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Tommaso Caudera - Calciatore E Dirigente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
TOMMASO CAUDERA https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Caudera Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.07.1907 Luogo di morte: Torino Data di morte: 26.09.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1932 e 1933-1934 Esordio: 27.06.1926 - Prima Divisione - Reggiana-Juventus 2-0 Ultima partita: 24.11.1929 - Serie A - Torino-Juventus 0-0 8 presenze - 1 rete 3 scudetti Tommaso Caudera, all'anagrafe Tomaso Schina Caudera (Torino, 27 luglio 1907 – Torino, 26 settembre 1968), è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Tommaso Caudera Tommaso Caudera con la maglia della Juventus. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista interno Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 1925-1932 Juventus 8 (1) 1932-1933 Casale 4 (1) 1933-1934 Juventus 0 (0) 1934-1939 Biellese 122 (33) 1939-1940 Asti ? (?) Carriera Caudera giocò la sua prima partita con la Juventus il 27 giugno 1926, persa 0-2 contro la Reggiana. In bianconero totalizzò 9 presenze, segnando 3 reti. Nella stagione 1932-1933 giocò per il Casale, con il quale fece registrare 4 presenze e una rete. La stagione seguente tornò alla Juventus, ma non scese mai in campo. La stagione 1934-1935 vide il suo passaggio al Biellese, società nella quale avrebbe militato fino alla stagione 1938-1939, segnando, in campionato, 33 reti in 122 presenze. Caudera concluse la sua carriera all'Asti nella stagione 1939-1940. In carriera ha totalizzato complessivamente 6 presenze e 2 reti nella Serie A a girone unico. Dopo il ritiro fu dirigente accompagnatore delle squadre minori della Juventus. Morì il 26 settembre 1968 all'età di 61 anni per le conseguenze di un incidente stradale avvenuto quindici giorni prima. Palmarès Campionato italiano: 3 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932 -
LUIGI ALLEMANDI «Era una forza scatenata della natura. – scrive Sergio Di Battista su “La Storia della Juventus” – Portava la zazzera ricciuta e aveva del diavolo. I suoi spunti veloci impressionavano come i suoi balzi acrobatici, Entrava primo sull’avversarlo lanciato al gol ed erano veri sfracelli. Se poi gli toccavano il Pepp Meazza nell’area opposta, partiva lui digrignando a render noto che un altro colpo sarebbe stato restituito con ingenti interessi». Così Gianni Brera racconta Luigi Allemandi, detto Gigi, classe 1903, nato a pochi chilometri da Cuneo, campione del mondo, compagno di Eraldo Monzeglio in una di quelle celebri coppie di terzini immortalate nel gran libro delle leggende. Prima c’erano Rosetta e Caligaris, poi sarebbero venuti Foni e Rava. E ancora Burgnich-Facchetti, Gentile-Cabrini...Come Burgnich, anche Allemandi fu di passaggio alla Juventus prima di approdare ai fasti di un mondiale sotto altri colori societari, curiosamente sempre gli stessi, quelli dell’Inter.In maglia bianconera Allemandi visse due stagioni, il tempo di vincere uno scudetto e di diventare un caso nazionale, legato allo scandalo più famoso dei nostri campionati, quello che gli albi d’oro ricordano con un sibillino: Torino sette titoli più uno revocato.Erano i tempi di «profumi e balocchi». Nel Genoa giocata un altro terzino, Renzo De Vecchi, dal soprannome vagamente ambizioso: «il figlio di Dio».Lo scudetto, nella Juve, Allemandi lo vinse subito. Aveva poco più di vent’anni ed era già un veterano. In serie A – la serie A di allora, nella quale giocavano anche l’Esperia e la Rivarolese – aveva debuttato con i colori del Legnano: in occasione di una memorabile vittoria sulla Juventus aveva anche segnato un gol, su rigore, a Combi, suo futuro compagno. Uno dei rari gol di una lunga carriera sotto molte bandiere. Partì titolare, prima a fianco di Gianfardoni (lo avrebbe ritrovato nell’Ambrosiana), poi del grande Rosetta, infine di Ferrero.Che lo facessero giocare a destra o a sinistra, per lui era indifferente, sapeva battersi con la stessa classe. Scatto straordinario, lunghe respinte che spesso si trasformavano in rilanci per l’attacco, soprattutto tanta grinta.Il pasticciaccio arrivò l’anno successivo, nell’estate del 1927, con la Juve impegnata a difendere il suo scudetto nel girone finale del torneo, tra rivali di gran nome, il Bologna e il Genoa, l’Inter, il Milan e il Torino.Accadde proprio in occasione del derby. Allemandi ne avrà parlato mille volte prima di morire, sulla soglia dei settantacinque, a Pietra Ligure, dove si era messo a fare il rappresentante di commercio: «Abitavo in una pensione della piazzetta Madonna degli Angeli. Studiavo legge, mio padre era notaio. La Juve mi dava 400 lire al mese, mi bastavano...».Quelli del Torino gliene offrirono cinquantamila per favorire la loro vittoria. Avrebbe potuto comprarsi cinque «Balilla» appena uscite dalla Fiat.«Già nella partita di andata, che avevamo vinto uno a zero – raccontava – c’era stato del losco. Il geometra Monateri, dirigente bianconero, ci aveva avvertito: sapeva che qualcuno aveva tentato di comprare dei giocatori della Juve. State in gamba, disse, se vi pesco siete finiti».Venticinquemila, si dice, le prese subito. O meglio le prese uno studente del politecnico, amico e coinquilino, che agiva da intermediario. Il resto sarebbe venuto dopo la partita. Allemandi, invece, giocò troppo bene per meritarsi tutto il premio della corruzione. E benché avesse vinto (due a uno, primo tempo in svantaggio, pareggio su rigore per un fallo che non fu di Allemandi) il Torino si rifiutò di saldare il conto a quel reprobo che, in realtà, era stato uno dei migliori in campo.La vicenda, a questo punto, cominciò a diventare un «giallo» vero e proprio con gli investigatori della Federcalcio che frugavano nei cestini della pensione di piazza Madonna degli Angeli. Qui, si diceva, in un’atmosfera da amore e ginnastica, presenti lo studente e un giornalista romano, era maturato lo scellerato patto. Qualcuno aveva orecchiato al muro e saltarono persino fuori i frammenti di una lettera nella quale il giocatore reclamava il suo credito. Non mancarono contorni grotteschi: la storia fu addebitata all’eccesso di zelo di alcuni dirigenti del Torino, che avevano saputo di una innocente – quella sì – scommessa tra i presidenti delle due società, Edoardo Agnelli e il conte Marone, in palio nientemeno che una cena, ospite il principe di Piemonte.Al Torino fu tolto lo scudetto, Allemandi venne squalificato a vita. Quando arrivò la sentenza, dopo un’istruttoria durata quattro mesi, il giocatore aveva già lasciato la Juventus. Era stato ceduto all’Ambrosiana-Inter.Rimase lontano dai campi solo un anno. Venne la grazia (per lui, ma non per il Torino), chiesta dalla madre con una lettera toccante e favorita dall’euforia per i successi della Nazionale all’Olimpiade di Amsterdam. Gli ambienti del palazzo continuarono a sostenere che le prove dell’inchiesta erano state schiaccianti.Negli anni, lui, il vecchio terzino che aveva spaventato due generazioni di attaccanti, avrebbe continuato a ripetere, scuro in volto, con quel suo eterno cruccio in fondo al cuore: «Cose vecchie, cose vecchie. C’è stato del marcio, è vero, ma il responsabile non sono io. Sono stati altri. Ho cercato invano chi avrebbe potuto scagionarmi: è morto».VLADIMIRO CAMINITIStoria di un campione che non fu mai capito, si potrebbe intitolare il suo personaggio. «Faceva paura, era un pazzo favoloso», dice di lui Farfallino Borel con nostalgia. E aggiunge: «Era anche un grosso personaggio». In realtà, fu un grandissimo terzino.Forte come una compagnia di fanti animati dal così detto ideale, spazzò intrepidamente e fu il migliore in campo nel derby Torino-Juventus 2-1 del 5 giugno 1927 al campo di Corso Marsiglia che doveva calamitargli addosso la prima inchiesta federale del romanzo del calcio, difendendosi con il comportamento in campo ma non bastando davanti all’evidenza di accordi presi nella stessa pensione dove alloggiava con emissari del Torino che forse temevano la caparbietà di questo campione coraggioso sul serio, che non si aiutava gridando come faceva Berto Caligaris, ma a tutto campo spezzava e spazzava, con pedate possenti che rompevano peroni, in tempi in cui i giocatori andavano in campo con parastinchi tripli e si menava gloriosamente e poi si scherzava sui menati e chi si tirava indietro era un vile e questo fu il calcio radioso della Madama anni Trenta, stile ma anche animalità, virulenza, il presunto barone Mazzonis non perdonando una licenza poetica e zittendo col suo prestigio, che gli derivava dal fatto di poter disporre della piena fiducia di Edoardo Agnelli, anche i Combi e Rosetta.Vestì ventisei maglie azzurre, ventiquattro da moschettiere, esordendo a Padova contro la Jugoslavia in coppia con Bellini, Schiavio centravanti, lo sterminato dribblatore Cevenini III detto Zizì mezzala sinistra, contendendo la maglia al più appariscente Berto Caligaris, che lo aveva sostituito alla Juve dopo il fattaccio, fu protagonista dei memorabili match della primavera 1932 a Parigi e Budapest contro Francia e Ungheria, rilevato poi dal bolognese Gasperi e dall’irriducibile Caligaris, tornava in Nazionale contro la Grecia nell’aprile del 1934 in tempo per essere preso in considerazione, come terzino dell’Ambrosiana, per la prima conquista storica del nostro calcio: il campionato del mondo organizzato dal PNM con tutti i fori cadenti dell’antica romanità convocati sul posto e comandati di fare da cornice. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/11/luigi-allemandi.html
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LUIGI ALLEMANDI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Allemandi Nazione: Italia Luogo di nascita: San Damiano Macra (Cuneo) Data di nascita: 08.11.1903 Luogo di morte: Pietra Ligure (Savona) Data di morte: 25.09.1978 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 27 presenze - 0 reti 1 scudetto Campione del mondo 1934 con l'Italia Luigi Allemandi (San Damiano Macra, 8 novembre 1903 – Pietra Ligure, 25 settembre 1978) è stato un dirigente sportivo, allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Si laureò campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1934. Luigi Allemandi Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1939 - giocatore Carriera Squadre di club 1919-1921 Legnanesi ? (?) 1921-1925 Legnano 85 (22) 1925-1927 Juventus 27 (0) 1927-1928 Inter 10 (0) 1928-1935 Ambrosiana-Inter 183 (0) 1935-1937 Roma 50 (1) 1937-1938 Venezia 23 (0) 1938-1939 Lazio 2 (0) Nazionale 1925-1936 Italia 24 (0) 1933-1934 Italia B 2 (0) Carriera da allenatore 1939 Lazio 1955 Alessandria D.T. Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Carriera Giocatore Club Allemandi in azione nel 1933 all'Ambrosiana-Inter Nato in provincia di Cuneo, si trasferì in giovane età a Legnano con la famiglia. Cominciò la carriera calcistica nei Giovani Calciatori Legnanesi: con il club lombardo partecipò al campionato di Promozione 1919-1920 e a quello di Prima Categoria 1920-1921 (eliminatorie Lombardia). Poi passò al Legnano, allora club di Prima Divisione, disputando il campionato C.C.I. del 1921-22. Con la squadra lombarda, che arrivò in più occasioni a sfiorare le finali della Lega Nord, riuscì a mettersi in luce a tal punto da essere acquistato dalla Juventus nel 1925. In maglia bianconera, eccellendo in coppia difensiva con Virginio Rosetta e assieme al portiere Gianpiero Combi, stabilì nella vittoriosa stagione 1925-26 il record d'imbattibilità del calcio italiano (934'), poi superato novant'anni più tardi da un'altra retroguardia juventina, quella Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini (974'), e fu convocato per la prima volta in nazionale. Durante il girone finale del campionato successivo venne coinvolto in un episodio di corruzione ai danni della propria squadra in un derby contro i rivali del Torino, per cui fu inizialmente squalificato a vita salvo poi essere amnistiato già nel 1928, pur avendo professato sempre la propria estraneità ai fatti. Precedentemente allo scandalo in cui venne implicato, fu ingaggiato dall'Ambrosiana, la squadra per cui faceva il tifo, e poi richiamato in nazionale a sostituire Umberto Caligaris. Con la maglia della nazionale arrivò così alla conquista della Coppa del Mondo. In maglia nerazzurra vinse lo scudetto del 1929-30 e fu ceduto alla Roma nel 1935. Giocò due anni in giallorosso e anche in nazionale, nella quale raggiunse le 24 presenze, alcune delle quali anche da capitano, venendo poi sostituito dal giovane juventino emergente Pietro Rava. Nel 1937 passò per un anno al Venezia in Serie B per concludere la carriera da calciatore in massima serie, in qualità di rincalzo, nella Lazio, disputandovi due soli incontri. Nazionale Debuttò in Nazionale A il 4 novembre 1925, nella gara amichevole contro la Jugoslavia. Il 3 marzo 1929 scese in campo contro la Cecoslovacchia in una gara valida per la Coppa Internazionale, contribuendo in tal modo alla vittoria italiana del trofeo. Allemandi in Nazionale Titolare con i gradi di capitano contro la Grecia nella gara valida per le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 1934, fu convocato per partecipare alla manifestazione. Giocò titolare tutte e cinque gli incontri giocati dall'Italia, inclusa la finale contro la Cecoslovacchia che diede agli azzurri il primo titolo mondiale. Dall'ottobre del 1935 divenne capitano della nazionale, contribuendo alla vittoria della Coppa Internazionale 1933-1935. L'ultimo incontro in maglia azzurra fu l'amichevole contro la Cecoslovacchia disputata a Genova il 13 dicembre 1936: totalizzò così 24 gare in nazionale (9 delle quali con i gradi di capitano), senza mettere a segno reti. Giocò inoltre due partite con la Nazionale B, debuttandovi il 3 dicembre 1933. Allenatore e dirigente Nella stagione 1938-39, dopo le due presenze da calciatore, intraprese, in coppia con il direttore tecnico argentino Alfredo Di Franco, l'esperienza di allenatore dei biancocelesti guidando la Lazio per 12 incontri, di cui 11 in campionato e uno in Coppa Italia. Fu direttore tecnico dell'Alessandria nella stagione 1955-56, in occasione della partita Livorno-Alessandria (2-1). Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1925-1926 - Ambrosiana-Inter: 1929-1930 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930, 1933-1935
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MARIO MENEGHETTI «Anziano gladiatore di razza giunto da Novara – scrive Renato Tavella – con nel bagagliaio la fama di gran colpitore di testa. Giunto alla corte di Karoly apprende alcuni segreti “per andare su di testa” con migliore profitto e sembra non darsi pace per non averci pensato prima».Non era molto alto, ma nel gioco di testa risultava quasi imbattibile. Aveva una tecnica sobria ma redditizia; era una macchina sempre in moto e giocava in maniera estremamente corretta. Lo si distingueva immediatamente sul campo, per via di un grande fazzoletto bianco annodato dietro la nuca.Nel biennio trascorso in bianconero, durante il quale conquista lo scudetto del 1926, mette insieme 44 partite e realizza un goal. Nell’estate del 1927, rientra al Novara.“IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 3 MARZO 1942Martedì scorso 24 febbraio, in un tragico incidente, – investito da un treno diretto mentre stava attraversando i binari della stazione di Novara di cui era capo-gestore, – decedeva l’ex-giocatore Mario Meneghetti, che era e rimane la figura più rappresentativa del calcio novarese.La giovane generazione sportiva non l’ha conosciuto. Fazzoletto attorno alla fronte e chioma al vento, il Meneghetti aveva un giuoco tipicamente italiano, come si usava dire allora, di foga e di slancio inesauribili, ma eccelleva anche in tecnica e specialmente nel giuoco di testa, a quel tempo (sì parla di oltre vent’anni fa) non troppo praticato da noi. Di temperamento espansivo e vivace, trasportava queste sue qualità anche nelle partite, che disputava con una vitalità entusiasmante: per questo era uno di quei giocatori che sapevano accattivarsi la simpatia della folla.Si mise nettamente in luce nel Novara, che lo aveva tra i suoi difensori fin dal 1912-13, e della cui squadra fu poi per diversi anni l’abile centro-mediano e l’esemplare condottiero, richiamando su di sé l’attenzione dei tecnici federali. Dopo essere stato prescelto nel 1919 per alcuni incontri fra squadre rappresentative, venne incluso d’autorità nella squadra nazionale, nella quale esordì il 13 maggio 1920, a Genova, nella partita con l’Olanda (1-1).Disputò poi altri tre incontri in maglia azzurra alle Olimpiadi di Anversa di quell’anno: con l’Egitto (2-1) e con la Francia (1-3) rispettivamente negli ottavi e nei quarti di finale, e poi con la Spagna (0-2) nelle semifinali del Torneo di consolazione, E qui finiscono le prestazioni azzurre di Meneghetti, perché intanto andava imponendosi il giovane astro Burlando.In seguito, per quanto non fosse più tanto giovane essendo ormai prossimo al traguardo della trentina, la Juventus lo prelevò dalle file novaresi, e anche nella nuova squadra – con la quale vinse il campionato italiano della stagione 1925-26, in cui però il centromediano titolare era Viola, ed egli giocò anche da laterale – Meneghetti profuse i tesori della sua energia, lasciando di sé un grato ricordo quando la legge del tempo lo costrinse a cambiar sede.Ma non si estraniò completamente dallo sport attivo, poiché ritornò al « suo » Novara in veste di giocatore-allenatore, per poi continuare esclusivamente nella carriera di allenatore nel Seregno, nella Pro Patria e, nell’ultimo biennio, nel Dop. Falck, ovunque facendosi apprezzare per la sua opera e per i suoi consigli.Ufficiale di fanteria nella grande guerra 1915-18, il Meneghetti ebbe la sventura di cadere prigioniero degli austriaci il 14 gennaio 1916 a Oslavia. Ma la sua tempra irrequieta e avventurosa non poteva sopportare la vita del « vigilato », ed eccolo escogitare un piano di fuga dal campo dì concentramento di Mathausen, piano pienamente riuscito dopo non pochi tentativi e non poche peripezie, e che il Meneghetti ebbe a rievocare sulle colonne del nostro giornale.Ci voleva proprio un crudele colpo del destino per spezzarne la fibra di indomito lottatore! Aveva 49 anni, essendo nato a Novara il 4 febbraio 1893. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/mario-meneghetti.html
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MARIO MENEGHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Meneghetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 04.02.1893 Luogo di morte: Novara Data di morte: 24.02.1942 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Meniga Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 43 presenze - 1 rete 1 scudetto Mario Meneghetti (Novara, 4 febbraio 1893 – Novara, 24 febbraio 1942) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Mario Meneghetti Meneghetti alla Juventus a metà anni venti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1933 - giocatore 1942 - allenatore Carriera Squadre di club 1911-1912 Novara B ? (?) 1912-1925 Novara 65+ (20+) 1925-1927 Juventus 43 (1) 1927-1930 Novara 61 (4) 1930-1932 Seregno ? (?) 1932-1933 Novara 1 (0) Nazionale 1920 Italia 4 (0) Carriera da allenatore 1932-1933 Novara 1935-1938 Seregno 1938-1939 Pro Patria 1939-1940 Seregno 1940-1942 Falck Caratteristiche tecniche Centromediano, pur non essendo molto alto risultava eccellente nel gioco di testa. Non era dotato di una tecnica eccezionale, ma aveva una notevole resistenza atletica ed era un giocatore molto corretto. Sua caratteristica peculiare, che lo rendeva immediatamente riconoscibile sui campi di gioco, era di giocare con un fazzoletto bianco annodato dietro alla fronte. Carriera Giocatore Club Meneghetti, iniziò la sua carriera nel mondo del calcio militando con la storica Voluntas Novara, successivamente fu una delle più grandi bandiere della storia del Novara, club di cui segnò la prima rete assoluta in una sconfitta contro il Torino. A metà degli anni Venti passò alla Juventus dove vinse uno scudetto nel 1926, poi l'anno successivo tornò a Novara per chiudere la carriera con la maglia del club della sua città natale dopo una parentesi al Seregno. Nazionale Meneghetti debuttò in Nazionale il 13 maggio 1920 in un'amichevole contro i Paesi Bassi in preparazione alle Olimpiadi di Anversa. Nel corso del torneo olimpico fu titolare e disputò 3 delle 4 partite dell'Italia, l'ultima delle quali fu la sconfitta contro la Spagna che estromise l'Italia dalla corsa alle medaglie. Allenatore Negli anni Trenta allenò il Novara in Serie B e la Pro Patria in Serie C. Morte Lavorando come capogestore presso lo scalo merci della Stazione di Novara, morì investito da un treno nel 1942.
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MARIO PANIATI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Paniati Nazione: Italia Luogo di nascita: Pecetto Torinese (Torino) Data di nascita: 28.12.1907 Luogo di morte: Torino Data di morte: 05.06.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 15.11.1925 - Prima Divisione - Pro Vercelli-Juventus 0-1 Ultima partita: 27.02.1927 - Coppa Italia - Parma-Juventus 0-2 6 presenze - 0 reti 1 scudetto Mario Paniati (Pecetto Torinese, 28 dicembre 1907 – Torino, 5 giugno 1932) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Mario Paniati Paniati (in piedi, terzo da sinistra) nella Fiorentina della stagione 1928-1929 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1932 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1925-1927 Juventus 6 (0) 1927-1929 Fiorentina 21 (0) 1929-1930 Pavia 17 (7) 1930-1931 Atalanta 7 (3) 1931-1932 Catanzarese ? (?) Carriera Vincitore di uno scudetto con la maglia della Juventus, muore a soli 24 anni a causa di una fulminea malattia. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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ORESTE BARALE Oreste Barale – scrive Vladimiro Caminiti – indica il passaggio dalla Juventus sperimentale a quella della gloria piena, solare; il vercellese di Pezzana gioca sette campionati, totalizza 115 presenze, riesce due volte ad infilare la porta avversaria, il suo nome è legato anche al primo dei cinque scudetti anni '30, oltre che a quello del valoroso sventurato Karoly. I faticatori appartengono alla storia vera del calcio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/10/oreste-barale.html
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ORESTE BARALE https://it.wikipedia.org/wiki/Oreste_Barale Nazione: Italia Luogo di nascita: Pezzana (Vercelli) Data di nascita: 04.10.1904 Luogo di morte: Asti Data di morte: 17.02.1983 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1931 Esordio: 17.10.1926 - Campionato Divisione Nazionale - Modena-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.05.1931 - Serie A - Bologna-Juventus 4-0 113 presenze - 2 reti 2 scudetti Oreste Barale (Pezzana, 4 ottobre 1904 – febbraio 1983) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Oreste Barale Barale II alla Juventus nel 1930 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1942 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1924 Alessandria Squadre di club 1924-1925 Alessandria 0 (0) 1925-1931 Juventus 113 (2) 1931-1937 Alessandria 151 (2) 1937-1940 Vigevano 32 (1) 1940-1942 Cantù ? (?) 1942-1943 Lecco ? (?) Carriera da allenatore 1940-1942 Cantù 1942-1947 Lecco 1947-1948 Mortara 1948-1949 Monza 1949-1951 Mortara 1951 Pavia 1953-1954 Abbiategrasso 1954-1955 Cantù 1955-1957 Verbania Sportiva 1957-1958 Piacenza 1960 Chiasso 1961-1962 Pro Sesto Carriera Giocatore Mediano votato alla rottura della manovra avversaria, fu ingaggiato dalla Juventus nel 1925: in bianconero vinse due scudetti nel 1925-26 e nel 1930-31, dimostrandosi elemento importante per gli equilibri della squadra allenata da Károly e successivamente da Carcano. Nel 1931, chiuso dall'esplosione di Luigi Bertolini, passa all'Alessandria, sempre in Serie A. Con i grigi raggiunge la finale di Coppa Italia nel 1936, diventando un beniamino dei tifosi per l'onestà e la dedizione mostrata sul campo. Dopo la retrocessione avvenuta al termine della stagione 1936-1937 lascia la squadra alessandrina per passare al Vigevano, con cui disputa tre stagioni da riserva nella serie cadetta, e al Cantù. Chiude la carriera nel Lecco, nel campionato di Serie C 1942-1943. Allenatore Inizia come allenatore-giocatore a Cantù nella stagione 1940-1941 per due annate, e poi al Lecco in quella successiva. Nell'immediato dopoguerra allena nuovamente il Lecco, il Mortara e il Monza: con i brianzoli termina a centroclassifica, pur disponendo di una squadra che segna una media di quasi 2 reti a partita. Nell'aprile 1951 viene chiamato alla guida del Pavia, nel campionato di Serie C, sostituendo Alfredo Foni passato sulla panchina della Sampdoria. Conclude il campionato al terzo posto in girone A, dietro Monza e Sanremese, ma nella stagione successiva, dopo una pesante sconfitta sul campo di Vigevano, viene esonerato in favore di Giovanni Brezzi. A partire dal 1953 sceglie di allenare solamente formazioni di IV Serie o dilettantistiche, per poter conciliare l'attività con la professione di impiegato di banca. Nel campionato 1953-1954 è all'Abbiategrasso, e l'anno successivo torna per una stagione sulla panchina del Cantù. In seguito allena il Verbania e il Piacenza, in IV Serie, prima di vivere un'esperienza all'estero, sulla panchina del Chiasso nella stagione 1960-1961 in Lega Nazionale B. Rientrato in Italia, allena la Pro Sesto nel campionato di Serie D 1961-1962. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931 Campionato italiano Serie C: 1 - Lecco: 1942-1943 (girone C) Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Lecco: 1942-1943 (girone C)
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MARIO FERRERO FELICE BOREL, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1964 A quella che è la commemorazione doverosa e ufficiale di Mario Ferrero su queste colonne, desidero aggiungere una breve, accorata rievocazione personale di quello che fu un mio caro e valente compagno di squadra. Il ricordo di Lui si mescola per me in un fiume straripante di bellissimi ricordi che risalgono al periodo più indimenticabile della mia carriera di calciatore: risalgono a un’epoca in cui ottimi campioni giocavano un bellissimo calcio e facevano grande la Juventus. La simpatica figura di Ferrero io la rivedo oggi nella commozione del rimpianto come quella di un atleta forte e leale, di un giocatore intelligente e di alto, sicuro rendimento. Ma soprattutto lo ripenso e lo ripenserò sempre con affettuosa stima per il suo temperamento serio e modesto, virtù di fondo che accaparra sempre, ai «veramente migliori», una corrente spontanea e indelebile di simpatia e di ammirazione. Egli è stato il meraviglioso «rincalzo di campioni che più di Lui restano famosi nella storia del calcio nazionale e addirittura mondiale: per chi però, come me, L’ha conosciuto e apprezzato da vicino, Egli, non meno di quelli, resta impresso nella memoria come una figura di atleta e di uomo degna di stima profonda, convinta e sempre viva. Riassumere in breve l’attività agonistica di Mario Ferrero, il forte atleta degli anni 1924-1934, non è un’impresa facile. Del resto forse meglio così, che Ferrero giocatore sobrio, di poche parole, non avrebbe mai voluto che si spendessero per lui inutili frasi retoriche. Vera tempra di torinese, nato nel 1903, si era dedicato da giovanissimo al calcio, proprio nell’immediato primo dopoguerra, ed era riuscito in poco tempo ad affermarsi come un giocatore di valore nelle file del Pastore, la squadra torinese ormai scomparsa, che al primo campionato, dopo l’interruzione, del 1919-20, vinto dall’Internazionale, partecipò al campionato di Serie A. Allo scioglimento di questa società, Ferrero passò alla Juventus, all’inizio della stagione 1922-23. Attaccante di buon rendimento giocò alla Juventus per un buon periodo come centroattacco e interno sinistro. Lo troviamo così per la prima volta campione d’Italia con la Juventus nel 1926-27, la squadra di Combi; Rosetta, Allemandi; Barale, Meneghetti, Viola; Munerati, Vojak, Hirzer e Torriani. Giocatore d’ordine, dal rendimento costante doveva però affermarsi come terzino ambidestro. Venne così a costituire, per sei anni, la riserva fissa di Rosetta e Caligaris, una riserva che quando fu chiamata all’opera mai fece rimpiangere i pur grandi titolari. Eccelleva nel gioco di testa, avendo una formidabile elevazione, e tecnicamente godeva dei benefici di essere stato in gioventù un attaccante: mai nessuna entrata spericolata, il suo gioco apparve sempre misurato e redditizio anche se poco appariscente e spettacolare. In quattro campionati, nel periodo del «quinquennio», dal 1930 al 1934, Mario Ferrero, disputò 35 gare in prima squadra, conquistando quattro scudetti (oltre a quello del 1926-27). Ricordiamo le presenze di Ferrero nella Juventus campione per anno: 1930-31: 6 presenze al posto di Rosetta; 1931-32: 21 presenze di cui 20 in sostituzione di Caligaris e 1 di Rosetta; 1932-33: 5 presenze per 2 assenze di Caligaris e 3 di Rosetta e ancora 3 presenze nel 1933-34. Come si vede Mario Ferrero fu la «riserva di lusso» per la coppia nazionale Rosetta-Caligaris. Se avesse voluto cambiare società avrebbe potuto affermarsi in qualsiasi complesso nazionale. Solo al termine della carriera, cioè nell’anno 1934-35, si decise a trasferirsi alla Sampierdarenese. Da tutti i juventini Mario Ferrero sarà ricordato con affetto come atleta taciturno e sobrio. Un professionista serio che ha percorso i tempi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/pietro-mario-ferrero.html
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MARIO FERRERO https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Ferrero_(calciatore_1903) Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 12.03.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 26.04.1964 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1934 Esordio: 30.11.1924 - Prima Divisione - Derthona-Juventus 0-2 Ultima partita: 15.04.1934 - Serie A - Brescia-Juventus 1-2 109 presenze - 9 reti 5 scudetti Mario Ferrero, o Pietro Ferrero secondo le altre fonti (Torino, 12 marzo 1903 – Torino, 26 aprile 1964), è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Mario Ferrero Ferrero alla Juventus nella stagione 1931-1932 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Terzino Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1921-1922 Pastore ? (?) 1925-1934 Juventus 109 (9) 1934-1935 Sampierdarenese 14 (0) Carriera Esordì nei primi anni 1920 con i torinesi del Pastore, passando poi nel 1924 ai più noti concittadini della Juventus dove rimase per il successivo decennio; riserva di Virginio Rosetta e Umberto Caligaris, in un'epoca in cui non erano ancora consentite sostituzioni, si ritagliò comunque un suo spazio in bianconero contribuendo da comprimario alla conquista di ben cinque scudetti — tra cui i primi quattro del Quinquennio d'oro. Si accasò infine per un'ultima stagione ai genovesi della Sampierdarenese, dove chiuse la carriera nel 1935. Palmarès Campionato italiano: 5 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934
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EZIO SCLAVI DANTE PEPI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1972 Un portiere che gioca stopper. Amici lettori, non spaventatevi di questo titolo piuttosto anacronistico poiché sono pochi coloro che ancora ricordano il povero Ezio Sclavi, ex portiere laziale degli anni trenta e per una stagione, quella del 1925-26 alla Juventus quale riserva di Gian Piero Combi. Sclavi era dotato di una classe eccezionale per cui era considerato un portiere formidabile, specialmente nelle palle alte, e spesso, anche in quelle a terra, era da considerarsi imbattibile. Però nonostante che fornisse in continuazione prove su prove degne dei migliori guardiani dell’epoca, alla nazionale ci arrivò solamente tre volte e sempre in sostituzione di Combi che allora nel suo ruolo non aveva rivali. Ma procediamo con ordine. Dunque, come abbiamo accennato sopra, nella stagione 1925-26 avvenne un fatto assai strano che mise a rumore l’ambiente calcistico nazionale. Eravamo nel periodo pieno della campagna acquisti e vendite, e come di consueto, come del resto avviene oggi ai nostri tempi, successe che senza fare tanto chiasso, e strombazzamenti, l’allora presidente della Juventus avv. Edoardo Agnelli, dalla Lazio si accaparrò il portiere Sclavi e la mezz’ala Vojak Antonio. L’acquisto di questi due grossi giocatori fece clamore anche perché prima non se ne era sentito parlare per niente. La bomba esplose quando era già stato fatto tutto. Ecco come realmente si svolsero i fatti. Le grandi società del nord avuto sentore che in seno alla Lazio le cose non andavano propriamente bene, si misero subito sul «chi-va-là» spiando da lontano la crisi della società romana. Soltanto al termine di questa si venne a sapere che la Juventus era stata la più svelta ad assicurarsi i due giocatori laziali. Però durante le trattative le cose non filarono abbastanza lisce come può sembrare a prima vista, anche per il fatto che non tutti i dirigenti romani erano d’accordo sulla cessione, e all’inizio chiesero tempo per decidere, mentre l’alternativa raggiunse toni molto drammatici, e infine Bitetti, il Presidente della Lazio, e la sua corrente furono costretti a capitolare. E così nonostante che i due migliori pezzi della squadra azzurra fossero stati dispostissimi a restare a Roma anche per poco, non ci fu possibilità alcuna di trovare un accordo fra le due parti. Più volte Sclavi che si era talmente innamorato della sua società da non volerla assolutamente abbandonare, spesso andava ripetendo ai suoi dirigenti: «Datemi solo da mangiare e resto con voi». Ma non ci fu niente da fare e fu così che due giocatori del calibro di Sclavi e Vojak passarono a rinforzare i ranghi bianconeri. Ma il bello, fatto sensazionale nella storia del calcio italiano, fu che due elementi di classe come i due laziali appunto per le beghe scoppiate in consiglio, furono lasciati liberi gratuitamente. Vojak parti da Roma senza rimpianti, ma Sclavi se ne andò in lacrime. Troppo forte era stato il distacco da casa, ormai la Lazio e Roma, erano diventate la sua seconda patria. Specialmente gli inizi per il nostro portiere non furono confortanti, la nostalgia di Roma e dei suoi colli fioriti gli rodeva il cuore, le nebbie e le nevicate del Piemonte non gli andavano a genio. Fu col passare del tempo che le cose andarono sensibilmente migliorando, e piano piano riuscì ad acclimatarsi nel nuovo ambiente, ed anche le nebbie e le nevicate non gli facevano più paura nonostante che in cuor suo continuasse a sognare Roma. Anche la forma subì un tangibile miglioramento tanto da competere da pari a pari col titolare Combi senza però mai riuscire a scalzarlo, anche solo una volta, dal suo posto di titolare. Poiché Combi, oltre alla sua altissima classe, era una vera istituzione per i bianconeri, perciò a meno di un caso di forza maggiore il posto in prima squadra era suo. Infatti di Sclavi si racconta che un giorno a un giornalista che lo interrogò sulle qualità e le possibilità del grande portiere juventino, Sclavi dichiarò apertamente: portare via il posto a quello, indicando Combi che stava allenandosi in disparte, è una cosa tremenda e inverosimile. Però Sclavi non era un tipo che si abbatteva tanto facilmente. Perseverava sempre negli allenamenti non dandosi mai per vinto, e oltretutto bisogna sapere che egli era un ecclettico, cioè non era solamente un ottimo portiere, ma anche un ottimo attaccante e un ottimo mediano. Un fenomeno si dirà. Quasi. Di sicuro però che giocatori come Sclavi, difficile trovarne un altro anche al giorno d’oggi, era un vero calciatore di classe. Comunque attese sempre con pazienza, anche questa era una dote che faceva parte del suo bagaglio tecnico e di classe, e l’occasione di dimostrare quello che valeva si presentò anche a lui, e fu verso la fine del campionato 1925-26. A quei tempi il campionato di Serie A si articolava in due leghe; Nord e Sud. Quello del Nord era costituito da due gironi, A e B. La Juventus venne assegnata nel girone B. Alla penultima giornata del girone di ritorno viaggiava in testa con punti 35 contro i 28 del Genoa. Doveva recarsi a Reggio Emilia, era una gara come suol dirsi di ordinaria amministrazione, come infatti risultò sul campo poiché la Juventus aveva trascurato assai l’esito di questa partita, e ben quattro uomini vennero sostituiti. Fu appunto in questa gara che Sclavi venne incluso in formazione nel ruolo di centro mediano in sostituzione del titolare Viola, altro grande giocatore bianconero, con risultati più che eccellenti da fare invidia a molti altri. Incredibile a dirsi, ma stando alle cronache di allora, Sclavi se la cavò così bene che nessuno si accorse che questo poderoso centro mediano non era altro che il portiere di riserva a Combi. E non c’è che dire, egli era in buona compagnia, basta scorrere la formazione di quella famosa partita: Combi; Rosetta, Gianfardoni; Barale, Sclavi, Rasetto; Gariglio, Vojak, Pastore, Caudera, Torriani. Vinse la Reggiana per due reti a zero, ma la grande impresa del nostro Sclavi restò sempre fulgida e lampante. Un altro fatto simile gli successe quando ritornò in seno alla Lazio. Questa volta a Napoli ma nel ruolo di interno sinistro. Vinse la Lazio per due a uno e una rete per i laziali la segnò proprio lui mediante un tiro dal limite dell’area di rigore. Con la sconfitta di Reggio Emilia la Juventus non compromise affatto la sua posizione di leader, si rifece subito la domenica dopo andando a vincere a Genova contro lo squadrone rossoblu per tre a uno. Dopo di che ebbero inizio le finali contro il Bologna, vincitore del Girone A, e la conseguente vittoria assoluta per il titolo italiano, il secondo per la luminosa storia della Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/ezio-sclavi.html
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EZIO SCLAVI https://it.wikipedia.org/wiki/Ezio_Sclavi Nazione: Italia Luogo di nascita: Montú Beccaria (Pavia) Data di nascita: 23.03.1903 Luogo di morte: Taggia (Imperia) Data di morte: 31.08.1968 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1926 e dal 1930 al 1932 Esordio: 27.06.1926 - Prima Divisione - Reggiana-Juventus 2-0 Ultima partita: 02.09.1931 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-2 4 presenze - 5 reti subite 1 scudetto Ezio Sclavi (Montù Beccaria, 23 marzo 1903 – Taggia, 31 agosto 1968) è stato un calciatore, allenatore di calcio e pittore italiano. Ezio Sclavi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere, centrocampista) Termine carriera 1935 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Squadre di club 1922-1923 Stradellina ? (-?) 1923-1925 Lazio 32 (-?) 1925-1926 Juventus 4 (-5) 1926-1934 Lazio 220 (-?) 1934-1935 Messina 18 (-?) Nazionale 1932 Italia 2 (-2) Carriera da allenatore 1935 Messina 1947 Viterbo 1947-1948 Viterbo Giovanili Carriera Club Originario di Stradella, esordì come portiere nella locale squadra di calcio, prima di essere chiamato a Roma per svolgere il servizio militare: durante un torneo estivo fu notato da osservatori della Lazio, che lo tesserarono e, nel settembre del 1923, lo fecero esordire in prima squadra senza che in precedenza avesse mai giocato una vera partita. Ezio Sclavi. Nel 1925 lasciò per un breve periodo la squadra biancoceleste, divisa in una fazione fautrice del professionismo, guidata da Olindo Bitetti, e in una che aspirava a salvaguardare lo spirito dilettantistico, facente capo dagli eredi del grande presidente laziale Ballerini, per accasarsi alla Juventus, squadra in cui trovò poco spazio per la leadership di Gianpiero Combi, tanto da dover essere schierato nella linea mediana durante la gara giocata a Reggio Emilia il 27 giugno 1926. Malgrado la squadra neo-campione d'Italia gli proponesse il rinnovo del contratto ed un posto come centromediano fece dunque ritorno alla Lazio, dove diventò presto uno dei giocatori biancocelesti più amati, per l'abnegazione e l'attaccamento alla maglia; su di lui sono ricordati diversi episodi. In una gara disputata ad Alessandria, il 10 maggio 1931, nel corso di un'azione Sclavi si scontrò con un avversario e svenne; rientrato in campo fasciato per una ferita all'orecchio, ricevette un calcio sul volto e, ricondotto fuori dal terreno di gioco, rientrò con la testa fasciata, non volendo lasciare con un uomo in meno la sua squadra. La Lazio vinse la gara e i soci gli regalano una medaglia d'oro per il suo coraggio. Personaggio d'altri tempi, una volta ricevette una sfida a duello da un giornalista, Eugenio Danese, per un insulto; i due diventarono poi amici. Durante il campionato 1933-34 fu operato per due volte al menisco e fu sostituito da Giacomo Blason, che mantenne la maglia da titolare anche dopo la riabilitazione di Sclavi; la Lazio lo svincolò e, dopo un breve periodo in Serie B al Messina, scelse di partire volontario per la Guerra d'Etiopia, dove allenò varie squadre etiopiche, vincendo anche 3 campionati consecutivi come allenatore-giocatore (in campo come centravanti). Nazionale Il 13 dicembre 1931 esordì in Nazionale in una gara di Coppa Internazionale disputata a Torino contro l'Ungheria. Dopo il ritiro Reduce dalla Guerra d'Etiopia, durante la quale fu fatto prigioniero e detenuto in un campo di prigionia vicino al lago Tanganica, ritornò in Italia dopo tredici anni di assenza e si stabilì in Liguria, dove riscosse un discreto successo come pittore e dove rimase fino alla morte, che lo colpì nel 1968, a 65 anni. A lui è dedicato lo stadio comunale di Arma di Taggia, e una targa commemorativa a fianco della Chiesa parrocchiale di San Siro a Canneto Pavese inaugurata nel luglio 2017. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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József Viola - Calciatore e Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
JÓZSEF VIOLA Jeno Karoly, l’allenatore della prima Juventus di Edoardo Agnelli, era stato allenatore del Savona. Con lui, che già insegnava calcio, c’era un giocatore magiaro, József Viola, difensore centrale, che seguì poi il tecnico nel suo viaggio a Torino. Chi lo ha visto giocare, sostiene che, dopo Monti e Parola, Viola può essere considerato il più forte centromediano nella storia bianconera, in tempi nei quali i giocatori di questo ruolo non avevano ancora l’aiuto del libero. Le scarne cronache di allora lo descrivono come un giocatore eclettico, tecnicamente molto dotato, ma amante del gioco rude, maschio.Fisicamente molto forte pur se di taglia media e dal torace molto sviluppato, non era molto veloce nello scatto breve, ma aveva una grande resistenza alla fatica, ottimo nel gioco di testa per la perfetta scelta di tempo nello stacco, il che gli consentiva di sopperire alla statura non certo eccezionale.Non era scorretto, ma conosceva tutte le astuzie e le malizie per provocare gli avversari e costringerli al fallo. Caratterialmente era molto difficile, sia in campo sia fuori, ma ciò permise a Viola di essere un leader della squadra. Non tollerava, da parte dei giornalisti, nessuna critica che riguardasse la sua vita privata: «Accetto solo giudizi che riguardano cosa faccio o non faccio in campo e non permetto a nessuno che mi consideri un indisciplinato». E con queste parole apostrofò un giornalista nel corridoio degli spogliatoi, aggiungendo con tono minaccioso: «Venga fuori che discutiamo da uomini!»Viola, dopo un inizio da laterale prese al centro della difesa il posto del forte Monticane, morto per un aneurisma. In questo ruolo, l’ungherese, riuscì a dimostrare tutto il suo valore, tanto che l’allenatore Karoly utilizzò il giovane Rosetta come centravanti, lasciandogli seguire gli istinti di inizio di carriera. Il magiaro fu uno dei protagonisti della stagione 1925-26, quella del secondo scudetto juventino. I giornali dell’epoca lo ricordano come un vero gladiatore e, nella finalissima, tre giorni dopo la morte di Karoly, era stato il migliore in campo, giocando anche, se non soprattutto, per il suo allenatore appena scomparso, per il connazionale e amico che, volendolo con sé, gli aveva aperto la strada verso il calcio italiano, verso la Juventus.La stagione 1926-27 lo vede sdoppiarsi fra la panchina e il campo (solo dieci presenze). L’anno dopo, considerato il veto della federazione all’impiego di giocatori stranieri, interrompe la sua attività, pur continuando a battersi per ottenere la cittadinanza italiana e diventa l’allenatore dell’Ambrosiana.Diventato italiano, ritorna alla Juventus come giocatore, agli ordini di George Aitken. Dal 1930-31 è all’Atalanta come giocatore-allenatore; si fermerà a Bergamo per altre due stagioni in veste di allenatore. Dalla panchina guiderà in seguito Milan, Vicenza, Lazio, Spezia e Milan, Livorno, Spal, Bologna e Como. Desta molta curiosità il fatto che, nella stagione 1938-39, fu contemporaneamente direttore tecnico dello Spezia e allenatore del Milan. Altri tempi.VLADIMIRO CAMINITI1924: vive la Juve dentro oasi di ricercatezza, nel paese si spandono le scelleratezze dei fascisti, il lusso ignora la miseria, D’Annunzio sfolgora di finte grandezze, l’eloquenza maschera la verità. Zambelli, l’orecchiuto labbruto popputo gerente di “Hurrà”, rivista mensile del FBC Juventus, formato quaderno con l’epigrafe del presidente Corrado Corradino sul frontespizio: la vittoria è del forte che ha fede, fa un bel colpo nel numero di ottobre, ottiene le confidenze dell’ispido biondastro Giuseppe Viola, centr’half della squadra. Il valentissimo half si negava con rossori e scrollate di capo. Zambelli strapregò Karoly l’allenatore e arrivò alla redazione della rivista, in Via Carlo Alberto 45, una lettera. C’era scritto: «Ho appena ventotto anni e già tre figli. Quanti avrò ancora! Non saprai! Tanto la futura half linea è fatta e i miei violini cominciano già a conoscere i secreti del bel gioco di calcio, curando mie gambe dopo ogni partita. Io invece iniziavo carriera calcistica a dodici anni e fra poco giocavo nella squadra boys del Torekves da centro forward, centro half e half laterale. Ma mie preferenze erano per centro half, malgrado che in quel posto sembrava impossibile realizzare il più bel sogno di mia gioventù: entrare nella squadra Nazionale, perché era eternamente occupato dal più grande pioniere del football ungherese (Karoly, l’allenatore di Viola). Ma con tempo e pazienza tutto deve andare e anche io sono riuscito a difendere i colori nazionali e giocavo otto volte quando, per i motivi ben conosciuti, emigravo prima in Germania e poi Italia che fu diventata mia seconda patria… Firenze… Spezia… quante rose… quante spine… Poi quest’anno avevo piacere prendere parte alla gloriosa tournée juventina in Germania e se penso mi sento diventare Napoleone ed esclamo: Dresda! Lipsia! Hannover! Brema! Di nuovo e di nuovo ritorno ricordarmi alle partite in quella città durante che ho imparato amare i miei carissimi nuovi compagni. E per me sarà il più grande soddisfacimento se potrò rilevare in loro li stessi sentimenti e goderli in molti anni».La prosa col suo misterioso affiato esotico restituisce un’anima di campione del calcio alquanto candida. Ma per capirne di più bisogna tradurre la prosa della rivista sportiva “Kampf di Dresda”, che dedicava al bianconero in occasione della tournée juventina del maggio 1924 un articolo dal titolo: “Viola, half fenomeno”. Vi si leggeva tra l’altro: «Nella squadra della Juventus, accanto a dieci italiani, giuoca un ungherese: Viola, l’half di classe, che conoscevamo già di fama. Quando venne organizzato il famoso incontro Germania-Ungheria, il suo nome fu tra i più in vista. In che posizione giuocò oggi Viola contro il Brandemburg? Ovunque, da half, da forward, da bach! Stava in difesa quando la squadra cedeva, teneva l’ala destra con la stessa sicurezza della sinistra; toglieva la palla all’ala avversaria, la portava al centro, la passava di precisione all’ala sinistra, poi si fermava a osservare il risultato dell’azione che aveva creato. Tornato al proprio posto, quando Hausmann e Findeisen avanzavano, era di nuovo tra loro a intercettarne i passaggi, quasi il suo piede avesse un influsso magnetico sul pallone. È cresciuto alla scuola magiara che apprese dagli inglesi l’arte dei passaggi bassi, ma addotta anche il giuoco alto quando lo ritenga il più conveniente. Non si vedono in lui raffinatezze di giuoco: non lavora che alla più spedita realizzazione del goal. Al sistema inglese della fitta rete di passaggi preferisce l’azione che punta decisa alla porta avversaria. I suoi pregi sono i colpi precisi e lunghi che sfiorano l’avversario e si arrestano ai piedi del compagno forward, nell’area di rigore. Viola è battagliero; se ha la palla e non la può passare lavora di dribbling anche contro due tre avversari e la palla pare legata al suo piede. Magnifico nei salti, e così possente nei passaggi di testa che si direbbe calci… con la testa… Dopo cinque minuti che giuocava ognuno ne aveva apprezzato la classe… Al fischio finale dell’arbitro era fresco come all’inizio…».Quanto sono effimere certe elucubrazioni tecnico-tattiche d’oggidì sul calciatore, italiane e italianissime. Viola, emaciato campione di altre stagioni, giocava come i veri assi degli anni futuri. Giocava a tutto campo, giocava per la squadra, serviva il collettivo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/david-andrew-platt-raggiunse-la.html -
József Viola - Calciatore e Allenatore
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JÓZSEF VIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/József_Viola Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Komárom (Ungheria) Data di nascita: 10.06.1896 Luogo di morte: Bologna Data di morte: 18.08.1949 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Ungherese Soprannome: Beppe - Giuseppe Viola Alla Juventus dal 1924 al 1928 e 1929-1930 Esordio: 12.10.1924 - Prima Divisione - Juventus-Spal 2-1 Ultima partita: 27.04.1930 - Serie A - Juventus-Torino 2-0 78 presenze - 4 reti 1 scudetto Allenatore della Juventus dal 1926 al 1928 József Violak, noto anche col nome italianizzato Giuseppe Viola (Komárom, 10 giugno 1896 – Bologna, 18 agosto 1949), è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese, di ruolo centrocampista. Il suo cognome venne italianizzato per volere delle gerarchie fasciste alla concessione della residenza e del passaporto italiano. József Viola Viola alla Juventus negli anni 1920 Nazionalità Ungheria Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1932 - giocatore 1947 - allenatore Carriera Squadre di club 1919-1920 Törekvés ? (?) 1921-1922 Berliner SV 1892 ? (?) 1922-1924 Spezia 44 (3) 1924-1928 Juventus 57 (4) 1928-1929 Ambrosiana 0 (0) 1929-1930 Juventus 21 (0) 1930-1932 Atalanta 18 (0) Nazionale 1920 Ungheria 1 (0) Carriera da allenatore 1922-1924 Spezia 1926-1928 Juventus 1928-1929 Ambrosiana 1930-1933 Atalanta 1933-1934 Milan 1934-1936 Vicenza 1936-1939 Lazio 1939 Spezia 1939-1940 Milano DT 1940-1942 Livorno 1945-1946 Genoa 1946 SPAL 1946-1947 Bologna 1947 Como Carriera Giocatore Per tre anni fu il centromediano della Juventus, dal 1924 al 1927, vincendo lo scudetto del 1926 in cui la squadra bianconera vinse le finali di Lega Nord alla terza gara (spareggio) contro il Bologna e prevalse per un totale di 12-1 su due gare contro l'Alba. Viola all'Atalanta nei primi anni 1930 Compagno di squadra di un giovane Giuseppe Meazza all'Ambrosiana nel 1928-29, disputò nuovamente alla Juventus il primo campionato di Serie A prima di terminare la carriera da giocatore dall'Atalanta. Allenatore Tecnico di lungo corso, cominciò a svolgere il compito con il ruolo di allenatore-giocatore con Spezia, Juventus, Ambrosiana ed Atalanta. Continuò in Serie A con il Milan — divenendo così il primo a guidare tutte le tre grandi del calcio italiano —, sfiorò poi lo scudetto con la Lazio nella stagione 1936-37, e infine dal 1940 al 1942 sedette sulla panchina del Livorno. Al termine della seconda guerra mondiale, nel 1945 venne ingaggiato dal Genoa, incarico da cui venne sollevato l'11 marzo 1946, trovando nello stesso mese un nuovo incarico alla SPAL. In seguito fu allenatore del Bologna, del Vicenza e Como in Serie B. Palmarès Giocatore/allenatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926 -
UGO RASETTO https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Rasetto Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 26.05.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.05.1987 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1924 al 1926 Esordio: 12.07.1925 - Prima Divisione - Juventus-Derthona 2-1 Ultima partita: 27.06.1926 - Prima Divisione - Reggiana-Juventus 2-0 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Ugo Rasetto, conosciuto anche come Ugo Rasetti (Torino, 26 maggio 1903 – ...), è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Ugo Rasetto Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 1922-1924 Settimese ? (?) 1924-1926 Juventus 2 (0) 1927-1929 Alessandria 16 (0) 1929-1930 La Dominante 5 (0) 1930-1931 Liguria 0 (0) 1931-1932 Sampierdarenese ? (?) Carriera Tra il 1922 e il 1924 ha militato nella Settimese, nel campionato di Terza Divisione. Nell'autunno 1924, messo in lista di trasferimento, si trasferì alla Juventus, con cui debuttò nel campionato di Prima Divisione: fece il suo esordio contro il Derthona il 12 luglio 1925, nella vittoria dei bianconeri per 2-1. La sua seconda ed ultima partita fu nella stagione successiva contro la Reggiana, il 27 giugno 1926. Nella stagione 1927-1928 fu acquistato dall'Alessandria, tornando a giocare nella massima divisione. Rimase in forza ai grigi piemontesi per due annate, collezionando complessivamente 16 presenze in campionato. Nel 1929, posto in lista di trasferimento, passò alla Dominante, nel campionato di Serie B, e ne seguì le vicende per le due annate successive, nelle quali la società cambiò nome dapprima in Liguria e quindi in Sampierdarenese. Con quest'ultima ottenne la promozione in Serie B, al termine del campionato di Prima Divisione 1931-1932. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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PIERO PASTORE Tra i molti giocatori che attraverso i tempi hanno indossato la gloriosa maglia bianconera della Juventus – scrive Dante Pepi su “Hurrà Juventus” del luglio 1973 – è doveroso ricordare in particolar modo anche Pietro Pastore, centravanti di fama nazionale, pura razza patavina, e al tempo stesso Play-boy del mondo cinematografico italiano dei tempi passati.Appunto per chi non lo sapesse Pastore, oltre al calcio, coltivava l’hobby di fare del cinema essendo in possesso di tutte quelle doti caratteristiche necessarie per arrivare molto in alto. Per cui se egli si fosse dedicato effettivamente per intero alla macchina da presa e ai teatri di posa della vecchia Cines, o di altre case cinematografiche, sarebbe riuscito sicuramente.Fu in occasione di un concorso indetto da una nota Casa cinematografica che Pastore vinse alla grande, però più in virtù della sua prorompente avvertenza fisica che altro, imponendosi subito come l’uomo del giorno con davanti a sé un luminoso avvenire. Infatti, agli inizi emerse come una promessa di «divo» della celluloide.Come primo film interpretò «La leggenda di Wally» di Orlando Vassallo avendo come partner una famosa stella dell’epoca, Linda Pini. In seguito, nel 1931, nel suo secondo film interpretò la parte principale in «Acciaio», un film ambientato a Terni, diretto dal regista tedesco Walter Ruttman.Questo film fu quello di maggiore successo interpretato da Pastore, il quale in seguito prese parte anche a molte altre pellicole sempre come protagonista, quali «Porto» di Amleto Palermi, «Aldebaran» di Alessandro Blasetti, e infine uno anche a carattere sportivo, cioè: «Io, suo padre» accanto a Clara Calamai, Erminio Spalla, Enzo Fiermonte ecc.Questo in sintesi il curriculum di Pastore come attore. Resta ora da vedere lo sportivo, cioè il calciatore.Pietro Pastore era nato a Padova il 28 gennaio 1903. Iniziò a calciare palle e palloni, o presunti tali, quando era ancora giovanissimo. Entrò nelle file del Padova A.C. unitamente ai già quotati campioni che rispondevano ai nomi di Lodolo, Barzan, Danieli, Fajenz, Fagioli, Girani, i fratelli Busini, Vecchina, i fratelli Monti ecc. mettendosi subito in evidenza per le sue doti di emerito cannoniere. Tutte le posizioni per il biondo Pietro erano buone per tirare, e le reti fiaccavano sempre più copiose.La Juventus che nel campionato 1922-23 aveva segnato solamente 31 reti, contro le 61 del Genoa vincitrice del proprio girone, era alla ricerca di un uomo-gol, o punta come si chiamerebbe oggi, non si lasciò sfuggire l’occasione per accaparrarsi il bel Pietro.A Torino si acclimatò subito, l’ambiente gli si confaceva perfettamente, la squadra girava a meraviglia, e il nostro uomo segnala gol a valanghe. Arrivò fino alla Nazionale B. Infine nel 1928 in occasione delle Olimpiadi di Anversa, l’allora C.T. azzurro Cav. Augusto Rangone, convocò anche Pastore per la trasferta in Olanda, dove però non giocò nessuna partita in squadra.Di questo però il nostro buon Pietro non ebbe mai a dolersene, per lui era già assai essere stato preso in considerazione per la gita nella terra dei mulini a vento e dei tulipani, per il resto era deciso anche ad attendere.I giocatori italiani erano alloggiati all’Hotel Schiller. Le belle ragazze piacevano ai nostri giocatori e gli azzurri erano di Moda. Naturalmente in cotanta compagnia il super divo era Pietro Pastore, il quale fra l’altro aveva trovato modo di dare all’abito e al berretto un tono chic differente dagli altri.Guardava le donne con uno sguardo fascinoso, fatale, assassino: testa bassa e occhi voltati all’insù. I compagni lo chiamavano Cicca.Cicca, dunque, faceva l’occhiolino a due belle tipe olandesi, auto a disposizione, eleganza abbagliante. In seguito poi si seppe che erano madre e figlia.Cicca non sapeva a quale avrebbe concesso i suoi favori. Egli divideva la camera con Magnozzi, e infatti complice il motorino livornese, i compagni congiurarono contro di lui.Rossetti prese una bella rosa e andò a metterla sotto il guanciale del divo.Dal buco della serratura, dove fra i giocatori italiani si era formata una vera coda di curiosi, si vide Pastore prendere la rosa, baciarla, rimetterla sotto il guanciale, addormentarsi così. E così di seguito per alcune sere. Pastore andava ripetendo agli amici che una delle due, o madre o figlia, gli voleva bene, oppure addirittura tutte e due.Forse. Chissà?I compagni facevano finta di non crederci ed egli li conduceva a vedere.L’ultima sera, prima della partenza, Cicca non parlò di rose, non disse nulla. Al posto della rosa porporina ci aveva trovato un topo morto con la coda lunga così…Nella stagione 1927-28 Pietro venne poi ceduto con molti rimpianti dalla Juventus al Milan, dove rimase per due campionati, per poi nel 1929-30 passare alla Lazio, alla ricerca di un ottimo centravanti.In un primo tempo sembrava che il nostro Pietro, il più affascinante dei calciatori che calcavano i nostri campi erbosi, avesse dato l’addio alle scene. Qualcuno anzi aveva già dato l’addio al bizzarro atleta dal piede lesto e dal cervello fino! Sembrava proprio che Pastore si fosse votato anima e corpo al cinema. Dal trono di cuoio, al trono di celluloide (e ritorno).La Lazio aveva bisogno di un attaccante che avesse classe ed esperienza per dare tono, e un’impronta particolare alla sua prima linea alquanto anemica in fatto di gol, e infatti Pastore mediante le sue doti di sfondatore ci riuscì in pieno segnando fior di reti.Nella stagione 1931-32 ritornò nuovamente al Milan. E infine nel 1935 quando l’Italia dichiarò guerra all’Etiopia per la conquista dell’Impero, in seguito alla romanzesca fuga di Stagnaro, Scopelli e Guaita da Roma, i dirigenti giallorossi corsero ai ripari ingaggiando il nostro Pastore rimasto temporaneamente libero da impegni con società, e così dopo avere disputato un campionato in Serie B con il Perugia, il bel Pietro ritornò nella capitale ma questa volta però, sotto i colori della squadra di Bernardini.Infine ormai giunto all’età matura, pareva deciso a diventare una volta per sempre «l’uomo dello schermo», ma dopo alcuni provini e qualche parte di non eccessiva importanza sostenuta in qualche film, Pastore abbandonò definitivamente anche questa strada per dedicarsi interamente alla sua vita privata, lasciando dietro di sé un’impronta indelebile e come calciatore e come attore proveniente dallo sport che ancora oggi a distanza di molti anni nessuno è riuscito a imporsi.VLADIMIRO CAMINITICombi, Rosetta, Allemandi, Grabbi, Viola, Bigatto, Munerati, Vojak, Pastore, Hirzer e Munerati. È la Juventus che vince il secondo scudetto, e vi gioca un centrattacco innamorato delle stelle. Delle stelle da intendere come dive e miss, passa le ore parlando di Greta Garbo, cucendosi addosso, mentre segna gol che quasi spaccano la rete, nuove parti da primo attore. Si vede attore, si sogna attore. Fa rima con Pastore.È un padovano che la Juventus ha prelevato dalla società calcistica di quella città, non possiede una tecnica vistosa, ma fa gol con benedette ciabattate. I giorni si sono messi a correre, in Italia, dietro una nuova realtà.La Juventus squadra di calcio ha archiviato le matronesse, e prefigura quello che sarà tra breve: una macchina da gol. Nel 1923, quando arriva Pietro Pastore, ha già il portiere di tutti i voli in Combi, ingaggia Viri Rosetta e in quattro anni, le quattro stagioni che sono anche di questo padovano, si fa squadrone. L’avvento del presidente Edoardo Agnelli è fondamentale. La parte di Mazzonis dirigente factotum è decisiva per trasferire la realtà dalla teoria alla pratica.Mazzonis è il primo dirigente tecnico della storia. La Juventus, che ingaggia Jeno Karoly, vuole realizzarsi in campo all’altezza del magistero danubiano. Ungheresi sono due suoi pilastri: Viola e Hirzer; italianissimo è però l’impianto col portiere Combi, veloce come un lampo nella parata in mischia e formidabile anche stilisticamente nella respinta a pugno (nonostante la statura normale rendesse spesso pericolosa per i compagni la sua uscita sempre baldanzosa), con l’eclettico strategico Rosetta, con il fortissimo difensore Allemandi, con il fumaiolo vivente ma anche gran cursore e faticatore Bigatto. In questa compagnia, Pastore innesta il suo scatto e la sua stoccata fegatosa. In 22 partite, nella stagione del secondo scudetto, va a segno 27e gol. Ha un coraggio malandrino nell’avventarsi su tutte le traiettorie, appena possibile tira in porta da qualunque posizione. Lui ci prova, la fortuna e l’estro lo assistono spesso e volentieri.I programmi della Juventus, sempre più ambiziosi, lo escludono in vista del campionato 1927-28. Finisce alla Lazio, con sua soddisfazione, e vi giocherà per tre stagioni, inseguendo il suo sogno dorato. Resterà un sogno. Poche particine e niente di meglio, non diventerà mai l’attore che avrebbe voluto, non incontrerà mai Greta Garbo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/piero-pastore.html
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PIERO PASTORE https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Pastore Nazione: Italia Luogo di nascita: Padova Data di nascita: 03.04.1903 Luogo di morte: Roma Data di morte: 08.01.1968 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano B Soprannome: Cicca Alla Juventus dal 1923 al 1927 Esordio: 14.10.1923 - Prima Divisione - Livorno-Juventus 3-2 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato di Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 66 presenze - 55 reti 1 scudetto Pietro Mario Pastore, detto Piero (Padova, 3 aprile 1903 – Roma, 8 gennaio 1968) è stato un calciatore, allenatore di calcio e attore cinematografico italiano. Piero Pastore Piero Pastore alla Juventus negli anni venti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1936 - giocatore 19?? - allenatore Carriera Squadre di club 1920-1923 Padova 20 (4) 1923-1927 Juventus 66 (55) 1927-1929 Milan 59 (39) 1929-1931 Lazio 57 (23) 1931-1932 Milan 30 (13) 1932-1934 Lazio 18 (9) 1934-1935 Perugia 3 (2) 1935-1936 Roma 4 (1) Nazionale 1927 Italia B 2 (2) 1928 Italia 0 (0) Carriera da allenatore 1941-1943 VV.FF. Roma 1949 Tivoli Palmarès Olimpiadi Bronzo Amsterdam 1928 Carriera Giocatore Pastore segna in scivolata il gol dell'1-0 nella finale Lega Nord Juventus-Bologna della Prima Divisione 1925-1926 Debuttò nel calcio a 15 anni con la maglia della squadra della sua città natale, il Padova. Nel 1923 passò alla Juventus e fino al 1927 vi ha collezionato 66 presenze in prima squadra, segnando 55 reti. In seguito vestì le maglie del Milan, della Lazio, del Perugia e della Roma dove chiuse la carriera nel 1936. Nel 1927 il calciatore dovette affrontare, insieme al compagno di squadra Federico Munerati, un'accusa di combine in merito al caso Allemandi, da cui entrambi ne uscirono con un semplice richiamo ufficiale da parte del presidente federale Leandro Arpinati. Convocato in Nazionale, vinse nel 1928 la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam. Giocò anche in Nazionale B, nella prima partita della rappresentativa, terminata con la vittoria ad Esch-sur-Alzette del 17 aprile 1927 degli azzurri sulla Nazionale del Lussemburgo per 5-1. Finita la carriera di calciatore intraprese una breve avventura come allenatore della squadra dei Vigili del Fuoco di Roma e successivamente del Tivoli. Nel 1928, dal 5 agosto al 5 settembre, aggregato al Brescia, disputò con la maglia delle rondinelle una tournée in terra americana. Salpati dal porto di Genova il 23 luglio 1928 sul transatlantico Duilio raggiunsero New York dopo 10 giorni di navigazione e in 30 giorni disputarono 9 partite; Piero Pastore scese in campo 5 volte realizzando altrettante reti. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Amsterdam 1928 Attore Mentre è ancora giocatore, ha l'occasione di debuttare nel cinema al termine dell'epoca muta, dove partecipa a due film nel biennio 1929-30: Ragazze non scherzate e La leggenda di Wally. Nel periodo sonoro partecipa a un'ottantina di pellicole, ricoprendo una volta sola il ruolo del protagonista: nel film Acciaio, del 1933, diretto da Walter Ruttmann e sceneggiato, tra gli altri, da Mario Soldati. In seguito ricoprirà spesso piccoli ruoli anche in due celebri pellicole, Vacanze romane (1953) e Barabba (1961), parteciperà ad alcuni film con Totò (Arrangiatevi e Signori si nasce) e chiuderà la sua seconda carriera alla metà degli anni sessanta con due film di fantascienza diretti da Antonio Margheriti. Nel 1964 dato il suo passato di calciatore viene chiamato da Lucio Fulci per un ruolo di calciatore amatoriale sebbene già sessantenne nel film I maniaci.
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PIO ROBERTO MAZZA https://it.wikipedia.org/wiki/Pio_Roberto_Mazza Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.11.1906 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.11.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1922 al 1925 Esordio: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 1 presenza - 0 reti Pio Roberto Mazza (Torino, 27 novembre 1906 – 18 novembre 1979) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Pio Mazza Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Squadra Juventus Termine carriera 1924 Carriera Squadre di club 1922-1925 Juventus 1 (0) Carriera Pio Roberto Mazza detto Mazza III, fu fratello minore di Luigi Mazza (Mazza I) e di Guido Mazza (Mazza II). Tutti i tre fratelli erano giocatori del Circolo Valentino Torino di Hockey su ghiaccio e furono nazionali agli europei del 1924. Solo Guido e Pio giocarono anche a calcio e tennis. Partecipò con la Juventus al campionato del 1923-24, segnatamente al pareggio per 2-2 ottenuto sul campo dell'Inter. Una volta ritiratosi dall'attività sportiva, si dedicò all'attività di agente di cambio.
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ALESSANDRO GAMBINO https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Gambino Nazione: Italia Luogo di nascita: Calosso (Asti) Data di nascita: 25.07.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 15.12.1971 Ruolo: Mediano Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1923 al 1926 Esordio: 13.04.1924 - Prima Divisione - Juventus-Virtus Bologna 1-0 Ultima partita: 10.05.1925 - Prima Divisione - Juventus-Alessandria 3-0 18 presenze - 6 reti Alessandro Gambino (Calosso, 25 luglio 1902 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Alessandro Gambino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1923-1926 Juventus 18 (6) 1926-1927 Libertas Lucca 16 (9) 1927-1932 Pistoiese 137 (20) 1932-1934 Palermo 7 (0) 1934-1935 Juventus Trapani ? (?) 1935-1936 Dop. Az. Lancia ? (?) Carriera Ha esordito in Serie A con la maglia del Palermo il 18 settembre 1932 in Pro Vercelli-Palermo (0-2).
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GIOVANNI ALBERA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Albera Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 03.08.1905 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.05.1973 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Albrot Alla Juventus dal 1923 al 1924 Esordio: 07.10.1923 - Prima Divisione - Juventus-Inter 2-0 Ultima partita: 30.03.1924 - Prima Divisione - Juventus-Padova 3-0 12 presenze - 0 reti Giovanni Gaspare Albera (Torino, 3 agosto 1905 – Torino, 21 maggio 1973) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Giovanni Albera Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano Carriera Squadre di club 1923-1924 Juventus 12 (0) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro l'Inter il 7 ottobre 1923 in una vittoria per 2-0, mentre la sua ultima partita fu contro il Padova il 30 marzo 1924 in una vittoria per 3-0. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 12 presenze senza mai segnare.
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EUGENIO VENDITTI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Venditti Nazione: Italia Luogo di nascita: Ivrea (Torino) Data di nascita: 01.01.1905 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1923 al 1924 Esordio: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 1 presenza - 0 reti Eugenio Venditti (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Eugenio Venditti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 192?-1923 Bologna 1 (0) 1923-1924 Juventus 1 (0) 192?-1928 Cuneo ? (?) Carriera Fu un giocatore della Juventus per una sola stagione, in cui collezionò una presenza contro l'Inter il 20 aprile 1924.
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Virginio Rosetta - Giocatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
VIRGINIO ROSETTA Prima di lui il pallone era inteso solo per assestargli solenni calcioni – ricorda Caminiti – c’era chi ci si dilettava con palleggi di sconfinata amorosità, come il terzo dei cinque sciagurati fratelli Cevenini, che si fumava cento sigarette al giorno e tutti i portieri della terra, compreso Combi che faceva impazzire in allenamento: «Noi mordevamo il freno a Vercelli per dover giocare senza prendere una lira», ha raccontato un giorno degli anni Sessanta Viri Rosetta, cinquantadue volte azzurro, mille volte campione.Giocava con la testa, nel senso che usava i due piedi in modo perfetto, evitando scrupolosamente di sporcarsi i capelli sempre imbrillantinati. È possibile che non abbia mai colpito il pallone di testa. Nella sua Juventus, a questa incombenza provvedevano in parecchi, soprattutto Monti e Bertolini.«È stato il più grande terzino da me conosciuto – ha detto Giovanni Ferrari – nel gioco di testa non era un campione, ma il suo senso della posizione gli permetteva di fare a meno di quest’arma. Non si allenava molto e per questo in campo non lo si vedeva mai scorrazzare in lungo e in largo. Sbarrava la sua zona e basta. Quanto agli accordi con il portiere, lui passava il pallone a Combi a occhi chiusi o, per lo meno, senza guardare. E novantanove volte su cento Combi era là. La centesima volta, beh, era perdonato, tanto più che in genere un gran balzo di Combi ci metteva ugualmente una pezza».La Juventus aveva preso ad apprezzarlo nella Pro Vercelli. Dal settembre 1923 (da due mesi Edoardo Agnelli era presidente bianconero) dura l’amore juventino. La Pro Vercelli venne a giocare una partita nel primo campo in cemento d’Italia, quello di Corso Marsiglia, ma l’attesa rimase delusa. Rosetta non giocò. Era rimasto a Vercelli come tutti gli altri giocatori della Pro. Avevano chiesto regolari guadagni e il presidente Bozino aveva risposto con una lettera piena di sdegno: per le gloriose bianche casacche dovevano sentirsi onorati di giocare gratis. Viri Rosetta aveva le idee chiare. Venne a Vercelli il dirigente juventino Roberto Peccei, che sarebbe poi divenuto suo cognato, a proporgli di trasferirsi come impiegato alla ditta dei fratelli Ajmone e Marsan; avrebbe fatto il ragioniere per 700 lire al mese. La Juventus, per le sue prestazioni calcistiche, gliene avrebbe date altre 300, più 40.000 lire di ingaggio. Estate 1923: Viri Rosetta diventa torinese juventino e guadagna 1.000 lire al mese.«Tutto considerato e sommato, venivo a guadagnare 1.000 lire al mese – ebbe a ricordare più volte lo stesso Rosetta – toccavo il cielo con un dito. Proprio come nella canzone in voga “Se potessi avere mille lire al mese”. All’improvviso venivo a trovarmi ricco e, con me, la povera mamma che insegnava in una scuola elementare e con ansia aspettava il 27, così come mio padre anch’egli impiegato. Insomma, il calcio dava a tutti noi benessere. Mi trasferii a Torino. Intanto la Juventus aveva presentato in Federazione quella lettera che ci aveva spedito la direzione della Pro Vercelli e l’avvocato Bozino, che della Federazione era anche presidente, e che approvava il mio tesseramento per la Juventus. Cominciai a giocare in maglia bianconera impiegato non come terzino, bensì all’attacco, prima come centravanti e poi nel ruolo di mezzala. Era la stagione 1923-24. I gironi che componevano il campionato erano tre. Eravamo in testa al nostro che comprendeva anche il Genoa. Insomma, stavamo correndo, lanciati, verso lo scudetto. Tutto d’un tratto, il Genoa suscitò il caso del mio tesseramento e i giornali presero a scrivere che la posizione di Rosetta non è regolare! Il Genoa chiese alla Federazione di indire un’assemblea straordinaria per affrontare la questione. Il cuore di Bozino diventò tenero per il Genoa. Venne convocata la richiesta assemblea e la squadra ligure ebbe a suo favore tutte le deleghe delle società della Riviera. Ottenne così l’annullamento del mio trasferimento. Un vero putiferio. Il nostro vicepresidente Craveri sfidò a duello il vice presidente del Milan, Baruffini. La sfida ebbe un’eco clamorosa. Mi sentivo nei panni di responsabile di tutto e me ne stavo chiuso in casa senza più uscire. Nel frattempo la Juventus era stata retrocessa in classifica, penalizzata di sei punti. Non ho mai capito perché sei punti. Fatto sta ed è che quel campionato lo vinse proprio il Genoa».Campionato 1925-26, l’allenatore è un ungherese inquieto e sentimentale, stravede per Verdi e la lirica. Morirà il giorno della cruciale sfida, giocata tre volte, con il Bologna, Jeno Karoly, primo allenatore moderno del campionato; tattica, strategia, sapeva tutto. La Juventus domina il suo girone, salvo doversela vedere in finale col Bologna. Primo match: 11 luglio a Bologna, Bologna 2 Juventus 2; secondo match: 25 luglio a Torino, 0-0. La bella destinata a Milano per il primo agosto. Il 28, Karoly muore d’infarto, la Juventus lo onora tra le lacrime. Il Bologna è piegato per 2-1. Lo scudetto è dedicato all’ungherese sentimentale, Rosetta è il migliore in campo.«Che furbo Rosetta – ricorda Mario Varglien – lui voleva pensare anche a cose straordinarie. Ricordo a Budapest, noi vincevamo 3-0 contro il Ferencváros nel primo tempo. Rosetta mi disse a un certo punto: “Mario, bisognerebbe mollare un po’, domenica a Torino non verrà nessuno a vederci”. E tanto mollò lui e tanto mollammo noi che ci buscammo subito un calcio di rigore, e poi due goal dagli ungheresi che si erano scatenati e non li tenevamo più. A fatica riuscimmo a portare a casa il 3-3. Poi, per vincere a Torino sudiamo, fatichiamo. Rosetta un grandissimo giocatore, però nella partita facile si sfaticava. Come terzino faceva in un solo tempo quello che gli altri facevano in due o tre tempi. Passava al volo di prima tutti i palloni. Andavo con lui d’accordo che era un piacere».È stato il primo grande stratega difensivo della storia del nostro calcio – conclude Camin – suoi palloni, lunghi o brevi, erano messaggi. Il suo grandissimo senso della posizione, il suo elucubrato pragmatismo, la sua tecnica nel difendere l’1-0 evitando inutili sforzi. Il ragioniere insegnava calcio, ed anche comportamenti di vita, a tavola era facile vederlo evitare il bicchiere di vino. Finito di giocare, fu allenatore sapiente. Quando morì, nel 1975, la sua Juventus era tornata vittoriosa come ai suoi giorni.SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1964Ho sessantadue anni, sono juventino da quaranta, ritengo che questo sia un bel record. Il fatto è che mi auguro di essere juventino ancora per molto tempo, perché significa che vivrò ancora a lungo e perché appartenere alla Juventus è una cosa bellissima, non so definire esattamente il perché, ma è così. Non ricordo a quale età ho incominciato a dare i primi calci, a Vercelli, dove sono nato. Forse avevo tre o quattro anni, per me era un fatto istintivo. Ricordo però il primo dolore. Avevo sei anni, ero già tifosissimo della Pro Vercelli e la mia Pro perse a Genova contro l’Andrea Doria per 3-1. Lo seppi il lunedì, feci una mezza tragedia. Ero un appassionato di calcio, i miei genitori lo sapevano, non ebbero difficoltà a esaudire un mio grande desiderio: mi comprarono le prime scarpe con i bulloni a Natale del 1908. Mi sentivo un piccolo re. Calzai quelle scarpe con il vestito della festa addosso e corsi in cortile. Era un cortile di cemento; gli amici mi guardavano con invidia. Furono molto contenti quando dovetti togliermi quelle scarpe per il gran male ai piedi: non si può giocare con i bulloni sul cemento. Ma oramai mi sentivo lanciato su quella strada, sentivo che non potevo più abbandonarla.Una partitella (cinque contro cinque) fra i ragazzi di Casa Pasta che affrontavano i grandi avversari della chiesa di Santa Maria Maggiore (avevo otto anni), poi le avventure milanesi. Frequentavo la prima tecnica a Milano, abitavo in Viale dei Mille. C’era un grosso parco, ma gli altri ragazzi non mi facevano mai giocare, perché io ero il più piccolo. Un giorno il numero dei giocatori era dispari: fu la mia fortuna. Mi costruii una piccola celebrità, tanto che fui scelto per giocare contro una squadra di ragazzetti inglesi. Giocavo dappertutto, i ruoli per me, non avevano importanza. Ritornai a Vercelli, presi parte a gare fra studenti, ogni classe aveva una squadra. Ero ancora molto giovane, ma già incominciavo a farmi un carattere, sentivo che l’istinto del difensore prevaleva in me sul primitivo istinto di attaccante. Tanto è vero che quando Ara mi portò a Torino (1917) con la squadra del XX Autoparco per giocare contro la Juventus, io, come ala destra, feci una figuretta. Giocavo fra i militari, tanto per giocare. La gente si stupì che io fossi già in grigio-verde: avevo ancora i pantaloni corti!Nel 1919-20 incominciai la mia attività ufficiale nella Pro Vercelli, come mezzala destra. Vagolavo un po’ per tutti i ruoli, ma non poteva durare così. Dovevo diventare un difensore e, difatti, prima ancora che quel primo campionato del dopoguerra finisse, io ero già terzino destro, il ruolo della mia vita. Nel 1920 partecipai alle Olimpiadi di Anversa e l’onorevole Montù mi disse che io ero il più giovane di tutti: il primato apparentemente insignificante, mi inorgoglì tremendamente.Alla Pro feci in tutto quattro campionati. Alla Pro regalai entusiasmo, passione, onestà. Ne ricevetti, in cambio, soddisfazioni, la mia prima fama, il conseguimento della mia prima vera maturità di calciatore. Le credenziali mi valsero la considerazione della Juventus, che mi acquistò nel 1923-24. Non importa, poi, se l’onore di vestire la maglia della Juventus, che consideravo un punto d’arrivo ideale, mi costrinse a fare, nei primi tempi, il centravanti: Bruna, Novo e Gianfardoni erano tutti terzini già affermati, io dovevo dimostrare di essere più bravo di loro. Comunque, la maglia numero due di titolare arrivò presto per me e la portai praticamente per tredici, anni, la maglia numero due a strisce bianche e nere: è il più bel ricordo della mia vita.Due e tre della Juventus: Rosetta e Caligaris. Anni che, da soli, valsero una vita intera: sei scudetti, due presenze in Nazionale B, cinquantadue presenze in Nazionale A, Campione del Mondo nel 1934 a Roma. Eravamo gente forte, gente che aveva coraggio, che interpretava con assoluta onestà i doveri e le responsabilità che loro conferivano la maglia della Juventus e quella azzurra. Ora i tempi sono cambiati, è intervenuto, anche in questo, il progresso. Io, veramente, mi chiedo spesso se proprio di progresso si tratti.A trentaquattro anni, nel 1936, lasciai l’attività, ma non lasciai, naturalmente, la Juventus: io la allenai per quattro anni. Ma, durante l’ultima guerra, dovetti andare a Lucca e là ebbi un grave incidente automobilistico che mi costrinse ad abbandonare completamente l’attività calcistica, Nel 1951 fui operato, ma avevo già quasi cinquant’anni. Non mi restava che seguire il calcio, la Juventus, vivendo ai margini di quei campi che per tanti anni erano stati i miei. E fu così che restai alla Juventus come osservatore.Studiare i giovani, cercare di scoprire in essi quanto ebbi la fortuna e il destino di scoprire in me tanto tempo fa, è ora la mia consolazione. Anzi, la mia speranza, i giovani veramente forti non crescono più come una volta, sarà il progresso. Portare un grande giovane alla Juventus, portare un altro di noi, di quelli di una volta! Sarebbe una somma soddisfazione. La maglia che io e tanti altri abbiamo dovuto lasciare è ancora addosso a noi e vorremmo regalarla a qualcuno. ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1975Primo a morire (20 ottobre 1940) era stato Umberto Caligaris, stroncato da infarto, in tenuta di gioco, mentre partecipava a un incontro tra vecchie glorie sul campo di Piazza d’Armi, insieme ai suoi due inseparabili compagni, Rosetta e Combi. Quest’ultimo, il portiere, rimase vittima anche lui di un attacco cardiaco, nei pressi di Imperia, il giorno di Ferragosto del 1956. Rosetta, invecchiato precocemente, aveva tuttavia resistito a lungo agli attacchi del male. Domenica mattina ha chiuso gli occhi per sempre. Aveva settantatré anni.Che cosa possiamo dire che già non si sappia di Viri Rosetta? Che fu il più inglese dei difensori italiani e, senza dubbio, uno dei più grandi terzini del calcio mondiale nell’epoca a cavallo tra le due Guerre Mondiali; ma nemmeno questa è una novità. Più interessante, ci pare, è ricordare che Rosetta fece involontariamente nascere il primo putiferio calcistico, dando praticamente il via al professionismo in Italia. Sono cose che meritano di essere raccontate.Viri aveva forse già fatto parlare di sé quando Edoardo Agnelli decise che era fatto su misura per la Juventus. Veramente Sandro Zambelli, con intuito e prontezza, fin dal 1918 si era accorto che quel biondino, visto giocare per caso, nascondeva talento e classe della qualità più genuina. Subito gli aveva messo davanti un cartellino federale, che venne regolarmente firmato nel corso di una cena in una trattoria vercellese. Il cartoncino, impreziosito dall’autografo del giocatore, tornò nelle tasche del dirigente bianconero e, qualche ora dopo, finì in un cassetto della scrivania dello stesso Zambelli, dove rimase parecchi anni.Terminata la guerra, ripresero i campionati e Rosetta, che aveva iniziato la sua carriera nella Pro Vercelli come centravanti, continuò a giocare nella squadra delle bianche casacche, impiegato come terzino, segnalandosi per la sua bravura. Viri era figlio di una maestra, era cresciuto con pochi sogni e molta ragionevolezza in un tipico clima provinciale attento al sodo. Sapeva di valere e, precorrendo i tempi, quando un giorno, in termini un po’ avventurosi, la Juventus precisò le sue offerte, ne valutò innanzi tutto il contenuto concreto. Sicuramente non immaginava di dar vita a un autentico giallo.Tutto prese corpo da una lettera che la presidenza della Pro Vercelli aveva inviato a ogni suo tesserato, nell’estate del 1923, a salvaguardia dello spirito dilettantistico. Qualche giocatore lo aveva messo in discussione: tra questi, sicuramente, Rosetta. La lettera dichiarava in tono perentorio che chiunque lo desiderasse era libero di lasciare la società. Forte di questo documento, Viri accettò le proposte avanzate dal dirigente juventino avvocato Peccei e decise di passare alla società torinese, previo benestare dell’avvocato Bozino, presidente della Federazione e (guarda caso) anche massimo dirigente della Pro Vercelli. Così Rosetta firmò un cartellino per la Juventus (dimenticando di averne già firmato un altro davanti a Zambelli). Purtroppo il nullaosta rilasciato con la famosa lettera dai dirigenti vercellesi non aveva alcun valore per le autorità federali: un diabolico pasticciaccio, nel quale si trovarono coinvolti sia Rosetta che la Juventus.Rosetta esordì nella Juventus il 23 novembre 1923, all’ottava domenica di campionato, in qualità di centrattacco. Segnava stupendi goal, segnò anche quello della vittoria contro il Genoa primo in classifica; furono proprio i dirigenti del sodalizio ligure che, allarmati per la crescente serie di vittorie juventine, chiesero alla Federazione di promuovere un’assemblea straordinaria per discutere il “Caso Rosetta”. L’avvocato Bozino si rimangiò gran parte della recente condiscendenza e al giocatore venne annullato il secondo tesseramento, ritenendosi valido soltanto il primo che lo teneva legato alla Pro Vercelli.L’atmosfera si arroventò a tal punto che il vicepresidente della Juventus, avvocato Enrico Craveri, sfidò a duello il vice del Milan, Baruffini: solo in extremis la contesa fu scongiurata. L’idea di risolvere le vertenze secondo il codice cavalleresco era molto simpatica; oggi i due dirigenti si sarebbero insolentiti assai più banalmente a viva voce o a mezzo della stampa. Il frastornato Rosetta, colpito da squalifica, non venne più utilizzato in quel campionato e la Juventus venne penalizzata di sei meritatissimi punti, la cui sottrazione consentì al Genoa di vincere lo scudetto.Poi, scontata la squalifica, Rosetta ricominciò a giocare, facendo coppia, come terzino, prima con Gianfardoni, poi con Bruna (non disdegnando frequenti apparizioni come attaccante, nel ruolo di mezzala destra) quindi con Allemandi, con Ferrero e, infine, con Caligaris. Con la maglia bianconera Viri giocò 338 partite, realizzando ventinove goal. Con la maglia azzurra ne giocò cinquantadue, di cui ventisei insieme a Combi e a Caligaris. Vinse otto scudetti: due con la Pro Vercelli e sei con la Juventus: un autentico record. Quando il terzino venne convocato per la prima partita in azzurro, aveva soltanto diciotto anni: la classe non matura, irrompe. Il suo amico Caligaris giocò in Nazionale quando non aveva ancora compiuto ventuno anni.Confessiamo il nostro imbarazzo nel parlare di Rosetta senza coinvolgere nel discorso Berto Caligaris, arrivato alla Juventus dal Casale. Erano due tipici prodotti del calcio provinciale, diversi come temperamento, come carattere, come gioco. Rosetta apparve subito come giocatore completo; affinò in seguito il suo gioco con l’esperienza, ma non ne mutò più la base. Elemento calcolatore, freddo, positivo il vercellese; entusiasta, tutto fuoco, irrompente il casalese. Il primo studiava l’avversario, il secondo lo investiva. Questo diverso comportamento in campo traduceva il diverso carattere dei due atleti: di poche parole, riflessivo, osservatore Rosetta; espansivo, tutta cordialità, esuberante Caligaris. Giocarono, come abbiamo detto, per molti anni insieme, completando gioco e caratteri e formando la più bella coppia che mai sia stata vista in tutte le nostre nazionali.Caligaris è stato l’ultimo fiore del giardino casalese, un fiore prodigioso sbocciato su una pianta già rinsecchita; da parte sua Rosetta ha chiuso con un capitolo superbo il romanzo del calcio vercellese, uno dei più belli che il calcio italiano abbia scritto. Si trovarono insieme alla Juventus e furono i capisaldi difensivi della famosa squadra del quinquennio. Il gioco dell’uno completava quello dell’altro. Rosetta schermiva di astuzia con l’avversario, fingeva d’attaccarlo, voleva indurlo in errore; Caligaris non gli lasciava tempo di tirare il fiato; il calcolo di Rosetta integrava lo slancio del compagno.Agivano d’accordo, senza parole e senza cenni, istintivamente collegati in ogni momento dalla comune intelligenza di gioco. D’accordo tra loro e d’accordo con il portiere, il grande Combi. Abbiamo visto una volta Rosetta passare al volo, su calcio d’angolo, la palla a Combi, da due o tre metri: ai tifosi venne la pelle d’oca. Il segreto di Rosetta e Caligaris era di mai distrarsi: quando uno si muoveva, l’altro già sapeva cosa intendesse fare. Giocarono insieme i più begli anni della loro carriera e insieme la chiusero.Ad Amsterdam, nel torneo Olimpico del 1928, Virginio Rosetta venne apprezzato e considerato come il miglior terzino. Avendo iniziato la carriera in qualità di attaccante, il biondo Viri conosceva tutte le malizie degli “avanti” e con l’aiuto di una classe superiore e di mezzi atletici favolosi sapeva neutralizzare qualsiasi insidia portata nel settore di sua pertinenza. Il tutto con estrema freddezza, con un comportamento controllato e raziocinante. Era fortissimo incontrista e battitore di assoluta precisione. Longilineo puro, ogni suo gesto era improntato a notevole stile; era educato come vorremmo fossero ancor oggi i nostri giocatori. Quando subiva violenze non smaniava: prendeva atto e puntualmente restituiva. Fu senza dubbio un classico antesignano della fluidificazione difensiva.Chi lo ha visto giocare non lo dimenticherà mai più; chi lo ha conosciuto, non potrà fare a meno di ricordarne le doti di serietà, di grande umanità. Un vero gentiluomo, un autentico campione. La Juventus oggi abbruna le sue bandiere: con Viri Rosetta è scomparso uno dei più famosi suoi giocatori di tutti i tempi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/virginio-rosetta.html -
Virginio Rosetta - Giocatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
VIRGINIO ROSETTA https://it.wikipedia.org/wiki/Virginio_Rosetta Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 24.02.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 29.03.1975 Ruolo: Difensore Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Viri Alla Juventus dal 1923 al 1936 Esordio: 25.11.1923 - Prima Divisione - Juventus-Modena 0-2 Ultima partita: 12.04.1936 - Serie A - Juventus-Napoli 2-2 338 presenze - 15 reti 6 scudetti Campione del mondo 1934 con l'Italia Allenatore della Juventus dal 1935 al 1939 1 Coppa Italia Virginio Rosetta, a volte riportato anche come Virgilio Rosetta (Vercelli, 24 febbraio 1902 – Torino, 29 marzo 1975), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo terzino destro metodista. Soprannominato Viri, abbreviazione del suo nome, ha vinto otto campionati di lega, due con la Pro Vercelli e sei con la Juventus, club quest'ultimo nel quale militò per quattordici anni diventando uno dei suoi uomini-simbolo (nonché suo capitano dal 1929 al 1935); con l'Italia ha vinto, inoltre, due Coppe Internazionali (1927-1930 e 1933-1935) e un campionato mondiale (1934). Assieme al portiere Gianpiero Combi e al terzino Umberto Caligaris, compagni di squadra nella Juventus e nazionale, Rosetta formò quella che è ritenuta dalla stampa specializzata la miglior linea difensiva di tutti i tempi espressa nel calcio italiano e una delle migliori nella storia della disciplina. Il passaggio di proprietà di Rosetta dalla Pro Vercelli alla Juventus, ufficializzato nel 1924 a fronte del pagamento di 50 000 lire, è ritenuto il primo caso di transazione economica di calciomercato fra due società avvenuto nella storia del calcio italiano. Virginio Rosetta Rosetta nel 1932 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1936 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Giovanili 1918-1920 Pro Vercelli Squadre di club 1919-1923 Pro Vercelli 85 (11) 1923-1936 Juventus 338 (15) Nazionale 1920-1934 Italia 52 (0) Carriera da allenatore 1935-1939 Juventus 1939-1940 Lucchese 1943-1944 Biellese 1946-1947 Mestrina 1947-1948 Palermo Palmarès Olimpiadi Bronzo Amsterdam 1928 Coppa Internazionale Oro 1927-1930 Oro 1933-1935 Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Caratteristiche tecniche «Per esemplificare, uno Scirea, un Baresi dei tempi moderni.» Terzino metodista, inizialmente attaccante, spiccava nella capacità di lettura del gioco: ciò lo rese un abile regista difensivo, in grado di fare ripartire la manovra offensiva della sua squadra — anticipando i futuri compiti del libero —, assurgendo inoltre quale primo difensore capace di imporsi nel ruolo, nella storia del calcio italiano, prettamente per le proprie qualità tecniche rispetto a quelle atletiche. Affiancato in campo prima da Luigi Allemandi (1925-1928) e poi da Umberto Caligaris (1928-1935), con cui eccellerà nel ruolo, nell'economia del gioco di squadra era molto d'aiuto ai compagni nei tempi d'intervento. Vantava infine una notevole potenza di tiro. Carriera Club Inizi e Pro Vercelli Crebbe nella natia Vercelli, dove inizio già a cinque anni a tirare i primi calci a un pallone, fondando a dieci anni una società calcistica di coetanei, denominata Sezione Propaganda, con cui ebbe modo di affrontare la squadra Sports, in cui invece giocava Umberto Caligaris, futuro compagno di squadra alla Juventus e in nazionale. Si trasferì in seguito a Milano per studiare, e giocò tra le file della società Bambini Nerazzurri. Rosetta (a sinistra) in azione alla Pro Vercelli, contro il bolognese Pozzi, nella finale Nord del campionato di Prima Categoria 1920-1921. Poco tempo dopo tornò nella città natale e giocò tra le file del 20º Autoparco, dove fu notato dai dirigenti della Pro Vercelli, che lo aggregarono alla rosa. Esordì con il club vercellese all'età di diciassette anni, giocando come attaccante, nel primo campionato dopo la Grande Guerra, nel 1919-1920. Con la squadra piemontese giocò una buona stagione 1922-1923 in Prima Divisione con 25 presenze e 7 gol. In seguito l'allenatore decise di schierarlo come terzino, facendolo esordire nel nuovo ruolo nella partita di campionato contro la Juventus. Vinse il suo primo titolo tricolore nel 1920-1921 e si ripeté nel 1921-1922, nel campionato C.C.I. Juventus Nel 1923 Rosetta si dimise dalla Pro Vercelli per accasarsi alla Juventus, dove poté godere di uno stipendio che non percepiva quando giocava alla Pro. Il presidente vercellese Luigi Bozino, tuttavia, si oppose al trasferimento del calciatore e la Lega Nord, guidata dall'avvocato Ulisse Baruffini del Milan, assegnò a tavolino agli avversari la vittoria in tre gare giocate dai torinesi con Rosetta in campo. La decisione di Baruffini scatenò l'ira della dirigenza del club bianconero e un "braccio di ferro" tra Lega e FIGC noto come Caso Rosetta, il quale si concluse con il commissariamento della Federazione e la conferma della sanzione alla Juventus. Dopo mesi di riunioni e consigli generali, la Pro Vercelli accettò l'addio di Rosetta dietro un compenso in denaro pattuito con la società di Edoardo Agnelli e la questione si chiuse. Rosetta (a sinistra) assieme al portiere Combi e al compagno di reparto Caligaris, il Trio dei ragionieri pluricampione d'Italia nella Juventus e campione del mondo in nazionale. Successivamente Rosetta incappò ancora nelle maglie della giustizia sportiva, stavolta in occasione del Caso Allemandi, scandalo che determinò la revoca dello scudetto 1926-1927 al Torino. In tale circostanza il presidente federale Leandro Arpinati prosciolse subito Rosetta da ogni accusa; nonostante ciò, i sospetti — mai provati — sul presunto coinvolgimento nella vicenda continuarono suo malgrado ad accompagnarlo nei decenni successivi. In maglia juventina Rosetta vinse il suo terzo scudetto nel 1926, campionato in cui, eccellendo in coppia difensiva con Luigi Allemandi e con il portiere Gianpiero Combi, stabilì il record d'imbattibilità del calcio italiano (934') — poi superato solo novant'anni più tardi da un'altra retroguarda juventina, quella Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini (974') —; in seguito fu tra i protagonisti della squadra che dominò la scena nazionale per la prima metà degli anni 1930 con cinque titoli consecutivi. Si ritirò all'età di trentaquattro anni, nel 1936, dopo tredici anni da titolare a Torino, per un totale di 338 gare, vincendo ben otto campionati italiani ante e post girone unico. Nazionale Esordì in maglia azzurra il 31 agosto 1920, ai Giochi Olimpici di Anversa 1920, contro la Norvegia. Il primo periodo in nazionale fece coppia con Renzo De Vecchi, quindi fu rimpiazzato per un periodo da Umberto Caligaris nel ruolo di terzino destro. In nazionale giocò un totale di 52 partite, l'ultima delle quali contro gli Stati Uniti nel campionato del mondo 1934, vinto dall'Italia padrona di casa. Il 2 dicembre 1933, alla vigilia della sua cinquantesima presenza in azzurro, fu nominato Cavaliere della Corona d'Italia. Fu poi sostituito nel ruolo di terzino destro dal bolognese Eraldo Monzeglio. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 8 Pro Vercelli: 1920-1921, 1921-1922 Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Amsterdam 1928 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930, 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Allenatore Coppa Italia: 1 - Juventus: 1937-1938 Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Onorificenze Cavaliere della Corona d'Italia — Firenze, 2 dicembre 1933 -
ANGELO FERRARA https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Ferrara Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 06.05.1904 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.05.1984 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Michelino Alla Juventus dal 1923 al 1925 Esordio: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 Ultima partita: 12.07.1925 - Prima Divisione - Juventus-Derthona 2-1 3 presenze - 0 reti Angelo Ferrara (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Angelo Ferrara Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1923-1925 Juventus 3 (0) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro l'Inter il 20 aprile 1924 in un pareggio per 2-2, mentre la sua ultima partita fu contro il Derthona il 12 luglio 1925 in una vittoria per 2-1. Nelle sue due stagioni bianconere collezionò 3 presenze senza segnare.
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ROMOLO SARTORIS «Di Sartoris non è il caso di parlare; è oramai un portiere arrivato ed ha già tenuto lodevolmente il posto di Combi parecchie volte». (Da “Hurrà” dell’ottobre 1924. Amichevole Juventus-Novese 5-1. Campo Juventus, 16 novembre 1924. Squadra: Sartoris, Rasetto, Bruna; Bigatto, Monticone, Barale; Grabbi, Rosetta, Ferrero, Munerati, Gambino. Nel secondo tempo, Viola ha sostituito Rosetta. Goal segnati da Ferrero, Viola, due da Monticone e Munerati). In realtà, il buon Romolo gioca solamente una partita ufficiale: il 20 aprile 1924, contro l’Inter, al Campo Internazionale di Via Goldoni. La partita, che è l’ultima di quel campionato, termina 2-2. Sartoris giocherà qualche amichevole l’annata successiva. Di più non riuscirà a ottenere, perché togliere il posto al grandissimo Combi è praticamente impossibile. Farà le valigie, destinazione Derthona. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/romolo-sartoris.html
