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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ANGELO CAROLI https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Caroli Nazione: Italia Luogo di nascita: L'Aquila Data di nascita: 07.04.1937 Luogo di morte: Torino Data di morte: 17.11.2020 Ruolo: Difensore/Attaccante Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 e dal 1960 al 1962 Esordio: 29.01.1956 - Serie A - Bologna-Juventus 0-1 Ultima partita: 18.03.1962 - Serie A - Fiorentina-Juventus 1-0 17 presenze - 1 rete 1 scudetto Angelo Caroli, nato con il nome di Angelo Carota (L'Aquila, 7 aprile 1937 – Torino, 17 novembre 2020), è stato un giornalista, scrittore e calciatore italiano, di ruolo difensore o attaccante. Angelo Caroli Caroli (a sinistra) alla Juventus negli anni 1950 con il capitano bianconero Giampiero Boniperti. Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Difensore, attaccante Termine carriera 1963 Carriera Squadre di club1 1954-1955 L'Aquila ? (?) 1955-1957 Juventus 8 (1) 1957-1958 Catania 17 (3) 1958-1959 Lucchese 22 (7) 1959-1960 Pordenone 29 (6) 1960-1962 Juventus 9 (0) 1962-1963 Lecco 18 (0) Biografia Nasce all'Aquila con il cognome di «Carota». Vive in Abruzzo sino all'età di 18 anni, risiedendo in una casa di via Fortebraccio, nel centro storico della città natia, e frequentando il liceo classico Domenico Cotugno. Nell'estate del 1955, a causa del trasferimento del padre, insegnante, a Torino, segue la famiglia in Piemonte dove coniuga l'attività calcistica con gli studi al liceo classico Massimo d'Azeglio; in questo periodo cambia il proprio cognome in «Caroli». Si stabilirà definitivamente nel capoluogo piemontese per la sua successiva carriera di giornalista e scrittore. Carriera Da sinistra: Caroli padre e figlio, Gianpiero Combi e Umberto Agnelli di ritorno dalla trasferta di Bologna, dopo l'unico gol in Serie A di Angelo. Dopo gli inizi in varie discipline dell'atletica leggera — tra le altre cose, sedicenne, vinse il titolo italiano di terza categoria nel salto in lungo —, intraprese la carriera calcistica nelle file del club della sua città, L'Aquila militante nel campionato di IV Serie, dove venne dapprima schierato come stopper, giovando delle sue qualità fisiche, e successivamente adattato a centravanti stante l'infortunio del titolare designato, ruolo quest'ultimo in cui si mise in luce a 17 anni segnando molti gol. Notato da Ermes Muccinelli dopo aver saltato un provino con la Lazio, arrivò alla Juventus, acquistato per 4 milioni di lire, dove fu inserito nella rosa della squadra Ragazzi allenata da Sandro Puppo. Nella stagione 1955-1956 poté esordire con la prima squadra della Vecchia Signora, a Bologna, e nella sua prima gara in Serie A mise a segno il suo primo, e unico, gol nel massimo campionato; il giorno dopo tornò in classe per il compito di greco. La stagione successiva collezionò altre presenze in A, arrivando a quota otto. A campionato 1957-1958 iniziato, nel mese di novembre si trasferì al Catania, in Serie B, dove andò in gol al debutto ma poi si infortunò e fu costretto a ingessarsi, restando fermo. La stagione successiva andò alla Lucchese, in Serie C, quindi nell'annata 1959-1960 fu la volta del Pordenone dove l'allenatore Giovanni Varglien ebbe l'intuizione di arretrarlo nuovamente in difesa, impostandolo come terzino. Sicché, dopo un campionato positivo in questo nuovo ruolo sulla fascia, Caroli tornò alla base a Torino. Nella stagione 1960-1961 fece parte della rosa juventina che vinse lo Scudetto grazie ai campioni del Trio Magico, ovvero l'italo-argentino Omar Sívori, cui l'aquilano servì un assist durante un derby della Mole, il gallese John Charles e l'italiano Giampiero Boniperti, quest'ultimo alla sua ultima stagione da giocatore. Dalla società bianconera incassò anche il premio per la vittoria tricolore di 500.000 lire. L'anno successivo rifiutò il rinnovo del contratto, chiedendo un ingaggio più alto, e per questo fu inizialmente messo fuori rosa; successivamente reintegrato, fece in tempo a disputare la sua prima e unica gara internazionale, l'esordio in Coppa dei Campioni contro il Panathīnaïkos, prima di lasciare definitivamente la società piemontese a fine stagione. «Lascio la sede della Sisport dopo aver respirato per l'ennesima volta l'atmosfera bianconera, piena del fragrante profumo del successo, che è il succo della filosofia del club e che, insieme con lo stile, è il distintivo che la Signora non si toglie mai.» (Angelo Caroli, Ho conosciuto la Signora, Graphot, 1987, p. 182) Dopo un ultimo anno al Lecco, in B, Caroli decise di ritirarsi dal calcio giocato. Dopo il ritiro Caroli (a destra) negli anni 1980 con il numero dieci juventino dell'epoca, Michel Platini. Appesi gli scarpini bullonati al chiodo, Caroli si sposò e, dopo avere lasciato la facoltà di legge per laurearsi all'ISEF, ricevette un incarico di insegnante a Torino. Tuttavia, ben presto la carriera giornalistica prese il sopravvento. Dal 1968 fu cronista di Tuttosport e inviato al campionato del mondo 1974 in Germania Ovest. Nel 1976 arrivò l'assunzione alla Stampa Sera, con cui Caroli seguì i principali avvenimenti sportivi degli anni Ottanta, saltando però per problemi di salute proprio il campionato del mondo 1982 in Spagna, vinto dall'Italia. Fu inviato anche ai campionati nondiali di Argentina 1978 e Messico 1986, al campionato d'Europa 1988 in Germania Ovest, alle finali di Coppa Campioni della Juventus di Atene 1983 e Bruxelles 1985, quest'ultima funestata dalla strage dell'Heysel, e alla finale di Coppa Intercontinentale 1985 a Tokyo. Rimasto sempre legato al mondo juventino, collaborò per anni con l'house organ della società, Hurrà Juventus, e scrisse anche alcuni libri incentrati sulle vicende bianconere e i suoi protagonisti; nel 2006, nel corso dello scandalo Calciopoli, ha scritto una lettera al suo ex giornale Tuttosport chiedendo alla società di difendere la storia juventina e non abbandonarla. «La mia è una mozione degli affetti sollecitata dalla sensazione che in casa Juve oggi si stia giocando come in un partito politico dove proliferano correnti e tendenze.» (Angelo Caroli, lettera a Tuttosport.) Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961
  2. BENITO BOLDI https://it.wikipedia.org/wiki/Benito_Boldi Nazione: Italia Luogo di nascita: Tarcento (Udine) Data di nascita: 19.02.1934 Luogo di morte: Ponderano (Biella) Data di morte: 03.02.2021 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 e dal 1957 al 1959 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 15.03.1959 - Serie A - Torino-Juventus 3-2 20 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Benito Boldi (Tarcento, 19 febbraio 1934 – Biella, 3 febbraio 2021) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Benito Boldi Benito Boldi con la maglia della Juventus Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1968 Carriera Giovanili 1949-1952 Pagnacco Squadre di club 1952-1955 SPAL 11 (0) 1955-1956 Juventus 4 (0) 1956-1957 SPAL 10 (0) 1957-1959 Juventus 16 (0) 1959-1960 Catania 25 (0) 1960-1962 Cesena 49 (0) 1962-1968 Biellese 152 (0) Carriera Terzino friulano, secondo fratello di una dinastia di calciatori (il fratello maggiore Mario ha giocato nel Palermo negli anni '50) era per questo era noto come Boldi II. Cresce nella squadra del Pagnacco della provincia di Udine per poi passare nel 1952 alla corte di Paolo Mazza che lo consegna alle cure di Aurelio Marchese nelle giovanili della SPAL. Con i biancoazzurri Boldi debutterà in Serie A il 3 ottobre 1954 a vent'anni contro il Genoa, nel capoluogo ligure. Al termine di quel campionato i ferraresi retrocedettero in Serie B, quindi Boldi passa alla Juventus in cambio di una somma cospicua. In seguito la SPAL verrà ripescata e Boldi esordisce con i torinesi in casa proprio contro la SPAL il 18 settembre 1955; poi in totale 4 gare nella Juventus allenata da Sandro Puppo che arriverà nona in campionato. Tornato alla SPAL, stretto da Aulo Gelio Lucchi, Jenő Vinyei e Alberto Delfrati non riesce a divenire titolare e disputa 10 gare prima di tornare a Torino. Tornato alla Juventus, Boldi gioca 10 gare in due campionati e 6 di Coppa Italia, vincendo lo scudetto nel 1958, quello della prima stella, oltre a legarsi amichevolmente a John Charles. La sua ultima partita nella Juventus, oltre che la sua ultima gara in Serie A, è il Derby della Mole del 15 marzo 1959, partita nella quale Giuseppe Virgili segnerà tre reti che saranno fatali per la sconfitta bianconera. Passa al Catania nel 1959 dove ritrova i suoi ex compagni alla SPAL Guido Macor e Adelmo Prenna oltre al fratello minore Luciano (Boldi III), anch'egli proveniente dalla SPAL. In Serie B Benito Boldi contribuisce attivamente alla promozione degli etnei, poi scende in Serie C nel 1960 e gioca due stagioni al Cesena poi altre sei stagioni sempre in Serie C con la Biellese prima di concludere la carriera. Boldi è morto il 3 febbraio 2021, per complicazioni da Covid-19. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1957-1958 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959
  3. GIUSEPPE VAVASSORI La notizia della scomparsa di Beppe Vavassori – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del gennaio 1984 – è stata di quelle che raggelano il sangue. Non ci si aspetta mai che un uomo nel pieno degli anni, un ex calciatore, un ragazzo allegro e spiritoso, sia inesorabilmente stroncato da uno di quei mali che la scienza medica ancora oggi impotente, definisce incurabili. Invece, anche il caro Vava ci è stato improvvisamente strappato in questo modo crudele.Ricordo che agli inizi degli anni Cinquanta, un pomeriggio di primavera, ero stato a Rivoli in compagnia dell’amico Benè Gola, dirigente accompagnatore della Juventus per tanti lustri, un uomo che capiva di calcio come pochi altri e che ebbe, tra gli altri, anche il merito di aver selezionato, preparato e guidato alla vittoria la Nazionale universitaria che prese parte ai Mondiali negli anni 1928 (Parigi), 1930 (Darmstadt), 1933 (Torino); un vero trionfo, ripeto, in tutte e tre le edizioni.«Andiamo a vedere un ragazzino che gioca all’oratorio dei Salesiani – mi aveva detto l’Ingegner Gola – e che è ugualmente bravo tra i pali della porta e quando gioca all’attacco. In entrambe le situazioni sfrutta il suo scatto portentoso e altre già ben definite doti fisiche. Credo che possa interessare alla Juventus».In effetti, Vavassori destò ottima impressione e fu quasi subito tesserato per la Juventus, entrando a far parte di una delle più valide formazioni del settore giovanile bianconero, una squadra della quale facevano parte anche Garzena, Emoli, Colombo (tutti finiti in Nazionale), Aggradi, Barberi, Tuberosa, Mazzucchi, Camoletto, Rasetti e Del Grosso. Erano gli anni in cui stava prendendo vera consistenza la figura dell’apprendista calciatore.Al giovane, con le nuove esigenze del gioco moderno, occorreva, oltre la preparazione tecnica, anche un’adeguata formazione atletica. Il sistema organizzato dell’allevamento doveva fronteggiare e risolvere problemi sempre maggiori. Per raggiungere la piena dedizione al gioco si imponevano alle società, nei riguardi del calciatore in erba, anche impegni di carattere educativo.La Juventus, di fronte a tali impellenti necessità formative, aveva iniziato a battere nuove vie, costituendo una sezione giovanile destinata a conseguire, in breve tempo, risultati di assoluto rilievo. Oltre ai già citati Vavassori, Garzena, Emoli, Colombo, occorre ricordare anche altri campioni usciti dal settore giovanile bianconero, come il portiere Giovanni Viola, l’altro portiere Carletto Mattrel, il terzino Robotti, l’estroso attaccante Stacchini, Furino, Bettega, Marocchino e tanti altri.Con il dirigente Sandro Cocito e i tecnici Locatelli e Bertolini, la Juve si pose all’avanguardia in questo specifico settore, continuando sulla strada che già aveva collaudato altri due impareggiabili giocatori, come Piero Rava e Guglielmo Gabetto.Fu proprio nelle file della squadra Primavera che Beppe Vavassori dimostrò il proprio valore: stupiva gli avversari tra i pali, stupiva i compagni quando, in allenamento, si divertiva a giocare all’ala sinistra. Forse proprio questa continua esperienza come attaccante gli fu preziosa per aumentare il proprio bagaglio di qualità nel ruolo di portiere. Giocando all’attacco, conseguì un senso del piazzamento quasi perfetto, abituandosi settimanalmente a ragionare come fanno i giocatori impegnati in questi compiti.Come portiere, maturò alla svelta e dedicò al perfezionamento professionale tutto il tempo occupato dagli allenamenti. Nulla di trascendentale, si intende: faceva semplicemente quello che fanno, o dovrebbero fare, tutti i portieri, analizzare e osservare attentamente l’avversario. Appena iniziata una partita, se non si conoscono gli avversari, bisogna studiarli nelle loro particolarità sin dai primi minuti: conoscere la potenza di tiro, l’impostazione nei calci di punizione, l’abilità nel gioco di piede e di testa, preferenze sul lato del gioco.Applicandosi in queste sistematiche osservazioni un portiere ha sempre almeno l’ottanta per cento di indovinare la direzione del tiro, e, quindi, di neutralizzare il pallone scagliato verso di lui.Diceva Vavassori: «Per fare il portiere occorrono tre doti essenziali: riflessi, agilità, tranquillità. Io credo di possedere in misura ottimale le prime due doti, mentre per la tranquillità penso di non essere sempre sufficiente. Sono doti che dovrebbero essere innate, perché non si possono apprendere da alcun maestro. All’uomo che abbia queste qualità fondamentali, bisognerà insegnare come piazzarsi davanti alla porta, come bloccare bene il pallone, come anticipare le mosse dell’avversario. Appreso questo, quell’uomo sarà un buon portiere».In effetti, Vavassori seppe diventare un buon portiere. E riconobbe sempre che enormi vantaggi riuscì ad avere nell’osservare le mosse di quello che considerò sempre il maestro, Giovanni Viola. Nella stagione 1955-56, Beppe occupò stabilmente il ruolo di secondo portiere juventino. E attese con pazienza il giorno dell’esordio in prima squadra. Il gran giorno arrivò nel dicembre del 1955, alla decima giornata di quel campionato. La Juventus doveva incontrare il Napoli e, per la squalifica del terreno napoletano, l’incontro ebbe luogo a Bari, il 4 dicembre.La Juventus si presentò all’appuntamento priva di Boniperti, elemento di importanza vitale per quella squadra nella quale i campioni non abbondavano, anche se tutti si impegnavano con grinta eccezionale. Il Napoli, per contro, aveva una prima linea di tutto riguardo, con i vari Amadei, Jeppson, Vinicio e Pesaola. Al riposo i bianconeri si trovavano in vantaggio, grazie alla rete messa a segno da Colella. Solo a pochi minuti dalla fine Vinicio riuscì a sorprendere Vavassori che aveva sino a quel momento effettuato splendide parate.Per un certo periodo, tornato in squadra il titolare Viola, l’amico Vavassori rimase ad aspettare il momento propizio per ridimostrare il proprio valore. La seconda apparizione di Vava coincise con una bella vittoria, ottenuta in trasferta, sul terreno di un Bologna allora molto forte, un Bologna che concluse la stagione molto più avanti in classifica della Juve. In maglia rossoblu c’erano Ballacci, Pilmark, Jensen, Cappello, Pivatelli e Pascutti, tanto per citare i migliori. La Juve giocò una stupenda partita e vinse grazie ad una rete segnata, sapete da chi? Dal mio amico e collega Angelo Caroli, velocissimo centrattacco, al cui servizio stavano due fuoriclasse come Boniperti e Præst!Dalle due partite del 1955-56 alle sette della stagione successiva. Non fu troppo brillante il rendimento di Vavassori in quella stagione; ma si riabilitò poi nel campionato 1958-59, con quattordici partite giocate (le altre venti le disputò Mattrel) e molti applausi ricevuti. Era simpatico a tutti, il buon Beppe, con quel suo carattere aperto, estroverso sempre allegro. Un vero amico per tutti i compagni di squadra. I grandi exploit arrivarono nelle due stagioni d’oro, 1959-60 e 1960-61.In quella grandissima Juve giocavano Castano, Sarti, Emoli, Cervato, Colombo, Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori, Stivanello, oltre a Garzena, Stacchini, Leoncini e un certo Burgnich. Per il nostro Vavassori, diciotto presenze nel primo campionato e trenta nel secondo, con due scudetti cuciti sulla maglia bianca bordata di nero.Naturalmente ci fu anche la convocazione in Nazionale. Ma bisogna ammettere che l’esordio azzurro per Beppe non fu baciato dalla fortuna. Accadde a Roma, stadio Olimpico, contro l’Inghilterra, il 24 maggio 1961. Tra i pali della nostra squadra c’era Buffon; davanti a lui Losi e Castelletti; in mediana Bolchi, Salvadore e Trapattoni; in attacco Mora, Loiacono, Brighenti, Sivori e Corso.Gli inglesi andarono in campo con Springett: Armfield e McNeill; Robson, Swan e Flowers; Douglas, Greaves, Hitchens, Haynes e Charlton. Primo tempo equilibrato e una rete per parte: segnò Hitchens e pareggiò Sivori. All’inizio della ripresa Brighenti portò in vantaggio agli azzurri; ma quasi subito si infortunò Buffon e toccò a Vavassori andare tra i pali con la grossa responsabilità di difendere quella che avrebbe potuto essere (ma non fu) la nostra prima vittoria sull’Inghilterra. Così prima Hitchens sorprese il nostro giovane portiere, poi Greaves firmò il goal del 3-2 per i nostri avversari.Una sconfitta impensabile, una giornata amara! Ero a Roma, quel pomeriggio, e confesso di non aver avuto il coraggio di chiedere a Vavassori cosa gli fosse successo, che cosa avesse determinato quel disastro. Posso aggiungere che non glielo chiesi mai più!Non lo vedevo da qualche anno, non sapevo che fosse così tanto malato, irreparabilmente. RENATO TAVELLADalla torinesissima Rivoli, juventino della più bella razza, vestito di bianco maglione e bello da vedersi biondo tra i pali, è ritornato al Comunale pronto a tracciare la mezzeria della porta e a difendere la rete. Si libra per aria, se necessità impone. Blocca in presa, sicuro del suo piazzamento. Esce persino sul limite dell’area a rinviare coi piedi, inedita interpretazione di un calcio che verrà. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/giuseppe-vavassori.html
  4. GIUSEPPE VAVASSORI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Vavassori Nazione: Italia Luogo di nascita: Rivoli (Torino) Data di nascita: 29.06.1934 Luogo di morte: Bologna Data di morte: 21.11.1983 Ruolo: Portiere Altezza: 180 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano Soprannome: Vava Alla Juventus dal 1955 al 1961 Esordio: 04.12.1955 - Serie A - Napoli-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1961 - Serie A - Juventus-Bari 1-1 81 presenze - 98 reti subite 3 scudetti 2 coppe Italia Giuseppe Vavassori (Rivoli, 29 giugno 1934 – Bologna, 21 novembre 1983) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Vavassori Vavassori al Catania Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1972 - giocatore 1981 - allenatore Carriera Giovanili 195?-1954 Juventus Squadre di club 1954-1955 → Carrarese P. Binelli 32 (-51; 2) 1955-1961 Juventus 81 (-98) 1961-1966 Catania 158 (-234) 1966-1972 Bologna 113 (-118) Nazionale 1961 Italia 1 (-2) Carriera da allenatore 1975 Forlì 1978-1979 Forlì 1979-1981 Imola Carriera Iniziò la carriera alla Carrarese nel 1954 in Serie C, provenendo dalle giovanili della Juventus. Dopo una stagione con i toscani, tornò alla società bianconera con cui esordì in Serie A il 4 dicembre 1955 contro il Napoli. Vavassori alla Juventus nella stagione 1959-1960 In tre anni giocò soltanto nove partite di campionato, ma dal 1958, per due stagioni, venne schierato più di frequente, pur non diventando titolare fisso; indossò infatti la maglia di titolare solo nel 1960, dopo la vittoria del suo secondo titolo (in quello del 1958 non era mai sceso in campo), e dopo un lungo dualismo con Carlo Mattrel. Bissato il successo (con la Juventus vince anche due Coppe Italia) nel 1961, nello stesso anno esordì anche in nazionale, il 24 maggio contro l'Inghilterra all'Olimpico di Roma, subentrando a 35 minuti dal termine, sul risultato di 1-1, a Lorenzo Buffon il quale aveva subìto la rottura del setto nasale. Pur portandosi sul 2-1, l'Italia uscì dal campo battuta e Vavassori fu, suo malgrado, protagonista negativo dell'incontro: subì il pareggio su un tiro innocuo di Hitchens che si lasciò clamorosamente passare sotto le gambe, e non risultò impeccabile neppure sulla rete del definitivo 2-3 di Greaves. Proprio quegli errori, che negarono all'Italia la prima, storica vittoria sugli inglesi, gli preclusero la possibilità di indossare ancora la maglia della nazionale, e convinsero la dirigenza juventina a cederlo per puntare sul più giovane Roberto Anzolin. Trasferitosi al Catania di Carmelo Di Bella, vi rimase per cinque stagioni, tutte in massima categoria. Retrocesso in Serie B al termine del campionato 1965-66, pochi mesi dopo passò al Bologna, all'inizio della sua sesta stagione in Sicilia. Giocò titolare nella formazione rossoblù fino al 1969, quindi una stagione da riserva, l'annata 1970-71 di nuovo da titolare, per poi chiudere con l'attività agonistica al termine della stagione 1971-72, nella quale collezionò le sue ultime 5 presenze in massima serie. Intraprese quindi la carriera di allenatore, guidando soprattutto le squadre giovanili del club felsineo. Morì prematuramente nel 1983, a soli 49 anni, a causa di un cancro al colon. Alla sua memoria è intitolato lo stadio comunale di Rivoli. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 - Bologna: 1969-1970 Competizioni internazionali Coppa di Lega Italo-Inglese: 1 - Bologna: 1970
  5. UMBERTO AGNELLI «La Juventus è un modo di essere, di esprimersi e di emozionarsi, vivere insieme a tanti altri la stessa passione per il calcio. Una passione che ha unito e che unisce persone di condizione sociali e fedi politiche diversissime… A Torino, in Italia e in tutto il mondo». ANTONIO GIRAUDO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 2004 È un momento tristissimo, in cui è molto difficile raccontare le mie emozioni. Umberto Agnelli è stato un personaggio fondamentale nella mia vita, sotto l’aspetto umano e professionale. Con lui ho trascorso giorni indimenticabili, in lui ho sempre visto un punto di riferimento e provo un’immensa gratitudine per la fiducia che ripose in me fin da quando mi chiamò a collaborare con lui. Lavorare con Umberto Agnelli è stato un privilegio che mi ha consentito di imparare moltissimo: il metodo, la costanza, l’applicazione e per certi versi anche la riservatezza. Sono state queste le regole che ho fatto mie e mi sono portato dietro in tutte le esperienze lavorative che ho affrontato. Sul piano umano era una persona straordinaria, con la quale era piacevole e istruttivo confrontarsi. Da lui ho ricevuto tanti aiuti e consigli, ma soprattutto ho sempre avuto la piacevole sensazione di sentirmi protetto. Mi faceva sentire come uno di famiglia ed io ho sempre provato un affetto speciale per lui, sua moglie donna Allegra e i suoi figli Andrea e Anna. Giovanni Alberto, suo primogenito, era per me come un fratello minore. Mi mancheranno le sue telefonate quotidiane e quelle che inevitabilmente, dopo ogni partita, ci portavano a commentare i risultati della “Sua” Juventus. Era profondamente innamorato dei colori bianconeri e proprio per questo il suo entusiasmo era sincero, profondo, contagioso, e le sue critiche puntuali, mirate e costruttive. Abbiamo condiviso e costruito assieme l’entusiasmante progetto della Juventus di questi ultimi dieci anni. È stato vicino a me, a Moggi e a Bettega partecipando in prima persona alle scelte che ci hanno consentito di essere protagonisti e vincenti. E anche la nuova Juventus, che nasce oggi con l’arrivo di Fabio Capello, è il suo capitolo finale di una storia iniziata quando, a soli 22 anni, diventò il più giovane presidente della storia della Juventus. ANGELO CAROLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 2004 È l’ultima ferita sulla quale piangono la famiglia Agnelli, la Fiat e la Juventus. Si è spento Umberto Agnelli, il Dottore. Per noi bianconeri era ed è il Dottore. Dolcezza e rigore. Userei questi sostantivi se dovessi imprigionare il ricordo in una frase. Certo che l’immagine di Umberto Agnelli richiede concetti più estesi, impegnati e impegnativi. A me piace cominciare con due parole, “dolcezza e rigore”. Mi perdoni il lettore se per celebrarne la memoria mi appello a qualche itinerario autobiografico. Ho poco più di 18 anni, è l’inverno del 1956. La Juve gioca a Bologna. In treno l’allenatore Sandro Puppo mi presenta Giampiero Boniperti e ai compagni di squadra con cui avrei debuttato. Vinciamo 1 a 0, perdonatemi se vi ricordo anche questo dettaglio, con un mio gol. Non so da quanti mesi la Juve, che è piuttosto congiunturale, non riesce nell’impresa in trasferta. Siamo tutti felici. Torniamo a Torino, Porta Nuova mi offre una sorpresa inimmaginabile, ben di là dalle mie ardite congetture di giovane sognatore. Non ci sono molti tifosi, mezzanotte è passata da un po’. Mi affaccio al finestrino, al mio fianco sorridono per i flash Bruno Garzena e Karl Praest. Noto sul marciapiede la minuta figura di mio padre e i suoi baffetti curati. Vicino giganteggiano due persone: una è leggendaria, Giampiero Combi, l’altra è già permeata di suggestioni e prestigio, Umberto Agnelli che ha 21 anni. Scendo dal treno e lui mi viene incontro, con il sorriso appena abbozzato, docile e dolce ma volitivo. Tipico di chi vede e legge lontano. Un sorriso mai enfatico. Come la voce. Una voce che pesa le sillabe e non dispensa mai teoremi vacui. La voce di un uomo schivo che rifiuta la pubblicità. Persino la stretta di mano sintetizza vigore e garbo. Così ricevo il saluto di un signore di altri tempi. Prima di stringermi la mano per il commiato mi bisbiglia, inclinando il capo verso il basso: “Ora devi insistere, sei appena all’inizio”. Mi sembra di sognare, di aver scoperto intorno a me un universo disegnato nelle mie notti quiete solo come luminoso tragitto onirico di Chagall. Da quel giorno apprezzo del Dottore la signorilità, lo stile, il rigore operativo, la dedizione al lavoro e la competenza. Sì, la competenza. Perché imbastisce un discorso tecnico con perfetta conoscenza anche del calcio. Ed ha l’invidiabile capacità di circondarsi, progetto dopo progetto, di uomini molto validi. Gli acquisti di Charles e Sivori appartengono alle prime intuizioni di una serie che condurrà all’era di Deschamps, Zidane, Davids, Trezeguet e Nedved tanto per restare nell’ambito straniero. La personalità del giovane Umberto si nasconde dietro un’espressione del viso infantile. L’applicazione e la concretezza sono i suoi tatuaggi. È insomma l’ago magnetico che orienta coloro che lo affiancano. La Juve si arricchisce pertanto di un alone speciale. È difficile non restarne affascinati. L’avvento ufficiale del Dottore nell’orbita juventina risale all’8 novembre del ‘55. Durante l’assemblea dei soci Umberto Agnelli viene eletto commissario, anche se la dicitura su cui discutono i consiglieri più tradizionalisti è quella di reggente. Gli stretti collaboratori sono Mandelli, Cerutti, Giordanetti e Amapane. Il giovane Agnelli, tra un esame e l’altro in facoltà, si presenta ogni giorno in sede e ausculta i palpiti della squadra e della società. Lievita l’abitudine di frequentare il vernissage ferragostano a Villar Perosa, fra esplosioni di bandiere e tifo ad alta fedeltà. Si moltiplicano le frequentazioni nello spogliatoio dopo una partita e a bordo campo durante gli allenamenti. Per incoraggiare, suggerire, analizzare, capire. Il più giovane presidente della storia calcistica italiana ha idee geniali, come quella di seguire le indicazioni di Carletto Levi, il quale gli confessa che il River Plate è in crisi economica e per 180 milioni può vendergli uno dei tre angeli dalla faccia sporca. Sivori passa alla Juve perché “è un affare tecnico ed economico, con lui vinceremo tanto”, questa la filosofia del Dottore. Insieme con Walter Mandelli vola poi in Gran Bretagna e contatta Charles John è in parola con l’Inter. Senonchè Angelo Moratti è invaghito di Vonlanthen e lascia John al Dottore. Germoglia il ciclo di tre scudetti. Il ‘59 è un anno speciale per Umberto Agnelli. Sposa Antonella Piaggio, si laurea in Giurisprudenza ed è eletto presidente della Figc. Il 9 agosto lo nomina l’Assemblea federale con formula plebiscitaria. “Mi manca qualcosa”, confida agli amici. Trattasi dell’11° scudetto, il 10° della dinastia Agnelli. Sorride, è convinto che arriverà presto. E infatti l’impresa si realizza la primavera del ‘60, replicata nel ‘61. Ma questa è un’altra storia che indurrà il Dottore a prendere decisioni irrevocabili. Ascoltate. La Juve comanda la classifica con 40 punti davanti a Milan (37) e Inter (36). In aprile ospita i nerazzurri di Helenio Herrera. Il Comunale è un anfiteatro, un bollitore di emozioni pacifiche. I posti a sedere non sono sufficienti, gli spettatori si accomodano ai bordi del campo. Come è accaduto due stagioni prima al Vomero, dove il Napoli ospita i bianconeri e dove i tifosi dilagano fino ai limiti del campo. Boniperti e C. giocano e perdono 4-3 senza protestare. Invece Helenio Herrera, dopo mezz’ora e col risultato sullo 0 a 0, pretende lo stop del match. L’arbitro Gambarotta si piega alla richiesta. La Juve è fuori di sé! Il giudizio di primo grado assegna a tavolino il 2-0 all’Inter. L’avvocato Vittorio Chiusano, con un colpo di coda legale, evoca la tesi della responsabilità oggettiva che in quel caso non c’è. La sentenza della Caf recita che “il match è da rifare”. La Juve ha già il 12° titolo in tasca e dilaga contro i boys nerazzurri capitanati da Sandrino Mazzola. Il verdetto riporta il sorriso nel Palazzo bianconero, ma il Dottore è troppo preso dalla Fiat e irremovibile, allora si dimette dalla carica federale. Con lo scudetto in bacheca la Juve festeggia. Il Dottore ci invita tutti al Perruquet, il più fascinoso night degli Anni ‘60. Il locale è tutto per noi. La serata è accarezzata dalla voce flautata di Gilbert Becaud. L’anno successivo Umberto conclude il rapporto “presidenziale” con la Signora, ma non il romanzo d’amore. Come il fratello Giovanni, resta l’angelo custode della Juve. Lo sarà fino al 27 maggio del 2004. Gli anni sembrano volare, il Dottore non cambia filosofia. Resta l’esponente pensoso e operoso della coerenza sabauda. Nel ‘64 viene eletto presidente della Fiat France, raddoppia il fatturato e colloca l’azienda al 5° posto nelle importazioni di vetture in Francia. Nel ‘65 è eletto presidente della Piaggio, mentre l’Avvocato nel ‘66 è presidente del gruppo Fiat. Ma c’è dell’altro: Giovanni nel ‘67 assume la presidenza dell’Editrice La Stampa e nel ‘74 quella della Confindustria; Umberto nel ‘70 ricopre la carica di Amministratore delegato della Fiat e nel ‘76 di vice presidente. Nello stesso anno è eletto senatore a Roma, area Dc. E la Juve? Sfuma come un orizzonte autunnale tra le foschie dell’oblio? O resta un obiettivo da raggiungere con appuntamenti occasionali e fuggitivi? No, il Dottore lavora, vigila e dispone. Una sorta di amorevole divinità. La Juve va avanti e non rinuncia ai successi che rastrella con sorprendente stillicidio di cicli. I presidenti, dall’on. Catella a Boniperti, bandiera bianconera, mietono vittorie. Il calcio si converte in meccanismo sempre più complesso. Nel Palazzo juventino viene accolto l’avvocato Luca Cordero di Montezemolo, vicepresidente esecutivo che si muove in maniera impeccabile a Roma ‘90. Casa Juve gli spalanca finestre e prospettive. Non basta però la sua figura carismatica e ipercinetica, ha la ventura di imbattersi in un tecnico simpatico ma inesperto come Maifredi. Per la prima volta l’area Europea si nega alla Juve. Il Dottore è impegnato in ogni angolo del mondo. L’Avvocato decide per il rientro di Boniperti amministratore delegato e Trapattoni tecnico. Per Luca di Montezemolo, manager duttile e poliedrico, si concretizza il ritorno alla Ferrari dove progetta un ciclo sbalorditivo che inorgoglisce e dura tuttora. La Juve ha grinta, ma la portaerei berlusconiana è inaffondabile. Il progetto della Famiglia è immutabile, a Boniperti scade l’accordo triennale. Il Dottore dice che è arrivato il momento di Bettega. L’ex Bobby gol è il neo vicepresidente. Umberto sfoggia un pragmatismo che garantisce continuità attraverso mutamenti graduali e sostanziali. La Famiglia rivisita l’organigramma e il Dottore, è lui che decide tutto, si affida a “menti operative” di altissimo spessore. Il presidente è l’avvocato Vittorio Chiusano ed è affiancato dalla “triade” Roberto Bettega, che eredita da Boniperti una staffetta generazionale, il dottor Antonio Giraudo che si occupa di problemi finanziari in qualità di amministratore delegato, e Luciano Moggi il direttore generale responsabile del mercato che farà parte del Cda. Le loro qualità si miscelano alla perfezione. Il marketing è gestito dall’instancabile Romy Gai. La società è un esempio, una scuola di vita aziendale. Mi piace cioè definire “singolare strabismo operativo” il modo con cui il Dottore rivolge un occhio alla voce “tecnica” e l’altro al “bilancio”. La “new age” si completa con Lippi, toscano aspro e vincente. Il Dottore lo invita a dare alla squadra gioco, successi, serenità e divertimento. Eseguito. Il Dottore si occupa sempre più direttamente della Juve nonostante sia presidente dell’Ifil e amministratore delegato dell’Ifi. L’avvento della “triade” scandisce l’apertura di un altro ciclo fiabesco: 5 scudetti, una Champions League, un’Intercontinentale, una Coppa Italia, 3 Supercoppe Italiane e 2 Europee. Tutto in due fasi interrotte dalla parentesi non fortunata di Ancelotti. Il ‘97 è un anno glorioso, la Juve compie 100 anni. È bello vedere Giovanni e Umberto Agnelli seduti, con Chiusano e Boniperti, sulla panchina dove si radunavano gli studenti D’azeglini per inventarsi il marchio Juventus. Ma è anche un anno sconvolgente per la Famiglia. Il 13 dicembre muore a 33 anni Giovanni Alberto, figlio di Umberto Agnelli e Antonella Piaggio. Il destino è più forte del ragazzo che ha grosse capacità professionali e umane. Il destino ha forze ciniche. Nel 2000 Giovanni Agnelli è eletto membro onorario del Cio, ma in novembre perde il figlio Edoardo che ha 46 anni. Il 24 gennaio del 2003 muore l’Avvocato e l’Italia è in lutto. Il Dottore assume la carica di presidente della Fiat. Muore anche Vittorio Chiusano. Franzo Grande Stevens, legale di enorme prestigio, riceve la fiducia dalla famiglia e si impossessa delle redini juventine. Il Dottore, uomo dai molteplici interessi, è dunque responsabile del Gruppo Fiat, vicepresidente della Fondazione Agnelli, membro del Cda della Danone, Worms & Cie, della Worms & C e della Luiss Guido Carli, membro della Giunta direttiva dell’Assonime. Fa inoltre parte degli International Advisory Board dell’Allianz e della Salomon Smith Barney e dell’European Advisory Board della Schroder Salomon Smith Barney. È Co-presidente dell’Italy Japan Business Group. È inoltre Grand’Ufficiale al merito della Repubblica e Officier della Legione d’Onore Francese, Consigliere Internazionale del “Premium Imperiale”. Ciò nonostante non trascura la passione Juve. L’ultimo exploit in campo imprenditoriale è il risanamento della Fiat. Sedici mesi dopo la morte dell’Avvocato, ecco il dolore e la tristezza per la scomparsa del Dottore. Sulla sua memoria si convoglia la commozione di capi di Stato e Governo, industriali, impiegati e operai, calciatori e tifosi. Una commozione sentita e non retorica perché rivolta a un uomo di valore assoluto. Si va avanti. La Juve cambia il vertice tecnico. Si chiude il ciclo Lippi e si apre l’era Capello, altro trainer vincente. Si va avanti, dicevo. Ma mi è impossibile immaginare nella tribuna del Delle Alpi il posto del Dottore vuoto e pensare che la sua mano “docile e dolce” non stringerà più quella dei campioni in arrivo. In un momento di grande tristezza noi juventini ci sentiamo vicini con affetto a donna Allegra Caracciolo e ai figli Anna e Andrea. Concludo con un sogno, una speranza, che un giorno un giovane Agnelli si presenti alla stazione o all’aeroporto per salutare una vittoria importante della Juve in trasferta. E magari per stringere la mano, con “sorriso dolce e rigoroso”, di un giovanissimo debuttante autore del gol vincente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/12/umberto-agnelli.html
  6. UMBERTO AGNELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Agnelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Losanna (Svizzera) Data di nascita: 01.11.1934 Luogo di morte: Venaria Reale (Torino) Data di morte: 27.05.2004 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1955 al 1962 272 partite - 140 vittorie - 63 pareggi - 69 sconfitte 3 scudetti 2 coppe Italia Umberto Agnelli (Losanna, 1º novembre 1934 – Venaria Reale, 27 maggio 2004) è stato un imprenditore, dirigente sportivo e politico italiano. Umberto Agnelli Umberto Agnelli (1970) Senatore della Repubblica Italiana Legislature VII Gruppo parlamentare Democratico Cristiano Circoscrizione Roma VIII Incarichi parlamentari Membro della 3ª Commissione permanente (Affari esteri) dal 27 settembre 1978 al 19 giugno 1979 Membro della 5ª Commissione permanente (Bilancio) dal 27 luglio 1976 al 26 settembre 1978 Sito istituzionale Dati generali Partito politico Democrazia Cristiana Titolo di studio Laurea in Legge Università Università degli Studi di Catania Professione Imprenditore Biografia Umberto Agnelli (a destra) con il fratello Gianni, 1965 Ultimo di sette fratelli, era figlio di Edoardo Agnelli e di Virginia Bourbon del Monte di San Faustino. Orfano di padre (morto in un incidente aereo) ad appena un anno, perse la madre - vittima di un sinistro automobilistico - all'età di undici; il fratello Gianni, maggiore di tredici anni, capofamiglia designato, sarà per lui come un padre. Svolse il servizio militare presso la Scuola di Applicazione di Cavalleria di Pinerolo, come il fratello Gianni e il nonno. Laureatosi in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania, Umberto divenne a meno di ventitré anni presidente della Juventus e nel 1959 venne eletto presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Impegnato a lungo nel processo di ristrutturazione della FIAT, con la contestuale apertura verso capitali e mercati esteri, Agnelli e famiglia figuravano al 278º posto nella classifica del periodico Forbes (2003) degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio netto stimato attorno agli 1,5 miliardi di dollari. Subentrò alla presidenza della FIAT il 28 febbraio 2003, subito dopo la morte del fratello Giovanni, che aveva affiancato a lungo nella conduzione della casa automobilistica torinese anche se costretto spesso a restare in panchina per i giochi del potere finanziario. Rispetto al passato decise di cambiare strategia concentrando tutte le risorse Fiat nell'auto e ricorrendo ad un manager esterno, Giuseppe Morchio, a cui affidare la guida dell'azienda. Negli anni settanta, Agnelli fu senatore della Repubblica nelle file della Democrazia Cristiana. Come alto dirigente della FIAT ebbe a lungo il controllo su primarie imprese editoriali e sulla società calcistica torinese della Juventus. Eletto da una giunta di soci, tra cui il fratello Gianni, presidente del club nel 1955 – divenendo il più giovane ad assumere la massima carica dirigenziale nella storia del club, ad appena ventidue anni –, la sua gestione presidenziale venne caratterizzata dagli acquisti di giocatori di rilievo, quali John Charles e Omar Sívori, decisivi per la conquista di tre campionati di Serie A e due coppe nazionali consecutive dal 1958 al 1961. Dopo aver lasciato il ruolo presidenziale nel 1962, rimase legato ai colori bianconeri. Trent'anni dopo, nel 1994, rilevò le attività dirigenziali svolte in precedenza dall'Avvocato, esercitando una maggiore influenza sul club in qualità di presidente onorario durante il decennio seguente, periodo in cui i bianconeri vinsero altri cinque titoli di campione d'Italia, un'altra Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane, una Coppa Intercontinentale, una Champions League, una Coppa Intertoto dell'UEFA e una Supercoppa europea, per un totale di 19 trofei ufficiali in 18 anni. In virtù dei successi sportivi ottenuti nel corso della carriera sportiva dirigenziale, è stato introdotto alla memoria congiuntamente dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e dalla Fondazione Museo del calcio di Coverciano nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2015. Affetto da carcinoma polmonare, trascorse gli ultimi giorni assistito dalla moglie e dai due figli nella sua residenza della Mandria, nel territorio di Venaria Reale, dove si spense il 27 maggio 2004, solamente 15 giorni prima del nipote Egon von Fürstenberg, che morì l'11 giugno successivo. La sua ultima comparsa in pubblico era avvenuta il 26 aprile dello stesso anno, quando era stata conferita alla moglie Allegra una laurea ad honorem in Veterinaria dall'Università degli Studi di Torino; l'aggravarsi delle sue condizioni di salute gli impedì però di presenziare all'assemblea degli azionisti della società torinese. Matrimoni e discendenza Umberto si sposò due volte: una prima con Antonella Bechi Piaggio (proveniente dalla famiglia d'imprenditori che ha ideato lo scooter Vespa) e una seconda con Allegra Caracciolo, cugina di Marella Caracciolo, moglie di Giovanni Agnelli. Curiosamente Antonella Bechi Piaggio si risposerà con un lontano parente materno di Allegra Caracciolo, Uberto Visconti di Modrone. A Torino, Umberto e Allegra vivevano nella residenza "I Roveri" all'interno del parco La Mandria. dalla prima moglie, Antonella, Umberto ebbe: due gemelli (Alberto e Enrico), nati nel luglio 1962 e vissuti pochissimi giorni; Giovanni Alberto, detto Giovannino, morto di tumore nel 1997. dalla seconda moglie, Allegra, Umberto ebbe un figlio e una figlia: Andrea; Anna. Ascendenza Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni Edoardo Agnelli Giuseppe Francesco Agnelli Maria Maggia Giovanni Agnelli Aniceta Frisetti Giovanni Frisetti Anna Lavista Edoardo Agnelli Leopoldo Francesco Primo Boselli Giuseppe Boselli Maddalena Lampugnani Clara Boselli Maddalena Lampugnani Luigi Lampugnani Maria Sanpietro Umberto Agnelli Ranieri Bourbon del Monte, III principe di San Faustino Francesco Bourbon del Monte, marchese di Monte Santa Maria Carolina Scarampi di Pruney Carlo Bourbon del Monte, IV principe di San Faustino Maria Francesca Massimo Vittorio Emanuele Camillo IX Massimo, II principe di Arsoli Maria Giacinta Della Porta Rodiani Virginia Bourbon del Monte George Washington Campbell Jr. George Washington Campbell Harriett Campbell Jane Allen Campbell Virginia Watson Alexander Watson … Onorificenze Ufficiale della Legion d'Onore — Parigi, 1969 Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana — Roma, 2 giugno 1972. Su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Cavaliere della Legion d'Onore — Parigi, 1992 Grande cordone dell'ordine del Sacro Tesoro — Tokio, 1996 Nella cultura di massa È citato, insieme a suo fratello Gianni (definito semplicemente "Avvocato Agnelli") ed a sua sorella Susanna, nella canzone Nuntereggae più di Rino Gaetano. Susanna Agnelli, all'epoca senatrice del PRI, intervistata in una puntata di Bontà loro da Maurizio Costanzo (citato anche lui nel testo della stessa canzone), difese la liceità del giovane artista ad esprimersi come voleva; Costanzo, dal canto suo, non la vedeva allo stesso modo e mise in dubbio il valore artistico del pezzo.
  7. GINO RAFFIN https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Raffin Nazione: Italia Luogo di nascita: Gonars (Udine) Data di nascita: 01.06.1936 Luogo di morte: Turate (Como) Data di morte: 02.04.2023 Ruolo: Attaccante Altezza: 188 cm Peso: 84 kg Soprannome: Papussa Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 30.01.1955 - Serie A - Sampdoria-Juventus 5-1 Ultima partita: 20.02.1955 - Serie A - Juventus-Novara 2-1 3 presenze - 1 rete Luigi Raffin – noto come Gino Raffin – (Gonars, 1º giugno 1936 – Turate, 2 aprile 2023) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Finita la carriera sportiva si era stabilito a Palermo. Gino Raffin Gino Raffin con la maglia del Palermo Nazionalità Italia Altezza 188 cm Peso 84 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1969 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Squadre di club 1954-1955 Juventus 3 (1) 1955-1956 Lecco 23 (10) 1956-1959 Biellese 93 (35) 1959-1960 Livorno 30 (12) 1960-1963 Venezia 91 (39) 1963-1964 Brescia 34 (12) 1964-1966 Palermo 27 (4) 1966-1967 Juventina Palermo 30 (6) 1967-1969 Pro Vercelli 37 (7) Carriera da allenatore 1971-1972 Mazara 1972-1973 Potenza 1974-1975 Alatri 1975-1976 Sorrento 1978-1979 Sorrento Caratteristiche tecniche Giocatore Centravanti notevolmente alto e potente per l'epoca e con due grossi piedi, non molto dotato tecnicamente ma provvisto di un buon senso del gol (5 volte oltre le 10 realizzazioni stagionali). Carriera Giocatore Esordisce in Serie A con la maglia della Juventus il 30 gennaio 1955 in Sampdoria-Juventus (5-1). Nel campionato 1954-55 disputa tre incontri coi bianconeri, andando a segno in occasione della vittoria interna sulla Pro Patria. Prosegue la carriera in Serie C con le maglie di Lecco, Biellese e Livorno, per poi passare nel 1960 al Venezia in Serie B. Con 17 reti (vice-capocannoniere del campionato alle spalle dell'alessandrino Giovanni Fanello) trascina i lagunari alla vittoria del campionato cadetto. Coi neroverdi disputa anche due campionati in Serie A: nel primo con 11 reti (fra cui una tripletta al Mantova) contribuisce all'agevole salvezza finale, mentre nel secondo si ripete allo stesso livello, ma la cosa non è sufficiente per evitare la retrocessione. Nel 1963 passa al Brescia, realizzando 12 reti in una stagione che avrebbe visto la promozione delle rondinelle se non fossero state penalizzate di 7 punti. Si trasferisce poi al Palermo, dove resta due stagioni senza riuscire a ripetersi a livello realizzativo (4 reti per lui). Chiude la carriera in Serie D con la Pro Vercelli. In carriera ha totalizzato complessivamente 59 presenze e 23 reti in Serie A e 96 presenze e 33 reti in Serie B. Allenatore Cessata l'attività agonistica ha intrapreso quella di allenatore, guidando fra l'altro il Potenza e il Sorrento in Serie C. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Venezia: 1960-1961
  8. ETTORE MANNUCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Mannucci Nazione: Italia Luogo di nascita: Pontedera (Pisa) Data di nascita: 03.10.1929 Luogo di morte: Siena Data di morte: 25.11.1993 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 19.09.1954 - Serie A - Pro Patria-Juventus 1-2 Ultima partita: 12.06.1955 - Serie A - Atalanta-Juventus 2-1 15 presenze - 2 reti Ettore Mannucci (Pontedera, 3 ottobre 1929 – Siena, 1993) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Ettore Mannucci Ettore Mannucci con la maglia della Pro Patria Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1964 - giocatore 1978 - allenatore Carriera Squadre di club 1949-1950 Pontedera ? (?) 1950-1954 Pro Patria 76 (21) 1954-1955 Juventus 15 (2) 1958-1959 Siena 32 (6) 1959-1962 Lucchese 70 (38) 1962-1963 Rosignano Solvay 31 (6) 1963-1965 Lucchese 35 (6) Carriera da allenatore 1962-1963 Rosignano Solvay 1965-1966 Akragas 1966-1967 Siracusa 1967-1968 Lucchese 1968-1969 Carrarese 1969-1972 Siena 1974 Pistoiese 1975-1978 Siena Carriera Attaccante forte fisicamente ed abile nel gioco aereo, dopo aver esordito nel Pontedera, squadra della sua città, per il campionato 1950–51 passa alla Pro Patria dove gioca poi tre stagioni in Serie A ed una in B. Segnando rispettivamente 9 reti in 24 presenze e 12 su 32 gare. Il punto più alto della sua carriera fu la Serie A 1954-1955 quando indossò la maglia della Juventus per 15 partite di campionato, segnando due reti. La sua carriera fu però pesantemente compromessa dallo scandalo sorto dalla confessione di Rinaldo Settembrino. Condonata la sua squalifica dopo tre anni di fermo, giocò nel Siena e nella Lucchese. Con la squadra rossonera conquistò la promozione in serie B (1959 - 1960) al termine di un campionato segnato dalla lotta gomito a gomito con il Cagliari e disputò in seguito due campionati nella serie cadetta. Allenò l'Akragas e il Siena, ma anche Siracusa, Lucchese e Pistoiese. Dopo la morte la sua cittadina natale, Pontedera, gli intitolò nel febbraio 2002 il proprio stadio comunale: lo Stadio Ettore Mannucci. Palmarès Giocatore Competizioni regionali Promozione: 1 - Pontedera: 1949-1950 Competizioni nazionali Serie C: 1 - Lucchese: 1960-1961 Allenatore Competizioni nazionali Serie D: 1 - Siena: 1975-1976
  9. HELGE BRONÉE Nato a Nöebölle, in Danimarca, il 28 marzo 1922, arrivò alla Juventus nel 1954, proveniente dalla Roma, oramai trentaduenne; centravanti di tipo particolare, quasi di scuola danubiana, non privilegiò mai la forza rispetto alla tecnica. I suoi piedi erano quelli di un fine dicitore di gioco, i suoi goal furono raramente espressioni di potenza.Quello che Bronée cercava era innanzitutto la bellezza del gesto atletico, la coordinazione nei movimenti, mai disgiunta dalla raffinatezza nel tocco. Un giocatore di classe suprema, un precursore del collettivo, tatticamente indisciplinato, ma è un grandissimo talento naturale.A Torino fu impiegato esclusivamente da interno sinistro: usava il destro solo per camminare, come si suol dire. L’accoppiata Bronée-Præst sulla fascia sinistra, nonostante i due risentissero già del peso degli anni, mandò spesso in visibilio la platea del Comunale; due giocatori complementari l’uno all’altro, due magici protagonisti per un solo tipo di interpretazione del football.Esordì in bianconero il 26 settembre 1954, seconda di campionato, a Torino contro la Lazio: fece impazzire Fuin e Giovannini, marcatori laziali, e segnò due dei quattro goal della vittoria juventina. Si ripeté a Novara la domenica successiva. In quella Juventus alla fine furono undici i suoi goal, capocannoniere al pari di Manente, terzino dal tiro possente, che beneficiò anche dei penalty. Si congedò dai tifosi il 4 giugno 1955; la Juventus sconfisse il Bologna 5-1, con una sua doppietta, come al debutto.In bianconero rimase solamente una stagione, in quanto la sua indisciplina fu regola di vita anche al di fuori dei rettangoli verdi; totalizzerà ventinove presenze e undici goal. Nel campionato successivo va a concludere la sua parentesi italiana nelle file del Novara. Una curiosità: il suo ingaggio era pagato a cachet: un tanto a partita e un bel premio in denaro per ogni rete messa a segno.«Alla Juve arrivo già spremuto – scrive Camin – tutto passa. Al Nancy, in Francia, faceva lo scavezzacollo e continuò a farlo anche nel Palermo, biondissimo e malizioso, piacquero i suoi occhi azzurri che continuavano a guardare al presidente principe Raimondo Lanza di Trabia. Fu un giocatore formidabile. Anticipò il calcio collettivo proprio lui anarchico, facendo la mezzala e il mediano, interdicendo e rifinendo, difendendo e attaccando, con la fascetta bianca al polso sinistro che un dì s’era spezzato, vinceva e perdeva, aveva voglia di battersi o non ne aveva per niente, nemmeno lui sapeva perché, la testa altrove. Si divertiva di più fuori campo ma non sempre. Il suo dramma era il tempo libero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/helge-bronee.html
  10. HELGE BRONÉE https://it.wikipedia.org/wiki/Helge_Bronée Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Nybölle Data di nascita: 28.03.1922 Luogo di morte: Dronningmölle Data di morte: 03.06.1999 Ruolo: Attaccante/Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Danese Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 26.09.1954 - Serie A - Juventus-Lazio 4-2 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 29 presenze - 11 reti Helge Christian Bronée (Nybølle, 28 marzo 1922 – Dronningmølle, 3 giugno 1999) è stato un calciatore danese, di ruolo attaccante. Helge Bronée Nazionalità Danimarca Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 Carriera Squadre di club 1940-1948 Østerbro ? (26) 1948-1950 Nancy 46 (22) 1950-1952 Palermo 70 (22) 1952-1954 Roma 51 (12) 1954-1955 Juventus 29 (11) 1955-1956 Novara 27 (10) 1956-???? Rødovre ? (?) 1959 B 93 5 (2) Nazionale 1945-1946 Danimarca 4 (1) Caratteristiche tecniche Era mancino. Aiutava spesso la squadra nella fase difensiva in quanto gradiva partire lontano dalla porta per poi finalizzare. In carriera ricoprì comunque tutti i ruoli eccezion fatta per quello del portiere. Carriera Esplose nella squadra francese del Nancy. Nel 1950 venne ingaggiato, per 40 milioni di lire, dal Palermo del Principe Raimondo Lanza di Trabia, che lo aveva scoperto durante un suo viaggio di piacere a Nancy per la partita Nancy-Grenoble e che volle portarlo a tutti i costi a Palermo. Bronée (a destra) e Carlo Galli, attaccanti della Roma nel 1953. Ben presto entrò in contrasto con l'allenatore dei rosanero Gipo Viani: durante una partita la sua squadra, per difendere il pareggio, si chiuse a catenaccio e lui, non gradendo, si spostò in difesa buttando la palla in autogol. Negli spogliatoi fu poi preso a botte dal suo allenatore. Fuori dal campo aveva un carattere indisciplinato, che ben presto gli causò antipatie all'interno della società; anche per questo giocò in rosanero solamente per due stagioni (1950-1951 e 1951-1952) totalizzando 70 presenze e segnando 22 reti. La sua carriera proseguì nella Roma, ma anche qui il suo carattere rissoso gli creò qualche problema. Dopo un Roma-Inter, fra lui e il suo compagno di squadra Arcadio Venturi sorse un diverbio, culminato con il lancio di una scarpa sulla faccia di un dirigente di riguardo, il dottor Campilli, figlio di un ministro. Bronée venne messo fuori squadra, ponendo così termine alla sua avventura romanista. Nel 1954 approdò alla Juventus, dove rimase una sola stagione totalizzando 29 presenze e 11 reti. Nel campionato successivo andò a concludere la sua carriera italiana nelle file del Novara. In Italia ha totalizzato complessivamente 177 presenze e 55 reti in massima serie. Chiuse la carriera con il B 93. Bronée e Boniperti nel 1954-'55
  11. GEORGE RAYNOR https://it.wikipedia.org/wiki/George_Raynor Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Wombwell Data di nascita: 13.01.1907 Luogo di morte: Buxton Data di morte: 24.11.1985 Ruolo: Direttore Tecnico Altezza: - Peso: - Soprannome: - Direttore Tecnico della Juventus nel 1954 George S. Raynor (Wombwell, 13 gennaio 1907 – Buxton, 24 novembre 1985) è stato un allenatore di calcio e calciatore inglese, di ruolo centrocampista. George Raynor Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1939 - giocatore Carriera Giovanili Elsecar Bible Class Mexborough Athletic Squadre di club 1929-1930 Wombwell ? (?) 1930-1931 Sheffield Utd 1 (0) 1932-1933 Mansfield Town ? (?) 1933-1935 Rotherham Utd ? (?) 1935-1938 Bury ? (?) 1938-1939 Aldershot ? (?) Carriera da allenatore 1943-1945 Iraq 1945-1946 Aldershot Riserve 1946-1954 Svezia 1947-1948 GAIS 1948-1952 AIK 1952-1954 Åtvidaberg 1954 Juventus DT 1954-1955 Lazio 1956 Coventry City 1956-1958 Svezia 1958-1960 Skegness Town 1960 Djurgården 1961-1962 Svezia 1967-1968 Doncaster Palmarès Olimpiadi Oro Londra 1948 Bronzo Helsinki 1952 Mondiali di calcio Bronzo Brasile 1950 Argento Svezia 1958 Carriera Giocatore Centrocampista di contenimento, inizia la sua carriera di calciatore nelle giovanili della squadra dilettante dell'Elsecar Bible Class, per poi militare in altre squadre di serie minori. L'unica esperienza di rilievo la vive tra le file dello Sheffield United, dove però non riesce a imporsi. Appende gli scarpini al chiodo nel 1939, poco prima dell'inizio della Seconda guerra mondiale. Allenatore Raynor in veste di allenatore Le prime gesta nelle vesti di allenatore le muove a Bagdad, durante la guerra, quando allena per due anni la Nazionale irachena; questa sua iniziativa fu punita dal presidente della Football Association, Stanley Rous, il quale costrinse Raynor ad abbandonare il suo lavoro lì per continuarlo nell'Aldershot, dove allenerà la squadra riserve. Nel 1946 passa a ricoprire la carica di commissario tecnico della Nazionale svedese, con la quale riesce a vincere le Olimpiadi di Londra nel 1948. Vivrà ben tre periodi sulla panchina svedese, con il primo che termina nel 1954, dopo aver partecipato al Mondiale 1950, quando guidò la compagine scandinava verso un sorprendente terzo posto nel girone finale. Subito dopo la prima esperienza da CT della Svezia, allena varie squadre del posto, per poi intraprendere avventure in Italia, prima una breve parentesi alla Juventus come direttore tecnico e osservatore e successivamente alla Lazio come allenatore, e in Inghilterra dove guida il Coventry City. Nel 1956 riprende posto sulla panchina della Nazionale svedese, con la quale sfiora una clamorosa vittoria mondiale nel 1958, quando in finale vide la sua formazione andare in vantaggio per poi essere sconfitta per 5-2 dal Brasile di Pelé. Guida la Svezia anche tra il 1961 e il 1962. Chiude la sua carriera di allenatore nel 1968, dopo aver guidato la formazione inglese del Doncaster. Curiosità Nel 1960 ha scritto anche un libro, Football ambassador at large. Palmarès Allenatore Club Coppa di Svezia: 2 - AIK: 1949, 1950 Nazionale Oro olimpico: 1 - Svezia: Londra 1948
  12. MARCELLO GIUSTINIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Giustiniani Nazione: Italia Luogo di nascita: Ancona Data di nascita: 07.09.1901 Luogo di morte: Brescia Data di morte: 15.11.1977 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1954 al 1955 34 partite - 12 vittorie - 13 pareggi - 9 sconfitte Marcello Giustiniani (Ancona, 7 settembre 1901 – Brescia, 15 novembre 1977) è stato un dirigente sportivo italiano, che ricoprì la carica di presidente della Juventus. Storia Marcello Giustiniani era un magistrato con la passione del calcio. Egli ricoprì la carica di presidente della Juventus insieme a Enrico Craveri e Luigi Cravetto, succedendo a Gianni Agnelli, dal 1954 al 1955: I tre cedettero nel 1955 la carica ad Umberto Agnelli.
  13. LUIGI CRAVETTO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cravetto Nazione: Italia Luogo di nascita: Verrés (Aosta) Data di nascita: 03.04.1911 Luogo di morte: Torino Data di morte: 25.06.2002 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1954 al 1955 34 partite - 12 vittorie - 11 pareggi - 9 sconfitte Luigi Cravetto (Verrès, 3 aprile 1911 – Torino, 25 giugno 2002) è stato un avvocato, imprenditore e dirigente sportivo italiano, che ricoprì la carica di presidente della Juventus. Storia Industriale nel campo siderurgico (era comproprietario delle Fonderie di Settimo Torinese), era entrato nel consiglio di amministrazione della Juventus sotto la presidenza di Gianni Agnelli. Alle dimissioni di questo nel settembre 1954 assunse la carica di reggente in triumviro insieme a Enrico Craveri e Marcello Giustiniani per circa un anno, quando si insediò alla presidenza Umberto Agnelli.
  14. EDUARDO RICAGNI 13 dicembre 1953, Italia-Cecoslovacchia, cronaca di Vittorio Pozzo su “Stampa Sera”: «L’odore dell’occasione che poteva presentarsi, lo juventino lo sentì da lontano, perché prese improvvisamente a correre da dove si trovava, mentre i diversi episodi sopraccennati stavano svolgendosi, percorse una trentina di metri a tutta velocità, e arrivò colla precisione del secondo sul luogo e nell’istante in cui il portiere commetteva il suo errore, e spedì in rete, come se lui avesse già saputo tutto prima.Poi diede sfogo all’entusiasmo e all’emozione per avere segnato per l’Italia alla sua prima comparsa in maglia azzurra, cadendo a terra svenuto. Se ne parlerà a Buenos Aires di quest’avvenimento e di questo svenimento. Qui in Italia possiamo dire che questa rete di tipo specialissimo ha suggellato definitivamente l’incontro di Genova».Finì 3-0 per gli azzurri. Edoardo Ricagni, oriundo argentino, aveva davvero perso i sensi: le foto lo ritraggono sdraiato per terra, con gli occhi sbarrati e le braccia allargate.Tutto cominciò all’età di nove anni, quando alla scuola preferì il lavoro da garzone nel negozio di calzature del padre Pietro, emigrato in Argentina, nel 1912 da Padova. Ne aveva sedici quando esordì nella Platense contro il Boca Juniors, in un incontro della Coppa Ramirez vinto dalla squadra di La Plata per 4-3. Qualche tempo dopo, il giocatore passò allo stesso Boca, poi al Chacarita Juniors. Nel 1951 fu bloccato dal Torino che, all’ultimo momento, gli preferì Hjalmarsson e Ricagni rimase in Sudamerica vincendo, con l’Huracan, la classifica cannonieri con trenta reti in ventinove partite. Intanto, con un altro calciatore di nome Spinelli, acquistò un bar, chiamato Tres Estrellas, nel centro di Buenos Aires.Ma quei goal convinsero la Juventus di aver trovato il sostituto di Rinaldo Martino, grande campione tornato in Argentina, vinto dalla nostalgia. Le trattative furono molto rapide, in una settimana Ricagni diventò juventino: all’Huracan andavano un milione e duecentocinquantamila pesos, il contratto triennale del giocatore prevedeva un ingaggio di quattrocentomila pesos e uno stipendio annuo di duecentomila pesos.Il giornalista argentino Oreste Bomben scrisse sul “Calcio illustrato”: «Il recente acquisto sudamericano della Juventus ha ventisette anni, è alto 1,67 e pesa normalmente settanta chilogrammi; in Buenos Aires svolge l’attività di esercente di un bar sito nell’Avenida Cabildo».«Sono arrivati a Torino ieri i due giocatori argentini Ricagni e Giarrizzo – si legge su “La Stampa” del 14 agosto 1953 – ingaggiati, com’è noto, dalla Juventus. Il primo si fermerà nella nostra città e sarà la mezzala destra titolare della squadra bianconera, mentre Giarrizzo, dopo qualche giorno di permanenza, si trasferirà a Palermo per giocare nella squadra siciliana. I documenti ufficiali di cui sono in possesso confermano chiaramente la loro origine. Entrambi figli di italiani emigrati in Argentina anni fa, hanno conservato la cittadinanza, anche se né nella lingua né nei tratti tradiscono la loro origine. Ricagni è bruno, con lineamenti marcati, di media statura, con calvizie incipiente. Giarrizzo, invece, è un longilineo, biondo, cordiale e fanciullesco nei modi. Non si direbbe certo di sangue siciliano. Sessanta ore di viaggio non possono certo costituire una preparazione ideale per una chiacchierata, ciononostante i due calciatori non si dimostrano stanchi, accettano il discorso, che, naturalmente cade su argomenti di calcio. A istruirli sul nostro gioco ha provveduto Cesarini, l’ex-giocatore e allenatore dei bianconeri, che ha caldeggiato l’acquisto entrambi. Sanno già che da noi si usa la maniera forte, l’urto uomo contro uomo, il controllo serrato a spalla a spalla. Informazioni giunte dal Sud America confermano che i due sono particolarmente adatti al gioco italiano. Deciso, tiratore in goal Ricagni, abilissimo nel gioco di testa e nello smistamento il giovane Giarrizzo. La carriera di Ricagni è già nota, perché debba essere ricordata. Merita cenno comunque il fatto che il giocatore in undici anni di professionismo non è mai stato espulso dal campo e di conseguenza neppure una volta squalificato. È anche lieto di poter dire di non aver mai subito un incidente grave di gioco, in modo che le sue assenze dalla squadra sono state sempre brevissime. Nello scorso anno ad esempio ha giocato ventinove partite delle trenta che conta il campionato argentino. I ventinove goal segnati confermano le sue doti di realizzatore. Sia Ricagni che Giarrizzo questa mattina andranno al campo per conoscere gli altri juventini. Ricagni inizierà gli allenamenti con i suoi nuovi compagni martedì, dopo l’interruzione per le feste di ferragosto».Nella Juventus fece molti goal, ma con l’ambiente non riuscì a legare e il periodo in bianconero non fu sempre felice. Un giorno dichiarò: «Avevo, contro di me, due o tre dirigenti bianconeri e alcuni giocatori».Non ha mai rivelato i nomi dei nemici, ma non è difficile immaginare che del gruppo facesse parte Boniperti. Il capitano, nel libro “La mia Juventus”, scrisse: «Ricagni giunse dall’Argentina con ottime referenze, ma stentò a innestarsi nei nostri schemi di gioco. Era un opportunista, pronto a sfruttare astutamente il gran correre degli altri attaccanti. Segnò, infatti, diciassette reti (capocannoniere fu Nordahl con ventitré), ma si inimicò molti compagni. Io e Muccinelli stentammo un po’ ad andare d’accordo con lui, ma specialmente con i danesi diede vita a un’accesa rivalità».Ricagni fu ceduto al Milan con tanti rimpianti, poiché era molto più valido atleticamente di quanto qualcuno avesse ritenuto. Nel 1956, passò al Torino, dove disputò ancora molte partite e segnò numerosi goal. Chiuse la carriera nel Catania.La mattina del 15 novembre 1959, una domenica, accompagnato dalla moglie e dai tre figli, si imbarcò a Genova sulla nave Conte Grande e fece ritorno alla sua Buenos Aires. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/eduardo-ricagni.html
  15. EDUARDO RICAGNI https://it.wikipedia.org/wiki/Eduardo_Ricagni Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Buenos Aires Data di nascita: 29.04.1926 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 01.01.2010 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Hombre-gol - El Goleador - Paquito Alla Juventus dal 1953 al 1954 Esordio: 01.11.1953 - Serie A - Juventus-Udinese 1-0 Ultima partita: 30.05.1954 - Serie A - Juventus-Napoli 3-2 24 presenze - 17 reti Eduardo Ricagni (Buenos Aires, 29 aprile 1926 – Buenos Aires, 1º gennaio 2010) è stato un calciatore argentino naturalizzato italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Eduardo Ricagni Ricagni all'Huracán nel 1952 Nazionalità Argentina Italia (dal 1953) Altezza 168 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1959 Carriera Giovanili 194? Platense Squadre di club 1944-1946 Platense 35 (22) 1947-1949 Boca Juniors 49 (20) 1949-1951 Chacarita Juniors 78 (39) 1952 Huracán 27 (30) 1953-1954 Juventus 24 (17) 1954-1956 Milan 43 (11) 1956-1958 Torino 45 (9) 1958 → Genoa 0 (0) 1958-1959 Catania 28 (2) Nazionale 1953-1955 Italia 3 (2) Caratteristiche tecniche Calciatore non molto dotato fisicamente nonché poco avvezzo alla spettacolarità, sopperiva a ciò con un grande fiuto sottorete (da cui il soprannome di Hombre-gol), che lo portò a siglare molte marcature da opportunista. Carriera Club Il padre Pietro, di origini padovane, era emigrato in Argentina nel 1912. Ricagni esordì a 16 anni nel campionato argentino, vestendo tra gli anni 1940 e 1950 le maglie di Platense, Boca Juniors, Chacarita Juniors e Huracán. Ricagni in azione alla Juventus nel campionato 1953-1954 Approdò in Italia nel 1953, a campionato già iniziato, acquistato dalla Juventus; rimase a Torino per una stagione, decidendo al debutto in bianconero la sfida contro l'Udinese del 1º novembre e rendendosi protagonista di un'ottima annata sottorete, che tuttavia non bastò ai piemontesi per vincere lo scudetto, battuti al rush finale dall'Inter. Non integratosi nello spogliatoio juventino a causa del carattere indolente, nella successiva estate si trasferì al Milan, dove colse maggiori soddisfazioni, conquistando in rossonero il titolo della stagione 1954-1955. Nella seconda metà del decennio militò anche con Torino e Genoa, club dove si trasferì in prestito nell'estate del 1958 e con cui disputò il 6 luglio l'incontro tra i rossoblù e il Vigevano, valido per la Coppa Italia 1958 e terminato 5-2 a favore dei liguri. Dopo un'ultima stagione nelle file del Catania, il 15 novembre 1959 si imbarcò da Genova per far ritorno a Buenos Aires. In Italia totalizzò complessivamente 112 presenze e 37 reti in Serie A e 28 presenze e 2 reti in Serie B. Nazionale Mise a referto 3 gare e 2 reti con la nazionale italiana, la prima delle quali nella Coppa internazionale, il 13 dicembre 1953 a Genova contro la Cecoslovacchia, in una partita vinta dagli azzurri per 3-0, segnando il secondo gol al 27'. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Milan: 1954-1955
  16. GUIDO MACOR https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Macor Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 04.10.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: 169 cm Peso: 67 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1954 Esordio: 20.12.1953 - Serie A - Milan-Juventus 1-0 Ultima partita: 07.02.1954 - Serie A - Juventus-Genoa 3-1 3 presenze - 1 rete Guido Macor (Udine, 4 ottobre 1932) è un ex calciatore italiano. Guido Macor Nazionalità Italia Altezza 169 cm Peso 67 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1967 Carriera Giovanili 194?-1950 Pro Gorizia Squadre di club 1950-1952 Pro Gorizia ? (?) 1952-1953 Fanfulla 26 (2) 1953-1954 Juventus 3 (1) 1954-1955 → Monza 20 (7) 1955-1956 SPAL 26 (9) 1956-1957 → Genoa 18 (2) 1957-1958 SPAL 10 (4) 1958-1960 Catania 69 (22) 1960-1961 Parma ? (?) 1961-1963 Sambenedettese 45 (10) 1963-1965 Treviso 22 (3) 1965-1967 Latisana ? (?) Carriera Cresce calcisticamente nel Pro Gorizia dove esordisce in Serie C. Passa successivamente in Serie B al Fanfulla. Viene poi ingaggiato, nel 1953 dalla Juventus ma non convince anche se, nell'ultima gara fatta in maglia bianconera il 7 febbraio 1954, segna anche una rete contro il Genoa che sarà una sua futura squadra. L'anno successivo viene ceduto in prestito al Monza in Serie B. La svolta avviene però nel 1955 quando la Juventus lo cede alla SPAL di Paolo Mazza che era retrocessa in Serie B. Fatalmente la SPAL viene ripescata e Macor si trova ad essere il titolare dei biancoazzurri in quello che sarà in assoluto il suo campionato più bello e nel quale segnerà il suo record di marcature in Serie A: 9 reti. In quel campionato Macor parte alla grande, segna ben 6 goal nelle prime 9 gare ed uno di questi è fondamentale per una storica vittoria della SPAL contro il Bologna, squadra contro la quale, nella gara di ritorno, un altro suo goal risulterà decisivo per il pareggio. Mazza a questo punto lo cede in prestito al più quotato Genoa in cambio della comproprietà del più giovane Ivan Firotto ma i due non convincono le società destinatarie dello scambio e l'anno dopo le cose si invertono per cui nel 1957 Macor torna alla SPAL. Poi Macor passa al Catania dove vive una seconda giovinezza e contribuisce alla promozione in Serie A degli etnei nel 1959-60, ritrovando l'ex spallino Prenna. Celebre l'affiatamento del duo che si ricostituì a Catania e Macor torna con i siciliani a giocare in Serie A. Ha giocato successivamente nel Parma, nella Sambenedettese per poi concludere la sua carriera con il Treviso in Serie C nel 1964-1965 ed in seguito nel Latisana. In Serie A ha giocato 69 partite segnando 19 reti.
  17. GUGLIELMO OPPEZZO Tetragono mediano, aveva la tempra e la stoffa atletica del vercellese calciatore. Fece il suo esordio nella Juventus il 13 settembre 1953, prima gara del campionato 1953-54. C’erano Viola; Bertuccelli e Manente; Parola, Ferrario e Oppezzo, Muccinelli, Montico, Boniperti, John Hansen e Præst. Il solido vercellese disputò, in quella stagione, diciotto partite. Memo aveva, nell’istinto, la scelta necessaria per entrare nel midollo dell’attacco in marcia e sapeva realizzare il suggerimento dell’istinto con la prontezza, la sicurezza e soprattutto la chiarezza d’accento che distinguono i centrocampisti di razza; era un coraggioso lavoratore.Nel calcio c’è lavoro e lavoro; c’è quello indeterminato del manovale, buono a tutto fare, idoneo a tutti i servizi. Questo è un personaggio che non riuscirà mai a farsi una personalità, uno stile; utile e basta. C’è invece, il lavoratore specializzato, e cioè l’esperto del mestiere che di questo suo mestiere fa un’arte; per questa strada, esso conquista l’accento della personalità.Oppezzo avrebbe potuto perdersi nell’anonimato di un corista, invece è sempre rimasto alla ribalta, con stile, coraggio e doti tecniche. Nelle partite difficili è sempre stato in prima linea, pronto a tamponare le falle della recitazione generale, a dissimulare le eventuali papere dei divi, a puntare al risultato con una disciplina di gioco che ha avuto nella caparbietà gladiatoria la sua generosa forza d’impulso.“STAMPA SERA” DEL 24 APRILE 1978Il calcio piemontese e italiano hanno perso uno dei loro più tenaci protagonisti degli anni Cinquanta: Guglielmo Oppezzo è morto sabato sera nella sua abitazione torinese di Largo Costantino il Grande, da dove, domattina, partiranno I funerali. Soffriva da alcuni mesi in silenzio, lottando, come aveva lottato in silenzio nella sua lunga carriera calcistica. Rifiutava il destino avverso senza disturbare nessuno con lamenti o proteste. Ancora un mese fa lo avevamo visto al Circolo della Stampa-Sporting, ai bordi del campo da football, spettatore di un torneo del quale sino al settembre scorso era stato attore, assieme a vecchie glorie come lui, a giovani prorompenti di energia, tutti uniti dalla passione per il pallone. L’ultima partita, l’ha giocata in porta nel Superga; le gambe gli facevano sempre più male. Ma lasciando il campo aveva detto a Bruno Garzena, suo compagno nella Juve dal 1953 al 1956 e ancora compagno adesso che il calcio era solo più divertimento: «In primavera ritorno, vedrete. Un po’ di cure quest’inverno e tutto passerà». Avrebbe compiuto fra poco cinquantadue anni, era nato a Balzola in provincia di Alessandria l’11 giugno del 1926. Al Circolo della Stampa lo chiamavano affettuosamente nonno. Tutti, anche chi gli era vicino negli anni. Lui stirava labbra e rughe in un sorriso buono e si gettava nella mischia con immutato amore per il football. Aveva perso quel po’ di durezza inevitabile in chi è stato giocatore vero. A differenza di altri ex aveva interpretato con la massima intelligenza il passaggio, non sempre psicologicamente agevole, dal professionismo al divertimento. Faceva piacere stare al suo fianco in squadra: una manovra ben riuscita, un goal su un suo suggerimento, lo rendevano contento, lo rasserenavano.Memo Oppezzo aveva iniziato la carriera nella Pro Vercelli, ne era stato capitano sino al 1949, quando passò al Novara. Lasciò il Piemonte nel 1951 per iniziare un fortunato periodo alla Sampdoria, durante il quale venne convocato in Nazionale B. Giocò in maglia azzurra il 28 dicembre del 1952 a Bellinzona, contribuendo a battere 5-0 gli elvetici, e il 26 aprile dell’anno dopo ad Atene nel quadro della Coppa del Mediterraneo, trovando con gli altri un ostacolo imbattibile (finì 0-0) nel portiere greco Mandalozis. Intanto era già passato alla Juventus; in maglia bianconera ha poi disputato quattro campionati. Diciotto presenze nel campionato 1953-54 e secondo posto finale, sedici l’anno dopo (due goal e settimo posto in classifica), ben ventinove nella stagione 1955-56 (un goal, nono posto), quattordici presenze e una rete nell’annata seguente, ancora chiusa dalla Juventus in nona posizione. Erano gli anni di Boniperti e Ferrario, di Viola e Manente, di Corradi e Garzena, di Stacchini, Muccinelli, Colombo, Præst e altri grossi nomi. Oppezzo giocava sempre mediano, sapeva difendere e attaccare, era duro nei contrasti ma mai nel suo gioco affioravano punte di cattiveria. In campo e in spogliatoio era di poche parole, preferiva i fatti, secondo il suo carattere. Dopo la Juventus, il trasferimento che lo ha portato più lontano da casa, al Palermo, dove venne accolto con il rispetto che si era meritato in campo e l’ammirazione per l’aver indossato sino all’anno prima la maglia bianconera.La commozione è profonda, oggi, in ex compagni di squadra e amici. Giampiero Boniperti ricorda molti episodi di gioco vissuti a fianco di Memo, fra i molti un derby vinto largo, per 3-0, con due goal suoi e uno proprio di Oppezzo: «Partì in profondità su un mio lancio, tirò bene, era felice come un bambino che riceve un regalo. Ma i goal, gli entusiasmi, le delusioni erano momenti. Restava sempre la sua presenza come uomo: un ottimo compagno, sereno, puntiglioso, deciso, pronto a sacrificarsi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/giglielmo-opezzo.html
  18. GUGLIELMO OPPEZZO https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Oppezzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Balzola (Alessandria) Data di nascita: 11.06.1926 Luogo di morte: Torino Data di morte: 22.04.1978 Ruolo: Mediano Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Under-23 Soprannome: Memo Alla Juventus dal 1953 al 1957 Esordio: 13.09.1953 - Serie A - Juventus-Triestina 3-1 Ultima partita: 16.06.1957 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-2 77 presenze - 4 reti Guglielmo Oppezzo detto Memo (Balzola, 11 giugno 1926 – Torino, 22 aprile 1978) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Guglielmo Oppezzo Oppezzo nel 1954 con la maglia della Juventus Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mediano Termine carriera 1961 Carriera Squadre di club 1945-1949 Pro Vercelli 88 (9) 1949-1951 Novara 53 (5) 1951-1953 Sampdoria 69 (3) 1953-1957 Juventus 77 (4) 1957-1958 Palermo 22 (0) 1958-1961 Trinese 54+ (?) Nazionale 1953 Italia U-21 1 (0) 1952 Italia U-23 1 (0) Carriera Ha esordito in Serie A con la maglia del Novara il 13 novembre 1949 in Novara-Venezia (5-1). Ha giocato in massima serie anche con le maglie di Sampdoria e Juventus, collezionando complessivamente 199 presenze e 12 reti. Ha inoltre militato in Serie B con le maglie di Pro Vercelli e Palermo, totalizzando 80 presenze fra i cadetti. Durante la sua militanza nella Sampdoria ha collezionato una presenza nella Nazionale Under-21 e una nella Nazionale Under-23.
  19. ANTONIO MONTICO Il suo nome – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve del 13 dicembre 2019 – è noto ai tifosi juventini meno giovani e a quelli che amano scandagliare con grande solerzia la storia della società sabauda: quasi fosse una meteora. Eppure ha militato all’ombra della Mole per otto stagioni, inanellando 115 presenze e 27 reti e un palmarès di tutto rispetto (due scudetti e due Coppe Italia).Quando era al massimo del proprio fulgore agonistico, la Juventus navigava in acque procellose, quando perse smalto e finì sistematicamente fra i rincalzi la Signora riprese a dominare il nostro calcio.La carriera di Antonio Montico è una sorta di inno al principio della compensazione: fu uno dei punti di riferimento della Juve dei “puppanti’, quando la classifica dei bianconeri languiva senza soluzione di continuità, apparve sporadicamente in campo quando Madama rinacque e tornò a dettar legge sul calcio italiano, anche grazie all’arruolamento di Omar e Big John. Antonio Montico, a soli 20 anni esordiva in Serie A con la maglia bianconera, essendo nato il 30 dicembre 1932. Si giocava la prima di campionato, era il 13 settembre 1953, la Juve faceva strame della Triestina: 4-1. Il poderoso pordenonese debuttava con i nostri colori nella massima divisione inserito, con la maglia numero 8, in un attacco stellare, animato da Muccinelli, Boniperti, John Hansen e Praest. Cresciuto nella Pro Gorizia e segnalatosi nell’Udinese, la Vecchia lo aveva fatto suo nell’estate appena terminata. L’avventura sabauda di Montico proseguì spedita, impreziosita anche da due presenze azzurre: nel 1955 Foni lo mandò in campo contro l’Ungheria di Puskas e la Germania Ovest di Fritz Walter.Fisico aitante (183 cm x 78 kg), abile a disimpegnarsi da interno o da mediano, era un destro naturale che nel propria valigia da calciatore conteneva sia la vigoria fisica sia una disinvolta tecnica di base, rendendolo eclettico e in grado di rendersi utile nelle varie fasi di una partita. Non era uno che parlava molto, nemmeno quando il suo nome era sulla bocca di tutti e veniva considerato fra i giocatori italiani più bravi e promettenti e le ragazze spasimavano per lui.Nell’estate del 1955 all’ombra della Mole approdò in qualità di tecnico Sandro Puppo, proveniente dal Barcellona. Avesse allenato oggi, lo avrebbero definito “un maestro di calcio”. Puppo lanciava giovani come coriandoli e nutriva un amore particolare per la tattica, della quale era considerato un grande conoscitore: conosceva la difesa a zona, aveva maturato esperienza in tanti club, aveva persino guidato contemporaneamente il Besiktas al successo in campionato e la Turchia ai mondiali svizzeri del 1954. La sua Juve dovette ingoiare anche un nono posto, peggior piazzamento di sempre dei piemontesi nella storia dei tornei a girone unico: i giovani, da soli, non potevano bastare; specie se accostati a stranieri estremamente deludenti. Ma in quegli anni dimessi, cominciarono a farsi luce Mattrel e Stacchini e altri protagonisti del favoloso ciclo bianconero che si dipanò a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Fra i ragazzi non più ragazzini c’erano Emoli e Colombo, c’era anche Montico. Era la prima annata con Umberto Agnelli presidente a tutti gli effetti.La Vecchia, a un certo punto, rimase persino impantanata nella lotta per non retrocedere: Puppo venne accompagnato alla porta il 5 maggio 1957 e rilevato da Baldo Depetrini, juventino buono per tutte le stagioni. Proprio in quell’annata di sofferenze per i sostenitori della Zebra, Montico si illustrava alla grande, facendo anche tuonare il cannone su rigore, spesso e volentieri: a fine campionato, metterà insieme 30 partite contraddistinte da 10 reti, 6 delle quali realizzate dal dischetto, 7 decisive.Nei consuntivi, poteva contare anche la pubblicità delle mutande “Enea”, dove lo si poteva ammirare in coppia con Capitan Boniperti: il binomio juventino si esibiva in giacca e cravatta ma non riuscì, malgrado la notorietà di cui godeva, a far impennare le quotazioni dello sponsor. Non era ancora tempo per prestazioni più ardite del consueto fuori dal campo. I due si tiravano l’elastico dell’indumento intimo saggiandone la consistenza dell’elastico.Nell’estate del 1957 il nostro ha, sulla carta, tutto dalla sua per emergere definitivamente: è ancora nel pieno delle forze, ha la congrua esperienza, è stimolato dal ritorno al proprio miglior standard. Invece, il 1957-58 non si rivelerà come il torneo della sua consacrazione, bensì l’inizio di una rapidissima parabola discendente che lo relegherà ai margini per il resto della carriera. Ai tanti assi assoldati da Umberto, si aggiunge anche un nuovo tecnico, Brocic: lo slavo ha la brillante idea di arretrare Colombo da interno a mediano, dando così vita una coppia di mediani eccezionale, atta a coprire le spalle ai grandissimi della prima linea. Montico, che al suo primo anno torinese dovette subire la concorrenza di Ricagni, questa volta si trovò un concorrente di alto profilo anche nel ruolo di laterale: fra l’altro, uno juventino DOC. Antonio si ritrovò fra i rincalzi in un amen e finì vieppiù nel dimenticatoio soprattutto quando sulla panchina di Madama subentrarono altri trainer.Per l’introverso centrocampista fu dura: era uno che tendeva ad esaltarsi col vento a favore, ma anche a intristirsi di fronte a un’inattesa piega negativa degli eventi. In occasione della vittoriosa campagna che regalò ai bianconeri la prima stella riuscii a raccogliere 14 presenze, ma negli ultimi tre campionati con la maglia della Juve racimolò, complici guai fisici, appena 8 presenze e 1 gol.Nel 1960-61, quando lo Zebrone fece completamente suo il primato nazionale, con noi giocò solo qualche amichevole; era sceso a Bari, in B. La sua stella ormai aveva cessato di brillare, i galletti retrocedettero e lui non riuscì a fornire un apporto decisivo onde evitare ai pugliesi una grande delusione.Rientrò nel capoluogo piemontese per le ultime apparizioni in bianconero, quindi, a soli 30 anni, si ritrovò ad aver chiuso con il calcio ai massimi livelli: spese le ultime energie nell’Anconitana, in Serie C.Antonio Montico, perdente di successo, vincente di riflesso. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/10/antonio-montico.html
  20. ANTONIO MONTICO https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Montico Nazione: Italia Luogo di nascita: Valvasone Arzene (Pordenone) Data di nascita: 30.12.1932 Luogo di morte: San Maurizio Canavese (Torino) Data di morte: 27.05.2013 Ruolo: Centrocampista Altezza: 183 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1960 e 1961-1962 Esordio: 01.04.1953 - Serie A - Juventus-Triestina 3-1 Ultima partita: 01.04.1962 - Serie A - Vicenza-Juventus 1-0 115 presenze - 27 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Antonio Montico (Valvasone, 30 dicembre 1932 – 27 maggio 2013) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Antonio Montico Montico alla Juventus nella stagione 1957-1958 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1966 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Giovanili 194?-1950 Pro Gorizia Squadre di club 1950-1951 Pro Gorizia ? (?) 1951-1953 Udinese 9 (3) 1953-1960 Juventus 113 (27) 1960-1961 Bari 9 (1) 1961-1962 Juventus 2 (0) 1962 Toronto Italia ? (?) 1962-1966 Anconitana 89 (0) Nazionale 1955 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1965-1966 Anconitana 1967-1968 Aosta 1970-1971 Aosta 1976-1977 Pro Vercelli 1978-1979 Pro Vercelli Carriera Giocatore Club Cresciuto nella Pro Gorizia, nel 1951 passa all'Udinese, con cui esordisce in Serie A in occasione del pareggio interno contro la Triestina del 30 novembre 1952, concludendo l'annata 1952-1953 con all'attivo 9 presenze e 3 reti, fra cui una doppietta alla SPAL. A fine stagione si trasferisce alla Juventus dove, dopo un primo anno di ambientamento (14 presenze), conquista il posto da titolare a partire dalla stagione 1954-1955, mantenendolo per tre stagioni, riuscendo anche ad andare a segno con una certa continuità (27 reti complessivamente in bianconero). La sua migliore stagione, pur in un'annata infelice per la Juventus che chiude al nono posto, è il 1956-1957, in cui totalizza 30 presenze in campionato e con 10 reti (di cui 6 su calcio di rigore) risulta essere il miglior marcatore dei bianconeri, alla pari con Giorgio Stivanello. A partire dalla stagione 1957-1958 le presenze diminuiscono progressivamente (14 in quell'annata, 3 e una nelle due successive), ma in quelle stagioni Montico conquista, sia pur da rincalzo, due scudetti e due edizioni della Coppa Italia. Nella sessione autunnale del calciomercato del 1960 viene ceduto al Bari, in una stagione chiusa dai pugliesi con la retrocessione in Serie B dopo spareggio con Lecco ed Udinese, per poi rientrare alla Juventus a fine stagione. Disputa con i bianconeri nella stagione 1961-1962 i suoi ultimi due incontri in massima serie. Nel 1962 viene ingaggiato dai canadesi del Toronto Italia, squadra della Eastern Canada Professional Soccer League. Con il club dell'Ontario vince la ECPSL 1962, per poi scendere in Serie C a chiudere la carriera con la maglia dell'Anconitana. In carriera ha totalizzato complessivamente 125 presenze e 29 reti in Serie A. Nazionale Nel 1955 ha collezionato due presenze nella Nazionale maggiore, in occasione di un incontro di Coppa Internazionale contro l'Ungheria e di un'amichevole contro la Germania Ovest. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 2 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Eastern Canada Professional Soccer League: 1 - Toronto Italia: 1962
  21. ARIEDO GIMONA Nato a Isola d’Istria il primo febbraio 1924, Aredio Gimona era un giocatore strano, ma di indubbio talento. Aveva un viso pallido, due occhi timorosi, un’espressione compunta e vereconda. In una squadra come il Livorno, dal temperamento così lontano dalla natura di abatino di Aredio, il nostro amico scrisse il primo capitolo del suo romanzo di avventure.L’allenatore Magnozzi scoprì nell’ala frivola ed evanescente la stoffa e le attitudini di mediano. E proprio come mediano (aveva ormai ventinove anni) esordì nella Juventus il 18 novembre 1953 a Bologna, dove i bianconeri vinsero per 1-0 con rete di Præst. Gimona rimase due anni alla Juventus e lasciò in tutti un ottimo ricordo, sia come calciatore che come uomo.Con la maglia della Nazionale italiana ha esordito l’11 novembre 1951 nella partita Italia-Svezia 1-1 ed ha preso parte al torneo olimpico del 1952; in totale ha disputo tre partite, segnando altrettante reti (tutte realizzate nell’incontro olimpico Italia-Stati Uniti 8-0). https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/aredio-gimona_26.html
  22. ARIEDO GIMONA https://it.wikipedia.org/wiki/Aredio_Gimona Nazione: Italia Luogo di nascita: Isola d'Istria (ora Slovenia) Data di nascita: 01.02.1924 Luogo di morte: Livorno Data di morte: 11.02.1994 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 04.10.1953 - Serie A - Lazio-Juventus 2-1 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 46 presenze - 1 rete Aredio Gimona (Isola d'Istria, 1º febbraio 1924 – Livorno, 1994) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Aredio Gimona Aredio Gimona con la maglia della Pro Patria Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - calciatore 1970 - allenatore Carriera Squadre di club 1940-1943 Pro Gorizia 76 (29) 1943-1944 Ampelea 14 (8) 1945-1947 Milan 59 (21) 1947-1949 Livorno 71 (6) 1949-1953 Palermo 124 (9) 1953-1955 Juventus 46 (1) 1955-1956 Pro Patria 23 (0) 1956-1958 Livorno 43 (0) 1958-1959 Empoli 15 (0) Nazionale 1951-1952 Italia 3 (3) Carriera da allenatore 1959-1960 Pistoiese 1960-1961 Anconitana 1961-1962 Livorno 1962-1963 Pistoiese 1963-1964 Arezzo 1969-1970 Genoa Caratteristiche tecniche Era un buon palleggiatore, in grado di giocare sia sull'ala sia centrale, preferendo la prima delle due posizioni che gli permetteva di fornire svariati assist. Carriera Giocatore Club Esordì come professionista in Serie C con il Pro Gorizia nel 1940. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale passò al Milan, con cui debuttò in Serie A il 14 ottobre 1945 contro il Genoa. Nel 1949 si trasferì al Palermo, ma nella stagione 1949-1950 venne squalificato a vita per un violento calcio a freddo con cui il 26 febbraio 1950 colpì la gamba destra dell'allora romanista Bruno Pesaola nei minuti finali di un Roma-Palermo in cui c'erano state molte scorrettezze; tale gesto fratturò tibia e perone di Pesaola. La pena sportiva gli fu in seguito commutata in due anni di allontanamento, poi ulteriormente ridotti ad undici mesi; altre fonti riportano un'altra riduzione della pena a 6 mesi in seguito al perdono concesso dall'avversario. Nel 1953 passò alla Juventus, con cui trascorse due stagioni, per poi concludere la sua carriera calcistica con il Pro Patria, il Livorno e l'Empoli. In carriera ha totalizzato complessivamente 285 presenze e 21 reti nella Serie A a girone unico. Nazionale Con la maglia della Nazionale italiana Gimona ha esordito l'11 novembre 1951 nella partita Italia-Svezia 1-1 ed ha preso parte al torneo olimpico del 1952; in totale ha disputato tre partite, segnando altrettante reti, tutte realizzate nell'incontro olimpico Italia-Stati Uniti 8-0, disputato a Tampere il 16 luglio 1952. Allenatore Gimona è stato anche allenatore (guidò il Genoa nella stagione 1969-1970 ma precedentemente aveva allenato la Pistoiese e il Livorno) e fu dirigente sportivo del Livorno. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 2 - Pro Gorizia: 1941-1942, 1942-1943
  23. ALFREDO TRAVIA È il primo isolano a vestire di bianconero. Terzino, da Siracusa, classe 1924, ha fatto carriera nel Como e nella Pro Patria a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, e quando arriva alla Juve trova una squadra solida ancorché in declino rispetto ai trionfi del 1950 e del 1952. Non male per grinta e continuità, fa la riserva di lusso, giocando un po’ a destra e un po’ a sinistra, così mettendo insieme, tra il 1953 e il 1955, ventidue presenze. Viene ceduto all’Alessandria, dove si farà onore. Una curiosità: Travia non poté giocare la partita Juve-Milan disputatasi a Milano il 15 maggio 1955, in quanto fu arrestato il giorno precedente nel suo bar di Torino, per oltraggio a pubblico ufficiale, e tradotto nelle Carceri Nuove. “LA STAMPA”, 15 MAGGIO 1955 Alfredo Travia è uno dei terzini titolari della Juventus. Alto, bruno, ha trentuno anni, è nato a Siracusa. Oggi avrebbe dovuto giocare a Milano contro il Milan: invece i dirigenti della sua squadra l’hanno sostituito, perché ieri a mezzogiorno è stato tratto in arresto per “Oltraggio a pubblico ufficiale durante l’espletamento delle sue funzioni”. Il pubblico ufficiale è il commissario di San Secondo dottor Beccuzzi. Ecco il fatto. La moglie di Alfredo Travia, la signora Bruna Sardo (che attualmente è fuori Torino con il figlio di pochi anni) è proprietaria del Bar Sportivo Travia di Corso Sebastopoli numero 156. Bar moderno, con due locali, uno per la mescita e l’altro con i tavolini e la televisione, e sul marciapiede un piccolo dehors, Si trova quasi sull’angolo di Via Ettore Fieramosca. Funziona come bar da otto mesi e da due mesi lo gestisce Mario Remogna di venticinque anni al cui nome sono state rilasciate le licenze. Per quanto abbiano insistito il Travia e il gerente non sono ancora riusciti ad avere la licenza governativa per la vendita degli alcolici, il cosiddetto bollettone. Pertanto non possono tenere neppure gli aperitivi, ad eccezione di quei pochi che non contengono alcol. Pare che alcuni esercenti vicini abbiano presentato, giorni addietro, un esposto al commissariato di zona protestando, perché al Bar Sportivo non si rispettavano le disposizioni di legge. E ieri il dottor Boccuzzi con un agente si recava sul luogo per un controllo. Era mezzogiorno e un quarto. Il gerente Mario Remogna era al banco, alla cassa la madre Agnese. Due clienti erano seduti ai tavolini nell’interno. Fuori nel dehors si trovava il Travia con alcuni amici. Il commissario ordinò due bevande alcoliche. Il Remogna, un giovanotto biondo, la giacca color cachi, camicia bianca, li servì. Posò i bicchieri e li riempì. Il dottor Boccuzzi e l’agente bevvero, poi il commissario chiese: «Dov’è il listino dei prezzi?». Domanda insolita. Il gerente rimase sorpreso, e indicò un angolo al fondo del locale. «Già, non è sufficientemente visibile – osservò il commissario – le disposizioni dicono che deve essere esposto in modo che tutti lo possano vedere bene». «Ma scusi, lei chi è?». «Sono il commissario di P.S. Lo sapete che non potete vendere gli alcolici? Dov’è la licenza?». «La licenza – rispose il gerente – la licenza… – e diede un’occhiata alla madre – ha ragione signor commissario, non c’è. Ma capirà non siamo soltanto noi a violare la legge. Anche altri lo fanno. Se non si vendono gli aperitivi, perdiamo i clienti». Il dottor Boccuzzi domandò il prezzo della bevanda, si ovviò a pagare alla cassa. Tornò al banco e chiese dov’era il proprietario. «C’è il marito della proprietaria. È lì fuori, se vuole vado a chiamarlo». Cosi entrò in scena Alfredo Travia. Giacca sportiva chiara, a quadretti, calzoni chiari, scarpe marroncino, leggere. Volle intervenire a favore del gerente e disse: «Signor commissario, via, non faccia il pignolo». La frase incriminata è questa: lo affermano i testimoni, è scritta nel rapporto che ieri pomeriggio è stato inviato alla Procura della Repubblica Il dottor Boccuzzi ritenne che le parole e il tono rappresentassero un oltraggio alla sua persona e intimò: «La dichiaro in arresto». Poco dopo Alfredo Travia fu condotto in commissariato, quindi tradotto alle Nuove. Sotto il banco vennero sequestrati tutti gli aperitivi alcolici. Stamane per interrogare il detenuto si reca in carcere il sostituto procuratore della Repubblica dottor Ribet. Rientra nelle sue facoltà, concedergli la libertà provvisoria o rinviarlo a giudizio del pretore in stato di detenzione con procedura direttissima. Se il Travia risulta incensurato è probabile che venga scarcerato. Poiché il giocatore è nato a Siracusa occorrerebbero almeno due o tre giorni per avere il suo certificato penale: pertanto il sostituto dottor Ribet gli domanderà se non ha riportato condanne in questi ultimi cinque anni, ammonendolo che sarà processato anche per falso se le sue dichiarazioni risulteranno inesatte. Il reato di oltraggio comporta una pena che va da un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni. Anche se stamane dovesse uscire dalle Nuove, Alfredo Travia non giocherà, perché difficilmente potrebbe raggiungere in tempo Milano. Del resto dopo una notte in carcere non si troverebbe nelle condizioni fisiche e di spirito più idonee per un buon rendimento in gara. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/alfredo-travia.html
  24. ALFREDO TRAVIA https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Travia Nazione: Italia Luogo di nascita: Siracusa Data di nascita: 22.02.1924 Luogo di morte: Albenga (Savona) Data di morte: 17.10.2000 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 27.09.1953 - Serie A - Juventus-Fiorentina 0-0 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 22 presenze - 0 reti Alfredo Travia (Siracusa, 22 febbraio 1924 – Albenga, 17 ottobre 2000) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Alfredo Travia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1946-1947 Arsenale Taranto 27 (0) 1947-1951 Como 137 (1) 1951-1953 Pro Patria 69 (1) 1953-1955 Juventus 22 (0) 1955-1956 Alessandria 22 (0) Carriera Disputa le prime stagione da professionista in Serie B, prima con l'Arsenale di Taranto e quindi con il Como, partecipando nella stagione 1948-1949 alla prima storica promozione dei lariani in Serie A. Esordisce quindi in massima serie nella stagione successiva, disputando due campionati da titolare con il Como, conclusi con un sesto e un ottavo posto. Nel 1951 si trasferisce alla Pro Patria, con cui disputa altre due stagioni in massima serie, la seconda delle quali conclusa con la retrocessione in B, per poi essere acquistato, nel 1953, dalla Juventus. Nella prima stagione a Torino è utilizzato prevalentemente come rincalzo difensivo (4 presenze complessive), mentre nell'annata 1954-1955 le presenze salgono a 18. Nella partita Juve-Milan disputatasi a Milano il 15 maggio 1955, Travia dovette essere sostituito in quanto fu arrestato il giorno precedente nel suo bar di Torino, per oltraggio a pubblico ufficiale, e tradotto nelle carceri Nuove. A fine stagione viene ceduto all'Alessandria, con cui disputa il campionato di Serie B 1955-1956, ultimo suo torneo ad alto livello. In carriera ha totalizzato complessivamente 156 presenze in Serie A, con all'attivo una rete nel pareggio esterno contro la Fiorentina nella stagione 1952-1953, e 121 presenze in Serie B. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Como: 1948-1949
  25. ELIO ANGELINI https://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Angelini Nazione: Italia Luogo di nascita: Ravenna Data di nascita: 27.09.1926 Ruolo: Portiere Altezza: 179 cm Peso: 75 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 11.10.1953 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-0 Ultima partita: 17.04.1955 - Serie A - Juventus-Udinese 1-1 11 presenze - 10 reti subite Elio Angelini (Ravenna, 27 settembre 1926) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Elio Angelini Elio Angelini con la maglia del Palermo Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1958 Carriera Squadre di club 1945-1948 Edera Ravenna 68 (-90) 1948-1949 Baracca Lugo ? (-?) 1949-1950 Ravenna 28 (-24) 1950-1951 Udinese 9 (-?) 1951-1952 → Legnano 7 (-13) 1952-1953 Udinese 3 (-?) 1953-1955 Juventus 11 (-10) 1955-1958 Palermo 63 (-21+) Carriera Elio Angelini Tra il 1945 e il 1950 vive esperienze con Ravenna e Baracca Lugo in Serie C. Ha esordito in Serie A con la maglia dell'Udinese il 1º marzo 1951 in Novara-Udinese (2-0). Ha giocato in massima serie anche con le maglie di Legnano (in prestito dall'Udinese), Juventus e Palermo. Oggi, ultranovantenne, vive a Ravenna, presso una casa di riposo.
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