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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. UGO CONTI Un giorno Scopigno, quand’era allenatore del Cagliari – racconta Gino Bacci su “Hurrà Juventus” del gennaio 1973 – si espresse in termini poco urbani nei confronti di un segnalinee. Tre anni dopo Fabbri, sempre alla guida del Cagliari, protestò per un gol annullato a Riva e lo fece con un colorito dialetto romagnolo. Lo udì il guardalinee e le sue parole finirono sul referto arbitrale. Le squalifiche a lungometraggio di Scopigno e Fabbri hanno fatto di Ugo Conti il più «in prima» fra gli allenatori «in seconda».Il giorno in cui il Cagliari venne a Torino a celebrare il rito di vittoria della Juventus, sulla panchina rossoblu sedeva l’uomo massiccio, dal volto di pugile, alle cui spalle c’è una lunga gloriosa e tormentata carriera di sportivo militante. Un volto che i tifosi bianconeri degli anni quaranta, ricordavano di aver già visto e applaudito. Perché Ugo Conti fu uno «dei loro» nel campionato di guerra 1945-46 concluso al terzo posto. Un`ala mancina aggressiva di quelle che invertono il tradizionale rapporto di forza bruta fra difensore e attaccante, un atleta che era sempre meglio non punzecchiare, rapido nel cercare la porta ma anche ad alzare i pugni. Negli anni di gioventù ebbe per questo motivo una lunga squalifica che sembrò pregiudicargli la carriera.Ugo Conti arrivò alla Juventus dal Genoa di Neri, Bertoni, Trevisan e lspiro, ala dal fiuto del gol, più volte convocato per la Nazionale ma mai utilizzato, presente in classifica cannonieri al quarto posto con 15 reti, insieme a Gabetto e Reguzzoni, dietro a Boffi, Guarnieri e Puricelli.Entrò a sostituire il «jolly» Magni e il piccolo Ventimiglia; fu a sua volta sostituito da Korostelev, arrivato in Italia insieme a Vycpálek. Gioco 15 partite, segnò tre gol, due dei quali al Livorno che doveva poi lanciarlo come allenatore. Esordi nell’ottobre 1945 contro il Modena in una Juventus che allora aveva Sentimenti IV in porta, Foni, Varglien e Rava terzini, una mediana formata da Depetrini, Parola e Locatelli e il quintetto d’attacco composto da Sentimenti III, Borel, Piola, Coscia e lui, Ugo Conti.Nello spogliatoio della Juventus il trainer oggi cinquantasettenne ricorda la sua intensa – ancorché breve – parentesi bianconera. «Mi faceva seguire l’avvocato Agnelli ai tempi in cui a Genova facevo grappoli di gol. Mi pagò una grossa cifra, non ricordo quanto, ma una grossa cifra. Anch’io ebbi l’ingaggio molto alto».Come ti sembrò allora la Juventus e come la ricordi? «Aveva una mentalità diversa, la società era più arcaica di quella di oggi. Mi trovai bene, nonostante la differenza di clima rispetto a Genova. Vivevo con mia moglie alla Taverna Dantesca, vicino alla stazione, dov’è ancora. Mangiavo da Biagini che era il ristorante dei giocatori della Juventus».E la squadra come ti sembrò? «La Juventus ha sempre avuto una grande squadra, prima che arrivassi io, quando c’ero io, e anche quando me ne fui andato. Anche oggi ha una grande squadra. Il giocatore più grande era Parola, di statura mondiale, ma cosa dire di Piola e dei fratelli Sentimenti? E gli altri? Tutti grandissimi giocatori».Trovasti difficoltà di ambientamento tecnico passando dal Genoa alla Juventus? «Mi aiutò parecchio Piola. Diceva che sapevo lanciarlo bene, nel modo giusto. Lui faceva i gol, ne segnò sedici, io lavoravo per lui».Quale partita ritieni di aver giocato meglio nella Juventus? «Il derby che vincemmo contro il «grande Torino» con un gol di Piola su rigore. Loro erano i favoriti, ma noi andammo bene quel giorno e li dominammo. Mi marcava Ballarin che è stato la bestia nera della mia carriera anche ai tempi in cui giocava nella Triestina».Potresti tracciare una classifica dei primi tre terzini d’ala, in base alla tua personale esperienza? «Il più forte era Ballarin del Torino, poi Fiorini del Bologna e Allemandi dell’Inter». E sempre in base alle tue esperienze di cannoniere, potresti tracciare una classifica per i portieri? «Il migliore in senso assoluto era Sentimenti IV della Juventus. Dietro a lui ci metterei Moro, Olivieri, Ceresoli e Perucchetti».Qual è stato il più alto premio partita? «Quello del derby vinto per uno a zero, ma non ricordo la cifra».Chi di voi prendeva gli ingaggi più alti? «Varglien II, Rava e anche Piola».Come si chiuse la tua parentesi juventina? «Con un colloquio fra l’avvocato Agnelli e il presidente della Lucchese, Fontana, a Forte dei Marmi. Fui dato in prestito gratuito alla Lucchese insieme a Viola e Magni. Era una squadra forte, quella rossonera, con Bertuccelli che poi passò alla Juve, con Cuscela, Michelini. Segnai ventinove gol».E ti prendesti subito le tue personali rivincite. «Senza rancore però, perché alla Juventus mi legava anche allora un buon ricordo. Quando giocammo qui a Torino pareggiammo per uno a uno. Segnò prima Sentimenti III ed io replicai. A Lucca feci anche di più: la Juventus segnò due reti nel primo tempo con Boniperti ed io le due del pareggio. In due partite feci contro i bianconeri lo stesso numero di gol che per loro avevo fatto in un intero campionato».C’è un parallelo da fare fra la Juventus degli anni quaranta e quella attuale? «Credo che fosse più forte quella dei miei tempi, o forse è soltanto la nostalgia che mi fa dare un giudizio così perentorio. Però credo che un difensore come Carletto Parola oggi non lo abbia più nessuna squadra italiana. E così un centravanti come Piola. Noi avevamo una mediana che ora non vedo a nessuno: Depetrini, Parola e Locatelli. Prova a pensare che somma di valori tecnici e agonistici ne veniva fuori».E della Juventus di oggi, che cosa senti di poter dire? «Che merita lo scudetto conquistato l’anno scorso e può levarsi tante soddisfazioni anche in Coppa dei Campioni. Il più dotato di tecnica pura è Haller, ma io stravedo per Bettega che mi appare come un giocatore stupendo. Ammiro anche Anastasi, ma in certe partite gli rimprovero troppa attività per raggiungere modesti risultati. Dovrebbe segnare almeno il doppio dei gol che abitualmente realizza. Però marcare un centravanti come Anastasi è difficile, spesso impossibile».A novembre prima di affrontare la Juventus con il Cagliari, quali raccomandazioni hai fatto ai giocatori, al momento di andare in campo? «Le ultime parole, le ultime raccomandazioni sono state queste: e ricordatevi che non possiamo avere possibilità di successo se non annulliamo Capello, Haller e Furino. I ragazzi stavano uscendo nel corridoio ed io dissi un’ultima cosa: e su Bettega, la testa di Niccolai. Non è bastata la testa di Niccolai». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/ugo-conti.html
  2. UGO CONTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Conti_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Pisa Data di nascita: 22.09.1916 Luogo di morte: Livorno Data di morte: 30.08.1983 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1946 Esordio: 28.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Modena 1-0 Ultima partita: 28.07.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Napoli-Juventus 1-1 15 presenze - 3 reti Ugo Conti (Pisa, 22 settembre 1916 – Livorno, 30 agosto 1983) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. È scomparso nel 1983 all'età di 66 anni a seguito di un malore improvviso. Ugo Conti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1953 - giocatore 1981 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1934 Pisa Squadre di club 1934-1936 Pisa 51 (22) 1936-1938 Fiorentina 42 (8) 1938-1939 Livorno 21 (4) 1939-1943 Genova 1893 109 (45) 1943-1945 Legnano 30 (14) 1945-1946 Juventus 15 (3) 1946-1949 Lucchese 91 (58) 1949-1950 Livorno 24 (11) 1950-1951 Pisa 8 (1) 1951 Potenza 4 (1) 1952-1953 Lucchese 6 (1) Carriera da allenatore 1953-1955 Gubbio 1955-1956 Crotone 1957-1958 Livorno 1961-1962 Viareggio 1969-1971[3] Cagliari Vice 1967 → Chicago Mustangs Vice 1973-1975 Gubbio 1977 Livorno 1981 Livorno Carriera Giocatore Ala sinistra, risulta uno dei 100 calciatori più prolifici di tutti i tempi della Serie A, essendo presente in tale classifica con 89 reti realizzate con le maglie di Fiorentina, Livorno, Genova e Lucchese, con cui si è aggiudicato anche il titolo di capocannoniere del girone B della Serie B nella stagione 1946-1947 con 27 reti. Il suo record di realizzazione in massima serie è della stagione 1947-48 con 19 realizzazioni all'attivo. Nel 1943 è passato al Legnano e nel 1944-1945 ha disputato il Torneo Benefico Lombardo nelle file del Legnano, e poi l'anomalo campionato 1945-1946 con la maglia della Juventus. Più volte convocato in Nazionale dall'allora commissario tecnico Vittorio Pozzo, non è tuttavia mai stato schierato in una gara ufficiale. Allenatore Cessata l'attività agonistica, ha intrapreso quella di allenatore, iniziando a Crotone nella 1955-1956. Passa al Livorno nel campionato 1957-1958, e nel campionato di Serie D 1961-1962 guida il Viareggio, venendo sostituito da Vinicio Viani dopo 19 giornate. Successivamente ricopre prevalentemente il ruolo di secondo. In particolare, è stato il vice di Manlio Scopigno al Cagliari, sostituendolo sulla panchina durante la lunga squalifica nella stagione 1969-70 conclusasi con la vittoria dello scudetto da parte della compagine sarda. Nell'estate 1967 è il vice di Scopigno alla guida dei sardi che parteciparono al campionato statunitense, organizzato dalla United Soccer Association, in rappresentanza del Chicago Mustangs: accadde infatti che tale campionato fu disputato da formazioni europee e sudamericane per conto delle franchigie ufficialmente iscritte al campionato, che per ragioni di tempo non avevano potuto allestire le proprie squadre. I rossoblu chiusero al terzo posto nella Western Division, con 3 vittorie, 7 pareggi e 2 sconfitte, non qualificandosi per la finale. Torna al Livorno due volte, l'ultima delle quali nel finale di stagione 1980-1981 quando riesce a evitare miracolosamente la Serie C2 battendo all'ultima giornata in extremis la Nocerina per 1-0. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Lucchese: 1946-1947 (girone B)
  3. FRANCESCO TORTAROLO https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Tortarolo Nazione: Italia Luogo di nascita: Ovada (Alessandria) Data di nascita: 28.09.1916 Luogo di morte: Ovada (Alessandria) Data di morte: 14.08.2004 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 71 kg Soprannome: Francesco Alla Juventus dal 1945 al 1946 Esordio: 14.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Torino 2-1 Ultima partita: 28.07.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Napoli-Juventus 1-1 13 presenze - 0 reti Giobatta Franceschino Tortarolo, meglio noto con il nome di Francesco (Ovada, 28 settembre 1916 – Ovada, 14 agosto 2004), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Tortarolo Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Mediano Termine carriera 1953 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 193?-1935 Sampierdarenese Squadre di club 1935-1937 Sampierdarenese 7 (0) 1937-1944 Liguria 165 (0) 1945-1946 Juventus 13 (0) 1946-1948 Alessandria 73 (3) 1948-1951 Genoa 58 (2) 1951-1952 Sestrese 16 (0) 1952-1953 Spezia 15 (0) Carriera da allenatore 1956-1957 Veloce Savona 1957-1958 Rivarolese 1961-1962 Como Carriera Giocatore Cresciuto con la Sampierdarenese (inglobata dal 1937 nel Liguria), giocò in Serie A con la squadra genovese per sette stagioni (6 di Serie A e una di Serie B) prima dell'interruzione bellica. Esordì con la Sampierdarenese nel pareggio casalingo a reti bianche del 20 dicembre 1936 contro la Triestina. Giocò poi con la Juventus il Campionato Alta Italia 1945-1946, per proseguire la carriera dal 1946 al 1948, sempre in massima serie, con l'Alessandria. Con i grigi esordì nella sconfitta casalinga per 3-1 contro il Modena del 22 settembre 1946. Nel 1948 passa al Genoa, con cui esordisce il 24 ottobre dello stesso anno nella vittoria casalinga per 4-1 contro l'Inter. Rimarrà in forza ai rossoblù sino 1951, retrocedendo in cadetteria al termine della stagione 1950-1951. Chiuse la carriera di calciatore in Serie C e in IV Serie, con lo Spezia. In carriera ha totalizzato complessivamente 259 presenze e 5 reti in Serie A e 26 presenze in Serie B. Allenatore Terminata la carriera agonistica divenne preparatore atletico del Como, che allenò anche nel corso della stagione 1961-62, in coppia con il direttore sportivo Giulio Cappelli portando la squadra alla salvezza in Serie B. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie B: 1 - Liguria: 1940-1941
  4. GIOVANNI VIOLA Nasce nel 1926 a San Benigno Canavese, a venti chilometri da Torino; cresciuto nel vivaio bianconero, è mandato in Serie B a Carrara, in seguito a Como, infine in Serie A nella Lucchese, per fare esperienza e maturare. A ventitré anni, ritorna alla Juventus, quella che, nel 1950, avrebbe vinto il primo scudetto dopo il favoloso e oramai remoto quinquennio d’oro. Il giovane Viola è un portiere atipico per quei tempi, che volevano gli estremi difensori come personaggi stravaganti e un poco matti.È serio e gentile, con la faccia chiara, i capelli impomatati e pettinati lisci all’indietro come certi divi del cinema anni Trenta, che non si scomponevano neppure nelle fasi più concitate del gioco. Il suo stile è sobrio, essenziale, l’uomo è mite, capace di esibirsi in parate meravigliose.«Quando ero agli inizi, ebbi la fortuna di fruire dei consigli di Combi. A volte, dopo una partita, mi prendeva da parte e mi diceva: “Senti, hai incantato il pubblico, non me. La prossima volta, quella palla la prendi stando in piedi!” Il giorno del mio debutto in Serie A, nel 1946, arrivai allo stadio e bussai alla porta del nostro spogliatoio. Entrai solamente dopo che Rava e Varglien mi dissero: “Avanti”».«In allenamento – racconta Boniperti – i compagni avevano l’abitudine di sfotterlo e non si accorgevano di demoralizzarlo, perché lui aveva bisogno di essere incitato».Quell’anno disputa un campionato quasi perfetto ad eccezione di una sola domenica disastrosa, come tutta la squadra, quando il Milan vinse a Torino 7-1. Di quella partita ricorda che, per sfuggire ai tifosi inferociti, lasciò lo stadio nascosto nell’auto di Vittorio Pozzo.Gli capita, anche, di essere arrestato e di passare una notte nelle carceri brasiliane con il compagno Muccinelli, durante una famosa tournée a causa di una rissa in campo. All’uscita la polizia aveva preso, come provocatori, proprio i due più tranquilli: «In un torneo dei campioni, svoltosi nell’estate del 1951 in Brasile, sperimentai, con i miei compagni, il clima da corrida che le squadre italiane ed europee avrebbero, poi, provato nella Coppa Intercontinentale. Al termine di una di quelle partite, ci fu un’invasione di campo, con una gigantesca rissa; il sottoscritto, insieme a Muccinelli, passò una nottata al fresco, per aver preso a pugni un poliziotto in borghese. Adesso ci rido sopra, ma non fu certo uno spasso».Fine della stagione 1952, quella del secondo scudetto, partita casalinga contro il Novara. Viola, che non protesta mai e si arrabbia solo quando incassa un goal, ha un battibecco con il tedesco Janda. L’arbitro, il napoletano Marchese, decide che per quei due la partita è finita. Escono a braccetto, Viola a torso nudo, poiché la maglia l’ha lasciata a John Hansen.Viola viene spesso colpevolmente trascurato nelle classifiche dei migliori portieri bianconeri, come se la sua indole schiva ne oscurasse la bravura. Ha giocato nella Juventus per otto anni, disputando 246 partite: meglio di lui, hanno saputo fare solo i grandissimi. Due scudetti li vince sul campo, il terzo fu in pratica a honorem, perché legato a una sola partita, la sua ultima con la maglia bianconera: maggio 1958, la Juventus già campione della stella d’oro ospita l’Alessandria. Viola torna in campo dopo undici mesi; sarà il migliore in campo, salvando la rete in due occasioni, difendendo la misurata vittoria dal ridicolo di una clamorosa sorpresa.«Ai miei tempi era molto più difficile giocare in porta, rispetto ai giorni odierni e bisognava essere atleti completi, per cavarsela senza troppi danni. Gli attaccanti avversari tiravano in porta molto spesso, non c’erano troppi marchingegni tattici. Il centravanti che saltava il suo marcatore, si trovava subito la porta spalancata e allora, dovevi uscire a valanga oppure volare da un palo all’altro. C’era un vantaggio, però: subito un goal per un errore, il portiere poteva riconquistare la fiducia e gli applausi dei tifosi, avendo la possibilità di effettuare dieci parate strepitose».Il nuovo titolare della Juventus è un ex raccattapalle allenato da Combi, Carletto Mattrel. Viola è ceduto al Brescia, in Serie B, dove termina la carriera: «Ho due ricordi estremamente piacevoli. Il primo concerne la Nazionale: nel febbraio del 1956, scesi in campo a Bologna nel vittorioso incontro contro la Francia, in una formazione che, a parte il sottoscritto, Boniperti e Carapellese era composta dai giocatori della grandissima Fiorentina di quegli anni. Ciò sta a dimostrare che, all’epoca, ero davvero considerato il miglior numero uno italiano. Il secondo episodio, invece, riguarda la mia Juve e, più precisamente, la partita casalinga contro il Milan, nel dicembre del 1951, nel corso della quale, sull’1-0 per i rossoneri, prima sventai un rigore di Gren e poi effettuai parate decisive in serie; l’1-1 finale costituì un buon viatico verso la conquista del nono scudetto, che ci vide prevalere proprio sui milanesi. Dimenticavo: quell’incontro si svolse di fronte a 90.000 spettatori, molte migliaia dei quali erano assiepate attorno al rettangolo di gioco e, naturalmente, dietro la mia porta. Ed io, che abituato alla bolgia del Filadelfia, quasi non me ne accorsi; anche perché, il tifo di quegli anni si limitava, per lo più, a qualche sfottò».Viola dimostra, come da lui sottolineato, tutto il suo valore anche con la maglia azzurra, vestendola per undici partite consecutive. Il debutto era stato disastroso. Incassando, senza colpa, i quattro goal che avevano eliminato l’Italia dal Mondiale 1954 in Svizzera. Poi, però, solo grandi prestazioni, contro l’Argentina a Roma, il Brasile a Milano, la Francia a Bologna: «Ancora una volta bravo Viola», «Non ha commesso un solo errore», «Un muro imperforabile», si legge nelle vecchie cronache.«Negli anni Cinquanta le squadre di Serie A, che non avevano nemmeno un medico al seguito ma che potevano contare soltanto sulla collaborazione di un massaggiatore, facevano largo uso di bistecche e di spremute di agrumi; e tutti correvano come dei matti. E, se qualcuno aveva male, c’erano soltanto due possibilità: o veniva il dottor Borsotti a farci un’iniezione di Novocaina prima della partita o si andava in ospedale. Infatti, i preparatori atletici e i fisioterapisti, allora, non erano ancora stati inventati».Ci lascia nel 2008, in un’afosa giornata di luglio; il suo ricordo andrà sempre oltre ogni tabellino e ogni classifica.VLADIMIRO CAMINITIPiù solido che arioso ma vigoroso e prestante, non fa rimpiangere, per grinta e rendimento, Sentimenti IV. In realtà, l'Avvocato ha creato una Juventus che può esimersi dal considerare l'estremo difensore, abbandonato al suo destino da difensori che hanno tutto per spalleggiare l'azione degli avanti e che precludono letteralmente la strada ai più micidiali avversari. Mi racconterà Parola che Manente si cavava lo sfizio, in certe partite dai punteggi rotondi a favore, di invitare all'uscita Viola e di fargli autogol con un pallonetto dissacratore.Giorni di un calcio certamente diverso, anche per quel che si riferisca ai portieri, non solo alle goleade. L'Italia, all'inizio degli anni ‘50, era ancora (e più che mai) terra di portieri: Ghezzi, Bertocchi, Costagliola, Bugatti, Bepi Moro, Pin, Buffon, Sentimenti IV, Tessari citando alla rinfusa, e il campionato già infoltito e arricchito delle prodezze di fenomenali pelandroni foresti, non tutti stinchi di santo, se è vero che Nacka Skoglund scendeva in campo con la sua immancabile bottiglietta di whisky che andava a deporre accanto alla bandierina del corner e che Sørensen riusciva a svegliarsi dalle sue magnifiche sbornie soltanto il venerdì, ancora in tempo per giocare alla domenica partite indimenticabili.Portieri, quindi, per tutti i gusti. Nel caso di Giovanni Viola, un angelo canavesano che la milizia nella Carrarese, nel Como e soprattutto nella Lucchese aveva eccezionalmente temprato, e che la Juventus avrebbe potuto offrire alla Nazionale, maturato nel gesto tecnico, portiere di stile sobrio, se vogliamo di classe artigianale ma dal sempre elevato rendimento, poderoso nelle uscite alte in mischia, piazzamento anguillesco e presa a tenaglia, grinta a non finire e un esuberante cuore a vivere la partita in tutte le vene, e a sentirsene protagonista nel bene e nel male, ingenuo campione di un'epoca che è ormai inesorabilmente sfiorita, di quei calciatori e campioni artigiani e un poco artisti che ci hanno fatto sognare e trepidare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/giovanni-viola.html
  5. GIOVANNI VIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Viola Nazione: Italia Luogo di nascita: San Benigno Canavese (Torino) Data di nascita: 20.06.1926 Luogo di morte: Torino Data di morte: 07.07.2008 Ruolo: Portiere Altezza: 179 cm Peso: 81 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1946 e dal 1949 al 1958 Esordio: 10.02.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Atalanta 2-0 Ultima partita: 18.05.1958 - Serie A - Juventus-Alessandria 2-1 244 presenze - 283 reti subite 3 scudetti Allenatore delle giovanili della Juventus dal 196? Giovanni Viola (San Benigno Canavese, 20 giugno 1926 – Torino, 7 luglio 2008) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giovanni Viola Viola alla Juventus nei primi anni 50 del XX secolo Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 81 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1959 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1945 Juventus Cisitalia Squadre di club 1945-1946 Juventus 2 (0) 1946-1947 → Carrarese P. Binelli 33 (-?) 1947-1948 → Como[1] 33 (-?) 1948-1949 → Lucchese 33 (-41) 1949-1958 Juventus 242 (-283) 1958-1959 Brescia 27 (-28) Nazionale 1949-1950 Italia B 4 (-?) 1954-1956 Italia 11 (-15) Carriera da allenatore 1965-1966 Pinerolo 196? Juventus Giovanili 1968-1969 Aosta 1969-1970 Barletta 1970-1971 Vigevano Carriera Giocatore Club Ha conquistato tre scudetti con la maglia bianconera della Juventus (anche se nella stagione 1957-1958 è stato la riserva di Carlo Mattrel ed è sceso in campo in una sola occasione). Con 244 partite disputate in campionato, è attualmente il quinto portiere più presente della storia juventina, dopo Gianpiero Combi, Dino Zoff, Stefano Tacconi e Gianluigi Buffon. All'inizio della carriera ha disputato, in prestito dalla Juventus, anche un campionato di Serie A con la Lucchese, con la quale ha ottenuto un notevole ottavo posto in campionato. Ha chiuso la carriera agonistica nel 1958-1959 col Brescia in Serie B. Nazionale Viola (accosciato, primo da destra) in nazionale nel 1956 Ha totalizzato 11 presenze in nazionale maggiore tra il 1954 e il 1956, contendendosi a metà del decennio il ruolo di numero uno azzurro col fiorentino Leonardo Costagliola e con l'interista Giorgio Ghezzi. È stato tra i convocati per la fase finale del campionato del mondo 1954 in Svizzera, scendendo in campo in occasione dello spareggio di Basilea contro la Svizzera, perso per 4-1. In nazionale prenderà parte ancora alla fase iniziale della Coppa Internazionale 1955-1960 e alla tournée in Sudamerica dell'estate 1956, in quest'ultimo caso difendendo la porta italiana contro Argentina e Brasile, quindi uscirà definitivamente dal giro azzurro. Allenatore Chiusa l'attività agonistica, è tornato alla Juventus con il ruolo di allenatore nel settore giovanile. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952, 1957-1958 Allenatore Competizioni regionali Promozione: 1 - Aosta: 1968-1969
  6. ALFREDO SPADAVECCHIA https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Spadavecchia Nazione: Italia Luogo di nascita: Foggia Data di nascita: 03.08.1919 Luogo di morte: Albenga (Savona) Data di morte: 24.03.1984 Ruolo: Ala Altezza: 171 cm Peso: 69 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1944 al 1946 Esordio: 16.01.1944 - Campionato di guerra - Alessandria-Juventus 2-2 Ultima partita: 05.05.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Inter-Juventus 1-0 38 presenze - 18 reti Alfredo Spadavecchia (Foggia, 3 agosto 1919 – Albenga, 24 marzo 1984) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Alfredo Spadavecchia Spadavecchia (in piedi, secondo da destra) nella Juventus Cisitalia del 1944 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1954 Carriera Giovanili 193?-1937 DLF Rimini Squadre di club 1938-1939 Libertas Rimini 0 (0) 1939-1940 Juventus 0 (0) 1940-1942 Saviglianese ? (?) 1942-1943 Biellese 27 (15) 1944-1946 Juventus 38 (18) 1946-1948 Bari 60 (6) 1948-1951 Novara 44 (6) 1951-1952 Aosta ? (?) 1952 Carrarese P. Binelli 1 (0) 1952-1953 Saint-Étienne 4 (0) 1953-1954 Carrarese P. Binelli Carriera In gioventù militò nel Dopolavoro Ferroviario di Rimini; giocò poi in Serie A con Juventus, Bari e Novara, e in Division 1 con il Saint-Étienne. Palmarès Campionato italiano Serie C: 1 - Biellese: 1942-1943 (girone E)
  7. OSTILIO CAPACCIOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ostilio_Capaccioli Nazione: Italia Luogo di nascita: Roccastrada (Grosseto) Data di nascita: 11.10.1917 Luogo di morte: Roccastrada (Grosseto) Data di morte: 16.05.1982 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 16.01.1944 - Campionato di guerra - Alessandria-Juventus 2-2 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 24 presenze - 2 reti Ostilio Capaccioli (Roccastrada, 11 ottobre 1917 – Roccastrada, 16 maggio 1982) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Alcune fonti danno come data di nascita il 18 ottobre, altre come luogo di nascita Grosseto. Ostilio Capaccioli Capaccioli (accosciato, primo da sinistra) nella Juventus Cisitalia del 1944 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1951 - giocatore 1953 - allenatore Carriera Squadre di club 1934-1936 Bolzano ? (?) 1936-1943 Livorno 112 (5) 1944 Juventus Cisitalia 24 (2) 1945-1949 Livorno 117 (3) 1949-1951 Piombino 61 (1) Carriera da allenatore 1951-1953 Colligiana Carriera Con la maglia del Livorno ha disputato 229 partite segnando 9 gol, di cui 8 nei campionati di Serie A; con la maglia dei toscani ha debuttato il 17 ottobre 1937 in Bari-Livorno 1-1. Ha inoltre disputato 24 partite segnando 2 reti nel campionato del 1944 con l'allora Juventus Cisitalia. Viene ricordato dal club toscano come uno dei suoi più grandi campioni, con cui nella stagione 1942-1943, sotto la guida dell'allenatore Ivo Fiorentini, mancò per un solo punto la conquista dello scudetto a favore del Grande Torino, che era stato battuto per 2-1 sul proprio campo e che aveva ottenuto il virtuale titolo di campione di inverno in coabitazione con i labronici. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Livorno: 1936-1937 Campionato italiano Serie C: 1 - Piombino: 1950-1951 (girone C) Competizioni regionali Prima Divisione: 1 - Bolzano: 1935-1936
  8. LUIGI BRUNELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Brunella Nazione: Italia Luogo di nascita: Garlasco (Pavia) Data di nascita: 14.04.1914 Luogo di morte: Roma Data di morte: 23.05.1993 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 76 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 16.01.1944 - Campionato di guerra - Alessandria-Juventus 2-2 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 24 presenze - 0 reti Luigi Brunella (Garlasco, 14 aprile 1914 – Roma, 23 maggio 1993) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Luigi Brunella Brunella (in piedi, terzo da sinistra) nella Juventus Cisitalia del 1944 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1948 - giocatore 1950 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? GC Vigevanesi Squadre di club 1932-1935 GC Vigevanesi 66 (0) 1935-1939 Torino 86 (0) 1939-1943 Roma 92 (0) 1944 Juventus Cisitalia 24 (0) 1944-1945 Vigevano ? (?) 1945-1948 Roma 66 (1) Nazionale 1938 Italia B 1 (0) Carriera da allenatore 1948-1949 Roma 1951-1952 Chinotto Neri 1950 Roma Caratteristiche tecniche Era un terzino destro piuttosto dotato tecnicamente, con uno stile di gioco ordinato e intelligenza tattica. Carriera Giocatore Club Cresce nelle giovanili della Giovani Calciatori Vigevanesi, e con la compagine della Lomellina disputa tre campionati di Serie B dal 1932 al 1935 prima di trasferirsi al Torino. In granata Brunella disputa quattro stagioni, di cui le due centrali da titolare fisso (scendendo in campo in entrambi i casi in tutti i 30 incontri di campionato in programma), conquistando la Coppa Italia nella stagione 1935-1936. Nel 1939, dopo un campionato chiuso al secondo posto finale, passa alla Roma, venendo preferito, nel primo campionato, l'altro neo-acquisto Mario Acerbi, e scende in campo in 5 occasioni. L'anno successivo, con lo spostamento di Acerbi sulla fascia sinistra, trova il posto da titolare che conserva (con 30 presenze su 30 incontri) nell'annata 1941-1942, nella quale i giallorossi conquistano il loro primo scudetto. Resta nella capitale anche nella stagione successiva, e, dopo l'interruzione bellica (durante la quale disputa il Campionato Alta Italia 1944 con l'allora Juventus Cisitalia), vi torna per disputare l'anomalo Campionato 1945-1946 e le due stagioni successive. In particolare, nella stagione 1947-1948, pur avendo ormai perduto il posto da titolare (12 presenze complessive in campionato), risulta decisivo per la salvezza dei giallorossi, sia realizzando la rete della vittoria sulla Salernitana nella penultima giornata di campionato (unica sua rete in Serie A in carriera), sia assumendo il doppio ruolo di allenatore-giocatore dopo l'esonero di Imre Senkey. Da calciatore ha collezionato complessivamente 223 presenze ed una rete in Serie A e 66 presenze in Serie B. Nazionale Durante la militanza nel Torino disputa un incontro con la Nazionale B contro una selezione della Francia del Sud-Est. Allenatore Cessata l'attività agonistica, nella stagione 1948-1949 resta sulla panchina dei giallorossi, indeboliti da una grossa crisi finanziaria che rende necessaria la cessione del bomber Amedeo Amadei all'Inter, e li conduce al quattordicesimo posto finale. All'inizio della stagione 1949-1950 lascia il posto a Fulvio Bernardini e va ad allenare la squadra ragazzi, per poi riassumere la guida della Roma nel maggio successivo, a tre giornate dal termine. Sotto la sua guida i giallorossi ottengono la matematica salvezza grazie alla vittoria interna sul Novara. Inizialmente la società lo conferma anche per la stagione 1950-1951, poi cambia idea ed ingaggia Adolfo Baloncieri. Brunella resta come allenatore in seconda; dopo l'esonero di Baloncieri e la sostituzione con Pietro Serantoni, abbandona la società giallorossa nel gennaio 1951. Stabilitosi definitivamente a Roma, nel 1951 apre un bar in Viale Eritrea. Lascia il mondo del calcio dopo alcune brevi esperienze nelle serie minori (Chinotto Neri, Romulea). Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Torino: 1935-1936 Campionato italiano: 1 - Roma: 1941-1942
  9. MARIO VENTIMIGLIA https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Ventimiglia Nazione: Italia Luogo di nascita: Sanremo (Imperia) Data di nascita: 07.03.1921 Luogo di morte: Sanremo (Imperia) Data di morte: 06.06.2005 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1942 al 1943 Esordio: 27.09.1942 - Coppa Italia - Juventus-Lazio 2-3 Ultima partita: 07.03.1943 - Serie A - Juventus-Bari 5-0 14 presenze - 5 reti Mario Ventimiglia (Sanremo, 7 marzo 1921 – Sanremo, 6 giugno 2005) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Mario Ventimiglia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1956 - giocatore 1970 - allenatore Carriera Squadre di club 1938-1942 Sanremese 32+ (4+) 1942-1943 Juventus 14 (5) 1943-1944 Liguria 15 (10) 1945-1946 Sampierdarenese 15 (1) 1948-1949 Sanremese ? (?) 1949-1952 Savona 61+ (26+) 1952-1956 Sanremese 41 (6) 1956-1957 Savona 7 (2) Carriera da allenatore 1954-1957 Sanremese 1957-1960 Albenga 1960-1963 Sanremese 1963 Sanremese 1963-1965 Imperia 1965-1968 Sanremese 1969-1970 Sanremese Carriera Giocò a lungo per la Sanremese; il picco della sua carriera furono le due stagioni in massima serie con le maglie di Juventus Cisitalia e Sampierdarenese (con cui disputa l'anomalo campionato 1945-1946). Inizia ad allenare conciliando l'impegno sul campo come giocatore. L'esperienza in panchina è strettamente legata al club ligure, che guidò saltuariamente per 15 anni.
  10. GIUSEPPE MEAZZA Cannoniere di purissima razza, molto dotato tecnicamente, è uno dei giocatori più completi della ricca storia del nostro calcio. Soprannominato Balilla, è l’inventore del famoso goal a invito: tarda il tiro, lascia la prima mossa al portiere e lo infila freddamente sull’uscita. Meazza, è tre volte capocannoniere del campionato (nel 1930 con trentuno goal, nel 1936 con venticinque e nel 1938 con venti) e al termine dell’attività i suoi bersagli sono 267 che lo collocano sui gradini più alti dei cannonieri della Serie A. Proprio a Meazza è legato il periodo più aureo della storia della Nazionale della quale è a lungo l’autentico fiore all’occhiello. Dal 1930 al 1939 in azzurro gioca cinquantatré partite e realizza trentatré reti che fino all’avvento di Gigi Riva ne fanno il bomber assoluto. Con la Nazionale si assicura la Coppa Internazionale nel 1930, il titolo mondiale nel 1934, nuovamente la Coppa Internazionale nel 1935 e ancora il Mondiale francese del 1938. Nel 1940, dopo quasi un anno di lontananza dai campi di gioco per un intervento chirurgico (causato da un’insufficiente circolazione sanguigna verso gli arti inferiori), approda al Milan dal quale si separa dopo un paio di stagioni per accasarsi alla Juventus. Il Pepp di Porta Romana (lì era nato, nel cuore della Milano popolare) aveva oramai trentadue anni, anche se lo chiamavano ancora Balilla. Erano molto lontani i tempi di una canzoncina molto in voga: «La donzelletta vien dalla campagna, leggendo la giornalaccio rosa dello Sport e come ogni ragazza, lei va pazza per Meazza, che fa reti a tempo di fox-trot». La sua lunga storia, che faceva parte del costume italiano anni Trenta, aveva subito brusche svolte: prima il piede gelato, poi l’incredibile passaggio sulla sponda rossonera, al Milan, anzi al Milano come si diceva allora, dove aveva disputato un campionato e mezzo. Firmò il contratto per la Juventus sdraiandosi, per scrivere meglio, sull’erba del Comunale torinese dopo aver interrotto l’allenamento, già in maglia bianconera. Il suo debutto (18 ottobre 1942) avvenne in un derby. Il Torino era all’alba della sua memorabile stagione e schierava già il mitico attacco, da Menti a Ferraris. Si era alla terza giornata, nelle prime due la Juventus aveva solo pareggiato. Meazza scese in campo con il numero otto, aveva intorno vecchi compagni del Mondiale vinto a Parigi (Foni e Locatelli), Carletto Parola, un centravanti albanese (Lushta), il più giovane dei Varglien, l’altra mezzala era Sentimenti III, fratello del portiere Cochi. Non fu un esordio molto felice. Meazza era poco allenato, sembrava addirittura ingrassato, lento nei movimenti. Così quando entrò in area a tu per tu con il portiere Cavalli, mentre la folla si aspettava uno dei suoi celebri goal a invito, non ebbe la necessaria rapidità di movimenti e finì per perdere ingloriosamente il pallone. La partita fu poi vinta dal Torino 5-2. Le cose andarono meglio in seguito, Meazza si spostò al centro dell’attacco e regalò alla Juventus dieci goal: ne segnò due anche alla sua Ambrosiana e quello che fece all’Arena fu quasi uno sberleffo alla nostalgia. Disputò ventisette partite su ventotto: l’addio fu un disastro collettivo, la Juventus, terza in classifica, fu travolta a Torino dal Vicenza che doveva salvarsi. Un incredibile 6-2 al quale non badò nessuno: era l’ultima domenica di calcio e la guerra stava per cancellare il campionato, insieme a tante altre cose della vita di tutti i giorni. ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1979 Peppino Meazza aveva il genio del calcio, aveva il calcio nel sangue. Se ne accorsero immediatamente coloro che, dal 1924 al 1926, lo videro giocare sui campetti della periferia milanese, a Porta Romana e Porta Vittoria: nessuno gli aveva insegnato nulla, ma il suo controllo di palla con entrambi i piedi era facile, morbido, naturale, assoluto. Non era nemmeno molto alto, ma aveva una scelta di tempo eccezionale, con stacchi portentosi: cosicché a quei tempi, quando giocava da terzino, era difficile sorprenderlo sui palloni alti. Alcuni osservatori del Milan, pur estasiati dalla tecnica personale del ragazzino, non lo presero in considerazione a causa della gracilità del suo fisico. Maggiore fiducia ebbero quelli dell’Ambrosiana-Inter, allenata a quei tempi dall’ungherese Árpád Weisz il quale, profeta del calcio danubiano tanto in voga a quell’epoca, non perdeva occasione per vedere giocare lo smilzo Peppino nelle squadre minori neroazzurre. La partita che in certo senso consacrò Meazza come campione autentico e genuino fu quella giocata nell’aprile del 1927 a Como; c’era in palio la Coppa Volta e avversaria dei neroazzurri era l’Unione Sportiva Milanese. Il diciassettenne Meazza giocò come centrattacco e firmò entrambe le reti del successo dell’Inter. Da quel giorno il Peppino prese il volo verso la gloria, verso il mito. Nessuno gli tolse più il posto al centro dell’attacco dell’Ambrosiana; anzi costruirono e fecero giocare la squadra proprio in funzione del suo campione, per esaltarne le doti e caratteristiche tecniche. La compagine neroazzurra giocava compatta a ridosso del portiere Degani e tutti, dai terzini ai mediani, cercavano il rilancio lungo e immediato sul quale si scatenava il guizzante Meazza. Un rapido controllo della sfera, una finta di corpo, un dribbling e poi l’affondo sicuro verso la porta, con serpentina stretta e infine un arresto improvviso per invitare il portiere avversario a venirli incontro. Alla mossa del portiere, Meazza rispondeva con un tiro non forte, estremamente preciso, di piatto, e deponeva il cuoio in uno degli angoli bassi della porta. Questi erano i goal alla Meazza. Ma sapeva segnare anche di testa; ed erano goal di squisita fattura, per l’eleganza dell’esecuzione dopo lo stacco portentoso. Non c’era molta potenza nella sua incornata, ma uno stile inconfondibile, con leggera deviazione del pallone con le parti laterali della fronte, mentre il corpo manteneva la massima coordinazione. Malgrado le doti che lo avevano segnalato nella misura più lusinghiera all’attenzione dei tecnici e, ovviamente, a quella di Vittorio Pozzo, commissario tecnico degli azzurri, ci fu qualcuno che, almeno all’inizio, esternò qualche dubbio su Meazza, ponendo l’accento sulle sue non formidabili qualità fisiche. Ricordo a questo proposito una lettera anonima che un gruppo di sportivi spedì a Pozzo, alla vigilia di una trasferta della Nazionale a Budapest per affrontare quella squadra magiara che, a quei tempi, dettava legge, insieme all’Austria, in tutta l’Europa. Questo il tenore della missiva: «Caro Pozzo, siete un pazzo se volete portare Meazza in Ungheria: è un soldo di cacio e gli ungheresi se lo mangeranno in un boccone, lasciatelo crescere!». Naturalmente Pozzo non tenne in alcun conto il desiderio di quei tifosi: portò il Peppino a Budapest e lo fece giocare sull’infame terreno del Ferencváros, reso sdrucciolevole dalla pioggia. In quell’occasione la squadra italiana colse la sua più consistente affermazione in trasferta sulla rappresentativa d’Ungheria; e in quell’indimenticabile 5-0 Meazza fece la parte del leone, scaraventando tre imprevedibili palloni alle spalle del portiere magiaro. Ho ricordato quest’episodio della carriera azzurra di Meazza, ma vorrei rievocarne almeno altri due. Il primo porta la data del 14 novembre 1934 e si riferisce alla sconfitta subita a Highbury dalla squadra italiana opposta all’irresistibile Nazionale di Inghilterra di allora. Si tratta dell’incontro nel quale Monti riportò alle prime battute la frattura dell’alluce del piede destro e nel quale la nostra difesa, malgrado Ceresoli avesse parato un rigore, incassò tre goal nel primo quarto d’ora di gioco. Alla fine del primo tempo l’Inghilterra vinceva dunque per 3-0; ma nella ripresa, sotto la regia di Meazza salito in cattedra al cospetto di un pubblico inglese incredulo prima e poi ammutolito, la squadra azzurra recuperò quasi tutto lo svantaggio. Il Peppino segnò due goal, uno più bello dell’altro, e mise sui piedi di Guaita la palla del pareggio; purtroppo Guaita fallì l’occasione. Dopo Budapest e Londra, ecco Parigi. Siamo nel 1938 e la Nazionale Italiana, partecipante ai Campionati del Mondo, dopo aver superato la Norvegia e la Francia, gioca a Marsiglia contro il Brasile. È abbastanza noto che i dirigenti brasiliani avevano rifiutato di cedere all’Italia l’unico aereo in partenza per Parigi, anche nel caso (non realizzabile, secondo i Carioca) che gli azzurri fossero usciti vincitori dal confronto diretto. Pozzo riferì ai calciatori italiani il particolare del colloquio avuto con i brasiliani e ricordò l’assurda intransigenza per la faccenda dell’aereo. Meazza promise a Pozzo che avrebbe fatto vedere ai Carioca che cosa potevano fare gli italiani sul campo di gioco. In quella circostanza il Pepp giocò forse la sua migliore partita in azzurro, mettendo praticamente in crisi la difesa avversaria con i suoi perfetti lanci a Biavati, Colaussi e Piola. Presa nella ragnatela di due registi azzurri, Ferrari e Meazza, la squadra brasiliana si innervosì e l’arbitro fu costretto a concedere un calcio di rigore agli azzurri per un fallo di Domingo su Piola. Il risultato era sull’1-1. Realizzare il rigore voleva dire ipotecare la vittoria e spalancare alla squadra la porta della finalissima con l’Ungheria. Al momento di sistemare il pallone sul dischetto del rigore, a Meazza si ruppe l’elastico dei calzoncini. Che fare? Cambiarli e rischiare di perdere la concentrazione o battere ugualmente il penalty, sia pure in condizione di emergenza? Meazza optò per la seconda soluzione: piegò i calzoncini sul lato sinistro e li afferrò saldamente con la mano, si avvicinò con calma assoluta al pallone e lo spedì con un tocco da artista nell’angolo opposto a quello in cui, sbilanciato dalla finta, si era gettato il portiere. Molti altri episodi potrei citare, ma il discorso si farebbe troppo lungo e, d’altra parte, nulla servirebbe ad aumentare la fama di quello che va considerato il più classico e popolare calciatore italiano di tutti i tempi. Come ho detto all’inizio, Meazza, neroazzurro innamorato dell’Inter, giocò anche per il Milan e per la Juventus, dopo aver superato una crisi dovuta a una malattia che gli impediva una regolare circolazione sanguigna al piede sinistro. Nel dopoguerra, quando il presidente interista Masseroni lo chiamò per dare una mano alla vecchia squadra caduta in zona retrocessione, Meazza accorse immediatamente, rispolverò l’antico repertorio e con i suoi goal (al Bari e alla Triestina) salvò l’Inter. Ho cercato di rievocare la leggendaria figura di calciatore e vorrei ancora ricordare l’uomo. Peppino, oltre ad essere stato un giocatore di classe superiore, era anche un gran bel ragazzo: si può dire che se fu ammirato dagli sportivi, fu anche idolatrato dalle donne; dal 1930 al 1940, per dieci anni buoni, fu la passione delle ragazze milanesi e non solo di quelle. Era snello, con occhi azzurri, lo sguardo un po’ languido, i capelli lisci e impomatati alla Rodolfo Valentino; quando metteva piede in una sala da ballo veniva letteralmente assediato dalle donne. E lui non si tirò mai indietro; la sua classe, il suo rendimento in campo non risentirono mai in alcun modo delle scappatelle sentimentali. VLADIMIRO CAMINITI Musica maestro, ed era musica. Voglio dire il calcio del fabuloso Balilla detto dagli amici, un esercito di amici, un mare di amici e di ammiratori, Pepp, vincitore della classifica marcatori nel campionato a girone unico (il primo) 1929-30, con trentuno goal, nella sua Ambrosiana tricolore, e in onore del quale i milanesi alla vecchia Arena intonavano una canzone apprezzatissima dall’interessato, cui le ragazze piacevano: “Una ragazza per Meazza”. Giorni di onirica semplicità, se vogliamo, quelli di Meazza. Due scudetti, due Campionati del Mondo, un asso assoluto e conclusivo, anche da mezzala, un asso unico, forse il più magno centrattacco dell’intera storia della pedata italica. La Juventus lo ebbe nei giorni dolorosi e affranti della guerra, oramai si cibava del suo mito, senza per questo rinunziare a prodezze tipiche del suo impareggiabile repertorio di finisseur e goleador. Il goal alla Meazza, con l’invito al portiere, scartato per depositare la palla a destinazione, mentre la folla plaudiva estasiata. Il fascismo volle farne l’araldo di tutta la sua politica, gli fu appioppato quel Balilla guerresco. In realtà, Pepp amava poco allenarsi, si allenava beatamente tra le donne, era un ragazzo semplice e modesto, che in campo si sublimava delle sue doti naturali di attaccante universale. Io lo rivedo a Rapallo, nel 1978, ridotto a un seggiolone, abbandonato da tutti nel delirio della città dei cementi. Non riuscì a spiccicare parola. Mi toccò raccontare l’amaro crepuscolo di un fuoriclasse dimenticato. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/08/giuseppe-meazza.html
  11. GIUSEPPE MEAZZA https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Meazza Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 23.08.1910 Luogo di morte: Lissone (Monza) Data di morte: 21.08.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Il Balilla - Peppín Alla Juventus dal 1942 al 1943 Esordio: 18.10.1942 - Serie A - Juventus-Torino 2-5 Ultima partita: 25.04.1943 - Serie A - Juventus-Vicenza 2-6 27 presenze - 10 reti Campione del mondo 1934 e 1938 con la nazionale italiana «Averlo in squadra significava partire dall'1-0.» (Vittorio Pozzo, in Campioni del mondo. Quarant'anni di storia del calcio italiano, Roma, CEN, 1968) Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn (Milano, 23 agosto 1910 – Lissone, 21 agosto 1979), è stato un calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Considerato da alcuni esperti il più grande giocatore italiano di tutti i tempi nonché tra i migliori in assoluto, ha legato la sua carriera all'Inter, dove ha giocato per un totale di 14 stagioni, divenendone il miglior marcatore di tutti i tempi e conquistando in nerazzurro 3 titoli di campione d'Italia e una Coppa Italia, oltre a laurearsi per 3 volte capocannoniere sia del campionato italiano sia della Coppa dell'Europa Centrale. Con la nazionale italiana fu campione del mondo nel 1934 e nel 1938, rimanendo tuttora il secondo miglior marcatore della rappresentativa azzurra, dietro al solo Gigi Riva. Ritiratosi dal calcio giocato, divenne giornalista e allenatore. Dopo la sua morte, il 2 marzo 1980 gli venne intitolato lo Stadio San Siro di Milano. Giuseppe Meazza Peppìn Meazza all'Ambrosiana nel 1935 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante, centrocampista) Termine carriera 1º luglio 1947 - giocatore 1957 - allenatore Carriera Squadre di club 1927-1940 Ambrosiana-Inter 349 (242) 1940-1942 Milano 37 (9) 1942-1943 Juventus 27 (10) 1943-1944 Varese 20 (7) 1944-1946 Atalanta 14 (2) 1946-1947 Inter 17 (2) Nazionale 1930-1939 Italia 53 (33) Carriera da allenatore 1945-1946 Atalanta 1946-1948 Inter 1949 Beşiktaş 1949-1951 Pro Patria 1952-1953 Italia Preparatore 1955-1957 Inter 1957 Inter Giovanili Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Oro 1927-30 Argento 1931-32 Oro 1933-35 Biografia Fu uno dei primi calciatori a godere di grande popolarità anche al di fuori del terreno di gioco. Morì all'età di 68 anni a Lissone, in seguito a un tumore del pancreas (organo che gli era già stato parzialmente asportato chirurgicamente), aggravato da problemi cardiocircolatori. La notizia fu diramata per sua volontà a funerali avvenuti, e ciò causò non pochi fraintendimenti su luogo e data di morte. Meazza venne inizialmente tumulato al Cimitero Monumentale di Milano; nell'autunno 2004 la salma venne traslata nella cripta del Famedio del medesimo cimitero. Caratteristiche tecniche «Grandi giocatori esistevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario.» (Gianni Brera, Peppìn Meazza era il fòlber, in il Giornale Nuovo, 24 agosto 1979) Eccellente tiratore, rapido nei movimenti e avvezzo a giocate acrobatiche, era dotato di notevoli qualità tecniche, che sfociavano in una spiccata propensione a eludere il diretto avversario con delle finte: a detta di Giovanni Arpino, i virtuosismi di Meazza mettevano in tale difficoltà i difensori che questi ultimi, ritenendo di avere poche chance di fermarlo, tendevano a contrastarlo senza convinzione. Sicuro dei propri mezzi, era solito iniziare il match in sordina, per poi alzare all'improvviso i ritmi di gioco. Andava frequentemente in gol saltando il portiere, una rete denominata «alla Meazza» o «a invito»; era inoltre piuttosto abile nel gioco aereo, a dispetto di una statura relativamente ridotta. Non di rado si incaricava della battuta dei calci di rigore — riuscendo spesso a spiazzare l'estremo difensore avversario —, e delle punizioni, sia per concludere a rete che per servire i compagni di squadra. Nel corso della sua carriera ha ricoperto i ruoli di centravanti e mezzala. Carriera Giocatore Club Inizi Nato nel popolare quartiere di Porta Vittoria, iniziò a giocare a sei anni sui campi di Greco Milanese e Porta Romana in un gruppo di bambini che lui definì i Maestri Campionesi inseguendo una palla fatta di stracci. Ottenuto finalmente il consenso della mamma (il padre era morto nel 1917 nella Grande Guerra), all'età di dodici anni inizia a giocare sui campi regolari con i ragazzi uliciani del Gloria F.C., dove un ammiratore gli regala quelle scarpette che tanto desiderava (e lui non poteva comprare) e che il "Brigatti" vendeva in Corso Venezia all'equivalente di circa tre stipendi. L'affermazione nell'Ambrosiana-Inter Un diciassettenne Meazza in azione con la maglia dell'Inter Scartato dal Milan a causa del fisico mingherlino, a quattordici anni compiuti entrò a far parte dell'Inter disputando il campionato ragazzi. Fu Fulvio Bernardini a scoprirlo e a insistere presso l'allenatore nerazzurro, Árpád Weisz, affinché lo inserisse in prima squadra: Bernardini — il quale sarebbe diventato in seguito un importante allenatore e avrebbe scoperto numerosi altri giocatori, tra cui un altro che diventerà poi egli stesso centravanti dell'Inter, Alessandro Altobelli — si fermava sempre più spesso, al termine degli allenamenti, a osservare estasiato, tra i ragazzi delle giovanili, quel ragazzino che con il pallone tra i piedi faceva meraviglie. Bernardini, si narra, fu tanto insistente e convincente che alla fine Weisz volle visionarlo personalmente. Weisz si rese conto che Bernardini non aveva esagerato: a sedici anni il ragazzo fu aggregato in prima squadra, e un anno dopo Meazza esordiva nell'Inter, nella Coppa Volta. Fu in quell'occasione che gli fu dato il soprannome di "Balilla". Quando l'allenatore Weisz lesse nello spogliatoio la formazione, annunciando la presenza in squadra di Meazza fin dal primo minuto, un anziano giocatore dell'Inter, Leopoldo Conti, esclamò sarcastico: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!»; l'Opera Nazionale Balilla, che raccoglieva tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni, era stata costituita nel 1926 e così allo scherzoso "Poldo" venne naturale apostrofare in quel modo il giovane esordiente. Ma si sarebbe ricreduto presto: Meazza, in quella partita giocata contro la US Milanese, segnò tre gol, assicurando all'Inter la vittoria e facendo capire a tutti che era nata una stella. "Peppìn", come veniva chiamato in dialetto meneghino, seguitò a giocare nel ruolo di centravanti nell'Ambrosiana — com'era stata ribattezzata l'Inter in epoca fascista dopo la forzata fusione con la Milanese. Iniziò subito a farsi notare a suon di gol e per la sua classe sopraffina, tanto che, non ancora ventenne, guidò la sua squadra alla conquista del neonato campionato di Serie A nel 1929-1930 conquistando il titolo di capocannoniere con ben 31 reti. Nel 1935-1936 si laureò nuovamente capocannoniere, con 25 reti, impresa che ripeté anche nel 1937-1938 guidando per la seconda volta l'Ambrosiana-Inter alla conquista dello scudetto. Milano, Juventus e gli ultimi anni Articolo de Il Calcio Illustrato del gennaio 1940, che racconta la degenza casalinga di Meazza a seguito del cosiddetto "piede gelato". L'annata 1938-1939 segnò l'inizio del declino di Meazza, a causa di un infortunio — il famoso "piede gelato", un'occlusione dei vasi sanguigni al piede sinistro — che lo tenne poi lontano dai terreni di gioco per oltre un anno. Nell'autunno 1940 tornò al calcio giocato, stavolta con la maglia del Milano — nome allora adottato dalla squadra rossonera per questioni politiche —, ma non si trattava più del campione di un tempo, minato dall'infortunio occorsogli. Dopo due stagioni in rossonero passò quindi per un'annata alla Juventus con cui tornò un'ultima volta su buoni livelli realizzativi, chiudendo il campionato 1942-1943 in doppia cifra (10 reti in 27 partite) e formando, assieme a Riza Lushta e Sentimenti III, il più prolifico reparto d'attacco del torneo. Seguì poi il cosiddetto campionato di guerra 1943-1944 disputato tra le file del Varese (7 gol in 20 partite) e una breve permanenza all'Atalanta nel 1945-1946, anno in cui ricoprì per un breve periodo anche il ruolo di allenatore, prima di un'ultima stagione giocata con la maglia della sua carriera, quella dell'Inter. Nazionale Meazza agli esordi con la nazionale, nei primi anni 1930. Esordì in nazionale non ancora ventenne il 9 febbraio 1930 a Roma in Italia-Svizzera terminata 4-2 con le sue due reti. Tre mesi più tardi, l'11 maggio dello stesso anno, alla sua quarta presenza in maglia azzurra, Meazza appose la sua prima firma in campo internazionale, in una delle giornate più gloriose del calcio italiano. Tre prodezze del Balilla spianarono la strada alla nazionale guidata da Vittorio Pozzo verso il primo grande trionfo della sua giovane storia: l’Italia superò l'Ungheria a Budapest con un netto 5-0, in quella che, di fatto, era la finale della prima Coppa Internazionale. Era quella anche la prima vittoria italiana in casa dei maestri danubiani, trasferta che, fino ad allora, aveva restituito memorabili rovesci, e il nome del diciannovenne fuoriclasse di Porta Vittoria irruppe nel novero delle grandi stelle del calcio continentale. L'eco dell'impresa, in Italia, fu enorme. La partita, seguita alla radio da un pubblico incredulo, rappresentò momento di svolta per il calcio, non più vassallo delle scuole mitteleuropee, e, dopo quella partita, Meazza sarà l'eroe di tutti gli sportivi italiani. La sua carriera in azzurro fu di assoluto rilievo: guidò l'Italia alla conquista del suo primo campionato del mondo, nell'edizione casalinga del 1934, realizzando 4 reti, di cui 2 nel preliminare contro la Grecia, una agli Stati Uniti negli ottavi di finale e quella fondamentale nella ripetizione contro la Spagna dei quarti di finale; quest'ultima partita venne rigiocata poiché il giorno prima si era conclusa in parità dopo i tempi supplementari (allora non erano previsti i tiri di rigore Meazza si dice fu "sbloccato" dopo che il tecnico spagnolo non schierò misteriosamente il suo spauracchio, il celebre portiere Ricardo Zamora, considerato all'epoca tra i migliori al mondo nel suo ruolo. Nel corso della competizione Meazza ricoprì, come sempre più spesso gli accadeva, il ruolo di interno in luogo di quello di centravanti di inizio carriera. La prima partita con la nazionale campione del mondo fu la celebre battaglia di Highbury, così denominata perché si disputò nello stadio londinese di Highbury, in casa dei presunti "Maestri" dell'Inghilterra (che non disputavano la coppa del mondo perché si arrogavano il titolo di "inventori del calcio"). La partita cominciò molto male per l'Italia, che subì nei primi 12 minuti 3 reti e perse per infortunio il centromediano Luis Monti, ma nella ripresa fu proprio Meazza a risollevare le sorti italiane con una doppietta. Tuttavia, la sconfitta per 3-2 in inferiorità numerica contro gli inglesi, in una partita molto dura e maschia come non mai, è tuttora ricordata non certo come un'onta. Il 9 dicembre 1934, in una partita contro l'Ungheria, segnò il gol numero 25 (in 29 partite) con la maglia azzurra, affiancando Adolfo Baloncieri in vetta alla classifica marcatori della nazionale. Nella partita seguente contro la Francia, del 17 febbraio 1935, fece altri 2 gol che gli consentirono di balzare al comando della classifica in solitario. Nel 1938, agendo in posizione di centrocampista, fu il capitano degli azzurri alla Coppa Rimet disputatasi in Francia: il secondo, prestigioso successo che portò l'Italia ai vertici del calcio mondiale e che permette di ricordare quella squadra come una delle più forti di tutti i tempi. Il 16 giugno, a Marsiglia, nella semifinale del torneo iridato, mise a segno al Brasile il gol numero 33, una rete decisiva, l'ultima della sua carriera in nazionale (passata alla storia poiché a causa della rottura dell'elastico dei pantaloncini tirò un calcio di rigore tenendoli con una mano); in seguito giocherà altre 7 partite in maglia azzurra senza andare in gol. Il suo record sottorete sarà raggiunto dal solo Gigi Riva il 9 giugno 1973, sempre contro i brasiliani in un'amichevole, e quindi superato il 29 settembre dello stesso anno contro la Svezia. Da bomber azzurro, Meazza vanta la seconda permanenza più lunga al primo posto: 38 anni, 3 mesi e 23 giorni. Allenatore Meazza (estrema destra) in veste di preparatore della nazionale nel 1952. Dopo le esperienze da giocatore-allenatore maturate a Bergamo e Milano nell'immediato secondo dopoguerra, da tecnico guidò la Pro Patria, ancora l'Inter in varie circostanze, mentre nel biennio 1952-1953 fece parte della commissione tecnica della nazionale affiancando, in qualità di preparatore atletico, l'allenatore Piercarlo Beretta; fu anche il primo italiano a guidare una squadra straniera, il Beşiktaş, rimanendo in Turchia per cinque mesi a partire dal gennaio 1949. In seguito divenne responsabile del settore giovanile dell'Inter. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Ambrosiana-Inter: 1929-1930; 1937-1938; 1939-1940 Coppa Italia: 1 - Ambrosiana-Inter: 1938-1939 Nazionale Campionato mondiale: 2 - Italia 1934; Francia 1938 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930; 1933-1935 Individuale Capocannoniere della Serie A: 3 - 1929-1930 (31 gol); 1935-1936 (25 gol); 1937-1938 (20 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1937-1938 (8 gol) Capocannoniere della Coppa dell'Europa Centrale: 3 - 1930 (7 gol); 1933 (5 gol); 1936 (10 gol) Inserito nella Hall of fame del calcio italiano - 2011 (riconoscimento alla memoria) Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano - 2015 Inserito nella Hall of Fame dell'Inter nella categoria Attaccanti - 2019
  12. ALDO MARELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Marelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Busto Arsizio (Varese) Data di nascita: 17.04.1919 Luogo di morte: Gorla Minore (Varese) Data di morte: 08.06.2010 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1942 al 1943 Esordio: 10.01.1943 - Serie A - Vicenza-Juventus 0-0 Ultima partita: 24.01.1943 - Serie A - Juventus-Venezia 5-2 3 presenze - 0 reti Aldo Marelli (Busto Arsizio, 17 aprile 1919 – 8 giugno 2010) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Aldo Marelli Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1953 Carriera Squadre di club 1938 Genova 1893 0 (0) 1938-1939 Pro Patria ? (?) 1939-1940 Gallaratese ? (?) 1940-1941 Galliate ? (?) 1941-1942 Gallaratese ? (?) 1942-1943 Juventus 3 (0) 1943-1948 Pro Patria 93 (1) 1948-1949 Empoli 20 (0) 1949-1951 Gallaratese 72 (1) 1951-1953 Aosta 13 (0) Carriera Giocò due anni in Serie A con le maglie di Juventus e Pro Patria.
  13. PIETRO MAGNI Da quando, nel 1929, è stato istituito il campionato a girone unico – si legge su “Hurrà Juventus” del marzo 1974 a firma di Guido Magni – sui campi della massima divisione sono passati più di diecimila giocatori, ma uno solo è riuscito nell’ardua impresa di ricoprire nel corso della sua carriera tutti e undici i ruoli, dal portiere all’ala sinistra. Si tratta di Piero Magni che per sette anni, dal 1942 al 1948 difese i colori della Juventus e a cui, a giusta ragione, va il titolo di «superjolly».Nato a Varese il 20 marzo 1919 Magni si mise in luce nella squadra della sua città che allora militava in serie C nel ruolo di mezzala. A vent’anni era uno dei più promettenti attaccanti italiani. Se lo accaparrò il Liguria nell’estate del 1940, proprio quando il nostro paese veniva trascinato nella seconda guerra mondiale. La compagine genovese che militava nella serie cadetta alla fine della stagione 40-41 otteneva la promozione alla serie A. Fin quando visse all’ombra della Lanterna Magni rimase fedele al suo posto di attaccante. Fu soltanto quando rivestì la maglia bianconera che Piero cominciò a rivelare le sue straordinarie attitudini di adattamento a ogni compito e impiego nel quadro della impostazione tattica di una compagine. Comunque la storia del record cronologicamente comincia con il suo debutto nella massima divisione, sempre nelle file del Liguria.Il campionato 41-42 si aprì per la compagine genovese neopromossa con una trasferta a Torino contro i granata. Sul campo di via Filadelfia, il 16 ottobre 1941, Magni cominciò la sua (allora inconscia) scalata al record indossando la maglia numero otto. L’esordio nella massima divisione non fu fortunato per il ragazzo varesino. Non solo perché il Liguria venne sconfitto per 3-2, ma anche perché al 23° minuto della ripresa Piero dovette abbandonare il campo, vittima- di un infortunio. Per tutta la stagione l’aspirante superjolly rimase fedele al ruolo di interno destro, tranne la solita eccezione che conferma la regola e che gli permise di compiere il secondo passo verso il raggiungimento del primato.Alla 21” giornata, il 22 marzo 1942, in occasione dell’incontro casalingo con il Modena venne schierato centravanti. E in quella partita (vinta per 2-1) Magni riuscì a mettere a segno il primo e unico gol di quel campionato. Lo incasso Sentimenti IV che difendeva in quella stagione la porta della compagine emiliana, che con Piero doveva ritrovarsi l’anno dopo sotto la stessa bandiera juventina, che doveva anzi dargli modo di compiere quello che è considerato il colpo decisivo per il completamento del singolare primato.Fu appunto all’undicesima giornata del campionato 1942-43 che Magni si trovò a disputare una partita di campionato nell’inusitato (per lui) ruolo di portiere. Come andò ce lo racconta Sentimenti IV. «In quell’anno io ero militare a Modena in artiglieria. Eravamo in piena guerra e, di tanto in tanto, per esigenze di carattere bellico restavamo consegnati in caserma, senza ottenere il sospirato permesso per potere, la domenica, adempiere ai nostri obblighi di calciatori. Il 13 dicembre 1942 il calendario assegnava alla Juventus la trasferta di Trieste. Io ero abituato a raggiungere i compagni direttamente dalla caserma di Modena senza passare per Torino, anche perché le autorità militari il via me lo davano nel tempo strettamente utile per prendere un treno e recarmi nella città dove doveva giocare la Juventus. Quella settimana, però, proprio quando ero già in procinto dl partire per Trieste vennero sospesi i permessi. Non mi restò che spedire un telegramma per avvertire la società. Senonché il dispaccio alla sede juventina venne recapitato quando la partita era già stata giocata». Mentre «Cochi›› dormiva fra due guanciali, convinto che la Juventus fosse ricorsa per la sua sostituzione a Perucchetti, la comitiva bianconera partiva per Trieste senza portiere, altrettanto convinta di trovare Sentimenti IV puntuale all’appuntamento nella città giuliana. Fu così che a causa del disservizio postale la Juventus dovette presentare a Valmaura un portiere improvvisato. Appunto Piero Magni che non se la cavò neppure tanto male. La partita si concluse in parità. Per i bianconeri segnò Sentimenti III; Tosolini pareggiò battendo l’insolito guardiano juventino.«La squadra della Juventus è arrivata allo stadio in tram – si legge su “La Stampa” del 14 dicembre 1942 – in tanti tram, successivi, con i giocatori... sparsi un po’ dappertutto, ed è arrivata alle 14,50. Subito Rosetta annunciò, imbronciato, la grossa novità: il portiere Sentimenti IV, che compie il servizio militare a Modena, non aveva potuto raggiungere i compagni, né un telegramma urgentissimo era arrivato a far accorrere Perucchetti. La Juventus senza portiere dunque? Pressapoco; fra i pali stava infatti per collocarsi Magni, il mezzo-sinistro acquistato dal Liguria, il quale avrebbe dovuto ieri sostituire Ventimiglia all’ala sinistra. Invece Ventimiglia fu riconfermato in fretta e furia e Magni spese la mattinata nella ricerca di maglione, berretto, guanti e ginocchiere, sempre sperando in un arrivo in estremis di Sentimenti. Ma alle 14,56, i bianco–neri si schierarono sul rettangolo e Magni era in porta con un grosso fardello di responsabilità e un certo panico».La domenica successiva (20 dicembre 1942) nella partita casalinga con il Genoa, vinta per 3-2, da portiere Magni passava all’ala sinistra giungendo a «quota quattro» in fatto di posti occupati. Con la maglia numero undici proseguiva il campionato compiendo comunque un paio di eccezioni. Quanto bastava, tuttavia, per debuttare il 7 marzo 1943 (Juventus-Bari 5-0) con il numero dieci.Quando dopo la guerra riprese l’attività calcistica su scala nazionale Piero Magni consolidò la sua fama di «uomo dovunque». Nel 1946-47 ruotando in sei ruoli diversi indossò per la prima volta altre tre nuove maglie. Quella numero quattro il 28 ottobre 1945 alla terza giornata a Torino contro il Modena (1-0); quella numero sette alla quinta il 18 novembre a San Siro contro l’Inter (2-2); quella numero due alla ventiseiesima il 14 aprile 1946 a Vicenza (2-1). Nel 1947-48 il «nostro» passò ancora attraverso una mezza dozzina di ruoli, di cui due erano per lui ancora vergini. Nella undicesima giornata (8 dicembre 1946: Bologna-Juventus 0-0) venne impiegato mediano sinistro; nella ventiquattresima (16 marzo 1947: Torino-Juventus 1-0) occupò il posto di terzino sinistro.Erano ormai dieci i ruoli che Magni era riuscito a occupare. Ne restava uno solo, quello di centromediano. Piero dovette aspettare quasi tre anni prima di completare l’inseguimento alla maglia numero cinque, quella che gli avrebbe permesso di fregiarsi del titolo di superjolly. Nel 1948-49, passato alla Lucchese, pur continuando a essere utilizzato in ogni reparto, gli toccò di restare a bocca asciutta. L’anno successivo venne trasferito al Genoa che nel posto proibito aveva un fior di giocatore, Cattani, che non mollava mai una partita. Alla 27 giornata, però, il titolare dovette dare forfeit e Magni riuscì finalmente a indossare quella famosa maglia che ancora mancava alla sua collezione.A Torino in via Filadelfia aveva cominciato la scalata al primato, a Torino allo stadio comunale doveva concluderla proprio contro la Juventus che ai rossoblu inflisse una severa lezione: 6-1! L’avversario diretto di Magni quel giorno era Gianpiero Boniperti che, però, riuscì a segnare soltanto quando Piero dopo il terzo gol aveva cambiato posto dando l’incarico di controllare l’attuale presidente bianconero a Castelli.VLADIMIRO CAMINITIGregario dal buon bagaglio e servizievole, giocò nella Juve improbabile del periodo bellico e post bellico, terzino mediano mezzala e peranco portiere. Cavandosela in ogni ruolo, senza brillare in nessuno. Da meditare tuttavia il buon senso tattico, la sua gagliarda duttilità a tutto campo, sia per difendere che per costruire. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/piero-magni.html
  14. PIETRO MAGNI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Magni_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Bobbiate (Varese) Data di nascita: 20.03.1919 Luogo di morte: Bobbiate (Varese) Data di morte: 24.07.1992 Ruolo: Jolly Altezza: - Peso: - Soprannome: Piero Alla Juventus dal 1942 al 1948 Esordio: 19.09.1942 - Coppa Italia - Mater Roma-Juventus 1-6 Ultima partita: 04.07.1948 - Serie A - Juventus-Pro Patria 0-4 108 presenze - 27 reti - 1 rete subita Pietro Magni (Bobbiate, 20 marzo 1919 – Bobbiate, 24 luglio 1992) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. È ricordato come un «super jolly» in quanto rimane tuttora l'unico giocatore al mondo ad avere ricoperto ogni ruolo del calcio, avendo indossato almeno una volta — in un'epoca ancora priva della numerazione fissa — tutti gli undici numeri di maglia della squadra nel corso di partite ufficiali. Pietro Magni Magni allenatore del Bari nel 1963 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex jolly) Termine carriera 1955 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Squadre di club 1936-1940 Varese 53+ (9+) 1940-1942 Liguria 45 (14) 1942-1948 Juventus 108 (27; -1) 1948-1949 Lucchese 35 (1) 1949-1951 Genoa 38 (1) 1951-1953 Lecce 14 (1) 1953 Pavia ? (?) 1953-1954 Cesena 16 (1) 1954-1955 Varese ? (?) Carriera da allenatore 1952-1953 Lecce 1953 Martina 1953-1954 Cesena 1958-1962 Pro Patria 1962-1963 Bari 1965-1966 Varese 1966-1967 Pavia 1968-1969 Salernitana Caratteristiche tecniche Giocatore La sua polivalenza tattica, emersa al meglio durante la militanza nella Juventus, gli permise di esibirsi in primis da ala sinistra a mezzala destra, da mediano a terzino destro, e in misura minore negli altri ruoli compreso quello di portiere: in quest'ultimo caso scendendo in campo da titolare con la maglia numero uno, stante l'indisponibilità di Sentimenti IV e Perucchetti, nella sfida del 13 dicembre 1942 sul terreno della Triestina (1-1). Negli anni a Torino mancò d'indossare la sola maglia numero cinque, infine vestita il 26 febbraio 1950 difendendo i colori del Genoa, in occasione di una trasferta, ironia della sorte, contro la sua ex Juventus. Magni (in piedi, secondo da destra) alla Juventus nella stagione 1942-1943 Dopo tre stagioni in Serie C con il Varese approdò nel 1940 al Liguria, in Serie B, conquistando subito la promozione nel massimo campionato. Fece il suo esordio in Serie A il 25 ottobre 1941 in Torino-Liguria (3-2). La stagione seguente si trasferì proprio a Torino, sponda Juventus, dove spenderà la parte più significativa della carriera: vestì la maglia bianconera dal 1942 al 1948 (con l'intervallo della seconda guerra mondiale), per un totale di 108 partite, segnando anche 27 reti. Nel 1948 lasciò la Juventus ma continuò a giocare in massima serie con Lucchese e Genoa. Nello stesso anno comparve, insieme ad altri calciatori, nel film 11 uomini e un pallone, diretto da Giorgio Simonelli, nella parte di se stesso. Dal 1951 al 1953 fu al Lecce, in Serie C, dove ricoprì il ruolo di giocatore-allenatore, prima di venire esonerato e passare al Martina come allenatore. Nel 1953 andò al Cesena, anche qui nella duplice veste di allenatore e giocatore. Dalla Romagna ritornò nel 1954 al Varese nella sola veste di calciatore, ove chiuse la carriera agonistica. Nel 1958 si sedette sulla panchina della Pro Patria, in Serie C, e nel campionato successivo riportò i tigrotti nella serie cadetta con una squadra formata quasi interamente da giocatori bustocchi o dei dintorni; rimasto a Busto Arsizio, nella stagione 1961-1962 sfiorò il clamoroso ritorno in Serie A, sempre con lo stesso gruppo di giocatori delle annate precedenti. Negli anni successivi continuò ad allenare diverse squadre: tra le altre, Bari, Salernitana e ancora Varese. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Varese: 1939-1940 (girone C) Campionato italiano di Serie B: 1 - Liguria: 1940-1941 Competizioni regionali Promozione: 1 - Varese: 1954-1955 (girone D) Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Pro Patria: 1959-1960 (girone A) Campionato italiano Serie D: 1 - Pavia: 1966-1967 (girone D)
  15. PIETRO SFORZIN https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Sforzin Nazione: Italia Luogo di nascita: Ceggia (Venezia) Data di nascita: 12.06.1919 Luogo di morte: Padova Data di morte: 18.02.1986 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 68 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1942 al 1943 Esordio: 19.09.1942 - Coppa Italia- Mater Roma-Juventus 1-6 Ultima partita: 25.04.1943 - Serie A - Juventus-Vicenza 2-6 7 presenze - 0 reti Pietro Sforzin (Ceggia, 12 giugno 1919 – Padova, 18 febbraio 1986) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Pietro Sforzin Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1953 Carriera Squadre di club 1938-1939 Libertas Ceggia ? (?) 1939-1942 Padova 89 (1) 1942-1943 Juventus 7 (0) 1944-1951 Padova 201 (2) 1951-1953 Verona 34 (3) Carriera Pietro Sforzin (a destra) con Adone Stellin (a sinistra) e Enzo Romano (al centro). Sempre al centro un giovane Benito Sarti. Cresciuto nel Dopolavoro Ceggia, nel 1939 approda al Padova. Con i biancoscudati debutta in Sanremese-Padova (3-1) dell'ottobre 1939 in Serie B. Nel 1942 gioca per una stagione con la Juventus Cisitalia dove disputa 5 partite in campionato e 2 in Coppa Italia. Nel 1944 torna al Padova, dove gioca l'ultima partita proprio contro la Juventus (0-1) il 10 giugno 1951, per poi approdare nello stesso anno al Verona dove chiude la carriera nel 1953. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Padova: 1947-1948
  16. GINO MANNI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Manni Nazione: Italia Luogo di nascita: Colle Val d'Elsa (Siena) Data di nascita: 11.10.1916 Luogo di morte: Colle Val d'Elsa (Siena) Data di morte: 06.10.1992 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Chinino Alla Juventus nel 1942 Esordio: 21.10.1942 - Amichevole - Juventus-Settimo Torinese 8-0 0 presenze - 0 reti Gino Manni (Colle Val d'Elsa, 11 ottobre 1916 – Colle Val d'Elsa, 6 ottobre 1992) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Gino Manni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1949 - giocatore 1977 - allenatore Carriera Giovanili Colligiana Squadre di club 1932-1934 Colligiana ? (?) 1934-1939 Siena 101 (2) 1939-1942 Modena 80 (1) 1942 Juventus 0 (0) 1942-1943 Napoli 6 (0) 1944 Carpi 7 (0) 1945-1946 Siena 15 (0) 1946-1949 Cosenza 102 (2) 1949-1950 Colligiana ? (?) Carriera da allenatore 1949-1951 Colligiana 1957-1961 Colligiana 1967-1968 Colligiana 1973 Colligiana ? Castellina ? Certaldo ? Poggibonsi ?-197? Pontedera 1977 Colligiana Carriera Modena, stagione 1940/41: Manni è il secondo da destra dopo Sentimenti IV La Colligiana del record: Gino Manni è il secondo da sinistra in piedi È cresciuto nel settore giovanile della Colligiana ed è stata la massima espressione calcistica di Colle Val d'Elsa, la sua città natale che, dopo la sua scomparsa, gli ha intitolato il nuovo Stadio Comunale. Dalla Colligiana, nel 1933, passa al Siena in serie B; questa la formazione rimasta nei cuori bianconeri: Erbinovi, Manni, Passalacqua, Biasotto, Pellagatta, Macchi, Renoldi, Lenzi, Bandini, Solbiati, Gambini. Nel 1939 passa al Modena (città dove viene trasferito per il servizio militare) ed esordisce in Serie A. L'esordio in A il 17 settembre 1939 in occasione di Modena-Lazio terminata 1 a 1. Nel campionato 1939/40, vinto dall'Ambrosiana-Inter, il Modena retrocede ma veste la maglia color “canarino” altri due anni, ottenendo subito una nuova promozione dalla B alla A, prima di passare alla Juventus allenata da Felice Placido Borel II, con la quale giocherà solamente amichevoli alla fine del 1942. Con lo scoppio della guerra il “militare” Manni viene però trasferito al sud e precisamente a Napoli. Qui gioca nella squadra partenopea che partecipa al campionato di serie B, in coppia con Pretto. Con l'avanzata delle truppe alleate vengono organizzati nuovi campionati: il campionato di serie A Alta Italia e un Campionato Centro-Sud A e B; le prime quattro classificate di ogni girone partecipano poi al Girone Finale della Divisione Nazionale 1945/46 che viene vinto dal Torino. Vi partecipa anche il Napoli (unica squadra di B entrata in finale), che risulterà al quinto posto della graduatoria finale. Manni, che nel frattempo è tornato al Siena, partecipa al campionato nel girone Centro-Sud con la maglia del Siena che si classificherà penultimo nel girone. Nella stagione successiva Manni passa al Cosenza che disputa il campionato di Serie B e qui rimane per alcune stagioni prima di concludere la propria carriera. Con la stagione 1949/50 inizia quindi la carriera di allenatore con la sua prima squadra, la Colligiana, che allenerà a più riprese, portandola anche a vincere il campionato di prima divisione dilettanti, il titolo di campione toscano ed a battere il record europeo di vittorie consecutive, ben diciassette, tutto nella stagione 1957/58. Ha allenato anche altre squadre toscane di dilettanti, tra cui Castellina, Certaldo, Poggibonsi e Pontedera, conquistando diverse promozioni. Con il 1977 ha definitivamente cessato la sua carriera di allenatore, sempre ispirata alla cura ed alla crescita dei settori giovanili. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Prima Divisione: 1 - Siena: 1934-1935 Serie C: 1 - Siena: 1937-1938 Allenatore Competizioni regionali Prima Divisione: 1 - Colligiana: 1957-1958 Prima Categoria: 1 - Colligiana: 1972-1973
  17. LUCIDIO SENTIMENTI Detto Cochi, nasce nell’estate del 1920 a Bomporto, in provincia di Modena, in una famiglia che eguagliava i fasti calcistici di un’altra mitica dinastia, quella dei Cevenini. Tutto cominciò, si dice, con una lettera: «Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a quindici lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere». Lucidio è tifoso della Juventus e grande ammiratore di Combi; vanta qualità atletiche per riuscire bene in qualsiasi ruolo, un bel tiro, anche se la statura non è eccezionale, ma, a quei tempi, nessuno ci faceva troppo caso. Così si trova nel Modena, in Serie B, a solo sedici anni, senza un ruolo ben definito, a volte portiere altre attaccante. Sbalordisce tutti: in due stagioni segna ventidue goal, risultando uno dei migliori cannonieri della squadra.La Juventus è alla ricerca di un portiere affidabile; nell’ultimo campionato, quello del 1941, si sono alternati in cinque, un vero record: Goffi e Peruchetti, Ceresoli e Micheloni e, per una sola domenica, un certo Bulgheri, mai più visto né sentito. Cochi aveva già disputato circa cinquanta partite in Serie A quando debuttò nella Juventus, a Venezia: i terzini sono Foni e Varglien II, gioca anche suo fratello, Vittorio, ovvero Sentimenti III, arrivato alla Juventus un anno prima. Dopo aver subito cinque goal in un derby, è messo da parte ma qualche domenica dopo è ripresentato in mezzo ai pali che non lascia più per altre quattro stagioni.Conquista anche la maglia azzurra e, nel maggio 1947, contro l’Ungheria è l’unico giocatore “straniero” in una formazione composta da dieci giocatori del Grande Torino. Gianni Brera lo descrive freddissimo determinista, dotato di un’astuzia luciferina.Il suo gesto atletico più famoso è rimasto l’uscita, a piedi uniti, un intervento che sembra disperato e invece è calcolato al millesimo e, secondo alcuni, al limite del lecito. Molto abile anche sulle palle alte: stupisce vederlo arrivare lassù, con tanta sicurezza, a bloccare o spingere lontano il pallone con pugni decisi, nonostante la bassa statura. Tra i pali è agile e dotato di presa ferrea, non ha bisogno di volare, ha un grande senso della posizione e un notevole colpo d’occhio. Qualche volta se ne fida troppo e prende goal balordi su tiri da lontano.Cochi Sentimenti difende la rete juventina durante quei campionati resi proibitivi dal dominio del Grande Torino. Nel 1949, a ventinove anni, è ceduto alla Lazio, dove ritrova una seconda giovinezza. Riconquista anche il posto in Nazionale e ha l’onore di disputare la sua ultima partita nel 1953, contro la Grande Ungheria. Si mette perfino a parare rigori, cosa che prima non gli riusciva mai, come se una legge non scritta lo volesse punire per la sicurezza che aveva nel tirarli. Diventa uno specialista, quasi al pari del mitico Bepi Moro e, nel febbraio 1954 proprio su un rigore ottiene una piccola rivincita nei confronti della Juventus: a Torino, infatti, para un tiro di Boniperti dal dischetto, facendo finire la partita 0-0. La Juventus perde proprio per un punto quel campionato, a favore dell’Inter.Gioca fino a trentanove anni, chiudendo la carriera con il Vicenza, senza vincere mai niente: nonostante avesse già appeso gli scarpini al chiodo, torna in campo per difendere la rete del Torino che, in piena zona retrocessione, si trova di colpo senza portieri.Un giorno gli chiesero quale fosse stato il goal che gli avesse provocato più dolore: disse che molti anni prima, quando era ancora al Modena in Serie A, gli era capitato di tirare un rigore contro suo fratello più grande, Arnaldo Sentimenti II, portiere del Napoli, realizzandolo. Ecco, quello era stato il goal che gli aveva fatto più dispiacere.«Ecco un bel ricordo. 1946, a Torino: Juventus-Bologna. Ha vinto la Juventus per 1-0. A un certo momento Gritti, del Bologna, in posizione di ala sinistra, mi fa un tiro violentissimo, io sono piazzato sul palo giusto ma Parola interviene e mi fa la carambola con la coscia, poveraccio lui ha fatto il possibile per salvarmi. Così io mi trovo improvvisamente sul palo sbagliato, un po’ fuori porta, con la palla che mi va dentro nel sette più lontano, alle spalle. Balzo indietro stringendo i denti e chiudendo gli occhi, mi distendo quanto sono lungo, do la manata e, quando credo di esser fregato, incontro qualcosa. Dico: sarà un giocatore. Cado a terra, sento un urlo, apro gli occhi e vedo il pallone che è andato in corner: io l’avevo portato via dal sette, l’urlo l’avevano fatto per questo. Hanno fatto anche una bella fotografia, che conservo. Eh sì; mi sentivo forte, mi sentivo come un leone, ero padrone dei miei pali e della mia area, avevo un rinvio lungo e preciso e non avevo paura di uscire. Mi buttavo giù con i piedi, mai di faccia o di braccia, perché con i piedi si arriva prima e difatti precedevo un sacco di attaccanti proprio per questo. E non ho mai avuto incidenti anche per questo».Il portiere che tirava i rigori: era il primo, forse, e tutti si meravigliavano. In seguito avrebbe avuto ottimi imitatori, ma nessuno è riuscito a giocare in modo non saltuario e in una vera partita di campionato, con la maglia di attaccante.VLADIMIRO CAMINITINei giorni dopo la guerra, che sono di atavica fame, portieri di ogni formato si esibiscono in Italia. Nella Juventus si alternano, ancora per poco, Micheloni e il vecchio Perucchetti, mezzo clown e mezzo artista, che ha trentaquattro anni, ma già si affaccia il giovane Lucidio Sentimenti, quarto di una famiglia modenese di Bomporto dedita a sane bevute e a interminabili partite di calcio, destinato a giocare in porta, perché il meno appariscente fisicamente dei fratelli, e anzi, a dire il vero, di figura un tantino tozza. Il fatto è che a Cochi, questo è il soprannome con cui lo indicano e strapazzano specialmente i fratelli Arnaldo e Vittorio (Primo è ancora piccolino), va di contraggenio a fare il portiere e, quando può, viene fuori e molla le sue sacramentali legnate di destro con le quali segna al fratello maggiore Arnaldo goal irresistibili.Rimane che il ruolo di portiere a poco a poco entra nello spirito del giovanotto, che ha uno sviluppo orizzontale pari alle manone e sfoggia nel colpo di reni la sua qualità migliore. Il nano, in campo, diventa un gigante, anche in questo caso, come dire che nelle parate alte Sentimenti IV è formidabile come nelle parate a terra, e va a giocare un campionato entusiasmante nel Modena, quando la Juventus lo ingaggia, lasciandolo ancora un anno nella città emiliana, perché completi il servizio militare.Sono i giorni ruggenti del Torino, quando Sentimenti IV si trasferisce definitivamente nella Juventus. Il derby è il derby, le parate di Cochi impediscono in più di una circostanza al Grande Toro punteggi straripanti. Nasce il mito di questo portiere tarchiato e flessuoso, brevilineo dal portentoso colpo d’occhio, quasi imbattibile nell’area piccola, che domina con pugni che sono autentiche mazzate, specialista nelle uscite contro l’attaccante solo, che risolve con una tecnica personale (le gambe avanti e il busto all’indietro) micidiale all’impatto per giocatori come Fabbri, e cui solo gli estrosi Lorenzi e Gabetto trovano, ma non sempre, contromisure.Si parlerà solo negli anni Ottanta di portieri con la somma di qualità che Sentimenti IV mostra già negli anni Quaranta, il primo portiere calciatore d’Italia e d’Europa; perfetto rigorista, egli indossa la divisa addirittura con grazia, ma forse una natura troppo sempliciotta lo porta a vivere con eccessiva emotività le partite in Nazionale. Il giorno dell’esordio, nebbia e vento gelido al vecchio Prater, becca cinque goal, e Carosio urla al microfono che Sentimenti IV non ci vede. Una fandonia, ma l’Italia è terra di pregiudizi. L’Avvocato, che di calcio se ne intende, intervistato nel 1988, dirà che Sentimenti IV è stato il portiere più grande che egli abbia visto giocare nella sua Juventus. Potentissima macchina atletica, Cochi si allenava come gli ostacolisti, per esercitare i suoi magici lombi, e Bacigalupo aveva nel portafogli, restituite dalla lurida fiammata che distrusse il Grande Torino, la sua fotografia. Nella tradizione del ruolo, in Italia almeno nessun portiere è mai stato altresì calciatore come Cochi Sentimenti, dalle rimesse in gioco che erano un vero lancio per il centrattacco e diedero l’avvio a tanti goal di Boniperti ventenne. I suoi fondamentali tecnici (presa, piazzamento, colpo di reni, uscita alta) sono forse tuttora irripetibili.MAURIZIO TERNAVASO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1988Era dal 1975 che non lo incontravo. Esattamente da quel giorno di giugno in cui terminò la mia carriera di pulcino bianconero della squadra riserve, con grande rimpianto di diverse zolle d’erba del Combi alle quali talvolta non pareva vero di potersi staccare dal loro habitat naturale per volteggiare in aria colpite da qualche calcio maldestro del sottoscritto.In quel triste giorno terminarono di colpo i miei rapporti bisettimanali con il mio allenatore Lucidio Sentimenti, meglio noto come Sentimenti IV; e a ulteriore dimostrazione della labile impronta che lasciai quale giovane calciatore sta il fatto che, ripresentatomi a lui per l’intervista, sono stato riconosciuto con fatica. E mentre io da allora sono sicuramente cambiato (qualche pelo di barba e mezzo metro in più), il personaggio è rimasto quasi del tutto immutato nel fisico e nell’aspetto, dal momento che lo ricordavo completamente canuto fin dai tempi in cui lo vidi corricchiare in tuta nel glorioso campo Combi.Signor Sentimenti, sono quasi sicuro che ancor oggi le capita spesso di infilarsi una tenuta sportiva per insegnare qualche prezioso rudimento ai giovani calciatori: è proprio così? «Certo, ci mancherebbe altro! Attualmente curo i ragazzini della Sisport, l’organizzazione sportiva gestita dalla Fiat, ma soltanto fino a un paio di anni fa lavoravo per la Juventus, fino a quando non è purtroppo giunta l’età della pensione».Quali sono state le tappe della sua attività di allenatore? «La tappa è stata unica, ma molto felice: una volta conseguito, infatti, il patentino di allenatore di prima categoria, entrai nel settore giovanile della Juventus, dove lavorai quasi trent’anni, con lunghe parentesi come allenatore dei portieri della prima squadra e come allenatore in seconda quando titolari della panchina erano Rabitti prima e Vycpálek poi. E giuro di non aver mai provato alcun rimpianto per non aver arricchito la mia esperienza altrove».Come si è svolta invece la sua carriera agonistica? «Iniziai nella stagione 1937-38 in Serie A con il Modena, la squadra della mia città natale, e dopo altre due stagioni con la stessa maglia approdai nel 1940 alla Juventus ove ho disputato nove campionati; dal 1949 al 1954 giocai nella Lazio, poi fu la volta di Vicenza, dove nel 1957 terminai l’attività. In totale 443 presenze nella massima serie e sessantotto gettoni in Serie B; al mio attivo anche nove maglie azzurre, con la partecipazione ai Campionati Mondiali nel 1950 in Brasile».Il fatto che lei sia conosciuto come Sentimenti IV implica ovviamente che non sia stato l’unico della sua dinastia a calcare i palcoscenici calcistici: mi racconterebbe la storia agonistica della sua famiglia? «I miei genitori misero al mondo nove figli, di cui cinque maschi. Il primo, Ennio, arrivò a giocare in Serie C; il secondo era Arnaldo, classe 1914, il quale disputò come portiere ben sedici campionati di A con il Napoli; fu quindi la volta di Ciccio che giocò fino al 1949 come mezzala nella Juventus; l’ultimo fu Sentimenti V, il fratello più giovane che militò nel Modena, nel Bari, Lazio, Udinese e Parma».Come spiega il fatto che cinque fratelli su cinque abbiano giocato a calcio a certi livelli? E i rispettivi figli hanno continuato a seguire le orme dei padri? «La risposta alla prima domanda non è per nulla agevole, e posso soltanto dire che siamo stati aiutati da una grande, enorme passione per il gioco del calcio; per quanto riguarda invece il suo secondo quesito, le sembrerà incredibile, ma soltanto mio figlio ha giocato qualche anno, arrivando al massimo alla Serie C, mentre tutti gli altri miei nipoti non si sono praticamente neppure cimentati in questo meraviglioso sport».Se non sbaglio lei fu il primo portiere rigorista e si rivelò un cecchino infallibile: qual è il motivo per cui questa tendenza da lei lanciata non è stata proseguita con una certa continuità? Io credo che il numero uno di una squadra sia colui il quale meglio conosce la tecnica del rigorista, e perciò potrebbe sfruttare al meglio la sua esperienza, diciamo così passiva per proporsi come soggetto attivo del calcio di rigore: «Quanto lei dice è vero: io, infatti, oltre a segnare in campionato quattro massime punizioni, ne parai parecchie senza mai muovermi prima del tiro. E se al giorno d’oggi è così raro vedere un portiere calciare un rigore, ritengo che ciò sia dovuto al fatto che non tutti i numeri uno hanno i piedi buoni e sono avvezzi ad affrontare un momento così delicato qual è in fondo quello in cui ci si appresta a calciare dagli undici metri; per di più vi è il timore diffuso di affrontare con la porta sguarnita il contropiede degli avversari nel caso in cui il tentativo si rivelasse maldestro».Tutti sanno che ai suoi tempi il modulo di gioco non prevedeva l’esistenza del libero: ciò rendeva più difficile o quanto meno delicato il ruolo del portiere rispetto a quanto accade invece ora? «Indubbiamente allora toccava a me fungere da libero, dal momento che almeno dieci volte a incontro dovevo uscire di piede dai pali, e talvolta mi spingevo persino fuori area per bloccare le punte avversarie che si erano liberate del loro marcatore; da tutto ciò ne derivava che quando la mia squadra attaccava, la posizione del portiere era quella di attesa al limite dell’area, sempre pronto a intervenire. In definitiva il ruolo era forse più impegnativo, soprattutto perché in un modo o nell’altro si toccavano molti più palloni».Adesso sia così gentile da raccontarmi qualche episodio che abbia fatto cronaca quando lei era protagonista in campo e che io, per motivi di età, non posso conoscere: «Gliene racconterò un paio, in quanto mi sembrano entrambi meritevoli di essere rivisitati. Il primo: primissimi anni cinquanta, incontro Lazio-Milan, terminato 1-1. Passò in vantaggio il Milan grazie a un autogoal di mio fratello nonché compagno di squadra Sentimenti III, quindi su rigore pareggiò Sentimenti V (anch’egli giocava al mio fianco) e a pochi minuti dalla fine il sottoscritto parò un rigore dei rossoneri: e il giorno dopo quasi tutti i giornali portavano un titolo del tipo “Lazio-Milan: tutto fatto in famiglia”. Il secondo: lei forse non sa che io vanto un record piuttosto curioso, essendo l’unico portiere d’Italia che abbia giocato in due incontri di campionato fuori dalla porta, e più precisamente come ala destra: e nel primo (stagione 1947-48: Juventus-Atalanta 2-0) segnai addirittura una rete!»E che sensazioni provava quando negli incontri immediatamente successivi era costretto a tornare tra i pali? Delusione, rammarico oppure gioia? «Senza dubbio mi divertivo di più in porta, sicché ero ben contento di riprendere il mio posto di origine; e ciò nonostante alcuni tecnici mi vedessero meglio nel ruolo di attaccante». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/lucidio-sentimenti.html
  18. LUCIDIO SENTIMENTI https://it.wikipedia.org/wiki/Lucidio_Sentimenti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bomporto (Modena) Data di nascita: 01.07.1920 Luogo di morte: Torino Data di morte: 28.11.2014 Ruolo: Portiere Altezza: 170 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cochi Alla Juventus dal 1942 al 1949 Esordio: 19.09.1942 - Coppa Italia - Mater Roma-Juventus 1-6 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 188 presenze - 5 reti - 210 reti subite Lucidio Sentimenti (Bomporto, 1º luglio 1920 – Torino, 28 novembre 2014) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Detto Cochi, era il quarto di cinque fratelli calciatori: Ennio (I), Arnaldo (II), Vittorio (III) e Primo (V), pertanto era noto anche come Sentimenti IV. La leggenda narra che tutto iniziò con una lettera che recitava «Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a 15 lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere». Gianni Brera lo descrive «freddissimo determinista, dotato di una astuzia luciferina». L'8 settembre 2011 è il più anziano calciatore vivente a cui la Juventus abbia assegnato una stella celebrativa nella Walk of Fame dello Juventus Stadium; il suo ingresso in campo, a novantuno anni compiuti, è salutato da un'ovazione dei 41 000 spettatori presenti. Lucidio Sentimenti Sentimenti IV nel 1946 alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1960 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Squadre di club 1938-1942 Modena 86 (-?; 1) 1942-1949 Juventus 188 (5; -210) 1949-1954 Lazio 170 (-?; 3) 1954-1957 Lanerossi Vicenza 82 (-?) 1957-1959 Cenisia 61 (-?) 1959 Talmone Torino 3 (-5) 1959-1960 Cenisia 13 (-?) Nazionale 1945-1953 Italia 9 (-21) Carriera da allenatore 1960-1961 Cenisia Giovanili 19?? Juventus Giovanili 1970-1971 Juventus Vice Biografia La famiglia Sentimenti La famiglia Sentimenti comprendeva diversi giocatori di calcio: Arturo Sentimenti Augusta Sentimenti Ennio Sentimenti Arnaldo Sentimenti (24 maggio 1914 - 12 giugno 1997) Vittorio Sentimenti (18 agosto 1918 - 27 settembre 2004) Lucidio Sentimenti (1º luglio 1920 - 28 novembre 2014) Primo Sentimenti (28 dicembre 1926 - 13 ottobre 2016) Lino Sentimenti (25 giugno 1929 - 9 luglio 2020) Suo fratello Arnaldo, conosciuto come para-rigori, nella stagione 1941-42 collezionò ben 9 rigori parati consecutivi. Per ironia della sorte, fu proprio Lucidio a interrompere quella serie, realizzando dal dischetto in un Napoli-Modena 2-1. Nella cultura di massa Sentimenti IV venne anche citato nel film comico La famiglia Passaguai, nell'immedesimazione che ne fece Carlo Delle Piane giocando a calcio in spiaggia insieme ad Aldo Fabrizi nel ruolo del padre. L'album La estinzione naturale di tutte le cose, della rock band italiana Valentina Dorme contiene la canzone "Lucidio Sentimenti IV" dedicata al calciatore. Caratteristiche tecniche Sentimenti IV alla Juventus negli anni 1940, in uscita in presa alta. Non alto, ma molto forte fisicamente, era un elemento eclettico: nel periodo bianconero, a causa di una frattura alle dita, venne utilizzato anche come ala destra nel campionato di guerra 1943-1944 (realizzó anche una doppietta al Casale e un gol sia all'Asti che al Varese). Portiere non appariscente, tra i pali era dotato di agilità e capacità di leggere le intenzioni degli avversari; in uscita si buttava con coraggio sugli attaccanti con il corpo indietro e le gambe protese avanti: le "uscite di piede" per cui passò alla storia del calcio. Abile nel gioco con i piedi, talvolta si incaricava della battuta dei rigori: con la Juventus ne realizzò uno per il pareggio contro l'Atalanta, sbagliandone qualche domenica dopo un altro contro il Milan (2-2 il risultato finale), poi tre nel periodo laziale. Ne calciò perfino uno, quando vestiva la maglia del Modena, contro il fratello Arnaldo portiere del Napoli nella sfida in casa dei partenopei del 17 maggio 1942. Aveva l'abitudine, mentre non era impegnato, di stare in movimento tra i pali "per tenere i muscoli caldi". Per eccesso di sicurezza spesso subiva gol da fuori area, tanto che i tifosi laziali lo accusarono di essere miope e convinsero la società a fargli sostenere una visita oculistica. Carriera Giocatore Club Inizia la carriera nelle file del Modena, con cui conquista da titolare la promozione in Serie A al termine della stagione 1940-1941. Nella stagione successiva è inizialmente riserva di Bruno Monti, ma nella seconda parte della stagione si impone come titolare, esordendo in massima serie il 1º febbraio 1942 in occasione del pareggio interno contro la Roma, e disputando complessivamente 16 incontri, non riuscendo tuttavia a evitare l'ultimo posto finale. Nell'estate del 1942 viene acquistato dalla Juventus, dove già militava il fratello Vittorio. In bianconero rimarrà fino al 1949, disputando 4 campionati di Serie A a girone unico, più l'anomalo campionato 1945-1946 disputato a due gironi. Ha la particolarità di avere disputato due incontri del campionato misto 1945-46 come giocatore di movimento, in particolare nel ruolo di ala, segnando una rete. Cochi Sentimenti fra i due fratelli, Vittorio e Primo, ai tempi della loro militanza nella Lazio. Per età e successi ottenuti viene considerato in fase discendente al momento di trasferirsi alla Lazio nel 1949. Nella capitale (affiancato anche dai fratelli Vittorio e Primo) disputa invece cinque campionati da titolare e finisce per rivelarsi un leader. Con l'aquila sul petto disputa 170 partite mettendo a segno 3 gol su rigore. Lascia la Lazio nel 1954 per andare al L.R. Vicenza, un trasferimento accettato di malavoglia dalla dirigenza biancoceleste che libera il portiere soltanto nell'ultimo giorno utile per la cessione. In maglia biancorossa milita tra il 1954 e il 1957 collezionando 82 presenze, aggiudicandosi il campionato di Serie B 1954-1955. Passa i suoi ultimi anni da calciatore a Torino. Nel 1957 è portiere del Cenisia (la terza squadra del capoluogo piemontese), in IV Serie, mentre nel 1959 viene acquistato dal Talmone Torino nella seconda parte di campionato, tornando a giocare in Serie A per 3 partite e subendo 5 reti. La stagione seguente torna al Cenisia, dove termina la sua carriera. In carriera ha totalizzato complessivamente 366 presenze e 3 reti (tutte su calcio di rigore) nella Serie A a girone unico e 67 presenze in Serie B. Nazionale Nella sua carriera colleziona anche 9 presenze con la Nazionale Italiana, tra cui quella dell'11 maggio 1947 (Italia-Ungheria 3-2), durante la gestione di Vittorio Pozzo, in cui risulta l'unico azzurro non militante nel Grande Torino. Con Ferruccio Novo, invece, parteciperà ai Mondiali del 1950, scendendo in campo in occasione della sconfitta con la Svezia, mentre contro il Paraguay è sostituito da Giuseppe Moro. Allenatore Allena le giovanili del Cenisia nel 1961, dove nelle finali Allievi la sua squadra batte la Juventus 4-1, dopo aver eliminato il Torino per 3-1. Successivamente allena anche le giovanili della Juventus. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - L.R. Vicenza: 1954-1955
  19. ERCOLE RABITTI All’alba degli anni settanta – racconta Vladimiro Caminiti – è riuscito ad arrivare alla prima squadra un maestro di calcio come monsù Rabitti. Fu un momento di fortuna, magari, oltre che specialissimo nella storia della Juventus, alla caduta del presidente oratore Catella all’inizio del regno del geometra Boniperti come dirigente unico responsabile, ecco l’allenatore delle squadre minori, il piccolo sanguigno, dalle orecchiette caprine, dagli occhi azzurri smerigliati, Ercole Rabitti riceve la squadra all’uscita dalla scena dell’hidalgo appassionato Luis Carniglia e la guida per mesi con mano tecnica audace e sicura, con idee modernissime e preparazione atletica di squillante novità, meritandosi la considerazione pur di professional navigati come Helmut Haller. Gran momento oltre che per monsù, per il suo allievo prediletto Furino. Finalmente appagati e compensati, anche economicamente, i sacrifici di un maestro vero di calcio, nell’avviare, nell’educare, nel migliorare il calciatore in erba formandolo nel carattere oltre che nel fisico. Furino ha preso da lui, ha imparato i segreti del suo calcio. La parentesi di Rabitti allenatore della Juventus si esaurì con uno stratagemma della società. Improvvisamente, Rabitti accusò dolorini intercostali e l’opinione anche dei sanitari fu che un periodo di riposo gli facesse assai bene. Tanto più che su suggerimento di Italo Allodi, arrivava come allenatore per la stagione ‘70-71 Armando Picchi. Ma si intuiva già che la parentesi bianconera Boniperti-Allodi non era destinata a vita lunga. Allodi, personaggio alquanto spettacolare e di eccentrica vivacità mentale, non riusciva a legare con Boniperti soprattutto sul piano delle valutazioni tecniche. Rabitti giocatore aveva cominciato da ala destra e centravanti, diventando poi una mezzala. Aveva buone doti tecniche ma scarsa autonomia. Iniziò a giocare nell’Entella società giovanile torinese. Lavorava alla Fiat come disegnatore reparto autovetture e autocarri di Mirafiori sezione impiegati e ricorda quegli anni come una corsa sola a prendere tram sbocconcellando panini e saltando pasti. La passione era tanta e riuscì a colpire Berto Caligaris, il quale lo accompagnò dal gran dirigente Mazzonis cui disse testualmente: «“Questo ragazzino per me ha le doti a fior di pelle. Prendiamolo, non si può sbagliare”. E Mazzonis disse: “Cosa fa?” “Lavora alla Fiat” rispose Caligaris. E a me, Mazzonis chiese: “Quanto guadagni alla Fiat?” “450 lire al mese” ho risposto. “Alla Juve te ne daremo 600” rispose lui. “Non sono riuscito a dire di sì tanto ero contento...”». Di sé come allenatore della Juventus in quella esperienza cruciale del torneo 69-70 parla con rancore e quasi rabbia. Rancore e rabbia anche nei propri confronti, la considera la grande occasione non sfruttata della vita professionale. «Diciassette risultati utili consecutivi, con otto vittorie di seguito. Purtroppo bo preso in mano la squadra in un momento di trasformazione della società. Mi si dice che bo mancato di capacità psicologica. Certo oggi non ripeterei certi atteggiamenti». In realtà, Rabitti non riuscì a intendersi con Boniperti e non riuscì ad apprezzare Allodi. Fierissimo della sua parte tecnica di duca e stratega smarrì la calma operativa e non gli bastò avere lavorato sovranamente bene sul piano tecnico e della preparazione tecnica e atletica. Dovette dire addio alla sua Juventus e accasarsi al Torino come allenatore delle squadre minori. Il fatto di avere sempre lavorato con i ragazzi, modellandoli, plasmandoli, creandoli dal niente, lo fece apprezzare soltanto in campo e nei rapporti con i giocatori. Non compatendo i divi professional e pretendendo dai dorati pelandroni lo stesso impegno dei suoi ragazzi ebbe più di qualche pericoloso battibecco sedato a fatica dal presidente. Prigioniero del suo concetto di allenatore unico responsabile della parte tecnica non ammetteva né interessamenti di Boniperti alla stretta vicenda tecnica, né ingerenze di estranei. Una strana lacuna psicologica gli impediva serenità nei rapporti con gran parte della stampa e la radiotelevisione; né poteva pretendere di isolare la squadra attorno a se stesso monsù del calcio giocato con tecnica e sentimento. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE 1969 Ercole Rabitti è un juventino purosangue: nato a Torino il 24 agosto 1921, è entrato fin da ragazzo, quindici anni, a far parte della famiglia bianconera; dopo avere fatto la trafila nelle squadre giovanili, debuttò in prima squadra nel ruolo di centravanti, nel campionato 1940-41: avversaria la Sampdoria, che allora si chiamava Sampierdarenese: risultato 3 a 0, con un gol del «nostro». Dopo aver giocato sei partite come titolare, fu poi dato in prestito al Casale, quindi al Cuneo in serie B, allo Spezia, al Viareggio sempre nella serie cadetta. Nel 1948 fu ceduto al Como, dove, vincendo il campionato inferiore, tornò in serie A: tre anni nella squadra lariana e poi altrettanti al Fanfulla: ancora due campionati al Cecina e all’Anconitana, ed infine, nel 1959, epilogo della carriera come giocatore nell’Asti. La Juventus, che aveva stipulato con il Pordenone una convenzione per il prelievo di giovani calciatori, lo inviò nella città veneta come istruttore. L’anno dopo Rabitti è a Torino, dove gli viene affidato tutto il settore giovanile della Società, carica che manterrà per sei anni consecutivi, con un intermezzo (fine ‘64) nella prima squadra dopo la partenza di Monzeglio (due partite nella Coppa Città di Torino, con Dukla, Torino e Stella Rossa e una di Coppa Italia). Dopo avere svolto fino a pochi mesi fa il compito di osservatore, ai primi di agosto è di nuovo chiamato a dirigere i giovani bianconeri; e ora lo ritroviamo nuovamente come allenatore in prima. Conosciamo da parecchi anni Rabitti: è un trainer preparato, serio, che sa profondamente di calcio; intransigente nel lavoro e nella disciplina, riesce a spremere il meglio da ogni elemento e ha la grande dote di saper dare la carica, negli allenamenti e prima delle partite. I giocatori, sia i giovanissimi emersi sotto la sua guida (i vari Zigoni, Roveta. Rinero, Furino, Tancredi, Piloni, Pandolfi), sia i cosiddetti «grandi», gli vogliono bene e lo ascoltano perché non si dà arie, lavora con loro e più di loro, li sostiene nei momenti di crisi recuperandoli al meglio, e traendo sempre il massimo da ognuno. Rabitti non crede troppo nella tattica della panchina: «Secondo me non ha un’importanza determinante come qualcuno vorrebbe far credere: la partita si prepara giorno per giorno durante la settimana, e la domenica sul campo vediamo rispecchiate le risultanze di questo lavoro; naturalmente bisogna che il tecnico in panchina sia preparato all’imponderabile, vedi infortunio con relativa entrata del tredicesimo, vedi mossa dell’avversario da combattere, vedi suggerimenti ai ragazzi sull’esatta posizione da assumere o sul marcamento; ma ripeto, sono soltanto sfumature: tutto è già stato studiato e predisposto prima, alla lavagna e sul campo». «D’altra parte», prosegue l’allenatore, «dalla panchina, con tutto il vociare che ti ritrovi intorno, anche se ti metti a gridare è difficile che ti capiscano; e quand’anche, se magari rinfacci a caldo a un giocatore l’errore appena commesso, finisci che lo deprimi ancora di più, per cui in definitiva la cosa è controproducente; diciamo piuttosto che mi torna utile un cosiddetto giocatore “faro”, che ho designato in Del Sol: questo, durante l’incontro, deve ogni tanto guardare verso di me in panchina, e ricevere qualche piccola istruzione, qualche ritocco alle marcature, da comunicare poi ai compagni; i quali naturalmente sono a conoscenza dei compiti di portavoce di questo elemento; mi viene così più facile controllare la situazione in campo, ma sempre, ripeto, per cose marginali». Chiediamo a Rabitti se per lui ha maggior valore la tecnica artistica dell’ingegnere, oppure la volontà dell’operaio. «Prima di tutto il giocatore, ingegnere o operaio che sia, deve essere un atleta, nel pieno senso della parola; voglio dire che al giorno d’oggi anche un “grande” che magari col pallone riesce a fare ciò che vuole, se non è al massimo della forma atletica non tocca palla o quasi. È logico che in una squadra vi sia chi pensa di più e chi meno, chi fa lavorare di più il cervello e chi di più le gambe; l’importante è amalgamare questi due diversi elementi, e cercare di fonderli in un solo, unico blocco; parlo sia della domenica sul campo, che durante la settimana negli allenamenti, come pure nella vita privata: tutti amici insomma, pronti a darsi una mano reciproca a favore della squadra come complesso; quello insomma che avete visto contro l’Inter». È ottimista Rabitti? «Senza rubbio, e a ragion veduta, senza sbruffonerie: ho dei ragazzi che non sono inferiori a nessuno, so di lavorare con un materiale pregiato, che ha solo bisogno di essere mantenuto al massimo livello di condizione per rendere al massimo: i ragazzi sanno che io non chiedo loro cose impossibili, ma solo quello che ritengo possano dare; già dai primi contatti hanno dimostrato di capirmi, e così non ci sono state inutili perdite di tempo; siamo tutti dei professionisti pagati dalla Società, e con alle spalle milioni di tifosi che ci appoggiano e attendono da noi il meglio; abbiamo un solo traguardo e dobbiamo arrivarci insieme: da questa collaborazione reciproca sono certo avremo tutti grosse soddisfazioni». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/ercole-rabitti.html
  20. ERCOLE RABITTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Rabitti Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 24.08.1921 Luogo di morte: Ferrara Data di morte: 27.05.2009 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 60 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1943 Esordio: 28.04.1940 - Coppa Italia - Juventus-Brescia 3-0 Ultima partita: 11.10.1942 - Serie A - Venezia-Juventus 1-1 7 presenze - 1 rete 1 coppa Italia Allenatore della Juventus dal 1963 al 1964 e dal 1969 al 1970 31 panchine - 15 vittorie - 9 pareggi - 7 sconfitte Ercole Rabitti (Torino, 24 agosto 1921 – Ferrara, 27 maggio 2009) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ercole Rabitti Rabitti al Fanfulla negli anni 1950 Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1957 - giocatore 1981 - allenatore Carriera Squadre di club 1939-1943 Juventus 7 (1) 1943-1944 Casale 14 (0) 1945-1946 Cuneo 20 (3) 1946-1947 Spezia 33 (9) 1947-1948 Viareggio 33 (9) 1948-1952 Como 116 (36) 1952-1955 Fanfulla 86 (15) 1955-1956 Cecina 28 (8) 1956-1958 Anconitana 54 (12) 1958-1959 Asti 25 (4) Carriera da allenatore 19??-1964 Juventus Giovanili 1964 Juventus 1966-1967 Savona 19??-1969 Juventus Giovanili 1969-1970 Juventus 197?-1980 Torino Giovanili 1980-1981 Torino Carriera Giocatore Come calciatore, Rabitti esordì in Serie A con la Juventus il 26 maggio 1940 nell'incontro di campionato Juventus-Napoli 2-1. Con la maglia bianconera, però, collezionò appena 7 presenze e 1 rete, cosicché proseguì la sua carriera in altre squadre, in particolare con il Como dal 1947 al 1952, con 116 presenze e 35 reti realizzate. Prese così parte alla stagione migliore del club lariano, che nel campionato di Serie A 1949-1950 conquistò il settimo posto. Allenatore Rabitti allenatore del Torino nella stagione 1980-1981, tra i suoi calciatori D'Amico (a sinistra) e van de Korput (a destra). Come allenatore, dopo aver iniziato nel settore giovanile nella Juventus, nella parte finale della stagione 1963-1964 venne promosso sulla panchina della prima squadra bianconera, subentrando a Eraldo Monzeglio il quale contestualmente passò ad affiancarlo come direttore tecnico. Allenò in seguito il Savona nel campionato di Serie B 1966-1967, conclusosi con la retrocessione dei liguri. Tornato nel frattempo a occuparsi del vivaio della Juventus, nell'annata 1969-1970 venne richiamato in prima squadra sostituendo in ottobre Luis Carniglia: rimontando da una pessima situazione di classifica, sfiorò lo scudetto dando filo da torcere al Cagliari poi campione d'Italia. Successivamente passò ai concittadini del Torino dove per vari anni allenò nel settore giovanile; nel febbraio del 1980 subentrò a Luigi Radice alla guida della prima squadra, conducendo i granata al terzo posto finale in campionato e alla finale di Coppa Italia (persa contro la Roma), prima di venire a sua volta sostituito nel marzo del 1981 da Romano Cazzaniga. È morto il 27 maggio 2009 all'età di 87 anni. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1948-1949 IV Serie: 1 - Anconitana: 1956-1957 (girone E) Allenatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Torino: 1976-1977
  21. LELIO COLANERI Classe 1917, da San Vito Romano. Ala come si era ali nei primi anni Quaranta, veloce e guizzante a cercare di gabbare il terzino di giornata per poi crossare in mezzo alla buona ventura. Colaneri, in una Juve di transizione che non ha più gli estri romantici del quinquennio glorioso, ha però la fortuna di arrivare in un momento buono, l’anno della conquista della seconda Coppa Italia. Gioca un bel po’, ventitré partite e sei reti in tutto, prima di fare le valige e passare alla Salernitana. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/lelio-colaneri.html
  22. LELIO COLANERI https://it.wikipedia.org/wiki/Lelio_Colaneri Nazione: Italia Luogo di nascita: San Vito Romano (Roma) Data di nascita: 07.04.1917 Luogo di morte: San Vito Romano (Roma) Data di morte: 25.09.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 19.09.1942 - Coppa Italia - Mater Roma-Juventus 1-6 23 presenze - 5 reti 1 coppa Italia Lelio Colaneri (San Vito Romano, 7 aprile 1917 – 25 settembre 1994) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Lelio Colaneri Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1947 Carriera Squadre di club 193?-1937 Roma 0 (0) 1938-1939 Macerata ? (?) 1939-1941 Fanfulla 65 (27) 1941-1942 Juventus 23 (5) 1942-1943 → Biellese 8 (2) 1943-1945 → Ala Italiana 14+ (10+) 1945-1947 Salernitana 22 (6) Carriera In gioventù militò nella Roma; giocò poi in Serie A con la Juventus. Durante la seconda guerra mondiale disputò in prestito i campionati romani nelle file della Tirrenia, poi divenuta Ala Italiana; ceduto definitivamente dalla Juventus, terminò la carriera con la Salernitana, che trascinerà alla promozione in Serie A nella stagione 1946-1947. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Salernitana: 1946-1947
  23. RAÚL BANFI Arrivato in Italia dal Racing Avellaneda con la fama di sfonda reti, questo uruguagio dal tratto marcato, approdò al Modena nel 1940. La sua prima apparizione con i Canarini fu molto positiva: 9 reti in 16 partite, ma i suoi goal non furono sufficienti a evitare la retrocessione del club emiliano.La Serie B, si rivelò molto più adatta alle caratteristiche di Banfi, trovando avversari meno tecnici e più adatti al suo gioco di potenza. 24 partite e 22 reti; un biglietto da visita che avrebbe inorgoglito chiunque.La Juventus lo acquistò, battendo la concorrenza di numerose squadre, ma, il rendimento del sudamericano, contrastò nettamente con le impressioni ricavate in precedenza. Banfi, in attacco, subì la concorrenza dell’albanese Lushta, che con i suoi 16i goal tenne la Juventus in sella; Raul, invece, fu presente solo 12 volte presente, mettendo a segno 4 reti.3 su 4 nel giro di una settimana. 16 novembre 1941, Torino: la Juventus sconfisse il Milan 3-2, giocando un grandissimo primo tempo, chiuso sul 3-0; primo goal con stoccata dal limite di Banfi. 23 novembre, Bergamo, un altro 3-2 e, stavolta, Banfi realizzò una doppietta. Segnerà ancora alla Fiorentina, il 15 febbraio.Quando il Modena chiese il ritorno in Emilia del giocatore, i dirigenti juventini non si opposero e Banfi ritornò in Serie B, segnando nuovamente tantissimo.Dopo Modena, si trasferì a Mantova e a Prato, chiudendo nel capoluogo toscano la sua avventura italiana. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/raul-banfi.html
  24. VITTORIO SENTIMENTI Nato a Bomporto (Modena) il 18 agosto 1918, è il terzo della dinastia di cinque fratelli, tutti dedicatisi al calcio. Cresce nelle file del Modena che, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, militava in Serie A e, per tradizione, era solito schierare giocatori di notevole grinta e di eccellenti qualità atletiche. I fratelli Sentimenti si misero subito in evidenza, essendo giocatori di indubbio talento, specialmente il terzo e il quarto della stirpe, atleti che recitarono poi la parte più importante della loro carriera indossando la maglia della Juventus. Vittorio Sentimenti III, detto Ciccio, si fece notare da alcuni osservatori bianconeri, nel corso del campionato 1938-39; dopo aver pareggiato (1-1) sul proprio campo nel girone di andata, la Juventus venne nettamente sconfitta a Modena nell’incontro di ritorno (2-0 con reti di Bazan e Zironi) e Ciccio fu un autentico protagonista di quell’impresa. Nella stagione 1941-42, a guerra iniziata, Vittorio arrivò alla Juventus e si giovò moltissimo della presenza, al suo fianco, di un fuoriclasse come Felice Borel, che lo maturò completamente dal punto di vista calcistico. Ciccio aveva un gioco semplice, lineare e preciso; in possesso di una notevole tecnica che gli permetteva qualsiasi prodezza con il pallone, sapeva seminare gli avversari con dribbling secchi e improvvisi, che iniziava sempre con un’abilissima finta di reni. Essendo ambidestro, poi, poteva applicare con la massima versatilità alla palla il colpo più opportuno, che aveva sempre la caratteristica della massima imprevedibilità. Aveva la grande capacità di capire immediatamente la via più corta per arrivare al gol: in poche parole, è stato una delle figure più interessanti del calcio italiano degli anni ‘40. Militò nella Juventus degli anni bui a cavallo del secondo conflitto mondiale e nel suo palmarès, compare solamente un Coppa Italia, vinta nel 1942. In totale ha collezionato 218 presenze (210 in campionato e 8 in Coppa Italia) confortate da un bottino di 70 reti (63 e 7 rispettivamente). Nell’estate del 1949 lascia la Zebra per accasarsi alla Lazio e, dalla capitale, rientra a Torino un triennio più tardi per approdare alla maglia granata dalla quale, quasi quarantenne, si separa al termine della stagione 1955-56 per ritornare a vestire la maglia del Modena. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1964 Eravamo cinque fratelli, io ero il terzo, Sentimenti Vittorio. Cioè Sentimenti terzo. Famiglia emiliana, di Bomporto, che sta vicino a Modena. Logico che, dovendo io come gli altri fare il calciatore, incominciassi a imparar l’arte nel cortile di casa mia e poi nelle squadre di casa mia. Così crebbi nella scuola del Modena, una scuola che ricordo con piacere, come sempre si ricordano con piacere tutte le scuole giovanili. Quando si invecchia ci si pensa, a quelle scuole, e verrebbe voglia di tornare indietro, se non altro per ritornare giovani. Ero allievo nelle file minori gialloblù e avevo il temperamento dell’attaccante, ma non ero un «fisso», girovagavo per tutti i ruoli, come credo capiti a ogni ragazzo in cerca di una maturità agonistica, tecnica. I fatti dimostrano (e questi fatti sono ricordi) che io mi elevavo sui miei compagni. Avevo soltanto sedici anni, la prima squadra del Modena era in Serie B, il girone di ritorno era appena incominciato. Correva la stagione 1935-36. A un certo momento i dirigenti dissero: «E se provassimo quel Sentimenti in prima squadra?». Decisero di buttarmi dentro per vedere come me la cavavo. Il coraggio non mi mancava e la possibilità di fare un passo avanti nella mia carriera mi interessava, e parecchio. In sostanza, come ala destra, giocai tutte le ultime dodici o tredici partite di quel campionato e mi guadagnai i gradi di titolare per l’anno dopo. Che fu un anno (il ‘36-‘37) pieno di gloria. Difatti il Modena fu promosso dalla Serie B alla Serie A. Io ero titolare in prima squadra, ma continuavo a girovagare un po’ per tutti i ruoli dell’attacco. Giocai ala destra, ala sinistra, centravanti, mezzala. Ero una specie di jolly. Non avevo pace, come non aveva pace il mio Modena che, fino al 1941, seguitò a retrocedere in B e a essere promosso in A. Un’ossessionante altalena che dava le vertigini ma che entusiasmava, in un certo senso. Quando nel ‘41-‘42 il Modena passò per l’ennesima volta dalla B alla A, mi acquistò la Juventus. Fu alla Juventus che io maturai definitivamente, che io divenni un giocatore di calcio affermato e tutto intero. Per questo, soprattutto, io ricordo i miei trascorsi bianconeri: perché, appunto, alla Juventus, io mi sono laureato calciatore, se così posso dire. E sono traguardi che non si possono scordare. Rammento che l’anno in cui io mi trasferii a Torino, vennero alla Juventus, dall’Ambrosiana Inter, Olmi e Locatelli e fu pure acquistato un sudamericano: Banfi. Comunque il periodo più gradito scattò con l’ingaggio di mio fratello Lucidio, Sentimenti IV, che dopo essere stato militare, passò alla Juventus nel ‘42-‘43. Lui portiere, io attaccante. Assieme, com’eravamo una volta in famiglia, a Bomporto, per otto anni! Ricordo, in quel periodo, memorabili scontri con il Torino, che era fortissimo, ricordo la Coppa Italia che vinse la Juventus, ricordo i nomi dei miei compagni più illustri, già anziani, o giovani matricole della maglia bianconera: Piola, Meazza, Rava, Foni, Dalmonte, Parola, Locatelli, Depetrini, i due Varglien, Lushta, Colaussi, Muccinelli e poi un ragazzotto biondo di Barengo: Giampiero Boniperti… Ma un nome ricordo particolarmente, il nome di quello che a mio parere è stato uno dei più forti attaccanti d’Italia del periodo d’oro: Felicino Borel. Io ero ben visto da tutti, ero abbastanza quotato, giocavo ala destra, mezzala destra, mezzala sinistra: Sentimenti III copriva tutti i buchi che si aprivano all’attacco. E volentieri. Ma con Borel vicino, io mi sentivo un altro. Lui sapeva segnare e sapeva far segnare, la palla la colpiva come pochi, la passava come pochi. Rinverdì gli entusiasmi Giampiero Boniperti al quale ho l’orgoglio di poter dire d’aver fatto vincere due o tre classifiche dei cannonieri. Ma ormai la mia avventura juventina stava per concludersi. Nel 1949 me ne andai con Lucidio alla Lazio e alla Lazio restai tre anni. Poi io passai al Torino, dal ‘52 al ‘55-‘56. Infine, nel ‘56-‘57 giocai l’ultimo mio campionato nel Modena. Partito dal Modena tanti anni prima, morivo a Modena come calciatore. Sono stato il calciatore boomerang, io dico! Oggi alleno i giovani del Torino, questo è il mio mestiere, ma il lavoro non mi fa dimenticare il vertice della mia parabola di calciatore boomerang. Il vertice lo toccai alla Juventus. Le partite con Felicino Borel sono tutte nella mia memoria. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/vittorio-sentimenti.html
  25. VITTORIO SENTIMENTI https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Sentimenti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bomporto (Modena) Data di nascita: 18.08.1918 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.09.2004 Ruolo: Centrocampista Altezza: 166 cm Peso: 70 kg Soprannome: Ciccio - Il Bersagliere Alla Juventus dal 1941 al 1949 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 218 presenze - 69 reti 1 coppa Italia Vittorio Sentimenti (Bomporto, 18 agosto 1918 – Torino, 27 settembre 2004) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. È il terzo di cinque fratelli: Ennio (I), Arnaldo (II), Lucidio (IV) e Primo (V), pertanto è noto anche come Sentimenti III. Il suo soprannome da calciatore era Ciccio o anche il Bersagliere. Vittorio Sentimenti Sentimenti III alla Juventus negli anni 1940 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 1933-1936 Modena Squadre di club 1933-1941 Modena 124 (59) 1941-1949 Juventus 218 (69) 1949-1952 Lazio 76 (9) 1952-1956 Torino 88 (8) 1956-1957 Modena 11 (0) 1958-1959 Aosta 5 (0) Carriera da allenatore 1958-1962 Aosta Biografia La famiglia Sentimenti La famiglia Sentimenti comprendeva diversi giocatori di calcio: Arturo Sentimenti Augusta Sentimenti Arturo Sentimenti Augusta Fregni ? Sentimenti ? Ennio Sentimenti Arnaldo Sentimenti (24 maggio 1914 - 12 giugno 1997) Vittorio Sentimenti (18 agosto 1918 - 27 settembre 2004) Lucidio Sentimenti (1º luglio 1920 - 28 novembre 2014) Primo Sentimenti (28 dicembre 1926 - 13 ottobre 2016) Lino Sentimenti (25 giugno 1929 - 9 luglio 2020) Carriera Inizia la carriera con le giovanili del Modena nei primi anni '30, venendo saltuariamente convocato in alcune partite della prima squadra in Serie B tra il 1933 e il 1936. Passa definitivamente in prima squadra dal campionato di Serie B 1936-1937 rimanendo nelle file canarine per cinque stagioni, tre in Serie B e due in Serie A, vincendo la classifica cannonieri di Serie B (24 reti, a pari merito col bresciano Renato Gei) nella stagione 1940-1941, prima di trasferirsi alla Juventus nella stagione 1941-1942. In bianconero rimane fino al termine del campionato 1948-1949 e poi viene ceduto alla Lazio dove rimane per tre stagioni (76 presenze e 9 reti) affiancato dai fratelli Lucidio e Primo. Nel 1952-1953 passa al Torino per quattro anni, per poi tornare ancora a Modena nell'estate del 1956. Chiude la carriera nell'Aosta, nel campionato dilettanti, in veste di allenatore-giocatore nel 1959. In carriera ha totalizzato complessivamente 421 presenze e 94 reti in massima serie e 88 presenze (più uno spareggio) e 44 reti in Serie B. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Modena: 1937-1938 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1940-1941 (24 gol, insieme a Renato Gei) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1942-1943 (5 gol)
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