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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ALDO DOLCETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Dolcetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Saló (Brescia) Data di nascita: 23.10.1966 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 66 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1986 Esordio: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 1 presenza - 0 reti Collaboratore tecnico della Juventus dal 2014 al 2019 e dal 2021 al 2024 Aldo Dolcetti (Salò, 23 ottobre 1966) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano,di ruolo centrocampista. Aldo Dolcetti Dolcetti in azione al Pisa nella stagione 1989-1990 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Squadra Juventus (Coll.tecnico) Termine carriera 2002 - giocatore Carriera Giovanili 19??-19?? Trino 19??-19?? Juventus Squadre di club 1984-1986 Juventus 1 (0) 1986-1987 → Novara 32 (3) 1987-1991 Pisa 118 (1) 1991-1992 Messina 34 (2) 1992-1993 → Lucchese 19 (1) 1993-1997 Cesena 131 (15) 1997-1998 Savoia 21 (0) 1998-1999 Avellino 26 (0) 1999-2000 Cuneo 19 (0) 2000-2001 Sellero Novelle 20 (2) 2001-2002 Darfo Boario 16 (0) Carriera da allenatore 2003-2004 Fiorentina Vice 2005 Brescia Vice 2005-2006 Honvéd 2007 Messina Vice 2007 Lecco 2008 Siófok 2008 MTK Budapest 2008-2009 SPAL 2011-2013 Milan Primavera 2013-2014 Milan Coll. tecnico 2014-2019 Juventus Coll. tecnico 2021-2024 Juventus Coll. tecnico Carriera Giocatore Le prime esperienze calcistiche sono a Trino (VC) nell'Orsa e poi nell'AC Trino (ora L.G. Trino). Tra gli allenatori, il ricordo del maestro Cisiu (Tarcisio Tavano), Dall'età di tredici anni è alla corte della Juventus dove rimane per sei anni. I suoi allenatori sono Sentimenti IV, Viola, Grosso, Salvatore Jacolino e Giovanni Trapattoni. Nelle ultime due stagioni è in orbita Prima squadra con spazi limitati ad amichevoli, tournée, Coppa Italia e panchine in Serie A. Viene poi mandato a fare esperienza tra le file del Novara in Serie C2, con cui sfiora la promozione. L'anno successivo (1987) passa al Pisa in Serie A dove rimane per quattro stagioni. Il presidente Romeo Anconetani riesce ad avere dopo tre anni l'intero cartellino dalla Juventus. Gioca tra gli altri con Dunga, Cuoghi, Sclosa, Faccenda, Piovanelli, Padovano, Incocciati, Neri, Chamot. Come allenatore si segnala Mircea Lucescu. Nel 1991 passa al Messina con cui gioca una sola stagione in Serie B con Protti e Ficcadenti. L'anno successivo ritorna in Toscana, questa volta alla Lucchese, allora in Serie B. La allena Corrado Orrico e compagni di squadra sono Paci, Monaco, Rastelli, Di Francesco e altri. Dolcetti (a sinistra) in maglia pisana, in contrasto sul sampdoriano Oleksij Mychajlyčenko nel campionato 1990-1991. Nel 1993 passa al Cesena dove rimane per quattro anni, segnando quindici reti (il suo record personale di reti segnate da professionista con la stessa casacca). Come allenatori si ricorda soprattutto Bruno Bolchi. Nel primo anno sfiora la promozione in Serie A nello spareggio contro il Padova, mentre nell'ultimo vive la retrocessione in Serie C1. Con i romagnoli giocano Scarafoni, Hubner, Piraccini, Salvetti, Ambrosini, Agostini e Bianchi. Tenta l'esperienza all'estero in Spagna e in Inghilterra, e invece si ritrova in Serie C1 nelle file di Savoia e Avellino. Nel 1999 si trasferisce nel Cuneo nel CND, accettando una proposta del presidente Arese che prevede mansioni anche all'interno della Asics. Vi rimane un solo anno, scegliendo di trasferirsi a Brescia alla DigitalSoccer Project, società di analisi e osservazione del calcio italiano e internazionale. Continua a giocare per altri due anni nel Sellero Novelle e nel Darfo Boario, nel campionato lombardo di Eccellenza. Allenatore Dopo avere concluso la carriera da calciatore, si dedica allo studio analitico del calcio dal punto di vista statistico e manageriale. Nei tre anni nella DigitalSoccer Project interagisce con l'ambiente tecnico e anche con quello mediatico, lavorando anche in tv per la Rai nelle trasmissioni di approfondimento sui Mondiali 2002 e gli Europei 2004. La sua prima esperienza di campo si concretizza come allenatore in seconda della Fiorentina accanto ad Alberto Cavasin. Stessa collaborazione nella stagione successiva ma nel Brescia. Da allenatore in prima persona ha guidato la squadra ungherese di serie A della Honved nella stagione 2005-2006 e in quella 2006-2007 per i primi mesi. Nuova collaborazione per lui nella seconda metà della stagione 2006-2007 con Cavasin sulla panchina del Messina. Per la stagione sportiva 2007-2008, è chiamato sulla panchina del Lecco, ma ha rescisso il contratto due giorni prima dell'inizio del campionato. Nel gennaio del 2008 torna in Ungheria per dirigere la formazione del Siofok. Nel giugno 2008 entra nei quadri tecnici dell'MTK Budapest, ma torna immediatamente in Italia quando gli arriva la chiamata per allenare la SPAL. Dopo un sesto posto conquistato nella stagione 2008-2009, nella quale la SPAL ha mancato i play-off per un solo punto, la stagione 2009-2010 comincia male e a pagare gli scarsi risultati (15 punti in 13 partite) è il tecnico lombardo che il 17 novembre 2009 viene esonerato dopo 17 mesi alla guida della squadra biancazzurra. Il 17 gennaio 2011 diventa responsabile dell'area tecnico-tattica del settore giovanile del Milan. Dopo l'esonero dell'allenatore della Primavera milanista, Giovanni Stroppa, avvenuta il 13 giugno 2011, Dolcetti è subito messo nell'elenco dei probabili sostituti, in quanto ex compagno di squadra dell'allenatore della Prima squadra rossonera, Massimiliano Allegri, al Pisa, e profondo conoscitore tattico, col probabile scopo di standardizzare il sistema di gioco in tutte le formazioni del club. Nella stagione 2011-2012 diventa allenatore della Primavera del Milan, incarico mantenuto fino al 30 giugno 2013. Successivamente assume l'incarico di Coordinatore di tutte le formazioni giovanili della società rossonera e responsabile dell'area metodologica, rimanendo in carica fino al 6 agosto 2014, quando rescinde il contratto con la società rossonera. Pochi giorni dopo, sempre nell'agosto 2014, segue Massimiliano Allegri alla Juventus, con il ruolo di collaboratore tecnico: riveste l'incarico fino al 2019, vincendo cinque scudetti consecutivi, e nuovamente dal 2021 fino al 2024. Dopo il ritiro Dall'agosto del 2010 è uno degli opinionisti, assieme a Vincenzo D'Amico, di 90º Minuto Serie B condotto da Mario Mattioli. Palmarès Giocatore Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Pisa: 1988
  2. BRUNO LIMIDO Arriva da Avellino, – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” del novembre 1984 – come altri personaggi che han fatto la gloria recente della Juventus. Si potrebbe dire che la provenienza, questa provenienza, è di per sé un certificato di garanzia. Ma non sarebbe serio metterla su questo piano, con Bruno Limido, del quale qui parliamo. Perché Limido è ragazzo giovane ma già assai maturato e quindi ben cosciente del ruolo che gli spetta, e che potrebbe spettargli, in prospettiva, nella squadra bianconera. La chiacchierata con Limido parte da orizzonti vasti, quasi praterie, e finisce poi nel particolare, magari secondario, ma comunque utile al lettore per capire il tipo, apprezzarlo, cominciare a misurarlo sulla lunghezza d’onda della squadra. Limido è del ‘61, e dunque ha cominciato prestissimo, visto che si ritrova con alle spalle già un curriculum di tutto rispetto. «Ho iniziato nel Varese – dice Bruno – quando avevo 15 anni. La scuola era assai buona, lo è tutt’ora, e dunque sono stato avvantaggiato, tanto che a 17 anni già mi trovavo in prima squadra, con Fascetti allenatore. Poi, naturalmente, ho dovuto adattarmi alle più svariate incombenze, ma tutto sommato credo di essermela cavata bene, visto che ho messo insieme, tra serie B e serie C, una trentina di presenze, e tre gol, se ricordo bene». Limido ricorda benissimo. È un ragazzo meticoloso, sa dove vuole arrivare, e conosce il prezzo, in termini di sacrificio, di questo obiettivo. Chiusa la parentesi, microfono nuovamente a Bruno. «Dopo Varese, Avellino una prima volta, poi nuovamente Varese, e infine Avellino in pianta stabile. Qui comincia la mia storia recente». Nasce l’Avellino matricola spregiudicata, provinciale schietta e agguerritissima. La squadra che al «Partenio» sempre pieno di calore e di ribollente passione fa passare brutti quarti d’ora anche alle squadre più blasonate, sissignori anche alla Juve. Limido è parte non secondaria di quell’Avellino. «In due stagioni – prosegue Bruno – ho giocato 50 partite, quindi quasi tutte, e ho anche segnato cinque gol. Diciamo che è stata la mia consacrazione a livello di serie A, il salto di qualità. In una squadra, oltretutto, ricca di talenti giovani, e dunque con sensibili margini di miglioramento. Di lì son partiti prima Vignola e Tacconi, e poi il sottoscritto e Favero. E ti assicuro che nella squadra irpina, di giovani forti, ce ne sono altri ancora». Ma il passato è passato. Oggi Limido è nella «rosa» del Trap, e deve farsi valere in un contesto tecnico di primissimo ordine. Sentiamo dunque innanzitutto la sua scheda tecnica. «Posso ricoprire diversi ruoli – dice – e credo di essere stato preso proprio per questo. Quello che preferisco fare è comunque marcare la mezz’ala avversaria, oppure il cursore. Meglio ancora se, per fare questo, vengo gravitato sulla fascia sinistra, visto che sono un mancino. Comunque, se mi dicono che devo giocare a destra, nessunissimo problema, ci mancherebbe altro». E veniamo al particolare. Hobby; tempo libero, insomma di tutto un pò, al di fuori del pallone. Con Limido, la premessa è d’obbligo. «Sì, in effetti, essendo sposato, con un figlio di quattro anni, i miei hobby e in genere il mio tempo libero sono legati a filo doppio alla famiglia. Passo la maggior parte del mio tempo in casa, ascoltando musica e vedendo film». Vogliamo qualche dettaglio; i tuoi gusti, musicali e cinematografici. «Nella norma, direi. Mi piacciono i cantautori italiani, un po’ tutti, mentre per i films ho un debole per i western classici, alla John Wayne». Andata buca, o quasi, la divagazione fuori del pianeta calcio, rieccoci a parlare di campionato, di stranieri, di giovani italiani. Un gran minestrone di attualità, parole e musica di Bruno Limido. «Sono portato più ai fatti che alle parole, e dunque non do mai troppo peso ai discorsi teorici. C’è chi dice che gli stranieri portano via spazio e attenzione ai nostri giovani, cioè a noi, visto che mi sento parte in causa. Non sono affatto d’accordo: credo che gli stranieri, quando sono validi, siano utilissimi, anche e soprattutto come esempio per noi. Un giovane ha sempre tutto lo spazio per emergere, naturalmente se ha i mezzi per farlo, cioè le doti tecniche. Personalmente, mi sento più che stimolato da gente come Platini e Boniek, e credo che il discorso valga anche per i miei colleghi di altre squadre». Finalino in stile-Juventus. Da Avellino a Torino, potrebbe anche essere dura. Cambia tutto. O no? «Sì – conclude Bruno senza farsi pregare –, in effetti cambia proprio tutto. L’ambiente è completamente diverso, le attese dei dirigenti e dei tifosi pure. Ma è un cambiamento che ho assimilato benissimo, senza traumi, e soprattutto subito, al primo impatto. Anche perché sono stato accolto davvero bene». Insomma, un Limido che ha capito tutto e senza perdere tempo. Sarà altrettanto rapido a trovare posto, oltre che in panca, sul terreno di gioco? A giudicare dal debutto in Coppa Campioni, contro i finlandesi, la risposta dovrebbe essere affermativa. Ma Bruno ci ha appena detto che preferisce i fatti alle parole, e dunque lasciamo al campo, e al Trap, di dare una risposta. NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 1-7 LUGLIO 2003 «Il calcio è una brutta bestia. Ti dà tanto: fama, soldi, protagonismo. Poi tutto sparisce e inizia il difficile. Allora bisogna essere forti dentro, se no ti perdi». Bruno Limido, oggi simpatico quarantaduenne, detta la ricetta per il “day after” del calciatore professionista. E lo fa a pieno titolo, viste le oltre 200 partite tra A, B, C1 e C2 al suo attivo. Migliaia di chilometri macinati, quasi sempre solcando la fascia sinistra, tra il ‘79 e il ‘93 con le maglie, tra le altre, di Varese, Avellino, Bologna e Juventus. «Finita la carriera, per qualche tempo sono rimasto nell’ambiente. Ho seguito i giovani del Varese e per un anno ho fatto l’osservatore per il Parma». Si copre il volto con le mani: «Dopo aver visto tre volte Pippo Inzaghi, all’epoca all’Atalanta, ma di proprietà del Parma, scrissi che non era poi un granché, dato che finiva sempre in fuorigioco. Un’altra volta manifestai grossi dubbi sui gemelli Filippini... e lì terminò la mia carriera da osservatore. Se rimani nel calcio devi avere la possibilità di crescere. In troppi invece sono costretti ad accontentarsi di ruoli di secondo piano. Allora ho preferito seguire altre strade. Senza rimpianti, né dolori». È un fiume in piena, Limido. «Se parlo troppo, dimmelo. Il mio mestiere è vendere e di parole ne devo usare parecchie». Grassa risata e riparte. «Con il calcio di un certo livello ho chiuso nell’89 dopo l’ultimo anno in A con il Cesena: venticinque partite, un malleolo fratturato, un rientro in tutta fretta dopo solo quindici giorni dall’incidente, con tanto di gesso tolto con le mie mani perché “dovevo” giocare, per ottenere la riconferma. A quel punto, anche per motivi familiari, ho deciso di tornare a Varese». La svolta di Bruno e datata 1995. «Un amico ebbe l’idea di creare una cooperativa di servizi, di quelle che offrono ai clienti manodopera per tutta una serie di attività, dalle pulizie alla logistica. Avevo altri progetti: mi sarebbe piaciuto aprire un agriturismo, magari con un laghetto per la pesca sportiva. Comunque dissi di sì. Mi affidarono i rapporti con i clienti e la gestione del personale». Comincia per Limido la seconda carriera di... cursore. «In un anno arrivo a centomila chilometri. La cooperativa è cresciuta, oltre alla sede principale di Varese abbiamo uffici a Milano, Torino, Bassano del Grappa e Modena. I soci lavoratori sono milleduecento, impiegati soprattutto nei servizi di logistica e magazzinaggio. I nostri clienti più importanti appartengono al settore alimentare e a quello dell’abbigliamento». Bruno è soddisfatto e non lo nasconde. «Dal ‘99 la cooperativa viaggia da sola sotto l’insegna del CIS, Consorzio Italiano Servizi. Il lavoro c’è, quella che manca, purtroppo, è la manodopera. Se potessi contare su un centinaio di braccia in più, sarei felice perché i clienti tendono ad aumentare: segno che faccio bene il pressing». In Limido il carattere aperto, gioviale lascia intravedere una certa robustezza d’animo. «È quello che ti dicevo prima: ci vuole forza interiore. Solo così riesci a trovare l’equilibrio vincente. E lo sport ti forgia». Il pensiero corre all’estate dell’80, quando il diciannovenne Limido da Varese finisce dritto dritto ad Avellino. «Non mi ero mai allontanato da casa, prima. Sibilia (storico padre-padrone dell’Avellino, ndr) era amico di Colantuoni, presidente del Varese e avellinese d’origine. Affare fatto per tutti, anche per me: dalla C1 andavo in A. Pensavo che Avellino, essendo al Sud, fosse una città piena di sole. Errore: trovai un freddo bestiale. Ma i tifosi ti facevano sentire tutto il loro calore. Solo a Lecce ho provato sensazioni simili. L’Avellino è rimasto nel mio cuore: ho esordito in A dal primo minuto alla terza di campionato. Ci ho giocato per tre stagioni conquistando tre salvezze e poi sono andato alla Juventus. Grandi soddisfazioni, ma anche profondo dolore per il dramma del terremoto del novembre ‘80». Bruno lascia il Sud per la Vecchia Signora nell’84. Un trasferimento da raccontare. «Il 6 maggio giochiamo a Torino. Con un punto a testa la Juve vince lo scudetto e noi ci salviamo. È quello che succede, con festeggiamenti negli spogliatoi. A un certo punto mi trovo in mezzo a Boniperti da un lato e Sibilia dall’altro. In mano hanno il mio contratto, un triennale. Tu che avresti fatto? Non avresti firmato? E a quei due come glielo spiegavi? Il fatto è che non sarei dovuto rimanere a Torino. Il mio cartellino era stato inserito nella trattativa per Giordano. Ma saltò l’accordo, invece che alla Lazio rimasi alla Juventus, giocando poco. Col Trap parlavo in dialetto, tra lombardi ci si capisce. Ogni tanto gli chiedevo “Mister, mi mette titolare?”». Alla fine furono soltanto quattro le gare in campionato e ben tre in Coppa Campioni, quella vinta all’Heysel. «Un incubo. A un certo punto ho visto un uomo con un bambino ferito in braccio. Veniva verso gli spogliatoi e voleva uscire dallo stadio. Ma c’era un cancello chiuso con catena e lucchetto. Non so come, ma è riuscito a spezzare la catena e a portare via di lì suo figlio. Eravamo scioccati e non è vero che festeggiammo negli spogliatoi». A Limido toccò anche un compito ingrato. «Facevo parte della delegazione della Juve che andò all’aeroporto ad accogliere le salme dei tifosi morti a Bruxelles. E non aggiungo altro». Giriamo pagina, la parentesi juventina regala anche una singolare gara di fine allenamento. «Qualche volta il Trap metteva un paletto tra palo e traversa, in modo da creare un triangolo all’altezza del sette. Bene, chi infilava il pallone in quel triangolo, andava a fare la doccia. Platini era il primo a uscire dal campo. Io, Caricola e Pioli gli ultimi». In coda un curioso dettaglio. Diventato col tempo un ricordo prezioso: «Non sarò stato bravo come Platini o Maradona, ma sono l’unico calciatore che ha segnato direttamente dal corner sia di destro che di sinistro: il primo gol l’ho fatto in Udinese-Avellino, nell’84-85, l’altro in Fiorentina-Cesena, ‘88-89». Chapeau, monsieur Limido! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/bruno-limido.html
  3. BRUNO LIMIDO https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Limido Nazione: Italia Luogo di nascita: Varese Data di nascita: 07.03.1961 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 14 presenze - 0 reti 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa Bruno Limido (Varese, 7 marzo 1961) è un ex calciatore italiano. Bruno Limido Limido all'Avellino nel 1983 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1992 Carriera Giovanili 19??-19?? Varese Squadre di club 1978-1980 Varese 34 (3) 1980-1981 Avellino 9 (0) 1981-1982 → Varese 34 (1) 1982-1984 Avellino 53 (5) 1984-1985 Juventus 14 (0) 1985-1986 Atalanta 4 (0) 1985 → Bologna 22 (1) 1986-1987 Atalanta 18 (0) 1987-1988 → Lecce 32 (1) 1988-1989 Cesena 25 (1) 1989-1990 Solbiatese 23 (0) 1990-1992 Varese 50 (3) Carriera Giocatore Limido (a sinistra) e Luciano Favero alla Juventus nel 1984 Centrocampista di fascia, cresce calcisticamente in varie società minori del Varesotto. Approdato nelle giovanili del Varese, con i biancorossi debutta in Serie B disputando due campionati sul finire degli anni 70. Passa quindi nel 1980 all'Avellino dove ha modo di esordire in Serie A, senza tuttavia riuscire a trovare molti spazi. Torna quindi in prestito agli stessi lombardi dove, grazie alle prestazioni offerte tra i cadetti, si guadagna una seconda possibilità ad Avellino, nel massimo campionato. Con gli irpini del commendatore Antonio Sibilia disputa stavolta due campionati di alto livello, emergendo tra i maggiori talenti portati alla ribalta nella prima metà di quel decennio dalla provinciale biancoverde, e destando così le attenzioni della Juventus che ne acquista il cartellino nell'estate 1984; inizialmente la società bianconera vorrebbe usare il centrocampista solo come pedina di scambio da proporre alla Lazio per arrivare a Lionello Manfredonia, ma la ritrosia di quest'ultimo nel lasciare Roma fa sì che Limido approdi in pianta stabile a Torino. In Piemonte ritrova alcuni ex compagni delle stagioni avellinesi, come Stefano Tacconi, Beniamino Vignola e Luciano Favero, quest'ultimo acquistato da Giampiero Boniperti nella medesima sessione di mercato: a differenza dei succitati, assurti a protagonisti nei successi dell'era di Michel Platini, l'esperienza in bianconero di Limido non è fortunata, tanto che, pur fregiandosi nel 1985 delle vittorie europee in Supercoppa UEFA e Coppa dei Campioni, sotto la guida di Giovanni Trapattoni raggranella appena una manciata di presenze e, dopo un'unica stagione da meteora juventina, viene ceduto all'Atalanta. Nemmeno a Bergamo riesce a esprimersi a livelli soddisfacenti, finendo dirottato dapprima al Bologna e poi al Lecce. In Puglia disputa un buon campionato di Serie B, culminato con la promozione dei salentini in massima categoria, livello che il giocatore mantiene anche l'anno successivo pur accasandosi al Cesena. Conclude la carriera nei primi anni 90, nelle serie minori, tra Solbiatese e, di nuovo, Varese. Dopo il ritiro Sul finire del 2014 viene arrestato per presunta frode fiscale, accusa da cui verrà scagionato pochi mesi più tardi. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Varese: 1979-1980 (girone A) Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985
  4. STEFANO PIOLI Pioli come Cabrini? – si domanda Massimo Burzio su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1984 – Ancora una volta la Juventus si dimostrerà capace di lanciare e «consacrare» un giovane campione di appena diciannove anni? Accade (sembra passato, ormai, tanto tempo) nel 1976 con quel ragazzo dal sorriso luminoso e dalla classe cristallina che oggi, dopo aver vinto un Mundial, è una colonna bianconera e un punto fermo per la nuova nazionale di Enzo Bearzot.Allora Cabrini si presentò alla Juve e fu gradualmente inserito da Trapattoni in una squadra che vinse campionato e Coppa Uefa, oggi la stessa cosa potrebbe succedere a Stefano Pioli.Pioli, che è nato a Parma il 20 ottobre del 1965, anche qui, dunque, diciannovenne, a differenza del popolare «Tonio», non ha però fatto esperienza in squadre di serie B. Il parmense arriva direttamente da due stagioni (44 presenze totale e una rete contro la Sanremese) nella compagine della sua città in serie C1. Non ci dovrebbero, però, essere problemi di ambientamento se è vero come è vero che Trapattoni ha subito deciso, complice anche l’infortunio di Brio, di far esordire il buon Stefano.E il tecnico (confortato da quanto il campo gli ha fatto vedere) dice: «È un tipo sveglio, dal gran fisico. Ha confermato una certa sicurezza e offre già un buon affidamento».Se Trapattoni promuove Pioli chissà cosa ne pensa Brio. Il titolare non ha dubbi: «È bravo, bravissimo – afferma – È modesto fuori e grintoso in campo. Farà una carrierona».Tutto bene, quindi, per Stefano che commenta: «Il balzo dalla terza serie alla Juve è... grandissimo. Ancora mi sembra impossibile essere qui, in compagnia di così tanti campioni».Pioli si è subito inserito nell’ambiente a dimostrazione che le squadre come la Juve sono grandi in campo e fuori... «È stato subito tutto semplicissimo – racconta Stefano – Dal Mister ai massaggiatori non c’è stato uno che non mi abbia fatto sentire come se fossi a casa... Non pensavo che qui ci fosse un ambiente tanto familiare, tanto modesto. E dire che hanno vinto tutto quello che c’era di vincere...»Pioli è quindi partito, nel «Gran Premio della Juve», in «Pole position». Fortuna, coincidenza o… «È merito dei compagni! – dice Stefano – Le cose sono state più facili del previsto. Non nascondo che alla vigilia del ritiro avevo una grande emozione, ma mi hanno immediatamente fatto capire che ero uno del gruppo. Ero uno come loro anche se so cosa mi aspetta».E cioè? «Voglio dire che si fa esperienza anche soltanto negli allenamenti. La mia prima stagione juventina sarà... un anno di studio. Si imparano tante cose nelle partitelle, il signor Trapattoni mi spiega cose incredibili. È davvero tutto magnifico».Il ragazzo «c’è». Lo si vede, lo si capisce sia in partita, sia quando è lontano dal campo. E che Pioli possa, come dicevamo all’inizio, diventare qualcuno, risulta chiaro anche da un piccolo ma significativo aneddoto. Il giorno del raduno Stefano si presentò al Comunale con i genitori. Subito qualcuno ironizzò sul «difensore con la mamma», sullo «stopper che non si separa mai dal babbo»: «Già – dice – mi hanno dipinto come un «mammone» e non è vero. Certo, questo è il primo anno in cui sono lontano da Parma e i miei mi mancano. Ma allo Stadio, quel giorno, ci arrivai accompagnato perché non mi è ancora arrivata la patente e non posso, con il documento sostitutivo che mi hanno dato, guidare fuori dalla mia provincia. Così, piuttosto che prendere il treno, mi son fatto portare dai miei genitori».Pioli, insomma, prende le distanze da quella che potrebbe essere un’immagine «a tutto tondo». Non si sente, a buon diritto, un «bambino». È un giovane pieno di grinta legato alle tradizioni, ma ricco di volontà e tenacia.In questo, come in tante altre doti tecniche, ci ricorda Cabrini, il primo Cabrini. Anche Antonio arrivava dalla provincia, anche lui era (ed è, ovviamente) una persona «unica» in quanto a cultura, educazione e voglia di sfondare... E se andiamo a esaminare la carriera di Cabrini, certi exploit in bianconero e in azzurro...Già, l’azzurro. Pioli sogna la nazionale? «Come tutti! Sono stato inserito nella juniores e col tempo mi piacerebbe riuscire a entrare nella under 21... Poi non chiedo altro... L’importante è far bene nella Juventus e basta».Ma chi è Stefano Pioli lontano dai campi di gioco? Ecco il ritratto, forzatamente breve, che ci dà il diretto interessato: «Studio ragioneria – racconta – dovrei fare il quarto e quinto anno assieme ma credo che procederò per gradi e frequenterò, con calma, soltanto la «quarta». Meglio non fare il passo più lungo della gamba. Quindi dovrò studiare moltissimo e avrò poco tempo per i miei hobby che sono la televisione, qualche libro e la musica italiana tipo Claudio Baglioni, Bennato, Battisti; i cantautori migliori, insomma. Sono fidanzato con una ragazza di Parma di nome Barbara, ho due fratelli, Danilo di 15 anni e Leonardo di 20. Mio papà è impiegato postale e mia mamma è casalinga... Altro non so cosa dire».Il «ritrattino», l’identikit ci pare completo, ma poi Stefano aggiunge: «Ah, se possibile, scrivi che... mi sento un ragazzo come tutti gli altri, forse più fortunato perché faccio un mestiere che tutti vorrebbero fare e che mi piace moltissimo. Ma in pratica mi sento uguale ai miei coetanei».Preciso, intelligente, educato, umile «bravo» sul campo e fuori. Pioli come Cabrini o... prestissimo Pioli come Pioli?In questa Juve che della gioventù non ha soltanto il nome, c’è da scommettere che Stefano Pioli potrà fare grandi cose. La Juve non si ferma... non resta in contemplazione dei trionfi di oggi o di ieri: guarda avanti, prepara il futuro. Accadde con Cabrini (e con altri...), accade con Pioli.È la storia, una delle più belle anche se con la «s» minuscola, continua...Stefano rimarrà sotto la Mole per tre stagioni, al termine delle quali totalizzerà solamente 57 presenze fra campionato, Coppa Italia e Coppe Europee; troppo poco, se confrontato a quello che si riprometteva di fare e conoscendo le sue indubbie doti tecniche e atletiche.Nell’estate del 1987, nell’ambito della collaborazione tra Juventus e Verona, è ceduto ai gialloblu; quindi un lungo girovagare, per vestire le maglie di Fiorentina, Padova, Pistoiese e Fiorenzuola, prima di intraprendere, con alterne fortune, la carriera di allenatore. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/stefano-pioli.html
  5. STEFANO PIOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Pioli Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 20.10.1965 Ruolo: Difensore Altezza: 183 cm Peso: 76 kg Nazionale Italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1987 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 26.04.1987 - Serie A - Torino-Juventus 1-1 57 presenze - 1 rete 1 scudetto 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Stefano Pioli (Parma, 20 ottobre 1965) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, tecnico del Milan. Da calciatore ha raggiunto i maggiori successi vestendo la maglia della Juventus, per la quale giocò dal 1984 al 1987 vincendo la Supercoppa UEFA 1984, la Serie A 1985-1986, la Coppa dei Campioni 1984-1985 e la Coppa Intercontinentale 1985; vinse anche la Serie C1 1983-1984 col Parma e la Serie B 1993-1994 con la Fiorentina. Da allenatore ha vinto la Serie A 2021-2022 con il Milan; ha inoltre raggiunto le finali di Coppa Italia 2014-2015, Supercoppa italiana 2015 con la Lazio, e di Supercoppa italiana 2022 con il Milan, squadra quest'ultima con cui ha anche raggiunto le semifinali della UEFA Champions League 2022-2023. Stefano Pioli Pioli nel 2015 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Squadra Milan Termine carriera 1999 - giocatore Carriera Giovanili 1979-1982 Parma Squadre di club 1982-1984 Parma 42 (1) 1984-1987 Juventus 57 (1) 1987-1989 Verona 42 (0) 1989-1995 Fiorentina 154 (1) 1995-1996 Padova 4 (0) 1996-1997 Pistoiese 14 (1) 1997-1998 Fiorenzuola 21 (0) 1998-1999 Colorno 20 (3) Nazionale 1985-1987 Italia U-21 5 (0) Carriera da allenatore 1999-2001 Bologna Allievi Naz. 2001-2002 Bologna Primavera 2002-2003 Chievo Primavera 2003-2004 Salernitana 2004-2006 Modena 2006-2007 Parma 2007-2008 Grosseto 2008-2009 Piacenza 2009-2010 Sassuolo 2010-2011 Chievo 2011 Palermo 2011-2014 Bologna 2014-2016 Lazio 2016-2017 Inter 2017-2019 Fiorentina 2019- Milan Caratteristiche tecniche Giocatore Difensore che poteva ricoprire tutti i ruoli della retroguardia, rendeva al meglio nella posizione di stopper. Giovane promessa, la sua carriera è stata tuttavia minata da numerosi e gravi infortuni — tra cui quattro fratture del metatarso (l'ultima delle quali richiese un trapianto osseo), una alla spalla, e altri ai legamenti del ginocchio — che ne hanno precluso l'affermazione ad alti livelli. Allenatore Generalmente utilizza il 4-2-3-1 oppure il 3-5-2, coi terzini che partecipano attivamente all'azione d'attacco. Alla Lazio ha spesso utilizzato il 4-3-3. Appassionato di pallacanestro e ciclismo, ha provato, nei limiti del possibile data la differenza tra i due sport, a importare nel calcio qualche accorgimento tipico della palla a spicchi. Carriera Giocatore Club Parma e Juventus Un giovane Pioli in azione alla Juventus nella stagione 1984-1985 Inizia al Parma, squadra di cui si è dichiarato tifoso, in cui emerge appena diciottenne: in Emilia gioca 42 gare, segnando la prima delle sue 6 reti in carriera, in 2 stagioni di Serie C1 (1982-1984). Nel 1984 passa alla Juventus, appena laureatasi campione d'Italia. Esordisce in bianconero il 22 agosto, nel 6-0 rifilato al Palermo in Coppa Italia; 4 settimane dopo, fa il suo esordio anche in campo europeo nella partita di Coppa Campioni che la Juventus vince per 4-0 contro l'Ilves. In Piemonte gioca complessivamente 57 partite (35 in Serie A, 13 nella coppa nazionale, 8 nella massima manifestazione continentale e una in Coppa Intercontinentale) e segna un gol, vincendo come rincalzo — appena ventenne — la Coppa dei Campioni 1984-1985, la Coppa Intercontinentale 1985 (dove, nella finale contro i sudamericani dell'Argentinos Juniors, a gara in corso si ritrova a sostituire efficacemente Scirea) e lo scudetto del 1985-1986. Durante il triennio nel capoluogo sabaudo, non conferma appieno le premesse del suo arrivo: l'ultima presenza con la Vecchia Signora è datata 26 aprile 1987, quando scende in campo nel derby della Mole. Verona e Fiorentina Nel 1987 viene ceduto al Verona, dove colleziona 42 presenze in 2 campionati. Dal 1989 al 1995 veste invece la maglia della Fiorentina, disputando la finale di Coppa UEFA 1989-90 e vincendo il campionato cadetto 1993-94. Pioli in azione alla Fiorentina nella stagione 1991-1992 Il 6 novembre 1994, durante la partita con il Bari (terminata 2-0 in favore dei viola), a seguito di uno scontro di gioco riporta un arresto cardio-respiratorio che lo costringe ad alcuni giorni di ricovero in ospedale. Padova, Pistoiese, Fiorenzuola e Colorno Nel 1995 passa al Padova, dove colleziona una presenza nell'anno in cui la squadra retrocede in Serie B. Nell'annata successiva tra i cadetti gioca 3 partite; a gennaio è ceduto alla Pistoiese e conclude la stagione con 14 presenze, segnando un gol in Serie C1. Nel 1997-1998 gioca ancora in Serie C1 al Fiorenzuola, collezionando 21 presenze. Ha chiuso la carriera a 34 anni nel Colorno giocando con il fratello Leonardo nel Campionato d'Eccellenza Emilia-Romagna 1998-1999 e vincendo la Coppa Italia d'Eccellenza Emilia-Romagna. In carriera ha totalizzato 202 presenze in Serie A, con una rete in occasione della vittoria esterna della Fiorentina sulla Cremonese il 29 ottobre 1989, 34 presenze in Serie B. Nazionale È stato convocato per 9 volte dalla Nazionale Under-21, scendendo in campo in 5 occasioni dal 1985 al 1987. Allenatore Gli inizi, Salernitana e Modena L'avvio è nelle giovanili: 3 stagioni al Bologna (1999-2002), con cui vince il Campionato Allievi Nazionali, e una stagione alla Primavera del Chievo. A giugno 2003 debutta alla guida di una prima squadra, la Salernitana, in Serie B; inizialmente assunto per guidare i campani in Serie C1, in seguito al Caso Catania il club granata ottenne il ripescaggio in B. L'esordio sulla panchina granata è il 17 agosto 2003, in Salernitana-Napoli 0-0 di Coppa Italia. Guida i campani alla salvezza, e nella stagione successiva allena il Modena: nella prima stagione gli emiliani sfiorano i play-off, nel campionato successivo è esonerato e sostituito da Maurizio Viscidi che, dopo 3 sconfitte consecutive, è esonerato e risostituito da Pioli. Chiude il campionato al 5º posto e la squadra raggiunge i play-off (Christian Bucchi segna 29 reti in stagione regolare, una ai play-off), venendo eliminata in semifinale dal Mantova (0-0 in casa, 1-1 a Mantova che qualifica i virgiliani grazie alla miglior posizione in classifica). Parma e Grosseto Nel giugno 2006 diviene l'allenatore del Parma. Il 10 settembre esordisce da tecnico in A, nella gara che i ducali pareggiano (1-1) sul campo del Torino. 4 giorni più tardi, debutta anche nelle competizioni europee guidando la squadra alla vittoria contro il Rubin in Coppa UEFA. Mentre in campionato i ducali accusano una crisi (tanto che la prima vittoria giunge soltanto a metà ottobre) in Europa — dove hanno un sorteggio abbordabile — raggiungono i sedicesimi di finale. Pioli non arriva però a disputare la fase a eliminazione diretta, poiché la grave situazione in campionato ne provoca l'esonero a febbraio: al suo posto, viene ingaggiato Claudio Ranieri. All'inizio della stagione seguente, passa al Grosseto neopromosso in B. Dopo un avvio negativo riesce a risalire la classifica, centrando la salvezza in anticipo e il tredicesimo posto finale. Piacenza e Sassuolo L'11 giugno 2008 diventa allenatore del Piacenza. Guida la squadra in Serie B, col quale disputa un buon campionato e raggiunge la salvezza. Il 5 giugno 2009 lascia Piacenza, non trovando accordo con la società circa i piani futuri della squadra. Il 12 giugno 2009 diventa allenatore del Sassuolo; lo staff che arriva è composto dal viceallenatore Giacomo Murelli e dal collaboratore tecnico Davide Lucarelli. Nell'ottima stagione 2009-2010 guida la squadra allo storico 4º posto in Serie B e alla semifinale play-off persa col Torino. Chievo e Palermo Il 10 giugno 2010 rescinde il contratto al Sassuolo, e si accorda con il Chievo di Luca Campedelli per la stagione 2010-2011, sempre con Murelli e Lucarelli collaboratori. Dopo aver raggiunto la salvezza classificandosi all'undicesimo posto con 46 punti e con la quarta miglior difesa del campionato, il 26 maggio 2011 lascia l'incarico. Il 2 giugno 2011 diventa allenatore del Palermo, sostituendo Delio Rossi; lo staff che arriva è composto, oltre che da Murelli e Lucarelli, dal preparatore atletico Matteo Osti e dal preparatore dei portieri Graziano Vinti. Il debutto al Palermo è il 28 luglio, nell'andata del 3º turno preliminare d'Europa League allo Stadio Renzo Barbera con gli svizzeri del Thun. Il Palermo però viene eliminato dopo l'1-1 nella gara di ritorno (aveva pareggiato in casa 2-2 all'andata) e così il 31 agosto viene esonerato, dopo solo due mesi alla guida dei rosanero e con il campionato che deve ancora cominciare. Bologna Pioli nel 2012, durante l'esperienza al Bologna Nell'ottobre 2011, con la Serie A ferma per la sosta internazionale, sostituisce Pierpaolo Bisoli al Bologna. Esordisce contro il Novara, portando i felsinei a ottenere la prima vittoria stagionale (0-2). Imbattuta nelle prime 8 uscite del 2012, la formazione emiliana chiude il torneo al nono posto con 51 punti di cui 50 ottenuti nelle 33 partite nella sua gestione. Dopo aver raggiunto la salvezza anche nel 2012-13 classificandosi al 13º posto con 44 punti, viene esonerato nel gennaio 2014 dopo aver totalizzato 15 punti in 18 partite, con il Bologna, in quel momento, virtualmente salvo. Lazio Il 12 giugno 2014 diventa allenatore della Lazio. Nel corso della stagione, l'11 gennaio 2015 pareggia 2-2 il suo primo derby di Roma. Il successivo 20 maggio disputa la finale di Coppa Italia, persa ai supplementari con la Juventus (1-2). Il 31 dello stesso mese conclude la stagione conquistando il 3º posto in campionato dietro Roma e Juventus; tale risultato permette alla Lazio di tornare ai preliminari in Champions League dopo 8 anni dall'ultima partecipazione. L'8 agosto 2015 perde la Supercoppa italiana contro i campioni d'Italia della Juventus (2-0). Il 26 agosto 2015 inoltre perde il ritorno di Champions League contro il Bayer Leverkusen per 3-0 portando la Lazio all'eliminazione in tale competizione dopo aver vinto la partita di andata per 1-0 con gol di Keita. Il 3 aprile 2016, in seguito alla sconfitta per 1-4 nel derby contro la Roma, viene esonerato. Inter Nel novembre 2016, durante la sosta dei campionati, è ufficializzato il suo ingaggio da parte dell'Inter, sostituendo l'esonerato Frank De Boer. Dopo un breve periodo di assestamento, i nerazzurri, che avevano sofferto un difficile inizio di stagione, si ricompattano vincendo 9 partite di fila tra campionato e coppe. Nonostante il buon rendimento, la squadra recupera poco terreno rispetto alle dirette concorrenti: a ciò concorrono, infatti, le battute d'arresto negli scontri diretti con Napoli, Juventus e Roma. Anche la rincorsa al quarto posto, parsa in un primo momento fattibile, è destinata a naufragare: dalla 29ª alla 35ª giornata la squadra totalizza soltanto 2 punti, incassando al contempo 5 sconfitte. Il 9 maggio 2017 la società decide per l'esonero, sostituendolo con Stefano Vecchi; in 23 partite di campionato, il tecnico ha ottenuto 39 punti sui 69 disponibili. Fiorentina Dopo aver rescisso il contratto con l'Inter, il 6 giugno 2017 firma per la Fiorentina andando a sostituire Paulo Sousa. Esordisce con i viola il 20 agosto proprio contro la sua ex squadra (l'Inter), perdendo per 3-0. Perde ancora la giornata dopo per 1-2 in casa contro la Sampdoria. Riesce a trovare la prima vittoria vincendo per 0-5 alla terza giornata contro il Verona. Chiude la sua prima stagione alla Fiorentina ottavo, totalizzando 57 punti in campionato. Il 9 aprile 2019, dopo la sconfitta in casa per 0-1 contro il Frosinone, rassegna le dimissioni, lasciando il club al decimo posto in campionato e in semifinale di Coppa Italia. Milan Stefano Pioli (a destra) nel 2022 Il 9 ottobre 2019, pur tra lo scetticismo della piazza rossonera, viene nominato nuovo tecnico del Milan, in sostituzione dell'esonerato Marco Giampaolo. Debutta il 20 dello stesso mese, in casa contro il Lecce, pareggiando 2-2. Il 21 luglio 2020, in seguito ai buoni risultati ottenuti nella seconda parte di stagione, viene ufficializzato il prolungamento del suo contratto con il club fino al 30 giugno 2022. Chiude il primo campionato al Milan con il sesto posto finale, che vale la qualificazione al secondo turno preliminare di Europa League. In Coppa Italia, invece, i rossoneri vengono eliminati in semifinale dalla Juventus, con il risultato aggregato di 1-1 che premia i bianconeri per la regola dei gol in trasferta. Comincia la stagione successiva battendo lo Shamrock Rovers e il Bodø/Glimt nelle qualificazioni e il Rio Ave negli spareggi di Europa League, accedendo alla fase a gironi della competizione. In campionato i rossoneri partono con quattro vittorie consecutive (tra cui il derby vinto per 2-1), evento che non si verificava dalla stagione 1995-96 sotto la guida di Fabio Capello. Il 1º novembre 2020, grazie alla vittoria esterna sull'Udinese per 1-2, diventa il primo allenatore della storia del club meneghino capace di guidare la squadra in 13 partite consecutive con almeno due gol segnati. Il 6 novembre 2020, uscendo sconfitto contro il Lilla per 0-3 nella terza giornata della fase a gironi dell'Europa League, il Milan perde l'imbattibilità che durava dall'8 marzo 2020. Al termine del girone d'andata, la squadra rossonera si laurea campione d'inverno. Il 23 maggio, grazie alla vittoria per 2-0 contro l'Atalanta, gara valida per l'ultima giornata di campionato, conquista la qualificazione alla Champions League, chiudendo il campionato al secondo posto, con 79 punti totali e il record di vittorie (16) in trasferta. In Europa League invece viene eliminato agli ottavi di finale dal Manchester Utd, mentre la Coppa Italia si conclude ai quarti di finale, contro l'Inter, in seguito alla sconfitta per 2-1. Inizia la stagione 2021-2022 con tre vittorie e un pareggio nelle prime quattro giornate. Il ritorno in Champions League dopo sette stagioni di assenza si dimostra complicato per i rossoneri, che ottengono solo quattro punti in sei partite, con quattro sconfitte, una vittoria (la partita di ritorno contro l'Atlético Madrid il 24 novembre) e un pareggio. La sconfitta contro il Liverpool (1-2), in particolare, determina l'ultimo posto nel girone e la conseguente eliminazione dalle coppe europee. Il 20 novembre, nel frattempo, il Milan subisce la prima sconfitta in campionato contro la Fiorentina, dopo 17 giornate di imbattibilità. La squadra rossonera chiude il girone d'andata al 2º posto. Il 5 febbraio vince per 2-1 il derby contro l'Inter, accorciando a una lunghezza dai nerazzurri, per poi prendersi la vetta il 13 febbraio successivo dopo la vittoria con la Sampdoria. Nelle ultime sei giornate, i rossoneri ottengono altrettanti successi, laureandosi campione d'Italia; per Pioli si tratta del primo trofeo in carriera da allenatore. In Coppa Italia il Milan è invece eliminato dall'Inter in semifinale. Per via dei successi ottenuti durante l'annata, nel febbraio del 2023 Pioli è stato premiato con la Panchina d'oro dal Settore Tecnico della FIGC. All'inizio della stagione seguente rinnova il proprio contratto coi rossoneri fino al 2025. In campionato, dopo essere usciti dalla lotta per lo scudetto già nei primi mesi del 2023, i meneghini centrano il quarto posto finale, anche grazie alla penalizzazione inflitta alla Juventus dalla giustizia sportiva. In Coppa Italia la squadra è eliminata agli ottavi dal Torino mentre in Supercoppa italiana è battuta dall'Inter. Più soddisfacente è il percorso in Europa: dopo aver riportato il Milan alla fase a eliminazione diretta di Champions League a nove anni di distanza dalla volta precedente, Pioli conduce i rossoneri fino alle semifinali, dove, con un risultato aggregato di 3-0, vengono eliminati dai concittadini dell'Inter. Palmarès Giocatore Competizioni regionali Coppa Italia d'Eccellenza Emilia-Romagna: 1 - Colorno: 1998-1999 Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C1: 1 - Parma: 1983-1984 (girone A) Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1993-1994 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Allenatore Club Campionato Allievi Nazionali: 1 - Bologna: 2000-2001 Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 2021-2022 Individuale Premio nazionale Andrea Fortunato nella categoria Allenatori - 2018 Trofeo Maestrelli: 1 - 2019 giornalaccio rosa Sports Award nella categoria Allenatori - 2020 Premio "Davide Astori": 1 - 2021 Premi Lega Serie A: 1 - Miglior allenatore: 2021-2022 Gran Galà del calcio AIC: 1 - Miglior allenatore: 2022 Panchina d'oro: 1 - 2021-2022
  6. LUCIANO FAVERO «Ero a conoscenza delle trattative della Juventus per prelevarmi dall’Avellino e mandarmi alla Lazio, quale contropartita di alcuni giocatori; partii per le vacanze con la consapevolezza di vestire la maglia biancoazzurra laziale. Fu proprio in vacanza che ricevetti dalla società la notizia del mutamento di programma; la cosa mi lasciò letteralmente incredulo e la mia felicità esplose nel più vivo entusiasmo. Poi è sopraggiunta una fase all’insegna della paura di commettere errori; essere accanto a personaggi di fama mondiale, mi ha fatto scaturire un senso di inferiorità e di imbarazzo che ha creato delle difficoltà al mio rendimento iniziale. Soprattutto, ero deluso dalla consapevolezza di vedere i tifosi juventini titubanti a un mio impiego nella squadra bianconera; molto mi giudicavano non da Juventus. È stato un periodo molto duro, poi, in una partita casalinga contro il Napoli, sono riuscito ad annullare Maradona e la gente ha cominciato a scoprire anche Luciano Favero, quale protagonista delle vittorie della Juventus». VLADIMIRO CAMINITI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1986 I valori molto sbattuti e decisamente sviliti della vita, con quello che si sente, si vede e si legge, anche nel mondo della pedata, sempre più raramente propongono giocatori idilliaci, uomini semplici e rincuorenti. Può essere il caso nella Juventus di uno Scirea e aggiungo subito di un Favero. In cosa Luciano Favero sia veneziano non saprei dirlo, oltretutto è di una borgata veneziana, cioè Santa Maria di Sala; e della Laguna si legge che tramortita dalla sua storia, tra palazzi ducali fatiscenti e glorie ormai illanguidite, su se stessa giace. La gente si chiede: Venezia quanto durerà? Forse mille volte più di noi umili mortali, coi nostri giorni contati; ma è certo che la Laguna affonda e non è allegro capitare a Venezia sotto la pioggia battente. Con la neve acquista invece un suo candore da sudario, diventa città abitabile tutta da intellettuali al soldo di quello scrittore odiatissimo da Goethe e grandissimo (rancori tra geni, mira solo tra Platini e Maradona) di Thomas Mann. Non so dunque di Favero che quello che vedo, ed è molto; vedo un uomo nella sua semplicità, nel suo nero baffo si possono scorgere piccole immense cose del carattere umano; quella consapevolezza di vivere la parte con umiltà in ogni istante, anche facendo i giocatori di successo. Su «Prima», che è un superbo mensile di giornalisti per giornalisti, il mio amico e sodale Gianni Mura lamentava la fine del giornalismo sportivo, con la «trasformazione del cronista da testimone degli avvenimenti sportivi in registratore acefalo delle dichiarazioni di presidenti, allenatori, calciatori... «E pressoché sparito il commento tecnico delle partite» lamentava, lui che ha sorte di impiegare il suo talento in un grande quotidiano politico. In verità, Mura non ha ragione, perché il cronista sportivo deve sforzarsi in primis di essere serio e appassionato di calcio anche e soprattutto in funzione dei calciatori. E nonostante tutto, i calciatori sono la parte migliore della pedata; certo fossero tutti come Luciano Favero, Mura si divertirebbe a scoprirli e a riscoprirli, anche a intervistarli. Sempre il giornalismo è lavoro, palestra di altruismo per noi stessi. Non dobbiamo considerarci personaggi ma cronisti. Ma dicevo di Favero per confermare anche queste tesi, con questo personaggio totalmente romantico. Ricordo la mia prima intervista a Favero al campo Combi, proprio all’indomani del disastroso match perduto 4 a 0 a San Siro con l’Inter. E mi aspettavo, dopo avergli dedicato una davvero severa pagella, di trovarlo corrucciato, deciso a chiudersi nel mutismo dell’avvilimento. Trovai invece davanti a me il signor Favero, l’intervista avvenne regolarmente e Favero si raccontò senza paroloni in modo perfetto. Disse, riassumo, che ambientarsi nella Juventus dopo essere stato in una squadra come l’Avellino non era facile, mentre era facile, cioè garantito, che lui avrebbe saputo farsi valere, se i critici avessero avuto pazienza. Spiegò come era soltanto un problema psicologico ma che la fiducia di Trapattoni lo rincuorava e che presto ci saremmo ricreduti. Quanti, a dire il vero, credevano nelle qualità e nelle risorse di Favero all’altezza di quelle domeniche? Pochi. Ma si deve subito aggiungere che le perplessità non riguardavano punto la Juventus, dove il giocatore veniva considerato in virtù di qualità che all’occhio di Boniperti o Trapattoni non potevano sfuggire. E Favero ebbe, infatti, un girone di ritorno positivo sotto ogni aspetto e si cominciò ad allineare al resto della squadra. Un giocatore adatto alla difesa ma in grado di discese snelle e convergenti. Un difensore tattico mai statico e sempre ricco di slancio. Un campione dell’impegno morale anche la domenica, imperlato di serenità, forse per il concetto antico che ha della sua famiglia – la moglie è siciliana e ne parla con orgoglio –- un campione come ne vorremmo molti, e invece ahimè ne abbiamo pochi così compenetrati nella professione da farne qualcosa di limpido, di vero, prima che qualcosa di tecnico. Prima lo spirito insomma, poi la tecnica. Ed è in sostanza come se chi scrive recuperasse d’incanto, in mezzo ai frastuoni del consumismo uno dei personaggi mitici della Juventus, quei personaggi che a questa società lo hanno avvicinato, così da prediligerla egli su tutte culturalmente e storicamente per una scelta professionale. La Juventus per un poveraccio è qualcosa di più di un hobby domenicale, di una ragione di tifo, ma può ipostatizzare un’intera vita, l’illusione di una vita. Non aveva forse la prima Juventus della leggenda, quella creata da Edoardo Agnelli, giocatori come Favero? Forse Caligaris era molto dissimile sul piano degli slanci del cuore? Era il denaro la parte fondamentale per Berto dal fazzoletto alla fronte e la sforbiciata perenne? Voi pensate che Favero sia particolarmente attaccato alla parte economica? Lo svincolo può interessarlo in qualche modo? Ambisce forse a ulteriori guadagni? Io penso che Luciano Favero sia il massimo oggi, con pochi altri esemplari, di professionalità. La Juventus ha fatto un affarone acquistandolo. La sua partecipazione allo spartito è sempre più vivida e corposa. E riuscito or non è molto anche a insaccare un gol di bellissima esecuzione dopo una sgroppata di possesso. Favero ha conosciuto il profondo Sud prima di salire lo stivale alla conquista della mitica Juventus. Secondo me le molte esperienze professionali lo hanno preparato al grande salto. Iniziava in C nel Messina, prima di passare ancora in A alla Salernitana dal pubblico specialmente caloroso. E poi il Siracusa. Chi non è mai stato a Siracusa, non sa cosa può essere questa città millenaria, pupilla degli dei, città di mura bianche che d’improvviso, diventano azzurre. Luciano aveva già scelto la donna della sua vita, aveva poco più di ventanni, andava verso un futuro che non poteva prevedere. Nel 1981 il Siracusa lo cedeva in ottobre al Rimini in B. Vi giocava soltanto 7 partite ma con il suo impegno più fervido e alla fine di quel mese lo reclutava l’emergente Avellino, alla cui corte sgobbava un giovane dalla guancia pallida e fine di nome Marino. Era fatta. Nell’Avellino, Favero avrebbe giocato centotto partite in tutto, la Juventus lo notava e ne faceva, con l’occhio infallibile di Boniperti, l’erede di Claudio Gentile, intanto emigrato a caccia di nuovi guadagni. La stabilità di rendimento, indice di classe, la duttilità di piede, indice di classe, la serenità comportamentale, fanno di Favero uno dei capisaldi difensivi dell’undici che a Tokyo ha conquistato la gloria mondiale. Vi sono giocatori che escono dal copione e rappresentano una ulteriore dimostrazione di quel che il calcio sa dare ai suoi figli. Il nostro venezian, scaldatosi al sole del Sud, negli occhi di una ragazza isolana, doveva trovare la ragione più profonda del suo destino. La vita semplice, puntigliosa e costruttiva di Luciano Favero. Che in campo ne fa uno stopper o un difensore di fascia – anche un libero – di totale sicurezza. E come dice Trap, dal piede buono. FRANCO MONTORRO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 2002 Quando arriva a Torino, nell’estate del 1984, e diventa immediatamente “Il Baffo”, Luciano Favero è ancora un giocatore giovane, 27 anni, ma ricchissimo di un’esperienza maturata sui campi della provincia e Trapattoni per sostituire Gentile ha bisogno soprattutto di un difensore rodato e affidabile, di spessore. A dire il vero, quel ricordare il passato fra club di non primissima fascia (Varese, Messina, Salernitana, Siracusa, Rimini e Avellino) è piuttosto ingeneroso nei confronti del giocatore nativo di Santa Maria di Sala, Venezia, perché le cinque stagioni trascorse in bianconero confermeranno sì la quantità, ma anche la qualità del gioco di Baffo Luciano. Ed anche l’affidabilità la mostrerà e la confermerà in oltre 200 partite con la maglia della Juve, quasi tutte da terzino destro, ma con ottime prestazioni anche al centro della difesa, e due gol. Il primo, il 27 ottobre 1985 a Udine: è il 2-0, al 50’ di una partita che poi vedrà i friulani segnare il gol della bandiera grazie ad una deviazione di Cabrini alle spalle di Tacconi. La seconda marcatura quasi due anni più tardi, a Torino: è il terzo gol bianconero nel 3-1 al Pescara. Insomma, piedi buoni non solo per sporcare le giocate avversarie, ma anche per finalizzare a rete e per “battere” in un simpatico confronto a distanza il suo predecessore Claudio Gentile, che in bianconero di reti ne aveva messe a segno in totale una. Un confronto che oggi Luciano respinge con un sorriso. «Non sapevo di questo vantaggio su Claudio, ma naturalmente me lo tengo. La sua eredità non fu facile, soprattutto nei primi mesi, ma penso di essermela cavata bene anche grazie al fatto che per tre anni consecutivi non ho saltato una partita e i tifosi hanno fatto presto l’abitudine a vedermi con la maglia numero 2 della Juventus. I gol? Ricordo soprattutto il primo, all’Udinese. Io faccio un anticipo a metà campo e scatto in avanti, scambio con Serena e batto in diagonale Brini. Avevo i piedi buoni? Sì, sui cross giusti… Giocavo a destra, da terzino, ma all’occorrenza ho saputo prendere il posto sia di Brio che di Scirea, in quest’ultimo caso, ad esempio, quando Gaetano si infortunò nel corso della finale di Coppa Intercontinentale». Cinque anni alla Juventus permettono di raccogliere molti ricordi e di poterli separare anche in maniera netta. «Il più bello è quello della Coppa Intercontinentale, al di là del risultato era già una cosa grandissima essere là. Poi ci sono stati momenti neri ma neri davvero. La sera dell’Heysel e quell’altra maledetta, nella quale anche se io non ero più alla Juve, imparai della morte di Scirea, povero Gaetano. Sì, le pagine felici sono state molte di più ma quel paio di nere sono state così profonde da essere dolorosamente indimenticabili. Torniamo alle note positive. I compagni: tutti straordinari. Lo dividevo la stanza con Stefano Tacconi. No, ci conoscevamo da prima di Avellino, perché avevamo fatto il militare insieme». Dopo cinque stagioni alla Juventus, nell’estate 1989, le strade di Luciano e della società bianconera si separarono. «Sono andato a Verona, nell’ultimo anno di Bagnoli. Una stagione sfortunata, culminata con la retrocessione, presto riscattata solo un campionato dopo con la promozione della squadra affidata a Fascetti. Poi ho smesso, ad altissimo livello. In effetti sto ancora giocando in una squadra di Prima Categoria, ma soprattutto per tenermi in forma alla mia veneranda età. Sono tornato nel mio paese natale, ovviamente seguo con affetto una Juventus, che in questa stagione mi sembra aver trovato un eccellente equilibrio. Tutte le squadre hanno alti e bassi e in questo senso mi sembra che la Juve sia quella più abituata a gestirli. Il calcio di oggi? Sul campo è uguale al mio. È il contorno a essere cambiato». Parola di Baffo? «Parola di Baffo, anche se li aveva anche Tacconi. E Boniek, ma erano chiari. E Rush, piccoli, quasi invisibili». Parola di un giocatore che alla Juve ha dato moltissimo e che questo mese ci ha fatto piacere salutare per tutti voi. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/luciano-favero.html
  7. LUCIANO FAVERO https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Favero Nazione: Italia Luogo di nascita: Santa Maria di Sala (Venezia) Data di nascita: 11.10.1957 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: 71 kg Soprannome: Faina Alla Juventus dal 1984 al 1989 Esordio: 22.08.1984 - Coppa Italia - Juventus-Palermo 6-0 Ultima partita: 18.06.1989 - Serie A - Pescara-Juventus 0-0 201 presenze - 2 reti 1 scudetto 1 coppa dei campioni 1 supercoppa Uefa 1 coppa intercontinentale Luciano Favero (Santa Maria di Sala, 11 ottobre 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Luciano Favero Favero alla Juventus negli anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1996 Carriera Giovanili 1970-1973 Mestrina 1973-1975 Varese Squadre di club 1975-1976 Milanese 31 (0) 1976-1977 Messina 37 (1) 1977-1978 Salernitana 17 (0) 1978-1980 Siracusa 67 (3) 1980-1981 Rimini 38 (0) 1981-1984 Avellino 78 (0) 1984-1989 Juventus 201 (2) 1989-1991 Verona 65 (0) 1991-1996 Miranese 104 (0) Carriera Nel corso della sua carriera ha giocato con Milanese, Messina, Salernitana, Siracusa, Rimini, Avellino, Verona e Juventus (che lo acquistò per sostituire Claudio Gentile), con cui ha giocato dal 1984 al 1989, vincendo uno scudetto, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa UEFA. Dopo il ritiro Amico dai tempi dell'Avellino di Stefano Tacconi, anche allora compagno di squadra, Favero lo cita in Tribunale nel 2003 con l'accusa di truffa ed appropriazione indebita, per compensi mai ricevuti in occasione di gare evento, organizzate dall'ex portiere, che verrà in seguito assolto. Successivamente apre una rivendita di automobili, che fallisce. Lavora in un Golf Club vicino a casa. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia Semiprofessionisti: 1 - Siracusa: 1978-1979 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Competizioni internazionali Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
  8. MICHELE SCOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1984-1985 Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 09.04.1966 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 12.06.1985 - Coppa Italia - Milan-Juventus 0-0 1 presenza - 0 reti
  9. MAURO DERIGGI Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 17.09.1966 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 1 presenza - 0 reti
  10. VINCENZO MASTROTOTARO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.04.1966 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1984 al 1985 Esordio: 12.06.1985 - Coppa Italia - Milan-Juventus 0-0 1 presenza - 0 reti
  11. DOMENICO PENZO Lo «zingaro» del gol è arrivato a Torino con una valigia piena di sogni. – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del settembre 1983 – Il trentenne Domenico Penzo tocca la vetta di una carriera che si è ravvivata solo a Verona. Ma i dati anagrafici non gli impediscono di riempire i bagagli di ambizioni. «La strada è ancora lunga – dice spesso con un sorriso discreto – e l’approdo alla Juventus non è certo un punto di arrivo». Perché «zingaro» del gol? Perché in tredici anni di assistenza calcistica, Penzo ha visitato nove città (Varese, Borgosesia, Roma, Piacenza, Benevento, Bari, Monza, Brescia, Verona) servendo dieci club (Romulea compresa) e segnando un buon quantitativo di gol, pur denunciando le discontinuità che il ruolo di «bomber» comporta. Domenico Penzo nasce a Chioggia il 17 ottobre del 1953. Suo padre fa il pescatore ed ha sette figli da sfamare. A sette anni, Domenico si trasferisce con la famiglia a Baranzate, nella terra dei mobili e a 14 anni, dopo aver lasciato gli studi, entra in una falegnameria di Paderno Dugnano. Infine fa il meccanico nell’officina di suo cognato. È, questa, l’epoca dei primi veri calci a un pallone, nelle file del Borgosesia. Da quel giorno, siamo nel 1972, si dipana, contraddittoria e non sempre brillante, la carriera del «panzer» chioggiano. Nella Romulea, nel Bari, nel Benevento, nel Monza e nel Brescia, tiene fede alla sua fama di «puntero»; la grande occasione gli passa davanti agli occhi nel ‘74, quando la Roma lo porta all’Olimpico. Gioca 19 partite e segna la miseria di un gol. Poi torna sull’altalena, come la maggior parte degli attaccanti troppo solidamente legati all’obbligo di segnare sempre. Finché balza agli onori, meno provvisori questa volta, delle prime pagine sportive. Con il Verona, protagonista l’anno scorso, gioca un campionato d’avanguardia. E mette alle spalle dei portieri avversari 15 gol. Un buon bottino. Solo Platini e Altobelli fanno meglio. La Juventus, frattanto, perde Bettega, che si trasferisce in Canada. L’occhio di Trapattoni e di Boniperti cade sul veronese. Il quale non crede ai propri occhi quando legge la fantastica notizia sui giornali. Le prime dichiarazioni, dopo l’ufficializzazione del suo passaggio in bianconero, sono logicamente caute. Penzo è un po’ bloccato psicologicamente, poiché si rende conto dei rischi ai quali va incontro; deve capire se a Torino riuscirà ad avere le stesse condizioni esistenziali trovate a Verona. Passano i giorni, è tempo di ritiro a Villar Perosa. A Domenico Penzo, uomo serio e maturo, basta una settimana per capire tutto. «L’ambiente è molto buono – dice – e i compagni di squadra sono come tutti gli altri, anche se giocano nella Juve. Alla mia età è impossibile bruciarsi e la Juventus costituisce un trampolino di lancio per migliorare e per conquistare tappe prestigiose. Io so che la mia nuova società cercava un attaccante ed io sono qui per servirla. Non è facile il mestiere della punta; il ruolo ha subito metamorfosi sostanziali. Ma io cercherò di fare sempre il mio lavoro con il massimo impegno. Io e Rossi possiamo essere per la Juventus ciò che Graziani e Paolino erano per la Nazionale. Ci aiuteremo, sarà una specie di cooperativa per andare in gol». Il gol è il tasto più battuto, come una nota piacevole. «Ne ho sempre fatti, diciamo una media di dieci all’anno; mi piacerebbe confermarmi su queste cifre. La concorrenza è però forte e comunque stimola parecchio. Sono stato considerato spesso un elemento di categoria, da serie B. Eppure le mie soddisfazioni me le sono tolte. Forse ho giocato male le mie carte quella volta nella Roma. Ma è acqua passata. A Verona ho segnato 14 gol in B e 15 in A. E la Juventus mi ha preso anche per questi dati». E ora c’è il sogno di tutti, la Juventus assetata di rivincite. «In un gioco che si adatta alle mie caratteristiche posso fare tanti gol anch’io. Però capisco perfettamente che il mio compito è soprattutto quello di lavorare per la squadra e per Paolo Rossi. Non ho paure perché sono anche altruista, perciò Paolino stia tranquillo. E ora ho una grande ambizione, che urta società tanto prestigiosa può soddisfare; quella di vincere uno scudetto a 31 anni. Sarebbe stupendo». Domenico Penzo è sposato ed ha tre figli. Sta cercando una casa definitiva vicino Milano, e ha in cantiere un progetto di lavoro che, a fine carriera, lo riporterà fra Verona e Brescia, dove ha conosciuto momenti di soddisfazione calcistica assoluta. Ora l’obiettivo di quest’uomo sobrio e puntiglioso è puntato però sul campionato, durante il quale vorrà confermare le ‘sue doti di uomo gol. NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DELL’8-14 LUGLIO 2003 «Spente le luci del calcio, ne ho accese altre. Con serenità». L’autoritratto porta la firma di Domenico Penzo, detto Nico, ormai prossimo al traguardo delle cinquanta candeline, un passato da corsaro delle aree di rigore con partenza dalla Primavera del Varese agli albori degli anni ‘70 e arrivo a Trento nell’88. «Erano già passati diciotto mesi dall’addio al Napoli e un amico mi convinse ad accordarmi col Trento, in C1. Ma ero mentalmente scarico, tempo dieci partite e salutai la compagnia rinunciando a un anno di contratto. Per diversi anni ho cancellato il calcio, le ultime due stagioni in A con il Napoli avevano lasciato brutti segni. E ho piantato le tende a Verona, non volevo più sottoporre la famiglia a continui cambi di casa e di amicizie. E questo è anche uno dei motivi per cui non ho mai pensato di rimanere nell’ambiente». C’è un nuovo interruttore da schiacciare, quello del lavoro. «È una luce che è sempre rimasta accesa. Dai quattordici ai diciotto anni ho fatto il tornitore, ho vissuto il calcio come un vero e proprio mestiere e infine perché, visto come ho chiuso con il pallone, ho avuto il tempo per guardarmi intorno. Nel periodo tra il Napoli e il Trento, ho collaborato con un amico in una concessionaria Mercedes. Poi ho partecipato a un corso Fideuram per promotori finanziari e quando ho smesso definitivamente di giocare ho iniziato a vendere fondi d’investimento in collaborazione con un altro ex, Claudio Bandoni (portiere di lungo corso negli anni ‘60, ndr). Ho capito presto, però, che non era la mia strada. Sono uno che ha sempre badato al sodo e vendere promesse di rendimenti non mi andava proprio giù. E poi mi sono sentito usato dalla struttura, il mio nome faceva comodo». Scocca la nuova scintilla: il commercio. «Mi venne proposta la rappresentanza di importanti ditte di abbigliamento e attrezzature sportive, come Arena e Le Coq sportif. I programmi erano subito seri e precisi, con prospettive future interessanti. Ancora oggi è il mio mestiere, adesso il mio partner è la Quick Silver». A illuminare la nuova strada i fari di una fiammante Mercedes 3000. «Non ti dico i commenti dei primi clienti che mi guardavano dall’alto in basso, come fossi capace solo di tirare calci a un pallone. Ma la cosa più brutta è che in quei momenti iniziali ti senti quasi in dovere di dare spiegazioni sul perché stai facendo quel mestiere. Comunque sono fasi che fanno parte della vita. Io ho avuto la fortuna di realizzare i miei desideri e sono una persona felice. Certo, bisogna essere coscienti che dopo tanti anni di protagonismo si deve ripartire dal basso. Non tutti gli ex calciatori riescono a capirlo. Tante volte penso al mio vecchio amico Agostino Di Bartolomei. Quando ricominci, anche se rimani nel calcio, devi fare la gavetta. Non si scappa. E devi tenere botta, perché, tanto nel calcio, quanto nel lavoro, regna l’ingratitudine. Io l’ho sperimentato molte volte, specie negli anni in maglietta e pantaloncini. Con l’aggravante che, quando guadagni bene, la tua vita viene rapportata al tuo stipendio: non puoi avere le palle girate perché sei un calciatore, non puoi avere un mal di denti perché “con tutto quel che guadagni” e cosi via». È tosto Penzo, proprio come quando battagliava nelle aree di rigore alla ricerca del gol. «Ne ho incontrati tanti di stopper duri come il marmo: Cattaneo, Galdiolo, Brio. Ma chi mi faceva veramente soffrire era Fabrizio Berni. Mi pizzicava in continuazione ed io finivo la partita con i lividi». Sovente, però, neri in volto erano gli avversari. «Ho segnato 120 reti in 400 partite. Ho giocato in tutte le categorie, dalla Serie D alla A. Con il Verona, la squadra del mio cuore, ho raggiunto livelli altissimi. Sono arrivato con le mie forze alla Juventus vincendo al primo colpo scudetto e Coppa delle Coppe. E pensare che qualcuno quando ero a Varese mi disse che con le gambe a “ics” che mi ritrovavo avrei fatto poca strada». Incauta previsione. Le gambe storte di Nico Penzo già nel ‘74-75 vengono immortalate dalla Panini e per giunta pochi attimi prima dell’esordio in A con la maglia della Roma. «Novembre del ‘74, debutto proprio a Varese. Non puoi immaginare la gioia, solo l’anno prima giocavo in quarta serie con la Romulea». La parentesi romana dura giusto una stagione e dà il via a un vero e proprio giro d’Italia. «Ho cambiato molte squadre. Non ho mai avuto peli sulla lingua e questo è un motivo. Poi per me era importante sentirmi protagonista. Stare dietro le quinte a guardare gli altri giocare non mi andava». Principio ferreo, applicato senza condizioni anche alla Juventus, nell’83-84. «A un certo punto della stagione era certo l’arrivo di Giordano. Parlai con la società e decisi di andare via». Peccato perché Nico non aveva fatto tanto rimpiangere Bettega. «Merito di campioni come Platini, Tardelli, Boniek e mister Trapattoni. Che quando si era in vantaggio, prima o poi, faceva uscire uno tra me e Rossi per mettere un mediano. Una volta impiegò tre quarti d’ora per dirmi che la domenica successiva, un delicato Roma-Juventus a poche giornate dalla fine, avrebbe giocato Prandelli. Incredibile. Comunque sia, salutai con affetto la Juve e andai al Napoli dove le cose andarono maluccio. Ricordo ancora una riunione con il presidente Ferlaino alla fine del girone d’andata. Io dissi che molti dei compagni pensavano più ai voti sui giornali che alla squadra. Marchesi mi fece i complimenti, ma io non giocai più». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/domenico-penzo.html
  12. DOMENICO PENZO https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Penzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Chioggia (Venezia) Data di nascita: 17.10.1953 Ruolo: Attaccante Altezza: 184 cm Peso: 75 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1983 al 1984 Esordio: 21.08.1983 - Coppa Italia - Perugia-Juventus 1-0 Ultima partita: 13.05.1984 - Serie A - Genoa-Juventus 2-1 36 presenze - 10 reti 1 scudetto 1 coppa delle coppe Domenico Penzo (Chioggia, 17 ottobre 1953) è un ex calciatore italiano, di ruolo attaccante. Domenico Penzo Penzo al Verona nella stagione 1982-1983 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1988 Carriera Giovanili 1970-1972 Varese Squadre di club 1972-1973 Borgosesia 33 (8) 1973-1974 Romulea 30 (13) 1974-1975 Roma 19 (1) 1975 Piacenza 2 (0) 1975-1976 Benevento 27 (12) 1976-1978 Bari 70 (22) 1978-1979 Monza 37 (11) 1979-1981 Brescia 62 (16) 1981-1983 Verona 60 (29) 1983-1984 Juventus 36 (10) 1984-1987 Napoli 21 (2) 1987-1988 Trento 12 (2) Biografia Nacque in Veneto da una famiglia di umili origini, con il padre pescatore e la madre donna delle pulizie, ultimo di sette fratelli. All'età di 6 anni si trasferì con la famiglia a Cusano Milanino, in Lombardia, per via del nuovo impiego del padre come magazziniere; qui lo stesso Domenico iniziò a lavorare, appena undicenne, come falegname. Caratteristiche tecniche Centravanti alto e forte fisicamente, era abile nel gioco aereo e nelle percussioni palla al piede, dotato di sufficiente tecnica, si completava bene con attaccanti rapidi e opportunisti, come Mauro Gibellini al Verona e Paolo Rossi nella Juventus. Carriera Giocatore Cresciuto calcisticamente nel Varese, iniziò a giocare con il Borgosesia per poi trasferirsi alla Romulea, entrambe in Serie D, dove si segnalò come un promettente cannoniere. Nel 1974 fu acquistato dalla Roma, per affiancarlo a Pierino Prati. Per lui 19 presenze e 1 rete in giallorosso nel campionato 1974-1975, nella vittoria interna contro la Fiorentina. Nel 1975 i capitolini lo cedettero in comproprietà al Piacenza, neopromosso in Serie B. Penzo tuttavia non si integrò negli schemi di Giovan Battista Fabbri, sicché dopo sole 2 presenze venne ceduto al Benevento dove totalizzò 12 reti in 27 gare nel campionato di Serie C 1975-1976. Penzo alla Juventus nel 1983, mentre realizza il terzo dei suoi quattro gol al Lechia Danzica in Coppa delle Coppe, sotto lo sguardo del compagno di squadra Boniek. L'anno dopo passò al Bari, in Serie C, con cui ottenne la promozione tra in cadetti e si confermò centravanti prolifico. Dopo una stagione al Monza in Serie B, fu ceduto al Brescia con cui conquistò la promozione in Serie A contribuendo a essa con 12 reti; il ritorno nella massima serie, però, segnò un netto calo nelle marcature (4 in 28 partite), e le rondinelle ritornarono in B. Nella stagione successiva si trasferì al Verona, a cui legò le sue migliori stagioni consacrandosi anche a livello nazionale. Con 14 gol in 31 gare riportò gli scaligeri in Serie A, e, nella stagione 1982-1983, nel ruolo di unica punta della formazione di Osvaldo Bagnoli, con 15 reti fu secondo nella classifica dei marcatori, dietro solo allo juventino Michel Platini. Nella Coppa Italia 1982-1983, con le sue reti, trascinò inoltre l'Hellas sino alla finale poi persa contro la Juventus. Proprio la società bianconera lo acquistò nel 1983 come spalla di Paolo Rossi, al posto del partente Roberto Bettega, in cambio delle comproprietà di Giuseppe Galderisi e Massimo Storgato. A Torino si rese protagonista di un exploit in Coppa delle Coppe, segnando 4 reti nella partita contro i polacchi del Lechia Danzica, e contribuì con 5 reti in 25 partite alla conquista del double continentale composto da scudetto e Coppa Coppe, non riuscendo tuttavia a convincere appieno l'ambiente juventino. Ceduto dopo un anno al Napoli, giocò al fianco di Diego Armando Maradona fino al 1986, venendo relegato al ruolo di riserva dopo l'acquisto di Bruno Giordano. Dopo una stagione fuori rosa ancora tra le file degli azzurri, chiuse la carriera nel Trento, in Serie C1. Ha complessivamente totalizzato 122 presenze e 27 reti in Serie A, 136 presenze e 44 reti in Serie B. Dopo il ritiro Una volta lasciata l'attività agonistica si stabilisce a Verona, dove è rappresentante di articoli sportivi. Inoltre viene chiamato come commentatore e opinionista sportivo nelle reti televisive locali. Il 7 marzo 2018 torna al Verona con il ruolo di ambasciatore del club, gestendo i rapporti con la tifoseria e incentivando le attività benefiche della società. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Verona: 1981-1982 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1983-1984 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984
  13. STEFANO NOFERI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1976-1977 Nazione: Italia Luogo di nascita: Piombino (Livorno) Data di nascita: 30.04.1958 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 0 reti
  14. MASSIMO BERTI Nazione: Italia Luogo di nascita: Cesena (Forlí-Cesena) Data di nascita: 26.01.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 0 reti
  15. SANDRO BECCARIS Coppa Italia 1976-77: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Sandro Beccaris che disputerà una trentina di minuti nel vittorioso match casalingo contro il Vicenza giocato il 29 giugno ‘77. Ricordiamo le formazioni di quella partita terminata 2-1 per i bianconeri, con reti di Della Monica, Cascella e Albanese. Juve: Bobbo; Francisca, Cascella; Berti, Bogani (dal 65’ Beccaris), Gola; Lanni (dal 70’ Noferi), Della Monica, Schincaglia, Gasperini, Saporito. Lanerossi: Galli; Lelj, Prestanti; Donina, Dolci (dal 46’ Demo), Carrera; Cerilli, Salvi, Albanese, Verza (dal 46’ Briaschi), Filippi. Allenatore Gibi Fabbri. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1977 Continua la serie delle abituali quattro chiacchiere con i giovani della «Primavera» juventina. Stavolta abbiamo scelto Maurizio Zorzan, nato a Torino il 2 febbraio 1959, e Sandro Beccaris, nato anche lui nella capitale piemontese il 3 maggio del 1958. Il primo si è specializzato nel ruolo di terzino, mentre Beccaris gioca da mediano. Cominciamo dunque, così come abbiamo fatto per gli altri loro colleghi, con le solite domandine, che servono a inquadrare il personaggio sia dal punto sportivo che dal quello prettamente umano. – Parliamo dunque dei sacrifici ai quali sono sottoposti giovani diciottenni che giocano in una squadra professionistica. ZORZAN: Assolutamente non credo di fare alcun sacrificio; la mia passione per la palla rotonda è talmente grande che se mi dicessero di stare senza mangiare una settimana per migliorare la forma accetterei subito. BECCARIS: Sono sacrifici infinitesimali, forse l’andare a letto presto la sera e mangiare cose scontate; però, così come il mio amico Zorzan, questi sacrifici li sopporto volentieri; dopotutto abbiamo scelto noi questa carriera, ci piace, e pensiamo di arrivare a essere qualcuno; almeno ci proviamo. – I vostri genitori erano e sono d’accordo sulla vostra professione? BECCARIS: Direi abbastanza. Mi seguono nella mia attività di giovane calciatore e mi incitano a far sempre meglio, con diligenza e dando tutto me stesso. ZORZAN: Tutti i componenti la mia famiglia, ad eccezione ovviamente di mia mamma, giocavano al calcio da giovani, quindi la mia passione è stata accolta benissimo; ovviamente occorre che tenga d’occhio anche la scuola, ed anche qui cerco di applicarmi al meglio. – Al momento attuale a cosa pensate di più, a diventare un grosso giocatore oppure agli studi? IN CORO: Teniamo i piedi in due staffe, e sarà il tempo il giudice migliore. – Che tipo di allenatore preferite, quello cioè che sa farvi rendere di più? ZORZAN: A me piace quell’allenatore che si faccia capire, che accetti con noi un dialogo, che non dia ordini così, soltanto per parlare. Però, col caratterino che mi ritrovo, credo che ogni tanto un allenatore che mi dà una bella strigliatina non andrebbe male... BECCARIS: Anch’io sono d’accordo; ci va una persona che ci faccia capire gli errori fatti, che ci spieghi con poche ma chiare parole cosa pretende da noi, così, alla buona, senza alzare la voce. – Passiamo ad argomenti più frivoli, e chiediamo ai due ragazzi che ci stanno di fronte le loro preferenze in fatto di cine, musica, televisione e letture. BECCARIS: La TV non mi piace molto, e non la guardo che pochissime volte quando c’è una partita. –Per quanto riguarda i film, mi piacciono quelli allegri, distensivi, che facciano passare un paio d’ore in maniera tranquilla; fra gli attori preferiti metterei, negli uomini, Paolo Villaggio e Renato Pozzetto, nelle donne Laura Antonelli e Zeudi Araya. Le mie preferenze musicali sono per un genere moderno, vedi Donna Summer, Soul Music e Roberto Kelly. Non leggo molto, dato che fra calcio e studio non ho eccessivo tempo, comunque mi soffermo su libri e riviste sportive. ZORZAN: Anche a me la Televisione non piace; non mi attira molto a parte naturalmente le riprese sportive. Per quanto riguarda le pellicole cinematografiche, le mie preferenze vanno a quelle gialle, tipo Dario Argento e Hitckoch; fra gli attori mettiamo Marlon Brando e Monica Guerritore. In quanto alla musica, amo molto i nuovi complessi di musica leggera, come Riccardo Cocciante, e Cat Stevens, ma in generale tutti i cantanti moderni. Anch’io leggo poco, a causa del tempo che mi portano via il calcio e lo studio. – Oltre calcio, c’è qualche sport che praticate o vorreste praticare? ZORZAN: Mi piacciono molto il nuoto e la pallacanestro. BECCARIS: Io preferisco il motocross e lo sci. – Voi andate spesso in giro per l’Italia, per giocare partite di campionato oppure tornei; nelle ore libere cosa fate, rimanete seduti su di una poltrona in albergo, oppure girate la città, visitate musei e così via? BECCARIS: Se il tempo ce lo permette mi piace assai girovagare per posti nuovi, vedere gente nuova, vetrine che non conosco, farmi insomma una cultura spicciola della città che mi ospita. ZORZAN: Anche a me piace girovagare per le strade, vedere gente nuova e posti nuovi. In una delle ultime trasferte gli organizzatori ci hanno portato a vedere la casa di D’Annunzio. È stata una cosa molto interessante. – Se un giorno vi accorgeste che il calcio non è fatto per voi, almeno a livello professionistico, che cioè non siete riusciti a sfondare, quale sarà il vostro atteggiamento? ZORZAN: Continuerei gli studi, ma vorrei rimanere sempre nel giro, magari iscrivendomi all’ISEF. BECCARIS: Con la passione che mi ritrovo non potrò mai staccarmi completamente da questo ambiente, mi piace troppo. Troverò naturalmente un lavoro, ma non mi staccherei mai completamente da questo lavoro così simpatico. – Quanta percentuale assegnereste alla fortuna nella riuscita di un giocatore? ZORZAN: Per riuscire ci vogliono un sacco di cose, però credo che la fortuna giochi un ruolo abbastanza importante, diciamo il quaranta per cento. BECCARIS: No, il quaranta per me è troppo; bisogna anzitutto avere doti naturali. E un’enorme passione, e poi, ma soltanto in fondo, anche un pizzico di fortunaccia. Per me comunque non supera il trenta per cento. – Cosa pensate degli «anziani»? BECCARIS: Tutto il bene possibile, accetto sempre i loro consigli perché sono frutto della loro esperienza. ZORZAN: Anch’io sono d’accordo; con l’esperienza che si ritrovano sono sempre preziosi i loro consigli, ed io sempre pronto a riceverli e metterli in pratica. – In questo momento, all’inizio dell’anno 1977, quali sono le vostre ambizioni per il futuro? BECCARIS: Giocare l’anno prossimo, magari da titolare fisso, in una squadra di serie C. ZORZAN: Poter giocare tutte le partite della Primavera. – Quali sono i vostri pregi e difetti? ZORZAN: Fra i pregi metterei un discreto anticipo e un buon colpo di testa, inoltre un certo qual agonismo. Fra i difetti mettiamo pure il destro, che è molto scarso. BECCARIS: I pregi non sta a me elencarli, i difetti maggiori sono nell’appoggio a centro campo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/05/sandro-beccaris.html
  16. SANDRO BECCARIS Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 03.05.1958 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 0 reti
  17. SALVATORE SAPORITO Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 03.05.1959 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 22.06.1977 - Coppa Italia - Vicenza-Juventus 2-4 Ultima partita: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 3 presenze - 0 reti
  18. FERDINANDO BOGANI Nazione: Italia Luogo di nascita: Limido Comasco (Como) Data di nascita: 29.05.1958 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 22.06.1977 - Coppa Italia - Vicenza-Juventus 2-4 Ultima partita: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 3 presenze - 0 reti
  19. STEFANO BOBBO Nazione: Italia Luogo di nascita: Mestre (Venezia) Data di nascita: 12.05.1958 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1977 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 1 rete subita
  20. ETTORE NINNI https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_Football_Club_1959-1960 Nazione: Italia Luogo di nascita: Mestre (Venezia) Data di nascita: 09.04.1941 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1959 al 1960 Esordio: 04.11.1959 - Coppa Italia - Juventus-Sampdoria 5-4 Ultima partita: 06.04.1960 - Coppa Italia - Atalanta-Juventus 2-2 2 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Club career 07/1959 - 06/1960 Juventus Forward https://www.worldfootball.net/player_summary/ettore-ninni/
  21. FRANCESCO STACCHINO Nazione: Italia Luogo di nascita: Chieri (Torino) Data di nascita: 20.02.1940 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Cece Alla Juventus dal 1958 al 1959 Esordio: 05.04.1959 - Serie A - Juventus-Bari 2-2 Ultima partita: 17.05.1959 - Serie A - Juventus-Alessandria 2-2 3 presenze - 1 rete 1 coppa Italia
  22. LUCA FRATESCHI Nazione: Italia Luogo di nascita: Pescia (Pistoia) Data di nascita: 27.05.1937 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 05.02.1956 - Serie A - Spal-Juventus 0-0 Ultima partita: 01.04.1956 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-1 4 presenze - 0 reti
  23. PIERO MONATERI Titolare di una qualificata impresa edile – scrive Renato Tavella – aderisce giovanissimo al club Juventus che a lungo sostiene in ambito dirigenziale. A lui si deve la perfetta realizzazione del campo di Corso Marsiglia, primo impianto calcistico italiano costruito con strutture portanti e di sostegno in cemento armato, progettato dell’ingegner Lavini. MARIO PENNACCHIA, DA “GLI AGNELLI E LA JUVENTUS” Mercoledì 1° ottobre 1952 se ne va Pierino Monateri. La Juventus non perde soltanto un dirigente di antica devozione, ma perde un profondo affetto, un benemerito patrocinatore di tutte le più lodevoli iniziative, un esempio di piemontese capace di ingentilire l’austerità con il sorriso ed il buonsenso, un uomo nato per portare l’arcobaleno nelle ore del temporale. L’uomo che ha costruito il leggendario campo di corso Marsiglia. L’uomo che ha percorso cinquant’anni di Juventus: da Bruna a Bigatto, da Giriodi a Combi, da Rosetta a Hirzer, da Caligaris a Orsi, da Cesarini a Monti, da Varglien a Munerati, da Ferrari a Bertolini, da Farfallino Borel a Foni, da Depetrini a Rava, da Parola a Boniperti, da Martino ai tre danesi. Pierino Monateri, che tutte le aveva perdonate a quel furbacchione ma gran campione che era stato Cesarini, toccava l’apice della sua beatitudine juventina con un rituale che i giocatori avevano ormai appreso ad assecondare con indulgente complicità. Il rituale era questo: un attimo prima che la squadra lasciasse gli spogliatoi (quand’era sicuro d’essere visto senza però che nessuno potesse più intervenire) l’amabile geometra scriveva dietro la lavagna il suo pronostico per la partita che stava per cominciare. Più tardi, credendosi inosservato (ma questa poteva anche essere una galeotta supposizione dei suoi prediletti campioni) scivolava furtivamente negli spogliatoi e pochi attimi prima della conclusione dell’incontro, se necessario, rettificava la sua previsione in modo da farla corrispondere al risultato reale e trionfalmente la mostrava ai suoi ragazzi appena rientravano dal campo per riceverne puntualmente il più fragoroso plauso. Mai nella sua vita popolata di partite juventine come di stelle il firmamento, Pierino Monateri aveva scritto un pronostico che fosse diverso dal successo e per questa ragione le sconfitte della Juventus erano anche più tristi: perché erano rare e perché solo in quelle occasioni Pierino Monateri non aveva la forza di cambiare il suo sempre ottimistico pronostico; e quindi veniva a mancare la cerimonia dell’allegro rovesciamento della lavagna, fra battimani e rallegramenti. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/01/piero-monateri.html#more
  24. EZIO QUARANTA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: 30.06.1923 Luogo di morte: Torino Data di morte: 10.06.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1944 al 1945 Esordio: 04.06.1944 - Campionato di guerra - Varese-Juventus 2-1 Ultima partita: 11.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Inter 1-0 2 presenze - 0 reti
  25. BENIAMINO VIGNOLA «Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare». GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1983 Dice Stefano Tacconi, l’erede di maglia del grande Dino e compagno d’avventura e di viaggio del veronese, che Beniamino Vignola ha tenuto in piedi, da solo, e per tre anni, la squadra chiamata Avellino, e che lo ha fatto dall’alto di una gran classe. Dice ancora Tacconi, che ha lingua sciolta e concetti chiari quanto essenziali, che Vignola predilige il sinistro, ma che sa trattare benone la palla anche col destro, e che insomma migliore affare la Juve proprio non poteva combinare, aggiudicandosi le prestazioni dell’amico. Ora, i fatti sono noti e lineari. La Juve, che già tiene Platini e Boniek, cioè il meglio del meglio, ad amministrare la zona nevralgica del campo, dove si inventa e si finalizza il gioco, ha fortemente voluto anche Beniamino Vignola, veronese di nascita e avellinese di gloria calcistica. Segno che di questo Vignola ritiene di avere massimamente bisogno, nonostante la tremebonda concorrenza dei succitati compari. Il problema, semmai, è di stabilire se Vignola verrà buono subito o più tardi, magari in alternativa a qualcuno dei nuovi rodomonte. E parte proprio di qui la nostra chiacchierata con Beniamino, ragazzo estremamente a modo, con uno stile e una educazione d’altri tempi. – Beniamino, la domanda è scontata. Che cosa ti aspetti da questa squadra che è un po’ il punto di arrivo di tutti i ragazzi che scelgono il calcio come professione? Non ti spaventa di dover fare i conti con autentici fuoriclasse che fatalmente ti sottraggono spazio e opportunità per metterti in mostra? «Premetto che alla Juve sono arrivato provando una gioia enorme. Credo che non sia solo un modo di dire il definire questa squadra, questa società, un punto di arrivo nella carriera di un calciatore. Certo, ho capito subito che avrei dovuto fare i conti con il meglio del meglio, nel mio ruolo. Avere sulla propria strada Platini significa che sei “chiuso”, che devi aspettare il tuo momento. Ma poi mi sono chiarito le idee, e ho capito che a fianco di questi “mostri” ci posso stare anch’io, che non c’è nessuna incompatibilità. In fondo, mi sono detto, se mi hanno preso non è certo per scaldare in pianta stabile la panchina». – La Juve, acquistando Vignola, ha pensato al futuro: così è stato detto e scritto... «Non so chi l’abbia detto: la cosa, da un lato mi fa piacere, ma dall’altro mi sta bene fino a un certo punto. Vignola è qui, adesso, e fa la sua parte. Segno che serve adesso, a prescindere dal futuro. Guarda, la cosa è semplice: la stagione è lunga, gli impegni sono tanti, tra campionato e coppe. In questa squadra c’è posto per tutti. Infatti, non ho ancora avuto modo di scaldarla troppo, la panchina». – Qualcuno, nel passato più o meno recente, ti ha avvicinato, per caratteristiche tecniche, a Beccalossi e persino a Gianni Rivera: tu che ne dici? «Credo che nel calcio questo genere di paragoni lasci il tempo che trova. Capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi, e riconosco anche di avere qualche punto di affinità con i due campioni che hai citato, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto... Vignola, con i suoi pregi e i suoi difetti, magari eliminando fin dove è possibile questi ultimi. La Juve, anche sotto questo aspetto, è una scuola ideale». – Fuori del campo, che fai, come passi il tuo tempo libero? «Ho una vita tranquilla e assolutamente normale. Studio, sono al terzo anno di Università, facoltà di Economia e Commercio, prima o poi mi laureerò, non c’è fretta. Quindi, passo parecchio tempo in casa, a studiare, o a leggere libri e giornali. Non mi dispiace neppure guardare la TV. Insomma, niente di particola re». – A una prima occhiata, sembri il tipo giusto al posto giusto. Il tuo stile di vita si sposa molto bene col cosiddetto «stile Juventus». A proposito, che cos’è, per te, questo «stile» tanto chiacchierato (e invidiato)? «Per me è stato, sin dal primo momento, trovare un ambiente particolare, perfetto, dove hai tutto da guadagnare a esprimerti al massimo, e dove esistono le condizioni per dare il massimo. E tutto esattamente come me lo aspettavo, e non posso che rallegrarmene. “Stile Juventus” secondo me, si riassume in tre parole: signorilità, eleganza, organizzazione». – Torniamo a questioni tecniche. In Italia è raro trovare giocatori che concludono da lontano. Eppure, esistono molti buoni tiratori. Da che cosa dipende, e come mai tu sei un po’ una eccezione? «Pochi tirano da lontano per paura di sbagliare. In effetti, c’è il rischio talvolta di mandare il pallone... in tribuna, e questo condiziona tanta gente. Personalmente, accetto spesso il rischio e cerco di sfruttare il tiro che mi ritrovo. Devo dire che, fin qui, mi è andata piuttosto bene». Le domande e le risposte finiscono qui. Beniamino Vignola, che conosce e rispetta il valore del rodomonte, si candida in questa Juve per un ruolo niente affatto secondario. Rivive in maglia bianconera, con questo biondino dal faccino tosto e dal sinistro che incanta, la sobrietà di un compare irlandese che tutti ricordiamo molto bene, essendo impresse le sue gesta nella storia più recente della Signora. Alludiamo, si capisce, a Liam Brady. Ora, Vignola è Vignola, non c’è dubbio, e i paragoni contano un fico secco. Ma vedendo giocare il ragazzo che ha illuminato per tre stagioni l’Avellino salta all’occhio l’affinità, fin la somiglianza fra i due. La Juve, scegliendo questo talento giovane e in piena esplosione, ha pensato al futuro arricchendo, e di molto, il proprio presente. 〰.〰.〰 In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983-84 nella quale il fantasista, con i suoi gol, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il gol su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo gol al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è ormai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con 18 gol. NICOLA CALZARETTA, “GUERIN SPORTIVO” DEL FEBBRAIO 2017 Da anni ormai fa l’imprenditore. Così lo qualifica anche Wikipedia aggiungendo che è anche un ex calciatore di ruolo centrocampista. Scrive che è nato a Verona il 12 giugno 1959 e che si chiama Beniamino Vignola. Non ci dice però, perché non lo sa, che in famiglia e per gli amici è Franco. «È il mio secondo nome, anche se non ce l’ho sui documenti. Ma fin da piccolo mi hanno sempre chiamato così. E Franco sono anche per Nicoletta, mia moglie e per i ragazzi che lavorano con me in azienda». L’azienda è la Vetrauto, fondata dal papà di Nicoletta cinquanta anni fa, di cui è amministratore insieme al cognato. «Quando ho smesso con il pallone, ho colto l’opportunità che mi offriva mio suocero. Operiamo nel campo dell’after-market. Ricambi e riparazioni dei vetri delle vetture. Ci sono entrato in punta di piedi e grazie agli insegnamenti di chi mi ha preceduto ho imparato il mestiere». L’azienda è cresciuta, adesso c’è anche la Vetrocar, con decine di filiali in tutta Italia. «Nel lavoro ho messo un po’ delle mie esperienze sportive: il gioco di squadra, l’importanza del gruppo. Ci sono anche le multe simboliche per chi arriva tardi o le brioches da portare al sabato per chi fa qualche danno». È allegro e sorridente Vignola. Seduto alla sua scrivania, alle spalle un collage di immagini del calcio perduto che lo ha visto protagonista dal 1979 al 1992 con Verona, Avellino, Juventus, Empoli e Mantova. Le ultime consegne di lavoro, poi telefono silenziato, mentre da una busta ecco comparire una maglia bianconera: scudetto sul petto e numero dieci. La mostra con orgoglio. È una cosa preziosa, al pari di una perla. E non a caso la sede della sua azienda è in Via del Perlar, l’albero delle perle, per l’appunto. «Erano anni che non la riprendevo tra le mani. È una bella sensazione. È l’unica maglia che ho conservato. L’altra, quella gialla con il numero sette con cui ho conquistato la Coppa delle Coppe nel 1984, l’ho donata al Museo della Juventus. E tutte le volte che penso che qualcosa di mio è in un museo mi vengono i brividi». – Sei d’accordo che la perla più preziosa delle tue stagioni alla Juve è il gol di Basilea del 16 maggio 1984? «Sì. Segnare una rete in una finale internazionale, penso sia il sogno di tanti. Se poi è anche quella che ha contribuito alla vittoria finale, beh, diciamo che è proprio una bella perla». – Ci racconti l’azione? «Fu un gol strano. Ricevo palla da Platini, sono sulla tre-quarti avversaria e punto verso la porta, allargandomi leggermente a sinistra. Attendo il movimento dei miei compagni, però più avanzo, più non vedo “gialli” da servire. Quindi mi allargo ancora un po’ e, a quel punto, dal limite carico a tutta forza il sinistro per incrociare al massimo il tiro. Il portiere non si tuffa nemmeno, mentre il pallone accarezza il palo e finisce in rete». – Sono passati tredici minuti, 1-0 per la Juve. Segue tua esultanza. «Non stavo nella pelle, non mi sembrava vero. Alzo le braccia e poi mi metto in ginocchio. Il primo ad arrivare è Cabrini che mi sventola davanti il pugno, mi abbraccia e mi tira su insieme a Boniek». – C’è il tuo zampino anche nel 2-1 finale siglato dal polacco. «Il lancio in verticale per Zibì era uno schema ricorrente in quella Juve. La mia imbucata fu suggerita dal suo perfetto inserimento in area. Poi ancora oggi non so come fece a beffare portiere e difensore con quel tocchetto di destro in anticipo su tutti (sorride)». – Al 90’ la Coppa delle Coppe è bianconera. «E Trapattoni, che mi aveva appena tolto, mi stringe il viso con le sue mani e poi mi abbraccia con tutta la sua forza, euforico. Poi la gioia dei miei compagni, quasi tutti reduci dalla grandissima delusione di Atene dell’anno prima. C’era voglia di rivalsa, di rivincita immediata. Sembra impossibile, ma quello fu soltanto il secondo successo internazionale della Juve dopo la Coppa Uefa del 1977». – E tu che cosa provasti? «Volavo su una nuvola. Alla mia prima stagione alla Juve, dopo aver vinto anche lo scudetto, non potevo chiedere di più. Ma come sempre accade, nel momento non riesci a cogliere appieno tutte le emozioni. Comprendi ciò che ti è successo dopo, col tempo, con i ricordi, riparlandone come stiamo facendo adesso». – Sapevi di giocare dal primo minuto? «Sì. Nella parte finale della stagione il Trap mi aveva utilizzato spesso dall’inizio al posto di Penzo. Da lui ho ereditato il “sette”, che poi era l’unico numero libero (ride). Evidentemente l’idea del mister era proprio quella di partire con me anche nella finale secca con il Porto dove c’era più bisogno di copertura a centrocampo e magari di qualche inventiva in più». – Torniamo indietro di alcuni mesi: estate 1983. Come sei arrivato alla Juventus? «In maniera rocambolesca. Anche perché, in pratica, ero già della Fiorentina. Dopo i tre anni ad Avellino, il mio nome è gettonato e il presidente vuole fare giustamente cassa. Sono a Verona, a casa. Mi chiama la società, mi dice che è tutto fatto con la Fiorentina. “Quando vieni giù fermati a Firenze per parlare con il direttore generale della società Allodi e con l’allenatore De Sisti”. Ci incontriamo, parliamo, tutto bene. Non c’è nulla di firmato, ma mi sento un giocatore della Fiorentina. Riprendo la macchina e arrivo ad Avellino. Mi vedo con il presidente Sibilia, gli riferisco tutto e lui mi fa: “Anche noi abbiamo chiuso. Ma con la Juventus. Questo è il numero di Boniperti, aspetta una tua telefonata”. Ho chiamato. “Sei contento di venire alla Juve?” Gli rispondo di sì, ma che non me l’aspettavo. E lui: “Vieni su a Torino, fai le visite e si parte”. Vado, faccio le visite, presentazione, ritiro. Tutto bello, ma nel frattempo del contratto nulla». – E quando ne avete parlato? «A Villar Perosa, come tradizione. Il primo giorno faceva i big. Il secondo i giovani. Firma in bianco e la speranza di vincere molto perché c’erano dei bei premi, ma belli davvero». – Sinceramente: eri contento di essere andato alla Juve o avevi qualche dubbio di avere pochi spazi? «Chiaro che andavo in una squadra di fuoriclasse. Nel mio ruolo poi c’era Michel Platini, il “Professore”. Però avevo ventiquattro anni e la possibilità di giocare in una delle società più prestigiose del mondo. Per la prima volta potevo competere per lo scudetto e le coppe, invece che giocare per la salvezza». – Come è stato il tuo impatto con il mondo bianconero? «Sono entrato in punta di piedi, con il massimo rispetto. Ho osservato molto. Ho cercato di capire. E ho visto una squadra composta da grandi campioni da prendere ad esempio per la serietà e l’impegno. E un gruppo di ragazzi veramente eccezionale che mi ha accolto con molta amicizia e altrettanto rispetto. Ho impiegato pochissimo tempo a integrarmi». – Facile, eri sponsorizzato da Platini! (sorride) «Michel aveva dichiarato che Vignola era uno dei giovani più interessanti del campionato. Certo, con una candidatura così la strada per arrivare alla Juve si è fatta più in discesa. A parte le battute, al di là di tutto c’erano anche dei motivi tecnico-tattici alla base delle preferenze di Platini. Da un lato le mie qualità tecniche. E per gente come Platini che amava il palleggio era sicuramente più piacevole giocare. Tatticamente la mia presenza gli consentiva di poter stare più avanti, più vicino alla porta. Cosa che lui amava moltissimo, non solo per segnare di più, ma anche per non doversi preoccupare della marcatura». – Chi era Michel Platini? «Un fuoriclasse. Senza se e senza ma. A fine allenamento ci si fermava per tirare in porta dal limite dell’area. Io a destra e lui dall’altra parte. Calciava forte, collo pieno, con la palla ferma. La traiettoria era perfetta e andava dove voleva lui, con effetto o senza. Gli chiedevo come facesse a tirare in quel modo. E lui, candido: “Calcio il pallone!”. Con me aveva un rapporto particolare, una volta gli detti anche un suggerimento per le punizioni. Gli dissi: “Ormai tanti ti conoscono, il portiere si prepara a tuffarsi sul lato coperto dalla barriera e, magari, fa in anticipo un passo verso il centro della porta. Prova a tirarla bassa, sul suo palo”. Mi ascoltò e qualche domenica dopo beffò così Castellini, numero uno del Napoli». – Si fidava molto di te. «C’era molta stima. E complicità. Spesso mi chiedeva informazioni su chi lo avrebbe marcato. E allora gli dicevo, questo è tosto, quest’altro non ti molla mai, oppure questo qui è uno che ti lascia giocare. Ma di lui, in realtà, c’è un aspetto che pochi conoscono. Pare impossibile, ma era uno che aveva bisogno di essere rincuorato, rasserenato, talvolta incoraggiato. Succedeva spesso e capitò anche nella finale di Basilea. Guarda le immagini: squadre schierate a centrocampo, si vede che lui si gira verso di me e parliamo. Era in cerca delle ultime rassicurazioni». – E tu cosa gli hai detto? «Michel, questa partita ce la devi far vincere tu». – Era già capitato di avergli dato questo “ordine”? «Successe nel derby di ritorno del campionato 1983-84. Eravamo sotto di un gol, allora io e Bonini ci avvicinammo a lui e glielo dicemmo: “Ora ci devi portare alla vittoria” Così fu, due gol, di cui il primo di testa da vero centravanti». – Guarda caso dopo una manciata di minuti dal tuo ingresso in campo. «Era una soluzione a cui Trapattoni ricorreva spesso. Ero realmente il dodicesimo titolare, partivo dalla panchina, ma ero quasi sicuro che avrei giocato. Il mister mi vedeva bene, sia quando la partita meritava una svolta, sia quando c’era da aumentare il numero a centrocampo. Col Toro si doveva recuperare la partita. Entro io e Platini gioca più avanti. Quella volta uscì Prandelli, ma spesso era una punta a lasciarmi il posto. E Paolo Rossi e Boniek non erano per niente felici di uscire. Pablito si accigliava, e magari sbottava in differita. Zibì, invece, si incazzava in tempo reale con corredo di parolacce». – Come facevi a entrare subito nel vivo della partita? «Intanto non avevo bisogno di molto riscaldamento. Poi c’è il fattore mentale: andavo in panchina carico e concentrato, come se fossi già in campo. In più avevo una certa facilità di lettura della gara, il che mi aiutava molto. Infine ero alla Juve e con certi compagni a fianco è molto più semplice giocare, anche se si entra a partita in corso. Con una terminologia moderna, direi che sono stato il primo “intenso” nella storia del calcio in Italia (ride)». – Adesso ti butto lì una data:1 aprile 1984, al Comunale si gioca Juventus-Fiorentina. «Ed io quel giorno ho il dieci sulle spalle. Ed era la prima volta. Il “Professore” aveva la febbre. Timori? Beh, insomma. Sostituire Michel non è semplice. Sentivo di avere la fiducia di tutti. Fu molto bella l’intervista nel pre-partita di Tardelli. Giampiero Galeazzi gli fa notare che alla Juve manca Platini e lui risponde: “C’è Vignola”». – Cosa ricordi di quella domenica primaverile? «Ricordo tutto, in particolare quello che successe all’ultimo minuto sullo 0-0. Contatto in area tra Pecci e Boniek. Zibì cade e l’arbitro fischia il rigore. Non so perché, ma prendo subito il pallone in mano e lo poggio sul dischetto. È un gesto istintivo, di pancia. Adesso, mi vengono i brividi al pensiero della responsabilità che mi presi. Va detto che intorno a me non c’era la fila per battere il rigore. E sì che in campo c’era gente come Cabrini, Paolo Rossi, lo stesso Boniek. Non ho pensato all’esecuzione. Ad Avellino i rigori li tiravo io, insomma, mi presi un bel rischio, ma non ero certamente sprovveduto, anche se Boniek si tiene le mani nei capelli. Rincorsa, collo interno, forte a incrociare. Giovanni Galli da una parte e pallone dall’altra. Un boato. Viene giù lo stadio, mentre io corro verso la curva. È il gol che vale la partita e consolida il nostro primato in classifica». – Continuiamo il gioco delle date: 21 aprile 1984, Juventus-Udinese, giornata numero ventisette. «Ero in panchina quella domenica. Vantaggio nostro con Paolo Rossi. Verso la fine del primo tempo ci fu l’uno-due dell’Udinese. Prima Mauro e poi Zico, 2-1 per loro in un minuto. Nell’intervallo Trapattoni mi dice di prepararmi, esce Boniek. Fa caldo, io sono già pronto. Sto veramente bene e sento la fiducia di tutti. Sono momenti magici, difficile dire di più. Segno due volte, è la prima doppietta con la Juventus. Il gol del controsorpasso lo faccio addirittura di destro. Si rivince e si vola a più quattro sulla Roma quando mancano tre giornate alla fine. Per lo scudetto manca solo la matematica». – La slot machine delle date si ferma al 6.5.84. «Una domenica fantastica. Giochiamo in casa contro il mio Avellino. A noi basta un punto e quello arriva. Sono felice anche i miei ex compagni che con il pareggio sono salvi. E poi c’è l’omaggio a Beppe Furino che entra a fine gara e conquista così il suo ottavo scudetto. Per me è invece il primo, e sono il ritratto della felicità». – Dieci giorni dopo c’è il trionfo di Basilea. «Una doppietta fantastica, come accadde nel 1977. Ma dal giorno dopo iniziammo a pensare solo alla Coppa dei Campioni». – E tu che pensieri avevi: credevi di essere trai primi undici o no? «Ci speravo. La Juve acquistò Briaschi al posto di Penzo. Partì benissimo, il tandem con Paolo Rossi funzionava a meraviglia. Il Trap mi voleva fisso a centrocampo, e per questo, complici anche alcuni infortuni dei nostri difensori, spostò Tardelli come terzino destro. L’esperimento non durò. Marco non sposò mai l’idea, i risultati non furono incoraggianti e per me ci fu un passo indietro». – L’andamento incerto in campionato costò il posto anche al tuo amico Tacconi. «Ci si conosceva bene. Dopo i tre anni di Avellino, siamo passati tutti e due alla Juventus. Portiere fortissimo, carattere spavaldo, ma dietro alla maschera di guascone, c’era più di un pensiero. Specie il primo anno alla Juventus si sentiva osservato, sempre sotto esame. La maglia di Zoff pesava e avrebbe schiacciato chiunque». – Condividevi la camera con lui? «Sì, da sempre. E i sabato notte erano un tormento. Si parlava, ci scambiavamo emozioni. Mi fumava addosso non so quante sigarette. E ogni tanto si placava con qualche “amaro”: Non ti dico il periodo in cui è stato fuori squadra. Una lotta». – Se ne uscì anche con critiche verso la dirigenza e l’allenatore. «Che gli costarono anche tanti bei soldi di multe. Era fatto così. Era il compagno più veloce a fare la doccia. Così poi usciva e andava incontro ai giornalisti. Sai quante volte gli ho detto, Stefano, aspetta, stai buono qui nello spogliatoio. Niente». – Per la finale di Coppa dei Campioni il Trap gli ridà la maglia da titolare. «Tacconi era un portiere di avvenire e un capitale per la società. L’unico grande dispiacere, non solo mio, ma di tutta la squadra, fu il ritorno di Bodini in panchina. Era un peccato, perché ci aveva comunque portati lui alla finale. Grande Luciano, il fratellino di Gaetano Scirea». – Mi dici la tua sull’Heysel? «Una tragedia assurda. Sbagliammo anche noi giocatori. Certi atteggiamenti andavano evitati. Una pagina veramente triste e dolorosa per tutti». – Perché nell’estate del 1985 vai a Verona? «Mi chiamò Mascetti con cui avevo giocato a inizio carriera. Mi ero sposato da poco con Nicoletta, alla Juventus mi sentivo un po’ chiuso, insomma il ritorno nella mia città mi parve una cosa buona. Invece fu un flop. La carica positiva dell’anno prima che aveva condotto allo scudetto si era quasi esaurita. A fine stagione c’erano i Mondiali in Messico, magari per qualcuno è stato anche un condizionamento. Nel mio ruolo poi c’era Di Gennaro e anch’io, onestamente, non ho dato il massimo. Peccato perché pensavo che l’aria di casa mi avrebbe dato una spinta in più». – A che età sei entrato nel vivaio del Verona? «A undici anni. Con in tasca il sogno di diventare calciatore. La scuola mi ha sempre appassionato poco, anche se il diploma di geometra alla fine l’ho preso. Andavo allo stadio accompagnato da mio padre che lavorava in Comune e che faceva la “maschera” al Bentegodi». – Le prime scarpette vere quando le hai avute? «Me le hanno date lì a Verona. Poi me le feci fare da un artigiano e le portai fino a che non si bucarono». – Tacchetti fissi o intercambiabili? «I tredici fissi di gomma di una volta. La scarpa era più morbida, sentivi meglio il pallone. Anche Platini le preferiva. Ricordo sempre le incazzature del Trap, specie quando si attraversava il corridoio all’interno del Comunale: “Voglio sentire il rumore dei tacchetti!”. Ma per quello c’erano i difensori: Gentile, Cabrini, Brio: loro avevano sempre i tacchetti in alluminio». – Di quale squadra eri tifoso? «Del Milan e di Gianni Rivera. Ovvio, tenevo anche per il Verona. Tra l’altro ero in gradinata quel 20 maggio 1973, il giorno del famoso 5-3, con la grande delusione del popolo rossonero per lo scudetto della stella sfuggito all’ultima giornata. Ci rimasi male anch’io, ma fui contento per l’Hellas». – È stata dura debuttare in Prima Squadra? «Il fisico non mi ha aiutato, nonostante la tecnica fosse molto buona. L’allenatore della svolta è stato Ferruccio Valcareggi, che nei suoi anni a Verona, dava un occhio anche al settore giovanile. Mi ha valorizzato, mi ha fatto fare allenamenti specifici per irrobustire la muscolatura. Gli devo molto». – E finalmente nel 1978-79 il tuo debutto in A con il Verona. «La prima partita fu Perugia-Verona 1-1 del 7 gennaio 1979, poi feci altre cinque gare, compresa quella contro il Milan a San Siro. Finito il primo tempo, eravamo in vantaggio 1-0. Segnò Calloni, ex con il dente avvelenato. I rossoneri si stavano giocando lo scudetto, noi praticamente eravamo già retrocessi. Nell’intervallo ci vennero a bussare. Io ero alle prime armi, ero in disparte, ma questa cosa mi disorientò. Alla fine vinse il Milan 2-1 e in me è rimasta una sensazione sgradevole». – L’anno dopo rimani a Verona, in B. «E faccio una buona stagione. Gioco titolare e divento un punto fermo della squadra. Ho anche la mia prima figurina Panini e quando viene il fotografo, io sfacciato, gli chiedo un album dei “Calciatori” completo. E fui accontentato». – A Verona sei una pedina fondamentale. «E i miei compagni, vista la mia struttura fisica, prendono le mie difese per tutelare ginocchi e caviglie. È Adriano Fedele il mio angelo custode principale. Era agli ultimi anni di carriera, giocava dietro di me sulla fascia sinistra. “Tu vai e non ti preoccupare di niente. In tutti i sensi”». – Estate 1980. Da Verona all’Avellino che parte da -5: perché? «Perché alla società davano, come hanno dato, un miliardo e mezzo, molti soldi in più rispetto a Como, Bologna e Inter che erano interessate a me. Io ci vado perché l’Avellino fa la Serie A e capisco che posso giocare titolare». – Immagino fosse la prima volta che ti muovevi da casa. «Sì. Mia madre nemmeno sapeva dove si trovasse Avellino. Avevo ventuno anni e un bel po’ di incoscienza. Tanto che dico che certe scelte vanno fatte a quella età lì, perché dopo non le fai più. Col senno di poi feci bene ad accettare Avellino. Sono arrivato che sapevo dare solo di fioretto. Sono ripartito che ho imparato anche a usare la sciabola». – A pochi mesi dal tuo arrivo in Irpinia, hai vissuto l’esperienza del terremoto. «23 novembre 1980. A me andò bene, la palazzina dove vivevo tremò e basta. Ma per il resto fu un dramma incredibile. Il Partenio, fu trasformato in una tendopoli. Noi riuscimmo a dare alla gente un sorriso con le nostre prestazioni. Al Sud il calcio si vive in maniera totalitaria. Nelle condizioni in cui si trovarono molti dei nostri tifosi, la partita diventò ancora più importante come momento di distrazione». – Anche ad Avellino avevi il tuo angelo custode? «Ce ne erano diversi. Da capitan Di Somma a Cattaneo, quindi Beruatto, Valente. Gente tostissima. Io ebbi la fortuna di partire alla grande tra amichevoli, Coppa Italia e prime giornate di campionato. Allora i dubbi su di me svanirono e diventai il passerottino da proteggere. Ma Avellino era veramente un ambiente ai confini della realtà. A parte il fatto che il campo, prima delle partite, veniva sempre bagnato. Il terreno era pesantissimo. Questo sfavoriva le squadre più tecniche, ma anche me. Poi c’era quel corridoio sotterraneo, stretto e lungo, che collegava gli spogliatoi al campo. Ogni tanto, chissà perché, si spegnevano le luci. Ricordo ancora di un giocatore dell’Inter, espulso, che attese la fine della partita per tornare nello spogliatoio insieme ai compagni». – A completare il quadro c’era poi il presidente Antonio Sibilla. Ma è vero che una volta ti ha preso a schiaffi? «Ci ha provato, ho tentato di scansarmi e comunque non mi ha mai chiesto scusa. Non stavamo giocando bene. Ci fu un faccia a faccia. Lui imprecava contro di me. Io gli risposi: “Se non le vado bene, mi dia i soldi che avanzo e mi venda”. Mi dette una sberla che tentai di schivare. Gli mancai di rispetto, secondo lui. Boh, forse sbagliai a pormi in quel modo. Di certo oggi non lo rifarei». – Cosa altro non rifaresti? «Non ritornerei alla Juventus nel 1986. Non c’era più Trapattoni, ma mister Marchesi. Platini era al suo ultimo anno, ma aveva già staccato. Anch’io avevo perso un po’ di magia. La fiamma si era spenta. E nell’autunno 1988 eccomi a Empoli in B, per poi finire in C1 la stagione seguente». – E allora lì che succede? «Prendi atto che devi cambiare rotta. Anche se mi erano arrivate proposte, perfino dal Canada, ti metti a sedere con la famiglia e decidi per il futuro. Per Nicoletta acquistiamo una farmacia che è poi anche il presente delle nostre figlie Chiara e Giulia. Ed io metto i ricordi in bacheca e accetto la proposta di mio suocero di lavorare per la sua azienda». – Ti sei mai chiesto il perché del tuo precoce declino? «No. Forse ho pagato tutto il “bello e subito” della mia prima stagione alla Juventus. Ma guarda, io sono più che contento così. Non ho rimpianti. Anzi, sono felice di aver lasciato il segno alla Juventus e di essere ancora oggi un “beniamino” del popolo bianconero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/beniamino-vignola.html
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