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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. LUIS DEL SOL https://it.wikipedia.org/wiki/Luis_del_Sol Nazione: Spagna Luogo di nascita: Arcos de Jalón Data di nascita: 06.04.1935 Luogo di morte: Siviglia Data di morte: 20.06.2021 Ruolo: Centrocampista Altezza: 169 cm Peso: 70 kg Nazionale Spagnolo Soprannome: Postino Alla Juventus dal 1962 al 1970 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 26.04.1970 - Serie A - Bari-Juventus 2-1 294 presenze - 29 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Campione d'Europa 1964 con la nazionale spagnola Luis del Sol Cascajares (Arcos de Jalón, 6 aprile 1935 – Siviglia, 20 giugno 2021) è stato un calciatore e allenatore di calcio spagnolo, di ruolo centrocampista. Considerato tra i più importanti calciatori spagnoli degli anni 1960, con le Furie Rosse fu campione d'Europa nel 1964. Più volte candidato al Pallone d'oro di France Football, ha legato il suo nome al Betis, club della sua città in cui ha iniziato e chiuso la carriera, e di cui è assurto a icona sportiva; ha inoltre conquistato trofei con le maglie di Real Madrid e Juventus — club, questo ultimo, che l'ha eletto tra i giocatori più importanti della propria storia. Luis del Sol Cascajares Luis del Sol in nazionale nel 1962 Nazionalità Spagna Altezza 169 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1973 - giocatore 2001 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Betis Squadre di club 1953-1954 → Utrera ? (?) 1954-1960 Betis 162 (38) 1960-1962 Real Madrid 55 (22) 1962-1970 Juventus 294 (29) 1970-1972 Roma 50 (4) 1972-1973 Betis 17 (0) Nazionale 1960-1966 Spagna 16 (3) Carriera da allenatore 1985-1986 Betis 2000-2001 Betis Palmarès Europei di calcio Oro Spagna 1964 Biografia Di origini italiane, più precisamente di Vercelli, nacque a Soria, nella regione di Castiglia e León, ma crebbe a Siviglia, in Andalusia. È morto a Siviglia nel giugno 2021 all'età di 86 anni. Caratteristiche tecniche Del Sol in azione palla al piede negli anni 1960 Era un centrocampista di sostanza e personalità che, grazie a un dinamismo e a una resistenza atletica fuori dal comune, soleva svariare il suo gioco in ogni zona del campo, sempre col pallone tra i piedi; motivo per cui si guadagnò l'appellativo di "Postino", nato negli anni a Madrid grazie al compagno di squadra Alfredo Di Stéfano e poi mantenuto per il resto della carriera. Impiegato dai Blancos come ala pura, negli anni alla Juventus giostrò soprattutto da grintosa mezzala, mettendo in mostra un bagaglio tecnico fatto soprattutto di scatti e accelerazioni. Molto abile nel mantenere il possesso della palla o nel sottrarla agli avversari, talvolta eccedeva in maniera quasi testarda nel dribbling. Carriera Giocatore Club Del Sol alla Juventus Si formò come calciatore nel Ferroviarios e da lì passò nelle giovanili del Betis. Arrivò nel club andaluso nel 1953 e, dopo un breve periodo in prestito nell'Utrera, approdò in prima squadra nella stagione 1954-1955, in Segunda División. Rimane nel club per 6 stagioni, nelle quali lascia intravedere tutto il suo potenziale, diventando uno dei giocatori più importanti della squadra andalusa sin da subito, importante protagonista della promozione in Primera División del 1958. Le sue qualità attirarono l'attenzione dei tecnici del Real Madrid, squadra in cui si trasferì nell'aprile del 1960 per 6 milioni di pesetas. A Madrid ebbe l'opportunità di giocare al fianco di miti del calcio quali Di Stéfano e Puskás, e contribuendo nei primi mesi in camiseta blanca alla vittoria in Coppa dei Campioni — dove ebbe tempo di giocare semifinali e finale — contro l'Eintracht Francoforte. Con il Real Madrid giocò anche le seguenti due stagioni, dando un importante contributo alle vittorie del campionato spagnolo nel 1961 e 1962, giocando tutte e due le partite della vittoriosa Coppa Intercontinentale, la prima edizione della storia, e vincendo anche la Coppa del Generalissimo nel 1961-1962. Soprattutto la prima — intera — stagione con i Blancos risulterà essere la più prolifica della carriera con 17 gol in campionato, mentre nella seconda riesce a dare una mano, con 10 presenze e 4 gol, nel portare la squadra in finale di Coppa dei Campioni, persa 3-5 contro il Benfica, sfiorando il Treble. Del Sol alla Roma Iniziò quindi una lunga parentesi nel calcio italiano, firmando nel 1962 per la Juventus, che lo prelevò ventisettenne per la cifra di trecentocinquanta milioni di lire. Primo spagnolo nella storia del club bianconero, debuttò in Serie A il 16 settembre 1962 contro il Genoa, sollevando a fine anno una Coppa delle Alpi, segnando anche in finale. Rimase a Torino per otto stagioni, durante i quali cambia ruolo e modo di giocare, diventando meno prolifico sottoporta. Conquista con la Vecchia Signora lo scudetto del 1966-1967 — rimasto nella memoria per il sorpasso all'ultima giornata su una Grande Inter ormai al tramonto — e, in precedenza, la Coppa Italia del 1964-1965, sempre contro i milanesi. Nelle competizioni continentali, oltre alla Coppa delle Alpi del primo anno, ha meno fortuna rispetto alle competizioni dentro i confini nazionali: il miglior risultato è la finale persa al Comunale di Torino contro il Ferencváros per 0-1. Divenuto bandiera nonché l'emblema della Juve Operaia degli anni 1960 di Heriberto Herrera, nel 2011 la società piemontese l'ha omaggiato di una stella celebrativa nella Walk of Fame bianconera allo Stadium di Torino. È anche ricordato per essere uno dei giocatori ad aver vestito la maglia numero dieci della Juventus, ereditandola da Omar Sívori in seguito al suo trasferimento al Napoli nel 1965. Nel 1970 passò alla Roma dove militò per due stagioni, indossando anche la fascia di capitano dei giallorossi dopo l'addìo del connazionale Peiró, ma sollevando unicamente trofei minori quali il Torneo Picchi e la Coppa Anglo-Italiana. Tornò infine a Siviglia per rivestire la maglia del Betis, con cui chiuse la carriera nel 1973 all'età di trentotto anni. Nazionale Conta 16 presenze nella nazionale spagnola, con 3 reti realizzate. Esordì il 15 maggio 1960 in Spagna-Inghilterra 3-0 e, durante la sua permanenza tra le Furie rosse, vinse il campionato d'Europa 1964 giocato in casa, seppur non scendendo in campo nella fase finale, partecipando inoltre al campionato del mondo 1962 in Cile e al campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Giocò l'ultima gara in camiseta roja il 15 luglio 1966, uno Spagna-Svizzera terminato 2-1. Dopo il ritiro Al termine dell'attività agonistica entrò nell'organigramma tecnico del Betis, ricoprendo a periodi alterni anche la posizione di allenatore e contribuendo, con le tredici panchine della stagione 2000-2001, a riportare i Verdiblancos nella Liga. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato spagnolo: 2 - Real Madrid: 1960-1961, 1961-1962 Coppa di Spagna: 1 - Real Madrid: 1961-1962 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Real Madrid: 1959-1960 Coppa Intercontinentale: 1 - Real Madrid: 1960 Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Coppa Anglo-Italiana: 1 - Roma: 1972 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - Spagna 1964
  2. BRUNO ONORATO FOCHESATO https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Onorato_Fochesato Nazione: Italia Luogo di nascita: Nogarole Vicentino (Vicenza) Data di nascita: 07.08.1943 Ruolo: Difensore Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 03.04.1963 - Coppa Italia - Juventus-Verona 0-1 1 presenza - 0 reti Bruno Onorato Fochesato (Nogarole Vicentino, 7 agosto 1943) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Bruno Onorato Fochesato Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1962-1963 Juventus 1 (0) 1963-1966 SPAL 40 (1) 1966-1967 Savona 5 (0) Carriera Cresciuto nel vivaio della Juventus, esordisce in gara ufficiale quando non ha ancora compiuto vent'anni il 27 marzo 1963 a Torino in una partita di Coppa Italia persa dai bianconeri per 1-0 contro il Verona. Nel campionato successivo, a seguito della cessione agli juventini di Carlo Dell'Omodarme e Adolfo Gori, passa alla SPAL di Paolo Mazza assieme a Dante Crippa e Giuseppe Castano, esordendo dunque in Serie A il 29 dicembre 1963 a Bari nella partita persa dai ferraresi per 1-0. A fine anno, concluso per Fochesato da titolare, la squadra retrocede. Nell'annata successiva fra i cadetti va in rete contro il Potenza il 31 gennaio 1965 a Ferrara. Torna quindi nella massima serie con i biancoazzurri ma non trova spazio essendo stretto da Gianfranco Bozzao, Luigi Pasetti e Gennaro Olivieri. Gioca la sua ultima partita in Serie A il 20 febbraio 1966 a Milano contro il Milan. Viene così ceduto al Savona in Serie B e, dopo essere partito titolare, gioca solamente 5 partite subendo un brutto infortunio di gioco in cui si frattura tibia e perone. Dopo questo campionato Fochesato chiude anzitempo con il calcio professionistico e gioca successivamente sino alla metà degli anni settanta nell'U.S.D. Ciriè.
  3. MARIO PEDRALE Campo «Combi». Una domenica mattina – racconta Dante Grassi su “Hurrà Juventus” del novembre 1978 – di questo tiepido fine autunno. Sulle gradinate alcune centinaia di super tifosi. Ai bordi lo staff tecnico delle giovanili bianconere a seguire la «Primavera» impegnata contro la Sampdoria. Una vittoria per 4 reti a 0 che giustamente inorgoglisce il clan juventino. Di questi ragazzi bianconeri sono in parecchi a suscitare interesse, alcuni financo in predicato di vestire la maglia della nazionale juniores e ci riferiamo ai già selezionati Antelmi, Storgato e Galasso. E con loro i Formoso, Ricci, Luigi Bizzotto, Giampaolo e Alessandro Boniperti, Bruno, Koetting e altri «tutti ragazzi – mi assicura Pedrale con illimitata fiducia – che arriveranno senz’altro». Pedrale li ha visti bambini, li ha scelti e alla sua scuola sono cresciuti nel NAGC, come è stato via via in tempi passati per gli Olivetti, i Fochesato, i Morello, Furino, Maggioni, il secondo dei Bercellino, Mattei, Roveta, Materazzi, Bettega e Jacolino, Fernando Viola e Chiarenza per giungere ai Gasperini, Zanone e Schincaglia. Solo alcuni degli elementi che ricorda di un lungo periodo che per il NAGC ebbe inizio con la selezione della classe 1944. Ora Pedrale, torinese di Torrazza, 65 anni essendo nato il 19 maggio del 1913, è andato in pensione o meglio, cedendo il timone del Nucleo Addestramento Giovani Calciatori a Lucidio Sentimenti, il IV della stirpe, detto Cochi, è passato ad altro compito, quello dell’osservatore. In un certo senso è tornato alle origini quando appunto ebbe a segnalare alla Juventus i Bercellino, il primo, i Sacco e i Voltolina, e c’è da augurarsi che, come allora, abbia il fiuto altrettanto felice. Mario Pedrale, appunto. Ventiquattro anni ininterrotti alla Juventus, da quando nel 1954 fu chiamato a fiancheggiare, quale secondo, Ugo Locatelli responsabile delle giovanili bianconero. Due anni prima aveva frequentato il 1° Corso per allenatori che allora si teneva a Firenze e con lui ai banchi di scuola sedevano Foni, Rossetti, Castello. Pedrale possedeva una certa esperienza quale istruttore, acquisita dapprima alla guida del Torrazza, da lui fondato e portato dalla 3ª divisione alla serie C, poi al Barcanova condotto nel ‘51 al successo nella 4ª Coppa Primavera che vedeva impegnate rappresentative di illustri clubs. Un signor Barcanova, per intenderci, considerato che nelle sue file militavano Pietro Maroso, fratello minore dell’indimenticabile Virgilio, e Bodi. Due stagioni nel Barcanova, quindi alla Pro Vercelli, vecchio amore, e ancora alla guida della Riv di Villar Perosa e con lusinghieri risultati. E alla Juventus, che evidentemente lo tenevano d’occhio, approdò infine nell’agosto del ‘54. Così da quel momento iniziò la sua diretta collaborazione a Ugo Locatelli «dal quale – riconosce Pedrale – ho appreso tante cose». Dal tandem tecnico dipendevano tutte le giovanili juventine, dalla formazione riserve in giù, e a questa attività Pedrale si dedicò con la passione e la competenza che hanno sempre distinto il suo lavoro. Nel frattempo la sua vocazione di istruttore dei giovanissimi andava affermandosi oltrepassando i confini del Comunale e a lui si interessava la stessa Federazione che lo designava appunto a condurre un corso sperimentale riservato a questo settore. «Fu una iniziativa della Federazione – ricorda Pedrale come se si trattasse di cosa recente e non di venti e più anni or sono – ma il primo NAGC lo fondai io qui alla Juventus. Avevo partecipato a un Corso di specializzazione a Firenze riservato alla categoria giovanissimi, e allora mi dissi: perché non tentare alla Juventus? E per un anno, all’insaputa della società, alle sette di sera radunavo i ragazzini nel corridoio dello stadio, e quando finalmente decisi di farli giocare in esibizione prima di una partita, si era nel ‘57, il dottor Umberto Agnelli ne fu entusiasta e diede subito disposizioni affinché questa attività fosse ufficializzata. Così in quella stagione ‘57-58 alla Juventus nacque il NAGC. Per due anni continuai a fare l’allenatore in seconda e a interessarmi ai giovanissimi, poi, con l’arrivo di Rabitti, Grosso e Bussone, il vice presidente Giordanetti mi interpello per sentire qual’era il settore in cui desideravo operare. «Se non mi lasciate i più piccoli – gli dissi – piuttosto rinuncio a fare l’allenatore! E da quel momento il NAGC mi assorbì totalmente». Lavoro e sacrificio, ma anche tante soddisfazioni – osservo. «Indubbiamente – riconosce Pedrale – allora le selezioni riguardavano i ragazzi a partire dai 12 anni, poi si scese a 10 quindi a 8. Arrivato ai 14 anni il ragazzo accede agli allievi e di ogni covata a passare nei ranghi della categoria superiore erano dai venti ai venticinque elementi». Quale sistema di valutazione adottava nelle scelte? «Innanzitutto si cercava di far conoscere la nostra iniziativa ad esempio attraverso l’altoparlante prima delle partite. E al sabato si presentavano anche in trecento per i provini che si svolgevano dall’ottobre a fine novembre. Io li suddividevo per annata e poi facevo disputare tra di loro delle partitine della durata al massimo di 10’ e di lì tirava fuori qualche nominativo, in media tre o quattro su cento. Mi bastava poco per capire chi aveva passione e volontà di riuscire. Normalmente i ragazzi che si presentavano con le divise nuove erano figli di tifosi che desideravano più che altro vedere il loro rampollo nella Juventus. Così con sedute al martedì e giovedì per le annate più vecchie, e al mercoledì e venerdì per le più giovani, si impostava il lavoro partendo dalla tecnica individuale. Era l’ABC del calcio, diciamo la prima elementare». Un lavoro di responsabilità considerato il rapporto di fiducia con le famiglie di questi calciatori in erba. «Un rapporto talvolta difficile. Si valutavano le qualità tecniche del ragazzo e nel frattempo si entrava anche nei particolari della loro vita familiare. C’erano i bisognosi che andavano aiutati e posso dirle che per una decina di anni a Natale per questi c’era sempre un pacco dono». Con lei si è visto come il calcio possa recitare una parte effettivamente importante nella formazione di un ragazzo. «Certo, una disciplina educativa, Il NAGC non era semplicemente sport da oratorio, come qualcuno aveva ironizzato, ma vera scuola calcistica e di vita, che dà tono e moralità al ragazzo facendone un ometto. E chi, pur giocando bene, poteva guastare l’ambiente era escluso». Alla pari di Sentimenti IV e di Giovanni Viola, attuali istruttori delle giovanili juventine, anche Mario Pedrale fu portiere. Per apprendere di questa sua attività agonistica occorre andare al periodo che precedette la seconda guerra mondiale, dal ‘33 al ‘36 quando era numero uno della Pro Vercelli, prima che le bianche casacche lasciassero il palcoscenico della massima divisione, tenuto con onore nel periodo più glorioso del calcio nazionale. I ricordi sono tanti, naturalmente, ma ancora vivo è quello del debutto a Bologna, quando parò un calcio di rigore allo specialista Monzeglio. Era l’aprile del ‘34. Buon portiere è quindi sinonimo di ottimo tecnico. «Ventiquattro anni alla Juventus – tiene a ribadirmi Pedrale con gli occhi lucidi per la commozione – hanno lasciato un segno indelebile. Conserve un caro ricordo dei miei ragazzi e di essi i più non si dimenticano dcl vecchio maestro, con gli auguri a Natale e venendomi a trovare qui, al campo. Li ho tutti nel mio cuore». Quanti episodi avrebbe da raccontare, da Furino a Bettega agli altri ancora! «Furino a quell’epoca abitava al largo Orbassano; qui arrivava già sudatissimo perché prima si era fermato a giocare in piazza d’Armi. E dovevo frenarlo poiché correva troppo. Ebbene quando finivamo l’allenamento, passando da piazza d’Armi nel tardo pomeriggio chi ti ritrovavo? Proprio lui! Poi Bettega. Lo aveva portato il papà; avevano raccolto l’invito dall’altoparlante. Era puntualissimo, non è mai mancato una volta. Era nato calciatore, del classico modello inglese, ed è arrivato perché sorretto da grande volontà. Aveva iniziato come mediano di spinta e questo certamente gli è servito in quanto poteva disporre di più palloni e inoltre si abituava ai frequenti contrasti. Ero certo che si sarebbe affermato e lo dicevo diciassette anni fa! Ma anche Roveta sarebbe salito in alto; era potenzialmente una grande mezz’ala poi fu impostato da difensore». Chissà gli allori mietuti dai suoi ragazzini! «Abbiamo partecipato a circa cinquanta tornei – osserva Pedrale con orgoglio – e i successi sono stati davvero tanti. Quello nel 1° Torneo sperimentale del NACG, ad esempio, disputato a Legnano nel ‘64 e vinto sull’Inter per 3 a 2. Che battaglia! Fu il tredicenne Viola a siglare la rete decisiva. Vittorie nell’«Ilo Bianchi», nel «De Maria», a Genova, al torneo di Somma Lombardo, e quella stupenda a Nizza nel ‘74. Cerano dodici formazioni straniere, tra cui anche la Fiorentina, e otto francesi. Segnammo 14 goals e ne subimmo uno solo!». L’assegnazione nel ‘70 del «Seminatore d’Oro» per l’istruzione e valorizzazione dei giovani, era quindi più che meritata. «Fu quello un riconoscimento importante che mi diede tanta soddisfazione». E ora è giunto il momento del congedo, un momento che lei avrebbe voluto non arrivasse mai. «Un congedo doloroso, lo ammetto, ma la legge vuole così. A 65 anni si è fuori ruolo, neppure più il cartellino di allenatore ti rinnovano. Così prima delle vacanze estive ho chiuso. Ma le assicuro che quando in un pomeriggio si sono stretti a me genitori e ragazzi per salutarmi ho sentito un nodo qui in gola che quasi mi impediva di ringraziarli per la bella pergamena e la medaglia d’oro che avevano voluto offrirmi. D’accordo, alla Juventus ci sono ancora, se pur con altro incarico, ma non sarà più la medesima cosa. La mia vita, come dissi un giorno a Giordanetti, era insegnare a tanti e tanti ragazzini a diventare si buoni calciatori, ma innanzitutto veri uomini!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/mario-pedrale.html
  4. RENATO CAOCCI Da Olbia, classe 1943 – si legge su “Hurrà Juventus” dell’aprile 2005 – è una di quelle tante meteore che passano nel cielo bianconero senza lasciare troppe tracce. A diciannove anni, arriva a Torino accompagnato dai giudizi lusinghieri degli osservatori, che lo hanno seguito a lungo sui campi minori. È un difensore eclettico e assai moderno, nel senso che sa fare il terzino e il mediano; un giocatore universale per cui stravede Pablo Amaral, l’allenatore brasiliano appena arrivato a guidare la Juventus fuori dalle secche nelle quali la squadra si era incagliata l’anno prima. Amaral, nel ritiro precampionato di Cuneo, prova a convertire la sua squadra al nuovo verbo calcistico, il tipico 4-2-4 brasiliano che nel mondo va per la maggiore, dopo che la Nazionale brasiliana, pur priva del suo fuoriclasse Pelé, ha battuto tutti nel Mondiale cileno. Caocci è tra i più duttili a raccogliere il messaggio, che altri colleghi di più lungo corso vedono con una punta di scetticismo. Va da sé, che il buon Renato venga messo dall’allenatore sullo stesso piano dei titolari. Ma il ragazzo non ha la minima esperienza di calcio a un certo livello e le sue prove fanno presto ricredere Amaral.Non tanto sulla formula, che perfezionerà adottandola per tutta la stagione, quanto sugli interpreti. Caocci finisce, così, quasi sempre in tribuna, rispolverato solo quando i vari Castano, Sarti, Leoncini, per non dire Salvadore, devono marcare visita. Il giovanotto, che pure è un buon incontrista e sa pure impostare l’azione, raggranella solamente nove presenze in tutto, suddivise tra campionato e Coppa Italia. E l’anno dopo finisce al Palermo, dove giocherà ben di più, costruendosi un’onesta e non breve carriera. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/06/renato-caocci.html
  5. RENATO CAOCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Caocci Nazione: Italia Luogo di nascita: Olbia (Sassari) Data di nascita: 17.02.1943 Ruolo: Difensore Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1964 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 10.06.1964 - Coppa Italia - Juventus-Bologna 4-1 9 presenze - 0 reti 1 coppa delle Alpi Renato Caocci (Olbia, 17 febbraio 1943) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Renato Caocci Caocci alla Juventus nei primi anni 1960 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1972 Carriera Giovanili 19??-19?? Olbia Squadre di club1 1961-1962 Cagliari 15 (0) 1962-1964 Juventus 9 (0) 1964-1965 Palermo 17 (2) 1965-1966 Potenza 34 (2) 1966-1969 Genoa 78 (1) 1969-1971 Potenza 64 (2) 1971-1974 Turris 90 (3) 1974-1977 Olbia 93 (1) Caratteristiche tecniche Giocava come terzino. Carriera Ha esordito in Serie A con la maglia della Juventus il 16 dicembre 1962 in Juventus-Modena (2-1). Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cagliari: 1961-1962 (girone B) Campionato italiano Serie D: 1 - Olbia: 1974-1975 (girone F) Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963
  6. GILBERTO NOLETTI Chissà quanti si ricorderanno di questo difensore – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – che Amaral converte sin dall’inizio al suo 4-2-4 di tutto stile brasiliano? Al profano il modulo richiama prima di tutto confusione di numeri e di ruoli, a qualche tecnico pure, ma la Juventus formato sudamericano per un bel po’ è accattivata dalle trovate esotiche del suo trainer e la concorrenza guarda con curiosità, ma anche con una certa dose di rispetto, questa squadra che ci ha i centromediani interscambiabili e il terzino sinistro con il numero sei, Noletti il più delle volte.Manco a farlo apposta, l’ex milanista interpreta il ruolo come il suo allenatore desidera, vale a dire con grinta ma anche con fantasia, e sa pure adattarsi al rivoluzionario marcamento a zona, che per i teorici del catenaccio a oltranza rappresenta una specie di pugno nello stomaco. Quattordici presenze totalizzerà alla fine di quel torneo atipico come le trovate di Amaral, e alcune sono davvero da ricordare.L’esordio in bianconero è dei più felici; la squadra va a gonfie vele dopo un brutto inizio, Inter e Bologna dividono con la Juventus il primato in classifica. Il 25 novembre ‘62, al Cibali di Catania, i rossoazzurri etnei sono travolti dalla Juve, che pure ha Del Sol in giornata negativa: finisce 5-1 e Noletti ha avuto parte considerevole nel successo, giocando con disciplina e senso tattico encomiabile.La conferma arriva quindici giorni più tardi, sempre in Sicilia, dove non si vince solo perché l’arbitro concede ai rosanero un gol che Borjesson ha segnato in macroscopico fuorigioco. Stavolta, a fianco di Noletti, gioca un altro ragazzo di belle speranze, Sacco Giovannino si chiama e ne risentiremo parlare, anche se non sempre bene. La brutta giornata di San Siro (0-1 con i nerazzurri, primo passo falso di rilievo nella lotta per il titolo) dice e non dice, ma Noletti se la cava bene con Jair, giocatore inafferrabile dal dribbling assurdamente sghembo. Così, infatti, lo giudica un giornale dell’epoca: «Può vantarsi di aver reso dura la vita a Jair, che costituisce una vera e propria impresa».Segna anche un bel gol, nella vittoria casalinga contro il Genoa (2-0, il 20 gennaio ‘63), lasciandosi andare a un piccolo sfogo: «Forse era proprio necessario che segnassi – esclama nel dopo partita – perché qualcuno si accorgesse che c’ero anch’io, e perché smettessero di farmi piovere addosso tante critiche. Sono particolarmente contento anche per questo motivo».Gli nuoce, forse, il fatto di essere alla Juventus soltanto a titolo di prestito (per un anno, alla pari, l’ala bianconera Rossano al Milan e Noletti alla Juve), sicché, quando si approssima la fine della stagione e lo scudetto è ormai all’Inter, gli capita di dover cedere il posto a qualche giovane del «vivaio» da provare in vista di eventuali lanci. Comunque, il commiato dai tifosi della zebra è pari al debutto, e cioè coronato da una prestazione più che buona nella vittoriosa partita casalinga contro il Vicenza (2-0).Avevo 18 anni quando esordii con la maglia del Milan dopo le Olimpiadi – racconta al sito Grossetosport.com – che erano andate non troppo bene, perché non ero al meglio. Passai poi in prestito alla Lazio in Serie B e nella capitale disputai un’ottima annata che scatenò le voglie della Juventus. Il mio cartellino era di proprietà del Milan e quell’anno c’era già stato lo scambio tra Mora e Salvadore, così il mio passaggio avvenne in prestito; le due società si misero d’accordo per lo scambio tra me e Rossano, altro elemento della nazionale olimpica, e andai a Torino. In bianconero mi volle Boniperti ed è bene ricordare che a quei tempi i giocatori non avevano potere decisionale come adesso. Quell’anno ero militare e dopo il CAR iniziai a giocare in bianconero.L’allenatore era Amaral e giocavamo a zona; questo mi agevolava per mettermi in mostra tecnicamente. In quella squadra erano molti gli elementi di qualità: c’era Sivori, che mi ha fatto da testimone di nozze, ma anche Del Sol, Leoncini, Salvadore e tanti altri. Dominammo il girone di andata battendo nettamente anche l’Inter di Herrera poi, a Natale, la Juventus chiese di rilevare il mio cartellino e Gianni Brera iniziò a prendere in giro il Milan, perché non andava molto bene e aveva molti elementi validi trasferiti in prestito nelle altre squadre. Il riferimento, chiaramente, era anche alla mia situazione e Gipo Viani rimase turbato da quest’articolo al punto che fermò la possibile operazione di mercato.Ero arrivato al Milan a 15 anni, ma alla Juventus stavo davvero bene e sarei rimasto volentieri. Giampiero Boniperti, che era dirigente della Juventus in quegli anni, nel frattempo mi aveva fermato decidendo di non farmi scendere in campo per non far salire troppo le pretese del Milan, ma poi arrivò quell’articolo di Brera a sparigliare le carte in tavola. Sivori voleva che rimanessi. Mi consigliò alla dirigenza, stravedeva per me, perché voleva circondarsi di persone che comprendessero il suo modo di giocare. Mi diceva sempre: «Io vado contro quelli dietro, creo un muro, mi stacco due metri e prendo la palla da te. Tu sappi che devi darmi il pallone». Ero l’unico che si intendeva al volo con lui e con me andava a nozze.Tornai al Milan malvolentieri, ma rimasi in rossonero 4 anni costellati da infortuni vari: il più importante dei quali fu a San Siro contro il Bologna. Quel giorno mi ruppi il tendine e stetti due anni fermo, poiché non esistevano le tecniche di adesso.Mio papà è durato poco – ricorda il figlio Roberto – ma prima dell’infortunio era considerato uno dei più forti difensori-centrocampisti moderni. Ogni volta che incontro Trapattoni e altri suoi ex compagni me lo dicono sempre. Aveva solo un caratterino non facile e poi tanta sfortuna. A proposito di Jair, la Juventus giocava a zona, cosa troppo avanti per l’epoca, ma già efficace, infatti, arrivò seconda. Quindi un vero duello non c’è mai stato, il gol poi Jair lo fece grazie ad un rimpallo. Con Jair si incontrarono altre volte nei derby e, una volta rivisto in Canada a fine carriera, il brasiliano gli confidò che lo aveva sempre sofferto.La Juventus lo volle comprare quell’anno essendo in prestito e fece solo poche partite, perché ormai non avevano più velleità di scudetto e lo tennero fuori per cercare di svalutarlo per poi comprarlo in estate. Il Milan non abboccò e tornò in rossonero. Lui alla Juventus stava benissimo e forse, se fosse rimasto come il suo amico Salvadore, avrebbe evitato quel grosso infortunio per l’epoca, oltre al menisco curato malissimo dal Milan e avrebbe potuto fare una carriera luminosa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/gilberto-noletti.html
  7. GILBERTO NOLETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Gilberto_Noletti Nazione: Italia Luogo di nascita: Cusano Milanino (Milano) Data di nascita: 09.05.1941 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 17.03.1963 - Serie A - Napoli-Juventus 0-0 17 presenze - 1 rete Gilberto Noletti (Cusano Milanino, 9 maggio 1941) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Gilberto Noletti Noletti con la maglia del Milan nel 1964 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1976 Carriera Squadre di club 1959-1961 Milan 3 (0) 1961-1962 → Lazio 23 (0) 1962-1963 → Juventus 17 (1) 1963-1967 Milan 72 (2) 1967-1968 Sampdoria 0 (0) 1968-1969 Lecco 18 (0) 1969-1972 Sorrento 75 (6) 1972-1973 Casertana 34 (0) 1973-1976 Grosseto 63 (5) Nazionale 1959-1963 Italia U-21 16 (0) Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Libano 1959 Oro Italia 1963 Carriera Club Noletti alla Juventus nella stagione 1962-1963 Cresciuto nelle giovanili del Milan, con cui esordisce in Serie A nella stagione 1959-1960, disputa con la maglia della Lazio il campionato di Serie B 1961-1962, quindi passa, sempre in prestito, alla Juventus (14 presenze ed una rete nel campionato 1962-1963, chiuso dai bianconeri al secondo posto), per tornare al Milan nell'estate 1963. In rossonero disputa 4 stagioni formando con Pelagalli la coppia dei terzini, disputando fra l'altro l'edizione 1963 della Coppa Intercontinentale, persa dai rossoneri contro il Santos di Pelé e aggiudicandosi la Coppa Italia 1966-1967. La sua carriera subisce un brusco stop nel gennaio 1967 quando in occasione di una sfida col Bologna subisce la rottura del tendine di Achille. Viene ceduto alla Sampdoria ma per i postumi dell'infortunio non riesce mai a scendere in campo. Passa quindi al Lecco con cui riprende l'attività in Serie B, e successivamente al Sorrento, dove resta per tre stagioni contribuendo alla prima storica promozione dei campani in Serie B e disputando il campionato di Serie B 1971-1972. Chiude quindi la carriera in Serie C con Casertana e Grosseto. In carriera ha totalizzato complessivamente 89 presenze e 3 reti in Serie A e 75 presenze ed una rete in Serie B. Nazionale Ha disputato, con la Nazionale Olimpica, le Olimpiadi di Roma 1960, chiuse dagli azzurri al quarto posto. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Milan: 1966-1967 Campionato italiano Serie C: 1 - Sorrento: 1970-1971 Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Milan: 1959, 1960 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 2 - Libano 1959, Italia 1963
  8. SANDRO SALVADORE Sandro Salvadore era uno dei pochissimi difensori, se non l’unico, che teneva i calzettoni arrotolati sulle caviglie, come Omar Sivori. All’epoca non era obbligatorio portare i parastinchi, a lui davano fastidio e li metteva solo in casi eccezionali. Mostrava gli stinchi nudi agli avversari, senza timore. Detto Old Billy, soprannome proveniente dalla grande ammirazione per Billy Wright, mitico centromediano dell’Inghilterra che sconfisse 4-0 l’Italia di Valentino Mazzola allo Stadio Comunale di Torino, il 16 maggio 1948. Billy fu adottato come nome di battaglia da Salvadore: «Potenza del nome, suonava bene, e poi apparteneva a un gran regista difensivo, un pilastro dell’Inghilterra dei maestri». I colleghi in bianconero, specie i più giovani, erano ammirati e orgogliosi di lui. Al suo fianco si sentivano tranquilli, protetti e lui, maniche rimboccate sino al gomito, alto, dinoccolato, dal duro cipiglio, a offrire costantemente il proprio alto contributo di forza e di esperienza a favore della squadra. Quasi un eroe da film western, un cowboy alla John Wayne. Nato a Niguarda, nel milanese, il 29 novembre del ’39, scoprì il pallone all’oratorio della sua parrocchia, come tutti i bambini dell’epoca. Poi fu scoperto dai tecnici delle giovanili del Milan e in maglia rossonera bruciò tutte le tappe: vinse due Torneo di Viareggio e a 18 anni debuttò in Serie A, laureandosi Campione d’Italia nel 1959. Nel 1960 disputò le Olimpiadi a Roma con la Nazionale e, due anni dopo, centrò il suo secondo scudetto, sempre con i rossoneri. «Al Milan si guardava molto ai giovani a cominciare dal direttore tecnico Viani. Allora l’allenatore della prima squadra ci seguiva assiduamente. La presenza di Viani, anche se critica, era utile. Noi eravamo una signora squadra con i vari Danova, Trebbi, Ferrario, Radice, Trapattoni e il sottoscritto. Andammo alle Olimpiadi romane e tenemmo testa alle selezioni dell’Est che pure erano le Nazionali A. Rocco era un autodidatta, poco democratico, ma aveva quel qualcosa che gli faceva sempre capire gli altri, in particolare i propri giocatori, tenerli carichi psicologicamente». La coppia centrale di quel Milan era formata da Salvadore e da Maldini e i due si somigliavano parecchio, come stile e modo di giocare; Viani favorì l’esperto Cesare Maldini come libero e Salvadore si ritrovò a fare il marcatore e con le sue qualità fisiche e con i suoi fondamentali, si sentiva sprecato in quel ruolo. Questo dualismo fu risolto cedendo Salvadore e Noletti, alla Juventus in cambio di Bruno Mora, un’ala molto talentuosa. Viani, inventore di uno dei primi sistemi difensivi fondato sul libero, era un personaggio di spicco nel panorama del calcio italiano e per giustificare la cessione di Salvadore disse: «Avevamo due paia di pantaloni, Salvadore e Maldini, ne abbiamo dato via uno in cambio di una giacca, Mora. Adesso disponiamo di un vestito completo». Letto l’articolo, Salvadore rispose: «Il ragionamento funzionerebbe, se non fosse che si è tenuto i pantaloni vecchi. Poteva tenersi quelli nuovi da abbinare alla giacca nuova, così avrebbe avuto un vestito veramente bello». Non erano anni facili alla Juventus, anche se c’erano grandi giocatori, come il fenomenale Omar Sivori, ancora capace di fare la differenza, e un cursore infaticabile come Del Sol. L’allenatore era Paulo Lima Amaral, già preparatore atletico del Brasile che nel ‘58 e nel ‘62 aveva vinto due Mondiali, giocava a zona e applicava il rischiosissimo 4-2-4, che si trasformava in 4-3-3 in fase difensiva. La coppia centrale della difesa era composta da Castano e Salvadore, che giocavano in linea. Amaral non durò a lungo e, nelle prime giornate del torneo successivo, fu esonerato e sostituito da Eraldo Monzeglio, ex Campione del Mondo del ‘38. Dopo Monzeglio arrivò Heriberto Herrera, con il quale Salvadore ebbe un rapporto difficile. Il Ginnasiarca volle utilizzarlo sull’uomo, con Castano battitore libero ma Salvadore si ribellò e l’inflessibile Herrera lo mise fuori squadra. Riserva nella Juventus e titolare, come libero, nella Nazionale di Edmondo Fabbri, che lo riteneva un elemento importantissimo. A fine maggio 1967, Salvadore vinse il suo terzo scudetto, il primo con la Juventus. Fu quello del clamoroso sorpasso sull’Inter, all’ultima giornata. Il ciclo di HH2 toccò il culmine con la semifinale di Coppa dei Campioni persa con il Benfica di Eusébio, la Perla del Mozambico. Sullo slancio, Salvadore ottenne la soddisfazione più bella della carriera, vincendo il campionato d’Europa per Nazioni, a Roma nel 1968. Escluso dalla prima finale con la Jugoslavia, finita 1-1 dopo i tempi supplementari, fu ripescato da Valcareggi per la ripetizione: «Il Commissario Tecnico capì di aver sbagliato qualcosa e corresse la formazione, azzeccando le mosse giuste, dal sottoscritto in difesa, al tandem Riva-Anastasi in attacco. I goal di Gigi e Pietruzzo ci diedero il trionfo. Una notte magica, indimenticabile, con lo Stadio Olimpico e l’Italia in delirio». Nel 1969-70, a causa del declino di Castano, Old Billy divenne capitano e torna, stabilmente, a giocare da libero. Ebbe piena fiducia da Carniglia e poi da Rabitti, che subentrò al tecnico argentino, dopo un avvio di campionato quasi disastroso. Salvadore ripagò la fiducia con gli interessi, pilotando la Juventus a una serie di 16 risultati utili consecutivi che misero paura al Cagliari di Gigi Riva lanciato alla conquista del primo storico e unico scudetto. Nella partita decisiva un dubbio rigore concesso da Lo Bello per un fallo su Riva, trattenuto per la maglia proprio da Salvadore in mischia sotto porta, dopo un corner per i sardi, fissò il risultato sul 2-2 e permise al Cagliari di tenere la Juventus a meno 2 punti. Da quella partita il Cagliari del suo condottiero Rombo di Tuono prese la spinta decisiva per volare verso il tricolore. Quella fu anche la stagione che costò a Salvadore il posto in azzurro, proprio alla vigilia del Mondiale messicano. Aveva già disputato due Mondiali ed erano stati fallimentari: «In Cile, nel ‘62, avevamo uno squadrone fortissimo, in grado di strappare il titolo al Brasile. Sivori, Altafini, Rivera, Maldini, Mora, Trapattoni, Maschio, Pascutti, Robotti e altri nomi importanti. Eppure, fummo eliminati nel primo turno. A parte l’arbitraggio scandaloso dell’inglese Aston, fu una cattiva gestione la causa dell’eliminazione. Come in Inghilterra, 4 anni dopo: Albertosi, Facchetti, Bulgarelli, Rivera, Mazzola, Rosato, Meroni, in una rosa ricca di campioni. Eppure, fummo incredibilmente battuti dalla Corea del Nord, a Middlesbrough, con un goal di un certo Pak-Doo-Ik. Valcareggi, visionandoli li aveva definiti dei Ridolini. Loro risero e noi piangemmo amare lacrime. Ero in tribuna, quel giorno, ma anch’io divenni un “Coreano”. Peccato». Due sfortunatissime autoreti al Bernabéu di Madrid nell’amichevole contro la Spagna, la sera del 21 febbraio 1970, vanificarono i goal di Anastasi e Riva e indussero il commissario tecnico Valcareggi che, come Napoleone voleva i suoi generali fortunati, a non convocarlo per il Mondiale messicano: «Il giorno più brutto della mia carriera; In realtà, feci solo un autogoal, sull’altro non toccai il pallone, ma me lo attribuirono lo stesso. Comunque sono orgoglioso delle mie 36 presenze in azzurro e del mio campionato Europeo del 1968». La Juventus divenne la sua nazionale. Non saltò mai una partita: «Avessero dovuto pagarmi a gettone, sarei costato un patrimonio alla società». Non gli è mai piaciuto perdere: come quella volta che andò a segnare il goal del pareggio, al ritorno di Juventus-Milan, decisiva per la testa del campionato, poi vinto: «Aveva segnato Bigon per loro, ma noi non potevamo perdere; continuavo ad andare in attacco, anche per far capire agli altri che non bisognava mollare la presa, finché non è arrivata la palla giusta. No, non si poteva perdere e non abbiamo perso». Con la maglia bianconera disputa ben 449 partite vincendo altri 2 scudetti nel 1971-72 e nel 1972-73 e giocando anche la finalissima dei Coppa dei Campioni a Belgrado, persa 1-0 contro l’Ajax. «Un grandissimo rimpianto. Eravamo arrivati vicinissimi ormai a quella Coppa, troppo vicini. Potevamo fare di più ma purtroppo proprio in quella grande occasione la sorte ci voltò le spalle». Nel 1974, per dare spazio a Scirea, la Juventus gli concede la lista gratuita. Cominciò l’attività di allenatore, nel settore giovanile della Juventus. Ebbe anche due parentesi con i semiprofessionisti a Casale e Ivrea, ma la sua passione era allenare i giovani. Qualche anno dopo prese la solenne decisione di trasferirsi, con moglie e tre figlie, in una cascina a Castiglione d’Asti. Sentiva il bisogno di stare all’aria aperta, di vivere nel verde, diventando così un ricco pensionato che ama vivere nel verde e guidare i trattori. Con, nel sangue, la mai sopita passione per il calcio. Ci lascia nel 2007, in una fredda mattina di gennaio, mentre la sua amata Juventus gioca un insensato, immeritato e immotivato campionato di Serie B. Ma noi lo ricordiamo fiero e senza timore, senza parastinchi e con i calzettoni giù fino alle caviglie, uscire dall’area palla al piede e scendere nella metà campo avversaria per cercare l’assalto decisivo. Il ricordo di alcuni ex compagni il giorno del funerale. «Mi spiace tantissimo – dichiara Anastasi – ci eravamo incontrati per la festa dei 109 anni della Juventus e lo avevo rivisto con grande piacere. Quando ero arrivato a Torino, Sandro era uno degli anziani, il capitano, ed è sempre stato per tutti un punto di riferimento. Non voleva mai perdere, era una persona speciale». Per Bettega, invece, «Billy è stato un maestro, oltre che un compagno. Spesso la domenica mattina andavamo a Messa insieme. Ho tanti ricordi personali più che calcistici, per quelli credo parli la sua carriera di campione straordinario e duttile, capace di giocare terzino come centrale con la stessa efficacia». Ricordo intenso anche da parte di colui che ha condiviso la camera, Franco Causio. «È stato mio compagno di camera quando ero arrivato alla Juventus. Ero poco più che un ragazzino e mi ha aiutato tantissimo. Parlare del calciatore mi pare superfluo; può sembrare una frase fatta, ma come persona ha rappresentato molto per me». Quindi Beppe Furino, che qualche anno più tardi ha ereditato la fascia di capitano. «Sandro per me era un punto di riferimento. Con Del Sol, Leoncini, Castano, rappresentava la vecchia guardia e quando arrivai a Torino era un serbatoio inesauribile di consigli utili e di esperienza. Con il tempo ci siamo frequentati e la sua scomparsa mi lascia molto addolorato, perché perdo un amico». Infine Morini: «Billy era un grande calciatore, un difensore con la classe di un centrocampista. Mi ha aiutato a inserirmi nel gruppo e in tanti abbiamo imparato molto da lui, anche Scirea, che prese poi il suo posto. Andavamo a caccia insieme ogni tanto, mi spiace tantissimo che se ne sia andato e voglio fare le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia». ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1985 Era un tipo smilzo, lungo lungo, magrolino, anche se di costituzione robustissima. Giocava nel grande Milan di quei tempi, assieme a Maldini, Radice, Dino Sani, Altafini, Rivera e Trapattoni: e proprio assieme all’amico Trapattoni, il grande Sandro esordì con la maglia azzurra il 10 dicembre 1960, allo Stadio San Paolo di Napoli, in occasione di un’amichevole con l’Austria. Fu l’indimenticabile Gioanin Ferrari, allora commissario tecnico, a convocarlo e a gettarlo nella mischia internazionale, perfettamente convinto delle qualità tecniche e fisiche del ragazzo. Purtroppo la prima gara coincise con una sconfitta: gli austriaci, capitanati dal grande Hannapi, riuscirono a battere (2-1) l’Italia scesa in campo nella seguente formazione: Buffon; Losi e Castelletti; Guarnacci, Salvadore e Trapattoni; Mora, Boniperti, Brighenti, Angelillo e Petris. Dopo soli 7 minuti di gioco l’Austria andò in vantaggio con l’interno Hof, poi, dopo 20 minuti di ruggente arrembaggio, gli azzurri agguantarono il pareggio per merito di Boniperti; ma all’inizio della ripresa il centravanti Kaltenbrunner siglò la rete che diede il successo agli austriaci. Sia Salvadore che Trapattoni, i due giovanissimi esordienti, si comportarono in modo eccellente, tanto è vero che entrambi furono riconfermati da Ferrari per la successiva amichevole del 25 aprile 1961 a Bologna contro l’Irlanda del Nord. In quell’incontro le cose andarono meglio, almeno per quanto riguarda il risultato: gli azzurri vinsero per 3-2, dopo un’altalena di emozionanti fasi di gioco. Al 30’ e al 55’ il bianconero Stacchini segnò per l’Italia, ma prima Dougan e poi McAdams rimisero in equilibrio le sorti della gara. Ci pensò poi Sivori a mettere a segno il goal vincente quando mancavano dodici minuti al fischio finale. Salvadore continuò ancora a giocare altre partite in Nazionale, con provenienza milanista, prima di approdare alla Juventus, evento che si verificò all’inizio della stagione 1962-63. E fu Mondino Fabbri a riproporlo in Azzurro dopo un certo periodo di assenza. L’occasione arrivò quando la Nazionale italiana dovette trasferirsi a Istanbul (27 marzo 1963) per giocare la seconda partita valevole per la Coppa Europa delle Nazioni. Fabbri mandò in campo una formazione mosaico: Vieri (Torino); Maldini (Milan) e Facchetti (Inter); Tumburus (Bologna), Salvadore (Juventus) e Trapattoni (Milan); Orlando (Roma), Puja (Vicenza), Sormani (Mantova), Corso (Inter) e Menichelli (Roma). L’Italia vinse per 1-0. Grande esibizione della coppia Salvadore-Trapattoni il 12 maggio 1963 allo Stadio di San Siro, dove fu giocata la famosa super sfida Italia-Brasile. Tutti ricorderanno come Trapattoni annullò il grande Pelé, ma non tutti sanno che Sandro Salvadore letteralmente cancellò dal terreno di gioco il temibile Coutinho, meritandosi i sinceri complimenti di Feola, il rubicondo commissario tecnico della compagine brasiliana. A Torino, acquistato dalla Juventus, il taciturno Salvadore trovò l’ambiente ideale, sia come calciatore che come uomo, e come marito della sua giovanissima sposa Anna. Torino parve immediatamente la città che faceva per lui e Sandro ci si trovò come se ci fosse addirittura nato. Lui composto, lineare, riservato, Torino composta, lineare, riservata. Sandro e Anna scelsero un appartamentino sulle prime propaggini della collina, sulla rampa che porta ai Cappuccini; le finestre si aprivano sulla collinetta, dove sorge l’abbazia, dal soggiorno si spaziava sui viali del Lungo Po, attorno calma e silenzio, davanti a casa un boschetto delle gagge, dietro la verde collina. Molti credevano che il libero della Juventus fosse un incallito introverso o un tenace solitario; ma lui si ribellava a quell’etichetta. Diceva: «Vivo così perché mi piace e per nessun altro motivo». Era, infatti, tutto sommato, un tipo socievole, in certa misura. Mi spiego: con i compagni viveva volentieri, scherzava e rideva, stava alle battute spiritose. Ma per la partita a carte o per il film visto collegialmente dopo l’allenamento, Sandro era un elemento perso. Preferiva tornarsene a casa, gli piaceva la poltrona comoda, il the bevuto con Anna, le quattro chiacchiere semplici che si possono fare leggendo il giornale o guardando la televisione. Ricordo le sue abitudini, specialmente quelle del lunedì. Era il giorno della completa evasione. Se la domenica non prendeva botte, allora il lunedì mattina saltava in macchina con la moglie e andava fuori Torino. Se si era in stagione invernale, saliva sempre a Sestriere: un’ora di sci, un’ora di sole, riposo e distensione. Non dimenticando la lettura dei giornali, al lunedì sera, quando, tornato a casa, si metteva in pantofole e si accucciava in poltrona. Questo ritratto di Sandro Salvadore non assomiglia per niente a quello che si deve fare se lo si esamina dal punto di vista atletico, sul terreno di gioco. Allora la trasformazione era completa: Salvadore era un autentico guerriero, un magnifico atleta, un giocatore che faceva sempre sentire all’avversario il peso della sua massiccia muscolatura. Colpiva di testa con incredibile precisione, con forza paurosa, una specie di ariete. Con i piedi era di un’abilità brasiliana. Ricordo che due altri giocatori juventini palleggiavano volentieri con Sandro: i due si chiamavano Sivori e Haller, due campioni inarrivabili, che con la sfera di cuoio facevano tutto quanto volevano. E Sandro Salvadore; sia ben chiaro, non era inferiore ai due. Poteva occupare qualsiasi ruolo della difesa, da terzino, a stopper, a libero. La classe (e più tardi l’esperienza) gli ha sempre consentito di esibirsi su qualsiasi platea, nazionale o internazionale, fornendo ovunque strepitosi saggi di calcio atletico e di calcio raffinato. Diventò capitano della Nazionale il 10 maggio 1963, giorno in cui l’Italia incontrò la forte rappresentativa dell’URSS allo Stadio Olimpico di Roma. L’incontro finì in pareggio (1-1), ma gli azzurri diedero prova di grande carattere e di consumata maestria, anche se la rete del pareggio venne realizzata da Rivera a un solo minuto dal fischio finale. Dal giorno in cui ebbe i gradi, Salvadore si comportò sempre da grande campione, collezionando indimenticabili successi nella sua lunga carriera. Dopo aver portato per 17 volte la fascia di capitano, dovette cederla a Facchetti. La carriera azzurra di Salvadore fu bruscamente troncata dal commissario tecnico Ferruccio Valcareggi che credette di individuare in due sfortunate autoreti del libero azzurro la causa di una mancata vittoria sugli iberici. Gli Azzurri erano andati in vantaggio con Anastasi all’11’ e avevano raddoppiato con Riva al 18’; poi, nel giro di due disgraziatissimi minuti, dal 23’ al 25’, ecco gli autogol di Salvadore. E la fine, brusca e immeritata, di una magnifica carriera con la maglia azzurra! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/sandro-salvadore.html
  9. SANDRO SALVADORE https://it.wikipedia.org/wiki/Sandro_Salvadore Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 29.11.1939 Luogo di morte: Asti Data di morte: 04.01.2007 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 74 kg Nazionale Italiano Soprannome: Old Billy Alla Juventus dal 1962 al 1974 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 19.05.1974 - Serie A - Vicenza-Juventus 0-3 450 presenze - 17 reti 3 scudetti 1 coppa Italia Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Sandro Salvadore (Milano, 29 novembre 1939 – Asti, 4 gennaio 2007) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Già due volte campione d'Italia con la maglia del Milan, divenne in seguito un «simbolo» della Juventus, club con cui vinse altri tre Scudetti fino a diventarne capitano; ruolo, quest'ultimo, ricoperto anche nella nazionale italiana, con la quale si laureò campione d'Europa nel 1968. Sandro Salvadore Salvadore con la maglia dell'Italia Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex libero) Termine carriera 1974 - giocatore Carriera Giovanili 1955-1958 Milan Squadre di club 1958-1962 Milan 72 (1) 1962-1974 Juventus 450 (17) Nazionale 1960 Italia olimpica ? (?) 1960-1970 Italia 36 (0) Carriera da allenatore 19??-19?? Juventus Giovanili 1979-1980 Casale 19??-19?? Ivrea Palmarès Europei di calcio Oro Italia 1968 Biografia Nato in una famiglia operaia del milanese, prima di intraprendere l'attività calcistica a tempo pieno lavorò in giovane età come falegname. Si diede il soprannome Billy in virtù della sua ammirazione per Billy Wright, centromediano della nazionale inglese nel corso degli anni 1940 e 1950. Convolò a nozze il 19 novembre 1962, il giorno dopo il suo primo Juventus-Milan da giocatore bianconero: «mi sono sposato con l'occhio nero per una gomitata di Altafini. Mi hanno messo il fondotinta per nascondere la botta». Dal matrimonio ebbe tre figlie e dieci nipoti. Una volta uscito dal mondo del calcio, si dedicò alla conduzione di un'azienda agricola ad Asti, divenendo un piccolo produttore vinicolo. L'ultima apparizione pubblica fu a Torino, il 1º novembre 2006 allo stadio Olimpico, nel corso delle celebrazioni per il centonovesimo anniversario della Juventus. Morì a sessantasette anni nella sua casa di Castiglione, una frazione dell'astigiano, nella notte fra il 3 e il 4 gennaio 2007, a causa di un arresto cardiaco. Caratteristiche tecniche Giocatore Salvadore in elevazione durante una partita tra Juventus e Sampdoria «Difensore a tutto tondo», debuttò come libero, ruolo che interpretò per larga parte della sua carriera, comandando le difese grazie al suo temperamento; col tempo venne schierato con successo anche come terzino o stopper. Dotato sul piano tecnico e fisico, si mostrò inoltre avvezzo al gol grazie alle sue frequenti sortite offensive. Fu suo malgrado il primo calciatore italiano a finire nell'occhio della magistratura ordinaria per la sua condotta di gara: all'inizio del 1962, da tesserato milanista, la pretura di Bari lo rinviò a giudizio e poi condannò a una multa di 50 mila lire per l'intervento che, il precedente 25 dicembre 1960, aveva provocato la frattura del menisco al rivale barese Conti. Carriera Giocatore Club Milan Salvadore agli esordi (in piedi, terzo da sinistra) nel Milan scudettato della stagione 1958-1959 Crebbe calcisticamente nel Milan, compagine della sua città, dove entrò sedicenne nelle file delle giovanili insieme all'altra promessa Giovanni Trapattoni; dal fisico inizialmente minuto e deperito, Salvadore venne preso sotto l'ala protettiva di Gipo Viani, appena divenuto direttore tecnico dei rossoneri, il quale si adoperò perché il ragazzo, dapprima scartato proprio per la sua gracile costituzione fisica, venisse ugualmente aggregato al vivaio: «Viani disse all'allenatore: "questo qui per quindici giorni lo facciamo mangiare da noi, poi lo riproviamo e vediamo". Venni portato al Milan e per due settimane mi nutrirono loro, pranzo e cena. Riprovai. Mi presero. Due anni dopo ero in Serie A». Esordì nel ruolo di centromediano della squadra meneghina nel campionato 1958-1959, scendendo in campo per la prima volta il 21 settembre 1958. Così ricordò il suo primo contratto da professionista: «abbiamo litigato un po', Viani e io, poi lui mi ha detto: "ti do il doppio di quello che guadagna tuo padre alla Pirelli". Lo dissi al mio papà che non ci pensò due volte: "ma firma, dai! Guadagni il doppio di me e invece di lavorare quarantott'ore alla settimana devi solo giocare a pallone". Firmai». Salvadore (a destra) in maglia rossonera con un giovane Trapattoni. Titolare dopo due stagioni, sotto alla Madonnina conquistò due Scudetti, alla stagione d'esordio e nell'ultima disputata coi rossoneri, quella del 1961-1962. Tuttavia, emersero ben presto i problemi tattici circa un dualismo con Cesare Maldini: con caratteristiche molto simili sia sul piano del gioco che dei movimenti in campo, entrambi ambivano al ruolo di libero nella formazione milanese. L'allenatore Viani privilegiò il più esperto Maldini, relegando di conseguenza il più giovane Salvadore a compiti di marcatura che però non lo esaltavano, sentendosi lui stesso non adatto al ruolo. La difficile convivenza tra i due venne risolta dalla società nell'estate 1962 quando, destando non poco clamore, Salvadore fu ceduto a sorpresa alla Juventus nell'ambito di uno scambio di mercato con l'ala Mora: «ero stato ai mondiali in Cile e al termine, con il Milan, avevamo una tournée in Sudamerica. Stavo per entrare in campo a Buenos Aires quando è arrivato il cablo con la notizia dello scambio tra me e Mora. Fu Rocco a dirmelo: "guarda non puoi giocare, non sei più dei nostri. Sei della Juve"». Viani, colui che a suo tempo aveva dato fiducia al sedicenne Salvadore, motivò la cessione: «avevamo due paia di pantaloni, Salvadore e Maldini, ne abbiamo dato via uno in cambio di una giacca, Mora. Adesso disponiamo di un vestito completo». Parole che non vennero accolte di buon grado dal fresco ex rossonero: «il ragionamento funzionerebbe, se non fosse che si è tenuto i pantaloni vecchi. Poteva tenersi quelli nuovi da abbinare alla giacca nuova, così avrebbe avuto un vestito veramente bello». Lasciò la sua squadra d'origine dopo quattro annate e 72 incontri in massima serie. Juventus 1962-1969 Salvadore con la casacca della Juventus durante gli anni 1960 All'ombra della Mole, il nuovo acquisto divenne immediatamente titolare, andando a fare coppia nella retroguardia juventina con Ernesto Castano. Questo sino alla stagione 1964-1965 quando arrivò a Torino il tecnico Heriberto Herrera, profeta del credo tattico del movimiento, con cui il difensore non ebbe inizialmente un buon rapporto. L'allenatore paraguaiano volle riproporlo in marcatura fissa sull'avversario, come nell'esperienza milanista; Salvadore si ribellò apertamente a questa scelta, tanto da finire relegato fuori dall'undici titolare quando invece, contemporaneamente, in nazionale il CT Fabbri lo considerava un elemento inamovibile. Tempo dopo ebbe a dire sull'episodio: «è un po' anacronistico dirlo in tempi in cui tutti contestano e, come vanno in panchina, fanno intervenire il procuratore e, magari anche l'avvocato. Comunque, il tempo mi diede ragione». Al termine di quel tribolato campionato, in cui raggranellò appena nove gettoni di presenza, arrivò comunque la prima e unica Coppa Italia del giocatore, vinta dalla Juventus a spese della Grande Inter. Nelle due annate seguenti il rapporto tra Salvadore e HH2 andò a migliorare pur se, nonostante la riconquista del posto in squadra, non poté comunque esprimersi nel ruolo a lui più congeniale di regista difensivo. Nel torneo 1966-1967 il difensore si cucì sul petto il suo terzo Scudetto, il primo di marca bianconera, giunto nel settantennio della società torinese e rimasto nella memoria collettiva per il sorpasso in dirittura d'arrivo sull'Inter, maturato proprio nell'arco dei novanta minuti finali. 1969-1974 Salvadore guida in campo da capitano i compagni di squadra nell'ultimo turno del campionato 1971-1972, che sancì il 14º Scudetto bianconero. All'inizio della stagione 1969-1970, complice il precoce declino fisico del coetaneo Castano, ereditò dal compagno di reparto la fascia di capitano della Juventus e, soprattutto, tornò nuovamente a vestire i panni del libero; in campionato, dopo un avvio disastroso, i piemontesi risalirono la china e diedero filo da torcere al Cagliari di Riva ma, nello scontro diretto di Torino del 15 marzo, proprio un dubbio fallo di Salvadore ai danni di Rombo di tuono, fischiato da Lo Bello, permise ai sardi di pareggiare 2-2 e di rintuzzare gli attacchi juventini nei confronti dell'ormai prossimo titolo rossoblù. Nei primi anni 1970, Salvadore guidò comunque in campo i bianconeri alla riconquista dello Scudetto, arrivato per due volte nei campionati 1971-1972 e 1972-1973; nell'ultima stagione contribuì inoltre al raggiungimento della prima finale di Coppa dei Campioni nella storia della Juventus, persa a Belgrado contro gli olandesi dell'Ajax, che rimarrà per il giocatore il più grande rimpianto sportivo: «eravamo arrivati vicinissimi ormai a quella coppa, troppo vicini. Potevamo fare di più ma purtroppo proprio in quella grande occasione la sorte ci voltò le spalle». Salvadore tra il compagno di squadra Spinosi e Hector del Derby County nella semifinale di andata della Coppa dei Campioni 1972-1973 Il difensore aveva già conquistato coi piemontesi due finali europee, entrambe di Coppa delle Fiere, quella dell'edizione 1964-1965, che tuttavia saltò poiché impegnato con gli azzurri, e l'ultima nella storia della manifestazione, nell'annata 1970-1971, entrambe dall'epilogo amaro per mano, rispettivamente, dei magiari del Ferencváros e degli inglesi del Leeds Utd; sempre nel 1973, altra delusione sarà rappresentata dalla Coppa Intercontinentale, cui la Juventus partecipò per la rinuncia degli ajacidi, persa contro gli argentini dell'Independiente. Salvadore rimase un baluardo della difesa bianconera per dodici stagioni, collezionando 450 presenze (331 in A, 56 in Coppa Italia, 65 in Europa e 1 in Intercontinentale) e 17 reti (15 in A, e 1 a testa in Coppa Italia e in Coppa delle Fiere), vincendo tre Scudetti e una coppa nazionale: «avessero dovuto pagarmi a gettone, sarei costato un patrimonio alla società». È riconosciuto dal club piemontese come uno dei giocatori più importanti della sua storia, omaggiato dal 2011 nella Walk of Fame bianconera allo Juventus Stadium, nonché tra i migliori interpreti juventini del ruolo di libero assieme a Gaetano Scirea, proprio colui a cui Salvadore passò simbolicamente il testimone e la casacca numero sei dopo il ritiro avvenuto al termine del campionato 1973-1974. Nazionale Debuttò in maglia azzurra nel 1960, disputando con la nazionale olimpica il torneo calcistico dei Giochi di Roma 1960, in una nidiata di giovani promesse che comprendeva anche Bulgarelli, Rivera e Trapattoni. Esordì poi con la rappresentativa maggiore il 10 dicembre dello stesso anno, nell'amichevole di Napoli contro l'Austria persa 1-2. Nel corso degli anni 1960, con l'Italia prese parte al campionato del mondo 1962 in Cile e al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, in quest'ultimo caso coi gradi di capitano che aveva sfoggiato per la prima volta il 10 maggio 1963, in una sfida contro l'Unione Sovietica (1-1) giocata a Roma e valevole per le qualificazioni al campionato d'Europa 1964. Salvadore (a destra) nell'Olimpica, in contrasto su Brown del Regno Unito nel corso del torneo di Roma 1960. Dopo un biennio di mancate convocazioni, in cui dovette peraltro cedere la fascia a Facchetti, Salvadore ritornò a vestire i colori nazionali in occasione della fase finale del campionato d'Europa 1968 che si disputò in Italia, vincendo l'alloro continentale; non presente nell'undici titolare che l'8 giugno affrontò la finale con la Jugoslavia, terminata 1-1 dopo i tempi supplementari (all'epoca non erano previsti i tiri di rigore), riconquistò il posto due giorni dopo in occasione della ripetizione, vinta stavolta 2-0 dagli azzurri: «il commissario tecnico capì di aver sbagliato qualcosa e corresse la formazione, azzeccando le mosse giuste, dal sottoscritto in difesa, al tandem Riva-Anastasi in attacco. I goal di Gigi e Pietruzzu ci diedero il trionfo. Una notte magica, indimenticabile, con lo stadio Olimpico e l'Italia in delirio». In totale, fino al 1970 vestì per 36 volte la casacca della rappresentativa maggiore, di cui 17 con la fascia al braccio. Nello stesso anno pose bruscamente fine alla sua esperienza in azzurro, quando in Spagna-Italia (2-2) del 21 febbraio a Madrid, incappò in due autoreti nel giro di due minuti (23' e 25'): «il giorno più brutto della mia carriera. In realtà, feci solo un autogoal, sull'altro non toccai il pallone, ma me lo attribuirono lo stesso». La negativa prova gli precluse, di fatto, la partecipazione al campionato del mondo 1970 in Messico, escluso dal commissario tecnico Valcareggi che gli preferì, ironia della sorte, l'autogoleador per antonomasia Niccolai. Rimase quella, per Salvadore, l'ultima presenza in Nazionale. Salvadore (in piedi, primo da sinistra) con l'Italia scesa in campo nella vittoriosa finale del campionato d'Europa 1968 Ebbe globalmente, per diversi motivi, un rapporto complicato con la maglia azzurra, che tuttavia cercò sempre e orgogliosamente d'indossare: «effettivamente la nazionale è qualcosa di più del campionato a patto però che il risultato sia legato ad un traguardo. Le amichevoli, insomma, non mi andavano. Io raggiunsi il massimo del rendimento proprio quando i responsabili della nazionale si dimenticarono di me». Allenatore Dopo il ritiro dall'attività agonistica, lavorò per qualche anno come allenatore nel vivaio della Juventus, avendo in seguito anche delle brevi esperienze sulle panchine semiprofessionistiche di Casale e Ivrea. Negli anni 1990 svolse poi il ruolo di tecnico per formazioni giovanili della provincia astigiana. Palmarès Giocatore Club Da sinistra: Salvadore festeggia con Favalli e l'allenatore Heriberto Herrera la vittoria dello Scudetto 1966-1967. Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Milan: 1959, 1960 Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Milan: 1958-1959, 1961-1962 - Juventus: 1966-1967, 1971-1972, 1972-1973 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Oltre dieci presenze in Nazionale» — Roma, 1966. Medaglia d'argento al valore atletico «Campione europeo» — Roma, 1968.
  10. PAULO AMARAL Gunnar Gren, poi Parola nella stagione 1961-62 – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero –finita con la Juventus al dodicesimo posto. Si impone un cambio tecnico: Boniperti va a Rio e convince (facilmente) l’allenatore del Vasco de Gama, che era già stato al Botafogo, a venire a Torino.Paulo Amaral, fisico da marine, uno sfregio in viso che ne accentuava l’aspetto da duro (mai ha voluto raccontare il perché di quella cicatrice), una moglie esuberante (la signora Florinda) che si piccava di sapere di football, portava un «credo» che sorprendeva chi pensava al Brasile come a una terra calcistica di giocolieri e fantasisti. Amaral parlava invece di lavoro, di impiego, di professionalità e di abnegazione. E lavorava anche lui sul campo. Per seguire meglio certi esercizi dei suoi, saliva con balzi da gatto sulla porta, per sedersi sull’incrocio dei pali. Al Botafogo aveva avuto in cura campioni quali Garrincha e Nilton Santos, Zagalo e Didì, ma aveva anche preparato i pugili dilettanti del club.I bianconeri imparavano presto a faticare, con Amaral. E la Juve finì il campionato ‘62-63 al secondo posto, e, pure se il distacco dall’Inter campione era sensibile, il passo avanti rispetto al recente passato era da applausi, per allenatore e giocatori. Naturalmente, dopo il secondo posto l’ambiente chiedeva la vittoria. Ma la stagione ‘63-64 non rispettava le attese. Amaral il duro aveva incomprensioni con alcuni atleti, soprattutto con quelli che non amavano il suo tipo di preparazione. Quando alcuni giornalisti cominciarono a chiamarlo «il ginnasiarca» in senso ironico, si capì che Amaral non sarebbe durato molto. L’uomo di Rio non finì neppure il campionato. Gli subentrò Eraldo Monzeglio che riscaldò la panchina per Heriberto Herrera, mentre la squadra finiva il campionato al quarto posto alla pari con la Fiorentina.Il distacco dalla Juve fu brusco. Vittorio Pozzo, su «La Stampa» diede al partente Amaral un saluto che valse da riconoscimento alle qualità di un uomo, e di un tecnico, magari difficile da capire, ma di sicuro valore: «Saluto in Amaral una persona seria, una persona a modo. Faceva quello che riteneva fosse suo dovere di fare, con grande impegno, con un senso di onestà profondo, con uno spirito che aveva in sé qualche cosa di religioso quasi. Io non andavo d’accordo con qualcuno dei principi tecnici che egli professava. Il che non vuole dire proprio nulla. Nel giuoco del calcio, ogni linea direttiva ed ogni particolare rappresenta una materia opinabile. Lui aveva le sue idee, ed io avevo le mie, ma io rispettavo ed ammiravo l’uomo che, nella applicazione delle sue, metteva tanta abnegazione e tanta dirittura. Era venuto in Italia con certe teorie piantate fisse, come dei chiodi nel cranio. Non sapeva che, nel paese nostro, molte cose sono cambiate in questi ultimi anni, anche e specialmente nel giuoco della palla rotonda. In tema organizzativo, non poteva soffrire, per esempio, che subito dopo di un incontro i giornalisti invadessero gli spogliatoi e volessero che tutto quello che stava nell’animo e nel cervello dell’allenatore e dei giocatori si riversasse sulle cartelle che essi dovevano scrivere. In parte, anche in gran parte, io avendo vissuto a lungo nei panni suoi, aderivo a questi suoi principi. Quante volte mi ero trovato, dopo di una partita perduta, a dire ai giocatori: ‘Ragazzi, non ne parliamo più, per oggi, non diciamo parole che domani dovremo forse dichiararci pentiti di aver detto. Ne riparleremo domani, fra di noi soli’. Quante situazioni delicate nascono, durante un incontro movimentato, che hanno bisogno di riservatezza assoluta perché non degenerino in crisi di squadra o di società. Ora il silenzio viene definito come un impedimento al lavoro da parte di certuni. Il silenzio fa dei nemici! Certi atteggiamenti e certe sfumature a parte, una piccola solidarietà intima, io la sentivo per queste linee direttive. Nell’accettare senza discussioni l’ordine che lo destituiva dalla carica, Amaral ha dato prova di una serenità e di una correttezza, che ha meravigliato tante persone che il Brasile ed i suoi abitanti conoscono soltanto superficialmente. Ha accettato, non ha recriminato. È uscito anzi in una frase che riflette la situazione: ‘Noi allenatori, dobbiamo sempre aspettarcele, certe decisioni’. Proprio così. Ed a me viene in mente Quante volte nell’accomiatarmi dai giocatori che avevano diviso con me soddisfazioni e fatiche, dicevo loro: ‘Ragazzi, non lasciatevi attrarre dal miraggio di diventare un giorno allenatori d’una squadra. È la peggiore delle professioni, perché ognuno si crederà allora in diritto di comandarvi. Cercatevi un mestiere borghese, mentre siete in tempo’. La situazione di Amaral era un po’ che maturava. Ora egli se ne va, perché certi problemi devono essere risolti. Ma vorrei che, andandosene, sappia che qualcuno che lo ha seguito da lontano, anche non sempre approvandolo, lo apprezza e lo stima. Era un uomo che camminava diritto. Vorrei fare mie le parole di un suo giocatore, Castano, che disse: ‘Una persona onesta come Amaral non la conoscerò mai più’». VLADIMIRO CAMINITICon la specchiante vigoria del suo fisico faceva la ginnastica lui per i giocatori al campo «Combi», tra risatine e motteggi dell’arruffato sonnolento nume Sivori (che non si divertiva essendosi già divertito troppo). Amaral schierò la difesa con due stopper centrali, predicando la strategia del Brasile, gioco per l’attacco e non viceversa. Ebbe il merito di insegnare lavoro ai nostri divi in poltrona, i quali dicevano: sì mister, bene mister, ma se ne fregavano. Il gioco della squadra era difficile, come la vita di don Paulo angustiato dalla moglie nostalgica. Così fu sostituito da un allenatore passatista che telefonava a casa di Sivori e s’informava con prudenza: oggi, signor Sivori, con questa bell’arietta, viene a fare una corsettina al campo «Combi»? Al cancello del «Combi» un mattino fu appeso un cartello: chiuso per restauri. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/paulo-amaral.html
  11. PAULO AMARAL https://it.wikipedia.org/wiki/Paulo_Amaral Nazione: Brasile Luogo di nascita: Rio de Janeiro Data di nascita: 18.10.1923 Luogo di morte: Rio de Janeiro Data di morte: 01.05.2008 Ruolo: Allenatore Altezza: 198 cm Peso: - Soprannome: Sergente di ferro Allenatore della Juventus dal 1962 al 1963 43 panchine - 25 vittorie - 9 pareggi - 9 sconfitte Paulo Lima Amaral (Rio de Janeiro, 18 ottobre 1923 – Rio de Janeiro, 1º maggio 2008) è stato un allenatore di calcio e calciatore brasiliano, di ruolo centromediano. Fu il primo a schierare la difesa a zona nel calcio italiano allenando alla Juventus nella stagione 1962-63. È morto nel 2008, poco dopo essere rientrato in Brasile, a Copacabana, dove viveva da anni, all'età di 85 anni. Paulo Amaral Amaral alla Juventus nel 1963 Nazionalità Brasile Calcio Ruolo Allenatore (ex centromediano) Termine carriera 1948 - giocatore 1978 - allenatore Carriera Squadre di club 1943-1946 Flamengo 18 (1) 1947-1948 Botafogo ? (?) Carriera da allenatore 1951-1958 Botafogo 1958 Brasile Prep. atletico 1959-1961 Botafogo 1962 Brasile Prep. atletico 1962 Vasco da Gama 1962-1963 Juventus 1964 Corinthians 1964 Genoa 1966 Atlético Mineiro 1966 Brasile Assistente 1967-1968 Bahia 1970 Fluminense 1971 Vasco da Gama 1971-1972 Porto 1973 Botafogo 1973 Paraguay 1974-1975 America-RJ 1976 Botafogo 1976-1977 Remo 1978 Al-Hilal Carriera Paulo Lima Amaral fu il famoso preparatore atletico della spedizione della nazionale di calcio brasiliana vincitrice dei campionati mondiali di calcio di Svezia 1958 e Cile 1962. Con i suoi metodi di allenamento (era detto il "sergente di ferro") consentì alla squadra carioca di superare quei limiti atletici e disciplinari che probabilmente ne avevano frenato i successi nei decenni precedenti. Gigantesco, alto quasi due metri, negli anni quaranta aveva giocato senza grande successo come centromediano nel Flamengo e nel Botafogo. Nel 1953 conseguì il diploma di insegnante di educazione fisica e preparatore atletico. Considerato per i suoi metodi di preparazione atletica un perfetto ginnasiarca, incuriosiva all'epoca la sua testa completamente rasata. Amaral (a destra) durante la sua esperienza sulla panchina juventina, a colloquio con del Sol in una pausa di allenamento al Campo Combi. Divenne ben presto uno dei migliori preparatori atletici brasiliani, tanto che Vicente Feola lo volle nel team della nazionale di calcio brasiliana nel campionati mondiali di calcio di Svezia 1958. I risultati furono eccellenti, tanto che Amaral assunse un paio d'anni dopo la guida del quotato club del Botafogo, pur continuando a svolgere l'attività di allenatore atletico della nazionale. Straordinariamente prestante, salvò quasi da solo i giocatori della nazionale carioca, aggrediti dagli avversari uruguayani nel corso di una infuocata sfida in Argentina per il Campionato del Sudamerica nel 1959. Come trainer, privilegiava il gioco a zona e applicava l'ardito schema 4-2-4, che si trasformava in 4-3-3 in fase difensiva. I suoi metodi innovativi suscitarono grande interesse, tanto che Amaral fu ingaggiato come trainer nel campionato italiano di Serie A dalla Juventus che allenò con alterne fortune dal 1962 all'ottobre 1963, quando fu rilevato da Eraldo Monzeglio. In seguito in Italia tornerà ad allenare brevemente il Genoa dell'era post-Meroni (nel 1964, per otto partite, dopo essere subentrato a Beniamino Santos, morto in un incidente stradale). In Italia, in 46 partite in panchina in Serie A ha totalizzato 22 vittorie, 11 pareggi e 13 sconfitte. Si trasferì poi in Brasile, dove riprese ad allenare varie squadre di prima divisione e svolse il ruolo di preparatore atletico della spedizione della nazionale di calcio brasiliana nel campionati mondiali di calcio di Inghilterra 1966. Successivamente in Brasile allenò numerose squadre tra le quali l'Atletico Mineiro e il Fluminense, con il quale conquistò il titolo brasiliano nel 1970. Si recò più tardi in Portogallo per allenare il Porto fra il 1971 e il 1972, e in seguito in Paraguay per allenare la nazionale. Tornato brevemente in patria, concluse la sua carriera in Arabia Saudita, a Riyad, con la squadra dell'Al-Hilal, nel 1978. Palmarès Giocatore Competizioni statali Campionato Carioca: 3 - Flamengo: 1943, 1944 - Botafogo: 1948 Torneio Início do Rio de Janeiro: 1 - Botafogo: 1947 Allenatore Club Competizioni statali Campionato Carioca: 1 - Botafogo: 1957 Campionato Baiano: 1 - Bahia: 1967 Taça Guanabara: 1 - America RJ: 1974 Campionato Paraense: 1 - Remo: 1977 Competizioni nazionali Torneo Roberto Gomes Pedrosa: 1 - Fluminense: 1970
  12. VITTORE CATELLA Presidente della Juventus dal 1962 al 1971 – scrive Fabio Vergnano su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – l’ingegner Vittore Catella ha sempre avuto lo sport nel sangue. Non come semplice tifoso, ma come sportivo praticante. Atletica, rugby e pallacanestro, le sue discipline favorite, senza dimenticare che nel ‘33 e nel ‘37 partecipò ai Giochi mondiali universitari di bob. Poi la grande passione per il volo. Pilota militare durante la guerra, Catella divenne successivamente collaudatore Fiat. Nel ‘52 fece volare il primo aereo a reazione costruito in Italia: un Fiat G80. Proseguì poi la sua attività in seno all’azienda torinese come direttore presso la Divisione Aviazione, senza però mai lasciare l’ambiente sportivo. Nel ‘58 assunse la carica di delegato provinciale del CONI e successivamente di delegato regionale. Catella divenne a sorpresa dirigente della Juventus. Racconta che fu un quotidiano torinese ad informarlo un giorno di essere uno degli «uomini nuovi» della società bianconera e quel giorno stesso l’assemblea dei soci lo nominò vicepresidente. Dopo qualche mese Umberto Agnelli lasciò la presidenza ed a sostituirlo fu proprio Catella. Un incarico gravoso, anche perché Catella era deputato e divideva le sue giornate tra il Parlamento e la sede juventina. Erano anni difficili per la Juve. Catella divenne presidente alla fine di un ciclo fortunato: ma dopo non c’erano più Boniperti e Charles, Sivori era ormai in fase calante. La squadra insomma era da ricostruire e non era certo impresa da poco se si considera il particolare momento politico del Paese, gli scioperi, le serrate. Catella doveva rifondere senza spendere o, almeno, senza sprecare denaro. Suoi collaboratori più stretti, Amerio e Giordanetti e per qualche tempo anche Felice Borel, che dal neopresidente ebbe poi il compito di dirigere il mensile «Hurrà Juventus». Come presidente, Catella si trovò così a gestire una Juventus di valore non eccelso, una squadra che si preoccupava di restare a galla nelle prime quattro-cinque posizioni della classifica, senza avere ambizioni di scudetto. In quel periodo invece Inter e Milan si passavano il bastone del comando ed alla Juve restavano le briciole. Durante la presidenza Catella arrivarono «solo» uno scudetto ed una Coppa Italia. Quando i clubs calcistici divennero società per azioni, Catella preferì lasciare il vertice della società. Ricorda: «A quel punto ero responsabile di fronte alla legge italiana e non solo nei confronti della famiglia Agnelli». Alla Juventus arrivò quindi un amministratore delegato, un certo... Giampiero Boniperti che prima affiancò Catella, poi ne prese il posto. Il neo presidente volle al suo fianco Italo Allodi, con il quale gettò le basi della Juventus nuovo corso. E finché restò presidente Catella ebbe il grande merito di riuscire a non farli litigare. Certo, il compito di Catella non fu semplice, aldilà delle difficoltà di carattere economico a cui si accennava. Per lunghi anni le frontiere rimasero chiuse e dopo lo spagnolo Del Sol ed il misterioso brasiliano Miranda, uomo dal tiro-bomba, il presidente non riuscì più ad attingere sul mercato estero. Arrivarono anche Haller e Cinesinho, ma giocavano già in Italia. Eppure questa Juve a volte traballante, a volte capace di imprevedibili impennate, vinse uno scudetto al termine del campionato 1966-67. Alla guida della squadra c’era Heriberto Herrera, l’uomo del «movimiento», che portò la Juve alla vittoria proprio all’ultima giornata. Ricorda Catella: «Io credevo nello scudetto, ma pensavo che l’avremmo conquistato battendo 1’Inter in uno spareggio. Ricordo bene quel campionato, perché a Roma contro la Lazio l’arbitro De Marchi non vide un gol di De Paoli. Io mi arrabbiai molto, non tanto per l’episodio in sé, quanto perché anche successivamente il direttore di gara non volle riconoscere il proprio errore». Vittore Catella in tempi successivi portò alla Juve, tra gli altri, giocatori diventati poi cardini della squadra come Haller, Benetti, Causio e Bettega. Ad ognuno di essi sono legati episodi buffi o curiosi. Tutti ricorderanno, per esempio, che Anastasi giocò una partita con la maglia dell’Inter, che credeva di averlo già fatto suo, mentre Catella definiva l’acquisto del giocatore con i dirigenti del Varese. Molto astuta la clausola imposta per il prestito di Bettega al Varese: meno partite giocate, più soldi da pagare. Anche la cessione di Sivori al Napoli ha un retroscena. Fu Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, a trattare il giocatore con l’armatore Achille Lauro, che in cambio si impegnava ad acquistare dalla Fiat un certo numero di motori per navi. La vita di un presidente di calcio è piena di episodi di questo tipo. Catella, per esempio, visse in prima persona anche il «caso» Meroni. L’acquisto del giocatore granata era già stato perfezionato sulla base di 400 milioni, poi i tifosi granata si ribellarono alla cessione e tutto sfumò. Ricorda Catella: «Ne parlai con l’avvocato Agnelli, e gli dissi chiaro: se lo prendiamo facciamo una brutta figura, se non lo prendiamo diranno che lei è avaro. A noi in ogni caso va male». In conclusione Meroni restò al Torino e per la stessa cifra divenne bianconero Simoni. Non poche le delusioni. Catella ammette ancora oggi di aver sbagliato tutto ingaggiando Carniglia come allenatore. «Mi fidai delle referenze portatemi da un giornalista» spiega, e ricorda come Zigoni e Volpi furono i due giocatori sui quali avrebbe scommesso qualsiasi cifra e che invece, per diversi motivi, alla Juventus non sfondarono. Oggi il calcio per Catella è ancora una passione genuina, senza faziosità esasperata. La Juve resta nel suo cuore, ma lui non si sente un tifoso nel senso negativo della parola. «Una sconfitta non deve mai essere un dramma» ama ripetere da autentico uomo di sport, e non teme di sembrare fuori del tempo. VLADIMIRO CAMINITI Catella, un ottimista temprato nei rischi dell’amor di Patria. Le guerre combattute, non chiacchierate. Due medaglie d’argento, tre di bronzo, cinque croci di guerra. Volare è una passione. Ufficiale superiore dell’Aeronautica collauda per anni apparecchi militari presso il centro sperimentale di Guidonia, Nel 1941 viene assegnato alla ditta Piaggio dove mette a punto il più grande apparecchio italiano, il quadrimotore P.108. Nel 1942 entra alla Fiat come capo pilota presso la Aeronautica d’Italia. Ventisette nuovi prototipi vengono da lui collaudati, tra i quali il primo aeroplano italiano a reazione costruito nel dopoguerra, il G.80. Liberale. Come presidente bianconero, lascia ricordi di puntualità e di eleganza, di cultura e di dinamismo. Fa tante cose nel modo di chi sa apprezzare il tempo speso per gli altri e per lo sport. Uomo pieno di vitalità. Culmina con lui la storia dei presidenti juventini festevoli oratori. E forse li sbaraglia tutti. In tempi della Juve aridi e difficili con la sua tempra vivace e fantasiosa illude i tifosi che nulla sia cambiato, che mai nulla possa cambiare in questa famiglia chiamata Juve. «Avevo dodici anni, inforcavo la bicicletta e filavo in piazza d’Armi nuova a vedermi la Juventus... Mio papà era professore di pedagogia, entusiasta ed appassionato di sport, nella cui forza educativa fermamente credeva. Io presi da lui, presto mi concentrai sugli ideali, ero e sono un romantico. Ho combattuto sempre con fede ed entusiasmo, e non me ne pento. Naturalmente, ho saputo adeguarmi ai tempi mutati per restare al passo. Bisogna vivere nel presente e non nel passato. La vita è ogni giorno piena di novità...». Uomo giovanile anche sui settant’anni, continua a salire e scendere dagli aerei, ad accettare cariche ed a tenere prolusioni ufficiali. Un po’ più brizzolato, un po’ più stanco, ma sempre lucido e fidente. «Abbiamo ingaggiato Heriberto per il suo carattere. Io e Giordanetti abbiamo trattato con una decina di allenatori prima di scegliere lui. Anche Munoz scartammo. E la scelta è stata azzeccata. Con Heriberto la Juventus ha camminato. Uomo con tanta passione. Ha creato la Juventus del collettivo, prima è stato lui, poi il mio successore Boniperti. Quanto a me, sono soddisfatto del mio periodo di presidenza. Si è lavorato e lottato, si è vinto uno scudetto sudato e sofferto. Ci mancavano tre fuoriclasse all’attacco per sbaragliare anche l’Inter. Ma il nostro collettivo lavorava di più in campo e non temeva confronti sul piano della serietà professionale». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/vittore-catella.html
  13. VITTORE CATELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Vittore_Catella Nazione: Italia Luogo di nascita: Trivero (Biella) Data di nascita: 15.06.1910 Luogo di morte: Torino Data di morte: 16.06.2000 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1962 al 1971 382 partite - 179 vittorie - 125 pareggi - 78 sconfitte 1 scudetto 1 coppa Italia Vittore Catella (Trivero, 15 giugno 1910 – Torino, 16 giugno 2000) è stato un ingegnere, politico e dirigente sportivo italiano, che combatte durante la guerra d'Etiopia e la seconda guerra mondiale venendo decorato con due Medaglie d'argento e tre di bronzo al valor militare e cinque Croci al merito di guerra. Fu presidente della Juventus dal 1962 al 1971. Vittore Catella Da sinistra: i calciatori Salvadore e Crippa a colloquio con Vittore Catella, presidente della Juventus, e il consigliere Giordanetti nell'estate 1962. Deputato della Repubblica Italiana Legislature IV, V, VI Gruppo parlamentare Partito Liberale Italiano Collegio Torino Incarichi parlamentari IV componente della X commissione trasporti (1º luglio 1963 - 4 giugno 1968) componente della commissione parlamentare sul disastro del Vajont (30 luglio 1964 - 4 giugno 1968) V componente della VI commissione finanze e tesoro (10 luglio 1968 - 24 maggio 1972) VI presidente della X commissione trasporti (11 luglio 1972 - 10 luglio 1974) componente della X commissione trasporti (25 maggio 1972 - 4 luglio 1976) componente della XIII commissione lavoro e previdenza sociale (30 giugno 1972 - 7 luglio 1973) Sito istituzionale Dati generali Partito politico Partito Liberale Italiano Titolo di studio Laurea in ingegneria Professione Ingegnere Vittore Catella Nascita Trivero, 15 giugno 1910 Morte Torino, 16 giugno 2000 Dati militari Paese servito Italia Italia Forza armata Regia Aeronautica Aeronautica Militare Specialità Bombardamento Grado Tenente colonnello Guerre Guerra d'Etiopia Guerra di Spagna Seconda guerra mondiale Biografia Biellese, sportivo molto attivo, giocò a rugby, e praticò l'atletica leggera e la pallacanestro; nel 1933 e nel 1937 partecipò ai Giochi mondiali universitari di bob. Appassionatosi al mondo dell'aviazione, dopo aver conseguito la laurea in ingegneria, si arruolò nella Regia Aeronautica come ufficiale di complemento. Con il grado di tenente prese parte alla guerra d'Etiopia in forza alla 1ª Squadriglia Somala Ricognizione Terrestre, al comando del capitano Gastone Gorelli, equipaggiata con 9 IMAM Ro.1. Rientrò in Italia decorato con due Medaglie di bronzo al valor militare. Partì poi per combattere nella guerra civile spagnola, assegnato alla 230ª Squadriglia B.T. equipaggiata con i Fiat BR.20 Cicogna, venendo decorato con una Medaglia d'argento e una di bronzo al valor militare. Partecipò alla seconda guerra mondiale come ufficiale pilota, e per un'azione di bombardamento effettuata su Gibilterra nel luglio 1940, fu decorato con una seconda Medaglia d'argento al valor militare. Nel 1942 fu assegnato alla Fiat come capo collaudatore, portando in volo per la prima volta il prototipo del velivolo da trasporto quadrimotore Piaggio P.108T (18 luglio dello stesso anno). La sua passione per il volo continuò nel dopoguerra, tanto da collaudare nel 1947 il Fiat G.212 da trasporto civile, e nel 1951 il Fiat G.80, primo aereo a reazione italiano, che aveva contribuito a progettare. Successivamente divenne deputato al Parlamento italiano per il PLI, e nel 1958 assunse l'incarico di Presidente provinciale del CONI, e in seguito anche quella di presidente regionale. Da presidente della Juventus, incarico assunto nel 1962 su pressione di Gianni Agnelli e per cui fu costretto ad abbandonare l'attività aviatoria, dovette rifondare la squadra dopo i successi del Trio Magico. Sul piano finanziario, condusse la società nella trasformazione da azienda con capitale privato a responsabilità limitata, a società per azioni; sul versante sportivo, in un decennio egemonizzato dalla Grande Inter, la squadra bianconera vinse una Coppa Italia nel 1965 e uno scudetto nel campionato 1966-67. Lasciò l'incarico nel 1971, sostituito da Giampiero Boniperti. Successivamente fu presidente dell'Aero Club d'Italia (1970-1974), dell'Union Internationale Motonautique (1972-1975) e dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro (1973-2000). Continuò a seguire la Juventus da semplice tifoso senza perdersi, fino a 87 anni, una sola partita. Si spense a Torino il 16 giugno 2000, dopo una breve malattia. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino. Onorificenze Medaglia d'argento al valor militare «Ufficiale pilota volontario in missione di guerra per l'affermazione degli ideali fascisti, partecipava in qualità di capo equipaggio di apparecchio da bombardamento, a molte azioni belliche, e riusciva sempre a colpire efficacemente i centri della resistenza nemica, malgrado la reazione contraerea e la minaccia della caccia, dando costante esempio di sereno coraggio e elevate virtù militari. Cielo di Spagna, ottobre-dicembre 1938.» Medaglia d'argento al valor militare «Partecipava in qualità di pilota ai primi bombardamenti su Gibilterra. Superando grandi difficoltà derivanti dall'impiego di un velivolo di nuovo tipo, affrontava vittoriosamente dopo sette ore di volo notturno alturiero, la munita difesa contraerea della piazzaforte avversaria. Portava così a distanza finora mai raggiunta, un forte carico offensivo che sorprendeva il nemico per la potente efficacia dell'azione e che riaffermava sulle estreme rive del Mediterraneo il dominio dell'ala fascista. Cielo di Gibilterra, 18-26 luglio 1940.» — Regio Decreto 3 luglio 1942 Medaglia di bronzo al valor militare «Ardito e provetto pilota con apparecchio monomotore effettuava lunghe missioni belliche spesso in zone lontane dalla base e con proibitive condizioni atmosferiche. Da ogni volo riportava preziose notizie sull'attività e sulle posizioni del nemico, sul quale volando a bassa quota, eseguiva bombardamenti e mitragliamenti leggeri, sprezzante il pericolo dell'attiva e violenta reazione avversaria. Esempio di completa dedizione al dovere. Cielo di Megga, Iavello, Agheremariam, Uadarà, maggio-novembre 1936.» Medaglia di bronzo al valor militare «Pilota sicuro e valoroso, già distintosi in precedenti azioni confermava nelle successive azioni di grande polizia coloniale le sue preclari doti di pilota e combattente, effettuando numerosi voli di ricognizione collegamento e mitragliamento su nuclei ribelli. Durante una ricognizione, avvistati ribelli che tentavano di nascondersi con abile manovra e con mitragliamenti a bassa quota, riusciva a fermarli, dando modo alle nostre truppe di effettuare la cattura. Cielo dell'A.O.I., novembre 1936-14 marzo 1937.» Medaglia di bronzo al valor militare «Ufficiale pilota già distintosi in precedenza, partecipava a numerose altre azioni di bombardamento, rese spesso difficili dalle avverse condizioni atmosferiche e dalla caccia avversaria, ed assolveva brillantemente i compiti affidatigli, quale capo equipaggio e puntatore di squadriglia, dando rinnovate prove di coraggio e abnegazione. Effettuava inoltre, isolatamente, varie ricognizioni strategiche e si addentrava arditamente in territorio nemico, spesso senza scorta, riportandone informazioni preziose ed abbondante materiale fotografico. Cielo di Spagna, dicembre 1938-marzo 1939.» Croce al merito di guerra (5 concessioni) Stella d'oro al merito sportivo — Roma, 1978.
  14. GIANFRANCO ZIGONI «Quello è un “musso”, è un “figlio de puta” e poi ha troppe donne che lo sfiniscono, ma quando vuole è un purosangue». Queste parole, pronunciate da Saverio Garonzi, presidente di Gianfranco Zigoni nei suoi anni a Verona, riassumono perfettamente la personalità e il carattere del nostro. Pare di vederlo ancora, Zigo, che si toglie pelliccia e cappello, il suo abbigliamento da panchina, saluta il suo pubblico e, se gli gira bene, porta a casa la partita con un paio di prodezze. Racconta: «Detestavo gli arbitri, tiranni al servizio delle squadre più potenti e fregarli non era solo un piacere, ma un dovere per chi giocava in una squadra di provincia. Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. Mi immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. Ho accumulato più giorni di squalifica che gol, perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica 30 milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. 30 milioni negli anni ‘70: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione. Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juventus, ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli. Avevo una grande opinione di me stesso, pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l’avversario e lo colpivo con il mio pugno, che era micidiale, fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky». Un giorno, alla Roma, gli capita di incontrare il Santos di Pelé, in amichevole, all’Olimpico. «Mi dico: “Oh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-gol è più forte di Pelé”. Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3-1 degli anni ‘60, tripletta mia. “Ragazzi – dichiarò il Trap quel giorno – Zigoni è meglio di Pelé”. Lo aveva ammesso Santamaría, gran difensore, dopo una sfida Juve-Real Madrid: io avevo fatto impazzire il Santa, finte e tunnel, e quello a fine partita si rivolse così a Del Sol: “Este chico es mejor que el N***o”. Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi arriva l’amichevole con il Santos, vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: “Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui”. A un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore». Girava in pelliccia, mangiava coniglio e polenta prima di un allenamento, erano più le volte in cui usciva dal campo con la maglietta ancora asciutta, ma sapeva come far innamorare i tifosi. Calzettoni perennemente abbassati, una stempiatura evidenziatasi ben presto nonostante sulla nuca i capelli fossero sempre lunghi, Gianfranco Zigoni dall’inizio degli anni ‘60 alla fine dei ‘70 è stato uno dei calciatori più spettacolari. Faceva impazzire gli allenatori, ma li ripagava sul campo: «Più forte di me? C’è stato solo Pelé, io ero il corrispettivo in bianco. Solo che per avere continuità avrei anche dovuto allenarmi, qualche volta». Il vocabolo estroso sarebbe fin troppo riduttivo per inquadrare Zigo-gol. Lui era la mosca bianca, quello che usciva dagli schemi, che non si faceva ingabbiare, convinto che il suo enorme talento sarebbe comunque emerso. Juventus, Genoa, Roma, Verona, Brescia: «In bianconero vinsi anche uno scudetto con Heriberto Herrera: mi faceva impazzire chiedendomi di andare a coprire a centrocampo. Quello era uno Zigoni vincente, ma triste». Il meglio è convinto di averlo dato a Verona e nelle ultime due stagioni con il Brescia: «A Verona ero e sono tuttora un idolo. I bambini incidevano sui banchi delle chiese il mio nome e i preti si arrabbiavano con me. Ci vorranno almeno altri trent’anni prima che a Verona mi dimentichino. Quando giocavo penso di aver distribuito almeno 5mila fotografie autografate e ancor oggi i tifosi mi chiamano nei club». Arriva a Brescia l’11 ottobre 1978, al mercatino di riparazione, lo pagarono 60 milioni. Ha già 34 anni, si teme che sia a tirare indietro il piedino, ma serve una quarta punta dietro il trio Mutti-Grop-Mariani: «La squadra era in B e navigava in brutte acque. Mi chiamò il mio amico Gigi Simoni, con il quale avevo giocato nella Juventus. Giocai 21 partite e segnai 4 gol, ci risollevammo in fretta per una salvezza dignitosa». Quando la gara non si sblocca, dalle scalette del Rigamonti si alza il coro: “Zigo, Zigo, Zigo” e Simoni, puntualmente, opera il cambio. Capita però che vada a prendere posto in panchina a partita già ampiamente iniziata. Capita proprio in un Brescia-Verona del 6 gennaio 1980: «A una certa età il freddo pungente fa male», commenta a fine gara, mentre Simoni lo guarda sorridendo. «L’anno della promozione non feci gol, ma dopo un pessimo inizio della squadra giocai 4 partite consecutive e facemmo 7 punti. Ci diedero la spinta decisiva». L’anno successivo è quello della promozione: «Rimasi, ben sapendo che il mio compito sarebbe stato quello di uomo spogliatoio». Lo ricordano con il numero 14 sulle spalle (al tempo in panchina andavano tre giocatori), in quei riscaldamenti sotto la tribuna del Rigamonti: «Entravo sempre, io dicevo al mister di far giocare i giovani, ma lui aveva bisogno della mia esperienza». Ma Zigoni in che ruolo giocava? «Lerici, l’allenatore che ebbi al Genoa, diceva prima della partita: date la palla a lui. Ero un numero 11, che aveva bisogno di giocare a briglie sciolte, oggi mi farebbero stare, forse, nei Dilettanti, eppure ero il più forte. Per fare un’altra carriera avrei dovuto rinunciare a parecchie bicchierate con gli amici, e vedere qualche alba in meno, ma non ne valeva la pena». Fare il calciatore per Zigoni è stato un gioco. Il bello è che gli è venuto anche bene. Nonché un aneddoto ulteriore, con parole sue: «Prima della gara Valcareggi mi dice: “Zigo, oggi non giochi”. Non c’era nulla da fare, dovevo andare in panchina, e visto che era una giornata molto fredda decisi di andare in campo con la pelliccia e il cappello. Entrai in campo e ci fu un boato». NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DEL GIUGNO 2016 È l’antica Opitergium, oggi Oderzo provincia di Treviso, ad aver dato i natali a Gianfranco Zigoni, venuto al mondo il 25 novembre 1944 sotto le bombe, nel quartiere Marconi, il Bronx come lo definisce lui. È qui che si è manifestato il lussureggiante talento di uno dei giocatori-simbolo degli anni ‘70 quanto a genialità e anticonformismo. Capelli lunghi, viso stropicciato, sguardo truce. D’inverno la pelliccia. E sotto la pelliccia, il petto nudo e la fondina con la pistola. Ma soprattutto, sotto la pelliccia, un ragazzo nato libero, buono e romantico, roso da un’inquietudine eterna che ancora oggi non lo abbandona. Una carriera lunghissima che lo ha visto indossare le maglie di Juventus, Genoa, Roma, Verona e Brescia, prima di chiudere ultraquarantenne con l’Opitergina e il Piavon nei Dilettanti. Uno scudetto con i bianconeri nel 1967 e una serie infinita di avventure. Il Bronx si diceva: è qui che ci troviamo, nella sua vecchia casa. Piano terra, una taverna tappezzata da foto e ritagli di giornali. Un tazebao di ricordi, tra immagini giovanili, ritratti del “Che” e la sciarpa del Rayo Vallecano. “Tatino”, il fratello minore, è con noi: a lui il compito di preparare il pranzo. Uova sode, salame, formaggio e buon vino. «Questa è l’amicizia. Condividere la tavola». La nostra chiacchierata inizia così, a stomaco pieno. «Siamo una famiglia di sportivi. Mio figlio Gianmarco è adesso alla Spal. Spero che faccia bene. È un bravo centravanti oltre che un ottimo figliolo. Mio fratello Duilio era un pugile. Domenico e Fiorenzo calciatori; Giovanni era una grande atleta, oggi purtroppo è malato di sclerosi a placche e costretto alla sedia a rotelle. Tatino, che ha più di 60 anni, fa ancora le maratone. Io 42 chilometri non li ho mai corsi in tutta la mia carriera». ➖ Però tra i calciatori sei stato il più grande. «Grande è solo Dio, Gesù. Poi Che Guevara per la sua idea di uguaglianza. I grandi veri sono i missionari, i chirurghi». ➖ E tu dove stai? «Sto con i fuoriclasse del pallone. Insieme a Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri». ➖ Pelé lo hai visto da vicino. «Amichevole Roma-Santos, 1972, in notturna. Una meraviglia nera. Salta di testa un paio di volte. Salta e rimane sospeso in aria. Di fronte a quella visione, mi dico: “Io al calcio non gioco più”. Poi Ginulfi, il nostro portiere, gli para un rigore ed io riprendo coraggio. “Allora Pelé è come me”». ➖ L’unica differenza è il colore. «Parole di Gipo Viani, il mio direttore tecnico quando ero al Genoa, metà anni ‘60. Una volta disse anche che la nostra squadra era come il letame con un diamante incastonato, riferendosi a me. Io risposi dicendo che dal letame nascono i fiori. E i miei compagni sono ancora lì a ringraziarmi». ➖ Per il madridista Santamaria eri più forte di Pelé. «Lo disse al mio grandissimo amico Del Sol dopo avergli chiesto chi fosse il “niño” con la maglia numero 9. Real Madrid-Juventus, avevo 17 anni. Perdemmo 3-1, il gol lo feci io. E nel tabellino dei marcatori accanto ai nomi di Puskas e Di Stefano, c’è anche quello di Zigoni». ➖ Chiamato Gianfranco in memoria del fratello morto piccolino, quinto di otto figli. «Una grande famiglia: mio padre Francesco faceva l’operaio; mia madre Stefania tutto il resto. Devo tutto a loro e al Bronx, il mio quartiere dove ho imparato a vivere. Libertà, giochi, amicizia, uguaglianza. C’erano anche molti bambini di famiglie che venivano dal Sud. Mai saputo cosa fosse il razzismo. Un’infanzia non semplice, ma bella. Il fiume, le prime nuotate. La campagna, le corse e quando arrivava maggio con il rosario serale alla Madonna, si stava fuori anche dopo cena». ➖ E al Bronx c’è spazio anche per il pallone. «Ed io ero il Duce. Non c’erano regole o costrizioni. Si giocava liberi, a piedi nudi. Solo l’istinto e il talento naturale. Ed io sono sempre stato il migliore. Sai quante volte ho giocato da solo contro tutti! A fine carriera ho allenato per anni i bambini. E con loro sono tornato ai quei primi anni fantastici». ➖ Eri tifoso di qualche squadra da piccolo? «Il Grande Torino mi era entrato nel cuore, anche per la sua tragica fine. Stravedevo per Nacka Skoglund, grandissimo per la vita e anche per la morte. Mi piaceva Fausto Coppi. Mi attrae il talento, specie quando è maledetto. Anche in altri campi come la poesia e la musica. Ho avuto un debole per Pasolini con cui ho giocato una volta in una partita con gli artisti: mi fece un cross d’esterno che neanche i miei veri compagni di squadra. Ero l’idolo di Fabrizio De Andrè e lui lo era per me». ➖ Come è che sei finito alla Juventus? «Fosse stato per me non mi sarei mai mosso dal paese. Ma ero bravo e se ne accorsero quelli del Pordenone che, a fine anni ‘50, era una succursale della Juve. Mi venne a cercare al quartiere Bepi Rocco e mi trovò che stavo palleggiando davanti casa a piedi nudi. Feci il provino per il Pordenone sotto gli occhi di Viri Rosetta, che lavorava per la società bianconera. Quindici minuti, tanto durò la mia esibizione. Preso all’istante». ➖ Quanti anni avevi? «Quindici e fino ad allora non avevo avuto mai nessun allenatore. Non volevo farne di niente. Fu il prete a insistere e a convincere mia madre. Ed io lo feci per lei, santa donna. Al Pordenone trovai Ercole Rabitti. Un anno dopo ero alla Juve insieme ad altri tre ragazzi. Ricordo ancora il viaggio in treno a Torino: era la prima volta che ne prendevo uno». ➖ Come stavi? «Male. Mi pesava la lontananza. Mi dicevo che cosa ci stessi facendo lontano da casa. Per fortuna c’erano dei parenti a Torino. E poi le regole, le fatiche, le corse. L’ho sempre detto: avevo doti tecniche incredibili; con l’allenamento le ho solo peggiorate». ➖ Quanto guadagnavi alla Juve? «15mila lire al mese. A Natale portai i soldi dei primi quattro mesi a casa e li consegnai a mia madre per le esigenze di famiglia. Tempo dopo andai a fare un prelievo e sul libretto che mi era stato aperto ci trovai 50mila lire. Hai capito? Ce li aveva messi mia mamma i soldi in più. Mi viene ancora adesso la pelle d’oca dall’emozione». ➖ Alla Juve hai l’opportunità di conoscere Omar Sivori. «Un fuoriclasse, un’artista. Il primo incontro fu traumatico. Ero in sede insieme ad altri compagni. Lui si avvicina e ci chiede chi, nella squadra giovanile, indossi il “10”. Divento rosso come un peperone quando gli dico che lo porto io. “Ragazzo cambia maglia perché con quel numero non giocherai mai”». ➖ E invece hai giocato la tua prima partita con la Juve proprio con la sua maglia. «10 dicembre 1961, avevo 17 anni, trasferta a Udine. Omar era infortunato e chi poteva sostituirlo se non io? I giornali parlarono di me. Allo stadio c’erano anche tanti miei compaesani a vedermi. Purtroppo l’emozione mi tagliò le gambe. Non feci bene». ➖ Chi ti ha impressionato di più alla Juve, oltre al Cabezon? «Luis Del Sol. Un uomo vero, dritto, leale e sincero. Gran fumatore, grande bevitore, ma in campo un giocatore fondamentale e di una generosità unica. Lui non mi avrebbe mai detto a brutto muso di portargli la borsa come fece una volta Sivori. Io, comunque gli risposi per le rime: “Perché non porti tu la mia?”». ➖ Non c’è male come risposta: è per questo che a novembre 1964 lasci la Juve? «No. Ero giovane e dovevo giocare. Meglio avere qualche opportunità altrove. Andai al Genoa e per due anni sono stato benissimo, nonostante la retrocessione in B. Giocavo, facevo divertire la gente, ho vinto i due derby con gol miei. E poi c’era mister Lerici che diceva alla squadra: “Ma quale tattica e tattica. Date la palla a Zigoni. Se ha voglia di giocare la partita è vinta. Altrimenti non c’è nulla da fare, possiamo stare qui anche tre giorni senza fare risultato». ➖ Hai sempre avuto voglia? «No. Odiavo i compiti tattici. Dovevo essere libero di esprimermi. Il mio talento non poteva essere imbrigliato. Se mi lasciavano fare non ce n’era per nessuno. Una volta in un Inter-Juventus giovanile feci piangere Aldo Bet che non riusciva mai a beccarmi. Anni dopo in un Verona-Lazio, all’ennesimo tentativo di aggrapparsi alla maglia, tiro un cazzotto in faccia ad Ammoniaci che per poco non rimane secco e duro in campo. Lui dopo si rialzò. Io presi quattro giornate di squalifica». ➖ Immagino che non vedevi l’ora di allenarti. «Non ho mai sopportato gli allenamenti. Ero sempre l’ultimo al campo. E se per caso capitava di arrivare in anticipo, mi nascondevo per poi comparire quando gli altri erano già pronti per la seduta. Anche prima della partita mi preparavo per ultimo e chiudevo la fila all’ingresso nello stadio. Il bello è che, specie a Verona, mi facevano trovare la roba già pronta, cosa che faceva imbestialire qualche mio compagno, su tutti Domenghini che era stato all’Inter e in Nazionale. Ma a lui rispondevano che solo per me facevano questo, perché ero Zigoni, il migliore». ➖ E dei ritiri che mi dici? «Che io facevo di tutto per starci il meno possibile e per trovare altri modi di impiegare il tempo. Le notti erano lunghe. Sì, ho avuto molte donne. Ho bevuto, soprattutto whisky. Ma ho anche letto tanti libri, soprattutto di filosofia. Mi piaceva vivere la notte, respirarne l’aria, guardare le stelle. E la mattina dormivo fino alle dieci. E guai a chi mi svegliava prima, perché mi incazzavo come una bestia». ➖ Anche con Guidolin? «Francesco era molto giovane. Era in camera con me. La squadra si trovava alle 8.30 per fare colazione. Allora io gli dicevo di portarmi caffè e cornetto direttamente in camera, alle dieci in punto, non un minuto prima. E lui da bravo figliolo, eseguiva». ➖ E nessuno reclamava? «Qualcuno sì. Per esempio Antonio Logozzo, baffuto terzinone con i piedi di marmo. Una mattina fuori dalla mia camera sento il suo vocione, mentre io sono ancora a letto. Stava chiedendo a Valcareggi il perché di quel privilegio. E il mister, un grande, rispose così: “Tonino, quando avrai i suoi piedi potrai dormire anche tu fino alle dieci”». ➖ La leggenda narra di uno Zigoni abile tiratore con la pistola. «Ma quale leggenda? È la verità. Io avevo una Colt 45, registrata e con regolare porto d’armi. La portavo sempre con me nella fondina sotto la pelliccia. E quando ne avevo voglia, aprivo la finestra della camera e centravo tutti i lampioni a portata di tiro. Lo facevo già alla Roma, con Petrelli. Al Verona era un testa a testa con Mascalaito, uno che tirava benissimo». ➖ Manca il capitolo delle auto per completare il quadretto. «La storia più bella è quella dell’incidente con la mia Porsche. Un trattore mi attraversa la strada. Per scansarlo finisco in fossato. Macchina sfasciata, ma io neanche un graffio. Dietro di me, su un’altra auto, c’è il mio compagno Maddè e il medico del Verona. Che si precipitano verso di me. E allora io fingo di essere morto. Loro iniziano a urlare: “Zigo è morto”, hanno le facce come il marmo. Alcuni secondi di panico, poi gli faccio l’occhiolino. Me l’hanno perdonata dopo un po’ di tempo. Invece il padrone del trattore mi chiese l’autografo». ➖ E infine l’allergia alle regole e agli arbitri in particolar modo. «L’ideale è giocare come si faceva da bambini, senza arbitro. Non ho mai sopportato l’ingiustizia. Prendevo fuoco subito e qualche volta dovevano contenermi con la forza. Una volta quando ero a Verona, giocavamo con una squadra che doveva salvarsi, noi eravamo tranquilli. L’arbitro la combinò grossa: convalidò l’1-0 su punizione di seconda che fu tirata direttamente in porta e poi vide solo lui il classico gol-fantasma che valse il 2-1 finale. Lo avrei strangolato». ➖ Qual è stato l’episodio più clamoroso che ti ha visto protagonista? «Di sicuro quello con il guardalinee che, dopo un Verona-Vicenza, nel sottopassaggio a fine gara, ebbi l’ardire di interrompere un dialogo tra me e il mio compaesano Faloppa». ➖ Perché? «Voleva sapere cosa gli avevo detto in campo durante la partita. ➖ E in campo cosa era successo? «A una mia protesta, lui mi si avvicinò e mi disse: “Sei sempre per terra, non stai in piedi”. Effettivamente la notte precedente ero stato con una donna fino all’alba. Ma quelli non erano fatti suoi e lo mandai a quel paese. Così a fine partita venne da me a chiedermene conto. Ed io gli dissi: “Come ti permetti di interrompermi mentre sto parlando. La bandierina te la cacci su per il c**o”. Morale, mi dettero sei giornate di stop e mi tolsero sei mesi di stipendio». ➖ Nel 1966 torni alla Juve e vinci lo scudetto. «Feci il gol del 2-0 nell’ultima gara contro la Lazio. Lo avevo detto a Cinesinho di tirare teso, sul primo palo. Il merito di quello scudetto va tutto a Heriberto Herrera, che ci ha creduto fino in fondo». ➖ Come erano i tuoi rapporti con HH2? «Tesi. Lui mi ha tarpato le ali. E di me diceva. “Tua madre è una santa, ma tu sei un hijo de puta”. È stato un dittatore, una volta mi dette un cazzotto nello stomaco perché in una partita di Coppa Campioni contro l’Olympiakos non avevo seguito il mio marcatore. Mi è dispiaciuto lasciare la Juve, ma non sopportavo le regole ferree, le telefonate alle dieci di sera, i capelli corti». ➖ E così nel 1970 vai alla Roma. «Due stagioni discrete. Con Bob Vieri una volta litigammo per battere una punizione. Intervenne l’arbitro Lo Bello a mettere fine alla sceneggiata. Calciai io e feci gol. Un’altra volta a Catanzaro tirai da lontanissimo, approfittando del vento. Del Sol mi dava del pazzo, io segnai. E la sera in tv lo fecero rivedere molte volte». ➖ A Roma trovasti l’altro Herrera, Helenio. «Una pacchia. Perché il Mago era innamorato perso di Fiora Gandolfi. Così lui verso le undici di sera, credendo che la squadra stesse dormendo, lasciava il ritiro per andare da lei. E noi si faceva lo stesso». ➖ 1972: inizia la tua storia d’amore con il Verona. «Sono stato lì sei anni. Mi hanno voluto bene. Ed io ho ricambiato l’affetto con tutto me stesso. Sono stati i tifosi gialloblù a scrivere un giorno su uno striscione: “Dio Zigo, salvaci tu”. Una cosa bellissima». ➖ Alla fine del tuo primo campionato con il Verona, fate lo scherzetto al Milan di Rivera: fu tutto regolare? «Regolarissimo. Altrimenti io non sarei sceso in campo. In tutta la mia carriera solo due volte, in campo, ripeto: in campo, ci siamo di fatto accordati per un pareggio. E solo un’altra volta, in un Cesena-Brescia di B, alcuni ex compagni che giocavano nella squadra romagnola, ci chiesero di lasciare loro la vittoria. Io comunque non mi risparmiai, tanto da far fare una figuraccia al mio marcatore che era osservato dal Milan e che non fu preso». ➖ Torniamo alla “Fatal Verona” che costò lo scudetto della stella al Milan. «La verità è questa. A noi la società aveva promesso il premio doppio, 600mila lire a testa per la vittoria. Noi eravamo salvi, ma c’era in ballo la regolarità del campionato. Nessuno di noi avrebbe potuto tirarsi indietro. Io ricordo che mi scaldai parecchio quando vidi lo stadio colorato di rossonero. Guardai il mio amico Mazzanti e gli dissi: “Questo non va bene”. Allora rivolto ai miei compagni dico: “Datemi al più presto il pallone, che ci penso io”». ➖ Minuto 17: fuga di Zigoni sulla destra, cross in area e Sirena fa l’1-0. «E il Milan affondò. Il primo tempo finì 3-1 per noi. Nel secondo tempo arrivarono altre due reti per parte per il 5-3 finale. E lo scudetto alla fine lo vinse la Juve». ➖ Ma durante l’intervallo non successe nulla? «Niente. Temevo che qualcuno del Milan potesse venire da noi, ma erano miei pensieri. La partita è stata regolarissima. L’unica cosa è che il presidente Saverio Garonzi ci fregò perché ridusse il premio a 500mila lire». ➖ Tu e Garonzi eravate veramente una coppia di fuoco. «Gli davo del tu, lo chiamavo Saverio. Se il Verona vinceva ero il migliore. Se perdeva la colpa era mia che avevo troppe distrazioni. Era un uomo normale che aveva fatto i soldi con il lavoro. Era rimasto modesto e tremendamente tirchio. Una volta mi regalò una cravatta. Ed io gli dissi: “Saverio, e che ci faccio solo con la cravatta. Mi serve anche il vestito”. Acconsentì. Ma quando gli arrivò il conto, 350mila lire, minacciò di tagliarmi lo stipendio». ➖ Una volta ti promise una Jaguar, vero? «Era usata, verde. Comunque sì. L’avevo vista nella sua concessionaria. “Se fai otto gol te la regalo”. Ero a quota sette. Contro la Sampdoria c’è un rigore per noi. Prendo il pallone per calciare, ma Emiliano Mascetti, il rigorista della squadra, non ne vuole sapere. Litigammo in campo per alcuni minuti. Poi il mio amico Mazzanti mi convinse. Ed io, per ripicca, in quel campionato non segnai più, rimanendo a sette gol». ➖ Garonzi nel gennaio del 1975 fu vittima di un rapimento. «Ed è rimasto sempre convinto che io fossi uno dei suoi carcerieri». ➖ Nel 1975, dopo il ritorno in A, sulla panchina del Verona si siede Ferruccio Valcareggi. «Un papà. Mi fece debuttare in Nazionale, nel 1967, a Sofia contro la Bulgaria. Poi mi convocò altre due o tre volte, senza farmi giocare. Così gli dissi di non chiamarmi più. E addio maglia azzurra. Mi voleva bene e mi ha sempre trattato come un figlio». ➖ Però quella volta che ti tenne fuori con la Fiorentina, ne tirasti fuori un’altra delle tue. «Stagione ‘75-76. Andai in panchina con la pelliccia e il cappello da cow boy. Ma guarda che non credevo di suscitare tanto scalpore». ➖ Mica dici sul serio? «Il “Valca” si permise di tenere fuori il più grande. “Zigo oggi non giochi”. “Come, non fa giocare il giocatore più forte del mondo? Sta scherzando spero!”. I miei compagni, tra cui anche Klaus Bachlechner, molto tirchio, scommisero che non sarei andato in panchina conciato in quel modo. Scommessa persa, ma io avevo già deciso che l’avrei fatto comunque». ➖ E del malore nell’intervallo di Juventus-Verona che mi dici? «L’anno dopo, campionato ‘76-77. La verità è che mi colpì di striscio una bottiglietta mignon sulla spalla. Sirena e Franzot che erano dietro di me mi dissero di buttarmi per terra, mentre un ragazzino fece sparire la bottiglia. Io mi sentii male davvero, ma per l’agitazione che mi prese, non per il colpo subito. Mi dettero un calmante, non stavo in piedi e non rientrai in campo. Valcareggi insistette perché rientrassi, ma non ce la facevo proprio». ➖ Qual è il gol che ricordi con più piacere della tua parentesi veronese? «La bordata di destro, che non è il mio piede migliore, in un’amichevole contro il Vicenza. Una rete bellissima. E appena vidi la palla gonfiare la rete me ne andai dal campo. E così fece gran parte del pubblico del Bentegodi che non avrebbe potuto vedere di meglio». ➖ Avresti mai lasciato Verona? «No. Nel 1974 rifiutai una bella offerta dell’Inter. Il mio sogno era quello di morire con la maglia del Verona addosso con tanto di intitolazione del Bentegodi al sottoscritto: “Stadio Gianfranco Zigoni”. Senti come suona bene». ➖ Dopo il Verona, ancora un po’ di professionismo con il Brescia in B. «Al Brescia mi chiamò il mio ex compagno Gigi Simoni nel 1978. Gli detti una mano per la promozione in A l’anno dopo. Poi ho preferito fare ritorno a casa tra la mia gente». ➖ C’è stato un tuo erede? «Dirceu, che ha giocato anche nel Verona. Un giorno lo incontrai a Milano e lui mi venne incontro per ringraziarmi di tanto onore». ➖ Hai tatuaggi? «Nessuno. I veri tatuaggi li ho nel mio cuore: i miei genitori, la mia nipotina morta a quattro anni e tutti i bambini del mondo». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/gianfranco-zigoni.html
  15. GIANFRANCO ZIGONI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Zigoni Nazione: Italia Luogo di nascita: Oderzo (Treviso) Data di nascita: 25.11.1944 Ruolo: Attaccante Altezza: 176 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: Zigo - Cavallo Pazzo Alla Juventus dal 1961 al 1964 e dal 1966 al 1970 Esordio: 10.12.1961 - Serie A - Udinese-Juventus 2-1 Ultima partita: 18.04.1970 - Serie A - Juventus-Roma 1-1 119 presenze - 33 reti 1 scudetto 1 coppa delle Alpi «Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri.» (Gianfranco Zigoni) Gianfranco Cesare Battista Zigoni (Oderzo, 25 novembre 1944) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ha al suo attivo 265 presenze e 63 gol in Serie A con le maglie di Juventus, Genoa, Roma, Verona, oltre a tre convocazioni in Nazionale, con la quale scese in campo solo una volta. Gianfranco Zigoni Zigoni al Verona nella stagione 1973-1974 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1987 - giocatore Carriera Giovanili 1954-1958 Patronato Turroni 1958-1961 Pordenone Squadre di club 1961-1964 Juventus 9 (3) 1964-1966 → Genoa 58 (16) 1966-1970 Juventus 110 (30) 1970-1972 Roma 49 (12) 1972-1978 Verona 139 (29) 1978-1980 Brescia 40 (4) 1980-1983 Opitergina 42+ (4+) 1983-1987 Piavon ? (4+) Nazionale 1967 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1987-1997 Opitergina Giovanili 1997-2005 Ponte di Piave Giovanili 2005-2009 Basalghelle Giovanili Biografia Nativo di Oderzo, ha trascorso l'infanzia nel Quartier Marconi, zona ai margini meridionali della città, provenendo da una numerosa famiglia contadina. Ha avuto quattro figli: di questi, Gianmarco ha intrapreso anch'egli la carriera di calciatore, così come alcuni suoi nipoti. Nel 2002 ha pubblicato, per le edizioni Biblioteca dell'Immagine di Pordenone, il libro Dio Zigo pensaci tu, un'irriverente e romanzata biografia, scritta dall'amico e collega Ezio Vendrame. Si è procurato con gli anni una reputazione di ribelle ed eccentrico a causa del suo amore per l'alcol, le donne e i motori e per alcuni suoi comportamenti piuttosto bizzarri. Divenne per questo uno dei calciatori simbolo degli anni 1970. Caratteristiche tecniche Giocava da ala sinistra e da centravanti. Carriera Giocatore Club Inizi e Juventus Da adolescente giocò nel Patronato Turroni, la squadra giovanile dell'oratorio. Notato dagli osservatori della Juventus, entrò nelle giovanili del Pordenone, all'epoca società satellite dei bianconeri, quindi si trasferì a Torino, debuttando in prima squadra il 10 dicembre 1961 in campionato contro l'Udinese a diciassette anni. All'epoca giocò anche un'amichevole con il Real Madrid, persa dagli juventini per 3-1: si dice che al termine della gara José Santamaría, difensore del Real, lo paragoni a Pelé con tanto di bestemmia annessa. Nel 1972, con la maglia della Roma, giocò proprio contro Pelé in amichevole contro il Santos. Zigoni, in tre anni alla Juventus, giocò in campionato quattro partite in Serie A segnando un gol. Genoa Nell'estate del 1964 si trasferì al Genoa. Nella sua prima stagione in Liguria segnò, in media, un gol ogni tre partite: saranno 8 in tutto al termine della stagione in cui la squadra retrocesse. Nella stagione successiva giocò quindi in Serie B, segnando 8 gol in 34 incontri: la squadra non ottenne la promozione per due punti, classificandosi quinta. Ritorno alla Juventus Zigoni con la maglia della Juventus nel 1966 Al termine del prestito Zigoni fece ritorno alla Juventus contribuendo con 8 gol in 23 partite alla vittoria dello scudetto 1966-1967. Nella stagione successiva giocò le sue uniche partite in Coppa dei Campioni. Anche nelle stagioni successive le sue presenze in campo non furono mai più di 22-23 all'anno, complici anche le frequenti squalifiche dovute al suo temperamento irrequieto. Calarono anche i gol: 7 nella stagione 1967-1968, 3 in quella successiva, 4 (in 14 gare) nella stagione 1969-1970, l'ultima con la casacca bianconera. In totale con la Juventus Zigoni segnò 33 gol in 119 partite. Roma Zigoni alla Roma nel 1971 Nel 1970 va a giocare nella capitale, alla Roma allenata da Helenio Herrera. Nei suoi due anni con la Roma mise a segno 12 gol in 48 partite, ottenendo un sesto e un settimo posto in Serie A. Nella sua seconda stagione giallorossa vinse la Coppa Anglo-Italiana, contribuendo con un gol in finale, nel 3-1 contro il Blackpool il 24 giugno 1972. Verona Nel 1972, a ventotto anni, venne ingaggiato dal Verona. Negli anni passati in Veneto segnò meno che nelle stagioni precedenti, ma sia per le sue giocate sia per alcuni gesti clamorosi divenne un idolo della tifoseria. Il 20 maggio 1973, ultima giornata di campionato, il Milan in testa alla classifica doveva vincere a Verona per vincere lo scudetto. I veronesi vinsero per 5-3, permettendo alla Juventus di superare di un punto i rossoneri e vincere il quindicesimo titolo. Zigoni in quella gara fornì gli assist a Livio Luppi. Questo fu il primo dei due episodi che fece diventare la città scaligera per i milanisti la Fatal Verona. Zigoni con la sua famosa pelliccia, durante una gara del Verona passata in panchina Nel 1974 la squadra venne retrocessa d'ufficio all'ultimo posto per illecito sportivo: Zigoni contribuì nella stagione successiva all'immediata promozione con 9 gol, il massimo numero di reti da lui segnato nelle sei stagioni veronesi. Nelle due annate successive segnò 2 gol in 18 presenze e 6 gol in 26 presenze: la squadra si classificò rispettivamente undicesima e nona. Nella stagione 1975-1976 la squadra raggiunse la finale di Coppa Italia, perdendola. Una volta Valcareggi lo lasciò in panchina e lui, non approvando la decisione, ci andò in pelliccia e cappello. Nel corso di un'amichevole di fine stagione Verona-Vicenza, dopo una partita in cui non brillò, a venti minuti dalla fine saltò in dribbling quattro avversari e infilò il pallone all'incrocio dei pali, salvo poi andare dritto negli spogliatoi, imitato dai tifosi che abbandonarono lo stadio. Nella stagione 1977-1978, l'ultima a Verona, andò a segno una volta in 26 partite. Brescia Zigoni al Brescia Nel 1978, trentaquattrenne, passò al Brescia, sodalizio di Serie B guidato in panchina da Luigi Simoni. Durante il suo primo anno segnò 4 gol in 21 partite e la squadra arriva ottava. Nella stagione successiva i lombardi ottennero il terzo posto e la promozione in Serie A. In quella stagione Zigoni non andò mai in rete in 19 presenze, uscendo quindi dai piani della società. Nell'ultima stagione bresciana si rifiutò di giocare contro il Verona. Opitergina e Piavon Nell'estate del 1980, quella dello scandalo del "Totonero", Zigoni fu contattato di nuovo da Luigi Simoni, nuovo allenatore del Genoa, per tornare a giocare in Liguria, ancora in Serie B. Zigoni, trentaseienne, preferì tornare a Oderzo abbandonando il professionismo e andando a giocare nella squadra della sua città, ritrovandosi in squadra il suo concittadino Renato Faloppa. Nella cittadina trevigiana giocherà tre anni. La dirigenza biancorossa finì il campionato di Serie D al penultimo posto. Nella stagione 1981-1982 la squadra perse la promozione allo spareggio contro il Pro Gorizia, mentre l'anno successivo arrivò terza. Nel 1983 si trasferisce al Piavon, squadra di Terza Categoria dove ottiene una promozione in Seconda Categoria. A Piavon, frazione comunale di Oderzo, terminò la carriera a quarantatré anni, contribuendo alla salvezza della squadra: l'ultima partita della carriera, nel maggio del 1987, la giocò contro il Musile di Piave, segnando quattro gol: la gara finì 5-4. Nello stesso periodo gestiva un negozio di articoli sportivi a Oderzo sempre insieme a Faloppa. Nazionale Gioca la sua unica partita in nazionale il 25 giugno 1967, nella vittoriosa trasferta 1-0 sulla Romania. Verrà convocato altre due volte senza scendere in campo. Allenatore Dopo il ritiro entrò come allenatore nel settore giovanile dell'Opitergina. Una decina di anni dopo lasciò la società per andare ad allenare le formazioni "Giovanissimi" nel Ponte di Piave e nel Basalghelle, due società dilettantistiche della zona. In seguito è divenuto responsabile della Scuola Calcio del Basalghelle a lui intitolata, ed è stato spesso invitato a partecipare come opinionista in trasmissioni calcistiche in televisioni locali. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1962-1963 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Coppa Anglo-Italiana: 1 - Roma: 1972
  16. JOSÉ FERDINANDO PUGLIA “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 2005 Estate 1961, Torino è in festa per lo scudetto numero dodici della “Signora” targata Charles-Sivori-Boniperti e per le solenni feste a ricordo del centenario dell’unità d’Italia. José Puglia Fernando, classe 1937, da São José do Rio Pardo, è un ragazzo di buone promesse che la Juve ha acquistato, sulla fiducia di osservatori amici brasiliani, per vedere se ne può fare qualcosa nell’imminente stagione dell’assalto alla Coppa dei Campioni. Un centravanti grande e grosso con buon dribbling e bel tiro, che dice papale di non essere secondo a nessuno e di voler pertanto giocare il più possibile. La Juve però è coperta, c’è Charles e pure Nicolé, per non parlare del giovanissimo Cavallito, asso della De Martino. Fernando fa in tempo a giocare una partita di Coppa Italia quando ha da poco disfatto le valige: lo danno in prestito al Palermo. Per farsi le ossa, naturalmente. Fernando inizialmente punta i piedi, ma l’idea alla fine non gli spiace. E fa bene. Giocherà in Sicilia una stagione da grande, contribuendo al miglior Palermo di sempre, a fianco degli ex bianconeri Mattrel e Burgnich. La Juve, quell’anno, ne avrebbe avuto bisogno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/fernando.html
  17. JOSÉ FERDINANDO PUGLIA https://it.wikipedia.org/wiki/José_Ferdinando_Puglia Nazione: Brasile Luogo di nascita: San José do Rio Pardo Data di nascita: 23.01.1937 Luogo di morte: San Paolo Data di morte: 06.04.2015 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 67 kg Nazionale Brasiliano Soprannome: Fernando Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 25.04.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 0-1 1 presenza - 0 reti José Ferdinando Puglia, noto in Italia solo come Fernando, e in Brasile come Puglia (São José do Rio Pardo, 23 gennaio 1937 – San Paolo, 6 aprile 2015), è stato un calciatore brasiliano, di ruolo centrocampista. Fernando José Ferdinando Puglia con la maglia del Palermo Nazionalità Brasile Altezza 171 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1967 Carriera Squadre di club 1955-1958 Palmeiras 69 (22) 1958-1959 San Paolo ? (?) 1959-1961 Sporting Lisbona 57 (58) 1961-1962 Palermo 33 (10) 1962 Juventus 1 (0) 1962-1963 Palermo 29 (3) 1963-1965 Bari 35 (4) 1965 Santa Cruz ? (?) 1965 San Paolo ? (?) 1966-1967 Bangu 13 (0) 1967 →[1] Houston Stars 9 (3) Nazionale 1963 Brasile 3 (1) Caratteristiche tecniche Considerato un ottimo giocatore, il suo ruolo era quello della mezzala, che comunque poteva giocare in tutto il centrocampo. Era bravo sia in fase difensiva che in quella offensiva. Carriera Club Ha iniziato la carriera in patria, nel Palmeiras, dove dal 1955 al 1958 ha collezionato 69 presenze e 22 reti, giocandovi con José Altafini seguendo il modulo del doppio centravanti e vincendovi il campionato Juniores paulista. Dal 1959 al 1961 gioca in Europa, nel Sporting Lisbona, squadra portoghese. In tre stagioni segna 58 gol in 57 partite, quindi con la media più alta di un gol a partita. Nell'estate del 1961 viene acquistato dagli italiani del Palermo. Sull'aereo Lisbona-Palermo conosce Helenio Herrera, l'allenatore dell'Inter, che gli offre un periodo di prova che il giocatore rifiuta poiché già in parola col Palermo. Resta in rosanero per due stagioni intermezzate dalla partita della Juventus di Coppa Italia del 25 aprile 1962 contro il Brescia (vittoria in trasferta per 1-0). Nella prima stagione in rosanero, in massima serie italiana, scende in campo 33 volte segnando 10 gol di cui uno all'Inter il 4 marzo 1962 in una partita decisiva per lo scudetto nerazzurro, Herrera, che già si era visto rifiutare l'offerta, era l'unico che dichiarava di non apprezzare Fernando come giocatore. Inoltre Fernando, dopo il gol decisivo, prende la palla dal fondo della rete portandola in panchina ad Herrera, scusandosi poi negli spogliatoi per il gesto. Nella seconda ed ultima stagione in Sicilia le presenze saranno 29 e le reti segnate 3. Retrocesso in Serie B il Palermo, Fernando viene ceduto a stagione non ancora conclusa al neopromosso Bari per 15 milioni di lire più Guido Postiglione, a patto che i Galletti ottenessero la promozione in Serie A. Così fu, ed il giocatore ha giocato quindi in massima serie anche con la maglia biancorossa (11 presenze e 2 gol), società con la quale disputa anche il torneo di Serie B 1964-1965 (24 presenze e 2 gol). Chiude quindi la carriera tornando in Brasile, vestendo le maglie di Santa Cruz, San Paolo e Bangu, con il quale vince il Campionato Carioca del 1966, il secondo ed unico titolo della società; conclude la propria carriera nel 1967, dopo le ultime 13 presenze. Nell'estate 1967 con il Bangu disputò il campionato nordamericano organizzato dalla United Soccer Association: accadde infatti che tale campionato fu disputato da formazioni europee e sudamericane per conto delle franchigie ufficialmente iscritte al campionato, che per ragioni di tempo non avevano potuto allestire le proprie squadre. Il Bangu rappresentò gli Houston Stars, che concluse la Western Division al quarto posto finale. Nazionale Mentre giocava in Italia, nel 1963 ottiene 3 presenze ed una rete con la Nazionale brasiliana. Dopo il ritiro Dopo il ritiro dall'attività agonistica si stabilisce a Rio Tietê, facendo un'attività di rappresentanza. Gli affari vanno male, e sciupa tutti i risparmi accumulati durante la carriera da calciatore, riducendosi in miseria. È scomparso nel 2015 all'età di 78 anni per insufficienza renale e respiratoria. Palmarès Campionato Carioca: 1 - 1966
  18. FRANCO CARRERA Solamente due presenze nella stagione 1961-62 per il torinese Franco Carrera: in campionato contro il Bologna e in Coppa Italia contro i toscani del Prato. Poi, il trasferimento a Potenza (dove giocherà accanto a Boninsegna e a Silvino Bercellino) e il ritorno in bianconero nel luglio 1965. Ma sarà solamente un breve saluto alla Mole Antonelliana, perché nella stessa estate sarà ceduto alla Spal del presidente Paolo Mazza e degli ex juventini Crippa, Fochesato e Bozzao. “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1965 I giovani di una generazione fa l’avrebbero chiamato “L’ultimo dei Mohicani”. Carrera Franco, infatti, con il suo rientro alla Juventus è subentrato a Carlo Mattrel, trasferito, quale unico torinese vero nella compagnia illustre dei bianconeri. “Noblesse oblige”! Carrera, quanto prima, sarà chiamato al “redde rationem”, a proseguire sulla strada percorsa tanto tempo fa dai Rava, Garzena, Emoli, Vavassori, tutti torinesi della Mole all’insegna della bandiera juventina. E suvvia! Un po’ di campanilismo somministrato per via spicciola a questa nuova generazione di calciatori non fa mai male! Carrera ciò lo capisce, anche se appartiene alla “nouvelle vague” dei calciatori. Nato a Torino l’8 novembre del 1943, Carrera ha iniziato la carriera fra i giovani juventini di Ercole Rabitti come interno destro. E guarda il caso: lui, interno destro, in tandem con Giovanni Sacco, provinciale di San Damiano, come ala destra. Il successo ai due non poteva mancare anche se come sempre la sorte tira colpi mancini, tant’è che Sacco ha sfondato poi come interno centrocampista e Carrera ha dovuto spostarsi all’estrema per far valere le sue doti di eclettico giocatore d’attacco. Paul Amaral però nella stagione 1962-63 lo ha voluto persino in prima squadra come mediano d’appoggio nella gara vittoriosa sostenuta dalla Juventus a Bologna (2-1). L’esordio, dunque, in prima squadra per Carrera c’è già stato (10 febbraio 1963) e quanto mai propizio per i colori juventini. Se tanto mi dà tanto... Lo scorso anno, tanto per abituarsi alle vecchie abitudini, non ha mai mancato alla prima occasione, tra una sosta e l’altra del Potenza nel Nord Italia, di fare una capatina al Combi, che l’ha visto muovere i primi passi. Sulle prime, con una pettinatura tutta particolare, molti ex-compagni non lo hanno più riconosciuto. Anche nel fisico non sembrava più quel nevrotico attaccante, sempre alle prese con se stesso e con gli avversari, di due anni prima. E che legnata! Corti ne sa qualcosa. Un giorno ci disse di lui: «Se tira anche così in partita, il portiere avversario non avrà freddo nemmeno se fosse al Polo Nord!» Ma per Carrera il tiro non è la dote migliore. Come vuole il gioco di un’estrema moderna, il torinese trova proprio nel ritmo, nel continuo movimento l’arma migliore per esaltare il gioco collettivo della squadra. Ritmo esaltante per il disinvolto Carrera, dall’aria spericolata, ma anche tremendamente timido. Nipote di un formidabile giocatore di bocce, Carrera è dipinto come un tipo estroso, data la moda corrente. Per intanto Franco è pittore (non diciamo che ha l’hobby della pittura, per carità), che sa il fatto suo in fatto di pennelli, di disegno e di colori. Due anni fa prima di trasferirsi a Potenza ebbe la sua prima personale, la sua galleria a Torino. Franco Carrera, come juventino, parte fra i rincalzi. Un ruolo, quello di riserva, che si addice poco al suo temperamento. Alla prima occasione, se verrà, dimostrerà di essere con il pallone fra i piedi, un precursore del positivismo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/franco-carrera.html
  19. FRANCO CARRERA https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Carrera Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 08.11.1943 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1963 Esordio: 15.10.1961 - Coppa Italia - Prato-Juventus 2-3 Ultima partita: 10.02.1963 - Serie A - Bologna-Juventus 1-2 2 presenze - 0 reti Franco Carrera (Torino, 8 novembre 1943) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Franco Carrera Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1977 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1962-1963 Juventus 2 (0) 1963-1965 Potenza 63 (13) 1965 Juventus 0 (0) 1965-1966 → SPAL 9 (0) 1966-1967 Potenza 35 (10) 1967-1968 Foggia 5 (0) 1968-1969 Catania 16 (3) 1969-1975 Novara 194 (20) 1975-1976 Taranto 21 (0) 1976-1977 Parma 4 (0) Carriera Interno di centrocampo; 'scoperto' da Carlo Mattrel, cresce, calcisticamente, nella Juventus; esordisce in Serie A il 10 febbraio 1963, a Bologna, con la vittoria degli juventini, allenati da Paulo Amaral, per 2 a 1. Precedentemente, il 15 ottobre 1961, era sceso in campo, sempre con gli juventini, in una gara di Coppa Italia vinta dalla sua squadra per 3 a 2 contro il Prato. Nel 1963 è ceduto al Potenza, in Serie B, dove si mette in luce in una squadra che annovera Roberto Boninsegna e Silvino Bercellino. Il 20 giugno 1965, nell'ultima gara del campionato di Serie B, segna, direttamente su calcio d'angolo, una delle 2 reti con cui il Potenza batte la SPAL che, nonostante la sconfitta, è promossa in Serie A. Il presidente dei biancoazzurri, Paolo Mazza, colpito dal torinese, lo acquista; a Ferrara ritrova i suoi ex-compagni juventini Crippa, Bozzao e Fochesato. Nella SPAL Carrera gioca 9 gare; il 9 aprile 1966, a Milano, con una sconfitta per 2 a 1contro l'Inter, termina la sua esperienza in Serie A. Torna a Potenza, in Serie B, in un campionato dove segna 10 reti; nel novembre '67 è ceduto al Foggia; nel '68 è a Catania; nel '69 passa al Novara, in Serie C; vi gioca per 6 stagioni consecutive - una di C e 5 di B - divenendone uno dei giocatori più significativi, nonché capitano; torna al sud nel ''75, al Taranto, nel suo ultimo campionato da titolare tra i professionisti; infine una manciata di presenze in Serie C, nel Parma, prima del ritiro, nel '77. In carriera ha totalizzato 14 presenze in Serie A; 296 presenze e 36 reti in Serie B. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Novara: 1969-1970
  20. HUMBERTO ROSA Il ‘61 è per la Juve anno chiave – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del gennaio 1973 – determinante nel bene come nel male. È’ l’anno dello scudetto numero dodici, strappato in un finale entusiasmante all’Inter di Herrera; ma è anche, ahinoi, l’anno che chiude un ciclo di successi quinquennali, un’era di juventinismo.E di «Bonipertismo», soprattutto. Capitan «Boni» lascia la squadra nel momento del trionfo, alla maniera dei grandi del passato (basta ricordare Combi), e una certa Juve finisce con lui. È la Juve grandissima e invidiatissima degli anni ‘50, sempre protagonista e spesso scudettata, ora grazie alle prodezze degli Hansen e di Praest, ora con i «tunnel» di Sivori e le capocciate di Charles il gallese. Di queste due realtà bianconere Boniperti è ideale tratto di unione, oltreché denominatore comune. Qualcuno si illude che la mancanza di Boniperti significhi qualcosa soltanto sul piano psicologico; ma i fatti, incontestabilmente, dicono il contrario.Anche nel torneo ‘60-61, più ostico ed equilibrato del precedente, «Boni» è stato il catalizzatore del gioco juventino, il regista ideale di un attacco fortissimo che sempre chiede rifornimenti. Chi farà altrettanto, l’anno dopo? Dal Padova che fu di Rocco arriva Humberto Rosa, la mezz’ala-rivelazione dei biancoscudati, sorprendenti sesti nel torneo precedente. È un acquisto saggio, Rosa ha esperienza e a ventinove anni garantisce sufficiente maturità tattica. Saprà inserirsi nel ruolo che fino a ieri è stato di Boniperti? No, chiaramente, certi paragoni sono assurdi.Il campionato che va a incominciare dice che la Juve è cambiata parecchio, in peggio purtroppo, e che un altro Boniperti che sovraneggi a centrocampo e faccia pure gol non lo si trova, Rosa c’entra e non c’entra in questo che è più che mai fato. Ma chi è questo Rosa che arriva dal Padova accompagnato da giudizi estremamente confortanti? È un centrocampi sta vecchio stampo, che sa adeguarsi al gioco moderno meglio di tanti suoi colleghi di generazione e di scuola. La finezza e l’intuizione geniale vanno bene, ma solo quando non sono a scapito della sveltezza di manovra. Rosa, nel Padova, dirige il gioco e al tempo stesso rincorre l’avversario, e fin qui tutto bene. Ma un conto è lavorare in una squadra dalle pretese necessariamente contenute, come quella biancoscudata, e un conto è inserirsi nella formazione campione d’Italia, che si accinge ad affrontare la Coppa dei Campioni.Che il salto sia forte si vede subito dal precampionato: Rosa non trova la posizione, corricchia spaesato, la squadra sente un gran vuoto a centrocampo, dove il solo Leoncini dà una mano, e le cinque punte non legano come in passato, anche se sono gli stessi uomini del campionato precedente. Così non può andare, e allora fuori Rosa sin dalla prima domenica di campionato, e dentro Nicolè: macché, peggio ancora, la squadra si ritrova subito a lottare sul fondo, e alla seconda giornata, a Padova, Rosa in tribuna vede gli ex-compagni sconfiggere al di là del punteggio (2-1) i frastornati bianconeri. E non si tratta di un fatto isolato: la squadra ha carenze in ogni reparto, anche la difesa stenta, Cervato e Colombo non si rimpiazzano facilmente.A novembre viene l’ora di riprovare Rosa, rientro atteso e meditato da Parola, anche se determinato dalla assenza forzata di Sivori, squalificato. Si gioca a Palermo, contro i rosanero di Carletto Mattrel, di Burgnich, e dell’oscuro Metin (uno dei due turchi del campionato, l’altro è il viola Bartù), e Rosa interpreta con coscienza e senso tattico il ruolo affidatogli, anche se manca della necessaria personalità per comandare il gioco. Al suo fianco, dimostra di saperci fare un giovanotto del vivaio, già resosi utile l’anno prima, Mazzia si chiama; e siccome, con il rientro di Sivori di posti liberi in squadra ne resta uno soltanto, il sacrificato dovrà appunto uscire dalla coppia Rosa-Mazzia.Chiaro che si tratta di un antagonismo relativo: con gli incidenti in serie che costellano il cammino della Juve in quel torneo infausto c’è spesso posto per entrambi. L’ex-patavino riesce anche a portarsi in zona-gol, e si scopre cannoniere quindici giorni dopo l’esordio palermitano, addirittura a San Siro contro il Milan. Ma proprio in quella partita naufraga come uomo di raccordo, coinvolto nella giornataccia dei suoi compagni, che beccano quattro pere da Altafini e una da Rivera già bambino prodigio.Che fare? Niente, non c’è proprio nulla da fare, in un torneo che, ormai giunto a più di un terzo del suo cammino, promette alla Juve niente altro che amarezze. Resta la Coppa dei Campioni, e almeno qui le cose vanno decisamente meglio, per la Juve e per Rosa. Già, perché le cose migliori Rosa le fa vedere proprio nei primi due turni della manifestazione continentale, contro i greci del Panathinaikos e gli jugoslavi del Partizan. Soprattutto contro questi ultimi, negli ottavi di finale, Rosa disputa due ottimi incontri, firmando anche una delle cinque reti inflitte agli jugoslavi a Torino. Nel turno successivo, che sarà fatale ai bianconeri (contro il Real Madrid) Rosa non viene utilizzato.Sullo slancio delle prove fornite in Coppa l’argentino si fa talvolta notare anche in campionato: è il caso della partita di Genova, contro la Samp, in cui Rosa è tra i migliori in campo e propizia due delle tre reti del successo. O del significativo pareggio contro la Roma all’Olimpico (3-3), con Rosa ancora a segno. Sono gli ultimi sprazzi di un torneo cominciato male e finito peggio: è scontato che molte cose cambieranno per il campionato successivo, e tra quelli che fanno le valigie c’è anche Rosa, che indubbiamente ha deluso, anche se non è stata soltanto colpa sua. Finisce al Napoli, dove cercherà con alterna fortuna momenti migliori. Peccato... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/humberto-rosa.html
  21. HUMBERTO ROSA https://it.wikipedia.org/wiki/Humberto_Rosa Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 08.04.1932 Luogo di morte: Padova Data di morte: 08.09.2017 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Coco Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 20.09.1961 - Coppa dei Campioni - Panathinaikos-Juventus 1-1 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 32 presenze - 8 reti Humberto Jorge Rosa (Buenos Aires, 8 aprile 1932 – Padova, 8 settembre 2017) è stato un calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato italiano, di ruolo centrocampista. Humberto Rosa Rosa al Padova nel 1960 Nazionalità Argentina Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1964 - giocatore 1983 - allenatore Carriera Squadre di club 1948-1954 Rosario Central 88 (9) 1954-1956 Sampdoria 48 (10) 1956-1961 Padova 150 (19) 1961-1962 Juventus 32 (8) 1962-1964 Napoli 44 (4) Nazionale 1959 Italia B 1 (0) Carriera da allenatore 1966-1970 Padova 1970-1971 San Donà 1972-1973 Siracusa 1973-1974 Latina 1974-1976 Udinese 1976-1977 Pro Patria 1978-1979 Venezia 1979-1980 San Donà 1982-1983 Rovigo Carriera Giocatore Club Dopo aver fatto tutta la trafila delle giovanili nella squadra della sua città, il Rosario Central, Rosa debutta appena sedicenne nella massima serie argentina. Ne seguirono annate nelle quali si mise in evidenza tanto da suscitare l'interesse sia di squadre nazionali che straniere. Nel dicembre 1954 viene acquistato per la somma di 1.250.000 pesos moneda (circa 30 milioni di lire dell'epoca) dalla squadra italiana della Sampdoria. Appena il tempo di convolare a nozze con Livia Sappietro che il giovane Humberto si trasferisce a Genova, dove debutta nel campionato di Serie A il 2 gennaio 1955, nel pareggio interno contro il Catania (1-1), segnando tra l'altro la rete doriana. Nella prima stagione genovese disputa 20 gare segnando 8 reti. Confermato nell'annata successiva, nonostante le 28 presenze segna solo 2 reti. Rosa in azione alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nell'estate 1956 viene ceduto al Padova allenato da Nereo Rocco, divenendo per il successivo lustro uno degli elementi cardine della formazione biancoscudata e venendone ricordato come «l'architetto del centrocampo». Con i patavini fu tra i protagonisti della stagione 1957-1958 che valse loro il terzo posto in campionato, tuttora il miglior risultato della squadra in massima serie. Nelle cinque annate padovane disputa 150 gare segnando 19 reti. Nella stagione 1961-1962 Rocco lascia Padova per trasferirsi al Milan, mentre Rosa coglie l'occasione di andare alla Juventus quale possibile successore di Giampiero Boniperti, nel frattempo ritiratosi dal calcio agonistico. Sarà una stagione particolarmente complicata per i colori bianconeri, e nonostante compagni di valore quali Sívori e Charles il campionato si conclude con un deludente tredicesimo posto. Rosa trova modo tuttavia di debuttare in Coppa dei Campioni dove i torinesi raggiungono i quarti di finale, sconfitti solo alla gara di spareggio di Parigi dal Real Madrid (casa 0-1, fuori 1-0, spareggio 1-3); 5 le gare europee disputate da Rosa con i bianconeri, con 2 reti segnate. In quello stesso anno in Coppa Italia la Juventus viene eliminata inopinatamente in semifinale dalla SPAL; 4 presenze e 1 rete per Rosa. Nell'estate 1962 Rosa viene ceduto al Napoli con cui disputa gli ultimi due campionati della sua carriera agonistica. Non saranno stagioni ricche di soddisfazioni dato che con i partenopei retrocede immediatamente in Serie B, mentre l'annata successiva tra i cadetti si conclude con un ottavo posto. Complessivamente Rosa ha disputato 240 gare in Serie A, segnando 31 reti. Ufficiosamente ha indossato anche la maglia della Lazio, con cui disputò solamente 3 gare in una tournée amichevole nel 1957. Nazionale Dopo essere stato naturalizzato italiano, il 29 novembre 1959 Rosa debutta con la maglia della nazionale B, in occasione di un'amichevole persa a Budapest contro l'Ungheria (0-2). Rimarrà questa l'unica esperienza azzurra di Rosa. Allenatore In seguito si dedicò alla carriera di allenatore tornando inizialmente al Padova, dove subentra dalla diciannovesima giornata a Serafino Montanari durante il campionato di Serie B 1965-1966. In biancoscudato rimane anche nelle successive quattro stagioni, ottenendo il suo miglior risultato in panchina con l'accesso alla finale della Coppa Italia 1966-1967, con i patavini all'epoca militanti in Serie B, e superati di misura dal più blasonato Milan. Nella stagione 1968-1969 non riesce a salvare il Padova dalla retrocessione in Serie C; confermato, sarà esonerato dopo poche giornate del campionato successivo. Nella stagione 1970-1971 scende di categoria subentrando a Celestino Celio sulla panchina del San Donà. In seguito allenerà anche Siracusa, Latina, Udinese, Pro Patria, Venezia, ancora Sandonà, e infine Rovigo.
  22. DOMENICO CASATI Un gradito ritorno in bianconero quello di Casati – scrive “Hurrà Juventus” dell’agosto 1965 – dopo due anni di permanenza nelle file del Potenza. Due anni tremendamente veritieri per il forte terzino di Treviglio, che in Serie B nel ruolo congeniale di terzino destro praticamente non ha avuto rivali. Una prova del fuoco dunque che ci voleva: la Serie B non ha mezze misure, o stronca o valorizza. Domenico Casati al momento della sua cessione al Potenza, in verità, temeva il peggio. E i motivi erano intuibili. Mettetevi nei suoi panni. Affermatosi tra i giovani di Rabitti, come mediano laterale, nella stagione 1961-62 veniva improvvisamente chiamato alla ribalta della prima squadra da Parola. In vista di Juventus-Atalanta (1-1), Parola fu visto aggirarsi come un esagitato per le vie del centro di Torino. Andava monotonamente ripetendo: «Domenica mi manca un terzino. Non ho Castano e neppure Leoncini è in grado di giocare. Dovrei tentare un giovane. Ma chi?» Parola poi si decise per Casati nel ruolo di terzino sinistro e il suo compito era quello di neutralizzare Da Costa, ora diventato compagno di squadra. Casati fece del suo meglio e superò brillantemente l’esordio. Ancora nella stessa stagione, contro il Bologna, fu in campo, questa volta come mediano, e poi fu accantonato. Nato a Treviglio il 21 giugno 1943, Casati aveva sostenuto impavido due esordi probanti a soli diciotto anni! C’era di che ringalluzzirsi. Poi invece la sua stella levante improvvisamente si offuscò. Venne Paul Amaral e, malgrado che il tecnico brasiliano vedesse di buon occhio i giovani, Casati non ebbe più l’occasione di fare ritorno in prima squadra. Nell’annata, perciò, si limitò a lottare durante gli allenamenti infrasettimanali con il suo amico-avversario Gino Stacchini, dando vita a duelli piuttosto coloriti. Tutto il male non doveva venire per nuocere. Casati, oramai sciolto ogni dubbio fra il ruolo di mediano e di terzino, poté acquisire nozioni di prim’ordine, come difensore, dovendo sempre controbattere una prima linea che non scherzava. In difetto come statura e peso, riuscì anche a “allungarsi”, a farsi un atleta di vaglia malgrado che tutti i dirigenti bianconeri lo ritenessero un “piccoletto”. Più volte, per scommessa, fu posto all’esame altezza e incredibilmente risultava più alto di Sivori! L’occhio inganna. Eccome! Casati, per celia, si limitava a dire che forse anche alla Juventus, come alla Trevigliese, avevano il complesso Facchetti. Sì, perché Casati alla Trevigliese fece proprio coppia con il gigante dell’Inter! Casati così passò al Potenza, promosso in Serie B, con parecchio scetticismo. Sul suo valore indomito ci contava, fuor discussione, ma una squadra del Sud, per di più rifatta ex novo, poteva anche naufragare di fronte alle prime difficoltà della nuova categoria. I timori dovevano poi dimostrarsi del tutto infondati: il Potenza di Rubino, nell’arco di due anni, per poco, non compiva il miracolo di passare addirittura nella massima categoria. E Domenico ci mise più di una pietra nella costruzione del bell’edificio calabrese. Dotato di scatto, fortissimo nel tackle, Casati interpreta il ruolo di terzino in senso fluido. Nell’appoggio vengono così in evidenza i requisiti propri a un giocatore eclettico. Farà sicuramente bene. Nonostante il buon giudizio del giornalista della testata ufficiale bianconero, l’avventura di Casati a Torino non proseguirà. Infatti, sarà ceduto nella stessa estate del 1965 all’Atalanta e non farà più ritorno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/domenico-casati.html
  23. DOMENICO CASATI https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Casati Nazione: Italia Luogo di nascita: Treviglio (Bergamo) Data di nascita: 21.06.1943 Ruolo: Difensore Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1963 e 1965 Esordio: 14.01.1962 - Serie A - Juventus-Atalanta 1-1 Ultima partita: 04.03.1962 - Serie A - Juventus-Bologna 2-3 2 presenze - 0 reti Domenico Casati (Treviglio, 21 giugno 1943) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Domenico Casati Casati nel 1966 con la maglia del Brescia Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1976 - giocatore 2015 - allenatore Carriera Giovanili Trevigliese Squadre di club 1960-1961 Trevigliese 32 (0) 1961-1963 Juventus 2 (0) 1963-1965 Potenza 63 (2) 1965 Juventus 0 (0) 1965-1966 Atalanta 19 (0) 1966-1968 Brescia 41 (1) 1968-1970 Pisa 51 (1) 1970-1973 Perugia 103 (1) 1973-1976 Brescia 80 (1) Carriera da allenatore 1976-82 Atalanta Giovanili 1982-1984 Verona Primavera 1986-1989 Napoli Vice 1990-1991 Roma Vice 1992-1994 Napoli Vice 1994-1995 Inter Vice 1998-2000 Torino Vice 2003-2004 Avellino Coll.tecnico 2005-2006 Foggia Coll.tecnico 2006-2007 AlbinoLeffe Vice 2009-2010 Cremonese Vice 2012-2013 Cremonese Coll.tecnico 2014-2015 Feralpisalò Coll.tecnico Carriera Giocatore Casati (in piedi, al centro) nel Perugia del 1971-1972 Proveniente dalla Trevigliese, dove è stato a lungo compagno di squadra nelle giovanili di Giacinto Facchetti, ha giocato nel ruolo di terzino nella stagione 1961-1962 nella Juventus, totalizzando 2 presenze, ha esordito in Serie A il 14 gennaio 1962 nella partita Juventus-Atalanta (1-1). Dopo passa al Potenza dove rimane dal 1963 al 1965 disputando da titolare due campionati di Serie B. Nel 1965 rientra alla Juventus ma viene presto ceduto all'Atalanta, con cui disputa il campionato 1965-1966. Passa poi al Brescia (Serie A 1966-1967 e 1967-1968) e in seguito al Pisa (Serie A 1968-1969 e Serie B 1969-1970) e al Perugia (Serie B 1970-1971, 1971-1972 e 1972-1973), per poi tornare e terminare la carriera al Brescia (Serie B 1973-1974, 1974-1975 e 1975-1976). In carriera ha collezionato complessivamente 77 presenze e 2 reti in Serie A e 282 presenze e 5 reti in Serie B. Allenatore Cessata l'attività agonistica, ha iniziato quella di allenatore nei settori giovanili di Atalanta e Verona. In seguito è stato a lungo nel ruolo di vice di Ottavio Bianchi (Napoli, Roma e Inter) e successivamente di Emiliano Mondonico (Torino, Albinoleffe). Ha collaborato anche con Avellino, Foggia e Cremonese e FeralpiSalò.
  24. GIANFRANCO BOZZAO «Villoso venezianino – scrive Caminiti – non riuscì a coprire molto il ruolo nella Juventus e ne fu scartato. Riprendeva a correre con discreti risultati in provincia, chiudendo alla Spal da libero». Gianfranco Bozzao arrivò alla Juve, via Ferrara, nell’estate del 1961 in cambio di Cervato e della comproprietà di Dell’Omodarme. Terzino tutto mancino, non riesce a ottenere la fiducia dell’allenatore Carlo Parola che gli preferisce Benito Sarti. Bozzao scende in campo raramente e quasi sempre in Coppa dei Campioni, manifestazione nella quale la Juventus era solita schierare le riserve. Al termine del campionato, Gianfranco ritorna alla Spal. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/08/gianfranco-bozzao.html
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