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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. FLAVIANO ZANDOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Flaviano_Zandoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Gambettola (Forlí-Cesena) Data di nascita: 22.04.1947 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1965 al 1966 Esordio: 16.03.1966 - Amichevole - Novara-Juventus 2-1 0 presenze - 0 reti Flaviano Zandoli (Gambettola, 22 aprile 1947) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Flaviano Zandoli Zandoli capitano della Reggiana nel 1980-1981 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1982 - giocatore Carriera Giovanili 1959-1961 Cesena 1961-1965 Juventus Squadre di club 1967-1968 Cesena 9 (1) 1968-1969 Sambenedettese 31 (6) 1969-1971 Padova 76 (29) 1971-1974 Reggiana 103 (29) 1974-1978 Ascoli 102 (24) 1978-1980 Cesena 51 (4) 1980-1982 Reggiana 55 (14) Carriera da allenatore ???? Cesena Giovanili Carriera Giocatore Arrivato a dodici anni nel settore giovanile del Cesena, a quattordici passa a quello della Juventus rimanendoci fino ai diciotto anni. Tornato a Cesena nell'anno del servizio militare, fa parte della Compagnia Atleti a Bologna. Nel 1967 comincia a giocare in prima squadra ottenendo subito una promozione dalla Serie C alla Serie B con i romagnoli. L'anno successivo passa alla Sambenedettese mentre nel 1969 approda al Padova. Due anni dopo gioca tra i cadetti per la Reggiana, mentre dal 1974 al 1976 milita in Serie A per l'Ascoli (nel campionato 1975-1976, con 5 reti all'attivo, è risultato il capocannoniere dei bianconeri a pari merito con Massimo Silva), rimanendo poi nelle Marche anche per i due successivi tornei di Serie B, nel secondo dei quali contribuisce al ritorno dei bianconeri in massima categoria con il record di punti. A fine stagione non segue l'Ascoli in Serie A, ma resta tra i cadetti tornando a Cesena dove disputa due stagioni. Nel 1980 scende di un'altra categoria per indossare nuovamente la maglia della Reggiana, e con 11 reti all'attivo contribuisce al ritorno degli emiliani in Serie B dopo sei anni. Dopo un campionato cadetto con i granata, nel 1982 si ritira dall'attività agonistica. In carriera ha collezionato complessivamente 50 presenze e 8 reti in Serie A, e 231 presenze e 53 reti in Serie B. Allenatore Dopo il ritiro ha allenato nel settore giovanile del Cesena. Nella stagione 2010-2011 ha allenato la squadra Juniores regionale della Savignanese di Savignano sul Rubicone, dopo varie esperienze in altre società dilettantistiche. Dopo il ritiro Nel 2012 si candida a sindaco per il comune di Longiano, ma con il 17,35% viene sconfitto da Ermes Battistini. Nel 2016 il suo volto, assieme a quello di altri dieci calciatori e allenatori, è stato raffigurato su un murale allo stadio comunale Mirabello di Reggio Emilia. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cesena: 1967-1968 (girone B) Campionato italiano di Serie B: 1 - Ascoli: 1977-1978
  2. ANTONIO GALASSO Nazione: Italia Luogo di nascita: Filiano (Potenza) Data di nascita: 17.06.1961 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1978 al 1979 Esordio: 06.08.1978 - Amichevole - Juventus-Juventus Primavera 4-0 Ultima partita: 14.06.1979 - Amichevole - Derthona-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
  3. MAURIZIO INSOGNA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 04.01.1982 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1998 al 1999 Esordio: 18.08.1998 - Amichevole - Juventus-Juventus Allievi 7-0 0 presenze - 0 reti
  4. FOUR PREMIER LEAGUE CLUBS IN RACE FOR DYBALA https://football-italia.net/four-premier-league-clubs-in-race-for-dybala/
  5. LIONELLO MANFREDONIA Lionello Manfredonia: uno, nessuno, centomila – scrive Nicola Calzaretta sul “Guerin Sportivo” del 25-31 agosto 2009 –. Difensore, centrocampista, giocatore universale. Dalla Lazio alla Roma, passando per la Juventus dell’ultimo Platini. Precocemente avviatosi al calcio sorretto da un talento non comune, per il biondino nato ai Parioli. Scudetto Primavera e la Serie A con la Lazio, la Nazionale maggiore: tutto d’un fiato, intorno ai vent’anni. Poi, sul più bello, l’entrata sbagliata proprio sotto il naso dell’arbitro: rosso inevitabile. Un’ingenuità che lo ha condotto dritto nel girone dei calciatori maledetti, con tanto di squalifica per una brutta storia, forse più grande di lui. Due anni senza calcio, due stagioni senza pallone, quindi il rientro. Non più cattivo ragazzo, ma uomo maturo e catarticamente riconciliatosi con il mondo. Una purificazione a tutto tondo. Una nuova vita pallonara per lui che, nato stopper, si è nel frattempo mutato in efficace mediano con licenza di segnare. Scudetto, coppe, la speranza di tomare in azzurro. Poi il blackout in un freddissimo pomeriggio bolognese. All’età di 33 anni, quelli di Cristo, che è morto ed è risorto più di duemila ami fa. Il 30 novembre 1989 è toccato a Lionello Manfredonia risorgere dopo aver rischiato seriamente di morire. – Che ricordi ha di quel pomeriggio? «Ricordo il viaggio Roma-Bologna con il Pendolino. Una scelta diversa dal solito, il treno non si prendeva quasi mai per le trasferte. Quindi il ritiro, la preparazione della partita, cose normali, consuetudinarie. Poi c’è un buco di due, tre giorni, quando mi sono risvegliato dal coma in ospedale». – Chi ha visto per primo quando ha riaperto gli occhi? «Il mio amico ed ex compagno di squadra Fulvio Collovati». – Collovati? Un incubo! (risata). «In quei giorni oltre ai miei familiari, so che sono venute tantissime persone a farmi visita. Cabrini passò lì la notte di San Silvestro. Sono rimasto molto colpito dai tanti gesti di amicizia e solidarietà. Non me l’aspettavo». – Ma alla fine cosa le è successo? «Nei primi bollettini medici si è parlato di infarto, ma la diagnosi vera è di arresto cardiaco. È andata così, senza che ci fossero stati segnali premonitori». – Lei che spiegazione si è dato? «Quella domenica faceva molto freddo ed io avevo un po’ di febbre. In più avevo accumulato quantità enormi di stress, senza dimenticare che poco tempo prima era morta mia madre. Credo che sia stato un insieme di cause, perché, ripeto, mai prima di quel giorno avevo avuto problemi cardiaci, né di altro tipo. Per fortuna l’angelo custode non mi ha abbandonato». – A chi deve la vita? «Intanto al fatto che ci fosse un defibrillatore a bordo campo, fatto eccezionale per quell’epoca. E poi ai medici e massaggiatori di Roma e Bologna e ai dottori dell’Ospedale Maggiore di Bologna. In particolare Giorgio Rossi, che mi ha praticato la respirazione bocca a bocca, e il dottor Naccarella che mi ha riattivato il cuore al quinto tentativo». – Al risveglio ha voluto subito sapere cosa le era accaduto? «Ho chiesto cosa avesse fatto la Roma e una sigaretta. Poi mi sono fatto raccontare tutto. Così sono tornati lentamente alla memoria i ricordi dell’incidente. Per fortuna ho recuperato molto velocemente. Sono tornato a vivere presto. Sono rinato come persona quello sì, ma sono morto come calciatore. Purtroppo». – Le brucia molto? «Sì. Mi rode che mi abbiano proibito di giocare. Stavo benissimo, ero tranquillo e avevo una voglia matta di pallone. Mi hanno fermato i medici, ma io ero pronto a prendermi tutte le responsabilità pur di non smettere. Quello di Bologna è stato un episodio. Ho sempre fatto vita da atleta. Mai fumato, né bevuto». – E allora cosa prova quando il suo nome viene inserito tra i sospetti casi di doping? «Non me ne importa nulla di liste nere o quant’altro. So chi sono e cosa ho fatto. Quello che è successo a me non c’entra assolutamente con il doping. E poi di cosa pensano gli altri non mi interessa. Sono i miei figli il mio unico punto di riferimento». – E magari anche i suoi assistiti visto che da qualche tempo svolge l’attività di procuratore. «Curo tanti giovani calciatori, tra cui Zigoni che è appena passato al Milan. A loro cerco di dare consigli. Credo di poterlo fare visto tutto quello che ho vissuto da calciatore. Non mi sono fatto mancare nulla». – Curiosamente il cerchio si è aperto e chiuso con il Bologna come avversario. «È vero, ma, se pennette, delle due partite ricordo con più piacere la prima» (ride). – 2 novembre 1975, Lazio-Bologna 1-1: è il suo esordio in A. «Un’emozione unica, la più forte in assoluto. All’Olimpico, di fronte alla mia gente. Dovevo ancora compiere 19 anni. Merito dell’allenatore. Ebbe un gran coraggio. Mi dette il numero 4 e mi mise a fare il libero al posto di capitan Wilson. Un battesimo di fuoco niente male se pensa che quella squadra nel 1974 aveva vinto il campionato». – E intanto continuava a giocare con la Primavera dando spettacolo. «Alla fine vincemmo lo scudetto battendo in finale la Juve. All’andata fu un clamoroso 4-1, davanti a 25mila spettatori. Squadra fortissima, allenata da Paolo Carosi, un grande. Con me c’erano Agostinelli, Ceccarelli, Di Chiara, De Stefanis e un certo Bruno Giordano». – Il suo gemello di un tempo. Oggi come siete messi? «Sono state scritte e dette un sacco di fesserie su di noi. Da ragazzi eravamo inseparabili. Poi i rapporti si sono un po’ diluiti, anche per alcune incomprensioni. D’altronde si cresce, cambiano le esigenze, ci sono le famiglie. Quello che conta è che l’amicizia resista ancora oggi. Ognuno di noi sa che l’altro c’è». – A proposito, c’era anche lui quel 30 novembre: suo avversario con la maglia del Bologna. «È il destino. È stato uno dei primi a correre verso di me. Una coincidenza che dice tutto. Con Bruno abbiamo fatto tutto insieme, nel bene e nel male». – Comprese le scommesse clandestine? «Ma è una storia di trent’anni fa!». – Fa ancora male? «È stato un incidente di percorso. Frequentazioni sbagliate, personaggi discutibili. Come tanti miei compagni della Lazio, anch’io andavo al ristorante di Alvaro Trinca. Sono finito anch’io nella rete, senza grandi responsabilità. Non ho mai scommesso sui risultati della mia squadra, per esempio. Ma la mia difesa è servita a poco: mi sono beccato una lunga squalifica. Questo è quello che conta». – Come ha reagito? «Mi sono fatto forza, ho tirato fuori la grinta, la rabbia, la determinazione. Da storie come queste se ne esce da soli. Mi sono rimesso a studiare e mi sono laureato in Legge: avevo un debito con i miei genitori che così ho saldato. E poi ho iniziato a contare i giorni che rimanevano per il ritorno». – 11 luglio 1982: l’Italia vince il Mondiale e l’amnistia la rimette in gioco con un anno e mezzo di anticipo. «È così. E pensare che in quella Nazionale potevo giocarci tranquillamente anch’io se solo fossi stato un po’ meno impulsivo». – Si riferisce al litigio con Bearzot in Argentina quattro anni prima? «Sì. Un errore che non rifarei. Avevo esordito a ventun anni, all’Olimpico, contro il Lussemburgo. Altra giornata da brividi per me. Libero della Nazionale, davanti a Zoff. Bearzot mi provò un altro paio di volte e poi mi convocò per i Mondiali d’Argentina. Per un ragazzo poteva essere già un grande premio, ma io in quel momento non la vedevo così». – Cosa successe a Baires? «Una cosa normale: Bellugi si fa male e Bearzot fa entrare Cuccureddu. Credevo toccasse a me, ero il sostituto di ruolo. Mi arrabbiai molto. Affrontai il mister a muso duro. Gli dissi che non ero lì per fare il turista e di non convocarmi in futuro se pensava di non farmi giocare. Il guaio è che lui mi prese in parola. Feci giusto un’altra partita a settembre e poi addio Nazionale. A ventidue anni». – E il treno azzurro non è più passato. «Incredibile, ma vero. Ho perso tutte le coincidenze possibili. Nel 1982 ero squalificato, quattro anni dopo, nonostante lo scudetto con la Juve e la campagna di stampa in mio favore, rimasi a casa: Bearzot è un friulano, non aveva certo dimenticato il mio gesto. Rimaneva Italia ‘90, ma mi hanno fermato prima». – La Nazionale è il rimpianto più grande? «Sì. Insieme al rifiuto alla Juventus nel l976». – La spaventava Torino? «Di sicuro a Roma stavo da re, coccolato e amato. Mi voleva l’Avvocato in persona, parlai con Boniperti, ma alla fine decisi per il no. È stato un grande errore. Fossi andato alla Juve, non solo avrei vinto molto di più, ma non sarei stato fuori dalla Nazionale, non avrei perso due ami per le scommesse e avrei vissuto con meno stress». – Il matrimonio bianconero, comunque, poi c’è stato. «Nove anni dopo, meglio tardi che mai. A dire il vero la Juventus mi ha sempre cercato, anche dopo la squalifica. Abbiamo chiuso nel 1985, quando mi ero già trasformato in centrocampista». – Da stopper a mediano, una mutazione non comune. «Devo tutto a madre natura. Sono sempre stato un eclettico, capace di sapersi adattare ai ruoli. Tecnicamente non ero male, il temperamento non è mai mancato. Anche Trapattoni mi vedeva a centrocampo». – C’era un certo Tardelli da sostituire. «Ma non ne ho mai sentito il peso. Piuttosto c’era da giocare con Michel Platini, un mostro di bravura e di simpatia. La sera del Bernabéu, quando annullarono il mio gol (validissimo) del pareggio, mi disse: “Ha fatto bene l’arbitro a fischiare: se tu avessi segnato al Real Madrid, sarebbe finito il calcio”». – Perciò hai sbagliato uno dei rigori al ritorno? (sorride). «Erano spariti tutti. Al momento di individuare i rigoristi, non rimase nessuno. Andai anch’io sul dischetto, con Brio e Favero. Ma dagli undici metri sono sempre stato debole. Non riuscivo a mantenere la freddezza necessaria. Peccato, perché così uscimmo dalla Coppa Campioni. Ci tenevo moltissimo ad arrivare fino in fondo, per me era la prima volta». – Credo che il suo bilancio in bianconero sia comunque in attivo. «Certamente Scudetto il primo anno con una squadra rivoluzionata. Nel mezzo della stagione la Coppa Intercontinentale a Tokyo. L’anno dopo segnai sette gol, miglior cannoniere dietro Aldo Serena, con Marchesi che ricordo ancora come uno dei migliori allenatori che ho avuto. L’unico rammarico è stata la mancata riconferma nel 1987». – Per colpa di chi? «Principalmente mia. Boniperti, in realtà, mi aveva offerto un altro anno di contratto. Io volevo un accordo pluriennale. Credevo di meritarlo dopo due stagioni ad alto livello. Me ne sono andato via per orgoglio. Ma credo di non aver fatto la cosa giusta». – Lasciando la Juve o andando alla Roma? «Tutte e due le cose, anche se alla fine la decisione di giocare per la Roma potevo comunque risparmiarmela. Avevo tutti contro: i tifosi laziali mi consideravano un traditore. Quelli giallorossi mi vedevano come il fumo negli occhi per il mio passato alla Lazio e alla Juventus. È stata durissima, ogni giorno c’erano cori e insulti per me. Uno stress indescrivibile. Mi avevano persino detto di non azzardarmi a esultare sotto la curva in caso di gol». – Cosa che stava per accadere, vero? «Giocavamo in casa contro l’Inter. Dopo un quarto d’ora segnai il gol del pareggio. Colpo di testa e Zenga battuto. Allora, dall’euforia, presi a correre verso gli spalti. Nella concitazione del momento, non mi ero reso conto che stavo andando proprio sotto la curva Sud. In un attimo, misi la retromarcia e tornai indietro. Ma questa, sinceramente, non era vita». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/lionello-manfredonia.html
  6. LIONELLO MANFREDONIA https://it.wikipedia.org/wiki/Lionello_Manfredonia Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 27.11.1956 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: 182 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1987 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 17.05.1987 - Serie A - Juventus-Brescia 3-2 77 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Lionello Manfredonia (Roma, 27 novembre 1956) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Lionello Manfredonia Manfredonia in Nazionale nel 1978 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore, centrocampista Termine carriera aprile 1990 - giocatore Carriera Giovanili 1971-1976 Lazio Squadre di club 1975-1985 Lazio 201 (8) 1985-1987 Juventus 77 (10) 1987-1990 Roma 73 (4) Nazionale 1976-1978 Italia U-21 9 (0) 1977-1978 Italia 4 (0) Caratteristiche tecniche Incominciò a giocare nel ruolo di libero, per poi disimpegnarsi nel prosieguo della carriera anche come stopper o mediano. Carriera Giocatore Club Lazio Manfredonia con la maglia della Lazio nel 1983 Cresciuto nella Lazio, esordì in massima serie il 2 novembre 1975 nella gara contro il Bologna. Titolare dall'anno successivo. Dopo essere stato coinvolto nello scandalo del Totonero insieme ai compagni di squadra Cacciatori, Giordano e Wilson, a seguito del quale fu squalificato per tre anni e sei mesi, rientrò a giocare nella Lazio, all'epoca in Serie B, nell'autunno 1982, per il condono di due anni deliberato dalla FIGC dopo il successo della Nazionale italiana al Campionato mondiale di calcio 1982. Manfredonia fu reimpostato come mediano incontrista e la Lazio riuscì a risalire nella massima serie. Juventus Nel 1985, al termine del campionato che determinò una nuova retrocessione per i biancocelesti, Manfredonia passò alla Juventus, con cui vinse una Coppa Intercontinentale nel 1985 e uno scudetto nel 1986. Roma Nel 1987 passò alla Roma per 3 miliardi di lire, ma fu contestato dai nuovi tifosi per il suo passato con la maglia biancoceleste. In Curva Sud si formò una componente di tifosi organizzata contro di lui, il GAM (Gruppo Anti-Manfredonia). Manfredonia alla Juventus nel 1986, in contrasto sul napoletano Maradona. Il 30 dicembre 1989, nel corso di una gara allo Stadio Renato Dall'Ara contro il Bologna, si accasciò a terra al quinto minuto di gioco, vittima di un arresto cardiaco. Bruno Giordano, compagno di squadra ai tempi della Lazio e quel giorno avversario rossoblù, accorse per primo per prestargli soccorso. Il massaggiatore della Roma, Giorgio Rossi, gli estrasse la lingua dalla gola, mentre i medici Alicicco e Naccarella gli praticarono il massaggio cardiaco e la defibrillazione. Trasportato d'urgenza all'Ospedale Maggiore di Bologna, si risvegliò due giorni dopo dal coma. Nonostante la sua volontà di tornare a giocare, l'Istituto di Medicina e Scienza per lo Sport del CONI gli negò l'idoneità; Manfredonia scelse pertanto di ritirarsi nella primavera del 1990. In carriera ha totalizzato complessivamente 289 presenze e 15 reti in Serie A e 36 presenze e 4 reti in Serie B. Nazionale Dopo 11 partite con la nazionale Under-21, il 3 dicembre 1977 esordì con la nazionale maggiore nella partita contro il Lussemburgo, venendo poi convocato per il Mondiale del 1978. Dirigente Finita la carriera di calciatore, è rimasto nel mondo del calcio lavorando come direttore sportivo per Cosenza, Cagliari, L.R. Vicenza ed Ascoli. Poi la scelta di diventare manager, diventando dal 2004 agente FIFA. Dal luglio 2015 all'agosto 2017 è stato responsabile del settore giovanile del Brescia. Il 19 settembre viene assunto dal L.R. Vicenza con lo stesso incarico. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Competizioni giovanili Torneo Internazionale Sanremo: 1 - Lazio: 1974 Campionato Primavera: 1 - Lazio: 1975-1976 Altre competizioni Campionato Under 23: 1 - Lazio: 1973-1974
  7. ANDRÉ CUNEAZ Nazione: Italia Luogo di nascita: Aosta Data di nascita: 01.06.1987 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2006 al 2007 Esordio: 16.05.2007 - Amichevole - Cuneo-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti
  8. STRAMIGNONI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1954-1955 Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 08.09.1954 - Amichevole - Ivrea-Juventus 1-5 0 presenze - 0 reti subite
  9. DAMIANO FARINA Nazione: Italia Luogo di nascita: Marina di Massa (Massa Carrara) Data di nascita: 08.08.1962 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1980 al 1981 e dal 1982-1983 Esordio: 15.04.1981 - Amichevole - Pinerolo-Juventus 0-5 Ultima partita: 14.08.1982 - Amichevole - Cesena-Juventus 1-0 0 presenze - 0 reti
  10. EDGARDO PACCHIONI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1967-1968 https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1969-1970 Nazione: Italia Luogo di nascita: Novi di Modena (Modena) Data di nascita: 21.10.1950 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1967 al 1968 e dal 1969 al 1970 Esordio: 22.01.1968 - Amichevole - Juventus-Lecco 1-1 Ultima partita: 28.05.1970 - Amichevole - Crema-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
  11. ALBERTO RUSSO Nazione: Italia Luogo di nascita: Rodi Garganico (Foggia) Data di nascita: 01.01.1958 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1975 al 1976 Esordio: 13.06.1976 - Amichevole - Cremonese-Juventus 1-1 0 presenze - 0 reti
  12. GUALTIERI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 21.12.1961 - Amichevole - Juventus-Chieri 9-1 0 presenze - 0 reti
  13. WILHELM ISTLER Nazione: Svizzera Luogo di nascita: Basilea Data di nascita: 01.01.1890 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Willy Alla Juventus dal 1912 al 1913 e dal 1915 al 1917 Esordio: 13.10.1912 - Amichevole - Juventus-Casale 0-2 Ultima partita: 06.05.1917 - Amichevole - Torinese-Juventus 2-3 0 presenze - 0 reti
  14. HUGO MÜTZELL https://it.wikipedia.org/wiki/Hugo_Mützell Nazione: Germania Luogo di nascita: Baden Data di nascita: 05.01.1878 Luogo di morte: Rio de Janeiro (Brasile) Data di morte: 06.03.1964 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1902 al 1904 Esordio: 02.11.1902 - Amichevole - Juventus-Milan 3-3 Ultima partita: 22.11.1903 - Amichevole - Juventus-Milan 1-0 0 presenze - 0 reti Hugo Mützell (... – ...; fl. XIX-XX secolo) è stato un calciatore e dirigente sportivo tedesco. Hugo Mützell Nazionalità Germania Calcio Ruolo Difensore e attaccante Termine carriera 1907 Carriera Squadre di club 1902-1904 Torinese 6 (0) 1907 Torino 5 (0) Biografia Nato nella Germania prussiana, Mützell si trasferì a Torino, in Italia. Giocò nel Torinese e fu tra i soci fondatori del Torino, di cui fu anche giocatore e consigliere. Successivamente lasciò l'Italia per trasferirsi in Brasile, ove ritrovò nel 1914 i granata durante la loro tournée sudamericana. Carriera Mützell affrontò il campionato del 1902 in forza al Torinese, con cui esordisce ufficialmente il 2 marzo 1902 nel pareggio per 1-1 contro la Juventus. Con il FC Torinese, dopo aver superato dopo uno spareggio il Girone Eliminatorio Piemontese, raggiunse la semifinale del torneo, da cui il suo club venne estromesso a causa della sconfitta nella gara unica contro il Genoa. Sono accertate dai tabellini solo due presenze sulle cinque partite giocate dal FC Torinese. È incerta la sua presenza nella rosa del FC Torinese nella stagione seguente, da cui il suo club fu estromesso al primo turno dell'Eliminatoria Piemontese dalla Juventus, ma non vi è certezza a causa del tabellino incompleto. Nella stagione del 1904 è eliminato con il suo club nell'Eliminatoria Piemontese dalla Juventus. Dopo aver partecipato alla fondazione del Torino, divenendone anche consigliere, esordì con i granata nel primo incontro ufficiale disputato dai torinisti, ovvero il 13 gennaio 1907 nella vittoria per 2-1 contro la Juventus. Con il suo club giunse al secondo posto del girone finale del torneo, ad un solo punto dai campioni del Milan.
  15. VOSCOTTO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 16.04.1928 - Amichevole - Grion Pola-Juventus 1-6 0 presenze - 0 reti
  16. PASQUALE SANSOLINI Nazione: Italia Luogo di nascita: San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) Data di nascita: 12.08.1929 Luogo di morte: San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) Data di morte: 12.04.2007 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1949 al 1950 Esordio: 04.09.1949 - Amichevole - Pro Patria-Juventus 0-1 0 presenze - 0 reti
  17. CARLO OSTORERO Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1911 al 1913 Esordio: 08.04.1912 - Amichevole - Juventus-Austria Vienna 2-2 Ultima partita: 25.05.1913 - Amichevole - Juventus-Andrea Doria 2-4 0 presenze - 0 reti
  18. SIMONE NAPOLI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 10.07.1994 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 2011 al 2012 Esordio: 06.10.2011 - Amichevole - Juventus-Chieri 9-1 0 presenze - 0 reti
  19. MICHAEL LAUDRUP Beato lui, che conserva benessere psicofisico, dopo due anni intossicanti di Lazio – scrive Marco Morelli sul “Guerin Sportivo” del 19 giugno 1985 –. E che si servirà dell’infallibile Juve per entrare nel nostro epos, quale mirabile esempio di tecnica calcistica, sopravvissuto con il sangue intatto ai vecchi germi della confraternita biancoazzurra. Inutilmente i diaconi di Roma hanno tentato di spaccarlo in mille frammenti. Inutilmente a «Michelino» Laudrup abbiamo ripetuto indignati ch’era fragile, di vetro soffiato, vagheggiando generosi Ajaci per la salvezza del club di Chinaglia. Ora sappiamo che ha prevalso su qualsiasi disfatta il suo gelido istinto di conservazione, né mai avrebbe potuto trasformarsi da ghiaccio in fuoco per amor di giornalismo magniloquente, di fanatica, inutile lazialità. Eccoci dunque ai saluti. Eccoci dunque pronti ad ammettere il clamoroso errore di partenza: quando lo vedemmo, spaurito, arrivar dal Broendby e istintivamente trasferimmo in questo danese figlio d’arte, l’idea della riscossa, d’un diritto al futuro senza spaventi. «Ma nel football si gioca in undici», ripete ancora con la voglia di combattere le delusioni tutt’intorno. «E dominano schemi, geometrie ineliminabili. Nessun Caravaggio del pallone sarebbe riuscito a dare alla squadra del mio passato quanto non aveva. All’interno d’essa pure Maradona si sarebbe messo le mani nei capelli prima o poi. Io ho dato il possibile, non ho rimorsi. La situazione in cui siamo piombati alla svelta avrebbe schiacciato pure Maciste». La valigia è pronta, la casa è stata disdetta, il passato gramo è alle spalle. Gli leggo negli occhi la fretta di ricominciare in quella specie di castello incantato che deve essergli sembrato sempre il club di Boniperti. Con pudore, però, riduce le emozioni all’essenziale. Gli basta osservare: «Almeno riuscirò a divertirmi di più, diminuiranno i ritiri opprimenti. Da quando fui parcheggiato nella capitale, ho avuto la libertà col contagocce. Sono stato sempre prigioniero di qualche albergo, sempre in clausura ad attendere la domenica successiva alla stregua della fine d’un incubo. Poi l’incubo ricominciava il lunedì... È brutto lottare sempre con, l’acqua alla gola, a vent’anni... Tutto si complica, tutto è condizionato dalla chimera irraggiungibile del risultato. Evidentemente non sono tagliato per soffrire, non sono il missionario che desideravano. Dalla vita, infatti, ho avuto alla svelta il necessario e pure di più, grazie a mio padre, Finn, che dava del tu al pallone in Danimarca o nel Rapid di Vienna, e mi ha trasmesso le sue qualità, la fantasia, l’allegria. Purtroppo, nella Lazio ridevo sempre meno. C’erano solo da dividere ripetute umiliazioni, con Giordano e gli altri». Vivere non può essere faticoso mestiere, quando si è giovani ancorché predestinati al successo. E nell’estate della Serie B, d’improvviso lo scenario muta dinnanzi al suo sorriso da réclame. C’è la Juve per il principe biondo che deve aver spesso bisbigliato «essere o non essere con Trapattoni, questo il dilemma», nelle ore gravi dello sfascio firmato via via Carosi, Juan Lorenzo, Oddi. Può ammetterlo? Arrossisce quanto basta a capire il senso dell’imminente confessione. «Io vorrei conoscere un calciatore che non sogna la maglia bianconera della Signora degli scudetti. In verità, avevo avuto pure altre proposte, ma non le avrei accettate... Se non mi avessero chiamato a toccare il cielo con un dito, sarei rimasto dov’ero, a soffrire in B. Non dimenticherò mai i giorni della retrocessione. Dalla Lazio ho avuto rari momenti belli: ricordo soprattutto l’ultima partita della stagione scorsa, a Pisa, quando ci salvammo col cuore in gola, per il rotto della cuffia. Avevamo fatto meglio del Genoa nei confronti diretti... Vidi un po’ di luce, m’illusi che il peggio fosse passato. Invece siamo ripiombati subito nel buio e contro l’Udinese all’Olimpico, a metà campionato, mi sono sentito distrutto. Si può perdere, ma guai a ritrovarci demotivati a metà cammino... Ed io, con la Lazio, non ho partecipato a una Serie A intera; ho partecipato a un girone d’andata e successivamente a un calvario...». Basta così. Michael Laudrup non avrà più da accettare il protrarsi indebito d’irrealizzabili desideri di grandezza. La sua faccia – che non è mai dolorosa e stonerebbe tra quelle «della classe operaia» cui non tocca in premio il paradiso –, risulta semplicemente degna d’entrare nelle aristocratiche foto di gruppo degli eletti cari agli Agnelli, finito il tempo dei sospiri. Juventino per censo, per vocazione, per cromosomi calcistici. Ma la gioia della ventura consacrazione non gli impedisce di dimenticare certi stati d’animo e allora corregge: «Juventino, anche se per colpa del destino o di nessuno, ho rischiato di finir coinvolto nella bufera laziale, compromettendo il futuro. È stato in certo qual senso Boniek a tirarmi fuori dai guai. Si fosse accordato, avrei continuato a rimandare i progetti migliori, a sospirare, a custodire segrete ambizioni. È andata come andata, chi ha avuto ha avuto. Non voglio ulteriormente rattristarmi: Juve, finalmente sono in arrivo e vorrei evitare qualsiasi altro trasferimento. È davvero curioso: grazie alla Roma che accoglie un ex di Trapattoni, posso partire per Torino con un carico di progetti. Al momento posso solo pro- mettere che non si pentiranno di avermi dato fiducia. Saranno gli altri a giudicare se ho i “numeri” per diventare degno erede del polacco. Vado senza tremare: con la nazionale danese sono riuscito sempre a dimostrare che quanto nella Lazio era indimostrabile. Ci sono squadre che valorizzano e squadre che condizionano, inutile nasconderlo...». Alleuja, Roma scompare in dissolvenza. Dispiace solo alla fidanzata Tina, graziosa ragazza che ha alleviato con amore le afflizioni del suo ventunenne innamorato. Lui, Michelino, giura che della città eterna ha conosciuto bene solo gli alberghi dei melanconici ritiri: «Sono riuscito, semmai, ad andare qualche volta a San Pietro in cerca della benedizione del Santo Padre... Roma sarà pure la più bella del mondo, ma non me ne sono accorto. I luoghi si trasformano in base al nostro umore, alle sensazioni. Pertanto, quando il lavoro va a rotoli, il sole brilla inutilmente, i panorami diventano invisibili, nebbia. A Roma mi sono sentito incompreso e dai giornali ho capito che c’era poco disponibilità a giustificarmi. Le valutazioni del lunedì mi facevano arrabbiare: ho scoperto giornalisti che mi assegnavano regolarmente tre o quattro in pagella... Una volta mi hanno dato zero... da noi in Danimarca è diverso: i critici sono spesso ex calciatori e non tifosi traditi, offesi nel loro culto». Acqua passata. A cosa serve ricordare adesso che «Michelino» ha dimostrato a Roma d’essere grande giocatore soltanto in potenza? I guizzi, lo scatto irresistibile, l’abilità nel dribbling, sono spesso stati vanificati da madornali errori conclusivi, quasi avesse insopprimibile avversione per il gol, per l’attimo-sintesi. Colpa della Lazio o sua? Nessun osservatore, all’Olimpico o altrove, ha saputo rispondere con durevole precisione. Più semplice giudicarlo abatino pallido, senza cuore, preoccupato del proprio tornaconto, indifferente alle sorti della società, provvisoria, d’appartenenza. Ma è vero? Riesce ad arrabbiarsi ancora qualche attimo. «Vero un corno... Avrei voluto vedere un altro al posto mio: mi hanno messo in discussione, Carosi arrivò a escludermi e i successori mi hanno spesso colpevolizzato. Sembrava che in panchina, in alternativa, avessero Pelé. Chiaro che mi sono demoralizzato: invece di garantire un minimo di serenità, i responsabili raccontavano che, distratto dalla Juve, mi concentravo poco sulla Lazio. Stupidaggini... Quando si perde, pure l’immagine dei più bravi viene danneggiata. Così dicono che non so stringere i denti, che sono troppo morbido nel carattere. Può darsi che sia vero. Ognuno è fatto a modo suo, non ho mai dato a intendere d’essere l’uomo della provvidenza». Toccherà alla Juve valorizzarlo appieno, affinché non resistano ingombranti differenze tra il Michelino della Nazionale di Piontek e quello del campionato italiano. Incontrerà difficoltà di ambientamento come illustri predecessori quali Rossi e Boniek? Tornerà a tradirlo il carattere, l’incapacità presunta di saper soffrire? Mi guarda finalmente divertito. Vorrebbe spiegarmi che è inutile mettere il carro davanti ai buoi. Nell’attesa lo sorregge un presentimento. Dice: «I danesi alla Juve non hanno mai fallito. Il mio prossimo arrivo rafforza un’antica tradizione del club bianconero: c’erano addirittura tre danesi nel 1951-52 a mostrar meraviglie. Erano Karl e John Hansen, più Praest». Fino a quando due bianconeri, Astorri e John Hansen, lo segnalarono a Boniperti, trenta mesi fa, Michelino Laudrup scintillava diciottenne nel Broendbyernes, a due passi da casa, realizzando caterve di gol. Doveva pertanto essere nei piani, il «baby» ideale per aiutare Chinaglia a cominciare senza traumi da presidente. O almeno tali erano i convincimenti bonipertiani, cui Long John non restò insensibile. Sappiamo il seguito del romanzo d’appendice. Ma più che scusarsi, Michelino non può: «Probabilmente ho caratteristiche che funzionano meglio in squadre competitive. Di recente, all’Unione Sovietica ho realizzato due gol e Piontek mi ha elogiato commosso. E convinto che con Platini sfonderò anche a livello di club. L’ho ringraziato: anch’io non ho dubbi». E allora, in alto i cuori, laziali abbandonati in B, Era comunque previsto che la Laudrup-story ricevesse a un tratto la benedizione juventina. A Torino diventa il pupillo di Boniperti e il beniamino di chi ama il bel calcio. Michelino, in bianconero, sorprende tutti. Trapattoni riesce, in poco tempo, ad assemblare una squadra rinnovata in tanti pezzi, anche fondamentali. Il Laudrup della Lazio, senza nerbo e carattere, regolarmente inutile in trasferta e bravo, soprattutto, a segnare dei gol, anche belli, ma quasi sempre a risultato già acquisito, diventa subito il Principe di Danimarca proprio per la sua capacità di essere spesso determinante e la sua qualità è comunque altissima. Reti come quella segnata a Tokyo, quando, con una giocata impossibile, permette alla Juventus di andare ai supplementari di una finale Intercontinentale che avrebbe poi vinto ai rigori, sono destinate a restare nel tempo e nella memoria dei tifosi. Quando è in giornata, Laudrup è un giocatore immarcabile: i primi tre passi sono qualcosa di unico, con la palla tra i piedi non perde velocità, capace di saltare chiunque. La sua finta di corpo è micidiale, il tiro, quando ci prova, è notevole, la tecnica è sopraffina, è in possesso di una grande intelligenza calcistica. Insomma, ha tutte le caratteristiche per diventare un grandissimo, ma ha dei notevoli limiti caratteriali. Esemplificativa, in tal senso è la frase di Platini: «Laudrup? È il miglior giocatore del mondo, in allenamento». Definizione straordinariamente sintetica, che racchiude tutto. Michael sarebbe stato, semplicemente, il migliore del mondo se non ci fosse stata la competizione agonistica. Torino gli piace perché è meno chiassosa e perché, a suo dire, somiglia a Copenaghen. Lui ci tiene a spiegare che i danesi non sono noiosi, ma semplicemente più riservati. Trascorre le giornate con la fidanzata che diverrà sua moglie. Insieme ascoltano Bob Dylan, i Beatles e Joan Baez. Ama il golf, il tennis, gli spaghetti, la pizza napoletana e i film di Woody Allen. «La pressione dell’ambiente è quella che mi dà più preoccupazione, a volte persino angoscia. Certo il tifo degli stadi italiani può esaltarti, può entusiasmarti, ma c’è anche l’altra faccia da tener presente, quella dei fatti banali, dei giornali troppo spesso pronti a fare un dramma di qualunque cosa succede e, infine, quella di veder montare spesso le tue parole fino a non riconoscere più le dichiarazioni che credevi di aver fatto. Così mi sono fatto più accorto. Quest’anno, per esempio, giocando con la Juventus, proprio perché è una squadra, una società che ha vinto molto, ho capito che noi giocatori eravamo sempre sotto il tiro di tutti; troppi infatti vogliono che le cose vadano male alla Juventus. Ho dovuto quindi adeguarmi e imparare una lezione: quando perdi devi stare zitto e quando vinci devi stare molto attento. Lo so che è singolare per non dire malinconico, ma è così». Le sue doti sono la velocità, le improvvise convulsioni tecniche di un dribbling messo in pratica con leggerezza insostenibile per gli avversari. Però non ha il dono della continuità. Lui accetta elogi e critiche: «Non mi piace parlare molto di me, ma se devo dire qualcosa, credo che le mie qualità principali sono il dribbling, la velocità, la capacità di vedere il gioco e di saper tirare con il destro e con il sinistro, una dote che non hanno tutti i calciatori pur essendo una dote fondamentale perché, se no, devi fare le acrobazie per calciare. I miei difetti? Beh, la cosa che non so proprio colpire di testa. Non ci riesco. Forse ho paura dei difensori che mi saltano addosso». Purtroppo, per Michelino e per tutti i tifosi, la Juventus è alla fine di un ciclo: arriva Marchesi ma i vecchi eroi sono stremati. «Il Mundial messicano mi ha distrutto fisicamente. Dopo due giorni di ritiro con i bianconeri ho cominciato a soffrire di tendinite, quindi è arrivata la pubalgia. Per settimane non mi potevo muovere e sono state dette cose cattivissime: ma come, Laudrup potrebbe giocare e chiede di stare fermo? Nessuno capiva che per rendere al massimo ho bisogno di correre e scattare. Come me, altri juventini sono stati male e la sfortuna ha insistito: non si può eliminare il Real Madrid se non si è al massimo della condizione. Non nascondo che ho passato i momenti più difficili da quando gioco al calcio: per la prima volta in vita mia ho smesso di divertirmi». Marchesi predilige il calcio difensivo e obbliga spesso Laudrup a compiti di copertura. E nonostante l’arrivo di Rush e le buone promesse («Devo moltissimo a Marchesi, all’Avvocato, a Boniperti. Hanno creduto in me nonostante i malanni e le incertezze. Farò di tutto per saldare il mio debito, finora mi ha bloccato solo la pubalgia che però è sparita. La nuova Juventus è da inventare e questo mi piace, io amo le novità; sin dai primi allenamenti ho capito che Rush è il compagno ideale. Mi piacerebbe che la nostra squadra copiasse la nazionale danese almeno nello spirito, dando spettacolo. Possiamo farcela, però vincendo: divertire e divertirsi non basta. Capisco benissimo che le maggiori responsabilità peseranno sulle mie spalle, non sono mica uno stupido: Boniperti non mi ha tradito, non lo tradirò. So anche che questa è la mia prova d’appello e non ho paura, purché la salute mi assista. Mi rende ottimista il fatto che ì nuovi schemi saranno impostati sulla velocità, cioè sulla mia arma migliore»), la stagione sua e della Juve è ancora più deludente di quella precedente. Nemmeno Zoff riesce a fargli fare il salto di qualità. Michelino alterna grandi giocate a prestazione imbarazzanti e così preferisce emigrare in Spagna, dove, col Barcellona e col Real Madrid poi, ritornerà a esprimersi a livelli altissimi, conquistando subito i tifosi. VLADIMIRO CAMINITI La bazza non è sufficiente. A fare un uomo coraggioso non basta il mento più sviluppato; semmai fa un uomo pensieroso, un uomo senza angosce, un eterno idillio con il tempo e con la vita, fa insomma Michael Laudrup. La Juventus lo seguiva da tempo, poi il ragazzo si era accasato alla Lazio, e qui erano sembrate luccicare di viva luce tutte le qualità intrinseche del suo gioco, quell’allungo in progressione irresistibile, quei cross vellutati, quei goal al bacio. Non si può dire che non abbia lasciato segno del suo passaggio alla Juventus, e peranco schiere di ammiratori; ma si deve aggiungere, francamente, senza convincere mai in assoluto sulle sue doti, soprattutto sul nerbo del suo impegno virile, sempre distratto da mille cose, o evasivo in campo, o sbaragliato al primo tackle arcigno; un giocatore con sì tante doti, da sembrare Bronée redivivo ancora più splendido, comincia a divenire il cruccio del gran presidente Boniperti. Laudrup vive giornate superbe alternate a deludenti manfrine; in Nazionale sembra più continuo e più disposto al sacrificio. Ciò non toglie che uno scudetto si leghi anche al suo apporto e ai suoi gol fantasiosi, e che lasci un vivido ricordo di sé per la lussuosa prestazione di Tokyo, dove la Juventus corona il suo inseguimento al record dei primati, e Michael, Michelino come lo chiamano in Italia, gioca una partita entusiasmante con un goal entusiasmante. Giocatore dal repertorio scintillante, ha lasciato nella Juventus il ricordo di un professionista squisito, di una persona amabile, di un giovane ricco di virtù morali. Davvero un campione emblematico di ogni finezza. GIOVANNI TRAPATTONI La coppia Platini-Laudrup sulla carta faceva sperare in grandi cose. Il danese era una specie di bambino spaurito, molto giovane ma già molto bravo, era la spalla ideale per Michel, sembravano nati per giocare assieme. Un giorno arrivò all’allenamento su un’auto guidata da una ragazza bellissima. Gli dissi subito: «Porca miseria, Michelino. Bella sventola quella lì!». E lui ridendo: «Grazie, mister, è mia mamma. La prossima volta gliela presento». Che figura! Mi scusai imbarazzato, proprio io che non faccio mai apprezzamenti sulle donne, ma come potevo saperlo? Sembrava una ventenne come lui, l’aveva avuto a diciotto anni, come si usa lì da loro in Danimarca. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/quando-arriva-alla-lazio-michelino-gi.html
  20. MICHAEL LAUDRUP https://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Laudrup Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Frederiksberg Data di nascita: 15.06.1964 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 71 kg Nazionale Danese Soprannome: Miki - Michelino - Il Violino - Il Principe di Danimarca Alla Juventus dal 1985 al 1989 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 151 presenze - 36 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Michael Laudrup (Frederiksberg, 15 giugno 1964) è un allenatore di calcio ed ex calciatore danese, di ruolo centrocampista o attaccante. Considerato uno dei migliori giocatori danesi di tutti i tempi nonché uno dei più forti e completi di sempre, Laudrup, figlio d'arte, emerse nelle squadre locali di Brøndby e KB, per poi inanellare nel corso della carriera numerose affermazioni con club blasonati come Ajax, Barcellona, Juventus e Real Madrid, vincendo sette campionati nazionali — uno in Italia, cinque in Spagna e uno nei Paesi Bassi —, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA, due Coppe di Danimarca, due Coppe del Re, una KNVB beker e una Supercoppa di Spagna. Con la nazionale danese, con cui ha trionfato nella FIFA Confederations Cup 1995, conta 104 gare e 37 reti, che lo rendono, rispettivamente, quinto e sesto assoluto nella classifica all time. Tra nazionale e squadre di club realizzò da professionista 172 gol in 608 partite ufficiali. A livello individuale è stato insignito di numerosi riconoscimenti in campo internazionale, che resero il giocatore più decorato nella storia del suo Paese. Venne premiato per due volte consecutive calciatore danese dell'anno e miglior giocatore della Liga, oltre a essere introdotto nella hall of fame del calcio danese. Nel 1992 gli fu assegnato il Premio Don Balón, titolo destinato al miglior giocatore militante nel massimo campionato spagnolo conferito dalla rivista omonima; nel 1999 è stato nominato miglior giocatore straniero della Liga dei precedenti 25 anni. Nel 2000 venne insignito all'Ordine del Dannebrog, un titolo cavalleresco danese conferitogli dalla regina Margherita II. Nel 2005, per celebrare il proprio 50º anniversario, la UEFA invitò ogni Federazione nazionale a essa affiliata di indicare il proprio miglior giocatore dell'ultimo mezzo secolo: la scelta della Federazione danese ricadde su Michael Laudrup, designato quindi Golden Player dalla UEFA. L'anno seguente venne quindi nominato ufficialmente miglior calciatore danese di sempre. Nel 2010 la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio lo ha collocato al 55º posto nella sua lista dei migliori calciatori del XX secolo, mentre nel 2014 il quotidiano Marca lo inserì nell'undici ideale nella storia del Real Madrid. Occupa la 59ª posizione nella lista dei calciatori più forti del XX secolo stilata da World Soccer. Michael Laudrup Michael Laudrup alla Juventus nella stagione 1985-1986 Nazionalità Danimarca Altezza 183 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 1973-1976 Brøndby 1977-1980 KB Squadre di club 1981 KB 14 (3) 1982-1983 Brøndby 38 (24) 1983 Juventus 0 (0) 1983-1985 → Lazio 60 (9) 1985-1989 Juventus 151 (36) 1989-1994 Barcellona 167 (40) 1994-1996 Real Madrid 62 (12) 1996-1997 Vissel Kōbe 15 (6) 1997-1998 Ajax 21 (11) Nazionale 1980 Danimarca U-17 4 (2) 1980-1981 Danimarca U-19 19 (12) 1982 Danimarca U-21 2 (0) 1982-1998 Danimarca 104 (37) Carriera da allenatore 2000-2002 Danimarca Vice 2002-2005 Brøndby 2007-2008 Getafe 2008-2009 Spartak Mosca 2010-2011 Maiorca 2012-2014 Swansea City 2014-2015 Al-Duhail 2016-2018 Al-Rayyan Palmarès Confederations Cup Oro Arabia Saudita 1995 Biografia Nato a Frederiksberg, una cittadina completamente inglobata nell'area urbana di Copenaghen, Michael Laudrup fa parte di una famiglia di calciatori professionisti: suo padre Finn giocò in nazionale maggiore dal 1967 al 1979; due suoi figli, Mads e Andreas, hanno giocato nelle varie nazionali giovanili e nella massima serie danese, e suo fratello Brian, infine, ha avuto anch'egli una carriera professionistica (divenne campione d'Europa con la Danimarca nel 1992). Caratteristiche tecniche Giocatore Laudrup nel 1985 tra l'argentino Diego Armando Maradona (a sinistra) e il francese Michel Platini (a destra): tre dei maggiori fuoriclasse del calcio internazionale del decennio. Michael Laudrup era un giocatore di talento e fantasia, molto veloce ed elegante, conosciuto per i suoi morbidi tocchi di palla, moderno nella concezione del gioco. Indicato come l'archetipo del playmaker di centrocampo, di cui è ritenuto uno degli interpreti più forti e versatili di sempre, il suo raggio d'azione era sconfinato. Operava praticamente ovunque: sebbene i suoi fondamentali fossero essenzialmente di natura offensiva, era facilmente schierabile come regista di centrocampo, ala destra o sinistra— grazie alle sue ottime progressioni su entrambe le fasce, sostenute da scatti fulminei —, trequartista o seconda punta, ruolo quest'ultimo ricoperto con successo a inizio carriera nel Brøndby. Fantasista dotato di creatività, intelligenza, visione di gioco, abilità nei passaggi, negli assist, e di rara tecnica individuale, era una pedina impellente in fase di impostazione dove offriva il meglio di sé alla squadra e recuperava palloni, spesso con duri tackle o negli uno-contro-uno, dimostrando grande grinta, qualità, spirito di sacrificio e tenacia. Seppur sorretto da un fisico non imponente, era un centrocampista combattivo, autore di giocate di pregevole fattura nonché di tempestive incursioni in area di rigore. Altre sue peculiarità erano il dribbling nello stretto, la facilità nel saltare l'uomo, un tiro potente con ambo i piedi e la correttezza agonistica, tanto da non aver mai ricevuto un cartellino rosso in tutta la sua carriera; questo lo rese un giocatore molto apprezzato da arbitri e allenatori. Inoltre, Laudrup è noto per essere stato uno dei primi esecutori della croqueta, un particolare tipo di dribbling consistente nello spostare il pallone nel modo più veloce possibile da un piede all'altro, effettuato sia da fermo sia in corsa. Paragonato agli esordi al connazionale Preben Elkjær Larsen, difettava però in risolutezza a inizio carriera, tanto che Michel Platini lo definì «il miglior giocatore del mondo, in allenamento»; dopo il passaggio al Barcellona, ha spesso ricevuto lodi unanimi dalla stampa specializzata e da calciatori di statura mondiale. Per via della sua levatura rispetto ad altri giocatori suoi connazionali (incluso il fratello Brian), le sue movenze palla al piede e il comportamento in campo, fu soprannominato Il Principe di Danimarca. Allenatore Laudrup dirige una sessione di allenamento del Lekhwiya nel 2015 Tecnico dal grande carisma e forte personalità, come assistente del commissario tecnico Morten Olsen la Danimarca si schierava abitualmente con il modulo 4-2-3-1, con le ali che partecipavano attivamente alla manovra offensiva della squadra. L'esperienza in nazionale lo spinse a replicare tale schema di gioco durante la sua successiva parentesi al Brøndby, coltivando una tattica basata su passaggi corti e schieramento d'attacco sulla trequarti avversaria. Continuò ad attuare moduli come il 4-3-3 o il 4-2-4 sino alla finale della Coppa del Re con il Getafe (persa contro il Siviglia), mentre allo Spartak Mosca dovette abbandonare tali moduli per via del ricorrente stile di gioco in Russia. Nel 2012, con l'approdo sulla panchina dello Swansea City, Laudrup si smarcò dai precedenti dettami di gioco del club gallese sotto Brendan Rodgers — il quale era solito schierare la squadra con un 4-3-3 in cui i centrali di difesa spingevano quando in possesso palla, mentre i centrocampisti si trovavano a stretto contatto con le punte. Con l'arrivo del danese, l'organico dei Jacks si adattò a un innovativo 4-3-2-1 che puntava essenzialmente su un gioco di velocità e molto tecnico; nei suoi anni a Swansea Laudrup strinse contratti con diversi giocatori provenienti dal campionato spagnolo, amalgamandoli con il resto della squadra e ottenendo discreti risultati dal punto di vista tattico e realizzativo. Carriera Giocatore Club Inizi in patria: Brøndby e KB Iniziò a giocare molto presto, nelle giovanili del Vanløse, il club nel quale militava suo padre. Quando Finn Laudrup divenne giocatore-allenatore del Brøndby nel 1973, si portò dietro i suoi due figli Michael e Brian. Michael seguì poi suo padre nel KB di Copenaghen, squadra della prima divisione danese, nel 1976. Nel 1981, a 17 anni, esordì in prima squadra con il KB e nella stagione successiva tornò al Brøndby, squadra con la quale esordì nella massima serie danese, in un match contro il B 1909 di Odense, battuto 7-1 con una doppietta del debuttante Laudrup. Italia: Lazio e Juventus Laudrup alla Lazio nella stagione 1984-1985 La stagione 1982 gli valse il titolo di calciatore danese dell'anno, fino ad attirare le attenzioni degli italiani della Juventus che prima opzionarono e poi acquistarono il giocatore, nell'estate 1983, per la cifra più alta mai sborsata fino ad allora per un giocatore del paese scandinavo: un milione di dollari statunitensi dell'epoca. Tuttavia per questioni regolamentari della Serie A del tempo, avendo già in organico gli stranieri Platini e Boniek, la società piemontese girò Laudrup in prestito biennale alla Lazio, anche per farlo ambientare ai ritmi del campionato italiano. La stagione 1983-1984 si concluse con la salvezza della squadra romana all'ultima giornata, mentre il campionato successivo, se pur non negativo dal punto di vista personale per il danese, vide la retrocessione in Serie B dei biancocelesti. Varie divergenze con gli allenatori avuti a Roma, gli insuccessi raggiunti in campionato e il difficile inserimento nell'ambiente della Capitale, di fatto lo spinsero dopo due anni al ritorno in pianta stabile alla Juventus, nel frattempo divenuta in grado di tesserarlo stante il trasferimento di Boniek alla Roma. Attirandosi il nomignolo di Michelino, a Torino divenne subito titolare fisso, emergendo negli anni seguenti come giocatore-emblema del club bianconero nella seconda metà degli anni 1980, seppur l'unica stagione di successo sotto la Mole rimase quella d'esordio, 1985-1986, in cui conquistò il campionato italiano e la Coppa Intercontinentale: proprio in quest'ultima competizione, vinta 4-2 ai tiri di rigore nella sfida di Tokyo contro l'Argentinos Juniors, a poco meno di 10' dalla fine e coi torinesi in svantaggio, Laudrup indovinò da posizione molto defilata il tiro che diede ai bianconeri il 2-2, e permise loro di arrivare al vittorioso epilogo dal dischetto al termine del quale divennero per la prima volta campioni del mondo. Sempre nel 1985 Laudrup fu insignito per la seconda volta del titolo di calciatore danese dell'anno. Negli anni successivi accusò una serie di infortuni che non gli permisero di rendere al meglio e con costanza, sicché nel 1989, complice anche una Juventus alle prese con un difficile rinnovamento dopo la fine dell'era di Michel Platini, il giocatore andò in scadenza di contratto lasciando l'Italia per gli spagnoli del Barcellona. Spagna: Barcellona e Real Madrid Laudrup al Barcellona nel 1991, marcato dallo juventino Júlio César nella semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe. Sotto la guida di Johan Cruijff, in Catalogna Laudrup entrò a far parte di un celebre «Dream Team» composto negli anni seguenti da stelle del calcio internazionale come il bulgaro Hristo Stoičkov e il brasiliano Romário, con il quale vinse 4 edizioni della Primera División (1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1993-1994), 1 Coppa del Re, 2 Supercoppe di Spagna (1991 e 1992), 1 Supercoppa UEFA e, nel 1992, l'ultima edizione della Coppa dei Campioni, superando la Sampdoria nella finale di Wembley. Durante gli anni a Barcellona, in due occasioni (1991 e 1993) fu eletto miglior calciatore straniero del campionato spagnolo. Tuttavia, quando nel 1993 il club acquistò Romário iniziando così il turn over tra stranieri, il più sacrificato fu proprio Laudrup; cosa questa confermata dall'esclusione del danese dalla finale della UEFA Champions League 1993-1994, che i blaugrana persero ad Atene contro il Milan. Laudrup in azione al Real Madrid nel 1996, inseguito dallo juventino Del Piero nel retour match dei quarti di Champions League. Nell'estate 1994 si trasferì quindi abbastanza clamorosamente al Real Madrid, eterni rivali dei catalani, con cui nella stagione seguente vinse subito il campionato, divenendo nella circostanza il primo calciatore nella storia a conquistare cinque titoli spagnoli di fila. Nell'annata 1995-1996, l'ultima a Madrid per il danese, i blancos non furono capaci di difendere il titolo nazionale, mentre in Champions League furono eliminati ai quarti di finale proprio da una ex squadra di Laudrup, la Juventus poi vincitrice dell'edizione. Ultimi anni: Vissel Kobe e Ajax Dopo una stagione passata in Giappone tra le file del Vissel Kōbe, dove realizzò 6 gol in 15 incontri, nel 1997 tornò in Europa per un'ultima stagione nell'Ajax, con cui vinse nel 1998 il campionato olandese, prima di annunciare il suo ritiro dal calcio al termine dell'imminente campionato del mondo 1998 in Francia. Nazionale Nel 1980 iniziò a giocare nelle varie rappresentative giovanili nazionali, con le quali totalizzò complessivamente 25 presenze e 14 gol. Esordì in nazionale maggiore il 15 giugno 1982, giorno del suo diciottesimo compleanno, nella partita giocata a Oslo contro la Norvegia e terminata 2-1 per i danesi, realizzando una rete all'esordio. La carriera di Laudrup con la maglia della Danimarca durò sedici anni, dal 1982 al 1998. Giocò i campionati d'Europa di Francia 1984, Germania Ovest 1988 e Inghilterra 1996; non partecipò, invece, causa divergenze con il commissario tecnico danese Richard Møller Nielsen, all'edizione di Svezia 1992 che la Danimarca vinse a sorpresa, da ripescata, e che vide suo fratello Brian laurearsi campione europeo. Prese altresì parte a due edizioni del campionato del mondo, quelle di Messico 1986 e Francia 1998, e alla vittoriosa Coppa re Fahd 1995 in Arabia Saudita (poi riconosciuta retroattivamente quale edizione della FIFA Confederations Cup). La sua ultima partita ufficiale, quando era ormai solo un giocatore a disposizione della nazionale non avendo più un contratto con squadre di club, fu il 3 luglio 1998 a Nantes, nel quarto di finale del mondiale francese, che vide la Danimarca sconfitta 2-3 dal Brasile; dieci giorni prima Laudrup aveva segnato il suo ultimo gol ufficiale contro la Francia, nel primo turno dell'edizione. Allenatore Laudrup in veste di tecnico del Brøndby nel 2005 Dal 1º luglio 2000 iniziò la sua carriera di allenatore, come vice del commissario tecnico danese Morten Olsen. Rimase sulla panchina della nazionale fino al termine del girone di qualificazione per il campionato del mondo 2002, quando venne ingaggiato per guidare il Brøndby. Con i gialloblù vinse una Coppa di Danimarca nel 2003, e nel 2005 riuscì a conseguire il double nazionale campionato-coppa. Lasciò il Brøndby alla fine della stagione 2005-2006, chiusa con un secondo posto in campionato. Il 9 luglio 2007 divenne allenatore del Getafe, squadra spagnola della Primera División, con cui ha concluso il campionato ottenendo la salvezza. Il 16 maggio 2008 lascia la panchina, e dal successivo 9 settembre passò ad allenare lo Spartak Mosca, che ha condotto all'ottavo posto nel campionato russo. Iniziata la nuova stagione a marzo 2009, venne esonerato il successivo 16 aprile dopo aver raccolto quattro punti in altrettante partite. Il 2 luglio 2010 torna in Spagna, accordandosi con il Maiorca. Iniziò l'avventura alle Isole Baleari affrontando alla sua prima partita il Real Madrid di José Mourinho, anche lui alla sua prima partita con i blancos, in un match che si concluse in parità sullo 0-0. La stagione vide i maiorchini dopo qualche risultato negativo nei mesi finali, salvarsi all'ultima giornata. Il 28 settembre 2011 si dimise a causa di contrasti con il vicepresidente del club. Laudrup in conferenza stampa come tecnico dell'Al-Rayyan nel 2016 Il 15 giugno 2012 venne ingaggiato dallo Swansea City. Il 24 febbraio 2013 guidò i gallesi alla vittoria della loro prima Coppa di Lega, grazie al 5-0 inflitto nella finale del Wembley Stadium al Bradford City, ottenendo così la qualificazione all'Europa League; in campionato la squadra si piazzò al nono posto, mentre nella Coppa d'Inghilterra venne eliminata al terzo turno dall'Arsenal alla ripetizione. La stagione successiva lo Swansea City venne subito estromesso al terzo turno della Coppa di Lega dal Birmingham City. Il 4 febbraio 2014, nonostante il passaggio della fase a gironi di Europa League, e quello al terzo turno della Coppa d'Inghilterra, Laudrup venne sollevato dall'incarico in seguito alla sconfitta per 0-2 sul campo del West Ham Utd e ai risultati negativi maturati nella seconda parte di stagione (una sola vittoria tra dicembre e gennaio); il successivo 23 maggio trovò l'accordo per la rescissione contrattuale. Il 1º luglio 2014 venne ingaggiato dai qatarioti del Al-Duhail. Al primo anno vinse subito la Qatar Stars League, e raggiunse la finale della Qatar Crown Prince Cup persa contro l'Al-Jaish. Nonostante un fresco rinnovo contrattuale, il 18 giugno 2015 lasciò la panchina della squadra. Il 26 settembre 2016 venne nominato allenatore dell'Al-Rayyan, in sostituzione di Jorge Fossati passato alla guida del Qatar. Riconoscimenti Nel 2011 è stato ammesso nella Hall of fame del calcio danese. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Coppa di Spagna: 1 - Barcellona: 1989-1990 Campionato spagnolo: 5 - Barcellona: 1990-1991, 1991-1992, 1992-1993, 1993-1994 - Real Madrid: 1994-1995 Supercoppa di Spagna: 2 - Barcellona: 1991, 1992 Campionato olandese: 1 - Ajax: 1997-1998 Coppa dei Paesi Bassi: 1 - Ajax: 1997-1998 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa dei Campioni: 1 - Barcellona: 1991-1992 Supercoppa UEFA: 1 - Barcellona: 1992 Nazionale Confederations Cup: 1 - Arabia Saudita 1995 Individuale Calciatore danese dell'anno: 2 - 1982, 1985 Miglior giocatore della Liga: 2 - 1992, 1993 Miglior giocatore straniero della Liga (Premio Don Balón) - 1 - 1992 Miglior giocatore straniero della Liga negli ultimi vent'anni (1974-1999) Squadra dell'Anno ESM: 1 - 1994-1995 All-Star Team del campionato mondiale: 1 - Francia 1998 UEFA Golden Jubilee Poll FIFA 100: Inserito nella lista dei giocatori Danesi - 2004 Nominato UEFA Golden Player per la DBU (2006) Introdotto nella Hall of Fame del calcio danese - 2008 Allenatore Club Competizioni nazionali Supercoppa di Danimarca: 1 - Brøndby: 2002 Coppa di Danimarca: 2 - Brøndby: 2002-2003, 2004-2005 Campionato danese: 1 - Brøndby: 2004-2005 Coppa di Lega inglese: 1 - Swansea City: 2012-2013 Campionato qatariota: 1 - Lekhwiya: 2014-2015
  21. RENATO BUSO Nasce a Montebelluna, in provincia di Treviso, il 19 dicembre del 1969. Il paese trevigiano ha già dato i natali a un illustre centravanti bianconero, Aldo Serena, da cui Renato Buso erediterà la maglia numero 9 della Juventus. Arriva a Torino nell’estate del 1985 e approda alla squadra Primavera; dai bordi dello stadio Comunale può ammirare le splendide giocate di Michel Platini. Nel campionato successivo, a soli 16 anni, esordisce in Serie A, contro la Fiorentina. Michel non gioca, al suo posto, con la maglia numero 10, un improbabile Soldà; la partita finisce 1-1, ma il ragazzino ben figura. La domenica dopo, ad Ascoli, Michel è in campo e la Juventus vince 5-0. Renato entra in campo al posto di Briaschi, giusto in tempo per segnare il suo primo gol in maglia bianconera. Alla fine della stagione, saranno 18 le presenze con 2 realizzazioni, di cui una alla Lazio in Coppa Italia.«Giocare accanto a Michel Platini è molto emozionante, abituarsi ad ammirare certi campioni alla TV e poi, non dico conoscerli dal vivo, ma addirittura allenarsi e giocare con loro, è stato stimolante. Ho capito subito che valeva la pena di mettercela tutta, per cercare di assomigliare a loro, di arrivare agli stessi risultati».Renato si guadagna la conferma anche per la stagione successiva; Michel si è ritirato, Serena è tornato all’Inter, al suo posto arriva Ian Rush, il più forte attaccante del mondo. Renato non si preoccupa, in fondo ha appena 17 anni, può tranquillamente sedere in panchina e aspettare il suo momento, che non tarderà molto ad arrivare. Il gallese, infatti, si infortuna nel precampionato e Renato è già in campo all’esordio stagionale, contro il Como. A fine stagione totalizzerà ben 30 presenze, ma i gol saranno pochini, solamente 3.«La mia scelta di restare a Torino non è stata dettata dalla presunzione, tutt’altro. Sapevo che sarebbe arrivato un grande campione come Rush, perciò ho parlato con il presidente e con il dottor Giuliano. Poiché il loro volere conciliava perfettamente con il mio antico amore per i colori bianconeri, ho optato per rimanere, e oggi, sono molto soddisfatto».Robusto fisicamente, di buona tecnica, abile di testa e in acrobazia, Buso ha tutte le caratteristiche per diventare un campione. Certo, non una prima punta, perché poco esplosivo; gli manca il guizzo, lo spunto per arrivare primo sul pallone in area (non è questione di velocità, ma di reattività). In realtà, quello che gli manca davvero è la personalità, la cattiveria, la grinta per giocare ad alti livelli tanto è vero che è in possesso di un buon tiro che, però, usa raramente, preferendo mettersi a disposizione del compagno, piuttosto che cercare la via del gol.Rush soffre di nostalgia ed è rispedito a Liverpool e a Torino arriva un mostro sacro come Altobelli. Ma anche Spillo, causa problemi fisici, troverà delle grosse difficoltà e Renato si trova la porta del campo spalancata. Ancora 30 presenze e 7 gol.«Zoff mi ha dato una carica eccezionale, è bellissimo avere, come allenatore, un personaggio così grande, così ricco di esperienza. Sono stato fortunato a trovare la via della rete già alla prima partita, contro il Como. Certo, ho trovato anche delle difficoltà, dovute alla presenza di Altobelli; un maestro, un vero fuoriclasse, ma poco alla volta sono riuscito a conquistare il mio posto al sole. Non mi sono mai sentito titolare, comunque, ho sempre pensato che gli esami non finiscono mai».Stagione 1989-90, la Juventus punta gli occhi sul più forte giocatore italiano del momento, Roberto Baggio. La Fiorentina, per cederlo la stagione successiva, pretende subito Buso e così Renato, che ha solamente 20 anni, emigra a Firenze. Ritroverà la Juventus nella finale della Coppa Uefa e realizzerà anche il gol del momentaneo pareggio, nella partita di andata a Torino.Buso comincia ad arretrare la sua posizione in campo; non è più la prima punta, ma spesso agisce come attaccante di supporto o, addirittura, come esterno di centrocampo. Dopo due stagioni lascia Firenze e comincia un lungo viaggio attraverso l’Italia, che lo porta alla Sampdoria, al Napoli, alla Lazio, al Piacenza, al Cagliari, sino all’estate del 2001, durante la quale si accasa a La Spezia dove, tre stagioni dopo, chiuderà la carriera.Con la maglia bianconera ha disputato 78 presenze e realizzato 12 reti, lasciando la grande impressione di eterna promessa non mantenuta. VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO-AGOSTO 1989Che un ragazzo di vent’anni finalmente si decida a entrare per davvero dentro la casacca bianconera, non è un accadimento normale. Io voglio dire che Renato Buso è entrato nella maglia numero nove che nella Juventus hanno indossato tomi, ma vorrei dire fenomeni, dall’antico al moderno, e sarò esplicito, un Felice Placido Borel prima di un Gabetto e di un Boniperti e di un Nestor Combin e di un Anastasi e di un Boninsegna e di un Pietro Paolo Virdis e di un Altobelli. Il ragazzo è veramente in buona compagnia. Ma chi è, dove attinge il suo talento, perché si è messo a correre sulla giusta strada?Ho un’immagine, un gesto, negli occhi. Trasferitevi con me a Fuorigrotta, in quello stadio abitato da una folla incredibilmente amorosa, non ci sono bandiere bianconere sugli spalti come nei giorni fulgenti, ma la Juventus vince, e vince bene, il goal di Renato Buso in contropiede è come un affondo di D’Artagnan, uno sciabolante stupendissimo tiro al volo, Giuliano Giuliani non la vede nemmeno.Diceva or non è molto Carnevale, giovanotto di fortissima tempra, che la vicinanza di Maradona ha migliorato nei piedi, che oggi il centravanti statico, tradizionale, è un non senso. Buso dimostra che Carnevale ha ragione. Questo ragazzo di vent’anni, già solido come un tronco di quercia, sa giocare da vicino e da lontano, ha i numeri acrobatici (lo abbiamo visto) e un senso tattico molto spiccato. Ancora ingenuo, boccia spesso frontalmente, non mette a frutto come dovrebbe la sua potenza di lombi, il suo intuito del goal, i suoi egregi fondamentali. Bisogna riconoscere allo sfortunato Marchesi di avere sempre creduto nelle qualità di questo ragazzo alto 1,81 per settanta chili oscillanti.Personalmente, mi sono cavato lo sfizio critico di pungolare a più riprese il giovinotto. Mi ispiro nella critica e nel racconto soltanto al campo. Mi ispira un proverbio della mia terra, che una madre meravigliosa e disgraziata era solita ripetere ai suoi figli, quando piangevano o lamentavano la severità dell’educazione: solo chi ti fa piangere ti fa ridere.Oggi è difficile creare un campione. I mal esempi sono infiniti. Ma un campione juventino deve crescere con i modelli bianconeri. La fantasia di Felice Placido Borel, il tiro fenomenale di Boniperti, il guizzo nativo, l’agilità di Anastasi, mi pare possano rappresentare questi modelli ideali per il nostro ragazzotto, serio e compito, studente perfetto e fulgida promessa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/renato-buso.html
  22. RENATO BUSO https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Buso Nazione: Italia Luogo di nascita: Montebelluna (Treviso) Data di nascita: 19.12.1969 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1989 Esordio: 12.10.1986 - Serie A - Fiorentina-Juventus 1-1 Ultima partita: 18.06.1989 - Serie A - Pescara-Juventus 0-0 78 presenze - 12 reti 1 scudetto Renato Buso (Treviso, 19 dicembre 1969) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Renato Buso Buso in azione alla Sampdoria nel 1992 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante, centrocampista) Termine carriera 2004 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Montebelluna Squadre di club 1984-1985 Montebelluna 0 (0) 1985-1989 Juventus 78 (12) 1989-1991 Fiorentina 49 (9) 1991-1993 Sampdoria 34 (4) 1993-1996 Napoli 95 (11) 1996-1997 Lazio 16 (1) 1997-2000 Piacenza 61 (4) 2000-2001 Cagliari 31 (4) 2001-2004 Spezia 39 (1) Nazionale 1987-1992 Italia U-21 24 (9) 1992 Italia olimpica 5 (0) Carriera da allenatore 2004-2005 Spezia Vice 2006-2007 Sarzanese 2007-2008 Spezia Primavera 2008-2009 Fiorentina Allievi Naz. 2009-2011 Fiorentina Primavera 2011-2013 Gavorrano 2013-2014 Chievo Coll. Tecnico 2018-2019 Sangiovannese 2020-2021 Fiorentina Under-18 Palmarès Europei di calcio Under-21 Bronzo 1990 Oro 1992 Biografia Vive a Firenze con la fidanzata Camilla Mencarelli, giornalista fiorentina, il figlio Daniel nato nel 2012 e la figlia Giulia nata nel 2015. Carriera Giocatore Club Buso (a sinistra) in azione alla Juventus nel 1986, inseguito dall'interista Passarella Fa il suo esordio tra i professionisti con il Montebelluna, in Serie C2, e poi nel 1985 passa già alla Juventus in Serie A, con la quale gioca per quattro stagioni mettendo a segno 10 gol, spesso utilizzato come riserva di Aldo Serena, Ian Rush e Alessandro Altobelli nel ruolo di centravanti. Nel 1989 si trasferisce in compartecipazione alla Fiorentina, che l'anno successivo lo riscatta definitivamente nell'ambito della trattativa che porta Roberto Baggio in bianconero, in cui Buso viene valutato 2 miliardi di lire. A Firenze gioca per due stagioni, trasformandosi via via in seconda punta o ala e giocando in attacco con Roberto Baggio e Oscar Dertycia; gioca anche la finale di Coppa UEFA 1989-1990 contro la Juventus, segnando un gol. Nel 1991 viene ceduto alla Sampdoria neo campione d'Italia per 4,6 miliardi di lire: in blucerchiato sostituisce Marco Branca (passato ai gigliati) nel ruolo di riserva di Gianluca Vialli e Roberto Mancini, disputando due stagioni sotto la Lanterna. Nel 1993, in rotta con Sven-Göran Eriksson, passa al Napoli per tre miliardi e mezzo di lire. Vi rimane per tre anni, segnando 11 gol e completando la trasformazione in tornante di centrocampo. Buso (a destra) in azione alla Fiorentina nel 1990, contrastato dallo juventino Bruno, nel corso della finale di ritorno della Coppa UEFA Nel 1996 si trasferisce alla Lazio per 6 miliardi di lire, voluto da Zdeněk Zeman come alternativa in attacco. La varicella lo ferma in ritiro, e in seguito trova poco spazio con il boemo, mentre viene maggiormente impiegato da Dino Zoff, che sostituisce il boemo a campionato in corso. Nell'ottobre del 1997 passa al Piacenza dove rimane per tre anni in Serie A, contribuendo da titolare a due salvezze (1997-1998 e 1998-1999) alternandosi a Gianpietro Piovani nel ruolo di ala destra. Dopo la retrocessione dei piacentini nel 2000, scende anch'egli Serie B con il Cagliari dove disputa un campionato e segna 4 gol. Infine si trasferisce allo Spezia, in Serie C1, dove gioca per tre anni prima di dare l'addio definitivo al calcio giocato. Nazionale Il suo nome rimane legato alla vittoria della Nazionale Under-21, guidata da Cesare Maldini, del primo campionato europeo di categoria (1992). Con 3 gol nelle semifinali (contro la Danimarca) e nelle finali (contro la Svezia), contribuisce alla vittoria diventando anche capocannoniere del torneo. In totale disputa 25 partite con 9 reti in Nazionale Under 21, e 5 partite con la Nazionale Olimpica impegnata nelle Olimpiadi di Barcellona 1992. Allenatore Dopo l'esordio nello staff tecnico di Loris Dominissini nello Spezia, nel 2006 ha allenato la Sarzanese in Serie D. Per la stagione 2007-2008 allena la squadra primavera dello Spezia, fino al fallimento della società ligure. Dal 2008 allena gli Allievi Nazionali del settore giovanile della Fiorentina. Il 19 giugno 2009, con un 3-1 ai danni dell'Inter, conquista lo scudetto di categoria. Dall'estate del 2009 è l'allenatore della Primavera viola. La squadra giunge in finale del Torneo di Viareggio 2011 perdendo la finale contro l'Inter. Il 30 marzo 2011, allo Stadio Olimpico di Roma, conquista la Coppa Italia battendo 3-1 i pari età della Roma, dopo il risultato dell'andata di 1-1 all'Artemio Franchi di Firenze. Il 20 giugno 2011 lascia la guida della Primavera della Fiorentina, e il 17 novembre successivo viene assunto come allenatore del Gavorrano, firmando un contratto fino al 2013; il 14 aprile dello stesso anno viene però esonerato dalla squadra maremmana. Il 12 novembre 2013 entra a far parte dello staff di Eugenio Corini, neo-allenatore del Chievo, nel ruolo di collaboratore tecnico. Il 23 giugno 2018 diviene il nuovo tecnico della Sangiovannese, che lo esonera il 28 aprile 2019. Il 1º gennaio 2020 torna ad allenare nel settore giovanile della Fiorentina, la categoria Under 18, in sostituzione di Alberto Aquilani, divenuto Collaboratore Tecnico del neo allenatore della Prima Squadra, Giuseppe Iachini. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Supercoppa italiana: 1 - Sampdoria: 1991 Nazionale Campionato d'Europa Under-21: 1 - 1992 Individuale Miglior giocatore dell'Europeo Under-21: 1 - 1992 Miglior marcatore dell'Europeo Under-21: 1 - 1992 (3 reti) Allenatore Club Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Fiorentina: 2008-2009 Coppa Italia Primavera: 1 - Fiorentina: 2010-2011
  23. IVANO BONETTI MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1986 Se dovessi rapidamente evidenziare le qualità umane di Ivano Bonetti non potrei che citare ciò che, tempo fa, mi ha detto un suo esperto e navigato compagno di squadra: «Ivano – ha affermato il collega – è un ragazzo simpatico, allegro, disponibile. È uno che nella vita farà strada e non soltanto perché è capace a giocare a calcio». Sembrerebbe un ritratto troppo positivo, troppo di parte, ma la realtà dei fatti è proprio quella che obbiettivamente mi ha riferito quel compagno di squadra di Bonetti. Alla sua prima stagione in serie A il giovane bresciano è arrivato dopo una graduale e progressiva «gavetta». Nato, come abbiamo detto, a Brescia il primo agosto del 1964, Ivano ha dato i suoi primi calci al pallone nelle formazioni giovanili della squadra della sua città. Dopo la tradizionale trafila nelle minori, ecco la prima squadra e l’esordio in serie B a soli 17 anni, l’11 ottobre del 1981. Una sconfitta con la Lazio, ma anche un debutto che a fine campionato sarà seguito da altre diciannove presenze e da una rete. Il Brescia al termine di quella stagione precipita in serie C1 e per Bonetti l’anno successivo porta altre venti partite. Nel campionato ‘83-‘84 le partite disputate dal buon Ivano, sempre ovviamente con il Brescia in serie C1, diventano trenta e le reti due. Nell’estate dell’84 si fa avanti il Genoa del vulcanico presidente Renzo Fossati e per Ivano Bonetti si apre la porta della serie B. Tra i cadetti Bonetti si fa valere e al termine dello scorso campionato può contare trentuno maglie da titolare e una rete segnata. Non è stato un grande anno per il vecchio grifone genoano ma sicuramente è stato un buon anno per Bonetti. La Juve lo ha fatto seguire dal suo staff di osservatori ed ha deciso di portarlo a Torino. La trattativa è rapida e senza intoppi e nella scorsa estate a Ivano Bonetti si schiudono le porte del grande calcio: «Fossati – racconta Ivano – mi ha fatto un enorme regalo cedendomi alla Juventus. In pratica sono arrivato nell’università del calcio». La famiglia Bonetti in serie A è già, in ogni modo, ben rappresentata. Nella Roma, infatti, da qualche stagione si fa ben volere il fratello di Ivano: il roccioso ed estroso Dario, un difensore dal gran carattere e dalle buone intuizioni. «Avevo sempre sperato di imitare mio fratello – racconta Ivano lo juventino – ma mi sembrava che la serie A fosse una meta difficilissima da raggiungere e invece...». E invece l’esordio in serie A, per Ivano Bonetti, è coinciso proprio con una partita tra la Juventus e la Roma. La vittoria, al termine del match, è andata alla Juve, tre a uno il risultato finale e in campo c’era ovviamente anche Dario Bonetti: «È stato magnifico esordire e vincere sotto gli occhi di Dario. Lui – dice Ivano – alla fine dell’incontro non sapeva se essere triste per la sconfitta o felice per me. Io ero soltanto felice…». Ancora qualche presenza per il bravo Ivano, un infortunio alla mano che non gli ha però impedito di essere al suo posto in panchina e tutto sommato una prima parte di stagione che potremmo definire, per un «deb», assai positiva. Il futuro, poi, non potrà che portare nuove soddisfazioni a Ivano. Il suo modo di giocare, la sua rapidità, il suo sinistro «creativo», ma anche e soprattutto la sua disponibilità in campo e fuori non possono che far ben sperare. Bonetti che è soprattutto una mezzala sinistra può, però, anche fare il tornante, la mezza punta e in certi casi persino la punta. Sono, insomma, molte le frecce al suo arco, frecce che il Trap saprà sfruttare a dovere. Nella grande Juve, dunque, c’è posto e ci sarà posto anche per Bonetti. Ivano, del resto, non ha che un desiderio, un sogno: «Vorrei – dice – conquistarmi un posto, non importa se da titolare o da riserva, in questa grandissima Juventus. Non vorrei, insomma, essere una meteora. Qui c’è da imparare vincendo, ma soprattutto c’è da conoscere qual’è il modo di essere di una grande squadra. E, lo ripeto, l’università del calcio». E allora in bocca al lupo per gli... studi e per la laurea. VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1986 Lo vidi profilarsi, a Firenze, in Coppa Italia, come un autentico campioncino. Insieme a lui vidi profilarsi in tutto tondo il Pin. Scrissi di Bonetti che era bravo, che era forte, che aveva futuro. Ora siam qui, ci godiamo il Ventiduesimo, anche Bonetti ha avuto il suo merito nella vittoria collettiva, ma ha giocato poco. Perché Trap non gli abbia creduto, mi sfugge. Scommetto che il futuro darà ragione al vostro cronista. Bonetti è un incursore estroso, con levatacce di genio e capace anche di finalizzare lo dimostrò a Genova e Brescia, in modo splendido. Le qualità, che Ivano espresse in quella notturna di Coppa Italia, saranno sicuramente valorizzate. 〰.〰.〰 Stagione 1986-87: Bonetti parte spesso dalla panchina, ma alla fine può contare 23 gettoni di presenza e 2 reti di cui una, all’ultima giornata, contro il suo Brescia. È un gol amaro, perché condanna i lombardi alla Serie B. «Adesso per dieci giorni non potrò tornare a casa, perché non mi perdoneranno mai questo sgarbo. Ma, capitemi, dovevo fare qualcosa di grande prima di chiudere il campionato. Quando ho battuto Aliboni ho sentito dentro una grande gioia, ma anche una grande tristezza. Ora aspetto che la società decida qualcosa. Alla Juve ho imparato molto, ma dalla Juve vorrei avere la possibilità di dimostrare il mio valore. Senza garanzie non voglio restare. Leggo che l’Avellino si interessa a me. Ci andrei di corsa, per sfogare tutta la rabbia che ho accumulato dentro». Invece, la sua destinazione sarà Bologna, prima di approdare a Genova giusto in tempo per vincere lo scudetto con la Sampdoria. UMBERTO ZILIANI, LAVOCEDELPOPOLO.IT DELL’8 GENNAIO 2020 Ivano nasce in un condominio che si affaccia sul campo da calcio dell’oratorio di San Zeno, quel terreno da dove tutto è iniziato. Oggi vive a Misano, in Romagna, è sposato e padre di tre figli. Ha giocato in molte squadre: Leonessa, Brescia, Genoa, Juventus, Atalanta, Bologna, Sampdoria, Torino, Grimsby Town, Tranmere, Crystal Palace, Sestrese e Dundee. Con la Sampdoria ha vinto uno scudetto nel 1991. – Ivano come inizia la tua carriera? «I primi calci li ho dati all’oratorio. La prima squadra che mi ha tesserato è stata la Leonessa. Dopo quattro anni sono passato al Brescia calcio. Ho esordito in serie B a 17 anni, facendo praticamente tutto quel campionato in prima squadra». – Il 17 maggio del 1987 al Brescia bastava un pareggio per salvarsi. La partita è sul 2-2, al 62’ per la Juventus entra Bonetti e segna. La partita finisce 3 a 2 per la Juve, il risultato sancisce la retrocessione del Brescia. Cosa ti ricordi di quella domenica? «Fu un’azione “sfortunata”. Nel Brescia ero cresciuto ed era la squadra della mia città. In velocità con un pallonetto saltai il difensore del Brescia e mi trovai a tu per tu con Aliboni». – Qual è l’allenatore con cui ti sei trovato meglio? «Faccio prima a dire con chi mi sono trovato male: Eriksson. Non spiegava molto, non sapeva motivare la squadra ed era un pessimo comunicatore. Non so come abbia fatto ad allenare squadre di un certo livello. Trapattoni, invece, era un grande mister così come Maifredi: peccato che Gigi non abbia raccolto quanto meritasse». – Tu e tuo fratello Dario siete stati calciatori famosi, la leggenda narra che Mario, vostro fratello maggiore, fosse il più bravo dei tre, sfatiamo questo mito? «Mario era fortissimo, molto veloce, usava entrambi i piedi e aveva un tiro potente. Con la De Martino (primavera dell’Atalanta) aveva vinto il torneo di Viareggio con Bodini e Scirea. A causa di un forte trauma al ginocchio dovette smettere. Mario è stato un punto di riferimento: era il collante tra me e Dario». – C’è un giocatore del paese che non ha rispettato le attese? «Mauro Saleri, classe 1958. Se sono quello che sono diventato, lo devo un po’ anche a lui. Passavo molto tempo all’oratorio a osservarlo. Aveva dei numeri pazzeschi, una tecnica eccelsa che gli permetteva di fare cose incredibili in spazi ristretti». – Hai incominciato all’oratorio, ti ricordi qualche aneddoto? «Giocavamo liberi, non c’era un vero allenatore. Ci si trovava e si facevano le squadre. In estate organizzavamo tornei e le giornate erano infinite». – A fine carriera vai a giocare in Inghilterra, la gente del villaggio di pescatori si autotassa per pagarti l’ingaggio. Le pizzerie inventano la pizza “Bonetti”… «Sono stati meravigliosi: ho vissuto un’esperienza bellissima. Giocavo senza il contratto; i tifosi pensando che me ne andassi, aprirono in tutta la contea un fondo “Bonetti”, dove ognuno poteva versava il proprio contributo…». – Di cosa si occupa ora Ivano Bonetti? «Commercio un prodotto tecnologico, che applicato ai telefonini riduce del 90% il rischio biologico di radiazioni. È un dispositivo medico venduto anche in farmacia. Lo stiamo distribuendo a parecchie società di calcio come la Juventus, il Bayern e il Manchester». – Qual è la formazione degli undici compagni migliori? «Prendo il gruppo Juve e quello della Samp, giocando a zona direi: Pagliuca, Mannini, Scirea, D. Bonetti, Cabrini, Bonini, Manfredonia, Platini, Lombardo, Vialli e Mancini». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/ivano-bonetti.html
  24. IVANO BONETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ivano_Bonetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Brescia Data di nascita: 01.08.1964 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 75 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1985 al 1987 Esordio: 21.08.1985 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 0-0 Ultima partita: 06.09.1987 - Coppa Italia - Pisa-Juventus 2-1 35 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Ivano Bonetti (Brescia, 1º agosto 1964) è un dirigente sportivo, ex allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Suo padre Aldo ha giocato nel Brescia prima della seconda guerra mondiale, il fratello Mario e l'altro fratello Dario sono stati calciatori. Nel 1995 è stato il primo di una serie di giocatori italiani a militare, nella seconda metà degli anni 1990, nel campionato inglese. Ivano Bonetti Bonetti in azione alla Juventus nel 1986 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 2002 - giocatore 2002 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Brescia Squadre di club 1981-1984 Brescia 70 (3) 1984-1985 Genoa 31 (1) 1985-1987 Juventus 35 (2) 1987-1988 Atalanta 26 (2) 1988-1990 Bologna 62 (3) 1990-1993 Sampdoria 61 (0) 1993-1994 Bologna 18 (2) 1994-1995 Torino 5 (0) 1995 Brescia 16 (0) 1995-1996 Grimsby Town 16 (3) 1996-1997 Tranmere 13 (1) 1997 Crystal Palace 2 (0) 1997-1999 Genoa 55 (1) 1999-2000 Sestrese 19 (0) 2000-2002 Dundee 18 (2) Carriera da allenatore 2000-2002 Dundee Carriera Giocatore Da sinistra: Lorenzo Marronaro, Bonetti e Massimo Bonini esultanti al Bologna nella stagione 1988-1989. Esordisce nella squadra della sua città, il Brescia, per passare in seguito a Genoa e Juventus, dove nella stagione 1985-1986 vince scudetto e Coppa Intercontinentale. Dopo le esperienze con Bologna e Sampdoria, con cui vince il suo secondo scudetto, e un breve ritorno al Brescia, nel 1995 firma per il Grimsby Town, diventando primo straniero in squadra: annunciato che occorrevano 100.000 sterline per affittare Bonetti dalla compagnia di gestione statunitense che deteneva i diritti sui suoi "servizi e immagine", la cifra fu raccolta per metà dai fan, per metà da Bonetti; al Grimsby, secondo le regole FIFA, non era permesso trattare con la società e probabilmente non avrebbe potuto permettersi comunque i soldi. In un'intervista Ivano Bonetti ha raccontato che i suoi tifosi di Grimsby Town, un villaggio di pescatori, aprirono in tutta la contea un fondo “Bonetti”, dove ognuno poteva versare il proprio contributo nel timore che la mancanza dell'ingaggio potesse privarli del loro beniamino. Segnò il gol vincente contro il West Bromwich, allenato dall'ex manager del Grimsby, Alan Buckley. I rapporti con l'allenatore-giocatore del Grimsby, Brian Laws, sono piuttosto difficili perché l'arrivo dell'italiano ha catalizzato le attenzioni dei tifosi, così l'anno successivo si trasferisce al Tranmere Rovers, e poi dopo una breve esperienza al Crystal Palace torna in italia al Genoa. Dopo un'annata coi genovesi della Sestrese. Il 12 maggio 2000 si trasferisce in Scozia al Dundee. Allenatore Il 12 maggio 2000 si trasferisce al Dundee in qualità di allenatore-giocatore portandosi con se il fratello Dario nel ruolo di vice. La prima stagione risulta positiva in cui la squadra arriva al sesto posto nella Scottish Premier League con accesso alla Coppa Intertoto. Il secondo anno alla guida dei Dees inizia male infatti viene eliminata al primo turno della Coppa Intertoto per mano del FK Sartid e arriva al nono posto in campionato. Il 3 luglio 2002 viene esonerato dopo alcune divergenze con la società. Dirigente Dal 2007 è direttore sportivo del Pescina; il 10 novembre 2009 fa nominare suo fratello Dario allenatore del club. Il 15 febbraio 2010 viene esonerato insieme al fratello Dario e tutto il suo staff. Il 7 settembre 2011 viene nominato direttore generale del Sulmona; nel marzo del 2012 viene sollevato dall'incarico. Da agosto 2020 è responsabile del Settore Giovanile del Rimini Football Club. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1985-1986 - Sampdoria: 1990-1991 Supercoppa italiana: 1 - Sampdoria: 1991 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
  25. LUCA GRAZIANI Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.06.1966 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1983 al 1984 - 1985-1986 e 1987-1988 Esordio: 10.11.1983 - Amichevole - Albese-Juventus 1-5 Ultima partita: 07.06.1988 - Amichevole - Viterbese-Juventus 2-6 0 presenze - 0 reti subite
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