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Pietro Leonardi - Dirigente
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PIETRO LEONARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Leonardi_(dirigente_sportivo) Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 29.12.1963 Ruolo: Dirigente Sportivo Dirigente del settore giovanile della Juventus dal 2000 al 2004 Pietro Leonardi (Roma, 29 dicembre 1963) è un dirigente sportivo italiano. Carriera Le esperienze in giro per l'Italia Inizia la carriera da Direttore Generale alla Polisportiva Monterotondo Calcio, presso cui trascorre tre stagioni in Serie D dalla stagione 1991-92 alla stagione 1994-95. Dalla stagione 1995-96 è Direttore Generale dell'Aquila. La stagione successiva passa all'Empoli, militante in Serie B come Direttore Sportivo, con il quale raggiunge la promozione nella massima serie, dove rimane fino alla stagione 1998-99. Approda per pochi mesi, dal luglio al dicembre 1999, al Savoia prima di passare alla Juventus nel 2000, nel ruolo di Responsabile del Settore Giovanile. Nel 2004 lascia la squadra di Torino per assumere il ruolo di Direttore Generale prima alla Reggiana dall'agosto 2004 al dicembre 2004. Dal gennaio 2005 al giugno 2006 è all'Udinese, come Direttore Generale. Nella stagione 2006-07 è Vice Presidente alla Cisco Roma. Torna all'Udinese nelle stagioni 2007-08 e 2008-09 come Direttore Generale. Gli anni al Parma I primi tempi e l'attivo di bilancio Nel giugno 2009 entra nell'organico del Parma. Inizialmente con il ruolo di Direttore Generale, poi nell'ottobre 2009 nominato dall'assemblea dei soci anche amministratore delegato del Parma Fc, con poteri di firma e gestione della liquidità. Nella stagione 2010-11 ottiene l'importante risultato di un attivo di Bilancio, primo utile dell'era Ghirardi, conseguito attraverso una gestione oculata delle risorse, riduzione dei costi, differenziazione dei ricavi e il realizzo di plusvalenze. Il 26 marzo 2012 firma un contratto che lo lega con la società Parma fino al 2017. Con il Parma nella stagione 2011-12 ottiene un 7º posto con 56 punti e un filotto record di 7 vittorie consecutive. Nel 2012-2013 arriva 10º in campionato e agli Ottavi di Coppa Italia. Il sogno svanito dell'Europa Nella stagione 2013-14, dopo aver portato Antonio Cassano al Parma, ottiene un 6º posto con 58 punti e record in serie A di 17 risultati utili consecutivi. L'accesso all'Europa League, tuttavia, viene vanificato dalla mancata concessione della Licenza UEFA, a causa di inadempienze nei versamenti Irpef da parte della società da lui amministrata. Il responso della prima commissione federale sarebbe poi stato confermato anche dalla seconda e dall'Alta Corte del Coni. Anche i successivi ricorsi alla Giustizia Ordinaria (Tar Lazio e Consiglio di Stato) non avrebbero restituito al club il diritto acquisito sul campo di partecipare alle coppe europee. La crisi societaria e le dimissioni Nella stagione 2014-2015 la squadra finisce in fondo alla classifica e, indebitata per quasi 100 milioni, nel gennaio 2015 viene ceduta dal presidente Ghirardi all'imprenditore albanese Rezart Taçi con Leonardi che mantiene il suo incarico e che il 25 gennaio 2015, in seguito alla contestazione della curva dopo Parma-Cesena 1-2, è colto da un malore a causa dello stress e viene ricoverato in ospedale. Il 13 febbraio viene deferito dalla FIGC per non aver documentato l'avvenuto pagamento delle ritenute IRPEF e contributi INPS per le mensilità di luglio, agosto e settembre 2014; lo stesso giorno si dimette dal CdA del club rimanendo come direttore generale nella dirigenza del nuovo presidente Giampietro Manenti. La settimana seguente viene ricoverato per problemi di ipertensione e il 21 febbraio viene trasferito nella clinica privata "Città di Parma" specializzata nella cura degli stati d'ansia e per quelli depressivi. Il giorno seguente circa mille tifosi protestano sotto casa sua insultandolo. Il 4 marzo si dimette dall'incarico di direttore generale per motivi di salute e per non essere d'impaccio alla nuova dirigenza visto il difficile momento. Intanto insieme all'ex presidente Ghirardi viene indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nell'inchiesta della Procura di Parma sulla gestione della società. Il 14 marzo Leonardi e Ghirardi vengono inibiti per 4 mesi. Il passaggio al Latina Durante l'estate 2015, si diffonde la notizia di un possibile passaggio al Latina in Serie B, voce anche alimentata dalla sua presenza in campo al termine di una partita di inizio campionato. La società smentisce l'ingaggio di Leonardi. Tuttavia Leonardi figura nell'organigramma della squadra come Direttore Generale, cosa per altro confermata dalla sua presenza presso la panchina durante le partite del Latina. Il 21 ottobre viene ufficialmente nominato dg della squadra pontina. Il 23 settembre 2016, dopo essere stato squalificato in primo grado per 5 anni con preclusione in merito al fallimento del Parma, si dimette dall'incarico. Il Latina fallisce 6 mesi dopo. -
Pietro Giuliano - Calciatore e Direttore Generale
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PIETRO GIULIANO Una vita dentro la Juventus, per la Juventus. Grande passione e competenza, nessuna voglia di mettersi in mostra, secondo il carattere piemontese. Il dottor Pietro Giuliano, prima segretario, quindi General Manager e poi Direttore Generale della Juventus nasce a Caluso, il 9 novembre del 1936. Moglie, due figli, una famiglia serena, la maggior parte della giornata passata a fianco di Boniperti. Giuliano entra di diritto anche nella storia della Juventus, intesa come squadra.Qualche stagione fra i rincalzi («I primi contatti con Giampiero avvennero – ricorda – nelle settimanali partite titolari-riserve oramai passate di moda, ed erano battaglie feroci, noi non ci stavamo a farci mettere sotto e loro si arrabbiavano»), quindi l’esordio in Serie A il 19 febbraio 1956 a Torino, contro i rossoalabardati triestini.Giocò solamente quella partita: «A me è bastata, anche se è ovvio che quando si è giovani si fanno sogni più belli. Ma io sapevo capire la realtà, ci sono gradini difficili da salire nel calcio professionistico e poi avevo anche gli studi, parallelamente. Ho fatto le due cose insieme, ho un buonissimo ricordo di quel periodo».Pietro Giuliano, assorbito sempre più dallo studio, si staccò via via dallo sport per entrare sempre di più nella veste del dottore in scienze economiche. Lasciata la Juventus (squadra e ambiente), giocò ancora un poco tra amici e intanto iniziò quella che oramai credeva sarebbe stata la sua vita di lavoro. Impieghi alla Banca Ceriana, all’Azienda Elettrica Municipale, alle officine Savigliano, quindi il ruolo di Capodivisione all’ospedale Amedeo di Savoia: «Il calcio era oramai lontano dai miei pensieri, anche la Juventus la seguivo oramai con affetto, ma da lontano».Si riavvicinò alla Juventus, nella primavera del 1970, quando incontrò nuovamente Giampiero Boniperti: «Il mezzogiorno di una domenica, nella chiesa del Santo Natale si celebrava una messa in ricordo di mio padre. Sul portone, all’uscita, l’incontro con Giampiero e la sua famiglia, i soliti convenevoli. Poi Boniperti sbotta: “Vediamoci, sentiamoci, ho una cosa da dirti”. Confesso che non l’ho cercato, nelle giornate seguenti. Non per sfiducia, certo, ma perché conoscevo Giampiero come un uomo dalle cento idee, ma anche con molti impegni. Mi telefonò lui, con tono di rimprovero. Mi voleva alla Juventus, a lavorare per la società. Ho detto sì, e ne sono felice. Vedere il calcio la domenica e viverlo dal di dentro tutta la settimana è affascinante!».Rimane alla Juventus fino al 1990, quando si dimette Boniperti. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/pietro-giuliano.html -
Pietro Giuliano - Calciatore e Direttore Generale
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PIETRO GIULIANO Nazione: Italia Luogo di nascita: Caluso (Torino) Data di nascita: 09.11.1936 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 19.02.1956 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 1 presenza - 0 reti Segretario, General Manager e Direttore Generale della Juventus dal 1970 al 1990 -
PIETRO PAOLO VIRDIS È entrato nella storia juventina, più che per le sue gesta, per quel clamoroso (per quei tempi) rifiuto di vestire la maglia bianconera. Nell’estate 1977, infatti, Boniperti lo vuole a Torino. La valutazione è di oltre due miliardi: la Juventus che non era riuscita a raggiungere Riva non vuole lasciarsi scappare quello che è considerato, da tutti, il suo erede. Ma poche ore dopo la firma del contratto, il giocatore rifiuta il trasferimento, con motivazioni in gran parte personali.Dopo un colloquio con Boniperti e un ultimatum che non gli lascia scelta, Pietro Paolo raggiunge Villar Perosa il 25 luglio, il giorno fissato per il raduno. L’avvocato Agnelli avrebbe rinunciato a lui; dice, infatti, in quelle ore: «Inutile forzare una decisione, si rischia di compromettere sul nascere ogni rapporto».«Fu una storia davvero strana – ricorda Virdis – io non avevo alcuna intenzione di lasciare la mia terra e per questo puntavo i piedi, ma le pressioni, affinché cambiassi idea, si rivelarono insostenibili. Non so come, ma il massimo dirigente bianconero riuscì a trovarmi e, così, sottoscrivemmo l’accordo nello scantinato di un negozio di Santa Teresa di Gallura».Pietro nasce in provincia di Sassari il 26 giugno 1957 e si mette in evidenza con la maglia del Cagliari: buona tecnica, forte di testa, fisicamente adatto a combattere alla pari con i difensori più arcigni, grande determinazione, ma anche un caratterino niente facile. La Juventus ripone molta fiducia in quel baffuto ragazzo, in prospettiva futura, per sostituire Boninsegna.Gli inizi sono molto confortanti: alla prima giornata di campionato arriva il Foggia al Comunale: da 0-0 al riposo al clamoroso 6-0 finale, a cui contribuisce entrando all’inizio della ripresa. Poi, a Napoli, segna addirittura il goal della vittoria, candidandosi a giocare titolare ma, improvvisamente, si blocca. Prima si accampano scuse tecniche, si parla di incomprensioni con il Trap, di difficoltà di ambientamento nella grande città, poi la triste realtà; mononucleosi, campionato finito. La Juventus vince il diciottesimo scudetto e arriva in semifinale di Coppa dei Campioni ma Virdis colleziona poche presenze.Virdis ha, comunque, la fiducia dell’ambiente juventino e il 1978-79, è una stagione decisamente migliore: pur estraniandosi spesso dal gioco, contribuisce alla causa bianconera in modo importante, facendo da sponda a Bettega e segnando goal decisivi. È il secondo cannoniere della Juventus, dopo Bettega, e un suo goal al Catanzaro in semifinale spiana alla squadra la strada per la conquista della Coppa Italia.Purtroppo, il rendimento di Pietro non è costante, talvolta è anche poco concentrato in zona goal: la stagione successiva, le sue presenze tornano a scendere e il suo contributo ritorna marginale. La società decide che sia meglio trovargli un posto dove rigenerarsi: ritorna, in prestito a Cagliari per un anno, dove disputerà una stagione positiva, di chiaro rilancio.«Sono stato io a chiedere a Boniperti di ritornare alla Juventus, perché volevo riprendere contatto con le mie vere possibilità, rifacendo il cammino fin dai primi passi. E poi c’era un altro motivo importante; mi ero reso conto che ero partito con il piede sbagliato, quando arrivai a Torino la prima volta. Quel rifiuto al mio trasferimento condizionò immediatamente il rapporto tra me e l’opinione pubblica; non solo, ma addirittura fra me e i miei compagni. Ecco il motivo per cui non ebbi a rendere a sufficienza, ecco perché sorse quella barriera fra me e i tifosi bianconeri. Quando si è giovani, si crede e si pensa di essere maturi, però non lo si è mai abbastanza; a conti fatti, ci si accorge di navigare nel bel mezzo del mare dell’errore. È quanto è successo a me; per un anno ho vissuto fra così tanti errori da restarne distrutto moralmente».Il miglior Virdis di sempre si vede nel 1981-82, al ritorno dalla Sardegna. È lui uno dei protagonisti di una Juventus tosta e poco spettacolare, quando è chiamato a sostituire Bettega, infortunatosi seriamente e costretto a chiudere con largo anticipo la stagione e a rinunciare al Mondiale in Spagna. Virdis è capocannoniere juventino, con nove centri in campionato e tre nelle coppe, ma ha il torto e la sfortuna di dare il massimo quando la concorrenza nel ruolo si è fatta, in prospettiva, terribile. La Juventus recupera Paolo Rossi, dopo la squalifica, esplode Nanu Galderisi e stanno arrivando Platini e Boniek; per Pietro Paolo Virdis, non c’è più spazio.Lascia la Juventus per l’Udinese, dopo 110 partite e ventinove reti, molte in assoluto ma poche rispetto alle premesse. Virdis, tenacemente cercato a vent’anni, dieci anni più tardi, nel Milan di Gullit e Van Basten, si rivelerà davvero un ottimo giocatore.GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1982Ci sono personaggi difficili, nel ricco e variegato mondo del pallone. Difficili da capire, da inquadrare in schemi convenzionali. Decifrabili solo a patto di essere superficiali, di lasciare da parte certi dettagli che poi dettagli non sono, ma l’essenza stessa del personaggio. È difficile, tanto per scendere al concreto, essere Pietro Paolo Virdis, personaggio di una Juve presente eppure già sorpassata, viva eppure già irrimediabilmente dietro l’angolo.La vicenda bianconera di Pietro ha il sapore delle stagioni vivaldiane, compresa com’è tra estati rutilanti e spesso sfarzose e inverni di riflessione e talora di fatalismi. Sono anni importanti, per il personaggio e per la squadra, e al tirare delle somme riesce difficoltoso liberarsi da certi influssi sentimentali, di quel romanticismo che vive a fianco di personaggi del pallone, e più che mai aleggia intorno a Pietro Paolo Virdis.Non vogliamo ricostruire passo dopo passo la carriera juventina, ma certo non si può fare a meno di qualche riferimento storico. La storia, nel caso di Virdis, fornisce, in effetti, elementi preziosi per inquadrare, tecnicamente e anche umanamente, il personaggio.Il primo approccio di Pietro alla Juve è già emblematico: il personaggio è consistente, lineare nella sua complessità, per nulla comodo. C’era uno schema tradizionale dell’approdo ai colori bianconeri, fatto di entusiasmi incondizionati, di emozioni, di ringraziamenti a destra e a manca. Virdis se ne discosta apertamente e clamorosamente, soffrendoci per primo, perché è fuor di dubbio che certi rifiuti, meditati e rimeditati, costano più di qualunque assenso.L’immagine dell’attaccante è già ben delineata quando finalmente avviene il primo, festoso incontro con i tifosi. Un’immagine specialissima, perché ci si attende giustamente molto da un giovane sul cui talento non c’è da discutere. E il giovane sembra essere subito sulla diritta via. Il debutto in campionato è di quelli da ricordare, con prestazione araldica contro Foggia e goal di solare bellezza contro il Napoli a Fuorigrotta. Allora è fatta, abbiamo il nuovo Pietro, pensa affrettatamente qualcuno, che già avvicina Virdis al non dimenticato mito Anastasi. Non è fatta per niente.Il personaggio è difficile, e certi fattori ambientali lo rendono ancora più difficile. Solo, nella grande e fredda città che esalta i miti, e che lo attende una lotta dura e senza speranza. Subentra un fatalismo sottile che s’impossessa del ragazzo, troppo sensibile per poter fingere indifferenza.La Juve che arremba sui campi peninsulari preparando l’assalto all’Europa ha bisogno di Virdis soltanto in seconda battuta, potendo ancora contare sul più straordinario compare d’area di rigore dei tempi moderni, Boninsegna detto Bonimba. Per Pietro, briciole di gloria, come la notte del Glentoran, due reti stupende e una prestazione generosissima che passa in sostanza sotto silenzio. E poi, la malattia. Adesso, diventa difficile convincere il ragazzo che il suo fatalismo è fuori luogo. La stagione numero uno con la maglia bianconera è volata via senza soddisfazioni. E l’estate del Mundial argentino e dell’esplosione di Pablito Rossi anticipa per Virdis difficoltà ancora maggiore per l’anno seguente.Il 1978-79 sembra contraddire, almeno all’inizio, certi presagi poco favorevoli per il ragazzo sardo, che nel frattempo è militare. L’avvio è buono, con due reti di pregevole fattura segnate al Milan nella finale di un torneo di settembre. E contro i Rangers, nella prima partita di una nuova scalata alla Coppa Campioni, Pietro da un saggio delle sue doti di uomo goal realizzando una rete acrobatica che manda in visibilio lo stadio torinese. Sembra che non manchi nulla al definitivo decollo del sardo, che anche in campionato debutta con una doppietta a Verona.Virdis rimane Virdis, ossia il personaggio non facile, al quale nulla è regalato dal destino. E, infatti, le buone promesse non hanno un seguito adeguato. La Juve patisce momenti di autentico appannamento e proprio Virdis finisce coinvolto nel momento negativo della squadra, che ancora una volta è fuori dalle Coppe Europee e, per aggiunta della malasorte, è pure lontana dalle primissime posizioni in campionato.Gli alti e bassi della squadra e del centravanti continuano nella stagione successiva. Certi equivoci tecnici sulla funzione di Pietro nel contesto della squadra sono stati risolti felicemente, ma non basta per dare smalto ed entusiasmo a un atleta che ha urgente bisogno di ricaricarsi, sentendosi nel frattempo meno investito di responsabilità. Bettega pivot è il capocannoniere del campionato. Virdis torna al Cagliari in prestito. È la soluzione più saggia. Ritornerà diverso.È storia di ieri, il prosieguo di questo racconto. Pietro, che ha intanto trovato in Claudia l’ideale completamento della sua maturazione di uomo, torna in bianconero senza proclami e quasi in punta di piedi, ma si capisce subito che è cambiato profondamente, che ha tutto per essere davvero campione tra i campioni. La trasformazione è spiegata al mondo una sera di settembre, in occasione di Juve-Celtic di Coppa Campioni. Il suo goal di possesso, di rabbia ma anche di finezza, la dice lunga sulle sue doti mai del tutto espresse. E la svolta, tanto attesa e finalmente realizzata.Ora nessuno più si stupisce nel vedere Pietro risolvere da campione partite più delicate con acuti da cannoniere classico. Ad Avellino, a San Siro con il Milan e in tante altre circostanze i goal di Virdis spianano alla Juve la strada per conquistare la doppia stella. Alla fine, nove reti rappresentano il bilancio di un’annata senz’altro positiva.È stato l’attaccante juventino più assiduo con il goal, ha avuto momenti esaltanti, si è calato con umiltà e determinazione nei panni di Bettega assente per infortunio. Ma non bastano i goal, contro il destino. Ora la Juve, che recupera ed ha finalmente Pablito di tutti i sogni argentini, non può permettersi di sacrificare un personaggio della caratura di Virdis in panchina. Il controsenso tecnico emerge evidente, e non può che convenirne l’interessato. L’ultima delle stagioni vivaldiane di Pietro bianconero è finita in un crescendo di suoni e di immagini festose.Ma c’è da voltare pagina. Lineare, coerente con un destino certamente non favorevole, Virdis in versione Udinese deve già in partenza smorzare certi entusiasmi, per il noto, serio infortunio che lo costringe a saltare la parte iniziale della stagione. C’è solo da sperare, anzi da credere fermamente, che sia l’ultimo assalto della sorte. Lo merita il campione. Lo merita l’uomo.NICOLA CALZARETTA, “GS” DEL SETTEMBRE 2015Partirei dall’estate del 1977, quella del “gran rifiuto” alla Juve. Cosa c’è di vero? «Di vero c’era la delusione per aver fallito il pronto ritorno in A con il mio Cagliari. Arrivammo secondi a pari merito con Atalanta e Pescara. Lo spareggio a tre ci disse male e rimanemmo in B. Per cui io non volevo lasciare la squadra perché la volevo riportare in A».Tifavi Cagliari da piccolo? «Tenevo per la Juventus, ma andavo all’Amsicora con mio padre per vedere Riva e compagni. Nella stagione dello scudetto non abbiamo perso una partita in casa. E c’ero anch’io tra i tifosi che invasero il campo quando, a due giornate dalla fine, vincemmo lo scudetto. Lì è nato l’amore per la squadra della mia città».Ma tu non sei di Sassari? «Io sono di Sindia nel nuorese, a Sassari ci sono solo nato. Poi a sette anni, con tutta la famiglia, ci trasferimmo a Cagliari. Ho sempre avuto la passione per il pallone. Si giocava per strada, in spazi stretti o nei campetti, ore e ore. In quel modo ho messo a punto il mio talento. Mi presero nel settore giovanile della squadra dei Vigili Urbani di Cagliari. Ci allenavamo in un campo vicino all’Amsicora. Alcuni dirigenti del Cagliari mi notarono, ma poi decisero di lasciar perdere».Deluso? «Un po’ sì. Ma mi rifeci alla grande perché mi prese la Nuorese e a sedici anni ho esordito in Serie D. Fu duro staccarsi dalla famiglia. A Nuoro, dove abitavano ancora i miei nonni, stavo nella foresteria. Ogni tanto veniva mio nonno Sebastiano a controllare. Faceva di tutto per non farsi vedere. Fu una stagione molto positiva, segnai undici goal. Il Cagliari a quel punto fu costretto a ricredersi e mi comprò spendendo molti più soldi».1974. Dalla D alla Serie A e l’album Panini ti mette subito in figurina. Un bel salto mortale. «Non stavo nella pelle dalla gioia. Ero accanto al mio idolo Gigi Riva, c’erano altri reduci dello scudetto: Tomasini, Niccolai, Nené, Brugnera, Gori. In verità era un Cagliari in fase calante. Io feci il mio esordio alla prima giornata, 6 ottobre 1974, contro il Vicenza. Finì 0-0, giocai con il numero undici al posto di Riva».Quanto ha pesato l’eredità di Rombo di Tuono? «Non ci ho mai pensato, perché altrimenti il peso mi avrebbe schiacciato. Mi feci crescere anche i baffi, mi rendevano più uomo maturo. Mi sono messo a disposizione dei compagni. Ero l’ultimo arrivato, non potevo pretendere altro. Certo, il fatto che al pronti via mi abbiano dato la maglia di Riva è stato un segnale».In quel tuo primo campionato giochi diciannove volte, ma non segni mai. «Però, con me accanto, Bobo Gori fece dieci goal. Ho contribuito al suo successivo passaggio alla Juve (ride). Tendevo un po’ a deprimermi, anche se sapevo che il futuro era dalla mia. L’anno dopo, specie dopo l’ultimo gravissimo infortunio di Riva, giocai sempre più spesso titolare. Feci sei goal, ma non bastarono a salvare il Cagliari dalla retrocessione».E il quadro si complica. «Saltato Riva e con la squadra in Serie B, iniziarono a scarseggiare i finanziamenti. Gli stipendi venivano pagati con sempre maggiore ritardo. L’obiettivo dichiarato per la stagione 1976-77 era l’immediata promozione, ma il periodo d’oro era finito e i soldi andavano comunque trovati. Ergo, la mia futura cessione sarebbe diventata una dolorosa necessità».Perfetto, torniamo dunque all’estate 1977. Eravamo rimasti ai veri motivi del rifiuto e tra questi l’attaccamento alla maglia. Poi? «Non volevo lasciare la famiglia. Era morto da poco mio padre. C’erano mia madre e tre sorelle. Ero l’unico maschio, sentivo di dover fare l’uomo con i baffi. Questi sono i veri perché del rifiuto iniziale. Il resto è leggenda, comprese le fidanzate mai esistite».E intanto Boniperti viene in aereo a convincerti. «Boniperti era già in Sardegna, in vacanza a Santa Teresa di Gallura. Ci siamo incontrati due o tre volte, sempre di nascosto dai giornalisti. Parlammo a lungo, gli spiegai i miei motivi, lui mi tranquillizzò».E così si arriva alla scena finale della discesa dalla scaletta dell’aereo a Torino. «E poi si dice degli elicotteri di Berlusconi. Boniperti era già lì. Copione perfetto: lui sorridente con il giovane ribelle alla fine convinto e ricondotto alla ragione. Quel giorno si sprecarono i flash. E sorrisi anch’io, perché ero più che felice di indossare il bianconero».Cosa non ha funzionato a Torino? «Il primo anno mi ammalai, poi ci fu il servizio militare. Nel frattempo Boninsegna non mollava e giocava sempre meglio. Io accusai il colpo. Moralmente ero a terra. Mi aiutò molto Claudia, che conobbi lì a Torino e con la quale mi fidanzai. Lei, fin da quei primi momenti, ha avuto un ruolo fondamentale per me».Qualcuno ti ha mai fatto pesare il rifiuto? «Quando le cose non vanno bene, pesa tutto. Su di me c’erano enormi aspettative. In B l’anno prima avevo fatto diciotto goal, ero il nuovo Riva. I tifosi bianconeri non potevano essere contenti di me».E i compagni? «Mi accolsero bene, a partire da Gentile e Tardelli. Ma anche il Trap fu bravissimo con me: parlavamo molto, mi incoraggiava, sentivo la sua fiducia».Mai capitato di parlare con loro del rifiuto? «Qualche volta con Boniperti. Con i compagni mai. C’erano delle battute, tipo: “Ma che sei venuto a fare?”, “Ma perché non sei rimasto in Sardegna?”. In quelle occasioni mi ha fregato la durezza caratteriale, invece avrei dovuto essere più diplomatico e stare un po’ più al gioco. Mi arrabbiavo e me la prendevo».Dopo tre anni in bianconero, torni al Cagliari. Come maturò quella decisione? «Ne parlai con Boniperti, che capì la situazione. Decidemmo che avrebbe fatto bene a tutti un anno a casa. Io avevo bisogno di ritrovare fiducia in me stesso. Il tecnico del Cagliari, Tiddia, fu molto bravo con me. All’inizio non ero tra i titolari, poi iniziai a giocare sempre più spesso, prima di tornare nelle retrovie».Ci fu un motivo particolare? «Sì. Ragioni di mercato. Me lo disse Gigi Riva, passato nei quadri dirigenziali. “Dobbiamo mettere in vetrina Selvaggi che ha molte richieste. Tu tornerai alla Juve a fine prestito. Dobbiamo monetizzare”».1981: torni alla Juve e vinci lo scudetto. «Fu la migliore stagione a Torino. L’anno sabbatico mi fece bene. L’attacco si poggiava su di me, specie dopo l’infortunio a Bettega. Credevo nella riconferma».Invece? «Ero in vacanza a Parigi, tranquillo. Poi leggo sui giornali notizie su una mia possibile cessione. Chiamo subito in sede. Il “Boss” (Boniperti, ndr) mi dice che sarò confermato al 99,9%. Invece no. Ci rimasi malissimo. Pensavo di essermi meritato una nuova stagione alla Juve. Ma la società aveva speso molto ed io ero uno di quelli che potevano essere sacrificati a un prezzo interessante. Fu così che mi accordai con l’Udinese».Lo vivesti come un declassamento? «No, c’era già Causio e c’era la voglia di investire e far crescere la squadra, come mi spiegò Franco Dal Cin, dirigente dei friulani. La conferma ci fu sia con il mio ingaggio che con quello di Zico l’anno dopo».Due anni e l’ennesima risurrezione di Virdis. «Il primo anno fu problematico per un incidente al ginocchio in allenamento. Mi scontrai con il nostro portiere di riserva. Nell’azione precedente mi ero trovato da solo davanti a lui, lo avevo superato in dribbling e avevo fatto goal. Il preparatore gli disse di uscire con più convinzione. Nell’azione dopo, boom».Ti sei rifatto nella stagione successiva. «Dieci reti, una bella squadra con Causio e Zico come compagni di reparto. All‘ultima giornata affrontammo il Milan. Feci goal e di fatto si crearono le premesse per il mio passaggio in rossonero. Ariedo Braida, all’epoca direttore sportivo dell’Udinese, tentò di convincermi a rimanere. Ma di là c’era Gianni Rivera che mi voleva. E poi Nils Liedholm, che mi aveva cercato già anni prima quando allenava la Roma».In rossonero rimani fino al 1989, in tempo anche per vincere una Coppa dei Campioni. «A Barcellona, 24 maggio 1989. Mi fecero un bel regalo Sacchi e Gullit. Entrai al posto dell’olandese al 60’, eravamo già sul 4-0. Una gioia immensa indossando per l’ultima volta la maglia del Milan prima di andare a Lecce e vivere due stagioni belle».Ultima domanda: è mancato un po’ di azzurro alla tua carriera? «C’è stato quelle delle Nazionali minori e soprattutto dell’Olimpica. Mi basta così». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/pietro-paolo-virdis.html
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PIETRO PAOLO VIRDIS https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Paolo_Virdis Nazione: Italia Luogo di nascita: Sassari Data di nascita: 26.06.1957 Ruolo: Attaccante Altezza: 182 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: Tamburino Sardo Alla Juventus dal 1977 al 1980 e dal 1981 al 1982 Esordio: 21.08.1977 - Coppa Italia - Sambenedettese-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 110 presenze - 29 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Pietro Paolo Virdis, nome completo Antonio Pietro Paolo Virdis (Sassari, 26 giugno 1957), è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Pietro Paolo Virdis Virdis al Milan nella stagione 1985-1986 Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1991 - giocatore 2002 - allenatore Carriera Giovanili 1971-1973 Vigili Urbani Cagliari Squadre di club 1973-1974 Nuorese 25 (11) 1974-1977 Cagliari 75 (24) 1977-1980 Juventus 65 (14) 1980-1981 → Cagliari 22 (5) 1981-1982 Juventus 45 (15) 1982-1984 Udinese 45 (12) 1984-1989 Milan 135 (54) 1989-1991 Lecce 46 (8) Nazionale 1976-1978 Italia U-21 8 (1) 1987-1988 Italia Olimpica 15 (9) Carriera da allenatore 1998-1999 Atletico Catania 2001 Viterbese 2002 Nocerina Caratteristiche tecniche Centravanti, nel corso della sua carriera in massima serie fallì soltanto un calcio di rigore. Carriera Giocatore Club Virdis al Cagliari nel 1975 Attaccante, non ancora sedicenne gioca la sua prima stagione in prima squadra nella Serie D 1973-1974, segnando 11 gol con la maglia della Nuorese. L'anno successivo passa quindi al Cagliari di Gigi Riva, esordendo in Serie A il 6 ottobre 1974 in occasione del pareggio senza reti contro il L.R. Vicenza. I primi gol nel massimo campionato arrivano invece nella stagione 1975-1976 (6 in 23 partite), ma non riescono ad evitare la retrocessione in B dei sardi. Rimane in Sardegna anche nel successivo torneo cadetto, nel quale si mette in evidenza segnando 18 gol. Nell'estate del 1977, dopo una lunga trattativa alla quale inizialmente si oppone, viene ingaggiato dalla Juventus di Giovanni Trapattoni. Anche a causa di ciò fa fatica ad ambientarsi nei bianconeri, tuttavia conquista subito lo scudetto già nella prima stagione, quando ha per compagni di reparto Roberto Bettega e Roberto Boninsegna. Dopo aver vinto anche la Coppa Italia 1978-1979 ed aver passato la stagione 1980-1981 in prestito al Cagliari, vince infine un altro titolo nel 1982: in questa stagione disputa tutte le 30 gare di campionato segnando anche 9 gol, tuttavia viene ceduto all'Udinese per far posto a Paolo Rossi. In Friuli ritrova Franco Causio, già conosciuto a Torino, inoltre nel secondo anno arrivano anche Massimo Mauro e il fuoriclasse brasiliano Zico, che fa coppia con il connazionale Edinho: Virdis gioca con continuità in quel campionato e segna 10 reti. Virdis all'Udinese nel campionato 1983-1984, esultante con Gerolin. Nuovo trasferimento nel 1984, quando passa al Milan di Nils Liedholm. Viene generalmente schierato titolare e realizza 8 gol complessivi nelle tre edizioni della Coppa UEFA a cui partecipa; questi lo rendono il miglior marcatore del club nella competizione per quasi trent'anni (viene prima eguagliato da André Silva e poi superato da Patrick Cutrone nel 2018). Conquista poi, con 17 centri, il titolo di capocannoniere nella Serie A 1986-1987, mentre nella stagione 1987-1988 la squadra viene rinforzata con gli arrivi di Carlo Ancelotti, Ruud Gullit e Marco van Basten. Con i rossoneri, guidati da Arrigo Sacchi, vince quindi un altro scudetto, e la sua doppietta sul Napoli secondo a tre giornate dal termine è decisiva in questo senso. L'anno seguente, l'ultimo a Milano, partecipa anche alla Coppa dei Campioni nella quale segna 3 reti, ed è anche in campo nella ripresa della finale di Barcellona, che si conclude con il netto successo sulla Steaua Bucarest per 4-0. Nel 1989 viene ceduto al Lecce di Carlo Mazzone, che vince la concorrenza dell'Udinese. Si ritira dal calcio nel 1991, dopo due stagioni in Serie A, l'ultima delle quali terminata però con la retrocessione. Nazionale Con la Nazionale Under-21 conta 15 presenze e 9 gol, mentre con la selezione olimpica ha preso parte - come fuori quota - alle Olimpiadi di Seoul. Allenatore Abbandonata l'attività agonistica, ha conseguito la licenza per allenare. Ha guidato l'Atletico Catania e la Viterbese. Nel 2001 sostituisce Piero Cucchi alla guida della Nocerina, per la sua ultima esperienza in panchina. Dopo il ritiro In seguito ha lavorato come commentatore televisivo e gestisce un negozio di specialità enogastronomiche a Milano. Riconoscimenti Il Cagliari lo ha inserito nella sua Hall of Fame. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1977-1978, 1981-1982 - Milan: 1987-1988 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979 Supercoppa italiana: 1 - Milan: 1988 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1988-1989 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1986-1987 (17 gol)
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LUCIANO MIANI GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1976 È difficile sfondare venendo dal vivaio della medesima società, diceva qualcuno. Può essere. Ci sono casi clamorosi a favore di questa tesi, ma anche esempi emblematici dell’opposto. Una cosa è sicura: quando il giovin talento mandato a farsi le ossa, a corroborarsi in B o in C, viene richiamato in tutta fretta alla casa madre, ciò significa che il tipo ha un futuro, che le sue doti sono apprezzate, che insomma c’è posto per lui. È il caso di Luciano Miani, ventenne da Chieti (14 febbraio ‘56 la data di nascita), che torna in bianconero, dopo essersi formato calcisticamente nelle «minori» juventine, all’indomani di un’illuminata stagione in serie C, nelle file della Cremonese. Non si ipoteca il futuro, specie nel mondo del calcio. Ma il futuro di uno come Miani è quantomeno popolato di sviluppi interessanti, di prospettive pure rosee. Indispensabile cominciare da una breve carrellata sul passato. La parola all’interessato, che non si fa certo pregare. «Ho tirato i primi calci al pallone in una squadretta di Chieti, il River. Ho giocato lì in tornei giovanili sino al ‘72, l’anno del mio passaggio alle «minori» della Juventus. L’anno scorso sono stato ceduto in prestito alla Cremonese. È stato per me un fatto positivo sotto ogni punto di vista...». I conti tornano. 35 presenze su 38, alcune prestazioni di assoluto livello, il posto di titolare fisso nella Nazionale Semiprò. Il tutto per un ragazzo di vent’anni scarsi non può passare senza lasciare tracce. «È evidente che il salto per me non è stato roba da poco. Ho giocato quattro partite in nazionale C, credo di essermela cavata niente male...». Ma non parliamo soltanto del Miani calciatore e «libero» di avvenire in special modo. Anzi, per adesso, cerchiamo di non parlarne affatto. Inquadriamo il personaggio, contorni extracalcistici in primis. Luciano studia e ha un sacco di hobby. Approfondiamo una cosa per volta. «Ho fatto la quarta geometri, ho tutta l’intenzione di prendermi ‘sto benedetto diploma. Certo per un calciatore è un problema serio conciliare sport e studio. Comporta dei sacrifici, a volte vien da chiederti se ne vale davvero la pena. Mah, comunque ormai il più dovrebbe essere fatto». Miani non è propriamente un ottimista. «Guardo le cose cercando di starmene con i piedi per terra, non mi va di farmi delle illusioni. Più che pessimista, sono realista. Nel calcio come nella vita, s’intende». Domanda scontata, a questo punto: il carattere. «Sono un buono, non sarei capace di fare del male a una mosca. Mi piace la compagnia, la solitudine mi fa abbastanza paura. Non sono troppo estroverso, ma nemmeno timido. Insomma, ho un carattere normale, che devo dire...». Luciano Miani, «libero» di vent’anni, arriva alla Juve di Trapattoni e si ritrova immediatamente nelle condizioni ideali per esprimere le proprie doti. Nelle partitelle di preparazione, la sua tecnica e la grinta non comune lo mettono in mostra. Insomma, il Trap si accorge che dietro Scirea c’è un tipo che all’occorrenza può benissimo essere buttato nella mischia. Un «libero» che lascia intravedere le qualità di predecessori illustri, che in maglia bianconera hanno nobilitato il ruolo con araldica compostezza e risorgimentale impegno. Miani ricorda nello stile Salvadore, e vi preghiamo di non storcere il naso: il paragone non è irriverente. La grinta di «Bill», il suo incontrismo esemplare, si ritrovano pari pari in questo talento ventenne tornato in bianconero dopo una lucente parentesi in provincia. Il suo ritorno alla Juve dopo un anno di corroborante rodaggio tra i semiprò, potrà anche non coincidere con una immediata esplosione. Ci vuole fortuna e un concorso di circostanze. A volte non basta essere bravi. Ma sicuramente di Miani risentiremo parlare. Il piglio c’è. Si farà strada. CALCIOMERCATO.COM DEL 15 MAGGIO 2014 «La Juventus, il massimo per me che ero tifoso bianconero. In quel gruppo c’era Paolo Rossi, Brio, Marangon, Verza e altri ancora. Un sogno che si avvera. Alle medie, a Chieti Scalo, facevo la raccolta delle figurine Panini. Andavo pazzo per Pietro Anastasi. Dopo un paio di anni ero a Torino che mi allenavo con lui. All’epoca, il libero doveva difendere e impostare l’azione. Servivano piedi buoni. Poca gloria in prima squadra, solo qualche panchina in serie A e in coppa Uefa. Ero in stanza con Altafini. Era a fine carriera, ma ogni volta che entrava faceva gol. Poi la Juventus mi ha mandato un po’ in giro. Sono contento della mia carriera, ho giocato nel calcio degli anni ‘80 amato da tutti. Anche oggi. Era un calcio leader in Europa. Però, tornassi indietro… Di certo, da giovane non avrei fatto pressione sulla Juventus per andare a giocare. Mi sentivo chiuso da Scirea, non avevo grandi prospettive. E chiesi di andare via. Potessi tornare indietro, beh, non lo rifarei. Avrei fatto di tutto per restare nella Juventus. Quando sei in una grande squadra ci devi restare finché puoi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/luciano-miani.html
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LUCIANO MIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Miani Nazione: Italia Luogo di nascita: Chieti Data di nascita: 14.02.1956 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti Luciano Miani (Chieti, 14 febbraio 1956) è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore e centrocampista. Luciano Miani Miani al L.R. Vicenza nel 1978. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1990 - giocatore Carriera Giovanili 1972-1975 Juventus 5 (0) Squadre di club 1975-1976 Cremonese 35 (1) 1976-1977 Ternana 13 (0) 1977-1978 Pisa 24 (0) 1978-1980 Lanerossi Vicenza 53 (1) 1980-1981 Udinese 26 (2) 1981-1984 Fiorentina 36 (5) 1984-1985 Arezzo 23 (0) 1985-1987 Cagliari 47 (0) 1987-1988 Alessandria 9 (0) 1988-1989 Lanerossi Vicenza 19 (0) 1989-1990 Schio 25 (1) Carriera da allenatore 1990-1991 Schio 1991-1992 Venezia Primavera 1993-1994 Verona Primavera 1995-1998 Chievo Primavera 1999-2000 Chievo 2001 Alzano Virescit 2001-2003 Trento 2006 Legnano 2008-2010 Vicenza Primavera 2011-2012 R.C. Angolana Juniores 2012-2013 R.C. Angolana 2014-2015 R.C. Angolana Juniores 2016-2017 River Casale 2019 R.C. Angolana Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus, Miani mosse i primi passi della sua attività agonistica nella Cremonese, in Serie C. Nei successivi anni giocò nella Ternana e nel Pisa. Giovan Battista Fabbri, al L.R. Vicenza, lo fece esordire in Serie A nella stagione 1978-1979; nel 1980 passò all'Udinese. Miani (accosciato, al centro) alla Cremonese nel 1975-1976 In seguito passò alla Fiorentina; dopo l'infortunio che colpì Giancarlo Antognoni, a seguito di uno scontro di gioco con Silvano Martina, giocò di più e, schierato titolare da Giancarlo De Sisti con la maglia numero 10, collezionò 26 presenze e 4 gol nel torneo dello scudetto mancato dalla Fiorentina dopo il testa a testa con la Juventus. Miani rimase in viola fino alla stagione 1983-1984 e il suo rendimento fu condizionato da un infortunio in uno scontro di gioco con Michel Platini. Giocò poi con Arezzo, Cagliari, Alessandria e, infine, Vicenza. Pur essendo principalmente un centrocampista, si adattava in molti ruoli, sia a centrocampo, sia come difensore: in pratica coprì, secondo l'usanza dell'epoca, tutti i numeri dall'1 all'11, tranne il 9. Giocò infatti anche per qualche minuto in porta in Ascoli-Udinese del 1980-81, quando il portiere Della Corna subì un infortunio e la squadra aveva terminato le 2 sostituzioni ammesse, non potendo quindi fare entrare in campo il portiere di riserva Pazzagli. Allenatore e dirigente Conclusa la carriera agonistica, intraprese quella di allenatore. Ha guidato le giovanili di Venezia, Vicenza e R.C. Angolana. Ha allenato anche l'Alzano Virescit, il Trento ed il Legnano. Vanta anche una breve esperienza come allenatore del Chievo in serie B. Nel gennaio del 2012, mentre era alla guida della Juniores, è diventato l'allenatore dell'Angolana. Ha mantenuto l'incarico fino al novembre del 2013, quando è stato esonerato. Nella stagione 2014/15 è tornato alla guida della Juniores. Nel luglio del 2015 è diventato il responsabile dell'area tecnica del River Casale, società in cui è cresciuto calcisticamente prima di approdare alle giovanili della Juventus. Nella stagione 2016/17 ha anche ricoperto il ruolo di allenatore della prima squadra.
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VINICIO VERZA «Quando gioco con la maglia bianconera vengo rapito dall’esaltazione. La mia unica preoccupazione è quella di essere utile ai compagni, le soddisfazioni personali vengono dopo quelle legate al collettivo. Voglio essere all’altezza dei colori che vesto: consapevole che non è facile, perché la Juve è il massimo. La Juve ti offre tanto, ma ti chiede, giustamente, di essere degno della sua tradizione e del suo stile. L’influenza della Vecchia Signora non si arresta al terreno di gioco, ma concerne altri aspetti, anche extracalcistici. Alla Juventus non è assolutamente sufficiente fornire lo stesso tipo di apporto agonistico e comportamentale che potrebbe risultare graditissimo in altri club. Alla Juventus occorre tendere alla perfezione, perché la Juventus tende alla perfezione».Nato a Boara Pisani (Padova) il 1° novembre 1957, comincia a mostrare le sue doti al termine della Scuola Media (Vigliano Biellese) quando, trasferitosi a Borgo San Martino in quel di Casale Monferrato, gioca prima nel San Carlo e in seguito nella Junior.Molti osservatori restano colpiti dalla sua bravura, ed è la Juventus a ingaggiarlo, accogliendolo tra gli Allievi di Viola, i Beretti di Grosso per trovare degno inserimento nella Primavera: «All’epoca, guadagnavo 25.000 lire al mese, ma dovevo regolarmente restituire 5.000 lire per le multe che la società mi dava, per le marachelle che combinavo con Marangon e Marocchino. Niente di grave, ovviamente; magari, marinavamo la scuola e facevamo tardi, perché attratti da qualche bella ragazza».Il tempo passa e giunge il momento di una diversa maturazione, passando attraverso esperienze più complete; insieme a Paolo Rossi, raggiunge Vicenza per farsi le ossa che, proprio in quell’anno, riprende il suo posto fra le grandi della Serie A. Rientra a Torino, integrato nell’organico della squadra titolare, nell’estate del 1977.«Meraviglioso è stato l’esordio al Comunale, ero imbarazzato per quello che mi attendeva, temevo di venir meno alle aspettative dei tifosi della curva Filadelfia. Dopo l’infortunio di Bologna, temevo di non farcela più a guarire e giocare, avevo esempi di tanti giocatori che avevano dovuto scrivere la parola fine alla carriera e mi disperavo. Non mi preoccupavo tanto per il posto in prima squadra, quanto per la carriera nella quale volevo dare tanto, tutto me stesso per la mia Juventus».Giocatore di buon talento, in possesso di stile e di ottima tecnica individuale, sa andare a bersaglio con tiri di rara precisione. Buonissimo centrocampista, con qualche limite di personalità, il buon Vinicio lascia la firma sullo straordinario scudetto 1980-81, nella decisiva partita della penultima giornata (a Napoli); subentrato a Marocchino, Verza effettua al 64’ il tiro che, deviato dal napoletano Guidetti, finisce alle spalle di Giaguaro Castellini, regalando alla Juventus due punti che ne valgono sei.La Juventus come maestra di vita: «Ho imparato tante cose e tante ne imparerò; quando gioco voglio esprimere sempre nuovi aspetti della mia personalità guardandomi con occhio critico e, devo ammettere, che non sempre tutto è andato liscio come l’olio, ma ho anche avuto la soddisfazione di essermi sentito determinante in alcune azioni da goal. Se sono stato in grado di far perforare la rete avversaria, ebbene, quella segnatura mi ha dato lo stesso immenso piacere che avrei provato se la palla l’avessi calciata io stesso alle spalle di Castellini o di Terraneo».Il ruolo ricoperto: «Sono un giocatore eclettico e la prova l’ho data tra le file del Lanerossi ricoprendo quel ruolo che a molti piace indicare con la parola jolly. A me, personalmente, importa una sola cosa: giocare, ho desiderio, voglia e necessità di giocare perché intendo dissipare ogni dubbio sul mio rendimento; dalla panchina o dalla tribuna, posso solo dar prova di maturità accettando disciplinatamente gli ordini e le direttive del Mister».Nella Juventus, chiuso dai vari Tardelli, Benetti e Furino, si ferma per tre stagioni: totalizza 60 presenze, realizzando 11 goal e contribuendo agli scudetti 1978 e 1981 e alla Coppa Italia 1979.Nell’estate del 1981 è ceduto al Cesena, poi si trasferisce al Milan: «Andai al Cesena, perché voluto da Gibì Fabbri, che mi faceva giocare con il numero 5, definendomi il nuovo Falçao; così, mi ritrovavo a dover marcare gente come Tardelli e Bagni. Che fatica! A metà campionato, subentrò Lucchi e passai velocemente dalla polvere all’altare. All’ultima giornata di quel torneo incontriamo il Milan, a San Siro; sono espulso per aver picchiato Novellino e mi becco 4 giornate di squalifica. Ma, ironia della sorte, l’anno successivo sono acquistato proprio dai rossoneri. Certo, non sono mai stato un bell’esempio per i giovani!».Dopo un triennio in rossonero approda per la stagione 1985-86 al Verona, dove lo attende il compito di far dimenticare Fanna, anche lui ex bianconero.Un ultimo campionato con il Como e poi il ritiro, a soli 31 anni. «In quel calcio non mi riconoscevo e non mi divertivo più; non era una questione di stress, con tutti i soldi che danno ai calciatori, è comico addurre a certe giustificazioni. Ma a Como, dopo una partita proprio con la Juventus, mi ritrovai immeritatamente fuori squadra, nonostante dei trascorsi di buon livello; la cosa mi diede parecchio fastidio, come il prolificare degli avversari che scendevano in campo con il solo scopo di picchiare. Dissi basta una volta per tutte e senza rammarico».MASSIMO BURZIO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1987Piede magico, tiro bruciante, invenzioni a gogò. E ancora: bel dribbling, incedere elegante, ottima struttura fisica, grinta e voglia di lottare. E anche buona classe, intelligenza e fantasia. Eppure.Eppure questa non è la scheda di un brasiliano che ha iniziato a toccare il pallone sulle bianche spiagge di Rio de Janeiro per poi approdare al mitico Maracana. È la descrizione delle caratteristiche calcistiche di Vinicio Verza che non è nato in Brasile ma in provincia di Padova.Con il che si dimostra che da noi nascono buoni, anzi ottimi giocatori. Gente che non avrà il cognome che finisca in “ha” o in “ho” o ha due nomi propri come “family name”. E come se non bastasse Verza (che fosse di laggiù si sarebbe chiamato Verzinho) è decisamente un giocatore di caratteristiche sudamericane. Lo era un tempo e lo è anche oggi, anche se la sorte l’ha portato a militare tra le riserve del Verona operaio di Osvaldo Bagnoli.Nell’estate del 1977 il ventenne Verza si vede recapitare la raccomandata di convocazione della Juve. Purtroppo per Verza i titolari sono Tardelli, Benetti e Furino. Un tris di campioni inamovibili e insostituibili a cui il bravo Vinicio fa da scudiero, cercando di trovare spazio e occasioni.Un ruolo, il suo, che nella storia juventina è intermedio. Non uno dei big ma neppure uno dei tanti, per un centrocampista dalle spiccate attitudini offensive e dalle tante qualità. Qualità che in una Juve attenta come quella costruita in quegli anni dalla sagacia di Trapattoni, non ebbero grande spazio, anche se l’allenatore soleva spesso dire che: «Vinicio è mezzo brasiliano, tant’è la sua fantasia e inventiva in campo».Insomma Verza è un calciatore bravo e divertente. Ha raccolto molto meno di quanto doveva nella Juve, ma ha avuto la gioia di vincere in maglia bianconera ben due scudetti e una Coppa Italia.Già, la Juve. Una squadra, un periodo di vita a cui Verza ripensa spesso. Una volta mi disse: «Ti ricordi che Juve, quella Juve?».Si riferiva alla squadra dei suoi tempi e aveva ragione. Fu una grande Juventus, fu un team di assoluto valore, anche perché ogni tanto entrava in campo un brasiliano nato in Veneto: Vinicio Verza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/vinicio-verza.html
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VINICIO VERZA https://it.wikipedia.org/wiki/Vinicio_Verza Nazione: Italia Luogo di nascita: Boara Pisani (Padova) Data di nascita: 01.11.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1981 Esordio: 31.08.1977 - Coppa Italia - Juventus-Verona 4-2 Ultima partita: 28.05.1981 - Coppa Italia - Juventus-Roma 0-1 60 presenze - 11 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Vinicio Verza (Boara Pisani, 1º novembre 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Vinicio Verza Un esultante Verza al Milan nel 1984-1985 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1992 Carriera Giovanili 19??-19?? Lanerossi Vicenza Squadre di club 1976-1977 Lanerossi Vicenza 22 (2) 1977-1981 Juventus 60 (11) 1981-1982 Cesena 24 (4) 1982-1985 Milan 81 (15) 1985-1988 Verona 67 (8) 1988-1989 Como 16 (0) 19?? Arzignano ? (?) 1991-1992 Treviso ? (?) Nazionale 19?? Italia U-23 5 (1) Biografia Durante l'attività agonistica ha avuto un piccolo ruolo, nei panni di se stesso, nel film Il volatore di aquiloni di Renato Pozzetto (1987). Al termine della stessa, è diventato agente immobiliare a Vicenza. Caratteristiche tecniche Ha giocato come ala destra e rifinitore. Carriera Verza alla Juventus nella stagione 1980-1981; sullo sfondo, Liam Brady. Cresciuto nelle giovanili del Lanerossi Vicenza, esordì diciannovenne coi biancorossi nella stagione 1976-1977, in Serie B, vincendo alla fine dell'anno il torneo e conquistando la promozione in massima categoria. Accasatosi durante l'estate seguente alla Juventus quale riserva di Franco Causio, debuttò in maglia bianconera il 26 febbraio 1978, potendosi fregiare a fine stagione del titolo nazionale. Non trovò molto spazio nelle quattro stagioni trascorse a Torino, anche se a lui la Juventus deve il gol decisivo (pur con deviazione di Guidetti) nella sfida-scudetto contro il Napoli (1-0) alla penultima giornata del campionato 1980-1981. Lasciò il club piemontese con due scudetti e la Coppa Italia 1978-1979. Trasferitosi nel 1981 al Cesena, nel suo unico anno in Romagna riuscì a conquistare la salvezza a scapito anche del Milan, dove proprio la stagione successiva fu chiamato dal suo presidente ai tempi di Vicenza, Giussy Farina. In quella che fu la sua miglior annata sottorete, nel torneo cadetto del 1982-1983 contribuì con 10 gol a riportare i rossoneri in Serie A, rimanendo per altri due campionati a Milano prima di passare, nel 1985, al Verona fresco vincitore dello scudetto, che lo acquistò per 2,5 miliardi di lire. Verza (al centro) in azione al Verona nel 1987, nella morsa degli juventini Manfredonia, Bonini e Scirea. Con i gialloblù disputò altre tre stagioni in massima categoria, segnalandosi per un gol realizzato in Coppa Italia partendo dalla propria area di rigore. Successivamente si trasferì al Como, sempre in Serie A, dove chiuse la carriera professionistica nel 1989 con una retrocessione. Da qui in avanti, disputò ancora dei campionati a livello dilettantistico, prima nell'Arzignano e quindi nel Treviso, in Interregionale, appendendo gli scarpini al chiodo nell'annata 1991-1992. Ha totalizzato complessivamente 198 presenze e 24 reti in Serie A, e 53 presenze e 13 reti in Serie B. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 2 - Lanerossi Vicenza: 1976-1977 - Milan: 1982-1983 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1977-1978, 1980-1981 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1978-1979
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LANFRANCO ALBERICO https://it.wikipedia.org/wiki/Lanfranco_Alberico Nazione: Italia Luogo di nascita: Asigliano Vercellese (Vercelli) Data di nascita: 31.07.1917 Luogo di morte: Asigliano Vercellese (Vercelli) Data di morte: 21.02.1977 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 05.12.1943 - Amichevole - Novara-Juventus 1-3 Ultima partita: 06.01.1944 - Amichevole - Casale-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti Lanfranco Alberico (Asigliano Vercellese, 31 luglio 1917 – 21 febbraio 1977) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Lanfranco Alberico Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1954 Carriera Giovanili 19??-1934 Pro Vercelli Squadre di club 1934-1940 Pro Vercelli 105 (20) 1940-1943 Venezia 63 (7) 1943-1944 Juventus 0 (0) 1945-1953 Novara 227 (42) 1953-1954 Pro Vercelli 11 (0) Carriera Dopo aver vestito per sei stagioni la maglia della Pro Vercelli, si trasferì al Venezia in serie A. La squadra del capoluogo veneto negli anni quaranta schierò campioni come Ezio Loik e Valentino Mazzola, e vinse la Coppa Italia: Alberico fu uno dei protagonisti della manifestazione, segnando una doppietta all'Udinese nella vittoria casalinga negli ottavi di finale (17 maggio 1941), un gol nei quarti di finale nella vittoria esterna contro il Bologna per 4-3 del 25 maggio 1941 ed un gol nella vittoria in semifinale contro la Lazio per 3-1 del 1º giugno 1941 Nel 1944 giocò nelle file della Juventus, mentre una volta finita la Seconda Guerra Mondiale si trasferì nel Novara, dove rimase fino al 1953 collezionando complessivamente 227 presenze con 42 reti; dopo un'ulteriore stagione passata nella Pro Vercelli si ritirò. Palmarès Coppa Italia: 1 - Venezia: 1940-1941 Campionato italiano di Serie B: 1 - Novara: 1947-1948
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ANNIBALE AJMONE MARSAN https://it.wikipedia.org/wiki/Annibale_Ajmone_Marsan Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 29.02.1888 Luogo di morte: Londra (Inghilterra) Data di morte: 05.03.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Anny Alla Juventus dal 1905 al 1906 e dal 1909 al 1911 Esordio: 10.04.1910 - Campionato di Prima Categoria - Andrea Doria-Juventus 0-1 1 presenza - 0 reti Annibale Ajmone Marsan (Torino, 29 febbraio 1888 – Londra, 5 marzo 1956) è stato un imprenditore, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Fu fratello di Riccardo (III) ed Alessandro (I), figlio di un finanziatore del club, l'imprenditore Marco Ajmone Marsan, che era originario di Crosa. Il suo cognome nei tabellini è riportato talvolta come Aimone o Aymone. Fu dirigente della Juventus e procuratore generale dell'imprenditore Riccardo Gualino. Annibale Ajmone Marsan Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1905-1906 Juventus 0 1909-1910 Juventus 1 (0) 1910-1911 Juventus 0 Carriera Fu un giocatore della Juventus nelle stagioni 1905-1906, 1909-1910 e 1910-1911. Il suo soprannome era Anny, il suo esordio e unica partita giocata fu contro l'Andrea Doria il 10 aprile 1910. Nel 1905, assieme al fratello Alessandro, vinse il Torneo delle seconde squadre.
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Roberto Boninsegna e Romeo Benetti
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MICHELE AIRALDI Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 16.08.1961 - Amichevole - Villar Perosa-Juventus 0-11 0 presenze - 0 reti subite
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GIUSEPPE ACCUSANI DI RETORTO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.07.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 06.12.1974 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Bebbe Alla Juventus dal 1922 al 1924 Esordio: 06.05.1923 - Campionato Prima Divisione - Juventus-Bologna 2-2 Ultima partita: 20.04.1924 - Campionato Prima Divisione - Inter-Juventus 2-2 2 presenze - 0 reti
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PIETRO FANNA Arriva alla Juventus nel 1977 dopo essersi messo in evidenza, nell’Atalanta, come uno dei talenti della nuova generazione. È molto dotato: tecnica individuale, velocità, fantasia, un calcio magnifico e, considerato che ha solamente 19 anni, si pensa che certe alcune agonistiche e di combattività verranno presto colmate: «Essere alla Juventus è una cosa magnifica, esaltante, il sogno di ogni calciatore e il fatto mi ha lusingato parecchio, anche se forse, da buon friulano, non l’ho dato da vedere». Il titolare è il Barone Causio, ancora inamovibile e Fanna può vedere, imparare dal campione, fino al momento giusto per sostituirlo. Fanna è utilizzato in ruoli e mansioni non adatte alle sue caratteristiche. Seconda punta con Bettega, in altre occasioni al fianco di Virdis. Pierino Fanna, oltre allo scudetto conquistato nel ‘78, che lo vede più spettatore che protagonista, diventa comunque uno degli artefici di altri due campionati vittoriosi: ‘80-81 e ‘81-82. «Sapeste quanto mi carico al pensiero che qualcuno creda in me! Ho superato in questo modo le perplessità che mi hanno assalito nel vestire la maglia bianconera. Si arriva a Torino e si prova l’impressione di toccare il cielo con un dito; poi, si rimane come schiacciati dal peso di tanta responsabilità». Nonostante questi successi, Fanna non riesce completamente a convincere. Emerge una certa fragilità atletica e, nell’estate del 1982, è ceduto al Verona, dove troverà finalmente la sua vera dimensione che lo condurrà trionfalmente allo scudetto del 1985 e alla Nazionale. Eccellente nell’Atalanta, deludente alla Juventus, strepitoso nel Verona, di nuovo deludente a Milano, sponda Inter: è il tipico giocatore che deve essere nel cuore di una squadra, che deve essere sempre chiamato in causa, per il quale deve passare il gioco. Tutto questo è, chiaramente, possibile a medio livello, impossibile ad alto livello, con gente come Brady, Bettega e compagnia. Al primo dribbling non riuscito, si smarrisce, evapora, passano interi minuti senza che tocchi palla; con gente così, il Trap non è in grado di instaurare neanche un linguaggio comune, figurarsi un rapporto fruttuoso. In poche parole, un grande talento bisognoso di essere coccolato, viziato e amato. GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1982 In molti continuano a domandarsi chi effettivamente sia, calcisticamente parlando, Pietro Fanna da Moimacco, ventiquattro anni e ormai cinque stagioni di Juve sulle spalle. In pochi, molto pochi a dire il vero, almeno crediamo, possiedono la risposta sicura, quella con tanto di prova. Il ragazzo di cinque anni fa è diventato uomo, ha messo su famiglia, ma queste, forse, son cose che riguardano assai più il personaggio che non il calciatore. Che differenze, e quali similitudini eventualmente, ci sono tra quel Fanna, quello di Bruges tanto per esemplificare, e questo, contraddittorio eppure vivo, altalenante eppure consistente, in una parola difficile da capire e ancor più da spiegare? Poiché non siamo tra quelli che hanno la risposta sicura, andiamo per approssimazione, e intanto ne parliamo, convinti che a molti interessi cercare vie magari nuove di avvicinamento al personaggio. Che davvero rischia di essere lontano, dagli occhi come dal cuore. Il ragazzo che approda a Torino da Bergamo, dove è idolo autentico, una specie di bambino prodigio capace di destare entusiasmi antichi, è già un tipo assai speciale, caratterialmente non ben definibile. Il primo impatto con i cronisti lascia interdetti personaggi navigati e abituati a fare i conti con ogni genere di giovin talento. Il ragazzo «c’è», si capisce che ha personalità e voglia di arrivare, ma è quasi spaventato dall’attenzione che lo circonda, sembra quasi chiedere il permesso di ritirarsi in santa pace e di uscire allo scoperto solo quando si sentirà pronto, caricato il giusto. Si intuisce al primo assaggio col terreno di gioco, al primo allenamento vero, che le doti ci sono, che il giovanotto mastica calcio come pochi altri, ma con una convinzione che va e viene, e più spesso la convinzione non c’è. Occorrono momenti particolari, climi speciali, per esaltare il ragazzo, la cui disarmante timidezza conquista comunque larghe fette di simpatia tra i supporters. La stagione dell’arrivo di Pierino, del resto, ribadisce il legittimo intendimento della Juve a dominare la scena nazionale: la squadra sembra continuare sullo slancio dei 51 punti strappati l’anno prima, e molte cose notoriamente difficili riescono invece facili, quasi automatiche. Fanna è ala destra, ha sempre giocato ala destra ed ha le caratteristiche tecniche dell’ala destra classica. Con la maglia numero sette gioca un certo Causio, all’apice della condizione, e Causio proprio non si discute, ci mancherebbe altro. Allora Fanna ha chiuso prima ancora di cominciare? No, perbacco. Il calcio moderno richiede universalità, adattamento a più ruoli, a diverse incombenze. Fanna trova spazio al centro o a sinistra, e gli inizi sono assai incoraggianti. A Pescara, i suoi dribbling e le sue serpentine in progressione scardinano una difesa intera e regalano una vittoria di slancio. In casa, con la Roma, su un terreno infame, Pierino scavalla nel fango e va a segnare un gol antologico a Paolone Conti. Un gol che lo consacra beniamino dei fans, che gli dà fiducia, convinzione. E poi, c’è la Coppa Campioni. La notte di Bruges. Non è il caso di raccontare nei particolari; certi episodi di storia recente sono stampati nitidamente nella memoria. Per la stragrande maggioranza dei tifosi juventini, Bruges si identifica con un arbitro svedese in serata di cattiva vena che dà una grossa mano alla Juve per non consentirle di avere ancora qualcosa da vincere. Per molti, però, quella partita è anche la rivelazione di un talento grande, di uno che farà sicuramente parecchia strada. Di Pierino Fanna da Moimacco, insomma. Su un palcoscenico ostico, e in una serata assai poco favorevole agli exploit individuali, Fanna disegna una prestazione assolutamente da incorniciare, senza sbavature, con momenti lirici, di tecnica assoluta. Una specie di magia, forse irripetibile o forse no, chi lo sa. Certo, una gran bella serata, un contrasto stridente con l’esito della gara, che rimanda la Juve a casa a rimpiangere e meditare rivincite. Bruges resta un episodio isolato, ahinoi. Ma è Fanna stesso un personaggio isolato, alle prese con sbalzi di umore che ne condizionano il rendimento nell’ambito magari di una stessa partita. Il ‘78-‘79 ripropone eccellenti momenti di calcio alternati a fasi di involuzione anche tecnica. Qualcuno comincia a mugugnare, a dire che, con quel fisico, con quei mezzi tecnici, se non sfonda è solo e unicamente questione di carattere, di maturità. Ma si è maturi, a vent’anni? Si può esserlo o non esserlo. In passato, ci furono campioni grandi e maturi a diciassette anni e altri che non maturarono mai, pur avendo quella dote strana e indefinibile che si chiama classe. Ma Fanna, quel Fanna, ha classe? Fior di tecnici, Trapattoni compreso, non hanno dubbi. Sissignori, Fanna ha classe, è un fior di campione allo stato semi-latente. Maturerà più tardi di altri, ma maturerà, se lo vorrà. Nella primavera dell’80, in chiusura di un’altra stagione ricca di contraddizioni, Fanna innesta marce altissime e torna a far sognare. Segna all’Inter un gol da album dei ricordi, scartando tutti sulla fascia e facendo passare la palla tra palo e portiere, con millimetrica precisione. Perché Fanna sa dribblare su una moneta da cento lire, ma anche tirare. E quelle poche volte che si decide a tirare sono gol d’autore, come contro l’Avellino, in una strana partita di fine stagione, finita 3 a 3 con alcuni numeri d’alta scuola del friulano. La partenza di Causio potrebbe rappresentare qualcosa di decisivo, per il destino di Pierino. Ma tutti sanno che non è così. Fanna, forse, per primo. La stagione del diciannovesimo scudetto ha avuto bisogno di parecchio Fanna, in ruoli e incombenze diverse. E Fanna è stato diligente, bravo o almeno bravino, ma sempre tentennante: un dribbling di troppo, un tiro col contagocce. Esplode Marocchino, che ha in partenza gli stessi problemi di Fanna, morde poco, anche se tiene piedi ottimi, ma alla fine vince Marocchino la sfida con Fanna, e la vince con la forza, la determinazione con la quale sradica il pallone dai piedi degli avversari e lo deposita a centro area per le giocate che decidono. Fanna è meno potente di Marocchino, ma potrebbe essere più rapido, più veloce, più essenziale. Lo stesso Marocco, in tutta sincerità, lo ammette davanti a stuoli di cronisti. E la storia si ripete, è roba di questi ultimi mesi, con l’esplosione di Galderisi, che ha cinque anni meno di Fanna, ma sembra che ne abbia dieci in più, quanto a determinazione, e, perché no, furore agonistico. La partita domenicale è una battaglia, dove si prende e si dà. Galderisi incarna alla meglio questo modo di vivere il ruolo offensivo. Fanna si approssima a incarnarlo, e magari presto lo riprodurrà al meglio: non mancano premonizioni, segni concreti. A ventiquattro anni, non sogna più gli svolazzi romantici sui campi dell’onor, ed ha capito qual è l’unica, sicura strada per arrivare alla meta. Crederci, fortissimamente, e considerare la panca come un trampolino di lancio, da cui decollare appena se ne presenta l’occasione. Inutile recriminare o rimpiangere quel che poteva essere e non è stato, inutile anche appigliarsi alla sfortuna. VLADIMIRO CAMINITI Sfortunato o presago, Pierino Fanna soggiorna cinque anni nella Juventus senza andare d’accordo col Trap. Forse, l’allenatore si incaponiva nel disegno tattico che certe divagazioni del ragazzo frastornavano; Furino ne parlava benissimo, come dell’attaccante più evoluto della squadra: «In tutti i punti del campo è utile, sa giocare in qualsiasi posizione». I tifosi di Madama sono abituati al meglio. Hanno ancora negli occhi i traversoni barocchi di Causio e conquistare la Juventus non è facile. Non basta avere un’anima cerulea, come ha gli occhi Pierino, e una moglie che gli ritaglia tutti gli articoli dei giornali e ne fa album per posteri; un tornante per Trapattoni, che riusciva a trovare difetti perfino in Causio, deve rispondere a certe esigenze, chiudere, coprire, aderire alla fascia di competenza, insomma sono continui rabbuffi, le guance di Pierino si imporporano, a casa si sfoga con la mogliettina bruna «ritagliera». Ora, dico la mia. Per la Juventus, nel quinquennio in cui vi ha militato, Pierino Fanna è stato un’occasione sprecata. Trapattoni non l’ha capito; si è attardato sui difetti tecnici e non ha messo il ragazzo a suo agio. Si sbaglia, tutti, e queste sono briciole per un tecnico virtuoso quanto il Trap; ma i fatti dicono di un Fanna che nel triennio veronese si mette a disegnare partite favolose, partecipando in primis alla conquista di quello scudetto che adorna indelebilmente il gonfalone gialloblù. E forse, voglio dire, più circostanze casuali, e il carattere un po’ troppo introverso e complicato del ragazzo, impedirono che con la Juventus sbocciasse vero amore. Come cronista non ho rimorsi. Io lo accettai sempre all’altezza delle sue doti tecniche superlative e del suo plafond atletico più che buono; in fondo, rimaneva il miglior allievo del padre, che avrebbe rimpianto non fosse ancora vivo a vederlo trionfare; il padre che gli aveva insegnato bambino a portare palla nella salita del paesello, per poi tenerla tra i piedi correndo in discesa; e fu un insegnamento basilare per il tornante superbo che sarebbe diventato, a tratti, solamente a tratti, anche nella Juventus del Trap. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/pietro-fanna.html
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PIETRO FANNA https://it.wikipedia.org/wiki/Pierino_Fanna Nazione: Italia Luogo di nascita: Grimacco (Udine) Data di nascita: 23.06.1958 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pierino Alla Juventus dal 1977 al 1982 Esordio: 21.08.1977 - Coppa Italia - Sambenedettese-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 148 presenze - 20 reti 3 scudetti 1 coppa Italia Pierino Fanna (Grimacco, 23 giugno 1958) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. È uno dei sei calciatori italiani (insieme a Giovanni Ferrari, Filippo Cavalli, Sergio Gori, Aldo Serena e Attilio Lombardo) ad aver conquistato lo scudetto con tre società differenti, nel suo caso Juventus, Verona e Inter. Pierino Fanna Fanna al Verona nel 1983 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1º luglio 1993 - giocatore 30 giugno 2002 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Udinese Squadre di club 1975-1977 Atalanta 55 (6) 1977-1982 Juventus 148 (20) 1982-1985 Verona 85 (14) 1985-1989 Inter 97 (4) 1989-1993 Verona 103 (6) Nazionale 1976-1980 Italia U-21 13 (3) 1979-1980 Italia Olimpica 6 (3) 1983-1985 Italia 14 (0) Carriera da allenatore 1998-2000 Verona Vice 2000-2002 Venezia Vice Caratteristiche tecniche Ala destra in grado di svariare su ambo i fronti del campo. Era dotato di tecnica, velocità e fantasia. Negli anni alla Juventus fu utilizzato anche come seconda punta, pur non essendo quello un ruolo adatto alle sue caratteristiche. Rese al meglio in compagini di medio livello, dove poteva essere spesso coinvolto nel gioco della squadra, mentre soffrì molto a causa del suo carattere la pressione delle grandi piazze. Carriera Giocatore Club Atalanta e Juventus Fanna alla Juventus a fine anni 70 Arrivato all'Atalanta a quattordici anni, dopo tre anni di giovanili, Fanna esordisce in prima squadra nella serie cadetta con 20 presenze e due gol. Nella stagione 1976-1977 l'ala friulana è una pedina fondamentale della squadra e ottiene la promozione in Serie A con i bergamaschi. Nel 1977 approda alla Juventus. Fanna nei primi tre anni non si esprime al meglio, penalizzato da ruoli non adatti alle sue caratteristiche e anche dal suo carattere introverso. Nelle stagioni 1980-1981 e 1981-1982 trova spazio tra i titolari e contribuisce con alcuni gol e numerosi assist alla conquista dello scudetto; in particolare, suo fu il tiro che, fermato con un braccio da un difensore del Catanzaro, procurò il rigore che valse ai bianconeri lo scudetto 1981-1982. Verona Nell'estate 1982 viene ceduto al Verona di Osvaldo Bagnoli, squadra neopromossa, per la cifra di un miliardo e mezzo di lire. Nei suoi anni in Veneto, Fanna rappresenta un'importante pedina tattica nello sviluppo del contropiede, creando gli spazi e i presupposti per una rapida ripartenza senza palla da parte di Roberto Tricella: la scelta di tempo di questi due giocatori determinava lo spostamento e l'inserimento di un compagno che finalizzava l'azione. Due anni dopo in gialloblù conquista, nel campionato 1984-1985, uno storico scudetto. Inter, ritorno a Verona Fanna, con la maglia dell'Inter, esulta dopo la sua rete nel derby d'Italia del 15 marzo 1987. Nell'estate 1985 passa all'Inter per 5,2 miliardi di lire. Nel 1988-1989, con 13 partite, è uno dei comprimari nello scudetto dei record vinto sotto la guida di Giovanni Trapattoni, tuttavia nelle stagioni a Milano non riesce mai a replicare il rendimento mostrato in maglia scaligera. Nella stagione 1989-1990 torna quindi a Verona, in un campionato che culmina con la retrocessione in Serie B, riconquistando prontamente la Serie A l'anno dopo ma tornando nuovamente fra i cadetti al termine del torneo 1991-1992. L'annata successiva Fanna lascia definitivamente l'attività agonistica. Nazionale Nel 1977 esordisce nella nazionale Under-21, mentre nel 1983 avviene l'esordio con la nazionale maggiore, con la quale totalizza 14 presenze, senza mai andare in rete. Dopo il ritiro Si è occupato del settore giovanile veronese per qualche anno e, con l'arrivo di Cesare Prandelli nell'estate 1998, è stato allenatore in seconda. Seguì poi Prandelli al Venezia. Palmarès Club Campionato italiano: 5 Juventus: 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982 Verona: 1984-1985 Inter: 1988-1989 Coppa Italia: 1 Juventus: 1978-1979
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MARIANO MARCHETTI MASSIMO FRANCHI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1977 Mariano Marchetti (nulla a che vedere dal punto di vista genealogico coi precedenti Marchetti juventini – Giampiero e Alberto – ma dei quali sembra voler ripercorrere il cammino e superare le gesta) è un giovanissimo libero (appena 17 anni!) di fisico normolineo dai «piedi buoni» e dalla battuta lunga che può giovarsi – ammiratene la disinvoltura di tocco, la perentorietà nelle «uscite», la buona predisposizione alla ricucitura delle trame e al sussidio del centrocampo – di una trascorsa esperienza nel settore nevralgico del campo, la seconda linea per inciso, esperienza che, pare, stia diventando pressoché obbligatoria per i liberi del futuro. Egli sarà il «battitore» titolare nella formazione «Primavera» della Juventus edizione 1977-78 e, dopo Scirea e Spinosi, il terzo libero bianconero. Marchetti, una simbiosi di innata modestia e di schietta bonomia euganea, non ama parlare troppo di sé, è un ragazzo schivo, riservato e di poche parole: costretto a interrompere gli studi per motivi personali dopo la terza media e avviato precocemente alla carriera di ceramista (le celeberrime «maioliche di Bassano»), Mariano ha fatto del calcio la propria «ratio vitae» (nel senso ciceroniano del termine), possiede una tenacia ferrea e si applica con scrupolosità, abnegazione e spirito di sacrificio in ogni allenamento, risultando sempre tra i migliori; non ha «hobby» particolari («il mio unico hobby è sempre e solo il calcio» – dice risoluto), ama la musica (i cantautori italiani sono fra i suoi preferiti), legge fumetti. 〰.〰.〰 Fine stagione 1977-78: la Juventus ha conquistato l’ennesimo sigillo tricolore e deve affrontare la fase finale della Coppa Italia che, negli anni ‘70, si svolge al termine del campionato e delle coppe europee. La compagine di Trapattoni deve, però, rinunciare a tutti i Nazionali, convocati per gli imminenti Mondiali argentini. Cosicché, il tecnico bianconero è “costretto” ad attingere dalla squadra Primavera, concedendo spiccioli di gloria ai vari Francisca, Geissa, Gasperini, Magnani, Schincaglia, Miani, Cascella, Granaglia, Bozzi e Tolfo. C’è gloria per tutti, anche per l’eterno dodicesimo Alessandrelli. Tra questi ragazzi c’è anche Mariano Marchetti che disputerà 2 soli incontri su sei: saranno due sconfitte, 0-5 contro il Napoli e 2-4 contro il Milan. Di Marchetti, come per la maggior parte di questi giovani speranzosi, non ne sentiremo più parlare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/12/mariano-marchetti.html
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MARIANO MARCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Mariano_Marchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bassano del Grappa (Vicenza) Data di nascita: 20.02.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 14.05.1978 - Coppa Italia - Napoli-Juventus 5-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Mariano Marchetti (Bassano del Grappa, 20 febbraio 1960) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Mariano Marchetti Marchetti al Cagliari nel 1982 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1999 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1977-1978 Juventus 2 (0) 1978-1982 Pro Patria 130 (9) 1982-1983 Cagliari 16 (1) 1983 Padova 14 (1) 1983-1984 Brescia 3 (0) 1984-1985 Ancona 32 (2) 1985-1986 Francavilla 28 (2) 1986-1987 Sanremese 31 (3) 1987-1988 Palermo 31 (1) 1988-1989 Foggia 31 (1) 1989-1990 Casertana 31 (1) 1990-1991 Lanerossi Vicenza 22 (0) 1991-1992 Catania 25 (0) 1992-1994 Casertana 26 (0) 1994-1995 Falconarese 29 (1) 1995-1996 Camerino 29 (0) 1996-1997 Recanatese 24 (0) 1997-1999 Jesi 12 (0) Carriera È cresciuto nella Juventus con cui ha giocato 2 partite di Coppa Italia nella stagione 1977-1978. Nella stagione 1982-1983 ha militato in Serie A con la maglia del Cagliari. Esordisce in Serie A in Udinese-Cagliari (1-1) segnando il suo unico gol in massima serie. Nella stagione 1987-1988 raggiunge col Palermo la finale di Coppa Italia Serie C, persa nel doppio confronto col Monza, giocando entrambe le sfide. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1977-1978 Serie C2: 1 - Palermo: 1987-1988
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MARCO BOZZI Nazione: Italia Luogo di nascita: Monfalcone (Gorizia) Data di nascita: 15.08.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 1 presenza - 0 reti
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LORENZO GRANAGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 04.05.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 31.05.1978 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 3-1 1 presenza - 0 reti
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AMILCARE MAGNANI Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 21.01.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 10.05.1978 - Coppa Italia - Taranto-Juventus 1-1 Ultima partita: 31.05.1978 - Coppa Italia - Juventus-Taranto 3-1 4 presenze - 0 reti
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ANTONIO GEISSA Nazione: Italia Luogo di nascita: Grado (Gorizia) Data di nascita: 28.04.1960 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1977 al 1978 Esordio: 14.05.1978 - Coppa Italia - Napoli-Juventus 5-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 5 presenze - 0 reti
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LORENZO CASCELLA Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 15.03.1960 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 3 presenze - 1 rete
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FABIO FRANCISCA Coppa Italia 1976-77 e 1977-78: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Gola e Francisca. Il primo disputerà solamente il vittorioso match casalingo contro il Vicenza giocato il 29 giugno ‘77. Il secondo scenderà in campo ben 8 volte nelle due stagioni, realizzando anche una rete, sempre contro i biancorossi veneti, il 22 giugno ‘77. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 1976 Eccomi nuovamente qui con le rituali quattro chiacchiere, una breve conversazione con tre ragazzi bianconeri. Questa volta sono sotto il… torchio Sergio Pavanello, terzino o libero, nato a Torino il 26 luglio 1957, Fabio Francisca, anche lui difensore, nato pure a Torino il 20 giugno del 1959, e Renato Gola, «libero», nativo di Moncalieri in provincia di Torino, dove è nato il 22 gennaio del 1958. Tutti giocano indifferentemente sia nella «Berretti» che nella «Primavera», a seconda delle esigenze di squadra. Cominciamo col chiedere loro a quali sacrifici si sottopongono per sperare un giorno di sfondare nel mondo del calcio. GOLA: Nessun sacrificio particolare; ho scelto questa strada, per cui anche quelle piccole privazioni necessarie per rimanere sempre il più vicino alla forma non mi pesano; d’altra parte contemporaneamente studio, sono iscritto al 5° perito aziendale, per cui mi rimane ben poco tempo da dedicare ai vizi. FRANCISCA: Anch’io studio, frequento la quarta scientifico, e cerco di conciliare il calcio con i libri di scuola: non ritengo di fare particolari sacrifici, in quanto il mestiere di calciatore mi piace; e poi d’altronde, come ha detto Gola, abbiamo tempo libero limitato. PAVANELLO: Sono all’ultimo anno di Perito meccanico, e dopo la scuola debbo precipitarmi a Villar Perosa per l’allenamento, quindi, al momento di tornare a casa, sono talmente stanco che vado subito a dormire. – I vostri genitori sono contenti della professione da voi scelta? FRANCISCA: Sono molto contenti perché appassionati di questo sport, poi c’è anche il fatto che a scuola vado discretamente bene, per cui non ho difficoltà familiari. PAVANELLO: Sono da ben 9 anni alla Juve, dove arrivai giovanissimo al Nagc, che praticamente i miei genitori manco lo sapevano; adesso comunque sono contenti, anche perché il giocare è diventato quasi una professione; l’importante per loro, è riuscire bene nella scuola, e qui, fortunatamente, non vado male. GOLA: Essendo di Torino non ho trovato le difficoltà di lontananza da casa che hanno molti ragazzi miei compagni; sono da otto anni bianconero e i miei genitori sono contentissimi. – Secondo voi, preferite un allenatore che vi tratti con la frusta oppure col convincimento, col ragionamento? GOLA: Con il convincimento, col discorso; abbiamo una certa età e quindi siamo responsabili, anche se una rinfrescatina, quando magari involontariamente si sgarra, ogni tanto ci vuole. PAVANELLO: Alla nostra età non occorre la frusta, basta capirsi, spiegarsi. FRANCISCA: A me piace l’allenatore che discuta con noi ragazzi, capisca la persona senza bisogno di gridare o fare delle scene; dialogare, insomma: così sento di poter dare tutto me stesso, ottenere il massimo. – Passiamo a un argomento più... frivolo: vorrei sapere i vostri gusti cinematografici, musicali e televisivi. FRANCISCA: Fra i cantanti ve ne sono tre fra i miei preferiti: Claudio Baglioni, veramente una cannonata, e poi Mia Martini e Mina, formidabili. Fra gli attori cinematografici le mie preferenze vanno a Clint Eastwood (adoro i western), e in second’ordine a Dustin Hoffman e Robert Redford: alla Tv vedo cosa capita, non ho particolari predilezioni, diciamo comunque che mi attirano abbastanza gli sceneggiati gialli. Di leggere ho poco tempo, considerati gli allenamenti e gli studi, comunque mi soffermo volentieri su quei libri che si avvicinano alla realtà. PAVANELLO: La musica mi piace, con una particolare punta di preferenza per quella pop e quella rock. Fra i miei cantanti preferiti diciamo i Genesis e Claudio Baglioni; non vado molto spesso al cine, e anche qui comunque ho alcune preferenze, quelli di carattere giallo come trama, e Giannini e Dustin Hoffman fra gli attori. Alla televisione, che non vedo molto, mi piacciono abbastanza i romanzi sceneggiati. GOLA: Tutta la musica mi piace, specialmente quella moderna; amo molto tutti i nuovi cantautori che hanno veramente portato una nuova moda nel mondo musicale. Se debbo fare dei nomi mi soffermerei su De Gregori, Guccini. Come attori cinematografici diciamo Dustin Hoffman e Dalila Di Lazzaro. In quanto ai libri, così come i miei due compagni, non ho molto tempo, a causa dello studio e del calcio; leggo molto i quotidiani politici e sportivi e i romanzi d’avventura. – Quando vi recate in qualche città nuova per giocare una partita o effettuare un torneo, cosa fate di solito: state chiusi in albergo, oppure girate alla ricerca di cose nuove, monumenti, musei e così via? PAVANELLO: Dipende dalla città e da cosa offre, e se presenta cose belle; a volte sono gli stessi organizzatori che ci accompagnano in pullman a mostrarci le bellezze; l’importante comunque è svagarsi, non pensare alla partita. GOLA: In ogni città o paese dove vado mi piace vedere la gente, facce nuove, negozi, conoscere abitudini e modo di vivere. Ai musei non ho mai pensato, anche perché non ho una preparazione su questo argomento troppo difficile. FRANCISCA: Dipende anche dalla pioggia a parte gli scherzi, anche a me piace vedere gente nuova, negozi, strade; prima della partita solitamente c’è una certa tensione, e il passeggiare per strade sconosciute serve molto a distendere i nervi; anche a me i musei non vanno: bisogna capirli, ci va una competenza che io certamente non mi ritrovo. – Se un giorno vi accorgeste che non siete riusciti a sfondare, quale atteggiamento prendereste; continuereste a giocare oppure smettereste e cambiereste mestiere? FRANCISCA: Data la passione che è in me non potrei troncare di colpo, rimarrebbe solo una certa rassegnazione; io comunque continuo a studiare, per avere un giorno eventualmente un’alternativa, e continuerei in una squadretta come hobby. PAVANELLO: La passione rimane, non si può cancellare, quindi anch’io continuerei, magari in una piccola squadra, ma non abbandonerei mai le scarpette da calcio. GOLA: Smettere è impossibile, con la passione che mi ritrovo; anch’io continuerei a studiare e giocherei alla domenica in qualche compagine minore. – Vorrei sapere quale concetto avete delle persone più anziane di voi? PAVANELLO: Molta, molta stima: a volte non ci capiscono, ma secondo me è proprio per la diversità dei momenti in cui viviamo noi e sono vissuti loro; ma ripeto, a essi, che hanno senza dubbio un bagaglio di esperienza enorme, va tutta la mia stima e rispetto. GOLA: Io vivo con la nonna, che, pure con la sua età e pur non comprendendo niente di calcio, mi aiuta a perseverare, spingendomi a far bene, si interessa dei miei problemi e da lei ho sempre dei buoni consigli che metto in pratica ogni volta; e mi sono sempre trovato benissimo; a volte le idee fra noi e questi anziani non collimano, e allora bisogna trovare una via di mezzo, conciliare le idee in modo di andare d’accordo. FRANCISCA: Io vivo addirittura con tre nonni e li stimo molto; non sono affatto superati come si vuol far credere; hanno dalla loro un bagaglio di esperienza che riversata su di noi, con il nostro temperamento, ci fanno superare molte traversie e difficoltà. – Fareste l’arbitro? FRANCISCA: Per fare il mestiere di direttore di gara ci vuole molta passione; secondo me il salto da giocatore ad arbitro è troppo forte, poi io che sono abituato a giocare non mi abituerei mai a vedere gli altri intorno a me che corrono dietro al pallone ed io fermo a guardarli. PAVANELLO: No, assolutamente, c’è troppa responsabilità. GOLA: Se un giorno mi accorgessi di avere le qualità necessarie, perché no? Secondo voi ragazzi, per riuscire, per poter sfondare nel calcio, quale percentuale occorre di fortuna? GOLA: Quaranta per cento PAVANELLO: Sono anch’io dell’idea di Gola. FRANCISCA: Io la terrei su un tono più basso, diciamo soltanto il trenta, il resto è tutta abilità. – Al momento attuale, date più importanza allo studio o al calcio? FRANCISCA: Attualmente al calcio, tanto in un anno o due la cosa dovrebbe decidersi; o abbandonare o continuare. PAVANELLO: Metà e meta, un occhio al calcio e uno allo studio. GOLA: Per il momento cerco di conciliare le due cose. – Potreste elencarmi sommariamente i vostri maggiori pregi e relativi difetti? FRANCISCA: Debbo ancora migliorare in tantissime cose, vado bene ad esempio nel fluidificare, ma difetto ancora nel fisico come peso, poi il sinistro non è certamente allo stesso livello del destro. GOLA: I miei compagni dicono che ho la grinta, poi mi ritengo abbastanza buono tecnicamente, cosa comprensibile arrivando dal Nagc; mi manca ancora personalità, e lo scatto nel colpo di testa, tutte cose che spero arriveranno con gli anni e l’esperienza. PAVANELLO: Mi piace molto marcare l’uomo; difetto ancora abbastanza nell’uso del sinistro e manco di spregiudicatezza. Auguri, ragazzi, per il calcio oppure per lo studio, comunque per la vita! http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/fabio-francisca.html
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FABIO FRANCISCA Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 20.06.1959 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 19.06.1977 - Coppa Italia - Inter-Juventus 1-0 Ultima partita: 04.06.1978 - Coppa Italia - Milan-Juventus 4-2 8 presenze - 1 rete
