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Vittore Catella - Presidente
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VITTORE CATELLA Presidente della Juventus dal 1962 al 1971 – scrive Fabio Vergnano su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – l’ingegner Vittore Catella ha sempre avuto lo sport nel sangue. Non come semplice tifoso, ma come sportivo praticante. Atletica, rugby e pallacanestro, le sue discipline favorite, senza dimenticare che nel ‘33 e nel ‘37 partecipò ai Giochi mondiali universitari di bob. Poi la grande passione per il volo. Pilota militare durante la guerra, Catella divenne successivamente collaudatore Fiat. Nel ‘52 fece volare il primo aereo a reazione costruito in Italia: un Fiat G80. Proseguì poi la sua attività in seno all’azienda torinese come direttore presso la Divisione Aviazione, senza però mai lasciare l’ambiente sportivo. Nel ‘58 assunse la carica di delegato provinciale del CONI e successivamente di delegato regionale. Catella divenne a sorpresa dirigente della Juventus. Racconta che fu un quotidiano torinese ad informarlo un giorno di essere uno degli «uomini nuovi» della società bianconera e quel giorno stesso l’assemblea dei soci lo nominò vicepresidente. Dopo qualche mese Umberto Agnelli lasciò la presidenza ed a sostituirlo fu proprio Catella. Un incarico gravoso, anche perché Catella era deputato e divideva le sue giornate tra il Parlamento e la sede juventina. Erano anni difficili per la Juve. Catella divenne presidente alla fine di un ciclo fortunato: ma dopo non c’erano più Boniperti e Charles, Sivori era ormai in fase calante. La squadra insomma era da ricostruire e non era certo impresa da poco se si considera il particolare momento politico del Paese, gli scioperi, le serrate. Catella doveva rifondere senza spendere o, almeno, senza sprecare denaro. Suoi collaboratori più stretti, Amerio e Giordanetti e per qualche tempo anche Felice Borel, che dal neopresidente ebbe poi il compito di dirigere il mensile «Hurrà Juventus». Come presidente, Catella si trovò così a gestire una Juventus di valore non eccelso, una squadra che si preoccupava di restare a galla nelle prime quattro-cinque posizioni della classifica, senza avere ambizioni di scudetto. In quel periodo invece Inter e Milan si passavano il bastone del comando ed alla Juve restavano le briciole. Durante la presidenza Catella arrivarono «solo» uno scudetto ed una Coppa Italia. Quando i clubs calcistici divennero società per azioni, Catella preferì lasciare il vertice della società. Ricorda: «A quel punto ero responsabile di fronte alla legge italiana e non solo nei confronti della famiglia Agnelli». Alla Juventus arrivò quindi un amministratore delegato, un certo... Giampiero Boniperti che prima affiancò Catella, poi ne prese il posto. Il neo presidente volle al suo fianco Italo Allodi, con il quale gettò le basi della Juventus nuovo corso. E finché restò presidente Catella ebbe il grande merito di riuscire a non farli litigare. Certo, il compito di Catella non fu semplice, aldilà delle difficoltà di carattere economico a cui si accennava. Per lunghi anni le frontiere rimasero chiuse e dopo lo spagnolo Del Sol ed il misterioso brasiliano Miranda, uomo dal tiro-bomba, il presidente non riuscì più ad attingere sul mercato estero. Arrivarono anche Haller e Cinesinho, ma giocavano già in Italia. Eppure questa Juve a volte traballante, a volte capace di imprevedibili impennate, vinse uno scudetto al termine del campionato 1966-67. Alla guida della squadra c’era Heriberto Herrera, l’uomo del «movimiento», che portò la Juve alla vittoria proprio all’ultima giornata. Ricorda Catella: «Io credevo nello scudetto, ma pensavo che l’avremmo conquistato battendo 1’Inter in uno spareggio. Ricordo bene quel campionato, perché a Roma contro la Lazio l’arbitro De Marchi non vide un gol di De Paoli. Io mi arrabbiai molto, non tanto per l’episodio in sé, quanto perché anche successivamente il direttore di gara non volle riconoscere il proprio errore». Vittore Catella in tempi successivi portò alla Juve, tra gli altri, giocatori diventati poi cardini della squadra come Haller, Benetti, Causio e Bettega. Ad ognuno di essi sono legati episodi buffi o curiosi. Tutti ricorderanno, per esempio, che Anastasi giocò una partita con la maglia dell’Inter, che credeva di averlo già fatto suo, mentre Catella definiva l’acquisto del giocatore con i dirigenti del Varese. Molto astuta la clausola imposta per il prestito di Bettega al Varese: meno partite giocate, più soldi da pagare. Anche la cessione di Sivori al Napoli ha un retroscena. Fu Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, a trattare il giocatore con l’armatore Achille Lauro, che in cambio si impegnava ad acquistare dalla Fiat un certo numero di motori per navi. La vita di un presidente di calcio è piena di episodi di questo tipo. Catella, per esempio, visse in prima persona anche il «caso» Meroni. L’acquisto del giocatore granata era già stato perfezionato sulla base di 400 milioni, poi i tifosi granata si ribellarono alla cessione e tutto sfumò. Ricorda Catella: «Ne parlai con l’avvocato Agnelli, e gli dissi chiaro: se lo prendiamo facciamo una brutta figura, se non lo prendiamo diranno che lei è avaro. A noi in ogni caso va male». In conclusione Meroni restò al Torino e per la stessa cifra divenne bianconero Simoni. Non poche le delusioni. Catella ammette ancora oggi di aver sbagliato tutto ingaggiando Carniglia come allenatore. «Mi fidai delle referenze portatemi da un giornalista» spiega, e ricorda come Zigoni e Volpi furono i due giocatori sui quali avrebbe scommesso qualsiasi cifra e che invece, per diversi motivi, alla Juventus non sfondarono. Oggi il calcio per Catella è ancora una passione genuina, senza faziosità esasperata. La Juve resta nel suo cuore, ma lui non si sente un tifoso nel senso negativo della parola. «Una sconfitta non deve mai essere un dramma» ama ripetere da autentico uomo di sport, e non teme di sembrare fuori del tempo. VLADIMIRO CAMINITI Catella, un ottimista temprato nei rischi dell’amor di Patria. Le guerre combattute, non chiacchierate. Due medaglie d’argento, tre di bronzo, cinque croci di guerra. Volare è una passione. Ufficiale superiore dell’Aeronautica collauda per anni apparecchi militari presso il centro sperimentale di Guidonia, Nel 1941 viene assegnato alla ditta Piaggio dove mette a punto il più grande apparecchio italiano, il quadrimotore P.108. Nel 1942 entra alla Fiat come capo pilota presso la Aeronautica d’Italia. Ventisette nuovi prototipi vengono da lui collaudati, tra i quali il primo aeroplano italiano a reazione costruito nel dopoguerra, il G.80. Liberale. Come presidente bianconero, lascia ricordi di puntualità e di eleganza, di cultura e di dinamismo. Fa tante cose nel modo di chi sa apprezzare il tempo speso per gli altri e per lo sport. Uomo pieno di vitalità. Culmina con lui la storia dei presidenti juventini festevoli oratori. E forse li sbaraglia tutti. In tempi della Juve aridi e difficili con la sua tempra vivace e fantasiosa illude i tifosi che nulla sia cambiato, che mai nulla possa cambiare in questa famiglia chiamata Juve. «Avevo dodici anni, inforcavo la bicicletta e filavo in piazza d’Armi nuova a vedermi la Juventus... Mio papà era professore di pedagogia, entusiasta ed appassionato di sport, nella cui forza educativa fermamente credeva. Io presi da lui, presto mi concentrai sugli ideali, ero e sono un romantico. Ho combattuto sempre con fede ed entusiasmo, e non me ne pento. Naturalmente, ho saputo adeguarmi ai tempi mutati per restare al passo. Bisogna vivere nel presente e non nel passato. La vita è ogni giorno piena di novità...». Uomo giovanile anche sui settant’anni, continua a salire e scendere dagli aerei, ad accettare cariche ed a tenere prolusioni ufficiali. Un po’ più brizzolato, un po’ più stanco, ma sempre lucido e fidente. «Abbiamo ingaggiato Heriberto per il suo carattere. Io e Giordanetti abbiamo trattato con una decina di allenatori prima di scegliere lui. Anche Munoz scartammo. E la scelta è stata azzeccata. Con Heriberto la Juventus ha camminato. Uomo con tanta passione. Ha creato la Juventus del collettivo, prima è stato lui, poi il mio successore Boniperti. Quanto a me, sono soddisfatto del mio periodo di presidenza. Si è lavorato e lottato, si è vinto uno scudetto sudato e sofferto. Ci mancavano tre fuoriclasse all’attacco per sbaragliare anche l’Inter. Ma il nostro collettivo lavorava di più in campo e non temeva confronti sul piano della serietà professionale». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/vittore-catella.html -
Vittore Catella - Presidente
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VITTORE CATELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Vittore_Catella Nazione: Italia Luogo di nascita: Trivero (Biella) Data di nascita: 15.06.1910 Luogo di morte: Torino Data di morte: 16.06.2000 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1962 al 1971 382 partite - 179 vittorie - 125 pareggi - 78 sconfitte 1 scudetto 1 coppa Italia Vittore Catella (Trivero, 15 giugno 1910 – Torino, 16 giugno 2000) è stato un ingegnere, politico e dirigente sportivo italiano, che combatte durante la guerra d'Etiopia e la seconda guerra mondiale venendo decorato con due Medaglie d'argento e tre di bronzo al valor militare e cinque Croci al merito di guerra. Fu presidente della Juventus dal 1962 al 1971. Vittore Catella Da sinistra: i calciatori Salvadore e Crippa a colloquio con Vittore Catella, presidente della Juventus, e il consigliere Giordanetti nell'estate 1962. Deputato della Repubblica Italiana Legislature IV, V, VI Gruppo parlamentare Partito Liberale Italiano Collegio Torino Incarichi parlamentari IV componente della X commissione trasporti (1º luglio 1963 - 4 giugno 1968) componente della commissione parlamentare sul disastro del Vajont (30 luglio 1964 - 4 giugno 1968) V componente della VI commissione finanze e tesoro (10 luglio 1968 - 24 maggio 1972) VI presidente della X commissione trasporti (11 luglio 1972 - 10 luglio 1974) componente della X commissione trasporti (25 maggio 1972 - 4 luglio 1976) componente della XIII commissione lavoro e previdenza sociale (30 giugno 1972 - 7 luglio 1973) Sito istituzionale Dati generali Partito politico Partito Liberale Italiano Titolo di studio Laurea in ingegneria Professione Ingegnere Vittore Catella Nascita Trivero, 15 giugno 1910 Morte Torino, 16 giugno 2000 Dati militari Paese servito Italia Italia Forza armata Regia Aeronautica Aeronautica Militare Specialità Bombardamento Grado Tenente colonnello Guerre Guerra d'Etiopia Guerra di Spagna Seconda guerra mondiale Biografia Biellese, sportivo molto attivo, giocò a rugby, e praticò l'atletica leggera e la pallacanestro; nel 1933 e nel 1937 partecipò ai Giochi mondiali universitari di bob. Appassionatosi al mondo dell'aviazione, dopo aver conseguito la laurea in ingegneria, si arruolò nella Regia Aeronautica come ufficiale di complemento. Con il grado di tenente prese parte alla guerra d'Etiopia in forza alla 1ª Squadriglia Somala Ricognizione Terrestre, al comando del capitano Gastone Gorelli, equipaggiata con 9 IMAM Ro.1. Rientrò in Italia decorato con due Medaglie di bronzo al valor militare. Partì poi per combattere nella guerra civile spagnola, assegnato alla 230ª Squadriglia B.T. equipaggiata con i Fiat BR.20 Cicogna, venendo decorato con una Medaglia d'argento e una di bronzo al valor militare. Partecipò alla seconda guerra mondiale come ufficiale pilota, e per un'azione di bombardamento effettuata su Gibilterra nel luglio 1940, fu decorato con una seconda Medaglia d'argento al valor militare. Nel 1942 fu assegnato alla Fiat come capo collaudatore, portando in volo per la prima volta il prototipo del velivolo da trasporto quadrimotore Piaggio P.108T (18 luglio dello stesso anno). La sua passione per il volo continuò nel dopoguerra, tanto da collaudare nel 1947 il Fiat G.212 da trasporto civile, e nel 1951 il Fiat G.80, primo aereo a reazione italiano, che aveva contribuito a progettare. Successivamente divenne deputato al Parlamento italiano per il PLI, e nel 1958 assunse l'incarico di Presidente provinciale del CONI, e in seguito anche quella di presidente regionale. Da presidente della Juventus, incarico assunto nel 1962 su pressione di Gianni Agnelli e per cui fu costretto ad abbandonare l'attività aviatoria, dovette rifondare la squadra dopo i successi del Trio Magico. Sul piano finanziario, condusse la società nella trasformazione da azienda con capitale privato a responsabilità limitata, a società per azioni; sul versante sportivo, in un decennio egemonizzato dalla Grande Inter, la squadra bianconera vinse una Coppa Italia nel 1965 e uno scudetto nel campionato 1966-67. Lasciò l'incarico nel 1971, sostituito da Giampiero Boniperti. Successivamente fu presidente dell'Aero Club d'Italia (1970-1974), dell'Union Internationale Motonautique (1972-1975) e dell'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro (1973-2000). Continuò a seguire la Juventus da semplice tifoso senza perdersi, fino a 87 anni, una sola partita. Si spense a Torino il 16 giugno 2000, dopo una breve malattia. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino. Onorificenze Medaglia d'argento al valor militare «Ufficiale pilota volontario in missione di guerra per l'affermazione degli ideali fascisti, partecipava in qualità di capo equipaggio di apparecchio da bombardamento, a molte azioni belliche, e riusciva sempre a colpire efficacemente i centri della resistenza nemica, malgrado la reazione contraerea e la minaccia della caccia, dando costante esempio di sereno coraggio e elevate virtù militari. Cielo di Spagna, ottobre-dicembre 1938.» Medaglia d'argento al valor militare «Partecipava in qualità di pilota ai primi bombardamenti su Gibilterra. Superando grandi difficoltà derivanti dall'impiego di un velivolo di nuovo tipo, affrontava vittoriosamente dopo sette ore di volo notturno alturiero, la munita difesa contraerea della piazzaforte avversaria. Portava così a distanza finora mai raggiunta, un forte carico offensivo che sorprendeva il nemico per la potente efficacia dell'azione e che riaffermava sulle estreme rive del Mediterraneo il dominio dell'ala fascista. Cielo di Gibilterra, 18-26 luglio 1940.» — Regio Decreto 3 luglio 1942 Medaglia di bronzo al valor militare «Ardito e provetto pilota con apparecchio monomotore effettuava lunghe missioni belliche spesso in zone lontane dalla base e con proibitive condizioni atmosferiche. Da ogni volo riportava preziose notizie sull'attività e sulle posizioni del nemico, sul quale volando a bassa quota, eseguiva bombardamenti e mitragliamenti leggeri, sprezzante il pericolo dell'attiva e violenta reazione avversaria. Esempio di completa dedizione al dovere. Cielo di Megga, Iavello, Agheremariam, Uadarà, maggio-novembre 1936.» Medaglia di bronzo al valor militare «Pilota sicuro e valoroso, già distintosi in precedenti azioni confermava nelle successive azioni di grande polizia coloniale le sue preclari doti di pilota e combattente, effettuando numerosi voli di ricognizione collegamento e mitragliamento su nuclei ribelli. Durante una ricognizione, avvistati ribelli che tentavano di nascondersi con abile manovra e con mitragliamenti a bassa quota, riusciva a fermarli, dando modo alle nostre truppe di effettuare la cattura. Cielo dell'A.O.I., novembre 1936-14 marzo 1937.» Medaglia di bronzo al valor militare «Ufficiale pilota già distintosi in precedenza, partecipava a numerose altre azioni di bombardamento, rese spesso difficili dalle avverse condizioni atmosferiche e dalla caccia avversaria, ed assolveva brillantemente i compiti affidatigli, quale capo equipaggio e puntatore di squadriglia, dando rinnovate prove di coraggio e abnegazione. Effettuava inoltre, isolatamente, varie ricognizioni strategiche e si addentrava arditamente in territorio nemico, spesso senza scorta, riportandone informazioni preziose ed abbondante materiale fotografico. Cielo di Spagna, dicembre 1938-marzo 1939.» Croce al merito di guerra (5 concessioni) Stella d'oro al merito sportivo — Roma, 1978. -
GIANFRANCO ZIGONI «Quello è un “musso”, è un “figlio de puta” e poi ha troppe donne che lo sfiniscono, ma quando vuole è un purosangue». Queste parole, pronunciate da Saverio Garonzi, presidente di Gianfranco Zigoni nei suoi anni a Verona, riassumono perfettamente la personalità e il carattere del nostro. Pare di vederlo ancora, Zigo, che si toglie pelliccia e cappello, il suo abbigliamento da panchina, saluta il suo pubblico e, se gli gira bene, porta a casa la partita con un paio di prodezze. Racconta: «Detestavo gli arbitri, tiranni al servizio delle squadre più potenti e fregarli non era solo un piacere, ma un dovere per chi giocava in una squadra di provincia. Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. Mi immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. Ho accumulato più giorni di squalifica che gol, perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica 30 milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. 30 milioni negli anni ‘70: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione. Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juventus, ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli. Avevo una grande opinione di me stesso, pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l’avversario e lo colpivo con il mio pugno, che era micidiale, fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky». Un giorno, alla Roma, gli capita di incontrare il Santos di Pelé, in amichevole, all’Olimpico. «Mi dico: “Oh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-gol è più forte di Pelé”. Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3-1 degli anni ‘60, tripletta mia. “Ragazzi – dichiarò il Trap quel giorno – Zigoni è meglio di Pelé”. Lo aveva ammesso Santamaría, gran difensore, dopo una sfida Juve-Real Madrid: io avevo fatto impazzire il Santa, finte e tunnel, e quello a fine partita si rivolse così a Del Sol: “Este chico es mejor que el N***o”. Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi arriva l’amichevole con il Santos, vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: “Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui”. A un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore». Girava in pelliccia, mangiava coniglio e polenta prima di un allenamento, erano più le volte in cui usciva dal campo con la maglietta ancora asciutta, ma sapeva come far innamorare i tifosi. Calzettoni perennemente abbassati, una stempiatura evidenziatasi ben presto nonostante sulla nuca i capelli fossero sempre lunghi, Gianfranco Zigoni dall’inizio degli anni ‘60 alla fine dei ‘70 è stato uno dei calciatori più spettacolari. Faceva impazzire gli allenatori, ma li ripagava sul campo: «Più forte di me? C’è stato solo Pelé, io ero il corrispettivo in bianco. Solo che per avere continuità avrei anche dovuto allenarmi, qualche volta». Il vocabolo estroso sarebbe fin troppo riduttivo per inquadrare Zigo-gol. Lui era la mosca bianca, quello che usciva dagli schemi, che non si faceva ingabbiare, convinto che il suo enorme talento sarebbe comunque emerso. Juventus, Genoa, Roma, Verona, Brescia: «In bianconero vinsi anche uno scudetto con Heriberto Herrera: mi faceva impazzire chiedendomi di andare a coprire a centrocampo. Quello era uno Zigoni vincente, ma triste». Il meglio è convinto di averlo dato a Verona e nelle ultime due stagioni con il Brescia: «A Verona ero e sono tuttora un idolo. I bambini incidevano sui banchi delle chiese il mio nome e i preti si arrabbiavano con me. Ci vorranno almeno altri trent’anni prima che a Verona mi dimentichino. Quando giocavo penso di aver distribuito almeno 5mila fotografie autografate e ancor oggi i tifosi mi chiamano nei club». Arriva a Brescia l’11 ottobre 1978, al mercatino di riparazione, lo pagarono 60 milioni. Ha già 34 anni, si teme che sia a tirare indietro il piedino, ma serve una quarta punta dietro il trio Mutti-Grop-Mariani: «La squadra era in B e navigava in brutte acque. Mi chiamò il mio amico Gigi Simoni, con il quale avevo giocato nella Juventus. Giocai 21 partite e segnai 4 gol, ci risollevammo in fretta per una salvezza dignitosa». Quando la gara non si sblocca, dalle scalette del Rigamonti si alza il coro: “Zigo, Zigo, Zigo” e Simoni, puntualmente, opera il cambio. Capita però che vada a prendere posto in panchina a partita già ampiamente iniziata. Capita proprio in un Brescia-Verona del 6 gennaio 1980: «A una certa età il freddo pungente fa male», commenta a fine gara, mentre Simoni lo guarda sorridendo. «L’anno della promozione non feci gol, ma dopo un pessimo inizio della squadra giocai 4 partite consecutive e facemmo 7 punti. Ci diedero la spinta decisiva». L’anno successivo è quello della promozione: «Rimasi, ben sapendo che il mio compito sarebbe stato quello di uomo spogliatoio». Lo ricordano con il numero 14 sulle spalle (al tempo in panchina andavano tre giocatori), in quei riscaldamenti sotto la tribuna del Rigamonti: «Entravo sempre, io dicevo al mister di far giocare i giovani, ma lui aveva bisogno della mia esperienza». Ma Zigoni in che ruolo giocava? «Lerici, l’allenatore che ebbi al Genoa, diceva prima della partita: date la palla a lui. Ero un numero 11, che aveva bisogno di giocare a briglie sciolte, oggi mi farebbero stare, forse, nei Dilettanti, eppure ero il più forte. Per fare un’altra carriera avrei dovuto rinunciare a parecchie bicchierate con gli amici, e vedere qualche alba in meno, ma non ne valeva la pena». Fare il calciatore per Zigoni è stato un gioco. Il bello è che gli è venuto anche bene. Nonché un aneddoto ulteriore, con parole sue: «Prima della gara Valcareggi mi dice: “Zigo, oggi non giochi”. Non c’era nulla da fare, dovevo andare in panchina, e visto che era una giornata molto fredda decisi di andare in campo con la pelliccia e il cappello. Entrai in campo e ci fu un boato». NICOLA CALZARETTA, DAL “GS” DEL GIUGNO 2016 È l’antica Opitergium, oggi Oderzo provincia di Treviso, ad aver dato i natali a Gianfranco Zigoni, venuto al mondo il 25 novembre 1944 sotto le bombe, nel quartiere Marconi, il Bronx come lo definisce lui. È qui che si è manifestato il lussureggiante talento di uno dei giocatori-simbolo degli anni ‘70 quanto a genialità e anticonformismo. Capelli lunghi, viso stropicciato, sguardo truce. D’inverno la pelliccia. E sotto la pelliccia, il petto nudo e la fondina con la pistola. Ma soprattutto, sotto la pelliccia, un ragazzo nato libero, buono e romantico, roso da un’inquietudine eterna che ancora oggi non lo abbandona. Una carriera lunghissima che lo ha visto indossare le maglie di Juventus, Genoa, Roma, Verona e Brescia, prima di chiudere ultraquarantenne con l’Opitergina e il Piavon nei Dilettanti. Uno scudetto con i bianconeri nel 1967 e una serie infinita di avventure. Il Bronx si diceva: è qui che ci troviamo, nella sua vecchia casa. Piano terra, una taverna tappezzata da foto e ritagli di giornali. Un tazebao di ricordi, tra immagini giovanili, ritratti del “Che” e la sciarpa del Rayo Vallecano. “Tatino”, il fratello minore, è con noi: a lui il compito di preparare il pranzo. Uova sode, salame, formaggio e buon vino. «Questa è l’amicizia. Condividere la tavola». La nostra chiacchierata inizia così, a stomaco pieno. «Siamo una famiglia di sportivi. Mio figlio Gianmarco è adesso alla Spal. Spero che faccia bene. È un bravo centravanti oltre che un ottimo figliolo. Mio fratello Duilio era un pugile. Domenico e Fiorenzo calciatori; Giovanni era una grande atleta, oggi purtroppo è malato di sclerosi a placche e costretto alla sedia a rotelle. Tatino, che ha più di 60 anni, fa ancora le maratone. Io 42 chilometri non li ho mai corsi in tutta la mia carriera». ➖ Però tra i calciatori sei stato il più grande. «Grande è solo Dio, Gesù. Poi Che Guevara per la sua idea di uguaglianza. I grandi veri sono i missionari, i chirurghi». ➖ E tu dove stai? «Sto con i fuoriclasse del pallone. Insieme a Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri». ➖ Pelé lo hai visto da vicino. «Amichevole Roma-Santos, 1972, in notturna. Una meraviglia nera. Salta di testa un paio di volte. Salta e rimane sospeso in aria. Di fronte a quella visione, mi dico: “Io al calcio non gioco più”. Poi Ginulfi, il nostro portiere, gli para un rigore ed io riprendo coraggio. “Allora Pelé è come me”». ➖ L’unica differenza è il colore. «Parole di Gipo Viani, il mio direttore tecnico quando ero al Genoa, metà anni ‘60. Una volta disse anche che la nostra squadra era come il letame con un diamante incastonato, riferendosi a me. Io risposi dicendo che dal letame nascono i fiori. E i miei compagni sono ancora lì a ringraziarmi». ➖ Per il madridista Santamaria eri più forte di Pelé. «Lo disse al mio grandissimo amico Del Sol dopo avergli chiesto chi fosse il “niño” con la maglia numero 9. Real Madrid-Juventus, avevo 17 anni. Perdemmo 3-1, il gol lo feci io. E nel tabellino dei marcatori accanto ai nomi di Puskas e Di Stefano, c’è anche quello di Zigoni». ➖ Chiamato Gianfranco in memoria del fratello morto piccolino, quinto di otto figli. «Una grande famiglia: mio padre Francesco faceva l’operaio; mia madre Stefania tutto il resto. Devo tutto a loro e al Bronx, il mio quartiere dove ho imparato a vivere. Libertà, giochi, amicizia, uguaglianza. C’erano anche molti bambini di famiglie che venivano dal Sud. Mai saputo cosa fosse il razzismo. Un’infanzia non semplice, ma bella. Il fiume, le prime nuotate. La campagna, le corse e quando arrivava maggio con il rosario serale alla Madonna, si stava fuori anche dopo cena». ➖ E al Bronx c’è spazio anche per il pallone. «Ed io ero il Duce. Non c’erano regole o costrizioni. Si giocava liberi, a piedi nudi. Solo l’istinto e il talento naturale. Ed io sono sempre stato il migliore. Sai quante volte ho giocato da solo contro tutti! A fine carriera ho allenato per anni i bambini. E con loro sono tornato ai quei primi anni fantastici». ➖ Eri tifoso di qualche squadra da piccolo? «Il Grande Torino mi era entrato nel cuore, anche per la sua tragica fine. Stravedevo per Nacka Skoglund, grandissimo per la vita e anche per la morte. Mi piaceva Fausto Coppi. Mi attrae il talento, specie quando è maledetto. Anche in altri campi come la poesia e la musica. Ho avuto un debole per Pasolini con cui ho giocato una volta in una partita con gli artisti: mi fece un cross d’esterno che neanche i miei veri compagni di squadra. Ero l’idolo di Fabrizio De Andrè e lui lo era per me». ➖ Come è che sei finito alla Juventus? «Fosse stato per me non mi sarei mai mosso dal paese. Ma ero bravo e se ne accorsero quelli del Pordenone che, a fine anni ‘50, era una succursale della Juve. Mi venne a cercare al quartiere Bepi Rocco e mi trovò che stavo palleggiando davanti casa a piedi nudi. Feci il provino per il Pordenone sotto gli occhi di Viri Rosetta, che lavorava per la società bianconera. Quindici minuti, tanto durò la mia esibizione. Preso all’istante». ➖ Quanti anni avevi? «Quindici e fino ad allora non avevo avuto mai nessun allenatore. Non volevo farne di niente. Fu il prete a insistere e a convincere mia madre. Ed io lo feci per lei, santa donna. Al Pordenone trovai Ercole Rabitti. Un anno dopo ero alla Juve insieme ad altri tre ragazzi. Ricordo ancora il viaggio in treno a Torino: era la prima volta che ne prendevo uno». ➖ Come stavi? «Male. Mi pesava la lontananza. Mi dicevo che cosa ci stessi facendo lontano da casa. Per fortuna c’erano dei parenti a Torino. E poi le regole, le fatiche, le corse. L’ho sempre detto: avevo doti tecniche incredibili; con l’allenamento le ho solo peggiorate». ➖ Quanto guadagnavi alla Juve? «15mila lire al mese. A Natale portai i soldi dei primi quattro mesi a casa e li consegnai a mia madre per le esigenze di famiglia. Tempo dopo andai a fare un prelievo e sul libretto che mi era stato aperto ci trovai 50mila lire. Hai capito? Ce li aveva messi mia mamma i soldi in più. Mi viene ancora adesso la pelle d’oca dall’emozione». ➖ Alla Juve hai l’opportunità di conoscere Omar Sivori. «Un fuoriclasse, un’artista. Il primo incontro fu traumatico. Ero in sede insieme ad altri compagni. Lui si avvicina e ci chiede chi, nella squadra giovanile, indossi il “10”. Divento rosso come un peperone quando gli dico che lo porto io. “Ragazzo cambia maglia perché con quel numero non giocherai mai”». ➖ E invece hai giocato la tua prima partita con la Juve proprio con la sua maglia. «10 dicembre 1961, avevo 17 anni, trasferta a Udine. Omar era infortunato e chi poteva sostituirlo se non io? I giornali parlarono di me. Allo stadio c’erano anche tanti miei compaesani a vedermi. Purtroppo l’emozione mi tagliò le gambe. Non feci bene». ➖ Chi ti ha impressionato di più alla Juve, oltre al Cabezon? «Luis Del Sol. Un uomo vero, dritto, leale e sincero. Gran fumatore, grande bevitore, ma in campo un giocatore fondamentale e di una generosità unica. Lui non mi avrebbe mai detto a brutto muso di portargli la borsa come fece una volta Sivori. Io, comunque gli risposi per le rime: “Perché non porti tu la mia?”». ➖ Non c’è male come risposta: è per questo che a novembre 1964 lasci la Juve? «No. Ero giovane e dovevo giocare. Meglio avere qualche opportunità altrove. Andai al Genoa e per due anni sono stato benissimo, nonostante la retrocessione in B. Giocavo, facevo divertire la gente, ho vinto i due derby con gol miei. E poi c’era mister Lerici che diceva alla squadra: “Ma quale tattica e tattica. Date la palla a Zigoni. Se ha voglia di giocare la partita è vinta. Altrimenti non c’è nulla da fare, possiamo stare qui anche tre giorni senza fare risultato». ➖ Hai sempre avuto voglia? «No. Odiavo i compiti tattici. Dovevo essere libero di esprimermi. Il mio talento non poteva essere imbrigliato. Se mi lasciavano fare non ce n’era per nessuno. Una volta in un Inter-Juventus giovanile feci piangere Aldo Bet che non riusciva mai a beccarmi. Anni dopo in un Verona-Lazio, all’ennesimo tentativo di aggrapparsi alla maglia, tiro un cazzotto in faccia ad Ammoniaci che per poco non rimane secco e duro in campo. Lui dopo si rialzò. Io presi quattro giornate di squalifica». ➖ Immagino che non vedevi l’ora di allenarti. «Non ho mai sopportato gli allenamenti. Ero sempre l’ultimo al campo. E se per caso capitava di arrivare in anticipo, mi nascondevo per poi comparire quando gli altri erano già pronti per la seduta. Anche prima della partita mi preparavo per ultimo e chiudevo la fila all’ingresso nello stadio. Il bello è che, specie a Verona, mi facevano trovare la roba già pronta, cosa che faceva imbestialire qualche mio compagno, su tutti Domenghini che era stato all’Inter e in Nazionale. Ma a lui rispondevano che solo per me facevano questo, perché ero Zigoni, il migliore». ➖ E dei ritiri che mi dici? «Che io facevo di tutto per starci il meno possibile e per trovare altri modi di impiegare il tempo. Le notti erano lunghe. Sì, ho avuto molte donne. Ho bevuto, soprattutto whisky. Ma ho anche letto tanti libri, soprattutto di filosofia. Mi piaceva vivere la notte, respirarne l’aria, guardare le stelle. E la mattina dormivo fino alle dieci. E guai a chi mi svegliava prima, perché mi incazzavo come una bestia». ➖ Anche con Guidolin? «Francesco era molto giovane. Era in camera con me. La squadra si trovava alle 8.30 per fare colazione. Allora io gli dicevo di portarmi caffè e cornetto direttamente in camera, alle dieci in punto, non un minuto prima. E lui da bravo figliolo, eseguiva». ➖ E nessuno reclamava? «Qualcuno sì. Per esempio Antonio Logozzo, baffuto terzinone con i piedi di marmo. Una mattina fuori dalla mia camera sento il suo vocione, mentre io sono ancora a letto. Stava chiedendo a Valcareggi il perché di quel privilegio. E il mister, un grande, rispose così: “Tonino, quando avrai i suoi piedi potrai dormire anche tu fino alle dieci”». ➖ La leggenda narra di uno Zigoni abile tiratore con la pistola. «Ma quale leggenda? È la verità. Io avevo una Colt 45, registrata e con regolare porto d’armi. La portavo sempre con me nella fondina sotto la pelliccia. E quando ne avevo voglia, aprivo la finestra della camera e centravo tutti i lampioni a portata di tiro. Lo facevo già alla Roma, con Petrelli. Al Verona era un testa a testa con Mascalaito, uno che tirava benissimo». ➖ Manca il capitolo delle auto per completare il quadretto. «La storia più bella è quella dell’incidente con la mia Porsche. Un trattore mi attraversa la strada. Per scansarlo finisco in fossato. Macchina sfasciata, ma io neanche un graffio. Dietro di me, su un’altra auto, c’è il mio compagno Maddè e il medico del Verona. Che si precipitano verso di me. E allora io fingo di essere morto. Loro iniziano a urlare: “Zigo è morto”, hanno le facce come il marmo. Alcuni secondi di panico, poi gli faccio l’occhiolino. Me l’hanno perdonata dopo un po’ di tempo. Invece il padrone del trattore mi chiese l’autografo». ➖ E infine l’allergia alle regole e agli arbitri in particolar modo. «L’ideale è giocare come si faceva da bambini, senza arbitro. Non ho mai sopportato l’ingiustizia. Prendevo fuoco subito e qualche volta dovevano contenermi con la forza. Una volta quando ero a Verona, giocavamo con una squadra che doveva salvarsi, noi eravamo tranquilli. L’arbitro la combinò grossa: convalidò l’1-0 su punizione di seconda che fu tirata direttamente in porta e poi vide solo lui il classico gol-fantasma che valse il 2-1 finale. Lo avrei strangolato». ➖ Qual è stato l’episodio più clamoroso che ti ha visto protagonista? «Di sicuro quello con il guardalinee che, dopo un Verona-Vicenza, nel sottopassaggio a fine gara, ebbi l’ardire di interrompere un dialogo tra me e il mio compaesano Faloppa». ➖ Perché? «Voleva sapere cosa gli avevo detto in campo durante la partita. ➖ E in campo cosa era successo? «A una mia protesta, lui mi si avvicinò e mi disse: “Sei sempre per terra, non stai in piedi”. Effettivamente la notte precedente ero stato con una donna fino all’alba. Ma quelli non erano fatti suoi e lo mandai a quel paese. Così a fine partita venne da me a chiedermene conto. Ed io gli dissi: “Come ti permetti di interrompermi mentre sto parlando. La bandierina te la cacci su per il c**o”. Morale, mi dettero sei giornate di stop e mi tolsero sei mesi di stipendio». ➖ Nel 1966 torni alla Juve e vinci lo scudetto. «Feci il gol del 2-0 nell’ultima gara contro la Lazio. Lo avevo detto a Cinesinho di tirare teso, sul primo palo. Il merito di quello scudetto va tutto a Heriberto Herrera, che ci ha creduto fino in fondo». ➖ Come erano i tuoi rapporti con HH2? «Tesi. Lui mi ha tarpato le ali. E di me diceva. “Tua madre è una santa, ma tu sei un hijo de puta”. È stato un dittatore, una volta mi dette un cazzotto nello stomaco perché in una partita di Coppa Campioni contro l’Olympiakos non avevo seguito il mio marcatore. Mi è dispiaciuto lasciare la Juve, ma non sopportavo le regole ferree, le telefonate alle dieci di sera, i capelli corti». ➖ E così nel 1970 vai alla Roma. «Due stagioni discrete. Con Bob Vieri una volta litigammo per battere una punizione. Intervenne l’arbitro Lo Bello a mettere fine alla sceneggiata. Calciai io e feci gol. Un’altra volta a Catanzaro tirai da lontanissimo, approfittando del vento. Del Sol mi dava del pazzo, io segnai. E la sera in tv lo fecero rivedere molte volte». ➖ A Roma trovasti l’altro Herrera, Helenio. «Una pacchia. Perché il Mago era innamorato perso di Fiora Gandolfi. Così lui verso le undici di sera, credendo che la squadra stesse dormendo, lasciava il ritiro per andare da lei. E noi si faceva lo stesso». ➖ 1972: inizia la tua storia d’amore con il Verona. «Sono stato lì sei anni. Mi hanno voluto bene. Ed io ho ricambiato l’affetto con tutto me stesso. Sono stati i tifosi gialloblù a scrivere un giorno su uno striscione: “Dio Zigo, salvaci tu”. Una cosa bellissima». ➖ Alla fine del tuo primo campionato con il Verona, fate lo scherzetto al Milan di Rivera: fu tutto regolare? «Regolarissimo. Altrimenti io non sarei sceso in campo. In tutta la mia carriera solo due volte, in campo, ripeto: in campo, ci siamo di fatto accordati per un pareggio. E solo un’altra volta, in un Cesena-Brescia di B, alcuni ex compagni che giocavano nella squadra romagnola, ci chiesero di lasciare loro la vittoria. Io comunque non mi risparmiai, tanto da far fare una figuraccia al mio marcatore che era osservato dal Milan e che non fu preso». ➖ Torniamo alla “Fatal Verona” che costò lo scudetto della stella al Milan. «La verità è questa. A noi la società aveva promesso il premio doppio, 600mila lire a testa per la vittoria. Noi eravamo salvi, ma c’era in ballo la regolarità del campionato. Nessuno di noi avrebbe potuto tirarsi indietro. Io ricordo che mi scaldai parecchio quando vidi lo stadio colorato di rossonero. Guardai il mio amico Mazzanti e gli dissi: “Questo non va bene”. Allora rivolto ai miei compagni dico: “Datemi al più presto il pallone, che ci penso io”». ➖ Minuto 17: fuga di Zigoni sulla destra, cross in area e Sirena fa l’1-0. «E il Milan affondò. Il primo tempo finì 3-1 per noi. Nel secondo tempo arrivarono altre due reti per parte per il 5-3 finale. E lo scudetto alla fine lo vinse la Juve». ➖ Ma durante l’intervallo non successe nulla? «Niente. Temevo che qualcuno del Milan potesse venire da noi, ma erano miei pensieri. La partita è stata regolarissima. L’unica cosa è che il presidente Saverio Garonzi ci fregò perché ridusse il premio a 500mila lire». ➖ Tu e Garonzi eravate veramente una coppia di fuoco. «Gli davo del tu, lo chiamavo Saverio. Se il Verona vinceva ero il migliore. Se perdeva la colpa era mia che avevo troppe distrazioni. Era un uomo normale che aveva fatto i soldi con il lavoro. Era rimasto modesto e tremendamente tirchio. Una volta mi regalò una cravatta. Ed io gli dissi: “Saverio, e che ci faccio solo con la cravatta. Mi serve anche il vestito”. Acconsentì. Ma quando gli arrivò il conto, 350mila lire, minacciò di tagliarmi lo stipendio». ➖ Una volta ti promise una Jaguar, vero? «Era usata, verde. Comunque sì. L’avevo vista nella sua concessionaria. “Se fai otto gol te la regalo”. Ero a quota sette. Contro la Sampdoria c’è un rigore per noi. Prendo il pallone per calciare, ma Emiliano Mascetti, il rigorista della squadra, non ne vuole sapere. Litigammo in campo per alcuni minuti. Poi il mio amico Mazzanti mi convinse. Ed io, per ripicca, in quel campionato non segnai più, rimanendo a sette gol». ➖ Garonzi nel gennaio del 1975 fu vittima di un rapimento. «Ed è rimasto sempre convinto che io fossi uno dei suoi carcerieri». ➖ Nel 1975, dopo il ritorno in A, sulla panchina del Verona si siede Ferruccio Valcareggi. «Un papà. Mi fece debuttare in Nazionale, nel 1967, a Sofia contro la Bulgaria. Poi mi convocò altre due o tre volte, senza farmi giocare. Così gli dissi di non chiamarmi più. E addio maglia azzurra. Mi voleva bene e mi ha sempre trattato come un figlio». ➖ Però quella volta che ti tenne fuori con la Fiorentina, ne tirasti fuori un’altra delle tue. «Stagione ‘75-76. Andai in panchina con la pelliccia e il cappello da cow boy. Ma guarda che non credevo di suscitare tanto scalpore». ➖ Mica dici sul serio? «Il “Valca” si permise di tenere fuori il più grande. “Zigo oggi non giochi”. “Come, non fa giocare il giocatore più forte del mondo? Sta scherzando spero!”. I miei compagni, tra cui anche Klaus Bachlechner, molto tirchio, scommisero che non sarei andato in panchina conciato in quel modo. Scommessa persa, ma io avevo già deciso che l’avrei fatto comunque». ➖ E del malore nell’intervallo di Juventus-Verona che mi dici? «L’anno dopo, campionato ‘76-77. La verità è che mi colpì di striscio una bottiglietta mignon sulla spalla. Sirena e Franzot che erano dietro di me mi dissero di buttarmi per terra, mentre un ragazzino fece sparire la bottiglia. Io mi sentii male davvero, ma per l’agitazione che mi prese, non per il colpo subito. Mi dettero un calmante, non stavo in piedi e non rientrai in campo. Valcareggi insistette perché rientrassi, ma non ce la facevo proprio». ➖ Qual è il gol che ricordi con più piacere della tua parentesi veronese? «La bordata di destro, che non è il mio piede migliore, in un’amichevole contro il Vicenza. Una rete bellissima. E appena vidi la palla gonfiare la rete me ne andai dal campo. E così fece gran parte del pubblico del Bentegodi che non avrebbe potuto vedere di meglio». ➖ Avresti mai lasciato Verona? «No. Nel 1974 rifiutai una bella offerta dell’Inter. Il mio sogno era quello di morire con la maglia del Verona addosso con tanto di intitolazione del Bentegodi al sottoscritto: “Stadio Gianfranco Zigoni”. Senti come suona bene». ➖ Dopo il Verona, ancora un po’ di professionismo con il Brescia in B. «Al Brescia mi chiamò il mio ex compagno Gigi Simoni nel 1978. Gli detti una mano per la promozione in A l’anno dopo. Poi ho preferito fare ritorno a casa tra la mia gente». ➖ C’è stato un tuo erede? «Dirceu, che ha giocato anche nel Verona. Un giorno lo incontrai a Milano e lui mi venne incontro per ringraziarmi di tanto onore». ➖ Hai tatuaggi? «Nessuno. I veri tatuaggi li ho nel mio cuore: i miei genitori, la mia nipotina morta a quattro anni e tutti i bambini del mondo». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/gianfranco-zigoni.html
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GIANFRANCO ZIGONI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Zigoni Nazione: Italia Luogo di nascita: Oderzo (Treviso) Data di nascita: 25.11.1944 Ruolo: Attaccante Altezza: 176 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: Zigo - Cavallo Pazzo Alla Juventus dal 1961 al 1964 e dal 1966 al 1970 Esordio: 10.12.1961 - Serie A - Udinese-Juventus 2-1 Ultima partita: 18.04.1970 - Serie A - Juventus-Roma 1-1 119 presenze - 33 reti 1 scudetto 1 coppa delle Alpi «Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri.» (Gianfranco Zigoni) Gianfranco Cesare Battista Zigoni (Oderzo, 25 novembre 1944) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ha al suo attivo 265 presenze e 63 gol in Serie A con le maglie di Juventus, Genoa, Roma, Verona, oltre a tre convocazioni in Nazionale, con la quale scese in campo solo una volta. Gianfranco Zigoni Zigoni al Verona nella stagione 1973-1974 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1987 - giocatore Carriera Giovanili 1954-1958 Patronato Turroni 1958-1961 Pordenone Squadre di club 1961-1964 Juventus 9 (3) 1964-1966 → Genoa 58 (16) 1966-1970 Juventus 110 (30) 1970-1972 Roma 49 (12) 1972-1978 Verona 139 (29) 1978-1980 Brescia 40 (4) 1980-1983 Opitergina 42+ (4+) 1983-1987 Piavon ? (4+) Nazionale 1967 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1987-1997 Opitergina Giovanili 1997-2005 Ponte di Piave Giovanili 2005-2009 Basalghelle Giovanili Biografia Nativo di Oderzo, ha trascorso l'infanzia nel Quartier Marconi, zona ai margini meridionali della città, provenendo da una numerosa famiglia contadina. Ha avuto quattro figli: di questi, Gianmarco ha intrapreso anch'egli la carriera di calciatore, così come alcuni suoi nipoti. Nel 2002 ha pubblicato, per le edizioni Biblioteca dell'Immagine di Pordenone, il libro Dio Zigo pensaci tu, un'irriverente e romanzata biografia, scritta dall'amico e collega Ezio Vendrame. Si è procurato con gli anni una reputazione di ribelle ed eccentrico a causa del suo amore per l'alcol, le donne e i motori e per alcuni suoi comportamenti piuttosto bizzarri. Divenne per questo uno dei calciatori simbolo degli anni 1970. Caratteristiche tecniche Giocava da ala sinistra e da centravanti. Carriera Giocatore Club Inizi e Juventus Da adolescente giocò nel Patronato Turroni, la squadra giovanile dell'oratorio. Notato dagli osservatori della Juventus, entrò nelle giovanili del Pordenone, all'epoca società satellite dei bianconeri, quindi si trasferì a Torino, debuttando in prima squadra il 10 dicembre 1961 in campionato contro l'Udinese a diciassette anni. All'epoca giocò anche un'amichevole con il Real Madrid, persa dagli juventini per 3-1: si dice che al termine della gara José Santamaría, difensore del Real, lo paragoni a Pelé con tanto di bestemmia annessa. Nel 1972, con la maglia della Roma, giocò proprio contro Pelé in amichevole contro il Santos. Zigoni, in tre anni alla Juventus, giocò in campionato quattro partite in Serie A segnando un gol. Genoa Nell'estate del 1964 si trasferì al Genoa. Nella sua prima stagione in Liguria segnò, in media, un gol ogni tre partite: saranno 8 in tutto al termine della stagione in cui la squadra retrocesse. Nella stagione successiva giocò quindi in Serie B, segnando 8 gol in 34 incontri: la squadra non ottenne la promozione per due punti, classificandosi quinta. Ritorno alla Juventus Zigoni con la maglia della Juventus nel 1966 Al termine del prestito Zigoni fece ritorno alla Juventus contribuendo con 8 gol in 23 partite alla vittoria dello scudetto 1966-1967. Nella stagione successiva giocò le sue uniche partite in Coppa dei Campioni. Anche nelle stagioni successive le sue presenze in campo non furono mai più di 22-23 all'anno, complici anche le frequenti squalifiche dovute al suo temperamento irrequieto. Calarono anche i gol: 7 nella stagione 1967-1968, 3 in quella successiva, 4 (in 14 gare) nella stagione 1969-1970, l'ultima con la casacca bianconera. In totale con la Juventus Zigoni segnò 33 gol in 119 partite. Roma Zigoni alla Roma nel 1971 Nel 1970 va a giocare nella capitale, alla Roma allenata da Helenio Herrera. Nei suoi due anni con la Roma mise a segno 12 gol in 48 partite, ottenendo un sesto e un settimo posto in Serie A. Nella sua seconda stagione giallorossa vinse la Coppa Anglo-Italiana, contribuendo con un gol in finale, nel 3-1 contro il Blackpool il 24 giugno 1972. Verona Nel 1972, a ventotto anni, venne ingaggiato dal Verona. Negli anni passati in Veneto segnò meno che nelle stagioni precedenti, ma sia per le sue giocate sia per alcuni gesti clamorosi divenne un idolo della tifoseria. Il 20 maggio 1973, ultima giornata di campionato, il Milan in testa alla classifica doveva vincere a Verona per vincere lo scudetto. I veronesi vinsero per 5-3, permettendo alla Juventus di superare di un punto i rossoneri e vincere il quindicesimo titolo. Zigoni in quella gara fornì gli assist a Livio Luppi. Questo fu il primo dei due episodi che fece diventare la città scaligera per i milanisti la Fatal Verona. Zigoni con la sua famosa pelliccia, durante una gara del Verona passata in panchina Nel 1974 la squadra venne retrocessa d'ufficio all'ultimo posto per illecito sportivo: Zigoni contribuì nella stagione successiva all'immediata promozione con 9 gol, il massimo numero di reti da lui segnato nelle sei stagioni veronesi. Nelle due annate successive segnò 2 gol in 18 presenze e 6 gol in 26 presenze: la squadra si classificò rispettivamente undicesima e nona. Nella stagione 1975-1976 la squadra raggiunse la finale di Coppa Italia, perdendola. Una volta Valcareggi lo lasciò in panchina e lui, non approvando la decisione, ci andò in pelliccia e cappello. Nel corso di un'amichevole di fine stagione Verona-Vicenza, dopo una partita in cui non brillò, a venti minuti dalla fine saltò in dribbling quattro avversari e infilò il pallone all'incrocio dei pali, salvo poi andare dritto negli spogliatoi, imitato dai tifosi che abbandonarono lo stadio. Nella stagione 1977-1978, l'ultima a Verona, andò a segno una volta in 26 partite. Brescia Zigoni al Brescia Nel 1978, trentaquattrenne, passò al Brescia, sodalizio di Serie B guidato in panchina da Luigi Simoni. Durante il suo primo anno segnò 4 gol in 21 partite e la squadra arriva ottava. Nella stagione successiva i lombardi ottennero il terzo posto e la promozione in Serie A. In quella stagione Zigoni non andò mai in rete in 19 presenze, uscendo quindi dai piani della società. Nell'ultima stagione bresciana si rifiutò di giocare contro il Verona. Opitergina e Piavon Nell'estate del 1980, quella dello scandalo del "Totonero", Zigoni fu contattato di nuovo da Luigi Simoni, nuovo allenatore del Genoa, per tornare a giocare in Liguria, ancora in Serie B. Zigoni, trentaseienne, preferì tornare a Oderzo abbandonando il professionismo e andando a giocare nella squadra della sua città, ritrovandosi in squadra il suo concittadino Renato Faloppa. Nella cittadina trevigiana giocherà tre anni. La dirigenza biancorossa finì il campionato di Serie D al penultimo posto. Nella stagione 1981-1982 la squadra perse la promozione allo spareggio contro il Pro Gorizia, mentre l'anno successivo arrivò terza. Nel 1983 si trasferisce al Piavon, squadra di Terza Categoria dove ottiene una promozione in Seconda Categoria. A Piavon, frazione comunale di Oderzo, terminò la carriera a quarantatré anni, contribuendo alla salvezza della squadra: l'ultima partita della carriera, nel maggio del 1987, la giocò contro il Musile di Piave, segnando quattro gol: la gara finì 5-4. Nello stesso periodo gestiva un negozio di articoli sportivi a Oderzo sempre insieme a Faloppa. Nazionale Gioca la sua unica partita in nazionale il 25 giugno 1967, nella vittoriosa trasferta 1-0 sulla Romania. Verrà convocato altre due volte senza scendere in campo. Allenatore Dopo il ritiro entrò come allenatore nel settore giovanile dell'Opitergina. Una decina di anni dopo lasciò la società per andare ad allenare le formazioni "Giovanissimi" nel Ponte di Piave e nel Basalghelle, due società dilettantistiche della zona. In seguito è divenuto responsabile della Scuola Calcio del Basalghelle a lui intitolata, ed è stato spesso invitato a partecipare come opinionista in trasmissioni calcistiche in televisioni locali. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1962-1963 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Coppa Anglo-Italiana: 1 - Roma: 1972
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JOSÉ FERDINANDO PUGLIA “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 2005 Estate 1961, Torino è in festa per lo scudetto numero dodici della “Signora” targata Charles-Sivori-Boniperti e per le solenni feste a ricordo del centenario dell’unità d’Italia. José Puglia Fernando, classe 1937, da São José do Rio Pardo, è un ragazzo di buone promesse che la Juve ha acquistato, sulla fiducia di osservatori amici brasiliani, per vedere se ne può fare qualcosa nell’imminente stagione dell’assalto alla Coppa dei Campioni. Un centravanti grande e grosso con buon dribbling e bel tiro, che dice papale di non essere secondo a nessuno e di voler pertanto giocare il più possibile. La Juve però è coperta, c’è Charles e pure Nicolé, per non parlare del giovanissimo Cavallito, asso della De Martino. Fernando fa in tempo a giocare una partita di Coppa Italia quando ha da poco disfatto le valige: lo danno in prestito al Palermo. Per farsi le ossa, naturalmente. Fernando inizialmente punta i piedi, ma l’idea alla fine non gli spiace. E fa bene. Giocherà in Sicilia una stagione da grande, contribuendo al miglior Palermo di sempre, a fianco degli ex bianconeri Mattrel e Burgnich. La Juve, quell’anno, ne avrebbe avuto bisogno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/05/fernando.html
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JOSÉ FERDINANDO PUGLIA https://it.wikipedia.org/wiki/José_Ferdinando_Puglia Nazione: Brasile Luogo di nascita: San José do Rio Pardo Data di nascita: 23.01.1937 Luogo di morte: San Paolo Data di morte: 06.04.2015 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 67 kg Nazionale Brasiliano Soprannome: Fernando Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 25.04.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 0-1 1 presenza - 0 reti José Ferdinando Puglia, noto in Italia solo come Fernando, e in Brasile come Puglia (São José do Rio Pardo, 23 gennaio 1937 – San Paolo, 6 aprile 2015), è stato un calciatore brasiliano, di ruolo centrocampista. Fernando José Ferdinando Puglia con la maglia del Palermo Nazionalità Brasile Altezza 171 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1967 Carriera Squadre di club 1955-1958 Palmeiras 69 (22) 1958-1959 San Paolo ? (?) 1959-1961 Sporting Lisbona 57 (58) 1961-1962 Palermo 33 (10) 1962 Juventus 1 (0) 1962-1963 Palermo 29 (3) 1963-1965 Bari 35 (4) 1965 Santa Cruz ? (?) 1965 San Paolo ? (?) 1966-1967 Bangu 13 (0) 1967 →[1] Houston Stars 9 (3) Nazionale 1963 Brasile 3 (1) Caratteristiche tecniche Considerato un ottimo giocatore, il suo ruolo era quello della mezzala, che comunque poteva giocare in tutto il centrocampo. Era bravo sia in fase difensiva che in quella offensiva. Carriera Club Ha iniziato la carriera in patria, nel Palmeiras, dove dal 1955 al 1958 ha collezionato 69 presenze e 22 reti, giocandovi con José Altafini seguendo il modulo del doppio centravanti e vincendovi il campionato Juniores paulista. Dal 1959 al 1961 gioca in Europa, nel Sporting Lisbona, squadra portoghese. In tre stagioni segna 58 gol in 57 partite, quindi con la media più alta di un gol a partita. Nell'estate del 1961 viene acquistato dagli italiani del Palermo. Sull'aereo Lisbona-Palermo conosce Helenio Herrera, l'allenatore dell'Inter, che gli offre un periodo di prova che il giocatore rifiuta poiché già in parola col Palermo. Resta in rosanero per due stagioni intermezzate dalla partita della Juventus di Coppa Italia del 25 aprile 1962 contro il Brescia (vittoria in trasferta per 1-0). Nella prima stagione in rosanero, in massima serie italiana, scende in campo 33 volte segnando 10 gol di cui uno all'Inter il 4 marzo 1962 in una partita decisiva per lo scudetto nerazzurro, Herrera, che già si era visto rifiutare l'offerta, era l'unico che dichiarava di non apprezzare Fernando come giocatore. Inoltre Fernando, dopo il gol decisivo, prende la palla dal fondo della rete portandola in panchina ad Herrera, scusandosi poi negli spogliatoi per il gesto. Nella seconda ed ultima stagione in Sicilia le presenze saranno 29 e le reti segnate 3. Retrocesso in Serie B il Palermo, Fernando viene ceduto a stagione non ancora conclusa al neopromosso Bari per 15 milioni di lire più Guido Postiglione, a patto che i Galletti ottenessero la promozione in Serie A. Così fu, ed il giocatore ha giocato quindi in massima serie anche con la maglia biancorossa (11 presenze e 2 gol), società con la quale disputa anche il torneo di Serie B 1964-1965 (24 presenze e 2 gol). Chiude quindi la carriera tornando in Brasile, vestendo le maglie di Santa Cruz, San Paolo e Bangu, con il quale vince il Campionato Carioca del 1966, il secondo ed unico titolo della società; conclude la propria carriera nel 1967, dopo le ultime 13 presenze. Nell'estate 1967 con il Bangu disputò il campionato nordamericano organizzato dalla United Soccer Association: accadde infatti che tale campionato fu disputato da formazioni europee e sudamericane per conto delle franchigie ufficialmente iscritte al campionato, che per ragioni di tempo non avevano potuto allestire le proprie squadre. Il Bangu rappresentò gli Houston Stars, che concluse la Western Division al quarto posto finale. Nazionale Mentre giocava in Italia, nel 1963 ottiene 3 presenze ed una rete con la Nazionale brasiliana. Dopo il ritiro Dopo il ritiro dall'attività agonistica si stabilisce a Rio Tietê, facendo un'attività di rappresentanza. Gli affari vanno male, e sciupa tutti i risparmi accumulati durante la carriera da calciatore, riducendosi in miseria. È scomparso nel 2015 all'età di 78 anni per insufficienza renale e respiratoria. Palmarès Campionato Carioca: 1 - 1966
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FRANCO CARRERA Solamente due presenze nella stagione 1961-62 per il torinese Franco Carrera: in campionato contro il Bologna e in Coppa Italia contro i toscani del Prato. Poi, il trasferimento a Potenza (dove giocherà accanto a Boninsegna e a Silvino Bercellino) e il ritorno in bianconero nel luglio 1965. Ma sarà solamente un breve saluto alla Mole Antonelliana, perché nella stessa estate sarà ceduto alla Spal del presidente Paolo Mazza e degli ex juventini Crippa, Fochesato e Bozzao. “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1965 I giovani di una generazione fa l’avrebbero chiamato “L’ultimo dei Mohicani”. Carrera Franco, infatti, con il suo rientro alla Juventus è subentrato a Carlo Mattrel, trasferito, quale unico torinese vero nella compagnia illustre dei bianconeri. “Noblesse oblige”! Carrera, quanto prima, sarà chiamato al “redde rationem”, a proseguire sulla strada percorsa tanto tempo fa dai Rava, Garzena, Emoli, Vavassori, tutti torinesi della Mole all’insegna della bandiera juventina. E suvvia! Un po’ di campanilismo somministrato per via spicciola a questa nuova generazione di calciatori non fa mai male! Carrera ciò lo capisce, anche se appartiene alla “nouvelle vague” dei calciatori. Nato a Torino l’8 novembre del 1943, Carrera ha iniziato la carriera fra i giovani juventini di Ercole Rabitti come interno destro. E guarda il caso: lui, interno destro, in tandem con Giovanni Sacco, provinciale di San Damiano, come ala destra. Il successo ai due non poteva mancare anche se come sempre la sorte tira colpi mancini, tant’è che Sacco ha sfondato poi come interno centrocampista e Carrera ha dovuto spostarsi all’estrema per far valere le sue doti di eclettico giocatore d’attacco. Paul Amaral però nella stagione 1962-63 lo ha voluto persino in prima squadra come mediano d’appoggio nella gara vittoriosa sostenuta dalla Juventus a Bologna (2-1). L’esordio, dunque, in prima squadra per Carrera c’è già stato (10 febbraio 1963) e quanto mai propizio per i colori juventini. Se tanto mi dà tanto... Lo scorso anno, tanto per abituarsi alle vecchie abitudini, non ha mai mancato alla prima occasione, tra una sosta e l’altra del Potenza nel Nord Italia, di fare una capatina al Combi, che l’ha visto muovere i primi passi. Sulle prime, con una pettinatura tutta particolare, molti ex-compagni non lo hanno più riconosciuto. Anche nel fisico non sembrava più quel nevrotico attaccante, sempre alle prese con se stesso e con gli avversari, di due anni prima. E che legnata! Corti ne sa qualcosa. Un giorno ci disse di lui: «Se tira anche così in partita, il portiere avversario non avrà freddo nemmeno se fosse al Polo Nord!» Ma per Carrera il tiro non è la dote migliore. Come vuole il gioco di un’estrema moderna, il torinese trova proprio nel ritmo, nel continuo movimento l’arma migliore per esaltare il gioco collettivo della squadra. Ritmo esaltante per il disinvolto Carrera, dall’aria spericolata, ma anche tremendamente timido. Nipote di un formidabile giocatore di bocce, Carrera è dipinto come un tipo estroso, data la moda corrente. Per intanto Franco è pittore (non diciamo che ha l’hobby della pittura, per carità), che sa il fatto suo in fatto di pennelli, di disegno e di colori. Due anni fa prima di trasferirsi a Potenza ebbe la sua prima personale, la sua galleria a Torino. Franco Carrera, come juventino, parte fra i rincalzi. Un ruolo, quello di riserva, che si addice poco al suo temperamento. Alla prima occasione, se verrà, dimostrerà di essere con il pallone fra i piedi, un precursore del positivismo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/franco-carrera.html
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FRANCO CARRERA https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Carrera Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 08.11.1943 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1963 Esordio: 15.10.1961 - Coppa Italia - Prato-Juventus 2-3 Ultima partita: 10.02.1963 - Serie A - Bologna-Juventus 1-2 2 presenze - 0 reti Franco Carrera (Torino, 8 novembre 1943) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Franco Carrera Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1977 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1962-1963 Juventus 2 (0) 1963-1965 Potenza 63 (13) 1965 Juventus 0 (0) 1965-1966 → SPAL 9 (0) 1966-1967 Potenza 35 (10) 1967-1968 Foggia 5 (0) 1968-1969 Catania 16 (3) 1969-1975 Novara 194 (20) 1975-1976 Taranto 21 (0) 1976-1977 Parma 4 (0) Carriera Interno di centrocampo; 'scoperto' da Carlo Mattrel, cresce, calcisticamente, nella Juventus; esordisce in Serie A il 10 febbraio 1963, a Bologna, con la vittoria degli juventini, allenati da Paulo Amaral, per 2 a 1. Precedentemente, il 15 ottobre 1961, era sceso in campo, sempre con gli juventini, in una gara di Coppa Italia vinta dalla sua squadra per 3 a 2 contro il Prato. Nel 1963 è ceduto al Potenza, in Serie B, dove si mette in luce in una squadra che annovera Roberto Boninsegna e Silvino Bercellino. Il 20 giugno 1965, nell'ultima gara del campionato di Serie B, segna, direttamente su calcio d'angolo, una delle 2 reti con cui il Potenza batte la SPAL che, nonostante la sconfitta, è promossa in Serie A. Il presidente dei biancoazzurri, Paolo Mazza, colpito dal torinese, lo acquista; a Ferrara ritrova i suoi ex-compagni juventini Crippa, Bozzao e Fochesato. Nella SPAL Carrera gioca 9 gare; il 9 aprile 1966, a Milano, con una sconfitta per 2 a 1contro l'Inter, termina la sua esperienza in Serie A. Torna a Potenza, in Serie B, in un campionato dove segna 10 reti; nel novembre '67 è ceduto al Foggia; nel '68 è a Catania; nel '69 passa al Novara, in Serie C; vi gioca per 6 stagioni consecutive - una di C e 5 di B - divenendone uno dei giocatori più significativi, nonché capitano; torna al sud nel ''75, al Taranto, nel suo ultimo campionato da titolare tra i professionisti; infine una manciata di presenze in Serie C, nel Parma, prima del ritiro, nel '77. In carriera ha totalizzato 14 presenze in Serie A; 296 presenze e 36 reti in Serie B. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Novara: 1969-1970
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HUMBERTO ROSA Il ‘61 è per la Juve anno chiave – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del gennaio 1973 – determinante nel bene come nel male. È’ l’anno dello scudetto numero dodici, strappato in un finale entusiasmante all’Inter di Herrera; ma è anche, ahinoi, l’anno che chiude un ciclo di successi quinquennali, un’era di juventinismo.E di «Bonipertismo», soprattutto. Capitan «Boni» lascia la squadra nel momento del trionfo, alla maniera dei grandi del passato (basta ricordare Combi), e una certa Juve finisce con lui. È la Juve grandissima e invidiatissima degli anni ‘50, sempre protagonista e spesso scudettata, ora grazie alle prodezze degli Hansen e di Praest, ora con i «tunnel» di Sivori e le capocciate di Charles il gallese. Di queste due realtà bianconere Boniperti è ideale tratto di unione, oltreché denominatore comune. Qualcuno si illude che la mancanza di Boniperti significhi qualcosa soltanto sul piano psicologico; ma i fatti, incontestabilmente, dicono il contrario.Anche nel torneo ‘60-61, più ostico ed equilibrato del precedente, «Boni» è stato il catalizzatore del gioco juventino, il regista ideale di un attacco fortissimo che sempre chiede rifornimenti. Chi farà altrettanto, l’anno dopo? Dal Padova che fu di Rocco arriva Humberto Rosa, la mezz’ala-rivelazione dei biancoscudati, sorprendenti sesti nel torneo precedente. È un acquisto saggio, Rosa ha esperienza e a ventinove anni garantisce sufficiente maturità tattica. Saprà inserirsi nel ruolo che fino a ieri è stato di Boniperti? No, chiaramente, certi paragoni sono assurdi.Il campionato che va a incominciare dice che la Juve è cambiata parecchio, in peggio purtroppo, e che un altro Boniperti che sovraneggi a centrocampo e faccia pure gol non lo si trova, Rosa c’entra e non c’entra in questo che è più che mai fato. Ma chi è questo Rosa che arriva dal Padova accompagnato da giudizi estremamente confortanti? È un centrocampi sta vecchio stampo, che sa adeguarsi al gioco moderno meglio di tanti suoi colleghi di generazione e di scuola. La finezza e l’intuizione geniale vanno bene, ma solo quando non sono a scapito della sveltezza di manovra. Rosa, nel Padova, dirige il gioco e al tempo stesso rincorre l’avversario, e fin qui tutto bene. Ma un conto è lavorare in una squadra dalle pretese necessariamente contenute, come quella biancoscudata, e un conto è inserirsi nella formazione campione d’Italia, che si accinge ad affrontare la Coppa dei Campioni.Che il salto sia forte si vede subito dal precampionato: Rosa non trova la posizione, corricchia spaesato, la squadra sente un gran vuoto a centrocampo, dove il solo Leoncini dà una mano, e le cinque punte non legano come in passato, anche se sono gli stessi uomini del campionato precedente. Così non può andare, e allora fuori Rosa sin dalla prima domenica di campionato, e dentro Nicolè: macché, peggio ancora, la squadra si ritrova subito a lottare sul fondo, e alla seconda giornata, a Padova, Rosa in tribuna vede gli ex-compagni sconfiggere al di là del punteggio (2-1) i frastornati bianconeri. E non si tratta di un fatto isolato: la squadra ha carenze in ogni reparto, anche la difesa stenta, Cervato e Colombo non si rimpiazzano facilmente.A novembre viene l’ora di riprovare Rosa, rientro atteso e meditato da Parola, anche se determinato dalla assenza forzata di Sivori, squalificato. Si gioca a Palermo, contro i rosanero di Carletto Mattrel, di Burgnich, e dell’oscuro Metin (uno dei due turchi del campionato, l’altro è il viola Bartù), e Rosa interpreta con coscienza e senso tattico il ruolo affidatogli, anche se manca della necessaria personalità per comandare il gioco. Al suo fianco, dimostra di saperci fare un giovanotto del vivaio, già resosi utile l’anno prima, Mazzia si chiama; e siccome, con il rientro di Sivori di posti liberi in squadra ne resta uno soltanto, il sacrificato dovrà appunto uscire dalla coppia Rosa-Mazzia.Chiaro che si tratta di un antagonismo relativo: con gli incidenti in serie che costellano il cammino della Juve in quel torneo infausto c’è spesso posto per entrambi. L’ex-patavino riesce anche a portarsi in zona-gol, e si scopre cannoniere quindici giorni dopo l’esordio palermitano, addirittura a San Siro contro il Milan. Ma proprio in quella partita naufraga come uomo di raccordo, coinvolto nella giornataccia dei suoi compagni, che beccano quattro pere da Altafini e una da Rivera già bambino prodigio.Che fare? Niente, non c’è proprio nulla da fare, in un torneo che, ormai giunto a più di un terzo del suo cammino, promette alla Juve niente altro che amarezze. Resta la Coppa dei Campioni, e almeno qui le cose vanno decisamente meglio, per la Juve e per Rosa. Già, perché le cose migliori Rosa le fa vedere proprio nei primi due turni della manifestazione continentale, contro i greci del Panathinaikos e gli jugoslavi del Partizan. Soprattutto contro questi ultimi, negli ottavi di finale, Rosa disputa due ottimi incontri, firmando anche una delle cinque reti inflitte agli jugoslavi a Torino. Nel turno successivo, che sarà fatale ai bianconeri (contro il Real Madrid) Rosa non viene utilizzato.Sullo slancio delle prove fornite in Coppa l’argentino si fa talvolta notare anche in campionato: è il caso della partita di Genova, contro la Samp, in cui Rosa è tra i migliori in campo e propizia due delle tre reti del successo. O del significativo pareggio contro la Roma all’Olimpico (3-3), con Rosa ancora a segno. Sono gli ultimi sprazzi di un torneo cominciato male e finito peggio: è scontato che molte cose cambieranno per il campionato successivo, e tra quelli che fanno le valigie c’è anche Rosa, che indubbiamente ha deluso, anche se non è stata soltanto colpa sua. Finisce al Napoli, dove cercherà con alterna fortuna momenti migliori. Peccato... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/humberto-rosa.html
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HUMBERTO ROSA https://it.wikipedia.org/wiki/Humberto_Rosa Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 08.04.1932 Luogo di morte: Padova Data di morte: 08.09.2017 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Coco Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 20.09.1961 - Coppa dei Campioni - Panathinaikos-Juventus 1-1 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 32 presenze - 8 reti Humberto Jorge Rosa (Buenos Aires, 8 aprile 1932 – Padova, 8 settembre 2017) è stato un calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato italiano, di ruolo centrocampista. Humberto Rosa Rosa al Padova nel 1960 Nazionalità Argentina Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1964 - giocatore 1983 - allenatore Carriera Squadre di club 1948-1954 Rosario Central 88 (9) 1954-1956 Sampdoria 48 (10) 1956-1961 Padova 150 (19) 1961-1962 Juventus 32 (8) 1962-1964 Napoli 44 (4) Nazionale 1959 Italia B 1 (0) Carriera da allenatore 1966-1970 Padova 1970-1971 San Donà 1972-1973 Siracusa 1973-1974 Latina 1974-1976 Udinese 1976-1977 Pro Patria 1978-1979 Venezia 1979-1980 San Donà 1982-1983 Rovigo Carriera Giocatore Club Dopo aver fatto tutta la trafila delle giovanili nella squadra della sua città, il Rosario Central, Rosa debutta appena sedicenne nella massima serie argentina. Ne seguirono annate nelle quali si mise in evidenza tanto da suscitare l'interesse sia di squadre nazionali che straniere. Nel dicembre 1954 viene acquistato per la somma di 1.250.000 pesos moneda (circa 30 milioni di lire dell'epoca) dalla squadra italiana della Sampdoria. Appena il tempo di convolare a nozze con Livia Sappietro che il giovane Humberto si trasferisce a Genova, dove debutta nel campionato di Serie A il 2 gennaio 1955, nel pareggio interno contro il Catania (1-1), segnando tra l'altro la rete doriana. Nella prima stagione genovese disputa 20 gare segnando 8 reti. Confermato nell'annata successiva, nonostante le 28 presenze segna solo 2 reti. Rosa in azione alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nell'estate 1956 viene ceduto al Padova allenato da Nereo Rocco, divenendo per il successivo lustro uno degli elementi cardine della formazione biancoscudata e venendone ricordato come «l'architetto del centrocampo». Con i patavini fu tra i protagonisti della stagione 1957-1958 che valse loro il terzo posto in campionato, tuttora il miglior risultato della squadra in massima serie. Nelle cinque annate padovane disputa 150 gare segnando 19 reti. Nella stagione 1961-1962 Rocco lascia Padova per trasferirsi al Milan, mentre Rosa coglie l'occasione di andare alla Juventus quale possibile successore di Giampiero Boniperti, nel frattempo ritiratosi dal calcio agonistico. Sarà una stagione particolarmente complicata per i colori bianconeri, e nonostante compagni di valore quali Sívori e Charles il campionato si conclude con un deludente tredicesimo posto. Rosa trova modo tuttavia di debuttare in Coppa dei Campioni dove i torinesi raggiungono i quarti di finale, sconfitti solo alla gara di spareggio di Parigi dal Real Madrid (casa 0-1, fuori 1-0, spareggio 1-3); 5 le gare europee disputate da Rosa con i bianconeri, con 2 reti segnate. In quello stesso anno in Coppa Italia la Juventus viene eliminata inopinatamente in semifinale dalla SPAL; 4 presenze e 1 rete per Rosa. Nell'estate 1962 Rosa viene ceduto al Napoli con cui disputa gli ultimi due campionati della sua carriera agonistica. Non saranno stagioni ricche di soddisfazioni dato che con i partenopei retrocede immediatamente in Serie B, mentre l'annata successiva tra i cadetti si conclude con un ottavo posto. Complessivamente Rosa ha disputato 240 gare in Serie A, segnando 31 reti. Ufficiosamente ha indossato anche la maglia della Lazio, con cui disputò solamente 3 gare in una tournée amichevole nel 1957. Nazionale Dopo essere stato naturalizzato italiano, il 29 novembre 1959 Rosa debutta con la maglia della nazionale B, in occasione di un'amichevole persa a Budapest contro l'Ungheria (0-2). Rimarrà questa l'unica esperienza azzurra di Rosa. Allenatore In seguito si dedicò alla carriera di allenatore tornando inizialmente al Padova, dove subentra dalla diciannovesima giornata a Serafino Montanari durante il campionato di Serie B 1965-1966. In biancoscudato rimane anche nelle successive quattro stagioni, ottenendo il suo miglior risultato in panchina con l'accesso alla finale della Coppa Italia 1966-1967, con i patavini all'epoca militanti in Serie B, e superati di misura dal più blasonato Milan. Nella stagione 1968-1969 non riesce a salvare il Padova dalla retrocessione in Serie C; confermato, sarà esonerato dopo poche giornate del campionato successivo. Nella stagione 1970-1971 scende di categoria subentrando a Celestino Celio sulla panchina del San Donà. In seguito allenerà anche Siracusa, Latina, Udinese, Pro Patria, Venezia, ancora Sandonà, e infine Rovigo.
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DOMENICO CASATI Un gradito ritorno in bianconero quello di Casati – scrive “Hurrà Juventus” dell’agosto 1965 – dopo due anni di permanenza nelle file del Potenza. Due anni tremendamente veritieri per il forte terzino di Treviglio, che in Serie B nel ruolo congeniale di terzino destro praticamente non ha avuto rivali. Una prova del fuoco dunque che ci voleva: la Serie B non ha mezze misure, o stronca o valorizza. Domenico Casati al momento della sua cessione al Potenza, in verità, temeva il peggio. E i motivi erano intuibili. Mettetevi nei suoi panni. Affermatosi tra i giovani di Rabitti, come mediano laterale, nella stagione 1961-62 veniva improvvisamente chiamato alla ribalta della prima squadra da Parola. In vista di Juventus-Atalanta (1-1), Parola fu visto aggirarsi come un esagitato per le vie del centro di Torino. Andava monotonamente ripetendo: «Domenica mi manca un terzino. Non ho Castano e neppure Leoncini è in grado di giocare. Dovrei tentare un giovane. Ma chi?» Parola poi si decise per Casati nel ruolo di terzino sinistro e il suo compito era quello di neutralizzare Da Costa, ora diventato compagno di squadra. Casati fece del suo meglio e superò brillantemente l’esordio. Ancora nella stessa stagione, contro il Bologna, fu in campo, questa volta come mediano, e poi fu accantonato. Nato a Treviglio il 21 giugno 1943, Casati aveva sostenuto impavido due esordi probanti a soli diciotto anni! C’era di che ringalluzzirsi. Poi invece la sua stella levante improvvisamente si offuscò. Venne Paul Amaral e, malgrado che il tecnico brasiliano vedesse di buon occhio i giovani, Casati non ebbe più l’occasione di fare ritorno in prima squadra. Nell’annata, perciò, si limitò a lottare durante gli allenamenti infrasettimanali con il suo amico-avversario Gino Stacchini, dando vita a duelli piuttosto coloriti. Tutto il male non doveva venire per nuocere. Casati, oramai sciolto ogni dubbio fra il ruolo di mediano e di terzino, poté acquisire nozioni di prim’ordine, come difensore, dovendo sempre controbattere una prima linea che non scherzava. In difetto come statura e peso, riuscì anche a “allungarsi”, a farsi un atleta di vaglia malgrado che tutti i dirigenti bianconeri lo ritenessero un “piccoletto”. Più volte, per scommessa, fu posto all’esame altezza e incredibilmente risultava più alto di Sivori! L’occhio inganna. Eccome! Casati, per celia, si limitava a dire che forse anche alla Juventus, come alla Trevigliese, avevano il complesso Facchetti. Sì, perché Casati alla Trevigliese fece proprio coppia con il gigante dell’Inter! Casati così passò al Potenza, promosso in Serie B, con parecchio scetticismo. Sul suo valore indomito ci contava, fuor discussione, ma una squadra del Sud, per di più rifatta ex novo, poteva anche naufragare di fronte alle prime difficoltà della nuova categoria. I timori dovevano poi dimostrarsi del tutto infondati: il Potenza di Rubino, nell’arco di due anni, per poco, non compiva il miracolo di passare addirittura nella massima categoria. E Domenico ci mise più di una pietra nella costruzione del bell’edificio calabrese. Dotato di scatto, fortissimo nel tackle, Casati interpreta il ruolo di terzino in senso fluido. Nell’appoggio vengono così in evidenza i requisiti propri a un giocatore eclettico. Farà sicuramente bene. Nonostante il buon giudizio del giornalista della testata ufficiale bianconero, l’avventura di Casati a Torino non proseguirà. Infatti, sarà ceduto nella stessa estate del 1965 all’Atalanta e non farà più ritorno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/domenico-casati.html
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DOMENICO CASATI https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Casati Nazione: Italia Luogo di nascita: Treviglio (Bergamo) Data di nascita: 21.06.1943 Ruolo: Difensore Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1963 e 1965 Esordio: 14.01.1962 - Serie A - Juventus-Atalanta 1-1 Ultima partita: 04.03.1962 - Serie A - Juventus-Bologna 2-3 2 presenze - 0 reti Domenico Casati (Treviglio, 21 giugno 1943) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Domenico Casati Casati nel 1966 con la maglia del Brescia Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1976 - giocatore 2015 - allenatore Carriera Giovanili Trevigliese Squadre di club 1960-1961 Trevigliese 32 (0) 1961-1963 Juventus 2 (0) 1963-1965 Potenza 63 (2) 1965 Juventus 0 (0) 1965-1966 Atalanta 19 (0) 1966-1968 Brescia 41 (1) 1968-1970 Pisa 51 (1) 1970-1973 Perugia 103 (1) 1973-1976 Brescia 80 (1) Carriera da allenatore 1976-82 Atalanta Giovanili 1982-1984 Verona Primavera 1986-1989 Napoli Vice 1990-1991 Roma Vice 1992-1994 Napoli Vice 1994-1995 Inter Vice 1998-2000 Torino Vice 2003-2004 Avellino Coll.tecnico 2005-2006 Foggia Coll.tecnico 2006-2007 AlbinoLeffe Vice 2009-2010 Cremonese Vice 2012-2013 Cremonese Coll.tecnico 2014-2015 Feralpisalò Coll.tecnico Carriera Giocatore Casati (in piedi, al centro) nel Perugia del 1971-1972 Proveniente dalla Trevigliese, dove è stato a lungo compagno di squadra nelle giovanili di Giacinto Facchetti, ha giocato nel ruolo di terzino nella stagione 1961-1962 nella Juventus, totalizzando 2 presenze, ha esordito in Serie A il 14 gennaio 1962 nella partita Juventus-Atalanta (1-1). Dopo passa al Potenza dove rimane dal 1963 al 1965 disputando da titolare due campionati di Serie B. Nel 1965 rientra alla Juventus ma viene presto ceduto all'Atalanta, con cui disputa il campionato 1965-1966. Passa poi al Brescia (Serie A 1966-1967 e 1967-1968) e in seguito al Pisa (Serie A 1968-1969 e Serie B 1969-1970) e al Perugia (Serie B 1970-1971, 1971-1972 e 1972-1973), per poi tornare e terminare la carriera al Brescia (Serie B 1973-1974, 1974-1975 e 1975-1976). In carriera ha collezionato complessivamente 77 presenze e 2 reti in Serie A e 282 presenze e 5 reti in Serie B. Allenatore Cessata l'attività agonistica, ha iniziato quella di allenatore nei settori giovanili di Atalanta e Verona. In seguito è stato a lungo nel ruolo di vice di Ottavio Bianchi (Napoli, Roma e Inter) e successivamente di Emiliano Mondonico (Torino, Albinoleffe). Ha collaborato anche con Avellino, Foggia e Cremonese e FeralpiSalò.
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GIANFRANCO BOZZAO «Villoso venezianino – scrive Caminiti – non riuscì a coprire molto il ruolo nella Juventus e ne fu scartato. Riprendeva a correre con discreti risultati in provincia, chiudendo alla Spal da libero». Gianfranco Bozzao arrivò alla Juve, via Ferrara, nell’estate del 1961 in cambio di Cervato e della comproprietà di Dell’Omodarme. Terzino tutto mancino, non riesce a ottenere la fiducia dell’allenatore Carlo Parola che gli preferisce Benito Sarti. Bozzao scende in campo raramente e quasi sempre in Coppa dei Campioni, manifestazione nella quale la Juventus era solita schierare le riserve. Al termine del campionato, Gianfranco ritorna alla Spal. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/08/gianfranco-bozzao.html
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GIANFRANCO BOZZAO https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Bozzao Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 03.08.1936 Luogo di morte: Ferrara Data di morte: 24.05.2019 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 76 kg Soprannome: Tigre Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 27.08.1961 - Serie A - Juventus-Mantova 1-1 Ultima partita: 20.05.1962 - Mitropa Cup - Dinamo Zagabria-Juventus 2-1 13 presenze - 0 reti Gianfranco Bozzao (Venezia, 3 agosto 1936 – Ferrara, 24 maggio 2019) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore. Gianfranco Bozzao Bozzao con la maglia della SPAL Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1969 - giocatore Carriera Giovanili Fiorentina Squadre di club 1956-1957 → Salernitana 6 (0) 1957-1958 Arezzo 29 (0) 1958-1961 SPAL 70 (0) 1961-1962 Juventus 13 (0) 1962-1968 SPAL 158 (1) 1968-1969 Piacenza 28 (0) Carriera da allenatore 1977-1978 Suzzara 1978-1979 San Felice 1979-1980 Manfredonia 1980-1981 SPAL Vice 1986-1987 Modena Giovanili 1987-1988 Padova Giovanili 1988-1990 Parma Giovanili Carriera Club Giocava nel ruolo di terzino sinistro essendo un mancino naturale. Inizia la sua carriera professionistica nella Salernitana che nel 1956 l'aveva prelevato in prestito dalle giovanili della Fiorentina. Dopo un anno a Salerno la Fiorentina lo cede definitivamente all'Arezzo (Interregionale Prima Categoria), con cui disputa 29 partite. Nel 1958 viene premiato con il primo Cavallino d'oro, ambito premio per il miglior calciatore dell'Arezzo messo in palio dal Quartiere di Santo Spirito. Dal 1958 al 1961 gioca nella SPAL di Paolo Mazza che lo valorizza, mettendolo poi sul mercato dopo tre campionati di Serie A giocati da titolare. Nella stagione 1961-1962 passa alla Juventus, che per averne la comproprietà cede alla SPAL Cervato e la comproprietà di Carlo Dell'Omodarme. Alla Juve però Bozzao non decolla e Parola, succeduto a Korostelev, gli preferisce il coetaneo Sarti più vecchio di lui di soli 10 giorni. In quella stagione a Torino, infatti, Bozzao totalizza 13 presenze, di cui 7 in campionato e ben 6 in Coppa dei Campioni, competizione in cui la formazione bianconera schierava abitualmente i rincalzi. A fine stagione Mazza è pronto a riprenderselo e nel 1962 Bozzao torna a Ferrara, dove diventa una bandiera della formazione spallina venendo soprannominato Tigre. Rimane alla SPAL sino al 1968 giocando 204 partite in Serie A e segnando un gol nella sconfitta esterna contro il Milan nella stagione 1967-68, ultima stagione di Bozzao a Ferrara conclusasi con la retrocessione fra i cadetti. L'anno successivo gioca nel Piacenza, contribuendo alla promozione in Serie B degli emiliani. Allenatore Continua poi a giocare fra i dilettanti facendo anche l'allenatore, attività che prosegue in seguito allenando in Serie D il Suzzara (da cui viene esonerato nel gennaio 1978), il San Felice e il Manfredonia. Nella stagione 1980-1981 è il vice di Battista Rota sulla panchina della SPAL. Nella stagione 1986-1987 ha guidato le giovanili del Modena, e in seguito allena nelle giovanili di Padova tra le cui file milita Alessandro Del Piero, e del Parma, dove segnala a Nevio Scala lo sconosciuto Faustino Asprilla. Ha vissuto a Ferrara divenuta sua città di adozione con la sua famiglia fino alla morte avvenuta nel 2019 all'età di 82 anni. Palmarès Giocatore Campionato italiano Serie C: 1 - Piacenza: 1968-1969 (girone A)
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GIANCARLO BERCELLINO Aveva 15 anni – scrive Emilio Fede su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1965 – gli dissero che sarebbe divenuto un forte attaccante se avesse continuato ad allenarsi con serietà, senza grilli per la testa. Così fu. Esordì nel ruolo di centravanti contro la squadra ragazzi della Juventus. L’anno dono la società bianconera lo acquistò per un milione e mezzo. Giancarlo Bercellino, ragazzo senza grilli, aveva realizzato il grande sogno. «Mi ricorderò sempre quel giorno. Battersi contro la Juventus, anche se si trattava dei giovani, era una vera emozione. La notte prima non aveva chiuso occhio, mi rigiravo nel letto in preda agli incubi. E in quel dormiveglia correvo come un forsennato su e giù per il campo, dribblavo mediani e terzini segnando stupendi goal. Invece non ho segnato, ma ce l’ho messa tutta per fare bella figura», racconta Bercellino. Quella domenica di otto anni fa è viva nella sua memoria come fosse ieri. Una bella giornata di sole con tanta gente che affollava lo stadio del Borgosesia. L’allenatore della squadra locale era il papà di Bercellino, Teresio, un uomo che al di sopra degli affetti credeva, a ragione, nelle capacità del figlio. Alla fine dell’incontro un dirigente avvicinò Giancarlo e gli disse «Sei forte, chissà che non ti debba trasferire a Torino molto presto». E per Giancarlo fu la seconda notte bianca. Invece passarono alcuni mesi e quando il ragazzo del Borgosesia aveva ormai dimenticato quel grande sogno, arrivò la notizia: «Giancarlo va alla Juventus». Gliela comunicò papà Teresio che aveva trattato il passaggio. Lasciò i compagni a malincuore, perché in quella squadra aveva provato le prime emozioni, il batticuore della vigilia. Gattinara, la cittadina del vercellese dove Giancarlo Bercellino è nato il 10 ottobre del 1941, gli tributò una bella festa con brindisi e applausi. Poi il ragazzo con la sua grande valigia salì sulla corriera per Torino, verso un avvenire che già allora si profilava splendido. «Avevo le lacrime agli occhi, mi sentivo troppo ragazzo per osare tanto. Cosa poteva succedere? Sarei stato in grado di rispondere alle esigenze di una squadra come la Juventus? Mille domande mi sono fatto durante quel viaggio fino a Torino. E molte di quelle domande restavano senza risposta», racconta Bercellino. Cominciò nella capitale piemontese la sua nuova vita. Gli allenamenti, i nuovi amici, i compagni di squadra, le speranze. I tecnici lo seguivano con interesse, si informavano spesso di lui, sapevano che prima o poi sarebbe passato alla squadra A. Non era più il forte attaccante, scoprivano in lui le doti del difensore, sicuro, tenace nei duelli, potente nel tiro. «Faticavo all’inizio, ero quasi deluso di dover rinunciare ai compiti di centravanti, ma fu solo una questione di tempo. Ben presto mi resi conto che dietro, giocare in difesa, l’emozione è più forte, la responsabilità maggiore». Quattro anni fa l’esordio in Serie A. Era la gara col Mantova. Come in quella vigilia di Borgosesia-Juventus, Giancarlo si trovò in preda agli incubi, come se quelle ore che precedevano l’incontro fossero le più lunghe della sua vita. Il ritiro con i compagni celebri, i discorsi sulla tattica, erano come un’eco ossessiva che gli martellava la testa mentre l’alba della domenica tardava ad arrivare. «In campo di colpo è passato tutto. Alla paura è subentrata la volontà, il coraggio di lottare. Non sentivo neppure più il pubblico. Capivo, però che avevo superato il momento più terribile». Negli spogliatoi i giornalisti si occuparono subito di lui, gli fecero tante domande e volevano sapere ogni cosa. Bercellino, l’esordiente, occupò buona parte della cronaca sportiva dei giornali del lunedì. «Sicuro nel dribbling... formidabile nell’anticipo... saettante nei colpi di testa», scrissero. Fino a oggi Giancarlo Bercellino ha disputato oltre 70 partite nella Juventus, senza contare gli incontri amichevoli e di coppa. La sua tecnica cresce di partita in partita. Assieme a Castano costituiscono un duo insuperabile. «Con Castano e Leoncini andiamo molto d’accordo. Anche con gli altri, ma loro sono gli amici con i quali divido spesso le ore libere, per andare al cinema o per fare una gita o una battuta di caccia», dice. La caccia è il suo hobby. Un fucile a ripetizione, una doppietta, carnieri e cartucce sono fra gli oggetti preziosi nella camera che lo ospita in una pensione vicina allo stadio. È rimasto ragazzo, semplice, senza presunzioni. Legge “Topolino”, i romanzi della serie “Segretissimo”, perché lo distraggono, lo aiutano a non pensare specie durante la vigilia degli incontri più accesi. «Preferisco stare in pensione e non prendermi un alloggio, perché così mi sento legato al mio paese. Difatti quando ho una giornata libera vado a Gattinara a trovare i miei genitori e Marisa», dice. Marisa, una graziosa ragazza di vent’anni, che Bercellino sposerà il prossimo anno. Si conoscono da ragazzi. Lei è di Gattinara, gli è stata vicina sempre, aiutandolo moralmente nei momenti più difficili. Qualche volta, la domenica, viene a Torino per vederlo giocare, poi si incontrano per passeggiare e parlano del loro domani. «Mi comprerò un negozio per avere di che vivere quando non potrò più giocare. Penso che sarà un negozio di articoli di caccia e pesca. Non ho grandi ambizioni, risparmio più che posso; so benissimo che questa professione non dura tutta la vita. A trent’anni siamo finiti, la gente ci dimentica», confessa con tono triste. Mentre ci parla gli consegnano una lettera che viene da Potenza. La guarda felice «È di Silvino», dice aprendola in fretta. Da Potenza il fratello di Giancarlo gli scrive tutte le settimane. «Va davvero forte, diventerà quello che avrei dovuto diventare io, un centravanti», dice. Silvino ha segnato 14 reti diventando l’idolo della città. Anche lui è del vivaio bianconero, un altro dei tanti giovani che nelle file della Juventus hanno imparato molte cose, importanti. «Spero che torni presto per giocare assieme. La Serie B gli servirà per farsi le ossa, ma il suo sogno è di stare a Torino e di giocare con la maglia bianconera», dice. Lui, Giancarlo Cesare Bercellino, il sogno lo ha realizzato. E i suoi momenti più belli sono quelli della domenica calcistica, quando sente il fischio d’inizio e comincia la grande battaglia dei muscoli e della volontà. I suoi segreti tecnici? Dice di non averne. Ha segnato contro la Roma su azione, contro il Bologna e la Sampdoria su punizione, ma non si è esaltato. È tornato di corsa alla sua posizione di difensore, ligio agli ordini di mister HH2. «Lui sa come deve funzionare la squadra. Noi cerchiamo di fare del nostro meglio». Una confessione di modestia che ci conferma ancora una volta la semplicità di questo forte giocatore del vivaio juventino. Nella Juventus gioca dal 1961 al 1969 e mette insieme, tra campionato e Coppe, 203 partite e realizza 14 goal. Tra i ricordi di questo ragazzone dal sorriso folgorante e genuino, c’è quello che coinvolge John Charles. Atene, autunno del 1961: la Juventus gioca in Coppa Campioni con il Panathinaikos. Castano è indisponibile, la difesa ha bisogno di una cerniera supplementare. Davanti ad Anzolin, di fianco a Bozzao, Bercellino e Caroli, e dietro a Mazzia, Rosa e Leoncini si piazza il gallese che nel Leeds ha già avuto esperienze difensive. Quel giorno i greci ronzano nell’area bianconera come zanzare moleste. Se non che il muro Charles-Bercellino si alza e non c’è gloria per gli insetti in maglia verde. La folla straripa e applaude, uno spettacolo di colore e folklore. Ed è uno spettacolo vedere quelle due torri frantumare le palle alte con zuccate impietose. I terzini sono al sicuro e possono occuparsi con serenità delle ali e Anzolin può sorridere disteso. Prende un solo goal ed è 1-1. Mora ha firmato il goal del vantaggio bianconero, sufficiente ad accedere al turno in Coppa Campioni. Dopo la maglia bianconera, indossa quelle del Brescia e della Lazio. Poi, affronta il mestiere non facile dell’allenatore occupandosi in prevalenza di categorie interregionali, senza successo. GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1974 Un tempo, neanche poi troppo lontano in verità, il centromediano era pure chiamato centrosostegno, e il termine subito rievoca eroismo e abnegazione applicata al duro mestiere del difensore. Nel senso che veramente il centromediano era qualcosa di epico, il centro dell’universo pallonieristico, la calamita di tutte le azioni di attacco, di tutti gli arieti da goal in circolazione. Centromediano contro centrattacco, l’uno contro l’altro e via, duelli fatti di estro e di grinta, spesso di classe; chi ha mai detto che il vigore atletico è disdicevole al “professional” dai piedi vellutati e dalla limpida impostazione del gioco? Certo, in chi difende e funge da ultimo baluardo davanti al portiere è assai più difficile intravedere il lampeggiare di classe paradisiaca, la calma olimpica dei forti. Il guizzo che ammutolisce ed esalta le folle è prerogativa dell’attaccante, ma sono sottigliezze, cose da superficie. C’era Luisito Monti, centromediano e più che mai centrosostegno, che sciabolava con memorabili entrate spazzando via l’area che era di Combi, rarissime le indulgenze per la platea, e però classe enorme applicata a un coraggio da gladiatore: i suoi duelli con Peppino Meazza o Sindelar Cartavelina sono epopea. E c’è stato Giancarlo Bercellino, paragone assurdo ma non impertinente, tanto diverse essendo le epoche a raffronto ma tanto vicini nello spirito i due tipi. Bercellino esemplifica una delle ultime versioni del centromediano-sostegno, certamente la più vicina al ricordo e al cuore del supporter bianconero. Gli anni Sessanta di Bercellino sono altra cosa dagli anni Trenta di Monti, ma l’evoluzione del gioco, che travolge concezioni, schemi e perfino mentalità, lascia intatto nella sostanza il significato del ruolo, anche se gli toglie in parte drammaticità e poesia: lo stopper, adesso, può anche sbagliare, essendo che alle sue spalle è stato inventato il libero. Ma attenzione: c’è il cambiamento radicale di mentalità, si diceva, e il dramma del duello risolutivo cede il posto alla psicosi del goal preso. Sicché lo stopper, chiamato a contrare l’attaccante, resta più che mai protagonista. L’avventura bianconera di Giancarlo Bercellino inizia un caldo pomeriggio di fine agosto del 1961. Ci sarebbero i presupposti per un debutto felice: a vent’anni, già un posto da titolare in Serie A, e per di più con la maglia scudettata e a fianco dei campioni della leggenda moderna, Sivori e Charles vale a dire. Ma non sarà così: il debutto casalingo della Juve contro la matricola Mantova anticipa i malumori e le insoddisfazioni dell’annata bianconera, finisce 1-1 la partita da vincere nettamente, Longhi e Giagnoni annichiliscono Omar il Cabezon, neppure Charles sembra più lui, e Bercellino trova durissimo limitare i danni contro un giovincello al pari di lui, tale Sormani ancora fresco di Brasile. E allora un esordio prematuro per un ragazzo ventenne, un anno sprecato? No, assolutamente. Berce è iellato, si fa male in più di un’occasione, ma alla fine raccoglie comunque ventuno presenze in Campionato e gettoni preziosi in Coppa dei Campioni. È una stagione di alti e bassi, per lui: momenti di vera gloria sono certamente quelli della partita di ritorno con il Real Madrid, allo stadio Bernabéu della capitale spagnola, dove lotta e vince da gladiatore sugli spagnoli furenti per aver subito da Sivori il goal dell’inattesa sconfitta. E, viceversa, sconfortanti sono i novanta minuti di San Siro, 12 novembre 1961, Milan-Juve 5-1, con Bercellino che è opposto ad Altafini il quale fa in pratica quello che vuole, e alla fine saranno quattro reti di José nella porta di Anzolin. No, questo Bercellino non è ancora il Berceroccia della Juve nuovamente ai vertici del calcio nazionale: il 1962-63 sarà anno di transizione, in prestito per farsi le ossa, ed anche il 1963-64 del suo ritorno alla base rappresenterà per lui un campionato di passaggio, con sole nove presenze. Il grande balzo Berce lo spicca l’anno dopo: annata chiave per lui e per molti altri, il 1964-65. È arrivato Heriberto Herrera, i tempi invitano a un cauto ottimismo, nel senso che la Juve si sta ritrovando pian piano dopo annate balorde, ma non è ancora pronta a diventare protagonista, netto essendo ancora il divario di forze e di esperienza che separa la squadra bianconera dall’Inter. Bercellino convince subito tutti, tecnici e tifosi, sin dai primi galoppi in famiglia: è maturato tecnicamente, e questo è importante, visto che la stazza fisica ragguardevole già garantisce più che a sufficienza. Insomma, è oramai difensore completo, stopper fatto apposta per chiudere a cerniera una difesa imperniata inoltre sul classico Castano libero e sul dinamismo di Gori, Salvadore e Leoncini. Il campionalo conferma appieno le prime risultanze: la difesa bianconera è tra le più solide, forse la più solida in assoluto, e Bercellino assomma trenta presenze. E due goal, particolare tra i più significativi, perché foriero di sviluppi futuri interessanti. Berce, oramai detto roccia per le sue doti di inesorabile francobollatore, si ritrova, infatti, nei piedi una carica di primissimo ordine, che di tanto in tanto fa esplodere nei calci piazzati. Punizioni, per il momento, come quella che piega il Bologna Campione d’Italia il 18 ottobre 1964, o quella che apre le marcature contro la Sampdoria, un mese dopo e sempre al Comunale torinese. Ma verranno anche i tempi del penalty. Soltanto un po’ di pazienza. L’anno dopo, 1965-66, le presenze scendono a ventitré, ci sono di mezzo infortuni non gravi ma fastidiosi, ma la tempra da lottatore c’è, e Berce si riprende benissimo. Adesso i Bercellino bianconeri sono due, con la felice parentesi di Silvino detto Bercedue, acerbo talento gollereccio capace di schiodare parecchie partite destinate al doppio zero; lo stopper chiude la stagione crescendo, ricostituendo il tandem di ferro con Tino Castano, e insomma Berceroccia è stato pari al nome pure nella sventura di un’annata balorda. Si rifarà, con tanto di interessi, l’anno dopo. Comincia l’annata di grazia 1966-67, esultano stuoli di tifosi della Juve tornata primattrice o almeno comprimaria, stante l’acquisita nobiltà dell’Inter europea. Bercellino è lo stopper, Castano è il libero, mai accoppiata è maggiormente sinonimo di garanzia, di sicuro affidamento. Mancano i fuoriclasse capaci di risolvere funambolicamente le partite? Pace; ci si arrangia con la difesa imperforabile, goal presi pochi e più spesso nessuno, certo che Berceroccia la fa da padrone su qualsiasi centravanti, è l’annata sì per molti bianconeri di buona volontà, ma per lui è addirittura l’annata monstre. Il 20 novembre, nel pantano di Napoli, Berce lotta e trascina i compagni verso l’impresa numero uno della stagione, il successo esterno contro il forte Napoli del fortissimo Altafini, e il duello Berce-José è episodio sintomatico della grande stagione dello stopper bianconero. Il 15 gennaio, con una Juve decimata dagli infortuni che arranca contro il bunker vicentino e non passa, Bercellino emula addirittura John Charles, segnando con memorabile capocciata il goal del rompighiaccio. Si scopre che i goal di Berce sono preziosi almeno come i suoi imperiosi anticipi difensivi: la verifica dello stopper edizione goal si ha nell’arroventato finale di stagione, quando la squadra accusa qualche battuta a vuoto proprio nel momento in cui si intravede la possibilità di aggancio alla vetta. 23 aprile, Comunale che pare tutto un unico fischio impietoso all’indirizzo della squadra che lotta ma non morde contro il Venezia catenacciaro e contropiedista. Le radioline, beffardamente, raccontano dell’Inter che non ce la fa a superare la Lazio proprio mentre i veneziani stanno per portare a compimento l’impresa di espugnare il Comunale. A otto minuti dalla fine, la svolta. Rigore pro Juve, netto: tira tu, io no, la solita storia, i bianconeri sono senza un rigorista, e già diverse volte hanno pagato caro questo limite, fallendo penalty decisivi. Prova Bercellino: botta centrale ma micidiale, goal. 1-1, ma non è finita. 40’: crossa Favalli dal fondo, palla altissima per tutti, ma no, arriva Bercellino al vertice opposto dell’area, e sbatte dentro. È il goal vittoria che elettrizza l’ambiente e propizia il sorpasso finale. Ma Berce sarà ancora decisivo, e proprio in extremis. Primo giugno, ultima di campionato, Juve-Lazio 0-0 a metà gara, anche l’Inter fa 0-0 e sarà decisivo l’ultimo spezzone di partita per assegnare lo scudetto. Berce, contuso, passa all’attacco e, dopo una manciata di minuti, la sua capocciata fa saltare l’ultra difesa laziale. Superfluo commentare. L’annata del tredicesimo scudetto non resta un fatto episodico: Bercellino la fa seguire da un’altra pure ad altissimo livello, anche più ricca di soddisfazioni personali. Il 1967-68 è l’anno della Coppa Campioni e della Nazionale: appuntamenti che lo stopper bianconero onora nel migliore dei modi. La Juve di Coppa, che fa dimenticare certe distrazioni concesse in campionato, rispolvera il miglior Bercellino: la sua vena lo addita come difensore di livello internazionale, il rigore che trasforma in “Zona Cesarini” contro l’Eintracht schiude alla Juve le porte dello spareggio per accedere alle semifinali. Ed è naturale che anche la Nazionale finisca per accorgersi di lui. Per la verità, Bercellino già aveva giocato in maglia azzurra a Firenze, nel 1964, contro il Galles (4-1), ma era stata una presenza sporadica, da rimpiazzo del titolare Guarneri impegnato con l’Inter in Coppa. Adesso, la musica è diversa: Bercellino contribuisce in misura notevole alla conquista della Coppa Europa per Nazioni, con quattro presenze (Cipro, Svizzera, Bulgaria e URSS), e sarebbe stopper pure nella finalissima se non fosse fermato proprio contro i sovietici, nella semifinale, dall’ennesimo infortunio. Quella stessa iella che impedisce a Berceroccia di ricoprire per parecchio il ruolo di stopper bianconero: il 1968-69 segna per lui il canto del cigno. Dopo un eccellente inizio, infortuni a catena bloccano la sua stagione, e rendono indispensabile l’avvicendamento. Con 154 presenze in campionato, nove reti e una manciata di gettoni di presenza in campo internazionale, Berceroccia da Gattinara non si dimentica. Squadra da sempre ricca di grandissimi centromediani, la Juve non smentisce la tradizione con Giancarlo Bercellino: un posto di primo piano, tra i grandi specialisti del ruolo, gli spetta di diritto. NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 2011 Settant’anni. Li ha raggiunti Giancarlo Bercellino da Gattinara. Data di nascita 9 ottobre 1941. Otto le stagioni alla Juve per questo poderoso stopper prodotto del vivaio, che ha attraversato in maglia bianconera tutti gli anni Sessanta. Per l’almanacco Panini è Bercellino I, per distinguerlo dal fratello minore Silvino, centravanti che a Torino ha avuto poca gloria. Per il resto del mondo, invece, è Berceroccia, sintesi perfetta per un difensore ruvido e spigoloso, difficilissimo da scalfire.A quindici anni, complice una prestazione super con gli Allievi del Borgosesia, entra nelle giovanili bianconere. Il lancio in prima squadra è mediato dalla classica stagione di tirocinio in B, nella vicina Alessandria. Quindi il ritorno, con le ossa fatte, titolare della maglia numero cinque in una Juve che in attacco è rappresentata dalla coppia Charles-Sivori. Poco più di duecento le maglie bianconere indossate, con il corredo di quattordici goal, tra i quali quello decisivo per lo scudetto del 1967 scippato sul traguardo all’Inter. Partiamo da qui con Berceroccia, dal momento più alto della sua carriera juventina. Primo giugno 1967, è un giovedì, ultima giornata di campionato. Novanta minuti per decidere una stagione. «Proprio così. L’Inter aveva un punto più di noi, ma aveva appena perso la finale di Coppa Campioni contro il Celtic. Noi stavamo abbastanza bene, ma dovevamo vincere per forza e sperare in un passo falso dei neroazzurri».Il bello è che andò proprio così. «Loro persero a Mantova e noi vincemmo contro la Lazio, grazie anche a un mio goal a inizio secondo tempo».Ma, mi scusi, che ci faceva in attacco? «Premetto che sui corner andavo spesso in avanti. Ma qui la storia è curiosa. Nel primo tempo, dopo uno scontro con Carosi, la caviglia mi si è gonfiata e facevo fatica a correre. Solo che a quell’epoca non c’erano le sostituzioni e allora, per non lasciare la squadra in dieci, di solito chi si faceva male veniva spostato all’ala. Così feci anch’io».E alla prima occasione ecco il goal dello zoppo. «Era un modo di dire proprio per indicare la rete segnata dall’infortunato rimasto in campo. Feci goal sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Dopo raddoppiò Zigoni. Sul finale la Lazio segnò su rigore, ma la cosa più importante fu la sconfitta dell’Inter».Ci sedevate davvero nel sorpasso? «Sì. È stato il nostro merito maggiore in quella stagione. Tecnicamente l’Inter era più forte. Ma noi non abbiamo mai mollato, ci abbiamo creduto sempre. Grazie al Mister Heriberto Herrera che ci ha sempre tenuti sulla corda».Che tipo era Heriberto? «Un allenatore moderno, avanti rispetto alla media. Predicava il “movimiento” ed era molto democratico. Tutti uguali, nessun privilegio. Neanche per Sivori».Che difatti nel 1965 lascia la Juve per andare al Napoli. «Una perdita immensa. Anche se fuori dal campo aveva una vita tutta sua, la domenica con lui era uno spettacolo. Si partiva sempre dall’1-0 per noi, perché tanto qualcosa avrebbe inventato. Era geniale e perfido, si prendeva gioco dei difensori e dei portieri».Anche in allenamento? «Quella era la sua indole. Nelle partitelle erano sfide tiratissime».Dica la verità: qualche stecca gliel’ha rifilata? «Nemmeno per scherzo: per noi era troppo prezioso!»E di Charles che mi dice? «Tutto il bene possibile. John mi ha insegnato molto da un punto di vista tecnico. E poi era attento, aveva occhio: se ti vedeva teso, ti tranquillizzava, ti consentiva di tirare fuori il meglio. Come accadde nella magica notte contro il Real Madrid».Ce la può raccontare? «Ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni. Si giocava in Spagna e dovevamo vincere. Di là c’erano Puskás, Gento e Di Stéfano, il meglio dell’Europa. Io, invece, ero alle prime esperienze internazionali. Mi tremavano le gambe. Fu Charles che mi aiutò a mantenere la calma».E come andò a finire? «Vincemmo 1-0, con goal di Sivori. Quella sera giocammo con una divisa tutta nera. Ancora oggi le emozioni di quella serata sono fortissime, superiori anche a quelle provate per lo scudetto. L’unico rammarico è che, nella bella, perdemmo e uscimmo alle soglie della finale in Coppa Campioni».La stessa cosa che capitò nel 1968. «Proprio così, una maledizione. Tra l’altro nella partita di ritorno contro l’Eintracht di Braunchvveig segnai proprio io il goal della vittoria con un rigore all’ultimo minuto».Com’è questa storia dello stopper rigorista in una squadra dove c’era gente come Zigoni e Cinesinho? «Riuscivo a mantenere freddezza e tranquillità. Tiravo forte e centrale, mai rasoterra. Avevo un bel destro e molto mi ha insegnato Ugo Locatelli, mio maestro nelle giovanili della Juventus».A che età è entrato a far parte del vivaio bianconero? «A quindici anni e sono rimasto juventino fino ai ventinove anni, con l’unica parentesi ad Alessandria nel 1960. La Juventus mi ha dato tanto e andare via mi è pesato molto. La Juve uno non vorrebbe lasciarla mai».Ha qualche rimpianto dei suoi otto anni in bianconero? «Nessuno, davvero. Abbiamo vinto poco, questo sì».Perché? «Perché Inter, Bologna e Milan erano più forti. A noi è sempre mancato il giocatore che facesse la differenza. Purtroppo qualche acquisto si è rivelato non all’altezza e qualche altro ha sofferto per problemi extra calcio, come Combin».Chi vi avrebbe fatto comodo? «Dei giocatori allora in attività, uno come Sandro Mazzola, per esempio. In generale, c’è mancato un Platini. Ecco con Michel saremmo stati competitivi al massimo».Ultima domanda: chi le ha dato il soprannome Berceroccia? «Credo l’ex direttore di “Tuttosport”, Giglio Panza. Non è che mi abbia fatto mai impazzire questo nomignolo. Ma quando sei alla Juve, va bene tutto». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/giancarlo-bercellino.html
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GIANCARLO BERCELLINO https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Bercellino Nazione: Italia Luogo di nascita: Gattinara (Vercelli) Data di nascita: 09.10.1941 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 81 kg Nazionale Italiano Soprannome: Berceroccia Alla Juventus dal 1961 al 1969 Esordio: 27.08.1961 - Serie A - Juventus-Mantova 1-1 Ultima partita: 18.05.1969 - Serie A - Sampdoria-Juventus 1-1 209 presenze - 14 reti 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Giancarlo Bercellino (Gattinara, 9 ottobre 1941) è un ex allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Campione europeo con la nazionale italiana nel 1968. Sugli almanacchi è spesso indicato come Bercellino I per distinguerlo dal fratello Silvino. Giancarlo Bercellino Bercellino in nazionale Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 81 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1970 - giocatore 1982 - allenatore Carriera Giovanili 1951-1954 Borgosesia 1954-1960 Juventus Squadre di club 1960-1961 → Alessandria 36 (2) 1961-1969 Juventus 209 (14) 1969-1970 Brescia 22 (0) Nazionale 1963 Italia U-21 6 (1) 1965-1968 Italia 6 (0) Carriera da allenatore 19??-1978 Gattinara 1978 Juventus Domo 1978-1980 Borgosesia 1980-1982 Cossatese Palmarès Europei di calcio Oro Italia 1968 Giochi del Mediterraneo Oro Italia 1963 Carriera Bercellino alla Juventus Iniziò sotto la guida del padre Teresio, allenatore del Borgosesia. Notato dagli osservatori della Juventus, fu ingaggiato dalla squadra torinese. Iniziò la sua carriera in prestito all'Alessandria, in Serie B, nella stagione 1960-1961, mentre l'anno successivo fu titolare nella Juve in Serie A, esordendo il 27 agosto 1961 nel pareggio 1-1 con il Mantova. Rimase in bianconero fino al 1969, facendo coppia al centro della difesa con Ernesto Castano. Nel 1965 vinse la Coppa Italia e il 1º maggio debuttò in nazionale, nella gara amichevole vinta per 4-1 a Firenze contro il Galles. Al termine della stagione 1966-1967 vinse il suo primo e unico scudetto. L'anno successivo fu tra i giocatori convocati dal commissario tecnico Valcareggi per il vittorioso Campionato europeo del 1968. Nel 1969 passò al Brescia; nel novembre del 1970 le Rondinelle si accordarono con la Lazio per il prestito del giocatore, che però non vestì mai la casacca biancoceleste per vari problemi di natura contrattuale e di tesseramento; si dedicò così all'azienda di famiglia, ponendo fine alla sua carriera calcistica. Ha poi allenato alcune squadre dilettantistiche piemontesi. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - Italia 1968 Giochi del Mediterraneo: 1 - Italia 1963 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1967. Medaglia d'argento al valore atletico «Campione europeo» — Roma, 1968.
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GIUSEPPE GASPARI Il primo dei portieri marchigiani della Juve è Giuseppe Gaspari da Ascoli Piceno, classe 1932. Tra i protagonisti della promozione del Catania in Serie A nel 1961, viene acquistato dalla Juve che vuole farne l’alternativa al più giovane Anzolin, appena prelevato dal Palermo.Gaspari non ha, però, il talento del giovane compagno veneto, e finisce stabilmente tra le riserve. Gioca appena quattro partite in prima squadra, in una stagione incredibilmente negativa per tutta la formazione juventina. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/01/giuseppe-gaspari.html
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GIUSEPPE GASPARI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Gaspari Nazione: Italia Luogo di nascita: Ascoli Piceno Data di nascita: 06.09.1932 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 10.09.1961 - Serie A - Juventus-Lecco 2-2 Ultima partita: 27.05.1962 - Mitropa Cup - Juventus- Spartak Hradec 3-2 5 presenze - 13 reti subite Giuseppe Gaspari (Ascoli Piceno, 6 settembre 1932) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Gaspari Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1966 - giocatore 1988 - allenatore Carriera Squadre di club 1949-1954 Del Duca Ascoli 125 (-?) 1955-1959 Livorno 63 (-?) 1959-1961 Catania 64 (-81) 1961-1962 Juventus 5 (-13) 1962-1965 Modena 41 (-?) 1965-1966 Anconitana 11 (-13) Carriera da allenatore 1987-1988 Ancona Vice Carriera Cresce nel Livorno e passa al Catania in Serie B nel 1959, conquistando la Serie A con gli etnei allenati da Carmelo Di Bella. I giocatori del Catania alzano in cielo il loro portiere dopo la vittoria contro l'Inter Nella stagione 1961-1962, dopo un buon campionato con i rossoazzurri, passa alla Juventus in cambio di Giuseppe Vavassori ma essendo chiuso da Anzolin, gioca solamente 4 gare subendo 11 gol. Passa poi, nel 1962, al Modena per chiudere in Serie C nell'Anconitana. In carriera ha collezionato complessivamente 71 presenze in Serie A. Conclusa la carriera agonistica, è rimasto nel mondo del calcio come preparatore dei portieri, lavorando per varie società, fra le quali Ascoli e Ancona.
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ROBERTO ANZOLIN «Avevo diciotto anni, stavo attraversando le 52 Gallerie del Pasubio, quelle famose del 1915-18 sulle Piccole Dolomiti. Era buio. Presi una capocciata tremenda. Qualcuno mi toccò la mano: “Ti aiuto io”. Era una ragazza. L’ho sposata». Si chiama Gabriella e mezzo secolo dopo, in salotto, precisa sorridendo: «Ma non subito. L’ho sposato al suo secondo anno di Juventus, perché se fosse andato male, avrebbero dato la colpa a me. Infatti prese 50 goal, la Juventus finì quart’ultima. Peggio di così non poteva andare. Allora l’ho sposato». Il reduce dalla capocciata è Roberto Anzolin; nato a Valdagno (Vicenza) il 18 aprile 1938, inizia la carriera nel Marzotto, due anni nel Palermo, i primi, quelli della consacrazione, poi una vita intera nella Juventus. Tutta qui la storia sportiva di Roberto Anzolin, veneto di quelli buoni, poche parole e un’infinità di fatti importanti. «Mio padre era pettinatore alla Marzotto. Io iniziai a parare nel Valdagno Marzotto, in B. Sapevo che mi cercava il Milan. Invece mi dissero: “Roberto, per 5 milioni in più l’ha spuntata il Palermo”. Per un veneto di 19 anni andare in Sicilia, nel 1959, non era uno scherzo. Partii con mio padre. Piansi in treno da Padova a Roma, dove un dirigente del Palermo, venne a prenderci con un’Aprilia da corsa che ci portò a Napoli. Viaggiava come un matto, lo pregai: “Piano, ho una carriera davanti!”. Sbarcato a Palermo, mi portarono a mangiare la pasta con le melanzane a Mondello. Non l’avevo mai assaggiata, Gabriella me la fa ancora adesso. Vivevo allo stadio, nelle stanze che avevano ricavato per gli scapoli vicino alla tribuna della Favorita. Ero in stanza con Carpanesi. Toros mi faceva da fratello maggiore, mi portava al mare e a messa. All’esordio a Bari mi fregò un autogoal di Bernini. A Torino, contro la Juventus, parai tutto, anche un rigore di Cervato. Mi arresi solo a Sivori, in fuorigioco di 5 metri». Il Palermo era stato appena promosso in Serie A: era una squadra forte, autoritaria, guidata da Totò Vilardo, sulla carta semplice segretario della società rosanero, nei fatti anima e corpo del Palermo. «Dai, Cesto – disse all’allora allenatore Cestmír Vycpálek, altra grande anima bianco-rosanero – vieni con me a Valdagno, che c’è un portierino che ci farà subito dimenticare Pontel». Vycpálek ricorda perfettamente musica e parole di quel Palermo: «E sì, era un fior di dirigente quel Vilardo. Magari procedeva oltre le righe, ma che fantasia, ragazzi. Fiutava i campioni come i cani fiutano i tartufi. Il Palermo aveva conquistato la A, però dovevano rifare la squadra, a cominciare dal portiere. Pontel dovette tornare all’Inter che ce l’aveva prestato: un’impresa non farlo rimpiangere. Quando Vilardo mi parlò di un ragazzino che stava spopolando in C nel Marzotto, decisi di partire subito. Quel ragazzino era Anzolin e aveva appena vent’anni! Era forte, Roberto, come giocatore e come uomo, una pasta di ragazzo, socievole, modesto, sempre disponibile. Si lavorava bene con lui, perché era sempre lì, pronto a prolungare l’allenamento, mai un lamento, mai una smorfia. Fra i pali era agile come un gatto, praticamente imbattibile, schizzava da un palo all’altro con guizzi felini. Nelle uscite basse era impeccabile, non altrettanto nelle mischie e in quelle alte, nei mucchi selvaggi che erano le aree di rigore di quegli anni di calcio giocato a viso aperto, quando un calcio in faccia non bastava per uscire dal campo: non si poteva mica restare in 10». La seconda stagione in Sicilia, Anzolin la giocò con un altro allenatore, Fioravante Baldi. Fu determinante tante volte e la Juventus, che lo seguiva da tempo, alla fine del campionato lo volle a tutti i costi. Vilardo, fiutò bene l’affare e volle in cambio Mattrel, Burgnich e una barca di milioni. Alberto Malavasi, mediano di quello e di tanti altri Palermo, un vero gentleman in campo e fuori diceva: «Roberto era l’ultimo baluardo, l’uomo dei miracoli, il gatto volante. Un’agilità incredibile gli permetteva di sventare goal già fatti. Sembrava piccolo, ma era nella media, solo che schizzava rapido come un proiettile. Certo, aveva qual che difetto, come tutti. Era leggero nelle uscite e spesso nelle mischie veniva spazzato via. Ma era un difetto, questo, o piuttosto un piccolo neo? Lui prevedeva lo sviluppo dell’azione ed era già sotto l’incrocio dei pali a fermare il pallone». Racconta Roberto: «Ricordo le mie due stagioni nel Palermo con tenerezza e gratitudine: ricordo la Topolino che mi prestava Malavasi per spostarmi in città, ricordo l’amico fraterno Giorgio Sereni, che arrivò con me nel Palermo e che, come me, fece il militare a Viterbo. Ricordo soprattutto un campione, Ghito Vernazza, un vero trascinatore, un leader come si dice oggi. Poi ricordo la città, la Curva Nord, il suo calore straordinario, quel suo spiovere quasi sul campo con la sua passione scatenata. Non dimentico, soprattutto, che senza quel Palermo non ci sarebbero stati la Juventus e i miei 10 anni bianconeri. Con allenatori strepitosi come Amaral, che era un padre per tutti noi, oppure Heriberto che, al contrario, era un generale, duro, diritto come un fusto, si spezzava ma non si piegava. Ci faceva lavorare duro, Heriberto. Ma che soddisfazioni, come riuscì a potenziarmi con i suoi allenamenti, come mi migliorò anche nelle mischie e nelle uscite! Gli debbo molto. Ho giocato con compagni grandi, grandissimi, i più forti del mondo, come Sivori e Charles fuoriclasse inarrivabili, anche oggi sarebbero i migliori, parola mia. Forse un asso solo li superava, perché era anche un genio: Schiaffino, uno che difendeva e subito dopo piazzava l’assist vincente. No, non mi lamento della mia carriera, mi ha dato tutto, la possibilità di conoscere il mondo, di vestire l’azzurro. La Nazionale, forse l’unico cruccio: 34 gettoni fra Under e Nazionale B, ma una sola presenza, contro il Messico, nella rappresentativa maggiore. Prima ero troppo giovane, poi troppo vecchio. Ma è solo un piccolo neo». In bianconero si ferma per 9 stagioni mettendo insieme 305 gettoni di presenza (230 in campionato, 29 in Coppa Italia e 46 nelle competizioni europee). Con la Juventus lega il suo nome alla Coppa Italia 1965 e allo scudetto 1967: «Un giorno, un dirigente palermitano mi sussurrò: “Ti abbiamo venduto alla Juventus, ma non dirlo, se no scoppia la rivoluzione”. La gente mi amava. A Torino mi sedetti in uno stanzone davanti a Boniperti e altri quattro dirigenti. Mi chiesero: “Quanti goal pensa di pendere?” Risposi: “Non so, 20/25...” Ne avrei presi il doppio: quart’ultimi. Poi parlammo di soldi. A Palermo prendevo 5 milioni, ne chiesi 14. Si alzarono in piedi tutti e cinque: “Lei è pazzo!” Poi, tra una clausola e l’altra, ne presi anche di più. Charles si affezionò subito a me. Ci cambiavamo al Comunale, poi attraversavamo la strada per allenarci al Combi. Charles mi sollevava con un braccio solo e mi portava dal Comunale al Combi così, parallelo al terreno, come fossi un tronco. “John, mettimi giù che mi spezzi tutto!”, gli dicevo. E lui: “Anzolino, tu vieni con me”. Ai quarti di Coppa dei Campioni trovai il Real Madrid. Febbraio 1962. A Torino presi goal da Di Stéfano. A Madrid vincemmo noi con Sivori. Nicolè sbagliò un goal al 90’, così ci toccò lo spareggio di Parigi, che perdemmo. Ma al Bernabéu avevo parato tutto, anche una cannonata di Puskás che mi arrivò al mento e mi stese. Nessuno, prima di noi, aveva sconfitto il Real in quella coppa. O come quando ci giocai con l’Under 21 e tutto lo stadio mi salutò con i fazzoletti bianchi perché avevo parato anche i microbi: 0-0». Incorniciata c’è la pagina di quella partita. Titolo: «Anzolin meglio di Zamora». In un altro quadretto: «Anzolin come Yashin». E poi, sulla parete, tutte le formazioni di Roberto, dal Marzotto in su. La Juventus 1966-67 è la filastrocca rimasta nella memoria di tanti juventini: Anzolin, Gori, Leoncini... la formazione del 13° scudetto. Heriberto Herrera e il movimiento. «Sulla carta non eravamo i più forti, ma i nostri punti ce li siamo guadagnati tutti ed io presi solo 19 goal. All’ultima giornata, Sarti fece la famosa papera a Mantova, noi battemmo la Lazio e scavalcammo l’Inter. Uno dei due raccattapalle dietro la mia porta aveva la radiolina: “Signor Anzolin, l’Inter sta perdendo!”. Al fischio finale, tutti saltarono in campo. Io mi tolsi la maglia, la posai a terra con calma e m’incamminai verso lo spogliatoio, dove mi fumai una bella sigaretta». La signora Gabriella si illumina come le Dolomiti al sole: «Nessuno parava meglio di Roberto in quel periodo. Ai Mondiali del 1966 avrebbe dovuto giocare lui. Ma Albertosi giocava vicino a Coverciano ed era molto più diplomatico di Roberto. Se mio marito avesse avuto il mio carattere». Roberto raccoglie l’assist: «Quel diagonale del coreano io l’avrei parato. Sicuro. Ma è vero: io non mi vendevo molto bene. Per un errore di Zoff i giornali avevano sempre giustificazioni». Vince, nel 1968, il Premio Combi, attribuito da giornalisti e addetti ai lavori, al miglior portiere italiano. Lascia Torino nell’estate del 1970 e si accasa all’Atalanta con la quale, nella stagione 1970-71, in Serie B, stabilisce il record di imbattibilità, tenendo inviolata la propria rete per ben 792 minuti, contribuendo alla promozione in serie A della squadra orobica. Dopo Bergamo continua l’attività fino a quarant’anni al servizio di Vicenza, Monza, Riccione e Juniorcasale. Nell’ultimo quadretto Roberto Anzolin ha 42 anni: «Avevo smesso, però il Valdagno, in Promozione, mi pregò di sostituire il portiere malato. Presi 4 goal in 26 partite. Nel derby decisivo, contro il Malo, staccai una punizione dall’incrocio e la gente disse: “Però, il nonno!”. Poi, ho provato a fare l’allenatore, ma a Gorizia mi licenziarono mentre ero in testa con 6 punti sulla seconda. Così, ora alleno i Pulcini. Il mio fegato ci guadagna ed anche il mio cuore. Nel luglio del 1997, il giorno prima del Centenario della Juventus, eravamo in montagna. Sentii un dolore, un fastidio alle ascelle. Dissi: “Io di qui non mi muovo”. Misi a terra lo zaino con calma». Come aveva messo a terra la maglia il giorno dello scudetto. Un infarto a occhi aperti. La signora Gabriella ci mostra una montagna sul calendario: «L’elicottero del soccorso atterrò proprio qui». Nell’attesa, lei gli tenne la mano. Come allora. Stesse montagne. E lo ha accompagnato fuori un’altra volta. GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1976 Si può essere portieri come Combi oppure come Anzolin Roberto da Valdagno. La differenza è molta o poca, secondo i punti di vista. E non c’è dissacrazione o irriverenza di sorta all’indirizzo del leggendario Giampiero della gloria quinquennale e dei trionfi azzurri. Combi è modello di grandezza classica, di stile impeccabile. È retaggio di passato lontano e glorioso. Anzolin è concentrato di tempi moderni, di gloria poca e passeggera, di sudore domenicale molto e non sempre ricompensato da adeguate soddisfazioni sul campo. Sono anche due volti diversi dell’ottuagenaria storia juventina. Qui vi raccontiamo il più recente e meno classico, oltre che meno celebrato. Vi raccontiamo Anzolin e ve lo raccomandiamo. Nove stagioni con i colori bianconeri, 9 anni di servizio onorato, spesso incorniciati da prestazioni di tono araldico, quasi sempre conditi di piglio risorgimentale, come si conviene a chi è portiere di una squadra a caccia di grandezza e costretta a lungo a sopportare ruoli di comprimaria. L’arrivo di Roberto Anzolin da Valdagno in casa juventina coincide con eventi patetici e financo tristi. Si smonta (estate 1961) la squadra del 12° scudetto, lo scudetto del centenario nazionale, ed è come voltare di colpo una pagina dorata. Boniperti non gioca più, Cervato e Colombo non sono più il centromediano e il mediano sinistro, Sivori c’è ancora, ma da tante cose si intuisce che quell’anno non sarà più lui. Mattrel e Vavassori (e veniamo al dunque) non sono più i portieri. Arriva Anzolin da Palermo e si piglia la maglia numero 1. Ha 23 anni, ha bruciato praticamente le tappe. Lo attendono momenti autenticamente difficili, ma la tempra c’è e la classe pure. Purtroppo, nel marasma degli arrivi e delle partenze, non si ritrova più la Juve dell’anno prima. Il debutto di Anzolin, 27 agosto 1961, Comunale ancora vestito da estate per l’anticipatissima prima di campionato, coincide con una partita, cocente delusione per i tifosi della Zebra. Il Mantova, matricola assolutamente mai arrivata prima agli onori della A, impone senza troppo faticare un incredibile pareggio alla Juve. 1-1, e Anzolin non c’entra per niente, si capisce. Ma intanto alle difficoltà del debutto si assommano quelle della precaria condizione della squadra, che sette giorni più tardi affonda all’Appiani. Il campionato numero uno di Anzolin juventino segue gli alti (pochi) e i bassi (molti, ahimè) della squadra, che chiude inopinatamente dodicesima. Ci sono giornate dolorosissime per il blasone: a Milano, ad esempio, 12 novembre, 5-1 per i rossoneri che ripresentano per l’occasione quel sacripante di Ghiggia a fare coppia con lo scatenato Altafini. La difesa juventina è sotto accusa, becca un sacco di goal e non soltanto da attacchi titolati. Il Palermo va a segno 4 volte, violando il Comunale (18 febbraio 1962), e il Palermo non è il Real Madrid. Passa, fortunatamente, la bufera dell’anno nero. E resta Anzolin, che nessuno si è sognato di mettere in croce per i risultati deludenti raccolti dalla squadra. È una prova di fiducia che Anzolin ripaga subito. Adesso, col ritorno di Mattrel dal prestito palermitano, c’è un ballottaggio Mattrel-Anzolin per la maglia di titolare. Comincia Mattrel, ma alla fine la spunterà Anzolin. È un’annata molto diversa, lontana anni luce dalla precedente. Amaral, allenatore “brasilero” con pochissimi capelli e alcune buone idee, escogita formule arcane che sorprendono gli stessi giocatori juventini, ma che in definitiva riportano in alto la Juve. Anzolin si assesta su livelli di rendimento di assoluto riguardo. Para tutto ciò che è umanamente parabile, si fa apprezzare anche in uscite temerarie. Insomma, si capisce che con lui è risolto per un bel po’ di tempo il problema del portiere. La Juve che va a un soffio dallo scudetto inciampa al momento buono più per fatalità che per demeriti. Che ci può fare Anzolin se l’Inter ha qualcosa in più dei bianconeri e vince di stretta misura lo scontro diretto? Assolutamente nulla. Il secondo posto, con 19 presenze da titolare nonostante la rivalità di Mattrel, è successo autentico per Anzolin da Valdagno. Il primo successo. Seguono tempi di ripensamento, di altalenanti umori, di risultati spesso illogici e comunque raramente esaltanti. Il campionato 1963-64 vede improvvisamente alla guida della squadra un signore da ‘800 avanzato, il gentiluomo Eraldo Monzeglio, ma non servono maniere signorili per risollevare dalla pochezza del centro classifica una squadra talvolta spaesata. Anzolin, in quella Juve né carne né pesce, è uno dei pochissimi punti fermi. Gioca 29 volte, come dire che è lui l’indiscusso titolare, e pilota una difesa che va pian piano ritrovando quadratura e dignità. Poi viene il 1964-65, anno prima dell’era Heriberto Herrera, e la lenta marcia verso il ritmo della Juve alle posizioni di vertice prosegue regolare. La Juve finisce quarta, l‘Inter e il Milan sono ancora su un altro pianeta, ma è intanto è juventina la difesa più solida e meno perforata, ed è juventino, naturalmente Anzolin, il portiere dal rendimento più costante. Il pubblico raramente ha motivo di esultare per il gioco. Si pareggia spesso a reti bianche e la maggior parte delle vittorie sono striminzite, 1-0 quasi sempre, con zampate del Menichelli o del Da Costa di turno. Anzolin non si vede molto, ha stile ma non è un esibizionista, ha classe, ma preferisce l’essenzialità al volo plastico. È quasi sempre il migliore dei suoi. A Milano contro i nerazzurri (27 dicembre 1964), il portiere bianconero disputa una delle più belle partite della carriera juventina, contribuendo in maniera determinante al pareggio (1-1) che i bianconeri strappano all’Inter. Anche nel derby di andata, finito nettamente a vantaggio della Juve (3-0) le sue parate sono state determinanti. La stagione si chiude alla grande, con la conquista della Coppa Italia in una drammatica e avvincente finale con l’Inter. 1-0, goal vincente di Menichelli in apertura, strenua difesa e contropiede per il resto della gara, e decisivi interventi di Anzolin in serata normale, e cioè di vena autentica. C’è ancora una stagione di transizione e di gioie soffocate e diluite, prima dello scudetto. Il 1965-66 vede per la prima volta Anzolin collezionare tutti e 34 i gettoni di presenza in campionato. È la sua annata, sotto tutti i punti di vista. Albertosi è titolare fisso e inamovibile della Nazionale che va ai mondiali, ma tra i convocati di Fabbri c’è anche lui, Roberto Anzolin da Valdagno e la convocazione azzurra, anche se non si traduce in esordio effettivo tra i moschettieri, è pur sempre soddisfazione grandissima. E arriva, finalmente, lo scudetto a interrompere una lunga serie di piazzamenti a ridosso delle prime. Juve punti 49, Inter 48 sul filo di lana dell’ultima giornata. Ma il sorpasso, ottenuto a una manciata di minuti dalla fine della stagione, è preparato col meticoloso impegno di settimane, di mesi, in casa juventina. Anzolin, per la seconda volta consecutiva, assomma 34 presenze tonde. È l’unico bianconero a essere sempre presente, ed è dunque il più indicato a rappresentare l’immagine dello scudetto sofferto e fortemente cercato. L’immagine del portiere sicurezza, che para il parabile, tutto il parabile, tra l’altro, con una giornata grandiosa, il successo sui rivali neroazzurri nello scontro diretto del 7 maggio 1967 (1-0). Non c’è spiegazione razionale al crollo dell’Inter. Si spiega invece benissimo la tenacia della Juve, pronta ad approfittare dei passi falsi della rivale. È la tenacia di una squadra non trascendentale all’attacco, ma quanto mai quadrata nelle retrovie, con il tandem centrale Castano-Bercellino a fare da baluardo davanti alla porta di Anzolin nostro. Appena 19 reti subite in 34 partite rappresentano un risultato che non ha bisogno di commenti. L’annata scudetto non è l’ultima di Anzolin ad alto livello. Qualche infortunio impedisce al portiere veneto di realizzare il terzo en plein in fatto di presenze in campionato, ma con 24 gettoni Anzolin è ancora il titolare fisso di una Juve che fa pure parecchia strada in Coppa dei Campioni, approdando alle semifinali. E si ripeterà, puntuale, anche nel 1968-69, con alle spalle il vecchio e saggio Giuliano Sarti. Non è stagione esaltante, ma non ci sono rimproveri per il portiere che per l’ottava stagione consecutiva ha difeso con onore la rete juventina. Arriverà a 9, giocando ancora l’anno dopo, 1969-70, nella squadra che sta tornando grande e che contrasta sino all’ultimo lo scudetto al Cagliari. Nove stagioni, per 230 presenze in campionato. Sono cifre che impongono considerazione. È un autentico record. Un primato che soltanto due portieri sono riusciti a superare. Uno si chiama Combi. ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT DEL DICEMBRE 2010 Tra i più grandi portieri italiani, e, soprattutto, della Juventus, un posto di rilievo lo merita Roberto Anzolin. Nato a Valdagno, il 18 aprile 1938, “guardiano dei pali” dal fisico tutt’altro che stratosferico o ciclopico, “Ansoncin” sfoderava classe robusta e cuore autentico formatosi nel Marzotto prima e nel Palermo poi. Nella Vecchia Signora ha collezionato 305 presenze, vincendo una Coppa Italia e uno scudetto, quello che avrebbe dovuto, nel maggio del 1967, cucirsi sul petto delle maglie dell’Inter herreriana, e che invece finì per decorare di tricolore i giocatori in casacca a bande verticali bianche e nere guidati da Heriberto Herrera. Qualcuno, irridendo il suo fisico non potente (177 centimetri di altezza per 73 chili), ha scritto che a quarant’anni per pesare di più Anzolin si era fatto crescere il baffo. Qualcun altro, invece, che la sua presenza tra i pali era quella di colui che completava la difesa da perfetto portiere di rendimento. Ha collezionato una sola presenza nella Nazionale Maggiore, nel 1966, 4 in quella di Serie B, e 4 in quella giovanile, chiuso com’era da Lorenzo Buffon, Lido Vieri, Carburo Negri, Giuliano Sarti e Riccardo Albertosi. Dopo le 9 stagioni alla Juventus, ha militato nell’Atalanta, nel Lanerossi Vicenza (1971-73), nel Monza, nel Riccione e nel Casale. È stato anche sulla panchina del Valdagno (stagione 1996-97), ma, gli è sempre piaciuto curare le giovanili alto-vicentine, e oggi allena i Pulcini della Nuova Valdagno, la società del paese cui deve i natali e i primi tuffi da portiere. Mister, qual è stata la parata più significativa della sua carriera? «La più significativa e forse anche la più bella è stata quando militavo nel Marzotto Valdagno e abbiamo giocato a Venezia: c’è stata un’azione da parte dei lagunari, hanno tirato alla mia destra ed io ho sfoderato una grandissima parata, respingendo la palla, ritornata al limite dell’area; al volo, l’attaccante del Venezia ha calciato nuovamente il pallone, io l’ho abbrancato in presa diretta, in direzione opposta a dove mi trovavo. È quella che ricorderò sempre». Si ricorda un rigore importante parato? «È successo quando io giocavo nel Palermo, contro la Juventus. Ha tirato Cervato, lo stopper bianconero e della Nazionale, che aveva come tiro una bomba, e sono riuscito a pararlo con i pugni in tuffo e la palla è ritornata a centrocampo, per dire quanto potente era stata la conclusione del giocatore avversario». Com’è stata la sua prima volta alla Juventus? E chi era l’avvocato Gianni Agnelli? «Quando giocavo nel Palermo, ho disputato due campionati ad alto livello e questi mi hanno permesso di essere acquistato dalla Juventus. Allora, il presidente era Umberto Agnelli. Dopo sono subentrati Catella e Boniperti, e poi c’è stato l’ingresso di Gianni Agnelli. Tutte persone, gli Agnelli, eccezionali, nel vero senso della parola, perché queste persone le ricorderò finché scampo, in quanto persone intelligenti, modeste, anche se avevano alle spalle quello che tutti immaginiamo». Si ricorda un complimento particolare? «Complimenti ne ho ricevuti parecchi sia da Umberto che da Gianni Agnelli sia da Boniperti. Essendo stato a Torino quasi 10 anni, è vero, ho vinto poco, uno scudetto e una Coppa Italia, però, un giocatore che rimane tanti anni alla Juventus vuol dire che qualcosa di buono sicuramente ha fatto nella sua lunga carriera». Chi era Roberto Anzolin tra i pali? «Era un freddo, praticamente. È sempre stato un portiere cui non è mai piaciuto sfoderare parate plastiche, ma fare interventi semplici, cercando di ragionare sulle caratteristiche di questo o quest’altro giocatore avversario. Mi spiego: se l’atleta era in una data posizione, io mi mettevo nella sua traiettoria e per il novanta per cento ero sicuro che la palla mi sarebbe arrivata lì. Questo era Anzolin tra i pali. Ma, anche quando giocavo nel Marzotto Valdagno ero uno che usciva fino anche al limite dell’area, mentre oggi sono pochi i portieri che escono dai pali». Chi erano i suoi più fedeli “angeli custodi” della difesa bianconera? «Io ho cominciato che avevo Castano, Leoncini, Salvadore, Bercellino, Gori anche. Al primo anno, invece, avevo Garzena, Montico, Sarti: erano tutti giocatori che stavano raggiungendo la fine della loro carriera e devo dire che il mio primo anno alla Juventus non è stato molto brillante, in quanto siamo arrivati quint’ultimi. Eravamo una squadra “vecchia”. Di giovani, in linea di massima, c’eravamo io, Salvadore, Castano, Bercellino, Leoncini, Mazzia, mentre tutti gli altri, vedi Emoli, Montico, Charles, Sivori e Stivanello erano ormai in fase calante». Anche Gino Stacchini, la punta romagnola che flirtò con Raffaella Carrà? «Sì, c’era anche Gino Stacchini: era un’ala sinistra strepitosa. Io non ho mai visto uno andar via in quel modo lì». Qual è stato il portiere più forte del suo periodo? «In quel mio periodo alla Juventus, tra gli avversari mi avevano impressionato Ghezzi, Buffon, Sarti, Panetti, Cudicini. C’è n’erano parecchi di bravi portieri quando io ero giovane. Io assieme a Lido Vieri eravamo degli emergenti, all’inizio della loro carriera». Perché poche presenze in Nazionale? «Perché dicevo quello che pensavo, e, purtroppo, pagavo puntualmente la mia esclusione in azzurro. L’unico neo della mia carriera è stato il non essere titolare della Nazionale, qualifica che sicuramente avrei meritato. Ho giocato 25 partite in tutto. Sono stato convocato anche per i Mondiali del 1966 in Inghilterra, però, non ho mai avuto la fortuna di giocare. L’anno dopo, stagione 1966-67, avendo vinto il campionato con la Juventus, sono risultato uno dei portieri meno battuti e più in forma. Però, anche lì sono stato convocato per tappare un buco: c’era Negri del Bologna che aveva un forte risentimento a un ginocchio». Qual è stato il giocatore che le faceva sempre gol: la sua “bestia nera”? «La mia “bestia nera” era Kurt Hamrin, che aveva giocato alla Juventus al primo anno, per poi passare alla Fiorentina. In quella Fiorentina giganteggiavano grossi nomi, quali Cervato, Hamrin, Segato, in porta c’era Sarti, poi è arrivato Albertosi. Hamrin era uno piccolino, che giocava ala destra, chiamato come ben ricorda lei Uccellino, ed anche quando dalla Fiorentina è passato al Padova, questo qua, quando lo incontravo mi faceva sempre gol. Era proprio la mia “bestia nera”». Ha mai calciato un rigore? «Sì, ma non in Serie A. Mi è capitato diverse volte quando giocavo a Casale Monferrato, ma sempre in Coppa Italia, mai in campionato. Negli spareggi ai calci di rigore sia con la maglia del Monza che con quella del Casale Monferrato ho sempre battuto l’ultimo calcio di rigore e ho sempre fatto goal». Di che cosa non dobbiamo dimenticarci nella vita di tutti i giorni? «Non bisogna mai dimenticarci la tranquillità, la serenità, che io ritengo siano le doti migliori, di cui una persona possa godere». La sofferenza di un’altra persona che cosa le trasmette? «Mi trasmette avvilimento e tristezza, perché stare male non è una cosa che fa piacere. In quest’ultimo periodo ho provato anch’io ad avere dei problemi di salute e so cosa si può provare. Perciò, io auguro a tutti di stare sempre in allegria e fare il possibile per non ammalarsi e per non avere problemi seri». Lei crede in Dio? «Sì». Lei cosa si immagina di trovare nell’Aldilà? «Mi auguro di trovare anche lì un po’ di tranquillità, di serenità, perché io penso che quando una persona lascia questa terra, avremo i nostri figli, i nostri nipoti che ci ricorderanno, anche se per loro sarà un dolore immenso. Ma, mi creda, sono cose che quando non ci sarò più, non posso sapere. No, no, no, non me lo immagino proprio». La morte? «Penso che sia un avvenimento, una cosa brutta, perché uno finché vive su questa terra, io mi auguro di stare bene, di avere degli amici e di avere la possibilità (come sto facendo adesso) di aiutare certa gente, ma, non più di tanto». Cos’è che le dà più fastidio e maggior rabbia in questo mondo? «Mi commuovo quando vedo per televisione tanti poveri bambini e tanta povera gente che soffre la fame, che soffre un po’ di tutto. Ecco, questa cosa qua mi fa veramente venire le lacrime agli occhi». E cos’è che non sopporta? «La gente che fa male ad altre persone». In lei ha vinto più il cuore o la ragione? «Beh, io penso che ha vinto più il cuore, perché io ero un ragazzo, un giocatore che sia in allenamento che nelle gare ufficiali (e sono state tantissime) ho sempre giocato, prima di tutto, per divertirmi. Poi, ho sempre profuso serietà e buona volontà per ottenere quello che potevo ottenere. E, di fatti, ho ottenuto tante soddisfazioni». Se lei non avesse fatto il portiere professionista, cosa le sarebbe piaciuto fare? «Eh, eh: io guardi ho studiato da tessile, e, se non avessi avuto la fortuna di giocare a pallone, andavo in fabbrica anch’io come mio padre e mia madre». La sua infanzia, com’è stata? «È stata anche un po’ di sacrificio, visto che da piccolino ho avuto il babbo Bruno che giocava a calcio anche lui ma è stato prigioniero in Germania, mi trovavo solo con altri due fratelli, un maschio (più vecchio) e una femmina (più piccola), Margherita, che oggi abita a Manerbio, nel bresciano. Mia mamma Lina lavorava come operaia nello stabilimento Marzotto. Noi veniamo da una famiglia di operai ed io sono stato il figlio più fortunato perché ho intrapreso la carriera di calciatore». Ha nipoti? «Sì, ho tre nipoti e sono uno più bello dell’altro. Il più piccolino è Riccardo, dopo c’è Chiara, una bellissima signorina quindicenne, e Giulio, un ragazzo di 17 anni, che è veramente un giovane formidabile». Giocava in porta anche suo padre Bruno? «No, mio padre giocava mediano. Mio fratello Bruno giocava mediano anche lui, e il io, il più matto di tutti, giocavo in porta». Come mai si è interrotta la tradizione degli Anzolin mediani? «È stato un dono di natura: sono nato portiere e ho sempre giocato da piccolino da portiere e ho chiuso la mia carriera giocando in porta». Si tuffava, allora, nei campi dell’operosa Valdagno? «No, nei campi, ma nei sassi, perché, in quel periodo in cui era appena finita la guerra e l’unico pallone era fatto di pezzi di carta di giornale arrotolati. Non avevamo le possibilità che hanno i giovani di oggi. Si giocava in cortile, in mezzo a dei sassi che se ci cadevi sopra, rischiavi veramente di farti del male. Una pallottola, la palla, di stracci di carta, legati tra di loro dallo spago». Quand’è stata l’ultima volta che ha pianto? «Quando è morto il mio maestro delle giovanili, che si chiamava Gianbattista Servidati, e giocava qua nel Valdagno come portiere. Mi ha seguito fin dalle prime armi, mi ha insegnato tutti i trucchi del mestiere e quando è morto, una decina di anni fa, veramente ho pianto molto, mi sono commosso tanto». Lei sta ancora insegnando alle giovanissime leve ad Arzignano vicentino: qual è il trucco su cui insiste maggiormente? «Io ho sempre insegnato la tranquillità, la posizione, imparare a tenere la palla, non respingerla sempre come stiamo vedendo oggi in televisione (sono pochi quelli che tengono il pallone), la posizione a seconda di come si sviluppa l’azione (o da sinistra o dalla parte centrale o dalla parte destra) e di non avere coraggio e di non avere paura. Anche perché quando ti tirano in porta da 4-5 metri di quelle botte che non finiscono più, ecco, in quel momento bisogna avere la forza di mettere la mano lo stesso. E insegnavo come dovevano distendere la mano: invece di prendere la palla, diciamo, quasi sulle dita, dovevano mettere il polso, in linea di massima, la giuntura della mano in modo che la palla schizzasse via. Altrimenti, tenere sempre la palla più che era possibile». È stato un coraggioso in campo: nella vita, invece? «Beh, anche nella vita un po’, direi. Perché? Perché facevo certe cose senza pensarci sopra». Tipo? «Quando andavo in macchina e da Torino dovevo arrivare a Valdagno, andavo via come un pazzo, correvo come un disgraziato. Comunque, quando passano gli anni, si diventa più tranquilli, più sereni, si ragiona di più. Mentre quando eri giovane, certe cose le facevi senza avere la possibilità di pensarci sopra». La ringraziamo, mister. «Grazie a lei e arrivederci!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/roberto-anzolin.html
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ROBERTO ANZOLIN https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Anzolin Nazione: Italia Luogo di nascita: Valdagno (Vicenza) Data di nascita: 18.04.1938 Luogo di morte: Valdagno (Vicenza) Data di morte: 06.10.2017 Ruolo: Portiere Altezza: 177 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: La Zanzara Alla Juventus dal 1961 al 1970 Esordio: 27.08.1961 - Serie A - Juventus-Mantova 1-1 Ultima partita: 15.03.1970 - Serie A - Juventus-Cagliari 2-2 310 presenze - 262 reti subite 1 scudetto 1 coppa Italia 1 coppa delle Alpi Roberto Anzolin (Valdagno, 18 aprile 1938 – Valdagno, 6 ottobre 2017) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Roberto Anzolin Anzolin alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1985 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1959 Marzotto Valdagno Squadre di club 1956-1959 Marzotto Valdagno 86 (-84) 1959-1961 Palermo 71 (-66) 1961-1970 Juventus 310 (-262) 1970-1971 Atalanta 36 (-22) 1971-1973 Lanerossi Vicenza 13 (-14) 1973-1975 Monza 66 (-?) 1975-1976 Riccione 30 (-?) 1976-1978 Juniorcasale 58 (-?) 1984-1985 Valdagno ? (-?) Nazionale 1959 Italia U-21 4 (-?) 1960 Italia B 4 (-?) 1966 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1980-1981 Benacense Riva 1981-1982 Pro Gorizia 1982-1983 Belluno 19?? Chiampo Giovanili 1996-1997 Valdagno 1998-???? Valdagno Pulcini Biografia Suo padre Bruno giocò come centrocampista nel Vicenza, in Serie B, nel corso degli anni 1930. Negli anni di militanza alla Juventus sposò Gabriella, anche lei originaria di Valdagno, da cui ebbe due figli. Il 31 ottobre 1997, mentre era in vacanza in montagna, venne colpito da un principio di infarto: conseguenze più gravi furono evitate grazie al tempestivo intervento del medico personale. Morì nel 2017 all'età di 79 anni. Caratteristiche tecniche Giocatore Era un efficace portiere che si rendeva autore di interventi puntuali e concreti. Čestmír Vycpálek, suo allenatore al Palermo, lo ha descritto così: «Fra i pali era agile come un gatto, praticamente imbattibile, schizzava da un palo all'altro con guizzi felini. Nelle uscite basse era impeccabile, non altrettanto nelle mischie e in quelle alte». Era soprannominato La zanzara per via del suo fisico filiforme. Carriera Giocatore Club Anzolin con la maglia del Palermo nel 1960 Attivo nel ruolo di portiere tra la metà degli anni 1950 e la fine degli anni 1970, esordì nella natìa Valdagno tra le file del Marzotto Valdagno (1956-1959), per passare poi al Palermo in cui giocò per un biennio; la società rosanero lo acquistò per 40 milioni di lire, facendo un'offerta di 5 milioni superiore a quella del Milan. Prima di giocare l'ultima partita del campionato di Serie B 1960-1961 gli venne comunicata la cessione alla Juventus, cosa che non doveva sapersi prima della fine della stagione: dai piemontesi, i siciliani ottennero in cambio Tarcisio Burgnich, i prestiti di Carlo Mattrel e Rune Börjesson, più un conguaglio di 100 milioni. A Torino divenne uno dei punti fermi dei bianconeri per tutti gli anni 1960, perdendo la titolarità solo nella nona e ultima stagione in favore del più giovane Roberto Tancredi, e vincendo la Coppa Italia 1964-1965 e lo scudetto della stagione 1966-1967. Chiusa la lunga esperienza juventina, giocò per una stagione con l'Atalanta, in Serie B, contribuendo alla promozione in Serie A anche grazie all'imbattibilità durata per 792 minuti. Passò quindi al Lanerossi Vicenza come secondo portiere, per chiudere la carriera da professionista sulla soglia dei quarant'anni giocando in Serie C con Monza, Riccione e Juniorcasale. Dopo aver smesso di giocare, il Valdagno — il cui presidente era all'epoca suo cognato — lo volle in sostituzione del portiere malato per la stagione 1984-1985. Nazionale Roberto Anzolin con la maglia della Nazionale italiana Dopo 4 presenze in Under-21 e altrettante in nazionale B, difese anche la porta della nazionale maggiore nell'amichevole contro il Messico del 29 giugno 1966, subentrando a Enrico Albertosi nel secondo tempo. Pochi giorni dopo, fu tra i convocati per il campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Allenatore Come allenatore guidò il Pro Gorizia, da cui fu esonerato con la squadra in testa al campionato 1981-1982, a +6 sulla seconda. In seguito allenò per sette stagioni le giovanili del Chiampo, la squadra di un paese vicino Valdagno. Successivamente ha allenato la formazione Pulcini del Valdagno; nella stagione 1996-1997 ha brevemente allenato la prima squadra valdagnese, in Serie C2, non riuscendo a evitare l'ultimo posto finale. Sempre a Valdagno ha poi aperto una scuola calcio. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1966-1967 Coppa Italia Semiprofessionisti: 2 - Monza: 1973-1974, 1974-1975 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963 Allenatore Competizioni nazionali Campionato Interregionale: 1 - Pro Gorizia: 1981-1982 (girone C)
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DARIO CAVALLITO https://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Cavallito Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 21.02.1942 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 e dal 1962 al 1963 Esordio: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 Ultima partita: 09.09.1962 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 2-5 2 presenze - 1 rete Dario Cavallito (Torino, 21 febbraio 1942) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Dario Cavallito Nazionalità Italia Calcio Ruolo Interno Termine carriera 1978 Carriera Giovanili 1957-1961 Juventus Squadre di club 1960-1961 Juventus 1 (1) 1961-1962 → Como 19 (1) 1962-1963 Juventus 1 (0) 1963-1964 Parma 28 (8) 1964-1965 SPAL 25 (7) 1965-1966 Monza 16 (0) 1966-1968 Pescara 56 (10) 1968-1969 Prato 27 (5) 1969-1971 Lucchese 53 (18) 1971-1976 Viareggio 99+ (44) 1976-1978 Ivrea ? (?) Biografia Era figlio del gestore del bar-ristorante dello Stadio Filadelfia di Torino. Dopo il ritiro si è stabilito definitivamente a Pescara. Anche i figli Luca e Simone sono calciatori, avendo militato in diverse squadre abruzzesi. Caratteristiche tecniche Giocava come ala, mezzapunta o centravanti. Considerato simile a Omar Sívori, era reputato un abile tiratore di punizioni. Carriera La rosa della SPAL 1964-65, anno della promozione in Serie A, Cavallito è il primo accosciato da sinistra a fianco di Luigi Pasetti. Cresce nelle giovanili della Juventus, agli ordini di Renato Cesarini. Con le giovanili bianconere vince il "Trofeo Caligaris" nel 1962, il Torneo di Viareggio nel 1961 e il Campionato De Martino nel 1960, nel quale subisce un serio infortunio al menisco dopo un contrasto con Sandro Salvadore. Gioca in diverse amichevoli, ma il suo esordio in una gara ufficiale con la prima squadra della Juve avviene nella vittoriosa gara per il terzo posto di Coppa Italia giocata contro il Torino il 29 giugno 1961 e nella medesima gara segna anche una rete. Passa poi in prestito al Como in Serie B per poi tornare a Torino e giocare un'altra gara di Coppa Italia il 9 settembre 1962. Torna di nuovo in Serie B con il Parma nel 1963 e l'anno successivo è sempre nella serie cadetta con la SPAL, conquistando con i biancazzurri la promozione in Serie A. Passa poi al Monza sempre in Serie B e quindi al Pescara allenato dal suo ex compagno di squadra alla SPAL e alla Juve Sergio Cervato, in Serie C. Poi gioca nel Prato, nella Lucchese (con cui realizza 14 reti nel campionato di Serie C 1970-1971) e nel Viareggio, che lo acquista dai rivali rossoneri dopo un blitz di mercato al termine della sessione. Rimane al Viareggio per cinque stagioni, realizzando 44 reti che lo collocano ai primi posti tra i marcatori della società toscana. Chiude la carriera nell'Ivrea, con cui abbandona il calcio professionistico nel 1978. In Serie B Cavallito ha giocato complessivamente 88 gare. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato De Martino: 1 - Juventus: 1959-1960 Torneo di Viareggio: 1 - Juventus: 1961
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BRUNO MORA Arrivò nella Juve che aveva Sivori – racconta Vladimiro Caminiti – e non voleva avere altro. Sivori rese difficile la vita anche a questo talento della scorribanda e del gol estroso, volendo servizi a puntino sul piede matricolato. Bruno lo mando spesso a quel paese e perciò la Juve lo tenne due campionati e poi lo scambiò utilmente con il Milan. Ala di un tempo quasi antico, magro spiritato e con gambette nerborute, aveva ogni qualità, scatto da fermo, furbizia a tonnellate, una qual certa potenza di tiro. Fu Spalazzi, mediocre portiere, a rompergli una gamba e ad accorciargli la carriera.GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 1972In questa sfilza di profili di bianconeri degli anni sessanta siamo andati (e stiamo andando) un tantino a casaccio, e l’ordine cronologico va spesso a farsi friggere. Del resto, non si tratta mica di articoli di storia, ci mancherebbe altro, ci basta ricordare nomi a volte prestigiosi a volte meno che negli ultimi anni sono stati più o meno a lungo bianconeri.Uno di questi, prestigioso assai, a dire il vero, è Bruno Mora; chi non si ricorda di lui, è l’ala destra dello scudetto numero dodici e della relativa Coppitalia, della Coppa dei Campioni dell’anno dopo e del quasi concomitante disastro della Nazionale «made in Cile» e poi subito dopo, ma guarda un po’ del Milan campione d’Europa. Basterebbe l’esposizione sommaria di un simile «curriculum» per spiegare il tipo: un fior di campione, che alla Juve, nei due anni in cui ci è stato, ha dato sempre ottime prove di sé, e che è stato ceduto esclusivamente per ragioni tecniche, vale a dire serviva il grosso nome in difesa e per questo si sacrificò il grosso nome dell’attacco: arrivò in cambio Salvadore, mica l’ultimo pivello della pelota, come dire che la Juve non ci perse proprio nulla, anzi. Ma abbiamo corso davvero troppo, per raccontare il Mora juventino bisogna andare con molta più calma. E tornare indietro, naturalmente, di quanto è sufficiente per trovarlo già campione affermato.Novembre ‘59, Bruno ha ventidue anni e gioca in blucerchiato, ma è già «sorvegliato» speciale dagli osservatori delle «grandi». Un grandissimo inizio di torneo gli vale il posto in Nazionale, all’ala destra: Italia-Ungheria, a Firenze, uno a uno, è una passerella di juventini e di futuri juventini. Già, perché di fronte ad un simile iradiddio la società bianconera decide immediatamente di passare all’offensiva per assicurarselo, nonostante la concorrenza sia numerosa e agguerrita.Così l’anno dopo, per Mora è già Juventus, anche se per vederlo in campo con i colori bianconeri bisogna aspettare un po’. Il debutto ufficiale è rinviato a novembre: a quel punto la Juve è già saldamente in vetta alla classifica, ma le cose non vanno poi tanto lisce come l’anno precedente, la concorrenza si è fatta più forte e anche più astuta, è milanese nelle due specie. L’Inter ha Suarez e il conducador H.H., entrambi freschi di Spagna, e ci ha pure un inglesino pepato e biondiccio al centro dell’attacco, Hitchens si chiama costui, e subito la platea di San Siro è per lui. Il Milan invece ha soffiato alla concorrenza il tesoro della provincia mandrogna, il baby Rivera che a diciassette anni già imperversa, anche se ancora parla poco e con strascichi dialettali.È proprio il Milan viene a guastare la festa di Mora alla «prima» in bianconero, il 6 novembre ‘60. Al Comunale infreddolito ma stracolmo finisce quattro a tre per il diavolo, primo tempo due a zero, non è vero che la Juve ha giocato male, men che mai è vero che Mora non c’è, il ragazzo fa una gran partita e subito conquista i tifosi, anche quelli dal palato più fino. È suo uno dei tre gol bianconeri, la Juve perde la partita ma non fa drammi, anche se era importantissimo vincere, perché trova un fuoriclasse in più da aggiungere alla lista. Che è lunga alquanto, e persino esaltante. Sono per l’ultima volta insieme Charles, Sivori e Boniperti, in difesa l’anziano e saggio Cervato comanda all’antica una difesa di pilastri, d’accordo che ci sono anche i ragazzini che scalpitano, ma la Juve scudettata sarà ancora quella dei vecchi o presunti tali.Mora, comunque, è arrivato proprio in tempo, la Juve d’ora innanzi avrà sempre bisogno di lui: a cominciare dai traversoni pennellati per la zucca in quota di John-il-buono o per il calzettone srotolato di Omar-il-cabezon, Bruno diventa subito protagonista. Intanto Cervato gli cede sempre più spesso l’incarico di tirare i rigori, la qual cosa si rivela quell’anno di non infima importanza: per fermare Sivori e soci le difese si catenacciano a più non possono e a volte pure picchiano sodo, si studiano trucchetti di ogni tipo, ma non sempre gli arbitri abboccano, e così i tiri dal dischetto fischiati a favore dei bianconeri diventano frequenti, e si fa cospicuo il gruzzolo di reti dell’ex-sampdoriano. Dieci reti segna quell’anno Mora, e non sono poche in assoluto, diventano addirittura tantissime se si pensa alla terribile concorrenza che Bruno si ritrova in casa. È un anno più che positivo, per la Juve, inizialmente timorosa di non potere fare il bis, e per la sua ala destra in cerca di consacrazione definitiva nel campionato del Centenario. Che è campionato ricco di cose da ricordare. Prendiamo a caso, sennò non la finiremmo più.5 febbraio ‘61, Juventus batte Udinese cinque a uno, gioco scintillante, grande Sivori autore di una succulenta tripletta, e bravissimo Mora, il miglior Mora dall’esordio di novembre, due gol e tantissimi spunti di classe cristallina. Sette giorni più tardi, all’Olimpico, i bianconeri liquidano la Lazio per quattro a uno; tra i marcatori l’ex-sampdoriano, la cui sventola chiude il conto con i biancazzurri. Bologna, 26 marzo: è la partita-sorpasso dei bianconeri, preceduti prima di un punto dall’Inter, che quel giorno si sfascia nel Derby della Madonnina. La Juve invece tira innanzi, i rossoblu vedono e non vedono Sivori mattatore, grandi applausi per la ritrovata protagonista del campionato che ha un Mora sempre più bravo, il suggello al quattro a due finale è ancora suo, dal dischetto. 14 maggio, l’Atalanta lotta e rincorre la Juve passata in vantaggio con capitan Boniperti, ma Bruno colpisce secco e due volte, un’altra doppietta, la seconda da quando è juventino.5 giugno, esultano i fans della Vecchia Signora, è il giorno dello scudetto matematico, manca ancora la partita-recupero con l’Inter, ma le radioline portano al Comunale le confortanti notizie di Catania, dove i nerazzurri staccati di due punti perdono secco dagli etnei, e la Juve, ormai campione, non infierisce sul pericolante Bari; è pareggio, il gol juventino, dal dischetto, non può essere che di Mora.Alleluja, dunque; ma l’anno dopo le cose non vanno poi così bene, mica sempre è festa, il ‘60-61 è stato addirittura magico per Mora, che è tornato in nazionale a Napoli contro l’Austria, nella partita d’addio di Boniperti. Il ‘61-62 andrà di gran lunga peggio, epperò di Mora sentiremo parlare ancora bene, talvolta benissimo, per almeno due terzi del torneo. A Genova, per esempio, Sampdoria-Juventus due a tre, Bruno si veste da «ex» terribile e fa la festa ai sampdoriani: sue tutte e tre le reti del successo bianconero. Il resto va avanti alla meno peggio, alla stracca talvolta.In campionato ci si distrae sovente, con la scusa che c’è di mezzo la Coppa dei Campioni, e magari ne vale la pena. Anche qui Mora fa cose egregie, segnando tra l’altro contro i greci del Panathinaikos e contro gli jugoslavi del Partizan Belgrado: contro questi ultimi, in quella che è stata forse la più bella prestazione bianconera in Coppa dei Campioni (clamoroso 5-0 inflitto a Soskic e compagni) Bruno realizza una doppietta. Ma la strada è sbarrata anche qui, contro l’ancora irraggiungibile Real Madrid si mette di mezzo anche la sfortuna, e l’avventura europea si conclude mestamente ai quarti di finale.Intanto, il campionato finisce a rotoli, la squadra si squaglia letteralmente al primo sole primaverile, a tutti viene meno la concentrazione, qualcuno perde anche il controllo dei nervi. Mora, in particolare, precipita dal suo piedistallo di campione: una pesante squalifica dopo gli incidenti di Juve-Sampdoria (squalifica che tocca anche a Sivori e Leoncini) gli impedisce pure di chiudere il torneo. Qualcuno lo definisce in crisi, e critica l’operato dei tecnici azzurri che lo convocano per l’avventura mondiale in Cile. Ma proprio qui Mora smentisce clamorosamente i suoi denigratori: l’Italia combina poco e si fa estromettere ingenuamente dai padroni di casa, ma nel disastro, tra i pochi che si salvano c’è senza dubbio lui. Lo riconoscono i giornalisti internazionali del mondiale cileno, chiamati a compilare le classifiche dei migliori per ogni ruolo; tra le ali destre Mora è piazzato al terzo posto, dopo il grandissimo Garrincha e il russo Metreveli.E allora perché venderlo, un simile campione? Giusta domanda, ma ci sono valutazioni tecniche precise, lo abbiamo detto in apertura; e poi i dirigenti juventini ottengono di avere in cambio Salvadore, che nelle stesse classifiche mondiali è tra i migliori tre centromediani, insieme al brasiliano Mauro e al cecoslovacco Populhar. E che volete di più, magari si rimpiange di non aver potuto far venire Salvadore riconfermando Mora.La storia di Bruno in rossonero è recente, sono cose di ieri: sarà ancora azzurro e campione d’Europa a Wembley, e se le sue imprese sembrano tanto lontane, questo, una volta tanto, non dipende assolutamente da lui, ma solo dalla sfortuna. Il gravissimo incidente al ginocchio, alla vigilia del ‘66, lo taglia fuori dal grande giro nel pieno della forma, e rende difficoltoso il pieno recupero sul piano fisico quanto su quello psicologico. Senza quel duro colpo i suoi gol sarebbero certo più vicini nel tempo, e non lo relegherebbero, forse, a campione dei soli anni sessanta...ANGELO CAROLIEra un gaudente che faceva bene il professionista, senza rinunce specifiche e giungendo al vertice della carriera attraverso la Sampdoria, la Juventus e il Milan, vincendo coppe e scudetti e arrivando alla Nazionale. Aveva la faccia sfrontata degli scugnizzi a cui si deve perdonare tutto, un muso simpatico che lo poneva al centro delle attenzioni femminili. Esprimeva quel modo inconfondibile di essere estroverso, tipico degli emiliani (era nato a Parma il 29 marzo del 1937), con un sorriso appena accennato, da regalare a tutti. Era la disperazione di Umberto Agnelli, il quale capiva le esigenze esistenziali di un giovane calciatore, ma pretendeva che allo svago si ponesse un limite. Bruno girava per la città illuminata dai lampioni alla guida di una spider rossa in cerca di avventure. Attribuiva quell’irrequietezza all’insonnia. Il dottor Umberto fingeva di credergli e sorrideva. Pare che in un periodo in cui la squadra non girava al massimo gli avesse messo alle costole una persona di fiducia, un controllore speciale. Bruno fu sorpreso, una notte, mentre usciva da un portone che non era quello di casa sua. Si giustificò chinando il capo e facendo saettare nel buio i suoi occhi volpini: «Ho ritrovato una vecchia parente», disse. La donna non era vecchia e nemmeno una parente. Fu multato. Ma Bruno si faceva perdonare poiché in campo era un generoso. In luglio venne con me a Viareggio, fu una vacanza divertente, dividemmo una camera molto grande, a Villa Ridosso. La sera uscivamo sempre con ragazze diverse. Rientravamo in albergo a notte fonda. Io ero stravolto dalla stanchezza, sentivo solo il bisogno di dormire. Lui cambiava camicia e si rituffava, allegro, nella notte, all’inseguimento costante di chimere. Aveva una spinta emotiva straordinaria, che distribuiva alla squadra con generosa partecipazione. Il giorno 10 novembre del 1986 mi arrivò la notizia della sua morte. Un male incurabile lo aveva strappato alla vita. Fui attanagliato da un’angoscia improvvisa. L’ho pianto a lungo, come lo hanno pianto gli amici bianconeri che avevano diviso con lui stagioni indimenticabili. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/bruno-mora.html
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BRUNO MORA https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Mora Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 29.03.1937 Luogo di morte: Parma Data di morte: 10.12.1986 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 67 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1962 Esordio: 06.11.1960 - Serie A - Juventus-Milan 3-4 Ultima partita: 25.03.1962 - Serie A - Juventus-Sampdoria 0-1 63 presenze - 21 reti 1 scudetto Bruno Mora (Parma, 29 marzo 1937 – Parma, 10 dicembre 1986) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Bruno Mora Mora alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex ala destra) Termine carriera 1971 - giocatore 1983 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Sampdoria Squadre di club 1957-1960 Sampdoria 65 (19) 1960-1962 Juventus 63 (21) 1962-1968 Milan 116 (26) 1969-1971 Parma 24 (4) Nazionale 1959-1965 Italia 21 (4) Carriera da allenatore 1977-1978 Parma 1978-1979 Cassino 1982-1983 Parma Biografia È scomparso all'età di 49 anni a causa di un tumore allo stomaco. Caratteristiche tecniche Ala destra di grande estro e fantasia, abilissimo nel dribbling e con il vizio del gol grazie a un buon tiro. Carriera Bruno Mora con la maglia del Milan Club Cresciuto nella Giovane Italia, una rappresentativa della sua città natale, nel 1957, a quindici anni, si trasferì da solo a Genova, dove visse per alcuni anni presso una famiglia locale andando a giocare con la Sampdoria, che lo aveva visionato durante uno degli incontri disputati a Parma. Dei blucerchiati diventò ben presto titolare e vi giocò per tre stagioni, disputando 76 partite e segnando 21 gol. Nel 1960 la Juventus lo fece suo e per le successive due stagioni restò a Torino vincendo uno scudetto. Nell'estate del 1962, voluto fortemente da Rocco e Viani, fu protagonista di un discusso scambio con Sandro Salvadore ed andò a giocare al Milan. Con i rossoneri vinse subito la Coppa dei Campioni, nel 1963, superando il Benfica nella finale di Wembley. Nella successiva edizione di Coppa Intercontinentale fu uno dei protagonisti principali della triplice sfida contro il Santos di Pelé, segnando un gol sia nel primo incontro a San Siro che nella seconda partita al Maracanã. Furono i brasiliani però ad aggiudicarsi il trofeo. Nelle tre stagioni successive Mora si confermò titolare risultando un tassello fondamentale nel Milan di metà anni sessanta con cui raggiunse un terzo e un secondo posto in Serie A rispettivamente nel 1963-64 e 1964-65. La stagione 1965-66 fu segnata da un grave infortunio: la frattura scomposta di tibia e perone, causata da uno scontro di gioco con il portiere del Bologna Giuseppe Spalazzi, gli impedì infatti di prendere parte al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, e gli compromise la prosecuzione della carriera ad alti livelli. Rientrò in campo dopo 10 mesi ma da quel momento, anche a causa dei nuovi acquisti di Hamrin e Prati, non riuscì a giocare con continuità e perse il posto di titolare. Nonostante ciò, Mora aggiunse 35 ulteriori presenze e 6 reti nelle ultime tre stagioni con i rossoneri dopo l'infortunio, nelle quali vinse una Coppa Italia nel 1966-67, uno scudetto e una Coppa delle Coppe nella stagione 1967-68 e una seconda Coppa dei Campioni nel 1968-69. Complessivamente, con il Milan disputò 148 partite segnando 33 gol. Ha concluso la sua carriera agonistica con il Parma nelle serie minori. In carriera ha totalizzato complessivamente 245 presenze e 62 reti in Serie A. Nazionale Giocò 21 partite nella nazionale italiana realizzando 4 gol e fece parte della squadra azzurra anche al campionato del mondo 1962 in Cile. Un grave infortunio (frattura scomposta di tibia e perone, causata da uno scontro di gioco con il portiere del Bologna, Giuseppe Spalazzi) gli impedì di prendere parte al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, e gli compromise la prosecuzione della carriera ad alti livelli. Palmarès Giocatore Club Competizioni giovanili Torneo di Viareggio: 1 - Sampdoria: 1958 Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1960-1961 - Milan: 1967-1968 Coppa Italia: 1 - Milan: 1966-1967 Campionato italiano Serie D: 1 - Parma: 1969-1970 (girone B) Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 Coppa delle Coppe: 1 - Milan: 1967-1968
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EUGENIO FASCETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Fascetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 23.10.1938 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1960 al 1961 Esordio: 20.11.1960 - Serie A - Juventus-Bologna 3-0 Ultima partita: 10.05.1961 - Coppa Italia - Fiorentina-Juventus 3-1 4 presenze - 0 reti 1 scudetto Eugenio Fascetti (Viareggio, 23 ottobre 1938) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Come allenatore ha conseguito 5 promozioni in Serie A. Eugenio Fascetti Fascetti alla guida della Lazio nel 1986 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1971 - giocatore 2004 - allenatore Carriera Giovanili Pisa Squadre di club 1956-1960 Bologna 35 (2) 1960-1961 Juventus 4 (0) 1961-1964 Messina 66 (8) 1964-1965 Lazio 12 (0) 1965-1966 Messina 21 (2) 1966-1968 Savona 73 (5) 1968-1969 Lecco 0 (0) 1969-1970 Viareggio 30 (0) 1970-1971 Fulgorcavi Latina ? (?) Carriera da allenatore 1971-1977 Fulgorcavi Latina 1979-1983 Varese 1983-1986 Lecce 1986-1988 Lazio 1988-1989 Avellino 1989-1990 Torino 1990-1992 Verona 1993-1995 Lucchese 1995-2001 Bari 2001 Vicenza 2002 Fiorentina 2002-2004 Como Carriera Giocatore Da calciatore ha vestito le maglie di formazioni importanti come il Bologna, la Juventus (vincendo lo scudetto nel 1960-1961) e la Lazio, per poi chiudere la carriera da giocatore nella squadra della sua città, il Viareggio. Allenatore Da allenatore ha esordito nei primi anni 1970 guidando la Fulgorcavi Latina dalla Prima Categoria alla Serie D. Dopo aver frequentato il Supercorso di Coverciano nel 1977-1978, ha iniziato la sua carriera di allenatore guidando il Varese, club che nel 1979-1980 portò in Serie B, dove ottenne un quarto posto nei tre anni seguenti. Fascetti (a sinistra) sulla panchina del Varese nella stagione 1981-1982, assieme al DS Beppe Marotta. Passato al Lecce nel 1983, ottenne il quarto posto in cadetteria e poi guidò i salentini alla loro prima promozione in Serie A nel 1984-1985. Nel 1985-1986 era sulla panchina dei giallorossi quando questi, ormai retrocessi aritmeticamente, sconfissero la Roma all'Olimpico per 3-2, interrompendo la rincorsa allo scudetto dei capitolini, scavalcati poi dalla Juventus nel turno seguente, proprio contro il Lecce. Allenò la Lazio (1986-1987) in Serie B quando questa riuscì a salvarsi dalla retrocessione in C, dopo aver vinto dei drammatici spareggi, partendo all'inizio del campionato con una penalizzazione di 9 punti (all'epoca la vittoria valeva 2 punti), ottenendo poi l'anno successivo (1987-1988) la promozione in Serie A con la squadra romana. In seguito ha cambiato spesso panchina guidando Avellino, Torino, Verona e Lucchese fino ad approdare al Bari. Qui rimarrà per ben sei stagioni, fino alla stagione 2000-2001, lanciando Antonio Cassano ai grandi livelli. Ha quindi guidato L.R. Vicenza e Como, ultima formazione allenata (Serie A 2002-2003 e buona parte della Serie B 2003-2004). Ha allenato nell'estate del 2002 (anche se per poche settimane, fino al fallimento) la Fiorentina, retrocessa sul campo in Serie B e successivamente retrocessa a tavolino in C2 per inadempienze finanziarie che le impedirono l'iscrizione al campionato cadetto. In veste di allenatore ha ottenuto 5 promozioni in Serie A con Lecce (1984-1985), Lazio (1987-1988), Torino (1989-1990), Verona (1990-1991), Bari (1996-1997), una promozione in Serie B con il Varese (Serie C1 1979-1980 ) e due promozioni nei Dilettanti con la Fulgorcavi Latina, dalla prima categoria alla Promozione (1972/73) e dalla Promozione alla serie D (1974/75). Dopo il ritiro Dal 2008 partecipa come opinionista alla trasmissione sportiva 90º minuto Serie B, insieme all'ex calciatore Vincenzo D'Amico, ed è spesso ospite in alcune emittenti private toscane. È un dichiarato tifoso dell'Inter. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961 Campionato italiano di Serie B: 1 - Messina: 1962-1963 Allenatore Club Competizioni regionali Promozione Lazio: 1 - Fulgorcavi Latina: 1974-1975 (girone B) Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Varese: 1979-1980 (girone A) Campionato italiano di Serie B: 1 - Torino: 1989-1990 Individuale Premio speciale del Settore Tecnico della FIGC: 1 - 2003
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TARCISIO BURGNICH Nasce a Ruda, in provincia di Udine, il 25 aprile 1939. Il pallone come svago e sogno. Che si realizza in una carriera lunghissima dal 1958 con l’Udinese, al 1977 con il Napoli. Quasi 500 partite in Serie A, una buona fetta come terzino destro, il resto come libero.Dopo due stagioni in Friuli, approda alla Juventus, su imbeccata (pare) di Boniperti. «Questo non lo so. Posso dire che per me fu un sogno indossare la maglia bianconera – racconta a Nicola Calzaretta sul “Guerin Sportivo” – era la Juve di Boniperti, Sivori e Charles. Stava dominando in Italia da alcuni anni tra scudetti e Coppa Italia. Avevo ventuno anni, mi ero appena affacciato alla Serie A con l’Udinese, non potevo chiedere di più. Gioco tredici partite poi venni mandato a Palermo. Ci rimasi malissimo, la sentii come una bocciatura. All’inizio rifiutai il trasferimento e fui anche deferito. Successivamente qualcuno mi spiegò che a Torino sarebbe rientrato dal prestito al Vicenza, il terzino Bruno Garzena, uno della vecchia guardia, al quale avrei dovuto lasciare il posto. Alla fine accettai Palermo. Rientrai nell’operazione che portò Anzolin alla Juve».La svolta della sua carriera avviene nell’estate del 1962, quando passa all’Inter; con la maglia neroazzurra, vince quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e rendendosi protagonista di tutte le imprese della Grande Inter degli anni Sessanta.Difensore solido e preciso, soprannominato la Roccia, in campionato realizza solo sei goal. In Nazionale vanta sessantasei presenze e due goal, di cui uno storico, nel Mondiale del 1970 in Messico; Tarcisio, infatti, realizza la rete del momentaneo 2-2 nella semifinale Italia-Germania Ovest. In finale, sarà poi sovrastato nello stacco da Pelé, che realizzerà il goal del vantaggio verdeoro, nella partita che il Brasile vincerà per 4-1.Chiude la carriera indossando la maglia del Napoli, offrendo ai tifosi partenopei tre stagioni nelle quali è sempre apprezzato sia per le sue doti di difensore che per le sue doti di umiltà e sobrietà. Appesi gli scarpini al chiodo intraprende l’attività di allenatore, con alterne fortune.ANGELO CAROLI, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 2000Lo vedo nelle vesti di un santo. Come quel giovane seminarista, il quale, piuttosto che lasciarsi strappare l’ostia difesa dietro mani giunte, affrontò il martirio pregando: «La morte, ma non il peccato». Si chiamava Tarcisio, e lo santificarono. L’eroe del pallone che ho scelto questa volta è Burgnich e ha lo stesso nome, Tarcisio. L’analogia può apparire dissacrante, ma non lo è. L’analogia non è reato religioso. E il terzino che conobbi nella Juventus 1960-61 era un uomo mite, accomodante e educato, discreto e timido. Si scontrava con l’avversario e non cedeva un centimetro. Proveniva dall’Udinese, aveva ventuno anni, era costruito con il granito, una corazza di muscoli e volontà, e un francobollo.Disputò tredici partite in quell’annata tricolore, non erano poche per un provinciale, ma non bastarono per convincere la dirigenza. A un dirigente, scomparso molti anni fa, non piaceva, lo trovava poco stiloso per una società stilosa come la Juve. E, addirittura, non gli profetizzò una carriera brillante perché «era un po’ strabico». E il friulano fu invitato a cercare gloria nel Palermo.Era il Palermo dell’irascibile Totò Vilardo. Tarcisio trovò gloria scavando nel sudore, insieme a Mattrel (anche lui in prestito al Palermo) si prese la rivincita segnando uno dei quattro goal che i rosanero rifilarono alla Juve al Comunale. La doppietta di Charles non consolò i tifosi bianconeri. Burgnich disputò una stagione eccellente, tanto che Moratti senior, l’anno successivo, ne fece uno dei pilastri su cui riedificare il palazzo. Tarcisio era immunizzato al peccato. La sua vita si snodava tra casa e stadio, stadio e casa. Chi, come il sottoscritto, ha affrontato il calcio più come passatempo che come mestiere, lo indusse spesso in tentazione. Gli presentò una baby-sitter londinese e lo convinse a cedere alle sue grazie sensuali. Da quel giorno e per qualche tempo, l’inglesina con il naso all’insù e un mare di efelidi disegnate sulle gote, lo prese in affidamento come i tanti cuccioli che le venivano consegnati quasi ogni sera. Tarcisio era talmente disponibile che quando il sottoscritto, insieme a colleghi di cui non rivelo il nome per rispetto della privacy, aveva bisogno di una garçonnière per accogliere bellezze subalpine, lasciava l’appartamentino per godersi un film al Reposi.Tramontata la baby-sitter, si innamorò perdutamente di una ragazza toscana che sposò e alla quale è tuttora fedele. Fedele com’è stato alla maglia interista. Gli alberi di alto fusto e di lunga vita sono fatti della sua scorza. E, è bene ricordarlo, di scorza friulana. Questi aneddoti hanno una morale che mi auguro serva a qualche giovane. Se si vuole estrarre oro dal calcio come da una miniera è bene rispettare le regole. Del gioco e della vita. Chi non lo fa, paga.C’è un’altra curiosità da raccontare su di lui. Dovevamo giocare a Marassi, contro la Samp. Al mattino attraversai il corridoio che conduceva agli ascensori. E captai una frase di Renato Morino, grande giornalista dalla penna caustica e ironica: «Chissà quanti goal beccherà la Juve oggi con Burgnich e Caroli terzini!» Presi e portai a casa. Ma prima di pranzo incrociai Renato, lo guardai probabilmente in modo strano, e lui mi chiese se c’erano problemi. Gli spiegai e lui sbiancò, imbarazzato.Al pomeriggio battemmo la Samp con due goal di Nicolè. Tarcisio ed io fummo i migliori in campo, io salvai un goal con una spaccata da ballerina. Il giorno dopo Morino scrisse: «Caroli e Burgnich hanno fatto ingoiare a un giornalista un’incauta dichiarazione della vigilia». Quando la classe non è acqua. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/tarcisio-burgnich.html
