forte del club, dà i frutti sperati. Molti dei goal straordinari dell’Aquila Dalmata sono merito di Roger che, liberatosi dell’avversario, serve il compagno di gioco, pronto a mettere in rete il pallone. Il duo Skoblar-Magnusson è l’autentico protagonista delle vittorie marsigliesi fino al 1972, con la doppia vittoria campionato e Coppa di Francia. Non si devono dimenticare, però, le prime partecipazioni dell’Olympique Marsiglia in Coppa Campioni, con il famoso Olympique Marsiglia-Ajax giocato il 20 ottobre 1971, con lo scatenato Cruijff autentico mattatore, in uno Stade Velodrome pieno fino all’inverosimile.Un regolamento molto rigido aveva permesso il suo arrivo all’Olympique Marsiglia, un altro regolamento duro lo costrinse a lasciare la squadra: in effetti, nel 1974, l’arrivo della stella del Saint-Étienne, Salif Keita, lo ricacciò nell’ombra, poiché il regolamento dell’epoca non permetteva la possibilità di far giocare contemporaneamente due stranieri. Comunque sia, il momento d’oro del club marsigliese era già alle spalle. Magnusson lasciava Marsiglia con ventitré goal all’attivo; il duo Skoblar-Magnusson avrebbe avuto i suoi discendenti ufficiali negli anni Novanta, con Jean-Pierre Papin e Chris Waddle. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/blog-post.html
  16. ROGER MAGNUSSON https://it.wikipedia.org/wiki/Roger_Magnusson Nazione: Svezia Luogo di nascita: Mönsteras Data di nascita: 20.03.1945 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: - Nazionale Svedese Soprannome: Il Garrincha Svedese - Le Sorcier (Lo Stregone) Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 29.11.1967 - Coppa dei campioni - Juventus-Rapid Bucarest 1-0 Ultima partita: 15.05.1968 - Coppa dei campioni - Juventus-Benfica 0-1 6 presenze - 2 reti Roger Magnusson (Mönsterås, 20 marzo 1945) è un ex calciatore svedese, di ruolo ala. Roger Magnusson Magnusson nel 1971 all'OM Nazionalità Svezia Altezza 181 cm Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1979 Carriera Squadre di club 1961-1966 Åtvidaberg 97 (40) 1966-1967 Colonia 20 (4) 1967-1968 Juventus 6 (2) 1968-1974 Olympique Marsiglia 157 (23) 1974-1976 Red Star 26 (2) 1976 Helsingborg 6 (1) 1977-1979 Vilans BoIF 41 (3) Nazionale 1964-1970 Svezia 14 (3) Carriera Cresciuto nell'Åtvidabergs FF, Magnusson giocò in Germania Ovest (tra le file del Colonia) e in Francia nel Red Star e nell'Olympique Marsiglia. Durante il periodo di militanza in quest'ultimo club, Magnusson fu soprannominato dal pubblico il Garrincha svedese per la sua abilità nel dribbling e partecipò alla vittoria di due campionati consecutivi (1970-1971 e 1971-1972) e due edizioni della Coppa di Francia (1968-1969 e 1971-1972). Durante la sua carriera Magnusson ebbe inoltre una fugace esperienza in Italia: dopo essere stato invitato a sostenere un provino con l'Inter, giocò tra le file della Juventus (nella stagione 1967-1968), con cui disputò solo le partite di Coppa dei Campioni (6 in tutto), segnando 2 gol. Magnusson (a sinistra) in azione per Juventus nel 1967 in un'amichevole contro la Dinamo Kiev Nel 1967 la Juventus aveva vinto lo scudetto e dovendo disputare la Coppa dei Campioni, con le frontiere chiuse e con un mercato che ha pochi pezzi pregiati, praticamente irraggiungibili il rinforzo per l’attacco in extremis, e solo per la Coppa, venne individuato in Roger Magnusson. In coppa, dopo aver eliminato l'Olympiakos Pireo senza problemi (0-0 ad Atene e 2-0 a Torino, firmato da Zigoni e Menichelli) la Juventus dovette affrontare il Rapid Bucarest e Magnusson si mise in mostra, dimostrando di essere un buon giocatore. Il suo goal a Torino decise il doppio confronto spianando la strada verso i quarti di finale nei quali alla Juventus toccò l'Eintracht Braunschweig campione di Germania. Dopo aver perso l'incontro di andata in Germania con il risultato di 3-2 a Torino, nel ritorno, un rigore trasformato da Bercellino portò le due squadre allo spareggio, non essendoci all'epoca la regola dei gol in trasferta. Nella gara di spareggio, giocata allo stadio Wankdorf di Berna, Magnusson mettendosi in tasca mezza difesa tedesca segnò il gol che permise alla Juventus di raggiungere la semifinale in cui la Juventus venne eliminata dal Benfica scrivendo la parola fine all'avventura bianconera di Roger Magnusson che si trasferì all'Olympique Marsiglia dove non ci mise molto a impressionare il difficile pubblico dello Stade Velodrome con i suoi dribbling diabolici con i quali riesciva ad avere la meglio sui difensori avversari, contribuendo non poco a risolvere le situazioni più difficili. Il primo anno con l'Olympique Marsiglia coincise con la vittoria della Coppa di Francia che pose fine a ventun anni di magra vissuti dal club provenzale. Magnusson fu tra i protagonisti di un esaltante Rennes-Olympique Marsiglia al Parc des Princes, dove la squadra marsigliese si impose ai tempi supplementari per 3-2, proseguendo il suo cammino in Coppa, fino alla vittoria finale contro il Bordeaux. L'anno successivo segnò l'arrivo dell'attaccante Josip Skoblar, con il quale Magnusson trovò una splendida intesa, il duo Skoblar-Magnusson fu l'autentico protagonista delle vittorie marsigliesi fino al 1972, con la doppia vittoria campionato e Coppa di Francia con le prime partecipazioni dell’Olympique Marsiglia in Coppa Campioni, tra cui un famoso Olympique Marsiglia-Ajax giocato il 20 ottobre 1971, con Cruijff autentico mattatore, in uno Stade Velodrome pieno fino all’inverosimile. L'arrivo della stella del Saint-Étienne, Salif Keita, lo ricacciò nell’ombra e nel 1974 Magnusson lasciava Marsiglia con ventitré goal all’attivo trasferendosi al Red Star; il duo Skoblar-Magnusson avrebbe avuto i suoi discendenti ufficiali nell'Olympique Marsiglia negli anni novanta, nel duo Papin-Waddle. Magnusson concluse la sua carriera nel 1979, dopo aver militato in squadre di secondo piano del campionato svedese. Conta 14 presenze e 3 gol nella Nazionale svedese, in cui militò dal 1964 al 1970. Palmarès Club Campionato francese: 2 - Olympique Marsiglia: 1970-1971, 1971-1972 Coppa di Francia: 2 - Olympique Marsiglia: 1968-1969, 1971-1972 Supercoppa francese: 1 - Olympique Marsiglia: 1971
  17. GUIDO ONOR «Vedevi milioncini, non miliardi – racconta ad Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” del 21-27 marzo 2001–. Si lavorava come disperati e chi non aveva la passione, andava a ramengo. C’erano giocatori incredibili, io ho esordito con la Juve, a Mantova, nel gennaio del ‘68, perché Salvadore aveva la febbre a trentanove. Bene: Sandro voleva partire lo stesso, Heriberto Herrera ci mise del bello e del buono per convincerlo a restare a casa. Certi calciatori sarebbero scesi in campo anche storpi, zoppi. Non esagero: a quei tempi lì un Edmundo si sarebbe preso dei gran calci in c**o, dopo dieci minuti Heriberto lo avrebbe appeso all’attaccapanni». Già. Ma Edmundo è un capitale, la bilancia pende troppo dalla parte del valore, non dei valori, e molto resta impunito. Guido Onor, terzino multifunzione dal volo frenato in A e lunghissimo in B e C, è stato un onesto operaio nel calcio di una generazione e mezzo fa, marcature a uomo, gioco largo sulle fasce, niente zona, additivi conosciuti zero, tranne il muro: «Ora si privilegia la classe, sei scelto da una squadra importante in base alla tecnica che possiedi, ai tempi miei contava il fisico possente: prima il fisico, sulla tecnica si lavorava dopo. Quando sono arrivato alla Juve sei mesi interi li ho passati davanti al muro, tocco alla palla di destro, tocco di sinistro, gli stop. Ore e ore. L’ho fatto io, l’han fatto Gentile, Cabrini. Il Trap è un altro cagnaccio: “o vieni fuori sudando o ti stronco”, un tipo così. Per me questo vuol dire amore per lo sport, mica c’era spazio per le fighette e per cose che a leggerle sui giornali fanno rabbrividire, tutte queste medicine, la struttura medica. A noi davano gran vitamine. Mai una puntura. Un massaggiatore bastava e avanzava». Campionato ‘67-68 e Juve laboriosa, “metalmeccanica”. Il massaggiatore in questione è Desiderio Sarroglia, una colonna, il direttore sportivo Allodi, il presidente Vittore Catella, «bel personaggio, uno che non si esponeva e faceva». In panchina il paraguaiano Heriberto Herrera, capo-manipolo fanatico della preparazione atletica, bravo a spremere l’anno precedente uno scudetto da uomini non proprio di vertice. Onor ha diciannove anni, per due ha giocato in prima squadra nell’Arona, in provincia di Novara, anche se non aveva l’età: «Pur di mandarmi in campo la società pagava le multe. Ero un velocista, giocavo d’anticipo, abbastanza tecnico per il ruolo di difensore. Aurelio Milani, l’allenatore della prima squadra, ex centravanti dell’Inter, mi aveva notato tra i ragazzini dell’Arona e fatto allenare e quindi giocare coi grandi. Ero stato convocato nella Nazionale Dilettanti, la Juve mi vide al campo Ruffini, credo Rabitti, un talent scout bravissimo e feci ‘sto passaggio repentino. Provino, campionato De Martino, cioè quello delle riserve, e due presenze in A, a Mantova e un mese dopo contro il Bologna». Finirà terza quella Juve, dietro il Milan scudettato e il Napoli di Zoff, Canè, Juliano, Altafini, guidato da Pesaola. «Un gruppo. Eravamo soprattutto un gruppo, molto unito, micidiale. Nessuno andava d’accordo con Heriberto, ma lo rispettavano. Zigoni, l’estroso della compagnia, un giorno gli disse: “Mister, lei di calcio non capisce niente”. Allora Herrera, senza fare una piega gli rispose: “Può darsi, a ogni modo lei con me può fare anche due partite di fila, senza di me è un uomo morto”. In effetti, Zigo a Verona si è spento». Spuntare la terza piazza con Adolfo Gori, Roveta, Sacco, Menichelli, centravanti De Paoli, ha il profumo d’impresa. Squadra autarchica la Juve ‘67-68, a parte i “vecchi” Del Sol e Cinesinho, impreziosita da Roger Magnusson, lo svedese, appena acquistato e che giocava solo in Coppa perché le frontiere dopo il disastro della Corea nel ‘66 erano ancora chiuse. Terzi in campionato e semifinalisti in Coppa Campioni, battuti dal Benfica. Meglio Coramini di Sivori? «Mi raccontarono che Heriberto litigava sempre con Omar. Era un preparatore atletico formidabile, si occupava direttamente di tutto, pretendeva che nessuno stesse fermo, il famoso “movimiento” e figurati, venne alla Juve nel ‘64-65 e Sivori gli disse: “Quando gli altri giocatori sapranno fare quello che faccio io, mi metterò a correre”. Normale che se ne fosse andato. Heriberto era un uomo tutto di un pezzo, esigente. Ci invitava a casa sua la sera per cena e la mattina seguente ci metteva sulla bilancia prima dell’allenamento: se avevi solo mezzo chilo di troppo, ti martellava. È stato lui a lanciarmi, invece Giancarlo Bercellino, il fratello di Silvino che intanto era andato al Palermo, mi faceva da chioccia, lui era di Gattinara, delle mie parti. Io ero il più piccolo e un giovane in quell’ambiente si sentiva protetto. Sono trentatré anni che manco dalla Juve e ogni Natale mi mandano gli auguri. Tornato ad Arona ho fatto il visionatore per la Juve». Due lampi in A precedono una serie sterminata di partite al piano di sotto. Nel ‘68-69 alla Lazio, due anni al Monza di Radice (e convocazione nella Nazionale B), Livorno, Mantova nel ‘72-73 dove Guido rivede Leoncini e Roveta, gioca con Fernando Viola, centrocampista ex Juve, scomparso da poco in un incidente. E, in dirittura d’arrivo, cinque anni a Messina in 😄 «Con Scoglio, un personaggio unico, un innovatore. Voleva che la palla venisse buttata negli spazi vuoti, preparava nel dettaglio le partite, dalle punizioni agli schemi, studiava le caratteristiche principali dei giocatori avversari. Un conoscitore del calcio, il più colto che ho conosciuto, peccato non abbia saputo vendersi bene. Messina è stato un periodo meraviglioso, nel meridione se ti prendono a ben volere è un paradiso. Tutte le estati scendo giù dagli amici e devo quasi nascondermi, altrimenti tra un invito a cena e l’altro il fegato scoppia». Non sia mai, Onor, classe ‘48, al fisico ci tiene: «Dopo Messina ho fatto due anni nei Dilettanti a Borgosesia, due nell’Oleggio e due nell’Arona, fino a tre anni fa giocavo in Promozione. Non avendo abusato di niente, il fisico è rimasto integro. Dipende dal tenore di vita, bisogna amare il proprio corpo». Piccolo calcolo: son quarant’anni di corse dietro il pallone. «Alla resa dei conti, ho avuto la fortuna di non patire incidenti brutti. Giocavo da fluidificante, sulla fascia, e non cercavo il contrasto duro, preferivo l’anticipo e in questo modo ho evitato tanti, ma tanti rischi. Non essendo irruente, mi sono salvato le gambe, comunque nella fortuna non sono stato neanche tanto fortunato La Serie A l’ho vista e salutata. Sicuramente non ero uno all’altezza di grandi club, sono sempre stato un mediocre, avevo dei limiti fisici e ho dovuto accontentarmi. L’epoca mia era diversa da adesso, non c’era mercato, non potevi pretendere di far bene a Livorno e tornare alla Juve, se uscivi dal giro diventavi al massimo una pedina di scambio. L’altra grossa differenza riguarda la formazione: oggi si acquistano giocatori già strutturati, esperti, per fare risultato, in passato, vedi la Juve, si facevano crescere i giovani. Gentile e Cabrini, appunto. Tornando a me, penso che ho pur sempre giocato centinaia di partite in B e in C, che potevo fare di meglio». Onor “pesa” la Juve di oggi, inevitabili i raffronti, venati di rammarico: «Un Birindelli lo tengono, e come lui altra gente mediocre, che nel gruppo gira bene. Stanno lì e con gli anni si rivalutano, magari un Birindelli può costare anche dieci miliardi, ha un mercato». Saper distinguere e adattarsi, leggere le “lune” crescenti e calanti: è la carta in più per non affogare. L’ex bambino che faceva tribolare i genitori perché non ne voleva sapere di studiare ha dovuto riprendere in mano i libri, lo ha fatto di buona lena, al pari di tutto il resto: «Si smette e si provvede al dopo. Col calcio mi ero fatto la casettina e poco più. Sono tornato studente e sono entrato nel ramo assicurativo». La casettina, informa la moglie Franca è a Dormelletto, davanti il lago Maggiore, dietro un bosco, «ottimo per il footing», dice Guido. «E vado in bici, gioco a tennis. Ho le mie ore di libertà, il lavoro non preclude tutto. Sto a contatto con la gente, come da giocatore». Quasi: «La vita si è fermata in un modo e continua in un altro. Non si arresta il tempo». Non ricorda la data precisa, però «sono due anni che non metto piede su un campo». Onor ha voluto bene al pallone, forse molto più di quello che un sobrio temperamento classicamente piemontese lascia intravedere. «Ho due figli, Alessandro di ventisette anni e Simone di ventitré. Il più piccolo ha giocato nell’Arona, nel Novara e ha mollato, continua a studiare. Certi giorni gli ricordavo che aveva allenamento e se ne usciva con un “p***o giuda”. Ed io, che ero già contento la mattina perché alla sera dovevo andare al campo... Nel pre-campionato con Scoglio gli ultimi giorni si lavorava otto ore, footing, ginnastica, pallacanestro, pranzo, partitella, ginnastica. Lo giuro: ci volevano due palle così». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/guido-onor.html
  18. GUIDO ONOR https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Onor Nazione: Italia Luogo di nascita: Arona (Novara) Data di nascita: 20.06.1948 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 21.01.1968 - Serie A - Mantova-Juventus 0-0 Ultima partita: 11.02.1968 - Serie A - Juventus-Bologna 0-0 2 presenze - 0 reti Guido Onor (Arona, 20 giugno 1948) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Guido Onor Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1980 Carriera Squadre di club 1967-1968 Juventus 2 (0) 1968-1969 Lazio 12 (0) 1969-1971 Monza 58 (0) 1971-1972 Livorno 36 (0) 1972-1974 Mantova 61 (0) 1974-1976 Messina 56 (2) 1976-1977 Salernitana 35 (1) 1977-1980 Messina 33+ (1+) Carriera Nella sua prima stagione da professionista, nell'annata 1967-1968, ha collezionato 2 presenze in Serie A con la maglia della Juventus. Ha inoltre totalizzato 130 presenze in Serie B nelle file di Lazio, Monza, Livorno e Mantova, vincendo il campionato cadetto con la Lazio nella stagione 1968-1969, senza però venire confermato dai biancocelesti per il successivo campionato in massima serie. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Lazio: 1968-1969
  19. CARLO VOLPI Volpi arriva dal Mantova – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del gennaio 1973 – all’indomani del tredicesimo scudetto conquistato proprio con l’indiretto concorso del Mantova, che ha piegato i nerazzurri di Herrera all’ultimissima giornata, non c’è juventino autentico che non ricordi quel primo giugno sessantasette.Sono scampoli di gloria che la pattuglia heribertiana ha ampiamente meritato con lo strenuo impegno e una eccezionale volontà di emergere e lottare; ma sapranno i bianconeri confermare quei sorprendenti risultati nell’anno che li vede contemporaneamente impegnati in Coppa dei Campioni?In estate Heriberto ha chiesto rinforzi, ma in giro chi ha i fuoriclasse se li tiene ben stretti, e perciò arrivano soltanto due pedine di ricambio, Simoni e appunto Volpi, che è centrocampista assai versatile e perciò utilizzabile come «jolly».Si presenta a Torino con la zazzera impertinente e il volto spensierato di sempre. Dice cose sincere, piene di buon senso: «Se a inizio stagione mi avessero fatto balenare la possibilità di un passaggio alla Juventus, l’avrei presa per uno scherzo. Io mi sentivo già un arrivato nei miei limiti. Contavo di chiudere a Mantova o al massimo alla Sampdoria». Non ha timori: «Un professionista deve essere pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio, a me la vita dura non fa paura».Gigi Simoni garantisce per lui: «La prima volta che giocai con lui in campionato risale al 29 settembre 1963 a San Siro contro l’Inter. In quell’occasione formavamo la coppia di ali del Mantova: Volpi a sinistra, io a destra. Volpi, che in quel periodo figurava prevalentemente come punta o ala tornante, si è poi trasformato definitivamente in un ottimo centrocampista. È un atleta dotato di un’eccezionale vitalità ed è senz’altro adattissimo per la Juventus».Le presenze di Volpi in quel campionato tutto sommato positivo, anche se pregiudicato da più di una incertezza nella fase centrale, non sono troppo numerose, ma significative: l’ex-mantovano, pur senza avere le capacità per pilotare il gioco della squadra, ha classe sufficiente per ben figurare accanto a colleghi del calibro di Del Sol e Leoncini. Semmai gli fa difetto la grinta, ed è per questo che Heriberto, l’instancabile teorizzatore del «Taça la bala», non lo impiega che saltuariamente.L’esordio (al Comunale, contro la Roma) è stato positivo, anche se ha coinciso con una sconfitta: Volpi, impiegato su Capello, ha lavorato con discernimento, e non si è mai lasciato sovrastare. Ma neppure ha fatto molto per contrastarlo sul piano dinamico. Le stesse pecche contraddistinguono altre sue prestazioni, contro il Cagliari e contro il Bologna per esempio. L’ultima partita, in primavera, lo vede più autoritario: contro il Vicenza è tra i migliori, la vittoria è anche merito suo.Ma il suo modo di giocare non convince troppo: alla fine del torneo nessuno sa con precisione attribuirgli una veste tattica precisa, vabbè che era immaginabile che un «jolly» non potesse a un tratto diventare un mediano di spinta o un regista consumato, ma così com’è non serve molto alla Juve.Molto di più servirebbe l’anno dopo, quando, con l’introduzione del «tredicesimo» in panchina, uno che sappia ricoprire molti ruoli sarebbe manna. Ma in bianconero Volpi non avrà modo di rifarsi. Nella «rivoluzione» che contraddistingue l’estate ‘68 della Juve, con grandi nomi in arrivo e tante partenze, anche Volpi è dirottato altrove.Di lui juventino rimane il suo modo di correre, elegante quanto atipico, e una finezza di tempi lontani… https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/carlo-volpi.html
  20. CARLO VOLPI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Volpi Nazione: Italia Luogo di nascita: Sampierdarena (Genova) Data di nascita: 08.02.1941 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 10.09.1967 - Coppa Italia - Juventus-Varese 0-0 Ultima partita: 24.03.1968 - Serie A - Juventus-Vicenza 1-0 6 presenze - 0 reti Carlo Volpi (Sampierdarena, 8 febbraio 1941) è un ex calciatore italiano, di ruolo mediano o attaccante. Carlo Volpi Volpi al Mantova nel 1966 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Mediano, attaccante Termine carriera 1976 Carriera Giovanili Sampdoria Squadre di club 1957-1958 Sampdoria 0 (0) 1958-1960 Simmenthal-Monza 19 (5) 1960-1962 Reggiana 56 (20) 1962-1963 Palermo 29 (1) 1963-1967 Mantova 94 (6) 1967-1968 Juventus 6 (0) 1968-1971 Brescia 70 (5) 1971-1972 Perugia 33 (1) 1972-1975 Parma 81 (15) 1975-1976 Lucchese 30 (2) Nazionale 1959 Italia U-21 1 (0) Carriera Ha esordito in Serie A con la maglia del Palermo il 16 luglio 1962 in SPAL-Palermo (1-0). Ha giocato in massima serie anche con le maglie di Mantova, Juventus (5 presenze in bianconero nella stagione 1967-1968) e Brescia, per complessive 115 presenze e 6 reti. Ha totalizzato inoltre 271 presenze e 45 reti in Serie B nelle file di Monza, Reggiana, Mantova, Brescia, Perugia e Parma, conquistando due promozioni in massima serie (col Mantova nella stagione 1965-1966 e col Brescia nella stagione 1968-1969). Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Parma: 1972-1973 (girone A)
  21. LUIGI SIMONI Ciuffetto, corto, dall’aria un po’ sbarazzina – scrive Beppe Barletti, su “Hurrà Juventus” dell’agosto 1967 –. Viso asciutto, occhi scuri sempre limpidi e ridenti. Un bel viso simpatico da ragazzo per bene. Sobrio e quieto nel parlare. Appropriato il dire, con ogni parola al posto giusto. Senza enfasi ma nutrite, ricche, le sue frasi. Di uno che con la lingua italiana ci sa fare senza intoppi. Gigi Simoni, ventotto anni, cinque di Serie A, tre nel Torino. Tre figli, belli e vispi, una moglie che lo adora e lo capisce. Niente «pazzie» nel suo modo di agire. Qualche svago (legittimo) un po’ di buona lettura. È passato dai granata ai bianconeri senza rumore, quasi in punta di piedi. In un modo che rispecchia esattamente la sua natura elegante e un po’ schiva. I tifosi non hanno fatto sommosse, per lui. Era l’altro «Gigi» quello che volevano rimanesse ancora al Torino. Del «discreto» Simoni, passato ai rivali, si dispiaceranno solo gli intenditori di palato fino, quelli che badano alla sostanza più che alla forma. Se «paron» Rocco fosse rimasto alla guida del Torino, forse Simoni non avrebbe avuto via libera. Mister Nereo, pur prediligendo gli uomini forzuti fin dal tempo del suo Padova d’assalto, ha sempre tenuto in considerazione somma le «grosse teste», i calciatori cioè che sanno anticipare con il ragionamento l’azione che segue. Il mio «pezzo» comunque, non vuole gettare al vento nuvole polemiche. Meroni era uno degli obiettivi della Juventus. La squadra campione d’Italia avrebbe tratto dal vispo «inventore» di Como i presupposti per variare in Coppa dei Campioni i suoi temi di attacco. Ed era dato per scontato che a Heriberto Herrera sarebbe toccato del lavoro supplementare per comporre il dissidio inevitabile tra la disciplina ferrea, (in campo e fuori) che gli è cara, e l’abilità ispirata del «genietto» Meroni. Con l’arrivo di Gigi Simoni, Heriberto si troverà invece in mano una pedina che gli potrà fare più gioco del previsto. Simoni è maturo come uomo e come atleta. La famiglia occupa nel suo mondo il primo posto. Subito dopo c’è la sua carriera professionale. E il passaggio alla Juve campione viene a incidere in notevole misura sul suo futuro. Non ama parlare troppo, Gigi Simoni. Almeno non di calcio. Una sera, qualche mese fa, eravamo insieme a cena. Noi due soli, con poca gente in sala. Avevamo come programma una visita al Salone dell’Automobile. Gigi è un fine estimatore di macchine. Per tutta la durata del pranzo, e il campionato era ben vivo, non parlammo che di vetture. Da competizione e da turismo, italiane e straniere. Il suo discorso era garbato e competente. Di rado si concedeva la «sparata». Preferiva puntare sul sicuro, su quello che conosceva. Quando il discorso cadde sul «mostro» di Lamborghini, la fantastica «Miura», Gigi Simoni ebbe una frase davvero indovinata: «Un incanto, senza dubbio. Ma non posso parlarne. Non ho la competenza necessaria per discuterne il rendimento, né i soldi sufficienti per possederla». Era saltata fuori un’altra volta quella sua indole straordinariamente pacata e precisa, con un filo di astuzia campagnola nei risvolti del pensiero. Ecco, Luigi Simoni, è il classico tipo che fa simpatia. Ti accorgi che la sua compagnia, discreta e signorile, si porta sempre appresso una lieve vena di scanzonatura. In squadra, quest’anno, i compagni si troveranno accanto, in allenamento, in «ritiro» o in partita, un ragazzo giovane di anni e ricco di esperienza. Un uomo responsabile e capace, un atleta serio e intelligente. Tre anni di maglia granata, di situazioni non sempre facili, lo hanno temprato a dovere. Il «provinciale» Simoni si è trasformato. Ha preso il tono giusto della città senza dimenticare quel preziosissimo bagaglio che gli viene dalla nascita. Non creerà problemi nuovi per «don» Heriberto. Questo è certo. Del trainer juventino, lo scorso anno, Simoni parlava volentieri. Tutte le volte che il nostro discorso cadeva sui sistemi di preparazione del paraguayano, Simoni si mostrava interessato al massimo. Le sue domande non erano fatte solo per curiosità. C’era in lui un desiderio forse inconsapevole di capire quello che accadeva sotto la regia sferzante di HH2. E ogni volta il suo commento era identico: «Se qualcuno alla Juventus protesta per la durezza della disciplina di Heriberto, dovrebbe ricordarsi che grazie ai “giri di vite” del suo allenatore il proprio valore sul mercato sta aumentando». Era il «solito» bernoccolo di Simoni che sbucava all’improvviso. Quello del parlare serio e ragionato. Un pregio che l’ex ala granata svilupperà a suo favore nel nuovo ambiente. In casa Juventus da tre anni si marcia con assoluta dirittura: di intenti, di realizzazioni, di programma. Lo scudetto da onorare e la Coppa dei Campioni sono impegni gravosissimi per chiunque, l’Inter insegna. Per l’emiliano Luigi Simoni è in arrivo una stagione calda, ricca di imprevisti. Ma non temiamo per lui. È in grado di cavarsela a meraviglia. 〰.〰.〰 Nato a Crevalcore, in provincia di Bologna, il 22 gennaio del ’39 si trova, suo malgrado, al centro di un intrigo di mercato. La Juventus vorrebbe Meroni, ma la forte protesta dei tifosi del Toro, spinge l’avvocato Agnelli a rinunciare al beat granata e a ripiegare su Simoni, altro granata e sempre Gigi di nome. Simoni è lineare e pulito, piacevole, ma di poca incisività. Rimane alla Juventus solamente nella stagione 1967-68, collezionando 13 presenze (11 in campionato e 2 in Coppa Campioni). Nell’estate del 1968 viene ceduto al Brescia. Dopo aver giocato anche nel Genoa, intraprenderà la carriera di allenatore. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/luigi-simoni_27.html
  22. LUIGI SIMONI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Simoni Nazione: Italia Luogo di nascita: Crevalcore (Bologna) Data di nascita: 22.01.1939 Luogo di morte: Pisa Data di morte: 22.05.2020 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Gigi Alla Juventus dal 1967 al 1968 Esordio: 10.09.1967 - Coppa Italia - Juventus-Varese 0-0 Ultima partita: 17.03.1968 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-0 14 presenze - 0 reti Luigi Simoni, detto Gigi (Crevalcore, 22 gennaio 1939 – Pisa, 22 maggio 2020), è stato un calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo italiano, di ruolo centrocampista. Da calciatore ha vinto la Coppa Italia 1961-1962 con il Napoli e il campionato di Serie B 1972-1973 con il Genoa. Come allenatore è ricordato in particolar modo per i risultati conseguiti alla guida dell'Inter nella stagione 1997-1998, in cui concluse il campionato al secondo posto e vinse la Coppa UEFA, e per le 8 promozioni ottenute in carriera, un risultato superato in Italia dal solo Osvaldo Jaconi, 7 in Serie A con Genoa (1975-1976 e 1980-1981), Brescia (1979-1980), Pisa (1984-1985 e 1986-1987), Cremonese (1992-1993) e Ancona (2002-2003), e una in Serie C1 con la Carrarese (1991-1992). Con la Cremonese ha inoltre vinto la Coppa Anglo-Italiana 1992-1993. Nel 2003, in occasione del centenario della Cremonese, è stato nominato "allenatore del secolo" dei grigiorossi, mentre nel 2013 è stato inserito dal Genoa nella propria Hall of fame. Nel 2022 è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano. Luigi Simoni Simoni al Torino a metà anni 60 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1974 - giocatore 2012 - allenatore Carriera Giovanili 1955-1959 Fiorentina Squadre di club 1959-1961 Ozo Mantova 47 (10) 1961-1962 → Napoli 11 (1) 1962-1964 Mantova 48 (8) 1964-1967 Torino 81 (18) 1967-1968 Juventus 14 (0) 1968-1971 Brescia 100 (12) 1971-1974 Genoa 88 (13) Carriera da allenatore 1975-1978 Genoa 1978-1980 Brescia 1980-1984 Genoa 1984-1985 Pisa 1985-1986 Lazio 1986-1987 Pisa 1987-1988 Genoa 1988-1989 Empoli 1989 Cosenza 1991-1992 Carrarese 1992-1996 Cremonese 1996-1997 Napoli 1997-1998 Inter 1999-2000 Piacenza 2000 Torino 2001-2002 CSKA Sofia 2002-2003 Ancona 2003-2004 Napoli 2004-2005 Siena 2005-2006 Lucchese 2009 Gubbio DT 2011-2012 Gubbio Biografia Sposato con Leda, prima moglie dalla quale era separato, aveva quattro figli, Fiamma, Maria Saide, Cecilia e Adriano, morto a 33 anni il 25 ottobre 1999 all'Ospedale Maggiore di Bologna per le conseguenze di un incidente stradale. Residente a Pisa fin dagli anni 80, il 22 giugno 2019 accusa un malore nella sua abitazione di San Piero a Grado, venendo ricoverato d'urgenza in terapia intensiva al Policlinico di Pisa. La seconda moglie Monica Fontani, da cui ha avuto l'ultimo figlio Leonardo, ha successivamente rivelato che l'ex allenatore era stato colpito da ictus. Muore il 22 maggio 2020 all'Ospedale Cisanello di Pisa, per un peggioramento delle sue condizioni di salute, all'età di 81 anni. Caratteristiche tecniche Giocatore Ricopriva il ruolo di mezzala. Allenatore Difensivamente, durante la sua esperienza all'Inter, utilizzò la marcatura a uomo e ripristinò la figura del libero, assente nella precedente gestione di Roy Hodgson. Carriera Giocatore Simoni al Genoa nel 1973 Ha fatto parte del Mantova di Edmondo Fabbri, promosso in Serie A; nel 1961 si trasferisce in prestito al Napoli, in Serie B, ottenendo la promozione e la vittoria in Coppa Italia. Tornato in pianta stabile a Mantova, con i virgiliani ha debuttato nella massima serie, il 7 ottobre 1962 contro il Lanerossi Vicenza. Disputa due campionati di Serie A, prima di trasferirsi al Torino, nel 1964, dove forma con Luigi Meroni la coppia di ali titolari, realizzando 10 reti, record personale. Rimane in granata per tre stagioni, prima di passare nell'estate 1967 ai concittadini della Juventus quale parziale risarcimento per la trattativa-Meroni, sfumata a causa delle forti proteste della piazza granata: tuttavia in bianconero non trova spazio, disputando 11 partite di campionato. A fine stagione accetta quindi il trasferimento in Serie B, al Brescia, con cui ottiene la promozione in Serie A. Chiude la carriera nel 1974, a 35 anni, dopo un triennio al Genoa, dove trova la quarta promozione personale nella massima serie, nel campionato 1972-1973. Ha disputato complessivamente 368 partite da professionista (62 reti), di cui 187 in Serie A, con 32 reti. Fu convocato per tre raduni della nazionale dal CT Edmondo Fabbri, rimanendo coinvolto in un curioso episodio: nell'amichevole contro l'Ungheria del 27 giugno 1965 prestò la propria maglia, la numero 16, al debuttante Gigi Riva, chiamato a sostituire dopo pochi minuti l'infortunato Ezio Pascutti; ciò indusse ripetutamente in errore il telecronista Nicolò Carosio, convinto che sul terreno di gioco fosse entrato Simoni. Allenatore Genoa, Brescia e ritorno al Genoa Simoni (in alto), passato a sedersi sulla panchina genoana, viene portato in trionfo dopo la promozione in Serie A al termine del campionato 1980-81 Inizia la carriera da allenatore subentrando a Guido Vincenzi sulla panchina del Genoa, in Serie B, nel corso della stagione 1974-1975. In quattro anni alla guida del Grifone ottiene il settimo posto all'esordio in Serie B, il primo posto nel campionato cadetto, la promozione in Serie A nel 1975-1976 e l'undicesimo posto alla prima stagione di Serie A, poi subisce la retrocessione in Serie B nel 1977-1978, dopo aver chiuso il campionato di Serie A al quattordicesimo posto. Lasciata Genova, allena per due anni il Brescia, portandolo nella massima serie nel 1979-1980, dopo che l'anno prima aveva raggiunto l'ottava posizione in cadetteria, per poi tornare ad allenare il Grifone in Serie A nel 1980-1981, annata in cui centra la salvezza nei due anni successivi (con un undicesimo e un dodicesimo posto). Retrocede ancora alla fine del campionato di Serie A 1983-1984. Esperienze in B, C1 e C2 Dal 1984 al 1990 non si lega a una società per più di una stagione, e sempre nelle serie inferiori; allena il Pisa portandolo in Serie A, successivamente si trasferisce a Roma, sponda Lazio, poi ancora al Pisa, ancora al Genoa, e poi Empoli e Cosenza, sempre in serie cadetta; ottiene due promozioni con il Pisa (con relativo campionato vinto) e patisce tre esoneri, con Genoa, Empoli e Cosenza (i primi della carriera). Nel 1990 riparte dalla Serie C1, subentrando alla guida della Carrarese; nella prima stagione non riesce a evitare la retrocessione, mentre nella successiva ottiene la promozione. Cremonese e breve esperienza a Napoli Simoni (a sinistra) sulla panchina della Cremonese nella stagione 1992-93 con il presidente grigiorosso Domenico Luzzara Nel 1992 viene nominato allenatore della Cremonese, che guida per quattro anni, ottenendo una promozione in Serie A e due salvezze in massima divisione e subendo la retrocessione in B nel 1995-1996. Con la Cremonese, nel 1993, vince la Coppa Anglo-Italiana 1992-1993: i grigiorossi battono a Wembley in finale il Derby County con il risultato di 3-1. Nel 1996 viene nominato allenatore del Napoli. Con la formazione partenopea è autore di un ottimo girone di andata in campionato, stazionando al secondo posto fino alla sosta natalizia, alle spalle della Juventus; è invece negativa la tornata di ritorno, finché il 22 aprile 1997, non vincendo più da dieci turni, e con il tecnico già accordatosi con l'Inter per la stagione seguente, il presidente Corrado Ferlaino lo esonera. Lascia la squadra al sest'ultimo posto e in finale di Coppa Italia, venendo sostituito da Vincenzo Montefusco. Inter Nel luglio successivo, come da accordi precedenti, approda sulla panchina dell'Inter. Grazie anche ai gol del nuovo acquisto Ronaldo, la formazione milanese contende il primato alla Juventus in campionato: il duello culmina nello scontro diretto di Torino del 26 aprile 1998, vinto dai bianconeri tra le polemiche di parte interista; in particolare lo stesso Simoni viene espulso per essere entrato nel terreno di gioco e avere ingiuriato l'arbitro Piero Ceccarini, accusato di non avere accordato un calcio di rigore per un contatto in area tra Mark Iuliano e Ronaldo. Concluso il torneo al secondo posto, i nerazzurri si rifanno in Europa vincendo la Coppa UEFA, grazie al successo per 3-0 nella finale del Parco dei Principi di Parigi sui connazionali della Lazio. Simoni (a destra) e Ronaldo all'Inter nell'estate 1997 La stagione successiva, nonostante l'arrivo di Roberto Baggio, vede una squadra in difficoltà di gioco e risultati. A fine novembre, malgrado una ripresa, il tecnico viene esonerato dal presidente Massimo Moratti; pur dichiarandosi amareggiato dalla decisione, Simoni affermò di non serbare rancore verso il patron nerazzurro. Piacenza e Torino Il 1º giugno 1999 diventa allenatore del Piacenza. L'11 gennaio 2000, dopo aver totalizzato 11 punti in 16 partite e con la squadra al penultimo posto in Serie A, viene esonerato. Il 2 giugno è nominato allenatore del Torino, in Serie B. Il 31 ottobre, dopo appena otto partite (2 vittorie, 3 pareggi e 3 sconfitte), viene sollevato dall'incarico e sostituito da Giancarlo Camolese. CSKA Sofia Il 10 dicembre 2001 viene nominato allenatore del CSKA Sofia. In Bulgaria ottiene il terzo posto in campionato e perde la finale della Coppa di Bulgaria per 3-1 contro il Levski Sofia. Il 31 maggio 2002 si dimette. Ancona e Napoli Il 4 luglio, dopo aver risolto consensualmente il contratto che lo legava alla squadra bulgara, firma con l'Ancona. Nel 2002-2003 guida i suoi al quarto posto, ottenendo la promozione in Serie A, e in Coppa Italia viene eliminato agli ottavi di finale dal Milan. Il 22 giugno 2003 viene esonerato. Il 10 novembre ritorna al Napoli, in sostituzione dell'esonerato Andrea Agostinelli. Con i partenopei in Serie B si classifica al tredicesimo posto con 36 punti, ottenendo la salvezza, poi revocata per il fallimento della società con conseguente retrocessione in Serie C1. Siena e Lucchese Il 13 giugno 2004 viene ufficializzata la sua nomina come allenatore del Siena, in Serie A. Il 10 gennaio 2005, dopo appena aver raccolto 3 vittorie, 7 pareggi, 8 sconfitte in 18 giornate, viene esonerato. L'11 ottobre 2005 il presidente Hadj lo nomina allenatore della Lucchese, in Serie C1, in sostituzione dell'esonerato Paolo Indiani. Quattro giorni dopo esordisce con un pareggio 1 a 1 contro il Chieti. In campionato si piazza al settimo posto con 49 punti, con un bilancio di 11 vittorie, 8 pareggi, 8 sconfitte in 27 partite, e giunge ai quarti di finale, venendo eliminato dalla Sanremese, nella Coppa Italia Serie C. Gubbio Il 25 febbraio 2009 assume la guida del Gubbio, in Lega Pro Seconda Divisione, in veste di direttore tecnico, affiancato dall'allenatore Riccardo Tumiatti. Il 5 aprile siede sulla panchina umbra affiancando il giovane Tumiatti per le partite dei play-off, cercando di essere più vicino alla squadra, dato che prima di allora aveva sempre seguito le gare dalla tribuna. Il 18 ottobre 2012, all'età di 72 anni, viene richiamato in panchina per sostituire l'esonerato Fabio Pecchia alla guida della formazione rossoblù. Sei giorni dopo, alla partita d'esordio, batte per 1-0 in casa il Torino capolista, interrompendo così la striscia positiva di 10 risultati utili consecutivi dei granata. Il 29 ottobre la presidenza comunica che il tecnico rimarrà alla guida del club fino al termine della stagione. Il 20 marzo 2012, dopo la 31ª giornata, torna a ricoprire il ruolo di direttore tecnico, lasciando la carica di allenatore al proprio vice Marco Alessandrini. In 21 partite alla guida degli eugubini ha ottenuto 20 punti, con 5 vittorie, 5 pareggi e 11 sconfitte. Dirigente Lucchese Il 7 giugno 2006 lascia la guida della Lucchese a colui che è stato suo vice in panchina, ovvero Fulvio Pea, andando a ricoprire il ruolo di direttore tecnico del club rossonero. Il 2 febbraio 2007, dopo l'esonero di Pea, decide anche lui di dimettersi dall'incarico dirigenziale. Gubbio Il 29 maggio 2009, dopo la parentesi di campo insieme all'allenatore Riccardo Tumiatti, rinnova il contratto con il Gubbio e decide di ricoprire unicamente il ruolo di direttore tecnico. Con Vincenzo Torrente come allenatore e sotto la sua direzione tecnica, il Gubbio guadagna due promozioni di fila, dalla Lega Pro Seconda Divisione alla Serie B, guadagnandosi la conferma per un'ulteriore stagione. Il 27 maggio 2012 conclude il proprio rapporto professionale con il club umbro. Cremonese Il 28 gennaio 2013 entra ufficialmente nei quadri dirigenziali della Cremonese come direttore tecnico. Il 17 giugno 2014 viene nominato presidente della società grigiorossa al posto di Maurizio Calcinoni. Il 23 giugno 2015 il consiglio di amministrazione del club lo riconferma insieme al direttore sportivo Stefano Giammarioli. Il 2 giugno 2016 termina il suo mandato di presidente, venendo succeduto da Michelangelo Rampulla. Palmarès Giocatore Coppa Italia: 1 - Napoli: 1961-1962 Campionato italiano di Serie B: 1 - Genoa: 1972-1973 Allenatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 3 - Genoa: 1975-1976 - Pisa: 1984-1985, 1986-1987 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Cremonese: 1992-1993 Coppa UEFA: 1 - Inter: 1997-1998 Individuale L'allenatore dei sogni: 1 - 1994 Trofeo Maestrelli: 1 - 1997 Panchina d'oro: 1 - 1997-1998 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Riconoscimenti alla memoria - 2021
  23. GIANLUIGI ROVETA «Per gli amici Giangi – racconta Renato Tavella – si può dire che allo stadio sia di casa. Come il presidente Catella, anch’egli arrivava al campo dodicenne a bordo di una gialla e fiammante bicicletta. Gialli erano pure i suoi capelli, solare il tocco di palla, la visione del gioco. Fin dall’infanzia è nominato capitano. La sua bella figura era quanto di meglio potesse rappresentare la società anche sui campi delle minori. Mario Pedrale per lui stravedeva. Ma, a dire il vero, l’ineguagliabile istruttore del parco piccoli juventino aveva un debole un po’ per tutti e in cuor suo sognava la prima squadra per ognuno. E proprio a proposito di Roveta un bel giorno Pedrale ebbe a far parole con Rabitti, tecnico che si occupava della squadra Primavera, formazione che di fatto era il rincalzo della Prima Squadra. “Non è un difensore, Gianluigi: è una mezzala”, seguitava a sostenere l’istruttore. Forse a Giangi di questo diaspore poco importava, lui avrebbe giocato anche in porta pur esordire con la Juve. E come nelle favole più belle il suo desiderio venne coronato». “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1968 Lo ha detto Bercellino che di giocatori se ne intende e, soprattutto, di «stopper». Gli ha fatto eco Leoncini: «Roveta farà strada». Lo ha dimostrato al suo esordio in campionato contro la Roma, meritandosi gli elogi della critica, lo scapigliato Enzo ha dovuto segnare il passo. Avrebbe dovuto già esordire nella partita di Mantova nella posizione di «libero», che gli è congeniale, in assenza di Castano infortunato, aveva un dito fratturato e non poté scendere in campo. Il che dimostra che non soltanto quest’anno sono stati indisponibili molti titolari ma anche i rincalzi. Gianluigi Roveta ha 21 anni. È un giovane studioso. Diplomatosi ragioniere, si è iscritto alla facoltà di Economia e Commercio che frequenta e nelle ore libere non manca di aiutare il padre nell’ufficio di commercialista. È un giovane tranquillo, tanto che si poteva anche ritenerlo in difetto di grinta. Invece è soltanto paziente. Ha atteso senza alcun segno di irrequietezza il suo momento per dimostrare il suo valore: una tecnica sopraffina al servizio di una validissima determinazione. Vuole arrivare. Crebbe nelle file del Nagc juventino ed ebbe quindi, dall’appassionato e paziente Pedrale, le cure più attente. Il Nagc è certamente una valida scuola di calcio. Sono campioncini in erbe e l’erba cresce sotto i loro piedi, ma non tutti crescono con la stessa intensità. Vogliamo dire che il Nagc li forma ma è la natura che li attrezza nel fisico e nel temperamento. Non tutti quini, pur maturando nell’età, possono raggiungere il traguardo agognato. Molti si disperdono. Pedrale lo sa e non si disamora. Roveta è un compenso alla sua opera paziente. Herrera lo aveva notato, Cattozzo che è il «secondo», poteva assicurarlo del costante impegno del giocatore sia in De Martino sia in amichevole. Non gli è mancata l’occasione per dimostrarlo. Gianluigi Roveta è anche critico di se stesso: sa valutare le sue forze. E per la sua natura critica non è facile agli entusiasmi. Quando al termine della partita gli dicono bravo, risponde con un mezzo sorriso. È quindi di carattere schivo e riservato. Perciò è stimato dai giovani compagni, così come dai titolari. Già dallo scorso campionato frequentava la rosa nei viaggi e la sua presenza passava quasi inavvertita. Mai un gesto di impazienza, mai un giudizio sfottente sui compagni. La disciplina è il suo abito mentale. Perciò, oltre che per le sue doti tecniche, farà strada. Con Heriberto o con Cattozzo, o con qualsiasi allenatore. Pedrale ha seminato bene. 〰.〰.〰 Bene impostato tecnicamente e atleticamente, è un atleta serio, disciplinato e tutt’altro che privo di temperamento agonistico. «Non sono timido – racconta – sono molto riservato nei miei sentimenti, nonché molto geloso della mia intimità; chi mi sta vicino sa, però, che quando c’è da reagire, da combattere a viso aperto, non mi tiro certamente indietro. Sono juventino dalla nascita, sono stato tre anni sotto le cure di Pedrale; è stato il mio padre calcistico, mi ha insegnato cosa fare, come giocare. Se sono quello che sono, lo devo in gran parte a lui». Chiuso da Salvadore, lascia la Juventus nell’estate del 1972 e raggiunge il Mantova, dopo aver totalizzato 77 presenze e aver contribuito allo scudetto della stagione precedente. Dopo solo una stagione, si separa dalla squadra virgiliana per ritornare in Piemonte, più precisamente al Novara, ma a 27 anni appende gli scarpini al chiodo, quasi a testimoniare che per lui il calcio era sinonimo di Juventus. VLADIMIRO CAMINITI «Fisico da tardo erede di Rava, ebbe il momento d’oro con Heriberto che lo oppose anche alla torre portoghese Torres, compare di Eusébio nel glorioso Benfica. Più forte che agile, più umile che caparbio, troppo innocente nella giungla del calcio miliardario, fu sconfitto dalla concorrenza di difensori non sempre dotati. Il destino di un giovane è scritto sull’acqua». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/gianluigi-roveta.html
  24. GIANLUIGI ROVETA https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluigi_Roveta Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 21.05.1947 Ruolo: Difensore Altezza: 172 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: Giangi Alla Juventus dal 1968 al 1972 Esordio: 03.03.1968 - Serie A - Roma-Juventus 0-0 Ultima partita: 01.07.1972 - Coppa Italia - Milan-Juventus 3-2 79 presenze - 0 reti 1 scudetto Gianluigi Roveta (Torino, 21 maggio 1947) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Gianluigi Roveta Roveta alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1974 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1968-1972 Juventus 79 (0) 1972-1973 Mantova 34 (0) 1973-1974 Novara 14 (0) Nazionale 19?? Italia U-23 1 (0) Carriera Club Cresciuto nella Juventus sotto la guida di Mario Pedrale, passò dal Nucleo Addestramento Giovani Calciatori (NAGC) alla formazione giovanile Primavera e poi alla squadra riserve De Martino, fino a guadagnarsi nel 1968 l'esordio con la prima squadra. Indossò la maglia bianconera dalla stagione 1968-1969 a quella del 1971-1972, totalizzando 46 presenze in Serie A e fregiandosi del titolo di campione d'Italia nell'ultima annata sotto la Mole. Conclusa l'esperienza torinese, proseguì la sua carriera agonistica con le casacche di Mantova e Novara. Nazionale Conta una presenza nella nazionale Under-23. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1971-1972
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