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ANTONIO DALMONTE https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Dalmonte Nazione: Italia Luogo di nascita: Castrocaro Terme (Forlí-Cesena) Data di nascita: 03.04.1919 Luogo di morte: Castrocaro Terme (Forlí-Cesena) Data di morte: 05.09.2015 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 19.10.1947 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 Ultima partita: 04.07.1948 - Serie A - Juventus-Pro Patria 0-4 16 presenze - 0 reti Antonio Dalmonte (Castrocaro Terme, 3 aprile 1919 – Castrocaro Terme, 5 settembre 2015) è stato un calciatore italiano. Antonio Dalmonte Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1940-1941 Forlimpopoli 25 (0) 1941-1942 Ambrosiana-Inter 0 (0) 1942-1943 Ravenna 13 (0) 1945-1946 Forti e Liberi 18 (0) 1946-1947 Cesena 39 (0) 1947-1948 Juventus 16 (0) 1948-1952 Atalanta 116 (0) 1952-1953 Reggiana 21 (0) 1953-1954 Aosta 21 (1) 1954-1956 Vogherese 23 (0) Carriera Scala le categorie con squadre romagnole, fino al debutto in Serie A avvenuto con la maglia della Juventus. Dopo una stagione in bianconero passa all'Atalanta, società con cui disputa quattro campionati consecutivi, tutti in Serie A. Conclude la carriera in IV Serie tra Aosta e Vogherese. In carriera ha totalizzato complessivamente 132 presenze in Serie A e 39 in Serie B (col Cesena nella stagione 1946-1947). Palmarès Club Competizioni nazionali IV Serie: 1 - Aosta: 1953-1954
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ARALDO CAPRILI https://it.wikipedia.org/wiki/Araldo_Caprili Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 10.09.1920 Luogo di morte: Viareggio (Lucca) Data di morte: 09.01.1982 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1949 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 22 presenze - 1 rete Araldo Caprili (Viareggio, 10 settembre 1920 – Viareggio, 9 gennaio 1982) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Araldo Caprili Caprili (accosciato, secondo da destra) alla Juventus nella stagione 1947-1948 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1954 Carriera Squadre di club 1939-1940 Pontedera ? (?) 1946-1947 Viareggio 41 (2) 1947-1949 Juventus 22 (1) 1949-1952 Lucchese 72 (0) 1952-1954 Spezia 49 (0) Caratteristiche tecniche Era un difensore rapido e forte fisicamente; era anche ambidestro. Carriera Giocò in Serie A con Juventus e Lucchese.
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Gianni Agnelli - Presidente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
GIANNI AGNELLI «La Juve è per me l’amore di una vita intera, motivo di gioia e orgoglio, ma anche di delusione e frustrazione, comunque emozioni forti, come può dare una vera e infinita storia d’amore. La Juventus è la compagna della mia vita, soprattutto un’emozione. Accade quando vedo entrare quelle maglie in campo. Mi emoziono persino quando leggo sul giornale la lettera J in qualche titolo. Subito penso alla Juve». GIANNI ARMAND-PILON, DA “LA STAMPA” DEL 24 GENNAIO 2003 Giovanni Agnelli è morto, a 81 anni, nella sua villa sulla collina di Torino. Si è spento in una mattina gelida di fine gennaio, poche ore dopo avere ricevuto l’estrema unzione dal cardinale Severino Poletto. Il presidente onorario della Fiat, nipote del fondatore dell’azienda che ha fatto dell’Italia un Paese industriale, aveva accanto la moglie Marella, la figlia Margherita e il nipote John Elkann. La notizia si è diffusa in città pochi minuti prima che iniziasse la riunione dell’accomandita di famiglia. Il primo ad arrivare è stato il presidente della Fiat, Paolo Fresco, seguito da Egon Von Furstenberg, Pio Teodorani Fabbri, Maria Sole Agnelli, John Elkann, Andrea Agnelli e Tiziana Nasi. Susanna Agnelli, visibilmente affranta, non ha rilasciato dichiarazioni. «Vi ringrazio», ha invece detto ai cronisti coprendosi il volto con una borsetta. Margherita Agnelli, figlia del senatore a vita, arrivando per ultima e lasciando per prima l’assemblea. Otto mesi fa – maggio 2002 – era stato lo stesso Agnelli ad annunciare che andava negli Stati Uniti a curare un male alla prostata che lo tormentava da tempo. Una scelta, quella di rendere pubblica la malattia, che andava contro i suoi desideri e il suo stesso stile. Ma una scelta necessaria, quasi obbligata, «per mettere a tacere voci e speculazioni di borsa sulla Fiat» come aveva spiegato in un’intervista. «Non posso accettare che un mio problema personale si ripercuota sugli azionisti, sull’azienda e su tutto ciò che si muove attorno a noi». L’azienda era tutta la sua vita, difenderla dagli attacchi il suo primo pensiero. E quindi; «Ho deciso di agire con la massima trasparenza». Era partito per un primo ciclo di cure a New York a ridosso dell’assemblea Fiat, e Dio solo sa quanto gli era costato dover rinunciare a quell’appuntamento. Per la prima volta dopo 60 anni, i lavori dell’assemblea convocata per il 14 maggio 2002 si sono aperti senza l’Avvocato fisicamente presente, a illustrare le cifre dell’azienda. Agnelli aveva seguito lo stesso il susseguirsi degli interventi, collegato a Torino dalla sua abitazione affacciata su Park Avenue. Via telefono, gli era arrivata l’eco metallica del lungo applauso che si era levato dopo le parole del presidente Paolo Fresco, che in apertura gli augurava di guarire presto, e in fretta di tornare a Torino, per riprendere in mano la guida dell’azienda di famiglia. Era rientrato un mese dopo – 4 giugno – in anticipo sulle previsioni. La notizia della fine del ciclo di terapia era stata data da un portavoce del Gruppo a Stupinigi, dove quel giorno si presentavano due nuovi modelli di casa Lancia, la Phedra e la Thesis. E la conferma di quanto il mercato guardasse con attenzione alle condizioni di salute del presidente onorario Fiat era arrivato praticamente in tempo reale dalla borsa di Milano, dove il titolo Fiat aveva subito recuperato un punto. Dopo l’estate trascorsa tra Villa Frescot e la residenza di Villar Perosa, il 20 settembre Giovanni Agnelli era intervenuto all’inaugurazione della Pinacoteca che porta il suo nome e quella della moglie Marella, all’interno dello «scrigno» progettato dall’architetto Renzo Piano sul tetto della vecchia fabbrica Fiat, al Lingotto. Qui, tra i capolavori del Canaletto e di Picasso (un dono lasciato alla città perché «mi sentivo in colpa, voglio proprio usare questa parola, verso Torino, verso la mia città, che mi ha dato tanto»), l’incontro con il presidente della Repubblica Ciampi, la moglie Franca, il presidente del Senato Pera, il ministro per i Beni culturali Urbani e l’amico Kissinger. Venti minuti passati a parlare di economia, pittura e calcio, nessun giornalista ammesso, nessuna telecamera, solo un fotografo per la foto ufficiale pubblicata il giorno dopo su tutti i giornali. L’ultima immagine di Giovanni Agnelli mostra un uomo tirato ma non sofferente, elegante in abito grigio, camicia bianca e cravatta scura, su uno sfondo di piante sempreverdi. Sembrava che la malattia fosse, se non vinta, almeno sotto controllo. E invece, due mesi dopo – siamo allo scorso novembre – ecco la notizia di un secondo viaggio a New York per un nuovo ciclo di cure. Poi il ritorno a casa, al lavoro per l’azienda di famiglia nonostante un’autonomia sempre più ridotta. Ieri, la resa davanti al male. Alle 20, la famiglia ha chiamato il cardinale Poletto pregandolo di salire a dare l’estrema unzione all’Avvocato. Ieri mattina alle 8,30 la notizia, diffusa con un comunicato dalla famiglia: «Giovanni Agnelli è spirato, nella sua casa torinese. La camera ardente sarà allestita al Lingotto e i funerali si svolgeranno a Villar Perosa in forma strettamente privata». IGOR MAN, DA “LA STAMPA” DEL 25 GENNAIO 2003 E così sia, Giovanni (Gianni) Agnelli, detto l’Avvocato. Sopravvive allo strazio fisico il sorriso antico del vecchio marinaio, la curva amara delle labbra s’è fatta paziente, distesa. Dio con una mano dà, con l’altra leva: e accade che la morte asciughi la sofferenza, prima che possa umiliare troppo l’uomo. Dice il Salmo: «Tenero e pietoso è il Signore / lento all’ira e grande nella benignità (...). Come il padre è tenero coi suoi figli / così il Signore è tenero verso coloro che credono in Lui». Questo che cito, il Salmo 103-3, era molto caro a Edoardo Agnelli, il figlio-bambino dell’Avvocato e di Donna Marella, la Principessa Caracciolo, moglie infinitamente paziente di Gianni Agnelli, madre dolorosa. A chi scrive riesce difficile, in questo momento, mettere ordine nel tumulto dei sentimenti. Era, fu, un Potente ma non dimenticò mai i doveri del gentiluomo. Consapevole d’essere uno degli «Imperatori del Mondo Industriale», non trascurò la lezione di suo Nonno-Fiat: «Gianni, l’educazione è tutto. Non dimenticare mai le buone maniere». La sua gentilezza era, dunque, una divisa che indossava notte e giorno?, gli chiesi una volta. Rispose che se l’era domandato spesso anche lui concludendo che, buone maniere o no, il segreto stava nel sapersi dominare, nel temperare l’arroganza. «So d’esserlo, arrogante, e me ne dolgo sicché capita che magari invece d’un cicchetto sembra ch’io elogi chi ha fatto una cappellata. E in questo caso chi è intelligente capisce e incassa mentre il cretino (l’Avvocato arrotava tremendamente la R quando diceva cre-ti-no) se ne va tutto contento, tranne a realizzare dopo il disastro». Pensa di avere molti nemici?, gli domandai una delle ultime volte che l’ho visto al Lingotto, diciamo prima della Malattia. «Certamente», rispose, subito aggiungendo con un sorriso divertito: «Ma qualche amico ce l’ho e me lo tengo caro». Henry Kissinger è stato un amico, forse il primo amico dell’Avvocato e certamente lo era quell’ignoto marinaio al centro d’un accadimento che racconterò perché dà la misura di chi fosse, e come fosse, il Personaggio. L’Avvocato era un uomo impaziente, facile ad annoiarsi. Aveva un solo aggettivo, lui che parlava veloce e incisivo, elegante. «Divertente». Tutto quello che andava bene: una partita di calcio, un articolo, un libro, un’operazione finanziaria – se meritava, appunto, il suo interessamento, era «divertente». Ma quest’unico aggettivo – «divertente» – non è che ricorresse sempre nel suo discorso. Era molto esigente, l’Avvocato e questo si può capire, e spesso divertente quando non affascinante (allorché parlava della sua esperienza di soldato nell’ultima guerra) ma non avrei mai immaginato che potesse risultare «noioso». Sua figlia Margherita, sì la pittrice che riesce a «dipingere in russo» Il Piccolo Principe, mi disse un giorno che «Papà come genitore è piuttosto noioso, sicché quando siamo insieme, a famiglie riunite, cerchiamo di portare il discorso sul giornale, su di lei, sulle sue avventure che tanto interessano papà». E cosa dice di me? «Divertente», rispose con un sorriso terribilmente simile a quello di suo padre. «Papà dice che lei è divertente». Coi figli, dunque, era «noioso». E tuttavia li amava. Oh come li amava: di Margherita ammirava non tanto il «talento d’artista» («dovrebbe solo organizzare meglio il suo lavoro, forse», diceva) quanto il carattere, la fantasia. «È come una matrioska all’incontrarlo», mi disse di lei quando fece una mostra – presentata da monsignor Ravasi a Milano. Sarebbe a dare? «Alla fine, leva leva, rimane la bambola più grande. Appunto, una matrioska in ordine inverso». Stimava dunque sua figlia Margherita, l’Avvocato. Ma con Edoardo, con suo figlio Edoardo quali erano, furono, i rapporti? «Nec tecum nec sine te vivere possum»: potrebbe essere questa la risposta giusta a un interrogativo crudele. Li univa, padre e figlio, una affettuosa incompatibilità di carattere, se così può dirsi. L’Avvocato mi chiese un giorno, or è tant’anni, di ricevere suo figlio: «Ha molti interessi, forse troppo, lo attira l’Oriente in senso lato, quelle religioni ama studiarle ma temo faccia un po’ di confusione, le dispiace incontrarlo?». Venne a casa mia, ci vedemmo ancora una volta in via XXIV Maggio, e di nuovo in occasione d’una diretta televisiva su Khomeini eccetera. Ricordo in particolare un incontro a Roma, nel vasto living di casa Agnelli, dominato dal nudo castamente sensuale di Modigliani. L’allora giovanissimo Edoardo era con il suo amico Almagià. Non aveva letto il Corano se non a spizzichi e bocconi sicché gli consigliai una bella edizione francese e, ovviamente, l’opera del Busani. Edoardo aveva una intelligenza rapace ma spesso dava l’impressione di straniarsi dalla realtà per costruire mentalmente una sorta di «utopia personale rivoluzionaria», come ebbe a dire un amico comune, Enrico Becchi, il giovine ma già grande costruttore torinese morto pilotando un vecchio Catalina trasformato in aereo-anfibio. Al funerale di Enrico, Edoardo era accanto a sua madre Marella. All’uscita, qualcuno mi strinse il braccio. Era Edoardo: «Lo sapeva che Enrico le voleva molto bene? Anch’io gliene volevo», disse asciugandosi gli occhi, «e ho pregato per lui, insieme con mia mamma. Mi scusi ma debbo correre da lei, da mia madre, è proprio addolorata». Dal modo con cui Edoardo disse: «debbo correre da lei», sentii che portava a sua madre un amore sconfinato, di quelli che si provano pei genitori soltanto quando si è bambini. Col padre era più difficile. «Non vanno d’accordo», dicevano. Banalmente, poiché non «andar d’accordo» è un conto, amarsi un altro. E i due, Gianni e Edoardo, si amavano. Si scontravano in un clima affatto piemontese ma guai a chi incautamente criticava il padre cercando di arruffianarsi il figlio: questi lo zittiva con furore. Di Edoardo con l’Avvocato abbiamo parlato una volta sola: io ho «spiegato» al padre quanto suo figlio, a conti fatti, gli somigliasse: era, forse, Edoardo, l’altra metà di Gianni Agnelli, quello che diceva cose che il Monarca-Fiat non poteva né doveva dire – così com’è nel destino dei leaders. E qui debbo dire che l’Avvocato ha cominciato a morire (giorno dopo giorno, lentissimamente ma inesorabilmente) il mattino in cui Edoardo tirò lo zip, ghigliottinando la sua giovine vita agra. Educato a dominare ogni pena, sia fisica che spirituale, l’Avvocato riuscì a non far pesare il suo stravolgimento interiore a chi gli stava intorno per lavoro, per usuale frequentazione. Pochi giorni erano passati dalla tragedia quando, insieme a Donna Marella, non volle mancare al premio Pannunzio, assegnato fra l’altro a un giornalista ch’egli apprezzava e non poco: Paolo Mieli. Lui, l’Avvocato, sembrava esser diventato di giada, lei. Donna Marella, era già quella «addolorata» che oggi somma il distacco dal suo compagno che lei sola sa «chi» veramente fosse, alla mutilazione subita con la morte di Edoardo. Ora, Donna Marella, stringe le mani ai visitatori, amici e conoscenti, e sul suo viso tatuato dalla pena il ricordo sovrappone i lineamenti modiglianeschi d’una fanciulla gaia, ricca di interessi artistici. Lei, giovanissima principessa Caracciolo, il cui padre, presidente dell’Aci, accompagnavo spesso dall’ufficio di via Marsala (vi andavo a prendere l’aperitivo sotto l’occhio attento di Enzo de Bernart) alla Lungarina dove, appunto, abitavano i Caracciolo. Come sorrideva bene Donna Marella, allora. Un giorno la marchesa Sant’Angelo mi disse che li aveva fatti incontrare: l’Avvocato e la Principessa «due giovani da romanzo», disse: «Sarà il matrimonio del secolo». Non so se lo sia stato, ed ha poca importanza oramai: so che niente e nessuno è riuscito a togliere la regalità a Donna Marella. Così come so che a soffrire terribilmente sarà Susanna Agnelli, la sorella. Un giorno ch’eravamo nel living a prendere l’aperitivo, ed era appena passato come un cordiale uragano Mario d’Urso, vidi d’un tratto l’Avvocato tendere l’orecchio e, poi, con un sorriso estatico sussurrare: «È lei». Lei era Suni, la sorella cara, la confidente, la Persona con cui aveva vissuto momenti terribili, dolorosi, sempre temperati dall’ironia, dal bon mot. Si abbracciarono come se si vedessero dopo tanto tempo, Suni e l’Avvocato si volevano bene sul serio, basta del resto leggere quel libro per molti versi straordinario ch’è Vestivamo alla marinara. Si volevano bene assolutamente, e tuttavia quando sua sorella fu Ministro degli Esteri (atipico ministro ma audace e capace) Gianni spesso polemizzò con lei. Quante se ne sono dette sui rapporti fra Gianni e Umberto, fra l’Avvocato e il Dottore. Io non oso dar giudizi non fosse altro perché non ero un «intimo di Casa Agnelli», ci mancherebbe. Ma in questo momento difficile – sul piano dei sentimenti, sul piano della realtà industriale – posso dar testimonianza del rapporto forte tra i due fratelli. Una volta che avevo un appuntamento con il Dottore, vidi, prima d’incontrarlo in Corso Matteotti, l’Avvocato: al Lingotto. Accompagnandomi all’ascensore (camminava spedito allora, ancorché caracollando) disse, come se parlasse a se stesso: «Non è facile, me ne rendo conto, essere mio fratello. Col mio caratteraccio non capisco, a volte, come faccia a sopportarmi, Umberto. Noi gli dobbiamo molto come... ditta, come famiglia. La morte giovane di Giovannino non ha piegato la sua determinazione. Il suo genio finanziario è un grosso valore aggiunto», concluse. Naturalmente mi guardai bene dal riferire questo rapido discorso a Umberto Agnelli, ma ora è diverso; ora l’Avvocato non c’è più e ogni remora cade di fronte alla verità. E la verità parla di un uomo genialmente contraddittorio, che di certo intuì il precipitare del Destino ma volle esorcizzare l’intuizione con l’indifferenza, con la preghiera (clandestina). Proprio l’ultima volta che l’ho visto, non so come il discorso cadde su Cesare Romiti. «Cosa vuole che le dica – disse l’Avvocato –, più passa il tempo, più mi convinco che a quell’uomo in definitiva io voglio bene. Ha fatto tanto per noi, per Fiat, per il lavoro. Quando lo vede, glielo dica». Non gliel’ho mai detto ma adesso tutto va detto: è il modo migliore, penso, per chi lo amò, di onorare il Principe. Che aveva una etica dell’amicizia tutta particolare. Avevamo stabilito che non mi chiamasse, se non in casi urgenti, prima delle 8 del mattino né io avrei potuto telefonargli dopo le 10 della sera. Ma un mattino (ero a Sabaudia) mi telefonò alle 5 allarmando mia moglie (con la quale poi si scusò con molto spirito), facendomi prendere un mezzo accidente: «Dovremo spostare di un po’ l’appuntamento. Dovevamo vederci alle 9 in via XXFV Maggio, le dispiace rinviare diciamo alle undici?». Roger, ricevuto – risposi, come sempre. Alle undici ero dunque a casa sua, parlammo nel piccolo salotto zeppo di giornali stranieri e italiani, sorseggiando io la solita acqua minerale, l’Avvocato l’abituale tè lunghissimo, bollente. Indossava un paio di jeans molto vissuti e una camicia di lino vecchia di taglio eppur sontuosa. Al momento del congedo mi disse tra l’irritato e il sorpreso: «Non vuol sapere perché ho spostato l’appuntamento?». Avvocato, se non me lo dice lei, per me va bene lo stesso: immagino siano fatti suoi, risposi. «Vede – disse – è morto un mio vecchio amico marinaio; un caro amico. È morto in Corsica, sono andato a salutarlo». Un vecchio marinaio?, dissi: come quello della famosa ballata di Coleridge? (SamuelTaylor Coleridge: poeta, filosofo, 1772-1834). E qui l’Avvocato, con mia sorpresa, prese a recitare i versi della Ballata del Vecchio Marinaio. In inglese, in quell’inglese senza accento che tanto affascinava i suoi amici anglosassoni, Kissinger per primo. «Higher and higher every day / Till over the mast at noon (...) At length did cross an Albatros: / torough the fog it came; / as if it had been a Christian soul / we hailed il in God’s name». (Ogni giorno più in alto, sempre più in alto, al di sopra dell’albero maestro, a mezzodì – In fine dalla nebbia sbucò un albatros – e noi lo salutammo, anima cristiana, nel nome del Signore). Uno scrive l’Avvocato, e tutti capiscono. Non c’è bisogno di specificare che il dottor Agnelli Giovanni, presidente onorario della Fiat, sia «lui», l’Avvocato: lo sanno anche nel Burundi. Enzo Biagi, tanti anni fa, dedicandogli un libro intero, lo ha chiamato Il Signor Fiat. E son tanti gli scritti, perlopiù di autori stranieri, a lui dedicati: nel senso che ambiscono a raccontare il Personaggio e la Fabbrica. La Fiat, giustappunto, intimamente legati – uomo e azienda, a filo doppio alla Storia, non soltanto italiana. Nella buona e nella cattiva sorte. Si sa che l’Avvocato, pur essendo uno degli uomini più ricchi del mondo, non ha mai toccato il denaro. Una mattina, tanti e tanti anni fa, Agnelli decise di andare a Villa Giulia perché alla Galleria di Arte Moderna Palma Bucarelli esponeva anche il famoso Modigliani contestato nella sua autenticità da Virgilio Guzzi, critico rigoroso. L’Avvocato coinvolse Alberto Ronchey, ch’egli da sempre giudica un grande giornalista swiftiano, che a sua volta reclutò il sottoscritto. Varcato l’ingresso della Galleria, un’impiegata chiese all’Avvocato se volesse il catalogo. «Certo che sì, grazie», disse lui. Sono 15 mila lire, aggiunse quella e l’Avvocato sfiorando il suo doppiopetto galles: «Non ho con me denaro – disse –, Ronchey le dispiace fare per me?». Borbottando: si figuri, Alberto sganciò. Un po’ tutti conoscono la sua competente passione in fatto di antiquariato, ebbene, sempre un bel po’ di anni fa, a Hong Kong, andò a trovare uno dei più rinomati antiquari (un cinese) della terra. Acquistò in cambio di un bel mucchietto di dollari un cavallino di legno di buona dinastia, ma quando venne il momento di firmare l’assegno, chiese uno sconto. Il cinese e l’accompagnatore (l’allora console generale Bolla) trasecolarono: «Io, lei lo sa, non pratico mai sconti», obiettò il cinese. «Allora non se ne fa nulla», scandì l’Avvocato, irritatissimo. Finì che ebbe lo sconto: cinquecento dollari, un’inezia, ma era tutta una questione di principio del signor Agnelli, non dell’Avvocato, uno degli «imperatori del mondo», quella di farsi fare lo sconto, da buon piemontese. Lo so, codesta è aneddotica: per certi versi «illuminante»; ma sempre aneddotica. Io che ho avuto la fortuna di frequentarlo dal 1963 e che sono pressoché suo coetaneo, ho avuto modo di ascoltarlo quando si abbandonava ai ricordi. Perché raccontando di questo o di quello, egli finiva col raccontarsi, non accorgendosi – seppure vigile e controllatissimo –, di squarciare un po’ l’aura di mistero che l’avvolgeva. Mistero intimo, non biografico, sia chiaro, custodito da un sorriso da antico marinaio: un sorriso appena accennato che sfuma malinconico in una piega quasi dolorosa delle labbra, agli angoli della bocca. Sappiamo del suo coraggioso comportamento in combattimento, è noto il suo «no» all’imboscamento sia pure stragiustificato durante la guerra; sua sorella Suni in quel libro unico che è Vestivamo alla marinara, ci ha fatto toccare con mano la sua eccezionale capacità di dominare il dolore più atroce, ironizzandoci sopra, addirittura. Ebbene, la sua cognizione del dolore (non solo fisico) faceva sì ch’egli partecipasse della sofferenza altrui recandosi a visitare un suo vecchio marinaio in difficoltà, ovvero un operaio ferito o semplicemente un amico: che può essere Rockefeller ovvero un suo anonimo dipendente. Aveva il culto dell’amicizia, l’Avvocato, sicché l’addolorava il «tradimento». E questo può valere per un calciatore come per una sua eccezionalmente, signorilmente brava assistente personale. Un piemontese come lui, quella versione postmoderna di Principe Rinascimentale ch’egli fu, aveva dell’amicizia un culto curiosamente siciliano. (Per un siciliano spesso l’amico è più del fratello. Col fratello puoi vivere alla peggio insieme, con l’amico ti coniughi). Mi piaceva ascoltarlo, tanto che infinite volte ci siamo ripromessi di mettere sul tavolo un registratore ad andar sul filo della memoria. Era importante per me sentirlo parlare di New York («colei che non si deve amare», come diceva Ugo Stille), la New York del Cinquanta, del Sessanta in particolare. Scoprii che avevamo incontrato le stesse persone, poiché un giornalista è come la salamandra, va dappertutto: da casa Vanderbilt allo studio di Pollock, dall’Algonquin al Village. Però lui li ha conosciuti dentro, il reporter li ha solo sfiorati, i big. Ma qualche amico comune c’è stato, ad esempio Raimondo Lanza che aveva acquistato un centravanti per il Palermo solo perché lo incantava l’eleganza del suo dribbling stretto. E ciò spiega il rapporto di simpatia amicale che legava l’Avvocato al grande Platini. A proposito; lui che era sempre piuttosto aggiornato in fatto di letteratura straniera, e di saggistica economico-finanziaria, non nascondeva, al pari del Vecchio Cronista, di leggere il Guerin Sportivo. Mi piaceva ascoltarlo anche perché imparavo. Per esempio che il cinismo ch’egli ostentava truccandolo da battuta, non aboliva il sentimento profondo dell’etica cristiana. Mi raccontò, un giorno, che capì definitivamente quanto sporca sia la guerra vedendo, sul fronte russo, soldati tedeschi con lo zaino pieno di munizioni andare su di una passerella per rifornire un reparto isolato, cadendo come le mosche sotto il fuoco sovietico. Espresse il suo sgomento e si sentì rispondere dall’ufficiale tedesco di collegamento: «Ma no, quelli sono prigionieri russi ai quali abbiamo messo la divisa tedesca». Era stato ufficiale in Africa e in Russia e, pur avendo sofferto, aveva molti bei ricordi della vita militare. Tra gli altri, come amava ripetere, uno, tra il malinconico e il gentile, degli ufficiali rumeni di cavalleria che, a Bucarest, portavano un ramo di jasmin sul kepi. ROBERTO BECCANTINI, DA “LA STAMPA” DEL 25 GENNAIO 2003 Fu Edoardo, il padre, a presentargli la Juventus, un pomeriggio del settembre 1925. Aveva poco più di quattro anni. Ne sarebbe nato un romanzo, un’emozione lunga una vita, la sua vita, con digressioni forti e non meno suggestive: la Ferrari, la vela, lo sci. «Vinca la Juve o vinca il migliore? Sono fortunato, spesso le due cose coincidono». Penso che sia questa – soprattutto questa – la frase che più di ogni altra riassume lo spirito di Giovanni Agnelli. La volontà di eccellere, il piacere di riuscirci spesso, il privilegio di partire da una posizione di forza: ereditata e continuamente allenata, sì, ma non urlata. Lo sport gli deve una passione ruspante, una curiosità quasi mai banale, uno stile che esula dal patrimonio e dal potere. Se bastava il nome degli Agnelli ad aprire le porte, l’Avvocato, di sicuro, non si è mai dimenticato le chiavi: e non ha mai sbattuto l’uscio. Non esiste al mondo una società caratterizzata da una famiglia come la Juventus. Il fratello Umberto ha sempre incarnato la figura del «primo ministro», l’Avvocato ha raccolto via via su di sé le funzioni e le aspettative del «sovrano»: operativo, quando toccava a lui dirigere; distaccato ma vigile, quando era stabilito che toccasse ad altri. Fosse stato un giocatore, penso che avrebbe scelto il «dieci», il numero più fantasioso ed esteticamente più sgargiante, la maglia di Omar Sivori e Michel Platini, i suoi pupilli. Il calcio che «giocava», al telefono o dalla tribuna, era il calcio che aveva respirato in gioventù, molto dribbling e poco lavagna: lampo, non tuono. Era curioso, sapeva ascoltare. Detestava gli specialisti, «così noiosi...», aveva un gusto innato per l’ironia, che spalmava sui taccuini di noi cronisti, golosi e ossequiosi. L’ha detto l’Avvocato: titolo a nove colonne, e la soddisfazione di aver superato un esame. Prima dell’elicottero di Berlusconi, c’è stato il suo. Quello che, a Villar Perosa, ciondolava sul campo e sanciva (allora) il battesimo della stagione, i titolari della Juve contro i giovani della Primavera. Era diventato un rito, una cerimonia: la sfilata della squadra a casa Agnelli, la processione dei tifosi, gli autografi, la partita e poi l’intervista. Questa non meno attesa, e ambita, di quella. E poi le telefonate. Rigorosamente non dopo le sette di mattina. Un giorno di Juve calante mi disse: «Veda. Bei tempi, quando buttavo giù dal letto Boniperti all’alba. Il guaio è che adesso devo svegliarlo alle quattro del pomeriggio». Si divertiva. Dello sport, detestava soltanto l’aspetto politico, le beghe di palazzo, le volgarità cortigiane. Di politica ne aveva fin sopra ai capelli, il pallone era il suo giardino; la Juve, la sua compagna di vita. Le ha amate tutte, anche le più scalcinate, anche quella che definì «socialdemocratica», la Juve di Heriberto Herrera, un coro senza tenori. Ce n’è stata una, nel 1983, che portò addirittura alla Casa Bianca, e George Bush il vecchio, all’epoca vice di Ronald Reagan, si abbandonò in suo onore a un improbabile palleggio. L’ha offerta in visione agli amici, guardare ma non toccare: a Henry Kissinger parlò di Zbigniew Boniek come del «bello di notte». Ci volevano le serate di coppa, per vellicarne il cuore e i garretti. L’orologio sopra il polsino e la cravatta sopra il pullover furono colti per la prima volta allo stadio. Non che ci tenesse, ma tutto, dell’Avvocato, faceva notizia. Le sue frecciate, per esempio, e le sue battute. Roberto Baggio è passato da «Raffaello» a «coniglio bagnato». Alessandro «Pinturicchio» Del Piero potrà sempre raccontare di essere stato insignito di un gerundio: «Aspettando Godot». Zidane, «più divertente che utile». Zidane gli era stato consigliato da Platini. Platini, in compenso, era arrivato nel 1982, suggerito personalmente da Agnelli. Michel: glamour francese in salsa italiana. Gli piacevano così. O viziosi come Sivori o eleganti come Platini. I mediani li tollerava al massimo nella Confindustria, non nella sua squadra. Lo snobismo dell’Avvocato ha sempre nascosto competenza e umiltà: la competenza maturata affacciandosi negli spogliatoi, l’umiltà di stare a sentire anche l’ultimo degli scribi. Durante gli Europei del 1996, si avventurò fino a Wembley per Inghilterra-Spagna. Mi telefonò, mi partecipò le sue sensazioni, si divertiva, contento, parafrasando Andy Warhol, di essersi ritagliato «un’ora e mezzo di non popolarità». Le polemiche non competono ai monarchi, competono ai suoi dignitari. L’Avvocato le ha sempre sorvolate. La Juve è diventata, nel tempo, la società più amata e più odiata, lo stile Juve si è diffuso attorno alla sua persona e alla sua personalità, rispetto, distacco e un amore spruzzato di aristocratico understatement. Lo ricordo choccato all’Heysel, a mattanza appena consumata, abbattuto ad Atene, la sera in cui l’Amburgo sfilò alla Juve una Coppa che sembrava già vinta: e sferzante, sempre, più con i suoi che con gli avversari. E non erano i bersagli ad arrabbiarsi: erano gli esclusi. Trovava «emozionante» il modo in cui difendeva Julio Cesar, e, quando irruppe Silvio Berlusconi, era convinto che lui e Sacchi avrebbero rovinato il Milan. Si sbagliava, si scusò. Berlusconi «ha trasformato il calcio da sport di città a spettacolo televisivo. Il suo Milan lo paragonerei agli Harlem Globetrotters». La Juve di Boniperti gli corse dietro, ma aveva ali di cera e si sciolse come Icaro al sole. «Se solo avessi potuto – confessò Agnelli a Candido Cannavo – avrei preso quel Milan e lo avrei trasferito, in blocco, a Torino». Salvo aggiungere, per tirare su il morale di Boniperti: «Loro, però, hanno vinto due campionati di serie B e tu non ci sei ancora riuscito». Non gli piaceva perdere, ma sapeva perdere. Uno dei pochi. Era fiero della sua torinesità, cui la Juve assicurava una finestra sul mondo. Detestava il Delle Alpi, il meno inglese degli stadi italiani. Da quando nella conduzione diretta della società era subentrato il fratello, si era riappropriato del rango e dei panni di primo tifoso, navigatore e non più pilota, attento alle curve della suscettibilità. Il calcio e lo sport in genere si erano messi ad andare a velocità folli, soltanto la Juve riusciva a garantirgli un aggancio con il passato: non in quanto tale, ma come periodo più adatto ai suoi ritmi, la mitica Juve del Quinquennio, la Juve di John Hansen e Praest, quella di Boniperti-Charles-Sivori. Dal 24 luglio 1923 fa parte integrante della famiglia. Agnelli ne è stato presidente dal 22 luglio 1947 al 18 settembre 1954. Altri tempi. E che dirigenti, i dirigenti di allora. Fra i suoi amici c’era il principe Raimondo Lanza di Trabìa, presidente del Palermo. Trattava gli affari dalla vasca da bagno. Aveva seguito in vestaglia e pantofole il suo amico e allora ministro degli Esteri Galeazzo Ciano in missione ufficiale a Budapest. Con un tipo così, non ci si poteva proprio annoiare. Si sentivano spesso, lui e l’Avvocato. La Ferrari è venuta dopo. Molto dopo. La Fiat vi si avvicinò sulle ceneri, calde e tempestose, di un mancato accordo con la Ford. Il matrimonio risale al 18 giugno 1969. La Juve aveva già vinto tredici scudetti. Nel trattare con Enzo Ferrari, Agnelli rimase colpito da quel senso di solitudine che era così palpabile e grandioso da incutere soggezione: o comunque, da costituire una barriera. Entrambi uomini di fabbrica, ma l’uno, la sua, l’aveva costruita dal nulla; l’altro, viceversa, l’aveva ereditata dal nonno: non che l’Ingegnere lo facesse pesare, però l’Avvocato ne avvertiva il misterioso fluido allusivo. Se la Juventus era un affetto, la Rossa è stata un effetto. «Un impegno nazionale. Perché la Ferrari è una realtà molto importante nel mondo. Io l’ho vista sempre sotto questo profilo». Ventun anni senza titolo, senza niente. «Ma adesso che è maggiorenne, vedrete...». Anche qui, fra i motori, molto telefono ed esposizioni mirate. Patti chiari, però: «Confesso che conquistare uno scudetto è tuttora la cosa che mi emoziona maggiormente». A differenza di Platini, Michael Schumacher non è stato pagato un tozzo di pane. Il caviale costa. Per Agnelli, vincere era molto, non tutto. E così quando il tedesco, a Jerez, cercò di buttar fuori Villeneuve nell’ultimo, decisivo, Gran Premio del 1997, operazione fra l’altro fallita, prese il telefono e chiamò Montezemolo: Luca, bisogna assumersi le responsabilità di questo episodio tremendo, sportivamente è una tragedia, per Schumacher, per la Ferrari... Ecco: è stata proprio questa coscienza del limite, questo «dovere» di fair play riparatorio, ad averne nobilitato la diversità. Più dell’intuizione di affidare il rilancio della Juve sessantottina a Boniperti. Più della scelta di inviare Montezemolo a Maranello per la ricostruzione. Più delle regate al timone del suo «Stealth». Anche i tifosi più faziosi percepivano in lui, non solo o non tanto il potere del casato che di solito trasmette arroganza e alimenta invidie, ma l’arte di sdrammatizzare e di capire le ragioni dell’avversario. Non credo che recitasse una parte per equilibrare gli eccessi dei «sudditi»: era così di educazione, attratto da quel modello anglosassone che, nei cimenti agonistici, ha sempre privilegiato il rispetto delle regole alla giungla degli istinti. Nel 1948, gli avevano segnalato un massiccio attaccante svedese, Gunnar Nordahl. Mancava solo la firma. Nello stesso tempo, però, John Hansen aveva consigliato un danese, Johannes Ploeger, in procinto di arruolarsi al Milan. Con una manovra spericolata, i dirigenti juventini lo indussero a cambiare idea. E così Ploeger, salito sul treno «milanista», scese alla Stazione Centrale di Milano «juventino». Per il Milan, una beffa atroce. Atroce come l’imbarazzo di Agnelli, quando lo venne a sapere. La Juve si tenne Ploeger e, a titolo di risarcimento, girò al Milan Nordahl. Che, al contrario del danese, avrebbe messo a fuoco e fiamme il nostro campionato. Per quanti sforzi faccia, non riesco a collocare un episodio del genere nello sgangherato pollaio del calcio attuale. Italiano, certo, ma non così miope da negare alla Juve e alla Ferrari il fior fiore dell’ingegno internazionale. Se ai suoi livelli era facile permettersi di tutto, non altrettanto semplice era lasciare tracce di una superiorità capace di farsi accettare anche dai più accaniti rivali. L’ultimo gesto che ha compiuto per la sua Torino è stato l’Olimpiade invernale del 2006, ufficialmente assegnata a Seul nel giugno del 1999. L’olimpismo attraversava un periodo di gravi turbolenze, squassato com’era da gravi e molteplici scandali. Il presidente del Cio, Juan Antonio Samaranch, lo pregò di garantire, con il suo nome e il suo prestigio, il passaggio dalla decadenza alla rinascita. Entrò, con Kissinger, Boutros Ghali e altri personaggi di primissimo piano, in un comitato di riforma olimpica. C’erano Torino e i Giochi di mezzo, «ma avrei accettato l’invito anche se Torino non si fosse candidata», disse. Un atto d’amore: verso lo sport e la sua città. Impossibile stabilire un ordine: l’uno ha sempre affiancato l’altra. Con la Fiat, sullo sfondo, a fungere da pendolo. Nella scia della Juve e della Ferrari, c’è posto per la Coppa America di vela, «una summa di tutto quello che lo sport può offrire», e per nostalgici frammenti delle Olimpiadi di Cortina, di Roma, di Monaco, quella finita nel sangue. E fra gli atleti che, allontanandosi dai sentieri del calcio, ha più ammirato figurano Ondina Valla, Luigi Beccali, Livio Berruti, Pietro Mennea, Giusi Leone, Sara Simeoni. Su tutti, Jesse Owens e Wilma Rudolph, la gazzella che si mangiò l’Olimpico. Gli sarebbe piaciuto guidare come Tazio Nuvolari. I grandi rimpianti sono stati Alfredo Di Stefano e Diego Maradona: «Con uno di quei due, avremmo potuto giocare senza allenatore». Il destino, prima dolce e poi terribile, l’ha costretto a vivere a passo di carica. Se ne va con la Juve campione d’Italia, Schumacher e la Ferrari in cima al mondo. Da quel pomeriggio di 77 anni fa, quando, bambino, il padre lo accompagnò al campo di corso Marsiglia, scrivere Juventus e dire Agnelli è diventata la stessa cosa. Al timone resta Umberto. L’Avvocato è salito dalla tribuna un po’ più su, immagino la sorpresa di Enzo Ferrari. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/08/gianni-agnelli.html -
Giampiero Boniperti - Calciatore E Presidente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
GIAMPIERO BONIPERTI «Ho avuto tante offerte. Inter, Milan, Roma, il Grande Torino. Era stato Valentino Mazzola a fare il mio nome a Ferruccio Novo. Il presidente mi ricevette nel suo ufficio: “Commendatore” – gli dissi – sono della Juve, non posso”».Racconta del suo trasferimento in bianconero: “Le trattative furono brevi; io avevo firmato il cartellino per il Momo ma, sentimentalmente, il mio cuore era per la squadra del mio paese, il Barengo, e desideravo che, nel passaggio alla Juventus, anche quella società avesse qualche guadagno.Andò a finire così: prezzo di acquisto 60.000 lire; 30.000 furono per il Momo e 30.000 per il Barengo, in scarpe, maglie e reti, di cui avevano bisogno. Io, mi accontentai dell’onore.Furono gli amici a leggermi la Juve del quinquennio come se fosse un romanzo d’avventure. Il fenomeno di casa, però, era Gino, mio fratello. Solo che fumava come un turco. Sarebbe diventato un fuoriclasse. Ha fatto il radiologo. Me l’ha portato via un tumore.Feci il provino in Piazza d’Armi, dove si allenavano i ragazzi. Borel venne a vedermi. Poi, entrò in campo. Mi lanciava la palla. Di destro: pim, di sinistro: pim. Chiamò il dottor Egidio Perone, medico di Barengo e tifosissimo della Juventus, e gli disse: “Portamelo ancora domenica, così lo faccio giocare nelle riserve prima della partita con il Livorno”.La domenica, era il 22 maggio 1946, tornammo a Torino. Sulla Topolino del dottor Perrone. L’appuntamento era allo Sporting, il tennis club, dove i giocatori mangiavano, prima di andare, a piedi, al Comunale.Vidi per la prima volta Sentimenti IV e Rava, Parola e Piola, Varglien II e Locatelli, Coscia e Depetrini, insomma conobbi la mia Juve.Poi andammo al campo: l’avversario era il Fossano e mi marcava un giocatore vero, anche se un po’ in là con gli anni. Era stato lo stopper del Torino. Vincemmo 7-0 ed io segnai 7 goal. Carlin, storico giornalista di “Tuttosport”, scrisse: “È nato un settimino”.La Juve, con Volpato che era il responsabile del settore giovanile, mi fece firmare il cartellino nel sottopassaggio che portava agli spogliatoi».Soprannominato dai suoi avversari Marisa, a causa dei suoi boccoli biondi, Boniperti è un centravanti mobilissimo, astuto, dalla tecnica sopraffina e dall’innato senso del goal,Boniperti (che nella seconda parte della carriera, ridimensionato il raggio d’azione, fornirà sempre maggior apporto al centrocampo), nel 1947-48, a meno di vent’anni, con 27 reti, si aggiudica la classifica dei marcatori con due goal di vantaggio su Valentino Mazzola, capitano del mitico Grande Torino.Da calciatore lega il suo nome agli scudetti 1950 (non nascondendo mai la preferenza per questa squadra, da lui ritenuta la più bella) 1952, 1958, 1960 e 1961 e alla Coppa Italia nel 1959 e nel 1960.È diventata leggenda la storia dei premi che Gianni Agnelli gli dava per ogni rete segnata; gli veniva regalata una mucca, che lui andava a prendere direttamente nei poderi della famiglia Agnelli. Il fattore, a un certo punto, si lamentò, dicendo che Giampiero gli portava via le mucche più belle e, per giunta, gravide.Al termine del campionato 1960-61, disputa la sua ultima partita: è il 10 giugno 1961, ed è un’occasione piuttosto triste per la storia del calcio.Gli avversari sono, infatti, i ragazzini dell’Inter, fra i quali Sandro Mazzola, figlio dello scomparso rivale granata Valentino, polemicamente mandati in campo dalla società nerazzurra ed è forse proprio questo il motivo che induce Boniperti a chiudere con il calcio: «Sono per i tagli netti. Mi tolsi le scarpe e le diedi al magazziniere. Mai più messe. Odio le pantomime fra vecchie glorie».Charles disse: «La perdita di Boniperti, dal punto di vista tecnico, aveva nuociuto in modo basilare alla squadra, essendo venuto a mancare il cervello, il pilastro del centrocampo, l’uomo che dirige e coordina il lavoro dei compagni, l’uomo indispensabile per una squadra che voglia giocare un calcio moderno a livello nazionale e internazionale».Boniperti, con la maglia azzurra, partecipa alle spedizioni mondiali del 1950 in Brasile e del 1954 in Svizzera, colleziona 38 presenze e 8 goal. Un gettone e due reti con la rappresentativa B.Il 21 ottobre 1953, l’olandese Lotsy lo seleziona per la gara in programma a Wembley fra l’Inghilterra e il Resto d’Europa, organizzata per festeggiare il novantesimo anniversario della Football Association.Boniperti, l’unico italiano in campo, al fianco dei vari Nordahl, Vukas, Kubala e Zebec, è autore di una prestazione da favola che corona con 2 splendidi goal: finisce 4-4, ma il venticinquenne biondo di Barengo è unanimemente riconosciuto come il migliore in campo.Uno dei tanti aneddoti: «Ludovico Tubaro. Veniva dal Toro, giocava nel Legnano. Un tronco di stopper. Una domenica, mi entra a catapulta sulla caviglia e rischia di spezzarmela. Esco, mi medicano, rientro. Lo aspetto. Palla sopra la testa e gran botta, gran goal. Lo cerco e gli faccio il gesto dell’ombrello: “Tubaro, tiè”. Mi ha inseguito fin sotto la doccia. Un giorno, che ero ancora europarlamentare, squilla il telefonino. Era lui. Quasi mezzo secolo dopo. Quel pomeriggio, l’avrei ammazzato. Quel giorno, l’avrei abbracciato».Dopo un decennio trascorso nei quadri dirigenziali, Boniperti il 13 luglio 1971, assume la presidenza della Juventus e la squadra, dopo anni non troppo brillanti torna a volare.Sotto la sua regia, infatti, la squadra bianconera tiranneggia l’Italia, l’Europa e il Mondo: arrivano scudetti e soprattutto quelle Coppe Europee che in casa Juventus avevano sempre fatto soffrire.Quando la Juventus di Parola perse lo scudetto con il Torino, nel campionato 1975-76 Boniperti si presentò a Villar Perosa, per discutere dei contratti con i giocatori.Nella propria borsa, oltre ai contratti, aveva anche un ritaglio di giornale, con la formazione scesa in campo a Perugia nell’ultima giornata di quel campionato.16 maggio 1976, la Juventus perde per 1-0 e il Torino, pareggiando in casa contro il Cesena, può festeggiare il tricolore.Ai giocatori che, a mano a mano, entravano nella sua stanza, Boniperti diceva: «Tu c’eri a Perugia...».Nessuno ebbe certo il coraggio di rilanciare sul reingaggio. Lui faceva l’interesse della società, ovviamente, ma stimolava i giocatori nell’orgoglio e nel portafoglio.Rimane in carica fino all’avvento della Triade composta da Moggi, Girando e Bettega; più di trent’anni dietro una scrivania e tante, tantissime vittorie.DAL SUO LIBRO “UNA VITA A TESTA ALTA”Sono arrivati insieme Omar Sivori e John Charles. Anno di grazia 1957: con loro è cambiata la vita, della Juventus e mia. Tre scudetti in quattro anni non hanno bisogno di spiegazioni.Cattivi rapporti con Omar? Bisogna capire una cosa. Sivori era argentino. Non era né brasiliano, né John Charles. Il brasiliano, se può, ti dribbla e passa la palla, in silenzio. L’argentino ti dribbla dandoti un pugno in faccia e poi ti manda a fare in c**o con un «Hijo de puta».Charles è un fuori quota. John era un gigante di 1,90, campione dei pesi massimi, che saltava con le braccia lungo i fianchi per non far male. Uno dei più grandi signori del calcio.Gran colpitore di testa, come John Hansen. Ma Hansen, dopo un po’ che era in Italia, aveva capito tutto e i gomiti li allargava. Charles no.Io mi arrabbiavo. Nell’intervallo delle partite spesso non cambiavo i calzoncini e non bevevo il the per stare a parlare con lui: «John alza ‘sti gomiti. Non vedi che ti picchiano? Se tu allarghi i gomiti noi segniamo sempre».Ma lui non l’aveva nel sangue, faceva dei gran sì con la testa e poi continuava a giocare come al solito.Sivori era tutto il contrario. Strafottente. Ti tirava i capelli, ti metteva le dita negli occhi. Ci ha creato un bel po’ di problemi con gli avversari.Quando siamo andati a Vienna, nel ritorno del primo turno di Coppa Campioni, ci hanno ammazzato: 7 goal e un sacco di botte. Ce l’avevano giurata, dopo l’andata a Torino in cui Sivori aveva segnato una tripletta provocandoli in continuazione.Ma che grande giocatore, Omar. Ti divertiva, in campo e fuori, era una fortuna averlo come compagno.Era stato portato da Levi, un vecchio dirigente della Juventus che viveva in Argentina. Sivori non si teneva dentro niente, non te le mandava a dire. Ed era molto coccolato: dai giornalisti e dalla famiglia Agnelli.Dicevano che non andassimo d’accordo ed è vero solo in parte. Eravamo molto diversi, questo sì, mi disturbavano certi suoi atteggiamenti provocatori e glielo dicevo.Non ci siamo taciuti nulla, ma insulti mai, litigate mai. Anzi, ci siamo divertiti insieme. Ancora oggi quando Omar viene in Italia vederci è di rigore. Sempre.Boniperti, Sivori e Charles: che tempi. John era la nostra guardia del corpo. Ricordo quando Gigi Peronace mi ha portato Charles a casa. Vedo ‘sto uomo per la prima volta, un monumento.L’ho fatto alzare in piedi: «Gigi, con lui vinciamo tutto». d è stato così.John era un giocatore straordinario e andava d’accordo con tutti, era impossibile non volergli bene. Lui e Omar sono arrivati nel 1957. Con loro due davanti, dopo otto anni da centravanti, io sono arretrato stabilmente e felicemente a mezz’ala.Mezz’ala di regia, un ruolo che mi sono inventato. Sivori faceva la mezz’ala di punta, Charles era un magnifico centravanti ed io le mie battaglie in area di rigore le avevo già fatte.Allora non c’era la TV. Tutti guardavano la palla e in area, lontano dal pallone, volavano colpi spesso proibiti. Quante botte ho preso là in mezzo.Soprattutto agli inizi della carriera era molto faticoso giocare l’intera partita.La Juventus di fine anni ‘40 era una squadra stagionata: Depetrini, Locatelli, Magni, Sentimenti III, Rava, il più giovane ero io.Loro, i veterani, quando avevano la palla la lanciavano subito dentro a me, io certe volte facevo tre o quattro scatti uno dietro l’altro ed ero perso per il resto della gara.Basta, non toccavo più palla, perché se non rompi il fiato sei imballato per tutta la partita. Ma vaglielo a spiegare.Se non correvo mi sgridavano: «Dì cit, scatta», urlavano e dovevi filare, in bocca a certi difensori che erano più che mastini. Castigliano, Tognon, Rigamonti.Vedersela con quelli della Triestina era come entrare a mani nude nella fossa dei leoni: Striuli, 90 chili di cemento distribuiti su un metro e spiccioli di altezza, Blason, Sessa, gente simpaticissima e amabile fino all’ingresso in campo, ma superata la linea pur di evitare un goal avrebbero menato anche madri e sorelle.Ti mollavano certe zuccate sulla nuca da stordimento. Sessa aveva un bel testone e tutte le volte che saltava in contrasto con Præst, il povero Carl aveva la peggio.Cadeva come una mela e si lamentava: «Boni, non ce la faccio più».Aveva ragione, contro i difensori della Triestina finivi le partite completamente rintronato.In quello stadio ho segnato un goal senza volerlo e poi le ho quasi prese. È andata così: Muccinelli ha crossato, ho visto arrivare i mastini e, per ripararmi, ho buttato le gambe in avanti tenendo alte le piante dei piedi. Il pallone ci ha picchiato sopra, del tutto casualmente, ed è finito in porta.Me ne hanno dette di tutte i colori; sono dovuto scappare da Parola, il mio angelo custode.A guidare quella formidabile squadra di lottatori era Trevisan, mezz’ala di grande personalità e burbero abbastanza da mettermi soggezione.Mi prendeva il naso fra le dita e urlava: «Puparìn, (bambino) cosa fai nella nostra area di rigore? Vai nella tua, fila!».Adesso mi scappa da ridere, ma allora non era piacevole. Ero un ragazzino, correvo da Parola e lui mi rispediva in area con un affettuoso: «Va là, falabràc (lazzarone)».Altra impresa non da poco era affrontare in trasferta il Padova di Rocco. Pin, Scagnellato, Blason, Azzini, Rosa picchiavano come fabbri. Il Paròn li chiamava i miei manzi.Una volta, ancora su cross dal fondo, mi sono visto venire incontro, oltre che la palla, anche Scagnellato. Per la paura mi sono bloccato e Azzini, che non poteva immaginare che io non ci fossi, in rovesciata ha steso il compagno al posto mio. Sono filato via inseguito dai loro “Mona”.Quello che mi ha picchiato di più è stato Parola, maestro e capobranco ma avversario duro quando gli giocavo contro nelle riserve della Juventus.Nella prima foto ufficiale con la maglia bianconera, ho un occhio nero per una gomitata di Nuccio in allenamento: modo sbrigativo per spiegarmi che il tunnel che gli avevo fatto non gli era piaciuto.Parola mi voleva bene ed io lo adoravo. Era grandissimo, non a caso con la sua rovesciata è stato per anni sulla copertina delle figurine Panini.Se penso cosa guadagnano adesso i giocatori con il diritto d’immagine e cosa non ha mai preso Parola per tutto il tempo in cui ha pubblicizzato l’album con quel gesto tecnico straordinario, divento matto.Ma una soddisfazione e un bel ricordo ce li ho: perché io, quando non ero già più presidente della Juventus, ai dirigenti della Panini tutte queste cose le ho dette: «Quanto vi ha fatto guadagnare Parola senza avere una lira in cambio?».E loro hanno capito. Alla famiglia Parola hanno versato 100 milioni, come segno di riconoscenza. E Nuccio, che è stato malato a lungo, ne aveva bisogno.Nella storia della Juventus, Parola occupa un posto importante: giocatore eccezionale, con Valentino Mazzola è in cima alla mia classifica ogni tempo, ha vinto 3 scudetti anche da allenatore.Quando è morto, ho preso la cravatta della mia divisa bianconera e gliel’ho annodata al collo. L’ho fatto io, anche se nella Juventus non avevo più un ruolo operativo.Ma il vecchio Parola alla Juventus ha portato eleganza, signorilità e gloria: non poteva andarsene nudo. La cravatta della mia divisa a Parola quando morì: lui era il simbolo dell’eleganza e della gloria Juventus.VLADIMIRO CAMINITIEra un giorno del 1946. Giampiero non ha ancora diciotto anni. Una gomitata in allenamento di Parola gli fa da viatico. Gli lascia il segno su un sopracciglio.Giampiero non si smonta, ci vuol altro. A Borel, allenatore a intermittenza della Juventus, il ragazzo piace.È buttato nella mischia in un match del campionato 1946-47, in casa contro il Milan. La Juventus perde 2-1, e illustri tecnici non apprezzano il biondino di Barengo.Intanto gli si dà credito e il ragazzo sparisce per un po’ dalla prima squadra di una formazione abbastanza avventurosa (Sentimenti IV; Foni e Varglien II; Depetrini, Parola e Locatelli, Magni, Piola, Astorri, Candiani e Lipizer) soprattutto in attacco.Viene riproposto quando è già estate, quel campionato a 20 non finiva mai, gioca altre 5 volte, l’esperienza gli è servita, si svela il suo stile originale, nasce la sua intesa con Muccinelli a Livorno, il 29 giugno 1947, è un pareggio, 2-2, Muccinelli e Boniperti danno spettacolo.Presidente della Juventus è Dusio. La famiglia Agnelli è per il momento in disparte. Ma nessun momento dura a lungo. Gianni sta crescendo, è un rampollo pieno di voglie anche calcistiche, è un intenditore finissimo.I fondamentali di Giampiero sono puri. Forse perché fin dagli anni della crescita ha corso e battagliato con la palla anche nei cortili, ad esempio in quello del collegio De Filippi di Arona, dove ha frequentato come allievo interno le medie.Non è che Giampiero Boniperti ami parlare dell’infanzia o della sua adolescenza, non ama per l’esattezza parlare il nostro laconico biondino, si applica subito nei fatti, si suda in campo ben presto la pagnotta di calciatore vincente, quando la Juventus lo acquista, Boniperti è già adulto come calciatore.Anche questo colpisce del ragazzo diciottenne, la sua serietà sorridente ma riservata, pudica, nei mesi trascorsi a meditare il futuro, dopo lo sfortunato esordio casalingo con il Milan, egli rinforza il carattere allenandosi duro.Gli dà una mano, un giovanotto boemo, che una fame impietosa ha trascinato lontano dalla sua bella cupa magica città di Praga, Vycpálek; è un amico vero, per il giovane Giampi.Sono i giorni tempestosi della gloria del Torino, una squadra che Ferruccio Novo, con furbizia e buon senso, ha formato proprio negli anni durissimi della guerra; e che ora vince tutto, tranne soffrire nel derby, quando la Juventus gli rende la vita difficile.La prima Juventus di Boniperti è una squadra valorosa, ancorché incompleta; ha tempo per completarsi e parteciperà il destino.Un destino atroce che attende l’aereo del Torino di ritorno da una spedizione di pace.Da quasi due anni rispetto a quell’ingiusta data del 4 maggio 1949, la famiglia Agnelli è rientrata alla base; l’assemblea dei soci ha ratificato il ritorno del figlio di Edoardo Agnelli, Gianni, nella famiglia, per la storia il 22 luglio 1947.E l’occhio di Gianni Agnelli ha subito notato il calciatore nuovo, senza ghiribizzi o stranezze, gli consentirà di arricchirsi da campione costruendogli attorno, anche e specialmente per onorare la città e il ricordo dello squadrone scomparso nel sangue, un capolavoro di squadra.Boniperti se l’è meritato nel più lungo campionato della storia, 1947-48, a 21 squadre, ogni domenica una riposa, si attacca a settembre e si finisce a luglio, una maratona massacrante, qui si forma un campione, qui mette le ossa, comincia la favola di Boniperti, 40 partite e 27 goal, capocannoniere davanti al suo stesso idolo, l’imperversante formidabile mastino, pure lui biondo, capitan Valentino Mazzola.Un giorno ammetterà di non amare troppo allenarsi, tanto che lui e i compagni si stancheranno presto non dico del bizzoso Chalmers incompetente ma del pur bizzoso ma talentuoso, stratega e stregone, Jesse Carver, che li ha capeggiati a vincere lo scudetto più meraviglioso, nel campionato 1949-50.Molti hanno scritto che è la più bella Juventus mai esistita (Viola; Bertuccelli e Manente; Mari, Parola e Piccinini; Muccinelli, Martino, Boniperti, John Hansen e Præst). Forse è un’esagerazione.Certo, prudenza e audacia, fantasia e concretezza, sono nel suo bagaglio, come in quello di Giampiero, che segna goal divini, con il suo piede 38, che è flessuoso e acrobatico, che è l’erede in tutto del suo maestro Farfallino Borel. Boniperti detto Boni.Gli avversari, ad esempio quel matto totale di Lorenzi, gli appioppano nomignoli irrispettosi, come Marisa. In realtà, non si era mai visto un calciatore così riservato e così rispettoso fuori campo, quanto in campo è abile opportunista e sagace tattico.I giorni passeranno, in Nazionale proverà ogni emozione, letizia e tristezza, anche forti amarezze.Ne sarà capitano, la Juventus gli verrà cambiata dieci volte attorno, minaccerà di sfaldarsi non appena Gianni Agnelli dovrà lasciarne la presidenza, si vedrà crescere attorno, Giampiero Boniperti, molti satelliti anche insidiosi.Come calciatore, lo distingue la sua preveggenza. C’è la storia vera delle vacche gravide. L’avvocato Gianni, giovane e generoso non si immaginava scommettendo con Boniperti, che il biondino si sarebbe scelte quelle gravide.Boniperti, figlio di un podestà, nasce con l’istinto dell’agricoltura, con il senso del risparmio nel sangue.Nella difficile Juventus di Omar Sivori e John Charles, Boniperti la farà da regista con inimitabile puntiglio nei servizi e nel piazzamento.Scriveranno che in campo dirigeva anche gli arbitri. Aveva un enorme carisma, questo sì, rappresentava in toto la Juventus, come essa era stata negli anni antichi e come continuava a essere anche con il suo esempio.Si può affermare che Boniperti capitano suggellasse passato e futuro; è nato con lui il calciatore come professionista, la stessa attività di calciatore assume contorni più precisi, una sua distinzione.Il calciatore forte e malizioso nella lotta, che non tira mai indietro il piede, e disponibile per utili consigli comportamentali, fuori, con i compagni, molti dei quali sperperano i dorati guadagni.Giampiero Combi si era ritirato dopo aver conquistato il titolo di Campione del Mondo. Boniperti decide di saltare il fosso l’indomani dello scudetto 1960-61.Lascia campo libero all’idolo nuovo Omar Enrique Sivori. Esce senza dichiarazioni roboanti, com’è nel suo stile di uomo, di fare precedere a poche meditate parole, tanti fatti succosi.Sarebbe sparito dai giornali per un pezzo, prima di ricomparire, convocato dall’Avvocato al capezzale della Juventus. Per farla rinascere, per rinascere insieme, rivivendo anche da presidente la sua favola di invincibile.Del più scudettato presidente d’Italia, il campione redivivo anche dietro una scrivania.ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 2011Sono passati più di sessant’anni da quando ebbi la fortuna e l’onore di conoscere Giampiero Boniperti.Proprio in ricordo di questi periodi trascorsi, prima come amico-tifoso, e poi come suo addetto stampa, dal 1971 in poi, voglio raccontare alcuni episodi, poco conosciuti, avvenuti durante la lunga “convivenza” con il mio presidente.Lo chiamerò sempre il mio presidente, perché il nostro è stato un rapporto prima di amicizia e stima, e poi di completa fiducia professionale.Ho conosciuto Boniperti nel lontano 1948, sul treno che portava i giocatori e qualche tifoso, che oggi sarebbe definito VIP, a Bergamo per l’incontro con l’Atalanta.Ricordavo che era appena iniziato il campionato, ma per individuare la data esatta ho dovuto fare ricorso all’Almanacco bianconero, che ha così sentenziato: 17 ottobre 1948, Atalanta 2 - Juventus 4, con 3 goal di Boniperti e uno di Muccinelli.Questa era la formazione bianconera: Sentimenti IV, Angeleri, Caprili, Depetrini, Rava, Locatelli, Muccinelli, Cergoli, Boniperti, Sentimenti III, Caprile. Allenatore l’inglese Jesse Carver.In quei primi anni del dopoguerra, la Juventus, per determinate trasferte, si serviva, o dei tradizionali pullman o dell’aereo, ma anche della Littorina, che all’epoca poteva quasi essere definita un charter sui binari.Un vagone riservato alla squadra, ai dirigenti e a una quarantina di tifosi privilegiati, fra cui il sottoscritto e mio padre, grande tifoso bianconero (che mi sia permesso ricordare nacque il 1° settembre 1897, accadde a due mesi prima della grande Juve).Proprio in quel viaggio scoprii che Boniperti abitava a Torino in Via Morghen, a pochi passi dalla mia abitazione: eravamo entrambi giovani e nacque naturalmente un rapporto che dura tuttora e che mi ha visto seguirlo prima come tifoso, poi come giornalista di “Tuttosport”; infine come suo collaboratore, in qualità di addetto stampa e direttore di “Hurrà Juventus”.In quei tempi i miei incontri con Giampiero erano praticamente quotidiani: ci trovavamo molto spesso ad acquistare il giornale da Giovanni, il più vecchio edicolante in Torino ancora in attività.Sin da allora, ho sempre considerato Boniperti un personaggio concreto, duro, vincente. Leale ma spietato con chi non risponde con le stesse armi. Ricordo che ripeteva spesso una frase: «Io perdono, ma non dimentico».E i giornalisti lo sapevano bene: una delle caratteristiche di Boniperti, è quella di aver avuto con la stampa rapporti cordiali ma difficili. Come scrisse un grande giornalista, di fronte alle domande di solito sceglieva di trincerarsi dietro un amabile sorriso e un cordiale buffetto sulla guancia.Ma torniamo a parlare della nostra giovinezza, ai beati vent’anni, quando eravamo entrambi iscritti alla Facoltà di Economia e Commercio, in Piazza Arbarello a Torino.Lui diede il primo esame in Economia Montana e Forestale, materia nella quale (provenendo da una famiglia di agrimensori), era particolarmente versato. Rimediò, probabilmente con la complicità di un professore juventino, un accettabile 27.Poi non continuò gli studi, considerato che il tempo per allenamenti, partite, trasferte, non era compatibile con un’accurata preparazione universitaria. Anch’io, pur senza la scusa degli allenamenti, rimediai qualche stiracchiato 18 e poi abbassai la guardia.Ciascuno di noi ha una squadra preferita nel cuore, una squadra che, come si dice, non si cambia per tutta la vita. La moglie si può cambiare, la maglia no.Sarebbe interessante conoscere davvero di quale squadra fossero tifosi i calciatori. Si sa che Baggio era interista e che Del Piero è sempre stato juventino, per esempio.Poco tempo fa, in una conversazione telefonica con una TV locale, il vecchio allenatore Gustavo Giagnoni, che per qualche anno guidò il Toro, fece intendere di aver avuto in gioventù simpatie bianconere.Giampiero Boniperti, invece, non ha mai nascosto la propria fede bianconera. Anzi, proprio per la sua passione ha rinunciato a rilevanti guadagni presso società che da calciatore lo avrebbero pagato a peso d’oro.Un tifo per i colori bianconeri, il suo, sempre discreto e sempre rispettoso verso l’altra squadra cittadina. Rispetto sì, ma fino ad un certo punto; come quella volta, si era agli inizi degli anni ‘90, quando accompagnai da lui un bravissimo telecronista, oggi a SKY, che voleva conoscere il presidente.Boniperti lo ricevette con la massima cordialità, ma lo inquadrò subito: «Vedo che lei ha il distintivo granata! Grande squadra il suo Torino, dove avevo tanti amici, però si ricordi che io vi ho fatto ben 13 goal in campionato e uno in Coppa Italia!».Il mio presidente ha sempre dato grandissima importanza al fatto che i calciatori si sposassero in giovane età. Negli anni della sua presidenza cercava di favorire e, se possibile, accelerare i matrimoni dei suoi giocatori.Mi diceva: «Devo molto a Rosy. Un’unione riuscita come la mia credo sia l’ideale per un giocatore che deve concepire lo sport come regolarità di vita».A Finale Ligure, dove Boniperti conobbe la ragazza che sarebbe diventata sua moglie, successe un fatto più che curioso, e che pochissimi conoscono.La località savonese era il nostro incontro vacanziero, stessa spiaggia stesso mare. Boniperti andava ai Bagni Lido di proprietà di un ex calciatore degli anni ‘30, signor Diena, io ai bagni Elios, confinanti.Erano gli anni del Boniperti nel pieno fulgore, capitano della Juventus e già in Nazionale, idolo delle ragazzine e ricercatissimo per gli autografi da parte di tutti i bagnanti di ogni fede calcistica.Vi lascio quindi immaginare cosa successe in spiaggia verso le sette di sera. Se ne erano andati quasi tutti e si stava svolgendo una partita di calcetto: tutto nella norma, quando un urlo selvaggio spezzò quell’atmosfera godereccia: «Mi son rotto il polso!».Era Boniperti che, tentando un dribbling, aveva appoggiato male la mano sulla sabbia e urlava dal dolore.Tutti attorno al campione che si lamentava, e immediatamente scattò la ricerca di un medico, che fortunatamente era presente fra i bagnanti e lo trasportò in ospedale.Appena entrato al Pronto Soccorso, il medico si rivolse all’infermiera di turno affinché gli venisse fatta al più presto una radiografia: «Capisce sorella, si tratta di Boniperti!».E la suora, con due occhi raggelanti replicò: «Boniperti chi?».Era il 3 giugno 1972, il giorno dopo la conquista del suo primo scudetto da presidente. Siamo all’albergo Principi di Piemonte, lo stesso che oggi ospita la squadra prima delle partite interne.Tavolata con 500 invitati per dirigenti, giocatori e tifosi VIP. Al centro Boniperti con a fianco Gianni Agnelli, a destra, e Umberto Agnelli, a sinistra.Il presidente, ovviamente acclamatissimo, inizia il suo discorso con una battuta che dice molto del suo rapporto con i due fratelli: «Come potevo non vincere questo scudetto con due mezze ali così?».Ovviamente gli applausi furono scroscianti, per lo scudetto e per la battuta.Tante volte, dagli spalti dello stadio, osservo gli spettatori che seguono la partita. Molti tranquillamente seduti, alcuni invece con occhi sbarrati, altri super concentrati con una forza interiore che cercano di trasferire ai giocatori in campo, che in quel momento sono i loro idoli.A tal proposito mi raccontava Boniperti che una volta si trovava a Roma per una riunione del Coni e alloggiava in un grande albergo del centro. Una mattina il direttore gli si avvicinò: «Presidente, posso chiederle una cortesia? Abbiamo nostro ospite un importantissimo industriale, tifoso della Juve e di lei in particolare, che vorrebbe conoscerla personalmente».La risposta fu positiva e Boniperti mi confessò che vedere quel signore di età avanzata e molto potente («Per essere ricevuto da lui bisognava passare almeno da dieci segretarie», mi disse) quasi con le lacrime agli occhi per il solo fatto di averlo incontrato lo aveva fatto sentire in imbarazzo: «Dentro di me (mi disse) ho pensato che avrebbe chiamato l’autista, mi avrebbe fatto caricare in macchina e mi avrebbe messo in mostra nel suo giardino».Per terminare questo viaggio attraverso la mia vita con Boniperti, voglio ricordare un momento difficile per tutti noi tifosi.Per un certo periodo (tra la seconda metà degli anni ‘80 e i primi anni ‘90) la Juve restò per troppo tempo senza vittorie e Boniperti, giocando d’anticipo, diede le dimissioni. Era il 5 febbraio 1990.Poi, circa un anno e mezzo dopo (siamo nel giugno del 1991) successe un fatto strano, di cui poi avrei capito meglio il significato. Non sentivo il presidente da tempo (era quasi sempre a Roma, al CONI) quando una sera, verso le 22 e 30 suonò il telefono di casa: «Ciao, sono Boniperti, arrivo adesso con il volo da Ciampino, sono in macchina e sto andando a casa. Tu come vai?».Abbastanza bene, dico io.«La signora?».Anche lei benino, rispondo.«Cosa stai facendo?».Guardo un film in TV.«Ciao, ti saluto e ti bacio in fronte».Conoscevo il presidente da molto tempo ormai e sapevo che era tipo di poche parole, ma che mi telefonasse a casa la sera tardi solo per salutarmi non era mai successo.La cosa non convinceva né me, né mia moglie. Comunque entrambi gradimmo il saluto. E tutto finì lì.Un paio di giorni dopo aprii i giornali: titoli a nove colonne: «L’avvocato Agnelli richiama Boniperti alla guida della Juventus come amministratore delegato, con mandato triennale».A quel punto mi fu spontaneo pensare che quella telefonata fosse un modo, indiretto, se non subliminale, per anticiparmi quella notizia che non poteva ancora rendere nota.In realtà non gli ho mai chiesto se fosse davvero così, perché voglio illudermi che il sottoscritto fosse fra i pochi degni di ricevere, anche se in codice, un importante segreto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/giampiero-boniperti.html -
ERMES MUCCINELLI «Ai miei tempi – diceva – sia la Juventus che il campionato erano un’altra cosa. Si dava più spettacolo, il pubblico si divertiva veramente e il gioco era meno sacrificato sull’altare delle tattiche. La nostra prima linea composta dal sottoscritto, Boniperti, Martino, John Hansen e Præst giunse a segnare cento reti in un campionato».Di lui disse una volta Boniperti: «Quando giocavamo in casa, la sua domenica sera era già stabilita: cascasse il mondo, andava al night di Via Saluzzo dove, lui che era un tappo, ballava esclusivamente con ragazze altissime. C’era da divertirsi soltanto a guardarlo. Il conto lo faceva mandare sempre allo stesso indirizzo: “Giovanni Agnelli, Corso Matteotti”. Il segretario dell’Avvocato quando si trovava tra le mani quelle note spesa chiedeva preoccupato: “Cosa dobbiamo fare?” “Ah, è quel puttaniere di Muccinelli!” commentava l’Avvocato. E saldava».GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE-DICEMBRE 1994Con Ermes Muccinelli è scomparso lo scorso 3 novembre uno dei campioni simbolo di una Juve tra le più belle e più grandi di sempre, quella capace di riconquistare il vertice del nostro calcio dopo anni difficili e vincere gli scudetti del 1950 e del 1952, con il fragore del tuono e la dolcezza di un assolo di violino. Piccolo, grande Muccinelli: tutto nervi e poesia al servizio di uno scatto proditorio e di un dribbling fiabesco.Il suo curriculum parla di 241 presenze e 69 goal fatti, ma le statistiche non dicono quanti questo romagnolo, con tutti gli slanci, i pregi e i difetti della sua gente, ne abbia fatti fare a Boniperti, John Hansen e Præst, suoi degni compagni di una stagione felice e pure spensierata. Muccinelli era poesia, profilino di un calcio ancora romantico ancorché quasi professionale, l’ala destra tascabile per antonomasia: mai si era visto uno come lui, capace di gabbare stuoli di terzini con tinta e scatto, contro scatto e contro finta, fino a creare sconquassi nelle difese più abbottonate.Debutta diciannovenne, nel 1946-47, e subito i tifosi lo notano, lo adottano. È un beniamino prima ancora di rivelarsi un campione. A vent’anni è già titolare fisso. A 23 la Nazionale gli fa spazio e l’esordio è fragoroso. A Bologna, il 5 marzo del 1950, contro il Belgio, segna due goal. Sì, è arrivato all’apice. Il 1950 è il suo anno magico. Conquista anche il suo primo scudetto, incorniciato da 34 partite e 13 goal. E chi lo ferma più?In realtà. Muccinelli si concede qualche pausa, si gode la fama meritata e talvolta è come se non ci fosse. Il romagnolo, tanto simpatico alle fanciulle quanto inviso ai difensori grandi e grossi, che se lo vedono scappare da ogni parte, non è sempre al massimo. Ma chi lo è in quella Juve di rodomonte capace di segnare cataste di reti anche solo trotterellando?Fa in tempo a vincere un secondo scudetto, nel 1952, con 17 reti in 30 partite, e partecipare nel 1954 al suo secondo Mondiale, in Svizzera: ha dato il meglio di sé, quando nell’estate del 1955 lascia la Juve per chiudere la carriera nella Lazio.Una generazione di tifosi juventini lo ricorda con immenso affetto e con la riconoscenza che si deve a chi, con il suo infinito campionario di mosse e mossette, ha regalato momenti di spettacolo spensierato in un’epoca di calcio danzato.SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBEROIl piccolo Ermes Muccinelli («mi manca un millimetro a 1 e 65» precisava lui; a quei tempi bastava molto meno per essere abili al servizio di leva) veniva da Lugo di Romagna (patria di Baracca, uno, annotavano gli spiritosi, che di ali se ne intendeva), aveva giocato nella Biellese ed era arrivato alla Juventus lo stesso anno di Boniperti, acquistato per due milioni dal presidente Dusio, ala destra anche lui intorno agli anni ‘20.Quel peperino ricordava un altro irresistibile piccoletto di una formidabile Juve, Pietro Sernagiotto (1 metro e 55) e dopo averlo visto all’opera, lo aveva definito senza sforzi di fantasia «un piccolo grande giocatore».Per Muccinelli la conquista della maglia di titolare non era stata facile. Se ne raccontano di buffe a questo proposito: il custode che lo blocca all’ingresso del campo perché «hai sbagliato giorno, i ragazzini si allenano domani» a uno stravagante allenatore, lo scozzese Chalmers, che lo fa stare dietro la porta, durante gli allenamenti, a riprendere i palloni, proprio come un raccattapalle.Nella Juventus, prima di diventare il popolare «Mucci», aveva trovato un amico, Boniperti, debuttante anche lui. Tra i due si era stabilita un’intesa perfetta che il biondo centravanti ha descritto così: «Muccinelli era l’unico di cui sentivo il fluido, da qualunque parte del campo fosse. Prima ancora di scorgerlo, sapevo in partenza dove trovarlo; posso dire che fra di noi non sbagliammo mai un passaggio».Giunto ai fasti della prima squadra, trovò critici entusiasti: «Una saetta negli ultimi 10 metri. Un giocatore di astuzia e di talento. I suoi spunti rimangono nella retina come saggi di bravura». E Gianni Brera: «Fu una delle più classiche ali mai prodotte in Italia. Era l’omino-dovunque della maggior Juventus da me vista. Evoluiva per il campo, nel settore destro, dietro al suo istinto di incontrista sul tempo: balzava fulmineo sulle palle portate dagli avversari, smistava a un compagno o addirittura faceva dietro-front per iniziare l’attacco. In fase difensiva permetteva alla Juventus di fare un catenaccio irreprensibile: arretrava lui sull’interno, Mari si spostava per il primo tackle sul centravanti...».Per altri (Roghi poeticamente diceva che «Muccinelli in campo è un gol che fluttua nell’aria») era l’ultimo grande interprete del ruolo di ala destra secondo gli antichi canoni di purezza offensiva. Di fatto era un’ala completa che non si limitava all’appoggio: sapeva dribblare in maniera irresistibile, sfuggendo (non sempre) con la sua eccezionale vitalità alle durezze dei difensori e anche battendo a rete come dimostrano le copiose segnature.Tra i suoi gol è famosa la doppietta del debutto in Nazionale, nella primavera di quel magico 1950. A Bologna, contro il Belgio, Muccinelli era entrato con la tuta delle riserve, si era seduto ai bordi (la panchina non esisteva) tra la folla che straripava in campo, dopo neppure mezz’ora eccolo prendere il posto del suo amico Boniperti, infortunato. Mancavano pochi minuti al riposo, l’Italia stava perdendo per 1 a 0, quando «Mucci» si trovò in mezzo a due marcantoni in maglia rossa nel cuore dell’area, allungò fulmineo la gamba su una palla che sembrava persa, la vide infilarsi in rete prima di cadere lungo disteso sulla schiena. Nella ripresa, il gol della vittoria, bellissimo: un fulmineo scatto, i famosi «ultimi 10 metri», un passaggio di Cappello che sembrava già preda del portiere, il tiro violento, dal basso in alto, il pallone a squassare la rete, sotto la traversa.VLADIMIRO CAMINITIQuesto Pollicino che dopo ogni partita è in fuga, perfino più velocemente che durante la partita, si chiama Muccinelli e rappresenta il trionfo dell’intelligenza sulla forza bruta. È un romagnolo simpatico che, fin dal primissimo match, ha legato con Boniperti, tecnicamente e oniricamente, nella realtà e nel sogno. Ha grandi occhi neri e piccoli piedi voraci di pallone. Chi è per l’abito che fa il monaco, lo scarti, non gli dia la maglia di titolare.Ad esempio, l’inglese Chalmers, tipo bizzarro assai, trovatore più che allenatore, con le sue trovate diverte pure il controllore dei treni che lo scopre all’opera con delle molliche di pane con le quali allena il tozzo Sentimenti IV sulle poltrone del treno in viaggio. Non parlategli di Muccinelli. Come ala destra gli preferisce perfino Angeleri. Muccinelli non se la prende. Attende la prima occasione per andare in fuga, dribblando terzini che sono il doppio di lui, aspettandoli, per dribblarli di nuovo, prima di eseguire il cross in modo che raggiunga il suo amicone Boniperti perché schiaffi il pallone in rete.Mucci è un altruista nato. Il calcio lo diverte e lo appassiona, perfino le tattiche annesse e connesse, ma molto di più il dopo calcio. Allora può indossare il tight, e accompagnarsi a Boniperti, andando insieme al night o al tabarin. Chi ha tempo non aspetti tempo. Fugge così velocemente la giovinezza.Forte di tecnica, e spiritoso di carattere, Muccinelli esalta naturalmente il gioco della squadra nel campionato di tutte le rivincite, quando la Juventus si scuote d’indosso le fuliggini della nostalgia e rimescola il mondo con i suoi goal solari. Sembra finita quando il Milan viene a Torino e le infligge 7 bastonate, ma si rifà la domenica successiva andando a vincere a Trieste, e non è successo niente, possiede in se stessa, in ogni suo giocatore, che è un capolavoro di tecnica e di spirito, le risorse per cancellare ogni delusione.Così come questo piccolo romagnolo è l’araldo del calcio che fa giocare, di conquista degli spazi fisici ma anche di quelli morali e psicologici, con l’allegria dei suoi comportamenti, mai obbedienti a fini prosaici; è il calcio della libertà da ogni alchimia tattica; il calcio di chi è ricco di tutto, e getta nella lotta il suo entusiasmo; il calcio del piccolo Muccinelli, il cui dribbling semina il panico nelle difese, il cui cross è atteso da Boniperti perennemente in agguato per trasferirlo in goal meravigliosi, i gol della giovinezza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/ermes-muccinelli.html
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ERMES MUCCINELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ermes_Muccinelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Lugo di Romagna (Ravenna) Data di nascita: 28.07.1927 Luogo di morte: Savona Data di morte: 04.11.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: 163 cm Peso: 60 kg Nazionale Italiano Soprannome: Mucci - Freccia d'oro - Attaccante tascabile Alla Juventus dal 1946 al 1955 e 1958-1959 Esordio: 24.11.1946 - Serie A - Juventus-Triestina 4-0 Ultima partita: 26.04.1959 - Serie A - Sampdoria-Juventus 3-2 244 presenze - 69 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Ermes Muccinelli (Lugo, 28 luglio 1927 – Savona, 4 novembre 1994) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era soprannominato Freccia d'oro. Ermes Muccinelli Nazionalità Italia Altezza 163 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1961 - giocatore Carriera Squadre di club 1945-1946 Biellese ? (?) 1946-1955 Juventus 226 (69) 1955-1958 Lazio 93 (20) 1958-1959 Juventus 18 (0) 1960-1961 Como 3 (0) Nazionale 1950-1957 Italia 15 (4) Carriera da allenatore 1974-1975 Spotornese Biografia Dopo il ritiro si stabilì nella Riviera di Ponente, a Torre del Mare. Scomparve nel 1994, all'età di sessantasette anni, a seguito di un problema di natura cardiovascolare. A lui è stato dedicato lo stadio della città natale, Lugo. Carriera Club Muccinelli (a sinistra) e Giampiero Boniperti negli anni alla Juventus Iniziò a giocare al calcio nel campetto di un Istituto per Orfani a Fabriago di Lugo, dove lui si trovava assieme a un fratello più piccolo. Nei primi anni 1940 un gruppo di ragazzini di Lugo si recarono per una partitella di calcio presso quell'Istituto, perdendo 8-0 con 6 gol di Ermes, il quale si era mostrato veloce e geniale nel gioco; partecipò all'incontro anche Sergio Geminiani (a sua volta futuro calciatore) che lo segnalò al presidente del Baracca Lugo il quale lo tolse, assieme al fratello, dalla fame dell'orfanotrofio. Geminiani raccontò che, con altri due ragazzini di Lugo, portavano in bicicletta panini imbottiti ai fratelli Muccinelli avendo visto le loro ristrettezze; cose di cui Ermes ha sempre ringraziato. Muccinelli (accosciato, al centro) alla Lazio nella stagione 1956-1957 Da Lugo di Romagna, nell'immediato secondo dopoguerra Ermes transitò brevemente nelle file della Biellese, per approdare nel 1946 alla Juventus dove esordì in Serie A il 24 novembre di quell'anno, nella gara interna contro la Triestina vinta dai bianconeri per 4-0. A Torino, nei primi anni 1950 Muccinelli andò a formare un affiatato trio d'attacco assieme a Giampiero Boniperti e al danese John Hansen, che valse alla Juventus gli scudetti delle stagioni 1949-1950 e 1951-1952; nell'ultima, in particolare, il giocatore firmò il record personale di marcature con 17 gol. Con la Juventus disputò 226 gare fino al 1955, anno in cui si trasferì per un triennio alla Lazio prima di un fugace ritorno in bianconero nella stagione 1958-1959; in questo periodo mise in bacheca le prime due edizioni della restaurata Coppa Italia, quelle del 1958 e del 1958-1959, vinte rispettivamente in maglia biancoceleste e bianconera. Nell'annata 1960-1961 venne infine ingaggiato dal Como, in Serie B, dove fece 3 apparizioni prima di concludere la carriera agonistica. Nazionale Muccinelli (accosciato, secondo da sinistra) in azzurro nel 1956 Nel 1950 esordì in nazionale, nell'amichevole vinta per 3-1 il 5 marzo a Bologna contro il Belgio, segnando una doppietta: la rete del pareggio e del vantaggio azzurro. Fu poi tra i convocati per il campionato del mondo 1950 in Brasile e per il campionato del mondo 1954 in Svizzera. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952 Coppa Italia: 2 - Lazio: 1958 - Juventus 1958-1959
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Július Korostelev - Calciatore e Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
JÚLIUS KOROSTELEV Nasce a Pure St.Martin, in Cecoslovacchia, il 19 giugno 1923. Arriva alla Juventus nell’estate del 1946, in compagnia del connazionale Vycpálek, proveniente dall’A.K. Bratislava. Ala di buon talento e in possesso di un tiro tanto forte quanto potente, Korostelev riesce sempre a capire come deve comportarsi, a seconda dello spazio di manovra nell’azione da svolgere.Quando non trova avversari davanti a sé, la sua direzione di corsa è diritta e veloce, quando è circondato da avversari, si esibisce in arresti, guizzi e serpentine. Al momento del tiro, poi, mostra un’efficacia piuttosto rara per quel ruolo.Alto, magro, veloce, furbo e tenace, sa non solo concludere, ma anche sfruttare i lanci dei compagni, con tiri al volo o micidiali colpi di testa.Debutta in Serie A il 6 ottobre 1946 in Milan-Juventus 3-3: rimane a Torino per una stagione, in cui totalizza 30 presenze e 15 goal, diventando il secondo miglior cannoniere della squadra, contribuendo al secondo posto in classifica finale dei bianconeri.A fine stagione, tuttavia, non viene riconfermato, e insieme al compagno di attacco Mario Astorri passa all’Atalanta.Ritorna alla Juve nelle vesti di allenatore nel luglio 1961, al posto di Carlo Parola, affiancato da Gunnar Gren come direttore tecnico. Siede sulla panchina bianconera nelle prime due partite del campionato e il 7 settembre, a causa dell’improvviso ritorno in patria di Gren per motivi familiari, diventa il “secondo” del rientrante Parola.«Non si tratta di uno di quei cambi della guardia diventati normali nel mondo del calcio – precisa Umberto Agnelli – siamo molto spiacenti della partenza di Gren e non pensiamo per ora di affidare a un’altra persona il ruolo di direttore tecnico; se troveremo l’uomo adatto potremo farlo in futuro, come non è neppure da escludere una ripresa di contatto con lo stesso Gren. Ora ci serve un elemento juventino, un amico pieno di entusiasmo, e abbiamo deciso di affiancare a Korostelev Carlo Parola. Con Parola abbiamo avuto di recente un momento di incomprensione, oramai superato; Parola si è ricreduto e ora è pronto a dare alla squadra il contributo del suo impegno».Alla fine del campionato si trasferisce al Pisa, concludendo la sua breve avventura bianconera.“IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 2 OTTOBRE 1946Korostelev è alto m. 1,83 e copre la distanza di ottocento metri nel notevole tempo di due minuti. È uno slovacco, del distretto di Svaltjmartina, ed aveva sempre giocato nella squadra del suo paese, che disputava una specie di campionato locale. Tre anni fa venne chiamato in servizio militare ed incluso, quale ala sinistra, nella squadra del suo reggimento. Ebbe tosi occasione di disputare qualche partita di un torneo tra soldati. Ad assistere ad una partita un giorno capitò l’allenatore del Bratislava, che non se lo lasciò scappare.Questa, in rapida sintesi, la carriera di Korostelev. Il quale, attraverso l’interprete ha aggiunto che giocarci nel Bratislava era assai piacevole, in quanto la squadra è forte, ed attualmente si trova in seconda posizione nel campionato, alle spalle del Kladno, diabolica squadra di minatori che, per adeguarsi alla situazione progressista-lavoratrice, sta giocando con irresistibilità.– E poi si gioca bene ala sinistra di fianco ad un autentico campione quale è Harpas. Harpas mi lanciava molto bene a rete, e difatti ero secondo nella classifica dei cannonieri, ad un solo gol di distacco dal famosissimo Hayek, centravanti dello Sparta.– Hayek è il successore di Braine?– Precisamente. Braine è tornato in Belgio e gli spartiani hanno trovato allora Hayek il quale è un centravanti che gioca con un sistema totalmente differente da quello di Braine. Braine giocava arretrato e funzionava più da centro-sostegno dell’attacco, che da centravanti di punta. Hayek invece è uno scattatore notevole e la sua presenza è sempre minacciosa nell’area avversaria.– Ed il Bratislava quale sistema usa?– Il sistema inglese, con il centrosostegno tra i terzini, ed i laterali alle spalle delle mezzeali. È l’unica squadra in Cecoslovacchia che giochi con il “sistema”. L’ha adottato dopo aver visto giocare il Derby County, allorché questa squadra britannica fece un “giro” in Cecoslovacchia. Fu un giro di buoni successi e soltanto il Bratislava riuscì a battere gli inglesi.– Allora si troverà bene nella Juventus, la quale gioca pure con il “sistema”.– Credo che mi troverò bene senz’altro. Sono in forma ed ho molta voglia di giocare. Pensi che per venire in Italia ho rifiutato le offerte dello Sparta che mi voleva con sé nella prossima tournée in Inghilterra! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/07/jlius-korostelev.html -
Július Korostelev - Calciatore e Allenatore
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JÚLIUS KOROSTELEV https://it.wikipedia.org/wiki/Július_Korostelev Nazione: Cecoslovacchia Luogo di nascita: Martin Data di nascita: 19.06.1923 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.10.2006 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Cecoslovacco Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 06.10.1946 - Serie A - Milan-Juventus 3-3 Ultima partita: 22.06.1947 - Serie A - Venezia-Juventus 0-2 30 presenze - 15 reti Allenatore della Juventus dal 1961 al 1962 2 panchine - 0 vittorie Július Korostelev (Martin, 19 giugno 1923 – Torino, 18 ottobre 2006) è stato un allenatore di calcio e calciatore cecoslovacco, di ruolo attaccante. Július Korostelev Korostelev al Parma negli anni cinquanta Nazionalità Cecoslovacchia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1957 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Giovanili 1937-1941 T. S. Martin Squadre di club 1941-1945 T. S. Martin 14+ (21+) 1945-1946 Bratislava 22 (23) 1946-1947 Juventus 30 (15) 1947-1949 Atalanta 36 (9) 1949-1950 Reggina 34 (17) 1950 Palermo 0 (0) 1950-1951 Reggina 18 (5) 1951-1956 Parma 114 (49) 1956-1957 Ozo Mantova 1 (0) Nazionale 1946 Cecoslovacchia 1 (0) Carriera da allenatore 1957-1958 Perugia 1958-1959 Salsomaggiore 1959-1961 Piacenza 1961-1962 Juventus 1962 Pisa 1965-1966 Aosta 1969-1970 Balangero 1971-1973 Susa 1971-1974 ACF Juventus Femminile 1979 Mathi Caratteristiche tecniche Giocatore Korostelev era un'ala sinistra, fantasiosa e dotata di buona tecnica individuale. Era in possesso di un tiro potente e preciso, che lo rendeva efficace anche in fase realizzativa, ed era considerato un abile rigorista. Carriera Giocatore Club Inizia la sua carriera nel Turčiansky Svätý Martin, entrando a far parte delle giovanili all'età di 14 anni; con la formazione della città natale prende parte a tre edizioni del campionato slovacco negli anni della seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto si trasferisce allo Slovan Bratislava, con cui realizza 16 reti in 18 partite nella Státní liga 1945-1946; l'anno successivo inizia il campionato con 7 reti in 4 partite, finché nel settembre del 1946 viene ingaggiato dal club italiano della Juventus, insieme al connazionale Čestmír Vycpálek. Korostelev alla Juventus nella stagione 1946-1947 Debutta in Serie A il 6 ottobre 1946 in Milan-Juventus (3-3): rimane a Torino per una stagione, in cui totalizza 30 presenze e 15 gol, diventando il secondo miglior cannoniere della squadra e decimo assoluto, e contribuisce al secondo posto in classifica finale dei bianconeri. A fine stagione, tuttavia, non viene riconfermato, e insieme al compagno d'attacco Mario Astorri passa all'Atalanta. Nella formazione orobica non ripete le prestazioni dell'anno precedente, a causa di problemi fisici e caratteriali: pur debuttando con un gol nella vittoria per 3-1 sul Bari del 14 settembre 1947, il suo bottino stagionale è di 5 reti in 18 presenze, e l'Atalanta si classifica al quinto posto in classifica, miglior risultato della propria storia. L'anno successivo, tuttavia, i nerazzurri retrocedono, e anche in questo caso Korostelev non ritrova la vena realizzativa, con 4 reti in 18 partite. Nel 1949, dopo tre stagioni nella massima serie, accetta di scendere in Serie C, ingaggiato dalla Reggina. Con i calabresi realizza 17 reti nel campionato 1949-1950, concluso al terzo posto dietro Messina e Cosenza: queste prestazioni gli valgono l'ingaggio del Palermo, di nuovo in Serie A, su suggerimento dell'amico Vycpálek. Incluso nella rosa che inizia il campionato, non scende mai in campo a seguito dell'acquisto del turco Şükrü Gülesin che gli preclude il posto da giocatore straniero, sicché in ottobre fa ritorno a Reggio Calabria, di nuovo in Serie C; con gli amaranto disputa 18 partite con 5 reti. Nel 1951, messo in lista di trasferimento torna al Nord trasferendosi al Parma, sempre in Serie 😄 in Emilia ritrova il connazionale Vycpálek e diventa uno dei giocatori più amati dalla tifoseria gialloblù. Nella prima stagione contribuisce con 11 reti all'ammissione alla Serie C a girone unico, nella quale si mantiene su alte medie realizzative totalizzando 30 reti in due stagioni; nel campionato 1953-1954 contribuisce con 15 reti alla promozione dei ducali in Serie B, realizzando tra le altre la rete decisiva per la matematica promozione, nella vittoria sul Lecco. Riconfermato anche tra i cadetti, è ancora titolare per una stagione, mentre nel campionato 1955-1956 le sue presenze sono limitate a 7, con una rete realizzata contro il Monza. Chiude la sua carriera di calciatore nell'Ozo Mantova, in IV Serie, nel quale disputa un'unica partita infortunandosi di nuovo in modo serio. Nazionale Con la Cecoslovacchia vanta una presenza in Nazionale, collezionata il 14 settembre 1946 contro la Svizzera (3-2). Allenatore Esordisce come tecnico nelle serie minori sulle panchine di Perugia e Salsomaggiore, alternando l'attività di allenatore a quella di osservatore per conto del Palermo. Nell'estate del 1959 viene nominato allenatore del Piacenza, militante in Serie C. Nella stagione 1959-1960 conduce gli emiliani a un piazzamento di centroclassifica, mentre nella stagione successiva viene esonerato a causa dei negativi risultati ottenuti. Nel frattempo completa il corso per allenatori a Coverciano, segnalandosi tra i migliori, e nel luglio del 1961 viene chiamato alla Juventus al posto di Carlo Parola, affiancato al direttore tecnico Gunnar Gren. Siede sulla panchina bianconera nelle prime due partite del campionato 1961-1962, il 27 agosto nel pareggio casalingo per 1-1 contro il Mantova, e il 3 settembre nella sconfitta per 2-1 sul campo del Padova, mentre dal 7 settembre 1961 passa al ruolo di allenatore in seconda dei bianconeri, dopo il ritorno in patria di Gren per motivi familiari e la sua sostituzione con il rientrante Parola. L'anno successivo torna ad allenare in Serie C, sulla panchina del Pisa, ma viene esonerato a favore di Mario Nicolini (a sua volta sostituito da Guglielmo Trevisan). In seguito guida l'Aosta e i dilettanti piemontesi del Balangero e del Susa. Tra il 1971 e il 1974 allena anche l'ACF Juventus di calcio femminile, con cui approda alle finali scudetto nel 1972; prosegue l'attività tra i dilettanti piemontesi sulla panchina del Mathi, in Prima Categoria. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano Serie C: 1 - Parma: 1953-1954 -
ENRICO CANDIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Candiani Nazione: Italia Luogo di nascita: Busto Arsizio (Varese) Data di nascita: 29.09.1918 Luogo di morte: Busto Arsizio (Varese) Data di morte: 27.02.2008 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 22.09.1946 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 35 presenze - 15 reti Enrico Aldo Candiani (Busto Arsizio, 29 settembre 1918 – Busto Arsizio, 27 febbraio 2008) è stato un calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo attaccante. Enrico Candiani Candiani alla Juventus nella stagione 1946-1947 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1952 Carriera Giovanili 1933-1937 Pro Patria 19??-19?? Ambrosiana-Inter Squadre di club 1938-1945 Ambrosiana-Inter 134 (47) 1945-1946 Inter 38 (17) 1946-1947 Juventus 35 (15) 1947-1949 Pro Patria 56 (18) 1949-1950 Milan 22 (8) 1950-1951 Livorno 8 (2) 1951-1952 Foggia 27 (7) Biografia È scomparso all'età di 89 anni dopo una lunga malattia. Caratteristiche tecniche Giocava come mezzala sinistra o ala sinistra. Essendo mancino, utilizzava raramente il piede destro. Carriera A 15 anni nella giovanili della Pro Patria, passa l'anno successivo fra i giovani dell'Ambrosiana Inter. Fa le prime comparse in prima squadra nella stagione 1938-1939, prima nel ruolo di mezzala e quindi progressivamente spostato all'ala sinistra dall'allenatore nerazzurro Tony Cargnelli. Dopo una stagione con 17 presenze in campionato e la vittoria in Coppa Italia, s'impone definitivamente come titolare l'anno successivo, contribuendo con 8 reti alla conquista dello scudetto 1939-1940. Resta in nerazzurro anche nelle tre stagioni successive, con un secondo e un quarto posto in campionato intervallati da un piazzamento al dodicesimo posto nel 1941-1942. Dopo l'interruzione ufficiale dei campionati nel 1943, Candiani disputa con l'Ambrosiana anche il Campionato Alta Italia 1944, e dopo la guerra rimane fra i nerazzurri (con la compagine ridenominata Inter) per disputare il campionato 1945-1946. In quella stagione Candiani realizza 11 reti nel Campionato Alta Italia e 6 nel girone finale, fra cui un poker contro il Grande Torino in un incontro disputato il 14 luglio 1946, unico calciatore ad essere riuscito a fare 4 reti in una partita contro i granata. Poi Candiani si trasferisce alla Juventus, dove resta una stagione nella quale realizza 15 reti contribuendo al secondo posto finale, quindi torna alla squadra della sua città, la Pro Patria, neopromossa in Serie A, che porta nella stagione 1947-1948, all'ottavo posto finale, miglior risultato della storia per i biancoblù. Dopo due stagioni a Busto Arsizio, nell'estate 1949 passa al Milan, dove, pur non essendo utilizzato in continuità, realizza 8 reti giocando al fianco di Gunnar Nordahl. In quella stagione, conclusasi al secondo posto, Candiani realizza due reti nei primi 6 minuti del 6-5 nel Derby di Milano perso e l'ultima rete nell'1-7 a Torino contro la Juventus, segnando la rete che chiude il tabellino. A fine stagione passa al Livorno in Serie B e l'anno successivo in Serie C al Foggia, dove ritrova il suo vecchio allenatore dei tempi dell'Ambrosiana Tony Cargnelli e dove chiude la carriera agonistica. Totalizza complessivamente 231 presenze e 80 reti in Serie A nei campionati a Girone Unico (più 54 presenze e 26 reti nei campionati 1944 e 1945-1946), figurando fra i 100 marcatori più prolifici della storia del campionato. Dopo il ritiro Per un decennio, dalla stagione 1959-1960 fino alla stagione 1969-1970, sarà presidente della Pro Patria. Palmarès Coppa Italia: 1 - Ambrosiana-Inter: 1938-1939 Campionato italiano: 1 - Ambrosiana-Inter: 1939-1940
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MARIO ASTORRI Negli anni dei Sentimenti, si fa valere anche un piacentino acquistato per avere una valida alternativa al giovanissimo Boniperti appena sbarcato dal Momo: si chiama Mario Astorri, è del 1920 e nella Spal, dove è cresciuto, ha segnato cataste di goal in tutti i modi possibili. Nel 1946-47 è molto più di un ripiego, anzi si rivela fior di cannoniere, in assoluto uno dei più prolifici della storia bianconera nel rapporto tra reti segnate e partite giocate: 17 goal fatti in 23 partite non sono bruscolini e si tratta in molti casi di reti pesantissime. Ma Boniperti cresce più in fretta del previsto e Astorri deve trovare fortuna altrove, all’Atalanta prima e al Napoli poi. Con qualche rimpianto. «Alquanto irsuto, di bruno pelo – racconta Caminiti – con bell’opportunismo, fu più redditizio del Piola juventino. Ma apparve Boniperti con la sua classe bionda e fu venduto all’Atalanta. Per il dispiacere di Zambelli che entrava nello spogliatoio e si deliziava a vederlo». ALBERTO FACCHINETTI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL MAGGIO 2020 La carriera di calciatore si è appena conclusa, quella di allenatore sembra non decollare. Nel 1957 l’ex centravanti della Juventus Mario Astorri decide di spostarsi in Danimarca a gestire il business delle “cartoline che cantano”. Presto l’appeal di questo particolare prodotto (un disco con le sembianze di una cartolina postale) va in crisi. Nel frattempo Mario a Copenaghen ha trovato l’amore e ‘divorziato dalla moglie in Italia. Deve reinventarsi una nuova vita, perché in tasca non gli è rimasto un soldo. Inizia ad allenare piccoli club danesi delle categorie inferiori, riuscendo a migliorare tutte le squadre che gli danno in mano. Sa caricare i suoi ragazzi, dando loro coraggio ed entusiasmo. Blinda la difesa e lascia spazio ai giocatori con più talento in attacco. Nel 1964 si trova sulla panchina di AB, una squadra che milita nella seconda divisione danese. La porta nella massima serie e nel 1967 vince il campionato nazionale. E la prima volta in assoluto che un italiano festeggia da allenatore uno scudetto all’estero. Tanti anni dopo vincere i campionati diventerà una consuetudine per i vari Trapattoni e Ancelotti, che oggi detengono il record (assieme a Tomislav Ivic, Ernst Happel, José Mourinho ed Eric Gerets) di quattro titoli nazionali in quattro diversi paesi. L’ultimo allenatore italiano in ordine di tempo a conquistare un campionato nazionale all’estero è stato Fabio Cannavaro, che lo scorso dicembre con Guangzhou è arrivato primo nella Super League cinese per club. Ma è stato Mario Astorri cinquantatré anni fa l’uomo che ha dato il via a questa lunga tradizione di allenatori italiani vincenti fuori casa. Quando Mario arriva in Danimarca, trova un calcio che è ancora nel pieno della sua fase dilettantistica. Ai calciatori che firmano un contratto all’estero da professionisti è impedito di giocare in Nazionale. Soltanto nel maggio del 1971 gli “stranieri” iniziano a essere convocati nella selezione nazionale. Il primo torneo Pro in Danimarca è quello del 1978, in ritardo di anni rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale. Classe 1920, Astorri è stato un ottimo calciatore che ha toccato l’apice della sua carriera nell’immeditato dopoguerra. Nato in provincia di Piacenza, si è trasferito da bambino a Mestre con la famiglia. Qui ha esordito in prima squadra, segnando subito un gol e facendo intravedere la sua classe e il suo carattere. Poi un campionato nel Venezia in tempo di guerra e quindi a Schio, dove viene adocchiato dal presidente della Spal Paolo Mazza, uno dei migliori talent scout della storia del calcio italiano. Da Ferrara arriva nel 1946 alla Juventus. Esordisce con una doppietta e chiude il torneo con 17 gol in 23 partite, massimo realizzatore della squadra. Gioca da centravanti, in una formazione che ha in campo gente come Piola, Boniperti ed Ermes Muccinelli. È una bella Juve quella allenata da Renato Cesarini, arriva seconda dietro solo al Grande Torino. Ma è lo stesso Cé a cambiargli il ruolo. Non più al centro dell’attacco, ma laterale. Astorri pensa, per via di tutti i gol che ha realizzato, di essersi meritato la posizione centrale e preferisce così proseguire la carriera altrove. Continua a segnare prima con l’Atalanta e poi con il Napoli. Stefan Astorri è uno dei due figli maschi avuti da Mario con la bella sposa danese. Oggi fa il medico in un ambulatorio nei pressi di Copenaghen, la sua città. Da lì è felice di parlare del padre, morto nella capitale danese nel 1989. «Non ho mai sentito uscire dalla bocca di mio papà – racconta – giudizi negativi su nessun allenatore. Neanche su Cesarini. La Juventus ha sempre avuto un posto speciale nel suo cuore». Con i bianconeri i rapporti sono sempre rimasti ottimi. Karl Age Praest, due scudetti con la Juve negli anni 50, è stato un suo grandissimo amico. «Una volta alla settimana giocavano a tennis insieme ed era uno spasso vederli. Ridevano in continuazione». Ottimi amici gli erano rimasti anche a Mestre. Uno di questi si chiamava Attilio Pittarello, campione italiano dei 110 ostacoli nel 1942. Si erano conosciuti negli anni della Mestrina. I due di frequente si scrivevano cartoline oppure si telefonavano per ricordare i vecchi tempi in Veneto. «Mio padre – dice Stefan Astorri – si sentiva italiano al 110 percento e gli sarebbe tanto piaciuto ritornare a vivere nella nazione in cui era nato. Aveva avuto delle proposte dal Como e anche per allenare le giovanili della Juve, ma mia madre non voleva lasciare la Danimarca. Dell’Italia diceva sempre che era il Paese più bello al mondo, ma impossibile da capire. Leggendo i giornali italiani, intuisco che probabilmente è così anche ora». Dopo essere stato in odore di nazionale, il “Mago italiano” negli anni 70 si siede sulla panchina del KB, allora un club molto prestigioso. Qui vince un altro scudetto, il secondo della sua carriera. Allena Finn Laudrup in prima squadra, mentre il figlio Michael gioca nelle giovanili. Il padre è un buon giocatore, ma è il ragazzino a essere un fenomeno. Chiama allora il suo amico Boniperti per consigliargli il giocatorino, che nel frattempo ha esordito in prima squadra ed è passato al Brondby. Boniperti manda a visionarlo Cestmir Vycpalek, lo zio materno di Zeman, che nel 1946-47 giocava nella loro stessa Juventus. Al cecoslovacco basta poco per riconoscerne la classe innata e dà il suo assenso. Nel 1983 le negoziazioni e la firma del contratto avvengono proprio nel salotto di casa Astorri. Presenti il diciannovenne calciatore, il padre Finn, il manager del Brondby Per Bjerregard e la coppia Boniperti-Vycpalek. A sbirciare dalla cucina i due figli di Astorri. Sempre alla Juve segnala Preben Elkjaer Larsen, centravanti della Nazionale danese che gioca in Belgio e non si è ancora fatto conoscere al grande pubblico all’Europeo 1984 in Francia. La dirigenza fa altre scelte, Elkjaer va a Verona dove vince uno storico scudetto e per due anni si piazza sul podio del Pallone d’Oro. Stefan Astorri oggi nel suo ambulatorio conserva appese al muro delle foto del papà. Catturano l’attenzione dei pazienti seduti di fronte a lui. «Mi capita spesso di parlare con loro di calcio. Per un po’ si dimenticano pure dei loro problemi. Ne ho uno in cura, italiano ovviamente, che ricorda di avere visto mio papà dal vivo giocare nel Napoli». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/mario-astorri.html
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MARIO ASTORRI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Astorri Nazione: Italia Luogo di nascita: Cadeo (Piacenza) Data di nascita: 07.08.1920 Luogo di morte: Copenhagen (Danimarca) Data di morte: 03.12.1989 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 22.09.1946 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-3 Ultima partita: 22.06.1947 - Serie A - Venezia-Juventus 0-2 23 presenze - 17 reti Mario Astorri (Cadeo, 7 agosto 1920 – Copenaghen, 3 dicembre 1989) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Mario Astorri Astorri all'Atalanta a fine anni 1940. Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1957 Carriera Squadre di club 1939-1941 Mestre 26 (15) 1941-1942 Schio 26 (10) 1942-1943 Ferrara 21 (20) 1943-1944 Venezia 12 (10) 1945-1946 SPAL 19 (11) 1946-1947 Juventus 23 (17) 1947-1949 Atalanta 53 (13) 1949-1953 Napoli 88 (30) 1953-1954 Monza 19 (7) 1955-1957 Cenisia 38 (13) Carriera da allenatore 1957-1958 Meda 1958-1959 Falck & Arcore 1962 Horsholm 1965-1966 Køge BK 1967 AB 1968 Danimarca 1969 Hvidovre 1970 Holbæk 1974 KB 1978 Hellerup Carriera Giocatore Primi anni Astorri (accosciato, terzo da sinistra) alla SPAL nella stagione 1945-1946 Piacentino di nascita, Astorri cresce calcisticamente a Mestre, dove la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro. Esordisce nella Mestrina in Serie C, debuttando nel 1939 nella vittoria per 2-1 contro il Lanerossi Vicenza e segnando un gol. Disputa da titolare la stagione successiva fino a quando chiede di essere ceduto dopo essere stato fischiato dai tifosi per una prestazione deludente. Passa allora allo Schio, sempre in Serie C e quindi all'A.C. Ferrara, squadra che aveva da qualche anno sostituito la gloriosa SPAL, segnando 20 reti nel 1943 e vincendo la classifica dei marcatori di quel torneo di serie C. È al Venezia nel Campionato di guerra del 1944: nelle fasi iniziali del torneo mette a segno ben nove reti in una sola partita, contro il Rovigo, e gioca anche le due partite del girone finale per l'assegnazione dell'effimero scudetto di quell'anno. Rientra a Ferrara nel 1945 e nella squadra estense, che nel frattempo ha ripreso la tradizionale denominazione di SPAL, realizza 11 reti nel campionato di Serie B-C Alta Italia 1945-1946. Juventus Nel 1946 è alla Juventus, ceduto da Paolo Mazza, che lo aveva acquistato dallo Schio per poche migliaia di lire, per 2 milioni. Astorri alla Juventus nella stagione 1946-1947 Con i bianconeri gioca da centravanti, relegando Silvio Piola al ruolo di mezzala, e segna 17 reti: sesto miglior cannoniere della stagione, è protagonista delle prime due giornate del campionato in cui la sua squadra vince entrambe le volte per 3-1 con una sua doppietta, il 22 settembre 1946 nel successo esterno contro l'Atalanta e il 29 settembre 1946 nella vittoria casalinga contro l'Alessandria. Mette anche a segno una quaterna alla 17sima giornata, il 19 gennaio 1947 nella vittoria casalinga contro il Venezia per 7-3. Atalanta Nel 1947 lascia la Juventus, in contrasto con l'allenatore Renato Cesarini che lo vuole spostare nel ruolo di ala. Passa quindi all'Atalanta con cui inizia il campionato segnando alla prima giornata (il 14 settembre 1947) nella vittoria casalinga contro il Bari per 3-1: il primo gol, all'undicesimo, era stato segnato da Július Korostelev, appena ceduto anch'egli ai bergamaschi. A fine stagione si contano 9 reti, frutto tra l'altro di due doppiette, nella vittoria casalinga contro il Livorno per 3-1 (19sima giornata, disputata il 25 gennaio 1948) e nella vittoria casalinga contro la Lazio per 5-0 (32sima giornata, disputata il 2 maggio 1948). L'anno successivo segna solo 4 reti, tra cui una doppietta nella vittoria casalinga contro il Novara per 3-1, alla ventesima giornata, disputata il 9 gennaio 1949. Napoli e ultimi anni Nel 1949 viene ceduto al Napoli, allora in serie B, e contribuisce alla vittoria del campionato e quindi alla promozione segnando 8 reti. Nel campionato successivo (1950-1951) i gol sono 8, tra cui uno nella sconfitta in trasferta contro la Juventus per 3-2 (nona giornata, disputata il 5 novembre 1950), che contribuiscono a dare agli azzurri il sesto posto nella classifica finale della serie A. Va meglio la stagione successiva, sesto posto finale per la squadra e dodicesimo posto nella classifica cannonieri con 13 reti per lui, frutto anche di una doppietta nella vittoria in trasferta contro il Como per 4-2 (14sima giornata, disputata il 23 dicembre 1951), di un altro gol alla Juventus nella sconfitta in trasferta per 2-1 (nella gara del 30 dicembre 1951, 15sima giornata di campionato), di un'altra doppietta nella vittoria casalinga contro il Torino per 4-0 (28sima giornata, disputata il 6 aprile 1952) e di una terza doppietta nella vittoria casalinga contro il Como per 7-1, alla 33sima giornata, disputata l'11 maggio 1952, in cui segna i due gol nei primi tre minuti di gioco. L'anno successivo perde il posto da titolare, in seguito all'acquisto di Hasse Jeppson, e in tutta la stagione segna solo un gol, tra l'altro inutile, nella sconfitta per 3-2 contro il Novara. Chiude con il calcio professionistico giocando nel Monza in Serie B, dove segna 7 gol in 19 partite, e quindi milita per due stagioni nella formazione piemontese del Cenisia, terminando la carriera all'età di 37 anni. Allenatore Terminata la carriera di calciatore intraprende immediatamente quella di allenatore. Dopo aver guidato Meda e Falck Arcore, nel 1959 si trasferisce in Danimarca, su consiglio del suo ex allenatore Eraldo Monzeglio. Qui pubblica su un quotidiano di Copenaghen un annuncio con cui si offre come allenatore, ed esordisce su una panchina danese nel 1962 con l'Hørsholm, con cui ottiene la promozione in terza divisione. Nel 1965 passa sulla panchina del Køge BK, con cui ottiene la promozione nella massima serie, e vi rimane anche nel successivo campionato. Nel 1967 allena l'Akademisk Boldklub, con cui vince il campionato. Nel 1968 guida brevemente la nazionale danese, prima di tornare ad allenare i club. Siede sulla panchina dell'Hvidovre IF, con cui, pur disponendo di una formazione rimaneggiata, ottiene il quarto posto nel campionato 1969, e in seguito passa all'Holbæk B&I (in seconda divisione) e al Kjøbenhavns Boldklub, con il quale vince il campionato danese 1974. L'ultimo club che allena in Danimarca è l'Hellerup IK, al quale arriva nel 1978, quando la squadra militava nella seconda divisione danese, sostituendo Tom Søndergaard. Dopo il ritiro Rimasto in Danimarca, collabora con una ditta danese di prodotti sportivi occupandosi della distribuzione italiana. All'inizio degli anni 1980, inoltre, segnala al suo ex compagno di squadra Giampiero Boniperti il giovane talento danese Michael Laudrup. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Napoli: 1949-1950 Allenatore Competizioni nazionali Campionato danese: 2 - AB: 1967 - KB: 1974
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Čestmír Vycpálek - Calciatore e Allenatore
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CESTMÍR VYCPÁLEK Parco Stromovka è il suo campo preferito, i compagni di quartiere gli avversari più indomiti. Čestmír è un ragazzotto biondo e paffutello che trascorre interminabili ore nel cortile di casa a incantare compagni e avversari; palleggia col piede destro e col mancino fino all’esasperazione. Papà Premsyl, tifoso del grandissimo Slavia Praga lo costringe a seguirlo ogni domenica allo stadio Spartan e Čestmír comincia ad accarezzare sogni di grandezza calcistica.La strada non è facile: papà Premsyl vede in Cesto un futuro campione, mentre mamma Jarmila, invece, pretende la massima dedizione allo studio: «Ti dedicherai al pallone – gli impone – solo dopo aver superato l’Accademia Commerciale». Čestmír supera ogni anno a pieni voti le classi del ginnasio e quelle dell’Accademia Commerciale e, a diciassette anni, si ritrova con il diploma e il lasciapassare dei dirigenti dello Slavia per giocare in prima squadra.Ma, dietro l’angolo, c’è la guerra con i suoi orrori; Cesto è internato nel lager nazista di Dachau: «Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista, quello di Dachau. Solo chi c’è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. In quel campo, Hitler rinchiudeva i nemici della sua follia: ebrei, antinazisti, cittadini degli stati invasi dalla croce uncinata. Ed io sono cecoslovacco di Praga, dunque un nemico. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze, ripeto, può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla».Čestmír ritorna a fare meraviglie nello Slavia e i tecnici lo vogliono nella rappresentativa boema. Assomiglia molto, come tipo di gioco, al grande Giovanni Ferrari: ha una tecnica di primo ordine, gli occhi sempre sul campo e mai sulla palla, un ottimo controllo della stessa, una notevole visione di gioco e la capacità di valutare tutte le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicina all’area di rigore, può diventare pericolosissimo per il portiere avversario, perché Cesto sa tirare molto bene, con traiettorie precise e potenti. Allo Spartan è ospite la fortissima Jugoslavia; la partita si rivela un’epica battaglia fra autentici giganti. Finisce 1-1 per merito di Čestmír che, di testa, realizza uno splendido goal.La via della Nazionale è spianata; Vycpálek vi resterà per sette anni: «C’era l’entusiasmo e l’ardore dei vent’anni; era il periodo in cui ci si doveva battere per vincere, anche nello sport. E non era facile. La sconfitta più dolorosa la patii a Parigi; perdemmo 3-0 e per giorni, noi della Nazionale non avemmo pace. Fortunatamente, lo Slavia ripagava gli sportivi con partite e vittorie memorabili. Sono stato sei volte campione, dal 1939 al 1945. Allora mi sentivo un leone, ma erano altri tempi; il calcio era solo sport, diletto, passione».L’allora segretario della Juventus, Artino, e un certo signor Foresto, grande esportatore di vini piemontesi a Praga, che gestisce anche un avviatissimo night, mette gli occhi sulla coppia dello Slavia: Vycpálek e Korostelev. L’offerta è allettante; stipendio da sgranare gli occhi, un annetto in Italia in riva al Po, quindi ritorno a Praga. Breve consultazione con la dolce Hana, che intanto Cesto ha condotto all’altare, e partenza per l’Italia.Cesto esordisce in bianconero contro il Milan, il 6 ottobre 1946. Il presidente juventino è Piero Dusio, l’allenatore Cesarini. Nella formazione rossonera militano campioni come Tognon, Gimona, Annovazzi, Puricelli e Carapellese. Il Milan parte all’attacco e passa in vantaggio di due goal, marcatori Annovazzi e Tosolini. Ma, prima del riposo, un perfetto passaggio di Cesto a Candiani consente alla Juventus di accorciare le distanze. All’inizio della ripresa, però, Gimona realizza il terzo goal per il Milan. Juventus decisissima a rimontare con un Vycpálek in grande evidenza, sempre assecondato dal compagno Korostelev, velocissimo sulla fascia sinistra. Alla mezzora Korostelev effettua un cross, Piola opera un perfetto assist di testa per Cesto che mette in rete. Cinque minuti dopo, sullo slancio, Magni sigla il goal del 3-3.Vycpálek ricorda con grande nostalgia quel suo campionato: «Eravamo una grossa squadra, una pattuglia di amici ed anche di grandi calciatori. Il tasso tecnico di tutti era elevato. Prova ne sia che la Juventus tenne testa, per quasi tutto il campionato, a una formazione eccezionale come quella del Grande Torino: i granata vinsero lo scudetto, ma noi finimmo al secondo posto, precedendo uno strepitoso Modena, il Milan e il Bologna».Vycpálek resta bianconero solamente quella stagione, dove totalizzerà ventisette presenze con cinque goal. Il trasferimento a Palermo vede la definitiva consacrazione di Vycpálek come giocatore, e diventa l’idolo della Favorita. In Sicilia nasce anche il figlio, Cestino, che perirà tragicamente nell’incidente aereo di Punta Raisi: «Il presidente Agnelli mi cedette al Palermo per devozione: lui e il principe Lanza, presidente del club rosanero, erano grandi amici ed io ci andai di mezzo. Considerai quel trasferimento l’ennesimo scherzo del destino, non potevo certo immaginare che, a Palermo, cominciava la mia vera carriera di giocatore».Armando Correnti, ex portiere, nonché osservatore della Juventus, lo conosceva bene: «Conobbi Cesto alla Favorita in un pomeriggio di sole; era rimasto in campo, per perfezionare ancora di più la sua tecnica. Io giocavo nel Siracusa, in Serie B, ed ero nel pieno di una più che onesta carriera, ma lui era un’altra cosa: lui era un vero fuoriclasse. Cesto fece grande il Palermo da giocatore, ma gli regalò anche una travolgente promozione da allenatore».Ventiquattro anni nella cornice incantevole della Conca d’Oro, le tiepide, profumate sere trascorse sulla spiaggia di Mondello, il dialetto dolce ed esotico del siculo boemo, sono i ricordi più belli del suo lungo soggiorno siciliano. Nell’estate del 1952 torna al Nord portando Mondello e la Sicilia nel cuore. A Parma, sua città di destinazione, chiude la carriera giocando addirittura più stagioni, più partite e più goal: sei contro cinque, 151 presenze contro 143, ventotto gol contro ventitré. Il Parma di allora era una squadra che faticava a sopravvivere, sia in Serie C sia in B. Cesto contribuì a una storica promozione in B nel 1954 che ancora oggi, a Parma, ricordano come la prima grande impresa del dopoguerra. Quel Parma era guidato da un presidente, Agnetti, detto lacrima facile per i suoi accorati appelli. «Vissi a Parma un periodo bello e sereno. Abitavo in Via Villa, in fondo a Viale Solferino, frequentavo il bar Garden in centro. Quattrini? Pochi. Un giorno, nella mega festa di Villa Bocchialini, il presidente mi regalò un prosciutto. Me lo misi sottobraccio incurante di rovinare la giacca».Vycpálek inizia la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui si fece in seguito raggiungere dalla sua famiglia dopo l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa, durante la Primavera di Praga. Il Palermo ottiene il secondo posto nel campionato di Serie B e viene promosso nella massima serie. La stagione successiva non è molto felice e viene esonerato il 15 maggio 1960, poco ore prima dell’inizio di Inter-Palermo, per decisione del segretario Totò Vilardo. Dopo il Palermo, guida altre squadre minori, tra cui Siracusa, Valdagno e Juve Bagheria. Nell’estate del 1970 si trasferisce a Mazara del Vallo, cittadina siciliana nella quale gioca l’omonima squadra di Serie D. Nel dicembre del 1970, il Mazara è sconfitto in casa dalla Nuova Igea e Cesto viene mandato via quasi a furor di popolo.Da Torino squilla il telefono: la Juve, primo amore, non si può scordare. Cesto ritrova gli amici di un tempo, ricomincia da capo, ma questa volta da allenatore del settore giovanile, per insegnare l’arte della pedata agli allievi che hanno i suoi stessi sogni di un tempo. Nella stagione 1970-71 la Juventus assume come allenatore Armando Picchi: ma l’ex libero dell’Inter, dopo pochi mesi di lavoro, è costretto ad abbandonare a causa di un male incurabile. Boniperti si guarda intorno e non dimentica il vecchio amico con il quale aveva giocato nella stagione 1946-47 e che si stava occupando del settore giovanile bianconero.Cesto prende le redini della prima squadra e ottiene risultati grandiosi. Dopo il quarto posto di quella stagione, il 1971-72 è l’anno di Cesto il boemo. Una stagione che vale una vita, un romanzo a puntate con dentro un po’ di tutto. Con il giovane Bettega nei panni dello stoccatore e il vecchio Salvadore a fare il guardiano del forte, Cesto allestisce una squadra spettacolare quando serve e molto, molto concreta quando conta solo il risultato. Quando poi Bettega si ferma per un serio malanno, l’allenatore boemo convince Haller a fare la seconda punta al fianco di Anastasi e questo è il suo capolavoro tattico.Juventus campione, un punto in più del Torino risorto, del Milan e del Cagliari. L’anno dopo, il bis ancora più eclatante, con Zoff in porta e Altafini uomo della provvidenza. Sensazionale, perché abbinato alla prima, seria cavalcata europea dei bianconeri, che giungono ad un passo dalla Coppa dei Campioni. Vycpálek, primo allenatore dei tempi moderni eppure antico nel suo modo molto romantico di intendere il calcio, dopo aver sfiorato il tris, beffato dalla Lazio di un altro tipo saggio come lui, Maestrelli, cede il posto a Carlo Parola e si rende ancora utile come osservatore.VLADIMIRO CAMINITIIn pochi mesi di Palermo, Čestmír di Praga diventò Cesto, si fece largo da stretto e giocava con paciosa serenità, esprimendo grazia tecnica e rotondità di anca. Prima di lui al Palermo le mezzeali arronzavano, non avevano dimestichezza con la classe, non avevano garbo, non avevano cultura. Facevano tutto presto e male. Cesto sapeva fare bene e con comodo, per il godimento della plebe, tutti dovendosi beare del suo gioco danzato, stile Slavia di Praga. Da Praga, appunto, arrivava, anzi da Torino, dopo un campionato alla Juventus in compagnia dell’ala sinistra di Bratislava Korostelev detto costoletta, uno sempre affamato, anche di goal; da Praga via Dachau, otto mesi di campo di concentramento ansimando in attesa della fine, negli occhi la fame trista di quando si è persa la dignità per le malvagità del prossimo.Appena finita la guerra, la Juventus cercava una mezzala e un’ala, le frontiere erano state aperte all’assemblea straordinaria delle società di Firenze nel maggio quarantasei, così (contrattati dal segretario bianconero Secondo Ardilo) sbarcarono a Torino questi due torni, Vycpálek con le guance essiccate sotto un cappellone, Korostelev meglio in arnese e deciso a fare grandissimi goal pur di mangiare e divertirsi. E cominciarono, infatti, a mangiare; pranzi che cominciavano e non finivano; cambiando ristorante due volte al dì; poi riprendendo a mangiare in pensione; e in campo ringraziando a suon di goal, Vycpálek, quel campionato alla Juve, segnò cinque volte, Korostelev quindici, a ogni goal Čestmír produceva lo scatto più interessante della partita e andava a congratularsi, abbracciando lo spilungone con molta effusione, dandogli appuntamento al ristorante per un’altra colossale sbafata.Dopo pochi mesi di Palermo oltre a diventare Cesto diventò anche uno dei padroni effettivi della città, pesce carne e ogni vettovaglia gli venivano spediti in albergo con reiterati omaggi e benedizioni, consapevole di essere in paradiso si distese sulla sabbia e cominciò a godersi il sole dell’estate di Mondello, preoccupandosi di risparmiare qualche liretta, proprio per fabbricarsi un villino, per quando sarebbe finita la cuccagna. La generosità della gente e del posto aveva tramutato Vycpálek in un palermitano verace. Anche Hana la moglie era felice, una ventata di generosa prolissità avvolgeva la squadra, il presidente, principe Raimondo Lanza di Trabia, scarmigliato con occhi celesti e balletti, sempre in camicia di seta e brache bianche, sempre un po’ tocco di whisky si diceva pronto a comprare tutto per il Palermo, e comprava infatti, semplicemente con una telefonata, l’allenatore era un omone roseo e focoso, bambino e vecchio, veneto di nascita ma internazionale, che parlava di calcio come se lo avesse scoperto lui: Gipo Viani. L’altro fuoriclasse della squadra era un fuoriuscito danese biondissimo e perdi-giorno, che non andava a letto mai prima delle tre, standosi con il principe Lanza.Furono cinque campionati al Palermo dal 1947 al 1952, dopo l’unico alla Juve (1946-47), cogliendo moltissime soddisfazioni in terra, ogni tipo di beatitudine appartenendogli in quanto straniero, in quegli anni l’Italia essendo di tutti meno che degli italiani, i quali assistevano con giubilo al giubilo altrui, lo assecondavano allegramente, mentre il partito che era al potere, guidato da un uomo macerato e triste, Alcide De Gasperi, applaudiva con gratitudine. Infatti senza il grano degli americani non avremmo archiviato la guerra tanto facilmente. Il bandito Giuliano a Montelepre per un pugno di farina sparò sui carabinieri; cominciò la sua guerra di morto di fame alla legge e la stava vincendo, dovettero contrattarlo come si fa con un capo, promettendogli una divisa di generale della Sicilia unita all’America, invece in un agguato ordito da quell’uomo dal cuore di pietra di Scelba lo accopparono come un figlio di cane e lo buttarono in un cortile a Castelvetrano, nudo come Cristo quel povero senza arte né parte, seppellendolo tra i salamelecchi e i discorsi perché avevano liberato il paese da un pericoloso e cinico malfattore.Vycpálek nel 1952 chiuse col Palermo e andò a giocare a Parma, amando molto la musica e in special modo Verdi che è di quelle parti, furono altri sei campionati indimenticabili, con sublimi mangiate, dopo di che Cesto pesava alquanto e decise di cominciare la carriera di allenatore sul posto, avendo sempre avuto il tempo di osservare, in campo, uomini e gioco, aveva le idee chiare, così ritornò al Palermo dei dolci amori proprio come allenatore e la squadra fu promossa in A. L’allenatore Vycpálek appartiene alla categoria dei padri di famiglia con sale in zucca; pure, i turbamenti del factotum rosanero Totò Vilardo mal disposto a sopportarne l’intelligenza tecnica, posero fine all’idillio, Cesto, un po’ avariato, nella crisi dei quarant’anni, cominciò a vagare da Siracusa, dopo una parentesi a Valdagno, ancora a Palermo, Juventina di Palermo, Mazara del Vallo, l’impolverato entroterra di un calcio zeppo di pietre, era un uomo avvilito anche con se stesso, beveva molto. E con un aspetto trasandato da una profonda disperazione, accostò a Zagarella nella primavera del 1970 l’amministratore delegato della Juventus Giampiero Boniperti all’inizio del suo mandato, chiedendogli un posto. Ottenne promessa che fu mantenuta pochi mesi dopo. Vycpálek fu assegnato dalla Juventus alla cura delle promesse bianconere in collegio a Villar Perosa e ritornava a Torino, con la moglie Hana e i figli Cestino e Daniele.1971. La malattia di Picchi ispirò Boniperti di fare uscire dall’ombra il pacioso boemo latte e miele. Era duro anzicchenò per Cesto, alla guida della Juventus, sedersi sulla panchina più illustre d’Italia, con Boniperti alle spalle che tanto si prendeva tutta la gloria facendo tutto lui, con una squadra piena di malandrini, Haller, Causio, Anastasi, Marchetti, ma le esperienze della vita e degli uomini lo avevano cambiato, morì Picchi ma la squadra nomata Juventus aveva l’ideale continuatore, né trascinatore né condottiero, uno stratega sorridente che manovrava le carte in ritiro a Villar Perosa da mafioso siculo, che sapeva usare paroline graziosissime per scuotere o pungolare, grasso roseo ballonzolante davanti alla truppa negli allenamenti condotti con altissimo senso della misura. I ragazzi si divertivano, lo presero in simpatia, Boniperti lo confermò alla guida tecnica della squadra e ne fu compensato: quest’uomo che non rifiutava mai un’intervista e non faceva dramma di niente, era Campione d’Italia con la squadra.Il campionato successivo (1971-72), nonostante la malattia di Bettega nella fase culminante e la morte del suo adorato figliolo Cestino andato a schiantarsi con tutti i passeggeri di un aereo di linea contro un costone della catena di montagne del palermitano. Forse, tanta tragedia aveva la sua parte nell’appiattirsi del suo spirito; la squadra da lui guidata rivinceva ancora (1972-73) sfruttando i goal di Altafini e il dramma del Milan a Verona e nel campionato seguente perdeva un po’ di smalto, Boniperti, contraggenio, per saziare la plebe, lo sostituiva con Parola. Doveva rivelarsi un errore. La squadra rivinceva (1974-75), ma si logorava e smarriva. La modernità di Vycpálek, apparentemente re travicello, è nella sua cultura tecnica e umana, il suo alato ottimismo, la sua dolcezza dialettica, una squadra di professional negli anni Settanta non potendosi guidare soltanto coi giri di campo. A parte che Cesto anche i giri di campo sapeva dosare con acume. Un allenatore vero. FRANCO MONTORRO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2002È tornato a incontrare suo figlio Cestino nel giorno del trentennale della sua scomparsa. E ci ha lasciati più soli proprio nel giorno in cui la Juventus vinceva uno scudetto alla sua maniera: come quel 20 maggio 1973, all’Olimpico, la freccia del sorpasso all’ultima giornata. Due coincidenze che aumentano la commozione per la scomparsa di Čestmír Vycpálek, Cesto per tutti, l’allenatore di due scudetti consecutivi, nel 1972 e nel 1973, ma prima ancora calciatore bianconero per una stagione.Un uomo e un allenatore indimenticabile e al quale la Juventus deve moltissimo. Come ci spiegano, confermano, svelano due grandi personaggi che insieme a lui e grazie a lui hanno scritto pagine indimenticabili della leggenda bianconera. «È stato il mio allenatore per quattro anni, nel corso dei quali abbiamo conquistato due scudetti e raggiunto due finali internazionali – ricorda Roberto Bettega – Vycpálek prese in mano la Juve nel periodo della rivoluzione o per meglio dire in partenza di un progetto di crescita e di costruzione di una squadra che fu poi protagonista di quindici anni strepitosi. Arrivarono tanti giovani: il sottoscritto, Landini, Capello, Danova. E Picchi prima e Vycpálek dopo furono bravissimi a integrarli con gli anziani: Salvadore, Haller, Morini. Eravamo una squadra giovane, intesa come gruppo, ma avevamo messo le radici per una pianta rigogliosa. Io, poi, gli devo molto. Quando nel corso della seconda stagione mi ammalai, lui per primo mi fu vicino in quel momento così delicato facendomi capire che mi avrebbe aspettato, che non mi avrebbe messo né fretta né pressione. Mi fu di grandissimo aiuto. Era un uomo che sapeva trasmettere la sua positività. Ricordo che nell’intervallo della famosa partita dell’Olimpico, ci disse: “Oggi il Milan perde a Verona, la Lazio pareggia a Napoli, noi vinciamo lo scudetto e ci abbracciamo in mezzo al campo”. Lo guardammo con un’aria un po’ strana, e in coro ripetemmo: “Sì, mister, ci abbracciamo in mezzo al campo”, come a dire: per salutarci che il campionato è finito. Ma alla fine ebbe ragione lui. Quelle parole mi sono rimaste impresse, perché erano la dimostrazione di quanto ci credesse. Proprio nel giorno della sua scomparsa, 5 maggio 2002, la Juventus ha vinto uno scudetto che, per com’è stato conquistato, ha moltissime affinità con quello di allora. Ed è stato probabilmente la maniera migliore, da parte nostra, per salutarlo».Capitano di quella Juventus di Vycpálek era Beppe Furino. Anche per lui il nastro dei ricordi parte da quel Roma-Juventus dell’Olimpico. «Eravamo all’intervallo, sotto di un goal e le sue parole ci caricarono. Al goal di Spadoni replicò Altafini, quasi allo scadere Cuccureddu e fu scudetto: come aveva previsto lui, Vycpálek. Io ricordo la sua disponibilità e la sua umiltà, doti che fecero presa su tutta la squadra e che gli permettevano di fronteggiare quasi con filosofia una squadra composta da grandi personalità. Lui seppe creare un’armonia indimenticabile. Io ero legato a lui da grande stima, non solo per le sue doti umane ma anche per le sue conoscenze tecniche. In tutti i sensi, un grande allenatore».Il legame con la Juventus non si era mai allentato nel corso degli anni, visto che dopo l’esperienza diretta in panchina Cesto ha continuato a operare per il club bianconero, a livello dirigenziale come per l’attività di osservatore. Insomma, una juventinità a 360 gradi come il secondo figlio Daniele ha tenuto a sottolineare. Non prima di aver messo in chiaro un ultimo aspetto relativo alla vicenda terrena di suo padre e aver affidato a “Hurrà Juventus” il compito di dissipare alcune voci malevoli. «Ho letto critiche gratuite e assurde alla Juventus per l’assenza di suoi rappresentanti al funerale di mio padre – ha spiegato Daniele Vycpálek – e voglio dire che non ci sono assolutamente colpe, da parte loro. Io stesso, che ero a Torino per preventivare un intervento chirurgico che avrebbe dovuto subire da lì a poco, domenica, ho avuto grosse difficoltà a rientrare a Palermo, dove solo nel pomeriggio di lunedì è stata stabilita la data delle esequie. In queste condizioni, nessuno avrebbe più potuto farcela a raggiungere in tempo la Sicilia. Questo è giusto che si sappia, com’è doveroso che io ringrazi la Juventus tutta per com’è sempre stata vicina a mio padre e per come lo è alla sua famiglia adesso. Il resto, ripeto, sono solo cattiverie. Mio padre era juventino dentro già nel 1946, quando arrivò in Italia e lo è rimasto per sempre. La sua vita si è completata nella Juventus, lui era uno della famiglia Juventus. Ma ha avuto anche la fortuna di essere rispettato, sempre, dai tifosi di qualsiasi altra squadra, che riconoscevano in lui soprattutto un uomo leale, un uomo di sport. Di ricordi su di lui, legati alla Juventus, ne ho parecchi, ovvio. Ma qui e ora mi piacerebbe ricordarlo nel suo impegno di osservatore, forse l’aspetto meno noto della sua attività, eppure una delle più importanti, per tanti anni, per la Juventus. Grazie al suo fiuto, al suo talento, anche in tempi recenti sono arrivati a Torino giocatori importanti. E anche per questo la società gli è sempre stata vicina, gli è sempre stata grata».Juventino a vita, Čestmír Vycpálek ha scelto di lasciare la Juventus in uno dei giorni più belli della storia bianconera. E lo ha fatto in punta di piedi, lievemente, quasi come se fosse turbato all’idea che la notizia della sua scomparsa sarebbe stata data fra una domenica e un lunedì di fine campionato. Ma il destino, nell’ombra che ha rattristato la grande festa bianconera dopo Udine, ci ha concesso un’ultima cortesia, per quello che riguarda una straordinaria impresa della Juventus, tanto simile alla sua di ventinove anni fa, al punto da farcelo ricordare meglio nel giorno dell’addio. Per uno scudetto vinto come lo aveva saputo vincere Vycpálek, di rincorsa e allo sprint, e per ricordare come, prima e dopo quel tricolore, noi tutti dobbiamo ringraziare Cesto e ricordarlo come uno dei più grandi.Addio, Cesto, ovunque tu sia, lassù in cielo. Dove sei arrivato con già un ventiseiesimo scudetto che era anche tuo. E che tutti noi, ricordando la tua figura e la tua opera, ti dedichiamo con affetto e riconoscenza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/cestmir-vycpalek.html -
Čestmír Vycpálek - Calciatore e Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
CESTMÍR VYCPÁLEK https://it.wikipedia.org/wiki/Čestmír_Vycpálek Nazione: Cecoslovacchia Luogo di nascita: Praga Data di nascita: 15.05.1921 Luogo di morte: Palermo Data di morte: 05.05.2002 Ruolo: Centrocampista e allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: Cesto Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 06.10.1946 - Serie A - Milan-Juventus 3-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 27 presenze - 5 reti Allenatore della Juventus dal 1970 al 1974 157 panchine - 79 vittorie 2 scudetti Čestmír Vycpálek (Praga, 15 maggio 1921 – Palermo, 5 maggio 2002) è stato un allenatore di calcio e calciatore cecoslovacco, di ruolo centrocampista. Čestmír Vycpálek Vycpálek alla guida della Juventus negli anni 1970 Nazionalità Cecoslovacchia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1958 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Squadre di club 1939-1941 Slavia Praga 11 (7) 1941-1942 Židenice 19 (19) 1942-1943 Slavia Praga 36 (15) 1943-1944 Nitra ? (?) 1944-1946 Slavia Praga ? (14) 1946-1947 Juventus 27 (5) 1947-1952 Palermo 143 (28) 1952-1958 Parma 151 (28) Carriera da allenatore 1956-1958 Parma 1958-1960 Palermo 1960-1961 Siracusa 1962-1964 Marzotto Valdagno 1964-1965 Palermo Giovanili 1965-1967 Juventina Palermo 1969-1970 Mazara 1970-1971 Juventus Giovanili 1971-1974 Juventus Biografia Il padre Přemysl vedeva in lui un grande campione, e da grande tifoso dello Slavia Praga, ogni settimana lo portava allo stadio "Spartan". La madre Jarmila voleva che il giovane concludesse gli studi. Čestmír superò le classi del ginnasio e quelle dell'Accademia Commerciale e a 17 anni ebbe diploma e lasciapassare dei dirigenti dello Slavia Praga per giocare nella prima squadra. Nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, Čestmír fu deportato nel campo di concentramento di Dachau ove passò otto mesi in condizioni estreme. Morì la mattina del 5 maggio 2002, il giorno in cui la Juventus vinceva il 26º scudetto e in cui, trent'anni prima, era perito un suo figlio (nato a Palermo) nell'incidente aereo del volo Alitalia 112. Era lo zio materno di Zdeněk Zeman e veniva soprannominato informalmente Cesto. Si era stabilito a Mondello una volta chiusa la carriera sportiva. È sepolto a Palermo. Nel 2014 il Comune di Palermo ha rinominato "Vycpálek" il piazzale antistante lo stadio Renzo Barbera. Caratteristiche tecniche Giocatore Vycpálek in acrobazia con la maglia del Palermo Giocava come centrocampista, in particolare mezzala destra, e possedeva una buona visione di gioco. Giocatore di classe, aveva un carattere forte, trascinatore, da leader. Assomigliava come tipo di gioco a Giovanni Ferrari: aveva un'ottima tecnica, un eccellente controllo di palla e una buona visione di gioco e la capacità di valutare le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicinava all'area di rigore diventava molto pericoloso per gli avversari perché era dotato di un tiro molto potente e preciso. Allenatore Era bravo a valorizzare i giovani. Carriera Giocatore Club Vycpálek (a sinistra) e Silvio Piola alla Juventus nella stagione 1946-1947 Iniziò a giocare con lo Slavia Praga. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel corso della quale fu anche internato a Dachau, nel 1945 impressionò positivamente i tecnici dello Slavia Praga che lo rivollero nella rappresentativa boema. Il segretario generale della Juventus Artino era rimasto a sua volta colpito dalla coppia dello Slavia Praga Vycpálek-Korostelev: il duo accettò l'offerta della squadra torinese, divenendo entrambi i primi calciatori stranieri della squadra bianconera nel secondo dopoguerra. Vycpálek debuttò con i piemontesi il 6 ottobre 1946 nella classica contro il Milan: anche grazie alle sue prestazioni la Juventus rimontò da 3-1 a 3-3, e lo stesso calciatore cecoslovacco segnerà la rete del momentaneo 3-2. Vycpálek giocò a Torino soltanto la stagione 1946-1947, collezionando 27 presenze e 5 reti, dopodiché passò al Palermo, all'epoca in Serie B. Con il club siciliano, dove rimase per cinque stagioni, vide la definitiva consacrazione, centrando la promozione in Serie A già alla prima (1947-1948) e divenendo capitano della squadra: così facendo, diventò il primo straniero ad aver ricoperto questo ruolo in un campionato italiano di massima serie. È stato anche il primo calciatore straniero del Palermo a segnare una tripletta in Serie A, nella partita del 23 ottobre 1948 vinta per 3-0 sulla Roma; tale record sarà poi eguagliato il 14 novembre 2010, in un 3-1 al Catania, dall'argentino Javier Pastore. Vycpálek (in piedi, al centro) capitano del Parma nel campionato 1956-1957 Nella stagione 1952-1953 si trasferì al Parma con cui rimase per sei anni, ottenendo anche in Emilia i gradi di capitano, e ricoprendo inoltre dal 1956 il doppio ruolo di giocatore-allenatore prima di terminare la carriera agonistica nel 1958. Nazionale Giocò una partita non ufficiale con una selezione boema, allo stadio "Spartan", contro la Jugoslavia: Vycpálek realizzò un gol di testa e la partita si concluse sull'1-1. Allenatore Vycpálek iniziò la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui fece in seguito trasferire la sua famiglia dopo l'occupazione della Cecoslovacchia da parte dell'Armata Rossa durante la primavera di Praga. Al termine della stagione 1958-1959, il secondo posto raggiunto nel campionato cadetto valse la promozione rosanero in Serie A. Venne poi esonerato dalla panchina palermitana il 15 maggio 1960, poche ore prima della trasferta sul campo dell'Inter (3-3), per decisione dell'allora segretario Totò Vilardo. Da sinistra: gli juventini Morini e Salvadore in allenamento al Campo Combi nel 1972 agli ordini del tecnico Vycpálek. Oltre ai rosanero, in questa fase della carriera guidò anche il Siracusa in Serie C, nel campionato 1960-1961, con cui mancò la possibile promozione in Serie B solo nelle ultime giornate, e il Marzotto Valdagno, sempre in terza serie, per il biennio seguente. Dopo un altro periodo in cui ritornò al Palermo, stavolta in qualità di tecnico del settore giovanile, nel 1965 prese le redini della Juventina Palermo, società all'epoca presieduta da Renzo Barbera e militante nel campionato siciliano di Prima Categoria, con cui l'11 giugno 1966 ottenne la promozione in Serie D vincendo lo spareggio intergirone contro la Provinciale di Messina (2-0). Guidò la squadra biancazzurra anche nella stagione successiva, ottenendo una salvezza tranquilla, e in seguito allenò il Mazara nel campionato 1969-1970. Nel dicembre 1970, dopo essere stato esonerato dalla società mazarese, ritornò alla Juventus grazie anche a un incontro a Bagheria col suo vecchio amico e compagno di squadra Giampiero Boniperti, a quei tempi presidente del club bianconero. Divenuto allenatore delle giovanili juventine, l'anno seguente Vycpálek, dopo l'improvvisa morte di Armando Picchi, fu promosso alla guida della prima squadra. Il cecoslovacco rimase tecnico dei torinesi per il successivo triennio, vincendo due scudetti consecutivi nelle stagioni 1971-1972 e 1972-1973, disputando poi nel 1973 le finali di Coppa dei Campioni e Intercontinentale. Nell'annata 1971-1972 ricevette inoltre il trofeo Seminatore d'oro, unico allenatore non italiano, insieme allo svedese Nils Liedholm, a essere stato insignito con tale riconoscimento. Nel 1974 lasciò la panchina bianconera a Carlo Parola, rimanendo negli anni seguenti nell'organigramma della Juventus in qualità di osservatore. Palmarès Giocatore Club Campionato ceco: 3 - Slavia Praga: 1939-1940, 1941-1942, 1942-1943 Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Campionato italiano Serie C: 1 - Parma: 1953-1954 Allenatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973 Individuale Seminatore d'oro: 1 - 1971-1972 -
FRANCESCO GROSSO La Juventus – scrive Sergio Barbero su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1980 – ha forse il torto – per la critica – d’essere stata la più bella ed elegante regina nella storia del calcio. Ma la sua storia e un insieme di severità e raffinatezza che si beve d’un fiato come un bicchiere di champagne. I racconti passano attraverso vecchie contrade torinesi che hanno visto il nascere di talenti colmi di finezze ma con il grande pregio della praticità. In una di queste contrade, per esempio, nella cara ‘Barriera ‘d Milan’ – mensa popolare della Torino più vera -, è nato Francesco Grosso, attuale allenatore della Primavera bianconera, che in questi giorni festeggia i vent’anni di lavoro nel settore giovanile Dunque una vita, durante la quale ha contribuito con ritmo quasi mitragliante al rigoglioso sviluppo di quella regina di cui dicevamo poc’anzi. I ragazzi usciti dalla sua scuola sono stati, e parecchi lo sono tuttora, un coro gradevolissimo che affolla il massimo palcoscenico del calcio. Con Grosso parliamo di questi suoi «vent’anni» nell’ameno salotto di Galleria San Federico. Mister, dovrebbe raccontarsi... «Alla Juventus arrivai intorno agli Anni ‘40. Allora giocavo nei “biberon” dell’ “Eridano”. Mi portò qui un certo Volpato, che aveva compiti di accompagnatore. Cominciai con i ragazzi, poi con le riserve fino all’esordio in A che avvenne a Firenze nella stagione 1940-41. Una giornataccia... Pensi che a mia madre avevo detto di ascoltare la radio... Perdemmo per 5-0 e quando tornai a casa mi disse: ma hai giocato? Guarda che alla radio il tuo nome proprio non si è sentito!». – Come ricorda il Grosso giocatore? «La mia era la Juventus dei Borel, dei Colaussi e dei Rava. Io giocavo mezz’ala, anche se nei ragazzi facevo il centromediano metodista, in prima squadra il ruolo era di Parola. Anzi, io e Parola esordimmo assieme. In pratica facevo il centrocampista, penso di essere stato tecnicamente valido, forse il mio handicap era il fisico, pesavo 62 kg! Avevo 18 anni... Oggi ci sono ragazzi che a questa età girano attorno ai 75/80 kg... Comunque, tecnicamente me la cavavo bene. Ricordo ancora le parole di Cesarini: mi definì, sotto questo aspetto, uno dei migliori giocatori». – Fra i compagni con i quali ha giocato, chi ricorda con maggiore simpatia? «Soprattutto Rava. Era un piacere giocare assieme a lui: ti dava sicurezza, anche in caso di errori sapevi che dietro avevi una garanzia. Eppoi Parola... Ecco, con Rava e Parola ero molto affiatato». – Una partita indimenticabile? «Più che una partita, direi che la stagione 1946-47 è stata per me veramente indimenticabile. A Vicenza, a Roma e Genova infilai una serie di prestazioni bellissime, ero sempre fra i migliori in campo. Quell’anno ero appena rientrato dal prestito al Casale, dove avevo trascorso tutto il periodo della guerra». – Come è arrivato al settore giovanile della Juventus? «Dopo la Serie A con la Juve, avevo militato ancora nell’Empoli e nello Stabia, in B, che incredibilmente fece fallimento! Passai quindi alla Valenzana con compiti di giocatore-allenatore, poi Rava mi chiamò a Padova: lui era l’allenatore ed io gli facevo da secondo. Fu a quel punto che mi chiamò di nuovo la Juventus: eravamo nella stagione 1959-60, vent’anni giusti giusti...». – Dal dopoguerra a oggi, secondo lei, cosa è cambiato nel calcio? «C’è stata una grossa evoluzione. Gli allenamenti diventano sempre più scientifici, il ritmo è superiore, c’è stato un totale cambiamento di tattiche. Sicuramente in passato abbiamo avuto giocatori validissimi, si vedevano anche più gol, però non saprei dire quanti di quei giocatori potrebbero giocare nel campionato attuale e rendere alla stessa maniera. Adesso si viaggia a una incredibile velocità. Basta dire che ai miei tempi si giocava con spazi di 20/30 metri a disposizione e quando facevi un lancio di 50 trovavi quasi sempre la tua ala libera!». – Molte volte voi che operate nel settore giovanile, avete precisato l’inesattezza del termine «allenatore», definendovi viceversa «istruttori». Ecco, qual è il vero significato in merito oppure quello che in realtà date al vostro lavoro? «Io direi che siamo allenatori, istruttori e educatori, particolarmente in una società come la Juventus dove esiste una certa disciplina. Non è sufficiente saper correggere i ragazzi a parole: bisogna prima di tutto dare esempi pratici. Ecco perché siamo anche educatori. Mentre invece durante gli allenamenti siamo istruttori e quindi allenatori durante la partita della domenica». – Cosa ritiene di aver portato nel calcio giovanile? «Ho avuto occasione di girare l’Europa quando facevo l’osservatore per la prima squadra, per cui ho imparato diverse cose. Inoltre, sono stato accanto a quel grande maestro che era Sturmer. E proprio da Sturmer ho appreso quelle idee sulla tecnica individuale cercando poi di aggiornarle. Le mie esperienze all’estero, tra l’altro, mi hanno permesso la conoscenza di moduli diversi di gioco. Per esempio, la Primavera applica un modulo inglese. Con questo non è che copiamo gli inglesi: semplicemente cerchiamo di imitarne la sostanza». – Ha mai pensato di fare il grande salto? Magari una panchina di B o di C... «No. Le occasioni non mi sono certo mancate, particolarmente in C, però non ho mai pensato di muovermi da Torino. Questo perché sto benissimo dove sono e poi perché devo anche rispettare alcune esigenze familiari». – Come giudica i «suoi» giovani? «Sono tutti elementi validi. Direi che cinque o sei di loro arriveranno sicuramente al professionismo». – Durante questi vent’anni di lavoro, qual è il ragazzo che le ha dato maggiori soddisfazioni? «Più che a me personalmente, ci sono stati giovani che hanno dato grosse soddisfazioni al settore giovanile della Juventus. Il nostro è un lavoro di gruppo: e da questo gruppo sono usciti tutti i migliori del campionato. Mi pare sia sufficiente ricordare i Bettega, i Rossi, gli Zanone, lo stesso Danova del Torino, e via dicendo». – Che cosa le piace e che cosa l’infastidisce della sua professione? «Mi piace tutto! Tant’è che vorrei continuare ancora per altri vent’anni... È la mia vita... ma purtroppo manca poco alla pensione. Mi infastidiscono invece quegli allenatori che criticano i propri giocatori: con certi atteggiamenti i ragazzi vengono spersonalizzati. Io dico che la prima cosa che un allenatore deve fare è insegnare, attraverso l’esempio, l’educazione in campo». – Lei è ottimista sul futuro del calcio italiano? «Nel calcio italiano ho fiducia, però ne avrei ancora di più con gli stranieri. Un aiuto esterno sarebbe un modo valido per riportare il calcio allo spettacolo che oggi vediamo in declino per un tatticismo esasperato». – Chi sarà il giovane degli Anni ‘80? «Io punto su Marocchino». – Quale deve essere la dote fondamentale per un calciatore? «Innanzi tutto una buona base tecnica accompagnata da fisico adeguato. Naturalmente, questo, comprende anche intelligenza e un certo carattere». – Ascolti: la Primavera, quest’anno, è stata messa fuori dalla Coppitalia e dal «Viareggio», mentre in campionato ha vissuto un’altalena di prestazioni a volte fulgide e a volte in affanno, come nell’ultimo derby. Pensa di avere qualcosa da rimproverare ai ragazzi o a se stesso? «Assolutamente no. Quella contro il Torino è stata l’unica sconfitta sulla quale non abbiamo nulla da recriminare. Per il resto teniamo presente che si trattava di una squadra tutta nuova: mi ci sono voluti due mesi e mezzo buoni per inquadrarla, per cercare di sfruttare al meglio le caratteristiche dei singoli. Abbiamo forse patito in continuità, è vero, però mi sembra anche comprensibile. Adesso, comunque, è tutto a posto e gli ultimi risultati ottenuti ne sono la conferma». – Senta Grosso, ma lei allenerebbe il Torino? «Non potrei mai... Ho molti amici al Torino, però io sono nato juventino e tale rimango!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/francesco-grosso.html
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FRANCESCO GROSSO https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Grosso Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.11.1921 Luogo di morte: Torino Data di morte: 02.10.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Cecu Alla Juventus dal 1940 al 1941 e dal 1946 al 1949 Esordio: 04.05.1941 - Serie A - Fiorentina-Juventus 5-0 Ultima partita: 26.12.1948 - Serie A - Juventus-Roma 0-0 24 presenze - 2 reti Francesco Grosso (Torino, 15 novembre 1921 – Torino, 2 ottobre 2006) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Grosso Grosso (accosciato, primo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1947-1948 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1952 Carriera Squadre di club 1940-1941 Juventus 1 (0) 1941-1944 Casale 63 (4) 1945 Pavia 16 (6) 1945-1946 Como 23 (0) 1946-1949 Juventus 23 (2) 1949-1950 Empoli 38 (10) 1950-1952 Stabia 13 (2) Carriera Ha esordito ventenne in Serie A a Firenze nella pesante sconfitta bianconera del 4 maggio 1941 Fiorentina-Juventus (5-0), poi ha disputato tre stagioni col Casale, il Torneo Lombardo nel 1945 a Pavia, ha poi giocato per il Como, dal 1946 al 1949 ancora con la Juventus, una stagione ad Empoli ed ha chiuso la carriera con lo Stabia, con cui ha vinto un campionato di Serie C. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Stabia: 1950-1951
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LINO CAUZZO https://it.wikipedia.org/wiki/Lino_Cauzzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Cadoneghe (Padova) Data di nascita: 03.02.1924 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 08.06.1947 - Serie A - Sampdoria-Juventus 0-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 5 presenze - 0 reti Lino Cauzzo (Cadoneghe, 3 febbraio 1924) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Lino Cauzzo Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1957 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1945-1946 → Cuneo ? (?) 1946-1947 Juventus 5 (0) 1947-1952 Venezia 91 (1+) 1952-1954 Lecce 55 (0) 1954-1955 → Brindisi ? (?) 1955-1957 Barletta ? (?) Carriera Ha giocato in Serie A per 2 stagioni con Juventus e Venezia e in B per 5 stagioni con Cuneo e Venezia. Debuttò in Serie A l'8 giugno 1947 in Sampdoria-Juventus (0-3).
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LUIGI BOSCO La classe di Parola ma più ancora la guerra – scrive Vladimiro Caminiti – sbaragliarono questo gigante. Centromediano che occupava spazio non soltanto fisicamente prometteva moltissimo in gioventù. I due anni in campo di concentramento a Norimberga ne impedirono la maturazione tecnica. Rientrato in Patria, fu riserva di Parola giocando quattro partite nell’edizione 1946-47 con assi di ogni genere e un gioco improvvisato la domenica. L’allenatore era Cesarini, il divertimento assicurato. Dusio, presidente sportivo, a fine stagione lo cedette al Como. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/luigi-bosco.html
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LUIGI BOSCO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Bosco Nazione: Italia Luogo di nascita: Montechiaro d'Asti (Asti) Data di nascita: 20.03.1922 Luogo di morte: Torino Data di morte: 13.10.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: 184 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 29.12.1946 - Serie A - Juventus-Brescia 1-0 Ultima partita: 25.05.1947 - Serie A - Juventus-Modena 1-0 4 presenze - 0 reti Luigi Bosco (Montechiaro d'Asti, 20 marzo 1922 – Torino, 13 ottobre 2006) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Durante la Seconda guerra mondiale fu internato per due anni nel campo di concentramento di Norimberga. Luigi Bosco Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1946-1947 Juventus 4 (0) 1947-1951 Como 104 (1) 1951-1952 → Lucchese 0 (0) Caratteristiche tecniche Era un centromediano. Carriera Giocò tre anni in Serie A con Juventus (in cui fu riserva di Carlo Parola nella stagione 1946-1947) e Como per complessive 47 presenze in massima serie, e due campionati in Serie B con Como, per complessive 61 presenze ed una rete fra i cadetti. Con i lariani ha vinto il campionato di Serie B 1948-1949, con conseguente prima storica promozione in A. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Como: 1948-1949
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OSCAR VICICH https://it.wikipedia.org/wiki/Oscar_Vicich Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 26.06.1922 Luogo di morte: Udine Data di morte: 17.02.1994 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Oscarre Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 03.11.1946 - Serie A - Juventus-Bari 6-0 Ultima partita: 15.06.1947 - Serie A - Juventus-Vicenza 1-2 23 presenze - 1 rete Oscarre Vicich, detto Oscar (Fiume, 26 giugno 1922 – Udine, 17 febbraio 1994), è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Oscar Vicich Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1952 Carriera Squadre di club 1942-1943 Magazzini Generali ? (?) 1945-1946 Kvarner ? (?) 1946-1947 Juventus 23 (1) 1947-1949 Sampdoria 26 (0) 1949-1952 Udinese 97 (0) Carriera Nella stagione 1942-1943 disputa il campionato di Serie C nelle file dei Magazzini Generali di Fiume, all'epoca provincia italiana. Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la conseguente occupazione del territorio giuliano dalmata da parte della nuova Jugoslavia socialista di Tito, Vicich milita nel neonato Kvarner, inserito nel campionato jugoslavo. Nel 1946 torna in Italia per militare nella Juventus, con cui disputa da terzino destro titolare (23 presenze e una rete in occasione della vittoria interna sull'Atalanta) la stagione 1946-1947, chiusa dai bianconeri al secondo posto. Nel 1947 passa alla Sampdoria, con cui disputa due stagioni, la prima alternandosi nel ruolo di terzino con Marco Borrini e la seconda come rincalzo (4 sole presenze). Nel 1949 viene ceduto all'Udinese, con cui disputa 40 dei 42 incontri del campionato di Serie B 1949-1950, conclusosi con la promozione in Serie A dei friulani. Resta coi bianconeri per altre tre stagioni in massima serie, anche se nell'ultima di esse non scende mai in campo. In carriera ha totalizzato complessivamente 106 presenze e una rete in Serie A, e 40 presenze in Serie B.
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FILIPPO CAVALLI «Gramo destino – racconta Caminiti – dietro i portieroni Sentimenti IV e Viola, aspettare vedere allenarsi vedere aspettare allenarsi. Ci perse i capelli ma non si distrasse mai. Chiamato fu all’altezza e non fece rimpiangere nessuno. Qual maggior elogio…»Nasce a Casale Monferrato, il 29 gennaio 1921. Passa alla storia per essersi cucito lo scudetto sul petto sia con la maglia della Juventus sia con quella del Torino.Proveniente dal Casale, fu acquistato dal Torino dove vince, nella stessa stagione 1942-43, il campionato e la Coppa Italia alternandosi tra i pali con Bodoira. Conclusa l’esperienza granata, gioca per un anno ancora a Casale durante il Campionato Alta Italia del 1944, poi si trasferisce al Como.È ingaggiato dalla Juventus all’inizio del campionato 1946-47, alternandosi con l’ottimo Sentimenti IV a guardia della rete bianconera. L’esile e biondo portiere ha, indubbiamente, spiccate doti tecniche e la Juventus esce quasi sempre vittoriosa dal terreno di gioco quando Filippo si trova tra i pali: una specie di taumaturgo o portafortuna.Serio e modesto, il buon Cavalli fa sempre interamente il proprio dovere e avrà in premio dalla sorte, dopo essere rimasto fedele ai colori bianconeri dal 1946 al 1952, di terminare la carriera conquistando due volte il titolo di Campione d’Italia.Nella stagione 1949-50, gioca una sola partita, nella stagione 1951-52 ne disputa 4. Per Cavalli furono, senz’altro, le più grosse soddisfazioni della sua carriera insieme con quella di rimanere per otto anni consecutivi nella rosa bianconera, con identico stipendio e premi partita dei vari Boniperti, Viola, Parola e compagni. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/filippo-cavalli.html
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FILIPPO CAVALLI https://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_Cavalli Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 29.01.1921 Luogo di morte: Treviso Data di morte: 29.04.2004 Ruolo: Portiere Altezza: 178 cm Peso: 71 kg Soprannome: Pippo Alla Juventus dal 1946 al 1953 Esordio: 05.01.1947 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-1 Ultima partita: 01.02.1953 - Serie A - Bologna-Juventus 1-0 26 presenze - 30 reti subite 2 scudetti Filippo Cavalli (Casale Monferrato, 29 gennaio 1921 – Treviso, 29 aprile 2004) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. È uno dei sei calciatori italiani, insieme a Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Pierino Fanna, Aldo Serena e Attilio Lombardo, ad aver vinto lo scudetto con tre società differenti; nel suo caso, con Torino, Juventus e Inter. Filippo Cavalli Filippo Cavalli con la maglia del Pavia Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1957 Carriera Squadre di club 1939-1940 Casale 28 (-?) 1940-1943 Torino 21 (-?) 1943-1944 Casale 15 (-?) 1945 Pavia 8 (-5) 1945-1946 Como ? (-?) 1946-1953 Juventus 26 (-30) 1953-1954 Inter 0 (0) 1954-1955 Pavia 26 (-36) 1955-1957 Casale 24 (-?) Carriera Cavalli (in piedi, secondo da sinistra) nel 1947 alla Juventus Storico numero 12, viene ricordato per essersi cucito lo scudetto sul petto sia con la maglia della Juventus sia con i colori granata del Torino. Proveniente dal Casale, venne acquistato nel 1940 dal Torino, dove vinse lo scudetto 1942-43 e la Coppa Italia della stessa stagione, alternandosi tra i pali con Bodoira. Conclusa l'esperienza granata, giocò per un anno ancora a Casale durante il Campionato Alta Italia del 1944, per il Pavia ha disputato il Torneo Lombardo nel 1945, poi si trasferì per un anno al Como e quindi la lunga militanza (7 anni) nella Juventus dove, in qualità di riserva di Viola, si aggiudicò altri due scudetti (1949-1950 e 1951-1952), ritagliandosi comunque 26 presenze. Ha chiuso la carriera prima a Pavia e poi nel suo Casale. Palmarès Campionato italiano: 4 Torino: 1942-1943 Juventus: 1949-1950, 1951-1952 Inter: 1953-1954 Coppa Italia: 1 - Torino: 1942-1943
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SILVIO PIOLA Metà ottobre del ‘45, calciare il pallone era uno dei primi segni della vita che ricominciava. Ed ecco un nome mitico per la Vecchia Signora: Silvio Piola, trentaduenne, già oltre la metà della sua lunghissima carriera che doveva riservargli ancora una maglia azzurra, a quasi quarant’anni. Piola era stato nella Pro Vercelli e nella Lazio, i suoi gol in Serie A erano quasi 200. Se per Meazza si parlava di genio del tempo e del tocco, lui sembrava una sorta di cavaliere antico che sfondava con gesti poderosi e veloci. Segnava spesso in acrobazia, di preferenza con il pallone uncinato a mezz’aria e spedito fulmineamente in rete, senza che il portiere avversario potesse accorgersi di niente. Durante la guerra aveva indossato la maglia granata del Torino-Fiat nel campionato di guerra, non ufficiale e, lanciato da Loik e Mazzola, aveva segnato qualcosa come 27 gol in 26 partite. Il suo passaggio alla Juventus nacque da un mancato accordo con la Lazio, che voleva pagarlo a percentuale sugli incassi; rifiutò e preferì lo stipendio sicuro di Madama. Debuttò in maglia bianconera in un derby segnando il gol della vittoria battendo, su rigore, Bacigalupo. Era un buon inizio per la Juventus e per il suo cannoniere annunciato (avrebbe fatto 16 gol) protagonista di un grande campionato, tra compagni come Coscia e Sentimenti III, Magni e Borel II, nonostante prolungate assenze per malanni muscolari che lui attribuiva alla scarsa preparazione del tempo di guerra e alle lunghe soste in piedi nei treni affollati durante le trasferte. Fu una lunghissima stagione che lo portò molto vicino allo scudetto, come non gli era mai successo e come non gli sarebbe più capitato. Perché Piola, campione del Mondo, due volte capocannoniere, recordman assoluto dei gol segnati in Italia, non è mai riuscito a essere, almeno una volta, campione d’Italia. E questa del 1946 rappresentò la grande occasione. C’era, è vero, il Grande Torino a dettar legge, ma il più lungo campionato della nostra storia, prima diviso in due spezzoni, poi con un girone finale, aveva in serbo una sorpresa. Quando si arrivò a metà luglio, a due domeniche dalla fine, la Juventus era due punti davanti al Torino: Piola l’aveva trascinata in una sequenza di 7 vittorie consecutive. C’era però da giocare ancora il derby, alla penultima giornata e fu un derby che oggi si definirebbe drammatico, ma allora un aggettivo simile ricordava tragedie appena finite, un gran duello di centravanti: lo vinse l’ex Gabetto, autore del gol vittoria. Così le due rivali affrontarono alla pari l’ultima fatica, il Torino subissò il Livorno di reti, la Juventus tentò disperatamente di vincere a Napoli, ma riuscì solo a pareggiare proprio con Piola, dopo essere stata addirittura in svantaggio, che poi ne sfiorò altri in mischie rabbiose, il cuore in tumulto e la furia che sembrava quella dei tempi vercellesi. Piola rimase alla Juventus per un altro anno. Fu un buon campionato, che lo vide giocare mezzala e, nonostante il cambio di posizione, segnare altri 10 gol. L’ultimo a Venezia, a raddoppiare il vantaggio ottenuto da un ragazzino biondo che indossava la maglia numero 9 e che avrebbe fatto parlare molto di sé. Quel ragazzino era Giampiero Boniperti. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1963 Le mie stagioni nella Juventus furono due e furono le stagioni più romanzesche della mia vita. Indubbiamente ho vissuto parentesi più divertenti di quelle torinesi, a Roma con Zenobi, il presidente buono, sono stato addirittura felice, ma a Torino, nella maglia bianconera, ho vissuto i miei mesi più difficili, ho attraversato le peripezie e le vicissitudini più strane, così che, a ricordarmi di quei giorni, me ne sento quasi orgoglioso, perché erano giorni davvero difficili, erano tempi duri per il nostro Paese. Ricordo quella Juventus come una squadra particolare, allenata da Borel (che poi giocava pure) e con due portieri, il grande amico mio Cochi Sentimenti e il giovane Viola, il quale bussava spesso all’attenzione dei dirigenti con le sue spettacolose parate del mercoledì e si meritava il posto in squadra soppiantando il nazionale Cochi. Ma era una cosa speciale: perché Cochi lasciava la porta e si metteva all’ala destra e, come ala destra, come scriveva quell’indimenticabile giornalista sportivo che si chiamava Casalbore, giocava altrettanto bene. Un’ala dalla velocità impressionante e dal tiro al fulmicotone. Ricordo alcune partite della stagione ‘45-46. Contro l’Inter, in una partita attesissima, il 17 febbraio del ‘46 lottammo novanta minuti. La difesa dell’Inter, con Franzosi, Marchi e Passalacqua, Cominelli, Milani e Barsanti, bloccò inesorabilmente ogni nostra offensiva, nonostante i tentativi delle ali che erano Sentimenti Lucidio e Sentimenti Vittorio e i miei sforzi. Io avevo come mezzeali Borel e Coscia con i quali mi intendevo meravigliosamente. Ma quel pomeriggio non ci fu nulla da fare; Franzosi parava tutto, ricordo che parò una mia capocciata da un metro e una sventola di Sentimenti IV da quaranta metri, per la quale il pubblico aveva già urlato al gol. Ma, ripeto, non furono anni facili, e il mio rendimento non fu soddisfacente. Io non potei rendere nella Juventus come il presidente Dusio sperava, perché ci si allenava poco e andavo soggetto a molti strappi. Io abitavo a Vercelli e, per venire a Torino ad allenarmi, ci mettevo non meno di cinque ore. I servizi ferroviari risentivano della lunghissima e atroce guerra; ricordo che salivo in treno alle undici e arrivavo nel tardo pomeriggio. Nelle stazioni si rimaneva fermi per ore. Arrivavano ordini e contrordini, spesso invece di continuare il percorso, si rifaceva la strada del ritorno. Una volta partii da Vercelli alle undici e tornai a Vercelli all’una. La stagione ‘45-46 finì, per noi, con una beffa e con una scazzottatura gigantesca a Napoli, dove pareggiammo 1-1 e dove perdemmo lo scudetto vinto dal Torino, soprattutto per le scarponerie di Pretto, la mia bestia nera, con il quale pochissime volte nella mia carriera riuscii a giocar bene. Non è che Pretto mi intimorisse, ma entrava duro e cieco, a testa china, e così io a Napoli, bersagliatissimo dalla folla, non fui di grande utilità. Il campionato fu vinto dal Torino con un punto su di noi. Avevamo disputate 26 partite nel girone eliminatorio e poi si sono giocate 14 partite per il girone finale. La guerra era finita da pochi mesi e le trasferte erano travagliate da enormi difficoltà. Le cose si normalizzarono nella stagione seguente, quando la Juventus, meglio organizzata, continuava il dominio del grande Torino. Venti squadre in campionato, grande passione, stadi di nuovo traboccanti di gente. Io speravo di rendere di più, di fare contenti i miei dirigenti. Avemmo belle giornate, ma non fu una stagione bella per me. Ricordo un pomeriggio di sole a Genova, dove vincemmo per 5-1, quel pomeriggio io giocai veramente bene. Ero marcatissimo, ma mi liberavo subito della palla, insomma il nostro attacco fece faville. Però, non ho molti e precisi ricordi di partite, perché non furono due stagioni di gloria calcistica per me. Furono anni difficili, tormentati, si guadagnava poco e giocare era difficile. Però, la Juventus si stava già facendo lo squadrone che sarebbe stato dopo, pronto a raccogliere l’eredità del Torino di Superga. C’era Sentimenti IV, un portiere trascendentale, fortissimo tra i pali come in uscita, capace come ho detto di giocar bene anche all’attacco. E non è vero che Sentimenti IV non ci vedesse, ci vedeva benissimo. A Vienna con la Nazionale c’ero pure io, e si perdette per 5-1, ma non per colpa di Cochi, ma per due ragioni, una tecnica e una climatica. Quella tecnica riguardava anche me (non stavo granché in forma quel giorno) e tutta la squadra assai male assortita; quella climatica il maltempo che trovammo al Prater, con quel vento maledetto che turbinava in campo e che non fece vedere la palla al nostro portierone. Oh potessi giocare oggi nella Juventus, avere vent’anni e stare accanto a Sivori, chissà quanti gol farei! Ma mi posso consolare: in fondo ho fatto parte anch’io della squadra di Rosetta, di Combi, di Monti, di Orsi, di Cevenini, la squadra dei dodici scudetti e di tutti gli italiani. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/silvio-piola.html
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SILVIO PIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Silvio_Piola Nazione: Italia Luogo di nascita: Robbio Lomellina (Pavia) Data di nascita: 29.09.1913 Luogo di morte: Gattinara (Vercelli) Data di morte: 04.10.1996 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1947 Esordio: 14.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Torino 2-1 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 57 presenze - 26 reti Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Silvio Gioacchino Italo Piola (Robbio, 29 settembre 1913 – Gattinara, 4 ottobre 1996) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Annoverato tra i più grandi centravanti della storia del calcio, ha legato la sua carriera principalmente a tre maglie, quelle di Pro Vercelli, Lazio e Novara. Detiene diversi primati nei massimi campionati nazionali: pur avendo saltato una stagione a causa della seconda guerra mondiale, ne è il miglior marcatore con 290 reti (274 in Serie A e 16 in Divisione Nazionale 1945-1946), ed è il miglior cannoniere in categoria di due diverse squadre (Pro Vercelli e Novara); detiene inoltre dal 1933 il record di marcature in una singola gara del massimo campionato italiano (6), eguagliato da Omar Sívori nel 1961. Ottenne inoltre risultati di prestigio con la nazionale italiana, essendo stato tra i protagonisti della vittoria al Mondiale di Francia 1938; è tuttora il terzo miglior marcatore degli azzurri, dopo Gigi Riva e Giuseppe Meazza, con 30 reti. Riva, Meazza e Piola, sono, a tutt'oggi, gli unici calciatori ad aver segnato trenta o più reti nella storia della nazionale italiana. Nel 2011 ottiene un riconoscimento alla memoria nella Hall of Fame del calcio italiano. Silvio Piola Piola alla Pro Vercelli Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1954 - giocatore 1957 - allenatore Carriera Giovanili 1925-1928 Veloces 1925 1928-1929 Pro Vercelli Squadre di club 1930-1934 Pro Vercelli 127 (51) 1934-1943 Lazio 227 (143) 1943-1944 Torino 23 (27) 1945-1947 Juventus 57 (26) 1947-1954 Novara 185 (86) Nazionale 1933-1935 Italia B 6 (11) 1935-1952 Italia 34 (30) Carriera da allenatore 1953-1954 Italia 1954-1956 Cagliari 1957 Cagliari Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Oro 1933-35 Biografia Nacque da Giuseppe Piola ed Emilia Cavanna, commercianti di tessuti, in un periodo in cui la famiglia si era trasferita temporaneamente da Vercelli in Lomellina per ragioni di lavoro; la famiglia rientrò a Vercelli nel 1914. All'anagrafe fu iscritto come "Italo Gioacchino Piola", e soltanto in seguito alla chiamata di leva venne aggiunto ufficialmente il nome di "Silvio" con il quale tutti già lo chiamavano. Aveva un fratello maggiore, Serafino (1909-2001), che rinunciò alla carriera sportiva per un difetto della vista che lo obbligava a portare gli occhiali e divenne ragioniere; la madre era sorella del portiere della Pro Vercelli Giuseppe Cavanna, che ebbe un ruolo rilevante nella crescita agonistica del nipote. Anche il cugino Paolino fu calciatore ad alti livelli. Studiò alla scuola elementare Galileo Ferraris e poi all'Istituto Tecnico Cavour; a otto anni divenne mezzala e capitano della squadra di calcio dell'istituto, nella quale giocava col coetaneo Teobaldo Depetrini e con Pietro Ferraris. Emerse molto giovane nella Pro Vercelli e nel 1934 passò alla Lazio, voluto «fortissimamente» dai gerarchi fascisti Marinelli e Vaccaro; vi militò per nove stagioni, e maturò diventando «il bomber capace di conquistare Francia e Mondiale 4 anni dopo». A Roma visse al Flaminio, in viale del Vignola, e poi alla Città Giardino di Monte Sacro. L'11 gennaio 1945 si diffuse nel Sud, lanciata da Eugenio Danese, la notizia della morte del calciatore, vittima di un bombardamento su Milano; per circa quattro mesi si tennero messe in suffragio e si susseguirono conferme e smentite, fino a quando la notizia non fu smentita ufficialmente da Nuovo Sport, il 20 maggio; lo stesso Piola era solito scherzare sull'episodio. Il calciatore era in realtà tornato in Piemonte, dove continuò a giocare in Serie A fino a oltre quarant'anni. Secondo lo storico John Foot «il suo stile di vita tranquillo lo aiutò a restare sul campo più a lungo rispetto a quasi tutti i suoi contemporanei»: Piola «condusse sempre una vita tranquilla, quasi ritirata». Appassionato cinofilo, amante della caccia e della pesca, quando fu tesserato dalla Pro Vercelli ebbe in regalo dal padre un fucile, e coi primi guadagni acquistò un cane di razza pointer inglese cui diede nome Frem. «Rappresentava l'antidivo. Non beveva, non fumava, non andava a donne, non amava comparire nelle pubblicità». Si sposò nel luglio 1948 con Alda Ghiano ed ebbe due figli, Dario (1949-2011), stopper della Pro Vercelli, poi avvocato e politico, e Paola (1952), psicologa. Un pronipote, Alonso (nato nel 1979), di nazionalità brasiliana, ha giocato come centravanti in campionati minori italiani, svizzeri e sudamericani. Dopo il ritiro da calciatore, avvenuto nel 1954, tentò la carriera di allenatore, per poi entrare nei ranghi della FIGC per un decennio e tornare infine a Vercelli. Già Cavaliere, nel 1993 fu nominato Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. Morì in una casa di cura di Gattinara il 4 ottobre 1996 dopo essere stato colpito dalla malattia di Alzheimer; aveva 83 anni. L'Italia giocò col lutto al braccio la gara contro la Moldavia del giorno seguente e nel corso del 1997 gli furono intitolati gli stadi comunali di Novara e di Vercelli. Nel 2013 è stato omaggiato dalla FIGC in occasione del centenario della sua nascita e nel 2015 è stato tra i primi cento atleti selezionati dal CONI per far parte della Walk of Fame dello sport italiano. Nel 2018 gli viene dedicato il brano Il cacciatore di gol, scritto e interpretato dal cantautore Toni Malco. Piola riposa nella cappella di famiglia nel cimitero monumentale di Billiemme, a Vercelli. Caratteristiche tecniche Piola in azione alla Lazio nel 1937 Dotato fisicamente con le lunghe gambe che gli consentivano sia di «divorare, a grandi falcate da due metri l'una, il terreno», sia di «torreggiare», era secondo Carlo F. Chiesa «il classico ariete da area di rigore, ma la completezza tecnica gli consentiva di partecipare alla manovra, la classe gli apriva le porte di ogni tipo di conclusione a rete: formidabile il tiro dalla distanza, spettacolare la rovesciata». Con la maturità «il suo fisico si irrobustì [...] compensando con potenza ciò che perdeva in agilità pura. Fu a quel punto che emerse la qualità dei piedi, capaci di "tagli" raffinati, di dai e vai in corsa con l'esterno, completandone il ritratto di fuoriclasse». Raccontò Piola: «Disponevo di un buon trattamento di palla e un discreto passaggio, non avevo paura, dote importante per quei tempi, ed in più avevo fiuto e furbizia [...]. Sono stato fortunato perché in tanti anni di attività ho patito due soli incidenti: una clavicola fratturata e un colpo al ginocchio». Teneva costantemente la schiena girata al portiere avversario, e questo rivoluzionò il gioco tradizionale della punta: «Così vedevo meglio il gioco ed il suo andamento, e l'avversario non poteva intuire in anticipo le mie mosse». Una puntuale descrizione del calciatore venne data nel 1938 dal giornalista francese Gabriel Hanot: «Piola si fa notare per la sua abilità a trovarsi, al momento buono, nella zona d'azione [...]. Non ha niente del giocatore passivo o neutro: egli non si contenta di smarcarsi; marca lui stesso, in ogni occasione; affronta i terzini; li obbliga a intervenire subito e a liberare in fretta, ed è sempre pronto a sfruttarne gli errori [...]. Quando Piola, tanto nel giuoco a terra come in quello alto, si trova alla stessa distanza dal pallone che l'avversario, state sicuri che, nove volte su dieci, sarà lui che ci arriverà per primo. Piola affetta una noncuranza e un ritardo che la sua statura e la sua taglia giustificherebbero [...]. Ha l'istantaneità del movimento e lo scatto del corpo, della testa, delle gambe comprensibili in un atleta di piccola taglia ma sorprendenti in un atleta di quel peso. Non conosco nel passato che un solo caso analogo a quello di Piola: quello del belga Six, dell'Olympique Lillois, che morì in guerra». Piola in azione con la maglia dell'Italia negli anni 1930 Molti critici si sono espressi in modo estremamente lusinghiero su Piola, sottolineandone la molteplicità di soluzioni sottoporta. Vittorio Pozzo, suo commissario tecnico, scrisse di lui: «non so ancora se il Silvio calcia meglio col destro o col sinistro, tanto è bravo. Di testa è molto forte nella scelta di tempo. Ma non ho visto nessuno come lui in rovesciata, in spaccata». Ha scritto John Foot che era «una macchina da gol, forse l'unico giocatore di quel tipo e qualità che sia mai stato prodotto dal calcio italiano. Mentre Meazza privilegiava le azioni personali e Paolo Rossi traeva il massimo dai cross, Piola segnava in tutte le maniere: da vicino, da lontano, di destro, di sinistro, di testa, in acrobazia»; ancora Hanot: «piede destro, piede sinistro, testa, tutto per lui è buono, come gli sono indifferenti gli angoli di tiro e gli sforzi in equilibrio instabile». Per Bruno Perucca «mostrava tutte le qualità che si attribuiscono, una ciascuno però, ai grandi attaccanti: la potenza a Nordahl, il colpo di testa a Charles, il tiro a Riva, l'astuzia a Boniperti, l'acrobazia a Gabetto». All'inizio della sua carriera alcuni critici (in particolare Ettore Berra) ne caldeggiavano l'arretramento in mediana, ritenendolo più adatto per quel ruolo per via del fisico possente, diverso da quello dell'agile e minuto Borel. Hanot rilevava «una sola incrinatura» nel gioco di Piola: «una certa tendenza alla simulazione». Carriera Giocatore Club La "Veloces" e il debutto con la Pro Vercelli Nel 1925 Piola, come Depetrini e Pietro Ferraris, raccolse l'invito del proprietario di un negozio di articoli sportivi, Bernasconi, intenzionato a fondare una squadra giovanile, la Veloces. Il neonato club ottenne in breve tempo risultati sorprendenti, superando i più quotati allievi della Pro Vercelli e raggiungendo al debutto la finale nazionale "Boys", disputata a Marina di Pisa e persa per 1-3 contro i pari età della Roma, vincendo poi il campionato italiano ragazzi a Genova, contro la Nazionale Liguria. Per il campionato del 1928, la Veloces fu inglobata dal settore giovanile della Pro Vercelli, e Piola vinse il campionato Allievi al fianco di Depetrini, Ferraris, Ermes Borsetti e Luigi Caligaris. I gol di Piola Piola risulta aver segnato: 274 reti nei campionati di Serie A a girone unico (con Pro Vercelli, Lazio, Juventus e Novara. 24 di queste sono state messe a segno su calcio di rigore); 16 reti nel campionato di Divisione Nazionale 1945-1946 (con la Juventus); 16 reti nel campionato di Serie B 1947-1948 (col Novara); 27 reti nel campionato di Divisione Nazionale 1943-1944 (col Torino FIAT); 6 reti in Coppa Italia (con la Lazio); 10 reti in Coppa dell'Europa Centrale 1937 (con la Lazio); 1 rete in Coppa Barbesino (col Presidio Roma); 30 reti in gare ufficiali della nazionale A; 11 reti in nazionale B; 3 reti in una gara del 1933 con la rappresentativa regionale del Piemonte. Ritenuto pronto dal capitano della Pro Vercelli Mario Ardissone e dall'allenatore József Nagy, fu promosso in prima squadra a sedici anni ed esordì in Serie A il 16 febbraio 1930, sul campo del Bologna (2-2), fornendo un assist a Seccatore. Disputò ancora alcune gare nel finale di campionato, per poi giocare in estate sul campo del Red Star di Parigi, squadra a cui segnò in amichevole le prime due reti. L'impressione destata in quella trasferta fu decisiva per la promozione del giovane Piola tra i titolari del campionato 1930-1931; il benestare giunse dal presidente Secondo Ressia che, avendolo visto giocare, aveva dichiarato: «Questo ragazzo diventerà il centravanti che Vercelli non ha mai avuto»; siglò il suo primo gol ufficiale alla Lazio il 2 novembre 1930. Segnò tra l'altro tre reti a suo zio Giuseppe Cavanna in Pro Vercelli-Napoli dell'8 febbraio 1931 e concluse la prima stagione da titolare con tredici centri all'attivo, cifra che consentì a una Pro Vercelli «in enormi difficoltà di bilancio» di chiudere al decimo posto in massima serie. All'inizio della stagione successiva, durante la gara casalinga del 18 ottobre 1931 contro la Pro Patria, un fallo del difensore avversario Agosteo gli costò una «frattura parcellare alla regione tibio-peronale astralgica»; insistette per rientrare in campo appena due settimane dopo, contro la Triestina, malgrado gli fossero stati prescritti quaranta giorni di riposo, e segnò il gol del definitivo 1-1. Il 22 novembre, in Alessandria-Pro Vercelli 4-5, siglò quattro reti, stabilendo il record (per l'epoca) di reti segnate in un'unica gara in campo avverso. Fu in questo frangente che il suo nome guadagnò credito presso la critica; si espresse tra i primi Bruno Roghi: «Un anno fa pochi sapevano che nel mondo dei calciatori ci fosse un Piola: [...ma la Vercelli 1931, erede di una lunga tradizione è] degna dei suoi maggiori, e Piola è il suo ultimo campione. Il suo gioco ha le caratteristiche angolazioni che rivelano la presenza di una classe sicura». Gli fece eco Mario Ferretti su La Stampa: «Questo atleta gagliardo è già maturo pei cimenti maggiori. Od io m'inganno, o costui darà liete sorprese. Il suo tiro è una folgore. Il suo piede è talmente centrato che oltre ai quattro punti segnati, impegnò dieci volte Mosele [il portiere dell'Alessandria]». Piola alla Pro Vercelli In totale, nei campionati 1931-1932 e 1932-1933 segnò 23 reti: il dato non gli consentiva di eguagliare, per il momento, la fama dei quotati Borel II, Meazza e Schiavio; il cronista Ettore Berra gli suggeriva l'impiego come centromediano. Allo stesso tempo ottenne comunque le prime convocazioni in nazionale B e l'interessamento di varie squadre di vertice, prima tra tutte il Napoli. Nell'estate 1933 la Pro Vercelli, portabandiera di un'ormai «anacronistica pretesa dilettantistica» (Chiesa) cedette, per esigenze di bilancio, Mario Zanello e Depetrini, escludendo ogni eventualità di vendere Piola; dichiarò il presidente dei bianchi Ressia: «Mai lo cederemo, neanche per tutto l'oro del mondo. Perché il giorno che saremo costretti a cederlo, quel giorno segnerà il tramonto della Pro Vercelli». Questo portò calciatore e società al conflitto; scrisse all'epoca Roghi: «il brillante giocatore che parecchie delle maggiori società hanno tentato di assicurarsi offrendo grosse cifre e che i dirigenti vercellesi non intendono cedere, non ha partecipato agli allenamenti, né pare voglia schierarsi nelle imminenti gare». Una pesante sconfitta rimediata nella gara d'esordio del campionato 1933-1934 contro il Genova 1893 (0-3) convinse la società a raggiungere un compromesso e Piola tornò in campo una volta garantitogli, per l'anno successivo, il passaggio all'Ambrosiana. Il 29 ottobre segnò sei reti nella vittoria dei bianchi sulla Fiorentina (7-2), record imbattuto in Serie A; il commissario tecnico della nazionale, Vittorio Pozzo, presente tra il pubblico, volle complimentarsi con lui nell'occasione. Piola terminò la stagione con quindici gol all'attivo, e disputò la sua ultima gara in maglia bianca il 29 aprile 1934, a Bologna, sullo stesso campo in cui aveva esordito. Il trasferimento alla Lazio e i titoli di capocannoniere Ormai destinato a lasciare le Bianche Casacche, Piola finì alla Lazio, realtà «patrocinata dal potente generale Vaccaro», la quale, con la reggenza di Eugenio Gualdi, era entrata prepotentemente nel mondo del calcio professionistico. Per scoraggiare le altre pretendenti, Ambrosiana e Torino in primis, il segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli seguì personalmente la trattativa, e ne influenzò l'esito ordinando il trasferimento del giocatore, che stava svolgendo il servizio di leva, da Cuorgnè a Roma, presso il Ministero degli Esteri. Piola, inizialmente restio ad accettare, firmò infine un contratto da 70 000 lire annue (che salì poi, nel 1938, a 38 000 lire al mese); alla Pro Vercelli andarono oltre 200 000 lire. Nelle prime tre amichevoli del settembre 1934, contro SPAL, Wiener e Bocskay, il centrattacco segnò undici reti. Piola (in piedi, al centro) nella Lazio della stagione 1936-1937 Debuttò ufficialmente il 30 settembre, in Lazio-Livorno 6-1, segnando un gol. Nelle prime due stagioni la società non andò oltre un quinto e un settimo posto, risultati sotto le aspettative; sullo stesso Piola, che per un periodo fu spostato mezzala e rimpiazzato da Antonio Bisigato nel ruolo di centravanti, vari critici manifestarono perplessità, malgrado andasse incrementando il numero stagionale di segnature. A permettergli il salto di qualità furono, tra il 1935 e il 1936, gli acquisti degli alessandrini Riccardi e Busani e dei vicentini Camolese e Costa, che andarono a comporre con lui il quintetto offensivo per la stagione 1936-1937; la Lazio s'inserì con decisione nella lotta scudetto, vincendo il platonico titolo d'inverno e chiudendo seconda, alle spalle del Bologna, menomata nel finale da vari infortuni, tra cui quello dello stesso Piola. Il vercellese vinse comunque, per la prima volta, la classifica cannonieri e, in virtù delle buone prestazioni ottenute contemporaneamente in nazionale, si distinse secondo Roghi come «centravanti numero uno della stagione»; contribuì poi (con undici realizzazioni in sei partite) all'avanzamento dei biancocelesti in Coppa dell'Europa Centrale, manifestazione internazionale persa in finale contro il Ferencváros. Piola (in piedi, terzo da destra) con i biancocelesti dell'annata 1940-1941 Nel 1937-1938 la squadra rimase a ridosso delle prime posizioni per alcuni mesi, per poi declinare. Nell'aprile 1938 Piola fu tra le cause dell'allontanamento di Gualdi dalla presidenza della Lazio; multato per essere giunto in ritardo ad alcuni allenamenti, se ne lamentò, alimentando le critiche verso la gestione mosse da alcuni consiglieri e da Marinelli. Gualdi presentò dunque le proprie dimissioni. in seguito a questa defezione, la Lazio perse in competitività e lo stesso Piola, malgrado le ottime prestazioni nel campionato del mondo 1938 e in nazionale, ebbe un brusco calo di rendimento in campionato dovuto anche a un nuovo arretramento a mezzala, non andando oltre diciotto reti complessive tra le stagioni 1938-1939 e 1939-1940; nel campionato 1940-1941 i biancocelesti rischiarono addirittura la retrocessione in Serie B, scampata unicamente per un quoziente reti migliore rispetto a quello del Novara. Piola diede comunque un importante contributo alla salvezza nel derby del 16 marzo 1941, in cui segnò la doppietta che fissò il risultato sul 2-0, nonostante si fosse ferito alla fronte dopo venti minuti di gioco in uno scontro col difensore giallorosso Mario Acerbi. Concluse la propria esperienza alla Lazio vincendo per la seconda volta il titolo di capocannoniere della Serie A nel 1942-1943, stagione in cui divenne, a 29 anni, il giocatore più anziano a segnare almeno 10 gol nelle prime 8 partite del campionato italiano (primato che verrà battuto da Zlatan Ibrahimović solo nel torneo 2020-2021) e in cui mise a segno 21 reti in 22 partite di Serie A. Lasciò il club biancoceleste dopo un totale di 159 gol in tutte le competizioni: un record societario che resisterà per i successivi settantotto anni, prima di essere superato nel 2021 da Ciro Immobile. Tra la primavera e l'estate 1943 disputò inoltre la Coppa Luigi Barbesino con la formazione detta Presidio, che raccoglieva calciatori delle due maggiori squadre capitoline. Il secondo dopoguerra: Torino FIAT e Juventus Piola (accosciato, secondo da destra) nel Torino FIAT del 1944 Con il blocco dei campionati dovuto agli eventi bellici, Piola tornò al Nord; ottenne il permesso di unirsi al Torino FIAT che disputò il campionato d'Alta Italia. Formò un poderoso duo d'attacco con Gabetto, sostenuto dalle mezzali Loik e Mazzola, e mise a segno 27 reti, non sufficienti a vincere il torneo, che andò a sorpresa ai Vigili del Fuoco della Spezia. Desideroso di stabilirsi definitivamente in Piemonte, chiese alla Lazio la cessione. Il 19 settembre 1945 lo acquistò la Juventus per circa due (alcune fonti recenti parlano erroneamente di tre) milioni di lire dell'epoca: un trasferimento record per il calcio italiano, che consisteva nel pagamento di un milione e mezzo in contanti, e una partita amichevole da disputarsi a Roma con incasso, stimato pari a mezzo milione, a favore della società biancoceleste. Piola (a destra) e Čestmír Vycpálek alla Juventus nella stagione 1946-1947 Con i bianconeri disputò la Divisione Nazionale 1945-1946 e il torneo 1946-1947. In entrambi, la squadra bianconera contese senza successo il titolo al Grande Torino, e Piola mancò la sospirata vittoria del campionato nazionale. Il Novara e la fine della carriera Nel 1947 Piola era ritenuto prossimo al declino, mentre era pronto a entrare stabilmente tra i titolari bianconeri il giovane Giampiero Boniperti; fu allora che il trentaquattrenne attaccante fu convinto dal presidente del Novara Delfino Francescoli a trasferirsi in Serie B: «Cavaliere, si prenda una rivincita. Venga con noi a Novara, che tornerà subito in A». La squadra azzurra lo acquistò dunque a rate dalla Juventus. «Avido di gol, inserito in una squadra che si batte con lui a maniche rimboccate», Piola tornò protagonista tra gli azzurri novaresi, con cui ottenne la promozione in Serie A nel 1947-1948 e giocò stabilmente nel massimo campionato per altre sei stagioni. Il club ottenne diverse salvezze mentre Piola, da par suo, in questo periodo «continuò a bombardare i portieri con una continuità impressionante» essendo in grado di arrivare, alle soglie dei quarant'anni, a segnare 37 reti in due tornei. Si ricorda la tripletta del 19 novembre 1950 contro la sua ex Lazio, che all'età di 37 anni e 51 giorni ne fece all'epoca il più vecchio calciatore a realizzare un simile exploit in Serie A: un primato che resisterà per i successivi 71 anni, venendo superato solo nel 2021 dal 39enne Rodrigo Palacio. Piola al Novara nel secondo dopoguerra In questo periodo poté superare Meazza nella classifica assoluta dei marcatori del campionato a girone unico, ottenendo anche una convocazione in nazionale. Segnò l'ultima sua rete il 7 febbraio 1954, in una gara contro il Milan; ricordò Nils Liedholm, allora tra i rossoneri: «Alla sua età possedeva ancora un fisico poderoso e faceva ammattire gli avversari. Rammento bene quella partita: Piola aveva sempre addosso due difensori, eppure riuscì egualmente a segnare con una delle sue famose rovesciate a bicicletta». A 40 anni, 6 mesi e 9 giorni divenne il giocatore più anziano ad aver segnato in Serie A, record che mantenne fino al 2007. Avendo militato per 21 campionati in Serie A, stabilì un altro primato eguagliato nel corso degli anni dai soli Enrico Albertosi, Gianni Rivera e Ciro Ferrara, e superato in seguito solo da Paolo Maldini, Francesco Totti e Gianluigi Buffon. Disputò l'ultima gara il 7 marzo 1954, durante un Novara-Atalanta terminato 0-4 e che suscitò le contestazioni dalla tifoseria azzurra al termine. Il suo rimpianto più grande da calciatore fu «non aver mai fatto parte di un autentico squadrone: avrei tanto desiderato vincere uno scudetto». Nazionale Molto forte fu il legame tra Silvio Piola e la nazionale italiana. Dichiarò, negli anni della maturità: «ci sono al giorno d'oggi coloro che rifiutano l'onore della maglia azzurra. Inaudito! Occorre sentirsi onorati di rappresentare l'Italia nel mondo sportivo. Quanto darei per riavere i miei vent'anni e indossare ancora quella maglia»; ha raccontato Mario Pennacchia che la maglia azzurra rappresentava un traguardo molto ambito per Piola e che, una volta convocato, l'orgoglio fu tale da indurre il calciatore a farsi cucire un caratteristico costume da bagno con lo stesso stemma presente all'epoca sulle divise della nazionale. Il dualismo con Meazza Secondo Gianni Brera non correva buon sangue tra Piola e Meazza, i due grandi centravanti della loro epoca: in Storia critica del calcio italiano il giornalista raccontò di come Meazza avesse considerato il rivale «un usurpatore e un broccaccio, anche quando la stampa di tutto il mondo l'ha proclamato il miglior centravanti dei mondiali 1938». Quando Meazza, allora parte della commissione tecnica dell'Italia, convocò il trentanovenne Piola in nazionale, nel 1952, fu perché, secondo Brera, considerò che il centravanti avesse «finalmente imparato a giocare». John Foot, pur sottolineando le marcate differenze caratteriali tra il mondano Meazza e il riservato Piola, ha definito il libro di Brera poco attendibile a livello storiografico e che esso consista in «un miscuglio di autobiografia, poesia, ritratti a fior di penna, pettegolezzi e pregiudizi». Nino Oppio diede una testimonianza di carattere opposto. Secondo lui, i due calciatori erano «grandi amici [...], pronti a sostenersi in tanti episodi anche fuori dal campo»; Piola era entusiasta di giocare al fianco di Meazza nell'Ambrosiana al momento di abbandonare la Pro Vercelli, e non mancò poi in più occasioni di applaudire i meriti del compagno di squadra. Riferendosi a lui e a Giovanni Ferrari, dichiarò nel 1938 che «giocare e segnare con due mezze ali di questo valore è tanto facile che è un dovere», e in occasione del gol di mano contro l'Inghilterra attribuì «il merito del gol» all'«impareggiabile Peppino». Debuttò precocemente nella squadra B (esordì a Novara il 2 aprile 1933 in Italia B-Svizzera B (5-0), mettendo a segno due reti) ma, data la folta concorrenza nel ruolo di centravanti, non fu convocato in nazionale maggiore per il campionato del mondo 1934, fatto che lo rattristò oltremodo. Le sue perplessità circa il trasferimento alla Lazio furono dovute anche a questo motivo: temeva, col trasferimento a Roma, di alienarsi le attenzioni del commissario unico Vittorio Pozzo, che era solito attingere alle tradizionali squadre del Nord per la sua rappresentativa. Secondo Brera, Pozzo era diffidente sul conto del centravanti e lo considerava «una montatura del tifo romano», malgrado il considerevole score ottenuto tra le riserve azzurre (11 reti in 6 presenze). La prima convocazione in nazionale maggiore giunse il 24 marzo 1935, in previsione di una sfida contro l'Austria, il Wunderteam di Hugo Meisl definito all'epoca «bestia nera» dell'Italia: il titolare Meazza fu bloccato da un risentimento muscolare, e Pozzo fu convinto da Vaccaro a sostituirlo con Piola. Questi, ignaro dell'accaduto, ebbe la notizia dal compagno laziale Blason, che dopo una lunga ricerca lo rintracciò nelle campagne a sud di Roma mentre cacciava coi suoi cani. Raggiunto il ritiro di Rovigo, debuttò il 24 marzo al Prater di Vienna, a ventuno anni, siglando due reti decisive per la prima vittoria italiana in terra austriaca. Per Pozzo questa fu «la partita della sua carriera»: «Poteva crollare e temevo per lui. La cosa avrebbe assunto conseguenze disastrose sul suo morale e su tutto il suo avvenire. Ha trionfato, invece, ed è diventato, acquistando personalità, una delle figure più caratteristiche del nostro gioco». Piola divenne dunque l'erede di Angelo Schiavio nei piani del commissario unico: la rivelazione gli permise di arretrare Meazza, sfruttandone le doti da interno; questa mossa fu decisiva per la vittoria al campionato del mondo 1938. Piola segnò cinque reti nella competizione e divenne noto a livello mondiale. Offrì prestazioni ritenute decisive contro la Norvegia e la Francia e segnò due reti all'Ungheria nella finale. Grazie a questo successo visse un momento di grande popolarità internazionale, come dimostrarono i lusinghieri giudizi della stampa francese (Hanot, Pefferkorn) e il commento del commissario tecnico inglese Tom Whittaker, che lo definì «superiore a Ted Drake» in un periodo in cui gli inglesi erano ritenuti ancora con ampio margine i migliori calciatori del mondo. Fu celebre anche un gol decisivo segnato all'Inghilterra con una mano il 13 maggio 1939, convalidato dall'arbitro tedesco Bauwens: «un gol frutto anche dell'istinto, – raccontò anni dopo – mi ero lanciato per colpire il pallone di testa. Quando ho visto che non ci arrivavo per pochi centimetri ho dato alla sfera un gran pugno». Scrisse il giornalista Michele Ruggiero che «in piena guerra, l'episodio aveva tutti i crismi della notorietà» ed Emilio Violanti raccontò che «Piola ebbe a confessare il misfatto, che doveva rimanere proverbiale negli annali calcistici sotto la curiosa locuzione di "manina alla Piola"». Piola (in piedi, secondo da sinistra) alla sua ultima partita in nazionale, il 18 maggio 1952 contro l'Inghilterra; l'attaccante venne riconvocato in azzurro dopo un lustro – all'età di 38 anni – come omaggio a un atleta che nel campionato appena concluso era stato ancora capace di mettersi in spolvero (18 reti con la maglia del Novara). A partire dal 1940 Pozzo iniziò a schierarlo nel ruolo d'interno destro; il posto di centravanti invece passò all'amico Boniperti. L'ultimo gol di Piola in maglia azzurra risale al 1º dicembre 1946, in Italia-Austria 3-1. Nel maggio 1952 venne convocato in nazionale, a 38 anni e 7 mesi, da Carlo Beretta e Giuseppe Meazza. La convocazione suscitò la perplessità di molti critici, tanto che Piola stesso dichiarò: «una parte della critica si scagliò contro Beretta, tanto da farmi riflettere a lungo davanti allo specchio per vedere se mi fossi davvero ridotto da far pena. Ci battemmo gagliardamente, finì 1-1, ma i grandi elogi non cancellarono la ferita». La partita si giocò il 18 di quel mese, a Firenze, contro l'Inghilterra; alla sua presenza fu reso tributo dai novantamila presenti, che gli tributarono un lungo applauso. Fu la sua trentaquattresima e ultima gara in azzurro nonché la nona da capitano, che costituì un primato di anzianità poi superato da Dino Zoff. Il suo record di reti segnate in nazionale (30) venne superato da Gigi Riva nel 1973, mentre resiste quello della miglior media gol a partita. Allenatore L'esperienza con la nazionale Ha raccontato Chiesa di come Piola abbia stabilito un primato anche da allenatore, venendo chiamato a far parte della Commissione tecnica della nazionale italiana nel 1953, quando era ancora in attività come calciatore. Venne infatti scelto da Lajos Czeizler come aiutante di campo, e in questa veste prese parte al campionato del mondo 1954. Per via dell'impegno col Novara, durante il campionato Piola poté dedicare alla nazionale unicamente «ritagli di tempo». Inoltre, secondo il giornalista Enzo Sasso, l'esperienza del Mondiale fu condizionata dai cattivi rapporti tra Czeizler e Piola, che assolse ai suoi compiti di allenatore senza poter «aprire bocca su problemi tecnici». Alcuni giocatori (Pesaola e Comaschi, per esempio) «si dichiararono entusiasti» del lavoro dell'allenatore, ma questi fu per Sasso un capro espiatorio al termine del breve e deludente mondiale dell'Italia; allontanato, non rispose alle accuse che gli vennero mosse. Gli anni a Cagliari Il giornalista Romolo Barisonzo spiegò che Piola «tentò la carriera di allenatore nel Cagliari, ma non andò bene: non è mai stato un uomo di chiacchiere. Il calcio gli piaceva, ma quello giocato, non quello delle tattiche». Nel corso del campionato di Serie B 1954-1955 venne infatti scelto dall'ambiziosa società sarda, partita con ambizioni di Serie A ma entrata in crisi di risultati, per sostituire Carlo Alberto Quario. Ottenne una salvezza e un quinto posto nel 1955-1956; non confermato per la stagione successiva, fu richiamato nuovamente nel gennaio 1957 per sostituire Carlo Rigotti e lasciò infine la società nel successivo novembre. Nel 1959 gli venne offerto l'incarico di direttore tecnico dal Piacenza, a sostegno dell'allenatore Sergio Rampini, ma la trattativa non si concretizzò per ragioni economiche. Fece poi per oltre un decennio parte della FIGC come osservatore e istruttore dei corsi per allenatori. Record Calciatore italiano ad aver segnato più gol in assoluto in competizioni ufficiali (390). Calciatore con il maggior numero di reti realizzate nel massimo campionato italiano di calcio: 290 Calciatore con il maggior numero di reti realizzate in Serie A: 274 Unico calciatore, insieme a Omar Sívori, ad aver segnato sei gol in una partita di Serie A Più giovane calciatore a realizzare una tripletta in Serie A: 17 anni e 132 giorni, con la Pro Vercelli (8 febbraio 1931 contro il Napoli). Più giovane calciatore a realizzare un poker in Serie A: 18 anni e 54 giorni, con la Pro Vercelli (22 novembre 1931 contro l'Alessandria). Con la Lazio Calciatore con il maggior numero di reti realizzate in Serie A: 143. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Novara: 1947-1948 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Capocannoniere della Serie A: 2 - 1936-1937 (21 gol) - 1942-1943 (21 gol) All-Star Team dei Mondiali: 1 - Francia 1938 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano - 2011 (riconoscimento alla memoria) Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano - 2015 (riconoscimento alla memoria) Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana Grande ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana
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ALCEO LIPIZER https://it.wikipedia.org/wiki/Alceo_Lipizer Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 08.04.1921 Luogo di morte: Carenno (Lecco) Data di morte: 04.09.1990 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1947 Esordio: 06.01.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Bologna 1-0 Ultima partita: 29.09.1946 - Serie A - Juventus-Alessandria 3-1 6 presenze - 0 reti Alceo Lipizer (Fiume, 8 aprile 1921 – Carenno, 4 settembre 1990) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Alceo Lipizer Lipizer al Como, 1951 circa Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1954 Carriera Squadre di club 1937-1942 Fiumana 41 (5) 1942-1943 Taranto 17 (11) 1945-1947 Juventus 6 (0) 1947-1952 Como 101 (28) 1952-1954 Reggiana 30 (7) Carriera Lipizer alla Juventus nella stagione 1946-1947 Ha disputato 4 campionati di Serie A a girone unico con le maglie di Juventus e Como, totalizzando complessivamente 50 presenze e 15 reti, delle quali 10 nella sola stagione 1949-1950, contribuendo all'ottimo sesto posto finale dei lariani. Con la Juventus ha inoltre disputato, con 4 presenze all'attivo, il transitorio campionato di Divisione Nazionale 1945-1946. Ha inoltre collezionato 61 presenze e 15 reti in 3 campionati di Serie B nelle file di Fiumana e Como, conquistando, coi lombardi, con 12 reti all'attivo, il successo fra i cadetti nella stagione 1948-1949. Palmarès Campionato italiano Serie C: 1 - Fiumana: 1940-1941 (girone finale B) Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1948-1949
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ARISTIDE COSCIA https://it.wikipedia.org/wiki/Aristide_Coscia Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 15.03.1918 Luogo di morte: Alessandria Data di morte: 28.02.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1946 Esordio: 14.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Torino 2-1 Ultima partita: 28.07.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Napoli-Juventus 1-1 38 presenze - 9 reti Aristide Coscia (Alessandria, 15 marzo 1918 – Alessandria, 28 febbraio 1979) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Aristide Coscia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala, mediano Termine carriera 1954 Carriera Giovanili Alessandria Squadre di club 1936-1938 Alessandria 38 (10) 1938-1943 Roma 139 (24) 1943-1944 Ambrosiana-Inter 19 (1) 1944-1945 Varese ? (?) 1945-1946 Juventus 38 (9) 1946-1948 Alessandria 76 (15) 1948-1954 Sampdoria 149 (12) 1954-1955 Cirio ? (?) Carriera da allenatore 1954-1955 Cirio 1957-1958 Alessandria (giov.) 1959-1960 Alessandria (staff) 1963 Altay 1964-1965 Alessandria (giov.) 1965-1966 Alessandria 1967-1968 Siracusa 1968-19?? Perugia (in 2ª) Biografia Crebbe nel folto vivaio dell'Alessandria come uno dei più «classici e pacati prodotti» della locale scuola calcistica, con doti di regia e spunti offensivi. Era soprannominato "Bolide" per la sua fisicità imponente e "Ridolini" per la somiglianza con l'attore Larry Semon. Era cugino del musicista Gianni Coscia. A vent'anni passò alla Roma, con cui vinse uno scudetto; durante la seconda guerra mondiale fu arruolato tra i Bersaglieri e, con i compagni di squadra Amadei, Pantó, Borsetti, Andreoli, Jacobini e Ippoliti, si fece fotografare indossando il berretto piumato dell'Arma nel giorno della vittoria del campionato. Nel dopoguerra vestì anche le maglie di Juventus e Sampdoria. Nel 1953, durante la militanza alla Sampdoria, fu coinvolto assieme al calciatore Vittorio Mornese in un incidente stradale a Nizza Monferrato, senza riportare gravi conseguenze. L'anno successivo abbandonò l'attività agonistica; avendo disputato 370 partite in Serie A, è attualmente tra i primi cento calciatori più presenti nel massimo campionato. Rimase poi nel mondo del calcio come allenatore e come osservatore. Morì nel 1979, all'età di 60 anni. Caratteristiche tecniche La rosa dell'Alessandria 1937-1938, della quale Coscia era titolare. Mezzala, «maestro nel giocare a testa alta e nel far correre il pallone», fu arretrato in mediana nel 1948 dall'allenatore della Sampdoria Baloncieri. Era un buon rigorista. Al termine del campionato di Serie B 1937-1938 Bruno Slawitz diede una descrizione lusinghiera del giovane Coscia, appena messosi in luce nelle file dell'Alessandria, sulle pagine del Calcio Illustrato, riservandosi qualche dubbio sulla sua personalità: «la mezzala lascia a bocca aperta per la naturalezza e la finezza del palleggio. Ricorda molto il Ferrari e possiede una ragguardevole classe. Ma, ahimè, tra tanta classe occorre un po' di sacro fuoco». Il giornalista Ugo Boccassi ne ricorda la «chiara visione di gioco» e la capacità e l'intuito di «servire il compagno meglio piazzato» nel lanciare azioni d'attacco. Malgrado la fisicità imponente, non difettava di «eleganza di tocco e di movenze», come testimoniava anche Ennio Mantella nel 1942: «torce e storce le gambe; le divincola; le rigira, maestro di finte: ed eccolo in area di rigore a lanciare il centravanti. Guarda di traverso, dopo un'azione, come il cacciatore la preda che fugge; e ricomincia, come danzasse». Amedeo Amadei, che giocò con Coscia nella Roma, disse che era «un po' il Falcão della squadra [che vinse lo scudetto 1942]», e lo paragonò «per l'eleganza» al suo concittadino Gianni Rivera. Carriera Giocatore 1936-1938: gli esordi nell'Alessandria Allievo di Umberto Dadone nelle giovanili dell'Alessandria, Coscia fu promosso in prima squadra dall'allenatore Stürmer e debuttò in Serie A il 4 ottobre 1936, nella gara del Campo Testaccio persa per 0-1 contro i padroni di casa della Roma. Militò nei grigi in due stagioni non particolarmente felici per la compagine, che nel 1936-1937 retrocessero per la prima volta nella loro storia in B e l'anno successivo fallirono il ritorno nella massima categoria agli spareggi. Coscia si fece comunque notare in quel torneo cadetto per l'alta media realizzativa; al termine gli addetti ai lavori lo consideravano «una rivelazione del campionato ultimo [...], da molti competenti [...] designato degno successore dei Baloncieri, dei Ferrari, degli Scagliotti e dei Riccardi». Intenzionata a trattenerlo malgrado le molte offerte presentate da altre squadre, l'Alessandria lo cedette infine alla Roma per 180 000 lire. 1938-1943: la militanza nella Roma La rosa della Roma 1941-1942; Coscia è il secondo da destra, in prima fila. Assieme al compagno di squadra Ceresa, Coscia passò dunque alla Roma, che dopo gli addii alla maglia giallorossa di Fulvio Bernardini e Attilio Ferraris ringiovanì la propria rosa. Coscia fu subito titolare, ed esordì in campionato con la maglia romanista il 18 settembre 1938, in Roma-Milan 1-0, servendo a Alghisi l'assist per la rete decisiva. Coscia fu titolare fisso della Roma per 5 stagioni; nel 1940-1941 contribuì al brillante percorso della squadra in Coppa Italia, poi persa in finale contro il Venezia. Nel 1941-1942 fu poi uno dei protagonisti della vittoria del primo scudetto della storia giallorossa: attorno a lui, incaricato della regia, ruotava il gioco, come testimoniato dal compagno di squadra Krieziu. Col compagno di reparto Renato Cappellini era autore di un gioco solido e concreto, che la stampa contrapponeva a quello più fantasioso della coppia di mezzali laziali formata dagli argentini Pisa e Flamini. La sua maturitazione fu sottolineata dalla stampa: «quando Coscia venne a Roma aveva il brillio dell'entusiasta. Gli si è attuito e, oggi, mira al sodo. Dicono abbia perduto il tiro: ma ha tanta furberia che unisce a tanto magnifico controllo di pallone». È ricordato anche per aver segnato un gol nell'ultima gara disputata dalla Roma sul Campo Testaccio, un'amichevole contro il Livorno del 30 giugno 1940 terminata 2-1 per i giallorossi. Non debuttò mai in Nazionale, in parte per la drastica riduzione dell'attività internazionale che si vericò proprio dopo il 1940 a causa degli eventi bellici, in parte per la contemporanea ascesa della forte coppia di mezzali formata da Ezio Loik e Valentino Mazzola. Il dopoguerra: Juventus, Alessandria e Sampdoria Lasciata Roma al termine del campionato 1942-1943, Coscia tornò al Nord. Disputò il Campionato Alta Italia del 1944 nelle file dell'Ambrosiana-Inter e il Torneo Benefico Lombardo con il Varese, mentre alla ripresa dei campionati ufficiali passò alla Juventus e sfiorò la vittoria del suo secondo scudetto personale: i bianconeri chiusero la Divisione Nazionale 1945-1946 alle spalle del Torino. Al ritorno della Serie A a girone unico militò per due stagioni nell'Alessandria; nella seconda segnò dieci reti (cinque su rigore), non riuscendo però ad evitare la retrocessione dei grigi. Passò dunque alla Sampdoria; arretrato a centrocampo dall'allenatore Baloncieri, formò con Bruno Gramaglia la coppia di mediani titolare nella stagione 1948-1949, ricordata per la vena dell'attacco «atomico» Baldini-Bassetto e per un quinto posto rimasto, per oltre un decennio, il miglior risultato dei blucerchiati in Serie A. Dopo aver disputato diversi campionati in mediana (affiancato da Mannocci, Bergamo, Oppezzo), divenne riserva nel 1953, quando con l'avvento del tecnico Paolo Tabanelli la Sampdoria virò dal sistema al catenaccio. Disputò la sua ultima partita in A il 30 maggio 1954, allo Stadio Luigi Ferraris contro la Lazio (0-0). Allenatore La prima esperienza da tecnico fu con il CRAL Cirio, sodalizio napoletano che concluse al primo posto il proprio girone di IV Serie nel 1954-1955; Coscia, «allenatore e giocatore», venne indicato come «uno degli artefici del successo». Il club, qualificato alla fase finale, mancò l'ammissione agli spareggi per la promozione in Serie C; Coscia, a fine stagione, fu posto in lista di trasferimento. Più avanti fu ad Alessandria, dapprima come allenatore della Juniores e osservatore per la coppia Pedroni-Robotti. Nel 1964-1965 seguì la Juniores, per poi essere promosso alla guida della prima squadra a stagione in corso, dopo l'allontanamento di Henry Augustine, ottenendo la salvezza. Nella stagione successiva rimase alla guida della formazione grigia, in collaborazione dapprima col direttore tecnico Federico Allasio, che venne allontanato già dopo la quinta gara di campionato per divergenze con lo stesso Coscia, e poi con Gino Armano. La coppia fu infine esonerata poi a gennaio per i risultati negativi e sostituita da László Székely, che ottenne la salvezza. Coscia allenò inoltre l'Altay di Smirne ed il Siracusa; nel 1968 fu ingaggiato dal Perugia, in Serie B, come secondo di Guido Mazzetti. Fu poi osservatore per la Juventus e per la Nazionale. Palmarès Campionato italiano: 1 - Roma: 1941-1942 IV Serie: 1 - Cirio: 1954-1955
