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Romolo Bizzotto - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
ROMOLO BIZZOTTO Gentiluomo di vecchio stampo, non ama parlare di sé e che lega il suo nome a una delle Juventus più forti della storia, quella dei grandi assi danesi John Hansen e Præst e del giovane Boniperti, tra il 1949 e il 1952. Due scudetti vinti, con il contributo complessivo di quarantasei presenze e due reti.«Ho iniziato la carriera giocando, giovanissimo, nel Verona in Serie B e in quel periodo fui convocato anche per le Olimpiadi di Londra. Purtroppo, non scesi in campo, perché fummo eliminati alla seconda partita, dalla fortissima Danimarca, quella dei due Hansen, dei Præst, Pilmark, Jensen, tanto per gradire. Perdemmo 5-3 nei quarti di finale. Giocavo centromediano metodista e, dopo i Giochi, fui acquistato dalla Juventus. Era una squadra fortissima, forse la più forte di tutti i tempi; in due campionati, superammo le cento reti segnate, eravamo formidabili in attacco. Essendo, però, quella squadra formata da tantissimi campioni, furono poche le volte che scesi in campo ma, per me, era già un grandissimo vanto vestire la maglia bianconera. Poi, passai alla Spal e di lì al Palermo, alla Carrarese, alla Lucchese e, ultimo della serie, il Rovereto. Qui terminò la mia carriera di giocatore. Infatti, un giorno si giocava la partita fra il suddetto Rovereto e l’Audace di San Michele Extra, capitanata da Mariolino Corso. Ebbene, proprio Mariolino mi superò con una facilità impressionante, facendomi passare la palla sopra la testa, con il sottoscritto fermo come una statua. Quello sgarbo mi fece intendere che, anche se calcisticamente non ero proprio da buttare (avevo trentadue anni) era giunto il momento di smettere. Mi resi conto che i riflessi non erano più quelli, la velocità di esecuzione neppure e non bastava certo una buona dose di esperienza per contrastare quelle forze emergenti, quei baldi giovani che quasi ti irridevano. Allora, davanti ad una prospettiva piuttosto squallida, cioè quella di girare tutta l’Italia magari in squadrette di provincia a fare figure poco più di mediocri, decisi di appendere le fatidiche scarpe al chiodo».Ma il Bizzotto più importante per la causa bianconera è quello che torna a Torino, in veste di tecnico, nel 1971, Prima si dedica con grande passione e competenza al settore giovanile, vincendo subito lo scudetto Primavera nel 1972; poi, come secondo dell’allenatore di turno.«La mia esperienza di tecnico la iniziai nel 1958, alla guida del Rovereto, in Quarta Serie. Fui poi al settore giovanile del Verona e di lì alla prima squadra il salto fu breve. Dopo una parentesi con il Rimini, la lunga permanenza alla guida della Reggiana: cinque anni, con parecchie soddisfazioni. E infine, Reggio Calabria, un’esperienza breve e tutto sommato deludente, da cui per tante ragioni non ottenni i risultati sperati».L’intesa con Vycpálek è perfetta. La competenza di Romolo, detto Momo sin dai tempi di calciatore, è fuori discussione; Tra i suoi compiti, sin da allora, uno dei più delicati è quello di visionare le avversarie della Juventus, tanto in campionato che in coppa. È un lavoro impegnativo e scomodo, poiché obbliga Bizzotto a viaggiare continuamente, due o tre volte la settimana nei momenti di punta.Le relazioni di Bizzotto sono sobrie e concise, in perfetta sintonia con il personaggio. Un anno importante, il 1971-72, anche per altre ragioni; Bizzotto siede in panchina nel giorno del grande lutto di Vycpálek, accorso a Palermo dove una sciagura aerea gli ha strappato il figlio primogenito. I tifosi juventini si accorgono di questo tecnico garbato e signorile, di misurata compostezza, che pilota la squadra nel decisivo successo sul Cagliari, passaggio obbligato per la conquista del quattordicesimo scudetto.«Una giornata indimenticabile per tutti noi; dall’angoscia alla gioia per il grande risultato ottenuto. Non fu certo merito mio se la Juventus superò il Cagliari; non feci che seguire le istruzioni dell’allenatore e i ragazzi fecero la loro parte con grandissima determinazione. Ma fu comunque una grossa soddisfazione, pari soltanto a quella dello scudetto Primavera».La situazione non cambia con l’arrivo dì Carlo Parola. Anzi, l’antica amicizia di Bizzotto con l’ex grande centromediano juventino e azzurro, facilita ancor di più il compito di entrambi. Nella nuova Juventus che nasce a Villar Perosa, nell’estate del 1974, Bizzotto, pur dietro le quinte, ha un compito fondamentale. Sul piano umano, il suo rapporto con i giocatori è ottimo. I suoi giovani, i nuovi arrivati come Scirea, trovano con questo tecnico, che prorio con i giovanissimi ha forgiato la propria esperienza di allenatore, un supporto prezioso.Poi, arriva Trapattoni. Ad attendere il nuovo mister, nel 1976, e a collaborare strettamente con lui, c’è sempre più che mai Bizzotto. È oramai parte della squadra, della società, dell’ambiente.«Il Trap l’avevo già conosciuto come giocatore e mi era sempre piaciuto il suo modo di stare in campo, la sua grinta ma, nello stesso tempo, la sua lealtà e le sue dichiarazioni sempre pulite, sincere. Un giorno, Boniperti mi disse che aveva assunto Giovanni come allenatore, pregandomi di recarmi con lui a Villar Perosa per mostrargli gli impianti sportivi e, nello stesso tempo, perché facessi una conoscenza più approfondita del personaggio con cui avrei dovuto lavorare. Trapattoni mi espose le sue idee, i suoi programmi, i suoi progetti, facendomi subito un’ottima impressione; abbiamo legato subito e, così, è iniziata una grande collaborazione».Bizzotto è una presenza tanto discreta quanto insostituibile. Qualcun altro, dopo aver fatto tanta anticamera, chiederebbe più spazio e attenzioni, oppure accetterebbe al volo qualcuna delle tante proposte che gli arrivano, per trasferirsi ad allenare altre squadre. Ma Bizzotto non si lascia neppure sfiorare dal dubbio. La Juventus è la sua casa, la sua seconda famiglia: Momo se la tiene ben stretta e Boniperti si tiene ben stretto lui. Fino alla pensione, che, se chiude la sua lunga vicenda di allenatore, non interrompe di certo il suo amore per la maglia bianconera.«È stato un vantaggio, per noi ex juventini, trovarsi a lavorare in un ambiente già conosciuto e, dunque, ci siamo ambientati con maggiore facilità. Ma è stato un vantaggio ancor più grande per la Juventus; il nostro sviscerato amore per i colori bianconeri, infatti, ci ha sempre spinto a dare alla Juventus, oltre al meglio di noi stessi, anche quel di più che forse altri, estranei, non sarebbero stati in grado di dare».ROBERTO BECCANTINI, 28 MARZO 2017Ai giovani non dirà niente, e allora mi permetto di dire qualcosa io: ci ha lasciato ieri, all’età di novantadue anni, Romolo Bizzotto. Romolo per tutti. Mediano in campo come nella vita, attento cioè a mediare tra difesa e attacco, buona e cattiva sorte, giocò nella Juventus dal 1949 al 1952, la Juventus di John e Karl Hansen, di Giampiero Boniperti e Karl Aage Præst, con la quale portò a casa due scudetti. L’ho conosciuto e frequentato ai tempi in cui Boniperti presidente aveva rimodellato lo staff: Giovanni Trapattoni allenatore, Pietro Giuliano direttore sportivo (o generale o segretario, boh), Francesco La Neve medico sociale con calumet al seguito. Veneto di Cerea, Romolo era il vice del Trap. La classica persona che aiutava i personaggi a restare persone, appunto. Sapeva di calcio, e per questo veniva spedito in missione, a spiare gli avversari. Riempiva quaderni, limava e limitava gli aggettivi, credo che in cuor suo avesse accettato il ruolo perché appagato (e non solo perché pagato).Erano gli anni Settanta e Ottanta, e la Juventus si allenava al Combi, in faccia al Comunale, sullo sfondo di caseggiati cupi, quasi gotici. Un altro mondo. Gli allenamenti erano pubblici, e il taccuino motivo di sfottò, al massimo, e non ancora di confino. Romolo scaldava i portieri, palleggiava con Zibì Boniek e Michel Platini, rispettato e rispettoso. Con i cronisti, da Vladimiro Caminiti al più acerbo, si fermava, parlava, sorrideva. Lo ricordo a Villar Perosa, durante i ritiri estivi, quando scherzava con mio papà. Gli telefonavo la vigilia di Natale, ogni anno. La voce era sempre quella: pastosa, modesta, saggia. Finché un giorno la moglie non me lo passò più. E così la Spoon River si allunga, si allarga. Romolo il fedele, Romolo la spalla che non faceva ombra ma luce, un felice paradosso che, commosso, gli dedico. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/07/romolo-bizzotto.html -
Romolo Bizzotto - Calciatore E Allenatore
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ROMOLO BIZZOTTO https://it.wikipedia.org/wiki/Romolo_Bizzotto Nazione: Italia Luogo di nascita: Cerea (Verona) Data di nascita: 16.02.1925 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.03.2017 Ruolo: Centrocampista - Allenatore Altezza: 177 cm Peso: 76 kg Soprannome: Momo Alla Juventus dal 1949 al 1952 Esordio: 18.12.1949 - Serie A - Novara-Juventus 2-3 Ultima partita: 22.06.1952 - Serie A - Padova-Juventus 1-2 46 presenze - 2 reti 2 scudetti Vice-Allenatore della Juventus dal 1972 al 1988 Allenatore Juventus Primavera 1971-1972 1 Campionato Primavera Romolo Bizzotto (Cerea, 16 febbraio 1925 – Torino, 27 marzo 2017) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centromediano metodista. Romolo Bizzotto Bizzotto alla Juventus nella stagione 1950-1951 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centromediano) Termine carriera 1959 - calciatore 1988 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Audace SME Squadre di club 1942-1943 Audace SME 5 (0) 1945-1949 Verona 125 (14) 1949-1952 Juventus 46 (2) 1952-1953 → SPAL 10 (0) 1953-1954 Palermo 22 (1) 1954-1955 Carrarese P. Binelli 25 (0) 1955-1957 Lucchese 32 (3) 1957-1959 Rovereto ? (?) Carriera da allenatore 1958-1959 Rovereto 1959-1960 Verona Giovanili 1960-1961 Verona 1961-1962 Verona Giovanili 1962-1965 Rimini 1965-1970 Reggiana 1970-1971 Reggina 1971-1972 Juventus Primavera 1972-1988 Juventus Vice Carriera Giocatore Club Iniziò a giocare sedicenne durante il secondo conflitto mondiale, con alcune apparizioni nell'Audace SME, squadra del quartiere veronese di San Michele Extra. Nell'immediato dopoguerra passò al Verona, in Serie B, dove rimase per quattro stagioni prima di essere prelevato nel 1949 dalla Juventus: «essendo, però, quella squadra formata da tantissimi campioni, furono poche le volte che scesi in campo ma, per me, era già un grandissimo vanto vestire la maglia bianconera». A Torino fu infatti principalmente riserva dei più quotati Mari e Piccinini, fregiandosi comunque dello scudetto nei campionati 1949-1950 e 1951-1952; solo nella stagione 1950-1951, l'unica delle tre in bianconero in cui non vinse il titolo, riuscì a imporsi fra i titolari. A metà degli anni 1950 si accasò quindi dapprima alla SPAL, in prestito, e poi al Palermo, sempre nella massima categoria. Dopo un triennio trascorso fra Serie C e IV Serie con le maglie di Carrarese e Lucchese lasciò l'attività agonistica nel 1959, all'età di soli trentadue anni, al termine di due campionati nell'Interregionale con il Rovereto: «un giorno si giocava la partita fra il suddetto Rovereto e l'Audace di San Michele Extra, capitanata da Mariolino Corso. Ebbene, proprio Mariolino mi superò con una facilità impressionante, facendomi passare la palla sopra la testa, con il sottoscritto fermo come una statua. Quello sgarbo mi fece intendere che, anche se calcisticamente non ero proprio da buttare [...] era giunto il momento di smettere. [...] Davanti ad una prospettiva piuttosto squallida, cioè quella di girare tutta l'Italia magari in squadrette di provincia a fare figure poco più di mediocri, decisi di appendere le fatidiche scarpe al chiodo». In carriera ha totalizzato complessivamente 78 presenze e 3 reti in Serie A, e 104 presenze e 8 reti in Serie B. Nazionale Nel 1948 venne selezionato dal commissario tecnico Vittorio Pozzo per la spedizione italiana ai Giochi Olimpici di Londra, senza mai esordire in maglia azzurra: «purtroppo, non scesi in campo, perché fummo eliminati alla seconda partita, dalla fortissima Danimarca, quella dei due Hansen [John e Karl Aage, n.d.r.], dei Præst, Pilmark, Jensen, tanto per gradire». Allenatore Bizzotto (secondo da destra), allenatore della formazione Primavera juventina, dopo la vittoria dello scudetto di categoria 1971-1972 s'intrattiene con (da destra) Alessandrelli e il dirigente Allodi; accanto a loro, Maggiora e il capitano della prima squadra Salvadore. Una volta appesi gli scarpini al chiodo a Rovereto, qui iniziò la carriera di allenatore guidando la squadra nell'Interregionale del 1958-1959. Passò poi al vivaio di un altro suo ex club, il Verona, compreso un breve salto in prima squadra, in Serie B. Seguì un triennio in Serie C al Rimini e la lunga militanza in cadetteria, dal 1965 al 1970, con gli emiliani della Reggiana, «cinque anni, con parecchie soddisfazioni» compresa la promozione sfiorata nella stagione 1968-1969. Nel torneo 1970-1971, sempre in B, ci fu invece la «breve e tutto sommato deludente» esperienze in Calabria, alla Reggina, conclusasi con un esonero in gennaio. Venne quindi chiamato poco dopo dalla Juventus per prendere in mano il settore giovanile del club al posto di Čestmír Vycpálek, nel frattempo promosso in prima squadra dopo la prematura scomparsa di Armando Picchi. Nel 1972 Bizzotto portò i giovani bianconeri alla vittoria del Campionato Primavera, conquistato superando in finale i pari età della Roma; guidò inoltre per un'unica occasione i titolari, in uno Juventus-Cagliari di Serie A del 7 maggio, sostituendo proprio il tecnico cecoslovacco colpito dal lutto della morte del figlio, perito pochi giorni prima nell'incidente aereo del Volo Alitalia 112. Dall'anno seguente Bizzotto passò in pianta stabile al ruolo di allenatore in seconda dei bianconeri, ricoprendo tale incarico per il succitato Vycpálek, per l'ex compagno di maglia Carlo Parola, quindi a lungo per Giovanni Trapattoni e infine per Rino Marchesi, sino alla parte finale degli anni 1980; gli succederà nel ruolo Gaetano Scirea. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952 Allenatore Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 -
ALBERTO BERTUCCELLI Nasce a Viareggio (Lucca) il 14 gennaio 1924. Cresciuto nella Lucchese, nell’estate del 1949 sembra debba finire al Torino, che sta faticosamente ricostruendo la squadra scomparsa a Superga: un infortunio determina però un raffreddamento nelle trattative fra rossoneri e granata, e il forte difensore approda così alla squadra bianconera.Bertuccelli è un terzino molto grintoso; la sua velocità e il suo scatto, uniti a un tocco di palla raffinato e a un impeccabile anticipo, lo fanno diventare un ottimo terzino “sistemista”, abile non solo nell’interdizione ma anche nella costruzione del gioco. Alberto è uno dei primi terzini fluidificanti del nostro calcio e le due reti segnate nella massima divisione, (una nel derby contro il Torino), in un’epoca dove i terzini difficilmente superavano la metà campo, ne sono la riprova.Bertuccelli è stato ambasciatore dello sport Italiano all’estero, sia con la maglia della Nazionale Italiana che con i colori bianconeri della Juventus. Nel 1954, dopo cinque anni alla Juventus, nei quali totalizza 144 presenze, due goal, passa alla Roma dove, dopo un anno di continui infortuni, conclude la sua carriera calcistica.«È morto, a Ferragosto, Alberto Bertuccelli, settantotto anni – scrive “La Stampa” del 17 agosto 2002 – ex difensore della Juventus e della Nazionale alla fine degli anni Quaranta. Da tempo soffriva di gravi disturbi cardiocircolatori. Viveva in situazioni economiche precarie con la moglie Valeria in un piccolo appartamento (proprietà di parenti) all’interno dello stabilimento balneare Dori, sulla passeggiata a mare. La comunità viareggina si era mobilitata affinché la Federcalcio assegnasse a Bertuccelli un vitalizio per meriti sportivi che, però, non gli fu mai riconosciuto».GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1993Alberto Bertuccelli eredita, a distanza di qualche stagione, la maglia numero due di Foni e se ne rende in tutto e per tutto degno. Il toscano approda alla Juve nell’estate del 1949, a venticinque anni, ed è uno dei protagonisti della scalata bianconera al primo scudetto dopo il mitico quinquennio. È la Juve di Parola e Boniperti, Martino e Muccinelli, John Hansen e Præst. Una Juve di campioni, in cui l’alacre impegno del terzino destro viareggino diventa il collante decisivo.Bertuccelli è un marcatore implacabile, talvolta rude e altre volte delicato, a seconda della tempra dell’avversario di turno. Non si risparmia mai, e forma con Manente un’altra coppia invidiata e temuta da tutti. La sua ampia falcata e il suo senso dell’anticipo, lo impongono a un lotto pure qualificato di colleghi quando si tratta di conquistare, dopo la maglia bianconera, anche quella azzurra della Nazionale, in cui gioca una mezza dozzina di partite tutte di buon livello.Problemi muscolari ne limitano a volte la continuità ma non l’ardore, lo slancio bellicoso. Il gran naso e i pochi capelli lo rendono facilmente individuabile dagli spalti: un gregario fondamentale in una Juve di campioni, capace di giocare 144 partite dal 1949 al 1954 e di firmare due scudetti tra i più belli della storia juventina, quelli del 1950 e del 1952. In quegli anni, infortuni a parte, nessuno in Italia lo vale, nel ruolo.E poi, volete mettere la soddisfazione di far parte di quella che, secondo molti critici, è stata la Juve più bella e più forte di sempre: Viola, Bertuccelli, Manente, Mari, Parola, Piccinini, Muccinelli, Martino, Boniperti, John Hansen e Præst. Ai tifosi juventini con i capelli bianchi verranno sicuramente i brividi.VLADIMIRO CAMINITIIl viareggino Bertuccelli cominciava dal naso di uccellaccio, completato presto dalla pelata. Manente accettava tutte le esuberanze atletiche del velocista suo compagno di reparto, uno che viveva la giornata a seconda dell’ispirazione. Quando era in forma, con il lampo dello scatto recuperava sull’ala fuggita. Era un punto di forza della squadra. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/alberto-bertuccelli.html
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ALBERTO BERTUCCELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Bertuccelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 14.01.1924 Luogo di morte: Viareggio (Lucca) Data di morte: 15.08.2002 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1949 al 1954 Esordio: 11.09.1949 - Serie A - Juventus-Fiorentina 5-2 Ultima partita: 30.05.1954 - Serie A - Juventus-Napoli 3-2 144 presenze - 2 reti 2 scudetti «Tra quelli che mi marcavano, il più signore era Bertuccelli della Juventus.» (Bruno Pesaola) Alberto Bertuccelli (Viareggio, 14 gennaio 1924 – Viareggio, 15 agosto 2002) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Alberto Bertuccelli Bertuccelli in azione alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Terzino Termine carriera 1955 Carriera Giovanili 19??-19?? Pontedera Squadre di club 1942-1943 Pontedera ? (?) 1945-1946 Viareggio 21 (2) 1946-1949 Lucchese 93 (0) 1949-1954 Juventus 144 (2) 1954-1955 Roma 6 (0) Nazionale 1949-1952 Italia 6 (0) Biografia Scomparve a causa di problemi cardiocircolatori il 15 agosto 2002 nella natìa Viareggio, dove visse gli ultimi anni in condizioni economiche non agiate. Caratteristiche tecniche Fu un terzino che alla velocità, sia nello scatto sia nel sempre ineccepibile anticipo sull'avversario, univa un sofisticato tocco di palla, tutte caratteristiche esaltate dalla grinta che soleva mettere in campo. Tali peculiarità ne fecero un valido interprete per quel gioco sistemista che al tempo andava per la maggiore, mostrandosi avvezzo sia in fase d'interdizione sia di costruzione dell'azione. Di fatto, emerse come uno dei primi esempi di fluidificante ammirati nel calcio italiano. Carriera Club Fu scoperto nel 1941 da un osservatore del Pontedera, durante un torneo amatoriale organizzato a Viareggio, sua città natale. Tesserato dalla società granata, non poté mai esordire in prima squadra a causa degli obblighi di leva. Bertuccelli (accosciato, secondo da destra) nella Juventus campione d'Italia 1951-1952 Riprese l'attività calcistica nel secondo dopoguerra, col Viareggio di Aldo Olivieri, debuttando nella Serie C del 1945-1946 dove si mise in mostra per carattere e potenzialità; nella stagione successiva seguì il suo allenatore alla Lucchese, in Serie B. Vi rimase per tre annate, ottenendo una promozione in Serie A: in particolare, nel campionato 1948-1949 rese al meglio grazie agli insegnamenti di Giuseppe Viani, tecnico particolarmente attento alla fase difensiva e alle fasce laterali, tra i teorici del catenaccio. Nell'estate 1949 sembrava destinato a vestire la maglia del Torino, in procinto di ricostruire la squadra dopo la tragedia di Superga; tuttavia un infortunio rallentò una trattativa nella quale s'inserirono i concittadini della Juventus, i quali, anche grazie alla volontà del giocatore nonché all'intermediazione di Virginio Rosetta, il 21 luglio riuscirono ad acquistarlo. Rimase in bianconero per cinque stagioni, totalizzando 144 presenze e 2 reti — di cui una proprio nel derby contro i granata — e vincendo due scudetti. Nel 1954 fu ceduto alla Roma per 23 milioni di lire. In giallorosso trovò però difficoltà ad affermarsi titolare a causa di continui infortuni che gli permisero solo una manciata di presenze, decidendo pertanto di ritirarsi dall'attività agonistica al termine del campionato. Nazionale Bertuccelli (accosciato, primo da sinistra) al debutto con la maglia dell'Italia il 22 maggio 1949 Le buone prestazioni con la Lucchese gli valsero la chiamata in nazionale. Debuttò il 22 maggio 1949 a Firenze nel ruolo che fu di Aldo Ballarin, morto poche settimane prima nella tragedia di Superga: nell'occasione, si mise in luce, per «riflessi stilistici e rendimento effettivo». Convocato per il campionato del mondo 1950 in Brasile, non poté partire a causa di un'appendicite che lo colpì durante il ritiro di Livorno. L'infortunio lo tenne lontano dai campi per diversi mesi. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Lucchese: 1946-1947 (girone B) Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952
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Jesse Carver - Allenatore
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JESSE CARVER Il Presidente era Gianni Agnelli – racconta Vladimiro Caminiti – il Torino era già un mucchio di cenere. La Juventus vinceva da lontano e da vicino l’ottavo scudetto sotto la guida di un inglese gran chiacchierone: Jesse Carver. Gran chiacchierone ma inglese, impasto di orgoglio e di manie tecniche e tattiche, risultato di suggestiva competenza professionale, dovendosi dare per scontato, secondo Jesse, che i calciatori erano tutti seri, tutti disciplinati, tutti innamorati del gioco, tutti consapevoli di appartenere ad una grande società e di avere come allenatore un grande allenatore.La Juve era grande davvero in campo. La società, invece, ancora (e sempre) dilettantistica. La Juventus degli scudetti dorati, conquistati con i fuoriclasse legati al vile denaro non alla maglia, scherzosi e viziosi, peranco traditori dell’amico più caro, purché non gli si toccasse il malloppo. Non c’era ancora professionalità nel calcio nostrano.Il Torino era bruciato a Superga. La squadra meravigliosa, in cui si risolvettero le paure della guerra, trovando ciascun granata di Erbstein e Novo nello scudetto il paradiso per la famiglia, per se stesso, aveva lasciato tutti vedovi di qualcosa. La Juve dell’avvocato Agnelli colmò quel vuoto, aveva fatto arrivare anche un argentino, Rinaldo Martino, che giocava da superman. E fu una Juventus radiosa, inglese e asciutta, a zona, come impartiva Carver, non marcava nessuno, dai terzini Bertuccelli e Manente (Rava era finito riserva per età), ai mediani Mari Parola e Piccinini; con pochi movimenti corali azzeccati, con poche trame volanti, vinceva ogni partita, travolgeva tutti. Viaggiava in un pulman d’argento e rappresentava il benessere sociale della Fiat, la grandezza del calcio italiano retrodatato, la potenza della classe e della lira.Stabilì questi primati: cinque vittorie iniziali consecutive, migliore serie iniziale senza sconfitte (17), migliore serie di vittorie consecutive (8), 14 vittorie in trasferta, più punti nel girone d’andata (34), minor numero di sconfitte in campo avversario (0-1 a Roma con la Roma), maggior numero di vittorie complessive (28), minor numero di sconfitte (4), tra le quali il famigerato 1-7 col Milan. Non stabilì il primato dei gol segnati che furono «appena» cento rispetto ai 118 del Milan dei Grenoli, terrificanti, specialmente Nordhal, quando giocavano contro la Juve. Tutto sapeva fare quella Juve tranne rendere con continuità.Non sapevano allenarsi con rigore, applicare la tattica con coscienza, giocare non soltanto per il divertimento. Cotanti assi in campo improvvisavano. Non poterono improvvisare il 1° febbraio 1950 contro il Milan. Dopo il gol iniziale di John Hansen si scatenò il pompiere Gunnarone Nordhal, per Parola fu la disfatta, per la Juventus fu la incredibile amarezza: 7 a 1 in casa, davanti all’avvocato Agnelli che voleva multarli tutti, a partire da Carver. Che non aveva colpe. Lui credeva nel suo calcio a zona, quella volta la zona fu sgretolata dal Milan con il suo travolgente e straripante pompierone, con Liedholm e Gren sornioni maestri. Quando la colpa era di tutti, dirigenti compresi, si scopriva (anche oggi ahimè) che l’unico colpevole in fondo è l’allenatore. L’avvocato lo ha sempre detto: l’allenatore non conta niente. Si può sostituire in qualsiasi momento.«Mister Carver parla un linguaggio che la direzione juventina non capisce come d’altra parte non lo capiscono in tutta Italia», scriveva Martin, giornalista piemontese, nell’edizione piemontese dell’«Unità» di venerdì 24 agosto 1951. E proseguiva: «Noi non sappiamo ancora come vada a finire il caso Carver. I dirigenti, quasi tutti, sono intransigenti contro lo stipendiato, che ha osato dir loro delle parole un po’ troppo vere, che poi esaminate ben bene non sono affatto offensive, perché che il geometra Monateri, ad esempio, non sappia comperare i giocatori non è assolutamente grave; il suo mestiere è costruire case, non comperare giocatori né insegnare lo stop né giudicare la mediana eccetera...».E concludeva: «Quella dei dirigenti juventini è l’arrabbiatura di dilettanti di fronte a un tecnico, che per una forma della società dipende economicamente da loro, che, invece di piegarsi e star tranquillo, ha fatto sapere a tutti che i suoi dirigenti sono loro dei dilettanti, invece di essere anche loro dei tecnici inquadrati nei vari settori di lavoro della squadra. Lo “stipendiato” Carver ha avuto il cattivo gusto di rendere noto al pubblico che la Juventus è organizzata in modo carnevalesco...».Non basta dunque vincere gli scudetti in modo radioso per essere società organizzata. La Juventus ai tempi di Carver era la Juventus nata dal mecenatismo di Gianni Agnelli giovane e gongolante profeta di vittorie. Aveva vinto lo scudetto numero otto, ma aveva dissipato, nel ‘50-’51, lo scudetto numero 9, per quanto fosse altrettanto forte, non trovandosi i suoi rodomonte con l’allenatore inglese che predicava lavoro e zona, zona e lavoro. Che parlava troppo ma parlava anche bene. Che sapeva allenare in campo e fuori campo. Che era amico di Gianni Agnelli e si illudeva che bastasse.Nell’estate del ‘51, Jesse Carver fu intervistato a Viareggio dal giovane cronista Emilio Violanti della «giornalaccio rosa dello Sport». «Se ne stava in albergo con la moglie. Un Carver uomo qualunque, gentile come ogni turista inglese, quello che mi è di fronte affondato in poltrona, il curioso faccione chiazzato di rosso, sul quale, ad ogni abbozzo di sorriso, le rughe fanno comizio. Al suo fianco la signora, dico signora e non mistress perché la moglie di Carver di inglese ha solo il biondastro un po’ stinto dei capelli. È allegra, vivace, quasi rumorosa, i suoi occhietti azzurrissimi roteano senza un istante di tregua, ad ogni battutella polemica – e in un’ora e mezza non ne sono mancate – la sua mimica fa accento».«Io non parlare» cominciò quell’intervista abbastanza curiosa e Carver infatti non parlò, vomitò la verità, tutta la verità. «Nella Juventus sono solo contro tutti e i dirigenti sono tutti incompetenti di calcio. Gianni Agnelli è dalla mia parte, ma è troppo buono, viaggia sempre e non c’è mai. Sono tornato dalle ferie ed ho trovato il campo con venticinque centimetri d’erba che nessuno si era preoccupato di far tagliare. Cose da pazzi, non si cura nemmeno il terreno di gioco. Mi hanno comprato un certo Corradi. Ma chi è? Parola è sempre stirato, farò giocare Ferrario che è forte e grosso. Muccinelli è sempre contuso, anche Boniperti è sempre contuso. Io non volevo che restasse John Hansen che in campo fa i comodi suoi, e me lo hanno lasciato. Io pensavo ad una squadra tutta italiana, dal portiere all’ala sinistra, cedendo i tre danesi ed ingaggiando tre italiani, primo dei tre Lorenzi per schierarlo mezzala. Lorenzi è stato grandissimo a Londra come mezzala. Mai visto una mezzala come lui. Altro che John Hansen. Io avevo detto ai dirigenti: che importa non vincere lo scudetto per un anno o due pur di arrivare al traguardo di una squadra tutta italiana? Io volevo una squadra moralmente affiatata, non di soli mercenari».Apriti cielo. Non aveva detto la verità? L’aveva detta, ingiuriando mamma Juventus, sputando sul piatto in cui mangiava. Cominciarono a sfrecciare lettere e telegrammi, fu un agosto caldissimo. Altro che i 35 gradi all’ombra tra i cementi di Torino, in piazza San Carlo nella sede della Juventus.«Carver sospeso in attesa di decisioni». «Dopo la bomba Carver acque agitate alla Juve». «Mister Carver sospeso sarà sostituito da Combi». «Nuovi sviluppi della “questione” Carver». Parola intervistato dichiarò: «Mister Carver parla male di me e questo mi stupisce, comunque, si vede che non ha più fiducia. Quando i rapporti giungono a questo punto non rimane che tirare le conseguenze. Se Carver dovesse rimanere, potrebbe darsi che si debba esaminare se convenga o meno che mi fermi io alla Juventus. È questione di logica e non credo sia possibile trovare una soluzione di compromesso».E finalmente tornò dalla villeggiatura anche l’avvocato. La «Nuova Stampa» titolava: «Nostra intervista col presidente della Juventus. L’avv. Agnelli ritiene inevitabile la sostituzione dell’allenatore Carver. Sommario: il presidente tornato ieri dalla Costa Azzurra lascia libero di decidere il Consiglio della Società che si riunirà in seduta straordinaria stamane (21 agosto, n.d.a.) alle ore 12».Quale sarà mai questa decisione? La cessazione dei rapporti tra Carver e la società nomata Juventus. «La pubblicazione («giornalaccio rosa dello Sport» 9 agosto u.s.) della intervista da Lei concessa al giornalista signor Emilio Violante (errore: Violanti non Violante, n.d.a.) ha reso incompatibile la continuazione della di Lei attività tecnica presso la nostra Società» cominciava la lettera raccomandata spedita in data 25 agosto 1951 all’allenatore sparlatore.Anche Gianni Brera, direttore secondo Carlin non sempre responsabile della «giornalaccio rosa dello Sport», aveva determinato la soluzione. «Sopravvenne però il 23 agosto u.s. la pubblicazione sulla “giornalaccio rosa dello Sport” di un articolo a firma dello stesso Direttore, signor Gianni Brera. Tale articolo, precisando, senza equivoci, che Lei si espresse “in italiano non certo corrente ma chiaro e comprensibile sempre”, eliminò totalmente la possibilità che fossero incorsi equivoci; eliminò, cioè, la base logica del colloquio chiarificatore che intendevamo richiedere. Queste circostanze risultano dal predetto articolo 23 agosto 1951 della “giornalaccio rosa dello Sport” e dalla nostra lettera al Direttore di questo Giornale, scritta nello stesso giorno, che uniamo alla presente, tradotti in inglese, per Sua comodità. In questa situazione, di fronte alla intervista pubblicata e mai pubblicamente smentita, non resta se non prender atto della impossibilità che Ella continui la Sua attività presso di noi e della conseguente immediata cessazione dei nostri rapporti contrattuali. Distintamente la salutiamo».La vicenda, istruttiva ed emblematica di un sistema da tutti seguito, si coronava ai primi di settembre 1951. «Sarà Giorgio Sarosi l’allenatore della Juventus» titolava la «giornalaccio rosa dello Sport» in data 10 settembre. «Il dottor Giorgio Sarosi, ex nazionale d’Ungheria, passato poi alla professione di allenatore calcistico, nella quale ha avuto modo di distinguersi prestando la sua apprezzata opera per squadre italiane, sta per ritornare in Italia» diceva la notizia datata New York. Da Torino si aggiungeva: «La direzione juventina ha inoltre assunto in qualità di insegnante di ginnastica e preparatore atletico il prof. Comucci di Firenze».Ma quale fortunato mortale riuscirà mai ad insegnare ginnastica ai giocatori di calcio? La vicenda, a distanza di un quarto di secolo, dispone all’allegria. L’inglese Carver come lo scozzese Aitken. Come, infine, Marchioro del Milan. Aitken e Carver furono sconfitti dalla pelandronite, tipico atteggiamento del calciatore italico. Dio in terra, invulnerabile più dell’omerico Achille. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/jesse-carver.html -
Jesse Carver - Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
JESSE CARVER https://it.wikipedia.org/wiki/Jesse_Carver Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Liverpool Data di nascita: 07.07.1911 Luogo di morte: Bournemouth Data di morte: 29.11.2003 Ruolo: Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1949 al 1951 76 panchine - 51 vittorie - 14 pareggi - 11 sconfitte 1 scudetto Jesse Carver (Liverpool, 7 luglio 1911 – Bournemouth, 29 novembre 2003) è stato un allenatore di calcio e calciatore inglese. Jesse Carver Carver nel 1950, portato in trionfo dai giocatori della Juventus dopo la vittoria dello scudetto. Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1939 - giocatore 1970 - allenatore Carriera Squadre di club 1929-1936 Blackburn 146 (0) 1936-1939 Newcastle Utd 70 (0) Carriera da allenatore 1946 Huddersfield Town Assistente 1946 Xerxes 1947-1948 Paesi Bassi 1948-1949 Millwall Assistente 1949-1951 Juventus 1951-1952 Marzotto Valdagno 1952-1953 West Bromwich 1953 Torino DT 1953-1954 Roma 1954-1955 Roma 1955 Coventry City 1956 Lazio 1956-1957 Lazio 1957-1958 Inter 1958 Tottenham Assistente 1959-1960 Genoa 1961 Lazio DT 1962-1963 APOEL 1969-1970 APOEL Carriera Giocatore Ha giocato nel ruolo di centrocampista tra le file del Blackburn e poi del Newcastle negli anni 1930. Allenatore Club Primo allenatore ad applicare il gioco a zona nel calcio italiano, attraverso tale atteggiamento tattico vinse il campionato di Serie A alla guida della Juventus nell'annata 1949-1950, riportando il massimo titolo nazionale sulle maglie bianconere dopo ben tre lustri; otterrà sia il riconoscimento della stampa specializzata come «innovatore» che critiche per la propria opposizione al dogmatico sistema, principalmente per quanto riguarda le marcature individuali in fase difensiva, che andranno ad accentuarsi nel corso della stagione successiva fino a costargli l'incarico dopo il terzo posto finale in campionato. Carver (in piedi, primo da destra) coi Bianconeri del 1950-1951 Rientra in Italia nel 1951, in Serie B, alla guida del neopromosso Marzotto Valdagno che porta a un'insperata salvezza. Lascia quindi il sodalizio veneto e, dopo un breve periodo di inattività, torna nel 1953 subentrando a stagione in corso a Roberto Copernico nel ruolo di direttore tecnico, con Oberdan Ussello allenatore, alla guida del Torino. Confermato per l'annata successiva, lascia l'incarico a campionato in corso. Passa quindi nella stagione 1953-1954 alla Roma, ove rimane anche nella stagione seguente e, dopo un anno in Inghilterra, alla Lazio, dove nella stagione 1956-1957 ottiene un ottimo terzo posto. Viene quindi ingaggiato dall'Inter del "presidentissimo" Angelo Moratti, ma la stagione 1957-1958, iniziata tra grandi aspettative, si concluderà con un deludente nono posto. Dopo una breve parentesi come assistente di Bill Nicholson al Tottenham, passa al Genoa nella stagione 1959-1960, subentrando all'esonerato Gipo Poggi, ma dopo una netta sconfitta interna per 2-6 contro la Juventus viene sollevato dall'incarico, coi rossoblù ormai avviati verso la retrocessione. Chiude la sua esperienza italiana riassumendo, a campionato in corso, la guida della Lazio in veste di direttore tecnico assistito da Enrique Flamini, senza però riuscire a salvarla dalla sua prima retrocessione in Serie B. Dopo aver allenato ben sette squadre del bel paese (fra cui le due maggiori compagini di Torino e Roma), ha avuto minor fortuna con le squadre inglesi, raccogliendo solo un finale di campionato in massima divisione, col West Bromwich, sedicesimo nel 1951. Nazionale A inizio carriera l'allenatore inglese è stato anche commissario tecnico della Nazionale olandese, in un periodo durante il quale tuttavia gli Orange non erano ai vertici del calcio internazionale. Palmarès Allenatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1949-1950 Coppa di Cipro: 1 - APOEL: 1962-1963 -
JOHANNES PLOEGER Alla fine dell’estate 1948, la società bianconera acquistò dal Frem Copenaghen, la rivelazione olimpica John Hansen, il quale consigliò al presidente Gianni Agnelli il connazionale Præst, che con lui aveva entusiasmato ai Giochi di Londra, appena conclusi. Purtroppo, il danese comunicò di non essere disponibile per un immediato trasferimento e, così, la Juventus cambiò obiettivo, pur mantenendosi sul mercato danese, poco costoso e ricco di talenti. Hansen, a quel punto, fece il nome di Johannes Pløger, furetto di un metro e settantadue che poteva vantare una grossa esperienza, maturata in otto anni di incontri a livello europeo con la maglia della Nazionale.Anche il Milan, però, era interessato al giocatore: la società rossonera era avvantaggiata rispetto ai bianconeri, avendo già inviato a Copenaghen il proprio segretario Giannotti, per far firmare un pre-contratto. Il dirigente milanista convinse Pløger al passaggio nelle file della sua squadra e, alla fine di dicembre, il danese si mise in viaggio per l’Italia.Durante il tragitto, a Domodossola, John Hansen incontrò l’ex compagno e gli fece presente che la Juventus era disposta a riconoscergli un ingaggio superiore a quello del Milan. Pløger nicchiò, consigliato dal suo legale (che, guarda la combinazione, si chiamava Hansen), in attesa degli sviluppi della situazione. Giunto a Milano, il giocatore trovò il dirigente milanista Busini e il collega juventino Giordanetti. Si scatenò, tra i due club, una battaglia senza esclusione di colpi: Busini offrì una cifra notevole (venticinque milioni), la Juventus rilanciò alzando il tiro di cinque milioni. Il Milan, irretito per l’indebita intrusione, in realtà perfettamente legale, dato che non esisteva ancora un impegno scritto, abbandonò l’asta, lasciando campo libero ai rivali.Il giorno di Capodanno del 1949, Pløger firmò il contratto e il 9 gennaio scese in campo contro la Lazio, mettendo a segno una rete di pregevole fattura. «È un’ala davvero brava – Paolo Bertoldi su “La Stampa” commenta la sua prestazione contro i biancocelesti – questo atteso calciatore di Copenaghen, che al suo giungere nel nostro paese ha fatto sorgere tante discussioni. Ha un gioco sbrigativo e veloce. Non indugia nei personalismi, tanto da suscitare l’impressione di avere poco dribbling, mentre, in realtà, il suo stile tende soprattutto alla praticità. Pløger tocca bene la palla con entrambi i piedi e dimostra un senso del goal. (Oltre alla rete segnata, ha pure colpito un palo). Pur essendo un’estrema, egli si vale della consuetudine anche al ruolo di centro attacco, cosicché non esita a chiudere al centro, ogni qual volta se ne presenti l’occasione. Insomma è un acquisto riuscito, e ieri da Depetrini a Parola, da Gola a Combi, a Chalmers, dirigenti, giocatori e allenatore bianconeri, esprimevano la soddisfazione per averlo In squadra. Il pubblico poi dimostrò la sua soddisfazione con ripetuti applausi».Il suo gioco era scarno, privo di fronzoli: sapeva ancora interpretare il ruolo dell’ala classica, tutta dribbling e cross dalla fascia. La società e i tifosi si aspettavano da lui goal e assist per Boniperti: in realtà, Pløger si mostrò un po’ troppo fragile per il ruolo di attaccante e assai poco adatto a fare l’ala, tanto più che il posto era saldamente presidiato dall’intoccabile Muccinelli. A fine stagione, i conti per lui non furono esaltanti: giocò sedici partite e segnò un solo goal. Venne ceduto al Novara, dove si ambientò meglio, prima di dimostrarsi comunque un buon professionista con le maglie del Torino e dell’Udinese.Particolare da non dimenticare: per non guastare i rapporti con il Milan, la società comunicò ai colleghi milanesi di aver ricevuto dalla Svezia un messaggio di Gunnar Nordahl, centravanti del Norrköping e della Nazionale gialloblu, che offriva i suoi servigi alla Juventus. Quasi per scusarsi dello sgarbo, la Juventus si adoperò per far venire in Italia il famoso Pompiere, da noi ribattezzato Bisonte. Nel cambio ci guadagnarono, senza ombra di dubbio, i rossoneri; Nordahl si dimostrerà, infatti, uno dei più forti attaccanti stranieri che abbiano mai calcato i nostri campi di gioco. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/johannes-ploeger.html
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JOHANNES PLOEGER https://it.wikipedia.org/wiki/Johannes_Pløger Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Frederiksberg Data di nascita: 03.04.1922 Luogo di morte: Frederiksberg Data di morte: 04.02.1991 Ruolo: Attaccante Altezza: 172 cm Peso: - Nazionale Danese Soprannome: - Alla Juventus dal 1948 al 1949 Esordio: 09.01.1949 - Serie A - Juventus-Lazio 4-1 Ultima partita: 08.05.1949 - Serie A - Palermo-Juventus 2-0 16 presenze - 1 rete Johannes Theodor Louis Pløger (Frederiksberg, 3 aprile 1922 – Frederiksberg, 4 febbraio 1991) è stato un calciatore danese, di ruolo attaccante. Johannes Pløger Il Frem nel 1944. Pløger è il terzo da sinistra in piedi Nazionalità Danimarca Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1954 Carriera Squadre di club 1939-1948 Frem 164 (101) 1948-1949 Juventus 16 (1) 1949-1950 Novara 22 (6) 1950-1951 Torino 25 (2) 1951-1954 Udinese 75 (8) Nazionale 1940-1948 Danimarca 21 (8) Palmarès Olimpiadi Bronzo Londra 1948 Carriera Club Inizia la carriera nella squadra del Boldklubben Frem di Copenaghen e con le sue 164 presenze e 101 reti contribuisce alla vittoria dei campionati 1940-1941 e 1943-1944 e della coppa nel 1940. Il primo gennaio 1949 viene ingaggiato dalla Juventus per la cifra, per l'epoca notevole, di 40 milioni di lire, con un blitz di mercato ai danni del Milan. Per risarcire in parte la squadra rossonera dello sgarbo, il presidente bianconero Gianni Agnelli cedette ai milanesi l'opzione sul centravanti svedese Nordahl. Ploeger rimane nella Juventus per sola una stagione totalizzando 16 presenze e un gol. Esordisce in Serie A il 9 gennaio 1949 nell'incontro Juventus-Lazio (4-1) segnandovi il terzo gol al 66', in una gara definita dalla giornalaccio rosa dello Sport un "lusinghiero esordio", dopo aver saltato quella che doveva essere la sua prima gara, una sfida in trasferta a Novara che fu rinviata per neve il 2 gennaio 1949 e proprio al Novara viene ceduto nella stagione successiva in cui realizza 6 gol in 22 presenze. La sua terza stagione in Italia la disputa con la maglia del Torino con un bilancio di 25 presenze e 2 gol, quindi l'Udinese l'ingaggia nel 1951 e lui vi rimane per tre anni collezionando 75 presenze e segnando 8 reti. Nazionale Debutta in Nazionale nell'ottobre del 1940, disputando in totale 21 incontri segnando 8 reti. Partecipa al Giochi olimpici del 1948 di Londra realizzando 2 reti in 4 partite (di cui una contro la nazionale italiana, eliminata nei quarti di finale dalla squadra danese) e conquistando la medaglia di bronzo. Gioca la sua ultima partita nell'ottobre del 1948 a causa del suo trasferimento in Italia, in quanto al tempo il regolamento della Federazione danese proibiva di rappresentare il proprio paese ai giocatori professionistici; prima di allora lavorava in una ditta di lavori meccanici per automobili. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato danese: 2 - Frem: 1940-1941, 1943-1944 Coppa di Danimarca: 1 - Frem: 1940 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Londra 1948
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WILLIAM JOHN JORDAN UMBERTO MAGGIOLI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1966 Calciatori inglesi, di nascita e scuola sportiva, hanno militato nelle file bianco nere a più riprese: ve ne furono sin dai tempi che immediatamente seguirono la fondazione della società. Ne contava anche la squadra che vinse il primo campionato della lunga serie sociale: quello del 1906. Poi, per lunghi anni, elementi britannici non vestirono più la maglia a striscioni. Cominciarono a riapparire, non molti, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Come gli appassionati juventini ben sanno, la società, giusto in quel tempo, aveva in Inghilterra una specie di proprio ambasciatore sportivo: precisamente Gigi Peronace che iniziò allora quella attività di «talent scout», osservatore, intermediario tra la Direzione del «club» bianco-nero e quelle delle molte società inglesi. Poi l’amico Gigi allargò la cerchia della sua speciale attività, non più limitandola alla sola Juventus ma mettendosi a disposizione di tutte quelle altre società italiane che a lui si rivolgevano per accaparrarsi calciatori di scuola britannica. Il primo elemento inglese che vestì la maglia bianco nera subito dopo la cessazione del conflitto mondiale fu un tipo curioso, come uomo e come calciatore, un giovanotto di ventisette anni che, a prima vista, denunciava scarse apparenze somatiche della razza albionica. Non era biondo ma bruno, un normolineo di buona taglia atletica con una spessa chioma di capelli ricciuti: tipo nato al di là d’uno Stretto che non pareva essere quello della Manica bensì quello di Messina. Si trattava di John Jordan, detto familiarmente «Johnny». Peronace lo aveva fatto trasferire dall’Everton, famosa squadra inglese che in quel periodo, dopo una lunga fase in cui aveva brillato di vivissima luce, ne trascorreva una di transizione, vivacchiando alla bell’e meglio nelle zone di media classifica. Giunto alla Juventus non si mise in luce per il possesso di doti calcistiche superlative, apparve invece come un modesto calciatore che l’allenatore juventino di allora, lo scozzese Chalmers, altro tipo ameno, utilizzò alternativamente nei ruoli di mezz’ala e centravanti. Jordan in campo non entusiasmava, sapeva abbastanza il suo mestiere ma senza spicco; discreto palleggio, modesto tiro; non eccelleva davvero neppure nello stacco in elevazione, e nel conseguente gioco di testa. Di carattere chiuso, spiccatamente introverso, il nuovo venuto non entrò neppure nelle simpatie dei compagni di squadra, alcuni dei quali cominciarono a osteggiarlo addirittura. I due che meno lo avevano in simpatia erano Parola e Rava che presero presto a combinargli scherzi, alcuni di pessimo genere. Johnny Jordan non riusciva ad ambientarsi nella Juventus e a trovarsi a suo agio a Torino. Cominciò visibilmente a soffrire quel malessere morale e fisico che gli inglesi definiscono «spleen», intristiva e le sue prestazioni nella squadra presero ancor più a peggiorare. Non gli era di conforto neppure lo splendido barboncino nero che possedeva: una bestiola di razza, molto intelligente che nell’ambiente sociale era assai più benvoluta del suo padrone. Ma Rava e Parola, che nutrivano una spiccata avversione per gli inglesi in genere e per Jordan in particolare se la presero anche con il cagnetto e una mattina, durante uno dei soliti allenamenti, in un momento in cui Jordan non era in campo; acchiapparono «Blackie», tale era il nome del grazioso quadrupede, e lo fecero, da nero, diventare bianco-nero rotolandolo ben bene in un mucchietto di borotalco. Non si trattava di uno scherzo cattivo poiché «Blackie» in quella abbondante infarinatura nel borotalco poteva igienicamente trovarsi avvantaggiato, ma il suo padrone ci rimase piuttosto male e la sua evidente avversione per Torino e per l’ambiente in cui si sforzava ad adeguarsi aumentò. La malinconia di Johnny diventò leggendaria. Il giovanotto aveva lasciato a casa una fidanzata cui voleva molto bene. Non passava giorno in cui non scrivesse una lunga lettera alla sua Molly e quasi tutti i giorni ne riceveva da casa una di lei. Nelle giornate di cattivo tempo, nei mesi invernali, Jordan appariva ancora più chiuso e malinconico del solito. «Stormy weather today», diceva, «no mail». Tempo nebbioso: oggi, niente posta: e si tuffava in una ancora più cupa malinconia. Jordan non era davvero un «asso» del calcio, ma lo era invece stato nella «Raf» di cui era ufficiale pilota che si era fatto molto onore nella famosa lunga battaglia aerea d’Inghilterra contro la «Luftwaffe». Aveva abbattuto caccia tedeschi e «Stukas», tanto che era stato decorato al valore con una menzione di «D.S.O.», che è quella che i comandi militari britannici concedono ai sottoposti che si sono distinti in servizio. Quale pilota da caccia, e di un certo valore, Johnny Jordan sentiva acutamente anche la nostalgia del volo. Tante volte in campo, durante un allenamento e magari persino in partita si distraeva quando ascoltava il ronzio d’un aereo e si metteva a guardare in alto, magari disinteressandosi del gioco o della partita addirittura. Di tale sua nostalgia per il volo si preoccuparono alcuni suoi amici juventini: poiché se ne era fatti con il suo buon carattere anche in seno dalla società. Costoro, che avevano buone conoscenze nel campo aviatorio torinese, gli combinarono una visita al campo non lontanissimo dell`Aeronautica d’Italia e una bella mattina, accompagnatolo lassù lo fecero invitare dal comandante del campo a un volo su un apparecchio da caccia a doppio comando. Jordan ne fu contentissimo e per qualche giorno la sua costante tristezza parve scomparsa. Johnny era abilissimo giocatore di «ping-pong» e sul tavolo della sede sociale giocava spesso animatissime partite. Suo avversario principale, bravissimo giocatore anche lui di «ping-pong» e asso eccelso di calcio era un altro John; precisamente Hansen, ma il britannico batteva più sovente il danese che non avvenisse il contrario. Johnny Jordan non rimase a lungo nella Juventus, non un intero campionato: quello del 1948-‘49. Però quando alcuni volonterosi vollero fare il bilancio della sua permanenza calcistica nella società si accorsero che aveva disputato ben venti partite e anche che... aveva segnato cinque reti. Di quanti altri juventini, magari più famosi, si potrebbe affermare altrettanto? https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/william-john-jordan.html
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WILLIAM JOHN JORDAN https://it.wikipedia.org/wiki/William_Jordan Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Bromley Data di nascita: 08.11.1921 Luogo di morte: Cambridge Data di morte: 09.01.2016 Ruolo: Attaccante/Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1948 al 1949 Esordio: 19.09.1948 - Serie A - Lazio-Juventus 0-4 Ultima partita: 06.02.1949 - Serie A - Juventus-Atalanta 1-0 20 presenze - 5 reti William John Jordan (Bromley, 8 novembre 1921 – Cambridge, 9 gennaio 2016) è stato un calciatore inglese, di ruolo attaccante o centrocampista. William Jordan Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 1954 Carriera Squadre di club 1946-1947 West Ham Utd 4 (0) 1947-1948 Tottenham 24 (10) 1948-1949 Juventus 20 (5) 1949-1950 Birmingham City 24 (2) 1950-1951 Sheffield Wednesday 10 (2) 1951-1953 Tonbridge Angels ? (?) 1953-1954 Bedford Town ? (?) Biografia Ha disputato nel campionato italiano di calcio una sola stagione, nel campionato 1948-49, giocando nella Juventus, proveniente dal Tottenham. Il suo acquisto fu caldeggiato dall'allenatore William Chalmers, ma, non riuscendo e non trovandosi a suo agio a Torino, anche a causa del suo carattere chiuso e introverso, dopo una ventina di partite appena mediocri decise di ritornare in Inghilterra, senza che la società si opponesse, trasferendosi al Birmingham. Durante la seconda guerra mondiale era stato ufficiale pilota della Royal Air Force facendosi molto onore nella battaglia d'Inghilterra, contro la Luftwaffe, tanto da essere decorato con il Distinguished Service Order, decorazione militare del Regno Unito e del Commonwealth assegnata agli ufficiali delle forze armate distintisi durante il servizio in tempo di guerra. Caratteristiche tecniche Giocava da ala o mezzala destra, dotato di discreti fondamentali e di un perfetto controllo di palla, che gli permetteva di mantenere il possesso della sfera anche quando era pressato dall'avversario di turno, ma di scarsa mobilità e privo anche di un solo pizzico di genialità e imprevedibilità, ingredienti indispensabili per giocare in quel ruolo. Inoltre la nostalgia per la fidanzata, Molly, che aveva lasciato a Londra, con cui comunicava con lunghissime telefonate, che facevano esaurire velocemente lo stipendio mensile, fece diventare le sue telefonate oggetto di scherno da parte degli addetti ai lavori, che si dissero convinti di aver capito la ragione del suo tiro fiacco, coniando il termine tiro "telefonato". Onorificenze Distinguished Service Order
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JOHN HANSEN Quando John Hansen giunge a Torino, nel 1948, il presidente della Juventus, l’avvocato Agnelli, manda a chiamare Pozzo per confermare che il giocatore danese sia effettivamente quello che, alle Olimpiadi di Londra, aveva giocato meravigliosamente bene e aveva segnato quattro reti alla squadra azzurra. Pozzo riconosce immediatamente nel lungo giocatore l’atleta che ci aveva dato quei quattro dispiaceri e Hansen entra a far parte della squadra juventina.Gli inizi sono molto difficili: poche partite a causa di alcuni infortuni. Va fuori forma e alcuni arrivano a dire che il suo fisico non gli consente uno sforzo continuato. Per fortuna non è così, è semplicemente la conseguenza di allenamenti sbagliati, ma questo lo si capirà più avanti.Il trainer juventino in quel periodo è Chalmers, che ha ottimi numeri come allenatore, ma conosce poco gli uomini che gli sono stati affidati, non sa dosare lo sforzo di ciascuno, fa lavorare troppo chi si stanca presto e viceversa.Così Hansen, che pure ha classe da vendere, non convince l’allenatore, che gli preferisce Jordan, Cergoli o Sentimenti III, insomma chiunque. Chalmers sostiene che Hansen è lento e discontinuo. Quando finalmente il danese trova posto, il 21 novembre 1948, con la Juventus già lontana dal Torino capolista, si capisce di che pasta sia fatto questo attaccante moderno e versatile, capace di risolvere la partita in cinque minuti. Succede a Busto Arsizio il 12 dicembre, si ripete a Torino contro il Palermo la domenica successiva. Boniperti ha al suo fianco un compagno che parla la sua stessa lingua e quando Muccinelli sull’out ha fatto fuori il terzino, non deve preoccuparsi di altro che metterla in mezzo, sicuro di trovare il danese pronto a colpire. Quarto posto per quella Juventus, quindici goal per John, al pari di Boniperti.«Ricordo benissimo che quando arrivai in Italia accompagnato dal signor Artino, segretario bianconero, le cose alla Juventus andavano piuttosto maluccio. Nell’ottobre di quel 1948 i miei amici Parola e Rava, Depetrini e Locatelli, Boniperti e Muccinelli, avevano perso il derby con il Torino e le ripercussioni furono tali da provocare altre quattro sconfitte consecutive, a Genova con la Sampdoria, a Torino con l’Inter, a Lucca e nuovamente a Torino con il Modena. Quest’ultima partita l’avevo vista dalla tribuna, ero arrivato il giorno prima e ricordo benissimo l’autore dell’unica rete che decise la gara. La segnò il piccolo Edmondo Fabbri, che giocava all’ala sinistra. La domenica successiva era in programma l’incontro con il Bari. La mia presenza aveva, non so come dire, galvanizzato l’ambiente. Anche Parola e Rava, reduci da infortuni, decisero di scendere in campo. Io avevo sostenuto solo un paio di allenamenti, sotto lo sguardo di mister Chalmers, ma, anche per esaudire l’invito rivoltomi dall’avvocato Agnelli, buttai alle ortiche ogni esitazione e… indossai la mia maglia con il numero dieci. Fu una partita memorabile, un susseguirsi di incessanti attacchi alla rete del Bari, difesa da un portiere che non ho mai più potuto dimenticare, Bepi Moro, un autentico gatto, agile, coraggioso, dai riflessi fulminei, dalla presa ferrea. Lottammo per oltre un’ora prima di batterlo. Fu un gran tiro al volo di Boniperti che il portiere non riuscì a trattenere: arrivò, lesto come il fulmine, quel diavoletto di Muccinelli e la palla gonfiò la rete. In quell’attimo mi sentii immensamente felice, come se avessi segnato io. Capii che la Juventus avrebbe rappresentato qualcosa di molto importante nella mia vita di calciatore».Il resto è cammino trionfale. 1949-50, dopo quindici anni torna lo scudetto e John Hansen timbra la stagione con ventotto reti in trentasette partite. In leggera flessione l’anno dopo, con lo scudetto che sfugge più per distrazioni juventine che per meriti altrui, e comunque i goal del danese sono venti. Riecco il John Hansen trionfante nella Juventus più bella, quella del 1951-52: trenta reti in trentasei partite, segnate in tutti ma proprio tutti i modi previsti dal regolamento. Rimane alla Juventus fino all’estate del 1954, totalizzando 187 presenze e 124 goal, che lo collocano nell’élite dei marcatori di sempre della storia juventina.Pochi sanno che questo fuoriclasse autentico rischiò di andare al Torino. Lo stesso Hansen racconta come andò: «Giocavo ancora nel Frem di Copenaghen, quando il presidente mister Bernhard Langvold, direttore di una grande ditta di vini, occupandosi di importazioni, si trovava in Italia. Un dirigente del Torino gli chiese se fosse possibile avere dalla Danimarca una mezzala di valore e la somma per il trasferimento. Mister Langvold fece il mio nome, ero conosciuto in Italia per aver realizzato quattro goal contro la vostra Nazionale olimpionica a Londra. Con grande stupore del dirigente italiano, Langvold rispose che nessun compenso spettava alla squadra, della quale lui era presidente, in quanto in Danimarca i giocatori non avevano nessun vincolo con i club, essendo questi puramente dilettantistici. Così venni interpellato dal mio presidente per telefono e invitato a fissare la cifra di trasferimento al Torino. Ma una seconda telefonata venne a mutare il primitivo progetto: questa volta è il dottor Boella della Nordisk Fiat di Copenaghen, che, per incarico dell’avvocato Agnelli, desidera avere un colloquio per contrattare un mio eventuale passaggio alla Juventus. Optai per la Juventus e il giovedì 18 novembre 1948 firmai un contratto triennale per la società italiana, rappresentata dal signor Secondo Artino, segretario amministrativo e delegato del club. Il signor Artino, esperto in materia di trasferimenti, mi convinse a partire immediatamente per l’Italia, promettendo le vacanze in Danimarca dell’imminente Natale 1948, con relativo rimborso spese, affinché potessi sistemare e definire le mie pratiche private. In Danimarca io facevo il contabile, godevo di molta stima, ero un giovanotto timido e educato, in possesso di tre lingue e di una certa classe calcistica. La cosa tuttavia, che maggiormente mi inorgogliva, era il fatto di non essere mai stato espulso nel corso di una partita di calcio. Ed ecco che, militando nella Juventus, mi toccò proprio un’espulsione. Giocavamo contro il Padova, la prima domenica del gennaio 1949. Non c’erano problemi per il risultato: all’inizio della ripresa vincevamo già per 6-1 ed io avevo firmato proprio la sesta rete. Poco dopo, saltando su un traversone di Caprile, mi scontrai con il portiere Romano; la palla schizzò verso Muccinelli che mise in rete. L’arbitro fischiò e annullò il goal, perché in Italia il solo rispetto ancora tutelato è quello per i portieri. Accorse il mediano avversario Matè e mi colpì con un calcio a un braccio. Accorse il mio compagno Jordan, accorse il capitano del Padova, Quadri. Ci fu una collettiva stretta di mano. Tutto sarebbe finito lì se io, bonaccione come un parroco di campagna, non avessi espresso il mio punto di vista unendo il pollice e l’indice della mano destra, dicendogli “Okay!”. A questo punto Matè corse verso l’arbitro che, d’altra parte, aveva già visto e… giudicato il mio gesto. L’arbitro, un pisano, con vivo successo linguistico, mi chiese ragione ed io ripetei davanti a lui l’atteggiamento della mano. Fu allora che il signor Massai mi indicò la via degli spogliatoi, indignato per un gesto che lui riteneva altamente offensivo. La sera andai a consolarmi in un dancing, insieme all’inglese Jordan. Ebbene, volete sapere una cosa? Non riuscii a prender nemmeno una mandorla salata, perché avrei dovuto, inevitabilmente, unire nuovamente il pollice all’indice. Avrebbero potuto allontanarmi anche dal locale. E questa umiliazione non l’avrei mai sopportata…!». VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1990«Tra Caprile che non afferrava l’intenzione della mezzala, e Boniperti che aveva preso l’abitudine di restare prevalentemente in posizione arretrata, John Hansen non sapeva più come orientarsi. Egli non è una mezzala di sfondamento, l’azione personale non lo tenta, è uomo di manovra, un realizzatore sì, ma tendenzialmente un tattico; un atleta che reca nel gioco un apporto di idee le quali costituiscono il tema di un coro e non di un assolo. Rompere i collegamenti che Hansen costantemente cerca, equivale a isolare e rendere nulla una viva sorgente di gioco». Per scrivere così di calcio, bisogna essere grandi giornalisti di calcio; che a capire calcio, spiegandolo al popolo, ne siano rimasti molti come l’autore dei due stralci con i quali vi presento John Hansen, proprio non credo. Io credo che a parte pochissimi esemplari, il nostro mestiere si sia imbarbarito in un tecnicismo di maniera, e che sia conformistico in tutto, il modo di porgere e spiegare calcio. In realtà, Ettore Berra negli anni Quaranta, l’articolo è datato ottobre 1949, è stato un luminare della materia, io non posso negare di averlo fatto punto di riferimento nella mia formazione professionale.Chi è stato allora John Hansen? Questo spilungone danese, con lentiggini come ceci, un gran ciuffo fulvo nei giorni del 1948 quando giocava a Torino, gazzella del gioco aereo, tempista incursore dai goal saettanti, è stato un momento importante per l’evoluzione del gioco in Italia. I padroni amano i fuoriclasse, vivono il calcio per e in funzione dei fuoriclasse, si deve dire che non sempre il fuoriclasse (raramente si vorrebbe dire) serve l’evoluzione del gioco. L’hanno forse servita fuoriclasse come Sivori o Platini? Ho i miei dubbi. Sivori è stato irripetibile come Platini. Al progresso del calcio, nel senso della tattica applicata e delle superiori strategie, sono serviti certi fuoriclasse specialissimi, e uno pensa subito a Di Stéfano più che allo stesso Pelé o a Maradona.John Hansen ha aiutato il calcio nostro a uscire dalle secche dell’individualismo più o meno di maniera, è stato un fulcro, è stato un artificiere di gioco, con lui, e specialmente per lui è nata la Juventus irresistibile 1949-50, e seguenti, anche 1951-52, con Giorgio Sarósi allenatore, quando Jesse Carver era stato estromesso, dai giochi tentacolari della Signora. La signora del calcio, inimitabile e strepitosa, con un presidente mecenate inimitabile e strepitoso, congegnava in campo meccanismi perfetti. Li aveva studiati a tavolino. Gianni Agnelli aveva visto personalmente la partita all’Olimpiade di Londra in cui la Danimarca ci rifilò cinque legnate in testa a tre, e tre goal furono dello stangone, lo stesso che Gianni ricevette in ufficio, nella principesca sede di Piazza San Carlo, e volle che fosse presente anche Vittorio Pozzo, l’allenatore della Nazionale Olimpica bastonata, perché non ci fossero dubbi che era proprio lo stangone dei tre goal a Bepi Casari: «Sì, è luì», ammise Pozzo, granata di ferro, ma stimatissimo e legatissimo all’Avvocato.Cominciò da questo momento la carriera juventina di John Hansen. Né si può dire che furono subito rose e fiori. La Juve doveva ancora darsi una regolarità e un indirizzo tattico. L’allenatore Chalmers era forse un competente, ma certamente un bizzoso. Per lui, era meglio Angeleri, un half puro all’ala destra, al posto del piccolo serpentineggiante Muccinelli! É tutto dire. Chalmers allenava Sentimenti IV nei vagoni ferroviari con molliche di pane! Era un desso che qualcuno ha ritenuto fesso, come allenatore di calcio, intendo. L’Avvocato prediligeva in materia gli inglesi e con Carver, seppur limitatamente, ci avrebbe azzeccato. Nel campionato 1948-49, l’ultimo del Grande Torino terreno, John Hansen gioca ventiquattro volte e segna quindici goal. Il suo valore è patentato, riconosciuto e sottoscritto, e John diventa un pilastro per la gloria successiva con ventotto goal in trentasette partite, l’attacco irresistibile e tranciante comprendeva da destra a sinistra Ermes Muccinelli, Rinaldo Martino, Giampiero Boniperti, John Hansen e Aage Præst. Forse, e senza forse, l’attacco più forte in assoluto (io lo preferisco a quello della Juve “platiniana”) della storia bianconera.John, la cui precoce scomparsa ha avvilito tutti i supporter juventini, aveva un carattere smagato e pressappoco innocente, pur con fondo di orgoglio che lo portò a schierarsi nettamente contro Jesse Carver dopo la famosa intervista di Emilio Violanti all’allenatore britannico, e alla quale si fa risalire l’inizio del giornalismo sportivo contemporaneo. Nascevano in quell’estate del 1951 i due punti e virgolette, che poi ironicamente visitati da un Gianni E. Reif avrebbero avuto tanta fortuna.Dice Boniperti, nel ricordo nostalgico del campione: «John Hansen era un bravissimo ragazzo e un grande professionista. Ecco, lui amava allenarsi, e molto, a differenza mia. Lui era giovialone, sempre contento, non era molto attaccato al denaro, non aveva vizi, era un buono». Sì, John Hansen era così. Si era subito ambientato a Torino, trovandola città estremamente simpatica, e in pochi mesi aveva imparato a parlare un buon italiano. Andava a mangiare, come tutti di quella Juventus, in un ristorante toscano al centro della capitale sabauda, da Biagini, in quegli anni abbastanza memorabili anche perché in parte sognanti, smemorati.Ritornava spesso in Italia, e la trovava molto cambiata: si isolava nell’ufficio di Boniperti, nella sede di Galleria San Federico, e stavano ore a parlare di calcio, com’era una volta e come oggi non è più. E non è nemmeno la gazzella danese, il trampoliere del goal. Il goal che arriva dall’alto e da lontano. Il goal modellato nel coro, di un campione strategico per eccellenza, tra i grandi del calcio di ogni tempo, da considerare davvero tra quelli alati. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/john-hansen.html
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JOHN HANSEN https://it.wikipedia.org/wiki/John_Hansen Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Copenhagen Data di nascita: 24.07.1924 Luogo di morte: Copenhagen Data di morte: 12.01.1990 Ruolo: Attaccante Altezza: 183 cm Peso: 78 kg Nazionale Danese Soprannome: John il lungo Alla Juventus dal 1948 al 1954 Esordio: 21.11.1948 - Serie A - Juventus-Bari 1-0 Ultima partita: 30.05.1954 - Serie A - Juventus-Napoli 3-2 187 presenze - 124 reti 2 scudetti John Hansen (Copenaghen, 24 luglio 1924 – Copenaghen, 12 gennaio 1990) è stato un allenatore di calcio e calciatore danese, di ruolo attaccante. John Hansen Hansen alla Juventus Nazionalità Danimarca Altezza 183 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1960 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Squadre di club 1943-1948 Frem 86 (81) 1948-1954 Juventus 187 (124) 1954-1955 Lazio 27 (15) 1958-1960 Frem 28 (32) Nazionale 1947 Danimarca U-21 1 (1) 1948 Danimarca 8 (10) Carriera da allenatore 1956 Frem 1969 Danimarca Palmarès Olimpiadi Bronzo Londra 1948 Carriera Club Inizia la sua carriera agonistica nel Frem di Copenaghen, dove nella difficile stagione 1943-1944, segnata dal secondo conflitto mondiale, conquista il titolo di campione nazionale, cui segue sul piano personale quello di capocannoniere nel campionato 1947-1948. Dopo i Giochi olimpici del 1948 c'è subito un contatto con i dirigenti del Torino per portare Hansen in maglia granata, ma il 18 novembre 1948 il giocatore passa ai rivali cittadini della Juventus. Tre giorni dopo esordisce in maglia bianconera nella sfida casalinga contro il Bari. Rimane a Torino per sei stagioni, fino al 1954, giocando 189 partite (187 in Serie A e 2 in Coppa Latina), segnando 124 reti e vincendo 2 scudetti, di cui uno come capocannoniere. Considerato uno dei migliori giocatori ad aver vestito la maglia juventina, nel 2011 è stato omaggiato di una stella celebrativa nella Walk of Fame bianconera allo Stadium di Torino. Gioca poi una stagione nella Lazio, per poi ritornare in Danimarca nelle file del Frem come giocatore-allenatore, e dove chiude la sua carriera agonistica nel 1960. Nazionale Il 5 agosto 1948, in occasione dell'incontro del torneo olimpico di Londra 1948 tra l'Italia di Vittorio Pozzo e la Danimarca, Hansen firma 4 dei 5 gol (ai minuti 31', 55', 75' e 81') con cui gli scandinavi (che poi arriveranno a vincere la medaglia di bronzo) batterono gli azzurri per il 5-3 finale. Con 7 reti è capocannoniere di quel torneo, a pari merito con lo svedese Gunnar Nordahl. Nel 1969 diventerà anche commissario tecnico della nazionale danese. Palmarès Giocatore Club Campionato danese: 1 - Frem: 1943-1944 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Londra 1948 Individuale Capocannoniere della First Division: 1 - 1947-1948 (20 gol) Capocannoniere ai Giochi olimpici: 1 - 1948 (7 gol) Capocannonieri della Serie A: 1 - 1951-1952 (30 gol) Onorificenze Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana — 1952. Di iniziativa del Presidente della Repubblica.
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EMILIO CAPRILE Mancino grintoso e determinato, nasce a Genova il 30 settembre 1928 e gioca nella Nazionale Olimpica ai giochi di Londra del 1948. Raggiunge Torino subito dopo la manifestazione londinese e veste la maglia bianconera solo in quella stagione, prima di essere ceduto all’Atalanta. Ritorna juventino nell’estate del 1951, giusto in tempo per vincere lo scudetto e ripartire per Roma, sponda biancoceleste. In totale accumula trentasette presente e undici reti. Il 1948-49 – si legge su Pianetagenoa1893.net del 9 giugno 2014 – è l’anno del grande salto alla Juventus, squadra nella quale occupa il posto da titolare nel ruolo di ala sinistra: in quel campionato segna nove reti in trentadue presenze. La prima sconfitta (1-2) con i bianconeri arriva alla terza giornata in trasferta con il Genoa: cosa ricorda di quella partita giocata domenica 3 ottobre 1948? «In quella partita ebbi un’occasione d’oro. Ero da solo davanti al portiere Piani e riuscii a non segnare un goal che sarebbe stato difficile sbagliarlo. Diversi amici erano venuti a vedermi: abitavo da ragazzo in Via Bobbio, molto vicino al Ferraris. Si attraversava “u puntin”, il ponte di legno sopra al Bisagno». I due derby (entrambi persi dalla Juventus, in casa 1-2 domenica 24 ottobre 1948 e in trasferta 1-3 domenica 13 febbraio 1949) sono gli ultimi giocati dal Grande Torino. Cosa ricorda di quella leggendaria formazione e qual era l’atmosfera delle ultime edizioni derby della Mole con i granata nel ruolo di favoriti? «Il Torino era proprio una grande squadra. C’era Mazzola, Loik, Gabetto: erano grandi giocatori di gran classe. In porta c’era il fratello di Manlio Bacigalupo, Valerio, con cui avevo giocato. Erano più bravi della Juve. Ricordo che giocai contro il loro terzino Ballarin: picchiava come un dannato e giocava attaccato a me. Sempre riguardo ai difensori c’era Blason che menava come un fabbro». Ma che tipi di falli commettevano? «Facevano entrate molto dure sulle gambe. Niente gomitate o manate in faccia come avviene adesso. Tutto sommato era facile però giocarci contro. I terzini erano dei “bestioni” ma non erano veloci: bastava che li anticipassi, lanciavo il pallone lontano e gli davo due o tre metri in pochi attimi. Adesso i difensori sono molto più agili e veloci: non ho vergogna a dire che se giocassi ora non toccherei palla». Nel 1951-52 torna alla Juventus per una stagione. In quel vittorioso campionato si deve accontentare delle briciole lasciatele da Karl Aage Præst, facendosi, comunque, trovare pronto con due reti in cinque presenze. Ci può descrivere le caratteristiche tecniche della forte ala sinistra danese? «Era un grande giocatore, anche se un po’ lento: non avevo nulla da eccepire sul fatto di essere la sua riserva. Era molto alto e aveva un dribbling secco che lo rendeva molto pericoloso, oltre a saper crossare in modo preciso. All’epoca le ali dovevano arrivare sulla linea di fondo e crossare il pallone all’indietro fuori dalla portata del portiere». A proposito: all’epoca come si festeggiavano gli scudetti? «Non c’erano festeggiamenti particolari, come il pullman scoperto con la folla attorno. Fummo invitati dall’avvocato Agnelli a Villar Perosa per una cena di gala». Quali sono stati i giocatori bianconeri che più l’hanno impressionata? «Giampiero Boniperti era un dritto, che sapeva imporsi, oltre ad essere un giocatore di classe. Carletto Parola era un signore nel vero senso del termine, così come Pietro Rava: il mitico terzino sinistro vincitore dell’oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936 e della Coppa Rimet 1938 era un sanguigno e sapeva marcare molto bene. Ho ottimi ricordi anche di John Hansen ed Ermes Muccinelli». Che tipo di ambiente era quello della “Vecchia Signora” di allora? «Era un ambiente molto affettato, per niente facile e molto selettivo. Io non posso lamentarmi, poiché mi hanno trattato sempre bene. Eravamo pagati bene: 90.000 lire di stipendio al mese più una serie di premi che aumentavano di molto la paga base. Anzi all’epoca era previsto dalla Federazione che lo stipendio fosse fissato in base al numero di abitanti della città in cui giocava la squadra di appartenenza del giocatore». Che tipo era l’avvocato Agnelli? «Era una persona autorevole, di cui subivi il fascino. Mi ha regalato nel 1952, in occasione dello scudetto, una bambola con i colori bianconeri che ho ancora in casa». E poi nel 1952-53 giocò la sua ultima stagione in Serie A con la maglia della Lazio, poi va al Como prima di tornare ai lilla del Legnano. «Andai alla Lazio, poiché, essendoci alla Juventus Præst, non giocavo quasi mai. Non mi sono trovato molto bene. Poi nella stagione successiva sono passato al Como in Serie B, che lottava per la promozione: l’anno dopo sono ritornato al Legnano». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/emilio-caprile.html
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EMILIO CAPRILE https://it.wikipedia.org/wiki/Emilio_Caprile Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 30.09.1928 Luogo di morte: Genova Data di morte: 05.03.2020 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1948 al 1949 e 1951-1952 Esordio: 19.09.1948 - Serie A - Lazio-Juventus 0-4 Ultima partita: 22.06.1952 - Serie A - Padova-Juventus 1-2 37 presenze - 11 reti 1 scudetto 1 coppa latina Emilio Caprile (Genova, 30 settembre 1928 – Genova, 5 marzo 2020) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Emilio Caprile Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 Carriera Giovanili 19??-1945 Genova 1893 Squadre di club 1945-1946 Genoa 5 (0) 1946-1947 Sestrese 40 (19) 1947-1948 Legnano 34 (13) 1948-1949 Juventus 32 (9) 1949-1951 → Atalanta 61 (16) 1951-1952 Juventus 5 (2) 1952-1953 Lazio 20 (2) 1953-1954 → Como 21 (3) 1954-1958 Legnano 127 (34) 1958-1959 Sammargheritese 14 (2) Nazionale 1948-1950 Italia 2 (2) Carriera Club Caprile con la maglia della Lazio Nativo del quartiere genovese di Staglieno, crebbe calcisticamente nelle giovanili del Genova 1893 (che ritornerà a chiamarsi "Genoa" al termine della seconda guerra mondiale) guidate da Luigi Burlando; ricopriva il ruolo di ala sinistra, ove sfruttava la sua grande velocità. Guido Ara lo inserì, non ancora diciassettenne, nella rosa della prima squadra rossoblù che partecipò alla Coppa Città di Genova che nei primi mesi del 1945 sostituì il normale campionato a causa degli eventi bellici che sconvolgevano l'Europa in quel periodo. La competizione fu vinta dai rossoblù che sorpassarono all'ultima giornata i rivali del Liguria; a Caprile e a ciascun vincitore della competizione furono date in premio 20.000 lire dal futuro presidente rossoblu Antonio Lorenzo. Esordì in Serie A a 17 anni con il Genoa nella sconfitta esterna per 9-1 contro l'Inter del 23 dicembre 1945. Nella sua militanza genoana giocò cinque incontri, senza reti, nella Divisione Nazionale 1945-1946 e tre nella Coppa Alta Italia, in cui segnò le sue uniche due reti in rossoblu, nel 5-1 del 30 giugno 1946 contro la Sampierdarenese e la rete dell'1-1 contro il Novara del 14 luglio seguente. La stagione seguente fu ceduto alla Sestrese, iscritta alla Serie B 1946-1947, ove nonostante le sue 19 reti, retrocesse in Serie C. La stagione seguente rimane in cadetteria con la maglia del Legnano, ove grazie alle sue 13 reti in 34 partite ottiene il quarto posto finale e si fa notare dalla Juventus, che lo ingaggia. Nella Serie A 1948-1949 con i bianconeri ottiene il quarto posto finale giocando 32 partite e segnando 9 reti. Chiuso dal'ingaggio del danese Karl Aage Præst si trasferisce in prestito biennale all'Atalanta ove gioca due stagioni su buoni livelli, guadagnandosi la convocazione ai Mondiali 1950 e il ritorno alla Juventus. Con i bianconeri vince il campionato 1951-1952, pur avendo giocato solo 5 partite, segnando 2 gol, poiché riserva del danese Præst. La stagione seguente passa alla Lazio, società in cui militerà sino all'autunno del 1953, quando passa al Como in Serie B poiché chiuso nei biancocelesti da Alberto Fontanesi. Nel 1954 ritorna al Legnano, sempre in cadetteria, con cui gioca tre stagioni in B e una, l'ultima tra i lilla, in Serie C. Nel 1958 torna in Liguria per giocare nella Sammargheritese, con cui ottiene il dodicesimo posto nel Girone A del Campionato Interregionale 1958-1959: chiuderà la carriera agonistica proprio dopo il campionato con gli arancioni. È morto nella città natia il 5 marzo 2020. Nazionale Convocato quattro volte nella Nazionale maggiore, esordì segnando a Brentford nel torneo olimpico 1948, il 2 agosto 1948 nella vittoria per 9-0 contro gli Stati Uniti, quindi disputò la sua ultima partita in Nazionale il 5 agosto dello stesso anno nella sconfitta per 5-3 contro la Danimarca. Fu quindi convocato senza giocare nelle partite del 25 giugno 1950 contro la Svezia (sconfitta per 3-2) e del 2 luglio 1950 contro il Paraguay (vittoria per 2-0), valevoli per i mondiali del 1950. Tra tutti i giocatori della Nazionale è tra i più giovani esordienti, avendo esordito a poco più di 19 anni. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1951-1952 Competizioni internazionali Coppa Latina: 1 - Juventus: 1951-1952 Competizioni regionali Coppa Città di Genova: 1 - Genova 1893: 1945
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SERGIO MANENTE Nasce a Udine il 10 dicembre 1924 e nella squadra friulana gioca (in Serie B) fino al 1945-46. Come se fosse un predestinato, esordisce in A la stagione successiva nell’Atalanta, proprio contro la Juventus. È il 22 ottobre 1946, la gara finisce 3-1 per i torinesi, lui gioca all’ala destra. Allenatore neroazzurro è l’ex bianconero Monti, suo avversario diretto Varglien, di cui prenderà il posto alla Juventus. Ben presto Manente diventa terzino “sistemista”, ruolo che ricopre con classe sopraffina.La Juventus lo chiama nel 1948-49 e gioca come terzino destro a fianco di Rava. Quindi, l’anno successivo, il passaggio a sinistra per far posto a Bertuccelli. L’allenatore Carver vede in lui un terzino all’inglese e dà fiducia a questo giovane che si compiace di giocare in avanti senza pensare troppo a marcare gli attaccanti rivali. «Un difensore all'inglese come lui, in Italia non l'avevo ancora visto», dice il mister juventino.Diventa irresistibile fino a guadagnarsi la Nazionale, con la quale disputa solo un incontro: il 18 maggio 1952 a Firenze, amichevole con l’Inghilterra, risultato 1-1 con reti di Broadis e Amadei. Ha in consegna il biondo Finney, nel primo tempo si trova molto a disagio, nella ripresa stringe i denti e si dedica alla marcatura del veloce rivale riuscendo ad annullarlo.È il primo terzino moderno, il pioniere in un ruolo che ha raggiunto il massimo rappresentante in Cabrini; ma non è ben visto dai tecnici italiani, che all’epoca volevano solamente dei terzini marcatori. Ed è proprio nella stagione 1954-55 che Manente si scatena: segna dieci reti, una in meno di Bronée, cannoniere juventino di quell’anno. Sei goal li sigla su rigore battendo portieri di valore come Lovati e Buffon.Ha legato il suo nome a una delle più belle Juventus di sempre, quella dei danesi, dei due scudetti nel 1950 e nel 1952, dei due secondi posti; i suoi compagni sono Bertuccelli, Martino, Parola, Mari, Piccinini, Muccinelli e un trio d’attacco favoloso: Boniperti, Hansen, Præst. Roba da cento goal (come nel torneo 1949-50) in media a campionato.«Mi piace giocare nella Juventus – dice sempre – non chiedetemi i motivi, mi piace e basta. Forse mi sono affezionato ai compagni, forse sento tutta l'importanza di vestire una maglia che per tradizione e per altri motivi, tanti altri, tutti, vorrebbero vestire».Proprio con Boniperti, Sergio Manente è legato da un’amicizia sincera. Sempre insieme durante i ritiri, durante i quali, per anni dividono la stessa stanza. È un’amicizia tra due caratteri totalmente diversi: per quanto estroverso e cordiale è Giampiero, molto meno espansivo, perfino burbero appare Manente. «Un giocatore e un amico prezioso – racconta Boniperti – era stato mio compagno di camera, gli telefonavo spesso per ricordare quei tempi e lui si commuoveva. Era terzino ma talmente bravo che, nel prosieguo della sua carriera, diventò mezzala, regista, goleador. Una cosa riuscita a pochissimi difensori».Nell’estate 1955 lascia la Juventus, che lo sostituisce con Garzena, dopo 231 gare e quindici goal, per accasarsi al Vicenza dove ritrova il portiere Sentimenti IV. In due stagioni segna ancora una decina di goal.Se in Italia non è stato molto amato per l’eccessiva libertà che si prendeva in campo, senz’altro si ricordano di lui in Brasile, dove fu protagonista di una gara tra la Juventus e il São Paulo finita 2-2, al termine di un torneo estivo che aveva tutta l’aria di una mini Coppa Intercontinentale.Ci lascia il 14 marzo 1993, nella sua Udine, dopo aver lungamente lottato contro un terribile male, che lo aveva colpito otto anni prima.VLADIMIRO CAMINITIManente, normolineo e discreto, con i suoi occhi chiari pensosi, accettava tutte le esuberanze atletiche del velocista suo compagno di reparto Bertuccelli. Manente giocava all’altezza di esigenze futuristiche, da terzino smistatore, e il suo destino, come il suo piede molto mobile e costruttivo, lo portavano verso un futuro in cui avrebbe giocato, e a lungo, da mezzala di regia, segnando molti goal. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/sergio-manente.html
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SERGIO MANENTE https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Manente Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 10.12.1924 Luogo di morte: Udine Data di morte: 14.03.1993 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1948 al 1955 Esordio: 19.09.1948 - Serie A - Lazio-Juventus 0-4 Ultima partita: 15.05.1955 - Serie A - Milan-Juventus 3-1 231 presenze - 15 reti 2 scudetti Sergio Manente (Udine, 10 dicembre 1924 – Udine, 14 marzo 1993) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo terzino. È scomparso nel 1993, all'età di 69 anni, per le conseguenze di un ictus che lo aveva colto otto anni prima. Sergio Manente Manente alla Juventus nel 1951 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex terzino) Termine carriera 1960 - giocatore 1978 - allenatore Carriera Squadre di club 1942-1946 Udinese 34 (4) 1946-1948 Atalanta 58 (4) 1948-1955 Juventus 231 (15) 1955-1957 Lanerossi Vicenza 51 (12) 1957-1960 Udinese 36 (3) Nazionale 1952 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1961-1962 Udinese 1962-1963 Vittorio Veneto 1963-1964 Pordenone 1963-1968 Treviso 1968-1969 Marzotto Valdagno 1969-1971 Alessandria 1971-1972 Venezia 1972-1973 San Donà 1973-1975 Udinese 1976-1978 Giulianova Carriera Crebbe nell'Udinese, con cui esordì in Serie B nell'ultimo campionato prima della sospensione in seguito all'armistizio dell'8 settembre. Dopo il primo campionato del dopoguerra sempre in bianconero, passò nel 1946 all'Atalanta con cui esordì in Serie A il 22 settembre 1946 contro la Juventus. Rimase a Bergamo anche la stagione seguente imponendosi come titolare e mettendosi in luce, tanto da essere acquistato proprio dai bianconeri di Boniperti nel 1948. Manente (accosciato, secondo da destra) in nazionale nel 1952 Con i bianconeri rimase per sette stagioni, rappresentando la solidità della difesa juventina per tutta la prima metà degli anni 1950, con quella squadra che riuscì a riportare all'altra metà di Torino quel titolo che mancava da quindici anni. Vinse infatti gli scudetti del 1949-1950 e del 1951-1952, per passare poi al neopromosso Lanerossi Vicenza nel 1955. Con i berici rimase due stagioni dando un buon contributo per poi tornare a chiudere la carriera a Udine. Ha vestito anche la maglia dell'Italia, il 18 maggio 1952, nel pareggio interno per 1-1 contro l'Inghilterra. Ritiratosi dall'attività agonistica nel 1960, iniziò ad allenare; sedette fra le altre sulle panchine di Udinese, Treviso e Alessandria. Cessata anche questa attività nel 1977, aprì ad Udine un negozio di articoli sportivi in Borgo Grazzano. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952
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William Chalmers - Allenatore
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WILLIAM CHALMERS Passerà alla leggenda dei tipi balzani – scrive Vladimiro Caminiti nel suo monumentale libro “Juventus ‘70” pubblicato nel 1967 – come uno dei più balzani. Negli alberghi allenava i portieri con palle di carta. Sentimenti IV era costretto a far sfoggio della sua agilità tra le poltrone delle anticamere.REMO GANDOLFI, STORIEMALEDETTE.COM DEL 5 SETTEMBRE 2018È una storia strana. Particolare e pazza. È la storia di William Chalmers.“Billy” Chalmers è un allenatore scozzese quasi sconosciuto che dopo una dignitosa carriera in squadre come il Newcastle e il Notts County intraprende la carriera di allenatore. Ed è su una panchina che lo troviamo pochissimi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Una panchina tutt’altro che prestigiosa e ambita: quella del Ebbw Vale, piccola squadra del Galles. Con risultati discreti ma non certo eclatanti. Questo accade nella stagione 1947-1948.In quella successiva invece William “Billy” Chalmers si andrà invece a sedere su un’altra panchina e non in Galles, in Inghilterra o nella sua Scozia natia. No. Andò in Italia. Sulla panchina della Juventus. Avete letto bene. JUVENTUS.La squadra della famiglia Agnelli che, dopo quasi un lustro di sconfitte e umiliazioni in serie inflitte dai concittadini del Torino, decide di affidarsi a un Manager proveniente dalla terra che il calcio lo aveva inventato. La leggenda (o almeno una delle leggende…) racconta che fu proprio il giovane rampollo Gianni a prendere questa decisione sull’onda dell’entusiasmo e dell’ammirazione che avevano suscitato in lui i “maestri inglesi” capaci di annichilire la Nazionale Italiana di calcio con un perentorio 4 a 0 pochi mesi prima.Ora, che esistessero nella terra d’Albione almeno un centinaio di allenatori più accreditati (e capaci) del povero Chalmers è un dato di fatto assolutamente inconfutabile. E che la scelta del giovane Agnelli sia stata quanto mai bizzarra lo è altrettanto. Chissà, probabilmente il fatto che Chalmers fosse nato nello stesso paesino scozzese (Bellshill, a uno sputo da Glasgow) che diede i natali a Sir Matt Busby (per quei pochissimi che non lo sapessero è colui che portò il Manchester United di Best, Charlton e Law sul tetto d’Europa nel 1968) potrebbe aver mandato in confusione il povero Gianni.Fatto sta che in quella stagione “la vecchia signora” si affidò a questo carneade per tentare di contrastare lo strapotere di quella che fu con ogni probabilità la squadra di Club più forte che si sia mai vista cimentarsi nel gioco del Foot-ball nel nostro Paese: il grande Torino di Valentino Mazzola, di Gabetto, Bacigalupo e Loik.Come andò a finire è facile immaginarlo. Il Torino (colpito sul finire di quella stagione dalla tragedia di Superga) vinse comunque quel campionato. La Juventus si piazzò al 4° posto e Chalmers, oltreché a lasciare un ricordo indelebile in Boniperti e compagni per i suoi stravaganti metodi di allenamento (amava far allenare i suoi giocatori anche nei corridoi dei treni o nelle hall degli alberghi) entrò comunque nella storia della Juventus.Non per meriti sportivi, tutt’altro. Ma come l’unico allenatore nella storia dei bianconeri ad aver giocato almeno due derbies “della Mole” ed essere riuscito a perderli entrambi! Un record.E, come se non bastasse, nella stagione successiva la Juventus vinse lo Scudetto… con un allenatore inglese sulla panchina, Mr. Jesse Carver. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/william-chalmers.html -
William Chalmers - Allenatore
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WILLIAM CHALMERS https://it.wikipedia.org/wiki/William_Chalmers Nazione: Scozia Luogo di nascita: Bellshill Data di nascita: 24.07.1907 Luogo di morte: Bellshill Data di morte: 16.07.1980 Ruolo: Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1948 al 1949 48 panchine - 24 vittorie - 10 pareggi - 14 sconfitte William Chalmers (Bellshill, 24 luglio 1907 – 16 luglio 1980) è stato un allenatore di calcio e calciatore scozzese. William Chalmers Chalmers alla guida della Juventus nel 1948-1949 Nazionalità Scozia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1943 - giocatore 1950 - allenatore Carriera Squadre di club 1922-1924 Queen's Park 68 (18) 1924-1928 Rangers 26 (7) 1928-1931 Newcastle Utd 42 (13) 1931-1932 Grimsby Town 6 (1) 1932-1936 Bury 98 (23) 1936-1938 Notts County 65 (17) 1938-1943 Aldershot 95 (33) Carriera da allenatore 1939-1943 Aldershot 1943-194? Ebbw Vale 1948-1949 Juventus 1949-1950 Bury Carriera Giocatore Nativo di Bellshill, siglò il suo primo contratto con i Queen's Park FC di Glasgow: in due stagioni mise a segno diciotto reti in 68 gare. Le sue performance vennero notate da Bill Struth, al tempo nello staff dei Rangers di Glasgow, che lo acquistò nel 1924. Debuttò con la squadra scozzese il 18 ottobre 1924 con il Falkirk, gara vinta per 3-1, mettendo a segno la sua prima rete quindici giorni dopo nella partita vinta 4-0 contro il Partick Thistle. Rimase con i Rangers per quattro stagioni, mettendo a segno solo sette marcature in 26 presenze: ciò a causa della rottura di una gamba nel 1926, mentre disputava una gara con la squadra riserve. Il 16 marzo 1928 venne acquistato dal Newcastle United per 2.500 sterline, segnando al debutto nella gara del 7 aprile dello stesso anno persa contro il Leicester City per 5-1. Rimase con i Magpies fino al maggio 1931, siglando tredici gol in 42 partite, prima di essere acquistato per 1.000 sterline dal Grimsby Town: l'esperienza non fu però proficua, dato che la squadra retrocedette in Second Division e Chalmers marcò una sola rete in otto gare. Nel giugno del 1932 l'attaccante passò al Bury, militante nella seconda divisione, dove rimase per quattro stagioni segnando 23 reti in 98 gare di campionato. Nel 1936 scese ulteriormente di categoria, unendosi al Notts County in Third Division, dove ritrovò il suo ex compagno di squadra al Newcastle Hughie Gallacher: la formazione sfiorò la promozione e in due stagioni Chalmers siglò diciassette reti in 65 gare. Nell'estate del 1938 passò all'Aldershot Football Club, dove rimase fino al 1943 come giocatore, dove ebbe occasione di giocare con numerosi giocatori internazionali lì stazionanti durante la seconda guerra mondiale: al termine del 1943 si ritirò dal calcio giocato, dopo aver siglato 33 gol in 95 partite. Allenatore Chalmers diventò manager dell'Aldershot nel 1939, diventando per un periodo allenatore-giocatore, rimanendo in carica fino al 1943 quando si trasferì all'Ebbw Vale. Nella seconda parte della stagione 1947-1948 venne scelto dall'allora presidente della Juventus Giovanni Agnelli come allenatore dei bianconeri in sostituzione di Renato Cesarini: l'accordo prevedeva l'arrivo di Chalmers per l'inizio della stagione, ma l'abbandono anticipato di Cesarini fece sì che lo scozzese fosse la guida della squadra nelle ultime 10 gare del campionato. Nel campionato 1948-1949 guidò dunque la Juventus, ma senza grandi risultati: la squadra infatti concluse il campionato al quarto posto, a sedici punti dal Torino campione. Chalmers venne considerato incompetente ed eccentrico: si racconta che faceva allenare i giocatori anche in treno e nei corridoi degli hotel dove la squadra alloggiava. Al termine della stagione, dopo alcune voci che lo indicarono come probabile nuovo allenatore del Genoa, passò ad allenare il Bury, sua ex squadra da calciatore, nel quale rimase per una sola stagione. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato scozzese: 3 - Rangers: 1924-1925, 1926-1927, 1927-1928 Coppa di Scozia: 1 - Rangers: 1927-1928 -
CARLO LENCI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Lenci Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 15.07.1928 Luogo di morte: Firenze Data di morte: 12.06.2000 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 25.01.1948 - Serie A - Juventus-Bari 6-0 Ultima partita: 25.04.1948 - Serie A - Livorno-Juventus 0-0 4 presenze - 1 rete Carlo Lenci (Viareggio, 15 luglio 1928 – Firenze, 12 giugno 2000) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Lenci Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1958 Carriera Squadre di club 1946-1947 Forte dei Marmi ? (?) 1947-1948 Juventus 4 (1) 1948-1949 Legnano 28 (8) 1949-1950 Lucchese 19 (5) 1950-1951 Cremonese 34 (9) 1951-1952 Pisa 36 (2) 1952-1953 Monza 20 (4) 1953-1954 → Empoli 12 (2) 1954-1956 Lecce 28 (4) 1956-1958 Arezzo 39 (24) Carriera Ha giocato in Serie A con Juventus e Lucchese (in una stagione peraltro penalizzata da un suo incidente a Viareggio, descritto dai giornalisti come «uno scontro automotociclistico») e in B con Legnano, Pisa, Cremonese e Monza. Debuttò in A il 25 gennaio 1948 in Juventus-Bari 6-0.
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MIHÁLY KINCSES Nato a Budapest, l’8 aprile del 1918, inizia la sua carriera giovanissimo, nelle file del Kipest, la mitica formazione di Budapest che tenne a battesimo i primi vagiti pallonari di uno dei più prestigiosi giocatori di ogni epoca: Ferenc Puskás. Proprio Kincses è la punta di diamante dell’attacco del Kipest, quando il giovane Öcsi sta muovendo i primi passi e al suo fianco, il futuro Colonnello della Honved (che non è altro che la prosecuzione del Kipest) maturerà rapidamente.Raggiunge l’Italia nel primo dopoguerra, nella file dell’Atalanta; i bergamaschi lo fanno arrivare insieme a tale Olajkar; quest’ultimo deluse e se ne andò dopo pochi mesi. Dopo solamente una stagione in neroazzurro, approda alla Juventus e in bianconero disputa la stagione 1946-47, scendendo in campo ventiquattro volte e realizzando cinque goal.Il campionato che gioca con la maglia bianconera, lo vede ergersi a unico straniero della squadra; il boemo Arpas, secondo giocatore proveniente dall’estero, disputa poche partite, prima di sparire a metà stagione. Si adatta a giocare sia sulla fascia destra sia da interno sinistro; la sua versatilità lo rende necessario alla manovra, pur se mai indispensabile.Dotato di buona tecnica di base, Mihály non è, comunque, lo straniero che i tifosi juventini sognano. Lascia Torino nell’estate del 1948, per accasarsi al Bari, società dalla quale si separa l’anno successivo per indossare la maglia rossonera della Lucchese e quella della Salernitana, fino all’estate del 1954, quando si conclude la sua avventura italiana.Kincses, prima di arrivare in Italia, indossa per ben diciotto volte, la gloriosa maglia della Nazionale magiara. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/mihaly-kincses.html
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MIHÁLY KINCSES https://it.wikipedia.org/wiki/Mihály_Kincses Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 08.04.1918 Luogo di morte: Budapest Data di morte: 05.10.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: 172 cm Peso: 72 kg Nazionale Ungherese Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 04.07.1948 - Serie A - Juventus-Pro Patria 0-4 24 presenze - 5 reti Mihály Kincses (Budapest, 8 aprile 1918 – 5 ottobre 1979) è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese. Mihály Kincses Kincses (accosciato, secondo da sinistra) alla juventus nella stagione 1947-1948 Nazionalità Ungheria Altezza 172 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Attaccante, jolly Termine carriera 1955 - giocatore 197? - allenatore Carriera Giovanili 1930-1934 Kőbányai EAC Squadre di club 1934-1937 Drasche ? (?) 1937-1938 Kispesti Textilgyár ? (?) 1938-1941 Kispest ? (?) 1941-1945 Gamma Budapest ? (?) 1946-1947 Atalanta 21 (9) 1947-1948 Juventus 24 (5) 1948-1949 Bari 32 (5) 1949-1952 Lucchese 61 (25) 1952-1954 Salernitana 32 (8) 1954-1955 Cavese ? (?) Nazionale 1939-1943 Ungheria 17 (2) Carriera da allenatore 1954-1955 Cavese 1956-1957 FEDIT 1957-1958 Torres ?-1969 Atalanta Giovanili 1970-1972 SPAL Giovanili 19?? Baracca Lugo Caratteristiche tecniche Dotato di una buona tecnica, Kincses era un attaccante. Con la maglia della Juventus si è dovuto adattare a giocare a centrocampo, sia sulla fascia destra sia come interno sinistro. La sua polivalenza tattica lo rendeva necessario alla manovra ma non indispensabile. Carriera Giocatore Club Attaccante di scuola ungherese, viene portato in Italia dall'Atalanta dove arriva assieme al compagno Sándor Olajkár. Con i bergamaschi disputa un'ottima stagione in Serie A siglando 9 gol e numerosi assist. Olajkar se ne andrà dopo alcuni mesi perché aveva deluso le aspettative. Viene quindi acquistato dalla Juventus nella stagione 1946-1947, con la quale conquista giocando 24 partite e realizzando 5 marcature. Nella formazione torinese risulta essere l'unico straniero. Nel 1948 passa quindi al Bari e poi alla Lucchese, sempre nel massimo campionato italiano. Con i toscani il primo anno, realizza ben 19 reti, arenandosi tuttavia i due seguenti, nei quali segna soltanto sei gol. Dopo l'esperienza di due anni con la Salernitana, in Serie B, ritorna in patria. Nazionale Ha indossato in 17 occasioni la maglia della Nazionale ungherese con la quale realizzò 2 reti. Allenatore Nel 1954-1955 allena la Cavese Calcio e nel 1956-1957 la Federconsorzi di Roma, in IV Serie. Continuerà la carriera di allenatore, vincendo un Torneo di Viareggio con l'Atalanta, allenerà il settore giovanile bergamasco, scovando talenti come Domenghini, Vavassori, Magistrelli, Doldi e Moro. In seguito allena anche le giovanili della Spal, ai tempi del turbolento presidente Paolo Mazza, e il Baracca Lugo in Serie D. Grande maestro dei più giovani, e sempre stato un instancabile punto di riferimento per le società che prediligevano i talenti fatti in casa.
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FRANCESCO CERGOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Cergoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Divaccia (Slovenia) Data di nascita: 22.10.1921 Luogo di morte: Pieris (Gorizia) Data di morte: 30.01.2000 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1949 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 55 presenze - 10 reti Francesco Cergoli (Divaccia, 22 ottobre 1921 – Pieris, 30 gennaio 2000) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Francesco Cergoli Francesco Cergoli con la maglia dell'Atalanta Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 - giocatore 1975 - allenatore Carriera Giovanili 193?-1938 CRDA Monfalcone Squadre di club 1938-1940 CRDA Monfalcone 20 (12) 1940-1946 Triestina 99 (33) 1946-1947 Atalanta 35 (9) 1947-1949 Juventus 55 (10) 1949-1954 Atalanta 131 (9) 1954-1956 Lecco 57 (8) 1956-1957 Molfetta 19 (7) 1957-1959 CRDA Monfalcone 32 (0) Carriera da allenatore 1956-1957 Molfetta 1965-1966 CRDA Monfalcone 1967-1971 SPAL Giovanili 1973-1974 Triestina 1974-1975 Morrone Cosenza Carriera Cergoli (in piedi, primo da sinistra) nel 1947 alla Juventus Cresce tra le file del Monfalcone, con cui debutta in Serie C a 17 anni. Passa quindi alla Triestina con cui debutta in Serie A, dove resta dal 1940 al 1946, diventandone un punto fermo. I buoni risultati lo portano prima all'Atalanta e, dopo un solo anno, alla Juventus, con cui milita per due stagioni. Ritorna quindi a Bergamo, dove viene utilizzato come esterno di attacco, contribuendo all'esplosione di Karl Hansen e Sørensen. In maglia nerazzurra disputa cinque stagioni, in cui scende in campo 165 volte nel massimo campionato, che lo collocano tuttora tra i più presenti in serie A nella storia dell'Atalanta. Terminerà poi la carriera tra Lecco, Molfetta e di nuovo Monfalcone.
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STEFANO ANGELERI Pesando poco e pensando molto – racconta Vladimiro Caminiti – usciva spesso dalla partita. Era cresciuto nell’Acqui, passando alla Vogherese nel 1945 e alla Juventus nel 1947, per giocarvi, con alterna fortuna, due campionati. Giocatore più fine che focoso cercava le soluzioni eleganti risultando qualche volta sopra la riga.Nella Juve ancora abitata da fenomenali pelandroni John Hansen, Giovanni Pløger, Piero Rava, Sentimenti IV, Carlo Parola, presidente Gianni Agnelli, allenatore il curioso scozzese William Chalmers, non si smarrì nemmeno come ala destra. Dava del lei ai fuoriclasse, ai quali cercò neppure di rubare qualche finezza. La Juve viveva nell’ombra del Grande Torino che vinceva tutto ed egli ammirava moltissimo Valentino Mazzola. Essendo di poche parole e fidandosi del prossimo, arrivò tardi a qualche appuntamento e non seppe propagandare abbastanza le proprie giocate in punta di piedi. Le guance pallide e un’abboffata di capelli neri era un sensitivo e amava la solitudine. A Bergamo, con la maglia nerazzurra dell’Atalanta, rifiorì, giostrando con acre continuità. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/stefano-angeleri.html
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STEFANO ANGELERI https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Angeleri Nazione: Italia Luogo di nascita: Castellazzo Bormida (Alessandria) Data di nascita: 26.08.1926 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 31.01.2012 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 66 kg Soprannome: Gabbiano Alla Juventus dal 1947 al 1949 Esordio: 12.10.1947 - Serie A - Inter-Juventus 4-2 Ultima partita: 29.05.1949 - Serie A - Juventus-Novara 4-1 47 presenze - 2 reti Stefano Angeleri (Castellazzo Bormida, 26 agosto 1926 – Bergamo, 31 gennaio 2012) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. L'8 maggio 2012, alcuni mesi dopo la sua morte, lo stadio comunale di Castellazzo Bormida (suo paese natale) è stato intitolato a suo nome. Stefano Angeleri Angeleri con la maglia dell'Atalanta. Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1960 - giocatore 1986 - allenatore Carriera Giovanili 1939-1940 Oratorio Ovada 1940-1943 Acqui Squadre di club 1943-1944 V.I.S.A. Voghera ? (?) 1945-1947 Vogherese 53 (1) 1947-1949 Juventus 47 (2) 1949-1960 Atalanta 317 (2) Carriera da allenatore 1960-1961 San Pellegrino 1961-1965 Atalanta Giovanili 1965-1967 Atalanta 1967-1968 Atalanta Giovanili 1968-1969 Atalanta 1969-1972 Parma 1973 Modena 1973-1976 Seregno 1976-1978 Cremonese 1978-1979 Seregno 1979-1980 Casale 1980-1981 Pergocrema 1982 Sant'Angelo 1982-1983 Piacenza 1983-1985 Seregno 1985-1986 Lecco Caratteristiche tecniche Giocatore Angeleri era un centrocampista, impiegato prevalentemente come mediano in marcatura sulle mezzeali avversarie; talvolta è stato schierato anche come ala destra. Di corporatura esile, era soprannominato Gabbiano per il modo di correre a braccia larghe. Carriera Giocatore Stefano Angeleri Comincia la carriera di calciatore nelle serie minori dei campionati dilettantistici piemontesi, con Ovada e Acqui, prima di trasferirsi nella Vogherese con cui disputa i tornei di guerra e il campionato di Serie B-C Alta Italia 1945-1946. Nell'estate del 1947 approda in massima serie con la maglia della Juventus, presidente Gianni Agnelli: esordisce il 12 ottobre 1947, nella sconfitta per 4-2 sul campo dell'Inter. Nella formazione bianconera gioca per due stagioni, collezionando 47 presenze in Serie A. La Juventus in quel periodo viveva nell'ombra del Grande Torino di Ferruccio Novo e Valentino Mazzola che vinceva tutto. Nell'estate del 1949 viene trasferito all'Atalanta, nell'affare che porta Giacomo Mari a Torino; la destinazione inizialmente non è gradita, tanto che si pensava che questa fosse una sistemazione provvisoria. Al contrario, a Bergamo, con la maglia neroazzurra dell’Atalanta, rifiorì, rimanendo nelle formazione nerazzurra per undici stagioni consecutive, diventandone il capitano, e fino alla stagione 2010-2011 è stato il giocatore con il maggior numero di presenze con l'Atalanta, superato poi da Gianpaolo Bellini. Vanta comunque il record di presenze in serie A con 281 partite di campionato disputate. Con la maglia nerazzurra ha vinto il campionato di Serie B 1958-1959; l'anno successivo, all'età di 34 anni, è costretto al ritiro a causa di problemi cardiaci. In carriera ha totalizzato complessivamente 328 presenze e 4 reti in Serie A e 67 presenze in Serie B. Allenatore Al termine della sua carriera agonistica si dedica al ruolo di allenatore, dapprima nel San Pellegrino e poi nelle giovanili dell'Atalanta per quattro stagioni. Nel campionato 1965-1966 viene promosso in prima squadra, in sostituzione dell'esonerato Hector Puricelli, ottenendo la salvezza a fine stagione; viene poi riconfermato fino al termine della stagione 1966-1967, quando viene sostituito da Paolo Tabanelli. Viene tuttavia richiamato a tre giornate dal termine del campionato, ottenendo una nuova salvezza, prima di essere definitivamente esonerato alla ventesima giornata del campionato 1968-1969, quando viene sostituito da Silvano Moro. Lasciata Bergamo, passa sulla panchina del Parma in Serie D, subentrando al dimissionario Giancarlo Vitali, e con i ducali ottiene la promozione in Serie C, grazie a 15 vittorie su 18 partite disputate. Rimane sulla panchina gialloblu fino alla stagione 1971-1972, quando viene esonerato mentre la squadra è in lotta per la promozione. Dopo una breve esperienza sulla panchina del Modena (subentrato a Leonardo Costagliola, viene a sua volta sostituito da Armando Cavazzuti), guida per tre stagioni il Seregno e poi passa alla Cremonese, con cui ottiene la promozione in Serie B nel campionato 1976-1977. Riconfermato tra i cadetti, viene esonerato nel corso del girone di ritorno a causa della precaria posizione in classifica, che porterà poi alla retrocessione. Nelle annate successive torna al Seregno, con cui sfiora la promozione in Serie C1, e poi allena il Casale, sostituendo in autunno l'esonerato Sandro Salvadore: con la formazione nerostellata ottiene la salvezza con alcune giornate di anticipo, tuttavia non viene riconfermato. Dopo una stagione al Pergocrema, nel corso del campionato di Serie C1 1981-1982 viene chiamato alla guida del Sant'Angelo, senza evitarne la retrocessione in Serie C2. L'anno successivo subentra a Pier Luigi Meciani sulla panchina del Piacenza; dopo un buon avvio, la formazione emiliana entra in crisi di risultati, e Angeleri viene esonerato a sei giornate dal termine. Conclude la propria carriera di allenatore sostituendo Agostino Alzani alla guida del Lecco, nel Campionato Interregionale 1985-1986. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 1958-1959 Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cremonese: 1976-1977 Campionato italiano Serie D: 1 - Parma: 1969-1970
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PIERO GIBELLINO https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Gibellino Nazione: Italia Luogo di nascita: Gattinara (Vercelli) Data di nascita: 29.03.1926 Luogo di morte: Gattinara (Vercelli) Data di morte: 05.07.2003 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Pier Vittorio Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 06.05.1948 - Serie A - Juventus-Milan 2-1 14 presenze - 0 reti Piero Gibellino (Gattinara, 29 marzo 1926 – Gattinara, 5 luglio 2003) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Piero Gibellino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club ????-1947 Gattinara ? (?) 1947-1948 Juventus 14 (0) Origini Nato nel 1926, in una famiglia di umili origini, crebbe a Gattinara, in provincia di Vercelli. Carriera Proveniente dal Gattinara, fece il suo esordio in bianconero contro l'Alessandria il 14 settembre 1947 in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Milan il 6 maggio 1948 in una vittoria per 2-1. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 14 presenze senza reti all'attivo. Fine carriera La stagione calcistica si concluse precocemente in seguito ad un infortunio ad un ginocchio, che lo costrinse al ritiro.
