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ROBERTO ANZOLIN «Avevo diciotto anni, stavo attraversando le 52 Gallerie del Pasubio, quelle famose del 1915-18 sulle Piccole Dolomiti. Era buio. Presi una capocciata tremenda. Qualcuno mi toccò la mano: “Ti aiuto io”. Era una ragazza. L’ho sposata». Si chiama Gabriella e mezzo secolo dopo, in salotto, precisa sorridendo: «Ma non subito. L’ho sposato al suo secondo anno di Juventus, perché se fosse andato male, avrebbero dato la colpa a me. Infatti prese 50 goal, la Juventus finì quart’ultima. Peggio di così non poteva andare. Allora l’ho sposato». Il reduce dalla capocciata è Roberto Anzolin; nato a Valdagno (Vicenza) il 18 aprile 1938, inizia la carriera nel Marzotto, due anni nel Palermo, i primi, quelli della consacrazione, poi una vita intera nella Juventus. Tutta qui la storia sportiva di Roberto Anzolin, veneto di quelli buoni, poche parole e un’infinità di fatti importanti. «Mio padre era pettinatore alla Marzotto. Io iniziai a parare nel Valdagno Marzotto, in B. Sapevo che mi cercava il Milan. Invece mi dissero: “Roberto, per 5 milioni in più l’ha spuntata il Palermo”. Per un veneto di 19 anni andare in Sicilia, nel 1959, non era uno scherzo. Partii con mio padre. Piansi in treno da Padova a Roma, dove un dirigente del Palermo, venne a prenderci con un’Aprilia da corsa che ci portò a Napoli. Viaggiava come un matto, lo pregai: “Piano, ho una carriera davanti!”. Sbarcato a Palermo, mi portarono a mangiare la pasta con le melanzane a Mondello. Non l’avevo mai assaggiata, Gabriella me la fa ancora adesso. Vivevo allo stadio, nelle stanze che avevano ricavato per gli scapoli vicino alla tribuna della Favorita. Ero in stanza con Carpanesi. Toros mi faceva da fratello maggiore, mi portava al mare e a messa. All’esordio a Bari mi fregò un autogoal di Bernini. A Torino, contro la Juventus, parai tutto, anche un rigore di Cervato. Mi arresi solo a Sivori, in fuorigioco di 5 metri». Il Palermo era stato appena promosso in Serie A: era una squadra forte, autoritaria, guidata da Totò Vilardo, sulla carta semplice segretario della società rosanero, nei fatti anima e corpo del Palermo. «Dai, Cesto – disse all’allora allenatore Cestmír Vycpálek, altra grande anima bianco-rosanero – vieni con me a Valdagno, che c’è un portierino che ci farà subito dimenticare Pontel». Vycpálek ricorda perfettamente musica e parole di quel Palermo: «E sì, era un fior di dirigente quel Vilardo. Magari procedeva oltre le righe, ma che fantasia, ragazzi. Fiutava i campioni come i cani fiutano i tartufi. Il Palermo aveva conquistato la A, però dovevano rifare la squadra, a cominciare dal portiere. Pontel dovette tornare all’Inter che ce l’aveva prestato: un’impresa non farlo rimpiangere. Quando Vilardo mi parlò di un ragazzino che stava spopolando in C nel Marzotto, decisi di partire subito. Quel ragazzino era Anzolin e aveva appena vent’anni! Era forte, Roberto, come giocatore e come uomo, una pasta di ragazzo, socievole, modesto, sempre disponibile. Si lavorava bene con lui, perché era sempre lì, pronto a prolungare l’allenamento, mai un lamento, mai una smorfia. Fra i pali era agile come un gatto, praticamente imbattibile, schizzava da un palo all’altro con guizzi felini. Nelle uscite basse era impeccabile, non altrettanto nelle mischie e in quelle alte, nei mucchi selvaggi che erano le aree di rigore di quegli anni di calcio giocato a viso aperto, quando un calcio in faccia non bastava per uscire dal campo: non si poteva mica restare in 10». La seconda stagione in Sicilia, Anzolin la giocò con un altro allenatore, Fioravante Baldi. Fu determinante tante volte e la Juventus, che lo seguiva da tempo, alla fine del campionato lo volle a tutti i costi. Vilardo, fiutò bene l’affare e volle in cambio Mattrel, Burgnich e una barca di milioni. Alberto Malavasi, mediano di quello e di tanti altri Palermo, un vero gentleman in campo e fuori diceva: «Roberto era l’ultimo baluardo, l’uomo dei miracoli, il gatto volante. Un’agilità incredibile gli permetteva di sventare goal già fatti. Sembrava piccolo, ma era nella media, solo che schizzava rapido come un proiettile. Certo, aveva qual che difetto, come tutti. Era leggero nelle uscite e spesso nelle mischie veniva spazzato via. Ma era un difetto, questo, o piuttosto un piccolo neo? Lui prevedeva lo sviluppo dell’azione ed era già sotto l’incrocio dei pali a fermare il pallone». Racconta Roberto: «Ricordo le mie due stagioni nel Palermo con tenerezza e gratitudine: ricordo la Topolino che mi prestava Malavasi per spostarmi in città, ricordo l’amico fraterno Giorgio Sereni, che arrivò con me nel Palermo e che, come me, fece il militare a Viterbo. Ricordo soprattutto un campione, Ghito Vernazza, un vero trascinatore, un leader come si dice oggi. Poi ricordo la città, la Curva Nord, il suo calore straordinario, quel suo spiovere quasi sul campo con la sua passione scatenata. Non dimentico, soprattutto, che senza quel Palermo non ci sarebbero stati la Juventus e i miei 10 anni bianconeri. Con allenatori strepitosi come Amaral, che era un padre per tutti noi, oppure Heriberto che, al contrario, era un generale, duro, diritto come un fusto, si spezzava ma non si piegava. Ci faceva lavorare duro, Heriberto. Ma che soddisfazioni, come riuscì a potenziarmi con i suoi allenamenti, come mi migliorò anche nelle mischie e nelle uscite! Gli debbo molto. Ho giocato con compagni grandi, grandissimi, i più forti del mondo, come Sivori e Charles fuoriclasse inarrivabili, anche oggi sarebbero i migliori, parola mia. Forse un asso solo li superava, perché era anche un genio: Schiaffino, uno che difendeva e subito dopo piazzava l’assist vincente. No, non mi lamento della mia carriera, mi ha dato tutto, la possibilità di conoscere il mondo, di vestire l’azzurro. La Nazionale, forse l’unico cruccio: 34 gettoni fra Under e Nazionale B, ma una sola presenza, contro il Messico, nella rappresentativa maggiore. Prima ero troppo giovane, poi troppo vecchio. Ma è solo un piccolo neo». In bianconero si ferma per 9 stagioni mettendo insieme 305 gettoni di presenza (230 in campionato, 29 in Coppa Italia e 46 nelle competizioni europee). Con la Juventus lega il suo nome alla Coppa Italia 1965 e allo scudetto 1967: «Un giorno, un dirigente palermitano mi sussurrò: “Ti abbiamo venduto alla Juventus, ma non dirlo, se no scoppia la rivoluzione”. La gente mi amava. A Torino mi sedetti in uno stanzone davanti a Boniperti e altri quattro dirigenti. Mi chiesero: “Quanti goal pensa di pendere?” Risposi: “Non so, 20/25...” Ne avrei presi il doppio: quart’ultimi. Poi parlammo di soldi. A Palermo prendevo 5 milioni, ne chiesi 14. Si alzarono in piedi tutti e cinque: “Lei è pazzo!” Poi, tra una clausola e l’altra, ne presi anche di più. Charles si affezionò subito a me. Ci cambiavamo al Comunale, poi attraversavamo la strada per allenarci al Combi. Charles mi sollevava con un braccio solo e mi portava dal Comunale al Combi così, parallelo al terreno, come fossi un tronco. “John, mettimi giù che mi spezzi tutto!”, gli dicevo. E lui: “Anzolino, tu vieni con me”. Ai quarti di Coppa dei Campioni trovai il Real Madrid. Febbraio 1962. A Torino presi goal da Di Stéfano. A Madrid vincemmo noi con Sivori. Nicolè sbagliò un goal al 90’, così ci toccò lo spareggio di Parigi, che perdemmo. Ma al Bernabéu avevo parato tutto, anche una cannonata di Puskás che mi arrivò al mento e mi stese. Nessuno, prima di noi, aveva sconfitto il Real in quella coppa. O come quando ci giocai con l’Under 21 e tutto lo stadio mi salutò con i fazzoletti bianchi perché avevo parato anche i microbi: 0-0». Incorniciata c’è la pagina di quella partita. Titolo: «Anzolin meglio di Zamora». In un altro quadretto: «Anzolin come Yashin». E poi, sulla parete, tutte le formazioni di Roberto, dal Marzotto in su. La Juventus 1966-67 è la filastrocca rimasta nella memoria di tanti juventini: Anzolin, Gori, Leoncini... la formazione del 13° scudetto. Heriberto Herrera e il movimiento. «Sulla carta non eravamo i più forti, ma i nostri punti ce li siamo guadagnati tutti ed io presi solo 19 goal. All’ultima giornata, Sarti fece la famosa papera a Mantova, noi battemmo la Lazio e scavalcammo l’Inter. Uno dei due raccattapalle dietro la mia porta aveva la radiolina: “Signor Anzolin, l’Inter sta perdendo!”. Al fischio finale, tutti saltarono in campo. Io mi tolsi la maglia, la posai a terra con calma e m’incamminai verso lo spogliatoio, dove mi fumai una bella sigaretta». La signora Gabriella si illumina come le Dolomiti al sole: «Nessuno parava meglio di Roberto in quel periodo. Ai Mondiali del 1966 avrebbe dovuto giocare lui. Ma Albertosi giocava vicino a Coverciano ed era molto più diplomatico di Roberto. Se mio marito avesse avuto il mio carattere». Roberto raccoglie l’assist: «Quel diagonale del coreano io l’avrei parato. Sicuro. Ma è vero: io non mi vendevo molto bene. Per un errore di Zoff i giornali avevano sempre giustificazioni». Vince, nel 1968, il Premio Combi, attribuito da giornalisti e addetti ai lavori, al miglior portiere italiano. Lascia Torino nell’estate del 1970 e si accasa all’Atalanta con la quale, nella stagione 1970-71, in Serie B, stabilisce il record di imbattibilità, tenendo inviolata la propria rete per ben 792 minuti, contribuendo alla promozione in serie A della squadra orobica. Dopo Bergamo continua l’attività fino a quarant’anni al servizio di Vicenza, Monza, Riccione e Juniorcasale. Nell’ultimo quadretto Roberto Anzolin ha 42 anni: «Avevo smesso, però il Valdagno, in Promozione, mi pregò di sostituire il portiere malato. Presi 4 goal in 26 partite. Nel derby decisivo, contro il Malo, staccai una punizione dall’incrocio e la gente disse: “Però, il nonno!”. Poi, ho provato a fare l’allenatore, ma a Gorizia mi licenziarono mentre ero in testa con 6 punti sulla seconda. Così, ora alleno i Pulcini. Il mio fegato ci guadagna ed anche il mio cuore. Nel luglio del 1997, il giorno prima del Centenario della Juventus, eravamo in montagna. Sentii un dolore, un fastidio alle ascelle. Dissi: “Io di qui non mi muovo”. Misi a terra lo zaino con calma». Come aveva messo a terra la maglia il giorno dello scudetto. Un infarto a occhi aperti. La signora Gabriella ci mostra una montagna sul calendario: «L’elicottero del soccorso atterrò proprio qui». Nell’attesa, lei gli tenne la mano. Come allora. Stesse montagne. E lo ha accompagnato fuori un’altra volta. GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1976 Si può essere portieri come Combi oppure come Anzolin Roberto da Valdagno. La differenza è molta o poca, secondo i punti di vista. E non c’è dissacrazione o irriverenza di sorta all’indirizzo del leggendario Giampiero della gloria quinquennale e dei trionfi azzurri. Combi è modello di grandezza classica, di stile impeccabile. È retaggio di passato lontano e glorioso. Anzolin è concentrato di tempi moderni, di gloria poca e passeggera, di sudore domenicale molto e non sempre ricompensato da adeguate soddisfazioni sul campo. Sono anche due volti diversi dell’ottuagenaria storia juventina. Qui vi raccontiamo il più recente e meno classico, oltre che meno celebrato. Vi raccontiamo Anzolin e ve lo raccomandiamo. Nove stagioni con i colori bianconeri, 9 anni di servizio onorato, spesso incorniciati da prestazioni di tono araldico, quasi sempre conditi di piglio risorgimentale, come si conviene a chi è portiere di una squadra a caccia di grandezza e costretta a lungo a sopportare ruoli di comprimaria. L’arrivo di Roberto Anzolin da Valdagno in casa juventina coincide con eventi patetici e financo tristi. Si smonta (estate 1961) la squadra del 12° scudetto, lo scudetto del centenario nazionale, ed è come voltare di colpo una pagina dorata. Boniperti non gioca più, Cervato e Colombo non sono più il centromediano e il mediano sinistro, Sivori c’è ancora, ma da tante cose si intuisce che quell’anno non sarà più lui. Mattrel e Vavassori (e veniamo al dunque) non sono più i portieri. Arriva Anzolin da Palermo e si piglia la maglia numero 1. Ha 23 anni, ha bruciato praticamente le tappe. Lo attendono momenti autenticamente difficili, ma la tempra c’è e la classe pure. Purtroppo, nel marasma degli arrivi e delle partenze, non si ritrova più la Juve dell’anno prima. Il debutto di Anzolin, 27 agosto 1961, Comunale ancora vestito da estate per l’anticipatissima prima di campionato, coincide con una partita, cocente delusione per i tifosi della Zebra. Il Mantova, matricola assolutamente mai arrivata prima agli onori della A, impone senza troppo faticare un incredibile pareggio alla Juve. 1-1, e Anzolin non c’entra per niente, si capisce. Ma intanto alle difficoltà del debutto si assommano quelle della precaria condizione della squadra, che sette giorni più tardi affonda all’Appiani. Il campionato numero uno di Anzolin juventino segue gli alti (pochi) e i bassi (molti, ahimè) della squadra, che chiude inopinatamente dodicesima. Ci sono giornate dolorosissime per il blasone: a Milano, ad esempio, 12 novembre, 5-1 per i rossoneri che ripresentano per l’occasione quel sacripante di Ghiggia a fare coppia con lo scatenato Altafini. La difesa juventina è sotto accusa, becca un sacco di goal e non soltanto da attacchi titolati. Il Palermo va a segno 4 volte, violando il Comunale (18 febbraio 1962), e il Palermo non è il Real Madrid. Passa, fortunatamente, la bufera dell’anno nero. E resta Anzolin, che nessuno si è sognato di mettere in croce per i risultati deludenti raccolti dalla squadra. È una prova di fiducia che Anzolin ripaga subito. Adesso, col ritorno di Mattrel dal prestito palermitano, c’è un ballottaggio Mattrel-Anzolin per la maglia di titolare. Comincia Mattrel, ma alla fine la spunterà Anzolin. È un’annata molto diversa, lontana anni luce dalla precedente. Amaral, allenatore “brasilero” con pochissimi capelli e alcune buone idee, escogita formule arcane che sorprendono gli stessi giocatori juventini, ma che in definitiva riportano in alto la Juve. Anzolin si assesta su livelli di rendimento di assoluto riguardo. Para tutto ciò che è umanamente parabile, si fa apprezzare anche in uscite temerarie. Insomma, si capisce che con lui è risolto per un bel po’ di tempo il problema del portiere. La Juve che va a un soffio dallo scudetto inciampa al momento buono più per fatalità che per demeriti. Che ci può fare Anzolin se l’Inter ha qualcosa in più dei bianconeri e vince di stretta misura lo scontro diretto? Assolutamente nulla. Il secondo posto, con 19 presenze da titolare nonostante la rivalità di Mattrel, è successo autentico per Anzolin da Valdagno. Il primo successo. Seguono tempi di ripensamento, di altalenanti umori, di risultati spesso illogici e comunque raramente esaltanti. Il campionato 1963-64 vede improvvisamente alla guida della squadra un signore da ‘800 avanzato, il gentiluomo Eraldo Monzeglio, ma non servono maniere signorili per risollevare dalla pochezza del centro classifica una squadra talvolta spaesata. Anzolin, in quella Juve né carne né pesce, è uno dei pochissimi punti fermi. Gioca 29 volte, come dire che è lui l’indiscusso titolare, e pilota una difesa che va pian piano ritrovando quadratura e dignità. Poi viene il 1964-65, anno prima dell’era Heriberto Herrera, e la lenta marcia verso il ritmo della Juve alle posizioni di vertice prosegue regolare. La Juve finisce quarta, l‘Inter e il Milan sono ancora su un altro pianeta, ma è intanto è juventina la difesa più solida e meno perforata, ed è juventino, naturalmente Anzolin, il portiere dal rendimento più costante. Il pubblico raramente ha motivo di esultare per il gioco. Si pareggia spesso a reti bianche e la maggior parte delle vittorie sono striminzite, 1-0 quasi sempre, con zampate del Menichelli o del Da Costa di turno. Anzolin non si vede molto, ha stile ma non è un esibizionista, ha classe, ma preferisce l’essenzialità al volo plastico. È quasi sempre il migliore dei suoi. A Milano contro i nerazzurri (27 dicembre 1964), il portiere bianconero disputa una delle più belle partite della carriera juventina, contribuendo in maniera determinante al pareggio (1-1) che i bianconeri strappano all’Inter. Anche nel derby di andata, finito nettamente a vantaggio della Juve (3-0) le sue parate sono state determinanti. La stagione si chiude alla grande, con la conquista della Coppa Italia in una drammatica e avvincente finale con l’Inter. 1-0, goal vincente di Menichelli in apertura, strenua difesa e contropiede per il resto della gara, e decisivi interventi di Anzolin in serata normale, e cioè di vena autentica. C’è ancora una stagione di transizione e di gioie soffocate e diluite, prima dello scudetto. Il 1965-66 vede per la prima volta Anzolin collezionare tutti e 34 i gettoni di presenza in campionato. È la sua annata, sotto tutti i punti di vista. Albertosi è titolare fisso e inamovibile della Nazionale che va ai mondiali, ma tra i convocati di Fabbri c’è anche lui, Roberto Anzolin da Valdagno e la convocazione azzurra, anche se non si traduce in esordio effettivo tra i moschettieri, è pur sempre soddisfazione grandissima. E arriva, finalmente, lo scudetto a interrompere una lunga serie di piazzamenti a ridosso delle prime. Juve punti 49, Inter 48 sul filo di lana dell’ultima giornata. Ma il sorpasso, ottenuto a una manciata di minuti dalla fine della stagione, è preparato col meticoloso impegno di settimane, di mesi, in casa juventina. Anzolin, per la seconda volta consecutiva, assomma 34 presenze tonde. È l’unico bianconero a essere sempre presente, ed è dunque il più indicato a rappresentare l’immagine dello scudetto sofferto e fortemente cercato. L’immagine del portiere sicurezza, che para il parabile, tutto il parabile, tra l’altro, con una giornata grandiosa, il successo sui rivali neroazzurri nello scontro diretto del 7 maggio 1967 (1-0). Non c’è spiegazione razionale al crollo dell’Inter. Si spiega invece benissimo la tenacia della Juve, pronta ad approfittare dei passi falsi della rivale. È la tenacia di una squadra non trascendentale all’attacco, ma quanto mai quadrata nelle retrovie, con il tandem centrale Castano-Bercellino a fare da baluardo davanti alla porta di Anzolin nostro. Appena 19 reti subite in 34 partite rappresentano un risultato che non ha bisogno di commenti. L’annata scudetto non è l’ultima di Anzolin ad alto livello. Qualche infortunio impedisce al portiere veneto di realizzare il terzo en plein in fatto di presenze in campionato, ma con 24 gettoni Anzolin è ancora il titolare fisso di una Juve che fa pure parecchia strada in Coppa dei Campioni, approdando alle semifinali. E si ripeterà, puntuale, anche nel 1968-69, con alle spalle il vecchio e saggio Giuliano Sarti. Non è stagione esaltante, ma non ci sono rimproveri per il portiere che per l’ottava stagione consecutiva ha difeso con onore la rete juventina. Arriverà a 9, giocando ancora l’anno dopo, 1969-70, nella squadra che sta tornando grande e che contrasta sino all’ultimo lo scudetto al Cagliari. Nove stagioni, per 230 presenze in campionato. Sono cifre che impongono considerazione. È un autentico record. Un primato che soltanto due portieri sono riusciti a superare. Uno si chiama Combi. ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT DEL DICEMBRE 2010 Tra i più grandi portieri italiani, e, soprattutto, della Juventus, un posto di rilievo lo merita Roberto Anzolin. Nato a Valdagno, il 18 aprile 1938, “guardiano dei pali” dal fisico tutt’altro che stratosferico o ciclopico, “Ansoncin” sfoderava classe robusta e cuore autentico formatosi nel Marzotto prima e nel Palermo poi. Nella Vecchia Signora ha collezionato 305 presenze, vincendo una Coppa Italia e uno scudetto, quello che avrebbe dovuto, nel maggio del 1967, cucirsi sul petto delle maglie dell’Inter herreriana, e che invece finì per decorare di tricolore i giocatori in casacca a bande verticali bianche e nere guidati da Heriberto Herrera. Qualcuno, irridendo il suo fisico non potente (177 centimetri di altezza per 73 chili), ha scritto che a quarant’anni per pesare di più Anzolin si era fatto crescere il baffo. Qualcun altro, invece, che la sua presenza tra i pali era quella di colui che completava la difesa da perfetto portiere di rendimento. Ha collezionato una sola presenza nella Nazionale Maggiore, nel 1966, 4 in quella di Serie B, e 4 in quella giovanile, chiuso com’era da Lorenzo Buffon, Lido Vieri, Carburo Negri, Giuliano Sarti e Riccardo Albertosi. Dopo le 9 stagioni alla Juventus, ha militato nell’Atalanta, nel Lanerossi Vicenza (1971-73), nel Monza, nel Riccione e nel Casale. È stato anche sulla panchina del Valdagno (stagione 1996-97), ma, gli è sempre piaciuto curare le giovanili alto-vicentine, e oggi allena i Pulcini della Nuova Valdagno, la società del paese cui deve i natali e i primi tuffi da portiere. Mister, qual è stata la parata più significativa della sua carriera? «La più significativa e forse anche la più bella è stata quando militavo nel Marzotto Valdagno e abbiamo giocato a Venezia: c’è stata un’azione da parte dei lagunari, hanno tirato alla mia destra ed io ho sfoderato una grandissima parata, respingendo la palla, ritornata al limite dell’area; al volo, l’attaccante del Venezia ha calciato nuovamente il pallone, io l’ho abbrancato in presa diretta, in direzione opposta a dove mi trovavo. È quella che ricorderò sempre». Si ricorda un rigore importante parato? «È successo quando io giocavo nel Palermo, contro la Juventus. Ha tirato Cervato, lo stopper bianconero e della Nazionale, che aveva come tiro una bomba, e sono riuscito a pararlo con i pugni in tuffo e la palla è ritornata a centrocampo, per dire quanto potente era stata la conclusione del giocatore avversario». Com’è stata la sua prima volta alla Juventus? E chi era l’avvocato Gianni Agnelli? «Quando giocavo nel Palermo, ho disputato due campionati ad alto livello e questi mi hanno permesso di essere acquistato dalla Juventus. Allora, il presidente era Umberto Agnelli. Dopo sono subentrati Catella e Boniperti, e poi c’è stato l’ingresso di Gianni Agnelli. Tutte persone, gli Agnelli, eccezionali, nel vero senso della parola, perché queste persone le ricorderò finché scampo, in quanto persone intelligenti, modeste, anche se avevano alle spalle quello che tutti immaginiamo». Si ricorda un complimento particolare? «Complimenti ne ho ricevuti parecchi sia da Umberto che da Gianni Agnelli sia da Boniperti. Essendo stato a Torino quasi 10 anni, è vero, ho vinto poco, uno scudetto e una Coppa Italia, però, un giocatore che rimane tanti anni alla Juventus vuol dire che qualcosa di buono sicuramente ha fatto nella sua lunga carriera». Chi era Roberto Anzolin tra i pali? «Era un freddo, praticamente. È sempre stato un portiere cui non è mai piaciuto sfoderare parate plastiche, ma fare interventi semplici, cercando di ragionare sulle caratteristiche di questo o quest’altro giocatore avversario. Mi spiego: se l’atleta era in una data posizione, io mi mettevo nella sua traiettoria e per il novanta per cento ero sicuro che la palla mi sarebbe arrivata lì. Questo era Anzolin tra i pali. Ma, anche quando giocavo nel Marzotto Valdagno ero uno che usciva fino anche al limite dell’area, mentre oggi sono pochi i portieri che escono dai pali». Chi erano i suoi più fedeli “angeli custodi” della difesa bianconera? «Io ho cominciato che avevo Castano, Leoncini, Salvadore, Bercellino, Gori anche. Al primo anno, invece, avevo Garzena, Montico, Sarti: erano tutti giocatori che stavano raggiungendo la fine della loro carriera e devo dire che il mio primo anno alla Juventus non è stato molto brillante, in quanto siamo arrivati quint’ultimi. Eravamo una squadra “vecchia”. Di giovani, in linea di massima, c’eravamo io, Salvadore, Castano, Bercellino, Leoncini, Mazzia, mentre tutti gli altri, vedi Emoli, Montico, Charles, Sivori e Stivanello erano ormai in fase calante». Anche Gino Stacchini, la punta romagnola che flirtò con Raffaella Carrà? «Sì, c’era anche Gino Stacchini: era un’ala sinistra strepitosa. Io non ho mai visto uno andar via in quel modo lì». Qual è stato il portiere più forte del suo periodo? «In quel mio periodo alla Juventus, tra gli avversari mi avevano impressionato Ghezzi, Buffon, Sarti, Panetti, Cudicini. C’è n’erano parecchi di bravi portieri quando io ero giovane. Io assieme a Lido Vieri eravamo degli emergenti, all’inizio della loro carriera». Perché poche presenze in Nazionale? «Perché dicevo quello che pensavo, e, purtroppo, pagavo puntualmente la mia esclusione in azzurro. L’unico neo della mia carriera è stato il non essere titolare della Nazionale, qualifica che sicuramente avrei meritato. Ho giocato 25 partite in tutto. Sono stato convocato anche per i Mondiali del 1966 in Inghilterra, però, non ho mai avuto la fortuna di giocare. L’anno dopo, stagione 1966-67, avendo vinto il campionato con la Juventus, sono risultato uno dei portieri meno battuti e più in forma. Però, anche lì sono stato convocato per tappare un buco: c’era Negri del Bologna che aveva un forte risentimento a un ginocchio». Qual è stato il giocatore che le faceva sempre gol: la sua “bestia nera”? «La mia “bestia nera” era Kurt Hamrin, che aveva giocato alla Juventus al primo anno, per poi passare alla Fiorentina. In quella Fiorentina giganteggiavano grossi nomi, quali Cervato, Hamrin, Segato, in porta c’era Sarti, poi è arrivato Albertosi. Hamrin era uno piccolino, che giocava ala destra, chiamato come ben ricorda lei Uccellino, ed anche quando dalla Fiorentina è passato al Padova, questo qua, quando lo incontravo mi faceva sempre gol. Era proprio la mia “bestia nera”». Ha mai calciato un rigore? «Sì, ma non in Serie A. Mi è capitato diverse volte quando giocavo a Casale Monferrato, ma sempre in Coppa Italia, mai in campionato. Negli spareggi ai calci di rigore sia con la maglia del Monza che con quella del Casale Monferrato ho sempre battuto l’ultimo calcio di rigore e ho sempre fatto goal». Di che cosa non dobbiamo dimenticarci nella vita di tutti i giorni? «Non bisogna mai dimenticarci la tranquillità, la serenità, che io ritengo siano le doti migliori, di cui una persona possa godere». La sofferenza di un’altra persona che cosa le trasmette? «Mi trasmette avvilimento e tristezza, perché stare male non è una cosa che fa piacere. In quest’ultimo periodo ho provato anch’io ad avere dei problemi di salute e so cosa si può provare. Perciò, io auguro a tutti di stare sempre in allegria e fare il possibile per non ammalarsi e per non avere problemi seri». Lei crede in Dio? «Sì». Lei cosa si immagina di trovare nell’Aldilà? «Mi auguro di trovare anche lì un po’ di tranquillità, di serenità, perché io penso che quando una persona lascia questa terra, avremo i nostri figli, i nostri nipoti che ci ricorderanno, anche se per loro sarà un dolore immenso. Ma, mi creda, sono cose che quando non ci sarò più, non posso sapere. No, no, no, non me lo immagino proprio». La morte? «Penso che sia un avvenimento, una cosa brutta, perché uno finché vive su questa terra, io mi auguro di stare bene, di avere degli amici e di avere la possibilità (come sto facendo adesso) di aiutare certa gente, ma, non più di tanto». Cos’è che le dà più fastidio e maggior rabbia in questo mondo? «Mi commuovo quando vedo per televisione tanti poveri bambini e tanta povera gente che soffre la fame, che soffre un po’ di tutto. Ecco, questa cosa qua mi fa veramente venire le lacrime agli occhi». E cos’è che non sopporta? «La gente che fa male ad altre persone». In lei ha vinto più il cuore o la ragione? «Beh, io penso che ha vinto più il cuore, perché io ero un ragazzo, un giocatore che sia in allenamento che nelle gare ufficiali (e sono state tantissime) ho sempre giocato, prima di tutto, per divertirmi. Poi, ho sempre profuso serietà e buona volontà per ottenere quello che potevo ottenere. E, di fatti, ho ottenuto tante soddisfazioni». Se lei non avesse fatto il portiere professionista, cosa le sarebbe piaciuto fare? «Eh, eh: io guardi ho studiato da tessile, e, se non avessi avuto la fortuna di giocare a pallone, andavo in fabbrica anch’io come mio padre e mia madre». La sua infanzia, com’è stata? «È stata anche un po’ di sacrificio, visto che da piccolino ho avuto il babbo Bruno che giocava a calcio anche lui ma è stato prigioniero in Germania, mi trovavo solo con altri due fratelli, un maschio (più vecchio) e una femmina (più piccola), Margherita, che oggi abita a Manerbio, nel bresciano. Mia mamma Lina lavorava come operaia nello stabilimento Marzotto. Noi veniamo da una famiglia di operai ed io sono stato il figlio più fortunato perché ho intrapreso la carriera di calciatore». Ha nipoti? «Sì, ho tre nipoti e sono uno più bello dell’altro. Il più piccolino è Riccardo, dopo c’è Chiara, una bellissima signorina quindicenne, e Giulio, un ragazzo di 17 anni, che è veramente un giovane formidabile». Giocava in porta anche suo padre Bruno? «No, mio padre giocava mediano. Mio fratello Bruno giocava mediano anche lui, e il io, il più matto di tutti, giocavo in porta». Come mai si è interrotta la tradizione degli Anzolin mediani? «È stato un dono di natura: sono nato portiere e ho sempre giocato da piccolino da portiere e ho chiuso la mia carriera giocando in porta». Si tuffava, allora, nei campi dell’operosa Valdagno? «No, nei campi, ma nei sassi, perché, in quel periodo in cui era appena finita la guerra e l’unico pallone era fatto di pezzi di carta di giornale arrotolati. Non avevamo le possibilità che hanno i giovani di oggi. Si giocava in cortile, in mezzo a dei sassi che se ci cadevi sopra, rischiavi veramente di farti del male. Una pallottola, la palla, di stracci di carta, legati tra di loro dallo spago». Quand’è stata l’ultima volta che ha pianto? «Quando è morto il mio maestro delle giovanili, che si chiamava Gianbattista Servidati, e giocava qua nel Valdagno come portiere. Mi ha seguito fin dalle prime armi, mi ha insegnato tutti i trucchi del mestiere e quando è morto, una decina di anni fa, veramente ho pianto molto, mi sono commosso tanto». Lei sta ancora insegnando alle giovanissime leve ad Arzignano vicentino: qual è il trucco su cui insiste maggiormente? «Io ho sempre insegnato la tranquillità, la posizione, imparare a tenere la palla, non respingerla sempre come stiamo vedendo oggi in televisione (sono pochi quelli che tengono il pallone), la posizione a seconda di come si sviluppa l’azione (o da sinistra o dalla parte centrale o dalla parte destra) e di non avere coraggio e di non avere paura. Anche perché quando ti tirano in porta da 4-5 metri di quelle botte che non finiscono più, ecco, in quel momento bisogna avere la forza di mettere la mano lo stesso. E insegnavo come dovevano distendere la mano: invece di prendere la palla, diciamo, quasi sulle dita, dovevano mettere il polso, in linea di massima, la giuntura della mano in modo che la palla schizzasse via. Altrimenti, tenere sempre la palla più che era possibile». È stato un coraggioso in campo: nella vita, invece? «Beh, anche nella vita un po’, direi. Perché? Perché facevo certe cose senza pensarci sopra». Tipo? «Quando andavo in macchina e da Torino dovevo arrivare a Valdagno, andavo via come un pazzo, correvo come un disgraziato. Comunque, quando passano gli anni, si diventa più tranquilli, più sereni, si ragiona di più. Mentre quando eri giovane, certe cose le facevi senza avere la possibilità di pensarci sopra». La ringraziamo, mister. «Grazie a lei e arrivederci!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/roberto-anzolin.html
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ROBERTO ANZOLIN https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Anzolin Nazione: Italia Luogo di nascita: Valdagno (Vicenza) Data di nascita: 18.04.1938 Luogo di morte: Valdagno (Vicenza) Data di morte: 06.10.2017 Ruolo: Portiere Altezza: 177 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: La Zanzara Alla Juventus dal 1961 al 1970 Esordio: 27.08.1961 - Serie A - Juventus-Mantova 1-1 Ultima partita: 15.03.1970 - Serie A - Juventus-Cagliari 2-2 310 presenze - 262 reti subite 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Roberto Anzolin (Valdagno, 18 aprile 1938 – Valdagno, 6 ottobre 2017) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Roberto Anzolin Anzolin alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1985 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1959 Marzotto Valdagno Squadre di club 1956-1959 Marzotto Valdagno 86 (-84) 1959-1961 Palermo 71 (-66) 1961-1970 Juventus 310 (-262) 1970-1971 Atalanta 36 (-22) 1971-1973 Lanerossi Vicenza 13 (-14) 1973-1975 Monza 66 (-?) 1975-1976 Riccione 30 (-?) 1976-1978 Juniorcasale 58 (-?) 1984-1985 Valdagno ? (-?) Nazionale 1959 Italia U-21 4 (-?) 1960 Italia B 4 (-?) 1966 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1980-1981 Benacense Riva 1981-1982 Pro Gorizia 1982-1983 Belluno 19?? Chiampo Giovanili 1996-1997 Valdagno 1998-???? Valdagno Pulcini Biografia Suo padre Bruno giocò come centrocampista nel Vicenza, in Serie B, nel corso degli anni 1930. Negli anni di militanza alla Juventus sposò Gabriella, anche lei originaria di Valdagno, da cui ebbe due figli. Il 31 ottobre 1997, mentre era in vacanza in montagna, venne colpito da un principio di infarto: conseguenze più gravi furono evitate grazie al tempestivo intervento del medico personale. Morì nel 2017 all'età di 79 anni. Caratteristiche tecniche Giocatore Era un efficace portiere che si rendeva autore di interventi puntuali e concreti. Čestmír Vycpálek, suo allenatore al Palermo, lo ha descritto così: «Fra i pali era agile come un gatto, praticamente imbattibile, schizzava da un palo all'altro con guizzi felini. Nelle uscite basse era impeccabile, non altrettanto nelle mischie e in quelle alte». Era soprannominato La zanzara per via del suo fisico filiforme. Carriera Giocatore Club Anzolin con la maglia del Palermo nel 1960 Attivo nel ruolo di portiere tra la metà degli anni 1950 e la fine degli anni 1970, esordì nella natìa Valdagno tra le file del Marzotto Valdagno (1956-1959), per passare poi al Palermo in cui giocò per un biennio; la società rosanero lo acquistò per 40 milioni di lire, facendo un'offerta di 5 milioni superiore a quella del Milan. Prima di giocare l'ultima partita del campionato di Serie B 1960-1961 gli venne comunicata la cessione alla Juventus, cosa che non doveva sapersi prima della fine della stagione: dai piemontesi, i siciliani ottennero in cambio Tarcisio Burgnich, i prestiti di Carlo Mattrel e Rune Börjesson, più un conguaglio di 100 milioni. A Torino divenne uno dei punti fermi dei bianconeri per tutti gli anni 1960, perdendo la titolarità solo nella nona e ultima stagione in favore del più giovane Roberto Tancredi, e vincendo la Coppa Italia 1964-1965 e lo scudetto della stagione 1966-1967. Chiusa la lunga esperienza juventina, giocò per una stagione con l'Atalanta, in Serie B, contribuendo alla promozione in Serie A anche grazie all'imbattibilità durata per 792 minuti. Passò quindi al Lanerossi Vicenza come secondo portiere, per chiudere la carriera da professionista sulla soglia dei quarant'anni giocando in Serie C con Monza, Riccione e Juniorcasale. Dopo aver smesso di giocare, il Valdagno — il cui presidente era all'epoca suo cognato — lo volle in sostituzione del portiere malato per la stagione 1984-1985. Nazionale Roberto Anzolin con la maglia della Nazionale italiana Dopo 4 presenze in Under-21 e altrettante in nazionale B, difese anche la porta della nazionale maggiore nell'amichevole contro il Messico del 29 giugno 1966, subentrando a Enrico Albertosi nel secondo tempo. Pochi giorni dopo, fu tra i convocati per il campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Allenatore Come allenatore guidò il Pro Gorizia, da cui fu esonerato con la squadra in testa al campionato 1981-1982, a +6 sulla seconda. In seguito allenò per sette stagioni le giovanili del Chiampo, la squadra di un paese vicino Valdagno. Successivamente ha allenato la formazione Pulcini del Valdagno; nella stagione 1996-1997 ha brevemente allenato la prima squadra valdagnese, in Serie C2, non riuscendo a evitare l'ultimo posto finale. Sempre a Valdagno ha poi aperto una scuola calcio. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Coppa Italia Semiprofessionisti: 2 - Monza: 1973-1974, 1974-1975 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Allenatore Competizioni nazionali Campionato Interregionale: 1 - Pro Gorizia: 1981-1982 (girone C)
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DARIO CAVALLITO https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Cavallito Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 21.02.1942 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 e dal 1962 al 1963 Esordio: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 Ultima partita: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 2 presenze - 1 rete Dario Cavallito (Torino, 21 febbraio 1942) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Dario Cavallito Nazionalità Italia Calcio Ruolo Interno Termine carriera 1978 Carriera Giovanili 1957-1961 Juventus Squadre di club 1960-1961 Juventus 1 (1) 1961-1962 → Como 19 (1) 1962-1963 Juventus 1 (0) 1963-1964 Parma 28 (8) 1964-1965 SPAL 25 (7) 1965-1966 Monza 16 (0) 1966-1968 Pescara 56 (10) 1968-1969 Prato 27 (5) 1969-1971 Lucchese 53 (18) 1971-1976 Viareggio 99+ (44) 1976-1978 Ivrea ? (?) Biografia Era figlio del gestore del bar-ristorante dello Stadio Filadelfia di Torino. Dopo il ritiro si è stabilito definitivamente a Pescara. Anche i figli Luca e Simone sono calciatori, avendo militato in diverse squadre abruzzesi. Caratteristiche tecniche Giocava come ala, mezzapunta o centravanti. Considerato simile a Omar Sívori, era reputato un abile tiratore di punizioni. Carriera La rosa della SPAL 1964-65, anno della promozione in Serie A, Cavallito è il primo accosciato da sinistra a fianco di Luigi Pasetti. Cresce nelle giovanili della Juventus, agli ordini di Renato Cesarini. Con le giovanili bianconere vince il "Trofeo Caligaris" nel 1962, il Torneo di Viareggio nel 1961 e il Campionato De Martino nel 1960, nel quale subisce un serio infortunio al menisco dopo un contrasto con Sandro Salvadore. Gioca in diverse amichevoli, ma il suo esordio in una gara ufficiale con la prima squadra della Juve avviene nella vittoriosa gara per il terzo posto di Coppa Italia giocata contro il Torino il 29 giugno 1961 e nella medesima gara segna anche una rete. Passa poi in prestito al Como in Serie B per poi tornare a Torino e giocare un'altra gara di Coppa Italia il 9 settembre 1962. Torna di nuovo in Serie B con il Parma nel 1963 e l'anno successivo è sempre nella serie cadetta con la SPAL, conquistando con i biancazzurri la promozione in Serie A. Passa poi al Monza sempre in Serie B e quindi al Pescara allenato dal suo ex compagno di squadra alla SPAL e alla Juve Sergio Cervato, in Serie C. Poi gioca nel Prato, nella Lucchese (con cui realizza 14 reti nel campionato di Serie C 1970-1971) e nel Viareggio, che lo acquista dai rivali rossoneri dopo un blitz di mercato al termine della sessione. Rimane al Viareggio per cinque stagioni, realizzando 44 reti che lo collocano ai primi posti tra i marcatori della società toscana. Chiude la carriera nell'Ivrea, con cui abbandona il calcio professionistico nel 1978. In Serie B Cavallito ha giocato complessivamente 88 gare. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato De Martino: 1 - Juventus: 1959-1960 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1961
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BRUNO MORA Arrivò nella Juve che aveva Sivori – racconta Vladimiro Caminiti – e non voleva avere altro. Sivori rese difficile la vita anche a questo talento della scorribanda e del gol estroso, volendo servizi a puntino sul piede matricolato. Bruno lo mando spesso a quel paese e perciò la Juve lo tenne due campionati e poi lo scambiò utilmente con il Milan. Ala di un tempo quasi antico, magro spiritato e con gambette nerborute, aveva ogni qualità, scatto da fermo, furbizia a tonnellate, una qual certa potenza di tiro. Fu Spalazzi, mediocre portiere, a rompergli una gamba e ad accorciargli la carriera.GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 1972In questa sfilza di profili di bianconeri degli anni sessanta siamo andati (e stiamo andando) un tantino a casaccio, e l’ordine cronologico va spesso a farsi friggere. Del resto, non si tratta mica di articoli di storia, ci mancherebbe altro, ci basta ricordare nomi a volte prestigiosi a volte meno che negli ultimi anni sono stati più o meno a lungo bianconeri.Uno di questi, prestigioso assai, a dire il vero, è Bruno Mora; chi non si ricorda di lui, è l’ala destra dello scudetto numero dodici e della relativa Coppitalia, della Coppa dei Campioni dell’anno dopo e del quasi concomitante disastro della Nazionale «made in Cile» e poi subito dopo, ma guarda un po’ del Milan campione d’Europa. Basterebbe l’esposizione sommaria di un simile «curriculum» per spiegare il tipo: un fior di campione, che alla Juve, nei due anni in cui ci è stato, ha dato sempre ottime prove di sé, e che è stato ceduto esclusivamente per ragioni tecniche, vale a dire serviva il grosso nome in difesa e per questo si sacrificò il grosso nome dell’attacco: arrivò in cambio Salvadore, mica l’ultimo pivello della pelota, come dire che la Juve non ci perse proprio nulla, anzi. Ma abbiamo corso davvero troppo, per raccontare il Mora juventino bisogna andare con molta più calma. E tornare indietro, naturalmente, di quanto è sufficiente per trovarlo già campione affermato.Novembre ‘59, Bruno ha ventidue anni e gioca in blucerchiato, ma è già «sorvegliato» speciale dagli osservatori delle «grandi». Un grandissimo inizio di torneo gli vale il posto in Nazionale, all’ala destra: Italia-Ungheria, a Firenze, uno a uno, è una passerella di juventini e di futuri juventini. Già, perché di fronte ad un simile iradiddio la società bianconera decide immediatamente di passare all’offensiva per assicurarselo, nonostante la concorrenza sia numerosa e agguerrita.Così l’anno dopo, per Mora è già Juventus, anche se per vederlo in campo con i colori bianconeri bisogna aspettare un po’. Il debutto ufficiale è rinviato a novembre: a quel punto la Juve è già saldamente in vetta alla classifica, ma le cose non vanno poi tanto lisce come l’anno precedente, la concorrenza si è fatta più forte e anche più astuta, è milanese nelle due specie. L’Inter ha Suarez e il conducador H.H., entrambi freschi di Spagna, e ci ha pure un inglesino pepato e biondiccio al centro dell’attacco, Hitchens si chiama costui, e subito la platea di San Siro è per lui. Il Milan invece ha soffiato alla concorrenza il tesoro della provincia mandrogna, il baby Rivera che a diciassette anni già imperversa, anche se ancora parla poco e con strascichi dialettali.È proprio il Milan viene a guastare la festa di Mora alla «prima» in bianconero, il 6 novembre ‘60. Al Comunale infreddolito ma stracolmo finisce quattro a tre per il diavolo, primo tempo due a zero, non è vero che la Juve ha giocato male, men che mai è vero che Mora non c’è, il ragazzo fa una gran partita e subito conquista i tifosi, anche quelli dal palato più fino. È suo uno dei tre gol bianconeri, la Juve perde la partita ma non fa drammi, anche se era importantissimo vincere, perché trova un fuoriclasse in più da aggiungere alla lista. Che è lunga alquanto, e persino esaltante. Sono per l’ultima volta insieme Charles, Sivori e Boniperti, in difesa l’anziano e saggio Cervato comanda all’antica una difesa di pilastri, d’accordo che ci sono anche i ragazzini che scalpitano, ma la Juve scudettata sarà ancora quella dei vecchi o presunti tali.Mora, comunque, è arrivato proprio in tempo, la Juve d’ora innanzi avrà sempre bisogno di lui: a cominciare dai traversoni pennellati per la zucca in quota di John-il-buono o per il calzettone srotolato di Omar-il-cabezon, Bruno diventa subito protagonista. Intanto Cervato gli cede sempre più spesso l’incarico di tirare i rigori, la qual cosa si rivela quell’anno di non infima importanza: per fermare Sivori e soci le difese si catenacciano a più non possono e a volte pure picchiano sodo, si studiano trucchetti di ogni tipo, ma non sempre gli arbitri abboccano, e così i tiri dal dischetto fischiati a favore dei bianconeri diventano frequenti, e si fa cospicuo il gruzzolo di reti dell’ex-sampdoriano. Dieci reti segna quell’anno Mora, e non sono poche in assoluto, diventano addirittura tantissime se si pensa alla terribile concorrenza che Bruno si ritrova in casa. È un anno più che positivo, per la Juve, inizialmente timorosa di non potere fare il bis, e per la sua ala destra in cerca di consacrazione definitiva nel campionato del Centenario. Che è campionato ricco di cose da ricordare. Prendiamo a caso, sennò non la finiremmo più.5 febbraio ‘61, Juventus batte Udinese cinque a uno, gioco scintillante, grande Sivori autore di una succulenta tripletta, e bravissimo Mora, il miglior Mora dall’esordio di novembre, due gol e tantissimi spunti di classe cristallina. Sette giorni più tardi, all’Olimpico, i bianconeri liquidano la Lazio per quattro a uno; tra i marcatori l’ex-sampdoriano, la cui sventola chiude il conto con i biancazzurri. Bologna, 26 marzo: è la partita-sorpasso dei bianconeri, preceduti prima di un punto dall’Inter, che quel giorno si sfascia nel Derby della Madonnina. La Juve invece tira innanzi, i rossoblu vedono e non vedono Sivori mattatore, grandi applausi per la ritrovata protagonista del campionato che ha un Mora sempre più bravo, il suggello al quattro a due finale è ancora suo, dal dischetto. 14 maggio, l’Atalanta lotta e rincorre la Juve passata in vantaggio con capitan Boniperti, ma Bruno colpisce secco e due volte, un’altra doppietta, la seconda da quando è juventino.5 giugno, esultano i fans della Vecchia Signora, è il giorno dello scudetto matematico, manca ancora la partita-recupero con l’Inter, ma le radioline portano al Comunale le confortanti notizie di Catania, dove i nerazzurri staccati di due punti perdono secco dagli etnei, e la Juve, ormai campione, non infierisce sul pericolante Bari; è pareggio, il gol juventino, dal dischetto, non può essere che di Mora.Alleluja, dunque; ma l’anno dopo le cose non vanno poi così bene, mica sempre è festa, il ‘60-61 è stato addirittura magico per Mora, che è tornato in nazionale a Napoli contro l’Austria, nella partita d’addio di Boniperti. Il ‘61-62 andrà di gran lunga peggio, epperò di Mora sentiremo parlare ancora bene, talvolta benissimo, per almeno due terzi del torneo. A Genova, per esempio, Sampdoria-Juventus due a tre, Bruno si veste da «ex» terribile e fa la festa ai sampdoriani: sue tutte e tre le reti del successo bianconero. Il resto va avanti alla meno peggio, alla stracca talvolta.In campionato ci si distrae sovente, con la scusa che c’è di mezzo la Coppa dei Campioni, e magari ne vale la pena. Anche qui Mora fa cose egregie, segnando tra l’altro contro i greci del Panathinaikos e contro gli jugoslavi del Partizan Belgrado: contro questi ultimi, in quella che è stata forse la più bella prestazione bianconera in Coppa dei Campioni (clamoroso 5-0 inflitto a Soskic e compagni) Bruno realizza una doppietta. Ma la strada è sbarrata anche qui, contro l’ancora irraggiungibile Real Madrid si mette di mezzo anche la sfortuna, e l’avventura europea si conclude mestamente ai quarti di finale.Intanto, il campionato finisce a rotoli, la squadra si squaglia letteralmente al primo sole primaverile, a tutti viene meno la concentrazione, qualcuno perde anche il controllo dei nervi. Mora, in particolare, precipita dal suo piedistallo di campione: una pesante squalifica dopo gli incidenti di Juve-Sampdoria (squalifica che tocca anche a Sivori e Leoncini) gli impedisce pure di chiudere il torneo. Qualcuno lo definisce in crisi, e critica l’operato dei tecnici azzurri che lo convocano per l’avventura mondiale in Cile. Ma proprio qui Mora smentisce clamorosamente i suoi denigratori: l’Italia combina poco e si fa estromettere ingenuamente dai padroni di casa, ma nel disastro, tra i pochi che si salvano c’è senza dubbio lui. Lo riconoscono i giornalisti internazionali del mondiale cileno, chiamati a compilare le classifiche dei migliori per ogni ruolo; tra le ali destre Mora è piazzato al terzo posto, dopo il grandissimo Garrincha e il russo Metreveli.E allora perché venderlo, un simile campione? Giusta domanda, ma ci sono valutazioni tecniche precise, lo abbiamo detto in apertura; e poi i dirigenti juventini ottengono di avere in cambio Salvadore, che nelle stesse classifiche mondiali è tra i migliori tre centromediani, insieme al brasiliano Mauro e al cecoslovacco Populhar. E che volete di più, magari si rimpiange di non aver potuto far venire Salvadore riconfermando Mora.La storia di Bruno in rossonero è recente, sono cose di ieri: sarà ancora azzurro e campione d’Europa a Wembley, e se le sue imprese sembrano tanto lontane, questo, una volta tanto, non dipende assolutamente da lui, ma solo dalla sfortuna. Il gravissimo incidente al ginocchio, alla vigilia del ‘66, lo taglia fuori dal grande giro nel pieno della forma, e rende difficoltoso il pieno recupero sul piano fisico quanto su quello psicologico. Senza quel duro colpo i suoi gol sarebbero certo più vicini nel tempo, e non lo relegherebbero, forse, a campione dei soli anni sessanta...ANGELO CAROLIEra un gaudente che faceva bene il professionista, senza rinunce specifiche e giungendo al vertice della carriera attraverso la Sampdoria, la Juventus e il Milan, vincendo coppe e scudetti e arrivando alla Nazionale. Aveva la faccia sfrontata degli scugnizzi a cui si deve perdonare tutto, un muso simpatico che lo poneva al centro delle attenzioni femminili. Esprimeva quel modo inconfondibile di essere estroverso, tipico degli emiliani (era nato a Parma il 29 marzo del 1937), con un sorriso appena accennato, da regalare a tutti. Era la disperazione di Umberto Agnelli, il quale capiva le esigenze esistenziali di un giovane calciatore, ma pretendeva che allo svago si ponesse un limite. Bruno girava per la città illuminata dai lampioni alla guida di una spider rossa in cerca di avventure. Attribuiva quell’irrequietezza all’insonnia. Il dottor Umberto fingeva di credergli e sorrideva. Pare che in un periodo in cui la squadra non girava al massimo gli avesse messo alle costole una persona di fiducia, un controllore speciale. Bruno fu sorpreso, una notte, mentre usciva da un portone che non era quello di casa sua. Si giustificò chinando il capo e facendo saettare nel buio i suoi occhi volpini: «Ho ritrovato una vecchia parente», disse. La donna non era vecchia e nemmeno una parente. Fu multato. Ma Bruno si faceva perdonare poiché in campo era un generoso. In luglio venne con me a Viareggio, fu una vacanza divertente, dividemmo una camera molto grande, a Villa Ridosso. La sera uscivamo sempre con ragazze diverse. Rientravamo in albergo a notte fonda. Io ero stravolto dalla stanchezza, sentivo solo il bisogno di dormire. Lui cambiava camicia e si rituffava, allegro, nella notte, all’inseguimento costante di chimere. Aveva una spinta emotiva straordinaria, che distribuiva alla squadra con generosa partecipazione. Il giorno 10 novembre del 1986 mi arrivò la notizia della sua morte. Un male incurabile lo aveva strappato alla vita. Fui attanagliato da un’angoscia improvvisa. L’ho pianto a lungo, come lo hanno pianto gli amici bianconeri che avevano diviso con lui stagioni indimenticabili. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/bruno-mora.html
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BRUNO MORA https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Mora Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 29.03.1937 Luogo di morte: Parma Data di morte: 10.12.1986 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 67 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1962 Esordio: 06.11.1960 - Serie A - Juventus-Milan 3-4 Ultima partita: 25.03.1962 - Serie A - Juventus-Sampdoria 0-1 63 presenze - 21 reti 1 scudetto Bruno Mora (Parma, 29 marzo 1937 – Parma, 10 dicembre 1986) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Bruno Mora Mora alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex ala destra) Termine carriera 1971 - giocatore 1983 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Sampdoria Squadre di club 1957-1960 Sampdoria 65 (19) 1960-1962 Juventus 63 (21) 1962-1968 Milan 116 (26) 1969-1971 Parma 24 (4) Nazionale 1959-1965 Italia 21 (4) Carriera da allenatore 1977-1978 Parma 1978-1979 Cassino 1982-1983 Parma Biografia È scomparso all'età di 49 anni a causa di un tumore allo stomaco. Caratteristiche tecniche Ala destra di grande estro e fantasia, abilissimo nel dribbling e con il vizio del gol grazie a un buon tiro. Carriera Bruno Mora con la maglia del Milan Club Cresciuto nella Giovane Italia, una rappresentativa della sua città natale, nel 1957, a quindici anni, si trasferì da solo a Genova, dove visse per alcuni anni presso una famiglia locale andando a giocare con la Sampdoria, che lo aveva visionato durante uno degli incontri disputati a Parma. Dei blucerchiati diventò ben presto titolare e vi giocò per tre stagioni, disputando 76 partite e segnando 21 gol. Nel 1960 la Juventus lo fece suo e per le successive due stagioni restò a Torino vincendo uno scudetto. Nell'estate del 1962, voluto fortemente da Rocco e Viani, fu protagonista di un discusso scambio con Sandro Salvadore ed andò a giocare al Milan. Con i rossoneri vinse subito la Coppa dei Campioni, nel 1963, superando il Benfica nella finale di Wembley. Nella successiva edizione di Coppa Intercontinentale fu uno dei protagonisti principali della triplice sfida contro il Santos di Pelé, segnando un gol sia nel primo incontro a San Siro che nella seconda partita al Maracanã. Furono i brasiliani però ad aggiudicarsi il trofeo. Nelle tre stagioni successive Mora si confermò titolare risultando un tassello fondamentale nel Milan di metà anni sessanta con cui raggiunse un terzo e un secondo posto in Serie A rispettivamente nel 1963-64 e 1964-65. La stagione 1965-66 fu segnata da un grave infortunio: la frattura scomposta di tibia e perone, causata da uno scontro di gioco con il portiere del Bologna Giuseppe Spalazzi, gli impedì infatti di prendere parte al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, e gli compromise la prosecuzione della carriera ad alti livelli. Rientrò in campo dopo 10 mesi ma da quel momento, anche a causa dei nuovi acquisti di Hamrin e Prati, non riuscì a giocare con continuità e perse il posto di titolare. Nonostante ciò, Mora aggiunse 35 ulteriori presenze e 6 reti nelle ultime tre stagioni con i rossoneri dopo l'infortunio, nelle quali vinse una Coppa Italia nel 1966-67, uno scudetto e una Coppa delle Coppe nella stagione 1967-68 e una seconda Coppa dei Campioni nel 1968-69. Complessivamente, con il Milan disputò 148 partite segnando 33 gol. Ha concluso la sua carriera agonistica con il Parma nelle serie minori. In carriera ha totalizzato complessivamente 245 presenze e 62 reti in Serie A. Nazionale Giocò 21 partite nella nazionale italiana realizzando 4 gol e fece parte della squadra azzurra anche al campionato del mondo 1962 in Cile. Un grave infortunio (frattura scomposta di tibia e perone, causata da uno scontro di gioco con il portiere del Bologna, Giuseppe Spalazzi) gli impedì di prendere parte al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, e gli compromise la prosecuzione della carriera ad alti livelli. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Sampdoria: 1958 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1960-1961 - Milan: 1967-1968 Coppa Italia: 1 - Milan: 1966-1967 Campionato italiano Serie D: 1 - Parma: 1969-1970 (girone B) Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 Coppa delle Coppe: 1 - Milan: 1967-1968
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EUGENIO FASCETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Fascetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 23.10.1938 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 20.11.1960 - Serie A - Juventus-Bologna 3-0 Ultima partita: 10.05.1961 - Coppa Italia - Fiorentina-Juventus 3-1 4 presenze - 0 reti 1 scudetto Eugenio Fascetti (Viareggio, 23 ottobre 1938) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Come allenatore ha conseguito 5 promozioni in Serie A. Eugenio Fascetti Fascetti alla guida della Lazio nel 1986 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1971 - giocatore 2004 - allenatore Carriera Giovanili Pisa Squadre di club 1956-1960 Bologna 35 (2) 1960-1961 Juventus 4 (0) 1961-1964 Messina 66 (8) 1964-1965 Lazio 12 (0) 1965-1966 Messina 21 (2) 1966-1968 Savona 73 (5) 1968-1969 Lecco 0 (0) 1969-1970 Viareggio 30 (0) 1970-1971 Fulgorcavi Latina ? (?) Carriera da allenatore 1971-1977 Fulgorcavi Latina 1979-1983 Varese 1983-1986 Lecce 1986-1988 Lazio 1988-1989 Avellino 1989-1990 Torino 1990-1992 Verona 1993-1995 Lucchese 1995-2001 Bari 2001 Vicenza 2002 Fiorentina 2002-2004 Como Carriera Giocatore Da calciatore ha vestito le maglie di formazioni importanti come il Bologna, la Juventus (vincendo lo scudetto nel 1960-1961) e la Lazio, per poi chiudere la carriera da giocatore nella squadra della sua città, il Viareggio. Allenatore Da allenatore ha esordito nei primi anni 1970 guidando la Fulgorcavi Latina dalla Prima Categoria alla Serie D. Dopo aver frequentato il Supercorso di Coverciano nel 1977-1978, ha iniziato la sua carriera di allenatore guidando il Varese, club che nel 1979-1980 portò in Serie B, dove ottenne un quarto posto nei tre anni seguenti. Fascetti (a sinistra) sulla panchina del Varese nella stagione 1981-1982, assieme al DS Beppe Marotta. Passato al Lecce nel 1983, ottenne il quarto posto in cadetteria e poi guidò i salentini alla loro prima promozione in Serie A nel 1984-1985. Nel 1985-1986 era sulla panchina dei giallorossi quando questi, ormai retrocessi aritmeticamente, sconfissero la Roma all'Olimpico per 3-2, interrompendo la rincorsa allo scudetto dei capitolini, scavalcati poi dalla Juventus nel turno seguente, proprio contro il Lecce. Allenò la Lazio (1986-1987) in Serie B quando questa riuscì a salvarsi dalla retrocessione in C, dopo aver vinto dei drammatici spareggi, partendo all'inizio del campionato con una penalizzazione di 9 punti (all'epoca la vittoria valeva 2 punti), ottenendo poi l'anno successivo (1987-1988) la promozione in Serie A con la squadra romana. In seguito ha cambiato spesso panchina guidando Avellino, Torino, Verona e Lucchese fino ad approdare al Bari. Qui rimarrà per ben sei stagioni, fino alla stagione 2000-2001, lanciando Antonio Cassano ai grandi livelli. Ha quindi guidato L.R. Vicenza e Como, ultima formazione allenata (Serie A 2002-2003 e buona parte della Serie B 2003-2004). Ha allenato nell'estate del 2002 (anche se per poche settimane, fino al fallimento) la Fiorentina, retrocessa sul campo in Serie B e successivamente retrocessa a tavolino in C2 per inadempienze finanziarie che le impedirono l'iscrizione al campionato cadetto. In veste di allenatore ha ottenuto 5 promozioni in Serie A con Lecce (1984-1985), Lazio (1987-1988), Torino (1989-1990), Verona (1990-1991), Bari (1996-1997), una promozione in Serie B con il Varese (Serie C1 1979-1980 ) e due promozioni nei Dilettanti con la Fulgorcavi Latina, dalla prima categoria alla Promozione (1972/73) e dalla Promozione alla serie D (1974/75). Dopo il ritiro Dal 2008 partecipa come opinionista alla trasmissione sportiva 90º minuto Serie B, insieme all'ex calciatore Vincenzo D'Amico, ed è spesso ospite in alcune emittenti private toscane. È un dichiarato tifoso dell'Inter. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961 Campionato italiano di Serie B: 1 - Messina: 1962-1963 Allenatore Club Competizioni regionali Promozione Lazio: 1 - Fulgorcavi Latina: 1974-1975 (girone B) Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Varese: 1979-1980 (girone A) Campionato italiano di Serie B: 1 - Torino: 1989-1990 Individuale Premio speciale del Settore Tecnico della FIGC: 1 - 2003
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TARCISIO BURGNICH Nasce a Ruda, in provincia di Udine, il 25 aprile 1939. Il pallone come svago e sogno. Che si realizza in una carriera lunghissima dal 1958 con l’Udinese, al 1977 con il Napoli. Quasi 500 partite in Serie A, una buona fetta come terzino destro, il resto come libero.Dopo due stagioni in Friuli, approda alla Juventus, su imbeccata (pare) di Boniperti. «Questo non lo so. Posso dire che per me fu un sogno indossare la maglia bianconera – racconta a Nicola Calzaretta sul “Guerin Sportivo” – era la Juve di Boniperti, Sivori e Charles. Stava dominando in Italia da alcuni anni tra scudetti e Coppa Italia. Avevo ventuno anni, mi ero appena affacciato alla Serie A con l’Udinese, non potevo chiedere di più. Gioco tredici partite poi venni mandato a Palermo. Ci rimasi malissimo, la sentii come una bocciatura. All’inizio rifiutai il trasferimento e fui anche deferito. Successivamente qualcuno mi spiegò che a Torino sarebbe rientrato dal prestito al Vicenza, il terzino Bruno Garzena, uno della vecchia guardia, al quale avrei dovuto lasciare il posto. Alla fine accettai Palermo. Rientrai nell’operazione che portò Anzolin alla Juve».La svolta della sua carriera avviene nell’estate del 1962, quando passa all’Inter; con la maglia neroazzurra, vince quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e rendendosi protagonista di tutte le imprese della Grande Inter degli anni Sessanta.Difensore solido e preciso, soprannominato la Roccia, in campionato realizza solo sei goal. In Nazionale vanta sessantasei presenze e due goal, di cui uno storico, nel Mondiale del 1970 in Messico; Tarcisio, infatti, realizza la rete del momentaneo 2-2 nella semifinale Italia-Germania Ovest. In finale, sarà poi sovrastato nello stacco da Pelé, che realizzerà il goal del vantaggio verdeoro, nella partita che il Brasile vincerà per 4-1.Chiude la carriera indossando la maglia del Napoli, offrendo ai tifosi partenopei tre stagioni nelle quali è sempre apprezzato sia per le sue doti di difensore che per le sue doti di umiltà e sobrietà. Appesi gli scarpini al chiodo intraprende l’attività di allenatore, con alterne fortune.ANGELO CAROLI, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 2000Lo vedo nelle vesti di un santo. Come quel giovane seminarista, il quale, piuttosto che lasciarsi strappare l’ostia difesa dietro mani giunte, affrontò il martirio pregando: «La morte, ma non il peccato». Si chiamava Tarcisio, e lo santificarono. L’eroe del pallone che ho scelto questa volta è Burgnich e ha lo stesso nome, Tarcisio. L’analogia può apparire dissacrante, ma non lo è. L’analogia non è reato religioso. E il terzino che conobbi nella Juventus 1960-61 era un uomo mite, accomodante e educato, discreto e timido. Si scontrava con l’avversario e non cedeva un centimetro. Proveniva dall’Udinese, aveva ventuno anni, era costruito con il granito, una corazza di muscoli e volontà, e un francobollo.Disputò tredici partite in quell’annata tricolore, non erano poche per un provinciale, ma non bastarono per convincere la dirigenza. A un dirigente, scomparso molti anni fa, non piaceva, lo trovava poco stiloso per una società stilosa come la Juve. E, addirittura, non gli profetizzò una carriera brillante perché «era un po’ strabico». E il friulano fu invitato a cercare gloria nel Palermo.Era il Palermo dell’irascibile Totò Vilardo. Tarcisio trovò gloria scavando nel sudore, insieme a Mattrel (anche lui in prestito al Palermo) si prese la rivincita segnando uno dei quattro goal che i rosanero rifilarono alla Juve al Comunale. La doppietta di Charles non consolò i tifosi bianconeri. Burgnich disputò una stagione eccellente, tanto che Moratti senior, l’anno successivo, ne fece uno dei pilastri su cui riedificare il palazzo. Tarcisio era immunizzato al peccato. La sua vita si snodava tra casa e stadio, stadio e casa. Chi, come il sottoscritto, ha affrontato il calcio più come passatempo che come mestiere, lo indusse spesso in tentazione. Gli presentò una baby-sitter londinese e lo convinse a cedere alle sue grazie sensuali. Da quel giorno e per qualche tempo, l’inglesina con il naso all’insù e un mare di efelidi disegnate sulle gote, lo prese in affidamento come i tanti cuccioli che le venivano consegnati quasi ogni sera. Tarcisio era talmente disponibile che quando il sottoscritto, insieme a colleghi di cui non rivelo il nome per rispetto della privacy, aveva bisogno di una garçonnière per accogliere bellezze subalpine, lasciava l’appartamentino per godersi un film al Reposi.Tramontata la baby-sitter, si innamorò perdutamente di una ragazza toscana che sposò e alla quale è tuttora fedele. Fedele com’è stato alla maglia interista. Gli alberi di alto fusto e di lunga vita sono fatti della sua scorza. E, è bene ricordarlo, di scorza friulana. Questi aneddoti hanno una morale che mi auguro serva a qualche giovane. Se si vuole estrarre oro dal calcio come da una miniera è bene rispettare le regole. Del gioco e della vita. Chi non lo fa, paga.C’è un’altra curiosità da raccontare su di lui. Dovevamo giocare a Marassi, contro la Samp. Al mattino attraversai il corridoio che conduceva agli ascensori. E captai una frase di Renato Morino, grande giornalista dalla penna caustica e ironica: «Chissà quanti goal beccherà la Juve oggi con Burgnich e Caroli terzini!» Presi e portai a casa. Ma prima di pranzo incrociai Renato, lo guardai probabilmente in modo strano, e lui mi chiese se c’erano problemi. Gli spiegai e lui sbiancò, imbarazzato.Al pomeriggio battemmo la Samp con due goal di Nicolè. Tarcisio ed io fummo i migliori in campo, io salvai un goal con una spaccata da ballerina. Il giorno dopo Morino scrisse: «Caroli e Burgnich hanno fatto ingoiare a un giornalista un’incauta dichiarazione della vigilia». Quando la classe non è acqua. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/tarcisio-burgnich.html
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TARCISIO BURGNICH https://it.wikipedia.org/wiki/Tarcisio_Burgnich Nazione: Italia Luogo di nascita: Ruda (Udine) Data di nascita: 25.04.1939 Luogo di morte: Forte dei Marmi (Lucca) Data di morte: 26.05.2021 Ruolo: Difensore Altezza: 175 cm Peso: 81 kg Nazionale Italiano Soprannome: La Roccia Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 23.10.1960 - Serie A - Fiorentina-Juventus 3-0 Ultima partita: 04.06.1961 - Serie A - Juventus-Bari 1-1 16 presenze - 0 reti 1 scudetto Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Tarcisio Burgnich (Ruda, 25 aprile 1939 – Forte dei Marmi, 26 maggio 2021) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore, campione d'Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970 con la nazionale italiana. È considerato uno dei migliori difensori della storia del calcio italiano. Tarcisio Burgnich Tarcisio Burgnich con la nazionale italiana al campionato del mondo 1970 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 81 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1977 - giocatore 2001 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1958-1960 Udinese 8 (0) 1960-1961 Juventus 16 (0) 1961-1962 Palermo 31 (1) 1962-1974 Inter 358 (5) 1974-1977 Napoli 84 (0) Nazionale 1963-1974 Italia 66 (2) Carriera da allenatore 1978-1980 Livorno 1980-1981 Catanzaro 1981-1982 Bologna 1982-1984 Como 1984-1986 Genoa 1986-1987 Lanerossi Vicenza 1987-1988 Como 1988-1989 Catanzaro 1989-1991 Cremonese 1991-1992 Salernitana 1992-1993 Como 1994-1995 Livorno 1996-1997 Foggia 1997-1998 Genoa 1998 Lucchese 1999 Lucchese 2000 Ternana 2001 Pescara Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Europei di calcio Oro Italia 1968 Biografia Sposò Rosalba Pistoresi, donna toscana, figlia di ristoratori, dalla quale ebbe tre figli: Simonetta, Patrizia e Gualtiero. È morto il 26 maggio 2021 ad 82 anni presso la casa di cura San Camillo a Forte dei Marmi, dove era stato portato la sera precedente, dopo una degenza all'Ospedale Versilia per un grave malore. Caratteristiche tecniche Giocò come terzino destro, stopper e libero. Eccellente marcatore, era solito prendere in custodia l'attaccante avversario più temibile. È stato considerato un modello per la serietà e la correttezza. Le sue virtù principali erano il vigore agonistico, l'abilità nel tackle e la concentrazione, oltre alla prontezza nell'anticipo. Per via della sua prestanza fisica fu soprannominato Roccia, nomignolo coniato da Armando Picchi, compagno di reparto nell'Inter e in nazionale. A lui si sono ispirati futuri specialisti della marcatura a uomo come Claudio Gentile e Pietro Vierchowod. Carriera Giocatore Club Udinese Dopo aver giocato nelle giovanili dell'Udinese avendo come compagno di squadra Dino Zoff, debuttò ventenne con i friulani alla penultima giornata della stagione 1958-1959, il 2 giugno 1959, nella sconfitta contro il Milan per 7-0, già matematicamente campione d'Italia che schierava in campo giocatori come Lorenzo Buffon, Cesare Maldini e Nils Liedholm. Fu confermato per la stagione successiva, in cui giocò 7 gare su 34 in un'epoca in cui non erano permesse sostituzioni e nella quale le zebrette si salvarono dalla retrocessione dopo spareggi con Lecco e Bari; le sue prestazioni gli valsero la convocazione nella rappresentativa italiana ai Giochi olimpici del 1960. A Udine aveva uno stipendio da 50.000 lire al mese. Juventus e Palermo Dietro suggerimento di Giampiero Boniperti, venne acquistato dalla Juventus, con cui collezionò 13 presenze senza essere poi confermato per la stagione successiva, poiché ritenuto non adatto allo stile della squadra e con una carriera incerta per un presunto leggero strabismo. Passò poi al Palermo, nel frattempo neopromosso in quell'anno, in cui arriva nella trattativa che porta Roberto Anzolin a Torino: in un primo momento rifiuta il trasferimento, subendo quindi un deferimento, ma poi coi rosanero gioca ottimamente l'annata 1961-1962, durante il quale fa anche il servizio di leva a Roma: preso il posto dell'infortunato Giorgio Sereni, gli viene affidato il ruolo da titolare. Riesce anche a segnare un gol, il suo primo con il Palermo e in Serie A, su punizione, nella prestigiosa vittoria esterna per 2-4 contro la Juventus del 18 febbraio 1962, con un violento tiro in corsa. Al termine del campionato i siciliani si posizionano all'ottavo posto nella classifica finale, piazzandosi meglio degli stessi piemontesi. Il giocatore definì in termini molto positivi la sua esperienza nelle file del club rosanero. Inter Burgnich con la maglia dell'Inter nella prima metà degli anni 1960. Nel 1962, voluto da Helenio Herrera o da Italo Allodi secondo altre fonti, passa all'Inter in cambio di 100 milioni di lire. In nerazzurro rileva nel ruolo di terzino destro Armando Picchi, che da lì in poi agirà da libero. Come capitò durante la sua permanenza alla Juventus, vinse lo scudetto alla prima stagione con la nuova squadra, pur essendo penalizzato dal dover svolgere il servizio militare a Bologna, con il grado di caporale. Ciò lo costrinse a saltare durante il suo primo campionato diversi allenamenti con il club lombardo. Con i nerazzurri giocò in 467 gare ufficiali, vincendo in dodici anni quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, uno dei calciatori più decisivi per i successi della squadra, dapprima come terzino destro e poi, con risultati altrettanto buoni, nel ruolo di libero. Al termine della stagione 1964-1965, il settimanale Il calcio e il ciclismo illustrato lo indicò, con Giacinto Facchetti, come miglior terzino d'ala del campionato. Napoli «Non mi sono mai divertito tanto a giocare a pallone» (Sua dichiarazione) Dopo dodici anni all'Inter, complice l'infortunio subito durante i mondiali tedeschi del 1974 i dirigenti della squadra lombarda credono che sia ormai un calciatore finito. Venne a sapere solo da Francesco Janich, all'epoca dirigente del Napoli, di essere stato trasferito alla squadra campana; chiuse quindi la carriera indossando la maglia azzurra. Qui, dopo un iniziale problema con le tattiche dell'allora suo allenatore Luís Vinício, è titolare inamovibile (nel ruolo di libero), disputando tutte le gare delle sue prime due stagioni e saltando solo sei gare nella sua ultima stagione di carriera, dalla tredicesima del 16 gennaio 1977 alla diciottesima del 27 febbraio 1977. Durante la sua permanenza con i partenopei la squadra sfiorò la conquista dello scudetto nella stagione 1974-1975, quando la squadra arrivò seconda a due punti dalla Juventus vincitrice del campionato. L'anno successivo i campani conquistarono la Coppa Italia, battendo con lui in campo il Verona allo Stadio Olimpico di Roma il 29 giugno 1976 per 4-0; in questo trofeo segnò la sua unica rete con gli azzurri, nell'edizione 1975-1976, nella vittoria contro la Fiorentina per 1-0. Vinse inoltre nella stagione 1976-1977 la Coppa di Lega Italo-Inglese, giocandovi entrambe le partite, a Southampton contro la squadra locale il 21 settembre 1976 dove i padroni di casa s'imposero per 1-0 e a Napoli il 14 novembre dello stesso anno, quando nella gara di ritorno i campani vinsero per 4-0. Lo stesso anno, il Napoli raggiunse per la prima volta la semifinale in una competizione europea, la Coppa delle Coppe, venendo eliminato dall'Anderlecht. Nazionale Burgnich (a sinistra) in azione in maglia azzurra al campionato del mondo 1974, nel corso della sfida tra Italia e Argentina. In nazionale, in cui ha giocato dal 1963 al 1974, vanta 66 presenze, debuttando il 10 novembre 1963 nella gara di ritorno valevole per la Coppa Europa contro la nazionale sovietica. Ritorna in nazionale un anno dopo, nella gara di qualificazione per i mondiali in Inghilterra del 1966 contro la nazionale finlandese del 4 novembre 1964. Viene convocato per la spedizione italiana ai successivi mondiali, quando ha già giocato dodici gare con la nazionale maggiore, disputando solo le prime due gare, la vittoria contro il Cile per 2-0 nella rivincita della battaglia di Santiago del 13 luglio 1966 al Roker Park di Sunderland e la sconfitta per 1-0 contro la nazionale sovietica del 16 luglio nello stesso stadio. Ai successivi vittoriosi campionati europei del 1968 fu invece sempre presente, il 20 aprile nella vittoria contro la Bulgaria per 2-0 a Napoli, sempre a Napoli nella semifinale contro la nazionale sovietica del 5 giugno decisa dal sorteggio e nelle due finali contro la nazionale jugoslava di Roma, dell'8 e del 10 giugno, quando gli azzurri prima pareggiarono 1-1 e poi vinsero per 2-0. Al successivo campionato mondiale 1970 in Messico realizza il suo secondo gol con gli Azzurri, il momentaneo pareggio per 2-2 della semifinale Italia-Germania Ovest (4-3, la "Partita del secolo"). Per la gara disputata, Gianni Brera gli diede nella pagella 9+. In finale, sarà poi sovrastato nello stacco da Pelé che realizzerà il gol del momentaneo 1-0 nella partita che il Brasile vincerà 4-1. Il 13 gennaio 1973 scese in campo da capitano degli azzurri nella gara contro la Turchia valida per le qualificazioni al campionato del mondo 1974; lasciò la nazionale dopo la sconfitta contro la Polonia che valse l'eliminazione dell'Italia dal Mondiale. In azzurro ha totalizzato 66 presenze e 2 reti. Indossava la maglia numero 5, che è tutt'ora conservata nel Museo del calcio. Allenatore 1978-1982 Appese le scarpette al chiodo, convinto da Italo Allodi ha intrapreso la carriera dell'allenatore, sedendo, fra le altre, sulle panchine di Catanzaro, Bologna, Como, Livorno, Foggia, Lucchese, Cremonese, Genoa sostituendo Claudio Maselli, Ternana, Salernitana, Pescara e L.R. Vicenza. Dopo aver lasciato il lavoro di allenatore è diventato osservatore dell'Inter. Esordì come allenatore del Livorno, dove subì una squalifica di sei mesi per alcune dichiarazioni sul Pisa; nello stadio intitolato al suo ex compagno di squadra Armando Picchi, dopo un primo anno tranquillo, al secondo grazie a dodici vittorie e sedici pareggi la squadra si piazzò terza in campionato, a quattro punti dal Foggia promosso in Serie B, potendo contare su una difesa che subì solo undici gol. Sarebbe tornato ad allenare la squadra sedici anni dopo. La sua seconda panchina lo vide in Calabria, dove iniziò la stagione di Serie A in maniera positiva, arrivando alla quinta giornata del girone d'andata a essere in testa alla classifica. La compagine, salvatasi dalla retrocessione avvenuta sul campo per lo scandalo delle scommesse che portarono successivamente al ripescaggio, senza molte strutture per allenarsi puntava alla salvezza, con una squadra dall'età media bassa e con elementi dalle categorie inferiori, raggiunta con un settimo posto finale, miglior piazzamento nel ventesimo secolo. Tornò ad allenare i calabresi nel campionato di Serie B 1988-1989, dove fu esonerato e sostituito da Gianni Di Marzio, con la squadra ottava in classifica generale, dopo la prima sconfitta in campionato, contro il Brescia. Nella stagione 1981-1982 è al Bologna, per la quale, avendo dato la sua parola è costretto in seguito a rifiutare la proposta di allenare l'Inter; pur dimostrando fiducia nella squadra non concluse la stagione, venendo esonerato il 15 marzo 1982 per contrasti con alcuni dirigenti della società, difeso solo dal presidente Fabbretti e facendosi sostituire dal suo allenatore in seconda, Franco Liguori. Durante questa stagione lanciò un diciassettenne Roberto Mancini. 1982-2001 Burgnich al Como nella stagione 1983-1984. Fu per tre periodi alla guida del Como, la prima volta dal 1982 al 1984; con la squadra allora militante in Serie B perse alla prima stagione gli spareggi, mentre nella seconda ottenne la promozione nella massima serie. Durante questo periodo, tra i giocatori da lui valorizzati vi fu il futuro giocatore della nazionale Moreno Mannini. Tornò la seconda volta nel 1988 al posto di Aldo Agroppi, con la squadra militante in Serie A con problemi di classifica e d'infortuni che portò alla salvezza. Nel 1992-1993 condusse la squadra nel campionato di Serie C1, inserendosi più volte nella zona promozione. Arrivò quindi sulla panchina del Genoa, dove sarebbe ritornato nel 1998 in una squadra reduce dal rischio di retrocedere nell'allora Serie C e con un nuovo presidente, il suo ex giocatore Massimo Mauro, che lo volle personalmente, al posto di Aldo Spinelli. Arrivato nell'estate 1986 al Vicenza, fu esonerato nel febbraio 1987: al suo successore Alfredo Magni le cose andarono peggio, sino alla retrocessione in Serie C1. Alla Cremonese non salvò la squadra dalla retrocessione, perdendo le ultime quattro partite. Confermato nel 1990-1991, Burgnich non andò oltre il centroclassifica e venne esonerato dopo 23 giornate: sarà il sostituto Gustavo Giagnoni a centrare la promozione. Il 4 marzo 1996 Burgnich divenne allenatore del Foggia, ultimo in classifica in Serie B, a sette punti dalla salvezza. Il tecnico di Ruda, con una notevole serie di risultati utili, riuscì ad evitare la retrocessione, conquistando l'undicesimo posto. La stagione seguente, con una formazione giovane, Burgnich conquistò un altro 11º posto, non venendo riconfermato per l'annata successiva. Subentrò nel Natale 1997 a Claudio Maselli sulla panchina del Genoa, ottenendo 20 punti nelle prime otto partite, con la squadra che passò dal penultimo posto a ridosso della zona promozione, classificandosi ottava a fine torneo. Nella stagione successiva fu chiamato alla 28ª giornata al posto di Giuseppe Papadopulo sulla panchina della Lucchese in Serie B. Non riuscì a salvare la squadra e non fu riconfermato. Il febbraio successivo prese il posto di Vincenzo Guerini alla guida della Ternana, di nuovo in Serie B, e chiuse il campionato al 10º posto. Sono del campionato di Serie B 2000-2001 le sue ultime cinque partite da allenatore, sulla panchina del Pescara al posto di Giovanni Galeone. Ottenne tre pareggi e due sconfitte e fu sostituito da Delio Rossi, che chiuse il campionato all'ultimo posto a 19 punti dalla quintultima. Conclusa la carriera di allenatore, restò nel mondo del calcio come osservatore dell'Inter. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1960-1961 Inter: 1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971 Coppa Italia: 1 - Napoli: 1975-1976 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 2 - Inter: 1963-1964, 1964-1965 Coppa Intercontinentale: 2 - Inter: 1964, 1965 Coppa di Lega Italo-Inglese: 1 - Napoli: 1976 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968
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GALEAZZO BELLO https://it.wikipedia.org/wiki/Galeazzo_Bello Nazione: Italia Luogo di nascita: Montbrun (Francia) Data di nascita: 22.03.1941 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 1 presenza - 0 reti Galeazzo Bello (Monbrun, 22 marzo 1941) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Galeazzo Bello Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili 19??-1961 Juventus Squadre di club 1960-1961 Juventus 0 (0) 1964-1965 Cesena 20 (0) 1965-1970 Reggina 83 (0) 19??-1972 Ivrea 25+ (?) Carriera Debuttò con la maglia della Juventus in un derby di Coppa Italia 1960-1961 contro il Torino, terminato 2-2; in seguito si trasferì al Cesena, giocando per una stagione in Serie C, e dal 1965 alla Reggina, con cui disputò cinque campionati consecutivi di Serie B, totalizzando 83 presenze. Nel 1970 lasciò il professionismo, disputando campionati dilettantistici con l'Ivrea. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1961
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GIOVANNI ROMANO https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Romano_(calciatore_1931) Nazione: Italia Luogo di nascita: Basiliano (Udine) Data di nascita: 21.08.1931 Luogo di morte: Udine Data di morte: 24.08.2010 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Giovannino - Gianni Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 12.10.1960 - Coppa dei Campioni - CSKA Sofia-Juventus 4-1 Ultima partita: 16.10.1960 - Serie A - Juventus-Catania 4-1 2 presenze - 5 reti subite 1 scudetto Giovanni Romano, detto Gianni (Basiliano, 21 agosto 1931 – Udine, 24 agosto 2010), è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Giovanni Romano Romano con la maglia dell'Udinese Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1962 Carriera Squadre di club 1950-1952 Udinese 4 (-?) 1952-1953 Venezia 32 (-?) 1953-1960 Udinese 155 (-?) 1960-1961 Juventus 2 (-5) 1961-1962 Udinese 18 (-?) Nazionale 1955 Italia B 1 (0) Carriera Nella sua carriera ha difeso la porta di Udinese (in Serie A e B), del Venezia (in Serie C) e della Juventus (dove ha giocato una sola partita in massima serie). Il 29 maggio 1955 ha difeso la porta della formazione B della Nazionale di calcio dell'Italia nella gara disputata ad Atene contro l'omologa squadra della Grecia, valevole per la II edizione della Coppa del Mediterraneo e conclusasi sullo 0-0. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Udinese: 1955-1956 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961
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LUIGI FERRERO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Ferrero_(1941) Nazione: Italia Luogo di nascita: Vinovo (Torino) Data di nascita: 02.02.1941 Luogo di morte: San Mauro Torinese (Torino) Data di morte: ?.?.1991 Ruolo: Portiere Altezza: 184 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 e dal 1963-1964 Esordio: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 Ultima partita: 02.10.1963 - Coppa delle fiere - Juventus-OFK Belgrado 2-1 2 presenze - 3 reti subite 1 scudetto Luigi Ferrero (Vinovo, 2 febbraio 1941 – San Mauro Torinese, 1991) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Luigi Ferrero Ferrero al Savona nel 1966 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1968 Carriera Squadre di club 1960-1961 Juventus 1 (-2) 1963 Juventus 1 (-1) 1963-1964 Ivrea ? (-?) 1964-1965 Carrarese 21 (-?) 1965-1966 Palermo 15 (-?) 1966-1967 Savona 35 (-37) 1967-1968 Pescara ? (-?) Carriera Nella stagione 1960-1961 gioca una partita di Coppa Italia con la Juventus, precisamente il derby di Torino (2-2) del 29 giugno 1961 valevole per la finale per il terzo posto. Torna a vestire la maglia bianconera nell'annata 1963-1964, giocando in Juventus-OFK Belgrado (2-1) del 2 ottobre 1963, per l'andata dei sedicesimi di finale della Coppa delle Fiere. Durante il successivo mese di novembre passa all'Ivrea e, dopo la stagione 1964-1965 trascorsa alla Carrarese, nell'annata 1965-1966 gioca 15 partite in Serie B con il Palermo. Nella stagione 1966-1967 gioca altre 35 partite in seconda serie con il Savona. Conclusa la carriera di calciatore, si dedica ad altre attività, pur rimanendo nel mondo del calcio e diventando il primo presidente della Pro Settimo, squadra dilettantistica della provincia di Torino. Si spegne a 50 anni per un male incurabile. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961
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Gunnar Gren - Direttore Tecnico
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GUNNAR GREN https://it.wikipedia.org/wiki/Gunnar_Gren Nazione: Svezia Luogo di nascita: Göteborg Data di nascita: 31.10.1920 Luogo di morte: Göteborg Data di morte: 10.11.1991 Ruolo: Direttore Tecnico Soprannome: Il Professore Direttore Tecnico della Juventus dal 1960 al 1961 1 scudetto Johan Gunnar Gren (Göteborg, 31 ottobre 1920 – Göteborg, 10 novembre 1991) è stato un calciatore svedese, di ruolo centrocampista. Gunnar Gren Gren in Nazionale negli anni '50 Nazionalità Svezia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1976 - giocatore 1976 - allenatore Carriera Squadre di club 1937-1940 Gårda 54 (16) 1941-1949 IFK Göteborg 168 (79) 1949-1953 Milan 133 (38) 1953-1955 Fiorentina 55 (5) 1955-1956 Genoa 29 (2) 1956-1959 Örgryte ? (?) 1963-1964 GAIS 22 (2) 1965-1966 IFK Värnamo ? (?) 1970 Skogen ? (?) 1973 Fässbergs IF ? (?) 1976 Oddevold 1 (0) Nazionale 1940-1958 Svezia 57 (32) 1939-1956 Svezia B 2 (0) Carriera da allenatore 1953 Milan 1956-1959 Örgryte 1960 IFK Göteborg 1960-1961 Juventus D.T. 1963-1964 GAIS 1965-1966 IFK Värnamo 1967 Redbergslid 1968-1969 GAIS 1970 Skogen 1973 Fässbergs IF 1976 Oddevold Palmarès Olimpiadi Oro Londra 1948 Mondiali di calcio Argento Svezia 1958 Caratteristiche tecniche Annoverato tra i calciatori svedesi migliori di sempre, aveva il suo punto forte nella sagacia tattica. Abile nelle giocate più difficili, con grande precisione nei passaggi e grande senso della posizione. Carriera Giocatore Club Inizi e approdo all'IFK Göteborg Iniziò la sua carriera nel Gårda Bollklubb, altra squadra di Göteborg. Nel 1941, venne acquistato dall'IFK Göteborg, squadra principale della città scandinava. Con l'IFK vinse molti trofei, tra cui il titolo svedese e il Guldbollen (Pallone d'oro svedese) nel 1946. Milan Gren (a sinistra), Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, il famoso trio Gre-No-Li del Milan negli anni '50 La sua storia è legata al Milan, che lo acquistò nel 1949 e con cui vinse un campionato italiano e una Coppa Latina. Da allora il suo nome ('Gre') entrò a far parte del trio Gre-No-Li insieme a quelli dei connazionali Gunnar Nordahl ('No') e Nils Liedholm ('Li'). In Italia venne soprannominato Il Professore. Nella sua avventura italiana lo svedese non vestì solo la maglia del Milan (133 presenze e 38 reti) bensì anche quella di Fiorentina (55 presenze 5 reti) e, prima di ritornare in patria, quella del Genoa (29 presenze e 2 reti). Fiorentina e Genoa Arrivò a Firenze nel 1953, chi dice per motivi economici del Milan chi per una lite con l'allenatore dei rossoneri. Con i viola giocò per 2 stagioni con discreto successo. Conclusa la sua esperienza toscana, giocò una stagione al Genoa prima di concludere la sua carriera in categorie minori. Con il Genoa fu protagonista tra l'altro proprio della partita con la Fiorentina, quando all'ultima giornata la squadra genovese batté i gigliati 3-1 impedendo loro di concludere il campionato imbattuti: Gren segnò il primo gol di quella storica rimonta genoana. Nazionale Gren esordì con la maglia della Svezia il 29 agosto 1940 (Svezia-Finlandia 3-2). Gren con la maglia della nazionale svedese durante i Mondiali del '58. Alle Olimpiadi del 1948 conquista la medaglia d'oro: al fianco si trova Nils Liedholm col quale in seguito giocherà nel Milan e, nel 1958, nelle partite di qualificazione per i Mondiali di Svezia (la sua ultima presenza in nazionale è datata 26 ottobre 1958 (Svezia-Danimarca 4-4). All'epoca Gren ha 37 anni e 360 giorni. Farà parte della rosa svedese classificatasi seconda ai predetti Mondiali svedesi del 1958 (assieme a Svensson e Liedholm è uno dei tre reduci dell'oro delle Olimpiadi 1948). È inoltre il secondo giocatore più anziano ad aver segnato in una fase finale dei mondiali, il 24 giugno 1958 a 37 anni e 238 giorni, preceduto solo dal primatista assoluto il camerunese Roger Milla. Il suo bilancio complessivo in nazionale è di 57 partite e 32 gol, quarto giocatore svedese per numero di gol nella storia della nazionale. Allenatore Gren cominciò la carriera di allenatore nel 1953 quando il Milan gli affidò il compito di allenatore-giocatore, che tuttavia gli fu riservato solo durante le partite di Coppa Latina. Gren guidò la squadra solo per due partite (nelle quali decise anche di scendere in campo), ma riuscì a portare i rossoneri in finale. Dopo questa esperienza tornò ad allenare solo nel 1956, quando lasciò l'Italia. Tornato in Svezia venne ingaggiato dall'Örgryte con il ruolo di allenatore-giocatore. Guidò la squadra per tre stagioni e riuscì a riportare il club in Allsvenskan, la massima divisione svedese. Successivamente divenne allenatore del Göteborg. Statua di Gren all'ingresso dello Gamla Ullevi di Göteborg Nel 1961 ottenne quello che probabilmente fu il suo incarico più importante, approdando alla Juventus. Chiamato a Torino in gennaio per affiancare l'allenatore Carlo Parola come direttore tecnico, in questa veste vinse con i bianconeri lo scudetto del 1960-1961. Mantenne inizialmente l'incarico anche per la stagione seguente, stavolta a fianco del nuovo trainer Július Korostelev; tuttavia in settembre, dopo appena due giornate del campionato 1961-1962, Gren si vide costretto a lasciare improvvisamente piemontesi per questioni personali, facendo ritorno in Svezia. Ristabilitosi definitivamente in patria, da allora allenò solo compagini locali. Nel 1963 venne ingaggiato dal GAIS come allenatore-giocatore, con il club ottenne la promozione in Allsvenskan. Guidò il club anche la stagione successiva, mentre nel 1965 il Värnamo, squadra di quarta divisione, lo ingaggiò come allenatore-giocatore, allenandolo poi anche nel 1966. Nel 1967 divenne il tecnico del Redbergslids. L'anno successivo invece tornò al GAIS, questa volta nelle vesti di allenatore, guidandolo per due stagioni. Finita la seconda e ultima esperienza al GAIS divenne allenatore-giocatore di tre squadre minori che militavano tutte nella quarta divisione svedese: nel 1970 venne ingaggiato dallo Skogens, nel 1973 dal Fässbergs e, infine, nel 1976 dall'Oddevold. Morì nel 1991, a 71 anni a causa di un ictus. È stato sepolto nel Cimitero Occidentale di Västra Kyrkogården a Göteborg, Västra Götaland. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Milan: 1950-1951 Coppa Latina: 1 - Milan: 1951 Campionato svedese: 1 - Göteborg: 1941-1942 Nazionale Oro olimpico: 1 - Londra 1948 Individuale Calciatore svedese dell'anno: 1 - 1946 Allenatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961 -
GIORGIO ROSSANO Uno che aveva i mezzi tecnici per farcela – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve del 9 dicembre 2019 – ma non riuscì a realizzarsi pienamente a causa di una mentalità non proprio ferrea è stato Giorgio Rossano. Il suo palmarès è degno di un campione: scudetto e Coppa Italia con la maglia della Juve, Coppa dei Campioni con quella del Milan. Eppure, la partecipazione a quelle imprese fu, da parte sua, del tutto trascurabile: il suo nome, accostato al calcio di altissimo livello, è ricordato dai meno giovani o dai più interessati alle meteore del passato, anche se sarebbe inesatto affermare che la sua parabola agonistica sia trascorsa senza lasciar segni tangibili: ha frequentato la nazionale giovanile con risultati più che degni, ha anche girovagato per la provincia italiana raccogliendo una quarantina di presenze complessive. Torinese, classe 1939, Rossano si fa notare nelle fila delle giovanili bianconere: per inciso, nel Pordenone, all’epoca militante in serie C. I neroverdi erano una sorta di succursale della Juventus, che soleva attingervi se vi scorgeva qualche talento capace di sedurla. Una sorta di giovanile a nostra disposizione, dove crebbe anche un certo Zigoni, che divenne un simbolo della nostra Serie A e non si arrese mai a chi lo voleva “normale”. Rossano debutta con la Vecchia il 20 marzo 1960: al Comunale, vinciamo 2-0 sulla Lazio in occasione della 20esima giornata di Serie A; segnano Nicolè e Charles. Quella presenza permette al ragazzo di far parte integrante della Juventus che fagocita, per prima nella storia, il primato nazionale, vincendo il tricolore e la Coppa Italia. Per il nostro, un’annata da incorniciare: del resto, era cominciata splendidamente, con brillanti prestazioni ai Giochi Olimpici romani. Era stato capocannoniere degli azzurri di Viani classificatisi quarti, aveva segnato due gol all’Inghilterra e due al Brasile (nel 3-1 che, oltre a lui, aveva visto andare in rete Gianni Rivera). Siamo ai nastri di partenza dell’annata 1960-61: Cesarini, tecnico della Vecchia, lo nota nel ritiro cuneense e lo battezza con una sentenza lapidaria: “È veramente un bravo ragazzo, in campo e fuori. Ma per diventare un giocatore vero dovrebbe girare un po’ il mondo e passare qualche notte in guardina”. Il paradosso del geniale Renato sottolineava inesorabilmente la scadenza temperamentale di Giorgio. Rossano si trasferisce momentaneamente al Bari, in prestito: I galletti retrocedono, ma il suo apporto non è affatto deludente. La stagione susseguente riapproda all’Ombra della Mole: Rossano gioca sedici incontri fra coppe e campionato, provando in due occasioni l’ebbrezza del gol. Nonostante si disimpegni con abilità tecniche non comuni in tutti i ruoli dell’attacco e sia in grado di farsi valere con entrambi i piedi non riesce a convincere pienamente lo stato maggiore bianconero. La Fidanzata d’Italia delude i suoi spasimanti, i grandi assi imboccano la parabola discendente o, come nel caso di Boniperti, hanno già appeso le scarpe al chiodo: Madama finisce dodicesima, anche se si toglie lo sfizio di divenire la prima squadra a imporsi in casa del Real Madrid in una gara valevole per una coppa europea: quella volta, a Omar, andava di segnare e far sognare, di risaltare davanti a Di Stefano e di far risaltare i compagni, di vincere. Altra estate, altro giro d’ombrellone per il buon Giorgio: finisce al Milan, nel complesso dell’operazione che porta Salvadore alla Juve e Mora in braccio al “Diavolo”. Anche in rossonero, non incide: sei partite, tre reti, sempre quando conta “meno”. Torna a Torino per l’ultima volta nel 1963, ma questa volta non strappa nemmeno un applauso: non gioca mai, e a fine anno viene ceduto al Varese; la sua avventura bianconera termina così. Se avesse avuto un po’ più di personalità e un po’ meno tecnica, forse ce l’avrebbe fatta. Già: se. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/02/giorgio-rossano.html
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GIORGIO ROSSANO https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Rossano Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 20.03.1939 Luogo di morte: Viareggio (Lucca) Data di morte: 13.02.2016 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Cino Alla Juventus dal 1959 al 1960 e dal 1961 al 1962 Esordio: 20.03.1960 - Serie A - Juventus-Lazio 2-0 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 17 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Giorgio Rossano (Torino, 20 marzo 1939 – Viareggio, 13 febbraio 2016) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giorgio Rossano Rossano alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1966 Carriera Squadre di club 1958-1959 Pordenone 30 (3) 1959-1960 Juventus 1 (0) 1960-1961 → Bari 26 (4) 1961-1962 Juventus 16 (2) 1962-1963 Milan 3 (1) 1963-1964 Varese 4 (0) 1964-1965 Palermo 12 (4) 1965-1966 Chieri ? (?) Nazionale 1960-1961 Italia U-21 7 (5) Caratteristiche tecniche Ambidestro, poteva giocare sia da interno che da ala su entrambe le fasce. Era dotato di una buona tecnica. Carriera Club Dopo un'annata in IV Serie col Pordenone, nel 1959 approda alla Juventus, con cui esordisce in Serie A il 20 marzo 1960 in Juventus-Lazio (2-0), incontro che rimarrà l'unico disputato da Rossano in quel campionato, nel quale i bianconeri conquistano l'accoppiata scudetto-Coppa Italia. A fine stagione viene ceduto in prestito al Bari, dove disputa una buona stagione da titolare, con 4 reti all'attivo in 26 presenze, tuttavia non sufficienti ad evitare la retrocessione dei pugliesi, avvenuta dopo gli spareggi con Lecco e Udinese. Nel 1961 torna alla Juventus dove, in una delle peggiori stagioni della storia della Vecchia Signora (dodicesimo posto finale in campionato), totalizza 10 presenze in massima serie. Nell'estate 1962 passa al Milan, nello scambio che porta anche Bruno Mora in rossonero e Sandro Salvadore in bianconero. Tuttavia anche col Milan, che in quella stagione si aggiudica la Coppa dei Campioni, le apparizioni in prima squadra di Rossano sono estremamente limitate (6 presenze e 3 reti, di cui 3 con una rete in campionato). Torna brevemente alla Juventus, quindi viene ceduto al Varese, con cui, pur con sole 4 presenze in campionato, vince il campionato di Serie B 1963-1964. Resta in cadetteria anche nella stagione 1964-1965 con la maglia del Palermo (12 presenze e 4 reti), quindi prosegue la carriera nelle serie minori. In carriera ha totalizzato complessivamente 40 presenze e 5 reti in Serie A e 16 presenze e 4 reti in Serie B. Nazionale Con la Nazionale Olimpica italiana ha giocato 4 partite ai Giochi olimpici del 1960, dove gli azzurri arrivarono al quarto posto; con 4 reti messe a segno (due alla Gran Bretagna e due al Brasile durante il girone eliminatorio) fu il miglior goleador italiano nel torneo olimpico. Complessivamente ha totalizzato 7 presenze nella Nazionale Giovanile (ora Under-21). Palmarès Serie B: 1 - Varese: 1963-1964 Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1959-1960 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1959-1960
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BRUNO MAZZIA Vero e proprio “jolly” di centrocampo, Bruno Mazzia da Vigliano Biellese, affronta le sue due avventure bianconere con il ruolo di prima riserva, vale a dire (in tempi durante i quali non erano consentite le sostituzioni) il calciatore valido per tutte le occasioni e per ricoprire tutti i ruoli. Così, piano piano, il buon Bruno mette insieme settantasei partite e sei goal. La sua annata migliore è senza ombra di dubbio, la 1961-62: ventisette presenze, due goal e, soprattutto, titolare nella triplice sfida contro il grandissimo Real Madrid di Puskás, Di Stéfano, Gento, Santamaría e Del Sol, terminata in modo nefasto nella “bella” di Parigi. Poi, in prestito al Venezia e alla Lazio, prima di tornare in riva al Po e disputare altre due stagioni alla corte di Heriberto Herrera, che lo utilizza sovente e volentieri. Mazzia disputa sempre partite a buon livello, non riuscendo però, a fare quel salto di qualità che gli avrebbe permesso di conquistare un posto al sole. Nell’estate del 1966, proprio alla vigilia del campionato del tredicesimo scudetto, Bruno è ceduto al Brescia. Al suo attivo uno scudetto, due Coppa Italia, un Torneo di Viareggio e una finale di Coppa delle Fiere contro il Ferencváros. “LA STAMPA” 20 MARZO 1961 Negli spogliatoi della Juventus si respira aria di festa, non tanto per la vittoria conseguita sul Torino quanto per le notizie che giungono da Milano. Il campionato entra nella fase cruciale, e converrà tenere la squadra a punto per le fatiche che verranno. Ora comunque bisogna parlare del derby, che ha rilanciato i bianconeri verso l’alto della classifica. Incontriamo per primo Mazzia, che ha fretta di togliersi l’ansia dell’intervista d’obbligo. Anzi è lui che parla senza bisogno di essere interrogato: «Vi dico tutto – esordisce il giovane mediano – ma per favore non chiedetemi nulla del rigore, Pensate che sino ad ora non ne avevo sbagliato neppure uno. Ho fallito questo, il più importante». Tutti si chiedono come mai Gren e Parola abbiano deciso di affidare all’esordiente un così impegnativo compito. Bisogna sapere che Mazzia viene considerato uno specialista nei calci dagli undici metri; ancora recentemente a Viareggio nel torneo ragazzi, il giovanotto aveva infilato i sei rigori di qualificazione nella porta del Milan difesa da Altieri. Ieri i tecnici bianconeri gli avevano dato l’incarico, anche considerando che tutti gli altri avevano in precedenza fallito qualche penalty. E Gren conclude l’argomento con la frase: «Quando si vince, un rigore sbagliato non può creare polemica». “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 1964 Se è vero che i giocatori di classe sanno emergere in qualsiasi situazione anche quando, per circostanze d’emergenza o per disposizione dell’allenatore, sono costretti a mutare il loro ruolo, si può tranquillamente affermare che Bruno Mazzia è un atleta abituato a condire il proprio gioco con spunti di autentica classe. Il suo è senz’altro un ritorno gradito e interessante. Quando la Juventus Io aveva ceduto in prestito, si era sentito dire che il giocatore aveva l’azione appesantita da una lentezza esasperante. Forse il giudizio non era troppo errato, ma ricordiamo di aver sentito dire più volte da Ugo Locatelli (un tipo che sui calciatori, specialmente sui giovani, non la sbaglia quasi mai) che anche se Mazzia era piuttosto lento, il suo straordinario senso del piazzamento e della posizione lo portavano inesorabilmente sulla traiettoria del pallone: il che, per un mediano, per un uomo, cioè, che deve avere sempre a portata di mano la doppia chiave che chiude il passo agli attaccanti avversari e apre la via all’offensiva dei compagni, è dote di essenziale importanza. Nelle file della Lazio Bruno Mazzia ha avuto modo di farsi le ossa. Lo hanno utilizzato nei ruoli più svariati: lo si è visto con la maglia numero quattro, con quella numero sei, schierato all’ala, interno e persino terzino. Lo hanno quasi sempre ammirato per lo stile, per l’azione sobria, ma estremamente razionale. Il ragazzo biellese mette nella sua azione qualcosa del suo carattere serio, riservato, pratico, un carattere che lo fa immediatamente riconoscere per un autentico juventino. Se ne era andato un po’ di malavoglia e aveva lasciato non pochi rimpianti. Aveva lasciato la Juventus che era appena un ragazzo; in un paio di stagioni si è trasformato ed è diventato giocatore completo. Per tale ragione il suo ritorno è un fatto positivo, una notizia che forse, a prima vista, non desterà clamore; ma siamo certi che ogni qual volta, nel corso del nostro lungo e difficile campionato, l’allenatore avrà bisogno di Bruno Mazzia, il ragazzo dimostrerà di potersi rendere utile, di essere una pedina di valore sulla scacchiera bianconera. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/bruno-mazzia.html
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BRUNO MAZZIA https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Mazzia Nazione: Italia Luogo di nascita: Vigliano Biellese (Biella) Data di nascita: 14.03.1941 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Professore - Il Sivori della De Martino Alla Juventus dal 1959 al 1962 e dal 1964 al 1966 Esordio: 04.11.1959 - Coppa Italia - Juventus-Sampdoria 5-4 Ultima partita: 08.05.1966 - Serie A - Inter-Juventus 3-1 79 presenze - 5 reti 1 scudetto 2 coppe Italia Bruno Mazzia (Vigliano Biellese, 14 marzo 1941) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Bruno Mazzia Mazzia al Brescia nella stagione 1967-1968 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1977 - giocatore 1992 - allenatore Carriera Giovanili 1959-1961 Juventus Squadre di club 1957-1959 Biellese 26 (1) 1959-1962 Juventus 36 (3) 1962-1963 → Venezia 13 (0) 1963-1964 → Lazio 24 (0) 1964-1966 Juventus 43 (2) 1966-1968 Brescia 52 (9) 1968-1972 Perugia 128 (12) 1972-1973 Reggina 31 (0) 1973-1975 Alessandria 58 (10) 1975 Biellese 2 (0) 1975-1977 Pro Vercelli 57 (8) Nazionale 1959 Italia U-21 5 (0) Carriera da allenatore 1977 Pro Vercelli 1978-1979 Nocerina 1979-1980 Lecce 1981-1982 Forlì 1982-1983 Lanerossi Vicenza 1984 Mantova 1985-1986 Campobasso 1986-1989 Cremonese 1989 Udinese 1990 Brescia 1991-1992 Padova Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Libano 1959 Biografia Il figlio Lorenzo, scomparso nel 2010 all'età di quarantadue anni, è stato anch'egli calciatore (con la maglia della Biellese) e allenatore in diverse squadre dilettantistiche piemontesi. Caratteristiche tecniche Calciatore Ha giocato prevalentemente come mezzala, tuttavia nel corso della sua militanza nella Juventus ha ricoperto tutti i ruoli in campo, caratterizzandosi come jolly a disposizione dell'allenatore. In gioventù era considerato un abile rigorista. Allenatore Inizialmente è stato tra i fautori del gioco all'italiana, privilegiando l'equilibrio tra difesa e attacco e il raggiungimento del risultato, nel rispetto delle caratteristiche tecniche e tattiche dei giocatori. A partire dal 1987, tuttavia, ha iniziato a impostare le proprie squadre a zona, tattica che ha applicato alla Cremonese e all'Udinese, tanto da esserne annoverato come uno dei principali esponenti tra gli anni ottanta e novanta. Carriera Calciatore Club Cresciuto nella Biellese, vi esordisce nel Campionato Interregionale 1957-1958, e dopo due stagioni viene acquistato dalla Juventus, che precede l'interessamento del Torino. Inizialmente incluso nelle formazioni giovanili, vince il Torneo di Viareggio 1961 rendendosi protagonista nella semifinale contro il Milan: la sfida finisce ai calci di rigore, e Mazzia trasforma tutti i sei tiri dal dischetto della sua squadra. Il 19 marzo successivo esordisce in Serie A, nel Derby della Mole vinto per 1-0 sul Torino, e Mazzia fallisce un calcio di rigore tirando alto sopra la traversa; chiude la stagione con 4 presenze in campionato, fregiandosi del titolo di Campione d'Italia. Mazzia (a sinistra) in azione alla Juventus nel 1962, assieme ai compagni di maglia Leoncini e Charles, nel corso della sfida di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Nell'annata successiva trova maggior spazio, alternandosi con Humberto Rosa nel ruolo di mezzala di regia che era stato di Giampiero Boniperti. A fine campionato viene ceduto in prestito, prima al Venezia e poi alla Lazio, prima di ritornare per un biennio alla Juventus: in tutti questi anni viene considerato come una riserva, disputando un massimo di 24 partite con la maglia della Lazio. Nel 1966 la Juventus lo cede definitivamente al Brescia, sempre nella massima serie, nella trattativa che porta Virginio De Paoli in bianconero. Con i lombardi Mazzia viene schierato titolare, e contribuisce con 6 reti in 32 partite alla salvezza della squadra. Riconfermato nella stagione 1967-1968, non evita la retrocessione in Serie B; al termine del campionato si trasferisce al Perugia, tra i cadetti, rimanendovi per quattro stagioni consecutive. Mazzia (a destra), capitano del Perugia, stringe la mano a Marinai della Ternana, prima del derby umbro del 28 marzo 1971. Dopo un'annata nella Reggina, nel 1973 torna in Piemonte ingaggiato dall'Alessandria; con i grigi vince il campionato di Serie C 1973-1974, con i galloni di capitano e collaborando con Mario Pietruzzi dopo l'esonero dell'allenatore Dino Ballacci. Nel successivo campionato di Serie B realizza 7 reti (record personale), non sufficienti tuttavia ad evitare la retrocessione dopo lo spareggio perso contro la Reggiana. Ormai trentaquattrenne, nel 1975 scende in Serie D tornando brevemente alla Biellese, ma nel mercato autunnale lascia la formazione bianconera per incomprensioni con l'allenatore. Viene acquistato dalla Pro Vercelli, militante in Serie C, con cui disputa le sue due ultime stagioni da calciatore, ritirandosi nel 1977 a 36 anni. Ha disputato 145 partite con 9 reti in Serie A, e 188 partite con 19 reti in Serie B. Nazionale Ha esordito nella Nazionale giovanile il 12 ottobre 1959, contro il Libano; con la maglia azzurra ha giocato 5 partite, prendendo parte ai vittoriosi Giochi del Mediterraneo a Beirut, nel 1959. Allenatore Dopo aver frequentato il primo corso per allenatori a Coverciano, voluto da Italo Allodi, ha iniziato la propria carriera di allenatore nel 1977, nella Pro Vercelli, laddove aveva interrotto quella da calciatore; l'esperienza tuttavia è breve, poiché viene esonerato a dicembre. L'anno successivo esordisce in Serie B subentrando a Bruno Giorgi sulla panchina della Nocerina, senza evitare la retrocessione dei molossi. Nella stagione 1979-1980 è sulla panchina del Lecce, in Serie B: ottiene un piazzamento di centroclassifica nella prima annata, e viene esonerato in autunno nella seconda, sostituito da Gianni Di Marzio. Nella stagione 1981-1982 allena il Forlì in Serie C1, venendo sostituito a campionato in corso da Giovanni Ragazzini. L'anno successivo subentra a Giancarlo Cadè sulla panchina del Lanerossi Vicenza, sempre in Serie C1, senza riuscire a centrare l'obiettivo della promozione. Sulla panchina berica, nell'ultima giornata del campionato 1982-1983, fa esordire da professionista il sedicenne Roberto Baggio. Nel gennaio 1984 viene chiamato a sostituire Dino Binacchi sulla panchina del Mantova, in Serie C2: anche in questo caso la squadra manca di poco la promozione, terminando il campionato al quarto posto. Dopo una stagione di pausa, nel 1985 siede sulla panchina del Campobasso, in Serie B: nonostante le difficoltà iniziali, che lo portano vicino all'esonero, conduce i molisani alla salvezza. Nell'estate 1986, dopo essere stato tra i papabili per la panchina della Juventus al posto di Giovanni Trapattoni, viene ingaggiato dalla Cremonese, sempre tra i cadetti, in sostituzione di Emiliano Mondonico. Con la formazione grigiorossa, partita senza ambizioni di promozione, sfiora la Serie A perdendo gli spareggi contro Lecce e Cesena. L'anno successivo Mazzia imposta la squadra secondo i dettami della zona, e ottiene di nuovo un piazzamento a ridosso della zona promozione; la Serie A arriverà al termine del campionato 1988-1989, vincendo lo spareggio contro la Reggina. Al termine del campionato lascia la Cremonese per trasferirsi ad un'altra neopromossa, l'Udinese, voluto da Giampaolo Pozzo al posto di Nedo Sonetti il cui gioco era giudicato poco spettacolare. L'avventura in Friuli dura fino a Natale, quando viene esonerato a causa dei risultati negativi ottenuti, e nonostante la squadra avesse espresso un buon gioco. Nel 1990 viene ingaggiato dal Brescia, in Serie B. L'avventura con le Rondinelle dura tre partite, nelle quali colleziona altrettante sconfitte, prima di essere avvicendato da Bruno Bolchi. Nella stagione successiva è sulla panchina del Padova: alla guida di una formazione indebolita dalle cessioni di Demetrio Albertini e Antonio Benarrivo, non riesce a dare alla squadra un gioco all'altezza delle ambizioni della società; nel corso della stagione, tuttavia, ha modo di far esordire in prima squadra il giovane Alessandro Del Piero. In aprile viene esonerato dopo la sconfitta interna con la Reggiana, al culmine di una crisi di gioco e risultati che aveva portato i veneti vicino alla zona retrocessione. In seguito entra nel settore tecnico della FIGC dove rimane fino al 2002, quando viene nominato responsabile del settore giovanile dell'Hellas Verona. Ricopre l'incarico fino al 2006, e dopo una parentesi alla Juventus come osservatore nel 2009 torna alla Cremonese, come collaboratore tecnico. Il rapporto con i grigiorossi dura per due stagioni, fino al 2011. Palmarès Calciatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1959-1960, 1964-1965 Campionato italiano Serie C: 1 - Alessandria: 1973-1974 Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1961 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Libano 1959
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SEVERINO LOJODICE https://it.wikipedia.org/wiki/Severino_Lojodice Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 25.10.1933 Luogo di morte: Milano Data di morte: 19.09.2023 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1959 al 1960 Esordio: 13.12.1959 - Serie A - Juventus-Inter 1-0 Ultima partita: 12.10.1960 - Coppa dei campioni - CSKA Sofia-Juventus 4-1 15 presenze - 3 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Severino Lojodice (Milano, 25 ottobre 1933 – 19 settembre 2023) è stato un calciatore italiano, di ruolo mezzala o ala. Severino Lojodice Lojodice con la maglia del Monza nel 1955 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala, ala Carriera Giovanili Fanfulla Squadre di club 1953-1955 Cremonese 50 (17) 1955-1956 Simmenthal-Monza 24 (10) 1956-1959 Roma 87 (24) 1959-1960 Juventus 15 (3) 1960-1961 Sampdoria 22 (0) 1961-1963 Brescia 30 (4) 1963-1964 Simmenthal-Monza 15 (5) 1965-1966 Cinisello ? (?) 1966-1968 Pro Sesto 39 (1) Nazionale 1956-1957 Italia U-23 2 (0) Carriera Cresciuto nelle giovanili del Fanfulla, compie la trafila verso il calcio di vertice passando in rapida successione alla Cremonese in Serie C e al Monza in Serie B, dimostrando confidenza con la rete (8 reti a Cremona, 10 a Monza), per poi approdare nell'estate 1956 alla Roma. Lojodice (in piedi, al centro) nella Juventus del 1959-1960 Nella capitale, dove resta per tre stagioni, Lojodice si impone subito come titolare e, dopo una prima annata di ambientamento (3 reti all'attivo), aumenta notevolmente il suo bottino di reti, andando a segno in 10 occasioni nella stagione 1957-1958 e in 11 nella stagione 1958-1959, risultando in entrambi i casi il secondo marcatore stagionale dei giallorossi. Durante la sua militanza nella Roma, Lojodice ottiene due presenze nella Nazionale Under-23. Nel 1959 passa alla Juventus dove, pur in una stagione trionfale per i bianconeri che conquistano lo scudetto e la Coppa Italia, non riesce a ripetersi, con 8 presenze in campionato e una rete nel successo esterno contro il Bari. Nella stagione 1960-1961, dopo aver totalizzato ulteriori tre presenze in bianconero, nella sessione autunnale del calciomercato viene ceduto alla Sampdoria insieme ad un notevole conguaglio in denaro in cambio del promettente Bruno Mora. A Genova Lojodice disputa il resto della stagione, contribuendo pur senza andare a rete al quarto posto finale dei blucerchiati (miglior risultato della storia dei liguri fino ad allora), quindi torna in Serie B nelle file del Brescia, dove disputa due stagioni, per poi ritornare a Monza, disputando coi brianzoli il campionato di Serie B 1963-1964 e lasciando quindi il calcio ad alto livello. In carriera ha collezionato complessivamente 120 presenze e 25 reti in Serie A e 69 presenze e 19 reti in Serie B. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1959-1960 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1959-1960 IV Serie: 1 - Cremonese: 1953-1954
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GUGLIELMO BURELLI Non si può parlare di Bozzao – racconta Vladimiro Caminiti – senza parlare di Burelli, e viceversa. Bello da vedere e misteriosissimo, il mistero non fu mai chiarito. Aldo Bardelli, gran giornalista bolognese, chiese un giuri d’onore per spiegarsi e spiegare al volgo come mai il Bologna avesse potuto cascare nel tranello della Juventus acquistando un giocatore assolutamente inattuale per fragilità. Cresciuto nel Lanerossi, andò alla Juve (1960-61) giocandovi le prime partite, in cui marcò se stesso senza trovarsi mai. Allora fu passato al Bologna che la stagione seguente lo mandava all’Udinese. E qui trovò pace, giocò pure, si fece valere. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/06/guglielmo-burelli.html
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GUGLIELMO BURELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Burelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Vicenza Data di nascita: 30.06.1936 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 76 kg Soprannome: - Alla Juventus nel 1960 Esordio: 18.09.1960 - Coppa Italia - Juventus-Fiorentina 3-2 Ultima partita: 16.10.1960 - Serie A - Juventus-Catania 4-1 7 presenze - 0 reti Guglielmo Burelli (Vicenza, 30 giugno 1936) è un ex calciatore italiano, di ruolo terzino. Guglielmo Burelli Burelli (in piedi, terzo da destra) nel Bologna della stagione 1960-1961 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1967 Carriera Giovanili Lanerossi Vicenza Squadre di club 1956-1960 Lanerossi Vicenza 81 (0) 1960 Juventus 7 (0) 1960-1961 Bologna 16 (0) 1961-1964 Udinese 96 (0) 1964-1966 Varese 21 (0) 1967 Toronto Falcons 22 (0) Carriera Cresciuto nelle giovanili della formazione della sua città natale, l'allora L.R. Vicenza, esordisce in prima squadra il 16 settembre 1956 in occasione della sconfitta esterna col Palermo. Dopo due stagioni da rincalzo, a partire dalla stagione 1958-1959 si impone come titolare fisso della difesa berica. Nell'estate 1960 viene acquistato dalla Juventus in cambio di Bruno Garzena e del prestito di Bruno Siciliano, ma la permanenza in bianconero è molto breve: dopo soli 4 incontri disputati in campionato, nella sessione autunnale del calciomercato viene ceduto al Bologna con cui chiude la stagione. Nella stagione successiva si trasferisce all'Udinese, sempre in massima serie, dove disputa 32 incontri nel campionato che vede i friulani chiudere all'ultimo posto con conseguente retrocessione. Disputa con l'Udinese le due stagioni successive in Serie B (la seconda delle quali chiusa con un'altra retrocessione), quindi torna in massima serie passando al Varese, all'esordio in A. Coi lombardi disputa 2 stagioni di massima serie, la seconda chiusa all'ultimo posto, con 21 presenze complessive in campionato. Nel 1966 lascia quindi l'Italia per militare una stagione nei Toronto Falcons, che schieravano tra gli altri il grande László Kubala, per poi cessare l'attività agonistica. In carriera ha totalizzato complessivamente 153 presenze in Serie A e 64 in serie B.
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KARL ERIK PALMÉR «Languido magrolino con pochi peli biondi – dice di lui Camin – ebbe una parte breve ma singolare, surrogando Sivori il contestatore, in un’infelicissima partita a Vienna di Coppa Campioni che costò il posto a Broćić. Attaccante di fulgida tecnica, destinato a sparire tra i marcantoni delle nostre difese che facevano girare al largo i leggerini. Rinone Ferrario, per ischerzo, lo chiamava Bombolo».Esplode nel Legnano, piccola provinciale lombarda assurta agli onori della Serie A negli anni Cinquanta; forma con Eidefjäll-Augustsson e Filippini un buon trio di svedesi, certamente molto inferiore a quello consacrato del Milan, formato da Gren, Nordahl e Liedholm. Palmér è un discreto interno di fantasia, poco supportato dal fisico, ma con buone doti tecniche. Dopo essere sceso in Serie C con la compagine lilla, è acquistato dalla Juventus nell’estate del 1958. Ma il salto è troppo grande e la Juventus è tutta un’altra cosa. La squadra che ha appena conquistato lo scudetto della stella è chiamata all’impresa di fare il bis e deve pure cercare di fare bella figura in Europa, partecipando per la prima volta alla Coppa dei Campioni.Broćić, allenatore filosofo dei bianconeri, lo schiera titolare il 28 settembre 1958 nel comodo turno casalingo contro il Bari, e il ragazzo disputa una buona partita, meritandosi la riconferma. L’occasione arriva nel match di ritorno di Coppa dei Campioni sul campo del Wiener, il mitico Prater di Vienna. La Juventus, che all’andata ha vinto 3-1 con tre goal di Sivori, dà fiducia a Palmér. Una vera catastrofe, per lo svedese e soprattutto per la Juventus, bastonata dagli austriaci per 0-7 ed eliminata dalla coppa.Vittorio Pozzo, su “Stampa Sera” lancia accuse al tecnico bianconero: «Per consuetudini noi non interferiamo mai direttamente negli affari che riguardano la gestione interna d’una squadra di campionato. Perché siamo stati per troppo lungo tempo dall’altra parte della trincea per non conoscere con precisione cosa vogliano dire in tutti i sensi le interferenze dall’esterno. Ci limitiamo quindi a dire che in questo come in altri casi la formazione della compagina che è stata mandata in campo, conoscendo le condizioni fisiche e morali dei singoli giocatori, noi non l’abbiamo capita. In partenza. Il resto è venuto in seguito. Qualcuno degli uomini immessi nella formazione pareva già destinato al fallimento in precedenza, se si teneva conto dell’atmosfera che regnava attorno all’incontro e se si pensava alle possibilità d’ambiente che la partita presentava o per lo meno che era facile che essa giungesse a presentare. Si trattava di cose prevedibili. I dubbi, della vigilia diventarono conferma al momento del combattimento. Noi ci guardiamo bene dall’asserire che la squadra sia stata mandata allo sbaraglio per l’errata impostazione in cui essa fu composta per entrare in campo. Ma per eguale senso di coscienza noi andremmo molto cauti nell’affermare che la composizione stessa non abbia costituito, se on proprio un elemento determinante, certo una base positiva perché si giungesse a quello che si è verificato».Broćić sarà esonerato, Palmér non avrà altre opportunità e, a fine stagione ritorna in patria, al Malmö. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/karl-erik-palmer.html
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KARL ERIK PALMÉR https://it.wikipedia.org/wiki/Karl-Erik_Palmér Nazione: Svezia Luogo di nascita: Malmö Data di nascita: 17.04.1929 Luogo di morte: Malmö Data di morte: 02.02.2015 Ruolo: Centrocampista Altezza: 168 cm Peso: 65 kg Nazionale Svedese Soprannome: Calle - Bombolo Alla Juventus dal 1958 al 1959 Esordio: 08.06.1958 - Coppa Italia - Pro Vercelli-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.05.1959 - Serie A - Bologna-Juventus 4-1 10 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Karl-Erik Palmér, noto anche come Calle Palmér (Malmö, 17 aprile 1929 – Malmö, 2 febbraio 2015), è stato un calciatore svedese, di ruolo centrocampista. Karl-Erik Palmér Nazionalità Svezia Altezza 168 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1960 Carriera Squadre di club 1948-1951 Malmö FF 43 (13) 1951-1958 Legnano 192 (21) 1958-1959 Juventus 10 (0) 1959-1960 Malmö FF 3 (0) Nazionale 1949-1952 Svezia 14 (9) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Brasile 1950 Carriera Club Di ruolo mezzala, proveniente dal Malmö, dove si era aggiudicato tre campionati nazionali consecutivi e una Coppa di Svezia, venne acquistato nell'estate 1951 dal Legnano, che si accingeva a disputare il suo primo campionato di Serie A. I 23 settembre 1951 realizza la prima storica rete dei lilla in massima serie, in occasione della sconfitta esterna contro la Lucchese; in tutto il campionato, chiuso all'ultimo posto, le reti al suo attivo saranno 6 (secondo miglior marcatore della squadra dopo Bruno Mozzambani), fra cui una doppietta decisiva per il successo esterno sul Napoli del 15 giugno 1952. Nella stagione successiva con 3 reti all'attivo contribuisce all'immediato ritorno in A dei lombardi, mentre nella stagione 1953-1954, che vede nuovamente il Legnano arrivare in fondo alla classifica , mette a segno una rete nel 2-2 in casa dei futuri campioni d'Italia dell'Inter. Resta a Legnano fino al 1958 per altri 3 campionati di Serie B e uno di Serie C, quindi passa alla Juventus come riserva di Giampiero Boniperti e Omar Sívori, disputando tre incontri di campionato e 6 in Coppa Italia (di cui una nell'edizione 1958-1959 vinta dai bianconeri). Nel 1959 torna al Malmö FF dove chiude la carriera. In Italia ha totalizzato complessivamente 58 presenze e 7 reti in Serie A e 118 presenze e 13 reti in Serie B. Nazionale Con la Svezia ha partecipato al campionato del mondo 1950, in cui ha disputato 5 partite e segnato 3 gol (il primo contro il Paraguay, il secondo contro l'Uruguay ed il terzo contro la Spagna). Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959 Campionato svedese: 3 - Malmö: 1948-1949, 1949-1950, 1950-1951, Coppa di Svezia: 1 - Malmö: 1951
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GIANFRANCO LEONCINI Nasce a Roma il 25 settembre 1939, a due passi da Piazza di Spagna, in una casa modesta che guarda l’angolo suggestivo e romantico, dove i turisti di tutto il mondo trascorrono la maggior parte della loro visita alla Capitale. Da ragazzino ci andava anche lui per vedere la gente e gli piaceva correre su e giù per le lunghe scale che dominano l’antica piazza e la monumentale fontana, a due passi da palazzetti che ospitarono personaggi celebri come Byron e Shelley. Aveva, una folta capigliatura bionda, con i riccioli che gli cadevano sulla fronte e lo sguardo vivacissimo. Con i compagni non litigava quasi mai; i loro giochi innocenti consistevano nel gareggiare a chi arrivava prima sulla scalinata di piazza di Spagna.Un giorno come tanti altri di quel febbraio che a Roma ha il tepore della primavera, Gianfranco Leoncini inseguiva il pallone sul tappeto erboso del campo dei Cavalieri di Colombo. Fra lo scarso pubblico c’era Gigi Peronace, che osservò il ragazzo dalle folte chiome ed al termine della partita gli parlò a lungo. Poche settimane dopo, Leoncini ricevette una telefonata ed un invito. Doveva recarsi a Torino per essere visionato dai tecnici della Juventus.«Non avevo mai fatto i bagagli prima di quel giorno, se non per le vacanze estive od una gita di fine settimana. Ma ora avevo di fronte un viaggio lungo ed importante. Non dimenticherò mai quei settecento chilometri di treno dalla Capitale a Torino, né il saluto dei genitori, di mia sorella Rosanna e di mio fratello Manlio. Erano commossi ed io più di loro. Non osavo piangere, ma lo avrei fatto volentieri per sfogare tutte le preoccupazioni che avevo dentro. Un viaggio che mi parve interminabile. Leggevo, passeggiavo nel corridoio, chiacchieravo. Però Torino sembrava dall’altra parte della Terra. Poi, finalmente, ecco la stazione di Porta Nuova, la notte in albergo ed il mattino seguente l’appuntamento al campo. Avete mai provato a prendere a calci un quintale di ferro? Neppure Maciste sarebbe riuscito a spostarlo. Quel mattino col pallone avevo la sensazione di prendere a calci un enorme pallone di ferro».Il provino, invece, risulta positivo. Gianfranco Leoncini tesserato dalla società bianconera, comincia nella città piemontese la sua nuova attività di calciatore professionista. L’esordio, le attese, le paure sono ora un ricordo leggermente sbiadito. Ogni domenica che passa Leoncini si sente più sicuro e forte. La gente, che dapprima guardava con curiosità e perplessità questo nuovo acquisto, finisce col considerarlo uno di casa, un amico fraterno. Leoncini firma il suo primo contratto di calciatore ed entra nelle file della grande società.È stato un balzo notevole; qualcosa come una favola di Cenerentola. Fino a quel giorno la sua attività era limitata ad una squadra di calcio di un rione di Roma: l’Augusta. L’avvenire è incerto, le speranze poche. In casa gli dicono che avrebbe fatto meglio a mettere la testa a partito, cercando qualcosa di più sicuro o nello studio o nel lavoro. Ma Gianfranco abbassa gli occhi e ruba al tempo i sogni.È inglobato nei quadri della prima squadra per la stagione 1958-59; l’anno seguente è già titolare, ma per l’affermazione definitiva, occorre ancora la prova del fuoco, una prestazione che lo consacri qualcosa di più di una semplice speranza per il futuro del calcio bianconero. Tale prova non tarda a venire: a San Siro contro il Milan, che in quella stagione è l’avversario numero uno per la conquista del titolo, Gianfranco se la deve vedere con un avversario molto scomodo, Grillo. Il bianconero, non solo collabora validamente alla conquista di una vittoria decisiva per il campionato, ma si laurea giovane campione, vincendo un duello che in partenza sembrava impari.Da allora Leoncini non ha più perso una battuta della sua Juventus, tanto è vero che in bianconero si ferma per dodici anni durante i quali mette insieme 377 partite e 25 goal. Protagonista generoso del centrocampo, anche se in molte occasioni è utilizzato come difensore esterno, mai domo ed in possesso di una volontà feroce, è pedina fondamentale della Juventus del “movimento” di Heriberto Herrera. Un vero stantuffo in campo, propenso all’offensiva, dal momento che il suo tiro lascia sovente il segno, sa anche adoperarsi nel lavoro difensivo con il vigore e l’esuberanza che il ruolo richiede.Con i colori bianconeri lega il suo nome a 3 scudetti (1960, 1961 e 1967) e ad altrettante edizioni della Coppa Italia (1959, 1960 e 1965). La Juventus lo cede all’Atalanta nell’estate del 1970, raggiunge in seguito il Mantova e poi torna a Bergamo dove in nerazzurro conclude l’attività. Nel 1966 il commissario tecnico Edmondo Fabbri lo inserisce nell’elenco dei 22 per lo sfortunato mondiale disputato in Inghilterra. Gioca 2 partite con la Nazionale A, 1 con la B e 3 con la Giovanile.Un aneddoto, raccontato dallo stesso Leo: «Nel 1958, andammo a Parigi per disputare un’amichevole; contro di noi, giocavano Kopa e Fontaine. Per tutti noi quella amichevole costituiva un vero e proprio evento, non come adesso che si va in America, quasi in gita. La sera prima dell’incontro noi giocatori, peccando di professionalità, assistemmo, ad uno spettacolo al Moulin Rouge, dove fior di donne si esibivano in costumi succinti. Il giorno della partita furono dolori; alla fine del primo tempo eravamo sotto per 2-0 ed il barone Mazzonis venne nello spogliatoio e ci disse che, se avessimo perso la partita, si sarebbe scoperto quanto avevamo fatto la sera prima. Il barone era preoccupato che la stampa ed i tifosi ci avrebbero criticati per quell’uscita notturna ed avrebbero trascurato il particolare che la divagazione nella notte parigina era del tutto innocente. E temeva che il presidente Umberto, rimasto a Torino per ragioni di lavoro, non gli perdonasse l’imprudenza. Omar si rimboccò le maniche ed i calzettoni, ci trascinò verso un 4-2 trionfale. Facemmo divertire Parigi, in un’atmosfera indimenticabile».VLADIMIRO CAMINITIQuello fu uno scudetto rabbuiato da Heriberto che proibiva i grissini, ma consentiva il whisky come aperitivo, invitando a casa al mattino i cronisti per una conferenza sul calcio e spiegando nel suo italiano ostrogoto. Quello fu uno scudetto abbastanza difficile, e contestato anche in famiglia, coi figli di papà che trovavano questo allenatore paraguaiano ottocentesco e dagli occhini neri spiritati, solamente un matto, mentre era un tecnico forte, consapevole, preparato, anche se con un fondo di natura ancestrale negata a rapporti idilliaci. Della Juventus che colse dall’albero di Mantova (un errore piramidale del portiere di Giuliano Sarti), all’ultima domenica del campionato di calcio nel 1966-67, uno scudetto tra i più meravigliosi sul piano morale e sportivo, fu proprio Gianfranco Leoncini una delle colonne, difensore caparbio e possente sia nel chiudere, che nelle discese palla al piede. Leoncini sulla fascia sinistra, ma anche impiegato da mediano, dava sempre un contributo notevolissimo sul piano della corsa; e la sua efficacia tattica corrispondeva alla sua partecipazione, al numero di palloni conquistati, alla sua abnegazione. Delle sue tante partite, non ne sbagliò mica tante; se non piaceva agli esteti con la puzza sotto il naso, dispiaceva agli avversari. Nel contesto di un calcio collettivistico (il “movimento”) che anticipava il futuro, l’indefessa azione di Leoncini puntellava la squadra in zone cruciali, garantiva solidità e carattere.GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 1974Ci fu, alla metà degli anni Cinquanta, un trainer bianconero che coraggiosamente ed anche un po’ per forza di cose, fece ripetuta professione di fede nei giovani. Puppo, così nominavasi costui, non ebbe dalla sua la fortuna e nemmeno i giovinetti della sua nidiata ottennero tutti quel successo e quella affermazione che era nelle attese. E comunque quella parentesi lasciò tracce indelebili nel successivo, immediato futuro della Juventus. Nel senso che anche i trainer che presero le redini della squadra dopo di lui concessero spesso e volentieri a speranzosi giovani l’opportunità di mettersi in luce, al fianco (stavolta) di rinomati campioni quali Charles e Sivori. In una formazione comprendente praticamente il meglio di quanto offrisse il nostro campionato, lasciare spazio anche ai più giovani ben si comprende quanto fosse importante. Gianfranco Leoncini, romano presto trapiantato dalla capitale nazionale alla capitale juventina, è uno degli esempi più lampanti di fiducia (meritatissima) accordata dai tecnici bianconeri di quegli anni ad ‘un giovane del vivaio.Il Leoncini prima edizione, quello che sfuma nella leggenda rodomontesca dei primi anni sessanta, ruota intorno a questo elementare concetto. Esordire a vent’anni in campionato, nella stagione 1958-59, in una formazione così ridondante di nobiltà pedatoria, è la miglior premessa per una car-riera lussuosa. I fatti confermeranno. Ma andiamo con ordine.C’era Broćić, tecnico jugoslavo poliglotta, magari bravo ma strambo parecchio, quell’anno. C’era, ma poi di colpo non c’è più. Qualcosa, in quella Juve che l’anno prima ha rispolverato gli entusiasmi mai sopiti ma a lungo trattenuti delle sue folle di tifosi, non funziona come dovrebbe, ci sono sconfitte rocambolesche a guastare la media scudetto; il Milan rifila cinque pappine ai bianconeri, al Comunale torinese, e Broćić deve fare le valigie. In primavera, quando Leoncini nostro fa il gran debutto in prima squadra, sulla panca già siede il fido Baldo Depetrini, accorso a dirigere i bianconeri nell’ultima fetta di torneo. 12 aprile 1959, ecco la data del debutto. Il Vicenza, bestia nera, infila Mattrel con il lesto Conti, e la Juve proprio non ce la fa a rimediare. Leoncini gioca mediano sinistro, al posto di Colombo a sua volta utilizzato mezzala al posto dell’infortunato capitano Boniperti.È un debutto così così, comunque non male: Rinone Ferrario pilota la difesa tutta, le sue ciabattate spazzano anche la paura dell’esordiente Leoncini, che deve passare la palla a Charles e Sivori, e dunque legittimamente si emoziona. Ancora in trasferta, quindici giorni più tardi, farà meglio, segnando persino un goal alla Sampdoria. Solo tre presenze, al rendiconto: ma l’abbiamo detto, è entrato in squadra soltanto in primavera, a poche giornate dal termine. Saranno di più le presenze del campionato successivo: otto in tutto, con due reti. Leo segna a Ferrara nel tennistico 6-3 ai danni della Spal, ed in casa col Padova, sette giorni dopo. Si, anche il 1959-60 è per Leoncini stagione interlocutoria. Terzino o mediano, l’importante è giocare: ma davanti al ragazzo ci sono professionali di araldica compostezza come Colombo e Sarti ed Emoli, ed ardimentosi guardiani quali Garzena e Cervato. L’anticamera, del resto, non è breve ma neppure lunghissima.Il 1960/61 già vede Leoncini lanciato stabilmente nell’orbita della prima squadra, come tipico jolly difensivo. Ora al pasto di Emoli, ora in alternativa a Colombo o Sarti: si fa presto ad accumulare gettoni di presenza. Alla fine saranno 21: ha giocato più dello sfortunato Emoli, più di Castano, più dell’altro giovinetto Burgnich. Ma come ha giocato? Già, le cifre non bastano certo per dare un’idea dei primi anni di Leoncini bianconero. Terzino d’ala abbastanza avanzante, oppure mediano laterale di impostazione classica, con compiti di contrasto della mezzala avversaria, Leoncini ha il piglio e la grinta necessari per sopperire a qualche errore di misura, causato più che altro da esuberanza. Colombo è certo più posato, più accademico e quasi distaccato: Leoncini si fa preferire per le sue dati di cursore veloce e resistente alla fatica.La cessione del primo, al termine della stagione culminata con la conquista del 12° scudetto, pone fine ad un dualismo tecnico inevitabile, e propone finalmente con stabilità il nome di Leoncini nella formazione tipo bianconera. 29 volte sarà presente Leo nel malaugurato 1961-62. La Juve che non è più Boniperti pur continuando ad essere Sivori e Charles, non è più la stessa Juve, nonostante i progressi di qualche giovane ormai affermato, e di Leoncini in particolare. Proprio Leo tra i protagonisti alla rovescia del finale di stagione: anzi, la stagione manco può finirla. In Juve-Sampdoria 0-1, 25 marzo 1962, si lascia trascinare dai nervi ed il suo nome finisce nella lista nera (con Sivori e Mora) dell’arbitro Grignani. Squalifica, ed arrivederci all’anno dopo, che è anche l’inizio dei secondo periodo juventino del nostro.Arriva Amaral dal Brasile, ed arrivano con lui certe gustose novità tattiche. Per la verità, Leoncini non è dei più coinvolti nel complicato giro di numeri e compiti nuovi assegnati dal trainer: col quattro o col sei sulle spalle, Leo assume semmai una posizione più avanzata, a sostegno dei centrocampisti, con al fianco Del Sol il sivigliano. In questo modo, incide certo più che in passato nell’economia del gioco bianconero. Un gran goal perduto nel nebbione (al Comunale, contro il Venezia), tanto per non perdere l’abitudine a segnare, e per dimostrare ai fan di possedere anche una discreta potenza e precisione di tiro; il resto è ordinaria amministrazione, in un campionato che parzialmente riscatta i bianconeri dalle amarezze dell’anno prima. Il regno di Amaral resiste lo spazio di un campionato, la parentesi di Monzeglio gentiluomo di campagna è anche più breve. È già in arrivo Heriberto Herrera, è l’estate 1964. Leoncini, che pure ormai si è affermato pienamente, deve ancora conoscere i momenti di maggior fulgore agonistico. Nel 1963-64 è stato presente 32 volte.Heriberto, nell’accordargli piena fiducia, lo responsabilizza ulteriormente, chiedendo a lui come agli altri un sempre crescente contributo dinamico. Risultato: Leo diventa insostituibile colonna della Juve “heribertiana”. Non c’è stata metamorfosi tecnica o tattica: terzino o mediano era, terzino o mediano rimane. Come terzino, esaspera la propria tendenza a fluidificare, sorreggendola con un invidiabile senso della posizione. Come mediano, assume compiti di regista arretrato prendendo di volta in volta in consegna il rifinitore avversario. Heriberto ci può contare ad occhi chiusi, sin dal primo campionato, il 1964-65: 31 presenze e 2 reti, una al Genoa nel giorno dello storico cappotto (7-0) e l’altra nel derby di ritorno (1-1). La difesa bianconera risulta quell’anno la meno perforata del torneo ed il prezioso filtro di Leoncini contribuisce in misura determinante al raggiungimento di questo significativo traguardo.Ma l’anno qualitativamente più esaltante per il nostro deve ancora venire. È infatti la stagione successiva, 1965-66, la più valida in assoluto e la più prodiga di soddisfazioni per Leoncini. Migliore anche dell’annata scudetto? Si, almeno a nostro avviso. Lo scudetto numero 13 è frutto di un appassionato lavoro di tutta l’équipe bianconera, e viene faticosamente costruito con le sgobbate domenicali di tutti gli uomini di Heriberto. Il 1965-66 è più in particolare annata monstre per Leoncini, che c’entra tra l’altro in questa stagione l’obiettivo, a lungo inseguito, della maglia azzurra. La classe ed il costante rendimento di Leoncini illuminano la stagione bianconera dall’inizio alla fine.Avviatosi con ottimi auspici, anche nelle vesti di realizzatore (segna tra l’altro una doppietta al Vicenza ed un goal alla Spal), Leo finisce in crescendo raggiungendo il culmine in occasione della classica Juventus-Milan, che si chiude con la netta affermazione dei bianconeri (3-0). Una cosa deliziosa è il duello del nostro con Gianni Rivera: duettare di fioretti, in prospettiva di convocazione azzurra, con Leoncini straripante di furore agonistico, migliore in campo, pure autore di una rete bellissima.Mondino Fabbri lo vuole finalmente nella sua Nazionale che prepara fasti e (soprattutto, ahimè) nefasti dei Mondiali in terra britannica. Siamo all’apogeo: se vogliamo, non fila proprio tutto liscio, almeno all’esordio tra i moschettieri. L’Italia batte sonoramente (3-0 l’Argentina al Comunale torinese), ma non è una bella partita, troppo essendo il nervosismo tra i 22 in campo. Leoncini, ad un certo punto, fa le spese di una situazione fattasi più che delicata, e l’espulsione decretata contro di lui viene un po’ a guastare la gran festa del battesimo in Nazionale. Aprendo a questo punto una doverosa parentesi, occorre dire che certo Leoncini non ebbe la fortuna di entrare nel club Italia in un momento dei più propizi. E questo, inevitabilmente, spiega le sporadiche apparizioni del nostro in maglia azzurra. Ai Mondiali, gioca una sola partita, quella persa di misura contro l’URSS. Contro la Corea, a Middlesbrough, non viene utilizzato.Nel mare delle polemiche seguite alla clamorosa eliminazione, Leoncini si ritrova più fuori che dentro: è già cominciato un nuovo campionato, La Juve naviga in testa ed alla fine vincerà il più sofferto scudetto della sua storia. Leoncini si conferma grande: è presente 31 volte, all’attivo ancora tre reti, tutte nella fase iniziale del torneo. Il secondo periodo del Leoncini bianconero, certamente il più felice e positivo, si conclude praticamente qui.Il terzo e conclusivo periodo juventino del nostro, contrariamente alla norma, non è caratterizzato da declino e progressivo emarginamento. Leoncini fornisce, sino alla vigilia degli anni settanta, il suo costante e prezioso contributo di gioco, risultante ancora tra i più presenti; anzi, il più presente. 20 volte gioca Leo nel 1967-68, e per certi versi è anche più consistente il suo contributo l’anno dopo, ultimo dell’era “heribertiana”. Si potrebbe chiosare ognuna delle 30 partite giocate da Leo in quel campionato disputato dalla Juve ad un livello inferiore alle attese dei supporter per una serie infinita di ragioni. A trentuno anni, Leoncini fornisce una prova di grande attaccamento ai colori juventini ricucendo le file di una formazione ricca di freschi talenti ma povera di amalgama e di mentalità vincente. Ancora due goal: uno al Pisa e l’altro alla Sampdoria, nell’ultima giornata del torneo.Chi può dire se è più bravo il Leoncini comprimario dei rodomonteschi Charles e Sivori o quello, ben più maturo ma ancora più che mai sulla breccia, che accompagna la Juve nel trapasso agli anni settanta nuovamente prodighi di successi esaltanti?Sono due aspetti neppur troppo diversi del personaggio juventino, che crea in 12 stagioni di servizio i presupposti per una leggenda niente male: 289 presenze, comprendendo nel conto anche i 13 gettoni messi assieme l’anno dopo, agli ordini prima di Carniglia e poi di Rabitti. 289 presenze, proprio come un altro grande difensore del passato, a nome Piero Rava: il paragone è forse irriverente? Crediamo di no. Leoncini ha vinto molto, tre scudetti e tre Coppa Italia sono un bottino grande; anche il suo personaggio, di troppo fresca memoria forse per essere suscettibile di valutazioni più distaccate, è figura decisamente di primo piano. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/gianfranco-leoncini.html
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GIANFRANCO LEONCINI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Leoncini Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 25.09.1939 Luogo di morte: Chivasso (Torino) Data di morte: 05.04.2019 Ruolo: Mediano Altezza: 176 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: Leo Alla Juventus dal 1958 al 1970 Esordio: 12.04.1959 - Serie A - Vicenza-Juventus 1-0 Ultima partita: 12.04.1970 - Serie A - Lazio-Juventus 2-0 384 presenze - 25 reti 3 scudetti 3 coppe Italia Gianfranco Leoncini (Roma, 25 settembre 1939 – Chivasso, 5 aprile 2019) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo mediano o terzino sinistro. Gianfranco Leoncini Leoncini alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano, terzino sinistro) Termine carriera 1974 - giocatore 1976 - allenatore Carriera Squadre di club 1958-1970 Juventus 384 (25) 1970-1972 Atalanta 65 (0) 1972-1973 Mantova 28 (0) 1973-1974 Atalanta 29 (1) Nazionale 1966 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1975-1976 Atalanta Vice 1976 Atalanta Biografia Nato a Roma, la sua famiglia era originaria di Piani Poggio Fidoni, nei pressi di Rieti. Contrasse la leucemia nel corso degli anni 1980, riuscendo a guarirne completamente; al riguardo venne interrogato dal magistrato Raffaele Guariniello nel corso della sua indagine sulle malattie, in particolare la sclerosi laterale amiotrofica, diagnosticata a vari ex calciatori. È morto nel 2019, all'età di 79 anni, all'ospedale di Chivasso dove era ricoverato da tempo. Carriera Giocatore Club Leoncini all'Atalanta nella prima metà degli anni 1970 Ha legato la gran parte della carriera alla Juventus, dove ha giocato per dodici stagioni nei ruoli di mediano e terzino sinistro. Ha poi terminato la carriera nell'Atalanta, dove ha militato per tre anni, inframezzati da una stagione nel Mantova. Nazionale È stato convocato per la prima volta nella nazionale il 22 giugno 1966, in Italia-Argentina (3-0), dove ha fatto il suo esordio venendo espulso nell'ultimo minuto. Successivamente ha fatto parte della rosa azzurra che ha partecipato al campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Allenatore Al termine dell'attività agonistica, nelle ultime 3 partite della stagione 1975-1976 è subentrato al dimissionario Giancarlo Cadè sulla panchina dell'Atalanta, in Serie B, riuscendo a salvare la squadra orobica dalla retrocessione con 3 vittorie in altrettanti incontri. Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960, 1964-1965 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1959-1960, 1960-1961, 1966-1967
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LUIGI FUIN https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Fuin Nazione: Italia Luogo di nascita: Cologna Veneta (Verona) Data di nascita: 22.02.1928 Luogo di morte: Morlupo (Roma) Data di morte: 05.11.2009 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 71 kg Soprannome: Gegé Alla Juventus dal 1958 al 1959 Esordio: 07.09.1958 - Coppa Italia - Sampdoria-Juventus 2-3 Ultima partita: 17.05.1959 - Serie A - Juventus-Alessandria 2-2 12 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Luigi Fuin detto Gegé (Cologna Veneta, 22 febbraio 1928 – Morlupo, 5 novembre 2009) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Luigi Fuin Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - giocatore 1967 - allenatore Carriera Giovanili Cologna Veneta Squadre di club 1946-1947 Cologna Veneta ? (?) 1947-1949 Verona 18 (3) 1949-1951 Palermo 53 (0) 1951-1958 Lazio 147 (3) 1958-1959 Juventus 12 (0) Carriera da allenatore 1963-1964 Lazio Allievi 1966-1967 Viterbese Caratteristiche tecniche Una formazione della Lazio del 1953-1954: Fuin è l'ultimo accosciato a destra. Mediano prestante fisicamente, in qualche stagione fu impiegato in posizione più avanzata nella quale dimostrò di possedere doti tecniche e di palleggio. Carriera Ha disputato 10 campionati in Serie A, di cui due con il Palermo, sette con la Lazio e uno con la Juventus, totalizzando complessivamente 208 presenze e 3 reti in massima serie. Ha collezionato inoltre 18 presenze e 3 reti in Serie B, tutte con la maglia del Verona. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959
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ERNESTO CASTANO Per ben due volte rischiò che la sua carriera fosse finita, per ben due volte tornò in campo, nonostante i medici gli avessero detto che non avrebbe più potuto farlo. È la storia di uno straordinario uomo di calcio, Ernesto Castano, per tutti Tino, «Il terzino di maggior classe mai avuto dalla Juventus», garantisce chi ha giocato con lui.Cominciò la sua carriera come terzino per diventare, nelle ultime stagioni, un libero di grande stile, diventando un ostacolo invalicabile per gli avversari, nonostante sembrasse reggersi precariamente sulle gambe. «Molti pensano che giochi pesante, ma è sbagliato. Gioco con vigore, ma in maniera corretta. Forse è il mio atteggiamento, il mio volto spesso imbronciato che mi fa passare per un duro». Un giornalista, dopo l’ultima lunga convalescenza e il ritorno alle partite gli chiese quale fosse il sogno più bello che avrebbe voluto veder realizzato. Lui rispose sorpreso: «Ma è la realtà di oggi; tutto quello che ho è già un magnifico sogno realizzato».Nato a Cinisello Balsamo, paese alle porte di Milano, il padre era proprietario di un negozio di biciclette e avrebbe sognato per lui un futuro da ciclista. Invece, Tino, scelse il pallone: prima all’oratorio, poi nella squadretta locale in seconda divisione, quindi al Legnano in Serie B e retrocesso, subito dopo alla Triestina pure in Serie B.Tino arrivò alla Juventus nel 1958: la sua prima maglia bianconera aveva lo scudetto e la prima stella, appena conquistati. Debuttò in novembre, al posto di Ferrario nella trasferta di Bari, la domenica dopo un’epica partita che la Juventus aveva perduto in casa con il Milan, con la gente assiepata ai bordi del campo: un incredibile 4-5, causato soprattutto dalle clamorose distrazioni della difesa bianconera. Giocò, in quella stagione, 16 partite sia come centromediano sia come terzino e diventò subito una delle rivelazioni di quel campionato.Il grande Viri Rosetta, che lo seguiva da tempo, aveva capito che quel ragazzo avrebbe fatto molta strada. Lo aveva visto affrontare, deciso e scattante, il temibile Montuori, ala della Fiorentina, un tipo tutte finte, trucchi e scatti, difficilissimo da fermare. Di Tino disse, nella primavera del 1959: «In campo non scherza mai; sia contro una prima linea di grandi assi come quella viola, sia in allenamento contro i ragazzini, Castano “entra” con la stessa decisione, la stessa grinta. Di testa è un ottimo colpitore e la stessa statura lo aiuta insieme a doti di elevazione notevoli». A chi gli chiedeva se sarebbe diventato un futuro titolare nella Juventus, Rosetta rispondeva, con la cautela del grande esaminatore: «È serio, forte di carattere, vuole arrivare. Ha insomma molte possibilità di riuscire».Sette mesi più tardi Castano era il terzino destro della Juventus, avviata a vincere l’undicesimo scudetto, e debuttava in Nazionale. Firenze, 29 novembre 1959, Italia-Ungheria. Non era più l’Aranycsapat, non c’erano più Puskás e Kocsis, Boczik e Czibor, ma i giovani che li sostituivano erano i degni successori di quella fantastica squadra. Uno dei più temibili era Fenyvesi, ala sinistra: il ventenne Castano seppe affrontarlo in una gara impeccabile per stile e freddezza. Gli attaccanti ungheresi giurarono che raramente si erano trovati di fronte un difensore tanto deciso; gli addetti ai lavori dissero che la Nazionale italiana aveva scoperto un terzino di classe completa, gran battitore, acrobata, incontrista di brusca fermezza.Castano giocò altre 7 partite di campionato e alla fine di gennaio dovette farsi togliere il primo menisco al ginocchio destro; i medici gli dissero che difficilmente avrebbe potuto continuare a giocare. Undici mesi dopo, a Lecco, scese di nuovo in campo.Giocò un’altra serie di partite, ancora una rincorsa allo scudetto (il dodicesimo), poi, un giorno, quella dolorosa fitta che oramai conosceva bene: di nuovo in clinica, stavolta per operare un menisco, quello esterno, del ginocchio sinistro.Era il 1961, un anno che Castano non avrebbe dimenticato facilmente; fece appena in tempo a tornare in campo e si trovò nuovamente in sala operatoria, ancora il ginocchio sinistro per togliere il menisco che restava. L’intervento, purtroppo, non riuscì bene e si rese necessaria un’altra operazione in Francia. Questa volta era finita davvero: «Il suo ginocchio non potrà guarire completamente, deve rassegnarsi – gli dissero i medici – l’arto non potrebbe più reggere allo sforzo di una gara».«Sembrò che il mondo fosse diventato buio», disse. Aveva solamente 22 anni, ma ricominciò ad allenarsi, nonostante dolori lancinanti, senza mai arrendersi: corse, ginnastica, palleggi, l’aiuto materno della società, le prime partite non impegnative.Il libero con le ginocchia di vetro tornò in campionato, stavolta per giocare interi campionati. Si erigeva in mezzo all’area, in precario equilibrio, ma usciva autoritario dalle mischie, fermava gli avversari, spediva splendidi palloni con nitidi allunghi di 40 metri ai compagni dell’attacco. Era seguito dall’ammirazione e dall’incredulità per quelle due fragili ginocchia che sembravano mandare sinistri scricchiolii a ogni improvviso e brusco scatto.Fece in tempo a vincere un altro scudetto, quello di Heriberto, nel campionato 1966-67: lui e Salvadore, al centro della difesa, erano l’anima di una squadra che non si arrendeva mai, proprio come il suo capitano: Tino Castano.Rientrò anche in Nazionale, nove anni dopo quella domenica fiorentina contro gli ungheresi. Fu a Napoli, contro la Bulgaria: in porta aveva lasciato Buffon e ora trovava un debuttante che sarebbe entrato nella leggenda: Dino Zoff. Giocò ancora 5 partite, diventando anche Campione d’Europa.La prima domenica di aprile del 1970, l’anno dello scudetto del Cagliari, a Torino contro il Brescia, giocò l’ultima partita in maglia bianconera; aveva 31 anni.Aveva cominciato tra Emoli e Fuin, chiudeva tra Morini e Cuccureddu, ma dietro questi dati storico statistici c’era una stupenda lezione di vita, una straordinaria rivincita sul destino. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1969Se al professor Nobel fosse venuto in mente di istituire un premio anche per la sfortuna, crediamo che Tino Castano sarebbe fra i più autorevoli candidati: infatti, nella sua carriera calcistica, vale a dire in una decina di anni, ha subito ben tre dolorose asportazioni di altrettanti menischi, e tutti sanno che togliere il menisco a un giocatore è come levargli il pane. Per cui il libero bianconero e della Nazionale è costretto a giocare con un solo, autentico menisco d’oro. Nonostante tutte queste passate avversità, Tino non si è mai dato per vinto, ha lottato a denti stretti per superare la cattiva sorte e, ancor oggi, a trent’anni compiuti, è un grosso giocatore, esempio per tutti i compagni. Farà certamente piacere a tutti i tifosi juventini conoscere qualcosa di più del nostro, come giocatore e come uomo.Tino, tutti dicono che sei vecchio, tu cosa rispondi? «Come carriera magari, come atleta certamente no; adesso, e lo dico senza falsa modestia, mi sento fisicamente fresco come un ragazzino di vent’anni; quando sarò veramente da buttare sarò io il primo a dirlo».In tutti questi anni cosa hai dato alla Juve? «Nulla di più di tanti altri giocatori; oltre a questi tre menischi».E la Juve cosa ha dato a te? «Moltissimo; i dirigenti hanno sempre avuto fiducia in me anche nei momenti brutti, anche quando sembrava che dovessi dare addio al calcio; mi hanno permesso di riprendermi dagli infortuni e tornare integro ai campi di gioco; d’altra parte anche la Società mi deve qualcosa perché non ha perduto il suo capitale; diciamo che è stato, e lo è tuttora, un felice connubio».Quando smetterai di giocare, ti piacerebbe fare l’allenatore? «Per piacermi sì, certo che in Italia è una professione molto difficile; penso comunque di avere tanta pazienza per insegnare; altre doti dovrò dimostrarle; adesso comunque, oltre che giocare, ho una ditta, in società con un amico, di recuperi metallici, che magari mi permetterà, fra qualche anno, di intraprendere la carriera del trainer senza trascurare gli affari».Cosa proverai quando dovrai attaccare le scarpe al chiodo? «Spero che quel giorno sia il più lontano possibile; certo sarà un momento di infinita tristezza, quasi come perdere una persona amata; per ora non voglio nemmeno pensarci».Anni fa hai subito tre interventi difficilissimi al ginocchio e temevi addirittura di non poter più giocare: chi ti ha aiutato maggiormente con parole e con fatti? «I miei familiari, la mia fidanzata, che adesso è mia moglie, e tutta la Juventus, dall’allora presidente Umberto Agnelli, a Giordanetti, al socio bianconero e amico Peyrani».Quando entri sull’avversario non pensi qualche volta alle tue ginocchia scricchiolanti? «Se ci pensassi darei subito le dimissioni».Cosa si prova a calciare, dribblare, scattare, con un menisco solo anziché quattro? «Beh, una certa differenza c’è; con le ginocchia completamente a posto puoi fare tutti i movimenti che vuoi; invece io, per ottenere ciò, ho dovuto sottopormi a un attento studio: adesso comunque, proprio grazie a questi sacrifici, il mio rendimento è tale e quale quello ante operazioni».Se, naturalmente senza volerlo, ti capitasse di rompere la gamba a un avversario, cosa proveresti? «Non mi è mai capitato perché sono abituato a entrare sulla palla, magari duro ma, ripeto, sempre sulla palla e mai, assolutamente, con l’intenzione di fare male: anche perché ho tanto sofferto e non vorrei che un altro provasse ciò che ho provato io».Quale avversario ricordi fra i più leali e simpatici? «Moschino e De Sisti».E fra quelli più cattivi? «Uno solo e non me lo scorderò per tutta la vita, Cucchiaroni: è quello che mi ha rovinato la gamba».Come si è svolto l’incidente? «Si giocava Juventus-Sampdoria; a un certo momento ho voltato le spalle al suddetto giocatore per passare la palla indietro a Cervato e quello mi ha tirato una pedata al ginocchio; negli spogliatoi mi ha poi chiesto scusa, ma intanto il male era fatto, e che male!»Potessi tornare indietro c’è qualcosa che non rifaresti? «Girare le spalle a Cucchiaroni!»Tino, quale è secondo te l’arbitro, più bravo e simpatico? «Sbardella: è preparato, severissimo, ma non ti fa sentire il comando; chiacchiera e discute senza mai salire in cattedra; in altre parole si fa obbedire senza usare il bastone, ma soltanto direi con il sorriso e la persuasione».È vero che sei un musone? «Non sono chiacchierone, ecco; forse do l’impressione, a chi non mi conosce a fondo, di essere magari antipatico, ma non è assolutamente vero».I giornalisti, lo sappiamo per esperienza personale, quando hanno da farti un’intervista o chiederti un parere su questa cosa o su quell’altra, ti possono telefonare a casa e tu ogni volta rispondi, oltre che con competenza, con cortesia. «Lo ritengo una cosa doverosa; siamo entrambi, in diversi campi, dei professionisti; mi chiedete un piccolo aiuto ed io ve lo do, ben volentieri».Nelle tue interviste sei sempre sincero? «Quasi sempre; a volte è più opportuno non dire la verità, attenuarla, specie se ciò che si dovrebbe dire farebbe del male alla Società oppure a qualche compagno».Sei mai stato squalificato? «Sì, alcuni anni fa, quando allenatore era Monzeglio. Si giocava Juventus-Torino ed io scesi in campo particolarmente nervoso; come del resto un po’ tutta la squadra, in quel periodo; fatto sta che persi il controllo dei nervi e mi feci sbattere fuori».Aveva ragione l’arbitro di espellerti? «Mille e una».Sappiamo che tua mamma e tua moglie, ogni volta che giochi allo stadio, ti vengono a vedere; non hanno paura? «Nei primi tempi sì; adesso si sono abituate al gioco».Se fai una brutta partita, a casa ti criticano? «Critiche feroci, ti assicuro! Peccato che di calcio capiscano poco!»C’è qualcosa delle regole del calcio che vorresti cambiare, sul fuorigioco, oppure allargare le porte per vedere di segnare più goal? «Io lascerei tutto come sta; se abolissero il fuorigioco troverebbero subito una contro tattica: in quanto alle porte cosa vuoi allargare? Se nessuno tira in rete come si fa adesso in Italia, a cosa serve?»Tino, cosa pensi dei tifosi bianconeri? «A mio parere sono un po’ troppo freddi; se ci incoraggiassero sempre come lo scorso anno in Coppa dei Campioni, le cose andrebbero certamente meglio».Sei soddisfatto della tua carriera? «Al cento per cento; dieci anni fa non pensavo di arrivare a tanto».Sulla guida telefonica non è segnato il tuo nome, come mai? «È sotto quello di mia moglie; prima mi capitava che nel cuore della notte un tifoso mi svegliasse per chiedermi cosa pensavo di Mazzola, oppure mi pregava di vincere la partita perché lui aveva scommesso una cena; cose di questo genere: di giorno tutto va bene, ma la notte è sacra».Come si chiama la tua bambina? «Stefania, ha tre anni».Ne farai una calciatrice? «Assolutamente no; se come mi auguro avrò un maschio si, la femmina lasciamola a lavori e a svaghi più delicati».Tu vuoi molto bene ai bambini; sappiamo che vai spesso a visitare istituti e collegi che ospitano piccoli infelici, spastici, orfani, poliomielitici. «Costa così poco donare un’ora di felicità a tanti esseri disgraziati; forse è un modo come un altro per ringraziare il buon Dio della sua protezione nei miei riguardi. Vuoi sapere una cosa? Quando esco da quei luoghi sono più contento io di loro».ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT, DEL 14 DICEMBRE 2012Si è trascinato le sue ginocchia di vetro per tanti anni alla Juve, il suo è stato un esempio di tenacia, di resistenza al dolore, a menischi asportati, a cartilagini erose dalla fatica, dai tackle, dai contrasti, dalla marcatura sull’uomo più pericoloso della domenica. Perfino lui stesso si è meravigliato di come fosse riuscito a fare tanta strada, a durare così a lungo nel calcio e, soprattutto, nella Juventus, di un dottor Umberto Agnelli, che, una volta intuito la sua straordinaria voglia di giocare, lo circondava di attenzioni e convocava a Torino i più grandi luminari dell’ortopedia europea.Tino, dunque, sorretto da tante “fedi”: quella verso se stesso («La morte di mio padre quando ero adolescente deve avermi temprato il carattere»), quella verso Dio («Anche quando giocavo, alla domenica non perdevo mai Messa!») e quella verso la Juventus.Castano, ma cos’è che l’ha fatta resistere a tanti infortuni? «La passione, la quale mi aveva accompagnato quando giocavo da bambino all’oratorio. È stato difficile, non lo nascondo, andare avanti, ho lottato, e qualcosa ho fatto».Tino, perché? «Perché mia mamma mi chiamava Ernestino. Mamma Maria faceva la mamma. Abitavamo in un paese, Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, il papà, Ambrogio, invece, costruiva biciclette e gestiva un negozio artigianale. Mio papà, siccome costruiva biciclette, sognava che io corressi sui pedali. Ma, io ho continuato a giocare a calcio e a lui non piaceva tanto quello sport. Ad ogni modo, mio papà è mancato quando io avevo solo tredici anni. Avevo un fratello, Giuseppe, che ha giocato a calcio anche lui, finendo alla Juventus per poi smettere».Balsamo, sotto il Comune di Cinisello Balsamo, sarà stato, allora, un paese di operai. «Sì, però, in quei due paesi sono usciti tantissimi giocatori perché eravamo provvisti di oratori e si imparava a giocare a calcio. Da questi sono venuti fuori Trapattoni, Prati (che era proprio del mio paese, Cinisello), Lodetti, tanti altri».L’avversario più difficile da marcare, chi è stato? «Gento del Real Madrid. Era l’ala sinistra dei bianchi e aveva una velocità mostruosa. Non solo, ma ti puntava. Non c’era il libero e, allora, bisognava stare molto attenti, bisognava essere molto guardinghi in difesa».Il più bravo al mondo, per lei? «Pelé! L’abbiamo incontrato, noi della Juve, una sola volta, a Torino, durante una tournée del centenario dell’Unificazione dell’Italia. Mi ricordo che era forte, ma, non mi impressionò più di tanto perché, essendo un’amichevole, i brasiliani quella volta presero la partita un po’ allegramente. Ciononostante, era un grande giocatore. Dei centravanti che mi hanno dato fastidio, comunque, ce ne sono stati: dall’inglese in forza all’Inter Gerald Hitchens ad Angelillo (molto bravo, un centravanti duro da marcare), e tanti altri che ora rischio di omettere, di non ricordare secondo i loro grandi meriti».Perché venne definito, oltre che diligente sull’uomo, anche molto intelligente e colto? Era più avanti negli studi rispetto agli altri compagni bianconeri? «No, no, per me il calcio era tutto, per cui cercavo di fare tutto quello che si doveva. Infatti, quando sono arrivato alla Juventus, un mio grande maestro è stato Carlo Parola, è stato lui a farmi diventare un giocatore vero. Anche perché, con quattro menischi fatti, giocare ancora in Serie A come ho giocato negli ultimi anni, non è stato facile».Lei ha un conto in sospeso con chi le ha fatto del male: Ernesto Cucchiaroni, l’ala sinistra argentina, prima al Milan, in forza poi alla Sampdoria. «Cucchiaroni, già, proprio lui! Sapeva che mi ero operato al ginocchio destro, però, lui mi ha fatto un’entrata cattiva, da dietro, e quella volta il ginocchio è proprio andato. Avevo già polverizzato due menischi, e avevo rotto il tendine principale, tant’è che ancora adesso, quando mi fanno le radiografie, gli ortopedici mi dicono: “Tu non hai più neanche la cartilagine”. Il ginocchio, causa le distorsioni riportate, continuava a gonfiarsi sempre, e, allora, giù valanghe di terapie. Che hanno finito per bruciare perfino i rimasugli della cartilagine e di quello che era rimasto del tendine. Ogni tanto anche adesso mi si gonfia il ginocchio».Non le ha mai chiesto scusa? «No, ma la Juventus, nel corso degli anni, quando sapeva che l’argentino era in campo, aveva il buon senso di non schierarmi mai. Perché veramente non so come si sarei comportato contro di lui».Lei ha giocato nella Juventus del dottor Umberto Agnelli. «Sì, molto probabilmente quando il dottor Umberto aveva capito che, nonostante i gravi e numerosi infortuni non volevo smettere, è come se fossi diventato un po’ il suo pupillo. L’Avvocato veniva qualche volta nello spogliatoio, ma, il nostro presidente allora era il dottor Umberto. Mi ricorderò sempre quella volta a Milano, Milan-Juventus, con le mie ginocchia scricchiolanti, Liedholm mi si fa incontro, fa la finta, ed io mi faccio la distorsione al ginocchio. E, siccome non erano concesse le sostituzioni, sono stato in campo fino alla fine, stringendo i denti e con un ginocchio spappolato. Senza confidare al mister e ai compagni che subivo dolori lancinanti. E, al lunedì, in albergo, quando mi svegliai, mi ritrovai un ginocchio gonfio come un melone. Mi venne a trovare il dottor Umberto, che si sincerò sulle mie condizioni: “Presidente – risposi – mi sono fatto male dopo una ventina di minuti dall’inizio della partita, e non ho ritenuto valido manifestarlo ai miei compagni o al mister. “Ma, perché?” mi chiese il presidente. “A me piace stare in campo”. E lui, al martedì, mi chiamò in sede e mi consegnò una lettera (che ancora adesso ogni tanto mi diverto a rileggere) e una busta con dentro 100.000 lire, ovvero il premio doppio della vittoria. Se ho potuto giocare tutti quegli anni alla Juventus è stato proprio perché lui mi aveva considerato un uomo vero e, sempre lui, mi ha mandato in Inghilterra e in varie parti d’Europa per sottopormi a visite. Poi, quando in Italia giunse il “mago delle ginocchia”, l’ortopedico-traumatologo francese Albert Trillat, mi fece operare e lo faceva venire ogni volta alla domenica prima della partita. E, così per tutta l’annata: per legarmi il ginocchio e per approntarmi le migliori cure del caso, al fine di resistere in campo e di scongiurare ogni altra ricaduta o, alla peggio, per lenire il dolore. Sono convinto che, diversamente, avrei smesso di giocare prima, molto tempo prima, senza aver ricevuto tutte quelle attenzioni».Con chi lei legava maggiormente in quella Juventus? «In quegli anni, con Sivori. Lui era sposato, io ero scapolo, durante la settimana passava di casa a prendermi, facevamo un giretto, insomma, era molto legato a me».Lei ha anche giocato, in Coppa dei Campioni, contro Alfredo Di Stéfano. «Era bravissimo, ma a me davano fastidio coloro che giocavano un po’ alti, dal fisico potente. Di Stéfano era molto tecnico, possedeva notevole classe, ma si poteva giocargli contro».Mai un’autorete? «Mai un’autorete, mai un goal. Quando giocavo terzino arrivavo al massimo fino a centrocampo. Guai passare la metà campo!»Mai espulso? «Sì, una giornata dopo un derby contro il Torino. Avevo compiuto un intervento un po’ cattivo su Giorgio Ferrini e ho preso una giornata».Rammarichi? «Sì, ne ho avuti, perché era dura giocare tutti quegli anni con le ginocchia senza menischi e senza tendini. E oltretutto sui campi che c’erano allora: fatti di fango, di croste di ghiaccio, stando sempre attento a girarmi, a come mettere giù il piede».Quando è che ha pianto di commozione? «Nel calcio ho provato tante soddisfazioni e ho pianto di dolore ogni volta che entravo in sala operatoria. Adesso, oramai passati tutti questi anni, la commozione l’ho provata quando sono andato al funerale di Rino Ferrario, mio paesano di Balsamo. Mi ricorderò sempre che, quando arrivai alla Juventus, lui giocava centromediano ed io nella squadra Riserve. A un certo punto, dopo un paio di partite, lo vidi recarsi da Carlo Parola dicendogli: “Questo ragazzino di diciannove anni è più forte di me. Bene, mister, quando è che lo fai giocare al posto mio?” E, da quella volta, Parola mi impiegò come centromediano. Trovare un compagno di squadra e di ruolo che suggerisce la candidatura di un potenziale concorrente non esiste proprio oggi».Lei e la Nazionale. «Ho esordito a diciannove anni, con già un menisco fatto. Poi, sono ritornato negli Europei vinti a Roma, e ho disputato la semifinale vinta a Napoli, contro l’URSS, con il lancio della monetina e poi ho disputato la prima finale contro la Jugoslavia, mentre la seconda non l’ho giocata perché mi ero fatto male».La punta italiana più forte che ha dovuto marcare? «Riva, mi dava fastidio giocargli contro, perché era bravo. Calciava forte, saltava bene di testa, era potente. Quello sì che era forte, eh!»Un derby particolare contro il Toro? «Mi ricorderò sempre il primo derby in cui ho giocato il centravanti granata che era stato preso dalla Fiorentina, Virgili: ebbene, al primo colpo, mi fece tre goal! È stato il più triste derby che ho disputato nella mia carriera».E di Cervato, che ricordo ha? «Giocava allora centromediano, al posto di Ferrario, e guidava noi giovani della difesa con un “Copri di lì, fai questo, fai quest’altro!”, proprio come una chioccia. Io terzino destro, Benito Sarti terzino sinistro. Ci prendeva per mano come suoi figli ed è stato interessante per me e Benito giocargli assieme».Ha giocato anche libero. «Ho iniziato come terzino poi, quando non c’era il libero ho fatto il centromediano, e infine il libero».Era superstizioso? «Sì, abbastanza: alla domenica le stesse cose da indossare, gli stessi riti da svolgere, in ritiro anche. Ma un po’ tutti i giocatori nel calcio sono superstiziosi».Crede in Dio, nell’Aldilà? «Credo in Dio, ci ho sempre creduto davvero. E credo anche nell’Aldilà. Non saprei dirle come me l’immagino, ma, sarà un bel vivere per coloro che si sono comportati bene nell’al di qua. Ho qui davanti a me un articolo di un mio compagno di squadra della Juventus che poi è diventato giornalista: Angelo Caroli. Era terzino delle Riserve, dietro di me, io giocavo sempre, lui poco. E in questo articolo che ha titolato “Quando il nonno di ferro si rompeva” è impressionante quello che riporta del modo con cui ha vissuto dietro di me, e per lui ero veramente un idolo. Sembro Sivori, da quello che scrive Angelo su di me. Io ci credo a quello che scriveva, perché Angelo era davvero un buon terzino. Giocava solo quando io mi facevo male al ginocchio”.Cos’è che le dà fastidio? «Mi dà fastidio vedere certi bambini che vivono male, che sono senza cibo, non c’è un’armonia, un giusto equilibrio: ci sono troppi ricchi e troppi poveri, non una via di mezzo. E questo mi dispiace».I bambini ammalati: so che lei, quando era alla Juve, quando poteva si recava a trovarli. «Infatti, andavo da tutti i bambini, anche a quelli che non stavano male, negli ospedali, ma che solamente mi venivano incontro. Mi piaceva sentire cosa dicevano. Adesso vivo i maggiori momenti di gioia quando ho i miei nipotini che girano per la casa».Il più complimento ricevuto da un avversario? «Ricordo Renato Cesarini che è quello che mi ha fatto esordire in bianconero. Ebbene, quella volta eravamo a un pranzo della Juventus. Vicino a lui c’era il dottor Umberto Agnelli ed io ero poco lontano. Si parlava ovviamente di calcio. Si voltarono entrambi verso di me e Cesarini disse al dottor Umberto: “Scommettiamo quell’orologio che ha sul braccio che quel ragazzo là alla prima convocazione in azzurro, esordisce?” “Ma, Renato, lasci perdere, suvvia: lei ha sempre voglia di scherzare!” E, invece, il mio estimatore ebbe ragione. Cesarini, riteneva che fossi il più forte terzino che l’Italia potesse esprimere allora». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/ernesto-castano.html
