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GIAMPAOLO MENICHELLI «Ero un’ala veloce, dotato di una buona tecnica e piuttosto propenso al goal e lo dimostrano le tante reti realizzate con la maglia della Juventus. Qualcuno, all’epoca, ci accusò di avere vinto poco; in ogni caso, in sei stagioni conquistammo uno scudetto e una Coppa Italia, senza dimenticare che abbiamo raggiunto la finalissima della Coppa delle Fiere, incredibilmente persa, a Torino, contro il Ferencváros. Inoltre, l’Inter dell’epoca era uno squadrone di livello mondiale, che lasciava poca gloria agli avversari».Arriva Gian Paolo Menichelli da Roma, estate ‘63 – racconta Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del marzo 1974 – e molto desta scalpore la notizia tra i supportes della vecchia Signora. Le ragioni di tanto scalpore sono facili a spiegarsi: a venticinque anni, è l’ala sinistra titolare della Nazionale, con alle spalle un Campionato del Mondo (Cile ‘62) e un sacco di partite in giallorosso. Si tratta insomma di uno dei «pezzi» più pregiati del mercato estivo, e il fatto che sia riuscita la società bianconera ad accaparrarselo è indiscutibilmente fonte di soddisfazione. Menichelli trova una Juve profondamente cambiata, con arrivi (alcuni importanti) e partenze, con un allenatore, Pablo Amaral, destinato presto a far le valige, tipo invero strambo, come strambo appare ai più il metodo brasilero del quattroduequattro che l’amico intende far applicare a Sivori e C. Giusto di Sivori occorre parlare, a proposito dall’arrivo di Menichelli: tecnicamente, i due si completano, l’hanno dimostrato in maglia azzurra pur in mezzo a tutte le traversie che la Nazionale ha patito. Si intuisce che Menichelli farà qualcosa di importante per la Juve.L’ambientamento non è dei più facili, però. Ci sono malanni improvvisi che rabbuiano il genuino estro dell’ex giallorosso: il precampionato ammonisce i troppo speranzosi, no signori, la squadra che pure tiene fior di campioni e a tratti gioca a massimi livelli tecnici non è ancora pronta per diventare protagonista, per assaltare la fresca supremazia dell’Inter del Mago. Il ‘63-64 si apre con garibaldina e spavalda affermazione casalinga sulla Spal dell’ex Cervato, tre a uno, c’è folla sulle gradinate, anche se manca tra i bianconeri il nuovo campione, Menichelli appunto, e gioca l’antico e atipico Stacchini, il dribbling sghembo e il guizzo snobba terzini. E Menichelli, sempre bloccato per infortunio, diserta anche Modena, seconda giornata, primo clamoroso tonfo contro i canarini della vecchia volpe Brighenti.La Juve procede a balzelloni, non c’è regolarità nei risultati come non è per nulla stabile l’umore. Di Sivori capitano. La terza giornata, è un mercoledì di primo autunno con sole e caldo estivo, improvvisamente la squadra si ritrova, e rifila quattro reti al Bari. Ma Menichelli non c’è manco stavolta; perbacco, ma quando gioca costui? Presto, tranquilli. La domenica dopo, a Genova. L’esordio coincide con una Juve finalmente vincente e pimpante anche fuori mura, e il vecchio e marpione Vincenzi deve fare i conti con un Menichelli non proprio imprendibile ma già molto avanti col recupero. Tutto bene, allora? No, naturalmente, l’abbiamo detto che non è ancora venuto il tempo: succede che improvvisamente Amaral sloggia, e arriva Monzeglio, gentiluomo di altri tempi, di garbo tardottocentesco e di austero portamento. Anche la Juve che ne deriva è squadra d’altri tempi, nel senso che spesso si distrae dalle ferree leggi del risultato ad ogni costo, e paga con moneta sonante queste pause.Bergamo, 23 ottobre, Atalanta che pare Real Madrid e infila tre volte Anzolin, Menichelli che annaspa, Sivori neppure quello, è squalificato e assiste al tracollo dalla tribuna. Il seguito del torneo avrà naturalmente anche momenti di gloria, come quello del 22 dicembre, Juve batte Inter 4 a 1, con Menichelli che riesce pure a segnare un gran gol; ma sarà chiaramente anno di transizione. Menico chiude con 26 presenze e 6 reti, è stato tra i più continui anche se non è stato il campione che ci si attendeva.Andranno meglio le cose nel campionato successivo, ‘64-65? Certamente sì, si capisce anche da certi particolari del precampionato. È arrivato Heriberto Herrera, certo che non si può cambiare tutto con un colpo di bacchetta magica, ma miglioramenti se ne vedono presto. Tanto per cominciare, Menichelli diventa l’uomo-gol, e non è poco. A Messina segna lui il primo gol del campionato juventino, è una specie di presagio. Col Mantova, nella partita che mette fuori causa per un bel pezzo Omar Sivori, costola rotta, Menico nostro si conferma, risolvendo con una delle sue discese inarrestabili concluse saettando. Ma i gol importanti devono ancora venire: il primo è nel derby, 22 novembre. Il Toro gioca e magari tiene anche meglio il campo con Moschino in gran giornata e Meroni incontenibile, ma la Juve heribertiana della concretezza va in gol con azioni ficcanti di stringato contropiede: Stacchini apre le marcature, poi segna Da Costa, e infine Menichelli dà il colpo di grazia. Procediamo. 13 dicembre, Juve-Milan con stadio colmo, bianconeri in vantaggio e poi raggiunti e sorpassati, uno a due, sarebbe finita, ma no, perbacco, Menichelli pareggia in zona Cesarini con incredibile opportunismo. 10 gennaio, Juve batte Varese tre a due, è la prima doppietta di Menichelli da quando è bianconero. 7 febbraio, ancora meglio, Juve batte Catania quattro a uno, sono tre le reti di Menico, i malanni di Combin e delle altre punte durano tutto il campionato, ma per fortuna dura anche la vena di Gian Paolo, che proprio adesso si costruisce reputazione di beniamino della folla juventina. Chiude il torneo con 27 presenze e ben 11 reti, è il cannoniere della squadra che per l’ultima volta ha allineato Sivori, e per la prima e ultima Combin.Confessa a fine campionato: «Vorrei conoscere quel calciatore che non si troverebbe bene in un ambiente del genere. Tutti mi hanno accolto con affettuosa cordialità ed io ho sempre cercato di ricambiare. Della stagione sin qui fornita, sarei insincero se affermassi di non essere contento. Ho avuto anch’io i miei contrattempi e infortuni, ma ho anche la coscienza di essermi sempre applicato a far bene, e spero di esservi qualche volta riuscito».Saprà ripetersi su questi livelli, questa ala più unica che rara in un campionato sempre più avaro di talenti nei ruoli antichi? Nessuno può dubitarne. Menichelli è personaggio della Juve heribertiana, ma sarebbe personaggio di primo piano in qualsiasi epoca iuventina. Immaginario negli anni trenta del ruggente calcio nostrano, non è difficile. L’ala che fa tesoro delle sue doti di scatto e dell’estro dribblarolo esemplifica il calcio del primo professionismo, chi meglio di Menichelli possiede scatto ed estro dribblarolo? E poi Menico tiene pure un tiro di tutto rispetto, e insomma è punta completa come poche altre.Lo definiscono un introverso, comoda definizione per chi parla poco; invece, è soltanto una persona molto riservata, che diventa scontrosa con se stessa, quando la partita finisce male. Allora, infila gli spogliatoi a testa bassa, senza guardare nessuno. Ma quando segna un goal, i suoi occhi si illuminano, quasi volessero cantare; se fosse stato un cantante sarebbe, certamente, un tenore di grazia, tanto gli piace la cavatina che impreziosisce, finché non si ode la voce stentorea del basso Heriberto urlare, a voce spiegata: «Menico! Menico!». Racconta di lui la moglie Carla: «Mio marito è molto buono, anche se chiuso. Lui è fatto un po’ a modo suo, non è molto chiacchierone o molto espansivo, è anzi piuttosto timido. È un uomo serio».Va a iniziare il campionato ‘65-66 dei buoni presagi bianconeri, ma prima c’è una stimolante sfida tra Juve e Inter, finaliste di Coppa Italia. Si gioca a Roma, Olimpico, una sera di settembre, e la TV porta in diretta a milioni di juventini le immagini del gol che decide la partita, a pochi minuti dal fischio d’inizio. A segnarlo è Menichelli, naturalmente: dopo, la difesa capitalizzerà il vantaggio, e la Coppa sarà juventina per la quinta volta nella sua storia. E poi, via col campionato, che la Juve inaugura con pochi gol fatti ma ancor meno subiti, una super difesa davanti al bravo Anzolin: uno a zero al Foggia, zero a zero con Atalanta, Napoli e Varese, e poi finalmente vittoria netta con il Vicenza, quattro a uno, con Menichelli nuovamente cannoniere. Ancora in gol va Menico in un bel derby vinto (2-0) il 21 novembre mentre la squadra, pur senza strafare, comincia ad assimilare la mentalità vincente, e fa tesoro dei pochi gol che le difese sempre più chiuse consentono di segnare. I gol di Menichelli tornano determinanti in primavera, contro il Brescia (doppietta) e contro la Sampdoria, nel commiato dal pubblico torinese che è anche commiato della Sampdoria dalla serie A.È stata una stagione di transizione e anche di ripensamento, per la Juve e per Menichelli, che ha totalizzato comunque 28 gettoni di presenza. Andrà meglio, incredibilmente e insperabilmente meglio, l’anno dopo.‘66-67, scudetto numero tredici: quale l’apporto di Menichelli nell’esaltante scalata al titolo più sofferto? Un apporto grandioso, fatto di prodezze continue al servizio della squadra. Non c’è pausa nell’azione di Menico, che da settembre a giugno praticamente non conosce flessioni di forma e di rendimento. E tanto meno di reti: comincia a segnare alla seconda giornata, contro il Lecco, si concede il lusso di una doppietta contro il Foggia, e poi, l’11 dicembre, apre le marcature del vittorioso Juve-Bologna, che designa ufficialmente i bianconeri come antagonisti dell’Inter. Il 31 dicembre, nella «partitissima» di andata, a San Siro, è suo il gol del vantaggio bianconero sui nerazzurri, che solo nel finale riusciranno a pareggiare. Il 12 febbraio, altra doppietta di Menico contro la Fiorentina, in una gara stravinta nel gioco e nei gol (4-1).E siamo al finalone, allo «sprint»: 7 maggio, Juve batte Inter uno a zero, segna Favalli, ma Menico è tra i migliori in campo. Ora la Juve è a «meno due», l’Inter è a portata di mano. 14 maggio, i bianconeri impattano a Mantova, uno a uno, gol di Menichelli. 21 maggio, Menico espugna Vicenza con memorabile capocciata su calcio d’angolo, propiziando il clamoroso sorpasso scudetto del primo giugno. Le cifre dicono chiaramente quanto è stato determinante Menichelli nell’impresa: 33 presenze e 11 reti, un quarto di quelle segnate complessivamente dalla squadra bianconera.È il suggello a una splendida carriera juventina, che toccherà ancora, nel ‘67-68, alti vertici di rendimento tanto in Campionato (20 presenze e 5 gol) che in Coppa dei Campioni. In quest’ultima competizione, è suo il gol che chiude il conto tra Juve e Olympiakos Pireo, nei «sedicesimi».Il canto del cigno di Menichelli juventino si ha nel ‘68-69: sono arrivati i primi esponenti della Juventus settanta, ora la folla invoca le piroette di Pietruzzu Anastasi e le classiche giocate di Haller. Menico si rende ancora comunque utile, confermandosi giocatore da «derby»: contro i granata disputa infatti la migliore partita della stagione, segnando pure il gol di apertura con bel tuffo di testa.Dopo sei stagioni in bianconero, andrà a Brescia e poi a Cagliari: alla Juve, con le sue 164 presenze e i suoi 40 gol in campionato, conserva, col ricordo e la simpatia dei tifosi, una posizione di prestigio nelle Graduatorie di ogni tempo.VLADIMIRO CAMINITIConservo il ricordo di una professionalità esaltante, in un tempo di rodomonte e di divismo bambinesco; un prototipo di calciatore fuori dal gregge, un’ala di ruolo abbastanza lineare, con ventate di gioco di possesso in uno scatto di aquilina essenzialità; lo scudetto numero tredici lo vide protagonista sia nei goal che nell’esecuzione assidua, puntuale, degli schemi ordinati da Heriberto Herrera. Menichelli si calò negli schemi heribertiani con tutta la sua professionalità (se mordeva il freno, nessuno se ne accorse) e forse essi servirono per rincuorarlo via via e potenziarne l’azione per se stessa atleticamente perentoria; fu un campionato bellissimo, a parte i due pareggi nei derby, e tante partite rotte da un equilibrio vorticoso proprio in virtù della forza di volontà degli uomini, della grinta belluina di questo Menichelli fratello del ginnasta che ne ripeteva, nelle ribalte del calcio, la metodicità di lavoro. Introverso, simpaticamente e tecnicamente assurdo, dotato di una furia di scatto poco coordinata dal fisico tozzo e forte, trovava nemici dappertutto e non si faceva capire nemmeno da se stesso. Irrazionale romano di Trastevere, ingaggiò superflue battaglie con Heriberto che lo vedeva così e cosà e lui non capiva, però scattava e segnava turbinosi goal. Ala capace anche di arginare (come voleva Accadue) ma soprattutto di arrembare e crossare e ricevere. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/giampaolo-menichelli.html
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GIAMPAOLO MENICHELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Giampaolo_Menichelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 29.06.1938 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Menico Alla Juventus dal 1963 al 1969 Esordio: 29.09.1963 - Serie A - Sampdoria-Juventus 0-2 Ultima partita: 18.05.1969 - Serie A - Sampdoria-Juventus 1-1 194 presenze - 59 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Giampaolo Menichelli (Roma, 29 giugno 1938) è un ex calciatore italiano, di ruolo ala. Giampaolo Menichelli Menichelli alla Juventus nella stagione 1967-1968 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1971 Carriera Giovanili 19??-19?? Roma Squadre di club 1957-1958 Roma 2 (0) 1958-1959 → Sambenedettese 27 (6) 1959-1960 → Parma 37 (8) 1960-1963 Roma 79 (14) 1963-1969 Juventus 194 (59) 1969-1970 Brescia 23 (6) 1970-1971 Cagliari 13 (0) Nazionale 1962-1964 Italia 9 (1) Biografia Nato nel quartiere romano di Portuense, è fratello del ginnasta olimpionico Franco. Carriera Iniziò la carriera nelle giovanili della Roma, per poi esordire in Serie A in maglia giallorossa il 9 febbraio 1958. Menichelli al Cagliari nell'annata 1970-1971 Passato in prestito alla Sambenedettese nell'inverno 1958, Menichelli si mise subito in luce, segnando un gol al debutto in maglia rossoblù contro il Catania (2-2); seguì poi una stagione al Parma e il ritorno a Roma, dove militò per tre annate partecipando al successo nella Coppa delle Fiere 1960-1961 — unico trionfo di una formazione italiana nella storia della competizione —, vinta nella doppia finale contro gli inglesi del Birmingham City. Già ala sinistra della nazionale italiana, e con alle spalle il campionato del mondo 1962 in Cile, nel 1963 Menichelli passò alla Juventus. Restò a Torino per sei stagioni, collezionando in maglia bianconera 194 presenze e 59 reti in Serie A. In Piemonte Menico contribuì da protagonista alle vittorie della Coppa Italia 1964-1965, dove emerse quale capocannoniere dell'edizione siglando inoltre nella finale di Roma il gol decisivo alla Grande Inter, e del campionato italiano 1966-1967, rimasto nella memoria per il sorpasso all'ultima giornata sull'Inter di Herrera ormai al crepuscolo, e che fruttò il tredicesimo scudetto alla Vecchia Signora; in questo ultimo caso, Menichelli si rivelò fondamentale con 33 presenze e 11 reti, che ne fecero il miglior cannoniere stagionale della squadra (un quarto di quelle segnate complessivamente dai torinesi). Nell'estate 1969 passò al Brescia, dove rimase un solo anno senza riuscire a evitare la discesa delle rondinelle in Serie B. Ritrovò tuttavia la massima categoria appena pochi mesi dopo, nella sessione autunnale di mercato, grazie al Cagliari campione d'Italia in carica, dal quale venne ingaggiato per sostituire Gigi Riva temporaneamente fermato da un grave infortunio. Dopo una stagione in Sardegna, lasciò definitivamente l'attività agonistica all'età di trentatré anni. In carriera ha totalizzato complessivamente 261 presenze e 60 reti in Serie A, e 64 presenze e 14 reti in Serie B. Palmarès Menichelli, tra Leoncini e Bercellino I, solleva la Coppa Italia 1964-1965 in cui fu match winner della finale. Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa delle Fiere: 1 - Roma: 1960-1961 Individuale Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1964-1965 (3 gol)
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ADOLFO GORI «Il giorno del mio arrivo a Torino – racconta – toccavo il cielo con un dito; era la Juventus, cioè il massimo e sarebbe stato facile di lì in poi. Non era vero, naturalmente, ma avevo poco più di vent’anni e ci credevo. Arrivavo dalla Spal, cioè dalla provincia piccola piccola e mi ritrovavo in una squadra carica di gloria e di tradizioni. Sono stati anni indimenticabili, anche se non vincemmo molto. Le soddisfazioni incominciarono subito, a cominciare dalla Coppa delle Alpi, nel 1963; pensavo che non avrei giocato neppure un minuto e, invece, disputai tutti gli incontri, fino alla finalissima con l’Atalanta, che battemmo 3-2, grazie ad un grandissimo Sivori. A fine giugno di quell’anno, giocammo una partita amichevole contro il Santos; Omar, stimolato dalla presenza di Pelé, fece delle cose incredibili. Sognavo ad occhi aperti, pensando che con compagni così forti nessuno avrebbe fermato la mia Juventus. E, invece, c’era l’Inter che, però, battemmo nella Coppa Italia del 1965 e nel campionato 1966-67. L’Inter era fortissima, ma anche noi non scherzavamo; in difesa eravamo quasi imbattibili, Anzolin diceva che, con noi davanti, poteva anche giocare con le mani legate. A metà campo, Del Sol era unico; solo in attacco avevamo qualche problema, non perché i miei compagni non fossero forti, ma perché quelli dell’Inter erano formidabili».Quale juventino autentico non ricorda vita e miracoli di Adolfo Gori? – chiede Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1974 – Il forte terzino, arrivato alla Juve nella stagione ‘63-64 e rimasto in bianconero per ben 5 stagioni, ha rappresentato uno dei punti-cardine della compagine, negli anni di Heriberto allenatore, contribuendo con 145 presenze (e due reti) a risultati di prestigio quali la vittoria in Coppa Italia e la conquista del tredicesimo scudetto. Ricordarlo qui, in questa rassegna di juventini degli anni Sessanta, è il giusto omaggio per un atleta arrivato anche agli onori della maglia azzurra al culmine della sua più felice stagione in bianconero.Quando e come diventa juventino, Gori il toscano? Il quando già l’abbiamo detto, è l’estate del ‘63, e c’è alla Juve aria di novità più o meno grosse. Il fatto che il Nostro arrivi ben prima del tradizionale calciomercato, questo semmai è meritevole di essere segnalato. La Spal si presenta al Comunale torinese per l’ultima giornata del campionato e già si parla del passaggio in bianconero di Gori e di un altro pezzo pregiato del vivaio ferrarese, Dell’Omodarme vale a dire. Non per nulla quella partita, che sa ormai soltanto di commiato e di smobilitazione tra due formazioni paghe per opposte ragioni (Spal già in salvo, Juve seconda con scudetto sfumato a vantaggio dell’Inter tre domeniche prima), Gori la vede dalla tribuna. E nonostante questo, il neo-juventino avrà prestissimo modo di mettersi in luce, con i nuovi colori. Finito il campionato, la squadra bianconera onora al meglio l’impegno internazionale della Coppa delle Alpi e trasferisce, armi e bagagli, in terra elvetica, anche i nuovi acquisti, unitamente alla vecchia rosa al completo.C’è Dell’Omodarme, tipo invero speciale di ala che pure farà parlare di sé spesso e bene, specie in tempi heribertiani; c’è l’azzurro Menichelli, soffiato con molto tempismo all’agguerrita concorrenza e alla ancor più agguerrita tifoseria romanista poco disposta a rinunciare al suo beniamino; e c’è Gori, che sin dalla prima partita, contro il Basilea, dimostra come il suo acquisto sia stato per la società fatto quanto mai produttivo. Gioca indifferentemente terzino o mediano, corre per sé e spesso anche per altri, non resta disorientato di fronte ai non sempre lineari schemi difensivi pretesi dal brasilero Amaral. E dimostra di avere pure confidenza con il gol, proprio contro il Basilea. Naturalmente, ci vuol altro che una Coppa delle Alpi a tamburo battente per fissare nel critico e nel supporter una impressione definitivamente positiva. Ma Gori non è un ragazzino alle prime esperienze, e garantisce parecchio anche in fatto di continuità di rendimento.Il campionato ‘63-64, che tante traversie e malumori porterà in casa juventina, avrà tra le poche note decisamente confortanti proprio la prestazione complessiva di Gori: 33 presenze su 34, mediano di spinta con Amaral e terzino con licenze fluidificanti ma non troppo con Monzeglio, presto sopravvenuto al trainer del quattroduequattro e dei centromediani interscambiabili. Conta e fa positivamente testo la grande regolarità di questo difensore ventiquattrenne, che inizia il torneo in forma e lo finisce più pimpante che mai, segnando addirittura nella partita del congedo, a Marassi, contro il Genoa di Santos.Con Leoncini, quasi un tandem-fisso Terzino d’ala, dunque, secondo le inclinazioni naturali del tipo, che non è il mastino stakanovista ma tiene grinta sufficiente per garantire adeguato controllo dell’estrema avversaria. Già nel finale del torneo ‘63-64 si delinea una coppia fissa di terzini dall’alto rendimento, con Gori appunto e Leoncini detto Leo, che talvolta, pure lui, viene impiegato in mediana. La difesa, ecco dove si costruisce la base della formazione, che in attacco vive periodi grigi e che solo puntando sull’impenetrabilità dei reparti arretrati può centrare obiettivi di riguardo. E, vedi la combinazione, Gori è tra i difensori il più continuo nel rendimento e nel numero di presenze.Nel successivo torneo ‘64-65 con Heriberto alla guida della squadra e Nestor Combin alla guida dell’attacco tra un incidente e l’altro, Gori farà anche meglio centrando 34 partite su 34 e contribuendo come e più dell’anno prima alla solidità di una retroguardia seconda soltanto a quella del Milan come numero di reti incassate (appena 24) e premiata pure ufficialmente per questo. Una intesa perfetta, questo naturalmente il segreto di tanta impenetrabilità: Bercellino è la roccia su cui si schiantano senza passare centravanti della miglior specie, e in seconda battuta c’è Castano, il lungo mestiere applicato a classe delle più genuine. Gori, a seconda di come comanda la circostanza della partita, sta incollato al «suo» attaccante o svolge mansioni di raccordo col centrocampo, in alternativa a Leoncini. E la formula perfetta, l`uovo di Colombo che fa intristire più di un allenatore avversario. Anzolin, portiere che con siffatti figuri davanti può dormire sonni tranquilli, dice a un certo punto, dopo un derby vinto, che anche senza mani si sentirebbe di fare il portiere in quella Juve. Che purtroppo continua cronicamente a non disporre di un attacco adeguato al valore della sua difesa, solo così spiegandosi i buoni ma non trascendentali piazzamenti della squadra.Anche il ‘65-66 ha portato fortuna a Gori (che a settembre ha intanto vinto una Coppa Italia contro l’Inter), presente 32 volte e a segno in una circostanza (contro la Fiorentina, a Torino, in occasione di una delle più belle e nette affermazioni bianconere, 3-0), ma non alla Juve, che pure ha finito al galoppo, cancellando il Milan con prova maiuscola.‘66-67: è il quarto anno di Juve per Gori, ormai un beniamino della folla bianconera. Il campionato del sospirato e sofferentissimo tredicesimo scudetto significa per il Nostro una doppia soddisfazione: avere contribuito al prestigioso traguardo con 29 presenze e una rete (segnata a Lecco) ed essere finalmente arrivato alla maglia azzurra. I due risultati sono entrambi quanto mai meritati: al primo contribuisce tra l’altro con maiuscola prova nella partitissima Juve-Inter, opposto a Corso. Al secondo perviene subito dopo la vittoria nel campionato. Si gioca a Bucarest Romania- Italia per la Coppa Europa, e Valcareggi attinge a piene mani dalla Juve campione: in campo vanno Zigoni e appunto Gori, complice anche un incidente al titolare Burgnich. Il battesimo azzurro è del tutto positivo, e viene confortato anche dal risultato (vittoria per 1-0 con rete di Bertini nel finale): è il suggello a una stagione senza precedenti.«Il 1967 fu un anno meraviglioso; prima lo scudetto e poi il debutto in Nazionale, insieme al mio compagno Zigoni. Vinsi anche un referendum, tra i tifosi bianconeri, come il giocatore più simpatico; ricevetti parecchi voti anche se, oggi posso ammetterlo, parecchie cartoline le avevo spedite io. C’era in palio una bellissima crociera».Saprà ripetersi su questi livelli? Purtroppo, la stagione ‘67-68 è per Gori tanto jellata quanto era stata fortunata la precedente. Dopo un buon avvio il terzino si infortuna in occasione del derby di andata, e si trascina il malanno al ginocchio per l’intera stagione, riuscendo a racimolare soltanto sette presenze. L’ultima partita che gioca in maglia bianconera non smentisce il contesto dell’annata: è partita jellata, persa male con il Milan e giocata così così da Gori, che Heriberto ha mandato in campo febbricitante contro uno scatenato Prati.«Nel 1968 cominciò un periodo non molto bello; la Juventus mi cedette al Palermo dove, però, non ebbi modo di giocare. L’anno successivo, a Brescia, le cose andarono meglio, ma la squadra retrocedette e preferì puntare sui giovani. Avevo trent’anni e mi fu offerta l’opportunità di giocare negli Stati Uniti, nel Rochester; fu un’avventura bellissima sul piano dell’esperienza umana e molto particolare sotto l’aspetto calcistico. Ho chiuso con il calcio, tornando in Italia».Peccato che le imprese di Gori in bianconero si interrompano così di brusco, proprio all’indomani dei successi più importanti. Ma i cinque anni, e le 145 presenze in bianconero ancor più, testimoniano quanto sia d’obbligo annoverarlo tra i più rappresentativi e validi difensori juventini degli anni Sessanta.«Ricevo ancora tante dimostrazioni di affetto e simpatia; si vede che, alla Juventus, qualcosa ho dato anch’io».VLADIMIRO CAMINITIAndava all’attacco per occupare il tempo, annoiandosi a marcare. Cianchettando e smoccolando. Era bravo, se ne accorse perfino il perfido Fabbri, duce della panchina. Il terzino che va all’attacco, lo riverivano sul giornale.All’attacco andava Caligaris come le amazzoni a caccia di emozioni. Un terzino nel paese dei ruoli (e dei comodi) aspetta e spera, non vive di sogno ma di realtà. Bada al suo e non interferisce. Non si immischia.Adolfo di Viareggio zufolava in giro, come qualmente ce l’avessero con lui e non apprezzassero il suo talento. Toscanaccio, toscanino, non si dava per vinto, pungeva e punzecchiava, non si arrendeva. Le sue rincorse erano una protesta. Come mai l’onorevole Catella dava importanza più a De Paoli che a lui? Una protesta quasi sociale. Un terzino come il Gori non s’era mai visto... E non era vero, ma pareva vero, De Paoli sempre fermo anche se il gol della vittoria scoccava definitivamente dal suo shot. Quante ingiustizie nella vita. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/adolfo-gori.html
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ADOLFO GORI https://it.wikipedia.org/wiki/Adolfo_Gori Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 13.02.1939 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1963 al 1968 Esordio: 15.09.1963 - Serie A - Juventus-Spal 3-1 Ultima partita: 24.02.1968 - Serie A - Juventus-Milan 1-2 179 presenze - 5 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Adolfo Gori (Viareggio, 13 febbraio 1939) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o difensore. Adolfo Gori Gori alla Juventus negli anni 1960 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore, centrocampista) Termine carriera 1972 Carriera Giovanili 195? Viareggio Squadre di club 1956-1959 Viareggio 59 (0) 1959-1961 Lucchese 66 (3) 1961-1963 SPAL 63 (2) 1963-1968 Juventus 179 (5) 1968 Palermo 0 (0) 1968-1969 Juventus 0 (0) 1969-1970 Brescia 17 (0) 1971 Rochester Lancers 24 (0) 1971-1972 Camaiore 8 (0) 1972 Rochester Lancers 14 (5) Nazionale 1967 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1972 Rochester Lancers Carriera Gori nacque a Viareggio e fu proprio nella città della Versilia che iniziò la propria attività di calciatore. Parte da mediano e viene fatto esordire a 18 anni in IV Serie - futura Serie D - nel 1957. Dopo altri due campionati pieni, passa in Serie C nella Lucchese dove disputa due campionati, sempre da mediano, ottenendo anche la promozione in Serie B dei rossoneri. Nel 1961 passa alla SPAL di Paolo Mazza, che dopo averlo acquistato e fatto giocare a centrocampo - il suo esordio in Serie A avverrà il 28 agosto dello stesso anno contro il Catania - intuisce che Gori può essere trasformato in terzino fluidificante o di fascia come verrà chiamato in seguito. In seguito Mazza vuole riscattare dalla Juventus il terzino Gianfranco Bozzao cedendo alle richieste dei bianconeri che vogliono indietro Carlo Dell'Omodarme. Mazza allora propone Gori alla Juve e l'affare va in porto. Gori (accosciato, secondo da sinistra) nella SPAL del 1961-62, finalista di Coppa Italia. Alla Juventus Gori si adatta subito, partendo titolare a fianco di Omar Sívori, Luis Del Sol, Gino Stacchini, Ernesto Castano, Gianfranco Leoncini e molti altri campioni. Gioca quattro campionati pieni, le partite di Coppa Italia e le altre gare internazionali, vince lo scudetto del 1967 e sempre quell'anno esordisce in Nazionale - esattamente il 25 giugno a Bucarest con una vittoria degli azzurri per 1 a 0. L'anno successivo allo scudetto si infortuna seriamente e gioca solo 7 partite, ponendo così fine alla sua parabola ascendente. L'anno dopo viene ceduto in prestito al Palermo, con cui giocò due partite in Coppa Italia prima di tornare a Torino restando inattivo. Nel 1969 passa al Brescia insieme a Giampaolo Menichelli dove chiude con il calcio professionistico italiano a 31 anni dopo aver giocato 215 partite in Serie A. Nel 1971, con una parentesi in Serie D con il Camaiore, tenterà l'avventura negli Stati Uniti facendo il giocatore-allenatore del Rochester Lancers venendo seguito dall'ex compagno di squadra nella Juventus Carlo Dell'Omodarme. Alla guida dei Lancers raggiunge le semifinali della NASL 1972, venendo eliminato dai St. Louis Stars. Inoltre guidò il club di Rochester nella CONCACAF Champions' Cup 1971, ottenendo il quarto posto nel girone finale del torneo disputato a Città del Guatemala nel marzo del 1972. Successivamente si ritirò definitivamente dall'ambiente del calcio creando, nel 1976, un'azienda che opera nel settore delle costruzioni nautiche. Palmarès Club Campionato italiano Serie C: 1 - Lucchese: 1960-1961 (girone B) Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967
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Eraldo Monzeglio - Allenatore
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ERALDO MONZEGLIO È uno dei tre vincitori di entrambi i Mondiali degli anni ‘30, insieme a Ferrari e Meazza. Ottimo difensore dopo gli inizi nel Casale, punto di partenza quasi obbligato per lui, nato nel Monferrato, la svolta della carriera arriva con il passaggio al Bologna nel 1926. Diventa perno della difesa di una delle squadre migliori del campionato, vincitrice del suo primo scudetto solo l’anno prima e poi vicina al bis in altre due occasioni prima di centrarlo, con Monzeglio in campo, nell’ultima edizione del torneo senza girone unico, quella che si conclude nel 1929. Con il club felsineo, fino al 1935, vincerà due Mitropa Cup, ma se ne andrà alle soglie dei 30 anni prima del periodo d’oro dei 4 scudetti in 6 anni, per chiudere la carriera dopo altre 4 stagioni alla Roma. Proprio durante il primo Mondiale vinto, nel 1934, Monzeglio conosce Benito Mussolini e ne diviene amico, tanto che, durante la sua esperienza da calciatore in giallorosso, diverrà istruttore di tennis (altro sport praticato abilmente) e allenatore personale dello stesso Duce. Un rapporto che dopo la guerra gli creerà qualche grattacapo, presto scongiurato, perché a un calciatore si perdona tutto, soprattutto se ha vinto due Mondiali. Con il ripristino dell’attività agonistica, nel 1946, inizia dunque una carriera di allenatore che durerà per un quarto di secolo. I buoni inizi con Como e Pro Sesto gli valgono la panchina dell’ambizioso Napoli di Achille Lauro. Con il Comandante i rapporti sono spesso burrascosi ma Monzeglio riesce a restare in sella per ben 7 stagioni. Dopo Monza e Sampdoria, e un ritorno a Napoli senza compiti di allenatore, affidati a Pesaola, la gioia di diventare tecnico della Juventus, presto dimenticata per colpa di uno spogliatoio difficile e di tifosi impazienti di tornare a vincere dopo un paio d’anni complicati. Proprio a Torino si ritirerà a vivere gli ultimi anni, fino alla morte, arrivata nel 1981, pochi mesi prima di poter vedere i suoi successori azzurri sul trono mondiale. “TRE RE PER UNA SIGNORA” DI BERNARDI & NOVELLI Esonerato Amaral, che avrebbe in seguito guidato il Genoa, sbarca a Torino il bicampione del mondo Monzeglio Un piemontese monferrino di Casale, una delle culle e delle glorie del calcio nazionale. Ma pure il vecchio grande Eraldo venne licenziato. «E Sivori ha riconosciuto la sua colpevolezza, insieme a tanti suoi compagni, per la brutta stagione di Monzeglio E dice che Eraldo non ebbe colpe specifiche, se non quella di un’estrema labilità di carattere, sovente vicina alla debolezza. Ancora una volta, dobbiamo riconoscere l’onesta del Cabezon». Diamo al Cabezon ciò che giustamente gli spetta. Facciamolo analogamente per Eraldo Monzeglio, possente difensore del Bologna, della Roma e degli azzurri del sommo Vittorio Pozzo. Compagno d’armi pedatorie, per così dire, di Combi, Rosetta, Foni, Rava, Monti, Bertolini, Borel e Orsi. «Monzeglio, innanzitutto, era un gentiluomo, che disse a Sivori, al suo primo allenamento da tecnico bianconero “Alleni lei”. Lo responsabilizzò, volle dargli importanza. E Omar tirò il gruppo. Quando arrivò alla Juve, sostituendo Amaral praticamente all’inizio del torneo 1963-64, era felice come un bambino: era stato sempre il suo sogno quello di allenare la Juve. Non era più giovane, è vero, tuttavia aveva un fisico straordinario questo casalese che, alla Liberazione, se l’era vista brutta. Non ha mai messo il cappotto in pieno inverno, figurati che qualche volta seguiva addirittura il giocatore che doveva battere un calcio d’angolo, si accovacciava e restava a vedere come lo batteva. E questo succedeva nelle partite di campionato. Allora, sai, l’allenatore poteva muoversi, non per nulla Oronzo Pugliese fece quel famoso numero in cui insegui un’ala avversaria lungo la linea del campo, per poi entrare nel tunnel degli spogliatoi di Foggia e riemergere dall’altra parte. Straordinario personaggio anche don Oronzo». Eppure Eraldo da Casale, nonostante il suo passato lucente di grande uomo di calcio, alla Juventus colse soltanto amarezza e coltivò tristezza. «Arrivarono persino i tifosi a murare il Campo Combi! Tanto, dicevano loro provocatoriamente, non serviva per allenarsi visti i risultati. Quindi presero dei mattoni e li appoggiarono all’ingresso del Combi, scrivendoci sopra “Non serve”. Non usarono la calce, almeno questo. Si limitarono a mettere assieme i mattoni». La Juve di Monzeglio, tuttavia, arrivo quarta nel 1963-64, a pari merito con la Fiorentina. Non era il massimo, ma neanche l’abisso. Inoltre Eraldo aveva fatto bene come allenatore al Napoli. «Forse arrivò troppo tardi alla Juventus, come tecnico aveva probabilmente già dato tutto o quasi tutto. Ricordo che, quando seppe dell’esonero, mi disse delle cose sulla società bianconera che non si addicevano a un gentiluomo del pari suo. Se la prese. Si sfogò con me, si sentiva veramente deluso e, se non tradito, molto ferito. Bisogna capirlo». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/eraldo-monzeglio.html -
Eraldo Monzeglio - Allenatore
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ERALDO MONZEGLIO https://it.wikipedia.org/wiki/Eraldo_Monzeglio Nazione: Italia Luogo di nascita: Vignale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 05.06.1906 Luogo di morte: Torino Data di morte: 03.11.1981 Ruolo: Allenatore Nazionale Italiano Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1963 al 1964 36 panchine - 14 vittorie - 11 pareggi - 11 sconfitte Eraldo Monzeglio (Vignale Monferrato, 5 giugno 1906 – Torino, 3 novembre 1981) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. È stato campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934 e nel 1938. È morto a Torino all'età di 75 anni il 3 novembre 1981; è stato sepolto nel cimitero di Casale Monferrato, vicino alla tomba di Umberto Caligaris. Eraldo Monzeglio Monzeglio con la maglia della nazionale italiana Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1939 - giocatore 1973 - allenatore Carriera Giovanili 191?-1923 Casale Squadre di club 1923-1926 Casale 26 (1) 1926-1935 Bologna 252 (4) 1935-1939 Roma 108 (0) Nazionale 1930-1938 Italia 35 (0) Carriera da allenatore 1946-1947 Como 1947-1949 Pro Sesto 1949-1956 Napoli 1956 Simmenthal-Monza 1958-1962 Sampdoria 1962-1963 Napoli 1963-1964 Juventus 1966 Chiasso 1967 Lecco 1973 Chiasso Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Oro 1927-30 Argento 1931-32 Oro 1933-35 Caratteristiche tecniche È stato un elegante terzino che si seppe adattare nel modulo WM che si era imposto agli inizi degli anni 30. Carriera Giocatore Club Monzeglio (in basso, primo da sinistra) nel Bologna campione d'Italia della stagione 1928-1929 Monzeglio esordì nella Divisione Nazionale, l'allora massima serie del campionato italiano, con la maglia del Casale nel 1924, in una gara contro l'Inter in cui si fece notare dagli osservatori. Nel 1926 passò per motivi di bilancio al Bologna (9 stagioni, 252 incontri — di cui 64 prima dell'introduzione del girone unico nazionale — e 4 gol in campionato, più 10 presenze nella Coppa dell'Europa Centrale) e nel 1935 alla Roma, dove chiuse la carriera nel 1939. Nazionale Giocò 35 partite in nazionale, laureandosi campione del mondo nel 1934 (giocando 4 partite su 5) e nel 1938 (torneo in cui giocò solo la gara di esordio). In occasione del mondiale in Italia conobbe e divenne amico di Benito Mussolini, diventandone anche allenatore personale dei figli. Giocò inoltre 6 gare con la nazionale B, con la quale debuttò il 7 aprile 1929 nella vittoria in trasferta contro la Grecia per 4-1. Riportò inoltre le vittorie del 1930 e del 1935 e un secondo posto nel 1932 nella Coppa Internazionale. Allenatore Nel 1941-1942 fu assunto come direttore tecnico della Roma (che avrebbe vinto quell'anno il suo primo scudetto), per poi partire per la campagna di Russia. Dopo la Seconda guerra mondiale allenò varie squadre; iniziò con il Como, che portò all'ottavo posto in Serie B, per poi passare alla Pro Sesto, sempre tra i cadetti, che per due anni concluse al settimo posto. Nel 1949-50 andò al Napoli, che guidò fino al 1955-56, diventandone l'allenatore che è rimasto per più tempo e consecutivamente alla guida della squadra partenopea, primato che tuttora resiste. Dal 1958-59 al 1961-62 fu tecnico della Sampdoria, nel 1962 tornò al Napoli, affiancando Bruno Pesaola in qualità di direttore tecnico; quindi nel 1963-64 subentrò a Paulo Amaral sulla panchina della Juventus. Infine nel 1966 e nel 1973 allenò il Chiasso, con un breve intermezzo nel Lecco. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Bologna: 1928-1929 Competizioni internazionali Coppa dell'Europa Centrale: 2 - Bologna: 1932, 1934 Nazionale Campionato mondiale: 2 - Italia 1934, Francia 1938 Individuale All-Star Team del mondiale: 1 - Italia 1934 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano - 2013 (riconoscimento alla memoria) Allenatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Napoli: 1949-1950 Individuale Seminatore d'oro: 1 - 1959-1960 -
BRUNO SICILIANO Contemporaneamente all’arrivo di Del Sol e Miranda, nell’estate del 1962 si presenta a Torino un altro nuovo straniero: è Bruno Siciliano, acquistato dalla Juve due anni prima e che era stato in prestito al Vicenza nella stagione 1960-61 e al Venezia nel campionato successivo. In laguna Siciliano si afferma come un’ottima seconda punta, veloce e pronta ad andare in goal attraverso rapidi e precisi scambi con i compagni di reparto.Il suo è un debutto fortunato: il 7 ottobre 1962, una Juventus relegata ai bassifondi della classifica, con un solo punto in tre partite, batte al Comunale la capolista Bologna ed uno dei tre goal bianconeri è suo. Ma Miranda, con quattro reti in tre partite, conquista il posto di titolare.Grazie ad un infortunio del brasiliano dai goal da metà campo, Bruno scende in campo il primo novembre 1962: nemmeno il tempo di notarne la presenza ed è già in goal, il primo dei tre con cui la squadra bianconera espugna lo stadio Menti di Vicenza.Miranda torna in squadra la domenica successiva e affonda il Napoli con un terribile calcio di punizione. Si gioca con un centravanti alla volta, chiarisce l’allenatore Amaral, e Siciliano torna in campo solo il 30 dicembre, contro il Mantova. Naturalmente segna e segnerà ancora un goal nel rocambolesco 6-3 a spese dell’Atalanta.Malgrado il discreto risultato, i tecnici della Juventus decidono di cederlo definitivamente al neo promosso Bari. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/bruno-siciliano.html
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BRUNO SICILIANO https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Siciliano_ Nazione: Brasile Luogo di nascita: Rio de Janeiro Data di nascita: 19.01.1938 Ruolo: Attaccante Altezza: 181 cm Peso: 74 kg Nazionale Brasiliano Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 03.10.1962 - Coppa Italia - Foggia-Juventus 0-2 Ultima partita: 21.04.1963 - Serie A - Modena-Juventus 0-0 15 presenze - 4 reti 1 coppa delle Alpi Bruno Carlo Siciliano (Rio de Janeiro, 19 gennaio 1938) è un ex calciatore brasiliano, di ruolo attaccante. Bruno Siciliano Nazionalità Brasile Altezza 181 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1967 Carriera Squadre di club 1958-1960 Botafogo ? (?) 1960 Juventus 0 (0) 1960-1961 → Lanerossi Vicenza 21 (1) 1961-1962 → Venezia 23 (8) 1962-1963 Juventus 15 (4) 1963-1966 Bari 75 (10) 1967 N.Y. Generals 8 (0) Nazionale 1960 Brasile 1 (0) Carriera Club Cresciuto calcisticamente nel Botafogo, si mette presto in luce come centravanti veloce e dalle buone doti tecniche ed in virtù delle sue chiare origini italiane, viene acquistato dalla Juventus in qualità di oriundo. Giunto in Italia viene immediatamente smistato al Lanerossi Vicenza in prestito dove, pur giocando 21 gare, va in goal solo una volta. Al termine del campionato 60-61, la Juventus, sempre proprietaria del suo cartellino, lo giudica ancora acerbo e lo concede ancora una volta in prestito, questa volta al Venezia, dove realizza 8 reti in 23 presenze, affermandosi come una ottima seconda punta, veloce e pronta ad andare in goal attraverso rapidi e precisi scambi con i compagni di reparto. L'anno successivo, pienamente ambientatosi al nostro calcio, la Juventus lo inserisce nella sua rosa dove si alternerà con Nicolè a dare supporto alla prima punta Miranda ed al "cabezon" Sívori. Al termine della stagione avrà realizzato 4 reti in 12 presenze, risultando più prolifico del pari ruolo Nicolè che con le stesse presenze realizzerà solamente una rete. Malgrado il discreto risultato i tecnici della Juventus decidono di cederlo definitivamente al neo promosso Bari. Con i galletti baresi militerà tre stagioni scandite dalla immediata retrocessione in serie B il primo anno, da una imprevista e incredibile retrocessione in serie C il secondo anno ed un grigio, quanto inaspettato, campionato nel girone C della terza serie che vede il Bari a centro classifica con 36 punti. Nell'estete 1967 venne ingaggiato dagli statunitensi del New York Generals. Con i Generals ottenne il terzo posto della Eastern Division della NPSL, non qualificandosi per la finale della competizione. Nazionale L'unica sua presenza in nazionale risale al 1960. Palmarès Club Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963
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ARMANDO MIRANDA Nella stagione ‘62-63 – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – chiusa dalla Juventus con un non disprezzabile secondo posto alle spalle dell’Inter (sia pure con quattro punti di svantaggio nei confronti dei nerazzurri di Burgnich, Facchetti, Suarez, Jair e Sandro Mazzola) è comparso in maglia bianconera, in anticipo sui tempi, un UFO. Non molti lo ricordano, Armando Miranda, brasiliano, nato a San Paolo il 12 dicembre del ‘39, ultimo di dieci fratelli, attaccante del Corinthians. Mezz’ala ambidestra o centravanti è tesserato come oriundo (padre e madre di origine italiana, di San Giuliano presso Napoli). Miranda è un ragazzone di un metro e 82 per 80 chili, con una strana rassomiglianza (volto e fisico) con il suo connazionale Angelo Benedicto Sormani, e con un tiro fulminante.La Juventus lo strappa al Flamengo rimandando a casa, senza averlo mai impiegato, un certo Amàro (altro brasiliano) fatto venire a Torino in un momento di disattenzione. Erano tempi di confusione anche per un club serio come quello bianconero. Chi lo vede in allenamento rimane allibito: questo ragazzone di 24 anni, che ne dimostra almeno 30, è goffo sia nel palleggio sia nella corsa, non molto rapido nello scatto. Una dote, Armando, ce l’ha: il suo tiro è un’autentica cannonata, pronta a esplodere da qualsiasi posizione del campo.Armando possiede anche una notevole personalità, gli avversari sentono la sua presenza in campo e questo favorisce il gioco di compagni. Non ha paura degli stopper avversari: «I centromediani italiani mi appaiono più duri di quelli brasiliani, ma nemmeno troppo; insomma, non sono quegli orchi di cui mi raccontavano. Io sono sempre stato abituato ad avere un uomo che mi marca senza tregua, per paura del mio tiro».Miranda si presenta al pubblico italiano il 14 ottobre ‘62 allo Stadio Olimpico con il gol che consente alla Juventus di pareggiare con la Roma (in vantaggio con Lojacono). È un gol su punizione da 35 metri che Cudicini, portiere giallorosso, non vede nemmeno. La domenica dopo, al Comunale contro la Sampdoria, la gente che si prepara a fischiare quel tipo grosso, formato agricoltore texano che corricchia trascinando per il campo il suo testone, è zittita dalla doppietta di Miranda e dal gol di Nicolè.Altri sette giorni, vittoria 1-0 nel derby e rete del solito Miranda su punizione: il portiere granata Vieri, non riuscirà a capire, per anni, come fece a prendere un gol così, da più di 35 metri! Rientra da un infortunio il 4 novembre in Juventus-Napoli giusto in tempo per fulminare Cuman, questa volta di testa, con la botta decisiva dell’1-0. Quattro partite, cinque gol. Se si fosse presentato così Maradona, vent’anni dopo, i giornali sportivi sarebbero impazziti. La Juventus con Miranda gioca praticamente in 10, finché la palla non arriva nei paraggi di questo strano brasiliano, che di colpo fa esplodere il suo tiro terrificante, che quando centra la porta, è sempre decisivo.Poi, entra in ballo la sfortuna, sotto forma di uno strappo muscolare, che lo toglie dal terreno di gioco; rientra giusto in tempo per la partitissima di Bologna e, naturalmente, segna ancora su punizione. Altri infortuni, in seguito, e qualche altra fugace apparizione: Juventus-Spal, ultima di campionato, sarebbe un fiasco se Miranda non segnasse il suo gol, finisce 2-2 e il secondo posto è salvo.Armando, pur chiudendo la stagione con dodici gol in diciassette partite, a fine stagione deve ritornare in Brasile con Siciliano, per far posto alla coppia formata da Nené e Dino Da Costa. L’Ufo se ne andò, lasciando qualche rimpianto e una serie di gol favolosi, soprattutto realizzati con bordate lunghe e forti. Segnò anche da oltre metà campo e l’allora capo della redazione sportiva de «La Stampa», Paolo Bertoldi, mandò a misurare la distanza: 49 metri. Per molti portieri la sua partenza fu la fine di un incubo. Con Armando avversario, c’erano da rivedere tutte le teorie, si doveva entrare in allarme non appena il marcantonio passava la linea di centrocampo palla al piede. In compenso, malgrado la statura, era nullo nel gioco di testa. Sivori, abituato agli assist aerei di John Charles, storceva il naso di fronte ai gol di forza (e basta) di questo ragazzone grezzo e sgraziato.Si disse che era stato il parere negativo dell’ancora potente (in campo e in spogliatoio) Omar a segnare il destino di Armando Miranda. Ma il dinoccolato brasiliano resta comunque, e con buoni motivi, nella storia della Juventus.GIANCARLO DE BETTA, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1968Cinque anni fa debuttò nella Juventus, a Roma, contro la Roma. Cinque anni e… un pezzetto. Era la fine di ottobre del 1962. Si chiamava Armando Miranda, era brasiliano, apparteneva al Corinthians di San Paulo, ma stava giocando in prestito nel Flamengo di Rio. Era un tipo strano: una castagna di piede che faceva spavento, una «cattiveria» sempre presente nell’arco della partita, un senso del gol notevole. Per il resto, nebbia: niente classe, niente senso collettivo del gioco, pessimo carattere, del tipo introverso.Miranda era in vendita già dal novembre del 1961: e costava solamente 30.000 dollari. Il Corinthians non lo voleva nelle sue file non perché non avesse delle qualità, bensì perché era un litigioso. E si era urtato presidente del Corinthians, l’avv. Wadib Helù. Così Helù aveva deciso: Miranda è in vendita.Lo aveva visionato Sansone e Montanari per il Bologna, nel novembre del ‘61, quando i due si recarono in Brasile per l’acquisto di Silvio Farìa, centravanti della Portuguesa. Al Bologna erano scontenti di Nielsen. I due tecnici italiani non gradirono Silvio Farìa, allora visionarono Jair, ma in quella circostanza non stavano cercando un’ala destra, videro all’opera Miranda: ma non ne furono entusiasti. Miranda rimase al Flamengo, in prestito.Durante la Coppa del Mondo in Cile, la Sampdoria (che avrebbe comperato più tardi Toro in Cile e Da Silva in Brasile), ci fece su un pensierino. Ma con due stranieri, la società ligure voleva allora un oriundo, e Miranda in Brasile era considerato brasiliano figlio di spagnoli.Fu quando si profilò la possibilità di uno scambio Amàro-Miranda che quest’ultimo divenne... di origine italiana, anzi napoletana. Non so bene con quale veridicità: può anche darsi che le primitive informazioni fossero sbagliate e quelle successive esatte. In ogni caso, «Nasone» Miranda venne a Torino con l’etichetta di oriundo.Non ingranò mai nella vita calcistica italiana. E a fine stagione fu ceduto al Catania, insieme con Battaglia, laddove avrebbe trovato quel Cinesinho che Moratti aveva acquistato nel 1962 da suoi emissari in Brasile per poi prestarlo per un anno al Modena, e quindi cederlo, fetta per fetta, al Catania.Juventus e Catania furono le tappe di Miranda in Italia, sotto la regia di Amaral e di Di Bella. Non si adattò al giuoco italiano, al tipo di vita che un calciatore deve condurre in Italia. Rientrò nella natia San Paulo nel 1964. E si presentò alla Juventus, di San Paulo, dove chiese di giocare. La Juventus è una società di serie A della capitale paulista, del gruppo delle «piccole». La società però è assai ricca e molto bene organizzata. Ora si è costruito uno stadio e degli impianti sportivi per tutte le discipline sportive, e conta oltre 40 mila soci proprietari, facendo quindi concorrenza al Palmeiras. Presidente di questa Juventus è il signor Ugolini, industriale del ferro, brasiliano, figlio di lucchesi, il quale ha dato un impulso enorme alla società.Miranda si allenò, giocò nelle riserve, poi passò in prima squadra. La Juventus di San Paulo chiese alla Juventus la concessione di un prestito del cartellino, che fu concesso a titolo quasi gratuito. Tutto ciò va detto perché il mondo degli sportivi sappia quale sportività regge i dirigenti bianconeri negli affari, compresi quelli che non furono affatto felici: com’è il caso di Miranda.Ma intorno al 1965 Miranda si staccò anche dalla Juventus di San Paulo e si allenò giocando nella Portuguesa, l’ex squadra di Julinho e di Jair. Logicamente la Juventus di Torino era al corrente di tale prestito, e ne dette il benestare.Ma anche alla Portuguesa Miranda ebbe vita corta. Un giorno si mise la cenere sulla testa e andò in ufficio del presidente, in piazza Clovis Bevilacqua, a San Paulo. E disse: «Signor presidente, io nella vita di calciatore ho sbagliato tutto: qui con lei, al Corinthians, nel Flamenco a Rio, a Torino nella Juventus, nel Catania, e poi ancora in Brasile. Mi scusi e mi voglia perdonare con tutti i presidenti di club per i quali ho giocato nella mia vita. Ma non sono ancora da sbattere via: lei non mi può aiutare?».Era già molto, tutto questo discorso, per un tipo introverso e strafottente come Miranda. L’avv. Helù si sforzò di capirlo e... gli trovò un posto al sole. Era il mese di luglio scorso, un dirigente dell’Atletico di Barranquilla (Colombia) era venuto a San Paulo insieme con l’allenatore, un ex giocatore uruguayano di valore. Avevano bisogno di un giocatore d’attacco. L’avv. Helù presentò loro Miranda, che stava assistendo alla partita di campionato fra Corinthians e Guaranì di Campinas. L’affare fu subito fatto.La Juventus di Torino ricevette per il prestito di quel cartellino una cifra del tutto simbolica, mille dollari, tanto per... le spese di corrispondenza. Questa è la Juventus: e nel mondo, per grande che esso sia, tutti sanno che cosa vuol dire Juventus anche in questo non facile campo. Lo ha imparato perfino Miranda, che se oggi può ancora giocare ad onta delle bizze e dei malumori suoi, deve ringraziare la società torinese. E l’ha fatto con parole alla buona, pochi mesi fa, quando lo vidi con le valigie in mano, pronto a iniziare l’ennesimo trasferimento della sua vita errabonda e sconclusionata. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/armando-miranda.html
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ARMANDO MIRANDA https://it.wikipedia.org/wiki/Armando_Miranda Nazione: Brasile Luogo di nascita: San Paolo Data di nascita: 12.12.1939 Luogo di morte: San Paolo Data di morte: 07.04.1980 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 83 kg Soprannome: Boca Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 14.10.1962 - Serie A - Roma-Juventus 1-1 Ultima partita: 26.05.1963 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 20 presenze - 15 reti Armando Miranda (San Paolo, 12 dicembre 1939 – San Paolo, 7 aprile 1980) è stato un calciatore brasiliano. Soprannominato "Boca", "Miranda Miranda" o semplicemente "Miranda" (da non confondere con l'allenatore portoghese Armando Antonio Miranda altrimenti detto Armando Manhiça ex difensore nato il 12 aprile 1943, che ha guidato la nazionale della Guinea-Bissau nel 2002) è stato un famoso centravanti brasiliano. Armando Miranda Miranda al Catania nel 1963-1964 Nazionalità Brasile Altezza 182 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1972 Carriera Squadre di club 1959-1961 Corinthians 77 (25) 1962 Flamengo 25 (9) 1962-1963 Juventus 17 (12) 1963-1964 Catania 10 (1) 1967-1972 Atlético Junior 70 (38) Biografia Nato a San Paolo del Brasile, Miranda era di origine italiana, il padre e la madre provenivano infatti dal paese di San Giuliano presso Napoli. Finita la carriera, giocò al livello amatoriale nel club brasiliano Telefônica di Água Branca e lavorò in una azienda di trasporti, la "Atlas Transporte". Morì ad appena quarant'anni a San Paolo. Carriera Miranda alla Juventus nella stagione 1962-1963 Si rivelò nella squadra brasiliana del Corinthians, e poi passò in prestito nel 1962 alla squadra del Flamengo, che fra maggio e giugno 1962 fu impegnata in una lunghissima tournée con esibizioni in Spagna, Italia, Paesi scandinavi, Europa dell'Est, Africa. Miranda, che partecipò a quasi tutte le partite, segnando anche 8 gol, fu apprezzato da molti osservatori tecnici. Nel Flamengo disputò complessivamente 25 partite, realizzando 9 gol. Iniziato il campionato brasiliano nelle file del Flamengo, nel settembre del 1962 il Corinthians lo cedette alla Juventus di Torino, alla ricerca di un centravanti potente, in grado di non far rimpiangere John Charles. Non molto dotato tecnicamente, Armando Miranda era alto e prestante, e rimase famoso per la potenza del suo tiro e per le capacità balistiche su punizione che gli consentirono gol quasi impossibili. Miranda dimostrò un'alta percentuale realizzativa, disputando tra campionato e Coppa delle Alpi 20 partite e realizzando 15 gol (12 reti in 17 partite in serie A). Giocò un solo anno a Torino: oltre ad alcuni infortuni muscolari, che ne limitarono le presenze, patì probabilmente l'ostilità dell'argentino Omar Sívori, fuoriclasse della squadra. L'anno successivo, Miranda passò al Catania dove giocò appena 10 partite, segnando una rete proprio contro la Juventus. Tornato in Brasile giocò in seguito con le squadre del Clube Atlético Juventus di San Paolo, del Portuguesa de Desportos e della Ferroviária de Araraquara. Nel 1967 ottenne un ingaggio in Colombia con l'Atlético Junior (squadra nella quale militarono negli stessi anni anche i celebri giocatori brasiliani Garrincha e Quarentinha), con buone prestazioni. Nel 1970 fu il terzo miglior cannoniere del campionato colombiano con 24 reti.
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GIANNI ROSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Rossi Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 14.10.1936 Luogo di morte: Venezia Data di morte: 25.09.2021 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 07.10.1962 - Serie A - Juventus-Bologna 3-1 Ultima partita: 26.05.1963 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 6 presenze - 1 rete 1 coppa delle Alpi Gianni Rossi (Venezia, 14 ottobre 1936 – Venezia, 25 settembre 2021) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Gianni Rossi Gianni Rossi con la maglia del Bari (1963) Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1967 - giocatore Carriera Squadre di club 1955-1962 Venezia 124 (24) 1962-1963 Juventus 6 (1) 1963-1966 Bari 55 (6) 1966-1967 Rapallo Ruentes 30 (8) 1968-1969 Sottomarina 17 (0) Carriera da allenatore 1977-1979 Montebelluna 1979-1982 Treviso 1983-1984 Venezia 1984-1985 Mestre 1985-1988 Montebelluna 1991-1994 Cittadella 1995 Venezia 1996-1997 Giorgianna (PD) Carriera Giocatore Giocò nel Venezia e successivamente nella Juventus, nel Bari e nel Sottomarina. Allenatore Allenò il Treviso dalla stagione 1979-1980 alla 1981-1982, in Serie C1 e, successivamente, Venezia, Mestre, Montebelluna e Cittadella. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C: 1 - Venezia: 1955-1956 Serie B: 1 - Venezia: 1960-1961 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Allenatore Competizioni nazionali Campionato Interregionale: 1 - Venezia: 1982-1983 Campionato Nazionale Dilettanti: 1 - Cittadella: 1992-1993
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GIOVANNI SACCO Campionato 1962-63, quello delle grandi novità; c’è il 4-2-4, Miranda detto Mirandone è il centravanti, Sivori è ancora mezzo sinistro. E c’è un ragazzino, poco più che diciottenne, astigiano, di nome Sacco Giovanni, che Amaral, a corto di difensori d’appoggio, butta nella mischia alla Favorita di Palermo; Sacco ha il 5 sulla schiena, ma funge in pratica da mediano di appoggio. Esordio positivo, pareggio largo; Giovannino ha talento, due piedi sensibilissimi e un buon senso della posizione.A Ferrara, con la neve a ricoprire il campo e a rendere ancor più dura la fatica, Sacco fa ancora meglio; stavolta Amaral lo schiera sulla fascia destra dell’attacco, con mansioni di raccordo con il centrocampo. Compito assolto, grandi elogi e applausi. Il 20 gennaio 1963, nella gara interna con il Genoa, la prestazione capolavoro del giovanissimo centrocampista juventino: sul quotidiano sportivo torinese scrivono: «Sacco degno allievo del professor Sivori».FERRUCCIO BERBENNI, DA “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 17 MARZO 1963Paulo Amaral, il rigido caporale juventino, ha altissima stima di un ragazzino che sembra un chierichetto, non un giocatore: Giovanni Sacco. L’ha scoperto e lanciato. Lo vede un po’ come il «porte-bonheur» di una squadra bianconera che ha bisogno, per fronteggiare degnamente l’Inter, di una benevola occhiata della sorte. Quando contro il Torino, recentemente don Paulo ha dovuto sacrificare la ragion di squadra alla ragion di stato e ha immesso in formazione (dopo tre mesi di purgatorio) il discusso Nicolé su pressioni esterne, si è avvicinato a Sacco con somma malinconia a comunicargli la dura novella dell’esclusione. Era, buffa parte, più triste il tecnico che non il giocatore.«Sei giovane, abbi fiducia, tornerai presto in prima squadra!».«Signorsì».A fine partita l’escluso era addolorato più dei compagni battuti sul campo. E la storia si spiega parche la Juventus è veramente tutto per questo ragazzino che Fabbri ha già adocchiato per la Nazionale e che nella squadra bianconera è divenuto un punto di forza, un elemento – quasi – base.Ma chi è, nel fondo, quale estrazione umana ha questo giocatorino improvvisamente balzato al proscenio dove occupa ormai un posto di prima fila, accanto a Sivori e a Del Sol, tra le bluebells bianconere?È venuto al calcio dalla campagna, dall’oratorio, naturalmente, lievitando per legge fisica, per una sorta di fatalismo. Nato per il calcio? Certo, se lo paragonano a Rivera e lo definiscono il Rivera numero 2, il «bimbo d’oro bis». Ha una sicura intuizione di gioco, innato il senso della manovra. Tiene il capo alto e vede dove vanno compagni e avversari e così sa esattamente dove deve indirizzare il pallone. Possiede, sotto i panni modesti di un timido chierichetto, una nascente e forse prorompente personalità.L’uomo nuovo di Amaral e della Juve si confessa volentieri, con il candore tipico dei suoi diciannove anni, con la sincerità di uno che vuoi bene al suo passato, che è lieto del presente, che ha fiduciose attese per il futuro.— Noi, i Sacco, i miei genitori, Vincenzo e Annamaria, mio fratello Aldo che fa il soldato e ha ventidue anni, io che gioco a calcio, Luigi che è in Seminario e viene dopo di me, tredici anni, e il più piccolo, Mario che fa la terza elementare siamo cresciuti in una fattoria, un po’ fuori di San Damiano d’Asti. Per venire al campo mi faccio ogni volta un paio di chilometri a piedi (è footing, no?), poi la corriera, poi il treno. Fino a Torino. E la sera per il rientro è la stessa cosa. Mio papà voleva farmi studiare, voleva un titolo e un lavoro bello e mi mandò a Rivoli, dai Padri. Ma avevo il pallino del pallone, me lo aveva trasmesso Aldo, mio fratello maggiore che giocava bene...».Scuola e pallone. Un matrimonio quasi sempre problematico, che si conclude quasi sempre con una separazione, lasciamoci così, senza rancore, forse è meglio per tutti e due. Il latino è tanto difficile, il pallone tanto facile, della scuola contano soprattutto le ricreazioni quando si scende in cortile a giocare.— Feci, comunque, la terza media, fui promosso benino e mi mandarono a Valsalice al Ginnasio. E qui un giorno vennero i Padri di Rivoli a chiedermi in prestito per una partita di calcio e io accettai entusiasticamente perché si giocava contro i ragazzi della Juve. Mi videro Pedrale, Locatelli e Zambelli e passai alla Juve; snobbai la prima liceo, mi dedicai solo al calcio. Non mi pare di aver poi fatto tanto male...».Anche se papà Vincenzo è rimasto fedele al suo sogno, quello di avere un figlio dottore, ora si adatta ad avere un figlio campione. Un bravissimo rampollo, che lo ha fatto molto soffrire quando, giocando in avanspettacolo a Juve-Reims, si scheggiò l’osso della coscia e dovette restare per un mese a letto. Poi, adagio adagio, Giovanni ritornò come prima; meglio di prima. Amaral lo mise in prima squadra a Palermo e il gioco (per Sacco) fu fatto.Ora papà Vincenzo non brontola più. Anche perché Giovanni, che è il solo figliolo forte rimastogli (uno militare, uno in seminario, uno alle elementari) è una perla di ragazzo. Finiti gli allenamenti torna alla fattoria e aiuta nella stalla il padre, o nella campagna. Ci son sette mucche da governare, il podere esige duro lavoro. Giovanni si... allena sgobbando con il padre ed è tanto compenetrato dei suoi doveri da rinunciare anche alle piacevoli prospettive che la carriera di campione può offrirgli: l’anno scorso era stato invitato, in vacanza pagata, dalla Juve al mare con gli altri bianconeri. Vi rinunciò a cuor leggero, preferendo aiutare alla fattoria i genitori nei pesanti lavori agricoli dell’estate.Non fa meraviglia se un tipo così sale vertiginosamente il sesto grado della gloria sportiva. Serietà, applicazione, classe, modestia, determinazione a migliorare. Si è preso a modello Boniperti. Gli piacerebbe di ricalcarne le orme, piano piano. Il signor Amaral pare sia d’accordo su questo se io considera ormai titolare a tutti gli effetti. Nel derby? Be’, è stato un caso di necessità interna, la ragion di stato che prende il sopravvento sulla ragion di squadra. Lo strepitoso ragazzino che fu protagonista nella vittoriosa partita di Bologna, che contribuì in modo preponderante a battere la Roma al «Comunale», che anche nel naufragio a Genova contro la Samp seppe tenersi sapientemente a galla, non è elemento cui si possa dire, ogni domenica, due ore prima della partita, sei giovane, debbo far giocare l’altro, tu puoi aspettare.Sarebbe questo del puro e semplice autolesionismo per il rigido caporale Amaral. Il quale, su questa via, non vuol certo imitare l’ineffabile Helenio Herrera.Così Sacco, in altalena ancora tra un ruolo di centro campo o quello di ala tattica o di uomo avanzato, avrà modo di esprimere le sue attitudini e di manifestare la propria personalità stilistica e tecnica. L’allenatore brasiliano gli darà questa opportunità, perché crede nel «bambino d’oro N. 2» del calcio italiano.E Fabbri, attraverso le lenti affumicate vedrà chiaro nell’avvenire azzurro di questo ragazzo di campagna, dal carattere già forte e dall’ambizione quasi bonipertiana. Chissà che Londra ‘66 non presenti in azzurro una giovanissima coppia di talenti calcistici nati nel Piemonte, vecchia solida terra che ripropone, come nel passato, campioni all’Italia sportiva.Sacco dà molto alla Juventus, che insegue con tenacia e ostinazione l’Inter del mago Herrera; ma il momento felice del ragazzo è troppo legato alla vena del centrocampo bianconero, che ha in Del Sol l’eccezionale solista. E a un certo momento affiorano le prime critiche, esagerate com’erano esagerati gli elogi della primissima ora. Comunque sia, Sacco colleziona alla fine la bellezza di 16 gettoni di presenza, e chiude il torneo nuovamente in crescendo.È lecito attendersi da lui, per l’anno successivo, un salto di qualità nel senso di una maggiore regolarità su certi livelli di rendimento. Le cifre fanno propendere per un mezzo fallimento: le presenze in prima squadra sono scese a 11, ma questo sarebbe il meno, se ci fossero dati confortanti di altro genere.Il 1963-64, cosi come il campionato successivo primo dell’era Heriberto, sono per Sacco anni di malumori e di incertezze, di sfortuna e anche di scarsa convinzione. Sacco parte titolare e gioca pure una buona partita d’esordio, al Comunale contro la coriacea Spal; ma poi subentrano chiari sintomi di crisi, di involuzione tecnica e di scadimento atletico.A un certo punto, Monzeglio si domanda se è più giovane il vecchio Da Costa o il ragazzo Sacco e deve concludere che, a più di trent’anni, Da Costa garantisce di più e meglio in fatto di tenuta. Ci sono, naturalmente, eccezioni; nel finale di stagione, contro il Vicenza nel giorno della più netta affermazione bianconera (4-1), o all’inizio della stagione successiva, quando Heriberto lo utilizza spesso in luogo dell’infortunato Del Sol, Sacco gioca delle ottime partite.La personalità di questo strano giocatore, che per certi versi ricorda piuttosto l’umore sibillino di certi pionieri della Juventus studentesca di inizio secolo, resta ancora in gran parte da scoprire. Finisce cosi in prestito alla Lazio, per un anno. In maglia biancoceleste, contribuisce parecchio al raggiungimento della salvezza e acquista, soprattutto, consapevolezza dei suoi mezzi tecnici. Tra l’altro, gioca una splendida partita contro la sua Juventus, a Torino, ipotecando in tal modo un immediato ritorno in bianconero.Il ritorno di Sacco coincide con la conquista, sofferta quanto sospirata, del tredicesimo scudetto; Heriberto ritrova un prezioso talento di centrocampo, capace di dare il cambio ai validi ma non più giovanissimi Del Sol e Cinesinho. L’11 dicembre 1966, fermo per infortunio Luis il sivigliano, Sacco rientra a tamburo battente, proprio in occasione della partitissima contro il Bologna; e convince, contribuendo in maniera notevolissima al successo (2-1) che rilancia i bianconeri nella lotta serrata con gli interisti. Nonostante Sacco totalizzi solamente 10 presenze complessive, è stato questo per lui il primo anno importante davvero valido dopo quello dell’esordio.E prelude, come giusto e naturale, a un anno di soddisfazioni anche maggiori: il 1967/68. Qui, oltre al campionato che vede ancora i bianconeri nel ristretto novero dei protagonisti, c’è di mezzo la Coppa dei Campioni cui Sacco fa onore con alcune prestazioni ad alto livello. Il 31 gennaio 1968, a Braunschweig, l’Eintracht sta per travolgere i bianconeri, nell’incontro di andata dei quarti di finale; sarebbe 3-1 per i tedeschi, se proprio Sacco in chiusura non realizzasse il goal dell’avvicinamento. In campionato, le presenze saranno alla fine 25, con all’attivo anche una rete, a spese del Varese; bilancio lusinghiero.14 presenze nel 1968-69, nell’anno dei grandi arrivi e dei risultati inferiori alle grandi attese. Il campionato di Giovannino è positivo, anche se i dati non confermeranno la performance dell’anno precedente. Il commiato dal pubblico torinese non è esaltante, con la Fiorentina che viene a vincere e a prendersi il secondo scudetto della sua storia; ma nel totale, Sacco ha chiuso in modo positivo la sua lunga parentesi juventina.VLADIMIRO CAMINITIVi dirò di Giovannino Sacco, biondino nemmeno eccentrico ma svenevole, aveva il talento ma gli mancava il resto. Il grano senza il mugnaio o chi se ne occupi resta grano, non diventa farina e nemmeno pane. Così l’uva, senza i piedi scalzi del caruso, non diventa mosto.Il suo esordio a Palermo fu salutato dall’applauso di juventini di ieri e di sempre; il giovinetto fiorettava con stile e piacque. Poi, nemmeno Heriberto Herrera, da dimostrare peraltro che si possa cambiare con l’esempio la rotta d’un carattere, riuscì a modificarlo.Ragazzo di campagna, Giovannino, nei boom delle antenne televisive e delle sbornie cittadine, bellino, aureolato come un putto, lentamente fiorettando si stremò e fu ceduto, non senza avere figurato, con alcune bellissime prestazioni. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/09/giovanni-sacco.html
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GIOVANNI SACCO https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Sacco Nazione: Italia Luogo di nascita: San Damiano d'Asti (Asti) Data di nascita: 24.09.1943 Luogo di morte: Asti Data di morte: 17.12.2020 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1965 e dal 1966 al 1969 Esordio: 09.12.1962 - Serie A - Palermo-Juventus 1-1 Ultima partita: 18.05.1969 - Serie A - Sampdoria-Juventus 1-1 108 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Giovanni Sacco (San Damiano d'Asti, 24 settembre 1943 – Asti, 17 dicembre 2020) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. È morto nel dicembre 2020 all'età di 77 anni all'ospedale "Cardinal Massaia" di Asti, dove era ricoverato dal 22 novembre dopo aver contratto il covid. Giovanni Sacco Giovanni Sacco alla Juventus nel 1964 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1976 - giocatore 1990 - allenatore Carriera Giovanili 195?-1962 Juventus Squadre di club 1962-1965 Juventus 35 (0) 1965-1966 → Lazio 18 (3) 1966-1969 Juventus 73 (2) 1969-1973 Atalanta 85 (9) 1973-1976 Reggiana 78 (9) Nazionale 1963 Italia U-21 1 (0) Carriera da allenatore 1980-1982 Imperia 1983-1985 Pro Vercelli 1985-1986 Asti TSC 1985-1986 Savona 1987-1988 Casale 1988-1990 Aosta Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Napoli 1963 Caratteristiche tecniche Era un centrocampista interno, di buona tecnica, dinamicità e intelligenza tattica, ma poco continuo. Carriera Cresciuto nelle giovanili della Juventus, esordisce in Serie A con i bianconeri il dicembre 1962, in occasione del pareggio esterno con il Palermo. Disputa tre stagioni coi torinesi, senza riuscire ad imporsi come titolare fisso, quindi disputa la stagione 1965-1966 in prestito alla Lazio, dove realizza le sue prime tre reti in massima serie, risultando il terzo marcatore in campionato dei capitolini dopo Vito D'Amato e Nicola Ciccolo. Rientrato alla Juventus nell'estate 1966, disputa 10 incontri nella stagione che vede la vittoria del 13º scudetto dei bianconeri, mentre le presenze aumentano nella stagione successive, dove scende in campo in 25 occasioni, per ridiscendere a 14 la stagione successiva. Nell'estate 1969 vien quindi ceduto all'Atalanta, appena retrocessa in Serie B. Con i nerazzurri disputa da titolare due stagioni in cadetteria, contribuendo attivamente, con 7 reti messe a segno, al secondo posto nel campionato 1970-1971 e alla relativa promozione. Resta a Bergamo per altre due stagioni di massima serie (la prima da titolare, la seconda da riserva e conclusa con la retrocessione), per poi passare alla Reggiana in cui milita in Serie B dal 1973 al 1976, anno della retrocessione degli emiliani in Serie C, per poi chiudere la carriera agonistica ad alto livello. In carriera ha totalizzato complessivamente 138 presenze e 6 reti in Serie A e 135 presenze e 17 reti in Serie B. Conclusa la carriera agonistica ha intrapreso quella di allenatore, guidando in prevalenza formazioni delle serie minori del Nord-Ovest. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 1 - Napoli 1963 Allenatore Campionato italiano Serie D: 1 - Imperia: 1980-1981 (girone A) Campionato Interregionale: 1 - Pro Vercelli: 1983-1984 (girone A)
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DANTE CRIPPA Novità a non finire nel Campionato ‘62-63 – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del febbraio 1972 – e quindi perdoni il lettore se ci torniamo sopra; torneo di transizione tra una Juve nobile ma carica di malanni e una nuova e consapevole della propria dimensione, che non e più di squadra «pigliatutto».Accidenti ai tempi che sono più che mai milanesi! Milano ha tutto per monopolizzare la lotta per lo scudetto, persino il trascinatore di folle, il mago Helenio Herrera, che ha resistito alle critiche durissime dei primi tempi, già, le italiche panchine non hanno ancora conosciuto un tipo come lui e i suoi sistemi a volte lo rendono impopolare, ma il mago duro a morire, questo suo terzo anno in Italia lo consacrerà definitivamente per la gioia delle legioni interiste, e poi, che diamine, l’Inter ha fior di campioni, c’è Suarez gran regista e i giovani, Mazzolino in testa, crescono in fretta. E la Juve? Ha cambiato molto, alcuni dicono troppo.Da Milano è arrivato Salvadore, con l’aria di chi rimpiange paesello e non disfa neppure le valige tanto e sicuro che non resisterà a lungo… Al suo posto ha preso la via di Milano Mora, sicché si libera un posto all’ala, c’è Stacchini ma non basta.Arriva in punta di piedi dal Padova Crippa, non è giovanissimo epperò non ha ancora sfondato: subito si abitua a essere chiamato per nome e cognome, cognome non basta, si fa confusione col Crippa goleador del Torino.Si dirà: «Ma non c’era di meglio in giro?» Nossignori, da tempo i fuoriclasse scarseggiano e chi ne ha fa di tutto per non lasciarseli sfuggire; Garrincha contattato da emissari italiani è subito fatto senatore, così non può lasciare il Brasile... E in Italia di ali vere ce ne sono poche, una era Mora, appunto, sacrificato per esigenze tecniche.Ma presto Crippa si rivela qualcosa di più di un ripiego: non ha una grande prestanza fisica, però non è nemmeno un peso piuma e nella lotta dà tutto. Segna poco, ma i suoi cross fanno la felicità di Sivori che spesso ci mette il cabezzone o il piedino, e i gol vengono fuori lo stesso. Miranda poi segna un gol favoloso su un traversone al millimetro di «Dantecrippa», Juve-Napoli si vince così...Il Nostro tocca davvero il culmine della bravura nella gara casalinga contro il Bologna, quarta giornata di campionato. La Juve ha solo un punticino, è terz’ultima, peggio di così non potrebbe andare, colmo dei colmi il Bologna è lanciatissimo, ha un tedesco un po’ matto di nome Haller e un centravanti coi fiocchi nel danese Nielsen, primi in classifica a suon di reti, ma... la Juve all’improvviso si ricorda di essere lei, e vince netto, tre a uno; Crippa schierato per la prima volta all’ala sinistra fa impazzire il vecchio Capra, segna anche un gol ed è con Del Sol il migliore in campo; la gente comincia ad accorgersi di lui, sembra fatta ma... la sfortuna ci si mette di mezzo, un infortunio al ginocchio lo esclude per un po’ dalla prima squadra e quando si ristabilisce il posto c’è e non c’è, Amaral gli preferisce spesso un ragazzino che ala non è, ma ci sa fare, Giovannino Sacco si chiama, e Sivori lo svezza in fretta. Per Crippa solo le briciole, e quando rientra stabilmente titolare, a San Siro contro l’Inter, la gente non ha occhi che per un folletto molto nero e poco azzurro che Herrera ha voluto dal Brasile, Jair si chiama, e gioca all’ala destra, ahimè, come il nostro, impari confronto! Jair è un autentico funambolo, uccide i terzini a furia di finte e controfinte, Noletti è bravo ma nulla può contro il diabolico dribbling del brasiliano che risolve la partita e ridimensiona la Juve.Da allora l’incubo del folletto nero sembra quasi che non conceda tregua a Dantecrippa, che non ripete la bella prova dell’inizio di stagione. La gente si dimentica di lui, non basta una fiammata di classe per essere un campione, occorrono un mucchio di altre cose che Crippa non possiede, non è mica colpa sua se non è Garrincha.Sedici presenze, si conclude così la sua non certo lunga parentesi juventina, la Juve non lo ha consacrato campione ma nemmeno può dire che sia stato un anno perso; andrà meglio altrove? Macché, alla Spal la sfortuna continua a perseguitarlo, finche anche di lì dovrà andarsene, e il grande pubblico della Serie A non lo applaudirà più.Farà meglio di lui il successore Dell’Omodarme, gran dribblatore? Ma neanche per idea, sono tempi duri per la Juve, e i tifosi non si rassegnano a una squadra da quarto-quinto posto, anche Dell’Omodarme fischiano, e si scopre che in fondo Crippa non era da buttare...Per questo abbiamo pensato di ricordarlo in breve, e chissà che qualcuno che allora lo fischiò non si ricreda, a distanza di nove anni... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/dante-crippa.html
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DANTE CRIPPA https://it.wikipedia.org/wiki/Dante_Crippa Nazione: Italia Luogo di nascita: Ronco Briantino (Milano) Data di nascita: 10.06.1937 Luogo di morte: Brescia Data di morte: 27.02.2021 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 72 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 14.04.1963 - Serie A - Juventus-Palermo 2-1 20 presenze - 1 rete Dante Crippa (Ronco Briantino, 10 giugno 1937 – Brescia, 27 febbraio 2021) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Dante Crippa Il tecnico Paulo Amaral (a sinistra) e Crippa alla Juventus nella stagione 1962-1963 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1972 Carriera Giovanili 1952-1955 Fanfulla Squadre di club 1955-1956 Fanfulla 31 (8) 1956-1960 Brescia 66 (9) 1960-1962 Padova 55 (7) 1962-1963 Juventus 20 (1) 1963-1966 SPAL 51 (2) 1966-1970 Reggiana 128 (29) 1970-1972 Leoncelli ? (?) Biografia È morto nel febbraio 2021, all'età di 83 anni, per complicazioni da Covid-19. Carriera Crippa alla SPAL Cresciuto calcisticamente nel Fanfulla, dopo gli esordi in Serie C e in IV Serie con i lodigiani viene acquistato nel 1956 dal Brescia, divenendo titolare delle rondinelle. Nel 1960 passa al Padova di Nereo Rocco, facendo la spalla ad Aurelio Milani che ne è il capocannoniere. Nel 1962 arriva alla Juventus, dove tuttavia un infortunio non gli permette di imporsi. La destinazione successiva è Ferrara, nella SPAL di Paolo Mazza. Nelle sue 26 gare in Serie A non riuscirà a segnare gol, con gli spallini che retrocedono tra i cadetti. L'anno successivo Crippa diventa protagonista della seconda parte del campionato, segnando anche 2 reti e tornando in Serie A con i biancazzurri. Nel 1966 passa alla Reggiana. Nell'altra città emiliana, nel 1968, mette a segno 10 reti in un campionato, il suo record personale. Dopo quattro stagioni in Serie B con i granata e 29 reti segnate, delle quali 14 su rigore, Crippa abbandona il calcio professionistico a trentatré anni.
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LUIS DEL SOL «Giocherò fino a che mi sento fresco, scattante, nel pieno della forma fisica e morale. Smetterò, tuttavia, non appena mi accorgerò di non essere più questo Del Sol, il vero. Sarò io il primo a capire quando arriva l’uomo del martello, quello che mi costringerà ad attaccare gli scarpini al chiodo».VLADIMIRO CAMINITI“Il pianeta Del Sol”, titolò un giornale, forse per la meraviglia di questo podista sempre impegnato a sgobbare, che il dottor Mauro Sgarbi, medico sociale della Juventus, registrò con queste speciose parole: «A che cosa attribuire la sua eccezionale resistenza fisica e la sua lucidità di mente anche in condizioni di lavoro gravoso? Indubbiamente, l’armonico sviluppo di ogni apparato, la perfetta funzione degli organi del circolo e del respiro e la loro facilità di adattamento alle situazioni più critiche determinate da sforzi notevoli, l’elevata soglia del lavoro aerobico e la facilità di recupero nei brevi momenti di riposo sono fattori della massima importanza nel conseguimento di prestazioni atletiche di altissimo livello».Ci si chiedeva in quei giorni come avesse potuto il Real Madrid rinunciare a un giocatore del valore di Del Sol. In tribuna stampa, diverse erano le correnti di pensiero. Luis Del Sol di Siviglia, rappresentava nel calcio l’altra faccia della medaglia. Da una parte i fuoriclasse patentati: Di Stéfano e Kopa in testa; dall’altra, quelli che si esprimono faticando: in testa Del Sol; la fatica di chi è meno dotato di genio, di fantasia, di piede e supplisce con il resto. Una tesi di comodo per chi il calcio andava a guardarlo per capire il contributo alla partita, reale e non fittizio, di ciascun giocatore. La tesi di chi eternamente ha confuso stile con classe. In certi momenti della sua recitazione, Del Sol poteva rassomigliare a un botolo ringhioso; ma guardatelo quando va a “matare” il suo nemico Suarez in uno struggente pomeriggio di dicembre al Comunale stipatissimo.22 dicembre 1963, il capolavoro di Del Sol in maglia bianconera, forse, è questo. Juventus-Inter 4-1. Si sta parlando dell’Inter primatista di tutto. Non dimenticherò mai la sua partita disegnata attraverso corse e rincorse belluine, con un dribbling di possesso reiterato, con finte, contro finte, tocchi e lanci misurati; un piede svelto e protervo; una dedizione assoluta; un estro, una fantasia ribaldi. Ricordo che, nella mia prosa su “Tuttosport”, vedevo piccoli coltelli sivigliani mulinare nella corsa sbalorditiva del podista spagnolo. Luisito Suarez fu affettato per bene. Quella vittoria della Juventus fu il capolavoro di Del Sol. Riassumerne lo stile è facile e al contempo difficile.Lo scudetto, che la Juventus si meritò sul petto nel campionato 1966-67, fu suo merito nella misura del suo prodigarsi, che era immenso. L’allenatore, convocato da quei dirigenti, per iniziare il dopo Sivori, era un messere stravagante e persecutorio, il paraguaiano Heriberto e si sa come Del Sol ci ebbe qualche volta da ridire. Vicende forse ingrandite dalla fantasia popolare, ma è pur certo che Heriberto arrivava perfino a lamentarsi di un “professional” così puntiglioso e garantito al mille per mille. Che poi anche Luis amasse il grissino o la sigaretta ogni tanto, è pacifico.Anzolin; Gori e Leoncini; Bercellino, Castano e Salvadore; Favalli, Del Sol, Zigoni, Cinesinho e Menichelli. Fu una Juventus tempestata di rincorse prodigiose, perché l’inseguimento all’Inter, tanto più dotata di tecnica e di favori divini, potesse andare a buon fine.Infallibilmente, con gli anni, Del Sol dovette arretrare la linea di demarcazione del suo gioco; per dirigere da dietro la pattuglia; e spariva all’inizio dell’era Boniperti, dopo aver giocato 292 volte con appena ventinove goal, molti di più, in conclusione, di quelli che, nella sua carriera di cursore perfino più proficuo, avrebbe segnato poi il suo allievo migliore, che arrivò in tempo ad ammirarlo negli allenamenti.E mai ne avrebbe scordato l’insegnamento, Furino. Il sivigliano silenzioso e un po’ torvo, la fronte, come gli occhi, sempre bassa, sul pallone da domare, aveva portato nella Juventus il senso del dovere sul piano tattico e della disciplina comportamentale; che diventa alla domenica basilare nel contributo alla fatica di tutti. E naturalmente per chi non confonde stile con classe, Del Sol aveva anche classe; non portava la valigia a Di Stéfano; era stato preminente per fabbricare la grandezza del Real.GIUSEPPE FURINO«Professionista impegnato, un compagno nel senso completo della parola, un motore che divora chilometri senza pause, pronto ad aiutarti in caso di necessità. Quando arriva alla Juventus, io sto giocando nelle giovanili. Lo vedo e imparo. È un esempio, un punto di riferimento. Oltre alla gran voglia di correre ha voglia di vivere con intensità i giorni che ha davanti. Gli piace mangiare, fumare e divertirsi. In campo non risente di queste concessioni, peraltro legittime».ERNESTO CASTANO«Del Sol è il più grande professionista che abbia conosciuto, fisicamente era un fenomeno. Eppure nel mangiare non si tratteneva per niente, mangiava pesce fritto, salame, paella. Fumava. Ma in campo dal martedì alla domenica correva più di tutti noi. Aveva grinta, non aveva paura di nessuno, avrebbe potuto sfidare a pugni Charles, era un pezzo di marmo. Terribile nell’ira e generosissimo con gli amici. Una volta, a Sofia, contro il Plovdiv, Stacchini era incappato in un terzino che non finiva di menarlo. Finché Gino si ribellò: quello voleva dargli il resto tanto che Stacchini, spaventato, si mise a gridare al soccorso. Chiamò Del Sol che andò dall’avversario e lo sfidò a venire a Torino per la partita del ritorno. Venne, ma al primo intervento, lo prendemmo in mezzo, io e Luis. Uscì azzoppato. Con Del Sol ho giocato otto anni e partite splendide. Eravamo una forte squadra».GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 1974C’era in Europa una squadra di super assi che vinceva tutto ed esaltava platee immense, rievocando le gesta dei pionieri, ed era il Real Madrid. Di Stéfano gran centravanti, e Puskás rifinitore dalla classe cristallina, e Gento estrema guizzante e imprendibile. La Coppa dei Campioni, gioco nuovo e affascinante, sembrava fatta apposta per questi tremebondi esponenti del calcio spagnolo. Ma il Real non era soltanto questi tre: se ne accorse, tra le altre, proprio la Juve, che incontrò i madrileni e cedette di misura dopo una drammatica partita di spareggio al Parco dei Principi di Parigi.Il motore, la fonte del gioco, in questa super squadra, era un sivigliano piccoletto, buona tecnica ma niente di trascendentale se confrontata con quella di certi suoi compagni summenzionati. Si chiamava Del Sol, e tutti lo chiamavano Postino per il suo gran correre a consegnare raccomandate goal ai compagni di punta. Quando la Juve riuscì a vincere la concorrenza di altre società italiane accaparrandoselo per il campionato 1962-63, qualcuno obiettò che si trattava di un giocatore presumibilmente sul viale del tramonto, a ventisette anni, e che tutto sommato sarebbe stato meglio acquistare un uomo goal da affiancare a Sivori piuttosto che un centrocampista per di più già sazio di trionfi.Evidentemente, i fatti diedero torto a questi criticoni e ragione a quanti caldeggiarono l’acquisto: ma probabilmente neppure questi ultimi si resero conto di quanto sarebbe stato importante Del Sol per quella Juve non più dominatrice della scena calcistica e tenacemente protesa a riconquistare le posizioni perdute.Ci sono calciatori che, pur bravissimi, male si adattano alla realtà del nostro campionato, e altri che invece sembrano fatti apposta per il clima particolare del calcio italiano. Quel campionato 1962-63 ne propose parecchi, dell’una e dell’altra categoria. Del Sol, un mese dopo aver messo piede in Italia, scoprì improvvisamente origini pedatorie tipicamente piemontesi, e più propriamente vercellesi, e nessuno si ricordò più di Siviglia e del Real Madrid. La Juve aveva trovato un faro capace di pilotare la pattuglia di Amaral in porti tranquilli e di ottenere pure consistenti soddisfazioni.Del Sol trova Sivori, uno degli ultimi Sivori di ambizioni bellicose e dunque pimpante, e le cose, a queste condizioni, non possono che andare bene. Ci sono problemi di impostazione, di adattamento agli schemi che il nuovo Trainer Pablo Amaral vuole far applicare alla truppa, ma alla fin fine questa Juve, che pure non tiene ambizioni da spaccamontagne essendo reduce da un’annata più che balorda, sa farsi rispettare. Del Sol si presenta ai torinesi in un buio pomeriggio di settembre, buio per via delle nuvole e ancor più per via dell’andamento di quel Juve-Atalanta 2-3, che rievoca ai supporter i fantasmi del recentissimo passato infausto.E però la sua prestazione è convincente, e alla peggio è pur sempre suo il goal più bello, segno che oltre che a correre Luis è pure buono a risolvere questioni in area di rigore. La squadra si ritrova, quasi bruscamente in occasione del successivo incontro casalingo con la capolista Bologna: 3-1, con applausi per Sivori nelle vesti modeste di suggeritore, e per un certo Siciliano, centravanti di belle speranze chiamato provvisoriamente in squadra in attesa dell’arrivo dal Brasile di Miranda poi detto Mirandone.E Del Sol che fa? Corre; che diamine, e copre da solo fasce smisurate di campo. Fogli, che dovrebbe incrociare le armi con lui, a un certo punto, si pianta in mezzo al campo e dice basta, e da quel momento la Juve è padrona del campo. Andiamo oltre, il primo campionato in bianconero di Luis sarebbe tubo da chiosare, tant’è nuovo il tipo di “professional” impersonato da questo spagnolo coriaceo, da questo Filippide che probabilmente, arrivato ad Atene e data la notizia che sapete, sarebbe tornato a Maratona per raccontare le accoglienze ai compagni.La Juve innesta le marce alte e dà la scalata alle prime posizioni, dove Inter e Bologna si sono insediate stabilmente: 28 ottobre, Juve batte Toro 1-0, i granata (che erano stati pure loro in lizza per acquistare lo spagnolo dal Real) ammirano un Del Sol scatenato. 18 novembre, qui la cronaca è affiancata dall’aneddottica, state a sentire. Si gioca Juve-Milan, e i bianconeri disputano un secondo tempo da favola, che la TV diffonde in differita, la sera. Telecronista è Nicolò Carosio, più in forma che mai. Sarà la sua voce a consegnare televisivamente alla leggenda, per la prima volta, il Del Sol juventino.«Parte in quarta De Sol», urla a un certo punto il buon Carosio, impressionato dal gran ritmo imposto al gioco da questo centrocampista di ferro. Parte e pare non fermarsi mai, tanta è la voglia di giocare. Ma il clou di questa sua grande stagione d’esordio Luis lo raggiunge in occasione di Bologna-Juventus, 10 febbraio 1963. Una prestazione memorabile, premiata da un goal magistrale, per una Juve che magari non vincerà lo scudetto, ma che certo ha fatto dimenticare le amarezze del torneo precedente.Trentatré presenze ha assommato Luis all’anno primo della sua esperienza juventina. Ancora trentatré ne conterà l’anno dopo, campionato zeppo di malumori e di controsensi tecnici, in cui finirà invischiata persino la grinta podistica del sivigliano. Il quale, comunque, dimostra di saperci fare anche in zona goal: sei reti il primo anno, altre sei il secondo, segno di una costanza encomiabile. La squadra ha sprazzi di grandezza, e in quelle occasioni Del Sol si esalta sino a distruggere la concorrenza, ancorché illustre. 22 dicembre, esempio classico di come si possano capovolgere situazioni tecniche scontate, di come i pronostici siano destinati a saltare di fronte all’imponderabile della classe.La Juve c’è e non c’è, ma quel giorno, contro l’Inter campione, decide di esserci, e finisce in trionfo per i bianconeri, trascinati da un Del Sol semplicemente mostruoso. Il suo avversario, nonché compaesano, Suarez, finisce in cottura nel disperato tentativo di arginare sul piano dinamico un Del Sol in giornata di grazia, che corre per tutti e segna pure due goal. Il guaio di quella Juve è che di altri cursori non se ne vedono, e che spesso i sacrifici di Del Sol non bastano a tener su la baracca. Ci penserà, presto, il “movimiento” di Heriberto, a risolvere questo problema.Il 1964-65 propone una Juve diversa, bloccata in difesa e viva a metà campo: non si può pretendere di trovare subito la formula giusta, ma intanto è tutt’altro vedere il gioco juventino. 1965-66, è cominciata bene la stagione, con una Coppa Italia vinta, certo che De Sol ha fatto la sua parte: adesso, a fare coppia con lui, è arrivato Cinesinho, pure lui non più giovanissimo, e si avanzano dubbi sulla tenuta degli interni bianconeri. Dubbi che svaniscono presto, però; il “movimiento” sopperisce alle carenze di fraseggio e di estro della squadra, che può così competere a certi livelli prendendo le misure dell’Inter in vista del grande salto di qualità dell’anno dopo.Ventinove presenze per Del Sol, i trentuno anni esistono solo sul passaporto, la realtà è un campione con i piedi e i polmoni di un ventenne, Del Sol ha ancora molto da dare ai tifosi della “Zebra”.Il tredicesimo scudetto è tutto riassunto nelle poderose rincorse di questo sivigliano, nella rabbia e nella determinazione di una squadra che fortissimamente vuole primeggiare. Non c’è pausa nella rincorsa della Juve all’Inter come non c’è pausa, in partita, per le scorribande di Del Sol. Adesso, lo spagnolo ha fatto progressi anche in acume tattico, e le sue mosse, pur condotte sempre su ritmi impressionanti, rispondono a un preciso piano di manovra. Si lucrano risultati decisivi anche senza sommergere gli avversari sotto valanghe di goal, e alla fine i conti tornano: il tredicesimo scudetto è vinto sul traguardo.Ventotto volte presente, Del Sol ha raggiunto l’apogeo della sua carriera juventina. Lo scudetto va diviso tra tutti, c’è Bercellino e Castano e Anzolin pochissimo trafitto e Cinesinho, ma Del Sol merita riguardo sopra gli altri per l’incredibile continuità d’azione. Ha fatto di tutto, il mediano e l’ala tornante, ha alternato prestazioni sfavillanti ad altre anche più importanti di oscuro lavoro in fase di interdizione. Si ripeterà su questi livelli anche per buona parte del campionato successivo.Il 1967-68 è ancora anno positivo, c’è un terzo posto in campionato e c’è soprattutto la prima convincente esperienza in Coppa dei Campioni. Episodio chiave quello di Juve-Eintracht, match di ritorno dei quarti: 0-0 a pochissimo dalla fine, significherebbe eliminazione per la squadra bianconera sconfitta 2-3 in Germania.Del Sol, a questo punto, inventa una delle più pazzesche serpentine, cercando con ostinazione il goal. Oppure il rigore: che diventa inevitabile nel momento in cui gli avversari, che non sanno che pesci pigliare, stroncano con le cattive la sua azione irresistibile. In campionato, si segnala per un eccellente finale, che lo vede più che mai protagonista. Come protagonista era stato all’inizio: chi non ricorda la sua prestazione, nel ruolo di libero per forza, dopo un grave infortunio, a San Siro, contro il Milan?Ma il tempo vola, il 1968-69 è estemporaneo come la vena di Zigoni o quella di Haller, non bastano i guizzi di Pietruzzo Anastasi. Molto meglio il 1969-70, canto del cigno per parecchi della vecchia guardia bianconera, e per Del Sol segnatamente. Luis chiude alla grande: mediano, mezzala, persino ala, è venticinque volte presente nella squadra che ritrova il gusto del gioco e dei goal. Accanto al vecchio cursore, si affaccia alla ribalta il nuovo podista, e lo stile di Furino detto Furia non si discosta da quello di Del Sol. Dalla tribuna, succede talvolta di confondere i due, l’incedere uguale, la grinta pure.Furino impara presto e bene, la Juve che alla fine del torneo, per questioni di età ed anche perché Del Sol rientra nel grande giro che porta in bianconero Capello, Spinosi e Landini, dovrà privarsi del suo grande spagnolo, trova in casa, bell’è pronto, il suo erede naturale. Il 1969-70 del passaggio di consegne è per Luis anno ancora denso di soddisfazioni.Un degno finale per un campione autentico. Le cifre (otto campionati in maglia bianconera, 228 presenze, venti goal) dicono molto poco di questo spagnolo dal grande talento, che di scudetti ne vince in fondo uno solo, essendo quelli per la Juve anni non esaltanti ancorché positivi. Il ricordo, vivo, del supporter può meglio di ogni altra cosa, dare al campione quanto gli spetta.ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT DEL 19 DICEMBRE 2012Nato con la camicia o “camiseta” per dirla alla spagnola o con la camiciona, la casacca bianconera degli anni Sessanta, perché esce da una favola (quella del Real Madrid) per entrare in un’altra (quella della Juventus di Omar Sivori, del paraguagio Heriberto Herrera, il padre del “movimiento”, di Tino Castano, di Gino Stacchini, del dottor Umberto Agnelli). Centrocampista più di difesa che di attacco, si porta alla “Zebra” la dote dell’appellativo appioppatogli da Alfredo Di Stéfano di “postino del gioco”. Il fondista Del Sol ringrazia Don Santiago Bernabéu, lo venera ancora adesso a distanza di oltre mezzo secolo, ma trabocca di riconoscenza per la famiglia Agnelli.Un vulcano ancora adesso, magmatico di complimenti e di nostalgia verso quella che è stata la vera palestra della sua vita («Sono un uomo che il calcio ha reso felice!»). Non ha vinto molto nella Juve, ma, dall’intervista si capisce quanto gli ha dato in cuore, stile e valori l’avventura in bianconero. Un amore-ossessione, puntellata di “perle”, di chicche, di magie che non torneranno più. Nemmeno nel calcio stra-milionario, strapagato di adesso, vissuto meno autenticamente dai suoi attori sempre meno protagonisti, eroi della televisione, certo, ma certamente meno eroi “deamicisiani”, più lontani in tutto dai loro beniamini. Due i Mondiali, Cile 1962 e Inghilterra 1966, sedici le casacche con le “Furie Rosse” e quattro i goal. «Che non erano il mio fine ultimo – racconta – ma il mettere i compagni in grado di buttarla dentro».Del Sol, qual è stato il ricordo più bello che conserva nella sua carriera di calciatore? «Per me, sono stati i dieci anni in cui sono stato in Italia: non li dimenticherò mai, sempre mi sono trovato, sono stato sempre molto felice».È stato più felice nella Juventus o nella Roma? «In tutte e due, soltanto che alla Juve sono stato più anni e con i miei compagni bianco-neri eravamo amici in campo e fuori del campo e tutt’oggi ci teniamo in contatto ogni dieci giorni circa».Più forte la Saeta Rubia o Francisco Gento, il capitano del mitico Real Madrid e il vincitore di ben sei Coppe dei Campioni? «Sono due giocatori diversi: Gento come ala sinistra ai suoi tempi era la più forte ala sinistra del mondo. Però, Di Stéfano non temeva paragoni: era un uomo che lo trovavi all’altezza del calcio di rigore e te lo trovavi in difesa. Era un uomo che stava per tutto il campo».Il più forte giocatore italiano che ha incontrato? «Rivera, Sivori, Luis Suárez sono stati dei forti giocatori e a quei tempi circolavano parecchi giocatori che erano forti, erano giocatori completi».Nella Juve, che ricorda del suo presidente il dottor Umberto Agnelli, e dell’avvocato Gianni? «Guardi, sono stati dei presidenti che, purtroppo, per legge di vita, non torneranno più, ma erano uomini che depositavano la fiducia e gente onesta. Erano, ogni tanto, quando meno te lo aspettavi, te li trovavi davanti e ti facevano una visita in ritiro durante la concentrazione».Quand’è che ha pianto di gioia alla Juve? Quando ha vinto lo scudetto, strappato all’Inter, nel 1967? «No, no, non in quell’occasione, ma, le spiego: io, giocando in una squadra che era un po’ abituata a vincere, allora, non ha sorpreso né me né qualche compagno mio. Ero un giocatore, cui non era facile piangere».Ci vuole dire che era un duro? «No, non quello, è che quelle vittorie alla Juventus erano cose da mettere in previsione, eventi facilmente pronosticabili. Io ho sempre avuto fiducia nella forza dei miei compagni».La sua, Luis, era la Juve di Heriberto Herrera e del famoso “movimiento”. «I movimenti a quei tempi erano diventati di moda, ma adesso tante squadre hanno imparato quello che diceva lui, altrimenti, il giocatore rimane statico e deve buttare la palla all’avversario che la intercetta. Invece, il “movimiento”, facilita molto di più il collaborare con i compagni».Il goal più bello di Luis Del Sol? «Non saprei. Io sono stato un giocatore che non ha dato molta importanza a fare goal, ma a fare il passaggio al compagno; ed era più importante rivestire all’interno di una squadra questo compito».Era amico con Omar Sivori? «Moltissimo amici, sì molto amici».E in attacco della sua Juve chi c’era oltre a Omar Sivori? «Gino Stacchini, Dell’Omodarme, Menichelli all’ala sinistra: noi della Juve, in quel periodo lì, eravamo sempre alla ricerca di un centravanti, ma non era facile trovarlo».La prima cosa che le viene in mente quando pensa all’Italia? «Guardi, io veramente venivo da Madrid, una città molto bella e molto grande come Torino. Abitavo vicino allo stadio, però, gli otto anni in cui sono stato alla Juventus non li dimenticherò mai. Adesso, circa a metà ottobre, sono stato invitato dalla Roma per un evento e sono rimasto per due giorni. Poi, sono andato a Torino e sono stato per sei giorni a trovare i miei compagni del calcio e fuori del calcio».Cosa ricorda di più quando pensa al suo Real Madrid? «Mai si pensava di andare in campo per perdere: eravamo un gruppo di amici e compagni e scendevamo in campo con una mentalità, con una lotta, con una grinta davvero impressionanti. Eravamo convinti che potevamo farcela: poi, potevamo uscire bene o potevamo uscire male dal campo, ma la mentalità, quella lì, non ci mancava mai».Senta Luis, non è stato mai espulso? «Sì, a Bologna con la Juve».Cosa aveva fatto di brutto, sferrato un pugno in faccia all’avversario? «No (sorride) mi sembra di averlo colpito con la testa».Il più forte giocatore al mondo? «Beh, Pelé: ai suoi tempi era grandissimo».Più forte di Di Stéfano? «Sono diversi: Di Stéfano per tutta la zona del campo, invece, Pelé giocava da metà in campo in su. Come Rivera, come Sivori. Di Stéfano lo trovavi dappertutto, in difesa, all’ala sinistra, centrocampista, come prima punta e, allora, sono diversi. Anche nel temperamento, nel carattere».Il più forte in Europa negli anni Sessanta chi era? «Bobby Charlton, un gran calciatore. Perché era veloce e aveva un dribbling che era difficile da fermare. E c’era anche un altro giocatore che era fortissimo: Eusébio del Benfica».Al presidente del suo Real Madrid, Santiago Bernabéu, hanno addirittura intitolato lo stadio di Madrid. «È stato un presidente grandissimo! Perché era un uomo umile, però, era bravissimo. Poi, Don Santiago è stato un uomo che ha saputo circondarsi di collaboratori in gamba, intelligenti. Parecchi giocatori, che erano assieme a lui, rispecchiavano le sue grandi doti: di intelligenza e di generosità in campo».E della Roma cosa ricordi? «Della Roma ricordo il presidente, Ginulfi, Scaratti, Amarildo, Zigoni, Cordova».Chi era il più matto? «(Sorride). Non “loco” no, ma, quello che scherzava di più era Cordova. Che aveva sposato la figlia del presidente della Roma». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/luis-del-sol.html
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LUIS DEL SOL https://it.wikipedia.org/wiki/Luis_del_Sol Nazione: Spagna Luogo di nascita: Arcos de Jalón Data di nascita: 06.04.1935 Luogo di morte: Siviglia Data di morte: 20.06.2021 Ruolo: Centrocampista Altezza: 169 cm Peso: 70 kg Nazionale Spagnolo Soprannome: Postino Alla Juventus dal 1962 al 1970 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 26.04.1970 - Serie A - Bari-Juventus 2-1 294 presenze - 29 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Campione d'Europa 1964 con la nazionale spagnola Luis del Sol Cascajares (Arcos de Jalón, 6 aprile 1935 – Siviglia, 20 giugno 2021) è stato un calciatore e allenatore di calcio spagnolo, di ruolo centrocampista. Considerato tra i più importanti calciatori spagnoli degli anni 1960, con le Furie Rosse fu campione d'Europa nel 1964. Più volte candidato al Pallone d'oro di France Football, ha legato il suo nome al Betis, club della sua città in cui ha iniziato e chiuso la carriera, e di cui è assurto a icona sportiva; ha inoltre conquistato trofei con le maglie di Real Madrid e Juventus — club, questo ultimo, che l'ha eletto tra i giocatori più importanti della propria storia. Luis del Sol Cascajares Luis del Sol in nazionale nel 1962 Nazionalità Spagna Altezza 169 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1973 - giocatore 2001 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Betis Squadre di club 1953-1954 → Utrera ? (?) 1954-1960 Betis 162 (38) 1960-1962 Real Madrid 55 (22) 1962-1970 Juventus 294 (29) 1970-1972 Roma 50 (4) 1972-1973 Betis 17 (0) Nazionale 1960-1966 Spagna 16 (3) Carriera da allenatore 1985-1986 Betis 2000-2001 Betis Palmarès Europei di calcio Oro Spagna 1964 Biografia Di origini italiane, più precisamente di Vercelli, nacque a Soria, nella regione di Castiglia e León, ma crebbe a Siviglia, in Andalusia. È morto a Siviglia nel giugno 2021 all'età di 86 anni. Caratteristiche tecniche Del Sol in azione palla al piede negli anni 1960 Era un centrocampista di sostanza e personalità che, grazie a un dinamismo e a una resistenza atletica fuori dal comune, soleva svariare il suo gioco in ogni zona del campo, sempre col pallone tra i piedi; motivo per cui si guadagnò l'appellativo di "Postino", nato negli anni a Madrid grazie al compagno di squadra Alfredo Di Stéfano e poi mantenuto per il resto della carriera. Impiegato dai Blancos come ala pura, negli anni alla Juventus giostrò soprattutto da grintosa mezzala, mettendo in mostra un bagaglio tecnico fatto soprattutto di scatti e accelerazioni. Molto abile nel mantenere il possesso della palla o nel sottrarla agli avversari, talvolta eccedeva in maniera quasi testarda nel dribbling. Carriera Giocatore Club Del Sol alla Juventus Si formò come calciatore nel Ferroviarios e da lì passò nelle giovanili del Betis. Arrivò nel club andaluso nel 1953 e, dopo un breve periodo in prestito nell'Utrera, approdò in prima squadra nella stagione 1954-1955, in Segunda División. Rimane nel club per 6 stagioni, nelle quali lascia intravedere tutto il suo potenziale, diventando uno dei giocatori più importanti della squadra andalusa sin da subito, importante protagonista della promozione in Primera División del 1958. Le sue qualità attirarono l'attenzione dei tecnici del Real Madrid, squadra in cui si trasferì nell'aprile del 1960 per 6 milioni di pesetas. A Madrid ebbe l'opportunità di giocare al fianco di miti del calcio quali Di Stéfano e Puskás, e contribuendo nei primi mesi in camiseta blanca alla vittoria in Coppa dei Campioni — dove ebbe tempo di giocare semifinali e finale — contro l'Eintracht Francoforte. Con il Real Madrid giocò anche le seguenti due stagioni, dando un importante contributo alle vittorie del campionato spagnolo nel 1961 e 1962, giocando tutte e due le partite della vittoriosa Coppa Intercontinentale, la prima edizione della storia, e vincendo anche la Coppa del Generalissimo nel 1961-1962. Soprattutto la prima — intera — stagione con i Blancos risulterà essere la più prolifica della carriera con 17 gol in campionato, mentre nella seconda riesce a dare una mano, con 10 presenze e 4 gol, nel portare la squadra in finale di Coppa dei Campioni, persa 3-5 contro il Benfica, sfiorando il Treble. Del Sol alla Roma Iniziò quindi una lunga parentesi nel calcio italiano, firmando nel 1962 per la Juventus, che lo prelevò ventisettenne per la cifra di trecentocinquanta milioni di lire. Primo spagnolo nella storia del club bianconero, debuttò in Serie A il 16 settembre 1962 contro il Genoa, sollevando a fine anno una Coppa delle Alpi, segnando anche in finale. Rimase a Torino per otto stagioni, durante i quali cambia ruolo e modo di giocare, diventando meno prolifico sottoporta. Conquista con la Vecchia Signora lo scudetto del 1966-1967 — rimasto nella memoria per il sorpasso all'ultima giornata su una Grande Inter ormai al tramonto — e, in precedenza, la Coppa Italia del 1964-1965, sempre contro i milanesi. Nelle competizioni continentali, oltre alla Coppa delle Alpi del primo anno, ha meno fortuna rispetto alle competizioni dentro i confini nazionali: il miglior risultato è la finale persa al Comunale di Torino contro il Ferencváros per 0-1. Divenuto bandiera nonché l'emblema della Juve Operaia degli anni 1960 di Heriberto Herrera, nel 2011 la società piemontese l'ha omaggiato di una stella celebrativa nella Walk of Fame bianconera allo Stadium di Torino. È anche ricordato per essere uno dei giocatori ad aver vestito la maglia numero dieci della Juventus, ereditandola da Omar Sívori in seguito al suo trasferimento al Napoli nel 1965. Nel 1970 passò alla Roma dove militò per due stagioni, indossando anche la fascia di capitano dei giallorossi dopo l'addìo del connazionale Peiró, ma sollevando unicamente trofei minori quali il Torneo Picchi e la Coppa Anglo-Italiana. Tornò infine a Siviglia per rivestire la maglia del Betis, con cui chiuse la carriera nel 1973 all'età di trentotto anni. Nazionale Conta 16 presenze nella nazionale spagnola, con 3 reti realizzate. Esordì il 15 maggio 1960 in Spagna-Inghilterra 3-0 e, durante la sua permanenza tra le Furie rosse, vinse il campionato d'Europa 1964 giocato in casa, seppur non scendendo in campo nella fase finale, partecipando inoltre al campionato del mondo 1962 in Cile e al campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Giocò l'ultima gara in camiseta roja il 15 luglio 1966, uno Spagna-Svizzera terminato 2-1. Dopo il ritiro Al termine dell'attività agonistica entrò nell'organigramma tecnico del Betis, ricoprendo a periodi alterni anche la posizione di allenatore e contribuendo, con le tredici panchine della stagione 2000-2001, a riportare i Verdiblancos nella Liga. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato spagnolo: 2 - Real Madrid: 1960-1961, 1961-1962 Coppa di Spagna: 1 - Real Madrid: 1961-1962 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Real Madrid: 1959-1960 Coppa Intercontinentale: 1 - Real Madrid: 1960 Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Coppa Anglo-Italiana: 1 - Roma: 1972 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - Spagna 1964
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BRUNO ONORATO FOCHESATO https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Onorato_Fochesato Nazione: Italia Luogo di nascita: Nogarole Vicentino (Vicenza) Data di nascita: 07.08.1943 Ruolo: Difensore Altezza: 175 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 03.04.1963 - Coppa Italia - Juventus-Verona 0-1 1 presenza - 0 reti Bruno Onorato Fochesato (Nogarole Vicentino, 7 agosto 1943) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Bruno Onorato Fochesato Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1962-1963 Juventus 1 (0) 1963-1966 SPAL 40 (1) 1966-1967 Savona 5 (0) Carriera Cresciuto nel vivaio della Juventus, esordisce in gara ufficiale quando non ha ancora compiuto vent'anni il 27 marzo 1963 a Torino in una partita di Coppa Italia persa dai bianconeri per 1-0 contro il Verona. Nel campionato successivo, a seguito della cessione agli juventini di Carlo Dell'Omodarme e Adolfo Gori, passa alla SPAL di Paolo Mazza assieme a Dante Crippa e Giuseppe Castano, esordendo dunque in Serie A il 29 dicembre 1963 a Bari nella partita persa dai ferraresi per 1-0. A fine anno, concluso per Fochesato da titolare, la squadra retrocede. Nell'annata successiva fra i cadetti va in rete contro il Potenza il 31 gennaio 1965 a Ferrara. Torna quindi nella massima serie con i biancoazzurri ma non trova spazio essendo stretto da Gianfranco Bozzao, Luigi Pasetti e Gennaro Olivieri. Gioca la sua ultima partita in Serie A il 20 febbraio 1966 a Milano contro il Milan. Viene così ceduto al Savona in Serie B e, dopo essere partito titolare, gioca solamente 5 partite subendo un brutto infortunio di gioco in cui si frattura tibia e perone. Dopo questo campionato Fochesato chiude anzitempo con il calcio professionistico e gioca successivamente sino alla metà degli anni settanta nell'U.S.D. Ciriè.
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MARIO PEDRALE Campo «Combi». Una domenica mattina – racconta Dante Grassi su “Hurrà Juventus” del novembre 1978 – di questo tiepido fine autunno. Sulle gradinate alcune centinaia di super tifosi. Ai bordi lo staff tecnico delle giovanili bianconere a seguire la «Primavera» impegnata contro la Sampdoria. Una vittoria per 4 reti a 0 che giustamente inorgoglisce il clan juventino. Di questi ragazzi bianconeri sono in parecchi a suscitare interesse, alcuni financo in predicato di vestire la maglia della nazionale juniores e ci riferiamo ai già selezionati Antelmi, Storgato e Galasso. E con loro i Formoso, Ricci, Luigi Bizzotto, Giampaolo e Alessandro Boniperti, Bruno, Koetting e altri «tutti ragazzi – mi assicura Pedrale con illimitata fiducia – che arriveranno senz’altro». Pedrale li ha visti bambini, li ha scelti e alla sua scuola sono cresciuti nel NAGC, come è stato via via in tempi passati per gli Olivetti, i Fochesato, i Morello, Furino, Maggioni, il secondo dei Bercellino, Mattei, Roveta, Materazzi, Bettega e Jacolino, Fernando Viola e Chiarenza per giungere ai Gasperini, Zanone e Schincaglia. Solo alcuni degli elementi che ricorda di un lungo periodo che per il NAGC ebbe inizio con la selezione della classe 1944. Ora Pedrale, torinese di Torrazza, 65 anni essendo nato il 19 maggio del 1913, è andato in pensione o meglio, cedendo il timone del Nucleo Addestramento Giovani Calciatori a Lucidio Sentimenti, il IV della stirpe, detto Cochi, è passato ad altro compito, quello dell’osservatore. In un certo senso è tornato alle origini quando appunto ebbe a segnalare alla Juventus i Bercellino, il primo, i Sacco e i Voltolina, e c’è da augurarsi che, come allora, abbia il fiuto altrettanto felice. Mario Pedrale, appunto. Ventiquattro anni ininterrotti alla Juventus, da quando nel 1954 fu chiamato a fiancheggiare, quale secondo, Ugo Locatelli responsabile delle giovanili bianconero. Due anni prima aveva frequentato il 1° Corso per allenatori che allora si teneva a Firenze e con lui ai banchi di scuola sedevano Foni, Rossetti, Castello. Pedrale possedeva una certa esperienza quale istruttore, acquisita dapprima alla guida del Torrazza, da lui fondato e portato dalla 3ª divisione alla serie C, poi al Barcanova condotto nel ‘51 al successo nella 4ª Coppa Primavera che vedeva impegnate rappresentative di illustri clubs. Un signor Barcanova, per intenderci, considerato che nelle sue file militavano Pietro Maroso, fratello minore dell’indimenticabile Virgilio, e Bodi. Due stagioni nel Barcanova, quindi alla Pro Vercelli, vecchio amore, e ancora alla guida della Riv di Villar Perosa e con lusinghieri risultati. E alla Juventus, che evidentemente lo tenevano d’occhio, approdò infine nell’agosto del ‘54. Così da quel momento iniziò la sua diretta collaborazione a Ugo Locatelli «dal quale – riconosce Pedrale – ho appreso tante cose». Dal tandem tecnico dipendevano tutte le giovanili juventine, dalla formazione riserve in giù, e a questa attività Pedrale si dedicò con la passione e la competenza che hanno sempre distinto il suo lavoro. Nel frattempo la sua vocazione di istruttore dei giovanissimi andava affermandosi oltrepassando i confini del Comunale e a lui si interessava la stessa Federazione che lo designava appunto a condurre un corso sperimentale riservato a questo settore. «Fu una iniziativa della Federazione – ricorda Pedrale come se si trattasse di cosa recente e non di venti e più anni or sono – ma il primo NAGC lo fondai io qui alla Juventus. Avevo partecipato a un Corso di specializzazione a Firenze riservato alla categoria giovanissimi, e allora mi dissi: perché non tentare alla Juventus? E per un anno, all’insaputa della società, alle sette di sera radunavo i ragazzini nel corridoio dello stadio, e quando finalmente decisi di farli giocare in esibizione prima di una partita, si era nel ‘57, il dottor Umberto Agnelli ne fu entusiasta e diede subito disposizioni affinché questa attività fosse ufficializzata. Così in quella stagione ‘57-58 alla Juventus nacque il NAGC. Per due anni continuai a fare l’allenatore in seconda e a interessarmi ai giovanissimi, poi, con l’arrivo di Rabitti, Grosso e Bussone, il vice presidente Giordanetti mi interpello per sentire qual’era il settore in cui desideravo operare. «Se non mi lasciate i più piccoli – gli dissi – piuttosto rinuncio a fare l’allenatore! E da quel momento il NAGC mi assorbì totalmente». Lavoro e sacrificio, ma anche tante soddisfazioni – osservo. «Indubbiamente – riconosce Pedrale – allora le selezioni riguardavano i ragazzi a partire dai 12 anni, poi si scese a 10 quindi a 8. Arrivato ai 14 anni il ragazzo accede agli allievi e di ogni covata a passare nei ranghi della categoria superiore erano dai venti ai venticinque elementi». Quale sistema di valutazione adottava nelle scelte? «Innanzitutto si cercava di far conoscere la nostra iniziativa ad esempio attraverso l’altoparlante prima delle partite. E al sabato si presentavano anche in trecento per i provini che si svolgevano dall’ottobre a fine novembre. Io li suddividevo per annata e poi facevo disputare tra di loro delle partitine della durata al massimo di 10’ e di lì tirava fuori qualche nominativo, in media tre o quattro su cento. Mi bastava poco per capire chi aveva passione e volontà di riuscire. Normalmente i ragazzi che si presentavano con le divise nuove erano figli di tifosi che desideravano più che altro vedere il loro rampollo nella Juventus. Così con sedute al martedì e giovedì per le annate più vecchie, e al mercoledì e venerdì per le più giovani, si impostava il lavoro partendo dalla tecnica individuale. Era l’ABC del calcio, diciamo la prima elementare». Un lavoro di responsabilità considerato il rapporto di fiducia con le famiglie di questi calciatori in erba. «Un rapporto talvolta difficile. Si valutavano le qualità tecniche del ragazzo e nel frattempo si entrava anche nei particolari della loro vita familiare. C’erano i bisognosi che andavano aiutati e posso dirle che per una decina di anni a Natale per questi c’era sempre un pacco dono». Con lei si è visto come il calcio possa recitare una parte effettivamente importante nella formazione di un ragazzo. «Certo, una disciplina educativa, Il NAGC non era semplicemente sport da oratorio, come qualcuno aveva ironizzato, ma vera scuola calcistica e di vita, che dà tono e moralità al ragazzo facendone un ometto. E chi, pur giocando bene, poteva guastare l’ambiente era escluso». Alla pari di Sentimenti IV e di Giovanni Viola, attuali istruttori delle giovanili juventine, anche Mario Pedrale fu portiere. Per apprendere di questa sua attività agonistica occorre andare al periodo che precedette la seconda guerra mondiale, dal ‘33 al ‘36 quando era numero uno della Pro Vercelli, prima che le bianche casacche lasciassero il palcoscenico della massima divisione, tenuto con onore nel periodo più glorioso del calcio nazionale. I ricordi sono tanti, naturalmente, ma ancora vivo è quello del debutto a Bologna, quando parò un calcio di rigore allo specialista Monzeglio. Era l’aprile del ‘34. Buon portiere è quindi sinonimo di ottimo tecnico. «Ventiquattro anni alla Juventus – tiene a ribadirmi Pedrale con gli occhi lucidi per la commozione – hanno lasciato un segno indelebile. Conserve un caro ricordo dei miei ragazzi e di essi i più non si dimenticano dcl vecchio maestro, con gli auguri a Natale e venendomi a trovare qui, al campo. Li ho tutti nel mio cuore». Quanti episodi avrebbe da raccontare, da Furino a Bettega agli altri ancora! «Furino a quell’epoca abitava al largo Orbassano; qui arrivava già sudatissimo perché prima si era fermato a giocare in piazza d’Armi. E dovevo frenarlo poiché correva troppo. Ebbene quando finivamo l’allenamento, passando da piazza d’Armi nel tardo pomeriggio chi ti ritrovavo? Proprio lui! Poi Bettega. Lo aveva portato il papà; avevano raccolto l’invito dall’altoparlante. Era puntualissimo, non è mai mancato una volta. Era nato calciatore, del classico modello inglese, ed è arrivato perché sorretto da grande volontà. Aveva iniziato come mediano di spinta e questo certamente gli è servito in quanto poteva disporre di più palloni e inoltre si abituava ai frequenti contrasti. Ero certo che si sarebbe affermato e lo dicevo diciassette anni fa! Ma anche Roveta sarebbe salito in alto; era potenzialmente una grande mezz’ala poi fu impostato da difensore». Chissà gli allori mietuti dai suoi ragazzini! «Abbiamo partecipato a circa cinquanta tornei – osserva Pedrale con orgoglio – e i successi sono stati davvero tanti. Quello nel 1° Torneo sperimentale del NACG, ad esempio, disputato a Legnano nel ‘64 e vinto sull’Inter per 3 a 2. Che battaglia! Fu il tredicenne Viola a siglare la rete decisiva. Vittorie nell’«Ilo Bianchi», nel «De Maria», a Genova, al torneo di Somma Lombardo, e quella stupenda a Nizza nel ‘74. Cerano dodici formazioni straniere, tra cui anche la Fiorentina, e otto francesi. Segnammo 14 goals e ne subimmo uno solo!». L’assegnazione nel ‘70 del «Seminatore d’Oro» per l’istruzione e valorizzazione dei giovani, era quindi più che meritata. «Fu quello un riconoscimento importante che mi diede tanta soddisfazione». E ora è giunto il momento del congedo, un momento che lei avrebbe voluto non arrivasse mai. «Un congedo doloroso, lo ammetto, ma la legge vuole così. A 65 anni si è fuori ruolo, neppure più il cartellino di allenatore ti rinnovano. Così prima delle vacanze estive ho chiuso. Ma le assicuro che quando in un pomeriggio si sono stretti a me genitori e ragazzi per salutarmi ho sentito un nodo qui in gola che quasi mi impediva di ringraziarli per la bella pergamena e la medaglia d’oro che avevano voluto offrirmi. D’accordo, alla Juventus ci sono ancora, se pur con altro incarico, ma non sarà più la medesima cosa. La mia vita, come dissi un giorno a Giordanetti, era insegnare a tanti e tanti ragazzini a diventare si buoni calciatori, ma innanzitutto veri uomini!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/mario-pedrale.html
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RENATO CAOCCI Da Olbia, classe 1943 – si legge su “Hurrà Juventus” dell’aprile 2005 – è una di quelle tante meteore che passano nel cielo bianconero senza lasciare troppe tracce. A diciannove anni, arriva a Torino accompagnato dai giudizi lusinghieri degli osservatori, che lo hanno seguito a lungo sui campi minori. È un difensore eclettico e assai moderno, nel senso che sa fare il terzino e il mediano; un giocatore universale per cui stravede Pablo Amaral, l’allenatore brasiliano appena arrivato a guidare la Juventus fuori dalle secche nelle quali la squadra si era incagliata l’anno prima. Amaral, nel ritiro precampionato di Cuneo, prova a convertire la sua squadra al nuovo verbo calcistico, il tipico 4-2-4 brasiliano che nel mondo va per la maggiore, dopo che la Nazionale brasiliana, pur priva del suo fuoriclasse Pelé, ha battuto tutti nel Mondiale cileno. Caocci è tra i più duttili a raccogliere il messaggio, che altri colleghi di più lungo corso vedono con una punta di scetticismo. Va da sé, che il buon Renato venga messo dall’allenatore sullo stesso piano dei titolari. Ma il ragazzo non ha la minima esperienza di calcio a un certo livello e le sue prove fanno presto ricredere Amaral.Non tanto sulla formula, che perfezionerà adottandola per tutta la stagione, quanto sugli interpreti. Caocci finisce, così, quasi sempre in tribuna, rispolverato solo quando i vari Castano, Sarti, Leoncini, per non dire Salvadore, devono marcare visita. Il giovanotto, che pure è un buon incontrista e sa pure impostare l’azione, raggranella solamente nove presenze in tutto, suddivise tra campionato e Coppa Italia. E l’anno dopo finisce al Palermo, dove giocherà ben di più, costruendosi un’onesta e non breve carriera. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2009/06/renato-caocci.html
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RENATO CAOCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Caocci Nazione: Italia Luogo di nascita: Olbia (Sassari) Data di nascita: 17.02.1943 Ruolo: Difensore Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1964 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 10.06.1964 - Coppa Italia - Juventus-Bologna 4-1 9 presenze - 0 reti 1 coppa delle Alpi Renato Caocci (Olbia, 17 febbraio 1943) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Renato Caocci Caocci alla Juventus nei primi anni 1960 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1972 Carriera Giovanili 19??-19?? Olbia Squadre di club1 1961-1962 Cagliari 15 (0) 1962-1964 Juventus 9 (0) 1964-1965 Palermo 17 (2) 1965-1966 Potenza 34 (2) 1966-1969 Genoa 78 (1) 1969-1971 Potenza 64 (2) 1971-1974 Turris 90 (3) 1974-1977 Olbia 93 (1) Caratteristiche tecniche Giocava come terzino. Carriera Ha esordito in Serie A con la maglia della Juventus il 16 dicembre 1962 in Juventus-Modena (2-1). Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cagliari: 1961-1962 (girone B) Campionato italiano Serie D: 1 - Olbia: 1974-1975 (girone F) Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963
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GILBERTO NOLETTI Chissà quanti si ricorderanno di questo difensore – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – che Amaral converte sin dall’inizio al suo 4-2-4 di tutto stile brasiliano? Al profano il modulo richiama prima di tutto confusione di numeri e di ruoli, a qualche tecnico pure, ma la Juventus formato sudamericano per un bel po’ è accattivata dalle trovate esotiche del suo trainer e la concorrenza guarda con curiosità, ma anche con una certa dose di rispetto, questa squadra che ci ha i centromediani interscambiabili e il terzino sinistro con il numero sei, Noletti il più delle volte.Manco a farlo apposta, l’ex milanista interpreta il ruolo come il suo allenatore desidera, vale a dire con grinta ma anche con fantasia, e sa pure adattarsi al rivoluzionario marcamento a zona, che per i teorici del catenaccio a oltranza rappresenta una specie di pugno nello stomaco. Quattordici presenze totalizzerà alla fine di quel torneo atipico come le trovate di Amaral, e alcune sono davvero da ricordare.L’esordio in bianconero è dei più felici; la squadra va a gonfie vele dopo un brutto inizio, Inter e Bologna dividono con la Juventus il primato in classifica. Il 25 novembre ‘62, al Cibali di Catania, i rossoazzurri etnei sono travolti dalla Juve, che pure ha Del Sol in giornata negativa: finisce 5-1 e Noletti ha avuto parte considerevole nel successo, giocando con disciplina e senso tattico encomiabile.La conferma arriva quindici giorni più tardi, sempre in Sicilia, dove non si vince solo perché l’arbitro concede ai rosanero un gol che Borjesson ha segnato in macroscopico fuorigioco. Stavolta, a fianco di Noletti, gioca un altro ragazzo di belle speranze, Sacco Giovannino si chiama e ne risentiremo parlare, anche se non sempre bene. La brutta giornata di San Siro (0-1 con i nerazzurri, primo passo falso di rilievo nella lotta per il titolo) dice e non dice, ma Noletti se la cava bene con Jair, giocatore inafferrabile dal dribbling assurdamente sghembo. Così, infatti, lo giudica un giornale dell’epoca: «Può vantarsi di aver reso dura la vita a Jair, che costituisce una vera e propria impresa».Segna anche un bel gol, nella vittoria casalinga contro il Genoa (2-0, il 20 gennaio ‘63), lasciandosi andare a un piccolo sfogo: «Forse era proprio necessario che segnassi – esclama nel dopo partita – perché qualcuno si accorgesse che c’ero anch’io, e perché smettessero di farmi piovere addosso tante critiche. Sono particolarmente contento anche per questo motivo».Gli nuoce, forse, il fatto di essere alla Juventus soltanto a titolo di prestito (per un anno, alla pari, l’ala bianconera Rossano al Milan e Noletti alla Juve), sicché, quando si approssima la fine della stagione e lo scudetto è ormai all’Inter, gli capita di dover cedere il posto a qualche giovane del «vivaio» da provare in vista di eventuali lanci. Comunque, il commiato dai tifosi della zebra è pari al debutto, e cioè coronato da una prestazione più che buona nella vittoriosa partita casalinga contro il Vicenza (2-0).Avevo 18 anni quando esordii con la maglia del Milan dopo le Olimpiadi – racconta al sito Grossetosport.com – che erano andate non troppo bene, perché non ero al meglio. Passai poi in prestito alla Lazio in Serie B e nella capitale disputai un’ottima annata che scatenò le voglie della Juventus. Il mio cartellino era di proprietà del Milan e quell’anno c’era già stato lo scambio tra Mora e Salvadore, così il mio passaggio avvenne in prestito; le due società si misero d’accordo per lo scambio tra me e Rossano, altro elemento della nazionale olimpica, e andai a Torino. In bianconero mi volle Boniperti ed è bene ricordare che a quei tempi i giocatori non avevano potere decisionale come adesso. Quell’anno ero militare e dopo il CAR iniziai a giocare in bianconero.L’allenatore era Amaral e giocavamo a zona; questo mi agevolava per mettermi in mostra tecnicamente. In quella squadra erano molti gli elementi di qualità: c’era Sivori, che mi ha fatto da testimone di nozze, ma anche Del Sol, Leoncini, Salvadore e tanti altri. Dominammo il girone di andata battendo nettamente anche l’Inter di Herrera poi, a Natale, la Juventus chiese di rilevare il mio cartellino e Gianni Brera iniziò a prendere in giro il Milan, perché non andava molto bene e aveva molti elementi validi trasferiti in prestito nelle altre squadre. Il riferimento, chiaramente, era anche alla mia situazione e Gipo Viani rimase turbato da quest’articolo al punto che fermò la possibile operazione di mercato.Ero arrivato al Milan a 15 anni, ma alla Juventus stavo davvero bene e sarei rimasto volentieri. Giampiero Boniperti, che era dirigente della Juventus in quegli anni, nel frattempo mi aveva fermato decidendo di non farmi scendere in campo per non far salire troppo le pretese del Milan, ma poi arrivò quell’articolo di Brera a sparigliare le carte in tavola. Sivori voleva che rimanessi. Mi consigliò alla dirigenza, stravedeva per me, perché voleva circondarsi di persone che comprendessero il suo modo di giocare. Mi diceva sempre: «Io vado contro quelli dietro, creo un muro, mi stacco due metri e prendo la palla da te. Tu sappi che devi darmi il pallone». Ero l’unico che si intendeva al volo con lui e con me andava a nozze.Tornai al Milan malvolentieri, ma rimasi in rossonero 4 anni costellati da infortuni vari: il più importante dei quali fu a San Siro contro il Bologna. Quel giorno mi ruppi il tendine e stetti due anni fermo, poiché non esistevano le tecniche di adesso.Mio papà è durato poco – ricorda il figlio Roberto – ma prima dell’infortunio era considerato uno dei più forti difensori-centrocampisti moderni. Ogni volta che incontro Trapattoni e altri suoi ex compagni me lo dicono sempre. Aveva solo un caratterino non facile e poi tanta sfortuna. A proposito di Jair, la Juventus giocava a zona, cosa troppo avanti per l’epoca, ma già efficace, infatti, arrivò seconda. Quindi un vero duello non c’è mai stato, il gol poi Jair lo fece grazie ad un rimpallo. Con Jair si incontrarono altre volte nei derby e, una volta rivisto in Canada a fine carriera, il brasiliano gli confidò che lo aveva sempre sofferto.La Juventus lo volle comprare quell’anno essendo in prestito e fece solo poche partite, perché ormai non avevano più velleità di scudetto e lo tennero fuori per cercare di svalutarlo per poi comprarlo in estate. Il Milan non abboccò e tornò in rossonero. Lui alla Juventus stava benissimo e forse, se fosse rimasto come il suo amico Salvadore, avrebbe evitato quel grosso infortunio per l’epoca, oltre al menisco curato malissimo dal Milan e avrebbe potuto fare una carriera luminosa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/gilberto-noletti.html
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GILBERTO NOLETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Gilberto_Noletti Nazione: Italia Luogo di nascita: Cusano Milanino (Milano) Data di nascita: 09.05.1941 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1962 al 1963 Esordio: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 Ultima partita: 17.03.1963 - Serie A - Napoli-Juventus 0-0 17 presenze - 1 rete Gilberto Noletti (Cusano Milanino, 9 maggio 1941) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Gilberto Noletti Noletti con la maglia del Milan nel 1964 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1976 Carriera Squadre di club 1959-1961 Milan 3 (0) 1961-1962 → Lazio 23 (0) 1962-1963 → Juventus 17 (1) 1963-1967 Milan 72 (2) 1967-1968 Sampdoria 0 (0) 1968-1969 Lecco 18 (0) 1969-1972 Sorrento 75 (6) 1972-1973 Casertana 34 (0) 1973-1976 Grosseto 63 (5) Nazionale 1959-1963 Italia U-21 16 (0) Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Libano 1959 Oro Italia 1963 Carriera Club Noletti alla Juventus nella stagione 1962-1963 Cresciuto nelle giovanili del Milan, con cui esordisce in Serie A nella stagione 1959-1960, disputa con la maglia della Lazio il campionato di Serie B 1961-1962, quindi passa, sempre in prestito, alla Juventus (14 presenze ed una rete nel campionato 1962-1963, chiuso dai bianconeri al secondo posto), per tornare al Milan nell'estate 1963. In rossonero disputa 4 stagioni formando con Pelagalli la coppia dei terzini, disputando fra l'altro l'edizione 1963 della Coppa Intercontinentale, persa dai rossoneri contro il Santos di Pelé e aggiudicandosi la Coppa Italia 1966-1967. La sua carriera subisce un brusco stop nel gennaio 1967 quando in occasione di una sfida col Bologna subisce la rottura del tendine di Achille. Viene ceduto alla Sampdoria ma per i postumi dell'infortunio non riesce mai a scendere in campo. Passa quindi al Lecco con cui riprende l'attività in Serie B, e successivamente al Sorrento, dove resta per tre stagioni contribuendo alla prima storica promozione dei campani in Serie B e disputando il campionato di Serie B 1971-1972. Chiude quindi la carriera in Serie C con Casertana e Grosseto. In carriera ha totalizzato complessivamente 89 presenze e 3 reti in Serie A e 75 presenze ed una rete in Serie B. Nazionale Ha disputato, con la Nazionale Olimpica, le Olimpiadi di Roma 1960, chiuse dagli azzurri al quarto posto. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Milan: 1966-1967 Campionato italiano Serie C: 1 - Sorrento: 1970-1971 Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 2 - Milan: 1959, 1960 Nazionale Giochi del Mediterraneo: 2 - Libano 1959, Italia 1963
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SANDRO SALVADORE Sandro Salvadore era uno dei pochissimi difensori, se non l’unico, che teneva i calzettoni arrotolati sulle caviglie, come Omar Sivori. All’epoca non era obbligatorio portare i parastinchi, a lui davano fastidio e li metteva solo in casi eccezionali. Mostrava gli stinchi nudi agli avversari, senza timore. Detto Old Billy, soprannome proveniente dalla grande ammirazione per Billy Wright, mitico centromediano dell’Inghilterra che sconfisse 4-0 l’Italia di Valentino Mazzola allo Stadio Comunale di Torino, il 16 maggio 1948. Billy fu adottato come nome di battaglia da Salvadore: «Potenza del nome, suonava bene, e poi apparteneva a un gran regista difensivo, un pilastro dell’Inghilterra dei maestri». I colleghi in bianconero, specie i più giovani, erano ammirati e orgogliosi di lui. Al suo fianco si sentivano tranquilli, protetti e lui, maniche rimboccate sino al gomito, alto, dinoccolato, dal duro cipiglio, a offrire costantemente il proprio alto contributo di forza e di esperienza a favore della squadra. Quasi un eroe da film western, un cowboy alla John Wayne. Nato a Niguarda, nel milanese, il 29 novembre del ’39, scoprì il pallone all’oratorio della sua parrocchia, come tutti i bambini dell’epoca. Poi fu scoperto dai tecnici delle giovanili del Milan e in maglia rossonera bruciò tutte le tappe: vinse due Torneo di Viareggio e a 18 anni debuttò in Serie A, laureandosi Campione d’Italia nel 1959. Nel 1960 disputò le Olimpiadi a Roma con la Nazionale e, due anni dopo, centrò il suo secondo scudetto, sempre con i rossoneri. «Al Milan si guardava molto ai giovani a cominciare dal direttore tecnico Viani. Allora l’allenatore della prima squadra ci seguiva assiduamente. La presenza di Viani, anche se critica, era utile. Noi eravamo una signora squadra con i vari Danova, Trebbi, Ferrario, Radice, Trapattoni e il sottoscritto. Andammo alle Olimpiadi romane e tenemmo testa alle selezioni dell’Est che pure erano le Nazionali A. Rocco era un autodidatta, poco democratico, ma aveva quel qualcosa che gli faceva sempre capire gli altri, in particolare i propri giocatori, tenerli carichi psicologicamente». La coppia centrale di quel Milan era formata da Salvadore e da Maldini e i due si somigliavano parecchio, come stile e modo di giocare; Viani favorì l’esperto Cesare Maldini come libero e Salvadore si ritrovò a fare il marcatore e con le sue qualità fisiche e con i suoi fondamentali, si sentiva sprecato in quel ruolo. Questo dualismo fu risolto cedendo Salvadore e Noletti, alla Juventus in cambio di Bruno Mora, un’ala molto talentuosa. Viani, inventore di uno dei primi sistemi difensivi fondato sul libero, era un personaggio di spicco nel panorama del calcio italiano e per giustificare la cessione di Salvadore disse: «Avevamo due paia di pantaloni, Salvadore e Maldini, ne abbiamo dato via uno in cambio di una giacca, Mora. Adesso disponiamo di un vestito completo». Letto l’articolo, Salvadore rispose: «Il ragionamento funzionerebbe, se non fosse che si è tenuto i pantaloni vecchi. Poteva tenersi quelli nuovi da abbinare alla giacca nuova, così avrebbe avuto un vestito veramente bello». Non erano anni facili alla Juventus, anche se c’erano grandi giocatori, come il fenomenale Omar Sivori, ancora capace di fare la differenza, e un cursore infaticabile come Del Sol. L’allenatore era Paulo Lima Amaral, già preparatore atletico del Brasile che nel ‘58 e nel ‘62 aveva vinto due Mondiali, giocava a zona e applicava il rischiosissimo 4-2-4, che si trasformava in 4-3-3 in fase difensiva. La coppia centrale della difesa era composta da Castano e Salvadore, che giocavano in linea. Amaral non durò a lungo e, nelle prime giornate del torneo successivo, fu esonerato e sostituito da Eraldo Monzeglio, ex Campione del Mondo del ‘38. Dopo Monzeglio arrivò Heriberto Herrera, con il quale Salvadore ebbe un rapporto difficile. Il Ginnasiarca volle utilizzarlo sull’uomo, con Castano battitore libero ma Salvadore si ribellò e l’inflessibile Herrera lo mise fuori squadra. Riserva nella Juventus e titolare, come libero, nella Nazionale di Edmondo Fabbri, che lo riteneva un elemento importantissimo. A fine maggio 1967, Salvadore vinse il suo terzo scudetto, il primo con la Juventus. Fu quello del clamoroso sorpasso sull’Inter, all’ultima giornata. Il ciclo di HH2 toccò il culmine con la semifinale di Coppa dei Campioni persa con il Benfica di Eusébio, la Perla del Mozambico. Sullo slancio, Salvadore ottenne la soddisfazione più bella della carriera, vincendo il campionato d’Europa per Nazioni, a Roma nel 1968. Escluso dalla prima finale con la Jugoslavia, finita 1-1 dopo i tempi supplementari, fu ripescato da Valcareggi per la ripetizione: «Il Commissario Tecnico capì di aver sbagliato qualcosa e corresse la formazione, azzeccando le mosse giuste, dal sottoscritto in difesa, al tandem Riva-Anastasi in attacco. I goal di Gigi e Pietruzzo ci diedero il trionfo. Una notte magica, indimenticabile, con lo Stadio Olimpico e l’Italia in delirio». Nel 1969-70, a causa del declino di Castano, Old Billy divenne capitano e torna, stabilmente, a giocare da libero. Ebbe piena fiducia da Carniglia e poi da Rabitti, che subentrò al tecnico argentino, dopo un avvio di campionato quasi disastroso. Salvadore ripagò la fiducia con gli interessi, pilotando la Juventus a una serie di 16 risultati utili consecutivi che misero paura al Cagliari di Gigi Riva lanciato alla conquista del primo storico e unico scudetto. Nella partita decisiva un dubbio rigore concesso da Lo Bello per un fallo su Riva, trattenuto per la maglia proprio da Salvadore in mischia sotto porta, dopo un corner per i sardi, fissò il risultato sul 2-2 e permise al Cagliari di tenere la Juventus a meno 2 punti. Da quella partita il Cagliari del suo condottiero Rombo di Tuono prese la spinta decisiva per volare verso il tricolore. Quella fu anche la stagione che costò a Salvadore il posto in azzurro, proprio alla vigilia del Mondiale messicano. Aveva già disputato due Mondiali ed erano stati fallimentari: «In Cile, nel ‘62, avevamo uno squadrone fortissimo, in grado di strappare il titolo al Brasile. Sivori, Altafini, Rivera, Maldini, Mora, Trapattoni, Maschio, Pascutti, Robotti e altri nomi importanti. Eppure, fummo eliminati nel primo turno. A parte l’arbitraggio scandaloso dell’inglese Aston, fu una cattiva gestione la causa dell’eliminazione. Come in Inghilterra, 4 anni dopo: Albertosi, Facchetti, Bulgarelli, Rivera, Mazzola, Rosato, Meroni, in una rosa ricca di campioni. Eppure, fummo incredibilmente battuti dalla Corea del Nord, a Middlesbrough, con un goal di un certo Pak-Doo-Ik. Valcareggi, visionandoli li aveva definiti dei Ridolini. Loro risero e noi piangemmo amare lacrime. Ero in tribuna, quel giorno, ma anch’io divenni un “Coreano”. Peccato». Due sfortunatissime autoreti al Bernabéu di Madrid nell’amichevole contro la Spagna, la sera del 21 febbraio 1970, vanificarono i goal di Anastasi e Riva e indussero il commissario tecnico Valcareggi che, come Napoleone voleva i suoi generali fortunati, a non convocarlo per il Mondiale messicano: «Il giorno più brutto della mia carriera; In realtà, feci solo un autogoal, sull’altro non toccai il pallone, ma me lo attribuirono lo stesso. Comunque sono orgoglioso delle mie 36 presenze in azzurro e del mio campionato Europeo del 1968». La Juventus divenne la sua nazionale. Non saltò mai una partita: «Avessero dovuto pagarmi a gettone, sarei costato un patrimonio alla società». Non gli è mai piaciuto perdere: come quella volta che andò a segnare il goal del pareggio, al ritorno di Juventus-Milan, decisiva per la testa del campionato, poi vinto: «Aveva segnato Bigon per loro, ma noi non potevamo perdere; continuavo ad andare in attacco, anche per far capire agli altri che non bisognava mollare la presa, finché non è arrivata la palla giusta. No, non si poteva perdere e non abbiamo perso». Con la maglia bianconera disputa ben 449 partite vincendo altri 2 scudetti nel 1971-72 e nel 1972-73 e giocando anche la finalissima dei Coppa dei Campioni a Belgrado, persa 1-0 contro l’Ajax. «Un grandissimo rimpianto. Eravamo arrivati vicinissimi ormai a quella Coppa, troppo vicini. Potevamo fare di più ma purtroppo proprio in quella grande occasione la sorte ci voltò le spalle». Nel 1974, per dare spazio a Scirea, la Juventus gli concede la lista gratuita. Cominciò l’attività di allenatore, nel settore giovanile della Juventus. Ebbe anche due parentesi con i semiprofessionisti a Casale e Ivrea, ma la sua passione era allenare i giovani. Qualche anno dopo prese la solenne decisione di trasferirsi, con moglie e tre figlie, in una cascina a Castiglione d’Asti. Sentiva il bisogno di stare all’aria aperta, di vivere nel verde, diventando così un ricco pensionato che ama vivere nel verde e guidare i trattori. Con, nel sangue, la mai sopita passione per il calcio. Ci lascia nel 2007, in una fredda mattina di gennaio, mentre la sua amata Juventus gioca un insensato, immeritato e immotivato campionato di Serie B. Ma noi lo ricordiamo fiero e senza timore, senza parastinchi e con i calzettoni giù fino alle caviglie, uscire dall’area palla al piede e scendere nella metà campo avversaria per cercare l’assalto decisivo. Il ricordo di alcuni ex compagni il giorno del funerale. «Mi spiace tantissimo – dichiara Anastasi – ci eravamo incontrati per la festa dei 109 anni della Juventus e lo avevo rivisto con grande piacere. Quando ero arrivato a Torino, Sandro era uno degli anziani, il capitano, ed è sempre stato per tutti un punto di riferimento. Non voleva mai perdere, era una persona speciale». Per Bettega, invece, «Billy è stato un maestro, oltre che un compagno. Spesso la domenica mattina andavamo a Messa insieme. Ho tanti ricordi personali più che calcistici, per quelli credo parli la sua carriera di campione straordinario e duttile, capace di giocare terzino come centrale con la stessa efficacia». Ricordo intenso anche da parte di colui che ha condiviso la camera, Franco Causio. «È stato mio compagno di camera quando ero arrivato alla Juventus. Ero poco più che un ragazzino e mi ha aiutato tantissimo. Parlare del calciatore mi pare superfluo; può sembrare una frase fatta, ma come persona ha rappresentato molto per me». Quindi Beppe Furino, che qualche anno più tardi ha ereditato la fascia di capitano. «Sandro per me era un punto di riferimento. Con Del Sol, Leoncini, Castano, rappresentava la vecchia guardia e quando arrivai a Torino era un serbatoio inesauribile di consigli utili e di esperienza. Con il tempo ci siamo frequentati e la sua scomparsa mi lascia molto addolorato, perché perdo un amico». Infine Morini: «Billy era un grande calciatore, un difensore con la classe di un centrocampista. Mi ha aiutato a inserirmi nel gruppo e in tanti abbiamo imparato molto da lui, anche Scirea, che prese poi il suo posto. Andavamo a caccia insieme ogni tanto, mi spiace tantissimo che se ne sia andato e voglio fare le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia». ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1985 Era un tipo smilzo, lungo lungo, magrolino, anche se di costituzione robustissima. Giocava nel grande Milan di quei tempi, assieme a Maldini, Radice, Dino Sani, Altafini, Rivera e Trapattoni: e proprio assieme all’amico Trapattoni, il grande Sandro esordì con la maglia azzurra il 10 dicembre 1960, allo Stadio San Paolo di Napoli, in occasione di un’amichevole con l’Austria. Fu l’indimenticabile Gioanin Ferrari, allora commissario tecnico, a convocarlo e a gettarlo nella mischia internazionale, perfettamente convinto delle qualità tecniche e fisiche del ragazzo. Purtroppo la prima gara coincise con una sconfitta: gli austriaci, capitanati dal grande Hannapi, riuscirono a battere (2-1) l’Italia scesa in campo nella seguente formazione: Buffon; Losi e Castelletti; Guarnacci, Salvadore e Trapattoni; Mora, Boniperti, Brighenti, Angelillo e Petris. Dopo soli 7 minuti di gioco l’Austria andò in vantaggio con l’interno Hof, poi, dopo 20 minuti di ruggente arrembaggio, gli azzurri agguantarono il pareggio per merito di Boniperti; ma all’inizio della ripresa il centravanti Kaltenbrunner siglò la rete che diede il successo agli austriaci. Sia Salvadore che Trapattoni, i due giovanissimi esordienti, si comportarono in modo eccellente, tanto è vero che entrambi furono riconfermati da Ferrari per la successiva amichevole del 25 aprile 1961 a Bologna contro l’Irlanda del Nord. In quell’incontro le cose andarono meglio, almeno per quanto riguarda il risultato: gli azzurri vinsero per 3-2, dopo un’altalena di emozionanti fasi di gioco. Al 30’ e al 55’ il bianconero Stacchini segnò per l’Italia, ma prima Dougan e poi McAdams rimisero in equilibrio le sorti della gara. Ci pensò poi Sivori a mettere a segno il goal vincente quando mancavano dodici minuti al fischio finale. Salvadore continuò ancora a giocare altre partite in Nazionale, con provenienza milanista, prima di approdare alla Juventus, evento che si verificò all’inizio della stagione 1962-63. E fu Mondino Fabbri a riproporlo in Azzurro dopo un certo periodo di assenza. L’occasione arrivò quando la Nazionale italiana dovette trasferirsi a Istanbul (27 marzo 1963) per giocare la seconda partita valevole per la Coppa Europa delle Nazioni. Fabbri mandò in campo una formazione mosaico: Vieri (Torino); Maldini (Milan) e Facchetti (Inter); Tumburus (Bologna), Salvadore (Juventus) e Trapattoni (Milan); Orlando (Roma), Puja (Vicenza), Sormani (Mantova), Corso (Inter) e Menichelli (Roma). L’Italia vinse per 1-0. Grande esibizione della coppia Salvadore-Trapattoni il 12 maggio 1963 allo Stadio di San Siro, dove fu giocata la famosa super sfida Italia-Brasile. Tutti ricorderanno come Trapattoni annullò il grande Pelé, ma non tutti sanno che Sandro Salvadore letteralmente cancellò dal terreno di gioco il temibile Coutinho, meritandosi i sinceri complimenti di Feola, il rubicondo commissario tecnico della compagine brasiliana. A Torino, acquistato dalla Juventus, il taciturno Salvadore trovò l’ambiente ideale, sia come calciatore che come uomo, e come marito della sua giovanissima sposa Anna. Torino parve immediatamente la città che faceva per lui e Sandro ci si trovò come se ci fosse addirittura nato. Lui composto, lineare, riservato, Torino composta, lineare, riservata. Sandro e Anna scelsero un appartamentino sulle prime propaggini della collina, sulla rampa che porta ai Cappuccini; le finestre si aprivano sulla collinetta, dove sorge l’abbazia, dal soggiorno si spaziava sui viali del Lungo Po, attorno calma e silenzio, davanti a casa un boschetto delle gagge, dietro la verde collina. Molti credevano che il libero della Juventus fosse un incallito introverso o un tenace solitario; ma lui si ribellava a quell’etichetta. Diceva: «Vivo così perché mi piace e per nessun altro motivo». Era, infatti, tutto sommato, un tipo socievole, in certa misura. Mi spiego: con i compagni viveva volentieri, scherzava e rideva, stava alle battute spiritose. Ma per la partita a carte o per il film visto collegialmente dopo l’allenamento, Sandro era un elemento perso. Preferiva tornarsene a casa, gli piaceva la poltrona comoda, il the bevuto con Anna, le quattro chiacchiere semplici che si possono fare leggendo il giornale o guardando la televisione. Ricordo le sue abitudini, specialmente quelle del lunedì. Era il giorno della completa evasione. Se la domenica non prendeva botte, allora il lunedì mattina saltava in macchina con la moglie e andava fuori Torino. Se si era in stagione invernale, saliva sempre a Sestriere: un’ora di sci, un’ora di sole, riposo e distensione. Non dimenticando la lettura dei giornali, al lunedì sera, quando, tornato a casa, si metteva in pantofole e si accucciava in poltrona. Questo ritratto di Sandro Salvadore non assomiglia per niente a quello che si deve fare se lo si esamina dal punto di vista atletico, sul terreno di gioco. Allora la trasformazione era completa: Salvadore era un autentico guerriero, un magnifico atleta, un giocatore che faceva sempre sentire all’avversario il peso della sua massiccia muscolatura. Colpiva di testa con incredibile precisione, con forza paurosa, una specie di ariete. Con i piedi era di un’abilità brasiliana. Ricordo che due altri giocatori juventini palleggiavano volentieri con Sandro: i due si chiamavano Sivori e Haller, due campioni inarrivabili, che con la sfera di cuoio facevano tutto quanto volevano. E Sandro Salvadore; sia ben chiaro, non era inferiore ai due. Poteva occupare qualsiasi ruolo della difesa, da terzino, a stopper, a libero. La classe (e più tardi l’esperienza) gli ha sempre consentito di esibirsi su qualsiasi platea, nazionale o internazionale, fornendo ovunque strepitosi saggi di calcio atletico e di calcio raffinato. Diventò capitano della Nazionale il 10 maggio 1963, giorno in cui l’Italia incontrò la forte rappresentativa dell’URSS allo Stadio Olimpico di Roma. L’incontro finì in pareggio (1-1), ma gli azzurri diedero prova di grande carattere e di consumata maestria, anche se la rete del pareggio venne realizzata da Rivera a un solo minuto dal fischio finale. Dal giorno in cui ebbe i gradi, Salvadore si comportò sempre da grande campione, collezionando indimenticabili successi nella sua lunga carriera. Dopo aver portato per 17 volte la fascia di capitano, dovette cederla a Facchetti. La carriera azzurra di Salvadore fu bruscamente troncata dal commissario tecnico Ferruccio Valcareggi che credette di individuare in due sfortunate autoreti del libero azzurro la causa di una mancata vittoria sugli iberici. Gli Azzurri erano andati in vantaggio con Anastasi all’11’ e avevano raddoppiato con Riva al 18’; poi, nel giro di due disgraziatissimi minuti, dal 23’ al 25’, ecco gli autogol di Salvadore. E la fine, brusca e immeritata, di una magnifica carriera con la maglia azzurra! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/sandro-salvadore.html
