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Umberto Agnelli - Presidente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
UMBERTO AGNELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Agnelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Losanna (Svizzera) Data di nascita: 01.11.1934 Luogo di morte: Venaria Reale (Torino) Data di morte: 27.05.2004 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1955 al 1962 272 partite - 140 vittorie - 63 pareggi - 69 sconfitte 3 scudetti 2 coppe Italia Umberto Agnelli (Losanna, 1º novembre 1934 – Venaria Reale, 27 maggio 2004) è stato un imprenditore, dirigente sportivo e politico italiano. Umberto Agnelli Umberto Agnelli (1970) Senatore della Repubblica Italiana Legislature VII Gruppo parlamentare Democratico Cristiano Circoscrizione Roma VIII Incarichi parlamentari Membro della 3ª Commissione permanente (Affari esteri) dal 27 settembre 1978 al 19 giugno 1979 Membro della 5ª Commissione permanente (Bilancio) dal 27 luglio 1976 al 26 settembre 1978 Sito istituzionale Dati generali Partito politico Democrazia Cristiana Titolo di studio Laurea in Legge Università Università degli Studi di Catania Professione Imprenditore Biografia Umberto Agnelli (a destra) con il fratello Gianni, 1965 Ultimo di sette fratelli, era figlio di Edoardo Agnelli e di Virginia Bourbon del Monte di San Faustino. Orfano di padre (morto in un incidente aereo) ad appena un anno, perse la madre - vittima di un sinistro automobilistico - all'età di undici; il fratello Gianni, maggiore di tredici anni, capofamiglia designato, sarà per lui come un padre. Svolse il servizio militare presso la Scuola di Applicazione di Cavalleria di Pinerolo, come il fratello Gianni e il nonno. Laureatosi in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania, Umberto divenne a meno di ventitré anni presidente della Juventus e nel 1959 venne eletto presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Impegnato a lungo nel processo di ristrutturazione della FIAT, con la contestuale apertura verso capitali e mercati esteri, Agnelli e famiglia figuravano al 278º posto nella classifica del periodico Forbes (2003) degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio netto stimato attorno agli 1,5 miliardi di dollari. Subentrò alla presidenza della FIAT il 28 febbraio 2003, subito dopo la morte del fratello Giovanni, che aveva affiancato a lungo nella conduzione della casa automobilistica torinese anche se costretto spesso a restare in panchina per i giochi del potere finanziario. Rispetto al passato decise di cambiare strategia concentrando tutte le risorse Fiat nell'auto e ricorrendo ad un manager esterno, Giuseppe Morchio, a cui affidare la guida dell'azienda. Negli anni settanta, Agnelli fu senatore della Repubblica nelle file della Democrazia Cristiana. Come alto dirigente della FIAT ebbe a lungo il controllo su primarie imprese editoriali e sulla società calcistica torinese della Juventus. Eletto da una giunta di soci, tra cui il fratello Gianni, presidente del club nel 1955 – divenendo il più giovane ad assumere la massima carica dirigenziale nella storia del club, ad appena ventidue anni –, la sua gestione presidenziale venne caratterizzata dagli acquisti di giocatori di rilievo, quali John Charles e Omar Sívori, decisivi per la conquista di tre campionati di Serie A e due coppe nazionali consecutive dal 1958 al 1961. Dopo aver lasciato il ruolo presidenziale nel 1962, rimase legato ai colori bianconeri. Trent'anni dopo, nel 1994, rilevò le attività dirigenziali svolte in precedenza dall'Avvocato, esercitando una maggiore influenza sul club in qualità di presidente onorario durante il decennio seguente, periodo in cui i bianconeri vinsero altri cinque titoli di campione d'Italia, un'altra Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane, una Coppa Intercontinentale, una Champions League, una Coppa Intertoto dell'UEFA e una Supercoppa europea, per un totale di 19 trofei ufficiali in 18 anni. In virtù dei successi sportivi ottenuti nel corso della carriera sportiva dirigenziale, è stato introdotto alla memoria congiuntamente dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e dalla Fondazione Museo del calcio di Coverciano nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2015. Affetto da carcinoma polmonare, trascorse gli ultimi giorni assistito dalla moglie e dai due figli nella sua residenza della Mandria, nel territorio di Venaria Reale, dove si spense il 27 maggio 2004, solamente 15 giorni prima del nipote Egon von Fürstenberg, che morì l'11 giugno successivo. La sua ultima comparsa in pubblico era avvenuta il 26 aprile dello stesso anno, quando era stata conferita alla moglie Allegra una laurea ad honorem in Veterinaria dall'Università degli Studi di Torino; l'aggravarsi delle sue condizioni di salute gli impedì però di presenziare all'assemblea degli azionisti della società torinese. Matrimoni e discendenza Umberto si sposò due volte: una prima con Antonella Bechi Piaggio (proveniente dalla famiglia d'imprenditori che ha ideato lo scooter Vespa) e una seconda con Allegra Caracciolo, cugina di Marella Caracciolo, moglie di Giovanni Agnelli. Curiosamente Antonella Bechi Piaggio si risposerà con un lontano parente materno di Allegra Caracciolo, Uberto Visconti di Modrone. A Torino, Umberto e Allegra vivevano nella residenza "I Roveri" all'interno del parco La Mandria. dalla prima moglie, Antonella, Umberto ebbe: due gemelli (Alberto e Enrico), nati nel luglio 1962 e vissuti pochissimi giorni; Giovanni Alberto, detto Giovannino, morto di tumore nel 1997. dalla seconda moglie, Allegra, Umberto ebbe un figlio e una figlia: Andrea; Anna. Ascendenza Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni Edoardo Agnelli Giuseppe Francesco Agnelli Maria Maggia Giovanni Agnelli Aniceta Frisetti Giovanni Frisetti Anna Lavista Edoardo Agnelli Leopoldo Francesco Primo Boselli Giuseppe Boselli Maddalena Lampugnani Clara Boselli Maddalena Lampugnani Luigi Lampugnani Maria Sanpietro Umberto Agnelli Ranieri Bourbon del Monte, III principe di San Faustino Francesco Bourbon del Monte, marchese di Monte Santa Maria Carolina Scarampi di Pruney Carlo Bourbon del Monte, IV principe di San Faustino Maria Francesca Massimo Vittorio Emanuele Camillo IX Massimo, II principe di Arsoli Maria Giacinta Della Porta Rodiani Virginia Bourbon del Monte George Washington Campbell Jr. George Washington Campbell Harriett Campbell Jane Allen Campbell Virginia Watson Alexander Watson … Onorificenze Ufficiale della Legion d'Onore — Parigi, 1969 Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 2 giugno 1972. Su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Cavaliere della Legion d'Onore — Parigi, 1992 Grande cordone dell'ordine del Sacro Tesoro — Tokio, 1996 Nella cultura di massa È citato, insieme a suo fratello Gianni (definito semplicemente "Avvocato Agnelli") ed a sua sorella Susanna, nella canzone Nuntereggae più di Rino Gaetano. Susanna Agnelli, all'epoca senatrice del PRI, intervistata in una puntata di Bontà loro da Maurizio Costanzo (citato anche lui nel testo della stessa canzone), difese la liceità del giovane artista ad esprimersi come voleva; Costanzo, dal canto suo, non la vedeva allo stesso modo e mise in dubbio il valore artistico del pezzo. -
GINO RAFFIN https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Raffin Nazione: Italia Luogo di nascita: Gonars (Udine) Data di nascita: 01.06.1936 Luogo di morte: Turate (Como) Data di morte: 02.04.2023 Ruolo: Attaccante Altezza: 188 cm Peso: 84 kg Soprannome: Papussa Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 30.01.1955 - Serie A - Sampdoria-Juventus 5-1 Ultima partita: 20.02.1955 - Serie A - Juventus-Novara 2-1 3 presenze - 1 rete Luigi Raffin – noto come Gino Raffin – (Gonars, 1º giugno 1936 – Turate, 2 aprile 2023) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Finita la carriera sportiva si era stabilito a Palermo. Gino Raffin Gino Raffin con la maglia del Palermo Nazionalità Italia Altezza 188 cm Peso 84 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1969 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Squadre di club 1954-1955 Juventus 3 (1) 1955-1956 Lecco 23 (10) 1956-1959 Biellese 93 (35) 1959-1960 Livorno 30 (12) 1960-1963 Venezia 91 (39) 1963-1964 Brescia 34 (12) 1964-1966 Palermo 27 (4) 1966-1967 Juventina Palermo 30 (6) 1967-1969 Pro Vercelli 37 (7) Carriera da allenatore 1971-1972 Mazara 1972-1973 Potenza 1974-1975 Alatri 1975-1976 Sorrento 1978-1979 Sorrento Caratteristiche tecniche Giocatore Centravanti notevolmente alto e potente per l'epoca e con due grossi piedi, non molto dotato tecnicamente ma provvisto di un buon senso del gol (5 volte oltre le 10 realizzazioni stagionali). Carriera Giocatore Esordisce in Serie A con la maglia della Juventus il 30 gennaio 1955 in Sampdoria-Juventus (5-1). Nel campionato 1954-55 disputa tre incontri coi bianconeri, andando a segno in occasione della vittoria interna sulla Pro Patria. Prosegue la carriera in Serie C con le maglie di Lecco, Biellese e Livorno, per poi passare nel 1960 al Venezia in Serie B. Con 17 reti (vice-capocannoniere del campionato alle spalle dell'alessandrino Giovanni Fanello) trascina i lagunari alla vittoria del campionato cadetto. Coi neroverdi disputa anche due campionati in Serie A: nel primo con 11 reti (fra cui una tripletta al Mantova) contribuisce all'agevole salvezza finale, mentre nel secondo si ripete allo stesso livello, ma la cosa non è sufficiente per evitare la retrocessione. Nel 1963 passa al Brescia, realizzando 12 reti in una stagione che avrebbe visto la promozione delle rondinelle se non fossero state penalizzate di 7 punti. Si trasferisce poi al Palermo, dove resta due stagioni senza riuscire a ripetersi a livello realizzativo (4 reti per lui). Chiude la carriera in Serie D con la Pro Vercelli. In carriera ha totalizzato complessivamente 59 presenze e 23 reti in Serie A e 96 presenze e 33 reti in Serie B. Allenatore Cessata l'attività agonistica ha intrapreso quella di allenatore, guidando fra l'altro il Potenza e il Sorrento in Serie C. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Venezia: 1960-1961
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ETTORE MANNUCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Mannucci Nazione: Italia Luogo di nascita: Pontedera (Pisa) Data di nascita: 03.10.1929 Luogo di morte: Siena Data di morte: 25.11.1993 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 19.09.1954 - Serie A - Pro Patria-Juventus 1-2 Ultima partita: 12.06.1955 - Serie A - Atalanta-Juventus 2-1 15 presenze - 2 reti Ettore Mannucci (Pontedera, 3 ottobre 1929 – Siena, 1993) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Ettore Mannucci Ettore Mannucci con la maglia della Pro Patria Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1964 - giocatore 1978 - allenatore Carriera Squadre di club 1949-1950 Pontedera ? (?) 1950-1954 Pro Patria 76 (21) 1954-1955 Juventus 15 (2) 1958-1959 Siena 32 (6) 1959-1962 Lucchese 70 (38) 1962-1963 Rosignano Solvay 31 (6) 1963-1965 Lucchese 35 (6) Carriera da allenatore 1962-1963 Rosignano Solvay 1965-1966 Akragas 1966-1967 Siracusa 1967-1968 Lucchese 1968-1969 Carrarese 1969-1972 Siena 1974 Pistoiese 1975-1978 Siena Carriera Attaccante forte fisicamente ed abile nel gioco aereo, dopo aver esordito nel Pontedera, squadra della sua città, per il campionato 1950–51 passa alla Pro Patria dove gioca poi tre stagioni in Serie A ed una in B. Segnando rispettivamente 9 reti in 24 presenze e 12 su 32 gare. Il punto più alto della sua carriera fu la Serie A 1954-1955 quando indossò la maglia della Juventus per 15 partite di campionato, segnando due reti. La sua carriera fu però pesantemente compromessa dallo scandalo sorto dalla confessione di Rinaldo Settembrino. Condonata la sua squalifica dopo tre anni di fermo, giocò nel Siena e nella Lucchese. Con la squadra rossonera conquistò la promozione in serie B (1959 - 1960) al termine di un campionato segnato dalla lotta gomito a gomito con il Cagliari e disputò in seguito due campionati nella serie cadetta. Allenò l'Akragas e il Siena, ma anche Siracusa, Lucchese e Pistoiese. Dopo la morte la sua cittadina natale, Pontedera, gli intitolò nel febbraio 2002 il proprio stadio comunale: lo Stadio Ettore Mannucci. Palmarès Giocatore Competizioni regionali Promozione: 1 - Pontedera: 1949-1950 Competizioni nazionali Serie C: 1 - Lucchese: 1960-1961 Allenatore Competizioni nazionali Serie D: 1 - Siena: 1975-1976
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HELGE BRONÉE Nato a Nöebölle, in Danimarca, il 28 marzo 1922, arrivò alla Juventus nel 1954, proveniente dalla Roma, oramai trentaduenne; centravanti di tipo particolare, quasi di scuola danubiana, non privilegiò mai la forza rispetto alla tecnica. I suoi piedi erano quelli di un fine dicitore di gioco, i suoi goal furono raramente espressioni di potenza.Quello che Bronée cercava era innanzitutto la bellezza del gesto atletico, la coordinazione nei movimenti, mai disgiunta dalla raffinatezza nel tocco. Un giocatore di classe suprema, un precursore del collettivo, tatticamente indisciplinato, ma è un grandissimo talento naturale.A Torino fu impiegato esclusivamente da interno sinistro: usava il destro solo per camminare, come si suol dire. L’accoppiata Bronée-Præst sulla fascia sinistra, nonostante i due risentissero già del peso degli anni, mandò spesso in visibilio la platea del Comunale; due giocatori complementari l’uno all’altro, due magici protagonisti per un solo tipo di interpretazione del football.Esordì in bianconero il 26 settembre 1954, seconda di campionato, a Torino contro la Lazio: fece impazzire Fuin e Giovannini, marcatori laziali, e segnò due dei quattro goal della vittoria juventina. Si ripeté a Novara la domenica successiva. In quella Juventus alla fine furono undici i suoi goal, capocannoniere al pari di Manente, terzino dal tiro possente, che beneficiò anche dei penalty. Si congedò dai tifosi il 4 giugno 1955; la Juventus sconfisse il Bologna 5-1, con una sua doppietta, come al debutto.In bianconero rimase solamente una stagione, in quanto la sua indisciplina fu regola di vita anche al di fuori dei rettangoli verdi; totalizzerà ventinove presenze e undici goal. Nel campionato successivo va a concludere la sua parentesi italiana nelle file del Novara. Una curiosità: il suo ingaggio era pagato a cachet: un tanto a partita e un bel premio in denaro per ogni rete messa a segno.«Alla Juve arrivo già spremuto – scrive Camin – tutto passa. Al Nancy, in Francia, faceva lo scavezzacollo e continuò a farlo anche nel Palermo, biondissimo e malizioso, piacquero i suoi occhi azzurri che continuavano a guardare al presidente principe Raimondo Lanza di Trabia. Fu un giocatore formidabile. Anticipò il calcio collettivo proprio lui anarchico, facendo la mezzala e il mediano, interdicendo e rifinendo, difendendo e attaccando, con la fascetta bianca al polso sinistro che un dì s’era spezzato, vinceva e perdeva, aveva voglia di battersi o non ne aveva per niente, nemmeno lui sapeva perché, la testa altrove. Si divertiva di più fuori campo ma non sempre. Il suo dramma era il tempo libero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/helge-bronee.html
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HELGE BRONÉE https://it.wikipedia.org/wiki/Helge_Bronée Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Nybölle Data di nascita: 28.03.1922 Luogo di morte: Dronningmölle Data di morte: 03.06.1999 Ruolo: Attaccante/Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Danese Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 26.09.1954 - Serie A - Juventus-Lazio 4-2 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 29 presenze - 11 reti Helge Christian Bronée (Nybølle, 28 marzo 1922 – Dronningmølle, 3 giugno 1999) è stato un calciatore danese, di ruolo attaccante. Helge Bronée Nazionalità Danimarca Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 Carriera Squadre di club 1940-1948 Østerbro ? (26) 1948-1950 Nancy 46 (22) 1950-1952 Palermo 70 (22) 1952-1954 Roma 51 (12) 1954-1955 Juventus 29 (11) 1955-1956 Novara 27 (10) 1956-???? Rødovre ? (?) 1959 B 93 5 (2) Nazionale 1945-1946 Danimarca 4 (1) Caratteristiche tecniche Era mancino. Aiutava spesso la squadra nella fase difensiva in quanto gradiva partire lontano dalla porta per poi finalizzare. In carriera ricoprì comunque tutti i ruoli eccezion fatta per quello del portiere. Carriera Esplose nella squadra francese del Nancy. Nel 1950 venne ingaggiato, per 40 milioni di lire, dal Palermo del Principe Raimondo Lanza di Trabia, che lo aveva scoperto durante un suo viaggio di piacere a Nancy per la partita Nancy-Grenoble e che volle portarlo a tutti i costi a Palermo. Bronée (a destra) e Carlo Galli, attaccanti della Roma nel 1953. Ben presto entrò in contrasto con l'allenatore dei rosanero Gipo Viani: durante una partita la sua squadra, per difendere il pareggio, si chiuse a catenaccio e lui, non gradendo, si spostò in difesa buttando la palla in autogol. Negli spogliatoi fu poi preso a botte dal suo allenatore. Fuori dal campo aveva un carattere indisciplinato, che ben presto gli causò antipatie all'interno della società; anche per questo giocò in rosanero solamente per due stagioni (1950-1951 e 1951-1952) totalizzando 70 presenze e segnando 22 reti. La sua carriera proseguì nella Roma, ma anche qui il suo carattere rissoso gli creò qualche problema. Dopo un Roma-Inter, fra lui e il suo compagno di squadra Arcadio Venturi sorse un diverbio, culminato con il lancio di una scarpa sulla faccia di un dirigente di riguardo, il dottor Campilli, figlio di un ministro. Bronée venne messo fuori squadra, ponendo così termine alla sua avventura romanista. Nel 1954 approdò alla Juventus, dove rimase una sola stagione totalizzando 29 presenze e 11 reti. Nel campionato successivo andò a concludere la sua carriera italiana nelle file del Novara. In Italia ha totalizzato complessivamente 177 presenze e 55 reti in massima serie. Chiuse la carriera con il B 93. Bronée e Boniperti nel 1954-'55
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GEORGE RAYNOR https://it.wikipedia.org/wiki/George_Raynor Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Wombwell Data di nascita: 13.01.1907 Luogo di morte: Buxton Data di morte: 24.11.1985 Ruolo: Direttore Tecnico Altezza: - Peso: - Soprannome: - Direttore Tecnico della Juventus nel 1954 George S. Raynor (Wombwell, 13 gennaio 1907 – Buxton, 24 novembre 1985) è stato un allenatore di calcio e calciatore inglese, di ruolo centrocampista. George Raynor Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1939 - giocatore Carriera Giovanili Elsecar Bible Class Mexborough Athletic Squadre di club 1929-1930 Wombwell ? (?) 1930-1931 Sheffield Utd 1 (0) 1932-1933 Mansfield Town ? (?) 1933-1935 Rotherham Utd ? (?) 1935-1938 Bury ? (?) 1938-1939 Aldershot ? (?) Carriera da allenatore 1943-1945 Iraq 1945-1946 Aldershot Riserve 1946-1954 Svezia 1947-1948 GAIS 1948-1952 AIK 1952-1954 Åtvidaberg 1954 Juventus DT 1954-1955 Lazio 1956 Coventry City 1956-1958 Svezia 1958-1960 Skegness Town 1960 Djurgården 1961-1962 Svezia 1967-1968 Doncaster Palmarès Olimpiadi Oro Londra 1948 Bronzo Helsinki 1952 Mondiali di calcio Bronzo Brasile 1950 Argento Svezia 1958 Carriera Giocatore Centrocampista di contenimento, inizia la sua carriera di calciatore nelle giovanili della squadra dilettante dell'Elsecar Bible Class, per poi militare in altre squadre di serie minori. L'unica esperienza di rilievo la vive tra le file dello Sheffield United, dove però non riesce a imporsi. Appende gli scarpini al chiodo nel 1939, poco prima dell'inizio della Seconda guerra mondiale. Allenatore Raynor in veste di allenatore Le prime gesta nelle vesti di allenatore le muove a Bagdad, durante la guerra, quando allena per due anni la Nazionale irachena; questa sua iniziativa fu punita dal presidente della Football Association, Stanley Rous, il quale costrinse Raynor ad abbandonare il suo lavoro lì per continuarlo nell'Aldershot, dove allenerà la squadra riserve. Nel 1946 passa a ricoprire la carica di commissario tecnico della Nazionale svedese, con la quale riesce a vincere le Olimpiadi di Londra nel 1948. Vivrà ben tre periodi sulla panchina svedese, con il primo che termina nel 1954, dopo aver partecipato al Mondiale 1950, quando guidò la compagine scandinava verso un sorprendente terzo posto nel girone finale. Subito dopo la prima esperienza da CT della Svezia, allena varie squadre del posto, per poi intraprendere avventure in Italia, prima una breve parentesi alla Juventus come direttore tecnico e osservatore e successivamente alla Lazio come allenatore, e in Inghilterra dove guida il Coventry City. Nel 1956 riprende posto sulla panchina della Nazionale svedese, con la quale sfiora una clamorosa vittoria mondiale nel 1958, quando in finale vide la sua formazione andare in vantaggio per poi essere sconfitta per 5-2 dal Brasile di Pelé. Guida la Svezia anche tra il 1961 e il 1962. Chiude la sua carriera di allenatore nel 1968, dopo aver guidato la formazione inglese del Doncaster. Curiosità Nel 1960 ha scritto anche un libro, Football ambassador at large. Palmarès Allenatore Club Coppa di Svezia: 2 - AIK: 1949, 1950 Nazionale Oro olimpico: 1 - Svezia: Londra 1948
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Marcello Giustiniani - Presidente
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MARCELLO GIUSTINIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Giustiniani Nazione: Italia Luogo di nascita: Ancona Data di nascita: 07.09.1901 Luogo di morte: Brescia Data di morte: 15.11.1977 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1954 al 1955 34 partite - 12 vittorie - 13 pareggi - 9 sconfitte Marcello Giustiniani (Ancona, 7 settembre 1901 – Brescia, 15 novembre 1977) è stato un dirigente sportivo italiano, che ricoprì la carica di presidente della Juventus. Storia Marcello Giustiniani era un magistrato con la passione del calcio. Egli ricoprì la carica di presidente della Juventus insieme a Enrico Craveri e Luigi Cravetto, succedendo a Gianni Agnelli, dal 1954 al 1955: I tre cedettero nel 1955 la carica ad Umberto Agnelli. -
Luigi Cravetto - Presidente
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LUIGI CRAVETTO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cravetto Nazione: Italia Luogo di nascita: Verrés (Aosta) Data di nascita: 03.04.1911 Luogo di morte: Torino Data di morte: 25.06.2002 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1954 al 1955 34 partite - 12 vittorie - 11 pareggi - 9 sconfitte Luigi Cravetto (Verrès, 3 aprile 1911 – Torino, 25 giugno 2002) è stato un avvocato, imprenditore e dirigente sportivo italiano, che ricoprì la carica di presidente della Juventus. Storia Industriale nel campo siderurgico (era comproprietario delle Fonderie di Settimo Torinese), era entrato nel consiglio di amministrazione della Juventus sotto la presidenza di Gianni Agnelli. Alle dimissioni di questo nel settembre 1954 assunse la carica di reggente in triumviro insieme a Enrico Craveri e Marcello Giustiniani per circa un anno, quando si insediò alla presidenza Umberto Agnelli. -
EDUARDO RICAGNI 13 dicembre 1953, Italia-Cecoslovacchia, cronaca di Vittorio Pozzo su “Stampa Sera”: «L’odore dell’occasione che poteva presentarsi, lo juventino lo sentì da lontano, perché prese improvvisamente a correre da dove si trovava, mentre i diversi episodi sopraccennati stavano svolgendosi, percorse una trentina di metri a tutta velocità, e arrivò colla precisione del secondo sul luogo e nell’istante in cui il portiere commetteva il suo errore, e spedì in rete, come se lui avesse già saputo tutto prima.Poi diede sfogo all’entusiasmo e all’emozione per avere segnato per l’Italia alla sua prima comparsa in maglia azzurra, cadendo a terra svenuto. Se ne parlerà a Buenos Aires di quest’avvenimento e di questo svenimento. Qui in Italia possiamo dire che questa rete di tipo specialissimo ha suggellato definitivamente l’incontro di Genova».Finì 3-0 per gli azzurri. Edoardo Ricagni, oriundo argentino, aveva davvero perso i sensi: le foto lo ritraggono sdraiato per terra, con gli occhi sbarrati e le braccia allargate.Tutto cominciò all’età di nove anni, quando alla scuola preferì il lavoro da garzone nel negozio di calzature del padre Pietro, emigrato in Argentina, nel 1912 da Padova. Ne aveva sedici quando esordì nella Platense contro il Boca Juniors, in un incontro della Coppa Ramirez vinto dalla squadra di La Plata per 4-3. Qualche tempo dopo, il giocatore passò allo stesso Boca, poi al Chacarita Juniors. Nel 1951 fu bloccato dal Torino che, all’ultimo momento, gli preferì Hjalmarsson e Ricagni rimase in Sudamerica vincendo, con l’Huracan, la classifica cannonieri con trenta reti in ventinove partite. Intanto, con un altro calciatore di nome Spinelli, acquistò un bar, chiamato Tres Estrellas, nel centro di Buenos Aires.Ma quei goal convinsero la Juventus di aver trovato il sostituto di Rinaldo Martino, grande campione tornato in Argentina, vinto dalla nostalgia. Le trattative furono molto rapide, in una settimana Ricagni diventò juventino: all’Huracan andavano un milione e duecentocinquantamila pesos, il contratto triennale del giocatore prevedeva un ingaggio di quattrocentomila pesos e uno stipendio annuo di duecentomila pesos.Il giornalista argentino Oreste Bomben scrisse sul “Calcio illustrato”: «Il recente acquisto sudamericano della Juventus ha ventisette anni, è alto 1,67 e pesa normalmente settanta chilogrammi; in Buenos Aires svolge l’attività di esercente di un bar sito nell’Avenida Cabildo».«Sono arrivati a Torino ieri i due giocatori argentini Ricagni e Giarrizzo – si legge su “La Stampa” del 14 agosto 1953 – ingaggiati, com’è noto, dalla Juventus. Il primo si fermerà nella nostra città e sarà la mezzala destra titolare della squadra bianconera, mentre Giarrizzo, dopo qualche giorno di permanenza, si trasferirà a Palermo per giocare nella squadra siciliana. I documenti ufficiali di cui sono in possesso confermano chiaramente la loro origine. Entrambi figli di italiani emigrati in Argentina anni fa, hanno conservato la cittadinanza, anche se né nella lingua né nei tratti tradiscono la loro origine. Ricagni è bruno, con lineamenti marcati, di media statura, con calvizie incipiente. Giarrizzo, invece, è un longilineo, biondo, cordiale e fanciullesco nei modi. Non si direbbe certo di sangue siciliano. Sessanta ore di viaggio non possono certo costituire una preparazione ideale per una chiacchierata, ciononostante i due calciatori non si dimostrano stanchi, accettano il discorso, che, naturalmente cade su argomenti di calcio. A istruirli sul nostro gioco ha provveduto Cesarini, l’ex-giocatore e allenatore dei bianconeri, che ha caldeggiato l’acquisto entrambi. Sanno già che da noi si usa la maniera forte, l’urto uomo contro uomo, il controllo serrato a spalla a spalla. Informazioni giunte dal Sud America confermano che i due sono particolarmente adatti al gioco italiano. Deciso, tiratore in goal Ricagni, abilissimo nel gioco di testa e nello smistamento il giovane Giarrizzo. La carriera di Ricagni è già nota, perché debba essere ricordata. Merita cenno comunque il fatto che il giocatore in undici anni di professionismo non è mai stato espulso dal campo e di conseguenza neppure una volta squalificato. È anche lieto di poter dire di non aver mai subito un incidente grave di gioco, in modo che le sue assenze dalla squadra sono state sempre brevissime. Nello scorso anno ad esempio ha giocato ventinove partite delle trenta che conta il campionato argentino. I ventinove goal segnati confermano le sue doti di realizzatore. Sia Ricagni che Giarrizzo questa mattina andranno al campo per conoscere gli altri juventini. Ricagni inizierà gli allenamenti con i suoi nuovi compagni martedì, dopo l’interruzione per le feste di ferragosto».Nella Juventus fece molti goal, ma con l’ambiente non riuscì a legare e il periodo in bianconero non fu sempre felice. Un giorno dichiarò: «Avevo, contro di me, due o tre dirigenti bianconeri e alcuni giocatori».Non ha mai rivelato i nomi dei nemici, ma non è difficile immaginare che del gruppo facesse parte Boniperti. Il capitano, nel libro “La mia Juventus”, scrisse: «Ricagni giunse dall’Argentina con ottime referenze, ma stentò a innestarsi nei nostri schemi di gioco. Era un opportunista, pronto a sfruttare astutamente il gran correre degli altri attaccanti. Segnò, infatti, diciassette reti (capocannoniere fu Nordahl con ventitré), ma si inimicò molti compagni. Io e Muccinelli stentammo un po’ ad andare d’accordo con lui, ma specialmente con i danesi diede vita a un’accesa rivalità».Ricagni fu ceduto al Milan con tanti rimpianti, poiché era molto più valido atleticamente di quanto qualcuno avesse ritenuto. Nel 1956, passò al Torino, dove disputò ancora molte partite e segnò numerosi goal. Chiuse la carriera nel Catania.La mattina del 15 novembre 1959, una domenica, accompagnato dalla moglie e dai tre figli, si imbarcò a Genova sulla nave Conte Grande e fece ritorno alla sua Buenos Aires. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/eduardo-ricagni.html
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EDUARDO RICAGNI https://it.wikipedia.org/wiki/Eduardo_Ricagni Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 29.04.1926 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 01.01.2010 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Hombre-gol - El Goleador - Paquito Alla Juventus dal 1953 al 1954 Esordio: 01.11.1953 - Serie A - Juventus-Udinese 1-0 Ultima partita: 30.05.1954 - Serie A - Juventus-Napoli 3-2 24 presenze - 17 reti Eduardo Ricagni (Buenos Aires, 29 aprile 1926 – Buenos Aires, 1º gennaio 2010) è stato un calciatore argentino naturalizzato italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Eduardo Ricagni Ricagni all'Huracán nel 1952 Nazionalità Argentina Italia (dal 1953) Altezza 168 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1959 Carriera Giovanili 194? Platense Squadre di club 1944-1946 Platense 35 (22) 1947-1949 Boca Juniors 49 (20) 1949-1951 Chacarita Juniors 78 (39) 1952 Huracán 27 (30) 1953-1954 Juventus 24 (17) 1954-1956 Milan 43 (11) 1956-1958 Torino 45 (9) 1958 → Genoa 0 (0) 1958-1959 Catania 28 (2) Nazionale 1953-1955 Italia 3 (2) Caratteristiche tecniche Calciatore non molto dotato fisicamente nonché poco avvezzo alla spettacolarità, sopperiva a ciò con un grande fiuto sottorete (da cui il soprannome di Hombre-gol), che lo portò a siglare molte marcature da opportunista. Carriera Club Il padre Pietro, di origini padovane, era emigrato in Argentina nel 1912. Ricagni esordì a 16 anni nel campionato argentino, vestendo tra gli anni 1940 e 1950 le maglie di Platense, Boca Juniors, Chacarita Juniors e Huracán. Ricagni in azione alla Juventus nel campionato 1953-1954 Approdò in Italia nel 1953, a campionato già iniziato, acquistato dalla Juventus; rimase a Torino per una stagione, decidendo al debutto in bianconero la sfida contro l'Udinese del 1º novembre e rendendosi protagonista di un'ottima annata sottorete, che tuttavia non bastò ai piemontesi per vincere lo scudetto, battuti al rush finale dall'Inter. Non integratosi nello spogliatoio juventino a causa del carattere indolente, nella successiva estate si trasferì al Milan, dove colse maggiori soddisfazioni, conquistando in rossonero il titolo della stagione 1954-1955. Nella seconda metà del decennio militò anche con Torino e Genoa, club dove si trasferì in prestito nell'estate del 1958 e con cui disputò il 6 luglio l'incontro tra i rossoblù e il Vigevano, valido per la Coppa Italia 1958 e terminato 5-2 a favore dei liguri. Dopo un'ultima stagione nelle file del Catania, il 15 novembre 1959 si imbarcò da Genova per far ritorno a Buenos Aires. In Italia totalizzò complessivamente 112 presenze e 37 reti in Serie A e 28 presenze e 2 reti in Serie B. Nazionale Mise a referto 3 gare e 2 reti con la nazionale italiana, la prima delle quali nella Coppa internazionale, il 13 dicembre 1953 a Genova contro la Cecoslovacchia, in una partita vinta dagli azzurri per 3-0, segnando il secondo gol al 27'. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Milan: 1954-1955
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GUIDO MACOR https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Macor Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 04.10.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: 169 cm Peso: 67 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1954 Esordio: 20.12.1953 - Serie A - Milan-Juventus 1-0 Ultima partita: 07.02.1954 - Serie A - Juventus-Genoa 3-1 3 presenze - 1 rete Guido Macor (Udine, 4 ottobre 1932) è un ex calciatore italiano. Guido Macor Nazionalità Italia Altezza 169 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1967 Carriera Giovanili 194?-1950 Pro Gorizia Squadre di club 1950-1952 Pro Gorizia ? (?) 1952-1953 Fanfulla 26 (2) 1953-1954 Juventus 3 (1) 1954-1955 → Monza 20 (7) 1955-1956 SPAL 26 (9) 1956-1957 → Genoa 18 (2) 1957-1958 SPAL 10 (4) 1958-1960 Catania 69 (22) 1960-1961 Parma ? (?) 1961-1963 Sambenedettese 45 (10) 1963-1965 Treviso 22 (3) 1965-1967 Latisana ? (?) Carriera Cresce calcisticamente nel Pro Gorizia dove esordisce in Serie C. Passa successivamente in Serie B al Fanfulla. Viene poi ingaggiato, nel 1953 dalla Juventus ma non convince anche se, nell'ultima gara fatta in maglia bianconera il 7 febbraio 1954, segna anche una rete contro il Genoa che sarà una sua futura squadra. L'anno successivo viene ceduto in prestito al Monza in Serie B. La svolta avviene però nel 1955 quando la Juventus lo cede alla SPAL di Paolo Mazza che era retrocessa in Serie B. Fatalmente la SPAL viene ripescata e Macor si trova ad essere il titolare dei biancoazzurri in quello che sarà in assoluto il suo campionato più bello e nel quale segnerà il suo record di marcature in Serie A: 9 reti. In quel campionato Macor parte alla grande, segna ben 6 goal nelle prime 9 gare ed uno di questi è fondamentale per una storica vittoria della SPAL contro il Bologna, squadra contro la quale, nella gara di ritorno, un altro suo goal risulterà decisivo per il pareggio. Mazza a questo punto lo cede in prestito al più quotato Genoa in cambio della comproprietà del più giovane Ivan Firotto ma i due non convincono le società destinatarie dello scambio e l'anno dopo le cose si invertono per cui nel 1957 Macor torna alla SPAL. Poi Macor passa al Catania dove vive una seconda giovinezza e contribuisce alla promozione in Serie A degli etnei nel 1959-60, ritrovando l'ex spallino Prenna. Celebre l'affiatamento del duo che si ricostituì a Catania e Macor torna con i siciliani a giocare in Serie A. Ha giocato successivamente nel Parma, nella Sambenedettese per poi concludere la sua carriera con il Treviso in Serie C nel 1964-1965 ed in seguito nel Latisana. In Serie A ha giocato 69 partite segnando 19 reti.
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GUGLIELMO OPPEZZO Tetragono mediano, aveva la tempra e la stoffa atletica del vercellese calciatore. Fece il suo esordio nella Juventus il 13 settembre 1953, prima gara del campionato 1953-54. C’erano Viola; Bertuccelli e Manente; Parola, Ferrario e Oppezzo, Muccinelli, Montico, Boniperti, John Hansen e Præst. Il solido vercellese disputò, in quella stagione, diciotto partite. Memo aveva, nell’istinto, la scelta necessaria per entrare nel midollo dell’attacco in marcia e sapeva realizzare il suggerimento dell’istinto con la prontezza, la sicurezza e soprattutto la chiarezza d’accento che distinguono i centrocampisti di razza; era un coraggioso lavoratore.Nel calcio c’è lavoro e lavoro; c’è quello indeterminato del manovale, buono a tutto fare, idoneo a tutti i servizi. Questo è un personaggio che non riuscirà mai a farsi una personalità, uno stile; utile e basta. C’è invece, il lavoratore specializzato, e cioè l’esperto del mestiere che di questo suo mestiere fa un’arte; per questa strada, esso conquista l’accento della personalità.Oppezzo avrebbe potuto perdersi nell’anonimato di un corista, invece è sempre rimasto alla ribalta, con stile, coraggio e doti tecniche. Nelle partite difficili è sempre stato in prima linea, pronto a tamponare le falle della recitazione generale, a dissimulare le eventuali papere dei divi, a puntare al risultato con una disciplina di gioco che ha avuto nella caparbietà gladiatoria la sua generosa forza d’impulso.“STAMPA SERA” DEL 24 APRILE 1978Il calcio piemontese e italiano hanno perso uno dei loro più tenaci protagonisti degli anni Cinquanta: Guglielmo Oppezzo è morto sabato sera nella sua abitazione torinese di Largo Costantino il Grande, da dove, domattina, partiranno I funerali. Soffriva da alcuni mesi in silenzio, lottando, come aveva lottato in silenzio nella sua lunga carriera calcistica. Rifiutava il destino avverso senza disturbare nessuno con lamenti o proteste. Ancora un mese fa lo avevamo visto al Circolo della Stampa-Sporting, ai bordi del campo da football, spettatore di un torneo del quale sino al settembre scorso era stato attore, assieme a vecchie glorie come lui, a giovani prorompenti di energia, tutti uniti dalla passione per il pallone. L’ultima partita, l’ha giocata in porta nel Superga; le gambe gli facevano sempre più male. Ma lasciando il campo aveva detto a Bruno Garzena, suo compagno nella Juve dal 1953 al 1956 e ancora compagno adesso che il calcio era solo più divertimento: «In primavera ritorno, vedrete. Un po’ di cure quest’inverno e tutto passerà». Avrebbe compiuto fra poco cinquantadue anni, era nato a Balzola in provincia di Alessandria l’11 giugno del 1926. Al Circolo della Stampa lo chiamavano affettuosamente nonno. Tutti, anche chi gli era vicino negli anni. Lui stirava labbra e rughe in un sorriso buono e si gettava nella mischia con immutato amore per il football. Aveva perso quel po’ di durezza inevitabile in chi è stato giocatore vero. A differenza di altri ex aveva interpretato con la massima intelligenza il passaggio, non sempre psicologicamente agevole, dal professionismo al divertimento. Faceva piacere stare al suo fianco in squadra: una manovra ben riuscita, un goal su un suo suggerimento, lo rendevano contento, lo rasserenavano.Memo Oppezzo aveva iniziato la carriera nella Pro Vercelli, ne era stato capitano sino al 1949, quando passò al Novara. Lasciò il Piemonte nel 1951 per iniziare un fortunato periodo alla Sampdoria, durante il quale venne convocato in Nazionale B. Giocò in maglia azzurra il 28 dicembre del 1952 a Bellinzona, contribuendo a battere 5-0 gli elvetici, e il 26 aprile dell’anno dopo ad Atene nel quadro della Coppa del Mediterraneo, trovando con gli altri un ostacolo imbattibile (finì 0-0) nel portiere greco Mandalozis. Intanto era già passato alla Juventus; in maglia bianconera ha poi disputato quattro campionati. Diciotto presenze nel campionato 1953-54 e secondo posto finale, sedici l’anno dopo (due goal e settimo posto in classifica), ben ventinove nella stagione 1955-56 (un goal, nono posto), quattordici presenze e una rete nell’annata seguente, ancora chiusa dalla Juventus in nona posizione. Erano gli anni di Boniperti e Ferrario, di Viola e Manente, di Corradi e Garzena, di Stacchini, Muccinelli, Colombo, Præst e altri grossi nomi. Oppezzo giocava sempre mediano, sapeva difendere e attaccare, era duro nei contrasti ma mai nel suo gioco affioravano punte di cattiveria. In campo e in spogliatoio era di poche parole, preferiva i fatti, secondo il suo carattere. Dopo la Juventus, il trasferimento che lo ha portato più lontano da casa, al Palermo, dove venne accolto con il rispetto che si era meritato in campo e l’ammirazione per l’aver indossato sino all’anno prima la maglia bianconera.La commozione è profonda, oggi, in ex compagni di squadra e amici. Giampiero Boniperti ricorda molti episodi di gioco vissuti a fianco di Memo, fra i molti un derby vinto largo, per 3-0, con due goal suoi e uno proprio di Oppezzo: «Partì in profondità su un mio lancio, tirò bene, era felice come un bambino che riceve un regalo. Ma i goal, gli entusiasmi, le delusioni erano momenti. Restava sempre la sua presenza come uomo: un ottimo compagno, sereno, puntiglioso, deciso, pronto a sacrificarsi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/giglielmo-opezzo.html
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GUGLIELMO OPPEZZO https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Oppezzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Balzola (Alessandria) Data di nascita: 11.06.1926 Luogo di morte: Torino Data di morte: 22.04.1978 Ruolo: Mediano Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: Memo Alla Juventus dal 1953 al 1957 Esordio: 13.09.1953 - Serie A - Juventus-Triestina 3-1 Ultima partita: 16.06.1957 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-2 77 presenze - 4 reti Guglielmo Oppezzo detto Memo (Balzola, 11 giugno 1926 – Torino, 22 aprile 1978) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Guglielmo Oppezzo Oppezzo nel 1954 con la maglia della Juventus Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano Termine carriera 1961 Carriera Squadre di club 1945-1949 Pro Vercelli 88 (9) 1949-1951 Novara 53 (5) 1951-1953 Sampdoria 69 (3) 1953-1957 Juventus 77 (4) 1957-1958 Palermo 22 (0) 1958-1961 Trinese 54+ (?) Nazionale 1953 Italia U-21 1 (0) 1952 Italia U-23 1 (0) Carriera Ha esordito in Serie A con la maglia del Novara il 13 novembre 1949 in Novara-Venezia (5-1). Ha giocato in massima serie anche con le maglie di Sampdoria e Juventus, collezionando complessivamente 199 presenze e 12 reti. Ha inoltre militato in Serie B con le maglie di Pro Vercelli e Palermo, totalizzando 80 presenze fra i cadetti. Durante la sua militanza nella Sampdoria ha collezionato una presenza nella Nazionale Under-21 e una nella Nazionale Under-23.
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ANTONIO MONTICO Il suo nome – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve del 13 dicembre 2019 – è noto ai tifosi juventini meno giovani e a quelli che amano scandagliare con grande solerzia la storia della società sabauda: quasi fosse una meteora. Eppure ha militato all’ombra della Mole per otto stagioni, inanellando 115 presenze e 27 reti e un palmarès di tutto rispetto (due scudetti e due Coppe Italia).Quando era al massimo del proprio fulgore agonistico, la Juventus navigava in acque procellose, quando perse smalto e finì sistematicamente fra i rincalzi la Signora riprese a dominare il nostro calcio.La carriera di Antonio Montico è una sorta di inno al principio della compensazione: fu uno dei punti di riferimento della Juve dei “puppanti’, quando la classifica dei bianconeri languiva senza soluzione di continuità, apparve sporadicamente in campo quando Madama rinacque e tornò a dettar legge sul calcio italiano, anche grazie all’arruolamento di Omar e Big John. Antonio Montico, a soli 20 anni esordiva in Serie A con la maglia bianconera, essendo nato il 30 dicembre 1932. Si giocava la prima di campionato, era il 13 settembre 1953, la Juve faceva strame della Triestina: 4-1. Il poderoso pordenonese debuttava con i nostri colori nella massima divisione inserito, con la maglia numero 8, in un attacco stellare, animato da Muccinelli, Boniperti, John Hansen e Praest. Cresciuto nella Pro Gorizia e segnalatosi nell’Udinese, la Vecchia lo aveva fatto suo nell’estate appena terminata. L’avventura sabauda di Montico proseguì spedita, impreziosita anche da due presenze azzurre: nel 1955 Foni lo mandò in campo contro l’Ungheria di Puskas e la Germania Ovest di Fritz Walter.Fisico aitante (183 cm x 78 kg), abile a disimpegnarsi da interno o da mediano, era un destro naturale che nel propria valigia da calciatore conteneva sia la vigoria fisica sia una disinvolta tecnica di base, rendendolo eclettico e in grado di rendersi utile nelle varie fasi di una partita. Non era uno che parlava molto, nemmeno quando il suo nome era sulla bocca di tutti e veniva considerato fra i giocatori italiani più bravi e promettenti e le ragazze spasimavano per lui.Nell’estate del 1955 all’ombra della Mole approdò in qualità di tecnico Sandro Puppo, proveniente dal Barcellona. Avesse allenato oggi, lo avrebbero definito “un maestro di calcio”. Puppo lanciava giovani come coriandoli e nutriva un amore particolare per la tattica, della quale era considerato un grande conoscitore: conosceva la difesa a zona, aveva maturato esperienza in tanti club, aveva persino guidato contemporaneamente il Besiktas al successo in campionato e la Turchia ai mondiali svizzeri del 1954. La sua Juve dovette ingoiare anche un nono posto, peggior piazzamento di sempre dei piemontesi nella storia dei tornei a girone unico: i giovani, da soli, non potevano bastare; specie se accostati a stranieri estremamente deludenti. Ma in quegli anni dimessi, cominciarono a farsi luce Mattrel e Stacchini e altri protagonisti del favoloso ciclo bianconero che si dipanò a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Fra i ragazzi non più ragazzini c’erano Emoli e Colombo, c’era anche Montico. Era la prima annata con Umberto Agnelli presidente a tutti gli effetti.La Vecchia, a un certo punto, rimase persino impantanata nella lotta per non retrocedere: Puppo venne accompagnato alla porta il 5 maggio 1957 e rilevato da Baldo Depetrini, juventino buono per tutte le stagioni. Proprio in quell’annata di sofferenze per i sostenitori della Zebra, Montico si illustrava alla grande, facendo anche tuonare il cannone su rigore, spesso e volentieri: a fine campionato, metterà insieme 30 partite contraddistinte da 10 reti, 6 delle quali realizzate dal dischetto, 7 decisive.Nei consuntivi, poteva contare anche la pubblicità delle mutande “Enea”, dove lo si poteva ammirare in coppia con Capitan Boniperti: il binomio juventino si esibiva in giacca e cravatta ma non riuscì, malgrado la notorietà di cui godeva, a far impennare le quotazioni dello sponsor. Non era ancora tempo per prestazioni più ardite del consueto fuori dal campo. I due si tiravano l’elastico dell’indumento intimo saggiandone la consistenza dell’elastico.Nell’estate del 1957 il nostro ha, sulla carta, tutto dalla sua per emergere definitivamente: è ancora nel pieno delle forze, ha la congrua esperienza, è stimolato dal ritorno al proprio miglior standard. Invece, il 1957-58 non si rivelerà come il torneo della sua consacrazione, bensì l’inizio di una rapidissima parabola discendente che lo relegherà ai margini per il resto della carriera. Ai tanti assi assoldati da Umberto, si aggiunge anche un nuovo tecnico, Brocic: lo slavo ha la brillante idea di arretrare Colombo da interno a mediano, dando così vita una coppia di mediani eccezionale, atta a coprire le spalle ai grandissimi della prima linea. Montico, che al suo primo anno torinese dovette subire la concorrenza di Ricagni, questa volta si trovò un concorrente di alto profilo anche nel ruolo di laterale: fra l’altro, uno juventino DOC. Antonio si ritrovò fra i rincalzi in un amen e finì vieppiù nel dimenticatoio soprattutto quando sulla panchina di Madama subentrarono altri trainer.Per l’introverso centrocampista fu dura: era uno che tendeva ad esaltarsi col vento a favore, ma anche a intristirsi di fronte a un’inattesa piega negativa degli eventi. In occasione della vittoriosa campagna che regalò ai bianconeri la prima stella riuscii a raccogliere 14 presenze, ma negli ultimi tre campionati con la maglia della Juve racimolò, complici guai fisici, appena 8 presenze e 1 gol.Nel 1960-61, quando lo Zebrone fece completamente suo il primato nazionale, con noi giocò solo qualche amichevole; era sceso a Bari, in B. La sua stella ormai aveva cessato di brillare, i galletti retrocedettero e lui non riuscì a fornire un apporto decisivo onde evitare ai pugliesi una grande delusione.Rientrò nel capoluogo piemontese per le ultime apparizioni in bianconero, quindi, a soli 30 anni, si ritrovò ad aver chiuso con il calcio ai massimi livelli: spese le ultime energie nell’Anconitana, in Serie C.Antonio Montico, perdente di successo, vincente di riflesso. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/10/antonio-montico.html
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ANTONIO MONTICO https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Montico Nazione: Italia Luogo di nascita: Valvasone Arzene (Pordenone) Data di nascita: 30.12.1932 Luogo di morte: San Maurizio Canavese (Torino) Data di morte: 27.05.2013 Ruolo: Centrocampista Altezza: 183 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1960 e 1961-1962 Esordio: 01.04.1953 - Serie A - Juventus-Triestina 3-1 Ultima partita: 01.04.1962 - Serie A - Vicenza-Juventus 1-0 115 presenze - 27 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Antonio Montico (Valvasone, 30 dicembre 1932 – 27 maggio 2013) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Antonio Montico Montico alla Juventus nella stagione 1957-1958 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1966 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Giovanili 194?-1950 Pro Gorizia Squadre di club 1950-1951 Pro Gorizia ? (?) 1951-1953 Udinese 9 (3) 1953-1960 Juventus 113 (27) 1960-1961 Bari 9 (1) 1961-1962 Juventus 2 (0) 1962 Toronto Italia ? (?) 1962-1966 Anconitana 89 (0) Nazionale 1955 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1965-1966 Anconitana 1967-1968 Aosta 1970-1971 Aosta 1976-1977 Pro Vercelli 1978-1979 Pro Vercelli Carriera Giocatore Club Cresciuto nella Pro Gorizia, nel 1951 passa all'Udinese, con cui esordisce in Serie A in occasione del pareggio interno contro la Triestina del 30 novembre 1952, concludendo l'annata 1952-1953 con all'attivo 9 presenze e 3 reti, fra cui una doppietta alla SPAL. A fine stagione si trasferisce alla Juventus dove, dopo un primo anno di ambientamento (14 presenze), conquista il posto da titolare a partire dalla stagione 1954-1955, mantenendolo per tre stagioni, riuscendo anche ad andare a segno con una certa continuità (27 reti complessivamente in bianconero). La sua migliore stagione, pur in un'annata infelice per la Juventus che chiude al nono posto, è il 1956-1957, in cui totalizza 30 presenze in campionato e con 10 reti (di cui 6 su calcio di rigore) risulta essere il miglior marcatore dei bianconeri, alla pari con Giorgio Stivanello. A partire dalla stagione 1957-1958 le presenze diminuiscono progressivamente (14 in quell'annata, 3 e una nelle due successive), ma in quelle stagioni Montico conquista, sia pur da rincalzo, due scudetti e due edizioni della Coppa Italia. Nella sessione autunnale del calciomercato del 1960 viene ceduto al Bari, in una stagione chiusa dai pugliesi con la retrocessione in Serie B dopo spareggio con Lecco ed Udinese, per poi rientrare alla Juventus a fine stagione. Disputa con i bianconeri nella stagione 1961-1962 i suoi ultimi due incontri in massima serie. Nel 1962 viene ingaggiato dai canadesi del Toronto Italia, squadra della Eastern Canada Professional Soccer League. Con il club dell'Ontario vince la ECPSL 1962, per poi scendere in Serie C a chiudere la carriera con la maglia dell'Anconitana. In carriera ha totalizzato complessivamente 125 presenze e 29 reti in Serie A. Nazionale Nel 1955 ha collezionato due presenze nella Nazionale maggiore, in occasione di un incontro di Coppa Internazionale contro l'Ungheria e di un'amichevole contro la Germania Ovest. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 2 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Eastern Canada Professional Soccer League: 1 - Toronto Italia: 1962
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ARIEDO GIMONA Nato a Isola d’Istria il primo febbraio 1924, Aredio Gimona era un giocatore strano, ma di indubbio talento. Aveva un viso pallido, due occhi timorosi, un’espressione compunta e vereconda. In una squadra come il Livorno, dal temperamento così lontano dalla natura di abatino di Aredio, il nostro amico scrisse il primo capitolo del suo romanzo di avventure.L’allenatore Magnozzi scoprì nell’ala frivola ed evanescente la stoffa e le attitudini di mediano. E proprio come mediano (aveva ormai ventinove anni) esordì nella Juventus il 18 novembre 1953 a Bologna, dove i bianconeri vinsero per 1-0 con rete di Præst. Gimona rimase due anni alla Juventus e lasciò in tutti un ottimo ricordo, sia come calciatore che come uomo.Con la maglia della Nazionale italiana ha esordito l’11 novembre 1951 nella partita Italia-Svezia 1-1 ed ha preso parte al torneo olimpico del 1952; in totale ha disputo tre partite, segnando altrettante reti (tutte realizzate nell’incontro olimpico Italia-Stati Uniti 8-0). https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/aredio-gimona_26.html
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ARIEDO GIMONA https://it.wikipedia.org/wiki/Aredio_Gimona Nazione: Italia Luogo di nascita: Isola d'Istria (ora Slovenia) Data di nascita: 01.02.1924 Luogo di morte: Livorno Data di morte: 11.02.1994 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 04.10.1953 - Serie A - Lazio-Juventus 2-1 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 46 presenze - 1 rete Aredio Gimona (Isola d'Istria, 1º febbraio 1924 – Livorno, 1994) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Aredio Gimona Aredio Gimona con la maglia della Pro Patria Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - calciatore 1970 - allenatore Carriera Squadre di club 1940-1943 Pro Gorizia 76 (29) 1943-1944 Ampelea 14 (8) 1945-1947 Milan 59 (21) 1947-1949 Livorno 71 (6) 1949-1953 Palermo 124 (9) 1953-1955 Juventus 46 (1) 1955-1956 Pro Patria 23 (0) 1956-1958 Livorno 43 (0) 1958-1959 Empoli 15 (0) Nazionale 1951-1952 Italia 3 (3) Carriera da allenatore 1959-1960 Pistoiese 1960-1961 Anconitana 1961-1962 Livorno 1962-1963 Pistoiese 1963-1964 Arezzo 1969-1970 Genoa Caratteristiche tecniche Era un buon palleggiatore, in grado di giocare sia sull'ala sia centrale, preferendo la prima delle due posizioni che gli permetteva di fornire svariati assist. Carriera Giocatore Club Esordì come professionista in Serie C con il Pro Gorizia nel 1940. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale passò al Milan, con cui debuttò in Serie A il 14 ottobre 1945 contro il Genoa. Nel 1949 si trasferì al Palermo, ma nella stagione 1949-1950 venne squalificato a vita per un violento calcio a freddo con cui il 26 febbraio 1950 colpì la gamba destra dell'allora romanista Bruno Pesaola nei minuti finali di un Roma-Palermo in cui c'erano state molte scorrettezze; tale gesto fratturò tibia e perone di Pesaola. La pena sportiva gli fu in seguito commutata in due anni di allontanamento, poi ulteriormente ridotti ad undici mesi; altre fonti riportano un'altra riduzione della pena a 6 mesi in seguito al perdono concesso dall'avversario. Nel 1953 passò alla Juventus, con cui trascorse due stagioni, per poi concludere la sua carriera calcistica con il Pro Patria, il Livorno e l'Empoli. In carriera ha totalizzato complessivamente 285 presenze e 21 reti nella Serie A a girone unico. Nazionale Con la maglia della Nazionale italiana Gimona ha esordito l'11 novembre 1951 nella partita Italia-Svezia 1-1 ed ha preso parte al torneo olimpico del 1952; in totale ha disputato tre partite, segnando altrettante reti, tutte realizzate nell'incontro olimpico Italia-Stati Uniti 8-0, disputato a Tampere il 16 luglio 1952. Allenatore Gimona è stato anche allenatore (guidò il Genoa nella stagione 1969-1970 ma precedentemente aveva allenato la Pistoiese e il Livorno) e fu dirigente sportivo del Livorno. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 2 - Pro Gorizia: 1941-1942, 1942-1943
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ALFREDO TRAVIA È il primo isolano a vestire di bianconero. Terzino, da Siracusa, classe 1924, ha fatto carriera nel Como e nella Pro Patria a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, e quando arriva alla Juve trova una squadra solida ancorché in declino rispetto ai trionfi del 1950 e del 1952. Non male per grinta e continuità, fa la riserva di lusso, giocando un po’ a destra e un po’ a sinistra, così mettendo insieme, tra il 1953 e il 1955, ventidue presenze. Viene ceduto all’Alessandria, dove si farà onore. Una curiosità: Travia non poté giocare la partita Juve-Milan disputatasi a Milano il 15 maggio 1955, in quanto fu arrestato il giorno precedente nel suo bar di Torino, per oltraggio a pubblico ufficiale, e tradotto nelle Carceri Nuove. “LA STAMPA”, 15 MAGGIO 1955 Alfredo Travia è uno dei terzini titolari della Juventus. Alto, bruno, ha trentuno anni, è nato a Siracusa. Oggi avrebbe dovuto giocare a Milano contro il Milan: invece i dirigenti della sua squadra l’hanno sostituito, perché ieri a mezzogiorno è stato tratto in arresto per “Oltraggio a pubblico ufficiale durante l’espletamento delle sue funzioni”. Il pubblico ufficiale è il commissario di San Secondo dottor Beccuzzi. Ecco il fatto. La moglie di Alfredo Travia, la signora Bruna Sardo (che attualmente è fuori Torino con il figlio di pochi anni) è proprietaria del Bar Sportivo Travia di Corso Sebastopoli numero 156. Bar moderno, con due locali, uno per la mescita e l’altro con i tavolini e la televisione, e sul marciapiede un piccolo dehors, Si trova quasi sull’angolo di Via Ettore Fieramosca. Funziona come bar da otto mesi e da due mesi lo gestisce Mario Remogna di venticinque anni al cui nome sono state rilasciate le licenze. Per quanto abbiano insistito il Travia e il gerente non sono ancora riusciti ad avere la licenza governativa per la vendita degli alcolici, il cosiddetto bollettone. Pertanto non possono tenere neppure gli aperitivi, ad eccezione di quei pochi che non contengono alcol. Pare che alcuni esercenti vicini abbiano presentato, giorni addietro, un esposto al commissariato di zona protestando, perché al Bar Sportivo non si rispettavano le disposizioni di legge. E ieri il dottor Boccuzzi con un agente si recava sul luogo per un controllo. Era mezzogiorno e un quarto. Il gerente Mario Remogna era al banco, alla cassa la madre Agnese. Due clienti erano seduti ai tavolini nell’interno. Fuori nel dehors si trovava il Travia con alcuni amici. Il commissario ordinò due bevande alcoliche. Il Remogna, un giovanotto biondo, la giacca color cachi, camicia bianca, li servì. Posò i bicchieri e li riempì. Il dottor Boccuzzi e l’agente bevvero, poi il commissario chiese: «Dov’è il listino dei prezzi?». Domanda insolita. Il gerente rimase sorpreso, e indicò un angolo al fondo del locale. «Già, non è sufficientemente visibile – osservò il commissario – le disposizioni dicono che deve essere esposto in modo che tutti lo possano vedere bene». «Ma scusi, lei chi è?». «Sono il commissario di P.S. Lo sapete che non potete vendere gli alcolici? Dov’è la licenza?». «La licenza – rispose il gerente – la licenza… – e diede un’occhiata alla madre – ha ragione signor commissario, non c’è. Ma capirà non siamo soltanto noi a violare la legge. Anche altri lo fanno. Se non si vendono gli aperitivi, perdiamo i clienti». Il dottor Boccuzzi domandò il prezzo della bevanda, si ovviò a pagare alla cassa. Tornò al banco e chiese dov’era il proprietario. «C’è il marito della proprietaria. È lì fuori, se vuole vado a chiamarlo». Cosi entrò in scena Alfredo Travia. Giacca sportiva chiara, a quadretti, calzoni chiari, scarpe marroncino, leggere. Volle intervenire a favore del gerente e disse: «Signor commissario, via, non faccia il pignolo». La frase incriminata è questa: lo affermano i testimoni, è scritta nel rapporto che ieri pomeriggio è stato inviato alla Procura della Repubblica Il dottor Boccuzzi ritenne che le parole e il tono rappresentassero un oltraggio alla sua persona e intimò: «La dichiaro in arresto». Poco dopo Alfredo Travia fu condotto in commissariato, quindi tradotto alle Nuove. Sotto il banco vennero sequestrati tutti gli aperitivi alcolici. Stamane per interrogare il detenuto si reca in carcere il sostituto procuratore della Repubblica dottor Ribet. Rientra nelle sue facoltà, concedergli la libertà provvisoria o rinviarlo a giudizio del pretore in stato di detenzione con procedura direttissima. Se il Travia risulta incensurato è probabile che venga scarcerato. Poiché il giocatore è nato a Siracusa occorrerebbero almeno due o tre giorni per avere il suo certificato penale: pertanto il sostituto dottor Ribet gli domanderà se non ha riportato condanne in questi ultimi cinque anni, ammonendolo che sarà processato anche per falso se le sue dichiarazioni risulteranno inesatte. Il reato di oltraggio comporta una pena che va da un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni. Anche se stamane dovesse uscire dalle Nuove, Alfredo Travia non giocherà, perché difficilmente potrebbe raggiungere in tempo Milano. Del resto dopo una notte in carcere non si troverebbe nelle condizioni fisiche e di spirito più idonee per un buon rendimento in gara. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/alfredo-travia.html
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ALFREDO TRAVIA https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Travia Nazione: Italia Luogo di nascita: Siracusa Data di nascita: 22.02.1924 Luogo di morte: Albenga (Savona) Data di morte: 17.10.2000 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 27.09.1953 - Serie A - Juventus-Fiorentina 0-0 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 22 presenze - 0 reti Alfredo Travia (Siracusa, 22 febbraio 1924 – Albenga, 17 ottobre 2000) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Alfredo Travia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1946-1947 Arsenale Taranto 27 (0) 1947-1951 Como 137 (1) 1951-1953 Pro Patria 69 (1) 1953-1955 Juventus 22 (0) 1955-1956 Alessandria 22 (0) Carriera Disputa le prime stagione da professionista in Serie B, prima con l'Arsenale di Taranto e quindi con il Como, partecipando nella stagione 1948-1949 alla prima storica promozione dei lariani in Serie A. Esordisce quindi in massima serie nella stagione successiva, disputando due campionati da titolare con il Como, conclusi con un sesto e un ottavo posto. Nel 1951 si trasferisce alla Pro Patria, con cui disputa altre due stagioni in massima serie, la seconda delle quali conclusa con la retrocessione in B, per poi essere acquistato, nel 1953, dalla Juventus. Nella prima stagione a Torino è utilizzato prevalentemente come rincalzo difensivo (4 presenze complessive), mentre nell'annata 1954-1955 le presenze salgono a 18. Nella partita Juve-Milan disputatasi a Milano il 15 maggio 1955, Travia dovette essere sostituito in quanto fu arrestato il giorno precedente nel suo bar di Torino, per oltraggio a pubblico ufficiale, e tradotto nelle carceri Nuove. A fine stagione viene ceduto all'Alessandria, con cui disputa il campionato di Serie B 1955-1956, ultimo suo torneo ad alto livello. In carriera ha totalizzato complessivamente 156 presenze in Serie A, con all'attivo una rete nel pareggio esterno contro la Fiorentina nella stagione 1952-1953, e 121 presenze in Serie B. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Como: 1948-1949
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ELIO ANGELINI https://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Angelini Nazione: Italia Luogo di nascita: Ravenna Data di nascita: 27.09.1926 Ruolo: Portiere Altezza: 179 cm Peso: 75 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 11.10.1953 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-0 Ultima partita: 17.04.1955 - Serie A - Juventus-Udinese 1-1 11 presenze - 10 reti subite Elio Angelini (Ravenna, 27 settembre 1926) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Elio Angelini Elio Angelini con la maglia del Palermo Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1958 Carriera Squadre di club 1945-1948 Edera Ravenna 68 (-90) 1948-1949 Baracca Lugo ? (-?) 1949-1950 Ravenna 28 (-24) 1950-1951 Udinese 9 (-?) 1951-1952 → Legnano 7 (-13) 1952-1953 Udinese 3 (-?) 1953-1955 Juventus 11 (-10) 1955-1958 Palermo 63 (-21+) Carriera Elio Angelini Tra il 1945 e il 1950 vive esperienze con Ravenna e Baracca Lugo in Serie C. Ha esordito in Serie A con la maglia dell'Udinese il 1º marzo 1951 in Novara-Udinese (2-0). Ha giocato in massima serie anche con le maglie di Legnano (in prestito dall'Udinese), Juventus e Palermo. Oggi, ultranovantenne, vive a Ravenna, presso una casa di riposo.
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Aldo Olivieri - Allenatore
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ALDO OLIVIERI «Nel ‘53 mi chiama l’avvocato Gianni Agnelli nel suo studio. Mi fa: “Quanto vuole per allenare la Juventus?”. Io ci penso un attimo e gli rispondo: “Sa, avvocato, adesso guadagno 60.000 lire, avrei piacere di guadagnarne 80.000”. Lui obietta, arrota la erre e mi risponde: “Veda, Olivieri, io con 30.000 lire trovo un ingegnere che mi fa un’auto nuova”. Allora, gli dico: “Avvocato prenda un ingegnere e lo metta sulla panchina della Juve”. Prese me». VLADIMIRO CAMINITI Di questa Juve grande piena di sogno e di realtà che sfracella gli avversari a suon di gol, con i danesi, ex dilettanti, professional con birra e voglia di non castigarsi troppo, che ha soggiogato la fortuna anche con l’arte oratoria dei suoi signorili dirigenti – Monateri e Cerruti, gli ex fuoriclasse Combi e Rosetta – nel 1953 diventa allenatore succedendo a Sarosi («Il Toscanini del calcio» lo definiva la moglie), l’allenatore del giorno, vale a dire Olivieri. Non si era ancora visto un portiere così allenato a volare come un saltimbanco e coraggioso come un guerriero greco. Veronese era costui, con certi occhiacci randagi in perenne ricerca, quasi nevrotico. Si era preso a Verona nel 1933 una botta in testa quasi mortale per una uscita tra i piedi del centrattacco Grega del Padova, lanciato sul gol. Erbstein, ungaro umano e colto, lo aveva ricostruito fisicamente e psicologicamente. Era nato così il portiere 24 volte azzurro d’Italia (l’Italia vera seppur retorica di Pozzo), campione del mondo a Parigi. Ma come allenatore, ci si poteva chiedere, che allenatore era? Sotto la sua guida l’Udinese stava in A, vi era approdata navigando dalla C. E Olivieri aveva preso dal maestro umanista che avrebbe forgiato il grande Torino e con i suoi allievi sarebbe bruciato a Superga, le suggestioni e l’imperio del comando, credendo nel calcio preparato sul campo e sulla lavagna ma anche e specialmente dentro il cuore. Coi capelli precocemente imbiancati il quarantunenne ex portiere dal profilo grifagno venne a Torino per cancellare, era il suo proposito, il ricordo di ogni allenatore che Madama avesse avuto. Fu un duro impatto con la realtà di una società e di un ambiente dove all’allenatore si dava ben poco spazio, a partire dai giocatori importanti che ne maldicevano in sede e proseguendo con gli stessi dirigenti che avevano l’aria di beatificare innanzitutto la loro generosità che consentiva a quegli stravaganti di poter mettersi in mostra alla guida di quei fenomeni. E inoltre l’avvocato Agnelli ascoltava soltanto Rosetta e Combi. Tante cose erano mutate e ancor mutavano in Italia con la ricerca del benessere a tutti i costi che il presentatore Mike Bongiorno, juventino, con il suo quiz a premi «Lascia o raddoppia?» avrebbe presto garantito a quei cittadini nozionisticamente di grossa tempra e un po’ mattocchi. La pretesa di arricchimento fulminante era soddisfatta dal Totocalcio a quelli nati con la camicia. Non c’era da meravigliarsi se gli stessi protagonisti del pallone assimilassero smanie o manie, Olivieri era alquanto superstizioso, la sua Juve comunque partì bene, ma al primo confronto con l’Inter non andò oltre il pareggio: 2-2. E al ritorno andò anche peggio, i rodomonte bianconeri incapparono in una domenica di luna storta e ne beccarono sei, a zero, ma Oppezzo non era Piccinini, Bertuccelli e Manente si logoravano, Ferrario non ebbe molta assistenza da Gimona, Muccinelli non ce la fece contro Giacomazzi e Giovannini bloccò Boniperti. Pretendere che Ricagni e John Hansen facessero spola era troppo anche da un grifagno condottiero come Olivieri. Pure, l’Inter non superava tecnicamente la Juve, ma tatticamente e agonisticamente sì, per la continuità e la volitività dell’impegno. Praest e Hansen non ammettevano le tragedie per una sconfitta e si divertivano anche senza vincere. Per il campionato ‘54-’55 la preparazione condotta da Olivieri fu erbsteiniana, al massimo ispirata. Fu preso a cachet Bronèe, ma il sogno era svanito, succedevano cose chiarissime per l’avvocato Agnelli grande amatore del calcio spettacolo. Il Milan era meglio, era più forte in fuoriclasse. Ne parlava a Giordanetti e agli altri amici del consiglio: «Noi siamo pieni di brocchi, abbiamo soltanto Praest logoro e Boniperti. Vogliono lor signori tener conto che il Milan dispone di Liedholm, Nordhal e di quell’asso strabiliante di Schiaffino?» Avrà avuto ragione quanto a fuoriclasse, ma una società non è difesa soltanto da loro. E gli scudetti si difendono col costume e la serietà dell’organizzazione di base. Che venne messa in discussione da uno sciopero minacciato dai giocatori prima di una partita con l’Inter per un premio non pagato, sciopero che fu scongiurato molta forza dialettica. Si era spezzata l’armonia antica della società e ne erano responsabili tutti i dirigenti. Olivieri aveva fallito il suo compito. Le tentò tutte. Accettò di collaborare con il tecnico inglese Raynor e poi di lasciarsi consigliare da Viri Rosetta. Ma dovette dimettersi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/aldo-olivieri.html -
Aldo Olivieri - Allenatore
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ALDO OLIVIERI https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Olivieri Nazione: Italia Luogo di nascita: San Michele Extra (Verona) Data di nascita: 02.10.1910 Luogo di morte: Camaiore (Lucca) Data di morte: 05.04.2001 Ruolo: Allenatore (ex-portiere) Altezza: 178 cm Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Gatto Magico Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1953 al 1955 68 panchine - 32 vittorie - 23 pareggi - 13 sconfitte Aldo Olivieri (San Michele Extra, 2 ottobre 1910 – Camaiore, 5 aprile 2001) è stato un allenatore di calcio, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo portiere. Campione del mondo nel 1938 con la Nazionale Italiana. È considerato uno dei migliori portieri italiani di sempre. Aldo Olivieri Nazionalità Italia Altezza 178 cm Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1943 - giocatore 1968 - allenatore Carriera Giovanili Audace SME Squadre di club 1929-1934 Verona 96 (−?) 1933-1934 Padova 8 (−?) 1934-1938 Lucchese 120 (−?) 1938-1942 Torino 81 (−?) 1942-1943 Brescia 34 (−30) Nazionale 1936-1940 Italia 24 (−28) Carriera da allenatore 1945-1946 Viareggio 1946-1947 Lucchese 1947-1948 Viareggio 1948-1950 Udinese 1950-1952 Inter 1952-1953 Udinese 1953-1955 Juventus 1955-1956 Lucchese 1956-1957 Pistoiese 1957-1959 Triestina 1959-1960 Verona 1963-1966 Casertana 1967-1968 Casertana Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Olivieri era noto per il coraggio nelle uscite e per la spettacolarità degli interventi, uno stile che gli valse il soprannome di Gatto Magico. Carriera Giocatore Club Esordì nella stagione 1929-30 nel Verona in Serie B, passando al Padova nel 1933-34. L'esordio in Serie A avvenne il 10 settembre 1933 in Padova-Torino 1-0. Tuttavia giocò soltanto otto gare, poiché durante un'azione di gioco, un'uscita spericolata su un attaccante (Andrea Gregar) gli causò la frattura del cranio che, come ebbe a dichiarare, per tutta la vita gli procurerà forti emicranie e lo renderà curiosamente sensibile ai cambi di clima. Dopo appena un anno di convalescenza e contro il parere dei medici, Olivieri andò a giocare nella Lucchese nella serie cadetta, riuscendo a conquistare una promozione in Serie A con la squadra toscana, dove rimase 4 stagioni e dove si fece notare dal CT della Nazionale Vittorio Pozzo. Poi, nella stagione 1938-39 arriva al Torino, chiamato da Egri Erbstein, che lo aveva allenato già a Lucca. Nella squadra granata Olivieri giocò quattro campionati per un totale di 113 partite, prima di passare al Brescia dove chiuse la carriera in Serie B nella stagione 1942-43, giocando 32 partite. Nazionale Debuttò in Nazionale il 15 novembre 1936 nella gara con la Germania pareggiata 2-2 e giocò 24 partite (più 3 con la Nazionale B). Fu il portiere titolare della Nazionale italiana campione del mondo nel 1938 in Francia, sotto la guida di Vittorio Pozzo. Avrebbe dovuto essere il portiere di riserva, ma l'infortunio di Carlo Ceresoli lo portò a essere titolare. È ricordato in particolare per un'ottima parata che salvò il risultato durante la prima partita contro la Norvegia: l'attaccante Knut Brynildsen si presentò solo davanti a lui e fece un gran tiro, che Olivieri riuscì a deviare con le dita. La palla toccò l'incrocio dei pali e finì in calcio d'angolo. La parata fu così buona che il norvegese si avvicinò a Olivieri e gli strinse la mano. Il 26 ottobre 1938 divenne il primo portiere italiano ad essere convocato per un match FIFA World XI, difendendo la porta di una selezione europea in un'amichevole contro l'Inghilterra: con lui scesero in campo Alfredo Foni, Pietro Rava, Michele Andreolo e Silvio Piola. Allenatore Olivieri (in piedi, primo da sinistra) in veste di allenatore dell'Inter nella stagione 1951-1952 Nel dopoguerra intraprese la carriera di allenatore, partendo dal Viareggio e ottenendo poi tre promozioni in Serie A con la Lucchese, con l'Udinese che grazie ad Olivieri passò dalla Serie C alla Serie A in meno di due anni, e con la U.S. Triestina. L'Udinese, infatti nel campionato 1949-50 arrivò seconda, con sessanta punti, dietro al Napoli. Olivieri in quel periodo viveva a Udine in un elegante appartamento messo a disposizione dal Vicepresidente del club, Raimondo Mulinaris, industriale del settore alimentare (proprietario di un importante pastificio) nella centrale via Cussignacco. In seguitò ottenne buoni risultati sulle panchine, tra le altre, di Inter e Juventus; nel 1956 fu sospeso per un anno, per aver trattato trasferimenti di giocatori, attività all'epoca proibita agli allenatori. Sul finire della carriera allenò per quattro stagioni la Casertana, prima di diventarne direttore sportivo nella stagione 1968-1969, conclusasi con la mancata vittoria del campionato di Serie C per una penalizzazione e il conseguente scoppio della "Rivolta del pallone". Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie B: 1 - Lucchese Libertas: 1935-1936 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Allenatore Competizioni nazionali Serie B: 2 - Lucchese Libertas: 1946-1947 - Triestina: 1957-1958 Serie C: 1 - Udinese: 1948-1949 -
GUIDO DEL GROSSO https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Del_Grosso Nazione: Italia Luogo di nascita: Borgo Val di Taro (Parma) Data di nascita: 08.07.1935 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1952 al 1954 e 1956-1957 Esordio: 15.03.1953 - Serie A - Torino-Juventus 0-1 Ultima partita: 18.04.1954 - Serie A - Juventus-Spal 3-1 7 presenze - 1 rete Guido Del Grosso (Borgo Val di Taro, 8 luglio 1935) è un ex calciatore italiano, di ruolo mezzala. Guido Del Grosso Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Carriera Squadre di club 1950-1951 Borgotarese 18 (5) 1951-1952 Fidenza ? (?) 1952-1954 Juventus 7 (1) 1954-1955 → Monza ? (?) 1956-1957 Juventus 0 (0) 1957-1958 Anconitana 30 (2) 1958-1960 Pordenone 69 (11) 1960-1961 Cagliari 20 (1) 1961-1964 Pordenone 92 (9) Carriera da allenatore 1987-1988 Triestina (Giovanili) Carriera Calciatore Esordì quindicenne nella Borgotarese, nel campionato di Prima Divisione 1950-1951, totalizzando 18 presenze e 5 reti, e passò poi al Fidenza e alle giovanili della Juventus. Fece il suo esordio con i bianconeri contro il Torino nel Derby della Mole il 15 marzo 1953, in una vittoria per 1-0. La sua ultima partita fu contro la SPAL il 18 aprile 1954, in una vittoria per 3-1. In due stagioni bianconere collezionò 7 presenze ed una rete. Successivamente all'esperienza juventina, passò in prestito al Monza, dove fu frenato da un'infiammazione polmonare che lo tenne fermo per tutta la stagione successiva. Nel 1957 fu ceduto all'Anconitana, e quindi al Pordenone e al Cagliari. Allenatore Del Grosso è stato allenatore delle giovanili della Triestina. Nel campionato 1966-'67 passò ad allenare le squadre del settore giovanile del Pordenone. Si distinse subito per le sue capacità tecniche e soprattutto per quelle umane. In oltre 10 anni di attività, ha scoperto tanti talenti, tra cui Fulvio Fellet e Sergio Vriz, che sono arrivati a giocare in Serie A.(Da "1920-1996 Pordenone Calcio La storia dei Ramarri" di Dario Perosa - Edizioni Biblioteca dell'Immagine")
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RICCARDO CARAPELLESE Gli bastavano, quando era in vena, il suggerimento di un mediano, il lancio di un terzino, una qualsiasi situazione tattica favorevole, per farlo diventare un cavallo grigio della squadra, cioè un destriero di pelo insolito che gli scommettitori avveduti degli ippodromi non trascurano mai, pena le conseguenze amare della sorpresa. Sorprendente e inatteso era il modo con il quale Carappa era solito impostare la sua azione, prettamente individuale. Uncinava il cuoio con uno stop sicuro ed efficace; in un baleno valutava la situazione, misurava la distanza e contava gli avversari. La sua manovra non obbediva mai a regole fisse, a schemi didattici; nasceva, viveva e si concludeva al puro stato di invenzione e proprio per questo risultava irripetibile e imprevedibile. Se qualcuno avesse avuto modo di seguire e marcare con il gesso sull’erba il percorso dell’azione di Carapellese, si sarebbe trovato una varietà di disegni, di tracciati e di ghirigori. Il tiro finale, per lo più irresistibile, anche se talora viziato dall’errore di mira, era la risultante di una miscela di serpentine e di guizzi, di andate e di ritorni, di rettilinei e di svolte, di imbrogli e di burle. La partita, per tutto il tempo della durata dell’azione di Carapellese, si arrestava e si bloccava, quasi estasiata a osservarla e diventava esclusivamente sua. Il potere di suggestione che Riccardo sapeva esercitare sui compagni e sulla folla era tale che il gol, quando arrivava, esplodeva in un grandissimo abbraccio e acclamazione. Nella Juventus 1952-53 (l’unica in bianconero) Carapellese ebbe compagni illustri: Boniperti, Parola, Muccinelli, Mari, Corradi, Viola, John Hansen e Præst. Giocò all’ala sinistra e sulla fascia destra, ora al posto di Præst, ora con la maglia di Muccinelli; lo sperimentarono anche come centrattacco, sostituendo Vivolo. Si trovò tra i campioni in senso assoluto, ma non sfigurò mai; anzi, la presenza di tanti fuoriclasse lo esaltò al punto di risultare sempre tra i migliori in campo. Terminata la carriera diventò allenatore dei ragazzi; lasciò a loro il ricordo di un uomo che amava stare insieme ai giovani, a insegnare come vivere questo sport, fuori e dentro il campo. Un maestro di vita, che amava dare senza chiedere. VLADIMIRO CAMINITI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 20 GENNAIO 1982 Come raccontare Carapelle se fuori dagli schemi di quegli anni rissosi e incredibili in cui giocava? Come poterlo configurare diversamente da un mattocchio capace di ergersi protagonista, come succedeva a Muccinelli ma ancora di più, per via di regole di vita più stringate perfino in quei giorni? Carapellese detto «Carappa». Oppure «La serpentina». Uno mette un disco datato novembre 1947 e lo fa girare. Il Paese di cui si parla non c’è più o forse non è mai esistito. Il Paese? Una repubblica; in cui regnano i pedatori detti ciclisti, Coppi che ha vinto il Giro d’Italia alla faccia di Bartali e di tutti i bartaliani e che è un tipo ossuto un po’ rancoroso, non si sa mai cosa pensa, ma pensa tanto e si vede; poi tutti gli altri, Ginettaccio, Ferdy Kubler, Luison Bobet, Giancarlo Astrua, Jean Robic, Geminiani, eccetera eccetera. Il ciclismo invade il Paese con i raggi delle ruote, l’Italia non ha più l’Istria, una parte dello Isonzo, è nato il territorio libero di Trieste. Pablo Picasso ha 66 anni, Manolete muore nell’Arena di Linares, da un anno Vittorio Emanuele III e sua moglie Elena sono in esilio in Egitto. Ma com’è quest’Italia in cui si vive? La squadra del Torino domina il campionato di calcio, «Carappa» gioca nel Milan. Nel Torino è nato come un calciatore. Ha venticinque anni, un fisico più smilzo che magro, due piedi estremamente volitivi, ben nutriti di «muro». Il Torino lo aveva ceduto allo Spezia nel ‘42, giorni di guerra. Poi al Casale nel ‘44. Al Vigevano, torneo lombardo, nel ‘45. Al Como, subito dopo. Al Novara nel ‘46. Il Milan lo aveva accolto come uno dei suoi. «Carappa» è un dribblomane ma di più un coraggioso. Se la forza fisica lo tiene, viene avanti dribblando. Il suo dribbling è vibratile, barocco. Il Milan in cui gioca è una squadra nemmeno troppo robusta. È elegante. Nel derby del 2 novembre ha vinto per 3-2 con un primo tempo che le serpentine di «Carappa» hanno riscaldato. Rosetti, Cerri, Piccardi, Bonomi, Foglia, Tognon, Degano, Annovazzi, Puricelli, Raccis, Carapellese. L’Internazionale con Franzosi, Marchi, Campatelli, Fattori, Arezzi, Achilli, Fiumi, Nadini, Lorenzi, Fiorini, Zapirain. Nessuna delle due illustri società ha ritrovato la strada dopo gli sconquassi della guerra, ma il Milan ha qualcosa di più, un gioco più fiondante, un andare meno estroso. Ha la forza di Tognon, il lancio di Annovazzi, la tecnica del Raccis che si sfinisce giocando, la fantasia di Carapellese, barocca come la sua terra di Puglia. Il Commissario Unico della Nazionale è Vittorio Pozzo. Bisognerebbe che si adattasse per primo lui ai tempi cambiati ma non si adatta. Egli ha fatto nell’anteguerra quello che ha voluto e come ha voluto. Ha fatto il giornalista mentre faceva il Commissario. Il 13 dicembre 1931 la Nazionale aveva battuto al campo di Corso Marsiglia a Torino stipato da oltre quarantamila persone – migliaia erano spiovute attorno al prato – l’Ungheria di Sarosi per 3-2. La vittoria era arrivata in extremis. «Uno degli azzurri – scrisse Pozzo – è venuto avanti e ha mollato un gran tiro che il portiere ungherese non è riuscito a intuire». In sostanza, Pozzo non fa il nome appositamente dell’azzurro che ha deciso, con uno sprazzo personalissimo, la partita. Perché? Ma perché quest’azzurro è Cesarini detto «Ce’», gran mattoide, tipo anarchico, ragazzo che piatisce ma non zittisce, un ragazzotto riccioluto, quasi rosso, che gioca da solo ma non si tira mai indietro. Cesarini al 91°, quando già si credeva finita in pareggio la partita, con una gomitata gettava da parte un compagno e mollava questo tiro da posizione estremamente difficile che fruttava il gol e la nascita della così detta «zona Cesarini». Una cosa importante, ma per il momento non si coglie. Pozzo non vuole scrivere che c’è stata scorrettezza del marcatore. Il gol lo accetta a nome della squadra, ma si guarda bene nel suo lunghissimo servizio di citare il nome di Cesarini. E così andava il giornalismo di quei giorni, ci lamentiamo noi. Pozzo faceva la squadra, la disfaceva, ne faceva il critico non citando nemmeno il goleador. Giudichi il lettore. 9 novembre 1947: la Nazionale di Pozzo va a morire a Vienna. L’Austria le infligge, in una gara amichevole, la bontà di cinque pere. Ho piantata in testa la radiocronaca di Carosio a quel match. «Carapellese, serpentina, niente, niente da fare, oggi non gli riesce... Pomeriggio di nevischio e foschia, gran vento. La visibilità è scarsa. AI 23’ avanza Koerner, tiro, gol. Sentimenti IV si è fatto sorprendere. L’Austria raddoppia. Da lontano ancora da lontano. E triplica». Sentenza di Carosio: «Sentimenti IV non ci vede». Racconta Parola: «La Juventus si è preoccupata delle diagnosi giornalistiche a proposito del suo portiere. Tornati dall’Austria, ci ha portati tutti dall’oculista. È risultato che Sentimenti IV era tra quelli che ci vedevano meglio. Alcuni insospettabili sono risultati afflitti da miopia. Quanto a Sentimenti IV, a Napoli, la domenica successiva ha parato tutto. È finita 0-0 per merito suo e “La giornalaccio rosa dello Sport” ha titolato: Sentimenti IV ferma il Napoli». Ma andiamo insieme al «Wiener Stadion», Prater. Il meriggio nasce nel gelido vento, l’Austria di E.Bauer schiera Zeman, Pawuza, Happel, Brinek, Ocwirk, Joksch, Bichler, Hahnemann, Wagner, Stojaspal, Korner. Pozzo replica con questa Italia: Sentimenti IV della Juventus, Ballarin e Maroso del Torino, Malinverni del Modena, Parola della Juventus, Campatelli dell’Inter, Biavati del Bologna, Piola del Novara, Boniperti della Juventus, Mazzola del Torino, Carapellese del Milan. Due gli esordienti: Boniperti e Carapellese. Boniperti è apparso nella Juventus con uno stile sorridente. È abile nel goleare, è arguto nel vivere. È figlio di podestà novarese. Carapellese è Pugliese di Cerignola, è un semplice se mai ce ne furono. La Nazionale casca e stramazza ai piedi dell’Austria. Per Pozzo e per la stampa la colpa è di Sentimenti IV. Non ci vede. Ci rimette il posto. Per tornare in porta dovrà aspettare tre anni. Non fu colpa sua. Fu superficialità di Carosio. Fu giornalismo che anticipava quello degli Anni Sessanta e Settanta. Cerca un colpevole per spiegare tutto. Il colpevole poi c’era sì ma era quasi irraggiungibile. Era l’alpino Pozzo. Aveva mandato in campo un mosaico di squadra assurdamente concepita. Aveva improvvisato lui per primo. Lui per primo era stato castigato. Carapellese è inamovibile. Il suo stile piace, il gioco arremba da posizioni mediane, va a cercare e snidare i terzini, li sorpassa in virtù della serpentina, inchioda i portieri col tiro sgattaiolante. Ma cosa è questa serpentina? E cosa ha «Carappa» da essere preferito al pur bravo tecnico e audace Ossola? Sedici partite in Nazionale e dieci gol. Dieci gol alla Carapellese. I gol che può segnare solo Carapellese. Perché solo lui? Prendiamo il 3-1 di Bari, nella sua terra, tra gli applausi e i baci dei pugliesi, nella fulgida vittoria di quel grande Torino sulla Cecoslovacchia, si incastona il gol razziante di «Carappa». Arriva alla ripresa, dopo il gol di Gabetto. È il gol stupendo e stupefacente del 3-0. A pochi spiccioli dalla fine Riha mitigherà la disfatta. Prendiamo soprattutto il 3-1 di Parigi, 4 aprile del 1948, «Stade de Colombes», Italia 3 Francia 1; è lui che al 31’ entra nella tana francese, snida Marche, lo scarta in velocità, spiana con una finta il portiere Domingo e insacca. Italia 1 Francia 0. È solo l’inizio. Bacigalupo, Ballarin, Eliani, Annovazzi, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Carapellese. La squadra si è assestata sul blocco del Torino. I tempi sono quelli che sono. Non sempre Pozzo è capito. La Francia è in un momento di calcio alluvionale. I suoi spiriti sono dispersi. La guerra non è passata ancora nel cuore della gente. La Nazionale di Francia è più sparpagliata che mai: Domingo, Grillon, Marche, Guissard, Jonquet, Prouff, Alpsteg, Heisserer, Baratte, Ben Barek, Vaast. È una nazionale... di colore, il nostro «Carappa» la sbaraglia. Quanta Italia occorre per fare una Nazionale di calcio? Me lo chiedevo in quei giorni, ero adolescente e soffrivo nelle vene ogni sconfitta della Nazionale. Quello 0-4 con l’Inghilterra fu dolorosissimo. Ma perché Pozzo non riusciva più a fare la sua nazionale? Perché i giocatori non lo capivano più? Cosa era intervenuto a rendere inutile il suo impegno? Era cambiato il Paese. Nessuna dittatura era più possibile. I calciatori si sentivano professionisti prima che azzurri. Vi era tra essi però ancora il sopravvissuto come Carapellese detto «Carappa», di Cerignola in quel di Foggia, venuto su col calcio, innamorato della palla in modo disperato, barocco, glorioso di quell’amore. La palla, il gioco del calcio: tutto, per lui. Per lui come per tanti mocciosi meridionali, al punto da prendere il treno ancora ragazzi e andare a vivere soli, staccati da tutti, l’avventura pazzesca del calcio professionistico. Carappa era del Torino, che poi lo aveva scartato. Quei grandi lo trovavano meno grande. Ma il Torino andò a schiantarsi in una vampata sulla gelida Basilica di Superga e Novo lo fece tornare a casa. «Carappa» Tornò a Torino tremando. Li aveva nel cuore i suoi amici: Mazzola, Grezar, Ossola. Ma bisognava farsi forza, il Torino andava a ricostituirsi tra le lacrime di Ferruccio Novo; con grossi giocatori: Moro, Bersia, Cuscela, Depetrini, Nay, Macchi, Frizzi, Santos, Marchetto, Tubaro, Carapellese. L’allenatore era Bisogno. Campionato a venti, Bari e Venezia retrocedevano, Torino sesto. Non sarebbero tornati mai più quei giorni guerreggianti, con l’Italia in estasi per la maglia granata? Capocannoniere granata fu Beniamino Santos dal destro tonante con 27 gol, secondo dei granata ad andare più agevolmente in gol Carappa, con 14 in 35 partite. Ancora la sua carriera era lunga. Avrebbe giocato con Giorgio Sarosi, lo splendido maestro, nella Juventus, infine nel Genoa. La sua fu la stagione dei grandi irripetibili portieri, inconcepibile, come succede oggi, un portiere terzino, un portiere marcantonio, tutti portieri che svolazzavano come colombi. Scherzi a parte, portieri come Franzosi, Moro, Sentimenti IV, Casari, Costagliola, Corghi, Masci, Griffanti, cito a memoria, ero ragazzo, come era dolce quel calcio cui Carapellese detto «Carappa» donava i suoi guizzi, le sue azioni palla al piede, attaccava la sua barocca serpentina. Carapellese fu il giocatore che dribblò i nostri affanni, i pensieri dell’orrido passato, la paura. Tornammo a vivere con quelli come lui. Era un’ala. Volava con noi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/riccardo-carapellese.html
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RICCARDO CARAPELLESE https://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Carapellese Nazione: Italia Luogo di nascita: Cerignola (Foggia) Data di nascita: 01.07.1922 Luogo di morte: Rapallo (Genova) Data di morte: 20.10.1995 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 65 kg Nazionale Italiano Soprannome: Carappa Alla Juventus dal 1952 al 1953 Esordio: 14.09.1952 - Serie A - Palermo-Juventus 1-1 Ultima partita: 03.05.1953 - Serie A - Roma-Juventus 3-0 17 presenze - 9 reti Riccardo Carapellese (Cerignola, 1º luglio 1922 – Rapallo, 20 ottobre 1995) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Riccardo Carapellese Carapellese in Nazionale nel 1956 Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1962 - giocatore 1973 - allenatore Carriera Giovanili 1930-1934 Caligaris 1934-1936 Torino 1936-1937 Saluggia 1937-1938 Barcanova 1938-1939 Torino Squadre di club 1939-1940 Magnadyne 15 (1) 1940-1942 Torino 0 (0) 1942-1943 Spezia 19 (3) 1943-1944 Casale 17 (3) 1944-1945 Vigevano 13 (5) 1945-1946 Como 19 (3) 1946 Novara 0 (0) 1946-1949 Milan 106 (52) 1949-1952 Torino 98 (28) 1952-1953 Juventus 17 (9) 1953-1957 Genoa 94 (22) 1957-1959 Catania 30 (9) 1961-1962 Ternana 3 (0) Nazionale 1947-1956 Italia 16 (10) Carriera da allenatore 1957 Catania 1959-1960 Finale 1960-1961 Sammargheritese 1961-1964 Ternana 1965 Salernitana 1972-1973 Savoia 1973-1974 Martina Carriera Giocatore Club Carapellese capitano del Torino Cresciuto nelle giovanili del Torino, iniziò la sua carriera agonistica in Serie B nel 1942-43 con i bianconeri dello Spezia; nell'anomalo campionato di guerra del 1944 vestì la maglia del Casale, mentre nell'immediato dopoguerra passò dal Vigevano al Como e disputò la Coppa Alta Italia tra le file del Novara, giungendo con i piemontesi alla finale, poi persa contro il Bologna. Chiuso dai campioni del Grande Torino, arrivò in Serie A vestendo la maglia del Milan, con cui rimase fino al 1949 entrando anche nel giro della Nazionale; dopo la tragedia di Superga fu richiamato al Torino, succedendo nella stagione 1949-50 a Valentino Mazzola come capitano, sia dei granata, sia della Nazionale. Nel 1952 rimase a Torino, passando sulla sponda bianconera: con la Juventus giocò un'unica stagione, da sostituto di Præst, di Muccinelli o di Vivolo. Passò poi al Genoa, rimanendovi quattro stagioni. Carapellese (accosciato, ultimo da sinistra) capitano del Genoa nella stagione 1956-1957 Dopo due stagioni con il Catania nel campionato cadetto, interruppe di fatto la carriera agonistica, salvo un breve ripensamento nell'annata 1961-1962 come giocatore-allenatore per la Ternana. Nazionale Con la nazionale italiana, guidata da Vittorio Pozzo e capitanata da Silvio Piola, debuttò come sostituto di Pietro Ferraris, che aveva chiuso il suo ciclo con la maglia azzurra, il 9 novembre del 1947 contro l'Austria, perdendo 1 a 5 ma segnando l'unico gol. Dal 22 maggio 1949 ne diventò anche il capitano, e con Ferruccio Novo partecipò al campionato del mondo 1950, segnando 2 reti nelle partite contro la Svezia e il Paraguay. Dopo la rassegna iridata e fino al 1956 vestì poi la maglia azzurra solo per tre volte, per un totale di 16 presenze e 10 reti. Fu per 57 anni l'ultimo genoano a segnare con gli azzurri in Italia-Francia del 12 febbraio 1956 terminata 2-0 fino al gol di Alberto Gilardino del 6 settembre 2013. Dopo il ritiro Divenne allenatore nel 1959 del Finale Ligure e l'anno successivo della Sammargheritese. Nel dicembre 1961 si sedette sulla panchina della Ternana, scendendo però in campo in tre occasioni, e guidò la squadra dalla Serie D alla Serie C nel torneo 1963-1964, riportando i rossoverdi in una categoria dal quale mancavano da quattordici anni. Costretto in miseria negli ultimi anni di vita, debilitato dalla malattia di Alzheimer e segnato dalla tragica morte della figlia Daniela, vittima dell'eroina, a partire dal 1990 usufruì della legge Bacchelli. Palmarès Allenatore Campionato italiano Serie D: 1 - Ternana: 1963-1964 (girone D)
