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KARL ERIK PALMÉR https://it.wikipedia.org/wiki/Karl-Erik_Palmér Nazione: Svezia Luogo di nascita: Malmö Data di nascita: 17.04.1929 Luogo di morte: Malmö Data di morte: 02.02.2015 Ruolo: Centrocampista Altezza: 168 cm Peso: 65 kg Nazionale Svedese Soprannome: Calle - Bombolo Alla Juventus dal 1958 al 1959 Esordio: 08.06.1958 - Coppa Italia - Pro Vercelli-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.05.1959 - Serie A - Bologna-Juventus 4-1 10 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Karl-Erik Palmér, noto anche come Calle Palmér (Malmö, 17 aprile 1929 – Malmö, 2 febbraio 2015), è stato un calciatore svedese, di ruolo centrocampista. Karl-Erik Palmér Nazionalità Svezia Altezza 168 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1960 Carriera Squadre di club 1948-1951 Malmö FF 43 (13) 1951-1958 Legnano 192 (21) 1958-1959 Juventus 10 (0) 1959-1960 Malmö FF 3 (0) Nazionale 1949-1952 Svezia 14 (9) Palmarès Mondiali di calcio Bronzo Brasile 1950 Carriera Club Di ruolo mezzala, proveniente dal Malmö, dove si era aggiudicato tre campionati nazionali consecutivi e una Coppa di Svezia, venne acquistato nell'estate 1951 dal Legnano, che si accingeva a disputare il suo primo campionato di Serie A. I 23 settembre 1951 realizza la prima storica rete dei lilla in massima serie, in occasione della sconfitta esterna contro la Lucchese; in tutto il campionato, chiuso all'ultimo posto, le reti al suo attivo saranno 6 (secondo miglior marcatore della squadra dopo Bruno Mozzambani), fra cui una doppietta decisiva per il successo esterno sul Napoli del 15 giugno 1952. Nella stagione successiva con 3 reti all'attivo contribuisce all'immediato ritorno in A dei lombardi, mentre nella stagione 1953-1954, che vede nuovamente il Legnano arrivare in fondo alla classifica , mette a segno una rete nel 2-2 in casa dei futuri campioni d'Italia dell'Inter. Resta a Legnano fino al 1958 per altri 3 campionati di Serie B e uno di Serie C, quindi passa alla Juventus come riserva di Giampiero Boniperti e Omar Sívori, disputando tre incontri di campionato e 6 in Coppa Italia (di cui una nell'edizione 1958-1959 vinta dai bianconeri). Nel 1959 torna al Malmö FF dove chiude la carriera. In Italia ha totalizzato complessivamente 58 presenze e 7 reti in Serie A e 118 presenze e 13 reti in Serie B. Nazionale Con la Svezia ha partecipato al campionato del mondo 1950, in cui ha disputato 5 partite e segnato 3 gol (il primo contro il Paraguay, il secondo contro l'Uruguay ed il terzo contro la Spagna). Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959 Campionato svedese: 3 - Malmö: 1948-1949, 1949-1950, 1950-1951, Coppa di Svezia: 1 - Malmö: 1951
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GIANFRANCO LEONCINI Nasce a Roma il 25 settembre 1939, a due passi da Piazza di Spagna, in una casa modesta che guarda l’angolo suggestivo e romantico, dove i turisti di tutto il mondo trascorrono la maggior parte della loro visita alla Capitale. Da ragazzino ci andava anche lui per vedere la gente e gli piaceva correre su e giù per le lunghe scale che dominano l’antica piazza e la monumentale fontana, a due passi da palazzetti che ospitarono personaggi celebri come Byron e Shelley. Aveva, una folta capigliatura bionda, con i riccioli che gli cadevano sulla fronte e lo sguardo vivacissimo. Con i compagni non litigava quasi mai; i loro giochi innocenti consistevano nel gareggiare a chi arrivava prima sulla scalinata di piazza di Spagna.Un giorno come tanti altri di quel febbraio che a Roma ha il tepore della primavera, Gianfranco Leoncini inseguiva il pallone sul tappeto erboso del campo dei Cavalieri di Colombo. Fra lo scarso pubblico c’era Gigi Peronace, che osservò il ragazzo dalle folte chiome ed al termine della partita gli parlò a lungo. Poche settimane dopo, Leoncini ricevette una telefonata ed un invito. Doveva recarsi a Torino per essere visionato dai tecnici della Juventus.«Non avevo mai fatto i bagagli prima di quel giorno, se non per le vacanze estive od una gita di fine settimana. Ma ora avevo di fronte un viaggio lungo ed importante. Non dimenticherò mai quei settecento chilometri di treno dalla Capitale a Torino, né il saluto dei genitori, di mia sorella Rosanna e di mio fratello Manlio. Erano commossi ed io più di loro. Non osavo piangere, ma lo avrei fatto volentieri per sfogare tutte le preoccupazioni che avevo dentro. Un viaggio che mi parve interminabile. Leggevo, passeggiavo nel corridoio, chiacchieravo. Però Torino sembrava dall’altra parte della Terra. Poi, finalmente, ecco la stazione di Porta Nuova, la notte in albergo ed il mattino seguente l’appuntamento al campo. Avete mai provato a prendere a calci un quintale di ferro? Neppure Maciste sarebbe riuscito a spostarlo. Quel mattino col pallone avevo la sensazione di prendere a calci un enorme pallone di ferro».Il provino, invece, risulta positivo. Gianfranco Leoncini tesserato dalla società bianconera, comincia nella città piemontese la sua nuova attività di calciatore professionista. L’esordio, le attese, le paure sono ora un ricordo leggermente sbiadito. Ogni domenica che passa Leoncini si sente più sicuro e forte. La gente, che dapprima guardava con curiosità e perplessità questo nuovo acquisto, finisce col considerarlo uno di casa, un amico fraterno. Leoncini firma il suo primo contratto di calciatore ed entra nelle file della grande società.È stato un balzo notevole; qualcosa come una favola di Cenerentola. Fino a quel giorno la sua attività era limitata ad una squadra di calcio di un rione di Roma: l’Augusta. L’avvenire è incerto, le speranze poche. In casa gli dicono che avrebbe fatto meglio a mettere la testa a partito, cercando qualcosa di più sicuro o nello studio o nel lavoro. Ma Gianfranco abbassa gli occhi e ruba al tempo i sogni.È inglobato nei quadri della prima squadra per la stagione 1958-59; l’anno seguente è già titolare, ma per l’affermazione definitiva, occorre ancora la prova del fuoco, una prestazione che lo consacri qualcosa di più di una semplice speranza per il futuro del calcio bianconero. Tale prova non tarda a venire: a San Siro contro il Milan, che in quella stagione è l’avversario numero uno per la conquista del titolo, Gianfranco se la deve vedere con un avversario molto scomodo, Grillo. Il bianconero, non solo collabora validamente alla conquista di una vittoria decisiva per il campionato, ma si laurea giovane campione, vincendo un duello che in partenza sembrava impari.Da allora Leoncini non ha più perso una battuta della sua Juventus, tanto è vero che in bianconero si ferma per dodici anni durante i quali mette insieme 377 partite e 25 goal. Protagonista generoso del centrocampo, anche se in molte occasioni è utilizzato come difensore esterno, mai domo ed in possesso di una volontà feroce, è pedina fondamentale della Juventus del “movimento” di Heriberto Herrera. Un vero stantuffo in campo, propenso all’offensiva, dal momento che il suo tiro lascia sovente il segno, sa anche adoperarsi nel lavoro difensivo con il vigore e l’esuberanza che il ruolo richiede.Con i colori bianconeri lega il suo nome a 3 scudetti (1960, 1961 e 1967) e ad altrettante edizioni della Coppa Italia (1959, 1960 e 1965). La Juventus lo cede all’Atalanta nell’estate del 1970, raggiunge in seguito il Mantova e poi torna a Bergamo dove in nerazzurro conclude l’attività. Nel 1966 il commissario tecnico Edmondo Fabbri lo inserisce nell’elenco dei 22 per lo sfortunato mondiale disputato in Inghilterra. Gioca 2 partite con la Nazionale A, 1 con la B e 3 con la Giovanile.Un aneddoto, raccontato dallo stesso Leo: «Nel 1958, andammo a Parigi per disputare un’amichevole; contro di noi, giocavano Kopa e Fontaine. Per tutti noi quella amichevole costituiva un vero e proprio evento, non come adesso che si va in America, quasi in gita. La sera prima dell’incontro noi giocatori, peccando di professionalità, assistemmo, ad uno spettacolo al Moulin Rouge, dove fior di donne si esibivano in costumi succinti. Il giorno della partita furono dolori; alla fine del primo tempo eravamo sotto per 2-0 ed il barone Mazzonis venne nello spogliatoio e ci disse che, se avessimo perso la partita, si sarebbe scoperto quanto avevamo fatto la sera prima. Il barone era preoccupato che la stampa ed i tifosi ci avrebbero criticati per quell’uscita notturna ed avrebbero trascurato il particolare che la divagazione nella notte parigina era del tutto innocente. E temeva che il presidente Umberto, rimasto a Torino per ragioni di lavoro, non gli perdonasse l’imprudenza. Omar si rimboccò le maniche ed i calzettoni, ci trascinò verso un 4-2 trionfale. Facemmo divertire Parigi, in un’atmosfera indimenticabile».VLADIMIRO CAMINITIQuello fu uno scudetto rabbuiato da Heriberto che proibiva i grissini, ma consentiva il whisky come aperitivo, invitando a casa al mattino i cronisti per una conferenza sul calcio e spiegando nel suo italiano ostrogoto. Quello fu uno scudetto abbastanza difficile, e contestato anche in famiglia, coi figli di papà che trovavano questo allenatore paraguaiano ottocentesco e dagli occhini neri spiritati, solamente un matto, mentre era un tecnico forte, consapevole, preparato, anche se con un fondo di natura ancestrale negata a rapporti idilliaci. Della Juventus che colse dall’albero di Mantova (un errore piramidale del portiere di Giuliano Sarti), all’ultima domenica del campionato di calcio nel 1966-67, uno scudetto tra i più meravigliosi sul piano morale e sportivo, fu proprio Gianfranco Leoncini una delle colonne, difensore caparbio e possente sia nel chiudere, che nelle discese palla al piede. Leoncini sulla fascia sinistra, ma anche impiegato da mediano, dava sempre un contributo notevolissimo sul piano della corsa; e la sua efficacia tattica corrispondeva alla sua partecipazione, al numero di palloni conquistati, alla sua abnegazione. Delle sue tante partite, non ne sbagliò mica tante; se non piaceva agli esteti con la puzza sotto il naso, dispiaceva agli avversari. Nel contesto di un calcio collettivistico (il “movimento”) che anticipava il futuro, l’indefessa azione di Leoncini puntellava la squadra in zone cruciali, garantiva solidità e carattere.GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL DICEMBRE 1974Ci fu, alla metà degli anni Cinquanta, un trainer bianconero che coraggiosamente ed anche un po’ per forza di cose, fece ripetuta professione di fede nei giovani. Puppo, così nominavasi costui, non ebbe dalla sua la fortuna e nemmeno i giovinetti della sua nidiata ottennero tutti quel successo e quella affermazione che era nelle attese. E comunque quella parentesi lasciò tracce indelebili nel successivo, immediato futuro della Juventus. Nel senso che anche i trainer che presero le redini della squadra dopo di lui concessero spesso e volentieri a speranzosi giovani l’opportunità di mettersi in luce, al fianco (stavolta) di rinomati campioni quali Charles e Sivori. In una formazione comprendente praticamente il meglio di quanto offrisse il nostro campionato, lasciare spazio anche ai più giovani ben si comprende quanto fosse importante. Gianfranco Leoncini, romano presto trapiantato dalla capitale nazionale alla capitale juventina, è uno degli esempi più lampanti di fiducia (meritatissima) accordata dai tecnici bianconeri di quegli anni ad ‘un giovane del vivaio.Il Leoncini prima edizione, quello che sfuma nella leggenda rodomontesca dei primi anni sessanta, ruota intorno a questo elementare concetto. Esordire a vent’anni in campionato, nella stagione 1958-59, in una formazione così ridondante di nobiltà pedatoria, è la miglior premessa per una car-riera lussuosa. I fatti confermeranno. Ma andiamo con ordine.C’era Broćić, tecnico jugoslavo poliglotta, magari bravo ma strambo parecchio, quell’anno. C’era, ma poi di colpo non c’è più. Qualcosa, in quella Juve che l’anno prima ha rispolverato gli entusiasmi mai sopiti ma a lungo trattenuti delle sue folle di tifosi, non funziona come dovrebbe, ci sono sconfitte rocambolesche a guastare la media scudetto; il Milan rifila cinque pappine ai bianconeri, al Comunale torinese, e Broćić deve fare le valigie. In primavera, quando Leoncini nostro fa il gran debutto in prima squadra, sulla panca già siede il fido Baldo Depetrini, accorso a dirigere i bianconeri nell’ultima fetta di torneo. 12 aprile 1959, ecco la data del debutto. Il Vicenza, bestia nera, infila Mattrel con il lesto Conti, e la Juve proprio non ce la fa a rimediare. Leoncini gioca mediano sinistro, al posto di Colombo a sua volta utilizzato mezzala al posto dell’infortunato capitano Boniperti.È un debutto così così, comunque non male: Rinone Ferrario pilota la difesa tutta, le sue ciabattate spazzano anche la paura dell’esordiente Leoncini, che deve passare la palla a Charles e Sivori, e dunque legittimamente si emoziona. Ancora in trasferta, quindici giorni più tardi, farà meglio, segnando persino un goal alla Sampdoria. Solo tre presenze, al rendiconto: ma l’abbiamo detto, è entrato in squadra soltanto in primavera, a poche giornate dal termine. Saranno di più le presenze del campionato successivo: otto in tutto, con due reti. Leo segna a Ferrara nel tennistico 6-3 ai danni della Spal, ed in casa col Padova, sette giorni dopo. Si, anche il 1959-60 è per Leoncini stagione interlocutoria. Terzino o mediano, l’importante è giocare: ma davanti al ragazzo ci sono professionali di araldica compostezza come Colombo e Sarti ed Emoli, ed ardimentosi guardiani quali Garzena e Cervato. L’anticamera, del resto, non è breve ma neppure lunghissima.Il 1960/61 già vede Leoncini lanciato stabilmente nell’orbita della prima squadra, come tipico jolly difensivo. Ora al pasto di Emoli, ora in alternativa a Colombo o Sarti: si fa presto ad accumulare gettoni di presenza. Alla fine saranno 21: ha giocato più dello sfortunato Emoli, più di Castano, più dell’altro giovinetto Burgnich. Ma come ha giocato? Già, le cifre non bastano certo per dare un’idea dei primi anni di Leoncini bianconero. Terzino d’ala abbastanza avanzante, oppure mediano laterale di impostazione classica, con compiti di contrasto della mezzala avversaria, Leoncini ha il piglio e la grinta necessari per sopperire a qualche errore di misura, causato più che altro da esuberanza. Colombo è certo più posato, più accademico e quasi distaccato: Leoncini si fa preferire per le sue dati di cursore veloce e resistente alla fatica.La cessione del primo, al termine della stagione culminata con la conquista del 12° scudetto, pone fine ad un dualismo tecnico inevitabile, e propone finalmente con stabilità il nome di Leoncini nella formazione tipo bianconera. 29 volte sarà presente Leo nel malaugurato 1961-62. La Juve che non è più Boniperti pur continuando ad essere Sivori e Charles, non è più la stessa Juve, nonostante i progressi di qualche giovane ormai affermato, e di Leoncini in particolare. Proprio Leo tra i protagonisti alla rovescia del finale di stagione: anzi, la stagione manco può finirla. In Juve-Sampdoria 0-1, 25 marzo 1962, si lascia trascinare dai nervi ed il suo nome finisce nella lista nera (con Sivori e Mora) dell’arbitro Grignani. Squalifica, ed arrivederci all’anno dopo, che è anche l’inizio dei secondo periodo juventino del nostro.Arriva Amaral dal Brasile, ed arrivano con lui certe gustose novità tattiche. Per la verità, Leoncini non è dei più coinvolti nel complicato giro di numeri e compiti nuovi assegnati dal trainer: col quattro o col sei sulle spalle, Leo assume semmai una posizione più avanzata, a sostegno dei centrocampisti, con al fianco Del Sol il sivigliano. In questo modo, incide certo più che in passato nell’economia del gioco bianconero. Un gran goal perduto nel nebbione (al Comunale, contro il Venezia), tanto per non perdere l’abitudine a segnare, e per dimostrare ai fan di possedere anche una discreta potenza e precisione di tiro; il resto è ordinaria amministrazione, in un campionato che parzialmente riscatta i bianconeri dalle amarezze dell’anno prima. Il regno di Amaral resiste lo spazio di un campionato, la parentesi di Monzeglio gentiluomo di campagna è anche più breve. È già in arrivo Heriberto Herrera, è l’estate 1964. Leoncini, che pure ormai si è affermato pienamente, deve ancora conoscere i momenti di maggior fulgore agonistico. Nel 1963-64 è stato presente 32 volte.Heriberto, nell’accordargli piena fiducia, lo responsabilizza ulteriormente, chiedendo a lui come agli altri un sempre crescente contributo dinamico. Risultato: Leo diventa insostituibile colonna della Juve “heribertiana”. Non c’è stata metamorfosi tecnica o tattica: terzino o mediano era, terzino o mediano rimane. Come terzino, esaspera la propria tendenza a fluidificare, sorreggendola con un invidiabile senso della posizione. Come mediano, assume compiti di regista arretrato prendendo di volta in volta in consegna il rifinitore avversario. Heriberto ci può contare ad occhi chiusi, sin dal primo campionato, il 1964-65: 31 presenze e 2 reti, una al Genoa nel giorno dello storico cappotto (7-0) e l’altra nel derby di ritorno (1-1). La difesa bianconera risulta quell’anno la meno perforata del torneo ed il prezioso filtro di Leoncini contribuisce in misura determinante al raggiungimento di questo significativo traguardo.Ma l’anno qualitativamente più esaltante per il nostro deve ancora venire. È infatti la stagione successiva, 1965-66, la più valida in assoluto e la più prodiga di soddisfazioni per Leoncini. Migliore anche dell’annata scudetto? Si, almeno a nostro avviso. Lo scudetto numero 13 è frutto di un appassionato lavoro di tutta l’équipe bianconera, e viene faticosamente costruito con le sgobbate domenicali di tutti gli uomini di Heriberto. Il 1965-66 è più in particolare annata monstre per Leoncini, che c’entra tra l’altro in questa stagione l’obiettivo, a lungo inseguito, della maglia azzurra. La classe ed il costante rendimento di Leoncini illuminano la stagione bianconera dall’inizio alla fine.Avviatosi con ottimi auspici, anche nelle vesti di realizzatore (segna tra l’altro una doppietta al Vicenza ed un goal alla Spal), Leo finisce in crescendo raggiungendo il culmine in occasione della classica Juventus-Milan, che si chiude con la netta affermazione dei bianconeri (3-0). Una cosa deliziosa è il duello del nostro con Gianni Rivera: duettare di fioretti, in prospettiva di convocazione azzurra, con Leoncini straripante di furore agonistico, migliore in campo, pure autore di una rete bellissima.Mondino Fabbri lo vuole finalmente nella sua Nazionale che prepara fasti e (soprattutto, ahimè) nefasti dei Mondiali in terra britannica. Siamo all’apogeo: se vogliamo, non fila proprio tutto liscio, almeno all’esordio tra i moschettieri. L’Italia batte sonoramente (3-0 l’Argentina al Comunale torinese), ma non è una bella partita, troppo essendo il nervosismo tra i 22 in campo. Leoncini, ad un certo punto, fa le spese di una situazione fattasi più che delicata, e l’espulsione decretata contro di lui viene un po’ a guastare la gran festa del battesimo in Nazionale. Aprendo a questo punto una doverosa parentesi, occorre dire che certo Leoncini non ebbe la fortuna di entrare nel club Italia in un momento dei più propizi. E questo, inevitabilmente, spiega le sporadiche apparizioni del nostro in maglia azzurra. Ai Mondiali, gioca una sola partita, quella persa di misura contro l’URSS. Contro la Corea, a Middlesbrough, non viene utilizzato.Nel mare delle polemiche seguite alla clamorosa eliminazione, Leoncini si ritrova più fuori che dentro: è già cominciato un nuovo campionato, La Juve naviga in testa ed alla fine vincerà il più sofferto scudetto della sua storia. Leoncini si conferma grande: è presente 31 volte, all’attivo ancora tre reti, tutte nella fase iniziale del torneo. Il secondo periodo del Leoncini bianconero, certamente il più felice e positivo, si conclude praticamente qui.Il terzo e conclusivo periodo juventino del nostro, contrariamente alla norma, non è caratterizzato da declino e progressivo emarginamento. Leoncini fornisce, sino alla vigilia degli anni settanta, il suo costante e prezioso contributo di gioco, risultante ancora tra i più presenti; anzi, il più presente. 20 volte gioca Leo nel 1967-68, e per certi versi è anche più consistente il suo contributo l’anno dopo, ultimo dell’era “heribertiana”. Si potrebbe chiosare ognuna delle 30 partite giocate da Leo in quel campionato disputato dalla Juve ad un livello inferiore alle attese dei supporter per una serie infinita di ragioni. A trentuno anni, Leoncini fornisce una prova di grande attaccamento ai colori juventini ricucendo le file di una formazione ricca di freschi talenti ma povera di amalgama e di mentalità vincente. Ancora due goal: uno al Pisa e l’altro alla Sampdoria, nell’ultima giornata del torneo.Chi può dire se è più bravo il Leoncini comprimario dei rodomonteschi Charles e Sivori o quello, ben più maturo ma ancora più che mai sulla breccia, che accompagna la Juve nel trapasso agli anni settanta nuovamente prodighi di successi esaltanti?Sono due aspetti neppur troppo diversi del personaggio juventino, che crea in 12 stagioni di servizio i presupposti per una leggenda niente male: 289 presenze, comprendendo nel conto anche i 13 gettoni messi assieme l’anno dopo, agli ordini prima di Carniglia e poi di Rabitti. 289 presenze, proprio come un altro grande difensore del passato, a nome Piero Rava: il paragone è forse irriverente? Crediamo di no. Leoncini ha vinto molto, tre scudetti e tre Coppa Italia sono un bottino grande; anche il suo personaggio, di troppo fresca memoria forse per essere suscettibile di valutazioni più distaccate, è figura decisamente di primo piano. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/gianfranco-leoncini.html
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GIANFRANCO LEONCINI https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Leoncini Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 25.09.1939 Luogo di morte: Chivasso (Torino) Data di morte: 05.04.2019 Ruolo: Mediano Altezza: 176 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: Leo Alla Juventus dal 1958 al 1970 Esordio: 12.04.1959 - Serie A - Vicenza-Juventus 1-0 Ultima partita: 12.04.1970 - Serie A - Lazio-Juventus 2-0 384 presenze - 25 reti 3 scudetti 3 coppe Italia Gianfranco Leoncini (Roma, 25 settembre 1939 – Chivasso, 5 aprile 2019) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo mediano o terzino sinistro. Gianfranco Leoncini Leoncini alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano, terzino sinistro) Termine carriera 1974 - giocatore 1976 - allenatore Carriera Squadre di club 1958-1970 Juventus 384 (25) 1970-1972 Atalanta 65 (0) 1972-1973 Mantova 28 (0) 1973-1974 Atalanta 29 (1) Nazionale 1966 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1975-1976 Atalanta Vice 1976 Atalanta Biografia Nato a Roma, la sua famiglia era originaria di Piani Poggio Fidoni, nei pressi di Rieti. Contrasse la leucemia nel corso degli anni 1980, riuscendo a guarirne completamente; al riguardo venne interrogato dal magistrato Raffaele Guariniello nel corso della sua indagine sulle malattie, in particolare la sclerosi laterale amiotrofica, diagnosticata a vari ex calciatori. È morto nel 2019, all'età di 79 anni, all'ospedale di Chivasso dove era ricoverato da tempo. Carriera Giocatore Club Leoncini all'Atalanta nella prima metà degli anni 1970 Ha legato la gran parte della carriera alla Juventus, dove ha giocato per dodici stagioni nei ruoli di mediano e terzino sinistro. Ha poi terminato la carriera nell'Atalanta, dove ha militato per tre anni, inframezzati da una stagione nel Mantova. Nazionale È stato convocato per la prima volta nella nazionale il 22 giugno 1966, in Italia-Argentina (3-0), dove ha fatto il suo esordio venendo espulso nell'ultimo minuto. Successivamente ha fatto parte della rosa azzurra che ha partecipato al campionato del mondo 1966 in Inghilterra. Allenatore Al termine dell'attività agonistica, nelle ultime 3 partite della stagione 1975-1976 è subentrato al dimissionario Giancarlo Cadè sulla panchina dell'Atalanta, in Serie B, riuscendo a salvare la squadra orobica dalla retrocessione con 3 vittorie in altrettanti incontri. Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960, 1964-1965 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1959-1960, 1960-1961, 1966-1967
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LUIGI FUIN https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Fuin Nazione: Italia Luogo di nascita: Cologna Veneta (Verona) Data di nascita: 22.02.1928 Luogo di morte: Morlupo (Roma) Data di morte: 05.11.2009 Ruolo: Centrocampista Altezza: 177 cm Peso: 71 kg Soprannome: Gegé Alla Juventus dal 1958 al 1959 Esordio: 07.09.1958 - Coppa Italia - Sampdoria-Juventus 2-3 Ultima partita: 17.05.1959 - Serie A - Juventus-Alessandria 2-2 12 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Luigi Fuin detto Gegé (Cologna Veneta, 22 febbraio 1928 – Morlupo, 5 novembre 2009) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Luigi Fuin Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - giocatore 1967 - allenatore Carriera Giovanili Cologna Veneta Squadre di club 1946-1947 Cologna Veneta ? (?) 1947-1949 Verona 18 (3) 1949-1951 Palermo 53 (0) 1951-1958 Lazio 147 (3) 1958-1959 Juventus 12 (0) Carriera da allenatore 1963-1964 Lazio Allievi 1966-1967 Viterbese Caratteristiche tecniche Una formazione della Lazio del 1953-1954: Fuin è l'ultimo accosciato a destra. Mediano prestante fisicamente, in qualche stagione fu impiegato in posizione più avanzata nella quale dimostrò di possedere doti tecniche e di palleggio. Carriera Ha disputato 10 campionati in Serie A, di cui due con il Palermo, sette con la Lazio e uno con la Juventus, totalizzando complessivamente 208 presenze e 3 reti in massima serie. Ha collezionato inoltre 18 presenze e 3 reti in Serie B, tutte con la maglia del Verona. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959
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ERNESTO CASTANO Per ben due volte rischiò che la sua carriera fosse finita, per ben due volte tornò in campo, nonostante i medici gli avessero detto che non avrebbe più potuto farlo. È la storia di uno straordinario uomo di calcio, Ernesto Castano, per tutti Tino, «Il terzino di maggior classe mai avuto dalla Juventus», garantisce chi ha giocato con lui.Cominciò la sua carriera come terzino per diventare, nelle ultime stagioni, un libero di grande stile, diventando un ostacolo invalicabile per gli avversari, nonostante sembrasse reggersi precariamente sulle gambe. «Molti pensano che giochi pesante, ma è sbagliato. Gioco con vigore, ma in maniera corretta. Forse è il mio atteggiamento, il mio volto spesso imbronciato che mi fa passare per un duro». Un giornalista, dopo l’ultima lunga convalescenza e il ritorno alle partite gli chiese quale fosse il sogno più bello che avrebbe voluto veder realizzato. Lui rispose sorpreso: «Ma è la realtà di oggi; tutto quello che ho è già un magnifico sogno realizzato».Nato a Cinisello Balsamo, paese alle porte di Milano, il padre era proprietario di un negozio di biciclette e avrebbe sognato per lui un futuro da ciclista. Invece, Tino, scelse il pallone: prima all’oratorio, poi nella squadretta locale in seconda divisione, quindi al Legnano in Serie B e retrocesso, subito dopo alla Triestina pure in Serie B.Tino arrivò alla Juventus nel 1958: la sua prima maglia bianconera aveva lo scudetto e la prima stella, appena conquistati. Debuttò in novembre, al posto di Ferrario nella trasferta di Bari, la domenica dopo un’epica partita che la Juventus aveva perduto in casa con il Milan, con la gente assiepata ai bordi del campo: un incredibile 4-5, causato soprattutto dalle clamorose distrazioni della difesa bianconera. Giocò, in quella stagione, 16 partite sia come centromediano sia come terzino e diventò subito una delle rivelazioni di quel campionato.Il grande Viri Rosetta, che lo seguiva da tempo, aveva capito che quel ragazzo avrebbe fatto molta strada. Lo aveva visto affrontare, deciso e scattante, il temibile Montuori, ala della Fiorentina, un tipo tutte finte, trucchi e scatti, difficilissimo da fermare. Di Tino disse, nella primavera del 1959: «In campo non scherza mai; sia contro una prima linea di grandi assi come quella viola, sia in allenamento contro i ragazzini, Castano “entra” con la stessa decisione, la stessa grinta. Di testa è un ottimo colpitore e la stessa statura lo aiuta insieme a doti di elevazione notevoli». A chi gli chiedeva se sarebbe diventato un futuro titolare nella Juventus, Rosetta rispondeva, con la cautela del grande esaminatore: «È serio, forte di carattere, vuole arrivare. Ha insomma molte possibilità di riuscire».Sette mesi più tardi Castano era il terzino destro della Juventus, avviata a vincere l’undicesimo scudetto, e debuttava in Nazionale. Firenze, 29 novembre 1959, Italia-Ungheria. Non era più l’Aranycsapat, non c’erano più Puskás e Kocsis, Boczik e Czibor, ma i giovani che li sostituivano erano i degni successori di quella fantastica squadra. Uno dei più temibili era Fenyvesi, ala sinistra: il ventenne Castano seppe affrontarlo in una gara impeccabile per stile e freddezza. Gli attaccanti ungheresi giurarono che raramente si erano trovati di fronte un difensore tanto deciso; gli addetti ai lavori dissero che la Nazionale italiana aveva scoperto un terzino di classe completa, gran battitore, acrobata, incontrista di brusca fermezza.Castano giocò altre 7 partite di campionato e alla fine di gennaio dovette farsi togliere il primo menisco al ginocchio destro; i medici gli dissero che difficilmente avrebbe potuto continuare a giocare. Undici mesi dopo, a Lecco, scese di nuovo in campo.Giocò un’altra serie di partite, ancora una rincorsa allo scudetto (il dodicesimo), poi, un giorno, quella dolorosa fitta che oramai conosceva bene: di nuovo in clinica, stavolta per operare un menisco, quello esterno, del ginocchio sinistro.Era il 1961, un anno che Castano non avrebbe dimenticato facilmente; fece appena in tempo a tornare in campo e si trovò nuovamente in sala operatoria, ancora il ginocchio sinistro per togliere il menisco che restava. L’intervento, purtroppo, non riuscì bene e si rese necessaria un’altra operazione in Francia. Questa volta era finita davvero: «Il suo ginocchio non potrà guarire completamente, deve rassegnarsi – gli dissero i medici – l’arto non potrebbe più reggere allo sforzo di una gara».«Sembrò che il mondo fosse diventato buio», disse. Aveva solamente 22 anni, ma ricominciò ad allenarsi, nonostante dolori lancinanti, senza mai arrendersi: corse, ginnastica, palleggi, l’aiuto materno della società, le prime partite non impegnative.Il libero con le ginocchia di vetro tornò in campionato, stavolta per giocare interi campionati. Si erigeva in mezzo all’area, in precario equilibrio, ma usciva autoritario dalle mischie, fermava gli avversari, spediva splendidi palloni con nitidi allunghi di 40 metri ai compagni dell’attacco. Era seguito dall’ammirazione e dall’incredulità per quelle due fragili ginocchia che sembravano mandare sinistri scricchiolii a ogni improvviso e brusco scatto.Fece in tempo a vincere un altro scudetto, quello di Heriberto, nel campionato 1966-67: lui e Salvadore, al centro della difesa, erano l’anima di una squadra che non si arrendeva mai, proprio come il suo capitano: Tino Castano.Rientrò anche in Nazionale, nove anni dopo quella domenica fiorentina contro gli ungheresi. Fu a Napoli, contro la Bulgaria: in porta aveva lasciato Buffon e ora trovava un debuttante che sarebbe entrato nella leggenda: Dino Zoff. Giocò ancora 5 partite, diventando anche Campione d’Europa.La prima domenica di aprile del 1970, l’anno dello scudetto del Cagliari, a Torino contro il Brescia, giocò l’ultima partita in maglia bianconera; aveva 31 anni.Aveva cominciato tra Emoli e Fuin, chiudeva tra Morini e Cuccureddu, ma dietro questi dati storico statistici c’era una stupenda lezione di vita, una straordinaria rivincita sul destino. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1969Se al professor Nobel fosse venuto in mente di istituire un premio anche per la sfortuna, crediamo che Tino Castano sarebbe fra i più autorevoli candidati: infatti, nella sua carriera calcistica, vale a dire in una decina di anni, ha subito ben tre dolorose asportazioni di altrettanti menischi, e tutti sanno che togliere il menisco a un giocatore è come levargli il pane. Per cui il libero bianconero e della Nazionale è costretto a giocare con un solo, autentico menisco d’oro. Nonostante tutte queste passate avversità, Tino non si è mai dato per vinto, ha lottato a denti stretti per superare la cattiva sorte e, ancor oggi, a trent’anni compiuti, è un grosso giocatore, esempio per tutti i compagni. Farà certamente piacere a tutti i tifosi juventini conoscere qualcosa di più del nostro, come giocatore e come uomo.Tino, tutti dicono che sei vecchio, tu cosa rispondi? «Come carriera magari, come atleta certamente no; adesso, e lo dico senza falsa modestia, mi sento fisicamente fresco come un ragazzino di vent’anni; quando sarò veramente da buttare sarò io il primo a dirlo».In tutti questi anni cosa hai dato alla Juve? «Nulla di più di tanti altri giocatori; oltre a questi tre menischi».E la Juve cosa ha dato a te? «Moltissimo; i dirigenti hanno sempre avuto fiducia in me anche nei momenti brutti, anche quando sembrava che dovessi dare addio al calcio; mi hanno permesso di riprendermi dagli infortuni e tornare integro ai campi di gioco; d’altra parte anche la Società mi deve qualcosa perché non ha perduto il suo capitale; diciamo che è stato, e lo è tuttora, un felice connubio».Quando smetterai di giocare, ti piacerebbe fare l’allenatore? «Per piacermi sì, certo che in Italia è una professione molto difficile; penso comunque di avere tanta pazienza per insegnare; altre doti dovrò dimostrarle; adesso comunque, oltre che giocare, ho una ditta, in società con un amico, di recuperi metallici, che magari mi permetterà, fra qualche anno, di intraprendere la carriera del trainer senza trascurare gli affari».Cosa proverai quando dovrai attaccare le scarpe al chiodo? «Spero che quel giorno sia il più lontano possibile; certo sarà un momento di infinita tristezza, quasi come perdere una persona amata; per ora non voglio nemmeno pensarci».Anni fa hai subito tre interventi difficilissimi al ginocchio e temevi addirittura di non poter più giocare: chi ti ha aiutato maggiormente con parole e con fatti? «I miei familiari, la mia fidanzata, che adesso è mia moglie, e tutta la Juventus, dall’allora presidente Umberto Agnelli, a Giordanetti, al socio bianconero e amico Peyrani».Quando entri sull’avversario non pensi qualche volta alle tue ginocchia scricchiolanti? «Se ci pensassi darei subito le dimissioni».Cosa si prova a calciare, dribblare, scattare, con un menisco solo anziché quattro? «Beh, una certa differenza c’è; con le ginocchia completamente a posto puoi fare tutti i movimenti che vuoi; invece io, per ottenere ciò, ho dovuto sottopormi a un attento studio: adesso comunque, proprio grazie a questi sacrifici, il mio rendimento è tale e quale quello ante operazioni».Se, naturalmente senza volerlo, ti capitasse di rompere la gamba a un avversario, cosa proveresti? «Non mi è mai capitato perché sono abituato a entrare sulla palla, magari duro ma, ripeto, sempre sulla palla e mai, assolutamente, con l’intenzione di fare male: anche perché ho tanto sofferto e non vorrei che un altro provasse ciò che ho provato io».Quale avversario ricordi fra i più leali e simpatici? «Moschino e De Sisti».E fra quelli più cattivi? «Uno solo e non me lo scorderò per tutta la vita, Cucchiaroni: è quello che mi ha rovinato la gamba».Come si è svolto l’incidente? «Si giocava Juventus-Sampdoria; a un certo momento ho voltato le spalle al suddetto giocatore per passare la palla indietro a Cervato e quello mi ha tirato una pedata al ginocchio; negli spogliatoi mi ha poi chiesto scusa, ma intanto il male era fatto, e che male!»Potessi tornare indietro c’è qualcosa che non rifaresti? «Girare le spalle a Cucchiaroni!»Tino, quale è secondo te l’arbitro, più bravo e simpatico? «Sbardella: è preparato, severissimo, ma non ti fa sentire il comando; chiacchiera e discute senza mai salire in cattedra; in altre parole si fa obbedire senza usare il bastone, ma soltanto direi con il sorriso e la persuasione».È vero che sei un musone? «Non sono chiacchierone, ecco; forse do l’impressione, a chi non mi conosce a fondo, di essere magari antipatico, ma non è assolutamente vero».I giornalisti, lo sappiamo per esperienza personale, quando hanno da farti un’intervista o chiederti un parere su questa cosa o su quell’altra, ti possono telefonare a casa e tu ogni volta rispondi, oltre che con competenza, con cortesia. «Lo ritengo una cosa doverosa; siamo entrambi, in diversi campi, dei professionisti; mi chiedete un piccolo aiuto ed io ve lo do, ben volentieri».Nelle tue interviste sei sempre sincero? «Quasi sempre; a volte è più opportuno non dire la verità, attenuarla, specie se ciò che si dovrebbe dire farebbe del male alla Società oppure a qualche compagno».Sei mai stato squalificato? «Sì, alcuni anni fa, quando allenatore era Monzeglio. Si giocava Juventus-Torino ed io scesi in campo particolarmente nervoso; come del resto un po’ tutta la squadra, in quel periodo; fatto sta che persi il controllo dei nervi e mi feci sbattere fuori».Aveva ragione l’arbitro di espellerti? «Mille e una».Sappiamo che tua mamma e tua moglie, ogni volta che giochi allo stadio, ti vengono a vedere; non hanno paura? «Nei primi tempi sì; adesso si sono abituate al gioco».Se fai una brutta partita, a casa ti criticano? «Critiche feroci, ti assicuro! Peccato che di calcio capiscano poco!»C’è qualcosa delle regole del calcio che vorresti cambiare, sul fuorigioco, oppure allargare le porte per vedere di segnare più goal? «Io lascerei tutto come sta; se abolissero il fuorigioco troverebbero subito una contro tattica: in quanto alle porte cosa vuoi allargare? Se nessuno tira in rete come si fa adesso in Italia, a cosa serve?»Tino, cosa pensi dei tifosi bianconeri? «A mio parere sono un po’ troppo freddi; se ci incoraggiassero sempre come lo scorso anno in Coppa dei Campioni, le cose andrebbero certamente meglio».Sei soddisfatto della tua carriera? «Al cento per cento; dieci anni fa non pensavo di arrivare a tanto».Sulla guida telefonica non è segnato il tuo nome, come mai? «È sotto quello di mia moglie; prima mi capitava che nel cuore della notte un tifoso mi svegliasse per chiedermi cosa pensavo di Mazzola, oppure mi pregava di vincere la partita perché lui aveva scommesso una cena; cose di questo genere: di giorno tutto va bene, ma la notte è sacra».Come si chiama la tua bambina? «Stefania, ha tre anni».Ne farai una calciatrice? «Assolutamente no; se come mi auguro avrò un maschio si, la femmina lasciamola a lavori e a svaghi più delicati».Tu vuoi molto bene ai bambini; sappiamo che vai spesso a visitare istituti e collegi che ospitano piccoli infelici, spastici, orfani, poliomielitici. «Costa così poco donare un’ora di felicità a tanti esseri disgraziati; forse è un modo come un altro per ringraziare il buon Dio della sua protezione nei miei riguardi. Vuoi sapere una cosa? Quando esco da quei luoghi sono più contento io di loro».ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT, DEL 14 DICEMBRE 2012Si è trascinato le sue ginocchia di vetro per tanti anni alla Juve, il suo è stato un esempio di tenacia, di resistenza al dolore, a menischi asportati, a cartilagini erose dalla fatica, dai tackle, dai contrasti, dalla marcatura sull’uomo più pericoloso della domenica. Perfino lui stesso si è meravigliato di come fosse riuscito a fare tanta strada, a durare così a lungo nel calcio e, soprattutto, nella Juventus, di un dottor Umberto Agnelli, che, una volta intuito la sua straordinaria voglia di giocare, lo circondava di attenzioni e convocava a Torino i più grandi luminari dell’ortopedia europea.Tino, dunque, sorretto da tante “fedi”: quella verso se stesso («La morte di mio padre quando ero adolescente deve avermi temprato il carattere»), quella verso Dio («Anche quando giocavo, alla domenica non perdevo mai Messa!») e quella verso la Juventus.Castano, ma cos’è che l’ha fatta resistere a tanti infortuni? «La passione, la quale mi aveva accompagnato quando giocavo da bambino all’oratorio. È stato difficile, non lo nascondo, andare avanti, ho lottato, e qualcosa ho fatto».Tino, perché? «Perché mia mamma mi chiamava Ernestino. Mamma Maria faceva la mamma. Abitavamo in un paese, Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, il papà, Ambrogio, invece, costruiva biciclette e gestiva un negozio artigianale. Mio papà, siccome costruiva biciclette, sognava che io corressi sui pedali. Ma, io ho continuato a giocare a calcio e a lui non piaceva tanto quello sport. Ad ogni modo, mio papà è mancato quando io avevo solo tredici anni. Avevo un fratello, Giuseppe, che ha giocato a calcio anche lui, finendo alla Juventus per poi smettere».Balsamo, sotto il Comune di Cinisello Balsamo, sarà stato, allora, un paese di operai. «Sì, però, in quei due paesi sono usciti tantissimi giocatori perché eravamo provvisti di oratori e si imparava a giocare a calcio. Da questi sono venuti fuori Trapattoni, Prati (che era proprio del mio paese, Cinisello), Lodetti, tanti altri».L’avversario più difficile da marcare, chi è stato? «Gento del Real Madrid. Era l’ala sinistra dei bianchi e aveva una velocità mostruosa. Non solo, ma ti puntava. Non c’era il libero e, allora, bisognava stare molto attenti, bisognava essere molto guardinghi in difesa».Il più bravo al mondo, per lei? «Pelé! L’abbiamo incontrato, noi della Juve, una sola volta, a Torino, durante una tournée del centenario dell’Unificazione dell’Italia. Mi ricordo che era forte, ma, non mi impressionò più di tanto perché, essendo un’amichevole, i brasiliani quella volta presero la partita un po’ allegramente. Ciononostante, era un grande giocatore. Dei centravanti che mi hanno dato fastidio, comunque, ce ne sono stati: dall’inglese in forza all’Inter Gerald Hitchens ad Angelillo (molto bravo, un centravanti duro da marcare), e tanti altri che ora rischio di omettere, di non ricordare secondo i loro grandi meriti».Perché venne definito, oltre che diligente sull’uomo, anche molto intelligente e colto? Era più avanti negli studi rispetto agli altri compagni bianconeri? «No, no, per me il calcio era tutto, per cui cercavo di fare tutto quello che si doveva. Infatti, quando sono arrivato alla Juventus, un mio grande maestro è stato Carlo Parola, è stato lui a farmi diventare un giocatore vero. Anche perché, con quattro menischi fatti, giocare ancora in Serie A come ho giocato negli ultimi anni, non è stato facile».Lei ha un conto in sospeso con chi le ha fatto del male: Ernesto Cucchiaroni, l’ala sinistra argentina, prima al Milan, in forza poi alla Sampdoria. «Cucchiaroni, già, proprio lui! Sapeva che mi ero operato al ginocchio destro, però, lui mi ha fatto un’entrata cattiva, da dietro, e quella volta il ginocchio è proprio andato. Avevo già polverizzato due menischi, e avevo rotto il tendine principale, tant’è che ancora adesso, quando mi fanno le radiografie, gli ortopedici mi dicono: “Tu non hai più neanche la cartilagine”. Il ginocchio, causa le distorsioni riportate, continuava a gonfiarsi sempre, e, allora, giù valanghe di terapie. Che hanno finito per bruciare perfino i rimasugli della cartilagine e di quello che era rimasto del tendine. Ogni tanto anche adesso mi si gonfia il ginocchio».Non le ha mai chiesto scusa? «No, ma la Juventus, nel corso degli anni, quando sapeva che l’argentino era in campo, aveva il buon senso di non schierarmi mai. Perché veramente non so come si sarei comportato contro di lui».Lei ha giocato nella Juventus del dottor Umberto Agnelli. «Sì, molto probabilmente quando il dottor Umberto aveva capito che, nonostante i gravi e numerosi infortuni non volevo smettere, è come se fossi diventato un po’ il suo pupillo. L’Avvocato veniva qualche volta nello spogliatoio, ma, il nostro presidente allora era il dottor Umberto. Mi ricorderò sempre quella volta a Milano, Milan-Juventus, con le mie ginocchia scricchiolanti, Liedholm mi si fa incontro, fa la finta, ed io mi faccio la distorsione al ginocchio. E, siccome non erano concesse le sostituzioni, sono stato in campo fino alla fine, stringendo i denti e con un ginocchio spappolato. Senza confidare al mister e ai compagni che subivo dolori lancinanti. E, al lunedì, in albergo, quando mi svegliai, mi ritrovai un ginocchio gonfio come un melone. Mi venne a trovare il dottor Umberto, che si sincerò sulle mie condizioni: “Presidente – risposi – mi sono fatto male dopo una ventina di minuti dall’inizio della partita, e non ho ritenuto valido manifestarlo ai miei compagni o al mister. “Ma, perché?” mi chiese il presidente. “A me piace stare in campo”. E lui, al martedì, mi chiamò in sede e mi consegnò una lettera (che ancora adesso ogni tanto mi diverto a rileggere) e una busta con dentro 100.000 lire, ovvero il premio doppio della vittoria. Se ho potuto giocare tutti quegli anni alla Juventus è stato proprio perché lui mi aveva considerato un uomo vero e, sempre lui, mi ha mandato in Inghilterra e in varie parti d’Europa per sottopormi a visite. Poi, quando in Italia giunse il “mago delle ginocchia”, l’ortopedico-traumatologo francese Albert Trillat, mi fece operare e lo faceva venire ogni volta alla domenica prima della partita. E, così per tutta l’annata: per legarmi il ginocchio e per approntarmi le migliori cure del caso, al fine di resistere in campo e di scongiurare ogni altra ricaduta o, alla peggio, per lenire il dolore. Sono convinto che, diversamente, avrei smesso di giocare prima, molto tempo prima, senza aver ricevuto tutte quelle attenzioni».Con chi lei legava maggiormente in quella Juventus? «In quegli anni, con Sivori. Lui era sposato, io ero scapolo, durante la settimana passava di casa a prendermi, facevamo un giretto, insomma, era molto legato a me».Lei ha anche giocato, in Coppa dei Campioni, contro Alfredo Di Stéfano. «Era bravissimo, ma a me davano fastidio coloro che giocavano un po’ alti, dal fisico potente. Di Stéfano era molto tecnico, possedeva notevole classe, ma si poteva giocargli contro».Mai un’autorete? «Mai un’autorete, mai un goal. Quando giocavo terzino arrivavo al massimo fino a centrocampo. Guai passare la metà campo!»Mai espulso? «Sì, una giornata dopo un derby contro il Torino. Avevo compiuto un intervento un po’ cattivo su Giorgio Ferrini e ho preso una giornata».Rammarichi? «Sì, ne ho avuti, perché era dura giocare tutti quegli anni con le ginocchia senza menischi e senza tendini. E oltretutto sui campi che c’erano allora: fatti di fango, di croste di ghiaccio, stando sempre attento a girarmi, a come mettere giù il piede».Quando è che ha pianto di commozione? «Nel calcio ho provato tante soddisfazioni e ho pianto di dolore ogni volta che entravo in sala operatoria. Adesso, oramai passati tutti questi anni, la commozione l’ho provata quando sono andato al funerale di Rino Ferrario, mio paesano di Balsamo. Mi ricorderò sempre che, quando arrivai alla Juventus, lui giocava centromediano ed io nella squadra Riserve. A un certo punto, dopo un paio di partite, lo vidi recarsi da Carlo Parola dicendogli: “Questo ragazzino di diciannove anni è più forte di me. Bene, mister, quando è che lo fai giocare al posto mio?” E, da quella volta, Parola mi impiegò come centromediano. Trovare un compagno di squadra e di ruolo che suggerisce la candidatura di un potenziale concorrente non esiste proprio oggi».Lei e la Nazionale. «Ho esordito a diciannove anni, con già un menisco fatto. Poi, sono ritornato negli Europei vinti a Roma, e ho disputato la semifinale vinta a Napoli, contro l’URSS, con il lancio della monetina e poi ho disputato la prima finale contro la Jugoslavia, mentre la seconda non l’ho giocata perché mi ero fatto male».La punta italiana più forte che ha dovuto marcare? «Riva, mi dava fastidio giocargli contro, perché era bravo. Calciava forte, saltava bene di testa, era potente. Quello sì che era forte, eh!»Un derby particolare contro il Toro? «Mi ricorderò sempre il primo derby in cui ho giocato il centravanti granata che era stato preso dalla Fiorentina, Virgili: ebbene, al primo colpo, mi fece tre goal! È stato il più triste derby che ho disputato nella mia carriera».E di Cervato, che ricordo ha? «Giocava allora centromediano, al posto di Ferrario, e guidava noi giovani della difesa con un “Copri di lì, fai questo, fai quest’altro!”, proprio come una chioccia. Io terzino destro, Benito Sarti terzino sinistro. Ci prendeva per mano come suoi figli ed è stato interessante per me e Benito giocargli assieme».Ha giocato anche libero. «Ho iniziato come terzino poi, quando non c’era il libero ho fatto il centromediano, e infine il libero».Era superstizioso? «Sì, abbastanza: alla domenica le stesse cose da indossare, gli stessi riti da svolgere, in ritiro anche. Ma un po’ tutti i giocatori nel calcio sono superstiziosi».Crede in Dio, nell’Aldilà? «Credo in Dio, ci ho sempre creduto davvero. E credo anche nell’Aldilà. Non saprei dirle come me l’immagino, ma, sarà un bel vivere per coloro che si sono comportati bene nell’al di qua. Ho qui davanti a me un articolo di un mio compagno di squadra della Juventus che poi è diventato giornalista: Angelo Caroli. Era terzino delle Riserve, dietro di me, io giocavo sempre, lui poco. E in questo articolo che ha titolato “Quando il nonno di ferro si rompeva” è impressionante quello che riporta del modo con cui ha vissuto dietro di me, e per lui ero veramente un idolo. Sembro Sivori, da quello che scrive Angelo su di me. Io ci credo a quello che scriveva, perché Angelo era davvero un buon terzino. Giocava solo quando io mi facevo male al ginocchio”.Cos’è che le dà fastidio? «Mi dà fastidio vedere certi bambini che vivono male, che sono senza cibo, non c’è un’armonia, un giusto equilibrio: ci sono troppi ricchi e troppi poveri, non una via di mezzo. E questo mi dispiace».I bambini ammalati: so che lei, quando era alla Juve, quando poteva si recava a trovarli. «Infatti, andavo da tutti i bambini, anche a quelli che non stavano male, negli ospedali, ma che solamente mi venivano incontro. Mi piaceva sentire cosa dicevano. Adesso vivo i maggiori momenti di gioia quando ho i miei nipotini che girano per la casa».Il più complimento ricevuto da un avversario? «Ricordo Renato Cesarini che è quello che mi ha fatto esordire in bianconero. Ebbene, quella volta eravamo a un pranzo della Juventus. Vicino a lui c’era il dottor Umberto Agnelli ed io ero poco lontano. Si parlava ovviamente di calcio. Si voltarono entrambi verso di me e Cesarini disse al dottor Umberto: “Scommettiamo quell’orologio che ha sul braccio che quel ragazzo là alla prima convocazione in azzurro, esordisce?” “Ma, Renato, lasci perdere, suvvia: lei ha sempre voglia di scherzare!” E, invece, il mio estimatore ebbe ragione. Cesarini, riteneva che fossi il più forte terzino che l’Italia potesse esprimere allora». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/ernesto-castano.html
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ERNESTO CASTANO https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Castano Nazione: Italia Luogo di nascita: Cinisello Balsamo (Milano) Data di nascita: 02.05.1939 Luogo di morte: Cinisello Balsamo (Milano) Data di morte: 05.01.2023 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 81 kg Nazionale Italiano Soprannome: Tino Alla Juventus dal 1958 al 1970 Esordio: 23.11.1958 - Serie A - Bari-Juventus 1-1 Ultima partita: 05.04.1970 - Serie A - Juventus-Brescia 1-0 340 presenze - 3 reti 3 scudetti 3 coppe Italia Campione d'Europa 1968 con la nazionale italiana Ernesto Càstano (Cinisello Balsamo, 2 maggio 1939 – 5 gennaio 2023) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Campione europeo con la nazionale italiana nel 1968. Ernesto Castano Castano alla Juventus nel 1967 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 81 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1971 Carriera Giovanili 1948-1956 Balsamese Squadre di club 1956-1957 Legnano 26 (0) 1957-1958 Triestina 31 (0) 1958-1970 Juventus 340 (3) 1970-1971 Lanerossi Vicenza 5 (0) Nazionale 1959-1969 Italia 7 (0) Palmarès Europei di calcio Oro Italia 1968 Biografia Il fratello minore Giuseppe (1942) è stato a sua volta un calciatore, con una carriera nelle giovanili della Juventus e in seguito nelle serie minori italiane. Caratteristiche tecniche Poteva giocare indifferentemente come stopper, libero o terzino, in un tourbillon tattico che si protrasse per l'intera carriera agonistica. Proprio tale duttilità, in un calcio che stava iniziando a porre sempre più attenzione anche sui sistemi difensivi, ne fece a posteriori un precursore nell'evoluzione vissuta dal ruolo del difensore centrale: «coraggioso, fisicamente prestante, dotato di un passo corto e rapido», si poneva come un elemento che, oltre alla marcatura, era capace di comandare l'intera retroguardia nonché proporsi occasionalmente anche in fase offensiva per cercare la rete. Descritto come «carattere d'acciaio, ginocchia di cristallo», la sua carriera fu minata da numerosi infortuni: in particolare, seppe superare la rottura di tre menischi, in un'epoca in cui un simile infortunio poteva spesso significare la fine anticipata dell'attività. Carriera Club Castano (in piedi, secondo da destra) nel Legnano del 1956-1957 Cresciuto nella Balsamese, nel 1956 passò in Serie B al Legnano con cui si affermò immediatamente titolare nonostante fosse appena diciassettenne. L'anno successivo approdò alla Triestina, sempre tra i cadetti, con cui vinse il torneo cadetto del 1957-1958 prima di accasarsi l'estate seguente alla Juventus. Coi bianconeri esordì in Serie A il 22 novembre di quell'anno contro il Bari, a vent'anni, quando i torinesi avevano appena vinto il loro decimo scudetto. Pur giocando saltuariamente, fece parte della squadra del Trio Magico che fece suoi i titoli italiani del 1960 e 1961, nonché le Coppe Italia del 1959 e del 1960. Tra i suoi successi all'ombra della Mole si contano anche un'altra coppa nazionale, nel 1965 – anno in cui divenne inoltre capitano dei piemontesi –, e lo scudetto del 1967, rimasto nella memoria collettiva per il sorpasso all'ultima giornata sulla Grande Inter di Helenio Herrera. Chiuse la carriera all'età di trentadue anni, nel 1971, dopo una manciata di presenze con il Lanerossi Vicenza. Nazionale Castano in Nazionale Nonostante nella Juventus fosse diventato titolare fisso solo nel 1962, già negli anni precedenti arrivò in nazionale, con cui scese in campo la prima volta il 29 novembre 1959 a Firenze nella sfida contro l'Ungheria. In azzurro, pur giocando solo 7 partite nell'arco di un decennio (più 3 con la nazionale B), peraltro quasi tutte concentrate nel biennio 1968-1969, partecipò al vittorioso campionato d'Europa 1968 scendendo in campo dapprima nei quarti contro la Bulgaria, poi nella semifinale vinta al sorteggio contro l'Unione Sovietica e infine nella prima finale contro la Jugoslavia. Dopo il ritiro Una volta chiusa l'attività agonistica tornò alla Juventus dove, nel corso degli anni 70, lavorò come allenatore nel settore giovanile. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Triestina: 1957-1958 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960, 1964-1965 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1959-1960, 1960-1961, 1966-1967 Nazionale Campionato d'Europa: 1 - 1968 Onorificenze Medaglia di bronzo al valore atletico «Campione italiano professionisti» — Roma, 1967. Medaglia d'argento al valore atletico «Campione europeo» — Roma, 1968.
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OMAR ENRIQUE SIVORI https://it.wikipedia.org/wiki/Omar_Sívori Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: San Nicolás de los Arroyos Data di nascita: 02.10.1935 Luogo di morte: San Nicolás de los Arroyos Data di morte: 17.02.2005 Ruolo: Attaccante Altezza: 163 cm Peso: 59 kg Nazionale Italiano e Argentino Soprannome: El Cabezon Alla Juventus dal 1957 al 1965 Esordio: 08.09.1957 - Serie A - Juventus-Verona 3-2 Ultima partita: 23.05.1965 - Serie A - Foggia-Juventus 1-0 253 presenze - 167 reti 3 scudetti 3 coppe Italia 1 coppa delle Alpi 1 Pallone d'oro 1961 «Sívori è più di un fuoriclasse. Per chi ama il calcio è un vizio.» (Gianni Agnelli) Enrique Omar Sívori (San Nicolás de los Arroyos, 2 ottobre 1935 – San Nicolás de los Arroyos, 17 febbraio 2005) è stato un calciatore e allenatore di calcio italo-argentino che, nel corso della sua carriera agonistica, rappresentò sia l'Argentina che l'Italia e militò nei club del River Plate, della Juventus e del Napoli; in panchina fu anche commissario tecnico dell'Albiceleste all'inizio degli anni 1970. Chiamato El Cabezón per la folta capigliatura scura che spiccava sul corpo minuto, Sívori vinse con la maglia della Selección la Copa América 1957 mentre, tra le file di River Plate e Juventus, ottenne 6 titoli e 2 coppe nazionali. In carriera mise a segno 147 reti nel campionato italiano e 17 con le casacche di Argentina e Italia; detiene inoltre, assieme a Silvio Piola, il record del maggior numero di gol segnati in una singola partita della Serie A: il 10 giugno 1961 siglò infatti 6 reti nella gara Juventus-Inter (9-1) della stagione 1960-1961. È considerato uno dei giocatori più forti di tutti i tempi: insignito nel 1961 del Pallone d'oro, occupa la 36ª posizione nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dall'IFFHS nel 2000 (comprendente anche la 16ª in quella relativa ai sudamericani e la 5ª per quanto concerne gli argentini); nel 2004 è stato inoltre inserito nella FIFA 100, lista che raggruppa i maggiori fuoriclasse di sempre. Omar Sívori Sívori alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Argentina Italia (dal 1961) Altezza 163 cm Peso 59 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1968 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Squadre di club 1954-1957 River Plate 63 (29) 1957-1965 Juventus 253 (167) 1965-1968 Napoli 63 (12) Nazionale 1956-1957 Argentina 19 (9) 1961-1962 Italia 9 (8) Carriera da allenatore 1969-1970 Rosario Central 1972 Estudiantes 1972-1973 Argentina 1979 Racing Club Palmarès Copa América Bronzo Uruguay 1956 Oro Perù 1957 Biografia Sívori nacque a San Nicolás de los Arroyos, città della provincia di Buenos Aires, in una famiglia di origini italiane. Suo nonno paterno, Giulio Sívori, era un immigrato di Cavi di Lavagna, frazione del comune ligure di Lavagna, mentre sua madre Carolina era abruzzese di Tornareccio. Caratteristiche tecniche Giocatore «Era il genio assoluto, l'esplosione, l'anarchia come disciplina superiore del calcio.» (Massimo Raffaeli, 2010) Sívori (a destra) e Pelé, due tra i maggiori fuoriclasse della loro epoca, dopo un'amichevole tra Santos e Juventus a Torino nel 1961 Calciatore talentuoso, le sue specialità erano il dribbling in velocità e il palleggio. Era abbastanza forte fisicamente e possedeva un'ottima coordinazione. Agli esordi in Argentina si guadagnò i soprannomi di El pibe de oro (Il ragazzo d'oro) – rispolverato decenni dopo per il connazionale Diego Armando Maradona – e di El Gran Zurdo (Il grande mancino), quest'ultimo riferito alla sua propensione a giocare principalmente con il piede sinistro. Carriera Giocatore Club River Plate Un giovane Sívori in azione al River Plate a metà degli anni 1950 Ancora ragazzo entrò a far parte del River Plate, in una squadra che includeva giocatori come Ángel Labruna e Félix Loustau, che a loro volta fecero parte della cosiddetta Máquina degli anni 1940; fu allora che si guadagnò il soprannome di El Cabezón per via della folta capigliatura che spiccava sulla sua esile figura. Il carattere rissoso di Sívori «Stravedevo per la cattiveria e la scaltrezza di Sivori: non si faceva mai picchiare da nessuno. Anzi, al massimo succedeva il contrario.» (Marcello Lippi) Personaggio alquanto inquieto e rissoso, Sívori non esitava a scatenare risse e fare fallacci: in 12 anni di carriera in Italia ha scontato 33 giornate di squalifica. In un'occasione, con la maglia della Juventus, stava per scagliarsi su un avversario, ma fu fermato dal compagno di squadra John Charles che gli mollò uno schiaffone. Il 25 marzo 1962, nella gara tra i bianconeri e la Sampdoria, all'80' aggredì l'arbitro Grignani, ritenendo ingiusta la sua espulsione, venendo punito con sei giornate di squalifica. Nel 1967, quando militava al Napoli, si infortunò a un ginocchio e giocò poche gare. Infuriato, inveì contro l'allenatore Pesaola. Fu punito con un milione di lire di multa. Il 1º dicembre 1968, dopo aver steso lo juventino Favalli fu espulso e punito con 6 giornate di squalifica. La squadra vinse la Primera División Argentina nel 1955, titolo confermato quando il River batté il Boca Juniors 2-1 alla Bombonera. Nella stessa stagione il club vinse la Copa Río de La Plata battendo il Nacional. La stagione successiva la squadra vinse il campionato argentino all'ultima giornata battendo il Rosario Central per 4-0, con Sívori che realizzò l'ultima rete. Avrebbe giocato l'ultima partita con la maglia del River contro lo stesso club il 5 maggio 1957. Il giovane vestì la maglia dei Millonarios fino alla stagione 1957-1958, quando fu ingaggiato dalla Juventus. A posteriori quel trasferimento provocò indirettamente un declino nella storia del club argentino, che nei diciotto anni seguenti non riuscirà più a vincere il titolo nazionale; tuttavia con i soldi ottenuti dal trasferimento fu iniziato il completamento de El Monumental. La Juventus e il Trio Magico Lo stesso argomento in dettaglio: Trio Magico. A 21 anni, Sívori arrivò quindi in Italia. Fu soprattutto l'interessamento dell'ex juventino Renato Cesarini a rendere possibile il trasferimento del giovane calciatore al club torinese, che pagò 10 milioni di pesos (equivalenti allora a 190 milioni di lire) per il suo cartellino, stabilendo un record dell'epoca; a essere battuta fu soprattutto la concorrenza dell'Inter. Esordì in maglia bianconera nel 1957, andando ad affiancare in attacco l'altro neoacquisto, il centravanti gallese John Charles, e il capitano della squadra, l'italiano Giampiero Boniperti: nonostante le incognite della vigilia, questi andarono a comporre un formidabile trio offensivo (tra i più prolifici visti sul palcoscenico della massima serie italiana) che fece la fortuna della Juventus a cavallo degli anni 1950 e 1960. Sívori (a sinistra) coi compagni di reparto Charles e Boniperti, nello storico Trio Magico d'attacco della Juventus di fine anni 1950 L'argentino indossò la casacca bianconera in 253 partite (215 in A, 23 in Coppa Italia e 15 in Europa), segnando 167 reti (136 in A, 23 in Coppa Italia e 8 in Europa). Con la Juventus visse il suo periodo di maggior successo, vincendo tre scudetti (tra cui il primo, storico, «della stella») assieme ad altrettante coppe nazionali; nel 1960 riuscì inoltre a conquistare il suo unico titolo di capocannoniere, mentre l'anno successivo raggiunse il suo massimo traguardo personale, venendo insignito (grazie al suo status di oriundo) del Pallone d'oro come miglior calciatore europeo: era la prima volta che il prestigioso riconoscimento veniva assegnato a un giocatore italiano (per quanto italo-argentino), nonché il primo successo assoluto per un calciatore juventino e militante nel campionato italiano. Sívori fu l'ultimo elemento del Trio Magico a lasciare il club torinese, restando in bianconero fino al 1965 quando, a causa d'insanabili contrasti con l'allora allenatore Heriberto Herrera (di cui non sopportava la stretta disciplina), decise di cambiare squadra. Napoli Nel 1965 cedette quindi alle lusinghe del Napoli. Sívori arrivò a vestire la maglia azzurra grazie all'opera di Bruno Pesaola; l'allora presidente partenopeo Achille Lauro, per ottenere il suo cartellino, acquistò due motori navali per la sua flotta e pagò settanta milioni: quando arrivò in città, ad accogliere il giocatore ci furono migliaia di tifosi. Sívori all'epoca della militanza nel Napoli Qui, all'ombra del Vesuvio, formerà una coppia-gol tutta sudamericana assieme all'altro oriundo, l'italo-brasiliano José Altafini. Col club campano vinse subito la Coppa delle Alpi 1966, e fu poi protagonista in Serie A con un terzo posto nello stesso anno, un quarto l'anno dopo e un secondo nel 1968. Un infortunio al ginocchio destro durante una tournée del Napoli in Colombia, nell'estate 1967, lo metterà a disposizione della squadra partenopea a mezzo servizio nelle ultime due stagioni; ciò, unito ad uno storico litigio con l'arbitro Fulvio Pieroni durante un Napoli-Juventus del 1º dicembre 1968 (culminato con un'espulsione e successivi sei turni di squalifica), lo convinse definitivamente a concludere la propria carriera, a trentatré anni, decisione su cui già meditava da tempo. Darà il suo commosso addio al calcio giocato in televisione, il 21 dicembre 1968, durante la tredicesima puntata di Canzonissima, con un collegamento da Napoli. Nazionale L'Argentina e gli Angeli dalla faccia sporca Sívori scese in campo per l'Argentina, suo Paese d'origine, in 19 occasioni, collezionando 9 reti e vincendo il titolo continentale sudamericano nel 1957 – venendo al contempo eletto miglior giocatore dell'edizione. Sívori (penultimo da sinistra) e gli Angeli dalla faccia sporca, perno dell'Argentina trionfatrice al Sudamericano 1957 Con altri fuoriclasse di quella squadra (Omar Corbatta, Humberto Maschio, Antonio Angelillo e Osvaldo Héctor Cruz) aveva formato nell'Albiceleste un gruppo destinato a rimanere nella memoria con il nome di Angeli dalla faccia sporca (appellativo mutuato dall'omonima pellicola del 1938) per l'aria da impertinenti scugnizzi che i cinque avevano sul campo e fuori. Il terzetto con Angelillo e Maschio non poté ricostituirsi nelle squadre di club italiane dalle quali i tre furono poi ingaggiati: Sívori approdò alla Juventus, mentre gli altri due si trovarono a giocare per una storica rivale dei torinesi, ovvero l'Inter. Successivamente, solo Angelillo riuscirà negli anni 1960 a riunirsi calcisticamente, seppur brevemente, al fuoriclasse argentino: nel 1961 con la maglia azzurra, entrambi da oriundi, e nel 1967 con la casacca del Napoli, durante la tournée partenopea in Colombia che vedrà Sívori protagonista del già citato grave infortunio. Italia Come accennato, nel 1961 Sívori vinse il Pallone d'oro e, in virtù della sua condizione di oriundo, dallo stesso anno poté essere impiegato nell'Italia che partecipò al campionato del mondo 1962 in Cile, dove fu penalizzato ancora una volta, secondo i giornalisti, dal suo carattere introverso. Sívori nel 1962 con l'Italia, assieme all'altro oriundo Humberto Maschio Con la maglia della nazionale azzurra Sívori disputò in tutto 9 incontri, mettendo a segno 8 reti (di cui 4 contro Israele nel 1961). Allenatore e dirigente Club Per circa un decennio, subito dopo il ritiro dal calcio giocato, Sívori si cimentò nel ruolo di allenatore nella natìa Argentina. Debuttò in panchina nel 1969 assumendo la guida del Rosario Central, club che guidò per un biennio. Nel 1972 prese poi le redini dell'Estudiantes, squadra che allenò brevemente fino al suo incarico da CT della nazionale. Dopo un quinquennio d'inattività, nel 1979 venne chiamato dal Racing Club, dove rimase per un anno. Dopo quest'ultima esperienza, non accettò più altre panchine. Dal 1986 al 1988 fu presidente della Viterbese. Sotto il suo mandato, il club venne promosso dal campionato laziale di Promozione all'Interregionale. Nazionale Intervallato tra gli incarichi con le squadre di club, nel 1972 diventò commissario tecnico dell'Argentina, con il compito di qualificare i biancocelesti al campionato del mondo 1974 in Germania Ovest (incarico delicato, in quanto l'Argentina aveva fallito il pass nel 1970); ottenne la qualificazione ai danni di Paraguay e Bolivia, con 3 vittorie e 1 pareggio. Rimane celebre la mossa attraverso la quale (dovendo giocare due partite ravvicinate, una al livello del mare e l'altra ai 3650 m di quota di La Paz) allestì due nazionali "differenti": mentre la prima, formata dai giocatori titolari, si allenava agli ordini di Sívori a Buenos Aires e si recò ad Asunción dove pareggiò col Paraguay, la seconda (definita "nazionale da montagna" o "nazionale fantasma"), formata da giocatori non convocati abitualmente, fu portata dal tecnico in seconda a prepararsi in segreto sulle Ande, per acclimatarsi in quota. Sívori venne allontanato nel 1974 dalla guida della nazionale, per divergenze con il presidente della federazione e per le sue scarse simpatie nei confronti di Juan Domingo Perón, rientrato in Argentina e tornato presidente in quel periodo. Sulla panchina dell'Albiceleste conta un ruolino di 16 gare, di cui 9 vittorie, 4 pareggi e 3 sconfitte. Dopo il ritiro Negli ultimi anni di vita lasciò l'Italia per tornare a vivere in Argentina. Sposato con María Elena Casas, da lei ebbe tre figli: Néstor, Miriam e Humberto, questo ultimo scomparso di cancro nel giugno 1978, all'età di quindici anni. Morì il 17 febbraio 2005 nella sua casa di San Nicolás de los Arroyos (da lui chiamata La Juventus in omaggio al club italiano), a causa di un tumore al pancreas, all'età di sessantanove anni. Riposa nel cimitero privato Celestial del barrio San Nicolás di Buenos Aires. Record Sívori segna uno dei suoi quattro gol alla nazionale israeliana nel 1961 Unico calciatore, insieme a Gigi Riva, Roberto Bettega, Francesco Pernigo, Alberto Orlando e Carlo Biagi, ad aver segnato una quaterna con la maglia della nazionale italiana. Unico calciatore, insieme a Silvio Piola, ad aver segnato sei gol in una partita di Serie A. Palmarès Giocatore Sívori col Pallone d'oro vinto nel 1961, il primo per un giocatore italiano, juventino e militante in Serie A Club Competizioni nazionali Campionato argentino: 3 - River Plate: 1955, 1956, 1957 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960, 1964-1965 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 2 - Juventus: 1963 - Napoli: 1966 Nazionale Coppa America: 1 - Argentina: Perù 1957 Individuale Miglior giocatore della Copa América: 1 - Perù 1957 Capocannoniere della Serie A: 1 - 1959-1960 (28 gol) Pallone d'oro: 1 - 1961 Inserito nella FIFA 100 - 2004 Nella cultura di massa Nell'estate 1965 la popolarità raggiunta portò Sívori a interpretare se stesso nel film Idoli controluce di Enzo Battaglia, con Massimo Girotti e Valeria Ciangottini, cui seguì nel 1970 la pellicola Il presidente del Borgorosso Football Club di Luigi Filippo D'Amico, con Alberto Sordi. Nel 1972 partecipò a un numero della rubrica pubblicitaria televisiva Carosello, pubblicizzante l'olio per motori Apilube dell'Anonima Petroli Italiani (API), nella quale veniva intervistato dal campione motociclista Giacomo Agostini. Quando abbandonò il calcio giocato, la polemica con la classe arbitrale si trasferì dai campi di gioco alla televisione, e Sívori si dimostrò per lungo tempo competente e apprezzato commentatore.
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PIERGIORGIO SARTORE https://it.wikipedia.org/wiki/Piergiorgio_Sartore Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 24.02.1939 Luogo di morte: Torino Data di morte: 09.01.2011 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1957 al 1958 e dal 1959 al 1961 Esordio: 06.07.1958 - Coppa Italia - Juventus-Biellese 3-1 1 presenza - 1 rete Piergiorgio Sartore (Torino, 24 febbraio 1939 – 9 gennaio 2011) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Piergiorgio Sartore Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1968 Carriera Squadre di club 1957-1958 Juventus 1 (1) 1958-1959 Pordenone 29 (8) 1959-1961 Juventus 0 (0) 1961-1963 Como 60 (11) 1963-1964 Venezia 31 (4) 1964-1967 Pro Patria 101 (28) 1967-1968 Novara 22 (4) Carriera Cresciuto nella Juventus, debutta in Serie C con il Pordenone nel 1958 e, dopo il ritorno alla Juventus, nel 1961 debutta in Serie B con il Como disputando due campionati per un totale di 60 presenze e 11 reti. Nel 1963 passa al Venezia disputando altre 31 partite nella serie cadetta, e l'anno successivo va alla Pro Patria giocando altri due anni in Serie B con 67 presenze e 18 gol, prima della retrocessione in Serie C. Chiude la carriera da professionista con un ultimo anno in Serie B a Novara.
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BRUNO NICOLÉ In una caldissima domenica di giugno del 1957, la Juventus gioca allo stadio Appiani di Padova contro la formazione di casa. L’undici bianconero naviga a centro classifica, non bastano la classe di Boniperti, di Hamrin e di Corradi, la grinta di Garzena e Nay, la dedizione di Colombo e Montico per dare slancio e sostanza al gioco. La partita con il Padova si annuncia difficile. Nelle file della Juventus c’è anche Stivanello, che nel Padova aveva appunto giocato la stagione precedente, il quale avverte il compagno Nay: «Stai attento al ragazzino che gioca centravanti. Ha appena sedici anni ma possiede le doti del campione: uno scatto pazzesco e un tiro che non perdona!».Aveva esordito qualche mese prima in Serie A: «È un sabato particolare: il giorno precedente il Paròn Rocco mi ha convocato per la partita casalinga con l’Inter, la sera guardo il Festival di Sanremo, ma in modo distratto, penso a cosa potrebbe succedere l’indomani. L’allenatore vuole aumentare il mio bagaglio di esperienza, vuol farmi sentire da vicino l’aria dello spogliatoio della Prima Squadra. Penso... Il mattino seguente è il 10 Febbraio 1957, mi sveglio e mi reco all’Appiani, luogo della convocazione, per la squadra è una domenica come le altre: Messa al Santo, pranzo da Cavalca e poi rientro all’Appiani a piedi. Entriamo negli spogliatoi e alle spalle sento la sua voce inconfondibile: “Bruno, cambiati che giochi!” Mi giro come a dire “Parla con me, Mister?” e con la sua faccia disincantata e prima che possa proferire parola, aggiunge: “Se te lo dicevo ieri, non te dormivi tutta la notte, saresti uno straccio in campo, invece mi servi al massimo. Fa queo che te te senti de far”».Il primo tempo finisce 0-0; ma all’inizio della ripresa il ragazzino, di nome Bruno Nicolè, riceve un preciso lancio di Rosa, lascia sul posto Nay, aggira Garzena e fulmina il portiere Romano con un tiro imprendibile. Sullo slancio del vantaggio conquistato il Padova raddoppia con Bonistalli, poi Colombo riduce le distanze e finisce 2-1. Nicolè è un costante pericolo, sarà il migliore in campo. In tribuna ci sono alcuni dirigenti juventini, Nicolè è sotto osservazione; ma più di ogni cosa vale il giudizio espresso da Boniperti che, essendo in campo, ha visto da vicino le prodezze del robusto campione di Padova.Nel campionato 1957-58, la Juventus rimette in piedi lo squadrone in grado di puntare al titolo. In prima linea ci sono Boniperti, il gallese Charles e l’argentino Omar Sivori; all’ala sinistra è confermato Stivanello, manca un uomo per fare una linea di attacco senza rivali: Bruno Nicolè. È abituato a giocare di punta, ma nelle prime tre giornate di quel campionato viene mandato in campo con la maglia numero otto. Boniperti, per lui la cosa non è nuova, gioca con il numero sette. Dalla quarta domenica, incontro di Ferrara contro la Spal, Nicolè è schierato all’ala destra, con Boniperti interno, regista di lusso per una squadra di lusso e le cose funzionano a meraviglia.Bruno, però, è costretto a cambiare totalmente il proprio gioco: a Padova era la punta di diamante dell’attacco biancoscudato, a Torino c’è Charles e, in aggiunta, c’è anche Sivori; gli altri organizzano il gioco per i due strepitosi uomini goal. Nicolè, per il momento, mantiene tutte le belle promesse. Non è il primo talento che arriva da Padova per vestire la maglia bianconera, ventisette anni prima era stato acquistato Nane Vecchina.Nella prima stagione juventina, disputa ventuno partite, ma non riesce ad andare in goal neppure una volta, mostrando cose da autentico campione e azioni che solo gli assi del pallone riescono a realizzare, ma perdendosi, talvolta, in indefinibili incertezze; l’età del ragazzo impone una verifica delle sue doti e naturalmente Bruno è riconfermato.Per dare impulso alla sua personalità ancora acerba, si decide di riportarlo nel suo ruolo naturale, quello di centravanti; gioca, infatti, una splendida partita nella terza di campionato, a Padova su quel terreno dell’Appiani, dove era cresciuto e maturato come calciatore di rango. La Juventus vince per 4-1 e Bruno riceve tanti consensi, anche se, ancora una volta, manca l’appuntamento con il goal. Il 12 ottobre 1958, contro il Napoli a Torino, riesce a battere Bugatti e a realizzare il suo primo goal con la maglia bianconera, poi Sivori siglerà il 2-0 per la Juventus. Niente goal a Roma (contro i giallorossi che vincono alla grande per 3-0), poi il ritorno al successo personale nel derby, che la Juventus si aggiudica con l’insolito punteggio di 4-3. Ancora un goal a Firenze (3-3) e un altro a San Siro contro l’Inter (vittoria per 3-1 dei bianconeri). Il giorno di maggior gloria è, però, quello in cui Nicolè firma tutte e tre le reti con le quali la Juventus supera la Triestina allo stadio di Valmaura l’11 gennaio 1959. Ma anche la doppietta contro la Lazio (battuta per 6-2) merita una buona dose di applausi. Una stagione, tutto sommato, davvero lusinghiera per il diciannovenne giocatore della Juventus: ventuno partite giocate, tredici reti realizzate.Sostanzialmente positivo il rendimento del giocatore nella stagione 1959-60, conclusa con il secondo scudetto: trentuno partite disputate e undici goal segnati. La Juventus ha ripresentato una prima linea molto efficiente e spettacolare: Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori e Stacchini. L’argentino, che aveva Bruno in gran simpatia, mette a segno la bellezza di ventisette reti, Charles ne segna ventitré, Stacchini otto. Quella è una grande Signora: tanto è vero che nel 1960-61 concede il bis dello scudetto e ripresenta un Nicolè sicuro e pimpante: ventinove gare giocate, tredici reti segnate. Nella stagione 1961-62 disputa ben ventisette partite e realizza ancora settantotto reti, ma il suo rendimento lascia più di una volta a desiderare. L’ultimo campionato juventino per il ragazzo di Padova è il 1962-63: solo dodici gare e un solo goal segnato; oramai la parabola ascendente si è bruscamente e inesorabilmente arrestata.Bruno è stato un buon giocatore, ha anche avuto la soddisfazione di conquistare otto gettoni nella Nazionale, con la quale ha esordito a diciotto anni, nel novembre del 1958 al Parco dei Principi, in un’amichevole con la Francia finita 2-2, le due reti azzurre portano la firma della giovane punta juventina.Ha vinto tre scudetti con la maglia bianconera, due successi in Coppa Italia: ma non è bastato a far brillare in modo indelebile la stella del ragazzino di Padova. Abbandonato il calcio, dopo aver militato in altre squadre, a soli ventisette anni, Bruno Nicolè, diventa insegnante di educazione fisica.CARMEN CALZA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1968Bruno Nicolè: uno dei casi più clamorosi del calcio bianconero e nazionale. Osannato e calpestato, idolatrato e vilipeso. Si può veramente dire che la sua carriera è stata un’altalena continua dagli altari alla polvere e viceversa. Una carriera lampo culminata nel ritiro dall’attività a soli ventisette anni. Oggi che Bruno Nicolè è un ex (ma fa un po’ ridere, però, questo termine che evoca tempie grigie, mezza età e via di seguito), che ha chiuso alle sue spalle la porta dorata del calcio, abbiamo voluto tentare un esame del suo caso, lo stesso, in fondo, di migliaia di giovani che ogni anno si affacciano a quella porta dorata e sognano la gloria sportiva.Siamo andati a trovarlo nella sua casa dì Vicenza. Ha moglie, la graziosa signora Annamaria, e figlio, un pupetto bellissimo di quindici mesi, Fabio. È molto ingrassato, ha l’aria tranquilla, distesa, del borghese in vacanza. Nicolè, è la prima volta, credo, nella storia del calcio, che si parla di un ex di ventisette anni. Di un ex che conta, cioè. Che cos’è che l’ha indotta ad abbandonare l’attività così presto? «Il peso è stato sempre la mia croce. Ultimamente non ce la facevo più a tenermi sul peso giusto e quindi il mio rendimento non era normale. Ma questa è solo una delle ragioni, anche se piuttosto importante. In realtà avrei smesso già due anni prima, a venticinque anni cioè, quando mi trasferirono all’Alessandria. Non volevo giocare in Serie B; non che lo considerassi un disonore, ma non ho mai pensato di poter vivacchiare nel calcio. Forse perché sono partito molto forte non mi sono mai fatto eccessive illusioni. Cioè ho sempre saputo che dovevo considerare il calcio veramente un gioco e che presto o tardi sarebbe finito. La carriera di calciatore è un’incognita enorme, non ci si può fare un affidamento assoluto. Io giocavo, perché mi piaceva giocare ma non ne ho mai fatto una ragione di vita. Per questo ora non ho assolutamente rimpianti: è stato un periodo molto bello, potrei dire anche meraviglioso, ma è finito e ora ho altri traguardi. Oltretutto, nel mio caso, non so come avrei potuto continuare, con il gioco che si pratica adesso. Il calcio atletico presuppone doti di velocità, di ritmo e quindi di condizione atletica sempre perfetta che per me sarebbe stata troppo difficile non solo da trovare ma soprattutto da mantenere. Il mio fisico purtroppo è tutto particolare: il minimo incidente che mi costringeva a un giorno di riposo si trasformava in una vera e propria tragedia; perché stare fermo un giorno voleva dire aumentare due chili. Quindi mi ci voleva poi un superlavoro per ritornare in peso e, di conseguenza, non ero mai a posto. Per questo, due anni fa, ero già pronto per l’abbandono. Ho poi accettato il trasferimento all’Alessandria, perché dovevo ancora fare il servizio militare e altro è farlo nella compagnia atleti, piuttosto che al CAR comune, soprattutto con la famiglia già formata».Che cosa prova un ragazzo che tra i sedici e i diciotto anni si trova a passare dalla Serie B alla squadra Campione e alla Nazionale? «Io credo di non essermi mai montato la testa (la signora Annamaria scuote la testa con aria dubbiosa: lei è di parere contrario); forse a un certo punto mi sono un poco rilassato, la conquista era stata fin troppo facile. Ma penso sia comprensibile: a quell’età non si può avere l’equilibrio psichico che dà la maturità. Devo dire anche, però, che questa celebrità improvvisa mi ha creato un mucchio di problemi e che tutto sommato sarebbe stato preferibile arrivare per gradi, senza sprazzi. Io, con tutti i miei alti e bassi, posso comunque dire di essere stato ancora fortunato. Forse proprio per lo spirito con il quale ho sempre preso tutta la faccenda ho potuto, a un certo punto, valutare il pro e il contro e prendere una decisione. Ci sono molti (la maggior parte, penso) che invece non si sanno vedere al di fuori del calcio e le assicuro che in questi casi è molto brutta la fine della carriera. L’inserimento nella vita delle persone, diciamo così, normali è difficilissimo e purtroppo non tutti pensano in tempo a quello che faranno quando non saranno più gli “idoletti” della domenica».Quali pensa siano state le cause che le hanno fatto mancare il vertice stabile della carriera? «Non lo so, è difficile dirlo coni sicurezza. È azzardato anche dire che avevo in partenza le possibilità di diventare un grande del calcio. Può anche darsi che mi abbiano sopravvalutato, è un ambiente nel quale si perde facilmente il senso delle proporzioni e si riesce anche facilmente a farlo perdere. Un ragazzo fa presto a esaltarsi a sentirsi dire sempre che è bravissimo, può darsi che io abbia commesso degli errori di natura psicologica, come può darsi che le ragioni siano di carattere esclusivamente tecnico. Comunque, in quei tempi, si poteva pensare che avesse ragione chi mi esaltava; adesso, visto come sono andate le cose, si direbbe che abbia avuto torto».Quando ha cambiato squadra non ha pensato che poteva essere per lei un’occasione per ricominciare tutto da capo? «Sì, in effetti, il primo anno, nel Mantova, sono andato piuttosto bene. Sono anche tornato in Nazionale quell’anno e credo di aver fatto un campionato positivo. Poi sono andato alla Roma e lì sono rimasto coinvolto nella situazione sballata in cui è venuta a trovarsi la società. Ricorderà la baraonda che c’era, le collette dei tifosi e altre cosette amene. Così il campionato è stato quel che è stato, alla fine hanno ceduto i pezzi più commerciabili e così io sono andato alla Sampdoria. Lì mi trovavo benissimo, ero partito proprio bene, il signor Bernardini era contento; poi una bella mattina, in novembre, vado in sede e leggo tra le comunicazioni affisse all’albo che sono trasferito all’Alessandria. Nessuno mi aveva parlato di trasferimenti, ero lontanissimo da un’idea del genere. Così è maturato il proposito di finirla con il calcio. Ho fatto subito i miei programmi: finire gli studi, prima di tutto. Ho sempre dovuto rimandarli; gli allenamenti, i ritiri non incoraggiano certo a studiare. Ora ho altre soddisfazioni, non economiche ma d’altro genere».Che cosa consiglierebbe a un giovane che vedesse partire con le sue stesse possibilità, con le premesse che aveva lei dieci anni fa? «Quello che ho detto prima: non perdere mai il senso delle proporzioni e tener presente che nella vita ci sono altri valori. L’ambiente del calcio da un’educazione sbagliata, anzi è impostato in maniera sbagliata. Il giocatore è una macchina, fin che va è tutto bello, quando si guasta nessuno pensa a lui. Per questo bisogna partire con le idee chiare, prendere la professione seriamente sì, ma essere preparati anche al momento in cui finisce, un momento che può arrivare da un istante all’altro. Fin che sono in attività i giocatori sono coccolati, viziati, si sentono al centro dell’universo, trovano un mucchio di persone che risolvono i loro problemi. E quando si trovano a dover affrontare da soli nuove responsabilità non ce la fanno. È un mondo irreale che per un ragazzo può diventare molto pericoloso se non ha sufficiente forza di carattere. Quindi un consiglio che si può dare, prima di tutto, è di mettersi le spalle al sicuro con un titolo di studio, anche se costa sacrificio. Dopo è più facile sistemarsi e inserirsi in una nuova vita».Se per magia ritornasse, in questo momento, ad avere sedici anni, al punto di partenza della sua carriera, quali sono le cose che rifarebbe e quali quelle che eviterebbe? «Non è possibile dirlo. L’esperienza la si fa al momento, sul posto e nelle precise circostanze. L’esperienza degli altri non serve a nessuno, e nemmeno la propria se si riferisce a fatti di dieci anni prima. Se io tornassi ad avere adesso sedici anni probabilmente rifarei tutto da capo, visto che ho sempre fatto tutto in buonissima fede e senza barare. È andata così, non posso dire altro. La mia esperienza di calciatore, semmai, se lui vorrà, la userò per insegnare a mio figlio, a lui solo».Prende il braccio del piccolo Fabio, se lo guarda con un sorriso pieno d’amore paterno e di orgoglio paterno. «Le dico la verità, questo è il più bel traguardo che ho raggiunto, più bello ancora dei famosi due goal in Nazionale a Parigi».ANDREA NOCINI, DA PIANETA-CALCIO.IT DEL 14 FEBBRAIO 2010Così il sommo Gianni Brera salutò il debutto con tanto di doppietta in azzurro dell’ancora diciottenne “torello” ragazzino di Padova, già da un anno in forza alla Juventus di Giampiero Boniperti: «Parigi, 9 novembre 1958, stadio Le Colombes, amichevole tra i “cugini” transalpini e l’Italia del Commissario Tecnico Gipo Viani: i “blu” passano al 15’ con Vincent, ma c’è l’imberbe nove azzurro che, dopo la pausa del thè, compie due possenti capriole e tratteggia due goal che lo consegnano per sempre alla storia. Non è colpaccio italiano (pareggia Fontaine all’84’), ma è autentico trionfo per il ragazzotto lanciato nel ribollente catino del magico Silvio Appiani da Nereo Rocco nel suo Padova dei “manzi”».Il parallelo con il maestro della rovesciata, Silvio Piola, tessuto dal grande vate del giornalismo sportivo italiano, Gianni Brera, forse non è poi così irriverente. Una carriera, quella di Bruno Nicolè, sparata come fuori da un cannone carico di promesse e coriandoli ma durata lo spazio quasi di un mattino, di un breve, intensissimo quarto d’ora di felicità. Tre scudetti e due Coppe Italia con la “Vecchia Signora”, poi, la Roma, la Sampdoria, il Mantova, e l’addio al calcio a soli ventisette anni. Per salire in cattedra nelle scuole a insegnare Educazione Fisica fino alla pensione, e suggerire educazione civica come umile ma acuto corrispondente e collaboratore di giornali della sua Azzano X, nel Pordenonese, dove oramai vive definitivamente con la sua famiglia.In quella cittadina friulana che chiama “Oasi della natura”, che riesce ancora a commuoverlo per gli splendidi scenari di fauna e flora che offrono all’uomo attento (non distratto dal chiasso delle grandi metropoli) incomparabili scenari, sanguigni sfondi caravaggeschi.Un addio, il suo, che ancora oggi rimane avvolto dal suo silenzio e ammantato dal passato, che contribuisce sempre a mitizzare tutto. Anche le sofferenze più indicibili, i rimpianti più struggenti. Non soprannominatelo, per carità, meteora del calcio italico, perché lui vi risponderà tra il troppo sicuro e l’infastidito, picche, con quella serenità anche di chi sembra aver rimosso subito (e da una vita) quella grande escalation contrassegnata poco dopo da una ripida, altrettanto supersonica discesa nel dimenticatoio.Ma, non certo nella mente e nel cuore di chi ama le favole, i grandi racconti del pallone, le storie di uomini vere e di mostri sacri del più bello e pulito calcio del nostro Belpaese. Quello che si ricorda sempre volentieri, e chi ti dà la forza di guardare al futuro, con la speranza di narrare, rivivere la storia di un altro nostro campione di umanità, prim’ancora che di tecnica. Di lealtà e di grande esempio, anche nell’uscire dalla scena luccicante della grande ribalta in punta di piedi, senza far sceneggiate, in silenzio, senza tante polemiche o alzate di scudi. Qual è stato il goal più bello della sua carriera, professore? «I goal sono tutti importanti e tutti belli: sia quelli più facili, che quelli più difficili».Ecco, c’è un goal in trasferta in Coppa dei Campioni con la maglia della Juventus? «In Coppa dei Campioni, a quell’epoca che era l’inizio di quella competizione, erano poche le partite. Non come oggi. Diciamo che di goal ne ho fatti, però, la partita più importante, quella che ha lasciato in me la traccia più indelebile è stata nel 1962 contro il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano, di Kopa, di Gento, di Puskás e Santamaría. Abbiamo vinto 0-1 al Santiago Bernabéu grazie al goal di Sivori. Poi, perdemmo 0-1 al Comunale di Torino e siamo stati costretti a disputare la bella a Parigi, soccombendo per 3-1 e non vedendo la finalissima. Era il Real Madrid che vinceva tutto e che aveva conquistato cinque trofei di seguito».Lei ha giocato assieme a grandi campioni del calibro di Giampiero Boniperti, Omar Sivori, di John Charles, il Gigante Buono; conserva qualche aneddoto curioso? «Di aneddoti di questi grandi campioni ce ne sono parecchi. Hanno lasciato un insegnamento profondo in me quando diciassettenne giocavo a fianco di assi già affermati, già consacrati. Quello che mi hanno trasmesso è stata la loro grandezza di giocatori prima e di uomini fuori dal campo poi. Sono stati un forte esempio: bastava solo guardarli e imparavi».Cos’è che le dà più fastidio e cosa la riesce ancora a commuovere nella vita di tutti i giorni? «L’incontro e il confronto umano riescono a darmi soddisfazione. Questo e i miracoli della natura. Io ho la fortuna di vivere ad Azzano X, una cittadina, in cui trionfa ancora in tutto il suo splendore la bellezza del creato».Cosa invece la stizziscono maggiormente? «Senz’altro, la violenza, l’arroganza, la prepotenza, la maleducazione».Pure l’ipocrisia? «In parte anche quella. Ma, la maschera della vita molti ce l’hanno, ma, purtroppo, l’ipocrisia fa parte del contesto in cui viviamo».Autogoal, nel senso di rimpianti, rammarichi, ne esistono nella sua vita di uomo? «Rammarichi ci sono sempre in tutti i calciatori, in tutti gli uomini. Io ho cominciato presto, a sedici anni, e ho terminato presto, a ventisette. Ho svolto per dodici anni la carriera di professionista. Forse, avrei potuto farne qualcheduno in più, ma io ritengo che un calciatore quando dice basta sa benissimo il motivo che lo ha spinto a staccare la spina con il calcio giocato. Ho fatto altre scelte che mi hanno avvantaggiato. Non ho rimpianti, perché ho avuto la fortuna di crescere giovane nel mondo del calcio professionistico, dove cresci subito e dove ho vissuto tante emozioni. Ma, sono stato appagato anche nella vita professionale che mi ha accompagnato nel dopo calcio. Però, sono cresciuto di più, terminata la parentesi calcistica professionistica, che quando sono uscito da quel limbo dorato e ho dovuto fare i conti con la vita di tutti i giorni. C’è stato, alla fine, stilando una sorta di bilancio personale, un equilibrio tra quella parentesi e lo sport. Che era connaturato in me, era più congeniale alla mia natura. E, questa seconda caratteristica mi ha permesso di stare in mezzo ai giovani e di insegnare nelle scuole».Come si immagina l’Aldilà quando la palla avrà varcato la fatidica linea bianca della porta (terrestre) e della vita? Quali giocatori vorrebbe rivedere, riabbracciare? «Beh, sono tanti i giocatori che vorrei riabbracciare sia nelle mie squadre di appartenenza, ma direi tutti quelli con cui ho giocato assieme e che ora non ci sono più. Ci sono dei giocatori che mi hanno lasciato tracce profonde in me, come Charles, Sivori, quelli del Padova, che hanno fatto di tutto per aiutarmi in campo, considerato che ero un giovane che si affacciava alla Serie A a soli sedici anni. Ricordo con tanto affetto l’argentino Rosa, Scagnellato, Pin, Biason, Bonistalli, Zanon. Tutti i giocatori di quel mio Padova di forte e importante crescita calcistica».E il Paròn? «Rocco era di un fascino grandioso, di un’umanità profonda, ha lasciato anche lui un segno in me. Un allenatore molto bravo, che sapeva fare gruppo, forte dell’esperienza di Nazionale e di calciatore della Triestina in Serie A. Il suo segreto è che riusciva a far rendere tutti quanti al meglio. Era anche un padre. Quando debuttai, mi parlò poco alla vigilia, per non traumatizzarmi. Mi disse solo “Bruno, fai solo quello che ti senti di fare!” Tutti i giocatori del Padova che hanno avuto la fortuna di passare sotto la sua guida, lo hanno sempre venerato, gli hanno sempre tributato grande affetto e riconoscenza. Uomo di campo, anche. È stato lui a lanciarmi. All’esordio avevo solo sedici anni. All’Appiani, contro l’Inter, abbiamo vinto 3-2 e mi ricordo ancora che in ritiro, non dicendomi allora niente, scambiai quella soluzione per un semplice viaggio di piacere. Invece, qualche minuto prima di scendere in campo mi disse: “Cambiati, che giochi!” Sapevo che quella sarebbe stata la partita fondamentale della mia vita, anche perché si vociferava di un mio interessamento da parte della Juventus, grazie a Stivanello, grande asso padovano passato alla “Vecchia Signora”; mi conosceva perché spesso veniva a vedere la partita di noi Riserve, di noi promesse biancoscudate, in cui avevo cominciato a quattordici anni. “Se sbaglio al mio esordio – commentavo tra me e me – poi è difficile riapparire”. E, invece, fortuna ha voluto che è stato l’inizio non di una lunghissima carriera, ma, di dodici anni di professionismo».Un Padova, quello della stagione 1957-58 (terzo posto dopo Juventus e Fiorentina), che toccò la parabola più alta della storia del calcio patavino, detto dei “manzi” per la formidabile costituzione fisica di molti suoi atleti, e che dava puntualmente la paga alle grandi ogniqualvolta si recavano al Silvio Appiani. «Rocco non era di molte parole: lui dava delle indicazioni prima della partita, durante la settimana caricava al massimo i giocatori, in modo di metterli in condizione di esprimere il meglio di se stessi. Tutti i giocatori che sono passati dalle sue mani hanno sempre dato il meglio. Quando si battevano le grandi, lui diceva in dialetto: “Mi pensao prima della partia di ciaparne zinque. Inveze, emo vinto e non so se per gli influsi divini o del santo protetore Antonio, che fa i miracoli”. E, così contro l’Inter di Ghezzi, Skoglund, Lorenzi, il Milan di Pepe Schiaffino, del famoso GRENOLI, della Juve di Boniperti. A proposito di Nordahl, l’ho conosciuto alla Roma, e mi ricordo ancora della fotografia dell’ex pompiere milanista che mi mette la mano sulla spalla; quella fu per me, contro il Milan, la migliore partita del Padova e mia. Però, è stata (stranezze del calcio) l’unica partita, che abbiamo perso all’Appiani».Dopo il debutto, alla quarta di andata, contro la Juventus, nel 1957, una gran bella soddisfazione, suggellata anche da un goal. «Esatto, ricordo ancora con piacere che è stata una gran bella partita, quella sfoderata dal Padova, ed è stata la prima volta che dal campo ho potuto conoscere da vicino quel Boniperti che avevo avuto occasione di vederlo da ragazzino sempre all’Appiani, quando la Juve venne a imporsi per 0-2. Con reti di Mari su rigore e di Martino, un argentino strepitoso».Il 9 novembre 1958, a Parigi, il debutto con il doppio botto con la maglia azzurra, in Francia-Italia. «Quell’esordio da diciottenne è un record non ancora battuto: sono stato uno dei più giovani giocatori arrivato in Nazionale abbastanza presto. Aver segnato due goal, poi, per me ha rappresentato una gioia incredibile. Ricordo quella partita. In campo a uno poteva essere consentito di piangere dalla gioia».I giocatori più forti affrontati in campo? «Di Stéfano del Real Madrid e Pelé. Contro il brasiliano ho giocato nel 1961 in Italia, nell’ambito di un quadrangolare contro il Santos, la Juventus e l’Inter. Sapevo che era un grande giocatore, ma, da vicino, in campo Pelé e Di Stéfano sono stati i due più grandi giocatori del mondo. In Italia, a quell’epoca, metto Rivera e Boniperti».Di cosa è malato il calcio professionistico? «Di business troppo esasperato. È tronfio per i troppi soldi che circolano. E, poi, c’è troppa violenza negli stadi. Motivo per cui molti bambini e molte persone hanno abbandonato gli stadi. D’accordo la televisione e i diritti televisivi, ma la prima colpevole è stata la violenza. Un fatto che dovrebbe far riflettere tutti noi amanti di questo sport. In Inghilterra la violenza è stata risolta e si registrano stadi pieni, con tifosi che cantano invece di dare la caccia come facevano gli “hooligans” al tifoso avversario. Come mai c’è stata questa netta inversione di tendenza? In Italia bisogna chiedersi il perché di tutta questa violenza. A scuola, quando facevo delle riflessioni e abbiamo composto un libro sui mali del calcio e dello sport in generale, gli studenti rimarcavano quest’aspetto e dicevano: “Certo che per noi ragazzi vedere la violenza sia all’interno che fuori dello stadio non è educativa né questo è bello”. Quindi, conoscevo la risposta dei miei giovani: conservo ancora molti temi su questo argomento. Noi dobbiamo tutti chiederci cosa si deve fare per arginare questo dramma. E, ultimamente avete anche voi osservato che è una continua processione di bestemmie in campo, anche se i più furbi protagonisti cercano di coprirsi il labiale».In campo attaccante, nella vita difensore? «Più difensore. E ciò mi ha dato il giusto equilibrio nel vedere, valutare e tornare ai giusti e veri valori sportivi. Questo mi ha trasmesso il calcio post professionistico. Ho, quindi, preso il meglio del calcio professionistico, che mi permette di vedere le cose, i fatti della vita con la giusta ottica, con la giusta lente». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/bruno-nicole.html
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BRUNO NICOLÉ https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Nicolè Nazione: Italia Luogo di nascita: Padova Data di nascita: 24.02.1940 Luogo di morte: Pordenone Data di morte: 27.11.2019 Ruolo: Attaccante Altezza: 180 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1957 al 1963 Esordio: 08.09.1957 - Serie A - Juventus-Verona 3-2 Ultima partita: 28.04.1963 - Serie A - Juventus-Inter 0-1 175 presenze - 63 reti 3 scudetti 2 coppe Italia 1 coppa delle Alpi Bruno Nicolè (Padova, 24 febbraio 1940 – Pordenone, 27 novembre 2019) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Particolarmente veloce e dotato di buon tiro, divenne popolare già in giovane età. Concluse la carriera a soli 27 anni, ma detiene ancora il record di più giovane marcatore e di più giovane capitano della nazionale maggiore. È deceduto nel 2019, all'età di 79 anni a causa di un cancro pancreatico. Bruno Nicolè Nicolè alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1967 Carriera Giovanili 1954-1956 Padova Squadre di club 1956-1957 Padova 12 (2) 1957-1963 Juventus 175 (63) 1963-1964 Mantova 19 (2) 1964-1965 Roma 13 (2) 1965 Sampdoria 8 (0) 1965-1967 Alessandria 24 (4) Nazionale 1958-1964 Italia 8 (2) Carriera Club Esordi Cresciuto nelle giovanili del Padova sotto la guida di Mariano Tansini, fu fatto esordire appena sedicenne da Nereo Rocco in Serie A nel corso del campionato 1956-57. Chiuse la stagione con 12 presenze e due reti, una delle quali alla Juventus e fu acquistato dal presidente della Juventus Umberto Agnelli per 70 milioni e il prestito di Kurt Hamrin. Juventus Cresciuto come centravanti, faticò a inserirsi nell'attacco bianconero in cui figuravano campioni come John Charles e Omar Sívori. Fu schierato all'ala destra e nella prima stagione collezionò 21 presenze e nessuna rete. Si riprese nella stagione successiva, tanto da essere chiamato in Nazionale maggiore da Gipo Viani, che il 9 novembre 1958 lo fece esordire nell'amichevole a Parigi contro la Francia, reduce dal brillante terzo posto ai Mondiali di Svezia svoltisi il precedente giugno. Segnando una doppietta diventò, a 18 anni e 258 giorni, il più giovane goleador della storia della Nazionale azzurra, record ancora imbattuto. Nicolè (terzo da sinistra) in bianconero tra gli anni 1950 e 1960, assieme a Boniperti, all'allenatore Cesarini e a Charles. Godette quindi di improvvisa popolarità, Gianni Brera lo paragonò a Silvio Piola e il Quartetto Cetra accostò il suo nome a quello di Felice Levratto nella canzone Che centrattacco!. L'impresa di Parigi gli fruttò inoltre il 19º posto nella classifica del Pallone d'oro 1958. Nel prosieguo della carriera con la Juventus, Nicolè mantenne una buona media realizzativa, chiudendo con 63 reti in 175 partite e contribuendo alla conquista di tre scudetti, due Coppe Italia e una Coppa delle Alpi. Fece parte della squadra che vinse al Bernabéu contro il Real Madrid nei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1961-1962, prima compagine italiana ad affermarsi in casa del Real. Fu spesso alle prese con problemi muscolari e di peso eccessivo che ne influenzarono la carriera. Al termine del campionato 1962-1963, il nuovo presidente Vittore Catella lo cedette alla Roma in cambio di Giampaolo Menichelli. Ultimi anni Salito alla ribalta troppo giovane, aveva bruciato le tappe e nella parte finale della carriera non riuscì più a esprimere appieno le proprie potenzialità. La Roma lo girò subito al Mantova e l'anno dopo tornò alla Roma, dove nel novembre 1964 siglò il gol della vittoria nella finale di Coppa Italia contro il Torino. Il mese successivo disputò la sua ultima partita in Nazionale e chiuse la stagione in giallorosso con due reti in 13 incontri. Ormai in declino, nell'estate del 1965 fu trasferito alla Sampdoria, che nella sessione invernale di mercato lo cedette all'Alessandria, in Serie B. Dopo la stagione 1966-1967, che vide i grigi retrocedere in Serie C, Nicolè si ritirò a soli 27 anni. Chiuse la carriera con 193 presenze e 53 reti in Serie A e 24 presenze e 4 reti in Serie B. Rivelò in seguito che avrebbe voluto ritirarsi prima e che continuò solo per svolgere il servizio militare come atleta. Si dedicò quindi all'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole, andando in pensione nel 2001. Nazionale In nazionale ha disputato 8 incontri segnando i soli 2 gol all'esordio nel novembre 1958. Nel corso della carriera, tra gli attaccanti che gli contesero la maglia azzurra vi furono Altafini, Barison, Brighenti, Mora, Angelillo, Sivori, Pascutti e Sormani. Alla sua penultima apparizione in azzurro, nell'amichevole del 25 aprile 1961 vinta 3-2 a Bologna contro l'Irlanda del Nord, gli fu affidata per la prima e unica volta la fascia di capitano: all'età di 21 anni e 61 giorni, divenne così il più giovane capitano della nazionale, record che tuttora detiene. Giocò in nazionale una sola altra volta dopo tre anni. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 - Roma: 1963-1964 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Juventus: 1963
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JOHN CHARLES https://it.wikipedia.org/wiki/John_Charles Nazione: Galles Luogo di nascita: Swansea Data di nascita: 27.12.1931 Luogo di morte: Wakefield (Inghilterra) Data di morte: 21.02.2004 Ruolo: Attaccante Altezza: 188 cm Peso: 89 kg Nazionale Gallese Soprannome: Il Gigante Buono - King John - The King Alla Juventus dal 1957 al 1962 Esordio: 08.09.1957 - Serie A - Juventus-Verona 3-2 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 181 presenze - 105 reti 3 scudetti 2 coppe Italia William John Charles (Swansea, 27 dicembre 1931 – Wakefield, 21 febbraio 2004) è stato un calciatore e allenatore di calcio gallese, di ruolo attaccante. Considerato uno dei migliori calciatori gallesi e britannici della storia, venne soprannominato King John e, durante la sua militanza nella Juventus, Gigante Buono per la sua statura e la sua correttezza in campo, tanto che non venne mai ammonito o espulso in tutta la sua carriera. Charles fece parte, insieme a Giampiero Boniperti e Omar Sívori, del cosiddetto Trio Magico, uno dei più prolifici reparti d'attacco della storia della Juventus e del campionato italiano. Nella sua carriera vinse 3 campionati italiani e 2 coppe nazionali con la maglia della Juventus, con la quale si aggiudicò il titolo di capocannioniere della Serie A e un terzo posto nella classifica del Pallone d'oro 1959, il maggiore raggiunto da un calciatore gallese. Con la nazionale gallese collezionò 38 presenze e 15 gol, partecipando al Campionato mondiale del 1958. Nel 2002 diventò il primo calciatore di origine non inglese a essere inserito nella Hall of fame del calcio inglese. Nel 2005, Charles fu scelto dalla FAW come Golden Player, o miglior giocatore dell'ultimo mezzo secolo, nell'ambito delle celebrazioni per il 50º anniversario dell'UEFA. Anche suo fratello Mel Charles e suo nipote Jeremy Charles rappresentarono la nazionale gallese. John Charles Charles alla Juventus nella stagione 1957-1958 Nazionalità Galles Altezza 188 cm Peso 89 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1972 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Giovanili 1946-1948 Swansea Town 1948-1949 Leeds Utd Squadre di club 1948-1957 Leeds Utd 297 (150) 1957-1962 Juventus 181 (105) 1962 Leeds Utd 11 (3) 1962-1963 Roma 10 (4) 1963-1966 Cardiff City 69 (18) 1966-1971 Hereford Utd 66+ (36+) 1971-1972 Merthyr Tydfil ? (?) Nazionale 1950-1965 Galles 38 (15) Carriera da allenatore 1966-1971 Hereford Utd 1972-1974 Merthyr Tydfil Caratteristiche tecniche Pur essendo molto dotato in quanto a tecnica, abile nel liberarsi dalle marcature e nel concludere a rete con entrambi i piedi, Charles era una classica punta d'area di rigore che praticava un gioco semplice e senza fronzoli, bravo a scardinare le retroguardie avversarie e a creare spazi per gli inserimenti dei compagni. La sua imponente mole gli permetteva di eccellere in particolar modo nel gioco aereo, tanto che all'occorrenza venne impiegato con successo anche come difensore centrale aggiunto. Carriera Giocatore Club Da sinistra: Charles, Omar Sívori e Giampiero Boniperti al primo allenamento di quello che diverrà il Trio Magico d'attacco della Juventus, 14 giugno 1957. Charles nacque a Swansea e si unì al Leeds Utd all'età di 17 anni. Per questa squadra segnò 150 gol in otto anni, compresi 42 nella stagione 1953-54. Nel 1957 Gigi Peronace curò l'acquisto e il passaggio alla squadra italiana della Juventus per l'allora cifra record di 65 000 sterline. Nel suo quinquennio a Torino mise a segno 105 gol in 182 partite, vincendo tre scudetti e due Coppe italia. Si guadagnò il soprannome di "Gigante Buono", sia per la sua statura, sia perché non venne mai ammonito o espulso. Dopo il periodo alla Juventus ritornò a Leeds e giocò anche per la Roma, finendo la sua carriera da giocatore al Cardiff City. In seguito, divenne allenatore dell'Hereford Utd e del Merthyr Tydfil, e direttore tecnico della squadra canadese, l'Hamilton Steelers. Nazionale Charles con la nazionale gallese nel 1954, al Ninian Park, prima di una sfida contro la Scozia. John Charles esordì nella nazionale gallese poco dopo aver compiuto i diciotto anni e contribuì all'unica apparizione dei "Dragoni" in un Mondiale, quello di Svezia 1958: in tale occasione, il Galles approdò ai quarti di finale (gara che Charles non giocò), venendo sconfitto per 1-0 dal Brasile, poi vincitore della competizione, con un gol dell'emergente Pelé. Dopo il ritiro Dopo il suo ritiro gestì un pub, il Whitbread New Inn, nello Yorkshire per diversi anni. Venne premiato con un CBE nel 2001 e fino a poco prima della sua morte seguì con passione tutte le partite in casa del Leeds United. Nel 2002 diventò il primo calciatore di origine non inglese a essere inserito nella Hall of fame del calcio inglese. Oltre a ciò, fu nominato vicepresidente della Federazione calcistica gallese (FAW). Nonostante il carattere mite che contraddistingueva il gallese, una delle immagini che più viene ricordata è quella dello «schiaffo» rifilato all'intemperante Omar Sívori, allora compagno di reparto, unitamente a Boniperti, nella Juventus. L'argentino, in una sfida interna contro la Sampdoria, rimediò un'espulsione per un brutto fallo e si scagliò contro l'arbitro in preda a una delle sue crisi isteriche; fu allora che John richiamò il compagno e lo colpi sul viso, nel tentativo di calmarlo: Omar nutriva per lui un rispetto terribile, tanto da incassare senza reagire. Affetto da problemi cardiovascolari, nel gennaio 2004 soffrì di un «aneurisma all'aorta addominale» prima di un'intervista per La Domenica Sportiva, e successivamente dovette essere sottoposto alla parziale amputazione di un piede. Morì nel febbraio dello stesso anno, a Wakefield, all'età di 72 anni. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Coppa del Galles: 2 - Cardiff City: 1963-1964, 1964-1965 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1957-1958 (28 gol) Inserito nel Hall of Fame dello sport gallese - 1993 Football League 100 Legends - 1998 Inserito nella Hall of Fame del calcio inglese - 2002 Nominato UEFA Golden Player per il FAW - 2004 Onorificenze Membro dell'Ordine dell'Impero Britannico «Per i servizi resi al calcio e allo sport del Regno Unito» — Londra, 16 giugno 2001
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GIUSEPPE PATRUCCO https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Patrucco Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 04.02.1932 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 83 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1957 al 1958 Esordio: 26.01.1958 - Serie A - Verona-Juventus 2-3 Ultima partita: 02.02.1958 - Serie A - Juventus-Udinese 2-0 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Giuseppe Patrucco (Torino, 4 febbraio 1932) è un ex calciatore italiano, di ruolo terzino. Giuseppe Patrucco Giuseppe Patrucco con la maglia del Parma Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1950-1951 Juventus 0 (0) 1951-1952 → Siracusa 18 (0) 1952-1953 → Genoa 3 (0) 1953-1956 Sanremese 66 (0) 1956-1957 → Parma 26 (0) 1957-1958 Juventus 2 (0) 1958-1960 Simmenthal-Monza 20 (0) 1960-1963 Chieri 41+ (?) Carriera Formatosi nella Juventus, nel 1951 passa in prestito al Siracusa che militava in Serie B chiudendo la stagione al tredicesimo posto. La stagione seguente, passa al Genoa, sempre in cadetteria e sempre in prestito. Con i rossoblu esordisce il 14 settembre 1952 nella vittoria casalinga per 3-1 contro il Vicenza. Nella stagione con i liguri scenderà in campo in tre occasioni, vincendo il campionato ed ottenendo la promozione in massima serie. Nel 1953 passa alla Sanremese, con cui militerà tre stagioni in Serie C, ottenendo come massimo risultato il quarto posto nell'annata 1953-1954. Nel 1956 torna a giocare in Serie B, in prestito al Parma, club con cui si piazza al 12º posto al termine della stagione. La stagione seguente si trasferisce alla Juventus, con cui esordisce in Serie A il 26 gennaio 1958, nella vittoria esterna per 3-2 contro il Verona. Nella stagione in bianconero giocò in totale due incontri, vincendo lo scudetto al termine della Serie A 1957-1958. Nel 1958 passa al Monza, club in cui militerà due anni ottenendo come massimo risultato il settimo posto al termine della sua prima stagione. Terminata l'esperienza in Brianza passa al Chieri che militava in Serie D 1960-1961, retrocedendo al termine della stagione. Con i piemontesi ottiene la promozione immediata, vincendo il girone del Piemonte e della Valle d'Aosta al termine della stagione 1961-1962. Nell'ultima stagione con i biancoazzurri ottiene il tredicesimo posto del Girone A. Palmarès Serie B: 1 - Genoa: 1952-1953 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1957-1958
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CARLO MATTREL «Calmo come un veterano – racconta Caminiti – e agile come un cherubino. La Juventus ‘57-58 del 10° scudetto gli dovette parecchio. E sì, ci furono in quella Juventus i 28 gol di Charles, un armadio pieno di tutta l’irruenza pedatoria del Galles; e i 22 di Sivori, cattivo come un indio e fantasioso come un faraone; e gli otto gol scientifici di Boniperti che era il capitano.Ma il ragazzo di vent’anni in porta era in gamba, neh… I torinesi che amano la Goëba se lo ricordano, con la sua maglia bianca, i riccioletti, il viso di fanciullo con quegli occhi stellanti, dietro a quell’altro armadio di Rinone Ferrario, a quel pudico compare di Colombo, a quel vanitoso efficiente di Garzena, a quello stakanovista di Emoli, all’ala lungo-linea Stivanello; perché, senza le sue parate capolavoro, incredibili e meravigliose per semplicità, non sarebbe arrivato il decimo scudetto della serie.Certo, come portiere era affatto diverso dagli altri. Mattrel era tutto stilizzato e conservato per quella parata, realizzata in quella frazione di secondo, stando lì dove arrivava il proietto, sapendo già che non avrebbe potuto arrivare che lì. Un portiere dal proverbiale senso del piazzamento, unico nel suo genere fino a quel momento, assai diversi essendo stati portieri come Sentimenti IV o Viola. Cochi grande nel repertorio tecnico-atletico e forse perfetto; Viola enorme come strapotere fisico tra i pali; ambedue più istintivi che razionali.Invece questo fanciullin dava al ruolo sembianze originali, non soltanto per le sue ridotte cadenze fisiche, con Rinone Ferrario che spazzava l’area come il più gagliardo dei liberi; per scelta, predestinazione, come se giocasse nel sogno».Nato a Torino il 14 aprile 1937 e cresciuto nella società bianconera, dietro alla rete di Viola, apprende, annota, disegna parate nelle pagine dell’immaginazione, sognando di poter indossare, un giorno, quella maglia così gloriosa. Riesce raggiungere l’organico della prima squadra appena ventenne (dopo un anno trascorso in prestito all’Anconitana) ed è subito titolare nella favolosa stagione 1957-58, conclusa con lo scudetto della stella.Portiere di calma olimpica, dall’innato senso del piazzamento, Mattrel è, inoltre, dotato di grande agilità. Secco come un grissino, aria sognante, apparentemente svagata, mille volute di biondo-oro gli aureolano quel faccino tondo e infantile. Sta tra i pali e acchiappa tutto, palloni alti, tesi, radenti e parabolici: un talento naturale.Nella Juventus, dove titolare inamovibile è comunque per il solo torneo 1957-58 (con l’esclusione della stagione 1961-62 che disputa in mezzo ai pali del Palermo) si ferma fino a tutto il campionato 1964-65, totalizzando 115 presenze. Con i bianconeri vince tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e altrettante volte la Coppa Italia (1959, 1960 e 1965).Il suo compagno al Palermo, Alberto Malavasi, lo ricorda: «Non aveva eccelse doti acrobatiche e atletiche, ma sapeva organizzare la difesa come nessuno. Lui era sempre piazzato: sorprenderlo era un’impresa, perché Carletto sapeva prevedere tutte le traiettorie. Era un professionista di rara serietà; studiava tutto, si allenava come un certosino, non lasciava nulla al caso».Nel 1965 la Juventus lo cede al Cagliari e dopo un paio d’anni in Sardegna si accasa alla Spal. Dopo due gettoni con la Giovanile e una con la Nazionale B raggiunge la maglia azzurra della massima rappresentativa che indossa due volte, prendendo parte alla sfortunata spedizione per il mondiale cileno del 1962.«Ho avuto le mie disavventure – raccontava – e ho anche sofferto tanto, ma sono sempre riuscito a superare tutto. Sono dovuto anche rimanere fermo un anno per la schiena, però, ho ricominciato da capo, con pazienza e con ostinazione. A Palermo ho passato un anno fortunato che mi ha procurato la convocazione in Nazionale; poi, sono tornato alla Juventus, cominciando la serie di stagioni altalenanti, di alti e bassi, di concorrenze con Anzolin. Ho attraversato, anche, momenti di scoraggiamento; apparenza a parte, sono una persona molto sensibile. Ora, posso dire che quanto mi capitava era normale per un calciatore e che io ho sempre drammatizzato per mancanza di esperienza. Ho smesso presto con il calcio, ma non ho grossi rimpianti; ma doveva andare così e accetto il tutto con fatalismo».Di un calciatore, solitamente, si ricordano le tappe di una più o meno luminosa carriera; si elencano le vittorie e le sconfitte, scudetti e Coppe, si rammenta prima di tutto, e spesso soltanto, il calciatore. Eppure, dovendo parlare di Mattrel, si sente fortissima la necessità di anteporre a tutto, una testimonianza del cuore e ricordare l’uomo e il calciatore, perché l’uomo non ha mai abbandonato l’atleta.«Era un uomo ironico, intelligente, simpatico e davvero buono con tutti – racconta la moglie Grazia – i difetti? Forse la sua immensa e sincera bontà poteva essere scambiata da qualcuno per ingenuità; poi, probabilmente, era troppo juventino: se così non fosse stato, avrebbe accettato ingaggi più importanti in società altrettanto prestigiose mentre, invece, per non tradire mai la sua fede, non ha mai osato dire di no alle offerte dei dirigenti bianconeri».Il ricordo del figlio Diego: «Papà ci raccontava spesso di quando, a 10 anni, con una scusa qualsiasi usciva di casa e si precipitava al Combi, per assistere all’allenamento della Juventus. Se ne stava un po’ sugli spalti e poi, quatto quatto, scavalcava la rete e si piazzava dietro la porta di Viola, il suo idolo di sempre. Poiché si offriva regolarmente di fare il raccattapalle, nessuno trovava il coraggio di cacciare quel moccioso così simpaticamente invadente; con grande costanza, da quella posizione privilegiata, mio padre cercava di imparare il senso di posizione e di assimilare tutti i trucchi del mestiere. Un bel giorno, Parola, dopo aver scorto per la centesima volta quel biondino a bordo campo, decide di fargli sostenere un provino. A 12 anni aveva inizio la favola del bambino che si apprestava a diventare grande, soprattutto grazie al calcio. Vennero presto le convocazioni in tutte le rappresentative Nazionali e poi i tre scudetti, le due Coppa Italia, la stagione in prestito al Palermo, i campionati mondiali in Cile e il ritorno in bianconero per altri tre campionati, coincisi con l’eterno dualismo, sempre mal digerito, con l’amico Anzolin. Ma, a lui, bastava giocare per la sua Juve: quando si trattava di discutere il rinnovo del contratto, si faceva forza degli aumenti ottenuti dai compagni e annunciava ad amici e parenti: “Quest’anno voglio proprio strappare un bell’ingaggio”. Ma poi, una volta che si trovava di fronte ai dirigenti, non aveva mai il coraggio di chiedere di più e finiva sempre per accettare la stessa cifra o, forse, addirittura meno dell’anno precedente. Il problema era che, in Juve, tutti, proprio tutti, sapevano che, pur di indossare quella maglia, avrebbe giocato anche gratis».Un destino dispettoso e beffardo, lo porta via ai suoi cari a soli trentanove anni, in un tragico incidente stradale, non concedendogli mai di sfogliare, orgoglioso, l’album dei ricordi.«Mio marito era andato a Barbania, nel Canavese, per un pranzo di lavoro e, alle 15 e 30, mi aveva telefonato per dirmi che stava per partire alla volta di Carmagnola, dove, nel tardo pomeriggio, avrebbe dovuto disputare una partita di beneficenza con le Vecchie Glorie, a favore dei terremotati del Friuli. Quella è stata l’ultima occasione in cui ho sentito la sua voce; a Front Canavese, per cause mai completamente accertate, la sua 131 è finita fuori strada e, sullo slancio, ha terminato la sua corsa contro una betulla. Carlo è morto sul colpo, dopo aver battuto la tempia sul parabrezza, non ostante l’urto in sé non fosse stato particolarmente violento; l’autovettura, infatti, era ancora in buone condizioni. La fortuna gli era stata assai nemica; un anestesista, che aveva assistito all’incidente, lo ha soccorso immediatamente ma, purtroppo, il suo intervento è risultato vano. Era il 1976 e il mio Carlo aveva solo 39 anni!».ANGELO CAROLI, “STAMPASERA” DEL 27 SETTEMBRE 1976Aveva la mia età: era nato il 14 aprile, il mio stesso mese, del ‘37. Sottolineammo spesso questo particolare, sorridendoci sopra in modo infantile, come fanno i ragazzi che si raccontano tutto della propria vita. Conobbi Carletto nel 1955. Ero stato acquistato dalla Juventus. Erano i tempi di Puppo.Nelle giovanili bianconere cresceva un fanciullo di talento, biondo, riccioluto, svagato, occhi chiari, un sorriso perenne ma non disteso, direi apprensivo, quasi che quell’aria apparentemente tranquilla occultasse chissà quali sedimenti di segrete preoccupazioni. Faceva il portiere, aveva due gambe un po’ arcuate, secche come rami secchi, che facevano contrasto con quel faccino a tutto tondo e rosato come quello dei celebri putti di Luca della Robbia. Faceva il portiere ma non volava. Il suo talento lo spingeva alla riflessione: aveva avuto maestri come Sentimenti IV e Viola: il suo primo istruttore fu Bertolini, il lunghissimo mediano che avvolgeva la propria testa con un vistoso fazzoletto e fece grande la Juve degli anni ‘30.Carletto era puntiglioso: il più severo critico di se stesso. Accettava la bravura altrui quando era geometrica, scontata, calcolata ed esaltata dallo stile e dalla classe: rifiutava i gol scaturiti per caso, da una pedata male assestata, che imprimeva al pallone traiettorie vaganti, inattendibili. Si indispettiva spesso con il sottoscritto, che aveva il piede ruvido, e che lo superava con pallacce sbilenche e senza senso. Sorridevamo anche di questo. I palloni, intanto, continuavano a finire nelle braccia di quel portierino che in pochi anni bruciò la concorrenza, da Viola a Vavassori, a Romano.Disputò una stagione con Parola nell’Anconetana, poi vinse tre scudetti nella Juve. Fu convocato nella Nazionale che viaggiava verso Santiago del Cile, mondiali del ‘62. Fu la stupefacente stagione vissuta nel Palermo a consacrarlo. Carletto ricordava volentieri quell’anno, la Sicilia, quei soli che si sfacevano al tramonto come tante arance, quel calore della gente del Sud. In Cile visse un’esperienza amara. L’Italia fu sconfitta per 2 a 0 dal Cile, dopo 90’ tempestosi Per quell’evento, Carletto spesso si rabbuiava: aveva subito da Carosio un’ingiustizia radiofonica. La celebre «voce» calcistica accusò Mattrel di aver lasciato i pali per raccogliere il berretto depositato vicino a un montante. E per questo episodio il portiere avrebbe subito dal Cile un incredibile gol. Mattrel si turbava e sempre smentì Carosio, rifiutandone la versione.Erano rari i momenti di turbamento di Carletto. Era un uomo felice, viveva per il lavoro e per la famiglia. Una corsa per migliorare la propria posizione sociale, con una condotta di vita decorosa, serena, onesta. Ieri, Carletto ha interrotto bruscamente questa corsa e lascia la moglie Grazia, i figli Diego di 11 anni e Pier Carlo di 7. E lascia una nuvola di amici, con i quali discuteva di lavoro e di calcio, con i quali trascorreva week-end sportivi, per allungare illusoriamente i ricordi, le domeniche festose negli stadi.Conobbi Mattrel nel ‘55; da allora l’ho frequentato spesso. Non cambiava mai: sempre pacato, disponibile, giovanile. E ora lo piango, incapace di pronunciare una sola sillaba. Soltanto silenzio. UN SIMPATICO RICORDO DELLO STESSO ANGELO CAROLI Nella tournée in Scandinavia del 1957 si verificò un episodio piccante. Nonostante fosse il mese di agosto la temperatura non era estiva. Carletto Mattrel fu sorpreso dai compagni di squadra mentre si rifugiava nella propria camera insieme con una splendida fanciulla dagli occhi azzurri come il mare e una cascata di capelli che ricordavano i campi di grano del Texas. Carletto non si accorse di nulla e andò a letto tranquillo. Umberto Agnelli fu messo al corrente. Bisognava mandare a monte quella notte d’amore. Il presidente bussò alla sua camera, ma non ebbe risposta. Bussò di nuovo, ancora silenzio. A quel punto Agnelli, con tono divertito ma severo, aggiunse: «Apri. So che sei lì dentro e che non sei solo». Mattrel uscì dalla camera con un pallore lunare diffuse sulle gote rotonde. Umberto chiese spiegazioni e Carletto replicò con stupore candido e con prontezza sbalorditiva: «Avevo freddo e ho pensato di scaldarmi un poco». Tutto si concluse con una risata omerica. Raccontarono l’episodio, molti anni dopo, alla moglie Grazia. Rise anche lei, con tenerezza. Erano tempi scapigliati, spensierati e i ritiri sembravano Luna Park... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/carlo-mattrel.html
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CARLO MATTREL https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Mattrel Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.04.1937 Luogo di morte: Front Canavese (Torino) Data di morte: 25.09.1976 Ruolo: Portiere Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Carletto Alla Juventus dal 1957 al 1961 e dal 1962 al 1965 Esordio: 08.09.1957 - Serie A - Juventus-Verona 3-2 Ultima partita: 06.06.1965 - Serie A - Juventus-Vicenza 3-1 114 presenze - 146 reti subite 3 scudetti 2 coppe Italia «Era un professionista di rara serietà; studiava tutto, si allenava come un certosino, non lasciava nulla al caso.» (Alberto Malavasi) Carlo Mattrel (Torino, 14 aprile 1937 – Front, 25 settembre 1976) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Era affettuosamente soprannominato Carletto. Carlo Mattrel Mattrel alla Juventus tra gli anni 50 e 60 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1969 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1955-1956 Juventus 0 (0) 1956-1957 → Anconitana 33 (-?) 1957-1961 Juventus 92 (-?) 1961-1962 → Palermo 34 (-35) 1962-1965 Juventus 22 (-?) 1965-1967 Cagliari 25 (-?) 1967[1] → Chicago Mustangs 0 (0) 1967-1969 SPAL 5 (-8) Nazionale 1958 Italia Giovanile 2 (-2) 1958 Italia B 1 (-1) 1962 Italia 2 (-3) Biografia Sposato con Grazia, la coppia ebbe un figlio, Diego, in seguito fondatore della squadra di calcio a 5 del Ronchiverdi. Ritiratosi, intraprese l'attività di imprenditore metalmeccanico fino alla prematura scomparsa avvenuta nel 1976, a trentanove anni, a seguito di un incidente stradale avvenuto in località Front Canavese: la sua auto si schiantò contro una betulla e Mattrel sbatté la testa sul parabrezza; morì sul colpo nonostante il rapido soccorso di un anestesista. Caratteristiche tecniche Atleta longilineo, era capace di piazzarsi bene fra i pali ed era dotato di grande agilità. Carriera Club Iniziò a muovere i primi passi nelle giovanili della Juventus. Disputò il campionato 1956-1957 nelle file dell'Anconitana, terminata prima nel girone F della Serie D, per poi tornare in bianconero. Mattrel (terzo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1957-1958, in allenamento al Campo Combi con Charles, il tecnico Broćić e Stacchini. Giocò sette stagioni sotto la Mole, salvo una parentesi di una stagione in prestito al Palermo nel 1961-1962 (34 presenze in campionato), rientrando nella trattativa che portò Roberto Anzolin a Torino. Alla Juventus vinse tre scudetti (1958, questo ultimo quello della prima stella, 1960 e 1961) e due edizioni della Coppa Italia (1959 e 1960). Durante l'annata a Palermo fece registrare la più lunga striscia di partite con reti inviolate della storia rosanero: cinque partite contro Udinese, Vicenza, Torino, Bologna e SPAL (in quest'ultima parò due rigori). Nella stessa stagione parò otto calci di rigore su dieci (uno dei due subiti fu parato ma non trattenuto a San Siro contro l'Inter dopo averne parato già uno). Rientrato a Torino, venne progressivamente relegato al ruolo di riserva di Roberto Anzolin. Nel 1965-1966 passò al Cagliari rimanendovi due stagioni, in cui, nella seconda, perse il posto da titolare a vantaggio di Adriano Reginato a causa di un problema alla schiena. Con i cagliaritani Mattrel ha anche una esperienza nel campionato nordamericano organizzato nel 1967 dalla United Soccer Association e riconosciuto dalla FIFA, in cui i sardi giocarono nelle vesti del Chicago Mustangs, ottenendo il terzo posto nella Western Division. Si trasferì quindi alla SPAL del presidente Paolo Mazza. A Ferrara iniziò la stagione 1967-1968 titolare per poi finire fuori rosa in un'annata che vide la squadra ferrarese retrocedere in Serie B. Quindi, nel 1969, decise per il ritiro e ritornò nella sua Torino. Oltre alle 158 presenze in Serie A, disputò anche 27 partite di Coppa Italia, 4 partite di Coppa dei Campioni e una partita di Coppa delle Coppe. Nazionale Dopo due presenze con la Nazionale Giovanile e una con la Nazionale B, mentre giocava con il Palermo conquistò un posto nella Nazionale maggiore esordendo nel 1962 nell'incontro pre-mondiale Belgio-Italia (1-3). Convocato nella lista dei 22 giocatori per la spedizione al Mondiale 1962, disputò da titolare la partita Cile-Italia 2-0 che fu anche l'ultima in maglia azzurra dopo aver collezionato anche 3 presenze nella Rappresentativa Giovanile, 3 nella Nazionale Militare e 2 nella Nazionale B. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960
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Ljubiša Broćić - Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
LJUBISA BROCIC Candido omone – scrive Caminiti – parla jugoslavo, ma è stato in Egitto e parla anche egiziano; in Libano e parla pure libanese; in Olanda e parla olandese; in Inghilterra e parla inglese. Parla diverse lingue ma si affatica a parlare italiano e ne riferisce le intenzioni l’umile Depetrini. È un tecnico modello, lancia Mattrel e Stacchini, ricostruisce Ferrario, Colombo, sa pungolare Charles, soprattutto sa sopportare Sivori. È sempre tranquillo e fidente nella sorte. Soltanto pretende che i giocatori si allenino. Sarà il suo imperdonabile errore. Pure al cadere degli anni cinquanta era proibito, categoricamente proibito, alla Juve fare gli allenamenti sul serio. Poteva essere tollerato soltanto l’allenatore lacché. Non era stato in fondo un po’ lacché l’ottimo Carcano dei fulgenti anni trenta? Un allenatore vale l’altro. Agnelli docet: l’allenatore non serve. “TRE RE PER UNA SIGNORA” DI BERNARDI & NOVELLI «Ljubiša Broćić, jugoslavo di Belgrado Un altro doktor, anche lui laureato come Puppo. Credo Fosse professore di educazione fisica». Vigeva la moda o la mania dei tecnici slavi, in quel periodo. Bontà del calcio di quelle plaghe che, sotto forma di scontri fra nazionali, volle dire proprio nel 1957 un micidiale 6-1 per la Jugoslavia ai nostri danni. La partita fu giocata a Zagabria il 12 maggio, ossia il giorno in cui John Charles arrivò a Torino Fu la replica del sonorissimo 4-0 con il quale, due anni prima, ci avevano bastonati al Comunale torinese. «Esattamente. A Zagabria, quel giorno, c’era Boniperti in campo». Era la Nazionale allenata da Alfredo Foni e composta in larga parte da giocatori della Fiorentina, con l’eccezione di Giampiero da Barengo e del portiere laziale Bob Lovati. Per noi segnò Cervato su rigore. «Boniperti vide le streghe con il loro capitano Milutinović». Dimmi di Broćić. «Anche lui era un personaggio molto curioso. Si era proposto alla Juventus tramite una lettera indirizzata al commendator Remo Giordanetti, che è stato anche vicepresidente della società. Si era presentato snocciolando il suo curriculum, abbastanza impressionante: giocatore della Stella Rossa, una ventina di gare nella nazionale jugoslava, una laurea alla Scuola Superiore di Educazione Fisica di Belgrado, membro dell’Accademia dello Sport, poliglotta. Soprattutto, aveva allenato la Stella Rossa, vincendo due scudetti e tre coppe nazionali, e arrivò a guidare la stessa Jugoslavia fino al 1953. Poi aveva vagato per il mondo, allenando in Albania e al Cairo: qui si mise alla testa della Nazionale egiziana, portandola al successo nei Giochi del Mediterraneo. Finì successivamente a Beirut e infine in Olanda». Un autentico zingaro del pallone. Da romanzo d’avventura. «Dall’Olanda, dove era l’allenatore del Psv Eindhoven, il club della Philips, scrisse dunque la sua letterina alla Juve, sostenendo che avrebbe contribuito a farne una grossa squadra E la Juventus, dopo avere preso informazioni, rispose “Bene, ben venga questa dottor Broćić”. Ma questa dottor Broćić non era probabilmente un tecnico molto illuminato. Ti cito un episodio che ha come protagonista il mio collega Angelo Caroli, che giocò nella Juve in quel periodo e si fregiò dello scudetto del 1960-61 disputando qualche partita». Che cosa ti ha raccontato Caroli? «Tieni presente che Angelo era stato prima centravanti, successivamente si trasformò in terzino. Fatto sta che un giorno Broćić gli disse: “Senta, lei si metta a centrocampo. Ha presente Schiaffino? Sì? Benissimo: allora mi giochi alla Schiaffino”. Però tutto poteva dire a Caroli meno che s’improvvisasse, sia pure in sedicesimo, nelle vesti di uno Schiaffino, dato che aveva ben altre caratteristiche. E questa per farti un esempio del tipo che era Broćić. Con quella Juventus, ad ogni modo, con quegli uomini, con quel trio, credo che verosimilmente chiunque avrebbe potuto allenarla ottenendo dei buoni risultati». Broćić, comunque, avrà pure avuto dei meriti, se non altro per il suo palmares. «Fu sicuramente un buon preparatore, fatto non secondario visto che la parte fisica è molto importante, e la forma, poi, è quella che sostiene la classe. Almeno sotto questo aspetto, va dato merito al dottor Broćić». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/ljubisa-brocic.html -
Ljubiša Broćić - Allenatore
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LJUBISA BROCIC https://it.wikipedia.org/wiki/Ljubiša_Broćić Nazione: Jugoslavia Luogo di nascita: Belgrado Data di nascita: 03.10.1911 Luogo di morte: Melbourne (Australia) Data di morte: 16.08.1995 Ruolo: Allenatore Allenatore della Juventus dal 1957 al 1959 46 panchine - 31 vittorie - 7 pareggi - 8 sconfitte 1 scudetto Ljubiša Broćić (Belgrado, 3 ottobre 1911 – Melbourne, 16 agosto 1995) è stato un allenatore di calcio serbo. Ljubiša Broćić Broćić nel 1959. Nazionalità Jugoslavia Calcio Ruolo Allenatore Carriera Carriera da allenatore 1946 Albania 1947 Albania 1947-1950 Metalac Belgrado 1951 Stella Rossa 1952 Vojvodina 1953 Stella Rossa 1954-1955 Egitto 1955 Racing Beirut 1956 Libano 1956-1957 PSV 1957-1959 Juventus 1959-1960 PSV 1960-1961 Barcellona 1961 Tenerife 1962 Kuwait 1962-1964 Nuova Zelanda 1964-1966 South Melbourne 1968-1969 Nuova Zelanda 1969 South Melbourne 1970 Kuwait 1973-1975 Kuwait 1980 Bahrein Carriera Allenatore Nell'estate 1957, dopo essersi proposto come guida tecnica della Juventus tramite una lettera, viene ingaggiato dalla società torinese, conquistando nella stagione 1957-1958 lo scudetto della prima stella, ovvero il decimo per i bianconeri. Parlava diverse lingue, ma non sapeva l'italiano e si avvaleva della collaborazione di Teobaldo Depetrini. Broćić scelse di affidarsi all'allora ventenne Carlo Mattrel come portiere, mutando il ruolo di Umberto Colombo da mezzala in mediano. La sua Juventus applicava uno schema razionale, con una difesa bloccata e pronta al rilancio per le due punte Omar Sívori e John Charles. Con questo gioco la Juventus vinse il suo decimo titolo italiano. Broćić (secondo da sinistra) alla guida della Juventus nella stagione 1957-1958, insieme ai giocatori Charles, Mattrel e Stacchini. L'anno dopo, forte del successo ottenuto, Broćić fu confermato. Tuttavia, in seguito alle pesanti sconfitte a Vienna contro il Wiener Sportklub (vittorioso per 7-0) il 1º ottobre 1958 in Coppa dei Campioni e in casa contro il Milan (che prevalse per 5-4 con il gol decisivo al 90' di Ernesto Grillo) il 16 novembre dello stesso anno in campionato, oltre a incomprensioni con il citato Sívori, fu licenziato a favore di Depetrini e destinato all'incarico di osservatore. La squadra era quarta, a due punti dalla prima in classifica, all'ottava giornata di campionato. Nel 1960 fu messo sotto contratto dal Barcellona, che quell'anno acquistò giocatori come Jesús Garay, Salvador Sadurní e Josep Maria Fusté, ma la sua carriera in blaugrana non fu felice: dopo aver vinto tutte le amichevoli giocate contro altre squadre europee, le prime quattro giornate di campionato e aver eliminato il Real Madrid agli ottavi di finale della sesta Coppa dei Campioni, prima squadra a riuscire nell'impresa, lentamente la classifica peggiorò, sinché il 12 gennaio 1961, dopo il pareggio per 2-2 contro l'Athletic Bilbao al Camp Nou, fu esonerato e sostituito dall'allenatore in seconda Enrique Orizaola. Palmarès Allenatore Club Campionato jugoslavo: 2 - Stella Rossa: 1951, 1952-1953 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1957-1958 -
GIORGIO STIVANELLO Giorgio Stivanello – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del febbraio 2001 – è una delle pedine su cui il dottor Umberto Agnelli tenta di ricostruire la Juve ingrigita nell’epoca dei “Puppanti”. I giovani sono volenterosi e pieni di speranze, ma non sono smaliziati e non possono puntare in alto. Nell’estate del 1956 il dottore preleva dal Padova un’ala sinistra veloce e puntigliosa. Ha la pelle talmente scura che se indossa un caffettano lo si scambia per un tunisino che porta a spasso un branco di dromedari. Anche i capelli sono neri e perfino gli occhi, che fissano come setter smaniosi.Per me è il Gondoliere, è nato a Venezia nel 1932. Gli amici preferiscono chiamarlo Stiva. È un tipo gioviale, sorride spesso ed è dotato di una dialettica spigliata, simpatica. Le parole gli scivolano sulla lingua che sembra impanata con sapone. La Juve vive due stagioni non eclatanti (1955-1957), poiché Garzena, Colombo, Emoli, Stacchini, Leoncini, Mattrel e Vavassori devono crescere ancora un po’, mentre Nay, Oppezzo e Viola sono vicini alla pensione. Arriva il restauro. Reggono alla grande Boniperti e Corradi, germogliano i virgulti e i nuovi acquisti portano nomi celebri: Charles, Sivori e Nicolè. Il lavoro del dottor Umberto è eccellente.Il gruppo si raduna attorno a Broćić, jugoslavo con capelli bianchi e intelligenza viva. Il tecnico ha intuizioni rapide. Quando vede Stivanello correre sul lungo linea e crossare con dosaggio euclideo, stabilisce che lo schema bianconero deve avere uno sbocco: la testa di Long John, che sbatterà la palla in rete oppure la smisterà sul sinistro luciferino di Omar. I palloni sono recuperati dalle retrovie e subito trasferiti al veneziano, il quale non ha indugi, corre sfiorando il lungo linea e da fondo campo fa suonare il mancino. La palla diventa un coriandolo che si deposita nel sito richiesto da Broćić. Ecco un esempio di come un allenatore capisce che lo schema deve essere preparato non solo in base alle proprie convinzioni, ma soprattutto tenendo conto delle qualità dell’organico.Stiva avrà problemi con menischi e con il galoppare irresistibile di Gino Stacchini. Il puledro di San Mauro Pascoli gli toglie il posto e Giorgio può mettere insieme novantatré gettoni e ventuno goal all’attivo. Stiva è amico soprattutto di Omar Sivori, un legame spontaneo e sincero li unisce. Dividono serate in famiglia, sedute al tavolo delle carte (poker e ramino insieme a Charles ed Emoli soprattutto) e divertimenti. Insieme danno vita a duetti interessanti sul campo, poiché Giorgio non avrà un piede sudamericano ma la tecnica è tanto scarna quanto solida. Difende perciò molto bene il pallone e anche il tiro è di buona efficacia.Quando saluta gli splendori di Piazza San Carlo, la sede all’epoca è ubicata sopra il Bar Torino, decide di avvicinarsi a Venezia e firma per il Lanerossi Vicenza. Dopo aver lucidato per l’ultima volta le scarpe si getta a capofitto sul lavoro. Diventa un ottimo agente di vendita per la Lavazza, ramo caffè. E quando va in pensione, siamo vicini al Duemila, collabora con il figlio Piero, il quale dopo essere transitato nell’universo calcistico come una meteora (Lanerossi Vicenza) gestisce un’agenzia delle Assicurazioni Generali. Il Gondoliere, uomo dal sorriso eterno e dall’animo buono. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/07/giorgio-stivanello.html
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GIORGIO STIVANELLO https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Stivanello Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 13.07.1932 Luogo di morte: Vicenza Data di morte: 18.05.2010 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 76 kg Soprannome: Moro di Venezia - Stiva Alla Juventus dal 1956 al 1960 e 1961-1962 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 97 presenze - 20 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Giorgio Stivanello (Venezia, 13 luglio 1932 – Vicenza, 18 maggio 2010) è stato un calciatore italiano. Giorgio Stivanello Stivanello alla Juventus nel 1959-1960 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1964 Carriera Giovanili 19??-19?? Venezia Squadre di club 1951-1953 Venezia 18 (3) 1953-1956 Padova 90 (25) 1956-1960 Juventus 94 (20) 1960-1961 → Lazio 0 (0) 1961-1962 Juventus 3 (0) 1962-1963 Venezia 7 (2) 1963-1964 Jesi ? (?) Biografia È scomparso nel 2010 all'età di settantasette anni. Anche suo figlio Piero, nato a Torino il 26 marzo 1957, è stato un calciatore professionista, con all'attivo una presenza in Serie A con il L.R. Vicenza nella stagione 1974-1975. Carriera Stivanello al Padova nell'annata 1955-1956 Cresciuto calcisticamente nel Venezia, fu una classica ala con un gioco basato su lunghe discese sulla fascia e cross verso gli attaccanti. Passato al Padova nel 1953, dopo aver centrato la promozione in massima serie nella stagione 1954-55, contribuendo con 12 reti all'attivo, esordì in Serie A il 18 settembre 1955 in Padova-Lazio 1-2. Nella stagione 1956-1957 venne tesserato dalla Juventus, che lo impiegò nel suo ruolo naturale, potendo disporre di una coppia di attaccanti adatta a sfruttarne i cross, formata da John Charles e Omar Sívori. Stiva giocò nella Juventus per sei stagioni, giocando le prime 3 da titolare e le seguenti da rincalzo, collezionando 97 presenze e realizzando 20 gol, di cui 11 nella prima stagione (miglior marcatore bianconero della stagione, alla pari di Antonio Montico); durante la sua permanenza a Torino, la Juventus vinse due scudetti e due Coppe Italia. I sei anni trascorsi con la Vecchia Signora furono intervallati dalla stagione 1960-61, quando Stivanello fu ceduto in prestito alla Lazio, con la quale però non disputò gare di campionato. Concluse la sua carriera ad alto livello nella stagione 1962-1963 nel Venezia, realizzando due reti non sufficienti a evitare la retrocessione in B dei lagunari. In carriera ha totalizzato complessivamente 115 presenze e 25 reti in Serie A, e 64 presenze e 20 reti in Serie B. Palmarès Campionato italiano: 2 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960
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ROMANO VOLTOLINA https://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Voltolina Nazione: Italia Luogo di nascita: Chioggia (Venezia) Data di nascita: 04.11.1937 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1956 al 1958 e 1959-1960 Esordio: 20.01.1957 - Serie A - Triestina-Juventus 3-0 Ultima partita: 15.11.1959 - Serie A - Bologna-Juventus 3-2 5 presenze - 1 rete Romano Voltolina (Chioggia, 4 novembre 1937) è un ex calciatore italiano, di ruolo ala. Romano Voltolina Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1967 Carriera Squadre di club 1956-1957 Juventus 1 (0) 1957-1958 → Parma 15 (5) 1958 Juventus 0 (0) 1958-1959 → Siena 19 (8) 1959 Juventus 4 (1) 1959-1960 Venezia 17 (0) 1960-1961 Cesena 23 (4) 1961-1964 Biellese 79 (14) 1964-1965 Massese 21 (3) 1965-1966 Juve Siderno 27 (14) 1966-1967 Massiminiana 13 (1) Carriera Cresciuto nel vivaio della Juventus, esordisce in prima squadra nella stagione Serie A 1956-1957 in una partita contro la Triestina. La stagione successiva viene mandato in prestito al Parma e a fine campionato torna al club di Torino, disputando due incontri di Coppa Italia che, proprio quella stagione, riprendeva vita e veniva disputata al termine del campionato. Segue una nuova esperienza in prestito, stavolta al Siena, da cui fa ritorno a fine stagione. Nel 1959 seconda apparizione in campionato con i colori bianconeri della Juventus nella partita contro il Bologna. A stagione in corso abbandona la squadra piemontese ma non i colori bianconeri già vestiti anche con il Siena: difatti veste dapprima la maglia del Cesena, poi della Biellese ed infine della Massese. Chiude la sua carriera in due squadre del sud, la Juve Siderno e la Massiminiana. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie D: 1 - Massese: 1964-1965
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KURT HAMRIN Figlio di un imbianchino, il piccolo Kurt nasce come calciatore già a cinque anni, quando entra nei pulcini dell’AIK Solna, squadra di un sobborgo della capitale svedese Stoccolma. È vispo, astuto e intelligente; sul campo, gli spunta una minuscola cresta dì capelli: da pulcino si trasforma velocemente in galletto. Kurt è sempre l’ultimo a lasciare lo stadio; rivestiti i panni borghesi, si ferma per ore e ore ad ascoltare i racconti degli anziani, che parlano di geni del football emigrati in Italia per formare un trio leggendario, il GRE-NO-LI.Cresce, così, nella cultura del pallone, stimolato da quelle storie lontane, ma anche da tecnici più terra-terra che per lui prevedono un radioso futuro. A quattordici anni, è costretto a lasciare la scuola per trovare un lavoro, in quanto la famiglia necessita di un aiuto immediato, trovandosi in difficoltà economiche. Sceglie di fare lo zincografo e, dopo una dura giornata di lavoro, si sobbarca lunghe trasferte per gli allenamenti.Debutta giovanissimo in Serie A, la notissima Allsvenska: i suoi goal non fruttano alcun titolo all’AIK, ma a livello personale lo lanciano nell’Olimpo nazionale. Debutta con la casacca gialloblu della Nazionale svedese, andando a segno, di media, una volta ogni due partite: un buon bottino per un ragazzo di nemmeno ventuno anni.Sandro Puppo, che allora allenava una strana Juventus fatta di ragazzi e due o tre vecchi assi, fu spedito a valutare quel ventenne descritto come un campione assoluto. Puppo, dottore non solo in calcio, tornò deluso: «Non vale».L’Avvocato lo pregò di riprovare; Puppo salì sull’aereo per Lisbona, assistette a Portogallo-Svezia e tornò a Torino con un: «Mi ero sbagliato», che cambiava il destino di quel giovane svedese.Passò alla Juventus per quindicimila dollari che allora, nel 1956, equivalevano a nove milioni e mezzo. Due campionati più tardi sarebbe stato ceduto alla Fiorentina per una cifra dodici volte superiore. La Juventus di allora era una squadra in via di ricostruzione ma ancora lontana da un decisivo rafforzamento. Vivacchiava a metà classifica, preceduta non solo da Milan e Inter, Torino e Fiorentina, ma anche da Lazio e Udinese e perfino da Padova e Spal.L’esordio avvenne all’Olimpico contro una Lazio fortissima e piena di ex juventini. Uno di questi era Muccinelli, anche lui ala destra, un idolo del tifo bianconero. Fu una sorprendente vittoria bianconera con un goal dello sconosciuto Donino, che sostituiva Boniperti, e due di Hamrin, uno alla Mortensen in piena corsa e l’altro su rigore. La domenica successiva conquistò il pubblico torinese, segnando il goal della vittoria sulla Spal e offrendo al compagno Stivanello, il pallone del secondo, dopo aver scartato anche il portiere. Insomma, dette spettacolo e fu il migliore in campo. Poi cominciarono i guai.Otto giorni dopo, a Genova, scontro con il terzino Becattini, partita finita in anticipo, prime assenze. I giornali scrivevano che Hamrin aveva restituito per incantesimo la snellezza e il brio, l’estro e la finezza. In quel campionato saltò una dozzina di partite e nacque una maldicenza, quella della caviglia di vetro, una delle ragioni che lo allontanarono dalla Juventus. L’altra, quella più vera, fu l’arrivo di Charles e Sivori. Allora non esisteva la possibilità di tesseramento per tre stranieri nella stessa squadra e così Hamrin fu dirottato al Padova, in prestito.Proprio da Padova veniva Bruno Nicolé, l’enfant prodige del calcio italiano di quegli anni: giocava centravanti ma fu lui a prendere il posto dello svedese, all’ala. Prima di trasferirsi, Hamrin partecipò, ai primi di luglio a una tournée nella sua Svezia. Cinque partite in undici giorni: furono cinque vittorie. Più che un quintetto d’attacco sembra una provocazione: a destra, appunto, Hamrin, poi Boniperti, poi Charles, Sivori, infine Stivanello. In cinque partite, segnarono trentasette goal.La Juventus vinse lo scudetto 1958, ma trovò uno degli avversari più accaniti proprio nel Padova che aggiungeva al suo formidabile blocco difensivo l’irresistibile freccia svedese (trenta partite, venti goal). Nereo Rocco aveva scoperto una soluzione ai guai ortopedici di Hamrin: una speciale soletta nella scarpa del piede più volte infortunato, le caviglie del giocatore ora sembravano di acciaio.A stagione conclusa Hamrin giocò ancora e segnò in maglia bianconera, partecipando tra i campioni d’Italia a un torneo con squadre inglesi e belghe a Bruxelles. Poi l’addio definitivo: partì per la Svezia per i mondiali; fu autore di goal magnifici e figurò tra i protagonisti della famosa finale contro il Brasile del diciottenne Pelé. A settembre fu acquistato dalla Fiorentina, con la quale segnerà 150 goal in nove anni.A Padova Rocco lo aveva soprannominato Faina; a Firenze lo chiamarono dapprima Bimbo per il suo sguardo mite e furbo, il ciuffo biondo, il fisico da ballerino. Poi anche Bimbo non fu più adatto a quel cannoniere dall’aria gracile e diventò, definitivamente, Uccellino, visto come correva in campo, a volte quasi zampettando, a volte in volo radente sempre pronto alla beccata decisiva.«Ha un cronometro svizzero in testa – diceva Nereo Rocco – in fondo non ha niente di trascendentale, né il dribbling, né il tiro, né il colpo di testa. Ma nessun giocatore al mondo possiede la sua scelta di tempo nei rimpalli, nelle mischie, negli appuntamenti con la palla. Lui vince sempre con una frazione di secondo».A trentatré anni Hamrin passò al Milan e per poco non scoppiò la rivolta; gli intellettuali fiorentini furono addirittura sul punto di riunirsi per firmare un manifesto contro la partenza di Uccellino. Con la maglia rossonera, Hamrin riuscì finalmente a vincere il suo primo scudetto nel 1968. Lo tolse, naturalmente, alla Juventus di Heriberto, alla quale aveva segnato, a Torino, il goal decisivo nello scontro diretto. Uno dei suoi ultimi goal.ANGELO CAROLINelle interessanti pagine del libro “Gli Agnelli e la Juventus” scritto da Mario Pennacchia, leggo che Sandro Puppo si era recato due volte in Svezia per visionare quell’uccellino talentoso. Solo dopo il secondo approccio, l’allenatore aveva stilato una relazione positiva. Kurt era un ragazzo dolce, con uno sguardo sereno, gli occhi brillavano di nostalgia per la sua terra. Proveniva dall’AlK di Stoccolma, la furbizia intuitiva e la rapidità erano le virtù più evidenti. Aveva una falcata cortissima, il suo correre ricordava il pedonare svelto e un po’ claudicante dei volatili, lo chiamavano Uccellino, giocava ala destra e stava sempre in agguato, pronto a ribattere in goal una respinta del portiere o un rinvio maldestro dell’avversario. Non ebbe fortuna nella prima stagione italiana, i terzini lo maltrattavano, fu relegate per molte domeniche in infermeria, esplose nella stagione 1957-58, quando trovò protezione nei padovani Blason, Azzini e Scagnellato, i quali promettevano botte a chi osava importunare l’uccellino venuto dal freddo. Ricordo che il numero più efficace di Hamrin era quell’eseguire l’uno-due con le gambe dell’avversario. Si avvicinava al terzino, gli gettava il pallone sugli stinchi, ne raccoglieva il rimbalzo e volava via sul lungo linea per concludere l’azione con tiro oppure con cross basso. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/kurt-hamrin.html
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KURT HAMRIN https://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_Hamrin Nazione: Svezia Luogo di nascita: Stoccolma Data di nascita: 19.11.1934 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 70 kg Nazionale Svedese Soprannome: Uccellino - Faina - Bimbo Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 09.06.1957 - Serie A - Juventus-Triestina 4-3 23 presenze - 8 reti Kurt Roland Hamrin (Stoccolma, 19 novembre 1934) è un ex calciatore svedese, di ruolo attaccante. Bandiera della Fiorentina, fu attivo nel campionato italiano dove, con 190 reti in Serie A, è l'ottavo miglior marcatore della competizione con una media gol pari a 0,48 per partita. Si segnala inoltre per essere, con 400 presenze nella massima divisione, il settimo calciatore non italiano con più partite disputate. Nonostante sia annoverato tra i goleador più prolifici, in Italia non vinse mai il titolo di capocannoniere, riconoscimento invece ottenuto nella nativa Svezia. Hamrin fu inoltre membro della nazionale del suo paese, con la quale prese parte al campionato del mondo 1958 organizzato proprio nello Stato scandinavo, raggiungendo la finale. Kurt Hamrin Hamrin, con la nazionale svedese, esulta dopo la rete siglata alla Germania Ovest nella semifinale del campionato del mondo 1958 Nazionalità Svezia Altezza 170 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Carriera Giovanili 1946-1947 Huvudsta IS 1947-1948 Råsunda IS 1949-1951 AIK Squadre di club 1951-1955 AIK 63 (54) 1956-1957 Juventus 23 (8) 1957-1958 → Padova 30 (20) 1958-1967 Fiorentina 289 (151) 1967-1969 Milan 36 (9) 1969-1971 Napoli 22 (3) 1972 IFK Stoccolma 10 (5) Nazionale 1953-1965 Svezia 32 (16) Carriera da allenatore 1971-1972 Pro Vercelli Palmarès Mondiali di calcio Argento Svezia 1958 Biografia Hamrin è il quinto figlio di un imbianchino, Karl, e da adolescente lavorò come apprendista operaio e poi come zincografo per il giornale svedese Dagens Nyheter. Nel 1953, diciannovenne, conobbe Marianne, di un anno più giovane di lui, con la quale si sposò due anni più tardi e ha festeggiato nel 2005 le nozze d'oro. La coppia ha avuto cinque figli: Susanna, Carlotta, Piero, Riccardo ed Erika. Cessata l'attività sportiva, Hamrin intraprese quella di commerciante, importando ed esportando tra Svezia e Italia oggetti in ceramica; tuttavia il crescente numero di prodotti di fattura cinese sul mercato lo portò a essere non sufficientemente competitivo e dunque alla chiusura. Fino al 2008 è stato anche talent-scout per conto del Milan in Toscana. Vive a Coverciano, dove fino a qualche anno fa ha insegnato calcio ai bambini della squadra Settignanese. Caratteristiche tecniche Il giornale sportivo la giornalaccio rosa dello Sport lo ha definito come «un'ala destra elegante e micidiale. Aveva tiro e segnava con facilità. Aveva fantasia e visione di gioco. Era lieve e veloce, in campo volava: lo chiamano Uccellino. Era un grande opportunista: con dribbling stretti, scatti, guizzi e allunghi puntava sempre l'avversario cercando il tunnel o il rimpallo». Era inoltre ambidestro sia nel palleggio che nel tiro. Carriera Giocatore Club Gli inizi e l'AIK L'epifania calcistica di Hamrin è dovuta all'ex calciatore Per Kaufeldt, sei volte capocannoniere del campionato svedese e medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1924. Dopo aver militato con lo Huvudsta IS e il Råsunda IS per un anno ciascuno, Hamrin passò all'AIK Stoccolma, con cui debuttò diciannovenne in prima divisione, il 10 maggio 1953 contro l'IFK Malmö. Nella stagione 1954-1955 fu capocannoniere in campionato con 22 gol in altrettante partite disputate. Il calcio svedese non era ancora professionistico, così il club non riconosceva alcuno stipendio ai calciatori, ma solo un compenso a partita: cinquanta corone (circa 15 euro) in caso di vittoria o pareggio, mentre le sconfitte non erano remunerate; ciò costringeva Hamrin a svolgere la summenzionata professione di zincografo. Juventus Hamrin in azione con la maglia della Juventus Giovanni Agnelli, presidente della Juventus, lo notò durante una partita tra Portogallo e Svezia e decise di ingaggiarlo, pagando quindicimila dollari. È da segnalare altresì una versione secondo la quale il giocatore sarebbe stato suggerito da un minatore italiano che lavorava in Svezia, il quale nel novembre del 1955 inviò una lettera ad Agnelli. L'avvio di Hamrin fu positivo, con due gol all'esordio contro la Lazio e ulteriori marcature contro Torino, Inter e Udinese, ma poi intervennero tre infortuni consecutivi che portarono a ritenere che la caviglia del calciatore fosse eccessivamente fragile, sebbene egli si lamentasse del fatto che i tempi di guarigione fossero stati troppo accelerati. Padova Hamrin al Padova, fra i compagni di squadra Azzini e Scagnellato. L'anno seguente, con l'acquisto da parte della Juventus del gallese John Charles e dell'argentino Omar Sívori, per via del regolamento che consentiva di tesserare solo due stranieri per squadra Hamrin fu ceduto al Calcio Padova. È stato inoltre detto che il capitano bianconero, Giampiero Boniperti, abbia spinto per tale soluzione, dacché, sul piano tattico, la presenza di Hamrin gli impediva di concludere le azioni da lui stesso imbastite come avrebbe desiderato. Nella squadra allenata da Nereo Rocco, suo estimatore che gli diede il soprannome di Faina, Hamrin realizzò venti gol in trenta partite, contribuendo fattivamente al raggiungimento del terzo posto in campionato, miglior piazzamento nella storia patavina. Assieme al compagno d'attacco Sergio Brighenti costituì il necessario complemento di una formazione che già poteva contare su una solida difesa schierata secondo i dettami del catenaccio. Nonostante la permanenza di durata appena annuale tra le file del club, Hamrin è stato annoverato tra i componenti della squadra ideale formata dai migliori giocatori di sempre del Padova. Fiorentina Hamrin con la maglia della Fiorentina, club in cui detiene tuttora il record di miglior marcatore assoluto con 208 gol. L'ottima stagione gli valse il passaggio alla Fiorentina, al tempo in cerca di un'ala destra che sostituisse il campione Julinho. Con Hamrin, in nove anni la squadra di Firenze non riuscì mai a vincere il campionato (terminò due volte seconda), anche per via della presenza di avversari altamente competitivi, come la già citata Juventus del Trio Magico, il Milan prima di Juan Alberto Schiaffino e poi di José Altafini, e infine la Grande Inter del presidente Angelo Moratti. Tuttavia arrivarono le vittorie in Coppa Italia (1961 e 1966), Coppa delle Coppe, Coppa delle Alpi e Coppa Mitropa, nonché 151 marcature, grazie alle quali Hamrin è stato per più di trent'anni il primatista di reti segnate in Serie A con la Fiorentina, superato da Gabriel Batistuta nel 2000. Con la squadra toscana raggiunse un altro traguardo: il 2 febbraio 1964, nella partita Atalanta-Fiorentina 1-7, segnò una cinquina, record per un giocatore in una partita in trasferta di Serie A. Nello stesso periodo fu soprannominato Uccellino dal giornalista Beppe Pegolotti de La Nazione, il quale pubblicò un articolo dal titolo «Uccellino che vola». Milan Hamrin al Milan Durante la militanza in maglia viola, Hamrin fu più volte sul punto di cambiare squadra: nel 1963 Helenio Herrera stava per portarlo all'Inter in uno scambio col brasiliano Jair, rinunciandovi perché non pienamente convinto, mentre nel 1965 Rocco lo voleva al Torino, ma desistette perché il conguaglio richiestogli dalla Fiorentina (circa trenta milioni) fu giudicato sospettosamente basso. Nel 1967 Rocco si ricredette e, passato al Milan, fece sì che l'ormai trentatreenne Hamrin si unisse a una squadra composta da altri giocatori piuttosto anziani (tra cui i centrocampisti Giovanni Trapattoni e Giovanni Lodetti). Coi rossoneri Hamrin vinse lo scudetto, cui si aggiunse la Coppa delle Coppe nel 1968 (suoi i due gol in finale all'Amburgo) e la Coppa dei Campioni l'anno seguente, quando marcò il secondo gol che permise alla squadra di vincere la semifinale d'andata contro il Manchester United (campione in carica) per 2-0. Napoli e IFK Stoccolma Hamrin al Napoli nel 1970 All'età di trentasette anni chiuse la carriera professionistica col Napoli, con cui militò per due stagioni, di cui solo la seconda da titolare. Tuttavia, dopo l'effimera esperienza da allenatore in Italia, una volta tornato in Svezia per ragioni d'affari (lì gestiva alcuni negozi ed era richiesto per delle pubblicità), il presidente dell'IFK Stockholm propose a Hamrin di giocare per il club, attivo a livello dilettantistico: l'accordo prevedeva come remunerazione una percentuale sugli incassi delle partite alle quali il calciatore partecipava. Complessivamente giocò dieci incontri durante i quali segnò cinque gol. Nazionale Con la Nazionale Hamrin disputò 32 partite segnando 16 gol. Con la Svezia giocò nel 1958 anche la finale dei mondiali, persa 5-2 in casa contro il Brasile di Pelé. Fu il capocannoniere della squadra al torneo, con quattro reti realizzate contro Ungheria (due), Unione Sovietica e Germania Occidentale (scartando sei difensori). Le prestazioni offerte gli consentirono di piazzarsi al quarto posto nella graduatoria del Pallone d'oro 1958. Allenatore Hamrin ha avuto anche una breve parentesi come allenatore della Pro Vercelli, dal novembre del 1971 al gennaio del 1972, quando fu esonerato dall'incarico a causa dei risultati negativi. Dopo questa esperienza ha deciso di non proseguire la carriera da tecnico. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 1967-1968 Coppa Italia: 2 - Fiorentina: 1960-1961, 1965-1966 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1968-1969 Coppa delle Coppe: 2 - Fiorentina: 1960-1961 - Milan: 1967-1968 Coppa Mitropa: 1 - Fiorentina: 1965-1966 Coppa dell'Amicizia italo-francese: 2 - Fiorentina: 1959, 1960 Coppa delle Alpi: 1 - Fiorentina: 1961 Individuale Competizioni nazionali Capocannoniere del campionato svedese: 1 - 1954-1955 (22 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 2 - 1963-1964 (4 gol), 1965-1966 (5 gol) Competizioni internazionali Capocannoniere della Coppa dell'Amicizia italo-francese: 1 - 1959 (4 gol) Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1960-1961 (6 gol) Capocannoniere della Coppa Mitropa: 2 - 1962 (8 gol) 1966-1967 (6 gol) Capocannoniere Coppa Piano Karl Rappan: 1 - 1963-1964 (5 gol)
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SECONDO DONINO https://it.wikipedia.org/wiki/Secondo_Donino Nazione: Italia Luogo di nascita: San Nazzaro Sesia (Novara) Data di nascita: 10.01.1937 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 07.04.1957 - Serie A - Juventus-Vicenza 0-1 8 presenze - 1 rete Secondo Donino (San Nazzaro Sesia, 10 gennaio 1937) è un calciatore italiano, di ruolo mezzala. Secondo Donino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Carriera Giovanili 1954-1956 Juventus Squadre di club 1956-1957 Juventus 8 (1) 1957-1959 Siena 61 (6) 1959-1960 Biellese 33 (6) 1960-1961 Novara 27 (1) 1961-1962 Pro Vercelli 13 (?) 1962-1966 Chieri 110 (?) Carriera Cresciuto nella Juventus, fece il suo esordio Juventus contro la Lazio il 16 settembre 1956 in una vittoria per 3-0 dove segnò anche il suo unico gol in carriera. Mentre la sua ultima partita fu contro il Vicenza il 7 aprile 1957 in una sconfitta per 1-0. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 8 presenze. Nel 1957 passa al Siena, club con cui milita due anni in Serie C, sfiorando la promozione in cadetteria nella stagione 1958-1959, chiusa dietro il Mantova promosso dopo lo spareggio perso a Genova il 29 giugno 1959. L'anno seguente passa alla Biellese, sempre in Serie C, club con cui ottiene il terzo posto del Girone A. La stagione 1960-1961 la gioca con il Novara, in Serie B. Con i novaresi ottiene la permanenza di categoria. Dal 1962 al 1964 è al Chieri, in Serie D.
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CARLO DELL'OMODARME Aveva fatto simpatia al complicato Giordanetti – ricorda Vladimiro Caminiti – che lo aveva visto bene tra i ragazzini del Nagc. A testa bassa Dellomo dribblava tutto e soprattutto se stesso. Il momento del cross arrivava nel caos di questa tecnica solistica e senza sole, i supporter di Madama se la prendevano con i dirigenti per la presenza di questo mediocre cursore. La Juventus lo cedette alla Spal nel ‘61 ma quel furbo di campagna di Mazza lo ritornò a prezzo triplicato al commendator Giordanetti due anni dopo. Manco a dirlo rifiniva alla Spal dribblando accanitamente.GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1972Maggio ‘63: il Campionato non ha più nulla da dire, l’ha vinto l’Inter di Moratti, Herrera e, da poco tempo, anche di un giovincello dal nome famoso, Mazzola si chiama, e il ricordo vola a Superga lontana ma sempre presente. La Juve si è arresa per ultima alla superiorità dei rivali meneghini, è seconda, le ultime tre giornate sono pura formalità.In casa bianconera si comincia prestissimo a pensare ai rinforzi, l’Inter non può vincere sempre, si pensa, basta trovare qualche pedina buona...E i primi acquisti lasciano tutti di stucco, la concorrenza è battuta sul tempo: Gori terzino e Menichelli ala sono il meglio che il mercato offra, per il romanista c’è stato un tira-molla mica da poco, i tifosi della capitale non volevano sentire ragioni, «Menico» sarà a lungo rimpianto...Ma di ali ne sono arrivate due, c’è anche Dell’Omodarme, che torna all’ovile dopo sei anni di peregrinazioni in mezza Italia calcistica; da ragazzino aveva giocato in «primavera» e in «De Martino» coi colori bianconeri, e a Torino ritorna ormai consacrato, a Ferrara i suoi dribblings trascinano la gente allo stadio più della genuina classe di Massei.Con un cognome più adatto a un condottiero di ventura che a un pedatore, Dell’Omo fa parlare di sé molto prima che inizi il campionato: succede che la stagione bianconera ha uno strascico in terra svizzera, Coppa delle Alpi, e l’undici di Amaral, forte dei tre nuovi acquisti, prende la cosa sul serio, gol come se piovesse al Basilea e al Grasshopers, anche Dell’Omo ci mette lo zampino, e in finale la Atalanta di Domenghini sanziona la freschezza di una Juve che lievita... Ma siamo andati lontano, torniamo in casa nostra, il campionato che va a iniziare non è determinante solo per Dell’Omo, ma anche per l’allenatore Amaral, che presto se ne andrà, e non ne sentiremo più parlare, la Juve andrà avanti anche senza il modulo brasilero...Dell’Omo comincia alla grande la nuova stagione, al Comunale la gente applaude la doppietta di Sivori alla Spal, ma anche il golletto del «Nostro» non passa inosservato: veramente è difficile che un tipo come Dell’Omo passi inosservato; nel bene o nel male, il suo dribbling fa colpo, d’accordo che spesso ritarda il gioco, ma a volte il terzino non sa più come raccapezzarsi...Monzeglio subentrato ad Amaral a volte si scoccia con questo tipo un po’ pazzo che tiene la palla come se fosse solo sua, e gli preferisce Stacchini; è un campionato balordo, due infortuni gli impediscono di smentire il suo allenatore, la Juve intanto va a singhiozzo, strapazza l’Inter campione e poi si fa annichilire dalla matricola Messina, così non va...L’anno dopo molte cose cambiano, è arrivato Heriberto Herrera, Nenè non è più centravanti, ora c’è Combin, grande e grosso e bravo, epperò per nulla fortunato; Dell’Omodarme aspetta con pazienza il suo turno, ora dribbla un po’ meno e passa un po’ di più la palla, Heriberto non lesina complimenti e lo lancia in squadra alla prima occasione, centravanti al posto di Combin col perone rotto. E Dell’Omo piano piano emerge, il pubblico si diverte, dei sette palloni infilati al Genoa uno porta la sua firma...Ma quando verrà la sua ora vera, come titolare fisso all’ala destra, che è la sua posizione naturale?Anche il suo secondo campionato in bianconero è stato un mezzo fiasco, una manciata di presenze e qualche sparuto gol qua e là, non può certo bastare a dargli soddisfazione...Durante l’estate si prepara con scrupolo, non può fallire anche la terza volta, e a Villar si capisce subito che Dell’Omo farà qualcosa di buono, è già in forma a ferragosto, quando gli altri ancora sgobbano per cacciare i chili superflui, e a settembre il posto di titolare non glielo leva più nessuno. Nella conquista della Coppa Italia, che la Juve strappa alla pluriblasonata Inter in una calda serata del settembre romano, c’è anche il gran gioco di Dell’Omodarme, che disputa una partita capolavoro giocando prima all’attacco e poi a protezione del centrocampo contro l’assalto disperato dei nerazzurri. E in campionato ci si deve arrendere all’evidenza dei fatti; la Juve ha trovato un’ala destra di ruolo che molti le invidiano: a novembre scende al Comunale la capolista Fiorentina a difendere il primato e becca secco, tre a zero.«Il primo giocatore bianconero a mettere in crisi l’apparato difensivo dei viola – scriveva il giorno dopo Giglio Panza su “Tuttosport” – fu l’ala destra Dell’Omodarme; questo modesto e sovente criticato giocatore è in forma esplosiva... Ha letteralmente distrutto Castelletti in forma decorosissima, ha giocato con discernimento sia che fosse a destra oppure a sinistra o sul centro. I tre gol portano tutti la sua traccia, servizi impeccabili al termine di impressionanti sgroppate...».La domenica dopo c’è il Derby, e la Juve vince di slancio, è il suo momento magico, certo che c’entra in questo la ritrovata vena di Dell’Omo-Garrincha, ci mancherebbe altro, suo è il gol che chiude la questione con i cugini granata... Dopo due anni di insipienza, Dell’Omodarme si è fatto finalmente valere, ma la forma non è tanto facile a mantenersi, c’è anche di mezzo uno stiramento, sicché il finale di torneo lo ritrova a navigare tra le riserve, mica è colpa sua se la concorrenza è forte, il quinto posto finale grida vendetta; la Juve ha concluso al galoppo distruggendo Milan, E Dell’Omo?Avrà modo di rifarsi? No, è storia recente, nella Juve che fa tredici per Dell’Omodarme non c’è più posto neppure tra le riserve, se ne è ritornato alla Spal amareggiato e deluso, la Juve è già un ricordo o poco più; come i suoi dribblings... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/ca-dellomodarme.html
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CARLO DELL'OMODARME https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Dell'Omodarme Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 12.02.1938 Ruolo: Centrocampista Altezza: 170 cm Peso: 68 kg Soprannome: Dellomo Alla Juventus dal 1956 al 1957 e dal 1963 al 1966 Esordio: 10.03.1957 - Serie A - Udinese-Juventus 3-0 Ultima partita: 10.04.1966 - Serie A - Juventus-Lazio 0-0 61 presenze - 5 reti 1 coppa Italia Carlo Dell'Omodarme (La Spezia, 12 febbraio 1938) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Dell'Omodarme Dell'Omodarme alla SPAL negli anni 60 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1972 - giocatore 1972 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1956-1957 Juventus 1 (0) 1957-1958 Parma 31 (6) 1958 Alessandria 0 (0) 1958-1961 Como 92 (24) 1961-1963 SPAL 53 (4) 1963-1966 Juventus 60 (5) 1966-1969 SPAL 56 (7) 1969-1970 Sarzanese 20 (?) 1970-1972 Cuoiopelli ? (?) 1972 Rochester Lancers 14 (1) Carriera da allenatore 1971-1972 Cuoiopelli Carriera Si trasferisce giovanissimo a Torino alla corte della Juventus dove esordisce a 19 anni in Serie A contro l'Udinese il 10 marzo 1957 a Udine con un 3-0 a favore dei friulani. Passa l'anno successivo in Serie B al Parma. La Juve non vuole riprenderselo e nel 1958 lo cede in prestito, assieme a Piero Aggradi, all'Alessandria, dove Dell'Omodarme disputa 5 partite di Coppa Italia. Successivamente lo gira al Como, dove resta per tre anni in Serie B, sempre da titolare, realizzando anche una storica cinquina in trasferta contro il Cagliari (8 maggio 1960), record eguagliato da Salvatore Campilongo nella stagione 1994-1995 ma finora mai superato. Dell'Omodarme alla Juventus nella stagione 1963-1964 Nel 1961 viene acquistato in Serie A dalla Spal. Il presidente Paolo Mazza, che è in procinto di guidare la Nazionale azzurra ai Mondiali di calcio del Cile del 1962, trasforma per l'ennesima volta la sua squadra, che in quell'anno si salva e l'anno dopo arriva ottava. Nel 1963, nella penultima di campionato contro il Genoa, segna una doppietta, confermandosi un calciatore emergente. Ma Dell'Omodarme è ancora per metà della Juve e Mazza vuole riscattare Bozzao, quindi il presidente spallino nel 1963 accetta le proposte dei bianconeri e il giocatore ritorna a Torino dopo sei anni. Alla Juve gioca 48 partite di campionato segnando 3 gol, oltre a 4 partite in Coppa Italia ed altre 4, con 2 reti, in coppe europee. Nel 1966 la Juventus vuole cedere Dell'Omodarme e Mazza lo riporta a Ferrara. Nella città estense lo spezzino trova di nuovo lo smalto di un tempo ma, nell'estate del 1967, in un banale contrasto durante un'amichevole con lo Spartak Mosca si infortuna seriamente e per lui c'è solo la possibilità di giocare un'unica partita di campionato, in occasione della sconfitta interna contro la Juventus del 12 maggio 1968. Conquista però lo scudetto con la squadra De Martino. L'anno dopo è ancora alla SPAL, lasciando poi il calcio professionistico a 31 anni. Torna a giocare con i dilettanti della Sarzanese nella stagione 1969-1970 in Serie D e successivamente con la squadra del Cuoiopelli di Santa Croce sull'Arno nel 1971 in Promozione fungendo anche da allenatore in sostituzione dell'esonerato Roberto Balestri. Si farà tentare, sollecitato dal suo amico ed ex compagno di squadra Adolfo Gori, dall'avventura del calcio miliardario americano con il Rochester Lancers, con cui raggiunge le semifinali della North American Soccer League 1972 e partecipa alla CONCACAF Champions' Cup 1971, unica franchigia della NASL a partecipare alla massima competizione nordamericana per club: chiuse la coppa al quarto posto della fase finale del torneo. Ha fatto parte, il 26 settembre 2007, della comitiva di ex calciatori biancoazzurri che si sono ritrovati allo stadio intitolato a Paolo Mazza a Ferrara, in occasione dei festeggiamenti del centenario di fondazione della SPAL. Palmarès Giocatore Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965
