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ANNIBALE AJMONE MARSAN https://it.wikipedia.org/wiki/Annibale_Ajmone_Marsan Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 29.02.1888 Luogo di morte: Londra (Inghilterra) Data di morte: 05.03.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Anny Alla Juventus dal 1905 al 1906 e dal 1909 al 1911 Esordio: 10.04.1910 - Campionato di Prima Categoria - Andrea Doria-Juventus 0-1 1 presenza - 0 reti Annibale Ajmone Marsan (Torino, 29 febbraio 1888 – Londra, 5 marzo 1956) è stato un imprenditore, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Fu fratello di Riccardo (III) ed Alessandro (I), figlio di un finanziatore del club, l'imprenditore Marco Ajmone Marsan, che era originario di Crosa. Il suo cognome nei tabellini è riportato talvolta come Aimone o Aymone. Fu dirigente della Juventus e procuratore generale dell'imprenditore Riccardo Gualino. Annibale Ajmone Marsan Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1905-1906 Juventus 0 1909-1910 Juventus 1 (0) 1910-1911 Juventus 0 Carriera Fu un giocatore della Juventus nelle stagioni 1905-1906, 1909-1910 e 1910-1911. Il suo soprannome era Anny, il suo esordio e unica partita giocata fu contro l'Andrea Doria il 10 aprile 1910. Nel 1905, assieme al fratello Alessandro, vinse il Torneo delle seconde squadre.
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Roberto Boninsegna e Romeo Benetti
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MICHELE AIRALDI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 16.08.1961 - Amichevole - Villar Perosa-Juventus 0-11 0 presenze - 0 reti subite
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GIUSEPPE ACCUSANI DI RETORTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.07.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 06.12.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Bebbe Alla Juventus dal 1922 al 1924 Esordio: 06.05.1923 - Campionato Prima Divisione - Juventus-Bologna 2-2 Ultima partita: 20.04.1924 - Campionato Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 2 presenze - 0 reti
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PIETRO FANNA Arriva alla Juventus nel 1977 dopo essersi messo in evidenza, nell’Atalanta, come uno dei talenti della nuova generazione. È molto dotato: tecnica individuale, velocità, fantasia, un calcio magnifico e, considerato che ha solamente 19 anni, si pensa che certe alcune agonistiche e di combattività verranno presto colmate: «Essere alla Juventus è una cosa magnifica, esaltante, il sogno di ogni calciatore e il fatto mi ha lusingato parecchio, anche se forse, da buon friulano, non l’ho dato da vedere». Il titolare è il Barone Causio, ancora inamovibile e Fanna può vedere, imparare dal campione, fino al momento giusto per sostituirlo. Fanna è utilizzato in ruoli e mansioni non adatte alle sue caratteristiche. Seconda punta con Bettega, in altre occasioni al fianco di Virdis. Pierino Fanna, oltre allo scudetto conquistato nel ‘78, che lo vede più spettatore che protagonista, diventa comunque uno degli artefici di altri due campionati vittoriosi: ‘80-81 e ‘81-82. «Sapeste quanto mi carico al pensiero che qualcuno creda in me! Ho superato in questo modo le perplessità che mi hanno assalito nel vestire la maglia bianconera. Si arriva a Torino e si prova l’impressione di toccare il cielo con un dito; poi, si rimane come schiacciati dal peso di tanta responsabilità». Nonostante questi successi, Fanna non riesce completamente a convincere. Emerge una certa fragilità atletica e, nell’estate del 1982, è ceduto al Verona, dove troverà finalmente la sua vera dimensione che lo condurrà trionfalmente allo scudetto del 1985 e alla Nazionale. Eccellente nell’Atalanta, deludente alla Juventus, strepitoso nel Verona, di nuovo deludente a Milano, sponda Inter: è il tipico giocatore che deve essere nel cuore di una squadra, che deve essere sempre chiamato in causa, per il quale deve passare il gioco. Tutto questo è, chiaramente, possibile a medio livello, impossibile ad alto livello, con gente come Brady, Bettega e compagnia. Al primo dribbling non riuscito, si smarrisce, evapora, passano interi minuti senza che tocchi palla; con gente così, il Trap non è in grado di instaurare neanche un linguaggio comune, figurarsi un rapporto fruttuoso. In poche parole, un grande talento bisognoso di essere coccolato, viziato e amato. GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1982 In molti continuano a domandarsi chi effettivamente sia, calcisticamente parlando, Pietro Fanna da Moimacco, ventiquattro anni e ormai cinque stagioni di Juve sulle spalle. In pochi, molto pochi a dire il vero, almeno crediamo, possiedono la risposta sicura, quella con tanto di prova. Il ragazzo di cinque anni fa è diventato uomo, ha messo su famiglia, ma queste, forse, son cose che riguardano assai più il personaggio che non il calciatore. Che differenze, e quali similitudini eventualmente, ci sono tra quel Fanna, quello di Bruges tanto per esemplificare, e questo, contraddittorio eppure vivo, altalenante eppure consistente, in una parola difficile da capire e ancor più da spiegare? Poiché non siamo tra quelli che hanno la risposta sicura, andiamo per approssimazione, e intanto ne parliamo, convinti che a molti interessi cercare vie magari nuove di avvicinamento al personaggio. Che davvero rischia di essere lontano, dagli occhi come dal cuore. Il ragazzo che approda a Torino da Bergamo, dove è idolo autentico, una specie di bambino prodigio capace di destare entusiasmi antichi, è già un tipo assai speciale, caratterialmente non ben definibile. Il primo impatto con i cronisti lascia interdetti personaggi navigati e abituati a fare i conti con ogni genere di giovin talento. Il ragazzo «c’è», si capisce che ha personalità e voglia di arrivare, ma è quasi spaventato dall’attenzione che lo circonda, sembra quasi chiedere il permesso di ritirarsi in santa pace e di uscire allo scoperto solo quando si sentirà pronto, caricato il giusto. Si intuisce al primo assaggio col terreno di gioco, al primo allenamento vero, che le doti ci sono, che il giovanotto mastica calcio come pochi altri, ma con una convinzione che va e viene, e più spesso la convinzione non c’è. Occorrono momenti particolari, climi speciali, per esaltare il ragazzo, la cui disarmante timidezza conquista comunque larghe fette di simpatia tra i supporters. La stagione dell’arrivo di Pierino, del resto, ribadisce il legittimo intendimento della Juve a dominare la scena nazionale: la squadra sembra continuare sullo slancio dei 51 punti strappati l’anno prima, e molte cose notoriamente difficili riescono invece facili, quasi automatiche. Fanna è ala destra, ha sempre giocato ala destra ed ha le caratteristiche tecniche dell’ala destra classica. Con la maglia numero sette gioca un certo Causio, all’apice della condizione, e Causio proprio non si discute, ci mancherebbe altro. Allora Fanna ha chiuso prima ancora di cominciare? No, perbacco. Il calcio moderno richiede universalità, adattamento a più ruoli, a diverse incombenze. Fanna trova spazio al centro o a sinistra, e gli inizi sono assai incoraggianti. A Pescara, i suoi dribbling e le sue serpentine in progressione scardinano una difesa intera e regalano una vittoria di slancio. In casa, con la Roma, su un terreno infame, Pierino scavalla nel fango e va a segnare un gol antologico a Paolone Conti. Un gol che lo consacra beniamino dei fans, che gli dà fiducia, convinzione. E poi, c’è la Coppa Campioni. La notte di Bruges. Non è il caso di raccontare nei particolari; certi episodi di storia recente sono stampati nitidamente nella memoria. Per la stragrande maggioranza dei tifosi juventini, Bruges si identifica con un arbitro svedese in serata di cattiva vena che dà una grossa mano alla Juve per non consentirle di avere ancora qualcosa da vincere. Per molti, però, quella partita è anche la rivelazione di un talento grande, di uno che farà sicuramente parecchia strada. Di Pierino Fanna da Moimacco, insomma. Su un palcoscenico ostico, e in una serata assai poco favorevole agli exploit individuali, Fanna disegna una prestazione assolutamente da incorniciare, senza sbavature, con momenti lirici, di tecnica assoluta. Una specie di magia, forse irripetibile o forse no, chi lo sa. Certo, una gran bella serata, un contrasto stridente con l’esito della gara, che rimanda la Juve a casa a rimpiangere e meditare rivincite. Bruges resta un episodio isolato, ahinoi. Ma è Fanna stesso un personaggio isolato, alle prese con sbalzi di umore che ne condizionano il rendimento nell’ambito magari di una stessa partita. Il ‘78-‘79 ripropone eccellenti momenti di calcio alternati a fasi di involuzione anche tecnica. Qualcuno comincia a mugugnare, a dire che, con quel fisico, con quei mezzi tecnici, se non sfonda è solo e unicamente questione di carattere, di maturità. Ma si è maturi, a vent’anni? Si può esserlo o non esserlo. In passato, ci furono campioni grandi e maturi a diciassette anni e altri che non maturarono mai, pur avendo quella dote strana e indefinibile che si chiama classe. Ma Fanna, quel Fanna, ha classe? Fior di tecnici, Trapattoni compreso, non hanno dubbi. Sissignori, Fanna ha classe, è un fior di campione allo stato semi-latente. Maturerà più tardi di altri, ma maturerà, se lo vorrà. Nella primavera dell’80, in chiusura di un’altra stagione ricca di contraddizioni, Fanna innesta marce altissime e torna a far sognare. Segna all’Inter un gol da album dei ricordi, scartando tutti sulla fascia e facendo passare la palla tra palo e portiere, con millimetrica precisione. Perché Fanna sa dribblare su una moneta da cento lire, ma anche tirare. E quelle poche volte che si decide a tirare sono gol d’autore, come contro l’Avellino, in una strana partita di fine stagione, finita 3 a 3 con alcuni numeri d’alta scuola del friulano. La partenza di Causio potrebbe rappresentare qualcosa di decisivo, per il destino di Pierino. Ma tutti sanno che non è così. Fanna, forse, per primo. La stagione del diciannovesimo scudetto ha avuto bisogno di parecchio Fanna, in ruoli e incombenze diverse. E Fanna è stato diligente, bravo o almeno bravino, ma sempre tentennante: un dribbling di troppo, un tiro col contagocce. Esplode Marocchino, che ha in partenza gli stessi problemi di Fanna, morde poco, anche se tiene piedi ottimi, ma alla fine vince Marocchino la sfida con Fanna, e la vince con la forza, la determinazione con la quale sradica il pallone dai piedi degli avversari e lo deposita a centro area per le giocate che decidono. Fanna è meno potente di Marocchino, ma potrebbe essere più rapido, più veloce, più essenziale. Lo stesso Marocco, in tutta sincerità, lo ammette davanti a stuoli di cronisti. E la storia si ripete, è roba di questi ultimi mesi, con l’esplosione di Galderisi, che ha cinque anni meno di Fanna, ma sembra che ne abbia dieci in più, quanto a determinazione, e, perché no, furore agonistico. La partita domenicale è una battaglia, dove si prende e si dà. Galderisi incarna alla meglio questo modo di vivere il ruolo offensivo. Fanna si approssima a incarnarlo, e magari presto lo riprodurrà al meglio: non mancano premonizioni, segni concreti. A ventiquattro anni, non sogna più gli svolazzi romantici sui campi dell’onor, ed ha capito qual è l’unica, sicura strada per arrivare alla meta. Crederci, fortissimamente, e considerare la panca come un trampolino di lancio, da cui decollare appena se ne presenta l’occasione. Inutile recriminare o rimpiangere quel che poteva essere e non è stato, inutile anche appigliarsi alla sfortuna. VLADIMIRO CAMINITI Sfortunato o presago, Pierino Fanna soggiorna cinque anni nella Juventus senza andare d’accordo col Trap. Forse, l’allenatore si incaponiva nel disegno tattico che certe divagazioni del ragazzo frastornavano; Furino ne parlava benissimo, come dell’attaccante più evoluto della squadra: «In tutti i punti del campo è utile, sa giocare in qualsiasi posizione». I tifosi di Madama sono abituati al meglio. Hanno ancora negli occhi i traversoni barocchi di Causio e conquistare la Juventus non è facile. Non basta avere un’anima cerulea, come ha gli occhi Pierino, e una moglie che gli ritaglia tutti gli articoli dei giornali e ne fa album per posteri; un tornante per Trapattoni, che riusciva a trovare difetti perfino in Causio, deve rispondere a certe esigenze, chiudere, coprire, aderire alla fascia di competenza, insomma sono continui rabbuffi, le guance di Pierino si imporporano, a casa si sfoga con la mogliettina bruna «ritagliera». Ora, dico la mia. Per la Juventus, nel quinquennio in cui vi ha militato, Pierino Fanna è stato un’occasione sprecata. Trapattoni non l’ha capito; si è attardato sui difetti tecnici e non ha messo il ragazzo a suo agio. Si sbaglia, tutti, e queste sono briciole per un tecnico virtuoso quanto il Trap; ma i fatti dicono di un Fanna che nel triennio veronese si mette a disegnare partite favolose, partecipando in primis alla conquista di quello scudetto che adorna indelebilmente il gonfalone gialloblù. E forse, voglio dire, più circostanze casuali, e il carattere un po’ troppo introverso e complicato del ragazzo, impedirono che con la Juventus sbocciasse vero amore. Come cronista non ho rimorsi. Io lo accettai sempre all’altezza delle sue doti tecniche superlative e del suo plafond atletico più che buono; in fondo, rimaneva il miglior allievo del padre, che avrebbe rimpianto non fosse ancora vivo a vederlo trionfare; il padre che gli aveva insegnato bambino a portare palla nella salita del paesello, per poi tenerla tra i piedi correndo in discesa; e fu un insegnamento basilare per il tornante superbo che sarebbe diventato, a tratti, solamente a tratti, anche nella Juventus del Trap. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/pietro-fanna.html
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PIETRO FANNA https://it.wikipedia.org/wiki/Pierino_Fanna Nazione: Italia Luogo di nascita: Grimacco (Udine) Data di nascita: 23.06.1958 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pierino Alla Juventus dal 1977 al 1982 Esordio: 21.08.1977 - Coppa Italia - Sambenedettese-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 148 presenze - 20 reti 3 scudetti 1 coppa Italia Pierino Fanna (Grimacco, 23 giugno 1958) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. È uno dei sei calciatori italiani (insieme a Giovanni Ferrari, Filippo Cavalli, Sergio Gori, Aldo Serena e Attilio Lombardo) ad aver conquistato lo scudetto con tre società differenti, nel suo caso Juventus, Verona e Inter. Pierino Fanna Fanna al Verona nel 1983 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1º luglio 1993 - giocatore 30 giugno 2002 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1975-1977 Atalanta 55 (6) 1977-1982 Juventus 148 (20) 1982-1985 Verona 85 (14) 1985-1989 Inter 97 (4) 1989-1993 Verona 103 (6) Nazionale 1976-1980 Italia U-21 13 (3) 1979-1980 Italia Olimpica 6 (3) 1983-1985 Italia 14 (0) Carriera da allenatore 1998-2000 Verona Vice 2000-2002 Venezia Vice Caratteristiche tecniche Ala destra in grado di svariare su ambo i fronti del campo. Era dotato di tecnica, velocità e fantasia. Negli anni alla Juventus fu utilizzato anche come seconda punta, pur non essendo quello un ruolo adatto alle sue caratteristiche. Rese al meglio in compagini di medio livello, dove poteva essere spesso coinvolto nel gioco della squadra, mentre soffrì molto a causa del suo carattere la pressione delle grandi piazze. Carriera Giocatore Club Atalanta e Juventus Fanna alla Juventus a fine anni 70 Arrivato all'Atalanta a quattordici anni, dopo tre anni di giovanili, Fanna esordisce in prima squadra nella serie cadetta con 20 presenze e due gol. Nella stagione 1976-1977 l'ala friulana è una pedina fondamentale della squadra e ottiene la promozione in Serie A con i bergamaschi. Nel 1977 approda alla Juventus. Fanna nei primi tre anni non si esprime al meglio, penalizzato da ruoli non adatti alle sue caratteristiche e anche dal suo carattere introverso. Nelle stagioni 1980-1981 e 1981-1982 trova spazio tra i titolari e contribuisce con alcuni gol e numerosi assist alla conquista dello scudetto; in particolare, suo fu il tiro che, fermato con un braccio da un difensore del Catanzaro, procurò il rigore che valse ai bianconeri lo scudetto 1981-1982. Verona Nell'estate 1982 viene ceduto al Verona di Osvaldo Bagnoli, squadra neopromossa, per la cifra di un miliardo e mezzo di lire. Nei suoi anni in Veneto, Fanna rappresenta un'importante pedina tattica nello sviluppo del contropiede, creando gli spazi e i presupposti per una rapida ripartenza senza palla da parte di Roberto Tricella: la scelta di tempo di questi due giocatori determinava lo spostamento e l'inserimento di un compagno che finalizzava l'azione. Due anni dopo in gialloblù conquista, nel campionato 1984-1985, uno storico scudetto. Inter, ritorno a Verona Fanna, con la maglia dell'Inter, esulta dopo la sua rete nel derby d'Italia del 15 marzo 1987. Nell'estate 1985 passa all'Inter per 5,2 miliardi di lire. Nel 1988-1989, con 13 partite, è uno dei comprimari nello scudetto dei record vinto sotto la guida di Giovanni Trapattoni, tuttavia nelle stagioni a Milano non riesce mai a replicare il rendimento mostrato in maglia scaligera. Nella stagione 1989-1990 torna quindi a Verona, in un campionato che culmina con la retrocessione in Serie B, riconquistando prontamente la Serie A l'anno dopo ma tornando nuovamente fra i cadetti al termine del torneo 1991-1992. L'annata successiva Fanna lascia definitivamente l'attività agonistica. Nazionale Nel 1977 esordisce nella nazionale Under-21, mentre nel 1983 avviene l'esordio con la nazionale maggiore, con la quale totalizza 14 presenze, senza mai andare in rete. Dopo il ritiro Si è occupato del settore giovanile veronese per qualche anno e, con l'arrivo di Cesare Prandelli nell'estate 1998, è stato allenatore in seconda. Seguì poi Prandelli al Venezia. Palmarès Club Campionato italiano: 5 Juventus: 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982 Verona: 1984-1985 Inter: 1988-1989 Coppa Italia: 1 Juventus: 1978-1979
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MARIANO MARCHETTI MASSIMO FRANCHI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1977 Mariano Marchetti (nulla a che vedere dal punto di vista genealogico coi precedenti Marchetti juventini – Giampiero e Alberto – ma dei quali sembra voler ripercorrere il cammino e superare le gesta) è un giovanissimo libero (appena 17 anni!) di fisico normolineo dai «piedi buoni» e dalla battuta lunga che può giovarsi – ammiratene la disinvoltura di tocco, la perentorietà nelle «uscite», la buona predisposizione alla ricucitura delle trame e al sussidio del centrocampo – di una trascorsa esperienza nel settore nevralgico del campo, la seconda linea per inciso, esperienza che, pare, stia diventando pressoché obbligatoria per i liberi del futuro. Egli sarà il «battitore» titolare nella formazione «Primavera» della Juventus edizione 1977-78 e, dopo Scirea e Spinosi, il terzo libero bianconero. Marchetti, una simbiosi di innata modestia e di schietta bonomia euganea, non ama parlare troppo di sé, è un ragazzo schivo, riservato e di poche parole: costretto a interrompere gli studi per motivi personali dopo la terza media e avviato precocemente alla carriera di ceramista (le celeberrime «maioliche di Bassano»), Mariano ha fatto del calcio la propria «ratio vitae» (nel senso ciceroniano del termine), possiede una tenacia ferrea e si applica con scrupolosità, abnegazione e spirito di sacrificio in ogni allenamento, risultando sempre tra i migliori; non ha «hobby» particolari («il mio unico hobby è sempre e solo il calcio» – dice risoluto), ama la musica (i cantautori italiani sono fra i suoi preferiti), legge fumetti. 〰.〰.〰 Fine stagione 1977-78: la Juventus ha conquistato l’ennesimo sigillo tricolore e deve affrontare la fase finale della Coppa Italia che, negli anni ‘70, si svolge al termine del campionato e delle coppe europee. La compagine di Trapattoni deve, però, rinunciare a tutti i Nazionali, convocati per gli imminenti Mondiali argentini. Cosicché, il tecnico bianconero è “costretto” ad attingere dalla squadra Primavera, concedendo spiccioli di gloria ai vari Francisca, Geissa, Gasperini, Magnani, Schincaglia, Miani, Cascella, Granaglia, Bozzi e Tolfo. C’è gloria per tutti, anche per l’eterno dodicesimo Alessandrelli. Tra questi ragazzi c’è anche Mariano Marchetti che disputerà 2 soli incontri su sei: saranno due sconfitte, 0-5 contro il Napoli e 2-4 contro il Milan. Di Marchetti, come per la maggior parte di questi giovani speranzosi, non ne sentiremo più parlare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/mariano-marchetti.html
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MARIANO MARCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Mariano_Marchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bassano del Grappa (Vicenza) Data di nascita: 20.02.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 14.05.1978 - Coppa Italia - Napoli-Juventus 5-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Mariano Marchetti (Bassano del Grappa, 20 febbraio 1960) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Mariano Marchetti Marchetti al Cagliari nel 1982 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1999 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1977-1978 Juventus 2 (0) 1978-1982 Pro Patria 130 (9) 1982-1983 Cagliari 16 (1) 1983 Padova 14 (1) 1983-1984 Brescia 3 (0) 1984-1985 Ancona 32 (2) 1985-1986 Francavilla 28 (2) 1986-1987 Sanremese 31 (3) 1987-1988 Palermo 31 (1) 1988-1989 Foggia 31 (1) 1989-1990 Casertana 31 (1) 1990-1991 Lanerossi Vicenza 22 (0) 1991-1992 Catania 25 (0) 1992-1994 Casertana 26 (0) 1994-1995 Falconarese 29 (1) 1995-1996 Camerino 29 (0) 1996-1997 Recanatese 24 (0) 1997-1999 Jesi 12 (0) Carriera È cresciuto nella Juventus con cui ha giocato 2 partite di Coppa Italia nella stagione 1977-1978. Nella stagione 1982-1983 ha militato in Serie A con la maglia del Cagliari. Esordisce in Serie A in Udinese-Cagliari (1-1) segnando il suo unico gol in massima serie. Nella stagione 1987-1988 raggiunge col Palermo la finale di Coppa Italia Serie C, persa nel doppio confronto col Monza, giocando entrambe le sfide. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1977-1978 Serie C2: 1 - Palermo: 1987-1988
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MARCO BOZZI Nazione: Italia Luogo di nascita: Monfalcone (Gorizia) Data di nascita: 15.08.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 1 presenza - 0 reti
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LORENZO GRANAGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 04.05.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 31.05.1978 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 3-1 1 presenza - 0 reti
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AMILCARE MAGNANI Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 21.01.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 31.05.1978 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 3-1 4 presenze - 0 reti
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ANTONIO GEISSA Nazione: Italia Luogo di nascita: Grado (Gorizia) Data di nascita: 28.04.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 14.05.1978 - Coppa Italia - Napoli-Juventus 5-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti
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LORENZO CASCELLA Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 15.03.1960 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 3 presenze - 1 rete
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FABIO FRANCISCA Coppa Italia 1976-77 e 1977-78: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Gola e Francisca. Il primo disputerà solamente il vittorioso match casalingo contro il Vicenza giocato il 29 giugno ‘77. Il secondo scenderà in campo ben 8 volte nelle due stagioni, realizzando anche una rete, sempre contro i biancorossi veneti, il 22 giugno ‘77. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 1976 Eccomi nuovamente qui con le rituali quattro chiacchiere, una breve conversazione con tre ragazzi bianconeri. Questa volta sono sotto il… torchio Sergio Pavanello, terzino o libero, nato a Torino il 26 luglio 1957, Fabio Francisca, anche lui difensore, nato pure a Torino il 20 giugno del 1959, e Renato Gola, «libero», nativo di Moncalieri in provincia di Torino, dove è nato il 22 gennaio del 1958. Tutti giocano indifferentemente sia nella «Berretti» che nella «Primavera», a seconda delle esigenze di squadra. Cominciamo col chiedere loro a quali sacrifici si sottopongono per sperare un giorno di sfondare nel mondo del calcio. GOLA: Nessun sacrificio particolare; ho scelto questa strada, per cui anche quelle piccole privazioni necessarie per rimanere sempre il più vicino alla forma non mi pesano; d’altra parte contemporaneamente studio, sono iscritto al 5° perito aziendale, per cui mi rimane ben poco tempo da dedicare ai vizi. FRANCISCA: Anch’io studio, frequento la quarta scientifico, e cerco di conciliare il calcio con i libri di scuola: non ritengo di fare particolari sacrifici, in quanto il mestiere di calciatore mi piace; e poi d’altronde, come ha detto Gola, abbiamo tempo libero limitato. PAVANELLO: Sono all’ultimo anno di Perito meccanico, e dopo la scuola debbo precipitarmi a Villar Perosa per l’allenamento, quindi, al momento di tornare a casa, sono talmente stanco che vado subito a dormire. – I vostri genitori sono contenti della professione da voi scelta? FRANCISCA: Sono molto contenti perché appassionati di questo sport, poi c’è anche il fatto che a scuola vado discretamente bene, per cui non ho difficoltà familiari. PAVANELLO: Sono da ben 9 anni alla Juve, dove arrivai giovanissimo al Nagc, che praticamente i miei genitori manco lo sapevano; adesso comunque sono contenti, anche perché il giocare è diventato quasi una professione; l’importante per loro, è riuscire bene nella scuola, e qui, fortunatamente, non vado male. GOLA: Essendo di Torino non ho trovato le difficoltà di lontananza da casa che hanno molti ragazzi miei compagni; sono da otto anni bianconero e i miei genitori sono contentissimi. – Secondo voi, preferite un allenatore che vi tratti con la frusta oppure col convincimento, col ragionamento? GOLA: Con il convincimento, col discorso; abbiamo una certa età e quindi siamo responsabili, anche se una rinfrescatina, quando magari involontariamente si sgarra, ogni tanto ci vuole. PAVANELLO: Alla nostra età non occorre la frusta, basta capirsi, spiegarsi. FRANCISCA: A me piace l’allenatore che discuta con noi ragazzi, capisca la persona senza bisogno di gridare o fare delle scene; dialogare, insomma: così sento di poter dare tutto me stesso, ottenere il massimo. – Passiamo a un argomento più... frivolo: vorrei sapere i vostri gusti cinematografici, musicali e televisivi. FRANCISCA: Fra i cantanti ve ne sono tre fra i miei preferiti: Claudio Baglioni, veramente una cannonata, e poi Mia Martini e Mina, formidabili. Fra gli attori cinematografici le mie preferenze vanno a Clint Eastwood (adoro i western), e in second’ordine a Dustin Hoffman e Robert Redford: alla Tv vedo cosa capita, non ho particolari predilezioni, diciamo comunque che mi attirano abbastanza gli sceneggiati gialli. Di leggere ho poco tempo, considerati gli allenamenti e gli studi, comunque mi soffermo volentieri su quei libri che si avvicinano alla realtà. PAVANELLO: La musica mi piace, con una particolare punta di preferenza per quella pop e quella rock. Fra i miei cantanti preferiti diciamo i Genesis e Claudio Baglioni; non vado molto spesso al cine, e anche qui comunque ho alcune preferenze, quelli di carattere giallo come trama, e Giannini e Dustin Hoffman fra gli attori. Alla televisione, che non vedo molto, mi piacciono abbastanza i romanzi sceneggiati. GOLA: Tutta la musica mi piace, specialmente quella moderna; amo molto tutti i nuovi cantautori che hanno veramente portato una nuova moda nel mondo musicale. Se debbo fare dei nomi mi soffermerei su De Gregori, Guccini. Come attori cinematografici diciamo Dustin Hoffman e Dalila Di Lazzaro. In quanto ai libri, così come i miei due compagni, non ho molto tempo, a causa dello studio e del calcio; leggo molto i quotidiani politici e sportivi e i romanzi d’avventura. – Quando vi recate in qualche città nuova per giocare una partita o effettuare un torneo, cosa fate di solito: state chiusi in albergo, oppure girate alla ricerca di cose nuove, monumenti, musei e così via? PAVANELLO: Dipende dalla città e da cosa offre, e se presenta cose belle; a volte sono gli stessi organizzatori che ci accompagnano in pullman a mostrarci le bellezze; l’importante comunque è svagarsi, non pensare alla partita. GOLA: In ogni città o paese dove vado mi piace vedere la gente, facce nuove, negozi, conoscere abitudini e modo di vivere. Ai musei non ho mai pensato, anche perché non ho una preparazione su questo argomento troppo difficile. FRANCISCA: Dipende anche dalla pioggia a parte gli scherzi, anche a me piace vedere gente nuova, negozi, strade; prima della partita solitamente c’è una certa tensione, e il passeggiare per strade sconosciute serve molto a distendere i nervi; anche a me i musei non vanno: bisogna capirli, ci va una competenza che io certamente non mi ritrovo. – Se un giorno vi accorgeste che non siete riusciti a sfondare, quale atteggiamento prendereste; continuereste a giocare oppure smettereste e cambiereste mestiere? FRANCISCA: Data la passione che è in me non potrei troncare di colpo, rimarrebbe solo una certa rassegnazione; io comunque continuo a studiare, per avere un giorno eventualmente un’alternativa, e continuerei in una squadretta come hobby. PAVANELLO: La passione rimane, non si può cancellare, quindi anch’io continuerei, magari in una piccola squadra, ma non abbandonerei mai le scarpette da calcio. GOLA: Smettere è impossibile, con la passione che mi ritrovo; anch’io continuerei a studiare e giocherei alla domenica in qualche compagine minore. – Vorrei sapere quale concetto avete delle persone più anziane di voi? PAVANELLO: Molta, molta stima: a volte non ci capiscono, ma secondo me è proprio per la diversità dei momenti in cui viviamo noi e sono vissuti loro; ma ripeto, a essi, che hanno senza dubbio un bagaglio di esperienza enorme, va tutta la mia stima e rispetto. GOLA: Io vivo con la nonna, che, pure con la sua età e pur non comprendendo niente di calcio, mi aiuta a perseverare, spingendomi a far bene, si interessa dei miei problemi e da lei ho sempre dei buoni consigli che metto in pratica ogni volta; e mi sono sempre trovato benissimo; a volte le idee fra noi e questi anziani non collimano, e allora bisogna trovare una via di mezzo, conciliare le idee in modo di andare d’accordo. FRANCISCA: Io vivo addirittura con tre nonni e li stimo molto; non sono affatto superati come si vuol far credere; hanno dalla loro un bagaglio di esperienza che riversata su di noi, con il nostro temperamento, ci fanno superare molte traversie e difficoltà. – Fareste l’arbitro? FRANCISCA: Per fare il mestiere di direttore di gara ci vuole molta passione; secondo me il salto da giocatore ad arbitro è troppo forte, poi io che sono abituato a giocare non mi abituerei mai a vedere gli altri intorno a me che corrono dietro al pallone ed io fermo a guardarli. PAVANELLO: No, assolutamente, c’è troppa responsabilità. GOLA: Se un giorno mi accorgessi di avere le qualità necessarie, perché no? Secondo voi ragazzi, per riuscire, per poter sfondare nel calcio, quale percentuale occorre di fortuna? GOLA: Quaranta per cento PAVANELLO: Sono anch’io dell’idea di Gola. FRANCISCA: Io la terrei su un tono più basso, diciamo soltanto il trenta, il resto è tutta abilità. – Al momento attuale, date più importanza allo studio o al calcio? FRANCISCA: Attualmente al calcio, tanto in un anno o due la cosa dovrebbe decidersi; o abbandonare o continuare. PAVANELLO: Metà e meta, un occhio al calcio e uno allo studio. GOLA: Per il momento cerco di conciliare le due cose. – Potreste elencarmi sommariamente i vostri maggiori pregi e relativi difetti? FRANCISCA: Debbo ancora migliorare in tantissime cose, vado bene ad esempio nel fluidificare, ma difetto ancora nel fisico come peso, poi il sinistro non è certamente allo stesso livello del destro. GOLA: I miei compagni dicono che ho la grinta, poi mi ritengo abbastanza buono tecnicamente, cosa comprensibile arrivando dal Nagc; mi manca ancora personalità, e lo scatto nel colpo di testa, tutte cose che spero arriveranno con gli anni e l’esperienza. PAVANELLO: Mi piace molto marcare l’uomo; difetto ancora abbastanza nell’uso del sinistro e manco di spregiudicatezza. Auguri, ragazzi, per il calcio oppure per lo studio, comunque per la vita! http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/fabio-francisca.html
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FABIO FRANCISCA Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 20.06.1959 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 19.06.1977 - Coppa Italia - Inter-Juventus 1-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 8 presenze - 1 rete
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MASSIMO TOLFO MASSIMO FRANCHI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1977 Massimo Tolfo (cm. 183 x kg. 78, classe ‘59) è un caratteristico mediano di sostegno che ama sia l’impostazione e la spinta offensiva come, parimenti, la rottura e l’interdizione delle manovre avversarie. Cursore indefesso, ambidestro, dalla chiara visione di gioco, palleggio rifinito e dall’estrema confidenza con il gioco «di prima», egli ammira moltissimo in tale ruolo il «tigre» Benetti, autoponendoselo come esempio didascalico mentre, nell’arengo internazionale, ricorda con una punta di invidia il «motorino» Axel Tyll, grintoso mediano del Magdeburgo e della Nazionale tedesco-orientale, cui il suo «mister» di Bassano esortava a ispirarsi. Studente liceale (quest’anno sarà impegnato con gli esami di maturità scientifica e il prossimo anno si iscriverà alla Facoltà di Chimica) amante della buona musica, come tutti i «teen-agers» più «in» predilige la «soul-music» (Donna Summer, Franz Cerrone, Roberta Kelly, Thelma Houston, Ritchie Family e Boney M. fra i più osannati), e tutt’altro che indifferente, anzi sensibile al fascino delle belle donne («quando vedo scritto sulle locandine dei film Laura Antonelli e Gloria Guida compro a scatola chiusa» – dice candidamente), Tolfo ha accolto con entusiasmo indescrivibile – e come non potrebbe averlo fatto? – il suo passaggio nelle file della Juventus che, come tutti i ragazzi italiani, reputa la società-guida del «foot-ball» nostrano; non disdegna l’idea di un possibile trasferimento in provincia, in qualche squadretta minore di serie C, per « farsi le ossa » (sulla scorta, ad esempio, di quanto fatto quest’anno dai vari Serena, Della Monica ecc...), non facendo programmi per l’avvenire, bensì vivendo alla giornata secondo i canoni oraziani del «carpe diem», impegnandosi con dedizione e attenendosi rigorosamente ai dettami dei suoi insegnanti, vuoi nel campo scolastico, vuoi in quello della «pelota», stimando l’una attività in misura non inferiore all’altra. 〰.〰.〰 Fine stagione 1977-78: la Juventus ha conquistato l’ennesimo sigillo tricolore e deve affrontare la fase finale della Coppa Italia che, negli anni ‘70, si svolge al termine del campionato e delle coppe europee. La compagine di Trapattoni deve, però, rinunciare a tutti i Nazionali, convocati per gli imminenti Mondiali argentini. Cosicché, il tecnico bianconero è “costretto” ad attingere dalla squadra Primavera, concedendo spiccioli di gloria ai vari Francisca, Geissa, Gasperini, Magnani, Schincaglia, Miani, Cascella, Granaglia, Bozzi e Marchetti Mariano. C’è gloria per tutti, anche per l’eterno dodicesimo Alessandrelli. Tra questi ragazzi c’è anche Tolfo che disputerà 5 incontri su 6, mancando solamente alla clamorosa sconfitta per 0-5 subita dal Napoli. Di Tolfo, come per la maggior parte di questi giovani speranzosi, non ne sentiremo più parlare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/massimo-tolfo.html
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MASSIMO TOLFO Nazione: Italia Luogo di nascita: Bassano del Grappa (Vicenza) Data di nascita: 10.01.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti
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ROBERTO BONINSEGNA «Boninsegna arrivò alla Juve a fine carriera, ma restava sempre un fior di centravanti. Era capace di insultarti per un passaggio sbagliato, ma se cinque minuti dopo andavi a terra per un fallo era il primo a venirti vicino e a chiedere: “Chi è stato?”. Guardava gli avversari a muso duro, per far capire che se ci avessero riprovato li avrebbe sistemati lui». Roberto Bettega.A 33 anni un uomo è considerato un giovane uomo, ma un giocatore di calcio è irrimediabilmente un vecchio calciatore e la sua carriera è già considerata sul viale del tramonto.Quando arrivò alla Juventus, nell’anno 1976-77, Roberto Boninsegna stava toccando proprio questa quota. Alle spalle, una carriera lunghissima, non priva di soddisfazioni ma che, a quel punto, era ragionevole considerare più o meno conclusa.Era arrivato all’Inter a 14 anni, il suo idolo da bambino era Skoglund: 5 anni di settore giovanile, quindi aggregato alla prima squadra. E poi a Prato. «La considerai una bocciatura. Herrera disse che era Allodi a non credere in me, Allodi diede la colpa a Neri, allenatore della Primavera. Fatto sta che mi ritrovo in B prima a Prato, poi a Potenza. Giocavo all’ala sinistra, quelli che stavano accanto a me segnavano tanto: Taccola a Prato, Bercellino a Potenza. Poi mi sono detto: contano i goal, adesso li faccio io. E sono diventato più egoista, ho cominciato ad accentrarmi».Poi il debutto in A con il Varese. Ironia della sorte a San Siro contro l’Inter: «E ne prendiamo 5!».A Varese prende anche 11 giornate di squalifica, poi ridotte a 9. «In Varese-Cagliari un difensore devia in tuffo di pugno un mio colpo di testa. Per l’arbitro Bernardis di Trieste è calcio d’angolo! Gli dico di tutto, lo spintono anche. E finisco a Cagliari. Non mi aspettavo di essere acquistato dalla squadra rossoblu; a Varese avevo segnato solo 5 goal da ala sinistra e loro avevano Riva. Vengo spostato al centro dell’attacco. Sono tre stagioni indimenticabili, conquisto la Nazionale».Il presunto dualismo con Riva. «Tutto falso. Eravamo come fratelli, abbiamo vissuto per due anni nella stessa camera, tornavamo insieme in auto dall’allenamento. Abbiamo smentito per anni, poi ci siamo stancati di farlo. È vero, in campo era diverso. Ci mandavamo a quel paese».Cagliari è soprattutto Manlio Scopigno. «Un allenatore fuori dal comune, un po’ fannullone, tatticamente bravissimo. Non sbagliava mai i cambi, anche perché noi del Cagliari eravamo davvero pochi».Ironico, disincantato con la battuta sempre pronta. «Una volta mi sono presentato in smoking all’allenamento del mattino. Arrivavo da Venezia in aereo, dopo il Carnevale. Scopigno mi guarda e dice: “Almeno potevi toglierti i coriandoli dai capelli”. Un giorno Scopigno mi dice: “Il Cagliari ha bisogno di soldi, gli unici che hanno mercato siete tu e Riva e Gigi non vuole andar via”. Gli risposi che avrei accettato soltanto l’Inter. Affare fatto: tornavo a casa in cambio di Domenghini, Gori e Poli più un conguaglio. Non ho rimpianti per non aver vinto lo scudetto con il Cagliari. Se non mi avessero ceduto, difficilmente sarebbero riusciti a rafforzare la squadra. L’Inter finì seconda, dietro il Cagliari. Io segnai il goal della vittoria interista a San Siro che fece riavvicinare la Juventus al Cagliari».Lo scudetto con l’Inter arriva la stagione dopo, 1970-71, anno in cui Boninsegna vince anche la classifica, successo che bisserà nel campionato seguente. «Veramente i titoli di capocannoniere sono tre. Nel 1974 mi tolsero un goal all’ultima giornata contro il Cesena; dissero che era autorete per una deviazione in barriera».Boninsegna all’Inter gioca 7 stagioni: uno scudetto, 113 goal in campionato e disputa, il 31 maggio 1972, a Rotterdam, la finale della Coppa dei Campioni, persa contro la grandissima Ajax di Cruijff.In Nazionale pareva avere la strada chiusa: per la fase finale del Mundial messicano, per esempio, gli era stato preferito Anastasi, ma poi un casuale incidente aveva messo fuori causa lo juventino. E Boninsegna visse così la bella avventura messicana, segnando 2 goal importanti: alla Germania Ovest nell’indimenticabile incontro di semifinale vinto nei supplementari per 4-3 e al Brasile nella finale persa per 4-1. In totale è stato 22 volte azzurro e ha realizzato 9 goal.Nato a Mantova, il 13 novembre 1943, per vocazione e professione ha fatto il centravanti, un attaccante pericoloso, forte e combattivo malgrado un fisico ritenuto non eccezionale.Alto un metro e 74, il peso forma oscilla sui 74 chilogrammi; forse, quando nell’estate del 1976 arrivò alla Juventus, accusava peso superfluo, ma con qualche sacrificio presto tornò in piena efficienza.Volle chiarire subito, con i fatti, di non aver accettato il passaggio alla Juventus soltanto per strappare un ultimo, ricco ingaggio. Poteva far ancora bene, lo sentiva e accettò con entusiasmo la scommessa sul futuro.Nei primi giorni di vigilia della stagione juventina, disse: «Al calcio muovo una critica, quella di soffocare i giovani. Io sono riuscito a strappare alla scuola un diploma, quasi violentando la mia volontà. Sono un impulsivo, sincero, franco fino alla sfrontatezza e all’inizio di carriera ho stentato parecchio. Mi considero estroso, bizzarro e lunatico, un fiammifero che si accende per niente, però sempre pronto a pagare in prima persona, a chiedere scusa».Lo giudicano un duro, in campo e fuori, ma è soltanto persona concreta, ordinata, quasi una rarità nel mondo molto provvisorio del pallone. «Alla Juventus ho conosciuto due personaggi eccezionali: Boniperti e l’avvocato Agnelli. Una domenica resto a casa per una colica renale, la Juventus pareggia. L’indomani mi chiama al telefono l’Avvocato. “Boninsegna”, mi dice, “guarisca presto, la Juventus ha bisogno di lei. Domenica voglio vederla in campo”. Io già mi sentivo molto meglio».La Juventus anni ‘70 era un meccanismo quasi perfetto, Boninsegna, detto Bonimba, si inserisce alla perfezione. Non una delle sue qualità sembra appannata: lo sviluppato senso tattico, la grande capacità combattiva, il tiro forte e preciso, soprattutto il fiuto del goal molto spiccato.Il bilancio di 3 stagioni è lusinghiero: 93 partite e 35 goal, un concreto contributo alla conquista del 17° e del 18° scudetto bianconero. Troverà il modo di farsi ammirare anche in campo europeo, risultando protagonista nella conquista della Coppa Uefa.«Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa Uefa e una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico e del fatto che, dovendo sostituire un beniamino della tifoseria come Anastasi, avevo il dovere di dare sempre il massimo. Le cose, soprattutto nelle due prime stagioni, andarono davvero bene, tant’è che Boniperti mi offrì la possibilità di un quarto anno di contratto, a quasi 37 anni. Ma, a quella veneranda età, preferì la sicurezza di un posto al Verona, in Serie B, alla certezza di un impiego part-time con i bianconeri».Boninsegna ha incarnato alla perfezione lo stile di quella Juventus, che era acciaio puro. La cosa divertente è che all’epoca della campagna acquisti molti storsero il naso, dicendo che la Juventus si era invecchiata prendendo gli scarti delle milanesi (l’Inter diede Boninsegna e soldi per Anastasi).Al primo Juventus-Inter (a Torino) fu 2-0 per i bianconeri, con doppietta proprio di Boninsegna; lo fecero marcare da tale Mariano Guida, troppo tenero e molle per poter contenere un Bonimba letteralmente scatenato.Finale Coppa Uefa nello stesso anno: Boninsegna è infortunato, il Trap lo schiera ugualmente, non riuscirà a finire il primo tempo, sostituito da Bobo Gori. Ingaggia un duello con lo stopper spagnolo a suon di ceffoni, una cosa impressionante. Palesemente non è in grado di giocare, ma mena come un fabbro il malcapitato difensore basco; il loro duello entusiasma lo stadio.Ancora: dopo il disastro di Germania 1974, la nuova Italia di Bernardini gioca in Olanda la prima partita di qualificazione agli europei. La formazione è un po’ cervellotica: qualche vecchio (Boninsegna, Juliano, Morini), qualche virgulto della nuova generazione (Antognoni, Rocca, Roggi) qualcuno della generazione di mezzo (Anastasi, Causio, Orlandini che marca, si fa per dire visto che non gli fece neanche il solletico, il magico Cruijff).Boninsegna non solo segna di testa dopo cinque minuti, ma ingaggia un duello da bucaniere con Rijsbergen, il biondo stopper olandese, altro tipino non proprio accondiscendente. Per la cronaca vince l’Olanda per 3-1, con doppietta del Papero d’Oro.Una volta confidò: «Sposai mia moglie dopo sette anni di fidanzamento. È da una vita che so tutto di lei e lei di me. E siccome siamo entrambi appagati e felici, mi ritengo un privilegiato».Quando smette di giocare, una lunga esperienza come selezionatore della Rappresentativa di Serie C («Speravo di far carriera in Federazione»), due anni come tecnico del Mantova poi basta.Boninsegna non è di quelli che dice “Ai miei tempi era un’altra cosa”, anche se ammette che, per dieci anni, è andato a dormire alle 22 e 30 facendo vita da atleta.«Il calcio è sempre bello. E se giocassi oggi con tutti questi esterni a fare cross, chissà quanti goal segnerei».GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1979Il Risorgimento di questo nostro povero ricco calcio italiota passa inevitabilmente attraverso un centravanti longobardo, mantovano precisamente, dalla pedata gloriosa e dalla carriera carica di onori.Parliamo chiaramente di Boninsegna detto ormai, da tutti quelli che seguono, da vicino o da lontano, le vicende del pallone, Bonimba.Bonimba è una parte di noi e non poteva che essere la Juve la squadra del suo crepuscolo avventuroso e però grandissimo.Ora, si pone il problema, scrivendo di questo attaccante che è presente e però già storia, monumento, mito, il problema dicevamo di raccontarlo proprio limitandolo e limitandoci al crepuscolo glorioso, agli anni juventini.Il professional dalla carriera lunghissima e spesso trionfante meriterebbe forse una narrazione estesa, totale, dalle origini. Ma in tal modo si perderebbe il fascino di tanti particolari, sfumature, sfaccettature di questo personaggio, legate all’oggi e allo ieri ma non all’altro ieri.Perciò raccontiamo in chiave tecnica e romantica il personaggio Bonimba dal momento del suo avvento alla Juve.Poco tempo è passato, ma la vicenda è ugualmente densissima di momenti importanti e persino decisivi, per far luce in profondità su questo attaccante risorgimentale, capitato per caso sui palcoscenici disincantati di questo nostro calcio anni ‘60 e ‘70.Un minimo di premessa, comunque, ci vuole. Boninsegna esplode, come cannoniere, senza macchia e senza paura, nell’isola che è già, o sta per diventare, il regno di un altro longobardo dal sinistro tonante, Gigi Riva vale a dire.Il Cagliari di quella seconda metà degli anni ‘60 si appresta a recitare la favola bella della grandezza assoluta, e intanto si costruisce una dignità e un prestigio sulle prodezze di questi due compari assetati di goal e di gloria.Si capisce comunque che il Risorgimento di Bonimba sarà più sofferto, più combattuto di quello di Luigi Riva da Leggiuno.E accade, infatti, che lo scudetto più sbalorditivo dei tempi moderni, quello vinto appunto dal Cagliari, non vede più, al fianco di Riva, il Bonimba mantovano, nel frattempo approdato, meglio riapprodato, all’Inter.Il Mundial messicano e il successivo scudetto vinto con i nerazzurri ripagano comunque ampiamente Boninsegna del mancato trionfo isolano. E si apre la lunga parentesi nerazzurra, gioie tante, specialmente all’inizio, e dolori qualcuno di troppo, specialmente negli ultimi tempi.E siamo alla Juve, estate 1976. Un ciclo che pare finito, spezzato dal Torino, e che invece in casa bianconera stanno preparandosi a riaprire subito con gli innesti più opportuni e più discutibili, sulla carta, che mai siano stati effettuati.Bonimba è appunto la novità più clamorosa, più contraddittoria se vogliamo. Se ne va Pietruzzo Anastasi, il funambolo dei nostri sogni goliardici, e arriva lo stagionato bomber longobardo in cerca di rivincite.Qualche perplessità è d’obbligo. Ma non c’è manco il tempo di esternarle e già Bonimba è splendidamente protagonista. L’età non conta se il fisico e lo spirito sono integri. Ora, il fisico di Bonimba è da guerriero e lo sorregge un temperamento senza pari. Un concentrato di volontà di rivincita, di abnegazione, di dedizione a una causa immediatamente fatta propria. Ci sono le premesse per una stagione esaltante.Bonimba-Bonimba, il tifoso della Curva Filadelfia crede immediatamente nel campione in cerca di resurrezione, e il bomber ripaga.Il campionato 1976-77, che sarà il campionato di tutti i record bianconeri, è subito nel segno di questo centravanti dal cuore antico e dalla pedata virtuosa.Olimpico, 3 ottobre, prima di campionato nel sole, Lazio che arremba, Juve che vince con doppietta di Bobby-gol e decisiva zampata di Boninsegna.Il centravanti si ripete sette giorni più tardi battendo il Genoa con goal di puro possesso, secondo il più genuino repertorio dei cannonieri di mestiere.La Juve gioca sotto cieli sempre più azzurri, a Cesena il 28 novembre coglie la settima vittoria consecutiva su 7 partite, è una diavoleria del vecchio Bobo questo successo risicatissimo sui romagnoli, strappato con unghie e denti a una manciata di minuti dalla line.Ma non c’è solo il campionato, perbacco. Coppa Uefa, è il secondo, importantissimo traguardo della Signora, da onorare con giusta determinazione. Manchester City al primo turno, il Comunale si infiamma nel retour-match, c’è un goal da rimontare, ci pensa Scirea prima del riposo.A qualificare la Juve per i turni che seguono è naturalmente Bonimba, impeccabile, sornione, appostato sempre al punto giusto per i cross malandrini di Causio e le sponde del compare goal Bettega.Sembra che fra Bobby e Bobo ci sia atavica confidenza, nascono dall’intesa fra questi due tipi umanamente e calcisticamente tanto diversi le cose più sorprendenti e insieme esaltanti della Juve.Eliminato come abbiamo detto il City, ecco un altro Manchester sulla strada bianconera, l’United stavolta. Ed è nuova, freschissima gloria per il centravanti della risorgente grandezza juventina. Bonimba uno e due, oplà, il gioco è fatto.La Juve che al Maine Road aveva perso con il minimo scarto si diverte al Comunale, vincendo, anzi dominando, per 3-0 gli inglesi, primi due goal firmati dal centravanti che a ogni goal sembra ringiovanire.Ma la gloria europea non distrae dal cammino in campionato, che procede spedito per i bianconeri, nonostante l’intoppo di un derby perso.Il 9 gennaio la Juve torna Juve vera in occasione dell’insidiosa trasferta a Napoli. Una partita lineare, perfetta, mai in discussione. Ancora e sempre Boninsegna cannoniere, il raddoppio è di Scirea, 2-0 per la Juve splendidamente prima.E arriviamo al momento più esaltante, certo il più atteso per Bonimba: il 16 gennaio c’è Juve-Inter al Comunale. È la partita di tutte le rivincite, quella che riassume la ferrea volontà di riscossa del campione nei panni di ex.Spesso, il desiderio di strafare condiziona in senso negativo, impedendo al professional di esprimere in campo tutto il proprio effettivo valore. Ma non è questo certamente il caso di Bonimba.La sua partita, pure evidentemente polemica, è esemplare per impegno e continuità, e soprattutto è condita di un’esaltante doppietta che fissa il risultato sul 2-0 per la Juve. Una vittoria, doppia, l’ennesima riprova dell’enorme talento di questo campione senza età.Il momento d’oro del centravanti dà respiro a tutta la squadra, rinfranca Bettega ed è la migliore garanzia che cl sarà raccolto abbondante a fine stagione.Davvero singolare è la semplicità con cui Bobo va in goal, in campionato come in coppa. Stopper giovani e mastini di stampo antico cercano di capirci qualcosa, adottando una guardia specialissima nei suoi confronti, ma con risultati invero scarsi.Bonimba è, in effetti, prototipo e ultimo esemplare di una generazione di centravanti indomiti, di solidissimo mestiere e coraggio non comune.C’è sempre una spiegazione per il goal anche più illogico: questione di colpo d’occhio, di prevedere anche le più infinitesimali distrazioni dell’avversario diretto o del portiere, per gabbarlo con toccatine piene di estro e assolutamente estemporanee.Quel che comunemente si chiama opportunismo è in realtà cosa tremendamente complessa, una specie di dote naturale affinabile con l’esperienza ma che non si crea né si distrugge di incanto.Non c’è magia nei goal di Bonimba, come non è affatto magico l’incedere di quella Juve verso lo scudetto e la Coppa Uefa. Bonimba è professional al massimo grado in una Juve di professional, semmai entusiasma questa continuità nel segnare e far segnare.Il campionato inneggia alla Juve rutilante costretta a vincere sempre per tener distante il Toro della ritrovata forza dirompente, Bonimba trasforma il lavoro della squadra in goal che sono moneta sonante, e anche dal dischetto ripete l’opportunismo e la continuità d’azione di ogni momento, di ogni partita. I rigori di Bonimba non lasciano scampo, anche così si vincono le partite.Non si vince il derby di ritorno, 3 aprile 1977, sol perché il tocco diabolico di Boninsegna su punizione finisce contro l’incrocio dei pali di Castellini anziché mezza spanna più sotto. E pareggio soltanto, ma basterà.A Genova, 22 maggio, scudetto-day, l’apoteosi bianconera comincia nel momento in cui il centroavanti di tutte le battaglie bianconere depone in rete il goal della sicurezza contro la Samp. Ed è giusto, sacrosanto omaggio alla più terrificante, sorprendente arma escogitata dalla Juve per tornare grande subito. Boninsegna, naturalmente.L’anno secondo di Boninsegna juventino ricalca nella qualità, se non nella quantità, quello precedente.Dopo l’orgia di reti contro il Foggia (6-0, doppietta di Bonimba) ci sono momenti di ripensamento per il bomber e la squadra tutta, culminati con la bruciante sconfitta dell’Olimpico contro la Lazio.Ma sette giorni dopo, il segnale della riscossa parte proprio dal piede di Bonimba, lesto a calciare in rete un pallone malandrino, sfuggito dalle mani di Carmignani portiere viola.Sull’onda di quel goal rapinoso, la Juve dilaga, e tutto torna come prima. Campione d’Inverno, poi (5 febbraio) vittoriosa sul Napoli con minimo sforzo, auspice l’eterno Bonimba: è la Juve ancora grande protagonista, è Bonimba sempre il suo cannoniere più rappresentativo.La doppietta di Bobo alla Lazio è altra pagina di gloria, e alla fine, a scudetto riconquistato, le cifre sono ancora tutte per l’inossidabile fuoriclasse: 11 reti aveva segnato nel 1976-77 su 29 partite di campionato disputate. 10 le reti del 1977-78, ma con appena 21 partite a disposizione.Un’impresa senza precedenti, degnamente ultimata contro il Vicenza, nella trionfale passerella del diciottesimo.Il resto è storia recente, presente vivo. La Juve 1978-79 ha ancora bisogno di Bonimba, ma gli anni passano e pure i rodomonti invecchiano. E canizie gloriosa, ma sempre canizie.Il mestiere del centravanti è duro e senza pietà. Solo chi ha scorza durissima e cuore saldo può emergere e, soprattutto, durare. Bonimba, ultimo grande guerriero dell’area di rigore, contraddistingue con le sue imprese un’epoca intera, ed è intanto emblematico di uno stile ineguagliabile.Il crepuscolo suo priva le cronache domenicali di una componente importante e, ahimè, insostituibile. È normale, Dietro i grandi che lasciano, c’è sempre un vuoto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/roberto-boninsegna.html#more
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ROBERTO BONINSEGNA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Boninsegna Nazione: Italia Luogo di nascita: Mantova Data di nascita: 13.11.1943 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Bonimba Alla Juventus dal 1976 al 1979 Esordio: 29.08.1976 - Coppa Italia - Monza-Juventus 1-1 Ultima partita: 20.06.1979 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 2-1 94 presenze - 36 reti 2 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Roberto Boninsegna (Mantova, 13 novembre 1943) è un dirigente sportivo, ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. È stato vicecampione mondiale nel 1970 con la nazionale italiana. Roberto Boninsegna Boninsegna all'Inter nella stagione 1971-1972 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1981 - giocatore 2003 - allenatore Carriera Giovanili 1962-1963 Inter Squadre di club 1963-1964 Prato 22 (1) 1964-1965 Potenza 32 (9) 1965-1966 Varese 28 (5) 1966-1967 Cagliari 34 (9) 1967 → Chicago Mustangs 9 (11) 1967-1969 Cagliari 49 (14) 1969-1976 Inter 197 (113) 1976-1979 Juventus 94 (36) 1979-1980 Verona 14 (3) 1980-1981 Viadanese 23 (8) Nazionale 1967-1974 Italia 22 (9) Carriera da allenatore 2001-2003 Mantova Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Caratteristiche tecniche Giocatore Boninsegna contrastato da Francesco Morini durante il derby d'Italia del 28 aprile 1974 Era un attaccante di sfondamento, a tratti egoista in campo. Pur non dotato di un'elevata statura, era molto abile in acrobazia e nel gioco aereo; rimangono nella memoria i suoi duelli col difensore Francesco Morini, dapprima rivale e poi compagno di squadra. Secondo un parere di Gianni Brera, Boninsegna è stato, nei primi anni 1970, il più forte centravanti del mondo insieme al connazionale Gigi Riva. Ottimo rigorista, in Serie A riuscì a mettere a segno 19 penalty consecutivi, la striscia più lunga mai realizzata nel massimo campionato italiano. È noto col soprannome di Bonimba, termine coniato dallo stesso Brera — e non particolarmente amato da Boninsegna — durante i trascorsi dell'attaccante a Cagliari; il particolare nomignolo nacque dalla crasi tra Boninsegna e Bagonghi (quest'ultimo, un desueto pseudonimo riferito ai nani da circo) e, secondo Brera, esprimeva al meglio il fatto che, pur non vantando una grande statura fisica, Boninsegna riusciva agilmente a saltare più in alto dei suoi marcatori. Carriera Giocatore Club Gli inizi a Prato, Potenza e Varese Un giovane Boninsegna al Potenza nel 1964-1965 Cresciuto nel vivaio dell'Inter, nei primi anni 1960 l'ancora giovane Boninsegna venne ritenuto troppo acerbo dal tecnico nerazzurro Helenio Herrera, che gli precluse il salto in prima squadra — quella che diverrà la Grande Inter — mandandolo a farsi le ossa in varie parti d'Italia. Debuttò da calciatore con un biennio in Serie B, dapprima al Prato e poi al Potenza dove, in coppia con Silvino Bercellino, costituì il cosiddetto attacco raffica dei potentini, il miglior reparto della cadetteria (55 gol) nella stagione 1964-1965, sfiorando per soli tre punti quella che sarebbe stata una storica promozione in Serie A della squadra lucana. Boninsegna andò comunque a calcare i campi della massima categoria l'anno successivo, difendendo stavolta i colori del Varese. Cagliari e l'esperienza nordamericana Le sue fortune iniziarono nel 1966, col trasferimento per 80 milioni di lire all'allora rampante Cagliari, dove andò a far coppia in avanti con Gigi Riva. Dopo due stagioni di buon livello, nel campionato 1968-1969 contribuì a portare gli isolani a un passo da titolo, con un secondo posto che all'epoca rappresentò il miglior piazzamento dei rossoblù nella loro storia. Boninsegna al Cagliari nella stagione 1967-1968 Nel triennio passato in Sardegna incappò anche in un disdicevole comportamento quando, durante la trasferta di Varese del 31 dicembre 1967, fu espulso e reiterò le proteste insultando l'arbitro Bernardis e l'assistente di linea: tale condotta gli costò una squalifica record da parte della commissione disciplinare di 11 giornate, poi ridotte a 9. Durante l'esperienza cagliaritana, nell'estate del 1967 prese inoltre parte coi compagni di squadra a un campionato oltreoceano organizzato dalla United Soccer Association, volto a promuovere il gioco del calcio in Nordamerica, in cui i rossoblù difesero i colori dei Chicago Mustangs; Boninsegna onorò questa breve manifestazione con 11 reti, che ne fecero il capocannoniere dell'edizione: ciò gli portò un singolare primato, facendone il primo giocatore italiano capace di aggiudicarsi il titolo di miglior marcatore in un campionato straniero. Inter Nell'estate del 1969 Boninsegna torna all'Inter, che per riacquistarlo sborsa 600 milioni e cede contestualmente al Cagliari Angelo Domenghini, Sergio Gori e Cesare Poli. Boninsegna (accosciato, primo da sinistra) all'Inter nel 1970 A Milano conobbe il periodo di maggior splendore della sua carriera, su tutti lo scudetto del campionato 1970-1971, in cui si laureò miglior marcatore con 24 segnature; titolo che vincerà, con 22 centri, anche la stagione successiva. In totale con la maglia nerazzurra scese in campo 281 volte (197 in Serie A, 55 in Coppa Italia e 29 in Europa) siglando 171 reti (113 in A, 36 in Coppa Italia e 22 in Europa). Coi colori nerazzurri raggiunse inoltre la finale della Coppa dei Campioni 1971-1972; edizione in cui, negli ottavi di finale, Boninsegna fu suo malgrado protagonista di un controverso episodio nella sfida d'andata contro il Borussia M'gladbach, passata alla storia come la partita della lattina. Juventus e gli ultimi anni A seguito di uno scambio con Pietro Anastasi, nell'estate del 1976 lasciò dopo sette anni l'Inter e passò alla Juventus: il trasferimento destò non poco scalpore, sia per l'approdo di una bandiera nerazzurra agli storici rivali bianconeri — con lo stesso giocatore che si ritrovò costretto ad accettare la cosa, a malincuore e a giochi fatti —, che per l'età dell'attaccante, ormai trentatreenne e considerato di fatto in fase calante dagli addetti ai lavori. Boninsegna alla Juventus a fine anni 1970 «Quando sono arrivato a Torino, non avrei mai pensato di vincere due scudetti, una Coppa UEFA ed una Coppa Italia; ero però conscio del mio ottimo stato fisico e del fatto che, dovendo sostituire un beniamino della tifoseria come Anastasi, avevo il dovere di dare sempre il massimo.» A dispetto di ciò, Boninsegna visse invece a Torino una seconda giovinezza disputando autorevolmente e da titolare, accanto a Roberto Bettega, le annate 1976-1977 — durante la quale, nel primo confronto contro gli ex nerazzurri, segnò entrambe le reti del 2-0 bianconero —, 1977-1978 e, seppur in parte, 1978-1979, scendendo in campo complessivamente in 94 occasioni (58 in A, 17 in Coppa Italia e 19 in Europa) e realizzando 36 reti (23 in Serie A, 6 in Coppa Italia e 7 in Europa). Durante la sua militanza triennale nella Vecchia Signora contribuì alla vittoria di due campionati, una Coppa Italia e, soprattutto, la Coppa UEFA del 1976-1977, il primo trofeo confederale del club torinese. Concluse l'attività professionistica in B nel Verona, nella stagione 1979-1980. Giocò infine un'ultima annata, nel 1980-1981, in Serie D con la Viadanese di Viadana, di cui divenne direttore sportivo una volta appesi gli scarpini al chiodo. Nazionale Boninsegna in azione in azzurro nel 1971 Con la maglia della nazionale, vestita per la prima volta nel 1967, arriva a disputare il campionato del mondo 1970 in Messico e il campionato del mondo 1974 in Germania Ovest. Nel corso del torneo del '70 fu autore di un gol e dell'assist a Gianni Rivera nella storica semifinale Italia-Germania Ovest 4-3, oltre alla rete del momentaneo pareggio italiano nella finale vinta 4-1 dal Brasile. In totale colleziona 22 presenze e 9 reti in maglia azzurra. Allenatore e dirigente Si è dedicato all'attività di allenatore, guidando, assieme a Ettore Recagni, prima le nazionali giovanili Under-19, Under-20 e Under-21 di Serie C dell'Italia, e successivamente il Mantova. Dopo aver ricoperto il ruolo di osservatore all'Inter, dal 28 febbraio 2012 fino al termine della stagione è stato direttore tecnico del Mantova. Carriera politica Nel 2005 si è candidato al consiglio comunale di Mantova nella lista civica Conte per Mantova libera, no turbogas, senza essere eletto. Nella cultura di massa Ha recitato un breve cameo, nel ruolo di un monatto, nello sceneggiato televisivo I promessi sposi di Salvatore Nocita; ha anche preso parte al film Don Camillo di Terence Hill, interpretando il ruolo di un calciatore. Viene inoltre nominato con il suo soprannome, nel monologo di Freccia (Stefano Accorsi), durante il film Radiofreccia di Luciano Ligabue. Riconoscimenti Il Cagliari lo ha inserito nella sua hall of fame. Palmarès Giocatore Boninsegna, all'Inter, premiato come miglior marcatore della Serie A 1970-1971 (sopra), e insieme a Benetti mentre stringe la Coppa UEFA 1976-1977 vinta con la Juventus (sotto). Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Inter: 1962 Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Inter: 1970-1971 - Juventus: 1976-1977, 1977-1978 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Individuale Capocannoniere della United Soccer Association: 1 - 1967 (11 gol) Capocannoniere della Serie A: 2 - 1970-1971 (24 gol), 1971-1972 (22 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1971-1972 (8 gol)
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LUIGI CAPUZZO Estate 1977: la Vecchia Signora ha appena vinto scudetto e Coppa Uefa e si appresta a disputare la fase finale della Coppa Italia. Il Trap dà spazio alle riserve e a qualche giovane virgulto della Primavera. Fra questi, c’è anche Luigi Capuzzo che ha, in questo modo, l’occasione per vestire la maglia bianconera. Tre saranno le presenze, contro l’Inter (andata e ritorno) e Lecce. Terminata la competizione, sarà ceduto al Cagliari. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” GENNAIO 1977 Luigi Capuzzo è un elemento dei più promettenti fra i giovani bianconeri; arrivato alla Juventus nel 1973, ha sempre giocato prima negli Allievi e poi nella Primavera e finalmente dall’agosto è passato alle dipendenze di Trapattoni in prima squadra. È stato in panchina un paio di volte, anche in Coppa Uefa a Manchester; è il classico centravanti di movimento che ha innato il fiuto, il senso del goal; è nato il primo di aprile del 1958 ad Anguillara Veneta in provincia di Padova ed ha davanti a sé una splendida carriera, cosa che gli auguriamo comunque di tutto cuore. Abbiamo preparato alcune domandine alle quali ci sembra abbia risposto con acuto senso della prospettiva e con molta sagacia, difficilmente riscontrabile in un giocatore così giovane. Anzitutto, Gigi, i tuoi pregi e difetti. «Fra i primi metterei il tiro in porta, che mi sembra avere particolarmente discreto, e il movimento; difetti ne ho ancora tanti, è inutile nascondermelo, la tecnica soprattutto; ma sono ancora giovane, e vedo che giorno per giorno miglioro, per cui mi auguro proprio fra qualche anno di avere eliminato questi difetti dal mio repertorio; o meglio di averli attenuati». Quali allenatori ha avuto? «Il primo è stato Bolognesi, quando ero giovanissimo, nel Padova, poi, qui alla Juve, Bussone, Viola, Castano e Grosso». Cosa ti riprometti attualmente nella Juventus? «Per adesso sono arcicontento che il signor Trapattoni mi abbia chiamato a far parte della rosa dei titolari, poi per l’avvenire si vedrà. Alla domenica per intanto continuo a giocare nella Primavera, ma se hanno bisogno di me in panchina sono qui, sempre pronto a rispondere alla graditissima chiamata. Per ora mi basta così». Per rendere al massimo, che tipo di allenatore ti occorre? «A me piace assai quel trainer che collabora con il giocatore, che ragiona con lui, gli spiega con le buone maniere cosa pretende da lui; e che però, durante gli allenamenti, sia dotato anche di una certa qual severità per evitare qualche inevitabile rilassamento; con il tipo di calcio che si pratica oggi bisogna lavorare sodo, senza concedersi un secondo di pausa; e se questa pausa alle volte avresti voglia di prendertela, ci vuole il sergente di ferro che con le buone o le cattive te lo impedisca». Se in campo alla domenica trovi un difensore particolarmente cattivo, e lo vedi il giorno dopo al bar, come ti comporti? «Diciamo che sul terreno di gioco cerco di rendergli pan per focaccia, sempre ovviamente nei limiti imposti dal regolamento; fuori del campo poi amici come prima; i falli si dimenticano presto, si fanno e si subiscono». Sei mai stato espulso? «Sì, una volta; lo scorso anno a Bergamo, nel girone finale del campionato Primavera; mi hanno dato tre giornate di squalifica, ma avevano ragione, me le meritavo». Faresti l’arbitro? «Assolutamente no; troppa responsabilità». Cosa chiedi al calcio in questo momento ed anche in un futuro non molto lontano? «Ora come ora mi devo accontentare delle soddisfazioni che, come ripeto, sono molte; ovviamente fra qualche anno dovrò preoccuparmi anche della parte economica, dato che per me il calcio è oramai diventata una professione». Sei sempre sincero? «Sì, sincero e aperto con tutti». C’è qualche giocatore nella Juventus che ti assomiglia come carattere? «Ce ne sono due, ai quali piace sempre scherzare come il sottoscritto, Cabrini e Marchetti». Ti fai mai l’esame di coscienza? «Alla sera, sempre; rivado a quanto fatto durante la giornata, e spendo alcuni minuti a rivedere le mie azioni; comunque nessun rimpianto». Quali sacrifici devi maggiormente sopportare per fare una vita da atleta? «Nessuno cui non mi senta di rinunciare; il più grosso, anche considerata la mia giovane età, è la lontananza da casa, che oramai si prolunga da qualche anno; io sono di Anguillara, un paesino a circa una ventina di chilometri da Padova; terminata la scuola, anziché correre a casa dai genitori, dovevo prendere il primo autobus per andare ad allenarmi con i ragazzi del Padova; poi il mio arrivo a Torino, con il conforto soltanto di qualche telefonata ai miei cari. Per fortuna io vivo in un appartamento con una stanza in più, e così ogni tanto ricevo la graditissima visita o di mia mamma o di mio fratello che stanno una quindicina di giorni con me. Altrimenti, come detto, c’è sempre il telefono, ma è tutta un’altra cosa; quando metti giù il cornetto, un certo nodo in gola che non va né su né giù ti prende, anche se fortunatamente passa subito. Di altri sacrifici non parlerei; penso che grosso modo farei la stessa vita, anche se non fossi calciatore professionista». Passiamo ad argomenti più frivoli, quali il cine, la TV eccetera. «Non vado molto spesso al cinema, anche perché non ho molto tempo libero; infatti, oltre ai quotidiani allenamenti e alle trasferte, frequento da privatista la quarta perito meccanico, e quindi debbo impiegare parecchie ore allo studio. Diciamo comunque che mi piacciono tutti i film, specie quelli polizieschi; fra gli attori due particolarmente godono della mia simpatia, Agostina Belli e Paul Newman. Televisione non ne vedo molta, a meno che naturalmente non ci sia qualche partita; allora non mi stacco dal televisore fino a che non arriva l’annunciatrice che chiude il programma». Senti musica? «Abbastanza, e mi piace tutta, ma in particolar modo quella moderno, la pop e la underground; fra i miei preferiti posso mettere i Genesis, Cat Stevens e Bob Dylan, e con loro la maggior parte dei cantautori italiani». Leggi dei libri? «Sì, abbastanza, ultimamente mi è piaciuto molto “La luna e il falò” di Cesare Pavese». Che effetto fa essere un giocatore della Juventus, appartenere a diciotto anni e mezzo alla squadra dai gloriosi colori bianconeri? «Una grande, impareggiabile soddisfazione; non so nemmeno io come esprimermi, ma penso che i lettori, e specie i ragazzi della mia età, lo capiranno meglio delle mie parole». C’è un cibo che preferisci, quello che quando lo prepara la mamma fai salti di gioia? «A me piace tutto, ma quando mi fanno il baccalà alla padovana non ci vedo più e mi butto sopra a corpo morto». Finito il calcio cosa farai? «Per il momento debbo ancora cominciare, quindi è troppo presto per ipotecare il futuro, ne riparleremo fra qualche anno, per ora sinceramente non ci ho ancora pensato, voglio godermi questi periodi di spensieratezza». Hai mai litigato con qualcuno? «In campo qualche volta, nella vita privata mai; io sono un tipo che vive e lascia vivere». Cosa pensi di queste cosiddette “contestazioni”? «Voglio precisare che io non andrei mai a un corteo a protestare, però credo che una base per queste proteste ci sia». Cosa pensi degli anziani? «Ogni bene; per la loro esperienza ti possono sempre dare consigli utili ed io sono sempre ben contento di metterli in pratica». Se un regista ti scegliesse per una parte in un film, cosa pensi ti farebbe fare? «Lo sceriffo». Dopo una partita persa, come ti comporti? «Mi concentro pensando agli errori commessi, ai punti negativi della mia prestazione, e questo anche a livello di “giovanile”». Credi nel destino? «Non ci credo, non penso che sia tutto prestabilito, sono solo storie; il destino uno se lo plasma come vuole; ovviamente ci vuole una buona dose di volontà, ma poi in generale riesci a fare quello che vuoi, compatibilmente è logico con le tue possibilità». Nei momenti difficili a chi ti rivolgi? «Fortunatamente fino ad ora non ne ho passati; comunque se ho qualche contrarietà telefono a papà e mamma, che mi tranquillizzano e mi danno buoni consigli. Dopo questi contatti con i genitori ritorno di umore normale e tutti i fastidi spariscono d’incanto». Credi nell’amicizia? «Sì, ci credo, e ne ho le prove; ho diversi “veri” amici sui quali posso contare in qualsiasi momento; naturalmente la cosa è reciproca». Qual è stato il più grosso personaggio incontrato? «Lo scorso anno, quando ero al ristorante, mi hanno presentato Benvenuti; mi ha fatto un certo effetto vederlo così in borghese, dopo averlo applaudito diverse volte sul ring». Hai mai giocato al totocalcio? «No, è una cosa che non mi attira». Un’ultima domanda: quando hai capito che eri qualcuno in campo calcistico? «Al corso NAGC di Coverciano, quando sentivo i pareri di alcuni tecnici che si esprimevano nei miei confronti con frasi elogiative; io ero convinto di valere già qualcosa, ma il sentirselo dire mi ha fatto enormemente piacere». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/luigi-capuzzo.html
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LUIGI CAPUZZO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Capuzzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Anguillara Veneta (Padova) Data di nascita: 01.04.1958 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 12.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Inter 0-1 Ultima partita: 19.06.1977 - Coppa Italia - Inter-Juventus 1-0 3 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Uefa Luigi Capuzzo (Anguillara Veneta, 1º aprile 1958) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Luigi Capuzzo Capuzzo con la formazione Primavera della Juventus a metà degli anni 1970 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1991 - giocatore Carriera Giovanili 1973-1974 Padova 1974-1976 Juventus Squadre di club 1976-1977 Juventus 3 (0) 1977-1978 Cagliari 18 (4) 1978-1979 Pistoiese 32 (9) 1979-1981 Verona 57 (4) 1981-1982 SPAL 29 (3) 1982-1987 Venezia 116 (35) 1987-1988 Trento 32 (8) 1988-1989 Caerano ? (16) 1989-1990 Treviso 28 (10) 1990-1991 Pievigina 29 (5) 1991-1992 Bassano Virtus 29 (7) Nazionale 1977 Italia U-20 3 (1) Carriera da allenatore 1992-1995 Padova Giovanili 1995-1996 Giorgione 1996 Fiorenzuola 1997-1998 Giorgione 1998 Taranto 1999-2001 Trento 2001-2002 Città di Jesolo 2002-2004 Schio 2004-2005 Castel di Sangro 2005-2007 San Paolo PD 2007-2008 Trento 2009-2010 Thermal Abano Teolo 2010-2011 San Paolo PD Collab. giov. 2011-2013 Padova Collab. giov. 2013-2014 Cittadella Primavera 2014 Sambonifacese Carriera Giocatore Club Prodotto del vivaio del Padova, nel 1974 passa alla Juventus. Nella stagione 1976-1977 viene incluso nella rosa della prima squadra e colleziona coi bianconeri tre presenze in Coppa Italia, tre panchine in Coppa UEFA e una panchina in Serie A. Capuzzo al Caerano nella stagione 1988-1989 Nel 1977 la Juventus lo inserisce, insieme ad Alberto Marchetti, come contropartita nell'affare che porta Virdis dal Cagliari ai bianconeri. Nel campionato cadetto disputa 18 partite con 4 reti, e nella stagione successiva si trasferisce alla Pistoiese, sempre in Serie B. Con gli arancioni gioca da titolare, realizzando 9 reti e contribuendo al quarto posto finale; inoltre partecipa al Torneo di Viareggio, con cui raggiunge il terzo posto realizzando una doppietta nella finalina giocata contro la Juventus. Nelle annate successive gioca nel Verona e nella SPAL, entrambe in Serie B, senza lasciare il segno sul piano realizzativo. Nel 1983, dopo 136 presenze complessive e 10 reti fra i cadetti, scende di due categorie, acquistato dal Venezia in Serie C2: vi rimane per quattro stagioni senza conseguire la promozione in C1. Dopo un'annata al Trento, in C1, nel 1988 scende in Interregionale, nelle file del Caerano: realizza 16 reti, conquistando il titolo di capocannoniere del girone e conducendo la squadra al secondo posto dietro al Cittadella. Chiude la carriera con una stagione nel Treviso, una alla Pievigina, entrambe in Serie C2, e una al Bassano Virtus in Interregionale nel 1991-1992. Nazionale Convocato nelle nazionali giovanili, nel 1977 prende parte alla prima edizione del Campionato mondiale di calcio Under-20 segnando contro la Costa d'Avorio l'unica rete realizzata dagli azzurri nel torneo. Allenatore Allena le giovanili del Padova prima di esordire sulla panchina di una prima squadra guidando il Giorgione, in Serie C2, tra il 1995 e il 1998, con una parentesi al Fiorenzuola (Serie C1) dove viene esonerato dopo poche giornate. In seguito allena tra i dilettanti, al Taranto (nuovamente esonerato) e poi nel Triveneto, con l'eccezione di una stagione in Serie C2 al Castel di Sangro. Dal 2010 al 2013 è stato maestro della tecnica nel settore giovanile del San Paolo Padova prima e Padova poi. Dal 2013 al 2014 ha allenato la formazione Primavera del Cittadella. Il 22 luglio 2014 il suo posto viene preso da Giulio Giacomin, già vice allenatore del Cittadella. Nell'agosto 2014 diventa l'allenatore della Sambonifacese, nel campionato di Eccellenza. L'8 novembre, risolve consensualmente il rapporto con la società, per via dei problemi economici legati alla società stessa. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1976-1977 Campionato Interregionale: 1 - Venezia: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977
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FRANCESCO DELLA MONICA Ci sono infiniti modi per parlare di giovani talenti – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1978 – ed è fin troppo facile cadere nel luogo comune della paura di sbilanciarsi troppo in complimenti, così il ragazzo si monta la testa e non se ne fa più nulla.Un luogo comune, si badi, che ha mille e una ragione di esistere. La storia, recente e non, di questo nostro piccolo grande calcio italiota è zeppa di talenti giovani bruciati verdi anche da certa prosa ridondante di attributi pomposi nei loro riguardi.Si sono costruiti miti di cartapesta su una partita, un gol, perfino un dribbling, come se il fuoriclasse girasse con l’aureola, fosse insomma un predestinato alla gloria.Tutto sbagliato, nella maggior parte dei casi. Ma non bisogna generalizzare all’eccesso. L’eccezione è in agguato, sempre la storia insegna. La prima rovesciata di Parola lasciò intendere luminosi destini per questo centromediano lungagnone dallo stacco perentorio, e così la prima parata di Combi detto fusetta.Magari Della Monica, salernitano diciottenne, appartiene alla regola, o magari ne rappresenta la rara eccezione. Chissà.Cerchiamo qui di indagare, di presentarlo intanto ai molti o pochi che ancora non lo conoscono bene, o non lo conoscono affatto.Siamo stati, per questo, a Casale, una sera di piena estate. La Juve era fresca reduce dal lavoro di Villar, Trapattoni cercava conferme e spunti di interesse dalla prima autentica partita della stagione, contro i nerostellati casalesi. Casale era splendidamente estiva, calda ma non soffocante, verdissimo il prato e strapieni ma discreti gli spalti del vecchio e glorioso «Natal Palli».Non vedevamo Della Monica da più di un anno. Era il ragazzino che aveva entusiasmato pubblico e tecnici in più di una rassegna giovanile, il ragazzino per cui un giornalista ricco di umanità e onusto per esperienza aveva scomodato, come pietre di paragone, niente meno che Haller il vichingo e Causio detto Brazil. Un paragone curioso, a prima vista assurdo, tremendo comunque.Non avevamo visto più Della Monica nella passata stagione, la prima con i colori della Juniorcasale. Ne avevamo, tutt’al più, letto le imprese.Il ragazzo del vivaio bianconero era diventato l’idolo dei casalesi, e la sua consacrazione nella Nazionale juniores era la conferma di un valore in forte crescita.L’erba del «Natal Palli», il campo che consacrò il grande Caligaris detto Caliga, stava forse per consacrare un talento, una certezza?La storia casalese di Della Monica comincia in un modo singolare, assolutamente atipico. Con un gran rifiuto, poi rientrato.Succede alla fine della stagione ‘76-77, quella del duplice successo bianconero in campionato e Coppa UEFA.Della Monica, che deve avere un considerevole appoggio dalla fortuna, trova, a sedici anni appena compiuti, addirittura un posto in prima squadra per la fase finale della Coppa Italia, in una squadra dove la maggior parte dei titolari ottiene un supplemento-premio di vacanze, lasciando quindi spazio ai più giovani della «primavera». Il ragazzino incanta il «Comunale» una bella sera di fine giugno, infilando il Vicenza con prova araldica, e concludendo il tutto con un gol che lascia estasiati. Un esordio con i fiocchi insomma.In casa bianconera decidono di valorizzare il ragazzo, e lo cedono in prestito alla Juniorcasale, per farsi le ossa in Serie C. Della Monica storce il naso e punta i piedi, non afferra subito il senso del trasferimento che non è per nulla esilio. Ci vuole tutta la persuasione di Giuliano e Trapattoni per convincere il ragazzo che si sta costruendo al meglio il suo futuro.«Avevo sedici anni – ricorda l’interessato – e certe sfumature non le capivo proprio. Per me il trasferimento significava una cosa sola: non indossare più la maglia bianconera, andarmene via proprio nel momento in cui cominciavo a farmi conoscere. Ma il dottor Giuliano e il signor Trapattoni mi spiegarono tutto per bene, e non ci misi molto a rendermi conto che era tutto il mio interesse andare a Casale».Ecco. Abbiamo iniziato la chiacchierata. Si impone una rapida presentazione. «Sono nato a Vietri sul Mare, in provincia di Salerno, il 23 giugno del ‘60. Ho quindi poco più di diciotto anni. Alla Juve sono arrivato a quattordici. È stato meraviglioso, proprio un bel sogno...».Franco Della Monica è ambidestro, usa indifferentemente i due piedi, dribbla e tira con grande disinvoltura. Frequenta zone del campo note a lui solo, rendendo tremendo il compito del suo marcatore. È mezz’ala nel senso antico, rifinitore e uomo di spola al tempo stesso. «Ho sempre giocato in questa posizione, diciamo sulla trequarti. Mi sento più rifinitore che marcatore, ma penso di adattarmi bene a qualunque compito».Ti sei ispirato, ti ispiri a qualcuno, nel tuo modo di giocare? «Da ragazzino stravedevo per Rivera, poi per Causio. Ma sinceramente, non credo di assomigliare a nessuno in particolare».Vero. È assurdo paragonarlo a questo e quello. Fisicamente, dà l’impressione di una certa fragilità, ma è impressione fuggente, che svanisce al primo contrasto. Sembra pure portato all’individualismo, ma in realtà ha una visione di gioco tutt’altro che da disprezzare, e riesce a «pescare» il compagno smarcato con lanci lunghi di rara precisione. Ma la caratteristica che più impressiona è la sua facilità nel dribbling, la sua rapidità e fantasia nell’eludere l’intervento del diretto avversario. Una dote che, in serie C, gli attira le attenzioni quasi mai benevole di difensori che non vanno per il sottile. «Non credo che le cose, in C, vadano peggio che nei campionati superiori. È vero che si prendono molte botte, ma con un minimo di esperienza si possono benissimo evitare. Certo, l’anno scorso, il primo impatto con il calcio semiprofessionistico è stato duretto...».Il fatto che la Juve, attraverso i suoi osservatori, ti tenga costantemente sotto sorveglianza ti crea più stimoli o più preoccupazioni? «Senz’altro più stimoli. Mi lusinga che la Juve mi segua con tanto interesse, e questo è per me il migliore incentivo a far bene».Che cosa rappresenta per te la Juve? Un traguardo, un chiodo fisso... «Chiodo fisso proprio non direi: sarebbe un guaio grosso se mi ponessi quell’unico traguardo. Potrei, infatti, non essere ritenuto idoneo a rientrare nella squadra bianconera, ed essere dirottato altrove. In quel caso, dovrei forse ritenermi un fallito? Certo, però, la Juve rappresenta per me, come per tutti, credo, il massimo traguardo della mia carriera. E tornarci, per restare con la prima squadra, sarebbe magnifico...».Quali sono, Franco, i tuoi obiettivi più immediati? «Disputare un buon campionato qui a Casale, dove tutti mi vogliono bene, e mi trovo magnificamente. Purtroppo, quest’anno, sono escluso per via dell’età dalla Nazionale Juniores, e quindi mi mancherà quell’utilissima esperienza che ho fatto l’anno scorso. Infine, sarebbe splendido se, alla fine del campionato, la Juve mi chiamasse a giocare la fase finale della Coppa Italia. Sarebbe il premio più bello...».Della Monica non ritornerà più a Torino, se non come avversario. Una carriera onesta la sua, non sicuramente consona alle qualità e al talento che possedeva. Troverà spiccioli di gloria nell’Empoli, nella prima avventura della compagine toscana in Serie A. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/francesco-della-monica.html
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FRANCESCO DELLA MONICA https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Della_Monica Nazione: Italia Luogo di nascita: Vietri sul Mare (Salerno) Data di nascita: 23.06.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1975 al 1977 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 1 rete Francesco Della Monica (Vietri sul Mare, 23 giugno 1960) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Della Monica Della Monica all'Empoli nel 1986 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1992 Carriera Giovanili 1975-1977 Juventus Squadre di club 1977-1979 Juniorcasale 52 (2) 1979 Avellino 0 (0) 1979-1980 Cavese 6 (0) 1980-1981 Spezia 31 (0) 1981-1983 Forlì 51 (4) 1983-1984 Cremonese 29 (1) 1984-1988 Empoli 99 (6) 1988-1989 Brescia 18 (0) 1989 Messina 0 (0) 1989-1990 Salernitana 24 (2) 1990-1991 Francavilla 21 (2) 1991-1992 Turris 31 (3) Carriera Cresciuto nella Juventus, tra il 1977 e il 1979 gioca nella Juniorcasale, in Serie C. Nel 1979 viene acquisito dall'Avellino che lo cede subito alla Cavese, in Serie C1. Della Monica (accosciato, secondo da destra) al Brescia nel 1988 Nel 1980 passa per un anno allo Spezia, e in seguito per due stagioni al Forlì, sempre in terza serie. Nel 1983 si trasferisce alla Cremonese dove contribuisce alla promozione dalla Serie B; all'inizio della stagione seguente disputa 4 partite in Serie A con i grigiorossi, che poi nell'ottobre 1984 lo cedono all'Empoli. Con i toscani, dopo due stagioni in Serie B, conquista nel 1986 la promozione in Serie A. Della Monica rimane in massima serie con la maglia azzurra per due anni: nel primo segna un gol (contro la Roma) in 26 incontri, mentre l'anno successivo scende in campo in 12 occasioni. Nel 1988 passa al Brescia, in Serie B, mentre l'anno seguente viene acquisito dal Messina che lo cede immediatamente alla Salernitana, che aiuta a salire in Serie B. Dal 1990 gioca in Serie C2 prima al Francavilla e poi alla Turris. In in carriera ha totalizzato 42 presenze e 1 rete in Serie A, e 104 incontri con 6 reti in Serie B.
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Francesco La Neve - Medico Sociale
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FRANCESCO LA NEVE Il 22 febbraio 1986, ben prima dell’alba – scrive Franco Badolato su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – la Juventus ha perso uno dei suoi uomini più importanti e più fedeli. Dopo ventun anni trascorsi con i bianconeri (aveva preso in cura i giocatori nel 1965, il tempo di Heriberto Herrera), moriva alle 4.30’ per infarto il dottor Francesco La Neve, 53 anni non ancora compiuti, attento non solo ai calciatori ma a tutti gli atleti della Sisport (Centro Sportivo Fiat), laureatosi nel 1959 con successiva specializzazione in fisiochinesiterapia, direttore dell’«Italian Journal of Sport Traumathology», sul quale riportava le sue esperienze, animava dibattiti.Un uomo dolce e buono, un medico che badava molto alla salute altrui e molto poco alla propria. La sera prima, venerdì 21 febbraio, sino alle 20.30’ aveva discusso con Boniperti, Trapattoni, Giuliano e Morini delle condizioni fisiche della squadra in partenza per Bari. Nella notte, il k.o. improvviso. Vane le cure della moglie Graziella, medico anch’essa, inutile la corsa dell’ambulanza all’ospedale delle Molinette. A casa, il figlio Carlo Alberto restava solo, disperato.Moriva così, in pochi minuti, un personaggio saliente di vent’anni di Juventus. Solo una settimana prima ci aveva concesso una intervista per questa «storia bianconera». Era interessato, si era appassionato all’idea. Ma più che raccontare di se stesso, aveva voluto parlare della professione in generale, di problemi non solo suoi, aveva espresso preoccupazioni per gli altri, secondo la sua regola di vita. Riportiamo per intero le sue parole. Il modo meno retorico, e più affettuoso, per ricordarlo.Dottor La Neve, che cosa vuoi dire svolgere la delicata funzione di medico in una società di calcio?«È una grossa responsabilità perché va bene che la nostra è una missione e che tutti i pazienti sono uguali, ma avere contatti con professionisti che valgono miliardi diventa un’impresa ardua. Se il medico, con tutte le incertezze di questo mestiere, non deve ‘mai sbagliare’, qui si è esposti prima di tutto al giudizio del pubblico. So che molti colleghi invidiano la mia posizione all’interno di club gloriosi come la Juventus. Ma questa è una vita di sacrifici. In vent’anni non ho mai avuto, dico mai, un sabato e una domenica liberi. In estate sono riuscito a fare, al massimo, un periodo di ferie di quindici giorni. Soprattutto, mai quando volevo.Perché, allora, si accetta un incarico come quello che lei svolge da tanti anni alla Juventus?«Si accetta perché uno si innamora dell’ambiente che è come una famiglia, con grandi problemi e solo apparentemente serena. Voglio dire che, come la prima famiglia, anche questa diventa parte integrante della propria vita. Non nascondo che molti problemi scompaiono però entrando ogni giorno nello spogliatoio, la seconda casa.»Si ritiene un medico prudente o spregiudicato?«Mi ritengo prudente ma credo di sapermi assumere certe responsabilità. Voglio dire che è più facile dire nell’intervallo di una partita che un giocatore non è in grado di continuare, ma a volte bisogna invece considerare che quel calciatore è indispensabile alla squadra e, se non c’è pericolo di lesioni, occorre convincere lui e l’allenatore che può continuare.»Per il dottor La Neve, in una società di calcio come la Juventus e in genere nell’ambiente sportivo, il medico era un collaboratore dell’atleta e dell’allenatore e doveva rimanere il più possibile in disparte. Lui era stato così. Appena poteva raggiungeva il suo buen ritiro, una valvola di sfogo della sua stressante attività, nella tenuta di Montegrosso d’Asti. Una cascina (La Vernetta), un vigneto, la Barbera, tipico prodotto di una terra che, sottolineava «... ha uguali forse soltanto in alcuni scorci dell’Umbria.»Un suo cruccio era la prevenzione antinfortunio negli stadi: «In questo campo» affermava «siamo ai livelli di un paese sottosviluppato, perché se in una struttura dove si aggregano centomila persone si verifica un malore manca l’assistenza minima, non c’è pronto soccorso, centro di rianimazione con infermieri professionali, anestesisti, non possiamo che assistere impotenti alla morte del malcapitato. Senza contare che nessuno stadio in Italia ha corsie libere, adatte a un pronto intervento.»Nel suo caso, purtroppo, neppure il rapido e appassionato soccorso della moglie è valso a salvargli la vita.MARIO BRUNO, “HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1986In questo spazio Francesco La Neve ha risposto per anni ai lettori con la mia minima collaborazione. La rubrica era nata con l’intento di farne una cosa seria, nel senso più professionale della parola, ma giorno dopo giorno il commentare gli scritti degli appassionati era diventato una sorta di piacevole colloquio, un salotto garbato, una bella ed attenta disamina dei problemi a sfondo bianconero, che partiva spinta dall’habitus dottorale, ma che si stemperava subito in un caldo discorso.Era sinceramente bello, umanamente interessante, «rubare» la mezz’ora a Francesco la sera a casa, od il mattino prima che il medico, ancora nella veste del padre, accompagnasse il figlio a scuola, oppure al pomeriggio alla Sisport Fiat. Era bello e divertente, perché Francesco aveva il gran dono della semplicità.Interrogandolo, c’era la certezza di ricevere un qualcosa di impercettibilmente importante. Era quel senso di vitalità che lui intravedeva in ogni cosa e che lo rendeva credente ad ogni costo.Nel ricordarlo oggi, con autentica difficoltà per l’affetto che nutrivo nei suoi confronti, spero di riuscire ad evidenziare almeno in parte questa sua splendida dedizione alla vita ed agli uomini.C’era una cosa che mi piaceva più di tutte: la sua correttezza, la sua moralità, il suo impegno quasi cieco verso valori assoluti, che gli impedivano di accettare le mezze misure e i falsi, i compromessi. E questa interpretazione della vita aveva finito con il trasmigrarla nella sua attività di medico sociale bianconero, unendone i valori, per cui la Juve era diventata il simbolo di una precisa scelta dove tutto diventava «primo».Proprio su Cabrini gli avevamo rivolto di recente una domanda. Com’era mai possibile cioè che il terzino fosse stato in grado di scendere in campo, nel girone d’andata, a Udine, con cinque punti di sutura di freschissimo conio sulla testa? «Perché Antonio è fatto così. È un uomo vero, un leader, un combattente. Non possono essere cinque punticini a tenerlo lontano dal proprio campo di battaglia».Di Scirea apprezzava invece l’equilibrio: «Un ragazzo che sarà sempre felice nella vita perché ha dentro di sé valori morali di rara bellezza».Affascinato dai condottieri, anche se in possesso di armi diverse e di personalità contrastanti, aveva invece un metro di valutazione più universale per parlare di Platini: «Noi della Juve qui non abbiamo fatto scuola, non abbiamo costruito il campione, non abbiamo scolpito l’uomo. È arrivato con i suoi valori personalissimi e li ha affermati perché ha incredibile bravura».Profondo conoscitore degli uomini, Francesco non era – lo avrete capito a questo punto – soltanto un medico, ma una sorte di pater familias. Questa capacità di individuare, interpretare e analizzare la matrice umana si era tradotta nel tempo in un vero e proprio pozzo di suggerimenti per la società stessa. Legato da un’amicizia profonda con il presidente Boniperti e con l’allenatore Giovanni Trapattoni, La Neve era in sintesi l’uomo in più, un consigliere atipico e insostituibile.Gli piacevano di conseguenza i simboli vincenti, quegli uomini che con l’esempio e l’abnegazione avevano scritto pagine di storia genuina. Era un tifoso morale di Dino Zoff: «Dino è unico, Dino è grande, Dino è l’esempio che l’uomo può raggiungere traguardi più lontani di quanto non dica la medicina stessa. Soltanto Dino, per assurdo, sa dove può arrivare, perché i suoi valori hanno ribaltato i valori convenzionali. Già, ma Dino non è un uomo convenzionale…».Ma era anche sulle barricate con Beppe Furino: «La bandiera, la sofferenza, l’umiltà… mescolate tutti questi ingredienti e verrà fuori Beppe, un eterno. Perché sarà così anche quando smetterà di giocare».E tra gli ultimissimi bianconeri, Brio, Cabrini e Scirea gli dicevano qualcosa di più degli altri.Brio rappresentava il divenire della «sua» medicina: «Se questo sfortunato ragazzo si fosse infortunato in quel modo – quattro lesioni nello stesso istante, giocando un’amichevole a Vado, si chiama, clinicamente parlando, sindrome della sfortuna – anni addietro, sarebbe stato praticamente impossibile ricostruirlo. Ma la medicina cammina, anche se ha costantemente bisogno della fiducia del paziente. E Sergio è stato grande nel soffrire in silenzio per mesi e mesi e nel riuscire a trovare in quei frangenti la forza di credere. È stato premiato, giustamente. Per questa incredibile vittoria meriterebbe in un domani la convocazione in nazionale…».Cabrini lo considerava invece l’ultimo baluardo di un certo tipo di genie bianconera, quella della penultima generazione, quella del mundial.Aveva terapie particolarissime, aveva persino inserito il famigerato bicchiere di vino sulla tavola del giocatore «perché nel vino c’è il ferro e un goccio non fa assolutamente male». Era famosa, inoltre, la dieta dell’uovo che propinava ai più cicciottelli quando la squadra riprendeva le ostilità stagionali a Villar Perosa. Pur fumando la pipa era un gran nemico del fumo «che negli atleti riduce la capacità aerobica»…Aveva in sintesi dieci, cento, mille consigli per tutti. Un uomo così non potrà mai essere dimenticato. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/01/francesco-la-neve.html#more -
Gian Piero Gasperini - Calciatore E Allenatore Giovanili
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