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PIETRO FIORAVANTI Terzo portiere bianconero nella stagione 1967-68, alle spalle di Anzolin e Colombo, trova gloria in prima squadra in solo due partite, prima di essere ceduto alla Lazio.“HURRÀ JUVENTUS”, OTTOBRE 1968«Strano davvero il nostro destino di calciatori. Io ad esempio mi son ritrovato nella prima squadra juventina quasi senza rendermene conto. Ancor oggi quell’esordio, così improvviso e inatteso, mi sembra un sogno!» Pietro Fioravanti ora gioca nella Lazio ma appartiene sempre alla società bianconera, come del resto Rinero e Onor ceduti in prestito al sodalizio romano.«Un venerdì, me ne stavo tranquillo allo stadio al termine dell’allenamento, quando il Mister Herrera mi chiama e mi avverte che la domenica sarebbe toccato a me giocare in porta della Juve. Il titolare Anzolin era andato in permesso, Colombo era indisponibile. Insomma era arrivato il mio turno. La domenica precedente la Juventus aveva beccato cinque goal a Varese, io ci avevo molto sofferto, perché sin da bambino sono tifoso bianconero e poi per solidarietà con Roberto Anzolin. In campionato, dopo Varese, dovevamo incontrare il Bologna, un Bologna non eccezionale, d’accordo, ma pur sempre di tutto rispetto».E così Fioravanti esordì in Serie A. Oltretutto non era stata una semplice coincidenza. Di lui Heriberto Herrera parlava bene sin da quando Pietro era arrivato da Cesena. Diceva il Mister: «C’è un ragazzo di nome Fioravanti che va forte. Gioca in porta e appena si presenterò l’occasione lo getterò nella mischia».All’inizio dello scorso campionato, per la verità, ci furono dei malintesi tra il giovanotto e la Juve. Lui non era soddisfatto dell’ingaggio e aveva protestato, sicché i dirigenti lo avevano rispedito a casa, perché certi atteggiamenti in casa bianconera non sono tollerati per nessuna ragione. E siccome la Juve aveva Colombo fuori uso, rischiava di trovarsi senza portiere di riserva in panchina, in occasione dell’esordio in Grecia per la Coppa dei Campioni. Intervenne papà Fioravanti e tutto venne accomodato.Papà Fioravanti è stato portiere del Venezia, non un “grande” ma la sua parte l’ha fatta. E il figlio Pietro ha avuto consigli preziosi dal padre. Che avesse notevoli qualità istintive è fuori discussione. Contro il Bologna riuscì a salvare l’imbattibilità. Commise un solo errore, un’uscita mal calcolata ma per fortuna senza conseguenze. Ma si fece anche applaudire pur se il padre, al termine della partita, andò negli spogliatoi rimproverandogli l’errore che poteva costare un goal e sorvolando sugli elogi.«Venni confermato la domenica dopo, nel derby con il Torino. Fummo sfortunati, presi due goal, ne segnammo uno, almeno il pareggio lo avremmo meritato. Rientrai nell’ombra, era giusto così perché era tornato Anzolin smanioso di riscattarsi. Secondo me Roberto è bravo, pochi portieri sono più bravi di lui. Gli hanno dato il premio Combi. Mi creda se lo merita». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2014/06/pietro-fioravanti.html
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PIETRO FIORAVANTI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Fioravanti Nazione: Italia Luogo di nascita: Cesena (Forlí-Cesena) Data di nascita: 04.04.1946 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1964 al 1968 e 1969-1970 Esordio: 11.02.1968 - Serie A - Juventus-Bologna 0-0 Ultima partita: 18.02.1968 - Serie A - Torino-Juventus 2-1 2 presenze - 2 reti subite 1 scudetto 1 coppa Italia Pietro Fioravanti (Cesena, 4 aprile 1946) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Pietro Fioravanti Fioravanti alla Juventus nel 1968 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1976 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1962-1964 → Cesena 1 (-1) 1964-1968 Juventus 2 (-2) 1968-1969 → Lazio 9 (-6) 1969-1970 Juventus 0 (0) 1970-1972 Piacenza 69 (-59) 1973-1974 → Pescara (?) (-?) 1974-1975 Asti 34 (-?) 1975-1976 Riccione 10 (-?) Biografia È figlio di Giorgio Fioravanti, anche lui portiere, attivo negli anni 1940 e 1950. Carriera Cresciuto nella Juventus, nel 1962 viene prestato al Cesena, dove disputa una sola partita nel campionato di Serie C 1963-1964. Rientrato a Torino, rimane per tre stagioni come portiere delle giovanili, ed esordisce nella massima serie nel corso del campionato 1967-1968, sostituendo il titolare Roberto Anzolin (a causa dell'indisponibilità del vice Angelo Colombo): scende in campo l'11 febbraio 1968 contro il Bologna (0-0), e disputa da titolare anche la partita della settimana successiva, il derby della Mole perso contro il Torino (1-2), per poi tornare al ruolo di terza scelta. Nell'estate seguente passa in prestito alla Lazio, in Serie B, ma non trova spazio giocando solo 9 partite nel vittorioso campionato cadetto 1968-1968. Restituito alla Juventus, trascorre un'altra annata senza scendere in campo prima di accettare il trasferimento in Serie C, nel Piacenza: in Emilia gioca due campionati da titolare, conquistando altrettante salvezze. Nel 1972 lascia l'Emilia, poiché il suo cartellino era stato acquisito direttamente dal presidente Enzo Romagnoli (sostituito in febbraio da Luigi Loschi); nel campionato di Serie C 1973-1974 è in prestito al Pescara, e dopo aver riscattato il proprio cartellino prosegue la sua carriera militando nell'Asti e nel Riccione. Palmarès Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Campionato italiano di Serie B: 1 - Lazio: 1968-1969
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VIRGINIO DE PAOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Virginio_De_Paoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Certosa di Pavia (Pavia) Data di nascita: 22.06.1938 Luogo di morte: Brescia Data di morte: 24.08.2009 Ruolo: Attaccante Altezza: 173 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gigi - Gigione Alla Juventus dal 1966 al 1968 Esordio: 04.09.1966 - Coppa Italia - Savona-Juventus 0-1 Ultima partita: 15.05.1968 - Coppa dei campioni - Juventus-Benfica 0-1 58 presenze - 21 reti 1 scudetto Virginio De Paoli (Certosa di Pavia, 22 giugno 1938 – Brescia, 24 agosto 2009) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Virginio De Paoli De Paoli al Brescia nel 1965 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1972 - giocatore 1977 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1957 Milan Squadre di club 1957-1958 → Novese 22 (9) 1958-1959 → Varese 33 (10) 1959-1960 Pisa 36 (16) 1960-1961 Venezia 29 (9) 1961-1966 Brescia 167 (69) 1966-1968 Juventus 58 (21) 1968-1972 Brescia 93 (33) Nazionale 1964 Italia U-21 1 (0) 1966 Italia 3 (1) Carriera da allenatore 1974-1976 Tharros 1977 Frosinone Carriera Giocatore Club Centravanti cresciuto nell'Isola Fiore di Pavia, passa quindi alle giovanili del Milan, club che lo manda in prestito prima alla Novese e poi al Varese, cedendolo infine al Pisa dove è suo malgrado protagonista di un «giallo» di mercato: nell'estate del 1961, infatti, la proprietà del cartellino di De Paoli, in compartecipazione fra i nerazzurri e il Venezia, viene decisa alle buste; i toscani tuttavia vengono a conoscenza della somma stabilita dai veneti e offrono la stessa cifra maggiorandola di 10 lire, beffando i concorrenti. Il Pisa cederà quindi De Paoli al Brescia nella stessa estate. De Paoli, alla Juventus, anticipato dal portiere cagliaritano Reginato nella sfida del 13 novembre 1966. Con la maglia delle rondinelle ha segnato 102 reti in 260 gare di campionato fra Serie A e Serie B, secondo cannoniere di tutti i tempi della squadra lombarda dietro ad Andrea Caracciolo, raggiungendo due promozioni nella massima serie, nelle annate 1964-1965 e 1968-1969, e laureandosi in entrambe le occasioni capocannoniere del torneo, ultimo calciatore in ordine cronologico ad aver bissato tale titolo fra i cadetti. Passa poi alla Juventus con la quale vince il campionato 1966-1967, quello che per i bianconeri è il tredicesimo scudetto, rimasto nella memoria collettiva per il sorpasso all'ultima giornata su una Grande Inter al tramonto. Nel suo biennio a Torino è il centravanti titolare della «squadra operaia» tutta movimiento allenata da Heriberto Herrera, con cui nel 1968 raggiunge anche la semifinale di Coppa dei Campioni, prima di tornare a Brescia dove conclude la carriera nel 1972. Nazionale A livello di squadra nazionale, De Paoli era stato inserito nella rosa dei 22 giocatori che, nel settembre 1964, si stavano preparando per la partecipazione ai Giochi Olimpici di Tokyo, poi non effettuata per l'imputazione di professionismo rivolta ad alcuni componenti da parte del C.I.O. (Comitato Olimpico Internazionale), benché essi fossero formalmente in regola con le norme della F.I.F.A. Ha disputato 3 partite in Nazionale (la prima quando giocava ancora in serie B), segnando nel novembre del 1966 un gol a Napoli in Italia-Romania, vinta per 3-1 dagli azzurri e valida per le qualificazioni al campionato europeo di calcio 1968 che gli azzurri avrebbero poi vinto in casa. Dopo il ritiro Nelle annate 1974-1975 e 1975-1976 ha guidato la formazione sarda del Tharros, in Serie D, non riuscendo, nella seconda di esse, a evitare la retrocessione nel campionato di Promozione. Ritiratosi dal mondo del calcio, inizia la carriera di opinionista televisivo per le emittenti locali bresciane Teletutto e Retebrescia. All'età di settantuno anni, dopo una lunga malattia, si spegne il 24 agosto 2009 a Brescia. Nel 2011, nel centenario di fondazione del club, il Brescia gli ha dedicato una lapide commemorativa all'ingresso dello stadio, in compagnia dei giornalisti Gino Cavagnini e Giorgio Sbaraini, che di Gigi De Paoli hanno cantato le gesta. Il figlio Massimo è tutt'oggi dirigente del club bresciano. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 2 - Venezia: 1960-1961 - Brescia: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Individuale Capocannoniere della Serie B: 2 - 1964-1965 (20 gol), 1968-1969 (18 gol)
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ERMINIO FAVALLI Nasce a Robecco d’Oglio vicino Cremona il 29 gennaio 1944. Suo padre fa l’agricoltore, lui segue spesso il fratello Armanno più grande di cinque anni. Non si mette comunque a giocare al calcio solo per imitare il fratello. «Mi piaceva – racconta Erminio – e all’ala destra me la cavavo bene. Armanno mi fece provare per la Cremonese. Superai il provino e venni tesserato. Assieme a mio fratello ho giocato poche partite». Favallino è timido, riservato, non scontroso ma modesto, come suo fratello del resto. Un giorno è notato da un osservatore dell’Inter. «Mi chiesero – dice Erminio – se volevo trasferirmisi all’Inter. Non sapevo cosa rispondere. Andai da Armanno che giocava nel Brescia. Lui rispose se ero matto ad aspettare. Che mi precipitassi a Milano e di corsa pure. Mi convinse».Ha vent’anni e molte belle speranze. Helenio Herrera lo elogia spesso. Fa amicizia con Landini, trova in Facchetti un altro fratello. I primi sei mesi va spesso a casa, perché il papà senza di lui soffre. Ma Herrera gli ordina di non muoversi da Milano ed Erminio prende casa assieme a Landini. «Per me – spiega Favalli – quello passato all’Inter è stato un anno importante, perché ho imparato un mucchio di cose».Nell’estate il fratello muore. Tornava da Foggia nella sua 850 nuova fiammante e si dirigeva a Cremona per prendere la famigliola e andare al mare. Per far prima Armanno preferì viaggiare di notte. A pochi chilometri da Cremona ebbe un incidente automobilistico e a ventisette anni ci lasciò la vita. A Foggia è lutto cittadino. Oronzo Pugliese piange, come il presidente Rosa Rosa e tutti i tifosi. Erminio non sa darsi pace. Un giorno gli telefonano da Milano. Il General Manager interista Allodi gli comunica il suo trasferimento al Foggia. Favalli piange, non di rabbia ma di gioia. Il pensiero di indossare la maglia di suo fratello lo emoziona.Egizio Rubino allenatore dei foggiani dopo i primi allenamenti decide di lanciare Erminio Favalli in prima squadra. «Lanciai Favalli – dice Rubino – solo perché se lo meritava. I fatti mi hanno dato ragione». Favallino, come i tifosi foggiani subito lo chiamano, dimostra in effetti di meritare la Serie A. Alcune sue partite sono eccezionali, commette degli errori ma dovuti a esuberanze, non dimenticando che Erminio ha appena ventidue anni. Segna poco ma fa segnare agli altri molti goal ed ha un dribbling efficace che ricorda quello di Gigi Meroni. È un giocatore impastato di estro e non privo di tecnica veloce, cioè istintiva.Nell’estate del 1967 si traferisce a Torino. Dice Heriberto Herrera che è tutto forza e poco calcolo, che è una forza della natura. Erminio piace e l’allenatore bianconero è convinto che sia degno della Juventus, che abbia tutti i numeri per sfondare e che sia solido come una quercia, non rifuggendo dalle mischie, senza sapere cosa sia la paura.In un calcio intessuto di vittime, di eroi incompresi, di divi in poltrona, Erminio Favalli non vuol fare mai la vittima, non si lamenta mai, accetta il suo destino. E dice, dopo pochi mesi in bianconero: «Pian piano, io non ho fretta. Da Foggia a Torino il passo è lungo. Come per un cantante andare alla Scala. E perciò calma fratelli, chi ha molta fiducia in me non avrà da pentirsi».Esordisce alla grande: Bergamo, campo ostico capitola senza discussioni; è un 2-0 siglato da Leoncini e Cinesinho ma Favalli c’è e il suo gioco trova consensi anche presso spettatori neutrali. Ai tifosi non parliamone, l’incedere sgusciante ancorché sghembo di Favallino, calzettoni srotolati e capelli arruffati, fa venire in mente il grande Omar. È solamente un’impressione, Favalli è tutto meno che un fuoriclasse ed anche il suo gioco non ha nulla in comune con quello di Sivori, ma è motivo di più per apprezzare uno che già merita elogi per il suo continuo sfacchinare.La Juventus batte il Lecco e la Fiorentina, segnano Depaoli, Menichelli, anche Billy Salvadore ci mette lo zampino; Favallino, la sua mole di lavoro meriterebbe qualche segnatura, non è ancora l’ora di scoprirsi cannoniere. Intanto, Favalli inanella prestazioni validissime una sull’altra, anche con gli ex compagni del Foggia è tra i migliori. Non che il suo gioco sia molto appariscente, ma perlomeno una cosa tutti la capiscono vedendolo; con lui la Juventus ha trovato un uomo importante, un professionista modesto e coscienzioso.Anche un ragazzo sensibile come pochi. Si gioca a Torino Juventus-Cagliari, Reginato portiere imbattuto da un sacco di minuti para tutto ma non può fare l’impossibile; quando, finalmente, capitola su bordata irresistibile di Depaoli, è lui, Favalli, che corre a consolarlo, mentre i compagni esultano per il successo.Passa una domenica ed ecco che arriva il 20 novembre, una delle due date fondamentali per Favallino in bianconero. Al San Paolo di Napoli si gioca in un incredibile pantano e il Napoli arremba contro una Juventus arricciata a guardia della porta di Anzolin. Primo tempo 0-0; va benissimo per i bianconeri, che giustamente temono la squadra partenopea, dove manca Sivori, ma c’è Altafini a suo agio sul gran fango.Ripresa sullo stesso tono, ma, a una manciata di minuti dalla fine, Bercellino vince un contrasto difensivo e rinvia forte, Favalli velocissimo agguanta il pallone nella sua metà campo e fila via, imprendibile, guizzando tra Micelli, Ronzon ed Emoli, velocissimo. Bandoni esce alla disperata ma nulla può contro la conclusione ravvicinata dello scatenato Favallino. È il goal che sigla una clamorosa vittoria e anticipa il trionfo finale: il Napoli non perderà più sul terreno amico, anche l’Inter dovrà accontentarsi del pari.Ma la strada è ancora lunga e Favalli, che pure corre sempre come in inizio di stagione, riceve talvolta qualche turno di riposo; anche Zigoni è bravo e, per di più, segna più spesso. Così, da gennaio ad aprile, vediamo una Juventus sempre alla rincorsa dei neroazzurri milanesi, ma senza Favallino, che fa silenziosamente anticamera.Una rincorsa che ha momenti infelici, vedi lo 0-2 di Bologna o l’1-3 di San Siro contro il Milan, ma che prosegue disperatamente, in vista dello scontro diretto del Comunale, il 7 maggio. E qui Favallino sembra davvero l’uomo del destino: rientra con compiti di raccordo, deve tenere a bada Facchetti quando il terzino neroazzurro si spinge avanti. A un quarto d’ora dalla fine, la svolta che risolve il campionato è lui a darla, risolvendo con tempismo e precisione una mischia davanti alla porta neroazzurra. «Ho avuto un attimo di esitazione, prima di avventarmi sul pallone – dice Erminio al termine dell’incontro – poi ho tirato ed ho segnato. È il mio secondo goal stagionale, il più importante anche se l’altro, realizzato a Napoli, è stato pure decisivo. Facchetti avanzava spesso. Ero costretto a inseguirlo. Ho corso molto. Considerando che rientravo in squadra dopo quasi quattro mesi di assenza, credo di aver fornito una buona prova».Juventus batte Inter 1-0, ora i bianconeri sono sotto di soli due punti, ma sanno che possono farcela. E ce la faranno; Favalli contribuisce ancora in maniera determinante al pareggio di Mantova e ai successivi su Vicenza e Lazio, commovente per impegno e generosità il suo secondo tempo contro i biancocelesti. Ma è chiaro che il Favalli che tutti ricordano è quello del goal scudetto contro l’Inter. Quindici volte presente, merita senza discussioni la conferma e poi si annuncia una stagione densa di impegni, alcuni prestigiosi.«Hanno scritto che Favalli non è un giocatore da Juventus – racconta dopo lo scudetto – ma non mi sono dato rassegnato. Negli allenamenti ce l’ho sempre messa tutta, dicendomi che se ne sarebbero accorti che sono forte e che non mi stanco mai. Se ne accorse Heriberto che mi fece giocare contro l’Inter, con il compito di marcare Facchetti e segnai pure il goal della vittoria. Da quel giorno, la mia vita è cambiata, sono diventato un attaccante di quelli che corrono per tutti; devo ammettere che in questo ruolo mi ci trovo molto bene e che in questa maglia bianconera c’entro fino al collo e non me ne separo mai, nemmeno alla notte. I pochi sogni che faccio mi vedo in campo che corro a dare una mano a tutti, perché questo è il mio compito e non c’è fortuna oggi nel calcio, per chi non corre per novanta minuti».Nella stagione successiva, la concorrenza per la maglia numero sette si è fatta più numerosa; è arrivato Simoni, che sembra venire da un altro pianeta tanto è paradisiaco e inattaccabile dall’affanno e le prime partite sono tutte per lui. Ma a Milano con i rossoneri si torna ad avere bisogno di Favalli e la scelta si rivela subito azzeccata. Contro la Roma, la domenica successiva, Favallino disputa forse la sua più bella partita in maglia bianconera, ma la sfortuna si accanisce contro la squadra, che gioca ma non segna e per di più becca un goal di contropiede, su azione tutta di Capello.La classifica è meno brillante dell’anno prima, ma ci sono in compenso le soddisfazioni di una Coppa Campioni in cui Favalli gioca poco, chiuso com’è dallo straniero acquistato apposta per il torneo europeo, Magnusson, ma quando c’è si fa sentire, come a Braunshweig, dove è tra i migliori in senso assoluto.In campionato le presenze sono leggermente meno dell’anno prima, dodici e nessuna rete all’attivo, ma la sua stagione è stata comunque positiva. Erminio ha trovato un posto tra i tifosi, che nel 1968-69 avrà ben più occasioni di applaudirlo. Ventitré volte sarà presente Favalli nell’anno della transizione, in una Juventus che ha il funambolico Haller, il più guaglione dei vichinghi, e Anastasi centravanti della nuova frontiera.Sarà un anno di malumori tecnici, condito da qualche consolante successo di prestigio, come quello di San Siro a spese dell’Inter: qui Favalli interpreta il solito ruolo di anti Facchetti e intanto costruisce una prestazione eccezionale sul piano dinamico. Ma il tempo vola, la Juventus, che è stata a lungo “heribertiana” e per pochissimo “carnigliana”, è ora affidata a Rabitti, ci sono le premesse per fare bene subito e benissimo di lì a poco.Il 1969-70 è per Favalli l’anno del canto del cigno, in bianconero, almeno, e le sue dieci presenze dicono poco. Resta l’amarezza di un’infelice conclusione, espulso allo stadio Olimpico, nell’incontro che estromette definitivamente i bianconeri dallo scudetto.Ci lascia in una piovosa giornata di primavera, il 18 aprile 2008; quattro campionati illuminati da due soli goal. Ma uno è grande come uno scudetto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/erminio-favalli.html
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ERMINIO FAVALLI https://it.wikipedia.org/wiki/Erminio_Favalli Nazione: Italia Luogo di nascita: Cremona Data di nascita: 29.01.1944 Luogo di morte: Cremona Data di morte: 18.04.2008 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: Favallino Alla Juventus dal 1966 al 1970 Esordio: 04.09.1966 - Coppa Italia - Savona-Juventus 0-1 Ultima partita: 12.04.1970 - Serie A - Lazio-Juventus 2-0 86 presenze - 6 reti 1 scudetto Erminio Favalli (Cremona, 29 gennaio 1944 – Cremona, 18 aprile 2008) è stato un dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo ala. Erminio Favalli Favalli al Palermo nella stagione 1973-1974 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1978 Carriera Giovanili 19??-19?? Cremonese Squadre di club 1960-1964 Cremonese 45 (0) 1964-1965 Inter 0 (0) 1965-1966 Foggia & Incedit 28 (1) 1966-1970 Juventus 86 (6) 1970-1971 Mantova 30 (1) 1971-1978 Palermo 203 (6) Nazionale 1966 Italia U-23 1 (1) Caratteristiche tecniche Era un'ala destra scattante, abile nel dribbling e negli assist dalla fascia. Carriera Giocatore Cresciuto nella squadra della sua città, la Cremonese, disputa con i grigiorossi alcuni campionati di Serie C. Lì viene notato dagli osservatori dell'Inter, che lo acquista nell'estate 1964. Nello squadrone nerazzurro, che in quella stagione conquisterà i titoli di campione d'Italia, d'Europa e del mondo, tuttavia, Favalli non riesce a trovare posto in prima squadra, chiuso da fuoriclasse quali Corso e Jair, e viene dirottato alle formazioni riserve e giovanili. A fine stagione passa dall'Inter al Foggia, anch'esso militante in Serie A dove va a sostituire il fratello Armanno da poco scomparso in un incidente stradale. Qui si guadagna l'appellativo di "Farfallino" per il suo gioco veloce e sgusciante. Le prestazioni in stagione coi pugliesi gli valgono la convocazione nella Nazionale Under-23 (una presenza e una rete contro il Lussemburgo) e il passaggio alla Juventus, fortemente voluto da Heriberto Herrera che vede in lui un laterale ideale per il suo movimiento. Favalli alla Juventus Nella prima stagione in bianconero conquista subito lo scudetto. Si alterna nella posizione di ala destra con Gianfranco Zigoni, più offensivo e tecnico ma meno dinamico di lui, e realizza una delle reti decisive per la conquista del titolo, quella segnata in mischia nel finale dello scontro diretto contro l'Inter. Le annate successive sono meno felici sia per la Juventus, che non ottiene successi in campionato e nelle coppe europee, che per Favalli, che progressivamente perde il posto da titolare in favore di Franco Causio, fino a essere relegato in panchina nella stagione 1969-1970, dopo l'addio di Heriberto Herrera, allenatore con cui a un certo punto non ebbe più un buon rapporto. Nell'estate 1970 accetta quindi il trasferimento al Mantova in Serie B, e contribuisce con 30 presenze e 1 rete alla vittoria del campionato. Non segue tuttavia i virgiliani in massima serie ma resta fra i cadetti trasferendosi al Palermo, voluto da Benigno De Grandi. Coi rosanero conquista la seconda promozione personale consecutiva in massima serie, e nella stagione 1972-1973 disputa il suo ultimo campionato in Serie A, segnando due delle sole 13 reti in campionato dei siciliani che non vanno oltre il penultimo posto che comporta le retrocessione. Resta a Palermo fino a fine carriera nel 1977-1978, disputando altri quattro campionati in Serie B e giungendo alla finale dell'Olimpico della Coppa Italia 1973-74, sconfitti ai rigori dal Bologna. Molto amato dalla tifoseria, dei rosanero fu anche capitano. Nella stagione 1980-1981, dopo l'esonero di Fernando Veneranda, prese l'incarico di allenatore del Palermo solo per la partita del 29 marzo vinta per 3-1 contro il Milan (27ª giornata); successivamente rifiutò di restare il tecnico della squadra in collaborazione con Zdeněk Zeman. Ha complessivamente disputato 114 incontri in Serie A realizzando 5 reti. Dirigente Abbandonata l'attività agonistica, e dopo esser stato direttore sportivo del Palermo per sei anni (1978-1984), nel 1984 viene chiamato dal presidente Domenico Luzzara a ricoprire il ruolo di direttore sportivo della Cremonese, incarico che svolgerà per vent'anni, periodo nel quale ha lanciato nel calcio giocatori come Gianluca Vialli, Attilio Lombardo, Giuseppe Favalli (suo nipote) e nel quale i grigiorossi hanno raggiunto la Serie A e vinto un Torneo Anglo-italiano. Nel 2002 diventa il direttore sportivo del Pizzighettone che sotto la sua guida arriva alla Serie C1, per poi tornare alla Cremonese nel 2007. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Inter: 1964-1965 - Juventus: 1966-1967 Campionato italiano di Serie B: 1 - Mantova: 1970-1971 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Inter: 1964-1965 Coppa Intercontinentale: 1 - Inter: 1965
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ELIO RINERO Due stagioni in bianconero per un totale di dodici presenze. Tutto qui il carnet di Elio Rinero, vero e proprio “jolly”, come si diceva una volta di un giocatore capace di disimpegnarsi in molteplici ruoli. Qualche spicciolo di gloria nella Juventus scudettata di Heriberto (contro il Mantova schierato con la maglia numero dieci al posto di Cinesinho) e sei presenze (con due apparizioni in Coppa delle Fiere contro i bulgari del Locomotiv Plovdiv) nella “Vecchia Signora” targata prima Carniglia e poi Rabitti. Nel mezzo due prestiti, poi il definitivo trasferimento a Genova sponda rossoblu. “HURRÀ JUVENTUS” GIUGNO 1964 È nato nella famosa cinta protettiva di Torino, molto affollata negli ultimi tempi, Rinero Elio da Beinasco. Il giovane centromediano torinese è un po’ il perno della squadra Allievi, anche se in fatto di popolarità altri compagni di squadra e di età lo hanno sopravanzato, come Roveta, Puletti, Zandoli. Prendiamo intanto in mano il suo atto di nascita: 8 aprile 1947. Come carnet sportivo il Rinero risulta tesserato alla Juventus dall’inizio della stagione in corso. Proviene, infatti, dalla squadra di Lega Giovanile, G. Agnelli, dalle cui file la società juventina ha avuto buon fiuto a prelevarlo. In un anno di attività, Rinero dal fisico eccellente, come si addice a un giocatore del suo ruolo, si è andato a mano a mano affinando sino a diventare un ottimo tecnico. Sa quindi rilanciare e impostare il gioco a meraviglia, malgrado sia un difensore naturale. Ottimo nell’elevazione, quindi forte nel gioco di testa, Rinero ha solo bisogno di svezzarsi, di apprendere tutti i trucchi del mestiere. Una certa ingenuità affiora di tanto in tanto nel suo gioco, ma come non perdonargli tale difetto vista la sua età? Conquistata una maggiore fiducia e sicurezza nei propri mezzi, che sono notevoli, il giovane Elio maturerà a vista d’occhio. Infatti, a chi lo osserva attentamente, non sfugge un particolare fondamentale e che depone a suo favore: può migliorare nettamente le sue qualità individuali (specie nel “ tackle”). “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 1968 «Se la Juve non avesse avuto fiducia in me, mi avrebbe ceduto definitivamente, oppure avrebbe concesso alla Lazio un diritto di riscatto. È evidente quindi che la Juventus ha voluto mettermi alla prova, anche se è il secondo campionato consecutivo che gioco in prestito». Elio Rinero, infatti, nella passata stagione è stato al Verona. Nel campionato 1966-67 aveva vinto lo scudetto con la Juve disputando cinque partite, non molte ma nemmeno poche tenendo conto che è nato a Beinasco l’8 aprile 1947. Nel Verona si è confermato un laterale di spicco e all’occorrenza un terzino di notevoli possibilità. «Al Verona e ora alla Lazio mi sto rendendo conto di quanto siano stati utili gli allenamenti di Heriberto Herrera e la disciplina che il mister insegna». Rinero seppur per diventare titolare nella squadra romana dovrà superare una grande concorrenza, finirà prima o poi di trovare posto in una Lazio che per tornare in A, proprio di giocatori come Rinero ha bisogno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/elio-rinero.html
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ELIO RINERO https://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Rinero Nazione: Italia Luogo di nascita: Beinasco (Torino) Data di nascita: 08.04.1947 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1966 al 1967 e 1969 Esordio: 15.01.1967 - Serie A - Juventus-Vicenza 2-0 Ultima partita: 22.10.1969 - Coppa Italia - Juventus-Foggia 2-1 13 presenze - 0 reti 1 scudetto Elio Rinero (Beinasco, 8 aprile 1947) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Elio Rinero Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1977 - giocatore 1983 - allenatore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1966-1967 Juventus 12 (0) 1967-1968 → Verona 13 (1) 1968-1969 → Lazio 19 (3) 1969 Juventus 1 (0) 1969-1970 Genoa 24 (0) 1970-1971 Reggina 29 (0) 1971-1974 SPAL 87 (1) 1974-1975 Salernitana 25 (0) 1975-1976 Alessandria 0 (0) 1976-1977 Bari 2 (0) Carriera da allenatore 1977-1978 Pinerolo 1978-1981 Cuneo 1982-1983 Bra Carriera Giocatore Dopo l'esordio in Serie A a venti anni con la maglia della Juventus (5 presenze nel vittorioso campionato 1966-1967), centra, in prestito dai bianconeri, due promozioni consecutive in Serie A con Hellas Verona (stagione 1967-1968) e Lazio (stagione 1968-1969). Nel 1969 torna alla Juventus, dove disputa un incontro in Serie A, per poi venire ceduto, nella sessione autunnale del calciomercato, al Genoa in Serie B venendo coinvolto nell'annata dei liguri conclusa con la retrocessione per la prima volta nella loro storia in Serie C. Rinero resta comunque in cadetteria disputando la stagione 1970-1971 con la Reggina. Nel 1971 approdò alla SPAL di Paolo Mazza in Serie C. Con l'arrivo di Mario Caciagli sulla panchina dei biancoazzurri, fu tra i protagonisti della vittoria del campionato 1972-1973. Passò poi alla Salernitana, e si riacutizzarono allora alcuni malesseri fisici già riscontrati in precedenza che resero dense d'intoppi le ultime due esperienze della sua carriera, con Alessandria e Bari. In carriera ha totalizzato complessivamente 6 presenze in Serie A e 104 presenze e 4 reti in Serie B. Allenatore Ha allenato per una stagione il Bra in Promozione, il massimo livello regionale dell'epoca. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Campionato italiano di Serie B: 1 - Lazio: 1968-1969 Campionato italiano Serie C: 2 - Spal 1972-1973 - Bari 1976-1977
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VINCENZO TRASPEDINI Arriva alla Juventus nell’estate del 1965, dopo aver vagato per squadre e squadrette di mezza Pianura Padana; è stato anche al Torino, quando ancora era fanciullo di belle speranze e i granata arrivavano dalla Serie B. Da Varese, ultima meta di peregrinazioni calcistiche, si allontana malvolentieri e non senza rimpianti; l’ambiente di Masnago, infatti, gli aveva portato fortuna e di amici ne aveva conquistato molti a suon di gol, ma il passaggio alla Juventus esalterebbe chiunque; certo, la Vecchia Signora non è più da qualche tempo la squadra pigliatutto, ma resta sempre una grande protagonista.Arriva Traspedini e la Juventus torna, per un attimo grande, anzi grandissima, più dell’Inter mondiale, anche se per una sola serata. Roma, settembre caldo, finalissima di Coppa Italia: la Juventus che ha appena rinunciato a Sivori per uno scuro brasiliano trentenne, che corre come un ragazzino ed ha tanta classe, Cinesinho si chiama, lancia la sfida ai neroazzurri; è un’impresa che appare disperata. Non sarà così; per una strana situazione di ribaltamento dì valori tecnici, è la Juventus che domina il campo, sorretta da un tifo invidiabile, e vince. Anzolin; Gori e Leoncini; Bercellino, Castano e Salvadore; Dell’Omodarme, Del Sol, Cinesinho, Menichelli e pure lui, Traspedini, grande protagonista di una grande partita. Attacca quando occorre passare il muro interista e difende, con coraggio, quando è la squadra neroazzurra che deve inseguire il risultato che le sfugge.Le condizioni per fare bella figura anche in campionato ci sono tutte; quella che i bianconeri affrontano è una stagione senza l’ambizione di un successo immediato, ma c’è la convinzione di lavorare per un futuro più vicino di quanto possano pensare i tifosi bianconeri, che si divertono con la Juventus heribertiana, ma senza entusiasmarsi. E Traspedini si adatta presto a questa situazione; sarà meno imponente e irruente del predecessore Combin, però si muove di più e sa anche soffrire.Esordio alla grande, Juventus bagnata e fortunata contro il Foggia al Comunale, Moschioni portiere ospite para tutto, ma capitola su un colpo di testa di Vincenzo; è un 1-0 che non farà delirare dall’entusiasmo, ma intanto la squadra si incolla all’alta classifica. 〰.〰.〰 «Scrivendo di Traspedini – racconta Caminiti dal suo libro “Divi in poltrona” – possiamo pensare che l’erede è arrivato? Niente affatto, facciamo un discorso diverso. Un discorso moderno, il discorso del centravanti senza rapsodia, senza pennacchio, senza storia gloriosa, senza l’innocenza degli antichi dèi vera o presunta, senza la potenza del tritolo sulla punta della scarpa; il discorso dimesso, disincantato, umile del centravanti dei giorni nostri, che ha imparato a fare il centravanti nel calcio dei giorni nostri, un calcio difficile e incatenacciato, il calcio che è un castello, in questo castello non ci sono né fate né principi azzurri e nemmeno streghe, ci sono lavagne, un battitore libero, uno stopper, c’è la squadra e poi una truppa di maghi o presunti maghi che tengono conferenze, c’è uno vestito di nero che fischia, c’è un presidente per lo più molto grasso con un sorriso nella faccia per lo più come la fessura del salvadanaro, che dice bravo al suo allenatore senza capire perché gli dice bravo, e poi ci sono gli attaccanti, tipi per lo più nerboruti, tipi senza complessi, tipi che attaccano sulla palla la loro energia vitale, il loro colpo di testa o lo sparo del tiro; tipi come Giampaolo Menichelli o Vincenzo Traspedini, insomma.Traspedini è pure ragioniere. Anche questo è importante. Quando lo conoscemmo noi studiava ancora, «Non mi rimane molto tempo, debbo pure fare il soldato», ci diceva, e ci guardava con quella faccia di bravo ragazzo, e noi dicevamo a Santos: «Se lo tenga questo bravo ragazzo, vedrà le soddisfazioni che le darà», ma nessuno nel calcio ha mai ascoltato il cronista sentimentale, poi Traspedini fu mandato a farsi le ossa in provincia, e allora cominciarono ad accorgersi che c’era pure lui, fu rimpianto nel Torino che intanto s’era fatto una grossa squadra e aveva il suo forte centravanti di razza inglese, ogni volta che si prendeva il discorso, si trovava che in fondo Traspedini non andava, a Traspedini mancava questo e pure quello.È cominciato il campionato, un altro campionato, è bello ricominciare quando si sa di ritrovare in questo inizio una speranza, un’illusione, e Traspedini gioca guardato da un sacco di gente, con la maglia che era di John Charles, e che nella Juventus gli contende un ragazzetto baciato in fronte dalla stella che si chiama Silvino Bercellino, un altro tipo moderno senza complessi e senza sovrastrutture, per il quale ci sono dirigenti disposti a scommettere il conto in banca. Insomma, il ragionier Traspedini gioca contro il dubbio e la perplessità, che sono le streghe dei tempi moderni, gioca contro l’ombra dell’altro seduto in tribuna, contro gli amici dell’altro, guai se si ferma minimamente per un istante a pensarci, ma come può un ragioniere dei tempi moderni, pensare a quello che non si tocca e non si vede, preoccuparsi di cose ipotetiche o assurde? Traspedini ha giocato la sua brava partita acomplessata e ragionatissima, lui ha giocato come giocava nel Varese, cercando col movimento, con lo smarcamento, con l’agilità, con l’intuizione (alla faccia di Rinaldi che non lo mollava di un centimetro dovunque andasse e qualsiasi cosa intendesse fare) e pure con l’altruismo e, si intende, con l’umiltà, le vie del gol, che si possono trovare, ha ragione Heriberto, soltanto applicandosi. Ma nel calcio moderno si possono applicare o i veri fenomeni o i tipi come Traspedini, così arrivò quel minuto d’orologio che Cinesinho, il mago del passaggio, a forza di correre trovò la strada nel bosco, la luce della casetta nel bosco, non è detto che debbano starci per forza Biancaneve e i sette nani, non ci abita nessuno, in quel punto di campo verde Cinesinho trova l’ispirazione e fa volare il suo pallone, il pallone del mago tondetto e giallino vola e Traspedini, il ragioniere, inzucca il pallone e lo sbatte dentro, è il gol, il primo gol della Juventus, la Juventus ha vinto la partita, Traspedini ha vinto la sua guerra (e noi scriviamo che l’ha vinta ma lui ha l’aria di non averla nemmeno combattuta. Dimenticavamo di dirvi la cosa pili importante: che i giocatori come Traspedini dimostrano la cosa più istruttiva del nostro calcio. Che i suoi protagonisti sono giovani assolutamente per bene, non si sentono fenomeni, si guadagnano il pane anche col rischio ma senza dirlo retoricamente in giro. E se i ragazzetti ancora gli chiedono l’autografo non è colpa loro. Fanno il loro dovere per riempire gli stadi di gente soddisfatta, punto e basta)». 〰.〰.〰 Non sono comunque tutte rose e fiori, per la squadra bianconera e per il Trasp; la domenica successiva arriva la prima tegola, il centravanti si lussa una spalla, niente di grave ma addio alla maglia numero 9 che, per qualche domenica, è indossata da Silvino Bercellino, detto Bercedue. Traspedini non si arrende per così poco; all’appuntamento internazionale della Coppa dell’Amicizia è già di nuovo in forze e il collaudo a suon di reti fa ben sperare per una Juventus che ha, finalmente, trovato un granitico blocco difensivo e che chiede alle sue punte quel minimo di reti per essere grande anche davanti.Invece, di gol ne segnano con il contagocce; e dire che ne basterebbe uno a partita per vincere sempre o quasi. Non c’è niente da fare; la vecchia Roma fa 0-0 facile al Comunale, Losi e Carpanesi contengono disinvoltamente lo spuntato attacco juventino. Heriberto studia e ristudia soluzioni tattiche nuove, ma gli uomini a disposizione sono quelli che sono, persino il vecchio Da Costa è rispolverato in alternativa a Traspedini, che di gol proprio non ne segna. A Ferrara sembra che le cose vadano un po’ meglio, l’attacco ritrova la via del gol, Traspedini suggeritore e Da Costa esecutore, ma è una formula provvisoria. E poi basta un ragazzino pieno di grinta e grezzo per annullare il centravanti juventino: Pasetti, così si chiama il ragazzo, fa bella figura senza troppa fatica, contro un Traspedini poco brillante.Comunque, in questa Juventus che va a singhiozzo, non mancano momenti piacevoli e qualche vittoria significativa; il derby di andata è una cosa davvero da ricordare, la squadra bianconera ritrova gioco e inventiva per sotterrare i cugini. Traspedini si scopre contropiedista valido e persino raffinato, gioca un’ora di gran calcio, ma ecco nuovamente fare la sua comparsa la sfortuna. È un nuovo, più grave infortunio, stavolta alla testa, che lo mette fuori causa per un bel pezzo, Juventus-Torino finisce 2-0, con i compagni in festa e lui all’ospedale in osservazione.I tifosi incoraggiano Bercedue, che gli subentra a guidare l’attacco e che qualche gol pure riesce a segnarlo; di Traspedini si torna a parlare due mesi dopo, anche se non troppo bene. Chi lo osserva, dà spesso l’impressione di girare a vuoto, il suo lavoro quasi mai è sfruttato con adeguate conclusioni; il suo limite più grave è il tiro. Viene naturale che la rete di apertura contro il Foggia resta la sola e che si dovrà attendere una delle ultime domeniche di campionato per rivedere Traspedini segnare. A Cagliari le cose vanno male, Riva e compagni prendono il largo con due realizzazioni, il golletto di Traspedini non cambia niente, sconfitta era e sconfitta rimane.Poi, più nulla o quasi; il campionato finisce in gloria per l’Inter, un po’ meno per la Juventus, che comunque si rifarà presto. Senza Traspedini, però, che finisce al Foggia. Il giramondo riprende le sue peregrinazioni calcistiche, in cerca di maggiore fortuna; di bianconero gli resterà il ricordo di una Coppa Italia vinta una calda sera di settembre. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/vincenzo-traspedini.html
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VINCENZO TRASPEDINI https://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Traspedini Nazione: Italia Luogo di nascita: Montodine (Cremona) Data di nascita: 27.12.1939 Luogo di morte: Verona Data di morte: 14.04.2003 Ruolo: Attaccante Altezza: 186 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1965 al 1966 Esordio: 29.08.1965 - Coppa Italia - Inter-Juventus 0-1 Ultima partita: 22.05.1966 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-1 23 presenze - 3 reti 1 coppa Italia Vincenzo Traspedini (Montodine, 27 dicembre 1939 – Verona, 14 aprile 2003) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Vincenzo Traspedini Traspedini alla Juventus nella stagione 1965-1966 Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1973 Carriera Giovanili 1950-1955 Pergolettese Squadre di club 1955-1957 Pergolettese 30 (17) 1957-1960 Fanfulla 31 (11) 1960-1961 Torino 8 (2) 1961-1963 Simmenthal-Monza 63 (27) 1963-1965 Varese 70 (21) 1965-1966 Juventus 23 (3) 1966-1968 Foggia & Incedit 62 (25) 1968-1969 Verona 34 (9) 1969-1970 Atalanta 14 (3) 1970-1971 Varese 14 (4) 1971-1973 Genoa 27 (6) Nazionale 1963 Italia U-21 1 (0) Carriera Giocatore Traspedini (in piedi, terzo da sinistra) al Verona nel 1969 Cresciuto nella Pergolettese, club con il quale esordisce a sedici anni in prima squadra. Nel 1957 passa al Fanfulla di Lodi. Con i lombardi arriva a giocare in Serie C. In seguito ingaggiato dal Torino, debuttò in Serie A nella stagione 1960-1961. La stagione seguente scese in Serie B, prima al Monza ed in seguito al Varese. Nel 1965 passa all'altra squadra di Torino, la Juventus, con cui vinse la Coppa Italia e segnò una doppietta al Santiago Bernabéu contro il Real Madrid. A livello di squadra nazionale, Traspedini era stato inserito nella rosa dei 22 giocatori che, nel settembre 1964, si stavano preparando per la partecipazione ai Giochi della XVIII Olimpiade di Tokyo, poi non effettuata per l'imputazione di professionismo rivolta ad alcuni componenti da parte del Comitato Olimpico Internazionale, benché essi fossero formalmente in regola con le norme della FIFA. Sul finire della carriera fu acquistato dal Genoa, con cui ottenne una promozione in Serie A. Nel 1973 lasciò l'attività agonistica, trovando un lavoro in banca. Dopo il ritiro Alla fine degli anni ottanta ritornò nell'ambiente del calcio come accompagnatore del Verona e quindi nel 1991 andò al Chievo per tre anni in qualità di direttore sportivo. Morì a 63 anni di tumore. Palmarès Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano di Serie B: 2 - Varese: 1963-1964 - Genoa: 1972-1973
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CINESINHO Diventa bianconero durante un’estate (quella del 1965) dominata da un mercato movimentatissimo e ricco di colpi di scena. Le frontiere chiuse hanno portato a un aumento di prezzo dei pochi grossi calibri in vendita e la lotta per accaparrarseli coinvolge tutte le società, grandi o piccole che siano; così, mentre la Juventus soffia il Cina alla nutrita concorrenza, Altafini e Sivori prendono la strada di Napoli, dove, per loro, hanno costruito ponti d’oro.Con Sivori se ne va un’era, anche se di fatto il divorzio fra Omar e la Juventus era nell’aria da almeno un paio di anni. E Cinesinho è l’uomo chiamato a rivestire quel fatidico numero dieci, lasciato dal Cabezon; un compito niente agevole, non occorre essere un esperto per capirlo. Ma il Cina ha già trenta primavere e ha saggezza da vendere, capisce subito che cosa la società vuole da lui e non si tira indietro davanti alla responsabilità.Con Heriberto bisogna correre e correre, c’è poco da fare, il “movimiento” sarà discutibile, ma ha poche alternative e molti vantaggi; chiaro che ha anche il grave svantaggio di obbligare chi lo esegue la domenica a superlavoro settimanale, sotto l’occhio attento e persino impietoso di Heriberto. Ma la fatica è compensata dai risultati, che già prima dell’inizio del campionato destano speranze tra i tifosi bianconeri: la finale di Coppa Italia, nella calda notte romana, è un netto successo della Juventus sull’Inter europea e mondiale, nonché il primo, proficuo approccio di Cinesinho con il gioco juventino.Non tutto è perfetto nel meccanismo della squadra ed è altrettanto logico che non si debba subito pretendere dal Cina, di dialogare a occhi chiusi con il resto della formazione. Ci sarà tempo per curare i collegamenti tra reparto e reparto ed anche per perfezionare un certo tipo di lavoro, che Heriberto vuole far svolgere al brasiliano; il campionato che va a cominciare non rappresenta per i bianconeri che una tappa importante di riavvicinamento allo scudetto, nessuno pretende miracoli subito e questo giova, non poco, alla serenità dell’ambiente.Ha la tendenza a ingrassare ma, con Heriberto, non ci riesce. Sin dal primo giorno di allenamento, il Ginnasiarca lo tasta con i piedi, gli salta delicatamente sulla pancia, poi lo fa stendere a terra e, sollevandolo con le due mani, lo setaccia, come i contadini setacciano il grano. Il primo campionato del brasiliano in bianconero è positivo, al di sopra delle previsioni più rosee. Il brasiliano ha una volontà che compensa abbondantemente la non eccelsa classe e gli consente di competere, senza complessi, con i più quotati registi nostrani; la squadra ne approfitta immediatamente per assestarsi nella parte alta della classifica, grazie ad una serie strepitosa di partite senza sconfitta, ben dodici consecutive.Il Cina guida la squadra con esemplare disciplina tattica e, talvolta, si scopre anche nelle vesti di rifinitore, conquistandosi le simpatie del pubblico torinese e non. A San Siro, dove a squadra cede nel finale al Milan, è sua la rete del vantaggio juventino e, se la rimonta rossonera si concretizza, è anche perché il Cina si infortuna, un brutto strappo che lo terrà fermo per due turni. Trentuno presenze e quattro reti segnate, di cui tre nelle ultime partite; il bilancio è più che lusinghiero, la maglia numero dieci è sua anche per l’anno dopo.Cinesinho è definitivamente consacrato regista di talento, non ci sono sbavature nella sua manovra che è ricca di fluidità, oltre che superba sul piano dinamico; a Bergamo, prima giornata, tutti si accorgono di quanto sia importante nell’economia del gioco bianconero un punto di riferimento come lui, che dirige la manovra e, non di rado, la finalizza con imbeccate precise alle punte. L’Atalanta è trafitta due volte e sempre c’è di mezzo Cinesinho, una volta come suggeritore e l’altra come freddo esecutore. Il seguito è tremendamente regolare, sempre su livelli di eccellenza; certo che non sempre al risultato si accomuna lo spettacolo, ma bisogna avere pazienza, il collettivo è anche sacrificio dell’estro a favore del risultato.Il Cina fa talora cose splendide, come a Firenze, terza giornata, 2-1 finale con zampata vincente di Depaoli e gran regia del brasiliano in giornata di grazia; o come a Napoli, nel fango e contro gli azzurri arrembanti, dove lotta da gladiatore propiziando, tra l’altro, il contropiede vincente di Favalli. Ma tutto il suo campionato sarebbe da ricordare, ricco com’è di spunti di valore e di strenuo impegno. Ancora trentuno presenze alla fine, l’ultima coincidente col successo-scudetto sulla Lazio. Il secondo anno del Cina in bianconero ha pienamente confermato il primo, arricchendo anzi il suo curriculum di note di merito. Heriberto è, giustamente, orgoglioso di quest’ultratrentenne irriducibile, che galoppa come un ragazzino e illumina di buon senso il gioco dei compagni.«Anche nel Catania, dopo un periodo difficile, divenni il giocatore che sono considerato oggi nella Juventus. A Heriberto debbo molto, mi ha ridato l’appetito, la giovinezza, peso meno di quando giocavo nel Palmeiras e avevo ventiquattro anni, l’allenamento che cura lui è il migliore, e preciso anche questo: difficilmente potrò fare l’allenatore, perché sono buono anche con mio figlio Sidney, e invece bisogna essere come Heriberto, sapere quello che si vuole. La Juventus gioca un bel calcio, faccio presto a mettere il pallone dove voglio, c’è sempre uno smarcato. Quando giocavo nel Porto Alegre o nel Palmeiras in fondo ero meno giovane di oggi. In Brasile giocavo di punta, accanto a Julinho, il mio compito era fare la sponda, non correvo molto, in fondo non ci avevo il fiato per correre. Il brasiliano è un giocatore che non pensa, va in campo e gioca per divertirsi. In Italia ho imparato ad allenarmi e a pensare. Queste due cose importantissime mi hanno fatto più giovane. Così oggi che ho trentadue anni sono più giovane di quando ne avevo venti, poco ma seguro».Il tempo vola, l’estate è avara di novità per i colori bianconeri, anche se la tifoseria invoca acquisti decisivi, per affrontare degnamente attrezzati la Coppa dei Campioni; Volpi mantovano e Simoni granata non sono il massimo della vita ed è chiaro che Heriberto dovrà contare sugli stessi uomini che hanno strappato lo scudetto dalle maglie neroazzurre. Si comincia bene, i greci del Pireo nettamente battuti, caricano la Juventus anche per le fatiche del campionato e la classifica è sostanziosa, anche se non più di vertice assoluto. Il brasiliano, in particolare, sembra ulteriormente migliorato nella parte di suggeritore e dal suo piede partono palloni carichi di saggezza; anche se il gioco verticalizzato non è propriamente conforme alle sue visioni di gioco, che spesso indulgono al passaggio laterale.Il pubblico, che pure non smette di apprezzare lo sgobbare perpetuo del Cina, si domanda se non c’è un modo più stringato e più spettacolare per vincere, giocando magari in modo più deciso negli affondi e, così, comincia a disapprovare i beniamini, non appena se ne presenta l’opportunità, sotto specie di passo falso in classifica. Qualcuno avanza l’ipotesi che, un trentatreenne come Cinesinho, sia agli sgoccioli sul piano fisico e la polemica è persino suffragata dai frequenti infortuni del brasiliano, costretto a disertare partite importanti. Per fortuna, la squadra ha un’impennata nel finale di stagione e proprio Cinesinho si rende protagonista dell’impresa più prestigiosa del torneo, vale a dire la vittoria al San Paolo contro gli azzurri, che finiranno secondi dietro il Milan campione.31 marzo 1968: i bianconeri che attendono il Benfica per le semifinali di Coppa dei Campioni, si cimentano contro gli azzurri partenopei in un incontro difficilissimo. Primo tempo arrembante, Juliano e Altafini assaltano, ma non fanno breccia nella rocca forte juventina, rinforzata dai centrocampisti e dal Cina in special modo. Poi, di colpo, all’inizio della ripresa, esce di prepotenza la Juventus, come svegliata da una lunga attesa sonnolenta; Depaoli infila Zoff e lo stadio ammutolisce. Un attimo e il Napoli cerca di scatenarsi all’attacco; niente da fare, a centrocampo non si passa, è ora la Juventus che domina il gioco. E chiude il conto con un goal che ha del diabolico; è proprio Cinesinho che lo realizza, con un tiraccio assolutamente imprevedibile dall’altezza del corner, che inganna Zoff e i difensori appostati. A nulla servirà il goal in extremis di capitan Juliano, finisce 2-1 per la Juventus.Sono sprazzi, si capisce, ma neanche poi troppo isolati, se è vero che, nelle ventitré partite disputate in quel torneo, altre due volte la stoccata del Cina si rivela decisiva. Il campionato si chiude, il futuro è ricco di prospettive e la Juventus non vuole essere tagliata fuori dalle grandi manovre. Arrivano Anastasi, Haller, Benetti e altri ancora di fresca fama; e parte, tra gli altri, Cinesinho, destinazione la provincia veneta, vicentina in particolare, che da sempre porta longevità pedatoria.Una volta disse: «Il centrocampista deve lasciare i nervi a casa, nel cassetto della tavola, un centrocampista nervoso non serve alla squadra, non può ragionare».Usciva da un calcio favoloso, con i radiocronisti dalla pazzesca parlantina, trascinati all’euforia dalle ineguagliate prodezze di Pelé, oppure Garrincha. Cinesinho soltanto quei due considerava più grandi della massa; in realtà, il Cina si distingueva per la sua scienza nel calciare. Su calcio piazzato il suo pallone mistificava le difese avversarie e consentiva appostamenti vittoriosi al furbo Depaoli o all’estroso Zigoni.Cinesinho pareva lento ed era velocissimo e ubriacante. «Io possiedo il riflesso del campione. Il mio riflesso è il tempo impiegato per direzionare il pallone. Io, come Pelé e Garrincha, ho il riflesso molto veloce. Il mio compagno smarcato riceve subito il pallone».VLADIMIRO CAMINITIIl calcio non era ancora la cosa spesso ribalda di oggi, miliardi a gogò, gli stranieri padroni anche del nostro cuore. Ce n’erano di stranieri, e vivevano la parte come gregari, anche quando erano fuoriclasse, e mi riferisco allo zufolante simpatico gentile Cinesinho. Che poi le sue virtù fossero tante, e ruotassero con un possesso di palla che sapeva imprimere al gioco traiettorie originali, questo l’ho constatato seguendo quel campionato di vittoria della Juve del tredicesimo scudetto dal primo all’ultimo respiro. A quel bravo collega di Enzo Sasso, proprio Cinesinho ha spiegato il fenomeno Heriberto in una lettera al connazionale Djalma Santos che si può considerare inedita, e della quale riproduco alcuni passi. Io la trovo documento di umanità più antico che raro, e di una temperie sportiva che dopo le grandezze e le follie sivoriane, la Juventus aveva ripristinato all’altezza del suo fulgido blasone. Quel piccolo asso di pelle scura, coi suoi capelli ricciuti e i suoi occhi buoni e ingenui, scriveva a Djalma: «Il mister mi fece subito capire che a trent’anni, quanti ne avevo quando vestii la maglia bianconera, si è ancora ragazzi: a patto che ci si alleni durante tutto l’anno come vuole lui. Io ubbidii. E vidi subito i risultati. Non basta. Anche tu ti alleni e ti sacrifichi, ma il nostro calcio, quello della Juve, è un calcio speciale, nel quale tutti noi diamo tutto, corriamo, facciamo gli attaccanti e i difensori, andiamo in goal, salviamo il portiere, secondo un grafico che qui, per iscritto, non ti so descrivere, ma che ti farò quando verrò a San Paolo. E una specie di distribuzione uguale di tutte le forze in campo. Così tutti noi ci aiutiamo nei novanta minuti, e alla fine siamo meno stanchi di quello che pensi. Tu riderai ma io mi sento più giovane oggi di quando ero al Modena o al Catania o addirittura a Palmeiras». Di quella Juventus io ricordo tutto, perché ha rappresentato l’inizio di un tirocinio professionale che ancora perdura. Quello schema che Cinesinho chiama grafico, cioè il “movimiento”, movimentò il giornalismo italiano oltre al resto. Da certi sapientoni milanesi, Brera in testa, fu irriso; ma la realtà era che Heriberto andava più in là del magnifico zingaro Helenio, insegnava il calcio del futuro. Ed ebbe in Cinesinho il giusto cervello per le sue elucubrazioni spesso ossessionate; la squadra danzava il suo calcio ripetitivo raramente improvvisando. Infatti, la Juventus capeggiata da Cinesinho riuscì a piegare addirittura l’Inter, per un sol punto, ma meritatissimamente. Era campionato a diciotto e fu lungo e combattuto. I figli di papà in tribuna centrale, nel vecchio romantico stadio, storcevano la bocca quando il pallone era di Leoncini, e trovavano che soltanto Cinesinho e Salvadore fossero da Juventus. Concetti stantii, indegni della juventinità, che è qualcosa di bello e di puro, senza pruriti di razzismo di nessun tipo. E la Juventus di Heriberto e del piccolo zufolante Cinesinho si incasella infatti tra i capolavori del calcio. Una squadra di pionieri, irrobustita da uno schema che donava giovinezza, e consentì al mite e gracile Cinesinho di farla da regista, imprimendo al pallone originali e musicali traiettorie. Quella Juventus, aldilà di tutto, fu una ventata di pulito per tutto il nostro calcio.RENATO TAVELLAE bravo Cina, trotterellante centrometrista per rapido pensiero. Mai volgari fiondate le sue improvvise aperture, bensì geniali e fulminei inviti accarezzati coi piedini guantati. Tutto in lui è piccolo e aggraziato, a tal punto mignon da risultare grande. Persino i due spilli neri, con cui si guarda intorno col sorriso, gli regalano sul volto scuro e grattugiato un’aria di non comune simpatia. Di tenerezza, anche. Inutile ricordare che, palla al piede, appartiene alla razza dei purosangue che hanno fatto la fortuna del calcio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/cinesinho.html
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CINESINHO https://it.wikipedia.org/wiki/Chinesinho Nazione: Brasile Luogo di nascita: Rio Grande Data di nascita: 01.01.1935 Luogo di morte: Rio Grande Data di morte: 16.04.2011 Ruolo: Centrocampista Altezza: 168 cm Peso: 68 kg Nazionale Brasiliano Soprannome: Cina Alla Juventus dal 1965 al 1968 Esordio: 29.08.1965 - Coppa Italia - Inter-Juventus 0-1 Ultima partita: 09.05.1968 - Coppa dei campioni - Benfica-Juventus 2-0 112 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Sidney Colônia Cunha, meglio noto come Chinesinho o anche Cinesinho (Rio Grande, 1º gennaio 1935 – Rio Grande, 16 aprile 2011), è stato un calciatore e allenatore di calcio brasiliano, di ruolo mezzala. Chinesinho Cinesinho con la maglia della Juventus Nazionalità Brasile Altezza 168 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex mezzala) Termine carriera 1974 - giocatore 19?? - allenatore Carriera Squadre di club 1954 Renner ? (?) 1955-1958 Internacional ? (?) 1958-1962 Palmeiras 237 (55) 1962-1963 Modena 20 (3) 1963-1965 Catania 59 (5) 1965-1968 Juventus 112 (10) 1968-1972 Lanerossi Vicenza 90 (10) 1972 N.Y. Cosmos 1 (0) 1973-1974 Nacional-SP ? (?) Nazionale 1956-1961 Brasile 17 (7) Carriera da allenatore 1975-1976 Lanerossi Vicenza 1978-1979 Foggia 1979-1981 Forlì 1984 Forlì 1985 Palmeiras 1985-1987 Bassano 1990-1991 Modena Giovanissimi Palmarès Campionato Panamericano Oro Città del Messico 1956 Campeonato Sudamericano Argento Argentina 1959 Biografia La sua data di nascita è stata spesso argomento di disputa. Finché militava nel Modena, nel Catania e nella Juventus gli almanacchi riportavano la data del 28 giugno, ma dopo il suo passaggio al Lanerossi Vicenza emerse quella del 1º gennaio, data che lui stesso ha sempre confermato come sua data di nascita. L'albo degli allenatori inoltre lo registrò come nato il 13 gennaio. Il figlio, Sidney Cunha, nato a San Paolo il 15 giugno 1961, ha giocato come interno negli anni 1980 nelle giovanili del Catania e nel Forlì, senza mai arrivare al livello del padre. È deceduto il 16 aprile 2011, dopo essere stato a lungo malato di Alzheimer. I suoi funerali si sono tenuti il 18 aprile a San Leopoldo, nello stato di Rio Grande do Sul; il suo corpo è stato cremato. Il 17 aprile, giorno successivo alla scomparsa, allo stadio Angelo Massimino di Catania, in occasione dell'incontro Catania-Lazio (1-4) è stato osservato un minuto di raccoglimento in sua memoria. Caratteristiche tecniche Giocatore Come molti altri calciatori brasiliani, aveva un soprannome legato al suo aspetto, che con gli occhi a mandorla e il viso paffuto, unitamente a una statura che non arrivava al metro e settanta, lo faceva sembrare un piccolo cinese ("chinesinho" in portoghese). Veloce e tecnico, soffriva le marcature strette, ciò nonostante scendeva anche in difesa per iniziare nuovamente l'azione d'attacco, dove poi si rendeva pericoloso battendo calci d'angolo e punizioni a effetto: in questo senso rimane nella memoria un suo gol su calcio piazzato, tirato in prossimità della bandierina in un Napoli-Juventus del campionato 1967-1968, con Zoff e la difesa azzurra rimasti sorpresi dall'audace traiettoria impressa al pallone. Carriera Giocatore Gli inizi in patria Giocò in Brasile nel Renner, nell'Internacional e nel Palmeiras; in questo periodo, fu convocato 17 volte in nazionale, collezionando 7 reti. Nel 1955 debuttò nell'International di Porto Alegre, insieme a Larry e Bodinho, vincendo in quello stesso anno il Campionato Gaúcho, titolo che aveva già vinto con il Renner l'anno precedente, e nel 1956 fu convocato nella nazionale brasiliana per i Giochi Panamericani di quell'anno disputati a Città del Messico, vinti con Cinesinho che nel corso della manifestazione realizzò quattro reti (tre nel 7-1 contro la Costa Rica e una contro gli storici rivali dell'Argentina). Nel 1958 insieme a Valdir e Andrade fu ceduto al Palmeiras, con cui nel 1959, insieme a Valdir, Djalma Santos, Zequinha, Julinho, vinse il campionato Paulista, contro il Santos di Pelé dopo tre incontri di finale di cui il terzo giocato allo stadio Pacaembu di San Paolo. Nel 1960 con la sua squadra di club vinse la Taça Brasil. Nel Palmeiras realizzò in totale 55 reti. Negli stessi anni, con la nazionale partecipò al Campeonato Sudamericano di Argentina 1959, ma in occasione del successivo campionato del mondo 1962 disputati in Cile gli fu preferito Mengálvio. L'esperienza italiana e gli ultimi anni Cinesinho a metà degli anni 1960, in allenamento con il Catania. Arrivò in Italia nel 1962, accasandosi al Modena neopromosso in Serie A; a proposito della sua cessione, Arnaldo Tirone, presidente del Palmeiras, ricordò che «con i soldi della vendita di Cinesinho il Palmeiras acquistò 15 giocatori formando così la prima academia, una grande squadra». Al termine della prima stagione in Italia, in cui pur essendo stato frenato dagli infortuni, aveva dato un notevole contributo alla salvezza dei canarini con 3 reti in 20 gare (di cui la prima realizzata contro il Genoa nella prima partita casalinga giocata allo stadio Alberto Braglia), passò nel 1963 al Catania dove rimase per due anni totalizzando 59 presenze e 5 reti, disputando anche la finale di Coppa delle Alpi 1964 persa contro il Genoa allo stadio Wankdorf di Berna. Nell'estate 1965 passò alla Juventus sostituendo nel ruolo e nel numero di maglia Omar Sívori, e vincendo all'esordio in bianconero la Coppa Italia 1964-1965 nella finale disputata il 29 agosto contro la Grande Inter allo stadio Olimpico di Roma. Nella formazione allenata dal paraguaiano Heriberto Herrera divenne, grazie alle sue doti di palleggio, tecnica e lanci, il faro di centrocampo dei bianconeri campioni d'Italia nella stagione 1966-1967. Nei tre campionati disputati a Torino segnò 8 reti in 85 partite, dopodiché nell'estate 1968 fu ceduto al Lanerossi Vicenza; con i biancorossi visse una seconda giovinezza realizzando 10 reti in 90 partite. Esordì anche nella NASL con la maglia dei N.Y. Cosmos. Allenatore Chiusa la carriera, ricoprì incarichi tecnici nelle file beriche, fra cui quelli di secondo allenatore e anche di allenatore della prima squadra. Allenò poi il Foggia con cui retrocedette in Serie C e il Forlì, con cui sfiorò la promozione in Serie B nella stagione 1979-1980, ma fu poi esonerato nel campionato successivo. Nel 1985 tornò ad allenare il Palmeiras per 14 incontri, ottenendo 5 vittorie, 6 pareggi e 3 sconfitte. Nel 1995, allenando la formazione "Giovanissimi" del Modena, ebbe tra i ragazzi un promettente Luca Toni. Palmarès Giocatore Club Campionato Gaúcho: 2 - Renner: 1954 - Internacional: 1955 Campionato Paulista: 1 - Palmeiras: 1959 Taça Brasil: 1 - Palmeiras: 1960 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Nazionale Campionato Panamericano: 1 - Brasile: Città del Messico 1956
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ANGELO COLOMBO “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO1965 Per un Carlo Mattrel che va un Colombo portiere che viene: così va definito lo scambio dei due giocatori effettuato tra Juventus e Cagliari. Tutti si chiedono: chi ci ha guadagnato? La Juventus si è sistemata, ecco tutto. Un dualismo (Anzolin-Mattrel) che covava da tempo sotto il moggio, proprio come la fiaccola, e stato eliminato. E scusate se è poco. Ben venga, perciò, questo Colombo con in bocca il ramo di ulivo, simbolo di pace fraterna fra colleghi. Bando ai sofismi, inoltre: Angelo Colombo, all’atto di trasferimento, già era conscio che alla Juve gli sarebbe toccato il ruolo di riserva. Un Colombo con le carte in regola, dunque, meno quella... d’identità. Egli infatti è Angelo da poco tempo. Quale l’arcano? Semplice. Passando le carte federali, o meglio i cartellini societari di Colombo, abbiamo scoperto che il suo primo nome era Martino. Come Mimì, in Bohème, che si chiamava Lucia! Sotto questa veste, meno... angelica, abbiamo preso atto del suo passaggio dalla Pro Vercelli al Messina nel 1960 e poi ancora dalla società sicula al Cagliari. Dopo due anni di permanenza fra i rossoblu sardi (in serie C), Martino perse la cappa e la spada e, ad avvenuta promozione in B, sempre con il Cagliari, lo troviamo trasfigurato sotto nuove mortali spoglie. Colombo, evidentemente, si era promosso Angelo da solo. Un peccato di presunzione, il suo? Forse. Ma Colombo, protagonista numero uno con il Cagliari, ben si era meritato una promozione... sua sponte! Sullo slancio del successo, sempre fra i pali del Cagliari, Colombo doveva finalmente guadagnarsi la serie A a suon di tuffi magici. Un vero trionfo per il bravo Vercellese (è nato a Gattinara il 16 maggio 1935) giunto ormai sulla soglia dei trent’anni! E l’anno magico si doveva ripetere: sotto la guida di Silvestri, «serninatore d’oro», nella decorsa stagione Colombo poteva fugare ogni dubbio al cospetto dei tiratori scelti sulle sue reali qualità. Il sesto posto del Cagliari porta, fra le altre, anche la sua firma. Padre felice da un anno, Angelo Colombo guarda al suo avvenire bianconero con sicurezza. I figli portano fortuna. Sarà chiamato a sostituire Anzolin, oppure no? Poco importa. La Juventus può contare sulla sua serietà professionale a ogni evenienza. E non è un luogo comune: come il vino delle terre natali, Colombo, invecchiando (si fa per dire), ha trovato la giusta stagionatura. I precedenti poi farebbero propendere a una sua sicura partecipazione al ruolo di titolare (e Anzolin tocca ferro). Al Messina, infatti, vi andò come sostituto di Salerno e un anno dopo al Cagliari gli toccò ancora prendere il posto allo stesso portiere. Colombo perciò non teme la rincorsa anche se di dualismo (con Anzolin) non è il caso di parlarne. Quali le doti di Angelo? Tutti dicono che se fosse stato solo due dita più alto sarebbe finito in nazionale. Vox populi, vox Dei. Proprio così. Coordinato nelle movenze e perfetto in quanto a proporzioni morfologiche (alto m. 1,73) eccelle nelle parate a mezza altezza e a terra in cui si appallottola come un gatto soriano. Ma il meglio di sé, Colombo lo porta nel temperamento irriducibile, che fa di lui un portiere mai domo. A chi gli chiedeva, tempo fa, un episodio saliente della sua carriera, Colombo si rifece a un lontano incontro Pro Vercelli-Ivrea del lontano 1956. «In quell’occasione», così raccontò Angelo, «sul campo del “Robbíano” incombeva una nebbia fittissima tant’è che anch’io non potevo distinguere i miei compagni dagli avversari. Figurarsi poi il pallone! All’improvviso sentii un boato del pubblico e trasalii. Ero stato battuto da un pallone inviatomi alle spalle dal compagno Boglietti. Per fortuna che quell’autorete non ebbe conseguenze perché la gara fu poi sospesa!». 〰.〰.〰 «Un falco tra i pali, dotato di una presa di acciaio. Un portiere di altri tempi», così lo descrive Vladimiro Caminiti. Colombo non riesce a sfondare; troppo forte è Anzolin per poter prendere il suo posto fra i pali della porta bianconera. Angelo, che come Bettega e Ravanelli, ha i capelli completamente bianchi, rimane a Torino fino al 1968, totalizzando solamente 6 presenze, tutte nel campionato dell’addio. Angelo non fu particolarmente fortunato, durante la sua permanenza in bianconero; basti pensare che una delle sue rare presenze, corrispose al derby giocato pochi giorni dopo la tragica morte di Meroni. Una partita dominata dalla commozione e il buon Colombo dovette raccogliere per ben 4 volte il pallone nella sua rete. «Ricordo con tanta malinconia quel derby disputato pochi giorni dopo la morte di Meroni. Quell’incontro fu condizionato da quella terribile tragedia! Ricordo, invece, con piacere la partita di Bologna, dove parai tutto e, in particolare, quella contro l’Olympiakos di Atene, in Coppa dei Campioni, dove vincemmo per 2-0. Giocare la massima competizione europea resta una grande soddisfazione». È ceduto al Verona nel novembre del 1968 e, in riva all’Adige, ricomincia a giocare con più continuità, alternandosi tra i pali con Giovanni De Min, Mario Giacomi e Pierluigi Pizzaballa. È tra i pochi portieri che possono vantare di aver parato un rigore a Gigi Riva. Al termine della stagione 1972-73, all’età di 38 anni, gioca altri due anni nell’Omegna, prima di appendere gli scarpini al chiodo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/angelo-colombo.html
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ANGELO COLOMBO https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Colombo_(calciatore_1935) Nazione: Italia Luogo di nascita: Gattinara (Vercelli) Data di nascita: 13.05.1935 Luogo di morte: Vercelli Data di morte: 13.03.2014 Ruolo: Portiere Altezza: 173 cm Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1965 al 1968 Esordio: 24.09.1967 - Serie A - Juventus-Mantova 3-1 Ultima partita: 22.10.1967 - Serie A - Juventus-Torino 0-4 6 presenze - 5 reti subite 1 scudetto Angelo Martino Colombo (Gattinara, 13 maggio 1935 – Vercelli, 13 marzo 2014) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Malato da tempo, è morto nel 2014 all'età di settantotto anni. Angelo Colombo Colombo al Cagliari nei primi anni 1960 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1975 Carriera Giovanili Gattinara Pro Vercelli Squadre di club 1954-1959 Pro Vercelli 169 (-?) 1959-1960 Messina 27 (-31) 1960-1965 Cagliari 165 (-127) 1965-1968 Juventus 6 (-5) 1968-1973 Verona 46 (-54) 1973-1975 Omegna ? (-?) Carriera Roberto Anzolin e Colombo alla Juventus nella stagione 1967-1968 Iniziò la sua carriera nella Pro Vercelli, nelle cui file disputò cinque campionati tra Serie D e C. Seguì un anno al Messina e poi, nel 1960, il passaggio al Cagliari. Con lui in porta la squadra sarda compì il salto dalla Serie C fino alla massima categoria. La Juventus lo acquistò nella stagione 1965-1966 per affidargli il ruolo di riserva di Roberto Anzolin. In tre anni di militanza bianconera vinse lo scudetto del 1966-1967, collezionando complessivamente 5 presenze in campionato, tutte concentrate nell'edizione del 1967-1968, tra cui il derby disputatosi pochi giorni dopo la morte di Gigi Meroni e conclusosi 4-0 per il Torino; in quello stesso anno scese in campo anche in un incontro di Coppa dei Campioni contro i greci dell'Olympiakos. Venne quindi ceduto al Verona nel novembre del 1968. In riva all'Adige ricominciò a giocare con più continuità alternandosi tra i pali con Giovanni De Min, Mario Giacomi e Pierluigi Pizzaballa. Al termine della stagione 1972-1973, all'età di trentotto anni, abbandonò la Serie A per scendere tra i dilettanti, giocando altri due anni nell'Omegna prima dello stop definitivo. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cagliari: 1961-1962 (girone B) Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967
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NESTOR COMBIN La sua faccia da “indio” tristissima – scrive Lino Cascioli, su “Il calcio e il ciclismo illustrato” del 25 aprile 1965 – la sua pelle, i suoi capelli lisci, neri come la lava che da secoli s’è rappresa alle falde della catena andina. Quel suo fisico poderoso, che tradotto in termini concreti, col sostegno dello stile, gli avevano fruttato una non facile fama di goleador. Un giorno, in Francia, un giornale scrisse di lui: «È capace dei più brillanti exploits individuali. Fa pensare ad un puledro selvaggio lanciato in un rodeo, tanto è veemente la sua foga, la sua sete di spazio e di gol».Nestor Combin, detto la Foudre, la folgore, arriva dalla Francia nell’estate del 1964 accompagnato da giudizi estremamente lusinghieri. Valanghe di goal portano la sua firma nel campionato dei Galletti, la sua forza fisica sembra fatta apposta per scardinare le difese catenacciare del nostro campionato.I tifosi bianconeri cominciano a sperare. A Ferragosto, sul campetto di Villar, Nestor fa una grandissima impressione un po’ a tutti, si presenta con finte di corpo e fughe repentine sorrette da una potenza invidiabile.I giornali commentano: «Combin ha un fisico che sa farsi rispettare in area avversaria, non teme la lotta e i contatti con l’avversario, va dentro senza esitazione ed è in continuo movimento, sempre alla ricerca dello smarcamento».Sembra l’uomo goal ideale, è centravanti vero dopo una caterva di mezze punte schierate all’attacco per mancanza di meglio. Nestor comincia appena ad ambientarsi, che già tutti gli occhi sono puntati su di lui: a Messina, prima di campionato, caldo afoso e tifo come a Piedigrotta, la Juventus va a singhiozzo. Bene la difesa e il centrocampo, dove Del Sol corre per quattro. Maluccio l’attacco, che non segna e, ancor più grave, non lega con Combin. Il francese non gioca male, ma tanta era l’attesa, che il non vederlo subito protagonista basta per esser già delusi.«In Italia – dice – si gioca mica per segnare. Si gioca per trovare gli spazi entro cui intrufolarsi per poi poter segnare. È tutto più difficile, ma io lo sapevo. Non credevo però che fosse così difficile. Non credevo che i difensori si preoccupassero tanto di rispettare certi schemi, certe consegne».La verifica sette giorni dopo al Comunale non è più rassicurante; il Cagliari contiene con disinvoltura una Juventus che non punge. Nestor crea qualche occasione e poi si spegne, tagliandosi fuori dalla lotta. Il malumore comincia a serpeggiare e, per di più, il colosso di Ferragosto, che grande e grosso com’è lo diresti capace di spaccare tutto, si fa male alla prima entrata decisa del suo marcatore.Sfortuna, naturalmente, e che per i bianconeri sia un anno disgraziato lo dimostra l’infortunio ancor più grave, che blocca capitan Sivori alla quarta giornata: Juventus-Mantova 1-0, Zoff entra su Omar che cade male, rompendosi una costola.Combin si riprende abbastanza presto dall’infortunio e una bella domenica, alla folla che riempie Marassi, fa vedere che ci sa fare e che la Foudre non è un soprannome casuale; la Juventus batte il Genoa e le cose per lui e per la squadra vanno subito meglio.Heriberto scopre che Nestor ha pure una discreta castagna dal dischetto e, da allora, i rigori sono tutti suoi; certo, non è come segnare su azione, ma bisogna accontentarsi e poi Combin i rigori li sa tirare davvero bene, altro che storie. Il goal dagli undici metri che chiude il conto con la Sampdoria, spegne i fischi dei tifosi all’indirizzo della squadra che gioca male.In questo modo è difficile vincere lo scudetto, però di punti se ne fanno tanti, sicché quando al Comunale scende il Milan capolista, tutti guardano alla zebra che incalza e che potrebbe fare il miracolo. Grossa partita, la Juventus supera se stessa e Combin manda in estasi i 70.000 spettatori con un goal semplicemente favoloso. Ma il Milan è forte, perderà lo scudetto nel derby con l’Inter mondiale, ma non perde questa partita. Finisce 2-2; contenti tutti, contentissimo Combin che, finalmente, ha messo d’accordo sostenitori e denigratori con una prestazione maiuscola.«Quello che mi preoccupava nei primi giorni era quello che la gente, che la stampa potesse dire di me. Ero costato un occhio. Venivo in una grande squadra. Soprattutto venivo nella squadra di Sivori, che dalle mie parti è qualcosa più di che un giocatore di calcio. Venivo in una squadra che aspettava il mio arrivo per iniziare una politica di rilancio. Io sapevo fare dei gol, ma poter segnare dei gol dipende da tante cose. Anche dagli avversari, ad esempio. Ed io sapevo di trovare in Italia difensori affinati, sapevo di venire nella terra del difensivismo dove chi vuole segnare dei gol viene guardato come una bestia rara».E la Juventus continua per la sua strada, che è piena di problemi, ma anche di soddisfazioni; il girone di andata finisce alla grande, battuti Foggia e Varese con Nestor sempre primo attore. Proprio mentre la Juventus heribertiana cresce nel “movimiento”, Combin torna nell’ombra; a Cagliari l’argentino si fa di nuovo male e stavolta è un guaio serio: perone rotto, cioè mesi lontano dai terreni di gioco e un lungo inverno in solitudine. Al suo posto ecco il sorprendente Da Costa, che, ultratrentenne, sa ancora farsi valere nelle aree affollate.Di Combin si torna a parlare in primavera: rientra un mercoledì pomeriggio, in Coppa Italia e ce la mette tutta, lottando più contro la sfortuna che contro il Lecco. Segna un goal bellissimo, che ripete la domenica successiva in campionato, all’Olimpico contro la Lazio: scarta anche il portiere, sta bene ed ha una terribile fretta di dimostrare quanto vale, ma la stagione volge al termine.«Ora, a tanti mesi di distanza dal mio esordio tristissimo, sento già che sto cominciando a capire. Rompere il muro non si può, sbatterci la testa contro neppure. È il gioco di squadra che garantisce il successo. È necessario il sapersi creare spazi liberi, avere al fianco compagni capaci di crearteli. Contro la Lazio, ho segnato un gol come ai vecchi tempi, come quando giocavo nel Lione, ma solo perché la situazione era tale che m’ha consentito di tuffarmi in uno spazio vuoto. Nessuna difesa è insuperabile. In Italia i muscoli e lo stile non bastano, ci vuole anche il cervello, ci vuole anche il movimento. Se oggi, forte dell’esperienza italiana, tornassi in Francia, segnerei tre gol a partita, parola di Combin».C’è un ultimo grande appuntamento internazionale, la Coppa delle Fiere; la Juventus è arrivata sino in semifinale, dove affronta l’Atletico Madrid. Sconfitta all’andata in terra spagnola e vittoria a Torino con lo stesse punteggio, 3-1. Combin gioca una grande partita al Comunale e dei tre goal il più bello è il suo. Vinceranno anche lo spareggio, i bianconeri, ma in finale si arrenderanno al Ferencváros di Albert e, stavolta, non c’è Combin che tenga.Tra malanni e contrattempi di altro genere, Nestor chiude la stagione senza aver potuto dire quel che voleva e sapeva.Il centravanti arrivato all’improvviso dalla Francia carico di onori e di responsabilità se ne riparte altrettanto all’improvviso, destinazione Varese, dove avrà il tempo e la calma necessaria per rinascere. E a Torino lo rivedremo solo come avversario.VLADIMIRO CAMINITIUn talento selvaggio e un destro belluino. Così ricordo Nestor Combin nella Juventus. Non aveva molto da dire, però lo diceva, soprattutto aspirava a libertà continue, sfrenate, assolute, questo irsuto compare cavallino che, da Las Rosas, Boniperti aveva fatto arrivare alla Juventus nell’estate 1964.Giorni estremamente formativi del nuovo Boniperti, il manager che di lì a qualche anno sarebbe stato. Tuttavia, anche Combin avrebbe fallito alla Juventus, proprio in riferimento alla sua natura selvatica, per la scarsa aderenza al copione, l’incapacità a riflettere in campo, l’insofferenza negli allenamenti.Selvaggio e orgoglioso, irriducibile a uno schema corale, meglio sarebbe andato al Torino, così da legare il suo nome a un derby di consacrazione e rimpianto (tre goal tuonati nel sacco di Colombo, in memoria dell’infelice beat Meroni), e poi nel Milan, così da laurearsi, anche lui, campione intercontinentale.In linea tecnica, si può dire che poco gli facesse difetto per essere un centravanti dirompente; cioè un vero centrattacco; scatto, palleggio morbido e vivezza di stile in tutto, così da esprimere indimenticabili saggi di precisione e potenza. Però, discontinuo, mai votato al gioco di squadra e inquietamente egoista.Insomma, un diavolo di zingaro peloso e smorfioso, mai troppo serio, mai troppo dentro la professione, aggirantesi nottetempo, perdigiorno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/nestor-combin.html
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NESTOR COMBIN https://it.wikipedia.org/wiki/Nestor_Combin Nazione: Francia Luogo di nascita: Las Rosas (Argentina) Data di nascita: 29.12.1940 Ruolo: Attaccante Altezza: 179 cm Peso: - Nazionale Francese Soprannome: La Foudre (la folgore) Alla Juventus dal 1964 al 1965 Esordio: 06.09.1964 - Coppa Italia - Alessandria-Juventus 1-2 Ultima partita: 23.06.1965 - Coppa delle fiere - Juventus-Ferencvaros 0-1 38 presenze - 9 reti 1 coppa Italia Nestor Combin (Las Rosas, 29 dicembre 1940) è un ex calciatore argentino naturalizzato francese, di ruolo attaccante. Nestor Combin Combin alla Milan tra gli anni 1960 e 1970 Nazionalità Francia Altezza 179 cm Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1977 Carriera Giovanili 1950-1959 Olympique Lione Squadre di club 1959-1964 Olympique Lione 131 (67) 1964-1965 Juventus 38 (9) 1965-1966 Varese 16 (2) 1966-1969 Torino 82 (27) 1969-1971 Milan 50 (11) 1971-1973 Metz 59 (34) 1973-1975 Red Star 64 (39) 1975-1977 Hyères ? (?) Nazionale 1964-1968 Francia 8 (4) Carriera Combin al Torino nella stagione 1967-1968 Nella sua carriera ha militato in molte squadre, tra Francia, dove ha giocato per Olympique Lione, con cui vinse una Coppa di Francia, Metz e Red Star, e Italia, dove ha vestito le maglie di Juventus, Varese, Torino e Milan. Ha segnato 117 gol nella Ligue 1, di cui 68 con i rossoblù dell'OL. In Italia vinse per due volte la Coppa Italia, rispettivamente con Juventus e Torino. In maglia bianconera giocò 38 partite nella stagione 1964-1965, segnando 9 reti, mentre con la casacca granata, indossata dal 1966 al 1969, tra campionato e coppa nazionale disputò 106 partite con 31 reti; in particolare, nel campionato 1967-1968 sfiorò il titolo di capocannoniere con 13 gol comprensivi della tripletta nel derby torinese di andata, vinto 4-0 dai suoi, pochi giorni dopo la scomparsa loro compagno di squadra Luigi Meroni. Si trasferì quindi al Milan con cui sollevò nel 1969 la Coppa Intercontinentale, segnando un gol all'Estudiantes nel successo 3-0 nella partita di andata a San Siro. Combin a terra, sanguinante, nella finale di Coppa Intercontinentale 1969 contro l'Estudiantes Proprio a questo trionfo rimase legato l'episodio a posteriori più famoso della propria carriera. Tutto nacque dal fatto che nel 1963 il giocatore era stato chiamato a svolgere il servizio di leva nella natia Argentina, ma non aveva risposto alla cartolina di precetto essendosi già trasferito in Francia, dove aveva anche ottenuto la cittadinanza; dunque qui aveva ottemperato agli obblighi militari, ma non c'era stato modo per i giornali argentini di saperlo, non essendo stata documentata la cosa. Con la trasferta milanista a Buenos Aires per la gara di ritorno, quindi, i tifosi e soprattutto i giocatori argentini riaccoglievano — dal loro punto di vista — un "traditore" colpevole di renitenza alla leva, e non si risparmiarono dunque da numerosi falli: principali artefici furono il portiere Poletti, che gli diede un pugno in volto a gioco fermo, e il difensore Aguirre Suárez, che, mentre Combin era a terra, gli rifilò sempre in viso una ginocchiata, facendolo svenire. Aguirre Suárez venne espulso ma Combin non riuscì a continuare la partita, e il tecnico rossonero Rocco non poté neanche sostituirlo poiché aveva già terminato i cambi a disposizione. Nazionale Combin vanta 8 presenze e 4 reti nella nazionale francese, scendendo in campo anche in una partita del campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa di Francia: 1 - Olympique Lione: 1963-1964 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1964-1965 - Torino: 1967-1968 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Milan: 1969 Individuale Capocannoniere della Division 2 - Gruppo B: 1 - 1973-1974 (24 gol)
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ALBERTO CORAMINI «Coramini come Sivori». Queste parole, dette da Heriberto Herrera, scatenarono un vero e proprio putiferio fra i tifosi juventini e fra gli addetti ai lavori. Il paraguagio sosteneva che per lui non esistevano differenze: tutti erano titolari, tutti erano riserve. Va da sé che il grande Omar non la prese benissimo e dichiarò guerra al Ginnasiarca. La spuntò Heriberto e il Cabezón fu costretto a fare le valigie. Per Alberto Coramini, autentica meteora bianconera (17 presenze fra il 1966 e il 1968), quella frase significò entrare di diritto nella storia juventina. BEPPE BARLETTI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1968 Alberto Coramini ha ventitré anni, un viso tondo e liscio, occhi buoni e sorridenti, maniere distinte, discorso sobrio, intelligenza sveglia. E fa di professione… l’inseguitore. A una maglia di titolare nella Juventus. Ma non c’è affanno, non c’è malizia in questa continua (e forse eterna) rincorsa a una casacca bianconera «fissa». È come se il buon Dio gli avesse affidato un compito da portare a termine. A qualcuno Domineddio dice: vai per il mondo e insegna il Vangelo. Ad altri: cammina, lavora e costruisci case. Ad altri ancora: prendi una parrucca, un po’ di cerone e fai ridere – o piangere – la gente con la tua arte. Ad Alberto Coramini, nato a Maserà di Padova nel 1944, ha detto: impara il gioco del pallone e datti da fare. Alla Juventus c’è anche un posto per te. Magari non subito, magari non sempre. Ma c’è. Alberto Coramini, ragazzo di gran fede, è arrivato alla Juventus che aveva sedici anni. E poco dopo ha trovato Paulo Amaral. L’allenatore brasiliano, controfigura del sergente tipico dei «marines». L’uomo che ha cercato nella Juve un grande rilancio. E che ha sfiorato lo scudetto giungendo secondo. Coramini giocò, sotto Paulo Amaral, importanti partite internazionali. Mai in campionato, però. Faceva la sua strada, Alberto, senza mugugni o sospetti. Si allenava come gli dicevano, seguiva un treno di vita regolarissimo, senza furbe stramberie. E senza sentirsi nelle ossa giovani l’apatia tipica del campioncino che si ritiene trascurato solo perché la maglia di titolare resta sulle solide spalle del compagno più anziano, che ha una lunga carriera dietro di sé, o su quelle del giovanissimo «asso» cui madre natura ha distillato nell’attimo vitale le doti ineguagliabili del fuoriclasse. Ogni tanto, tra un torneo De Martino e un campionato della «Primavera», lo inserivano nella «rosa» dei titolari. Così cominciò a farsi l’occhio buono. Viveva la stessa vita dei «numeri uno», degli eletti. Mangiava e si allenava con loro. Beccava le stesse «botte» in allenamento e gli stessi rimproveri. Non prendeva i loro stessi soldi. Ma questo è un fatto che non ci interessa. Per il momento. Passarono gli anni. Il ragazzo padovano crebbe di peso, di statura e di esperienza. Rimase tale e quale solo nel carattere. Puntiglioso, serio, ordinato e disinvolto. Fece un grosso campionato in serie B, dove lo avevano prestato a una squadra animata di buone intenzioni. E ritornò al suo vero ruolo di… inseguitore, nei ranghi della Vecchia Signora. Frattanto era giunto dalla Spagna il «señor» Heriberto Herrera. Uomo cui i divi puzzano un po’ di marcio. Uomo che ama il parlar franco e poco, l’agire svelto, grintoso e ostinato. Coramini ricominciò da capo. Ma il paraguayano l’aveva già adocchiato. Solo che, fedele a una massima non sua ma che pare tagliata a pennello su di lui, non poteva mandare in campo più di undici atleti per volta. Dodici, da quando il nuovo regolamento permette il cambio del portiere. Perciò Alberto Coramini continuò la trafila ormai solita. Allenamento, allenamento, gare De Martino e Primavera, duri allenamenti, secchi rimproveri. E qualche lira in più. E con maggior frequenza, le convocazioni per il «ritiro» dei titolari. Ci fu anche l’esordio in serie A, contro il Vicenza mi pare. E fu una vittoria bianconera di misura. Poi, nuovo periodo di quarantena. Con tutti i sensi sempre all’erta, però. Perché il «mister» non tollera la gente dal piglio fragile, i lamenti da donnicciola, i «tagli di colletto» per vendetta. Alberto Coramini ha continuato così per mesi e mesi. E quest’anno, quando all’avvio del campionato (e subito nel prosieguo) la Juventus si è trovata rabberciata più volte, Coramini ha ripreso a sperare. La convocazione si è ripetuta frequentissima finché, contro la Roma, parve arrivare il grande giorno. Invece, all’ultimo momento, toccò al buon Volpi, di scendere in campo. Coramini, inutile negarlo, ci rimase secco. Ma gli bastò un’occhiata del mister per riprendere colore. «Meglio, no?» Gli disse Heriberto a fine gara. «Lei si è risparmiato un po’ di responsabilità in una sconfitta che brucia. La terrò buono comunque per una partita più fortunata». Ed è stato di parola. Solo che, per teatro della nuova esibizione come titolare, Heriberto per Coramini scelse Bucarest. Il soggetto che si andava a recitare, una trama drammatica e pericolosa, era la Coppa dei Campioni, scena seconda. «È stata una gran battaglia», dice sorridendo Coramini. «Ha sofferto l’emozione dell’esordio in un clima così impegnativo?». «Per niente. Ma debbo ricordare che tempi addietro giocai (in amichevole, però) contro il Real Madrid dei Puskás e dei Di Stefano». Subito dopo Bucarest, e a seguito di un viaggio piuttosto complicato e affaticante, la Juve ha giocato a Brescia, contro una compagine dal dente avvelenato per la sconfitta subita otto giorni prima dal Milan, in modo alquanto sfortunato. Coramini ha marcato Salvi, il peperino sgattaiolante tutto finta e passo doppio. «Il “mister” mi aveva detto di non gettarmi allo sbaraglio, che il piccoletto ama follemente chi gli balza frenetico addosso, perché in tal caso si libera con due “mosse” e poi va via. Ho fatto come il “mister” ha detto. Salvi ha sfarfalleggiato per una decina di minuti. Poi, anticipandolo e “contrandolo” senza esitazione l’ho frenato, mi pare». «Cosa chiedi adesso al tuo destino?». «Niente che non abbia chiesto prima. Una carriera dignitosa, magari senza grossi infortuni. E una maglia di titolare. Magari nella Juventus. Sa, ormai sono di casa». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/alberto-coramini.html
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ALBERTO CORAMINI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Coramini Nazione: Italia Luogo di nascita: Maserá di Padova (Padova) Data di nascita: 02.08.1944 Luogo di morte: Teolo (Padova) Data di morte: 17.02.2015 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: 71 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1964 al 1965 e dal 1966 al 1968 Esordio: 06.09.1964 - Coppa Italia - Alessandria-Juventus 1-2 Ultima partita: 15.05.1968 - Coppa dei campioni - Juventus-Benfica 0-1 17 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Alberto Coramini (Maserà di Padova, 2 agosto 1944 – Teolo, 17 febbraio 2015) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. È scomparso all'età di settant'anni, nella sua casa di Bresseo a Teolo. Alberto Coramini Coramini alla Juventus nella stagione 1967-1968. Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1978 Carriera Giovanili 1960-1965 Juventus Squadre di club 1964-1965 Juventus 2 (0) 1965-1966 → Potenza 26 (1) 1966-1968 Juventus 15 (0) 1968-1972 Pisa 82 (1) 1972-1976 Padova 123 (7) 1976-1978 Belluno 53 (6) Caratteristiche tecniche Schierato in campo prevalentemente come difensore, poteva essere utilizzato anche nella posizione più avanzata di mediano a centrocampo. Carriera Cresciuto nelle giovanili della Juventus dove entrò all'età di sedici anni, fece le prime comparsate in prima squadra all'inizio degli anni 1960 grazie all'allenatore Paulo Amaral. Nella stagione 1964-1965, la prima da calciatore professionista, non scese mai in campo in campionato; ciò nonostante nel settembre del 1964 ebbe modo di debuttare in maglia bianconera in Coppa Italia, disputando in totale due incontri nella vittoriosa edizione in cui i piemontesi di Heriberto Herrera trionfarono in finale sull'Inter. Di fatto tra le seconde linee della formazione torinese, in quell'annata Coramini ebbe il suo quarto d'ora di popolarità quando il ginnasiarca Herrera – tecnico che predicava la cultura del lavoro e della disciplina, rifuggendo da individualismi e privilegi – se ne uscì un giorno davanti alla stampa con la massima: «Coramini e Sívori, per me sono uguali»; un'equazione che voleva essere una sintesi del concetto heribertiano di squadra, paragonando l'acerbo e sconosciuto ventenne al ben più famoso Cabezón. Dopo un buon torneo trascorso in prestito al Potenza, in Serie B, Coramini tornò a Torino dove il 15 gennaio 1967 esordì in Serie A, in occasione della vittoria interna 2-0 sul Lanerossi Vicenza; rimase l'unica sua presenza in quel campionato, che gli bastò per fregiarsi della conquista dello scudetto, vinto in rimonta all'ultima giornata contro una Grande Inter al suo crepuscolo. Nella stagione seguente venne impiegato più frequentemente, mettendo a referto con quella Juve Operaia 11 incontri in A e varie partite nelle coppe compresa la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni contro il Benfica di Eusébio, l'ultima gara giocata in bianconero dal difensore. Nell'estate del 1968 venne quindi ceduto al neopromosso Pisa, formazione che si accingeva a disputare il suo primo torneo di massima categoria del secondo dopoguerra. Coramini scese in campo in 14 occasioni nell'arco di un campionato chiuso dai nerazzurri al penultimo posto. Restò in Toscana per altre due stagioni, anche dopo la retrocessione pisana in Serie C, prima di tornare in Veneto. Qui giocò quattro campionati di C tra le file del Padova, debuttando coi biancoscudati il 19 novembre 1972 nella sconfitta 1-3 contro l'Alessandria, e disputando l'ultima partita il 17 giugno 1976, un 1-0 sul Legnano. Seguirono infine due tornei di Serie D nel Belluno, squadra con cui appese gli scarpini al chiodo nel 1978. In carriera ha totalizzato complessivamente 26 presenze in Serie A, e 76 presenze e una rete in Serie B. Palmarès Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967
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Heriberto Herrera - Allenatore
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HERIBERTO HERRERA Non si può scindere Heriberto – scrive Vladimiro Caminiti – da un esclusivismo stoico, parente di remote tristezze. Un bambino mai troppo bambino, colpito in profondo chissà, vendicativo sul mondo, il quale si riversa nel mestiere, assumendo le tinte forti e spietate del sergente di ferro (una volta picchiò a sangue Dell’Omodarme), gli occhietti nerissimi imperativi, le mani nocchiute a strigliare, a torchiare, a pretendere che la gioventù soffrisse.Arrivò per riportare la squadra alla disciplina e al lavoro. Sivori non ci stava e teneva conferenze sulla mania di quest’ultimo di volere imporre – a lui Sivori – di allenarsi. Però si allenò anche lui, maledicendo presenti ed assenti. Quell’uomo secco e forte li sfidava; se volevano fare a pugni ci stava. Ci stava in ogni modo, pur che la domenica rendessero, non mangiare grissini perché fanno male, non ascoltare i medici perché non capiscono un tubo, lui ne sapeva più dei medici, e non gli parlassero di quel poveretto di Spialtini il masseur, un ciarlatano.Tutto spiegato in breve: noi italiani saremmo all’altezza di qualsiasi traguardo, ma non ci piace soffrire, non vogliamo allenarci. Sivori uguale Coramini. Non vince il «singulo», vince lo «equipo». Ecco il motivo per cui torchia Bercellino come Cinesinho. Per cui non accetta interferenze né consigli e procede, Favalli e Zigoni fanno in continuazione giri di campo, Bercellino si mette a giocare come non aveva giocato mai, lo smerigliato nasino di Sidney Cunha detto Cinesinho suda, la fatica è tremenda, ma se ne vedono i risultati la domenica, la squadra nomata Juventus viaggia a tutto campo, senza finezze o sofisticherie, aggredisce, romba, strappa con le unghie i risultati, il suo giocatore prototipo è Leoncini, il suo cuore ruggente è Del Sol. Come arriva lo scudetto ‘66-67 che per l’avvocato Agnelli che non stima gli allenatori è dovuto specialmente ad Heriberto? Arriva così. Lavorando tutti, lui per primo, in piedi davanti alla panchina in giacchetta nel freddo livido, stringendo i pugni e sbraitando, la truppa scatenatissima ad ottenere quei risultati di rendimento che le avrebbero consentito di sostituirsi all’Inter del presunto mago, all’Inter del boom consumistico e del petrolio. PIERO MOLINO, “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBEROHeriberto Herrera: così è se vi pare. Un personaggio originale. Per questo vale la pena di parlarne. Lo indicavano anche con una sigla che sapeva quasi di formula: HH2 per distinguerlo da HH1 che era Helenio Herrera, suo rivale dell’Inter. Molte cose sono state scritte su di lui, molte veritiere, altre di fantasia, ma di questo non si dispiaceva, lui che di fantasia non ne aveva molta. Non era uno sprovveduto, tutt’altro. Era il suo carattere intransigente fino alla caparbietà che gli impediva ogni cedevolezza. Sergente di ferro, lo dicevano, e sergente lo era stato all’Accademia militare di Asuncion, ed aveva giocato al calcio. Era bravo? Non lo era? Nessuno ha saputo precisare, e lui non ne parlava. Si sa che ben presto dovette abbandonare l’attività per un incidente di gioco. Ebbe fortuna invece in Spagna, dove si trasferì come allenatore dell’Elche e la consolidò quando fu invitato a Torino ad assumere le redini della Juventus. La scelta non fu casuale, ma determinata dalla società, perché la squadra torinese attraversava un momento poco propizio e denunciava una certa irrequietezza interna. Era necessario un allenatore di carattere che nulla concedesse ai capricci dei giocatori. E quello era l’uomo.Militare nel pensiero, negli atteggiamenti, nel rigorismo mentale. Con sé stesso, prima che con gli altri. Gli raccomandarono al momento della sua assunzione di essere un duro, secondo le patenti che lo avevano preceduto: raccomandazione superflua, tanto che ad un certo momento qualcuno glielo rimproverò. A torto, considerando gli ordini ricevuti ed una certa difficoltà nella lingua, nuova per lui, che lo rendeva timoroso, fuori campo. A suo merito, la società si fregiò di un titolo di campione d’Italia e di una Coppa Italia, e bisogna riconoscergli che fece del suo meglio perché gli uomini a disposizione non abbondavano e il migliore era un fuoriclasse baciato dalla fortuna di godere del privilegio di svettare su tutti.Grandissimo giocatore sulla faccia della terra Omar Sivori, perché di lui si tratta, non era uso ad ubbidire, ma a comandare. Sivori sapeva di poter contare sulla compiacenza dell’avvocato Gianni Agnelli, cui piacciono gli estrosi come l’argentino, capace di divertire la folla con le sue mirabolanti malizie. Giocava quando e come piaceva a lui: a suo vantaggio, però, segnava molti gol. Ma la disciplina non la conosceva, suscitando non soltanto le ire di Heriberto Herrera, ma anche quelle dei compagni di squadra, sui quali pesava il loro senso di inferiorità. E si venne alla lite, con la partecipazione dei comprimari. Il presidente era allora Umberto Agnelli, giovane manager industriale, meno romantico del fratello, del quale godeva tuttavia la massima fiducia e protezione, coadiuvato da dirigenti consapevoli delle sorti della società, ed Heriberto ebbe partita vinta. Fu lo stesso Avvocato che decise la partenza di Sivori verso i lidi partenopei: ma non ci si può nascondere che per l’allenatore fu una specie di vittoria di Pirro. Pur accreditandogli tutta la fiducia, nessuno gli perdonò il gesto di forza lo perseguitò un’ombra di rancore per aver privato la squadra del suo folletto.Gli rimproverarono di aver democratizzato l’aristocratica Juventus, si accentuarono anche le critiche, appoggiate dai giornali, sul suo modulo di gioco, quel «movimiento» da lui praticato con successo in terra iberica, anche se non si trattava affatto di una novità. In uno dei primi libri sul calcio da me redatti, dal titolo «Rosetta insegna il calcio», il grande calciatore juventino, molti anni prima, già sosteneva che il giocatore non deve aspettare la palla ma spostarsi continuamente per trovarsi là dove può riceverla. Naturalmente a rigore della logica del gioco.Durante i cinque anni di permanenza nella Juventus, alzi la mano chi vide Heriberto sorridere o cianciare col pubblico. Durante quel periodo dirigevo il mensile della Juventus ed ero addetto alle pubbliche relazioni, faticosissime anzichenò, perché oltre a seguire la squadra nelle sue peregrinazioni italiane ed estere dovevo, durante la settimana, occuparmi dei club bianconeri, che sono centinaia sparsi da un capo all’altro della Penisola, da Bolzano a Crotone (dove ha sede uno dei più eleganti club bianconeri). I club volevano essere ragguagliati sui giocatori, sulle loro abitudini, sui loro capricci, hobby, amori e dovevo, per fare un esempio, dare ragione del perché Favalli non era messo in campo dall’allenatore e perché questi preferiva Tizio piuttosto che Caio. Che cosa poteva rispondere il malcapitato che non aveva nessun rapporto con i giocatori e meno che meno con Herrera?Heriberto era geloso dei suoi atleti come una chioccia con i pulcini. Non concedeva nessun giocatore da esibire nelle visite ai club, neppure se si trattava di una riserva, neppure se uno di essi doveva ricevere un premio destinatogli dai tifosi. Dovevo lavorare di fantasia, senza scostarmi troppo dalla realtà che immaginavo. Faceva sorvegliare i giocatori da persone di sua fiducia, sconosciuti a tutti, perché si ritirassero la sera alle 22, e quand’erano negli alberghi si può dire che li mettesse a letto come una brava mammina, per rifugiarsi poi nella sua stanza a sorbirsi il «mate», speciale bevanda sudamericana, rifiutando tè, caffè o liquori.Un giorno che tentai di avviare un discorso con lui e che, al massimo dell’intraprendenza, osai dirgli che i gol erano pochi perché Anastasi in prima linea si sentiva troppo solo, mi rispose, sia pure gentilmente: «Perché non va a tenergli compagnia?».Questo era Heriberto Herrera, e per questo e per altro del suo contegno non so chi mi confidò che era monaco trappista per cui la riservatezza e austerità erano più che comprensibili. Nulla infatti della sua vita privata trapelò mai. È facile pensarlo seduto sulla poltrona, a sorbirsi con la cannuccia il «mate», ascoltando musica folcloristica sudamericana (della quale era appassionato cultore), o a leggere libri di storia o di medicina (nella quale, a detta del medico della Juventus, era molto versato) e di dietologia. Un esempio: al termine di ogni incontro, quando i giocatori rientravano affaticati negli spogliatoi, non trovavano mai a disposizione liquidi, ma vassoi di frutta da mangiare per dissetarsi e vitaminizzarsi. Qualcuno si chiese a quel tempo quali erano i suoi rapporti con Helenio per il cognome che li univa. Dalla bocca di Heriberto non uscirono mai giudizi sconvenienti sul rivale, anche se l’altro gli buttava qualche volta l’esca. Chi frugò nella sua privacy per «chercher la femme», restò deluso. Un monaco trappista deve vivere in solitudine ed austeramente. È un ordine. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/heriberto-herrera.html -
Heriberto Herrera - Allenatore
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HERIBERTO HERRERA https://it.wikipedia.org/wiki/Heriberto_Herrera Nazione: Paraguay Luogo di nascita: Guarambaré Data di nascita: 24.04.1926 Luogo di morte: Asunción Data di morte: 26.07.1996 Ruolo: Allenatore Allenatore della Juventus dal 1964 al 1969 215 panchine - 100 vittorie - 73 pareggi - 42 sconfitte 1 scudetto 1 coppa Italia Heriberto Herrera Udrizal (Guarambaré, 24 aprile 1926 – Asunción, 26 luglio 1996) è stato un calciatore e allenatore di calcio paraguaiano, di ruolo difensore. Tecnico dal carattere severo e inflessibile, nonché assertore di una rigida disciplina tattica e comportamentale, legò il suo nome al credo calcistico del movimiento — anticipando attraverso esso concetti poi portati alla ribalta dal calcio totale quali il pressing, l'assenza di posizioni fisse sul campo e il continuo movimento senza palla dei giocatori — che trovò la più fruttuosa applicazione nella cosiddetta Juve Operaia degli anni 1960. Era colloquialmente soprannominato HH2 per distinguerlo dal più noto collega Helenio Herrera, quest'ultimo già famoso come HH; per il giornalista italiano Gianni Brera il paraguaiano era invece Accacchino, contrapposto all'Accaccone franco-argentino. Heriberto Herrera Herrera alla Juventus negli anni 1960 Nazionalità Paraguay Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1959 - giocatore 1982 - allenatore Carriera Squadre di club 19??-19?? Nacional 1952-1959 Atlético Madrid 74 (0) Nazionale 1953 Paraguay 5 (0) 1957 Spagna 1 (0) Carriera da allenatore 1959-1960 Rayo Vallecano 1960-1961 Tenerife 1961-1962 Granada 1962 Real Valladolid 1962-1963 Espanyol 1963-1964 Elche 1964-1969 Juventus 1967 Paraguay 1969-1971 Inter 1971-1973 Sampdoria 1973-1975 Atalanta 1975-1976 Las Palmas 1976-1977 Valencia 1977-1978 Espanyol 1978-1979 Elche 1980 Paraguay 1981-1982 Las Palmas Palmarès Copa América Oro Perù 1953 Caratteristiche tecniche Giocatore Impiegato come difensore, si espresse al meglio nel ruolo di stopper. Allenatore «Il movimiento, così inviso al genio logoro e selvaggio di Omar Sívori, contemplava un'adesione globale alla manovra, assaggio del totalitarismo batavo. In assenza di tenori, ma quand'anche ce ne fossero stati, l'orchestra incarnava il fine ultimo, e non un dispotico vezzo. Heriberto, paraguagio di rigida lavagna, passò per pazzo. Viceversa, era in anticipo su convinzioni e convenzioni.» (Roberto Beccantini, 2013) Herrera e Sívori in bianconero nel 1964, a confronto in allenamento: il loro rapporto sarà breve e conflittuale. Salì alla ribalta da tecnico come fautore del cosiddetto movimiento. Tra i precursori nel suo genere, si trattava di un sistema di gioco corale e votato alla difesa, una sorta di zona latinoamericana dove la corsa contava più della tecnica, con giocatori senza ruoli fissi in campo bensì con precisi movimenti da seguire, attaccando gli spazi e sfiancando gli avversari attraverso l'arma del pressing. Per applicare al meglio tali dettami, Herrera aveva nella cultura del lavoro e nella rigida disciplina — sia tattica sia comportamentale — i suoi cardini, rifuggendo quindi dagli individualismi tipici di solisti o campioni; di fatto più preparatore atletico che allenatore, si guadagnò per questo gli appellativi di ginnasiarca democratico o sergente di ferro, scevro da privilegi e insubordinazioni che non tollerava tanto in allenamento quanto in partita, non lesinando quando necessario le maniere forti per «risolvere da uomini» i dissidi coi giocatori. Una visione del calcio che lo porrà in aperto contrasto, durante la sua esperienza juventina, con uno dei maggiori fuoriclasse dell'epoca, l'irriverente Omar Sívori. In questo senso, passò agli annali una sua uscita davanti alla stampa, ovvero «Coramini e Sívori, per me sono uguali»; una massima che riassunse al meglio la filosofia heribertiana di squadra — il gruppo prima dei singoli —, paragonando uno sconosciuto ventenne delle giovanili bianconere al ben più famoso Cabezón. Carriera Giocatore Herrera iniziò la sua carriera di calciatore in patria con il Nacional, per poi approdare in Spagna all'Atlético Madrid, dove giocò dal 1952 al 1959 prima di dover abbandonare l'attività agonistica a seguito di un incidente di gioco. In precedenza, con la maglia del Paraguay aveva contribuito nel 1953 alla vittoria finale in Copa América contro il Brasile, mentre in seguito disputerà anche una partita tra le file della Spagna, il 10 marzo 1957, contro la Svizzera. Allenatore «Non vorrei definirlo un dittatore ma quasi. Lui voleva sempre vincere e noi calciatori siamo tutti stronzi.» (Gianfranco Zigoni, 2008) Herrera festeggia, assieme agli juventini Salvadore e Favalli, la vittoria dello scudetto del 1967, conquistato in rimonta all'ultima giornata. La carriera di Herrera in panchina prese il via dove aveva trovato conclusione quella da calciatore, in terra iberica, guidando nella prima metà degli anni 1960 compagini di secondo piano come il Rayo Vallecano, il Tenerife, il Granada, il Real Valladolid, l'Espanyol e soprattutto l'Elche, dove consolidò la sua crescente fama. I buoni risultati conseguiti nei campionati spagnoli ne agevolarono l'approdo in Italia, chiamato nel 1964 da una Juventus in cerca di un tecnico caparbio e dai modi intransigenti, per riportare disciplina in uno spogliatoio divenuto alquanto insubordinato. Herrera rimarrà alla guida dei bianconeri fino al 1969, vincendo con una Juve Operaia priva di fuoriclasse lo scudetto dell'annata 1966-1967 — rimasto nella memoria per il sorpasso all'ultima giornata su una crepuscolare Grande Inter — e, in precedenza, la Coppa Italia della stagione 1964-1965, anch'essa a spese dei nerazzurri; portò inoltre i piemontesi alla finale di Coppa delle Fiere (1965) e, per la prima volta, in semifinale di Coppa dei Campioni (1968). Tuttavia, col passare del tempo la piazza juventina si mostrò sempre più insofferente verso la visione di HH2, reo agli occhi dei tifosi di aver «democratizzato» l'aristocratico club sabaudo — non gli verrà perdonato, in particolar modo, l'avallo alla cessione di Omar Sívori, un capriccioso Cabezón per niente ligio alla disciplina richiesta dal paraguaiano —, sicché nel 1969 passò ai rivali dell'Inter, che allenerà fino agli inizi della stagione 1970-1971. Herrera all'Inter nel 1970, a colloquio con Facchetti: il biennio in nerazzurro sarà minato da dissidi fra il tecnico e i senatori dello spogliatoio. In nerazzurro Herrera ottenne un secondo posto nel campionato del 1969-1970, alle spalle del Cagliari di Gigi Riva, ma anche a Milano il rapporto con la squadra andrà presto a deteriorarsi, con una vera e propria «rivolta» a opera dei senatori interisti culminata in un esonero sul finire del 1970. La sua decennale esperienza italiana si chiuse con le panchine di Sampdoria e Atalanta, prima di un ritorno in Spagna che, nella seconda metà degli anni 1970, lo vide di nuovo a Barcellona ed Elche, oltreché alla guida di Las Palmas e Valencia. Ci fu infine spazio anche per un breve interregno come commissario tecnico della nazionale paraguaiana, incarico peraltro già ricoperto fugacemente nel corso del quinquennio juventino, prima del definitivo ritiro. Palmarès Giocatore Coppa America: 1 - Paraguay: 1953 Allenatore Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 -
Heriberto Herrera - Allenatore
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SILVINO BERCELLINO «Dove lo mandiamo Bercellino II quest’anno - si chiede Vladimiro Caminiti – l’allenatore lo ritiene superfluo per la rosa. E Bercellino numero due viaggiava. Mantova, Palermo, Potenza, dovunque segnando goal col sinistro, che risolvevano la partita ma non l’avvenire del giocatore. Nemmeno le mani Accadue lo avevano sciolto. Silvino amava giochicchiare, occupato a spartire l’ora e mezzo con lo stopper di turno, se la prendeva comoda. Bambino grassottello, non si scalmanò mai. Voleva divertirsi. Era lento ma soprattutto non aveva la perfidia di chi vuol far carriera. Non aveva nemmeno la tenacia del fratello. Qualche volta buon vino mente». Nato a Gattinara, in provincia di Vercelli, il 31 gennaio 1946, Silvino Bercellino muove i primi passi nel settore giovanile bianconero, ripercorrendo fedelmente le orme del più celebre fratello, Giancarlo, di cinque anni più vecchio e, per ben otto stagioni, pilastro difensivo della Juventus degli anni Sessanta. Dotato di un discreto fisico e di un’ottima tecnica, schierato da mezza punta, Silvino disputa due stagioni in prima squadra, nel 1963-64 e nel 1965-66, totalizzando sedici presenze e otto goal; nonostante non sia un vero centravanti, mette in luce quella vena realizzativi che lo contraddistinguerà durante tutta la carriera. Realizzerà, infatti, con le maglie del Potenza, del Palermo, del Mantova e del Monza, oltre settanta goal fra Serie A e Serie B. «Traspedini, è forte – dice il giorno del raduno dell’estate 1965 – ed è animato dalle mie stesse ambizioni; spero comunque di riuscire a trovare anch’io un posto in prima squadra. È il mio grande sogno da quando ho incominciato a seguire le orme di mio padre e di mio fratello giocando al football. Sarà l’allenatore a decidere e chi sarà più in forma giocherà. La concorrenza con Traspedini servirà a tutti e due per spingerci a fare sempre meglio. Sono certo che essa non si trasformerà in rivalità. Siamo troppo giovani per pensare alle polemiche, ma soltanto servirà di incitamento. Personalmente ho fiducia, una stagione nel duro torneo di Serie B, contro avversari decisi, mi ha consentito di fare un’interessante esperienza e di eliminare molte ingenuità nel mio modo di giocare. Cosa questa che non avrei potuto ottenere rimanendo nella squadra giovanile della Juventus. Ricordo con affetto e gratitudine i tecnici che mi hanno avviato nei primi passi; si tratta del signor Pedrale, l’istruttore del NAGC bianconero, e del signor Rabitti che mi ha seguito nelle squadre minori e nella De Martino». Purtroppo per lui, non è facile trovare posto in quella Juventus, i campioni abbondano, soprattutto a centrocampo; Leoncini, Del Sol, Stacchini e Cinesinho, sono giocatori di caratura internazionale e, logicamente, lasciano pochissimo spazio ai rincalzi. C’è da tenere anche conto che, a quei tempi, non sono consentite le sostituzioni, per cui le occasioni di scendere in campo sono davvero contate. Silvino è il fiore all’occhiello del vivaio bianconero, ma manca di quella grinta e quella voglia di lottare su ogni pallone che gli permetterebbero di sfondare. Gioca, da campione, venti minuti su novanta; il tempo restante lo trascorre passeggiando per il campo e, quando fa caldo, all’ombra proiettata dalla tribuna. Questo comportamento gli vale l’appellativo di Torero Camomillo; quando, però, decide che è il momento di giocare, sono dolori per tutti. Sandro Ciotti che lo vide giocare in una partita contro il Cagliari di Riva, disse in radiocronaca: «Oggi ho visto un giocatore da Nazionale: Silvino Bercellino». BEPPE BARLETTI INTERVISTA EDMONDO FABBRI, COMMISSARIO TECNICO DELLA NAZIONALE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1966 Fabbri aveva il cappotto leggero, sotto un pallido sole che sapeva di primavera. Conversava nell’atrio che immette alla tribuna d’onore con l’avvocato Agnelli e con l’ing. Catella. La partita aveva esaurito la sua prima tornata, le squadre erano ficcate nel chiuso degli spogliatoi. Giornalisti in frotta attendevano che il commissario nazionale tendesse loro una mano, in senso metaforico si intende. Lo volevano intervistare, l’occasione di averlo a portata di voce era ghiotta, con i Mondiali che stanno per arrivare. Fabbri, a dire il vero, non si fece attendere. Salutò con aperta cordialità e attese. Le domande, una dopo l’altra, lo travolsero, quasi. Fabbri però ha assorbito una buona dose di abilità diplomatica in questi suoi duri anni di commissariato e le sue repliche, pacate e ponderate, fecero giusta eco all’accavallarsi degli interrogativi. Gli parlai, di botto, del ragazzo juventino che dopo lunga sosta ritornava alla luce della prima squadra: Silvino Bercellino: «Sono venuto anche per lui», rispose Fabbri. ➖ Spingemmo a fondo la questione: lo chiamerà in azzurro? «Non c’è fretta, per ora. Altra gente ha fatto anticamera per anni. Il giovanotto è fresco come l’erba appena spuntata. Credo comunque in lui. L’ho dimostrato, penso, qualche anno fa chiamandolo alla guida del quintetto azzurro della squadra calcistica ai Giochi del Mediterraneo». ➖ Quale la dote migliore del Bercellino più giovane? «La calma di cui ha dato mostra aspettando senza scalpitare che arrivasse il suo momento. Per questo il suo nome è adesso sottolineato in rosso nel mio taccuino. Le sue caratteristiche tecniche, grosso modo, mi erano già note. Silvino è uno di quei giocatori che paiono nati apposta per segnare. Non importa come. È un autentico match-winner, l’uomo che risolve di getto con una spigliatezza che incanta, con una naturalezza che ammalia, una gara rognosa. Sotto il profilo tecnico quindi, c’eravamo già. Sotto quello agonistico lo avevo visto (anzi lo avevo fatto vedere) durante la sua permanenza in Serie B. Si comportò egregiamente. Subisce colpi duri senza scomporsi, senza abbandonarsi a gesti teatrali. E, quel più conta, ogni qualvolta può, rende pulitamente la botta al cattivo che prima lo ha bollato, quasi a fargli intendere che non ha spirito di vendetta ma coraggio e fisico adatti per farsi largo anche con la forza. L’unico punto oscuro, su di lui, era il carattere, la veste psicologica. Heriberto Herrera in questo mi ha dato una mano; ha messo alla prova il giovanotto. Lo ha torchiato in allenamenti spietati, lo ha tolto dal piedestallo dove, sia pure involontariamente, qualcuno l’aveva collocato dopo i goal a ripetizione segnati in Serie B. Poi, nell’attimo cruciale, lo ha richiamato in gioco. Come fanno i fantini di gran classe con i cavalli di sangue purissimo. Silvino Bercellino ha risposto con prontezza, senza una pausa. È partito di slancio e ora è in piena corsa». ➖ Con tutto questo la convocazione di Bercellino II nel Club Italia non è ancora venuta. L’attesa potrebbe nuocergli, non le pare? «Niente affatto. Da lui ora i suoi dirigenti, il suo allenatore, io stesso stiamo attendendo un ultimo tocco: che mantenga in pieno le promesse. Ha diciannove anni, non dimentichiamolo. Tra poco avrà il servizio militare. Per i Mondiali di Londra altri più anziani di lui resteranno al palo. L’attesa non gli nuoce, Heriberto lo ha abituato a prepararsi senza smaniare. Io gli chiedo altrettanto. Mentre gli confermo tutta la mia fiducia». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/silvino-bercellino-ii.html
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SILVINO BERCELLINO https://it.wikipedia.org/wiki/Silvino_Bercellino Nazione: Italia Luogo di nascita: Gattinara (Vercelli) Data di nascita: 31.01.1946 Ruolo: Attaccante Altezza: 177 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Bercegol - Torero Camomillo Alla Juventus dal 1963 al 1964 e dal 1965 al 1966 Esordio: 05.04.1964 - Serie A - Juventus-Milan 1-2 Ultima partita: 10.04.1966 - Serie A - Juventus-Lazio 0-0 16 presenze - 8 reti Silvino Bercellino (Gattinara, 31 gennaio 1946) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Negli almanacchi sportivi viene indicato come Bercellino II, per distinguerlo dal fratello Giancarlo, anch'egli calciatore. Anche suo padre Teresio è stato un calciatore. Silvino Bercellino Bercellino II al Palermo tra gli anni 1960 e 1970 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1978 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1963 Juventus Squadre di club 1963-1964 Juventus 2 (1) 1964-1965 Potenza 34 (18) 1965-1966 Juventus 14 (7) 1966-1967 Palermo 35 (13) 1967 Mantova 5 (1) 1967-1972 Palermo 98 (26) 1972-1973 Monza 17 (1) 1973-1974 Livorno 26 (4) 1974-1978 Biellese 104 (55) Nazionale 1963 Italia U-21 2 (4) Carriera da allenatore 1983-1984 Biellese Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Napoli 1963 Caratteristiche tecniche Giocatore Per la sua caratteristica di estraniarsi dal gioco per lunghi periodi e poi colpire improvvisamente, è stato soprannominato il Torero Camomillo, dal titolo di una canzone dello Zecchino d'Oro dell'epoca. Possedeva ottima classe e tocco di palla; era inoltre molto abile sottoporta. Carriera Bercellino II realizza un calcio di rigore per la Juventus nel 1966 Cresciuto nelle giovanili della Juventus, Bercellino esordì in prima squadra nella stagione 1963-1964 contro il Milan, segnando la rete del momentaneo 1-1 a dieci minuti dalla fine. In quella stagione Bercellino giocò anche un'altra partita. Dopo aver trascorso l'annata successiva in Serie B con il Potenza, disputando un ottimo campionato, ritornò alla Juventus nella stagione 1965-1966, giocando 14 partite e segnando 7 reti. Nonostante l'ottima media-gol, Bercellino non trovò spazio all'interno della squadra torinese, cosicché disputò le successive stagioni tra Serie A e B con il Mantova e il Palermo. Concluse la carriera vestendo la maglia della Biellese, squadra che allenò nella stagione 1983-1984 subentrando a Luigi Bodi e venendo sostituito, prima della fine della stagione, da Michele La Firenze. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1967-1968 Campionato italiano Serie D: 1 - Biellese: 1975-1976 (girone A) Competizioni regionali Promozione: 1 - Biellese: 1974-1975 (girone A)
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Nené - Calciatore e Allenatore giovanili
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NENÉ Campionato 1963-64: Miranda ha fatto le valige, la ricerca del nuovo centravanti è difficile, meticolosa; inutile cercare in Italia, i pezzi pregiati scarseggiano e quei pochi non sono in vendita. All’estero, del resto, non è tutto oro quel che luccica. La scelta, complice anche il caso, viene fatta una calda sera di fine giugno 1963; al Comunale torinese, gremito di folla, è di scena il Santos di Pelé in un’amichevole di lusso, che segna l’arrivederci della squadra bianconera al suo pubblico.Al centro della prima linea juventina gioca un francese alquanto referenziato, Douis si chiama, e la prova sua è molto attesa in prospettiva di un eventuale acquisto. Ma Douis non convince e finisce che pubblico e osservatori puntano gli occhi su un giovanotto color ebano che, nelle file del Santos, dialoga con disinvoltura con sua maestà Pelé. Si chiama Claudio Olinto de Carvalho, per tutti più brevemente Nené, ventuno anni scarsi.Non è un centravanti di stampo classico, ma piuttosto un uomo di manovra dotato di buon dribbling e tiro rispettabile, veloce e fisicamente piuttosto solido. Non si tratta nemmeno, a onor del vero, di una novità assoluta; sul conto di questo ragazzo sono pervenute già indicazioni lusinghiere. Ma è la sua prestazione in quella notturna a convincere i dirigenti bianconeri che vale la pena di acquistarlo. Tanto più che trainer di quella Juventus è un signore pure brasiliano, di nome Amaral, e, dunque, per il giovane attaccante i problemi di ambientamento si prospettano di più facile soluzione.Non è, non può essere, un acquisto esaltante; il tifoso più esigente e facile al mugugno storce la bocca. Eppure è un acquisto meditato, soppesato in tutti i possibili risvolti. Forse non sarà Charles, ma certo non è l’ultimo arrivato. Il campionato che va a iniziare, pur tra tante contraddizioni e incertezze, confermerà che la scelta è stata felice.«Iniziai nel Flamengo di Santos, una squadretta di quartiere e, naturalmente, giocavo scalzo; poi, dalla strada alla spiaggia. A quindici anni ero con il Senador Feijò, come junior e fu così che un compagno mi portò nel Santos, per un provino, dopo che avevo trascorso un altro anno con l’Endustrial. Fu così che conobbi Pelé, il signor Edson Arantes do Nascimento».Nené ha un carattere stupendo; è esemplare l’affabilità, la modestia, la cortesia di questo giovanotto. Ne rimangono conquistati un po’ tutti, compreso capitan Sivori, notoriamente restio a concedere la propria confidenza ai nuovi arrivati. Per i tifosi è una scoperta felice, Nené diventa beniamino sin dai giorni del ritiro precampionato in quel di Cuneo.«Incominciai il periodo del noviziato a Torino in un albergo. Devo dire che, in principio, non mi ambientai affatto. Io non parlavo l’italiano, nessuno mi capiva. Poi Carlo Mattrel mi ospitò in casa sua e trovai un po’ di calore umano. Conobbi la ragazza che è diventata mia moglie».Amaral che, con l’arrivo di Dell’Omodarme e Menichelli, dispone di due ali di ruolo capaci di trovare sulle fasce laterali le soluzioni di forza per andare in goal, affida a Nené il compito di centravanti di manovra e lo dispone tatticamente, sulla falsariga del modulo 4-2-4, a stretto contatto operativo con Sivori. È un modulo che fa discutere, certi meccanismi funzionano in modo estemporaneo ed estemporanea, principalmente, è la vena di Sivori, ma intanto Nené si cala piano piano nei compiti assegnatigli.Alla terza giornata, è un mercoledì, la Juventus, che ha già fatto cilecca in quel di Modena, rifila quattro reti al Bari ed esemplifica le concezioni tattiche del suo allenatore con grande prestazione corale. La terza segnatura porta la firma del brasiliano; una lunga azione personale conclusa con dribbling al portiere e palla accompagnata in fondo alla rete sguarnita.Per Nené è l’inizio di un periodo di felicissima vena; quattro giorni più tardi, a Genova, la Sampdoria è sconfitta 0-2 da un rigore di Sivori e da un’acrobazia di Nené, che emula di testa addirittura il Charles di fresca memoria. Quinta giornata, la Juventus impatta 1-1 con la Fiorentina ed è ancora il brasiliano a segnare la rete dell’iniziale vantaggio.La serie d’oro continua anche la domenica successiva; nel 3-1 inflitto alla Roma, Nené realizza una significativa doppietta e Sivori, in tribuna perché squalificato, applaude convinto. Nené è acquisto azzeccato, una delle note più positive di quel traballante e movimentato inizio di stagione.Il derby di andata è limpido, bianconero come pochi altri; 3-0 nel primo tempo, il Torino accorcerà soltanto negli ultimi minuti e sarà troppo tardi. Il primo goal bianconero è di Nené, che gioca una partita esemplare per impegno e continuità di azione. Adesso, è davvero un personaggio; simpatico ai tifosi ma, soprattutto, bravo come pochi lo avrebbero pronosticato.Amaral viene esonerato; al suo posto arriva un signore attempato, si vede subito che deve essere un gentiluomo di altri tempi, si chiama Monzeglio e fu terzino grandissimo agli albori del Girone Unico. Il primo cambiamento, ed anche significativo, è che la Juventus torna al gioco tradizionale e non c’è posto per un centravanti che non faccia il centravanti al modo antico; Nené, allora, deve adattarsi a giocare come punta autentica, spostando più avanti la sua zona operativa. Deve in sostanza adattarsi al linguaggio tecnico dell’area di rigore e ci vuol poco a capire che non è facile.Ma i risultati sono subito incoraggianti; anche nei panni dell’attaccante puro, Nené si fa rispettare e il bisticcio tecnico viene superato con prestazioni largamente positive. Due partite, in special modo, confermano della sua capacità di adattarsi assai bene ai nuovi compiti; a San Siro contro il Milan e al Comunale torinese contro l’Inter.Nella prima occasione, gioca un primo tempo esemplare incorniciandolo con una stupenda rete, che merita di essere raccontata; su un traversone dalla sinistra, il suo stacco di testa precede l’intervento di Barluzzi e Maldini e spedisce la palla nell’angolo alto alla sinistra del portiere.Contro l’Inter, nella miglior partita della squadra juventina di quella stagione, Nené non segna per sfortuna, propiziando comunque due delle quattro reti bianconere. Ancora reti prima di concludere: al Mantova fuori casa e al Catania nel commiato casalingo, con esecuzione dagli undici metri.Ma tutto l’ambiente non è soddisfatto; serviva un centravanti. Ma non un centravanti qualsiasi, questo era il guaio. Alla Juventus, in quel 1963, era ancora troppo vivo il ricordo di Re Giovanni, alias John Charles, che tutto era fuorché centravanti qualsiasi. Non si può sostituire a cuor leggero uno come Charles; e, prima di lui, forse che era stato agevole sostituire Gabetto, o Borel II detto Farfallino?Non era difficile, piuttosto, capire che, con quelle lunghe gambe, Nené, non avrebbe mai potuto essere un rapinoso calciatore d’area. Era alto 182 centimetri e pesava settantotto chilogrammi: forse poteva diventare un buon centrocampista, ma la cosa non interessava, anche perché questo avrebbe significato ammettere un errore.Un giorno, ricordando il suo primo anno italiano, Nené disse: «Alla Juventus cercavano un centravanti; io non lo ero; ricoprivo, infatti, il ruolo di ala destra ma, talvolta, anche quello di tornante. Per via delle mie lunghe leve ero molto veloce in progressione; prediligevo partire da lontano per poi, giunto sul fondo, crossare verso i compagni piazzati in area di rigore».Segnò dodici goal in trentasei partite, ai responsabili della Juventus quei goal non parvero sufficienti. Così fu decisa la cessione. «Passai al Cagliari e non tutti sanno che devo essere stato l’unico calciatore al mondo venduto a rate. Prima un 25%, l’anno dopo un altro 25% e così via».Era il Cagliari che, trascinato da Gigi Riva, tentava la conquista di un posto nell’aristocrazia del calcio. Erano, quei giocatori, le prime tessere di un mosaico che, nel 1969-70, avrebbe vinto lo scudetto. Con il Cagliari giocò dodici stagioni, alcune magnifiche, buone altre, in ogni modo tutte dignitose. Come aveva fatto con Riva, la Sardegna aveva adottato anche lui.Il gioco del calcio ha continuato ad affascinarlo e così, finita la carriera di giocatore, sempre a Cagliari ha iniziato quella di insegnante, per poi tornare alla Juventus come allenatore del vivaio giovanile bianconero.ALESSANDRO PORRO, DA “LA STAMPA” DEL 21 LUGLIO 1963Boniperti ha concluso felicemente le trattative con il Santos per l’acquisto dell’attaccante (mezzala di punta o centravanti) Nené: il giocatore partirà alla volta di Torino il 31 luglio, in compagnia dell’allenatore juventino Amaral, per mettersi a disposizione della Juventus. Il lavoro svolto da Boniperti, che era stato inviato in Brasile dalla società bianconera, è stato breve ma irto di difficoltà. Questa notte alle tre sembrava che tutto fosse destinato a naufragare e non tanto per ragioni finanziarie quanto per motivi sentimentali: Nené, che si chiama in realtà Claudio Olinto De Carvalho, è l’unico figlio maschio di Erminio De Carvalho che giocò nel Santos dal 1942 al 1955 senza mai arrivare alle vette della popolarità, ma rendendosi indispensabile alla squadra per il suo gioco pacato che spesso dava frutti insperati. Della stessa stoffa è Nené: un mulatto di ventun anni, alto circa un metro e novanta, senza grilli per il capo e, fino a qualche giorno fa, convinto di dover continuare in Brasile la sua carriera di calciatore, sempre oscurato dai compagni di squadra più famosi, come Pelé e Coutinho.Improvvisamente, dopo i primi contatti che la Juventus ha avuto con i dirigenti del Santos, il nome di Nené è arrivato sulle prime pagine di tutti i giornali. Ma, anche in quest’occasione, c’era un collega più famoso, Amarildo, a fargli ombra. Dinanzi alla modesta casa di Nené, nel periferico quartiere di Macucu a Santos, non si sono riunite folle di ammiratori per pregarlo di rimanere, com’è accaduto a Rio de Janeiro per Amarildo. Non ci sono state polemiche. Soltanto il padre, la madre e la sorella di Nené hanno pianto ed hanno cercato dì far desistere il mulatto dai suoi propositi. Questa situazione ha provocato, come si è detto, momenti di arresto nelle trattative. Ma stamattina, nel corso di un altro colloquio che Boniperti ha avuto con il giocatore e con il padre nella lussuosa sede del Santos, a Villa Belmiro, si è arrivati alla felice conclusione dell’affare. La società brasiliana riceverà cento milioni di lire per cedere il giocatore e Nené avrà un premio di ingaggio di venti milioni, quattordici dei quali versati prima della partenza e sei in Italia. La permanenza in Italia di Nené, che è il primo elemento di colore ingaggiato dalla Juventus, si prevede durerà presumibilmente tre anni. Il contratto vero e proprio verrà firmato a Torino.Rimane tuttavia un problema da risolvere ed anche questo è un problema di natura sentimentale. Il 7 settembre prossimo si sposerà a Santos la sorella diciannovenne del giocatore. Mi diceva questa mattina la madre di Nené: «Credete che lo lasceranno rientrare a Santos anche per un giorno solo? Nené non può mancare a questa festa. Slamo stati sempre uniti nelle giornate di magra, perché non dobbiamo esserlo ora che la fortuna sta cominciando a bussare alla nostra porta?» Né Boniperti né Amaral hanno saputo dare una risposta alla signora De Carvalho. I dirigenti del Santos, d’altra parte, hanno promesso di interessarsi presso la Juventus per ottenere una breve vacanza per Nené. Dice il ragazzo: «Da qualche giorno sto incominciando a credere nei miracoli, ma se mi concedessero anche questa licenza, sarei l’uomo più felice del mondo». Poi aggiunge: «Io ho qualche speranza, sono stato a Torino tempo fa e ho capito che lì sono tutti buoni». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/nene.html -
Nené - Calciatore e Allenatore giovanili
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NENÉ https://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Olinto_de_Carvalho Nazione: Brasile Luogo di nascita: Santos Data di nascita: 01.02.1942 Luogo di morte: Capoterra (Cagliari) Data di morte: 03.09.2016 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 78 kg Nazionale Brasiliano Olimpico Soprannome: - Alla Juventus dal 1963 al 1964 Esordio: 15.09.1963 - Serie A - Juventus-Spal 3-1 Ultima partita: 14.06.1964 - Coppa Italia - Torino-Juventus 2-0 36 presenze - 12 reti Claudio Olinto de Carvalho, noto anche con lo pseudonimo di Nené (Santos, 1º febbraio 1942 – Capoterra, 3 settembre 2016), è stato un calciatore e allenatore di calcio brasiliano, di ruolo centrocampista o attaccante. Ha vestito le maglie di Santos, Juventus e Cagliari tra gli anni 1960 e 1970. Legò la sua carriera al club sardo, conquistando lo storico scudetto della stagione 1969-1970 e divenendo il giocatore straniero con più presenze in Serie A nella storia dei rossoblù. Nené Nené al Cagliari nel 1975 Nazionalità Brasile Altezza 182 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1976 - giocatore 2002 - allenatore Carriera Giovanili 1956-1961 Santos Squadre di club 1960-1963 Santos 54 (24) 1963-1964 Juventus 36 (12) 1964-1976 Cagliari 311 (23) 1967 → Chicago Mustangs 10 (1) Nazionale 1963 Brasile olimpica 4 (1) Carriera da allenatore 1978-1981 Fiorentina Primavera 1981-1982 Sant'Elena 1982-1983 Paganese 1983-1984 Cagliari Giovanissimi 1984-1985 Cagliari Primavera 1985-1986 Cagliari Giovanissimi 1986-1988 Cagliari Primavera 1988-1990 Juventus Berretti 1990-1992 Juventus Allievi Naz. Palmarès Giochi panamericani Oro San Paolo 1963 Biografia Nacque da Herminio Olinto de Carvalho, giocatore e capitano del Santos negli anni 1950 e anche lui soprannominato Nené, e da Ruth de Jesus Ribeiro da Silva. Sposò Fiorella il 30 maggio 1970, a Torino, da cui ebbe due figli, nati rispettivamente nel 1971 e nel 1976. Come alcuni suoi compagni di squadra protagonisti nello scudetto cagliaritano del 1970, a fine carriera scelse di stabilirsi in Sardegna, dove rimase sino al termine della sua vita. Caratteristiche tecniche Giocatore «Tatticamente Nené è persino più importante di Riva.» (Sandro Ciotti, 1972) Nato come centravanti di manovra nel Santos, nella Juventus venne utilizzato erroneamente come centrattacco, ma in seguito all'approdo al Cagliari si trasformò dapprima in ala destra e, infine, in mezzala. Si rivelò inoltre un ottimo uomo-spogliatoio. Carriera Giocatore Santos e Juventus Nato da Herminio Olinto de Carvalho, anche lui conosciuto come Nené, ex terzino e capitano del Santos negli anni 1950, e Ruth de Jesus Ribeiro da Silva, venne segnalato agli alvinegro da un allenatore che l'aveva visto all'opera in strada nelle partitelle di quartiere: superato il provino si ritrovò in prima squadra. Al Santos giocò insieme a campioni quali Pelé, Pepe, Zito, Mengálvio, Lima, Dorval, Coutinho e Sormani, venendo impiegato come centravanti arretrato. Debutta con il Santos in una partita valevole per il Campionato Paulista il 15 settembre 1960, all'età di 18 anni, contro il Clube Atlético Juventus subentrando a Nei e segnando al 43' un gol nel 5-2 finale per la sua squadra. Vinse con la compagine della sua città 2 Coppa Libertadores 1962 e 1963, la Coppa Intercontinentale 1962 e 2 Taça Brasil 1961 e 1962, 3 Campionato Paulista (1960-61-62) e il Torneo di Rio-San Paolo nel 1963. Le prestazioni fornite con il club lo portarono a essere convocato dalla nazionale olimpica che vinse la medaglia d'oro ai IV Giochi panamericani tenutisi a San Paolo nel 1963. Nené alla Juventus nella stagione 1963-1964 Durante una tournée europea del suo club, giocò contro la Juventus di Omar Sívori al Comunale di Torino il 26 giugno 1963. Notato da Giampiero Boniperti che apprezzò molto le sue movenze, lasciò il Santos per approdare nello stesso anno alla società bianconera per 100 milioni di lire. Debutta in Serie A con la compagine bianconera il 15 settembre 1963, nella vittoria per 3-1 contro la SPAL. Dopo una stagione 1963-1964 non eccezionale, dove segnò comunque 11 gol in 28 partite di campionato ma nella quale coincidono gli attriti e il dualismo con Sívori, la saudade e una squadra non all'altezza del giovane attaccante brasiliano portarono alla sua cessione al Cagliari per 600 milioni di lire. Cagliari Debutta con la compagine rossoblù il 13 settembre 1964, nella sconfitta esterna per 2-1 contro la Roma valevole per il campionato di Serie A. In Sardegna l'allenatore Arturo Silvestri lo collocò nel ruolo di ala destra; negli anni successivi diventò un tornante che sfruttava la sua velocità sulla fascia, tanto da farsi inseguire fino in porta, durante un Roma-Cagliari, dal folcloristico allenatore giallorosso Oronzo Pugliese. La Juventus tentò di ricomprarlo nella stagione 1967-1968, ma il Cagliari rifiutò. Nel 1969, con l'acquisto di Angelo Domenghini, il nuovo tecnico rossoblù Manlio Scopigno lo spostò al centro del campo, facendo del brasiliano uno dei punti di forza della squadra sarda che nel campionato 1969-1970 conquistò il suo unico scudetto della storia. Chiude la carriera, dopo dodici stagioni consecutive in maglia rossoblù tutte in Serie A, con il campionato 1975-1976: l'ultima gara giocata è quella del 4 aprile, un pareggio esterno per 0-0 contro il Cesena, ritirandosi poi all'età di 34 anni. Con Juventus e Cagliari gioca in Italia complessivamente 426 partite impreziosite da 43 gol, per un totale di 390 apparizioni ufficiali e 31 gol con la maglia cagliaritana; il record di 311 partite ufficiali in Serie A con i rossoblù, durato 38 anni, verrà eguagliato e superato solamente nel 2014 da Daniele Conti. Con i sardi Nené ebbe anche un'esperienza nel campionato nordamericano organizzato nel 1967 dalla United Soccer Association e riconosciuto dalla FIFA, in cui la rosa del Cagliari scese in campo nelle vesti dei Chicago Mustangs, ottenendo il terzo posto nella Western Division. Allenatore Nené, allenatore della formazione Primavera della Fiorentina, solleva assieme ai suoi ragazzi il trofeo del Torneo di Viareggio 1979. Terminata la carriera da giocatore, sempre a Cagliari iniziò quella di allenatore. Con la formazione Primavera della Fiorentina, tra il 1979 e il 1980 vinse il campionato, la coppa di categoria e il Torneo di Viareggio. Guidò poi in Serie C2 il Sant'Elena, e in Serie C1 la Paganese. Preferendo allenare i giovani, ritornò alla Primavera del Cagliari, per poi tornare alla Juventus dapprima come tecnico del vivaio bianconero — dove crebbe, tra gli altri, un giovane Claudio Marchisio — e infine come osservatore. Dopo il ritiro Come commentatore radiofonico instaurò un ottimo rapporto con la Gialappa's Band, collaborando con il trio a Rai dire Mondiali per la radiocronaca delle partite del Brasile nonché per i Mondiali di Stati Uniti 1994 e Francia 1998 su Radio 2, oltre a essere ospite in televisione a Mai dire Mondiali su Italia 1. Riconoscimenti Il Cagliari lo ha inserito nella sua Hall of Fame. È inserito nella Top 11 Rossoblù - I più forti di sempre, la formazione votata dai tifosi comprendente i migliori giocatori cagliaritani di sempre. Record col Cagliari Calciatore straniero con più presenze nella storia del Cagliari (390). Calciatore straniero con più presenze in Serie A con la maglia del Cagliari (311). Calciatore straniero con più presenze in Coppa Italia con la maglia del Cagliari (48). Calciatore straniero con più presenze nelle Coppe calcistiche europee con la maglia del Cagliari (27). Con Gigi Riva unico giocatore del Cagliari ad aver giocato le prime 12 stagioni consecutive tutte in serie A della squadra sarda. Record con la Fiorentina Double nazionale Primavera 1979-1980 (vittoria del Campionato Primavera e della Coppa Italia Primavera). Palmarès Giocatore Club Competizioni statali Campionato Paulista: 3 - Santos: 1960, 1961, 1962 Torneo Rio-San Paolo: 1 - Santos: 1963 Competizioni nazionali Campeonato Brasileiro Série A: 2 - Santos: 1961, 1962 Taça Brasil: 2 - Santos: 1961, 1962 Campionato italiano: 1 - Cagliari: 1969-1970 Competizioni internazionali Coppa Libertadores: 2 - Santos: 1962, 1963 Coppa Intercontinentale: 1 - Santos: 1962 Nazionale Giochi panamericani: 1 - Brasile: 1963 Allenatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Fiorentina: 1979-1980 Coppa Italia Primavera: 1 - Fiorentina: 1979-1980 Torneo di Viareggio: 1 - Fiorentina: 1979 Torneo Città di Arco: 1 - Juventus: 1991
