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PIETRO CARMIGNANI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Carmignani Nazione: Italia Luogo di nascita: Altopascio (Lucca) Data di nascita: 22.01.1945 Ruolo: Portiere Altezza: 185 cm Peso: 78 kg Soprannome: Gedeone Alla Juventus dal 1971 al 1972 Esordio: 29.08.1971 - Coppa Italia - Bari-Juventus 1-1 Ultima partita: 01.07.1972 - Coppa Italia - Milan-Juventus 3-2 37 presenze - 30 reti subite 1 scudetto Pietro Carmignani (Altopascio, 22 gennaio 1945) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere, preparatore dei portieri del settore giovanile del Varese. Pietro Carmignani Carmignani al Napoli nel 1973 Nazionalità Italia Altezza 185 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1980 - giocatore 2017 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1964 Stella Rossa Viareggio Squadre di club 1964-1967 Como 47 (-30) 1967-1971 Varese 92 (-83) 1971-1972 Juventus 37 (-30) 1972-1977 Napoli 144 (-125) 1977-1979 Fiorentina 10 (-16) 1979-1980 Rhodense 20 (-19) Carriera da allenatore 1982-1985 Parma Vice 1985 Parma 1985-1987 Parma Vice 1987-1988 Parma 1988-1989 Parma Vice 1988-1989 Parma Primavera 1989-1991 Milan Portieri 1991-1996 Italia Vice 1996-1997 Milan Vice 1998-1999 Atlético Madrid Vice 1999 Livorno 2000-2001 Parma Vice 2001-2002 Parma 2002-2004 Parma Vice 2004-2005 Parma 2005-2007 Parma Primavera 2007-2008 Varese Vice 2008 Varese 2016-2017 Varese Giovanili (Portieri) Carriera Club Cresciuto nella Stella Rossa di Viareggio, iniziò la carriera professionistica nel Como, in Serie C, militando per un triennio nei lariani prima di passare nel 1967 al Varese, con cui esordì poi in Serie A l'anno seguente. In Lombardia si mise definitivamente in luce nella stagione 1970-1971, agli ordini del tecnico Nils Liedholm, emergendo come uno dei più promettenti estremi difensori del campionato. Nel luglio del 1971, ventiseienne, passò alla Juventus, chiamato a sostituire Roberto Tancredi nel frattempo accasatosi al Mantova. A Torino conquistò da titolare lo scudetto del 1971-1972, tuttavia non riuscì a convincere appieno l'ambiente bianconero anche per via di alcuni grossolani svarioni, tanto che, nelle ultime e decisive cinque partite di un torneo vinto dai piemontesi sul filo di lana, il tecnico Čestmír Vycpálek gli preferì la riserva Massimo Piloni. La sua esperienza juventina durò quindi lo spazio di una stagione, poiché nell'estate del 1972 venne ceduto al Napoli, inserito assieme ad altri giocatori nella trattativa che portò Dino Zoff in bianconero. Carmignani alla Juventus nel 1971 fra i colleghi Alessandrelli (a sinistra) e Piloni (a destra). In azzurro suscitò la simpatia dei tifosi partenopei che gli perdonarono alcune giocate non precise, affibbiandogli il soprannome "Gedeone". Con i campani disputò cinque stagioni a buon livello, vincendo la Coppa Italia 1975-1976 e sfiorando il titolo nazionale nel campionato del 1974-1975, chiuso dalla squadra di Luís Vinício al secondo posto; in questo ultimo frangente si affermò inoltre, ex aequo con Zoff, quale secondo portiere meno battuto del torneo con 19 reti, dietro solo al romanista Paolo Conti che ne concesse 15. In generale, a quasi parità di partite giocate subì una decina di gol in più del predecessore friulano e rimase imbattuto per 61 incontri. A Napoli, inoltre, si sposò con una ragazza del luogo. Nel 1977 viene ceduto alla Fiorentina dove divise il ruolo con il più giovane Giovanni Galli disputando le sue ultime partite in massima serie. Giocò quindi un ultimo campionato, 1979-1980, scendendo in Serie C2 con la Rhodense di Rho, squadra nella quale terminò la carriera agonistica all'età di trentacinque anni. Allenatore La carriera di allenatore iniziò negli anni 1980 al Parma, dove fu vice, tra gli altri, di Arrigo Sacchi con cui nel successivo decennio instaurò un saldo rapporto professionale, lavorando per il tecnico fusignanese dapprima come preparatore dei portieri al Milan, e poi come secondo in Nazionale, nuovamente in rossonero e infine all'Atlético Madrid. Successivamente, dopo un'esperienza da tecnico in prima al Livorno nel campionato 1999-2000, in Serie C1, negli anni 2000 tornò a Parma ricoprendo incarichi di secondo piano; ciò nonostante venne richiamato per due volte sulla panchina della prima squadra per traghettarla alla salvezza in altrettanti tornei iniziati in malo modo dagli emiliani, centrando, in entrambe le occasioni, l'obiettivo. Nella stagione 2001-2002, dopo essere subentrato in panchina a Daniel Passarella, guidò i gialloblù alla conquista della Coppa Italia, ottenuta battendo in finale la Juventus neoscudettata di Marcello Lippi. A fine stagione lasciò la panchina a Cesare Prandelli, salvo tornare alla guida dei ducali nella stagione 2004-2005, quando subentrò a Silvio Baldini raggiungendo la salvezza dopo il vittorioso doppio spareggio con il Bologna. Nelle due annate successive rimase in Emilia come allenatore della formazione giovanile parmense. Per la stagione 2007-2008 fu il secondo di Roberto Lorenzini al Varese. Nella stagione 2008-2009 venne scelto come primo allenatore dei biancorossi, ma a causa di un negativo avvio in campionato, con soli 2 punti raccolti in 5 partite, fu esonerato dopo la sconfitta 2-3 nel derby regionale con il Como. Nel 2016 torna nei quadri tecnici del Varese, assumendo l'incarico di preparatore dei portieri della scuola calcio. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Varese: 1969-1970 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1971-1972 Coppa Italia: 1 - Napoli: 1975-1976 Competizioni internazionali Coppa di Lega Italo-Inglese: 1 - Napoli: 1976 Allenatore Coppa Italia: 1 - Parma: 2001-2002
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Roberto Bettega - Calciatore E Dirigente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
ROBERTO BETTEGA «Giocare nella Juventus è una grandissima soddisfazione, la più grande della mia vita. Penso che indossare la maglia bianconera sia il sogno di ogni giocatore, il sogno di tutta una carriera; questa mia soddisfazione acquista ancora maggior valore, poiché i miei primi passi li ho mossi, da ragazzino imberbe, proprio nella Juventus».Un regalo di Natale, per Raimondo e Orsola. Il piccolo Roberto, secondogenito di casa Bettega, si presenta al mondo il 27 dicembre 1950. Nasce in una casa della periferia torinese, non troppo lontano dal cuore di una città austera e orgogliosa, complessa e taciturna.Appena fuori dal centro, dove nasce Robertino, si respira un’altra vita. C’è l’anima proletaria, c’è il mestiere che sporca le mani e purifica i sentimenti. Papà Raimondo fa il carrozziere, mamma Orsola la maestra. Né stenti né stravizi, la vita scorre tranquilla. Fino all’illuminazione. Che arriva secca, precisa, nel cuore e nella mente di un ragazzino di appena 7 anni. E nel cuore del tifo, in mezzo alla curva Filadelfia del Comunale di Torino, in un pomeriggio da derby. Di qua la Juve, di là il Toro. La scelta non ammette compromessi, ed essendo la scelta di un bambino è dannatamente seria.Robertino dipinge di bianconero il sangue che gli scorre nelle vene, si innamora di quell’oggetto tondo che rotola sul campo e ne fa un pensiero fisso. Da lì in avanti, la vita è scuola e pallone. Papà Raimondo se ne rende conto, e non ostacola il suo ragazzo. Figurarsi: per lui la Juventus è fede cristallina, gli piace vedere quel figliolo consumato dalla stessa passione. Di più, Roberto gioca e ci dà dentro, e intanto sogna come tutti i ragazzi della sua età. Siccome il sogno è una maglia bianconera, papà non si fa pregare: lo infila in macchina e lo porta a casa Juve, alla scuola di avviamento per giovani calciatori. Se son rose, pensa, fioriranno.Il primo maestro, storico per tutti i marmocchi che si presentano in quegli anni ai cancelli bianconeri, si chiama Mario Pedrale. Robertino la prende di petto, si appassiona e s’impegna, e nel frattempo Madre Natura fa il resto: a 13 anni il diminutivo diventa fuori luogo, per un ragazzo che è cresciuto fino a toccare quota 170 centimetri, e che nelle foto di gruppo si riconosce sempre al volo.«È vero, pensavo soltanto a giocare al calcio. Per ore e ore avrei soltanto inseguito quella sfera di cuoio. Poi, da tifoso bianconero, ero ben felice di essere finito tra i Pulcini della Juve. Nel 1962 faccio la mia prima apparizione allo Stadio Comunale: prima di Juventus-Inter si affrontano due squadre del NAGG bianconero. C’era molta gente, ma non ero affatto emozionato, A proposito: agli inizi della mia carriera giocavo da mediano. La “svolta storica”, da centrocampista ad attaccante, avviene nel 1964-65, per merito dell’allenatore degli Allievi. Grosso. Il mio idolo giovanile? John Charles. Mi piaceva il suo modo di giocare, la sua bravura nel colpire di testa in perfetta elevazione... Degli anni giovanili, ricordo le partite con la Nazionale Juniores giocate insieme a gente come Bordon e Spinosi».Nel gruppo, appunto, si fa notare. Spazia tra centrocampo e attacco, e non si perde per strada come tanti coetanei. Quando Pedrale lo consegna a Ercole Rabitti, che lo aggrega alla prima squadra per la stagione 1968-69, spende le prime frasi profetiche: «Io dico che è nato attaccante. Se il fisico lo sorregge, può diventare una punta alla Charles».Rabitti, a parole, gli va a ruota. Ma, in effetti, cerca la prova del nove, e non gli sembra che buttarlo in campo subito sia la cosa migliore. Meglio parcheggiarlo in prestito per un anno, mandarlo, come si dice, a farsi le ossa.La stazione prescelta è quella di Varese, Serie B. Alla guida c’è un europeo del Nord che ha lasciato il segno del suo passaggio nel calcio italiano: una vita da mediano, ma di lusso, con i cromosomi del fuoriclasse. Si chiama Nils Liedholm, il timoniere del Varese. In rossonero la sua nuova carriera di tecnico non ha avuto un ritmo esaltante, la B è in fondo un trampolino di lancio anche per lui.Forse è per questo, anche per questo, che crede ai giovani. Forse è per questo che punta su Roberto Bettega, per il suo Varese che non può mettere in campo troppi talenti. Insomma, lo svedese getta nella mischia il neppure ventenne Bettega, e il ragazzo lo ripaga delle attenzioni. Prima stagione vera da professionista, 30 presenze e 13 reti in serie B.È lui il miglior realizzatore del torneo, insieme al compagno di squadra Ariedo Braida e ad Aquilino Bonfanti del Catania. In quel Varese, che vola sicuro verso la Serie A, Bettega trova compagni di viaggio indimenticabili: “Gedeone” Carmignani, lo stesso Braida, Ricky Sogliano, Dario Dolci, Angelo Rimbano. Tutti lasceranno un segno del loro passaggio sul calcio italiano, e lui più di ogni altro.Liedholm lo descrive così: «Possiede le qualità essenziali per una punta: piede e testa, cioè buon trattamento di palla ed elevazione. È un altruista e un opportunista secondo le circostanze e ciò, naturalmente, corrisponde al meglio per un uomo d’area di rigore».Intanto, lascia parecchi osservatori a bocca aperta. Compresi quelli della Juventus, Rabitti in testa, che si affrettano a richiamarlo alla base. Il ragazzo ha talento: a nemmeno vent’anni mette in mostra acume tattico e impressionante potenza.I suoi gol hanno già il marchio di fabbrica: Roberto segna di testa, tuffandosi col coraggio dell’incoscienza, e il suo piede, soprattutto quello destro, sa già dare alla sfera traiettorie uniche. «È un opportunista, sa farsi trovare pronto all’appuntamento col gol. Ma nello stesso tempo non è un freddo, un calcolatore, e va in cerca della palla e del gioco alla fonte». All’epoca, questo è il giudizio tecnico per il neo-cannoniere cadetto che approda alla massima serie dalla porta principale. Lusinghiero è dir poco, considerando che ha appena vent’anni.«Un successo non sperato ma che, dopo poche settimane dal mio debutto, iniziava a prendere consistenza, visto che continuavo a segnare e a convincere. Il goal più bello? Penso di averne fatti diversi. Ricordo la doppietta col Mantova, la rete con l’Arezzo, quella con l’Atalanta. Una curiosità: all’ultima di campionato batto un rigore contro il Piacenza realizzandolo. Dovranno passare dieci anni prima che, in campionato, prenda nuovamente la rincorsa dal dischetto. Io parto da un principio ben preciso: si può vincere la classifica cannonieri soltanto usufruendo dei calci di rigore».Il giovane figlio della scuola bianconera torna a casa ma casa non è più quella di una volta. È cambiata l’aria che si respira, sono cambiati idee e uomini.Giampiero Boniperti è di nuovo in famiglia, con addosso la veste di amministratore delegato. Il direttore generale è Italo Allodi, la guida della squadra è affidata ad Armando Picchi. È l’inizio di una rivoluzione tecnica che non si arresta neanche quando un destino maledetto si accanisce contro l’ex campione livornese. Picchi se ne va da questo mondo, trascinato via ad appena 36 anni da un male incurabile, e Boniperti sceglie (in disaccordo con Allodi) Cestmír Vycpálek per continuare il viaggio.È la stagione 1970-71, c’è già, in bozza, una Juventus da grande ciclo. Ci sono talenti prossimi a farsi gruppo vincente: i giovani come Capello, Causio, Spinosi, i “grandi vecchi” come Salvadore e Haller, dispensatori d’esperienza. E c’è, da subito, il giovane Bettega: debutto con gol-vittoria alla prima di campionato, a Catania.«Ero completamente concentrato sulla partita e ogni altro pensiero, compresa l’emozione, scomparve. Appena toccato il primo pallone, sparì anche la paura di sbagliare; andò bene il primo stop e il successivo passaggio, per cui, fortunatamente, tutto proseguì nei migliori dei modi, tanto che, verso la fine della partita, riuscii a segnare il goal della vittoria, con un bel colpo di testa. In porta c’era l’amico Tancredi, terzini Spinosi e Furino, stopper Morini, libero Salvadore e Cuccureddu mediano di appoggio. In attacco Haller ala tornante, Marchetti e Capello mezze ali, Anastasi al centro dell’attacco ed io, con la maglia numero 11, schierato all’ala sinistra. Arriviamo al 4° posto in classifica dietro l’Inter di Boninsegna, il Milan e il Napoli. 13 reti al primo anno non sono male; mi classifico al 4° posto dietro Boninsegna, Prati e Savoldi, cioè tutti cannonieri affermati. Purtroppo, da un punto di vista umano, subiamo un grave trauma: muore l’allenatore Armando Picchi, uomo buono, intelligente e sensibile. È un brutto colpo per tutti noi: eravamo legati da profonda amicizia e stima a quell’uomo generoso».È solo l’inizio: il bomber del nuovo corso parte con l’acceleratore a tavoletta anche nella stagione successiva. Il ragazzo-prodigio studia da idolo delle folle, infila una serie d’oro, suggella il momento magico il 31 ottobre del 1971 con un gol da antologia nella doppietta rifilata al Milan. Col grande Nereo Rocco che si toglie il cappello in segno d’ammirazione.«Certi goal non li potrò mai dimenticare. La prima rete la infilo di testa, in “schiacciata” su perfetto cross di Causio. La seconda, forse il mio “centro” più bello, lo realizzo di tacco beffando il portiere Cudicini».Dice John Charles: «Devo ringraziare Bettega; se in Italia si parla ancora di me è grazie a lui e mi fa piacere che qualcuno si ricordi del sottoscritto. Sinceramente, non sta a me dire se Roberto sia più bravo di com’ero io o se lo diventerà in futuro. Devo ammettere, però, che fra lui e me ci sono delle analogie: anch’egli è ottimo nel colpo di testa, anch’egli è abile nello smarcarsi, anch’egli, soprattutto, segna, e segna tanto. Dal vivo, l’ho visto all’opera cinque volte, fra le quali in occasioni di Milan-Juventus 1-4; in quella circostanza, il ragazzo è stato super. Mi ha entusiasmato. Non ha mostrato punti deboli, non saprei nemmeno cosa consigliargli di curare particolarmente per migliorare, perché è eccellente in tutto. È giovanissimo eppure è un giocatore già fatto. Pur essendo un uomo-gol di provata affidabilità, è bravissimo nel rendersi utile ai compagni, per i quali risulta alquanto prezioso. La sua verde età mi fa pensare che riuscirà a progredire ancora; fra un paio d’anni sarà un fenomeno. Ribadisco: son contentissimo che Bettega venga accostato a me, ma non è mio compito azzardare confronti fra noi. Il mio augurio più grande a Roberto è quello di continuare a confermarsi ogni domenica, senza soluzione di continuità: se ci riuscirà, allora la Juve diverrà la più forte squadra d’Europa. Nel processo di crescita della Signora, l’apporto del suo attaccante sarà fondamentale. In ogni caso, auguro ai bianconeri di vincere lo scudetto, io faccio sempre il tifo per loro. Il mio grande amico Boniperti è fortunato: quando giocava, poteva contare su di me; ora, può contare su Bettega!».14 partite, 10 gol, papà Raimondo è pieno d’orgoglio e i cuori bianconeri impazziscono di gioia: sembra la consacrazione, ma un pomeriggio di pioggia e gelo, dopo l’ennesima rete sparata in faccia alla Fiorentina al Comunale, la vita cambia all’improvviso.Gli piomba addosso una tosse fastidiosa, insistente. Entra in clinica il 1° gennaio del 1972, brutta maniera di iniziare l’anno. Lo visitano e la diagnosi è impietosa: affezione infiammatoria all’apparato respiratorio. È pleurite, per capirci: la stagione è finita.Roberto fa in tempo a unirsi ai compagni a primavera, nel pomeriggio felice in cui si brinda allo scudetto. Un tricolore a cui ha contribuito, con quei 10 gol pesanti come macigni.«Un brutto colpo, davvero... Ma ho saputo reagire alla malasorte con coraggio, senza perdermi d’animo, A vent’anni è giusto non demoralizzarsi. Recupero dopo otto mesi lunghi difficili».La malattia lascia, la determinazione (se possibile) raddoppia. Il 24 settembre del 1972, a Bologna, Roberto Bettega torna in campo accolto dagli applausi. Ha vinto una battaglia difficile, ne è uscito più forte dentro.A giugno Boniperti annuncia: «Sarà lui il migliore acquisto della stagione».Lo dimostra in campo, trascinando la Juve al secondo scudetto consecutivo. Diventando una bandiera: lui c’è sempre, là davanti, anche quando i compagni di reparto cambiano.Dopo Anastasi e Haller, dopo l’Altafini part-time di fine carriera, ecco Roberto “Bonimba” Boninsegna. La Juve si muove, si evolve, intorno al figlio del carrozziere diventato idolo della curva. E lui, tatticamente versatile, sa adattarsi a ogni situazione e a qualsiasi compagno di viaggio.«In effetti ritorno a giocare secondo una mia predisposizione naturale, facendo cioè la mezzapunta, tornando indietro a centrocampo oppure ritrovandomi in difesa. Più che fare i goal, mi piace giocare. Più che un successo personale, preferisco la vittoria della squadra. È il mio carattere. Sono comunque anni importanti per la Juventus, che vince lo scudetto nel 1972-73 e nel 1974-75; nel 1973-74, invece, terminiamo secondi alle spalle della Lazio-rivelazione di Maestrelli e Chinaglia. Ricordo bene la stagione del 16° scudetto. Siglo soltanto 6 goal, ma sono quasi tutti importanti: contro Milan, Napoli, Vicenza... Gli anni ‘70 parlano soltanto bianconero».Stagione di alti e bassi, diciamo pure a corrente alternata. Eppure importante, perché arriva finalmente il momento di giocare la carta Bettega anche in azzurro. A decidere in questo senso è il vecchio maestro Fulvio Bernardini, che apre un nuovo capitolo della carriera del campione. Un capitolo fatto di grandi gioie e segnato, oltre che dall’incontro decisivo con Enzo Bearzot, da un incredibile scherzo del destino. Il secondo, dopo la malattia del 1972. Quello che gli negherà, dieci anni più tardi, la gioia di partecipare a un’avventura mondiale da vincitore.Con la maglia bianconera, intanto, Bettega continua a togliersi soddisfazioni.Non è immediato il feeling con Vycpálek, non lo è quello con Carletto Parola. Ci si mettono anche certe situazioni difficili e fastidiose, come la volata-scudetto perduta contro il Torino nella stagione 1975-76, una sconfitta che il bottino personale di quindici gol non ripaga.Le reti salgono a quota 17 nel 1976-77, e questa volta a vincere il testa a testa sono Roberto e compagni. È il primo capolavoro di un tecnico giovane e vincente voluto da Boniperti: Giovanni Trapattoni presenta all’Italia la sua Juve da battaglia, fisicamente corazzata dagli innesti di Benetti e di un ancora vivacissimo Boninsegna, resa sicura tra i pali da Zoff, in difesa dalla coppia Cuccureddu-Gentile, da Morini e da un sempre più autoritario Scirea, illuminata da Causio che regala a Bettega e a Boninsegna mille occasioni da gol.È finalmente una Juve europea, e lo dimostra vincendo il suo primo trofeo internazionale, la Coppa Uefa, dopo aver buttato fuori Manchester City, Manchester United, Shakhtar Donetsk, Magdeburgo, AEK e, in finale, l’Athletic Bilbao. Nell’inferno della partita di ritorno, in Spagna, è proprio Bobby Gol ad aprire la strada verso la gloria, con una rete destinata a restare nella storia bianconera.Il 5° scudetto arriva l’anno successivo (1977-78). «In questa stagione inizio subito bene, realizzando una doppietta, nella prima di campionato, al Foggia; ricordo ancora la rete che infilo di sinistro al Perugia, il goal d’anticipo al Verona, la doppietta al Vicenza di Paolino Rossi all’ultima di campionato... Sono 18 scudetti: una felicità immensa per me e i miei compagni di squadra».Poi, stagione 1979-80, la vittoria nella classifica dei cannonieri. «Il gol che preferisco è quello contro l’Inter al Comunale, perché vinciamo per 2-0 contro i futuri Campioni d’Italia mostrando un gioco vivace e incisivo. Segno, sinceramente, un gran goal. 32’: Gentile crossa dalla sinistra, salto di testa anticipando alla perfezione Bordon e Mozzini, infilando sulla sinistra. Poi non dimenticherò mai l’ultimo sigillo, anche se segnato su rigore: è il goal che mi permette di vincere la classifica cannonieri, davanti a giocatori bravi come Altobelli, Rossi, Graziani e Selvaggi. Sono contento e ringrazio tutti i miei compagni, che mi sono stati vicini e, che mi hanno aiutato a compiere questa impresa».Il sesto, quello più difficile per il campione, nel 1980-81. Una stagione da 5 gol in 25 partite, praticamente in salita in una squadra priva di vere punte, con Fanna, Causio, Marocchino guidati dalla sapienza di Liam Brady. Stagione di stonature (la clamorosa litigata con l’arbitro Gigi Agnolin) e di sospetti (i difensori del Perugia accusano Bettega di aver fatto pressioni in campo perché lo lasciassero segnare: un mese di squalifica).Qualcuno parla già di viale del tramonto, non è il massimo per uno che appena un anno prima vinceva la classifica marcatori del campionato italiano. Lui tace, secondo l’antica scuola appresa da mamma Orsola, paziente e gozzaniana maestrina torinese.Tace e accetta, come chi sa capire la vita, come chi sa che oggi sei idolo e domani puoi finire nella polvere, come chi non si sorprende e non si spaventa di questa vita effimera da uomini di calcio.Tace e si prepara, con Bearzot, all’assalto mondiale di Spagna, che gli verrà negato, si diceva, dall’ennesimo brutto scherzo del destino. Il secondo in carriera.Rassegnato? Mai. Roberto Bettega, torinese duro e puro, testardo e taciturno, si riprende la vita: è ancora campione d’Italia (il 7° sigillo) nella stagione all’inferno 1981-82, e l’anno dopo agguanta la Coppa Italia e va all’attacco della Grande Illusione. È in dirittura d’arrivo, vorrebbe chiudere in bellezza.Dieci giorni dopo il commiato dal campionato italiano (15 maggio 1983, Juventus-Genoa 4-2), fa l’ultima apparizione ufficiale in maglia bianconera ad Atene: si gioca la finale di Coppa dei Campioni. Di fronte alla Juve del Trap c’è l’Amburgo, e i bianconeri sulla carta sono i favoriti d’obbligo. Bobby Gol è a un passo dal sogno, come tutto il popolo juventino. A svegliare tutti quanti sarà il maledetto, imprendibile tiro di Felix Magath.Il campione ha i capelli grigi, per l’ultima recita si è assicurato un ruolo nella Juve forse più bella degli ultimi vent’anni. Accanto ha gli uomini del futuro: Platini, Rossi, Boniek. Non bastano, per volare sull’Europa. Appuntamento rimandato, per la Vecchia Signora del calcio italiano.«Non c’è giornalista in Europa che, quella notte, avrebbe scommesso una Dracma sulla vittoria dell’Amburgo. Eppure, non so che cosa ci succede; non è stanchezza, né forma scadente, è solo questione di testa. Il Mondiale del 1982 non è cosa per me; a causa dell’infortunio non vengo convocato. Brontolo, però mi metto l’anima in pace. Ma ad Atene la Juventus la fa grossa. Se avessi la facoltà di rivivere un avvenimento nella mia carriera, tornerei a quel maggio maledetto e rigiocherei la finale con i tedeschi. Loro non demeritano, solo che noi siamo irriconoscibili. Lascio, perciò, il calcio senza realizzare un sogno meraviglioso».Roberto Bettega consegna la sua maglia alla storia bianconera, e a quella storia si consegna. Questione di numeri, di grandi numeri: in 13 anni, quella maglia l’ha indossata in 481 occasioni ufficiali, trovando la strada della rete in 178 occasioni. Ha vinto 7 scudetti, due volte la Coppa Italia, una Coppa Uefa, ha sfiorato due volte la Coppa dei Campioni (oltre alla finale dell1983 con l’Amburgo, quella lasciata nelle mani dell’Ajax il 30 maggio del 1973).A chiamare Roberto Bettega in Nazionale è nientemeno che Fulvio Bernardini, profeta del calcio dei “piedi buoni”. Un’incoronazione, insomma. Magari un po’ tardiva, perché la decisione il Dottore la prende il 5 giugno del 1975, facendo esordire il campione bianconero contro la Finlandia, in una squadra azzurro-juventina.Bettega ha 25 anni, e certamente a farlo arrivare in ritardo all’appuntamento con la Nazionale è stata la lunga malattia del 1972, quella che sembrava dovergli spezzare ambizioni e speranze. Il battesimo lo firma Bernardini, la consacrazione a opera di Enzo Bearzot, che del Bettega azzurro sarà il vero mentore.La nuova Italia, coraggiosa e allegramente sfacciata, sicura dei propri mezzi, nasce intorno a Bobby Gol, al suo ruolo di attaccante mai avulso dal gioco, naturalmente alle sue reti. Ci conta, il friulano Bearzot, e il giocatore risponde alle sollecitazioni.Inventando, tra l’altro, una perla da consegnare agli annali: il gol che il 17 novembre del 1976 regala all’Italia il successo sull’Inghilterra all’Olimpico, oltre a una certezza in più sulla strada verso il Mondiale d’Argentina. La fotografia è nella memoria: volo d’angelo, colpo di testa sublime, Clemence in ginocchio e con lui tutta l’Inghilterra.In Argentina, Bettega disputa l’unico Mondiale della sua carriera: brillante dal punto di vista del gioco, un po’ meno da quello del risultato. La squadra gira intorno a lui, sembra costruita apposta per lui. È bella e sfortunata.Il campione potrebbe rifarsi nell’anno del Grande Sogno, se soltanto la sorte non gli si mettesse contro. Per la Nazionale di Bearzot, che a Spagna ‘82 vuol giocare da protagonista, Bettega e sempre un punto fermo. Lui si mostra vivo, acceso, nella prima parte della stagione.Fino a quella serata maledetta di Coppa dei Campioni. È il 4 novembre del 1981, a Torino si gioca Juventus-Anderlecht: Bettega ha un terrificante impatto con Munaron, il portiere belga, e resta a terra. La diagnosi è impietosa, proprio come accadde nel 1972: distacco del legamento collaterale-mediale del ginocchio sinistro, stagione finita, viaggio in Spagna cancellato (anche se Bearzot, incredulo orfano del suo campione, prova a credere fino all’ultimo istante in un miracolo).«L’infezione polmonare, se ci penso adesso, mi dico che ero un incosciente ma, probabilmente, era la forza reattiva dei vent’anni. Ho giudicato la malattia un incidente di percorso, niente di più. È stato molto più difficile sopportare le conseguenze dell’infortunio al ginocchio e non solo per il dolore che mi ha torturato a lungo. La malattia si affaccia, invece, con strani sintomi, un po’ di tosse la settimana prima del match con la Fiorentina. Sì, ho un leggero mancamento prima della partita con l’Inter, a San Siro, quindici giorni prima, un malessere attribuito alla tensione nervosa, all’aver fatto un massaggio vicino a un calorifero: eravamo in pieno inverno. Comunque, la tosse suggerì ai medici di fare una radiografia; quando il male mi sbatte in un letto, ho già segnato 10 reti. Perdo nove mesi e praticamente l’anno successivo, poiché il fisico si è appesantito e non è facile eliminare sette chili per rientrare nei limiti abituali. Tant’è che l’estate seguente, invece che in vacanza, resto a Torino a sudare. Ritrovo il mio peso normale dopo diciotto mesi. L’incidente con Munaron, invece, è stato tutto più dolente e faticoso; è un infortunio che lascia il segno e modifica la mia struttura fisica».Perde l’azzurro più intenso, Bobby Gol. Nella sua storia di calciatore e simbolo azzurro manca quella trasferta spagnola iniziata tra i mugugni e finita in gloria. Brutta botta, ma lui non si perde d’animo e comunque la maglia azzurra riesce a riconquistarla.L’ultimo atto va in scena il 16 aprile del 1983, a Bucarest: Romania-Italia 1-0 è la recita numero 42. Con questo numero, e col 19 che resta scritto a caratteri indelebili sulla casella delle reti realizzate, il viaggio azzurro si chiude.Non senza rimpianti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/nato-torino-il-27-dicembre-1950-bettega.html -
Roberto Bettega - Calciatore E Dirigente
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ROBERTO BETTEGA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Bettega Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.12.1950 Ruolo: Attaccante Altezza: 184 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: BobbyGol - Penna Bianca Alla Juventus dal 1970 al 1983 Esordio: 30.08.1970 - Coppa Italia - Verona-Juventus 1-1 Ultima partita: 25.05.1983 - Coppa dei Campioni - Amburgo-Juventus 1-0 482 presenze - 178 reti 7 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Dirigente della Juventus dal 1994 al 2006 e dal 2009 al 2010 Roberto Bettega (Torino, 27 dicembre 1950) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Da sempre alla Juventus, società nelle cui giovanili entrò agli inizi degli anni 1960, con essa trascorse tredici stagioni da professionista vincendo sette campionati nazionali, una Coppa UEFA e una Coppa Italia. In nazionale fu impiegato per 42 volte tra il 1975 e il 1983, con 19 gol all'attivo, facendo parte delle rappresentative che si classificarono al quarto posto al campionato del mondo 1978 e al campionato d'Europa 1980. Durante l'attività agonistica è stato soprannominato Bobby gol per la prolificità sotto rete, e Penna bianca per la precoce canizie che caratterizzava la sua chioma. Dopo il ritiro divenne opinionista televisivo e dirigente sportivo: fu, dal 1994 al 2006, vicepresidente e, tra il 2009 e il 2010, vicedirettore generale della Juventus. Per volontà di Francisco Ocampo, presidente del Tacuary, a Bettega è stato intitolato, dal 2002 alla dismissione del 2015, l'Estadio Roberto Bettega di Asunción, in Paraguay. Roberto Bettega Bettega in nazionale nel 1979 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1984 Carriera Giovanili 1961-1969 Juventus Squadre di club 1969-1970 → Varese 30 (13) 1970-1983 Juventus 482 (178) 1983-1984 Toronto Blizzard 48 (11) Nazionale 1975-1983 Italia 42 (19) Caratteristiche tecniche Uno dei gol più famosi di Bettega, il colpo di tacco al Milan nella sfida di San Siro dell'annata 1971-1972: «una prodezza rara per quegli anni». Era considerato un attaccante molto moderno per la sua generazione oltreché un trascinatore della squadra, in grado sia di concludere sia di suggerire. Ambidestro, dotato di fisico atletico, intuito, tecnica individuale e visione di gioco, era uno specialista nel colpo di testa: in questo ultimo caso, rimane memorabile il suo gol in tuffo all'Inghilterra nella sfida di Roma del 17 novembre 1976, che fissò il 2-0 e contribuì alla qualificazione dell'Italia al campionato del mondo 1978 a spese degli inglesi. È stato definito uno dei più completi attaccanti italiani di sempre, grazie anche alla determinazione e alla professionalità che l'hanno contraddistinto. L'acrobatico gol di Bettega che fissò la vittoria 2-0 dell'Italia sull'Inghilterra, nelle qualificazioni al campionato del mondo 1978: il colpo di testa fu tra le principali abilità dell'attaccante. Affermatosi come attaccante puro, la sua ascesa fu frenata da un principio di tubercolosi che lo colpì nella stagione 1971-1972; Giampiero Mughini scrisse di lui che fu tale malattia a impedirgli di diventare il più grande calciatore dell'era moderna. In seguito arretrò la propria posizione in campo, agendo dapprima da centravanti di manovra e a fine carriera anche da centrocampista offensivo. Da rimarcare la sua capacità di assurgere ad alti livelli realizzativi pur senza l'apporto dei calci di rigore: rimangono appena 6 le massime punizioni tirate in carriera, tutte trasformate. Carriera Giocatore Club Juventus e Varese Un giovane Bettega (in piedi, secondo da destra) al debutto da professionista nel Varese vincitore della Serie B 1969-1970. Nato a Torino da una famiglia veneta emigrata da Villabruna, con il padre operaio alla FIAT, Bettega entrò da bambino nella Juventus compiendo tutta la trafila delle squadre giovanili. Qui crebbe sotto la guida dello storico tecnico del vivaio bianconero del tempo, Mario Pedrale, il quale lo paragonò agli esordi a John Charles. In vista della sua prima stagione da calciatore professionista, nell'estate 1969 il club piemontese decise di mandare il promettente attaccante, anche per evitare che potesse "bruciarsi" con un precoce salto nella prima squadra juventina, in prestito in Serie B nel Varese: venne infatti richiesto dall'allenatore dei lombardi, Nils Liedholm, dopo essere stato da questi notato durante una sfida tra le formazioni giovanili dei due club. Lanciato subito titolare, nella sua unica annata in maglia biancorossa il poco più che diciottenne Bettega emerse come la maggiore rivelazione di quel campionato cadetto, contribuendo al primo posto e annessa promozione in Serie A dei bosini, risultati a cui concorse segnando 13 gol che ne fecero, in coabitazione col compagno di squadra Ariedo Braida e col catanese Aquilino Bonfanti, il capocannoniere del torneo. Ritorno alla Juventus 1970-1976 Da destra: Anastasi e Bettega, coppia d'attacco della Juventus per gran parte degli anni 1970, insieme ai compagni di squadra durante il ritiro di Villar Perosa dell'estate 1971. Ritornò alla Juventus nella stagione 1970-1971, rimanendovi per tredici stagioni consecutive fino al 1983. Giocò in totale 482 partite con la maglia bianconera (326 in Serie A, 74 in Coppa Italia, 31 in Coppa dei Campioni, 8 in Coppa delle Coppe e 42 in Coppa UEFA), segnando 178 gol (129 in Serie A, 22 in Coppa Italia, 7 in Coppa dei Campioni, 1 in Coppa delle Coppe e 19 in Coppa UEFA, terzo dietro ad Alessandro Del Piero e Giampiero Boniperti nella classifica dei maggiori cannonieri della storia del club. Curiosamente, Bettega fece ritorno alla Juventus come unico giocatore torinese e cresciuto nel vivaio, proprio mentre la squadra già annoverava o stava per ingaggiare una leva di giovani originari del Mezzogiorno; tra questi anche colui che diventerà il suo partner d'attacco di riferimento, il catanese Pietro Anastasi, con cui nelle sei stagioni seguenti andrà a comporre uno dei migliori tandem offensivi che la storia bianconera ricordi. Debuttò in Serie A il 27 settembre 1970 in trasferta contro il Catania, segnando il gol decisivo. Giocò 42 partite (28 in Serie A, 11 in Coppa delle Fiere e 3 in Coppa Italia) e segnò 21 gol (rispettivamente 13, 6 e 2). Per la seconda volta, la Juventus raggiunse la finale in una competizione continentale, venendo sconfitta dagli inglesi del Leeds Utd nell'ultima edizione della Coppa delle Fiere: dopo il 2-2 casalingo, nel quale Bettega segnò la rete dell'1-0, la gara di ritorno si concluse 1-1 e il trofeo fu vinto dagli inglesi per la regola dei gol fuori casa. Bettega in azione nel campionato 1975-1976, mentre trova la rete sul terreno della Roma. Ebbe un ottimo avvio nel campionato 1971-1972, in cui spiccò la doppietta contro il Milan alla quarta giornata, segnando prima di testa e poi, su assist di Anastasi, con un pregevole colpo di tacco — un gesto tecnico all'epoca ancora raro a vedersi — rimasto negli annali. Tuttavia dopo 10 reti in 14 partite, l'ultima il 16 gennaio 1972 contro la Fiorentina, fu costretto a un lungo stop per un principio di tubercolosi: il disturbo lo affliggeva da inizio carriera, costringendolo a respirare con fatica e limitandone il rendimento. Rientrò in squadra solamente all'inizio del campionato successivo, aiutando la Juventus a vincere il secondo scudetto consecutivo e contribuendo al percorso che portò i bianconeri alla loro prima finale di Coppa dei Campioni, persa il 30 maggio 1973 contro l'Ajax. Malgrado che nei due anni successivi avesse segnato con minore frequenza, fu fatto esordire in nazionale dal CT Fulvio Bernardini nel giugno 1975, giocando l'intera gara esterna vinta contro la Finlandia. Superò di nuovo la soglia dei dieci gol nella stagione 1975-1976, annata in cui la Juventus perse lo scudetto a vantaggio dei concittadini e rivali del Torino, dopo aver dilapidato un vantaggio di 5 punti alla 21ª giornata. Contemporaneamente, in nazionale dovette accontentarsi di alcuni spezzoni di partita nella nuova gestione tecnica affidata al tandem Bernardini-Bearzot. 1976-1983 Bettega esulta dopo il suo gol-scudetto alla Sampdoria nell'ultima giornata del campionato 1976-1977. Nell'estate 1976, con l'arrivo di Giovanni Trapattoni sulla panchina bianconera, cominciò un ciclo vincente destinato a durare un decennio. La Juventus vinse lo scudetto per una lunghezza sui campioni uscenti del Torino, totalizzando il punteggio record di 51 punti sui 60 disponibili (la Fiorentina, terza, giunse a 16 lunghezze di distacco). Bettega non saltò alcuna partita e mise a segno 17 gol, aggiungendone altri 5 nella Coppa UEFA vinta nella stessa stagione. Fu il primo trofeo internazionale conquistato dalla squadra, che ebbe la meglio nella doppia finale sui baschi dell'Athletic Bilbao: nel ritorno perso 2-1 in Spagna, nell'arena infuocata del San Mamés, fu la decisiva marcatura di testa di Bettega, su traversone di Marco Tardelli, a consegnare alla Juventus il trofeo grazie al maggior numero di gol segnati in trasferta. La Juventus bissò il titolo italiano nel 1977-1978, precedendo stavolta, assieme al Torino, anche il sorprendente Lanerossi Vicenza. Fu il preludio del grande mondiale che Bettega e l'Italia disputarono in Argentina nell'estate 1978. Affermatosi anche in campo internazionale, sia nel 1977 che nel 1978 Bettega giunse quarto nella classifica del Pallone d'oro di France Football. Bettega svetta sulla difesa del Cesena nel corso del campionato 1981-1982. Nelle due stagioni successive, la Juventus perse il titolo italiano prima a favore del Milan e poi dell'Inter, ma conquistò la Coppa Italia 1978-1979 sconfiggendo 2-1 ai tempi supplementari il Palermo nella finale di Napoli, durante la quale Bettega fu costretto a uscire per un infortunio alle costole. Nella stagione successiva realizzò 16 gol che gli valsero la conquista, per l'unica volta in carriera, del titolo di capocannoniere della Serie A; ciò anche aiutato dal fatto di avere derogato a una sua consuetudine, accettando di diventare, per lo spazio del finale di campionato, il rigorista della squadra. In quella stessa annata, la Juventus affrontò in semifinale di Coppa delle Coppe gli inglesi dell'Arsenal: nella gara di andata a Highbury un'autorete di Bettega fece terminare la partita 1-1 dopo il vantaggio dei bianconeri, che furono poi eliminati nel retour match di Torino. Nel 1980-1981 vinse nuovamente lo scudetto segnando 5 reti. Nella Coppa UEFA di quella stagione, le sue tre reti non consentirono alla Juventus di superare il secondo turno, eliminata dal Widzew Łódź: i polacchi si imposero all'andata in casa per 3-1 (con Bettega a rete per la Juventus), mentre al ritorno i supplementari finirono 3-1 per i bianconeri, che cedettero poi ai tiri di rigore per 5-4. Il 4 novembre 1981, dopo aver perso per 3-1 all'andata negli ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1981-1982 contro l'Anderlecht a Bruxelles, uno scontro con il portiere belga Jacky Munaron nella gara di ritorno costò a Bettega un grave infortunio ai legamenti del ginocchio. La Juventus fu eliminata e Bettega perse l'intera stagione, dovendo rinunciare anche alla convocazione al campionato del mondo 1982. Nella stagione 1982-1983 cominciò a non essere più titolare inamovibile, alternandosi in campo con il giovane Domenico Marocchino; nel corso dell'annata non fu neanche particolarmente fortunato sottorete, colpendo undici legni tra pali e traverse. Nella semifinale di andata di Coppa dei Campioni contro il Widzew Łódź, Bettega segnò il gol del 2-0; la Juventus perse poi la coppa nella finale di Atene contro l'Amburgo, l'ultima partita di Bettega con la maglia bianconera che svestì anticipatamente a stagione ancora in corso, sul finire del maggio 1983. Toronto Blizzard Bettega (in piedi, primo da sinistra) al Toronto Blizzard nel 1984 Dopo aver dato l'addio alla Juventus, si trasferì nel giugno 1983 nella North American Soccer League (NASL) per militare nelle file della squadra canadese del Toronto Blizzard. Debuttò in maglia biancorossoblù il 6 dello stesso mese, in una sconfitta agli shootout contro il Vancouver Whitecaps nella regular season di campionato. Rimase a Toronto per due stagioni, raggiungendo in entrambe la finale play-off del campionato, il cosiddetto Soccer Bowl, perso dal Blizzard contro i Tulsa Roughnecks nel 1983 e il Chicago Sting nel 1984. Con voci sempre più insistenti circa un prossimo fallimento della NASL — che si concretizzeranno di lì a breve —, Bettega rientrò temporaneamente in Italia nell'autunno 1984. Qui in novembre rimase vittima di un grave incidente automobilistico sull'autostrada Torino-Milano e ricoverato per alcuni giorni in rianimazione: l'episodio de facto pose fine alla sua carriera agonistica. Nazionale Debuttò nella nazionale italiana nel 1975 contro la Finlandia, raggiungendo poi l'apice della propria carriera azzurra al campionato del mondo 1978 in Argentina, in cui fu schierato titolare dal CT Enzo Bearzot. Fu l'attaccante azzurro più prolifico dai tempi di Gigi Riva: nel triennio che si chiuse con la rassegna iridata del 1978, Bettega disputò 19 gare e segnò 16 volte. Siglò una quaterna che servì per superare la Finlandia 6-1 e, soprattutto, mettere al sicuro la differenza reti nei confronto dell'Inghilterra nel girone di qualificazione per i mondiali argentini. Da destra: Bettega in nazionale nel 1976, mentre festeggia con Tardelli e il commissario tecnico Bearzot la vittoria di Roma contro gli inglesi. In Sudamerica segnò una rete contro l'Ungheria e colse per tre volte la traversa della porta avversaria. Successivamente, nella partita che costò l'unica sconfitta ai futuri campioni del mondo, fu l'autore della marcatura con cui l'Italia batté i padroni di casa di César Luis Menotti. L'Italia arrivò quarta dopo la sconfitta nella finale per il terzo posto contro il Brasile, in cui gli azzurri colpirono tre pali, l'ultimo a opera di Bettega con un colpo di testa nei minuti finali. In virtù delle ottime prestazioni fornite, fu inserito dalla FIFA nella formazione ideale di quel mondiale. Due anni dopo prese parte al campionato d'Europa 1980 che si disputò in Italia e che vide la nazionale padrona di casa piazzarsi al quarto posto. Bettega fece parte dell'undici titolare, dopo che si era laureato capocannoniere del campionato italiano. Segnò il gol del pareggio nella trasferta in Jugoslavia valida per il girone di qualificazione al campionato del mondo 1982, che avrebbero visto nell'estate di quell'anno il trionfo degli azzurri. Bettega dovette tuttavia rinunciare alla rassegna iridata, a causa del serio infortunio patito in Coppa dei Campioni nel novembre 1981. Da sinistra: un duello aereo tra l'argentino Passarella e Bettega al campionato del mondo 1978; seguono l'azione Scirea e Cuccureddu. Dopo un biennio di mancate convocazioni, il 16 aprile 1983 disputò a Bucarest la gara valida per il girone di qualificazione al campionato d'Europa 1984, persa 1-0 contro la Romania. Fu l'ultima partita in maglia azzurra per Bettega, che fu sostituito al 69' da Alessandro Altobelli. In nazionale vanta un totale di 42 presenze e 19 gol. Dopo il ritiro Già al termine dell'attività agonistica si ipotizzò un futuro dirigenziale per Bettega in seno alla Juventus, tuttavia non concretizzatosi nell'immediato a causa di dissidi con l'allora presidente bianconero Giampiero Boniperti. Fu solo all'inizio del 1994 che Umberto Agnelli, nel frattempo tornato a impegnarsi concretamente nella squadra di famiglia, lo richiamò a Torino, dapprima affiancandolo a Boniperti come amministratore delegato ma ben presto affidandogli «pieni poteri» con la nomina a vicepresidente, facendone di fatto l'erede di Boniperti alla testa della società. Insieme al direttore generale Luciano Moggi e all'amministratore delegato Antonio Giraudo, Bettega andò a formare la cosiddetta "Triade" che a cavallo degli anni 1990 e 2000 diede vita a uno dei più vittoriosi cicli bianconeri; in particolare, Bettega assunse una posizione operativamente più «defilata» rispetto ai due colleghi, ricoprendo il ruolo di tramite tra la dirigenza e la squadra, e segnalandosi peraltro come uomo mercato sul calcio estero dove, tra gli altri, scoprì Zinédine Zidane. Bettega vicepresidente juventino nel 2001, tra il patron Gianni Agnelli (a sinistra) e il calciatore Zinédine Zidane (a destra). Lo scoppio dello scandalo del calcio italiano del 2006 coinvolse la dirigenza juventina ma non Bettega, uscito indenne dall'indagine. Pur costretto a lasciare la vicepresidenza nonché il posto nel consiglio di amministrazione, onde rompere a livello d'immagine con la precedente gestione della "Triade", nella stagione 2006-2007 rimase nella società bianconera (nel frattempo declassata d'ufficio in Serie B) come consulente di mercato. Al termine dell'annata, con la squadra torinese ritornata nel frattempo in Serie A, il 22 giugno 2007 si dimise dall'incarico, dopo che la procura torinese lo aveva nel frattempo iscritto tra gli indagati di un'inchiesta inerente all'ipotesi di falso in bilancio da parte della società bianconera. Una volta assolto con formula piena — «perché il fatto non sussiste» — dalla succitata accusa, il 23 dicembre 2009 tornò a pieno titolo nei quadri della Juventus venendo nominato vicedirettore generale con responsabilità sull'intera area sportiva, di fatto numero due della società dopo il presidente Jean-Claude Blanc. Tuttavia la sua seconda esperienza dirigenziale nel club terminò il 31 maggio 2010, dopo soli cinque mesi e senza conseguire risultati sportivi di rilievo, sostituito dal nuovo direttore generale Giuseppe Marotta nell'ambito del repulisti societario portato avanti dal neopresidente Andrea Agnelli. Al di fuori del calcio, dopo aver lasciato l'attività agonistica Bettega portò avanti alcune attività imprenditoriali, gestendo una fabbrica d'imballaggi e acquisendo un ristorante McDonald's in piazza Castello a Torino. Sul versante televisivo fu, negli anni 1980 e 1990, opinionista sportivo delle reti Fininvest. Nel 1985 commentò la finale della Coppa Intercontinentale tra Juventus e Argentinos Juniors affiancando il giornalista Giuseppe Albertini; quella fu la prima volta, per le telecronache italiane delle partite di calcio, in cui il telecronista era accompagnato da un ex calciatore o ex allenatore nelle vesti di commentatore tecnico. Successivamente affiancò Nando Martellini, al debutto sulla Fininvest dopo avere lasciato la Rai. Condusse anche la trasmissione Caccia al 13 e collaborò con Tele Capodistria. Negli anni 2010 fu opinionista per Controcampo e Speciale Champions League, programmi calcistici delle reti Mediaset, e per la syndication 7 Gold. Record Bettega in azione in maglia azzurra durante Italia-Finlandia (6-1) del 15 ottobre 1977, sfida nella quale realizzò una storica quaterna. Tra i pochi calciatori, insieme a Gigi Riva, Alberto Orlando, Francesco Pernigo, Omar Sívori e Carlo Biagi, ad avere segnato una quaterna con la maglia della nazionale italiana. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Varese: 1969-1970 Campionato italiano: 7 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Individuale Bettega (al centro) premiato quale capocannoniere della Serie B 1969-1970 Capocannoniere della Serie B: 1 - 1969-1970 (13 gol) All-Star Team dei Mondiali: 1 - Argentina 1978 Capocannoniere della Serie A: 1 - 1979-1980 (16 gol) Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti (brevetto n. 2263)» — 1973 -
FAUSTO LANDINI Per i più giovani, il nome di Fausto Landini può significare poco o nulla. Al contrario, i tifosi juventini di qualche anno più vecchi, ricorderanno sicuramente quello spilungone dinoccolato, quasi sgraziato, che approdò alla maglia bianconera nell’estate del 1970, proveniente dalla Roma, in compagnia di Fabio Capello e Luciano Spinosi. «Un infortunio alla caviglia capitato quasi all’inizio del campionato scorso mi ha costretto a un lungo riposo – racconta a Bruno Bernardi de “La Stampa” appena approdato in riva al Po – quando l’arto non era ancora perfettamente guarito sono tornato in campo. In queste condizioni non potevo rendere al massimo ed ho avuto una ricaduta. Ho ripreso a giocare ma non ero sicuro come prima. Anzi mi è capitato un fenomeno curioso che ha tratto molti in inganno. Mancandomi lo scatto ero costretto a iniziare lo spunto offensivo a una certa distanza dall’area di rigore, cosicché si è pensato che io fossi diventato la classica mezza punta che parte da lontano. Io sono una punta. A me piace giocare con l’avversario addosso, liberarmene e andare a rete. Centravanti o ala e indifferente; ma il più avanzato possibile. Mi sento attaccante vero, la mia metamorfosi è stata momentanea. Sia chiaro però che giocherò come vorrà l’allenatore, ho solo bisogno di ritrovare lo scatto, il morale e la fiducia in me stesso per tornare quello di due anni fa. La Juventus è l’ambiente adatto allo scopo. Sono molto giovane, non ho fretta. Arriverà la mia occasione, il tempo non mi manca». ALDO BISCARDI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1971 Due macchie rosse sulle gote, che accentuavano la tonalità quando gli facevi un apprezzamento o l’invitavi ad aprirsi in un’intervista; due gambe interminabili, coperte da pantaloni a larghi risvolti, che ricordavano vagamente quelle di James Stewart; lo sguardo sfuggente, chiaramente timido; i capelli rigati a sinistra. Così ricordo Fausto Landini, ai suoi primi esaltanti tempi giallorossi. Una struttura organica sottoposta a sforzi prematuri e sicuramente compressa. Una vitalità naturale prorompente ma contingentemente annullata nello stampo del calciatore professionista, in cui frettolosamente l’aveva calato Helenio Herrera, dopo la tragica scomparsa di Luciano Taccola e il suo brillante esordio contro il Bologna: tutto questo mi dava l’immagine del Landini II, ragazzo imberbe, adolescente in via di sviluppo, uomo fatto ancora no, di certo. Un tocco di palla eccezionale, una visione chiara di gioco, uno scatto lungo, come le sue leve da fenicottero gli imponevano, ma indigeste a qualunque avversario, una ancora scarsa potenza nel tiro e nel gol, una mezza punta non da rifinire nel gioco ma da irrobustire nella corteccia: ecco il Landini II calciatore, sempre rivedendolo ai tempi giallorossi. La mano esperta di Boniperti-Allodi, una volta passato il ragazzo in maglia juventina, l’ha progressivamente «rifatto», completando la sua maturazione fisica e atletica. I due dirigenti bianconeri hanno compreso subito – forse l’hanno acquistato proprio con questa finalità – di avere tra le mani un campione in bozza, che andava corretto e aiutato nella dimensione fisiologica, dopo gli sforzi tremendi e prematuri cui era stato sottoposto. Per questa ragione non gli hanno dato subito la maglia di titolare, per questa ragione lo hanno affidato ai medici, perché i suoi diciannove anni potessero esplodere compiutamente, ritrovando il ragazzo l’equilibrio dinamico e strutturale. Landini II, come Rivera, non ha una cassa toracica fortissima. Il suo sviluppo si era meglio localizzato nelle leve, difettando nella zona polmonare, per ragioni naturali e per sollecitazione agonistica improvvisa. C’era soltanto da irrobustirlo per farne un vero campione e un vero atleta. E le cure amorose hanno dato i frutti sperati. Ho rivisto Fausto Landini in Lazio-Juventus all’Olimpico, in quello stadio che l’aveva glorificato alle soglie della grande carriera. Mi è parso finalmente un giovane fisicamente a posto e psicologicamente più maturo. Niente più rossori da educanda, niente più sguardo evasivo, niente più stupore per essere stato illuminato improvvisamente dai riflettori della popolarità. Un ragazzo sicuro di sé, coltivato a giusta e graduale temperatura, un calciatore professionista, nell’aspetto fisico e temperamentale, al livello del suo vecchio e attuale compagno Spinosi. «Er lungo», lo chiamavano e lo chiamano ancora a Roma. Nato a San Giovanni Valdarno, il 29 luglio 1951, venti anni ancora incompiuti, fratello di Spartaco, ottimo difensore dell’Inter euro-mondiale, figlio di lavoratori toscani umili, un metro e ottantaquattro di altezza, deve ancora darci l’esatta misura dei suoi mezzi di giocatore di foot-ball. Gianni Brera, che gli ha dedicato una minuziosa attenzione da quando è passato sotto le insegne juventine, concorda nella mia tesi, sostenuta fin dai tempi giallorossi. È Faustino una grande mezza punta, un rifinitore eccezionale, un attaccante che prepara il tema offensivo, capace con i suoi dribblings lunghi e continuati di sbilanciare i difensori più esperti e validi, un forward che a fianco di uno sfondatore autentico, è capace di fare impazzire gli avversari e dare alla propria squadra il timbro di una pericolosità veramente travolgente. Ha un carattere veramente buono, nel fondo, ancorché ovviamente infantile. Non è portato all’invidia, alla gelosia, al rancore, come capita spesso nella viziata e rumorosa famiglia del calcio. Si allena, sente e assimila i consigli di chi comanda in società e guida la squadra. Ha le passioni della sua generazione: i vestiti moderni, le giacche di pelle alla Marlon Brando del «Selvaggio», i maxi cappotti e i maxi impermeabili, i revers larghi, i motori, il film western. Non ha completamente trascurato gli studi, non si è montata la testa, è convinto dentro di sé che deve ancora sudare e lottare per arrivare alla fase di completa maturazione e alla conquista della popolarità definitiva e stabile. Esteriormente è un ragazzo moderno, con le inquietudini e le contraddizioni della gioventù e del mondo calcistico d’oggi. Interiormente è solido e inattaccabile, portando sulle spalle il senso del lavoro e della responsabilità, peculiari del suo gruppo familiare e della sua razza toscana. È un calciatore, che per le sue virtù e il suo temperamento, tutti vorrebbero possedere. È, secondo me, già un sicuro pilastro della Juventus da scudetto ed europea che Boniperti e Allodi stanno costruendo, sgretolando poco a poco il mito della «vecchia signora» per farne una società e una squadra con le insegne nuove della giovinezza e della forza che occorrono nel calcio contemporaneo. 〰.〰.〰 Nonostante le grandi speranze del non ancora “Aldo nazionale”, Lando fallirà completamente la prova: un solo campionato sotto la Mole, 13 misere presenze (con una rete ai lussemburghesi del Rumelange in Coppa delle Fiere) e l’impressione di un’enorme fragilità psicologica che mai lo abbandonerà. NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 27 MAGGIO-2 GIUGNO 2003 Un caffe d’orzo in tazza grande per Fausto Landini, detto Cicino, 52 anni a luglio, dinoccolato attaccante di Roma, Bologna e Ascoli con una spruzzata di bianconero juventino agli albori degli anni Settanta. Sorsata e si parte con il rewind. «La mia camera di fatto si è conclusa il 27 aprile del ‘75, a neanche ventiquattro anni. Era la mia ultima stagione al Bologna e a tre giornate dalla fine ci aspettava la sfida con la Sampdoria, che doveva fare punti per salvarsi. Era fine stagione ma io ci misi l’impegno di sempre, la solita voglia di vincere. Purtroppo nel tentativo di recuperare un pallone impossibile, mi saltò un ginocchio». Il danno apparve subito molto serio. «In quegli anni non c’erano gli strumenti diagnostici di adesso. Subito dopo l’incidente mi operarono al menisco, ma non guarivo. Solo nel novembre del ‘76 i medici riuscirono a capire cosa era successo e mi ricostruirono i legamenti. Nel frattempo il Bologna mi aveva ceduto all’Ascoli, ma in quattro stagioni, fino al ‘79, giocai soltanto sette partite». Dopo un ultimo tentativo con il Benevento in C1 nell’80, si concretizza la svolta che significa ritorno alle origini. «Sono tomato a casa, a San Giovanni Valdarno. Durante le stagioni da professionista avevo sempre cullato due desideri: tornare al paese e rimanere nell’ambiente del calcio. Invece ho dovuto patire, specie i primi tempi da ex sono stati molto duri». Un attimo di sospensione. Serve a Fausto per scegliere le parole giuste, per spiegare qualcosa che sta dentro. «A poco più di trent’anni ho vissuto una vera crisi di identità. Intanto perché non mi riconoscevo più nel calcio, proprio io che ci avevo trascorso una vita. Pensa che nell’83 mi arrivò una buonissima offerta per allenare in C1. Feci la Coppa Italia, ma poi decisi di risolvere il contratto. Non faceva per me». Ma non basta: «Negli stessi anni ci fu la dolorosa scoperta che le amicizie di un tempo erano cambiate e ho reagito alla delusione chiudendomi in me stesso». Fino alla molla che finalmente scatta. «Era l’85, con mia moglie Maria si decise di aprire un negozio in paese, anche pensando alle figlie. In ballottaggio gli articoli sportivi e la cartoleria. Vinse la cartoleria». Per la famiglia Landini inizia una nuova esperienza tra quaderni, penne e righelli. «Il gioco di squadra funzionava bene. Io mi sono subito occupato degli acquisti, mentre il contatto con il pubblico lo curava Maria. Le aperture e le chiusure toccavano a me. Non che avessi abbandonato del tutto il pallone, ho sempre fatto qualcosa, ma solo a livello di dilettanti e settore giovanile alternati a incarichi come osservatore. Il tutto, comunque, senza dimenticare il lavoro vero». Fino a che non matura una seconda svolta. «Dopo quattordici anni di attività abbiamo preferito dare in gestione la cartoleria. Le figlie sono cresciute e hanno intrapreso altre strade. Il negozio non aveva grossi margini di crescita ed io cominciavo a battere i piedi. Il calcio mi aveva ripreso». Stavolta senza crisi di rigetto, «anche perché avevo fatto chiarezza con me stesso. Ciò che volevo era lavorare con i ragazzi. Niente di più». Da due anni Landini, dopo una bella esperienza alla guida della Rappresentativa Giovanissimi della Toscana nel ‘99, lavora per il Poggibonsi. «Oltre ad essere il vice di Tazzioli, che allena la prima squadra, guido la Berretti». Passione e sentimento, le sue parole d’ordine. Quelle che lo hanno accompagnato in tutti i passi della sua carriera. Iniziata prestissimo. «Sono stato molto precoce. A sedici anni ci fu il passaggio alla Roma, il tutto dopo una partita tra rappresentative di Toscana e Lazio. Fu Crociani della Tevere Roma che compro il mio cartellino e mi girò ai giallorossi insieme a Luciano Spinosi che in quella stessa gara fu il mio marcatore. A Roma sono stato due anni, dal ‘68 al ‘70. Ero giovanissimo e sono passato da 30.000 lire al mese a 1.200.000, dal pensionato all’appartamento tutto per me, dall’attesa di mangiare la bistecca portata da mia cugina a offrire io la cena». Più di una favola. «Due campionati stupendi, l’esordio con la Nazionale Giovanile, la Coppa Italia e la finale di Coppa delle Coppe sfuggita solo per la monetina che premio il Gornik». Sul campo neutro di Strasburgo il 22 aprile 1970 si consumò la beffa. Con aneddoto gustoso: «Succede che quella volpe di Peirò, un attimo prima che l’arbitro tiri la monetina, ci chiama a raccolta e ci dice: “Non appena la moneta tocca terra, noi esultiamo!”. Eseguiamo l’ordine alla perfezione, ma invano perché l’arbitro, un francese (Machin, ndr) non abbocca. Peirò lo guarda male e, rivolto a noi fa: “Se eravamo all’Inter, si passava”». Quella Roma, comunque, non era niente male, tanto che dalla Juventus arriva la chiamata per Capello, Spinosi e Landini. «Sinceramente non ero contento di andare. A Roma stavo benissimo e poi ero troppo giovane, non ancora ben formato fisicamente. Difatti per più di un mese mi mandarono in piscina. Per irrobustire le spalle, mi facevano nuotare con i piedi legati. Il fatto e che continuavo a non giocare e allora dissi basta alle fatiche in vasca. Fui subito convocato in sede da Boniperti per una multa». Abbonata grazie ad Armando Picchi «Mi voleva bene: mi chiamava Cicino perché Cice era mio fratello Spartaco che aveva giocato con lui nell’Inter». La fiammata juventina dura giusto un anno. «Avevo ottenuto la riconferma, ma io e Novellini dovevamo prestare servizio militare. Uno dei due doveva partire. Io ebbi richieste dal Bologna e ci andai». La città del tortellino, l’ideale per la risaputa voracità di Landini. «Avevo sempre fame e raccattavo un po’ da tutti. Una volta eravamo in ballottaggio per la maglia numero 11 io e Bruno Pace che a tavola era seduto davanti a me. Nel mio piatto, nascosti sotto gli spinaci c’erano due filetti. Guardai prima l’allenatore Pugliese che mi strizzo l’occhio, facendomi cenno di stare zitto e poi Pace che bofonchiò: “Quest’anno mi sa che gioco poco”». Con la maglia rossoblù Landini ha lasciato buoni ricordi, come la doppietta che rifilò al Torino in dieci minuti. «Il merito fu di... Radice che in vantaggio per 3-1 sostituì il mio marcatore con l’esordiente Pallavicini al quale disse di lasciarmi pure stare. Ma non aveva fatto i conti con il mio orgoglio». Torino-Bologna 3-3. Era il 16 marzo 1975. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/fausto-landini.html
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FAUSTO LANDINI https://it.wikipedia.org/wiki/Fausto_Landini Nazione: Italia Luogo di nascita: San Giovanni Valdarno (Arezzo) Data di nascita: 29.07.1951 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Lando Alla Juventus dal 1970 al 1971 Esordio: 30.08.1970 - Coppa Italia - Verona-Juventus 1-1 Ultima partita: 16.05.1971 - Serie A - Foggia-Juventus 0-0 10 presenze - 1 rete Fausto Landini (San Giovanni Valdarno, 29 luglio 1951) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. È il fratello minore di Spartaco Landini. Fausto Landini Landini al Bologna nel 1973 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1981 - giocatore Carriera Squadre di club 1968-1970 Roma 44 (6) 1970-1971 Juventus 10 (1) 1971-1975 Bologna 76 (13) 1975-1978 Ascoli 7 (0) 1979-1980 Benevento 23 (5) 1980-1981 Sangiovannese 12 (0) Nazionale 1969-1970 Italia U-21 4 (1) Carriera da allenatore 1994-1995 Colligiana 2004-2005 Siena Primavera 2006-2007 Sangiovannese Primavera Carriera Giocatore Club Landini (a destra) alla Roma con Capello e Spinosi Esordisce in Serie A, sotto la guida di Helenio Herrera, a 17 anni, il 1º dicembre 1968 in Roma-Bologna (2-1). Con la maglia della Roma ha disputato 44 partite con 6 gol in Serie A, 9 partite con 2 gol in Coppa Italia e 8 partite con un gol in Coppa delle Coppe. Passato alla Juventus, viene scarsamente utilizzato e resterà una sola stagione, prima di passare al Bologna; qui rimane per quattro stagioni dove gioca, in particolare sotto la guida di Bruno Pesaola, come spalla di Beppe Savoldi. Al termine di questo periodo viene ceduto all'Ascoli, dove, sotto la guida di Enzo Riccomini, disputa poche partite. Nazionale Ha totalizzato 4 presenze e un gol in Nazionale Under-21, esordendo a Mantova il 1º novembre 1969 in Italia-Ungheria (2-1). Allenatore Terminata la carriera di giocatore, intraprende quella di allenatore. Nella stagione 1994-1995 ha allenato la Colligiana nel Campionato Nazionale Dilettanti. Nel 2004-2005 ha allenato la Primavera del Siena, e dal 2006-2007 quella della Sangiovannese. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 2 - Roma: 1968-1969 - Bologna: 1973-1974 Campionato italiano di Serie B: 1 - Ascoli: 1977-1978
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ROBERTO MONTORSI Ala destra, di quelle tradizionali – scrive Franco Costa su “Hurrà Juventus” dell'aprile 1971 –, piccolo e sgusciante come un pesce. Il suo dribbling e la sua corsa ricordano Muccinelli del quale, l’avrete intuito, ha anche la statura. Nel calcio i paragoni sono sempre imbarazzanti, anche perché chiamando in causa gli assi del passato, puntualmente si rischia di illudere ragazzi ancora in formazione fisica e mentale, ai quali invece gioverebbe maggiormente crescere in umiltà, senza tanto chiasso attorno. Ma c’è mentalità e mentalità. Già a diciotto anni si intuisce se il ragazzo è predisposto a montarsi la testa. Non ci sembra il caso di Montorsi il cui carattere riflette quello di Zaniboni, umile e coscienzioso insomma. L’ho visto nelle semifinali del Torneo di Viareggio, per la prima volta impegnato in un’occasione molto attesa. Le circostanze della partita contro la Fiorentina l’hanno portato spesso ad arretrare, anche fino ai limiti della propria area e in questo compito Montorsi ha confermato di essere oltre ad uno stilista e a uno scattista anche un giocatore di temperamento, sempre pronto a sacrificarsi per la sua squadra in un compito poco appariscente ma utile. I titolari della Juventus, intanto, a ogni trasferta chiedono che Montorsi faccia parte della comitiva perché porta buono, con lui al seguito i bianconeri non hanno mai perso. Sembra dunque predestinato al successo non soltanto dalla bravura che comunque, considerata l’età, è ancora da coltivare, ma anche nella simpatia. E quando un ragazzo porta impresso sul viso quel sorriso schietto come succede a Montorsi difficilmente la fortuna gli volta le spalle. Sempreché lui sappia amministrarla, naturalmente, questa fortuna. ANDREA ALOI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 3-8 APRILE 2002 «Era l’inizio della preparazione. Il 30 agosto del 1974 ho preso il coraggio a due mani e ho comunicato la mia decisione ai dirigenti del Padova: “Smetto di giocare per motivi personali”. Mi fecero firmare un documento per chiarire la cosa e non avere fastidi in seguito. La mia vita di calciatore è finita quel giorno. Avevo ventitré anni». Motivi personali. Un mucchietto di sillabe buone per l’ultimo adempimento burocratico dell’ala destra Roberto Montorsi, incantatore di palloni e sensibile speranziella di Juve e Mantova, che se l’erano coltivato in A. Parole per dire tutto e niente mentre una porta si chiude piano, i passi si allontanano e appare la scritta “fine”. «Già, il famoso “perché”. È questo: ho inteso profondamente che la vera felicità è amare il mio prossimo come me stesso. Il calcio professionistico non mi lasciava questa possibilità: dovevo ficcare il gomito nello stomaco del terzino, essere in competizione, impegnarmi un’intera settimana fisicamente e psicologicamente per far perdere gli altri. Cosa potevo spiegare a quelli del Padova? Sentivo dentro che non avrebbero capito, i miei amici-tifosi del paese sono stupiti ancora adesso». Racconta preciso, convinto. La voce di un ragazzo. Un secolo dopo Roberto vive dove l’hanno riportato quei passi discreti, a Castellucchio, il suo paese a dieci chilometri da Mantova. Ha interrotto gli studi in medicina a nove esami dal traguardo, non si è sposato. E l’altro perché, in questo uomo semplice e onesto, ha il nome di una ragazza amata – e mai dimenticata – che non l’ha voluto. La chiameremo G., il punto dolente o forse l’ennesimo pretesto per restare fermi davanti al fiume che scorre: “Avrei preferenza di no”, come il mite scrivano Bartleby di Melville. Ha cinquant’anni. Sta in casa con la mamma, Angiola. Mario, il papà, è morto un anno fa. Fa volontariato, vede gli amici, il calcio non lo segue e le ultime uscite da praticante risalgono alla “Squadra della felicità”. Tanto tempo fa: «Avevamo scelto quel nome mica a caso. Ero tornato al paese, si organizzavano dei tornei notturni per divertimento. Ero fortissimo. Lo spiegavo a don Vito, il parroco, che finalmente potevo concepire la competizione come uno spasso, lo stesso di quando si è bambini. Un’eccezione giocosa al rifiuto della competizione. Per gioco sì, per lavoro no, perché mi condizionava la vita». I conti con Dio, con l’umana incarnazione in Gesù sono ultimativi se si vuole testimoniare il Vangelo. Talvolta lasciano intendere debiti difficili da saldare con se stessi. Chiedono rispetto sempre. Ascoltate Roberto, non è questo il posto per giudicare. «Al momento, il passaggio al Padova in C non mi era spiaciuto, almeno avevo mantenuto il livello, dato un freno alla caduta verticale: dalla Serie A con la Juve e il Mantova ero sceso in B col Monza e poi in C col Sorrento nel ‘73-74. Col Monza avevo giocato quattro partite, Allodi, il direttore sportivo della Juve, mi aveva dato in comproprietà ed era venuto fuori un campionato fallimentare. Sa com’è, a Mantova avevo giocato sei partite, mi si era visto poco e le quotazioni erano cadute, per cui squadre di Serie A non ne avevano trovate. Il Monza in B poteva essere la soluzione, ma fu un disastro. In fondo in fondo avevo gli occhi sui libri, studiavo anche il sabato sera e la domenica non rendevo». Sorrento e la C, in prestito per ritentare. «Il dottor Giuliano, stretto collaboratore di Boniperti mi aveva fatto questa promessa: “Vai a Sorrento, segni dieci gol e ti riprendiamo”. Ero innamorato di una ragazza di Castellucchio, (lei, G., ndr) e non mi andava tanto di allontanarmi, però decisi di impegnarmi: va bene, cerco di dedicarmi solo al calcio, se quest’anno non va finisco in quarta serie. Nel girone d’andata feci sei gol, sempre da ala destra, ma stavolta cercavo di concludere, di non limitarmi a dare bei passaggi al centravanti, che era Claudio Del Fabro, mio grande amico. Mi montai la testa: ora ne infilo altri sei e rientro a Torino. Invece segnai solo un altro gol al Siracusa. Che bella Sorrento, mi ricordo il golfo di Napoli, la ferrovia Circumvesuviana che prendevo per andare a Napoli all’Università. A fine campionato la Juve mi diede in comproprietà al Padova e lì ho avuto la crisi religiosa». Roberto è nato in una famiglia né ricca né povera. Il nonno – arrivato a Castellucchio da Maranello nel ‘41 – e il papa erano casari, producevano formaggio grana. Per un bambino della classe l951 il pallone era la giornata piena di partite, dall’oratorio al campo sportivo. Era il sogno di diventare calciatore riguardando con devozione quella foto: Lido di Jesolo, il piccolo Montorsi in posa accanto a Sivori. «Il mio idolo e, destino, sono riuscito a entrare proprio nella Juve. Ero chierichetto, logico che giocassi nella squadra del prete, la Juvenilia. Bisogna ricordare che erano gli anni della Guerra fredda: noi avevamo un campo, i comunisti dell’Us Castellucchio un altro e ognuno faceva il suo campionato distinto. Ala destra, sempre. Gran tocco di palla, scatto e velocità. A sedici anni, senza allenamento specifico, correvo i cento in 11 e 4. Nel dribbling ero bravo ma segnavo poco perché avevo paura di sbagliare, ero più da passaggi. Al tempo delle medie, a Mantova, un amico mi portò alla Fulgor, poi passai nel S. Andrea, la squadra della cattedrale, e mi notarono quelli del Mantova. I genitori erano contenti, andavo bene a scuola, e continuai fino alla Primavera, allenata da Giagnoni. Il campionato ‘68-69, in B, lo iniziò Mannocci, a gennaio subentrò Giagnoni e salvò la squadra dalla C. Mi conosceva, voleva farmi giocare e aspettò che la situazione fosse tranquilla per farmi esordire, a due giornate dalla fine. Avevo diciassette anni». Come andò? «Male. L’anno dopo ero titolare nella De Martino e Giagnoni mi buttò nella mischia a dicembre, contro il Foggia primo in classifica. Io, piccolino com’ero, segnai di testa passati dieci minuti e da allora rimasi in prima squadra». Sedici presenze, di nuovo in gol, ottime partite in casa. Buone credenziali per Sentimenti IV, osservatore bianconero, che lo richiede ufficialmente. «Io non sapevo niente, solo a fine campionato mi chiamò Giagnoni: “Roberto, fai il bravo, accetta quello che ti offrono senza fare storie”. Allodi mi chiese quanto prendevo al Mantova. Ed io: “Cinquantamila lire”. Sa, ero un debuttante, andavo ancora al liceo classico, la preside veniva a vedere le mie partite e il lunedì mi riprendeva: “Montorsi, tira di più”. Allodi mi fece la proposta: “Ti va bene mezzo milione al mese?”. Accidenti, sì. Erano soldi. Per dare l’idea, la benzina costava 145 lire al litro. Diedi l’esame di maturità e il 27 luglio del ‘70 ero a Tonno, agli ordini di Armando Picchi, che mi voleva bene. Ho sofferto quando è morto. C’era il fior fiore del calcio italiano, Bettega, Causio, Spinosi, Anastasi, Furino, Capello. Quelli che l’anno seguente avrebbero cominciato a vincere e non avrebbero più smesso». Con le stelle, molte promesse, da Montorsi ai fratelli d’arte Gianluigi Savoldi e Fausto Landini. Età media 23 anni. «Gli anziani erano Haller e Salvadore. E fu Picchi che cominciò a chiamarmi “il dottorino” e dopo lo fecero tutti. Nello stesso giorno andai a iscrivermi all’Università con Furino, io a Medicina, Beppe a Economia e Commercio. Ma lui pensava di più al calcio, aveva una incredibile forza di volontà, pensi che gli allenamenti partivano alle dieci di mattina e Beppe alle otto e mezza era al campo. In finale di Coppa delle Fiere, pareggiammo l’andata 2 a 2 a Torino col Leeds, al ritorno prima della partita entrò Boniperti nello spogliatoio e disse: “Ragazzi, stasera dovete giocare col cuore di Furino”». Montorsi dalle tribune di Elland Road assiste all’1 a 1 che non basta alla Juve. La sua stagione bianconera è decollata e atterrata in un giorno d’aprile, contro il Vicenza al Menti. Partita intera, ma una. «Non giocai granché bene. Il povero Picchi era già in ospedale, la squadra l’aveva presa Vycpalek. Ero talmente abituato all’idea che non avrei mai giocato titolare che non mi preoccupavo di tenermi sotto mano le scarpe bullonate, pure quella volta mi ero portato dietro soltanto quelle da allenamento, coi tacchetti di gomma. Salvadore mi diede una delle sue scarpe di riserva, l’altra non ricordo più. Si capisce anche da questo episodio che non ero molto concentrato sul calcio». Allodi constata il fallimento e comunica a Roberto una destinazione gradita: “Ti ridiamo in prestito al Mantova, è salito in A, c’è Giagnoni”. «Ero contento di ritrovarlo. Mi dava la carica, con me era psicologo: siccome ero timido, non alzava mai la voce. Un secondo padre. Invece andò al Torino e trovai Lucchi». Campionato ‘71-72. La Juve vince lo scudetto, il Mantova retrocede. Montorsi gioca sei partite, appena una intera, a fine stagione contro l’Inter, il resto sono gradini in discesa. «I miei amici juventini sono stupiti tuttora: ma Roberto, hai abbandonato la Juve, tutti i ragazzi d’Italia avrebbero voluto essere al tuo posto. A me non importa. Cè stata una fase della vita in cui mi ero abituato al successo, alle donne, ai soldi. Poi mi sono convertito al cristianesimo e ho raggiunto la conoscenza perfetta della verità, che è amare il prossimo come me stesso, sapendo che Gesù e Dio, accettando il rifiuto, un Dio sconfitto sul piano terreno, mentre prima mi illudevo di poter portare il paradiso in terra». Nel racconto di Roberto, il disamore per gli studi s’innesca nell’innamoramento per G. Una passione totale. La sua giovinezza, una volta ripresa la strada di Castellucchio, si arena su un “no” che lo porta per mano sull’altra riva: «Lei non mi voleva, io soffrivo e imparavo Fisiologia a memoria, senza capirla. La sera che non ha voluto ballare con me, in discoteca, ho preso la decisione: mai più sarei andato incontro ai dolori e alle delusioni. La filosofia indiana dice che dove c’è illusione non c’è Dio». Di qua o di là. Roberto adesso gioca in difesa, lontano dal mondo in corsa che contiene la maggior parte di noi. Non giudicatelo. Ma ascoltate il finale della storia: «Il prossimo agosto sono ventotto anni che ho smesso. Anni passati bene o male a seconda di come ero spiritualmente dentro. Faccio volontariato all’Istituto Geriatrico e al Patronato Acli di Mantova che si occupa di previdenza, assicurazioni, infortuni sul lavoro. No, un lavoro remunerativo non ce l’ho, però non credo di avere difficoltà in futuro. Ho consumi limitati, non ho moglie né figli, ho rinunciato alla macchina nel ‘77 e l’ho regalata a mia sorella Maria Rita. Vado a piedi, in bicicletta o in treno. Sono sempre innamorato di G., è l’unica cosa che non passa. Al bar Sociale di Mantova qualche tempo fa ho incontrato Giagnoni. Mi ha chiesto come andava e gliel’ho detto: “Eh mister, va male, sono innamorato di una sposata”. Mi ha risposto: “Roberto, sei fortunato, a te batte ancora il cuore”». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/08/roberto-montorsi.html
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ROBERTO MONTORSI https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Montorsi Nazione: Italia Luogo di nascita: Castellucchio (Mantova) Data di nascita: 22.08.1951 Ruolo: Attaccante Altezza: 169 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1970 al 1971 Esordio: 06.09.1970 - Coppa Italia - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 11.04.1971 - Serie A - Vicenza-Juventus 1-1 4 presenze - 0 reti Roberto Montorsi (Castellucchio, 22 agosto 1951) è un ex calciatore italiano, di ruolo centravanti. Roberto Montorsi Montorsi al Mantova nella stagione 1971-1972 Nazionalità Italia Altezza 169 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1975 Carriera Giovanili 19??-19?? Juvenilia 19??-19?? Fulgor Squadre di club 1969-1970 Mantova 17 (2) 1970-1971 Juventus 4 (0) 1971-1972 Mantova 6 (0) 1972-1973 Monza 1 (0) 1973-1974 Sorrento 33 (7) 1974-1975 Padova 0 (0) Carriera Montorsi (in primo piano) in allenamento con la Juventus nella stagione 1970-1971 Dopo aver dati i primi calci al pallone nella Juvenilia e nella Fulgor, formazioni minori della sua zona d'origine, approdò alle giovanili del Mantova dove compì tutta la trafila sino a esordire in Serie B, il 28 dicembre 1969, agli ordini del suo mentore Gustavo Giagnoni, trovando subito il gol dell'1-0 che decise la sfida interna contro il Foggia. Lasciò i virgiliani nel 1970, da promettente diciannovenne, per accasarsi alla Juventus dove andò a ricoprire, nelle gerarchie della squadra, il ruolo di riserva di Helmut Haller. Rimarrà tuttavia una meteora della storia bianconera, patendo eccessivamente la lontananza dal suo maestro Giagnoni e ritrovandosi spaesato dall'impatto con una diversa e più grande realtà: giocò un'unica partita di campionato l'11 aprile 1971, un pareggio 1-1 contro il Lanerossi Vicenza, disputando nell'unica stagione trascorsa a Torino anche una sfida in Coppa Italia contro il Novara terminata sul 2-2, il 6 novembre 1970, e due match internazionali di Coppa delle Fiere, senza mai trovare la rete. Dopo un solo anno in Piemonte tornò quindi a Mantova ma, senza più Giagnoni nel frattempo migrato al Torino, non riuscì a ripetere quanto di buono fatto in passato con i biancobandati finendo per collezionare sei sole presenze in campo. Nella prima parte degli anni 1970 seguirono quindi le esperienze al Monza, al Sorrento (l'unica destinazione dove riuscì a giocare con continuità) e al Padova, tutte conclusesi negativamente. A metà del decennio diede quindi il prematuro addio al calcio giocato, appena ventiquattrenne.
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Ciao Puma, Il tuo topic su Longobucco é a pagina 4. https://www.tifosibianconeri.com/forum/forum/92-tutti-gli-uomini-della-signora/page/4/ Nelle prime 3 pagine e mezza di questa sezione sono presenti i giocatori a cui sono dedicate le stelle dello Stadium e ai giocatori/staff attuali.
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GIANLUIGI SAVOLDI Nato a Gorlago (Bergamo) il 9 giugno 1949 fratello di Beppe “Mister Miliardo”, centravanti del Napoli e del Bologna, cresce nell’Atalanta. Dopo un paio di stagioni trascorse in prestito a Trevigliese e Viareggio, torna in nerazzurro, dove lo preleva la Juventus: «Ho saputo di essere bianconero mentre mi trovavo a Bologna, in caserma – racconta Titti Savoldi – era passata la mezzanotte e stavo dormendo, quando alcuni miei compagni di camerata, che avevano ascoltato poco prima la radio, mi svegliarono con una grande secchiata d’acqua sul viso, comunicandomi la grande notizia. Naturalmente quella notte non si è dormito; festeggiamenti, pacche sulle spalle, il tutto condito da parecchi brindisi a base di birra». GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1975 Uno che si chiama Savoldi, oggi, anno domini 1975, estate calcio mercato ancora fresco alla memoria, non può assolutamente essere uno qualunque. E difatti, Savoldi Gianluigi, numero d’ordine il due, e dunque Savoldi secondo, uno qualunque proprio non ci sta a essere. Intanto per questa faccenda del soprannome: Titti, e chissà mai che c’entra «Titti» con Gianluigi, era tanto più semplice soprannominarlo Giangi o Gigi o alla peggio Giangigi. E invece niente, Titti e così sia. E poi per il personaggio, che non sarà grande epperfino ingombrante quanto quello del fratellone Beppe, ma neppure passa inosservato. Titti, bene o male (e pensiamo che prevalga nettamente il bene) sta sulla breccia da 5 anni, e se non si può dire che abbia sfondato neppure è giusto dire che in tutto questo tempo sia passato inosservato. State un po’ a sentire il suo curriculum vitae. Arriva alla Juve nell’estate ‘70, l’estate dei grandi arrivi: viene dall’Atalanta, in compagnia di Novellini centravanti ma non troppo, e nessuno sa di preciso dove e come possa giocare nella Juve un tipo come lui. Mezz’ala, dicono, ma mezz’ala di scuola e gusti antichi, più mezza punta che uomo-faro, e poi per questa incombenza già c’è Capello, e dunque manco a parlarne. Eppure né il povero Picchi né il suo «continuatore» Vycpalek se la sentono di mettere in disparte uno come Titti. Non avrà forse, dicono, la stazza e la stoffa del regista, ma qualcosa di buono e di utile per la squadra lo sa pur fare. E anche bene, perdinci. Per esempio, nessuno meglio di lui si presta al ruolo di «jolly» in panca, pronto per l’uso per qualunque titolare in difficoltà. E a Catania, prima giornata del torneo ‘70-’71 di Savoldi c’è bisogno per la mezz’ora finale, al posto di Bettega affaticato dopo il gol vincente. Altre volte, tocca a Capello, o a Cuccureddu, o a Marchetti, segnare il passo; e allora sotto con Savoldi due. Qualche volta la mossa non è soltanto necessaria, è qualcosa di più, crea premesse di vittoria, manda a gambe all’aria le macchinazioni tattiche delle panchine avversarie. Già, perché sembra facile a parole, ma marcare un tipo come Savoldi che bel bello viene buttato nella mischia non è mica cosa da poco: Titti ha temperamento, è estroso il giusto e talvolta anche qualcosa di più, il suo rapporto col pallone di amicizia confidenziale, per farla breve non è niente facile toglierglielo dai piedi quando l’amico decide di portarlo un po’ a spasso per il campo, illustri difensori rischiano la figuraccia per voler fare i conti col suo dribbling sghembo. E allora, dirà qualcuno, com’è che un simile artista è sovente dimenticato, e di lui in pratica ci si ricorda soltanto per tappare qualche buco? Semplice, perfino elementare. Non basta dare del tu al pallone per essere professional al massimo grado: si può avere il dribbling di Praest e di Sivori e di Orsi messi assieme ed essere nonostante questo emarginati. Oggi è così. L’oggi del calcio è continuità, raziocinio, magari asetticità e dunque aridità; l’estro serve, per carità, e la mezz’ala dal piede vellutato può essere catalizzatore del gioco. Ma deve al momento buono saper mettere da parte il talento e sgobbare, marcare il terzino che avanza, in una parola lottare su ogni pallone, scordare i ghirigori. Titti Savoldi magari ha capito tutto questo, ma gli riesce difficile far capire a Vycpalek di aver capito, o mamma mia quant’è complicato partorire questa elementare verità. Undici volte Savoldi è in campo in quel ‘70-’71 di rosei presagi. Può essere molto a patto che l’immediato futuro offra qualcosa di più. Ma il domani, anno ‘71-’72, non fa che ribadire sostanzialmente la situazione tecnica preesistente: la Juve arremba e artiglia alfine lo scudetto numero quattordici, c’è gloria per tutti, sì, anche per Titti Savoldi, che aumenta a 13 i gettoni di presenza, ma è gloria, come dire, più riflessa che diretta. Titti entra nella mischia, forse, nei momenti meno adatti, in quelli più delicati e dunque difficili. Esempio. Super-derby di ritorno, 26 marzo ‘72, Juve con tre lunghezze sui cugini granata secondi e lanciatissimi; da tempo non si registrava un simile equilibrio al vertice fra le tue torinesi. In settimana, Coppa UEFA doppiamente amara per la Juve, che pareggia a Wolverhampton ed esce dalla scena; ma non basta. Haller, che in terra albionica ha riscoperto il gusto delle bevute notturne che contraddistinse più di un suo illustre predecessore bianconero, paga la scappatella con l’esclusione dalla squadra anti-Toro, e il suo posto, per nulla a furor di popolo, viene preso proprio da Savoldi. Vince il Toro, due a uno, è partita furente e al tempo stesso raziocinante quella dei granata, la meno indicata forse per i gusti raffinati e un po’ nostalgicamente demodè di Titti nostro, che difatti non fa sfracelli, e pur non steccando non riesce a sfruttare la grossa occasione offertagli. Haller può riprendere tranquillo il suo posto, e pilotare la squadra nel difficile cammino verso il titolo. Savoldi, comunque, rientra nel giro a distanza di qualche domenica, e contro l’Inter il suo secondo tempo è valido in assoluto, praticamente senza sbavature. E nel pareggio di Firenze, prologo allo scudetto, Titti veste i panni di Furino squalificato e si fa apprezzare anche per contributo dinamico, oltre che per gli orpelli di cui si impreziosisce la sua pedata. Suvvia, lo scudetto numero quattordici di Madama rende giustizia anche a Titti, che tra coppe e coppette ha messo insieme un più che discreto gruzzolo di presenze. La prima parentesi juventina di Savoldi si chiude l’anno dopo, ‘72-’73, con un altro scudetto, ma con una flessione di presenze che rendono poco più che episodica la sua milizia bianconera. Fortuna che c’è di mezzo una Coppa Italia ricca di soddisfazioni. Ricordiamo la più bella, la più raffinata. Comunale torinese, tardo pomeriggio di fine giugno, Juve-Bologna partita più di là che di qua, con gente sugli spalti a spellarsi le mani a forza di applausi. Gol come se piovesse, la gente cerca il Savoldi bolognese, già allora al centro del calcio-mercato, e infatti a un certo punto il panzer rossoblu trova un varco e fulmina Zoff. Ma la replica del Savoldi juventino è splendida e crudele. Tre a tre, una manciata di minuti al termine. Corner e mischia in area bolognese, Titti che improvvisamente stacca di testa e infila tra lo stupore generale. È il gol della vittoria juventina, ed è anche (se non andiamo errati) l’unico gol messo a segno da Titti in bianconero, almeno a livello di incontri ufficiali. Poi il commiato: Cesena, una annata buona e per certi versi ottima, sempre in bianconero e dunque con meno rimpianto per la lontananza. E infine Vicenza, tappa importante e forse determinante per la maturazione di questo professional. Dopodiché Titti è tornato in bianconero: è il Savoldi numero due, e magari non segnerà i gol del fratellone, ma non è un numero due. Ha già vinto due scudetti, da comprimario finché si vuole, ma li ha vinti. E quest’anno può, deve, mostrare il molto che vale. Ha ventisei anni, di tempo per affermarsi in pieno ce n’è d’avanzo. 〰.〰.〰 Nella sua seconda avventura in bianconero, non riesce a mettere insieme neppure uno spizzico di partita e, nell’estate 1976, è definitivamente ceduto alla Sampdoria. Ci lascia, improvvisamente, il 14 aprile 2008, dopo una lunga malattia. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/gianluigi-savoldi-ii.html
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GIANLUIGI SAVOLDI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianluigi_Savoldi Nazione: Italia Luogo di nascita: Gorlago (Bergamo) Data di nascita: 09.06.1949 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 13.04.2008 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 71 kg Soprannome: Titti Alla Juventus dal 1970 al 1973 e dal 1975 al 1976 Esordio: 13.09.1970 - Coppa Italia - Juventus-Arezzo 3-1 Ultima partita: 01.07.1973 - Coppa Italia - Milan-Juventus 1-1 52 presenze - 1 rete 2 scudetti Gianluigi Savoldi, detto Titti (Gorlago, 9 giugno 1949 – Bergamo, 13 aprile 2008), è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Gianluigi Savoldi Savoldi alla Juventus nel 1970 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1981 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Atalanta Squadre di club 1967-1968 → Trevigliese 10 (4) 1968-1969 → Viareggio 32 (4) 1969-1970 Atalanta 11 (0) 1970-1973 Juventus 52 (1) 1973-1974 → Cesena 28 (3) 1974-1975 → Lanerossi Vicenza 30 (2) 1975-1976 Juventus 0 (0) 1976-1979 Sampdoria 62 (4) 1979-1980 Giulianova 33 (5) 1980-1981 Livorno 29 (2) Carriera da allenatore 1994-1995 Atalanta Giov.ssimi Naz. ????-???? Atalanta Esordienti Biografia Era fratello minore di Giuseppe e zio di Gianluca, anche loro calciatori. È morto nel 2008, all'età di 58 anni, dopo una lunga malattia. Caratteristiche tecniche Giocatore Centrocampista di buona tecnica, a metà fra una mezzala e una mezzapunta, aveva nella visione di gioco e nel dribbling le sue caratteristiche migliori. Carriera Giocatore Savoldi al Cesena nel campionato 1973-1974 Come il fratello Giuseppe, iniziò la sua trafila nelle giovanili dell'Atalanta, club che a fine anni 1960 lo cedette nelle serie minori per farsi le ossa. Dopo due esperienze in Serie C con le maglie di Trevigliese e Viareggio, tornò brevemente in terra orobica per una stagione poiché nell'estate del 1970, ritenuto un giocatore di buone prospettive, venne acquistato dalla Juventus assieme a un altro giovane bergamasco, Novellini. Pur facendo parte delle seconde linee bianconere — in particolare, finì chiuso nel suo ruolo principalmente da Capello —, a Torino riuscì al primo anno a mettere assieme il discreto bottino di 11 presenze. Queste diventarono 13 nel campionato 1971-1972, contribuendo da "prima riserva" (subentrando spesso al succitato Capello, a Bettega, a Cuccureddu o a Marchetti) alla vittoria di uno scudetto che alla Vecchia Signora mancava da un lustro, mentre furono solo 6 le apparizioni nel successivo torneo 1972-1973, che pure valsero a Savoldi il secondo tricolore consecutivo. Nel biennio seguente i piemontesi lo cedettero in prestito dapprima al Cesena e poi al Lanerossi Vicenza, prima di riprenderlo nei propri ranghi nell'annata 1975-1976 senza tuttavia utilizzarlo in gare ufficiali. L'anno dopo arrivò quindi la cessione definitiva alla Sampdoria dove disputò tre campionati sempre da titolare, senza riuscire a riconquistare la massima serie con la squadra blucerchiata dopo la retrocessione del 1976-1977. Nel 1979 scese di categoria militando nel Giulianova, con promozione in Serie C1 e, la stagione seguente, nel Livorno, club questo ultimo dove, nel 1981, chiuse la carriera agonistica. Allenatore Dopo il ritiro allenò per un ventennio nel vivaio dell'Atalanta, conquistando il titolo di campione d'Italia nel 1994-1995 nella categoria "Giovanissimi Nazionali". Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973 Campionato italiano Serie C2: 1 - Giulianova: 1979-1980 (girone C) Allenatore Competizioni giovanili Campionato Giovanissimi Nazionali: 1 - Atalanta: 1994-1995
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ADRIANO NOVELLINI Nasce anche con Adriano Novellini – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del settembre 1981 – mantovano di Mariana, attaccante di nerbo e caparbietà, la Juve del dolce stil novo, la squadra vale a dire protagonista e regina del calcio italiota anni Settanta. Nasce da campioni e comprimari, una squadra grande e vincente. E Novellini, che di quella Juve è personaggio non grande ma nemmeno trascurabile, è l’ideale per riaccostarsi a quegli anni ruggenti, a quella stagione in particolare della nascita di tutti i sogni e di tutte le speranze.Si narra del ‘70-‘71, chiaramente. Novellini è uno dei nuovi arrivati nella squadra che è stata per un attimo del vecchio nostalgico don Luis Carniglia e poi per alcuni mesi di Ercole Rabitti. Con Novellini si cambia, così come si cambia con Spinosi, Landini, Zaniboni, Savoldi, e tanti altri ancora dai nomi appena un po’ più famosi, ma nemmeno troppo.Nasce, abbiamo detto, la squadra nuova. Ci sarà posto per tutti questi giovani che sicuramente hanno talento, ma esperienza poca o nulla? Naturale che sì. Si sperimenta, e accanto alle colonne Salvadore e Haller trovano spazio di volta in volta i ragazzi dalle grandi o meno grandi promesse. Anche Novellini, che pure trova una concorrenza agguerritissima e fin spietata. Adriano, punta di movimento ma anche di possesso, deve fare i conti con il massimo idolo bianconero del tempo, Pietruzzo Anastasi, giovane anch’egli (sono dei ‘48 entrambi) ma già mito, nonché con tale Roberto Bettega, fresco capocannoniere in serie B a dispetto dei vent’anni non ancora compiuti. E poi c’è Landini, lungagnone osservatissimo. Insomma, problemi non da poco per trovare un posticino al sole. E qui conta il carattere, la caparbietà appunto. Novellini non demorde e capisce che solo così alla fine raccoglierà qualcosa di buono.«Il giorno che ho saputo che avrei giocato per la Juventus è stato il più bello della mia vita; mi trovavo a Rimini, in villeggiatura e, dopo aver fatto colazione, sono andato, come mio solito, alla vicina edicola per comprare i giornali sportivi. Mancava solo un giorno alla chiusura del mercato estivo e volevo proprio vedere come sarebbe andata a finire; si erano scritte parecchie cose sulla mia futura destinazione, ma non avevo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Perciò, ho aperto il giornale con certa ansietà e vedo scritto: “Novellini alla Juventus”. Al primo momento ho fatto un balzo, tanto più che, vicino a me, avevo un amico del luogo, come tutti i romagnoli, sfegatato tifoso bianconero, che mi ha baciato e abbracciato, gridando a tutti che ero Novellini e che ero stato acquistato dalla Juventus. La sera stessa ho dovuto offrire da bere a metà albergo!».La stagione ‘70-‘71 che va a iniziare, nel segno delle speranze e ancor più delle incognite, non accantona nessuno, meno che mai Novellini.E il battesimo, magari in punta di piedi, avviene prestissimo, e addirittura su un palcoscenico europeo. Comincia la Coppa delle Fiere, presto Coppa Uefa. È il 30 settembre, e il turno inaugurale per la Juve non è tale da spaventare. Ci toccano i lussemburghesi del Rumelange, travolti a Torino per 7-0. Nel Granducato, Novellini è della partita, con la maglia di Anastasi. Un debutto con i fiocchi, e non è proprio il caso di storcere il naso pensando alla modestia degli avversari. Adriano segna tre delle quattro reti del netto successo bianconero. Non sarà un test probantissimo, ma l’importante per ora è non fallire le occasioni che si presentano.Si procede in Coppa, assai più speditamente che in campionato, dove l’inesperienza gioca talora brutti scherzi alla pattuglia bianconera. E al secondo turno europeo l’avversario è di tutt’altra caratura: si tratta del Barcellona. Andata in Spagna il 20 ottobre. Novellini in panca viene gettato nella mischia all’inizio della ripresa al posto dell’infortunato Anastasi, e contribuisce non poco alla clamorosa vittoria juventina, che è ipoteca per il passaggio del turno. Tanto che per il match di ritorno, a Torino, Novellini è in campo sin dal primo tempo, e con merito.In campionato, l’opportunità per l’ex atalantino arriva leggermente dopo, a metà novembre. Si gioca al Comunale la partita-chiave del rilancio, contro i campioni in carica del Cagliari, e la prima linea bianconera si schiera così. Novellini – Marchetti – Anastasi – Capello – Bettega. La Juve trova d’incanto la giornata buona e vince di slancio, Chiaro che anche Novellini ha fatto la sua parte.Ma sembra proprio che i momenti migliori per Adriano siano quelli di Coppa. Il 27 gennaio ‘71, a Torino, si gioca l’andata dei quarti di finale contro gli olandesi del Twente. Non c’è Anastasi, infortunato, e al centro dell’attacco viene schierato Novellini. È una gara ricca di slanci e di capovolgimenti di fronte, giocata con spirito addirittura spavaldo dalla squadra bianconera, che trova quasi subito il gol con Haller. Ma l’1-0 non garantisce a sufficienza il superamento dell’ostacolo, e nella ripresa è proprio Novellini, al termine di uno spunto personale, a raddoppiare. Un gol provvidenziale, visto che al ritorno, in una autentica bolgia sarà 2-0 per il Twente, e saranno gli esaltanti supplementari a qualificare la Juve per le semifinali.Complessivamente, la stagione ‘70-‘71 si chiude per Novellini con un bilancio più che incoraggiante: una decina di gettoni di presenza in campionato, con una rete (a Roma, contro la Lazio) e parecchie partite in Coppa delle Fiere, pure condite da reti importanti. La conferma per la successiva stagione è scontata.E siamo al ‘71-‘72 di tutti i ricordi più lieti. Inizia il ciclo trionfale, la Juve ha trovato l’assetto vincente e si impone subito come splendida realtà.Ma la sfortuna è in agguato, e Bettega viene fermato ai box proprio nel momento della sua massima esplosione. Tocca a Novellini, e il ragazzo si getta nella mischia con la grinta e la determinazione del veterano. Contro il Verona al Comunale, nella sua gara di debutto di fronte al pubblico amico, segna e fa segnare, rivelandosi elemento oltremodo prezioso. E il 12 marzo, nella gara con il Bologna, che si trasforma in una autentica battaglia, si batte con una determinazione fuori del comune, propiziando l’importantissimo successo.Ma i programmi bianconeri, che prevedono un ulteriore rafforzamento in vista della Coppa del Campioni, mettono un nuovo, durissimo ostacolo di fronte a questo ragazzo; arriva Altafini, e per i ruoli di punta la squadra si ritrova più che coperta. Chiaro che Novellini dovrà cercare spazio e gloria altrove.Il commiato, in Coppa Italia, è festoso: 2 gol all’Inter e 1 al Milan, a coronamento di prestazioni più che positive.La parentesi di Novellini in bianconero, non lunga ma nemmeno troppo breve, si chiude qui. Un personaggio che si ricorda con simpatia, e nitidamente, anche a parecchi anni di distanza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/adriano-novellini.html
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ADRIANO NOVELLINI https://it.wikipedia.org/wiki/Adriano_Novellini Nazione: Italia Luogo di nascita: Mariana Mantovana (Mantova) Data di nascita: 02.09.1948 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1970 al 1972 Esordio: 30.09.1970 - Coppa delle fiere - Rumelange-Juventus 0-4 Ultima partita: 27.08.1972 - Coppa Italia - Juventus-Foggia 3-0 42 presenze - 13 reti 1 scudetto Adriano Novellini (Mariana Mantovana, 2 settembre 1948) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Adriano Novellini Novellini alla Juventus nel 1971 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1981 Carriera Giovanili 196?-1969 Atalanta Squadre di club 1967-1970 Atalanta 51 (10) 1970-1972 Juventus 42 (13) 1972-1974 Bologna 33 (6) 1974-1975 Cagliari 17 (2) 1975-1977 Palermo 54 (6) 1978-1979 Monteponi Iglesias 20 (6) 1979-1981 Carbonia 59 (36) Nazionale 1970 Italia U-21 1 (0) Carriera da allenatore 2001 Villaggio 88 Caratteristiche tecniche Giocatore Giocò principalmente nel ruolo di ala, venendo ricordato come una «punta di movimento, ma anche di possesso». Carriera Giocatore Iniziò a giocare del settore giovanile dell'Atalanta, con la quale debuttò in Serie A nel campionato 1967-1968 segnalandosi subito come una promessa. A Bergamo disputò tre stagioni, e nell'ultima in Serie B giocò 36 partite segnando 8 gol. In questa fase iniziò a essere considerato un potenziale attaccante in prospettiva azzurra, difatti nel 1969 venne schierato nell'Italia Under-21 in occasione del vittorioso incontro contro i pari età della Romania (1-0). Novellini al Cagliari nella stagione 1974-1975 Ritenuto un promettente elemento, nell'estate 1970 venne quindi acquistato da una Juventus al centro di un profondo ricambio generazionale, assieme ad altri prospetti quali Landini II, Savoldi II, Spinosi II e Zaniboni. Nel campionato seguente, nonostante si trovasse dietro ad Anastasi e Bettega nelle gerarchie dell'attacco, trovò modo di disputare 9 partite con 1 rete all'attivo; più importante fu il suo contributo nel cammino bianconero in Coppa delle Fiere, dove al primo turno segnò una tripletta ai lussemburghesi del Rumelange, e in seguito realizzò agli olandesi del Twente un gol che si rivelò decisivo per l'approdo della squadra piemontese in semifinale. Proprio le buone prestazioni fornite in campo europeo gli valsero la conferma a Torino per l'annata successiva, nel corso della quale, a causa della pleurite che costrinse Bettega ad assentarsi a lungo dai campi di gioco, si ritrovò titolare nella seconda parte della stagione, contribuendo attivamente alla conquista del quattordicesimo scudetto juventino. Ciò nonostante nei mesi seguenti, a causa dell'arrivo in Piemonte del più esperto Altafini, si vide definitivamente precluso uno spazio nell'attacco bianconero; nel mercato di riparazione dell'ottobre 1972 venne quindi ceduto al Bologna, rimanendo in Emilia per un biennio e vincendo con la squadra petroniana la Coppa Italia 1973-1974. Nell'annata seguente avvenne il trasferimento al Cagliari, cui seguì nell'estate 1975 l'approdo al Palermo. Al termine della stagione 1976-1977 decise di abbandonare il calcio, per poi avere un ripensamento dopo un anno di inattività accettando di giocare in Serie D nelle file del Monteponi Iglesias. L'anno successivo fu ceduto al Carbonia, dove concluse definitivamente la propria carriera nel 1981. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Atalanta: 1969 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1971-1972 Coppa Italia: 1 - Bologna: 1973-1974
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Fabio Capello - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
FABIO CAPELLO La storia che Fabio Capello ama raccontare da una vita è quella del famoso “non passaggio” al Milan. Vero che poi ci sarebbe arrivato sulla soglia dei trent’anni, a vestire i colori rossoneri, ma quella volta, quando venne a cercarlo Gipo Viani in persona, lui era appena un ragazzino. Giocava a Pieris, il paese natale. La sua giornata era fatta di casa, scuola e pallone. Insomma, il ragazzo doveva saperci fare se il grande Gipo si mosse personalmente fino a quel paese lontano dai riflettori del grande calcio. E nella casa dei Capello, a Pieris, si sedette a un tavolo davanti a un bicchiere di rosso forte, di fronte a papà Guerrino, maestro elementare. Che gli fece capire senza troppi giri di parole che questa volta era arrivato secondo. «Mi dispiace – allargò le braccia il maestro – ho già dato la mia parola alla Spal».Abbastanza, per fermare Viani? Nemmeno a parlarne. Si discute, ma il maestro resta fermo come un palo di fronte all’uomo che ha costruito il primo Milan europeo. E Viani sbotta. «Insomma, faccia qualcosa, dica a Mazza che quel giorno era confuso, che non era in sé. Inventi una scusa, dica che aveva bevuto». Fine delle trasmissioni. Il maestro si alza e gentilmente, ma con fermezza, accompagna l’ospite alla porta. «Ho dato la mia parola. La mia parola».Storia semplice e genuina, che colora a tinte forti l’infanzia e la giovinezza di Fabio Capello, e ne porta a vista le radici. Storia di benedetta testardaggine e di giustificato orgoglio, quelli che il maestro Guerrino ha trasmesso a questo figlio che poi di strada nel calcio ne ha fatta parecchia, da giocatore e da tecnico.Un passo indietro. Fino al giugno del ’46, fino a un’estate lontana nel sole secco e radente del Nord. Pieris è un paese di pianura, in provincia di Gorizia ma a metà strada tra Trieste e Udine. Un posto di confine. Quelli del posto sono chiamati “bisiachi”, perché sono strizzati in mezzo a due fiumi, l’Isonzo e il Tagliamento. Da “bis aquae”, che significa letteralmente tra le due acque. Gente abituata a stare in equilibrio, a camminare sul filo dei sacrifici, vivendo a metà strada tra montagna e mare, tra la cultura contadina del profondo Friuli e quella mercantile di Trieste.In mezzo, e sulla linea, anche geograficamente: tra cultura latina, tedesca e slava. Una terra di confine, o meglio di frontiera. Lì cresce il talento del piccolo Fabio. Nel Pieris, la squadra per cui ha giocato, all’epoca in Serie C, anche papà. Il ragazzo ha appena 16 anni quando Paolo Mazza, mago del calciomercato e mecenate della Spal, gli mette gli occhi addosso.Mazza è reduce dall’infausta avventura ai Mondiali ’62 in Cile, dove ha ricoperto il ruolo di commissario tecnico azzurro insieme a Ferrari. Bussa alla porta di papà Guerrino un attimo prima di Viani, come si è detto. E il maestro ha una parola sola.Fabio va alla Spal e nelle casse del Pieris finiscono due milioni. Un anno nella Primavera di G.B.Fabbri, e finalmente il debutto in Serie A, nella stagione 1963-64. 4 partite in tutto, tra un’interrogazione e l’altra all’istituto per geometri. Quell’anno la Spal finisce in Serie B ma Mazza la fortifica per l’immediata risalita.E quando, nella stagione 1965-66, i biancazzurri si riaffacciano sulle grandi ribalte del calcio italiano, Capello è già un punto di riferimento del centrocampo. Talmente sicuro di sé ed equilibrato da essere promosso, a 19 anni, rigorista della squadra. Non è una Spal fatta di grandi nomi, ci sono i giovani Capello e Reja, c’è la “chioccia” Bagnoli. Un gruppo concreto, quello che occorre per raggiungere la salvezza.La stagione successiva è piena di tribolazioni: Fabio ha un ginocchio ballerino, perde mezza stagione. Senza quel ragazzo che ormai è un pilastro, la struttura cede, e la Spal scivola di nuovo in Serie B. Lui questa volta non ne segue i destini. Passa un treno importante, per il ragazzo di Pieris: lo vuole la Roma, che sta costruendo il futuro attraverso una serie di importanti colpi di mercato. In quella stagione, il 1967-68, arrivano il brasiliano Jair, Scaratti e Pelagalli, Giuliano Taccola e un gruppo di giovani speranze: Cordova, Cappellini, Ferrari e, appunto, Capello.La Roma è nelle mani del “mago di Turi”, al secolo Oronzo Pugliese, tecnico che nel bene e nel male non passa inosservato. Parte forte in campionato, ma presto ridimensiona i sogni di gloria e chiude la stagione all’undicesimo posto. In quel primo anno capitolino, Capello è ancora alle prese con i problemi fisici e tocca il campo soltanto 11 volte.Nell’estate successiva la voglia di grandezza dei tifosi giallorossi sembra autorizzata dall’arrivo di un altro Mago, questa volta quello con la “m” maiuscola. Helenio Herrera dà fiducia a Capello, ne fa il perno della squadra che ruota interamente intorno a lui.«Come calciatore – ricorda da sempre il nostro – devo molto a Herrera. Lui ha creduto in me, mi ha insegnato tante cose e mi ha fatto maturare tatticamente. Penso sia stato il più grande allenatore mai venuto in Italia, quello che ha fatto maturare il nostro calcio».In campionato la Roma non va oltre l’ottavo posto, ma trionfa in Coppa Italia anche grazie alla doppietta che Fabio segna nell’ultima partita del girone finale, contro il Foggia. È destino che sia una Roma che sorride in Coppa, poiché anche la stagione successiva regala un anonimo undicesimo posto in campionato ma fa sognare il popolo giallorosso in Coppa Coppe: la squadra arriva alla semifinale e solo un sorteggio sfortunato la elimina, a vantaggio dei polacchi del Górnik.È la terza stagione di Fabio nella Capitale. L’ultima. La presidenza della società è passata dalle mani di Evangelisti a quelle di Ranucci e poi di Alvaro Marchini, che ha grandi progetti ma per rifondare decide di liberarsi dei suoi gioielli. Mette sul mercato Spinosi, Landini e Capello, scatenando le ire della piazza. E dello stesso Herrera che, almeno a parole, si oppone alla triplice cessione. Le smentite si moltiplicano, ma alla fine l’affare va in porto.Capello dice addio alla Roma dopo 62 partite in campionato, 11 in Coppa Italia, 8 in Coppa delle Coppe. Ha lasciato il segno, con la sua classe e il suo modo di stare in campo.«Era un ragioniere del centrocampo – ricorda Fausto Landini – aveva piedi perfetti e un carattere forte che ne fece un leader da subito, nonostante la giovane età. Scendeva sempre in campo per vincere, e per stimolare i compagni non esitava a discutere con loro durante la partita. Fuori, naturalmente, tornava il ragazzo più tranquillo di questo mondo».L’esplosione definitiva di Fabio avviene con la maglia bianconera, che era stata, fra gli altri, di Giovanni Ferrari al quale lo paragonano. Gli è affibbiato il nomignolo di Geometra, perché la visione di gioco è completa, il campo è tenuto sotto controllo e dominato, quasi come se Fabio avesse la possibilità di vedere quel che accade dall’alto, in postazione sopraelevata.Capello fa il direttore d’orchestra, tagliando quelle fette inutili del campo per far giungere la palla al compagno il prima possibile: il lancio è millimetrico e intuitivo, il corridoio smarcante colto con frequenza, persino il tiro a rete è spesso potente e preciso. Ha la grande capacità di capire, dopo cinque minuti di partita, da che parte gira il fumo e di piazzarsi al posto giusto.Non sono pochi i goal che Capello riesce a realizzare, soprattutto di testa, nonostante la statura non eccelsa e il fisico non proprio elegante (sedere basso e sporgente, rigido come un baccalà) e di questo si accorge anche la Nazionale.Con la maglia azzurra, infatti, realizza un goal storico a Wembley: il 14 novembre 1973, mette a segno la rete della prima vittoria dell’Italia in casa dell’Inghilterra. In totale le sue presenze azzurre saranno 32, con 8 realizzazioni. In maglia bianconera, invece, colleziona 239 partite e realizza 41 goal.Dopo quasi trent’anni, ritorna in bianconero, come allenatore. I tifosi sono divisi, Don Fabio ha allenato la Roma e ha sempre sparato a zero contro la Juventus e questo non può essere né dimenticato, né perdonato. Ma Capello è un vincente, dovunque è andato ha portato la propria squadra a primeggiare: prima il Milan, poi il Real Madrid e infine la stessa Roma.È subito scudetto; dopo un lungo duello con i rossoneri, la squadra bianconera riesce a mettere in bacheca il suo 28° tricolore. Ma non sono tutte rose e fiori: i tifosi lo contestano apertamente per le troppe sostituzioni di Del Piero. Anche in Champions le cose non vanno meglio: dopo una splendida rimonta sul Real Madrid, la Juventus è eliminata dal Liverpool e Don Fabio è messo sul banco degli imputati, dopo lo scialbo pareggio casalingo.La squadra della stagione successiva è un carro armato che travolge tutti gli avversari, a Natale i giochi sembrano già chiusi. Con l’arrivo della primavera, però, la Juventus comincia a segnare il passo; Capello non utilizza il turn over e i giocatori sono allo stremo delle forze. Il Milan si fa sotto minaccioso, la Juventus subisce l’ennesima eliminazione dalla Champions League ed è clamorosamente contestata dai tifosi. Nonostante le prime avvisaglie di quello che sarà definito Calciopoli, la Juventus vince lo scudetto.Nella giornata trionfale di Bari, Capello annuncia di voler restare alla Juventus, qualsiasi sia il responso della giustizia sportiva: «Ci vedremo in ritiro il 15 luglio», annuncia. La tifoseria è fiduciosa ma Don Fabio ha sempre più contatti con i dirigenti del Real Madrid, fino al fatidico annuncio: Capello allenerà le Merengues.Finisce così, nel modo peggiore, la seconda avventura bianconera di Fabio Capello.VLADIMIRO CAMINITICapello è diventato adulto a Roma, ma è nato calciatore a Ferrara. Egli si spiega attraverso tre stadi, e il primo è Pieris nel Friuli, un paese meditativo e tranquillo, dove caccia, pesca e calcio sono tre momenti fondamentali del pensiero, e pure dello spirito, e chi non è sportivo, annega letteralmente dentro il bottiglione (di vino). La geografia è alla base di tutto, a pensarci bene; Pieris sorge tra verdi orchestre di prati, Fabio è figlio di un maestro di scuola, un tipo d’insegnante solido e pratico, tifosissimo di calcio.Quando Fabio aveva 15 anni tutta Pieris accorreva a vedere giocare il figlio del maestro, e ne restava ammirata; gli applausi scrosciavano. «C’è un certo ragazzino figlio di un maestro – dissero a papà Mazza presidente della Spal – che ha la stoffa del campione». E papà Mazza mandò un suo uomo di fiducia e costui ottenne la firma di Fabio.«C’è un certo ragazzino figlio di un maestro, a Pieris, che gioca benissimo», dissero a Gipo Viani, di Nervesa, omone rubizzo con il cuore di un nostromo. E Gipo Viani, come faceva sempre, si fece il viaggio e arrivò a Pieris, bussò alla porta del maestro di scuola Guerrino Capello e fu fatto accomodare. Tutti erano accomodati, pure la madre di Capello, Fabio in un angolo, compito come sempre.Viani girava intorno i suoi occhioni cilestrini e si batteva il petto di bue: «Debbo dirle che lei non era nella sua piena facoltà mentale quando ha firmato per la Spal. Il suo figlio benedetto ha un tesoro nei piedi, io ce lo porto nel Milan, gli assicuro il conto in banca a lui e famiglia, lei non era in piena facoltà mentale».Ha poi spiegato Fabio: «Ero della Spal, Viani non poté portarmi al Milan. A 18 anni, nel 1964, ho esordito a Genova, contro la Sampdoria. Vincevamo 1-0, poi ci hanno fatto 3 goal uno più stupido dell’altro. No, io non giocai male il mio allenatore tra i ragazzi era Gian Battista Fabbri. Brava persona. Ma io imparavo tutto da Massei, che era un fuoriclasse e giocava come intendo io; mi ha insegnato tutto quello che so. Era in allenamento che io guardavo e imparavo».Il vero Fabio Capello tutti abbiamo cominciato a conoscerlo a Roma, dove trova l’allenatore che lo esalta e lui si sente il perno della squadra. A Roma trova i giornalisti permanentemente disimpegnati, pieni di humor, i quale ne ottengono interviste avvincenti. Capello gioca partite bellissime. La squadra in campo obbedisce ai suoi piazzamenti, anche se qualche suo compagno dice di lui: «In campo si fa sentire soltanto dopo il 2-0 a vantaggio».Noi lo conosciamo a Torino, dove (stagione 1970-71) è venuto per comandare in campo alla Juventus come alla Roma. Dice: «Furino ottimo per come annulla ogni pericolo e per come lavora per tutti, Causio con quel qualcosa di più che lo rendeva imprevedibile, Anastasi aveva ritrovato se stesso, Haller e Salvadore, due campionissimi».In sei campionati (sino a quello 1975-76 compreso) un ruolo di regista interpretato con sicuro impegno, fra lampi geniali e domeniche di routine. Uomo di ragionamento. Questo campione sobrio figlio del maestro di scuola di Pieris. Anche un poco di Nazionale, intanto.Ragazzo di personalità. Non era un coniglio, anzi. E non ci stava mai a perdere. Non volle abbassare la testa neppure nell’ambiente bianconero, la sua partenza ebbe così il sapore di un divorzio forzato. Ma ha lasciato certamente un buon ricordo.Centrocampista con licenza di andare al tiro (e di segnare), con l’intuizione giusta per accorrere a sostegno della difesa. Un tipo apparentemente freddo, altezzoso. Ma giocatore di rendimento, senza dubbio. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/fabio-capello.html -
Fabio Capello - Calciatore E Allenatore
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FABIO CAPELLO https://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Capello Nazione: Italia Luogo di nascita: Pieris (Gorizia) Data di nascita: 18.06.1946 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Geometra - Wayne Szalinski Alla Juventus dal 1970 al 1976 Esordio: 06.09.1970 - Coppa Italia - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 16.05.1976 - Serie A - Perugia-Juventus 1-0 239 presenze - 41 reti 3 scudetti Allenatore della Juventus dal 2004 al 2006 105 panchine - 68 vittorie 2 scudetti Fabio Capello (Pieris, 18 giugno 1946) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Cresciuto calcisticamente nel settore giovanile della SPAL, con la quale ha esordito in massima serie nella stagione 1963-1964, ha speso la propria carriera agonistica tra Roma, Juventus e Milan, vincendo quattro campionati (tre con la Juventus e uno con il Milan) e due Coppe Italia (una con la Roma e una con il Milan). Dal 1972 al 1976 ha collezionato 32 presenze in nazionale maggiore realizzando 8 gol, compreso quello che ha permesso all'Italia di vincere per la prima volta in casa dell'Inghilterra a Wembley nel 1973. Conclusa la carriera da calciatore, ha intrapreso una proficua carriera da allenatore, affermandosi come uno dei migliori tecnici della propria generazione. Nel suo palmarès può vantare la vittoria di sette campionati italiani (quattro con il Milan, 2 con la Juventus e uno con la Roma) e due spagnoli (entrambi con il Real Madrid), quattro Supercoppe italiane (tre con il Milan e una con la Roma) nonché una UEFA Champions League nella stagione 1993-1994 e la Supercoppa UEFA del 1994, entrambe con il Milan. Dal 2007 al 2012 è stato il commissario tecnico dell'Inghilterra, che ha guidato al campionato mondiale 2010, dove è stato eliminato dalla Germania agli ottavi di finale, e dal 2012 al 2015 è stato il selezionatore della Russia, che ha condotto durante il campionato mondiale 2014, non andando oltre il terzo posto nel girone eliminatorio. Entrato nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2013, ha chiuso la propria carriera di allenatore nel 2018, dopo aver guidato i cinesi dello Jiangsu Suning. Fabio Capello Capello nel 2014 alla guida della Russia Nazionalità Italia Altezza 177 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1980 - giocatore 9 aprile 2018 - allenatore Carriera Giovanili 1962-1964 SPAL Squadre di club 1964-1967 SPAL 49 (3) 1967-1970 Roma 62 (11) 1970-1976 Juventus 239 (41) 1976-1980 Milan 65 (4) Nazionale 1969-? Italia B 3 (0) 1972-1976 Italia 32 (8) Carriera da allenatore 1982-1986 Milan Primavera 1986-1987 Milan Vice 1987 Milan 1991-1996 Milan 1996-1997 Real Madrid 1997-1998 Milan 1999-2004 Roma 2004-2006 Juventus 2006-2007 Real Madrid 2007-2012 Inghilterra 2012-2015 Russia 2017-2018 Jiangsu Suning Biografia Nativo di Pieris, frazione di San Canzian d'Isonzo, all'epoca in provincia di Trieste, Capello è nipote di Mario Tortul, calciatore professionista nel secondo dopoguerra e fratello minore di sua madre Evelina (1920-2017). Il nonno paterno, Eduárd Kapelló, era un fabbro nativo di Himesháza ed emigrato in Italia con la moglie, Mary Olívó, poco prima della nascita del figlio Guerrino (1915-1983), padre di Fabio, un maestro elementare che visse l'orrore dei campi di sterminio nazisti, venendo deportato in sei lager. Durante gli anni trascorsi a Ferrara, Capello conobbe Laura, che diventerà sua moglie nel 1969; dal matrimonio ebbero due figli. Grande intenditore di vini e amante del viaggio, della caccia e dell'arte astratta, Capello ha raccontato di non aver mai voluto mescolare la propria famiglia con il calcio, negando perciò a moglie e figli il permesso di conoscere la sua lettura delle partite; ha ammesso anche di aver sempre cercato di scegliersi gli amici più stretti tra le persone che non facevano parte del proprio ambito lavorativo. Coniò il celebre termine «cassanata» per riferirsi ai fin troppo esuberanti comportamenti mostrati in diverse occasioni da Antonio Cassano, che Capello allenò nelle esperienze alla Roma e al Real Madrid. Caratteristiche tecniche Giocatore Capello (al centro) sigla, con un suo tipico tiro da fuori area, il gol del momentaneo 2-1 per la Juventus sul Leeds Utd nella finale di andata della Coppa delle Fiere 1970-1971 (2-2). Regista dai piedi perfetti e freddo rigorista, Capello è stato il punto di riferimento a centrocampo per tutte le squadre in cui ha militato. Veniva ammirato per la semplicità del suo gioco, l'intelligenza tattica e la spiccata propensione al gol. Il forte carattere che sempre lo ha contraddistinto lo rendeva leader in campo, essendo sempre stato pronto a stimolare i propri compagni di squadra. Allenatore «Quando si arrabbia sono pochi quelli che osano guardarlo negli occhi, e se ti offre una possibilità e tu non la sfrutti puoi anche andare a vendere salsicce fuori dallo stadio. Nessuno va da lui a parlargli dei suoi problemi. Capello non è tuo amico. Non chiacchiera con i giocatori, non a quel modo. Lui è il sergente di ferro, e quando ti chiama in genere non è un buon segno. D'altro canto non puoi mai sapere. Lui distrugge e costruisce.» (Zlatan Ibrahimović) La forte personalità di Fabio Capello lo rese un allenatore severo, esigente e inflessibile, tanto da ricevere il soprannome di "sergente di ferro": le sue gestioni furono caratterizzate da un rigido rispetto delle regole, soprattutto in ritiro, sostenendo che non osservarle comportasse un danno per lo spogliatoio. Il punto di forza di Capello risiedeva nel riuscire ad adattarsi alle diverse squadre in cui lavorava, studiando i giocatori a disposizione e riconoscendone veri e falsi leader, ponendosi così un obiettivo da raggiungere; inoltre considerava importante osservare e imparare dagli altri colleghi in panchina, in modo da riproporre poi le idee più valide ai propri giocatori, i quali a loro volta dovevano essere stimolati dai migliori elementi della rosa. Il modulo più usato durante la sua carriera da allenatore è stato il 4-4-2, caratterizzato da una robustezza difensiva e da un gioco basato sulla velocità e sulle ripartenze. Carriera Giocatore Club SPAL Capello alla SPAL nella stagione 1966-1967. Capello iniziò a giocare a calcio nella squadra della sua località natale, il Pieris, dove aveva già militato il padre. Fu notato all'età di sedici anni da Paolo Mazza, il quale lo portò a Ferrara per due milioni di lire, anticipando Giuseppe Viani il quale voleva tesserarlo per il Milan; fu proprio il padre Guerrino a precludere un primo passaggio del figlio ai rossoneri, nonostante l'insistenza di Viani, affermando di voler mantenere la parola data al dirigente ferrarese. Trascorse due anni nelle giovanili della SPAL, il secondo dei quali nella primavera guidata da Giovan Battista Fabbri; l'esordio in prima squadra arrivò il 29 marzo 1964, a quasi diciotto anni, nella partita di Serie A persa per 3-1 in casa della Sampdoria. Collezionò appena 4 presenze nella sua prima stagione in massima categoria, al termine della quale gli Estensi retrocedettero in Serie B. La SPAL tornò però subito in massima serie, grazie anche alla mano di Mazza il quale fortificò la rosa, e il diciannovenne Capello divenne già il riferimento per il centrocampo oltreché il rigorista di una formazione che si riaffacciò sulle grandi ribalte del calcio italiano. La stagione 1966-67 fu amara per Capello, poiché un infortunio al ginocchio gli fece perdere metà campionato, al termine del quale concluse la sua esperienza in maglia biancazzurra. Roma Nel 1967 venne acquistato per 260 milioni di lire dalla Roma, nel mezzo di un mercato estivo in cui la società giallorossa mise a segno diversi importanti colpi al fine di costruirsi un solido futuro, investendo su giocatori di esperienza come il brasiliano Jair, ma anche su giovani speranze come lo stesso regista friulano. Capello (terzo in piedi da sinistra) alla Roma durante la stagione 1967-1968. Ad accoglierlo fu il mister Oronzo Pugliese, il quale non poté però puntare molto su Capello durante la stagione: i problemi fisici già accusati a Ferrara continuarono infatti a farsi sentire. Fu così impiegato solamente in 11 partite di un deludente campionato giocato dalla formazione capitolina, che chiuse all'undicesimo posto. Segnò la sua prima rete in giallorosso contro la Juventus il 5 novembre 1967, decisiva per l'1-0 finale. L'annata 1968-1969 fu tutta un'altra storia, grazie all'arrivo in giallorosso del Mago Helenio Herrera il quale fece di Capello il perno della squadra. Nonostante il non esaltante ottavo posto in Serie A, i giallorossi portarono a casa la Coppa Italia, primo trofeo conquistato dal giovane centrocampista, che segnò una doppietta nell'ultima giornata del girone finale contro il Foggia & Incedit. L'ultima stagione di Capello in maglia giallorossa vide l'ennesimo deludente piazzamento in campionato, ancora undicesimo, contrastato da un avvincente percorso della squadra in Coppa delle Coppe terminato alle semifinali. Nell'estate del 1970 il nuovo presidente romanista Alvaro Marchini scatenò l'ira dei tifosi e di mister Herrera mettendo sul mercato i cosiddetti gioielli della quadra, Landini, Spinosi e lo stesso Capello, il quale lasciò così la Capitale dopo 84 presenze ufficiali e 18 reti messe complessivamente a segno. Juventus Capello (a sinistra) e il compagno di squadra Roberto Bettega alla Juventus nel 1972. Nel 1970 si trasferì così, assieme agli altri due gioielli Landini e Spinosi, alla Juventus. Come quando passò alla Roma, Capello si trovò in una società totalmente rivoluzionata da numerosi nuovi innesti e affidata a un nuovo allenatore, Armando Picchi. Come Herrera, anche Picchi lo mise al centro del gioco della squadra, ma appena pochi mesi dopo, durante la prima esperienza da allenatore di una grande squadra, al tecnico sopraggiunse la tragica morte. Capello (in primo piano), inseguito da José Altafini, esulta dopo avere aperto le marcature in Juventus-Sampdoria (2-0) del 9 maggio 1976. Nel corso della stagione 1970-1971 l'eredità di Picchi venne affidata al tecnico delle giovanili bianconere, Čestmír Vycpálek, il quale trascinò la squadra alla finale di Coppa delle Fiere, dove Capello segnò una rete nel 2-2 dell'andata a Torino contro il Leeds Utd, ma che con l'1-1 del ritorno in Inghilterra, rese inutili le speranze per la Vecchia Signora di aggiudicarsi il trofeo per via della regola dei gol in trasferta. Durante la stagione 1971-1972, Capello mise a segno il suo record personale di marcatore in campionato (9), contribuendo alla vittoria del quattordicesimo scudetto del club torinese, nonché il suo primo in carriera. L'annata seguente, sempre con il cecoslovacco in panchina, subì la sconfitta ai tiri di rigore nella finale di Coppa Italia contro il Milan, ma più sofferente fu quella per 1-0 nella finale di Coppa dei Campioni contro l'Ajax di Johan Cruijff. La delusione per le due finali, perse entrambe da titolare e con la maglia numero dieci sulle spalle, fu mitigata dalla vittoria del campionato, che arrivò solamente all'ultima giornata, traendo vantaggio dall'inciampo del Milan nella "fatal Verona". Dopo un'altra stagione agli ordini di Vycpálek, terminata con un secondo posto in campionato, Capello si confermò colonna portante della Juventus anche sotto la guida di Carlo Parola, conquistando il suo terzo scudetto nella stagione 1974-1975, e sfiorando il titolo l'edizione seguente, perdendo la corsa scudetto contro i concittadini e rivali del Torino. Milan Nel 1976 fu oggetto di un clamoroso scambio con il capitano rossonero Romeo Benetti, il quale fu voluto in bianconero dal nuovo tecnico Giovanni Trapattoni, passato a giugno proprio dal Milan alla Juventus. Il Trap riteneva la Vecchia Signora avesse bisogno più di un centrocampista di nerbo, come il suo pupillo rossonero, che di uno di qualità come il numero dieci bianconero, perciò Benetti raggiunse il suo allenatore facendo ritorno a Torino dopo sette anni, mentre Capello si trasferì a Milano per quella che sarà l'ultima tappa della sua carriera da giocatore. Capello con la maglia del Milan nel 1976. Alla prima stagione con la sua maglia rossonera, Capello venne subito impiegato come titolare da Giuseppe Marchioro prima e dal paròn Nereo Rocco poi, riuscendo subito a conquistare la Coppa Italia 1976-1977, la sua seconda in carriera dopo quella vinta otto anni prima a Roma. Anche con il ritorno di Nils Liedholm in panchina nella stagione 1977-1978, Capello continuò a giocare con continuità nel Milan, con il quale raggiunse il quarto posto in campionato assicurandosi la qualificazione in Coppa UEFA. Tutto cambiò l'annata dopo, quando gravi problemi fisici gli tolsero la maglia da titolare, e riuscì a scendere in campo in campionato solamente per 8 volte; ciò gli bastò però per conquistare lo scudetto della stella, il suo quarto in carriera. Nella stagione seguente, la sua ultima da giocatore, Capello totalizzò appena tre presenze in campionato e 1 presenza, con 1 gol, in Coppa Italia. Rendendosi conto di essere arrivato al capolinea, lasciò il calcio giocato nel 1980; i suoi compagni, dopo essere stati declassati dal terzo posto conquistato in campionato per via delle sentenze sul calcioscommesse, retrocedettero per la prima volta in Serie B. Nazionale Capello (accosciato, primo da sinistra) in nazionale per l'amichevole contro gli Stati Uniti tenutasi a Roma nel 1975. Il 13 maggio 1972, durante gli anni di militanza nella Juventus, esordì nella nazionale maggiore italiana, contro il Belgio. Ne divenne una presenza fissa nella prima metà degli anni 1970, totalizzando 32 presenze e 8 reti tra le quali spiccò negli annali il gol segnato il 14 novembre 1973 a Wembley, grazie al quale l'Italia vinse per la prima volta nella sua storia in casa dell'Inghilterra, e garantendosi la partecipazione al campionato del mondo 1974 in Germania Ovest, dove l'Italia uscì al primo turno. In quel torneo realizzò il gol del definitivo 2-1 nella partita persa contro la Polonia, ma l'eliminazione dal torneo fu, secondo lo stesso Capello, uno dei ricordi più amari della sua carriera. Allenatore Prima di conseguire la qualifica da allenatore, frequentò le scuole manageriali della Fininvest. Già plurivittorioso sul campo, condusse varie formazioni al successo dalla panchina, tanto da ricevere il soprannome di "Don Fabio" ai tempi dell'esperienza in Spagna. Milan Gli esordi in panchina, l'intermezzo dirigenziale Capello alla sua prima esperienza sulla panchina del Milan, mentre posa con il trofeo della Coppa Super Clubs 1987. Dal 1981 intraprese la carriera di allenatore, guidando inizialmente varie squadre giovanili del Milan. Nella stagione 1981-1982 allenò la formazione Berretti, portandola alla vittoria del campionato nazionale dopo avere battuto in finale gli omologhi del Bari. Successivamente passò sulla panchina della squadra Primavera, conducendola dapprima alla finale nazionale 1983-1984, persa contro la Roma, per poi aggiudicarsi la Coppa Italia Primavera 1984-1985. Fu quindi promosso vice della prima squadra, agli ordini del suo ex tecnico Nils Liedholm, per la stagione 1986-1987. Sul finire della stessa debuttò come tecnico in Serie A, subentrando ad interim allo svedese nel frattempo esonerato: guidò così i rossoneri durante le ultime sei giornate di campionato, garantendo loro la qualificazione in Coppa UEFA grazie alla vittoria nello spareggio di Torino contro la Sampdoria. Seguì un periodo da dirigente della Polisportiva Mediolanum in varie discipline, tra cui hockey su ghiaccio, baseball, pallavolo e rugby. Il ritorno in panchina e il ciclo di successi Capello abbandonò nuovamente la scrivania in favore del campo quando il Milan, nel giugno del 1991, ebbe necessità di sostituire Arrigo Sacchi, chiamato a dirigere la nazionale italiana. Accolto da un'iniziale perplessità per la sua scarsa esperienza in panchina ed etichettato frettolosamente come uno yes man dei vertici societari, Capello raccolse la difficile eredità del tecnico romagnolo, capace a posteriori di segnare la storia del calcio, e inaugurò uno dei più prolifici cicli di vittorie della sponda rossonera di Milano. Fra il 1991 e il 1996, infatti, la squadra allenata dal bisiaco si aggiudicò quattro scudetti, di cui tre consecutivi (1991-1992, 1992-1993, 1993-1994, 1995-1996), e una Champions League (1993-1994), e disputò altre due finali della massima competizione continentale per club nel 1993 e nel 1995; stabilì inoltre numerosi primati, tra cui il maggior numero di risultati utili consecutivi in Serie A (58). Capello viene portato in trionfo dai giocatori del Milan dopo la vittoria del quattordicesimo scudetto rossonero, nella stagione 1993-1994. Capello ereditò in larga parte giocatori e schemi tattici del predecessore Sacchi, rimpiazzando il centrocampista Carlo Ancelotti con il giovane Demetrio Albertini e inserendo il portiere titolare Sebastiano Rossi. La prima stagione alla guida del Milan si concluse in modo trionfale, con la vittoria dello scudetto da imbattuti, fatto senza precedenti nella storia del calcio italiano. Nell'estate del 1992 il Milan, sborsando 15 miliardi di lire per assicurarsi la promettente ala del Torino Gianluigi Lentini, concluse la più costosa operazione di calciomercato della storia fino a quel momento; in rossonero arrivarono poi anche Fernando De Napoli, Stefano Eranio, Jean-Pierre Papin, Dejan Savićević e Zvonimir Boban. Il forte organico, che poteva già contare su nomi del calibro di Marco van Basten, Ruud Gullit, Paolo Maldini e Frank Rijkaard, fu gestito dall'allenatore friulano con un impiego frequente del turnover, di cui Capello è stato tra i precursori in ambito calcistico. Lo schema tattico prevedeva l'adozione di Rijkaard e Albertini quali centrocampisti difensivi che consentivano alle ali maggiore libertà di attacco. La squadra dominò il campionato di Serie A 1992-1993, confermandosi campione, e raggiunse da imbattuta la finale di Champions League, dove venne sconfitta per 1-0 dall'Olympique Marsiglia. Nel corso della stagione il club rossonero stabilì una striscia di imbattibilità di 58 partite di Serie A, dal 26 maggio 1991 al 21 marzo 1993, record per il calcio italiano. Nel costruire la squadra per la stagione 1993-1994, Capello fece acquistare, tra gli altri, Christian Panucci e Marcel Desailly. Impiegando quest'ultimo davanti alla difesa, il tecnico consentì al resto del centrocampo di proporsi con maggiore copertura ed efficacia in avanti. Pur sconfitto nella Coppa Intercontinentale contro il San Paolo, cui partecipò in luogo dello squalificato Marsiglia, in ambito nazionale il Milan riuscì ad aggiudicarsi lo scudetto per la terza volta di fila e contestualmente si aggiudicò la Champions League battendo per 4-0 in finale il Barcellona allenato da Johan Cruyff. A causa degli infortuni patiti da numerosi elementi dell'attacco rossonero, van Basten in primis, il Milan realizzò appena 36 gol in 34 partite di campionato, ma confermò la solidità del reparto arretrato, con soli 15 gol subiti (miglior difesa della Serie A). La linea difensiva milanista dell'epoca, composta dai quattro italiani Mauro Tassotti, Franco Baresi, Alessandro Costacurta e Maldini, è ancora considerata una delle più valide di tutte le epoche. Della compattezza difensiva dell'undici di Capello beneficiò il portiere Rossi, la cui porta, nel campionato di Serie A 1993-1994, rimase inviolata per 929 minuti di gioco consecutivi, dal 12 dicembre 1993 al 27 febbraio 1994, stabilendo un record che sarà battuto dallo juventino Gianluigi Buffon solo nel campionato di Serie A 2015-2016. Capello (a destra) al ritorno in Italia con il trofeo della Champions League, dopo la vittoriosa finale del 1994 ad Atene contro il Barcellona. Con le partenze di van Basten e Papin, Capello richiamò al Milan l'olandese Gullit, ceduto appena un anno prima alla Sampdoria, e ingaggiò l'attaccante Paolo Di Canio. L'inizio della stagione 1994-1995 vide i rossoneri stentare in campionato e uscire sconfitti dalla Coppa Intercontinentale contro il Vélez Sarsfield, ma la squadra si aggiudicò a marzo la Supercoppa UEFA battendo l'Arsenal e raggiunse per la terza volta di fila la finale di Champions League, dove venne sconfitta di misura dall'Ajax. Il campionato si chiuse con un deludente quarto posto, che negò ai rossoneri la qualificazione alla successiva edizione della Champions League. La campagna acquisti per la stagione 1995-1996 fu faraonica: Berlusconi consegnò all'allenatore bisiaco le stelle George Weah e Roberto Baggio, oltre all'ala Paulo Futre. Capello, che già disponeva di Di Canio, Lentini, Savićević, Eranio, Roberto Donadoni e Marco Simone, dovette gestire una notevole abbondanza di opzioni nel ruolo di ala e lo fece con un uso sapiente del turnover, modificando occasionalmente il modulo 4-4-2 in un 4-3-3 in cui la punta centrale Weah, nel frattempo insignita del Pallone d'oro 1995, era supportata da Baggio e Savićević, consentendo così ai due playmaker di giocare vicini a centrocampo. Il Milan chiuse la stagione aggiudicandosi lo scudetto, il quarto in cinque anni, con un margine di otto punti sulla Juventus seconda classificata. Real Madrid Nell'estate 1996 venne ingaggiato dal Real Madrid del presidente Lorenzo Sanz, concretizzando voci già diffusesi nei mesi precedenti. Chiamato a risollevare le sorti di una squadra che si era piazzata quinta nella stagione precedente (peggior piazzamento dal 1977), non guadagnando la qualificazione alle competizioni europee, il tecnico chiamò in squadra Clarence Seedorf, prelevato dalla Sampdoria, e spinse subito per l'acquisto di Roberto Carlos: venuto a sapere della messa sul mercato del terzino brasiliano, il tecnico contattò immediatamente Sanz e fece chiudere la trattativa con l'Inter nel giro di poche ore. Capello riuscì a realizzare un efficace equilibrio tattico: le incursioni di Roberto Carlos in avanti e i lanci di Fernando Hierro conferirono sostanza alla manovra offensiva, ispirata da Raul e Predrag Mijatović. Entrato in conflitto con Sanz, l'allenatore preannunciò la propria partenza già in primavera; l'esperienza iberica si concluse tuttavia in modo trionfale, con la conquista del titolo grazie al margine di due punti sul Barcellona. Ritorno al Milan «La mia avventura al Real Madrid finì con una telefonata di Berlusconi che mi chiese di tornare ad allenare il Milan. A lui dovevo tutto e non potevo dirgli di no.» Dopo il suo addio dal Real Madrid, Capello fece ritorno al Milan, anche per riconoscenza nei confronti di Berlusconi. Reduce da una stagione fallimentare, la compagine meneghina non migliorò, tuttavia, i propri risultati classificandosi decima nel campionato di Serie A 1997-1998 e mancando la qualificazione alle coppe europee per il secondo anno consecutivo. Di maggiore caratura risultarono le prestazioni offerte in Coppa Italia, dove la squadra, dopo un cammino caratterizzato dalla storica vittoria sull'Inter per 5-0 nell'andata dei quarti di finale, capitolò in finale contro la Lazio, in maniera rocambolesca: dopo avere vinto per 1-0 l'andata a San Siro, venne sconfitta per 1-3 al ritorno all'Olimpico, peraltro dopo l'iniziale vantaggio siglato all'inizio della ripresa, subendo tre gol in appena dieci minuti. A causa dei deludenti risultati, Capello venne esonerato al termine della stagione. Roma Capello (seduto, al centro) posa con la squadra nella sua prima stagione da tecnico della Roma. Trascorsa la stagione 1998-1999 nel ruolo di commentatore per la Rai, nel giugno 1999 Capello fu ingaggiato dalla Roma. Dopo due anni di offensivo 4-3-3 sotto la guida di Zdenḝk Zeman, Don Fabio riportò i giallorossi a giocare con una tattica più equilibrata, abbandonando le tre punte con lo spostamento di Delvecchio sull'ala, e cominciando a costruire una solida intelaiatura che vedeva, tra gli altri, Tommasi a centrocampo, e la linea brasiliana Aldair-Zago-Cafu in difesa. La prima stagione alla guida dei giallorossi offrì alcune buone prestazioni, su tutte il 4-1 nel derby alla Lazio futura scudettata, ma il campionato venne concluso soltanto al sesto posto. Rinforzata dagli acquisti di Walter Samuel, Emerson e soprattutto Gabriel Batistuta, la squadra di Capello volò da subito in testa alla classifica del campionato 2000-2001 e riuscì a mantenere per tutta la stagione un buon vantaggio sulla Juventus inseguitrice. Il 17 giugno 2001, nell'ultima giornata di campionato, battendo il Parma per 3-1 la Roma si laureò campione d'Italia per la terza volta nella sua storia: per il tecnico bisiaco fu il quinto trionfo in carriera. Due mesi più tardi, il 19 agosto, i giallorossi trionfarono per la prima volta anche in Supercoppa italiana, superando la Fiorentina di Roberto Mancini. Fu l'unico trofeo di quella stagione per Capello poiché nel campionato 2001-2002, pur guidando una squadra ulteriormente rinforzata dal talento del giovane Antonio Cassano, nonostante il simbolico campione d'inverno non riuscì a centrare il bis tricolore, vinto dalla Juventus, mentre in Champions League il club capitolino venne eliminato nella seconda fase a gironi. Don Fabio restò alla guida dei giallorossi per altre due stagioni, 2002-2003 e 2003-2004, raggiungendo la finale di Coppa Italia, persa contro il Milan, durante la prima, e il secondo posto in campionato, dietro agli stessi rossoneri, durante la seconda. Juventus Capello, tecnico della Juventus, firma un autografo a metà degli anni duemila. Nel maggio 2004 divenne l'allenatore della Juventus, fatto vissuto come un «tradimento» dai tifosi romanisti: lo stesso tecnico, appena pochi mesi addietro, aveva infatti dichiarato di non nutrire interesse per la panchina bianconera. Al termine di un testa a testa protrattosi per tutta la stagione, fu lo scontro diretto dell'8 maggio 2005 a San Siro, terminato 0-1 per la Juventus contro il Milan di Carlo Ancelotti, a decidere de facto il campionato. Anche la stagione successiva, seppure iniziata malamente con la sconfitta 0-1 in Supercoppa italiana contro l'Inter ai tempi supplementari, si concluse con la vittoria dello scudetto, il ventinovesimo della storia bianconera e l'ottavo in carriera per Capello, dopo la vittoria per 2-0 contro la Reggina sul campo neutro del San Nicola di Bari. I due titoli vennero tuttavia revocati a seguito dello scandalo di Calciopoli, scoppiato a maggio del 2006. Durante l'intero biennio con Capello la squadra torinese stabilì un primato, rimanendo in testa alla classifica per 76 giornate di Serie A (dal 12 settembre 2004 al 14 maggio 2006), mentre in ambito europeo furono due formazioni inglesi, il Liverpool poi laureatosi campione d'Europa nel 2004-2005, e l'Arsenal poi finalista nel 2005-2006, a spegnere i sogni di gloria dei bianconeri in UEFA Champions League, sempre ai quarti di finale. Alla Juventus Capello rinsaldò i legami tra l'ambiente e David Trezeguet, e valorizzò il promettente svedese Zlatan Ibrahimović, mentre visse un rapporto conflittuale con il capitano della squadra, Alessandro Del Piero, il quale in tale biennio fu impiegato con minore frequenza rispetto al passato. Ritorno al Real Madrid Capello nel 2007, alla sua seconda esperienza alla guida del Real Madrid. Nell'estate 2006, dopo lo scandalo che declassò la Juventus in Serie B, Capello fece ritorno al Real Madrid. Dopo un inizio di stagione difficoltoso, che vide tra l'altro l'esclusione di Antonio Cassano dalla rosa, i madrileni riuscirono a migliorare i propri risultati: pur eliminati dal Bayern Monaco negli ottavi di Champions League, si imposero sul fronte nazionale sopravanzando il Barcellona per l'esito favorevole degli scontri diretti. Malgrado il successo, Capello venne esonerato dal presidente Ramón Calderón pochi giorni dopo. Nazionale inglese Nel dicembre 2007 venne chiamato alla guida della nazionale inglese, reduce dalla mancata qualificazione per l'Europeo. Ad accompagnarlo era uno staff interamente italiano, con Italo Galbiati allenatore in seconda. Dopo una serie di amichevoli, affrontò il primo banco di prova con le eliminatorie dei Mondiali 2010: una striscia di 8 vittorie consecutive assicurò ai britannici la qualificazione per il torneo. Grazie ai risultati ottenuti Capello fu nominato — dopo Vicente del Bosque — il secondo miglior commissario tecnico del 2009, in base alla classifica stilata dall'IFFHS. La rassegna iridata si concluse per i Leoni negli ottavi di finale, contro la Germania. Confermato in panchina, il tecnico friulano condusse gli inglesi a qualificarsi senza sconfitte per l'Europeo 2012. Nel febbraio precedente il tecnico rassegnò tuttavia le proprie dimissioni, in seguito alla scelta della FA di destituire John Terry dei gradi di capitano per il comportamento razzista di quest'ultimo verso Anton Ferdinand. Nazionale russa Capello sulla panchina russa nel 2014 Nell'estate 2012 divenne il commissario tecnico della nazionale russa. L'esordio avvenne il 15 agosto, con un pareggio nell'amichevole contro l'Uruguay. Nell'autunno 2013 la selezione russa conquistò l'accesso diretto al Mondiale, costringendo il Portogallo agli spareggi. Il torneo si concluse però in breve tempo per la squadra, con l'immediata eliminazione nella fase a gruppi: la sconfitta col Belgio condannò i russi al terzo posto, con due punti in classifica (per via dei pareggi con Corea del Sud e Algeria). Nonostante l'iniziale conferma giunta dalla Federazione locale, nell'estate 2015 il contratto venne risolto. Jiangsu Suning L'11 giugno 2017 venne annunciato ufficialmente come nuovo tecnico dello Jiangsu Suning, squadra di proprietà del gruppo Suning; lo staff tecnico era completato da Gianluca Zambrotta e Cristian Brocchi come assistenti, Franco Tancredi come preparatore dei portieri e Giampiero Ventrone come preparatore atletico. Esordì nella sconfitta interna per 1-0 contro il Changchun Yatai. Dopo appena un mese alla guida del club cinese venne eliminato al quinto turno della Coppa della Cina dal Shanghai Shenxin. In campionato condusse la squadra al dodicesimo posto e centrò una sofferta salvezza. Il 28 marzo 2018, dopo appena 3 partite di campionato (in cui aveva totalizzato una vittoria e 2 sconfitte), rescisse consensualmente il contratto. Dopo la risoluzione del contratto con lo Jiangsu Suning, il 9 aprile 2018 annunciò il proprio ritiro da allenatore dopo 37 anni di carriera. Dopo il ritiro In parallelo alla carriera in panchina, Capello ha intrapreso anche l'attività di commentatore televisivo: l'esordio fu nel 1983 a Telemontecarlo dove, alternandosi con Altafini e Bulgarelli, affiancava Luigi Colombo. Ha poi svolto tale incarico anche per Fininvest e Tele Capodistria. Durante la stagione 1998-99 collaborò con Bruno Pizzul per le gare della nazionale italiana, ruolo svolto anche nel periodo precedente l'esperienza inglese. Dal 2013 al 2018 è stato opinionista per Fox Sports, passando poi a Sky Sport. Controversie Nell'estate 1994 fu interrogato per il presunto coinvolgimento in una combine, dopo che la sconfitta casalinga del Milan contro la Reggiana (all'ultimo turno di campionato) aveva consentito ai reggiani di salvarsi, causando contestualmente la retrocessione del Piacenza. Nei mesi successivi, dopo un'altra gara con i reggiani, fu squalificato per accuse di parzialità rivolte all'arbitro Loris Stafoggia. Durante il periodo alla Juventus — di comune accordo con la società — vietò ai propri calciatori di interrompere il gioco per consentire le cure di avversari infortunati, ritenendo che questi potessero trarne un vantaggio illecito. Nel gennaio 2007 mostrò il dito medio ai tifosi del Real Madrid, la cui dirigenza non accettò le scuse, multando l'allenatore. Poche settimane dopo ringraziò le frange più estreme del tifo madrileno per non averlo contestato, subendo un richiamo dalla Federazione. Indagato per evasione fiscale nel gennaio 2008, nella primavera seguente venne accusato di falsa testimonianza circa il processo di Calciopoli. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975 - Milan: 1978-1979 Coppa Italia: 2 - Roma: 1968-1969 - Milan: 1976-1977 Allenatore Club Competizioni giovanili Coppa Italia Primavera: 1 - Milan: 1984-1985 Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Milan: 1991-1992, 1992-1993, 1993-1994, 1995-1996 - Roma: 2000-2001 Campionato italiano: 1 (revocato) - Juventus: 2004-2005 ..... 2 vinti sul campo Supercoppa italiana: 4 - Milan: 1992, 1993, 1994 - Roma: 2001 Campionato spagnolo: 2 - Real Madrid: 1996-1997, 2006-2007 Competizioni internazionali UEFA Champions League: 1 - Milan: 1993-1994 Supercoppa UEFA: 1 - Milan: 1994 Individuale Panchina d'oro: 3 - 1991-1992, 1993-1994, 2000-2001 Panchina d'oro speciale: 1 - 1997 L'allenatore dei sogni: 1 - 2000 Premio Gianni Brera allo sportivo dell'anno: 1 - 2005 Oscar del calcio AIC/Gran Galà del calcio AIC: 2 - Miglior allenatore: 2005 - Premio della critica: 2011 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Allenatore italiano (2013) Globe Soccer Awards: 1 - Premio alla carriera per allenatori: 2018 -
GIUSEPPE ZANIBONI Nasce a Stagno Lombardo, in provincia di Cremona, il 13 marzo 1949; libero o stopper a seconda delle esigenze tattiche, Zaniboni si distingue per la tendenza a marcare l’avversario, privilegiando l’anticipo sulla palla al controllo arcigno e prettamente fisico. È uno stopper di quelli gentili, che non tira calcioni: «Sono nato come libero, ma alla fine ho sempre fatto il marcatore. Ero uno che prendeva gomitate più che dare calci».Cresce nelle giovanili della Cremonese, facendo il suo esordio in Serie B nelle file dell’Atalanta, che lo acquista nella stagione 1968-69.«Ho iniziato da giovanissimo con la maglia della Viscontea a San Sigismondo. Mi piaceva giocare, ma tutti i giorni andare a scuola in bicicletta da Stagno, andare ad allenarsi e tornare a casa era dura. C’erano tanti ragazzi e alla fine è stato mister Bergonzi il mio talent scout; dopo una sola stagione lui è passato alla Cremonese e mi ha voluto con sé. Sono restato due anni tra giovanili e prima squadra e poi sono passato all’Atalanta. Quello è stato il primo vero affare del presidente Domenico Luzzara; sono andato con lui a Bergamo al ristorante Capello d’Oro. Alla fine, l’affare si è chiuso sulla base di una ventina di milioni».A Bergamo nasce il suo soprannome: «L’idea venne da Marchetti, che mi appioppò Bocciolo, perché diceva che ero uno che non fioriva mai. A Bergamo ho trovato un ambiente ideale: a parte i compagni, tutti mi hanno aiutato molto, dirigenti e allenatori. Tra l’altro, ho potuto continuare gli studi, sino alla quarta geometri. Nel 1969-70 sono riuscito a farmi notare, prima nel Torneo Giovanile di Sanremo e poi in campionato, dove ho giocato in tutto ventinove partite, come libero, stopper e terzino. Poi, in estate, è venuta la Juve».In quello stesso anno indossa la maglia azzurra, giocando nella Nazionale Under 21 e nella rappresentativa olimpica, sotto la guida di Azeglio Vicini: «Azeglio mi ha sempre voluto con lui nella Nazionale Olimpica; è stato uno degli allenatori più importanti, con Rota e Picchi. Ho giocato nella Juniores con gente come Marchetti, Paina, Vecchi e Turone; poi nell’Under 21, a Udine, dove battemmo la Romania con un goal di Pulici; ho anche una presenza nella Preolimpica e una nell’Under 21 di Serie B».Nell’estate del 1970, è acquistato dalla Juventus ma, complice una malattia diagnosticatagli all’inizio del campionato, disputa solo sei partite: «Mi dissero che avevo la leucemia e che avevo poche speranze. Ero appena arrivato alla Juventus ed è stato un brutto colpo per me e per mia moglie. Poi alla fine mi curarono, ho fatto un po’ da cavia su nuovi farmaci. Alla fine la scoperta che era solo mononucleosi, poi il recupero».L’anno successivo, è prestato al Mantova per riprendere confidenza con l’attività agonistica: «Non è stata una stagione tanto buona, a dire il vero. Per carità, compagni e pubblico simpaticissimi. Lucchi bravo allenatore, ma e stata un’annata tutta storta. Il Mantova, alla fine è tragicamente retrocesso in B, anche se di gente in gamba ne aveva parecchia, dai miei amici Petrini e Panizza a Maddé, Nuti e Carelli. Pazienza: è stata comunque un’esperienza interessante, che mi ha permesso di prendere maggiore confidenza con la Serie A. Con il Mantova, infatti, ho giocato quindici volte da titolare e tre da tredicesimo. Senza contare che, a Mantova, mi sono sposato. Annata per niente persa, dunque. Anche se, alla Juve, è un’altra cosa».Terminata quella stagione, ritorna a Torino, dove vince lo scudetto 1972-73, totalizzando solamente quattro presenze in Coppa Italia: «Con la Juventus ho tanti bei ricordi, ma anche due grosse delusioni. Abbiamo perso l’ultima edizione della Coppa delle Fiere senza mai perdere una gara; in finale abbiamo pareggiato 2-2 in casa con il Leeds e 1-1 in Inghilterra. Due anni dopo siamo stati sconfitti a Belgrado nella finale di Coppa dei Campioni con l’Ajax 1-0 con goal di Rep; ed anche in Coppa Italia, altra delusione in finale con il Milan in Coppa Italia ai rigori. Ma ho anche avuto la grandissima soddisfazione della vittoria del campionato, nel 1972-73, quando il Milan perse 5-3 a Verona e noi vincemmo con la Roma. Il periodo juventino è stato bellissimo; una volta eravamo in pullman seduti vicini io, Bettega e Savoldi. Bettega faceva lo stupido con una moneta da cento lire, alla fine l’ha ingoiata senza volerlo; morivamo dal ridere, è stato addirittura operato».È ceduto a titolo definitivo al Cesena, nell’estate del 1973; nel club romagnolo rimane per cinque anni, salvo una parentesi a Monza, nella stagione 1976-77. A causa di un grave infortunio, conclude l’attività agonistica nel Forlì, in Serie C1, per poi proseguire a livello dilettantistico: «Mi sono rotto i legamenti del ginocchio a Cesena; operato e guarito, ma con quarantasette punti di sutura e una corsa non più regolare. Dopo quell’operazione è stato un continuo tra strappi e stiramenti fino a che ho deciso di lasciare. Sono finito, per divertimento, a fare il dilettante nella Victor di Cremona».Dopo il calcio Zaniboni si è dedicato al commercio, con la moglie Mirosa. Prima con una bella confetteria e poi con una tabaccheria, sempre a Cremona: «Penso che se non avessi fatto carriera nel calcio avrei fatto il geometra. Ho studiato al Vacchelli, sono arrivato fino al quarto anno. Era difficile studiare e allenarsi e, spesso, il preside non mi concedeva il permesso di partecipare alle sedute pomeridiane, durante i periodi scolastici. Il calcio mi ha dato tanto, ma la vita è lunga e non si può smettere di lavorare così giovane». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/giuseppe-zaniboni.html
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GIUSEPPE ZANIBONI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Zaniboni Nazione: Italia Luogo di nascita: Stagno Lombardo (Cremona) Data di nascita: 13.03.1949 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1970 al 1971 e dal 1972 al 1973 Esordio: 13.09.1970 - Coppa Italia - Juventus-Arezzo 3-1 Ultima partita: 24.06.1973 - Coppa Italia - Juventus-Bologna 4-3 10 presenze - 0 reti 1 scudetto Giuseppe Zaniboni (Stagno Lombardo, 13 marzo 1949) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Giuseppe Zaniboni Zaniboni al Cesena nel 1973 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1979 Carriera Giovanili 19??-1965 Cremonese Squadre di club 1965-1967 Cremonese 14 (0) 1967-1970 Atalanta 24 (1) 1970-1971 Juventus 3 (0) 1971-1972 Mantova 14 (0) 1972-1973 Juventus 7 (0) 1973-1978 Cesena 48 (0) 1978-1979 Forlì 26 (1) Nazionale 1969-1970 Italia U-21 2 (0) Carriera Cresciuto calcisticamente nelle giovanili della Cremonese, fece il suo esordio in Serie B nelle file dell'Atalanta che lo acquistò nella stagione 1968-1969. In quello stesso anno indossò la maglia azzurra giocando nella nazionale Under-21 e nella rappresentativa olimpica sotto la guida di Azeglio Vicini. Lo acquistò la Juventus nel 1970-1971, con cui disputò solo 3 partite complice una malattia diagnosticatagli all'inizio del campionato. L'anno dopo ebbe una breve parentesi al Mantova per riprendere confidenza con l'attività agonistica. Seguì il ritorno alla Juventus dove vinse formalmente lo scudetto del 1972-1973, senza tuttavia totalizzare presenze in campionato; ne mise a referto invece 4 in Coppa Italia. Ceduto a titolo definitivo nell'annata 1973-1974 al Cesena, rimase qui per un lustro salvo una parentesi al Monza. Concluse l'attività agonistica nel Forlì, in Serie C1, per proseguire a livello dilettantistico. Palmarès Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Atalanta: 1969 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1972-1973
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LUCIANO SPINOSI https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Spinosi Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 09.05.1950 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1970 al 1978 Esordio: 30.08.1970 - Coppa Italia - Verona-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 241 presenze - 4 reti 5 scudetti 1 coppa Uefa Luciano Spinosi (Roma, 9 maggio 1950) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Luciano Spinosi Spinosi a Enschede nel febbraio 1971, in occasione della gara di ritorno dei quarti di Coppa delle Fiere tra la Juventus e gli olandesi del Twente Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1985 - giocatore 2007 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1966 Tevere Roma Squadre di club 1966-1967 Tevere Roma 2 (0) 1967-1970 Roma 37 (4) 1970-1978 Juventus 241 (4) 1978-1982 Roma 77 (1) 1982-1983 Verona 30 (0) 1983-1984 Milan 18 (0) 1984-1985 Cesena 22 (0) Nazionale 1969-1971 Italia U-21 3 (0) 1971-1974 Italia 19 (0) Carriera da allenatore 1985-1989 Roma Primavera 1989 Roma 1989-1994 Roma Primavera 1994 Lecce 1996 Ternana 1996-1997 Sampdoria 1997-2000 Lazio Vice 2000-2004 Lazio Coll. tecnico 2007 Livorno Vice Biografia Era conosciuto anche come Spinosi II per distinguerlo dal fratello maggiore Enrico, anch'egli giocatore di Serie A. Nel 1983 apparve in un cameo insieme ad altri colleghi nel film Don Camillo; l'anno dopo fu anche, nella parte di sé stesso, nel film L'allenatore nel pallone. Carriera Giocatore Club Iniziò nella Tevere Roma giocando due stagioni in Serie D. Passato alla Roma nel 1967, esordì in Serie A il 12 maggio 1968 contro il Torino; coi giallorossi vinse la sua prima Coppa Italia nella stagione 1968-1969, mettendosi in evidenza a fine decennio assieme a Fabio Capello e Fausto Landini, nella squadra di Helenio Herrera. Nell'estate 1970 fu acquistato in blocco, insieme ai succitati Capello e Landini, dalla Juventus. Rimase indiscusso titolare per quattro stagioni, restando poi in bianconero sino al 1978 e partecipando negli ultimi anni all'avvio del vittorioso ciclo di Giovanni Trapattoni. Con la maglia juventina giocò 241 partite (138 partite in campionato, 54 in Coppa Italia, 49 nelle coppe europee) segnando quattro reti, conquistando cinque scudetti e la Coppa UEFA 1976-1977, primo trofeo confederale del club torinese. Tornato alla Roma nel 1978, disputò quattro stagioni in giallorosso vincendo due coppe nazionali. Ormai sul viale del tramonto, nel 1982 passò al Verona dove militò una stagione. Nel 1983 andò al Milan, con cui giocò l'ultimo suo campionato di massima serie, chiudendo la carriera l'anno seguente al Cesena, in Serie B. Nazionale Spinosi (in piedi, terzo da sinistra) in nazionale nel 1974 Durante il suo periodo alla Juventus esordì in nazionale, il 9 giugno 1971, contro la Svezia. Con la maglia azzurra disputò in totale 19 gare, prendendo parte al campionato del mondo 1974 in Germania Ovest, dove chiuse la sua avventura in azzurro nella partita persa con la Polonia. Allenatore Iniziò nella stagione 1984-1985, subentrando a Sergio Santarini alla guida della squadra Primavera della Roma. Sedette sulla panchina della squadra giovanile giallorossa per dieci anni, vincendo il campionato di categoria del 1989-1990, il Torneo di Viareggio 1991 e la Coppa Italia Primavera 1993-1994, allenando anche un giovane Francesco Totti. Durante la stagione 1988-1989 sostituì Nils Liedholm in prima squadra per quattro gare, in cui ottenne 2 pareggi e 2 sconfitte, prima di lasciare il posto al rientrante Liedholm. Nel 1994 passò al Lecce, in Serie B, venendo esonerato a causa degli scarsi risultati (6 punti in 11 gare, risultato di 6 pareggi, 5 sconfitte, nessuna vittoria) che relegò i pugliesi all'ultimo posto in classifica, e nel 1996 alla Ternana, in Serie C2. Nella stagione 1996-1997 affianca Sven-Göran Eriksson alla Sampdoria. L'annata successiva andò alla Lazio dove fu dapprima vice con Eriksson, diventando poi collaboratore tecnico con Dino Zoff, Alberto Zaccheroni e Roberto Mancini, fino al 2004. Contribuì alla conquista di uno scudetto, tre Coppe Italia, due Supercoppe di Lega e, nel 1999, della Coppa delle Coppe e della Supercoppa UEFA, prime affermazioni confederali dei biancocelesti e, in generale, del calcio romano. Da marzo a ottobre 2007 fu infine vice di Fernando Orsi al Livorno, lasciando poi la squadra in seguito all'esonero di Orsi. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 3 - Roma: 1968-1969, 1979-1980, 1980-1981 Campionato italiano: 5 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Allenatore Campionato Primavera: 1 - Roma: 1989-1990 Torneo di Viareggio: 1 - Roma: 1991 Coppa Italia Primavera: 1 - Roma: 1993-1994 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — 1972
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MASSIMO PILONI Cresciuto nel settore giovanile bianconero, dove si fa valere anche grazie a un fisico da corazziere, Massimo Piloni da Ancona, classe 1948, detto Pilade, si fa le ossa nella Casertana in B. Nella stagione 1970-71, ritorna alla Juventus che, con gli innesti di Bettega, Causio, Spinosi, Capello, Landini e altri giovani di belle promesse, si prepara ai trionfi. Piloni è l’alternativa al titolare Tancredi e trova spesso spazio, in una stagione che vede i bianconeri battersi ad alto livello sia in campionato sia in Europa.Proprio in Coppa delle Fiere, a Colonia, nella semifinale di andata, Piloni gioca una partita indimenticabile che lo consegna di filato alla simpatia dei tifosi. «Sui giornali scrissero, addirittura, che con le mie parate avevo contribuito, in modo decisivo, alla qualificazione della Juventus. Purtroppo, non ho avuto la fortuna di sfruttare a lungo l’improvvisa popolarità; alla finale, contro il Leeds, è legato l’episodio più infelice, il ricordo più triste in assoluto della mia carriera. Agli occhi del pubblico fui io l’unico responsabile di quel 2-2 casalingo, che ci fece sfuggire di mano la Coppa delle Fiere. In tutta sincerità, non credo che quella sera commisi errori più gravi di quelli degli altri difensori. Fu una partita sfortunata per tutti; per me, in modo particolare. Alla vigilia della finale di ritorno, a Leeds, mi fratturai una mano e dovetti cedere il posto al mio amico Tancredi».L’anno dopo, quando il titolare è Carmignani, ha ugualmente modo di mettersi in mostra, dando un buon contributo alla conquista dello scudetto. Poi, con l’arrivo di Dino Zoff, le sue possibilità di trovare spazio scendono sensibilmente.Super Dino non perde un colpo e non lascia, alla sua riserva, che le briciole di qualche amichevole: «Stare in panchina si soffre, senza dubbio, molto di più che stare fra i pali; durante una partita, soltanto di tensione nervosa mi partiva non meno di un chilo; senza contare le unghie che mi mangiavo, alla fine c’era soltanto la pelle. Ma con Zoff davanti ho imparato tantissimo e non soltanto cose di carattere tecnico. Guardando a lui, ho anche e soprattutto imparato a essere più uomo, ho acquistato una maturità diversa».Fisico massiccio, amante della buona tavola, tanto da tornare dalle vacanze estive sempre con un eccesso di peso, Massimo è stato un ottimo interprete del ruolo, essendo modesto, serio e disponibile: «Il peso è sempre stato un bel problema. Sono di costituzione piuttosto pesante, proprio come ossatura, poi ho sempre assimilato tantissimo. A volte, mi basta bere un bicchiere di acqua minerale più del solito e tutto si trasforma in ciccia. Questo, voleva dire una mezzora supplementare di sudore e fatica; infatti, ero sempre l’ultimo a uscire, dopo solenni torchiature di Cochi Sentimenti».Nel 1975, cerca gloria nel Pescara che lascia qualche anno dopo, per approdare al Rimini. Il suo bilancio nella Juventus: ventiquattro presenze, di cui quattro nelle coppe europee.ERNESTO CONSOLO, DA SOCCERNEWS24.IT DEL 18 GIUGNO 2017Aveva impressionato fin da giovanissimo: c’è la classica partitella Juve A–Juve B di inizio stagione e Piloni ne esce imbattuto. Para davvero tutto. Ma è il portiere della Juve B. Il primo ottobre 1967 Heriberto Herrera lo porta in panchina per Atalanta-Juventus. Piloni ha diciannove anni. «Ricordo che misi la maglia con la stella e lo scudetto: era di un tessuto diverso rispetto a quella che usavo nelle giovanili». La serie C per farsi le ossa e torna alla Juve. Piloni gioca la prima partita di campionato solo ad aprile per l’infortunio al titolare, che è Tancredi. La prima persona che chiama è la madre Anna Maria. E c’è più di un motivo. Proprio lei lo aveva spinto ad accettare di andare alla Juve a quindici anni, dopo un ottimo provino a Senigallia. «Mio padre era morto da pochi mesi ed io non avrei voluto lasciarla sola. Invece lei mi dice di non preoccuparmi e mi lascia andare». L’allenamento del venerdì col coach Sentimenti IV si concentra sulle palle alte, perché il Varese di Liedholm ha gente forte di testa. E perché domenica, appunto, a Torino c’è Juve-Varese. Sabato consueto ritiro a Villar Perosa: «Divido la camera con Ferioli, il terzo portiere. Faccio le cose di sempre: la sera lettura, la mattina sveglia prima degli altri e passeggiata solitaria fuori dall’albergo». Quello è il silenzio che cerchi. Da anni, forse da secoli. Che ti nutre e ti porti dentro.Pilade, così viene soprannominato, è sposato e padre di due figli. A soli ventitré anni. S’incastra con lo stile Juve. Al Comunale, un’occhiata al terreno e subito in spogliatoio: «Infilo la tuta e inizio il riscaldamento. Qualche esercizio nello stanzone delle docce, poi allenamento alla presa facendo rimbalzare il pallone contro il muro del corridoio». La divisa addosso come un’armatura e poi è il turno delle scarpette. Piloni le cura personalmente. Per una vecchia abitudine, prima di ogni partita cambia tutti i tacchetti. Anche se ancora abili. Si accomoda in silenzio al suo posto ed esegue l’operazione. È il silenzio che serve a raccogliersi e scaricare la tensione. Sa che in mezzo a quei sette metri e trentadue centimetri sarà solo. Ma che gusterà un altro silenzio. In testa adesso prova a fissare un solo pensiero: Juve-Varese deve essere lo start della carriera. «Col piede scavo un piccolo solco sulla linea dell’area piccola, in corrispondenza del centro della porta. Sono sotto la Curva Filadelfia, quella dei tifosi bianconeri. Per un’ora non tocco palla. Alla fine prendo due goal imparabili». Finisce 2-2. E i giudizi su Piloni sono positivi.Non uscirà più. Già alla seconda a Vicenza è il migliore in campo. Esplosivo sui tiri di Damiani e Fontana. Predilige a mani nude, ma porta con sé anche i guanti. È domenica 10 aprile 1971. La sliding door che si apre perentoriamente colloca Piloni a pieno titolo nella categoria dei “giovani promettenti”. E poi, a dirla tutta, quella domenica, il portiere della Nazionale, che si chiama Dino Zoff, regala un goal con una fragorosa papera. In semifinale di Coppa delle Fiere (la matrigna della Coppa Uefa) arriva il Colonia di Overath. È previsto il rientro in panchina di Piloni. Ma Tancredi non ce la fa. La squadra alloggia in un castellaccio che aveva ospitato Napoleone. Si mette bene. Goal di Bettega. Poi ci pensa il nuovo numero uno. Nel primo tempo tre parate decisive, intercetta anche i proiettili. Nella ripresa è un assedio tedesco. Nelle mischie gigantesche è il momento di mostrare i cingoli: «All’inizio ero tranquillo, per nulla emozionato. Piuttosto i compagni mi sembravano preoccupati per me. I tedeschi entravano su di me, più che badare al pallone. Ho preso colpi in tutte le parti del corpo. Il loro centravanti mi si aggrappava addosso in ogni mischia, impedendomi di raggiungere il pallone». Capitola solo a fil di sirena. Si va in finale con una gara di ritorno dominata (e un altro suo miracolo che si rivela decisivo). Per i critici, gran parte del merito è del “portierino eroe”. E poi Piloni si carica anche con la musica di Tom Jones: un pezzo come “She’s a lady”, buono per quelli “di sicuro avvenire”, che spazza via tutti i silenzi. Adesso ci crede anche Boniperti.Quella contro il Leeds è la seconda finale europea della storia della Juve. Tancredi, oramai ristabilito, ha perso il posto. Il 28 maggio 1971 però gli inglesi segnano due goal “di quelli”. Traiettorie leggibili, ma che scivolano via. I compagni della difesa non lo hanno aiutato (il primo è un autogoal) e a fine partita Piloni non lo nasconde. La mette giù dura, se la prende con un paio di loro. Il portiere che sbaglia un’uscita, rischia di perdere sicurezza e pagarla nelle prossime. Tra i pali invece non cambia nulla. Il posto da titolare non è comunque in discussione. E poi è solo 2-2, c’è il ritorno. Fino all’ultima parata dell’ultimo allenamento in Inghilterra: Piloni prende un brutto colpo allo scafoide. È la sliding door che si chiude. La mano va steccata. Senza quella parata in più, una parata inutile, Piloni se la sarebbe giocata. E poteva risarcire la Juve della fiducia. Gioca Tancredi, finisce 1-1 e la coppa sfuma.Il punto debole della Juve è presto individuato: il portiere. Non basta essere promettenti. Anche se arriva Carmignani, un altro promettente. Evidentemente di più. Piloni torna dodici. Gli tocca aspettare. Carmignani intanto non convince. La chance arriva con la Juve allo sprint scudetto. Piloni si fa trovare pronto. A Mantova doppio decisivo intervento. C’è ancora lui in porta quando la Juve s’impone 3–0 sull’Inter e 2-1 sul Cagliari: sorride, abbraccia Anastasi, bacia Spinosi, è scudetto. Si avvera il sogno di un bambino, perché Pilade è da sempre juventino. Nell’invasione di campo perde l’armatura. Stavolta in estate arriva lui, il portiere della Nazionale. E Pilade non gioca più. Perché Zoff è rendimento e alla Juve non s’infortuna mai. Perché Zoff resisterebbe anche al turn–over. E accumula record d’imbattibilità. Piloni si rende conto di aver (inconsapevolmente) firmato un patto di non concorrenza. A tempo indeterminato. Tre inverni e tre primavere uguali. Gli tocca trangugiare il brodino. Quando viene schierato in un’insignificante partita di Coppa Italia, non si capisce da dove provenga. Se da un sottoscala o da un rifugio antiatomico. E soprattutto dove vada a finire Zoff per quei novanta minuti, dopo oltre un centinaio di partite consecutive. Come l’anatra del lago ghiacciato del “Giovane Holden”. I compagni chiedono a Zoff di cedere un secondo tempo dell’ultima di campionato: malvolentieri, molla solo su un quarto d’ora. Piloni rifiuta. Non gli bastano nemmeno gli scudetti. Non basta Tom Jones, che canta “I who have nothing”. Appunto.Lascia la Juve. Adesso può metter su la barba, che quasi nasconde i suoi occhi azzurri. E poi non è più quello promettente. Promette il suo sostituto ufficiale alla Juve, che è Giancarlo Alessandrelli. Stavolta il destino la combina grossa: come un abile mazziere, ha fatto nascere anche Alessandrelli nelle Marche. Anzi a Senigallia, proprio dove la Juve aveva arruolato Piloni. Sua maestà Zoff non farà mai assaggiare la porta ad Alessandrelli, ma il guinness dei primati delle panchine consecutive. E dei tre goal beccati in un quarto d’ora dell’unica comparsata. Piloni intanto è tornato in Serie A, ma dalla porta principale. Promozione col Pescara, la prima della storia. Schierato in 107 partite su 108. Un altro silenzio, quello del numero uno sulla maglia. Quello che fa rumore. È troppo tardi, anche se para un rigore a mani nude al Milan. Chiude con un po’ di serie B e C. Incontra Dino Zoff e lo saluta «Ciao». Risposta: «Ciao». E, racconta Piloni, Zoff riprende a leggere il giornale. La freddezza da tavolo anatomico è figlia di rancore, silenzi, professionalità all’estremo, altri silenzi. E di quell’amichevole giocata ad Ancona: era arrivata anche mamma Anna Maria, ma non poté vederlo, perché Zoff non volle cedere nemmeno un minuto.Piloni diventa preparatore dei portieri saltando da un palo all’altro. Da una squadra all’altra. La lista degli adepti è lunga. Allena anche all’estero. Poi lo stop, nessun ingaggio. Anche Zoff adesso è sempre più piccolo. Il pallone viscido, non rimbalza più. E il portierino eroe abita un silenzio nuovo, più lungo. Interminabile. È quello che ti schiaccia perché un telefono non squilla. Ma non crolla come l’uomo in più di Sorrentino. Accende una sigaretta, sistema le scarpe e cambia i tacchetti. Aspetta il suo momento. Fino alla prossima parata. Perché sa che può arrivare.E arriva. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/massimo-piloni.html
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MASSIMO PILONI https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Piloni Nazione: Italia Luogo di nascita: Ancona Data di nascita: 21.08.1948 Ruolo: Portiere Altezza: 184 cm Peso: 80 kg Soprannome: Pilade Alla Juventus dal 1969 al 1975 Esordio: 06.09.1970 - Coppa Italia - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 06.02.1974 - Coppa Italia - Juventus-Cesena 1-1 27 presenze - 30 reti subite 3 scudetti Massimo Piloni (Ancona, 21 agosto 1948) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Massimo Piloni Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Preparatore dei portieri (ex portiere) Termine carriera 1981 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1968-1969 → Casertana 10 (-3) 1969-1975 Juventus 27 (-30) 1975-1978 Pescara 105 (-103) 1978-1980 Rimini 63 (-?) 1980-1981 Fermana ? (-?) 1981-1982 Chieti 25 (-33) Carriera da allenatore 2000-2003 Catania Portieri 2003-2004 Sambenedettese Portieri 2008 Livingston Portieri ????-???? Perugia Portieri Biografia È stato tra i soggetti ispiratori dello spettacolo teatrale Perseverare Humanum est interpretato dall'attore Matteo Belli. Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus, nella stagione 1967-1968 il tecnico della prima squadra bianconera, Heriberto Herrera, lo portò per le prime volte in panchina, diciannovenne. Nell'estate del 1968 venne quindi mandato a fare esperienza nella Casertana, in Serie C. La società bianconera lo riprese l'anno successivo come terzo nel ruolo, dietro a Roberto Anzolin e Roberto Tancredi, non mettendo a referto alcuna presenza. Per l'esordio in Serie A dovette attendere il 4 aprile 1971 quando l'allenatore Čestmír Vycpálek lo mise in porta, all'età di ventidue anni, in Juventus-Varese (2-2). Piloni e Dino Zoff, di cui fu una delle storiche riserve, alla Juventus nel 1975. Nella stagione 1970-1971 collezionò in totale 7 presenze, segnalandosi sul finire della stessa per la positiva prova offerta nella semifinale di Coppa delle Fiere del 14 aprile, un pareggio 1-1 sul campo del Colonia; quando sembrava in quelle settimane aver superato Tancredi nelle gerarchie, dapprima fu tra i maggiori imputati dell'opaca prestazione bianconera nella finale di andata delle Fiere contro il Leeds Utd (2-2), e in seguito fu costretto a saltare la sfida di ritorno della stessa per un infortunio al polso: «io persi la partita e la Juve la coppa». Nell'annata 1971-1972, ceduto Tancredi, si ritrovò nuovamente relegato in panchina dal neoacquisto Pietro Carmignani. Ciò nonostante contribuì allo scudetto bianconero emergendo nuovamente nel finale di stagione, disputando le ultime e decisive 5 gare di un campionato vinto dai bianconeri di Vycpálek al rush finale, in sostituzione di Carmignani nel frattempo incappato in alcuni grossolani svarioni. Ma neanche ciò bastò a garantirgli un posto di rilievo nella Juventus, poiché nell'estate seguente iniziò a Torino l'era di Dino Zoff. Per Piloni non ci fu più spazio nell'undici titolare, mal convivendo con il nuovo collega anche sul piano personale: per i successivi tre anni rimase in bianconero come dodicesimo, fregiandosi di altri due scudetti senza tuttavia collezionare alcuna presenza; l'unica partita da titolare fu un incontro di Coppa Italia disputato il 6 febbraio 1974 contro il Cesena. Piloni (in piedi, secondo da sinistra) nel Pescara del 1976-1977 Desideroso di giocare, nel 1975 scese quindi in Serie B accasandosi al Pescara che, anche grazie alle sue prestazioni, nel 1977 arrivò per la prima volta in Serie A: «titolare tre anni su tre, 107 partite su 108, [...] tra i pali anche con uno strappo all'inguine. Ero bravo, lo ero sempre stato, ora però si vedeva». Con la retrocessione fra i cadetti della squadra abruzzese, l'anno seguente Piloni cambiò ancora società, stavolta trasferendosi al Rimini dove rimase per un biennio. Dopo una stagione alla Fermana, in Serie D, concluse la carriera nell'annata 1981-1982 con il Chieti, in Serie C2, prima di ritirarsi definitivamente al termine del campionato per mancanza di garanzie da parte della società neroverde. Allenatore Una volta terminata l'attività agonistica, Piloni intraprese una discreta carriera da preparatore dei portieri, lavorando in Italia per club come Catania, Perugia e Sambenedettese, agli ordini di tecnici quali Vujadin Boškov, Serse Cosmi, Carlo Mazzone ed Edy Reja, e maturando nel 2008 anche un'esperienza in Scozia al Livingston, alle dipendenze di Roberto Landi. Tra gli estremi difensori da lui allenati, nel corso degli anni ci sono stati Gennaro Iezzo, Andrea Mazzantini, Armando Pantanelli e Marco Storari. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 3 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975
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Italo Allodi - Dirigente
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ITALO ALLODI Quando, da giovane, consuma le sue modeste esperienze calcistiche tra Parma e Suzzara, è chiamato Alan Ladd (attore americano di bell’aspetto, dallo sguardo duro e allo stesso tempo angelico) per l’eleganza dell’abbigliamento e il fascino che esercita sulle ragazze. Vent’anni più tardi, diventato il più grande manager italiano, inventando in pratica una nuova professione, gli saranno affibbiati i soprannomi più strani: da Re del mercato a Richelieu del calcio oppure Kissinger del pallone. La più gustosa definizione gli sarà data, un giorno, da Gianni Agnelli: «Allodi è come Santa Rita, tutto può e tutto fa». «L’Avvocato è troppo buono – si schermisce Italo – ma io santo proprio non mi sento. Ho soltanto avuto la fortuna di imparare questo mestiere da tre grandi dirigenti come Viani, Cappelli e Valentini». Nato ad Asiago il 13 aprile 1928, figlio di un ferroviere e di una casalinga, Allodi fin da giovane si riconosceva un talento ancora tutto da scoprire ma non da sprecare in una vita da ferroviere (i genitori gli fecero fare l’esame da capostazione ma lui scappò). «All’inizio – raccontava – avevo dinanzi tre possibilità per diventare qualcuno. A parità d’interesse, c’erano il calcio, la pittura, il giornalismo». C’è stato un periodo in cui Allodi si occupava di tutte e tre le cose insieme. «Un giorno ho dovuto fare una scelta precisa. La scelta è stata dura ma necessaria. Mi occorreva denaro per vivere. Il denaro poteva immediatamente venire soltanto dal gioco del calcio». E il calciatore fece, ma di piccolo cabotaggio, approdando come massimo in serie C. Non doveva effettivamente essere un granché se Edmondo Fabbri, allora al Mantova, lo prese dicendogli chiaro e tondo: «Vieni, ma sta buono e occupati di altro». Diventò “segretario” della società scavalcando ben presto col suo dinamismo le tradizionali prerogative della carriera. Gestì così bene la società, portandola in serie B, che quando Angelo Moratti si trovò ad aver bisogno per l’Inter di uno sveglio e capace, se lo prese subito. In quegli anni, alla fine dei ‘50, c’era un personaggio del nostro calcio che dettava legge dall’alto della sua autorevolezza di manager: Gipo Viani, il cervello pensante e organizzativo del Milan. A lui sicuramente si ispirò Allodi quando, giunto a Milano chiamatovi dal presidente dell’Inter, intuì che la sfida con cotanto rivale poteva soltanto finire male se lui non si fosse impegnato «intus et in cute» nel ruolo che Moratti gli aveva affidato. All’Inter, oltretutto, doveva talvolta scontrarsi con un tipo piuttosto spigoloso dal carattere fermo e grintoso, ossia Helenio Herrera, il tecnico appena arrivato ad allenare la squadra. Eppure, unendo diplomazia a risolutezza, muovendosi con disinvoltura in un ambito non sempre costituito da amici comprensivi, Allodi pervenne a stabilire un rapporto intelligente, efficiente e proficuo con il clan tecnico e con quello dirigenziale. Sull’asse Moratti-Allodi-Herrera nasceva la leggenda dell’Inter euromondiale, capace di conquistare tre scudetti dal ‘63 al ‘66 e di aggiudicarsi consecutivamente due Coppe dei campioni e altrettante intercontinentali. A suo merito indiscutibile sono da attribuire gli ingaggi di Luisito Suarez, colonna portante dei successi nerazzurri in quel periodo, di Jair Da Costa, infine quasi quasi di Pelé, addirittura, che non vestì la maglia dell’Inter per il timore di una sollevazione dei tifosi del Santos. La fama di Allodi ingigantiva di stagione in stagione man mano che l’Inter accresceva il numero dei suoi trionfi. Se è vero che, sul piano tecnico, a Herrera va ascritto il merito di una conduzione esemplare, se è altrettanto giusto riconoscere a Moratti la saggia e insieme incisiva partecipazione – da presidente oculato – alle sorti della squadra, va pur detto e sottolineato che Italo Allodi rappresentò per l’Inter un modello ideale in un campo che, a quell’epoca, ancora aveva il sapore di inedito. «Merito di una grande organizzazione, all’epoca unica» spiegava Allodi, che nelle questioni tecniche era entrato soltanto una volta, per suggerire a Herrera una tattica meno spregiudicata dopo una storica sconfitta sul campo del Padova di Rocco. Nasceva anche la leggenda del manager che manovrava acquisti e cessioni, che consigliava, imponeva e vietava, muovendosi nei saloni dell’Hotel Gallia con stile impeccabile, volontà di ferro e abilità diabolica. Eusebio, Beckenbauer e Pelè: tre colpi mancati per un niente. C’era anche chi lo accusava di ammaliare gli arbitri con regali costosi, ma lui tagliava corto: «Balle. Se bastassero un orologio d’oro o una pelliccia di visone, saremmo tutti campioni del mondo». Mentre Angelo Moratti lasciava l’Inter, l’avvocato Agnelli voleva rifondare la Juventus che navigava nei bassifondi delle classifiche. E Allodi approdò a Torino come segretario generale rifondando la società bianconera e gettando le basi di quella futura struttura modello che la Juve può ancora vantare nei confronti di molti altri club. Fu Allodi ad acquistare giocatori giovanissimi dal luminoso avvenire: Bettega, Causio, Furino, Zoff, Cuccureddu… Curioso l’aneddoto su quest’ultimo: «Giampiero – disse Agnelli a Boniperti chiamandolo da Cortina appena seppe di quell’acquisto – ma come può uno che si chiama Cuccureddu giocare nella Juve?». Ormai la sua personalità si imponeva sia per l’acutezza degli orientamenti, sia per la soluzione di problematiche sulla stregua di una maturata esperienza. Però Boniperti non lo amava: c’era posto soltanto per un gallo, nel pollaio juventino. Troppi regali, e poi Allodi era un fanatico del protocollo, coltivava le pubbliche relazioni, azzeccava gli acquisti, dominava il mercato, curava i dettagli, tesseva tele importanti ma anche imbarazzanti. Godeva di una personalità forte e ambigua. Venerato in pubblico, chiacchierato in privato: una sorta di Andreotti calcistico. Lascia la Juventus nel 1974 dopo due scudetti e viene chiamato nel clan Azzurro da Franchi per sostituire il Mandelli messicano nel ruolo di tutore di Valcareggi. Non ebbe fortuna, i laziali, da Chinaglia in giù, gliela giurarono e la spedizione sfociò in uno squallido KO. Diventò direttore tecnico di Coverciano, un posto che in mano a chiunque altro sarebbe diventato una sinecura tranquilla dove percepire uno stipendio facendo il meno possibile. E invece Allodi reinventò il calcio moderno, l’università di Coverciano dove si studiava da allenatori e da manager. E si studiava talmente bene che Allodi fu chiamato a sua volta a tenere una conferenza alla Bocconi di Milano. Fu il primo a scovare nelle pupille allucinate di Arrigo Sacchi la luce del predestinato: «Sarà il nuovo Herrera». Ma intanto in ambiente federale sotto la cenere covava una rivalità senza fine con Bearzot. Per la verità a tutte le domande su questo argomento, Allodi ha sempre risposto di non sapere perché Bearzot ce l’avesse con lui, di avergli scritto più volte lettere di pace, senza mai ottenere risposta. Non è difficile immaginare che due uomini così diversi, tanto integralista Bearzot quanto pragmatico e agile Allodi, non potessero in alcun modo andare d’amore e d’accordo. Certo è che dopo il trionfo spagnolo del 1982, alla vigilia del quale Allodi aveva espresso molte perplessità, Bearzot chiese la sua testa, e la ebbe. Dopo i mondiali del 1982 accettò la direzione organizzativa della Fiorentina dei Pontello, portandovi Lele Oriali, uno dei primi giocatori strappati a parametro. Il feeling in riva all’Arno non durò a lungo. Fece una pausa allietando, con la sua eloquenza suadente, il pubblico della Domenica Sportiva, poi il Napoli. Una città non facile per un manager “asciutto” come lui. Venne assunto come consigliere del presidente Ferlaino. Arrivano i giorni di Maradona e poi lo scudetto. Ma anche l’inizio del suo malinconico crepuscolo. Nella primavera del 1986 era stato coinvolto nella seconda, lacerante puntata dello scandalo scommesse. Ne era uscito assolto, però macchiato, segnato e sconvolto. L’accusavano di aver manipolato il risultato della partita con l’Udinese. «Sono stato accostato ad Al Capone, ho perso la serenità, passo le notti in bianco» si lamentava, attribuendo alla vicenda il trauma che il 12 gennaio 1987 gli sarebbe costato un ictus. Poche ore prima il Napoli aveva festeggiato il titolo d’inverno, prologo alla conquista del primo scudetto della sua storia. L’ultimo capolavoro di Allodi. Si riprese a fatica, e, sempre a fatica, uscì pian piano dal suo mondo. I suoi ultimi anni trascorsero in una sconfinata amarezza. A chi gli era rimasto amico e lo raggiungeva con qualche telefonata, oppure passando per Firenze con una breve visita, Italo confidava di sentirsi così estraniato da non riconoscere più l’ambiente del calcio che andava mutando. Soprattutto, senza che lui lo ammettesse, si intuiva una sua mortificazione per essere finito in un cono d’oblio. Morì in una clinica di Firenze, stroncato da uno scompenso cardiocircolatorio il 3 giugno 1999 a 71 anni portando con sé per sempre grandiosi successi e insondabili misteri. Per quasi trent’anni è stato nel cuore del potere del calcio italiano. E lavorando dietro le quinte, come un cardinale Richelieu, ha contribuito a traghettarlo dall’era premoderna al terziario di fine secolo. Bello come un attore anni ‘50, affascinante quanto serviva, Allodi è stato il primo a capire l’importanza delle pubbliche relazioni nel calcio. Il suo charme, i mezzi di Moratti e quelli degli Agnelli più tardi, gli hanno permesso di aprire qualsiasi porta. Ai tempi d’oro, dominava tutte le trame del mercato e controllava bene, pare, anche le abitudini degli arbitri. Come tutti gli uomini potenti, ha avuto molti complici e qualche nemico. Anche perché si è trovato dentro a un crocevia, nella storia del nostro calcio. E molto ha fatto per strapparlo in avanti, ben capendo che il futuro sarebbe stato di allenatori e manager formati su basi scientifiche. Da qui l’idea dell’Università di Coverciano, istituita nel 1976, che è ancora un modello per il calcio mondiale. VLADIMIRO CAMINITI L’ansia – pure giustificata – di uscire dal provincialismo dei nonni e di archiviare la trincea, durante la trasmigrazione dei poteri federali da Franchi a Carraro, ha portato questo insigne architetto della parola con flauto e mandolini alla guida pratica del calcio italiota. Italo di Suzzara, dal mediocre avventuroso passato di calciatore («gli prestavo le diecimila» ricorda Vycpalek), come general manager dell’Inter di Moratti addetto alle relazioni pubbliche e ai rapporti con la stampa scoprì una luciferina personalità, sorse e insorse, accattivò e realizzò. Il foresto Brian Glanville, forse per invidia, lo accusò tardivamente di corrompere gli arbitri. I fatti hanno smentito quel bilioso compare e dato ragione a Italo, principe degli organizzatori aggiornati in tutto, anche sulle quisquilie, erede di Lorenzo il Magnifico per il gesto sontuoso in questa terra avara di amicizia. Debbo aggiungere che l’italianità si manifesta particolarmente nella capacità d’improvvisare, di apparire più di essere. Come dirigente di calcio Italo sa perciò essere insostituibile. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/italo-allodi.html -
Italo Allodi - Dirigente
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ITALO ALLODI https://it.wikipedia.org/wiki/Italo_Allodi Nazione: Italia Luogo di nascita: Asiago (Vicenza) Data di nascita: 13.04.1928 Luogo di morte: Firenze Data di morte: 03.06.1999 Ruolo: Dirigente Dirigente della Juventus dal 1970 al 1973 Italo Allodi (Asiago, 13 aprile 1928 – Firenze, 3 giugno 1999) è stato un calciatore e dirigente sportivo italiano. Italo Allodi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1948-1949 Suzzara ? (?) 1949-1950 Bondenese ? (?) 1950-1951 Gladiator ? (?) 1951-1952 Forlì ? (?) 1952-1953 Parma 10 (0) 1953-1954 Carrarese P. Binelli ? (?) Biografia Nato ad Asiago, figlio di un ferroviere e di una casalinga, da giovane fu giocatore professionista (militò come centrocampista nel Gladiator di Santa Maria Capua Vetere, nel Forlì e nel Parma), ma abbandonò ben presto i campi di gioco perché non riuscì mai a valicare la Serie C. Dopo aver abbandonato gli studi per diventare giornalista, divenne segretario amministrativo del Mantova. Nel 1959 Angelo Moratti lo volle all'Inter, dove inizialmente ebbe la stessa mansione. Dal 1959 al 1968 fu direttore sportivo dei nerazzurri, contribuendo con alcuni acquisti azzeccati (come quello di Tarcisio Burgnich) alla nascita del mito della Grande Inter. All'inizio degli anni settanta ricoprì dei ruoli dirigenziali nella Juventus per poi passare alla Fiorentina ed infine, dopo una parentesi di otto anni a Coverciano, nel Napoli, in cui rimase fino al 1987. Coinvolto inizialmente nello scandalo del calcio italiano del 1986, ne uscì scagionato sia in primo grado che in appello, ma stravolto: il 12 gennaio del 1987 fu colpito da un ictus che lo convinse ad abbandonare il calcio. Morì nel 1999 all'età di 71 anni a causa di uno scompenso cardiocircolatorio, lasciando la moglie Franca e il figlio Cristiano. Nel 2017 è stato incluso nella Hall of Fame del calcio italiano. Carriera da dirigente 1955-1959 Mantova 1959-1968 Inter 1970-1973 Juventus 1974-1982 Responsabile del centro sportivo di Coverciano (fu uno degli ideatori del corso per il patentino di allenatore) 1982-1985 Fiorentina 1985-1987 Napoli Controversie Definito un «corruttore» dal giornalista Gianpaolo Ormezzano, Allodi fu accusato dal giornalista inglese Brian Glanville di aver corrotto o tentato di corrompere gli arbitri delle semifinali di Coppa dei Campioni nel 1964, nel 1965, nel 1966 e nel 1973, e quelli di varie partite disputate dalla Nazionale italiana di calcio durante il periodo 1974-1982. Tali imputazioni non trovarono mai alcun riscontro in sede giudiziaria. -
Armando Picchi - Allenatore
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ARMANDO PICCHI Armando Picchi arrivò a Torino nell’estate del 1970; aveva 35 anni e un patentino di allenatore di seconda categoria. Alla Juventus non era mai arrivato un allenatore così giovane, ma si respirava aria di grandi cambiamenti: il presidente Vittore Catella stava per passare la mano a Boniperti, con Italo Allodi fresco general manager. Il decennio si era aperto con due scudetti, ma per il resto aveva riservato risultati mediocri, impennata di Heriberto Herrera a parte, e aveva anche portato la grande paura della retrocessione.C’era voglia di rinascere e Picchi sembrava proprio l’uomo giusto per rinverdire i fasti passati. Diceva Boniperti: «È giovane, serio, preparato, soprattutto ha una rabbiosa voglia di sfondare».Era arrivato in serie A, da giocatore, venticinquenne; Paolo Mazza lo aveva acquistato dal Livorno in serie C per lanciarlo in una sorprendente Spal, classificatasi al 5° posto. L’Inter lo aveva preso subito, lasciando alla Juventus il suo compagno di difesa, il più modesto Bozzao, ed erano stati 7 anni indimenticabili: scudetti, coppe europee, coppe mondiali e, sulla soglia della trentina, anche la prima di 12 maglie azzurre.Interprete per antonomasia, del ruolo di libero, ultimo baluardo davanti al portiere in mille battaglie seguite con il cuore in gola da milioni di spettatori; leader tattico ma, soprattutto, umano e morale della sua squadra, sindacalista coraggioso e altruista, quando i calciatori non avevano alcun diritto. Era l’esempio, uno dei pochi nella storia del calcio, del campione che conosce e difende con coerenza i grandi valori che nutrono le società civili; il rispetto degli altri, il coraggio delle proprie scelte, lo spirito d’indipendenza, la serietà professionale, la solidarietà, l’amicizia, il senso profondo delle proprie radici.Livornese purissimo, una famiglia di marinai, un nonno anarchico e un nonno repubblicano costretto all’esilio, portò nella Grande Inter del Mago Herrera e di Moratti tutto lo spirito ribelle e irriverente, ma anche combattivo e indomabile, ereditato dalla sua terra e dalla sua famiglia.La natura non era stata prodiga con lui, nel donargli talento da fuoriclasse. Tutto quel che nel calcio aveva raggiunto lo aveva realizzato pagando di persona, salendo gradino dopo gradino, con la volontà, la tenacia, il coraggio. Diventò il capitano non perché giocasse meglio di Suarez, di Corso oppure di Mazzola, ma perché più d’ogni altro possedeva la capacità di lottare e di trascinare la squadra alla lotta.Perché, fra i sassi di Buenos Aires, nell’allucinante fragore dell’Hampden Park, nella bolgia di Liverpool oppure nella battaglia di Dortmund, mentre la squadra correva il rischio di disgregarsi, lui non si limitava a controllare il gioco e a ribattere, ma urlava per incitare i compagni, li guidava con i gesti imperiosi delle braccia, inveiva contro chi mostrasse un attimo di disorientamento o di timore, comandava e si faceva ubbidire. In campo, il fascino della sua personalità soggiogava anche chi sapeva giocar meglio di lui.Picchi non sapeva giocar di testa, eppure è stato fra i difensori più forti che abbia mai avuto il calcio mondiale. Si può discutere all’infinito sull’utilità tattica del libero nel calcio, ma è indiscutibile che in quel ruolo, che pretende intelligenza, intuito, furbizia, lucidità, lui sia stato uno dei migliori. Ha dato persino il suo nome alla formula: il Libero alla Picchi.Gli scontri con Herrera erano all’ordine del giorno: «Il Mago non lo avevo capito e non credevo di poterlo capire. Ero troppo diverso, diciamo troppo indisciplinato. Capii che dovevo cambiare e basta. Sono diventato un altro».E molti, che non amavano Herrera, vedevano in lui il vero allenatore in campo, lo stratega di tante grandi vittorie. Lo chiamavano Penna Bianca e lui comandava davvero, capace in partita di prendere per la maglia un compagno e, mostrandogli la fascia di capitano, urlargli in faccia: «Cos’è questo? Uno straccio? E allora fa come ti dico! E dopo fa pure la spia al Mago!».Quando gli dicevano che era stato fortunato a trovare un allenatore come Herrera, che lo aveva valorizzato, ribatteva pronto che la fortuna era stata di Helenio ad aver trovato un giocatore come lui, anzi «come tutti noi», amava precisare, in segno di solidarietà con i compagni, da vero capitano. E fu il primo a ribellarsi alla disciplina ferrea di Herrera quando, vinto tutto quel che c’era da vincere, i giocatori dell’Inter cominciarono ad avvertirne la pesantezza. Ma quando i pochi amici veri gli chiedevano quale fosse il tecnico migliore da lui incontrato, la risposta era: Helenio Herrera.Poi l’esilio in provincia a Varese, dopo l’ennesima polemica con il Mago. Dopo un’estate di studi a Coverciano, era diventato l’allenatore-giocatore della squadra biancorossa (quando lui era in campo, dalla panchina lo aiutava Sergio Brighenti). La partita dell’addio l’aveva giocata a Firenze. Era una domenica triste, piena di amara rassegnazione: lui, livornese, costretto ad assistere e a fare la spalla al trionfo dei vecchi rivali fiorentini, mentre il suo Varese retrocedeva in serie B.Il destino non fu mai tenero con lui. Un grave incidente, durante un incontro con la Nazionale, ne stroncò la carriera. Era il 6 aprile del 1968, a Sofia si giocava Bulgaria-Italia, era l’andata dei quarti di finale degli Europei. Al 24° minuto del primo tempo, Picchi intervenne a chiudere una discesa del mediano Yakimov. Uno scontro terribile: lo portarono negli spogliatoi, lui chiese di rientrare e rientrò; si mise all’ala, sulla fascia. Rimase fermo, immobile come una statua, senza poter intervenire. Era ritornato in campo con una commozione cerebrale e con l’osso pubico fratturato.Iniziò, come allenatore, sulla panchina del suo Livorno in serie B, nella stagione 1969-70. Lo chiamò il fratello Leo, gli amaranto navigavano in cattive acque, ultimi dopo il girone d’andata. Il Livorno si salvò, chiudendo al 9° posto. Poi arrivò la proposta di Italo Allodi: era la stagione 1970-71 e a 35e anni Picchi, il più giovane allenatore della serie A, sedeva sulla panchina della Signora più blasonata e temuta d’Italia, quella bianconera.«Il calcio mi piace moltissimo, ma non è tutto e non vorrei mai andare avanti a stento. La Juventus mi ha dato fiducia e tempo, sono nella migliore situazione possibile. Se dovessi fallire, tanto varrebbe cambiare mestiere; o allenatore della Juventus, con piena soddisfazione della società, oppure a Livorno a fare qualcosa d’altro».Alla Juventus fu accolto con grande ammirazione, quella che meritano i grandi, leali avversari di un tempo. Debuttò con una vittoria, a Catania, poi vennero le prime difficoltà a causa di una squadra che era stata costruita con giovani di belle speranze, che muovevano i primi passi della loro gloriosa carriera che li avrebbe trasformati in campioni, e veterani che fungevano da chiocce. Tancredi in porta. Spinosi e Marchetti; Furino, Morini e Salvadore. Il tedesco Haller e il sardo Cuccureddu. Poi, Roberto Bettega, che in area avversaria svettava sempre su tutti. Fabio Capello che disegnava geometrie a centrocampo. Pietro Anastasi il saraceno, bomber di razza eccelsa. E Franco Causio, leccese sanguigno dal talento cristallino, per il quale Picchi stravedeva. Di lui disse, prima della partita di Coppa delle Fiere contro il Barcellona: «Ho il problema di inserire in prima squadra Causio; più lo vedo in allenamento e giocare con la De Martino e più mi convinco che sia un giocatore di eccezionale avvenire. Sono certo che il suo turno verrà presto, ma non vorrei che si demoralizzasse troppo, restando troppo fuori dal giro».Ci furono le sconfitte con il Milan di Rocco e a Napoli, una limpida vittoria proprio su Herrera, che guidava la Roma, una sconfitta a Milano con l’Inter e una bella vittoria a Firenze. Fu un alternarsi di risultati che diede la sensazione che qualcosa di buono stesse maturando per un futuro glorioso e, che non fosse una sensazione illusoria, lo dimostrerà la vittoria dello scudetto dell’anno dopo.La Juventus finì il girone di andata al 4° posto e cominciò il ritorno con un clamoroso 5-0 sul Catania. Quella sera di fine gennaio Picchi fu invitato in televisione, alla “Domenica Sportiva”. Accettò l’invito, a patto che fosse accompagnato da Anastasi. Pietruzzo era il centravanti della Nazionale, ma non stava attraversando un periodo di grande forma e Picchi lo aveva lasciato fuori squadra proprio nella partita contro i siciliani. Difficile dimenticare quella domenica; dopo i filmati e le interviste di rito, Picchi lasciò in fretta gli studi. «Non mi prenda per maleducato, signor Pigna, ma non mi sento niente bene».Otto giorni più tardi, a Bologna, la Juventus stava perdendo 1-0, goal di Marino Perani su errore del portiere Tancredi. Mancava un quarto d’ora alla fine, quando volarono spintoni e schiaffi tra Causio e il terzino del Bologna, Roversi. Intervenne Spinosi, nel parapiglia entrarono in campo i due allenatori: Fabbri e Picchi. L’arbitro era un giovane delle ultime leve, Gaetano Mascali di Desenzano sul Garda. Tirò fuori il taccuino ed espulse Causio e Roversi, poi anche Picchi che ne disse qualcuna di troppo.«Non è mai successo – mormorò qualcuno in tribuna – che un allenatore della Juventus sia stato espulso». Picchi uscì dal campo con aria seccata, le mani infilate nelle tasche del cappotto, il bavero alzato sul volto scavato. I fotografi scattarono le loro istantanee, senza immaginare che sarebbero state le ultime di Picchi. Sullo sfondo l’arbitro che seguiva con sguardo severo l’uscita dal campo dell’allenatore; gli era vicino Cuccureddu, le mani sui fianchi. L’ultimo sole di una domenica di febbraio illuminava, lontano, il muro di folla: così Armando Picchi lasciava per sempre i campi di calcio.Nell’ottobre del 1969 aveva sposato la bella indossatrice genovese modella di “Grazia”, Francesca Fusco, dalla quale aveva avuto due figli, Leo e Gianmarco. Proprio la nascita di quest’ultimo aveva determinato un’altra svolta difficile nella sua vita. Francesca aveva sopportato le conseguenze di un parto difficile e, per un mese, era stata tra la vita e la morte, salvata soltanto dopo il terzo intervento chirurgico.A quel tempo Picchi si era sottoposto a una vita sfiancante. Al mattino allenava la squadra, al pomeriggio raggiungeva Milano in auto, correva al capezzale della moglie, dormiva in clinica 3-4 ore per notte e al mattino rientrava a Torino, per riprendere la routine quotidiana. Mai un pasto a tavola. Andava avanti a toast e birra. A novembre, però, aveva accettato di disputare sul campo di allenamento del Combi, una partita fra tecnici della Juventus e giornalisti torinesi. Con il pallone fra i piedi aveva dimenticato tutto, correva con la leggerezza e l’entusiasmo del ragazzino, esaltandosi ogni volta che la sua squadra andava in goal. Il male, però, aveva già cominciato a minarlo. Le rughe, sul suo volto asciutto, aumentavano di giorno in giorno. Visse ancora un momento felice, a Capodanno, nel ritiro di Rapallo con la squadra. Al suo fianco era, finalmente, riapparsa la moglie, magra ma pronta a ristabilirsi e si era fatta festa al “Covo” di Santa Margherita, con i giocatori affettuosamente attorno.Di lui Salvadore un giorno disse: «Nella mia carriera non ricordo di aver mai parlato bene di un allenatore. Di Picchi debbo farlo, lui non lo sa ma giochiamo quasi sempre per lui».Entrò in clinica pochi giorni dopo; la prima diagnosi parlò di mialgia sottoscapolare, poi, dopo un nuovo consulto, nel perdurare di dolori atroci, emerse la verità: Armando soffriva di un male incurabile. Quando, avvisati del terribile male, i giudici sportivi gli ridussero la squalifica causata dall’espulsione di Bologna, Boniperti si recò in clinica a dargli la notizia ma, affinché Picchi non sospettasse di un gesto di pietà, gliela comunicò con fare burbero. «Ti abbiamo difeso, ma non lo faremo più: adesso che torni, devi essere più disciplinato, devi essere di esempio ai tuoi giocatori. Intanto, per il tempo che sei stato squalificato, ti verrà trattenuto lo stipendio». E lui a difendersi con veemenza: «È stato uno scatto d’ira, sì lo ammetto, ho sbagliato».O forse era già il male che lo minava a renderlo nervoso, oppure l’angoscia che gli era rimasta dentro dopo i terribili mesi passati al fianco della moglie sofferente. Si inteneriva, lui così apparentemente duro, al ricordo ancor fresco delle traversie di Francesca, rivedeva quei tragici momenti, ignaro del dolore più atroce con cui stava per ricambiarla.Tante volte, proprio per evitare che capisse, Allodi si sedeva vicino al letto, con matita e carta, a far progetti per rendere più forte la Juventus, la “sua” Juventus, una squadra giovane che ora bisognava far crescere. «Ti piacerebbe avere Tizio? Che ne diresti di cedere Caio?». E lo sguardo di Picchi, nel volto scavato, diventava più lucido: «Che bella Juventus, faremo!». «Ma tu devi sbrigarti a tornare, perché ho un giocatorino da farti vedere!». «Certo che torno subito: io sono livornese, lascia che mi passi questo dannato di un dolore (proprio a me doveva capitare un reumatismo così!) e chi mi tiene più qui dentro? Un giorno o l’altro, senza che neanche vi avvertano, mi rivedrete allo stadio».Invece, operato inutilmente a Torino, fu trasferito in Liguria, a San Romolo, dove morirà il 26 maggio, un mercoledì, mentre i suoi ragazzi stavano giocando la finale di Coppa delle Fiere, contro il Leeds. Erano le 4 di pomeriggio, l’ora piena delle partite. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/02/armando-picchi.html -
Armando Picchi - Allenatore
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ARMANDO PICCHI https://it.wikipedia.org/wiki/Armando_Picchi Nazione: Italia Luogo di nascita: Livorno Data di nascita: 20.06.1935 Luogo di morte: Sanremo (Imperia) Data di morte: 26.05.1971 Ruolo: Allenatore Altezza: 171 cm Peso: 71 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1970 al 1971 29 panchine - 17 vittorie - 6 pareggi - 6 sconfitte Armando Picchi (Livorno, 20 giugno 1935 – Sanremo, 26 maggio 1971) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. È considerato uno dei migliori liberi nella storia del calcio italiano. Ha iniziato la sua carriera tra le file del Livorno, dov'è rimasto per cinque anni (dal 1954 al 1959) affermandosi come terzino destro, prima di trasferirsi alla SPAL. Nel 1960 è approdato all'Inter, dove ha iniziato a ricoprire il ruolo di libero, militandovi fino al 1967 collezionando in totale 257 presenze e 2 reti; da capitano (succedendo a Bruno Bolchi nel 1962) ha conquistato tre campionati italiani nonché due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. Ha concluso la sua carriera nel 1969 giocando per il Varese. Meno fortunata l'esperienza con la nazionale, con la quale ha esordito nel 1964 senza tuttavia prendere parte a una rassegna mondiale o continentale. Da tecnico ha guidato dapprima il Varese (nella doppia veste di allenatore e giocatore) e poi, una volta terminata definitivamente l'attività agonistica, il Livorno. Nel 1970 è chiamato dalla Juventus, che ha guidato con buoni risultati fino alla prematura morte, avvenuta nel 1971. Nel 2022 è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano. Armando Picchi Picchi all'Inter nella stagione 1965-1966 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1969 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? San Frediano 1949-1954 Livorno Squadre di club 1954-1959 Livorno 99 (5) 1959-1960 SPAL 27 (1) 1960-1967 Inter 205 (1) 1967-1969 Varese 46 (0) Nazionale 1964-1968 Italia 12 (0) Carriera da allenatore 1968-1969 Varese 1969-1970 Livorno 1970-1971 Juventus Biografia Nato a Livorno, era cresciuto a Vada, una frazione del comune di Rosignano Marittimo. Iniziò a giocare a calcio seguendo le orme del fratello maggiore, Leo. Era legato a Francesca, dalla quale ha avuto due figli, Leo e Gianmarco. È deceduto il 26 maggio 1971, poco prima di compiere 36 anni, a causa di un tumore alla colonna vertebrale. Il fratello Leo, dottore in farmacia, ipotizzò come causa della malattia cure sbagliate in seguito alla frattura del bacino subita dal calciatore nel 1968. Il giorno dei funerali, che si svolsero in forma pubblica nonostante il volere contrario della famiglia, ci fu una partecipazione commossa da parte di tutta la cittadinanza livornese. Un mese dopo la morte venne istituito in suo onore il Torneo Picchi. A Livorno, dove è attivo in suo ricordo l'Armando Picchi Calcio, nel 1990 gli è stato intitolato lo stadio comunale. Caratteristiche tecniche Picchi in nerazzurro assieme a Helenio Herrera: il tecnico argentino fu l'artefice del suo spostamento da terzino a libero. Iniziò la carriera giocando da attaccante o mediano, venendo successivamente arretrato in difesa da Mario Magnozzi durante i suoi anni a Livorno. Si affermò quindi come terzino destro, ruolo in cui si mostrò grintoso e scattante, segnalandosi anche per la propensione al gioco d'attacco. Col suo approdo all'Inter venne gradualmente trasformato in libero dall'allenatore Helenio Herrera e posto al comando della retroguardia; a tal proposito, Mario Gherarducci scrisse: «l'interpretazione che Armando fornisce del ruolo di "libero" è esemplare ma discussa. È lui l'ultima barriera davanti al portiere, è lui che non sguarnisce mai la difesa, è lui che calamita ogni pallone anche senza essere un fenomeno nel gioco aereo». Tuttavia questo stile di gioco, che lo portò a limitare notevolmente le sortite offensive, fu tra le cause delle poche apparizioni di Picchi in nazionale: Edmondo Fabbri, commissario tecnico dell'Italia dal 1962 al 1966, lo riteneva infatti troppo difensivista. Era inoltre dotato di una grande personalità che, unita alla capacità di leggere la partita, ne faceva una sorta di "allenatore in campo". Carriera Giocatore Club Picchi (in primo piano) durante un allenamento interista ad Appiano Gentile nel 1966 Debuttò nel Livorno nella stagione 1954-1955, ottenendo rapidamente il posto da titolare dopo lo spostamento da mezzala a terzino. Rimase in Toscana per cinque stagioni, giocando 105 partite con 5 gol all'attivo. Nel 1959 fu ingaggiato dalla SPAL, allora militante in Serie A, voluto dal presidente Paolo Mazza che così trascrisse le sue impressioni sul giocatore: «terzino molto scattante, ottimo nel destro, più debole nel sinistro, un po' scarso nel gioco di testa. Ha tendenza a portarsi in avanti. Prenderlo subito». Con la squadra biancazzurra si classificò al quinto posto in campionato, massimo traguardo raggiunto dagli spallini. Al termine dell'annata l'Inter lo acquistò col pagamento di 24 milioni, oltre alla cessione definitiva di Oscar Massei, Enzo Matteucci e Ambrogio Valadè. Nella squadra nerazzurra iniziò a giocare da terzino destro, ruolo che già aveva ricoperto a Livorno e Ferrara. Conclusa la stagione 1961-1962, Helenio Herrera lo spostò al centro come libero, ruolo del quale in breve tempo divenne uno dei massimi interpreti. Dopo la partenza di Bruno Bolchi, nel 1964 divenne inoltre il capitano della squadra. Con la Grande Inter vinse tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe intercontinentali. Dopo aver giocato in nerazzurro 257 partite complessive con 2 gol segnati, al termine della stagione 1966-1967 venne ceduto al Varese. Da qualche tempo, Picchi era ormai entrato in rotta con Herrera per via della ferrea disciplina pretesa da quest'ultimo; arrivato alla soglia dei 32 anni, nell'estate del 1967 il presidente nerazzurro Angelo Moratti cedette all'ultimatum del tecnico argentino («o via lui o via io») congedando il capitano nerazzurro, che non lesinò frecciate all'ex allenatore: «se l'Inter deve qualcosa al Mago, quanto deve il Mago a noi giocatori? Molto, forse moltissimo». Con il club varesino disputò due annate in massima serie, nell'ultima delle quali si cimentò nel doppio ruolo di giocatore-allenatore prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo nel 1969. Nazionale Esordì con la nazionale italiana a Genova il 4 novembre 1964, in Italia-Finlandia 6-1, subito dopo essere diventato campione del mondo di club con l'Inter. Sotto la gestione Edmondo Fabbri non ebbe grande spazio, tant'è che non venne convocato per il campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Sotto la successiva gestione Ferruccio Valcareggi, peraltro coadiuvato da Helenio Herrera, venne chiamato per tutte le partite delle qualificazioni al campionato d'Europa 1968; il 6 aprile dello stesso anno, durante Italia-Bulgaria, subì la frattura del bacino e fu quindi impossibilitato a partecipare alla fase finale della manifestazione continentale, che vide gli azzurri vittoriosi. Il grave infortunio, a posteriori, pose fine alla sua carriera in nazionale; quello rimase infatti l'ultimo incontro con la maglia azzurra, dopo aver collezionato 12 presenze: «peccato, avrei voluto proseguire sino al '70 per partecipare al Mondiale». Allenatore Picchi allenatore della Juventus nella stagione 1970-1971, pochi mesi prima della sua scomparsa. Cominciò da allenatore-giocatore nel Varese nella stagione 1968-1969, quando per un solo punto la squadra biancorossa mancò la salvezza in massima serie. L'anno successivo, ritiratosi definitivamente dall'attività agonistica, subentrò ad Aldo Puccinelli alla guida del Livorno, in Serie B; prese la squadra della sua città in piena zona retrocessione, portandola a risalire la china fino al nono posto finale. Fin da queste prime esperienze, Picchi mostrò delle sapienti qualità in panchina, che fecero presagire una carriera di pari livello a quella da calciatore. Lasciata la formazione amaranto, venne chiamato da Italo Allodi (già suo dirigente durante gli anni in nerazzurro) e Giampiero Boniperti alla Juventus, per guidare una rinnovata formazione composta in larga parte da promettenti elementi (tra cui gli ancora acerbi Bettega, Capello e Causio); nella stagione 1970-1971, a 35 anni, era a sua volta il più giovane tecnico della Serie A. L'azzardo pagò, coi torinesi che, mentre in campionato vissero sì una stagione di assestamento ma comunque nelle posizioni di vertice, in campo continentale inanellarono un ottimo cammino in Coppa delle Fiere. Tuttavia, i sintomi della malattia che lo porterà alla prematura morte lo costrinsero a lasciare la guida dei bianconeri già nei primi mesi del 1971, sostituito da Čestmír Vycpálek: la sua ultima presenza a bordocampo fu il 7 febbraio, a Bologna, espulso per proteste. La giovane Juve da lui allestita — che, di fatto, gettò le basi per la plurivittoriosa formazione degli anni 1970 — chiuse il torneo al quarto posto, raggiungendo quella finale di Coppa delle Fiere (persa contro il Leeds Utd) cui Picchi, spirato il giorno prima della sfida d'andata, non poté assistere. Palmarès Giocatore Picchi posa con i trofei di Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale. Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Inter: 1962-1963, 1964-1965, 1965-1966 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 2 - Inter: 1963-1964, 1964-1965 Coppa Intercontinentale: 2 - Inter: 1964, 1965 Individuale Targa d'oro alla memoria FIGC - 1971 (postumo) Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Riconoscimenti alla memoria - 2021 -
Salvatore Jacolino - Giocatore E Allenatore Giovanili
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SALVATORE JACOLINO Il testimone non è reticente e ha visto tutto – afferma Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” del 2-8 maggio 2001–: rivolgimenti nel calcio pensato con la Ternana-monstre di Corrado Viciani e tempeste perfette nel calcio giocato senza avere le spalle protette da un procuratore, saliscendi nel costume e nella società, campioni mai sommersi dalla polvere e faticatori da campo che solo la memoria può strappare dalle sabbie mobili del tempo. Salvatore Jacolino era un germoglio di bimbo quando suo padre Pasquale, nell’anno di fuga dalla miseria 1951, salì da Agrigento a Torino. Una moglie, otto figli equamente divisi fra maschi e femmine, un mestiere da fabbro. Era la primissima emigrazione del secondo dopoguerra, gli operai-massa da incasellare nella filiera della città- Fiat sarebbero saliti sui treni della speranza all’inizio degli armi Sessanta, col boom. «Papà è mancato tre mesi fa. Lavorava pesante, manteneva tutti ed è stata dura soprattutto per lui. Per il resto funzionò bene fin da subito, dipende da come uno la vive ‘sta cosa dell’emigrazione». E da come si decide di stare al mondo. Salvatore è un cinquantenne fiero, c’era da andare e partiva, si affacciava un’occasione e ci metteva il cuore. Gomiti bassi, tanti amici a Torino, dove vive, e nella Juve, una fucina che l’ha plasmato e poi gli ha riaperto le porte, quando a carriera esaurita da nobile metallo è diventato lui uno dei maestri alla forgia nel settore giovanile, per diciotto anni. «Quando entrai alla Juventus era il ‘59. Conobbi un gruppo di ragazzi fantastici, Castelli, che ha giocato in C, Bettega, che è rimasto un’ottima persona. Ogni mese ci rivediamo per la cena della classe ‘50, tiriamo fuori le vecchie storie, i tornei in giro, i casini che combinavamo nelle stanze. Sono partito dagli esordienti e andato avanti, ho fatto tutta la trafila delle Nazionali juniores e nel ‘69-70, ero alla Primavera, giocavo il campionato della De Martino però venivo quasi sempre aggregato alla prima squadra, allenata da Rabitti, che mi aveva allevato. Il mio ruolo era centrocampista offensivo, più o meno un trequartista». Una presenza in A, nel torneo vinto dal Cagliari. Cuccureddu, Bob Vieri, Anastasi, Del Sol, Jacolino: «Era l’ultima giornata, a Bari, avevo l’11 perché Rabitti dava quel numero a chi giocava a ridosso delle punte. Un’altra partita la giocai in autunno, Coppa Italia, a Bologna. Io contro Scala e Bulgarelli, Boniperti mi fece i complimenti e ho conservato il ritaglio di Tuttosport col titolone “È nata una stella”. Vero eh, l’ho conservato». La sfida con le squadre di vertice è restarci. Quella Juve è una piccola fabbrica di meteore: “brucia” Lamberto Leonardi, ala di un certo spicco alla Roma e al Varese ma sparita in bianconero, prova il giovane terzino Paolo Viganò, che successivamente passerà alla Roma, al Palermo e alla B, tasta il polso all’enfant du pays Elio Rinero, un jolly presto destinato alla cadetteria. Jacolino, appena ventenne, accetta di buon grado la C. «L’allora manager Italo Allodi, un grande, mi consigliò di andare a Piacenza in prestito: “Ci lavora nello staff il mio amico Casati, con lui farai ottime cose, sta costruendo una squadra apposta per te”. L’annata andò così e così, ci salvammo a malapena. Il ‘71-72 partì l’avventura con la Ternana. Venni a sapere che ero stato ceduto in comproprietà dalla radio, negli ultimi cinque-sei minuti di calciomercato. Longobucco alla Juve, Jacolino, Mastropasqua e Brutto alla Ternana. La Juve aveva promesso di piazzarmi almeno in B e aveva mantenuto la parola. Andai, sapendo di dovermi conquistare il posto». I “senatori” lo accolgono bene e l’integrazione fila liscia grazie a Marinai, Cucchi, Cardillo. La squadra punta alla salvezza, finirà in testa, vincendo diciotto partite, con quattordici pareggi e solo sei sconfitte. Ecco la A, traguardo storico firmato Viciani: «Arrivato a Terni mi accorsi che il calcio stava cambiando pelle, si lavorava in modo diverso. Viciani era un ex farmacista... no, solo roba lecita, vitamine. Era un perfezionista, un patito della parte atletica e in anticipo di vent’anni pure nella parte tattica. Per quanto riguarda la preparazione adottavamo l’interval training, allunghi sui cento metri in tre serie da cinque in tempi ristretti. Questo per dieci-quindici giorni di fila, dopo la settimana di capillarizzazione in montagna». Ovvero corsa lenta e continua per raggiungere la migliore vascolarizzazione. E il famoso “gioco corto”? «Un calcio modernissimo. Viciani voleva la squadra stretta e il fuorigioco alto: a comandare la difesa pensava Mastropasqua. Una ragnatela di passaggi corti coi giocatori raggruppati in quindici-venti metri, triangolazioni brevi e veloci, così voleva Viciani ed era una novità. Correvamo più degli altri e sorprendevamo tutti coi fraseggi, perfetto per me che tecnicamente ero valido. Si giocava a zona, un 4-4-2 oppure 4-4-1-1 e in quel caso io facevo la mezzapunta a ridosso dell’attaccante». La Ternana del prodigio sbarca in A nel ‘72-73, la piazza vive di calcio, è coinvolta e per i vecchi tifosi veder entrare in campo al Liberati Milan, Inter e Juve sembra un sogno. Il risveglio è da cerchio alla testa: «La società non aveva grandi risorse, poteva spendere poco e in A giocarono i nove undicesimi della squadra di B». Tattica, sudore: non bastano, la Ternana vince appena tre volte, in casa, e termina in ultima posizione. «Furono le mie prime partite consecutive in A, quattordici in totale, con un gol solo, al Palermo. Al termine del girone d’andata mi strappai gli adduttori, a destra e a sinistra: giocavamo in casa, contro la Sampdoria di Heriberto Herrera. Il guaio è che mi curarono come per una pubalgia, girai per provare a guarire tutta l’Italia e rimasi fermo un anno, un anno intero di passione». Jacolino incontra al Brescia il medico giusto, o perlomeno uno che indovina dove sta il problema, e guarisce: «Come ricominciare da capo, in B. Rimasi tre anni e diventai capitano». Dal ‘73 al ‘76 c’è modo anche di sposarsi, «con Maria Teresa, una ragazza di Torino, abbiamo due figlie, Silvia e Laura. Arrivai alla Nazionale di B, coi vari Pruzzo, Ranieri, Del Neri, una bella rivincita. Qualche aspetto meno piacevole venne fuori al terzo anno di Brescia, stava crescendo Beccalossi e Angelillo, l’allenatore, diceva che non potevamo coesistere. Ci provammo e non funzionò. A quel punto Angelillo decise il mio trasferimento e fu un divorzio non troppo morbido, anzi, polemico. Per carità, nulla da dire su Angelillo allenatore, comunque a livello umano si mostrò poco disponibile a darmi spiegazioni. Nel calcio va così, quando bisogna fare delle scelte... Mi escluse dalla rosa e nel novembre del ‘76 mi scambiarono con Aristei e mi toccò la Spal. Chiariamo: Beccalossi era più bravo di me, assolutamente, ero buono anch’io, in B dicevo la mia, Evaristo era già un fuoriclasse a sedici anni». Metà anni Settanta, un altro mondo, un’altra Italia che archivia definitivamente il periodo post-bellico e si scopre incasinata e vitale, mutata nei costumi e nella mentalità, metropolitana e meno succube della parrocchia. Sensibile alle mode. Per il casting di un suo spaghetti-western, Sergio Leone avrebbe dovuto pescare tra le formazioni dell’epoca: ai Massimo Palanca coi ricci e i baffoni, Antonio Logozzo dai capelli pece, Giorgio Braglia full optional con la chioma spiovente, mustacchi e barba sarebbero stati perfetti. Di facce da mezzosangue messicani, esplosioni pilifere incontrollate, occhi tra il furbo e il patibolare il nostro campionato ne offriva, in abbondanza. Nel film di Jacolino non si spara, si patisce: «Alla Spal fu un anno maledetto, con una girandola di allenatori e la retrocessione in C. Questa è curiosa: un bel momento sostituirono Guido Capello con Ottavio Bianchi, che così divenne allenatore e giocatore e dopo cinque o sei partite fu esonerato da tutti e due i ruoli. Provarono con Suarez, inutile. Allora la disciplina tattica non era importante, a parte i casi come Viciani, chi aveva i giocatori forti vinceva le partite, si improvvisava. Adesso un buon collettivo permette ottimi campionati. Mi proposero di rimanere, ma con l’ingaggio dimezzato per la retrocessione non ce l’avrei fatta a vivere a Ferrara con moglie e figlia appena nata, era una città cara, pagavo in affitto trecentomila lire al mese, son tanti soldi, e non potevo permettermelo. Tornai a Torino». Salvatore si tiene in forma grazie a Rabitti che lo aggrega alla Primavera del Toro e una mattina, a novembre «vennero a casa mia l’allenatore e i dirigenti della Biellese per propormi un triennale. Accettai e nel mio piccolo son stati anni molto belli, segnai parecchi gol. Un po’ mi sentivo dimenticato. L’anno in cui ero andato via da Brescia avevo avuto richieste da Lazio e Catanzaro, che giocavano in A, avevo scelto Ferrara perché il contratto non era male... Ormai il mio momento era passato». A trentuno anni, qualche squadra di C gli fa ancora la corte. Ma Jacolino è tornato a casa, in tutti i sensi: «Alla Juve mi dissero che era il momento buono per entrare, stavano ringiovanendo il parco allenatori. Scelsi bene». È l’81, partenza coi Giovanissimi, fino alla Primavera, che guiderà per sei anni complessivi. A contatto con Trapattoni, Marchesi, Maifredi, Lippi: «Il Trap mi mandava in giro a vedere le partite di Uefa e Coppa Campioni, nell’89, l’anno in cui morì Scirea in Polonia, girai parecchio. Ricordo che Gaetano mi chiedeva libri e librettini per poter studiare da allenatore, gli avevo dato i miei appunti. Con Lippi ho uno stupendo rapporto di amicizia, l’ho seguito a Châtillon al ritiro della prima squadra». Da pulcino a mister e il cerchio si chiude: «Tre anni fa ho lasciato la Juve per andare ad allenare la Viterbese in C2. La situazione era complicata, allo sbando: trovai in ritiro quattordici giocatori e mancavano addirittura i palloni. Però si suppliva con l’entusiasmo, coi giocatori il rapporto era buonissimo, avevo Liverani, un ragazzo stupendo. A novembre eravamo quarti, Gaucci comprò la società e ci mandò tutti a casa. Mai ricevuto uno stipendio... Da allora ho detto basta, son rimasto scottato. E sto alla finestra, non ho smania di rientrare, mi dedico di più alla famiglia». Quarant’anni li ha passati in pista, quasi quasi verrebbe da credergli. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/salvatore-jacolino.html -
Salvatore Jacolino - Giocatore E Allenatore Giovanili
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SALVATORE JACOLINO https://it.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Jacolino Nazione: Italia Luogo di nascita: Agrigento Data di nascita: 24.12.1950 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 66 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1969 al 1970 Esordio: 25.02.1970 - Coppa Italia - Bologna-Juventus 0-0 Ultima partita: 26.04.1970 - Serie A - Bari-Juventus 2-1 2 presenze - 0 reti Salvatore Jacolino (Agrigento, 24 dicembre 1950) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Salvatore Jacolino Jacolino alla Ternana nella stagione 1972-1973 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1981 - giocatore Carriera Giovanili 1959-1969 Juventus Squadre di club 1969-1970 Juventus 2 (0) 1970-1971 Piacenza 24 (7) 1971-1973 Ternana 43 (3) 1973-1976 Brescia 86 (9) 1976-1977 SPAL 31 (1) 1977-1981 Biellese 113 (21) Carriera da allenatore 1981-1984 Juventus Giovanili 1984-1998 Juventus Giovanili 1998 Viterbese 1999 Cuneo 2000-2001 Borgosesia 2001-2002 Ivrea 2002-2003 Biellese 2003-2005 Casale 2005-2007 Canavese 2007-2009 Alessandria 2009-2010 Savona 2010-2011 Cuneo 2011-2012 Biellese 2014-2016 Cuneo 2016-2017 Cuneo 2017 Varese Caratteristiche tecniche Giocava come mezzala o come centravanti arretrato. Tecnicamente dotato, era carente dal punto di vista della forza fisica. Carriera Giocatore Jacolino (al centro) con la maglia della SPAL, tra gli atalantini Bertuzzo e Mastropasqua, prima della sfida di Bergamo del 9 gennaio 1977. Torinese d'adozione, essendovi arrivato quando aveva un anno e mezzo, trascorse 10 anni nel vivaio della Juventus ed esordì in Serie A il 26 aprile 1970, nella partita contro il Bari giocata dai bianconeri sul neutro di Napoli. Nel 1970 fu ceduto al Piacenza, in Serie C, dove mise a segno 7 reti in 24 partite; rientrato alla Juventus, passò alla Ternana, con cui ottenne una promozione in A (1971-1972), e in seguito militò nel Brescia (3 stagioni in Serie B) e nella SPAL. Chiuse la sua carriera da calciatore nel 1981, dopo quattro stagioni alla Biellese, in Serie C. In carriera ha totalizzato complessivamente 15 presenze in Serie A (una con la Juventus, 14 con la Ternana) realizzando una rete (nel pareggio contro il Palermo), e 146 presenze e 12 reti in Serie B. Allenatore Una volta intrapresa la carriera di allenatore ha guidato quasi esclusivamente squadre piemontesi. Iniziò con le giovanili della Juventus, subito dopo il ritiro, rimanendo a Torino per il successivo decennio. Dopo avere lasciato il vivaio bianconero esordì alla guida di una prima squadra allenando per alcuni mesi la Viterbese, che di lì a poco sarebbe stata acquistata da Luciano Gaucci, nel campionato di Serie C2 1998-1999: Jacolino fu però esonerato e sostituito da Paolo Beruatto col quale, al termine della stagione, la formazione laziale ottenne la promozione in Serie C1. In seguito allenò Cuneo e Borgosesia nelle stagioni successive; allenò poi le prime squadre di Ivrea, con cui raggiunse il primo posto in Serie D nel 2001-02, perdendo poi lo spareggio-promozione con il Savona, Biellese e Casale, con cui vinse la Serie D 2003-2004. Con la Canavese vinse nuovamente il torneo al termine della stagione 2006-07, portando per la prima volta i blu-granata tra i professionisti. Ingaggiato dall'Alessandria, la condusse alla vittoria del campionato 2007-08 con cinque giornate di anticipo (fu la terza promozione in Serie C2 della sua carriera) e la guidò nel 2008-2009 in un buon girone d'andata, per poi venire esonerato il 20 gennaio 2009 dopo una serie di risultati negativi. Nella stagione 2009-2010 è al Savona, che ha portato dalla Serie D alla Lega Pro Seconda Divisione. Il 3 giugno 2010 gli subentra Gennaro Ruotolo. Jacolino (in basso, terzo da sinistra) allenatore della squadra Primavera della Juventus nella stagione 1986-1987 Nella stagione 2010-2011 arriva al Cuneo, subentrando all'esonerato Danilo Bianco alla quinta giornata, con la squadra terz'ultima in classifica. A fine stagione vince il campionato con 9 punti di vantaggio sulla seconda classificata. Il Cuneo partecipa quindi alla Poule Scudetto e si laurea Campione d'Italia di categoria a Treviso battendo in finale il Perugia. A fine stagione rassegna le dimissioni dall'incarico di allenatore della squadra piemontese. Nell'ottobre 2011 (a campionato in corso) viene chiamato alla guida della Biellese, formazione di Eccellenza Piemonte con un recente passato nei campionati professionistici della serie C, dimettendosi poi a fine febbraio, dopo aver raccolto 22 punti in 15 partite. Nel luglio 2012 viene assunto alla guida dell'Acqui, rinunciando all'incarico dopo pochi giorni per motivi familiari. Il 28 ottobre 2014 torna sulla panchina del Cuneo: subentrato a Riccardo Milani con la squadra in undicesima posizione, al termine della stagione vince il campionato ottenendo la promozione in Lega Pro. Il 20 marzo 2016 viene esonerato in seguito a tre sconfitte consecutive, con la squadra in zona playout a 28 punti. Il 25 ottobre successivo, a seguito dell'esonero di Fabio Fraschetti (che gli era subentrato nella stagione precedente), gli viene nuovamente affidata la panchina del Cuneo, nel frattempo retrocesso in Serie D. Sotto la sua guida i biancorossi piemontesi s'impongono come squadra leader del proprio girone, centrando infine la promozione in Lega Pro. Risolto il contratto con il Cuneo sul finire del mese di maggio 2017, a giugno passa ad allenare il Varese, ma l'esperienza in Lombardia per Jacolino si rivela una delusione totale: i biancorossi alla sua guida si trovano solamente in dodicesima posizione con soli 16 punti conquistati in 20 gare e il 28 novembre 2017 rassegna le dimissioni da allenatore. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C: 1 - SPAL: 1977-1978 (girone B) Allenatore Campionato italiano Serie D: 6 Casale: 2003-2004 (girone A) Canavese: 2006-2007 (girone A) Alessandria: 2007-2008 (girone A) Savona: 2009-2010 (girone A) Cuneo: 2014-2015 (girone A), 2016-2017 (girone A) Scudetto Serie D: 1 - Cuneo: 2010-2011
