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RAÚL CONTI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” Un funambolo dalle grandi aspettative ma protagonista di una carriera tormentata fin dall’inizio. Nato a Pergamino, trecento km a nord di Buenos Aires, figlio di un garagista di origine italiana, appena trasferitosi a Buenos Aires con la famiglia, Raul Conti si dedicò con tutta la sua passione al calcio. Messosi in evidenza in un torneo giovanile grazie ai suoi dribbling spumeggianti fu notato da Guillermo Stabile che lo convinse a passare al Rating di Avallaneda. Dopo i primi entusiasmi, scivolò fra le riserve e ai margini della prima squadra. Fu quasi dimenticato per ben tre stagioni senza riuscire a venirne fuori. Finché non lo scovò Renato Cesarini e se lo portò al River Plate. E quando dal Torino gli chiesero un suggerimento, lui fece subito il nome dell’estroso Conti. Il Torino lo chiama, gli fa sostenere, a Biella, un provino in cui segna due gol e lo tessera. Ma anche qui i suoi insistiti personalismi fanno si che l’allenatore Sperone non lo prenda mai in considerazione per la prima squadra. A quel punto viene prestato al Monaco, nella B francese. Nel Principato – ormai ventitreenne – il giovane italo-argentino trova l’ambiente ideale per esprimersi, segna 13 gol in 16 partite, incanta i tifosi monegaschi e i dirigenti ne decidono la conferma e chiedono al Torino di cederlo definitivamente. Il Torino nicchia ma il giocatore si impunta, vuole restare nel Principato. E alla fine la società granata cede. Nel campionato successivo si migliora ulteriormente e con 22 gol contribuisce in misura determinante alla conquista del secondo posto che vale la promozione in 1ª divisione francese. La Juventus lo nota e comincia a seguirlo con sempre maggiore continuità. Giampiero Combi lo segnala a Rosetta e infine, nel 1956, dopo tre campionati di 1ª divisione francese (nell’ultimo dei quali Conti segna altri 16 gol), la società bianconera porta l’affondo. E con 16 milioni di franchi Raul diventa bianconero. Al momento del tesseramento un intoppo fa perdere tre settimane: fatto è che nel transfert il cognome era stato scritto con una “t” in più e ci vogliono i necessari accertamenti perché possa essere cartellinato. Puppo lo fa esordire contro la Sampdoria, ma si infortuna a un gomito e resta stoicamente in campo. Per segnare il suo primo gol, Conti aspetta proprio il derby contro il Torino e firma una rete importante perché evita una dolorosa sconfitta della Juve. “Quasi inaspettatamente – scrive Vittorio Pozzo su La Stampa – a tre minuti dal termine e quasi di prepotenza, la Juventus sfonda e pareggia: all’altezza del montante alla sinistra di Rigamonti, Hamrin coglie in titubanza due avversari e serve di precisione Conti. Questi sgattaiola avanti e rabbiosamente e dal basso in alto, spara diritto davanti a sé. Nulla da fare per il portiere, così a bruciapelo: uno a uno”. Così Raul Conti s’è preso una sorta di rivincita contro quel Torino che dopo averlo sedotto, lo aveva precocemente abbandonato, costringendolo a emigrare nel Principato. Disputa un buon campionato Conti, si merita una chiamata dalla Nazionale argentina (ma non gioca, contro l’Austria) ma a fine stagione deve fare le valigie. Innanzitutto perché la sua indolenza e la mancanza di continuità e disponibilità al sacrificio non appaiono sufficientemente compensate dalle indubitabili qualità tecniche e di fantasia. E poi, è in arrivo un certo Sivori e “ubi maior…”. Conti finisce così all’Atalanta per 22 milioni. E a Bergamo disputa una stagione difficile. Con 6 gol in 30 partite risulta il miglior realizzatore di una squadra priva di punte valide e che non riesce a evitare la retrocessione con appena 29 gol segnati complessivamente. Da Bergamo finisce a Bari dove vive invece una seconda giovinezza e si prende le soddisfazioni che non conosceva dai tempi di Montecarlo. In quattro stagioni (tre in A e una in B) gioca 87 partite e segna 10 gol, ma riceve grandi consensi al punto da meritarsi dallo storico del Bari Gianni Antonucci, la definizione di “fantasista più geniale che abbia mai indossato la maglia del Bari”. Come tutti i fantasisti, Raul Conti era anche un burlone, uno di quelli che tengono alto il morale della truppa. Una sera, durante il ritiro della squadra, fece una singolare scommessa con il compagno Gianni Seghedoni. Una sfida sui 100 metri, che Seghedoni avrebbe dovuto correre normalmente mentre Conti sarebbe partito dai 50 metri, correndo però all’indietro. Sorprendendo un po’ tutti e fra l’ilarità generale, Conti arrivò per primo e vinse la stramba scommessa, costringendo Seghedoni a pagare, con comprensibile disappunto, la cena per tutti. La permanenza di Raul Conti al Bari è stata segnata anche da un episodio molto meno divertente passato alla storia perché balzato sulle prime pagine dei giornali e, soprattutto, entrato nella giurisprudenza dello sport. Nel corso della partita fra Bari e Milan del 25 dicembre 1960, Conti subì un fallo piuttosto violento da parte del milanista Sandro Salvadore. Gli fu riscontrata la rottura del menisco, fu costretto all’intervento chirurgico e poté rientrare solo dopo 40 giorni. Riflettendo sull’episodio e sul danno che la scorrettezza di Salvadore aveva provocato a Conti e di conseguenza anche al Bari, in lotta per la salvezza, l’avvocato barese Aurelio Gironda, denunciò alla magistratura ordinaria il difensore del Milan, invocando la volontarietà del fallo. In prima istanza il pretore di Bari Giacinto Di Marco, visionati i filmati dell’episodio, dopo aver interrogato l’arbitro, i due giocatori protagonisti (Conti, per la clausola compromissoria, non si costituì parte civile) e altri testimoni, giunse alla conclusione che il fallo era stato involontario e quindi non ravvisò dolo nel comportamento di Salvadore. “Tuttavia – sottolineava la sentenza – il reato sportivo poteva essere perseguito dalla legge ordinaria. Se la legge è uguale per tutti, questo vale anche su un campo di calcio”. Sandro Salvadore venne condannato quindi a un’ammenda di 50 mila lire più le spese processuali. Contro la sentenza il milanista si appellò. Ma la lentezza della giustizia e alcuni cavilli procedurali fecero sì che non si arrivasse mai alla sentenza d’appello: Raul Conti nel frattempo era tornato in Argentina e Sandro Salvadore era passato alla Juventus ed era diventato un pilastro della Nazionale. Nessuno si presentò al dibattimento e il procedimento venne archiviato. Raul Conti è morto nella sua Argentina nel 2008. Puerto Madryn, nella Patagonia argentina, gli ha dedicato il suo stadio polisportivo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/raul-conti.html
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RAÚL CONTI https://it.wikipedia.org/wiki/Raúl_Conti Nazione: Argentina Luogo di nascita: Pergamino Data di nascita: 05.02.1928 Luogo di morte: Pergamino Data di morte: 05.08.2008 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: El Ñato Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 07.10.1956 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-1 Ultima partita: 16.06.1957 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-2 30 presenze - 7 reti «Calza la palla come una pantofola.» (Bruno Roghi) Raúl Alfredo Conti (Pergamino, 5 febbraio 1928 – Pergamino, 5 agosto 2008) è stato un calciatore argentino, di ruolo centrocampista. Raúl Conti Conti in Argentina Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1962 Carriera Giovanili 1940-1944 Compania General de Salto Argentino Squadre di club 1944-1947 Compania General de Salto Argentino ? (?) 1947-1951 Racing Club ? (72) 1951 River Plate ? (?) 1951 Torino 0 (0) 1951-1956 Monaco 101 (44) 1956-1957 Juventus 30 (7) 1957-1958 Atalanta 30 (6) 1958-1962 Bari 87 (10) Caratteristiche tecniche Era una mezzapunta abbastanza estrosa e abile nei dribbling. Quando ispirato era un trascinatore (consueto per un fantasista), ma talvolta la sua tecnica poteva risultare sterile nel gioco di squadra. Carriera «Il fantasista più geniale avuto dal Bari.» (Gianni Antonucci) Figlio di garagista, inizia a giocare a calcio all'età di dodici anni in una rappresentativa locale, la Compania General de Salto Argentino. Dopo tre anni nelle formazioni giovanili viene portato in prima squadra, militante nella IV Divisione argentina. Ingaggiato dal Racing Club nel 1947, per volere di Guillermo Stábile, vince con i biancocelesti quattro campionati di Primera División sotto la guida di "Chino" Cepeda e colleziona la media di 18 reti a stagione. A seguito di un provino con il River Plate di Renato Cesarini viene preso ma rigirato inaspettatamente, dopo soli due mesi, agli italiani del Torino. I tecnici granata, non convinti dal suo individualismo (non viene incluso nella rosa), lo cedono dapprima in prestito e poi definitivamente ai monegaschi del Monaco, che contribuisce attivamente a far promuovere in Ligue 1. Conti in azione con la maglia della Juventus nella stagione 1956-1957 Entrato nel mirino della Juventus, gioca con i piemontesi 30 partite nella stagione 1956-1957 (per un totale di 7 gol). Pur con l'attenuante di capitare in una squadra bianconera di transizione, persino impelagata nei bassifondi della classifica, Conti viene tuttavia ricordato a Torino come «l'uomo sbagliato al momento sbagliato», in quanto giocatore di talento ma privo del carisma necessario per incidere in campo e imporsi nello spogliatoio: riesce comunque a lasciare un segno nella sfida-salvezza del 5 maggio 1957 contro il Palermo, vinta dalla Juventus in goleada per 6-4. Passa poi all'Atalanta, sempre in Serie A. Dopo un solo anno con gli orobici viene venduto al Bari. Gioca in biancorosso gli ultimi quattro anni della sua carriera, di cui tre nel massimo campionato e uno, l'ultimo, in Serie B, dividendo i tifosi biancorossi dell'epoca tra simpatizzanti e non. Del quadriennale trascorso con i pugliesi è rimasto agli annali un infortunio che Conti ha subìto nella gara contro il Milan, valida per la dodicesima giornata del campionato 1960-1961 e giocatasi il 25 dicembre: al 18' l'interno viene colpito violentemente alla gamba sinistra dall'accorrente Sandro Salvadore. Diagnosticatagli la rottura del menisco, Raul deve rimanere in cura per quaranta giorni. Nel frattempo i galletti, privi di Conti, ricavano due punti nelle seguenti sei gare. L'avvocato barese Aurelio Gironda, forte sostenitore biancorosso, denuncia quindi il difensore milanista, definendo il fallo «da codice penale». Per la prima volta nella storia, quindi, il calcio entra nei tribunali; lo stesso Conti non s'è neanche costituito parte civile (infatti, intervistato nell'istruttoria, il calciatore considera involontario il fallo ricevuto). Nel febbraio del 1962 Salvadore viene riconosciuto colpevole e gli viene pertanto comminata una multa di cinquanta milioni di lire da aggiungere alle spese processuali. La motivazione addotta dal giudice Giacinto De Marco sta nel fatto che superati certi limiti, un fallo sportivo può essere punito come reato comune. Dopo la nascita a Bari del figlio Norberto, il fantasista chiude la sua carriera a 34 anni, lasciando definitivamente l'Italia.
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ENZO ROBOTTI Una stagione, quella 1956-57 dei “Puppanti”, per Enzo Robotti, forte difensore alessandrino. Solamente 15 presenze per lui e una rete su rigore, in un roboante 5-1 all’Inter del 3 marzo ‘57. Questa la formazione della Juve di quel match: Romano; Corradi, Robotti; Oppezzo, Nay, Montico; Donino, Colombo, Boniperti, Conti, Stivanello. Per i nerazzurri: Ghezzi; Fongaro, Giacomazzi; Invernizzi, Rebizzi, Bernardin; Pandolfini, Vonlanthen, Nesti, Lorenzi, Skoglund. Segnarono, oltre al nostro, Colombo, Conti, Oppezzo e Montico per la Zebra. Di Rebizzi dal dischetto l’unico punto per il Biscione. Robotti troverà gloria nella Fiorentina (dove vincerà la Coppa delle Coppe e la Coppa Italia) e nella Roma, partecipando pure al nefasto Mondiale cileno del 1962. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1963 Arrivai alla Juventus che avevo sedici anni. Mi pare superfluo rievocare le sensazioni di quei giorni: a quell’età entrare a far parte della quadra più popolare e più famosa d’Italia! Toccavo il cielo con il dito, ecco; gli inizi, nella squadra ragazzi dell’Alessandria, mi sembravano ormai lontani. Mi illudevo di essere arrivato, di aver raggiunto il tetto delle ambizioni, il vertice della carriera. Purtroppo, non fu così semplice. Il mio tirocinio alla Juventus fu lungo e cosparso di spine. Trovai dapprima un limite nell’età, poi nella bravura dei miei compagni di squadra. Raggiunsi la prima squadra con Puppo allenatore (un vero signore, misurato, intelligente: sapeva lavorare il morale dei giocatori in maniera insuperabile), ma trovai la mia definitiva valorizzazione lontano dalla Juventus, in quella Fiorentina che è logicamente divenuta la squadra del mio cuore. Con tutto questo, non dovete credere che i miei ricordi juventini siano venati di malinconia o di spunti polemici. Tutt’altro. Ricordo la Juventus come una squadra e soprattutto una società modello. Le piccole beghe che inevitabilmente capitano nel nostro mondo di calciatori non risparmiavano neppure la Juventus. Ma era lo stile nel superarle a dare la misura della classe della società. Nessuno scandalo, un trattamento sempre signorile. I problemi venivano discussi e risolti in famiglia, al di fuori non trapelava nulla. Ricordo con affetto e gratitudine tutti i dirigenti di allora, ricordo Locatelli, l’allenatore di noi ragazzi che ci dava la carica con quel suo tratto semplice e pieno di umanità. Ma a voi interessano forse di più i ricordi sportivi. La mia permanenza alla Juventus non coincise con un periodo felice per la squadra. Si lottava a metà classifica, Milan e Inter dominavano la scena. Per questo mi sembrava ancora più inspiegabile l’alone di affetto e di popolarità che circondava la squadra. I successi del passato, senza dubbio, rimanevano nella memoria del pubblico. Ma c’era di più: forse era proprio lo stile juventino che affascinava le folle, le faceva stringere attorno alla bandiera bianconera. È piuttosto singolare il modo in cui mi guadagnai il posto in prima squadra. Io giocavo nelle riserve e spesso mi ero trovato in allenamento di fronte a quel mago di Praest. Poi arrivò uno svedese biondo, fragile come un cristallo allora, ma tecnicamente un demonio. Si chiamava Kurt Hamrin, i nostri destini dovevano poi incrociarsi. Nelle partitelle di metà settimana, disputai alcuni duelli memorabili con Kurt. Lui a inciucchirmi di finte e scatti ed io a tenerlo spietatamente, con rabbia. Si accorsero di me, allora. C’era Puppo, appunto. Ero tornato da un anno di prestito alla Sanremese, che mi era servito per farmi le ossa, come si dice in gergo. Dopo dieci partite di campionato, divenni titolare e non mollai più il posto sino alla fine. Ogni tanto ricordiamo quei giorni, con Hamrin. La Juventus aveva due grandi terzini, Corradi e Garzena, che giocano ancora, sia pure in altre squadre. Ormai come riserva ero un lusso, fu così che si arrivò alla mia cessione alla Fiorentina. Il primo incontro che disputai in campionato contro la Juventus, avrei voluto spaccare tutto. È un sentimento umano. Ma poi, pur impegnandomi sempre al massimo a ogni occasione, non riuscii mai a scovare un valido motivo di vendetta che potesse caricarmi. Non avevo nulla da rimproverare alla Juventus, mi avevano trattato con tutti i riguardi. Il mio passato di juventino è ormai un capitolo lontano. Nella Fiorentina ho trovato la valorizzazione, la maglia azzurra. È difficile ipotecare il futuro di noi calciatori, ma posso dichiarare in tutta sincerità che se fossi costretto a lasciare la maglia viola, lo farei con l’animo pieno di amarezza. Alla Fiorentina sono legato a doppio filo. Questo non mi impedisce di mantenere un ottimo ricordo della Juventus. Penso che per un calciatore essere appartenuto alla Juventus sia un po’ un’etichetta di nobiltà: per questo ne vado fiero. GINO STACCHINI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1963 Pensando a un terzino che io temo particolarmente, vi faccio un nome: Robotti. Il fiorentino Robotti. Ricorderete che, con Enzo, ho giocato parecchio tempo qui a Torino, per la stessa squadra, per la Juve. Giocavamo con i titolari e con le riserve. In genere non era lui che io trovavo sulla mia strada, appunto perché eravamo insieme. Ma poi, sapete come va a finire. Capita che in allenamento si giochi in formazioni miste, un tempo lo si fa con i titolari, un tempo con gli allenatori. Insomma, Enzo ha potuto «conoscermi» in tutta tranquillità, imparando a memoria, anche non volendo, il mio repertorio di gioco personale. Poi, Robotti se n’è andato alla Fiorentina. La musica è cambiata perché me lo sono ritrovato di fronte e non si trattava più di allenamenti. Si trattava di Campionati e di Coppe... Qualche volta sono riuscito a portarlo a spasso; sovente, però, il nostro duello l’ha vinto lui. Lui, perché mi conosce e perché è per me un fatto psicologicamente negativo il sapere, appunto, che lui mi conosce. Il gioco diventa un fatto tutto psicologico, in queste condizioni. È una guerra fredda che è difficile improvvisare con lucidità. Non questa finta perché lui la conosce, non quell’altra perché lui non abbocca... La vita diventa difficile. Eppure, anche in questo caso la forma ha un grandissimo peso. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/enzo-robotti.html
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ENZO ROBOTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Robotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 13.06.1935 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 13.01.1957 - Serie A - Juventus-Padova 0-0 Ultima partita: 16.06.1957 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-2 15 presenze - 1 rete Enzo Robotti (Alessandria, 13 giugno 1935) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Enzo Robotti Robotti alla Fiorentina fra gli anni '50 e '60 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1968 - giocatore 1991 - allenatore Carriera Giovanili 1945-1952 Alessandria 1952-1955 Juventus Squadre di club 1955-1956 → Sanremese 31 (0) 1956-1957 Juventus 15 (1) 1957-1965 Fiorentina 231 (2) 1965-1967 Brescia 49 (1) 1967-1968 Roma 21 (0) Nazionale 1958-1965 Italia 15 (0) Carriera da allenatore 1970-1971 Montevarchi 1971-1973 Prato 1973-1975 Pisa 1975-1977 Grosseto 1977-1979 Montecatini 1980-1982 Spezia 1982-1983 Fano 1983-1985 Rondinella 1985-1986 Avellino 1987 Cagliari 1988-1989 Frosinone 1989-1990 Rondinella 1990-1991 Trento Carriera Giocatore Club Cresciuto nelle giovanili dell'Alessandria, nel 1952 fu ceduto alla Juventus, inizialmente in prestito. In seguito la formazione torinese lo prestò per una stagione alla Sanremese, prima di far ritorno ai bianconeri nel 1956. Robotti (accosciato, terzo da destra) nella Roma del 1967-1968 Dopo aver esordito in Serie A con la Juventus, Robotti passò alla Fiorentina, con la quale disputò nove campionati ottenendo, come miglior risultato, tre secondi posti consecutivi fra il 1957 ed il 1960. Inoltre, sempre in maglia viola, vinse la Coppa delle Coppe 1960-1961 battendo in finale i Rangers Glasgow; perse, invece, la finale (ripetuta) nell'edizione successiva contro l'Atlético Madrid. Perse anche le finali di Coppa Italia (nel 1958 contro la Lazio e nel 1960 contro la Juventus), Coppa delle Coppe 1961-1962 e Coppa Mitropa 1965. Nel 1965 lasciò la maglia viola per accasarsi al neopromosso Brescia, chiudendo tre anni più tardi la sua carriera con la casacca della Roma. Nazionale In azzurro Robotti disputò 15 incontri, prendendo parte alla spedizione cilena del 1962, nella quale fu, assieme a Sandro Salvadore, l'unico giocatore a prendere parte a tutte e tre le gare disputate dalla Nazionale italiana. Allenatore Iniziò la carriera di allenatore nel 1970 con il Montevarchi, collezionando subito una retrocessione in Serie D. Allenò poi per due anni a Prato, con un sesto ed un quindicesimo posto. Dal 1973 al 1975 allenò il Pisa, dove ottiene un sesto posto ed il primo esonero della sua carriera. Dal 1975 al 1977 fu a Grosseto, per poi passare al Montecatini, che salì dalla Serie D alla Serie C2, ma solamente in seguito alla riforma dei campionati voluta dalla FIGC a partire dalla stagione 1978-1979. Dopo un anno di inattività, riprese dallo Spezia, che retrocesse in Serie C2. Confermato anche per la stagione successiva, venne esonerato in corso d'opera. Nella stagione 1982-1983 subentrò alla guida del Fano, per poi passare alla Rondinella, con la quale ottenne il miglior risultato della propria carriera nella stagione 1983-1984, un quarto posto in Serie C1. Lasciò la Rondinella nel 1985 in comune accordo con il presidente Ugo Poggi. Nello stesso anno colse l'opportunità di allenare in massima serie l'Avellino, dapprima affiancato da Tomislav Ivić come direttore tecnico e poi come prima guida tecnica, conquistando l'ottava salvezza consecutiva per gli irpini. Nel 1987 si trovò al capezzale di un Cagliari appena retrocesso dalla Serie B, venendo successivamente esonerato. Nella stagione 1988-1989 sostituì a campionato in corso Alberto Mari sulla panchina del Frosinone. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Coppa dell'Amicizia italo-francese: 2 - LNP: 1959, 1960 Coppa delle Alpi: 1 - Fiorentina: 1961
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GIUSEPPE ROMANO https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Romano Nazione: Italia Luogo di nascita: Brescia Data di nascita: 15.11.1918 Luogo di morte: Tempio Pausania (Olbia-Tempio) Data di morte: 16.11.1965 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Bepi Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 03.03.1957 - Serie A - Juventus-Inter 5-1 Ultima partita: 02.06.1957 - Serie A - Padova-Juventus 2-1 6 presenze - 10 reti subite Giuseppe Romano (Brescia, 15 novembre 1918 – Tempio Pausania, 16 novembre 1965) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Romano Romano (in piedi, primo da sinistra) nel Brescia della stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1957 - giocatore Carriera Squadre di club 1937-1942 Brescia 124 (-112) 1942-1943 Vicenza 24 (-35) 1944-1945 Como 20 (-18) 1945-1947 Vicenza 60 (-54+) 1947-1949 Brescia 59 (-52) 1949-1951 Como 2 (-6) 1951-1954 Torino 52 (-75) 1954-1955 Lecco 10 (-?) 1956 Piacenza 9 (-14) 1956-1957 Juventus 6 (-10) Carriera da allenatore 1960-1961 Pordenone Juniores 1962-1963 Pordenone 1964-1965 Aosta 1965 Tempio Carriera Giocatore Esordisce in Serie B con il Brescia, il 22 maggio 1938 nella partita Brescia-Vigevano (3-1). Rimane in forza alle Rondinelle fino al 1942, quando si trasferisce al Vicenza, con cui debutta in Serie A il 4 ottobre 1942 nella sconfitta per 6-1 sul campo del Genova 1893. Durante la sospensione bellica dei campionati, si trasferisce al Como, con cui prende parte al Torneo Benefico Lombardo: la formazione lariana conclude al primo posto, e Romano risulta il portiere meno battuto del torneo con 18 reti subite. Terminata la guerra, riprende l'attività giocando ancora due campionati con il Vicenza (il secondo in Serie A), prima di ritornare al Brescia per due stagioni da titolare nella serie cadetta. Nel 1949 torna a militare nella massima serie con il Como; con i lariani, tuttavia, viene impiegato come rincalzo, e colleziona 2 presenze in due stagioni. Ormai trentatreenne, passa al Torino, sempre in Serie A, ed esordisce in maglia granata il 18 novembre 1951, nella vittoria per 1-0 a Trieste, conquistando la maglia da titolare e giocando 29 partite nel campionato 1951-1952. Nelle due stagioni successive lo spazio si riduce progressivamente, e nel 1954, a 36 anni, scende in Serie C, con la maglia del Lecco: gioca 10 partite come riserva del titolare Maffeis, e a fine stagione viene lasciato libero. Nell'aprile 1956, dopo diversi mesi di inattività, viene ingaggiato dal Piacenza, risultando il quarto portiere impiegato dagli emiliani nel campionato di Serie C 1955-1956. Disputa le ultime 9 partite del campionato, contribuendo alla salvezza della squadra allenata da Ercole Bodini (poi vanificata dalle vicende del Caso Piacenza). La carriera di Romano prosegue con la sua ultima stagione in Serie A, nelle file della Juventus, come terzo portiere dietro Giovanni Viola e Giuseppe Vavassori. Gioca 6 partite concludendo la sua carriera il 2 giugno 1957, sul campo del Padova; con i suoi 38 anni risulta il giocatore più anziano ad aver vestito la maglia bianconera al debutto. Allenatore Terminata la carriera agonistica diventa allenatore del Pordenone, nel campionato 1962-1963, e nel 1965 viene ingaggiato dal Tempio. Nel novembre dello stesso anno, mentre dirigeva un allenamento della squadra, muore colpito da infarto.
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JUAN VAIRO Estate del 1955: la dirigenza juventina decide di rinnovare parzialmente il parco stranieri della formazione, partendo dall’attacco che, dalla partenza dei due Hansen, non ha più trovato la penetrazione degli anni precedenti. Dall’Argentina giunge Juan Vairo, fratello di Federico, terzino della Nazionale albiceleste guidata dal Filtrador Guillermo Stabile. Vairo proviene dal Boca Junior, la famosa Equipo Zeneise, nella quale giostra da interno su entrambe le fasce del campo. È di origini calabresi: il giocatore racconta spesso, infatti, che il padre era stato ottimo calciatore con la maglia della Sampierdarenese negli anni Venti. La Juventus di quell’anno può contare ancora sul validissimo apporto di Boniperti, sempre atletico e ragionatore, anche se al centro manca un ariete sfondatore. Vairo stenta parecchio ad ambientarsi e, quando arriva l’autunno, incontra ancora più difficoltà a causa dei terreni bagnati, ai quali non è abituato. Viri Rosetta, nonostante tutto, afferma che si sarebbe dovuta attendere la primavera e, quindi, un fondo a lui più congeniale, per poter esprimere un giudizio compiuto. Ma l’allenatore Sandro Puppo non proverà l’argentino in maniera concreta, ritenendo più affidabile inserire in formazione giocatori meno dotati sul piano tecnico, ma più redditizi dal punto di vista del rendimento. Era costato diciotto milioni, una cifra non esaltante, ma comunque non disprezzabile per un atleta sceso in campo undici volte complessive. Nel corso di queste rare apparizioni, Juan Vairo segna tre reti dando prova che, quando le condizioni fisiche e del terreno glielo permettevano, era dotato di una tecnica ben oltre la media e di una discreta visione di gioco. «Viva sorpresa nell’ambiente bianconero – si legge su “La Nuova Stampa” del 13 marzo 1956 – la mezzala sud-americana Juan Vairo, acquistata dalla Juventus all’inizio della stagione, ha improvvisamente lasciato l’Italia, ed è tornata in patria, salendo ieri a bordo dell’aereo che è partito dalla Malpensa poco dopo le quattordici, diretto in Argentina. La notizia è trapelata nelle prime ore della giornata di ieri e sembrava in un primo momento infondata. Dirigenti bianconeri presenti in sede dichiaravano di non essere al corrente di una simile decisione e altrettanto sostenevano i giocatori, che sembravano anzi stupiti dell’informazione. Soltanto il commissario straordinario della società juventina, Umberto Agnelli, ha conformato di sapere con esattezza i termini della questione. Il giocatore aveva avuto un colloquio con il massimo esponente bianconero, chiedendo espressamente di essere autorizzato a rientrare in patria, dove sperava di ottenere una sistemazione presso una squadra di Buenos Aires. Pare infatti che Vairo avesse avuto, tramite i suoi familiari, approcci con il River Piate, che si era dichiarato disposto ad assumerlo in vista del campionato argentino che si inizierà ad aprile. Nel colloquio Umberto Agnelli-Vairo sarebbe stato raggiunto un accordo di massima, sul quale si mantiene logicamente il riserbo: pare tuttavia che al giocatore sia stato concesso di rientrare a suo agio in Argentina. Così sabato pomeriggio, dopo la partita Juventus-Sampdoria, l’attaccante sud-americano è andato a casa, ha fatto le valige ed è partito per Milano. All’amico Turchi, che ha assistito ai preparativi per il viaggio, ha dichiarato che intendeva cambiare casa, avendo trovato un’altra pensione. Evidentemente Vairo non voleva che la notizia del suo ritorno in Argentina trapelasse prima del tempo. È partito così senza salutare nessuno né i suoi compagni di squadra, né i suoi amici, né l’allenatore Puppo. Naturalmente Vairo potrà giocare a Buenos Aires soltanto dopo un completo accordo con la Juventus, accordo assai probabile, tanto più che i tecnici bianconeri non avevano alcuna intenzione di confermare il giovane sud-americano per la prossima stagione. Vairo del resto non aveva potuto trovare qui in Italia l’ambiente adatto al suo gioco e al suo temperamento. Tecnicamente a posto, era parso ai dirigenti e ai compagni poco adatto al campionato italiano, dove bisogna lottare con cuore e con decisione. Un infortunio iniziale (stiramento muscolare) ha costretto l’argentino al riposo per circa un mese. Da quel momento le sue apparizioni in prima squadra sono state’ sempre più saltuarie, finché Puppo decideva di toglierlo dalla rosa dei titolari. Vairo che soffriva di nostalgia della sua Argentina, ha chiesto e ottenuto di ritornarvi. Non si potrebbe parlare di fuga, ma forse soltanto di partenza anticipata». ANGELO CAROLI Vairo tornò in Argentina molto prima della fine del campionato, sconfitto dalla nostalgia e dall’incapacità di adattarsi alle rinunce che il calcio italiano imponeva. Aveva tecnica e stile, ma non carattere. Gli piaceva troppo giocare a carte, frequentava i night e aveva l’eccentrico costume di svegliarsi a mezzogiorno. Era un guascone, sfrontato e simpatico ma indecifrabile in alcuni aspetti. Marisa Zambrini, dinamica donna piena di interessi sportivi, fra un tuffo in piscina e il rombo di motori da rally, ebbe tempo di diventare segretaria della Juventus dal 1956 al 1961. Era arrivata con Umberto Agnelli, che aveva conosciuto a Modena: «Il dottore vinse il campionato italiano universitario su pista – diceva Marisa – a quei tempi mi occupavo di motori. Mi presentai a Torino per un colloquio e fui assunta». La Zambrini ricorda un episodio che le aveva creato disagi di coscienza. Vairo si sentiva solo. Una sera chiese a Marisa di cenare con lui. La segretaria non poteva accettare quell’invito. Non era nelle regole. Una segretaria di club che affronta la notte torinese in compagnia di un giocatore era inconcepibile! Un mese più tardi Vairo scappò dall’Italia sopraffatto dalla nostalgia. Marisa si porta dietro il rimpianto di non aver assecondato, in quella remotissima sera del 1956, il desiderio di un argentino, che aveva solo voglia di parlare con qualcuno, di avvertire calore, seppur provvisorio, di un’amicizia. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/juan-vairo.html
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JUAN VAIRO https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Vairo Nazione: Argentina Luogo di nascita: Rosario Data di nascita: 01.08.1932 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 76 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 19.02.1956 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 11 presenze - 3 reti Juan Apolonio Vairo Moramarco (Rosario, 1º agosto 1932) è un ex calciatore argentino, di ruolo centrocampista. Juan Vairo Vairo alla Juventus nel 1955 Nazionalità Argentina Altezza 174 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1968 Carriera Squadre di club 1950-1952 Rosario Central 21 (6) 1953-1954 Boca Juniors 21 (9) 1955-1956 Juventus 11 (3) 1956 Liverpool (M) ? (?) 1957-1958 River Plate 12 (2) 1958 Rosario Central 20 (14) 1958 Tigre 23 (6) 1959-1960 Liverpool (M) ? (?) 1960 América de Cali 34 (13) 1961-1962 Ind. Medellín 39 (30) 1963 Deportes Quindío 45 (21) 1964 Once Caldas 5 (1) 1965 Tigre ? (?) Carriera Formatosi nel Rosario Central, debuttò nella Primera División argentina nel 1950. Tre anni dopo fu ceduto al Boca Juniors, con cui vinse il campionato argentino nel 1954. Nell'estate del 1955 venne acquistato per 18 milioni di lire dalla Juventus intenzionata a rinnovare parzialmente il parco stranieri della formazione, partendo dall'attacco che, da quando se ne erano andati i due Hansen, non aveva trovato più la penetrazione degli anni precedenti. Con la maglia bianconera esordì in Serie A il 18 settembre 1955, segnando una doppietta nei primi 30' della gara casalinga contro la SPAL terminata 2-2, disputando in totale 11 partite segnando 3 gol, ma a causa di varie incomprensioni ritornò anzitempo in Argentina nel marzo del 1956, per poi accasarsi al Liverpool Fútbol Club in Uruguay. Nel 1957 si trasferì al Club Atlético River Plate, dove giocò insieme al fratello Federico Vairo, terzino della Albiceleste guidata dal “Filtrador” Guillermo Stábile. Successivamente giocò in Colombia nell'Independiente Medellín e nel Deportes Quindío, per poi concludere la sua carriera agonistica nel Tigre, nel 1965. Palmarès Campionato argentino: 1 - Boca Juniors: 1954
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GINO STACCHINI «Frequentavo le Magistrali a Forlimpopoli. Il Bologna venne a vedermi giocare tre o quattro volte, mediante l’osservatore Pasti. I rossoblu sembravano molto interessati alla mia figura, ma non mi presero mai, in seguito scoprii che al mio posto il club petroniano aveva reclutato nelle mie veci un altro grande attaccante, Ezio Pascutti. Pascutti era totalmente diverso da me; io ero veloce e amante del dribbling, avevo una buona tecnica; lui era solido, concreto, con un colpo di testa eccezionale. Sul finire della stagione 1954–55, si fece viva la Juventus, grazie all’interessamento del mio allenatore al San Mauro Pascoli, Tosolini: il provino con i bianconeri non fu totalmente convincente. Venni arruolato grazie alle mie abilità di scattista. Al termine del test, ci accordammo per una sfida: dovevo battere Boniperti sui cento metri. Ci riuscii, per tre volte. Così, divenni juventino».Romagnolo di San Mauro Pascoli (Forlì), classe 1938, Gino Stacchini arriva alla Juventus nell’estate del 1955 e ha in comune con Muccinelli, il suo predecessore, il ruolo di ala e la gioia di vivere dei romagnoli. Rispetto al più anziano conterraneo ha però un grande vantaggio: la Juventus non ha grandi alternative nel ruolo e, con un allenatore come Sandro Puppo che ama i giovani e dà loro piena fiducia, Gino parrebbe avere la strada spianata. Invece, Stacchini fatica non poco a farsi largo, perché un altro giovane, Stivanello è il suo nome, ha più grinta ed è più concreto sotto porta, diventando di fatto il titolare quasi inamovibile della maglia numero undici.La stagione successiva le cose non migliorano molto per Stacchini, tanto che la dirigenza pensa di cederlo; ma il nuovo allenatore, lo slavo Broćić, gli concede la propria fiducia, apprezzando la sua imprevedibilità, la capacità di inventare sempre e comunque qualcosa, anche a rischio di qualche figuraccia. È tutta la Juventus che quell’anno è diversa: sono arrivati fuoriclasse come Sivori e Charles e la consacrazione definitiva di Stacchini avviene il 17 novembre del 1957, a Bologna, in uno stadio pieno di romagnoli che fanno il tifo per la Juventus e per lui. Gino gioca una partita straordinaria: realizza un bellissimo goal e ne fa segnare altri due a Charles e Nicolè. La strada per la Juventus lanciata verso il titolo è in discesa: lo scudetto 1958, quello della prima stella, è anche la stagione della consacrazione di Gino, presente ventiquattro volte con sei reti.Ha lo stesso dribbling di Muccinelli e, in più, la velocità e la profondità, giocando da ala classica che arriva sul fondo e pennella cross al bacio, molto invitanti per il grande John Charles. In più, Stacchini è ambidestro e calciare con il destro o con il mancino è la stessa cosa.La Juventus continua a vincere e Stacchini contribuisce agli scudetti 1960 e 1961 e a due Coppe Italia: inevitabilmente arriva la chiamata in Nazionale. Debutta a Bologna, città del destino, contro l’Irlanda del Nord: Stacchini gioca una grandissima partita, vinta 3-2, grazie anche a un suo goal.Gino è un ragazzo solare, un amico allegro dallo sguardo schietto e dal sorriso offerto con scariche nervose; ti scruta sempre con occhio stanco, quasi miope (è uno dei primi calciatori a indossare le lenti a contatto) e dolce.Un giorno del 1968, deve interrompere la love-story con Raffaella Carrà, impegnata a seminare, sul piccolo schermo, sorrisi e dinamismo tersicoreo, mentre gli italiani stanno seduti davanti alla televisione. Si erano conosciuti, da ragazzi, sulle spiagge di Bellaria; e, ben presto, la simpatia si era trasformata in amore. La loro storia scatenò l’interesse dei rotocalchi rosa e quotidiani sportivi; furono fidanzati per quasi otto anni. Inevitabile che arrivasse, da parte di Gino, la richiesta di convolare a giuste nozze ma Raffaella disse di no, preferendo rinunciare all’amore per dedicarsi alla carriera. Stacchini, dopo aver sofferto molto (anche in campo) per la fine dell’amore, si sarebbe rifatto incontrando Lora, la ragazza che sarebbe diventata la donna della sua vita, rendendolo padre orgoglioso di Sabina.Nel 1963 la Juventus acquista Menichelli e Stacchini è costretto a spostarsi a destra, ma i suoi scatti e le sue reti continuano a essere decisivi per la squadra. Vince ancora uno scudetto nel 1967, con Heriberto Herrera in panchina e con Zigoni e Depaoli a sfruttare i suoi numerosi assist.VLADIMIRO CAMINITII quattro scudetti e le tre Coppe Italia di Gino Stacchini nato dove esercitava la sua mano sapiente il poeta Pascoli, il poeta dei bambini e del latinorum, lasciano un’impronta nella storia tutta della Juventus. Fu un professionista affacciato sul futuro, che aveva un’incantevole natura, un forlivese lindo ma non servile, un’ala di quelle antiche, dal dribbling che andava al sodo, col giusto esito del goal fiammante.E voglio dire che i goal di Stacchini erano tutti bellissimi, costituivano il capolavoro delle sue prestazioni entusiaste, giocò nella Juventus degli ultimi deliri, quando il goal racchiudeva tutto, e stava sopra a tutto, anche alla professionalità, ma c’erano fior di professionisti come questo ragazzo innocente e temerario che lottava su ogni pallone da corsaro.Pertanto mi sembra doveroso elogiarlo per come riuscì ad affiancarsi ai rodomonti, lui che non lo era, al suo affacciarsi alla ribalta. Esordiva al posto di Præst invecchiato un giorno d’aprile del 1956 a Bergamo, Atalanta-Juventus 1-1, e ricompariva sei volte nel corso di un campionato che la Juve visse mediocremente, Præst l’ombra dell’asso che era stato, nessun goal in venticinque partite, i Colella, Vairo, Bartolini, Caroli, assi presunti di fuori, e bravi giovani del vivaio (Caroli sarebbe divenuto un buon notista calcistico), incapaci di belle cose. Con Sandro Puppo allenatore, tutti i sogni si infrangono crudelmente, la squadra è agile ma non argina e becca; arriva sulla soglia della retrocessione.Gino Stacchini mi raccontò la sua carriera juventina un pomeriggio di ottobre del 1966, si guardava alle spalle con la fine malinconia dell’atleta che un difetto di vista frastorna nei suoi scatti nativi. Lo scatto in progressione sull’out e il cross, ventiquattro presenze nel campionato del Decimo, sei goal; venticinque presenze e quattro goal nel successivo; ventotto presenze e otto goal nel campionato dell’Undicesimo, 1959-60; due nel campionato del Dodicesimo. Poi il Tredicesimo, in cui il suo scattismo s’è impolverato, va in campo appena cinque volte, non segna nessun goal.La grandiosa festa del primo giugno 1967 a Torino contro la Lazio lo vede in borghese, col suo viso minuto, aggirarsi felice: è il quarto scudetto, e lui mi racconta la sua vita di juventino e spiega finalmente l’arcano della ribellione di Sivori contro il bravo Broćić: «All’inizio della stagione 1958-59, le attrezzature erano insufficienti, a Graglia, e cominciarono i malumori di Sivori, perché si doveva fare footing, su e giù per le colline. Omar sempre più rabbuiato. Si attaccava al telefono, chiamava il segretario, e gridava».NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 2012Gino Stacchini, romagnolo di San Mauro Pascoli dove è nato il 18 febbraio 1938. Settantaquattro gli anni tra qualche giorno, quindici dei quali trascorsi insieme alla Juventus. Dall’arrivo a Torino da adolescente, all’esordio in A contro l’Atalanta il primo aprile 1956, fino alle ultime apparizioni nella stagione 1966-67, quella del tredicesimo scudetto. In mezzo quasi trecento presenze in gare ufficiali, cinquantanove goal e un palmarès invidiabile: quattro scudetti, tre Coppe Italia e la Coppa delle Alpi del 1962.Ha iniziato con Præst e Boniperti, è maturato con Charles e Sivori, ha chiuso con Zigoni e Cinesinho. Quasi sempre con l’undici sulle spalle. Lo stesso numero che aveva la sera del 21 febbraio 1962 nella partita di ritorno dei quarti di finale della Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Sono passati cinquant’anni da quella serata, lei che ricordi conserva? «Il più curioso è che giocammo con un bellissimo completo nero, per me del tutto inedito. Fu un’idea di qualche dirigente che non si sa da dove scovò il ricordo di una Juve in maglia nera. Una scelta fortunata».E poi? «Il Santiago Bernabéu. Per me era la prima volta, come tanti dei miei compagni. Ce lo avevano detto che l’impatto con lo stadio sarebbe stato da urlo. A me, invece, mancò il fiato, tanto ero intimorito. In fondo per i tifosi del Real, noi eravamo il toro della corrida. Il nostro destino per loro era già segnato».Anche voi la pensavate così? «Il Real era un mito. Il tridente di attacco era composto da Di Stéfano, Puskás e Gento. Aveva vinto già cinque Coppe dei Campioni consecutive. Era imbattibile, specie in casa. E all’andata a Torino si era imposto per 1-0».Dunque avevate poche speranze di pareggiare i conti. «Sarebbe stata dura, ne eravamo consapevoli. Ma anche noi avevamo i nostri assi. Omar Sivori davanti a tutti. Poi Mora, Nicolè ed anche il sottoscritto. Senza dimenticare John Charles che mister Parola schierò centromediano».Un ritorno alle origini per il Gigante Buono? «Una mossa tattica azzeccata: Charles dava sicurezza in difesa e poteva ugualmente garantire il suo apporto in avanti. Devo dire che la Juve quella sera fece una gran partita e Sivori riuscì a segnare il goal che ci consenti di giocare la bella».Ricorda le emozioni di quei momenti? «Gioia, felicità, soddisfazione. Per me anche un senso di liberazione perché all’andata, la rete degli spagnoli la propiziai io con un passaggio sbagliato. Peccato che lo spareggio poi lo vinse il Real, ma quell’impresa è rimasta nel cuore nostro e dei tifosi bianconeri».Facciamo un salto indietro: com’è arrivato alla Juve? «Feci un provino dopo una lettera che il mio allenatore al San Mauro Pascoli, Tosolini, scrisse all’amico Rosetta. Avevo sedici anni, mi accompagnarono in treno a Torino e mi presero subito».Ricorda qualche particolare di quella giornata? «Posso dire che il Bologna mi aveva già bocciato tre volte, pur avendo fatto bene alle prove. Alla Juve non giocai bene. Feci però i cento metri con Boniperti e vinsi io. Ma questo Giampiero non lo ha mai raccontato».Chi sono stati i suoi primi maestri alla Juve? «Certamente Præst, un fuoriclasse, oramai a fine carriera. Imparai moltissimo da lui. Un grande signore: cambiò di ruolo, andando a giocare a destra, per consentire il mio inserimento nella formazione titolare all’ala sinistra».Tutto in discesa dunque. «Per niente. A un certo punto mi volevano dare in prestito, ma intervenne Boniperti che convinse i dirigenti a tenermi. Giampiero è stato un fratello maggiore per me. Aveva una personalità fortissima, in campo comandava tutti».Che tipo di giocatore era lei? «La classica ala di un tempo. Quella che sa palleggiare, ma anche arrivare sul fondo per crossare al centro. Ecco, queste mie qualità mi hanno fatto prevalere all’inizio su Stivanello, che era meno portato a crossare».In campo cosa accadeva? «Diciamo che mi veniva naturale dialogare con Sivori. Allora, dopo i primi dieci minuti, arrivava Charles e sbuffava: “Devi giocare anche con me”. Lo accontentavo. Ma a quel punto tornava alla carica Omar. Era una partita nella partita. Tutto molto bello, però».C’è una gara tra le tante giocate nella Juve a cui lei è più legato? «Sì. È Milan-Juventus del primo gennaio 1960. In ballo non c’era solo la vittoria, anche una maglia da titolare in Nazionale. In ballottaggio per il ruolo di ala eravamo io e il milanista Danova; mentre in difesa se la giocavano Castano e Fontana che erano i nostri marcatori»E che successe? «Andò bene. Io realizzai anche il goal dell’1-0. E l’indomani arrivò pure la convocazione».Cera molta armonia nello spogliatoio? «Si stava bene. Il gruppo era diviso in due: gli sposati e gli scapoli, tra cui Leoncini, Menichelli, io stesso, ma c’era grande amicizia e confidenza, anche se non mancava la competizione».C’è stato, invece, qualcosa che non ha funzionato nella sua esperienza bianconera? «La poca considerazione che ha avuto per me Heriberto Herrera. Lui aveva in mente un solo tipo di giocatore ed io non appartenevo a quel tipo. Peccato».Ancora legato ai colori bianconeri? «Come no! Alcuni anni fa ho pubblicato un libro di poesie, dedicato alla Juventus e ai suoi giocatori. Si intitola “Lo scatto dell’ala”. Sottotitolo: “15 anni in bianconero”. In copertina, una maglia della Juve con lo scudetto».Ultima domanda, inevitabile: ma la storia con la Carrà? «Una storia d’amore tra ragazzi. Ci incontrammo per caso a Roma, dove stavo facendo il militare, grazie alla sua mamma che era di Bellaria e che io conoscevo. Siamo stati fidanzati per qualche anno, poi le carriere, soprattutto la sua, non ci hanno consentito di proseguire insieme. Tutto qui».ENZO ROBOTTI«Quante volte ho incontrato Gino Stacchini? Non lo ricordo, sinceramente. I nostri duelli erano diventati un motivo fisso del campionato. Ho incontrato il Gino inarrestabile delle giornate di grazia, quello dimesso dei momenti di depressione. Posso dire una cosa: in forma, Stacchini era una delle ali più indigeste per un terzino. E modestamente, di ali forti ne ho incontrate, in campionato e in Nazionale». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/gino-stacchini.html
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GINO STACCHINI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Stacchini Nazione: Italia Luogo di nascita: San Mauro Pascoli (Forlí-Cesena) Data di nascita: 18.02.1938 Ruolo: Attaccante Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1967 Esordio: 01.04.1956 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-1 Ultima partita: 30.04.1967 - Serie A - Milan-Juventus 3-1 285 presenze - 60 reti 4 scudetti 3 coppe Italia Gino Stacchini (San Mauro Pascoli, 18 febbraio 1938) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Gino Stacchini Stacchini alla Juventus nel 1962 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1970 - giocatore 1995 - allenatore Carriera Squadre di club 1955-1967 Juventus 285 (60) 1967-1968 Mantova 15 (0) 1968-1970 Cesena 33 (2) Nazionale 1958-1961 Italia 6 (3) Carriera da allenatore 1982-1983 Avezzano 1992-1993 Padova 1994-1995 Padova 19?? Santarcangelo Biografia Negli anni 1960 la cronaca rosa si occupò di lui per la relazione, durata otto anni, con Raffaella Carrà, incontrata a Roma, durante il servizio militare. Ha una figlia, Sabina, avuta dalla moglie Lora, morta dopo quarant'anni di matrimonio a causa di una malattia fulminante. Caratteristiche tecniche Giocatore Era una guizzante ala ambidestra, dotato di buon dribbling e ottima velocità. Era solito scendere su tutta la fascia per arrivare al fondo e crossare alto al centro per il compagno John Charles. Carriera Giocatore Club Stacchini nella stagione 1957-1958, quella della sua definitiva affermazione alla Juventus, in allenamento al Campo Combi con, alla sua destra, Mattrel, il tecnico Broćić e Charles Arriva alla Juventus nell'estate del 1955. Per l'esordio in Serie A deve attendere la trasferta del 1º aprile 1956 sul campo dell'Atalanta, in una partita terminata 1-1. Inizialmente Stacchini fatica ad affermarsi, perché l'allenatore gli preferisce Giorgio Stivanello, divenuto presto il titolare nel suo ruolo. Anche nella stagione successiva le cose non migliorano. Totalizza infatti solo 3 presenze, tanto che la dirigenza bianconera pare intenzionata a cederlo definitivamente. Tuttavia nel campionato 1957-1958 il nuovo allenatore juventino, lo slavo Ljubiša Broćić, gli concede la propria fiducia, cominciando a schierarlo spesso titolare. Sono intanto arrivati a Torino fuoriclasse del calibro di Omar Sívori e John Charles. La consacrazione definitiva di Stacchini avviene il 17 novembre 1957 a Bologna. L'ala romagnola gioca una partita eccellente, siglando un gol e servendo due assist; la strada per Stacchini è finalmente in discesa e diventa ben presto un elemento imprescindibile nel ciclo di successi del Trio Magico. Rimane in Piemonte per dodici stagioni, mettendo a referto 285 presenze e 60 gol, di cui rispettivamente 236 e 44 in campionato; in maglia bianconera vince quattro scudetti, negli anni 1958, 1960, 1961 e 1967, e tre Coppe Italia, nel 1959, 1960 e 1965. All'inizio della stagione 1967-1968, non rientrando nel progetto del club bianconero, viene dirottato alla squadra riserve con concessione della lista condizionata in attesa di un futuro trasferimento; dapprima vicino al passaggio ai concittadini del Torino, a loro offerto dal presidente juventino Vittore Catella dopo la morte di Luigi Meroni, viene infine ceduto in novembre al Mantova dove concluderà la stagione. Ebbe quindi una breve parentesi con la Roma in occasione della Coppa delle Alpi 1968, prima di trascorrere gli ultimi anni della carriera agonistica nel Cesena, ritirandosi infine nel 1970. Nazionale Con la maglia della nazionale italiana esordisce il 13 dicembre 1958 nella partita interna contro la Cecoslovacchia, terminata col punteggio di 1-1. In azzurro conta 6 presenze e 3 reti, tutte nel periodo bianconero. Allenatore Ha allenato l'Avezzano nella stagione 1982-1983, in Serie C2, venendo esonerato e sostituito a campionato in corso da Armando Rosati. Nel 1992 Mauro Sandreani, tecnico in seconda del Padova, viene promosso alla guida della prima squadra; non possedendo il patentino di prima categoria per allenare in Serie B, gli viene affiancato Stacchini. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961, 1966-1967 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960, 1964-1965
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GUERRINO ROSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Guerrino_Rossi Nazione: Italia Luogo di nascita: Monticelli d'Ongina (Piacenza) Data di nascita: 02.02.1934 Luogo di morte: Cremona Data di morte: 19.08.1996 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 1 presenza - 0 reti Guerrino Rossi (Monticelli d'Ongina, 2 febbraio 1934 – Cremona 19 agosto 1996) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centravanti. Guerrino Rossi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1967 - giocatore 1992 - allenatore Carriera Giovanili 1950-1951 Fiorenzuola Squadre di club 1951-1955 Cremonese 112 (55) 1955-1956 Juventus 1 (0) 1956-1958 → Siena 52 (24) 1958-1959 → Sanremese 37 (18) 1959-1960 SPAL 22 (9) 1960-1961 Cagliari 31 (18) 1961-1962 Cesena 23 (7) 1962 Cremonese 1 (0) 1962-1963 Vittorio Veneto 8 (0) 1963-1964 Finale 8 (0) 1964-1967 Leoncelli 10+ (3+) Carriera da allenatore 1966-1967 Leoncelli 1968-1973 Piacenza Vice 1973-1975 Sant'Angelo 1975-1976 Fidenza 1976-1977 Suzzara 1978-1979 Fidenza 1979-1982 Fiorenzuola 1984-1985 Tandem Due Victor 1985-1986 Caorso 1991-1992 Milland 1992 Pergocrema Interim Carriera Calciatore Cresce nel Fiorenzuola in IV Serie per passare, nel 1951 nella Cremonese. Nel 1955 vince la classifica dei marcatori della Serie C, a pari merito con Luigi Bretti del Bari, con 16 reti. Acquistato l'anno successivo dalla Juventus del piacentino Sandro Puppo, esordisce con i bianconeri in Serie A nella prima di campionato, il 18 settembre 1955, con un 2 a 2 contro la SPAL. Rimane la sua unica presenza con i bianconeri di Torino, che a fine stagione lo cedono al Siena, con cui realizza 24 reti in due stagioni di Serie C. Nella stagione 1958-1959 passa alla Sanremese, con cui si laurea vice capocannoniere del girone A della Serie C con 18 reti, appaiato con Eugenio Fantini del Mantova. Nel 1959 la Juventus, ancora proprietaria del cartellino, lo cede definitivamente alla SPAL, contro cui aveva esordito in Serie A quattro anni prima, voluto da Paolo Mazza. Nella squadra ferrarese, insieme a diversi altri giocatori provenienti dalla Serie C (Micheli, Picchi, Balleri, Nobili), gioca come centravanti titolare, realizzando 5 reti nelle prime 3 partite, tra cui due reti nella vittoria per 3-0 sul campo del Napoli, alla prima giornata. In tutto saranno 9 le reti segnate da Rossi, come quelle segnate da Massei, ed il cannoniere spallino di quella stagione sarà Morbello con 12 centri, nella stagione che vede i biancoazzurri conquistare il quinto posto. Al termine del campionato Mazza cede Rossi al Cagliari, con cui realizza 18 reti, tra cui le 4 realizzate contro il Perugia, senza però centrare la promozione. Nella stagione successiva passa al Cesena dove realizza 7 reti, prima di proseguire la carriera con un fugace ritorno a Cremona e, a novembre del 1962, con il Vittorio Veneto, tutte in Serie C. Conclude l'attività agonistica nel Leoncelli di Vescovato, tra i dilettanti, come allenatore-giocatore. In carriera ha totalizzato 23 presenze e 9 reti in Serie A. Allenatore Terminata la carriera agonistica, intraprende quella di allenatore. Tra il 1968 e il 1973 è allenatore in seconda al Piacenza, prima di passare sulla panchina del Sant'Angelo. Rimane sulla panchina barasina per due stagioni, conquistando la promozione in Serie C nel 1974. In seguito allena il Suzzara, il Fidenza e il Fiorenzuola: con i valdardesi raggiunge le finali per la promozione in Serie D nel 1981, e nella stagione successiva viene esonerato a causa dei risultati negativi ottenuti. Dopo aver guidato i cremonesi del Tandem Due Victor, nel campionato di Promozione Lombardia 1985-1986 subentra a Patrizio Bonafè sulla panchina del Caorso, senza evitarne la retrocessione. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali IV Serie: 1 - Cremonese: 1953-1954 Individuale Capocannoniere della Serie C: 1 - 1954-1955 (16 gol) Allenatore Campionato italiano Serie D: 1 - Sant'Angelo: 1973-1974
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STEFANO FRANCESCON La data segna 10 marzo 1956 – scrive Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” dell’11-17 aprile 2001 –. Apri il vecchio giornale e leggi che la difesa sampdoriana “nulla ha potuto fare contro la dinamite esplodente dal piede dell’esordiente mezzala destra juventina Stefano Francescon, un giovanotto torinese di 22 anni”. Uno dei “puppanti”, il decimo pischello lanciato nella mischia del campionato ‘55-56 dall’allenatore Sandro Puppo, «l’unico che ha osato buttare dentro tutti quei giovani, una persona gentile, magnifica, lo chiamavamo “dottore”, voleva così». Esordio e gol, sette partite con cinque pareggi e due sconfitte in una stagione bruttina di purgatorio per la Juve. La Serie A accarezzata, una breve parentesi dolce fra tanti anni di Biellese. Stefano è un pensionato vispuccio di sessantasette anni, se ne sta a San Pietro, una frazione di Coassolo Torinese, nelle valli di Lanzo. Sua moglie Adriana, per celia e complicità di affetti, sostiene che quando vien la notte “dinamite Francescon” va al night: personalmente propendiamo per l’ipotesi bar con gli amici nelle ore serali e, visto che vive in mezzo al verde, per il cheek to cheek con le rose nelle ore diurne. Pronta conferma: «Smesso di giocare a trent`anni per un guaio al ginocchio, smesso di lavorare in panetteria a Torino nell’82, sono venuto qua e mi sono abituato. Passo le giornate in giardino, semino e poto». Dai cross alle michette (meglio “biove”, visto che siamo in Piemonte), una storia normale per l’Italia callosa di molti lustri fa, pacifica per Stefano: «Sono il figlio di un panettiere, eravamo quattro maschi e tre femmine. Mio nonno era di Asti e il cognome veneto viene da un bisnonno esiliato politico dall’Austria nella prima metà dell’Ottocento, pare. Lavoravamo tutti col papà, io fin da piccolo ho imparato quel mestiere e ho pensato bene di rifarlo a carriera finita. C’erano i fratelli che insistevano: ma devi allenare, mica sei abituato a stare alzato di notte, non resisti. Però allenare non era nel mio carattere e l’unica cosa che sapevo fare era il panettiere. Impastare, infornare, dall’una e mezza di notte fino a mezzogiorno. L’ho fatto per i figli, ne ho due, Roberto e Sabrina, sono grandi. Ne parlavo con Viola qualche tempo fa: caro Giuanin, dovevamo nascere vent’anni dopo». Giovanni Viola, classe ‘26, il portiere: «Aveva aperto un negozio, una merceria a Torino. Eh... lui ha i suoi anni». Stefano è del ‘34. Gli anziani li pesano quei numeri, fra le mani, nella testa, e bisogna avere i capelli bianchi per capire cosa vuol dire. «Nel ‘56 prendevo centomila lire al mese dalla Juve. Era venuto Gianni Agnelli negli spogliatoi e aveva promesso: se vincete, altre centomila di premio. Accidenti, mai vinto una volta». A metà degli anni Cinquanta un Pivatelli valeva 60 milioni, Boniperti 45, la quotazione dello svedese Jeppson era sui 55 milioni, la metà del picco registrato nel ‘52, quando il Napoli di Lauro ne aveva scuciti 105 per prenderlo all’Atalanta, primo record “scandaloso” del calciomercato moderno. Nel ‘55-56 la Juventus dei danesi John e Karl Hansen è tramontata, il primo gioca a Catania in B, il secondo ha salutato il nostro campionato. Resiste all’ala sinistra l’altro danese delle meraviglie, Karl Praest, ma lo scatto è quello dei trentatré anni. Accanto a Viola e Nay, al roccioso difensore Corradi, a Emoli, Garzena, Boniperti, giocano i “puppanti”: fra i tanti, Turchi, Bartolini, Francescon e due stranieri improbabili, il brasiliano Colella e l’argentino Vairo, gente da nono posto al fianco di Genoa, Torino, Spal, Vicenza e ringraziare. Dal ‘51-52 niente scudo sulla maglia, Boniperti è sulle spine e confessa a mezza voce propositi di abbandono. «La squadra c’era abbastanza, insomma... Sono andato alla Juventus nel momento sbagliato» inquadra Francescon: il ‘55-56, prima vittoria alla nona giornata, un record negativo, la squadra che minaccia uno sciopero per non aver ricevuto nei tempi previsti il premio pattuito. Il ‘56-57 è un altro nono posto, la Juve teme addirittura la retrocessione. In totale, cinque anni di quaresima e gli ultimi tre davvero penosi, un’eternità per gli appetiti vivaci della squadra in oggetto, che puntualmente rinascerà nel ‘57-58. Da Colella e Vairo a Charles e Sivori: Gigi Peronace, naso finissimo, raccomanda il gallese, Cesarini indica il divino izquierdo. Un’altra storia. Nel “momento sbagliato” di Stefano qualcosa luccica, la pellicola della memoria non balla: «Con la Samp finì 2-2, io tirai una gran botta, Farina ci mise la mano ed Emoli segnò su rigore. Gol di Meroi per loro e tocca a me, tiro fortissimo, Pin che si tuffa e gli si piegano le palme. Pareggiò allo scadere Farina». Dieci marzo, un sabato, Comunale di Torino semideserto perché era un giorno quasi del tutto lavorativo e il weekend non abitava nei dizionari. «Era una delle prime partite che trasmettevano in televisione e mio papà andò a comprarne una grande come un cinematografo, da 34-35 pollici. Mi piacerebbe tanto poter avere il filmato... Non mi aspettavo di giocare, ero solo aggregato ai titolari. Due giorni prima ero entrato nella caserma di Bra, nel Cuneese, per il servizio militare, non mi avevano nemmeno consegnato la divisa e vedo arrivare Boniperti e Combi (sottolineato: Combi, ndr). Mi dicono: “Guarda che devi giocare”. Fortuna che il maggiore era della Juve, mi convocò subito: “Corri almeno a tagliarti i capelli e poi vai”. La sera rientrai in caserma». E poche storie: «Se l’immagina, puntare i piedi, a quell’epoca, andare in società a chiedere di restare o di andare almeno in B. Ci si doveva accontentare e niente mugugni. Allenamenti tutti i giorni, da martedì a venerdì, Puppo era uno che ti faceva lavorare ma anche divertire, ci sono quelli che ti ammazzano e basta. Molta palla, salti per colpire di testa, nessuna palestra o macchinari, esclusivamente ginnastica, scatti, giri del campo per il fiato, mai fatto i pesi. Di ricostituenti ho sentito parlare soltanto adesso. Passato alla Juve, mi sono sposato». La società, diciamo così, gradiva nel veder sistemati e tranquilli. Una tavola delle leggi (lo avrebbero chiamato “stile”) che non ammetteva deroghe: nel ‘51 all’inglese Carver era bastata un’intervista in cui si lamentava dei dirigenti per salutare la panchina. Il silenzio, la disciplina pagano e l’erba curata degli stadi grossi sembra persino più soffice a chi viene dal dribbling fra buche e sassi. Nella Torino del dopoguerra i rettangoli verdi e senza gobbe si contano sulla punta delle dita. Per Francescon già la terra battuta del campo Rebaudengo in Barriera di Milano, prima periferia popolare, è «una conquista, favoloso giocarci da bambini. Ho cominciato lì, un oratorio. Avrò avuto tredici-quattordici anni e sono andato nel Volpiano, quarta categoria, e a quindici a Biella, in provincia di Vercelli. Ero il pupillo dell’ingegner Fila, presidente della squadra e pure dirigente della Juve. Io che ero un gagnetto (in lingua: praticamente un moccioso; il “burdel” dei romagnoli, ndr) giocai subito in prima squadra, da mezz’ala destra, la Biellese era nella C a girone unico. Nel ‘50, l’anno successivo a Superga, mi spedirono in prestito al Torino, nella Primavera. Poi di nuovo a Biella: ci son stato dieci stagioni con l’intervallo dell’anno con la Juve. Nel ‘61 andai alla Lucchese, appena promossa in B, avevo ventisette anni. Senza vanti: avrei dovuto farlo prima ‘sto saltino, ma a Biella non mi lasciavano andar via. A Lucca c’era Zavatti, un altro degli allenatori factotum dell’epoca, preparazione atletica, tecnica, tattica, faceva tutto lui. Ho giocato con Bassetto, il nazionale». Ovvero l’interno Adriano Bassetto, ex Atalanta, sceso in Toscana a trentasei anni per bruciare l’ultima legna: se n’è andato nel ‘99. «La prima stagione a Lucca ci salvammo, la seconda fu una girandola di allenatori, disastroso. Venne perfino Amadei, lui, il fornaretto, un altro figlio di panettiere. La società aveva debiti, non mi avevano pagato diversi mesi di stipendio. Allora decisi: “Io vi lascio gli stipendi e voi mi lasciate libero, col mio cartellino”. A bilancio metto due anni umanamente bellissimi, i migliori, per l’amicizia coi compagni, per l’atmosfera di grande famiglia, dal segretario al presidente. Sono tornato in Piemonte, al Chieri, vicino a Torino, quarta categoria. Come allenatore avevamo il mio ex compagno di squadra Viola, lo mandarono via e subentrò Parola. Il guaio è che a Lucca mi ero fatto male, i medici non capivano bene se era o non era menisco. Bastava mezzo passo falso e andavo giù, pensi che il ginocchio mi s’inceppa ancora. Avevo trent’anni, per quei tempi calcisticamente vecchio: non ti guardavano manco in faccia. Attento, non che si corresse come oggi a una velocità enorme, si stava in campo con la testa ed era più la palla che viaggiava. Ho giocato contro Gren già molto anziano, quando era al Genoa: un grande, che intelligenza». Un calcio e i ragazzi di quasi mezzo secolo fa. Atleti con gli occhi nel sole, nel paese che recuperava energia, lavoro, orizzonti. Come sempre, il tempo ha vinto la sua partita. «Alla Juve non fu difficile ambientarsi. Eravamo timidi noi giovani, s’immagini, vicino a quei campioni. Ma se potevano ti aiutavano. È andata. E mi è rimasto il giardino. Il calcio continuo a vederlo, mi piace, altro che. Seguo le mie tre società, Juventus, Lucchese e Biellese. Della Juve l’unico che ho frequentato un po’ è stato Viola, lui è di San Benigno Canavese, vicino a Ivrea. Gli altri spariti, dove non lo so. Se lo ricorda Corradi, il terzino? E Montico? Mi hanno detto che era ricoverato, sa qualcosa di Montico?». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/09/stefano-francescon.html
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STEFANO FRANCESCON https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Francescon Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 18.04.1934 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 10.03.1956 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 Ultima partita: 27.05.1956 - Serie A - Vicenza-Juventus 3-2 7 presenze - 1 rete Stefano Francescon (Torino, 18 aprile 1934) è un ex calciatore italiano, di ruolo interno. Stefano Francescon Francescon nel 1961 con la maglia della Lucchese Nazionalità Italia Calcio Ruolo Interno Carriera Squadre di club 1950-1951 Volpianese ? (?) 1951-1952 Biellese ? (?) 1952-1953 Torino 0 (0) 1953-1955 Biellese 55 (15) 1955-1956 Juventus 7 (1) 1956-1961 Biellese 166 (40+) 1961-1963 Lucchese 50 (7) 1963-1964 Chieri ? (?) Carriera Giocò una stagione in Serie A con la Juventus.
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LEONARDO COLELLA Per risolvere il problema del centravanti apertosi con l’involuzione tattica di Boniperti, che andava trasformandosi da centrattacco in mezzala di regia, la Juventus optò per il mercato sudamericano, puntando su Gino Orlando, punta del São Paulo ed in odore di Nazionale brasiliana. Per alcune settimane i dirigenti juventini tentarono in tutte le maniere di portare a Torino il baffuto sfondatore paulista, ma questi tentennò parecchio prima di dire un no definitivo, spaventato dai gravami fiscali che gli venivano prospettati in caso di un suo soggiorno italiano. Gli emissari della Juventus, i signori Conti e Peccei della filiale Fiat di São Paulo, si misero allora in moto per catturare un altro giovane discendente di italiani che potesse vestire la maglia numero nove. La scelta cadde su Nardo, al secolo Leonardo Colella, un ragazzo cui veniva assegnato un sicuro avvenire. Nato il 13 settembre 1930 da genitori italiani, provenienti da Polignano a Mare in provincia di Bari, entrò a far parte della famiglia del Corinthians già a otto anni di età. Prestato al Commercial, che disputava la massima divisione paulista, si fece le ossa e nel 1952 tornò al Corinthians nel ruolo di mezzo sinistro, alternandosi con il famoso Baltazar, al comando della linea d’attacco. Una tournée disputata con i bianconeri brasiliani nello stesso anno, in Danimarca e Svezia, lo vide protagonista di formidabili prestazioni: tiro a rete in velocità, incursioni irruente di enorme efficacia, furono le sue armi migliori per mettersi in mostra. Vinse il titolo regionale nel 1953 e si affermò l’anno seguente nel torneo Rio-São Paulo: suoi i due goal della vittoria corinthiana sul Vasco da Gama nell’epilogo del campionato nazionale. Verso la fine del 1954 si infortunò ad una caviglia e dovette assentarsi per lungo tempo dai campi di gioco; il suo posto venne preso da Rafael, che si guadagnò rapidamente i galloni da titolare. Posto in lista di trasferimento, chiese alla società di affrettare i tempi della sua cessione, con la Juventus in concorrenza a Santos e Botafogo. La spuntarono i bianconeri italiani, anche grazie al fatto che Nardo provava un forte desiderio di far rientro nella terra dei suoi avi; in Italia giunse subito dopo il matrimonio e con una bambina di due mesi. Costò circa 22 milioni di lire dell’epoca ed, alle sue prime apparizioni tricolori, si alzò immediatamente grande entusiasmo per il giovane oriundo. Purtroppo il suo rendimento ebbe una veloce caduta verticale: il gioco troppo atletico non gli si confaceva e, per non perdere il posto da titolare, si riciclò come ala destra. La sue stella non brillò particolarmente, anche se con la casacca bianconera riuscì ad andare a segno sette volte in ventuno incontri. Il suo periodo migliore si rivelò quello invernale: un fatto molto strano per un giocatore abituato a terreni asciutti ed all’erba molto alta come quelli sudamericani. Per la stagione successiva, la Juventus preferì acquistare degli attaccanti nuovi, non volendo rischiare una seconda annata deludente per il suo attacco. Leonardo Colella riprese l’aereo per il Brasile, lasciando la sensazione di una potenzialità non completamente espressa. ANGELO CAROLI Colella era bravo con il pallone fra i piedi. Ragazzone aperto e sorridente non dimostrò mai quanto valesse. Gli fu fatale un errore commesso davanti a Giuliano Sarti nella partita con la Fiorentina: si presentò al portiere viola, tentò un rasoterra appoggiato od un pallonetto, nessuno capì mai quella soluzione maldestra, colpì il terreno, una zolla si sollevo nell’aria, fra l’ironia crudele del pubblico, e la Fiorentina vinse per 4-0. A fine anno la Juventus non gli rinnovò il contratto. In Brasile segnò ancora tante reti, la stagione seguente una rivista specializzata pubblicò una foto che lo ritraeva mentre veniva portato in trionfo dai suoi fan. GIANCARLO DE BETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1967 Leonardo Colella: c’è qualcuno alla Juventus che se lo ricorda ancora? Colella, che tutti a São Paulo chiamavano, allora, Leonardo e giocava di punta nel São Paulo del 1954/55, un bel giorno si trovò acquistato dalla Juventus, così come nella vita uno va a letto, la sera, povero in canna e la mattina successiva apprende dai giornali che ha vinto al Totocalcio. Così Leonardo Colella. Alla Juventus disputò una sola stagione. quella 1955/56 e segnò 7 reti, alla pari con Stacchini. 7 ciascuno, e furono i cannonieri della Juventus in quella stagione, che non fu certo una stagione fortunata. Anzi. Quante partite giocò Colella in maglia bianconera? Arrivò a Torino intorno a Natale, faceva un freddo birbone in Italia e lui veniva con un vestitino leggero leggero e nemmeno il cappotto, da una São Paulo, dove il termometro arrivava regolarmente tutti i giorni a quota 35. In gennaio prese a giocare. E nemmeno fece tutte le partite da gennaio a giugno. Mi pare che scese in campo 12 volte, in campionato: però marcò 7 goal. E fu cannoniere (in condominio con Stacchini) quell’anno: un anno di transizione nella Juventus che stava cercando, in quel periodo, di ritornare grande come una volta. Chi era Colella? Glielo chiedo ora, qui a Santos, dove è venuto da São Paulo a passare le vacanze d’inverno. Fa frescolino, a Santos, quando in Brasile si dice frescolino, vuol dire che ci sono almeno 18 gradi. Tanta è l’abitudine al caldo! Leonardo Colella possiede un piccolo appartamento in rua Floriano Peixoto, al numero 117, in una specie di città di cemento armato che si chiama Predio Trabulsi, che vuol dire edificio Trabulsi, dal nome del costruttore. Colella ci viene con la moglie ed i due figlioletti. Al mare ci si va poco perché tira un certo venticello poco invitante: ma la spiaggia è bella, i ragazzi si divertono, Colella si è riposato. In agosto ha ripreso il lavoro a São Paulo, sua città natia. Seduti al bar, si rievocano quei giorni ormai lontani: «Come mai sei andato alla Juventus?» Colella; oggi sui trentasette anni, piuttosto grasso e forte, i capelli ancora neri e fitti, un viso da pacioccone che consola guardarlo, fa una bella risata: «Direi per ripicca. La Juventus allora voleva Gino Orlando, che era centravanti del São Paulo e della Nazionale. Orlando era oriundo italiano come me, ed era anche molto bravo, assai più di me. Venne un giorno a São Paulo il direttore della Fiat, di Rio, si chiamava ing. Peccei, ed era logicamente una persona di fiducia dell’avvocato Gianni Agnelli. A São Paulo ricordo che prese alloggio all’Hotel Esplanada, un vecchio ma elegante albergo che oggi non c’è più. Si mise in contatto con un noto personaggio del mondo calcistico, si chiamava Joào Chiavone, oggi è scomparso anche lui, come Motel Esplanada. Faceva il manager, l’allenatore, l’incettatore di giocatori da mandare in Italia. Fu lui che mandò al Mantova Sormani: ma so che prima della guerra spedì in Italia almeno una ventina di giocatori di São Paulo e di Rio. Chiavone andò a trovare l’ing. Peccei insieme con Orlando. I tre iniziarono una fitta conversazione: così mi narrò più tardi lo stesso Orlando, che era mio ottimo amico. La Juventus voleva Orlando e Peccei aveva carta bianca (o quasi) per farlo suo. Ma Orlando di fronte a tanti soldi da guadagnare (il São Paulo era già d’accordo per venderlo) gli prese come un capogiro. E non accettò subito, ma chiese un po’ di tempo per riflettere. Peccei gli fece fretta perché doveva rientrare a Rio e non aveva tempo da perdere. Orlando ritornò all’albergo al pomeriggio e rifiutò la principesca offerta. Disse che la suocera non gradiva il viaggio ed il soggiorno in Italia, Peccei si infuriò, Chiavone (che vedeva sfumare una grossa percentuale) non parliamone, ma in ogni caso più gli altri pestavano i pugni sul tavolo e più lui si chiudeva come un riccio. Peccei allora disse a Chiavone: “Orlando non viene, pazienza. Io all’avvocato Agnelli ho promesso di mandare in Italia un buon giocatore. Lei che conosce São Paulo come le sue tasche, che cosa ha di buono da propormi?”. E Chiavone fece il mio nome. Dette le migliori referenze, alla fine convinse Peccei. Fui convocato in albergo la sera stessa, accettai di corsa, sarei andato anche a piedi in Italia. E ci sono andato, come lei sa». Colella non era Orlando, siamo d’accordo. Però anche Orlando non era un fuoriclasse. Infatti, più anziano di Colella, fece ancora un paio di stagioni sulla cresta dell’onda, in Brasile, fu ancora in Nazionale, ma poi scadde di rendimento. Ha attaccato le scarpe da gioco al chiodo un paio di anni fa (solamente), giocando nelle file della Juventus di São Paulo, una squadra che reca il glorioso nome e che disputa il campionato di serie A. E Leonardo, come tutti lo chiamavano in Brasile (e lo chiamano ancora) iniziò la sua bella avventura. In Italia arrivò con un bagaglio di entusiasmo senza precedenti. Voleva sfondare subito. Tecnicamente non era un asso, però aveva grinta, senso della posizione, fiuto della rete. A fine stagione, pensò di essere confermato. Lo scrisse a casa sua a São Paulo, e disse tutto il suo entusiasmo. Ma ecco la doccia fredda: la società aveva altri programmi per la testa, e la posizione di straniero di Colella doveva essere barattata con altro che stava per arrivare. Un grosso personaggio, proprio quello che aspettava la Juve per diventare grande come una volta. E Colella proprio nel momento in cui stava sognando di firmare un secondo contratto, ricevette la comunicazione che il suo rapporto di lavoro con la Juventus era terminato. Mesto fu il suo rientro a São Paulo, dove continuò a giocare nella Portoguesa de Desportes, la società che era di Julinho e che più tardi avrebbe scovato e venduto all’Inter Jair. Nella Portoguesa Colella, che qui tutti continuavano a chiamare ‘O Italiano, fece un paio di stagioni in tono piuttosto dimesso: quindi chiuse con il calcio. Oggi è un commerciante di São Paulo che si occupa di automobili ed accessori (fra cui accumulatori), lavora con successo, sta bene, ha dato alla sua famiglia una certa agiatezza. Sei mesi di Juventus gli hanno dato “O pe’ de meia”, frase popolare che vuol dire, tradotta alla lettera, piede di calza e che significa il primo passo verso il successo economico. Per questo, ad onta di tutto, Colella ricorda ancora con tanta nostalgia la sua mezza stagione alla Juventus, la signorilità dei dirigenti, il contributo finanziario che essi dettero a lui, modesta figura di calciatore, perché della Juventus di Torino serbasse il più grato ricordo. E così è ora. Colella dal Brasile manda alla sua vecchia Juventus un affettuoso abbraccio e le congratulazioni sincere per il brillante, conquistato scudetto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/leonardo-colella.html
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LEONARDO COLELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Colella Nazione: Brasile Luogo di nascita: San Paolo Data di nascita: 13.09.1930 Luogo di morte: San Paolo Data di morte: 25.11.2010 Ruolo: Attaccante Altezza: 173 cm Peso: 71 kg Soprannome: Nardo - Zembo Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 25.09.1955 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 Ultima partita: 03.06.1956 - Serie A - Juventus-Bologna 2-2 21 presenze - 7 reti Leonardo Colella noto anche come Nardo (San Paolo, 13 settembre 1930 – San Paolo, 25 novembre 2010) è stato un calciatore brasiliano, di ruolo attaccante. Leonardo Colella Nazionalità Brasile Altezza 173 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1961 Carriera Squadre di club 1948-1951 Corinthians ? (?) 1951-1952 → Comercial-SP ? (?) 1952-1955 Corinthians ? (?) 1955-1956 Juventus 21 (7) 1956-1961 Palmeiras 162 (68) Palmarès Torneo Rio-San Paolo: 3 - Corinthians: 1950, 1953, 1954
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GIORGIO BARTOLINI https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Bartolini Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 29.09.1936 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 Esordio: 22.10.1955 - Serie A - Juventus-Novara 2-2 Ultima partita: 07.10.1956 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-1 17 presenze - 1 rete Giorgio Bartolini (Parma, 29 settembre 1936) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo interno, ex Presidente del Ravenna. Giorgio Bartolini Giorgio Bartolini con la maglia del Parma Nazionalità Italia Calcio Ruolo Interno Termine carriera 1967 Carriera Squadre di club 1953-1955 Parma 22 (2) 1955-1957 Juventus 17 (1) 1958-1959 Livorno ? (?) 1959-1967 Ravenna 224 (37) Carriera Giocò in Serie A con la maglia della Juventus. Chiusa la carriera nel Ravenna, nel 2012 ne diviene Presidente a seguito del fallimento della vecchia società. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Parma: 1953-1954
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ANTONIO BARENGO https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Barengo Nazione: Italia Luogo di nascita: Castellamonte (Torino) Data di nascita: 09.10.1934 Luogo di morte: Cuorgné (Torino) Data di morte: 24.06.2016 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 25.09.1955 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 2 presenze - 0 reti Antonio Pietro Barengo (Castellamonte, 9 ottobre 1934 – Cuorgnè, 24 giugno 2016) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Antonio Barengo Antonio Barengo con la maglia del Monza Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 196? Carriera Giovanili 1950-1954 Juventus Squadre di club 1954-1955 → Monza 32 (2) 1955-1956 Juventus 2 (0) 1956-1958 Anconitana 55 (13) 1958 Ivrea 2 (?) 1958-1959 Anconitana 15 (0) 1959 Ivrea 2 (0) 1959-1965 Pinerolo 52+ (?) 196? Castellamonte ? (?) Carriera Di ruolo ala sinistra, dal 1950 al 1954 fece parte delle giovanili della Juventus, giocando anche un Torneo di Viareggio, quello del 1954 in cui la squadra perse solo la finale contro il Lanerossi Vicenza con il punteggio di 2-1. Ha esordito in Serie A il 18 settembre 1955 nella partita Juventus-Spal (2-2). Nel 1954 la Juventus lo cedette in prestito al Monza, che militava in Serie B. In seguito venne chiamato a sostituire il calciatore danese Karl Aage Præst, infortunato in quel periodo, disputando 2 partite del campionato di Serie A contro la SPAL (2-2) e contro la Triestina (1-1) . Poi venne ceduto all'Anconitana per un totale di 3 campionati. Finisce la sua carriera giocando 6 anni nel Pinerolo. Palmarès Club Competizioni regionali Prima Categoria: 1 - Pinerolo: 1962-1963
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CESARE NAY Centromediano di poco stile, ma di immensa generosità e combattente di razza: Cesare Nay, studente di medicina, aveva anche classe e tanto, tanto mestiere. Aveva sempre il sorriso sulle labbra, diventava serioso solo quando scendeva in campo. Ricavava, infatti, il meglio delle sue prestazioni riuscendo a coordinare l’impeto e lo stile, disimpegnandosi al meglio sia nella distruzione sia nella costruzione del gioco.Educato e addestrato durante il periodo dell’adolescenza ai compiti tattici del mediano laterale, Cesare aveva, istintivamente, l’inclinazione verso il gioco di manovra. Non era raro, infatti, che Nay superasse la propria metà campo, facendo in modo che la squadra partisse all’offensiva, appoggiando la manovra degli attaccanti.Le cose migliori Nay le faceva come stopper grintoso e ruvido; quando difendeva, era paragonabile a un muro elastico, contro il quale andavano a infrangersi le onde degli attacchi avversari. Forse non aveva l’esperienza del regista difensivo, l’uomo che potesse controllare le operazioni dei terzini a lui affiancati ma tutti i suoi compagni lo hanno sempre ammirato come un importantissimo perno difensivo, centro di posizione e di rottura, di scatto e di battaglia, di coraggio e di resistenza.Nay veste la maglia bianconera dal 1955 al 1957, totalizzando 59 presenze.GIAMPIERO BONIPERTI, DAL SUO LIBRO “LA MIA JUVENTUS”Nay è molto superstizioso, in questo campo non lo batte nessuno. Ha tutto un complicato cerimoniale nell’indossare gli indumenti di gioco, calza anche in pieno inverno calzini leggeri, ha cravatte speciali da portare prima di determinate partite.Andando in sede verso il campo, fa solitamente fermare il pullman a un incrocio e lì lo fa attendere, incurante dello strepito delle auto che seguono, sino a che non è passato il tram numero tredici. Nay è un emporio di superstizioni; è capace di rifare la strada dieci volte, sino a che non ha visto il tram numero diciassette.Io non mi sento di criticarlo, tanto più che quando fallisce un suo esorcismo, perdiamo regolarmente. Non parliamo poi di quando si rompe l’ampolla dell’olio per i massaggi. Si ruppe, quest’anno, a Roma e a Napoli, ed entrambe le volte perdemmo. Mai, che io sappia, abbiamo vinto un incontro prima del quale si sia rotta l’ampolla.ALDO CONGIU, DA “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 17 GENNAIO 1957Se entrate in casa di Cesare Nay siete d’improvviso colpiti dal netto contrasto fra la fama che il bruno giocatore si è creato suo malgrado, e la realtà, tutta diversa; Nay ha la fama d’essere, un « cattivo »; se si dovesse fare la storia dei « duri » di tutti i tempi, forse un osservatore superficiale scriverebbe il suo nome accanto a quelli di Gasperi, di Perazzolo, di Allemandi, di... Casali; pensiamo di non essere lontani dal vero, però, dicendo che gran parte di tale fama gli è stata ingiustamente attribuita: è un forte, Nay, un uomo che vuoi farsi rispettare, sul campo. Ma da questo alla cattiveria, ce ne passa.Visto nella serenità della sua casa, con la signora Carla e le bimbe Barbara e Cintia, sembra addirittura un altro, rispetto a come lo hanno sempre dipinto i cronisti. Racconta pacato come riuscì a sfuggire al viaggio dei granata conclusosi tragicamente a, Superga (Nay doveva rientrare al Torino dal prestito allo Spezia e vi fu chi insistette perché il ritorno fosse rinviato), come visse in Svizzera da internato, come conobbe la signorina Carla Cristofori divenuta sua moglie senza che, nemmeno i vicini di casa si fossero accorti dei loro flirt, dato che amoreggiavano da due finestre confinanti, nello stesso caseggiato; come intenda concludere la sua carriera.Non giocherà fino... ai sessant’anni. Lui; dice che gli fanno una brutta impressione quelli che compiono la parabola discendente tornando fino alle squadre di quarta serie; al massimo, dice, farà un anno in Serie B, poi si ritirerà, quando sarà giunta l’ora, e se n’andrà in Argentina, per collaborare al progresso dell’industria che sua sorella e suo cognato hanno fondato laggiù.Ma prima passerà ancora qualche tempo, perché Cesare, a dispetto dei suoi capelli già chiazzati di bianco, ha solo trentun anni o poco più.Ha due passione segrete, Nay: la vela (ha persino gareggiato e vinto come timoniere, nella categoria Stelle) e lo sci. Non è escluso che debba anche dedicarsi ancora allo studio, visto che solo il calcio lo ha costretto a smettere quando aveva già frequentato tre anni d’università, nella facoltà di medicina, e quand’era giunto a un passo dalla laurea in scienze politiche.Un ragazzo a posto, Nay; ed è un vero peccato che gli si attribuisca quella tara dell’uomo « duro » che, in effetti, è soltanto una traccia della sua esuberanza giovanile; ora gli si potrebbe concedere addirittura un Oscar della correttezza... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/cesare-nay.html
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CESARE NAY https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Nay Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 22.10.1925 Luogo di morte: Torino Data di morte: 08.08.1994 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 84 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 02.06.1957 - Serie A - Padova-Juventus 2-1 59 presenze - 0 reti Cesare Otto Donato Nay (Torino, 22 ottobre 1925 – Torino, 8 agosto 1994) è stato un dirigente sportivo, allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Cesare Nay Nay alla Juventus a metà degli anni cinquanta Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Carriera Giovanili 194?-1946 Torino Squadre di club 1946-1947 → Carrarese P. Binelli 35 (0) 1947-1948 → Spezia 24 (2) 1948-1949 → Lucchese 35 (0) 1949-1954 Torino 137 (0) 1954-1955 Triestina 30 (0) 1955-1957 Juventus 59 (0) Carriera da allenatore 1960-1961 Pordenone 1966-1967 Ternana Caratteristiche tecniche Centrocampista difensivo, più dotato di generosità che di classe, è stato a volte impiegato con efficacia anche da difensore centrale. Carriera Giocatore Nay (secondo da sinistra) nell'estate del 1957, assieme ad alcuni suoi compagni di squadra nella Juventus. Cresciuto nelle giovanili del Torino, giocò per nove stagioni consecutive in Serie A con Lucchese, Torino (nelle 5 stagioni successive alla tragedia di Superga), Triestina e Juventus, per complessive 261 presenze in massima serie. Ha inoltre totalizzato 59 presenze e 2 reti in Serie B con le maglie di Carrarese e Spezia. Allenatore Una volta finita la carriera agonistica, Nay intraprende quelle di dirigente e di allenatore, difatti nella stagione 1966-67 ha guidato la compagine umbra della Ternana in Serie C. Dirigente sportivo Oltre ad aver intrapreso la carriera da tecnico, Nay percorre anche quella dirigenziale e nel 1964 è stato anche direttore sportivo della Lazio. È scomparso nel 1994 all'età di 68 anni.
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FLAVIO EMOLI «Giocare nella Juventus è stata un’esperienza che ha indelebilmente marchiato la mia vita. Forse sbaglierò, ma il fatto di essere stato uno della grande Juventus mi fa sentire, ancora adesso, importante, quasi di un livello superiore. Anche se so che i meriti di tutto ciò sono in minima parte miei». Laterale di carattere indomabile e di ottima tecnica, è il comprimario ideale dell’argentino Sivori per il quale si sacrifica in rincorse asfissianti. «Il ruolo assegnatomi prevedeva che giostrassi da mediano difensivo, mentre Colombo si muoveva un po’ più avanti. Ma il buffo era che, mentre Boniperti mi spronava sempre ad avanzare, Ferrario cercava in tutti i modi di frenarmi. Insomma, ero il classico uomo di spinta, il maratoneta di centrocampo in genere ben preparato fisicamente, tanto che alla fine degli allenamenti rimanevo regolarmente in campo per effettuare allunghi e cross continui a favore di Charles, che voleva perfezionare il colpo di testa. Passavo, poi, per un duro e cattivo, mentre non sono mai stato squalificato per gioco scorretto; se ero aggressivo lo ero all’inglese ed entravo sull’uomo solo quando c’era il pallone di mezzo». Era soprannominato Cuore Matto, come il ciclista Bitossi e il povero Renato Curi. «Avevo un’anomalia congenita al cuore che venne fuori, per la prima volta, quando avevo 23 anni, a seguito di un elettrocardiogramma. Il responso di quell’esame lasciava poche speranze, tant’è che, tre giorni dopo, il dottor Umberto venne al campo e mi disse che, forse, avrei dovuto smettere di giocare. Fu un colpo tremendo. I medici, che all’inizio avevano erroneamente individuato gli esiti di un infarto, in seguito si resero conto che, quell’anomalia, spariva quando il cuore era sotto sforzo, ma la nomea mi è rimasta per tutta la carriera». Scolpito nella roccia, caparbio e generosissimo, Emoli, elargisce tesori di energie su ogni campo d’Italia. Diventa così un giocatore molto importante per la compagine juventina, tanto da diventarne il capitano. «Scendevamo sempre in campo convinti dei nostri mezzi, anche nelle giornate storte; in fondo, l’accoppiata Charles-Sivori garantiva almeno 50 reti a stagione, quindi potevamo dormire ovunque sonni tranquilli. Certo, non ci fossero stati i famosi dissapori di spogliatoio tra Boniperti e Sivori avremmo, forse, potuto vincere ancora di più, visto che eravamo i più forti in assoluto. Era davvero un altro calcio; pensavamo soltanto a segnare tante reti, quasi un centinaio a stagione e non ci preoccupavamo se, magari, ne subivamo due o tre per partita. Questa mentalità ci rendeva più simili a giocatori della domenica che a fior di professionisti. Eppure, quando scendevamo in campo noi, lo spettacolo era sempre assicurato». Nei quadri bianconeri si ferma per otto stagioni: mette insieme 240 partite e 9 goal e lega il suo nome a tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e a due Coppe Italia (1959 e 1960). Lascia la Juventus e si accasa al Napoli nell’estate del 1963, ottenendo la promozione in serie A della squadra partenopea, per poi terminare la propria carriera al Genoa, nel campionato 1967-68. Emoli indossa in un paio di occasioni la maglia della Nazionale maggiore, con la quale esordisce il 23 marzo 1958, nella partita contro l’Austria. Completano il suo ruolino azzurro due presenze con la squadra B e una con la Giovanile. ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1982 Nato a Torino il 28 agosto 1934 e cresciuto nelle file dei ragazzi bianconeri, il tarchiato Flavio si fece ben presto notare come uno dei migliori prodotti dell’allevamento juventino.La parola allevamento era ormai da tempo entrata nel vocabolario corrente delle società di calcio, sia sotto il profilo amministrativo che tecnico. Esso si può sostanzialmente definire così: un sistema organizzato e razionale per avviare i giovani alla, pratica del gioco, secondo le esigenze dei tempi, al fine di creare futuri campioni del domani.Erano, quelli di Emoli, i tempi in cui, con Sandro Cocito dirigente responsabile e con Locatelli - Bertolini coppia di tecnici ineguagliabili, la Juventus aveva visto prosperare il proprio vivaio in modo favoloso. Basti pensare che nella formazione presentata al Torneo di Viareggio del 1954, giocavano quattro giocatori che, oltre a fare poi parte della prima squadra juventina, indossarono anche la maglia azzurra nella nazionale. Si trattava di Garzena, Emoli, Colombo e Vavassori; e di un periodo vicinissimo furono protagonisti anche Robotti, Mattrel e Stacchini.Il nostro Emoli giocava mediano destro. Era un tipico mediano sistemista. E tutti sanno che il mutamento tattico da metodo a sistema aveva cambiato molte cose nel gioco.Nel metodo il posto del mediano laterale era spesso il “refugium” degli incompleti; ma la qualifica di mediano era nobilitata dal centro, vero cervello motore della squadra. La marcatura del mediano metodista era quasi “ad personam” e questo giocatore si rendeva protagonista di arcigni duelli con l’ala da marcare.A pensarci bene, tuttavia, dire che il posto di mediano laterale fosse il “refugium” era profondamente ingiusto. Il mediano doveva accoppiare le doti dell’incontrista, o dell’interdittore a quelle di battitore costruttivo; il mediano che rimandava a capocchia scadeva tra i paesani, ma il suo apporto al gioco rimaneva comunque sempre importante. Se l’uomo aveva classe diventava protagonista.Il mediano sistemista propone quasi immediatamente la figura moderna del centrocampista. La sua posizione lo avvicina a quella del giocatore di scacchi, sempre in grado di misurare e vagliare con immediata prontezza le mosse proprie e quelle dell’avversario.In molte squadre, il laterale sistemista può addirittura essere il regista. In alcune stagioni lo fu anche Emoli, pur se poi dovette cedere la bacchetta al biondo Boniperti e sacrificarsi al servizio del capitano.La carriera di Flavio Emoli, all’inizio, fu un po’ difficile. Giocava in una Juventus avarissima di autentici assi: Boniperti e Præst, ormai avviato al viale del tramonto. I suoi compagni erano atleti coraggiosi e tenaci, dal gioco maschio e spericolato, come Bruno Garzena, il più dotato tecnicamente, Memo Oppezzo e Cesare Nay. Era una squadra dove tutti erano tenuti a faticare oltre misura, una squadra il cui gioco stentava sempre a decollare.In quella stagione 1955-56 (la prima di Emoli come titolare) dovevano passare ben otto domeniche prima di gustare la gioia della prima vittoria.Si era iniziato con un pareggio interno, avendo la Spal come avversario; in quella gara (conclusa sul 2-2) Emoli non aveva giocato. L’allenatore Puppo lo aveva fatto esordire nella seconda partita, la trasferta a Trieste, come mediano sinistro.Poi c’era stata la dura sconfitta esterna ad opera di una Fiorentina che si sarebbe laureata Campione d’Italia. Quarta partita, il derby: finì a reti inviolate ed Emoli fu utilizzato come mezzala sinistra, ruolo nel quale giocò anche a Marassi contro la Sampdoria (sconfitta per 2-0). Ancora due pareggi con il Novara e a Roma, poi, finalmente, la prima vittoria di quel triste campionato, (senza Emoli in campo) a Torino contro l’Atalanta: 2-1. E la domenica successiva, il bis contro il Genoa, con rete vincente di Boniperti e superlativa prestazione di Emoli come interno sinistro.Solo qualche tempo dopo l’amico Flavio tornò a fare il mediano e a sfaticare avanti e indietro per il campo. Il suo, tuttavia, era sempre un lavoro ordinato e preciso, fatto in funzione delle esigenze della squadra. Non è che si avventurasse in avanti solo per sentire il brusio della platea amica o per il gusto di farsi guardare, di imporre ostentatamente il proprio gioco ai compagni. Emoli sapeva conquistare la palla con forza e aveva l’intelligenza di batterla in avanti, con immediatezza, al compagno smarcato. Raramente i suoi disimpegni hanno messo in difficoltà la sua difesa, proprio perché le avanzate venivano fatte a ragion veduta, senza eccessivi sbilanciamenti in avanti, senza rompere le equidistanze tra attacco e difesa.Emoli ebbe la capacità di acquistare una certa autorità nel proprio ruolo e di mantenere un alto rendimento per parecchie stagioni consecutive.Ebbe, naturalmente, il premio per le sue doti, due maglie azzurre in partite importanti. La prima fu giocata a Vienna il 23 marzo del 1958 contro la temibile Austria di quei tempi: Flavio ebbe come compagni di avventura i bianconeri Corradi, Garzena, Ferrario e Boniperti. Gli austriaci riuscirono a superare gli azzurri con il punteggio di 3-2, dopo essersi trovati in svantaggio per 2-1.Il 29 settembre del 1959, a Firenze, seconda gara internazionale per il medesimo juventino: un pareggio (1-1) con l’Ungheria forte di Alberi e Tichy, di Sandor e Fenyvesi. Si videro in campo, in quell’occasione, ben sette juventini: Castano, Sarti, Emoli, Cervato, Colombo, Boniperti e Stacchini. Una gagliarda prestazione di Emoli, citato da tutta la stampa italiana come centrocampista completo.Fu quella la più grande soddisfazione per il giocatore bianconero, oltre a quella provata con la conquista di tre scudetti di Campione d’Italia.Sul finire della carriera Flavio Emoli diede anche prova della duttilità d’impiego, operando come terzino d’ala. Fu il tecnico Paulo Amaral a vedere questa trasformazione da mediano a terzino. Ed Emoli si comportò come un Fregoli del calcio.Esuberante, propenso a gettarsi nella mischia, là dove il gioco assurge a toni agonistici elevati, dote primaria di un combattente di razza, Emoli, pur cambiando ruolo, è riuscito a plasmare la sua condotta di gara, a sfrondare dal suo repertorio i rami secchi, a comprimere, cioè, quell’azione talvolta convulsa, seppur redditizia, che lo aveva inchiodato su un livello tecnico-tattico troppo limitato per le sue effettive possibilità.Con Emoli terzino, la difesa della Juventus inquadrò a un certo punto in modo organico il suo gioco e il suo rendimento. Merito della mente Amaral, ma soprattutto del braccio Emoli, che anche in quell’occasione aveva fatto della sua professione una bandiera.ANDREA NOCINI, DA PIANETA-CALCIO.IT DEL 14 FEBBRAIO 2013Fu quello che suggerì a Bruno Pesaola il trasferimento all’ombra del Vesuvio di Omar Sivori, il giocatore più talentuoso e incorreggibile della Juve, in rotta di collisione con il trainer bianconero Heriberto Herrera, il paladino del “movimiento”, del calcio atletico e molto dinamico, e poco amante della fantasia e del calcio-poesia. Con il Napoli arrivarono i galloni di capitano in una squadra che contemplava anche la forte presenza di Josè Altafini e quella molto significativa di Juliano. Un marcantonio che in campo dava tutto, anche quattro denti a causa di una gomitata poco ortodossa di Prenna della Spal, e per tutti i novanta minuti in campo con una clavicola spezzata (in casa della Pro Patria, con il Napoli che ritornava in Serie A). Senta, Flavio, quand’è che ha provato la più grande emozione da calciatore? «È stato in occasione dell’esordio in Nazionale, a Vienna, nel marzo del 1958. Nella gara perduta per 3-2 contro l’Austria era presente sugli spalti anche il presidente della Juventus, il dottor Umberto Agnelli, felicissimo perché c’erano tanti suoi giocatori che indossavano l’azzurro. E poi, il primo scudetto vinto con la Juventus, quello della stella».Ha un ricordo personale di Umberto Agnelli? «Era del 1934 come me, ma io ero più vecchio di sei mesi. Una volta, dopo avergli chiesto un aumento di stipendio di un milione in più, ricordandogli che avevo giocato bene quasi sempre, giocato in Nazionale, vinto la Coppa Italia, lui mi rispose: “Per carità, possiamo stare qua tutto il giorno, ma più di 500.000 lire più dell’anno scorso non ti posso dare!” Magari poi, succedeva che se a fine anno ripetevi un’altra bella stagione, ti regalava un milione. Il dottor Umberto era giovane, simpatico, un bel presidente. In occasione del Natale del 1978 mi aveva inviato la fotografia di Andrea, che era nato da poco, assieme agli auguri di Natale. Ebbene, quella lettera e la foto ce l’ho ancora appesa nel mio ufficio».Si ricorda un goal importante con la Juventus? «A ventitré anni mi avevano scoperto un’anomalia congenita al cuore e mi avevano fermato e ricoverato in clinica per tre settimane, in quanto mi riscontrarono una cicatrice, segno di un sospetto infarto. Ricordo che il dottor Umberto fece salire da Roma uno specialista cardiologo, un luminare, il professor Vis. Mi fecero sostenere una prova da sforzo e il medico mi disse che potevo riprendere a giocare a pallone, perché non c’era nulla di grave. La domenica ho giocato e ho fatto il goal alla Lazio del grande portiere Lovati».Lei ha vissuto anche quattro anni all’ombra del Vesuvio. Che ricordi conserva? «Il presidente era Achille Lauro, il famoso armatore, e Roberto Fiore. Ricordo che quando salimmo dalla Serie B alla Serie A l’allenatore era Bruno Pesaola, il Petisso. C’erano Altafini, Sivori, Canè e Juliano, tutti grandi giocatori».Il più forte di tutti? «Il grande Omar: per me, è stato uno dei più grandi della storia del calcio».Era più matto o più bravo? «Era più bravo, più bravo. Eravamo molto amici, era fantastico».Non ha mai osato fargli un tunnel durante un allenamento? «Quando giocavo contro di lui, facevo a finta di aprire le gambe, poi, all’ultimo secondo le chiudevo ed evitavo a lui di fare il tunnel a me. Lui ci tentava sempre, ma con me non ci riusciva. Era l’amico migliore che avevo: prima di morire è venuto a trovarmi, qui a Genova, in ufficio da me, e mi ha confidato che aveva un tumore al pancreas. Eravamo molto amici perché abbiamo giocato assieme anche a Napoli oltre che a Torino e mia moglie è stata madrina di cresima della figlia».Ha mai pianto di dolore fuori dal calcio? «Ho sempre avuto un bel rapporto con il dottor Umberto Agnelli e quando è morto mi è dispiaciuto tantissimo. Ci sono rimasto proprio male: è stato il dolore più grande quello. Sì, anche quando è morto Sivori, ma, forse mi aveva un po’ preparato, mentre con il mio presidente avevo un rapporto fraterno!»I suoi genitori lasciarono Ancona per lavorare alla Fiat di Torino? «No, no: mio padre venne a Torino da calzolaio, faceva scarpe. Poi, con i soldi che ho guadagnato nel calcio siamo riusciti ad aprire un negozio di calzature e poi abbiamo proseguito a fare i commercianti. Eravamo in sei figli ed eravamo una bella famigliola».Quand’è che ha cominciato a tirare i primi calci al pallone? «A Torino, nella Juventus, a quattordici anni, e ho fatto tutta la trafila dei ragazzi, le Riserve, la prima squadra, ma, prima mi hanno mandato a farmi le ossa nel Genoa, nel 1954. E nella Juve ho disputato otto campionati in bianconero, quattro al Napoli e ho concluso con i “Grifoni”».Era superstizioso? «No, no, magari si giocava con le stesse scarpe e gli stessi calzettoni. Ma, a Napoli era facile, eh, diventare superstizioso».I suoi mister: un ricordo? «Heriberto Herrera non l’ho conosciuto: infatti, quando arrivò, Sivori chiese di trasferirsi al Napoli, ed io caldeggiai il passaggio al Napoli al presidente Lauro e alla società. Omar non ne poteva più di un trainer con cui non riusciva a legare proprio. Il più bravo era Gunnar Gren: in coppia con Parola era davvero forte, un signore. Il Petisso era molto bravo, un entusiasta del calcio, un grande appassionato. Durante gli allenamenti, chiedeva che io collaborassi per la parte riguardante la preparazione fisico-atletica. Fumava, beveva come un turco, e giocava a carte. E prima della partita ci faceva giocare alla roulette francese. Ci faceva sdraiare per terra dentro lo spogliatoio e ci invitava a giocare con lui».Si ricorda un goal con la maglia del Napoli? «No, io ricordo che con il Napoli, a Busto Arsizio mi sono rotto la clavicola e ho continuato a giocare, a stare in campo fino alla fine. Ancora adesso mi sembra di sentire i due ossicini scomposti che fanno cic e ciac. A Napoli ricordo che in caso di vittoria ci riconoscevano dei bei premi, nulla più».Era come Beckenbauer, il capitano della Germania, eliminata nei Mondiali 1970 del Messico, che continuò a giocare con un braccio rotto grazie ad un’abbondante fasciatura all’arto. «Esatto, esatto. Con la Juventus ricordo che a Ferrara ricevetti una gomitata da Prenna, che mi buttò giù quattro denti. Ero saltato all’indietro a braccia aperte, lui mi ha colpito nei denti e sono precipitato svenuto a terra. Ho quasi subito ripreso i sensi e ho continuato a giocare. Abbiamo vinto, eravamo nel 1958. Il dottor Umberto Agnelli mi fece come regalo una radio, era un gran regalo a quei tempi, dicendomi: “Sei capace di giocare anche con quattro denti in gola, bravo!”».Come mai ha giocato così poco in Nazionale? «Perché mi sono infortunato parecchie volte: negli otto anni di Juve ho perduto venticinque partite per traumi, strappi, stiramenti e noie varie. Sì, è vero, io avevo una muscolatura forte, ma, avevo bisogno di allenamenti meno blandi di quelli che si eseguivano allora. Oggi, io andrei sicuramente meglio con questo tipo di preparazione atletica».L’avversario più forte che ha dovuto marcare? «Nel 1961 ho giocato contro Pelé; era un fenomeno. Per me, è stato il più grande dei grandi! Atleticamente era armonioso, tecnicamente era completo, di testa era fortissimo. Avevo ventuno anni, e Sivori aveva scommesso con il dottor Umberto Agnelli che il presidente mi avrebbe dato 100.000 lire se non l’avessi fatto segnare. “Se battiamo il Santos – aveva promesso il presidente – te ne do 50.000. Porca miseria: ha segnato a tre minuti alla fine e abbiamo perso».E come si poteva fermare un asso di quel genere? «Gli ho dato un sacco di botte, lo tenevo, lo strattonavo con le unghie e con i denti. E lui credo che si sia sempre ricordato della mia marcatura, perché l’anno dopo, quando è tornato a fare un altro torneo, alla domanda: “Cosa ricorda di più dell’Italia”, lui rispose: “L’anno scorso, mi ricordo che c’era un mediano della Juventus che mi ha dato tante botte, mi ha pestato come un tamburo”».Ha giocato contro un altro grande della storia del calcio, Alfredo Di Stéfano del Real Madrid? «No, perché quella volta mi ero fatto male e il dottor Umberto Agnelli mi aveva portato in Francia a sottopormi alle cure del noto massaggiatore Wanono. Indicato da Helenio Herrera, un altro “mago” come il mister della Grande Inter. Contro la Fiorentina, riportai una distorsione al ginocchio, e dopo avermi portato con il suo aereo in Francia dallo specialista, feci in tempo a far parte della spedizione bianconera che sconfisse il Real per 1-0 a Madrid con un goal di Sivori. Era il 1958 e Di Stéfano era anziano».Il più forte giocatore italiano? «Io marcavo tutti i migliori numeri dieci che incontravo, e tra questi Angelillo, Suárez, Rivera, Lindeskog, Bulgarelli. Ma, il più forte era Rivera. Io, in genere, marcavo la mezzala sinistra. Giocavo come mediano difensivo, in coppia con Colombo, lui a sinistra e più in attacco, come si chiamava allora mediano laterale».Chi l’ha fatto impazzire? «Abbadì, una mezzala sinistra, notevole la sua progressione, velocissimo. Era un uruguaiano, che aveva giocato nel Genoa, nel Lecco e nel Peñarol: un giocatore di alto livello».Tra gli italiani? «Bulgarelli: aveva una facilità di gioco incredibile, copriva molto bene la palla, era molto difficile da marcare. Faceva goal con facilità, tecnicamente era molto bravo, molto attrezzato». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/08/flavio-emoli.html
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FLAVIO EMOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Flavio_Emoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.08.1934 Luogo di morte: Genova Data di morte: 05.10.2015 Ruolo: Mediano Altezza: 174 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cuore Matto Alla Juventus dal 1955 al 1963 Esordio: 25.09.1955 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 Ultima partita: 26.05.1963 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 246 presenze - 9 reti 3 scudetti 2 coppe Italia Flavio Emoli (Torino, 23 agosto 1934 – Genova, 5 ottobre 2015) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Era soprannominato Cuore Matto a causa di una malformazione congenita al cuore diagnosticatagli a 23 anni. Flavio Emoli Emoli alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1968 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1953-1954 Juventus 0 (0) 1954-1955 → Genoa 8 (0) 1955-1963 Juventus 246 (9) 1963-1967 Napoli 63 (0) 1967-1968 Genoa 6 (0) Nazionale 19?? Italia militare 7 (?) 19?? Italia B 2 (?) 1958 Italia 2 (0) Carriera Club Emoli al Napoli Di famiglia marchigiana emigrata nel capoluogo piemontese, crebbe nel vivaio della Juventus. Cominciò poi la sua carriera in prestito al Genoa, con cui esordì in Serie A il 10 ottobre 1954 nella sconfitta esterna per 3-0 contro l'Udinese. Tornato in pianta stabile a Torino dal 1955, con la squadra bianconera vinse tre Scudetti e due Coppa Italia, fino a diventarne capitano nella stagione 1962-1963. Passò successivamente al Napoli, nell'affare che portò alla società partenopea altri due calciatori provenienti dai piemontesi: Humberto Jorge Rosa e Bruno Garzena. Degli azzurri divenne a sua volta capitano nella stagione 1963-1964 per rimanervi fino alla stagione 1966-1967, nella quale la squadra arrivò quarta in campionato. In carriera ha totalizzato complessivamente 245 presenze e 8 reti in Serie A. Nazionale Durante il periodo della militanza nella Juventus, disputò due partite con la nazionale maggiore, due con la rappresentativa B e una con la nazionale giovanile. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Napoli: 1966
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UMBERTO COLOMBO Poiché giocava in una Juventus il cui genio era garantito da un fuoriclasse come Sivori, a Colombo non si chiedeva di avere il piede vellutato, ma di garantire la solidità del centrocampo e il controllo, con dedizione assoluta, delle mezzali avversarie. E il possente ragazzo di Como (1,83 di altezza per settantasette chili di peso) assicurò, alla squadra, il sudore di mille rincorse, di altrettanti preziosi recuperi, di appoggi mai leziosi ai compagni più dotati tecnicamente di lui, sebbene nell’eleganza dello stile potesse rivaleggiare con gli stessi Sivori e Boniperti.La Juventus lo lanciò nel campionato 1954-55, in uno dei periodi più critici della storia bianconera; anche da lui, uno dei rappresentanti della linea verde, la società iniziò la ricostruzione che avrebbe portato alle vittorie dei primi anni Sessanta.Non era certo in possesso di una tecnica sopraffina, ma era prezioso per il suo senso tattico e per il grande dinamismo, tanto nei recuperi quanto nel rilancio dell’azione; il contributo alla squadra fu davvero prezioso e fondamentale.Nato a Como il 21 maggio 1933, cresce nelle formazioni minori e dopo un paio di stagioni trascorse in prestito al Monza rientra alla Juventus nell’estate del 1954. In bianconero si ferma per sette anni che gli fruttano 193 presenze e ventitré goal. Con la Juventus Colombo lega il suo nome a tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e a due Coppa Italia (1959 e 1560).Lascia Torino nell’estate del 1961 e si accasa all’Atalanta e con i neroazzurri, nel 1968, torna ad aggiudicarsi la Coppa Italia. Ha indossato tre volte la maglia della Nazionale.“HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1963Eccomi con la penna in mano. Di me e della Juventus potrei scrivere volumi. E temo che riuscirò soltanto a scrivere poche righe. Mi fanno ridere quelli di “Hurrà Juventus”. Mi hanno detto: «Per favore, ci raccomandiamo a te, poche righe, non eccedere, ma non scriverne anche in misura limitata; devi dire tutto quello che vuoi, ma per favore dillo bene. Non aver paura della verità, ma non trattarci troppo male». Scrupoli eccessivi. Se sapessero leggermi dentro, saprebbero cosa è la Juventus per me. Cosa è stata, cosa forse sarà per sempre. Quali pagine del libro della mia vita mi abbia aiutato a sfogliare.Rivedo una fotografia: io giovanissimo in una Juventus che aveva Garzena, Emoli, Vavassori, Aggradi. Ci trovammo insieme anche in azzurro, oltre che in bianconero. Vivemmo un’epoca, la facemmo nostra. Io e la Juventus, ricordi, innanzitutto. Ricordi di quel che fu, di anni meravigliosi passati troppo in fretta. Quando arrivò Charles: sapevo un po’ d’inglese, mi delegarono a interprete. Che uomo immenso John! Se l’onestà è vita, se la volontà è vita, se il coraggio è vita, se l’amicizia è vita, John mi fece conoscere larga parte della vita.Che uomini! E per quale Juventus! Sivori fantasioso e geniale, Boniperti continuo e accorto, John immenso e nobile, e la squadra che vinceva quasi sempre, ed io che preferivo credere a un sogno, spaventato da una realtà troppo grande e troppo bella per me. Anni felici. Vivevo a Torino lungo il Po, ero sempre un ragazzo, anche se i mesi si accavallavano sulla mia carta d’identità. Ero straordinariamente felice e l’unico mio rammarico attuale è di non averlo mai saputo completamente. Adesso gioco nell’Atalanta, ho trovato la mia seconda Juve e mi dicono: «Scrivi qualcosa sul tuo periodo juventino, su cosa pensi della Juve, paisà». Ma cosa volete che io pensi della Juventus? Tutto il bene possibile, con nostalgia, è chiaro. Per lei ho speso, oppure impiegato con buon reddito, il meglio di me, quando ero di lei innamorato e con lei passavo tutte le mie domeniche. Che posso dire di più, di diverso?Andai poi all’Atalanta. Attesi il mio primo match contro la Juve con una certa paura, parente prossima del terrore. Mai l’ipotesi di giocare contro la Juventus era entrata nelle dimensioni del mio pensiero. Quel giorno. Beh, quel giorno fu una ridda di pensieri e in me si accavallarono sensazioni strane. Ma tutto andò bene. Fui un buon giocatore professionista, quel giorno. Appresi allora che la lezione juventina era stata definitiva, preziosa, insostituibile. La Juventus, al fondo di tutto, mi aveva insegnato anche a essere professionista. E la lezione si era sovrapposta a ogni altra. Anche di questo fui grato alla Juventus. Di questo le fui grato nel momento in cui giocavo contro di lei, e al massimo del rendimento, come, stando nella Juventus, avevo imparato che si doveva fare.E adesso? Adesso ho con me ricordi e sensazioni e li sto catalogando tutti in quella che sarà la mia definitiva esperienza di vita. La Juventus ha significato per me cose grandiose, che mi pare persino di non poter mettere sulla carta. Vorrei che fosse chiara una cosa: noi calciatori siamo legati al nostro mestiere, che è poi la nostra vita. Chi segna il nostro mestiere con esperienze e insegnamenti, è legato a noi per la vita.Episodi? Ne ho troppi in mente. Quando John Charles segnava e allora io cercavo di essere il primo ad abbracciarlo, e lui mi parlava in inglese, ed io non capivo niente, ma proprio niente, ma non potevo deluderlo o tradirlo, perché ero il suo interprete. Allora, gli dicevo: «Oh, yes, John, very nice, very nice». Lui contento, io pure.In tutti questi sentimenti gentili, si innestò, direi brutalmente, un sentimento ardito e fiero. Quando volli mostrare a me stesso e alla Juve di essere un buon giocatore quale che fosse la mia maglia; e, operai allora in maniera strana e violenta, della quale mai mi sarei creduto capace. Un’esperienza in più, e anch’essa la devo alla Juventus.Alla Juventus devo tante altre cose. La sensazione pesante di un debito di esperienza che non so proprio come pagare. Molta nostalgia, molti rimpianti, molte amarezze, molta fierezza per poter vivere anche senza di lei. La difficoltà, in ogni momento, di inquadrare me stesso, Umberto Colombo, in una sintesi di vita in cui la Juventus non c’è più. Io che con la Juventus fui ragazzo, che conservo una foto in cui sono con gli altri ragazzi juventini; e con essi feci una strada lunga, difficile, meravigliosa.ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT DEL 20 FEBBRAIO 2013Il momento più bello da calciatore? «Quando ho esordito a San Siro, in casa dell’Inter, con la maglia della Juventus e ho firmato una doppietta al grande Ghezzi. Abbiamo vinto 1-3, ma eravamo fuori entrambi dalla corsa scudetto. Da mediano ho provato grande soddisfazione, ed anche quando ho giocato in attacco, anche se in questo ruolo sono stato meno decisivo. Feci un goal partendo palla al piede dal centrocampo. Goal e soddisfazioni ne ho fatti e provate a Monza, come attaccante, in Serie B. Alla Juve ero partito in attacco per chiudere come uomo di fatica, in mediana con Emoli. Con la Juventus abbiamo vinto tre scudetti e due Coppa Italia. Era il periodo di Charles, Sivori e Boniperti».Qual è stato lo scudetto che ricorda più volentieri? «Il primo, quello conquistato nel 1957-58 perché non eravamo favoriti, si partiva con Broćić, uno jugoslavo molto bravo, e senza grandi ambizioni, con il Milan candidato alla vittoria finale. Due fuoriclasse come Charles e Sivori hanno fatto la differenza quell’anno».Qual è stato l’avversario più forte che ha dovuto marcare? «Pelé, con la maglia del Santos, a Torino, in occasione della tournée che il club brasiliano aveva sostenuto per celebrare il centenario, nel 1961, dell’unità d’Italia. Partecipava anche il River Plate. Pelé, non essendo neanche tanto alto riusciva lo stesso andare in cielo a colpire la palla con la testa; continuava a chiamare palla, i traversoni erano tutti per lui e riusciva bene a coprire la palla. Un grandissimo atleta! Però, ancora più grande di Pelé è stato Valentino Mazzola, che ho visto giocare quando io ero una promessa bianconera a Torino. Non ci ho mai giocato contro, perché lui perì nella tragedia di Superga nel 1949, mentre io iniziai a giocare nei professionisti nella stagione 1952-53. La qualità del giocatore è sempre dipesa dal suo bagaglio tecnico e dalla velocità, rapidità di esecuzione. Valentino Mazzola e Pelé furono due perfetti ambidestri».Lei ha giocato, con la Nazionale italiana, anche contro la Spagna di Alfredo Di Stéfano, leggenda del Real Madrid… «Sì, ho giocato contro di lui, Suárez, Gento, a Barcellona, dove abbiamo perso per 3-1 nel 1960. Di Stéfano era anche lui un giocatore completo, perché in attacco era un grande esecutore e a centrocampo era forte lo stesso. Altro fuoriclasse era lo juventino Charles, perché nel Leeds United giocava mediano, mentre alla Juventus era anche centravanti: fortissimo di testa, giocatore onnicomprensivo, velocissimo, nonostante le gambe corte. E idem quel furbo di Sivori, che chiedeva in area la sponda di petto (anche di venti metri) o di piede a John (Charles). E grazie a Charles, Sivori firmò un sacco di goal».Che ricordo, aneddoto conserva dell’allora presidente bianconero, il dottor Umberto Agnelli? «Ricordo che eravamo in ritiro a Villar Perosa ed io ero stato lasciato a riposo. Incavolato dopo che mi fu comunicato che non avrei giocato, salii nella mia macchina, abbandonai il ritiro di Villar Perosa, e tornai a casa a Como. Il dottor Umberto Agnelli mi raggiunse telefonicamente a casa mia e mi offrì una cena assieme a due belle ragazze in centro a casa sua, a Torino. Lui era ancora scapolo come il sottoscritto. Così passammo la serata a casa sua, vicino a Via XX Settembre e vicino al cinema Multisala Reposi».Che tipo di giocatore era? «Un poco come Marchisio oggi: magari lui è più veloce, però, avevo una buona falcata ed ero forte di testa. Ho fatto quasi tutti i ruoli, tranne il portiere e il terzino. Il periodo migliore l’ho vissuto a centrocampo con Flavio Emoli. Ed anche a Bergamo ho avuto la fortuna di giocare a grandi calciatori, quali il portiere Pizzaballa, Maschio, Da Costa».I suoi genitori, cosa facevano? «I miei genitori erano commercianti di seta e prima di aprire alcuni negozi hanno fatto per anni la dura vita di ambulanti. Esponevano a Como, ma anche a Busto Arsizio». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/umberto-colombo.html
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UMBERTO COLOMBO https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Colombo_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Como Data di nascita: 21.05.1933 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 26.10.2021 Ruolo: Centrocampista Altezza: 183 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 e dal 1954 al 1961 Esordio: 19.09.1954 - Serie A - Pro Patria-Juventus 1-2 Ultima partita: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 193 presenze - 23 reti 3 scudetti 2 coppe Italia Umberto Colombo (Como, 21 maggio 1933 – Bergamo, 26 ottobre 2021) è stato un calciatore italiano. Legò il suo nome alla Juventus, club in cui militò per un decennio vincendo tre scudetti e assurgendo tra i protagonisti dell'epoca del Trio Magico. Vestì anche la maglia della nazionale. Umberto Colombo Colombo alla Juventus nella stagione 1957-58 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1967 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1951-1952 Juventus 0 (0) 1952-1954 → Monza 48 (10) 1954-1961 Juventus 193 (23) 1961-1966 Atalanta 142 (3) 1966-1967 Verona 4 (0) Nazionale 1959-1960 Italia 3 (0) Caratteristiche tecniche Fu un mediano sinistro che, grazie all'innato istinto d'inserimento, era solito tentare l'incursione in area per cercare il gol, mostrando altresì freddezza sottorete. Carriera Giocatore Dopo un biennio in prestito al Monza, esordì con la maglia della Juventus nel campionato 1954-55, disputando 19 partite. Nell'edizione 1955-56 giocò 18 gare, per poi diventare titolare nell'annata 1956-57 con 25 partite. Durante la stagione successiva vinse il suo primo scudetto, mettendo a referto 28 gare, tante quante quelle del campionato 1958-59. Nei tornei 1959-60 e 1960-61 mise in bacheca altri due scudetti, per un totale di 55 partite. Al termine di quest'ultimo campionato, lasciò la squadra piemontese per approdare all'Atalanta. Disputò cinque stagioni con la maglia dei bergamaschi, trasformandosi da mediano a stopper con il compito comunque di costruire il gioco. Durante la permanenza a Bergamo, il 2 giugno 1963 contribuì alla vittoria del primo trofeo della storia orobica, la Coppa Italia. Terminò la carriera in Serie B con il Verona. Debuttò in nazionale il 29 novembre 1959, nel pareggio 1-1 tra Italia e Ungheria. Disputò poi altre due gare in azzurro, l'ultima il 13 marzo 1960 contro la Spagna di Alfredo Di Stéfano. Dopo il ritiro Al termine dell'attività agonistica intraprese l'attività di assicuratore. Fu inoltre opinionista per l'emittente regionale Telelombardia, nel programma calcistico Qui studio a voi stadio. Palmarès Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-58, 1959-60, 1960-61 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-59, 1959-60 - Atalanta: 1962-63
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PIERO AGGRADI Torinese doc, cresce nelle giovanili bianconere e ha la grande soddisfazione di esordire in Serie A il 30 ottobre 1955 nella partita contro la Roma, ad appena 21 anni, essendo nato nella città sabauda il 7 ottobre del 1934. «Era grosso come un armadio – scrive Renato Tavella nel suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – aveva un carattere mite, studiava presso un Liceo Scientifico, era difensore robusto ma aveva davanti elementi più bravi come Garzena e più esperti come Cesarino Nay». Indossa la casacca juventina solamente in 14 occasioni, prima di essere ceduto al Palermo. Appesi gli scarpini al chiodo, diventa un grande dirigente. I tifosi juventini dovranno essere sempre grati ad Aggradi, perché fu proprio lui (quando era Direttore Sportivo del Padova) a trattare con Boniperti il passaggio in bianconero di Alessandro Del Piero.VLADIMIRO CAMINITIChiuso dal nasuto Nay, svillaneggiato dagli esteti come manovale della pedata, il torinese Pierone Aggradi, formatosi nel vivaio juventino, troverà spazio nel Palermo, con Elio Angelini, di ruolo portiere. Il ruolo di Aggradi appare piuttosto incerto, trattandosi di un difensore che corre a gambe larghe infastidito dalla presenza del pallone.Ragazzo vieppiù simpatico e coriaceo nelle amicizie cercherà di trovare altro spazio, dopo la venturosa carriera, facendo il general manager o direttore sportivo, in questo sospinto da un personaggio calcistico così singolare e di pregiata politica da sbaragliare perfino il lucido cranio di uno Spadolini Ministro e letterato: l'Italo Allodi di Suzzara. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/piero-aggradi.html
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PIERO AGGRADI https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Aggradi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.10.1934 Luogo di morte: Pescara Data di morte: 17.07.2008 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1957 e 1958-1959 Esordio: 30.10.1955 - Serie A - Roma-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.05.1959 - Serie A - Bologna-Juventus 4-1 15 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Piero Aggradi (Torino, 7 ottobre 1934 – Pescara, 17 luglio 2008) è stato un calciatore e dirigente sportivo italiano. È scomparso nell'estate 2008 all'età di 73 anni, stroncato da un malore nella sua casa di Pescara, dove da tempo risiedeva. Piero Aggradi Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili 1946-1952 Juventus Squadre di club 1952-1953 → Monza 2 (0) 1953-1954 → Carrarese P. Binelli 24 (0) 1954-1957 Juventus 13 (0) 1957-1958 Palermo 14 (0) 1958 Alessandria 0 (0) 1958-1959 Juventus 2 (0) 1959-1960 Pordenone 44 (5) 1960-1961 Cesena 23 (0) 1961-1963 Casale 47 (18) 1963-1966 Chieri 40 (9) Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus, esordì in Serie A con i bianconeri il 30 ottobre 1955, in occasione dell'incontro Roma-Juventus. In totale collezionò 15 presenze con la maglia bianconera, senza mai riuscire a segnare una rete. Terminata l'esperienza con la Juventus, passò prima al Palermo in Serie B, poi all'Alessandria, con cui disputò alcune gare di Coppa Italia nel 1958, e infine al Pordenone. Con Aggradi in campo nel ruolo di centromediano, la squadra friulana conquistò nel campionato di Serie C 1959-1960 il suo miglior piazzamento di sempre: terzo, a pari punti con la Biellese. Successivamente Aggradi giocò a Cesena, Casale e infine con i dilettanti del Chieri. In carriera ha totalizzato complessivamente 13 presenze in Serie A e 16 in Serie B Dirigente Aggradi direttore sportivo del Perugia nel 1987-1988 Cessata la carriera agonistica intraprese quella dirigenziale. Il primo incarico da direttore sportivo fu con il Pescara nel 1974; tre anni dopo, la squadra abruzzese ottenne la sua prima promozione in Serie A. Dopo un'esperienza a Catanzaro (sulla cui panchina sedeva all'epoca Carlo Mazzone), dal 1981 al 1986 è direttore sportivo del Campobasso. In quegli anni la società molisana conquistò la promozione in Serie B e una storica vittoria sulla Juventus in Coppa Italia, nel giorno dell'inaugurazione dello Stadio Nuovo Romagnoli. Dal 1989 al 1996 ha ricoperto la carica di direttore sportivo del Calcio Padova. Le sue intuizioni (a lui si deve la valorizzazione di giovani quali Alessandro Del Piero, Antonio Benarrivo, Demetrio Albertini e giocatori più esperti come Angelo Di Livio) portarono la società biancoscudata a conquistare, al termine della stagione 1993-1994, la promozione in Serie A dopo 32 anni di attesa. Nel 1998 tornò a lavorare per il Padova, al posto del dimissionario Altobelli. Tra gli acquisti più riusciti di questa seconda esperienza patavina si ricorda quello di Vincenzo Iaquinta. Successivamente, nel 2000, ebbe una breve parentesi con il Chieti e dal 2001 con la Cavese. Fu anche opinionista in un programma sportivo abruzzese di Abruzzo Channel (Sky canale 920) e di alcuni programmi sportivi veneti. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959
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ANGELO CAROLI Nasce a L’Aquila il 7 aprile 1937; è uno dei ragazzi che Puppo, l’allenatore che a metà dei ‘50 cerca di traghettare la Juventus verso orizzonti più prestigiosi, lancia in prima squadra, per imparare dai Viola e dai Boniperti. Di buona tecnica e abbastanza grintoso, Caroli gioca in attacco nelle formazioni giovanili. «Ero un atleta, ramo salto in lungo; dicevano che potevo diventare un buon giocatore. Puppo, occhialuto filosofo dall’aria pacata e solenne, allenava la Juventus; mi fece debuttare, come centravanti, a Bologna. Me la cavai bene e segnai il gol del successo bianconero; fu un caso, ma fu così. Disputai altre quattro partite in Serie A, prima del derby; erano tempi durissimi per la squadra preseduta da Umberto Agnelli. La società stava uscendo da un ciclo nebuloso, occorrevano dei restauri; perciò, fu realizzato un lancio, in massa, di giovani. Ci chiamavano Puppanti; vissi momenti di celebrità, il mio autografo era richiesto, forse perché ero uno studente calciatore».Così l’immenso Vittorio Pozzo su “Stampa Sera” racconta quel gol: «Impadronitosi della palla la mezz’ala juventina Bartolini scopriva un corridoio trasversale sulla sua sinistra al quale stava accorrendo il compagno di centro Caroli. Il passaggio rasoterra partiva pronto e preciso. Caroli, il diciottenne esordiente, non si faceva pregare: partiva deciso, inseguito da un paio di avversari li batteva in velocità, penetrava in area e giunto a distanza adeguata spediva con calma e precisione nella rete sguarnita. Tutto frutto del lavoro dei due novellini inseriti nella squadra bianconera per darle l’apporto di un po’ di sangue giovane, questa rete che doveva decidere delle sorti della giornata. Bartolini aveva iniziato l’azione con prontezza di percezione, Caroli l’aveva completata con la punta di velocità, caratteristica dei giovani. Una mossa riuscita. Combi ha dichiarato: “L’esperimento dei giovani può ritenersi riuscito… Non dico che tutto sia andato alla perfezione, ma possiamo essere soddisfatti. Perciò bisognerà insistere su Caroli”». Poi, comincia un lungo peregrinare in prestito, che lo porta a farsi le ossa a Catania, Lucca e Pordenone. Quando torna alla Juventus, sono tornati i tempi d’oro: la squadra di Sivori, Charles e Boniperti contende all’Inter di Helenio Herrera lo scudetto. Caroli, ormai ventiquattrenne e da tempo trasformatosi in terzino di buon rendimento, ha solamente qualche sporadica occasione per contribuire ai successi di quella squadra, fregiandosi, comunque, a fine stagione del titolo di Campione d’Italia. «Al mio ritorno alla Juventus era tutto cambiato, Cesarini, Parola e Gren si passavano il timone della guida tecnica della squadra; il dottor Umberto Agnelli aveva compiuto due miracoli economici e tecnici, acquistando Charles e Sivori. Insieme a Giampiero Boniperti, fecero grande la Juventus degli anni ‘60; io ero una delle comparse che vincevano lo scudetto perché coinvolti e non perché protagonisti. Io passavo di lì per caso e raccoglievo ciò che Boniperti, Charles e Sivori avevano seminato». Dopo qualche serio infortunio, nel 1962 viene ceduto al Lecco. Giornalista e scrittore, anche autore di delicate poesie, Caroli è da sempre vicino alla Juventus. SALVATORE LO PRESTI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1975 Da stopper a centr’avanti, da centr’avanti a terzino, da terzino a giornalista sportivo. È la carriera di Angelo Caroli, classe 1937, 13 partite e un gol in Serie A che gli sono bastati per vincere uno scudetto con la maglia della Juventus: il dodicesimo, quello del ‘60-61, cioè. Oggi è giornalista professionista da cinque anni, uno dei pilastri della redazione calcio del quotidiano sportivo torinese, «Tuttosport». Angelo Caroli è l’unico calciatore professionista vincitore di almeno uno scudetto che sia diventato giornalista professionista. Il calcio giocato vanta numerosi altri «approcci» verso quello scritto o parlato: il caso più noto è quello di Fulvio Bernardini, che smessa la carriera di calciatore divenne giornalista professionista, e scrisse per anni sul «Corriere dello Sport» prima di avventurarsi nella carriera dell’allenatore che doveva portarlo per due volte allo scudetto e, infine, alla guida della Nazionale. Annibale Frossi, Nello Governato, Piero Betello sono rimasti finora alle soglie del giornalismo-professione; al contrario Sandro Ciotti e Bruno Pizzul, Daniele Parolini, Luciano Falsiroli e Claudio Nassi sono arrivati al massimo in Serie C o a qualche episodica apparizione nel campionato cadetto. Di Caroli ricordo ancora una sua foto sui giornali dell’epoca: di vent’anni fa. Frequentava il liceo classico: era l’unico o uno dei pochissimi in serie A. Faceva notizia. E la foto che ricordo lo ritraeva con in mano un diffusissimo, autorevole testo di storia dell’arte: il D’Angona-Wittgens-Gengaro, lo stesso sul quale trascinavo alcune delle stanche ore dei miei sofferti anni di liceo. Roba da fare a cazzotti, insomma, con la vecchia stereotipata immagine del calciatore campagnolo, bonario, vagamente a disagio con la sintassi e addirittura insofferente della «consecutio temporum». Ora i tempi sono cambiati. L’eccezione di allora è poco men che regola, oggi, per fortuna. Ma quello che mi interessa approfondire su Caroli, con Caroli, è il suo rapporto attuale col mondo di cui scrive, col mondo del calcio di cui ha fatto parte. Fino a quanto influisce cioè il suo passato di calciatore nella sua maniera di svolgere la professione, oggi? Si sente veramente e completamente dall’altra parte della barricata? E nei rapporti attuali coi calciatori, con coloro che oggi sono al suo vecchio posto, il suo passato lo aiuta? E i calciatori, sapendo che è stato uno di loro, lo trattano come gli altri giornalisti? Ma partiamo da lontano. Dalla carriera calcistica di Caroli, per cercare di capire meglio certe sue scelte, certi atteggiamenti, le esperienze di cui oggi fa tesoro nella sua carriera giornalistica. «Esordii in Serie A – mi racconta – a Bologna, nel ‘54-55. Vi segnai il mio unico gol con la maglia della Juventus, su un bel lancio di Bartolini. Bologna mi ha sempre portato bene. Ci avevo già vinto, a 17 anni il mio primo titolo italiano di salto in lungo esordienti. Quel giorno, prima di scendere in campo tremavo come una foglia. Boniperti lo avevo addirittura conosciuto in treno, durante il viaggio verso Bologna. Al ritorno voleva farmi pagare lo champagne. Avrei voluto farlo, ma non mi sarebbe bastato tutto lo stipendio – ventimila lire al mese – per dare da bere a tutta la squadra!». Ma eri già juventino, prima di indossare la maglia bianconera? «Certo. Lo ero fin da bambino. Mi ricordo che una volta piansi anche per la Juve: il giorno dell’1-7 col Milan, quando Parola fu espulso e non vuole ancora ammetterlo». La tua carriera di calciatore si è conclusa troppo presto. Hai smesso che non avevi ventisette anni. Come mai? Non avresti potuto continuare? «La mia decisione maturò a Lecco. Vissi un’esperienza tristissima, quell’anno. Ormai avevo assimilato tutto quello che non avevo potuto imparare, calcisticamente, da bambino, nella mia L’Aquila. Certe situazioni, certe prese di posizione, certe imposizioni però non mi sentivo più di sopportarle: e allora rifiutai il trasferimento a Palermo e praticamente rinunciai a continuare la carriera. Mi ero sempre sforzato di assumere un atteggiamento molto distaccato nei confronti di questa professione così atipica. Mi accorgevo di essere un calciatore solo nel momento della resa dei conti, dei bilanci. E allora certe cose non mi andavano più, non le consideravo giuste». Da calciatore avrai avuto a che fare con moltissimi giornalisti. Quali erano i tuoi rapporti con loro. Ti sei mai sentito maltrattato, incompreso? «Ho sempre rispettato il loro lavoro e le loro critiche, anche quando non le condividevo. Anche perché per natura e convincimento, parto sempre dal presupposto che tutti agiscono in buona fede, e sono quindi portato ad ammettere l’errore. Una cosa non sopportavo: quando giudicavano un giocatore per la sua fama, la sua popolarità e non per quello che aveva realmente fatto sul campo». Perché hai scelto di fare il giornalista, come ci sei arrivato, cosa ti attrae di questa professione? «Mi piaceva scrivere, avevo voglia di approfondire nel calcio certe cose che non ero riuscito a penetrare da atleta: una sorta di complesso quasi “freudiano” Forse è un mio limite nella professione. Ma è una mia esigenza interiore e mi appaga così come i viaggi, i contatti umani di cui questo lavoro mi offre l’opportunità». Cos’hai provato quando per la prima volta hai scritto un pezzo sulla Juventus, quando hai «fatto» per la prima volta una partita della Juventus? «Il mio primo pezzo bianconero fu un’intervista a Zigoni. Ero in uno stato indescrivibile, semiconfusionale quasi. Il salto da “giudicato” a “giudice” o almeno a inquisitore mi faceva girare la testa. E ricordo, da certe espressioni, che Zigoni giudicò le mie domande di una banalità esasperante. La prima partita la “descrissi” molti anni dopo, quando ormai avevo maturato una notevole esperienza nella professione. Fu una Juventus-Vicenza di qualche anno fa. Vinse la Juve, naturalmente, ed io ne fui doppiamente felice. Questa felicità mi aiutò a lavorare con maggior disinvoltura». Il tuo passato di calciatore, di giocatore della Juventus, in che misura influisce oggi sui tuoi rapporti coi giocatori, sulla tua maniera di giudicarli? «Forse ci si intende più rapidamente. Quando gli pongo una domanda credo che si accorgano che qualcosa ci unisce, anche a livello inconscio. Per questo forse si confidano più facilmente con me. Nei giudizi poi raramente sono caustico, crudo. In questo forse sono poco giornalista, me ne rendo conto, ma sono portato sempre a smussare certi angoli, ad attenuare certe prese di posizione, perché riesco a entrare meglio nei loro panni; so quel che provano in certe situazioni per aver provato anch’io le stesse cose». E pensi tu che i giocatori, consapevoli del fatto che sei stato uno di loro, ti trattino meglio, abbiano per te un occhio di riguardo? «Forse sì. Magari mi sbaglio, ma penso che la mia carriera in un certo senso mi agevoli. Sono sfumature, forse, non grosse cose, ma i giocatori si rendono conto che quando li giudico li capisco forse meglio di qualche altro, e ripagano così questa mia miglior disposizione nei loro riguardi». Qual è il tuo atteggiamento nei confronti dei tuoi colleghi «che non hanno giocato», almeno a livello professionistico? Molti calciatori sostengono che non sono in grado di giudicarli. Tu che ne pensi? «I miei colleghi li giudico esclusivamente per quel che sono sul piano umano, non per i loro trascorsi più o meno sedentari. Giudico l’uomo, non il giornalista, insomma. Conosco moltissimi giornalisti che non hanno giocato e che sono molto competenti e molto bravi, perché sono umili, riescono a capire la psicologia del giocatore. Non condivido invece i presuntuosi e gli incoerenti: sono i peggiori nemici della nostra professione. Spesso ci attirano addosso critiche che non meritiamo». Qual è il più grosso difetto dei calciatori, nei loro rapporti con la stampa? «Quello di dire certe cose senza valutarle esattamente, e di rendersi conto della gravità di certe affermazioni solo quando le hanno lette sui giornali. Allora si rifugiano dietro il comodo paravento della “errata interpretazione” da parte del giornalista. Anche se non manca il caso del giornalista che “fraintende” veramente, e non sempre involontariamente!». Quale aspetto del tuo lavoro ti piace di meno? «Scrivere per sette giorni su sette della stessa squadra: devi fare salti mortali per non sprofondare nella mediocrità, e non sempre ci riesci». Parola, un tempo tuo allenatore, è ora a contatto con te nel rapporto pressocché quotidiano: giornalista-tecnico. In che misura influisce il vostro rapporto passato? Cosa ti rende più facile e cosa più, difficile? «Ogni volta che lo vedo mi viene da sorridere: per la sua voce scartavetrata dalle Gauloise, per i suoi umanissimi luoghi comuni, per la sua bontà. Quando gli pongo una domanda devo metterci per forza un pizzico d’ironia. Sono stato un suo pupillo e non riesco, per quanti sforzi faccia, a dargli del tu». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/angelo-caroli.html
