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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. JOHN CHARLES https://it.wikipedia.org/wiki/John_Charles Nazione: Galles Luogo di nascita: Swansea Data di nascita: 27.12.1931 Luogo di morte: Wakefield (Inghilterra) Data di morte: 21.02.2004 Ruolo: Attaccante Altezza: 188 cm Peso: 89 kg Nazionale Gallese Soprannome: Il Gigante Buono - King John - The King Alla Juventus dal 1957 al 1962 Esordio: 08.09.1957 - Serie A - Juventus-Verona 3-2 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 181 presenze - 105 reti 3 scudetti 2 coppe Italia William John Charles (Swansea, 27 dicembre 1931 – Wakefield, 21 febbraio 2004) è stato un calciatore e allenatore di calcio gallese, di ruolo attaccante. Considerato uno dei migliori calciatori gallesi e britannici della storia, venne soprannominato King John e, durante la sua militanza nella Juventus, Gigante Buono per la sua statura e la sua correttezza in campo, tanto che non venne mai ammonito o espulso in tutta la sua carriera. Charles fece parte, insieme a Giampiero Boniperti e Omar Sívori, del cosiddetto Trio Magico, uno dei più prolifici reparti d'attacco della storia della Juventus e del campionato italiano. Nella sua carriera vinse 3 campionati italiani e 2 coppe nazionali con la maglia della Juventus, con la quale si aggiudicò il titolo di capocannioniere della Serie A e un terzo posto nella classifica del Pallone d'oro 1959, il maggiore raggiunto da un calciatore gallese. Con la nazionale gallese collezionò 38 presenze e 15 gol, partecipando al Campionato mondiale del 1958. Nel 2002 diventò il primo calciatore di origine non inglese a essere inserito nella Hall of fame del calcio inglese. Nel 2005, Charles fu scelto dalla FAW come Golden Player, o miglior giocatore dell'ultimo mezzo secolo, nell'ambito delle celebrazioni per il 50º anniversario dell'UEFA. Anche suo fratello Mel Charles e suo nipote Jeremy Charles rappresentarono la nazionale gallese. John Charles Charles alla Juventus nella stagione 1957-1958 Nazionalità Galles Altezza 188 cm Peso 89 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1972 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Giovanili 1946-1948 Swansea Town 1948-1949 Leeds Utd Squadre di club 1948-1957 Leeds Utd 297 (150) 1957-1962 Juventus 181 (105) 1962 Leeds Utd 11 (3) 1962-1963 Roma 10 (4) 1963-1966 Cardiff City 69 (18) 1966-1971 Hereford Utd 66+ (36+) 1971-1972 Merthyr Tydfil ? (?) Nazionale 1950-1965 Galles 38 (15) Carriera da allenatore 1966-1971 Hereford Utd 1972-1974 Merthyr Tydfil Caratteristiche tecniche Pur essendo molto dotato in quanto a tecnica, abile nel liberarsi dalle marcature e nel concludere a rete con entrambi i piedi, Charles era una classica punta d'area di rigore che praticava un gioco semplice e senza fronzoli, bravo a scardinare le retroguardie avversarie e a creare spazi per gli inserimenti dei compagni. La sua imponente mole gli permetteva di eccellere in particolar modo nel gioco aereo, tanto che all'occorrenza venne impiegato con successo anche come difensore centrale aggiunto. Carriera Giocatore Club Da sinistra: Charles, Omar Sívori e Giampiero Boniperti al primo allenamento di quello che diverrà il Trio Magico d'attacco della Juventus, 14 giugno 1957. Charles nacque a Swansea e si unì al Leeds Utd all'età di 17 anni. Per questa squadra segnò 150 gol in otto anni, compresi 42 nella stagione 1953-54. Nel 1957 Gigi Peronace curò l'acquisto e il passaggio alla squadra italiana della Juventus per l'allora cifra record di 65 000 sterline. Nel suo quinquennio a Torino mise a segno 105 gol in 182 partite, vincendo tre scudetti e due Coppe italia. Si guadagnò il soprannome di "Gigante Buono", sia per la sua statura, sia perché non venne mai ammonito o espulso. Dopo il periodo alla Juventus ritornò a Leeds e giocò anche per la Roma, finendo la sua carriera da giocatore al Cardiff City. In seguito, divenne allenatore dell'Hereford Utd e del Merthyr Tydfil, e direttore tecnico della squadra canadese, l'Hamilton Steelers. Nazionale Charles con la nazionale gallese nel 1954, al Ninian Park, prima di una sfida contro la Scozia. John Charles esordì nella nazionale gallese poco dopo aver compiuto i diciotto anni e contribuì all'unica apparizione dei "Dragoni" in un Mondiale, quello di Svezia 1958: in tale occasione, il Galles approdò ai quarti di finale (gara che Charles non giocò), venendo sconfitto per 1-0 dal Brasile, poi vincitore della competizione, con un gol dell'emergente Pelé. Dopo il ritiro Dopo il suo ritiro gestì un pub, il Whitbread New Inn, nello Yorkshire per diversi anni. Venne premiato con un CBE nel 2001 e fino a poco prima della sua morte seguì con passione tutte le partite in casa del Leeds United. Nel 2002 diventò il primo calciatore di origine non inglese a essere inserito nella Hall of fame del calcio inglese. Oltre a ciò, fu nominato vicepresidente della Federazione calcistica gallese (FAW). Nonostante il carattere mite che contraddistingueva il gallese, una delle immagini che più viene ricordata è quella dello «schiaffo» rifilato all'intemperante Omar Sívori, allora compagno di reparto, unitamente a Boniperti, nella Juventus. L'argentino, in una sfida interna contro la Sampdoria, rimediò un'espulsione per un brutto fallo e si scagliò contro l'arbitro in preda a una delle sue crisi isteriche; fu allora che John richiamò il compagno e lo colpi sul viso, nel tentativo di calmarlo: Omar nutriva per lui un rispetto terribile, tanto da incassare senza reagire. Affetto da problemi cardiovascolari, nel gennaio 2004 soffrì di un «aneurisma all'aorta addominale» prima di un'intervista per La Domenica Sportiva, e successivamente dovette essere sottoposto alla parziale amputazione di un piede. Morì nel febbraio dello stesso anno, a Wakefield, all'età di 72 anni. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Coppa del Galles: 2 - Cardiff City: 1963-1964, 1964-1965 Individuale Capocannoniere della Serie A: 1 - 1957-1958 (28 gol) Inserito nel Hall of Fame dello sport gallese - 1993 Football League 100 Legends - 1998 Inserito nella Hall of Fame del calcio inglese - 2002 Nominato UEFA Golden Player per il FAW - 2004 Onorificenze Membro dell'Ordine dell'Impero Britannico «Per i servizi resi al calcio e allo sport del Regno Unito» — Londra, 16 giugno 2001
  2. GIUSEPPE PATRUCCO https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Patrucco Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 04.02.1932 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 83 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1957 al 1958 Esordio: 26.01.1958 - Serie A - Verona-Juventus 2-3 Ultima partita: 02.02.1958 - Serie A - Juventus-Udinese 2-0 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Giuseppe Patrucco (Torino, 4 febbraio 1932) è un ex calciatore italiano, di ruolo terzino. Giuseppe Patrucco Giuseppe Patrucco con la maglia del Parma Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1950-1951 Juventus 0 (0) 1951-1952 → Siracusa 18 (0) 1952-1953 → Genoa 3 (0) 1953-1956 Sanremese 66 (0) 1956-1957 → Parma 26 (0) 1957-1958 Juventus 2 (0) 1958-1960 Simmenthal-Monza 20 (0) 1960-1963 Chieri 41+ (?) Carriera Formatosi nella Juventus, nel 1951 passa in prestito al Siracusa che militava in Serie B chiudendo la stagione al tredicesimo posto. La stagione seguente, passa al Genoa, sempre in cadetteria e sempre in prestito. Con i rossoblu esordisce il 14 settembre 1952 nella vittoria casalinga per 3-1 contro il Vicenza. Nella stagione con i liguri scenderà in campo in tre occasioni, vincendo il campionato ed ottenendo la promozione in massima serie. Nel 1953 passa alla Sanremese, con cui militerà tre stagioni in Serie C, ottenendo come massimo risultato il quarto posto nell'annata 1953-1954. Nel 1956 torna a giocare in Serie B, in prestito al Parma, club con cui si piazza al 12º posto al termine della stagione. La stagione seguente si trasferisce alla Juventus, con cui esordisce in Serie A il 26 gennaio 1958, nella vittoria esterna per 3-2 contro il Verona. Nella stagione in bianconero giocò in totale due incontri, vincendo lo scudetto al termine della Serie A 1957-1958. Nel 1958 passa al Monza, club in cui militerà due anni ottenendo come massimo risultato il settimo posto al termine della sua prima stagione. Terminata l'esperienza in Brianza passa al Chieri che militava in Serie D 1960-1961, retrocedendo al termine della stagione. Con i piemontesi ottiene la promozione immediata, vincendo il girone del Piemonte e della Valle d'Aosta al termine della stagione 1961-1962. Nell'ultima stagione con i biancoazzurri ottiene il tredicesimo posto del Girone A. Palmarès Serie B: 1 - Genoa: 1952-1953 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1957-1958
  3. CARLO MATTREL «Calmo come un veterano – racconta Caminiti – e agile come un cherubino. La Juventus ‘57-58 del 10° scudetto gli dovette parecchio. E sì, ci furono in quella Juventus i 28 gol di Charles, un armadio pieno di tutta l’irruenza pedatoria del Galles; e i 22 di Sivori, cattivo come un indio e fantasioso come un faraone; e gli otto gol scientifici di Boniperti che era il capitano.Ma il ragazzo di vent’anni in porta era in gamba, neh… I torinesi che amano la Goëba se lo ricordano, con la sua maglia bianca, i riccioletti, il viso di fanciullo con quegli occhi stellanti, dietro a quell’altro armadio di Rinone Ferrario, a quel pudico compare di Colombo, a quel vanitoso efficiente di Garzena, a quello stakanovista di Emoli, all’ala lungo-linea Stivanello; perché, senza le sue parate capolavoro, incredibili e meravigliose per semplicità, non sarebbe arrivato il decimo scudetto della serie.Certo, come portiere era affatto diverso dagli altri. Mattrel era tutto stilizzato e conservato per quella parata, realizzata in quella frazione di secondo, stando lì dove arrivava il proietto, sapendo già che non avrebbe potuto arrivare che lì. Un portiere dal proverbiale senso del piazzamento, unico nel suo genere fino a quel momento, assai diversi essendo stati portieri come Sentimenti IV o Viola. Cochi grande nel repertorio tecnico-atletico e forse perfetto; Viola enorme come strapotere fisico tra i pali; ambedue più istintivi che razionali.Invece questo fanciullin dava al ruolo sembianze originali, non soltanto per le sue ridotte cadenze fisiche, con Rinone Ferrario che spazzava l’area come il più gagliardo dei liberi; per scelta, predestinazione, come se giocasse nel sogno».Nato a Torino il 14 aprile 1937 e cresciuto nella società bianconera, dietro alla rete di Viola, apprende, annota, disegna parate nelle pagine dell’immaginazione, sognando di poter indossare, un giorno, quella maglia così gloriosa. Riesce raggiungere l’organico della prima squadra appena ventenne (dopo un anno trascorso in prestito all’Anconitana) ed è subito titolare nella favolosa stagione 1957-58, conclusa con lo scudetto della stella.Portiere di calma olimpica, dall’innato senso del piazzamento, Mattrel è, inoltre, dotato di grande agilità. Secco come un grissino, aria sognante, apparentemente svagata, mille volute di biondo-oro gli aureolano quel faccino tondo e infantile. Sta tra i pali e acchiappa tutto, palloni alti, tesi, radenti e parabolici: un talento naturale.Nella Juventus, dove titolare inamovibile è comunque per il solo torneo 1957-58 (con l’esclusione della stagione 1961-62 che disputa in mezzo ai pali del Palermo) si ferma fino a tutto il campionato 1964-65, totalizzando 115 presenze. Con i bianconeri vince tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e altrettante volte la Coppa Italia (1959, 1960 e 1965).Il suo compagno al Palermo, Alberto Malavasi, lo ricorda: «Non aveva eccelse doti acrobatiche e atletiche, ma sapeva organizzare la difesa come nessuno. Lui era sempre piazzato: sorprenderlo era un’impresa, perché Carletto sapeva prevedere tutte le traiettorie. Era un professionista di rara serietà; studiava tutto, si allenava come un certosino, non lasciava nulla al caso».Nel 1965 la Juventus lo cede al Cagliari e dopo un paio d’anni in Sardegna si accasa alla Spal. Dopo due gettoni con la Giovanile e una con la Nazionale B raggiunge la maglia azzurra della massima rappresentativa che indossa due volte, prendendo parte alla sfortunata spedizione per il mondiale cileno del 1962.«Ho avuto le mie disavventure – raccontava – e ho anche sofferto tanto, ma sono sempre riuscito a superare tutto. Sono dovuto anche rimanere fermo un anno per la schiena, però, ho ricominciato da capo, con pazienza e con ostinazione. A Palermo ho passato un anno fortunato che mi ha procurato la convocazione in Nazionale; poi, sono tornato alla Juventus, cominciando la serie di stagioni altalenanti, di alti e bassi, di concorrenze con Anzolin. Ho attraversato, anche, momenti di scoraggiamento; apparenza a parte, sono una persona molto sensibile. Ora, posso dire che quanto mi capitava era normale per un calciatore e che io ho sempre drammatizzato per mancanza di esperienza. Ho smesso presto con il calcio, ma non ho grossi rimpianti; ma doveva andare così e accetto il tutto con fatalismo».Di un calciatore, solitamente, si ricordano le tappe di una più o meno luminosa carriera; si elencano le vittorie e le sconfitte, scudetti e Coppe, si rammenta prima di tutto, e spesso soltanto, il calciatore. Eppure, dovendo parlare di Mattrel, si sente fortissima la necessità di anteporre a tutto, una testimonianza del cuore e ricordare l’uomo e il calciatore, perché l’uomo non ha mai abbandonato l’atleta.«Era un uomo ironico, intelligente, simpatico e davvero buono con tutti – racconta la moglie Grazia – i difetti? Forse la sua immensa e sincera bontà poteva essere scambiata da qualcuno per ingenuità; poi, probabilmente, era troppo juventino: se così non fosse stato, avrebbe accettato ingaggi più importanti in società altrettanto prestigiose mentre, invece, per non tradire mai la sua fede, non ha mai osato dire di no alle offerte dei dirigenti bianconeri».Il ricordo del figlio Diego: «Papà ci raccontava spesso di quando, a 10 anni, con una scusa qualsiasi usciva di casa e si precipitava al Combi, per assistere all’allenamento della Juventus. Se ne stava un po’ sugli spalti e poi, quatto quatto, scavalcava la rete e si piazzava dietro la porta di Viola, il suo idolo di sempre. Poiché si offriva regolarmente di fare il raccattapalle, nessuno trovava il coraggio di cacciare quel moccioso così simpaticamente invadente; con grande costanza, da quella posizione privilegiata, mio padre cercava di imparare il senso di posizione e di assimilare tutti i trucchi del mestiere. Un bel giorno, Parola, dopo aver scorto per la centesima volta quel biondino a bordo campo, decide di fargli sostenere un provino. A 12 anni aveva inizio la favola del bambino che si apprestava a diventare grande, soprattutto grazie al calcio. Vennero presto le convocazioni in tutte le rappresentative Nazionali e poi i tre scudetti, le due Coppa Italia, la stagione in prestito al Palermo, i campionati mondiali in Cile e il ritorno in bianconero per altri tre campionati, coincisi con l’eterno dualismo, sempre mal digerito, con l’amico Anzolin. Ma, a lui, bastava giocare per la sua Juve: quando si trattava di discutere il rinnovo del contratto, si faceva forza degli aumenti ottenuti dai compagni e annunciava ad amici e parenti: “Quest’anno voglio proprio strappare un bell’ingaggio”. Ma poi, una volta che si trovava di fronte ai dirigenti, non aveva mai il coraggio di chiedere di più e finiva sempre per accettare la stessa cifra o, forse, addirittura meno dell’anno precedente. Il problema era che, in Juve, tutti, proprio tutti, sapevano che, pur di indossare quella maglia, avrebbe giocato anche gratis».Un destino dispettoso e beffardo, lo porta via ai suoi cari a soli trentanove anni, in un tragico incidente stradale, non concedendogli mai di sfogliare, orgoglioso, l’album dei ricordi.«Mio marito era andato a Barbania, nel Canavese, per un pranzo di lavoro e, alle 15 e 30, mi aveva telefonato per dirmi che stava per partire alla volta di Carmagnola, dove, nel tardo pomeriggio, avrebbe dovuto disputare una partita di beneficenza con le Vecchie Glorie, a favore dei terremotati del Friuli. Quella è stata l’ultima occasione in cui ho sentito la sua voce; a Front Canavese, per cause mai completamente accertate, la sua 131 è finita fuori strada e, sullo slancio, ha terminato la sua corsa contro una betulla. Carlo è morto sul colpo, dopo aver battuto la tempia sul parabrezza, non ostante l’urto in sé non fosse stato particolarmente violento; l’autovettura, infatti, era ancora in buone condizioni. La fortuna gli era stata assai nemica; un anestesista, che aveva assistito all’incidente, lo ha soccorso immediatamente ma, purtroppo, il suo intervento è risultato vano. Era il 1976 e il mio Carlo aveva solo 39 anni!».ANGELO CAROLI, “STAMPASERA” DEL 27 SETTEMBRE 1976Aveva la mia età: era nato il 14 aprile, il mio stesso mese, del ‘37. Sottolineammo spesso questo particolare, sorridendoci sopra in modo infantile, come fanno i ragazzi che si raccontano tutto della propria vita. Conobbi Carletto nel 1955. Ero stato acquistato dalla Juventus. Erano i tempi di Puppo.Nelle giovanili bianconere cresceva un fanciullo di talento, biondo, riccioluto, svagato, occhi chiari, un sorriso perenne ma non disteso, direi apprensivo, quasi che quell’aria apparentemente tranquilla occultasse chissà quali sedimenti di segrete preoccupazioni. Faceva il portiere, aveva due gambe un po’ arcuate, secche come rami secchi, che facevano contrasto con quel faccino a tutto tondo e rosato come quello dei celebri putti di Luca della Robbia. Faceva il portiere ma non volava. Il suo talento lo spingeva alla riflessione: aveva avuto maestri come Sentimenti IV e Viola: il suo primo istruttore fu Bertolini, il lunghissimo mediano che avvolgeva la propria testa con un vistoso fazzoletto e fece grande la Juve degli anni ‘30.Carletto era puntiglioso: il più severo critico di se stesso. Accettava la bravura altrui quando era geometrica, scontata, calcolata ed esaltata dallo stile e dalla classe: rifiutava i gol scaturiti per caso, da una pedata male assestata, che imprimeva al pallone traiettorie vaganti, inattendibili. Si indispettiva spesso con il sottoscritto, che aveva il piede ruvido, e che lo superava con pallacce sbilenche e senza senso. Sorridevamo anche di questo. I palloni, intanto, continuavano a finire nelle braccia di quel portierino che in pochi anni bruciò la concorrenza, da Viola a Vavassori, a Romano.Disputò una stagione con Parola nell’Anconetana, poi vinse tre scudetti nella Juve. Fu convocato nella Nazionale che viaggiava verso Santiago del Cile, mondiali del ‘62. Fu la stupefacente stagione vissuta nel Palermo a consacrarlo. Carletto ricordava volentieri quell’anno, la Sicilia, quei soli che si sfacevano al tramonto come tante arance, quel calore della gente del Sud. In Cile visse un’esperienza amara. L’Italia fu sconfitta per 2 a 0 dal Cile, dopo 90’ tempestosi Per quell’evento, Carletto spesso si rabbuiava: aveva subito da Carosio un’ingiustizia radiofonica. La celebre «voce» calcistica accusò Mattrel di aver lasciato i pali per raccogliere il berretto depositato vicino a un montante. E per questo episodio il portiere avrebbe subito dal Cile un incredibile gol. Mattrel si turbava e sempre smentì Carosio, rifiutandone la versione.Erano rari i momenti di turbamento di Carletto. Era un uomo felice, viveva per il lavoro e per la famiglia. Una corsa per migliorare la propria posizione sociale, con una condotta di vita decorosa, serena, onesta. Ieri, Carletto ha interrotto bruscamente questa corsa e lascia la moglie Grazia, i figli Diego di 11 anni e Pier Carlo di 7. E lascia una nuvola di amici, con i quali discuteva di lavoro e di calcio, con i quali trascorreva week-end sportivi, per allungare illusoriamente i ricordi, le domeniche festose negli stadi.Conobbi Mattrel nel ‘55; da allora l’ho frequentato spesso. Non cambiava mai: sempre pacato, disponibile, giovanile. E ora lo piango, incapace di pronunciare una sola sillaba. Soltanto silenzio. UN SIMPATICO RICORDO DELLO STESSO ANGELO CAROLI Nella tournée in Scandinavia del 1957 si verificò un episodio piccante. Nonostante fosse il mese di agosto la temperatura non era estiva. Carletto Mattrel fu sorpreso dai compagni di squadra mentre si rifugiava nella propria camera insieme con una splendida fanciulla dagli occhi azzurri come il mare e una cascata di capelli che ricordavano i campi di grano del Texas. Carletto non si accorse di nulla e andò a letto tranquillo. Umberto Agnelli fu messo al corrente. Bisognava mandare a monte quella notte d’amore. Il presidente bussò alla sua camera, ma non ebbe risposta. Bussò di nuovo, ancora silenzio. A quel punto Agnelli, con tono divertito ma severo, aggiunse: «Apri. So che sei lì dentro e che non sei solo». Mattrel uscì dalla camera con un pallore lunare diffuse sulle gote rotonde. Umberto chiese spiegazioni e Carletto replicò con stupore candido e con prontezza sbalorditiva: «Avevo freddo e ho pensato di scaldarmi un poco». Tutto si concluse con una risata omerica. Raccontarono l’episodio, molti anni dopo, alla moglie Grazia. Rise anche lei, con tenerezza. Erano tempi scapigliati, spensierati e i ritiri sembravano Luna Park... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/carlo-mattrel.html
  4. CARLO MATTREL https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Mattrel Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.04.1937 Luogo di morte: Front Canavese (Torino) Data di morte: 25.09.1976 Ruolo: Portiere Altezza: 183 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Carletto Alla Juventus dal 1957 al 1961 e dal 1962 al 1965 Esordio: 08.09.1957 - Serie A - Juventus-Verona 3-2 Ultima partita: 06.06.1965 - Serie A - Juventus-Vicenza 3-1 114 presenze - 146 reti subite 3 scudetti 2 coppe Italia «Era un professionista di rara serietà; studiava tutto, si allenava come un certosino, non lasciava nulla al caso.» (Alberto Malavasi) Carlo Mattrel (Torino, 14 aprile 1937 – Front, 25 settembre 1976) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Era affettuosamente soprannominato Carletto. Carlo Mattrel Mattrel alla Juventus tra gli anni 50 e 60 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1969 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1955-1956 Juventus 0 (0) 1956-1957 → Anconitana 33 (-?) 1957-1961 Juventus 92 (-?) 1961-1962 → Palermo 34 (-35) 1962-1965 Juventus 22 (-?) 1965-1967 Cagliari 25 (-?) 1967[1] → Chicago Mustangs 0 (0) 1967-1969 SPAL 5 (-8) Nazionale 1958 Italia Giovanile 2 (-2) 1958 Italia B 1 (-1) 1962 Italia 2 (-3) Biografia Sposato con Grazia, la coppia ebbe un figlio, Diego, in seguito fondatore della squadra di calcio a 5 del Ronchiverdi. Ritiratosi, intraprese l'attività di imprenditore metalmeccanico fino alla prematura scomparsa avvenuta nel 1976, a trentanove anni, a seguito di un incidente stradale avvenuto in località Front Canavese: la sua auto si schiantò contro una betulla e Mattrel sbatté la testa sul parabrezza; morì sul colpo nonostante il rapido soccorso di un anestesista. Caratteristiche tecniche Atleta longilineo, era capace di piazzarsi bene fra i pali ed era dotato di grande agilità. Carriera Club Iniziò a muovere i primi passi nelle giovanili della Juventus. Disputò il campionato 1956-1957 nelle file dell'Anconitana, terminata prima nel girone F della Serie D, per poi tornare in bianconero. Mattrel (terzo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1957-1958, in allenamento al Campo Combi con Charles, il tecnico Broćić e Stacchini. Giocò sette stagioni sotto la Mole, salvo una parentesi di una stagione in prestito al Palermo nel 1961-1962 (34 presenze in campionato), rientrando nella trattativa che portò Roberto Anzolin a Torino. Alla Juventus vinse tre scudetti (1958, questo ultimo quello della prima stella, 1960 e 1961) e due edizioni della Coppa Italia (1959 e 1960). Durante l'annata a Palermo fece registrare la più lunga striscia di partite con reti inviolate della storia rosanero: cinque partite contro Udinese, Vicenza, Torino, Bologna e SPAL (in quest'ultima parò due rigori). Nella stessa stagione parò otto calci di rigore su dieci (uno dei due subiti fu parato ma non trattenuto a San Siro contro l'Inter dopo averne parato già uno). Rientrato a Torino, venne progressivamente relegato al ruolo di riserva di Roberto Anzolin. Nel 1965-1966 passò al Cagliari rimanendovi due stagioni, in cui, nella seconda, perse il posto da titolare a vantaggio di Adriano Reginato a causa di un problema alla schiena. Con i cagliaritani Mattrel ha anche una esperienza nel campionato nordamericano organizzato nel 1967 dalla United Soccer Association e riconosciuto dalla FIFA, in cui i sardi giocarono nelle vesti del Chicago Mustangs, ottenendo il terzo posto nella Western Division. Si trasferì quindi alla SPAL del presidente Paolo Mazza. A Ferrara iniziò la stagione 1967-1968 titolare per poi finire fuori rosa in un'annata che vide la squadra ferrarese retrocedere in Serie B. Quindi, nel 1969, decise per il ritiro e ritornò nella sua Torino. Oltre alle 158 presenze in Serie A, disputò anche 27 partite di Coppa Italia, 4 partite di Coppa dei Campioni e una partita di Coppa delle Coppe. Nazionale Dopo due presenze con la Nazionale Giovanile e una con la Nazionale B, mentre giocava con il Palermo conquistò un posto nella Nazionale maggiore esordendo nel 1962 nell'incontro pre-mondiale Belgio-Italia (1-3). Convocato nella lista dei 22 giocatori per la spedizione al Mondiale 1962, disputò da titolare la partita Cile-Italia 2-0 che fu anche l'ultima in maglia azzurra dopo aver collezionato anche 3 presenze nella Rappresentativa Giovanile, 3 nella Nazionale Militare e 2 nella Nazionale B. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960
  5. LJUBISA BROCIC Candido omone – scrive Caminiti – parla jugoslavo, ma è stato in Egitto e parla anche egiziano; in Libano e parla pure libanese; in Olanda e parla olandese; in Inghilterra e parla inglese. Parla diverse lingue ma si affatica a parlare italiano e ne riferisce le intenzioni l’umile Depetrini. È un tecnico modello, lancia Mattrel e Stacchini, ricostruisce Ferrario, Colombo, sa pungolare Charles, soprattutto sa sopportare Sivori. È sempre tranquillo e fidente nella sorte. Soltanto pretende che i giocatori si allenino. Sarà il suo imperdonabile errore. Pure al cadere degli anni cinquanta era proibito, categoricamente proibito, alla Juve fare gli allenamenti sul serio. Poteva essere tollerato soltanto l’allenatore lacché. Non era stato in fondo un po’ lacché l’ottimo Carcano dei fulgenti anni trenta? Un allenatore vale l’altro. Agnelli docet: l’allenatore non serve. “TRE RE PER UNA SIGNORA” DI BERNARDI & NOVELLI «Ljubiša Broćić, jugoslavo di Belgrado Un altro doktor, anche lui laureato come Puppo. Credo Fosse professore di educazione fisica». Vigeva la moda o la mania dei tecnici slavi, in quel periodo. Bontà del calcio di quelle plaghe che, sotto forma di scontri fra nazionali, volle dire proprio nel 1957 un micidiale 6-1 per la Jugoslavia ai nostri danni. La partita fu giocata a Zagabria il 12 maggio, ossia il giorno in cui John Charles arrivò a Torino Fu la replica del sonorissimo 4-0 con il quale, due anni prima, ci avevano bastonati al Comunale torinese. «Esattamente. A Zagabria, quel giorno, c’era Boniperti in campo». Era la Nazionale allenata da Alfredo Foni e composta in larga parte da giocatori della Fiorentina, con l’eccezione di Giampiero da Barengo e del portiere laziale Bob Lovati. Per noi segnò Cervato su rigore. «Boniperti vide le streghe con il loro capitano Milutinović». Dimmi di Broćić. «Anche lui era un personaggio molto curioso. Si era proposto alla Juventus tramite una lettera indirizzata al commendator Remo Giordanetti, che è stato anche vicepresidente della società. Si era presentato snocciolando il suo curriculum, abbastanza impressionante: giocatore della Stella Rossa, una ventina di gare nella nazionale jugoslava, una laurea alla Scuola Superiore di Educazione Fisica di Belgrado, membro dell’Accademia dello Sport, poliglotta. Soprattutto, aveva allenato la Stella Rossa, vincendo due scudetti e tre coppe nazionali, e arrivò a guidare la stessa Jugoslavia fino al 1953. Poi aveva vagato per il mondo, allenando in Albania e al Cairo: qui si mise alla testa della Nazionale egiziana, portandola al successo nei Giochi del Mediterraneo. Finì successivamente a Beirut e infine in Olanda». Un autentico zingaro del pallone. Da romanzo d’avventura. «Dall’Olanda, dove era l’allenatore del Psv Eindhoven, il club della Philips, scrisse dunque la sua letterina alla Juve, sostenendo che avrebbe contribuito a farne una grossa squadra E la Juventus, dopo avere preso informazioni, rispose “Bene, ben venga questa dottor Broćić”. Ma questa dottor Broćić non era probabilmente un tecnico molto illuminato. Ti cito un episodio che ha come protagonista il mio collega Angelo Caroli, che giocò nella Juve in quel periodo e si fregiò dello scudetto del 1960-61 disputando qualche partita». Che cosa ti ha raccontato Caroli? «Tieni presente che Angelo era stato prima centravanti, successivamente si trasformò in terzino. Fatto sta che un giorno Broćić gli disse: “Senta, lei si metta a centrocampo. Ha presente Schiaffino? Sì? Benissimo: allora mi giochi alla Schiaffino”. Però tutto poteva dire a Caroli meno che s’improvvisasse, sia pure in sedicesimo, nelle vesti di uno Schiaffino, dato che aveva ben altre caratteristiche. E questa per farti un esempio del tipo che era Broćić. Con quella Juventus, ad ogni modo, con quegli uomini, con quel trio, credo che verosimilmente chiunque avrebbe potuto allenarla ottenendo dei buoni risultati». Broćić, comunque, avrà pure avuto dei meriti, se non altro per il suo palmares. «Fu sicuramente un buon preparatore, fatto non secondario visto che la parte fisica è molto importante, e la forma, poi, è quella che sostiene la classe. Almeno sotto questo aspetto, va dato merito al dottor Broćić». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/ljubisa-brocic.html
  6. LJUBISA BROCIC https://it.wikipedia.org/wiki/Ljubiša_Broćić Nazione: Jugoslavia Luogo di nascita: Belgrado Data di nascita: 03.10.1911 Luogo di morte: Melbourne (Australia) Data di morte: 16.08.1995 Ruolo: Allenatore Allenatore della Juventus dal 1957 al 1959 46 panchine - 31 vittorie - 7 pareggi - 8 sconfitte 1 scudetto Ljubiša Broćić (Belgrado, 3 ottobre 1911 – Melbourne, 16 agosto 1995) è stato un allenatore di calcio serbo. Ljubiša Broćić Broćić nel 1959. Nazionalità Jugoslavia Calcio Ruolo Allenatore Carriera Carriera da allenatore 1946 Albania 1947 Albania 1947-1950 Metalac Belgrado 1951 Stella Rossa 1952 Vojvodina 1953 Stella Rossa 1954-1955 Egitto 1955 Racing Beirut 1956 Libano 1956-1957 PSV 1957-1959 Juventus 1959-1960 PSV 1960-1961 Barcellona 1961 Tenerife 1962 Kuwait 1962-1964 Nuova Zelanda 1964-1966 South Melbourne 1968-1969 Nuova Zelanda 1969 South Melbourne 1970 Kuwait 1973-1975 Kuwait 1980 Bahrein Carriera Allenatore Nell'estate 1957, dopo essersi proposto come guida tecnica della Juventus tramite una lettera, viene ingaggiato dalla società torinese, conquistando nella stagione 1957-1958 lo scudetto della prima stella, ovvero il decimo per i bianconeri. Parlava diverse lingue, ma non sapeva l'italiano e si avvaleva della collaborazione di Teobaldo Depetrini. Broćić scelse di affidarsi all'allora ventenne Carlo Mattrel come portiere, mutando il ruolo di Umberto Colombo da mezzala in mediano. La sua Juventus applicava uno schema razionale, con una difesa bloccata e pronta al rilancio per le due punte Omar Sívori e John Charles. Con questo gioco la Juventus vinse il suo decimo titolo italiano. Broćić (secondo da sinistra) alla guida della Juventus nella stagione 1957-1958, insieme ai giocatori Charles, Mattrel e Stacchini. L'anno dopo, forte del successo ottenuto, Broćić fu confermato. Tuttavia, in seguito alle pesanti sconfitte a Vienna contro il Wiener Sportklub (vittorioso per 7-0) il 1º ottobre 1958 in Coppa dei Campioni e in casa contro il Milan (che prevalse per 5-4 con il gol decisivo al 90' di Ernesto Grillo) il 16 novembre dello stesso anno in campionato, oltre a incomprensioni con il citato Sívori, fu licenziato a favore di Depetrini e destinato all'incarico di osservatore. La squadra era quarta, a due punti dalla prima in classifica, all'ottava giornata di campionato. Nel 1960 fu messo sotto contratto dal Barcellona, che quell'anno acquistò giocatori come Jesús Garay, Salvador Sadurní e Josep Maria Fusté, ma la sua carriera in blaugrana non fu felice: dopo aver vinto tutte le amichevoli giocate contro altre squadre europee, le prime quattro giornate di campionato e aver eliminato il Real Madrid agli ottavi di finale della sesta Coppa dei Campioni, prima squadra a riuscire nell'impresa, lentamente la classifica peggiorò, sinché il 12 gennaio 1961, dopo il pareggio per 2-2 contro l'Athletic Bilbao al Camp Nou, fu esonerato e sostituito dall'allenatore in seconda Enrique Orizaola. Palmarès Allenatore Club Campionato jugoslavo: 2 - Stella Rossa: 1951, 1952-1953 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1957-1958
  7. GIORGIO STIVANELLO Giorgio Stivanello – scrive Angelo Caroli su “Hurrà Juventus” del febbraio 2001 – è una delle pedine su cui il dottor Umberto Agnelli tenta di ricostruire la Juve ingrigita nell’epoca dei “Puppanti”. I giovani sono volenterosi e pieni di speranze, ma non sono smaliziati e non possono puntare in alto. Nell’estate del 1956 il dottore preleva dal Padova un’ala sinistra veloce e puntigliosa. Ha la pelle talmente scura che se indossa un caffettano lo si scambia per un tunisino che porta a spasso un branco di dromedari. Anche i capelli sono neri e perfino gli occhi, che fissano come setter smaniosi.Per me è il Gondoliere, è nato a Venezia nel 1932. Gli amici preferiscono chiamarlo Stiva. È un tipo gioviale, sorride spesso ed è dotato di una dialettica spigliata, simpatica. Le parole gli scivolano sulla lingua che sembra impanata con sapone. La Juve vive due stagioni non eclatanti (1955-1957), poiché Garzena, Colombo, Emoli, Stacchini, Leoncini, Mattrel e Vavassori devono crescere ancora un po’, mentre Nay, Oppezzo e Viola sono vicini alla pensione. Arriva il restauro. Reggono alla grande Boniperti e Corradi, germogliano i virgulti e i nuovi acquisti portano nomi celebri: Charles, Sivori e Nicolè. Il lavoro del dottor Umberto è eccellente.Il gruppo si raduna attorno a Broćić, jugoslavo con capelli bianchi e intelligenza viva. Il tecnico ha intuizioni rapide. Quando vede Stivanello correre sul lungo linea e crossare con dosaggio euclideo, stabilisce che lo schema bianconero deve avere uno sbocco: la testa di Long John, che sbatterà la palla in rete oppure la smisterà sul sinistro luciferino di Omar. I palloni sono recuperati dalle retrovie e subito trasferiti al veneziano, il quale non ha indugi, corre sfiorando il lungo linea e da fondo campo fa suonare il mancino. La palla diventa un coriandolo che si deposita nel sito richiesto da Broćić. Ecco un esempio di come un allenatore capisce che lo schema deve essere preparato non solo in base alle proprie convinzioni, ma soprattutto tenendo conto delle qualità dell’organico.Stiva avrà problemi con menischi e con il galoppare irresistibile di Gino Stacchini. Il puledro di San Mauro Pascoli gli toglie il posto e Giorgio può mettere insieme novantatré gettoni e ventuno goal all’attivo. Stiva è amico soprattutto di Omar Sivori, un legame spontaneo e sincero li unisce. Dividono serate in famiglia, sedute al tavolo delle carte (poker e ramino insieme a Charles ed Emoli soprattutto) e divertimenti. Insieme danno vita a duetti interessanti sul campo, poiché Giorgio non avrà un piede sudamericano ma la tecnica è tanto scarna quanto solida. Difende perciò molto bene il pallone e anche il tiro è di buona efficacia.Quando saluta gli splendori di Piazza San Carlo, la sede all’epoca è ubicata sopra il Bar Torino, decide di avvicinarsi a Venezia e firma per il Lanerossi Vicenza. Dopo aver lucidato per l’ultima volta le scarpe si getta a capofitto sul lavoro. Diventa un ottimo agente di vendita per la Lavazza, ramo caffè. E quando va in pensione, siamo vicini al Duemila, collabora con il figlio Piero, il quale dopo essere transitato nell’universo calcistico come una meteora (Lanerossi Vicenza) gestisce un’agenzia delle Assicurazioni Generali. Il Gondoliere, uomo dal sorriso eterno e dall’animo buono. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/07/giorgio-stivanello.html
  8. GIORGIO STIVANELLO https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Stivanello Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 13.07.1932 Luogo di morte: Vicenza Data di morte: 18.05.2010 Ruolo: Attaccante Altezza: 174 cm Peso: 76 kg Soprannome: Moro di Venezia - Stiva Alla Juventus dal 1956 al 1960 e 1961-1962 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 21.06.1962 - Coppa Italia - Mantova-Juventus 1-0 97 presenze - 20 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Giorgio Stivanello (Venezia, 13 luglio 1932 – Vicenza, 18 maggio 2010) è stato un calciatore italiano. Giorgio Stivanello Stivanello alla Juventus nel 1959-1960 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1964 Carriera Giovanili 19??-19?? Venezia Squadre di club 1951-1953 Venezia 18 (3) 1953-1956 Padova 90 (25) 1956-1960 Juventus 94 (20) 1960-1961 → Lazio 0 (0) 1961-1962 Juventus 3 (0) 1962-1963 Venezia 7 (2) 1963-1964 Jesi ? (?) Biografia È scomparso nel 2010 all'età di settantasette anni. Anche suo figlio Piero, nato a Torino il 26 marzo 1957, è stato un calciatore professionista, con all'attivo una presenza in Serie A con il L.R. Vicenza nella stagione 1974-1975. Carriera Stivanello al Padova nell'annata 1955-1956 Cresciuto calcisticamente nel Venezia, fu una classica ala con un gioco basato su lunghe discese sulla fascia e cross verso gli attaccanti. Passato al Padova nel 1953, dopo aver centrato la promozione in massima serie nella stagione 1954-55, contribuendo con 12 reti all'attivo, esordì in Serie A il 18 settembre 1955 in Padova-Lazio 1-2. Nella stagione 1956-1957 venne tesserato dalla Juventus, che lo impiegò nel suo ruolo naturale, potendo disporre di una coppia di attaccanti adatta a sfruttarne i cross, formata da John Charles e Omar Sívori. Stiva giocò nella Juventus per sei stagioni, giocando le prime 3 da titolare e le seguenti da rincalzo, collezionando 97 presenze e realizzando 20 gol, di cui 11 nella prima stagione (miglior marcatore bianconero della stagione, alla pari di Antonio Montico); durante la sua permanenza a Torino, la Juventus vinse due scudetti e due Coppe Italia. I sei anni trascorsi con la Vecchia Signora furono intervallati dalla stagione 1960-61, quando Stivanello fu ceduto in prestito alla Lazio, con la quale però non disputò gare di campionato. Concluse la sua carriera ad alto livello nella stagione 1962-1963 nel Venezia, realizzando due reti non sufficienti a evitare la retrocessione in B dei lagunari. In carriera ha totalizzato complessivamente 115 presenze e 25 reti in Serie A, e 64 presenze e 20 reti in Serie B. Palmarès Campionato italiano: 2 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960
  9. ROMANO VOLTOLINA https://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Voltolina Nazione: Italia Luogo di nascita: Chioggia (Venezia) Data di nascita: 04.11.1937 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1956 al 1958 e 1959-1960 Esordio: 20.01.1957 - Serie A - Triestina-Juventus 3-0 Ultima partita: 15.11.1959 - Serie A - Bologna-Juventus 3-2 5 presenze - 1 rete Romano Voltolina (Chioggia, 4 novembre 1937) è un ex calciatore italiano, di ruolo ala. Romano Voltolina Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1967 Carriera Squadre di club 1956-1957 Juventus 1 (0) 1957-1958 → Parma 15 (5) 1958 Juventus 0 (0) 1958-1959 → Siena 19 (8) 1959 Juventus 4 (1) 1959-1960 Venezia 17 (0) 1960-1961 Cesena 23 (4) 1961-1964 Biellese 79 (14) 1964-1965 Massese 21 (3) 1965-1966 Juve Siderno 27 (14) 1966-1967 Massiminiana 13 (1) Carriera Cresciuto nel vivaio della Juventus, esordisce in prima squadra nella stagione Serie A 1956-1957 in una partita contro la Triestina. La stagione successiva viene mandato in prestito al Parma e a fine campionato torna al club di Torino, disputando due incontri di Coppa Italia che, proprio quella stagione, riprendeva vita e veniva disputata al termine del campionato. Segue una nuova esperienza in prestito, stavolta al Siena, da cui fa ritorno a fine stagione. Nel 1959 seconda apparizione in campionato con i colori bianconeri della Juventus nella partita contro il Bologna. A stagione in corso abbandona la squadra piemontese ma non i colori bianconeri già vestiti anche con il Siena: difatti veste dapprima la maglia del Cesena, poi della Biellese ed infine della Massese. Chiude la sua carriera in due squadre del sud, la Juve Siderno e la Massiminiana. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie D: 1 - Massese: 1964-1965
  10. KURT HAMRIN Figlio di un imbianchino, il piccolo Kurt nasce come calciatore già a cinque anni, quando entra nei pulcini dell’AIK Solna, squadra di un sobborgo della capitale svedese Stoccolma. È vispo, astuto e intelligente; sul campo, gli spunta una minuscola cresta dì capelli: da pulcino si trasforma velocemente in galletto. Kurt è sempre l’ultimo a lasciare lo stadio; rivestiti i panni borghesi, si ferma per ore e ore ad ascoltare i racconti degli anziani, che parlano di geni del football emigrati in Italia per formare un trio leggendario, il GRE-NO-LI.Cresce, così, nella cultura del pallone, stimolato da quelle storie lontane, ma anche da tecnici più terra-terra che per lui prevedono un radioso futuro. A quattordici anni, è costretto a lasciare la scuola per trovare un lavoro, in quanto la famiglia necessita di un aiuto immediato, trovandosi in difficoltà economiche. Sceglie di fare lo zincografo e, dopo una dura giornata di lavoro, si sobbarca lunghe trasferte per gli allenamenti.Debutta giovanissimo in Serie A, la notissima Allsvenska: i suoi goal non fruttano alcun titolo all’AIK, ma a livello personale lo lanciano nell’Olimpo nazionale. Debutta con la casacca gialloblu della Nazionale svedese, andando a segno, di media, una volta ogni due partite: un buon bottino per un ragazzo di nemmeno ventuno anni.Sandro Puppo, che allora allenava una strana Juventus fatta di ragazzi e due o tre vecchi assi, fu spedito a valutare quel ventenne descritto come un campione assoluto. Puppo, dottore non solo in calcio, tornò deluso: «Non vale».L’Avvocato lo pregò di riprovare; Puppo salì sull’aereo per Lisbona, assistette a Portogallo-Svezia e tornò a Torino con un: «Mi ero sbagliato», che cambiava il destino di quel giovane svedese.Passò alla Juventus per quindicimila dollari che allora, nel 1956, equivalevano a nove milioni e mezzo. Due campionati più tardi sarebbe stato ceduto alla Fiorentina per una cifra dodici volte superiore. La Juventus di allora era una squadra in via di ricostruzione ma ancora lontana da un decisivo rafforzamento. Vivacchiava a metà classifica, preceduta non solo da Milan e Inter, Torino e Fiorentina, ma anche da Lazio e Udinese e perfino da Padova e Spal.L’esordio avvenne all’Olimpico contro una Lazio fortissima e piena di ex juventini. Uno di questi era Muccinelli, anche lui ala destra, un idolo del tifo bianconero. Fu una sorprendente vittoria bianconera con un goal dello sconosciuto Donino, che sostituiva Boniperti, e due di Hamrin, uno alla Mortensen in piena corsa e l’altro su rigore. La domenica successiva conquistò il pubblico torinese, segnando il goal della vittoria sulla Spal e offrendo al compagno Stivanello, il pallone del secondo, dopo aver scartato anche il portiere. Insomma, dette spettacolo e fu il migliore in campo. Poi cominciarono i guai.Otto giorni dopo, a Genova, scontro con il terzino Becattini, partita finita in anticipo, prime assenze. I giornali scrivevano che Hamrin aveva restituito per incantesimo la snellezza e il brio, l’estro e la finezza. In quel campionato saltò una dozzina di partite e nacque una maldicenza, quella della caviglia di vetro, una delle ragioni che lo allontanarono dalla Juventus. L’altra, quella più vera, fu l’arrivo di Charles e Sivori. Allora non esisteva la possibilità di tesseramento per tre stranieri nella stessa squadra e così Hamrin fu dirottato al Padova, in prestito.Proprio da Padova veniva Bruno Nicolé, l’enfant prodige del calcio italiano di quegli anni: giocava centravanti ma fu lui a prendere il posto dello svedese, all’ala. Prima di trasferirsi, Hamrin partecipò, ai primi di luglio a una tournée nella sua Svezia. Cinque partite in undici giorni: furono cinque vittorie. Più che un quintetto d’attacco sembra una provocazione: a destra, appunto, Hamrin, poi Boniperti, poi Charles, Sivori, infine Stivanello. In cinque partite, segnarono trentasette goal.La Juventus vinse lo scudetto 1958, ma trovò uno degli avversari più accaniti proprio nel Padova che aggiungeva al suo formidabile blocco difensivo l’irresistibile freccia svedese (trenta partite, venti goal). Nereo Rocco aveva scoperto una soluzione ai guai ortopedici di Hamrin: una speciale soletta nella scarpa del piede più volte infortunato, le caviglie del giocatore ora sembravano di acciaio.A stagione conclusa Hamrin giocò ancora e segnò in maglia bianconera, partecipando tra i campioni d’Italia a un torneo con squadre inglesi e belghe a Bruxelles. Poi l’addio definitivo: partì per la Svezia per i mondiali; fu autore di goal magnifici e figurò tra i protagonisti della famosa finale contro il Brasile del diciottenne Pelé. A settembre fu acquistato dalla Fiorentina, con la quale segnerà 150 goal in nove anni.A Padova Rocco lo aveva soprannominato Faina; a Firenze lo chiamarono dapprima Bimbo per il suo sguardo mite e furbo, il ciuffo biondo, il fisico da ballerino. Poi anche Bimbo non fu più adatto a quel cannoniere dall’aria gracile e diventò, definitivamente, Uccellino, visto come correva in campo, a volte quasi zampettando, a volte in volo radente sempre pronto alla beccata decisiva.«Ha un cronometro svizzero in testa – diceva Nereo Rocco – in fondo non ha niente di trascendentale, né il dribbling, né il tiro, né il colpo di testa. Ma nessun giocatore al mondo possiede la sua scelta di tempo nei rimpalli, nelle mischie, negli appuntamenti con la palla. Lui vince sempre con una frazione di secondo».A trentatré anni Hamrin passò al Milan e per poco non scoppiò la rivolta; gli intellettuali fiorentini furono addirittura sul punto di riunirsi per firmare un manifesto contro la partenza di Uccellino. Con la maglia rossonera, Hamrin riuscì finalmente a vincere il suo primo scudetto nel 1968. Lo tolse, naturalmente, alla Juventus di Heriberto, alla quale aveva segnato, a Torino, il goal decisivo nello scontro diretto. Uno dei suoi ultimi goal.ANGELO CAROLINelle interessanti pagine del libro “Gli Agnelli e la Juventus” scritto da Mario Pennacchia, leggo che Sandro Puppo si era recato due volte in Svezia per visionare quell’uccellino talentoso. Solo dopo il secondo approccio, l’allenatore aveva stilato una relazione positiva. Kurt era un ragazzo dolce, con uno sguardo sereno, gli occhi brillavano di nostalgia per la sua terra. Proveniva dall’AlK di Stoccolma, la furbizia intuitiva e la rapidità erano le virtù più evidenti. Aveva una falcata cortissima, il suo correre ricordava il pedonare svelto e un po’ claudicante dei volatili, lo chiamavano Uccellino, giocava ala destra e stava sempre in agguato, pronto a ribattere in goal una respinta del portiere o un rinvio maldestro dell’avversario. Non ebbe fortuna nella prima stagione italiana, i terzini lo maltrattavano, fu relegate per molte domeniche in infermeria, esplose nella stagione 1957-58, quando trovò protezione nei padovani Blason, Azzini e Scagnellato, i quali promettevano botte a chi osava importunare l’uccellino venuto dal freddo. Ricordo che il numero più efficace di Hamrin era quell’eseguire l’uno-due con le gambe dell’avversario. Si avvicinava al terzino, gli gettava il pallone sugli stinchi, ne raccoglieva il rimbalzo e volava via sul lungo linea per concludere l’azione con tiro oppure con cross basso. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/kurt-hamrin.html
  11. KURT HAMRIN https://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_Hamrin Nazione: Svezia Luogo di nascita: Stoccolma Data di nascita: 19.11.1934 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 70 kg Nazionale Svedese Soprannome: Uccellino - Faina - Bimbo Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 09.06.1957 - Serie A - Juventus-Triestina 4-3 23 presenze - 8 reti Kurt Roland Hamrin (Stoccolma, 19 novembre 1934) è un ex calciatore svedese, di ruolo attaccante. Bandiera della Fiorentina, fu attivo nel campionato italiano dove, con 190 reti in Serie A, è l'ottavo miglior marcatore della competizione con una media gol pari a 0,48 per partita. Si segnala inoltre per essere, con 400 presenze nella massima divisione, il settimo calciatore non italiano con più partite disputate. Nonostante sia annoverato tra i goleador più prolifici, in Italia non vinse mai il titolo di capocannoniere, riconoscimento invece ottenuto nella nativa Svezia. Hamrin fu inoltre membro della nazionale del suo paese, con la quale prese parte al campionato del mondo 1958 organizzato proprio nello Stato scandinavo, raggiungendo la finale. Kurt Hamrin Hamrin, con la nazionale svedese, esulta dopo la rete siglata alla Germania Ovest nella semifinale del campionato del mondo 1958 Nazionalità Svezia Altezza 170 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Attaccante Carriera Giovanili 1946-1947 Huvudsta IS 1947-1948 Råsunda IS 1949-1951 AIK Squadre di club 1951-1955 AIK 63 (54) 1956-1957 Juventus 23 (8) 1957-1958 → Padova 30 (20) 1958-1967 Fiorentina 289 (151) 1967-1969 Milan 36 (9) 1969-1971 Napoli 22 (3) 1972 IFK Stoccolma 10 (5) Nazionale 1953-1965 Svezia 32 (16) Carriera da allenatore 1971-1972 Pro Vercelli Palmarès Mondiali di calcio Argento Svezia 1958 Biografia Hamrin è il quinto figlio di un imbianchino, Karl, e da adolescente lavorò come apprendista operaio e poi come zincografo per il giornale svedese Dagens Nyheter. Nel 1953, diciannovenne, conobbe Marianne, di un anno più giovane di lui, con la quale si sposò due anni più tardi e ha festeggiato nel 2005 le nozze d'oro. La coppia ha avuto cinque figli: Susanna, Carlotta, Piero, Riccardo ed Erika. Cessata l'attività sportiva, Hamrin intraprese quella di commerciante, importando ed esportando tra Svezia e Italia oggetti in ceramica; tuttavia il crescente numero di prodotti di fattura cinese sul mercato lo portò a essere non sufficientemente competitivo e dunque alla chiusura. Fino al 2008 è stato anche talent-scout per conto del Milan in Toscana. Vive a Coverciano, dove fino a qualche anno fa ha insegnato calcio ai bambini della squadra Settignanese. Caratteristiche tecniche Il giornale sportivo la giornalaccio rosa dello Sport lo ha definito come «un'ala destra elegante e micidiale. Aveva tiro e segnava con facilità. Aveva fantasia e visione di gioco. Era lieve e veloce, in campo volava: lo chiamano Uccellino. Era un grande opportunista: con dribbling stretti, scatti, guizzi e allunghi puntava sempre l'avversario cercando il tunnel o il rimpallo». Era inoltre ambidestro sia nel palleggio che nel tiro. Carriera Giocatore Club Gli inizi e l'AIK L'epifania calcistica di Hamrin è dovuta all'ex calciatore Per Kaufeldt, sei volte capocannoniere del campionato svedese e medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1924. Dopo aver militato con lo Huvudsta IS e il Råsunda IS per un anno ciascuno, Hamrin passò all'AIK Stoccolma, con cui debuttò diciannovenne in prima divisione, il 10 maggio 1953 contro l'IFK Malmö. Nella stagione 1954-1955 fu capocannoniere in campionato con 22 gol in altrettante partite disputate. Il calcio svedese non era ancora professionistico, così il club non riconosceva alcuno stipendio ai calciatori, ma solo un compenso a partita: cinquanta corone (circa 15 euro) in caso di vittoria o pareggio, mentre le sconfitte non erano remunerate; ciò costringeva Hamrin a svolgere la summenzionata professione di zincografo. Juventus Hamrin in azione con la maglia della Juventus Giovanni Agnelli, presidente della Juventus, lo notò durante una partita tra Portogallo e Svezia e decise di ingaggiarlo, pagando quindicimila dollari. È da segnalare altresì una versione secondo la quale il giocatore sarebbe stato suggerito da un minatore italiano che lavorava in Svezia, il quale nel novembre del 1955 inviò una lettera ad Agnelli. L'avvio di Hamrin fu positivo, con due gol all'esordio contro la Lazio e ulteriori marcature contro Torino, Inter e Udinese, ma poi intervennero tre infortuni consecutivi che portarono a ritenere che la caviglia del calciatore fosse eccessivamente fragile, sebbene egli si lamentasse del fatto che i tempi di guarigione fossero stati troppo accelerati. Padova Hamrin al Padova, fra i compagni di squadra Azzini e Scagnellato. L'anno seguente, con l'acquisto da parte della Juventus del gallese John Charles e dell'argentino Omar Sívori, per via del regolamento che consentiva di tesserare solo due stranieri per squadra Hamrin fu ceduto al Calcio Padova. È stato inoltre detto che il capitano bianconero, Giampiero Boniperti, abbia spinto per tale soluzione, dacché, sul piano tattico, la presenza di Hamrin gli impediva di concludere le azioni da lui stesso imbastite come avrebbe desiderato. Nella squadra allenata da Nereo Rocco, suo estimatore che gli diede il soprannome di Faina, Hamrin realizzò venti gol in trenta partite, contribuendo fattivamente al raggiungimento del terzo posto in campionato, miglior piazzamento nella storia patavina. Assieme al compagno d'attacco Sergio Brighenti costituì il necessario complemento di una formazione che già poteva contare su una solida difesa schierata secondo i dettami del catenaccio. Nonostante la permanenza di durata appena annuale tra le file del club, Hamrin è stato annoverato tra i componenti della squadra ideale formata dai migliori giocatori di sempre del Padova. Fiorentina Hamrin con la maglia della Fiorentina, club in cui detiene tuttora il record di miglior marcatore assoluto con 208 gol. L'ottima stagione gli valse il passaggio alla Fiorentina, al tempo in cerca di un'ala destra che sostituisse il campione Julinho. Con Hamrin, in nove anni la squadra di Firenze non riuscì mai a vincere il campionato (terminò due volte seconda), anche per via della presenza di avversari altamente competitivi, come la già citata Juventus del Trio Magico, il Milan prima di Juan Alberto Schiaffino e poi di José Altafini, e infine la Grande Inter del presidente Angelo Moratti. Tuttavia arrivarono le vittorie in Coppa Italia (1961 e 1966), Coppa delle Coppe, Coppa delle Alpi e Coppa Mitropa, nonché 151 marcature, grazie alle quali Hamrin è stato per più di trent'anni il primatista di reti segnate in Serie A con la Fiorentina, superato da Gabriel Batistuta nel 2000. Con la squadra toscana raggiunse un altro traguardo: il 2 febbraio 1964, nella partita Atalanta-Fiorentina 1-7, segnò una cinquina, record per un giocatore in una partita in trasferta di Serie A. Nello stesso periodo fu soprannominato Uccellino dal giornalista Beppe Pegolotti de La Nazione, il quale pubblicò un articolo dal titolo «Uccellino che vola». Milan Hamrin al Milan Durante la militanza in maglia viola, Hamrin fu più volte sul punto di cambiare squadra: nel 1963 Helenio Herrera stava per portarlo all'Inter in uno scambio col brasiliano Jair, rinunciandovi perché non pienamente convinto, mentre nel 1965 Rocco lo voleva al Torino, ma desistette perché il conguaglio richiestogli dalla Fiorentina (circa trenta milioni) fu giudicato sospettosamente basso. Nel 1967 Rocco si ricredette e, passato al Milan, fece sì che l'ormai trentatreenne Hamrin si unisse a una squadra composta da altri giocatori piuttosto anziani (tra cui i centrocampisti Giovanni Trapattoni e Giovanni Lodetti). Coi rossoneri Hamrin vinse lo scudetto, cui si aggiunse la Coppa delle Coppe nel 1968 (suoi i due gol in finale all'Amburgo) e la Coppa dei Campioni l'anno seguente, quando marcò il secondo gol che permise alla squadra di vincere la semifinale d'andata contro il Manchester United (campione in carica) per 2-0. Napoli e IFK Stoccolma Hamrin al Napoli nel 1970 All'età di trentasette anni chiuse la carriera professionistica col Napoli, con cui militò per due stagioni, di cui solo la seconda da titolare. Tuttavia, dopo l'effimera esperienza da allenatore in Italia, una volta tornato in Svezia per ragioni d'affari (lì gestiva alcuni negozi ed era richiesto per delle pubblicità), il presidente dell'IFK Stockholm propose a Hamrin di giocare per il club, attivo a livello dilettantistico: l'accordo prevedeva come remunerazione una percentuale sugli incassi delle partite alle quali il calciatore partecipava. Complessivamente giocò dieci incontri durante i quali segnò cinque gol. Nazionale Con la Nazionale Hamrin disputò 32 partite segnando 16 gol. Con la Svezia giocò nel 1958 anche la finale dei mondiali, persa 5-2 in casa contro il Brasile di Pelé. Fu il capocannoniere della squadra al torneo, con quattro reti realizzate contro Ungheria (due), Unione Sovietica e Germania Occidentale (scartando sei difensori). Le prestazioni offerte gli consentirono di piazzarsi al quarto posto nella graduatoria del Pallone d'oro 1958. Allenatore Hamrin ha avuto anche una breve parentesi come allenatore della Pro Vercelli, dal novembre del 1971 al gennaio del 1972, quando fu esonerato dall'incarico a causa dei risultati negativi. Dopo questa esperienza ha deciso di non proseguire la carriera da tecnico. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Milan: 1967-1968 Coppa Italia: 2 - Fiorentina: 1960-1961, 1965-1966 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1968-1969 Coppa delle Coppe: 2 - Fiorentina: 1960-1961 - Milan: 1967-1968 Coppa Mitropa: 1 - Fiorentina: 1965-1966 Coppa dell'Amicizia italo-francese: 2 - Fiorentina: 1959, 1960 Coppa delle Alpi: 1 - Fiorentina: 1961 Individuale Competizioni nazionali Capocannoniere del campionato svedese: 1 - 1954-1955 (22 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 2 - 1963-1964 (4 gol), 1965-1966 (5 gol) Competizioni internazionali Capocannoniere della Coppa dell'Amicizia italo-francese: 1 - 1959 (4 gol) Capocannoniere della Coppa delle Coppe: 1 - 1960-1961 (6 gol) Capocannoniere della Coppa Mitropa: 2 - 1962 (8 gol) 1966-1967 (6 gol) Capocannoniere Coppa Piano Karl Rappan: 1 - 1963-1964 (5 gol)
  12. SECONDO DONINO https://it.wikipedia.org/wiki/Secondo_Donino Nazione: Italia Luogo di nascita: San Nazzaro Sesia (Novara) Data di nascita: 10.01.1937 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 16.09.1956 - Serie A - Lazio-Juventus 0-3 Ultima partita: 07.04.1957 - Serie A - Juventus-Vicenza 0-1 8 presenze - 1 rete Secondo Donino (San Nazzaro Sesia, 10 gennaio 1937) è un calciatore italiano, di ruolo mezzala. Secondo Donino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Carriera Giovanili 1954-1956 Juventus Squadre di club 1956-1957 Juventus 8 (1) 1957-1959 Siena 61 (6) 1959-1960 Biellese 33 (6) 1960-1961 Novara 27 (1) 1961-1962 Pro Vercelli 13 (?) 1962-1966 Chieri 110 (?) Carriera Cresciuto nella Juventus, fece il suo esordio Juventus contro la Lazio il 16 settembre 1956 in una vittoria per 3-0 dove segnò anche il suo unico gol in carriera. Mentre la sua ultima partita fu contro il Vicenza il 7 aprile 1957 in una sconfitta per 1-0. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 8 presenze. Nel 1957 passa al Siena, club con cui milita due anni in Serie C, sfiorando la promozione in cadetteria nella stagione 1958-1959, chiusa dietro il Mantova promosso dopo lo spareggio perso a Genova il 29 giugno 1959. L'anno seguente passa alla Biellese, sempre in Serie C, club con cui ottiene il terzo posto del Girone A. La stagione 1960-1961 la gioca con il Novara, in Serie B. Con i novaresi ottiene la permanenza di categoria. Dal 1962 al 1964 è al Chieri, in Serie D.
  13. CARLO DELL'OMODARME Aveva fatto simpatia al complicato Giordanetti – ricorda Vladimiro Caminiti – che lo aveva visto bene tra i ragazzini del Nagc. A testa bassa Dellomo dribblava tutto e soprattutto se stesso. Il momento del cross arrivava nel caos di questa tecnica solistica e senza sole, i supporter di Madama se la prendevano con i dirigenti per la presenza di questo mediocre cursore. La Juventus lo cedette alla Spal nel ‘61 ma quel furbo di campagna di Mazza lo ritornò a prezzo triplicato al commendator Giordanetti due anni dopo. Manco a dirlo rifiniva alla Spal dribblando accanitamente.GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1972Maggio ‘63: il Campionato non ha più nulla da dire, l’ha vinto l’Inter di Moratti, Herrera e, da poco tempo, anche di un giovincello dal nome famoso, Mazzola si chiama, e il ricordo vola a Superga lontana ma sempre presente. La Juve si è arresa per ultima alla superiorità dei rivali meneghini, è seconda, le ultime tre giornate sono pura formalità.In casa bianconera si comincia prestissimo a pensare ai rinforzi, l’Inter non può vincere sempre, si pensa, basta trovare qualche pedina buona...E i primi acquisti lasciano tutti di stucco, la concorrenza è battuta sul tempo: Gori terzino e Menichelli ala sono il meglio che il mercato offra, per il romanista c’è stato un tira-molla mica da poco, i tifosi della capitale non volevano sentire ragioni, «Menico» sarà a lungo rimpianto...Ma di ali ne sono arrivate due, c’è anche Dell’Omodarme, che torna all’ovile dopo sei anni di peregrinazioni in mezza Italia calcistica; da ragazzino aveva giocato in «primavera» e in «De Martino» coi colori bianconeri, e a Torino ritorna ormai consacrato, a Ferrara i suoi dribblings trascinano la gente allo stadio più della genuina classe di Massei.Con un cognome più adatto a un condottiero di ventura che a un pedatore, Dell’Omo fa parlare di sé molto prima che inizi il campionato: succede che la stagione bianconera ha uno strascico in terra svizzera, Coppa delle Alpi, e l’undici di Amaral, forte dei tre nuovi acquisti, prende la cosa sul serio, gol come se piovesse al Basilea e al Grasshopers, anche Dell’Omo ci mette lo zampino, e in finale la Atalanta di Domenghini sanziona la freschezza di una Juve che lievita... Ma siamo andati lontano, torniamo in casa nostra, il campionato che va a iniziare non è determinante solo per Dell’Omo, ma anche per l’allenatore Amaral, che presto se ne andrà, e non ne sentiremo più parlare, la Juve andrà avanti anche senza il modulo brasilero...Dell’Omo comincia alla grande la nuova stagione, al Comunale la gente applaude la doppietta di Sivori alla Spal, ma anche il golletto del «Nostro» non passa inosservato: veramente è difficile che un tipo come Dell’Omo passi inosservato; nel bene o nel male, il suo dribbling fa colpo, d’accordo che spesso ritarda il gioco, ma a volte il terzino non sa più come raccapezzarsi...Monzeglio subentrato ad Amaral a volte si scoccia con questo tipo un po’ pazzo che tiene la palla come se fosse solo sua, e gli preferisce Stacchini; è un campionato balordo, due infortuni gli impediscono di smentire il suo allenatore, la Juve intanto va a singhiozzo, strapazza l’Inter campione e poi si fa annichilire dalla matricola Messina, così non va...L’anno dopo molte cose cambiano, è arrivato Heriberto Herrera, Nenè non è più centravanti, ora c’è Combin, grande e grosso e bravo, epperò per nulla fortunato; Dell’Omodarme aspetta con pazienza il suo turno, ora dribbla un po’ meno e passa un po’ di più la palla, Heriberto non lesina complimenti e lo lancia in squadra alla prima occasione, centravanti al posto di Combin col perone rotto. E Dell’Omo piano piano emerge, il pubblico si diverte, dei sette palloni infilati al Genoa uno porta la sua firma...Ma quando verrà la sua ora vera, come titolare fisso all’ala destra, che è la sua posizione naturale?Anche il suo secondo campionato in bianconero è stato un mezzo fiasco, una manciata di presenze e qualche sparuto gol qua e là, non può certo bastare a dargli soddisfazione...Durante l’estate si prepara con scrupolo, non può fallire anche la terza volta, e a Villar si capisce subito che Dell’Omo farà qualcosa di buono, è già in forma a ferragosto, quando gli altri ancora sgobbano per cacciare i chili superflui, e a settembre il posto di titolare non glielo leva più nessuno. Nella conquista della Coppa Italia, che la Juve strappa alla pluriblasonata Inter in una calda serata del settembre romano, c’è anche il gran gioco di Dell’Omodarme, che disputa una partita capolavoro giocando prima all’attacco e poi a protezione del centrocampo contro l’assalto disperato dei nerazzurri. E in campionato ci si deve arrendere all’evidenza dei fatti; la Juve ha trovato un’ala destra di ruolo che molti le invidiano: a novembre scende al Comunale la capolista Fiorentina a difendere il primato e becca secco, tre a zero.«Il primo giocatore bianconero a mettere in crisi l’apparato difensivo dei viola – scriveva il giorno dopo Giglio Panza su “Tuttosport” – fu l’ala destra Dell’Omodarme; questo modesto e sovente criticato giocatore è in forma esplosiva... Ha letteralmente distrutto Castelletti in forma decorosissima, ha giocato con discernimento sia che fosse a destra oppure a sinistra o sul centro. I tre gol portano tutti la sua traccia, servizi impeccabili al termine di impressionanti sgroppate...».La domenica dopo c’è il Derby, e la Juve vince di slancio, è il suo momento magico, certo che c’entra in questo la ritrovata vena di Dell’Omo-Garrincha, ci mancherebbe altro, suo è il gol che chiude la questione con i cugini granata... Dopo due anni di insipienza, Dell’Omodarme si è fatto finalmente valere, ma la forma non è tanto facile a mantenersi, c’è anche di mezzo uno stiramento, sicché il finale di torneo lo ritrova a navigare tra le riserve, mica è colpa sua se la concorrenza è forte, il quinto posto finale grida vendetta; la Juve ha concluso al galoppo distruggendo Milan, E Dell’Omo?Avrà modo di rifarsi? No, è storia recente, nella Juve che fa tredici per Dell’Omodarme non c’è più posto neppure tra le riserve, se ne è ritornato alla Spal amareggiato e deluso, la Juve è già un ricordo o poco più; come i suoi dribblings... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/ca-dellomodarme.html
  14. CARLO DELL'OMODARME https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Dell'Omodarme Nazione: Italia Luogo di nascita: La Spezia Data di nascita: 12.02.1938 Ruolo: Centrocampista Altezza: 170 cm Peso: 68 kg Soprannome: Dellomo Alla Juventus dal 1956 al 1957 e dal 1963 al 1966 Esordio: 10.03.1957 - Serie A - Udinese-Juventus 3-0 Ultima partita: 10.04.1966 - Serie A - Juventus-Lazio 0-0 61 presenze - 5 reti 1 coppa Italia Carlo Dell'Omodarme (La Spezia, 12 febbraio 1938) è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Dell'Omodarme Dell'Omodarme alla SPAL negli anni 60 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1972 - giocatore 1972 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1956-1957 Juventus 1 (0) 1957-1958 Parma 31 (6) 1958 Alessandria 0 (0) 1958-1961 Como 92 (24) 1961-1963 SPAL 53 (4) 1963-1966 Juventus 60 (5) 1966-1969 SPAL 56 (7) 1969-1970 Sarzanese 20 (?) 1970-1972 Cuoiopelli ? (?) 1972 Rochester Lancers 14 (1) Carriera da allenatore 1971-1972 Cuoiopelli Carriera Si trasferisce giovanissimo a Torino alla corte della Juventus dove esordisce a 19 anni in Serie A contro l'Udinese il 10 marzo 1957 a Udine con un 3-0 a favore dei friulani. Passa l'anno successivo in Serie B al Parma. La Juve non vuole riprenderselo e nel 1958 lo cede in prestito, assieme a Piero Aggradi, all'Alessandria, dove Dell'Omodarme disputa 5 partite di Coppa Italia. Successivamente lo gira al Como, dove resta per tre anni in Serie B, sempre da titolare, realizzando anche una storica cinquina in trasferta contro il Cagliari (8 maggio 1960), record eguagliato da Salvatore Campilongo nella stagione 1994-1995 ma finora mai superato. Dell'Omodarme alla Juventus nella stagione 1963-1964 Nel 1961 viene acquistato in Serie A dalla Spal. Il presidente Paolo Mazza, che è in procinto di guidare la Nazionale azzurra ai Mondiali di calcio del Cile del 1962, trasforma per l'ennesima volta la sua squadra, che in quell'anno si salva e l'anno dopo arriva ottava. Nel 1963, nella penultima di campionato contro il Genoa, segna una doppietta, confermandosi un calciatore emergente. Ma Dell'Omodarme è ancora per metà della Juve e Mazza vuole riscattare Bozzao, quindi il presidente spallino nel 1963 accetta le proposte dei bianconeri e il giocatore ritorna a Torino dopo sei anni. Alla Juve gioca 48 partite di campionato segnando 3 gol, oltre a 4 partite in Coppa Italia ed altre 4, con 2 reti, in coppe europee. Nel 1966 la Juventus vuole cedere Dell'Omodarme e Mazza lo riporta a Ferrara. Nella città estense lo spezzino trova di nuovo lo smalto di un tempo ma, nell'estate del 1967, in un banale contrasto durante un'amichevole con lo Spartak Mosca si infortuna seriamente e per lui c'è solo la possibilità di giocare un'unica partita di campionato, in occasione della sconfitta interna contro la Juventus del 12 maggio 1968. Conquista però lo scudetto con la squadra De Martino. L'anno dopo è ancora alla SPAL, lasciando poi il calcio professionistico a 31 anni. Torna a giocare con i dilettanti della Sarzanese nella stagione 1969-1970 in Serie D e successivamente con la squadra del Cuoiopelli di Santa Croce sull'Arno nel 1971 in Promozione fungendo anche da allenatore in sostituzione dell'esonerato Roberto Balestri. Si farà tentare, sollecitato dal suo amico ed ex compagno di squadra Adolfo Gori, dall'avventura del calcio miliardario americano con il Rochester Lancers, con cui raggiunge le semifinali della North American Soccer League 1972 e partecipa alla CONCACAF Champions' Cup 1971, unica franchigia della NASL a partecipare alla massima competizione nordamericana per club: chiuse la coppa al quarto posto della fase finale del torneo. Ha fatto parte, il 26 settembre 2007, della comitiva di ex calciatori biancoazzurri che si sono ritrovati allo stadio intitolato a Paolo Mazza a Ferrara, in occasione dei festeggiamenti del centenario di fondazione della SPAL. Palmarès Giocatore Coppa Italia: 1 - Juventus: 1964-1965
  15. RAÚL CONTI SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” Un funambolo dalle grandi aspettative ma protagonista di una carriera tormentata fin dall’inizio. Nato a Pergamino, trecento km a nord di Buenos Aires, figlio di un garagista di origine italiana, appena trasferitosi a Buenos Aires con la famiglia, Raul Conti si dedicò con tutta la sua passione al calcio. Messosi in evidenza in un torneo giovanile grazie ai suoi dribbling spumeggianti fu notato da Guillermo Stabile che lo convinse a passare al Rating di Avallaneda. Dopo i primi entusiasmi, scivolò fra le riserve e ai margini della prima squadra. Fu quasi dimenticato per ben tre stagioni senza riuscire a venirne fuori. Finché non lo scovò Renato Cesarini e se lo portò al River Plate. E quando dal Torino gli chiesero un suggerimento, lui fece subito il nome dell’estroso Conti. Il Torino lo chiama, gli fa sostenere, a Biella, un provino in cui segna due gol e lo tessera. Ma anche qui i suoi insistiti personalismi fanno si che l’allenatore Sperone non lo prenda mai in considerazione per la prima squadra. A quel punto viene prestato al Monaco, nella B francese. Nel Principato – ormai ventitreenne – il giovane italo-argentino trova l’ambiente ideale per esprimersi, segna 13 gol in 16 partite, incanta i tifosi monegaschi e i dirigenti ne decidono la conferma e chiedono al Torino di cederlo definitivamente. Il Torino nicchia ma il giocatore si impunta, vuole restare nel Principato. E alla fine la società granata cede. Nel campionato successivo si migliora ulteriormente e con 22 gol contribuisce in misura determinante alla conquista del secondo posto che vale la promozione in 1ª divisione francese. La Juventus lo nota e comincia a seguirlo con sempre maggiore continuità. Giampiero Combi lo segnala a Rosetta e infine, nel 1956, dopo tre campionati di 1ª divisione francese (nell’ultimo dei quali Conti segna altri 16 gol), la società bianconera porta l’affondo. E con 16 milioni di franchi Raul diventa bianconero. Al momento del tesseramento un intoppo fa perdere tre settimane: fatto è che nel transfert il cognome era stato scritto con una “t” in più e ci vogliono i necessari accertamenti perché possa essere cartellinato. Puppo lo fa esordire contro la Sampdoria, ma si infortuna a un gomito e resta stoicamente in campo. Per segnare il suo primo gol, Conti aspetta proprio il derby contro il Torino e firma una rete importante perché evita una dolorosa sconfitta della Juve. “Quasi inaspettatamente – scrive Vittorio Pozzo su La Stampa – a tre minuti dal termine e quasi di prepotenza, la Juventus sfonda e pareggia: all’altezza del montante alla sinistra di Rigamonti, Hamrin coglie in titubanza due avversari e serve di precisione Conti. Questi sgattaiola avanti e rabbiosamente e dal basso in alto, spara diritto davanti a sé. Nulla da fare per il portiere, così a bruciapelo: uno a uno”. Così Raul Conti s’è preso una sorta di rivincita contro quel Torino che dopo averlo sedotto, lo aveva precocemente abbandonato, costringendolo a emigrare nel Principato. Disputa un buon campionato Conti, si merita una chiamata dalla Nazionale argentina (ma non gioca, contro l’Austria) ma a fine stagione deve fare le valigie. Innanzitutto perché la sua indolenza e la mancanza di continuità e disponibilità al sacrificio non appaiono sufficientemente compensate dalle indubitabili qualità tecniche e di fantasia. E poi, è in arrivo un certo Sivori e “ubi maior…”. Conti finisce così all’Atalanta per 22 milioni. E a Bergamo disputa una stagione difficile. Con 6 gol in 30 partite risulta il miglior realizzatore di una squadra priva di punte valide e che non riesce a evitare la retrocessione con appena 29 gol segnati complessivamente. Da Bergamo finisce a Bari dove vive invece una seconda giovinezza e si prende le soddisfazioni che non conosceva dai tempi di Montecarlo. In quattro stagioni (tre in A e una in B) gioca 87 partite e segna 10 gol, ma riceve grandi consensi al punto da meritarsi dallo storico del Bari Gianni Antonucci, la definizione di “fantasista più geniale che abbia mai indossato la maglia del Bari”. Come tutti i fantasisti, Raul Conti era anche un burlone, uno di quelli che tengono alto il morale della truppa. Una sera, durante il ritiro della squadra, fece una singolare scommessa con il compagno Gianni Seghedoni. Una sfida sui 100 metri, che Seghedoni avrebbe dovuto correre normalmente mentre Conti sarebbe partito dai 50 metri, correndo però all’indietro. Sorprendendo un po’ tutti e fra l’ilarità generale, Conti arrivò per primo e vinse la stramba scommessa, costringendo Seghedoni a pagare, con comprensibile disappunto, la cena per tutti. La permanenza di Raul Conti al Bari è stata segnata anche da un episodio molto meno divertente passato alla storia perché balzato sulle prime pagine dei giornali e, soprattutto, entrato nella giurisprudenza dello sport. Nel corso della partita fra Bari e Milan del 25 dicembre 1960, Conti subì un fallo piuttosto violento da parte del milanista Sandro Salvadore. Gli fu riscontrata la rottura del menisco, fu costretto all’intervento chirurgico e poté rientrare solo dopo 40 giorni. Riflettendo sull’episodio e sul danno che la scorrettezza di Salvadore aveva provocato a Conti e di conseguenza anche al Bari, in lotta per la salvezza, l’avvocato barese Aurelio Gironda, denunciò alla magistratura ordinaria il difensore del Milan, invocando la volontarietà del fallo. In prima istanza il pretore di Bari Giacinto Di Marco, visionati i filmati dell’episodio, dopo aver interrogato l’arbitro, i due giocatori protagonisti (Conti, per la clausola compromissoria, non si costituì parte civile) e altri testimoni, giunse alla conclusione che il fallo era stato involontario e quindi non ravvisò dolo nel comportamento di Salvadore. “Tuttavia – sottolineava la sentenza – il reato sportivo poteva essere perseguito dalla legge ordinaria. Se la legge è uguale per tutti, questo vale anche su un campo di calcio”. Sandro Salvadore venne condannato quindi a un’ammenda di 50 mila lire più le spese processuali. Contro la sentenza il milanista si appellò. Ma la lentezza della giustizia e alcuni cavilli procedurali fecero sì che non si arrivasse mai alla sentenza d’appello: Raul Conti nel frattempo era tornato in Argentina e Sandro Salvadore era passato alla Juventus ed era diventato un pilastro della Nazionale. Nessuno si presentò al dibattimento e il procedimento venne archiviato. Raul Conti è morto nella sua Argentina nel 2008. Puerto Madryn, nella Patagonia argentina, gli ha dedicato il suo stadio polisportivo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/raul-conti.html
  16. RAÚL CONTI https://it.wikipedia.org/wiki/Raúl_Conti Nazione: Argentina Luogo di nascita: Pergamino Data di nascita: 05.02.1928 Luogo di morte: Pergamino Data di morte: 05.08.2008 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: El Ñato Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 07.10.1956 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-1 Ultima partita: 16.06.1957 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-2 30 presenze - 7 reti «Calza la palla come una pantofola.» (Bruno Roghi) Raúl Alfredo Conti (Pergamino, 5 febbraio 1928 – Pergamino, 5 agosto 2008) è stato un calciatore argentino, di ruolo centrocampista. Raúl Conti Conti in Argentina Nazionalità Argentina Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1962 Carriera Giovanili 1940-1944 Compania General de Salto Argentino Squadre di club 1944-1947 Compania General de Salto Argentino ? (?) 1947-1951 Racing Club ? (72) 1951 River Plate ? (?) 1951 Torino 0 (0) 1951-1956 Monaco 101 (44) 1956-1957 Juventus 30 (7) 1957-1958 Atalanta 30 (6) 1958-1962 Bari 87 (10) Caratteristiche tecniche Era una mezzapunta abbastanza estrosa e abile nei dribbling. Quando ispirato era un trascinatore (consueto per un fantasista), ma talvolta la sua tecnica poteva risultare sterile nel gioco di squadra. Carriera «Il fantasista più geniale avuto dal Bari.» (Gianni Antonucci) Figlio di garagista, inizia a giocare a calcio all'età di dodici anni in una rappresentativa locale, la Compania General de Salto Argentino. Dopo tre anni nelle formazioni giovanili viene portato in prima squadra, militante nella IV Divisione argentina. Ingaggiato dal Racing Club nel 1947, per volere di Guillermo Stábile, vince con i biancocelesti quattro campionati di Primera División sotto la guida di "Chino" Cepeda e colleziona la media di 18 reti a stagione. A seguito di un provino con il River Plate di Renato Cesarini viene preso ma rigirato inaspettatamente, dopo soli due mesi, agli italiani del Torino. I tecnici granata, non convinti dal suo individualismo (non viene incluso nella rosa), lo cedono dapprima in prestito e poi definitivamente ai monegaschi del Monaco, che contribuisce attivamente a far promuovere in Ligue 1. Conti in azione con la maglia della Juventus nella stagione 1956-1957 Entrato nel mirino della Juventus, gioca con i piemontesi 30 partite nella stagione 1956-1957 (per un totale di 7 gol). Pur con l'attenuante di capitare in una squadra bianconera di transizione, persino impelagata nei bassifondi della classifica, Conti viene tuttavia ricordato a Torino come «l'uomo sbagliato al momento sbagliato», in quanto giocatore di talento ma privo del carisma necessario per incidere in campo e imporsi nello spogliatoio: riesce comunque a lasciare un segno nella sfida-salvezza del 5 maggio 1957 contro il Palermo, vinta dalla Juventus in goleada per 6-4. Passa poi all'Atalanta, sempre in Serie A. Dopo un solo anno con gli orobici viene venduto al Bari. Gioca in biancorosso gli ultimi quattro anni della sua carriera, di cui tre nel massimo campionato e uno, l'ultimo, in Serie B, dividendo i tifosi biancorossi dell'epoca tra simpatizzanti e non. Del quadriennale trascorso con i pugliesi è rimasto agli annali un infortunio che Conti ha subìto nella gara contro il Milan, valida per la dodicesima giornata del campionato 1960-1961 e giocatasi il 25 dicembre: al 18' l'interno viene colpito violentemente alla gamba sinistra dall'accorrente Sandro Salvadore. Diagnosticatagli la rottura del menisco, Raul deve rimanere in cura per quaranta giorni. Nel frattempo i galletti, privi di Conti, ricavano due punti nelle seguenti sei gare. L'avvocato barese Aurelio Gironda, forte sostenitore biancorosso, denuncia quindi il difensore milanista, definendo il fallo «da codice penale». Per la prima volta nella storia, quindi, il calcio entra nei tribunali; lo stesso Conti non s'è neanche costituito parte civile (infatti, intervistato nell'istruttoria, il calciatore considera involontario il fallo ricevuto). Nel febbraio del 1962 Salvadore viene riconosciuto colpevole e gli viene pertanto comminata una multa di cinquanta milioni di lire da aggiungere alle spese processuali. La motivazione addotta dal giudice Giacinto De Marco sta nel fatto che superati certi limiti, un fallo sportivo può essere punito come reato comune. Dopo la nascita a Bari del figlio Norberto, il fantasista chiude la sua carriera a 34 anni, lasciando definitivamente l'Italia.
  17. ENZO ROBOTTI Una stagione, quella 1956-57 dei “Puppanti”, per Enzo Robotti, forte difensore alessandrino. Solamente 15 presenze per lui e una rete su rigore, in un roboante 5-1 all’Inter del 3 marzo ‘57. Questa la formazione della Juve di quel match: Romano; Corradi, Robotti; Oppezzo, Nay, Montico; Donino, Colombo, Boniperti, Conti, Stivanello. Per i nerazzurri: Ghezzi; Fongaro, Giacomazzi; Invernizzi, Rebizzi, Bernardin; Pandolfini, Vonlanthen, Nesti, Lorenzi, Skoglund. Segnarono, oltre al nostro, Colombo, Conti, Oppezzo e Montico per la Zebra. Di Rebizzi dal dischetto l’unico punto per il Biscione. Robotti troverà gloria nella Fiorentina (dove vincerà la Coppa delle Coppe e la Coppa Italia) e nella Roma, partecipando pure al nefasto Mondiale cileno del 1962. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 1963 Arrivai alla Juventus che avevo sedici anni. Mi pare superfluo rievocare le sensazioni di quei giorni: a quell’età entrare a far parte della quadra più popolare e più famosa d’Italia! Toccavo il cielo con il dito, ecco; gli inizi, nella squadra ragazzi dell’Alessandria, mi sembravano ormai lontani. Mi illudevo di essere arrivato, di aver raggiunto il tetto delle ambizioni, il vertice della carriera. Purtroppo, non fu così semplice. Il mio tirocinio alla Juventus fu lungo e cosparso di spine. Trovai dapprima un limite nell’età, poi nella bravura dei miei compagni di squadra. Raggiunsi la prima squadra con Puppo allenatore (un vero signore, misurato, intelligente: sapeva lavorare il morale dei giocatori in maniera insuperabile), ma trovai la mia definitiva valorizzazione lontano dalla Juventus, in quella Fiorentina che è logicamente divenuta la squadra del mio cuore. Con tutto questo, non dovete credere che i miei ricordi juventini siano venati di malinconia o di spunti polemici. Tutt’altro. Ricordo la Juventus come una squadra e soprattutto una società modello. Le piccole beghe che inevitabilmente capitano nel nostro mondo di calciatori non risparmiavano neppure la Juventus. Ma era lo stile nel superarle a dare la misura della classe della società. Nessuno scandalo, un trattamento sempre signorile. I problemi venivano discussi e risolti in famiglia, al di fuori non trapelava nulla. Ricordo con affetto e gratitudine tutti i dirigenti di allora, ricordo Locatelli, l’allenatore di noi ragazzi che ci dava la carica con quel suo tratto semplice e pieno di umanità. Ma a voi interessano forse di più i ricordi sportivi. La mia permanenza alla Juventus non coincise con un periodo felice per la squadra. Si lottava a metà classifica, Milan e Inter dominavano la scena. Per questo mi sembrava ancora più inspiegabile l’alone di affetto e di popolarità che circondava la squadra. I successi del passato, senza dubbio, rimanevano nella memoria del pubblico. Ma c’era di più: forse era proprio lo stile juventino che affascinava le folle, le faceva stringere attorno alla bandiera bianconera. È piuttosto singolare il modo in cui mi guadagnai il posto in prima squadra. Io giocavo nelle riserve e spesso mi ero trovato in allenamento di fronte a quel mago di Praest. Poi arrivò uno svedese biondo, fragile come un cristallo allora, ma tecnicamente un demonio. Si chiamava Kurt Hamrin, i nostri destini dovevano poi incrociarsi. Nelle partitelle di metà settimana, disputai alcuni duelli memorabili con Kurt. Lui a inciucchirmi di finte e scatti ed io a tenerlo spietatamente, con rabbia. Si accorsero di me, allora. C’era Puppo, appunto. Ero tornato da un anno di prestito alla Sanremese, che mi era servito per farmi le ossa, come si dice in gergo. Dopo dieci partite di campionato, divenni titolare e non mollai più il posto sino alla fine. Ogni tanto ricordiamo quei giorni, con Hamrin. La Juventus aveva due grandi terzini, Corradi e Garzena, che giocano ancora, sia pure in altre squadre. Ormai come riserva ero un lusso, fu così che si arrivò alla mia cessione alla Fiorentina. Il primo incontro che disputai in campionato contro la Juventus, avrei voluto spaccare tutto. È un sentimento umano. Ma poi, pur impegnandomi sempre al massimo a ogni occasione, non riuscii mai a scovare un valido motivo di vendetta che potesse caricarmi. Non avevo nulla da rimproverare alla Juventus, mi avevano trattato con tutti i riguardi. Il mio passato di juventino è ormai un capitolo lontano. Nella Fiorentina ho trovato la valorizzazione, la maglia azzurra. È difficile ipotecare il futuro di noi calciatori, ma posso dichiarare in tutta sincerità che se fossi costretto a lasciare la maglia viola, lo farei con l’animo pieno di amarezza. Alla Fiorentina sono legato a doppio filo. Questo non mi impedisce di mantenere un ottimo ricordo della Juventus. Penso che per un calciatore essere appartenuto alla Juventus sia un po’ un’etichetta di nobiltà: per questo ne vado fiero. GINO STACCHINI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1963 Pensando a un terzino che io temo particolarmente, vi faccio un nome: Robotti. Il fiorentino Robotti. Ricorderete che, con Enzo, ho giocato parecchio tempo qui a Torino, per la stessa squadra, per la Juve. Giocavamo con i titolari e con le riserve. In genere non era lui che io trovavo sulla mia strada, appunto perché eravamo insieme. Ma poi, sapete come va a finire. Capita che in allenamento si giochi in formazioni miste, un tempo lo si fa con i titolari, un tempo con gli allenatori. Insomma, Enzo ha potuto «conoscermi» in tutta tranquillità, imparando a memoria, anche non volendo, il mio repertorio di gioco personale. Poi, Robotti se n’è andato alla Fiorentina. La musica è cambiata perché me lo sono ritrovato di fronte e non si trattava più di allenamenti. Si trattava di Campionati e di Coppe... Qualche volta sono riuscito a portarlo a spasso; sovente, però, il nostro duello l’ha vinto lui. Lui, perché mi conosce e perché è per me un fatto psicologicamente negativo il sapere, appunto, che lui mi conosce. Il gioco diventa un fatto tutto psicologico, in queste condizioni. È una guerra fredda che è difficile improvvisare con lucidità. Non questa finta perché lui la conosce, non quell’altra perché lui non abbocca... La vita diventa difficile. Eppure, anche in questo caso la forma ha un grandissimo peso. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/enzo-robotti.html
  18. ENZO ROBOTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Robotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 13.06.1935 Ruolo: Difensore Altezza: 177 cm Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 13.01.1957 - Serie A - Juventus-Padova 0-0 Ultima partita: 16.06.1957 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-2 15 presenze - 1 rete Enzo Robotti (Alessandria, 13 giugno 1935) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Enzo Robotti Robotti alla Fiorentina fra gli anni '50 e '60 Nazionalità Italia Altezza 177 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1968 - giocatore 1991 - allenatore Carriera Giovanili 1945-1952 Alessandria 1952-1955 Juventus Squadre di club 1955-1956 → Sanremese 31 (0) 1956-1957 Juventus 15 (1) 1957-1965 Fiorentina 231 (2) 1965-1967 Brescia 49 (1) 1967-1968 Roma 21 (0) Nazionale 1958-1965 Italia 15 (0) Carriera da allenatore 1970-1971 Montevarchi 1971-1973 Prato 1973-1975 Pisa 1975-1977 Grosseto 1977-1979 Montecatini 1980-1982 Spezia 1982-1983 Fano 1983-1985 Rondinella 1985-1986 Avellino 1987 Cagliari 1988-1989 Frosinone 1989-1990 Rondinella 1990-1991 Trento Carriera Giocatore Club Cresciuto nelle giovanili dell'Alessandria, nel 1952 fu ceduto alla Juventus, inizialmente in prestito. In seguito la formazione torinese lo prestò per una stagione alla Sanremese, prima di far ritorno ai bianconeri nel 1956. Robotti (accosciato, terzo da destra) nella Roma del 1967-1968 Dopo aver esordito in Serie A con la Juventus, Robotti passò alla Fiorentina, con la quale disputò nove campionati ottenendo, come miglior risultato, tre secondi posti consecutivi fra il 1957 ed il 1960. Inoltre, sempre in maglia viola, vinse la Coppa delle Coppe 1960-1961 battendo in finale i Rangers Glasgow; perse, invece, la finale (ripetuta) nell'edizione successiva contro l'Atlético Madrid. Perse anche le finali di Coppa Italia (nel 1958 contro la Lazio e nel 1960 contro la Juventus), Coppa delle Coppe 1961-1962 e Coppa Mitropa 1965. Nel 1965 lasciò la maglia viola per accasarsi al neopromosso Brescia, chiudendo tre anni più tardi la sua carriera con la casacca della Roma. Nazionale In azzurro Robotti disputò 15 incontri, prendendo parte alla spedizione cilena del 1962, nella quale fu, assieme a Sandro Salvadore, l'unico giocatore a prendere parte a tutte e tre le gare disputate dalla Nazionale italiana. Allenatore Iniziò la carriera di allenatore nel 1970 con il Montevarchi, collezionando subito una retrocessione in Serie D. Allenò poi per due anni a Prato, con un sesto ed un quindicesimo posto. Dal 1973 al 1975 allenò il Pisa, dove ottiene un sesto posto ed il primo esonero della sua carriera. Dal 1975 al 1977 fu a Grosseto, per poi passare al Montecatini, che salì dalla Serie D alla Serie C2, ma solamente in seguito alla riforma dei campionati voluta dalla FIGC a partire dalla stagione 1978-1979. Dopo un anno di inattività, riprese dallo Spezia, che retrocesse in Serie C2. Confermato anche per la stagione successiva, venne esonerato in corso d'opera. Nella stagione 1982-1983 subentrò alla guida del Fano, per poi passare alla Rondinella, con la quale ottenne il miglior risultato della propria carriera nella stagione 1983-1984, un quarto posto in Serie C1. Lasciò la Rondinella nel 1985 in comune accordo con il presidente Ugo Poggi. Nello stesso anno colse l'opportunità di allenare in massima serie l'Avellino, dapprima affiancato da Tomislav Ivić come direttore tecnico e poi come prima guida tecnica, conquistando l'ottava salvezza consecutiva per gli irpini. Nel 1987 si trovò al capezzale di un Cagliari appena retrocesso dalla Serie B, venendo successivamente esonerato. Nella stagione 1988-1989 sostituì a campionato in corso Alberto Mari sulla panchina del Frosinone. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Fiorentina: 1960-1961 Coppa dell'Amicizia italo-francese: 2 - LNP: 1959, 1960 Coppa delle Alpi: 1 - Fiorentina: 1961
  19. GIUSEPPE ROMANO https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Romano Nazione: Italia Luogo di nascita: Brescia Data di nascita: 15.11.1918 Luogo di morte: Tempio Pausania (Olbia-Tempio) Data di morte: 16.11.1965 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Bepi Alla Juventus dal 1956 al 1957 Esordio: 03.03.1957 - Serie A - Juventus-Inter 5-1 Ultima partita: 02.06.1957 - Serie A - Padova-Juventus 2-1 6 presenze - 10 reti subite Giuseppe Romano (Brescia, 15 novembre 1918 – Tempio Pausania, 16 novembre 1965) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Romano Romano (in piedi, primo da sinistra) nel Brescia della stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1957 - giocatore Carriera Squadre di club 1937-1942 Brescia 124 (-112) 1942-1943 Vicenza 24 (-35) 1944-1945 Como 20 (-18) 1945-1947 Vicenza 60 (-54+) 1947-1949 Brescia 59 (-52) 1949-1951 Como 2 (-6) 1951-1954 Torino 52 (-75) 1954-1955 Lecco 10 (-?) 1956 Piacenza 9 (-14) 1956-1957 Juventus 6 (-10) Carriera da allenatore 1960-1961 Pordenone Juniores 1962-1963 Pordenone 1964-1965 Aosta 1965 Tempio Carriera Giocatore Esordisce in Serie B con il Brescia, il 22 maggio 1938 nella partita Brescia-Vigevano (3-1). Rimane in forza alle Rondinelle fino al 1942, quando si trasferisce al Vicenza, con cui debutta in Serie A il 4 ottobre 1942 nella sconfitta per 6-1 sul campo del Genova 1893. Durante la sospensione bellica dei campionati, si trasferisce al Como, con cui prende parte al Torneo Benefico Lombardo: la formazione lariana conclude al primo posto, e Romano risulta il portiere meno battuto del torneo con 18 reti subite. Terminata la guerra, riprende l'attività giocando ancora due campionati con il Vicenza (il secondo in Serie A), prima di ritornare al Brescia per due stagioni da titolare nella serie cadetta. Nel 1949 torna a militare nella massima serie con il Como; con i lariani, tuttavia, viene impiegato come rincalzo, e colleziona 2 presenze in due stagioni. Ormai trentatreenne, passa al Torino, sempre in Serie A, ed esordisce in maglia granata il 18 novembre 1951, nella vittoria per 1-0 a Trieste, conquistando la maglia da titolare e giocando 29 partite nel campionato 1951-1952. Nelle due stagioni successive lo spazio si riduce progressivamente, e nel 1954, a 36 anni, scende in Serie C, con la maglia del Lecco: gioca 10 partite come riserva del titolare Maffeis, e a fine stagione viene lasciato libero. Nell'aprile 1956, dopo diversi mesi di inattività, viene ingaggiato dal Piacenza, risultando il quarto portiere impiegato dagli emiliani nel campionato di Serie C 1955-1956. Disputa le ultime 9 partite del campionato, contribuendo alla salvezza della squadra allenata da Ercole Bodini (poi vanificata dalle vicende del Caso Piacenza). La carriera di Romano prosegue con la sua ultima stagione in Serie A, nelle file della Juventus, come terzo portiere dietro Giovanni Viola e Giuseppe Vavassori. Gioca 6 partite concludendo la sua carriera il 2 giugno 1957, sul campo del Padova; con i suoi 38 anni risulta il giocatore più anziano ad aver vestito la maglia bianconera al debutto. Allenatore Terminata la carriera agonistica diventa allenatore del Pordenone, nel campionato 1962-1963, e nel 1965 viene ingaggiato dal Tempio. Nel novembre dello stesso anno, mentre dirigeva un allenamento della squadra, muore colpito da infarto.
  20. JUAN VAIRO Estate del 1955: la dirigenza juventina decide di rinnovare parzialmente il parco stranieri della formazione, partendo dall’attacco che, dalla partenza dei due Hansen, non ha più trovato la penetrazione degli anni precedenti. Dall’Argentina giunge Juan Vairo, fratello di Federico, terzino della Nazionale albiceleste guidata dal Filtrador Guillermo Stabile. Vairo proviene dal Boca Junior, la famosa Equipo Zeneise, nella quale giostra da interno su entrambe le fasce del campo. È di origini calabresi: il giocatore racconta spesso, infatti, che il padre era stato ottimo calciatore con la maglia della Sampierdarenese negli anni Venti. La Juventus di quell’anno può contare ancora sul validissimo apporto di Boniperti, sempre atletico e ragionatore, anche se al centro manca un ariete sfondatore. Vairo stenta parecchio ad ambientarsi e, quando arriva l’autunno, incontra ancora più difficoltà a causa dei terreni bagnati, ai quali non è abituato. Viri Rosetta, nonostante tutto, afferma che si sarebbe dovuta attendere la primavera e, quindi, un fondo a lui più congeniale, per poter esprimere un giudizio compiuto. Ma l’allenatore Sandro Puppo non proverà l’argentino in maniera concreta, ritenendo più affidabile inserire in formazione giocatori meno dotati sul piano tecnico, ma più redditizi dal punto di vista del rendimento. Era costato diciotto milioni, una cifra non esaltante, ma comunque non disprezzabile per un atleta sceso in campo undici volte complessive. Nel corso di queste rare apparizioni, Juan Vairo segna tre reti dando prova che, quando le condizioni fisiche e del terreno glielo permettevano, era dotato di una tecnica ben oltre la media e di una discreta visione di gioco. «Viva sorpresa nell’ambiente bianconero – si legge su “La Nuova Stampa” del 13 marzo 1956 – la mezzala sud-americana Juan Vairo, acquistata dalla Juventus all’inizio della stagione, ha improvvisamente lasciato l’Italia, ed è tornata in patria, salendo ieri a bordo dell’aereo che è partito dalla Malpensa poco dopo le quattordici, diretto in Argentina. La notizia è trapelata nelle prime ore della giornata di ieri e sembrava in un primo momento infondata. Dirigenti bianconeri presenti in sede dichiaravano di non essere al corrente di una simile decisione e altrettanto sostenevano i giocatori, che sembravano anzi stupiti dell’informazione. Soltanto il commissario straordinario della società juventina, Umberto Agnelli, ha conformato di sapere con esattezza i termini della questione. Il giocatore aveva avuto un colloquio con il massimo esponente bianconero, chiedendo espressamente di essere autorizzato a rientrare in patria, dove sperava di ottenere una sistemazione presso una squadra di Buenos Aires. Pare infatti che Vairo avesse avuto, tramite i suoi familiari, approcci con il River Piate, che si era dichiarato disposto ad assumerlo in vista del campionato argentino che si inizierà ad aprile. Nel colloquio Umberto Agnelli-Vairo sarebbe stato raggiunto un accordo di massima, sul quale si mantiene logicamente il riserbo: pare tuttavia che al giocatore sia stato concesso di rientrare a suo agio in Argentina. Così sabato pomeriggio, dopo la partita Juventus-Sampdoria, l’attaccante sud-americano è andato a casa, ha fatto le valige ed è partito per Milano. All’amico Turchi, che ha assistito ai preparativi per il viaggio, ha dichiarato che intendeva cambiare casa, avendo trovato un’altra pensione. Evidentemente Vairo non voleva che la notizia del suo ritorno in Argentina trapelasse prima del tempo. È partito così senza salutare nessuno né i suoi compagni di squadra, né i suoi amici, né l’allenatore Puppo. Naturalmente Vairo potrà giocare a Buenos Aires soltanto dopo un completo accordo con la Juventus, accordo assai probabile, tanto più che i tecnici bianconeri non avevano alcuna intenzione di confermare il giovane sud-americano per la prossima stagione. Vairo del resto non aveva potuto trovare qui in Italia l’ambiente adatto al suo gioco e al suo temperamento. Tecnicamente a posto, era parso ai dirigenti e ai compagni poco adatto al campionato italiano, dove bisogna lottare con cuore e con decisione. Un infortunio iniziale (stiramento muscolare) ha costretto l’argentino al riposo per circa un mese. Da quel momento le sue apparizioni in prima squadra sono state’ sempre più saltuarie, finché Puppo decideva di toglierlo dalla rosa dei titolari. Vairo che soffriva di nostalgia della sua Argentina, ha chiesto e ottenuto di ritornarvi. Non si potrebbe parlare di fuga, ma forse soltanto di partenza anticipata». ANGELO CAROLI Vairo tornò in Argentina molto prima della fine del campionato, sconfitto dalla nostalgia e dall’incapacità di adattarsi alle rinunce che il calcio italiano imponeva. Aveva tecnica e stile, ma non carattere. Gli piaceva troppo giocare a carte, frequentava i night e aveva l’eccentrico costume di svegliarsi a mezzogiorno. Era un guascone, sfrontato e simpatico ma indecifrabile in alcuni aspetti. Marisa Zambrini, dinamica donna piena di interessi sportivi, fra un tuffo in piscina e il rombo di motori da rally, ebbe tempo di diventare segretaria della Juventus dal 1956 al 1961. Era arrivata con Umberto Agnelli, che aveva conosciuto a Modena: «Il dottore vinse il campionato italiano universitario su pista – diceva Marisa – a quei tempi mi occupavo di motori. Mi presentai a Torino per un colloquio e fui assunta». La Zambrini ricorda un episodio che le aveva creato disagi di coscienza. Vairo si sentiva solo. Una sera chiese a Marisa di cenare con lui. La segretaria non poteva accettare quell’invito. Non era nelle regole. Una segretaria di club che affronta la notte torinese in compagnia di un giocatore era inconcepibile! Un mese più tardi Vairo scappò dall’Italia sopraffatto dalla nostalgia. Marisa si porta dietro il rimpianto di non aver assecondato, in quella remotissima sera del 1956, il desiderio di un argentino, che aveva solo voglia di parlare con qualcuno, di avvertire calore, seppur provvisorio, di un’amicizia. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/juan-vairo.html
  21. JUAN VAIRO https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Vairo Nazione: Argentina Luogo di nascita: Rosario Data di nascita: 01.08.1932 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 76 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 19.02.1956 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 11 presenze - 3 reti Juan Apolonio Vairo Moramarco (Paraná, 10 aprile 1932) è un ex calciatore argentino, di ruolo centrocampista. Juan Vairo Vairo alla Juventus nel 1955 Nazionalità Argentina Altezza 174 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1966 Carriera Squadre di club 1950-1952 Rosario Central 21 (6) 1953-1954 Boca Juniors 21 (9) 1955-1956 Juventus 11 (3) 1956 Liverpool (M) ? (?) 1957-1958 River Plate 12 (2) 1958 Rosario Central 20 (14) 1958 Tigre 23 (6) 1959-1960 Liverpool (M) ? (?) 1960 América de Cali 34 (13) 1961-1962 Ind. Medellín 39 (30) 1963 Deportes Quindío 45 (21) 1964 Once Caldas 5 (1) 1965 Tigre ? (?) 1965 Montréal Italica ? (?) 1965-1966 Boston Tigers ? (?) Carriera Formatosi nel Rosario Central, debuttò nella Primera División argentina nel 1950. Tre anni dopo fu ceduto al Boca Juniors, con cui vinse il campionato argentino nel 1954. Nell'estate del 1955 venne acquistato per 18 milioni di lire dalla Juventus intenzionata a rinnovare parzialmente il parco stranieri della formazione, partendo dall'attacco che, da quando se ne erano andati i due Hansen, non aveva trovato più la penetrazione degli anni precedenti. Con la maglia bianconera esordì in Serie A il 18 settembre 1955, segnando una doppietta nei primi 30' della gara casalinga contro la SPAL terminata 2-2, disputando in totale 11 partite segnando 3 gol, ma a causa di varie incomprensioni ritornò anzitempo in Argentina nel marzo del 1956, per poi accasarsi al Liverpool Fútbol Club in Uruguay. Nel 1957 si trasferì al Club Atlético River Plate, dove giocò insieme al fratello Federico Vairo, terzino della Albiceleste guidata dal “Filtrador” Guillermo Stábile. Successivamente giocò in Colombia nell'Independiente Medellín e nel Deportes Quindío, per poi tornare al Tigre nel 1965. Nel maggio 1965 è al Montréal Italica, squadra con cui vince la stagione regolare della Eastern Canada Professional Soccer League, fallendo però la vittoria nei play-off per il titolo. Si sposta poi negli Stati Uniti d'America, per giocare nell'American Soccer League con i Boston Tigers. Palmarès Campionato argentino: 2 - Boca Juniors: 1954 - River Plate: 1957
  22. GINO STACCHINI «Frequentavo le Magistrali a Forlimpopoli. Il Bologna venne a vedermi giocare tre o quattro volte, mediante l’osservatore Pasti. I rossoblu sembravano molto interessati alla mia figura, ma non mi presero mai, in seguito scoprii che al mio posto il club petroniano aveva reclutato nelle mie veci un altro grande attaccante, Ezio Pascutti. Pascutti era totalmente diverso da me; io ero veloce e amante del dribbling, avevo una buona tecnica; lui era solido, concreto, con un colpo di testa eccezionale. Sul finire della stagione 1954–55, si fece viva la Juventus, grazie all’interessamento del mio allenatore al San Mauro Pascoli, Tosolini: il provino con i bianconeri non fu totalmente convincente. Venni arruolato grazie alle mie abilità di scattista. Al termine del test, ci accordammo per una sfida: dovevo battere Boniperti sui cento metri. Ci riuscii, per tre volte. Così, divenni juventino».Romagnolo di San Mauro Pascoli (Forlì), classe 1938, Gino Stacchini arriva alla Juventus nell’estate del 1955 e ha in comune con Muccinelli, il suo predecessore, il ruolo di ala e la gioia di vivere dei romagnoli. Rispetto al più anziano conterraneo ha però un grande vantaggio: la Juventus non ha grandi alternative nel ruolo e, con un allenatore come Sandro Puppo che ama i giovani e dà loro piena fiducia, Gino parrebbe avere la strada spianata. Invece, Stacchini fatica non poco a farsi largo, perché un altro giovane, Stivanello è il suo nome, ha più grinta ed è più concreto sotto porta, diventando di fatto il titolare quasi inamovibile della maglia numero undici.La stagione successiva le cose non migliorano molto per Stacchini, tanto che la dirigenza pensa di cederlo; ma il nuovo allenatore, lo slavo Broćić, gli concede la propria fiducia, apprezzando la sua imprevedibilità, la capacità di inventare sempre e comunque qualcosa, anche a rischio di qualche figuraccia. È tutta la Juventus che quell’anno è diversa: sono arrivati fuoriclasse come Sivori e Charles e la consacrazione definitiva di Stacchini avviene il 17 novembre del 1957, a Bologna, in uno stadio pieno di romagnoli che fanno il tifo per la Juventus e per lui. Gino gioca una partita straordinaria: realizza un bellissimo goal e ne fa segnare altri due a Charles e Nicolè. La strada per la Juventus lanciata verso il titolo è in discesa: lo scudetto 1958, quello della prima stella, è anche la stagione della consacrazione di Gino, presente ventiquattro volte con sei reti.Ha lo stesso dribbling di Muccinelli e, in più, la velocità e la profondità, giocando da ala classica che arriva sul fondo e pennella cross al bacio, molto invitanti per il grande John Charles. In più, Stacchini è ambidestro e calciare con il destro o con il mancino è la stessa cosa.La Juventus continua a vincere e Stacchini contribuisce agli scudetti 1960 e 1961 e a due Coppe Italia: inevitabilmente arriva la chiamata in Nazionale. Debutta a Bologna, città del destino, contro l’Irlanda del Nord: Stacchini gioca una grandissima partita, vinta 3-2, grazie anche a un suo goal.Gino è un ragazzo solare, un amico allegro dallo sguardo schietto e dal sorriso offerto con scariche nervose; ti scruta sempre con occhio stanco, quasi miope (è uno dei primi calciatori a indossare le lenti a contatto) e dolce.Un giorno del 1968, deve interrompere la love-story con Raffaella Carrà, impegnata a seminare, sul piccolo schermo, sorrisi e dinamismo tersicoreo, mentre gli italiani stanno seduti davanti alla televisione. Si erano conosciuti, da ragazzi, sulle spiagge di Bellaria; e, ben presto, la simpatia si era trasformata in amore. La loro storia scatenò l’interesse dei rotocalchi rosa e quotidiani sportivi; furono fidanzati per quasi otto anni. Inevitabile che arrivasse, da parte di Gino, la richiesta di convolare a giuste nozze ma Raffaella disse di no, preferendo rinunciare all’amore per dedicarsi alla carriera. Stacchini, dopo aver sofferto molto (anche in campo) per la fine dell’amore, si sarebbe rifatto incontrando Lora, la ragazza che sarebbe diventata la donna della sua vita, rendendolo padre orgoglioso di Sabina.Nel 1963 la Juventus acquista Menichelli e Stacchini è costretto a spostarsi a destra, ma i suoi scatti e le sue reti continuano a essere decisivi per la squadra. Vince ancora uno scudetto nel 1967, con Heriberto Herrera in panchina e con Zigoni e Depaoli a sfruttare i suoi numerosi assist.VLADIMIRO CAMINITII quattro scudetti e le tre Coppe Italia di Gino Stacchini nato dove esercitava la sua mano sapiente il poeta Pascoli, il poeta dei bambini e del latinorum, lasciano un’impronta nella storia tutta della Juventus. Fu un professionista affacciato sul futuro, che aveva un’incantevole natura, un forlivese lindo ma non servile, un’ala di quelle antiche, dal dribbling che andava al sodo, col giusto esito del goal fiammante.E voglio dire che i goal di Stacchini erano tutti bellissimi, costituivano il capolavoro delle sue prestazioni entusiaste, giocò nella Juventus degli ultimi deliri, quando il goal racchiudeva tutto, e stava sopra a tutto, anche alla professionalità, ma c’erano fior di professionisti come questo ragazzo innocente e temerario che lottava su ogni pallone da corsaro.Pertanto mi sembra doveroso elogiarlo per come riuscì ad affiancarsi ai rodomonti, lui che non lo era, al suo affacciarsi alla ribalta. Esordiva al posto di Præst invecchiato un giorno d’aprile del 1956 a Bergamo, Atalanta-Juventus 1-1, e ricompariva sei volte nel corso di un campionato che la Juve visse mediocremente, Præst l’ombra dell’asso che era stato, nessun goal in venticinque partite, i Colella, Vairo, Bartolini, Caroli, assi presunti di fuori, e bravi giovani del vivaio (Caroli sarebbe divenuto un buon notista calcistico), incapaci di belle cose. Con Sandro Puppo allenatore, tutti i sogni si infrangono crudelmente, la squadra è agile ma non argina e becca; arriva sulla soglia della retrocessione.Gino Stacchini mi raccontò la sua carriera juventina un pomeriggio di ottobre del 1966, si guardava alle spalle con la fine malinconia dell’atleta che un difetto di vista frastorna nei suoi scatti nativi. Lo scatto in progressione sull’out e il cross, ventiquattro presenze nel campionato del Decimo, sei goal; venticinque presenze e quattro goal nel successivo; ventotto presenze e otto goal nel campionato dell’Undicesimo, 1959-60; due nel campionato del Dodicesimo. Poi il Tredicesimo, in cui il suo scattismo s’è impolverato, va in campo appena cinque volte, non segna nessun goal.La grandiosa festa del primo giugno 1967 a Torino contro la Lazio lo vede in borghese, col suo viso minuto, aggirarsi felice: è il quarto scudetto, e lui mi racconta la sua vita di juventino e spiega finalmente l’arcano della ribellione di Sivori contro il bravo Broćić: «All’inizio della stagione 1958-59, le attrezzature erano insufficienti, a Graglia, e cominciarono i malumori di Sivori, perché si doveva fare footing, su e giù per le colline. Omar sempre più rabbuiato. Si attaccava al telefono, chiamava il segretario, e gridava».NICOLA CALZARETTA, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 2012Gino Stacchini, romagnolo di San Mauro Pascoli dove è nato il 18 febbraio 1938. Settantaquattro gli anni tra qualche giorno, quindici dei quali trascorsi insieme alla Juventus. Dall’arrivo a Torino da adolescente, all’esordio in A contro l’Atalanta il primo aprile 1956, fino alle ultime apparizioni nella stagione 1966-67, quella del tredicesimo scudetto. In mezzo quasi trecento presenze in gare ufficiali, cinquantanove goal e un palmarès invidiabile: quattro scudetti, tre Coppe Italia e la Coppa delle Alpi del 1962.Ha iniziato con Præst e Boniperti, è maturato con Charles e Sivori, ha chiuso con Zigoni e Cinesinho. Quasi sempre con l’undici sulle spalle. Lo stesso numero che aveva la sera del 21 febbraio 1962 nella partita di ritorno dei quarti di finale della Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Sono passati cinquant’anni da quella serata, lei che ricordi conserva? «Il più curioso è che giocammo con un bellissimo completo nero, per me del tutto inedito. Fu un’idea di qualche dirigente che non si sa da dove scovò il ricordo di una Juve in maglia nera. Una scelta fortunata».E poi? «Il Santiago Bernabéu. Per me era la prima volta, come tanti dei miei compagni. Ce lo avevano detto che l’impatto con lo stadio sarebbe stato da urlo. A me, invece, mancò il fiato, tanto ero intimorito. In fondo per i tifosi del Real, noi eravamo il toro della corrida. Il nostro destino per loro era già segnato».Anche voi la pensavate così? «Il Real era un mito. Il tridente di attacco era composto da Di Stéfano, Puskás e Gento. Aveva vinto già cinque Coppe dei Campioni consecutive. Era imbattibile, specie in casa. E all’andata a Torino si era imposto per 1-0».Dunque avevate poche speranze di pareggiare i conti. «Sarebbe stata dura, ne eravamo consapevoli. Ma anche noi avevamo i nostri assi. Omar Sivori davanti a tutti. Poi Mora, Nicolè ed anche il sottoscritto. Senza dimenticare John Charles che mister Parola schierò centromediano».Un ritorno alle origini per il Gigante Buono? «Una mossa tattica azzeccata: Charles dava sicurezza in difesa e poteva ugualmente garantire il suo apporto in avanti. Devo dire che la Juve quella sera fece una gran partita e Sivori riuscì a segnare il goal che ci consenti di giocare la bella».Ricorda le emozioni di quei momenti? «Gioia, felicità, soddisfazione. Per me anche un senso di liberazione perché all’andata, la rete degli spagnoli la propiziai io con un passaggio sbagliato. Peccato che lo spareggio poi lo vinse il Real, ma quell’impresa è rimasta nel cuore nostro e dei tifosi bianconeri».Facciamo un salto indietro: com’è arrivato alla Juve? «Feci un provino dopo una lettera che il mio allenatore al San Mauro Pascoli, Tosolini, scrisse all’amico Rosetta. Avevo sedici anni, mi accompagnarono in treno a Torino e mi presero subito».Ricorda qualche particolare di quella giornata? «Posso dire che il Bologna mi aveva già bocciato tre volte, pur avendo fatto bene alle prove. Alla Juve non giocai bene. Feci però i cento metri con Boniperti e vinsi io. Ma questo Giampiero non lo ha mai raccontato».Chi sono stati i suoi primi maestri alla Juve? «Certamente Præst, un fuoriclasse, oramai a fine carriera. Imparai moltissimo da lui. Un grande signore: cambiò di ruolo, andando a giocare a destra, per consentire il mio inserimento nella formazione titolare all’ala sinistra».Tutto in discesa dunque. «Per niente. A un certo punto mi volevano dare in prestito, ma intervenne Boniperti che convinse i dirigenti a tenermi. Giampiero è stato un fratello maggiore per me. Aveva una personalità fortissima, in campo comandava tutti».Che tipo di giocatore era lei? «La classica ala di un tempo. Quella che sa palleggiare, ma anche arrivare sul fondo per crossare al centro. Ecco, queste mie qualità mi hanno fatto prevalere all’inizio su Stivanello, che era meno portato a crossare».In campo cosa accadeva? «Diciamo che mi veniva naturale dialogare con Sivori. Allora, dopo i primi dieci minuti, arrivava Charles e sbuffava: “Devi giocare anche con me”. Lo accontentavo. Ma a quel punto tornava alla carica Omar. Era una partita nella partita. Tutto molto bello, però».C’è una gara tra le tante giocate nella Juve a cui lei è più legato? «Sì. È Milan-Juventus del primo gennaio 1960. In ballo non c’era solo la vittoria, anche una maglia da titolare in Nazionale. In ballottaggio per il ruolo di ala eravamo io e il milanista Danova; mentre in difesa se la giocavano Castano e Fontana che erano i nostri marcatori»E che successe? «Andò bene. Io realizzai anche il goal dell’1-0. E l’indomani arrivò pure la convocazione».Cera molta armonia nello spogliatoio? «Si stava bene. Il gruppo era diviso in due: gli sposati e gli scapoli, tra cui Leoncini, Menichelli, io stesso, ma c’era grande amicizia e confidenza, anche se non mancava la competizione».C’è stato, invece, qualcosa che non ha funzionato nella sua esperienza bianconera? «La poca considerazione che ha avuto per me Heriberto Herrera. Lui aveva in mente un solo tipo di giocatore ed io non appartenevo a quel tipo. Peccato».Ancora legato ai colori bianconeri? «Come no! Alcuni anni fa ho pubblicato un libro di poesie, dedicato alla Juventus e ai suoi giocatori. Si intitola “Lo scatto dell’ala”. Sottotitolo: “15 anni in bianconero”. In copertina, una maglia della Juve con lo scudetto».Ultima domanda, inevitabile: ma la storia con la Carrà? «Una storia d’amore tra ragazzi. Ci incontrammo per caso a Roma, dove stavo facendo il militare, grazie alla sua mamma che era di Bellaria e che io conoscevo. Siamo stati fidanzati per qualche anno, poi le carriere, soprattutto la sua, non ci hanno consentito di proseguire insieme. Tutto qui».ENZO ROBOTTI«Quante volte ho incontrato Gino Stacchini? Non lo ricordo, sinceramente. I nostri duelli erano diventati un motivo fisso del campionato. Ho incontrato il Gino inarrestabile delle giornate di grazia, quello dimesso dei momenti di depressione. Posso dire una cosa: in forma, Stacchini era una delle ali più indigeste per un terzino. E modestamente, di ali forti ne ho incontrate, in campionato e in Nazionale». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/gino-stacchini.html
  23. GINO STACCHINI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Stacchini Nazione: Italia Luogo di nascita: San Mauro Pascoli (Forlí-Cesena) Data di nascita: 18.02.1938 Ruolo: Attaccante Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1967 Esordio: 01.04.1956 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-1 Ultima partita: 30.04.1967 - Serie A - Milan-Juventus 3-1 285 presenze - 60 reti 4 scudetti 3 coppe Italia Gino Stacchini (San Mauro Pascoli, 18 febbraio 1938) è un ex calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Gino Stacchini Stacchini alla Juventus nel 1962 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1970 - giocatore 1995 - allenatore Carriera Squadre di club 1955-1967 Juventus 285 (60) 1967-1968 Mantova 15 (0) 1968-1970 Cesena 33 (2) Nazionale 1958-1961 Italia 6 (3) Carriera da allenatore 1982-1983 Avezzano 1992-1993 Padova 1994-1995 Padova 19?? Santarcangelo Biografia Negli anni 1960 la cronaca rosa si occupò di lui per la relazione, durata otto anni, con Raffaella Carrà, incontrata a Roma, durante il servizio militare. Ha una figlia, Sabina, avuta dalla moglie Lora, morta dopo quarant'anni di matrimonio a causa di una malattia fulminante. Caratteristiche tecniche Giocatore Era una guizzante ala ambidestra, dotato di buon dribbling e ottima velocità. Era solito scendere su tutta la fascia per arrivare al fondo e crossare alto al centro per il compagno John Charles. Carriera Giocatore Club Stacchini nella stagione 1957-1958, quella della sua definitiva affermazione alla Juventus, in allenamento al Campo Combi con, alla sua destra, Mattrel, il tecnico Broćić e Charles Arriva alla Juventus nell'estate del 1955. Per l'esordio in Serie A deve attendere la trasferta del 1º aprile 1956 sul campo dell'Atalanta, in una partita terminata 1-1. Inizialmente Stacchini fatica ad affermarsi, perché l'allenatore gli preferisce Giorgio Stivanello, divenuto presto il titolare nel suo ruolo. Anche nella stagione successiva le cose non migliorano. Totalizza infatti solo 3 presenze, tanto che la dirigenza bianconera pare intenzionata a cederlo definitivamente. Tuttavia nel campionato 1957-1958 il nuovo allenatore juventino, lo slavo Ljubiša Broćić, gli concede la propria fiducia, cominciando a schierarlo spesso titolare. Sono intanto arrivati a Torino fuoriclasse del calibro di Omar Sívori e John Charles. La consacrazione definitiva di Stacchini avviene il 17 novembre 1957 a Bologna. L'ala romagnola gioca una partita eccellente, siglando un gol e servendo due assist; la strada per Stacchini è finalmente in discesa e diventa ben presto un elemento imprescindibile nel ciclo di successi del Trio Magico. Rimane in Piemonte per dodici stagioni, mettendo a referto 285 presenze e 60 gol, di cui rispettivamente 236 e 44 in campionato; in maglia bianconera vince quattro scudetti, negli anni 1958, 1960, 1961 e 1967, e tre Coppe Italia, nel 1959, 1960 e 1965. All'inizio della stagione 1967-1968, non rientrando nel progetto del club bianconero, viene dirottato alla squadra riserve con concessione della lista condizionata in attesa di un futuro trasferimento; dapprima vicino al passaggio ai concittadini del Torino, a loro offerto dal presidente juventino Vittore Catella dopo la morte di Luigi Meroni, viene infine ceduto in novembre al Mantova dove concluderà la stagione. Ebbe quindi una breve parentesi con la Roma in occasione della Coppa delle Alpi 1968, prima di trascorrere gli ultimi anni della carriera agonistica nel Cesena, ritirandosi infine nel 1970. Nazionale Con la maglia della nazionale italiana esordisce il 13 dicembre 1958 nella partita interna contro la Cecoslovacchia, terminata col punteggio di 1-1. In azzurro conta 6 presenze e 3 reti, tutte nel periodo bianconero. Allenatore Ha allenato l'Avezzano nella stagione 1982-1983, in Serie C2, venendo esonerato e sostituito a campionato in corso da Armando Rosati. Nel 1992 Mauro Sandreani, tecnico in seconda del Padova, viene promosso alla guida della prima squadra; non possedendo il patentino di prima categoria per allenare in Serie B, gli viene affiancato Stacchini. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 4 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961, 1966-1967 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960, 1964-1965
  24. GUERRINO ROSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Guerrino_Rossi Nazione: Italia Luogo di nascita: Monticelli d'Ongina (Piacenza) Data di nascita: 02.02.1934 Luogo di morte: Cremona Data di morte: 19.08.1996 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 1 presenza - 0 reti Guerrino Rossi (Monticelli d'Ongina, 2 febbraio 1934 – Cremona 19 agosto 1996) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centravanti. Guerrino Rossi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1967 - giocatore 1992 - allenatore Carriera Giovanili 1950-1951 Fiorenzuola Squadre di club 1951-1955 Cremonese 112 (55) 1955-1956 Juventus 1 (0) 1956-1958 → Siena 52 (24) 1958-1959 → Sanremese 37 (18) 1959-1960 SPAL 22 (9) 1960-1961 Cagliari 31 (18) 1961-1962 Cesena 23 (7) 1962 Cremonese 1 (0) 1962-1963 Vittorio Veneto 8 (0) 1963-1964 Finale 8 (0) 1964-1967 Leoncelli 10+ (3+) Carriera da allenatore 1966-1967 Leoncelli 1968-1973 Piacenza Vice 1973-1975 Sant'Angelo 1975-1976 Fidenza 1976-1977 Suzzara 1978-1979 Fidenza 1979-1982 Fiorenzuola 1984-1985 Tandem Due Victor 1985-1986 Caorso 1991-1992 Milland 1992 Pergocrema Interim Carriera Calciatore Cresce nel Fiorenzuola in IV Serie per passare, nel 1951 nella Cremonese. Nel 1955 vince la classifica dei marcatori della Serie C, a pari merito con Luigi Bretti del Bari, con 16 reti. Acquistato l'anno successivo dalla Juventus del piacentino Sandro Puppo, esordisce con i bianconeri in Serie A nella prima di campionato, il 18 settembre 1955, con un 2 a 2 contro la SPAL. Rimane la sua unica presenza con i bianconeri di Torino, che a fine stagione lo cedono al Siena, con cui realizza 24 reti in due stagioni di Serie C. Nella stagione 1958-1959 passa alla Sanremese, con cui si laurea vice capocannoniere del girone A della Serie C con 18 reti, appaiato con Eugenio Fantini del Mantova. Nel 1959 la Juventus, ancora proprietaria del cartellino, lo cede definitivamente alla SPAL, contro cui aveva esordito in Serie A quattro anni prima, voluto da Paolo Mazza. Nella squadra ferrarese, insieme a diversi altri giocatori provenienti dalla Serie C (Micheli, Picchi, Balleri, Nobili), gioca come centravanti titolare, realizzando 5 reti nelle prime 3 partite, tra cui due reti nella vittoria per 3-0 sul campo del Napoli, alla prima giornata. In tutto saranno 9 le reti segnate da Rossi, come quelle segnate da Massei, ed il cannoniere spallino di quella stagione sarà Morbello con 12 centri, nella stagione che vede i biancoazzurri conquistare il quinto posto. Al termine del campionato Mazza cede Rossi al Cagliari, con cui realizza 18 reti, tra cui le 4 realizzate contro il Perugia, senza però centrare la promozione. Nella stagione successiva passa al Cesena dove realizza 7 reti, prima di proseguire la carriera con un fugace ritorno a Cremona e, a novembre del 1962, con il Vittorio Veneto, tutte in Serie C. Conclude l'attività agonistica nel Leoncelli di Vescovato, tra i dilettanti, come allenatore-giocatore. In carriera ha totalizzato 23 presenze e 9 reti in Serie A. Allenatore Terminata la carriera agonistica, intraprende quella di allenatore. Tra il 1968 e il 1973 è allenatore in seconda al Piacenza, prima di passare sulla panchina del Sant'Angelo. Rimane sulla panchina barasina per due stagioni, conquistando la promozione in Serie C nel 1974. In seguito allena il Suzzara, il Fidenza e il Fiorenzuola: con i valdardesi raggiunge le finali per la promozione in Serie D nel 1981, e nella stagione successiva viene esonerato a causa dei risultati negativi ottenuti. Dopo aver guidato i cremonesi del Tandem Due Victor, nel campionato di Promozione Lombardia 1985-1986 subentra a Patrizio Bonafè sulla panchina del Caorso, senza evitarne la retrocessione. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali IV Serie: 1 - Cremonese: 1953-1954 Individuale Capocannoniere della Serie C: 1 - 1954-1955 (16 gol) Allenatore Campionato italiano Serie D: 1 - Sant'Angelo: 1973-1974
  25. STEFANO FRANCESCON La data segna 10 marzo 1956 – scrive Andrea Aloi sul “Guerin Sportivo” dell’11-17 aprile 2001 –. Apri il vecchio giornale e leggi che la difesa sampdoriana “nulla ha potuto fare contro la dinamite esplodente dal piede dell’esordiente mezzala destra juventina Stefano Francescon, un giovanotto torinese di 22 anni”. Uno dei “puppanti”, il decimo pischello lanciato nella mischia del campionato ‘55-56 dall’allenatore Sandro Puppo, «l’unico che ha osato buttare dentro tutti quei giovani, una persona gentile, magnifica, lo chiamavamo “dottore”, voleva così». Esordio e gol, sette partite con cinque pareggi e due sconfitte in una stagione bruttina di purgatorio per la Juve. La Serie A accarezzata, una breve parentesi dolce fra tanti anni di Biellese. Stefano è un pensionato vispuccio di sessantasette anni, se ne sta a San Pietro, una frazione di Coassolo Torinese, nelle valli di Lanzo. Sua moglie Adriana, per celia e complicità di affetti, sostiene che quando vien la notte “dinamite Francescon” va al night: personalmente propendiamo per l’ipotesi bar con gli amici nelle ore serali e, visto che vive in mezzo al verde, per il cheek to cheek con le rose nelle ore diurne. Pronta conferma: «Smesso di giocare a trent`anni per un guaio al ginocchio, smesso di lavorare in panetteria a Torino nell’82, sono venuto qua e mi sono abituato. Passo le giornate in giardino, semino e poto». Dai cross alle michette (meglio “biove”, visto che siamo in Piemonte), una storia normale per l’Italia callosa di molti lustri fa, pacifica per Stefano: «Sono il figlio di un panettiere, eravamo quattro maschi e tre femmine. Mio nonno era di Asti e il cognome veneto viene da un bisnonno esiliato politico dall’Austria nella prima metà dell’Ottocento, pare. Lavoravamo tutti col papà, io fin da piccolo ho imparato quel mestiere e ho pensato bene di rifarlo a carriera finita. C’erano i fratelli che insistevano: ma devi allenare, mica sei abituato a stare alzato di notte, non resisti. Però allenare non era nel mio carattere e l’unica cosa che sapevo fare era il panettiere. Impastare, infornare, dall’una e mezza di notte fino a mezzogiorno. L’ho fatto per i figli, ne ho due, Roberto e Sabrina, sono grandi. Ne parlavo con Viola qualche tempo fa: caro Giuanin, dovevamo nascere vent’anni dopo». Giovanni Viola, classe ‘26, il portiere: «Aveva aperto un negozio, una merceria a Torino. Eh... lui ha i suoi anni». Stefano è del ‘34. Gli anziani li pesano quei numeri, fra le mani, nella testa, e bisogna avere i capelli bianchi per capire cosa vuol dire. «Nel ‘56 prendevo centomila lire al mese dalla Juve. Era venuto Gianni Agnelli negli spogliatoi e aveva promesso: se vincete, altre centomila di premio. Accidenti, mai vinto una volta». A metà degli anni Cinquanta un Pivatelli valeva 60 milioni, Boniperti 45, la quotazione dello svedese Jeppson era sui 55 milioni, la metà del picco registrato nel ‘52, quando il Napoli di Lauro ne aveva scuciti 105 per prenderlo all’Atalanta, primo record “scandaloso” del calciomercato moderno. Nel ‘55-56 la Juventus dei danesi John e Karl Hansen è tramontata, il primo gioca a Catania in B, il secondo ha salutato il nostro campionato. Resiste all’ala sinistra l’altro danese delle meraviglie, Karl Praest, ma lo scatto è quello dei trentatré anni. Accanto a Viola e Nay, al roccioso difensore Corradi, a Emoli, Garzena, Boniperti, giocano i “puppanti”: fra i tanti, Turchi, Bartolini, Francescon e due stranieri improbabili, il brasiliano Colella e l’argentino Vairo, gente da nono posto al fianco di Genoa, Torino, Spal, Vicenza e ringraziare. Dal ‘51-52 niente scudo sulla maglia, Boniperti è sulle spine e confessa a mezza voce propositi di abbandono. «La squadra c’era abbastanza, insomma... Sono andato alla Juventus nel momento sbagliato» inquadra Francescon: il ‘55-56, prima vittoria alla nona giornata, un record negativo, la squadra che minaccia uno sciopero per non aver ricevuto nei tempi previsti il premio pattuito. Il ‘56-57 è un altro nono posto, la Juve teme addirittura la retrocessione. In totale, cinque anni di quaresima e gli ultimi tre davvero penosi, un’eternità per gli appetiti vivaci della squadra in oggetto, che puntualmente rinascerà nel ‘57-58. Da Colella e Vairo a Charles e Sivori: Gigi Peronace, naso finissimo, raccomanda il gallese, Cesarini indica il divino izquierdo. Un’altra storia. Nel “momento sbagliato” di Stefano qualcosa luccica, la pellicola della memoria non balla: «Con la Samp finì 2-2, io tirai una gran botta, Farina ci mise la mano ed Emoli segnò su rigore. Gol di Meroi per loro e tocca a me, tiro fortissimo, Pin che si tuffa e gli si piegano le palme. Pareggiò allo scadere Farina». Dieci marzo, un sabato, Comunale di Torino semideserto perché era un giorno quasi del tutto lavorativo e il weekend non abitava nei dizionari. «Era una delle prime partite che trasmettevano in televisione e mio papà andò a comprarne una grande come un cinematografo, da 34-35 pollici. Mi piacerebbe tanto poter avere il filmato... Non mi aspettavo di giocare, ero solo aggregato ai titolari. Due giorni prima ero entrato nella caserma di Bra, nel Cuneese, per il servizio militare, non mi avevano nemmeno consegnato la divisa e vedo arrivare Boniperti e Combi (sottolineato: Combi, ndr). Mi dicono: “Guarda che devi giocare”. Fortuna che il maggiore era della Juve, mi convocò subito: “Corri almeno a tagliarti i capelli e poi vai”. La sera rientrai in caserma». E poche storie: «Se l’immagina, puntare i piedi, a quell’epoca, andare in società a chiedere di restare o di andare almeno in B. Ci si doveva accontentare e niente mugugni. Allenamenti tutti i giorni, da martedì a venerdì, Puppo era uno che ti faceva lavorare ma anche divertire, ci sono quelli che ti ammazzano e basta. Molta palla, salti per colpire di testa, nessuna palestra o macchinari, esclusivamente ginnastica, scatti, giri del campo per il fiato, mai fatto i pesi. Di ricostituenti ho sentito parlare soltanto adesso. Passato alla Juve, mi sono sposato». La società, diciamo così, gradiva nel veder sistemati e tranquilli. Una tavola delle leggi (lo avrebbero chiamato “stile”) che non ammetteva deroghe: nel ‘51 all’inglese Carver era bastata un’intervista in cui si lamentava dei dirigenti per salutare la panchina. Il silenzio, la disciplina pagano e l’erba curata degli stadi grossi sembra persino più soffice a chi viene dal dribbling fra buche e sassi. Nella Torino del dopoguerra i rettangoli verdi e senza gobbe si contano sulla punta delle dita. Per Francescon già la terra battuta del campo Rebaudengo in Barriera di Milano, prima periferia popolare, è «una conquista, favoloso giocarci da bambini. Ho cominciato lì, un oratorio. Avrò avuto tredici-quattordici anni e sono andato nel Volpiano, quarta categoria, e a quindici a Biella, in provincia di Vercelli. Ero il pupillo dell’ingegner Fila, presidente della squadra e pure dirigente della Juve. Io che ero un gagnetto (in lingua: praticamente un moccioso; il “burdel” dei romagnoli, ndr) giocai subito in prima squadra, da mezz’ala destra, la Biellese era nella C a girone unico. Nel ‘50, l’anno successivo a Superga, mi spedirono in prestito al Torino, nella Primavera. Poi di nuovo a Biella: ci son stato dieci stagioni con l’intervallo dell’anno con la Juve. Nel ‘61 andai alla Lucchese, appena promossa in B, avevo ventisette anni. Senza vanti: avrei dovuto farlo prima ‘sto saltino, ma a Biella non mi lasciavano andar via. A Lucca c’era Zavatti, un altro degli allenatori factotum dell’epoca, preparazione atletica, tecnica, tattica, faceva tutto lui. Ho giocato con Bassetto, il nazionale». Ovvero l’interno Adriano Bassetto, ex Atalanta, sceso in Toscana a trentasei anni per bruciare l’ultima legna: se n’è andato nel ‘99. «La prima stagione a Lucca ci salvammo, la seconda fu una girandola di allenatori, disastroso. Venne perfino Amadei, lui, il fornaretto, un altro figlio di panettiere. La società aveva debiti, non mi avevano pagato diversi mesi di stipendio. Allora decisi: “Io vi lascio gli stipendi e voi mi lasciate libero, col mio cartellino”. A bilancio metto due anni umanamente bellissimi, i migliori, per l’amicizia coi compagni, per l’atmosfera di grande famiglia, dal segretario al presidente. Sono tornato in Piemonte, al Chieri, vicino a Torino, quarta categoria. Come allenatore avevamo il mio ex compagno di squadra Viola, lo mandarono via e subentrò Parola. Il guaio è che a Lucca mi ero fatto male, i medici non capivano bene se era o non era menisco. Bastava mezzo passo falso e andavo giù, pensi che il ginocchio mi s’inceppa ancora. Avevo trent’anni, per quei tempi calcisticamente vecchio: non ti guardavano manco in faccia. Attento, non che si corresse come oggi a una velocità enorme, si stava in campo con la testa ed era più la palla che viaggiava. Ho giocato contro Gren già molto anziano, quando era al Genoa: un grande, che intelligenza». Un calcio e i ragazzi di quasi mezzo secolo fa. Atleti con gli occhi nel sole, nel paese che recuperava energia, lavoro, orizzonti. Come sempre, il tempo ha vinto la sua partita. «Alla Juve non fu difficile ambientarsi. Eravamo timidi noi giovani, s’immagini, vicino a quei campioni. Ma se potevano ti aiutavano. È andata. E mi è rimasto il giardino. Il calcio continuo a vederlo, mi piace, altro che. Seguo le mie tre società, Juventus, Lucchese e Biellese. Della Juve l’unico che ho frequentato un po’ è stato Viola, lui è di San Benigno Canavese, vicino a Ivrea. Gli altri spariti, dove non lo so. Se lo ricorda Corradi, il terzino? E Montico? Mi hanno detto che era ricoverato, sa qualcosa di Montico?». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/09/stefano-francescon.html
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