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PIETRO PAOLO VIRDIS https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Paolo_Virdis Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassari Data di nascita: 26.06.1957 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Tamburino Sardo Alla Juventus dal 1977 al 1980 e dal 1981 al 1982 Esordio: 21.08.1977 - Coppa Italia - Sambenedettese-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 110 presenze - 29 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Pietro Paolo Virdis, nome completo Antonio Pietro Paolo Virdis (Sassari, 26 giugno 1957), è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Pietro Paolo Virdis Virdis al Milan nella stagione 1985-1986 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1991 - giocatore 2002 - allenatore Carriera Giovanili 1971-1973 Vigili Urbani Cagliari Squadre di club 1973-1974 Nuorese 25 (11) 1974-1977 Cagliari 75 (24) 1977-1980 Juventus 65 (14) 1980-1981 → Cagliari 22 (5) 1981-1982 Juventus 45 (15) 1982-1984 Udinese 45 (12) 1984-1989 Milan 135 (54) 1989-1991 Lecce 46 (8) Nazionale 1976-1978 Italia U-21 8 (1) 1987-1988 Italia Olimpica 15 (9) Carriera da allenatore 1998-1999 Atletico Catania 2001 Viterbese 2002 Nocerina Caratteristiche tecniche Centravanti, nel corso della sua carriera in massima serie fallì soltanto un calcio di rigore. Carriera Giocatore Club Virdis al Cagliari nel 1975 Attaccante, non ancora sedicenne gioca la sua prima stagione in prima squadra nella Serie D 1973-1974, segnando 11 gol con la maglia della Nuorese. L'anno successivo passa quindi al Cagliari di Gigi Riva, esordendo in Serie A il 6 ottobre 1974 in occasione del pareggio senza reti contro il L.R. Vicenza. I primi gol nel massimo campionato arrivano invece nella stagione 1975-1976 (6 in 23 partite), ma non riescono ad evitare la retrocessione in B dei sardi. Rimane in Sardegna anche nel successivo torneo cadetto, nel quale si mette in evidenza segnando 18 gol. Nell'estate del 1977, dopo una lunga trattativa alla quale inizialmente si oppone, viene ingaggiato dalla Juventus di Giovanni Trapattoni. Anche a causa di ciò fa fatica ad ambientarsi nei bianconeri, tuttavia conquista subito lo scudetto già nella prima stagione, quando ha per compagni di reparto Roberto Bettega e Roberto Boninsegna. Dopo aver vinto anche la Coppa Italia 1978-1979 ed aver passato la stagione 1980-1981 in prestito al Cagliari, vince infine un altro titolo nel 1982: in questa stagione disputa tutte le 30 gare di campionato segnando anche 9 gol, tuttavia viene ceduto all'Udinese per far posto a Paolo Rossi. In Friuli ritrova Franco Causio, già conosciuto a Torino, inoltre nel secondo anno arrivano anche Massimo Mauro e il fuoriclasse brasiliano Zico, che fa coppia con il connazionale Edinho: Virdis gioca con continuità in quel campionato e segna 10 reti. Virdis all'Udinese nel campionato 1983-1984, esultante con Gerolin. Nuovo trasferimento nel 1984, quando passa al Milan di Nils Liedholm. Viene generalmente schierato titolare e realizza 8 gol complessivi nelle tre edizioni della Coppa UEFA a cui partecipa; questi lo rendono il miglior marcatore del club nella competizione per quasi trent'anni (viene prima eguagliato da André Silva e poi superato da Patrick Cutrone nel 2018). Conquista poi, con 17 centri, il titolo di capocannoniere nella Serie A 1986-1987, mentre nella stagione 1987-1988 la squadra viene rinforzata con gli arrivi di Carlo Ancelotti, Ruud Gullit e Marco van Basten. Con i rossoneri, guidati da Arrigo Sacchi, vince quindi un altro scudetto, e la sua doppietta sul Napoli secondo a tre giornate dal termine è decisiva in questo senso. L'anno seguente, l'ultimo a Milano, partecipa anche alla Coppa dei Campioni nella quale segna 3 reti, ed è anche in campo nella ripresa della finale di Barcellona, che si conclude con il netto successo sulla Steaua Bucarest per 4-0. Nel 1989 viene ceduto al Lecce di Carlo Mazzone, che vince la concorrenza dell'Udinese. Si ritira dal calcio nel 1991, dopo due stagioni in Serie A, l'ultima delle quali terminata però con la retrocessione. Nazionale Con la Nazionale Under-21 conta 15 presenze e 9 gol, mentre con la selezione olimpica ha preso parte - come fuori quota - alle Olimpiadi di Seoul. Allenatore Abbandonata l'attività agonistica, ha conseguito la licenza per allenare. Ha guidato l'Atletico Catania e la Viterbese. Nel 2001 sostituisce Piero Cucchi alla guida della Nocerina, per la sua ultima esperienza in panchina. Dopo il ritiro In seguito ha lavorato come commentatore televisivo e gestisce un negozio di specialità enogastronomiche a Milano. Riconoscimenti Il Cagliari lo ha inserito nella sua Hall of Fame. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1977-1978, 1981-1982 - Milan: 1987-1988 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Supercoppa italiana: 1 - Milan: 1988 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1988-1989 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1986-1987 (17 gol)
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LUCIANO MIANI GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1976 È difficile sfondare venendo dal vivaio della medesima società, diceva qualcuno. Può essere. Ci sono casi clamorosi a favore di questa tesi, ma anche esempi emblematici dell’opposto. Una cosa è sicura: quando il giovin talento mandato a farsi le ossa, a corroborarsi in B o in C, viene richiamato in tutta fretta alla casa madre, ciò significa che il tipo ha un futuro, che le sue doti sono apprezzate, che insomma c’è posto per lui. È il caso di Luciano Miani, ventenne da Chieti (14 febbraio ‘56 la data di nascita), che torna in bianconero, dopo essersi formato calcisticamente nelle «minori» juventine, all’indomani di un’illuminata stagione in serie C, nelle file della Cremonese. Non si ipoteca il futuro, specie nel mondo del calcio. Ma il futuro di uno come Miani è quantomeno popolato di sviluppi interessanti, di prospettive pure rosee. Indispensabile cominciare da una breve carrellata sul passato. La parola all’interessato, che non si fa certo pregare. «Ho tirato i primi calci al pallone in una squadretta di Chieti, il River. Ho giocato lì in tornei giovanili sino al ‘72, l’anno del mio passaggio alle «minori» della Juventus. L’anno scorso sono stato ceduto in prestito alla Cremonese. È stato per me un fatto positivo sotto ogni punto di vista...». I conti tornano. 35 presenze su 38, alcune prestazioni di assoluto livello, il posto di titolare fisso nella Nazionale Semiprò. Il tutto per un ragazzo di vent’anni scarsi non può passare senza lasciare tracce. «È evidente che il salto per me non è stato roba da poco. Ho giocato quattro partite in nazionale C, credo di essermela cavata niente male...». Ma non parliamo soltanto del Miani calciatore e «libero» di avvenire in special modo. Anzi, per adesso, cerchiamo di non parlarne affatto. Inquadriamo il personaggio, contorni extracalcistici in primis. Luciano studia e ha un sacco di hobby. Approfondiamo una cosa per volta. «Ho fatto la quarta geometri, ho tutta l’intenzione di prendermi ‘sto benedetto diploma. Certo per un calciatore è un problema serio conciliare sport e studio. Comporta dei sacrifici, a volte vien da chiederti se ne vale davvero la pena. Mah, comunque ormai il più dovrebbe essere fatto». Miani non è propriamente un ottimista. «Guardo le cose cercando di starmene con i piedi per terra, non mi va di farmi delle illusioni. Più che pessimista, sono realista. Nel calcio come nella vita, s’intende». Domanda scontata, a questo punto: il carattere. «Sono un buono, non sarei capace di fare del male a una mosca. Mi piace la compagnia, la solitudine mi fa abbastanza paura. Non sono troppo estroverso, ma nemmeno timido. Insomma, ho un carattere normale, che devo dire...». Luciano Miani, «libero» di vent’anni, arriva alla Juve di Trapattoni e si ritrova immediatamente nelle condizioni ideali per esprimere le proprie doti. Nelle partitelle di preparazione, la sua tecnica e la grinta non comune lo mettono in mostra. Insomma, il Trap si accorge che dietro Scirea c’è un tipo che all’occorrenza può benissimo essere buttato nella mischia. Un «libero» che lascia intravedere le qualità di predecessori illustri, che in maglia bianconera hanno nobilitato il ruolo con araldica compostezza e risorgimentale impegno. Miani ricorda nello stile Salvadore, e vi preghiamo di non storcere il naso: il paragone non è irriverente. La grinta di «Bill», il suo incontrismo esemplare, si ritrovano pari pari in questo talento ventenne tornato in bianconero dopo una lucente parentesi in provincia. Il suo ritorno alla Juve dopo un anno di corroborante rodaggio tra i semiprò, potrà anche non coincidere con una immediata esplosione. Ci vuole fortuna e un concorso di circostanze. A volte non basta essere bravi. Ma sicuramente di Miani risentiremo parlare. Il piglio c’è. Si farà strada. CALCIOMERCATO.COM DEL 15 MAGGIO 2014 «La Juventus, il massimo per me che ero tifoso bianconero. In quel gruppo c’era Paolo Rossi, Brio, Marangon, Verza e altri ancora. Un sogno che si avvera. Alle medie, a Chieti Scalo, facevo la raccolta delle figurine Panini. Andavo pazzo per Pietro Anastasi. Dopo un paio di anni ero a Torino che mi allenavo con lui. All’epoca, il libero doveva difendere e impostare l’azione. Servivano piedi buoni. Poca gloria in prima squadra, solo qualche panchina in serie A e in coppa Uefa. Ero in stanza con Altafini. Era a fine carriera, ma ogni volta che entrava faceva gol. Poi la Juventus mi ha mandato un po’ in giro. Sono contento della mia carriera, ho giocato nel calcio degli anni ‘80 amato da tutti. Anche oggi. Era un calcio leader in Europa. Però, tornassi indietro… Di certo, da giovane non avrei fatto pressione sulla Juventus per andare a giocare. Mi sentivo chiuso da Scirea, non avevo grandi prospettive. E chiesi di andare via. Potessi tornare indietro, beh, non lo rifarei. Avrei fatto di tutto per restare nella Juventus. Quando sei in una grande squadra ci devi restare finché puoi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/luciano-miani.html
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LUCIANO MIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Miani Nazione: Italia Luogo di nascita: Chieti Data di nascita: 14.02.1956 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti Luciano Miani (Chieti, 14 febbraio 1956) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore e centrocampista. Luciano Miani Miani al L.R. Vicenza nel 1978. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1990 - giocatore Carriera Giovanili 1972-1975 Juventus 5 (0) Squadre di club 1975-1976 Cremonese 35 (1) 1976-1977 Ternana 13 (0) 1977-1978 Pisa 24 (0) 1978-1980 Lanerossi Vicenza 53 (1) 1980-1981 Udinese 26 (2) 1981-1984 Fiorentina 36 (5) 1984-1985 Arezzo 23 (0) 1985-1987 Cagliari 47 (0) 1987-1988 Alessandria 9 (0) 1988-1989 Lanerossi Vicenza 19 (0) 1989-1990 Schio 25 (1) Carriera da allenatore 1990-1991 Schio 1991-1992 Venezia Primavera 1993-1994 Verona Primavera 1995-1998 Chievo Primavera 1999-2000 Chievo 2001 Alzano Virescit 2001-2003 Trento 2006 Legnano 2008-2010 Vicenza Primavera 2011-2012 R.C. Angolana Juniores 2012-2013 R.C. Angolana 2014-2015 R.C. Angolana Juniores 2016-2017 River Casale 2019 R.C. Angolana Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus, Miani mosse i primi passi della sua attività agonistica nella Cremonese, in Serie C. Nei successivi anni giocò nella Ternana e nel Pisa. Giovan Battista Fabbri, al L.R. Vicenza, lo fece esordire in Serie A nella stagione 1978-1979; nel 1980 passò all'Udinese. Miani (accosciato, al centro) alla Cremonese nel 1975-1976 In seguito passò alla Fiorentina; dopo l'infortunio che colpì Giancarlo Antognoni, a seguito di uno scontro di gioco con Silvano Martina, giocò di più e, schierato titolare da Giancarlo De Sisti con la maglia numero 10, collezionò 26 presenze e 4 gol nel torneo dello scudetto mancato dalla Fiorentina dopo il testa a testa con la Juventus. Miani rimase in viola fino alla stagione 1983-1984 e il suo rendimento fu condizionato da un infortunio in uno scontro di gioco con Michel Platini. Giocò poi con Arezzo, Cagliari, Alessandria e, infine, Vicenza. Pur essendo principalmente un centrocampista, si adattava in molti ruoli, sia a centrocampo, sia come difensore: in pratica coprì, secondo l'usanza dell'epoca, tutti i numeri dall'1 all'11, tranne il 9. Giocò infatti anche per qualche minuto in porta in Ascoli-Udinese del 1980-81, quando il portiere Della Corna subì un infortunio e la squadra aveva terminato le 2 sostituzioni ammesse, non potendo quindi fare entrare in campo il portiere di riserva Pazzagli. Allenatore e dirigente Conclusa la carriera agonistica, intraprese quella di allenatore. Ha guidato le giovanili di Venezia, Vicenza e R.C. Angolana. Ha allenato anche l'Alzano Virescit, il Trento ed il Legnano. Vanta anche una breve esperienza come allenatore del Chievo in serie B. Nel gennaio del 2012, mentre era alla guida della Juniores, è diventato l'allenatore dell'Angolana. Ha mantenuto l'incarico fino al novembre del 2013, quando è stato esonerato. Nella stagione 2014/15 è tornato alla guida della Juniores. Nel luglio del 2015 è diventato il responsabile dell'area tecnica del River Casale, società in cui è cresciuto calcisticamente prima di approdare alle giovanili della Juventus. Nella stagione 2016/17 ha anche ricoperto il ruolo di allenatore della prima squadra.
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VINICIO VERZA «Quando gioco con la maglia bianconera vengo rapito dall’esaltazione. La mia unica preoccupazione è quella di essere utile ai compagni, le soddisfazioni personali vengono dopo quelle legate al collettivo. Voglio essere all’altezza dei colori che vesto: consapevole che non è facile, perché la Juve è il massimo. La Juve ti offre tanto, ma ti chiede, giustamente, di essere degno della sua tradizione e del suo stile. L’influenza della Vecchia Signora non si arresta al terreno di gioco, ma concerne altri aspetti, anche extracalcistici. Alla Juventus non è assolutamente sufficiente fornire lo stesso tipo di apporto agonistico e comportamentale che potrebbe risultare graditissimo in altri club. Alla Juventus occorre tendere alla perfezione, perché la Juventus tende alla perfezione».Nato a Boara Pisani (Padova) il 1° novembre 1957, comincia a mostrare le sue doti al termine della Scuola Media (Vigliano Biellese) quando, trasferitosi a Borgo San Martino in quel di Casale Monferrato, gioca prima nel San Carlo e in seguito nella Junior.Molti osservatori restano colpiti dalla sua bravura, ed è la Juventus a ingaggiarlo, accogliendolo tra gli Allievi di Viola, i Beretti di Grosso per trovare degno inserimento nella Primavera: «All’epoca, guadagnavo 25.000 lire al mese, ma dovevo regolarmente restituire 5.000 lire per le multe che la società mi dava, per le marachelle che combinavo con Marangon e Marocchino. Niente di grave, ovviamente; magari, marinavamo la scuola e facevamo tardi, perché attratti da qualche bella ragazza».Il tempo passa e giunge il momento di una diversa maturazione, passando attraverso esperienze più complete; insieme a Paolo Rossi, raggiunge Vicenza per farsi le ossa che, proprio in quell’anno, riprende il suo posto fra le grandi della Serie A. Rientra a Torino, integrato nell’organico della squadra titolare, nell’estate del 1977.«Meraviglioso è stato l’esordio al Comunale, ero imbarazzato per quello che mi attendeva, temevo di venir meno alle aspettative dei tifosi della curva Filadelfia. Dopo l’infortunio di Bologna, temevo di non farcela più a guarire e giocare, avevo esempi di tanti giocatori che avevano dovuto scrivere la parola fine alla carriera e mi disperavo. Non mi preoccupavo tanto per il posto in prima squadra, quanto per la carriera nella quale volevo dare tanto, tutto me stesso per la mia Juventus».Giocatore di buon talento, in possesso di stile e di ottima tecnica individuale, sa andare a bersaglio con tiri di rara precisione. Buonissimo centrocampista, con qualche limite di personalità, il buon Vinicio lascia la firma sullo straordinario scudetto 1980-81, nella decisiva partita della penultima giornata (a Napoli); subentrato a Marocchino, Verza effettua al 64’ il tiro che, deviato dal napoletano Guidetti, finisce alle spalle di Giaguaro Castellini, regalando alla Juventus due punti che ne valgono sei.La Juventus come maestra di vita: «Ho imparato tante cose e tante ne imparerò; quando gioco voglio esprimere sempre nuovi aspetti della mia personalità guardandomi con occhio critico e, devo ammettere, che non sempre tutto è andato liscio come l’olio, ma ho anche avuto la soddisfazione di essermi sentito determinante in alcune azioni da goal. Se sono stato in grado di far perforare la rete avversaria, ebbene, quella segnatura mi ha dato lo stesso immenso piacere che avrei provato se la palla l’avessi calciata io stesso alle spalle di Castellini o di Terraneo».Il ruolo ricoperto: «Sono un giocatore eclettico e la prova l’ho data tra le file del Lanerossi ricoprendo quel ruolo che a molti piace indicare con la parola jolly. A me, personalmente, importa una sola cosa: giocare, ho desiderio, voglia e necessità di giocare perché intendo dissipare ogni dubbio sul mio rendimento; dalla panchina o dalla tribuna, posso solo dar prova di maturità accettando disciplinatamente gli ordini e le direttive del Mister».Nella Juventus, chiuso dai vari Tardelli, Benetti e Furino, si ferma per tre stagioni: totalizza 60 presenze, realizzando 11 goal e contribuendo agli scudetti 1978 e 1981 e alla Coppa Italia 1979.Nell’estate del 1981 è ceduto al Cesena, poi si trasferisce al Milan: «Andai al Cesena, perché voluto da Gibì Fabbri, che mi faceva giocare con il numero 5, definendomi il nuovo Falçao; così, mi ritrovavo a dover marcare gente come Tardelli e Bagni. Che fatica! A metà campionato, subentrò Lucchi e passai velocemente dalla polvere all’altare. All’ultima giornata di quel torneo incontriamo il Milan, a San Siro; sono espulso per aver picchiato Novellino e mi becco 4 giornate di squalifica. Ma, ironia della sorte, l’anno successivo sono acquistato proprio dai rossoneri. Certo, non sono mai stato un bell’esempio per i giovani!».Dopo un triennio in rossonero approda per la stagione 1985-86 al Verona, dove lo attende il compito di far dimenticare Fanna, anche lui ex bianconero.Un ultimo campionato con il Como e poi il ritiro, a soli 31 anni. «In quel calcio non mi riconoscevo e non mi divertivo più; non era una questione di stress, con tutti i soldi che danno ai calciatori, è comico addurre a certe giustificazioni. Ma a Como, dopo una partita proprio con la Juventus, mi ritrovai immeritatamente fuori squadra, nonostante dei trascorsi di buon livello; la cosa mi diede parecchio fastidio, come il prolificare degli avversari che scendevano in campo con il solo scopo di picchiare. Dissi basta una volta per tutte e senza rammarico».MASSIMO BURZIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1987Piede magico, tiro bruciante, invenzioni a gogò. E ancora: bel dribbling, incedere elegante, ottima struttura fisica, grinta e voglia di lottare. E anche buona classe, intelligenza e fantasia. Eppure.Eppure questa non è la scheda di un brasiliano che ha iniziato a toccare il pallone sulle bianche spiagge di Rio de Janeiro per poi approdare al mitico Maracana. È la descrizione delle caratteristiche calcistiche di Vinicio Verza che non è nato in Brasile ma in provincia di Padova.Con il che si dimostra che da noi nascono buoni, anzi ottimi giocatori. Gente che non avrà il cognome che finisca in “ha” o in “ho” o ha due nomi propri come “family name”. E come se non bastasse Verza (che fosse di laggiù si sarebbe chiamato Verzinho) è decisamente un giocatore di caratteristiche sudamericane. Lo era un tempo e lo è anche oggi, anche se la sorte l’ha portato a militare tra le riserve del Verona operaio di Osvaldo Bagnoli.Nell’estate del 1977 il ventenne Verza si vede recapitare la raccomandata di convocazione della Juve. Purtroppo per Verza i titolari sono Tardelli, Benetti e Furino. Un tris di campioni inamovibili e insostituibili a cui il bravo Vinicio fa da scudiero, cercando di trovare spazio e occasioni.Un ruolo, il suo, che nella storia juventina è intermedio. Non uno dei big ma neppure uno dei tanti, per un centrocampista dalle spiccate attitudini offensive e dalle tante qualità. Qualità che in una Juve attenta come quella costruita in quegli anni dalla sagacia di Trapattoni, non ebbero grande spazio, anche se l’allenatore soleva spesso dire che: «Vinicio è mezzo brasiliano, tant’è la sua fantasia e inventiva in campo».Insomma Verza è un calciatore bravo e divertente. Ha raccolto molto meno di quanto doveva nella Juve, ma ha avuto la gioia di vincere in maglia bianconera ben due scudetti e una Coppa Italia.Già, la Juve. Una squadra, un periodo di vita a cui Verza ripensa spesso. Una volta mi disse: «Ti ricordi che Juve, quella Juve?».Si riferiva alla squadra dei suoi tempi e aveva ragione. Fu una grande Juventus, fu un team di assoluto valore, anche perché ogni tanto entrava in campo un brasiliano nato in Veneto: Vinicio Verza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/vinicio-verza.html
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VINICIO VERZA https://it.wikipedia.org/wiki/Vinicio_Verza Nazione: Italia Luogo di nascita: Boara Pisani (Padova) Data di nascita: 01.11.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1981 Esordio: 31.08.1977 - Coppa Italia - Juventus-Verona 4-2 Ultima partita: 28.05.1981 - Coppa Italia - Juventus-Roma 0-1 60 presenze - 11 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Vinicio Verza (Boara Pisani, 1º novembre 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Vinicio Verza Un esultante Verza al Milan nel 1984-1985 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1992 Carriera Giovanili 19??-19?? Lanerossi Vicenza Squadre di club 1976-1977 Lanerossi Vicenza 22 (2) 1977-1981 Juventus 60 (11) 1981-1982 Cesena 24 (4) 1982-1985 Milan 81 (15) 1985-1988 Verona 67 (8) 1988-1989 Como 16 (0) 19?? Arzignano ? (?) 1991-1992 Treviso ? (?) Nazionale 19?? Italia U-23 5 (1) Biografia Durante l'attività agonistica ha avuto un piccolo ruolo, nei panni di se stesso, nel film Il volatore di aquiloni di Renato Pozzetto (1987). Al termine della stessa, è diventato agente immobiliare a Vicenza. Caratteristiche tecniche Ha giocato come ala destra e rifinitore. Carriera Verza alla Juventus nella stagione 1980-1981; sullo sfondo, Liam Brady. Cresciuto nelle giovanili del Lanerossi Vicenza, esordì diciannovenne coi biancorossi nella stagione 1976-1977, in Serie B, vincendo alla fine dell'anno il torneo e conquistando la promozione in massima categoria. Accasatosi durante l'estate seguente alla Juventus quale riserva di Franco Causio, debuttò in maglia bianconera il 26 febbraio 1978, potendosi fregiare a fine stagione del titolo nazionale. Non trovò molto spazio nelle quattro stagioni trascorse a Torino, anche se a lui la Juventus deve il gol decisivo (pur con deviazione di Guidetti) nella sfida-scudetto contro il Napoli (1-0) alla penultima giornata del campionato 1980-1981. Lasciò il club piemontese con due scudetti e la Coppa Italia 1978-1979. Trasferitosi nel 1981 al Cesena, nel suo unico anno in Romagna riuscì a conquistare la salvezza a scapito anche del Milan, dove proprio la stagione successiva fu chiamato dal suo presidente ai tempi di Vicenza, Giussy Farina. In quella che fu la sua miglior annata sottorete, nel torneo cadetto del 1982-1983 contribuì con 10 gol a riportare i rossoneri in Serie A, rimanendo per altri due campionati a Milano prima di passare, nel 1985, al Verona fresco vincitore dello scudetto, che lo acquistò per 2,5 miliardi di lire. Verza (al centro) in azione al Verona nel 1987, nella morsa degli juventini Manfredonia, Bonini e Scirea. Con i gialloblù disputò altre tre stagioni in massima categoria, segnalandosi per un gol realizzato in Coppa Italia partendo dalla propria area di rigore. Successivamente si trasferì al Como, sempre in Serie A, dove chiuse la carriera professionistica nel 1989 con una retrocessione. Da qui in avanti, disputò ancora dei campionati a livello dilettantistico, prima nell'Arzignano e quindi nel Treviso, in Interregionale, appendendo gli scarpini al chiodo nell'annata 1991-1992. Ha totalizzato complessivamente 198 presenze e 24 reti in Serie A, e 53 presenze e 13 reti in Serie B. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 2 - Lanerossi Vicenza: 1976-1977 - Milan: 1982-1983 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1977-1978, 1980-1981 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979
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LANFRANCO ALBERICO https://it.wikipedia.org/wiki/Lanfranco_Alberico Nazione: Italia Luogo di nascita: Asigliano Vercellese (Vercelli) Data di nascita: 31.07.1917 Luogo di morte: Asigliano Vercellese (Vercelli) Data di morte: 21.02.1977 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 05.12.1943 - Amichevole - Novara-Juventus 1-3 Ultima partita: 06.01.1944 - Amichevole - Casale-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti Lanfranco Alberico (Asigliano Vercellese, 31 luglio 1917 – 21 febbraio 1977) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Lanfranco Alberico Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1954 Carriera Giovanili 19??-1934 Pro Vercelli Squadre di club 1934-1940 Pro Vercelli 105 (20) 1940-1943 Venezia 63 (7) 1943-1944 Juventus 0 (0) 1945-1953 Novara 227 (42) 1953-1954 Pro Vercelli 11 (0) Carriera Dopo aver vestito per sei stagioni la maglia della Pro Vercelli, si trasferì al Venezia in serie A. La squadra del capoluogo veneto negli anni quaranta schierò campioni come Ezio Loik e Valentino Mazzola, e vinse la Coppa Italia: Alberico fu uno dei protagonisti della manifestazione, segnando una doppietta all'Udinese nella vittoria casalinga negli ottavi di finale (17 maggio 1941), un gol nei quarti di finale nella vittoria esterna contro il Bologna per 4-3 del 25 maggio 1941 ed un gol nella vittoria in semifinale contro la Lazio per 3-1 del 1º giugno 1941 Nel 1944 giocò nelle file della Juventus, mentre una volta finita la Seconda Guerra Mondiale si trasferì nel Novara, dove rimase fino al 1953 collezionando complessivamente 227 presenze con 42 reti; dopo un'ulteriore stagione passata nella Pro Vercelli si ritirò. Palmarès Coppa Italia: 1 - Venezia: 1940-1941 Campionato italiano di Serie B: 1 - Novara: 1947-1948
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ANNIBALE AJMONE MARSAN https://it.wikipedia.org/wiki/Annibale_Ajmone_Marsan Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 29.02.1888 Luogo di morte: Londra (Inghilterra) Data di morte: 05.03.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Anny Alla Juventus dal 1905 al 1906 e dal 1909 al 1911 Esordio: 10.04.1910 - Campionato di Prima Categoria - Andrea Doria-Juventus 0-1 1 presenza - 0 reti Annibale Ajmone Marsan (Torino, 29 febbraio 1888 – Londra, 5 marzo 1956) è stato un imprenditore, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Fu fratello di Riccardo (III) ed Alessandro (I), figlio di un finanziatore del club, l'imprenditore Marco Ajmone Marsan, che era originario di Crosa. Il suo cognome nei tabellini è riportato talvolta come Aimone o Aymone. Fu dirigente della Juventus e procuratore generale dell'imprenditore Riccardo Gualino. Annibale Ajmone Marsan Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1905-1906 Juventus 0 1909-1910 Juventus 1 (0) 1910-1911 Juventus 0 Carriera Fu un giocatore della Juventus nelle stagioni 1905-1906, 1909-1910 e 1910-1911. Il suo soprannome era Anny, il suo esordio e unica partita giocata fu contro l'Andrea Doria il 10 aprile 1910. Nel 1905, assieme al fratello Alessandro, vinse il Torneo delle seconde squadre.
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Roberto Boninsegna e Romeo Benetti
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MICHELE AIRALDI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 16.08.1961 - Amichevole - Villar Perosa-Juventus 0-11 0 presenze - 0 reti subite
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GIUSEPPE ACCUSANI DI RETORTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.07.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 06.12.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Bebbe Alla Juventus dal 1922 al 1924 Esordio: 06.05.1923 - Campionato Prima Divisione - Juventus-Bologna 2-2 Ultima partita: 20.04.1924 - Campionato Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 2 presenze - 0 reti
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PIETRO FANNA Arriva alla Juventus nel 1977 dopo essersi messo in evidenza, nell’Atalanta, come uno dei talenti della nuova generazione. È molto dotato: tecnica individuale, velocità, fantasia, un calcio magnifico e, considerato che ha solamente 19 anni, si pensa che certe alcune agonistiche e di combattività verranno presto colmate: «Essere alla Juventus è una cosa magnifica, esaltante, il sogno di ogni calciatore e il fatto mi ha lusingato parecchio, anche se forse, da buon friulano, non l’ho dato da vedere». Il titolare è il Barone Causio, ancora inamovibile e Fanna può vedere, imparare dal campione, fino al momento giusto per sostituirlo. Fanna è utilizzato in ruoli e mansioni non adatte alle sue caratteristiche. Seconda punta con Bettega, in altre occasioni al fianco di Virdis. Pierino Fanna, oltre allo scudetto conquistato nel ‘78, che lo vede più spettatore che protagonista, diventa comunque uno degli artefici di altri due campionati vittoriosi: ‘80-81 e ‘81-82. «Sapeste quanto mi carico al pensiero che qualcuno creda in me! Ho superato in questo modo le perplessità che mi hanno assalito nel vestire la maglia bianconera. Si arriva a Torino e si prova l’impressione di toccare il cielo con un dito; poi, si rimane come schiacciati dal peso di tanta responsabilità». Nonostante questi successi, Fanna non riesce completamente a convincere. Emerge una certa fragilità atletica e, nell’estate del 1982, è ceduto al Verona, dove troverà finalmente la sua vera dimensione che lo condurrà trionfalmente allo scudetto del 1985 e alla Nazionale. Eccellente nell’Atalanta, deludente alla Juventus, strepitoso nel Verona, di nuovo deludente a Milano, sponda Inter: è il tipico giocatore che deve essere nel cuore di una squadra, che deve essere sempre chiamato in causa, per il quale deve passare il gioco. Tutto questo è, chiaramente, possibile a medio livello, impossibile ad alto livello, con gente come Brady, Bettega e compagnia. Al primo dribbling non riuscito, si smarrisce, evapora, passano interi minuti senza che tocchi palla; con gente così, il Trap non è in grado di instaurare neanche un linguaggio comune, figurarsi un rapporto fruttuoso. In poche parole, un grande talento bisognoso di essere coccolato, viziato e amato. GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1982 In molti continuano a domandarsi chi effettivamente sia, calcisticamente parlando, Pietro Fanna da Moimacco, ventiquattro anni e ormai cinque stagioni di Juve sulle spalle. In pochi, molto pochi a dire il vero, almeno crediamo, possiedono la risposta sicura, quella con tanto di prova. Il ragazzo di cinque anni fa è diventato uomo, ha messo su famiglia, ma queste, forse, son cose che riguardano assai più il personaggio che non il calciatore. Che differenze, e quali similitudini eventualmente, ci sono tra quel Fanna, quello di Bruges tanto per esemplificare, e questo, contraddittorio eppure vivo, altalenante eppure consistente, in una parola difficile da capire e ancor più da spiegare? Poiché non siamo tra quelli che hanno la risposta sicura, andiamo per approssimazione, e intanto ne parliamo, convinti che a molti interessi cercare vie magari nuove di avvicinamento al personaggio. Che davvero rischia di essere lontano, dagli occhi come dal cuore. Il ragazzo che approda a Torino da Bergamo, dove è idolo autentico, una specie di bambino prodigio capace di destare entusiasmi antichi, è già un tipo assai speciale, caratterialmente non ben definibile. Il primo impatto con i cronisti lascia interdetti personaggi navigati e abituati a fare i conti con ogni genere di giovin talento. Il ragazzo «c’è», si capisce che ha personalità e voglia di arrivare, ma è quasi spaventato dall’attenzione che lo circonda, sembra quasi chiedere il permesso di ritirarsi in santa pace e di uscire allo scoperto solo quando si sentirà pronto, caricato il giusto. Si intuisce al primo assaggio col terreno di gioco, al primo allenamento vero, che le doti ci sono, che il giovanotto mastica calcio come pochi altri, ma con una convinzione che va e viene, e più spesso la convinzione non c’è. Occorrono momenti particolari, climi speciali, per esaltare il ragazzo, la cui disarmante timidezza conquista comunque larghe fette di simpatia tra i supporters. La stagione dell’arrivo di Pierino, del resto, ribadisce il legittimo intendimento della Juve a dominare la scena nazionale: la squadra sembra continuare sullo slancio dei 51 punti strappati l’anno prima, e molte cose notoriamente difficili riescono invece facili, quasi automatiche. Fanna è ala destra, ha sempre giocato ala destra ed ha le caratteristiche tecniche dell’ala destra classica. Con la maglia numero sette gioca un certo Causio, all’apice della condizione, e Causio proprio non si discute, ci mancherebbe altro. Allora Fanna ha chiuso prima ancora di cominciare? No, perbacco. Il calcio moderno richiede universalità, adattamento a più ruoli, a diverse incombenze. Fanna trova spazio al centro o a sinistra, e gli inizi sono assai incoraggianti. A Pescara, i suoi dribbling e le sue serpentine in progressione scardinano una difesa intera e regalano una vittoria di slancio. In casa, con la Roma, su un terreno infame, Pierino scavalla nel fango e va a segnare un gol antologico a Paolone Conti. Un gol che lo consacra beniamino dei fans, che gli dà fiducia, convinzione. E poi, c’è la Coppa Campioni. La notte di Bruges. Non è il caso di raccontare nei particolari; certi episodi di storia recente sono stampati nitidamente nella memoria. Per la stragrande maggioranza dei tifosi juventini, Bruges si identifica con un arbitro svedese in serata di cattiva vena che dà una grossa mano alla Juve per non consentirle di avere ancora qualcosa da vincere. Per molti, però, quella partita è anche la rivelazione di un talento grande, di uno che farà sicuramente parecchia strada. Di Pierino Fanna da Moimacco, insomma. Su un palcoscenico ostico, e in una serata assai poco favorevole agli exploit individuali, Fanna disegna una prestazione assolutamente da incorniciare, senza sbavature, con momenti lirici, di tecnica assoluta. Una specie di magia, forse irripetibile o forse no, chi lo sa. Certo, una gran bella serata, un contrasto stridente con l’esito della gara, che rimanda la Juve a casa a rimpiangere e meditare rivincite. Bruges resta un episodio isolato, ahinoi. Ma è Fanna stesso un personaggio isolato, alle prese con sbalzi di umore che ne condizionano il rendimento nell’ambito magari di una stessa partita. Il ‘78-‘79 ripropone eccellenti momenti di calcio alternati a fasi di involuzione anche tecnica. Qualcuno comincia a mugugnare, a dire che, con quel fisico, con quei mezzi tecnici, se non sfonda è solo e unicamente questione di carattere, di maturità. Ma si è maturi, a vent’anni? Si può esserlo o non esserlo. In passato, ci furono campioni grandi e maturi a diciassette anni e altri che non maturarono mai, pur avendo quella dote strana e indefinibile che si chiama classe. Ma Fanna, quel Fanna, ha classe? Fior di tecnici, Trapattoni compreso, non hanno dubbi. Sissignori, Fanna ha classe, è un fior di campione allo stato semi-latente. Maturerà più tardi di altri, ma maturerà, se lo vorrà. Nella primavera dell’80, in chiusura di un’altra stagione ricca di contraddizioni, Fanna innesta marce altissime e torna a far sognare. Segna all’Inter un gol da album dei ricordi, scartando tutti sulla fascia e facendo passare la palla tra palo e portiere, con millimetrica precisione. Perché Fanna sa dribblare su una moneta da cento lire, ma anche tirare. E quelle poche volte che si decide a tirare sono gol d’autore, come contro l’Avellino, in una strana partita di fine stagione, finita 3 a 3 con alcuni numeri d’alta scuola del friulano. La partenza di Causio potrebbe rappresentare qualcosa di decisivo, per il destino di Pierino. Ma tutti sanno che non è così. Fanna, forse, per primo. La stagione del diciannovesimo scudetto ha avuto bisogno di parecchio Fanna, in ruoli e incombenze diverse. E Fanna è stato diligente, bravo o almeno bravino, ma sempre tentennante: un dribbling di troppo, un tiro col contagocce. Esplode Marocchino, che ha in partenza gli stessi problemi di Fanna, morde poco, anche se tiene piedi ottimi, ma alla fine vince Marocchino la sfida con Fanna, e la vince con la forza, la determinazione con la quale sradica il pallone dai piedi degli avversari e lo deposita a centro area per le giocate che decidono. Fanna è meno potente di Marocchino, ma potrebbe essere più rapido, più veloce, più essenziale. Lo stesso Marocco, in tutta sincerità, lo ammette davanti a stuoli di cronisti. E la storia si ripete, è roba di questi ultimi mesi, con l’esplosione di Galderisi, che ha cinque anni meno di Fanna, ma sembra che ne abbia dieci in più, quanto a determinazione, e, perché no, furore agonistico. La partita domenicale è una battaglia, dove si prende e si dà. Galderisi incarna alla meglio questo modo di vivere il ruolo offensivo. Fanna si approssima a incarnarlo, e magari presto lo riprodurrà al meglio: non mancano premonizioni, segni concreti. A ventiquattro anni, non sogna più gli svolazzi romantici sui campi dell’onor, ed ha capito qual è l’unica, sicura strada per arrivare alla meta. Crederci, fortissimamente, e considerare la panca come un trampolino di lancio, da cui decollare appena se ne presenta l’occasione. Inutile recriminare o rimpiangere quel che poteva essere e non è stato, inutile anche appigliarsi alla sfortuna. VLADIMIRO CAMINITI Sfortunato o presago, Pierino Fanna soggiorna cinque anni nella Juventus senza andare d’accordo col Trap. Forse, l’allenatore si incaponiva nel disegno tattico che certe divagazioni del ragazzo frastornavano; Furino ne parlava benissimo, come dell’attaccante più evoluto della squadra: «In tutti i punti del campo è utile, sa giocare in qualsiasi posizione». I tifosi di Madama sono abituati al meglio. Hanno ancora negli occhi i traversoni barocchi di Causio e conquistare la Juventus non è facile. Non basta avere un’anima cerulea, come ha gli occhi Pierino, e una moglie che gli ritaglia tutti gli articoli dei giornali e ne fa album per posteri; un tornante per Trapattoni, che riusciva a trovare difetti perfino in Causio, deve rispondere a certe esigenze, chiudere, coprire, aderire alla fascia di competenza, insomma sono continui rabbuffi, le guance di Pierino si imporporano, a casa si sfoga con la mogliettina bruna «ritagliera». Ora, dico la mia. Per la Juventus, nel quinquennio in cui vi ha militato, Pierino Fanna è stato un’occasione sprecata. Trapattoni non l’ha capito; si è attardato sui difetti tecnici e non ha messo il ragazzo a suo agio. Si sbaglia, tutti, e queste sono briciole per un tecnico virtuoso quanto il Trap; ma i fatti dicono di un Fanna che nel triennio veronese si mette a disegnare partite favolose, partecipando in primis alla conquista di quello scudetto che adorna indelebilmente il gonfalone gialloblù. E forse, voglio dire, più circostanze casuali, e il carattere un po’ troppo introverso e complicato del ragazzo, impedirono che con la Juventus sbocciasse vero amore. Come cronista non ho rimorsi. Io lo accettai sempre all’altezza delle sue doti tecniche superlative e del suo plafond atletico più che buono; in fondo, rimaneva il miglior allievo del padre, che avrebbe rimpianto non fosse ancora vivo a vederlo trionfare; il padre che gli aveva insegnato bambino a portare palla nella salita del paesello, per poi tenerla tra i piedi correndo in discesa; e fu un insegnamento basilare per il tornante superbo che sarebbe diventato, a tratti, solamente a tratti, anche nella Juventus del Trap. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/pietro-fanna.html
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PIETRO FANNA https://it.wikipedia.org/wiki/Pierino_Fanna Nazione: Italia Luogo di nascita: Grimacco (Udine) Data di nascita: 23.06.1958 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pierino Alla Juventus dal 1977 al 1982 Esordio: 21.08.1977 - Coppa Italia - Sambenedettese-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 148 presenze - 20 reti 3 scudetti 1 coppa Italia Pierino Fanna (Grimacco, 23 giugno 1958) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. È uno dei sei calciatori italiani (insieme a Giovanni Ferrari, Filippo Cavalli, Sergio Gori, Aldo Serena e Attilio Lombardo) ad aver conquistato lo scudetto con tre società differenti, nel suo caso Juventus, Verona e Inter. Pierino Fanna Fanna al Verona nel 1983 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1º luglio 1993 - giocatore 30 giugno 2002 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1975-1977 Atalanta 55 (6) 1977-1982 Juventus 148 (20) 1982-1985 Verona 85 (14) 1985-1989 Inter 97 (4) 1989-1993 Verona 103 (6) Nazionale 1976-1980 Italia U-21 13 (3) 1979-1980 Italia Olimpica 6 (3) 1983-1985 Italia 14 (0) Carriera da allenatore 1998-2000 Verona Vice 2000-2002 Venezia Vice Caratteristiche tecniche Ala destra in grado di svariare su ambo i fronti del campo. Era dotato di tecnica, velocità e fantasia. Negli anni alla Juventus fu utilizzato anche come seconda punta, pur non essendo quello un ruolo adatto alle sue caratteristiche. Rese al meglio in compagini di medio livello, dove poteva essere spesso coinvolto nel gioco della squadra, mentre soffrì molto a causa del suo carattere la pressione delle grandi piazze. Carriera Giocatore Club Atalanta e Juventus Fanna alla Juventus a fine anni 70 Arrivato all'Atalanta a quattordici anni, dopo tre anni di giovanili, Fanna esordisce in prima squadra nella serie cadetta con 20 presenze e due gol. Nella stagione 1976-1977 l'ala friulana è una pedina fondamentale della squadra e ottiene la promozione in Serie A con i bergamaschi. Nel 1977 approda alla Juventus. Fanna nei primi tre anni non si esprime al meglio, penalizzato da ruoli non adatti alle sue caratteristiche e anche dal suo carattere introverso. Nelle stagioni 1980-1981 e 1981-1982 trova spazio tra i titolari e contribuisce con alcuni gol e numerosi assist alla conquista dello scudetto; in particolare, suo fu il tiro che, fermato con un braccio da un difensore del Catanzaro, procurò il rigore che valse ai bianconeri lo scudetto 1981-1982. Verona Nell'estate 1982 viene ceduto al Verona di Osvaldo Bagnoli, squadra neopromossa, per la cifra di un miliardo e mezzo di lire. Nei suoi anni in Veneto, Fanna rappresenta un'importante pedina tattica nello sviluppo del contropiede, creando gli spazi e i presupposti per una rapida ripartenza senza palla da parte di Roberto Tricella: la scelta di tempo di questi due giocatori determinava lo spostamento e l'inserimento di un compagno che finalizzava l'azione. Due anni dopo in gialloblù conquista, nel campionato 1984-1985, uno storico scudetto. Inter, ritorno a Verona Fanna, con la maglia dell'Inter, esulta dopo la sua rete nel derby d'Italia del 15 marzo 1987. Nell'estate 1985 passa all'Inter per 5,2 miliardi di lire. Nel 1988-1989, con 13 partite, è uno dei comprimari nello scudetto dei record vinto sotto la guida di Giovanni Trapattoni, tuttavia nelle stagioni a Milano non riesce mai a replicare il rendimento mostrato in maglia scaligera. Nella stagione 1989-1990 torna quindi a Verona, in un campionato che culmina con la retrocessione in Serie B, riconquistando prontamente la Serie A l'anno dopo ma tornando nuovamente fra i cadetti al termine del torneo 1991-1992. L'annata successiva Fanna lascia definitivamente l'attività agonistica. Nazionale Nel 1977 esordisce nella nazionale Under-21, mentre nel 1983 avviene l'esordio con la nazionale maggiore, con la quale totalizza 14 presenze, senza mai andare in rete. Dopo il ritiro Si è occupato del settore giovanile veronese per qualche anno e, con l'arrivo di Cesare Prandelli nell'estate 1998, è stato allenatore in seconda. Seguì poi Prandelli al Venezia. Palmarès Club Campionato italiano: 5 Juventus: 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982 Verona: 1984-1985 Inter: 1988-1989 Coppa Italia: 1 Juventus: 1978-1979
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MARIANO MARCHETTI MASSIMO FRANCHI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1977 Mariano Marchetti (nulla a che vedere dal punto di vista genealogico coi precedenti Marchetti juventini – Giampiero e Alberto – ma dei quali sembra voler ripercorrere il cammino e superare le gesta) è un giovanissimo libero (appena 17 anni!) di fisico normolineo dai «piedi buoni» e dalla battuta lunga che può giovarsi – ammiratene la disinvoltura di tocco, la perentorietà nelle «uscite», la buona predisposizione alla ricucitura delle trame e al sussidio del centrocampo – di una trascorsa esperienza nel settore nevralgico del campo, la seconda linea per inciso, esperienza che, pare, stia diventando pressoché obbligatoria per i liberi del futuro. Egli sarà il «battitore» titolare nella formazione «Primavera» della Juventus edizione 1977-78 e, dopo Scirea e Spinosi, il terzo libero bianconero. Marchetti, una simbiosi di innata modestia e di schietta bonomia euganea, non ama parlare troppo di sé, è un ragazzo schivo, riservato e di poche parole: costretto a interrompere gli studi per motivi personali dopo la terza media e avviato precocemente alla carriera di ceramista (le celeberrime «maioliche di Bassano»), Mariano ha fatto del calcio la propria «ratio vitae» (nel senso ciceroniano del termine), possiede una tenacia ferrea e si applica con scrupolosità, abnegazione e spirito di sacrificio in ogni allenamento, risultando sempre tra i migliori; non ha «hobby» particolari («il mio unico hobby è sempre e solo il calcio» – dice risoluto), ama la musica (i cantautori italiani sono fra i suoi preferiti), legge fumetti. 〰.〰.〰 Fine stagione 1977-78: la Juventus ha conquistato l’ennesimo sigillo tricolore e deve affrontare la fase finale della Coppa Italia che, negli anni ‘70, si svolge al termine del campionato e delle coppe europee. La compagine di Trapattoni deve, però, rinunciare a tutti i Nazionali, convocati per gli imminenti Mondiali argentini. Cosicché, il tecnico bianconero è “costretto” ad attingere dalla squadra Primavera, concedendo spiccioli di gloria ai vari Francisca, Geissa, Gasperini, Magnani, Schincaglia, Miani, Cascella, Granaglia, Bozzi e Tolfo. C’è gloria per tutti, anche per l’eterno dodicesimo Alessandrelli. Tra questi ragazzi c’è anche Mariano Marchetti che disputerà 2 soli incontri su sei: saranno due sconfitte, 0-5 contro il Napoli e 2-4 contro il Milan. Di Marchetti, come per la maggior parte di questi giovani speranzosi, non ne sentiremo più parlare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/mariano-marchetti.html
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MARIANO MARCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Mariano_Marchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bassano del Grappa (Vicenza) Data di nascita: 20.02.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 14.05.1978 - Coppa Italia - Napoli-Juventus 5-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Mariano Marchetti (Bassano del Grappa, 20 febbraio 1960) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Mariano Marchetti Marchetti al Cagliari nel 1982 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1999 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1977-1978 Juventus 2 (0) 1978-1982 Pro Patria 130 (9) 1982-1983 Cagliari 16 (1) 1983 Padova 14 (1) 1983-1984 Brescia 3 (0) 1984-1985 Ancona 32 (2) 1985-1986 Francavilla 28 (2) 1986-1987 Sanremese 31 (3) 1987-1988 Palermo 31 (1) 1988-1989 Foggia 31 (1) 1989-1990 Casertana 31 (1) 1990-1991 Lanerossi Vicenza 22 (0) 1991-1992 Catania 25 (0) 1992-1994 Casertana 26 (0) 1994-1995 Falconarese 29 (1) 1995-1996 Camerino 29 (0) 1996-1997 Recanatese 24 (0) 1997-1999 Jesi 12 (0) Carriera È cresciuto nella Juventus con cui ha giocato 2 partite di Coppa Italia nella stagione 1977-1978. Nella stagione 1982-1983 ha militato in Serie A con la maglia del Cagliari. Esordisce in Serie A in Udinese-Cagliari (1-1) segnando il suo unico gol in massima serie. Nella stagione 1987-1988 raggiunge col Palermo la finale di Coppa Italia Serie C, persa nel doppio confronto col Monza, giocando entrambe le sfide. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1977-1978 Serie C2: 1 - Palermo: 1987-1988
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MARCO BOZZI Nazione: Italia Luogo di nascita: Monfalcone (Gorizia) Data di nascita: 15.08.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 1 presenza - 0 reti
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LORENZO GRANAGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 04.05.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 31.05.1978 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 3-1 1 presenza - 0 reti
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AMILCARE MAGNANI Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 21.01.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 31.05.1978 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 3-1 4 presenze - 0 reti
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ANTONIO GEISSA Nazione: Italia Luogo di nascita: Grado (Gorizia) Data di nascita: 28.04.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 14.05.1978 - Coppa Italia - Napoli-Juventus 5-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti
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LORENZO CASCELLA Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 15.03.1960 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 3 presenze - 1 rete
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FABIO FRANCISCA Coppa Italia 1976-77 e 1977-78: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Gola e Francisca. Il primo disputerà solamente il vittorioso match casalingo contro il Vicenza giocato il 29 giugno ‘77. Il secondo scenderà in campo ben 8 volte nelle due stagioni, realizzando anche una rete, sempre contro i biancorossi veneti, il 22 giugno ‘77. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 1976 Eccomi nuovamente qui con le rituali quattro chiacchiere, una breve conversazione con tre ragazzi bianconeri. Questa volta sono sotto il… torchio Sergio Pavanello, terzino o libero, nato a Torino il 26 luglio 1957, Fabio Francisca, anche lui difensore, nato pure a Torino il 20 giugno del 1959, e Renato Gola, «libero», nativo di Moncalieri in provincia di Torino, dove è nato il 22 gennaio del 1958. Tutti giocano indifferentemente sia nella «Berretti» che nella «Primavera», a seconda delle esigenze di squadra. Cominciamo col chiedere loro a quali sacrifici si sottopongono per sperare un giorno di sfondare nel mondo del calcio. GOLA: Nessun sacrificio particolare; ho scelto questa strada, per cui anche quelle piccole privazioni necessarie per rimanere sempre il più vicino alla forma non mi pesano; d’altra parte contemporaneamente studio, sono iscritto al 5° perito aziendale, per cui mi rimane ben poco tempo da dedicare ai vizi. FRANCISCA: Anch’io studio, frequento la quarta scientifico, e cerco di conciliare il calcio con i libri di scuola: non ritengo di fare particolari sacrifici, in quanto il mestiere di calciatore mi piace; e poi d’altronde, come ha detto Gola, abbiamo tempo libero limitato. PAVANELLO: Sono all’ultimo anno di Perito meccanico, e dopo la scuola debbo precipitarmi a Villar Perosa per l’allenamento, quindi, al momento di tornare a casa, sono talmente stanco che vado subito a dormire. – I vostri genitori sono contenti della professione da voi scelta? FRANCISCA: Sono molto contenti perché appassionati di questo sport, poi c’è anche il fatto che a scuola vado discretamente bene, per cui non ho difficoltà familiari. PAVANELLO: Sono da ben 9 anni alla Juve, dove arrivai giovanissimo al Nagc, che praticamente i miei genitori manco lo sapevano; adesso comunque sono contenti, anche perché il giocare è diventato quasi una professione; l’importante per loro, è riuscire bene nella scuola, e qui, fortunatamente, non vado male. GOLA: Essendo di Torino non ho trovato le difficoltà di lontananza da casa che hanno molti ragazzi miei compagni; sono da otto anni bianconero e i miei genitori sono contentissimi. – Secondo voi, preferite un allenatore che vi tratti con la frusta oppure col convincimento, col ragionamento? GOLA: Con il convincimento, col discorso; abbiamo una certa età e quindi siamo responsabili, anche se una rinfrescatina, quando magari involontariamente si sgarra, ogni tanto ci vuole. PAVANELLO: Alla nostra età non occorre la frusta, basta capirsi, spiegarsi. FRANCISCA: A me piace l’allenatore che discuta con noi ragazzi, capisca la persona senza bisogno di gridare o fare delle scene; dialogare, insomma: così sento di poter dare tutto me stesso, ottenere il massimo. – Passiamo a un argomento più... frivolo: vorrei sapere i vostri gusti cinematografici, musicali e televisivi. FRANCISCA: Fra i cantanti ve ne sono tre fra i miei preferiti: Claudio Baglioni, veramente una cannonata, e poi Mia Martini e Mina, formidabili. Fra gli attori cinematografici le mie preferenze vanno a Clint Eastwood (adoro i western), e in second’ordine a Dustin Hoffman e Robert Redford: alla Tv vedo cosa capita, non ho particolari predilezioni, diciamo comunque che mi attirano abbastanza gli sceneggiati gialli. Di leggere ho poco tempo, considerati gli allenamenti e gli studi, comunque mi soffermo volentieri su quei libri che si avvicinano alla realtà. PAVANELLO: La musica mi piace, con una particolare punta di preferenza per quella pop e quella rock. Fra i miei cantanti preferiti diciamo i Genesis e Claudio Baglioni; non vado molto spesso al cine, e anche qui comunque ho alcune preferenze, quelli di carattere giallo come trama, e Giannini e Dustin Hoffman fra gli attori. Alla televisione, che non vedo molto, mi piacciono abbastanza i romanzi sceneggiati. GOLA: Tutta la musica mi piace, specialmente quella moderna; amo molto tutti i nuovi cantautori che hanno veramente portato una nuova moda nel mondo musicale. Se debbo fare dei nomi mi soffermerei su De Gregori, Guccini. Come attori cinematografici diciamo Dustin Hoffman e Dalila Di Lazzaro. In quanto ai libri, così come i miei due compagni, non ho molto tempo, a causa dello studio e del calcio; leggo molto i quotidiani politici e sportivi e i romanzi d’avventura. – Quando vi recate in qualche città nuova per giocare una partita o effettuare un torneo, cosa fate di solito: state chiusi in albergo, oppure girate alla ricerca di cose nuove, monumenti, musei e così via? PAVANELLO: Dipende dalla città e da cosa offre, e se presenta cose belle; a volte sono gli stessi organizzatori che ci accompagnano in pullman a mostrarci le bellezze; l’importante comunque è svagarsi, non pensare alla partita. GOLA: In ogni città o paese dove vado mi piace vedere la gente, facce nuove, negozi, conoscere abitudini e modo di vivere. Ai musei non ho mai pensato, anche perché non ho una preparazione su questo argomento troppo difficile. FRANCISCA: Dipende anche dalla pioggia a parte gli scherzi, anche a me piace vedere gente nuova, negozi, strade; prima della partita solitamente c’è una certa tensione, e il passeggiare per strade sconosciute serve molto a distendere i nervi; anche a me i musei non vanno: bisogna capirli, ci va una competenza che io certamente non mi ritrovo. – Se un giorno vi accorgeste che non siete riusciti a sfondare, quale atteggiamento prendereste; continuereste a giocare oppure smettereste e cambiereste mestiere? FRANCISCA: Data la passione che è in me non potrei troncare di colpo, rimarrebbe solo una certa rassegnazione; io comunque continuo a studiare, per avere un giorno eventualmente un’alternativa, e continuerei in una squadretta come hobby. PAVANELLO: La passione rimane, non si può cancellare, quindi anch’io continuerei, magari in una piccola squadra, ma non abbandonerei mai le scarpette da calcio. GOLA: Smettere è impossibile, con la passione che mi ritrovo; anch’io continuerei a studiare e giocherei alla domenica in qualche compagine minore. – Vorrei sapere quale concetto avete delle persone più anziane di voi? PAVANELLO: Molta, molta stima: a volte non ci capiscono, ma secondo me è proprio per la diversità dei momenti in cui viviamo noi e sono vissuti loro; ma ripeto, a essi, che hanno senza dubbio un bagaglio di esperienza enorme, va tutta la mia stima e rispetto. GOLA: Io vivo con la nonna, che, pure con la sua età e pur non comprendendo niente di calcio, mi aiuta a perseverare, spingendomi a far bene, si interessa dei miei problemi e da lei ho sempre dei buoni consigli che metto in pratica ogni volta; e mi sono sempre trovato benissimo; a volte le idee fra noi e questi anziani non collimano, e allora bisogna trovare una via di mezzo, conciliare le idee in modo di andare d’accordo. FRANCISCA: Io vivo addirittura con tre nonni e li stimo molto; non sono affatto superati come si vuol far credere; hanno dalla loro un bagaglio di esperienza che riversata su di noi, con il nostro temperamento, ci fanno superare molte traversie e difficoltà. – Fareste l’arbitro? FRANCISCA: Per fare il mestiere di direttore di gara ci vuole molta passione; secondo me il salto da giocatore ad arbitro è troppo forte, poi io che sono abituato a giocare non mi abituerei mai a vedere gli altri intorno a me che corrono dietro al pallone ed io fermo a guardarli. PAVANELLO: No, assolutamente, c’è troppa responsabilità. GOLA: Se un giorno mi accorgessi di avere le qualità necessarie, perché no? Secondo voi ragazzi, per riuscire, per poter sfondare nel calcio, quale percentuale occorre di fortuna? GOLA: Quaranta per cento PAVANELLO: Sono anch’io dell’idea di Gola. FRANCISCA: Io la terrei su un tono più basso, diciamo soltanto il trenta, il resto è tutta abilità. – Al momento attuale, date più importanza allo studio o al calcio? FRANCISCA: Attualmente al calcio, tanto in un anno o due la cosa dovrebbe decidersi; o abbandonare o continuare. PAVANELLO: Metà e meta, un occhio al calcio e uno allo studio. GOLA: Per il momento cerco di conciliare le due cose. – Potreste elencarmi sommariamente i vostri maggiori pregi e relativi difetti? FRANCISCA: Debbo ancora migliorare in tantissime cose, vado bene ad esempio nel fluidificare, ma difetto ancora nel fisico come peso, poi il sinistro non è certamente allo stesso livello del destro. GOLA: I miei compagni dicono che ho la grinta, poi mi ritengo abbastanza buono tecnicamente, cosa comprensibile arrivando dal Nagc; mi manca ancora personalità, e lo scatto nel colpo di testa, tutte cose che spero arriveranno con gli anni e l’esperienza. PAVANELLO: Mi piace molto marcare l’uomo; difetto ancora abbastanza nell’uso del sinistro e manco di spregiudicatezza. Auguri, ragazzi, per il calcio oppure per lo studio, comunque per la vita! http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/fabio-francisca.html
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FABIO FRANCISCA Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 20.06.1959 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 19.06.1977 - Coppa Italia - Inter-Juventus 1-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 8 presenze - 1 rete
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MASSIMO TOLFO MASSIMO FRANCHI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1977 Massimo Tolfo (cm. 183 x kg. 78, classe ‘59) è un caratteristico mediano di sostegno che ama sia l’impostazione e la spinta offensiva come, parimenti, la rottura e l’interdizione delle manovre avversarie. Cursore indefesso, ambidestro, dalla chiara visione di gioco, palleggio rifinito e dall’estrema confidenza con il gioco «di prima», egli ammira moltissimo in tale ruolo il «tigre» Benetti, autoponendoselo come esempio didascalico mentre, nell’arengo internazionale, ricorda con una punta di invidia il «motorino» Axel Tyll, grintoso mediano del Magdeburgo e della Nazionale tedesco-orientale, cui il suo «mister» di Bassano esortava a ispirarsi. Studente liceale (quest’anno sarà impegnato con gli esami di maturità scientifica e il prossimo anno si iscriverà alla Facoltà di Chimica) amante della buona musica, come tutti i «teen-agers» più «in» predilige la «soul-music» (Donna Summer, Franz Cerrone, Roberta Kelly, Thelma Houston, Ritchie Family e Boney M. fra i più osannati), e tutt’altro che indifferente, anzi sensibile al fascino delle belle donne («quando vedo scritto sulle locandine dei film Laura Antonelli e Gloria Guida compro a scatola chiusa» – dice candidamente), Tolfo ha accolto con entusiasmo indescrivibile – e come non potrebbe averlo fatto? – il suo passaggio nelle file della Juventus che, come tutti i ragazzi italiani, reputa la società-guida del «foot-ball» nostrano; non disdegna l’idea di un possibile trasferimento in provincia, in qualche squadretta minore di serie C, per « farsi le ossa » (sulla scorta, ad esempio, di quanto fatto quest’anno dai vari Serena, Della Monica ecc...), non facendo programmi per l’avvenire, bensì vivendo alla giornata secondo i canoni oraziani del «carpe diem», impegnandosi con dedizione e attenendosi rigorosamente ai dettami dei suoi insegnanti, vuoi nel campo scolastico, vuoi in quello della «pelota», stimando l’una attività in misura non inferiore all’altra. 〰.〰.〰 Fine stagione 1977-78: la Juventus ha conquistato l’ennesimo sigillo tricolore e deve affrontare la fase finale della Coppa Italia che, negli anni ‘70, si svolge al termine del campionato e delle coppe europee. La compagine di Trapattoni deve, però, rinunciare a tutti i Nazionali, convocati per gli imminenti Mondiali argentini. Cosicché, il tecnico bianconero è “costretto” ad attingere dalla squadra Primavera, concedendo spiccioli di gloria ai vari Francisca, Geissa, Gasperini, Magnani, Schincaglia, Miani, Cascella, Granaglia, Bozzi e Marchetti Mariano. C’è gloria per tutti, anche per l’eterno dodicesimo Alessandrelli. Tra questi ragazzi c’è anche Tolfo che disputerà 5 incontri su 6, mancando solamente alla clamorosa sconfitta per 0-5 subita dal Napoli. Di Tolfo, come per la maggior parte di questi giovani speranzosi, non ne sentiremo più parlare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/massimo-tolfo.html
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MASSIMO TOLFO Nazione: Italia Luogo di nascita: Bassano del Grappa (Vicenza) Data di nascita: 10.01.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti
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ROBERTO BONINSEGNA «Boninsegna arrivò alla Juve a fine carriera, ma restava sempre un fior di centravanti. Era capace di insultarti per un passaggio sbagliato, ma se cinque minuti dopo andavi a terra per un fallo era il primo a venirti vicino e a chiedere: “Chi è stato?”. Guardava gli avversari a muso duro, per far capire che se ci avessero riprovato li avrebbe sistemati lui». Roberto Bettega.A 33 anni un uomo è considerato un giovane uomo, ma un giocatore di calcio è irrimediabilmente un vecchio calciatore e la sua carriera è già considerata sul viale del tramonto.Quando arrivò alla Juventus, nell’anno 1976-77, Roberto Boninsegna stava toccando proprio questa quota. Alle spalle, una carriera lunghissima, non priva di soddisfazioni ma che, a quel punto, era ragionevole considerare più o meno conclusa.Era arrivato all’Inter a 14 anni, il suo idolo da bambino era Skoglund: 5 anni di settore giovanile, quindi aggregato alla prima squadra. E poi a Prato. «La considerai una bocciatura. Herrera disse che era Allodi a non credere in me, Allodi diede la colpa a Neri, allenatore della Primavera. Fatto sta che mi ritrovo in B prima a Prato, poi a Potenza. Giocavo all’ala sinistra, quelli che stavano accanto a me segnavano tanto: Taccola a Prato, Bercellino a Potenza. Poi mi sono detto: contano i goal, adesso li faccio io. E sono diventato più egoista, ho cominciato ad accentrarmi».Poi il debutto in A con il Varese. Ironia della sorte a San Siro contro l’Inter: «E ne prendiamo 5!».A Varese prende anche 11 giornate di squalifica, poi ridotte a 9. «In Varese-Cagliari un difensore devia in tuffo di pugno un mio colpo di testa. Per l’arbitro Bernardis di Trieste è calcio d’angolo! Gli dico di tutto, lo spintono anche. E finisco a Cagliari. Non mi aspettavo di essere acquistato dalla squadra rossoblu; a Varese avevo segnato solo 5 goal da ala sinistra e loro avevano Riva. Vengo spostato al centro dell’attacco. Sono tre stagioni indimenticabili, conquisto la Nazionale».Il presunto dualismo con Riva. «Tutto falso. Eravamo come fratelli, abbiamo vissuto per due anni nella stessa camera, tornavamo insieme in auto dall’allenamento. Abbiamo smentito per anni, poi ci siamo stancati di farlo. È vero, in campo era diverso. Ci mandavamo a quel paese».Cagliari è soprattutto Manlio Scopigno. «Un allenatore fuori dal comune, un po’ fannullone, tatticamente bravissimo. Non sbagliava mai i cambi, anche perché noi del Cagliari eravamo davvero pochi».Ironico, disincantato con la battuta sempre pronta. «Una volta mi sono presentato in smoking all’allenamento del mattino. Arrivavo da Venezia in aereo, dopo il Carnevale. Scopigno mi guarda e dice: “Almeno potevi toglierti i coriandoli dai capelli”. Un giorno Scopigno mi dice: “Il Cagliari ha bisogno di soldi, gli unici che hanno mercato siete tu e Riva e Gigi non vuole andar via”. Gli risposi che avrei accettato soltanto l’Inter. Affare fatto: tornavo a casa in cambio di Domenghini, Gori e Poli più un conguaglio. Non ho rimpianti per non aver vinto lo scudetto con il Cagliari. Se non mi avessero ceduto, difficilmente sarebbero riusciti a rafforzare la squadra. L’Inter finì seconda, dietro il Cagliari. Io segnai il goal della vittoria interista a San Siro che fece riavvicinare la Juventus al Cagliari».Lo scudetto con l’Inter arriva la stagione dopo, 1970-71, anno in cui Boninsegna vince anche la classifica, successo che bisserà nel campionato seguente. «Veramente i titoli di capocannoniere sono tre. Nel 1974 mi tolsero un goal all’ultima giornata contro il Cesena; dissero che era autorete per una deviazione in barriera».Boninsegna all’Inter gioca 7 stagioni: uno scudetto, 113 goal in campionato e disputa, il 31 maggio 1972, a Rotterdam, la finale della Coppa dei Campioni, persa contro la grandissima Ajax di Cruijff.In Nazionale pareva avere la strada chiusa: per la fase finale del Mundial messicano, per esempio, gli era stato preferito Anastasi, ma poi un casuale incidente aveva messo fuori causa lo juventino. E Boninsegna visse così la bella avventura messicana, segnando 2 goal importanti: alla Germania Ovest nell’indimenticabile incontro di semifinale vinto nei supplementari per 4-3 e al Brasile nella finale persa per 4-1. In totale è stato 22 volte azzurro e ha realizzato 9 goal.Nato a Mantova, il 13 novembre 1943, per vocazione e professione ha fatto il centravanti, un attaccante pericoloso, forte e combattivo malgrado un fisico ritenuto non eccezionale.Alto un metro e 74, il peso forma oscilla sui 74 chilogrammi; forse, quando nell’estate del 1976 arrivò alla Juventus, accusava peso superfluo, ma con qualche sacrificio presto tornò in piena efficienza.Volle chiarire subito, con i fatti, di non aver accettato il passaggio alla Juventus soltanto per strappare un ultimo, ricco ingaggio. Poteva far ancora bene, lo sentiva e accettò con entusiasmo la scommessa sul futuro.Nei primi giorni di vigilia della stagione juventina, disse: «Al calcio muovo una critica, quella di soffocare i giovani. Io sono riuscito a strappare alla scuola un diploma, quasi violentando la mia volontà. Sono un impulsivo, sincero, franco fino alla sfrontatezza e all’inizio di carriera ho stentato parecchio. Mi considero estroso, bizzarro e lunatico, un fiammifero che si accende per niente, però sempre pronto a pagare in prima persona, a chiedere scusa».Lo giudicano un duro, in campo e fuori, ma è soltanto persona concreta, ordinata, quasi una rarità nel mondo molto provvisorio del pallone. «Alla Juventus ho conosciuto due personaggi eccezionali: Boniperti e l’avvocato Agnelli. Una domenica resto a casa per una colica renale, la Juventus pareggia. L’indomani mi chiama al telefono l’Avvocato. “Boninsegna”, mi dice, “guarisca presto, la Juventus ha bisogno di lei. Domenica voglio vederla in campo”. Io già mi sentivo molto meglio».La Juventus anni ‘70 era un meccanismo quasi perfetto, Boninsegna, detto Bonimba, si inserisce alla perfezione. Non una delle sue qualità sembra appannata: lo sviluppato senso tattico, la grande capacità combattiva, il tiro forte e preciso, soprattutto il fiuto del goal molto spiccato.Il bilancio di 3 stagioni è lusinghiero: 93 partite e 35 goal, un concreto contributo alla conquista del 17° e del 18° scudetto bianconero. Troverà il modo di farsi ammirare anche in campo europeo, risultando protagonista nella conquista della Coppa Uefa.«Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa Uefa e una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico e del fatto che, dovendo sostituire un beniamino della tifoseria come Anastasi, avevo il dovere di dare sempre il massimo. Le cose, soprattutto nelle due prime stagioni, andarono davvero bene, tant’è che Boniperti mi offrì la possibilità di un quarto anno di contratto, a quasi 37 anni. Ma, a quella veneranda età, preferì la sicurezza di un posto al Verona, in Serie B, alla certezza di un impiego part-time con i bianconeri».Boninsegna ha incarnato alla perfezione lo stile di quella Juventus, che era acciaio puro. La cosa divertente è che all’epoca della campagna acquisti molti storsero il naso, dicendo che la Juventus si era invecchiata prendendo gli scarti delle milanesi (l’Inter diede Boninsegna e soldi per Anastasi).Al primo Juventus-Inter (a Torino) fu 2-0 per i bianconeri, con doppietta proprio di Boninsegna; lo fecero marcare da tale Mariano Guida, troppo tenero e molle per poter contenere un Bonimba letteralmente scatenato.Finale Coppa Uefa nello stesso anno: Boninsegna è infortunato, il Trap lo schiera ugualmente, non riuscirà a finire il primo tempo, sostituito da Bobo Gori. Ingaggia un duello con lo stopper spagnolo a suon di ceffoni, una cosa impressionante. Palesemente non è in grado di giocare, ma mena come un fabbro il malcapitato difensore basco; il loro duello entusiasma lo stadio.Ancora: dopo il disastro di Germania 1974, la nuova Italia di Bernardini gioca in Olanda la prima partita di qualificazione agli europei. La formazione è un po’ cervellotica: qualche vecchio (Boninsegna, Juliano, Morini), qualche virgulto della nuova generazione (Antognoni, Rocca, Roggi) qualcuno della generazione di mezzo (Anastasi, Causio, Orlandini che marca, si fa per dire visto che non gli fece neanche il solletico, il magico Cruijff).Boninsegna non solo segna di testa dopo cinque minuti, ma ingaggia un duello da bucaniere con Rijsbergen, il biondo stopper olandese, altro tipino non proprio accondiscendente. Per la cronaca vince l’Olanda per 3-1, con doppietta del Papero d’Oro.Una volta confidò: «Sposai mia moglie dopo sette anni di fidanzamento. È da una vita che so tutto di lei e lei di me. E siccome siamo entrambi appagati e felici, mi ritengo un privilegiato».Quando smette di giocare, una lunga esperienza come selezionatore della Rappresentativa di Serie C («Speravo di far carriera in Federazione»), due anni come tecnico del Mantova poi basta.Boninsegna non è di quelli che dice “Ai miei tempi era un’altra cosa”, anche se ammette che, per dieci anni, è andato a dormire alle 22 e 30 facendo vita da atleta.«Il calcio è sempre bello. E se giocassi oggi con tutti questi esterni a fare cross, chissà quanti goal segnerei».GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1979Il Risorgimento di questo nostro povero ricco calcio italiota passa inevitabilmente attraverso un centravanti longobardo, mantovano precisamente, dalla pedata gloriosa e dalla carriera carica di onori.Parliamo chiaramente di Boninsegna detto ormai, da tutti quelli che seguono, da vicino o da lontano, le vicende del pallone, Bonimba.Bonimba è una parte di noi e non poteva che essere la Juve la squadra del suo crepuscolo avventuroso e però grandissimo.Ora, si pone il problema, scrivendo di questo attaccante che è presente e però già storia, monumento, mito, il problema dicevamo di raccontarlo proprio limitandolo e limitandoci al crepuscolo glorioso, agli anni juventini.Il professional dalla carriera lunghissima e spesso trionfante meriterebbe forse una narrazione estesa, totale, dalle origini. Ma in tal modo si perderebbe il fascino di tanti particolari, sfumature, sfaccettature di questo personaggio, legate all’oggi e allo ieri ma non all’altro ieri.Perciò raccontiamo in chiave tecnica e romantica il personaggio Bonimba dal momento del suo avvento alla Juve.Poco tempo è passato, ma la vicenda è ugualmente densissima di momenti importanti e persino decisivi, per far luce in profondità su questo attaccante risorgimentale, capitato per caso sui palcoscenici disincantati di questo nostro calcio anni ‘60 e ‘70.Un minimo di premessa, comunque, ci vuole. Boninsegna esplode, come cannoniere, senza macchia e senza paura, nell’isola che è già, o sta per diventare, il regno di un altro longobardo dal sinistro tonante, Gigi Riva vale a dire.Il Cagliari di quella seconda metà degli anni ‘60 si appresta a recitare la favola bella della grandezza assoluta, e intanto si costruisce una dignità e un prestigio sulle prodezze di questi due compari assetati di goal e di gloria.Si capisce comunque che il Risorgimento di Bonimba sarà più sofferto, più combattuto di quello di Luigi Riva da Leggiuno.E accade, infatti, che lo scudetto più sbalorditivo dei tempi moderni, quello vinto appunto dal Cagliari, non vede più, al fianco di Riva, il Bonimba mantovano, nel frattempo approdato, meglio riapprodato, all’Inter.Il Mundial messicano e il successivo scudetto vinto con i nerazzurri ripagano comunque ampiamente Boninsegna del mancato trionfo isolano. E si apre la lunga parentesi nerazzurra, gioie tante, specialmente all’inizio, e dolori qualcuno di troppo, specialmente negli ultimi tempi.E siamo alla Juve, estate 1976. Un ciclo che pare finito, spezzato dal Torino, e che invece in casa bianconera stanno preparandosi a riaprire subito con gli innesti più opportuni e più discutibili, sulla carta, che mai siano stati effettuati.Bonimba è appunto la novità più clamorosa, più contraddittoria se vogliamo. Se ne va Pietruzzo Anastasi, il funambolo dei nostri sogni goliardici, e arriva lo stagionato bomber longobardo in cerca di rivincite.Qualche perplessità è d’obbligo. Ma non c’è manco il tempo di esternarle e già Bonimba è splendidamente protagonista. L’età non conta se il fisico e lo spirito sono integri. Ora, il fisico di Bonimba è da guerriero e lo sorregge un temperamento senza pari. Un concentrato di volontà di rivincita, di abnegazione, di dedizione a una causa immediatamente fatta propria. Ci sono le premesse per una stagione esaltante.Bonimba-Bonimba, il tifoso della Curva Filadelfia crede immediatamente nel campione in cerca di resurrezione, e il bomber ripaga.Il campionato 1976-77, che sarà il campionato di tutti i record bianconeri, è subito nel segno di questo centravanti dal cuore antico e dalla pedata virtuosa.Olimpico, 3 ottobre, prima di campionato nel sole, Lazio che arremba, Juve che vince con doppietta di Bobby-gol e decisiva zampata di Boninsegna.Il centravanti si ripete sette giorni più tardi battendo il Genoa con goal di puro possesso, secondo il più genuino repertorio dei cannonieri di mestiere.La Juve gioca sotto cieli sempre più azzurri, a Cesena il 28 novembre coglie la settima vittoria consecutiva su 7 partite, è una diavoleria del vecchio Bobo questo successo risicatissimo sui romagnoli, strappato con unghie e denti a una manciata di minuti dalla line.Ma non c’è solo il campionato, perbacco. Coppa Uefa, è il secondo, importantissimo traguardo della Signora, da onorare con giusta determinazione. Manchester City al primo turno, il Comunale si infiamma nel retour-match, c’è un goal da rimontare, ci pensa Scirea prima del riposo.A qualificare la Juve per i turni che seguono è naturalmente Bonimba, impeccabile, sornione, appostato sempre al punto giusto per i cross malandrini di Causio e le sponde del compare goal Bettega.Sembra che fra Bobby e Bobo ci sia atavica confidenza, nascono dall’intesa fra questi due tipi umanamente e calcisticamente tanto diversi le cose più sorprendenti e insieme esaltanti della Juve.Eliminato come abbiamo detto il City, ecco un altro Manchester sulla strada bianconera, l’United stavolta. Ed è nuova, freschissima gloria per il centravanti della risorgente grandezza juventina. Bonimba uno e due, oplà, il gioco è fatto.La Juve che al Maine Road aveva perso con il minimo scarto si diverte al Comunale, vincendo, anzi dominando, per 3-0 gli inglesi, primi due goal firmati dal centravanti che a ogni goal sembra ringiovanire.Ma la gloria europea non distrae dal cammino in campionato, che procede spedito per i bianconeri, nonostante l’intoppo di un derby perso.Il 9 gennaio la Juve torna Juve vera in occasione dell’insidiosa trasferta a Napoli. Una partita lineare, perfetta, mai in discussione. Ancora e sempre Boninsegna cannoniere, il raddoppio è di Scirea, 2-0 per la Juve splendidamente prima.E arriviamo al momento più esaltante, certo il più atteso per Bonimba: il 16 gennaio c’è Juve-Inter al Comunale. È la partita di tutte le rivincite, quella che riassume la ferrea volontà di riscossa del campione nei panni di ex.Spesso, il desiderio di strafare condiziona in senso negativo, impedendo al professional di esprimere in campo tutto il proprio effettivo valore. Ma non è questo certamente il caso di Bonimba.La sua partita, pure evidentemente polemica, è esemplare per impegno e continuità, e soprattutto è condita di un’esaltante doppietta che fissa il risultato sul 2-0 per la Juve. Una vittoria, doppia, l’ennesima riprova dell’enorme talento di questo campione senza età.Il momento d’oro del centravanti dà respiro a tutta la squadra, rinfranca Bettega ed è la migliore garanzia che cl sarà raccolto abbondante a fine stagione.Davvero singolare è la semplicità con cui Bobo va in goal, in campionato come in coppa. Stopper giovani e mastini di stampo antico cercano di capirci qualcosa, adottando una guardia specialissima nei suoi confronti, ma con risultati invero scarsi.Bonimba è, in effetti, prototipo e ultimo esemplare di una generazione di centravanti indomiti, di solidissimo mestiere e coraggio non comune.C’è sempre una spiegazione per il goal anche più illogico: questione di colpo d’occhio, di prevedere anche le più infinitesimali distrazioni dell’avversario diretto o del portiere, per gabbarlo con toccatine piene di estro e assolutamente estemporanee.Quel che comunemente si chiama opportunismo è in realtà cosa tremendamente complessa, una specie di dote naturale affinabile con l’esperienza ma che non si crea né si distrugge di incanto.Non c’è magia nei goal di Bonimba, come non è affatto magico l’incedere di quella Juve verso lo scudetto e la Coppa Uefa. Bonimba è professional al massimo grado in una Juve di professional, semmai entusiasma questa continuità nel segnare e far segnare.Il campionato inneggia alla Juve rutilante costretta a vincere sempre per tener distante il Toro della ritrovata forza dirompente, Bonimba trasforma il lavoro della squadra in goal che sono moneta sonante, e anche dal dischetto ripete l’opportunismo e la continuità d’azione di ogni momento, di ogni partita. I rigori di Bonimba non lasciano scampo, anche così si vincono le partite.Non si vince il derby di ritorno, 3 aprile 1977, sol perché il tocco diabolico di Boninsegna su punizione finisce contro l’incrocio dei pali di Castellini anziché mezza spanna più sotto. E pareggio soltanto, ma basterà.A Genova, 22 maggio, scudetto-day, l’apoteosi bianconera comincia nel momento in cui il centroavanti di tutte le battaglie bianconere depone in rete il goal della sicurezza contro la Samp. Ed è giusto, sacrosanto omaggio alla più terrificante, sorprendente arma escogitata dalla Juve per tornare grande subito. Boninsegna, naturalmente.L’anno secondo di Boninsegna juventino ricalca nella qualità, se non nella quantità, quello precedente.Dopo l’orgia di reti contro il Foggia (6-0, doppietta di Bonimba) ci sono momenti di ripensamento per il bomber e la squadra tutta, culminati con la bruciante sconfitta dell’Olimpico contro la Lazio.Ma sette giorni dopo, il segnale della riscossa parte proprio dal piede di Bonimba, lesto a calciare in rete un pallone malandrino, sfuggito dalle mani di Carmignani portiere viola.Sull’onda di quel goal rapinoso, la Juve dilaga, e tutto torna come prima. Campione d’Inverno, poi (5 febbraio) vittoriosa sul Napoli con minimo sforzo, auspice l’eterno Bonimba: è la Juve ancora grande protagonista, è Bonimba sempre il suo cannoniere più rappresentativo.La doppietta di Bobo alla Lazio è altra pagina di gloria, e alla fine, a scudetto riconquistato, le cifre sono ancora tutte per l’inossidabile fuoriclasse: 11 reti aveva segnato nel 1976-77 su 29 partite di campionato disputate. 10 le reti del 1977-78, ma con appena 21 partite a disposizione.Un’impresa senza precedenti, degnamente ultimata contro il Vicenza, nella trionfale passerella del diciottesimo.Il resto è storia recente, presente vivo. La Juve 1978-79 ha ancora bisogno di Bonimba, ma gli anni passano e pure i rodomonti invecchiano. E canizie gloriosa, ma sempre canizie.Il mestiere del centravanti è duro e senza pietà. Solo chi ha scorza durissima e cuore saldo può emergere e, soprattutto, durare. Bonimba, ultimo grande guerriero dell’area di rigore, contraddistingue con le sue imprese un’epoca intera, ed è intanto emblematico di uno stile ineguagliabile.Il crepuscolo suo priva le cronache domenicali di una componente importante e, ahimè, insostituibile. È normale, Dietro i grandi che lasciano, c’è sempre un vuoto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/roberto-boninsegna.html#more
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ROBERTO BONINSEGNA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Boninsegna Nazione: Italia Luogo di nascita: Mantova Data di nascita: 13.11.1943 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Bonimba Alla Juventus dal 1976 al 1979 Esordio: 29.08.1976 - Coppa Italia - Monza-Juventus 1-1 Ultima partita: 20.06.1979 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 2-1 94 presenze - 36 reti 2 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Roberto Boninsegna (Mantova, 13 novembre 1943) è un dirigente sportivo, ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. È stato vicecampione mondiale nel 1970 con la nazionale italiana. Roberto Boninsegna Boninsegna all'Inter nella stagione 1971-1972 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1981 - giocatore 2003 - allenatore Carriera Giovanili 1962-1963 Inter Squadre di club 1963-1964 Prato 22 (1) 1964-1965 Potenza 32 (9) 1965-1966 Varese 28 (5) 1966-1967 Cagliari 34 (9) 1967 → Chicago Mustangs 9 (11) 1967-1969 Cagliari 49 (14) 1969-1976 Inter 197 (113) 1976-1979 Juventus 94 (36) 1979-1980 Verona 14 (3) 1980-1981 Viadanese 23 (8) Nazionale 1967-1974 Italia 22 (9) Carriera da allenatore 2001-2003 Mantova Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Caratteristiche tecniche Giocatore Boninsegna contrastato da Francesco Morini durante il derby d'Italia del 28 aprile 1974 Era un attaccante di sfondamento, a tratti egoista in campo. Pur non dotato di un'elevata statura, era molto abile in acrobazia e nel gioco aereo; rimangono nella memoria i suoi duelli col difensore Francesco Morini, dapprima rivale e poi compagno di squadra. Secondo un parere di Gianni Brera, Boninsegna è stato, nei primi anni 1970, il più forte centravanti del mondo insieme al connazionale Gigi Riva. Ottimo rigorista, in Serie A riuscì a mettere a segno 19 penalty consecutivi, la striscia più lunga mai realizzata nel massimo campionato italiano. È noto col soprannome di Bonimba, termine coniato dallo stesso Brera — e non particolarmente amato da Boninsegna — durante i trascorsi dell'attaccante a Cagliari; il particolare nomignolo nacque dalla crasi tra Boninsegna e Bagonghi (quest'ultimo, un desueto pseudonimo riferito ai nani da circo) e, secondo Brera, esprimeva al meglio il fatto che, pur non vantando una grande statura fisica, Boninsegna riusciva agilmente a saltare più in alto dei suoi marcatori. Carriera Giocatore Club Gli inizi a Prato, Potenza e Varese Un giovane Boninsegna al Potenza nel 1964-1965 Cresciuto nel vivaio dell'Inter, nei primi anni 1960 l'ancora giovane Boninsegna venne ritenuto troppo acerbo dal tecnico nerazzurro Helenio Herrera, che gli precluse il salto in prima squadra — quella che diverrà la Grande Inter — mandandolo a farsi le ossa in varie parti d'Italia. Debuttò da calciatore con un biennio in Serie B, dapprima al Prato e poi al Potenza dove, in coppia con Silvino Bercellino, costituì il cosiddetto attacco raffica dei potentini, il miglior reparto della cadetteria (55 gol) nella stagione 1964-1965, sfiorando per soli tre punti quella che sarebbe stata una storica promozione in Serie A della squadra lucana. Boninsegna andò comunque a calcare i campi della massima categoria l'anno successivo, difendendo stavolta i colori del Varese. Cagliari e l'esperienza nordamericana Le sue fortune iniziarono nel 1966, col trasferimento per 80 milioni di lire all'allora rampante Cagliari, dove andò a far coppia in avanti con Gigi Riva. Dopo due stagioni di buon livello, nel campionato 1968-1969 contribuì a portare gli isolani a un passo da titolo, con un secondo posto che all'epoca rappresentò il miglior piazzamento dei rossoblù nella loro storia. Boninsegna al Cagliari nella stagione 1967-1968 Nel triennio passato in Sardegna incappò anche in un disdicevole comportamento quando, durante la trasferta di Varese del 31 dicembre 1967, fu espulso e reiterò le proteste insultando l'arbitro Bernardis e l'assistente di linea: tale condotta gli costò una squalifica record da parte della commissione disciplinare di 11 giornate, poi ridotte a 9. Durante l'esperienza cagliaritana, nell'estate del 1967 prese inoltre parte coi compagni di squadra a un campionato oltreoceano organizzato dalla United Soccer Association, volto a promuovere il gioco del calcio in Nordamerica, in cui i rossoblù difesero i colori dei Chicago Mustangs; Boninsegna onorò questa breve manifestazione con 11 reti, che ne fecero il capocannoniere dell'edizione: ciò gli portò un singolare primato, facendone il primo giocatore italiano capace di aggiudicarsi il titolo di miglior marcatore in un campionato straniero. Inter Nell'estate del 1969 Boninsegna torna all'Inter, che per riacquistarlo sborsa 600 milioni e cede contestualmente al Cagliari Angelo Domenghini, Sergio Gori e Cesare Poli. Boninsegna (accosciato, primo da sinistra) all'Inter nel 1970 A Milano conobbe il periodo di maggior splendore della sua carriera, su tutti lo scudetto del campionato 1970-1971, in cui si laureò miglior marcatore con 24 segnature; titolo che vincerà, con 22 centri, anche la stagione successiva. In totale con la maglia nerazzurra scese in campo 281 volte (197 in Serie A, 55 in Coppa Italia e 29 in Europa) siglando 171 reti (113 in A, 36 in Coppa Italia e 22 in Europa). Coi colori nerazzurri raggiunse inoltre la finale della Coppa dei Campioni 1971-1972; edizione in cui, negli ottavi di finale, Boninsegna fu suo malgrado protagonista di un controverso episodio nella sfida d'andata contro il Borussia M'gladbach, passata alla storia come la partita della lattina. Juventus e gli ultimi anni A seguito di uno scambio con Pietro Anastasi, nell'estate del 1976 lasciò dopo sette anni l'Inter e passò alla Juventus: il trasferimento destò non poco scalpore, sia per l'approdo di una bandiera nerazzurra agli storici rivali bianconeri — con lo stesso giocatore che si ritrovò costretto ad accettare la cosa, a malincuore e a giochi fatti —, che per l'età dell'attaccante, ormai trentatreenne e considerato di fatto in fase calante dagli addetti ai lavori. Boninsegna alla Juventus a fine anni 1970 «Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa UEFA ed una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico e del fatto che, dovendo sostituire un beniamino della tifoseria come Anastasi, avevo il dovere di dare sempre il massimo.» A dispetto di ciò, Boninsegna visse invece a Torino una seconda giovinezza disputando autorevolmente e da titolare, accanto a Roberto Bettega, le annate 1976-1977 — durante la quale, nel primo confronto contro gli ex nerazzurri, segnò entrambe le reti del 2-0 bianconero —, 1977-1978 e, seppur in parte, 1978-1979, scendendo in campo complessivamente in 94 occasioni (58 in A, 17 in Coppa Italia e 19 in Europa) e realizzando 36 reti (23 in Serie A, 6 in Coppa Italia e 7 in Europa). Durante la sua militanza triennale nella Vecchia Signora contribuì alla vittoria di due campionati, una Coppa Italia e, soprattutto, la Coppa UEFA del 1976-1977, il primo trofeo confederale del club torinese. Concluse l'attività professionistica in B nel Verona, nella stagione 1979-1980. Giocò infine un'ultima annata, nel 1980-1981, in Serie D con la Viadanese di Viadana, di cui divenne direttore sportivo una volta appesi gli scarpini al chiodo. Nazionale Boninsegna in azione in azzurro nel 1971 Con la maglia della nazionale, vestita per la prima volta nel 1967, arriva a disputare il campionato del mondo 1970 in Messico e il campionato del mondo 1974 in Germania Ovest. Nel corso del torneo del '70 fu autore di un gol e dell'assist a Gianni Rivera nella storica semifinale Italia-Germania Ovest 4-3, oltre alla rete del momentaneo pareggio italiano nella finale vinta 4-1 dal Brasile. In totale colleziona 22 presenze e 9 reti in maglia azzurra. Allenatore e dirigente Si è dedicato all'attività di allenatore, guidando, assieme a Ettore Recagni, prima le nazionali giovanili Under-19, Under-20 e Under-21 di Serie C dell'Italia, e successivamente il Mantova. Dopo aver ricoperto il ruolo di osservatore all'Inter, dal 28 febbraio 2012 fino al termine della stagione è stato direttore tecnico del Mantova. Carriera politica Nel 2005 si è candidato al consiglio comunale di Mantova nella lista civica Conte per Mantova libera, no turbogas, senza essere eletto. Nella cultura di massa Ha recitato un breve cameo, nel ruolo di un monatto, nello sceneggiato televisivo I promessi sposi di Salvatore Nocita; ha anche preso parte al film Don Camillo di Terence Hill, interpretando il ruolo di un calciatore. Viene inoltre nominato con il suo soprannome, nel monologo di Freccia (Stefano Accorsi), durante il film Radiofreccia di Luciano Ligabue. Riconoscimenti Il Cagliari lo ha inserito nella sua hall of fame. Palmarès Giocatore Boninsegna, all'Inter, premiato come miglior marcatore della Serie A 1970-1971 (sopra), e insieme a Benetti mentre stringe la Coppa UEFA 1976-1977 vinta con la Juventus (sotto). Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Inter: 1962 Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Inter: 1970-1971 - Juventus: 1976-1977, 1977-1978 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Individuale Capocannoniere della United Soccer Association: 1 - 1967 (11 gol) Capocannoniere della Serie A: 2 - 1970-1971 (24 gol), 1971-1972 (22 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1971-1972 (8 gol)
