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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. LEONARDO COLELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Colella Nazione: Brasile Luogo di nascita: San Paolo Data di nascita: 13.09.1930 Luogo di morte: San Paolo Data di morte: 25.11.2010 Ruolo: Attaccante Altezza: 173 cm Peso: 71 kg Soprannome: Nardo - Zembo Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 25.09.1955 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 Ultima partita: 03.06.1956 - Serie A - Juventus-Bologna 2-2 21 presenze - 7 reti Leonardo Colella noto anche come Nardo (San Paolo, 13 settembre 1930 – San Paolo, 25 novembre 2010) è stato un calciatore brasiliano, di ruolo attaccante. Leonardo Colella Nazionalità Brasile Altezza 173 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1961 Carriera Squadre di club 1948-1951 Corinthians ? (?) 1951-1952 → Comercial-SP ? (?) 1952-1955 Corinthians ? (?) 1955-1956 Juventus 21 (7) 1956-1961 Palmeiras 162 (68) Palmarès Torneo Rio-San Paolo: 3 - Corinthians: 1950, 1953, 1954
  2. GIORGIO BARTOLINI https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Bartolini Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 29.09.1936 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 Esordio: 22.10.1955 - Serie A - Juventus-Novara 2-2 Ultima partita: 07.10.1956 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-1 17 presenze - 1 rete Giorgio Bartolini (Parma, 29 settembre 1936) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo interno, ex Presidente del Ravenna. Giorgio Bartolini Giorgio Bartolini con la maglia del Parma Nazionalità Italia Calcio Ruolo Interno Termine carriera 1967 Carriera Squadre di club 1953-1955 Parma 22 (2) 1955-1957 Juventus 17 (1) 1958-1959 Livorno ? (?) 1959-1967 Ravenna 224 (37) Carriera Giocò in Serie A con la maglia della Juventus. Chiusa la carriera nel Ravenna, nel 2012 ne diviene Presidente a seguito del fallimento della vecchia società. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Parma: 1953-1954
  3. ANTONIO BARENGO https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Barengo Nazione: Italia Luogo di nascita: Castellamonte (Torino) Data di nascita: 09.10.1934 Luogo di morte: Cuorgné (Torino) Data di morte: 24.06.2016 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 25.09.1955 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 2 presenze - 0 reti Antonio Pietro Barengo (Castellamonte, 9 ottobre 1934 – Cuorgnè, 24 giugno 2016) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Antonio Barengo Antonio Barengo con la maglia del Monza Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 196? Carriera Giovanili 1950-1954 Juventus Squadre di club 1954-1955 → Monza 32 (2) 1955-1956 Juventus 2 (0) 1956-1958 Anconitana 55 (13) 1958 Ivrea 2 (?) 1958-1959 Anconitana 15 (0) 1959 Ivrea 2 (0) 1959-1965 Pinerolo 52+ (?) 196? Castellamonte ? (?) Carriera Di ruolo ala sinistra, dal 1950 al 1954 fece parte delle giovanili della Juventus, giocando anche un Torneo di Viareggio, quello del 1954 in cui la squadra perse solo la finale contro il Lanerossi Vicenza con il punteggio di 2-1. Ha esordito in Serie A il 18 settembre 1955 nella partita Juventus-Spal (2-2). Nel 1954 la Juventus lo cedette in prestito al Monza, che militava in Serie B. In seguito venne chiamato a sostituire il calciatore danese Karl Aage Præst, infortunato in quel periodo, disputando 2 partite del campionato di Serie A contro la SPAL (2-2) e contro la Triestina (1-1) . Poi venne ceduto all'Anconitana per un totale di 3 campionati. Finisce la sua carriera giocando 6 anni nel Pinerolo. Palmarès Club Competizioni regionali Prima Categoria: 1 - Pinerolo: 1962-1963
  4. CESARE NAY Centromediano di poco stile, ma di immensa generosità e combattente di razza: Cesare Nay, studente di medicina, aveva anche classe e tanto, tanto mestiere. Aveva sempre il sorriso sulle labbra, diventava serioso solo quando scendeva in campo. Ricavava, infatti, il meglio delle sue prestazioni riuscendo a coordinare l’impeto e lo stile, disimpegnandosi al meglio sia nella distruzione sia nella costruzione del gioco.Educato e addestrato durante il periodo dell’adolescenza ai compiti tattici del mediano laterale, Cesare aveva, istintivamente, l’inclinazione verso il gioco di manovra. Non era raro, infatti, che Nay superasse la propria metà campo, facendo in modo che la squadra partisse all’offensiva, appoggiando la manovra degli attaccanti.Le cose migliori Nay le faceva come stopper grintoso e ruvido; quando difendeva, era paragonabile a un muro elastico, contro il quale andavano a infrangersi le onde degli attacchi avversari. Forse non aveva l’esperienza del regista difensivo, l’uomo che potesse controllare le operazioni dei terzini a lui affiancati ma tutti i suoi compagni lo hanno sempre ammirato come un importantissimo perno difensivo, centro di posizione e di rottura, di scatto e di battaglia, di coraggio e di resistenza.Nay veste la maglia bianconera dal 1955 al 1957, totalizzando 59 presenze.GIAMPIERO BONIPERTI, DAL SUO LIBRO “LA MIA JUVENTUS”Nay è molto superstizioso, in questo campo non lo batte nessuno. Ha tutto un complicato cerimoniale nell’indossare gli indumenti di gioco, calza anche in pieno inverno calzini leggeri, ha cravatte speciali da portare prima di determinate partite.Andando in sede verso il campo, fa solitamente fermare il pullman a un incrocio e lì lo fa attendere, incurante dello strepito delle auto che seguono, sino a che non è passato il tram numero tredici. Nay è un emporio di superstizioni; è capace di rifare la strada dieci volte, sino a che non ha visto il tram numero diciassette.Io non mi sento di criticarlo, tanto più che quando fallisce un suo esorcismo, perdiamo regolarmente. Non parliamo poi di quando si rompe l’ampolla dell’olio per i massaggi. Si ruppe, quest’anno, a Roma e a Napoli, ed entrambe le volte perdemmo. Mai, che io sappia, abbiamo vinto un incontro prima del quale si sia rotta l’ampolla.ALDO CONGIU, DA “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 17 GENNAIO 1957Se entrate in casa di Cesare Nay siete d’improvviso colpiti dal netto contrasto fra la fama che il bruno giocatore si è creato suo malgrado, e la realtà, tutta diversa; Nay ha la fama d’essere, un « cattivo »; se si dovesse fare la storia dei « duri » di tutti i tempi, forse un osservatore superficiale scriverebbe il suo nome accanto a quelli di Gasperi, di Perazzolo, di Allemandi, di... Casali; pensiamo di non essere lontani dal vero, però, dicendo che gran parte di tale fama gli è stata ingiustamente attribuita: è un forte, Nay, un uomo che vuoi farsi rispettare, sul campo. Ma da questo alla cattiveria, ce ne passa.Visto nella serenità della sua casa, con la signora Carla e le bimbe Barbara e Cintia, sembra addirittura un altro, rispetto a come lo hanno sempre dipinto i cronisti. Racconta pacato come riuscì a sfuggire al viaggio dei granata conclusosi tragicamente a, Superga (Nay doveva rientrare al Torino dal prestito allo Spezia e vi fu chi insistette perché il ritorno fosse rinviato), come visse in Svizzera da internato, come conobbe la signorina Carla Cristofori divenuta sua moglie senza che, nemmeno i vicini di casa si fossero accorti dei loro flirt, dato che amoreggiavano da due finestre confinanti, nello stesso caseggiato; come intenda concludere la sua carriera.Non giocherà fino... ai sessant’anni. Lui; dice che gli fanno una brutta impressione quelli che compiono la parabola discendente tornando fino alle squadre di quarta serie; al massimo, dice, farà un anno in Serie B, poi si ritirerà, quando sarà giunta l’ora, e se n’andrà in Argentina, per collaborare al progresso dell’industria che sua sorella e suo cognato hanno fondato laggiù.Ma prima passerà ancora qualche tempo, perché Cesare, a dispetto dei suoi capelli già chiazzati di bianco, ha solo trentun anni o poco più.Ha due passione segrete, Nay: la vela (ha persino gareggiato e vinto come timoniere, nella categoria Stelle) e lo sci. Non è escluso che debba anche dedicarsi ancora allo studio, visto che solo il calcio lo ha costretto a smettere quando aveva già frequentato tre anni d’università, nella facoltà di medicina, e quand’era giunto a un passo dalla laurea in scienze politiche.Un ragazzo a posto, Nay; ed è un vero peccato che gli si attribuisca quella tara dell’uomo « duro » che, in effetti, è soltanto una traccia della sua esuberanza giovanile; ora gli si potrebbe concedere addirittura un Oscar della correttezza... https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/10/cesare-nay.html
  5. CESARE NAY https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Nay Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 22.10.1925 Luogo di morte: Torino Data di morte: 08.08.1994 Ruolo: Centrocampista Altezza: 181 cm Peso: 84 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 02.06.1957 - Serie A - Padova-Juventus 2-1 59 presenze - 0 reti Cesare Otto Donato Nay (Torino, 22 ottobre 1925 – Torino, 8 agosto 1994) è stato un dirigente sportivo, allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Cesare Nay Nay alla Juventus a metà degli anni cinquanta Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 83 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Carriera Giovanili 194?-1946 Torino Squadre di club 1946-1947 → Carrarese P. Binelli 35 (0) 1947-1948 → Spezia 24 (2) 1948-1949 → Lucchese 35 (0) 1949-1954 Torino 137 (0) 1954-1955 Triestina 30 (0) 1955-1957 Juventus 59 (0) Carriera da allenatore 1960-1961 Pordenone 1966-1967 Ternana Caratteristiche tecniche Centrocampista difensivo, più dotato di generosità che di classe, è stato a volte impiegato con efficacia anche da difensore centrale. Carriera Giocatore Nay (secondo da sinistra) nell'estate del 1957, assieme ad alcuni suoi compagni di squadra nella Juventus. Cresciuto nelle giovanili del Torino, giocò per nove stagioni consecutive in Serie A con Lucchese, Torino (nelle 5 stagioni successive alla tragedia di Superga), Triestina e Juventus, per complessive 261 presenze in massima serie. Ha inoltre totalizzato 59 presenze e 2 reti in Serie B con le maglie di Carrarese e Spezia. Allenatore Una volta finita la carriera agonistica, Nay intraprende quelle di dirigente e di allenatore, difatti nella stagione 1966-67 ha guidato la compagine umbra della Ternana in Serie C. Dirigente sportivo Oltre ad aver intrapreso la carriera da tecnico, Nay percorre anche quella dirigenziale e nel 1964 è stato anche direttore sportivo della Lazio. È scomparso nel 1994 all'età di 68 anni.
  6. FLAVIO EMOLI «Giocare nella Juventus è stata un’esperienza che ha indelebilmente marchiato la mia vita. Forse sbaglierò, ma il fatto di essere stato uno della grande Juventus mi fa sentire, ancora adesso, importante, quasi di un livello superiore. Anche se so che i meriti di tutto ciò sono in minima parte miei». Laterale di carattere indomabile e di ottima tecnica, è il comprimario ideale dell’argentino Sivori per il quale si sacrifica in rincorse asfissianti. «Il ruolo assegnatomi prevedeva che giostrassi da mediano difensivo, mentre Colombo si muoveva un po’ più avanti. Ma il buffo era che, mentre Boniperti mi spronava sempre ad avanzare, Ferrario cercava in tutti i modi di frenarmi. Insomma, ero il classico uomo di spinta, il maratoneta di centrocampo in genere ben preparato fisicamente, tanto che alla fine degli allenamenti rimanevo regolarmente in campo per effettuare allunghi e cross continui a favore di Charles, che voleva perfezionare il colpo di testa. Passavo, poi, per un duro e cattivo, mentre non sono mai stato squalificato per gioco scorretto; se ero aggressivo lo ero all’inglese ed entravo sull’uomo solo quando c’era il pallone di mezzo». Era soprannominato Cuore Matto, come il ciclista Bitossi e il povero Renato Curi. «Avevo un’anomalia congenita al cuore che venne fuori, per la prima volta, quando avevo 23 anni, a seguito di un elettrocardiogramma. Il responso di quell’esame lasciava poche speranze, tant’è che, tre giorni dopo, il dottor Umberto venne al campo e mi disse che, forse, avrei dovuto smettere di giocare. Fu un colpo tremendo. I medici, che all’inizio avevano erroneamente individuato gli esiti di un infarto, in seguito si resero conto che, quell’anomalia, spariva quando il cuore era sotto sforzo, ma la nomea mi è rimasta per tutta la carriera». Scolpito nella roccia, caparbio e generosissimo, Emoli, elargisce tesori di energie su ogni campo d’Italia. Diventa così un giocatore molto importante per la compagine juventina, tanto da diventarne il capitano. «Scendevamo sempre in campo convinti dei nostri mezzi, anche nelle giornate storte; in fondo, l’accoppiata Charles-Sivori garantiva almeno 50 reti a stagione, quindi potevamo dormire ovunque sonni tranquilli. Certo, non ci fossero stati i famosi dissapori di spogliatoio tra Boniperti e Sivori avremmo, forse, potuto vincere ancora di più, visto che eravamo i più forti in assoluto. Era davvero un altro calcio; pensavamo soltanto a segnare tante reti, quasi un centinaio a stagione e non ci preoccupavamo se, magari, ne subivamo due o tre per partita. Questa mentalità ci rendeva più simili a giocatori della domenica che a fior di professionisti. Eppure, quando scendevamo in campo noi, lo spettacolo era sempre assicurato». Nei quadri bianconeri si ferma per otto stagioni: mette insieme 240 partite e 9 goal e lega il suo nome a tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e a due Coppe Italia (1959 e 1960). Lascia la Juventus e si accasa al Napoli nell’estate del 1963, ottenendo la promozione in serie A della squadra partenopea, per poi terminare la propria carriera al Genoa, nel campionato 1967-68. Emoli indossa in un paio di occasioni la maglia della Nazionale maggiore, con la quale esordisce il 23 marzo 1958, nella partita contro l’Austria. Completano il suo ruolino azzurro due presenze con la squadra B e una con la Giovanile. ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1982 Nato a Torino il 28 agosto 1934 e cresciuto nelle file dei ragazzi bianconeri, il tarchiato Flavio si fece ben presto notare come uno dei migliori prodotti dell’allevamento juventino.La parola allevamento era ormai da tempo entrata nel vocabolario corrente delle società di calcio, sia sotto il profilo amministrativo che tecnico. Esso si può sostanzialmente definire così: un sistema organizzato e razionale per avviare i giovani alla, pratica del gioco, secondo le esigenze dei tempi, al fine di creare futuri campioni del domani.Erano, quelli di Emoli, i tempi in cui, con Sandro Cocito dirigente responsabile e con Locatelli - Bertolini coppia di tecnici ineguagliabili, la Juventus aveva visto prosperare il proprio vivaio in modo favoloso. Basti pensare che nella formazione presentata al Torneo di Viareggio del 1954, giocavano quattro giocatori che, oltre a fare poi parte della prima squadra juventina, indossarono anche la maglia azzurra nella nazionale. Si trattava di Garzena, Emoli, Colombo e Vavassori; e di un periodo vicinissimo furono protagonisti anche Robotti, Mattrel e Stacchini.Il nostro Emoli giocava mediano destro. Era un tipico mediano sistemista. E tutti sanno che il mutamento tattico da metodo a sistema aveva cambiato molte cose nel gioco.Nel metodo il posto del mediano laterale era spesso il “refugium” degli incompleti; ma la qualifica di mediano era nobilitata dal centro, vero cervello motore della squadra. La marcatura del mediano metodista era quasi “ad personam” e questo giocatore si rendeva protagonista di arcigni duelli con l’ala da marcare.A pensarci bene, tuttavia, dire che il posto di mediano laterale fosse il “refugium” era profondamente ingiusto. Il mediano doveva accoppiare le doti dell’incontrista, o dell’interdittore a quelle di battitore costruttivo; il mediano che rimandava a capocchia scadeva tra i paesani, ma il suo apporto al gioco rimaneva comunque sempre importante. Se l’uomo aveva classe diventava protagonista.Il mediano sistemista propone quasi immediatamente la figura moderna del centrocampista. La sua posizione lo avvicina a quella del giocatore di scacchi, sempre in grado di misurare e vagliare con immediata prontezza le mosse proprie e quelle dell’avversario.In molte squadre, il laterale sistemista può addirittura essere il regista. In alcune stagioni lo fu anche Emoli, pur se poi dovette cedere la bacchetta al biondo Boniperti e sacrificarsi al servizio del capitano.La carriera di Flavio Emoli, all’inizio, fu un po’ difficile. Giocava in una Juventus avarissima di autentici assi: Boniperti e Præst, ormai avviato al viale del tramonto. I suoi compagni erano atleti coraggiosi e tenaci, dal gioco maschio e spericolato, come Bruno Garzena, il più dotato tecnicamente, Memo Oppezzo e Cesare Nay. Era una squadra dove tutti erano tenuti a faticare oltre misura, una squadra il cui gioco stentava sempre a decollare.In quella stagione 1955-56 (la prima di Emoli come titolare) dovevano passare ben otto domeniche prima di gustare la gioia della prima vittoria.Si era iniziato con un pareggio interno, avendo la Spal come avversario; in quella gara (conclusa sul 2-2) Emoli non aveva giocato. L’allenatore Puppo lo aveva fatto esordire nella seconda partita, la trasferta a Trieste, come mediano sinistro.Poi c’era stata la dura sconfitta esterna ad opera di una Fiorentina che si sarebbe laureata Campione d’Italia. Quarta partita, il derby: finì a reti inviolate ed Emoli fu utilizzato come mezzala sinistra, ruolo nel quale giocò anche a Marassi contro la Sampdoria (sconfitta per 2-0). Ancora due pareggi con il Novara e a Roma, poi, finalmente, la prima vittoria di quel triste campionato, (senza Emoli in campo) a Torino contro l’Atalanta: 2-1. E la domenica successiva, il bis contro il Genoa, con rete vincente di Boniperti e superlativa prestazione di Emoli come interno sinistro.Solo qualche tempo dopo l’amico Flavio tornò a fare il mediano e a sfaticare avanti e indietro per il campo. Il suo, tuttavia, era sempre un lavoro ordinato e preciso, fatto in funzione delle esigenze della squadra. Non è che si avventurasse in avanti solo per sentire il brusio della platea amica o per il gusto di farsi guardare, di imporre ostentatamente il proprio gioco ai compagni. Emoli sapeva conquistare la palla con forza e aveva l’intelligenza di batterla in avanti, con immediatezza, al compagno smarcato. Raramente i suoi disimpegni hanno messo in difficoltà la sua difesa, proprio perché le avanzate venivano fatte a ragion veduta, senza eccessivi sbilanciamenti in avanti, senza rompere le equidistanze tra attacco e difesa.Emoli ebbe la capacità di acquistare una certa autorità nel proprio ruolo e di mantenere un alto rendimento per parecchie stagioni consecutive.Ebbe, naturalmente, il premio per le sue doti, due maglie azzurre in partite importanti. La prima fu giocata a Vienna il 23 marzo del 1958 contro la temibile Austria di quei tempi: Flavio ebbe come compagni di avventura i bianconeri Corradi, Garzena, Ferrario e Boniperti. Gli austriaci riuscirono a superare gli azzurri con il punteggio di 3-2, dopo essersi trovati in svantaggio per 2-1.Il 29 settembre del 1959, a Firenze, seconda gara internazionale per il medesimo juventino: un pareggio (1-1) con l’Ungheria forte di Alberi e Tichy, di Sandor e Fenyvesi. Si videro in campo, in quell’occasione, ben sette juventini: Castano, Sarti, Emoli, Cervato, Colombo, Boniperti e Stacchini. Una gagliarda prestazione di Emoli, citato da tutta la stampa italiana come centrocampista completo.Fu quella la più grande soddisfazione per il giocatore bianconero, oltre a quella provata con la conquista di tre scudetti di Campione d’Italia.Sul finire della carriera Flavio Emoli diede anche prova della duttilità d’impiego, operando come terzino d’ala. Fu il tecnico Paulo Amaral a vedere questa trasformazione da mediano a terzino. Ed Emoli si comportò come un Fregoli del calcio.Esuberante, propenso a gettarsi nella mischia, là dove il gioco assurge a toni agonistici elevati, dote primaria di un combattente di razza, Emoli, pur cambiando ruolo, è riuscito a plasmare la sua condotta di gara, a sfrondare dal suo repertorio i rami secchi, a comprimere, cioè, quell’azione talvolta convulsa, seppur redditizia, che lo aveva inchiodato su un livello tecnico-tattico troppo limitato per le sue effettive possibilità.Con Emoli terzino, la difesa della Juventus inquadrò a un certo punto in modo organico il suo gioco e il suo rendimento. Merito della mente Amaral, ma soprattutto del braccio Emoli, che anche in quell’occasione aveva fatto della sua professione una bandiera.ANDREA NOCINI, DA PIANETA-CALCIO.IT DEL 14 FEBBRAIO 2013Fu quello che suggerì a Bruno Pesaola il trasferimento all’ombra del Vesuvio di Omar Sivori, il giocatore più talentuoso e incorreggibile della Juve, in rotta di collisione con il trainer bianconero Heriberto Herrera, il paladino del “movimiento”, del calcio atletico e molto dinamico, e poco amante della fantasia e del calcio-poesia. Con il Napoli arrivarono i galloni di capitano in una squadra che contemplava anche la forte presenza di Josè Altafini e quella molto significativa di Juliano. Un marcantonio che in campo dava tutto, anche quattro denti a causa di una gomitata poco ortodossa di Prenna della Spal, e per tutti i novanta minuti in campo con una clavicola spezzata (in casa della Pro Patria, con il Napoli che ritornava in Serie A). Senta, Flavio, quand’è che ha provato la più grande emozione da calciatore? «È stato in occasione dell’esordio in Nazionale, a Vienna, nel marzo del 1958. Nella gara perduta per 3-2 contro l’Austria era presente sugli spalti anche il presidente della Juventus, il dottor Umberto Agnelli, felicissimo perché c’erano tanti suoi giocatori che indossavano l’azzurro. E poi, il primo scudetto vinto con la Juventus, quello della stella».Ha un ricordo personale di Umberto Agnelli? «Era del 1934 come me, ma io ero più vecchio di sei mesi. Una volta, dopo avergli chiesto un aumento di stipendio di un milione in più, ricordandogli che avevo giocato bene quasi sempre, giocato in Nazionale, vinto la Coppa Italia, lui mi rispose: “Per carità, possiamo stare qua tutto il giorno, ma più di 500.000 lire più dell’anno scorso non ti posso dare!” Magari poi, succedeva che se a fine anno ripetevi un’altra bella stagione, ti regalava un milione. Il dottor Umberto era giovane, simpatico, un bel presidente. In occasione del Natale del 1978 mi aveva inviato la fotografia di Andrea, che era nato da poco, assieme agli auguri di Natale. Ebbene, quella lettera e la foto ce l’ho ancora appesa nel mio ufficio».Si ricorda un goal importante con la Juventus? «A ventitré anni mi avevano scoperto un’anomalia congenita al cuore e mi avevano fermato e ricoverato in clinica per tre settimane, in quanto mi riscontrarono una cicatrice, segno di un sospetto infarto. Ricordo che il dottor Umberto fece salire da Roma uno specialista cardiologo, un luminare, il professor Vis. Mi fecero sostenere una prova da sforzo e il medico mi disse che potevo riprendere a giocare a pallone, perché non c’era nulla di grave. La domenica ho giocato e ho fatto il goal alla Lazio del grande portiere Lovati».Lei ha vissuto anche quattro anni all’ombra del Vesuvio. Che ricordi conserva? «Il presidente era Achille Lauro, il famoso armatore, e Roberto Fiore. Ricordo che quando salimmo dalla Serie B alla Serie A l’allenatore era Bruno Pesaola, il Petisso. C’erano Altafini, Sivori, Canè e Juliano, tutti grandi giocatori».Il più forte di tutti? «Il grande Omar: per me, è stato uno dei più grandi della storia del calcio».Era più matto o più bravo? «Era più bravo, più bravo. Eravamo molto amici, era fantastico».Non ha mai osato fargli un tunnel durante un allenamento? «Quando giocavo contro di lui, facevo a finta di aprire le gambe, poi, all’ultimo secondo le chiudevo ed evitavo a lui di fare il tunnel a me. Lui ci tentava sempre, ma con me non ci riusciva. Era l’amico migliore che avevo: prima di morire è venuto a trovarmi, qui a Genova, in ufficio da me, e mi ha confidato che aveva un tumore al pancreas. Eravamo molto amici perché abbiamo giocato assieme anche a Napoli oltre che a Torino e mia moglie è stata madrina di cresima della figlia».Ha mai pianto di dolore fuori dal calcio? «Ho sempre avuto un bel rapporto con il dottor Umberto Agnelli e quando è morto mi è dispiaciuto tantissimo. Ci sono rimasto proprio male: è stato il dolore più grande quello. Sì, anche quando è morto Sivori, ma, forse mi aveva un po’ preparato, mentre con il mio presidente avevo un rapporto fraterno!»I suoi genitori lasciarono Ancona per lavorare alla Fiat di Torino? «No, no: mio padre venne a Torino da calzolaio, faceva scarpe. Poi, con i soldi che ho guadagnato nel calcio siamo riusciti ad aprire un negozio di calzature e poi abbiamo proseguito a fare i commercianti. Eravamo in sei figli ed eravamo una bella famigliola».Quand’è che ha cominciato a tirare i primi calci al pallone? «A Torino, nella Juventus, a quattordici anni, e ho fatto tutta la trafila dei ragazzi, le Riserve, la prima squadra, ma, prima mi hanno mandato a farmi le ossa nel Genoa, nel 1954. E nella Juve ho disputato otto campionati in bianconero, quattro al Napoli e ho concluso con i “Grifoni”».Era superstizioso? «No, no, magari si giocava con le stesse scarpe e gli stessi calzettoni. Ma, a Napoli era facile, eh, diventare superstizioso».I suoi mister: un ricordo? «Heriberto Herrera non l’ho conosciuto: infatti, quando arrivò, Sivori chiese di trasferirsi al Napoli, ed io caldeggiai il passaggio al Napoli al presidente Lauro e alla società. Omar non ne poteva più di un trainer con cui non riusciva a legare proprio. Il più bravo era Gunnar Gren: in coppia con Parola era davvero forte, un signore. Il Petisso era molto bravo, un entusiasta del calcio, un grande appassionato. Durante gli allenamenti, chiedeva che io collaborassi per la parte riguardante la preparazione fisico-atletica. Fumava, beveva come un turco, e giocava a carte. E prima della partita ci faceva giocare alla roulette francese. Ci faceva sdraiare per terra dentro lo spogliatoio e ci invitava a giocare con lui».Si ricorda un goal con la maglia del Napoli? «No, io ricordo che con il Napoli, a Busto Arsizio mi sono rotto la clavicola e ho continuato a giocare, a stare in campo fino alla fine. Ancora adesso mi sembra di sentire i due ossicini scomposti che fanno cic e ciac. A Napoli ricordo che in caso di vittoria ci riconoscevano dei bei premi, nulla più».Era come Beckenbauer, il capitano della Germania, eliminata nei Mondiali 1970 del Messico, che continuò a giocare con un braccio rotto grazie ad un’abbondante fasciatura all’arto. «Esatto, esatto. Con la Juventus ricordo che a Ferrara ricevetti una gomitata da Prenna, che mi buttò giù quattro denti. Ero saltato all’indietro a braccia aperte, lui mi ha colpito nei denti e sono precipitato svenuto a terra. Ho quasi subito ripreso i sensi e ho continuato a giocare. Abbiamo vinto, eravamo nel 1958. Il dottor Umberto Agnelli mi fece come regalo una radio, era un gran regalo a quei tempi, dicendomi: “Sei capace di giocare anche con quattro denti in gola, bravo!”».Come mai ha giocato così poco in Nazionale? «Perché mi sono infortunato parecchie volte: negli otto anni di Juve ho perduto venticinque partite per traumi, strappi, stiramenti e noie varie. Sì, è vero, io avevo una muscolatura forte, ma, avevo bisogno di allenamenti meno blandi di quelli che si eseguivano allora. Oggi, io andrei sicuramente meglio con questo tipo di preparazione atletica».L’avversario più forte che ha dovuto marcare? «Nel 1961 ho giocato contro Pelé; era un fenomeno. Per me, è stato il più grande dei grandi! Atleticamente era armonioso, tecnicamente era completo, di testa era fortissimo. Avevo ventuno anni, e Sivori aveva scommesso con il dottor Umberto Agnelli che il presidente mi avrebbe dato 100.000 lire se non l’avessi fatto segnare. “Se battiamo il Santos – aveva promesso il presidente – te ne do 50.000. Porca miseria: ha segnato a tre minuti alla fine e abbiamo perso».E come si poteva fermare un asso di quel genere? «Gli ho dato un sacco di botte, lo tenevo, lo strattonavo con le unghie e con i denti. E lui credo che si sia sempre ricordato della mia marcatura, perché l’anno dopo, quando è tornato a fare un altro torneo, alla domanda: “Cosa ricorda di più dell’Italia”, lui rispose: “L’anno scorso, mi ricordo che c’era un mediano della Juventus che mi ha dato tante botte, mi ha pestato come un tamburo”».Ha giocato contro un altro grande della storia del calcio, Alfredo Di Stéfano del Real Madrid? «No, perché quella volta mi ero fatto male e il dottor Umberto Agnelli mi aveva portato in Francia a sottopormi alle cure del noto massaggiatore Wanono. Indicato da Helenio Herrera, un altro “mago” come il mister della Grande Inter. Contro la Fiorentina, riportai una distorsione al ginocchio, e dopo avermi portato con il suo aereo in Francia dallo specialista, feci in tempo a far parte della spedizione bianconera che sconfisse il Real per 1-0 a Madrid con un goal di Sivori. Era il 1958 e Di Stéfano era anziano».Il più forte giocatore italiano? «Io marcavo tutti i migliori numeri dieci che incontravo, e tra questi Angelillo, Suárez, Rivera, Lindeskog, Bulgarelli. Ma, il più forte era Rivera. Io, in genere, marcavo la mezzala sinistra. Giocavo come mediano difensivo, in coppia con Colombo, lui a sinistra e più in attacco, come si chiamava allora mediano laterale».Chi l’ha fatto impazzire? «Abbadì, una mezzala sinistra, notevole la sua progressione, velocissimo. Era un uruguaiano, che aveva giocato nel Genoa, nel Lecco e nel Peñarol: un giocatore di alto livello».Tra gli italiani? «Bulgarelli: aveva una facilità di gioco incredibile, copriva molto bene la palla, era molto difficile da marcare. Faceva goal con facilità, tecnicamente era molto bravo, molto attrezzato». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/08/flavio-emoli.html
  7. FLAVIO EMOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Flavio_Emoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 23.08.1934 Luogo di morte: Genova Data di morte: 05.10.2015 Ruolo: Mediano Altezza: 174 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cuore Matto Alla Juventus dal 1955 al 1963 Esordio: 25.09.1955 - Serie A - Triestina-Juventus 1-1 Ultima partita: 26.05.1963 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 246 presenze - 9 reti 3 scudetti 2 coppe Italia Flavio Emoli (Torino, 23 agosto 1934 – Genova, 5 ottobre 2015) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Era soprannominato Cuore Matto a causa di una malformazione congenita al cuore diagnosticatagli a 23 anni. Flavio Emoli Emoli alla Juventus nella stagione 1961-1962 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1968 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1953-1954 Juventus 0 (0) 1954-1955 → Genoa 8 (0) 1955-1963 Juventus 246 (9) 1963-1967 Napoli 63 (0) 1967-1968 Genoa 6 (0) Nazionale 19?? Italia militare 7 (?) 19?? Italia B 2 (?) 1958 Italia 2 (0) Carriera Club Emoli al Napoli Di famiglia marchigiana emigrata nel capoluogo piemontese, crebbe nel vivaio della Juventus. Cominciò poi la sua carriera in prestito al Genoa, con cui esordì in Serie A il 10 ottobre 1954 nella sconfitta esterna per 3-0 contro l'Udinese. Tornato in pianta stabile a Torino dal 1955, con la squadra bianconera vinse tre Scudetti e due Coppa Italia, fino a diventarne capitano nella stagione 1962-1963. Passò successivamente al Napoli, nell'affare che portò alla società partenopea altri due calciatori provenienti dai piemontesi: Humberto Jorge Rosa e Bruno Garzena. Degli azzurri divenne a sua volta capitano nella stagione 1963-1964 per rimanervi fino alla stagione 1966-1967, nella quale la squadra arrivò quarta in campionato. In carriera ha totalizzato complessivamente 245 presenze e 8 reti in Serie A. Nazionale Durante il periodo della militanza nella Juventus, disputò due partite con la nazionale maggiore, due con la rappresentativa B e una con la nazionale giovanile. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Competizioni internazionali Coppa delle Alpi: 1 - Napoli: 1966
  8. UMBERTO COLOMBO Poiché giocava in una Juventus il cui genio era garantito da un fuoriclasse come Sivori, a Colombo non si chiedeva di avere il piede vellutato, ma di garantire la solidità del centrocampo e il controllo, con dedizione assoluta, delle mezzali avversarie. E il possente ragazzo di Como (1,83 di altezza per settantasette chili di peso) assicurò, alla squadra, il sudore di mille rincorse, di altrettanti preziosi recuperi, di appoggi mai leziosi ai compagni più dotati tecnicamente di lui, sebbene nell’eleganza dello stile potesse rivaleggiare con gli stessi Sivori e Boniperti.La Juventus lo lanciò nel campionato 1954-55, in uno dei periodi più critici della storia bianconera; anche da lui, uno dei rappresentanti della linea verde, la società iniziò la ricostruzione che avrebbe portato alle vittorie dei primi anni Sessanta.Non era certo in possesso di una tecnica sopraffina, ma era prezioso per il suo senso tattico e per il grande dinamismo, tanto nei recuperi quanto nel rilancio dell’azione; il contributo alla squadra fu davvero prezioso e fondamentale.Nato a Como il 21 maggio 1933, cresce nelle formazioni minori e dopo un paio di stagioni trascorse in prestito al Monza rientra alla Juventus nell’estate del 1954. In bianconero si ferma per sette anni che gli fruttano 193 presenze e ventitré goal. Con la Juventus Colombo lega il suo nome a tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e a due Coppa Italia (1959 e 1560).Lascia Torino nell’estate del 1961 e si accasa all’Atalanta e con i neroazzurri, nel 1968, torna ad aggiudicarsi la Coppa Italia. Ha indossato tre volte la maglia della Nazionale.“HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1963Eccomi con la penna in mano. Di me e della Juventus potrei scrivere volumi. E temo che riuscirò soltanto a scrivere poche righe. Mi fanno ridere quelli di “Hurrà Juventus”. Mi hanno detto: «Per favore, ci raccomandiamo a te, poche righe, non eccedere, ma non scriverne anche in misura limitata; devi dire tutto quello che vuoi, ma per favore dillo bene. Non aver paura della verità, ma non trattarci troppo male». Scrupoli eccessivi. Se sapessero leggermi dentro, saprebbero cosa è la Juventus per me. Cosa è stata, cosa forse sarà per sempre. Quali pagine del libro della mia vita mi abbia aiutato a sfogliare.Rivedo una fotografia: io giovanissimo in una Juventus che aveva Garzena, Emoli, Vavassori, Aggradi. Ci trovammo insieme anche in azzurro, oltre che in bianconero. Vivemmo un’epoca, la facemmo nostra. Io e la Juventus, ricordi, innanzitutto. Ricordi di quel che fu, di anni meravigliosi passati troppo in fretta. Quando arrivò Charles: sapevo un po’ d’inglese, mi delegarono a interprete. Che uomo immenso John! Se l’onestà è vita, se la volontà è vita, se il coraggio è vita, se l’amicizia è vita, John mi fece conoscere larga parte della vita.Che uomini! E per quale Juventus! Sivori fantasioso e geniale, Boniperti continuo e accorto, John immenso e nobile, e la squadra che vinceva quasi sempre, ed io che preferivo credere a un sogno, spaventato da una realtà troppo grande e troppo bella per me. Anni felici. Vivevo a Torino lungo il Po, ero sempre un ragazzo, anche se i mesi si accavallavano sulla mia carta d’identità. Ero straordinariamente felice e l’unico mio rammarico attuale è di non averlo mai saputo completamente. Adesso gioco nell’Atalanta, ho trovato la mia seconda Juve e mi dicono: «Scrivi qualcosa sul tuo periodo juventino, su cosa pensi della Juve, paisà». Ma cosa volete che io pensi della Juventus? Tutto il bene possibile, con nostalgia, è chiaro. Per lei ho speso, oppure impiegato con buon reddito, il meglio di me, quando ero di lei innamorato e con lei passavo tutte le mie domeniche. Che posso dire di più, di diverso?Andai poi all’Atalanta. Attesi il mio primo match contro la Juve con una certa paura, parente prossima del terrore. Mai l’ipotesi di giocare contro la Juventus era entrata nelle dimensioni del mio pensiero. Quel giorno. Beh, quel giorno fu una ridda di pensieri e in me si accavallarono sensazioni strane. Ma tutto andò bene. Fui un buon giocatore professionista, quel giorno. Appresi allora che la lezione juventina era stata definitiva, preziosa, insostituibile. La Juventus, al fondo di tutto, mi aveva insegnato anche a essere professionista. E la lezione si era sovrapposta a ogni altra. Anche di questo fui grato alla Juventus. Di questo le fui grato nel momento in cui giocavo contro di lei, e al massimo del rendimento, come, stando nella Juventus, avevo imparato che si doveva fare.E adesso? Adesso ho con me ricordi e sensazioni e li sto catalogando tutti in quella che sarà la mia definitiva esperienza di vita. La Juventus ha significato per me cose grandiose, che mi pare persino di non poter mettere sulla carta. Vorrei che fosse chiara una cosa: noi calciatori siamo legati al nostro mestiere, che è poi la nostra vita. Chi segna il nostro mestiere con esperienze e insegnamenti, è legato a noi per la vita.Episodi? Ne ho troppi in mente. Quando John Charles segnava e allora io cercavo di essere il primo ad abbracciarlo, e lui mi parlava in inglese, ed io non capivo niente, ma proprio niente, ma non potevo deluderlo o tradirlo, perché ero il suo interprete. Allora, gli dicevo: «Oh, yes, John, very nice, very nice». Lui contento, io pure.In tutti questi sentimenti gentili, si innestò, direi brutalmente, un sentimento ardito e fiero. Quando volli mostrare a me stesso e alla Juve di essere un buon giocatore quale che fosse la mia maglia; e, operai allora in maniera strana e violenta, della quale mai mi sarei creduto capace. Un’esperienza in più, e anch’essa la devo alla Juventus.Alla Juventus devo tante altre cose. La sensazione pesante di un debito di esperienza che non so proprio come pagare. Molta nostalgia, molti rimpianti, molte amarezze, molta fierezza per poter vivere anche senza di lei. La difficoltà, in ogni momento, di inquadrare me stesso, Umberto Colombo, in una sintesi di vita in cui la Juventus non c’è più. Io che con la Juventus fui ragazzo, che conservo una foto in cui sono con gli altri ragazzi juventini; e con essi feci una strada lunga, difficile, meravigliosa.ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT DEL 20 FEBBRAIO 2013Il momento più bello da calciatore? «Quando ho esordito a San Siro, in casa dell’Inter, con la maglia della Juventus e ho firmato una doppietta al grande Ghezzi. Abbiamo vinto 1-3, ma eravamo fuori entrambi dalla corsa scudetto. Da mediano ho provato grande soddisfazione, ed anche quando ho giocato in attacco, anche se in questo ruolo sono stato meno decisivo. Feci un goal partendo palla al piede dal centrocampo. Goal e soddisfazioni ne ho fatti e provate a Monza, come attaccante, in Serie B. Alla Juve ero partito in attacco per chiudere come uomo di fatica, in mediana con Emoli. Con la Juventus abbiamo vinto tre scudetti e due Coppa Italia. Era il periodo di Charles, Sivori e Boniperti».Qual è stato lo scudetto che ricorda più volentieri? «Il primo, quello conquistato nel 1957-58 perché non eravamo favoriti, si partiva con Broćić, uno jugoslavo molto bravo, e senza grandi ambizioni, con il Milan candidato alla vittoria finale. Due fuoriclasse come Charles e Sivori hanno fatto la differenza quell’anno».Qual è stato l’avversario più forte che ha dovuto marcare? «Pelé, con la maglia del Santos, a Torino, in occasione della tournée che il club brasiliano aveva sostenuto per celebrare il centenario, nel 1961, dell’unità d’Italia. Partecipava anche il River Plate. Pelé, non essendo neanche tanto alto riusciva lo stesso andare in cielo a colpire la palla con la testa; continuava a chiamare palla, i traversoni erano tutti per lui e riusciva bene a coprire la palla. Un grandissimo atleta! Però, ancora più grande di Pelé è stato Valentino Mazzola, che ho visto giocare quando io ero una promessa bianconera a Torino. Non ci ho mai giocato contro, perché lui perì nella tragedia di Superga nel 1949, mentre io iniziai a giocare nei professionisti nella stagione 1952-53. La qualità del giocatore è sempre dipesa dal suo bagaglio tecnico e dalla velocità, rapidità di esecuzione. Valentino Mazzola e Pelé furono due perfetti ambidestri».Lei ha giocato, con la Nazionale italiana, anche contro la Spagna di Alfredo Di Stéfano, leggenda del Real Madrid… «Sì, ho giocato contro di lui, Suárez, Gento, a Barcellona, dove abbiamo perso per 3-1 nel 1960. Di Stéfano era anche lui un giocatore completo, perché in attacco era un grande esecutore e a centrocampo era forte lo stesso. Altro fuoriclasse era lo juventino Charles, perché nel Leeds United giocava mediano, mentre alla Juventus era anche centravanti: fortissimo di testa, giocatore onnicomprensivo, velocissimo, nonostante le gambe corte. E idem quel furbo di Sivori, che chiedeva in area la sponda di petto (anche di venti metri) o di piede a John (Charles). E grazie a Charles, Sivori firmò un sacco di goal».Che ricordo, aneddoto conserva dell’allora presidente bianconero, il dottor Umberto Agnelli? «Ricordo che eravamo in ritiro a Villar Perosa ed io ero stato lasciato a riposo. Incavolato dopo che mi fu comunicato che non avrei giocato, salii nella mia macchina, abbandonai il ritiro di Villar Perosa, e tornai a casa a Como. Il dottor Umberto Agnelli mi raggiunse telefonicamente a casa mia e mi offrì una cena assieme a due belle ragazze in centro a casa sua, a Torino. Lui era ancora scapolo come il sottoscritto. Così passammo la serata a casa sua, vicino a Via XX Settembre e vicino al cinema Multisala Reposi».Che tipo di giocatore era? «Un poco come Marchisio oggi: magari lui è più veloce, però, avevo una buona falcata ed ero forte di testa. Ho fatto quasi tutti i ruoli, tranne il portiere e il terzino. Il periodo migliore l’ho vissuto a centrocampo con Flavio Emoli. Ed anche a Bergamo ho avuto la fortuna di giocare a grandi calciatori, quali il portiere Pizzaballa, Maschio, Da Costa».I suoi genitori, cosa facevano? «I miei genitori erano commercianti di seta e prima di aprire alcuni negozi hanno fatto per anni la dura vita di ambulanti. Esponevano a Como, ma anche a Busto Arsizio». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/umberto-colombo.html
  9. UMBERTO COLOMBO https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Colombo_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Como Data di nascita: 21.05.1933 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 26.10.2021 Ruolo: Centrocampista Altezza: 183 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1952 e dal 1954 al 1961 Esordio: 19.09.1954 - Serie A - Pro Patria-Juventus 1-2 Ultima partita: 29.06.1961 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-2 193 presenze - 23 reti 3 scudetti 2 coppe Italia Umberto Colombo (Como, 21 maggio 1933 – Bergamo, 26 ottobre 2021) è stato un calciatore italiano. Legò il suo nome alla Juventus, club in cui militò per un decennio vincendo tre scudetti e assurgendo tra i protagonisti dell'epoca del Trio Magico. Vestì anche la maglia della nazionale. Umberto Colombo Colombo alla Juventus nella stagione 1957-58 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1967 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1951-1952 Juventus 0 (0) 1952-1954 → Monza 48 (10) 1954-1961 Juventus 193 (23) 1961-1966 Atalanta 142 (3) 1966-1967 Verona 4 (0) Nazionale 1959-1960 Italia 3 (0) Caratteristiche tecniche Fu un mediano sinistro che, grazie all'innato istinto d'inserimento, era solito tentare l'incursione in area per cercare il gol, mostrando altresì freddezza sottorete. Carriera Giocatore Dopo un biennio in prestito al Monza, esordì con la maglia della Juventus nel campionato 1954-55, disputando 19 partite. Nell'edizione 1955-56 giocò 18 gare, per poi diventare titolare nell'annata 1956-57 con 25 partite. Durante la stagione successiva vinse il suo primo scudetto, mettendo a referto 28 gare, tante quante quelle del campionato 1958-59. Nei tornei 1959-60 e 1960-61 mise in bacheca altri due scudetti, per un totale di 55 partite. Al termine di quest'ultimo campionato, lasciò la squadra piemontese per approdare all'Atalanta. Disputò cinque stagioni con la maglia dei bergamaschi, trasformandosi da mediano a stopper con il compito comunque di costruire il gioco. Durante la permanenza a Bergamo, il 2 giugno 1963 contribuì alla vittoria del primo trofeo della storia orobica, la Coppa Italia. Terminò la carriera in Serie B con il Verona. Debuttò in nazionale il 29 novembre 1959, nel pareggio 1-1 tra Italia e Ungheria. Disputò poi altre due gare in azzurro, l'ultima il 13 marzo 1960 contro la Spagna di Alfredo Di Stéfano. Dopo il ritiro Al termine dell'attività agonistica intraprese l'attività di assicuratore. Fu inoltre opinionista per l'emittente regionale Telelombardia, nel programma calcistico Qui studio a voi stadio. Palmarès Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-58, 1959-60, 1960-61 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-59, 1959-60 - Atalanta: 1962-63
  10. PIERO AGGRADI Torinese doc, cresce nelle giovanili bianconere e ha la grande soddisfazione di esordire in Serie A il 30 ottobre 1955 nella partita contro la Roma, ad appena 21 anni, essendo nato nella città sabauda il 7 ottobre del 1934. «Era grosso come un armadio – scrive Renato Tavella nel suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – aveva un carattere mite, studiava presso un Liceo Scientifico, era difensore robusto ma aveva davanti elementi più bravi come Garzena e più esperti come Cesarino Nay». Indossa la casacca juventina solamente in 14 occasioni, prima di essere ceduto al Palermo. Appesi gli scarpini al chiodo, diventa un grande dirigente. I tifosi juventini dovranno essere sempre grati ad Aggradi, perché fu proprio lui (quando era Direttore Sportivo del Padova) a trattare con Boniperti il passaggio in bianconero di Alessandro Del Piero.VLADIMIRO CAMINITIChiuso dal nasuto Nay, svillaneggiato dagli esteti come manovale della pedata, il torinese Pierone Aggradi, formatosi nel vivaio juventino, troverà spazio nel Palermo, con Elio Angelini, di ruolo portiere. Il ruolo di Aggradi appare piuttosto incerto, trattandosi di un difensore che corre a gambe larghe infastidito dalla presenza del pallone.Ragazzo vieppiù simpatico e coriaceo nelle amicizie cercherà di trovare altro spazio, dopo la venturosa carriera, facendo il general manager o direttore sportivo, in questo sospinto da un personaggio calcistico così singolare e di pregiata politica da sbaragliare perfino il lucido cranio di uno Spadolini Ministro e letterato: l'Italo Allodi di Suzzara. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/11/piero-aggradi.html
  11. PIERO AGGRADI https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Aggradi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.10.1934 Luogo di morte: Pescara Data di morte: 17.07.2008 Ruolo: Difensore Altezza: 178 cm Peso: 74 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1957 e 1958-1959 Esordio: 30.10.1955 - Serie A - Roma-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.05.1959 - Serie A - Bologna-Juventus 4-1 15 presenze - 0 reti 1 coppa Italia Piero Aggradi (Torino, 7 ottobre 1934 – Pescara, 17 luglio 2008) è stato un calciatore e dirigente sportivo italiano. È scomparso nell'estate 2008 all'età di 73 anni, stroncato da un malore nella sua casa di Pescara, dove da tempo risiedeva. Piero Aggradi Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 74 kg Calcio Ruolo Difensore Carriera Giovanili 1946-1952 Juventus Squadre di club 1952-1953 → Monza 2 (0) 1953-1954 → Carrarese P. Binelli 24 (0) 1954-1957 Juventus 13 (0) 1957-1958 Palermo 14 (0) 1958 Alessandria 0 (0) 1958-1959 Juventus 2 (0) 1959-1960 Pordenone 44 (5) 1960-1961 Cesena 23 (0) 1961-1963 Casale 47 (18) 1963-1966 Chieri 40 (9) Carriera Giocatore Cresciuto nelle giovanili della Juventus, esordì in Serie A con i bianconeri il 30 ottobre 1955, in occasione dell'incontro Roma-Juventus. In totale collezionò 15 presenze con la maglia bianconera, senza mai riuscire a segnare una rete. Terminata l'esperienza con la Juventus, passò prima al Palermo in Serie B, poi all'Alessandria, con cui disputò alcune gare di Coppa Italia nel 1958, e infine al Pordenone. Con Aggradi in campo nel ruolo di centromediano, la squadra friulana conquistò nel campionato di Serie C 1959-1960 il suo miglior piazzamento di sempre: terzo, a pari punti con la Biellese. Successivamente Aggradi giocò a Cesena, Casale e infine con i dilettanti del Chieri. In carriera ha totalizzato complessivamente 13 presenze in Serie A e 16 in Serie B Dirigente Aggradi direttore sportivo del Perugia nel 1987-1988 Cessata la carriera agonistica intraprese quella dirigenziale. Il primo incarico da direttore sportivo fu con il Pescara nel 1974; tre anni dopo, la squadra abruzzese ottenne la sua prima promozione in Serie A. Dopo un'esperienza a Catanzaro (sulla cui panchina sedeva all'epoca Carlo Mazzone), dal 1981 al 1986 è direttore sportivo del Campobasso. In quegli anni la società molisana conquistò la promozione in Serie B e una storica vittoria sulla Juventus in Coppa Italia, nel giorno dell'inaugurazione dello Stadio Nuovo Romagnoli. Dal 1989 al 1996 ha ricoperto la carica di direttore sportivo del Calcio Padova. Le sue intuizioni (a lui si deve la valorizzazione di giovani quali Alessandro Del Piero, Antonio Benarrivo, Demetrio Albertini e giocatori più esperti come Angelo Di Livio) portarono la società biancoscudata a conquistare, al termine della stagione 1993-1994, la promozione in Serie A dopo 32 anni di attesa. Nel 1998 tornò a lavorare per il Padova, al posto del dimissionario Altobelli. Tra gli acquisti più riusciti di questa seconda esperienza patavina si ricorda quello di Vincenzo Iaquinta. Successivamente, nel 2000, ebbe una breve parentesi con il Chieti e dal 2001 con la Cavese. Fu anche opinionista in un programma sportivo abruzzese di Abruzzo Channel (Sky canale 920) e di alcuni programmi sportivi veneti. Palmarès Club Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959
  12. ANGELO CAROLI Nasce a L’Aquila il 7 aprile 1937; è uno dei ragazzi che Puppo, l’allenatore che a metà dei ‘50 cerca di traghettare la Juventus verso orizzonti più prestigiosi, lancia in prima squadra, per imparare dai Viola e dai Boniperti. Di buona tecnica e abbastanza grintoso, Caroli gioca in attacco nelle formazioni giovanili. «Ero un atleta, ramo salto in lungo; dicevano che potevo diventare un buon giocatore. Puppo, occhialuto filosofo dall’aria pacata e solenne, allenava la Juventus; mi fece debuttare, come centravanti, a Bologna. Me la cavai bene e segnai il gol del successo bianconero; fu un caso, ma fu così. Disputai altre quattro partite in Serie A, prima del derby; erano tempi durissimi per la squadra preseduta da Umberto Agnelli. La società stava uscendo da un ciclo nebuloso, occorrevano dei restauri; perciò, fu realizzato un lancio, in massa, di giovani. Ci chiamavano Puppanti; vissi momenti di celebrità, il mio autografo era richiesto, forse perché ero uno studente calciatore».Così l’immenso Vittorio Pozzo su “Stampa Sera” racconta quel gol: «Impadronitosi della palla la mezz’ala juventina Bartolini scopriva un corridoio trasversale sulla sua sinistra al quale stava accorrendo il compagno di centro Caroli. Il passaggio rasoterra partiva pronto e preciso. Caroli, il diciottenne esordiente, non si faceva pregare: partiva deciso, inseguito da un paio di avversari li batteva in velocità, penetrava in area e giunto a distanza adeguata spediva con calma e precisione nella rete sguarnita. Tutto frutto del lavoro dei due novellini inseriti nella squadra bianconera per darle l’apporto di un po’ di sangue giovane, questa rete che doveva decidere delle sorti della giornata. Bartolini aveva iniziato l’azione con prontezza di percezione, Caroli l’aveva completata con la punta di velocità, caratteristica dei giovani. Una mossa riuscita. Combi ha dichiarato: “L’esperimento dei giovani può ritenersi riuscito… Non dico che tutto sia andato alla perfezione, ma possiamo essere soddisfatti. Perciò bisognerà insistere su Caroli”». Poi, comincia un lungo peregrinare in prestito, che lo porta a farsi le ossa a Catania, Lucca e Pordenone. Quando torna alla Juventus, sono tornati i tempi d’oro: la squadra di Sivori, Charles e Boniperti contende all’Inter di Helenio Herrera lo scudetto. Caroli, ormai ventiquattrenne e da tempo trasformatosi in terzino di buon rendimento, ha solamente qualche sporadica occasione per contribuire ai successi di quella squadra, fregiandosi, comunque, a fine stagione del titolo di Campione d’Italia. «Al mio ritorno alla Juventus era tutto cambiato, Cesarini, Parola e Gren si passavano il timone della guida tecnica della squadra; il dottor Umberto Agnelli aveva compiuto due miracoli economici e tecnici, acquistando Charles e Sivori. Insieme a Giampiero Boniperti, fecero grande la Juventus degli anni ‘60; io ero una delle comparse che vincevano lo scudetto perché coinvolti e non perché protagonisti. Io passavo di lì per caso e raccoglievo ciò che Boniperti, Charles e Sivori avevano seminato». Dopo qualche serio infortunio, nel 1962 viene ceduto al Lecco. Giornalista e scrittore, anche autore di delicate poesie, Caroli è da sempre vicino alla Juventus. SALVATORE LO PRESTI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1975 Da stopper a centr’avanti, da centr’avanti a terzino, da terzino a giornalista sportivo. È la carriera di Angelo Caroli, classe 1937, 13 partite e un gol in Serie A che gli sono bastati per vincere uno scudetto con la maglia della Juventus: il dodicesimo, quello del ‘60-61, cioè. Oggi è giornalista professionista da cinque anni, uno dei pilastri della redazione calcio del quotidiano sportivo torinese, «Tuttosport». Angelo Caroli è l’unico calciatore professionista vincitore di almeno uno scudetto che sia diventato giornalista professionista. Il calcio giocato vanta numerosi altri «approcci» verso quello scritto o parlato: il caso più noto è quello di Fulvio Bernardini, che smessa la carriera di calciatore divenne giornalista professionista, e scrisse per anni sul «Corriere dello Sport» prima di avventurarsi nella carriera dell’allenatore che doveva portarlo per due volte allo scudetto e, infine, alla guida della Nazionale. Annibale Frossi, Nello Governato, Piero Betello sono rimasti finora alle soglie del giornalismo-professione; al contrario Sandro Ciotti e Bruno Pizzul, Daniele Parolini, Luciano Falsiroli e Claudio Nassi sono arrivati al massimo in Serie C o a qualche episodica apparizione nel campionato cadetto. Di Caroli ricordo ancora una sua foto sui giornali dell’epoca: di vent’anni fa. Frequentava il liceo classico: era l’unico o uno dei pochissimi in serie A. Faceva notizia. E la foto che ricordo lo ritraeva con in mano un diffusissimo, autorevole testo di storia dell’arte: il D’Angona-Wittgens-Gengaro, lo stesso sul quale trascinavo alcune delle stanche ore dei miei sofferti anni di liceo. Roba da fare a cazzotti, insomma, con la vecchia stereotipata immagine del calciatore campagnolo, bonario, vagamente a disagio con la sintassi e addirittura insofferente della «consecutio temporum». Ora i tempi sono cambiati. L’eccezione di allora è poco men che regola, oggi, per fortuna. Ma quello che mi interessa approfondire su Caroli, con Caroli, è il suo rapporto attuale col mondo di cui scrive, col mondo del calcio di cui ha fatto parte. Fino a quanto influisce cioè il suo passato di calciatore nella sua maniera di svolgere la professione, oggi? Si sente veramente e completamente dall’altra parte della barricata? E nei rapporti attuali coi calciatori, con coloro che oggi sono al suo vecchio posto, il suo passato lo aiuta? E i calciatori, sapendo che è stato uno di loro, lo trattano come gli altri giornalisti? Ma partiamo da lontano. Dalla carriera calcistica di Caroli, per cercare di capire meglio certe sue scelte, certi atteggiamenti, le esperienze di cui oggi fa tesoro nella sua carriera giornalistica. «Esordii in Serie A – mi racconta – a Bologna, nel ‘54-55. Vi segnai il mio unico gol con la maglia della Juventus, su un bel lancio di Bartolini. Bologna mi ha sempre portato bene. Ci avevo già vinto, a 17 anni il mio primo titolo italiano di salto in lungo esordienti. Quel giorno, prima di scendere in campo tremavo come una foglia. Boniperti lo avevo addirittura conosciuto in treno, durante il viaggio verso Bologna. Al ritorno voleva farmi pagare lo champagne. Avrei voluto farlo, ma non mi sarebbe bastato tutto lo stipendio – ventimila lire al mese – per dare da bere a tutta la squadra!». Ma eri già juventino, prima di indossare la maglia bianconera? «Certo. Lo ero fin da bambino. Mi ricordo che una volta piansi anche per la Juve: il giorno dell’1-7 col Milan, quando Parola fu espulso e non vuole ancora ammetterlo». La tua carriera di calciatore si è conclusa troppo presto. Hai smesso che non avevi ventisette anni. Come mai? Non avresti potuto continuare? «La mia decisione maturò a Lecco. Vissi un’esperienza tristissima, quell’anno. Ormai avevo assimilato tutto quello che non avevo potuto imparare, calcisticamente, da bambino, nella mia L’Aquila. Certe situazioni, certe prese di posizione, certe imposizioni però non mi sentivo più di sopportarle: e allora rifiutai il trasferimento a Palermo e praticamente rinunciai a continuare la carriera. Mi ero sempre sforzato di assumere un atteggiamento molto distaccato nei confronti di questa professione così atipica. Mi accorgevo di essere un calciatore solo nel momento della resa dei conti, dei bilanci. E allora certe cose non mi andavano più, non le consideravo giuste». Da calciatore avrai avuto a che fare con moltissimi giornalisti. Quali erano i tuoi rapporti con loro. Ti sei mai sentito maltrattato, incompreso? «Ho sempre rispettato il loro lavoro e le loro critiche, anche quando non le condividevo. Anche perché per natura e convincimento, parto sempre dal presupposto che tutti agiscono in buona fede, e sono quindi portato ad ammettere l’errore. Una cosa non sopportavo: quando giudicavano un giocatore per la sua fama, la sua popolarità e non per quello che aveva realmente fatto sul campo». Perché hai scelto di fare il giornalista, come ci sei arrivato, cosa ti attrae di questa professione? «Mi piaceva scrivere, avevo voglia di approfondire nel calcio certe cose che non ero riuscito a penetrare da atleta: una sorta di complesso quasi “freudiano” Forse è un mio limite nella professione. Ma è una mia esigenza interiore e mi appaga così come i viaggi, i contatti umani di cui questo lavoro mi offre l’opportunità». Cos’hai provato quando per la prima volta hai scritto un pezzo sulla Juventus, quando hai «fatto» per la prima volta una partita della Juventus? «Il mio primo pezzo bianconero fu un’intervista a Zigoni. Ero in uno stato indescrivibile, semiconfusionale quasi. Il salto da “giudicato” a “giudice” o almeno a inquisitore mi faceva girare la testa. E ricordo, da certe espressioni, che Zigoni giudicò le mie domande di una banalità esasperante. La prima partita la “descrissi” molti anni dopo, quando ormai avevo maturato una notevole esperienza nella professione. Fu una Juventus-Vicenza di qualche anno fa. Vinse la Juve, naturalmente, ed io ne fui doppiamente felice. Questa felicità mi aiutò a lavorare con maggior disinvoltura». Il tuo passato di calciatore, di giocatore della Juventus, in che misura influisce oggi sui tuoi rapporti coi giocatori, sulla tua maniera di giudicarli? «Forse ci si intende più rapidamente. Quando gli pongo una domanda credo che si accorgano che qualcosa ci unisce, anche a livello inconscio. Per questo forse si confidano più facilmente con me. Nei giudizi poi raramente sono caustico, crudo. In questo forse sono poco giornalista, me ne rendo conto, ma sono portato sempre a smussare certi angoli, ad attenuare certe prese di posizione, perché riesco a entrare meglio nei loro panni; so quel che provano in certe situazioni per aver provato anch’io le stesse cose». E pensi tu che i giocatori, consapevoli del fatto che sei stato uno di loro, ti trattino meglio, abbiano per te un occhio di riguardo? «Forse sì. Magari mi sbaglio, ma penso che la mia carriera in un certo senso mi agevoli. Sono sfumature, forse, non grosse cose, ma i giocatori si rendono conto che quando li giudico li capisco forse meglio di qualche altro, e ripagano così questa mia miglior disposizione nei loro riguardi». Qual è il tuo atteggiamento nei confronti dei tuoi colleghi «che non hanno giocato», almeno a livello professionistico? Molti calciatori sostengono che non sono in grado di giudicarli. Tu che ne pensi? «I miei colleghi li giudico esclusivamente per quel che sono sul piano umano, non per i loro trascorsi più o meno sedentari. Giudico l’uomo, non il giornalista, insomma. Conosco moltissimi giornalisti che non hanno giocato e che sono molto competenti e molto bravi, perché sono umili, riescono a capire la psicologia del giocatore. Non condivido invece i presuntuosi e gli incoerenti: sono i peggiori nemici della nostra professione. Spesso ci attirano addosso critiche che non meritiamo». Qual è il più grosso difetto dei calciatori, nei loro rapporti con la stampa? «Quello di dire certe cose senza valutarle esattamente, e di rendersi conto della gravità di certe affermazioni solo quando le hanno lette sui giornali. Allora si rifugiano dietro il comodo paravento della “errata interpretazione” da parte del giornalista. Anche se non manca il caso del giornalista che “fraintende” veramente, e non sempre involontariamente!». Quale aspetto del tuo lavoro ti piace di meno? «Scrivere per sette giorni su sette della stessa squadra: devi fare salti mortali per non sprofondare nella mediocrità, e non sempre ci riesci». Parola, un tempo tuo allenatore, è ora a contatto con te nel rapporto pressocché quotidiano: giornalista-tecnico. In che misura influisce il vostro rapporto passato? Cosa ti rende più facile e cosa più, difficile? «Ogni volta che lo vedo mi viene da sorridere: per la sua voce scartavetrata dalle Gauloise, per i suoi umanissimi luoghi comuni, per la sua bontà. Quando gli pongo una domanda devo metterci per forza un pizzico d’ironia. Sono stato un suo pupillo e non riesco, per quanti sforzi faccia, a dargli del tu». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/angelo-caroli.html
  13. ANGELO CAROLI https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Caroli Nazione: Italia Luogo di nascita: L'Aquila Data di nascita: 07.04.1937 Luogo di morte: Torino Data di morte: 17.11.2020 Ruolo: Difensore/Attaccante Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1957 e dal 1960 al 1962 Esordio: 29.01.1956 - Serie A - Bologna-Juventus 0-1 Ultima partita: 18.03.1962 - Serie A - Fiorentina-Juventus 1-0 17 presenze - 1 rete 1 scudetto Angelo Caroli, nato con il nome di Angelo Carota (L'Aquila, 7 aprile 1937 – Torino, 17 novembre 2020), è stato un giornalista, scrittore e calciatore italiano, di ruolo difensore o attaccante. Angelo Caroli Caroli (a sinistra) alla Juventus negli anni 1950 con il capitano bianconero Giampiero Boniperti. Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Difensore, attaccante Termine carriera 1963 Carriera Squadre di club1 1954-1955 L'Aquila ? (?) 1955-1957 Juventus 8 (1) 1957-1958 Catania 17 (3) 1958-1959 Lucchese 22 (7) 1959-1960 Pordenone 29 (6) 1960-1962 Juventus 9 (0) 1962-1963 Lecco 18 (0) Biografia Nasce all'Aquila con il cognome di «Carota». Vive in Abruzzo sino all'età di 18 anni, risiedendo in una casa di via Fortebraccio, nel centro storico della città natia, e frequentando il liceo classico Domenico Cotugno. Nell'estate del 1955, a causa del trasferimento del padre, insegnante, a Torino, segue la famiglia in Piemonte dove coniuga l'attività calcistica con gli studi al liceo classico Massimo d'Azeglio; in questo periodo cambia il proprio cognome in «Caroli». Si stabilirà definitivamente nel capoluogo piemontese per la sua successiva carriera di giornalista e scrittore. Carriera Da sinistra: Caroli padre e figlio, Gianpiero Combi e Umberto Agnelli di ritorno dalla trasferta di Bologna, dopo l'unico gol in Serie A di Angelo. Dopo gli inizi in varie discipline dell'atletica leggera — tra le altre cose, sedicenne, vinse il titolo italiano di terza categoria nel salto in lungo —, intraprese la carriera calcistica nelle file del club della sua città, L'Aquila militante nel campionato di IV Serie, dove venne dapprima schierato come stopper, giovando delle sue qualità fisiche, e successivamente adattato a centravanti stante l'infortunio del titolare designato, ruolo quest'ultimo in cui si mise in luce a 17 anni segnando molti gol. Notato da Ermes Muccinelli dopo aver saltato un provino con la Lazio, arrivò alla Juventus, acquistato per 4 milioni di lire, dove fu inserito nella rosa della squadra Ragazzi allenata da Sandro Puppo. Nella stagione 1955-1956 poté esordire con la prima squadra della Vecchia Signora, a Bologna, e nella sua prima gara in Serie A mise a segno il suo primo, e unico, gol nel massimo campionato; il giorno dopo tornò in classe per il compito di greco. La stagione successiva collezionò altre presenze in A, arrivando a quota otto. A campionato 1957-1958 iniziato, nel mese di novembre si trasferì al Catania, in Serie B, dove andò in gol al debutto ma poi si infortunò e fu costretto a ingessarsi, restando fermo. La stagione successiva andò alla Lucchese, in Serie C, quindi nell'annata 1959-1960 fu la volta del Pordenone dove l'allenatore Giovanni Varglien ebbe l'intuizione di arretrarlo nuovamente in difesa, impostandolo come terzino. Sicché, dopo un campionato positivo in questo nuovo ruolo sulla fascia, Caroli tornò alla base a Torino. Nella stagione 1960-1961 fece parte della rosa juventina che vinse lo Scudetto grazie ai campioni del Trio Magico, ovvero l'italo-argentino Omar Sívori, cui l'aquilano servì un assist durante un derby della Mole, il gallese John Charles e l'italiano Giampiero Boniperti, quest'ultimo alla sua ultima stagione da giocatore. Dalla società bianconera incassò anche il premio per la vittoria tricolore di 500.000 lire. L'anno successivo rifiutò il rinnovo del contratto, chiedendo un ingaggio più alto, e per questo fu inizialmente messo fuori rosa; successivamente reintegrato, fece in tempo a disputare la sua prima e unica gara internazionale, l'esordio in Coppa dei Campioni contro il Panathīnaïkos, prima di lasciare definitivamente la società piemontese a fine stagione. «Lascio la sede della Sisport dopo aver respirato per l'ennesima volta l'atmosfera bianconera, piena del fragrante profumo del successo, che è il succo della filosofia del club e che, insieme con lo stile, è il distintivo che la Signora non si toglie mai.» (Angelo Caroli, Ho conosciuto la Signora, Graphot, 1987, p. 182) Dopo un ultimo anno al Lecco, in B, Caroli decise di ritirarsi dal calcio giocato. Dopo il ritiro Caroli (a destra) negli anni 1980 con il numero dieci juventino dell'epoca, Michel Platini. Appesi gli scarpini bullonati al chiodo, Caroli si sposò e, dopo avere lasciato la facoltà di legge per laurearsi all'ISEF, ricevette un incarico di insegnante a Torino. Tuttavia, ben presto la carriera giornalistica prese il sopravvento. Dal 1968 fu cronista di Tuttosport e inviato al campionato del mondo 1974 in Germania Ovest. Nel 1976 arrivò l'assunzione alla Stampa Sera, con cui Caroli seguì i principali avvenimenti sportivi degli anni Ottanta, saltando però per problemi di salute proprio il campionato del mondo 1982 in Spagna, vinto dall'Italia. Fu inviato anche ai campionati nondiali di Argentina 1978 e Messico 1986, al campionato d'Europa 1988 in Germania Ovest, alle finali di Coppa Campioni della Juventus di Atene 1983 e Bruxelles 1985, quest'ultima funestata dalla strage dell'Heysel, e alla finale di Coppa Intercontinentale 1985 a Tokyo. Rimasto sempre legato al mondo juventino, collaborò per anni con l'house organ della società, Hurrà Juventus, e scrisse anche alcuni libri incentrati sulle vicende bianconere e i suoi protagonisti; nel 2006, nel corso dello scandalo Calciopoli, ha scritto una lettera al suo ex giornale Tuttosport chiedendo alla società di difendere la storia juventina e non abbandonarla. «La mia è una mozione degli affetti sollecitata dalla sensazione che in casa Juve oggi si stia giocando come in un partito politico dove proliferano correnti e tendenze.» (Angelo Caroli, lettera a Tuttosport.) Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1960-1961
  14. BENITO BOLDI https://it.wikipedia.org/wiki/Benito_Boldi Nazione: Italia Luogo di nascita: Tarcento (Udine) Data di nascita: 19.02.1934 Luogo di morte: Ponderano (Biella) Data di morte: 03.02.2021 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1955 al 1956 e dal 1957 al 1959 Esordio: 18.09.1955 - Serie A - Juventus-Spal 2-2 Ultima partita: 15.03.1959 - Serie A - Torino-Juventus 3-2 20 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Benito Boldi (Tarcento, 19 febbraio 1934 – Biella, 3 febbraio 2021) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Benito Boldi Benito Boldi con la maglia della Juventus Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1968 Carriera Giovanili 1949-1952 Pagnacco Squadre di club 1952-1955 SPAL 11 (0) 1955-1956 Juventus 4 (0) 1956-1957 SPAL 10 (0) 1957-1959 Juventus 16 (0) 1959-1960 Catania 25 (0) 1960-1962 Cesena 49 (0) 1962-1968 Biellese 152 (0) Carriera Terzino friulano, secondo fratello di una dinastia di calciatori (il fratello maggiore Mario ha giocato nel Palermo negli anni '50) era per questo era noto come Boldi II. Cresce nella squadra del Pagnacco della provincia di Udine per poi passare nel 1952 alla corte di Paolo Mazza che lo consegna alle cure di Aurelio Marchese nelle giovanili della SPAL. Con i biancoazzurri Boldi debutterà in Serie A il 3 ottobre 1954 a vent'anni contro il Genoa, nel capoluogo ligure. Al termine di quel campionato i ferraresi retrocedettero in Serie B, quindi Boldi passa alla Juventus in cambio di una somma cospicua. In seguito la SPAL verrà ripescata e Boldi esordisce con i torinesi in casa proprio contro la SPAL il 18 settembre 1955; poi in totale 4 gare nella Juventus allenata da Sandro Puppo che arriverà nona in campionato. Tornato alla SPAL, stretto da Aulo Gelio Lucchi, Jenő Vinyei e Alberto Delfrati non riesce a divenire titolare e disputa 10 gare prima di tornare a Torino. Tornato alla Juventus, Boldi gioca 10 gare in due campionati e 6 di Coppa Italia, vincendo lo scudetto nel 1958, quello della prima stella, oltre a legarsi amichevolmente a John Charles. La sua ultima partita nella Juventus, oltre che la sua ultima gara in Serie A, è il Derby della Mole del 15 marzo 1959, partita nella quale Giuseppe Virgili segnerà tre reti che saranno fatali per la sconfitta bianconera. Passa al Catania nel 1959 dove ritrova i suoi ex compagni alla SPAL Guido Macor e Adelmo Prenna oltre al fratello minore Luciano (Boldi III), anch'egli proveniente dalla SPAL. In Serie B Benito Boldi contribuisce attivamente alla promozione degli etnei, poi scende in Serie C nel 1960 e gioca due stagioni al Cesena poi altre sei stagioni sempre in Serie C con la Biellese prima di concludere la carriera. Boldi è morto il 3 febbraio 2021, per complicazioni da Covid-19. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1957-1958 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959
  15. GIUSEPPE VAVASSORI La notizia della scomparsa di Beppe Vavassori – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del gennaio 1984 – è stata di quelle che raggelano il sangue. Non ci si aspetta mai che un uomo nel pieno degli anni, un ex calciatore, un ragazzo allegro e spiritoso, sia inesorabilmente stroncato da uno di quei mali che la scienza medica ancora oggi impotente, definisce incurabili. Invece, anche il caro Vava ci è stato improvvisamente strappato in questo modo crudele.Ricordo che agli inizi degli anni Cinquanta, un pomeriggio di primavera, ero stato a Rivoli in compagnia dell’amico Benè Gola, dirigente accompagnatore della Juventus per tanti lustri, un uomo che capiva di calcio come pochi altri e che ebbe, tra gli altri, anche il merito di aver selezionato, preparato e guidato alla vittoria la Nazionale universitaria che prese parte ai Mondiali negli anni 1928 (Parigi), 1930 (Darmstadt), 1933 (Torino); un vero trionfo, ripeto, in tutte e tre le edizioni.«Andiamo a vedere un ragazzino che gioca all’oratorio dei Salesiani – mi aveva detto l’Ingegner Gola – e che è ugualmente bravo tra i pali della porta e quando gioca all’attacco. In entrambe le situazioni sfrutta il suo scatto portentoso e altre già ben definite doti fisiche. Credo che possa interessare alla Juventus».In effetti, Vavassori destò ottima impressione e fu quasi subito tesserato per la Juventus, entrando a far parte di una delle più valide formazioni del settore giovanile bianconero, una squadra della quale facevano parte anche Garzena, Emoli, Colombo (tutti finiti in Nazionale), Aggradi, Barberi, Tuberosa, Mazzucchi, Camoletto, Rasetti e Del Grosso. Erano gli anni in cui stava prendendo vera consistenza la figura dell’apprendista calciatore.Al giovane, con le nuove esigenze del gioco moderno, occorreva, oltre la preparazione tecnica, anche un’adeguata formazione atletica. Il sistema organizzato dell’allevamento doveva fronteggiare e risolvere problemi sempre maggiori. Per raggiungere la piena dedizione al gioco si imponevano alle società, nei riguardi del calciatore in erba, anche impegni di carattere educativo.La Juventus, di fronte a tali impellenti necessità formative, aveva iniziato a battere nuove vie, costituendo una sezione giovanile destinata a conseguire, in breve tempo, risultati di assoluto rilievo. Oltre ai già citati Vavassori, Garzena, Emoli, Colombo, occorre ricordare anche altri campioni usciti dal settore giovanile bianconero, come il portiere Giovanni Viola, l’altro portiere Carletto Mattrel, il terzino Robotti, l’estroso attaccante Stacchini, Furino, Bettega, Marocchino e tanti altri.Con il dirigente Sandro Cocito e i tecnici Locatelli e Bertolini, la Juve si pose all’avanguardia in questo specifico settore, continuando sulla strada che già aveva collaudato altri due impareggiabili giocatori, come Piero Rava e Guglielmo Gabetto.Fu proprio nelle file della squadra Primavera che Beppe Vavassori dimostrò il proprio valore: stupiva gli avversari tra i pali, stupiva i compagni quando, in allenamento, si divertiva a giocare all’ala sinistra. Forse proprio questa continua esperienza come attaccante gli fu preziosa per aumentare il proprio bagaglio di qualità nel ruolo di portiere. Giocando all’attacco, conseguì un senso del piazzamento quasi perfetto, abituandosi settimanalmente a ragionare come fanno i giocatori impegnati in questi compiti.Come portiere, maturò alla svelta e dedicò al perfezionamento professionale tutto il tempo occupato dagli allenamenti. Nulla di trascendentale, si intende: faceva semplicemente quello che fanno, o dovrebbero fare, tutti i portieri, analizzare e osservare attentamente l’avversario. Appena iniziata una partita, se non si conoscono gli avversari, bisogna studiarli nelle loro particolarità sin dai primi minuti: conoscere la potenza di tiro, l’impostazione nei calci di punizione, l’abilità nel gioco di piede e di testa, preferenze sul lato del gioco.Applicandosi in queste sistematiche osservazioni un portiere ha sempre almeno l’ottanta per cento di indovinare la direzione del tiro, e, quindi, di neutralizzare il pallone scagliato verso di lui.Diceva Vavassori: «Per fare il portiere occorrono tre doti essenziali: riflessi, agilità, tranquillità. Io credo di possedere in misura ottimale le prime due doti, mentre per la tranquillità penso di non essere sempre sufficiente. Sono doti che dovrebbero essere innate, perché non si possono apprendere da alcun maestro. All’uomo che abbia queste qualità fondamentali, bisognerà insegnare come piazzarsi davanti alla porta, come bloccare bene il pallone, come anticipare le mosse dell’avversario. Appreso questo, quell’uomo sarà un buon portiere».In effetti, Vavassori seppe diventare un buon portiere. E riconobbe sempre che enormi vantaggi riuscì ad avere nell’osservare le mosse di quello che considerò sempre il maestro, Giovanni Viola. Nella stagione 1955-56, Beppe occupò stabilmente il ruolo di secondo portiere juventino. E attese con pazienza il giorno dell’esordio in prima squadra. Il gran giorno arrivò nel dicembre del 1955, alla decima giornata di quel campionato. La Juventus doveva incontrare il Napoli e, per la squalifica del terreno napoletano, l’incontro ebbe luogo a Bari, il 4 dicembre.La Juventus si presentò all’appuntamento priva di Boniperti, elemento di importanza vitale per quella squadra nella quale i campioni non abbondavano, anche se tutti si impegnavano con grinta eccezionale. Il Napoli, per contro, aveva una prima linea di tutto riguardo, con i vari Amadei, Jeppson, Vinicio e Pesaola. Al riposo i bianconeri si trovavano in vantaggio, grazie alla rete messa a segno da Colella. Solo a pochi minuti dalla fine Vinicio riuscì a sorprendere Vavassori che aveva sino a quel momento effettuato splendide parate.Per un certo periodo, tornato in squadra il titolare Viola, l’amico Vavassori rimase ad aspettare il momento propizio per ridimostrare il proprio valore. La seconda apparizione di Vava coincise con una bella vittoria, ottenuta in trasferta, sul terreno di un Bologna allora molto forte, un Bologna che concluse la stagione molto più avanti in classifica della Juve. In maglia rossoblu c’erano Ballacci, Pilmark, Jensen, Cappello, Pivatelli e Pascutti, tanto per citare i migliori. La Juve giocò una stupenda partita e vinse grazie ad una rete segnata, sapete da chi? Dal mio amico e collega Angelo Caroli, velocissimo centrattacco, al cui servizio stavano due fuoriclasse come Boniperti e Præst!Dalle due partite del 1955-56 alle sette della stagione successiva. Non fu troppo brillante il rendimento di Vavassori in quella stagione; ma si riabilitò poi nel campionato 1958-59, con quattordici partite giocate (le altre venti le disputò Mattrel) e molti applausi ricevuti. Era simpatico a tutti, il buon Beppe, con quel suo carattere aperto, estroverso sempre allegro. Un vero amico per tutti i compagni di squadra. I grandi exploit arrivarono nelle due stagioni d’oro, 1959-60 e 1960-61.In quella grandissima Juve giocavano Castano, Sarti, Emoli, Cervato, Colombo, Nicolè, Boniperti, Charles, Sivori, Stivanello, oltre a Garzena, Stacchini, Leoncini e un certo Burgnich. Per il nostro Vavassori, diciotto presenze nel primo campionato e trenta nel secondo, con due scudetti cuciti sulla maglia bianca bordata di nero.Naturalmente ci fu anche la convocazione in Nazionale. Ma bisogna ammettere che l’esordio azzurro per Beppe non fu baciato dalla fortuna. Accadde a Roma, stadio Olimpico, contro l’Inghilterra, il 24 maggio 1961. Tra i pali della nostra squadra c’era Buffon; davanti a lui Losi e Castelletti; in mediana Bolchi, Salvadore e Trapattoni; in attacco Mora, Loiacono, Brighenti, Sivori e Corso.Gli inglesi andarono in campo con Springett: Armfield e McNeill; Robson, Swan e Flowers; Douglas, Greaves, Hitchens, Haynes e Charlton. Primo tempo equilibrato e una rete per parte: segnò Hitchens e pareggiò Sivori. All’inizio della ripresa Brighenti portò in vantaggio agli azzurri; ma quasi subito si infortunò Buffon e toccò a Vavassori andare tra i pali con la grossa responsabilità di difendere quella che avrebbe potuto essere (ma non fu) la nostra prima vittoria sull’Inghilterra. Così prima Hitchens sorprese il nostro giovane portiere, poi Greaves firmò il goal del 3-2 per i nostri avversari.Una sconfitta impensabile, una giornata amara! Ero a Roma, quel pomeriggio, e confesso di non aver avuto il coraggio di chiedere a Vavassori cosa gli fosse successo, che cosa avesse determinato quel disastro. Posso aggiungere che non glielo chiesi mai più!Non lo vedevo da qualche anno, non sapevo che fosse così tanto malato, irreparabilmente. RENATO TAVELLADalla torinesissima Rivoli, juventino della più bella razza, vestito di bianco maglione e bello da vedersi biondo tra i pali, è ritornato al Comunale pronto a tracciare la mezzeria della porta e a difendere la rete. Si libra per aria, se necessità impone. Blocca in presa, sicuro del suo piazzamento. Esce persino sul limite dell’area a rinviare coi piedi, inedita interpretazione di un calcio che verrà. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/giuseppe-vavassori.html
  16. GIUSEPPE VAVASSORI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Vavassori Nazione: Italia Luogo di nascita: Rivoli (Torino) Data di nascita: 29.06.1934 Luogo di morte: Bologna Data di morte: 21.11.1983 Ruolo: Portiere Altezza: 180 cm Peso: 79 kg Nazionale Italiano Soprannome: Vava Alla Juventus dal 1955 al 1961 Esordio: 04.12.1955 - Serie A - Napoli-Juventus 1-1 Ultima partita: 04.06.1961 - Serie A - Juventus-Bari 1-1 81 presenze - 98 reti subite 3 scudetti 2 coppe Italia Giuseppe Vavassori (Rivoli, 29 giugno 1934 – Bologna, 21 novembre 1983) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Vavassori Vavassori al Catania Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1972 - giocatore 1981 - allenatore Carriera Giovanili 195?-1954 Juventus Squadre di club 1954-1955 → Carrarese P. Binelli 32 (-51; 2) 1955-1961 Juventus 81 (-98) 1961-1966 Catania 158 (-234) 1966-1972 Bologna 113 (-118) Nazionale 1961 Italia 1 (-2) Carriera da allenatore 1975 Forlì 1978-1979 Forlì 1979-1981 Imola Carriera Iniziò la carriera alla Carrarese nel 1954 in Serie C, provenendo dalle giovanili della Juventus. Dopo una stagione con i toscani, tornò alla società bianconera con cui esordì in Serie A il 4 dicembre 1955 contro il Napoli. Vavassori alla Juventus nella stagione 1959-1960 In tre anni giocò soltanto nove partite di campionato, ma dal 1958, per due stagioni, venne schierato più di frequente, pur non diventando titolare fisso; indossò infatti la maglia di titolare solo nel 1960, dopo la vittoria del suo secondo titolo (in quello del 1958 non era mai sceso in campo), e dopo un lungo dualismo con Carlo Mattrel. Bissato il successo (con la Juventus vince anche due Coppe Italia) nel 1961, nello stesso anno esordì anche in nazionale, il 24 maggio contro l'Inghilterra all'Olimpico di Roma, subentrando a 35 minuti dal termine, sul risultato di 1-1, a Lorenzo Buffon il quale aveva subìto la rottura del setto nasale. Pur portandosi sul 2-1, l'Italia uscì dal campo battuta e Vavassori fu, suo malgrado, protagonista negativo dell'incontro: subì il pareggio su un tiro innocuo di Hitchens che si lasciò clamorosamente passare sotto le gambe, e non risultò impeccabile neppure sulla rete del definitivo 2-3 di Greaves. Proprio quegli errori, che negarono all'Italia la prima, storica vittoria sugli inglesi, gli preclusero la possibilità di indossare ancora la maglia della nazionale, e convinsero la dirigenza juventina a cederlo per puntare sul più giovane Roberto Anzolin. Trasferitosi al Catania di Carmelo Di Bella, vi rimase per cinque stagioni, tutte in massima categoria. Retrocesso in Serie B al termine del campionato 1965-66, pochi mesi dopo passò al Bologna, all'inizio della sua sesta stagione in Sicilia. Giocò titolare nella formazione rossoblù fino al 1969, quindi una stagione da riserva, l'annata 1970-71 di nuovo da titolare, per poi chiudere con l'attività agonistica al termine della stagione 1971-72, nella quale collezionò le sue ultime 5 presenze in massima serie. Intraprese quindi la carriera di allenatore, guidando soprattutto le squadre giovanili del club felsineo. Morì prematuramente nel 1983, a soli 49 anni, a causa di un cancro al colon. Alla sua memoria è intitolato lo stadio comunale di Rivoli. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960, 1960-1961 Coppa Italia: 3 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 - Bologna: 1969-1970 Competizioni internazionali Coppa di Lega Italo-Inglese: 1 - Bologna: 1970
  17. UMBERTO AGNELLI «La Juventus è un modo di essere, di esprimersi e di emozionarsi, vivere insieme a tanti altri la stessa passione per il calcio. Una passione che ha unito e che unisce persone di condizione sociali e fedi politiche diversissime… A Torino, in Italia e in tutto il mondo». ANTONIO GIRAUDO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 2004 È un momento tristissimo, in cui è molto difficile raccontare le mie emozioni. Umberto Agnelli è stato un personaggio fondamentale nella mia vita, sotto l’aspetto umano e professionale. Con lui ho trascorso giorni indimenticabili, in lui ho sempre visto un punto di riferimento e provo un’immensa gratitudine per la fiducia che ripose in me fin da quando mi chiamò a collaborare con lui. Lavorare con Umberto Agnelli è stato un privilegio che mi ha consentito di imparare moltissimo: il metodo, la costanza, l’applicazione e per certi versi anche la riservatezza. Sono state queste le regole che ho fatto mie e mi sono portato dietro in tutte le esperienze lavorative che ho affrontato. Sul piano umano era una persona straordinaria, con la quale era piacevole e istruttivo confrontarsi. Da lui ho ricevuto tanti aiuti e consigli, ma soprattutto ho sempre avuto la piacevole sensazione di sentirmi protetto. Mi faceva sentire come uno di famiglia ed io ho sempre provato un affetto speciale per lui, sua moglie donna Allegra e i suoi figli Andrea e Anna. Giovanni Alberto, suo primogenito, era per me come un fratello minore. Mi mancheranno le sue telefonate quotidiane e quelle che inevitabilmente, dopo ogni partita, ci portavano a commentare i risultati della “Sua” Juventus. Era profondamente innamorato dei colori bianconeri e proprio per questo il suo entusiasmo era sincero, profondo, contagioso, e le sue critiche puntuali, mirate e costruttive. Abbiamo condiviso e costruito assieme l’entusiasmante progetto della Juventus di questi ultimi dieci anni. È stato vicino a me, a Moggi e a Bettega partecipando in prima persona alle scelte che ci hanno consentito di essere protagonisti e vincenti. E anche la nuova Juventus, che nasce oggi con l’arrivo di Fabio Capello, è il suo capitolo finale di una storia iniziata quando, a soli 22 anni, diventò il più giovane presidente della storia della Juventus. ANGELO CAROLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 2004 È l’ultima ferita sulla quale piangono la famiglia Agnelli, la Fiat e la Juventus. Si è spento Umberto Agnelli, il Dottore. Per noi bianconeri era ed è il Dottore. Dolcezza e rigore. Userei questi sostantivi se dovessi imprigionare il ricordo in una frase. Certo che l’immagine di Umberto Agnelli richiede concetti più estesi, impegnati e impegnativi. A me piace cominciare con due parole, “dolcezza e rigore”. Mi perdoni il lettore se per celebrarne la memoria mi appello a qualche itinerario autobiografico. Ho poco più di 18 anni, è l’inverno del 1956. La Juve gioca a Bologna. In treno l’allenatore Sandro Puppo mi presenta Giampiero Boniperti e ai compagni di squadra con cui avrei debuttato. Vinciamo 1 a 0, perdonatemi se vi ricordo anche questo dettaglio, con un mio gol. Non so da quanti mesi la Juve, che è piuttosto congiunturale, non riesce nell’impresa in trasferta. Siamo tutti felici. Torniamo a Torino, Porta Nuova mi offre una sorpresa inimmaginabile, ben di là dalle mie ardite congetture di giovane sognatore. Non ci sono molti tifosi, mezzanotte è passata da un po’. Mi affaccio al finestrino, al mio fianco sorridono per i flash Bruno Garzena e Karl Praest. Noto sul marciapiede la minuta figura di mio padre e i suoi baffetti curati. Vicino giganteggiano due persone: una è leggendaria, Giampiero Combi, l’altra è già permeata di suggestioni e prestigio, Umberto Agnelli che ha 21 anni. Scendo dal treno e lui mi viene incontro, con il sorriso appena abbozzato, docile e dolce ma volitivo. Tipico di chi vede e legge lontano. Un sorriso mai enfatico. Come la voce. Una voce che pesa le sillabe e non dispensa mai teoremi vacui. La voce di un uomo schivo che rifiuta la pubblicità. Persino la stretta di mano sintetizza vigore e garbo. Così ricevo il saluto di un signore di altri tempi. Prima di stringermi la mano per il commiato mi bisbiglia, inclinando il capo verso il basso: “Ora devi insistere, sei appena all’inizio”. Mi sembra di sognare, di aver scoperto intorno a me un universo disegnato nelle mie notti quiete solo come luminoso tragitto onirico di Chagall. Da quel giorno apprezzo del Dottore la signorilità, lo stile, il rigore operativo, la dedizione al lavoro e la competenza. Sì, la competenza. Perché imbastisce un discorso tecnico con perfetta conoscenza anche del calcio. Ed ha l’invidiabile capacità di circondarsi, progetto dopo progetto, di uomini molto validi. Gli acquisti di Charles e Sivori appartengono alle prime intuizioni di una serie che condurrà all’era di Deschamps, Zidane, Davids, Trezeguet e Nedved tanto per restare nell’ambito straniero. La personalità del giovane Umberto si nasconde dietro un’espressione del viso infantile. L’applicazione e la concretezza sono i suoi tatuaggi. È insomma l’ago magnetico che orienta coloro che lo affiancano. La Juve si arricchisce pertanto di un alone speciale. È difficile non restarne affascinati. L’avvento ufficiale del Dottore nell’orbita juventina risale all’8 novembre del ‘55. Durante l’assemblea dei soci Umberto Agnelli viene eletto commissario, anche se la dicitura su cui discutono i consiglieri più tradizionalisti è quella di reggente. Gli stretti collaboratori sono Mandelli, Cerutti, Giordanetti e Amapane. Il giovane Agnelli, tra un esame e l’altro in facoltà, si presenta ogni giorno in sede e ausculta i palpiti della squadra e della società. Lievita l’abitudine di frequentare il vernissage ferragostano a Villar Perosa, fra esplosioni di bandiere e tifo ad alta fedeltà. Si moltiplicano le frequentazioni nello spogliatoio dopo una partita e a bordo campo durante gli allenamenti. Per incoraggiare, suggerire, analizzare, capire. Il più giovane presidente della storia calcistica italiana ha idee geniali, come quella di seguire le indicazioni di Carletto Levi, il quale gli confessa che il River Plate è in crisi economica e per 180 milioni può vendergli uno dei tre angeli dalla faccia sporca. Sivori passa alla Juve perché “è un affare tecnico ed economico, con lui vinceremo tanto”, questa la filosofia del Dottore. Insieme con Walter Mandelli vola poi in Gran Bretagna e contatta Charles John è in parola con l’Inter. Senonchè Angelo Moratti è invaghito di Vonlanthen e lascia John al Dottore. Germoglia il ciclo di tre scudetti. Il ‘59 è un anno speciale per Umberto Agnelli. Sposa Antonella Piaggio, si laurea in Giurisprudenza ed è eletto presidente della Figc. Il 9 agosto lo nomina l’Assemblea federale con formula plebiscitaria. “Mi manca qualcosa”, confida agli amici. Trattasi dell’11° scudetto, il 10° della dinastia Agnelli. Sorride, è convinto che arriverà presto. E infatti l’impresa si realizza la primavera del ‘60, replicata nel ‘61. Ma questa è un’altra storia che indurrà il Dottore a prendere decisioni irrevocabili. Ascoltate. La Juve comanda la classifica con 40 punti davanti a Milan (37) e Inter (36). In aprile ospita i nerazzurri di Helenio Herrera. Il Comunale è un anfiteatro, un bollitore di emozioni pacifiche. I posti a sedere non sono sufficienti, gli spettatori si accomodano ai bordi del campo. Come è accaduto due stagioni prima al Vomero, dove il Napoli ospita i bianconeri e dove i tifosi dilagano fino ai limiti del campo. Boniperti e C. giocano e perdono 4-3 senza protestare. Invece Helenio Herrera, dopo mezz’ora e col risultato sullo 0 a 0, pretende lo stop del match. L’arbitro Gambarotta si piega alla richiesta. La Juve è fuori di sé! Il giudizio di primo grado assegna a tavolino il 2-0 all’Inter. L’avvocato Vittorio Chiusano, con un colpo di coda legale, evoca la tesi della responsabilità oggettiva che in quel caso non c’è. La sentenza della Caf recita che “il match è da rifare”. La Juve ha già il 12° titolo in tasca e dilaga contro i boys nerazzurri capitanati da Sandrino Mazzola. Il verdetto riporta il sorriso nel Palazzo bianconero, ma il Dottore è troppo preso dalla Fiat e irremovibile, allora si dimette dalla carica federale. Con lo scudetto in bacheca la Juve festeggia. Il Dottore ci invita tutti al Perruquet, il più fascinoso night degli Anni ‘60. Il locale è tutto per noi. La serata è accarezzata dalla voce flautata di Gilbert Becaud. L’anno successivo Umberto conclude il rapporto “presidenziale” con la Signora, ma non il romanzo d’amore. Come il fratello Giovanni, resta l’angelo custode della Juve. Lo sarà fino al 27 maggio del 2004. Gli anni sembrano volare, il Dottore non cambia filosofia. Resta l’esponente pensoso e operoso della coerenza sabauda. Nel ‘64 viene eletto presidente della Fiat France, raddoppia il fatturato e colloca l’azienda al 5° posto nelle importazioni di vetture in Francia. Nel ‘65 è eletto presidente della Piaggio, mentre l’Avvocato nel ‘66 è presidente del gruppo Fiat. Ma c’è dell’altro: Giovanni nel ‘67 assume la presidenza dell’Editrice La Stampa e nel ‘74 quella della Confindustria; Umberto nel ‘70 ricopre la carica di Amministratore delegato della Fiat e nel ‘76 di vice presidente. Nello stesso anno è eletto senatore a Roma, area Dc. E la Juve? Sfuma come un orizzonte autunnale tra le foschie dell’oblio? O resta un obiettivo da raggiungere con appuntamenti occasionali e fuggitivi? No, il Dottore lavora, vigila e dispone. Una sorta di amorevole divinità. La Juve va avanti e non rinuncia ai successi che rastrella con sorprendente stillicidio di cicli. I presidenti, dall’on. Catella a Boniperti, bandiera bianconera, mietono vittorie. Il calcio si converte in meccanismo sempre più complesso. Nel Palazzo juventino viene accolto l’avvocato Luca Cordero di Montezemolo, vicepresidente esecutivo che si muove in maniera impeccabile a Roma ‘90. Casa Juve gli spalanca finestre e prospettive. Non basta però la sua figura carismatica e ipercinetica, ha la ventura di imbattersi in un tecnico simpatico ma inesperto come Maifredi. Per la prima volta l’area Europea si nega alla Juve. Il Dottore è impegnato in ogni angolo del mondo. L’Avvocato decide per il rientro di Boniperti amministratore delegato e Trapattoni tecnico. Per Luca di Montezemolo, manager duttile e poliedrico, si concretizza il ritorno alla Ferrari dove progetta un ciclo sbalorditivo che inorgoglisce e dura tuttora. La Juve ha grinta, ma la portaerei berlusconiana è inaffondabile. Il progetto della Famiglia è immutabile, a Boniperti scade l’accordo triennale. Il Dottore dice che è arrivato il momento di Bettega. L’ex Bobby gol è il neo vicepresidente. Umberto sfoggia un pragmatismo che garantisce continuità attraverso mutamenti graduali e sostanziali. La Famiglia rivisita l’organigramma e il Dottore, è lui che decide tutto, si affida a “menti operative” di altissimo spessore. Il presidente è l’avvocato Vittorio Chiusano ed è affiancato dalla “triade” Roberto Bettega, che eredita da Boniperti una staffetta generazionale, il dottor Antonio Giraudo che si occupa di problemi finanziari in qualità di amministratore delegato, e Luciano Moggi il direttore generale responsabile del mercato che farà parte del Cda. Le loro qualità si miscelano alla perfezione. Il marketing è gestito dall’instancabile Romy Gai. La società è un esempio, una scuola di vita aziendale. Mi piace cioè definire “singolare strabismo operativo” il modo con cui il Dottore rivolge un occhio alla voce “tecnica” e l’altro al “bilancio”. La “new age” si completa con Lippi, toscano aspro e vincente. Il Dottore lo invita a dare alla squadra gioco, successi, serenità e divertimento. Eseguito. Il Dottore si occupa sempre più direttamente della Juve nonostante sia presidente dell’Ifil e amministratore delegato dell’Ifi. L’avvento della “triade” scandisce l’apertura di un altro ciclo fiabesco: 5 scudetti, una Champions League, un’Intercontinentale, una Coppa Italia, 3 Supercoppe Italiane e 2 Europee. Tutto in due fasi interrotte dalla parentesi non fortunata di Ancelotti. Il ‘97 è un anno glorioso, la Juve compie 100 anni. È bello vedere Giovanni e Umberto Agnelli seduti, con Chiusano e Boniperti, sulla panchina dove si radunavano gli studenti D’azeglini per inventarsi il marchio Juventus. Ma è anche un anno sconvolgente per la Famiglia. Il 13 dicembre muore a 33 anni Giovanni Alberto, figlio di Umberto Agnelli e Antonella Piaggio. Il destino è più forte del ragazzo che ha grosse capacità professionali e umane. Il destino ha forze ciniche. Nel 2000 Giovanni Agnelli è eletto membro onorario del Cio, ma in novembre perde il figlio Edoardo che ha 46 anni. Il 24 gennaio del 2003 muore l’Avvocato e l’Italia è in lutto. Il Dottore assume la carica di presidente della Fiat. Muore anche Vittorio Chiusano. Franzo Grande Stevens, legale di enorme prestigio, riceve la fiducia dalla famiglia e si impossessa delle redini juventine. Il Dottore, uomo dai molteplici interessi, è dunque responsabile del Gruppo Fiat, vicepresidente della Fondazione Agnelli, membro del Cda della Danone, Worms & Cie, della Worms & C e della Luiss Guido Carli, membro della Giunta direttiva dell’Assonime. Fa inoltre parte degli International Advisory Board dell’Allianz e della Salomon Smith Barney e dell’European Advisory Board della Schroder Salomon Smith Barney. È Co-presidente dell’Italy Japan Business Group. È inoltre Grand’Ufficiale al merito della Repubblica e Officier della Legione d’Onore Francese, Consigliere Internazionale del “Premium Imperiale”. Ciò nonostante non trascura la passione Juve. L’ultimo exploit in campo imprenditoriale è il risanamento della Fiat. Sedici mesi dopo la morte dell’Avvocato, ecco il dolore e la tristezza per la scomparsa del Dottore. Sulla sua memoria si convoglia la commozione di capi di Stato e Governo, industriali, impiegati e operai, calciatori e tifosi. Una commozione sentita e non retorica perché rivolta a un uomo di valore assoluto. Si va avanti. La Juve cambia il vertice tecnico. Si chiude il ciclo Lippi e si apre l’era Capello, altro trainer vincente. Si va avanti, dicevo. Ma mi è impossibile immaginare nella tribuna del Delle Alpi il posto del Dottore vuoto e pensare che la sua mano “docile e dolce” non stringerà più quella dei campioni in arrivo. In un momento di grande tristezza noi juventini ci sentiamo vicini con affetto a donna Allegra Caracciolo e ai figli Anna e Andrea. Concludo con un sogno, una speranza, che un giorno un giovane Agnelli si presenti alla stazione o all’aeroporto per salutare una vittoria importante della Juve in trasferta. E magari per stringere la mano, con “sorriso dolce e rigoroso”, di un giovanissimo debuttante autore del gol vincente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/12/umberto-agnelli.html
  18. UMBERTO AGNELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Agnelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Losanna (Svizzera) Data di nascita: 01.11.1934 Luogo di morte: Venaria Reale (Torino) Data di morte: 27.05.2004 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1955 al 1962 272 partite - 140 vittorie - 63 pareggi - 69 sconfitte 3 scudetti 2 coppe Italia Umberto Agnelli (Losanna, 1º novembre 1934 – Venaria Reale, 27 maggio 2004) è stato un imprenditore, dirigente sportivo e politico italiano. Biografia Le origini e la formazione Umberto Agnelli nacque il 1º novembre 1934 a Losanna, ultimo dei sette figli di Edoardo Agnelli e di Virginia Bourbon Del Monte, e visse a lungo nella casa di famiglia in corso Oporto 26 (ora corso Matteotti). Rimase orfano del padre, morto in un incidente aereo il 14 luglio 1935, e perse la madre in un incidente automobilistico il 30 novembre 1945, quando aveva undici anni. Ebbe come padrino di battesimo il principe di Piemonte, futuro re d'Italia, Umberto II. Crebbe sotto la tutela del fratello maggiore Gianni, di tredici anni più anziano. Compì il servizio militare presso la Scuola di applicazione di cavalleria di Pinerolo, seguendo una tradizione di famiglia. Si laureò in giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania. La Juventus Football Club e la federazione calcistica Nel 1955, a ventidue anni, fu eletto presidente della Juventus Football Club, divenendo il più giovane dirigente nella storia del club. La sua gestione fu caratterizzata dall'acquisto di calciatori di rilievo come John Charles e Omar Sívori, con i quali la squadra conquistò tre campionati di Serie A e due Coppe Italia tra il 1958 e il 1961. Nel 1959 venne eletto presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, carica che mantenne fino al 1961. Dopo le dimissioni dalla presidenza della Juventus nel 1962, rimase legato al club, tornando in seguito con il ruolo di presidente onorario nel 1994. In questa veste, Umberto Agnelli supervisionò l'insediamento a Torino della nuova Triade dirigenziale formata da Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega. Sotto tale gestione, la Società conquistò cinque titoli di campione d'Italia, una Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane, una UEFA Champions League, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa UEFA e una Coppa Intertoto UEFA; disputò inoltre quattro finali confederali consecutive tra il 1995 e il 1998, la prima in Coppa UEFA e le restanti tre in Champions League. Nel 2015 è stato inserito postumo nella Hall of Fame del calcio italiano. Il primo matrimonio Il 25 novembre 1959 Umberto Agnelli sposò a Pontedera (nella tenuta di Varramista) Antonella Bechi Piaggio, esponente dell'omonima famiglia di industriali. Dal matrimonio nacque un figlio: Giovanni Alberto, destinato a ricoprire ruoli di primo piano nelle aziende di famiglia, ma prematuramente scomparso per malattia. L'unione con Antonella Bechi Piaggio si concluse con il divorzio nei primi anni Settanta. Il secondo matrimonio Nel 1974 Umberto Agnelli sposò a Losanna Allegra Caracciolo Di Castagneto, appartenente al ramo dei principi Caracciolo. Dal matrimonio nacquero due figli: Andrea, nato nel 1975 e che è stato il presidente della Juventus Football Club dal 2010 al 2023, e Anna, nata nel 1977. La sposa era cugina di Marella Caracciolo, moglie di Gianni Agnelli. Curiosamente, Antonella Bechi Piaggio, prima moglie di Umberto Agnelli, si risposò con Uberto Visconti Di Modrone, lontano parente materno di Allegra Caracciolo. L'attività politica e industriale Dal 1970 al 1976 fu l'unico amministratore delegato della FIAT, per poi spartire la carica (in quanto venne eletto senatore della Repubblica italiana nelle file della Democrazia Cristiana) con Cesare Romiti e Carlo De Benedetti (suo vecchio compagno di scuola al San Giuseppe in terza media e quarta e quinta ginnasio, nonché appoggiato anche da Gianni Agnelli, ma che resterà alla FIAT solo per quattro nesi) e abbandonarla del tutto nel 1980 con la sua nomina a vicepresidente (ruolo che manterrà fino al 1993). Parallelamente ricoprì incarichi di rilievo in società del gruppo FIAT e in aziende collegate, tra cui la SAI e la Fiat France. Negli anni Ottanta, assunse anche la presidenza di Fiat Auto, contribuendo alla strategia di espansione internazionale. Alla morte del fratello Gianni, il 24 gennaio 2003, Umberto Agnelli assunse la presidenza della FIAT. Fu ufficialmente nominato il 28 febbraio 2003, in un momento critico per l'azienda, caratterizzato da un debito superiore ai quattro miliardi di euro e dal calo dei titoli azionari. Scelse di concentrare le risorse sul comparto automobilistico, affidando la gestione operativa a Giuseppe Morchio. Determinante fu il suo contributo per l'arrivo in FIAT di Sergio Marchionne, il quale prima assunse la carica di consigliere d’amministrazione e poi quella di amministratore delegato a seguito del decesso dello stesso Umberto Agnelli. Gli ultimi anni e la morte Affetto da un carcinoma polmonare, trascorse gli ultimi mesi assistito dalla moglie e dai figli. La sua ultima apparizione pubblica risale al 26 aprile 2004, in occasione della cerimonia di conferimento ad Allegra Caracciolo di una laurea honoris causa in medicina veterinaria all'Università degli Studi di Torino. Morì nella villa "I Roveri" (situata all'interno del parco naturale La Mandria a Venaria Reale) il 27 maggio 2004. È sepolto nella cappella di famiglia ubicata al cimitero di Villar Perosa. Discendenza Dalla prima moglie, Antonella Bechi Piaggio, ebbe tre figli: due gemelli (Alberto e Enrico), nati nel luglio 1962 e vissuti entrambi per pochissimi giorni; Giovanni Alberto, detto Giovannino, morto di tumore nel 1997. Dalla seconda moglie, Allegra Caracciolo, ebbe un figlio e una figlia: Andrea; Anna. Onorificenze Cavaliere della Legion d'Onore (Francia) — Parigi, 1969 Ufficiale della Legion d'Onore (Francia) — Parigi, 1992 Grande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana — Roma, 2 giugno 1972. Su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Grande cordone dell'Ordine del Sacro Tesoro (Giappone) — Tokio, 1996
  19. GINO RAFFIN https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Raffin Nazione: Italia Luogo di nascita: Gonars (Udine) Data di nascita: 01.06.1936 Luogo di morte: Turate (Como) Data di morte: 02.04.2023 Ruolo: Attaccante Altezza: 188 cm Peso: 84 kg Soprannome: Papussa Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 30.01.1955 - Serie A - Sampdoria-Juventus 5-1 Ultima partita: 20.02.1955 - Serie A - Juventus-Novara 2-1 3 presenze - 1 rete Luigi Raffin – noto come Gino Raffin – (Gonars, 1º giugno 1936 – Turate, 2 aprile 2023) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Finita la carriera sportiva si era stabilito a Palermo. Gino Raffin Gino Raffin con la maglia del Palermo Nazionalità Italia Altezza 188 cm Peso 84 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1969 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Squadre di club 1954-1955 Juventus 3 (1) 1955-1956 Lecco 23 (10) 1956-1959 Biellese 93 (35) 1959-1960 Livorno 30 (12) 1960-1963 Venezia 91 (39) 1963-1964 Brescia 34 (12) 1964-1966 Palermo 27 (4) 1966-1967 Juventina Palermo 30 (6) 1967-1969 Pro Vercelli 37 (7) Carriera da allenatore 1971-1972 Mazara 1972-1973 Potenza 1974-1975 Alatri 1975-1976 Sorrento 1978-1979 Sorrento Caratteristiche tecniche Giocatore Centravanti notevolmente alto e potente per l'epoca e con due grossi piedi, non molto dotato tecnicamente ma provvisto di un buon senso del gol (5 volte oltre le 10 realizzazioni stagionali). Carriera Giocatore Esordisce in Serie A con la maglia della Juventus il 30 gennaio 1955 in Sampdoria-Juventus (5-1). Nel campionato 1954-55 disputa tre incontri coi bianconeri, andando a segno in occasione della vittoria interna sulla Pro Patria. Prosegue la carriera in Serie C con le maglie di Lecco, Biellese e Livorno, per poi passare nel 1960 al Venezia in Serie B. Con 17 reti (vice-capocannoniere del campionato alle spalle dell'alessandrino Giovanni Fanello) trascina i lagunari alla vittoria del campionato cadetto. Coi neroverdi disputa anche due campionati in Serie A: nel primo con 11 reti (fra cui una tripletta al Mantova) contribuisce all'agevole salvezza finale, mentre nel secondo si ripete allo stesso livello, ma la cosa non è sufficiente per evitare la retrocessione. Nel 1963 passa al Brescia, realizzando 12 reti in una stagione che avrebbe visto la promozione delle rondinelle se non fossero state penalizzate di 7 punti. Si trasferisce poi al Palermo, dove resta due stagioni senza riuscire a ripetersi a livello realizzativo (4 reti per lui). Chiude la carriera in Serie D con la Pro Vercelli. In carriera ha totalizzato complessivamente 59 presenze e 23 reti in Serie A e 96 presenze e 33 reti in Serie B. Allenatore Cessata l'attività agonistica ha intrapreso quella di allenatore, guidando fra l'altro il Potenza e il Sorrento in Serie C. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Venezia: 1960-1961
  20. ETTORE MANNUCCI https://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Mannucci Nazione: Italia Luogo di nascita: Pontedera (Pisa) Data di nascita: 03.10.1929 Luogo di morte: Siena Data di morte: 25.11.1993 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 19.09.1954 - Serie A - Pro Patria-Juventus 1-2 Ultima partita: 12.06.1955 - Serie A - Atalanta-Juventus 2-1 15 presenze - 2 reti Ettore Mannucci (Pontedera, 3 ottobre 1929 – Siena, 1993) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Ettore Mannucci Ettore Mannucci con la maglia della Pro Patria Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1964 - giocatore 1978 - allenatore Carriera Squadre di club 1949-1950 Pontedera ? (?) 1950-1954 Pro Patria 76 (21) 1954-1955 Juventus 15 (2) 1958-1959 Siena 32 (6) 1959-1962 Lucchese 70 (38) 1962-1963 Rosignano Solvay 31 (6) 1963-1965 Lucchese 35 (6) Carriera da allenatore 1962-1963 Rosignano Solvay 1965-1966 Akragas 1966-1967 Siracusa 1967-1968 Lucchese 1968-1969 Carrarese 1969-1972 Siena 1974 Pistoiese 1975-1978 Siena Carriera Attaccante forte fisicamente ed abile nel gioco aereo, dopo aver esordito nel Pontedera, squadra della sua città, per il campionato 1950–51 passa alla Pro Patria dove gioca poi tre stagioni in Serie A ed una in B. Segnando rispettivamente 9 reti in 24 presenze e 12 su 32 gare. Il punto più alto della sua carriera fu la Serie A 1954-1955 quando indossò la maglia della Juventus per 15 partite di campionato, segnando due reti. La sua carriera fu però pesantemente compromessa dallo scandalo sorto dalla confessione di Rinaldo Settembrino. Condonata la sua squalifica dopo tre anni di fermo, giocò nel Siena e nella Lucchese. Con la squadra rossonera conquistò la promozione in serie B (1959 - 1960) al termine di un campionato segnato dalla lotta gomito a gomito con il Cagliari e disputò in seguito due campionati nella serie cadetta. Allenò l'Akragas e il Siena, ma anche Siracusa, Lucchese e Pistoiese. Dopo la morte la sua cittadina natale, Pontedera, gli intitolò nel febbraio 2002 il proprio stadio comunale: lo Stadio Ettore Mannucci. Palmarès Giocatore Competizioni regionali Promozione: 1 - Pontedera: 1949-1950 Competizioni nazionali Serie C: 1 - Lucchese: 1960-1961 Allenatore Competizioni nazionali Serie D: 1 - Siena: 1975-1976
  21. HELGE BRONÉE Nato a Nöebölle, in Danimarca, il 28 marzo 1922, arrivò alla Juventus nel 1954, proveniente dalla Roma, oramai trentaduenne; centravanti di tipo particolare, quasi di scuola danubiana, non privilegiò mai la forza rispetto alla tecnica. I suoi piedi erano quelli di un fine dicitore di gioco, i suoi goal furono raramente espressioni di potenza.Quello che Bronée cercava era innanzitutto la bellezza del gesto atletico, la coordinazione nei movimenti, mai disgiunta dalla raffinatezza nel tocco. Un giocatore di classe suprema, un precursore del collettivo, tatticamente indisciplinato, ma è un grandissimo talento naturale.A Torino fu impiegato esclusivamente da interno sinistro: usava il destro solo per camminare, come si suol dire. L’accoppiata Bronée-Præst sulla fascia sinistra, nonostante i due risentissero già del peso degli anni, mandò spesso in visibilio la platea del Comunale; due giocatori complementari l’uno all’altro, due magici protagonisti per un solo tipo di interpretazione del football.Esordì in bianconero il 26 settembre 1954, seconda di campionato, a Torino contro la Lazio: fece impazzire Fuin e Giovannini, marcatori laziali, e segnò due dei quattro goal della vittoria juventina. Si ripeté a Novara la domenica successiva. In quella Juventus alla fine furono undici i suoi goal, capocannoniere al pari di Manente, terzino dal tiro possente, che beneficiò anche dei penalty. Si congedò dai tifosi il 4 giugno 1955; la Juventus sconfisse il Bologna 5-1, con una sua doppietta, come al debutto.In bianconero rimase solamente una stagione, in quanto la sua indisciplina fu regola di vita anche al di fuori dei rettangoli verdi; totalizzerà ventinove presenze e undici goal. Nel campionato successivo va a concludere la sua parentesi italiana nelle file del Novara. Una curiosità: il suo ingaggio era pagato a cachet: un tanto a partita e un bel premio in denaro per ogni rete messa a segno.«Alla Juve arrivo già spremuto – scrive Camin – tutto passa. Al Nancy, in Francia, faceva lo scavezzacollo e continuò a farlo anche nel Palermo, biondissimo e malizioso, piacquero i suoi occhi azzurri che continuavano a guardare al presidente principe Raimondo Lanza di Trabia. Fu un giocatore formidabile. Anticipò il calcio collettivo proprio lui anarchico, facendo la mezzala e il mediano, interdicendo e rifinendo, difendendo e attaccando, con la fascetta bianca al polso sinistro che un dì s’era spezzato, vinceva e perdeva, aveva voglia di battersi o non ne aveva per niente, nemmeno lui sapeva perché, la testa altrove. Si divertiva di più fuori campo ma non sempre. Il suo dramma era il tempo libero». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/helge-bronee.html
  22. HELGE BRONÉE https://it.wikipedia.org/wiki/Helge_Bronée Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Nybölle Data di nascita: 28.03.1922 Luogo di morte: Dronningmölle Data di morte: 03.06.1999 Ruolo: Attaccante/Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Danese Soprannome: - Alla Juventus dal 1954 al 1955 Esordio: 26.09.1954 - Serie A - Juventus-Lazio 4-2 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 29 presenze - 11 reti Helge Christian Bronée (Nybølle, 28 marzo 1922 – Dronningmølle, 3 giugno 1999) è stato un calciatore danese, di ruolo attaccante. Helge Bronée Nazionalità Danimarca Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 Carriera Squadre di club 1940-1948 Østerbro ? (26) 1948-1950 Nancy 46 (22) 1950-1952 Palermo 70 (22) 1952-1954 Roma 51 (12) 1954-1955 Juventus 29 (11) 1955-1956 Novara 27 (10) 1956-???? Rødovre ? (?) 1959 B 93 5 (2) Nazionale 1945-1946 Danimarca 4 (1) Caratteristiche tecniche Era mancino. Aiutava spesso la squadra nella fase difensiva in quanto gradiva partire lontano dalla porta per poi finalizzare. In carriera ricoprì comunque tutti i ruoli eccezion fatta per quello del portiere. Carriera Esplose nella squadra francese del Nancy. Nel 1950 venne ingaggiato, per 40 milioni di lire, dal Palermo del Principe Raimondo Lanza di Trabia, che lo aveva scoperto durante un suo viaggio di piacere a Nancy per la partita Nancy-Grenoble e che volle portarlo a tutti i costi a Palermo. Bronée (a destra) e Carlo Galli, attaccanti della Roma nel 1953. Ben presto entrò in contrasto con l'allenatore dei rosanero Gipo Viani: durante una partita la sua squadra, per difendere il pareggio, si chiuse a catenaccio e lui, non gradendo, si spostò in difesa buttando la palla in autogol. Negli spogliatoi fu poi preso a botte dal suo allenatore. Fuori dal campo aveva un carattere indisciplinato, che ben presto gli causò antipatie all'interno della società; anche per questo giocò in rosanero solamente per due stagioni (1950-1951 e 1951-1952) totalizzando 70 presenze e segnando 22 reti. La sua carriera proseguì nella Roma, ma anche qui il suo carattere rissoso gli creò qualche problema. Dopo un Roma-Inter, fra lui e il suo compagno di squadra Arcadio Venturi sorse un diverbio, culminato con il lancio di una scarpa sulla faccia di un dirigente di riguardo, il dottor Campilli, figlio di un ministro. Bronée venne messo fuori squadra, ponendo così termine alla sua avventura romanista. Nel 1954 approdò alla Juventus, dove rimase una sola stagione totalizzando 29 presenze e 11 reti. Nel campionato successivo andò a concludere la sua carriera italiana nelle file del Novara. In Italia ha totalizzato complessivamente 177 presenze e 55 reti in massima serie. Chiuse la carriera con il B 93. Bronée e Boniperti nel 1954-'55
  23. GEORGE RAYNOR https://it.wikipedia.org/wiki/George_Raynor Nazione: Inghilterra Luogo di nascita: Wombwell Data di nascita: 13.01.1907 Luogo di morte: Buxton Data di morte: 24.11.1985 Ruolo: Direttore Tecnico Altezza: - Peso: - Soprannome: - Direttore Tecnico della Juventus nel 1954 George S. Raynor (Wombwell, 13 gennaio 1907 – Buxton, 24 novembre 1985) è stato un allenatore di calcio e calciatore inglese, di ruolo centrocampista. George Raynor Nazionalità Inghilterra Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1939 - giocatore Carriera Giovanili Elsecar Bible Class Mexborough Athletic Squadre di club 1929-1930 Wombwell ? (?) 1930-1931 Sheffield Utd 1 (0) 1932-1933 Mansfield Town ? (?) 1933-1935 Rotherham Utd ? (?) 1935-1938 Bury ? (?) 1938-1939 Aldershot ? (?) Carriera da allenatore 1943-1945 Iraq 1945-1946 Aldershot Riserve 1946-1954 Svezia 1947-1948 GAIS 1948-1952 AIK 1952-1954 Åtvidaberg 1954 Juventus DT 1954-1955 Lazio 1956 Coventry City 1956-1958 Svezia 1958-1960 Skegness Town 1960 Djurgården 1961-1962 Svezia 1967-1968 Doncaster Palmarès Olimpiadi Oro Londra 1948 Bronzo Helsinki 1952 Mondiali di calcio Bronzo Brasile 1950 Argento Svezia 1958 Carriera Giocatore Centrocampista di contenimento, inizia la sua carriera di calciatore nelle giovanili della squadra dilettante dell'Elsecar Bible Class, per poi militare in altre squadre di serie minori. L'unica esperienza di rilievo la vive tra le file dello Sheffield United, dove però non riesce a imporsi. Appende gli scarpini al chiodo nel 1939, poco prima dell'inizio della Seconda guerra mondiale. Allenatore Raynor in veste di allenatore Le prime gesta nelle vesti di allenatore le muove a Bagdad, durante la guerra, quando allena per due anni la Nazionale irachena; questa sua iniziativa fu punita dal presidente della Football Association, Stanley Rous, il quale costrinse Raynor ad abbandonare il suo lavoro lì per continuarlo nell'Aldershot, dove allenerà la squadra riserve. Nel 1946 passa a ricoprire la carica di commissario tecnico della Nazionale svedese, con la quale riesce a vincere le Olimpiadi di Londra nel 1948. Vivrà ben tre periodi sulla panchina svedese, con il primo che termina nel 1954, dopo aver partecipato al Mondiale 1950, quando guidò la compagine scandinava verso un sorprendente terzo posto nel girone finale. Subito dopo la prima esperienza da CT della Svezia, allena varie squadre del posto, per poi intraprendere avventure in Italia, prima una breve parentesi alla Juventus come direttore tecnico e osservatore e successivamente alla Lazio come allenatore, e in Inghilterra dove guida il Coventry City. Nel 1956 riprende posto sulla panchina della Nazionale svedese, con la quale sfiora una clamorosa vittoria mondiale nel 1958, quando in finale vide la sua formazione andare in vantaggio per poi essere sconfitta per 5-2 dal Brasile di Pelé. Guida la Svezia anche tra il 1961 e il 1962. Chiude la sua carriera di allenatore nel 1968, dopo aver guidato la formazione inglese del Doncaster. Curiosità Nel 1960 ha scritto anche un libro, Football ambassador at large. Palmarès Allenatore Club Coppa di Svezia: 2 - AIK: 1949, 1950 Nazionale Oro olimpico: 1 - Svezia: Londra 1948
  24. MARCELLO GIUSTINIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Giustiniani Nazione: Italia Luogo di nascita: Ancona Data di nascita: 07.09.1901 Luogo di morte: Brescia Data di morte: 15.11.1977 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1954 al 1955 34 partite - 12 vittorie - 13 pareggi - 9 sconfitte Marcello Giustiniani (Ancona, 7 settembre 1901 – Brescia, 15 novembre 1977) è stato un dirigente sportivo italiano, che ricoprì la carica di presidente della Juventus. Storia Marcello Giustiniani era un magistrato con la passione del calcio. Egli ricoprì la carica di presidente della Juventus insieme a Enrico Craveri e Luigi Cravetto, succedendo a Gianni Agnelli, dal 1954 al 1955: I tre cedettero nel 1955 la carica ad Umberto Agnelli.
  25. LUIGI CRAVETTO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cravetto Nazione: Italia Luogo di nascita: Verrés (Aosta) Data di nascita: 03.04.1911 Luogo di morte: Torino Data di morte: 25.06.2002 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1954 al 1955 34 partite - 12 vittorie - 11 pareggi - 9 sconfitte Luigi Cravetto (Verrès, 3 aprile 1911 – Torino, 25 giugno 2002) è stato un avvocato, imprenditore e dirigente sportivo italiano, che ricoprì la carica di presidente della Juventus. Storia Industriale nel campo siderurgico (era comproprietario delle Fonderie di Settimo Torinese), era entrato nel consiglio di amministrazione della Juventus sotto la presidenza di Gianni Agnelli. Alle dimissioni di questo nel settembre 1954 assunse la carica di reggente in triumviro insieme a Enrico Craveri e Marcello Giustiniani per circa un anno, quando si insediò alla presidenza Umberto Agnelli.
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