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Maurizio Schincaglia - Calciatore E Allenatore Giovanili
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MAURIZIO SCHINCAGLIA https://it.wikipedia.org/wiki/Maurizio_Schincaglia Nazione: Italia Luogo di nascita: Codigoro (Ferrara) Data di nascita: 21.04.1959 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 26.06.1977 - Coppa Italia - Lecce-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 8 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa Uefa Allenatore delle Juventus giovanili dal 2003 al 2010 1 Campionato Berretti Maurizio Schincaglia (Codigoro, 21 aprile 1959) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Maurizio Schincaglia Schincaglia alla Juniorcasale nel 1977 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1992 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1976-1977 Juventus 8 (2) 1977 Juniorcasale 19 (6) 1978 Cremonese 3 (0) 1978-1979 Ternana 6 (0) 1979-1980 Atalanta 14 (3) 1980-1981 Casale 31 (1) 1981-1983 Forlì 48 (0) 1983 Imperia 4 (1) 1983-1986 L.R. Vicenza 55 (3) 1986-1988 Treviso 54 (8) 1988-1990 Giarre 54 (3) 1990-1992 Pistoiese 60 (10) Carriera da allenatore ???? Juventus Giovanissimi ???? Juventus Allievi 2003-2010 Juventus Berretti 2012 Sampdoria Coll. tecnico 2014-2015 Barletta Vice 2016-2017 Wuhan Zall Coll. tecnico 2017-2018 Orizzonti United 2020-2021 Cigliano Carriera Giocatore Cresce nella Juventus, con la cui maglia colleziona, nell'arco di due stagioni, 8 presenze in Coppa Italia, tutte nei rispettivi gironi finali a quattro squadre, segnando anche 2 reti, contro il Taranto e il Milan. Durante la permanenza in bianconero si trasferisce per qualche mese ai corregionali della Juniorcasale. Inizia la stagione 1978-1979 nella Cremonese, trasferendosi nell'ottobre 1978 alla Ternana, società che gli permette di disputare le sue prime 6 gare in Serie B. Segue una stagione con l'Atalanta, nelle cui file colleziona 14 presenze e 3 gol fra i cadetti. Poi un altro anno al Casale, due al Forlì e una breve apparizione all'Imperia. Nell'autunno del 1983 si trasferisce al L.R. Vicenza, con la cui maglia in due stagioni conquista la promozione in Serie B e successivamente, con 18 presenze e 1 gol, partecipa anche all'ammissione sul campo alla Serie A, che però viene annullata dalla giustizia sportiva. Conclude la carriera da calciatore con le maglie di Treviso, Giarre e infine Pistoiese. Allenatore Inizia la carriera di allenatore con il settore giovanile della Juventus, allenando prima la formazione Giovanissimi, poi gli Allievi e infine la Berretti; con quest'ultima, nella stagione 2003-2004 vince lo scudetto di categoria eliminando in semifinale la Fermana e in finale il Guidonia. Dal 2 luglio 2012 si unisce allo staff tecnico della Sampdoria. Il 1º luglio 2014 viene nominato allenatore in seconda del Barletta. Durante la stagione 2017-2018 guida la Orizzonti United, squadra del campionato piemontese di Eccellenza. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1976-1977 Campionato Interregionale: 1 - Pistoiese: 1990-1991 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Allenatore Competizioni giovanili Campionato Berretti: 1 - Juventus: 2003-2004 -
Gian Piero Gasperini - Calciatore E Allenatore Giovanili
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PLINIO SERENA Coppa Italia 1976-77: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Plinio Serena che disputerà i due match con l’Inter e quello contro il Lecce. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1977 Siamo giunti all’ultimo capitolo, per la stagione sportiva 1976-1977, delle consuete chiacchierate con i ragazzi della «Primavera» allenati da Francesco Grosso. Questa volta tocca a Plinio Serena, Roberto Esposito e Paolo Marchini. Plinio Serena, terzino mediano della nazionale juniores, è nato a Bassano del Grappa l’8 maggio 1957; Roberto Esposito, nativo di Mignano Montelungo, in provincia di Caserta dove è nato il 3 febbraio 1958, gioca in qualità di «punta» nella squadra della Primavera, dove invece è «mezza punta» Paolo Marchini, nativo di Sannazzaro dei Burgondi, in provincia di Pavia, dove è nato il 12 giugno 1957. Vogliamo anzitutto conoscere i loro pregi e difetti, facendo una specie di giochetto; ai primi rispondono i compagni, ai secondi il diretto interessato. MARCHINI: Mi manca ancora la continuità nel gioco; ho delle pause inspiegabili che non sono ancora riuscito a togliere durante la partita, e forse sono un tantino carente nel gioco di testa. I compagni elencano i pregi: la tecnica individuale, l’estro e la fantasia. SERENA: Difetti: devo migliorare ancora nel temperamento; pregi: i colleghi fanno un mucchio di complimenti del soggetto, dandolo come un giocatore completo, che praticamente ha tutto per sfondare. ESPOSITO: I difetti sono tanti, fra cui quello che sono imprevedibile, troppo estroso, sia durante le partite che nella vita stessa; in quanto ai pregi i compagni assicurano che è dotato di una buona tecnica, e che è capace di inventare i gol impossibili. – Chiedo ai ragazzi se hanno incontrato difficoltà nelle loro famiglie nell’intraprendere la carriera di calciatori. ESPOSITO: In famiglia siamo due maschi e una femmina, per cui, quando ho lasciato il paese per venire a Torino non è stata una tragedia; certo che, specialmente la mamma, per i primi tempi, ha sofferto un pochino, ma adesso va tutto bene. SERENA: Anche per me gli stessi problemi con la mamma; tuttavia ogni due o tre giorni do una telefonata a casa e tutto va a posto. MARCHINI: Devo anch’io concordare con i miei due colleghi; primi tempi un po’ duri ma ora tutto si è risolto. – Cosa avreste intenzione di fare l’anno prossimo? MARCHINI: Vorrei essere dato in prestito a una società di serie C per farmi meglio le ossa e giocare tutte le partite. SERENA: Anch’io penso che una buona squadra di serie C mi farebbe bene e potrei acquisire quell’esperienza che ancora mi manca. ESPOSITO: L’importante è giocare, certo che se mi mandassero a maturare in una squadra di serie C non mi dispiacerebbe affatto. – Parliamo di cose un po’ più frivole, come la televisione, il cinema, la musica, i libri. SERENA: Non vado molto spesso al cine, dove preferisco film di avventure, distensivi, tanto per passare un paio d’ore. Mi piace molto Jean Paul Belmondo, e come attrice Glenda Jackson; come donna il mio sogno è Ursula Andress. Sento parecchia musica, e il mio preferito è Lucio Battisti, un cantante che è sempre sulla cresta dell’onda nonostante i tanti anni di supremazia. MARCHINI: Anch’io non frequento molto le sale cinematografiche; fra le mie preferenze vi sono i film gialli; i migliori non me li perdo; fra gli attori anch’io, come uomo, sono per Belmondo, come donna mi piace molto Charlotte Rampling. Non leggo molto, mi soffermo soprattutto sui quotidiani. ESPOSITO: Visto che la domanda verteva anche sulla televisione, posso dire che la vedo abbastanza spesso; come film preferisco quelli comici alla Celentano e quelli musicali. Fra i cantanti metto in prima linea Lucio Battisti e i Genesis. Leggo molto, sono infatti abbonato a un Club che sarebbe una specie di biblioteca circolante. – Vi piacerebbe un giorno intraprendere la carriera di arbitro? ESPOSITO: Assolutamente no, troppa responsabilità e poche soddisfazioni. MARCHINI: Condivido in pieno. SERENA: Preferisco finire la mia carriera sportiva come giocatore. – Coltivate altri sport? MARCHINI: No, soltanto il calcio, da giovanissimo facevo anche atletica leggera, ero abbastanza forte nella velocità. SERENA: Anch’io pratico soltanto il calcio ma mi interesso di tutti gli sport, che seguo sia sui giornali che alla TV; d’estate poi sono sempre in acqua perché mi piace molto nuotare. ESPOSITO: Anch’io mi interesso di tutti gli sport; da giovanissimo coltivavo abbastanza l’atletica, dove mi distinguevo nel mezzofondo. – Avete degli hobbies particolari? SERENA: No, nessun hobby. MARCHINI: Anch’io nessun hobby. ESPOSITO: Io un hobby ce l’ho; sto infatti scrivendo, giorno per giorno, il diario della mia vita; chissà che fra qualche anno non diventi un best seller. – Che studi praticate? MARCHINI: Ho terminato il secondo anno di perito, ma ora mi dedico soltanto al calcio. ESPOSITO: Gioco soltanto. SERENA: Sono alla terza geometri. – Quando andate in trasferta per qualche torneo o qualche partita, nelle ore libere cosa fate; rimanete in albergo o visitate la città, alla ricerca di bellezze nascoste? MARCHINI: A me piace vedere vetrine, ragazze, i sistemi di vita, le strade, tutto insomma della città che mi ospita. SERENA: Anche a me non piace starmene rintanato in albergo; faccio delle lunghe passeggiate nei luoghi più tipici. ESPOSITO: Mi interessa molto la moda, per cui vado per vetrine. – Quale percentuale di fortuna assegnate alla riuscita nel calcio? MARCHINI: Grosso modo un quaranta per cento; sarà perché mi sono infortunato parecchie volte che do un voto così alto. SERENA: Non più del trenta per cento, in quanto contano essenzialmente le doti naturali. ESPOSITO: Io sono d’accordo con Marchini, e cioè dico il quaranta. Non sappiamo l’anno prossimo se questi ragazzi rimarranno ancora alla Juventus oppure emigreranno in cerca di esperienza in qualche altra squadra. In ogni caso auguriamo loro la miglior fortuna, di tornare cioè alla casa madre coperti di gloria. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/plinio-serena.html
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PLINIO SERENA https://it.wikipedia.org/wiki/Plinio_Serena Nazione: Italia Luogo di nascita: Bassano del Grappa (Vicenza) Data di nascita: 08.05.1959 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-20 Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 12.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Inter 0-1 Ultima partita: 19.06.1977 - Coppa Italia - Inter-Juventus 1-0 3 presenze - 0 reti 1 scudetto Plinio Serena (Bassano del Grappa, 8 maggio 1959) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Plinio Serena Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1985 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1976-1977 Juventus 3 (0) 1977-1978 Juniorcasale 36 (1) 1978-1979 Udinese 1 (0) 1979-1980 Cremonese 37 (1) 1980-1981 Lanerossi Vicenza 22 (0) 1981-1982 Forlì 32 (2) 1982-1983 Lecce 12 (0) 1983 Rimini 6 (0) 1983-1984 Benevento 24 (1) 1984-1985 Mestre 29 (0) Nazionale 1977 Italia U-20 2 (0) Carriera Inizia la sua carriera professionistica con la maglia della Juventus, con cui debutta in Coppa Italia il 1º giugno 1977 in Juventus-Inter (0-1). Anche se non scende mai in campo fa parte della rosa che si aggiudica il campionato 1976-1977. Ha fatto parte della Nazionale di calcio dell'Italia Under-20 che ha partecipato al Campionato mondiale di calcio Under-20 1977 in Tunisia, dove debutta da titolare nella partita contro l'Iran. Dopo una breve parentesi nello Juniorcasale approda in serie B dove veste le maglie di Udinese, Lanerossi Vicenza e Lecce. Un'ultima stagione a Mestre segna la sua uscita dal calcio professionistico, a 26 anni. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1976-1977 Campionato italiano di Serie B: 1 - Udinese 1978-1979
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ANTONIO CABRINI https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Cabrini Nazione: Italia Luogo di nascita: Cremona Data di nascita: 08.10.1957 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Bell'Antonio - Fidanzato d'Italia Alla Juventus dal 1976 al 1989 Esordio: 13.02.1977 - Serie A - Juventus-Lazio 2-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 440 presenze - 52 reti 6 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Antonio Cabrini (Cremona, 8 ottobre 1957) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 1982. Ritenuto uno dei primi terzini moderni, nonché uno dei maggiori interpreti del ruolo a livello mondiale, legò il proprio nome principalmente alla Juventus, squadra nella quale militò per tredici stagioni a cavallo degli anni 70 e 80 del XX secolo, e di cui fu capitano dal 1988 al 1989. Insieme al portiere Dino Zoff, al libero Gaetano Scirea e all'altro terzino Claudio Gentile, compagni di squadra e di nazionale, Cabrini formò una delle migliori linee difensive della storia del calcio. Coi bianconeri ha totalizzato 440 partite e 52 reti, vincendo sei scudetti, due Coppe Italia e tutte le maggiori competizioni UEFA per club: primo giocatore (assieme al già citato Scirea) a raggiungere tale traguardo. In nazionale ha disputato 73 gare realizzando 9 gol, che lo rendono il difensore più prolifico nella storia degli Azzurri. Più volte candidato al Pallone d'oro, si classificò 13º nel 1978. Nel 2022 è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano. Antonio Cabrini Cabrini in allenamento alla Juventus negli anni 80 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1991 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1970 San Giorgio 1970-1973 Cremonese Squadre di club 1973-1975 Cremonese 29 (2) 1975-1976 Atalanta 35 (1) 1976-1989 Juventus 440 (52) 1989-1991 Bologna 55 (2) Nazionale 1975-1976 Italia U-18 8 (0) 1976-1978 Italia U-21 13 (0) 1977-1978 Italia militare 6 (0) 1978-1979 Italia B 2 (0) 1978-1987 Italia 73 (9) Carriera da allenatore 2000-2001 Arezzo 2001 Crotone 2004 Pisa 2005-2006 Novara 2007-2008 Siria 2012-2017 Italia Femminile Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Biografia Fu soprannominato Bell'Antonio e Fidanzato d'Italia in virtù della grande popolarità di cui godeva presso il pubblico femminile. Il 15 settembre 2008 partecipò come concorrente alla sesta edizione del programma televisivo L'isola dei famosi, ritirandosi tuttavia dopo tre settimane a causa di un'ernia. Nello stesso anno si è cimentato come scrittore pubblicando il romanzo Ricatto perfetto. Sempre in televisione, nel 2010 è stato telecronista per Dahlia TV. Nell'estate 2009 entrò a far parte dell'Italia dei Valori, divenendo responsabile dello sport per il Lazio del movimento politico guidato da Antonio Di Pietro. È stato ambassador per Expo Milano 2015. Caratteristiche tecniche Giocatore Cabrini (a sinistra) ferma in scivolata il madridista Míchel in una sfida di Coppa dei Campioni 1986-1987 Nato come ala sinistra, durante la militanza nelle giovanili della Cremonese il tecnico Nolli — «È stato il mio vero scopritore, lui mi ha creato come giocatore» — lo arretrò con successo in difesa: «quel giorno fu chiaro che il calcio cremonese aveva perso una discreta ala e guadagnato un promettente terzino sinistro», ricorderà Carlo Felice Chiesa. Dai suoi precedenti trascorsi sulla fascia ereditò caratteristiche come «potenza e velocità» attraverso le quali reinventò il ruolo, emergendo come un «terzino-attaccante» dal rendimento costante e molto prolifico sottorete grazie a frequenti sganciamenti in avanti, dove mise a frutto la sua notevole elevazione e il suo tiro da lontano, nonché a una buona tecnica che lo rese un valido esecutore di punizioni e rigori. Abile anche in fase difensiva, è riconosciuto tra i migliori terzini al mondo della sua generazione. Carriera Giocatore Club Gli inizi a Cremona e Bergamo Cabrini (a destra) agli esordi con la Cremonese nella prima metà degli anni 70 Dopo i primi calci nel San Giorgio, squadra di Casalbuttano, entrò e crebbe nel settore giovanile della Cremonese. Esordì sedicenne nella prima squadra grigiorossa, agli ordini di Battista Rota, collezionando 3 presenze nel campionato di Serie C 1973-1974 (debuttando sul campo dell'Empoli) e diventando titolare la stagione seguente. Nel 1975 passò all'Atalanta, club che lo aveva nel frattempo acquistato in compartecipazione con la Juventus. Nell'unica annata trascorsa a Bergamo disputò un positivo campionato di Serie B, con 35 presenze e un gol, al termine del quale venne riscattato dal club torinese. I successi alla Juventus Cabrini (accosciato, al centro) alla Juventus nella stagione 1979-1980 Arrivò alla Juventus, allenata da Giovanni Trapattoni, nella stagione 1976-1977. Con la maglia bianconera debuttò il 13 febbraio 1977, all'età di diciannove anni, nella gara casalinga contro la Lazio terminata con la vittoria dei piemontesi per 2-0. Nella sua prima stagione a Torino collezionò 7 presenze e una rete in Serie A, vincendo da comprimario il suo primo scudetto, e due presenze in Coppa UEFA, che gli valsero anche il suo primo successo internazionale nonché il primo alloro confederale nella storia del club. Bissò il successo tricolore nell'annata seguente: partito da rincalzo, sul finire del campionato venne promosso titolare dall'allenatore Giovanni Trapattoni, affermandosi come «rivelazione» del torneo e divenendo in breve tra gli inamovibili della squadra juventina per il decennio a venire — con una sola flessione all'inizio del campionato 1978-1979 quando all'indomani del mundial argentino, quasi stordito dall'improvvisa fama, prestazioni sottotono fecero sì che sia Trapattoni in bianconero, sia Enzo Bearzot in azzurro, lo rispedissero temporaneamente in panchina. Presto ritrovata la titolarità, dopo la Coppa Italia vinta nel 1979 arrivarono per Cabrini altri due scudetti con la Vecchia Signora, nei campionati 1980-1981 e 1981-1982. In questi due campionati il terzino mostrò sempre maggior confidenza con la rete, realizzando 12 gol complessivi. Cabrini (a destra) in maglia juventina nel campionato di Serie A 1985-1986, a colloquio con il tecnico Trapattoni. Negli anni seguenti conquistò con la maglia della Juventus, oltre ad altri due scudetti che portarono a sei il suo bottino personale, la seconda Coppa Italia nel 1983, la Coppa delle Coppe nel 1984 e, l'anno successivo, Supercoppa UEFA e Coppa dei Campioni,divenendo così, con alcuni compagni di squadra, uno dei primi giocatori a vincere le tre maggiori coppe europee (già nella 1977 aveva sollevato la Coppa UEFA); nello stesso anno arrivò inoltre a conquistare tutte le competizioni internazionali per club grazie al trionfo nella Coppa Intercontinentale, divenendo il primo, assieme al compagno di squadra Gaetano Scirea, a raggiungere tale traguardo sportivo. Gli ultimi anni a Torino, l'epilogo a Bologna Cabrini continuò a giocare nella Juventus fino alla stagione 1988-1989, diventando in quest'ultima anche capitano dopo il ritiro di Scirea. Cabrini (a destra) al Bologna nel 1990, alle prese con il cesenate Đukić. L'avanzare dell'età, i primi problemi fisici, nonché divergenze tattiche con Dino Zoff circa un suo possibile impiego da mediano, ruolo ambito da Cabrini ma in cui l'ex compagno di squadra, nel frattempo divenuto allenatore bianconero, gli preferì il giovane Marocchi, lo indussero nell'estate seguente a lasciare Torino dopo tredici anni, 297 partite in Serie A e 33 reti, per accasarsi al Bologna. In Emilia disputò altre due stagioni in massima serie, raggiungendo inoltre nel 1991 i quarti di finale della Coppa UEFA, prima di chiudere la carriera agonistica nello stesso anno. Nazionale Nazionali giovanili In ambito giovanile, nella seconda metà degli anni 70 ha fatto parte delle nazionali Under-18 e Under-21 italiane, oltreché della nazionale militare e di quella cadetta. Nazionale maggiore 1978-1982 Un esordiente Cabrini (a destra) in nazionale al campionato del mondo 1978, in marcatura sull'argentino Bertoni. Senza aver ancora esordito in nazionale A, e addirittura senza vantare un posto di rilievo nella sua squadra di club, sul promettente Cabrini scommise il commissario tecnico degli Azzurri, Enzo Bearzot, il quale lo convocò per il campionato del mondo 1978 in Argentina, preferendolo al fin lì titolare Aldo Maldera. Fece il suo esordio il 2 giugno 1978, a vent'anni, nella partita Italia-Francia (2-1) disputata a Mar del Plata; conquistato il posto di titolare, giocò tutte le partite della rassegna iridata, chiusa dagli Azzurri al quarto posto, venendo inoltre premiato dalla FIFA come miglior giovane dell'edizione. Il 20 settembre di quello stesso anno realizzò anche il suo primo gol in maglia azzurra, nella partita amichevole contro la Bulgaria (1-0) disputata a Torino. Dopo aver superato nel biennio 1978-1979 un breve periodo di appannamento all'indomani del mundial sudamericano, in cui rischiò di perdere il posto in azzurro — patendo la concorrenza del succitato Maldera, di Giuseppe Baresi oltreché di un Oriali non ancora dirottato a centrocampo —, tornò ben presto titolare inamovibile, partecipando al campionato d'Europa 1980 dove l'Italia, padrona di casa, si classificò ancora quarta. Cabrini (accosciato, al centro) nell'Italia campione del mondo a Spagna 1982 Vinta la concorrenza di nuovi rivali nel frattempo emersi nella Serie A del tempo — Luciano Marangon ma soprattutto Nela — fu poi tra i protagonisti, giocando tutte le partite da titolare, del campionato del mondo 1982 in Spagna dove gli Azzurri conquistarono il loro terzo titolo mondiale. Nel secondo turno realizzò un gol nella partita vinta contro i campioni in carica dell'Argentina (2-1), mentre sbagliò un calcio di rigore nella finale di Madrid contro la Germania Ovest (3-1), quando il punteggio era ancora a reti bianche; rimane l'unico giocatore ad aver fallito un penalty in una finale di Coppa del mondo nei tempi regolamentari. 1983-1987 Nella prima metà degli anni 80 continuò a far parte del gruppo storico della nazionale, senza tuttavia più raggiungere risultati di rilievo. La fallita qualificazione al campionato d'Europa 1984 fu un primo campanello d'allarme circa il declino della generazione mundial, poi esploso al campionato del mondo 1986 in Messico, torneo al quale Cabrini prese parte con altri nove compagni già campioni del mondo. L'Italia fu eliminata negli ottavi di finale dalla Francia, e lo stesso Cabrini fu suo malgrado tra i meno brillanti della spedizione italiana. Cabrini (accosciato, secondo da sinistra) in nazionale per un'amichevole preparatoria al campionato del mondo 1986 Ciò nonostante, all'indomani della rassegna iridata nordamericana ereditò da Scirea la fascia di capitano della nazionale, e con l'avvio del nuovo ciclo di Azeglio Vicini fu inizialmente «tra i pochi vecchi a rimanere» nel giro azzurro; tuttavia di lì a breve, sia per sempre più frequenti problemi fisici, sia per una sopravvenuta concorrenza nel ruolo — nell'immediato con il più giovane De Agostini, ma soprattutto con l'astro nascente Paolo Maldini a cui lascerà di fatto il testimone — decise di svestire la maglia azzurra non accettando più convocazioni: «una scelta che fece scalpore, perché non erano ancora i tempi in cui ci si poteva chiamare fuori dalla causa azzurra: magari si faceva in modo di non farsi convocare [...], ma di certo nessuno aveva prima di lui mai annunciato l'addio all'Italia con un comunicato all'ANSA». Disputò la sua ultima partita in nazionale il 17 ottobre 1987 a Berna, all'età di trent'anni, in una sfida contro la Svizzera valida per le qualificazioni al campionato d'Europa 1988. Con l'Italia totalizzò 73 presenze (10 delle quali da capitano) e 9 reti, record di marcature tra i difensori azzurri. Allenatore Il 10 giugno 2000 ha iniziato a lavorare come allenatore, debuttando alla guida dell'Arezzo, in Serie C1. Il 20 giugno 2001 ha assunto la guida tecnica del Crotone, in Serie B, venendo esonerato il successivo 18 ottobre per via degli scarsi risultati. In seguito, dal febbraio al novembre del 2004 ha allenato il Pisa, mentre nella stagione 2005-2006 si è seduto sulla panchina del Novara, in entrambi i casi ancora in C1. Tra il 2007 e il 2008 è stato commissario tecnico della Siria, lasciando l'incarico dopo sei mesi a causa della scarsa programmazione della nazionale asiatica. Il 14 maggio 2012 viene scelto come il CT della nazionale italiana femminile. Guida le Azzurre all'europeo 2013: l'Italia passa il primo turno assieme a Svezia e Danimarca, ma l'avventura termina ai quarti di finale contro la Germania. Nelle qualificazioni al mondiale di Canada 2015 termina il girone al secondo posto, alle spalle della Spagna, risultando poi tra le migliori seconde qualificate; alla semifinale play-off le italiane superano l'Ucraina, tuttavia nella finale che metteva in palio l'ultimo pass mondiale, escono sconfitte contro i Paesi Bassi. Ancora sotto la guida di Cabrini, le Azzurre accedono alla fase finale dell'europeo 2017, chiudendo alle spalle della Svizzera il proprio gruppo qualificatorio. Nella fase finale, inserita in un "girone di ferro" con Germania, Svezia e Russia, le sconfitte contro russe e tedesche precludono ulteriori ambizioni alle italiane, che solo nell'ultima e ininfluente giornata ottengono la loro unica vittoria nella competizione, superando le scandinave. Al termine di tale match, Cabrini lascia la panchina dell'Italia femminile dopo cinque anni. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 6 - Juventus: 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984, 1985-1986 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983 Competizioni internazionali Cabrini (a destra), con i compagni di squadra Tardelli e Brio — e con indosso le maglie degli avversari del Liverpool —, mostra ai tifosi la targa della Supercoppa UEFA 1984 vinta con la Juventus. Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Miglior giovane del campionato mondiale: 1 - Argentina 1978 Candidato al Dream Team del Pallone d'oro (2020) Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Veterano Italiano - 2021 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1977. Medaglia d'oro al valore atletico «Campione mondiale» — Roma, 1982. Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017.
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Giovanni Trapattoni - Allenatore
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GIOVANNI TRAPATTONI L’incontro fra la Juve e il Trap avviene in sordina. Il tecnico milanese, conclusa una brillante carriera di calciatore, aveva ereditato dal Cesare Maldini la panchina del Milan nelle ultime sei giornate del campionato 1973-74, era stato poi il secondo di Giagnoni l’anno successivo e aveva infine guidato la squadra rossonera al 9° posto del 1975-76. Decide di chiudere, al Milan pensano a Marchioro e non insistono più di tanto. Si fanno avanti Atalanta e Pescara, Giovanni è lusingato ma qualcuno lo ferma. È Piercesare Baretti, vicedirettore di Tuttosport: «Aspetta a dire sì, la Juve sta pensando a te». La Juve? Sì, dopo il sorpasso subito dal Torino campione, Parola ha il futuro segnato, tornerà alle giovanili. Agnelli e Boniperti hanno scelto. Il futuro è Trapattoni. È presentato con un comunicato rimasto storico per l’involontaria ilarità suscitata. Recita, in poche parole che, «andando in pensione per raggiunti limiti di età il responsabile del settore giovanile Ugo Locatelli, questi veniva rimpiazzato da Cestmír Vycpálek, Parola passava al settore osservatori e quindi la prima squadra era affidata a Giovanni Trapattoni». Non suscita ilarità, soprattutto negli avversari, la Juve del Trap, che ha voluto, in cambio di Capello e Anastasi, due elementi di cui si fida ciecamente: quel Romeo Benetti che anni prima la Juve aveva follemente ceduto alla Samp con l’aggiunta di 270 milioni per Bob Vieri e quel Boninsegna da anni considerato alla frutta ma che continua a non trovare eredi altrettanto caparbi. Dai cambi la Juve incassa, a conguaglio, oltre un miliardo. «È la condizione fisica che conta non i numeri scritti sulla carta di identità, e da questo punto di vista Boninsegna promette altre due o tre stagioni ad alto livello. Quanto al resto, si sapeva benissimo che erano cose riparabili. Boninsegna è un uomo intelligente. Da noi ha ritrovato stimoli, buon senso, slancio. Abbiamo avuto un Boninsegna all’altezza delle sue annate migliori. Benetti? È l’uomo ad hoc per un certo tipo di calcio. Quel calcio che andiamo tutti predicando, ma che a tutti non riesce di realizzare». Il talento di Cabrini gli esplode tra le mani. Il duello col Torino, stavolta, è vinto. Allo sprint, 51 punti contro 50, una sfida a ritmi indiavolati. Scudetto numero 17, alla faccia della cabala, e in più c’è l’Europa che chiama. Coppa Uefa, la finale contro l’Atletico Bilbao finisce in gloria. «Dodici minuti senza uscire dalla nostra area. Ma vincemmo la Coppa Uefa, per differenza reti. La prima Coppa europea della Juve». Che inizio, l’inizio del Trap. «Due innesti, quelli di Boninsegna e Benetti appunto e qualche accorgimento tattico. Tardelli interno, per esempio. Lo seguivo da almeno un anno. Mi avevano impressionato il suo eccezionale dinamismo, la sua straordinaria versatilità a inserirsi sulla fascia destra e a destra noi avevamo un Causio che spesso usciva di zona per andare a “lavorare” al centro o alla sinistra. Tardelli poteva essere l’uomo giusto per coprire questa fascia in complemento a Causio. La soluzione non venne subito. All’inizio anzi facemmo esperimenti diversi, in quella zona feci giocare anche Cuccureddu, ma poi l’incarico fu affidato in… pianta stabile a Tardelli. Il tutto “condito” da una certa accentuazione del movimento collettivo. Cabrini? Gli abbiamo dato spazio in campo nazionale e internazionale. Ovunque ha fatto quel che doveva fare con disinvoltura, naturalezza, sicurezza. Sarà una colonna della Juventus del domani». L’irlandese tranquillo. Si chiama Liam Brady, è il primo straniero della Juve dopo la riapertura delle frontiere. Porta classe e due scudetti, il 3° e il 4° del l’era Trapattoni. Nel 1980-81 il Trap gli consegna la maglia numero 10 di una squadra senza acuti, una sorta di cooperativa del gol di cui alla fine l’irlandese sarà il miglior realizzatore, a quota 8o. Quello del 1981-82 è il tricolore della seconda stella. Si risolve a 15 minuti dal fischio finale dell’ultima sfida, a Catanzaro. L’irlandese sa già che dovrà andarsene, per fare spazio a Platini e Boniek, ma ha un cuore grande come la sua terra, e un’anima nobile: esce di scena realizzando il rigore che vale il campionato. Re Michel parte in salita, arriva a Torino malato in una stagione, il 1982-83, che dovrebbe essere di gloria assoluta: «Nessuno ha mai avuto il nostro potenziale, in attacco» assicura il Trap. Pensa a Platini, Boniek, Rossi, Bettega. In campo l’alchimia non funziona, sullo scudetto mette le mani la Roma. Resta la Coppa dei Campioni, il sogno mai realizzato. Ci arriva a un passo, la Juve. Ma la lascia nelle mani dell’Amburgo, ad Atene, il 25 maggio del 1983. La delusione è forte, Trapattoni è a un passo dall’abbandono. «Non dormii tutta la notte. L’Avvocato mi chiamò alle 7 e mezza, perché la leggenda delle telefonate antelucane non è vera, era troppo educato, e mi disse: i tedeschi ci hanno insegnato a leggere e a scrivere». La società lo ferma, e non sbaglia. Arrivano Coppa Italia e Mundialito per club, re Michel si risveglia. L’anno dopo segna a raffica e guida il gruppo che mette le mani su campionato e Coppa delle Coppe. Bel tipo, Platini. Idee calcistiche praticamente opposte a quelle del Trap, lingua abbastanza lunga per discuterne: «Mister, andiamo avanti, perché se teniamo la palla lontana dalla nostra area rischiamo meno». «Bravo, Michel. Ma intanto fammi vedere chi ce l’ha, la palla». Bel tipo, Platini. Inimitabile, Trap. Così diversi, così uguali nella voglia di arrivare, di vincere. Nemmeno un’ombra di sorriso, in fondo a una stagione arricchita dal successo più grande, quello che ancora mancava in bacheca. Una stagione in salita, dopo l’addio di Boniek, di Rossi, di Tardelli, con Platini che si lecca le ferite di un Europeo vissuto da trionfatore. Quel 29 maggio 1985, allora, è l’appuntamento con la gloria. Da non perdere per niente al mondo. E dovrebbe finire in festa, dovrebbe. Invece ci sono quegli attimi di follia, ci sono le facce rabbiose dei teppisti inglesi, c’è il disorientamento della polizia belga. Heysel, Bruxelles: Juventus batte Liverpool 1-0, e 39 vite spezzate, 39 corpi portati via in fretta dagli spalti. Si gioca, si vince. Ma come si fa a sorridere? «Questa ferita resterà sempre aperta» sussurra Giovanni Trapattoni. Che entra nella storia nel giorno in cui la storia ha altro a cui pensare. L’ultima sfida. L’anno del commiato, appunto. Finisce tutto lì, a Lecce. Con il 6° scudetto in 10 anni, e un bilancio da far paura: 462 partite a dirigere la Juventus, signora del calcio, dalla panchina. Con quei 6 tricolori, con 2 Coppe Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa, un Mundialito. Ricordi, per uno come il Trap. Che certo affiorano, sulla panchina di Lecce, ma subito tornano al loro posto. Non c’è tempo, per i ricordi. Bisogna pensare al futuro: nerazzurro. «Lo scudetto più bello? Difficile dirlo. Il primo non lo dimentichi più, ti affascina e ti frastorna. Poi ricordo con soddisfazione quello vinto con la Juve dei Fanna e dei Marocchino, una squadra tutta grinta e volontà. Ma importante è stato anche il 6°, l’ultimo in bianconero. Segnava il passaggio da un’epoca all’altra, i superstiti del primo titolo erano ormai pochi. Gli juventini del 1977 erano ragazzi che Boniperti si era scelto e allevato uno per uno. In una giornata definiva il contratto di tutti. Sapeva essere duro, sapeva essere generoso. Poi c’era l’Avvocato. Arrivava negli spogliatoi e trattava allo stesso modo Platini e il magazziniere. Amava la Juve, ma quando gli chiesi di comprare Paolo Rossi rispose di no: “Costa troppo e noi abbiamo migliaia di cassintegrati. Potrebbe fare un altro nome?”. Non mi ha mai dato un ordine, credo non ne abbia mai dati in vita sua, i suoi ordini erano domande: “Ma perché quell’ala sinistra non gioca mai?”». L’altra Juve è un capitolo amaro. Tre stagioni. Accolto come la salvezza dopo la caduta di Maifredi, sulle braci adesso, insieme all’amico Boniperti, bollato anche lui come retaggio di un calcio antico e superato. I discorsi di sempre: difensivista, noioso, bollito. E il mito del Vincente che si appanna per colpa di una squadra che appare sfibrata e stanca, di un gruppo che sta perdendo la sua forza. Non è servita neppure la Coppa Uefa vinta l’anno precedente, stagione 1992-93, mettendo in fila Benfica, Paris St. Germain e Borussia. Con quel trio d’attacco, Baggio-Vialli-Möller, su cui contava per rinverdire i fasti dell’altra Juve, quella di Boniek-Rossi-Platini prima, di Laudrup-Platini-Serena poi. Invece è un’altra storia. Non serve sapere che dopo il Milan dell’era Capello, comunque, ci sono i suoi ragazzi. Non serve evidenziare l’irresistibile ascesa di Moreno Torricelli, un giocatore (l’ultimo dei tanti) su cui ha scommesso, signor Nessuno che è diventato un piccolo re. Basta, si chiude e questa volta è per sempre: «Ho dovuto sentire troppe volgarità, a un certo punto avevo pensato anche di lasciare il calcio, di cambiare vita». Forse è proprio vero, i luoghi della gloria non andrebbero mai rivisitati. Nemmeno se ci hai vissuto i tuoi giorni migliori. Non è mai stato facile, d’accordo, neanche quando vinceva quello che nessun altro aveva vinto. Nemmeno ad Atene, era stato facile. Ma questa Juve, la sua seconda Juve, è una macchia sul vestito buono. «Trapattoni, vattene» recita lo striscione della curva. È il 2 aprile 1994, è il tempo degli addii. E in fondo quella frase secca, ingrata, se l’aspettava. Lo attaccano tutti, mica solo la gente dagli spalti. I giocatori si difendono dalle critiche confidando, nemmeno troppo sottovoce, i loro malesseri. Non tutti, ma quelli che bastano per far saltare gli equilibri. Lo scaricano, gli dicono che è vecchio, per questo calcio. E Giovanni Trapattoni, abituato a lottare e a incuriosirti di tutto, non ci sta. «Non è serio, questo mondo. Non mi preoccupa aver ricevuto il benservito, ma avrei voluto che arrivasse a maggio, se non altro per la serenità di tutti». Lo ha capito anche lui che è un altro mondo. Ma non per questo rinuncia a lottare. «Anche l’Avvocato mi ha telefonato. Mi ha spiegato, con pacatezza, che bisogna dar spazio ai giovani. Anche io sono vecchio, mi ha detto. D’accordo, largo al nuovo che avanza, ma io non mi arrendo. Perché ho ancora l’entusiasmo di un ventenne». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/giovanni-trapattoni.html -
Giovanni Trapattoni - Allenatore
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GIOVANNI TRAPATTONI https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Trapattoni Nazione: Italia Luogo di nascita: Cusano Milanino (Milano) Data di nascita: 17.03.1939 Ruolo: Allenatore Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Trap - Giuanín Allenatore della Juventus dal 1976 al 1986 e dal 1991 al 1994 596 panchine - 319 vittorie - 181 pareggi - 96 sconfitte 6 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 2 coppe Uefa 1 supercoppa Uefa 1 coppa Intercontinentale Giovanni Trapattoni (Cusano Milanino, 17 marzo 1939) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Noto con il diminutivo di Trap, è generalmente considerato il tecnico più rappresentativo del calcio italiano del secondo dopoguerra: è infatti l'allenatore italiano più vittorioso a livello di club nonché uno dei più titolati al mondo, avendo conquistato campionati in Italia (un record di sette), Germania, Portogallo e Austria (uno a testa), per un totale di dieci titoli nazionali, facendone uno dei cinque allenatori — assieme allo jugoslavo Tomislav Ivić, all'austriaco Ernst Happel, al portoghese José Mourinho, al belga Eric Gerets e al suo connazionale Carlo Ancelotti — capaci di vincere almeno un torneo nazionale di prima divisione in quattro paesi diversi; a questi si sommano sette titoli ufficiali a livello internazionale, che ne fanno il sesto allenatore al mondo e quarto in Europa per numero di trofei conquistati in tale categoria. I suoi anni da calciatore trascorsero per la gran parte al Milan, dove rimase una colonna portante della squadra per quasi un quindicennio e, agli ordini di Nereo Rocco, vinse due scudetti, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa intercontinentale; chiuse poi la carriera agonistica nel Varese. Divenne subito allenatore, emergendo precocemente e ottenendo la maggior parte dei successi sulla panchina della Juventus, squadra che guidò ininterrottamente dal 1976 al 1986 — il ciclo più duraturo nella storia del calcio professionistico italiano — e nuovamente dal 1991 al 1994; riuscì inoltre a inanellare sei campionati di Serie A e due Coppe Italia, diventando al contempo il primo allenatore nella storia ad aver vinto le tre principali competizioni per club organizzate dall'Unione delle Federazioni Calcistiche Europee (UEFA) con la stessa squadra e, in seguito, tutte le manifestazioni allora gestite dalla confederazione — un'impresa mai riuscita prima nel calcio europeo —, facendo assurgere la squadra bianconera tra le migliori nella storia della disciplina anche in virtù dell'innovativa zona mista. È inoltre uno dei pochi sportivi ad aver vinto la Coppa dei Campioni, la Coppa delle Coppe e la Coppa Intercontinentale sia da giocatore che da allenatore; è infine tra i tecnici plurivittoriosi in Coppa UEFA con 3 affermazioni. Commissario tecnico della nazionale italiana dal 2000 al 2004, successivamente ricoprì il medesimo incarico per la nazionale irlandese dal 2008 al 2013, dapprima sfiorando la qualificazione al campionato del mondo 2010 al termine di una polemica sfida contro la Francia, e riuscendo poi a qualificarla al campionato d'Europa 2012, traguardo raggiunto per la prima volta dai Boys in Green dal 1988. Nel 2007 fu inserito dal quotidiano britannico Times in una lista dei cinquanta migliori allenatori della storia del calcio e, sei anni più tardi, dall'emittente televisiva statunitense ESPN nella speciale classifica dei venti più grandi allenatori. Infine, fu introdotto nella Hall of fame del calcio italiano nella categoria allenatore italiano nel 2012. Giovanni Trapattoni Trapattoni nel 2013 alla guida dell'Irlanda Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1972 - giocatore 2013 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1956 Cusano Milanino 1956-1957 Milan Juniores Squadre di club 1957-1971 Milan 274 (3) 1971-1972 Varese 10 (0) Nazionale 1960-1964 Italia 17 (1) Carriera da allenatore 1972-1974 Milan Coll. tecnico / Giovanili 1974 Milan Interim 1974-1975 Milan Vice 1975-1976 Milan 1976-1986 Juventus 1986-1991 Inter 1991-1994 Juventus 1994-1995 Bayern Monaco 1995-1996 Cagliari 1996-1998 Bayern Monaco 1998-2000 Fiorentina 2000-2004 Italia 2004-2005 Benfica 2005-2006 Stoccarda 2006-2008 Salisburgo 2008-2013 Irlanda Biografia La cascina Guarnazzola ("La Bernasciola" in dialetto) a Cusano Milanino, dove nacque e visse il giovane Trapattoni È il quinto figlio di Francesco, operaio, emigrato nell'hinterland milanese da Barbata, piccolo paese della Bassa Bergamasca, e di Romilde Bassani, contadina. È cresciuto durante il secondo conflitto mondiale e nelle difficoltà dell'immediato dopoguerra; a Cusano Milanino la sua famiglia abitava in una porzione della Cascina Guarnazzola (in dialetto chiamata anche "Bernasciola") insieme ad altre undici famiglie. Nel 1945 cominciò a frequentare le scuole elementari a Milanino, lavorando come garzone nelle vacanze estive e, intanto, iniziando a giocare a calcio all'oratorio San Martino di Cusano. Desideroso di costruirsi un futuro solido, in questi anni alternava gli allenamenti — prima alla polisportiva Frassati di Niguarda e poi alla rinnovata società dell'U.S. Cusano Milanino — con il lavoro da apprendista tipografo. Il presidente del Cusano Milanino, l'ingegnere Romano Augusti, cedette al Milan alla fine della stagione 1955-1956 i suoi due migliori giocatori della squadra Juniores regionale, lo stesso Trapattoni e Gilberto Noletti. Durante il torneo olimpico di Roma 1960 incontrò Paola Miceli, che poi continuò a frequentare grazie al servizio militare che gli diede la possibilità di trasferirsi proprio nella Capitale. La coppia convolò a nozze nel 1964 a Grottaferrata e testimone dello sposo fu l'ex ministro Alberto Folchi. La coppia ebbe due figli, Alberto e Alessandra. Nel settembre 2015 è uscito il suo libro autobiografico Non dire gatto, scritto in collaborazione con Bruno Longhi. Nell'estate del 2018 è stato nominato presidente onorario del San Venanzo, formazione dilettantistica dell'eponimo comune umbro. Caratteristiche tecniche Giocatore Trapattoni (a destra) al Milan nel 1970, in marcatura sull'interista Mazzola durante un derby di Milano. Impiegato prettamente nel ruolo di centrocampista difensivo, Trapattoni ha giocato sia come mediano sia come difensore, all'occorrenza come terzino. Abile marcatore, da calciatore lo si ricorda per efficaci tenute a uomo su alcuni dei maggiori fuoriclasse dell'epoca: su tutte quella che annullò Eusébio durante la finale di Coppa dei Campioni 1962-1963 a Wembley, che valse al Milan — e al calcio italiano — la sua prima Coppa dei Campioni. Allenatore Una volta intrapresa la carriera di allenatore, diventò uno dei teorici e massimi interpreti della zona mista, schema tattico che coniugò al meglio le caratteristiche di due filosofie calcistiche agli antipodi, il catenaccio italiano e il calcio totale olandese. Con questo gioco "all'italiana" i difensori, durante la fase di copertura, preservavano una stretta marcatura a uomo, mantenendo la presenza del libero a impostare l'azione, mentre nei reparti avanzati i giocatori venivano disposti a zona, riuscendo così a muoversi e interscambiarsi: fu così che le squadre allenate da Trapattoni tra gli anni 1970 e 1990 mostravano come fiore all'occhiello il proprio centrocampo, di difficile lettura da parte degli avversari, in cui veniva esaltato il ruolo del regista, libero di spaziare dalla zona difensiva per impostare il gioco a quella offensiva per finalizzare l'azione; prova di ciò fu l'elevato numero di gol messi a segno da fantasisti quali Michel Platini e Roberto Baggio, per quanto riguarda il primo e il secondo periodo del Trap alla Juventus, o da elementi box-to-box come Lothar Matthäus durante il quinquennio sulla panchina dell'Inter. Trapattoni (a sinistra) allenatore della Juventus nel campionato 1976-1977, mentre saluta il collega Luigi Radice in occasione di un derby di Torino: i due tecnici, già compagni di squadra a Milano, furono i massimi fautori della zona mista. Ispirato in primis da Nereo Rocco, il quale l'aveva allenato in tre periodi diversi durante la sua quasi quindicennale esperienza milanista, in panchina Trapattoni si distinse inoltre sia per la sua conoscenza strategica superiore sia per la meticolosità nei dettagli, per l'abilità nella lettura delle partite e nell'utilizzo dei cambi nonché per le notevoli abilità motivazionali verso i suoi giocatori. Memore dei suoi trascorsi da centrocampista, ha affermato come ciò lo abbia facilitato nel diventare poi un bravo allenatore, sostenendo che «giocando in mezzo capisci meglio le dinamiche di tutti i reparti». Carriera Giocatore Club Gli inizi, gli anni al Milan Trapattoni (accosciato, secondo da sinistra) nel Milan campione d'Italia 1961-1962 Mosse i primi passi nel vivaio del Cusano Milanino, squadra del paese natale. Nel 1956, durante un incontro con i giovani del Milan, balzò all'occhio del tecnico ed ex calciatore rossonero Mario Malatesta, il quale gli diede subito la possibilità di mettersi in luce con un provino, superato il quale, Giuanìn intraprese il suo primo viaggio all'estero per un torneo a Strasburgo, vestito di rossonero. La formazione di Malatesta, potendo contare su altri futuri campioni come Trebbi, Noletti e Salvadore, vinse il Torneo di Viareggio nel 1959, per poi ripetersi nel 1960. Con l'attività agonistica divenuta sempre più pressante, lasciò il posto in tipografia al fratello Antonio. Aggregato dalle giovanili inizialmente per le sole gare di Coppa Italia, Trapattoni fu lanciato da Luigi Bonizzoni, debuttando in prima squadra il 29 giugno 1958, all'età di diciannove anni, in un Milan-Como finito 4-1. Qualche giorno più tardi morì il padre per infarto: Giovanni era intenzionato a smettere con il calcio per prendersi cura della madre, ma Malatesta gli assicurò uno stipendio sufficiente a mantenere la famiglia. Per l'esordio in Serie A dovette attendere il 24 gennaio 1960, in occasione della vittoria rossonera 3-0 sul campo della SPAL, in cui venne schierato come terzino destro. Il primo gol con la maglia del Diavolo arrivò il 16 aprile 1961, durante il match vinto a San Siro contro la Roma per 2-1. Trapattoni (in primo piano) festeggia con Lodetti, il tecnico Rocco e Cudicini la vittoria rossonera nella Coppa delle Coppe 1967-1968 Lo stesso anno ritrovò come allenatore Nereo Rocco, con cui già aveva collaborato per il torneo olimpico di Roma 1960; il paròn lo fece diventare una colonna portante del suo Milan, con cui il tecnico e il centrocampista vinsero in due periodi differenti due scudetti (1961-62, 1967-68), altrettante Coppe dei Campioni (1962-63, 1968-69), una Coppa delle Coppe (1967-68) e una Coppa intercontinentale (1969). Con l'addìo di Rocco, negli anni seguenti il Trap venne usato con meno frequenza dagli altri tecnici rossoneri; nonostante ciò riuscì comunque a vincere la Coppa Italia 1966-67, non facendo così mancare alcun titolo nel proprio palmarès. La sua avventura da giocatore milanista terminò nel 1971, dopo avere collezionato 14 stagioni, 274 partite di campionato e 351 presenze totali che lo posizionano al diciassettesimo posto nella classifica all-time del club rossonero; segnò in totale 6 gol, uno dei quali nella partita valida per l'andata della Coppa Intercontinentale 1963 contro il Santos, che si aggiudicò però infine il trofeo. Varese Lasciati i rossoneri, nell'estate 1971 si accasò al Varese. Con i Bosini riuscì a collezionare altre 10 presenze in Serie A, arrivando a 284 totali, e 3 presenze in Coppa Italia. Terminata la stagione 1971-1972, all'età di 33 anni, decise di appendere gli scarpini al chiodo. Nazionale Trapattoni (a sinistra) in nazionale, in marcatura su Pelé in Italia-Brasile (3-0) del 12 maggio 1963. Prese parte con la nazionale ai Giochi di Roma 1960. Con gli azzurri ha disputato 17 partite (l'ultima contro la Danimarca nel 1964) segnando un gol in amichevole contro l'Austria. Prese parte anche alla spedizione del campionato del mondo 1962 in Cile, indossando la maglia numero sei; molto atteso a questa competizione in cui sarebbe stato il mediano titolare, dovette invece fare da spettatore a causa di un grave infortunio al legamento tibiale. L'episodio più rappresentativo della sua carriera azzurra è probabilmente quello relativo a un'amichevole tra Italia e Brasile giocata allo stadio San Siro a Milano il 12 maggio 1963, occasione in cui Trapattoni sarebbe riuscito ad annullare il gioco di Pelé; il fuoriclasse brasiliano chiese il cambio al 26' e al suo posto entrò Quarentinha, al quale Trapattoni si attaccò con ancor più foga. L'Italia alla fine vinse la partita 3-0 e Trapattoni si consacrò ancora di più come difensore. In realtà, ritornando su questo fatto, Pelé nel 2000 affermò che a impedirgli di giocare bene era stato un forte mal di pancia e che quel giorno era sceso in campo solo per questioni di contratto. Lo stesso Trapattoni non ha mai voluto vantarsi di quell'episodio e anzi, prima ancora delle dichiarazioni di Pelé, aveva affermato: «La verità di quel giorno è che lui era mezzo infortunato. Stanco. Io sono stato un buon calciatore, ma lasciamo stare Pelé. Quello era un marziano». Allenatore Milan Trapattoni (a destra) nel 1974, alla sua prima esperienza sulla panchina del Milan, esce da San Siro con il capitano ed ex compagno di squadra rossonero Rivera. La sua carriera di allenatore cominciò immediatamente chiusa quella agonistica. Nell'estate 1972 tornò in seno al club di cui era stato bandiera da calciatore, il Milan, dividendosi tra le giovanili e lo staff della prima squadra, qui agli ordini del tandem formato da Nereo Rocco — già suo allenatore nel decennio precedente, e tra i primi a intuirne le future potenzialità in panchina — e da Cesare Maldini. Per via di un'indisposizione che colpì proprio Maldini, negli ultimi quattro turni di campionato Trapattoni cominciò ad affiancare ufficiosamente Rocco in partita: stante un'ulteriore squalifica comminata al paròn, toccò al giovane assistente guidare la squadra da bordocampo il 20 maggio 1973, nella domenica della "fatal Verona", nella quale l'Hellas, battendo a sorpresa il Milan per 5-3, negò ai rossoneri uno scudetto che sembrava già cucito al petto. Nella stagione seguente, molto tribolata per la panchina dei lombardi, inizialmente Trapattoni venne mandato all'estero a studiare gli avversari di coppa oltreché seguire i giovani del vivaio. Con le dimissioni prima di Rocco e poi di Maldini del quale era il secondo, l'8 aprile 1974, appena trentacinquenne e di ritorno da Mönchengladbach dove aveva visionato la squadra locale, Trapattoni subentrò ad interim alla guida del Milan, esordendo due giorni dopo in occasione della vittoriosa semifinale di Coppa delle Coppe proprio contro il Borussia M'gladbach (2-0); traghettò i rossoneri sino alla finale della competizione, persa contro il Magdeburgo. Nonostante la speranza di essere confermato in pianta stabile, il 21 maggio passò le redini al nuovo allenatore Gustavo Giagnoni, andando contestualmente a ricoprire il ruolo di vice dello stesso per la stagione 1974-1975. Il 2 ottobre 1975 venne nuovamente richiamato alla guida del Milan, nel mezzo di un riassetto societario che aveva visto la fuoriuscita di Giagnoni e il ritorno di Rocco come direttore tecnico:con Maldini frattanto impegnato al Foggia, per il resto della stagione 1975-1976 il paròn volle proprio Trapattoni al suo fianco, in quella che l'allenatore cusanese considerò la sua prima, vera esperienza da responsabile tecnico, portando la formazione meneghina a chiudere il campionato al terzo posto. Al termine della stagione, tuttavia, anche stavolta non venne riconfermato dalla dirigenza rossonera, che, desiderosa di abbracciare la filosofia zonista all'epoca in ascesa, gli preferì un altro emergente, Giuseppe Marchioro. Il capitano rossonero Gianni Rivera gli chiese di rimanere comunque nello staff del club, ma Trapattoni rifiutò poiché ormai intenzionato a guidare una prima squadra. Juventus: il Decennio d'oro Le vittorie autarchiche (1976-1980) La prima Juventus targata Trapattoni (in piedi, primo da sinistra), artefice del double continentale nella stagione 1976-1977. Non avendo fin qui conseguito risultati di rilievo, nell'immediato Trapattoni sembrava destinato a maturare esperienza in piazze meno ambiziose. Sicché nel maggio 1976, mentre era a un passo dal firmare con l'Atalanta, destò una certa sorpresa quando Giampiero Boniperti, «conquistato dalle sue idee chiare e dalla sua concretezza», gli offrì la panchina della Juventus. Il tecnico resterà in Piemonte per le successive dieci stagioni, in un periodo calcistico della storia bianconera che prenderà il nome di Decennio d'oro data la quantità di titoli che arriveranno a Torino in questo lasso di tempo; questo ciclo diverrà il più duraturo nella storia del calcio professionistico italiana la squadra juventina tra le migliori nella storia della disciplina anche in virtù di un innovativo schema tattico che ebbe nel Trap uno dei massimi fautori, la cosiddetta zona mista, che influirà peraltro nei successi della nazionale italiana condotta da Enzo Bearzot. Il Trap portò con sé dal Milan il pupillo Benetti, con l'obiettivo di avere a disposizione un uomo di nerbo a centrocampo, mentre per alzare la qualità dell'attacco fece clamore l'acquisto del rivale interista Boninsegna; ma il colpo rivelazione fu a posteriori quello del giovane terzino Cabrini, il quale iniziò a farsi notare proprio durante la stagione 1976-1977, nel corso della quale lo stesso Giuanìn fece presto ricredere i numerosi scettici. Sotto la sua guida, il 22 maggio 1977 la Juventus vinse un'entusiasmante corsa-scudetto con i concittadini del Torino, vendicando in qualche modo la cocente sconfitta patita la stagione precedente, regalandosi il diciassettesimo scudetto: toccando i 51 punti sui 60 disponibili, stabilì un record tuttora in essere nei campionati italiani a 16 squadre, con 2 punti a vittoria. Fu gloria anche in Europa poiché, quattro giorni prima, la sconfitta subita al San Mamès per 2-1 dall'Athletic Bilbao non impedì alla Vecchia Signora, grazie alla regola dei gol in trasferta, di aggiudicarsi il primo titolo confederale della propria storia, la Coppa UEFA, avendo vinto per 1-0 a Torino l'andata del doppio confronto finale. Un anno più tardi la Juventus di Trapattoni bissò il titolo di campione d'Italia, battendo la concorrenza della rivelazione Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi, mentre in ambito europeo sfiorò la finale di Coppa dei Campioni, preclusa dalla sconfitta in semifinale contro il Club Bruges di Ernst Happel. Frattanto la squadra del Trap cominciava ad assumere una propria fisionomia all'insegna dell'equilibrio: accanto a giocatori di esperienza come Zoff, Cuccureddu, Furino, Benetti, Boninsegna e Bettega, crescevano promettenti elementi come Scirea, Tardelli, Gentile e Cabrini. Il successivo biennio rappresentò una frenata nel ciclo trapattoniano in riva al Po. La stagione 1978-1979, con i nazionali juventini reduci dalle fatiche del mundial argentino, vide l'unico acuto della Coppa Italia, la sesta nella storia del club nonché la prima per il tecnico di Cusano Milanino, vinta battendo per 2-1 nei tempi supplementari i cadetti del Palermo, nella finale di Napoli del 29 giugno 1979. Peggiore in termini di palmarès si rivelò l'annata 1979-1980, in cui a metà campionato la Juventus si ritrovò addirittura impantanata in zona retrocessione; Trapattoni riuscì a ribaltare la drastica situazione grazie a un ottimo girone di ritorno che valse un insperato secondo posto, alle spalle dell'Inter scudettata, ma l'esito avverso delle semifinali di Coppa Italia e Coppa delle Coppe, rispettivamente contro Torino e Arsenal, condannarono l'allenatore a quella che sarà l'unica stagione del Decennio d'oro chiusa senza trofei. Verso la seconda stella (1980-1982) Trapattoni nel 1981, tra il presidente Boniperti (a sinistra) e il portiere Zoff (a destra), durante una puntata della Domenica Sportiva celebrativa del 19º scudetto juventino. Dopo che nell'estate 1980 il calcio italiano riaprì le frontiere ai giocatori stranieri, proprio dall'Arsenal che poche settimane prima aveva eliminato Madama in Coppa delle Coppe, Boniperti acquistò la stella irlandese Liam Brady, a cui il Trap assegnò subito la maglia numero dieci. L'esile fantasista dai buoni piedi ricambierà trascinando la squadra torinese sul tetto d'Italia con la vittoria del diciannovesimo scudetto. L'annata 1981-1982 non sembrò iniziare nei migliore dei modi per l'allenatore cusanese: nella sfida degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni contro l'Anderlecht, oltre a una precoce eliminazione, uno scontro tra il portiere belga Munaron e Bettega sancì la fine della stagione per quest'ultimo. Pur se privata del suo centravanti titolare, in campionato la squadra piemontese si confermò comunque protagonista di una serrata lotta al vertice con la Fiorentina, che terminò con la conquista della seconda stella da cucire sul petto delle maglie bianconere. In un finale al cardiopalma, il ventesimo scudetto juventino arrivò appena a un quarto d'ora dalla fine del torneo, quando, nella trasferta di Catanzaro, Brady batté con freddezza il rigore decisivo; questo, nonostante l'irlandese sapesse che il suo destino l'anno seguente sarebbe stato lontano da Torino, poiché i due unici stranieri ammessi per regolamento sarebbero stati i neoacquisti Michel Platini e Zbigniew Boniek. Le ultime due partite di quel campionato videro inoltre il rientro, dopo due anni di squalifica imposti per il calcioscommesse, dell'attaccante Paolo Rossi il quale, con il francese e il polacco, andrà a formare un trio fondamentale per i successi del Trap nelle stagioni a seguire. I successi di Platini (1982-1986) Trapattoni (a sinistra) alla Juventus a metà degli anni 1980, a colloquio con il suo numéro dix Platini. La rinnovata Juventus di Trapattoni partì come la favorita per la vittoria finale del campionato 1982-1983, potendo contare su un reparto d'attacco composto da Rossi, Bettega, Platini e Boniek. Contro ogni aspettativa, però, la Signora partì male, causa un Platini incappato in vari problemi fisici; ne approfittò la Roma di Liedholm e Falcão, che vinse lo scudetto battendo la concorrenza torinese. Il Trap cercò di prendersi una rivincita in Coppa dei Campioni, avendo conquistato la finale di Atene, ma il 25 maggio 1983 fu ancora Happel, nel frattempo passato sulla panchina dell'Amburgo, ad avere la meglio: la cocente sconfitta lo portò a meditare circa un possibile abbandono della panchina bianconera, ma successivamente Boniperti riuscì a farlo desistere dall'intento. Reagì alla disfatta portando il proprio gruppo al successo in Coppa Italia, la sua seconda personale nonché la settima nella storia del club, ribaltando la sconfitta per 0-2 subita sul campo del Verona con un secco 3-0 nella gara di ritorno al Comunale. A fine stagione l'allenatore e l'intera società dovettero affrontare il ritiro di Dino Zoff, bandiera della Juventus e della nazionale, il quale si ritirò all'età di 41 anni dopo una carriera esemplare e plurivittoriosa. Trapattoni tiene tra le mani la prima Coppa dei Campioni della storia juventina, al ritorno a Torino dopo la tragica finale dell'Heysel: nei volti del tecnico e dei giocatori, l'amarezza per la tragedia che ha anticipato la partita. Il tecnico si vide sostituito degnamente l'ex numero uno con il giovane Stefano Tacconi, e, alla sua seconda stagione nel campionato italiano, si accese Le Roi Platini il quale, finalmente libero dai problemi fisici, illuminò con la sua classe il gioco della squadra e, di riflesso, il campionato italiano. Gli schemi del tecnico, che mettevano in luce il ruolo del regista, portarono Platoche a vincere la classifica marcatori con 20 reti, fondamentali per la conquista del ventunesimo scudetto juventino; fu il quinto campionato per il Trap, un successo che ne fece il primatista nella massima serie nazionale. Nella stessa annata, Trapattoni riuscì a conquistare anche la Coppa delle Coppe, battendo per 2-1 il Porto nella finale di Basilea giocatasi il 16 maggio 1984. I differenti problemi che il coach dovette affrontare durante la stagione 1984-1985, tra cui spiccarono la stanchezza post-europeo di Platini e i diversi infortuni dello stopper titolare Brio, fecero sì che la Juventus abdicasse anticipatamente nella difesa del titolo nazionale, che si aggiudicò a sorpresa l'outsider Verona. Con lo scudetto presto svanito, il Trap puntò tutto sull'Europa: il 16 gennaio 1985 conquistò la prima Supercoppa UEFA nella storia bianconera, battendo il Liverpool 2-0 nella gara secca di Torino; regolando 1-0 gli stessi Reds nella finale del successivo 29 maggio all'Heysel di Bruxelles, si aggiudicò la sua prima Coppa dei Campioni, un trionfo tuttavia oscurato dagli incidenti prepartita ad opera degli hooligan inglesi che sfociarono nella morte di 39 spettatori, per la maggior parte italiani. Trapattoni (a sinistra) nel campionato 1985-1986, quello conclusivo del Decennio d'oro juventino, mentre discute con Cabrini, assurto sotto la sua gestione tra i migliori terzini dell'epoca. Nell'ultima stagione del Decennio d'oro, Trapattoni portò a Torino anche la Coppa Intercontinentale, vinta l'8 dicembre 1985 a Tokyo contro l'Argentinos Juniors (2-2 dopo i supplementari e 6-4 ai rigori), diventando il primo e tuttora unico allenatore capace di conquistare tutte le maggiori competizioni confederali per club. Contrariamente alla stagione passata, il Trap si concentrò molto più sulla riconquista del titolo nazionale, partendo a spron battuto in campionato tanto da stabilire un record di otto vittorie iniziali oltreché il primato di 26 punti totalizzati a metà campionato; il forte ritorno della Roma nella tornata conclusiva incontrò la strenua resistenza degli uomini di Trapattoni, dando vita a un finale thrilling che terminò con la Juventus conquistare il suo ventiduesimo scudetto, il sesto personale per il tecnico nonché l'ultimo del suo primo ciclo bianconero, chiuso con 13 trofei in 10 stagioni. Inter Le difficoltà (1986-1988) Già sul finire della stagione 1985-1986, Trapattoni aveva annunciato l'imminente separazione dalla Juventus. Ad approfittarne fu il presidente dell'Inter Ernesto Pellegrini, il quale bruciò sul tempo il patron milanista Silvio Berlusconi e si assicurò la firma dell'allenatore a partire dal campionato seguente: il Trap divenne così il secondo tecnico, dopo József Viola, a essersi seduto sulle panchine di tutte e tre le grandi del calcio italiano. La stagione 1986-1987, la prima sulla panchina nerazzurra, fu segnata dall'infortunio di Rummenigge che impedì ai milanesi di tener testa al Napoli di Maradona, laureatosi campione d'Italia, con la squadra interista a concludere al terzo posto. Quasi identica fu la sorte in Coppa UEFA, con l'eliminazione ai quarti di finale per mano del IFK Göteborg che andrà poi ad aggiudicarsi la vittoria del torneo. Trapattoni (a sinistra) guida un allenamento dell'Inter nel precampionato 1986-1987. La sua seconda stagione a Milano si rivelò addirittura peggiore, con uno scialbo piazzamento in campionato e una precoce eliminazione dalla Coppa UEFA contro i futuri finalisti dell'Espanyol. I deludenti risultati ottenuti fin qui portarono i tifosi a rumoreggiare, e lo stesso Pellegrini cominciò a manifestare i propri dubbi nei confronti dell'allenatore. Nonostante Trapattoni avesse avuto a disposizione giocatori di caratura in ogni ruolo — come Zenga tra i pali, Bergomi e Ferri in difesa, Passarella e Mandorlini in mezzo al campo e Altobelli, Scifo e Serena nel reparto avanzato —, il gioco era risultato fino a quel momento poco e mal assortito, con una carenza di risultati come seguente causa; sicché Pellegrini decise di confermare il tecnico alla guida della squadra, ma cercando di rimediare alla situazione investendo pesantemente sul mercato. Lo scudetto dei record (1988-1989) Il calciomercato dell'estate 1988 per rilanciare l'Inter fu di primo livello. I rinforzi principali per Trapattoni furono il terzino Brehme e il centrocampista Matthäus, seguiti da nomi come Berti, Díaz e Bianchi; con questi elementi, la formazione che il Trap andò a disegnare per la stagione 1988-1989 palesò una solidità impressionante. In campionato, dopo avere presto estromesso dalla lotta per il titolo i concittadini del Milan, l'unica squadra in grado di sostenere il ritmo nerazzurro parve il Napoli; una resistenza tuttavia fiaccata nella tornata conclusiva grazie a un successo dietro l'altro inanellato dalla formazione meneghina, culminato nel 2-1 inflitto nello scontro diretto di San Siro del 28 maggio 1989, che regalò matematicamente ai padroni di casa il tredicesimo scudetto della loro storia, a nove anni dal precedente, e a Trapattoni il settimo della sua carriera. Trapattoni viene portato in trionfo dai giocatori nerazzurri dopo la vittoria dello scudetto dei record nella stagione 1988-1989: fu il settimo e ultimo tricolore per il tecnico cusanese, tuttora il più vincente nella storia del campionato italiano. La squadra costruita dal tecnico in questa stagione passò agli annali come l'Inter dei record poiché capace di battere un primato dopo l'altro, assicurandosi un campionato a senso unico con ben cinque giornate di anticipo, e ottenendo 58 dei 68 punti disponibili, un record nell'era dei due punti a vittoria. Il ritorno dello scudetto sul petto pareva prospettare l'inizio di un ciclo vincente per i meneghini; sarà così solo in parte, ma fu comunque un periodo che, tra le altre cose, vide la definitiva affermazione ad alti livelli di Matthäus sotto le direttive del Trap. I trionfi nelle coppe (1989-1991) La stagione 1989-1990, nonostante l'arrivo di Klinsmann il quale andò a formare, coi connazionali Matthäus e Brehme, un trio tedesco che voleva rispondere al più celebre olandese dei concittadini milanisti, deragliò presto per via della clamorosa eliminazione dalla Coppa dei Campioni avvenuta per mano di un non irresistibile Malmö FF. Proprio la débâcle europea contro gli svedesi si rivelerà un pesante fardello per il morale degli uomini di Trapattoni che, nelle settimane seguenti, finirono per abdicare anticipatamente nella difesa del campionato. Tuttavia la formazione nerazzurra ebbe un moto d'orgoglio il 29 novembre 1989, nella gara valida per la seconda edizione della Supercoppa italiana, imponendosi per 2-0 sulla Sampdoria; era l'ultimo trofeo italiano che ancora mancava nella bacheca del tecnico cusanese. Uno scambio di vedute fra Trapattoni (a sinistra) e Matthäus, punto fermo nei suoi successi interisti, qui durante l'annata 1989-1990. Il mondiale di campionato del mondo 1990 restituì al tecnico giocatori in condizioni dubbie per diversi motivi: gli italiani erano ancora frustrati per il deludente terzo posto conquistato da favoriti, mentre i tedeschi tornarono euforici per il trionfo, ma nonostante ciò l'ultima stagione per Trapattoni da allenatore interista si rivelò avvincente e combattuta su tutti i fronti. In campionato andò in scena un acceso dualismo con la Sampdoria: pur perdendo 3-1 lo scontro diretto dicembrino a Marassi, la formazione di Giuanìn fece suo il simbolico titolo d'inverno, ma nel rush finale furono i blucerchiati a mostrare una verve migliore, riacciuffando i meneghini e spezzando di fatto i loro sogni tricolori nel decisivo big match del maggio 1991, rifilando un 2-0 a domicilio ai nerazzurri che, oltre a rompere lo storico gemellaggio tra le tifoserie, sarà il preludio al primo scudetto doriano. L'Inter del Trap trovò riscatto in Coppa UEFA dove, al culmine di un esaltante cammino — in cui spiccò su tutti il doppio confronto ai sedicesimi di finale con l'Aston Villa dove, dopo essere usciti sconfitti dal Villa Park per 2-0, i nerazzurri furono capaci di ribaltare le sorti della qualificazione grazie a uno spettacolare 3-0 nel retour match di Milano —, approdò in finale dove ad attenderli c'era, in una sfida tutta italiana, la Roma: il 2-0 della gara di andata a San Siro fu sufficiente ai nerazzurri per uscire indenni dalla sfida di ritorno all'Olimpico di Roma, dove una sconfitta 1-0 non impedì ai meneghini di mettere in bacheca la prima Coppa UEFA della loro storia. Fu la seconda affermazione personale per Trapattoni nella manifestazione (dopo quella risalente a quattordici anni prima sulla panchina della Juventus), riportando al contempo la Milano nerazzurra a trionfare in Europa dopo ventisei anni. Con questo vittorioso epilogo, il tecnico lasciò la panchina interista al termine della stagione. Ritorno alla Juventus Trapattoni (a sinistra), di ritorno alla Juventus nella stagione 1991-1992, accoglie il neoacquisto Conte, il quale una volta intrapresa la carriera da allenatore sarà tra i maggiori debitori nei confronti del tecnico cusanese. Nella stagione 1991-1992, a cinque anni dal suo primo ciclo sotto la Mole, Trapattoni venne richiamato alla guida della Juventus, con il compito di risollevare l'ambiente dopo la fallimentare annata di Luigi Maifredi. Il tecnico riuscì subito a dare una scossa alla squadra, raggiungendo il secondo posto in campionato, dietro al Milan imbattuto di Fabio Capello, e la finale di Coppa Italia, dove la nuova Juve del Trap vinse l'andata a Torino per 1-0 contro il Parma, ma cadde poi 2-0 nel ritorno al Tardini, regalando agli uomini di Nevio Scala il loro primo successo in coppa nazionale. L'annata seguente, con la Vecchia Signora nel frattempo rinforzata dagli arrivi di Möller, Vialli e Ravanelli, culminò nel trionfo in Coppa UEFA, dove nella doppia finale i bianconeri, trascinati da un Roberto Baggio in stato di grazia, rifilarono al Borussia Dortmund dapprima un 3-1 a domicilio nell'andata al Westfalenstadion, e poi un secco 3-0 nel ritorno al Delle Alpi, regalando all'allenatore di Cusano Milanino il suo terzo successo nel torneo: un primato che resisterà per i successivi 28 anni prima di essere battuto da Unai Emery. La stagione del club piemontese registrò un alto numero di reti messe a segno (106), 32 delle quali durante il cammino verso la conquista della terza Coppa UEFA nella storia bianconera. Trapattoni (a sinistra) e il centravanti bianconero Vialli posano con il trofeo della Coppa UEFA 1992-1993, la terza e ultima per il tecnico. L'ultima stagione di Trapattoni sulla panchina juventina gli riconobbe il merito di mandare al debutto il suo pupillo Angelo Di Livio, ma soprattutto di lanciare in Serie A il giovane Alessandro Del Piero, che diverrà poi capitano e bandiera della Juventus per il ventennio a seguire. Nonostante ciò, quella del 1993-1994 fu un'annata amara per il tecnico cusanese il quale si sentì criticato e attaccato dagli stessi tifosi bianconeri, per via di una proposta di calcio da loro giudicata ormai troppo difensivista e noiosa. Così, pur chiudendo al secondo posto in campionato, a tre lunghezze dal Milan campione per la terza volta di fila, Giuanìn fu costretto a salutare definitivamente la società sabauda, assieme allo storico dirigente Boniperti, dopo aver conquistato 14 trofei in 13 stagioni complessive a Torino, che ne fanno ancora il tecnico più vincente nella storia della Juventus. Bayern Monaco La stagione 1994-1995 segnò la prima esperienza al di fuori dell'Italia per Trapattoni, il quale accettò l'offerta della squadra campione uscente di Germania, il Bayern Monaco. L'ambientamento in Baviera pareva facile, complici la determinazione e il rispetto verso l'autorità del mister messi in atto dai giocatori del club, reputati dal tecnico come di gran lunga più professionali rispetto a quelli di Serie A, anche riconoscendo il buon lavoro fatto in questo senso dal suo predecessore Franz Beckenbauer. Tuttavia i buoni propositi del Trap fecero ben presto i conti con la realtà: la squadra steccò immediatamente in Supercoppa tedesca contro il Werder Brema di Otto Rehhagel e, nonostante il successivo arrivo di rinforzi come Kahn, Sutter e Papin, i bavaresi andarono incontro a una clamorosa eliminazione al primo turno della Coppa di Germania per mani dei dilettanti del Vestenbergsgreuth. Alle prime e inevitabili critiche da parte della stampa si aggiunsero gli screzi con il leader della squadra, Lothar Matthäus, già allenato da Trapattoni a Milano, che nel frattempo si era reinventato con successo come difensore centrale ma che, secondo il tecnico cusanese, avrebbe reso maggiormente nel suo ruolo originario a centrocampo. Persa presto la rotta in Bundesliga, anche complice una formazione titolare decimata dagli infortuni, il Bayern Monaco tentò di riscattarsi in Champions League dove fu autore di un buon cammino tuttavia conclusosi in semifinale, venendo estromesso dall'Ajax futuro vincitore dell'edizione. L'andamento altalenante della stagione aveva fatto sì che fin da febbraio fosse stato de facto anticipato il mancato rinnovo di Trapattoni con la società tedesca, motivato anche da ragioni familiari. Cagliari Trapattoni durante un allenamento del Cagliari nella stagione 1995-1996 Nell'estate 1995 il tecnico tornò in Italia, accettando una sfida insolita nella sua carriera: per la prima volta scese infatti nel calcio di provincia, ripartendo dal Cagliari. L'arrivo in Sardegna del plurititolato Trap, chiamato a raccogliere l'eredità di Óscar Tabárez, il quale nell'annata precedente aveva trascinato la squadra a lottare per la zona UEFA, portò entusiasmo in tutta l'isola e aumentò le aspettative verso i rossoblù dell'ambizioso patron Massimo Cellino, chiamati a un ulteriore salto di qualità. Le premesse estive parvero trovare un iniziale riscontro in campo, con i sardi che, nonostante un avvio difficile, arrivarono al giro di boa del campionato in linea con gli obiettivi di inizio stagione; nel girone di ritorno, tuttavia, un netto calo di rendimento mise presto in bilico la panchina del tecnico. La sconfitta per 4-1 a Torino contro la Juventus fu l'ultimo atto della breve esperienza di Trapattoni a Cagliari, trascorsa all'insegna dei saliscendi: l'allenatore si dimise accusando pesantemente Cellino di averlo preso in giro, pur assumendosi le responsabilità per avere illuso i tifosi puntando dichiaratamente alla qualificazione europea. Ritorno al Bayern Monaco Dopo un tentativo di Silvio Berlusconi di riportarlo sulla panchina del Milan, per Trapattoni arrivò una seconda chiamata da parte del Bayern Monaco per la stagione 1996-1997. Deciso a riscattare la sua prima e scialba esperienza in Baviera, e con a disposizione una rinnovata rosa che, accanto al solito Matthäus, vedeva ora anche l'altro ex interista Klinsmann più nomi come Basler e Rizzitelli, il Trap costruì una squadra capace di imporre l'andatura in Bundesliga per tutto l'arco del torneo. Con il Borussia Dortmund di Ottmar Hitzfeld, campione uscente, distratto dal cammino in Champions League, il tecnico italiano si ritrovò a duellare con un solido Bayer Leverkusen che diede filo da torcere sino alle battute conclusive, prima di venire infine domato alla penultima giornata, quando il 4-2 sullo Stoccarda diede ai bavaresi la certezza del titolo. Vinto per la prima volta il Meisterschale, a cui seguirà nel luglio seguente la Coppa di Lega tedesca, nell'estate 1997 il Trap pensò di lasciare, date le pressioni attuate da mesi dal presidente della Roma, Franco Sensi, il quale, deluso dall'esperienza con Carlos Bianchi, aveva messo sul piatto un'offerta miliardaria affinché Trapattoni andasse a sedersi sulla panchina della squadra giallorossa; l'allenatore fu tentato dall'offerta, più che altro per la possibilità di riportare la moglie Paola nella natìa Roma, ma alla fine decise di rispettare il proprio contratto con il club tedesco. L'annata 1997-1998 si rivelò presto uno shock per i tifosi bavaresi, poiché nessuno poteva immaginare che il neopromosso Kaiserslautern, passato nelle mani di Otto Rehhagel e, a sorpresa, vittorioso al debutto in campionato proprio contro l'undici di Trapattoni, potesse poi contendere ai detentori anche il titolo nazionale. Il testa a testa, invece, durò per tutta la stagione, con il Trap che, una volta perso lo scontro diretto nel girone di ritorno, non riuscì più a ritrovare il bandolo della matassa; anzi, tre sconfitte consecutive contro Hertha Berlino, Colonia e Schalke 04 causarono le ire del tecnico, che, trovatosi nel momento più complicato dell'annata, il 10 marzo 1998 si sfogò in una a posteriori celebre conferenza stampa, nella quale, in un tedesco piuttosto maccheronico, attaccò a più riprese i suoi calciatori Strunz, Basler e Scholl, accusandoli di scarso impegno e mancanza di professionalità. Rimarrà questo, mediaticamente parlando, l'episodio più famoso del suo secondo ciclo bavarese, alla luce di una stagione che vedrà la squadra perdere in volata la Bundesliga contro la rivelazione Kaiserslautern, e venire eliminata nei quarti di finale della Champions League, ai supplementari, dai connazionali e detentori del Borussia Dortmund. Al Trap restò la consolazione della Coppa di Germania, vinta in finale contro il Duisburg: fu il ventesimo alloro nella titolata carriera del tecnico, che, a fine stagione, lasciò definitivamente Monaco di Baviera. Fiorentina Trapattoni accolto come nuovo allenatore della Fiorentina nella stagione 1998-1999 Nell'estate del 1998 Trapattoni tornò in Italia per sedersi sulla panchina della Fiorentina. Arrivato a Firenze sulla scia di un forte ostracismo da parte del tifo viola, visto il suo lungo passato con gli storici rivali juventini, il Trap fece ben presto ricredere i più e, ottenendo il meglio dal tridente offensivo Rui Costa-Edmundo-Batistuta, fu autore di un fulmineo avvio di stagione. La precoce e controversa eliminazione dalla Coppa UEFA — nella gara del 3 novembre 1998 contro il Grasshoppers, giocata sul campo neutro di Salerno, alcuni tifosi locali, volendo arrecare danno alla Viola, lanciarono in campo una bomba carta che portò alla sospensione della partita e successiva squalifica a tavolino, per responsabilità oggettiva, della squadra toscana — non inficiò sul percorso in campionato che vide la Fiorentina svoltare la stagione da campione d'inverno e legittimare, dopo oltre un quindicennio, rinnovate ambizioni da scudetto. Nel girone di ritorno, tuttavia, il serio infortunio che colpì il cannoniere, capitano e leader gigliato Batistuta fu la pietra tombale sui sogni tricolori della squadra; alle prese anche con la saudade di Edmundo, che lasciò Firenze nel momento clou del campionato, Trapattoni riuscì comunque a condurre la formazione viola al terzo posto in campionato, raggiungendo la qualificazione in Champions League. Come epilogo di una stagione dolceamara, arrivò la sconfitta nella finale di Coppa Italia, per mano del Parma, solo per la discriminante dei gol in trasferta. Nell'annata 1999-2000 gli uomini di Trapattoni furono artefici di un buon cammino in Champions League, spingendosi fino alla seconda fase a gironi, chiusa dietro il Manchester Utd di Alex Ferguson, allora campione in carica, e il Valencia di Héctor Cúper, futuro finalista dell'edizione. Meno entusiasmanti furono le prestazioni in campionato, concluso con l'obiettivo minimo della qualificazione in Coppa UEFA, ma lasciando generalmente insoddisfatto l'ambiente gigliato. Sul finire della seconda stagione in riva all'Arno il Trap decise così per l'addìo al club, causa soprattutto i mai sopiti dissidi con la tifoseria, sfociati addirittura in aggressioni e minacce nella sfera privata, il tutto sommato all'imminente ridimensionamento tecnico prospettato dalla società. Nazionale italiana A seguito delle polemiche dimissioni presentate dal commissario tecnico della nazionale italiana, Dino Zoff, all'indomani delle critiche ricevute da Silvio Berlusconi per l'epilogo della finale del campionato d'Europa 2000, il 6 luglio seguente la FIGC chiamò Trapattoni alla guida degli Azzurri. Esordì a Budapest il 3 settembre 2000, pareggiando per 2-2 contro l'Ungheria nella prima partita delle qualificazioni al campionato del mondo 2002, che l'Italia supererà da imbattuta. Nella fase finale del mondiale, tuttavia, la nazionale deluse le aspettative: nonostante la scaramanzia del Trap — sorpreso, tra le altre cose, a gettare acquasanta sul terreno di gioco —, l'Italia superò a fatica la fase a gironi, per poi venire clamorosamente eliminata dalla Corea del Sud negli ottavi di finale, in una gara segnata da numerose polemiche e contestazioni relative all'operato dell'arbitro ecuadoriano Byron Moreno. Già prima del torneo, peraltro, il citì era stato oggetto di critiche per la scelta di non convocare Roberto Baggio. Confermato in panchina, portò gli Azzurri a superare le qualificazioni al campionato d'Europa 2004, ma anche stavolta la fase finale si rivelò un fallimento per via della prematura eliminazione nei gironi, favorita da un discusso pareggio tra le scandinave Svezia e Danimarca. Al termine della deludente spedizione lusitana il tecnico decise di lasciare la nazionale, venendo sostituito da Marcello Lippi. Benfica, Stoccarda e Salisburgo Lasciata la nazionale italiana, nella stessa estate del 2004 si accordò con i portoghesi del Benfica. Anche se l'eliminazione dalla Coppa UEFA rischiò di fargli lasciare prematuramente la panchina lusitana, Trapattoni portò immediatamente le Aquile a conquistare la Primeira Liga, la trentunesima nella storia del club di Lisbona, a undici anni dal precedente successo. La squadra del Trap raggiunse anche la finale di Taça de Portugal, nella quale però a imporsi 2-1 fu il Vitória Setúbal, negando così al tecnico un possibile double. Desideroso di cambiare aria, al termine della stagione Trapattoni risolse anticipatamente il contratto che lo legava al Benfica. Nonostante avesse motivato l'addìo ai portoghesi con il voler tornare in Italia, nel giugno del 2005 optò nuovamente per la Germania, chiamato da un ambizioso Stoccarda, deciso a lottare ai vertici. Stavolta l'avventura i terra tedesca non fu memorabile come la precedente a Monaco di Baviera, concludendosi prematuramente 9 febbraio 2006 con l'esonero di Trapattoni dalla guida della squadra, relegata a centro classifica. Nell'estate 2006 il Trap fu chiamato dagli austriaci del Salisburgo a ricoprire il doppio ruolo di allenatore e direttore tecnico; portò con sé l'ex allievo Lothar Matthäus in veste di vice. Complice anche una rosa composta da giocatori di qualità come Linke, Kovač e l'ex conoscenza bavarese Zickler, quest'ultimo capace di assurgere a capocannoniere del campionato, già alla stagione d'esordio il tecnico italiano portò la squadra a vincere la Bundesliga d'Austria, vinta con ben cinque giornate di anticipo, dopo un 2-2 casalingo contro i detentori dell'Austria Vienna, toccando quota 75 punti (record per l'epoca); per Trapattoni fu il decimo campionato vinto in quattro paesi diversi (Italia, Germania, Portogallo ed Austria), un primato tutt'ora condiviso assieme a Tomislav Ivić, Ernst Happel, José Mourinho, Eric Gerets e Carlo Ancelotti. Nella seconda e ultima stagione a Salisburgo l'allenatore non riuscì a ripetere il successo, fermandosi al secondo posto in campionato dietro al Rapid Vienna. Nazionale irlandese Trapattoni (a destra) nel 2013 sulla panchina della nazionale irlandese con il suo vice Tardelli, già ex numero otto del tecnico cusanese a Torino e Milano. Nel maggio 2008 venne nominato commissario tecnico della nazionale irlandese; scelse come vice Marco Tardelli e come ulteriore assistente Liam Brady, entrambi suoi ex giocatori nella Juventus dei primi anni 1980. Nelle qualificazioni al campionato del mondo 2010, la nazionale irlandese si trovò nello stesso girone dell'Italia, dunque il 1º aprile 2009, allo Stadio San Nicola di Bari, Trapattoni incontrò da avversario la squadra azzurra allenata da Marcello Lippi (partita finita 1-1); il 10 ottobre 2009, al Croke Park di Dublino, fermò nuovamente l'Italia sul 2-2 acquisendo matematicamente il secondo posto nel girone che valse gli spareggi. Ai play-off l'Irlanda perse contro la Francia in casa per 0-1 e venne eliminata nella gara di ritorno ai supplementari (1-1) con un gol irregolare di William Gallas su assist di Thierry Henry, il quale aveva controllato il pallone con la mano (ciò comporterà forti polemiche e una squalifica per Henry). Nel dicembre 2010 accettò, insieme al suo staff, una decurtazione dello stipendio, necessaria per non pesare sul bilancio della federazione, ridottosi a seguito della crisi economica. L'11 ottobre 2011 l'Irlanda si piazzò al secondo posto nel gruppo B con 21 punti, dietro alla Russia, grazie all'ultima partita vinta contro l'Armenia per 2-1. I Boys in Green furono così costretti ad affrontare nuovamente i play-off, questa volta contro l'Estonia, per poter accedere alla fase finale del campionato d'Europa 2012; stavolta però gli irlandesi si imposero nettamente a Tallinn per poi pareggiare a Dublino, conquistando così, dopo 24 anni, la qualificazione all'Europeo. Nel 2011 vinsero inoltre il torneo della Nations Cup battendo Galles, Irlanda del Nord e Scozia. Nella fase finale della competizione l'Irlanda fu sorteggiata nel gruppo C insieme a Spagna, Italia e Croazia. Qui venne però sconfitta da tutte e tre le squadre. Nonostante l'eliminazione, Trapattoni fu riconfermato per altri due anni sulla panchina della nazionale. L'11 settembre 2013, dopo due sconfitte rimediate dall'Irlanda nel girone di qualificazione al campionato del mondo 2014 contro Svezia e Austria, che compromisero il passaggio del turno, risolse consensualmente il contratto che lo legava alla federazione irlandese. Dopo il ritiro Già opinionista di Mediaset Premium per le partite di Champions League, per la stagione 2015-2016 è stato in Rai come opinionista alla Domenica Sportiva oltreché commentatore tecnico, al fianco di Alberto Rimedio, delle partite della nazionale italiana, venendo tuttavia sostituito da Walter Zenga prima del campionato d'Europa 2016. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Milan: 1959, 1960 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Milan: 1961-1962, 1967-1968 Coppa Italia: 1 - Milan: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 2 - Milan: 1962-1963, 1968-1969 Coppa delle Coppe: 1 - Milan: 1967-1968 Coppa Intercontinentale: 1 - Milan: 1969 Allenatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 7 (record) Juventus: 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984, 1985-1986 Inter: 1988-1989 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983 Supercoppa italiana: 1 - Inter: 1989 Campionato tedesco: 1 - Bayern Monaco: 1996-1997 Coppa di Lega tedesca: 1 - Bayern Monaco: 1997 Coppa di Germania: 1 - Bayern Monaco: 1997-1998 Campionato portoghese: 1 - Benfica: 2004-2005 Campionato austriaco: 1 - Salisburgo: 2006-2007 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 3 - Juventus: 1976-1977, 1992-1993 - Inter: 1990-1991 Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Individuale Allenatore europeo della stagione dall'Union européenne de la presse sportive (UEPS): 2 - 1984-1985, 1992-1993 Allenatore europeo dell'anno dall'Union européenne de la presse sportive (UEPS): 2 - 1985, 1991 Seminatore d'oro: 2 - 1976-77, 1985 L'allenatore dei sogni: 1 - 1992 Premio Panchina d'oro speciale: 1 - 1997 Champions of Europe plaque per aver vinto le tre competizioni UEFA stagionali - 2006 Philips Sports Manager of the Year - 2011 Inserito nella Hall of fame del calcio italiano nella categoria Allenatore italiano - 2012 -
SERGIO GORI «È un ragazzo estremamente educato – scrive Alberto Refrigeri su “Hurrà Juventus” – non alza mai la voce, ha le idee chiare e le esprime con disarmante semplicità. Quando parla ti guarda fisso negli occhi, sempre, tranquillo e sicuro di sé. Un ragazzo, insomma, veramente a posto, con il quale capisci subito la facilità del dialogo, con il quale comprendi di poter affrontare qualsiasi argomento, che le sue risposte non saranno mai evasive o di difficile interpretazione, ma profonde e categoriche».Bobo diventa juventino nell’estate del 1975; arriva da Cagliari a rinforzare una squadra che ha vinto lo scudetto e si appresta a disputare la Coppa dei Campioni.Gori è una punta, ma sa adattarsi anche a fare il rifinitore. Parola, trainer di antica milizia gloriosa, medita l’impiego di Bobo come alternativa strategica a Capello, infortunatosi seriamente sul finire della stagione precedente, per il quale si paventano tempi di recupero piuttosto lunghi. Ma è chiaro che della classe e dell’esperienza di Gori, già Campione d’Italia con il Cagliari di Scopigno e Riva, la Juventus avrà bisogno e non saltuariamente; è un titolare in più, in una rosa ricca di alternative.«Mi hanno definito un jolly di attacco – dice il giorno della presentazione – e per questo penso che mi abbiano voluto qui. Non so ancora in quale ruolo Parola mi utilizzerà, io mi sento centravanti arretrato, più che vera punta, anche se l’anno scorso a Cagliari ho segnato dieci goal. Convivenza con Anastasi? Sono problemi dell’allenatore in ogni caso ma penso che non ci sarà nessun conflitto tra di noi. E poi ci può pure essere l’eventualità che Gori non giochi affatto, quindi ogni discorso è prematuro. Mi vedevo già milanista quest’anno, invece sono approdato qui. Una bella soddisfazione un premio per tanti sacrifici sostenuti. Tutti mi criticavano perché si diceva che fossi un “figlio di papà”, solo perché mio papà aveva un ristorante dove si potevano trovare i giocatori dell’Inter e del Milan. Ora conoscerete un Gori diverso. Sono contento soprattutto – dice scherzando – di essere compagno di Gentile almeno non mi picchierà più».Il campionato da immediatamente spazio a Sergio; 5 ottobre 1975, prima giornata di campionato al Comunale, con Juventus-Verona e Gori mezzala, in una partita di attacco che richiede il contributo di tutti alla spinta offensiva. Prova positiva, anche se Bobo dimostra di saperci fare assai meglio dalla tre quarti in su. Bene anche a Como, seconda giornata, in cui la Juventus si salva per il rotto della cuffia, pareggiando 2-2 in extremis, con una punizione di Cuccureddu.Il primo vero acuto di Gori nella prima gara di cartello della stagione, al Comunale, contro la Fiorentina Una Juventus caricatissima, in vista dell’impegno di Coppa dei Campioni con il Borussia Mönchengladbach, travolge i gigliati con memorabile prova corale e Gori segna la prima, stupenda rete. Concede il bis sette giorni più tardi, contro la sua ex-squadra, a Cagliari; la rete di Bobo decide la partita, consegnando ai bianconeri il primo successo esterno della stagione.«È stato molto abile Causio a effettuare il cross. Anastasi mi ha lasciato la palla ed io senza pensarci due volte l’ho calciata al volo, come veniva. Non ho provato niente di particolare. In quel momento non pensavo al Cagliari. Ero soltanto felice per aver segnato».È un ottimo momento, sia per la squadra che per Gori, stabilmente impiegato da Parola, anche se con compiti tattici non sempre uguali. A ridosso delle punte, con licenza di spingersi in area, Sergio piazza spesso il suo spunto vincente, con esiti talvolta clamorosi. Come il 16 novembre 1975 a Milano, contro il Milan, in una partita spigolosa ed equilibratissima nella quale i bianconeri si giocano il provvisorio primato in classifica; è proprio un gran colpo di testa di Gori a risolvere il match.«Ricordo con gioia quella partita – ricorda – quando segnai il goal della vittoria a un quarto d’ora dalla fine. Fu una doppia soddisfazione in quanto, prima dell’incontro, Rocco aveva dichiarato che era contento che giocassi io al posto di Damiani, perché Oscar era più difficile da marcare».Non mancano, chiaramente, anche momenti meno esaltanti ma Bobo trova il modo di conquistare simpatie e consensi. Va nuovamente in goal nella netta vittoria sull’Ascoli (3-0, il 21 dicembre), ma soprattutto si rivela match winner di gran valore nella partitissima del 4 gennaio 1976, Juventus-Napoli in un Comunale stracolmo. Al vantaggio napoletano, siglato da Savoldi su rigore, risponde Damiani sul finire del primo tempo. E quando le cose sembrano mettersi decisamente per un pareggio, ecco la zampata di Gori, a una manciata di minuti dalla fine; il suo goal fissa il punteggio sul 2-1, la Juventus vince ed è sempre più sola.La stagione, intanto, è nel vivo; eliminata in Coppa dei Campioni dal Borussia (con Gori autore del primo dei due goal bianconeri nella gara di ritorno giocata a Torino e terminata 2-2), la squadra juventina accusa periodo negativo e favorisce, con risultati alterni, la clamorosa rimonta del Torino. Gori trova ancora il modo di mettersi in evidenza, segnando il goal della vittoria a Roma contro la Lazio e realizzando una significativa doppietta a Bologna contro i felsinei. La stagione 1975-76 finisce nei peggiori dei modi, con uno scudetto perso per un soffio e proprio in dirittura di arrivo. Uno dei pochi a vantare, alla fine, un curriculum di tutto rispetto è proprio Gori: ventidue presenze in campionato, otto reti quasi tutte decisive. Secondo cannoniere bianconero, dopo Bettega, ma ben davanti a Damiani, Causio, Altafini e Anastasi. La conferma di Bobo per la stagione successiva è scontata.Ma per l’ex compagno di attacco di Gigi Riva, il 1976-77 non sarà la stessa cosa. Colpa sicuramente non sua, semmai fatalità. Arriva alla Juventus Boninsegna, centravanti di mille battaglie e il posto di bomber non può che essere suo di diritto. Mezzali sono Tardelli e Benetti, un’accoppiata vincente e, per Gori, le occasioni di farsi luce diminuiscono a vista d’occhio; gioca spezzoni di partita, ereditando in questa delicata incombenza la funzione di quel vecchio marpione di Altafini, che ha abbandonato la nave bianconera.Sembra, per lui, una stagione incolore, destinata all’anonimato, in una squadra che al contrario sta frantumando tutti i record, nella sua scalata allo scudetto. Ma è destino che Gori debba vestire i panni del risolutore, nei momenti cruciali. Accade a San Siro, terz’ultima di campionato. È l’8 maggio del 1977: Inter-Juventus è, praticamente, l’ultimo ostacolo che divide l’undici di Trapattoni dallo scudetto. Boninsegna, che darebbe dieci anni di vita per giocare contro la sua ex squadra, deve dare forfait per un infortunio riportato in Coppa Uefa; tocca, quindi, a Gori e Bobo, oltre a giocare una gran partita, segna il goal che sblocca paura e risultato. La Juventus vince a Milano e ipoteca il più sensazionale scudetto dei tempi moderni.«È stato un anno infelice – ammette a fine incontro – questa è la mia prima partita vera, dopo una lunga attesa, ed è ovviamente il mio primo goal. Quando il mister sabato sera mi ha detto che avrei giocato e che dovevo giocare in un certo modo, muovendomi spesso sulle fasce laterali, mi sono detto: “Voglio uscire da San Siro tra gli applausi, voglio dimostrare che non sono un giocatore finito anche se siedo sempre in panchina”. Ho fatto il goal, sono uscito tra gli applausi. Va bene così. È stato un anno difficile, per una domenica sono felice anch’io. Mi hanno invitato alla “Domenica Sportiva”, non ho accettato, voglio gustarmi una serata in famiglia, qui a Milano. L’anno scorso era stato tutto diverso, avevo disputato ventidue partite, segnato otto goal. Ma quest’anno chi si ricordava più di me? Adesso siete tutti qui che mi attorniate, che mi intervistate. Ripenso ai giorni, e sono stati tanti, in cui compravo i giornali e non trovavo mai il mio nome, nemmeno per sbaglio. Sembrava perfino che non mi allenassi, che non appartenessi alla Juventus. Oggi ho provato tante emozioni per la prima volta. Ad esempio, non avevo ancora segnato un goal all’Inter che è stata la mia squadra, come lo è stato il Cagliari. Avevo diciassette anni quando misi a segno la prima rete in maglia nerazzurra contro la Juventus a Torino. Oggi, che ne ho quindici dì più, ho segnato un goal con la maglia bianconera contro l’Inter. È stata la mia rivincita. Il mio sfogo. Però non voglio che la gloria si fermi a questa domenica. Non sono tipo da panchina, ci soffro troppo, non gioco a calcio per far soldi ma per sfogare una passione. Comunque di lasciare la Juventus parleremo a fine anno. Ora sono impegnato a conquistare lo scudetto. Se ci riusciamo potrò dire che vi ho contribuito un po’ anch’io. C’era chi si aspettava la vittoria storica dell’Inter. Invece, guardate, c’è stata la mia rete, storica».Per Bobo, professionista serissimo e campione autentico, una soddisfazione più che meritata, all’epilogo di una stupenda carriera con il solo rammarico di non essere approdato prima ai colori bianconeri.«Boniperti mi propose il rinnovo del contratto, considerato che ero più giovane di Boninsegna. Ma io rifiutai, perché non potevo passare un altro anno in panchina. Non sarei stato utile né a me stesso, né alla Juventus e chiesi di essere ceduto. Boniperti, da quel grande presidente che era, mi accontentò e mi trasferii al Verona». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/sergio-gori.html
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SERGIO GORI https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Gori Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 24.02.1946 Luogo di morte: Sesto San Giovanni (Milano) Data di morte: 05.04.2023 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Soprannome: Bobo Alla Juventus dal 1975 al 1977 Esordio: 27.08.1975 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 2-0 Ultima partita: 22.06.1977 - Coppa Italia - Vicenza-Juventus 2-4 45 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 coppa Uefa Sergio Gori, detto Bobo (Milano, 24 febbraio 1946 – Sesto San Giovanni, 5 aprile 2023), è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. È stato uno dei sei calciatori italiani (insieme a Giovanni Ferrari, Filippo Cavalli, Pierino Fanna, Aldo Serena e Attilio Lombardo) ad aver vinto il campionato italiano con tre società differenti: nel suo caso con Inter, Cagliari e Juventus. Sergio Gori Gori in nazionale nel 1970 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1979 Carriera Giovanili 1960-1964 Inter Squadre di club 1964-1966 Inter 10 (2) 1966-1968 Lanerossi Vicenza 56 (16) 1968-1969 Inter 14 (1) 1969-1975 Cagliari 166 (33) 1975-1977 Juventus 45 (10) 1977-1978 Verona 18 (3) 1978-1979 Sant'Angelo 26 (5) Nazionale 1970 Italia 3 (0) Palmarès Mondiali di calcio Argento Messico 1970 Caratteristiche tecniche Attaccante brevilineo, nominalmente centravanti e con il numero nove sulle spalle – ma che in realtà agiva da falso nueve, ruolo mutuato dal calcio totale all'epoca in ascesa nel continente –, durante gli anni a Cagliari è stato spesso definito "spalla ideale" dell'ala sinistra Riva, vero fulcro del gioco offensivo della squadra rossoblù. Cosiddetto attaccante di manovra, univa qualità e quantità alla corsa e alla dedizione; su questo disse, riferito a quel Cagliari scudettato, che «non fosse sacrificio, ma un connubio di caratteristiche perfetto per quel gruppo». Carriera Giocatore Club Inter e L.R. Vicenza Esordì in giovane età nella Grande Inter degli anni 60, con cui mise a referto 10 presenze tra il 1964 e il 1966, vincendo seppur da riserva i suoi due primi scudetti. Venne quindi mandato a fare esperienza in provincia, nel Lanerossi Vicenza, nell'ambito dell'affare che portò il capocannoniere del precedente campionato, Luís Vinício, in nerazzurro. Nelle due stagioni in Veneto segnò 16 reti, equamente divise (in entrambe le occasioni, migliore marcatore della squadra), in 56 partite di Serie A, contribuendo alle salvezze biancorosse. Rientrato a Milano nel 1968, ebbe tempo di giocare 14 partite finché nell'estate del 1969 finì nella maxi operazione di calciomercato che portò lui, Angelo Domenghini e Cesare Poli al Cagliari, in cambio dell'attaccante Roberto Boninsegna più un conguaglio di 220 milioni di lire. Cagliari Gori al Cagliari, assieme al compagno di reparto Gigi Riva, tra gli anni 60 e 70 In Sardegna Gori fu il centravanti titolare, seppur di fatto spalla perfetta del leader Gigi Riva in attacco. Giocò tutte e 30 le partite del campionato 1969-1970 e andò a segno 6 volte: tra queste ci fu il gol del 2-0 che chiuse definitivamente la partita allo stadio Amsicora contro il Bari, consegnando il primo e fino ad ora unico titolo di campione d'Italia ai rossoblù. Nella stessa annata scese in campo anche tutte le gare disputate dai sardi in Coppa delle Fiere, andando a segno contro l'Arīs Salonicco nell'accesa partita disputata all'Amsicora e terminata anticipatamente per rissa. Rimase di fatto fino al termine di quell'epopea cagliaritana, assurgendo anche a migliore marcatore della squadra nella sua ultima stagione, 1974-1975, nel quale andò per la prima volta in doppia cifra anche per via di un serio infortunio che estromise Riva. Juventus, ultimi anni Gori alla Juventus nel 1975 Nell'estate 1975 passò alla Juventus. Giocò buona parte del primo campionato, agli ordini di Carlo Parola, mentre nel secondo, sotto la guida di Giovanni Trapattoni, finì ai margini totalizzando appena 7 presenze, ritrovandosi spiazzato dai dettami tattici introdotti dal nuovo allenatore bianconero, causa un gioco più fisico e dinamico che poco si sposava con la tecnica di Gori: queste apparizioni gli permisero comunque di fregiarsi del quarto scudetto personale in tre squadre differenti, oltre alle 3 maturate nell'altrettanto vittorioso cammino in Coppa UEFA. Passato nel 1977 al Verona, chiuse al termine di quella stagione la sua avventura in massima categoria, scendendo in Serie C2 nelle file del Sant'Angelo dove siglò 5 reti in 26 gare, contribuendo alla promozione del club rossonero in Serie C1. Totalizzò complessivamente 293 presenze e 62 reti in Serie A. Nazionale Dopo aver vestito per 5 volte la maglia della nazionale B, grazie all'annata dello scudetto cagliaritano venne convocato, assieme ad altri cinque compagni di squadra rossoblù (Enrico Albertosi, Angelo Domenghini, Gigi Riva, Comunardo Niccolai e Pierluigi Cera), in nazionale maggiore per il campionato del mondo 1970 in Messico. Rimasto in panchina nella fase a gironi, fece l'esordio assoluto nella gara contro i padroni di casa nei quarti di finale, subentrando a Domenghini all'84'. Non venne schierato né nella storica semifinale contro la Germania Ovest né in finale contro il Brasile, che valse agli azzurri l'argento iridato. Venne ancora convocato nella prima finestra post-mondiale: giocò da titolare l'amichevole contro la Svizzera e poi subentrò al 76' nell'incontro valido per le qualificazioni al campionato d'Europa 1972 con l'Austria, rimasta ultima sua apparizione in maglia azzurra. Dopo il ritiro A fine carriera svolse anche il ruolo di opinionista sportivo. Il Cagliari lo inserì nel 2013 nella sua hall of fame. È scomparso il 5 aprile 2023 all'età di 77 anni. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 4 - Inter: 1964-1965, 1965-1966 - Cagliari: 1969-1970 - Juventus: 1976-1977 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 2 - Inter: 1964, 1965 Coppa dei Campioni: 1 - Inter: 1964-1965 Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977
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Marco Tardelli - Calciatore E Dirigente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
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Marco Tardelli - Calciatore E Dirigente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
MARCO TARDELLI Quando l’avevi davanti – racconta il sommo Caminiti – sembrava un’ipotesi di giocatore con qualcosa di meno. Te lo potevi immaginare a suo agio, tra gli sparati bianchi dei tavoli in quell’albergo di Pisa, o pensarlo commesso in un negozio di scarpe o postino addetto ai servizi celeri, con quel viso smunto infiammato dagli occhi che sembravano camminargli addosso, mai fermi, come lui. Che era così gracile e come penato, Marco Tardelli, cioè uno dei sei fuoriclasse che il francese blasé Platini si sarebbe trovato al fianco in una Juventus destinata a divenire leggendaria. Quelli erano giorni di calcio torinese e juventino estremamente razionale, fatte le debite eccezioni, che erano appena due, poi sarebbero state quasi tre (con l’eccentrico Marocchino), e cioè Causio detto Brazil e lui. Ma nessuno come Tardelli, che il soprannome se l’era scritto addosso, come quando da un calamaio schizza una goccia o più gocce e subito il quaderno è una macchia sola, e il bambinetto piange. Schizzo Tardelli faceva piangere gli avversari, anche i portieri, e dire che io l’avevo scoperto da terzino di fascia fare i suoi incredibili gol di rapina, a Verona, quel pomeriggio in cui Saverio Garonzi era tornato a casa, e nel suo viso disfatto tra gli occhi pieni di quell’esperienza paurosa, si passava e ripassava una mano rugosa, illudendosi che il suo Verona lo avrebbe consolato, contro quel Como, regalandogli una bella vittoria. Invece, sul verde prato del Bentegodi, in un pomeriggio che aveva tutte le svenevolezze dell’autunno, il Como aveva vinto, soprattutto per merito di Tardelli e l’osservatore della Juventus che era Cestmír Vycpálek, ne era rimasto incantato. Quell’ipotesi di giocatore, guardato nel fisico, si trasformava in campo in una freccia di giocatore, dai piedi buoni, dalle intuizioni repentine anche nei movimenti senza palla; si capiva che nel ruolo di difensore esterno assolveva a una parte di un copione abbastanza vario. Quando avanzava, cioè schizzava da parte a parte, l’avversario costretto a rincorrerlo senza pigliarlo mai, si trovava la lingua in gola. La Juventus aveva pescato il tipo giusto per fare quagliare le intese smarrite un anno prima; il campionato di grazia 1976-77 le avrebbe restituito ogni avere con gli interessi. La più razionale Juventus dell’era Boniperti inseriva nel contesto il più trascedentale scattista e incontrista d’Italia, equilibrando il filtro di centrocampo affidato all’alluce d’acciaio di Benetti e all’indomito sprint tattico di Furino, con il risultato di varianti inedite per l’attacco prestigiatore di Bettega e martellatore di Boninsegna. Vincendo scudetti e Coppe, Marco Tardelli non poteva ancora essere soddisfatto. Una perenne inquietudine gli ardeva negli occhi, sposo e padre senza avere molta serenità, cercava in campo ogni più ardua gioia, la scovava addirittura con i suoi guizzi felini, attraverso gol pazzeschi e irresistibili. Divenne così alla base della Nazionalbearzottiana, con pipa (le pipe egregie di quegli anni erano due, la più illustre apparteneva al Vecchio Pertini, Presidente con la passione dei Media), vi avrebbe giocato 81 volte, fulcro di quel contropiede manovrato schizzante (appunto Tardelli) esordendovi come terzino destro il 7 aprile 1976 nell’amichevole torinese vinta per 3 a 1 sul Portogallo. Bearzot e pipa, a quel punto, sedevano ancora in compagnia di Nonno Bernardini, ultime lezioni al furlan che sarebbe riuscito con la sua facondia e versatilità psicologica a fare della Nazionale un pugno di uomini con un ideale. Come definire altrimenti la squadra che tra giugno e luglio dell’82 andava a farci rivivere le imprese dei padri che con prosa emozionante Emilio De Martino ha raccontato in un libro degno di essere conosciuto dai ragazzi: cioè Carovana azzurra? Quella domenica di luglio dell’82 fu di sofferenza, prima del tripudio, nello stadio che era di un pallore svenato dalle luci (anche quella chiarissima del cielo, annottò tardissimo), Tardelli segnò il gol più bello, famoso e importante della sua carriera, schizzando in caduta libera per scaricare il sinistro sul pallone del secondo gol, radente, irridente, per Schumacher. E subito la corsa liberatoria per il prato, a pugni stretti, gridando la gioia, come si può gridare con tutto il fiato del corpo e dell’anima, quasi a voler chiamare a testimoni presenti e assenti dell’impresa compiuta, per se stesso, per tutti, anche per la pipa di papà Bearzot e, perché no?, di nonno Pertini. Quelli erano giorni: un’ipotesi di giocatore, con qualcosa di meno, campione del mondo. L’irripetibile, insostituibile Marco Tardelli. MASSIMO BURZIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1988 Nel calcio italiano e mondiale degli anni Settanta e Ottanta ci sono stati molti grandi giocatori, ma pochissimi campionissimi. Uno di questi ultimi è stato Marco Tardelli, forse il miglior centrocampista della sua generazione. Difficile spiegare in poche righe cos’è stato per la Juventus e per la nazionale azzurra Marco Tardelli. Difficile perché i tifosi juventini ed i calciofili hanno ancora, vivissime, negli occhi (e qualcuno nel cuore) le impareggiabili giocate di quel moto perpetuo che è stato Tardellino. Ed è stata una vera emozione quella di vedere, nei primi giorni di quest’anno, un allenamento della Juve a cui hanno partecipato Tardelli e Michel Platini. Due colonne di un passato neppure tanto remoto che avevano chiesto ed ottenuto di mantenere il ritmo partita del campionato svizzero (Tardelli), ed un poco di forma fisica (Michel Platini). È stato come tornare indietro ad un’epoca che certamente non ha eguali. Schizzo è nato a Capanne di Careggine, in provincia di Lucca, il 24 settembre del 1954. I primi calci al pallone lungo i prati attorno a casa, qualche torneo minore ed ecco che i dirigenti del Pisa notano il ragazzino smilzo che vola per tutto il campo. Detto e fatto e c’è il primo cartellino per i nerazzurri pisani. Lo stipendio è scarso e così Marco studia, gioca a calcio e lavora. E sempre uno scricciolo e, quando passa al Como, c’è qualche dirigente che pensa d’aver fatto un affare lasciando ai comaschi quel terzino così smilzo che difficilmente avrà il fisico per fare strada. La pensano così anche i dirigenti della Fiorentina a cui Marco è stato invano proposto e negative sono anche le relazioni fatte dagli osservatori nerazzurri all’allora presidente dell’Inter, Ivanoe Fraizzoli. Ed invece Tardelli nel Como trova spazio e possibilità per far vedere che non è necessario essere dei culturisti per giocare a calcio: basta avere un fisico vero ed essere dei campioni. L’Inter fa marcia indietro e torna alla carica con i dirigenti lariani, siamo nel 1975, arrivando ad offrire per il cartellino di Marco quasi un miliardo. Al Como rispondono con cortesia ma anche con decisione. «Ci spiace», affermano i dirigenti della squadra, «ma Tardelli è già bianconero». Così Fraizzoli torna sconfitto a Milano con una sola magra consolazione: quella d’avere una foto accanto a Tardelli. Ma cos’è accaduto? Nulla o quasi, soltanto che la Juventus si è offerta di pagare in contanti laddove altri facevano solo promesse e dilazioni e non davano sufficienti garanzie di solvibilità. E stato, insomma, un affare tra business man e, soprattutto, è stato un grande colpo per la Juventus. Alla Juve arriva un Tardelli ventenne che si è fatto le ossa vincendo una stagione di B con, appunto, il Como e che Carlo Parola impiega come terzino con notevole giudizio e saggezza. Marco non viene infatti gettato nella mischia, inizia dalla panchina crescendo fisicamente e psicologicamente col passare del tempo. Ma è un anno buio per la Juve che regala uno scudetto quasi vinto al Torino. Così a fine stagione se ne va Parola ed arriva Giovanni Trapattoni: un allenatore giovane pronto a far giocare una squadra di giovani. Per Tardelli, che sul finire della stagione precedente, ha già conosciuto la gioia della maglia azzurra, è la definitiva consacrazione in un ruolo, tra l’altro, diverso da quello precedente. Il “Trap”, infatti, imposta Marco da centrocampista avendone riconosciute le grandi qualità di dinamicità, visione di gioco e forza propulsiva. È un’annata eccezionale, quella. La Juve vince la Coppa Uefa e fa suo lo scudetto con il punteggio record di tutti i tempi, 51 punti. È una Juve tutta italiana, una Juve incredibile, forse la migliore del calcio di Trapattoni. Quella Juve ha a centrocampo gente come Furino, Benetti e Tardelli, in difesa ci sono Scirea, Morini, Cuccureddu, Gentile ed a volte Antonio Cabrini, mentre dietro a tutti la sicurezza di Dino Zoff. Davanti giocano Causio, Boninsegna e Bettega. Insomma una Juve extra, che ha in Tardelli un leader giovane e grintoso. Anche in azzurro Marco diventa centrocampista presentandosi alla platea mondiale con classe ed una voglia di giocar bene e vincere, che lo fa notare e primeggiare tra tutti i giocatori di quel periodo. Ancora scudetti, campionati, partite internazionali, un mondiale in Argentina ed una cavalcata vincente in Spagna, come non ricordare quel suo goal nella finale con la Germania e l’urlo di gioia di Schizzo che era poi l’urlo di tutta Italia; insomma una carriera davvero unica e sorprendente. Ed è nel 1985 che Tardelli lascia la Juventus. Il distacco sembra un poco brusco, ma è tipico di tutti i grandi amori che proprio perché tali non possono finire in modo banale. Marco se ne va all’Inter (dove peraltro non avrà grande fortuna) con un’aria a metà tra il soddisfatto e l’insoddisfatto. La cosa è tipica (basta consultare i manuali di psicologia) di chi è alla fine d’una grande avventura personale ed è diviso tra il rimpianto per il passato e la voglia di futuro. Oggi Tardelli gioca in Svizzera, nel San Gallo. È rimasto a lungo senza contratto perché all’Inter ha rifiutato un’offerta economica magari valida ma che lo voleva inizialmente in panchina. E lui, da guerriero qual è, non voleva partire già con una penalizzazione. La storia bianconera di Tardelli è quella che sin qui ho cercato di scrivere. Inutile fare commenti tecnici o cercare ancora di dire come giocava Tardelli e chi era Tardelli per la Juve e nella Juve: basta dire che era Tardelli. E basta così. Senza altre parole per un giocatore unico in una Juve unica, magari eguagliabile nei risultati ma non nelle caratteristiche umane e tecniche del nucleo che ne fu forza e propulsione vincente. NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DELL’OTTOBRE 2012 Sei mesi a Londra, tre a Dublino e il resto in Italia. Dal 2008 Marco Tardelli, vice di Giovanni Trapattoni Commissario Tecnico dell’Eire, vive così. Oddio, non molto diversamente da come ha sempre fatto, correndo da una parte dall’altra del campo, nei suoi quindici anni da calciatore. Londra è la sua base. La Federazione irlandese gli ha messo a disposizione un appartamento. Da lì si sposta per andare a vedere i suoi nazionali che giocano tutti o quasi in Premier League. Il Trap è rimasto a Milano, il lavoro sul campo lo fa lui. La fiducia è totale, come la sintonia. Dublino è il quartier generale della Nazionale. In Italia torna quando può. E Cernobbio il suo buen retro. La vista sul lago di Como è mozzafiato. Ci sistemiamo sul divano bianco nel salotto, con vista a favore dello stupendo panorama. Clima disteso c’è spazio anche per una scherzosa telefonata all’amico Collovati. Arriva Laura, la sua compagna. Sorriso gentile ci porta il caffè e una macedonia di pesche. Bene, si può partire con l’intervista amarcord. Le lancette vengono spostate indietro di trent’anni. Estate 1982, nasce la super Juve dei sei Campioni del Mondo, più Bettega, Boniek e Platini: «E si parte subito in salita». Ti riferisci alle polemiche sui reingaggi? «Provammo a sfidare Boniperti. Ma perdemmo il duello». Ci puoi dare qualche dettaglio in più? «Semplice: eravamo Campioni del Mondo e ci sembrò giusto chiedere un adeguamento del contratto. A questo mettici che erano stati presi i due stranieri ai quali, sicuramente, era stato garantito un ingaggio superiore al nostro. Andammo dal presidente e provammo a trattare. Non che alla Juve si prendesse poco. Con i premi alla fine della stagione arrivavano dei bei soldi». E Boniperti? «La prese malissimo, non era abituato a quel tipo di situazione. In particolare si arrabbiò con me, Gentile e Paolo Rossi. Non giocammo la prima amichevole stagionale e lui ci mise contro i tifosi. Questo non mi piacque per niente. E, ovviamente, ottenemmo molto, molto meno di quello che speravamo». Meglio parlare del campo, allora. Nuova Juve spettacolare: ci sono Boniek e Platini. «Ma non c’era più Brady, un ragazzo stupendo, vittima di un regolamento che all’epoca non prevedeva più di due stranieri per squadra. Eravamo tutti molto legati a Liam. La sua partenza ci fece male, qualcuno pianse. In due anni con lui abbiamo vinto due campionati. Senza dimenticare il rigore di Catanzaro che ci consegnò il ventesimo scudetto. Lo tirò nonostante avesse già saputo che non sarebbe stato riconfermato». C’è una foto che ti ritrae di spalle quando Brady è sul dischetto: «Ero in tensione. Ti immagini, in un paese come il nostro, cosa sarebbe successo se l’avesse sbagliato? Come minino avrebbero detto che l’aveva fatto apposta. Magico Liam, un grande professionista e un amico vero, che una volta mi fece quasi ubriacare». Davvero? «Brady era arrivato da poco alla Juve. Io ero tra quelli che all’inizio lo aiutò un po’ nella nuova realtà. Una sera, dopo una partita di Coppa Italia, lo accompagnai in albergo. Mi invitò a bere con lui una birra. Lui beveva tranquillamente, io alla prima ero già steso per terra. Ma la cosa più buffa la combinò qualche tempo dopo con la macchina». Che fece? «Abituato alla guida a destra, imbroccò le rotaie del tram. Fece un gran casino, alla fine chiamò Furino che era anche il suo assicuratore per farsi aiutare. Ripeto: un ragazzo speciale che fu costretto a lasciare la squadra per far posto a un altro». Che si chiamava Michel Platini, però: «All’inizio vissi male questa cosa, soprattutto perché non conoscevo bene Michel. Da avversario lo avevo marcato un paio di volte e mi aveva messo in difficoltà, giocando a tutto campo. Sembrava grassottello, aveva i piedi alle “dieci e dieci”, eppure ti faceva impazzire. Come persona credevo fosse un tipo con la puzza sotto il naso, che ci avrebbe fatto pesare la sua grandeur». Allora è vero che all’inizio Furino non gli passava il pallone! «Se è per questo Furino non lo passava mai a nessuno. (ride) È stata una battuta di Platini all’Avvocato Agnelli». Come si è evoluto, allora, il tuo rapporto con Michel? «Intanto sul campo. Platini non ha mai saltato un allenamento. Mai. Era un esempio. Provava le punizioni milioni di volte. Un professionista serio, dotato di grande ironia e, soprattutto, di notevole intelligenza. In partita, poi, vedevi che era di un’altra categoria. Non ho mai visto nessuno giocare con la semplicità di Michel. Inventava quando c’era da inventare, anche se non era Maradona. Ma la cosa fantastica è che rendeva tutto semplice. Questa era la sua vera grandezza». Siete diventati amici? «Strada facendo sì. Ho potuto apprezzare che non aveva nessun complesso di superiorità. Anche oggi che è il presidente dell’Uefa, se lo chiami, lui c’è». Di Platini abbiamo detto. E di Boniek? «Boniek? Un polacco napoletano arrivato a Torino. Simpatico, furbo, imparò subito la lingua alla perfezione. Quando finiva un’azione, lui andava dalla parte opposta dove non c’era nessuno, per farsi trovare libero. E con i lanci al millimetro di Platini era una goduria». Platini che lancia Boniek: lo schema per eccellenza della Juve 1982/83: «Non il solo. C’erano anche altre soluzioni: era una squadra molto offensiva con i vari Rossi, Boniek, Platini, Bettega, Cabrini, che faceva l’ala, e il sottoscritto che entrava. Scirea, poi, ci dava sempre l’uomo in più a centrocampo. Senza dimenticare Marocchino, intelligentissimo e molto dotato. In allenamento, però, una vera sciagura». Ci hai mai litigato? «E come fai con persone così? È impossibile, come con Tacconi. Lui faceva delle dichiarazioni esplosive e noi nello spogliatoio gli dicevamo: “Ma ti rendi conto di quello che hai detto?”. “E perché? Cosa ho detto?” Con lui mi sono arrabbiato solo durante una partita». Quando è successo? «Nel finale del derby del 18 novembre 1984, goal preso al 90’ da Serena, colpo di testa sul primo palo. Lui dette la colpa a me, io gli risposi per le rime. Ci fu polemica. La domenica dopo giocò Bodini e i giornali scrissero che ero stato io ad aver fatto fuori Tacconi. Al là di questo episodio, Tacconi e Marocchino sono stati due sani mattacchioni. Marocchino credo sia stato l’unico giocatore che la Juventus sia andata a prendere con il pullman sotto casa prima di una partita». Perché in campo era utilissimo, giusto? «Tecnicamente era bravissimo. Quando c’era bisogno di tenere palla e di rifiatare, la davamo a lui. Era difficile togliergliela. Torno a dire: quella squadra era di grandissima qualità e votata all’attacco. Mi fanno ridere ancora oggi le critiche al difensivismo del Trap». Paolo Rossi però usciva spesso prima del novantesimo: «Pablito faceva un lavoro enorme, muovendosi molto in orizzontale per favorire gli inserimenti da dietro. Era una giocata molto amata dal Trap e che provavamo spesso in allenamento». Facevate sedute tattiche specifiche? «Parliamo di trent’anni fa. Si giocava tutti in maniera più semplice. Trapattoni, però, stava molto sul campo. Si provavano i corner, le punizioni e alcune soluzioni d’attacco». All’inizio della stagione quella Juve, a detta di tutti, avrebbe vinto qualunque cosa: «E alla fine, invece, vincemmo solo la Coppa Italia». Perché? «In campionato scontammo le fatiche di Spagna. Era già successo quattro anni prima, dopo i Mondiali d’Argentina. Eravamo stanchi. Platini aveva la pubalgia. Un guaio pesante che lo condizionò per tante domeniche. E poi c’era la Roma che andava forte quell’anno». Ma che voi batteste due volte: «Quelle con la Roma erano partite tirate. C’era tantissima rivalità, più fuori che in campo, però. Il vero duello era tra Boniperti e Viola, che si scambiavano regali goliardici e battute velenose». In campionato così così, ma in Coppa dei Campioni la Juve vola. Perché? «Volevamo tutti la Coppa, da Boniperti in giù. Non che ci fossimo stancati di vincere gli scudetti, anzi. Sappi che la cosa bella dello sport non è vincere, ma rivincere. L’Europa, le partite in notturna, certi stadi ti danno qualcosa in più. Diciamo che eravamo più motivati». Il percorso d’avvicinamento alla finale fu senza sconfitte: «E incontrammo avversari fortissimi. Lo Standard Liegi era un osso duro. Andammo a vincere a Birmingham contro l’Aston Villa detentore della Coppa: 1-0 per noi, pareggio loro e goal vittoria di Boniek nel finale. Recentemente ho incontrato Cowans (autore dell’1-1, ndr). Gli ho chiesto se ricordava ancora quella gara: mi ha detto che è impossibile dimenticarla». Pensi che quella sia stata la partita della svolta? «L’arrivo di Boniek e Platini ha agevolato e accelerato un cambio di mentalità che già era in atto. Prima si giocava in modo diverso a seconda se si fosse in casa o fuori. Una condizione mentale che ci ha spesso frenati. A Birmingham stavamo pareggiando 1-1, era la partita d’andata. Ci si poteva anche accontentare. E invece abbiamo puntato alla vittoria. Un approccio diverso, più moderno». A proposito di Aston Villa. Nel ritorno a Torino c’è un tuo gran goal di testa in tuffo: «Era una mia specialità: inserimento da dietro, taglio sul primo palo, stacco e goal. Lì ci fu anche un blocco di Gentile degno di un giocatore di basket. Poi ci sbarazzammo dei vecchi compagni di Boniek, il Widzew Lódz, e conquistammo la finale, dieci anni dopo Belgrado». Ed eccoci alla data fatidica: 25 maggio 1983, Atene. «E chi se la scorda! Una legnata frutto di tanti errori. Arrivammo allo stadio troppo tempo prima, per paura del traffico. Eravamo tranquilli ma svuotati. Ci davano tutti per vincenti, la partita era vista come una formalità. Non fummo in grado di interpretare alcuni segni premonitori, come quelli che si erano visti nell’ultima partita infrasettimanale. Un disastro». Rimaneva il campo. Lì cosa è successo? «E successo che al loro goal siamo crollati. Quella sera ciascuno di noi ha fatto qualcosa in meno. L’Amburgo fu sottovalutato da tutti, anche da Boniperti. Ma loro in panchina avevano Happel, un grande allenatore». Il Trap poteva fare qualcosa in più? «In quelle occasioni per un allenatore c’è solo una cosa da fare: il segno della croce». Rimaneva la Coppa Italia per salvare la stagione: «Ci buttammo sull’ultimo obiettivo. A parte Zoff, che fu sostituito da Bodini, per il resto eravamo gli stessi di Atene. Volevamo vincere. Ricordo la determinazione durante le finali contro il Verona. In particolare Cabrini dette un paio di stecche a Farina, nostro compagno fino all’anno prima. Con quest’ultimo a chiedere ad Antonio: “Ma non eravamo amici?”». A proposito di duelli, tu ne sai qualcosa avendo marcato grandi fuoriclasse: «Specie nei primi anni di carriera, l’avversario più forte toccava a me. Ho marcato Platini, Maradona, Channon, Keegan. Colpi dati, qualcuno preso, una stupida gomitata a Keegan, ma anche tanti anticipi, la mia vera forza». Ti sei dimenticato un’ammonizione record dopo tre secondi contro Rivera: «Io feci un’entrata decisa, lui accentuò un po’. È vero che erano passati pochissimi secondi dal calcio d’inizio. Ma quello era uno schema. Qualche domenica prima, contro il Verona (6-2 per la Juve, ndr), su sei volte io rubai palla in quattro occasioni». Qualcuno ricorda anche un rosso nella partita tra Argentina e Resto del Mondo, un’amichevole: «Non esistono amichevoli. Esistono partite. Di là c’era Maradona che mi fece dannare. Anche se l’unico giocatore che mi ha messo veramente sempre in bambola si chiama Nicola Ripa, ha giocato anche nel Foggia in A. Con lui non l’ho mai spuntata, fin dai primi campionati con il Pisa in Serie C». Quando non arrivavi a pesare nemmeno sessanta chili? «Altri tempi (ride). Comunque è vero, ero magrissimo. Il motivo di molte bocciature ai provini. E successo con Pesaola per il Bologna, Maroso per il Varese e Radice per la Fiorentina. Al Pisa in pratica mi regalarono, visto che per il cartellino pagarono 70.000 lire». Ma tu da piccolo volevi fare il calciatore? «A me piaceva il pallone. Il sogno si fermava a giocare nel Pisa, squadra della mia città. Mio padre si era trasferito lì dalla Garfagnana per consentire alla famiglia di vivere meglio. Eravamo quattro fratelli, io ero l’ultimo». Com’è stata la tua infanzia? «Bellissima. Buona non lo so, perché non avevo una lira. A me toccavano tutti i recuperi dei fratelli più grandi. Non c‘erano motorini, la bicicletta era il collage di tanti pezzi trovati qua e là. Si giocava per strada, si stava all’aria aperta. D’estate ho sempre lavorato. Facevo il cameriere. Una volta mi trovai a servire Zoff che era al Ciocco in ritiro con il Napoli. Non ti dico l’emozione. Arrivato alla Juve, glielo dissi e lui mi ha preso in giro per una settimana». Che rapporto avevi con Zoff? «Dino è una persona stupenda. Ti racconto questo: allenamento mattutino, io faccio qualche entrataccia, sono nervoso. Nel pomeriggio squilla il telefono di casa. E Dino che mi dice di aver chiamato per sapere come sto, dato che la mattina mi aveva visto piuttosto teso. Queste sono le cose che rimangono». Da bambino per chi stravedevi? «Agli inizi giocavo come attaccante e avevo un debole per Gigi Riva. Pensa che per tre mesi calciai solo di sinistro per migliorare il piede e per assomigliare sempre di più a lui». Avevi anche una squadra del cuore? «Era l’Inter, ma per esclusione. I mie tre fratelli tenevano per la Juve, il Milan e la Fiorentina». Hai detto Inter e il pensiero vola all’estate 1975. Ci racconti come la Juve ti soffiò ai nerazzurri? «Venivo dalla promozione in A con il Como. La mia valutazione era di un miliardo circa, tantissimi soldi se si pensa che erano per un terzino di ventuno anni. L’Inter offre 750 milioni più Guida, giovane difensore centrale. Sembra tutto fatto, tanto che faccio anche delle foto con il presidente Fraizzoli». E invece? «E invece la Juve dette 950 milioni cash al Como che mi chiamò e mi disse di andare a Torino». Preoccupato della valutazione? «Un po’ sì. Per fortuna arrivai in una società seria, con persone eccezionali e compagni che mi aiutarono molto. Ricordo Altafini che si divertiva a prendere in giro i giornalisti: arrivava all’intervista con la gamba fasciata facendo finta di essere infortunato, per giustificare l’esclusione la domenica successiva. Poi Spinosi che mi ospitò per un po’ in casa sua. Tra l’altro, fu lui a chiamarmi Schizzo, perché ero magro e veloce. Anche se il ricordo più buffo riguarda Gaetano Scirea». A te il microfono: «Alla fine di quella prima stagione, presi in affitto una casa a Tirrenia per ospitare al mare tutta la mia famiglia. Un giorno invitai anche Gaetano. Lui arriva e chiede informazioni su dove fosse la casa e chi ti becca? Il postino che è uno dei miei fratelli. E vabbè. Arriva, mangiamo e la sera sai che si fa? Si gioca a nascondino tra di noi. Ti rendi conto?» Certo Scirea era di un altro pianeta: «Aveva una corazza. Non faceva trapelare nulla. Era amato e rispettato. Dovunque si andasse a giocare, per lui c’erano applausi. Per la Juve ha dato tutto, almeno un paio di volte ha giocato facendosi ricucire delle ferite ai piedi durante l’intervallo. Da noi compagni è stato sempre amato. Un po’ meno dal resto del mondo». Torniamo al tuo primo anno in bianconero: credevi di sfondare subito? «Arrivai come terzino. In difesa quell’anno c’erano Gentile, Cuccureddu, Morini, Scirea e Spinosi. M’impegnai al massimo, misi su anche qualche chilo. E Parola mi dette fiducia. Una stagione da incorniciare, con l’unica grandissima amarezza dello scudetto perso all’ultima giornata contro il Torino. Eravamo cotti». La svolta, comunque, era vicina. Di lì a poco Boniperti ingaggia Trapattoni: «Con il Trap ci fu un salto in avanti e per me un primo anno bellissimo, ma anche carico di paure». A cosa ti riferisci? «Al cambio di ruolo. Sia chiaro: a me piaceva di più stare a centrocampo, lo avevo già fatto a Como. Il problema è che in Nazionale continuavo a giocare terzino. Avevo il timore di perdere il posto in Azzurro. Invece è andata bene, la doppia vita è durata poco, poi anche in Nazionale sono stato schierato a centrocampo». Qual è il ricordo più bello di quella fantastica annata 1976/77? «L’entusiasmante notte di Bilbao. Un’emozione unica. Una sofferenza indicibile. All’andata avevamo giocato meglio. Feci goal io di testa, con carambola sulla spalla, ne venne fuori un pallonetto imparabile per Iribar che era il sosia di Zoff, incredibile. Al ritorno andammo subito in vantaggio, poi ci misero sotto. Lo stadio era una bolgia. Era una finale tra due squadre autarchiche: loro tutti baschi, noi tutti italiani». Orgoglioso quanto? «Molto. Anche perché la nostra era veramente una squadra. C’era la voglia di stare insieme e questo si vedeva soprattutto durante la settimana, negli allenamenti. C’era uno spirito nazionalistico che ci dava qualcosa in più. Ci furono anche gesti particolari, come quello di Boninsegna che quella sera fece anche lo stopper. Quando alzammo la Coppa Uefa, sentii di aver fatto qualcosa di veramente bello e importante». Paralleli con Spagna 1982? «Il Mondiale è stato un evento unico. Io non stavo bene. Fui attaccato pesantemente anche da Brera. Mi chiamava Gazzellino, ma poi mi bastonava duramente. Devo tutto a Bearzot». Ne vogliamo parlare del Commissario Tecnico? «Un uomo onesto, di grandi valori. Una persona seria, di ampia cultura. Severo, apparentemente burbero. Sentiva la responsabilità del gruppo, voleva sapere tutto di noi, che si faceva, dove si andava. Esigeva lealtà e rispetto. Chi mancava, non veniva più richiamato. Successe quella volta in America con Mancini. La sera uscì con me e Gentile, ma non avrebbe dovuto. Il giorno dopo Bearzot non gliela fece passare. E addio Azzurro». Cosa c’era di particolare tra te e Bearzot? «Direi cosa c’era di particolare tra il gruppo e Bearzot. Lui guardava alle persone. Del campionato gli interessava il giusto. Un altro allenatore non mi avrebbe portato in Spagna. Lui sì. Quando durante i primi allenamenti mi vide strafare, mi rimproverò. Non sai quanto servono questi gesti. Poi difendeva sempre il gruppo, più di una volta ha cacciato dagli spogliatoi dei dirigenti che si impicciavano di cose tecniche». È stato lui a darti il soprannome Coyote? «Sì. Non dormivo di notte, mai, ma non per la tensione. Non ho sonno. Spesso chiudevo la lunga nottata a parlare con lui. Ma in Spagna non ero solo: c’erano anche Bruno Conti, Oriali e Selvaggi». In finale hai segnato di sinistro, come il tuo idolo Gigi Riva: «Anche all’Argentina ho fatto goal di sinistro, dopo un grande contropiede. Con la Germania, invece, è stato il tiro della disperazione perché avevo sbagliato lo stop e la palla mi stava scivolando via». E poi, l’urlo: «Felicità pura. Gioia. Punto. Lo avevo sempre fatto, anche in Nazionale contro l’Inghilterra, nel 1980. Era il mio modo di esultare. Una volta Boniperti mi rimproverò. Successe al mio primo anno alla Juve, dopo un goal al Verona. Andai a festeggiare sotto la tribuna. In campo arrivò di tutto». Marco, siamo alle battute finali. Manca l’Heysel: «Una pagina tristissima. Io e Cabrini a un certo punto uscimmo tra i tifosi per tranquillizzarli. Sapevamo pochissimo. C’era arrivata voce di un morto. Vedemmo un babbo stressato con il figlio in braccio che voleva andare via. Quel giorno sono stati commessi errori da parte di tutti. Della polizia, dell’organizzazione sicuramente. È stato un errore giocare. È stato un errore esultare». Quella dell’Heysel è la tua ultima partita con la Juve: «La decisione di andare via era stata già presa. Non volevo più giocare terzino com’era successo durante l’ultima stagione. Avevo ricevuto due offerte dalla Roma e dall’Inter. Scelsi quest’ultima. Lasciare la Juve mi è costato fatica. Venne pure Edoardo Agnelli a casa mia, ma ormai i giochi erano fatti. Era giusto cambiare». Un’ultimissima cosa: perché sopra i calzettoni mettevi il cerotto? «Per nascondere una medaglietta con l’immagine della Madonna». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/marco-tardelli.html -
Marco Tardelli - Calciatore E Dirigente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
MARCO TARDELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Tardelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Careggine (Lucca) Data di nascita: 24.09.1954 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Schizzo - Coyote Alla Juventus dal 1975 al 1985 Esordio: 27.08.1975 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 2-0 Ultima partita: 29.05.1985 - Coppa dei campioni - Liverpool-Juventus 0-1 374 presenze - 53 reti 5 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 coppa Uefa 1 supercoppa Uefa Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Marco Tardelli (Careggine, 24 settembre 1954) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore o centrocampista. Cinque volte campione d'Italia con la Juventus, in maglia bianconera ha inoltre vinto tutte e tre le principali competizioni UEFA per club, divenendo uno dei primi tre giocatori (assieme ai suoi compagni di squadra e nazionale Antonio Cabrini e Gaetano Scirea) ad aver conseguito tale record, nonché il primo centrocampista in assoluto. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 1982, è celebre l'esultanza con cui festeggiò la sua rete in finale alla Germania Ovest, rimasta nella memoria collettiva come "l'urlo di Tardelli" e passata alla storia come immagine-simbolo del calcio italiano nonché, a livello mondiale, come una delle maggiori icone sportive di sempre. Nel 2004 è risultato 37º nell'UEFA Golden Jubilee Poll, un sondaggio online condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d'Europa dei cinquant'anni precedenti. Marco Tardelli Tardelli alla Juventus nella stagione 1976-1977 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1988 - giocatore 2013 - allenatore Carriera Giovanili 1970-1972 San Martino di Pisa Squadre di club 1972-1974 Pisa 41 (4) 1974-1975 Como 36 (2) 1975-1985 Juventus 374 (53) 1985-1987 Inter 43 (2) 1987-1988 San Gallo 31 (1) Nazionale 1976-1986 Italia 81 (6) Carriera da allenatore 1988-1990 Italia U-16 1990-1993 Italia U-21 Vice 1993-1995 Como 1995-1996 Cesena 1996-1997 Italia Vice 1997 Italia U-23 1997-2000 Italia U-21 2000 Italia olimpica 2000-2001 Inter 2002-2003 Bari 2004 Egitto 2005 Arezzo 2008-2013 Irlanda Vice Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Giochi del Mediterraneo Oro Bari 1997 Europei di calcio Under-21 Oro Slovacchia 2000 Biografia Nacque in una famiglia operaia, ultimo di quattro fratelli; il padre era un dipendente dell'ANAS. Durante gli anni trascorsi a Pisa, si guadagnava da vivere lavorando come cameriere vicino a piazza dei Miracoli. Ha due figli: Sara, giornalista, avuta dalla prima moglie, e Nicola, modello, nato dalla relazione con la reporter Stella Pende. Dal 2016 è legato alla giornalista Myrta Merlino. Caratteristiche tecniche Giocatore Tardelli realizza il gol-partita al 79' della classica tra Italia e Inghilterra al campionato d'Europa 1980 Di piede destro, da bambino, seguendo e imitando il suo idolo Gigi Riva, che era mancino, diventò ambidestro. Nelle file del Como venne schierato come terzino sinistro, per poi spostarsi a destra nella Juventus; la sua definitiva affermazione avvenne però nel ruolo di mezzala, su intuizione di Giovanni Trapattoni. In un'epoca in cui il calcio italiano era conosciuto soprattutto per le sue qualità difensive, spesso legate al catenaccio, Tardelli emerse al contrario come un giocatore grintoso e dotato tecnicamente in mezzo al campo, venendo considerato tra i migliori interpreti al mondo del ruolo nei primi anni 80 del XX secolo. Venne soprannominato Schizzo per il suo modo caratteristico di giocare. Carriera Giocatore Club Pisa e Como Un giovane Tardelli al Pisa nei primi anni 70 Cresciuto calcisticamente nel San Martino, venne scartato ai provini da Bologna, Fiorentina, Milan per via della sua corporatura, prima di essere acquistato dal Pisa per la cifra di settantamila lire. Fece il suo esordio professionistico nel 1972 allo stadio Porta Elisa nel derby toscano contro la Lucchese, squadra della sua provincia natale. Con la società nerazzurra giocò per due anni in Serie C, scendendo in campo 41 volte e segnando 4 gol. Nel 1974 venne prelevato, su suggerimento di Giancarlo Beltrami, dal Como, società dove trovò come allenatore Pippo Marchioro, con cui instaurò fin da principio un buon rapporto. Mise a referto con i lombardi, in Serie B, 36 partite e 2 gol. Juventus Dopo un corteggiamento da parte di Fiorentina e soprattutto Inter (col presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli che aveva già formalizzato un accordo coi comaschi per 700 milioni), nel 1975 venne acquistato dalla Juventus per 950 milioni di lire, voluto fortemente dal presidente bianconero Giampiero Boniperti. Tardelli in maglia juventina nel campionato 1981-1982 Fu subito schierato dall'allenatore Carlo Parola come terzino, alternandolo al più esperto Luciano Spinosi. Esordì con il club torinese il 27 agosto, nella gara di Coppa Italia tra Juve e Taranto, finita 2-0 per i bianconeri. Inizialmente ebbe delle difficoltà a inserirsi in squadra, ma poi seppe ritagliarsi un ruolo anche nel centrocampo bianconero. Fino al 1985 giocò stabilmente con i piemontesi e sempre come titolare inamovibile, eccezion fatta per la stagione 1979-1980 in cui mise a referto solo 18 presenze a causa di un infortunio. Disputò l'ultima partita in maglia bianconera il 29 maggio 1985, nella finale di Coppa dei Campioni vinta per 1-0 contro gl'inglesi del Liverpool, partita teatro della strage dell'Heysel. Chiuse la sua esperienza a Torino dopo 374 incontri conditi da 53 centri, nel corso dei quali mise in bacheca cinque campionati, due Coppe Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Coppa UEFA; un palmarès che ne fa uno dei soli nove giocatori, nella storia del calcio, capaci di conquistare le tre competizioni UEFA per club classiche. Inter e San Gallo Tardelli, all'Inter, festeggia la sua doppietta al Real Madrid nella semifinale di andata della Coppa UEFA 1985-1986 Nell'estate 1985 passò, a causa della sua non soddisfazione per la posizione in campo decisa dal tecnico bianconero Trapattoni, ai rivali dell'Inter, in uno scambio di mercato che coinvolse Aldo Serena: la Juventus pagò 6 miliardi di lire in tutto, valutando Tardelli 3,2 miliardi. Dopo due stagioni a Milano globalmente al di sotto delle aspettative, in cui spiccò soprattutto la doppietta del 1986 agli spagnoli del Real Madrid nella semifinale d'andata di Coppa UEFA, si svincolò dal club nerazzurro a causa dell'arrivo di Trapattoni sulla panchina interista, con la ripetizione dei contrasti che gli avevano fatto lasciare il club bianconero; quindi nell'estate 1987 si accasò in Svizzera, al San Gallo, vestendo la maglia biancoverde per una stagione prima di porre termine alla sua carriera agonistica. Nazionale Fece il suo esordio con la maglia dell'Italia il 7 aprile 1976, all'età di ventuno anni, nell'amichevole di Torino contro il Portogallo (3-1). Divenne poi elemento cardine della selezione guidata da Enzo Bearzot, della quale fu titolare al campionato del mondo 1978 in Argentina e al campionato d'Europa 1980 organizzato in Italia; al termine di quest'ultimo, venne inserito nella formazione ideale del torneo. Tardelli in maglia azzurra nel 1976 a Roma, mentre festeggia tra Bettega (a destra) e il commissario tecnico Bearzot (a sinistra) la vittoria sull'Inghilterra nelle qualificazioni al campionato del mondo 1978 Soprannominato da Bearzot Coyote, con 7 presenze e 2 gol fu protagonista della vittoria al campionato del mondo 1982 in Spagna. Qui siglò la rete dell'1-0 nella partita poi vinta 2-1 sull'Argentina nonché la celebre rete del 2-0 nella vittoriosa finale 3-1 contro la Germania Ovest, rete che accompagnò con il suo famoso "urlo", correndo a perdifiato verso metà campo, agitando i pugni, con le lacrime che gli rigavano il viso, e urlando a ripetizione «gol!» mentre scuoteva selvaggiamente la testa: «dopo che segnai, tutta la vita mi passò davanti – la stessa sensazione che, si dice, si ha quando stai per morire. La gioia di segnare in una finale di Coppa del Mondo fu immensa, qualcosa che sognavo da bambino, e la mia esultanza fu una sorta di liberazione per aver realizzato quel sogno. Sono nato con quel grido dentro di me, e quello fu l'esatto momento in cui venne fuori»; per ironia della sorte, quel gol – inserito nel 2010 da Goal.com al 2º posto tra le 50 migliori celebrazioni nella storia dei campionati mondiali, e nel 2014 dalla BBC al 4º posto tra i 100 più bei momenti nell'epopea della Coppa del Mondo – rimase il suo ultimo in maglia azzurra. Dopo il ritiro di Dino Zoff avvenuto nel maggio 1983, ereditò la fascia di capitano, che vestì in 9 occasioni. Tardelli impegna il portiere jugoslavo Pantelić nel 1980 a Torino, durante le qualificazioni al campionato del mondo 1982 Il 25 settembre 1985 giocò la sua ultima partita in nazionale, l'amichevole di Lecce contro la Norvegia (1-2). Fu comunque convocato per il successivo campionato del mondo 1986 in Messico, dove però non venne mai utilizzato nelle quattro gare disputate dagli Azzurri, eliminati agli ottavi di finale. Con l'Italia ha collezionato in totale 81 presenze e segnato 6 reti. Allenatore e dirigente Dopo il ritiro dalla pratica agonistica iniziò per lui la carriera di allenatore. Il 21 settembre 1989 diviene il responsabile dell'Italia under 16. Il 1º agosto 1990 passò a essere il vice di Cesare Maldini nell'Italia under 21. Il 26 giugno 1993 lasciò il ruolo per diventare allenatore del Como, in Serie C1, ottenendo a fine stagione la promozione in cadetteria dopo i vittoriosi play-off. Il 13 giugno 1995 passò alla guida del Cesena, in Serie B, ruolo da cui venne esonerato il 25 ottobre 1996. Tardelli (al centro) nel 1994, tecnico del Como, mentre festeggia con la squadra la vittoria nella finale play-off di Serie C1 e la promozione in Serie B Il 16 dicembre seguente tornò a fare il vice di Cesare Maldini, stavolta per l'Italia. Il 27 aprile 1997 venne annunciato come tecnico dell'Italia under 23 per i Giochi del Mediterraneo di Bari, manifestazione in cui portò gli azzurri, il 25 giugno dello stesso anno, a conquistare la medaglia d'oro. Il 18 dicembre venne quindi nominato commissario tecnico della nazionale Under-21, con la quale vinse nel 2000 il titolo europeo di categoria. Il 7 ottobre 2000 diventò allenatore dell'Inter, guidando tre giorni dopo l'ultima volta gli azzurrini. Il 19 giugno 2001 venne esonerato dai nerazzurri alla fine di una negativa stagione caratterizzata, fra l'altro, da pesanti tracolli come lo 0-6 nella stracittadina contro il Milan in campionato, e l'1-6 con il Parma in Coppa Italia. Il 29 dicembre 2002 subentra sulla panchina del Bari, in Serie B, conducendo la squadra dal penultimo all'undicesimo posto finale. Confermato anche per la stagione successiva, viene esonerato l'11 novembre 2003. Il 25 marzo 2004 diventò commissario tecnico dell'Egitto; venne esonerato l'11 ottobre dopo la sconfitta contro la Libia. Il 28 febbraio 2005 diventò allenatore dell'Arezzo, subentrando a Pasquale Marino; Il 21 aprile venne esonerato e sostituito proprio da Marino. Il 14 giugno 2006 entrò nel consiglio di amministrazione della Juventus; il 14 giugno 2007 si dimise, dopo esattamente un anno, a causa di sopraggiunti dissidi con la dirigenza bianconera. Tardelli nel 2013, sulla panchina dell'Irlanda, come vice di Trapattoni Il 1º maggio 2008 venne chiamato dal suo ex tecnico della Juventus e dell'Inter Giovanni Trapattoni nel ruolo di vice alla guida dell'Irlanda. L'11 agosto 2011, quando Trapattoni si operò all'addome, Tardelli lo sostituì alla guida dei Boys in Green in occasione dell'amichevole contro l'Argentina. L'11 settembre 2013, con le dimissioni del Trap, lasciò anche lui la nazionale irlandese. Dopo il ritiro Già al termine dell'attività agonistica iniziò a lavorare saltuariamente come opinionista sportivo; nella stagione televisiva 1989-90 fu ospite fisso de La Domenica Sportiva, ruolo poi ripreso dagli anni 2000 quando è opinionista anche in altri programmi di Rai Sport come 90º minuto o gli speciali in occasione di mondiali, europei e partite di coppa, oltreché di Rai Radio 1. Nel 2016 ha scritto a quattro mani con la figlia Sara l'autobiografia Tutto o niente. La mia storia. Dal 2023 conduce su Rai 3 il programma L'avversario - L'altra faccia del campione, in cui intervista ex campioni dello sport. Palmarès Giocatore Tardelli (in primo piano) solleva con i compagni di squadra della Juventus la Coppa Italia 1982-1983 Da sinistra: gli juventini Tardelli, Gaetano Scirea, Francesco Morini e Roberto Tavola festeggiano la vittoria dello scudetto 1983-1984 Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1978-1979, 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977 Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Europei Top 11: 1 - Italia 1980 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Veterano italiano - 2015 Candidato al Dream Team del Pallone d'oro (2020) Allenatore Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Italia U-23: Bari 1997 Campionato d'Europa Under-21: 1 - Italia U-21: Slovacchia 2000 Individuale Premio speciale del Settore Tecnico della FIGC: 1 - 1999 Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017. -
Giuseppe "Oscar" Damiani
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
GIUSEPPE OSCAR DAMIANI Foresto sotto certi aspetti – scrive Vladimiro Caminiti – è Damiani detto Oscar o Flipper, parlatore agguerrito nella fattispecie del rapporto col giornalista. Ala disposta a sgroppare e sudare, non a rischiare, fine, eccentrico, con le fatiche dell’emigrante nelle ossa e la protesta sociale nelle vene, riprese nella Juventus del collettivo un discorso di sopravvissuti, la corsa lungo l’out e il cross, il dribbling pur fine a se stesso, avendo dirimpettaio il lezioso ed estroso leccese Causio detto Brazil. Non gli credeva Vycpálek, lo osteggiavano Capello ed anche Bettega, gli era amico Furino e peranco Causio. In verità, Damiani correva molto, mai aveva corso tanto nel Napoli dove Chiappella gli dava dal pavido. Ragazzo che vive non soltanto di calcio, Damiani ha educazione di emigrante, sa soffrire, sa aspettare, sa mettersi da parte. E sa segnare goal decisivi, di piede e di testa, soprattutto di testa, perché non gioca solo coi piedi. All’appuntamento non tarda mai. È uno che ha imparato a vivere prima di imparare a giocare. Un ragazzo serio riuscirà sempre a domare, si fa per dire, un pallone di cuoio. Chi conosce i propri limiti va lontano. FRANCO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1974 Ogni giorno ne impari una nuova: ad agosto, per fare un esempio, cioè da quando Damiani è arrivato alla Juventus, ho saputo che non esiste un santo di nome Oscar. «I miei genitori», mi racconta l’estrema bianconera, «avevano stabilito che se fosse nato un maschio l’avrebbero chiamato col nome di Oscar; quando venni alla luce, circa 24 primavere fa, questo fu appunto il nome che volevano apporre nel registro della Chiesa; ma il sacerdote non lo accettò, appunto per il fatto che ho spiegato prima; per cui fu giocoforza ripiegare su di un altro, forse il più semplice e comune, Giuseppe. Tutto questo però rimase sol tanto sulla carta, in quanto sin dai primi giorni di vita sono sempre stato chiamato Oscar; e pochi mesi fa, quando ho avuto (pardon, mia moglie ha avuto) il primo figlio, sono riuscito a chiamarlo con questo benedetto nome; probabilmente le leggi cattoliche col tempo hanno subito qualche modifica, fatto sta che è stato accettato. Cioè l’Oscar del 1950 è... uscito nel 1974». Ma lasciamo da parte questo argomento... hollywoodiano, e occupiamoci di Giuseppe Damiani, scusate, di Oscar Damiani, detto dagli amici anche «flipper». «Fu Invernizzi a chiamarmi cosi quando giocavo con i ragazzi dell’Inter: ero un peperino tutto scatti, mi fermava e ripartivo come una molla, e così arrivò, puntuale, il soprannome». Damiani, con il quale mi sono trovato in Sede alla Juventus per una breve chiacchierata su di lui e sulla sua vita, è un ragazzo estremamente simpatico, aperto, gioviale, educato, modesto, con una deliziosa «erre» francese che gli dà un tono leggermente aristocratico. Reduce da una strepitosa serie di prestazioni e di gol in Coppa Italia e nelle amichevoli, ha debuttato felicemente in campionato con la maglia a strisce; per conoscerlo meglio, per entrare maggiormente nel suo carattere, ho preparato una serie di domandine, e gli chiedo innanzitutto come si è trovato con i nuovi compagni di squadra. «Divinamente bene, come non avrei immaginato; posso affermare di aver trovato subito dei veri amici: vede, logicamente, quando uno arriva in un ambiente per lui nuovo, fra gente praticamente sconosciuta a livello di vita in comune, solitamente ci si trova in imbarazzo; si stenta a innestarsi, a entrare nel giro; capita in tutti i campi e in tutte le professioni: per me invece è stato diverso, e unicamente per merito dei miei compagni, che mi hanno fatto trovare tutto facile, dandomi immediatamente la loro collaborazione e la loro amicizia, d’altronde ricambiata al cento per cento, sul terreno di gioco e fuori». – Come definiresti il tuo carattere? «Direi estroverso: non mi piace mugugnare o dire le cose a bassa voce dietro le spalle; preferisco la chiarezza, in tutti i sensi; parlar chiaro insomma, sia quando c’è da ricevere un elogio sia allorché devo sorbirmi un rimprovero; sto volentieri allo scherzo e alla battuta, ma pretendo che però anche gli altri si comportino come me. Cerco, in definitiva, di vedere sempre il lato migliore della vita, e questo mi aiuta molto a superare i periodi grigi, che capitano a tutti, e non faccio certamente eccezione io». – Ma passiamo al Damiani «giocatore»; vuoi elencarci, visti dalla tua angolazione, pregi e difetti maggiori? «Fra i pregi metterei la velocità, i difetti credo siano tanti, è meglio cambiare discorso...». – Appena dopo un paio di partite, i tifosi bianconeri ti hanno eletto come loro beniamino, giudicandoti un grosso acquisto, e accompagnando quelle tue volate sul lungo linea laterale con oh! di approvazione. «Sono grato al pubblico torinese; mi sono accorto anch’io del suo aiuto, e sapesse quanto bene mi ha fatto! Lei mi ha chiesto il motivo di questa simpatia; io credo sia dovuta al fatto che il mio gioco è tutto spumeggiante, generoso, che fa divertire, o almeno lo spero; fra l’altro, cosa da non dimenticare, nelle prime partite giocate in maglia juventina, ho anche segnato parecchi gol...». – Puoi dire ai nostri lettori quale è stato il terzino, che nella tua carriera, ti ha marcato con maggior determinazione creandoti una situazione di estremo disagio? «Sembrerà una barzelletta, ma è stato proprio l’attuale mio compagno di squadra Longobucco; ogni volta mi ha sempre fatto vedere i sorci verdi; forse perché è veloce come me, di palle non me ne ha fatte vedere molte; comunque da adesso non c’è più pericolo...». – E fra i portieri? «Anche qui direi Zoff, ma per non apparire... troppo partigiano, sceglierei Pulici». – Quale è stato l’allenatore che ricordi con più simpatia, che ti ha insegnato di più? «Due nomi su tutti, il talent-scout Mantovani, quello che quando giocavo tra i boys del Brescia mi ha fatto acquistare dall’Inter-ragazzi, e Puricelli, allenatore del Lanerossi Vicenza». – Cosa ti riprometti nella Juve? «Beh, tante cose; potrei dire: segnare otto-nove gol in Campionato, farne segnare tanti, perché no, uno... scudettino piccino piccino». – A tuo figlio farai fare il calciatore? «Naturalmente; se, ma per questo se ne riparlerà tra qualche annetto, mi accorgerò che avrà le doti necessarie, non ci sarebbe alcun motivo di non assecondarlo; ovviamente bisognerà tenere conto degli studi, ma ripeto, se c’è la stoffa; lo lancio nella mischia». – Sempre parlando del Damiani giocatore, a te, per rendere al massimo, occorre un allenatore che adoperi il pugno duro oppure che ti parli, ti convinca di una determinata cosa? «Uno e l’altro; ogni tanto anche qualche strigliatina non può fare che bene...». – Se alla domenica ti trovi di fronte un avversario, diciamo così, cattivo, che tira alle gambe per farti male, e lo incontri il giorno dopo, cosa gli dici? «Io non sono capace di odiare; e poi dimentico subito un affronto fatto; nel caso specifico non credo alla mala fede di un avversario; logicamente questo fa di tutto per non lasciarmi muovere, tirare, crossare. Ma non credo che faccia apposta a mollarmi delle pedate; per di più il mestiere di calciatore comporta questi rischi; ah, ecco, vorrei aggiungere una cosa: gli unici interventi fallosi che mi danno fastidio sono le parole, gli sfottimenti, le prese in giro. Questi atteggiamenti non li posso assolutamente sopportare». – Durante la tua carriera di calciatore sei mai stato espulso? «Mai». – Ti piacerebbe fare l’arbitro? «Sarebbe un’esperienza interessante». – Cosa chiedi al calcio? «Un avvenire sicuro per me e per la mia famiglia, e tante soddisfazioni». – Tua moglie viene alle partite? «Anni fa veniva abbastanza spesso, ora che c’è il piccolo Oscar non più; lui ha bisogno della vicinanza della mamma, che perciò è più utile a casa». – Sei sempre sincero? «Credo di sì; è proprio il mio carattere che me lo impone, soprattutto perché sono un impulsivo, e dico subito quello che penso; senza ragionarci sopra e soppesare e risoppesare l’eventuale risposta». – Ci sono degli attori o dei cantanti che preferisci? «Vedo spesso la Televisione e vado altrettanto sovente al cinematografo; in TV passo diverse ore, le più interessanti, a godermi gli spettacoli sportivi, ma mi interessano anche le commedie, gli sceneggiati, i film di tutti i generi purché intelligenti. Per rispondere alla domanda, comunque, mi piace molto Adriano Celentano, trovo che ha una bella voce e interpreta sempre canzoni che dicono qualcosa; nel campo del cinema due attori su tutti, come uomo Jean Paul Belmondo, come donna Laura Antonelli». – Che effetto ti ha fatto passare alla Juventus? «Ovvio che è stata una grossa soddisfazione; io però avevo provato anche tanta gioia quando, ragazzino, passai fra i giovani dell’Inter; logicamente ora la felicità è stata maggiore, anche perché sono maturato, e la società bianconera mi ha acquistato per farmi giocare da titolare in prima squadra». – Cosa pensi dei cosiddetti «contestatori»? «Ma, cosa posso dire? Forse in qualcosa non hanno tutti i torti, però il più delle volte esagerano: io sono un tipo tranquillo, preferisco il ragionamento all’azione». – Se un giorno ci fossero degli aerei che ti portassero in poche ore sulla luna, ti prenoteresti per un viaggio? «Non ci penserei nemmeno, si sta così bene sulla terra...». – Oltre al calcio, quali sport preferisci o pratichi? «Beh, nella stagione calcistica mi dedico soltanto alla professione, è logico; nel mese di luglio mi do invece completamente al tennis. Quest’anno, come i lettori di Hurrà Juventus sapranno avendolo letto nel numero precedente, ho vinto il Torneo di Grado, battendo in finale Boninsegna». – C’è nella Juventus un giocatore che ti assomiglia come carattere? «Beh, direi Spinosi». – Secondo te, è giusto per un calciatore sposarsi in giovane età? «Io ritengo di sì; personalmente, ho un’esperienza in materia, essendo convolato a giuste nozze alla... tenera età di ventun anni! Vede, finché non hai una famiglia, parlo almeno nel mio caso, sei un po’ sbandato, mangi al ristorante, non hai un’ora fissa, abitudini fisse, e tutto questo crea del disordine; ed io invece amo tanto la precisione; no, ripeto, per me è cosa oltremodo saggia». – Hai mai litigato con qualcuno? «Mai, non ce n’è stato motivo». – Quale differenza hai trovato fra il pubblico di Vicenza e quello di Torino? «A parte che al Comunale ci sono sempre più spettatori, mi sembra, almeno dalle prime impressioni, che i tifosi bianconeri siano più entusiasti, incitino di più, e questo logicamente aiuta molto, moltissimo; quando sei lanciato in piena velocità verso la porta avversaria, e ti senti accompagnato dall’urlo di migliaia di ugole, aumenti la potenza, tiri fuori tutto quello che hai; ti dà insomma una carica maggiore, che poi si ripercuote nel gioco». – A fine carriera, ne parliamo adesso anche se mancano perlomeno dieci anni, hai già pensato quale attività sceglierai? Ti piacerebbe fare l’allenatore? «Sì, effettivamente è una domanda a cui è difficile rispondere; di una cosa sono certo: non farò mai il trainer; cercherò qualche attività che si adatti a me, ma credo lontano dal calcio». – Quali sono, a parere tuo, le limitazioni maggiori per un giocatore? «Se una persona è seria di natura non ve ne sono; forse, l’essere sempre lontani dalla famiglia, specialmente per i primi anni, è una cosa dura da ingoiare». – Sei superstizioso? «Non particolarmente; anzi, non lo sono affatto». – C’è un cibo preferito, quello che quando arrivi a casa e te lo trovi sfornato sul piatto ti fa venire l’acquolina in bocca? «A me piace mangiare di tutto, comunque quando c’è cacciagione l’appetito aumenta». – Che scuole hai fatto? «Ho finito la terza media e poi mi sono dedicato interamente al calcio». – Se dovessi vincere lo scudetto, quale atteggiamento terresti al termine dell’ultima partita? «Normale; o meglio, un po’ più del normale naturalmente; ma non sono di quelli che si buttano vestiti in una vasca; sarebbe una grande felicità, grandissima, ma vorrei tenermela tutta dentro di me, e dividerla con i miei compagni e la mia famiglia». – Credi nel destino? «Ci credo, cioè penso che, grosso modo, sia tutto già stabilito dal buon Dio». – Una domanda un po’ curiosa: se un regista ti chiamasse a girare un film, secondo te che parte ti affiderebbe? «Quella del rubacuori…». – Sei un tipo che ti emozioni? «Beh, è logico che quando manca poco alla partita un po’ di emozione ti prende, specie se l’incontro è importante; ma poi, una volta entrato in campo, nel clima, col pubblico, con l’avversario, tutto scompare e pensi soltanto a giocare». È così terminata questa breve chiacchierata con «Oscar» Giuseppe Damiani, un ragazzo che farà certamente strada, nella Juve calcistica e nella vita; un ragazzo con la testa sul collo, senza fronzoli nel gioco, e con idee ben chiare in testa, e al quale auguro, come credo tutti i tifosi bianconeri, un cordiale «in bocca al lupo» per ii campionato appena iniziato. 〰.〰.〰 È stato un ottimo giocatore e, forse, avrebbe avuto maggiore fortuna, se soltanto avesse adoperato quella diplomazia che oggi, dopo una lunga carriera come manager di calcio, gli è caratteristica e che anni fa sembrava invece fargli difetto. È stato probabilmente l’ultima ala destra dei tempi moderni, con il suo frenetico svariare sulla fascia destra del terreno di gioco. Damiani è stato, nel calcio italiano, l’ultimo interprete di un tipo di gioco offensivo che oggi tecnica e tattica non permettono e non concepiscono più. Ala destra pronta a scattare e poi a crossare oppure a saltare al limite dell’area il difensore per poi andare al tiro, era soprannominato Flipper proprio per il suo modo di giocare che ricordava per rapidità, scatto, vivacità e imprevedibilità, la pallina di uno di quei giochi che oggi sono finiti nei depositi di rottami per far posto ai più moderni video game. Oscar veste la maglia bianconera per due stagioni. Arrivato nell’estate del 1974 e vince subito lo scudetto, con Carlo Parola in panchina, disputando 70 incontri. Buono il numero di reti segnate: 16 in campionato, 6 in Coppa Italia e 2 in Europa. Di Damiani stupisce la carriera e il numero di squadre in cui ha giocato: dopo le giovanili del Brescia, dov’è nato il 15 giugno del 1950, ecco l’Inter, il Vicenza, il Napoli, di nuovo il Vicenza, quindi la Juventus, il Genoa, ancora il Napoli, il Milan, un’esperienza nel soccer con il Cosmos, il Parma e infine la Lazio. In tanto girovagare anche il tempo per rispondere a due convocazioni azzurre, due nella Nazionale B e quattro nella Giovanile. Una carriera lunga, ricca di soddisfazioni e venata da un rimpianto: quello di non aver potuto restare più a lungo nella Juventus. Una squadra e una società che affascinò Damiani in maniera totale da spingerlo, ogni volta che l’incontrava da avversario, a dare il meglio di sé per dimostrare che la sua cessione era stata un grande errore. Damiani aveva dato ciò che doveva dare e poteva dare e la società bianconera aveva altri obiettivi, puntando ad altri giocatori. Il rapporto fu chiaro e paritario e resta, per Damiani, sicuramente il più importante della carriera, anche se maglie come quella del Napoli e del Milan devono e possono offrire grandi emozioni a un professionista. E ai tifosi juventini che lo ricordano resta il rimpianto per il suo modo di giocare che, a volte, era persino troppo agitato ma che, difficilmente, si potrà rivedere, in tempi brevi, nei nostri stadi. ENRICO VINCENTI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 2009 Passaggio al Genoa con la Juve nel cuore per Damiani, che racconta il suo periodo d’oro e le sue due sfide ai bianconeri con altrettanti gol sul campo di Marassi. – Damiani, che Juventus era quella in cui arrivò nel ‘74/75? «Era una Juventus che fece molto bene vincendo il campionato. Fu un bell’anno, probabilmente il più bello di tutta la mia carriera. Ho ricordi stupendi legati a compagni meravigliosi con cui ancora oggi mi sento. Insomma, sicuramente il mio periodo più bello come giocatore». – La sua carriera in bianconero non è stata lunga. «Non ho avuto la fortuna di rimanere molti anni alla Juventus, perché la stagione successiva alla vittoria dello scudetto fummo superati per pochi punti e sul finale di stagione dal Torino. Avessimo vinto quel campionato probabilmente la mia carriera bianconera sarebbe cambiata. Credo che avrei potuto giocare sette o otto anni a Torino. Però non ho troppi rimpianti, mi sono rimasti solo bei ricordi». – Dopo quell’epilogo amara della stagione ‘75/76 anche altri personaggi lasciano la Juventus, Parola, sostituito da Trapattoni, Capello e Benetti. «Sono andato al Genoa che ero ancora molto giovane. La Juventus mi mandò lì pensando poi di riscattarmi l’anno dopo e farmi tornare a Torino magari con Roberto Pruzzo, che all’epoca faceva il suo esordio con il Genoa. Io e Roberto disputammo un grandissimo campionato con la maglia rossoblu, facendo 29 gol in due: 18 Pruzzo e 11 io. Purtroppo fece molto bene anche la Juventus con Bettega e Boninsegna, vincendo lo scudetto, con il record di 51 punti, e la Coppa Uefa. Boniperti decise quindi di non riscattarmi e non prese neanche Pruzzo. Parlando della mia esperienza al Genoa, mi trovai molto bene e disputai ottime partite. Mi ricordo in particolare proprio i due gol che realizzai alla Juventus». – Due gol nelle due partite giocate a Marassi nelle stagioni ‘76/77 e ‘77/78. «Due bei gol, anche se sul primo le polemiche non mancarono. I difensori della Juventus mi accusarono, ingiustamente, di avere toccato la palla con il braccio. Fu una piccola rivincita e sicuramente una soddisfazione fare un gol da ex alla Juventus. E poi farlo a Marassi con un pubblico fantastico. Feci proprio due belle gare in quelle occasioni». – Ricordi particolari? «Giocare a Genova contro la Juventus è sicuramente una partita particolare. Il pubblico accorre in massa e lo stadio è sempre pieno. Tutta la settimana precedente la gara c’era una grande carica. Affrontare la Juventus per i genoani è sempre un impegno particolarmente sentito. Per me furono partite gioiose anche perché giocate contro ex compagni e una società con cui mi ero comunque lasciato in ottimi rapporti, in particolare con Boniperti e con il dottor Giuliano. Insomma feci un piccolo scherzo a Zoff e compagni, comunque entrambe finirono in parità». – Segnare non fu una novità… «Ero un’ala classica di quantità e di qualità ma davanti a me giocavano sempre due punte, quindi spesso fungevo da terzo attaccante, avevo una certa propensione alla finalizzazione e realizzavo anche parecchi gol. Segnavo anche di testa pur non essendo molto alto. Ero un giocatore abbastanza eclettico e veloce, ma non stavo solo sulla fascia: venivo a dare una mano anche in difesa, perché con Causio come mezz’ala avevo anche compiti di ripiegamento». – Due ali destre che giocavano assieme? «Forse anche per questo motivo non tornai a Torino: Trapattoni probabilmente pensava che saremmo stati troppo offensivi con me sull’ala destra e Causio mezz’ala, come invece giocavamo con Parola. E quindi scelse Causio, sulla fascia destra, anche se aveva caratteristiche diverse dalle mie: aveva più classe, più fantasia anche se non finalizzava quanto riuscivo a fare io. Quindi con lui mezz’ala ed io all’ala probabilmente per Trapattoni saremmo stati troppo sbilanciati in avanti. Comunque in quei due splendidi anni io e Causio sulla fascia destra riuscimmo a fare grandi cose». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/giuseppe-damiani.html -
Giuseppe "Oscar" Damiani
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GIUSEPPE OSCAR DAMIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Oscar_Damiani Nazione: Italia Luogo di nascita: Brescia Data di nascita: 15.06.1950 Ruolo: Ala Altezza: 175 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Oscar - Flipper Alla Juventus dal 1974 al 1976 Esordio: 28.08.1974 - Coppa Italia - Juventus-Varese 4-0 Ultima partita: 25.04.1976 - Serie A - Juventus-Roma 1-1 70 presenze - 24 reti 1 scudetto Giuseppe Damiani, detto Oscar (Brescia, 15 giugno 1950), è un procuratore sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo ala. Ha segnato 71 reti in Serie A e 30 in Serie B, vincendo uno scudetto con la Juventus nella stagione 1974-1975 e il titolo di capocannoniere della Serie B, nella stagione 1978-1979, con 17 reti realizzate per il Genoa. Con 3 reti all'attivo, è stato a lungo il massimo marcatore del Genoa nei derby della Lanterna, venendo superato solo nel 2009 da Diego Milito. Oscar Damiani Damiani alla Juventus nel 1975 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1986 Carriera Giovanili 19??-19?? Inter Squadre di club 1968-1969 Inter 0 (0) 1969-1972 Lanerossi Vicenza 68 (9) 1972-1973 Napoli 26 (5) 1973-1974 Lanerossi Vicenza 30 (5) 1974-1976 Juventus 70 (24) 1976-1979 Genoa 87 (35) 1979-1982 Napoli 72 (10) 1982-1984 Milan 55 (17) 1984 N.Y. Cosmos 2 (0) 1984-1985 Parma 20 (3) 1985-1986 Lazio 14 (0) Nazionale 1969-1971 Italia U-21 3 (0) 1974 Italia 2 (0) Carriera Giocatore Damiani (accosciato, secondo da sinistra) al Lanerossi nel 1971 Soprannominato Flipper dal giornalista Gianni Brera, emerse nel Lanerossi Vicenza per poi proseguire la carriera nelle compagini di Napoli, Juventus, Genoa e Milan, con le ultime due militando in serie cadetta. Chiuse con il calcio attivo giocando nella serie cadetta gli ultimi due anni con Parma e Lazio, non prima di una parentesi negli Stati Uniti, nel 1984, nei N.Y. Cosmos. Ha collezionato 2 presenze in nazionale A, in due partite amichevoli disputate nel 1974, oltre 2 con l'Under-23 e 2 con l'Under-21. Dopo il ritiro Appesi gli scarpini al chiodo ha intrapreso la carriera da procuratore sportivo. Tra i suoi assistiti ha annoverato, tra gli altri, Alessandro Costacurta, Massimo Marazzina, Giuseppe Signori, Christian Panucci, Marco Simone, Lilian Thuram, Andrij Ševčenko, Tommaso Rocchi, Kévin Constant, Mikaël Silvestre, Sergio Pellissier, Jean-François Gillet e Flavio Roma. Il Genoa lo ha inserito nella sua hall of fame. È spesso ospite e opinionista sportivo a Mediaset e telecronista delle partite di Ligue 1 su Premium. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1974-1975 Campionato italiano di Serie B: 1 - Milan: 1982-1983 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1978-1979 (17 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1979-1980 (6 gol) -
GAETANO SCIREA Nasce a Cernusco sul Naviglio il 25 maggio 1953. Comincia la sua strada di calciatore nel ruolo di punta, anzi, di centrattacco. Dopo aver giocato sempre nel ruolo di attaccante nei ragazzi della squadra del San Pio X, firma il primo cartellino per i colori dell’Atalanta. È un suo amico, Crinella, a portarlo a Bergamo per un provino. Il dottor Brolis, addetto al settore delle giovanili neroazzurre, gli fa firmare il cartellino: Gaetano ha quattordici anni.Sotto la guida di Capello e Castagner, Scirea è utilizzato in prevalenza all’attacco, qualche volta ala e qualche volta interno. Come interno gioca due stagioni nella Primavera della squadra orobica. Benino, ma senza squilli di fantasia: «Capello mi ha salvato! Ero, infatti, sul punto di lasciare il calcio. Credevo di aver sbagliato mestiere; mi sembrava di essere un fallito».Capello, infatti, un bel giorno decide di impiegarlo nel ruolo di libero: «La maglia che abitualmente indossavo era quella di mezzala, e a battitore libero giocava Belotti, il mio amico Vittorio. Poi Belotti si ruppe una gamba (stavamo giocando a Melegnano) e Capello, l’allenatore, decise su due piedi di sostituirlo proprio con me, una mezzala. Ricordo tutto di quegli anni. E con un certo piacere rammento il successo ottenuto nel campionato Primavera nella doppia finale con la Roma, 2–2 fuori e 2–1 in casa. Il nostro allenatore era Castagner, allora giovanissimo. Uno che di pallone ne capiva parecchio, te lo assicuro».Per un infortunio capitato a Savoia, Gaetano si vede schiudere le porte della prima squadra. È la stagione 1972–73, Scirea disputerà venti partite di fila in serie A, guadagnandosi il bastone da titolare per la successiva stagione nei cadetti. Corsini è stato il tecnico che lo ha lanciato nel massimo campionato. Heriberto Herrera quello che lo ha affinato, dandogli le attuali dimensioni di libero di gran lusso.Gaetano diventa ben presto un uomo mercato e, tra i tanti osservatori che lo spiano, c’è Romolo Bizzotto; il suggerimento di tenere Scirea sotto osservazione pare sia partito dall’ex bianconero Bonci. Fatto sta che qualcuno lo dice a Gaetano ma lui, timido e semplice, pur guardando alla Juventus con occhio languido, non riesce a crederci. «Il campionato era finito ed io ero a casa, senza particolari preoccupazioni. A un certo punto mi venne a trovare Brolis, un dirigente, e senza molti preamboli mi comunicò che la Juventus mi aveva acquistato, dovevo andare a Torino alle visite mediche. Impazzivo dalla felicità. E quella notte, credimi, non ce la feci proprio a prendere sonno. Sembrerà forse una scontatezza, ma è la pura verità. Credo che ogni calciatore, forse anche ogni ragazzino, abbia sognato una volta nella vita di arrivare a far parte della Juventus. Io ci ero arrivato davvero».Lui pensa a uno scherzo ma, arrivato a casa, trova l’intera famiglia in agitazione. Fu una festa e ci scappò anche il brindisi, confessa lui ancora emozionato al ricordo. Poi le visite, la conferma, l’appuntamento al ritiro del 29 luglio: «Mi ricordo che non volevo scendere dalla macchina sulla quale mio fratello mi aveva accompagnato». E il fratello dovette quasi tirarlo giù di peso.A Villar Perosa è messo in camera nientemeno che con Bettega. «Fui fortunato. Giunsi alla Juve proprio in coincidenza con l’abbandono di un campione del calibro di Salvadore ed evidentemente dovevo già godere della stima dei responsabili, visto che mi si diede senza problemi la maglia numero sei». L’ingresso in squadra, dopo la preparazione lo ricorda con sofferenza: «La prima partita in Coppa Uefa, mi faccio male alla caviglia. Così, appena cominciato, sono stato costretto a fermarmi per due partite in campionato. Provavo tanta gioia ma spesso scendevo in campo con le gambe che tremavano, mi ha aiutato la squadra vincendo lo scudetto, il mio inserimento non poteva coincidere con miglior risultato».Pagato quello scotto, Scirea gioca ben ottantanove partite consecutive, partecipando alle emozioni e alle gioie degli scudetti più brillanti, quello dei cinquantuno punti e alla conquista della Coppa Uefa. E, a ogni partita, l’impegno per essere sempre all’altezza della situazione: «Giocare libero è un impegno continuo. Devi controllare tutti e nessuno. Devi possedere un intuito eccezionale. Capire quando il terzino parte avanti e prendere subito in consegna l’attaccante che resta incustodito, tenendo ben presente lo spazio dal quale possono venirti le sorprese del contropiede. Poi, quando intervieni, devi cercare non solo di liberare l’area, ma appoggiare il gioco in maniera da far ripartire i tuoi; semplice da dire, ma provate a farlo, quando il gioco è veloce e tutti sono in condizione di metterti in difficoltà».Per lui, nulla sembra essere eccezionale, poiché ha imparato a misurare con il metro del buonsenso ogni fatto della vita, da quella intima di casa, a quella professionale di giocatore di calcio: «Così riesco a far durare di più il piacere delle cose buone e ben fatte e tengo sempre davanti alla mente che, se rifletto un pochino di più sugli errori, posso evitare di ricadervi. Sono stato baciato in fronte dalla fortuna. La vita che facciamo è bellissima, piena di agi e di soddisfazioni sia economiche che personali. Quando qualcuno mi domanda che cosa può perdere, un ragazzo, decidendo di fare il calciatore, non so che dire, Mi sembrerebbe di prendere in giro me stesso e tutti i ragazzi che, per ottenere una minima parte di quanto otteniamo noi, sono costretti a fare lavori più faticosi e umili».Qualcuno lo rimprovera dicendo che sia “troppo buono”, e quindi incapace di sfoderare, una volta sul campo, quella grinta e quella cattiveria che, a certi livelli, sono ritenute doti indispensabili. «Non è vero niente. E con questo non voglio dire, sia chiaro, di essere un tipo “senza cuore”. Ma in campo so farmi rispettare e, se non fosse così, non avrei certamente potuto arrivare ai livelli cui, da tempo, mi sto esprimendo. D’altronde, la decisione e un pizzico di cattiveria sono ingredienti indispensabili di ogni contesa, un buon professionista non può rinunciarvi. E poi non è detto che, una volta in campo, un atleta debba necessariamente portarsi dietro tutto di se stesso. Scirea giocatore non è l’immagine di Scirea uomo».Quattordici anni di Juventus. Una scelta di vita che lui commenta così: «Certo che avrei potuto anch’io, con l’arrivo dello svincolo, spuntare contratti faraonici, ma di squadre come questa ce n’è una sola. Ed io preferisco concludere la mia carriera alla Juventus. Senza fretta, però, ho il conforto dell’esempio di Zoff, un uomo che mi ha insegnato a non guardare indietro».Ha vinto tutto: sette scudetti, due Coppe Italia, Supercoppa, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe, senza dimenticare il Mundial spagnolo. Ha sempre giurato di divertirsi troppo in campo, ogni partita è un avvenimento che lo affascina, aver tagliato tutti i traguardi possibili non l’ha mai accontentato.Il 1976–77 è forse la stagione più esaltante della Juventus ultimo decennio: quella dello scudetto dei cinquantuno punti e del primo grande successo europeo, la Coppa Uefa: «Era la Juventus che dava sette o otto giocatori alla Nazionale. Una Juventus splendida, costruita da Boniperti pezzo su pezzo, da grande intenditore», ricorda. La Juventus che ha consegnato a Bearzot la Nazionale d’Argentina. «Per due volte ha capito che nel calcio non si finisce mai di imparare. È stato quando, dopo aver vinto lo scudetto con Parola, l’anno successivo, a sette giornate dalla fine, con cinque punti di vantaggio rispetto al Torino la squadra perse tre partite di seguito e consegnò il titolo ai cugini granata. E, più grande di tutte, la delusione di Atene, la Juventus più bella, quella che era giunta in finale dominando squadroni come Widzew Łódź, Aston Villa e Standard Liegi».La Juventus gli ha dato molto, gli ha spalancato le porte della Nazionale: «Ma è facile arrivare a certi livelli, il difficile è restarci», raccomanda sempre Scirea. E non dimenticherà mai che insieme a lui, in Nazionale, cominciò Rocca: «Ecco, lui è il caso sfortunato, quello che dimostra come sia tutto così aleatorio. In quel momento era una pedina inamovibile, un esempio per me e tanti altri che si affacciavano alla maglia azzurra».Gaetano Scirea è anche un buon marito, un buon padre, ama il cinema e pratica il tennis, sport preferito dell’estate. La famiglia è la sua oasi di pace, il rifugio di chi vive nel frastuono del mondo dello spettacolo. Ogni partita ha una sua fisionomia per cui, al termine di ogni incontro, Scirea si sente in dovere di analizzare, per conto suo, ogni azione giocata: «E mi critico e mia moglie mi critica ancora di più. Ma, devo dire, che i suoi interventi mi sono di aiuto, perché parla con serenità e la serenità ritrovata in casa, è il miglior sistema per distendersi. Ho sposato una juventina che mi ha portato una famiglia deliziosa. Ho imparato tante belle cose del Vecchio Piemonte, compreso il culto del vino buono, che ho imparato a fare da mio suocero nel Monferrato. Quando posso aiuto in cantina. Ma mi hanno detto che sono più bravo a fare il calciatore».«Mio marito – racconta Mariella – ha una qualità-difetto grossa come una casa, la modestia. Lui dice che, a volte, parlo come un direttore sportivo ma, secondo me, dovrebbe farsi valere di più. È testardo, poi crede di essere preciso, mentre non lo è per niente. Quante volte Gai, dopo l’allenamento, mi piombava a casa all’ora di pranzo con quattro sconosciuti. Diceva: “Mariella, questi signori hanno fatto centinaia di chilometri per venire a vedere la Juve ed ho pensato che dovevano pur mangiare qualcosa”. Ecco, questo era Gaetano Scirea fuori dal campo». Scirea rimane soprattutto un calciatore onesto e felice: «Perché ho amato questo sport fin da piccolo e sono riuscito a fare questo mestiere».Il destino lo ha portato via il 3 settembre 1989, in una strada polacca; nulla è più atroce che morire giovani. Per Mariella e Riccardo, una scatola piena di ricordi e l’esempio di un uomo e di un padre che non potrà mai essere dimenticato.ANGELO CAROLIAddio, campione! Gaetano Scirea ci lascia in un mare di stupefatto dolore. Non è tornato dal suo ultimo viaggio di lavoro, una fuggitiva comparsa in Polonia per osservare i prossimi avversari della sua Juventus in Uefa. Un attimo sconvolgente e tragico, un’auto che prende fuoco dopo l’urto con un furgoncino e Gaetano si accomiata per sempre dalla moglie Mariella e dal figlio Riccardo abbandonandoli nell’incredula costernazione. E attorno ai parenti si stringono commossi e affranti il mondo dello sport e la Juventus, la seconda famiglia cui si era unito, dal 1974, con una dedizione totale.Nel momento di piangere e celebrare il campione e l’uomo non è possibile trattenere le lacrime. Non c’entra soltanto la professione, il dovere in questo frangente ci spinge a ricordare innanzitutto l’amico. Era il ragazzo della porta accanto, al quale ci si sente istintivamente legati e al quale si da immediata fiducia, un uomo buono e accomodante, dolce e docile, onesto e umile fino al paradosso, nonostante la professione gli avesse costruito attorno una celebrità sconfinata. Non esiste un personaggio amato come lui, al punto che perfino i più accesi rivali municipali oggi lo ricordano con affettuoso rispetto.Conosciamo Gaetano Scirea nella primavera del 1974. Militava nell’Atalanta. Era stato un incontro del dopopartita, uno scambio di poche parole, si leggeva una misura lucida in ogni sua frase. E Gaetano era come trafitto da indefinibile mestizia, poiché anche davanti all’elogio iperbolico sorrideva appena, con un garbo che aveva il sapore irrecuperabile di uno stile d’altri tempi. Gli dicemmo che aveva disputato un match stupendo. Abbassò gli occhi, fissando un punto imprecisato del pavimento e arrossì, come fanno i bambini che vivono negli incantesimi.Come e facile cadere nella retorica quando si parla di Scirea! La verità è che con lui se n’è andato realmente il migliore, nel senso di sintesi di uomo-atleta, Aveva appeso le scarpe al famoso chiodo da un anno ed era rimasto nel cuore dei tifosi, dei critici, degli avversari. La sua sembrava un’eterna sfida al codice di comportamento. Ed era un esempio per i giovani, i campioni del futuro, i quali non soltanto ne imitavano le delizie stilistiche, ma ne ammiravano ogni tipo di approccio con la professione. Ed è anche per tale motivo che Gaetano riusciva a incutere rispetto e ammirazione in tutti.Un episodio ci è caro ricordare e riguarda i Mondiali svoltisi in Argentina, nel 1978. Mar del Plata, la sede dei primi due turni eliminatori dell’Italia, era fustigata da raffiche di vento gelide, nonostante l’inverno australe non fosse particolarmente rigido, L’Italia aveva appena battuto la Francia e l’Ungheria, in rapida successione. Gli argentini, che in quanto al calcio hanno palato fino, gli avevano riconosciuto ampi meriti tecnici. Eravamo con Gaetano, seduti al bar dell’hotel che ospitava la comitiva azzurra, nell’ora dell’aperitivo. Gli dicemmo che era un libero che giocava con la marsina e gli chiedemmo se era d’accordo sul fatto che fosse il più forte del mondo nel ruolo. Abbassò gli occhi. Come quella volta a Bergamo, e ammise: «È vero, hai ragione».Restammo stupefatti, ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso, uno schermirsi discreto, come la sua natura gli aveva sempre consigliato. Poi capimmo che Gaetano, serio e onesto fino all’esasperazione, non poteva mentire a se stesso. Si era limitato a prendere atto della verità.Una volta sola lo vedemmo irritato, nella stagione 1986-87. La Juventus giocava a Pisa e alla fine del primo tempo pareggiava dopo aver fallito due clamorose opportunità. Gaetano, seduto in tribuna a due passi da noi, si lasciò scappare, sollevando le braccia al cielo, questa frase: «Non si possono sbagliare goal così facili».Fu questione di un attimo, poi riacquistò lo stile del gentleman e aggiunse: «Comunque, vinceremo». La sua previsione, dettata da logica e da amore, si rivelò indovinata.I successi, tutto ciò che calcisticamente era possibile conquistare, lo incoronano atleta inimitabile. Il comportamento, sul campo e nella vita privata, lo eleggono a uomo esemplare. E oggi, in silenzio, non ci resta che piangerlo con l’animo gonfio di un dolore senza limite.“LA STAMPA”, DEL 2 SETTEMBRE 2009«Era stata una domenica di fine estate al mare, di quelle che sfrutti al massimo perché sono le ultime e poi arriva la scuola. I bagni, la pizzetta, il gelato, il pallone. Soprattutto il pallone. Ero contento. Quando alla sera mi sedetti con i miei nonni sul divano per vedere alla “Domenica Sportiva” come aveva giocato la Juve, non immaginavo che la mia infanzia era già finita da qualche ora».Riccardo Scirea è un uomo di trentadue anni. Ne aveva dodici quando conobbe nella maniera più crudele la notizia che gli cambiava la vita: aspetti di guardare i goal del campionato e ti dicono che è morto tuo padre, senza la possibilità che una persona cara ti prepari al colpo. «Gaetano Scirea è morto in un incidente d’auto in Polonia. L’ho saputo così, dalla televisione. Poi si sforzarono tutti di distrarmi perché non pensassi al dramma ma oramai avevo realizzato che non avrei più visto mio padre e già mi mancava».Riccardo, l’unico figlio di Gaetano, è rimasto sempre nell’ombra di quella tragedia. Mariella, sua madre, reagì mettendosi sulla scena. La politica, il Parlamento europeo, un po’ di televisione, quel cognome, Scirea, che restava presente nella vita degli italiani che intanto gli dedicavano premi, tornei, impianti sportivi e, a Torino, una curva dello stadio e persino una via nel quartiere di Mirafiori.Lui, Riccardo, continuò discretamente a giocare a pallone nelle giovanili bianconere («un terzino-mediano che non aveva tra le qualità quella di sfondare a tutti i costi»), si laureò, da qualche anno è nello staff tecnico della Juventus: è l’uomo che analizza statisticamente il match, inquadra con i numeri quanti passaggi, tiri, errori, palloni recuperati o persi si sono visti nella partita e ne traccia il bilancio. «Me lo chiese Ranieri, adesso lo faccio per Ferrara. Ma quest’anno c’è anche la novità che alleno una squadra di Pulcini e mi piace moltissimo».I bambinetti non lo guardano come il figlio del grande Scirea, di cui non sanno nulla. Però lo sanno i genitori ed è come riprendere il filo interrotto venti anni prima quando, all’uscita dall’istituto San Giuseppe, i compagni di scuola e i loro parenti ne approfittavano se Gaetano si presentava all’uscita per accompagnare il figlio a casa. «Sentivo che mio padre era speciale e ne ero orgoglioso. Solo una volta provai gelosia e fastidio per la sua popolarità. Fu al ritorno dai Mondiali in Spagna. Andammo al mare in Liguria, a Ceriale, e da tutta la spiaggia venivano ai nostri bagni per un autografo o una fotografia: lui era gentile, non diceva mai di no e non aveva più il tempo per giocare con me che l’avevo aspettato tanto. Passò quattro giorni seduto nella cabina perché non voleva che i vicini di ombrellone fossero disturbati da quell’andirivieni, poi decise che era abbastanza: lasciammo il mare e andammo in campagna».Il ritratto che ne fa Riccardo è di un padre famoso e tenero. «Conservo le cartoline che mi spediva dalle trasferte più lunghe. Ne ho una da Barcellona, del 1982, una dalla tournèe a New York, l’orologio che mi portò da Tokyo quando vinse l’Intercontinentale e me lo invidiavano tutti perché, allora, chi lo aveva in Italia un orologio con tutte quelle funzioni? Ho la maglia di Vialli alla Sampdoria, l’unica che gli abbia mai chiesto, più quelle che portava a casa scambiandole con gli avversari. Ma il ricordo più vivo è l’immagine di quando mi portava all’allenamento e alla fine rimanevamo noi due a giocare per un quarto d’ora al Combi».Visto con gli occhi del bambino, Gaetano era un gigante. «Ho sentito parlare molto delle qualità umane di mio padre e sicuramente era un personaggio lontano dallo stereotipo del calciatore. Ma quando lo vedo nei filmati riscopro che era davvero un campione e un leader. Il senso della posizione e il tempismo erano le sue armi per chiudere i corridoi in difesa ma le sfruttava anche per segnare due o tre goal a campionato. Un anno ne fece cinque e non erano i goal del difensore che va a saltare sui calci piazzati, lui li costruiva con la manovra. Oggi mio padre farebbe il centrocampista e non il libero, probabilmente sarebbe il regista arretrato in copertura, come Felipe Melo in questa Juve. Cosa non gli piacerebbe del calcio attuale? Si sarebbe adattato a tutto con il buon senso: lo avrebbero infastidito solo le troppe chiacchiere, le mille interviste, magari l’ingerenza dei procuratori e dei manager. Ma sono convinto che, da tecnico, avrebbe creato qualcosa di nuovo perché aveva le idee. Non ebbe il tempo di esporle. L’estate prima che morisse avrebbe potuto allenare la Reggina, preferì restare alla Juve perché c’era Zoff. La cosa strana è che quando aveva smesso di giocare, un anno prima, ero stato contento perché pensavo che finalmente lo avrei avuto per me anche nei weekend che non avevamo mai fatto insieme. Invece scoprii che da vice allenatore viaggiava più di prima e lo vedevo ancora meno. Certo non pensavo che, per quel lavoro, non l’avrei più rivisto».“REPUBBLICA”, DEL 1° SETTEMBRE 2009Zoff, sono già vent’anni: «Tornavamo da Verona in pullman, la Juve aveva vinto 4-1, il casellante disse che era successo qualcosa a Scirea, io risposi è impossibile, a quest’ora sarà già a casa che dorme».Invece era morto su una strada polacca: «Allenavo la Juve, Gaetano era il mio vice. Era andato a vedere i nostri avversari di Coppa, lui non era convinto che fosse necessario, nemmeno io lo ero, ma Boniperti aveva insistito ed era giusto così. Il destino è invisibile».Chi era Gaetano Scirea? Cos’era? «Un uomo. Era il suo stile. Non la forma, lo stile. Era serenità, chiarezza e pulizia. Era convincente anche quando si arrabbiava così di rado, non perdeva mai il controllo. Una persona sempre misurata e tranquilla. Diceva solo cose autentiche, ponderate».Ricorda quando lo conobbe? «Arrivava dall’Atalanta, un ragazzone taciturno, buonissimo. All’inizio mi sembrava troppo perfetto per essere vero: a volte i timidi appaiono meglio di quello che sono, vale anche per me. Invece era così sincero e puro, senza sovrastrutture. Aveva il pudore delle parole, così raro sempre e di più adesso, in mezzo a questo boato».In campo, inarrivabile. «Perché era sempre lui, era la sua continuazione. Dicono che in partita ti trasformi: fesserie, in partita sei tu e basta. E conta l’istinto, lì non esiste il freno dell’intelligenza, viene fuori il profondo. E il profondo di Scirea era Scirea».Mai un’espulsione, eppure giocava in difesa. «Gli bastavano la classe e la pulizia del gioco. Mai visto uno così elegante, con la testa così alta. E la purezza del tocco era purezza morale. Questi sono uomini importanti, che magari non segnano un’epoca perché non gridano. Ma quanta ricchezza».Eravate sempre insieme. chissà che silenzi. «Invece parlavamo tanto, anche se per capirci non c’era bisogno di dire cose. Ci assomigliavamo, però lui era incomparabilmente migliore di me: io non sono così buono, né accomodante. Dividevamo la stanza d’albergo nella Juve e in Nazionale, leggevamo, giocavamo a carte, robe semplici. Tra noi c’era una goliardia da ragazzini. Gaetano non era un musone, amava gli scherzi, ci stava, anche se era così delicato».Come visse il tumultuoso Mundial 1982? «La nostra camera la chiamavano la Svizzera, era stato Tardelli a inventare il nome perché cercava rifugio da noi nelle sue notti insonni».Gaetano voleva fare l’allenatore: ci sarebbe riuscito? «Sì, perché era intelligente e convincente. In campo, un leader senza bisogno di urlare e sapeva farsi seguire. Aveva carattere, si era diplomato alle magistrali giocando e studiando anche di notte. Al calcio italiano è molto mancato uno come lui: forse, per carattere non avrebbe avuto troppe prime pagine ma non sarebbe cambiato, non l’avrebbero mai cambiato. Neppure in quest’ambiente, dove fa notizia solo il rumore».Cosa accadde, dopo la vittoria di Madrid? «Ero rimasto allo stadio più degli altri per le interviste e tornai in albergo non con le guardie del corpo, come succede oggi, ma sul furgoncino del magazziniere. Gaetano mi aspettava. Mangiammo un boccone, bevemmo un bicchiere, ci sembrava sciocco festeggiare in modo clamoroso: mica si poteva andare a ballare, sarebbe stato come sporcare il momento. Tornammo in camera e ci sdraiammo sul letto, sfiniti da troppa felicità. Però la degustammo fino all’ultima goccia, niente come lo sport sa dare gioie pazzesche che durano un attimo, e bisogna farlo durare nel cuore. Eravamo estasiati da quella gioia, inebetiti».Cosa ricorda della sera in cui morì? «Rientrando da Verona, eravamo andati a cena dalle parti di Ponte sull’Oglio. I cellulari non esistevano. Arrivati a Torino, il casellante ci disse quella cosa, non volevo crederci. Il pullman raggiunse lo stadio, dove avevamo lasciato le auto. Era pieno di giornalisti. Diedi un calcio fortissimo alla fiancata».Dino Zoff, lei pensa spesso al suo amico? «Gaetano torna sempre. Lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso. L’esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose vecchie con il vestito nuovo, come canta Guccini. Mi manca tanto il suo silenzio». VLADIMIRO CAMINITITutto passa, è un’amara storia. Ci riguarda tutti, nessuno escluso. Cera una volta Scirea. Il paese nomato Italia viveva certi momentacci e tra le pochissime realtà consolatrici la Juventus di Gaetano Scirea, impegnata a vincere in tutto il mondo. Ma non soltanto lui. Anche di Zoff e Gentile. Furino e Tardelli, Boninsegna e Bettega, Cabrini e Causio. Ma questa volta vogliamo limitare l’occhiata, fermarci sul giocatore libero di ruolo, libero in tutto, Gaetano Scirea di Cernusco sul Naviglio. Gli statistici diranno nei secoli dei secoli: chi ha mai più vinto come e quanto Scirea? Vediamo intanto il come.Mi rivedo all’Hindu Club, in Argentina. Soldatini tenebrosi marciavano, saracinesche venivano improvvisamente abbassate in pieno giorno in Avenida Centrale nella venturosa Buenos Aires, ma gli azzurri di Enzo Bearzot null’altro vedevano che una distesa sterminata di prati verdi. Un vecchione michelangiolesco veniva presentato da Gigetto Peronace agli azzurri. Qualcuno non ne aveva mai sentito parlare. Quell’uomo antico era Luisito Monti il centromediano che cammina.E Scirea? In quell’incipiente estate, co si piena d’incubi per le dolorose vicende politiche legate al sequestro di Moro e al suo martirio, Gaetano Scirea, classe 1953, aveva venticinque anni appena compiuti, e appariva ancora timido, irresoluto, di poche parole, fin troppo rispettoso di uomini e cose. Era fatto cosi, inseparabile dall’infrangibile portierone di tutti i primati, Dino Zoff.Fui io ad andare all’assedio della roccaforte, tirandomi dietro i colleghi reticenti. Il dubbio era semplice: ma questa signor Scirea parla? Fino a quel momento lo si era sentito mugugnare o al massimo lo si era visto sorridere. Il calciatore vero, tanto più lombardo, anche “furlan” per questo, ha sempre prediletto la linea dei fatti a quella delle parole.Mi ricordo sì del primo Scirea, era timido perché era orgoglioso. Riteneva fosse perfettamente superfluo parlare e respingeva al mittente tutti i dubbi e perplessità che la stampa soprattutto milanese, già preferendogli almeno altri tre liberi, nutriva sul suo conto. Fu cosi che riuscii a farlo sfogare, Scirea finalmente parla: «Non sono debole nel gioco di testa, ho il mio gioco, dipendo come tutti anch’io dalla squadra».Avvenne al Mundial di Argentina l’esplosione tecnica di Scirea libero. Nasceva il ruolo di libero, inventato da Scirea. Quante volte l’ho scritto, vogliamo ripeterlo?Prima di lui il libero era mezzo ruolo, per tappabuchi predestinati, per campioni alla frutta, per assi acciaccati, per nulla tenenti della fantasia. Fecero eccezione di uomini grandi come Picchi che costruirono il ruolo su se stessi, sulle proprie ossa e sul proprio cuore. Ma oramai il libero doveva entrare stabilmente nel gioco, partecipare alla manovra, non limitarsi a rompere. E Scirea faceva molto di più. Avanzava, inserendosi in ogni reparto con naturalezza; a seconda della posizione che andava prendendo sul campo era “half” o interno o attaccante. E che splendidi goal andava a segnare!La Nazionale finì quarta ma era nato un campione nuovo, era arrivato il più grande libero del mondo. Un altro come Franz Beckenbauer il superbo, Gaetano Scirea di Cernusco sul Naviglio. Ma non superbo, timido. Di una rara timidezza, come certi cieli della sua terra, uno che non la manda mai a dire, se la tiene dentro. Ha sposato una bella ragazza. Ha ideali semplici. È un arcade, è Gaetano Scirea.Ora può andare a vincere tutto quello che c’e da vincere. La “Nazionalsentimental” di Bearzot vive i suoi anni fulgidi. Non si sa cosa aspetti all’angolo domani, non si può mai sapere. Consapevolmente e inconsapevolmente, Bearzot il “furlan” ha messo insieme un gruppo bellissimo. E sono anni guerreggianti nel calcio, in cui anche la Juve vince tutto quello che ancora manca al suo palmares, per i posteri, per se stessa; e Scirea va a dare ripetute prove di regia retrorsa, di goal di volo belli e puntuali.Ha inventato il ruolo. La Juve di Zoff, di Cabrini e Gentile, di Tardelli e Furino, di Brady e poi di Platini, di Boninsegna e poi di Paolo Rossi, è la sua Juve, specialmente la sua Juve, di questo giocatore araldico che conosce i tesori del silenzio, che sa applicarsi nel lavoro e rifugge da ogni atteggiamento demagogico.Oggi è facile dire che il giocatore è cresciuto e una volta era ignorante. Sara pur vero, ma oggi è spesso arrogante, la cultura non lo ha fatto crescere. Quando era primitivo era anche creativo. Io direi che uno come Scirea fa tabula rasa di tutti i pregiudizi sul calciatore. È un desso che si impegna a fondo nella vita quotidiana per essere la stessa persona che è in campo; quando non arriva su un pallone è perché proprio non ce l’ha fatta a raggiungerlo. Il miglior discorso tattico della Juve, come della Nazionale, nasce dal suo piazzamento e dalla sua imbeccata. In Espaňa un’edizione che si fa strategia, gioca alla grande in ogni zona di campo.È un uomo aggiunto alla manovra che sa colpire al momento giusto. E gli anni passano. E qualche filino grigio compare nelle tempie del nostro uomo. Una volta a Cagliari lo vedo giocare male e lo scrivo. Allo Sporting, un giorno, me lo rimprovera.Caro Scirea, hai dato al calcio il meglio di te stesso con esecuzioni esemplari di un gioco che apparteneva alle tue serene albe, ai tuoi sogni discreti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/gaetano-scirea.html
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GIANCARLO ALESSANDRELLI Ci sono ruoli che sembrano fatti apposta per persone strambe – afferma Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del settembre 1974 –. Strambo non significa incosciente, per carità: ma certo il portiere non è, non può essere proprio come gli altri. Combi, per esempio, era diversissimo: in campo come nella vita. Lo stile del portierissimo del quinquennio non era lo stile di Orsi, di Monti, neppure degli amiconi Rosetta e Caligaris. Era eleganza unita a imperturbabilità, con un pizzico di irrazionalità. Non parliamo, poi, del primo grande portiere del dopoguerra, Sentimenti quarto detto Cochi: qui il ricordo è più recente, soccorre una ricca aneddotica, anche il supporter ricorda certi particolari illuminanti in proposito. Ecco, Sentimenti era forse l’esempio più classico del portiere come “tipo” a parte: carattere specialissimo, agilità felina, riflessi prontissimi, con il pizzico di stramberia rappresentato nella fattispecie dalla vocazione rigoristica e dalle divagazioni all’ala. A questo punto, se il lettore non si sarà ancora stufato, introduciamo finalmente il discorso-Alessandrelli. E lo introduciamo per contestare la regola di cui sopra: Giancarlo, infatti, che torna alla Juve dopo due anni di “prestito”, è incredibilmente, straordinariamente, eccezionalmente un calciatore normale, pur essendo incontestabilmente un portiere. E un ottimo portiere, anche. La scoperta è piacevole, non c’è che dire: e prelude forse a epoche nuove, di razionalità assoluta nel gioco del pallone. Alessandrelli, detto Alex, ha ventidue anni. Alla Juve, dove ha fatto ritorno dopo due ottime stagioni alla Ternana e all’Arezzo, ha davanti a sé un certo Dino Zoff, che notoriamente concede assai poco ai suoi “secondi”. Ma di questo, Alex non si preoccupa minimamente. «Sono contento – dice – perché Dino è uno dei più grandi portieri del mondo, e da lui posso imparare molto». Ecco, abbiamo anche trovato il modo di iniziare la chiacchierata con il giovanotto. Alessandrelli è nato a Senigallia, provincia di Ancona, il 4 marzo ‘52, ma è praticamente romano, essendosi trasferito nella capitale alla tenera età di un anno. E allora, come viene fuori questa storia della Juve? Fatalità, predestinazione o cos’altro? «Una fortunata coincidenza: a 12 anni giocavo già portiere, e nell’Ostiense mi feci le ossa. Presidente di quella società era a quei tempi Anzalone, attuale presidente della Roma e già allora consigliere della società giallorossa. Fu lui, nel ‘67-68, a lasciarmi andare alla Juve, che con altre società si era fatta avanti per acquistarmi. Perciò, gli devo riconoscenza». Da allora, Alex ha compiuto la lunga trafila delle “minori” con gli “allievi”, poi “juniores”, e nel ‘71-72 campione d’Italia con la squadra “Primavera” e contemporaneamente terzo portiere della prima squadra. È un anno importante, questo, per Alessandrelli. Tra l’altro, due splendide partite di finale “Primavera” con la Roma lo additano ai tifosi come portiere d’avvenire. Veramente, anche la stagione ‘70-71 era stata nel finale prodiga di soddisfazioni, per il giovanotto. Il Trofeo “Picchi”, alle porte dell’estate, con l’apparizione in prima squadra: ma lasciamo l’interessato a ricordare. «Fu una cosa magnifica: nel giugno ‘71, a 19 anni, mi trovai di colpo proiettato in prima squadra! E come se non bastasse, di fronte al pubblico romano, all’Olimpico gremito di folla. Ricordo che fui molto incitato, in quella partita che vincemmo contro il Cagliari per 2-1. Un ricordo magnifico, una delle soddisfazioni più grandi della mia vita. Certo, anche l’anno dopo le cose andarono piuttosto bene: tra l’altro, ancora a Roma, feci un’ottima partita con la “Primavera”. E poi, entrai più direttamente a contatto con l’ambiente della prima squadra, in un campionato prodigo di soddisfazioni». Le avventure di Alex cambiano per un po’ sfondo e contorni: il ’72-73 è l’anno del primo prestito, delle prime grosse opportunità. A Terni, città inedita per la serie A, dove Viciani predica il gioco corto che ha portato la promozione, Alessandrelli viene buttato nella mischia. «È stato un anno piuttosto importante per me, quello di Terni: l’anno del salto in serie A, senza particolare esperienza mia. Un salto, forse, un po’ troppo brusco. Tante cose, alla lunga, mi impedirono di rendere al meglio. Tra l’altro, ero militare Ma anche il pubblico non mi aiutò molto, criticandomi parecchio a ogni errore. Fu l’inizio di stagione a riservarmi le massime soddisfazioni: a Cagliari, in Coppa Italia, giocai assai bene, e alla fine Fabbri e Maraschi vennero negli spogliatoi a congratularsi con me». Sono attimi di gioia, la realtà non è sempre allegra; anche Geromel e Tancredi, gli altri portieri, soffrono un ambiente parecchio esigente, che non si rassegna a una squadra partita bene e finita nei meandri della retrocessione. Comunque, a Terni, Alessandrelli stabilisce un piccolo record, esordendo in serie A a 20 anni. Chi in tempi recenti è stato capace di fare altrettanto? Nessuno, probabilmente. La leggenda di Combi tremendo già da ragazzino è lontana, e proprio perché leggenda non fa testo. Nel malumore di una stagione forse non come era nelle aspettative, Alex trova in questo un sufficiente motivo di conforto. Dai malumori di Terni al campionato-rilancio in quel di Arezzo, il passo è breve. Il ‘73-74 di Alessandrelli è anno da 32 presenze in campionato, e c’è pure una manciata di gettoni in Coppa Italia: un anno, dunque, di grosse opportunità. «L’inizio, per la verità, è stato un po’ incerto, titubante direi quasi. Il momento più bello per me è venuto dopo le prime partite: a parte qualche infortunio che mi ha tenuto lontano dal campo nel finale, non ho più praticamente abbandonato il posto di titolare». Un anno da titolare in serie B impone dovute considerazioni di ordine tecnico: Alex accumula prestazioni di ottimo livello, e i giudizi sul suo conto sono largamente positivi. ì questo spilungone ha quanto si domanda a un portiere per essere grande: l’inesperienza che a Terni era costata svarioni facilmente eliminabili e la scarsa considerazione del pubblico più intransigente lascia pian piano il campo; la salvezza dell’Arezzo passa anche attraverso i voli domenicali di questo portiere giovinetto. «La mia gioia è stata doppia: per le mie prestazioni positive nell’arco di un intero campionato, e per l’ambiente in cui mi sono trovato immerso. Una città simpatica, Arezzo, con tifosi cordiali. Non avrei potuto desiderare un’esperienza migliore». Un anno di A in sordina, ricordi di gioventù o quasi; e poi, un campionato di grande lancio in B. È raro poter vantare un’esperienza così varia ad appena 22 anni. Quali le differenze? La serie A è davvero un altro pianeta, o è questione di gusti, di adattamento? «Ci sono differenze profonde tra la A e la B, cose che anche un portiere può facilmente toccare con mano. In B è più facile, anche se ti rendono comunque la vita dura, specie su certi campi esterni col pubblico che urla e schiamazza senza tregua. Però, c’è più spontaneità, il gioco è più istintivo, la botta arriva più o meno dove te l’aspetti, magari c’è più lavoro ma è anche più agevole svolgerlo bene. In A la musica è diversa, anche se mi rendo conto che il mio giudizio si rifà a un’esperienza relativamente lontana, cui mi ero presentato praticamente senza un adeguato collaudo dal vivo. In serie A, voglio dire, ci si trova davanti ad autentici marpioni, che magari ti fanno arrivare pochi palloni a partita, ma quei pochi precisi, talvolta diabolici, carichi di effetto». E siamo al dunque: Alessandrelli è al via del ‘74-75 di nuovo nei ranghi juventini. Un ritorno sperato, con la speranza di rimanerci. Si può chiudere con i ricordi, e affrontare al presente il personaggio. Come ti definiresti, rispetto ai colleghi di ruolo? «Non so, non mi sono mai posto il problema. Credo di non somigliare a nessuno in particolare, questo sì. Forse dipende anche dal fatto che a 10-11 anni, quando i ragazzini col calcio nel sangue già sognano di diventare Rivera o Riva o chissò io, il sottoscritto non cercava di emulare nessun portiere, visto che il mio ruolo preferito era inizialmente di ala destra o centravanti. Come capii che avevo attitudini per stare tra i pali, essendo juventino, mi misi a studiare l’allora portiere bianconero, Roberto Anzolin, di cui ho ammirato (e ammiro, visto che mi risulta giochi ancora) lo stile perfetto». E Zoff? «Dino è il più forte di tutti, l’ho già detto. Naturale che adesso mi ispiri soprattutto a lui». Parliamo del tuo carattere. «Mi definirei un tranquillo ottimista, ecco. Non sono per niente superstizioso, ora, ma confesso che all’inizio della carriera avevo anch’io qualche “pallino” in materia di scaramanzia. In particolare, ero convinto che soltanto portando i calzettoni bianchi avrei potuto rendere al meglio. Adesso mi è passata anche questa piccola mania. Sono anche e soprattutto un romantico, e nella musica, specie nei brani lenti, trovo una grande occasione di relax». Scontata, a questo punto, la domanda sugli hobbies. «Niente di particolare; accennavo prima alla musica: prediligo un po’ tutto il genere moderno, dal pop al folk. In particolare mi piacciono il “sound of Philadelphia” e il “Country” inglese, tipo John Mayall. Vado al cinema come tutti, con una preferenza per i film polizieschi. Piuttosto, d’estate adoro la pesca subacquea, cui mi dedico dalle mie parti, in tanti posti vicino a Roma. Al Circeo, per esempio, scendo sovente in apnea col fucile: è una sensazione favolosa. Ultimo hobby, le automobili potenti: un hobby veramente un po’ in declino, per via dell’austerity. Diciamo che prima mi attraevano di più». Hai gusti difficili? «Non direi; forse, però, con un’eccezione. Amo moltissimo la buona cucina, e siccome mio padre è un ottimo cuoco, mi definisco una buona forchetta. È però sottinteso che posso concedermi i piaceri della tavola per ben poco tempo, durante l’estate, visto che d’inverno siamo tutti sottoposti ai rigidi menù da calciatori». Boniperti ha fiducia in lui. «È un giovane fondamentale e qui farà tantissima strada. Ci penserà Zoff a dargli anche tanti e preziosi consigli», dichiara il presidente. Le opportunità che si presentano a Giancarlo non sono molte, qualche partita di Coppa Italia con i giovani della Primavera, quando Dino Zoff e compagni sono impegnati con la Nazionale per la tournée del Bicentenario dell’Indipendenza americana a fine maggio ‘76 oppure in Argentina per i Mondiali. L’esordio in bianconero, con la maglietta grigia e il numero 12 sulle spalle, gli si presenta all’ultima giornata del campionato 1978-79: Juventus-Avellino. Il primo tempo finisce a reti inviolate, grazie anche al giovane portiere irpino Piotti, che salva il risultato in più di un’occasione. Passano dieci minuti dall’inizio della ripresa e Bettega sblocca la partita; passa un minuto e, su un’azione di contropiede, Verza realizza il raddoppio con un preciso tiro a fil di palo. Il Trap, a questo punto, pensa di mandare in campo Alex; durante l’arco del campionato ha fatto esordire ragazzi fondamentali e che percorreranno molta strada nella Serie A: Fanna, Brio e lo stesso Verza, quindi pensa di dare un po’ di gloria anche ad Alessandrelli. Dopo tantissime giornate, passate in panchina in compagnia dei radiocronisti Roberto Bortoluzzi, Enrico Ameri e Sandro Ciotti e l’inseparabile tuta blu, Alex ha la sua grande occasione. «Al Comunale si è consumato anche un piccolo dramma per Giancarlo Alessandrelli – scrive Bruno Bernardi su “Stampasera” – al quale Trapattoni, d’accordo con Zoff, aveva concesso, quando il risultato sembrava acquisito, di effettuare un parziale debutto nella Juventus in campionato dopo quattro anni di panchina, intervallati da qualche esibizione in Coppa Italia o in amichevole. La Juventus, dopo il cambio, ha siglato il terzo gol e per Alessandrelli sembrava un pomeriggio tranquillo senza emozioni. Viceversa De Ponti, sfruttando due difettose respinte di Alessandrelli su insidiose punizioni di Tosetto, ha caligato il ventisettenne portiere che, sul terzo punto di Massa (in sospetto fuorigioco), è apparso frastornato. Infierire su Alessandrelli, dopo questi sfortunati 26 minuti, sarebbe ingiusto: l’essere rimasto così a lungo all’ombra di Zoff ha indubbiamente appannato i suoi riflessi. Al suo “vice”, l’indistruttibile Dino lascia poco spazio e, di conseguenza, non è facile tenersi pronti e in forma alla chiamata». «Avevo paura come un ragazzino della Primavera – racconta a caldo negli spogliatoi con le lacrime agli occhi – dopo il primo gol non ragionavo più, ero confuso, io che avevo sempre sognato quel momento». Non avrà più nessuna occasione, quella stessa estate sarà ceduto all’Atalanta, in cambio di Luciano Bodini. NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DELL’11-17 FEBBRAIO 2003 Pensi a Giancarlo Alessandrelli, oggi 51 anni, affermato imprenditore e proprietario di locali in Sardegna e Toscana, e la mente vola subito al 13 maggio del ‘79, ultima di Campionato. La Juventus gioca con l’Avellino e sta vincendo per 2-0. Dopo quattro anni da dodicesimo (il numero uno è Zoff) tutti trascorsi in panchina in compagnia di Ameri e Ciotti, Alex viene buttato nella mischia. «Fu De Maria, il massaggiatore, che a un certo punto disse al Trap di farmi entrare. Era la mia ultima partita visto che alla fine della stagione sarei andato via comunque. In mezz’ora presi tre gol. Incredibile, in tutto il primo tempo l’Avellino non aveva mai superato la metà campo. Alla fine della partita ero devastato. Non solo per me, ma anche per mio padre, una persona dolce e sensibile, sapevo che se ne stava a casa sua incollato alla radio a seguire le partite e che aspettava forse più di me quel momento». Al rientro negli spogliatoi ovvia maretta. «Pietro Giuliano (il braccio destro di Boniperti, ndr), di solito calmo e razionale, si infuriò con la squadra per la figura che mi aveva fatto fare. Lo stesso fece Zoff, che se la prese soprattutto con la difesa. Volarono parole grosse e qualche cazzotto sugli armadietti». Ma la vita, talvolta, restituisce con gli interessi quello che ha tolto: «Tutti si ricordano di me per quella partita. Mi hanno voluto perfino la Carrà e Maurizio Costanzo per raccontare dei tre gol presi in trenta minuti». E sì, da quella triste mezz’ora l’unico vincitore è risultato lui, che è poi riuscito a costruirsi fuori dal calcio una strada lastricata di successi. «Sono una persona serena alla quale piace vivere la parte “bella” della gente, quella che emerge nei momenti di relax o di ferie». La svolta dopo la rottura del crociato al ginocchio destro nell’84: «Fu una scelta indolore. Chiusi con il calcio e decisi che da allora mi sarei dedicato a far star bene le persone». Alex adesso si divide tra Sardegna e Toscana, «da ottobre a maggio gravito ad Arezzo dove nel 2000 ho aperto il “Grace”, un ristorante con musica dal vivo in pieno centro, mentre mia moglie Daniela cura il suo negozio di abbigliamento. L’estate, invece, si vive in Sardegna. Daniela segue le sue attività nel campo della moda, mentre io lo scorso luglio ho inaugurato un nuovo locale a Porto Cervo. È il terzo dopo il “Peperov”, che ho lanciato nell’88 insieme a due soci, e al “Billionaire” che presi da solo rischiando molto. Briatore, mio amico da una vita, entrò dopo il primo anno, oggi gli ho ceduto l’intera proprietà. Il presente si chiama “Next Door”, sempre con Briatore nel team, la scelta del nome non è stata casuale». Una nuova porta per Alessandrelli, una nuova sfida, con la consapevolezza che non sarà l’ultima. «Dici bene, non posso fare a meno di guardare al futuro». Si rituffa volentieri pure nei ricordi il nostro Alex. «Arrivai a Torino a 15 anni. La mia famiglia aveva bisogno di qualche soldino ed io non mi risparmiavo: ho fatto le bobine per i flipper, lavavo le auto, mi occupavo delle rese dei quotidiani, il carrozziere. Ho lavorato anche come cameriere nel pensionato dove vivevo con i miei compagni, tutto questo mentre giocavo». Cinquecento lire, questa la paga per ognuno dei lavoretti che riusciva a inventarsi. «A diciassette anni la Juve mi dava quindicimila lire al mese, compreso il vitto e l’alloggio, ma arrotondavo facendo l’assicuratore: vendevo polizze a tutti i compagni». Lo spirito d’iniziativa, insomma, non gli è mai mancato, neppure durante gli anni da prof nel calcio. «Nel ‘76 a Torino in società con Zoff e Tardelli avevo aperto un negozio di abbigliamento. Quattro anni dopo con mia moglie iniziai a produrre capi in pelle ad Arezzo e nello stesso periodo, mentre eravamo in vacanza in Sardegna, rilevammo un’attività commerciale nel settore del vestiario con punto vendita a Baia Sardinia». E il pallone? «C’era anche quello, anzi soprattutto quello. Nel ‘67 mi aveva portato dall’Ostiense alla Juve un certo Moggi. Ero fortissimo, calciavo con tutti e due i piedi e agli inizi addirittura mi alternavo tra il ruolo di portiere e quello di ala sinistra». L’anno magico è il 1972: «Intanto perché avevo vent’anni e potrebbe bastare questo. In più ero in pianta stabile nella rosa della prima squadra tra Piloni e Carmignani, il titolare, che sotto sotto mi temeva. Con la Primavera perla prima volta nella storia della Juve vincemmo lo scudetto di categoria, ero il capitano e con me c’erano Luciano Marangon, Vincenzo Chiarenza, Alberto Marchetti. In estate andai in prestito alla Ternana. Ero il più giovane titolare della Serie A e non ti dico l’emozione nel vedere il mio nome accostato a quelli di Zoff, Albertosi, Pulici. Era una Ternana che difendeva a zona e applicava il famoso gioco corto, per cui spesso e volentieri giocavo al limite dell’area. Ma non tutti capivano: dagli spalti mi urlavano di tornare indietro». Alex, comunque, convince. Para bene, anche i rigori, arrivando a interrompere la serie positiva di Chinaglia nel ‘73. «Ma a proposito di penalty il ricordo più bello è legato ai quarti di finale di Coppa Campioni contro l’Ajax nel ‘78». Dopo i supplementari, ecco i tiri dagli undici metri: «Io sono dietro la porta e Zoff, prima di sistemarsi tra i pali, si consulta con me. Risultato: due rigori parati e il terzo fuori». Mai pensato allora di rimanere nel calcio come istruttore dei portieri? «L’ho fatto, tanti anni fa alla Rondinella. Mi chiesero di sgrezzare un tipo alto e un po’ debole di carattere. Sebastiano Rossi». Esperienza una tantum, anche perché Alex e un team manager nato. «Lo sono sempre stato, fin dai primi anni bianconeri. Ero il portavoce della squadra, con Boniperti, ma anche con l’Avvocato Agnelli». Lo sguardo vola a una foto appesa alle pareti del suo ufficio. In primo piano un giovane Alessandrelli se la ride con l’Avvocato. Cosa gli stavi dicendo? «Che i finestrini della 131 non si aprivano mica bene!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/giancarlo-alessandrelli.html
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GIANCARLO ALESSANDRELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Alessandrelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Senigallia (Ancona) Data di nascita: 04.03.1952 Ruolo: Portiere Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: Radiolina - Alex Alla Juventus dal 1971 al 1972 e dal 1975 al 1979 Esordio: 15.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Lecce 1-1 Ultima partita: 13.05.1979 - Serie A - Juventus-Avellino 3-3 12 presenze - 22 reti subite 3 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa Uefa Giancarlo Alessandrelli (Senigallia, 4 marzo 1952) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Giancarlo Alessandrelli Alessandrelli alla Juventus nel 1975 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1986 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1971-1972 Juventus 0 (0) 1972-1973 → Ternana 25 (-32) 1973-1974 → Arezzo 32 (-30) 1974-1975 → Reggiana 3 (-3) 1975-1979 Juventus 12 (-22) 1979-1980 Atalanta 14 (-7) 1980-1981 Sanremese 34 (-31) 1981-1982 Atalanta 0 (0) 1982-1983 Rondinella 24 (-21) 1983-1984 Fiorentina 0 (0) 1985-1986 Rondinella 6 (-11) Carriera Cresciuto nelle giovanili della Juventus, entra nella squadra maggiore come terzo portiere e contestualmente si aggiudica con la Primavera il Campionato 1971-1972. Alessandrelli (in piedi, primo da sinistra) nella Ternana del 1972-1973 Per fargli fare esperienza i piemontesi lo cedono in prestito inizialmente alla Ternana, società nella quale gioca titolare disputando 25 partite, debuttando in Serie A il 24 settembre 1972 in occasione dell'incontro Napoli-Ternana (1-0), e poi all'Arezzo, in Serie B. Nel 1974-1975 si trasferisce quindi alla Reggiana dove non veste la maglia da titolare e colleziona 3 presenze come vice di Maurizio Memo. La Juventus lo richiama nel 1975-1976 per rilevare Massimo Piloni nel ruolo di riserva di Dino Zoff. Gioca titolare in alcuni incontri di Coppa Italia e in occasione della gara di ritorno valevole per il primo turno della Coppa dei Campioni 1977-1978 contro l'Omonia. Dopo quattro anni di panchina, in cui indossa il n. 12 in campionato per 113 volte, nell'ultima giornata del campionato 1978-1979 Giovanni Trapattoni lo fa subentrare a Zoff nel corso di Juventus-Avellino; in meno di mezz'ora Alessandrelli subisce tre reti e la partita si conclude 3-3. L'anno successivo viene ceduto all'Atalanta, in Serie B, dove torna a giocare con più continuità. Dopo una stagione nella Rondinella, in Serie C1, conclude la carriera nell'annata 1983-1984 ritornando nella serie maggiore, quale riserva di Giovanni Galli nelle file della Fiorentina. Palmarès Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1971-1972, 1976-1977, 1977-1978 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Competizioni internazionali Coppa UEFA: 1 - Juventus: 1976-1977
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PAOLO ROSSI «Io non segno quasi mai di potenza, generalmente conquisto quei due metri che costano il gol all’avversario. Per me, è fondamentale il gioco senza palla, lo smarcamento, quando la palla non c’è, è indispensabile. Non ho avuto dalla sorte un grande fisico e mi debbo far furbo». Nato a Prato il 23 settembre 1956, a 16 anni è già juventino e sgambetta gracilino al Combi: è un Rossi scattante, con la sua caratteristica corsa, pronto ad avventarsi su ogni pallone. Italo Allodi lo ha voluto portare a Torino a tutti i costi, in quanto il ragazzino gli era piaciuto. «Ho dei ricordi bellissimi di quel periodo, ero uno dei tanti ragazzini di quegli anni, con molti dubbi e poche certezze; l’arrivo nella società più importante d’Italia mi diede una grande carica. Provenivo da Firenze, dove avevo giocato per quattro anni in una piccola società, la Cattolica Virtus; poi, il grande salto nella Juventus. Mi aveva già prenotato, quando avevo 14 anni, Luciano Moggi, allora responsabile del settore giovanile bianconero, dopo avermi visto giocare in un torneo a Chieti. Due anni dopo, sbarcai a Torino». Gli osservatori della Juventus pensano che Paolo sia un buon elemento, ma che debba farsi le ossa, poiché è così debole di gambe. «Gli infortuni giungevano, puntuali, tutti gli anni; mi hanno tolto tre menischi in tre stagioni e, allora, quell’operazione faceva perdere almeno sei o sette mesi di preparazione. L’ultima è stata nel 1974; l’allenatore della Primavera era Castano, un grandissimo personaggio nell’ambiente di quegli anni. Con lui sono diventato uomo e calciatore e grazie al suo aiuto ho esordito in Coppa Italia con la prima squadra. Ricordo che vincemmo a Cesena per 1-0, con gol di Musiello; l’allenatore era Vycpálek ed ho avuto l’occasione di giocare con giocatori del calibro di Capello e Altafini, tanto per fare due nomi fra i più conosciuti. Fu una stagione eccezionale». Paolo viene mandato a Como, è la stagione 1975-76, dove come allenatore c’è Osvaldo Bagnoli. Gioca ala destra, disputa 6 partite e segna anche una rete, ma è sempre alle prese con i menischi: un vero calvario senza fine, in quanto, ogni volta, bisogna riprendere con massacranti sedute di allenamento, per tonificare il tono muscolare. A Como, però, non credono in lui, puntano su un altro Rossi, Renzo, anch’egli attaccante, che poi sarà ceduto all’Inter e che finirà presto nel dimenticatoio. La stagione successiva è ceduto al Lanerossi Vicenza ed ha la fortuna di trovare un presidente come Farina e un tecnico come Giovan Battista Fabbri. L’attaccante titolare e autentica bandiera della società biancorossa, Vitali, è in rotta con la dirigenza: occorre un sostituto, viene buttato in mischia proprio Paolo, a suo agio con il gioco dei veneti, incentrato sul contropiede. È un trionfo: gioca 36 partite, segna 21 gol, trascina il Vicenza in Serie A. L’inarrestabile ascesa, del non ancora Pablito, non conosce pausa, nemmeno in confronto con i grandi campioni della Serie A: vince la classifica dei cannonieri con 24 reti, davanti a uno specialista come Beppe Savoldi e porta il Lanerossi al 2° posto in classifica. «Fabbri è stato un padre per me, il classico padre di famiglia che ti consiglia, ti prende sotto la sua protezione, è stato proprio così. Teneva le fila di tutto l’ambiente, ha fatto in modo che si creasse una grande unione tra di noi. Era un grande conoscitore e un grande amante del calcio, predicava il fatto che tutti a cominciare dai difensori dovevano giocare a pallone. Io, in particolare, gli devo molto, è stato lui che mi ha trasformato da ala a centravanti, ha visto subito che potevo avere un ruolo diverso e ha cambiato sicuramente la mia carriera. Ho avuto un grande rapporto con Farina, è stato un presidente unico, pur con tutti i suoi difetti. Aveva una grande personalità, grande umorismo. Era uno che ci sapeva fare e con cui era estremamente piacevole passare del tempo. Sotto altri aspetti, nella gestione della società, poteva essere anche un duro, probabilmente era un presidente d’altri tempi. Secondo me Farina era una spanna sopra gli altri, aveva delle idee innovative. Mi ricordo che il primo anno di Serie A, si era inventato l’abbonamento biennale per farsi anticipare i soldi che gli servivano, erano cose che all’epoca sembrava incredibile potessero uscire dalla mente di una persona, ma lui era così, aveva queste intuizioni». Tutti grandi club inseguono questo ragazzo e anche a Torino non si sono dimenticati di lui. Nel giugno del ‘78, Boniperti e Farina vanno in Lega a misurarsi alle buste, per risolvere la comproprietà dell’attaccante. La Juventus, infatti, aveva conservato la proprietà della metà del cartellino del giocatore. Boniperti si presenta con le idee abbastanza chiare: Paolo può valere, al massimo, un paio di miliardi, cifra già eccezionale per quei tempi. Farina è pronto a fare altrettanto ma è ingannato da una telefonata, che dice che la Juventus avrebbe scritto nella busta una cifra incredibile: due miliardi e mezzo. Farina, senza pensarci due volte, scrive due miliardi e 750 milioni creando un autentico caso, al punto che anche Franco Carraro, allora presidente della Lega, decide di dimettersi per protesta. Da quel momento, la fortuna gira le spalle a Rossi: il Vicenza precipita in Serie B, accompagnata da una voragine di debiti. Paolo emigra a Perugia, in prestito, dove è travolto dallo scandalo del calcio scommesse. Il suo caso divide l’opinione pubblica. Il giocatore si dichiarerà sempre innocente e le circostanze del suo coinvolgimento non appaiono mai del tutto chiare. Al riguardo, il pubblico accusatore, Corrado De Biase, racconterà in un’intervista rilasciata alcuni anni dopo i fatti: «Non avevo dubbi sulla colpevolezza di parecchi inquisiti. Solo di Rossi non ero convinto. Lui aveva sempre negato tutto. Era stato accusato di aver aderito alla proposta di fare un pareggio concordato dal Cruciani, alla presenza di un testimone. Proposi un faccia a faccia tra Rossi e Cruciani. Fu una scena drammatica. Soffrii per Rossi, che non riuscì a convincere i giudici della sua innocenza. Per la stampa, Rossi lo avevo condannato io. Ma era colpa mia se il giocatore non era riuscito a convincere della sua innocenza la Commissione Disciplinare?». Sembra la fine della sua carriera, invece è la svolta positiva. Durante la squalifica, Rossi, torna a Vicenza ed è contattato da alcune società e fra cui l’Inter di Fraizzoli. Sandro Mazzola ha molte idee sul conto di Rossi, stipula un accordo scritto tra Fraizzoli, Farina e il giocatore, ma all’ultimo momento il patron nerazzurro si tira indietro e il trasferimento salta. Boniperti non ha mai smesso di seguire con attenzione la vicenda di Pablito e non ha mai digerito nemmeno lo sgarbo di Farina. Quando torna alla carica nel marzo del 1981, trova il presidente veneto molto più disponibile, pronto a cedere il giocatore per ripianare il deficit in cui si trova la sua società. La Juventus paga quanto aveva sborsato Farina con gli interessi e così Pablito torna a vestire la casacca bianconera. «Boniperti mi chiamò: “Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri”. Mi sono sentito di nuovo calciatore. La lettera di convocazione adesso farebbe ridere. Diceva di presentarsi con i capelli corti, indicava cosa mangiare e cosa bere. Boniperti era un mago in queste cose. Quando arrivai mi disse: “Paolo, se ti sposi è meglio, così sei più tranquillo”. Mi sono sposato a settembre. L’avrei fatto lo stesso, diciamo che sono stato un po’ spinto. Comunque devo ringraziare lui, Trapattoni e Bearzot. Il Trap mi ha allenato con la sua grinta, ci ha messo molta dedizione, Bearzot mi chiamava spesso. Non mi faceva promesse ma mi incoraggiava a lavorare bene, perché lui mi teneva sempre in considerazione. Fondamentale». Il 2 maggio 1982, Rossi torna in campo a Udine a fianco di Virdis. Trapattoni dice: «È quello di un tempo». E lui: «Non ricordavo più l’emozione di una partita vera. Due anni di silenzio mi hanno maturato. Proprio in questo momento mi dico: non c’è solo il calcio». Nonostante le 3 presenze nella Juventus, Rossi è convocato ugualmente in Nazionale, gioca in Spagna, diventa Pablito, storia risaputa. «La convocazione me l’aspettavo, Bearzot aveva fiducia in me, in Argentina ero andato bene. Ma le prime partite sono un disastro. Tre pareggi con Polonia, Perù e Camerun: qualificazione per differenza reti. Non ero in forma, anzi. Un fantasma. Trovavo difficoltà a fare tutto, era anche un blocco mentale. Ma la fiducia dei compagni e di Bearzot mi hanno dato una carica eccezionale. I ragazzi scherzavano sul fatto che mi reggessi a stento in piedi. Era importante anche la presa in giro. Per lo stress ero dimagrito 5 chili. Mi facevano stimolazioni elettriche alle gambe. E ricordo che il cuoco tutte le sere mi portava in camera un bicchiere di latte e una brioche. Finita ogni gara Bearzot mi diceva: “Stai tranquillo, ora preparati per la prossima”. Anche dopo la sostituzione col Perù. Eravamo un gruppo eccellente, la prova fu il silenzio stampa di Vigo. Accettavamo le critiche tecniche, ma non le cattiverie gratuite. Si scrisse di tutto: bella vita, casinò, Graziani che aveva perso 70 milioni. Che io e Cabrini stavamo insieme. Non ne potevamo più di stupide illazioni e decidemmo di starcene zitti. La gara con l’Argentina è stata decisiva, vinta giocando bene. Io non segnai, ma stavo meglio. Non pensavamo certo di vincere il mondiale, però ci convincemmo di poter giocare alla pari con chiunque. Forse nel ‘78 eravamo più forti, io compreso, ma questa squadra era un concentrato di carattere. Il primo gol al Brasile, lo ricordo come il più bello della mia vita. Non ho avuto il tempo di pensare a nulla: ho sentito come un senso di liberazione. È incredibile come un episodio possa cambiarti radicalmente: niente più blocchi mentali e fisici. Dopo quel gol, tutto è arrivato con naturalezza. Ma non pensate che ci siamo goduti le vittorie. Una volta qualificati per la semifinale, Bearzot disse solo: “Pensiamo alla Polonia”. Sempre concentrati, sempre in apnea fino alla finale. Per questo forse il ricordo più nitido che ho è la sensazione al fischio finale contro la Germania. Eravamo campioni del mondo. Feci solo mezzo giro di campo coi compagni: ero distrutto. Mi sedetti su un tabellone a guardare la folla entusiasta e mi emozionai. Ma dentro sentivo un fondo di amarezza. Pensavo: “Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti”. E capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi». Al ritorno dal Mondiale, all’atto di rinnovare il contratto con la Juventus, una frase infelice a proposito della necessità di “allevare i figli con lo stipendio giusto”, fa imbufalire Boniperti e il contratto non viene firmato. Con lui, a contestare il presidente juventino, ci sono Tardelli e Gentile. Ma le delusioni non sono finite, nonostante le sue 18 realizzazioni: lo scudetto va alla Roma e la Coppa Campioni sfugge nella serata di Atene contro l’Amburgo. Nella stagione successiva, Rossi contribuisce con 13 gol alla conquista del titolo e poi al trionfo in Coppa delle Coppe; il rapporto con i colori bianconeri continua, c’è la Coppa dei Campioni da vincere, ma Rossi è sempre meno protagonista, più comprimario che altro. Le scelte di Trapattoni lo infastidiscono, cosicché quando Farina, che è diventato presidente del Milan, ritorna alla carica, Pablito accetta il corteggiamento a si trasferisce a Milano. «Diventai una specie di apri varchi, fu una scelta di Trapattoni dettata dalla necessità. Poi arrivarono Boniek, Platini, c’era Bettega: qualcuno doveva restare fuori e, caso strano, toccava sempre al sottoscritto. In bianconero ho vissuto dei momenti molto belli, ma anche alcuni molto brutti. A un certo punto ero stufo di calcio, andavo agli allenamenti perché ero costretto. Mi sembrava che attorno a me mancasse totalmente la fiducia, quando dovevano sostituire un giocatore, toccava sempre a Rossi. Mi sembrava una scelta fatta a tavolino, ci restavo male. Con i tifosi juventini non mi sono mai trovato bene, forse ha rovinato il rapporto la faccenda dell’ingaggio, quando avevo chiesto qualche soldo in più. Oltretutto nella Juventus giocavo in una posizione poco congeniale alle mie caratteristiche, ma mi sono adattato, anche sacrificandomi. Alla Juventus ho imparato tantissime cose, la società voleva confermarmi ma io, ormai, mi sentivo come un leone in gabbia. Meglio cambiare aria». La sua carriera in bianconero finisce con la tragica serata di Bruxelles: è destino che nel cammino di questo giocatore ci sia sempre qualcosa di drammatico. La stessa cosa avviene puntualmente anche al Milan, dove Farina fa letteralmente conti falsi per assicurarsi Rossi. Pablito costa 10 miliardi fra ingaggio e parametri ma Farina non si arrende e vuole ricomprarlo da Boniperti a tutti i costi. Inizia un lungo tira e molla che si protrae per mezza estate, finché Rossi non indossa la maglia rossonera. L’entusiasmo fra i tifosi di Via Turati è incontenibile, si sognano trionfi antichi. Il Milan ha un attacco formidabile, Rossi-Hateley-Virdis, il Vi-Ro-Ha; si fanno paragoni scomodi con il famosissimo Gre-No-Li, ma saranno solo amare delusioni. Oltre agli insuccessi sul campo, comincia a profilarsi il “Caso Farina”, uno scandalo che coinvolge la società rossonera, che si conclude con la fuga in Sud Africa del presidente e con l’arrivo di Berlusconi. Si conclude così questo insolito rapporto fra Farina e Rossi: Pablito resta al Milan, ma è un’altra grande delusione. Termina, malinconicamente, la sua carriera a Verona, come un gregario qualsiasi. VLADIMIRO CAMINITI Un pratese di guancia sfuggente con quegli occhi ramificati nella malizia. Un sorriso che è sempre un sorrisino prendingiro. Qualcuno l’ha definito il più moderno centravanti che ci sia mai stato e forse è definizione calzante; finché va in campo fresco, è un “odiable”, inafferrabile come il più lesto dei ladruncoli. E insomma, rapina le difese sull’ultima parabola, sul minimo errore, sul più banale equivoco: è lì che zompa, incredibile ma vero l’ha già infilata. Avevamo creduto che Anastasi, come rapidità fosse, il massimo consentito a un terrestre. Non avevamo fatto i conti con Paolo Rossi, in grado di far gol non già su un soldino o su un millimetro, ma sul respiro appena accennato di un difensore, nella mischia più pazzesca, tramutando ogni parabola nel gol più perfetto. Di una perfezione tale da potersi definire mitica. ITALO CUCCI, “GUERIN SPORTIVO” DEL FEBBRAIO 2021 Paolo Rossi calciatore ha vissuto molte vite. La più bella – ne sono sicuro – a Vicenza. L’armonica città del Palladio gli ha dato tempra di lavoratore, passione di viaggiatore, spirito di sacrificio (come a Robi Baggio, dopo), un parlar cantato e un sorriso goldoniano. Fu quello, il Rossi che entrò a forza nelle copertine e nelle pagine del Guerin Sportivo, lieve quanto contagioso. A metà dei Settanta, quando diventai direttore, in quel di San Lazzaro di Savona, eravamo un gruppo di reduci (o esuli) da altri mondi. Giovanni Brera, che aveva cominciato a lavorare nel Verdino ancora ragazzo – si firmava Gibigianna – ci sfotté definendoci “quelli della tentacolare San Lazzaro”, scandalizzato dal trasferimento della gloriosa testata nata a Torino e cresciuta a Milano in un angolo della provincia bolognese, neanche a Bologna che in verità ci ignorò tutta la vita. Perché eravamo bastardi: solo Stefano Germano, Roberto Guglielmi e Claudio Sabattini erano del cittadone, Elio Domeniconi genovese, Darwin Pastorin torinese, io marchignolo, Mino Allione e Serena Zambon veneti. Fu Serena, bella e potente segretaria di Redazione, a farci scoprire Paolo Rossi. Che non era solo un calciatore del Lanerossi Vicenza ma una “invenzione” di Giussi Farina. Perfezionato, sul campo, da Gibì Fabbri da San Pietro in Casale, l’Altro Fabbri – dicevamo – per distinguerlo dal Mondino di Castel Bolognese, diventato famoso per aver trasformato il Mantova in un Brasile e l’Italia in una Corea. Non si viaggiava molto, al Guerin, ma a Vicenza ci andavo anch’io, a volte ospite della tavola tradizionale e generosa di Giussi Farina, quel che si dice un signore all’antica. Fissato sui giovani – avevo visto nascere Rivera e Bulgarelli, più tardi, per dire, anche Maradona a Baires e Baggio, pure a Vicenza – rimasi incantato dalla splendida semplicità di Rossi. Che chiamai subito Paolino per una sua certa fragilità complessiva, cominciando a narrarne le imprese. A differenza di tanti fuoriclasse, artisti del Bel Giuoco, piedi buoni o, come si diceva, poeti, Paolino era un artista del pallone mai lezioso, mai alla ricerca di giochesse fantastiche, bello nell’esecuzione del gol ma prima dell’attimo fuggente un corpo perfetto coordinato in una mossa obliqua da torre pendente nel cogliere la palla e metterla in rete. Bello, ripeto, anche se Brera lo diceva brevilineo, altri culobasso. E venne il giorno della prima copertina, la sua immagine come l’avevo voluta, il titolo banale ma significativo: “È nata una stella”. Il resto della compagnia criticante arrivò con grave ritardo, noi Paolino l’avevamo adottato e già... incaricato di mettersi la maglia azzurra per onorare la Patria. Enzo Bearzot ci credette e lo portò al Mundial argentino, nel ‘78, contro il parere di tutti. Guerin escluso, naturalmente. Ebbi più d’una occasione di parlargli ma se ben ricordo non gli chiesi mai un’intervista. Da quel punto di vista sembrava non aver nulla da dire. Non ne aveva voglia, semplicemente, perché non gli interessava diventare famoso. La prima volta che lo incontrai, credendolo pratese autentico, gli parlai dei “Maledetti Toscani” del suo concittadino Curzio Malaparte ma non fece una piega. E allora gli ripetei quel detto che inquadrava la singolare personalità dei suoi concittadini un po’ sbruffoni: “Son di Prào e voglio esse’ rispettào, pos’ì ssasso e mang’ì bbào”. (Sono di Prato e voglio essere rispettato, posa il sasso e mangia il verme). Insomma, come dicono i marchigiani, “magna e sta’ zitt”. Ma non fece una piega. Stette zitto, infatti. Così negli anni, sempre, quando ci si ritrovava felici nei luoghi del calcio – stadi e studi tv – senza smancerie. Non credo che si possa dire amicizia. Solo silenziosa condivisione di importanti fatti della vita. E pensate che da questi dorati silenzi nacque una passione. M’ero fatto un’idea di Paolino, a quei tempi, ch’era professionalmente per lui negativa. Non amava atteggiarsi a divo, pratica che invece pagava; non amava le polemiche, talché prima di Baires 78 se lo filavano in pochi; giocava strano e non dava spunti per mandolinate classiche: mi accorsi, seguendolo da vicino ovunque, che fra i segreti della sua potenza di goleador c’è n’era uno appena visibile: i due secondi d’anticipo sul portiere dopo avere fatto fuori il difensore con la stessa rapidità. Bastava vedere i suoi avversari feriti dal gol: impietriti, ammutoliti. Forse ammirati. I vicentini impazzivano per lui, gli altri no – i fenomeni di provincia li celebri una volta eppoi li molli, non fanno vendere i giornali – anche perché la sua spontanea riservatezza gli toglieva punti. E mercato. Salvo poi vedere un giorno due protagonisti di vertice, Boniperti e Farina, azzuffarsi per lui a suon di centinaia di milioni che finirono per diventare scandalosi miliardi. E lui zitto. Bravo. Corretto. Discreto. Come dicevo, nel calcio i bravi e buoni han poco seguito, così come gli angeli sono meno popolari dei diavoli. Quando Paolino inciampò nel Calcioscommesse o Totonero, gran parte della critica fu felice di fargli pagare i silenzi (ad personam) visti come arroganza. E molto italiano accanirsi con un grande in caduta. Dicono sia coraggio, è vigliaccheria prodotta dall’invidia. E dire che Paolino non s’era mai pavoneggiato, aveva semplicemente ignorato quei personaggi che Giovanni Arpino aveva scolpito da poco in “Azzurro tenebra”: le Belle Gioie e le Iene. (Un giorno, a Valencia, chiesi all’Arp perché avesse scelto di confondere la sua immensa statura di narratore con gli scribi da stadio, si alzò da tavola, se ne andò e non ci parlammo più per anni). Io che Paolo Rossi lo conoscevo bene e lo sapevo forte di un’onestà naturale, debole di una generosità solidale, fui subito convinto che non avesse partecipato alla truffa di quei trafficanti romani di ortofrutticoli e partite di calcio. Né pensai mai a un reato così grave da spedire camionette di carabinieri il 23 marzo 1980 sui campi a prelevare gli sciagurati giocatori di pallone in diretta tivù su “90° Minuto”; mi convinsi, piuttosto, di una mossa clamorosa per distrarre il popolo da eventi politici tali da creare turbamenti governativi. Nel 1980, uno dei più importanti banchieri del mondo, Michele Sindona, era stato condannato dal tribunale di New York per frode. Fu l’inizio della fine per le attività illecite portate avanti dalla Loggia Massonica P2, importante e influente, con pesante coinvolgimento anche del mondo editoriale e dell’informazione in genere. Il nome di Pablito, già eroe di Argentina 78, si spendeva meglio di quello di Licio Gelli (lui pure molto noto e apprezzato in Argentina, per altri motivi...). Le manette erano scattate per i giocatori Stefano Pellegrini dell’Avellino, Sergio Girardi del Genoa, Massimo Cacciatori, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia e Giuseppe Wilson della Lazio, Claudio Merlo del Lecce, Enrico Albertosi e Giorgio Morini del Milan, Guido Magherini del Palermo, Gianfranco Casarsa, Mauro Della Martira e Luciano Zecchini del Perugia. Altri ricevettero ordini di comparizione, tra cui, appunto, Paolo Rossi del Perugia, Giuseppe Dossena e Giuseppe Savoldi del Bologna, e Oscar Damiani del Napoli. Lo scandalo produsse solo frettolose condanne sportive: il 23 dicembre 1980 tutti gli indagati vennero penalmente prosciolti poiché il fatto non sussisteva. La sentenza arrivò a dire che l’eventuale combine costituiva per il Totocalcio solo un ulteriore elemento di imprevedibilità. Il Guerin innocentista dava fastidio all’esercito di giustizialisti scesi in campo per massacrare i pedatori. Ma noi non mollammo la presa, finché i reprobi riacquistarono il diritto a riprendere la loro attività. Pubblicai una copertina significativa – HANNO AMMAZZATO PABLO, PABLO È VIVO – e proprio mentre stava infuriando la polemica sul suo ritorno in Nazionale voluto da Bearzot, parlai con il grande capo del calcio italiano, Artemio Franchi. Gli dissi d’impegnarsi a emettere un’amnistia per tutti i tesserati vittime del Totonero nel caso riuscissimo a vincere il Mundial, cosa di cui ero certo tant’è che il Guerin fu trattato da matto, come il sottoscritto. Franchi, pur essendo un amico, la pensava come la maggioranza degli italiani e rispose alla mia folle proposta con una risata: “Giuro che se vinciamo il Mondiale ci sarà la sua amnistia”. Così fu – ne rido ancor oggi – ma non fu la “mia” amnistia, il liberatore fu Paolo Rossi con i suoi gol. Tesserati condannati anche da decenni – personalmente in passato mi ero battuto inutilmente per Romeo Anconetani – riebbero la “fedina” pulita. Nei giorni dell’addio a Paolino s’è parlato solo dello scandalo, del processo e delle condanne, essendo gran parte dell’informazione ancora disturbata dal successo dell’Italia di Paolorossi e del suo Vecio sostenitore: Gibì Fabbri e Enzo Bearzot non erano stati solo i suoi maestri ma anche i suoi padri, impegnati a costruire il campione e l’uomo insieme. A Barcellona la Nazionale soggiornava alla “Casa del Baron” e l’inappuntabile cronista Bruno Bernardi – uno dei pochi fuori della mischia degli avvelenatori quotidiani (ai quali tuttavia risparmio, la citazione, come avrebbe voluto Pablito) – riportò sulla “Stampa” la disposizione delle camere per i giocatori: Zoff-Scirea; Cabrini-Rossi; Causio-Selvaggi; Galli-Conti; Antognoni-Graziani; Dossena-Altobelli; Marini-Bergomi; Massaro-Vierchowod; Baresi-Collovati; Bordon-Oriali. Solo Tardelli e Gentile hanno una singola poiché «Schizzo» soffre di insonnia (Bearzot lo chiama affettuosamente il «coyote»). Un bischero innominato ne approfittò per creare intorno alla coppia Cabrini-Rossi l’idea che fossero gay, anzi maricones come subito li definirono spagnoli e brasiliani. La mossa idiota diede tuttavia il suo frutto: il silenzio stampa ordinato su richiesta di Bearzot dalla Federazione, gestito da Guido Vantaggiato, Carlo De Gaudio e in concreto da Dino Zoff, l’unica voce azzurra (la voce del silenzio) a disposizione dei criticonzi. Molti dei quali – nutriti di astio più che di competenza – pretendevano che al posto di Rossi ci fosse Pruzzo, capocannoniere del campionato. Bearzot, fedele alle scelte già fatte in Argentina, aveva semplicemente sostituito con Pablito “Penna Bianca” Bettega, infortunato. Ci fu anche chi prese sul serio la scelta del Vecio, un ritaglio dell’“Unità” lo certifica: “Grosso allarme, poi in parte rientrato, all’allenamento che gli azzurri hanno sostenuto nel tardo pomeriggio a Pontevedra. A un certo punto Paolino Rossi si è infatti bloccato durante gli esercizi atletici, ma il medico subito intervenuto ha fugato ogni più grossa preoccupazione e ha accertato trattarsi di una lieve forma di sciatalgia. Il malanno, trattato subito in modo energico, potrebbe essere presto assorbito ed è anzi probabile che non impedisca a Rossi di schierarsi al suo posto nella partitella prevista per oggi contro una formazione giovanile del Pontevedra”. Un giorno potei incontrare Paolino perché a me era consentito accedere al ritiro come solitario profeta della Vittoria Azzurra; pochi altri erano infatti amichevolmente vicini a Bearzot e alla Nazionale – come Giovanni Arpino e Pier Cesare Baretti – mentre io già la “vendevo” mondiale, dunque trattato da mentecatto, tuttavia sostenuto dall’editore del Guerin, Luciano Conti, che si fidava di me e arrivò a godere il giorno delle trecentoquarantamila copie con la copertina di Dino Zoff con la Coppa imitata da Renato Gattuso. In quell’occasione un vecchio collega di Budapest mi pregò perché chiedessi a Bearzot di fargli intervistare Pablito per la tv ungherese. “Impossibile – mi disse Enzo – c’è il silenzio stampa, vero Guido?”. E Guido Vantaggiato rispose: “Il silenzio vale solo per la stampa italiana. Non possiamo negarci al mondo”. Finimmo in un salottino, il collega, l’operatore con la telecamera, io e Paolino che si presentò sicuro, con il miglior sorriso dai tempi di Baires. Rispose a tutte le domande e ogni tanto mi guardava con complicità. Alla fine lo salutai e non ci dicemmo niente, come nei tempi successivi. Potevo aspettarmi un grazie ma non lo volevo. Lo ebbi, comunque, quando Paolino, il nostro Paolino, Guerinetto ad honorem, segnò tre gol al Brasile al Sarria e sollevò la Coppa al Bernabeu. Era rinata una stella che non cadrà mai. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/paolo-rossi.html
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PAOLO ROSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Rossi_ Nazione: Italia Luogo di nascita: Prato Data di nascita: 23.09.1956 Luogo di morte: Siena Data di morte: 09.12.2020 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 67 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pablito Alla Juventus dal 1973 al 1975 e dal 1981 al 1985 Esordio: 01.05.1974 - Coppa Italia - Cesena-Juventus 0-1 Ultima partita: 29.05.1985 - Coppa dei campioni - Liverpool-Juventus 0-1 138 presenze - 43 reti 2 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa Campione del mondo 1982 con la nazionale italiana Paolo Rossi (Prato, 23 settembre 1956 – Siena, 9 dicembre 2020) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Con la nazionale italiana si è laureato campione del mondo nel 1982. Soprannominato Pablito dopo il suo exploit al campionato del mondo 1978 in Argentina, lo si ricorda principalmente per le sue prodezze e per i suoi gol alla successiva rassegna iridata di Spagna '82, dove si aggiudicò il titolo di capocannoniere. Nello stesso anno vinse anche il Pallone d'oro. Insieme a Roberto Baggio e Christian Vieri detiene il record italiano di marcature nei mondiali a quota 9 gol. È stato il primo giocatore in assoluto (eguagliato dal solo Ronaldo nel 2002) ad aver vinto nello stesso anno il mondiale, il titolo di capocannoniere di tale competizione e il Pallone d'oro. Occupa la 42ª posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer. Nel 2004 è stato inserito nella FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi, selezionata da Pelé e dalla FIFA in occasione del centenario della federazione. È risultato 12º nell'UEFA Golden Jubilee Poll, un sondaggio online condotto dalla UEFA per celebrare i migliori calciatori d'Europa dei cinquant'anni precedenti. È inserito dal 2016 nella Hall of Fame del calcio italiano e dal 2021 nella Walk of Fame dello sport italiano. Paolo Rossi Paolo Rossi solleva il Pallone d'oro 1982 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1987 Carriera Giovanili 1961-1967 Santa Lucia 1967-1968 Ambrosiana 1968-1972 Cattolica Virtus 1972-1975 Juventus Squadre di club 1973-1975 Juventus 3 (0) 1975-1976 → Como 6 (0) 1976-1979 Lanerossi Vicenza 94 (60) 1979-1980 → Perugia 28 (13) 1981-1985 Juventus 135 (43) 1985-1986 Milan 20 (2) 1986-1987 Verona 20 (4) Nazionale 1976-1978 Italia U-21 10 (5) 1977-1986 Italia 48 (20) Palmarès Mondiali di calcio Oro Spagna 1982 Biografia Iniziò a giocare a calcio all'età di nove anni con il Santa Lucia, squadra dell'eponima frazione pratese messa in piedi dal locale medico, il dottor Paiar; nella stessa squadra militava anche il fratello maggiore Rossano. Al padre Vittorio, ex ala destra del Prato, è oggi dedicato il campo sportivo del Santa Lucia. Dal primo matrimonio in gioventù con Simonetta nacque un figlio; dopo il divorzio, nel 1998 conobbe la giornalista Federica Cappelletti che poi sposò nel 2010 e dalla quale ebbe due figlie. Come cantante realizzò nel 1980 un 45 giri, con la canzone Domenica, alle tre, il cui testo tratta il tema del rapporto tra i calciatori e le proprie compagne. Nel 1999 venne candidato alle elezioni europee per Alleanza Nazionale - Patto Segni, nella circoscrizione Nord-Est ottenendo oltre 11.000 preferenze, non venendo eletto. Nel 2000 si candidò alla presidenza della Lega Pallavolo Serie A femminile, senza tuttavia essere eletto. In televisione ricoprì il ruolo di opinionista per varie emittenti italiane quali Sky Sport, Premium Sport e Rai Sport. Nel 2011 partecipò inoltre al programma Ballando con le stelle come concorrente. A Vicenza, città dove assurse alla notorietà e a cui rimase legato negli anni seguenti, tanto da ricevere pochi mesi prima della morte anche la cittadinanza onoraria berica, gestì per lungo tempo un'agenzia immobiliare insieme all'ex compagno di squadra Giancarlo Salvi. Nei suoi ultimi vent'anni di vita tornò a vivere nella natìa Toscana, stabilendosi in Valdambra dove dal 2003 aveva messo in piedi un complesso agrituristico a Bucine, in località Poggio Cennina. Il rapporto con Fabbri e Bearzot Da sinistra: Rossi in nazionale al campionato del mondo 1978, mentre festeggia con il commissario tecnico Enzo Bearzot e Franco Causio Rossi al Lanerossi Vicenza ebbe un ottimo rapporto con l'allenatore Giovan Battista Fabbri, sia dentro che fuori dal campo. Fabbri fu l'artefice della trasformazione tattica del giocatore da ala a centravanti puro. Il giocatore ricordò così il rapporto col suo mentore: «Fabbri è stato un padre per me, il classico padre di famiglia che ti consiglia, ti prende sotto la sua protezione, è stato proprio così. Teneva le fila di tutto l'ambiente, ha fatto in modo che si creasse una grande unione tra di noi. Era un grande conoscitore e un grande amante del calcio, predicava il fatto che tutti a cominciare dai difensori dovevano giocare a pallone. Io, in particolare, gli devo molto, è stato lui che mi ha trasformato da ala a centravanti, ha visto subito che potevo avere un ruolo diverso e ha cambiato sicuramente la mia carriera». Rossi (a destra) e il tecnico Giovan Battista Fabbri in una pausa d'allenamento con il Lanerossi a fine anni 1970 Importante per la carriera di Rossi fu anche il commissario tecnico dell'Italia, Enzo Bearzot. Il tecnico lo confermò tra i convocati per il campionato del mondo 1978 e fu l'artefice del grande successo del giocatore sul campo. Bearzot, inoltre, fu anche uno dei pochi che credettero nell'innocenza di Pablito a seguito dello scandalo scommesse. Nonostante un'opposizione generale, il citì decise di convocarlo al campionato del mondo 1982; una chiamata che lo stesso Rossi reputava possibile, conoscendo la stima che Bearzot aveva nei suoi confronti: «La convocazione me l'aspettavo, Bearzot aveva fiducia in me, in Argentina ero andato bene». Al funerale del tecnico, scomparso il 21 dicembre 2010, Rossi lo ricordò con queste parole: «Io a lui devo tutto, senza di lui non avrei fatto quel che ho fatto. Era una persona di una onestà incredibile e un tecnico di grande spessore. Incarnava la figura dell'italiano popolare, e anche se non è stato uno scienziato o un artista, rimarrà nella storia dei nostri grandi del secolo scorso». Autobiografie Nel 2002 pubblicò la sua autobiografia intitolata Ho fatto piangere il Brasile: «L'ho scritto perché i miei tre gol al Brasile, in quel fantastico, indimenticabile tre a due, sono il fiore all'occhiello della mia vita di calciatore. Un ricordo che non si cancellerebbe neanche a distanza di un milione di anni». Nel 2012 scrisse il libro 1982. Il mio mitico mondiale insieme a sua moglie Federica Cappelletti, giornalista e scrittrice. Rossi spiegò che l'aiuto di sua moglie fu importante per la costruzione del libro: «Mia moglie è stata fondamentale. È lei che ha insistito. Voleva scoprire perché, dopo così tanti anni, la gente mi ferma ancora per strada ricordando l'esperienza spagnola della nostra nazionale». Rossi riuscì a raccogliere tutti i fatti della sua vita calcistica grazie all'aiuto di un suo amico di Firenze, Renzo Baldacci: «Ha rilegato, in volumi, tutti gli articoli che mi riguardavano. Tutto ciò costituisce la mia memoria storica. Per scrivere il libro abbiamo impiegato sei mesi. Senza l'aiuto di questo prezioso archivio avremmo impiegato anni». Impegno sociale Rossi, dopo aver concluso l'attività calcistica, ha contribuito molto all'impegno sociale. Nel 2007, insieme ai ciclisti Matteo Tosatto e Filippo Pozzato, all'avvocato Claudio Pasqualin e a Don Backy, ha preso parte alle registrazioni del disco Voci dal cuore, il cui ricavato è stato devoluto al Progetto Conca d'Oro, ONLUS di Bassano, e all'associazione Bambini cardiopatici nel mondo; l'ex attaccante ha cantato la canzone La leva calcistica della classe '68. Nel 2009 è stato testimonial italiano della FAO per sensibilizzare l'opinione pubblica e raccogliere fondi in favore della lotta globale contro la fame nel mondo. Nel 2012 è stato testimonial della seconda edizione della manifestazione "Un mese per l'affido", organizzata allo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica ad accogliere temporaneamente nelle loro case bambini e ragazzi in serie difficoltà. Il 16 maggio 2014 ha preso parte al torneo di calcio benefico "Bambini senza confini", organizzato da don Paolo De Grandi e giocato allo stadio Città di Arezzo per raccogliere fondi da destinare ai bambini palestinesi. Morte È morto all'ospedale di Santa Maria alle Scotte di Siena la sera del 9 dicembre 2020, all'età di 64 anni, a causa di un tumore ai polmoni che l'aveva colpito mesi addietro. Il funerale si è svolto tre giorni dopo presso il duomo di Vicenza, dove la salma di Rossi è arrivata portata dai suoi storici compagni di nazionale; il giorno precedente, pur tra le restrizioni dettate dalla contemporanea pandemia di COVID-19, migliaia di persone gli avevano reso omaggio presso la camera ardente allestita eccezionalmente sul terreno dello stadio Romeo Menti. Dopo i funerali, il feretro è giunto a Perugia, città di origine della vedova Federica, per delle cerimonie più riservate dapprima al cimitero monumentale e poi allo stadio Renato Curi, prima di ricevere definitiva sepoltura a Bucine. Nei giorni seguenti la scomparsa, un minuto di raccoglimento è stato osservato sia dall'UEFA sui campi dell'Europa League sia dalla FIGC su quelli di tutti i campionati italiani. Tra le prime iniziative celebrative, le intitolazioni alla sua memoria dello stadio di Bucine (4 settembre 2021), del piazzale antistante lo stadio Menti di Vicenza (28 settembre 2021) e del centro sportivo perugino di Pian di Massiano (2 dicembre 2021), oltre a un mezzobusto nella natìa Prato, nel piazzale della Cipresseta a Santa Lucia (8 novembre 2021). Caratteristiche tecniche Rossi (a sinistra) in maglia Lanerossi nel 1979, al tiro durante un derby veneto contro il Verona. Rossi era un attaccante veloce, molto abile negli spazi stretti dell'area di rigore, dove poteva sfruttare le sue doti di tempismo e opportunismo; Giorgio Tosatti lo definì «un impasto di Nureyev e Manolete», un giocatore con «la grazia del ballerino e la spietata freddezza del torero». Rossi raccontò così le sue caratteristiche tecniche: «Io non segno quasi mai di potenza, generalmente conquisto quei due metri che costano il goal all'avversario. Per me, è fondamentale il gioco senza palla, lo smarcamento, quando la palla non c'è, è indispensabile. Non ho avuto dalla sorte un grande fisico e mi debbo far furbo». Rossi, qui durante la sua militanza alla Juventus nei primi anni 1980, controlla il pallone di testa, fondamentale in cui eccelleva. Schierato inizialmente come ala destra, il suo ruolo cambiò nel Lanerossi Vicenza quando l'allenatore Giovan Battista Fabbri decise di proporlo come centravanti; questo diventerà il ruolo definitivo dell'attaccante italiano. Riguardo a questo cambio di posizione, Rossi dichiarò: «Forse sono stato il primo centrattacco rapido e svelto, che aveva nelle intuizioni la sua dote principale, unita a una tecnica sopraffina. Uno dei segreti del mio successo è stato quello di giocare intelligentemente, pensando sempre cosa fare un secondo prima che mi arrivasse il pallone, proprio per supplire alla mancanza di qualità fisiche eccelse. Giocare sull'anticipo era una mia grande prerogativa, cercavo sempre di rubare il tempo al mio avversario, sfruttando le mie doti di opportunista: in area di rigore cercavo sempre di sfruttare ogni piccolo errore dei difensori, facendomi trovare nel posto giusto al momento giusto». Dopo il mondiale 1982, con Giovanni Trapattoni sulla panchina della Juventus, Rossi diventò invece «una specie di apri varchi» e cominciò a giocare in una posizione poco congeniale alle sue caratteristiche, anche a causa dell'arrivo in squadra di giocatori come Zbigniew Boniek e Michel Platini. Carriera Giocatore Club Gli inizi: Juventus e Como Un giovane Rossi supera Antonio Cabrini (sullo sfondo) in un'amichevole tra la formazione Primavera juventina e la Cremonese, nell'annata 1974-1975; pochi anni dopo, entrambi saranno titolari in azzurro al mondiale 1978 Cominciò a giocare a calcio nel Santa Lucia, squadra dell'eponima frazione pratese in cui è nato. Dopo aver passato una stagione nell'Ambrosiana, altra società pratese, si trasferì alla Cattolica Virtus, a livello giovanile una delle principali società di Firenze, in cui approdò dodicenne. A quell'età, però, il vero divertimento del giovane Paolo era giocare con il fratello Rossano nell'oliveto della natìa Santa Lucia. Nel 1972, a sedici anni, passò alla Juventus nonostante in famiglia fossero contrari, come ricordò lo stesso Rossi in un'intervista: «Non è stato facile, ai miei genitori non è che l'idea andasse molto. Sono rimasti scottati dall'esperienza di mio fratello, anche lui in bianconero, che dopo un anno è stato rispedito a casa. Mia madre non ne vuole sapere di mandare a Torino un altro figlio così giovane, mio padre consiglia al dottor Nesticò, un dirigente della Cattolica, di sparare una cifra alta, per dissuadere quelli juventini, ma non c'è verso. Italo Allodi viene a casa nostra, fa opera di mediazione e alla fine per quattordici milioni e mezzo [di lire, ndr] faccio la valigia». Rossi al Como nella stagione 1975-1976, all'esordio in Serie A, in una figurina Calciatori A Torino, tuttavia, il suo percorso nelle varie selezioni giovanili fu spesso interrotto da una serie impressionante di infortuni: addirittura tre operazioni al menisco nel giro di due stagioni. Nonostante ciò, il 1º maggio 1974 esordì in prima squadra in un incontro di Coppa Italia a Cesena; non ancora diciottenne, in questa gara Rossi giocò per la prima volta con nomi come Dino Zoff, Claudio Gentile e Franco Causio, con cui poi si sarebbe laureato campione del mondo. Nella stagione successiva collezionò altre due presenze nella competizione, prima di passare nel 1975 al Como. Qui però le cose non andarono granché bene: dopo l'esordio in Serie A datato 9 novembre 1975, in occasione della sconfitta esterna contro il Perugia, Rossi scese in campo soltanto per altre cinque volte nell'arco di quel torneo, chiuso con la retrocessione dei lariani, senza riuscire ad andare a segno. La svolta della carriera era però dietro l'angolo: la Juventus convinse infatti il Lanerossi Vicenza, nell'estate 1976, a prenderlo in compartecipazione. Lanerossi Vicenza A Vicenza Rossi trovò nel tecnico Giovan Battista Fabbri, per sua stessa ammissione, un secondo padre che gli diede fiducia e lo aiutò a crescere; l'allenatore emiliano segnò una svolta nella carriera di Rossi, grazie anche allo spostamento in campo da ala a centravanti. Importante anche il rapporto instauratosi col patron del club vicentino, Giuseppe Farina, che Rossi ritroverà poi nel decennio seguente sulla sponda rossonera di Milano e che così ricordò: «È stato un presidente unico, pur con tutti i suoi difetti. Aveva una grande personalità, grande umorismo. Era uno che ci sapeva fare e con cui era estremamente piacevole passare del tempo. Sotto altri aspetti, nella gestione della società, poteva essere anche un duro, probabilmente era un presidente d'altri tempi. Secondo me Farina era una spanna sopra gli altri, aveva delle idee innovative. Mi ricordo che il primo anno di Serie A, si era inventato l'abbonamento biennale per farsi anticipare i soldi che gli servivano, erano cose che all'epoca sembrava incredibile potessero uscire dalla mente di una persona, ma lui era così, aveva queste intuizioni». In maglia berica Rossi si laureò nel biennio 1977-1978 miglior marcatore prima della Serie B e poi della A, primo calciatore a conseguire tale primato Nella sua stagione d'esordio in biancorosso, Rossi venne subito schierato titolare, mantenendo il posto in squadra per tutta l'annata. Alla fine del campionato 1976-1977 si laureò capocannoniere della Serie B con 21 reti, che permisero al Lanerossi di conquistare la promozione in A. Il presidente Farina aumentò l'ingaggio di Rossi da 8 a 50 milioni e lo convinse a restare; infatti, nonostante l'ottima stagione, la Juventus decise di non riscattare l'idolo di Vicenza, preferendogli Pietro Paolo Virdis. Nella stagione 1977-1978 la neopromossa squadra berica faticò all'inizio a trovare vittorie. Riuscì a riprendersi a metà del girone d'andata e Rossi segnò persino due doppiette ai danni di Fiorentina e Roma, guadagnandosi le prime pagine dei giornali. Nel girone di ritorno seguì una doppietta al Perugia e un gol alla Juventus nella sfida scudetto, finita 3-2 per i bianconeri. Il Vicenza concluse quel campionato al secondo posto, trascinato da un Rossi miglior marcatore dell'anno con 24 gol. La sua prestazione convinse Enzo Bearzot a convocarlo al campionato del mondo 1978 in Argentina. Rossi (in piedi, secondo da destra) nel cosiddetto Real Vicenza 1977-1978, neopromosso e secondo classificato in Serie A Nell'estate 1978 Rossi fu protagonista di un clamoroso affare di mercato tra il Vicenza e la Juventus: le due società non trovarono l'accordo per la risoluzione della comproprietà, sicché furono costrette ad andare alle buste. L'offerta più alta fu quella di Farina che, al fine di tenere il giocatore, per metà cartellino offrì al presidente juventino Giampiero Boniperti ben 2 miliardi e 612 milioni. Quel prezzo destò scandalo in Italia, creando tutta una serie di contrastanti reazioni, anche politiche (la conseguenza più rilevante furono le dimissioni di Franco Carraro dalla FIGC). Lo stesso Farina disse in proposito: «Mi vergogno, ma non potevo farne a meno: per vent'anni il Vicenza ha vissuto degli avanzi. E poi lo sport è come l'arte, e Paolo è la Gioconda del nostro calcio». La notizia dell'esito dell'asta fu data da Nando Martellini mentre commentava l'incontro di preparazione al mondiale sudamericano tra Italia e Jugoslavia all'Olimpico di Roma. La stagione 1978-1979 fu negativa per Rossi. Il giocatore, infatti, subì un nuovo infortunio al ginocchio (colpito duro dallo stopper dei cecoslovacchi del Dukla Praga, Macela, durante il match d'andata di Coppa UEFA) e i suoi 15 gol non bastarono a salvare la squadra da un'incredibile retrocessione in Serie B, impronosticabile dopo il secondo posto dell'anno prima. Pochi giorni dopo il declassamento biancorosso, i giornali annunciarono il passaggio di Rossi al Napoli, ma il giocatore negò la cosa e affermò: «Lo spiego a Giorgio Vitali, il direttore sportivo che fa di tutto per convincermi: “No grazie, per me viene prima la vita e poi la professione, il calcio. E se devo invertire l'ordine delle cose ci devo pensare non una ma cento volte. Che vengo a fare a Napoli, il salvatore della patria? Con la gente che, me lo raccontava Sivori tempo fa, mi compra le sigarette e dorme per strada sotto casa mia, per vegliarmi: sono molto cari, ma non sono la persona giusta. Io posso offrire la mia personalità in campo, posso offrire calcio, ma da voi questo non basterebbe». Perugia Rossi con la casacca del Perugia nell'estate 1979 Col Lanerossi retrocesso, Rossi rimase in massima categoria passando al Perugia, in quegli anni rampante "provinciale" in ascesa. La formula della cessione, perfezionata tra Giussy Farina e il presidente dei grifoni Franco D'Attoma, era il prestito per due annate (500 milioni a stagione). Proprio il trasferimento del giocatore a Perugia segnò una sorta di spartiacque nel panorama calcistico nazionale: infatti, per finanziare l'oneroso arrivo in Umbria dell'attaccante, D'Attoma mise in piedi la prima sponsorizzazione di maglia. Fu un esordio assoluto, poiché mai prima d'allora, in Italia, una divisa da gioco era stata "griffata" da un marchio commerciale; Rossi e il Perugia furono i primi a rompere questo tabù. Rossi con il giubbino "griffato" del club umbro; le modalità del trasferimento a Perugia sancirono, di fatto, l'apertura del calcio italiano agli sponsor di maglia L'unica stagione di Rossi coi grifoni fu fortunata per quanto riguarda le realizzazioni: 13 gol in 28 gare di campionato e una rete in quattro partite di Coppa UEFA. Il giocatore fu a lungo il capocannoniere della Serie A (chiudendo poi terzo in questa graduatoria), ma ciò nonostante la formazione perugina non riuscì a ripetere il campionato di vertice della precedente annata, anche a causa dello scoppio in primavera dello scandalo scommesse che finì per coinvolgere, tra vari dubbi mai del tutto chiariti, lo stesso Rossi. La squalifica Lo stesso argomento in dettaglio: Scandalo italiano del calcioscommesse del 1980. Accusato di aver truccato la partita Avellino-Perugia (nella quale firmò peraltro una doppietta), Rossi venne squalificato dalla CAF per due anni, perdendo così anche la possibilità di partecipare con la nazionale all'imminente campionato d'Europa 1980 casalingo. Rossi ricordò così questo evento: «Non sapevo nulla delle scommesse: pensavo al classico pareggio accettato da due squadre che non vogliono farsi male. Seguii il processo come qualcosa di irreale, come se ci fosse un altro al posto mio. Capii che era tutto vero quando tornai a casa e vidi le facce dei miei». Raccontò così la vicenda che lo fece condannare: «Dopo cena, mentre sto giocando la solita partita a tombola, tanto per ammazzare il tempo, mi si avvicina il mio compagno Della Martira: "Paolo, vuoi venire un attimo che ci sono due amici che vogliono conoscerti?". Non sono capace di dire di no. Controvoglia affido le mie cartelle a Ceccarini e mi alzo. Nella hall vedo due tipi che non avevo mai visto, stringo loro la mano: "Piacere". Non capisco cosa vogliano da me. Improvvisamente Mauro Della Martira dice: "Paolo, questo è un mio amico che gioca alle scommesse". E l'amico dell'amico in spiccato accento romanesco: "Paolo, che fate domenica?". Rispondo genericamente: "Beh, cerchiamo di vincere". "E se invece pareggiate?". Non capisco dove voglia andare a parare, sono imbarazzato anche se non lo do a vedere. Non vedo l'ora di liberarmi dall'impiccio». Rossi in aula nel maggio 1980, imputato durante il primo processo sullo scandalo Totonero «Rispondo: "Il pareggio non è un risultato da buttare. L'Avellino ha un punto in meno di noi, ha vinto con la Juve e ha perso soltanto con il Torino". "Sai, abbiamo un amico dall'altra parte che dice che un pareggio andrebbe più che bene", aggiunge l'altro... "magari fai anche due gol". La discussione non mi piace per nulla. Voglio tornare alla mia tombola, queste facce non mi ispirano fiducia, taglio corto: "Mauro, mi aspettano, ci vediamo, fai tu", giusto per non fargli fare brutta figura. E torno al mio posto e riprendo a giocare. Tutto è durato appena due minuti, quelli che diverranno i due minuti più angoscianti della mia carriera». Il ritorno alla Juventus Rossi pensò di lasciare il paese e di ritirarsi dal mondo del calcio giocato a seguito della squalifica: «Provavo disgusto per il calcio. Ho pensato di andar via dall'Italia, di smettere. Dissi: "Non mi vedrete più in nazionale". Mi diedi all'abbigliamento sportivo, con Thoeni. Le cose peggiori? Il sospetto della gente, quegli sguardi... e le notti del sabato, sapendo che al risveglio non c'erano partite ad aspettarmi». Rossi preso d'assalto da fotografi e televisioni per il suo secondo esordio in maglia juventina, il 2 maggio 1982 a Udine, di nuovo in campo dopo la fine della squalifica Sandro Mazzola, all'epoca dirigente dell'Inter, si interessò subito a lui, ma all'ultimo momento si tirò indietro. Boniperti ritornò a interessarsi al giocatore e riuscì, stavolta, a portarlo con sé in bianconero, nonostante i dodici mesi di squalifica ancora da scontare. Rossi ricordò così la fiducia del presidente della Juventus: «Boniperti mi chiamò: "Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri". Mi sono sentito di nuovo calciatore. La lettera di convocazione adesso farebbe ridere. Diceva di presentarsi con i capelli corti, indicava cosa mangiare e cosa bere. Boniperti era un mago in queste cose. Quando arrivai mi disse: "Paolo, se ti sposi è meglio, così sei più tranquillo". Mi sono sposato a settembre. L'avrei fatto lo stesso, diciamo che sono stato un po' spinto. Comunque devo ringraziare lui, Trapattoni e Bearzot». Il Trap puntò fortemente sulla possibilità di recuperare l'atleta ai livelli precedenti la squalifica, mentre il Vecio, che lo avrebbe poi convocato per il vittorioso mundial spagnolo, si dichiarò convinto dell'innocenza di Rossi e mostrò di apprezzare il fatto che, mentre scontava la pena, si era preparato a tornare in campo allenandosi con continuità. Il gol di Rossi che decise al 90' la semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe 1983-1984 contro il Manchester Utd (2-1) e qualificò la Juventus alla vittoriosa finale di Basilea Frattanto, in questo periodo di forzata lontananza dal calcio italiano, per Rossi parve profilarsi la possibilità di un approdo nel soccer nordamericano. Sul finire del 1980 scese infatti in campo con i Buffalo Stallions, franchigia statunitense allenata da Adolfo Gori, per un'amichevole preparatoria al locale campionato indoor; tuttavia tale scenario non si concretizzò, rimanendo questa l'unica apparizione oltreoceano del calciatore. La pena relativa al Totonero terminò nell'aprile 1982, sicché Rossi fece in tempo a giocare le ultime tre partite di campionato coi piemontesi, realizzando anche un gol all'Udinese e conquistando così lo scudetto, il 20º nella storia del club torinese. Il suo ritorno fu commentato così dal giocatore: «Non ricordavo più l'emozione di una partita vera. Due anni di silenzio mi hanno maturato. Proprio in questo momento mi dico: non c'è solo il calcio». Alla fine dell'anno solare, dopo aver vinto il mondiale di cui fu anche capocannoniere, Rossi fu insignito del Pallone d'oro di France Football, terzo italiano a riuscirci dopo Gianni Rivera e Omar Sívori. In quell'anno si recò da Boniperti per farsi rinnovare il contratto: a proposito della necessità di allevare i figli, Rossi chiese al presidente di aumentargli lo stipendio e a questa frase Boniperti si infuriò con il giocatore, rifiutandosi di formalizzare l'accordo; alla contestazione di Rossi si unirono anche i compagni Tardelli e Gentile, motivo per cui, dopo qualche anno, Boniperti deciderà di cederli a loro volta. Da destra: Rossi con Zbigniew Boniek e Michel Platini, il reparto d'attacco della plurivittoriosa Juventus di Giovanni Trapattoni nella prima metà degli anni 1980 Nell'annata successiva Rossi contribuì con 13 gol alla conquista del titolo nazionale, nonché al trionfo nella Coppa delle Coppe vinta a Basilea contro i lusitani del Porto. Nella stagione 1984-1985 arrivarono poi la Supercoppa UEFA e la Coppa dei Campioni, entrambe contro gli inglesi del Liverpool. Dopo questa stagione, stanco del poco utilizzo in campo e dei dissidi con Boniperti, Rossi decise di lasciare il club torinese, che lo cedette al Milan di Farina (già suo presidente a Vicenza) per 5,3 miliardi di lire. Il giocatore ricordò così la sua esperienza a Torino: «In bianconero ho vissuto dei momenti molto belli, ma anche alcuni molto brutti. Ad un certo punto ero stufo di calcio, andavo agli allenamenti perché ero costretto. Mi sembrava che attorno a me mancasse totalmente la fiducia, quando dovevano sostituire un giocatore, toccava sempre a Rossi. Mi sembrava una scelta fatta a tavolino, ci restavo male. Con i tifosi juventini non mi sono mai trovato bene, forse ha rovinato il rapporto la faccenda dell'ingaggio, quando avevo chiesto qualche soldo in più. Oltretutto nella Juventus giocavo in una posizione poco congeniale alle mie caratteristiche, ma mi sono adattato, anche sacrificandomi. Alla Juventus ho imparato tantissime cose, la società voleva confermarmi ma io, ormai, mi sentivo come un leone in gabbia. Meglio cambiare aria». Gli ultimi anni: Milan e Verona Il neoacquisto Rossi (a sinistra) al Milan nell'estate 1985 insieme a Giussy Farina, già suo presidente a Vicenza Arrivato a Milano nel 1985, a Rossi venne affidata la maglia numero dieci che era stata della bandiera rossonera Gianni Rivera. In Lombardia andò a comporre, insieme ai confermati Hateley e Virdis, il cosiddetto Vi-Ro-Ha, un tridente d'attacco che sulla carta era tra i più attesi alla vigilia della nuova stagione, ma che poi, nel corso del campionato, non seppe confermare le previsioni estive. La stagione rossonera con Nils Liedholm in panchina, infatti, non fu positiva per Rossi, che saltò per infortunio le prime dieci gare di campionato e trovò la rete solo in due occasioni, entrambe nel derby pareggiato 2-2 contro l'Inter: condivide con Gianni Comandini e Olivier Giroud, che lo eguaglieranno rispettivamente nel 2001 e nel 2022, il record di aver segnato una doppietta nella prima stracittadina meneghina disputata. Rossi ricordò tale exploit con grande entusiasmo, paragonandola alla vittoria contro il Brasile di tre anni prima: «Mi sembrava di essere al mundial. [...] Se l'Inter avesse avuto le maglie gialle come quelle del Brasile forse avrei fatto tre gol. Ma va bene così, non ricordo nemmeno io quando realizzai l'ultima doppietta». Entrato nella trattativa che portò Giuseppe Galderisi a Milano, disputò la sua ultima annata da professionista in provincia, nel Verona. Con la maglia degli scaligeri giocò 20 partite in Serie A realizzando 4 gol, di cui 3 su calcio di rigore e uno solo su azione (decisivo nella vittoria in extremis sul Torino del 18 gennaio 1987), contribuendo alla qualificazione in Coppa UEFA della squadra gialloblù, quarta a fine campionato. Rossi in azione al Verona nella stagione 1986-1987, l'ultima prima dell'addio al calcio giocato Al termine della stagione, preda di problemi alle ginocchia che lo tormentavano sin dagli inizi della carriera, diede l'addio definitivo all'attività agonistica, a soli trent'anni. Nazionale Rossi esordì in nazionale maggiore il 21 dicembre 1977, ventunenne, in una gara amichevole contro il Belgio disputata a Liegi, vinta 1-0 dagli Azzurri. Rossi ricordò così la sua prima esperienza in azzurro: «Anche se si trattava di un incontro amichevole è stata senza dubbio una delle più forti emozioni che io abbia mai provato. Vestire per la prima volta la maglia azzurra è stata una grandissima soddisfazione. Ricordo che quando è partito l'inno di Mameli mi sono sentito investito da una serie di responsabilità, prima fra tutte quella di rappresentare l'Italia intera». Il commissario tecnico Enzo Bearzot lo convocò per il campionato del mondo 1978. Nel corso della prima fase a gruppi segnò sia alla Francia, nella gara d'esordio a Mar del Plata il 2 giugno 1978, sia all'Ungheria; il 10 giugno contro l'Argentina padrone di casa, invece, fornì l'assist al compagno Bettega per il gol del definitivo 1-0. Segnò anche nella seconda fase a gruppi contro l'Austria, concludendo il mondiale con 3 gol, mentre l'Italia si aggiudicò il quarto posto dopo aver perso la finalina contro il Brasile. Al termine del manifestazione viene inserito nella squadra ideale del torneo. La squalifica lo tenne lontano dalla nazionale per due anni, facendogli saltare il campionato d'Europa 1980, ma appena Rossi finì di scontarla venne immediatamente convocato da Bearzot per il vittorioso campionato del mondo 1982; la chiamata di Pablito creò tuttavia discussioni, in quanto costrinse a lasciare a casa un giocatore come Roberto Pruzzo, capocannoniere del campionato nelle due stagioni precedenti. Rossi sembrò essere inefficace nella prima fase, che l'Italia superò ottenendo tre pareggi. Nella partita vinta 3-2 contro il Brasile, decisiva per la qualificazione alla semifinale, Rossi si sbloccò realizzando una tripletta. Rossi in maglia azzurra al mondiale argentino, mentre batte il portiere magiaro Mészáros La sfida, passata alla storia come la tragedia del Sarriá, fu ricordata così da Rossi: «Il primo gol al Brasile, lo ricordo come il più bello della mia vita. Non ho avuto il tempo di pensare a nulla: ho sentito come un senso di liberazione. È incredibile come un episodio possa cambiarti radicalmente: niente più blocchi mentali e fisici. Dopo quel gol, tutto è arrivato con naturalezza». In semifinale realizzò la doppietta che stese la Polonia. Infine, l'11 luglio 1982 realizzò la prima rete della finale vinta 3-1 contro la Germania Ovest: «Eravamo campioni del mondo. Feci solo mezzo giro di campo coi compagni: ero distrutto. Mi sedetti su un tabellone a guardare la folla entusiasta e mi emozionai. Ma dentro sentivo un fondo di amarezza. Pensavo: "Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti". E capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi». Grazie alle sei reti realizzate si aggiudicò il titolo di capocannoniere della manifestazione, il premio come milgior giocatore della competizone e l'inserimento nella squadra ideale del torneo. A fine anno, le sue prodezze mundial gli valsero anche il Pallone d'oro. Dopo il vittorioso mondiale, Rossi continuò a giocare in azzurro e prese parte alle qualificazioni al campionato d'Europa 1984, nelle quali realizzò un gol in otto presenze. Il 4 febbraio 1984 segnò la sua seconda tripletta in nazionale, nella gara amichevole vinta 5-0 contro il Messico, paese ospitante della futura rassegna iridata. Nonostante una negativa stagione 1985-1986 al Milan, Rossi venne comunque convocato per il campionato del mondo 1986, nel quale però non venne mai impiegato, poiché Bearzot gli preferì il giovane Giuseppe Galderisi. La sua ultima gara in azzurro rimase quindi la partita amichevole Italia-Cina (2-0) disputata l'11 maggio 1986 a Napoli. In nazionale realizzò complessivamente 20 gol in 48 presenze e detiene, con Roberto Baggio e Christian Vieri, il record di gol realizzati da un calciatore italiano ai mondiali (9). Insieme a Paolo Baldieri è inoltre l'unico calciatore ad aver segnato in cinque partite consecutive con la maglia dell'Italia Under-21. Dirigente In veste dirigenziale, è stato presidente onorario del Santa Lucia, società in cui mosse i primi passi da calciatore. Nel 2018 tornò al L.R. Vicenza come membro indipendente del consiglio di amministrazione, oltreché ambasciatore del club. Nella cultura di massa Rossi esulta durante il vittorioso campionato del mondo 1982 L'Italia di Enzo Bearzot del 1982, vincendo contro il titolato Brasile, scrisse una delle pagine più felici ed esaltanti del calcio italiano e mondiale, nota come la tragedia del Sarriá. La vittoria, a cui Rossi contribuì con una tripletta, è rimasta tuttora nella memoria di tutti i tifosi italiani e brasiliani, e questi ultimi non hanno mai perdonato le prodezze di Pablito. Questa partita è stata sicuramente uno dei motivi della sua grande popolarità. Nel 1989 Rossi si recò in Brasile per partecipare alla seconda edizione della Coppa Pelé. La sua permanenza nel paese verdeoro fu accolta con profonda ostilità e Pablito veniva appellato con il soprannome di carrasco do Brasil, ovvero il boia del Brasile: «Ero andato lì con la mentalità del turista e mi sono ritrovato a giocare in uno stadio di 35 000 persone con tutti gli occhi puntati addosso: Paolo Rossi, carrasco do Brasil. Il boia del Brasile. Non potevo avvicinarmi alla linea laterale che mi pioveva addosso di tutto, bucce di banana, noccioline, perfino monete, tanto che, alla fine del primo tempo, ho deciso di non rientrare in campo e il clima sugli spalti si è subito placato. Un giorno un tassista, dopo avermi riconosciuto, s'è fermato, ha accostato e mi ha intimato di scendere. Ho dovuto discutere per un po' prima di riuscire a fargli cambiare idea: mi ha riportato in hotel. Quei tre gol del mondiale di Spagna, quelli che hanno fatto piangere un intero popolo, non erano ancora stati digeriti, forse non lo saranno mai». Rossi (a sinistra) posa con Zico nel corso del campionato di Serie A 1983-1984 Nel 2012 Zico, membro della nazionale brasiliana dell'82, affermò che la vittoria dell'Italia sul Brasile in quella partita cambiò completamente il modo di giocare a calcio. Zico accusò l'Italia di aver creato «un calcio fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico». Rossi, in merito a queste dichiarazioni, rispose così: «Quel 3-2 fu una lezione per la quale il Brasile ci dovrebbe ringraziare e darmi un premio. Una sconfitta dalla quale impararono molto, soprattutto a giocare più coperti. Tanto è vero che poi hanno vinto altre due edizioni del mondiale. Zico naturalmente si lancia in un paradosso e non penso che a quella vittoria si possa attribuire un peso così grande. È vero, invece, che da allora il loro approccio è cambiato, è diventato più guardingo, si sono europeizzati. Anche perché tanti brasiliani hanno conosciuto i campionati del nostro continente. Eppure vederli giocare è sempre uno spettacolo. Pur evolvendosi, il loro calcio è rimasto lo specchio di un paese dove lo spettacolo resta importante». Antonello Venditti citò un "Paolo Rossi" nella canzone Giulio Cesare: «Era l'anno dei mondiali quelli del '66 | Paolo Rossi era un ragazzo come noi». La cultura di massa coglie generalmente il riferimento al calciatore, ma Venditti precisò successivamente che si trattava di uno studente antifascista: «In Giulio Cesare faccio riferimento a Paolo Rossi, ma non è l'eroe del Mundial di Spagna come in molti pensano ed hanno pensato. Io ricordavo uno studente morto negli scontri tra studenti e polizia a Roma nel 1966. "Un ragazzo come me", appunto». Al contrario, Stefano Rosso lo cita esplicitamente in una sua canzone, L'italiano, nella strofa: «Ma la domenica problemi grossi | segna Giordano o segna Paolo Rossi?». Nel giugno 2021 gli è stata dedicata la mostra d'arte Pablito: un mito. Da Prato alla Stratosfera nella natia Prato, curata dal collezionista Carlo Palli e per la quale oltre cento artisti hanno prodotto varie opere d'arte esposte al Teatro Politeama della città. Nel dicembre dello stesso anno, la compagnia aerea di bandiera italiana ITA Airways gli intitola il primo velivolo verniciato con la nuova livrea azzurra di compagnia, l'Airbus A320 con marche EI-DTE. Record Con 9 gol al campionato mondiale, è il miglior realizzatore della nazionale italiana (a pari merito con Roberto Baggio e Christian Vieri). Palmarès Rossi (a destra), in maglia vicentina, premiato come migliore marcatore della Serie B 1976-1977; posa con lui il suo storico patron Giussy Farina. Rossi bacia la Coppa del Mondo vinta dagli azzurri al campionato del mondo 1982, edizione di cui si laureò anche migliore marcatore con 6 gol. Club Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Lanerossi Vicenza: 1976-1977 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1981-1982, 1983-1984 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Spagna 1982 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1976-1977 (21 gol) Capocannoniere della Serie A: 1 - 1977-1978 (24 gol) Referendum della giornalaccio rosa nella categoria "Uomo dell'anno": 1 - 1978 XI All-Star Team dei mondiali: 2 - Argentina 1978, Spagna 1982 Pallone d'argento del mondiale: 1 - Argentina 1978 Pallone d'oro del mondiale: 1 - Spagna 1982 Scarpa d'oro del mondiale: 1 - Spagna 1982 (6 gol) Pallone d'oro: 1 - 1982 World Soccer's World Player of the Year - 1982 Onze d'or - 1982 Miglior calciatore dell'anno secondo la rivista italiana Guerin Sportivo - 1982 Capocannoniere della Coppa dei Campioni: 1 - 1982-1983 (6 gol) World Soccer's World Player of the Year - 1982 Guerin d'oro speciale - 1987 Inserito nella FIFA 100 - 2004 Inserito nelle "Leggende del Calcio" del Golden Foot - 2007 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria "Veterano italiano" - 2016 Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano - 2021 Onorificenze Collare d'oro al Merito Sportivo — Roma, 19 dicembre 2017. Cittadinanza onoraria di Vicenza — Vicenza, 18 febbraio 2020.
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PIERALDO NEMO Giocatore tutto estro e fantasia, Pieraldo Nemo è aggregato alla “Primavera” juventina nell’estate del 1973. Vestirà la casacca bianconera in una sola occasione, contro il Cesena in Coppa Italia; in questa partita giocata in Romagna il 1° maggio ‘74, vinta per 1-0 con rete di Musiello, esordisce un esile ragazzino con la maglia numero 7, di cui si sentirà parlare parecchio qualche anno dopo. Paolo Rossi è il suo nome. Per il buon Nemo, il passaggio alla Prima Squadra resterà un sogno ben chiuso in un cassetto. Dalla stagione successiva, infatti, si trasferirà al Catanzaro e, con la maglia giallorossa, si toglierà la soddisfazione di giocare in serie A. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1974 Generalmente quasi tutte le pagine di «Hurrà Juventus» sono dedicate ai giocatori di prima squadra, ai cosiddetti «titolari», oppure alle vecchie glorie, a grosse partite del passato, alla Nazionale: insomma, lo spazio è sempre interamente o quasi occupato dai «grandi» del calcio, di oggi o di ieri. Praticamente nulla è lasciato, (salvo che non vincano per lo meno un Campionato italiano di categoria) alle nuove leve, a coloro cioè che, in potenza almeno, hanno tutte le doti per poter sostituire, un giorno non poi tanto lontano, gli attuali giocatori della «rosa». Proprio per loro, per questi ragazzi alla vigilia del grande balzo o della grande delusione, inizia da questo numero di aprile una nuova rubrica, dal titolo perentorio: «Ci siamo anche noi!». Una rubrica che vede impegnati, tre alla volta, gli elementi che fanno parte della squadra «Primavera», tutti cioè sui 19-20 anni, e per i quali ho preparato alcune domandine che serviranno a inquadrare il personaggio sia dal punto di vista sportivo che da quello umano, dando la possibilità a questi ragazzi, curati dal non dimenticato Tino Castano, di esternare i propri convincimenti, le loro idee, le speranze, le ambizioni nascoste. I primi tre a essere torchiati sono il portiere Enrico Massimiani, nato a Roma il 2 febbraio 1955, il «libero» Lorenzo Balestro, nato a Verona il 23 giugno 1954, e la punta Pieraldo Nemo, nato il 6 gennaio 1955 a Fondi di Latina ma residente a Torino. Massimiani è il tipico ragazzo serio, posato, di poche parole, disciplinatissimo, un romano un po’ annacquato, senza cioè quella simpatica parlantina come ad esempio il suo connazionale Spinosi. È il tipico portiere di posizione, non plateale se non tirato per i capelli, non si emoziona. Sul tipo di Zoff per intenderci. Balestro è il classico «timido» che in campo si trasforma; davanti ad un’intervista spesse volte arrossisce, prende tempo prima di rispondere, anche se poi lo fa a tono e le sue repliche sono sempre acute e intelligenti; in area invece e un’iradiddio, dirige la difesa, intercetta, ricucisce, di testa e di piede, con un talento al di sopra del normale. Pieraldo Nemo è il Muccinelli della situazione; non molto alto di statura, fa impazzire i terzini, ha uno scatto bruciante e un dribbling stretto che mette sempre in difficoltà i difensori che volta a volta gli assegnano; buon tiro in porta, è cattivello quanto basta, prendendo e restituendo con gli interessi botte e affini. Simpaticissimo, tiene sempre allegra la compagnia con barzellette e con imitazioni varie, tra cui, particolarmente azzeccata, quella di un fantomatico e non meglio identificato pappagallo. Sono stato con loro una mezz’oretta, ed ho occasione di vederli spesso in sede; posso dire che sono proprio ragazzi «stile Juventus», nella vita come nel gioco: intelligenti, non saputoni, consci delle proprie forze e delle debolezze, soprattutto educati, cose che nei giovani d’oggi rappresentano grosse, grossissime doti. Se non sfonderanno con la palla rotonda saranno sempre, in tutte le fasi della loro carriera, dei perfetti juventini. Ma eccoci alle domandine: – Per riuscire a emergere, quali doti secondo voi occorrono? MASSIMIANI: Conta molto la fortuna, diciamo il cinquanta per cento: se il tuo celebre collega, titolare, non si fa mai male, è difficile che tu riesca a prendere il suo posto. BALESTRO: Non sono d’accordo; cosa contano sono le doti naturali e lo spirito di sacrificio; se non ci sono, puoi avere anche la fortuna più sfacciata ma non combinerai mai nulla; voglio dire cioè che questa tanto decantata fortuna bisogna meritarsela; per me comunque non ha più valore di un trenta per cento. NEMO: Sostanzialmente sono più d’accordo con Balestro; dipende però anche dal ruolo; ad esempio, giocando da attaccante, penso si abbiano maggiori possibilità di entrare nel gioco; per un portiere invece è logico che c’è un posto solo. Anch’io comunque sono per il trenta per cento di fortuna. – I vostri genitori sono contenti dell’attività da voi adottata? BALESTRO: I primi tempi erano piuttosto scettici, adesso sono d’accordo, approvano cioè la scelta fatta. MASSIMIANI: Mio papà è sempre stato contentissimo in quanto è uno sportivo, mia madre aveva qualche dubbio; d’altra parte, andare via di casa a 14 anni… NEMO: Papà e mamma sono d’accordo. – Se si fossero opposti, come vi sareste comportati? Avreste forzato la mano? BALESTRO: Ci studia su, accarezzandosi più volte il mento prima di rispondere: Ma, il primo istinto sarebbe stato quello di buttarmi a tutti i costi contro ogni parere nell’avventura, poi forse ripensandoci dopo una notte, sarei rimasto a casa; sono molto attaccato alla famiglia e non potrei vivere in disaccordo con i miei. MASSIMIANI: Non so; certo prima di arrendermi avrei parlato, avrei perorato la causa con tutti gli argomenti, forse avrei lasciato tutto; comunque è andata bene, tutti in armonia, per cui non andiamo a sottilizzare. NEMO: Beh, io vivo a Torino, per cui non ho problemi; sto in famiglia c così posso accontentare babbo, mamma e calcio insieme. – Quali sono i maggiori sacrifici fa cui deve sottoporsi un giovane calciatore? BALESTRO: Secondo me il più grosso è quello di stare lontano da casa; alla sera prima di addormentarmi non dico proprio che ci scappa una lacrima ma siamo molto vicino; per il resto le piccole privazioni a cui siamo assoggettati non le ritengo degne della parola sacrificio. NEMO: Posso dire che ci priviamo degli abituali divertimenti della nostra età; i quali, più che annullati, sono di certo mollo stemperati. MASSIMIANI: No, nessun sacrificio grosso, piccole cose di cui è logico, avendo una meta da raggiungere, privarsi. Anzi, direi di più, i sacrifici maggiori li fanno i nostri genitori che hanno i loro ragazzi lontano. – Cosa pensate di questa cosiddette «contestazioni»? BALESTRO: Secondo me pochi credono veramente in un ideale, e a questi bisogna fare tanto di cappello, di qualunque ideale si tratti; gli altri, la massa, lo fa solo per distinguersi. MASSIMIANI: Credo che la massa non abbia ideali precisi, va dietro ai più preparati. NEMO: Concordo. Perché secondo voi i giovani si fanno crescere i capelli, baffi e barba? IN CORO: Non sappiamo; per quanto ci riguarda siamo stati dal parrucchiere da poco, quindi… Comunque non ci vediamo nulla di male, purché vi sia sempre un certo ordine. – Trovate giusto che un allenatore pretenda dai giocatori una pulizia completa? IN CORO: Non lo troviamo giusto; se in campo si rende, che abbia la barba, o i capelli sulla schiena non dovrebbe contare. Comprendiamo che forse, esteticamente, non è che facciano bella figura, però ciascuno e libero di acconciarsi come meglio crede. – Cambiereste le attuali regole calcistiche? Si è parlato di abolire il fuori-gioco, di allargare le porte e così via. IN CORO: No, lasciamo le cose come stanno, vanno bene così. – C’è qualche giocatore a cui vi ispirate? NEMO: Il mio idolo da ragazzo è sempre stato Sivori. MASSIMIANI: Da piccolo mi piaceva da matto Cudicini: mi racconta ancora oggi mio papà, che di notte mi svegliavo e saltavo sul letto al grido di «Cudicini paratutto!». Ora ho sottomano nientepopodimeno che Zoff, e cche vvolete de più?... BALESTRO: Da ragazzo al mio paese mi chiamavano Sivori, perché sapevo fare bene i tunnel. – Cosa pensate di questa intervista? IN CORO: Beh, è la prima volta; ci sentiamo un po’ imbarazzati; certo che ci fa piacere poter dire il nostro pensiero, vedere la foto sul giornale; in quattro anni che siamo alla Juve non ci era mai capitato. Questo numero andrà a ruba… – Voi siete ragazzi intelligenti; se un giorno vi accorgeste di non avere abbastanza stoffa per fare il calciatore, che decisione prendereste? MASSIMIANI: Sarebbe un triste giorno, ma comunque dovrei preoccuparmi dell’avvenire; se trovassi subito un lavoro smetterei di colpo, altrimenti, in attesa, mi arrangerei magari in qualche squadretta, tanto per far saltare fuori di che vivere. BALESTRO: La penso come Massimiani. NEMO: Non ne farei una malattia, non sarei il primo a smettere. – Quali sono le vostre letture preferite? E i dischi? E i film? MASSIMIANI: Leggo parecchio, libri dove vi sia qualcosa di vero, di umano, di vita vissuta, e che insegnino qualcosa sotto il profilo sociale. Preferisco i dischi di John Lennon e Francesco De Gregori. Vado spesso al cine, la mia attrice preferita è Jacqueline Bisset. NEMO: Porca miseria, la Bisset sarà forte, ma vuoi mettere Laura Antonelli? Comunque, per rimanere ai libri, leggo quelli di avventure, fumetti di guerra e attualità. Ascolto musica pop e il mio cantante preferito è Elton John. BALESTRO: Leggo di tutto, soprattutto libri di sentimento: il mio autore preferito è Vasco Pratolini; adoro i complessi in genere e ammiro Francesco Guccini, anche se imita troppo Bob Dylan. Come attrice diciamo Ursula Andress. E diciamo… https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/03/pieraldo-nemo.html
