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MICHELE SANTACROCE https://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Santacroce Nazione: Italia Luogo di nascita: Bari Data di nascita: 01.02.1921 Luogo di morte: Collegno (Torino) Data di morte: 15.06.1978 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 23.01.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Genoa 3-1 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 11 presenze - 6 reti Michele Santacroce (Bari, 1º febbraio 1921 – Collegno, 15 giugno 1978) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Michele Santacroce Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1941-1942 Sanremese ? (?) 1942-1943 Vicenza 2 (0) 1943-1944 Juventus 11 (6) 1945-1946 Cuneo ? (?) 1946-1947 Varese 19 (0) 1947-1949 Reggina 48 (10) 1951-1952 Paolana ? (?) Carriera Iniziò la carriera agonistica nella Sanremese, club con cui ottiene l'ottavo posto del Girone D della Serie C 1941-1942. Nel 1942 passa al Vicenza, club con cui ottiene dodicesimo posto della Serie A 1942-1943. Nel 1944 è all'allora Juventus Cisitalia, club con cui raggiunge le semifinali interregionali del campionato d'Alta Italia; fece il suo esordio in bianconero contro il Genova il 23 gennaio 1944, in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Varese il 25 giugno seguente, in una vittoria per 6-1. Nella sua unica stagione a Torino collezionò 11 presenze e 6 reti. Lasciata la Juventus passa al Cuneo, club con cui retrocede al termine della Serie B-C Alta Italia 1945-1946. La stagione seguente la disputa nel Varese, ottenendo il quindicesimo posto del girone A che garantì ai lombardi la permanenza in cadetteria. Nel 1947 la Juventus lo cede alla Reggina, club di terza serie in cui rimane fino al 1949 disputando 48 partite con 10 reti. Nella stagione 1951-1952 è tra le file della Paolana, club con cui raggiunge l'undicesimo posto del Girone M.
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RENATO OLMI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Olmi Nazione: Italia Luogo di nascita: Trezzo sull'Adda (Milano) Data di nascita: 12.07.1914 Luogo di morte: Crema (Cremona) Data di morte: 15.05.1985 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 12.04.1942 - Coppa Italia - Juventus-Modena 4-1 22 presenze - 1 rete 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Renato Olmi (Trezzo sull'Adda, 12 luglio 1914 – Crema, 15 maggio 1985) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Fu Campione del Mondo nel 1938 con la Nazionale Italiana. Renato Olmi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1947 Carriera Squadre di club 1931-1933 Crema ? (?) 1933-1936 Cremonese 70 (12) 1936-1937 Brescia 26 (14) 1937-1941 Ambrosiana-Inter 107 (1) 1941-1942 Juventus 22 (1) 1942-1943 Ambrosiana-Inter 10 (0) 1943-1944 Cremonese 12 (0) 1945-1947 Crema 30 (0) Nazionale 1940 Italia 3 (0) Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Giocava come centromediano. Carriera Viene abbandonato dalla madre al brefotrofio di Milano ed è affidato a una coppia cremasca. Cominciò la sua carriera a 15 anni in una squadra uliciana di Crema prima di approdare al Crema e dopo due stagioni disputate nella Cremonese, passò prima al Brescia, poi all'Ambrosiana Inter con la quale vinse due scudetti. Totalizzò tre partite in nazionale partecipando come riserva ai Campionati del Mondo del 1938, in Francia. Nel 1941 passò alla Juventus disputando 22 partite e segnando un gol, rifece poi la sua carriera a ritroso tornando per un anno all'Ambrosiana Inter, per due anni alla Cremonese e terminando la sua carriera al Crema 1908 nel 1949 dopo aver disputato due campionati in Serie B e uno in Serie C. Si sposa con Giovanna Crivelli, cremasca e studentessa alla Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica ed hanno tre figlie. Si afferma come imprenditore. Nel 2015 l’A.C. Crema gli dedica la maglia numero 5 e gli intitola la Curva Nord dello stadio Voltini. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Cremonese: 1935-1936 Campionato italiano: 2 - Ambrosiana: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Ambrosiana: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938
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UGO LOCATELLI «Sono stato, in certo senso, un ragazzo precoce, calcisticamente parlando – raccontò di se stesso – perché, dopo aver militato nelle squadre giovanili del Brescia, all’età di sedici anni ero già titolare della squadra azzurra che a quell’epoca disputava il campionato di Serie B. Ero agile, scattante, dotato di un tiro non fortissimo, ma molto preciso. Giocavo centrattacco e, per qualche stagione, nessuno pensò mai a cambiarmi ruolo.Il Brescia era stato promosso in Serie A nella stagione 1933-34 e fu proprio in quell’anno che feci conoscenza con i grandi campioni della Juventus dell’epoca d’oro. Non avevo giocato la gara del girone di andata a Torino a fine novembre, gara conclusasi con una secca sconfitta per 5-1 delle Rondinelle; ma nell’incontro del girone di ritorno, disputato il 15 aprile sul vecchio campo di Brescia, andai in campo anch’io, nel ruolo di centrattacco. Me la vidi con il mastodontico Monti, giocatore di incredibile potenza e grande classe. Il Brescia, nelle cui file giocavano ottimi atleti, come il portiere Peruchetti e i due fratelli Frisoni, uno mediano, l’altro attaccante, disputò una gagliarda partita, ma non riuscì a spuntarla».Nella stagione seguente Ugo Locatelli fu ceduto in prestito all’Atalanta, in Serie B, per poi tornare a Brescia, dove si era trasferito, trovando, nel doppio ruolo di giocatore-allenatore, l’indimenticabile Umberto Caligaris. Fu proprio Caliga a cambiare il ruolo al giocatore, spostandolo da centravanti a mediano. «Un’esperienza positiva, perché mi consentiva di partecipare in modo più completo alla partita giocando in difesa, a centrocampo e sfruttando occasionalmente le mie doti di uomo di attacco. Nel gennaio 1936 tornai a incontrare la Juventus a Brescia, e ancora una volta gli azzurri vennero sconfitti, per 1-0. Realizzò Gabetto, uno dei pochi giovani in quella squadra di autentici vecchioni. C’erano ancora Rosetta, Monti, Varglien II, Borel, mentre Foni e Depetrini erano al massimo dello splendore tecnico».Ugo esordì nella Nazionale Olimpica in occasione del vincente torneo calcistico delle Olimpiadi di Berlino, il 3 agosto 1936: aveva appena vent’anni, come il suo grande amico Piero Rava. Quattro partite drammatiche e molto combattute, con Stati Uniti, Giappone, Norvegia e Austria prima di cogliere il grande trionfo all’Olimpia Stadion di Berlino. L’esordio in Nazionale A, avvenne il 5 dicembre 1937 a Parigi, contro la Francia, che presentò tra i due pali un insuperabile Di Lorto: ragione per cui l’incontro si chiuse con il risultato di 0-0.Poi nel 1938 la grande e gloriosa avventura dei mondiali in terra di Francia, durante i quali, Locatelli fu protagonista: «Ricordo più volentieri la vittoria olimpica, piuttosto che quella mondiale. A mio parere, infatti, vincere un’Olimpiade, primeggiare davanti ad autorità e pubblico non solo amante del calcio, ma dello sport in genere, essere premiati sotto quel fuoco di Olimpia, ti dà una sensazione particolare. Per avvalorare ancora di più la mia tesi, che può essere personale, sta il fatto che, quando siamo tornati in Italia, appena messo piede dentro il confine, abbiamo trovato migliaia di persone ad attenderci e acclamarci, anziché i quattro gatti del Mondiale. E voglio ancora precisare una cosa; la vittoria alle Olimpiadi mi ha assicurato una specie di tessera con ingresso a vita in ogni tribuna d’onore italiana, per tutti gli sport. Una tessera su cui sta scritto Campione Olimpico e non Campione del Mondo di calcio».Nel 1941, Ugo fu acquistato dalla Juventus. Con lui arrivò anche Olmi. Se la Juventus avesse potuto disporre di forti attaccanti, gli scudetti sarebbero piovuti in grande quantità; la società bianconera, infatti, poteva vantare un assetto difensivo e di centrocampo di grande qualità: tra i pali c’era l’intramontabile Peruchetti (rilevato, poi, dal grande Cochi Sentimenti IV) e come terzini due Campioni del Mondo, Foni e Rava. La mediana era formata da Depetrini (che Locatelli considera tra i migliori mai visti in Italia), Parola e Locatelli. Sei giocatori, sei autentici campioni.Ugo indossò la maglia bianconera sino al 1949, dopo aver disputato 181 partite e realizzato otto goal. Si ritirò dall’attività agonistica per qualche eccessiva preoccupazione, suggerita da un elettrocardiogramma non proprio pulito; la Juventus, però, non volle privarsi di un uomo tanto prezioso, di un tecnico così raffinato e lo confermò come capo del settore tecnico giovanile. Tanto prezioso era stato l’apporto di Ugo come giocatore, ugualmente fu il contributo da tecnico e osservatore.Ugo Locatelli disputò, in totale, ben 360 partite di campionato di Serie A, alle quali vanno aggiunte le quaranta di Serie B, senza dimenticare le ventidue presenze in Nazionale e i due prestigiosi trofei: Olimpionico a Berlino, Campione del Mondo a Parigi.“HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1964Come juventino, sono un uomo da spiegare, me ne accorgo. Se uno sa dove sono nato e dove ho giocato per tanti anni, nei miei anni internazionali, conclude novanta su cento che io, almeno nel cuore, debbo sentirmi interista. E invece, vedete, sono profondamente juventino. Ora vi racconto.Sono un gardesano, di Toscolano Maderno, lombardissimo. Ed ho incominciato a giocare, seriamente, in Lombardia; direte che era ovvio e forse è così. Ho incominciato nel Brescia, a sedici anni, nel 1932. Il Brescia faceva la B, io ci giocavo come centravanti. Non era quello il mio ruolo definitivo, ma a quindici anni un calciatore non è ancora formato, praticamente è giusto che vada a spasso per i ruoli in cerca del suo ruolo.Maturavo si capisce, e maturava con me anche tutto il Brescia, tanto è vero che nel 1935 siamo stati promossi in Serie A. È stato quello il mio ultimo campionato per quella squadra, il mio primo campionato di mediano. Mediano dal 1935 in poi, sino alla fine. Mi aveva adocchiato l’Inter e all’Inter sono stato trasferito nel 1936. Cinque stagioni in neroazzurro, titolare del ruolo di mediano destro. Insomma ero un mediano destro che, guardate il caso, nelle occasioni più importanti giocava mediano sinistro. Le occasioni più importanti erano le partite in Nazionale. Una media di cinque all’anno. Infatti, sono stato azzurro venticinque volte, nei miei cinque anni di permanenza all’Inter.Un’Olimpiade, un Mondiale, sempre titolare, sempre mediano sinistro, io che all’Inter giocavo mediano destro. C’è una ragione precisa. In Nazionale, a destra giocavano sempre, in quegli anni, Depetrini e Serantoni. Punto e basta. A me, in fondo, la cosa non interessava. Oggi ci sono dei calciatori, giovani o anziani che siano, i quali fanno tragedie se un allenatore li impiega in un ruolo che a loro non va. Sono tutte storie che bisognerebbe non ascoltare. Uno deve abituarsi a giocare dappertutto, e con il sorriso sulle labbra.Figuratevi io, in quell’epoca là, negli anni d’oro, se a queste cose ci badavo! I miei amici e compagni di squadra erano Monzeglio, Foni, Rava, Andreolo, Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Depetrini, Serantoni, faccio soltanto qualche nome. Con questi compagni si vinceva sempre, era una cosa meravigliosa! Ed io mi sentivo profondamente interista e profondamente nazionale. Per forza, come facevo, altrimenti? Eppure non mi sentivo ancora un giocatore maturo, completo. Eppure ero già in Nazionale. Pensavo: quando diventerò ancora più forte, chissà cosa faccio, in Nazionale!Mi sbagliavo, nettamente, ma ero in buona fede. Dopo la venticinquesima partita in azzurro e i due scudetti vinti all’Inter, mi ha acquistato la Juventus, esattamente nella stagione 1941-42. E sono rimasto alla Juventus, in attività normale, sino al 1948-49. È un bel po’ e il fatto è che, proprio in quest’ultimo periodo, sono riuscito a completarmi, sul piano atletico e su quello dell’esperienza. Ma di Nazionale non se n’è più parlato. Ora giocavo titolare mediano sinistro nella Juventus, magari sarei potuto essere il titolare mediano destro della Nazionale, per capovolgere quella vecchia storia, che vi ho raccontato, che mi riguardava quand’ero all’Inter. Ma nulla, invece, soltanto Juventus. E c’è una ragione. Io ho giocato per la Juventus negli anni in cui è esploso il Grande Torino. Il Torino andava praticamente in blocco in Nazionale, si può dire che il Torino era diventato la Nazionale. Ed io giocavo nella Juventus, ho giocato anche con Borel.Senza Nazionale, allora, ma con tanta Juventus che mi riempiva prima il cervello e poi le vene e che pian piano cacciava fuori dalle mie vene lombardo-interiste i ricordi lombardo-interisti. E qui sono diventato juventino sempre di più. Tanto è vero che, quando a trentaquattro anni, nel 1949, ho smesso di giocare, sono rimasto con entusiasmo alle dipendenze della Juventus. Dal 1952, per dieci anni, ho avuto l’incarico di istruttore del settore squadre minori e mi son venuti fuori, per esempio, Mattrel, Vavassori, Emoli (che per metà, debbo riconoscerlo, è anche di Bertolini), Stacchini, Leoncini, Robotti. Sono stati anche questi anni di soddisfazioni. Ho mollato quest’attività nel 1962 pur restando a disposizione della società come osservatore e come responsabile delle sezioni minori. Ora io faccio queste cose e tutte le altre che la società mi comanda di fare.Se dunque ricapitolo i miei trascorsi, superficialmente potrei dividermi fra Inter e Juventus. Ma sono alla Juve oramai da ventidue anni, che sono quasi una vita. I cinque dell’Inter non li ho più addosso, non c’è nulla da fare. Mi sento un gardesano tutto juventino. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/ugo-locatelli.html
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UGO LOCATELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Locatelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Toscolano Maderno (Brescia) Data di nascita: 05.02.1916 Luogo di morte: Torino Data di morte: 28.05.1993 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Dottore Alla Juventus dal 1941 al 1943 e dal 1944 al 1949 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 181 presenze - 8 reti 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Ugo Locatelli (Toscolano Maderno, 5 febbraio 1916 – Torino, 28 maggio 1993) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante, fu Campione del Mondo con la Nazionale Italiana nel 1938 e Campione Olimpico nel 1936. Ugo Locatelli Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 1949 Carriera Squadre di club 1932-1936 Brescia 24 (8) 1934-1935 → Atalanta 15 (5) 1935-1936 Brescia 29 (2) 1936-1941 Ambrosiana-Inter 146 (1) 1941-1943 Juventus 60 (3) 1943-1944 Brescia 7 (0) 1944-1949 Juventus 121 (5) Nazionale 1936-1940 Italia 22 (0) Palmarès Olimpiadi Oro Berlino 1936 Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Era agile, rapido e possedeva un tiro preciso ma non potente. Iniziò la sua carriera giocando come centravanti, per poi essere spostato a mediano da Umberto Caligaris durante la stagione 1935-1936. Giocò anche come mezzala durante la permanenza all'Atalanta. Carriera Club Locatelli cominciò la sua carriera tra le file del Brescia, dove militò dal 1933 al 1936 : con la maglia delle Rondinelle debuttò in Serie A il 10 settembre 1933, in una gara contro la Roma. Locatelli (accosciato, secondo da sinistra) nella Juventus della stagione 1942-1943 La militanza nel club bresciano fu inframezzata nel 1934 da un prestito all'Atalanta. Esordì con il club orobico il 27 gennaio 1935 contro la Comense (1-0), giocando come centravanti e segnando al 40º minuto di gioco il gol decisivo. Avrebbe segnato altri quattro gol in nerazzurro: contro SPAL, L.R. Vicenza, Venezia e L'Aquila. Nel 1936 viene acquistato dall'Ambrosiana-Inter, con cui vincerà due scudetti (1938 e 1940) e una Coppa Italia (1939 ) fino al 1941 giocò 168 incontri in nerazzurro, di cui 146 in Serie A. Fece il suo esordio il 21 giugno 1936 in una partita contro una squadra di Brno, valida per le competizioni europee dell'epoca; segnò il suo unico gol il 1º ottobre 1939, in un incontro vinto 4-0 sul Napoli. Dopo l'esperienza a Milano si trasferì alla Juventus rimanendovi fino al 1949 (escludendo una breve parentesi nel 1943 al Brescia nel campionato Alta Italia), anno del suo ritiro. Per otto anni scese in campo in 181 occasioni, segnando 8 reti e vincendo la Coppa Italia nel 1942. In seguito divenne prima capo del settore giovanile e poi osservatore della Juventus. Nazionale Ha giocato 22 incontri con la maglia della Nazionale italiana. Nel 1936 fu convocato da Vittorio Pozzo per i Giochi Olimpici di Berlino: il regolamento limitava la partecipazione ad atleti non professionisti, ma l'Italia conquistò la medaglia d'oro. Fu poi convocato per i Mondiali 1938, a cui gli Azzurri partecipavano da Campioni del Mondo in carica. L'Italia vinse la competizione, e Locatelli scese in campo nella finale vinta 4-2 contro l'Ungheria. È uno dei quattro calciatori che hanno vinto sia i Mondiali sia le Olimpiadi: gli altri tre sono Pietro Rava, Sergio Bertoni e Alfredo Foni. Palmarès Club Campionato italiano: 2 - Ambrosiana: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Ambrosiana: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Nazionale Oro olimpico: 1 - Italia: Berlino 1936 Campionato mondiale: 1 - Italia: Francia 1938
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GIUSEPPE PERUCHETTI Nasce a Gardone Val Trompia, il 30 ottobre 1907. Cresciuto nella “Giuseppe Bernardelli” di Gardone Val Trompia, dove gioca per sei stagioni, parte per il servizio militare a Bressanone nel Secondo Reggimento Artiglieria da Montagna. Tornato a casa è tesserato dalla Boifava di Brescia, società da dove erano usciti i fratelli Evaristo e Berardo Frisoni, Pasolini, Gadaldi, Giuliani e Maffioli.Dopo poco tempo la Boifava viene sciolta e Beppe gioca le ultime partite del campionato 1927-28 nella squadra uliciana del Villa Cogozzo. Nell’estate del 1928 passa giovanissimo al Brescia, formandosi alla scuola di Giuseppe Trivellini, ex portiere della Nazionale.Molto bravo tra i pali, la sua specialità è la deviazione in angolo di pugno. Nelle “Rondinelle” esordisce il 18 novembre 1928, settima giornata di andata del girone B del campionato di Divisione Nazionale: Brescia-Biellese 1-0. Rimane a Brescia sette stagioni e si mette a tal punto in evidenza da meritare la convocazione in Nazionale. L’esordio in maglia azzurra avviene il 17 maggio 1936 (Italia-Austria 2-2). Dieci giorni dopo, la sua prestazione a Budapest lo consacra definitivamente come uno dei migliori portieri italiani.Nell’estate del 1936 si trasferisce all’Ambrosiana-Inter, chiamato a sostituire Carlo Ceresoli. In maglia neroazzurra rimane cinque stagioni, compresa una da allenatore, vincendo due scudetti e una Coppa Italia. Nella stagione 1940-41, insieme a Italo Zamberletti, diventa allenatore dell’Inter, avallando tra l’altro la cessione di Meazza al Milan. La squadra neroazzurra arriva seconda dietro al Bologna. L’anno seguente, caso unico nel calcio italiano, rimette i guantoni e difende la porta della Juventus, con cui conclude la sua carriera, vincendo la Coppa Italia nel 1942.Si spegne a Gardone Val Trompia, il 21 maggio 1995.CORRADO OLOCCO, DA “QUANDO LA JUVE SI ALLENAVA AL COPPINO (1942-43... STORIE DI CALCIO E AMICIZIA TRA LA JUVE SFOLLATA AD ALBA E GLI ALBESI)”Andò peggio, invece, a Perucchetti, la cui vicenda partigiana è racchiusa in alcuni documenti custoditi dalla famiglia e in una scheda, conservata nell’archivio dell’Istituto storico della Resistenza di Torino. La scheda lo indica come residente ad Alba, in via Pertinace, nato a Gardone Val Trompia, di professione calciatore, nome di battaglia Beppe (uno pseudonimo molto meno altisonante del Pantera Nera che gli affibbiarono i giornalisti milanesi negli anni gloriosi dell’Inter), partigiano nella seconda Divisione Langhe dal 10 ottobre 1944.Dai certificati di detenzione conservati dai famigliari, è possibile ricostruire con una certa precisione anche luoghi e tempi di prigionia di Perucchetti. Il calciatore fu arrestato assieme ad altre quattro persone dagli Arditi il 28 novembre del 1944 con l’accusa di “Falso in atto pubblico e favoreggiamento delle bande ribelli”. Dal 29 novembre 1944 al 2 gennaio 1945 Perucchetti fu rinchiuso nel carcere di Alba. Poi, fu trasferito alle “Nuove” di Torino, dalle quali uscirà il 26 aprile.In un primo tempo, la sentenza emessa dal Tribunale speciale fu di condanna a morte, trasformata poi in pena detentiva (pare anche grazie all’interessamento della Juventus che mise a disposizione i propri avvocati). Furono mesi di carcere molto duro, che lasciarono il segno sul fisico dell’ex portiere. Dalla prigionia alle “Nuove” la famiglia di Perucchetti conserva un biglietto inviato il 17 marzo dal cappellano del carcere, padre Ruggero Cipolla, alla fidanzata del calciatore, nel quale si legge: «Ogni giorno vedo Beppe e sovente mi parla di lei. Oggi mi pregò di inviarle un saluto, il che faccio ben volentieri per assicurarle che sta bene e che presto spera di poterla rivedere».Altre informazioni sull’attività partigiana di Perucchetti emergono dal certificato rilasciato dal comando militare regionale del CLN a fine guerra, nel quale si legge che l’ex calciatore ha fatto parte della seconda Divisione Langhe in qualità di partigiano e informatore. Qualunque sia stato il ruolo di Perucchetti durante la Resistenza, i famigliari custodiscono ancora il “Certificato al patriota” rilasciato alla fine del conflitto, firmato dal comandante supremo alleato delle forze del mediterraneo centrale Harold Alexander e controfirmato da Piero Balbo Poli, uno dei grandi protagonisti delle Resistenza nelle Langhe.Esattamente a due mesi dalla fine della guerra, il 25 giugno del 1945, Perucchetti sposò nella chiesa di San Damiano, nella centralissima via Maestra, Gloria Bruno, la ragazza che aveva conosciuto al campo da tennis nel periodo dello sfollamento. Tra i biglietti d’auguri, oltre a quello dell’US Albese, ce ne sono due piuttosto interessanti. Uno è firmato da alcuni amici di Perucchetti, tra cui Beppe Fenoglio e Pinot Gallizio (personaggi che, a partire del decennio successivo e fino ai giorni nostri, lasceranno un segno importante nella cultura albese), il fotografo Aldo Agnelli (autore delle più note immagini di Beppe Fenoglio) e Nino Falciola, il figlio del Carlin Cignetti (nelle Langhe, i soprannomi passavano spesso di padre in figlio; così si spiega la firma “Nino Falciola” e non Nino Cignetti).Un altro biglietto d’auguri per le nozze di Perucchetti è invece siglato, su carta intestata del Comando della XXI Brigata Matteotti, dal comandante partigiano Paolo Farinetti, altra figura importante della storia albese del Novecento, scomparso all’inizio del 2009. Sarà lui, ventidue anni dopo, il 28 luglio del 1967 a controfirmare come consigliere comunale anziano, la delibera di acquisto da parte del Comune della casa dei coniugi Perucchetti all’angolo tra via Pierino Belli e via Pertinace. Sindaco di Alba nel 1967 era l’avvocato Paganelli, quello che da ragazzino venticinque anni prima andava a vedere gli allenamenti dei bianconeri al Coppino e in bici quelli del Toro a Cinzano. «Negli anni Sessanta il piano regolatore prevedeva l’ampliamento della vicina via Pierino Belli e la casa era destinata a essere abbattuta. Poi, le esigenze cambiarono e la casa rimase al suo posto», ricorda Paganelli.Oggi, in un piccolo centro di provincia, il matrimonio tra un calciatore di serie A e una ragazza dell’alta società cittadina farebbe gola agli esperti di gossip o di cronaca rosa. E, sia pure con la classica moderazione piemontese, nel loro piccolo, anche le nozze di Perucchetti fecero notizia, tanto da finire sulle pagine di giornalaccio rosa d’Alba, che scrisse: «Lunedì 25, nella parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, in una suggestiva coreografia di fiori, luci e canti, il noto calciatore, tanto popolare nella nostra città signor Giuseppe Perucchetti si univa in matrimonio con la signorina Gloria Bruno, figlia dell’avvocato Bruno. Assisteva al matrimonio il parroco Can. Chiesa, che successivamente celebrava la Messa nuziale». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/01/giuseppe-perucchetti.html
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GIUSEPPE PERUCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Peruchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Gardone Val Trompia (Brescia) Data di nascita: 30.10.1907 Luogo di morte: Gardone Val Trompia (Brescia) Data di morte: 21.05.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Pantera Nera Alla Juventus dal 1941 al 1944 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 39 presenze - 60 reti subite 1 coppa Italia Giuseppe Peruchetti (Gardone Val Trompia, 30 ottobre 1907 – Gardone Val Trompia, 21 maggio 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Peruchetti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Carriera Giovanili 1921-1926 G.Bernardelli Squadre di club 1926-1927 Boifava ? (-?) 1927-1928 Villa Cogozzo ? (-?) 1928-1936 Brescia 196 (-267) 1936-1940 Ambrosiana-Inter 115 (-99) 1941-1944 Juventus 39 (-60) Nazionale 1936 Italia 2 (-3) Carriera da allenatore 1940-1941 Ambrosiana-Inter 1948-1949 Reggina 1949-1950 Reggina 19?? Beretta Gardone Biografia Durante la guerra fece parte delle milizie partigiane nella "Seconda Divisione Langhe", ove fu compagno di lotta di Beppe Fenoglio, venne arrestato e condannato a morte, che evitò grazie anche agli avvocati della Juventus, subì una lunga prigionia nel carcere di Alba. Il 25 giugno 1945 si sposò con Gloria Bruno. Morì tragicamente nel maggio del 1995, cadendo dalla finestra di casa. Carriera Cresciuto nella "Giuseppe Bernardelli" di Gardone Val Trompia, dove giocò per 6 stagioni, partì per il servizio militare prestato a Bressanone nel 2º Reggimento Artiglieria da Montagna. Tornato a casa fu tesserato dalla "Boifava" di Brescia, società da dove erano usciti i fratelli Evaristo e Berardo Frisoni, Angelo Pasolini, Andrea Gadaldi, Luigi Giuseppe Giuliani e Mario Maffioli. Ma in breve tempo la Boifava fu sciolta. Gioca le ultime partite del campionato 1927-28 nella squadra uliciana del Villa Cogozzo quando passa giovanissimo al Brescia, formandosi alla scuola di Giuseppe Trivellini, ex portiere della nazionale. Peruchetti (in piedi, primo da destra) alla Juventus nella stagione 1942-1943 Molto bravo tra i pali, la sua specialità è la deviazione in angolo, di pugno. Nelle Rondinelle esordisce il 18 novembre 1928, 7ª giornata di andata del girone B del campionato di Divisione Nazionale: Brescia-Biellese 1-0. A Brescia Peruchetti rimane sette stagioni e si mette a tal punto in evidenza da meritare la convocazione in Nazionale. L'esordio in maglia azzurra avviene il 17 maggio 1936 (Italia - Austria 2-2). Dieci giorni dopo, la sua prestazione a Budapest lo consacra definitivamente come uno dei migliori portieri italiani. Nell'estate del 1936 si trasferisce all'Ambrosiana-Inter, chiamato a sostituire Carlo Ceresoli. In maglia neroazzurra rimane cinque stagioni, compresa una da allenatore. Con l'Ambrosiana-Inter, vinse da protagonista due scudetti e una Coppa Italia stregando tifosi e giornalisti milanesi, che gli appiccicarono addosso il soprannome di Pantera Nera, per via delle sue parate acrobatiche e del colore della divisa che era solito indossare. Nella stagione 1940-1941, insieme a Italo Zamberletti, diventa allenatore dell'Inter, avallando tra l'altro la cessione di Meazza al Milan. La squadra nerazzura arriva seconda dietro al Bologna. L'anno seguente, caso unico nel calcio italiano, rimette i guantoni e difende la porta della Juventus, con cui concluse la sua carriera, vincendo la Coppa Italia nel 1942. Ha detenuto per settantanove anni il record di imbattibilità come portiere del Brescia (750 minuti). Rimase imbattuto tra il 20 novembre 1932, quando subì due reti dal Novara, al 19 febbraio 1933 (quando subì una rete nella vittoria per 3-1 contro la Comense). Tale record fu scalzato nel 2012 da Michele Arcari. Lasciato il calcio giocato fu tra i campionati di Serie C 1948-1959 e Serie C 1949-1950 allenatore della Reggina. Tornato Gardone Val Trompia fu allenatore e osservatore del Beretta Gardone. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Inter: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Inter: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942
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EGIDIO MICHELONI https://it.wikipedia.org/wiki/Egidio_Micheloni Nazione: Italia Luogo di nascita: San Martino Buon Albergo (Verona) Data di nascita: 27.09.1913 Luogo di morte: San Martino Buon Albergo (Verona) Data di morte: 12.08.1992 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 22.02.1942 - Serie A - Genoa-Juventus 1-4 Ultima partita: 07.06.1942 - Serie A - Napoli-Juventus 4-1 11 presenze - 13 reti subite 1 coppa Italia Egidio Micheloni (San Martino Buon Albergo, 27 settembre 1913 – 12 agosto 1992) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Egidio Micheloni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1934-1939 Verona 77 (-81) 1939-1941 Milano 23 (-30) 1941-1942 Juventus 11 (-13) 1942-1943 Verona 24 (-18) Carriera Durante la sua permanenza al Milan, all'epoca denominato "Milano", si alternò tra i pali con il compagno di squadra Mario Zorzan. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942
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CARLO CERESOLI Solamente due presenze nella stagione 1941-42 per Carlo Ceresoli, ottimo portiere diventato famoso per essere stato uno degli undici “Leoni di Highbury”. ROMANO DA PRATO, “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 16 AGOSTO 1964 La lancetta dei secondi non aveva compiuto ancora il suo primo giro, che l’arbitro svedese Olsson decretò il calcio di rigore a favore degli albionici, per un fallo di Allemandi su Drake. Incaricato del tiro, l’ala sinistra Brooke, un mancino dalla «sventola» veramente irresistibile. A guardia della rete italiana, cera Carlo Ceresoli, l’indomita portiere dell’«Ambrosiana-Inter». Brooke prese una breve e rincorsa, effettuò un tiro a mezza altezza che «Carlo» deviò, con la punta delle dita in calcio d’angolo, salvando così la rete italiana da una immediata capitolazione. Ci riferiamo al mirabile ed indimenticabile incontro di «Highbury» del 14 novembre 1934. Al termine del confronto, perso dai nostri per 3 a 2, a causa di un infortunio toccato a «Luisito» Monti, al 2’ minuto di gioco, colpito, proditoriamente, da un calcione affibbiatogli da Drake, divenuto poi manager del «Chelsea», Guglielmo Marconi, il celebre scienziato si complimentò nonostante l’insuccesso, con Ceresoli che, con Peppino Meazza, era stato il prim’attore, il protagonista di quella incandescente partita. All’indomani, i giornali londinesi elogiarono moltissimo, la bella prova dell’estremo difensore «azzurro». Il famoso tecnico Ivan Sharpe ala sinistra dell’Inghilterra alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, in seguito presidente dei giornalisti sportivi del Regno Unito, disse di lui: «L’Italia ha giocato una partita gagliarda: Ceresoli si è dimostrato un autentico “eroe”». L’incontro di Londra è il pezzo più pregiato nel mosaico calcistico di Ceresoli. Ricostruiremo, ora, brevemente, il suo «itinerario», andremo alla ricerca degli aneddoti, degli episodi più esaltanti, delle perle più preziose che si aggiunsero alla brillante collana dell’ex «n. 1» della nazionale italiana. Bergamo, la civettuola città lombarda, gli diede i natali il 1° giugno 1910. Come tutti i ragazzi, all’inizio della loro carriera, Ceresoli tirò i primi calci su alcuni campetti periferici. Il suo sogno era quello di militare nella locale squadra dell’Atalanta. Ed infatti, a diciotto anni Ceresoli esordì nelle file degli orobici il I novembre 1928, disputando una grande partita contro la Triestina, sconfitta per 4 a 2. L’avvenimento sportivo coincise con l’inaugurazione dello stadio. Le sue prodigiose prestazioni costituirono il trampolino di lancio per il passaggio ad un’altra forte squadra, una compagine che si aggiudicherà il primo campionato a girone unico: l’Ambrosiana-Inter di Meazza. Ma, nell’«undici» meneghino, Ceresoli dovette, inizialmente, fare anticamera a Degani e a Smerzi. Ma il suo valore venne alla luce, dopo due stagioni. L’allenatore ungherese Weisz, vistolo più volte all’opera lo mise direttamente in prima squadra. Fu un trionfo. «Carletto» conquistò subito la difficile ed esigente platea milanese, con slancio, con ardore, con combattività. La sua rete parve stregata, gli attaccanti di maggior grido, come Piola, stentarono a superare Ceresoli, ardimentoso nelle uscite, spericolato negli interventi volanti. Pozzo si accorse di lui, ed in occasione dei campionati mondiali romani del 1934, gli affidò la guardia della rete, nell’incontro eliminatorio contro la Grecia, a Milano, il 25 marzo 1934. Gli «azzurri» vinsero per 4 a 0 e Ceresoli giocò da par suo. Fu, questo, il primo degli otto incontri che il «bergamasco» disputò in nazionale (aveva giocato la prima partita tra i cadetti, il 3 dicembre del 1933, contro la Svizzera a Lugano, incontro terminato con lo straripante successo dei nostri per 7 a 0). Nel 1935, Ceresoli lasciò l’Inter, per militare nei ranghi del Bologna, dove formò dapprima con Fiorini e Gasperi, poi con Pagotto e Ricci un trio difensivo d’eccezione, laureandosi tre volte campione d’Italia, in maglia rossoblù. Passò quindi al Genova dove restò per due annate. Indi, un salto tra le file degli «Zebroni» juventini. Poi, la lunga esperienza di allenatore nel dopoguerra, Dal 1946 al 1950 al «Palazzolo»; successivamente, all’Atalanta, alla Salernitana, nuovamente al «Palazzolo» con il definitivo ritorno al suo «Primo amore» (l’Atalanta) come istruttore ai giovani e come «vice». Ceresoli ha lasciato un’impronta ben tangibile nel turbinoso mondo del football italiano. Lo rammenteremo sempre come un portiere completo, un difensore che dava tutto se stesso per il buon esito della contesa, ma soprattutto, lo ricorderemo, come «l’eroe di Londra». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/carlo-ceresoli.html
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CARLO CERESOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ceresoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Bergamo Data di nascita: 14.06.1910 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 22.04.1995 Ruolo: Portiere Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Carletto Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 15.03.1942 - Serie A - Juventus-Atalanta 1-1 Ultima partita: 22.03.1942 - Serie A - Venezia-Juventus 2-0 2 presenze - 3 reti subite 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Carlo Ceresoli (Bergamo, 14 giugno 1910 – Bergamo, 22 aprile 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere, Campione del Mondo con la Nazionale Italiana nel 1938. Carlo Ceresoli Ceresoli nel 1937 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1942 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Giovanili 1923-1927 Ardens Squadre di club 1927-1928 Alzano ? (-?) 1928-1932 Atalanta 102 (-?) 1932-1936 Ambrosiana-Inter 119 (-122) 1936-1939 Bologna 72 (-71) 1939-1941 Genova 1893 23 (-33) 1941-1942 Juventus 2 (-3) Nazionale 1934-1938 Italia 8 (-10) Carriera da allenatore 1949-1951 Marzoli Palazzolo 1951-1952 Atalanta 1952-1953 Salernitana 1963-1964 Atalanta 1968-1969 Atalanta Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 1 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate Carriera Giocatore Club Cresciuto nell'Ardens di Bergamo, arrivò all'Atalanta nel 1928 con cui esordì in Divisione Nazionale il 13 gennaio 1929 a 18 anni in una stagione culminata con la retrocessione della squadra (i bergamaschi sarebbero poi arrivati quarti in Serie B alla sua ultima stagione), passò all'Inter, con cui nelle stagioni 1932-1933 (in cui la squadra fu finalista di Coppa dell'Europa Centrale con l'Austria Vienna), 1933-34 e 1934-35 giunse secondo in Serie A. Fu quindi ceduto al Bologna (con cui vinse anche il Torneo dell'Esposizione di Parigi e di cui, dopo l'introduzione della numerazione sulle maglie nel campionato 1938-1939, divenne il primo "numero 1") con cui si laureò due volte campione d'Italia, nel 1936-1937 e nel 1938-1939 (in cui però nel 1938 si procurò un'incrinatura ossea al braccio), per trasferirsi poi al Genova 1893, che nella stagione 1939-1940 giunse quinta; terminò la sua carriera ad alto livello nella Juventus, con cui vinse la Coppa Italia. Nazionale Giocò in Nazionale ai tempi del commissario tecnico Pozzo, debuttando il 25 marzo 1934 a Milano nella partita di qualificazione per il campionato mondiale contro la Grecia. Designato come portiere titolare per i mondiali del 1934 che si sarebbero disputati in Italia, s'infortunò al braccio durante la preparazione colpito da un tiro di Pietro Arcari, che lo costrinse a saltare il mondiale. Riprese il suo posto tra i pali il 14 novembre 1934 in Inghilterra-Italia 3-2 — che passò alla storia del calcio come la Battaglia di Highbury — gara in cui parò un rigore a Eric Brook: Brook, specialista nei calci di rigore, fece partire dal dischetto un tiro angolato e potente che il portiere italiano riuscì a deviare in angolo. Questa è considerata una delle parate più famose della storia del calcio. Successivamente vinse la Coppa del Mondo del 1938, da riserva di Aldo Olivieri. In totale ha disputato 8 partite subendo 10 reti. Allenatore La sua prima panchina importante fu quella dell'Atalanta; l'inizio del campionato non fu comunque dei più felici; arrivò quindi a far pressioni sulla società perché fornissero rinforzi per l'attacco dell'Atalanta, che portarono la dirigenza ad acquistare il capitano della nazionale svedese Hasse Jeppson: la squadra passò dal terzultimo posto al dodicesimo al termine del campionato e il giocatore fu ceduto per l'allora notevole somma di 105 milioni al Napoli; l'anno successivo passò alla Salernitana che giunse 11ª in Serie B ma in seguito ritornò ad allenare la società bergamasca, 11ª in Serie A nel campionato 1963-1964 con lui alla guida. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Bologna: 1936-1937, 1938-1939 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Competizioni internazionali Torneo Internazionale dell'Expo Universale di Parigi 1937: 1 - Bologna: 1937 Nazionale Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Francia 1938
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LUIGI COLAUSSI Il Paolo Rossi del Mondiale ‘38 – scrive Bruno Perucca su “La Stampa” del 27 dicembre 1991 – ha chiuso il suo rapporto con la vita e con il calcio, dopo mesi di battaglia contro un male che non l’ha perdonato. Gino Colaussi è morto nella sua Trieste, nell’ospedale di Opicina. Domattina i pochi amici del suo tempo, gli sportivi e la città, lo accompagneranno al cimitero. Vittorio Pozzo lo aveva inserito nel gruppo azzurro subito dopo il primo campionato del mondo vinto (1934). L’esordio in nazionale del «Cola» avvenne il 27 ottobre 1935 a Praga, con la sconfitta per 1-2 di fronte alla Cecoslovacchia nella partita dell’omaggio italiano ai rivali battuti nella finale di Roma ‘34. C’era ancora Planicka nella porta ceka. Gino Colaussi provò invano ad abbattere quel mito con i suoi tiri. Ci riuscì Pitto ma invano. Due reti di Horak celebrarono la platonica rivincita cecoslovacca. Da quella gara, Colaussi è rimasto nel Club Italia. Pozzo aveva bisogno di un’ala sinistra vera, scattante, decisa. E il commissario tecnico portò in Francia, ai mondiali ‘38, il giocatore al quale teneva moltissimo malgrado non stesse bene. I postumi di una frattura, si è scritto. Ma in una intervista d’epoca a Giuseppe Meazza si legge: «Gino era nei guai per un dolore inguinale». Lo si ricorda adesso come il Paolo Rossi del ‘38, perché i suoi gol furono determinanti come quelli di Pablito nell’82 in Spagna. Tenuto a riposo precauzionale da Pozzo nella prima partita con la Norvegia a Marsiglia (infatti la squadra soffrì molto per vincere 2-1), Colaussi partecipò concretamente alle vittorie successive contro Francia e Brasile, con una doppietta alla finale con l’Ungheria. Tre partite, quattro reti del Gino. Sempre suo l’1 a 0. Se i gol contano sempre, quei tre sono stati le chiavi del mondiale vinto. È stata l’estate d’oro del calciatore rivelatosi a Trieste ma nato il 4 marzo 1914 a Gradisca d’Isonzo, a 40 chilometri dalla città che lo accolse fra i giovani rossoalabardati, dopo i primi calci ufficiali nell’Itala. Le formazioni giovanili, quindi la prima squadra. Lo volevano già la Spal ed il Messina, quando la Triestina (agosto 1930) mise gli occhi sul ragazzo che segnava grappoli di reti. Il presidente Celso Carretti lo portò all’allenatore magiaro Stefano Toth dicendogli: «Su questo Colaussi ci credo, lo guardi giocare». Il provino avvenne il 14 settembre 1930 in una amichevole Triestina-Fascio Grion. Affare fatto. Per ingaggio due camicie a righe, che il Gino ha sempre negato di aver ricevuto in regalo: «Le pagai con i rimborsi del viaggio». Dieci anni a Trieste, quindi nell’estate ‘40 il passaggio alla Juventus, il Genoa aveva offerto 900 mila lire alla Triestina, ma il carisma e l’abilità dei dirigenti bianconeri prevalsero e la Juve se lo aggiudicò per la metà: 450 mila lire. Era comunque la cifra record dell’epoca. Due stagioni a Torino, due anni senza squilli. Juventus quinta nel torneo ‘40-41, per Colaussi 24 presenze e 5 reti, una delle quali sul campo della Triestina con pareggio di Grezar destinato a venire sull’altra sponda torinese per morire a Superga. E alla Juve, nel ‘68, arrivò anche per una fugace apparizione il nipote Giordano, rivelatosi anch’egli nella Triestina e passato attraverso Lanerossi e Brescia. Colausig il cognome di Giordano, quello vero della famiglia. Era stato cambiato d’ufficio in Colaussi ai tempi in cui il regime vietava i nomi stranieri. Nel campionato successivo i bianconeri ottennero il sesto posto. Per il Gino 16 presenze e due gol. Ma vinse la Coppa Italia, prima della cessione al Vicenza. Arrivava la guerra a spaccare l’Italia e anche il football. Dopo, per Colaussi, Padova e Triestina. Un ritorno a casa intervallato da viaggi per la successiva carriera di allenatore, soprattutto dei giovani. Nella ricerca di lavoro in un mestiere che gli piaceva solo a livello di istruttore, anche otto mesi ad insegnare calcio in Libia. Con lui Biavati, l’attaccante del doppio passo. A pagarli fu un giovane amministratore, un certo Gheddafi. Che li fece penare non poco, prima di saldargli gli stipendi dovuti. Il bilancio della sua vita di calciatore è 339 presenze e 63 gol in serie A, di 26 e 15 in azzurro. Intelligenza, fantasia, ragionamento, scatto, tiro e disciplina. Queste le qualità che Vittorio Pozzo riconosceva pubblicamente a Colaussi. E fu il ct a chiedergli, rivolgendosi anche alla fidanzata, di rinviare le nozze per allenarsi al mondiale del ‘38. Gino non ci credeva, non si sentiva fisicamente in grado di rispondere alla chiamata. «Mi bastano pochi tuoi minuti per partita» gli disse il commissario tecnico. Ne giocò 270, per le quattro reti più importanti della sua vita. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/01/luigi-colaussi.html
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LUIGI COLAUSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Colaussi Nazione: Italia Luogo di nascita: Gradisca d'Isonzo (Gorizia) Data di nascita: 04.03.1914 Luogo di morte: Trieste Data di morte: 24.12.1991 Ruolo: Attaccante Altezza: 163 cm Peso: 66 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gino Alla Juventus dal 1940 al 1942 Esordio: 27.10.1940 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 26.04.1942 - Serie A - Torino-Juventus 2-1 43 presenze - 7 reti 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Gino Colaussi, all'anagrafe Luigi Colàusig (Gradisca d'Isonzo, 4 marzo 1914 – Trieste, 24 dicembre 1991), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, campione del Mondo con l'Italia ai Mondiali del 1938. Gino Colaussi Colaussi al termine della finale del campionato del mondo 1938 Nazionalità Italia Altezza 163 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1952 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Giovanili ????-1930 Itala Gradisca Squadre di club 1930-1940 Triestina 248 (42) 1940-1942 Juventus 43 (7) 1942-1945 Vicenza 47 (23) 1945-1946 Triestina 26 (3) 1946-1948 Padova 45 (12) 1948-1949 Thiene ? (?) 1949-1950 Ternana 14 (2) 1950-1951 Tharros ? (?) 1951-1952 Olbia 7 (1) Nazionale 1935-1940 Italia 26 (15) 1938 Italia B 1 (1) Carriera da allenatore 1948-1949 Thiene 1949-1950 Ternana 1950-1951 Tharros 1951-1953 Olbia 1956-1967 Campobasso 1959-1961 Alcamo 1963 Triestina 19?? Vittoria 19?? Canicattì 1967-1968 Alcamo 1969-1970 Latina Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Biografia Fratello minore di Giordano, era pertanto conosciuto anche come Colaussi II. Il cognome paterno Colàusig verrà italianizzato in Colaussi durante l'epoca fascista. Anche il nipote Giordano Colausig avrebbe intrapreso la carriera calcistica. Di umili origini (era figlio di agricoltori), prima di praticare il calcio a livello professionistico lavorava come ciabattino, guadagnando due lire per ogni paio di scarpe. Terminata la carriera calcistica, aprì un bar a Bassano del Grappa ma ebbe notevoli difficoltà economiche che lo portarono anche a impegnare la medaglia d'oro vinta nel Mondiale 1938, e nel 1986 lo Stato italiano gli concesse un vitalizio. È morto il 24 dicembre 1991 all'ospedale Santorio di Trieste. Dopo la sua scomparsa gli sono stati dedicati lo stadio Comunale di Gradisca d'Isonzo e una tribuna dello Stadio Nereo Rocco. Caratteristiche tecniche Ala sinistra, era veloce, scattante e dotato di un buon tiro; nonostante la struttura fisica modesta, sapeva farsi valere nei contrasti. Queste qualità, unitamente alla sua freddezza sottoporta, lo rendevano un buon realizzatore e compensavano il divario di classe con altri interpreti del ruolo come Raimundo Orsi. La sua specialità erano i cross e i traversoni. Pur essendo prevalentemente mancino, sapeva disimpegnarsi bene anche con il piede destro. Secondo alcuni giornalisti fu l'inventore del cosiddetto doppio passo, storicamente attribuito al bolognese Amedeo Biavati. Carriera Giocatore Club Crebbe calcisticamente nell'Itala di Gradisca passando giovanissimo alla Triestina su indicazione personale del presidente Celso Cerretti all'allenatore István Tóth; con la maglia degli alabardati esordì in Serie A il 28 settembre 1930 a sedici anni contro il Bologna, segnando il suo primo gol in massima serie il 2 novembre 1930, nella vittoria interna contro l'Ambrosiana per 5-0. Rimase in forza alla Triestina per dieci stagioni consecutive, rivelandosi come una delle migliori ali del campionato. Colaussi (accosciato, primo da sinistra) nella Juventus del 1940-1941 Nel 1940, dopo un corteggiamento durato diversi anni, passò alla Juventus per la somma di 450.000 lire nonostante il Genova 1893 avesse offerto il doppio alla Triestina. L'inizio della sua militanza in bianconero fu condizionato dal servizio militare svolto in Istria, che ne ritardò la preparazione e l'inserimento in squadra, e anche le successive prestazioni furono inferiori alle attese, al punto da essere definito da un giornalista dell'epoca un limone spremuto. Pur poco impiegato nella seconda stagione, contribuì alla conquista della Coppa Italia 1941-1942. Nel campionato 1942-1943 fu ceduto al L.R. Vicenza, accentuando il declino del proprio rendimento. Rimane ai berici anche durante il campionato di guerra; al termine del conflitto, rimise la casacca rossoalabardata per un'ultima annata, nel campionato di Divisione Nazionale 1945-1946. Con la Triestina disputò in totale undici stagioni, per un totale di 275 partite con 47 reti, che lo collocano al secondo posto nella classifica assoluta delle presenze di squadra, dietro a Piero Pasinati. Nel 1946 scese per la prima volta in Serie B, ingaggiato dal Padova con cui disputò il suo ultimo biennio professionistico contribuendo alla promozione in Serie A nel 1948. Nelle stagioni successive ricoprì più volte il ruolo di allenatore-giocatore nelle serie inferiori: fu al Thiene nella stagione 1948-1949, alla Ternana nella stagione 1949-1950, scendendo sporadicamente in campo per far fronte alla difficile situazione in cui versava il club rossoverde. Nel biennio successivo fu ancora allenatore-giocatore, nelle file della Tharros di Oristano e poi con l'Olbia, con cui disputò la sua ultima stagione. Nazionale Esordì in azzurro sotto la gestione di Vittorio Pozzo il 27 ottobre 1935, contro la Cecoslovacchia. Divenne titolare nel ruolo di ala sinistra sostituendo Raimundo Orsi, tornato in Argentina, ed era considerato insostituibile da Pozzo, che lo convocò per il Mondiale del 1938 nonostante precarie condizioni fisiche, chiedendogli anche di rinviare il proprio matrimonio. Lasciato a riposo nella partita inaugurale contro la Norvegia, andò a segno contro Francia e Brasile e si ripeté nella finalissima contro l'Ungheria vinta per 4-2, realizzando una doppietta che portò il suo ruolino personale a 4 reti in 3 partite nella competizione. Dopo la partita offrì una cena a base di caviale e champagne a tutti i compagni e membri dello staff tecnico. Sul finire degli anni Trenta cedette progressivamente il posto da titolare ad Pietro Ferraris e Carlo Reguzzoni. In totale ha disputato 26 partite in Nazionale, realizzando 15 reti. Conta anche una presenza e una rete nella Nazionale B, il 15 maggio 1938, nel 4-0 inflitto al Lussemburgo. Allenatore Appese le scarpe al chiodo, Colaussi tentò la carriera di allenatore, sempre prediligendo il lavoro con i giovani e l'attività di istruttore. Dopo le esperienze come allenatore-giocatore, rimase all'Olbia conducendolo alla promozione in IV Serie nel campionato 1952-1953, nel quale fece esordire in prima squadra diversi giovani tra cui Gustavo Giagnoni. Nel 1959 passò sulla panchina dell'Alcamo, militante nel campionato di Prima Categoria siciliana. Ottenne la promozione in Serie D al termine del campionato 1960-1961, tuttavia fu esonerato durante il campionato successivo, concluso con la retrocessione. Ciononostante, ricevette il Seminatore d'oro per i dilettanti nel 1962. Nel 1963 tornò brevemente a Trieste come allenatore, subentrando a Enrico Radio nel campionato 1962-1963 e proseguì nelle serie inferiori con Campobasso, Vittoria, Canicattì, di nuovo Alcamo e infine Latina, in Serie C, subentrando a Domenico Biti senza poter evitare la retrocessione. Dopo questa esperienza si trasferì per alcuni mesi in Libia, insieme ad Amedeo Biavati, alla guida di una rappresentativa dilettantistica nel paese nordafricano su incarico della Federcalcio; fece rientro in Italia nel 1971, a causa delle difficili condizioni di vita degli italiani dopo la rivoluzione di Muʿammar Gheddafi. Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Serie B: 1 - Padova: 1947-1948 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Coppa Internazionale 1933-1935 Individuale XI All star team dei mondiali: 1 - Francia 1938 Allenatore Promozione: 1 - Olbia: 1952-1953 Prima Categoria: 1 - Alcamo: 1960-1961
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CESARE GOFFI https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Goffi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 05.05.1920 Luogo di morte: Torino Data di morte: 20.02.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1940 al 1942 Esordio: 27.10.1940 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 11.01.1942 - Serie A - Juventus-Livorno 2-3 9 presenze - 20 reti subite 1 coppa Italia Cesare Goffi (Torino, 5 maggio 1920 – 20 febbraio 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Cesare Goffi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1950 - calciatore Carriera Squadre di club 1937-1939 Casale 21 (-?) 1939-1940 Cosenza ? (-?) 1940-1942 Juventus 9 (-20) 1942-1943 Padova 15 (-?) 1943-1944 Biellese 8 (-?) 1944-1945 Istituto Sociale Torino ? (-?) 1945-1946 Cuneo 9 (-?) 1946-1950 Catania 75 (-79) 1951-1954 Marsala 63 (-?) 1954-1956 Ivrea 7 (-?) Carriera da allenatore 1946-1947 Catania Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano Serie C: 1 - Catania: 1948-1949 (girone D)
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FRANCO MORZONE https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_1939-1940 Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.09.1918 Luogo di morte: Rivarolo Canavese (Torino) Data di morte: 30.04.1998 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 17.09.1939 - Serie A - Inter-Juventus 4-0 1 presenza - 0 reti
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MARIO BO Il piccolo e scaltro savonese non teme niente, neppure i più arcigni difensori. Proveniente dal vivaio del Torino, gioca otto stagioni in bianconero dal 1939 al 1946 (con una parentesi al Genova e all’Ambrosiana), vincendo la Coppa Italia del 1942. Sessanta presenze e venti reti è il suo tabellino.«A Carlin piacevano i suoi occhi – racconta Caminiti – che aveva di un azzurro ligure. Bisognava dargli la palla, e poi dirgli: martella, col suo dribbling testardo riusciva sempre a piazzare il cross e Gabetto giovane preferiva i cross di Bo, perché si ammorbidivano sull’ultimo metro, allo zompare dell’imbrillantinato turinéis. Di altre ali piccole la Juve ne avrebbe avute, fino a Ermes Muccinelli, ma uno come Bo non più. Cresciuto nei Balon Boys e lanciato dal Toro, diventò juventino nel 1939 e rinnovò le sfide belluine del derby, picchiando lui per primo il difensore grosso che fosse. Anche con l’aria di lavorucchiare sul pallone era tremendo, strani estri lo ispiravano, con tocchi smarcanti e più di segnare lui, molti goal fece segnare. Ma tutti i suoi nove goal in bianconero sono dei capolavori, perfetti come teoremi». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/mario-bo.html
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MARIO BO https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Bo Nazione: Italia Luogo di nascita: Savona Data di nascita: 04.12.1912 Luogo di morte: Torino Data di morte: 04.12.2003 Ruolo: Centrocampista Altezza: 166 cm Peso: 69 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1941 e dal 1944 al 1946 Esordio: 17.09.1939 - Serie A - Inter-Juventus 4-0 Ultima partita: 07.04.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Bologna-Juventus 2-1 60 presenze - 22 reti Mario Bo (Savona, 4 dicembre 1912 – Torino, 4 dicembre 2003) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Mario Bo Bo (accosciato, secondo da destra) nella Juventus della stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1950 Carriera Giovanili 1925-1928 Eden San Paolo 1928-1931 Torino Squadre di club 1931-1939 Torino 185 (42) 1939-1941 Juventus 39 (12) 1941-1942 Genova 1893 10 (2) 1942-1943 Ambrosiana-Inter 12 (3) 1944-1946 Juventus 21 (10) 1946-1950 Fossanese 87 (21) Carriera Club Gli inizi e il Torino Nativo di Savona, iniziò a giocare a calcio nell'Eden San Paolo di Torino, dove rimase per tre anni prima di essere aggregato alle giovanili del Torino (note poi come Balon Boys in onore di Adolfo Baloncieri). Passato in prima squadra nel 1931, esordì in Serie A nello stesso anno (e poco prima di compiere 19 anni) in Torino - Bari del 22 novembre, siglando una doppietta nel complessivo 6-1 per i torinesi. Chiuso però dai titolari Gino Rossetti, Onesto Silano e Julio Libonatti, raccolse solo sei presenze nella sua prima stagione (segnando un ulteriore gol, anche se inutile, nella partita Milan - Torino del 29 maggio 1932, persa per 6-1). Nelle stagioni successive divenne titolare, con i granata che si mantennero in posizioni di centro classifica. L'annata migliore fu senza dubbio il 1935-1936: Bo mise a segno nove reti in 25 presenze in campionato, il Torino terminò il campionato in terza posizione, vinse la Coppa Italia e arrivò fino agli ottavi di finale della Coppa dell'Europa Centrale, dove fu eliminato dagli ungheresi dell'Újpest. Le tre stagioni successive videro la conferma della squadra ad alti livelli, ma non arrivò alcun trofeo: nel 1936-1937 i granata confermarono il terzo posto dell'anno precedente, ma furono eliminati agli ottavi della Coppa Italia; nel 1937-1938 arrivarono al nono posto e furono sconfitti in finale di Coppa Italia della Juventus; infine nel 1938-1939 il Torino terminò secondo alle spalle del Bologna. In quest'ultima annata Bo giocò la sua ultima partita con la maglia granata, la gara Torino - Bari del 28 maggio 1939 vinta per 2-1, segnando il gol del momentaneo 1-0 che fu anche l'ultimo suo gol con la casacca del Torino. A fine stagione venne ceduto all'altra squadra di Torino, la Juventus: in totale, con la maglia granata marcò 201 presenze e 46 reti tra campionato e coppe (solo in campionato, 185 partite e 42 reti). Juventus, Genova e Ambrosiana Nella sua prima stagione con i bianconeri, Bo marcò sette reti in 18 presenze, esordiendo in campionato il 17 settembre 1939 nella gara Ambrosiana - Juventus 4-0: la squadra giunse terza in campionato e arrivò fino alla semifinale di Coppa Italia, dove fu sconfitta dalla Fiorentina poi campione. Nel 1940-1941 Bo segnò quattro reti in 21 gare, ma la stagione della Juventus non decollò: eliminata agli ottavi di Coppa Italia, la squadra terminò il campionato al quinto posto senza mai essere veramente in corsa per il titolo (alla fine appannaggio del Bologna). Al termine della stagione, Bo si trasferì al Genova 1893, dove fu però relegato al ruolo di riserva e scese in campo in sole 10 partite, mettendo a segno 2 reti, frutto di una doppietta siglata contro la Fiorentina. Con i liguri il savonese si trattenne solo un anno, prima di accasarsi all'Ambrosiana-Inter dove, anche qui come riserva, segnò tre reti in 12 gare. Anche qui la sua esperienze durò solo un anno: nel 1944 tornò infatti alla Juventus. Ritorno alla Juventus, la Fossanese e il ritiro Tornato a vestire i colori bianconeri, partecipò al Campionato Alta Italia 1944 (organizzato in un'Italia divisa dalla Linea Gotica), con la squadra allora denominata Juventus-Cisitalia, siglando otto gol in 18 partite: la formazione torinese giunse 2ª nel Girone Eliminatorio Ligure-Piemontese e 2ª nel Girone Ligure-Lombardo-Piemontese delle semifinali. Dopo l'interruzione del campionato nel 1944-1945 a causa della guerra, giocò un'ulteriore stagione nella stagione 1945-1946 dove marcò due reti in sole tre presenze con la maglia della Juventus. Nel 1946 si trasferì alla Fossanese, squadra piemontese militante in serie C, con la quale concluse la carriera nel 1950 all'età di 37 anni. Al termine della carriera, contò 267 presenze nella massima serie con 68 reti. Nazionale Nonostante le numerose presenze in Serie A, Bo ottenne solo una convocazione in Nazionale B. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Torino: 1935-1936
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GIUSEPPE VIANI Non tutti ricordano come quando e perché Gipo Viani – si legge su “Hurrà Juventus” del febbraio 1969 – il popolare tecnico stroncato da infarto in un albergo di Ferrara la mattina del 6 gennaio, venne a Torino per vestire la maglia della Juventus. Gipo aveva militato nelle file dell’Inter e, con la casacca neroazzurra aveva vinto il titolo di Campione d’Italia nel primo campionato a girone unico (1929-30). Poi, passato alla Lazio, per cinque anni era stato il perno della mediana della società biancoceleste: un giocatore elegante, pratico, senza fronzoli; dominatore sui palloni alti che attraversavano la sua area di rigore, grintoso, ma non falloso, atletico, ma sufficientemente veloce.Purtroppo nell’ultimo anno di permanenza alla Lazio il suo rendimento si fece saltuario. Forse c’erano anche ragioni extra sportive a renderlo preoccupato e meno diligente nella preparazione atletica. Alla fine della stagione 1938-39 i dirigenti della Lazio decisero di metterlo in lista di trasferimento.Viani venne a Torino. Andò da Borel II, al quale era legato da buona amicizia e Farfallino perorò la causa di Gipo: la Juventus, a quell’epoca, si trovava priva di un forte centromediano e forse Viani avrebbe potuto risolvere i problemi della seconda linea bianconera. Invece il giocatore non riuscì a convincere appieno i tecnici juventini. Sotto certi punti di vista Viani, allegro, spensierato, pazzerellone, amante delle carte e del biliardo, poteva essere paragonato a Renato Cesarini.Alla Juventus Viani non ebbe fortuna. Giocò in prima squadra una sola partita, quella della prima domenica di campionato; per il resto della stagione militò nelle riserve e si può dire che, come giocatore, Viani fini alla Juventus la sua carriera. Tornò grande dopo la guerra, quando andò ad allenare la Salernitana. Da quel momento iniziò la sua ascesa come tecnico: in quella veste egli poté dimostrare che il gioco del calcio non aveva per lui alcun mistero. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/giuseppe-ferruccio-viani.html
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GIUSEPPE VIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Viani Nazione: Italia Luogo di nascita: Treviso Data di nascita: 13.09.1909 Luogo di morte: Ferrara Data di morte: 06.01.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: 183 cm Peso: 83 kg Soprannome: Gipo - Lo Sceriffo Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 14.01.1940 - Serie A - Juventus-Liguria 4-0 Ultima partita: 11.02.1940 - Serie A - Modena-Juventus 1-2 5 presenze - 0 reti Giuseppe Ferruccio Viani, detto Gipo, (Treviso, 13 settembre 1909 – Ferrara, 6 gennaio 1969) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Con 639 presenze è quinto assoluto nella classifica di presenze degli allenatori in Serie A. In sua memoria è intitolato lo Stadio Comunale di Nervesa della Battaglia. Trasferitosi a Nervesa della Battaglia il 1º agosto 1956. Nel 2018 ottiene un riconoscimento alla memoria nella Hall of Fame del calcio italiano. Giuseppe Viani Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1943 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Squadre di club 1924-1926 Olimpia Treviso ? (?) 1926-1928 Treviso 21 (10) 1928-1934 Ambrosiana 137 (11) 1934-1938 Lazio 114 (1) 1938-1939 Livorno 27 (0) 1939-1940 Juventus 5 (0) 1940-1941 Siracusa 25 (2) 1941-1943 Salernitana 42 (1) Carriera da allenatore 1940-1941 Siracusa 1941-1943 Salernitana 1945 Benevento 1945-1946 BPD Colleferro 1946-1948 Salernitana 1948-1949 Lucchese 1949-1951 Palermo 1951-1952 Roma 1952-1956 Bologna 1956-1965 Milan 1958 Italia 1960 Italia 1960 Italia olimpica D.T. 1965-1966 Genoa 1968 Bologna D.T. 1968-1969 Udinese D.T. Caratteristiche tecniche Allenatore Alcune fonti lo indicano come il primo allenatore ad introdurre il ruolo del libero, altri, come il giornalista Gianni Brera, hanno attribuito invece questo merito a Ottavio Barbieri. Ciò che è certo, è che sfruttò al meglio l'invenzione del Vianema sorta da un'idea di un suo giocatore, Antonio Valese ai tempi della Salernitana: in tal senso fu uno dei primi -se non il primo- allenatore ad introdurre il ruolo del libero in modo sistematico. Il Vianema si configurò come una revisione del sistema da cui ebbe in seguito origine il catenaccio all'italiana. L'utilizzo del Vianema consentì alla Salernitana di non sfigurare contro squadre di Serie A ritenute molto più forti, riuscendo ad ottenere preziosi pareggi e vittorie, e soltanto per un punto non ottenne una salvezza che mostrò di meritare, in quanto l'arbitro fiorentino Vittorio Pera si rese protagonista di un pessimo arbitraggio nella sfida salvezza dei "granata del Sud" contro la Roma, come fonti autorevoli testimoniano (fra cui Antonio Ghirelli, nella sua Storia del calcio). Carriera "Gipo" Viani tra i compagni di squadra Ferraris IV e Fantoni II: una delle più forti mediane della storia della Lazio Giocatore Cresce calcisticamente nelle file dell'Olimpia di Treviso in Terza Divisione e del Treviso in Prima Divisione. Nel 1929 viene ceduto, assieme a Umberto Visentin, all'Ambrosiana. Esordisce in Serie A il 6 ottobre 1929 in Ambrosiana-Livorno (2-1). Nella stagione 1929-30 vince lo scudetto con la squadra milanese. Dopo sei stagioni in maglia nerazzurra, gioca con Lazio, Livorno e Juventus. Termina la sua carriera calcistica tra il 1940 e il 1943 nel Siracusa e nella Salernitana. Allenatore Per tutta la sua carriera fu accompagnato dal soprannome "Lo sceriffo", tanto per i suoi metodi risoluti quanto per una notevole somiglianza con John Wayne. Club Siracusa e Salernitana Nei suoi ultimi 3 anni da calciatore cominciò anche ad allenare, diventando allo stesso tempo "Allenatore-Giocatore" del Siracusa e poi della Salernitana: con i siciliani restò un anno (dal 1940 al 1941) e portò il club al primo posto nella classifica finale del girone H della Serie C 1940-1941; in quanto detentore del girone venne ammesso ai gironi finali per la promozione diretta in Serie B, poi sfumata: partecipò al girone A finale, ma arrivò in terza posizione, non raggiungendo i primi due posti validi per un solo punto; con i granata, invece, restò due anni (dal 1941 al 1943) e, alla prima stagione arrivò di nuovo capolista, ma la squadra non venne ammessa ai gironi finali per illecito sportivo, mentre l'annata successiva rimase sulla panchina campana, arrivò per la seconda volta consecutiva in prima posizione in classifica e arrivò in seconda posizione nel girone A della fase finale, ottenendo dunque la promozione in Serie B. La cadetteria, però, stenterà ad arrivare, in seguito agli attacchi bellici della Seconda guerra mondiale che hanno costretto l'interruzione dei campionati. Benevento e Colleferro Dopo due anni di inattività allenò il Benevento, con cui vinse il campionato di C (anche se il club per motivi economici non formalizzerà l'iscrizione alla B), e dopo, sino al 1946, passò al B.P.D. Colleferro. Seconda avventura alla Salernitana Successivamente, Viani ritornò alla Salernitana, in Serie B. Con i campani conquistò la promozione in Serie A adottando un modulo tattico originale. Il sistema, detto Vianema in onore dell'allenatore, prevedeva l'assenza dell'attaccante centrale, impiegato come un libero, e una manovra offensiva molto efficace avviata sulle fasce laterali. Lucchese e Palermo Dopo la positiva esperienza in Campania, diventò tecnico della Lucchese, per l'anno 1948-1949, dove concluse all ottavo posto finale in campionato, e, per un biennio (dal 1949 al 1951), divenne tecnico del Palermo, chiudendo con un tredicesimo posto e poi decimo posto finale. Roma In seguito alla prima e unica retrocessione della Roma in Serie B, avvenuta nella stagione 1950-1951, venne scelto come allenatore dei giallorossi, con il quale conquistò immediatamente la massima serie, dopo aver tenuto il comando della classifica e aver domato il Brescia con un punto di vantaggio. Nonostante la promozione, decise di dimettersi da tecnico dei capitolini. Bologna Per un quadriennio, dal 1952 sino al 1956, fu chiamato alla guida del Bologna, con cui ottenne dei risultati di alta classifica, concludendo in modo positivo le stagioni con gli emiliani. Milan Nel 1956 fu ingaggiato dal Milan, che condusse da allenatore fino al 1958 e in qualità di direttore tecnico dal 1958 al 1965. In questi nove anni vinse 3 scudetti (1956-1957, 1958-1959 e 1961-1962) e la Coppa dei Campioni 1962-1963 dopo aver perso la finale del 1958 con il Real Madrid. Come direttore tecnico perde la quarta edizione della Coppa Intercontinentale 1963, dove si affrontarono il Milan e il Santos. Sempre in questo periodo Viani concluse un affare di calciomercato assai vantaggioso con la Roma: Víctor Benítez passò in giallorosso in cambio del trasferimento al Milan di Sormani e Schnellinger. Nazionale Italiana Tra il 1958 e il 1960 fu nominato commissario tecnico della Nazionale italiana e ricopri il ruolo di D.T. della Nazionale Olimpica italiana. Genoa, di nuovo Bologna e infine Udinese Dopo l'avventura nel Milan diresse il Genoa, poi ancora il Bologna (per la seconda metà della stagione 1967-1968, subentrando a gennaio a Luis Carniglia) e infine l'Udinese. Palmarès Viani con la maglia dell'Ambrosiana nella stagione 1928-29. Giocatore Campionato italiano: 1 - Ambrosiana Inter: 1929-30 Allenatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Milan: 1956-57, 1958-59 (D.T.), 1961-62 (D.T.) Campionato italiano di Serie B: 2 - Salernitana: 1946-47 - Roma: 1951-52 Serie C: 2 - Siracusa: 1940-1941 - Salernitana: 1942-1943 Competizioni internazionali Coppa dei Campioni: 1 - Milan: 1962-1963 (D.T.)
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Carlo Parola - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
CARLO PAROLA La sua consacrazione definitiva avvenne quando la famiglia Panini decise di utilizzare una fotografia di Carletto che effettua in perfetto stile una rovesciata, come simbolo del proprio album di figurine. Per tutti i bambini italiani, Parola diventò quello della rovesciata.«In bicicletta andavo veramente forte in salita, peccato che non fossi altrettanto bravo in discesa. Ma a rendermi prudente era stata una brutta caduta, piombando a valle da Pino Torinese, con serie conseguenze, la frattura di un braccio. Fu il calcio che spuntò nei miei orizzonti qualche anno dopo la morte di mio padre. Abitavo a Cuneo, dove non c’era il Velodromo, ma dove esisteva il campo sportivo: e fu là che presi confidenza con la sfera di cuoio e mi convertii a quello che giudico ancora oggi il più bel gioco del mondo.Quando tornai a Torino, insieme ad alcuni amici appassionati, fondai una squadretta che, dal nome del corso adiacente al prato sul quale si giocava, venne chiamata Brianza. Avevo appena 10 anni ma ricordo che in quella compagine feci di tutto, dal difensore al centravanti, dal mediano all’ala e persino il portiere. La nostra squadretta non tardò a farsi un proprio nome ed ebbe anche i suoi tifosi che, domenicalmente, la seguivano, spingendosi in audaci trasferte magari fino a Porta Susa.A quei tempi ero iscritto alla scuola allievi Fiat. Lavoravo, studiavo e giocavo a calcio, naturalmente, nella squadra ragazzi del Fiat: ero centravanti, segnavo moltissimi goal. Gli osservatori della Juventus mi seguivano con interesse e quell’anno su indicazione di Zambelli finii nelle file del club che sognavo giorno e notte. Portavo a casa 18 lire al mese: pensate quando andarono da mia madre e le chiesero se mi avrebbe lasciato giocare per 750 lire al mese! Mi guardò e mi chiese: “Ma è proprio vero?”.Seppi più tardi che ero costato alla Juventus qualcosa come 60.000 lire, una bella cifra indubbiamente. Mi misi al lavoro con tutto l’entusiasmo possibile, avevo 18 anni e una gran voglia di sfondare. Mi cambiarono subito di ruolo: da centravanti passai dalla parte opposta, cioè nel ruolo di chi controllava i goleador. Forse fu anche per questo che affrontai sempre gli ex colleghi con una certa attenzione. Tremavo al pensiero che un giorno avrei potuto sostituire un certo Monti, io che avevo 18 anni e che davo del “voi” ai Foni, ai Rava e ai Gabetto. Un giorno accadde: esordii nella Juventus, in serie A. Proprio contro la mia attuale squadra, il Novara; vincemmo per 1-0 e fu una giornata bellissima, indimenticabile, io, ragazzino, in mezzo a tanti campioni! Come stopper metodista, mi difesi abbastanza bene e in seguito presi sempre più confidenza con il mio ruolo fino a impormi come titolare.Passare dai ragazzi Fiat alla grande Juventus fu una cosa meravigliosa: penso che per ogni giocatore sia la stessa cosa, anche se sovente l’esordio è talmente infarcito di emozioni che si finisce con il perdere il senso della realtà. Fu 10 anni dopo che vincemmo lo scudetto, subito dopo la scomparsa del Grande Torino. Noi continuammo la tradizione che voleva il titolo appannaggio dei club torinesi. Fu una stagione meravigliosa: pensate che segnammo la bellezza di 100 goal. Il presidentissimo Agnelli aveva acquistato Martino, Hansen, Præst e altri campioni, avevamo Carver come allenatore. Il suo italiano era ancora incomprensibile per cui la tattica nasceva in campo a seconda delle necessità.Fu allora che inventammo il libero anche se pochi se ne accorsero. Senza che lo stesso Carver se ne accorgesse, Karl Hansen fungeva da mediano, Mari si piazzava sul centravanti avversario ed io stavo in ultima battuta alle sue spalle, proprio come succede al giorno d’oggi. Allora però non si parlava tanto di tattiche: si giocava, si pensava a segnare il maggior numero possibile di goal e a subirne il meno possibile. Con questo non è che rinunciassimo ad attaccare anzi lo facevamo con 4 punte. Era il nostro gioco elastico a centrocampo a permetterci queste possibilità, tattica alla quale si richiamano anche oggi molte società.Avevamo grandi avversari, come il Milan del trio Gre-No-Li, eppure vincemmo in bellezza. Parlando di quella formazione con Boniperti, concordammo in una giornata dedicata ai ricordi, che quella forse fu la formazione più completa del dopoguerra. Vincemmo il campionato con diversi punti di vantaggio. Era la mia decima stagione nella Juventus (complessivamente ho giocato in bianconero 15 campionati) la più bella, indubbiamente; anche lo scudetto successivo non fu così ricco di soddisfazioni».SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBERONel Louvre del calcio è immortalato il suo capolavoro: la rovesciata. È una delle immagini più famose nella iconografia del pallone, fissata per caso da un fotografo fiorentino che impellenti necessità avevano spinto nella trincea che una volta esisteva dietro le porte. La sagoma di Parola si staglia nella lieve foschia di una fredda domenica di sole. Sospeso nel vuoto, sorretto da invisibili fili, le braccia distese ad accompagnare, quasi a offrirlo alla platea, un gesto stilisticamente perfetto, la gamba sinistra piegata a sveltire il movimento, la destra tesa come una lancia: il pallone, colpito di pieno collo, vola via. Gli è vicino Egisto Pandolfini detto «motorino», che sta frenando la sua corsa, resa ormai vana dalla prodezza dell’avversario. Sullo sfondo si riconoscono il mediano Giacomo Mari e più indietro un altro attaccante della Fiorentina, il calvo Sperotto.Era il gennaio del 1950. Parola aveva già 29 anni e stava per vincere il primo scudetto di una carriera non sempre pari alla classe, Della sua rovesciata si parlava ormai da un pezzo, da quando l’aveva esibita la prima volta a San Sito nella partita contro l’Austria, sotto gli occhi di giornalisti, tecnici, dirigenti accorsi da tutta Europa per vedere cosa restasse, dopo i disastri della guerra, dei campioni del mondo e della famosa scuola danubiana. Da allora quell’estroso esercizio acrobatico era diventato il suo grande numero, un colpo a effetto. «La sua battuta melodrammatica, il suo do di piede» scrisse Bruno Roghi. E lui, taciturno, quasi a schermirsi: «No, una disperata azione di salvataggio». Sarebbe comunque rimasta nella memoria dei gesti epici, come la sforbiciata di Caligaris, il gol a invito di Meazza, il passo doppio di Biavati.Era un asso autentico, un vero «classico», uno dei maggiori prodotti in assoluto del nostro calcio. E stato per anni il giocatore più popolare della squadra più popolare d’Italia, il più famoso del mondo, con quelli del Grande Torino. Secondo maestro Brera – che lo vedeva troppo isolato in difesa – sarebbe stato un grandissimo centromediano metodista. «Si sentiva attaccante, dovette trasformarsi in difensore. Elegantissimo di stile, batteva pulito con i due piedi, aveva doti acrobatiche eccezionali. Non era un grande incontrista, non rischiava molto il tackle. I suoi diretti avversari segnavano un po’ troppo, questo sì».Sentite Nordahl, che fu uno di quelli: «Giocare contro di lui era esaltante: non si poteva fare a meno di eguagliarlo in bravura». E un altro critico, Ettore Barra: «È il nostro più grande centromediano sistemista, il più grande d’Europa, ma al sistema è giunto senza entusiasmo. Avrebbe anche potuto essere il miglior centromediano metodista». Erano i tempi del grande dibattito tra metodo e sistema, delle infinite discussioni sulla fantasia di una tattica di gioco e sulla pragmatica disciplina dell’altra. Lui metteva tutti d’accordo. «I metodisti superstiti ringraziano Parola per non averli dimenticati» scriveva il poeta Roghi. «Talvolta evade, parte a lunghe falcate come se andasse a prendere una boccata d’aria, C’è sempre un calcolo nel suo gioco, nulla viene fatto a caso, in ogni azione di difesa c’è sempre urto spunto di iniziativa, un invito al compagno, una proposta». Non era l’uomo dei corpo a corpo, delle giornate tempestose, ma, si diceva, dell’estro, della manovra che supera l’avversario in prontezza e intelligenza.La sua storici personale è, in un certo modo esemplare: da dipendente Fiat a campione d’Italia della Juve, non è capitato a molti nonostante i noti legami tra quella e questa. C’è poi qualche sfumatura in stile gozzaniano che non guasta, a uso degli agiografi. La perdita del padre quando è ancora un bambino, gli entusiasmi per il ciclismo e i motori (un giorno, già campione celebre, chiederà invano di partecipare alla Mille Miglia, al volante, come Ascari). Poi il trasferimento a Cuneo dove non c’è il velodromo e alla bicicletta è preferibile il pallone, i primi calci in periferia, la prima squadretta che fa accorrere ammiratori dai dintorni. Alla Fiat entra poco dopo aver finito le elementari, in tempi ancora lontani dalla scuola dell’obbligo.Aiuto meccanico: il suo contributo, in quella famigliola mutilata dal destino, è un salario di 250 lire al mese. Fa parte della squadra dopolavoristica e in una partita di allenamento contro la Juventus gli capita di affrontare Borel. Deve cavarsela bene perché gli offrono di passare in bianconero e chi ne caldeggia l’acquisto è nientemeno che Caligaris. La trattativa non è così facile come potrebbe sembrare. Il presidente del Gruppo Sportivo Fiat è, per vocazione solo in apparenza contraddittoria, torinista e vorrebbe Parola in maglia granata. Risponde no. Deve intervenire, con una spicciativa telefonata, il giovane Gianni Agnelli.Così Parola diventa l’anello ideale tra due epoche juventine. Arrivato pochi mesi dopo l’addio di Monti, ha tra i compagni Gabetto che lo informa sui segreti della rovesciata e poi, negli spogliatoi, gli regala due dita di brillantina; più tardi, già famoso, dovrà vedersela con un nuovo arrivato, un biondino di Barengo, tal Boniperti, che al primo allenamento gli farà un tunnel, ricambiato con un’entrata dura sulla caviglia perché impari subito, il ragazzino, a rispettare i grandi.Giocò la prima partita in serie A sull’erba di casa, lui torinese, a Torino contro il Novara. Aveva come compagni di linea Depetrini e Varglien I, la Juventus vinse con un gol dell’altro Varglien. Sul giornale si lesse che il «giovane Pirola» aveva fatto un discreto debutto. Poi, nel commento del martedì un autorevole critico azzardò un giudizio più impegnativo scrivendo che «a dispetto di chi lo riteneva intempestivo, Caligaris ha mostrato una volta ancora di saper misurare i tempi: il debutto del giovane Parola è stato veramente confortevole e ha detto chiaramente come la Juventus stia preparando un nuovo, grande centromediano».Diventò titolare due campionati più tardi al centro di un trio che vecchi tifosi ricordano – spesso capita alle formazioni del calcio – come una filastrocca infantile o il refrain di una canzone della gioventù, un’occasione di nostalgia: Depetrini, Parola, Locatelli. Con Parola il gioco della Juve aveva ritrovato una caratteristica che era tipica ai tempi di Monti: sapeva «servire lungo» e furono quei lanci e quei rifornimenti a permettere agli attaccanti di segnare tanti gol in una stagione che comunque non fu vittoriosa. A dominare la scena si era infatti presentata una nuova squadra: il Torino.I campioni granata Parola li ebbe come avversari in campionato e come compagni in Nazionale, dove Vittorio Pozzo a volte gli preferiva Rigamonti, che aveva meno classe ma più grinta. Nacque l’idea che quel grandissimo «classico» non fosse altrettanto grande come incontrista, non amasse molto rischiare con il tackle, non fosse abbastanza «cattivo». Spesso le buscava. «Il limite di Parola – è l’opinione di Boniperti – era solo di una certa fragilità ossea, o forse di pura sfortuna, per cui l’avevo definito il Coppi del calcio». Di 10 partite in Nazionale la metà furono sconfitte, l’ultima – quella del mesto e precoce addio – in Brasile ai mondiali del 1950 quando la Svezia eliminò gli azzurri. Parola finì infortunato per un calcio di Jeppson. Con un altro centravanti svedese, Gunnar Nordahl, aveva avuto una brutta storia pochi mesi prima in campionato, una grigia domenica di febbraio. Quell’incredibile pomeriggio del 7 a 1 contro il Milan a Torino. I nervi a fior di pelle per lo straripare dei milanisti e la sfortuna degli juventini (proprio Parola aveva centrato un palo quando la squadra era in vantaggio), un’entrata scorretta, un calcio di ripicca: «Mi espulsi io, prima ancora che l’arbitro mi cacciasse». Commento di Gianni Agnelli che quel giorno soffriva in tribuna: «È l’unica cattiva azione di tutta la sua vita».Questo era Parola, detto anche «Carletto l’europeo» per la più inutile, accademica ma anche famosa delle sue partite, quella del 1947 a Glasgow tra la Gran Bretagna e una rappresentativa che allineava incautamente le grandi stelle del calcio continentale. Era finita 6 a 1 per i britannici, due gol del centravanti Lawton, un autogol di Parola. Poi, al di là del risultato e delle apparenze, quei commenti che avrebbero celebrato una leggenda. «Ce Soir»: «Fortunatamente c’era Parola. Un Parola che ha fatto una partita straordinaria in condizioni delicatissime, in mezzo a una difesa quasi sempre scardinata e spremuta all’estremo. L’italiano sopportò validamente il confronto con i suoi più valenti avversari e ciò era più che una prodezza». Di analogo tenore i commenti dei giornali inglesi. Non poco per l’ex aiuto-meccanico del Gruppo Sportivo Fiat.«Per me fu un grande onore e così penso, per il calcio italiano. Le altre nazioni europee indugiavano nel riprendere i contatti con noi: la guerra aveva lasciato il segno anche nello sport. I selezionatori mi videro all’opera a San Siro nella mia seconda prova in azzurro. L’11 novembre 1945 a Zurigo avevo esordito contro la Svizzera: il primo dicembre dell’anno successivo Pozzo mi confermò contro l’Austria che battemmo per 3-2. Io giocai abbastanza bene, feci una delle mie rovesciate, ma in quell’occasione ci fu una grandissima partita da parte di Maroso che avrebbe meritato di giocare nella selezione europea. Scelsero soltanto me cosi partii tutto solo per l’Olanda. Ci allenammo a Rotterdam, dove conobbi Wilkes, asso del calcio locale, e poi Nordahl, Præst e così via dicendo. Il 7 maggio giocammo a Glasgow in uno scenario indimenticabile. Gli stadi sudamericani dovevamo ancora scoprirli e quelli italiani erano piuttosto piccoli: Glasgow, invece, conteneva 150.000 spettatori, una cosa impressionante, cosi come restò indimenticabile quella partita contro i campioni britannici. Ricordo che nello stesso anno, la Juventus andò a giocare in Svezia contro una squadra di cui non ricordo il nome. Ricordo bene, invece, il nome di un’ala sinistra che ci fece impazzire: si chiamava Liedholm, era giovanissimo, due anni dopo sarebbe venuto in Italia assieme ad altri fuoriclasse del suo paese. “Però”, commentammo alla fine dell’incontro “quell’ala non stonerebbe in Italia”. Più avanti ci fu l’invasione straniera, arrivarono in tanti, anche per la Juventus. Nordahl fu ingaggiato dalla Juventus, se non che venne poi smistato al Milan in cambio di Pløger. Peccato, perché i nostri 2 scudetti potevano essere con lui almeno 5. Perché fu Nordahl successivamente ad indicare alla sua società i nomi di Liedholm e di Gren e a farli venire in Italia dopo avere constatato di persona che nel nostro paese si stava bene. Pensate se quei tre fossero finiti alla Juventus: un attacco composto da Boniperti, Gren, Nordahl, Liedholm e Præst avrebbe fatto almeno 150 goal!».VLADIMIRO CAMINITINon esiste un altro, nella storia del calcio nostro, che emuli Parola nel suo modo di essere campione. È vero, c’era stato Rosetta, ma con Parola l’esercizio virtuoso diventa stile. Con Parola, il calcio parla al mondo, quel mondo di un’Italia ancora sbigottita se non disfatta che sgrana gli occhi su tutto, non ci sono più ideali, ogni valore è stato frantumato in un mare di sangue, ma si riaprono gli stadi e Parola esegue la sua rovesciata per tutti gli umili e diseredati, disegna l’illusione con la sua acrobazia meditata; la sua rovesciata, in Italia, contende alla pizza napoletana il primato della popolarità.Parola nasce in una famiglia che è un grumo di ristrettezze. Torino non è solo piazza San Carlo, e i Savoia sono da tre anni in esilio, nel 1949, quando Parola è celebre. L’Italia è una Repubblica, Parola è l’alfiere di una Juventus che gioca un calcio stellare, non troppo istintivo, con un ragazzo biondo che abbaglia per i suoi goal freddi e poetici (Boniperti). Il papà di Carlo, detto Nuccio, è morto precocemente, vittima di un suo stesso vizio: si era accoppato ingurgitando tabacco pur di non andare soldato.Il ragazzo si trovò presto a sostentare una famiglia. Al dopolavoro Fiat, sgobbava come garzone e nel tempo libero giocava a calcio, senza sapere che un singolare tipo di osservatore da qualche tempo, Parola aveva già 17 anni, veniva a osservarlo; l’orecchiuto compare Sandro Zambelli, detto Zambo, il cantore dell’altra Juventus, quello delle dame patronesse e dei signori in frac. Ora la Juventus, è il 1939, aspetta di ridarsi una verginità. Dopo la morte di Edoardo, gli Agnelli si sono messi da parte. Gianni è ragazzo. La presidenza viene affidata al conte dottor Emilio De La Forest de Divonne. Non si saprà mai nulla di questo patrizio. La storia dice che c’è la sua firma sul primo contratto di calciatore di Carlo Parola.Parola nel campionato 1939-40 entra nei ranghi, è utilizzato in vari ruoli. Ha piedi morbidi e il suo calcio detta legge. Tanto è giovane, tanto è bravo. La guerra frenerà anche il suo cammino, ma è ancora in tempo per farsi amare. L’esordio è avvenuto contro il Novara, il 3 dicembre 1939, poi è tutta una scalata. Finisce la guerra, la ripresa è ilare e tormentata, a Zurigo l’11 novembre 1945 Parola è in campo contro la Svizzera, 4-4, non è un falco sul vecchio Amadò che segna 3 goal, non è proprio la sua giornata. Certi critici, secondo me maldestri, opinano che Parola non sia mai stato un combattente.Non è esattamente così. Nelle sue tante partite in bianconero, nelle sue dieci presenze azzurre, Parola è sempre Parola, parla il calcio, vuole essere mai restrittivo, sempre evocativo di libertà. È il simbolo della libertà recuperata, non concepisce le strettezze di una marcatura assillante, in cui sono più bravi Rigamonti e Tognon. Ma nessuno lo vale per il gesto stilistico, per la capacità di giungere primo sulla traiettoria, annichilendo nei giorni di vena anche bisonte Nordahl sull’anticipo. Gioca nella Juventus fino al 1954, quando con John Hansen emigra nella Lazio.E forse l’allenatore non è stato pari al giocatore, ma il mondo va così, e salendo sull’erta che ricorda quell’ameno sito che è Ceriale, con il suo mare strabiliante, Parola mi dava questa spiegazione del suo quasi fallimento come tecnico: «Sono stato un giocatore troppo grande per essere anche un allenatore troppo grande». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/09/carlo-parola.html -
Carlo Parola - Calciatore E Allenatore
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
CARLO PAROLA https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Parola Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 20.09.1921 Luogo di morte: Torino Data di morte: 22.03.2000 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Nuccio Gauloises - Mister Rovesciata - Carletto Alla Juventus dal 1939 al 1954 Esordio: 03.12.1939 - Serie A - Juventus-Novara 1-0 Ultima partita: 16.05.1954 - Serie A - Atalanta-Juventus 3-2 339 presenze - 11 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Allenatore della Juventus dal 1959 al 1962 e dal 1974 al 1976 218 panchine - 127 vittorie - 39 pareggi - 52 sconfitte 3 scudetti 2 coppe Italia Carlo Parola (Torino, 20 settembre 1921 – Torino, 22 marzo 2000) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore; da allenatore fu tecnico di varie squadre, tra cui la Juventus, nella quale crebbe e in cui trascorse gran parte della sua carriera di calciatore, affermandosi tra i più grandi difensori del XX secolo. Carlo Parola Parola all'aeroporto di Amsterdam nel 1974 in occasione dell'ottavo di finale di Coppa UEFA tra Ajax e Juventus Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1955 - giocatore 1976 - allenatore Carriera Giovanili 1936-1939 Juventus Squadre di club 1939-1954 Juventus 339 (11) 1954-1955 Lazio 7 (0) Nazionale 1945-1950 Italia 10 (0) Carriera da allenatore 1955-1956 Lazio Vice 1956-1959 Anconitana 1959-1961 Juventus 1961-1962 Juventus 1962-1963 Prato 1963-1964 Chieri 1965-1966 Livorno 1967 Livorno 1968-1969 Napoli 1969-1974 Novara 1974-1976 Juventus Biografia Rimasto orfano di padre all'età di sette anni, all'indomani si trasferì con la madre a Cuneo dove iniziò a giocare a pallone. Tornò quindi nella natìa Torino dove, contemporaneamente all'attività nella Juventus, «ai tempi in cui anche giocare a calcio in Serie A veniva considerato un divertimento», lavorò come operaio in FIAT. Fuori dal campo, con il collega Pietro Rava mise in piedi un'azienda per la produzione di palloni da calcio; inoltre nel 1948 comparve, insieme ad altri calciatori, nel film 11 uomini e un pallone diretto da Giorgio Simonelli, nella parte di se stesso. Morì settantottenne, dopo una lunga malattia e in povertà, lasciando la moglie e un figlio; venne inumato nel cimitero Parco di Torino. Caratteristiche tecniche Giocatore La celebre rovesciata di Parola Emerso come centravanti, negli anni alla Juventus l'allenatore Felice Borel, grande seguace del sistema inglese, lo dirottò a centromediano con compiti a metà tra quelli di uno stopper e un libero – marcatura dell'attaccante avversario e, una volta riconquistato il pallone, impostazione della ripartenza –, facendone di fatto l'erede in maglia bianconera di Luis Monti. Nonostante l'iniziale ritrosia di Parola verso questo cambiamento, la nuova posizione in campo e le conseguenti prestazioni gli daranno risalto a livello internazionale. La sua notorietà è dovuta soprattutto a un caratteristico gesto tecnico, la rovesciata, che il giocatore fu il primo a utilizzare con frequenza nel calcio italiano. La più famosa "rovesciata di Parola" nacque il 15 gennaio 1950, all'80' di Fiorentina-Juventus, così rappresentata dalle parole di Corrado Banchi, giornalista freelance, autore di una memorabile fotografia: «[...] Parte un lancio di Magli verso Pandolfini. Egisto scatta, tra lui ed il portiere c'è solo Carlo Parola; l'attaccante sente di potercela fare ma il difensore non gli dà il tempo di agire. Uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in uno stile unico. Un'ovazione accompagna la prodezza di Parola.» Quella rovesciata è stata pubblicata in oltre 200 milioni di copie con didascalie in greco e cirillico, arabo e giapponese, ed è puntualmente riproposta ogni anno sugli album Calciatori delle figurine Panini. Carriera Giocatore Parola (a sinistra) capitano della Juventus nel 1950, a quattrocchi col centravanti milanista Nordahl. Si dedicò al calcio dopo un breve periodo da ciclista. Esordì diciottenne in Serie A con la Juventus, club di cui diverrà una bandiera, alla fine degli anni 1930, proveniente dal Dopolavoro FIAT; il giornalista e scrittore Giovanni Arpino lo ribattezzò ben presto "Nuccio Gauloises" per via del suo unico vizio, un pacchetto giornaliero di sigarette. vinse una Coppa Italia (1941-1942) e due scudetti (1949-1950 e 1951-1952), collezionando in tutto 339 presenze. Nel 1954 fu ceduto alla Lazio, squadra con cui chiuse la carriera calcistica dopo aver disputato sette partite. Per dieci volte indossò la maglia della Nazionale. Fu il solo italiano che a Glasgow, il 10 maggio 1947, prese parte alla sfida tra Regno Unito e Resto d'Europa, organizzata per l'adesione delle Federazioni dell'isola alla FIFA; malgrado la pesante sconfitta (1-6) e un suo autogol, la prestazione di Parola piacque ai club britannici che, senza esito, tentarono di offrirgli un ingaggio. Allenatore Una volta conclusa l'attività agonistica, intraprese immediatamente la carriera da tecnico facendo da vice a Luigi Ferrero sulla panchina della Lazio nel campionato 1955-1956. Successivamente ebbe un'esperienza triennale come tecnico dell'Anconitana, portando nella stagione 1957-1958 la compagine marchigiana a raggiungere la promozione in Serie C. Nel 1959 fece un primo ritorno alla Juventus dove rimase per le successive tre stagioni, allenando la squadra affiancato, come direttore tecnico, dapprima da Renato Cesarini, poi da Gunnar Gren e infine da Július Korostelev. Quest'esperienza sulla panchina bianconera, molto positiva nel biennio iniziale grazie alla vittoria di due scudetti e due Coppe Italia – con il double nazionale del 1959-1960, il primo nella storia del club –, si concluse temporaneamente alla fine della stagione 1960-1961 per alcune incompensioni con la dirigenza, da cui Parola venne tuttavia richiamato pochi mesi dopo, all'inizio del campionato 1961-1962, dopo l'improvvisa partenza di Gren. La terza e ultima annata fu tuttavia fallimentare, chiusa dai torinesi al dodicesimo posto della classifica, il loro peggior risultato mai conseguito sul campo: il declino della squadra, orfana di Giampiero Boniperti ritiratosi l'anno precedente, minata dai guai fisici di John Charles e dai pessimi rapporti tra l'asso rimasto, Omar Sívori, e Parola stesso, ritenuto troppo permissivo e di poco polso, furono considerati tra le cause del cattivo rendimento. Parola (estrema destra) allenatore della Juventus campione d'Italia nella stagione 1974-1975 Nel 1962 passò ad allenare il Prato, al posto della coppia Ferrero-Andreoli, vincendo il girone di Serie C e conquistando la promozione in cadetteria. Quindi seguirono le panchine di Chieri, Livorno, Napoli, quest'ultima in qualità di preparatore, e Novara, ottenendo con i gaudenziani nella stagione 1969-1970 una nuova promozione dalla Serie C e venendo premiato con il Seminatore d'oro quale miglior tecnico di quel campionato; riuscì poi a mantenere i piemontesi in Serie B per un quadriennio contrassegnato da risultati che la compagine non otterrà più per decenni. A Novara scoprirà e valorizzerà, tra gli altri, due giocatori destinati a laurearsi di lì a breve campioni d'Italia, il portiere Felice Pulici e il centrocampista Renato Zaccarelli. Nel 1974 rientrò per la seconda e ultima volta alla Juventus, chiamato dall'ex compagno di squadra Boniperti, diventato nel frattempo presidente della società. Sostituì Čestmír Vycpálek e, al comando di una squadra collaudata e in ascesa, rivinse subito lo scudetto. Rimase un'altra stagione in bianconero, iniziata in testa e terminata al secondo posto a seguito di contrasti all'interno dello spogliatoio, specialmente tra Fabio Capello e Pietro Anastasi e il gruppo capeggiato da Giuseppe Furino e Roberto Bettega, che Parola non riuscì a sedare; la sconfitta, corrispondente all'unico titolo italiano conseguito dal Torino dopo la tragedia di Superga, convinse Boniperti al cambio in panchina, a fine stagione, con Giovanni Trapattoni. Per alcuni anni fece ancora l'osservatore per il club bianconero. Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952 Allenatore IV Serie: 1 - Anconitana: 1956-1957 (girone E) Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1959-1960, 1960-1961, 1974-1975 Campionato italiano Serie C: 2 - Prato: 1962-1963 (girone B) - Novara: 1969-1970 (girone A) -
CORRADO CASALINI https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Casalini Nazione: Italia Luogo di nascita: Bologna Data di nascita: 02.11.1914 Luogo di morte: Bologna Data di morte: 28.03.1993 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 17.09.1939 - Serie A - Inter-Juventus 4-0 Ultima partita: 24.12.1939 - Coppa Italia - Biellese-Juventus 0-3 10 presenze - 0 reti Corrado Casalini (Bologna, 2 novembre 1914 – Bologna, 28 marzo 1993) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Corrado Casalini Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1936-1938 Prato 42 (1) 1938-1939 Siena 27 (1) 1939-1940 Juventus 10 (0) 1940-1941 Pro Vercelli 11 (0) 1941-1943 Cuneo ? (?) Caratteristiche tecniche Giocava come centromediano. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Cuneo: 1941-1942
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FRANCESCO CAPOCASALE Giunto a Torino da Bari nell’estate del 1939, è una mezzala in grado anche di ricoprire ruoli diversi come centromediano e mediano laterale. È chiamato Paletta per la potenza dei tiri e per la lunghezza dei piedi. Rimane in bianconero per due stagioni, prima di essere prestato al Modena. Ritorna alla Juve l’anno successivo per poi trasferirsi, finita la guerra, nella squadra biancorossa pugliese dove diventerà una vera e propria bandiera. «Lavoratore puntiglioso si rese molto utile – ricorda Caminiti – fu ingaggiato dalla Juve che aveva presidente il conte Emilio de la Forest de Divonne, addensandosi nubi di guerra all’orizzonte, tutto oscillando anche le certezze tradizionali e avite». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/05/francesco-capocasale.html
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FRANCESCO CAPOCASALE https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Capocasale Nazione: Italia Luogo di nascita: Bari Data di nascita: 25.08.1916 Luogo di morte: Bari Data di morte: 06.08.1998 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Soprannome: Franceschino - Paletta Alla Juventus dal 1939 al 1941 e dal 1942 al 1943 Esordio: 17.09.1939 - Serie A - Inter-Juventus 4-0 Ultima partita: 25.04.1943 - Serie A - Juventus-Vicenza 2-6 64 presenze - 4 reti Francesco Capocasale detto Franceschino (Bari, 25 agosto 1916 – Bari, 6 agosto 1998) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Come Raffaele Costantino (a lui contemporaneo), è un'indiscussa bandiera dei primi settant'anni del calcio barese. Si distinse sia come giocatore che come allenatore. Francesco Capocasale Capocasale da giovane Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1947 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Giovanili Bari Squadre di club 1936-1939 Bari 59 (8) 1939-1941 Juventus 61 (4) 1941-1942 Modena 8 (0) 1942-1943 Juventus 3 (0) 1943-1944 → Rutigliano ? (?) 1944-1945 → Audace Taranto 5+ (2+) 1945-1947 Bari 70 (1) Carriera da allenatore 1948-1949 Bari 1950 AS Palo 1951 Bari 1951 Bari 1953-1956 Bari 1957 Sambenedettese 1958 Catania 1959-1960 Anconitana 1960 Bari 1961-1963 Taranto 1964-1965 Bari 1965-1966 Trani 1969-1971 Pescara Biografia Nacque a Bari da padre calabrese e madre barese. In gioventù si laureò in Economia e Commercio. Caratteristiche tecniche Era una mezzala, ma era in grado anche di ricoprire ruoli diversi come centromediano e laterale. Veniva chiamato "paletta" per la potenza dei tiri e per la lunghezza dei piedi. Carriera Giocatore Cresciuto nel Bari, la squadra della sua città, esordì in Serie A all'età di 20 anni il 27 dicembre 1936 contro il Torino, segnando il suo primo gol nella giornata successiva, al debutto di fronte ai suoi tifosi contro l'Alessandria. Dopo tre anni di permanenza nei galletti venne ceduto alla Juventus per 210.000 £; disputò in bianconero tre stagioni, intervallate da un anno al Modena, per poi interrompere la carriera per via della guerra. Capocasale (accosciato, terzo da sinistra) alla Juventus nel 1940-1941 Durante il conflitto mondiale partecipò con il Rutigliano al Campionato dell'Italia libera 1944 dove giunse in finale, e nel 1944-45 con l'Audace Taranto al girone pugliese del campionato misto nazionale. Nel 1945, a guerra finita, venne messo in lista di trasferimento dalla Juventus, ancora proprietaria del cartellino, su sua diretta richiesta (anche per il suo matrimonio con la barese Marta Porta); tornò quindi nel Bari, con cui raggiunse il settimo posto in classifica nel campionato di Serie A 1946-1947, il miglior piazzamento conquistato dai pugliesi nella massima serie a girone unico. Si ritirò nello stesso 1947. Allenatore Allenò lo stesso Bari nel 1948-1949 e nel 1950-1951, per una stagione in A e una in B (eccetto una piccola parentesi, sempre nel '50, sulla panchina del Palo del Colle, in Prima Divisione). Tornò sulla panchina dei biancorossi nel 1953, riportandoli in due stagioni dalla IV Serie meridionale alla Serie B e ottenendo il pieno primato di categoria sia in IV Serie che nella Serie C. Dopo aver continuato ad allenare i galletti nella stagione "d'assestamento" '55-'56, avendo espresso all'A.S. Bari il desiderio d'essere esonerato dall'incarico tecnico, venne insignito dal Comune di Bari di medaglia d'oro per l'apprezzata collaborazione. Poi ebbe parentesi con la Sambenedettese nel campionato Serie B 1956-1957 (sostituì nel corso del girone di ritorno Bruno Biagini), col Catania nel successivo torneo cadetto e con l'Anconitana in terza Serie, nel 1959. Capocasale al Catania nel 1958 A metà febbraio 1960, durante il trascorso nel capoluogo marchigiano, fu richiamato dal Bari per sostituire Paolo Tabanelli, con cui i biancorossi erano penultimi nella classifica di Serie A e rilanciando diversi giocatori (tra cui l'attaccante Paolo Erba, che mise a segno 9 reti in 15 incontri, a fronte dei 5 goal nelle prime 19 giornate) ottenne una netta inversione di tendenza della formazione pugliese (che batté in casa per 3-0 il Milan di Luigi Bonizzoni) e la salvezza alla penultima giornata. Esonerato nel novembre 1960 dopo che i biancorossi avevano raccolto due punti in sette partite, allenò per due stagioni il Taranto in Serie C, dal 1961 al 1963. Tornato ancora sulla panchina dei galletti nella stagione 1964-'65 in cadetteria, fu esonerato prima della fine del campionato. L'anno seguente allenò il Trani, sempre nella serie cadetta. Terminò la carriera d'allenatore con il Pescara nel campionato di Serie C 1970-1971. Non essendo mai retrocesso da allenatore, venne soprannominato "l'invincibile". I tifosi del Bari lo chiamavano anche "l'uomo della provvidenza" per i vari campionati con lui terminati in salvezze e promozioni. Nel 1958 fu osservatore per la Nazionale azzurra. Giocò nella Nazionale di Calcio goliardica. A Bari, negli anni duemiladieci, su iniziativa congiunta dell'Unione Nazionale Veterani dello Sport e del comune di Bari gli è stato intitolato il campo sportivo del quartiere San Girolamo e una delle salite dello Stadio San Nicola. Palmarès Allenatore Competizioni nazionali IV Serie: 1 - Bari: 1953-1954 Serie C: 1 - Bari: 1954-1955
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RENATO MARCHIARO https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Marchiaro Nazione: Italia Luogo di nascita: Bra (Cuneo) Data di nascita: 16.02.1919 Luogo di morte: Nizza (Francia) Data di morte: 25.12.2017 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Fede Alla Juventus dal 1937 al 1940 Esordio: 29.01.1939 - Serie A - Juventus-Lucchese 1-1 1 presenza - 0 reti Renato Marchiaro (Bra, 16 febbraio 1919 – Nizza, 25 dicembre 2017) è stato un calciatore e partigiano italiano, di ruolo attaccante. Nella sua carriera giocò in Prima Divisione con la Juventus e il Liguria, totalizzando 8 presenze ma nessun gol e trascorse la maggior parte della carriera in Francia. Renato Marchiaro Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1952 Carriera Giovanili 1934-1937 Juventus Squadre di club 1937-1940 Juventus 1 (0) 1940-1941 → Venezia ? (?) 1941-1942 Schio ? (?) 1942-1943 Liguria 7 (0) 1946-1947 Antibes 18 (8) 1947-1948 Nizza 15 (4) 1948-1949 Olympique Alès 11 (1) 1949-1950 Biellese 20 (5) 1950-1951 Belenenses 7 (2) 1951-1952 Angers 9 (2) Carriera da allenatore 19?? Cavigal de Nice Biografia Durante la Seconda guerra mondiale, a seguito del proclama Badoglio dell'8 settembre 1943 si unì alla Resistenza unendosi alla "Banda Vian" guidata da Ignazio Vian con il nome di battaglia di "Fede" e fu uno dei pochi sopravvissuti all'eccidio di Boves. Inseguito si unì alle Brigate Garibaldi. Durante la sua militanza nel Nizza incontrò la sua futura moglie e al termine della sua carriera agonistica tornò nella città della costa Azzurra, ove, dopo aver lavorato per una compagnia petrolifera, comprò l'Hôtel des Mimosas. È morto a Nizza nel 2017 all'età di 98 anni. Caratteristiche tecniche Entrò nelle giovanili della Juventus, dove però a causa delle sue buone qualità tecniche e della sua ottima velocità fu trasformato in una ala destra. Carriera Entrò nelle giovanili della Juventus nel 1934 dopo aver superato un provino. Esordì in bianconero nel pareggio casalingo per 1-1 contro la Lucchese il 29 gennaio 1939. Una settimana dopo contrasse però la polmonite che lo tenne lontano dai campi per due mesi. Fu ceduto al Venezia poiché volse il servizio di leva in Marina nella città lagunare. Si trasferì in seguito in altre squadre italiane quali lo Schio e il Liguria, club nel quale subì un brutto infortunio rompendosi tibia e perone e che interruppe quindi per un lungo periodo la sua carriera sportiva. In totale nella massima serie professionista totalizzò 8 presenze ma nessun gol. Riprese la carriera agonistica in Francia nel 1946. Giocò nell'Antibes, nel Nizza e nell'Olympique Alès, totalizzando nel periodo francese 44 presenze e 13 gol. Rimase particolarmente legato al club nizzardo tanto da essere nel 2004 uno dei cento giocatori invitati per festeggiare il centanario della squadra. Successivamente tornò in Italia nella Biellese nel 1949, con cui giocò 20 partite realizzando 5 reti nel girone A della Serie C. Giocò ancora una stagione in una squadra portoghese, il Belenenses, giocando sette incontri con due reti, e finì la sua carriera con l'Angers, squadra francese dove accumulò 9 presenze, segnando le sue 2 ultime reti. Lasciato il calcio giocato divenne l'allenatore del Cavigal de Nice.
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GIORGIO GIARETTA https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Giaretta Nazione: Italia Luogo di nascita: Cittadella (Padova) Data di nascita: 06.09.1912 Luogo di morte: Cittadella (Padova) Data di morte: 20.05.1981 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1938 al 1939 Esordio: 25.09.1938 - Serie A - Juventus-Modena 1-1 Ultima partita: 16.04.1939 - Serie A - Juventus-Novara 1-0 7 presenze - 0 reti Giorgio Giaretta (Cittadella, 6 settembre 1912 – Cittadella, 20 maggio 1981) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giorgio Giaretta Nazionalità Italia Calcio Ruolo ala destra Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 193?-1935 Cittadella ? (?) 1935-1938 Padova 62 (15) 1938-1939 Juventus 7 (0) 1939-1940 Padova 23 (3) Carriera[modifica | modifica wikitesto] In gioventù militò nel Cittadella; giocò poi quattro stagioni con la maglia del Padova per un totale di 84 partite e 15 gol. Nella stagione 1938-1939 ha vestito invece quella della Juventus per totale di 6 partite di campionato ed una di Coppa Italia.
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LUIGI BUSIDONI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Busidoni Nazione: Italia Luogo di nascita: Pola (ora Croazia) Data di nascita: 21.10.1911 Luogo di morte: Nocera Inferiore Data di morte: ?.?.2002 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1938 al 1939 Esordio: 26.06.1938 - Coppa Europa Centrale - MTK Hungaria Budapest-Juventus 3-3 Ultima partita: 28.05.1939 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 22 presenze - 3 reti Luigi Busidoni (Pola, 21 ottobre 1911 – Nocera Inferiore, 2002) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Luigi Busidoni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1950 - giocatore 1956 - allenatore Carriera Squadre di club 1930-1931 Esperia ? (?) 1931-1932 Spezia 29 (8) 1932-1934 Triestina 13 (2) 1934-1935 Ponziana ? (?) 1935-1938 Triestina 44 (14) 1938-1939 Juventus 22 (3) 1939-1941 Venezia 40 (5) 1941-1942 Fiumana 17 (5) 1943-1944 Venezia 10 (2) 1946-1950 Nocerina 32+ (9+) Carriera da allenatore 1945-1948 Montebelluna 1953 Treviso Vice 1953-1954 Treviso 1955-1956 San Donà Biografia Nativo di Pola, dopo il ritiro si trasferì in Australia, rientrato in Italia nel 1996 in occasione della gara di Coppa Italia tra la Nocerina e la Juventus, vi si stabilisce successivamente vivendo a Nocera Inferiore, dove muore nel 2002. Carriera Giocò in Serie A con Triestina, Juventus e Venezia. Era cugino del calciatore Mario Busidoni. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Venezia: 1940-1941 Serie C: 1 - Nocerina: 1946-1947
