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PIO ROBERTO MAZZA https://it.wikipedia.org/wiki/Pio_Roberto_Mazza Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.11.1906 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.11.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1922 al 1925 Esordio: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 1 presenza - 0 reti Pio Roberto Mazza (Torino, 27 novembre 1906 – 18 novembre 1979) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Pio Mazza Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Squadra Juventus Termine carriera 1924 Carriera Squadre di club 1922-1925 Juventus 1 (0) Carriera Pio Roberto Mazza detto Mazza III, fu fratello minore di Luigi Mazza (Mazza I) e di Guido Mazza (Mazza II). Tutti i tre fratelli erano giocatori del Circolo Valentino Torino di Hockey su ghiaccio e furono nazionali agli europei del 1924. Solo Guido e Pio giocarono anche a calcio e tennis. Partecipò con la Juventus al campionato del 1923-24, segnatamente al pareggio per 2-2 ottenuto sul campo dell'Inter. Una volta ritiratosi dall'attività sportiva, si dedicò all'attività di agente di cambio.
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ALESSANDRO GAMBINO https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Gambino Nazione: Italia Luogo di nascita: Calosso (Asti) Data di nascita: 25.07.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 15.12.1971 Ruolo: Mediano Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1923 al 1926 Esordio: 13.04.1924 - Prima Divisione - Juventus-Virtus Bologna 1-0 Ultima partita: 10.05.1925 - Prima Divisione - Juventus-Alessandria 3-0 18 presenze - 6 reti Alessandro Gambino (Calosso, 25 luglio 1902 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Alessandro Gambino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1923-1926 Juventus 18 (6) 1926-1927 Libertas Lucca 16 (9) 1927-1932 Pistoiese 137 (20) 1932-1934 Palermo 7 (0) 1934-1935 Juventus Trapani ? (?) 1935-1936 Dop. Az. Lancia ? (?) Carriera Ha esordito in Serie A con la maglia del Palermo il 18 settembre 1932 in Pro Vercelli-Palermo (0-2).
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GIOVANNI ALBERA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Albera Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 03.08.1905 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.05.1973 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Albrot Alla Juventus dal 1923 al 1924 Esordio: 07.10.1923 - Prima Divisione - Juventus-Inter 2-0 Ultima partita: 30.03.1924 - Prima Divisione - Juventus-Padova 3-0 12 presenze - 0 reti Giovanni Gaspare Albera (Torino, 3 agosto 1905 – Torino, 21 maggio 1973) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Giovanni Albera Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano Carriera Squadre di club 1923-1924 Juventus 12 (0) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro l'Inter il 7 ottobre 1923 in una vittoria per 2-0, mentre la sua ultima partita fu contro il Padova il 30 marzo 1924 in una vittoria per 3-0. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 12 presenze senza mai segnare.
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EUGENIO VENDITTI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Venditti Nazione: Italia Luogo di nascita: Ivrea (Torino) Data di nascita: 01.01.1905 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1923 al 1924 Esordio: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 1 presenza - 0 reti Eugenio Venditti (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Eugenio Venditti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 192?-1923 Bologna 1 (0) 1923-1924 Juventus 1 (0) 192?-1928 Cuneo ? (?) Carriera Fu un giocatore della Juventus per una sola stagione, in cui collezionò una presenza contro l'Inter il 20 aprile 1924.
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Virginio Rosetta - Giocatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
VIRGINIO ROSETTA Prima di lui il pallone era inteso solo per assestargli solenni calcioni – ricorda Caminiti – c’era chi ci si dilettava con palleggi di sconfinata amorosità, come il terzo dei cinque sciagurati fratelli Cevenini, che si fumava cento sigarette al giorno e tutti i portieri della terra, compreso Combi che faceva impazzire in allenamento: «Noi mordevamo il freno a Vercelli per dover giocare senza prendere una lira», ha raccontato un giorno degli anni Sessanta Viri Rosetta, cinquantadue volte azzurro, mille volte campione.Giocava con la testa, nel senso che usava i due piedi in modo perfetto, evitando scrupolosamente di sporcarsi i capelli sempre imbrillantinati. È possibile che non abbia mai colpito il pallone di testa. Nella sua Juventus, a questa incombenza provvedevano in parecchi, soprattutto Monti e Bertolini.«È stato il più grande terzino da me conosciuto – ha detto Giovanni Ferrari – nel gioco di testa non era un campione, ma il suo senso della posizione gli permetteva di fare a meno di quest’arma. Non si allenava molto e per questo in campo non lo si vedeva mai scorrazzare in lungo e in largo. Sbarrava la sua zona e basta. Quanto agli accordi con il portiere, lui passava il pallone a Combi a occhi chiusi o, per lo meno, senza guardare. E novantanove volte su cento Combi era là. La centesima volta, beh, era perdonato, tanto più che in genere un gran balzo di Combi ci metteva ugualmente una pezza».La Juventus aveva preso ad apprezzarlo nella Pro Vercelli. Dal settembre 1923 (da due mesi Edoardo Agnelli era presidente bianconero) dura l’amore juventino. La Pro Vercelli venne a giocare una partita nel primo campo in cemento d’Italia, quello di Corso Marsiglia, ma l’attesa rimase delusa. Rosetta non giocò. Era rimasto a Vercelli come tutti gli altri giocatori della Pro. Avevano chiesto regolari guadagni e il presidente Bozino aveva risposto con una lettera piena di sdegno: per le gloriose bianche casacche dovevano sentirsi onorati di giocare gratis. Viri Rosetta aveva le idee chiare. Venne a Vercelli il dirigente juventino Roberto Peccei, che sarebbe poi divenuto suo cognato, a proporgli di trasferirsi come impiegato alla ditta dei fratelli Ajmone e Marsan; avrebbe fatto il ragioniere per 700 lire al mese. La Juventus, per le sue prestazioni calcistiche, gliene avrebbe date altre 300, più 40.000 lire di ingaggio. Estate 1923: Viri Rosetta diventa torinese juventino e guadagna 1.000 lire al mese.«Tutto considerato e sommato, venivo a guadagnare 1.000 lire al mese – ebbe a ricordare più volte lo stesso Rosetta – toccavo il cielo con un dito. Proprio come nella canzone in voga “Se potessi avere mille lire al mese”. All’improvviso venivo a trovarmi ricco e, con me, la povera mamma che insegnava in una scuola elementare e con ansia aspettava il 27, così come mio padre anch’egli impiegato. Insomma, il calcio dava a tutti noi benessere. Mi trasferii a Torino. Intanto la Juventus aveva presentato in Federazione quella lettera che ci aveva spedito la direzione della Pro Vercelli e l’avvocato Bozino, che della Federazione era anche presidente, e che approvava il mio tesseramento per la Juventus. Cominciai a giocare in maglia bianconera impiegato non come terzino, bensì all’attacco, prima come centravanti e poi nel ruolo di mezzala. Era la stagione 1923-24. I gironi che componevano il campionato erano tre. Eravamo in testa al nostro che comprendeva anche il Genoa. Insomma, stavamo correndo, lanciati, verso lo scudetto. Tutto d’un tratto, il Genoa suscitò il caso del mio tesseramento e i giornali presero a scrivere che la posizione di Rosetta non è regolare! Il Genoa chiese alla Federazione di indire un’assemblea straordinaria per affrontare la questione. Il cuore di Bozino diventò tenero per il Genoa. Venne convocata la richiesta assemblea e la squadra ligure ebbe a suo favore tutte le deleghe delle società della Riviera. Ottenne così l’annullamento del mio trasferimento. Un vero putiferio. Il nostro vicepresidente Craveri sfidò a duello il vice presidente del Milan, Baruffini. La sfida ebbe un’eco clamorosa. Mi sentivo nei panni di responsabile di tutto e me ne stavo chiuso in casa senza più uscire. Nel frattempo la Juventus era stata retrocessa in classifica, penalizzata di sei punti. Non ho mai capito perché sei punti. Fatto sta ed è che quel campionato lo vinse proprio il Genoa».Campionato 1925-26, l’allenatore è un ungherese inquieto e sentimentale, stravede per Verdi e la lirica. Morirà il giorno della cruciale sfida, giocata tre volte, con il Bologna, Jeno Karoly, primo allenatore moderno del campionato; tattica, strategia, sapeva tutto. La Juventus domina il suo girone, salvo doversela vedere in finale col Bologna. Primo match: 11 luglio a Bologna, Bologna 2 Juventus 2; secondo match: 25 luglio a Torino, 0-0. La bella destinata a Milano per il primo agosto. Il 28, Karoly muore d’infarto, la Juventus lo onora tra le lacrime. Il Bologna è piegato per 2-1. Lo scudetto è dedicato all’ungherese sentimentale, Rosetta è il migliore in campo.«Che furbo Rosetta – ricorda Mario Varglien – lui voleva pensare anche a cose straordinarie. Ricordo a Budapest, noi vincevamo 3-0 contro il Ferencváros nel primo tempo. Rosetta mi disse a un certo punto: “Mario, bisognerebbe mollare un po’, domenica a Torino non verrà nessuno a vederci”. E tanto mollò lui e tanto mollammo noi che ci buscammo subito un calcio di rigore, e poi due goal dagli ungheresi che si erano scatenati e non li tenevamo più. A fatica riuscimmo a portare a casa il 3-3. Poi, per vincere a Torino sudiamo, fatichiamo. Rosetta un grandissimo giocatore, però nella partita facile si sfaticava. Come terzino faceva in un solo tempo quello che gli altri facevano in due o tre tempi. Passava al volo di prima tutti i palloni. Andavo con lui d’accordo che era un piacere».È stato il primo grande stratega difensivo della storia del nostro calcio – conclude Camin – suoi palloni, lunghi o brevi, erano messaggi. Il suo grandissimo senso della posizione, il suo elucubrato pragmatismo, la sua tecnica nel difendere l’1-0 evitando inutili sforzi. Il ragioniere insegnava calcio, ed anche comportamenti di vita, a tavola era facile vederlo evitare il bicchiere di vino. Finito di giocare, fu allenatore sapiente. Quando morì, nel 1975, la sua Juventus era tornata vittoriosa come ai suoi giorni.SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1964Ho sessantadue anni, sono juventino da quaranta, ritengo che questo sia un bel record. Il fatto è che mi auguro di essere juventino ancora per molto tempo, perché significa che vivrò ancora a lungo e perché appartenere alla Juventus è una cosa bellissima, non so definire esattamente il perché, ma è così. Non ricordo a quale età ho incominciato a dare i primi calci, a Vercelli, dove sono nato. Forse avevo tre o quattro anni, per me era un fatto istintivo. Ricordo però il primo dolore. Avevo sei anni, ero già tifosissimo della Pro Vercelli e la mia Pro perse a Genova contro l’Andrea Doria per 3-1. Lo seppi il lunedì, feci una mezza tragedia. Ero un appassionato di calcio, i miei genitori lo sapevano, non ebbero difficoltà a esaudire un mio grande desiderio: mi comprarono le prime scarpe con i bulloni a Natale del 1908. Mi sentivo un piccolo re. Calzai quelle scarpe con il vestito della festa addosso e corsi in cortile. Era un cortile di cemento; gli amici mi guardavano con invidia. Furono molto contenti quando dovetti togliermi quelle scarpe per il gran male ai piedi: non si può giocare con i bulloni sul cemento. Ma oramai mi sentivo lanciato su quella strada, sentivo che non potevo più abbandonarla.Una partitella (cinque contro cinque) fra i ragazzi di Casa Pasta che affrontavano i grandi avversari della chiesa di Santa Maria Maggiore (avevo otto anni), poi le avventure milanesi. Frequentavo la prima tecnica a Milano, abitavo in Viale dei Mille. C’era un grosso parco, ma gli altri ragazzi non mi facevano mai giocare, perché io ero il più piccolo. Un giorno il numero dei giocatori era dispari: fu la mia fortuna. Mi costruii una piccola celebrità, tanto che fui scelto per giocare contro una squadra di ragazzetti inglesi. Giocavo dappertutto, i ruoli per me, non avevano importanza. Ritornai a Vercelli, presi parte a gare fra studenti, ogni classe aveva una squadra. Ero ancora molto giovane, ma già incominciavo a farmi un carattere, sentivo che l’istinto del difensore prevaleva in me sul primitivo istinto di attaccante. Tanto è vero che quando Ara mi portò a Torino (1917) con la squadra del XX Autoparco per giocare contro la Juventus, io, come ala destra, feci una figuretta. Giocavo fra i militari, tanto per giocare. La gente si stupì che io fossi già in grigio-verde: avevo ancora i pantaloni corti!Nel 1919-20 incominciai la mia attività ufficiale nella Pro Vercelli, come mezzala destra. Vagolavo un po’ per tutti i ruoli, ma non poteva durare così. Dovevo diventare un difensore e, difatti, prima ancora che quel primo campionato del dopoguerra finisse, io ero già terzino destro, il ruolo della mia vita. Nel 1920 partecipai alle Olimpiadi di Anversa e l’onorevole Montù mi disse che io ero il più giovane di tutti: il primato apparentemente insignificante, mi inorgoglì tremendamente.Alla Pro feci in tutto quattro campionati. Alla Pro regalai entusiasmo, passione, onestà. Ne ricevetti, in cambio, soddisfazioni, la mia prima fama, il conseguimento della mia prima vera maturità di calciatore. Le credenziali mi valsero la considerazione della Juventus, che mi acquistò nel 1923-24. Non importa, poi, se l’onore di vestire la maglia della Juventus, che consideravo un punto d’arrivo ideale, mi costrinse a fare, nei primi tempi, il centravanti: Bruna, Novo e Gianfardoni erano tutti terzini già affermati, io dovevo dimostrare di essere più bravo di loro. Comunque, la maglia numero due di titolare arrivò presto per me e la portai praticamente per tredici, anni, la maglia numero due a strisce bianche e nere: è il più bel ricordo della mia vita.Due e tre della Juventus: Rosetta e Caligaris. Anni che, da soli, valsero una vita intera: sei scudetti, due presenze in Nazionale B, cinquantadue presenze in Nazionale A, Campione del Mondo nel 1934 a Roma. Eravamo gente forte, gente che aveva coraggio, che interpretava con assoluta onestà i doveri e le responsabilità che loro conferivano la maglia della Juventus e quella azzurra. Ora i tempi sono cambiati, è intervenuto, anche in questo, il progresso. Io, veramente, mi chiedo spesso se proprio di progresso si tratti.A trentaquattro anni, nel 1936, lasciai l’attività, ma non lasciai, naturalmente, la Juventus: io la allenai per quattro anni. Ma, durante l’ultima guerra, dovetti andare a Lucca e là ebbi un grave incidente automobilistico che mi costrinse ad abbandonare completamente l’attività calcistica, Nel 1951 fui operato, ma avevo già quasi cinquant’anni. Non mi restava che seguire il calcio, la Juventus, vivendo ai margini di quei campi che per tanti anni erano stati i miei. E fu così che restai alla Juventus come osservatore.Studiare i giovani, cercare di scoprire in essi quanto ebbi la fortuna e il destino di scoprire in me tanto tempo fa, è ora la mia consolazione. Anzi, la mia speranza, i giovani veramente forti non crescono più come una volta, sarà il progresso. Portare un grande giovane alla Juventus, portare un altro di noi, di quelli di una volta! Sarebbe una somma soddisfazione. La maglia che io e tanti altri abbiamo dovuto lasciare è ancora addosso a noi e vorremmo regalarla a qualcuno. ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1975Primo a morire (20 ottobre 1940) era stato Umberto Caligaris, stroncato da infarto, in tenuta di gioco, mentre partecipava a un incontro tra vecchie glorie sul campo di Piazza d’Armi, insieme ai suoi due inseparabili compagni, Rosetta e Combi. Quest’ultimo, il portiere, rimase vittima anche lui di un attacco cardiaco, nei pressi di Imperia, il giorno di Ferragosto del 1956. Rosetta, invecchiato precocemente, aveva tuttavia resistito a lungo agli attacchi del male. Domenica mattina ha chiuso gli occhi per sempre. Aveva settantatré anni.Che cosa possiamo dire che già non si sappia di Viri Rosetta? Che fu il più inglese dei difensori italiani e, senza dubbio, uno dei più grandi terzini del calcio mondiale nell’epoca a cavallo tra le due Guerre Mondiali; ma nemmeno questa è una novità. Più interessante, ci pare, è ricordare che Rosetta fece involontariamente nascere il primo putiferio calcistico, dando praticamente il via al professionismo in Italia. Sono cose che meritano di essere raccontate.Viri aveva forse già fatto parlare di sé quando Edoardo Agnelli decise che era fatto su misura per la Juventus. Veramente Sandro Zambelli, con intuito e prontezza, fin dal 1918 si era accorto che quel biondino, visto giocare per caso, nascondeva talento e classe della qualità più genuina. Subito gli aveva messo davanti un cartellino federale, che venne regolarmente firmato nel corso di una cena in una trattoria vercellese. Il cartoncino, impreziosito dall’autografo del giocatore, tornò nelle tasche del dirigente bianconero e, qualche ora dopo, finì in un cassetto della scrivania dello stesso Zambelli, dove rimase parecchi anni.Terminata la guerra, ripresero i campionati e Rosetta, che aveva iniziato la sua carriera nella Pro Vercelli come centravanti, continuò a giocare nella squadra delle bianche casacche, impiegato come terzino, segnalandosi per la sua bravura. Viri era figlio di una maestra, era cresciuto con pochi sogni e molta ragionevolezza in un tipico clima provinciale attento al sodo. Sapeva di valere e, precorrendo i tempi, quando un giorno, in termini un po’ avventurosi, la Juventus precisò le sue offerte, ne valutò innanzi tutto il contenuto concreto. Sicuramente non immaginava di dar vita a un autentico giallo.Tutto prese corpo da una lettera che la presidenza della Pro Vercelli aveva inviato a ogni suo tesserato, nell’estate del 1923, a salvaguardia dello spirito dilettantistico. Qualche giocatore lo aveva messo in discussione: tra questi, sicuramente, Rosetta. La lettera dichiarava in tono perentorio che chiunque lo desiderasse era libero di lasciare la società. Forte di questo documento, Viri accettò le proposte avanzate dal dirigente juventino avvocato Peccei e decise di passare alla società torinese, previo benestare dell’avvocato Bozino, presidente della Federazione e (guarda caso) anche massimo dirigente della Pro Vercelli. Così Rosetta firmò un cartellino per la Juventus (dimenticando di averne già firmato un altro davanti a Zambelli). Purtroppo il nullaosta rilasciato con la famosa lettera dai dirigenti vercellesi non aveva alcun valore per le autorità federali: un diabolico pasticciaccio, nel quale si trovarono coinvolti sia Rosetta che la Juventus.Rosetta esordì nella Juventus il 23 novembre 1923, all’ottava domenica di campionato, in qualità di centrattacco. Segnava stupendi goal, segnò anche quello della vittoria contro il Genoa primo in classifica; furono proprio i dirigenti del sodalizio ligure che, allarmati per la crescente serie di vittorie juventine, chiesero alla Federazione di promuovere un’assemblea straordinaria per discutere il “Caso Rosetta”. L’avvocato Bozino si rimangiò gran parte della recente condiscendenza e al giocatore venne annullato il secondo tesseramento, ritenendosi valido soltanto il primo che lo teneva legato alla Pro Vercelli.L’atmosfera si arroventò a tal punto che il vicepresidente della Juventus, avvocato Enrico Craveri, sfidò a duello il vice del Milan, Baruffini: solo in extremis la contesa fu scongiurata. L’idea di risolvere le vertenze secondo il codice cavalleresco era molto simpatica; oggi i due dirigenti si sarebbero insolentiti assai più banalmente a viva voce o a mezzo della stampa. Il frastornato Rosetta, colpito da squalifica, non venne più utilizzato in quel campionato e la Juventus venne penalizzata di sei meritatissimi punti, la cui sottrazione consentì al Genoa di vincere lo scudetto.Poi, scontata la squalifica, Rosetta ricominciò a giocare, facendo coppia, come terzino, prima con Gianfardoni, poi con Bruna (non disdegnando frequenti apparizioni come attaccante, nel ruolo di mezzala destra) quindi con Allemandi, con Ferrero e, infine, con Caligaris. Con la maglia bianconera Viri giocò 338 partite, realizzando ventinove goal. Con la maglia azzurra ne giocò cinquantadue, di cui ventisei insieme a Combi e a Caligaris. Vinse otto scudetti: due con la Pro Vercelli e sei con la Juventus: un autentico record. Quando il terzino venne convocato per la prima partita in azzurro, aveva soltanto diciotto anni: la classe non matura, irrompe. Il suo amico Caligaris giocò in Nazionale quando non aveva ancora compiuto ventuno anni.Confessiamo il nostro imbarazzo nel parlare di Rosetta senza coinvolgere nel discorso Berto Caligaris, arrivato alla Juventus dal Casale. Erano due tipici prodotti del calcio provinciale, diversi come temperamento, come carattere, come gioco. Rosetta apparve subito come giocatore completo; affinò in seguito il suo gioco con l’esperienza, ma non ne mutò più la base. Elemento calcolatore, freddo, positivo il vercellese; entusiasta, tutto fuoco, irrompente il casalese. Il primo studiava l’avversario, il secondo lo investiva. Questo diverso comportamento in campo traduceva il diverso carattere dei due atleti: di poche parole, riflessivo, osservatore Rosetta; espansivo, tutta cordialità, esuberante Caligaris. Giocarono, come abbiamo detto, per molti anni insieme, completando gioco e caratteri e formando la più bella coppia che mai sia stata vista in tutte le nostre nazionali.Caligaris è stato l’ultimo fiore del giardino casalese, un fiore prodigioso sbocciato su una pianta già rinsecchita; da parte sua Rosetta ha chiuso con un capitolo superbo il romanzo del calcio vercellese, uno dei più belli che il calcio italiano abbia scritto. Si trovarono insieme alla Juventus e furono i capisaldi difensivi della famosa squadra del quinquennio. Il gioco dell’uno completava quello dell’altro. Rosetta schermiva di astuzia con l’avversario, fingeva d’attaccarlo, voleva indurlo in errore; Caligaris non gli lasciava tempo di tirare il fiato; il calcolo di Rosetta integrava lo slancio del compagno.Agivano d’accordo, senza parole e senza cenni, istintivamente collegati in ogni momento dalla comune intelligenza di gioco. D’accordo tra loro e d’accordo con il portiere, il grande Combi. Abbiamo visto una volta Rosetta passare al volo, su calcio d’angolo, la palla a Combi, da due o tre metri: ai tifosi venne la pelle d’oca. Il segreto di Rosetta e Caligaris era di mai distrarsi: quando uno si muoveva, l’altro già sapeva cosa intendesse fare. Giocarono insieme i più begli anni della loro carriera e insieme la chiusero.Ad Amsterdam, nel torneo Olimpico del 1928, Virginio Rosetta venne apprezzato e considerato come il miglior terzino. Avendo iniziato la carriera in qualità di attaccante, il biondo Viri conosceva tutte le malizie degli “avanti” e con l’aiuto di una classe superiore e di mezzi atletici favolosi sapeva neutralizzare qualsiasi insidia portata nel settore di sua pertinenza. Il tutto con estrema freddezza, con un comportamento controllato e raziocinante. Era fortissimo incontrista e battitore di assoluta precisione. Longilineo puro, ogni suo gesto era improntato a notevole stile; era educato come vorremmo fossero ancor oggi i nostri giocatori. Quando subiva violenze non smaniava: prendeva atto e puntualmente restituiva. Fu senza dubbio un classico antesignano della fluidificazione difensiva.Chi lo ha visto giocare non lo dimenticherà mai più; chi lo ha conosciuto, non potrà fare a meno di ricordarne le doti di serietà, di grande umanità. Un vero gentiluomo, un autentico campione. La Juventus oggi abbruna le sue bandiere: con Viri Rosetta è scomparso uno dei più famosi suoi giocatori di tutti i tempi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/virginio-rosetta.html -
Virginio Rosetta - Giocatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
VIRGINIO ROSETTA https://it.wikipedia.org/wiki/Virginio_Rosetta Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 24.02.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 29.03.1975 Ruolo: Difensore Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Viri Alla Juventus dal 1923 al 1936 Esordio: 25.11.1923 - Prima Divisione - Juventus-Modena 0-2 Ultima partita: 12.04.1936 - Serie A - Juventus-Napoli 2-2 338 presenze - 15 reti 6 scudetti Campione del mondo 1934 con l'Italia Allenatore della Juventus dal 1935 al 1939 1 Coppa Italia Virginio Rosetta, a volte riportato anche come Virgilio Rosetta (Vercelli, 24 febbraio 1902 – Torino, 29 marzo 1975), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo terzino destro metodista. Soprannominato Viri, abbreviazione del suo nome, ha vinto otto campionati di lega, due con la Pro Vercelli e sei con la Juventus, club quest'ultimo nel quale militò per quattordici anni diventando uno dei suoi uomini-simbolo (nonché suo capitano dal 1929 al 1935); con l'Italia ha vinto, inoltre, due Coppe Internazionali (1927-1930 e 1933-1935) e un campionato mondiale (1934). Assieme al portiere Gianpiero Combi e al terzino Umberto Caligaris, compagni di squadra nella Juventus e nazionale, Rosetta formò quella che è ritenuta dalla stampa specializzata la miglior linea difensiva di tutti i tempi espressa nel calcio italiano e una delle migliori nella storia della disciplina. Il passaggio di proprietà di Rosetta dalla Pro Vercelli alla Juventus, ufficializzato nel 1924 a fronte del pagamento di 50 000 lire, è ritenuto il primo caso di transazione economica di calciomercato fra due società avvenuto nella storia del calcio italiano. Virginio Rosetta Rosetta nel 1932 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1936 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Giovanili 1918-1920 Pro Vercelli Squadre di club 1919-1923 Pro Vercelli 85 (11) 1923-1936 Juventus 338 (15) Nazionale 1920-1934 Italia 52 (0) Carriera da allenatore 1935-1939 Juventus 1939-1940 Lucchese 1943-1944 Biellese 1946-1947 Mestrina 1947-1948 Palermo Palmarès Olimpiadi Bronzo Amsterdam 1928 Coppa Internazionale Oro 1927-1930 Oro 1933-1935 Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Caratteristiche tecniche «Per esemplificare, uno Scirea, un Baresi dei tempi moderni.» Terzino metodista, inizialmente attaccante, spiccava nella capacità di lettura del gioco: ciò lo rese un abile regista difensivo, in grado di fare ripartire la manovra offensiva della sua squadra — anticipando i futuri compiti del libero —, assurgendo inoltre quale primo difensore capace di imporsi nel ruolo, nella storia del calcio italiano, prettamente per le proprie qualità tecniche rispetto a quelle atletiche. Affiancato in campo prima da Luigi Allemandi (1925-1928) e poi da Umberto Caligaris (1928-1935), con cui eccellerà nel ruolo, nell'economia del gioco di squadra era molto d'aiuto ai compagni nei tempi d'intervento. Vantava infine una notevole potenza di tiro. Carriera Club Inizi e Pro Vercelli Crebbe nella natia Vercelli, dove inizio già a cinque anni a tirare i primi calci a un pallone, fondando a dieci anni una società calcistica di coetanei, denominata Sezione Propaganda, con cui ebbe modo di affrontare la squadra Sports, in cui invece giocava Umberto Caligaris, futuro compagno di squadra alla Juventus e in nazionale. Si trasferì in seguito a Milano per studiare, e giocò tra le file della società Bambini Nerazzurri. Rosetta (a sinistra) in azione alla Pro Vercelli, contro il bolognese Pozzi, nella finale Nord del campionato di Prima Categoria 1920-1921. Poco tempo dopo tornò nella città natale e giocò tra le file del 20º Autoparco, dove fu notato dai dirigenti della Pro Vercelli, che lo aggregarono alla rosa. Esordì con il club vercellese all'età di diciassette anni, giocando come attaccante, nel primo campionato dopo la Grande Guerra, nel 1919-1920. Con la squadra piemontese giocò una buona stagione 1922-1923 in Prima Divisione con 25 presenze e 7 gol. In seguito l'allenatore decise di schierarlo come terzino, facendolo esordire nel nuovo ruolo nella partita di campionato contro la Juventus. Vinse il suo primo titolo tricolore nel 1920-1921 e si ripeté nel 1921-1922, nel campionato C.C.I. Juventus Nel 1923 Rosetta si dimise dalla Pro Vercelli per accasarsi alla Juventus, dove poté godere di uno stipendio che non percepiva quando giocava alla Pro. Il presidente vercellese Luigi Bozino, tuttavia, si oppose al trasferimento del calciatore e la Lega Nord, guidata dall'avvocato Ulisse Baruffini del Milan, assegnò a tavolino agli avversari la vittoria in tre gare giocate dai torinesi con Rosetta in campo. La decisione di Baruffini scatenò l'ira della dirigenza del club bianconero e un "braccio di ferro" tra Lega e FIGC noto come Caso Rosetta, il quale si concluse con il commissariamento della Federazione e la conferma della sanzione alla Juventus. Dopo mesi di riunioni e consigli generali, la Pro Vercelli accettò l'addio di Rosetta dietro un compenso in denaro pattuito con la società di Edoardo Agnelli e la questione si chiuse. Rosetta (a sinistra) assieme al portiere Combi e al compagno di reparto Caligaris, il Trio dei ragionieri pluricampione d'Italia nella Juventus e campione del mondo in nazionale. Successivamente Rosetta incappò ancora nelle maglie della giustizia sportiva, stavolta in occasione del Caso Allemandi, scandalo che determinò la revoca dello scudetto 1926-1927 al Torino. In tale circostanza il presidente federale Leandro Arpinati prosciolse subito Rosetta da ogni accusa; nonostante ciò, i sospetti — mai provati — sul presunto coinvolgimento nella vicenda continuarono suo malgrado ad accompagnarlo nei decenni successivi. In maglia juventina Rosetta vinse il suo terzo scudetto nel 1926, campionato in cui, eccellendo in coppia difensiva con Luigi Allemandi e con il portiere Gianpiero Combi, stabilì il record d'imbattibilità del calcio italiano (934') — poi superato solo novant'anni più tardi da un'altra retroguarda juventina, quella Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini (974') —; in seguito fu tra i protagonisti della squadra che dominò la scena nazionale per la prima metà degli anni 1930 con cinque titoli consecutivi. Si ritirò all'età di trentaquattro anni, nel 1936, dopo tredici anni da titolare a Torino, per un totale di 338 gare, vincendo ben otto campionati italiani ante e post girone unico. Nazionale Esordì in maglia azzurra il 31 agosto 1920, ai Giochi Olimpici di Anversa 1920, contro la Norvegia. Il primo periodo in nazionale fece coppia con Renzo De Vecchi, quindi fu rimpiazzato per un periodo da Umberto Caligaris nel ruolo di terzino destro. In nazionale giocò un totale di 52 partite, l'ultima delle quali contro gli Stati Uniti nel campionato del mondo 1934, vinto dall'Italia padrona di casa. Il 2 dicembre 1933, alla vigilia della sua cinquantesima presenza in azzurro, fu nominato Cavaliere della Corona d'Italia. Fu poi sostituito nel ruolo di terzino destro dal bolognese Eraldo Monzeglio. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 8 Pro Vercelli: 1920-1921, 1921-1922 Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Amsterdam 1928 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930, 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Allenatore Coppa Italia: 1 - Juventus: 1937-1938 Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Onorificenze Cavaliere della Corona d'Italia — Firenze, 2 dicembre 1933 -
ANGELO FERRARA https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Ferrara Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 06.05.1904 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.05.1984 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Michelino Alla Juventus dal 1923 al 1925 Esordio: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 Ultima partita: 12.07.1925 - Prima Divisione - Juventus-Derthona 2-1 3 presenze - 0 reti Angelo Ferrara (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Angelo Ferrara Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1923-1925 Juventus 3 (0) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro l'Inter il 20 aprile 1924 in un pareggio per 2-2, mentre la sua ultima partita fu contro il Derthona il 12 luglio 1925 in una vittoria per 2-1. Nelle sue due stagioni bianconere collezionò 3 presenze senza segnare.
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ROMOLO SARTORIS «Di Sartoris non è il caso di parlare; è oramai un portiere arrivato ed ha già tenuto lodevolmente il posto di Combi parecchie volte». (Da “Hurrà” dell’ottobre 1924. Amichevole Juventus-Novese 5-1. Campo Juventus, 16 novembre 1924. Squadra: Sartoris, Rasetto, Bruna; Bigatto, Monticone, Barale; Grabbi, Rosetta, Ferrero, Munerati, Gambino. Nel secondo tempo, Viola ha sostituito Rosetta. Goal segnati da Ferrero, Viola, due da Monticone e Munerati). In realtà, il buon Romolo gioca solamente una partita ufficiale: il 20 aprile 1924, contro l’Inter, al Campo Internazionale di Via Goldoni. La partita, che è l’ultima di quel campionato, termina 2-2. Sartoris giocherà qualche amichevole l’annata successiva. Di più non riuscirà a ottenere, perché togliere il posto al grandissimo Combi è praticamente impossibile. Farà le valigie, destinazione Derthona. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/romolo-sartoris.html
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ROMOLO SARTORIS https://it.wikipedia.org/wiki/Romolo_Sartoris Nazione: Italia Luogo di nascita: Leini (Torino) Data di nascita: 06.01.1901 Luogo di morte: Varallo (Vercelli) Data di morte: 07.09.1983 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1923 al 1924 Esordio: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 1 presenza - 2 reti subite Romolo Sartoris (Leini, 6 gennaio 1901 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Romolo Sartoris Nazionalità Italia Calcio Ruolo portiere Carriera Squadre di club 1922-1923 US Torinese ? (-?) 1923-1924 Juventus 1 (-2) 1926-1928 Derthona 18+ (-34+) Carriera Cresciuto nella Torinese, ha esordito a Milano con la Juventus il 20 aprile 1924 nella partita Inter Juventus (2-2) sua unica partita a difesa della porta juventina nella massima serie, poi ha giocato due stagioni a Tortona con il Derthona in Prima Divisione.
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Edoardo Agnelli - Presidente
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EDOARDO AGNELLI Era stato eletto alla presidenza del Football Club Juventus – scrive il sommo Caminiti – dall’assemblea generale ordinaria del 24 luglio 1923 per l’annata sportiva 1923-24. Presidente: Agnelli avv. cav. Edoardo (per acclamazione), Craveri avv. Enrico, vice presidente; Zambelli Sandro, Collino Mario segretari; Scamoni avv. Antonio, cassiere; Vaudetti Amedeo economo; Ajmone-Marsan Sandro, Levi Cadetto, Monateri geom. Piero, Mondino dottor Achille, Pallavicino march. Ico, Turin Giorgio consiglieri; Daprà dott. Francesco, Levi Nino, Maffiotti Silvio, revisori dei conti. Commissione d’accettazione: Girardi dott. Piero, Besozzi avv. Angelo, Castoldi dott. Filippo, Durante prof. Domenico, Ferraris rag. Pio. Rampollo di una famiglia che moltiplicava i propri beni al servizio del paese, Edoardo veniva considerato di un carattere affatto moderno rispetto al padre Giovanni fondatore della Fiat, uomo piuttosto rigido che si rabboniva quando vedeva la nuora e finalmente si decideva a mettersi a tavola coi nipoti imbronciati e già pronti a ridere nella magione torinese dai lunghi corridoi e le stanze fredde e severe. Con Edoardo, la Juventus si configura società-guida del caldo italiano; si organizza, esprime un discorso amoroso perciò possessivo nei rapporti con i calciatori; comincia il tempo dei mecenati, ma anche dei dirigenti (Mazzonis), la potenza della Fiat che ha fatto di Torino la città della speranza in un momento assai travagliato della vita del paese (Benito Mussolini presidente del consiglio viaggia in Fiat limousine) è la potenza della Juventus che al campionato aspira con i diritti della classe. Non è facile, per il momento; l’impegno dei dirigenti si corona alfine in una formazione abbastanza valida, il secondo scudetto arriva ufficialmente il 22 agosto 1926: Alba-Juventus 0-5, a Roma è un’esibizione scintillante: tre goal di Pastore, uno di Munerati, uno di Hirzer; nelle due partite della finalissima, l’Alba ha incassato 12 goal mettendone a segno appena uno. La Juventus ha perso da pochi giorni il suo patetico allenatore Jeno Karoly, stroncato da un infarto alla vigilia del terzo match consecutivo col Bologna (2-1 a Bologna, 0-0 a Torino, 2-1 a Milano), la sfida che aveva risolto il campionato. Edoardo si diverte. Egli riceve le Patronesse Promotrici – solo quelle belle – nella sede di Via Carlo Alberto 45, 1° piano, dove oggi è il Cinema Corso, ride civettuolo, acconsente con voce carezzevole su argomenti della vita mondana; firma ogni documento che gli viene sottoposto; ascolta con un sorrisino le confidenze del vice presidente avvocato Enrico Craveri; finge indignazione alle scappatelle di Hirzer ed approva le multe ed i provvedimenti disciplinari; piuttosto portato a premiare, ad approvare, ad applaudire, Edoardo rappresenta, dietro la sua scrivania, inappuntabile con cravatta e fazzoletto bianco al taschino della giacca, l’emblema della nascente potenza della Juventus. Non si intende specialmente di calcio, coltiva le due passioni della famiglia e del ruvido generoso papà: automobilismo e aviazione. Di questo è orgoglioso, come lo è dei figlioli, che crescono turbolenti tra capricci di ogni genere. Gli Agnelli esprimono distacco dall’aristocrazia titolata ma non dalla realtà politica e sociale del paese. Il senatore Giovanni è vecchio, ha fatto tanto ed aspetta di vedere all’opera gli eredi; ha acconsentito al fascismo per dovere e opportunismo. La Fiat ha staccato gli ormeggi e naviga nel futuro, garantita dal proprio lavoro che ha una dimensione affatto nuova. E la Juventus squadra è stata patrocinata dagli Agnelli al servizio del futuro: perché il calcio aiuta il lavoro e attiva il progresso e il benessere con il sogno dell’automobile. È lo stesso presidente ad occuparsi e preoccuparsi dello spettacolo. Vuole saper tutto: l’avvocato Craveri con voce stentorea lo tiene aggiornato ma non è soddisfatto finché della squadra non si occuperà Mazzonis. Frequenta la sede e uno per uno gli vengono presentati i giocatori più importanti con i quali si intrattiene ed ai quali regala smeraldi e orologi d’oro. Gli piace il carattere di Combi e ne parla entusiasta a Scamoni, il cassiere, un omino allampanato che cerca di farsi coraggio con un virile paio di baffi. La Juventus società di questi anni non è più tra sogno e realtà, non è più dilettantistica, è professionistica anche per opporsi al Torino proletario, con il suo gioco garibaldino al quale dà praticità l’euclideo Baloncieri e fantasia lo sprecone Libonatti. Edoardo capisce che gli interessi della Fiat passano pure dai piedi di questi tipotti dalle robuste cosce che alla domenica fanno ammattire i suoi operai. Bisogna rinforzare la squadra perché nasca l’invitto squadron, tuona Craveri; Edoardo sorride. La Juventus ha un portiere di classe in Giampiero Combi; ha il maestrino Rosetta che sfoggia precisione e stile negli intercettamenti; ma qualcosa dalla metà campo in su è farraginoso. Bisogna rinnovare. Cevenini III è impagabile per i suoi scherzetti con il pallone, è l’unico che fa ammattire Combi in allenamento, ma è troppo matto e logoro. Libonatti e Baloncieri del Torino giocano a memoria e segnano una valanga di goal. La domenica, il calcio scopre e conquista; c’è il Bologna «che tremare il mondo fa». Presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio è divenuto il bolognese Leandro Arpinati, fedelissimo del Duce al quale non si genuflette; volendo conservare la propria autonomia e, forse, aspirando intimamente a succedergli. Nel settembre del ‘29, Arpinati è, dopo il Duce, come sottosegretario di Stato agli Interni, il secondo uomo politico italiano. Dal ‘27 è il proprietario del quotidiano «Resto del Carlino» di Bologna, lasciatogli proprio da Edoardo Agnelli che gli ha fatto dono della maggioranza delle azioni. In realtà, Arpinati coi suoi modi rozzi ma leali, cercando di opporsi alla esplosiva dittatura, piace ad Edoardo, che si rende conto degli infiniti pericoli che corre il paese verso i prodigiosi ideali della romanità. Per Edoardo, un modo di arricchire la pace, la liberalità, la vita del popolo, è la squadra di calcio: nell’estate del ‘29, in Riviera, conosce un messere tutto muscoli, che beve whisky ma non fuma, uno scozzese di Edimburgo, ex calciatore nei Rangers, mediano e mezz’ala che si definisce insegnante mondiale di football e di golf. Ambedue queste cose interessano Edoardo, passa un mese passa un altro e il mister viene presentato all’assemblea dei soci come allenatore della prima squadra per la stagione 1929-30. È giunto il momento del terzo scudetto? Bisogna avere pazienza, nel calcio non si improvvisa, la Juve del primo campionato a girone unico vinto dall’Ambrosiana di balilla Meazza, ha quasi tutto, ma non tutto; intanto, Aitken piace ad Edoardo ma non a Mazzonis e ai giocatori: il sistema inglese del mister fa a pugni con il metodo italico, dei Rosetta e Caligaris all’occorrenza micragnosi attaccabrighe, i quali si organizzano secondo istinto e non vogliono correre più del necessario. È già una bella Juventus, a parte le polemiche sulla tattica, ha un trio di difesa, con Combi Rosetta e Caligaris, che teme pochi confronti, una mediana adamantina con Varglien I e l’ungherese Viola, il quale ad un giornalista che lo accusava in un articolo, di scarsa serietà atletica, gridò (traduco): «Scribacchino, sappi che io vivo la mia vita solo per il calcio!». Ha i Sanero, Caudera, Zanni e il pisano Merciai dal lungo naso. Ed ha la carta di Viareggio sugli oriundi dalla sua, come è vero che all’ala sinistra gioca il fenomenale Raimundo Orsi detto Mumo, e lo spettacolo può cominciare, anche Edoardo è attratto, questo gaglioffo segna direttamente dalla bandierina del corner, ha tanta gloria argentina alle spalle, quando sbarca a Genova, si vede un gran cappotto e nient’altro, ma dentro il cappotto sta il prodigio, due occhi di topo che ha fame e due guance smunte. Provvederà l’Italia fascista a rimpinzare Orsi come un pascià. Edoardo, intanto, gli accorda centomila lire di ingaggio, otto mila lire di stipendio mensile e gli regala una Fin 509. In pochi giorni, Raimundo riemerge dalla desolazione. Lo stadio si riempie per lui. L’alessandrino Carcano viene ad allenare la squadra ormai matura per il terzo scudetto, il primo della serie di cinque, che si collega ad Edoardo mecenate. Bisogna fare presto, Edoardo non vivrà molto, non ha tempo da perdere. I suoi figli crescono fantasiosi, Susanna, Gianni, Umbertino, sono ragazzi innamorati del mondo. 1930-31, girone unico a diciotto squadre, Agnelli assiste a quasi tutte le partite, nel barone Giovanni Mazzonis, uno dei ragazzi del D’Azeglio, che è successo all’avvocato Craveri come vice presidente, ha il collaboratore agguerrito nel regolamento, l’animatore della pattuglia, dalla grande personalità, suo ideale rappresentante. La Juventus di Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien II, Varglien I, Barale, Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferraris, Orsi ed anche di Mazzonis, sfreccia con 55 punti, a 51 è rimasta la Roma ed a 48, lontano, il Bologna. Lo stesso giorno in cui la Juventus, facendo 1-1 a Livorno, sancisce il suo terzo scudetto, in Spagna le elezioni vengono vinte dai repubblicani socialisti. A New York è stato inaugurato il grattacielo più alto del mondo: l’Empire State Building di 381 metri. In Italia, le grandi manovre aeree chiamano la gente sulle tegole dei palazzi, nuvole di finti gas tossici calano sulle città, si fanno le grandi manovre della pazzia. Al Teatro Comunale di Bologna, il 14 maggio, il maestro Toscanini è aggredito da tre giovinastri in camicia nera e schiaffeggiato, perché si rifiuta di fare eseguire l’inno nazionalfascista. Guidati dal loro Duce, gli italiani hanno scoperto la grandezza monumentale e rapsodica della patria ed hanno perso la testa. La squadra nomata Juventus consola gli italiani. Il quotidiano torinese «La Stampa» dedica alla Juventus parole gonfie di retorica. «Anni ha durato la fatica per costruire la squadra classica e per darle una fisionomia tecnica. Si gettarono le basi della sua inquadratura nel 1928; si lavorò con amore e tenacia attorno all’organismo nel 1929 e nel 1930, ma non fu che nel 1931 che esso poteva esser compiuto saldo e snello nella sua struttura, pronto e temprato ad ogni attacco». Sembra un bollettino di guerra, ma è lo stile che il Duce del fascismo esige, anche le scritte sui muri delle case sono egualmente risonanti. E risuonano i cantieri e si prepara l’immancabile guerra e siamo tutti orgogliosi di essere italiani ed anche gioiosi: «da allora la bella creazione dei dirigenti, affidata alle sapienti mani di Carcano, crebbe in potenza, resisté in qualche reparto al peso degli anni, si rinfrescò e ringiovanì in altro, e sempre tenne una linea agonistica e tecnica sul campo che da folle ed avversari dovunque le conquistò simpatia ed ammirazione». Tutto ciò è anche vero, ma bisogna intendersi. Non c’è niente di leggendario, semmai è grandezza di uomini, maggiore arte dei giocatori con la maglia bianconera. Intanto, bisogna smentire la sapienza calcistica delle mani di quel bravuomo di Carlo Carcano l’allenatore. Si dice che fossero mani sapienti in manipolazioni diverse. In verità, la Juventus ha un mecenate la cui guida è lieta e virtuosa, uomo sopra la mischia, sportivo in senso eccentrico, eccentrico la sua parte, un carattere cavalleresco di chi crede nella bontà, un idealista con sangue plebeo nelle vene. La Juve vince e comincia a galoppare nei miti di una stampa oltremodo bugiarda. Il fascismo detta ordini, amministra direttamente i giornali, Emilio Colombo e Cesare Fanti, tra i promotori del giornalismo sportivo in Italia lasciano indignati il consiglio d’amministrazione della «giornalaccio rosa dello Sport» nel 1927. Presidente del consiglio d’amministrazione del quotidiano rosa diventa il fratello del ministro Finzi. Lo sport è vita, giovinezza e libertà, i giornalisti sportivi fioriscono. Il presidente della Juventus ama l’aviazione e frequenta con assiduità quel bellissimo guascone di Arturo Ferrarin, l’asso di guerra. Gli anni sono passati, è il luglio del 1935. Giorgio V da un quarto di secolo è re d’Inghilterra. Nel suo viso affilato e macerato balena il dramma di Amleto. Enrico Comici scala le grandi montagne. Il Duce del fascismo dichiara guerra all’Etiopia e i legionari d’Italia passano il confine eritreo. La Società delle Nazioni dichiara l’Italia stato aggressore e il 18 novembre decreta sanzioni economiche contro l’Italia per fronteggiare le quali l’impareggiabile romagnolo si appella al popolo. I nostri padri salgono l’Altare della Patria e vi depongono anelli e catenine d’oro. È una generale corsa all’impoverimento vibrante di ingenui sdegni che ineluttabilmente trascinano verso l’abisso. Edoardo non vede tutto questo, non vedrà i bombardieri americani radere al suolo la sua bella Torino. Niente succede per caso. La ridente amicizia con Ferrarin è segnata da un crudele destino. Edoardo a tavola con i ragazzi si dichiarava fiero del suo hobby: «Su un aereo Fiat, e Ferrarin pilota, sono pronto a volare da qualsiasi parte». Gianni rideva, Susanna non parlava. Il primo mecenate del calcio muore stupidamente, la morte è la cosa più stupida come negazione della vita. L’aereo, un monoplano leggero come una libellula, un Savoia Marchetti, aveva appena ammarato nel porto di Genova. Un grosso tronco di legno vagante improvvisamente lo colpì ad un fianco e lo rovesciò. Edoardo stava in piedi, per il contraccolpo cadde contro l’elica che gli scoperchiò la testa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/edoardo-agnelli.html -
Edoardo Agnelli - Presidente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
EDOARDO AGNELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Agnelli_(imprenditore_1892) Nazione: Italia Luogo di nascita: Verona Data di nascita: 02.01.1892 Luogo di morte: Genova Data di morte: 14.07.1935 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1923 al 1935 Edoardo Agnelli (Verona, 2 gennaio 1892 – Genova, 14 luglio 1935) è stato un imprenditore e dirigente sportivo italiano. Biografia Figlio di Giovanni Agnelli, il fondatore della FIAT, di Clara Boselli e fratello di Aniceta Caterina, nacque a Verona dov'era di guarnigione il padre, in quel periodo ufficiale di cavalleria. Si laureò in giurisprudenza e partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di cavalleria, facendo anche da conducente — allora un'attività poco diffusa — al generale Luigi Cadorna. Dopo la laurea viaggiò in tutto il mondo per arricchire la propria cultura in campo industriale e, una volta tornato in Italia, occupò diverse cariche tra cui le vicepresidenze della FIAT, delle Officine di Villar Perosa e del Consiglio Provinciale dell'Economia, e le presidenze dei consigli di amministrazione dei quotidiani La Stampa e Giornale del Pinerolese. Appassionato di sport, ricoprì la carica di vicepresidente del Foot-Ball Club Juventus all'inizio degli anni 1920, durante la gestione di Gino Olivetti, finché nel 1923 ne divenne presidente, incarico che manterrà per i seguenti dodici anni. Sotto il suo mandato instaurò il primo sodalizio imprenditoriale-sportivo nel Paese — tuttora in vigore — e fece del club, in ambito sportivo, la stella del calcio italiano con la vittoria di sei campionati nazionali in dieci anni, di cui cinque consecutivi, nonché una delle migliori squadre europee del periodo interbellico, oltre a farla diventare una delle prime società sportive peninsulari ante litteram introducendo, dopo averla ristrutturata a livello aziendale, un insieme di rinnovati criteri manageriali ispirati al contemporaneo fordismo e all'organizzazione interna della FIAT includendo un peculiare modello gestionale noto a posteriori come lo Stile Juventus; oltreché dotare d'illuminazione artificiale — primo esempio in Italia — lo stadio di Corso Marsiglia costruito durante la gestione precedente; inoltre diede nuovo impulso all'attività polisportiva già in essere in casa juventina a fine XIX secolo, diversificandone il raggio d'azione in discipline quali bocce e tennis racchiuse sotto l'egida della nuova Juventus – Organizzazione Sportiva S.A. (in cui confluì la stessa squadra calcistica). Ricoprì infine un ruolo decisivo nella svolta verso il professionismo del calcio italiano, promuovendo l'idea di un campionato unificato su scala nazionale (simile a quello inglese), proposta che darà origine nel 1926 alla Carta di Viareggio e alla Divisione Nazionale. «Dotato di fervida intelligenza, di grande affabilità e di quella molta esperienza di mondo, di vita, di lavoro che ha potuto acquistare collaborando attivamente nella direzione di grandi aziende con l'illustre suo padre, il senatore Giovanni Agnelli; cultore appassionato d'ogni genere di sport, espertissimo automobilista, direttore della Società Torinese per le Corse dei Cavalli, presidente onorario del Gruppo Sportivo FIAT, Egli porta nella nostra società, insieme alla preziosa opera sua, un nome che si illumina di una delle più alte glorie sportive italiane, di una delle più meravigliose creazioni dell'intelligenza e del lavoro umano: gloria di sport, gloria di lavoro.» (Da Hurrà, rivista istituzionale della Juventus, luglio 1923) Fonda anche una stazione invernale che diverrà presto prestigiosa e famosa: il Sestrière, dal nome dell'omonimo colle, a cui si giunge dal paese di origine della famiglia Agnelli, Villar Perosa, sita poco più oltre Pinerolo sulla omonima statale (la 23), che a partire da Pinerolo sale lungo la sinistra orografica del Chisone. Un grave incidente stroncò la vita, a soli 43 anni, dell'erede di Giovanni Agnelli. Il 14 luglio 1935, una calda domenica estiva, Edoardo rientrava da Forte dei Marmi con l'idrovolante del padre, un Savoia-Marchetti S.80 pilotato dall'asso dell'aviazione Arturo Ferrarin; diretto a Genova per poi raggiungere Torino in treno, durante l'ammaraggio all'idroscalo i galleggianti del velivolo urtarono un tronco vagante sullo specchio d'acqua e il mezzo si ribaltò: il pilota ed Edoardo rimasero illesi ma quest'ultimo si alzò in piedi nell'abitacolo, posto sotto al motore montato su una gondola, e morì colpito alla nuca dall'elica rimasta in movimento — in conseguenza dell'incidente, la casa produttrice modificò la struttura dell'aereo spostando il motore in posizione meno pericolosa. Matrimonio e discendenza Edoardo sposò Virginia Bourbon del Monte, principessa di San Faustino, dalla quale ebbe sette figli: Clara (1920-2016), sposò nel 1940 Tassilo Fürstenberg (1903-1989), dal quale ha avuto Virginia detta Ira (1940), Egon (1946-2004) e Sebastian (1950) Fürstenberg. Sposò in seconde nozze Giovanni Nuvoletti (1912-2008). Gianni (1921-2003), Presidente della FIAT, sposò Donna Marella Caracciolo di Castagneto (1927-2019), dal quale ha avuto Margherita (1955) ed Edoardo (1954-2000), morto forse suicida. Da Margherita discendono John Elkann, Lapo Elkann, Ginevra Elkann e Anna, Tatiana, Pietro, Sofia e Maria De Pahlen. Susanna (1922-2009), sposò nel 1945 Urbano Rattazzi (1918-2012), dal quale ha avuto sei figli: Ilaria, Samaritana (moglie di Vittorio Sermonti e madre di Pietro), Cristiano, Delfina, Lupo e Priscilla Rattazzi. Maria Sole (1925), sposò Ranieri Campello (1908-1959) e in seconde nozze Pio Teodorani Fabbri (1924-2022[7]). Ha cinque figli: Virginia, Argenta, Cinzia, Bernardino Campello ed Eduardo Teodorani Fabbri. Cristiana (1927), sposò Brandolino Brandolini d'Adda (1918-2005), dal quale ha avuto quattro figli: Tiberio, Leonello, Nuno e Brandino Brandolini d'Adda. Giorgio (1929-1965), celibe e senza figli, morto all'età di 35 anni, in circostanze non chiare, nella clinica dove era ricoverato per schizofrenia. Umberto (1934-2004), Presidente della FIAT, sposò Antonella Bechi Piaggio di Luserna (1938-1999), dalla quale ebbe due gemelli Enrico e Alberto (1962), vissuti solo pochissimi giorni, e Giovanni Alberto (1964-1997) detto Giovannino, morto all'età di 33 anni per un tumore; in seconde nozze sposò Allegra Caracciolo (1945), cugina della cognata, dalla quale ha avuto Andrea (1975) e Anna (1977). Andrea Agnelli è attualmente l'unico a portare il cognome del capostipite Giovanni Agnelli. -
Jenő Károly - Allenatore
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JENÖ KÁROLY Fu a cavallo degli anni «venti» – scrive Umberto Maggioli su “Hurrà Juventus” del settembre 1965 – che i primi allenatori stranieri cominciarono ad arrivare in Italia. Furono di varie nazionalità: inglesi, come Ging che fu al Pisa; Smith, famoso fondatore della scuola alessandrina; Burgess del Padova. Per non parlare del grande William Garbutt, maestro del football genovese, che Vittorio Pozzo, quale Commissario Unico della «nazionale» chiamò più volte al proprio fianco quale allenatore degli «azzurri».Ma era il periodo in cui le tendenze dei dirigenti il calcio italiano erano decisamente orientate verso il tipo di gioco che a quel tempo era definito di «scuola danubiana»: basato sulla perfezione della tecnica personale, svolto con preordinati schemi che risultavano sovente di rara efficacia. Gioco non fantasioso, ma altamente redditizio. Operarono così da noi boemi, come Nehaddoma, anche ottimo giocatore, che operò a lungo nella Pistoiese; l’ungherese Koeszegy, della Lazio; per non parlare poi dei bravissimi istruttori viennesi come Fellsner, «mago» avanti lettera, che fece le fortune del Bologna; Stürmer del Torino e poi anche della Juventus.Quella bianconera fu la prima società che si fece costruire un proprio campo di gioco – il conosciutissimo di corso Marsiglia, inaugurato nel 1923 – ma non a richiedere i servigi di titolati tecnici d’oltre frontiera. In tal senso aveva sino allora seguito criteri, diremo così, «artigianali» e casalinghi. Prima del grande conflitto mondiale 1915-18 e subito dopo, la squadra era stata tecnicamente e disciplinatamente diretta da soci volenterosi che nell’incombenza si avvalevano principalmente il più delle volte dell’esperienza acquisita giocando in prima squadra. Allora erano chiamati semplicemente «accompagnatori», e il primo che la Juventus ebbe fu il signor Portigliatti, che aveva militato nelle formazioni sociali con un certo profitto; poi fu ugualmente giocatore anche suo figlio. «Accompagnatore» juventino fu anche il buon Freilich, proveniente dal Casale, che finì poi per svolgere principalmente mansioni di bravo massaggiatore. Un quasi autentico allenatore la Juventus lo ebbe con l’ing. Guido Debernardi, che giocò anche in «nazionale» e proveniva dall’ambiente granata. Da Debernardi, che era anche ufficiale del Genio militare in servizio permanente effettivo, pensò presto di dedicare le sue ampie cognizioni tecnico-sportive alla costruzione specializzata di impianti destinati ai più svariati sports e numerose sono ancora oggi in Italia – e anche all’estero – le sue apprezzate realizzazioni; specie quelle eseguite per conto del CONI.Cosicché il primo autentico allenatore che la Juventus ha avuto al proprio servizio deve essere considerato l’ungherese Karoly, del quale il calcio italiano aveva avuto modo di accorgersi in occasione delle molte partite internazionali che l’undici «azzurro» ebbe modo di giocare contro i «rossi» d’Ungheria, anche avanti lo scoppio della prima guerra mondiale poiché questo eccezionale atleta fu l’inamovibile medio-centro e capitano della poderosa rappresentativa danubiana. Contro l’Italia questo autentico fuori classe disputò una partita occupando il ruolo di mezzo destro e nel complesso delle sue prestazioni contro i nostri «azzurri» questo ungherese imponente e solido come un armadio ci rifilò almeno un paio di segnature.Lasciò la carriera agonistica allo scoppio del grande conflitto e dopo l’armistizio del 1918 iniziò un fortunato periodo di allenatore presso la società nella quale aveva sempre fornito opera di giocatore, ossia quel «M.T.K.» di fama mondiale. Da noi meglio e più sbrigativamente conosciuto sotto la generica denominazione di «emmetikappa». Ma il significato vero della sigla era «Magyar Toerevecks Klub», cioè «Club Polisportivo Ungherese». Anche sotto la guida di Karoly 1’M.T.K. seguitò a distinguersi nei tornei nazionali e internazionali; così, assieme a quella del Club, anche la fama del suo massimo tecnico sempre più si diffuse in tutto il continente europeo e anche oltre oceano.Fu allora che la Direzione juventina, che in quel tempo comprendeva persone di larghe vedute – era il tempo degli Edoardo Agnelli, del barone Giovanni Mazzonis, del geometra Piero Monateri, dell’avvocato Enrico Craveri e di tutti gli altri della cosiddetta «Belle Epoque» bianconera – entrò nell’ordine di idee tendente ad assicurarsi quel valente tecnico e preparatore. Il compito fu molto facile in quanto altri autorevoli componenti il consiglio direttivo – primi fra tutti i fratelli Ajmone Marsan – avevano larga cerchia di affari commerciali con tutti i paesi dell’ex-impero Austro Ungarico.Così, nel 1923, Karoly si trasferì a Torino quale «trainer», come si diceva allora, della squadra. Ma i suoi compiti non furono quelli di un semplice allenatore bensì addirittura di un personaggio che più tardi negli ambienti del calcio fu chiamato – prendendo di peso la definizione dal football inglese – «General Manager».Karoly venne alla Juventus che già contava 38 anni: ma possedeva poderoso fisico di atleta, scatto, velocità, scioltezza – per non parlare della somma abilità nel gioco – da renderlo addirittura migliore di parecchi fra gli elementi che la società gli aveva affidato.Era nato a Sopron – importante città dell’Ungheria – il 1° marzo 1885. Si chiamava Jeno, ossia Eugenio: nome che fra i magiari, da oltre due secoli, è sempre stato molto diffuso: per la semplicissima ragione che fu quello del Principe Eugenio Francesco di Savoia, duca di Soisson che, benché nato a Parigi, era piemontese puro sangue. Così Eugenio Karoly ebbe il destino di venire dalle piane danubiane proprio nella città originaria di quel valoroso condottiero vincitore dei turchi a Zenta e dei francesi, nel 1706, a Rivoli. E, probabilmente, fu proprio per tale chiaro accostamento storico che Eugenio Karoly scelse proprio Rivoli per abitarvi nella veste di «trainer» della Juventus.Moltissimi, e non solo fra i più anziani, bianconeri hanno conosciuto Karoly, lo hanno stimato e avuto quale amico. Uscito da ottima famiglia questo tecnico ungherese era di modi distinti ed elevata educazione; possedeva carattere rigido, vagamente autoritario, giusto nei rapporti con i giocatori, cordiale con tutti; anche se doveva esprimere qualche critica o distribuire un meritato rabbuffo. Sapeva incutere rispetto e obbedienza e dopo poco tempo ebbe la squadra ben in pugno. Negli allenamenti era di tendenze che più tardi furono definite quali «stakanoviste»: dell’opinione che gli sportivi si allenino molto. Sovente portava i giocatori a compiere lunghe passeggiate fra Torino e Rivoli, alternando il passo alla corsa.Con i più giovani allievi da lui formati giocavano allora in prima squadra anziani quali Carlo Bigatto, nato, cresciuto e... invecchiato in casa. Dallo Spezia Karoly fece acquistare Munerati e il terzino Gianfardoni, nonché quel Joseph Viola, mediocentro, suo connazionale, nato nel 1896 a Komaron, molte volte «nazionale» d’Ungheria; poi, dall’Hungaria, fece assumere alla Juventus Ferencz Hirzer, nato nel 1902 a Budapest.Jeno Karoly plasmò la sua squadra con tocco magistrale e la accompagnò verso i successi che non potevano mancare: ottenne prima onorevoli classifiche nel torneo nazionale e poi, in quello del 1925-’26 il primato assoluto. A quel tempo il campionato si giocava, con organico di 24 squadre, divise in due gironi. L’undici bianconero ottenne il primato del suo girone realizzando i risultati seguenti: con il Parma 6-0 e 3-0; col Padova 3-2 e 2-2; con la Sampierdarenese 1-2 e 5-1; col Milan 6-0 e 2-l; con la Pro Vercelli .1-0 e 3-2; Alessandria 4-0 e 3-1; Livorno 3-0 e 2-2; Cremonese 4-0 e 0-0; Mantova 7-1 e 5-0; Reggiana 4-1 e 0-2; Genoa 2-0 e 3-1: come dire che primeggiò nel suo girone con tutte vittorie meno tre pareggi e due sole sconfitte.Il Bologna si classificò al primo posto nell’altro girone e così le due rivali si dovettero affrontare nelle finali. Si gioco prima a Bologna l’11 luglio del 1926 e si finì in pareggio per 2-2 quindici giorni dopo replica a Torino, il 25 luglio, e fu uno 0-0. La finalissima tu disputata a Milano 1’1 agosto: diresse l’arbitro Achille Gama, il migliore di quei tempi, segnarono prima i bolognesi, ma la Juventus pareggiò le sorti con un bolide di Piero Pastore, poi i bianconeri suggellarono la loro superiorità con una segnatura dell’ala sinistra Giuseppe Torriani, un tarchiato brunetto che sapeva muoversi e spesso piazzare tiri proibiti.Ma al coronamento della sua opera, all’apoteosi bianconera del campionato di quell’anno Jeno Karoly non poté assistere: ebbe infatti la nera sfortuna di mancare improvvisamente d’un attacco cardiaco il 27 luglio nella sua casa di Rivoli lasciando la famiglia e la Juventus nel più acuto cordoglio. La società onorò la memoria del suo tecnico non facendo mancare ampia assistenza ai familiari e provvedendo a sistemare una degna sepoltura nel cimitero torinese: sulla tomba venne posto il simulacro di un pallone da gioco in bronzo, riprodotto alla perfezione con i suoi pannelli e la legatura, come allora usava.Il ricordo del suo bravissimo tecnico è rimasto sempre alimentato nell’ambiente bianconero e mai mancarono al tumulo visite e omaggi floreali, che erano ripetuti anche quando a Torino giungevano squadre ungheresi o sportivi magiari isolati. Scaduto il trentennio regolamentare il figlio di Jeno Karoly, diventato medico, è venuto a Torino per raccogliere pietosamente i resti del genitore. Sandro Zambelli, che ha assistito all’esumazione, racconta che il cranio di Karoly appariva ben conservato e staremmo per dire somigliantissimo, specie per il fatto che lui stesso, in vita, provvedeva – specie prima d’ogni partita – a passarvi sopra diligentemente il rasoio, tirandolo a lucido: e non si è mai saputo se lo facesse per igiene o magari per scaramanzia.Jeno Karoly è ricordato alla Juventus con rispetto e quasi venerazione, come per un uomo giusto, bene educato, atleta di classe e insegnante di calcio quali pochi ce ne furono in Italia. Conosceva tutte le sfumature del gioco, e sapeva insegnarle. Una volta Mario Meneghetti, che nella squadra a quel tempo era il più anziano, perché nato nel 1893, ebbe modo di confessare a un intimo: «Credevo di sapere giocare bene di testa fino a quando il signor Karoly non mi ha spiegato i miei difetti anche in questo particolare e non mi ha corretto».E se si considera che il novarese Mario Meneghetti è stato il mediocentro che nel calcio italiano meglio primeggiava nel gioco di testa ci sembra che tale confessione sia il migliore elogio e riconoscimento alla sua bravura di tecnico e di istruttore; che del resto nessuno ha mai messo in dubbio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/02/jeno-karoly.html -
JENÖ KÁROLY https://it.wikipedia.org/wiki/Jenő_Károly Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 15.01.1886 Luogo di morte: Torino Data di morte: 28.07.1926 Ruolo: Allenatore Nazionale Ungherese Alla Juventus dal 1923 al 1926 Esordio: 10.05.1923 - Amichevole - Spal-Juventus 3-1 Ultima partita: 27.05.1925 - Amichevole - Atalanta-Juventus 2-1 0 presenze - 0 reti Allenatore della Juventus dal 1923 al 1926 92 panchine - 50 vittorie - 22 pareggi - 20 sconfitte 1 Campionato di Prima Divisione Jenő Károly (Budapest, 15 gennaio 1886 – Torino, 28 luglio 1926) è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese. Jenő Károly Nazionalità Ungheria Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1919 - calciatore 1926 - allenatore Carriera Squadre di club 1903-1910 MTK Budapest 106 (95) 1910-1919 Budapesti AK ? (?) Nazionale 1903-1918 Ungheria 25 (10) Carriera da allenatore 1919-1923 Savona 1923-1926 Juventus Carriera Nella sua carriera agonistica, Károly ha militato in due squadre della sua città natale: il MTK Budapest (con cui vinse tre campionati nazionali) e il Budapesti AK. Fu il capitano della nazionale magiara nella prima occasione in cui fu dato il permesso dal regime asburgico di giocare come «Ungheria» anziché come «Budapest», la gara contro l'Italia al Millenarys Palia di Budapest del 26 maggio 1910 vinta dai padroni di casa per 6-1, in cui segnò il quarto gol magiaro; venne selezionato in nazionale anche per il torneo olimpico di Stoccolma 1912. Nel 1920, terminata la carriera da calciatore, Károly intraprese quella di allenatore professionista, trasferendosi in Italia e guidando per tre stagioni il Savona. Nel 1923, per volere dell'allora presidente Edoardo Agnelli, fu ingaggiato dalla Juventus diventando così il primo tecnico professionista nella storia del club: prima di allora, erano i calciatori ad accordarsi sulla formazione da schierare in campo. Morì il 28 luglio 1926 d'infarto, pochi giorni prima della finale di Lega Nord della Prima Divisione tra Juventus e Bologna: Károly fu considerato il vincitore morale di quel campionato, che vinse la Juve, con József Viola a sostituirlo in veste di giocatore-allenatore, superando prima i felsinei e poi nella finalissima nazionale l'Alba Roma. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino. Palmarès Giocatore Campionato ungherese: 3 - MTK Budapest: 1903, 1908, 1910
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Federico Munerati - Giocatore E Allenatore
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FEDERICO MUNERATI Nel suo calcio, le ali giocavano entrambe avanti e il loro compito principale era quello di effettuare traversoni per i piedi o per la testa del centrattacco. Se il cross arrivava da sinistra, l’ala destra si proiettava incontro al pallone per incornarlo in rete e viceversa. Munerati sapeva fare in modo ottimale entrambe le cose, perché era un giocatore velocissimo e opportunista, con eccezionali doti di palleggiatore che gli permisero di vestire la maglia bianconera 254 volte e di realizzare ben 114 gol. SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERO A quei tempi non c’erano i numeri sulle maglie dei calciatori, quasi un segno della pari dignità dei ruoli, dello spirito collettivo del gioco. Poi sarebbero venuti, ad accendere la fantasia dei ragazzi nelle partite di strada, il «numero 9», speso immaginario e comunque preteso dal proprietario del pallone, ambitissima insegna del goleador o, in sottordine, il «5», regista del centro campo. In seguito anche l’«11» avrebbe avuto i suoi momenti di gloria, grazie alle bordate di Gigi Riva, prima che diventasse incontrastato sovrano il «10» che da Valentino Mazzola a Gianni Rivera, da Puskas a Schiaffino, da Sivori a Maradona, da Pelé a Platini si è via via affermato come insegna del più bravo, la cifra del genio, al punto che il pomposo Diego Armando lo pretende per contratto anche nelle partite per beneficenza. Nessuno ha mai reclamato (anzi) per avere il «7», uno dei più negletti della mitologia calcistica, che pure conta tra i suoi profeti gente come Garrincha, Matthews, Hamrin. Julinho o, per restare alla Juventus, Muccinelli e Causio. Da ragazzi era il ruolo dove veniva relegato il meno dotato, perché all’ala nuocesse di meno. Quando non esistevano le riserve in panchina è stato anche il posto degli azzoppati, Al più un ruolo tattico, da pedina mascherata, spesso un ripiego se non un esilio: vi giocò, con vistosi mugugni, Boniperti; lo ebbe, alla fine della carriera, Bettega. Chi, da ala destra, visse più a lungo d’arte (calcistica) e d’amore (juventino) è un tipo che si perde nella notte delle leggende, quando il «numero 7» era invisibile su quelle maglie così naif della Juventus fine anni ‘20. Aveva una faccia da bello del cinema e una capigliatura – come dire? – gramsciana o, per avvicinarsi a paragoni più frivoli, alla Roberto D’Agostino. E un nome già da solo minaccioso, come un deterrente per le difese avversarie... Provate a immaginarlo scandito dall’altoparlante di uno stadio con le sue quattro sillabe: Munerati. Ha lasciato pochi aneddoti, storie curiose, ma in compenso una somma di gol che nessun altro juventino, giocando nel suo stesso ruolo, è riuscito a eguagliare. È addirittura il capo-cannoniere assoluto della Juventus nei campionati che precedettero il girone unico. Dopo Combi, fu il primo ad arrivare nella formazione che sarebbe diventata quella del mitico quinquennio. Cominciò avendo come compagni uno studente di ingegneria (Grabbi), un eterno dilettante (Bigatto), un aspirante divo di Cinecittà (Pastore). Finì con Cesarini, Ferrari, Orsi. Quattro scudetti e se dovessimo giudicare sulla cruda base delle cifre potremmo consacrarlo come la più grande ala destra nella storia della Juve, pur con tutte le riserve del caso su questi divertiti verdetti. Si chiamava Federico, nome beneaugurante per approdare a Torino, dove arrivò giovanissimo, appena ventunenne. Aveva giocato nello Spezia (la squadra della sua città natale), che allora, negli anni ‘20, faceva addirittura la serie A. Poi nel Novara. Un anno da riserva, il secondo da titolare (il primo gol, all’Inter), il terzo da capo-cannoniere della squadra, il quarto da campione d’Italia. A Torino erano rispettosamente incuriositi da quella sua vistosa capigliatura in epoche in cui andava di moda imitare Rodolfo Valentino con etti di brillantina: scoprirono che non solo quel ragazzo era abile nel palleggio ma straordinario nel gioco di testa. Allora era una qualità rara. Oggi, supponiamo, le gazzette lo chiamerebbero «ricciolo gol». Ai suoi giorni, con cronisti sportivi che si ispiravano a Guida da Verona, era «dribbleur riccio!»: qualche ammiratore lo giudicava inferiore solo a Cevenini III, il grande Zizì... «Era decisivo» è il secco parere di Ninì Varglien, suo compagno di scudetti anni ‘30. Gli avevano chiesto, quasi per gioco, di fare un paragone con la Juventus degli anni ‘80 e di assegnare voti in un’immaginaria pagella. Varglien attribuì un 10 a Orsi, 9 a Combi, 8 a Munerati. Giovanni Ferrari, che scriveva sui giornali sportivi, lo descriveva così: «Un vero senso dell’opportunismo: dove c’era un pallone da gol, lì capitava lui. Molti i suoi gol decisivi, Di testa, poi, era un acrobata. Aveva un gioco lineare, non molto veloce, con bel cross al centro». I cross, allora, erano un’arma insidiosa del gioco, forse più di oggi e Munerati era abilissimo nel calibrarli (come nel concluderli in gol quando a farli era il compagno dell’altra sponda). Proprio a un pallone calciato dalla bandierina dell’angolo è legato il suo più bel ricordo in maglia azzurra (tra il 1926 e il 1927 quattro partite in nazionale): il pallone finì sulla testa di Della Valle, bastava spingere e fu gol, nella rete del grande Zamora. Quel giorno, a Bologna, la Spagna venne battuta per 2 a 0. Giocò in maglia bianconera per più di 10 anni, dal 1923 al 1933. Gli agiografi di cose juventine non lo ricordano per quanto meriterebbe, ma bisogna ammettere che non era facile catturare l’attenzione in una squadra dove già s’imponeva gente come Combi, Rosetta, Caligaris e poi Monti, Cesarini, Orsi. In compenso, dicevamo, Munerati ha lasciato vistose tracce della sua presenza sui tabellini dei marcatori. Spessissimo dopo un gol concedeva il bis; in un paio di occasioni ne segnò tre, una volta fu contro la Fiorentina, strapazzata per 11 a 0 (era d’ottobre, tempo di vendemmia, nel 1928); una domenica, ai vecchi rivali della Pro Vercelli, ne fece addirittura 4. In quella stessa stagione fu protagonista, si racconta, di un episodio che è entrato nell’aneddotica un po’ enfatica del calcio che fu. Dunque, un sabato ormai estivo del 1930, i giocatori della Juventus erano a Genova per la partita domenicale. Passeggiavano in una via del centro, dirigenti in testa, tipo comitiva collegiale. Tutti insieme, disciplinatamente. Meno Munerati, sparito all’improvviso, si dice, dietro le belle gambe di una ragazza. Un’assenza piuttosto breve e probabilmente innocente. La sera, tuttavia, in albergo Munerati si sentì convocare dal vicepresidente, il leggendario barone Mazzonis (con quel nome così temibile), e seppe che, per punizione, l’indomani sarebbe rimasto fuori squadra. Forse era lo «stile Juve» che nasceva. Proprio a Genova, tre anni dopo, disputo la sua ultima partita in bianconero: aveva ormai largamente superato la trentina, era guardato come un anziano e un piccoletto venuto dal Brasile, Pietro Sernagiotto, gli stava rubando il posto. L’avrebbe vestita ancora, quella maglia, ma in circostanze che sembravano solo vagamente patetiche e si rivelarono tragiche: un dolce pomeriggio di ottobre del 1940 Munerati scese in campo con i compagni di una volta per una partita di «vecchie glorie». Fu quel giorno che Berto Caligaris sì accasciò sul prato per non rialzarsi mai più. A quel tempo il grande «Caliga» allenava la Juventus. A sostituirlo fu chiamato proprio Munerati. Doveva essere l’incarico di una settimana: andò avanti per due anni. Si concluse con una vittoria, in Coppa Italia. VLADIMIRO CAMINITI Munerati, di nome Federico, uno altone, con una bella faccia ariosa, che si aiutava a essere bello con una capigliatura frenetica, tutti quei capelli neri a riccioli. Lo chiamarono Ricciolo. Giocò in una Juventus che cresceva ogni giorno a vista d’occhio. Come dire, gli anni che crearono la leggenda, il mito della fidanzata d’Italia com’è stato scritto. Lui un ragazzone stellante, dagli occhi nerissimi, come giocatore ala destra (vecchio stile), corsa sull’out e cross ficcante, ma anche una certa capacità nell’accentrarsi e, su tutto, un senso del goal medianico. Sì, un gran bel giocatore, che durò oltre 11 anni, ed ebbe sempre gran cuore juventino. L’Italia dal ‘22 al ‘33 conobbe le rivoluzionarie cose che sappiamo; dalla così detta Marcia su Roma in poi, Benito Mussolini capo del governo, e subito duce del fascismo. Il fascismo. Anche i calciatori non possono esimersi. Il saluto fascista per le squadre di calcio diventa obbligatorio. La libertà si è spenta. In compenso, la Juve diventa lo squadrone che stabilisce un primato di vittorie e di organizzazione, inventando lo stile Juventus o, meglio, fissandolo nel marmo delle vittorie epiche, che si inaugurano con l’anziano Munerati ala destra. Munerati è uno dei sopravvissuti dello scudetto del 1926. Munerati ha affascinato con la sua figura eccentrica anche il piccolo Gianni Agnelli. Era fantastico, per i ragazzini, vedere apparire i calciatori che guadagnavano tante lire dando dei calcioni a una sfera di cuoio; doveva risultare assai divertente in mezzo alle quotidiane lagne degli studi seri e obbligatori. Munerati aveva certe spensieratezze; una volta, a Genova, tarda primavera del 1930, perse la comitiva dei compagni e dirigenti a passeggio per via XX Settembre, dietro le gambe di una bella ragazza. Perché meravigliarsi? «Sono belli gli occhi neri, sono belli gli occhi blu, ma le gambe ma le gambe…» canterà presto un ritornello. Mazzonis non la pensò ugualmente, e il baldo attaccante finì in tribuna, il giorno dopo, l’accogliente tribuna in legno del già glorioso stadio Marassi col suo bel prato verde a schiena di asino. Munerati, quattro sillabe che facevano paura ai portieri. Campionato 1925-26, stagione quasi epica, segna 10 volte in ventidue partite; i suoi goal di testa sono stupendamente semplici, grandi testatone; i suoi goal di piede sono dell’opportunismo più sfacciato. Ogni traiettoria che pare persa lui la conquista. Pare lento, ma è tutta apparenza. Ha velocità progressiva. Ha forza di tiro. Ha sicuro talento. Gli nuoce, per la popolarità, giocare in una Juve dove agiscono personaggi già famosi, Combi, Rosetta, Hirzer, Allemandi, Viola, Pastore, Vojak, insomma l’ala destra non gode del carisma di quel biondo ungherese che esalta il gioco con finezze radiose, e non ha la fama del ragioniere vercellese che non colpisce mai il pallone con la fronte ma conquista ogni traiettoria con la semplicità della classe più pura. Non è né Hirzer né Rosetta, a parte che, negli anni ‘20, i ruoli del calcio che piacciono di più sono quelli di centravanti e di portiere. Centravanti della squadra è un aspirante attore, bellissimo a tempo perso: Pastore. Muore Jeno Karoly, l’allenatore verdiano (un fissato dell’opera lirica, sa a memoria tutto Verdi e ne fischietta arie e motivi), dopo la seconda partita della finale con il Bologna. Uno 0-0 che lo fa incavolare tantissimo, va a casa stanchissimo e muore. Il cuore è malato. Il Bologna è già lo squadrone che tremare il mondo fa, e inoltre si avvale della protezione di Arpinati, eminenza grigia del fascismo. Ma la Juventus vince ugualmente, 2-1 la terza partita, si salva con goal di Pastore e Vojak. L’Alba di Roma subirà una carrettata di goal: 12-1. È il secondo scudetto e tra le lacrime i bianconeri lo festeggiano degnamente con i dirigenti Mazzonis, Cravero, Bebè Gola, tra amici vecchi e nuovi e il presidentissimo Edoardo Agnelli. Qui comincia la gloria. Il 29 maggio 1927, Munerati gioca in Nazionale a Bologna contro la Spagna del magico Zamora. Vincono gli azzurri 2-0 e il secondo goal, l’autorete di Prats, nasce da un corner battuto da Ricciolone, che va a rimbalzare tra Della Valle e Prats, il quale fatalmente batte il suo portiere. Campionato 1930-31, dunque, secondo a girone unico: nella Juventus gioca anche Orsi. Mussolini ha almeno unito patriotticamente (c’è anche la Triestina) l’Italia del fascio. Campionato a 18, con squadroni assoluti come Juventus, Roma, Bologna, Genova, Ambrosiana. Il Torino e la Lazio fanno la parte loro, con giocatori straordinari come Baloncieri, Libonatti, Sclavi e quel Pastore che è stato felice juventino, ma felicemente si è trasferito a Roma attratto irresistibilmente da Cinecittà. È il primo scudetto della serie che conta, di Munerati. Ne vincerà altri due, prima di dover lasciare passo e strada a un piccolotto sudamericano: Sernagiotto. Munerati chiude con la Juve proprio mentre in via Filadelfia si inaugura il nuovo stadio comunale, intitolato naturalmente a Mussolini. Oramai è superato, con i suoi 32 anni, per la squadra che ha il «divino» Orsi all’ala, il centravanti che sfolgora con goal bellissimi: Borel II. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/09/federico-munerati.html -
Federico Munerati - Giocatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
FEDERICO MUNERATI https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Munerati Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 16.10.1901 Luogo di morte: Chiavari (Genova) Data di morte: 26.07.1980 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Soprannome: Ricciolo - Mune Alla Juventus dal 1923 al 1933 Esordio: 07.10.1923 - Prima Divisione - Juventus-Inter 2-0 Ultima partita: 18.06.1933 - Serie A - Genoa-Juventus 3-2 249 presenze - 111 reti 4 scudetti Allenatore della Juventus 1940-1941 Federico Munerati, detto Mune (La Spezia, 16 ottobre 1901 – Chiavari, 26 luglio 1980), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo ala. Tra i più importanti nel ruolo nella storia della Juventus, è stato bandiera bianconera per undici stagioni, vincendo a Torino quattro campionati italiani (1925-1926, 1930-1931, 1931-1932 e 1932-1933) e partecipando alla genesi del Quinquennio d'oro; inoltre con 114 gol totali in maglia juventina, si trova al 10º posto nella classifica marcatori all time del club bianconero. Federico Munerati Munerati alla Juventus nel 1932 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1939 - giocatore 1953 - allenatore Carriera Giovanili 19?-19?? Virtus Spezia Squadre di club 1919-1921 Virtus Spezia ? (?) 1921-1923 Novara 25 (10+) 1923-1933 Juventus 249 (111) 1933-1934 Sampierdarenese 32 (9) 1934-1935 Pistoiese 13 (1) 1935-1938 Biellese 14 (3) 1938-1939 Pavese Luigi Belli 1 (0) Nazionale 1926-1927 Italia 4 (0) Carriera da allenatore 1935-1938 Biellese 1939-1940 Pavese Luigi Belli 1940-1941 Juventus 1942-1946 Fanfulla 1947-1948 Pavia 1948-1949 Acireale 1949-1951 Biellese 1951-1952 Borgosesia 1952-1953 Biellese 195?-196? Borgosesia 1963-1964 Lavagnese Caratteristiche tecniche Soprannominato "Ricciolo" per via dei capelli neri e riccioluti, fu un calciatore molto moderno per la sua generazione: era infatti un'ala destra coriacea e risoluta, dalle grandi doti atletiche, aiutato da un fisico potente ma asciutto. Rapido, opportunista e con eccellenti qualità tecniche (soprattutto nel palleggio), in un calcio in cui ai giocatori di fascia era ancora prettamente demandato il compito di servire traversoni per i centrattacco, Munerati preferiva andare incontro al pallone anziché attendere il passaggio da parte dei compagni, indole che gli consentì di diventare decisamente prolifico sottorete, a tutti gli effetti un bomber aggiunto della squadra. È oggi ricordato come una delle ali destre più forti nella storia della Juventus, al pari di futuri eredi nel ruolo quali Stacchini, Causio, Damiani, Mauro, Di Livio e Camoranesi. Carriera Iniziò a giocare a calcio nella sua città natale tra le file dello Virtus Spezia, per poi passare ventunenne al Novara, all'epoca formazione di primo piano del panorama calcistico italiano, con cui fece il suo debutto nell'allora massima serie italiana, la Prima Divisione. Dopo una sola stagione con i gaudenziani, nel 1923 venne acquistato dalla Juventus, club dove rimarrà per i successivi undici anni. Munerati (in piedi, quarto da destra) nella Juventus della stagione 1930-1931, al primo scudetto del Quinquennio d'oro. Nel primo anno a Torino, si ritrovò a esser schierato da mezzala per non togliere spazi sulla fascia al più veloce compagno di squadra Grabbi, e occasionalmente ben si comportò anche da attaccante puro. Fu nella stagione 1924-1925 che il tecnico danubiano Jenő Károly, nel frattempo sedutosi sulla panchina bianconera, lo spostò definitivamente e con successo all'ala destra: si trattò del primo tassello, nella costruzione del prolifico attacco juventino che negli anni seguenti farà incetta di scudetti. Il primo titolo arrivò già nel campionato 1925-1926, quando con Pastore centrattacco, e i neoacquisti Torriani a sinistra e il magiaro Hirzer mezzala, Munerati emerse tra i maggiori protagonisti di un successo che i piemontesi attendevano da ben ventuno anni. Nelle stagioni seguenti la squadra rimase ai vertici, tuttavia "Mune" dovette attendere gli anni 1930 per riassaporare la vittoria; nel 1927 il calciatore dovette inoltre affrontare, insieme al compagno di squadra Pastore, un'accusa di combine in merito al caso Allemandi, da cui entrambi ne uscirono con un semplice richiamo ufficiale da parte del presidente federale Leandro Arpinati. Assieme al portiere Combi e al terzino Rosetta, Munerati fu di fatto l'anello di congiunzione tra la Juventus campione d'Italia nel 1926 e quella del Quinquennio d'oro, a cui contribuì per i primi tre dei suoi cinque titoli consecutivi (1930-1931, 1931-1932 e 1932-1933). Dal 1931 iniziò a dividersi i compiti sulla fascia col più giovane Sernagiotto, oriundo brasiliano acquistato dalla dirigenza proprio in vista della sua futura sostituzione, e a cui lascerà definitivamente il posto due anni più tardi. Con 114 reti in 256 presenze totali (111 in 249 nei campionati) è ancora oggi il decimo goleador di tutti i tempi per la squadra torinese, nonché lo spezzino più prolifico di sempre in Serie A. Da qui alla fine del decennio militò con alterne fortune in compagini minori come Sampierdarenese, vincendo nell'unica sua stagione a Genova il campionato di Serie B 1933-1934, Pistoiese e Biellese, sino al ritiro dall'attività agonistica avvenuto nel 1939 con la Pavese Luigi Belli. Munerati (in piedi, quarto da destra) in nazionale a Bologna nel 1927, per la gara inaugurale dello stadio Littoriale. Conta 4 presenze in nazionale, collezionate tra il 1926 e il 1927. Giocò anche in nazionale B nella prima partita della rappresentativa, ad Esch-sur-Alzette il 17 aprile 1927, terminata con la vittoria degli azzurri contro il Lussemburgo per 5-1. Finita la carriera di calciatore iniziò quella di allenatore, veste che ricoprì nella stessa Juventus nella stagione 1940-1941 subentrando al posto dello scomparso Umberto Caligaris; tra gli altri club guidati figurano anche il Fanfulla tra il 1942 e il 1946 e, a più riprese, la Biellese e il Borgosesia. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933 Campionato italiano di Serie B: 1 - Sampierdanerese: 1933-1934 -
CARLO ANSERMINO https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ansermino Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 04.02.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.03.1963 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1922 al 1923 Esordio: 04.02.1923 - Prima Divisione - Juventus-Derthona 2-0 Ultima partita: 22.04.1923 - Prima Divisione - Milan-Juventus 0-0 4 presenze - 2 reti Carlo Ansermino (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Carlo Ansermino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1922-1923 Juventus 4 (2) 1923-1924 Alessandria 3 (0) Carriera Con la Juventus disputa 4 gare con 2 gol nel campionato di Prima Divisione 1922-1923. In seguito disputa 3 partite con l'Alessandria nella stagione 1923-1924.
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GIUSEPPE MONTICONE Noto con il nomignolo di Nabo, ebbe purtroppo una carriera brevissima, perché un crudele destino lo tolse alla Juventus e ai molti amici che in poco tempo si era creato. Eppure nulla poteva far supporre che la vita di Giuseppe sarebbe stata stroncata in così breve lasso di tempo: la natura non era certo stata avara con Nabo, dotandolo di struttura fisica quasi perfetta, per non dire eccezionale. Era un combattente nato, che eseguiva il suo lavoro senza disperdersi in azioni confuse e avventurose, ma incanalando la sua condotta tra le sponde della sagacia, dell’ordine e del rendimento completo.Morfologicamente era un longilineo dalla muscolatura compatta. Giocava guidato da un insuperabile istinto e da un felice tempismo; aveva uno stile che lo metteva immediatamente in evidenza nel corso della partita. Il suo migliore campionato fu senza dubbio il 1923-24, quando la Juventus, senza i sei punti che le furono tolti a tavolino in seguito alle note vicende del caso Rosetta, avrebbe certamente vinto il titolo. E quell’anno la squadra bianconera non sola perse il campionato, ma anche il suo amatissimo Monticone.Era una fredda domenica il 28 dicembre e la Juventus doveva giocare a Torino contro l’Andrea Doria, che aveva in porta il povero Seghesio, morto poi di tisi poco tempo dopo. Improvvisa e atroce giunse sul campo la notizia che, nella notte, era spirato Nabo, a causa di un aneurisma aortico. Aveva appena ventiquattro anni. Scese, sul campo di Corso Marsiglia, un senso di gelo e di sgomento che si diffuse tra gli spettatori alla terribile notizia. I suoi compagni in atteggiamento simbolico, attesero per circa un quarto d’ora l’arrivo del loro compagno, del quale sapevano che non avrebbe mai potuto più raggiungere lo stadio per disputare insieme a loro la consueta domenicale partita di campionato. Fu un’attesa vana e dolorosa. Si videro alcuni volti tesi nel dolore e qualcuno solcato da alcune lacrime furtive che venivano asciugate di nascosto agli altri, tanto per darsi ognuno un contegno coraggioso, anche se, in effetti, il dramma li toccava tutti veramente nel cuore.Riportiamo alcuni passi da “Il Calcio”, un settimanale di Genova dell’epoca: «La morte improvvisa di Monticone, l’aitante centro sostegno dei bianconeri juventini, ha gettato nella costernazione i suoi compagni di squadra, che hanno giocato la partita odierna per puro spirito di disciplina, ma con l’angoscia nel cuore. E l’andamento del gioco, come ognuno può immaginare, ha risentito delle condizioni di animo di tutti i giocatori in campo, poiché è doveroso rilevarlo, anche i doriani diedero dimostrazione palese della loro sensibilità al dolore degli avversari».La Juventus pianse la perdita di un atleta di sicuro avvenire, ma soprattutto la scomparsa di un caro e simpatico ragazzo.“LA STAMPA” DEL 29 DICEMBRE 1924Un grave lutto della Juventus! La Juventus è stata tragicamente colpita! Monticone è morto! Nel pomeriggio di sabato essa inviava ai giornali la composizione della sua squadra per la partita dell’indomani contro la Doria, allineando Giriodi al centro-attacco e Barale I all’ala sinistra e mantenendo alle spalle degli attaccanti l’ottimo trio di sostegno Viola, Monticone, Bigatto. Nella notte Monticone moriva per aneurisma.Era uno dei migliori elementi della Juventus, come giocatore e come carattere. Giovane simpatico, aitante, aveva fatto le sue prime prove nei “liberi”. La squadra Donatello dovette specialmente a lui molti suoi brillanti successi. Passato agli juventini vi trovò una famiglia. Tutti gli volevano bene. I competenti pronosticavamo in lui il futuro centro half della Nazionale. Aveva bisogno di “farsi le ossa” ancora un po’ e sarebbe diventato uno dei più brillanti giuocatori. Károly lo curava, con particolare amorevolezza, gli insegnava i segreti del bel giuoco. Ogni vittoria juventino aveva in sé un po’ dell’anima del giovane campione. Un soffio traditore l’ha spento.Erano le dieci e mezza di sera. Stava con il padre. Disse: «Voglio bere ancora un bicchiere di vino con te». Toccarono, bevvero. Si alzò. «Ora vado a letto, perché domani voglio giuocar bene. Gli austriaci del Rapid hanno detto che verranno a vederci e voglio fare una bella partita». Che cosa avvenne nella notte? Diede un urlo. Il padre si precipitò e il figlio rantolando gli spirò tra le braccia. Una paralisi cardiaca?Era il giuocatore italiano che divideva con Cevenini III il privilegio di “avere più fiato”. Dopo una partita, era pronto a ricominciarne una seconda. Nella mattinata di domenica la notizia corse sui fili del telefono nei centri sportivi, lasciando tutti sgomenti. Non ci si voleva credere. Pareva un macabro scherzo. Ma i dirigenti juventini comunicavano la ferale novella con il singhiozzo in gola. Alle quattordici e trenta il campo era affollatissimo. La Juventus aveva formato una squadra di ripiego. Essa entrò sul terreno con il lutto al braccio. A metà del primo tempo, mentre il giuoco era a metà campo, l’arbitro diede tre colpi secchi di fischietto e si scoprì. I giuocatori si formarono di scatto, si irrigidirono sull’attenti. Tutto il pubblico si levò in piedi a capo scoperto. Un cagnolino uggiolò, poi il campo fu avvolto dal pieno silenzio. Per un minuto le migliaia di persone presenti rivolsero un mesto pensiero al povero giovane esangue, laggiù, in un bianco lettuccio, con le vene spezzate. Molti amici del morto avevano gli occhi pieni di lagrime. Un colpo di fischietto: lo sport, dopo il muto e malinconico omaggio, riprendeva il suo dominio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/giuseppe-monticone.html
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GIUSEPPE MONTICONE https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Monticone Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 16.12.1900 Luogo di morte: Torino Data di morte: 28.12.1924 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Nabo Alla Juventus dal 1922 al 1924 Esordio: 08.10.1922 - Prima Divisione - Derthona-Juventus 1-2 Ultima partita: 21.12.1924 - Prima Divisione - Juventus-Sampierdarenese 4-1 52 presenze - 3 reti Giuseppe Monticone, detto Nabo (Torino, 16 dicembre 1900 – Torino, 28 dicembre 1924), è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Giuseppe Monticone Monticone alla Juventus Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 19??-1922 Settimo ? (?) 1922-1924 Juventus 52 (3) Carriera Monticone arrivò alla Juventus prelevato dal Settimo in cambio di undici palloni da calcio. Fece il suo esordio con i bianconeri contro il Derthona l'8 ottobre 1922, in una vittoria per 2-1, mentre la sua ultima partita fu contro la Sampierdarenese il 21 dicembre 1924, in una vittoria per 4-1. Morì infatti il 28 dicembre seguente a causa di aneurisma aortico. Nelle tre stagioni bianconere collezionò 52 presenze e 3 reti.
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GUIDO MAZZA https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Mazza Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 18.01.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 20.04.1977 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1922 al 1925 Esordio: 25.03.1923 - Prima Divisione - Esperia-Juventus 0-1 Ultima partita: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 3 presenze - 0 reti Guido Mazza (Torino, 18 gennaio 1903 – 20 aprile 1977) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Guido Mazza Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Squadra Juventus Termine carriera 1925 Carriera Squadre di club 1922-1925 Juventus 3 (0) Carriera Guido Mazza detto Mazza II, fu fratello minore di Luigi Mazza (Mazza I) e maggiore di Pio Mazza (Mazza III). Tutti i tre fratelli erano giocatori del Circolo Valentino Torino di Hockey su ghiaccio e furono nazionali agli europei del 1924. Solo Guido e Pio giocarono anche a calcio e tennis. Partecipò con la Juventus ai campionati del 1922-23 e 1923-24 e alle attività amichevoli dell'anno successivo, venendo schierato in totale in tre partite ufficiali e cinque amichevoli. Una volta ritiratosi dall'attività sportiva, si dedicò all'attività di agente di cambio.
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GUIDO GIANFARDONI Nel 1922, la Juve si rinforza con un terzino nato nel febbraio 1901 a La Spezia e di cui si dice un gran bene. Si chiama Guido Gianfardoni. Ha buona corsa e calcia discretamente, ma soprattutto non ha paura di nulla e di nessuno.La Juve che ha appena scoperto il talento di Combi portiere e la grinta di Bigatto mediano e intrepido capitano sistema un altro tassello nel mosaico della squadra destinata prima o poi a primeggiare. Certo, fin che ci si accontenta di lottare per le prime posizioni, anche un Gianfardoni può essere protagonista.Quando, però, nel 1925, la squadra allestita dal presidente Edoardo Agnelli punta decisamente al titolo, ci si accorge che anche per il ruolo di terzino serve qualcosa di meglio. Il forte Allemandi e il classico, splendido Rosetta diventano titolari, con Gianfardoni di immediato rincalzo.Ma lo spezzino è ambizioso, non si accontenta di fare il comprimario e neppure si esalta per lo scudetto del 1926 cui pure contribuisce in modo significativo.Decide di andarsene e l’Ambrosiana Inter è ben lieta di acquistarlo. Con i neroazzurri vincerà nel 1930 un altro scudetto, stavolta da titolare.Alla Juve, il suo bilancio di 44 partite e 4 reti in quattro stagioni non è comunque disprezzabile. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/guido-gianfardoni.html
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GUIDO GIANFARDONI https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Gianfardoni Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 25.02.1901 Luogo di morte: Novara Data di morte: 26.04.1941 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Gianfa Alla Juventus dal 1923 al 1926 Esordio: 07.10.1923 - Prima Divisione - Juventus-Inter 2-0 Ultima partita: 04.07.1926 - Prima Divisione - Genoa-Juventus 1-3 44 presenze - 4 reti 1 scudetto Guido Gianfardoni (La Spezia, 25 febbraio 1901 – Novara, 26 aprile 1941) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Guido Gianfardoni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1935 - giocatore 1941 - allenatore Carriera Squadre di club 1919-1921 Virtus Spezzina ? (?) 1921-1923 Novara 42 (0) 1923-1926 Juventus 44 (4) 1926-1931 Ambrosiana 126 (1) 1931-1932 Lecce 27 (2) 1932-1933 Ambrosiana-Inter 2 (0) 1933-1934 Cremonese 3 (0) 1934-1935 Spezia 0 (0) Carriera da allenatore 1935-1938 Spezia 1938-1939 Macerata 1939-1941 Borzacchini Terni Carriera Terzino dal gioco essenziale, forte colpitore di testa, inizia a giocare nella Virtus La Spezia prima di passare al Novara. Dalla stagione 1923-1924 è alla Juventus, dove gioca per tre stagioni, vincendo uno scudetto (5 presenze nella stagione 1925-1926) e totalizzando complessivamente 44 presenze con 4 goal. Dal 1926 è all'Inter, dove vince da protagonista lo scudetto 1930. L'anno dopo subisce un grave infortunio, che ne pregiudica la carriera. Gioca la sua ultima partita in nerazzurro il 25 giugno 1933 (Inter-Napoli 3-5), dopo un breve parentesi a Lecce, l'anno precedente. Nell'Inter gioca complessivamente 128 gare con 1 gol segnato. Dopo una stagione alla Cremonese, gioca con lo Spezia, che l'anno seguente passa ad allenatore: sotto la sua guida, i bianchi conquistano una promozione nel campionato cadetto dopo un serrato testa a testa con la Sanremese. Nel 1939-1940 è alla guida della Borzacchini Terni in Serie C. Sembra avviato a una grande carriera da allenatore, ma un male incurabile lo stronca nel 1941, a soli 40 anni. Curiosità Grande fu la commozione nella città di Terni, dove il tecnico aveva seduto in panchina finanche colpito da dolori, proiettando peraltro la squadra alle soglie dei play-off nel torneo 1940-1941. In suo ricordo esiste ancora una squadra, la Gianfardoni-Real Serenissima Terni, che milita nei campionati minori umbri. Palmarès Calciatore Campionato italiano: 2 Juventus - 1925-1926 Inter - 1929-1930 Allenatore Campionato italiano Serie C: 1 - Spezia: 1935-1936 Serie C: 1 - Borzacchini Terni: 1940-1941
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PIERO GILLI https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Gilli Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 08.07.1897 Luogo di morte: Torino Data di morte: 19.09.1967 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1921 al 1924 Esordio: 02.10.1921 - Prima Divisione - Verona-Juventus 1-2 Ultima partita: 20.04.1924 - Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 18 presenze - 2 reti Piero Gilli (Torino, 8 luglio 1897 – Torino, 19 settembre 1967) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Piero Gilli Gilli (in piedi, secondo da destra) alla Juventus nella stagione 1920-1921 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Carriera Squadre di club 1921-1924 Juventus 18 (2) Carriera Fece il suo esordio con la maglia della Juventus contro il Verona il 2 ottobre 1921 in una sconfitta per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro l'Inter il 20 aprile 1924 in un pareggio per 2-2 dove segnò i due suoi unici gol in bianconero. In due stagioni collezionò 18 presenze. Rimase in società anche al termine della sua carriera agonistica.
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GAETANO GALLO Piccolo, stupendo atleta, esuberante di entusiasmo e di carica agonistica, Gallo era arrivato giovanissimo alla Juventus, nel periodo immediatamente dopo la fine della prima Guerra Mondiale, proveniente dal Carignano. Giudicandolo ora, a tantissimi anni di distanza, viene da pensare che Tano possedesse un pochino delle doti di molte altre celebri ali juventine; lo scatto di Sernagiotto, il tiro improvviso di Præst, la scaltrezza di Muccinelli, la velocità di Menichelli. In più, il buon Gallo possedeva una decisione incredibile nei contrasti con l’avversario e, purtroppo, questa sua abitudine di non fermarsi mai, anche quando la prudenza glielo avrebbe consigliato, gli costò la frattura di una gamba.L’infortunio avvenne sul campo di Corso Marsiglia, il 30 marzo 1924, in una gara contro il Padova vinta per 3-0 con ben due rigori parati da Combi. Gallo si precipitò su un pallone, mentre dai pali della porta avversaria, usciva alla disperata il portiere patavino Lodolo. Lo scontro fu assai duro e la peggio toccò proprio al povero Gallo. «Su una rapida puntata in avanti dei juventini – si legge su “La Stampa” – uno degli avanti bianconeri veniva atterrato fuori dell’area di rigore da un padovano. L’arbitro fermava il giuoco, concedendo il calcio di punizione, ma, portato dal proprio slancio, Gallo proseguiva e si scontrava violentemente con Lodolo uscito dal goal. Nel fraterno amplesso in cui i due uomini cadevano l’uno sull’altro, il torinese riceveva una tal carezza a un ginocchio da dover esser trasportato fuori del campo. Il fatto provocava un piccolo tentativo di invasione del campo con scambio delle cortesie di rito fra giuocatori e borghesi. Poi la pace ritornava in famiglia coll’espulsione di Lodolo».Dovette stare fermo per oltre un anno e, quando riprese a giocare, non era più lui. Rimase ancora alla Juventus, la società che egli adorava e poi, nel 1925, si trasferì al Casale, dopo aver indossato per sole quarantadue volte la maglia bianconera e realizzato sette goal. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/10/gaetano-gallo.html
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GAETANO GALLO https://it.wikipedia.org/wiki/Gaetano_Gallo Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 24.02.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 02.05.1962 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: Tano Alla Juventus dal 1921 al 1925 Esordio: 02.10.1921 - Prima Divisione - Verona-Juventus 1-2 Ultima partita: 03.05.1925 - Prima Divisione - Juventus-Padova 0-2 42 presenze - 7 reti Gaetano Gallo (Torino, 24 febbraio 1903 – aprile 1962) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Gaetano Gallo Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1927 Carriera Squadre di club ????-1921 Carignano ? (?) 1921-1925 Juventus 42 (7) 1925-1927 Casale 32 (6) Carriera Giocò nel Carignano da dove lo acquistò nel 1921 la Juventus. Fece il suo esordio con il club torinese contro il Verona il 2 ottobre 1921 in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Padova il 3 maggio 1925 in una sconfitta per 0-2. In quattro stagioni bianconere collezionò 42 presenze e 7 reti. Lasciò il sodalizio torinese nel 1925 per il Casale, dopo un terribile infortunio in una gara del 1924 contro lo stesso Padova, in cui ebbe un durissimo scontro di gioco con il patavino Libero Lodolo che lo costrinse fuori dai campi da gioco per oltre un anno. Fu anche collaboratore con le squadre minori.
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LUIGI GIOVANNI FERRERO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Ferrero Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 26.02.1904 Luogo di morte: Torino Data di morte: 29.10.1984 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Ciua - Acciuga Alla Juventus dal 1921 al 1925 Esordio: 07.10.1923 - Prima Divisione - Juventus-Inter 2-0 Ultima partita: 13.04.1924 - Prima Divisione - Juventus-Virtus Bologna 1-0 31 presenze - 1 rete Luigi Giovanni Ferrero (Torino, 26 febbraio 1904 – Torino, 29 ottobre 1984) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Luigi Ferrero Luigi Ferrero allenatore dell'Ambrosiana Milano Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1940 - giocatore 1968 - allenatore Carriera Giovanili 191?-1921 Juventus Squadre di club 1921-1925 Juventus 31 (1) 1926-1927 Libertas Lucca 16 (8) 1927-1930 Pistoiese 79 (27) 1930-1932 Ambrosiana 40 (11) 1932-1937 Bari 124 (36) 1937-1940 Torino 51 (11) Carriera da allenatore 1940-1941 Bari 1941-1943 Pescara 1945-1947 Torino 1947-1951 Fiorentina 1951-1952 Lucchese 1952-1954 Atalanta 1954 Verona 1955-1956 Lazio 1956-1957 Inter 1958-1959 Fiorentina 1960-1961 SPAL 1963-1964 Prato 1968 Fiorentina DT Carriera Giocatore Già nelle giovanili della Juventus, esordisce in campionato con la maglia bianconera a Livorno il 19 marzo 1922 contro i labronici. Anche se è considerato una riserva, nel ruolo di ala gioca con i bianconeri fino al 1925. Dopo un anno in Prima Divisione nella Libertas Lucca, nel 1927-1928 passa agli arancioni di Pistoia, dove rimane per un triennio. Nel 1930 torna in Serie A vestendo la maglia nerazzurra dell'Ambrosiana Inter campione d'Italia di Giuseppe Meazza e dopo due stagioni viene ceduto al Bari: con lui i pugliesi scendono in B. Resta legato ai galletti biancorossi per un lustro conquistando la promozione nel 1934-1935. Chiude, infine, con il calcio giocato tornando a Torino stavolta nella sponda granata dove gioca fino al 1940. Allenatore Intraprende subito la carriera di allenatore e nel 1940-1941 allena il Bari insieme al direttore tecnico Raffaele Costantino. I biancorossi, che avevano attuato ben tre cambi di panchina nella stagione precedente, chiuderanno il campionato all'ultimo posto. Per un biennio, prima della guerra, allena il Pescara. Nel dopoguerra Ferruccio Novo lo chiama nella sua Torino ad allenare i granata. La squadra è quella del Grande Torino con cui vince due scudetti. Nel 1947 accetta di allenare la Fiorentina che si è salvata per il rotto della cuffia e lascia il Torino nelle mani di Mario Sperone. Siede sulla panchina per quattro anni riportando i gigliati nelle parti alte della classifica, nel 1958 chiamato dalla squadra toscana al posto di Fulvio Bernardini, perse la finale di Coppa Italia. Nel 1951-1952 prova a salvare dalla Serie B, senza riuscirci, la Lucchese, venendo sostituito. Rimane comunque su una panchina di Serie A allenando l'Atalanta per due stagioni. Chiamato da un altro torinese, Roberto Copernico, arriva a Roma. I due piemontesi prendono in mano la Lazio nella stagione 1955-1956 (Copernico già da un anno era alla guida della squadra biancoceleste). Non finiscono la stagione. L'ultimo incontro sulla panchina delle Aquile risale all'8 gennaio 1956 (Lazio-Pro Patria 2-0) in coppia con l'inglese Jesse Carver, che sostituì la coppia Copernico-Ferrero guidando la Lazio fino alla stagione 1960-1961. La stagione dopo approdò alla guida del Football Club Internazionale Milano, ma venne sostituito da Annibale Frossi (il direttore tecnico che lo affiancava sulla panchina nerazzurra) dopo 25 giornate. Nel 1960 viene chiamato da Paolo Mazza ad allenare la sua SPAL e resterà un anno con i biancoazzurri dove fece esordire Osvaldo Riva e Francesco Scaratti. Lanciò inoltre definitivamente Sergio Carpanesi e Romano Taccola. Successivamente allenerà il Prato in Serie B e nel 1968 ricoprirà il ruolo di direttore tecnico della Fiorentina, affiancato dall'allenatore Andrea Bassi. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Bari: 1934-1935 Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Torino: 1945-1946, 1946-1947
