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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ANTONIO MONTICO Il suo nome – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve del 13 dicembre 2019 – è noto ai tifosi juventini meno giovani e a quelli che amano scandagliare con grande solerzia la storia della società sabauda: quasi fosse una meteora. Eppure ha militato all’ombra della Mole per otto stagioni, inanellando 115 presenze e 27 reti e un palmarès di tutto rispetto (due scudetti e due Coppe Italia).Quando era al massimo del proprio fulgore agonistico, la Juventus navigava in acque procellose, quando perse smalto e finì sistematicamente fra i rincalzi la Signora riprese a dominare il nostro calcio.La carriera di Antonio Montico è una sorta di inno al principio della compensazione: fu uno dei punti di riferimento della Juve dei “puppanti’, quando la classifica dei bianconeri languiva senza soluzione di continuità, apparve sporadicamente in campo quando Madama rinacque e tornò a dettar legge sul calcio italiano, anche grazie all’arruolamento di Omar e Big John. Antonio Montico, a soli 20 anni esordiva in Serie A con la maglia bianconera, essendo nato il 30 dicembre 1932. Si giocava la prima di campionato, era il 13 settembre 1953, la Juve faceva strame della Triestina: 4-1. Il poderoso pordenonese debuttava con i nostri colori nella massima divisione inserito, con la maglia numero 8, in un attacco stellare, animato da Muccinelli, Boniperti, John Hansen e Praest. Cresciuto nella Pro Gorizia e segnalatosi nell’Udinese, la Vecchia lo aveva fatto suo nell’estate appena terminata. L’avventura sabauda di Montico proseguì spedita, impreziosita anche da due presenze azzurre: nel 1955 Foni lo mandò in campo contro l’Ungheria di Puskas e la Germania Ovest di Fritz Walter.Fisico aitante (183 cm x 78 kg), abile a disimpegnarsi da interno o da mediano, era un destro naturale che nel propria valigia da calciatore conteneva sia la vigoria fisica sia una disinvolta tecnica di base, rendendolo eclettico e in grado di rendersi utile nelle varie fasi di una partita. Non era uno che parlava molto, nemmeno quando il suo nome era sulla bocca di tutti e veniva considerato fra i giocatori italiani più bravi e promettenti e le ragazze spasimavano per lui.Nell’estate del 1955 all’ombra della Mole approdò in qualità di tecnico Sandro Puppo, proveniente dal Barcellona. Avesse allenato oggi, lo avrebbero definito “un maestro di calcio”. Puppo lanciava giovani come coriandoli e nutriva un amore particolare per la tattica, della quale era considerato un grande conoscitore: conosceva la difesa a zona, aveva maturato esperienza in tanti club, aveva persino guidato contemporaneamente il Besiktas al successo in campionato e la Turchia ai mondiali svizzeri del 1954. La sua Juve dovette ingoiare anche un nono posto, peggior piazzamento di sempre dei piemontesi nella storia dei tornei a girone unico: i giovani, da soli, non potevano bastare; specie se accostati a stranieri estremamente deludenti. Ma in quegli anni dimessi, cominciarono a farsi luce Mattrel e Stacchini e altri protagonisti del favoloso ciclo bianconero che si dipanò a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Fra i ragazzi non più ragazzini c’erano Emoli e Colombo, c’era anche Montico. Era la prima annata con Umberto Agnelli presidente a tutti gli effetti.La Vecchia, a un certo punto, rimase persino impantanata nella lotta per non retrocedere: Puppo venne accompagnato alla porta il 5 maggio 1957 e rilevato da Baldo Depetrini, juventino buono per tutte le stagioni. Proprio in quell’annata di sofferenze per i sostenitori della Zebra, Montico si illustrava alla grande, facendo anche tuonare il cannone su rigore, spesso e volentieri: a fine campionato, metterà insieme 30 partite contraddistinte da 10 reti, 6 delle quali realizzate dal dischetto, 7 decisive.Nei consuntivi, poteva contare anche la pubblicità delle mutande “Enea”, dove lo si poteva ammirare in coppia con Capitan Boniperti: il binomio juventino si esibiva in giacca e cravatta ma non riuscì, malgrado la notorietà di cui godeva, a far impennare le quotazioni dello sponsor. Non era ancora tempo per prestazioni più ardite del consueto fuori dal campo. I due si tiravano l’elastico dell’indumento intimo saggiandone la consistenza dell’elastico.Nell’estate del 1957 il nostro ha, sulla carta, tutto dalla sua per emergere definitivamente: è ancora nel pieno delle forze, ha la congrua esperienza, è stimolato dal ritorno al proprio miglior standard. Invece, il 1957-58 non si rivelerà come il torneo della sua consacrazione, bensì l’inizio di una rapidissima parabola discendente che lo relegherà ai margini per il resto della carriera. Ai tanti assi assoldati da Umberto, si aggiunge anche un nuovo tecnico, Brocic: lo slavo ha la brillante idea di arretrare Colombo da interno a mediano, dando così vita una coppia di mediani eccezionale, atta a coprire le spalle ai grandissimi della prima linea. Montico, che al suo primo anno torinese dovette subire la concorrenza di Ricagni, questa volta si trovò un concorrente di alto profilo anche nel ruolo di laterale: fra l’altro, uno juventino DOC. Antonio si ritrovò fra i rincalzi in un amen e finì vieppiù nel dimenticatoio soprattutto quando sulla panchina di Madama subentrarono altri trainer.Per l’introverso centrocampista fu dura: era uno che tendeva ad esaltarsi col vento a favore, ma anche a intristirsi di fronte a un’inattesa piega negativa degli eventi. In occasione della vittoriosa campagna che regalò ai bianconeri la prima stella riuscii a raccogliere 14 presenze, ma negli ultimi tre campionati con la maglia della Juve racimolò, complici guai fisici, appena 8 presenze e 1 gol.Nel 1960-61, quando lo Zebrone fece completamente suo il primato nazionale, con noi giocò solo qualche amichevole; era sceso a Bari, in B. La sua stella ormai aveva cessato di brillare, i galletti retrocedettero e lui non riuscì a fornire un apporto decisivo onde evitare ai pugliesi una grande delusione.Rientrò nel capoluogo piemontese per le ultime apparizioni in bianconero, quindi, a soli 30 anni, si ritrovò ad aver chiuso con il calcio ai massimi livelli: spese le ultime energie nell’Anconitana, in Serie C.Antonio Montico, perdente di successo, vincente di riflesso. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2015/10/antonio-montico.html
  2. ANTONIO MONTICO https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Montico Nazione: Italia Luogo di nascita: Valvasone Arzene (Pordenone) Data di nascita: 30.12.1932 Luogo di morte: San Maurizio Canavese (Torino) Data di morte: 27.05.2013 Ruolo: Centrocampista Altezza: 183 cm Peso: 78 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1960 e 1961-1962 Esordio: 01.04.1953 - Serie A - Juventus-Triestina 3-1 Ultima partita: 01.04.1962 - Serie A - Vicenza-Juventus 1-0 115 presenze - 27 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Antonio Montico (Valvasone, 30 dicembre 1932 – 27 maggio 2013) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Antonio Montico Montico alla Juventus nella stagione 1957-1958 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1966 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Giovanili 194?-1950 Pro Gorizia Squadre di club 1950-1951 Pro Gorizia ? (?) 1951-1953 Udinese 9 (3) 1953-1960 Juventus 113 (27) 1960-1961 Bari 9 (1) 1961-1962 Juventus 2 (0) 1962 Toronto Italia ? (?) 1962-1966 Anconitana 89 (0) Nazionale 1955 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1965-1966 Anconitana 1967-1968 Aosta 1970-1971 Aosta 1976-1977 Pro Vercelli 1978-1979 Pro Vercelli Carriera Giocatore Club Cresciuto nella Pro Gorizia, nel 1951 passa all'Udinese, con cui esordisce in Serie A in occasione del pareggio interno contro la Triestina del 30 novembre 1952, concludendo l'annata 1952-1953 con all'attivo 9 presenze e 3 reti, fra cui una doppietta alla SPAL. A fine stagione si trasferisce alla Juventus dove, dopo un primo anno di ambientamento (14 presenze), conquista il posto da titolare a partire dalla stagione 1954-1955, mantenendolo per tre stagioni, riuscendo anche ad andare a segno con una certa continuità (27 reti complessivamente in bianconero). La sua migliore stagione, pur in un'annata infelice per la Juventus che chiude al nono posto, è il 1956-1957, in cui totalizza 30 presenze in campionato e con 10 reti (di cui 6 su calcio di rigore) risulta essere il miglior marcatore dei bianconeri, alla pari con Giorgio Stivanello. A partire dalla stagione 1957-1958 le presenze diminuiscono progressivamente (14 in quell'annata, 3 e una nelle due successive), ma in quelle stagioni Montico conquista, sia pur da rincalzo, due scudetti e due edizioni della Coppa Italia. Nella sessione autunnale del calciomercato del 1960 viene ceduto al Bari, in una stagione chiusa dai pugliesi con la retrocessione in Serie B dopo spareggio con Lecco ed Udinese, per poi rientrare alla Juventus a fine stagione. Disputa con i bianconeri nella stagione 1961-1962 i suoi ultimi due incontri in massima serie. Nel 1962 viene ingaggiato dai canadesi del Toronto Italia, squadra della Eastern Canada Professional Soccer League. Con il club dell'Ontario vince la ECPSL 1962, per poi scendere in Serie C a chiudere la carriera con la maglia dell'Anconitana. In carriera ha totalizzato complessivamente 125 presenze e 29 reti in Serie A. Nazionale Nel 1955 ha collezionato due presenze nella Nazionale maggiore, in occasione di un incontro di Coppa Internazionale contro l'Ungheria e di un'amichevole contro la Germania Ovest. Palmarès Giocatore Campionato italiano: 2 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960 Eastern Canada Professional Soccer League: 1 - Toronto Italia: 1962
  3. ARIEDO GIMONA Nato a Isola d’Istria il primo febbraio 1924, Aredio Gimona era un giocatore strano, ma di indubbio talento. Aveva un viso pallido, due occhi timorosi, un’espressione compunta e vereconda. In una squadra come il Livorno, dal temperamento così lontano dalla natura di abatino di Aredio, il nostro amico scrisse il primo capitolo del suo romanzo di avventure.L’allenatore Magnozzi scoprì nell’ala frivola ed evanescente la stoffa e le attitudini di mediano. E proprio come mediano (aveva ormai ventinove anni) esordì nella Juventus il 18 novembre 1953 a Bologna, dove i bianconeri vinsero per 1-0 con rete di Præst. Gimona rimase due anni alla Juventus e lasciò in tutti un ottimo ricordo, sia come calciatore che come uomo.Con la maglia della Nazionale italiana ha esordito l’11 novembre 1951 nella partita Italia-Svezia 1-1 ed ha preso parte al torneo olimpico del 1952; in totale ha disputo tre partite, segnando altrettante reti (tutte realizzate nell’incontro olimpico Italia-Stati Uniti 8-0). https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/aredio-gimona_26.html
  4. ARIEDO GIMONA https://it.wikipedia.org/wiki/Aredio_Gimona Nazione: Italia Luogo di nascita: Isola d'Istria (ora Slovenia) Data di nascita: 01.02.1924 Luogo di morte: Livorno Data di morte: 11.02.1994 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 04.10.1953 - Serie A - Lazio-Juventus 2-1 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 46 presenze - 1 rete Aredio Gimona (Isola d'Istria, 1º febbraio 1924 – Livorno, 1994) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Aredio Gimona Aredio Gimona con la maglia della Pro Patria Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - calciatore 1970 - allenatore Carriera Squadre di club 1940-1943 Pro Gorizia 76 (29) 1943-1944 Ampelea 14 (8) 1945-1947 Milan 59 (21) 1947-1949 Livorno 71 (6) 1949-1953 Palermo 124 (9) 1953-1955 Juventus 46 (1) 1955-1956 Pro Patria 23 (0) 1956-1958 Livorno 43 (0) 1958-1959 Empoli 15 (0) Nazionale 1951-1952 Italia 3 (3) Carriera da allenatore 1959-1960 Pistoiese 1960-1961 Anconitana 1961-1962 Livorno 1962-1963 Pistoiese 1963-1964 Arezzo 1969-1970 Genoa Caratteristiche tecniche Era un buon palleggiatore, in grado di giocare sia sull'ala sia centrale, preferendo la prima delle due posizioni che gli permetteva di fornire svariati assist. Carriera Giocatore Club Esordì come professionista in Serie C con il Pro Gorizia nel 1940. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale passò al Milan, con cui debuttò in Serie A il 14 ottobre 1945 contro il Genoa. Nel 1949 si trasferì al Palermo, ma nella stagione 1949-1950 venne squalificato a vita per un violento calcio a freddo con cui il 26 febbraio 1950 colpì la gamba destra dell'allora romanista Bruno Pesaola nei minuti finali di un Roma-Palermo in cui c'erano state molte scorrettezze; tale gesto fratturò tibia e perone di Pesaola. La pena sportiva gli fu in seguito commutata in due anni di allontanamento, poi ulteriormente ridotti ad undici mesi; altre fonti riportano un'altra riduzione della pena a 6 mesi in seguito al perdono concesso dall'avversario. Nel 1953 passò alla Juventus, con cui trascorse due stagioni, per poi concludere la sua carriera calcistica con il Pro Patria, il Livorno e l'Empoli. In carriera ha totalizzato complessivamente 285 presenze e 21 reti nella Serie A a girone unico. Nazionale Con la maglia della Nazionale italiana Gimona ha esordito l'11 novembre 1951 nella partita Italia-Svezia 1-1 ed ha preso parte al torneo olimpico del 1952; in totale ha disputato tre partite, segnando altrettante reti, tutte realizzate nell'incontro olimpico Italia-Stati Uniti 8-0, disputato a Tampere il 16 luglio 1952. Allenatore Gimona è stato anche allenatore (guidò il Genoa nella stagione 1969-1970 ma precedentemente aveva allenato la Pistoiese e il Livorno) e fu dirigente sportivo del Livorno. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 2 - Pro Gorizia: 1941-1942, 1942-1943
  5. ALFREDO TRAVIA È il primo isolano a vestire di bianconero. Terzino, da Siracusa, classe 1924, ha fatto carriera nel Como e nella Pro Patria a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, e quando arriva alla Juve trova una squadra solida ancorché in declino rispetto ai trionfi del 1950 e del 1952. Non male per grinta e continuità, fa la riserva di lusso, giocando un po’ a destra e un po’ a sinistra, così mettendo insieme, tra il 1953 e il 1955, ventidue presenze. Viene ceduto all’Alessandria, dove si farà onore. Una curiosità: Travia non poté giocare la partita Juve-Milan disputatasi a Milano il 15 maggio 1955, in quanto fu arrestato il giorno precedente nel suo bar di Torino, per oltraggio a pubblico ufficiale, e tradotto nelle Carceri Nuove. “LA STAMPA”, 15 MAGGIO 1955 Alfredo Travia è uno dei terzini titolari della Juventus. Alto, bruno, ha trentuno anni, è nato a Siracusa. Oggi avrebbe dovuto giocare a Milano contro il Milan: invece i dirigenti della sua squadra l’hanno sostituito, perché ieri a mezzogiorno è stato tratto in arresto per “Oltraggio a pubblico ufficiale durante l’espletamento delle sue funzioni”. Il pubblico ufficiale è il commissario di San Secondo dottor Beccuzzi. Ecco il fatto. La moglie di Alfredo Travia, la signora Bruna Sardo (che attualmente è fuori Torino con il figlio di pochi anni) è proprietaria del Bar Sportivo Travia di Corso Sebastopoli numero 156. Bar moderno, con due locali, uno per la mescita e l’altro con i tavolini e la televisione, e sul marciapiede un piccolo dehors, Si trova quasi sull’angolo di Via Ettore Fieramosca. Funziona come bar da otto mesi e da due mesi lo gestisce Mario Remogna di venticinque anni al cui nome sono state rilasciate le licenze. Per quanto abbiano insistito il Travia e il gerente non sono ancora riusciti ad avere la licenza governativa per la vendita degli alcolici, il cosiddetto bollettone. Pertanto non possono tenere neppure gli aperitivi, ad eccezione di quei pochi che non contengono alcol. Pare che alcuni esercenti vicini abbiano presentato, giorni addietro, un esposto al commissariato di zona protestando, perché al Bar Sportivo non si rispettavano le disposizioni di legge. E ieri il dottor Boccuzzi con un agente si recava sul luogo per un controllo. Era mezzogiorno e un quarto. Il gerente Mario Remogna era al banco, alla cassa la madre Agnese. Due clienti erano seduti ai tavolini nell’interno. Fuori nel dehors si trovava il Travia con alcuni amici. Il commissario ordinò due bevande alcoliche. Il Remogna, un giovanotto biondo, la giacca color cachi, camicia bianca, li servì. Posò i bicchieri e li riempì. Il dottor Boccuzzi e l’agente bevvero, poi il commissario chiese: «Dov’è il listino dei prezzi?». Domanda insolita. Il gerente rimase sorpreso, e indicò un angolo al fondo del locale. «Già, non è sufficientemente visibile – osservò il commissario – le disposizioni dicono che deve essere esposto in modo che tutti lo possano vedere bene». «Ma scusi, lei chi è?». «Sono il commissario di P.S. Lo sapete che non potete vendere gli alcolici? Dov’è la licenza?». «La licenza – rispose il gerente – la licenza… – e diede un’occhiata alla madre – ha ragione signor commissario, non c’è. Ma capirà non siamo soltanto noi a violare la legge. Anche altri lo fanno. Se non si vendono gli aperitivi, perdiamo i clienti». Il dottor Boccuzzi domandò il prezzo della bevanda, si ovviò a pagare alla cassa. Tornò al banco e chiese dov’era il proprietario. «C’è il marito della proprietaria. È lì fuori, se vuole vado a chiamarlo». Cosi entrò in scena Alfredo Travia. Giacca sportiva chiara, a quadretti, calzoni chiari, scarpe marroncino, leggere. Volle intervenire a favore del gerente e disse: «Signor commissario, via, non faccia il pignolo». La frase incriminata è questa: lo affermano i testimoni, è scritta nel rapporto che ieri pomeriggio è stato inviato alla Procura della Repubblica Il dottor Boccuzzi ritenne che le parole e il tono rappresentassero un oltraggio alla sua persona e intimò: «La dichiaro in arresto». Poco dopo Alfredo Travia fu condotto in commissariato, quindi tradotto alle Nuove. Sotto il banco vennero sequestrati tutti gli aperitivi alcolici. Stamane per interrogare il detenuto si reca in carcere il sostituto procuratore della Repubblica dottor Ribet. Rientra nelle sue facoltà, concedergli la libertà provvisoria o rinviarlo a giudizio del pretore in stato di detenzione con procedura direttissima. Se il Travia risulta incensurato è probabile che venga scarcerato. Poiché il giocatore è nato a Siracusa occorrerebbero almeno due o tre giorni per avere il suo certificato penale: pertanto il sostituto dottor Ribet gli domanderà se non ha riportato condanne in questi ultimi cinque anni, ammonendolo che sarà processato anche per falso se le sue dichiarazioni risulteranno inesatte. Il reato di oltraggio comporta una pena che va da un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni. Anche se stamane dovesse uscire dalle Nuove, Alfredo Travia non giocherà, perché difficilmente potrebbe raggiungere in tempo Milano. Del resto dopo una notte in carcere non si troverebbe nelle condizioni fisiche e di spirito più idonee per un buon rendimento in gara. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/alfredo-travia.html
  6. ALFREDO TRAVIA https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Travia Nazione: Italia Luogo di nascita: Siracusa Data di nascita: 22.02.1924 Luogo di morte: Albenga (Savona) Data di morte: 17.10.2000 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 27.09.1953 - Serie A - Juventus-Fiorentina 0-0 Ultima partita: 19.06.1955 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-2 22 presenze - 0 reti Alfredo Travia (Siracusa, 22 febbraio 1924 – Albenga, 17 ottobre 2000) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Alfredo Travia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1946-1947 Arsenale Taranto 27 (0) 1947-1951 Como 137 (1) 1951-1953 Pro Patria 69 (1) 1953-1955 Juventus 22 (0) 1955-1956 Alessandria 22 (0) Carriera Disputa le prime stagione da professionista in Serie B, prima con l'Arsenale di Taranto e quindi con il Como, partecipando nella stagione 1948-1949 alla prima storica promozione dei lariani in Serie A. Esordisce quindi in massima serie nella stagione successiva, disputando due campionati da titolare con il Como, conclusi con un sesto e un ottavo posto. Nel 1951 si trasferisce alla Pro Patria, con cui disputa altre due stagioni in massima serie, la seconda delle quali conclusa con la retrocessione in B, per poi essere acquistato, nel 1953, dalla Juventus. Nella prima stagione a Torino è utilizzato prevalentemente come rincalzo difensivo (4 presenze complessive), mentre nell'annata 1954-1955 le presenze salgono a 18. Nella partita Juve-Milan disputatasi a Milano il 15 maggio 1955, Travia dovette essere sostituito in quanto fu arrestato il giorno precedente nel suo bar di Torino, per oltraggio a pubblico ufficiale, e tradotto nelle carceri Nuove. A fine stagione viene ceduto all'Alessandria, con cui disputa il campionato di Serie B 1955-1956, ultimo suo torneo ad alto livello. In carriera ha totalizzato complessivamente 156 presenze in Serie A, con all'attivo una rete nel pareggio esterno contro la Fiorentina nella stagione 1952-1953, e 121 presenze in Serie B. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Como: 1948-1949
  7. ELIO ANGELINI https://it.wikipedia.org/wiki/Elio_Angelini Nazione: Italia Luogo di nascita: Ravenna Data di nascita: 27.09.1926 Ruolo: Portiere Altezza: 179 cm Peso: 75 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1953 al 1955 Esordio: 11.10.1953 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-0 Ultima partita: 17.04.1955 - Serie A - Juventus-Udinese 1-1 11 presenze - 10 reti subite Elio Angelini (Ravenna, 27 settembre 1926) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Elio Angelini Elio Angelini con la maglia del Palermo Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1958 Carriera Squadre di club 1945-1948 Edera Ravenna 68 (-90) 1948-1949 Baracca Lugo ? (-?) 1949-1950 Ravenna 28 (-24) 1950-1951 Udinese 9 (-?) 1951-1952 → Legnano 7 (-13) 1952-1953 Udinese 3 (-?) 1953-1955 Juventus 11 (-10) 1955-1958 Palermo 63 (-21+) Carriera Elio Angelini Tra il 1945 e il 1950 vive esperienze con Ravenna e Baracca Lugo in Serie C. Ha esordito in Serie A con la maglia dell'Udinese il 1º marzo 1951 in Novara-Udinese (2-0). Ha giocato in massima serie anche con le maglie di Legnano (in prestito dall'Udinese), Juventus e Palermo. Oggi, ultranovantenne, vive a Ravenna, presso una casa di riposo.
  8. ALDO OLIVIERI «Nel ‘53 mi chiama l’avvocato Gianni Agnelli nel suo studio. Mi fa: “Quanto vuole per allenare la Juventus?”. Io ci penso un attimo e gli rispondo: “Sa, avvocato, adesso guadagno 60.000 lire, avrei piacere di guadagnarne 80.000”. Lui obietta, arrota la erre e mi risponde: “Veda, Olivieri, io con 30.000 lire trovo un ingegnere che mi fa un’auto nuova”. Allora, gli dico: “Avvocato prenda un ingegnere e lo metta sulla panchina della Juve”. Prese me». VLADIMIRO CAMINITI Di questa Juve grande piena di sogno e di realtà che sfracella gli avversari a suon di gol, con i danesi, ex dilettanti, professional con birra e voglia di non castigarsi troppo, che ha soggiogato la fortuna anche con l’arte oratoria dei suoi signorili dirigenti – Monateri e Cerruti, gli ex fuoriclasse Combi e Rosetta – nel 1953 diventa allenatore succedendo a Sarosi («Il Toscanini del calcio» lo definiva la moglie), l’allenatore del giorno, vale a dire Olivieri. Non si era ancora visto un portiere così allenato a volare come un saltimbanco e coraggioso come un guerriero greco. Veronese era costui, con certi occhiacci randagi in perenne ricerca, quasi nevrotico. Si era preso a Verona nel 1933 una botta in testa quasi mortale per una uscita tra i piedi del centrattacco Grega del Padova, lanciato sul gol. Erbstein, ungaro umano e colto, lo aveva ricostruito fisicamente e psicologicamente. Era nato così il portiere 24 volte azzurro d’Italia (l’Italia vera seppur retorica di Pozzo), campione del mondo a Parigi. Ma come allenatore, ci si poteva chiedere, che allenatore era? Sotto la sua guida l’Udinese stava in A, vi era approdata navigando dalla C. E Olivieri aveva preso dal maestro umanista che avrebbe forgiato il grande Torino e con i suoi allievi sarebbe bruciato a Superga, le suggestioni e l’imperio del comando, credendo nel calcio preparato sul campo e sulla lavagna ma anche e specialmente dentro il cuore. Coi capelli precocemente imbiancati il quarantunenne ex portiere dal profilo grifagno venne a Torino per cancellare, era il suo proposito, il ricordo di ogni allenatore che Madama avesse avuto. Fu un duro impatto con la realtà di una società e di un ambiente dove all’allenatore si dava ben poco spazio, a partire dai giocatori importanti che ne maldicevano in sede e proseguendo con gli stessi dirigenti che avevano l’aria di beatificare innanzitutto la loro generosità che consentiva a quegli stravaganti di poter mettersi in mostra alla guida di quei fenomeni. E inoltre l’avvocato Agnelli ascoltava soltanto Rosetta e Combi. Tante cose erano mutate e ancor mutavano in Italia con la ricerca del benessere a tutti i costi che il presentatore Mike Bongiorno, juventino, con il suo quiz a premi «Lascia o raddoppia?» avrebbe presto garantito a quei cittadini nozionisticamente di grossa tempra e un po’ mattocchi. La pretesa di arricchimento fulminante era soddisfatta dal Totocalcio a quelli nati con la camicia. Non c’era da meravigliarsi se gli stessi protagonisti del pallone assimilassero smanie o manie, Olivieri era alquanto superstizioso, la sua Juve comunque partì bene, ma al primo confronto con l’Inter non andò oltre il pareggio: 2-2. E al ritorno andò anche peggio, i rodomonte bianconeri incapparono in una domenica di luna storta e ne beccarono sei, a zero, ma Oppezzo non era Piccinini, Bertuccelli e Manente si logoravano, Ferrario non ebbe molta assistenza da Gimona, Muccinelli non ce la fece contro Giacomazzi e Giovannini bloccò Boniperti. Pretendere che Ricagni e John Hansen facessero spola era troppo anche da un grifagno condottiero come Olivieri. Pure, l’Inter non superava tecnicamente la Juve, ma tatticamente e agonisticamente sì, per la continuità e la volitività dell’impegno. Praest e Hansen non ammettevano le tragedie per una sconfitta e si divertivano anche senza vincere. Per il campionato ‘54-’55 la preparazione condotta da Olivieri fu erbsteiniana, al massimo ispirata. Fu preso a cachet Bronèe, ma il sogno era svanito, succedevano cose chiarissime per l’avvocato Agnelli grande amatore del calcio spettacolo. Il Milan era meglio, era più forte in fuoriclasse. Ne parlava a Giordanetti e agli altri amici del consiglio: «Noi siamo pieni di brocchi, abbiamo soltanto Praest logoro e Boniperti. Vogliono lor signori tener conto che il Milan dispone di Liedholm, Nordhal e di quell’asso strabiliante di Schiaffino?» Avrà avuto ragione quanto a fuoriclasse, ma una società non è difesa soltanto da loro. E gli scudetti si difendono col costume e la serietà dell’organizzazione di base. Che venne messa in discussione da uno sciopero minacciato dai giocatori prima di una partita con l’Inter per un premio non pagato, sciopero che fu scongiurato molta forza dialettica. Si era spezzata l’armonia antica della società e ne erano responsabili tutti i dirigenti. Olivieri aveva fallito il suo compito. Le tentò tutte. Accettò di collaborare con il tecnico inglese Raynor e poi di lasciarsi consigliare da Viri Rosetta. Ma dovette dimettersi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/aldo-olivieri.html
  9. ALDO OLIVIERI https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Olivieri Nazione: Italia Luogo di nascita: San Michele Extra (Verona) Data di nascita: 02.10.1910 Luogo di morte: Camaiore (Lucca) Data di morte: 05.04.2001 Ruolo: Allenatore (ex-portiere) Altezza: 178 cm Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Gatto Magico Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1953 al 1955 68 panchine - 32 vittorie - 23 pareggi - 13 sconfitte Aldo Olivieri (San Michele Extra, 2 ottobre 1910 – Camaiore, 5 aprile 2001) è stato un allenatore di calcio, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo portiere. Campione del mondo nel 1938 con la Nazionale Italiana. È considerato uno dei migliori portieri italiani di sempre. Aldo Olivieri Nazionalità Italia Altezza 178 cm Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1943 - giocatore 1968 - allenatore Carriera Giovanili Audace SME Squadre di club 1929-1934 Verona 96 (−?) 1933-1934 Padova 8 (−?) 1934-1938 Lucchese 120 (−?) 1938-1942 Torino 81 (−?) 1942-1943 Brescia 34 (−30) Nazionale 1936-1940 Italia 24 (−28) Carriera da allenatore 1945-1946 Viareggio 1946-1947 Lucchese 1947-1948 Viareggio 1948-1950 Udinese 1950-1952 Inter 1952-1953 Udinese 1953-1955 Juventus 1955-1956 Lucchese 1956-1957 Pistoiese 1957-1959 Triestina 1959-1960 Verona 1963-1966 Casertana 1967-1968 Casertana Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Olivieri era noto per il coraggio nelle uscite e per la spettacolarità degli interventi, uno stile che gli valse il soprannome di Gatto Magico. Carriera Giocatore Club Esordì nella stagione 1929-30 nel Verona in Serie B, passando al Padova nel 1933-34. L'esordio in Serie A avvenne il 10 settembre 1933 in Padova-Torino 1-0. Tuttavia giocò soltanto otto gare, poiché durante un'azione di gioco, un'uscita spericolata su un attaccante (Andrea Gregar) gli causò la frattura del cranio che, come ebbe a dichiarare, per tutta la vita gli procurerà forti emicranie e lo renderà curiosamente sensibile ai cambi di clima. Dopo appena un anno di convalescenza e contro il parere dei medici, Olivieri andò a giocare nella Lucchese nella serie cadetta, riuscendo a conquistare una promozione in Serie A con la squadra toscana, dove rimase 4 stagioni e dove si fece notare dal CT della Nazionale Vittorio Pozzo. Poi, nella stagione 1938-39 arriva al Torino, chiamato da Egri Erbstein, che lo aveva allenato già a Lucca. Nella squadra granata Olivieri giocò quattro campionati per un totale di 113 partite, prima di passare al Brescia dove chiuse la carriera in Serie B nella stagione 1942-43, giocando 32 partite. Nazionale Debuttò in Nazionale il 15 novembre 1936 nella gara con la Germania pareggiata 2-2 e giocò 24 partite (più 3 con la Nazionale B). Fu il portiere titolare della Nazionale italiana campione del mondo nel 1938 in Francia, sotto la guida di Vittorio Pozzo. Avrebbe dovuto essere il portiere di riserva, ma l'infortunio di Carlo Ceresoli lo portò a essere titolare. È ricordato in particolare per un'ottima parata che salvò il risultato durante la prima partita contro la Norvegia: l'attaccante Knut Brynildsen si presentò solo davanti a lui e fece un gran tiro, che Olivieri riuscì a deviare con le dita. La palla toccò l'incrocio dei pali e finì in calcio d'angolo. La parata fu così buona che il norvegese si avvicinò a Olivieri e gli strinse la mano. Il 26 ottobre 1938 divenne il primo portiere italiano ad essere convocato per un match FIFA World XI, difendendo la porta di una selezione europea in un'amichevole contro l'Inghilterra: con lui scesero in campo Alfredo Foni, Pietro Rava, Michele Andreolo e Silvio Piola. Allenatore Olivieri (in piedi, primo da sinistra) in veste di allenatore dell'Inter nella stagione 1951-1952 Nel dopoguerra intraprese la carriera di allenatore, partendo dal Viareggio e ottenendo poi tre promozioni in Serie A con la Lucchese, con l'Udinese che grazie ad Olivieri passò dalla Serie C alla Serie A in meno di due anni, e con la U.S. Triestina. L'Udinese, infatti nel campionato 1949-50 arrivò seconda, con sessanta punti, dietro al Napoli. Olivieri in quel periodo viveva a Udine in un elegante appartamento messo a disposizione dal Vicepresidente del club, Raimondo Mulinaris, industriale del settore alimentare (proprietario di un importante pastificio) nella centrale via Cussignacco. In seguitò ottenne buoni risultati sulle panchine, tra le altre, di Inter e Juventus; nel 1956 fu sospeso per un anno, per aver trattato trasferimenti di giocatori, attività all'epoca proibita agli allenatori. Sul finire della carriera allenò per quattro stagioni la Casertana, prima di diventarne direttore sportivo nella stagione 1968-1969, conclusasi con la mancata vittoria del campionato di Serie C per una penalizzazione e il conseguente scoppio della "Rivolta del pallone". Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie B: 1 - Lucchese Libertas: 1935-1936 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Allenatore Competizioni nazionali Serie B: 2 - Lucchese Libertas: 1946-1947 - Triestina: 1957-1958 Serie C: 1 - Udinese: 1948-1949
  10. GUIDO DEL GROSSO https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Del_Grosso Nazione: Italia Luogo di nascita: Borgo Val di Taro (Parma) Data di nascita: 08.07.1935 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1952 al 1954 e 1956-1957 Esordio: 15.03.1953 - Serie A - Torino-Juventus 0-1 Ultima partita: 18.04.1954 - Serie A - Juventus-Spal 3-1 7 presenze - 1 rete Guido Del Grosso (Borgo Val di Taro, 8 luglio 1935) è un ex calciatore italiano, di ruolo mezzala. Guido Del Grosso Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Carriera Squadre di club 1950-1951 Borgotarese 18 (5) 1951-1952 Fidenza ? (?) 1952-1954 Juventus 7 (1) 1954-1955 → Monza ? (?) 1956-1957 Juventus 0 (0) 1957-1958 Anconitana 30 (2) 1958-1960 Pordenone 69 (11) 1960-1961 Cagliari 20 (1) 1961-1964 Pordenone 92 (9) Carriera da allenatore 1987-1988 Triestina (Giovanili) Carriera Calciatore Esordì quindicenne nella Borgotarese, nel campionato di Prima Divisione 1950-1951, totalizzando 18 presenze e 5 reti, e passò poi al Fidenza e alle giovanili della Juventus. Fece il suo esordio con i bianconeri contro il Torino nel Derby della Mole il 15 marzo 1953, in una vittoria per 1-0. La sua ultima partita fu contro la SPAL il 18 aprile 1954, in una vittoria per 3-1. In due stagioni bianconere collezionò 7 presenze ed una rete. Successivamente all'esperienza juventina, passò in prestito al Monza, dove fu frenato da un'infiammazione polmonare che lo tenne fermo per tutta la stagione successiva. Nel 1957 fu ceduto all'Anconitana, e quindi al Pordenone e al Cagliari. Allenatore Del Grosso è stato allenatore delle giovanili della Triestina. Nel campionato 1966-'67 passò ad allenare le squadre del settore giovanile del Pordenone. Si distinse subito per le sue capacità tecniche e soprattutto per quelle umane. In oltre 10 anni di attività, ha scoperto tanti talenti, tra cui Fulvio Fellet e Sergio Vriz, che sono arrivati a giocare in Serie A.(Da "1920-1996 Pordenone Calcio La storia dei Ramarri" di Dario Perosa - Edizioni Biblioteca dell'Immagine")
  11. RICCARDO CARAPELLESE Gli bastavano, quando era in vena, il suggerimento di un mediano, il lancio di un terzino, una qualsiasi situazione tattica favorevole, per farlo diventare un cavallo grigio della squadra, cioè un destriero di pelo insolito che gli scommettitori avveduti degli ippodromi non trascurano mai, pena le conseguenze amare della sorpresa. Sorprendente e inatteso era il modo con il quale Carappa era solito impostare la sua azione, prettamente individuale. Uncinava il cuoio con uno stop sicuro ed efficace; in un baleno valutava la situazione, misurava la distanza e contava gli avversari. La sua manovra non obbediva mai a regole fisse, a schemi didattici; nasceva, viveva e si concludeva al puro stato di invenzione e proprio per questo risultava irripetibile e imprevedibile. Se qualcuno avesse avuto modo di seguire e marcare con il gesso sull’erba il percorso dell’azione di Carapellese, si sarebbe trovato una varietà di disegni, di tracciati e di ghirigori. Il tiro finale, per lo più irresistibile, anche se talora viziato dall’errore di mira, era la risultante di una miscela di serpentine e di guizzi, di andate e di ritorni, di rettilinei e di svolte, di imbrogli e di burle. La partita, per tutto il tempo della durata dell’azione di Carapellese, si arrestava e si bloccava, quasi estasiata a osservarla e diventava esclusivamente sua. Il potere di suggestione che Riccardo sapeva esercitare sui compagni e sulla folla era tale che il gol, quando arrivava, esplodeva in un grandissimo abbraccio e acclamazione. Nella Juventus 1952-53 (l’unica in bianconero) Carapellese ebbe compagni illustri: Boniperti, Parola, Muccinelli, Mari, Corradi, Viola, John Hansen e Præst. Giocò all’ala sinistra e sulla fascia destra, ora al posto di Præst, ora con la maglia di Muccinelli; lo sperimentarono anche come centrattacco, sostituendo Vivolo. Si trovò tra i campioni in senso assoluto, ma non sfigurò mai; anzi, la presenza di tanti fuoriclasse lo esaltò al punto di risultare sempre tra i migliori in campo. Terminata la carriera diventò allenatore dei ragazzi; lasciò a loro il ricordo di un uomo che amava stare insieme ai giovani, a insegnare come vivere questo sport, fuori e dentro il campo. Un maestro di vita, che amava dare senza chiedere. VLADIMIRO CAMINITI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 20 GENNAIO 1982 Come raccontare Carapelle se fuori dagli schemi di quegli anni rissosi e incredibili in cui giocava? Come poterlo configurare diversamente da un mattocchio capace di ergersi protagonista, come succedeva a Muccinelli ma ancora di più, per via di regole di vita più stringate perfino in quei giorni? Carapellese detto «Carappa». Oppure «La serpentina». Uno mette un disco datato novembre 1947 e lo fa girare. Il Paese di cui si parla non c’è più o forse non è mai esistito. Il Paese? Una repubblica; in cui regnano i pedatori detti ciclisti, Coppi che ha vinto il Giro d’Italia alla faccia di Bartali e di tutti i bartaliani e che è un tipo ossuto un po’ rancoroso, non si sa mai cosa pensa, ma pensa tanto e si vede; poi tutti gli altri, Ginettaccio, Ferdy Kubler, Luison Bobet, Giancarlo Astrua, Jean Robic, Geminiani, eccetera eccetera. Il ciclismo invade il Paese con i raggi delle ruote, l’Italia non ha più l’Istria, una parte dello Isonzo, è nato il territorio libero di Trieste. Pablo Picasso ha 66 anni, Manolete muore nell’Arena di Linares, da un anno Vittorio Emanuele III e sua moglie Elena sono in esilio in Egitto. Ma com’è quest’Italia in cui si vive? La squadra del Torino domina il campionato di calcio, «Carappa» gioca nel Milan. Nel Torino è nato come un calciatore. Ha venticinque anni, un fisico più smilzo che magro, due piedi estremamente volitivi, ben nutriti di «muro». Il Torino lo aveva ceduto allo Spezia nel ‘42, giorni di guerra. Poi al Casale nel ‘44. Al Vigevano, torneo lombardo, nel ‘45. Al Como, subito dopo. Al Novara nel ‘46. Il Milan lo aveva accolto come uno dei suoi. «Carappa» è un dribblomane ma di più un coraggioso. Se la forza fisica lo tiene, viene avanti dribblando. Il suo dribbling è vibratile, barocco. Il Milan in cui gioca è una squadra nemmeno troppo robusta. È elegante. Nel derby del 2 novembre ha vinto per 3-2 con un primo tempo che le serpentine di «Carappa» hanno riscaldato. Rosetti, Cerri, Piccardi, Bonomi, Foglia, Tognon, Degano, Annovazzi, Puricelli, Raccis, Carapellese. L’Internazionale con Franzosi, Marchi, Campatelli, Fattori, Arezzi, Achilli, Fiumi, Nadini, Lorenzi, Fiorini, Zapirain. Nessuna delle due illustri società ha ritrovato la strada dopo gli sconquassi della guerra, ma il Milan ha qualcosa di più, un gioco più fiondante, un andare meno estroso. Ha la forza di Tognon, il lancio di Annovazzi, la tecnica del Raccis che si sfinisce giocando, la fantasia di Carapellese, barocca come la sua terra di Puglia. Il Commissario Unico della Nazionale è Vittorio Pozzo. Bisognerebbe che si adattasse per primo lui ai tempi cambiati ma non si adatta. Egli ha fatto nell’anteguerra quello che ha voluto e come ha voluto. Ha fatto il giornalista mentre faceva il Commissario. Il 13 dicembre 1931 la Nazionale aveva battuto al campo di Corso Marsiglia a Torino stipato da oltre quarantamila persone – migliaia erano spiovute attorno al prato – l’Ungheria di Sarosi per 3-2. La vittoria era arrivata in extremis. «Uno degli azzurri – scrisse Pozzo – è venuto avanti e ha mollato un gran tiro che il portiere ungherese non è riuscito a intuire». In sostanza, Pozzo non fa il nome appositamente dell’azzurro che ha deciso, con uno sprazzo personalissimo, la partita. Perché? Ma perché quest’azzurro è Cesarini detto «Ce’», gran mattoide, tipo anarchico, ragazzo che piatisce ma non zittisce, un ragazzotto riccioluto, quasi rosso, che gioca da solo ma non si tira mai indietro. Cesarini al 91°, quando già si credeva finita in pareggio la partita, con una gomitata gettava da parte un compagno e mollava questo tiro da posizione estremamente difficile che fruttava il gol e la nascita della così detta «zona Cesarini». Una cosa importante, ma per il momento non si coglie. Pozzo non vuole scrivere che c’è stata scorrettezza del marcatore. Il gol lo accetta a nome della squadra, ma si guarda bene nel suo lunghissimo servizio di citare il nome di Cesarini. E così andava il giornalismo di quei giorni, ci lamentiamo noi. Pozzo faceva la squadra, la disfaceva, ne faceva il critico non citando nemmeno il goleador. Giudichi il lettore. 9 novembre 1947: la Nazionale di Pozzo va a morire a Vienna. L’Austria le infligge, in una gara amichevole, la bontà di cinque pere. Ho piantata in testa la radiocronaca di Carosio a quel match. «Carapellese, serpentina, niente, niente da fare, oggi non gli riesce... Pomeriggio di nevischio e foschia, gran vento. La visibilità è scarsa. AI 23’ avanza Koerner, tiro, gol. Sentimenti IV si è fatto sorprendere. L’Austria raddoppia. Da lontano ancora da lontano. E triplica». Sentenza di Carosio: «Sentimenti IV non ci vede». Racconta Parola: «La Juventus si è preoccupata delle diagnosi giornalistiche a proposito del suo portiere. Tornati dall’Austria, ci ha portati tutti dall’oculista. È risultato che Sentimenti IV era tra quelli che ci vedevano meglio. Alcuni insospettabili sono risultati afflitti da miopia. Quanto a Sentimenti IV, a Napoli, la domenica successiva ha parato tutto. È finita 0-0 per merito suo e “La giornalaccio rosa dello Sport” ha titolato: Sentimenti IV ferma il Napoli». Ma andiamo insieme al «Wiener Stadion», Prater. Il meriggio nasce nel gelido vento, l’Austria di E.Bauer schiera Zeman, Pawuza, Happel, Brinek, Ocwirk, Joksch, Bichler, Hahnemann, Wagner, Stojaspal, Korner. Pozzo replica con questa Italia: Sentimenti IV della Juventus, Ballarin e Maroso del Torino, Malinverni del Modena, Parola della Juventus, Campatelli dell’Inter, Biavati del Bologna, Piola del Novara, Boniperti della Juventus, Mazzola del Torino, Carapellese del Milan. Due gli esordienti: Boniperti e Carapellese. Boniperti è apparso nella Juventus con uno stile sorridente. È abile nel goleare, è arguto nel vivere. È figlio di podestà novarese. Carapellese è Pugliese di Cerignola, è un semplice se mai ce ne furono. La Nazionale casca e stramazza ai piedi dell’Austria. Per Pozzo e per la stampa la colpa è di Sentimenti IV. Non ci vede. Ci rimette il posto. Per tornare in porta dovrà aspettare tre anni. Non fu colpa sua. Fu superficialità di Carosio. Fu giornalismo che anticipava quello degli Anni Sessanta e Settanta. Cerca un colpevole per spiegare tutto. Il colpevole poi c’era sì ma era quasi irraggiungibile. Era l’alpino Pozzo. Aveva mandato in campo un mosaico di squadra assurdamente concepita. Aveva improvvisato lui per primo. Lui per primo era stato castigato. Carapellese è inamovibile. Il suo stile piace, il gioco arremba da posizioni mediane, va a cercare e snidare i terzini, li sorpassa in virtù della serpentina, inchioda i portieri col tiro sgattaiolante. Ma cosa è questa serpentina? E cosa ha «Carappa» da essere preferito al pur bravo tecnico e audace Ossola? Sedici partite in Nazionale e dieci gol. Dieci gol alla Carapellese. I gol che può segnare solo Carapellese. Perché solo lui? Prendiamo il 3-1 di Bari, nella sua terra, tra gli applausi e i baci dei pugliesi, nella fulgida vittoria di quel grande Torino sulla Cecoslovacchia, si incastona il gol razziante di «Carappa». Arriva alla ripresa, dopo il gol di Gabetto. È il gol stupendo e stupefacente del 3-0. A pochi spiccioli dalla fine Riha mitigherà la disfatta. Prendiamo soprattutto il 3-1 di Parigi, 4 aprile del 1948, «Stade de Colombes», Italia 3 Francia 1; è lui che al 31’ entra nella tana francese, snida Marche, lo scarta in velocità, spiana con una finta il portiere Domingo e insacca. Italia 1 Francia 0. È solo l’inizio. Bacigalupo, Ballarin, Eliani, Annovazzi, Rigamonti, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Carapellese. La squadra si è assestata sul blocco del Torino. I tempi sono quelli che sono. Non sempre Pozzo è capito. La Francia è in un momento di calcio alluvionale. I suoi spiriti sono dispersi. La guerra non è passata ancora nel cuore della gente. La Nazionale di Francia è più sparpagliata che mai: Domingo, Grillon, Marche, Guissard, Jonquet, Prouff, Alpsteg, Heisserer, Baratte, Ben Barek, Vaast. È una nazionale... di colore, il nostro «Carappa» la sbaraglia. Quanta Italia occorre per fare una Nazionale di calcio? Me lo chiedevo in quei giorni, ero adolescente e soffrivo nelle vene ogni sconfitta della Nazionale. Quello 0-4 con l’Inghilterra fu dolorosissimo. Ma perché Pozzo non riusciva più a fare la sua nazionale? Perché i giocatori non lo capivano più? Cosa era intervenuto a rendere inutile il suo impegno? Era cambiato il Paese. Nessuna dittatura era più possibile. I calciatori si sentivano professionisti prima che azzurri. Vi era tra essi però ancora il sopravvissuto come Carapellese detto «Carappa», di Cerignola in quel di Foggia, venuto su col calcio, innamorato della palla in modo disperato, barocco, glorioso di quell’amore. La palla, il gioco del calcio: tutto, per lui. Per lui come per tanti mocciosi meridionali, al punto da prendere il treno ancora ragazzi e andare a vivere soli, staccati da tutti, l’avventura pazzesca del calcio professionistico. Carappa era del Torino, che poi lo aveva scartato. Quei grandi lo trovavano meno grande. Ma il Torino andò a schiantarsi in una vampata sulla gelida Basilica di Superga e Novo lo fece tornare a casa. «Carappa» Tornò a Torino tremando. Li aveva nel cuore i suoi amici: Mazzola, Grezar, Ossola. Ma bisognava farsi forza, il Torino andava a ricostituirsi tra le lacrime di Ferruccio Novo; con grossi giocatori: Moro, Bersia, Cuscela, Depetrini, Nay, Macchi, Frizzi, Santos, Marchetto, Tubaro, Carapellese. L’allenatore era Bisogno. Campionato a venti, Bari e Venezia retrocedevano, Torino sesto. Non sarebbero tornati mai più quei giorni guerreggianti, con l’Italia in estasi per la maglia granata? Capocannoniere granata fu Beniamino Santos dal destro tonante con 27 gol, secondo dei granata ad andare più agevolmente in gol Carappa, con 14 in 35 partite. Ancora la sua carriera era lunga. Avrebbe giocato con Giorgio Sarosi, lo splendido maestro, nella Juventus, infine nel Genoa. La sua fu la stagione dei grandi irripetibili portieri, inconcepibile, come succede oggi, un portiere terzino, un portiere marcantonio, tutti portieri che svolazzavano come colombi. Scherzi a parte, portieri come Franzosi, Moro, Sentimenti IV, Casari, Costagliola, Corghi, Masci, Griffanti, cito a memoria, ero ragazzo, come era dolce quel calcio cui Carapellese detto «Carappa» donava i suoi guizzi, le sue azioni palla al piede, attaccava la sua barocca serpentina. Carapellese fu il giocatore che dribblò i nostri affanni, i pensieri dell’orrido passato, la paura. Tornammo a vivere con quelli come lui. Era un’ala. Volava con noi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/riccardo-carapellese.html
  12. RICCARDO CARAPELLESE https://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Carapellese Nazione: Italia Luogo di nascita: Cerignola (Foggia) Data di nascita: 01.07.1922 Luogo di morte: Rapallo (Genova) Data di morte: 20.10.1995 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 65 kg Nazionale Italiano Soprannome: Carappa Alla Juventus dal 1952 al 1953 Esordio: 14.09.1952 - Serie A - Palermo-Juventus 1-1 Ultima partita: 03.05.1953 - Serie A - Roma-Juventus 3-0 17 presenze - 9 reti Riccardo Carapellese (Cerignola, 1º luglio 1922 – Rapallo, 20 ottobre 1995) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Riccardo Carapellese Carapellese in Nazionale nel 1956 Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1962 - giocatore 1973 - allenatore Carriera Giovanili 1930-1934 Caligaris 1934-1936 Torino 1936-1937 Saluggia 1937-1938 Barcanova 1938-1939 Torino Squadre di club 1939-1940 Magnadyne 15 (1) 1940-1942 Torino 0 (0) 1942-1943 Spezia 19 (3) 1943-1944 Casale 17 (3) 1944-1945 Vigevano 13 (5) 1945-1946 Como 19 (3) 1946 Novara 0 (0) 1946-1949 Milan 106 (52) 1949-1952 Torino 98 (28) 1952-1953 Juventus 17 (9) 1953-1957 Genoa 94 (22) 1957-1959 Catania 30 (9) 1961-1962 Ternana 3 (0) Nazionale 1947-1956 Italia 16 (10) Carriera da allenatore 1957 Catania 1959-1960 Finale 1960-1961 Sammargheritese 1961-1964 Ternana 1965 Salernitana 1972-1973 Savoia 1973-1974 Martina Carriera Giocatore Club Carapellese capitano del Torino Cresciuto nelle giovanili del Torino, iniziò la sua carriera agonistica in Serie B nel 1942-43 con i bianconeri dello Spezia; nell'anomalo campionato di guerra del 1944 vestì la maglia del Casale, mentre nell'immediato dopoguerra passò dal Vigevano al Como e disputò la Coppa Alta Italia tra le file del Novara, giungendo con i piemontesi alla finale, poi persa contro il Bologna. Chiuso dai campioni del Grande Torino, arrivò in Serie A vestendo la maglia del Milan, con cui rimase fino al 1949 entrando anche nel giro della Nazionale; dopo la tragedia di Superga fu richiamato al Torino, succedendo nella stagione 1949-50 a Valentino Mazzola come capitano, sia dei granata, sia della Nazionale. Nel 1952 rimase a Torino, passando sulla sponda bianconera: con la Juventus giocò un'unica stagione, da sostituto di Præst, di Muccinelli o di Vivolo. Passò poi al Genoa, rimanendovi quattro stagioni. Carapellese (accosciato, ultimo da sinistra) capitano del Genoa nella stagione 1956-1957 Dopo due stagioni con il Catania nel campionato cadetto, interruppe di fatto la carriera agonistica, salvo un breve ripensamento nell'annata 1961-1962 come giocatore-allenatore per la Ternana. Nazionale Con la nazionale italiana, guidata da Vittorio Pozzo e capitanata da Silvio Piola, debuttò come sostituto di Pietro Ferraris, che aveva chiuso il suo ciclo con la maglia azzurra, il 9 novembre del 1947 contro l'Austria, perdendo 1 a 5 ma segnando l'unico gol. Dal 22 maggio 1949 ne diventò anche il capitano, e con Ferruccio Novo partecipò al campionato del mondo 1950, segnando 2 reti nelle partite contro la Svezia e il Paraguay. Dopo la rassegna iridata e fino al 1956 vestì poi la maglia azzurra solo per tre volte, per un totale di 16 presenze e 10 reti. Fu per 57 anni l'ultimo genoano a segnare con gli azzurri in Italia-Francia del 12 febbraio 1956 terminata 2-0 fino al gol di Alberto Gilardino del 6 settembre 2013. Dopo il ritiro Divenne allenatore nel 1959 del Finale Ligure e l'anno successivo della Sammargheritese. Nel dicembre 1961 si sedette sulla panchina della Ternana, scendendo però in campo in tre occasioni, e guidò la squadra dalla Serie D alla Serie C nel torneo 1963-1964, riportando i rossoverdi in una categoria dal quale mancavano da quattordici anni. Costretto in miseria negli ultimi anni di vita, debilitato dalla malattia di Alzheimer e segnato dalla tragica morte della figlia Daniela, vittima dell'eroina, a partire dal 1990 usufruì della legge Bacchelli. Palmarès Allenatore Campionato italiano Serie D: 1 - Ternana: 1963-1964 (girone D)
  13. UMBERTO PINARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Pinardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Parma Data di nascita: 22.05.1928 Ruolo: Difensore/Mediano Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1952 al 1954 Esordio: 11.10.1953 - Serie A - Juventus-Sampdoria 1-0 Ultima partita: 07.03.1954 - Serie A - Juventus-Torino 0-0 12 presenze - 1 rete Umberto Pinardi (Parma, 22 maggio 1928) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo mediano o difensore. Umberto Pinardi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, difensore) Termine carriera 1961 - giocatore 1984 - allenatore Carriera Squadre di club 1947-1949 Gallaratese ? (?) 1949-1952 Como 93 (7) 1952-1954 Juventus 12 (1) 1954-1956 Udinese 46 (7) 1956-1959 Lazio 61 (1) 1959-1960 Udinese 27 (2) 1960-1961 Como 21 (1) Carriera da allenatore 1962-1964 Massese 1964-1966 Pisa 1967-1968 Udinese 1968-1969 Massese 1969-1970 Ternana 1970-1972 Massese 1972-1973 Palermo 1974-1975 Brescia 1976 SPAL 1976-1977 Modena 1981 Taranto 1984 Cavese Carriera Giocatore Cresciuto calcisticamente nella società milanese della Scarioni, da giocatore esordisce in Serie B, nel girone A (allora la seconda serie nazionale di calcio era divisa in tre gironi) con la Gallaratese, nel 1947-1948. La squadra però, al termine, retrocede venendo assorbita in Serie C col 10º posto, in seguito al ritorno della cadetteria a girone unico. Rimane ancora con i biancoblù e ottiene il 7º posto in terza serie. Viene poi ingaggiato in Serie A dal Como, nel 1949-1950, esordendo a Genova il 16 ottobre nella partita Genoa-Como (3-1). Nei tre anni al Como ricopre il ruolo di terzino e/o di centro-mediano e si fa notare per le buone prestazioni e per un ottimo tiro su punizione. In massima categoria ha disputato 210 partite e realizzato 16 reti, vestendo anche le maglie di Juventus e Udinese (con cui vince un campionato di Serie B nel 1955-1956). Se con la “Vecchia Signora” gioca poco (12 partite soltanto e da subentrante), pur riuscendo a segnare una rete in un Triestina-Juve terminato 2-2, a Udine la sua figura di giocatore non passa inosservata nell'Udinese del biennio 1954-56: qui diventa calcisticamente un centro - sostegno o centro-mediano, di raccordo fra difesa e centrocampo. Oggi potremmo paragonarlo a un libero. Gioca in coppia con Magli e costruisce insieme a lui e agli altri suoi compagni una cintura di centrocampo e difesa, che porta la squadra friulana a un passo dalla storia: il secondo posto del 1954-1955. Come caratteristiche principali Umberto Pinardi aveva la capacità di marcare a uomo (nel celebre 3-2 di Udinese-Milan del 01 maggio 1955 creò difficoltà a Nordhal) e poi era dotato di un ottimo tiro. Con l'Udinese in tutto ha segnato 7 rigori in carriera. Come uomo e come giocatore era un professionista molto serio, amato dal pubblico e perfetto nell'applicarsi tatticamente. In quella stagione Umberto Pinardi risulta essere uno dei migliori dell'undici titolare. L'anno dopo segue i friulani in B, dopo l'illecito sportivo e anche in quell'annata gioca come leader in campo e contribuisce all'immediata promozione in A. Poi si trasferisce alla Lazio (con la matricola romana vince una Coppa Italia nel 1958, la prima in assoluto del club). Poi l'anno dopo torna a giocare con l'Udinese del 1959-1960, sempre perché Giuseppe Bigogno lo richiama e disputa un buon campionato, sempre nel ruolo di centro-mediano, segnando 2 rigori in 27 partite. In tutto con la squadra friulana gioca 73 partite e segna 9 goal. Chiude poi la carriera in Serie B ritornando a Como. In tutto ha giocato 214 partite, ha segnato 16 goal. Ha realizzato 5 rigori sui 6 calciati in carriera. In casa ha segnato 11 goal, di cui 3 rigori e in trasferta 5, di cui altri 3 con penalty. È stato espulso due volte in tutte le sue presenze da titolare o subentrante. In tutta la sua carriera ha vinto 82 partite, ne ha pareggiate 64 e perse 68. Oggi è l'ex giocatore più longevo dei protagonisti dell'Udinese del 1954-55. Allenatore Gli inizi in Serie D Incomincia la carriera d'allenatore nella Massese in Serie D, allenandola per due anni dal 1962 al 1964 e ottenendo prima un sesto posto e poi un secondo posto. La spola tra la Serie C e la Serie B Nel biennio successivo è chiamato alla guida del Pisa, in Serie C, con cui vince il proprio girone venendo promosso in Serie B il primo anno e raggiungendo la salvezza la stagione seguente. Nel 1967-1968 ritorna in Serie C all'Udinese (ritornando anche a Udine dopo l'esperienza da giocatore), con Direttore tecnico Giuseppe Bigogno, stagione non semplice, tanto che viene esonerato. Come allenatore era un uomo molto severo, ferreo ed estremamente diligente. Imponeva ai giocatori una vita devota al campo e alla squadra. Così presto il rapporto con la squadra si incrina. Nonostante i risultati più che buoni (al momento dell'esonero la squadra era seconda), il presidente Dino Bruseschi lo sostituisce con Luigi Comuzzi. L'anno dopo torna alla Massese, sempre in terza serie, e arriva sino al 2º piazzamento finale in classifica. Nel 1969-1970 in Serie B siede sulla panchina della Ternana e porta la squadra umbra al 7º piazzamento finale in campionato. Successivamente, per la terza volta, torna alla Massese, in cadetteria, per due anni: nel primo caso, con la formazione toscana, non riesce ad evitare la retrocessione, mentre al secondo caso ottiene nuovamente un 5º posto. In Serie A con il Palermo Nel campionato di Serie A 1972-1973 (massima categoria in quel momento per Pinardi nella sua carriera da tecnico) è al Palermo, neopromosso; viene esonerato dopo un pessimo avvio di torneo nel girone di ritorno, sebbene, di fatto, il club aveva concluso un girone d'andata che la vedeva virtualmente salva; alla fine la compagine retrocederà. Ritorno in Serie B Allena poi, sempre in Serie B, con Brescia, SPAL, Modena, Taranto e Cavese, dove in quest'ultima squadra conclude il suo incarico di allenatore. In particolare, quando ha allenato a Brescia, l'8 marzo 1973 fece esordire il futuro giocatore dell'Inter Evaristo Beccalossi. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Udinese: 1955-1956 Coppa Italia: 1 - Lazio: 1958 Allenatore Competizioni nazionali Serie C: 1 - Pisa: 1964-1965
  14. BRUNO GARZENA «Volto e fisico da guerriero mitologico distinguevano Bruno Garzena – scrive Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – altro ragazzo della Juve, detto il Falco di Venaria. Del paesino sull’orlo di Torino in cui era nato portava le stimmate e, con orgoglio, se ne faceva vanto. Sembrava costruito in acciaio il coriaceo terzino. Protetto dalla linea del fuori, gambe divaricate e braccia pure, saltellava sulla punta dei piedi, sempre pronto a contrastare l’avversario. Ad azzannare se necessario, a picchiare anche, se era il caso. Ma alcune volte non gli riusciva di tenersi controllato e magari “si smontava”, come si dice in gergo. Passato il momento, schiuma alla bocca, si riprendeva e tornava a giostrare concentrato, senza più sbavature».«Bruno Garzena è stato l’archetipo del terzino – ammette Boniperti – se devo dire che cosa è un terzino non posso non parlare di Bruno».«Sono all’Oratorio della Speranza a Torino un giorno – racconta – è l’una e mezza, vado a cercare i miei compagni e trovo il deserto. Dove sono andati? “Sono in prova alla Juve”, mi dice il custode. Che cosa faccio? Salto sulla bicicletta, il nostro attrezzo preferito dopo il pallone, e vado a provare anch’io. Abitavo con i miei genitori in Corso Vercelli, avevamo un negozio di frutta e verdura in Via Rondissone. Sì, lo so, stavo dall’altra parte della città. Ma venire in bicicletta fino in Piazza d’Armi, dove all’epoca ci si allenava, era un gioco. Non tenevo nemmeno le mani sul manubrio e avevo una scarpa diversa dall’altra, tanto per far capire come sono cambiati i tempi. Per me, le scarpe sono sempre state un’afflizione con i piedi che mi ritrovo. Le spaccavo in continuazione e, siccome non succedeva mai che ne rompessi due insieme, quella sana la utilizzavo lo stesso e sostituivo solo quella rotta. Dovevo fare i conti con mia madre, a cui non piaceva che distruggessi scarpe in serie. Eravamo appena usciti dalla Guerra Mondiale. Ma torniamo al provino. Sono tornato un po’ di volte e, dopo tre o quattro mesi, mi hanno fatto firmare la famosa cartolina verde, allora simbolo di un legame. Legame di cui vado fiero, perché continuo a essere innamorato della Juve».Esordisce nella Juventus nel 1952, ha diciannove anni: «Carver è il nostro allenatore. Ci sono ancora Viola, Manente, Mari, Muccinelli, Parola, Præst, John Hansen e, ovviamente, Boniperti. Lo squadrone che vinse due fantastici scudetti! Anche se, quell’anno, lo scudetto passò all’Inter di Ghezzi, Nyers, Lorenzo, Armano e Skoglund. Noi secondi a due punti, una miseria. Esordisco proprio contro la squadra di Alfredo Foni, un tattico pignolo e preparatissimo. Presi il posto di Bertuccelli, che non stava bene. C’era anche Vivolo, grande talento, però rincalzo in quella Juve di grandi firme. Vincemmo 2-1. Io marcavo Nyers. Mi ricordo un dettaglio, non so fino a che punto bene augurante: dopo un quarto d’ora, minacciavo già l’ungherese con le torture più terribili di questo mondo. Era una specie di training autogeno. Anche i neroazzurri erano formidabili: in attacco avevano Armano, Wilkes, Lorenzi, Skoglund e Nyers. Eppure, vincemmo noi».Gioca anche con Boniperti, Charles e Sivori: «Credo che quell’attacco se decideva di spingere e fare goal ci riusciva. Il risultato dipendeva solo da quanti goal beccavamo, perché farne non era un problema. Non esisteva tattica, giocavamo uno contro uno, duelli epici, e il nostro schema era dare la palla a John, Omar e Giampiero. Il football dei miei tempi era molto romantico, più divertente e noi ci sentivamo come degli artisti. Era fatto di personaggi mitologici. Mi ricordo che quando andavo al circolo e arrivavano i vari Rosetta, Combi, Depetrini, i fratelli Varglien, mi alzavo in piedi e li salutavo con rispetto e venerazione. Orsi e Cesarini vivevano in una casa col maggiordomo, avevano una collezione di Borsalino da far invidia a chiunque. Piccinini accumulava giacche e camice, ne aveva più di cento. Oggi è tutto completamente diverso, io potevo camminare tranquillamente per la strada e, spesso, non venivo nemmeno riconosciuto».Sono 185 le presenze in bianconero, senza segnare, però, nemmeno una rete: «La cosa non mi ha mai creato nessun problema. Anche perché, a quei tempi, ben difficilmente chi giocava in difesa poteva avventurarsi in avanti alla ricerca del goal. E poi, per me, l’importante era impedire al mio avversario diretto di segnare; quello era il mio compito. Personalmente, pur di giocare, avrei rinunciato anche all’ingaggio. Potevo giocare indifferentemente sia terzino desto che sinistro, ma il mio sogno era quello di fare il centromediano. Ero molto veloce e bravo nello stacco aereo, saltavo quasi un metro e ottanta. Broćić, vedendomi saltare, disse che dove arriva il falco non arriva nessuno. Da lì, nacque il mio soprannome».Volto e fisico da guerriero mitologico, sembrava costruito in acciaio; caparbio, astuto e intelligente. «Ho avuto la fortuna, o la sfortuna di incontrare praticamente tutti i più forti giocatori dell’epoca: mi riferisco ai vari Di Stéfano, Schiaffino, Pelé, Garrincha, Matthews, Ghiggia, Cszibor e Hamrin. Ma quello che, forse, mi ha dato i maggiori problemi è stato Julinho, fenomenale campione del brasiliano. A qualunque velocità andasse e qualunque fosse il modo di dribblare scelto nella circostanza, il pallone si staccava dai suoi piedi al massimo una ventina di centimetri. Impossibile toglierla al suo controllo. Era fantastico, un po’ malato di nostalgia per il Brasile, fatto abbastanza normale per chi è abituato a vivere a Rio de Janeiro oppure a Bahia. Forse, era superiore a Garrincha. E penso che fosse più bravo di lui solo Matthews, che io ho incontrato in un’amichevole quando, però, aveva già più di quarant’anni. E allora, non c’erano raddoppi di marcature, né si usava il libero, dovevi sbrigartela da solo. I miei duelli con Ghiggia sono passati alla storia. In verità, è nata un pochino di letteratura sull’episodio, forse i giornali hanno esagerato. Era una partita contro la Roma che io volli giocare a tutti i costi, nonostante avessi la febbre. Le gambe non mi reggevano più di tanto, io stringevo i denti e Ghiggia mi dribblava, mi aspettava e mi dribblava di nuovo. Non ho mai capito quell’atteggiamento. Lui era un’ala straordinaria, che ti faceva secco anche se stavi bene. Ma quel giorno non ho capito l’insistenza nel saltarmi, aspettarmi e passarmi di nuovo, palla al piede, sotto il naso. Mi avrà dribblato cento volte, però la partita la vincemmo noi 3-0 e Ghiggia non segnò. Mi legai al dito quella bravata e, negli anni a venire, gli ho fatto passare la voglia di fare il furbo e non proprio con le buone. Si sa, a me piaceva il gioco fondamentalmente maschio, ma mai esasperato e privo di una certa etica. Ero un giocatore grintoso, spesso mandavo fuori dal campo sia la palla che il calciatore, ma non entravo mai per fare male. C’è un episodio curioso legato a Julinho: in un Juventus-Fiorentina, l’avvocato Agnelli, venuto apposta allo stadio ad ammirare il brasiliano, appena saputo che lo avrei marcato io, mi chiese di non maltrattarlo troppo e di lasciarlo giocare con libertà. Cosa che, ovviamente, non feci».ANGELO CAROLI, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS”Anche se non appartiene alla specie dei falconidi, non ha artigli, becco arcuato e non vola ad alte quote, è chiamato Falco di Venaria. È Bruno Garzena, calciatore della Juventus a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta. Bruno nasce a Venaria, nel 1933, e si sviluppa calcisticamente nella Juventus, dove approda giovanissimo. Sono anni ruggenti, pieni di sogni e di ambizioni. È una Juventus giovane, e c’è spazio per tutti. Bruno Garzena arriva agli allenamenti in bicicletta, è ricco di entusiasmo e di vigore atletico. Dotato di un fisico eccezionale e di volontà ferrea, in poco tempo si fa strada nel difficile mondo della Serie A. Il lancio avviene dopo un’annata in prestito trascorsa da protagonista nelle file dell’Alessandria. Nella Juventus dei “puppanti”, Bruno conferma le proprie capacità di combattente, per ribadirle anche in epoca successiva, con la conquista degli scudetti 1957-58 e 1959-60, ai tempi di Boniperti, Charles e Sivori. Caparbio autodidatta, astuto e intelligente, è capace di gestire se stesso come un manager fa con la propria azienda. Già in età giovane pensa a come investire i guadagni. A diciotto anni ha la maturità di un anziano padrone di fabbrica. Come calciatore è terzino rapido e grintoso; fa parte anche della Nazionale e della rappresentativa militare. E nasce il nome di Falco di Venaria, che ricorda il paese (appena fuori della cintura di Torino) dove è nato, e che mette a fuoco le caratteristiche di gioco e di temperamento. Quando appende le scarpe al chiodo entra negli affari e sa costruire per sé e per la famiglia un futuro tranquillo e agiato, grazie all’impegno continuo e al senso degli investimenti, che non gli viene mai a mancare. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/bruno-garzena.html
  15. BRUNO GARZENA https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Garzena Nazione: Italia Luogo di nascita: Venaria Reale (Torino) Data di nascita: 02.02.1933 Luogo di morte: Torino Data di morte: 30.07.2024 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 79 cm Nazionale Italiano Soprannome: Falco di Venaria Alla Juventus dal 1952-1953, dal 1954 al 1960 e 1961-1962 Esordio: 10.05.1953 - Serie A - Juventus-Inter 2-1 Ultima partita: 31.05.1962 - Coppa Italia - Spal-Juventus 4-1 186 presenze - 0 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Bruno Garzena (Venaria Reale, 2 febbraio 1933 – Torino, 30 luglio 2024) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Bruno Garzena Garzena alla Juventus tra gli anni 1950 e 1960 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 79 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1966 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1952-1953 Juventus 1 (0) 1953-1954 Alessandria 23 (0) 1954-1960 Juventus 149 (0) 1960-1961 → Lanerossi Vicenza 31 (1) 1961-1962 Juventus 36 (0) 1962-1963 Modena 20 (0) 1963-1964 Napoli 30 (0) 1964-1966 Ivrea 16 (0) Nazionale 1958 Italia 1 (0) Carriera Terzino, crebbe nelle giovanili della Juventus; dopo una stagione all'Alessandria, in Serie B, entrò a far parte della prima squadra bianconera, vestendone la maglia per sei stagioni consecutive e vincendo con i torinesi due scudetti e due Coppe Italia. Il 23 marzo 1958 esordì in nazionale maggiore, a Vienna, in una gara di Coppa Internazionale contro l'Austria; quella rimase l'unica sua presenza in maglia azzurra. Nel 1960 fu temporaneamente ingaggiato in prestito dal Lanerossi Vicenza, facendo ritorno alla Juventus nella stagione 1961-1962. Successivamente vestì le maglie di Modena e Napoli, concludendo la carriera all'Ivrea. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1957-1958, 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960
  16. GYÖRGY SÁROSI La Juve 1951-52 non ha più l’inglese Carver in panchina. Allenatore è adesso l’ungherese György Sárosi, classe 1912, già grande campione nel Ferencváros e nella Nazionale ungherese, con cui ha sfiorato il titolo mondiale nel 1938 a Parigi, soccombendo in finale contro l’Italia di Pozzo.Sárosi si è fatto le ossa come tecnico a Bari: è meno innovativo di Carver ed è più in sintonia con i suoi giocatori. La squadra base non cambia: Viola; Bertuccelli e Manente; Mari, Parola e Piccinini; Muccinelli, Karl Hansen, Boniperti, John Hansen e Præst.Una curiosità: Sárosi, attardato da problemi burocratici, prende in mano la Juve il 2 dicembre 1951, giorno del derby e del debutto della panchina (prima, agli allenatori, non era concesso di seguire il gioco da bordo campo).«Un po’ troppo didattico e signore – tiene a precisare Remo Giordanetti – si pensi che sua moglie al telefono mi diceva: “Ma sa che mio marito è il Toscanini del calcio?”. Una volta le risposi: “Ma noi non siamo alla Scala, signora!”».Aggiunge Boniperti: «Era un gentiluomo e un tecnico di prim’ordine. Egli insegnava uno stile proprio, ma era uno stile che si può imitare e tramandare. Era quanto di meglio si ricorda del classico stile danubiano».Un attacco stellare (98 reti) e una difesa ermetica consegnano agli uomini di Sárosi il titolo, con 7 punti di vantaggio sul Milan. Nella stagione successiva, causa qualche stop di troppo, il titolo sfuma a favore dell’Inter, 2 punti davanti ai bianconeri.Il giro d’Italia continuò con destinazione Genova dove si guadagna un’ottima reputazione nella ricerca e nel lancio di giovani leve. In seguito allenerà, senza grandi risultati, anche Roma, Bologna e Brescia prima di terminare la sua carriera in Svizzera col Lugano.Trascorre serenamente la sua vecchiaia a Genova, dove muore il 20 giugno 1993, pochi giorni dopo il fratello Béla, deceduto a Saragozza.A lungo dimenticato in Ungheria sotto il regime comunista, essendo emigrato nel 1948 per ragioni politiche, la sua figura è stata riscoperta e oggi è ricordato come uno dei più grandi calciatori del suo Paese. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/gyorgy-sarosi.html
  17. GYÖRGY SÁROSI https://it.wikipedia.org/wiki/György_Sárosi Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 16.12.1912 Luogo di morte: Genova Data di morte: 20.06.1993 Ruolo: Allenatore Altezza: 186 cm Peso: - Nazionale Ungherese Soprannome: - Allenatore della Juventus dal 1951 al 1953 61 panchine - 36 vittorie - 15 pareggi - 10 sconfitte 1 scudetto György Sárosi, noto in Italia anche con il nome italianizzato Giorgio Sarosi (Budapest, 16 settembre 1912 – Genova, 20 giugno 1993), è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese, di ruolo attaccante. Vicecampione del mondo con la nazionale ungherese nel 1938. Occupa l'89ª posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer. Era il fratello maggiore di Béla Sárosi e di László Sárosi (1913), nuotatore e giocatore di pallanuoto. György Sárosi Sárosi nel 1931 Nazionalità Ungheria Altezza 186 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1948 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Squadre di club 1930-1948 Ferencváros 382 (351) Nazionale 1931-1943 Ungheria 62 (42) Carriera da allenatore 1948-1950 Bari 1950 Lucchese 1951 Lucchese 1951-1953 Juventus 1953-1955 Genoa 1955-1956 Roma 1957-1958 Bologna 1959 Roma 1960 Brescia 1962-1963 Lugano 1969-1974 Gruppo C Palmarès Mondiali di calcio Argento Francia 1938 Biografia Nato da padre ungherese di origine croata (cognome originario Stefancsics) e da madre italiana, passò la giovinezza a Budapest dove iniziò anche a studiare giurisprudenza. Caratteristiche tecniche Giocatore Era un centravanti con un'ottima media realizzativa. Carriera Giocatore Club Inizialmente Sárosi giocò in varie posizioni nel Ferencvárosi TC e nella nazionale ungherese. Pur essendo essenzialmente un attaccante, poteva giocare anche come difensore centrale. Vinse con il Ferencvárosi TC cinque campionati tra il 1932 e il 1941, oltre alla Coppa dell'Europa Centrale 1937, quando, sotto una pioggia battente, segnò da capitano 3 gol nella vittoria della squadra contro la Lazio per 5-4. Nazionale Ha giocato in totale 62 partite con la nazionale magiara segnando 42 gol, dall'esordio il 21 maggio 1931 a Belgrado contro la Jugoslavia; tra le sue gare in nazionale va ricordata la partita di Coppa Internazionale del 19 settembre 1937 a Budapest contro la Cecoslovacchia, vinta dagli ungheresi per 8–3, quando in 51 minuti, tra il 34' e l'85', segnò 7 reti. La sua ultima partita in nazionale fu da lui disputata il 7 novembre 1943, ancora a Belgrado, contro la rappresentativa della Svezia. Ai Mondiali ha segnato 6 gol in totale, di cui 1 nell'edizione del 1934 e 5 in quella del 1938 con la fascia di capitano della nazionale ungherese, compreso quello segnato nella finale contro l'Italia, persa per 2-4. Avendo realizzato un gol anche negli ottavi, nei quarti e nelle semifinali del Mondiale 1938, è uno dei tre giocatori, insieme all'uruguayano Ghiggia e al brasiliano Jairzinho, ad aver segnato almeno un gol in ogni partita di un'edizione della rassegna iridata, finale compresa. Allenatore Sárosi alla guida della Juventus nei primi anni 1950 Terminata la carriera agonistica da calciatore, Sárosi si trasferì in Italia nel 1947 e intraprese quella di allenatore di diverse squadre, tra cui il Bologna, la Lucchese Libertas (dove fu esonerato all'undicesima giornata dopo la sconfitta casalinga contro l'Udinese e sostituito da Ivo Fiorentini, a cui subentrò alla quinta giornata di ritorno) il Bari, la Juventus (con la quale vinse lo scudetto 1951-1952), il Genoa (dove curò a lungo anche il vivaio giovanile), la Roma, e il Brescia. Ebbe una breve esperienza in Svizzera al Lugano. Tornato in Italia, allenò in Serie D e Promozione il sodalizio genovese Gruppo C. Allenatore esperto, fu ritenuto dal Corriere dello Sport uno dei più abili scopritori di talenti, capace di valorizzare giocatori come Primo Sentimenti. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato ungherese: 5 - Ferencváros: 1931-1932, 1933-1934, 1937-1938, 1939-1940, 1940-1941 Coppa d'Ungheria: 5 - Ferencváros: 1932-1933, 1934-1935, 1941-1942, 1942-1943, 1943-1944 Competizioni internazionali Coppa dell'Europa Centrale: 1 - Ferencváros: 1937 Individuale Capocannoniere della Coppa Internazionale: 2 - 1933-1935 (7 gol), 1936-1938 (10 gol) Capocannoniere della Coppa dell'Europa Centrale: 3 - 1935 (9 gol), 1937 (12 gol), 1940 (5 gol) Capocannoniere del campionato ungherese: 3 - 1935-1936 (36 gol), 1939-1940 (23 gol), 1940-1941 (29 gol) Allenatore Campionato italiano: 1 - Juventus: 1951-1952
  18. RINO FERRARIO La storia calcistica di Rino Ferrario comincia a sedici anni, quando, dopo il Collegio Arcivescovile di Desio, viene mandato al Collegio di Saronno. Nella squadra del collegio, Rino figurava all’ala sinistra e faceva progressi ogni giorno. A sedici anni, un dirigente lo invitò a giocare nella Pro Lissone, squadra che, a quei tempi, militava addirittura in Serie C. Rino accettò: mancavano dodici giornate alla fine del campionato e il giovane Ferrario le disputò tutte, sempre come ala sinistra. Ogni partita un goal, anche se sotto il profilo tecnico non era propriamente un mostro. Rino per qualche tempo si dimenticò del football: divenne geometra e, in possesso della maturità scientifica, pensò di dedicarsi all’architettura. Dopo due anni, interruppe bruscamente gli studi a causa della morte del fratello e della mamma. Furono giorni difficili, tanto più che il servizio militare parve bruciare tutte le sue aspirazioni. Ad Arezzo, dove fece la naia, la sua carriera di calciatore iniziò veramente. In occasione di un torneo calcistico delle Forze Armate, il poderoso Rinone fu seguito con interesse dall’ungherese Hajos, allenatore della compagine aretina. Alla fine dell’incontro Hajos prese da parte Ferrario e gli disse: «Giocheresti volentieri nell’Arezzo?» Rinone accettò; grazie anche a un opportuno infortunio del terzino titolare, disputò dodici partite con la grande soddisfazione della vittoria finale a premiare l’Arezzo. Nel campionato successivo (1948-49) la società assunse un nuovo allenatore, Piero Andreoli, il quale si interessò molto alla giovane recluta, nella quale vedeva qualcosa di più di una promessa e lo provò al centro della mediana. Fu una grande invenzione: tempismo, potenza, lancio teso e preciso; imbattibilità assoluta sui palloni alti, doti agonistiche ineguagliabili. Forse Rino era un po’ grezzo sotto il profilo tecnico ma Andreoli ne modellò la personalità tecnico e stilistica. Al termine di quel campionato molte società fecero la corte all’Arezzo. A Rinone si interessò Erbstein, tecnico del Torino Campione d’Italia; bussarono anche Sampdoria e Genoa, poi la Fiorentina, che pure aveva Rosetta come centromediano. La spuntò la Lucchese, società maestra nel portare a termine con colpi a sorpresa la campagna acquisti. Nelle file della squadra toscana giocava tale Avanzolini, esperto e tecnicamente dotato. Nelle prime giornate di campionato Ferrario fu relegato tra le riserve; ma dopo le sconfitte di Novara (5-0) e di Torino (3-1), la posizione di Avanzolini non risultò troppo solida. Provarono Ferrario contro il Palermo: e il pericoloso attaccante Di Maso non toccò palla; sembrava la promozione definitiva, ma per qualche partita tornò in auge Avanzolini. La consacrazione avvenne con la stupenda prestazione sul terreno dell’Atalanta, dove la Lucchese impose il pareggio per 1-1. Ferrario giocò forse la sua migliore partita a Lucca contro il Milan: la squadra rossonera vinse per 2-0, ma il grande Nordahl non riuscì a tirare neppure una volta. Proprio in quell’occasione Toni Busini, Generai Manager milanista, fece le prime avances per l’acquisto di Ferrario: la cifra (venticinque milioni) sembrò esagerata; allora si fece sotto Gianni Agnelli e Ferrario diventò bianconero nel 1950. Era un simpaticone, sapeva prendere tutto con filosofia, anche dover rimanere all’ombra di Carletto Parola, da tutti definito il più forte centromediano del mondo. Ferrario seppe aspettare con diplomazia e pazienza il suo momento: nel frattempo, giocando in allenamento con il grande Carletto, riuscì ad apprendere dal grande maestro l’arte dei football. Parola si infortunò con il Bologna e, nell’incontro successivo, proprio a Milano contro il Milan del GRE-NO-LI, toccò a Rinone misurarsi nuovamente contro il Pompiere rossonero e, come la prima volta, fu una prestazione sensazionale di Ferrario, oramai noto ai fan bianconeri con l’appellativo di Mobilia. Il centromediano strabiliò il pubblico con una partita definita dalle cronache uno spettacolo nello spettacolo: Rino anticipò Gunnar sullo scatto, lo annullò nel gioco di testa, effettuò interventi perfetti e salvataggi stupendi. Nella partita con l’Inter, gli riuscì di mettere la museruola a Benito Lorenzi e fece la parte del leone anche contro con la Spal, impegnata nella lotta per la retrocessione. La Juventus segnò dopo un minuto e mezzo, poi fu costretta a sostenere l’urto della scatenata squadra ferrarese. Quel giorno tutta la difesa dovette lottare con le unghie e con i denti per tenere a freno l’irriducibile Fontanesi. Carlo Parola ebbe modo di guarire con tutta calma: Rinone stava dimostrando qualità eccezionali. Tredici gare di seguito (ventiquattro in totale in quella stagione) e poi la soddisfazione di concludere con una vittoria a Padova nell’ultima di campionato, con lo scudetto come premio straordinario. Rinone disputa 153 partite nella Juventus e dieci in Nazionale. Partecipò anche allo scudetto della stella, con qualche anno (e qualche chilo) in più. All’allenatore Broćić, che predicava più partecipazione al gioco urlandogli: «Attak! Attak!» Rinone rispose: «Attaccati al tram!». Calcio che non c’è più... MAURIZIO TERNAVASO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1988 Nell’autunno del 1950 ha inizio la fulgida carriera bianconera di un atleta esemplare il cui nome è rimasto legato a splendide stagioni di ripetuti successi della squadra: stiamo parlando del brianzolo Rino Ferrario (detto Mobilia), il cui ricco palmarès comprende ben dodici stagioni in Serie A (di cui sette nella nostra Juventus), due titoli di Campione d’Italia e dieci gettoni in Nazionale maggiore. Il luogo del nostro appuntamento è un modernissimo ufficio sito in un prestigioso palazzo a due passi dalla centralissima Piazza Solferino; e dopo i convenevoli abituali, la mia prima domanda non può che essere la seguente: di che cosa si occupa attualmente, signor Ferrario? «Sono il presidente di un’agenzia di marketing e pubblicità di un certo rilievo e sono diventato tale dopo una lunga esperienza vissuta sempre in questo settore, settore che continua ad affascinarmi enormemente in guanto creativo, come del resto ritengo creativo anche il gioco del calcio». Qual è l’esatta origine del soprannome Mobilia che l’ha sempre accompagnata nel corso della sua carriera? «Quell’appellativo ha una duplice chiave di lettura e si presta a una doppia interpretazione: ero Mobilia sia in quanto figlio di un mobiliere brianzolo; sia in virtù di un fisico decisamente poderoso, un armadio insomma». Se non erro, lei è stato tra i pochi giocatori ad aver indossato sia la casacca bianconera che quella granata; per di più, dopo aver giocato per una decina di anni da difensore puro, ha concluso la sua carriera proprio nel Torino agendo da centravanti: come può spiegate queste, chiamiamole così, metamorfosi? «Nel 1959, dal momento che, oramai trentatreenne, non rientravo più nei programmi della squadra, decisi, pur di continuare a giocare, di passare la barricata: così mi ritrovai in Serie B con il Torino, dove rimasi per tre stagioni (la seconda e la terza in Serie A) figurando un anno, con otto goal, capocannoniere della squadra: infatti, dal momento che mi era da sempre piaciuto spingermi in avanti, si era studiato un mio impiego nel ruolo di centravanti, e i risultati furono discreti». E quali erano le caratteristiche del Rino Ferrario giocatore ante 1959? «Ero un terzino-centromediano mancino dal grande temperamento, dotato di un buon fisico e di un ottimo colpo di testa; io credo che, salvo casi sporadici, si nasca calciatori in virtù di un’intensa carica agonistica e temperamentale: così imparai poco alla volta la tecnica dal grande Sivori, e la affinai con il passare degli anni. Mi sono sempre divertito come un pazzo a giocare a calcio, e di certo da piccolo non avrei mai immaginato che sarei riuscito a guadagnare dei soldi facendo ciò che più mi piaceva». Avendo smesso di giocare da oltre venticinque anni, l’amore per il calcio in genere le è venuto meno, o invece continua a essere un assiduo dello stadio? «Devo confessare che adoro tuttora enormemente il calcio; pur, essendo di fede bianconera, assisto domenicalmente a ogni incontro che si svolge al Comunale, e per di più vado sempre alla ricerca dello spettacolo: per questo sono stato in Messico ad assistere agli ultimi Campionati Mondiali». Vede attualmente in circolazione, in campo nazionale, un giocatore dalle caratteristiche simili a quel Nordahl che ha dovuto marcare tante volte? «Al giorno d’oggi vi è abbondanza di centravanti di manovra, ma non di sfondamento, sicché i giocatori di tal ruolo sono più portati a costruire piuttosto che a realizzare personalmente: ne deriva che il ruolo che fu dei Nordahl, Jeppson e Lorenzi viene a mio parere ora ricoperto esclusivamente da un paio di giocatori stranieri: Casagrande e Careca». Un’ultima domanda, signor Ferrario: ritiene che l’essere stato a suo tempo calciatore, e per di più in una squadra dalla grande tradizione umana e storica quale la Juventus, l’abbia agevolata in seguito, nel corso della vita di tutti i giorni? «In proposito non posso aver dubbi: l’ambiente della Juventus dà all’uomo una preparazione particolare, inculca ai giocatori un’educazione e una mentalità, un modo di ragionare e di vivere che soccorrono poi quotidianamente; inoltre si è sempre a contatto con personaggi dall’enorme spessore sociale e culturale, ed anche ciò contribuisce a rendere estremamente appetibile una pur breve esperienza calcistica bianconera. Personalmente devo dire che gli anni trascorsi con la casacca a strisce hanno nel complesso forgiato più che positivamente il mio carattere e la mia personalità, e se ho raggiunto un certo successo nel mondo del lavoro ciò lo devo in parte anche a quel fondamentale periodo di vita». CESARE FIUMI, “CORRIERE DELLA SERA” DEL 2 APRILE 1994 Cesare Ferrario, detto Rino, oggi è un uomo tranquillo. Un signore dai modi garbati, felicemente indaffarato. Capitano di azienda pubblicitaria, capitale ancora intatto di un calcio un po’ dimentico di sé, quello grande e generoso, ruvido e buono. Di spalle larghe come le vedute. Di piedi che non facevano melodie, però entravano a tempo: sapevano far bene. E anche far male. Ma Cesare Ferrario, detto Rino, un giorno di dicembre del 1957 fu anche un uomo tranquillo di altro genere, finendo dentro un remake involontario che consegnò alla storia del calcio azzurro una foto memorabile, un soprannome e una sonora, prodigiosa, scazzottatura. In una gelida serata irlandese Rinone Ferrario rifece John Wayne nella parte del pugile Sean Thornton, come nel film di John Ford, girato proprio in Irlanda, sei anni prima: “Un uomo tranquillo”. Irlanda del Nord-Italia era finita 2 2, con l’invasione di campo e la caccia all’italiano. E Ferrario, mentre guadagnava l’uscita, si trovò di fronte, stupito, una frotta di Victor McLaglen su di giri e con una gran voglia di menar le mani. Lui ne uscì con un paio di costole incrinate, ma gli irlandesi al tappeto, respinti con perdite. Già allora lo chiamavano Mubilia e non solo perché era figlio del signor Isacco, mobiliere di Lissone. Ferrario era un pezzo di centromediano da far paura, Mubilia, appunto: un armadio che quel giorno sbatté le ante in faccia al prossimo, in uno stadio pentolone dove era saltato il coperchio di rancorosi conflitti religiosi. «Cominciavano allora a Belfast le prime sommosse, ma noi ne eravamo all’oscuro: nessuno ci aveva spiegato la situazione, il clima, gli scontri tra protestanti e cattolici. Scoprii tutto dopo la partita, quando lessi i resoconti che spiegarono l’aggressione contro noi italiani, identificati come cattolici e papisti. Ci bastava un pareggio per la qualificazione mondiale, ma l’arbitro designato non arrivò mai. E noi non accettammo che dirigesse un irlandese. Sbagliammo perché un arbitro è sempre un arbitro. Giocammo perciò una partita inutile, e quella vera la perdemmo un mese più tardi. Ma forse neppure mi dissero che era diventata un’amichevole, di certo il pubblico lo ignorava. Fu una battaglia dal principio alla fine. Allora non c’era il fallo sul portiere, la carica era lecita, per noi una novità. E fu più difficile difendere Bugatti che giocare la palla. Volarono colpi proibiti. Non c’era recinzione e alla fine il pubblico entrò in campo. Credevo fosse un’abitudine, una cosa normale. Ma di lì a poco arrivarono spinte e pugni. Vidi un poliziotto e corsi a raggiungerlo, facendomi largo, sì, a cazzotti. Chi avrebbe mai immaginato un’aggressione a sfondo religioso!» Storie di un calcio ancora naif, che lambiva appena la storia, mandato allo sbaraglio, una terra di confine tra ingenuità e ignoranza. Oggi è difficile intravvedere in questo raffinato signore di sessantasette anni, torinese acquisito, il Leone del Windsor Park. La storia di Mubilia Ferrario ne uscirebbe sminuita, se lasciata sotto il lampione fioco di quella pagina oscura fatta di pruriti alle mani e di pruderie di leggenda. Anche perché Mubilia fu esattamente l’opposto, un Garrone del calcio, un gigante buono che attraversò la sua stagione di campione. Due scudetti con la Juve di Præst e dei due Hansen, e poi di Boniperti e Sivori, senza perdere quell’entusiasmo che gli veniva da un tempo calcistico che si era perso da un pezzo. Ferrario con quel fisico sembrava catapultato nel calcio degli anni Cinquanta da una rovesciata di Parola (l’uomo di cui prese il posto, la maglia, il destino azzurro): avrebbe potuto essere un terzinaccio della Pro Vercelli d’antan. Era, il suo, un calcio semplice e pieno di cuore. E pionieristico nell’animo. «Sbulinato di gambe, con strane asincronie fra gli arti inferiori e superiori, le ginocchia vaccine, le punte dei piedi divergenti», così Brera raccontava Ferrario. E pure aveva a cuore quel “gallo da combattimento”. Seguendo il solco tracciato, anni prima, dallo scettico presidente della Pro Lissone: «Se quello diventa un giocatore sul serio, mi mangio un cavallo». Non lo disse solo lui. Gipo Viani sentenziò: «Se fa goal Ferrario è impossibile». E invece da centravanti del Torino con una rete eliminò il Milan dalla Coppa Italia. E lui si arrabbiò. «Sono stati divertenti gli ultimi anni di carriera da mezzala e attaccante – racconta – mi dava un senso di libertà enorme giocare avanti, avrei pagato di tasca mia per poterlo fare: che fossero gli altri a curarsi di me. Avevo passato tutta la vita calcistica a fare il guardiano. Il calcio mi ha conquistato quando è diventato una splendida forma di libertà. E successo ad Arezzo, alla fine della leva: mi hanno chiesto di rimanere. Di giocare in Serie C. Il calcio era correre, l’aria in faccia, vincere. E se non vincevi, pazienza. Si immagini un ragazzo che veniva da giorni difficili ed era fin troppo esuberante». Perché Mubilia prima di diventare Garrone a suo modo era stato Franti: topi morti nel cassetto della maestra, pece spalmata sulla sua bacchetta punitiva. Poi la guerra si era presa quel ribellismo e gli aveva messo la cavezza. «Mio padre, che era un maggiore della guardia di frontiera, mi aveva mandato in collegio a Saronno. Lì ho cominciato a giocare. La guerra si sentiva di riflesso, non bombardavano come a Milano: eravamo protetti. Essere in tanti, fare gruppo, forse mi dava sicurezza. I giorni di guerra lasciarono il segno: persi mio fratello e mia madre. Mio fratello era un ragazzo stupendo, di ventuno anni, si chiamava Bruno. Morì per una peritonite. Bastava che gli americani fossero arrivati un mese prima con la penicillina e si salvava». Dopo la guerra, giorni oziosi e soli, sbandati tra il pallone e le carte: calciatore svogliato a Lissone, giocatore avvelenato nei bar. Poi militare ad Arezzo: spesso consegnato in caserma, raccontano i ricordi. «Però ho potuto giocare nella squadra del battaglione, e Hajos, l’ungherese che allenava l’Arezzo, mi prese con sé. Poi arrivò Andreoli che mi istruì, mi spiegò il calcio vero. Da terzino diventai centromediano e l’anno dopo ero in A, alla Lucchese. E quella è stata una rivelazione, la mia infanzia di calciatore dentro un’Italia che diventava sempre più bella. Siamo stati perfino in testa alla classifica, vincemmo anche in casa della Juve. Calcio spensierato. Avevamo voglia tutti di fare conoscenza, di stare insieme, mi ricordo quelle sale da ballo all’aperto, piene di gente, le feste di paese con le lampadine sull’aia a Fucecchio, a Pescia. Giocare al calcio era tornare a giocare. Non pensavo ai soldi. Dal campo tornavo sul biroccio di Quartuccio, gran bevitore di rosso, e la cavalla conosceva la strada. Si immagini la primavera a Lucca, i colori, la partita vinta: un piacere enorme. Sentivo che bisognava godere dei momenti felici e metterli in cascina. Conobbi un critico d’arte che mi portò a vedere le chiese e gli affreschi, e poi le gallerie che si inauguravano, i nuovi pittori. E uno dei miei primi lavori, alla fine della carriera, è stato far cataloghi d’arte. E poi la musica. Vicino a Lucca c’era Tombolo, il deposito degli americani: camion, materiali e soprattutto montagne di dischi. Quando al mattino mettevo un pezzo di Armstrong, ero innamorato del jazz, tutti dicevano: “Si è svegliato Ferrario”. Il calcio è stato una scuola e la Toscana il primo giorno, quello dell’entusiasmo e della curiosità. L’anno seguente venni a Torino: alla Juve. E poi Inter, ancora Juve e Torino. La Toscana era l’anarchia, Torino un taglio netto: serietà, carriera, risparmio, futuro. Sempre ordinati, educati, precisi. E le gallerie d’arte esponevano pittori più severi. Qui arrivò la maglia azzurra, esordio a Firenze contro l’Inghilterra e il centravanti era ancora Piola, trentanove anni, un fenomeno. Qui ho imparato tanto: Charles con la sua generosità che era un po’ la mia, correre per il campo, dove un compagno aveva bisogno di aiuto. E Sivori con una dote e un difetto eccezionali: era il più bravo di tutti, anche troppo più bravo. Ne approfittava, a volte irrideva: nello sport non è bene. Con me, in allenamento, sapeva di non poterselo permettere, non era il caso. Sono uscito dal calcio che ero uomo fatto. E subito un incontro importante: Gianni Mazzocchi, l’editor che aveva inventato “L’Europeo” e “Quattroruote” e che mi fece partecipare alla nascita di “Quattrosoldi”, il primo magazine dalla parte del consumatore. Ho salutato il pallone e preso la mia strada. Ma le regole sono rimaste le stesse: nel calcio e nel lavoro ho sempre creduto al gioco di squadra, perché l’egoismo finisce per nuocerti. Lo dice la vita, e anche la storia. Sono un divoratore di volumi di storia, anche se il libro che più mi ha affascinato è stato lo “Ulisse” di Joyce, ma non mi va di parlarne. Dovrei dire i miei tormenti e non è giusto, perché tutti hanno i loro. E i miei non sono più importanti e forse neppure differenti. Certo, quella lettura mi ha sconvolto». Gli anni sono trascorsi anche per Ferrario, che ha cambiato Mubilia: l’armadio possente di un tempo ha lasciato il posto a un secrétaire pieno di ricordi. «Sono andato a cercare i luoghi di Joyce, mi sono messo davanti alla sua finestra per scoprire cosa vedeva, cosa lo ha spinto a scrivere un libro simile. Il ritorno in Irlanda da ex calciatore era un modo per capire quella terra bellissima e la sua gente». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/rino-ferrario.html
  19. RINO FERRARIO https://it.wikipedia.org/wiki/Rino_Ferrario Nazione: Italia Luogo di nascita: Albiate Brianza (Monza e Brianza) Data di nascita: 07.12.1926 Luogo di morte: Torino Data di morte: 19.09.2012 Ruolo: Difensore/Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Mobilia - Il Leone di Belfast Alla Juventus dal 1950 al 1955 e dal 1957 al 1959 Esordio: 19.11.1950 - Serie A - Como-Juventus 1-0 Ultima partita: 02.06.1959 - Serie A - Lazio-Juventus 1-0 154 presenze - 6 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Rino Ferrario (Albiate, 7 dicembre 1926 – Torino, 19 settembre 2012) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Soprannominato il Leone di Belfast per essersi difeso fieramente a Belfast durante un'invasione di campo dei tifosi avversari inferociti, è morto nel 2012 all'età di 86 anni. Rino Ferrario Ferrario alla Juventus a fine anni 1950 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1961 Carriera Giovanili 19??-19?? Pro Lissone Squadre di club 1947-1949 Arezzo 46 (2) 1949-1950 Lucchese 31 (1) 1950-1955 Juventus 102 (3) 1955-1956 Inter 29 (1) 1956-1957 Triestina 32 (2) 1957-1959 Juventus 52 (3) 1959-1961 Torino 27 (5) Nazionale 1953 Italia B 1 (0) 1952-1958 Italia 10 (0) Caratteristiche tecniche Per la sua prestanza fisica e per le sue origini familiari (essendo figlio di mobilieri) era soprannominato Mobilia. Inizialmente si colloca al centro della difesa, quindi termina la carriera come centravanti. Carriera Club Ferrario (secondo da destra) nell'estate del 1957, assieme ad alcuni suoi compagni di squadra nella Juventus. Esordisce nella Pro Lissone. Durante il servizio militare svolto ad Arezzo, viene notato dall'allenatore ungherese Árpád Hajós della squadra locale, che lo convince a giocare per la squadra toscana, allora in serie C. Due anni dopo esordisce in Serie A nella Lucchese, il 9 ottobre 1949, nell'incontro Lucchese-Palermo 2-1. Nella partita Juventus-Lucchese 1-2 è uno dei migliori in campo. L'anno dopo passa alla Juventus, dove trascorre cinque anni, nei quali vince il suo primo scudetto. Nel 1955 viene ceduto all'Inter, quindi va alla Triestina. Nel 1957 ritorna alla Juventus, dove vince il campionato e la Coppa Italia l'anno successivo. Termina la carriera facendo due anni nel Torino, il primo vincendo la Serie B. In totale in Serie A ottiene 248 presenze e 14 reti. Nazionale Ferrario (in piedi, sesto da sinistra) in nazionale nel 1952 Ha totalizzato 10 presenze nella nazionale maggiore. Dopo l'esordio nel 1952, è convocato per i Mondiali 1954 in Svizzera ma non viene mai schierato in campo. È invece in campo in due sfide a Belfast contro l'Irlanda del Nord. La prima di esse, il 4 dicembre 1957, fu una sfida in teoria valida per le qualificazioni al Mondiale 1958 ma successivamente venne declassata ad amichevole per colpa del maltempo che impedì all'arbitro di arrivare in tempo allo stadio e che si concluse sul 2-2, mentre nella seconda, disputata il 15 gennaio 1958 e questa volta valida per le qualificazioni al Mondiale, Ferrario è coinvolto nella sconfitta che estromette per la prima volta gli azzurri dalla fase finale del Mondiale. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1951-1952, 1957-1958 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959 Serie B: 1 - Torino: 1959-1960
  20. GIUSEPPE CORRADI Nato a Modena, il 7 luglio 1932, sarebbe, oggi un terzino destro fluidificante di primo ordine; più elegante che grintoso, dotato di ottima tecnica individuale, era più valido in fase di disimpegno e nella costruzione delle azioni di rilancio che nel rompere le insidie avversarie, che prevedevano, a quei tempi, di mandare il pallone in tribuna. Arrivò alla Juventus giovanissimo, avendo subito l’onore di fregiarsi di uno scudetto, vinto al termine del campionato 1950-51, quando giocò alcune gare al posto del titolare Bertuccelli.Era una Juventus che nella prima fase del campionato era allenata da Bertolini e Combi, in attesa dell’arrivo dell’ungherese Sárosi che, nella fase calda del campionato, seppe tenere in pugno la squadra con autorità e, nello stesso tempo, dare spazio anche a giovani promesse, come Corradi; infatti, il giovanotto, schierato da terzino oppure da mediano, scende in campo per ben diciassette volte.«E dire che doveva diventare portiere – si legge su “Stampa Sera” del 14 dicembre 1951 – quando frequentava l’Istituto del Sacro Cuore, a Modena, Corradi era famoso tra i ragazzini del rione per i voli tra i pali, o meglio tra il mucchietto di libri di scuola messi al posto del montante destro e la pila di cartelle che costituivano il palo sinistro. Disgraziatamente, o fortunatamente per lui, durante un’uscita si fratturò il naso, Cosicché ora vanta il profilo da boxeur e il ruolo fisso di terzino, sebbene sia stato prima mezzala e centromediano. Corradi, ricorda con particolare riconoscenza, tra i suoi istruttori, l’allenatore Mabelli che l’ha scoperto e l’attuale tecnico del Genoa Senkey, il quale lo ha perfezionato nello stile».Sei anni dopo, Corradi è nuovamente Campione d’Italia; questa volta, però, vince lo scudetto da titolare, in una Juventus allenata dallo slavo Broćić, che festeggiava, con la conquista del titolo, l’arrivo dall’Argentina di un fuoriclasse come Omar Sivori e dal Galles di un ariete come John Charles.Il ricordo del figlio Gianni: «Mi raccontò che fu visionato da Rosetta, terzino del famoso quinquennio, quando esordì nel Modena e che, quando si fecero avanti sia Inter che Juventus per acquistarlo, la spuntò la Vecchia Signora e fu immensamente onorato di fare parte di un po’ della storia bianconera. Col primo ingaggio corse ad acquistare una fiammante motocicletta con la quale fece il viaggio Modena-Torino. All’arrivo in sede della Juventus un dirigente dell’epoca, stupefatto quanto divertito per l’ingenuità, gli sequestrò immediatamente il mezzo che gli fu prontamente risarcito. Nessun atleta poteva permettersi il rischio di infortunarsi al di fuori del rettangolo di gioco. Lo raccontava ridendo bonariamente, pensando alla sua leggerezza dei diciannove anni di età. In un articolo di Gianni Brera di molti anni fa fu inserito, dallo stesso, nella formazione ideale della Juventus del dopoguerra, che faceva all’incirca così: Zoff, Corradi, Cabrini, Gentile, Emoli, Scirea, Tardelli, Boniperti, Platini, Sivori, Charles. Di sicuro è sempre rimasto legato alla famiglia Agnelli a Boniperti e a molti dei suoi compagni di squadra. Mi ha sempre parlato della signorilità dell’ambiente Juventus alla quale tutta la nostra famiglia è grata perché, anche dopo aver lasciato la casacca bianconera, papà è stato sempre amorevolmente seguito e aiutato dalla società Juventus (Boniperti in primis)».Corradi vestì anche la maglia della Nazionale e prese parte alle Olimpiadi finlandesi del 1952; dopo la passeggiata contro gli Stati Uniti a Tampere, battuti per 8-0, la Nazionale Olimpica fu sconfitta a Helsinki per 0-3, dalla Grande Ungheria di Ferenc Puskás, che avrebbe poi vinto la medaglia d’oro e dominato il calcio mondiale di quegli anni. Terminerà la carriera in bianconero nell’estate del 1959, dopo aver totalizzato 202 presenze e realizzato cinque goal.ANGELO CAROLICorradi sarebbe, oggi, un esterno con i fiocchi. Veloce, tecnico, atleticamente straordinario e con un’inclinazione offensiva che, negli anni Cinquanta, un terzino non poteva permettersi, perché gli schemi erano esasperatamente rigidi. Un handicap ha limitato la sua carriera: un ginocchio valgo. Allora, non esisteva l’artroscopia e il recupero, dopo un intervento, era lunghissimo e faticoso. Lo salvavano la classe, limpida come un solitario e uno stile impeccabile. Giocava in smoking e toccava la palla come se i piedi calzassero guanti. Dotato di un fisico eccezionale e di un tocco di palla felpato, secco e pulito; la falcata era corta, ma efficace, tanto che recuperava sulle ali avversarie grazie ad una velocità sbalorditiva. Teneva sempre il busto eretto e la testa alta, virtù che gli permettevano di smistare il pallone con precisione chirurgica. Nel gioco acrobatico non aveva rivali; staccava e, con la testa, andava più in alto della traversa. Corradi era un estroverso simpatico e sempre di buon umore; aveva la battuta pronta per ogni gusto, tagliente e gradevole. Ostentava una voce tenorile che non faceva mancare quasi mai allo spogliatoio. Come tutti gli emiliani amava la lirica. Il suo cavallo di battaglia? “La donna è mobile”. Gonfiava petto e giugulari e il pezzo era servito. Lo guardavano sbigottito. Uomini e talenti come lui hanno arricchito la favola bianconera. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/giuseppe-corradi.html
  21. GIUSEPPE CORRADI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Corradi Nazione: Italia Luogo di nascita: Modena Data di nascita: 06.07.1932 Luogo di morte: Lanzo Torinese (Torino) Data di morte: 21.07.2002 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1951 al 1959 Esordio: 23.09.1951 - Serie A - Juventus-Lazio 5-3 Ultima partita: 10.06.1959 - Serie A - Juventus-Fiorentina 3-1 202 presenze - 5 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Giuseppe Corradi (Modena, 6 luglio 1932 – Lanzo, 21 luglio 2002) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Giuseppe Corradi Corradi al Genoa nella stagione 1959-1960 Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1966 - giocatore 1978 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Modena Squadre di club 1949-1951 Modena 43 (0) 1951-1959 Juventus 202 (5) 1959-1961 Genoa 69 (0) 1961-1964 Mantova 48 (0) 1964-1965 Ivrea 12 (1) 1965-1966 Marsala 5 (0) Nazionale 1952-1958 Italia 8 (0) Carriera da allenatore 1965-1966 Marsala 1970 Pisa 1971-1973 Lecce 1973-1976 Spezia 1977-1978 Pisa Caratteristiche tecniche I suoi inizi furono tra i pali, caratteristica che lo fecero considerare il potenziale sostituto del portiere titolare, nel caso di un infortunio di questi. Terzino moderno, nel suo ruolo fu fra i migliori per tecnica e capacità nella costruzione del gioco. Carriera Giocatore Corradi (a sinistra) in allenamento alla Juventus nei primi anni 1950, a colloquio con il tecnico Sárosi. Messosi in luce con due stagioni in Serie B nel Modena, nel 1951 passò alla Juventus con cui esordì in Serie A il successivo 23 settembre, in nella sfida Juventus-Lazio (5-3), vincendo alla fine della stagione lo scudetto. Rimase a Torino per otto anni, segnati tuttavia da vari infortuni che ne minarono a più riprese la carriera, conquistando un secondo titolo nazionale nel torneo 1957-1958. Giocò quindi con le maglie di Genoa (una stagione in A e una in B) e Mantova (tre campionati in massima serie). In carriera totalizzò complessivamente 270 presenze e 5 reti in Serie A, e 81 presenze in Serie B. Corradi vestì anche la maglia della Nazionale italiana, prendendo parte ai Giochi Olimpici del 1952 in Finlandia. Allenatore Terminata la carriera da calciatore, intraprese quella di allenatore, guidando tra l'altro Pisa, Spezia e Lecce. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1951-1952, 1957-1958 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1958-1959
  22. KARL AAGE HANSEN Gli aeroporti – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del marzo 1975 – sono quasi sempre luoghi di incontri piacevoli e imprevisti. In quello di Copenaghen, all’improvviso, mi sono trovato faccia a faccia con quel simpaticone di Karl Hansen, il danese che nella stagione 1950-1951 era stato acquistato dalla Juventus per conferire maggior nerbo a una linea attaccante già tanto ricca di stile e di classe. Martino, l’argentino, era rimasto soltanto un anno: era arrivato, aveva dato formidabili saggi delle sue virtù calcistiche, poi era tornato in Sud America con la sua biondissima ed esigentissima moglie. I due giocatori danesi che già si trovavano alla Juve – John Hansen e Karl Age Præst – suggerirono ai dirigenti di non lasciarsi scappare l’occasione di trasferire in bianconero il loro compagno Karl Hansen, già ben noto ai tecnici italiani per la partita giocata contro gli azzurri alle Olimpiadi di Londra, nell’agosto del 1958. Karl Hansen, d’altra parte, si trovava già in Italia: giocava nell’Atalanta e fu facile farlo arrivare alla Juventus, in virtù dei rapporti di tradizionale amicizia che da sempre hanno legato la società bergamasca a quella torinese. I calciatori danesi erano venuti in Italia mascherati da fantasmi: con un lenzuolo candido da dilettanti purissimi che li avvolgeva dalla testa ai piedi, e con due buchi per gli occhi, allo scopo di capire in quale mondo fossero capitati. I nostri ospiti avevano fatto in fretta a fiutare il vento di milioni che turbinava sulle cose e sui personaggi della palla rotonda di casa nostra, cosicché non tardarono ad ambientarsi e ad adeguarsi agli usi e costumi calcistici che vigoreggiavano nel nostro impareggiabile paese. Tuttavia, lo riconosciamo apertamente, non c’è stato ospite nordico delle nostre società (agli Hansen e Præst bisogna aggiungere i Nordahl, Gren e Liedholm, e Sørensen, ecc.) che non abbia fatto della sua esemplare coscienza professionale la contropartita dei suoi guadagni cospicui. E l’amico Karl Hansen non è sfuggito alla regola. Chi lo ha conosciuto non può fare a meno di lodarne, a distanza di venticinque anni, l’attività e la serietà. Aveva giocato in Danimarca nelle file dell’Akademik Bold Club: il suo ruolo era quello di centromediano metodista, ma seppe presto trasformarsi prima in stopper sistemista e poi in mezzala a tutto campo. Con la sua squadra dell’Akademik vinse quattro titoli nazionali e quattro Coppe di Danimarca; fece parte 23 volte della Rappresentativa danese. Dopo la strepitosa esibizione di Londra, il Milan aveva deciso di acquistarlo, ma la società rossonera aveva già tesserato tre stranieri e dovette cederlo all’Atalanta. Di qui, come si è detto, fu trasferito alla Juve per la cifra record di 80 milioni. Karl Hansen era nato nel luglio del 1921 a Copenaghen. Quando indossò la maglia bianconera della Juve, aveva dunque trent’anni; ne aveva compiuto 31 quando cucì sulla maglia il nono scudetto vinto dalla squadra allenata da Bertolini, Combi e Sárosi. Il formidabile atleta danese era uno di quei giocatori – pochi e preziosi – che hanno costretto la natura a servirsi della quercia e non dell’argilla per plasmarne la figura: la solidità atletica, infatti, era la nota spiccante della sua taglia di giocatore-chiave per la squadra che ne avesse bisogno per coordinare i congegni, irrobustire il telaio, possedeva una lancia e uno scudo da utilizzare via via, a seconda delle esigenze e degli sviluppi della partita. Il buon metallo con il quale era stato costruito, reagiva vigorosamente all’acido corrosivo delle primavere ma Hansen aveva anche classe genuina, perché teneva nelle gambe e nel cervello il segreto e il modulo del gioco molteplice, ora schierandosi all’attacco, ora retrocedendo verso la cerniera della squadra, e non consumandosi mai né in un ruolo né nell’altro; e questo, secondo noi, è stato il coefficiente della sua durata ad alto livello. È sempre difficile precisare la somma di benessere tecnico che un solo giocatore può apportare al complesso di una squadra, ma è tuttavia difficile negare che, ad esempio, la Sampdoria e il Catania (le squadre che utilizzarono questo grande giocatore dopo la Juventus) non abbiano tratto grandissimo beneficio dalle prestazioni di Karl Hansen. Aveva un nitido senso architettonico del gioco e della partita. Nel corso delle sue gare più robuste e redditizie, si aveva addirittura la sensazione che avesse stampate sulle membrane del cervello le linee geometriche che la palla compone e scompone nell’aria e sul terreno. Raramente il suo gioco aveva la sigla individuale dell’artista che opera per conto suo, mentre il resto dello spettacolo gli è distante e indifferente. Hansen è sempre stato un lavoratore per conto della collettività: di qui la sua razionale condotta tattica, la rapidità delle sue concezioni di manovra, la fecondità della sua collaborazione. Meno solista che direttore d’orchestra, Karl Hansen aveva sempre in testa il quadro pulito dell’esecuzione generale: sovente la vittoria della Juventus ha avuto, se non il suo gol, l’accento della sua personalità. Ma di gol, nella Juventus, Karl Hansen ne segnò parecchi, ben 37. Nella stagione 1950-51, fu il capocannoniere bianconero, con la bellezza di 23 reti segnate (contro le 22 di Boniperti, 20 di John Hansen, 16 di Præst e 10 di Muccinelli). Nei cinquanta minuti durante i quali abbiamo conversato al bar dell’aeroporto di Copenaghen, sono tornati alla ribalta episodi curiosi. L’amico Karl – che ha 54 anni compiuti – ha ricordi nitidissimi degli anni trascorsi a Torino giocando per la Juve. «C’era un arbitro – rammenta Karl – che aveva un fatto personale con me. Era il triestino Pieri: aveva l’abitudine di non vedere o annullare i miei gol. Ricordo di uno stranissimo gol segnato su calcio di rigore a Legnano, la seconda partita di campionato della stagione 1951-52. Il mio bolide, con il portiere Gandolfi fermo sulla linea di porta, colpì lo spigolo interno del palo destro, la palla passò dietro alla schiena del portiere, naturalmente al di là della linea del gol, poi rimbalzò contro l’altro palo e Gandolfi, girandosi, se la trovò tra le braccia. Era un gol sacrosanto ma Pieri non lo convalidò. Il caso più clamoroso, però, avvenne nel maggio della stagione precedente, quando a Torino battemmo il Genoa per 4 a 1. Aveva segnato per primo il mio connazionale Præst, aveva pareggiato Dante per il Genoa e sul risultato di 1 a 1 era terminato il primo tempo. Nella ripresa la Juve attaccò a fondo e, dopo pochi minuti, sferrai un tiro da fuori area con inaudita potenza. La palla si infilò nel sette, alla destra del portiere Bonetti: ma la rete era un po’ logora e il pallone, tanto potente, l’aveva sfondata. Tutti avevano visto che la palla era entrata in rete, solo l’arbitro non lo aveva notato. Ma la cosa che mi fece diventare paonazzo per la rabbia fu il fatto che il signor Pieri si rifiutò di constatare la rottura della rete e fece praticamente continuare la partita in condizioni di palese irregolarità, piuttosto che darmi la soddisfazione del gol; soddisfazione, tuttavia, che mi presi alcuni minuti dopo deviando da pochi passi un delizioso passaggio di Boniperti. A proposito, come sta il mio amico Giampiero?». Lo informiamo dell’ottimo stato di salute fisica del presidente. Hansen aggiunge immediatamente: «Boniperti è un uomo fortunato. Ma io dico che merita pienamente le grosse soddisfazioni che ha raccolto nella vita, prima come calciatore, poi come dirigente e ora come presidente. Farà una scorpacciata di scudetti…». Si parla poi di Parola, che Karl Hansen ebbe come compagno di squadra per tre campionati e poi avversario quando lui, Hansen, venne trasferito alla Sampdoria. «Ricordo che a Torino, in maglia blucerchiata, disputai una grossa partita contro i miei ex amici bianconeri. Il primo tempo era terminato a reti inviolate, malgrado gli sforzi di John e Karl Age per segnare un gol. Con me, nelle file della Samp, c’erano altri ex bianconeri. Mari certamente, e poi la mezzala Coscia, mi pare. In quella partita Parola giocava come laterale, perché lo stopper era Rinone Ferrario, A pochi minuti dalla fine la Juve riuscì a segnare il gol della vittoria. E sai chi lo realizzò? Lui, naturalmente, Boniperti!… E la Juventus vinse anche a Marassi, nella partita di ritorno, con un gol dell’argentino Ricagni, un tipo buffo ma ricco di classe». Karl Hansen dice di leggere, almeno due o tre volte la settimana, qualche giornale italiano. Segue le vicende del nostro calcio, specialmente di quello della Juventus. «Non riesco a capire – confessa il danese – la difficoltà che moltissime squadre incontrano nell’andare in gol. Leggo di troppi risultati per zero a zero. Ai miei tempi era molto diverso, c’erano meno tattiche, si amava il gioco, la manovra era perfettamente offensiva. Nella stagione 1950-51, quando il Milan vinse lo scudetto, i rossoneri segnarono complessivamente 107 reti, altrettante l’Inter che si classificò al secondo posto, 103 noi della Juve, terzi al traguardo. L’anno successivo, quello del mio scudetto, scaraventammo 98 palloni nelle reti avversarie. Vincemmo il derby per 6 a 0: due gol di Boniperti, due di John Hansen, uno di Vivolo e l’ultimo lo segnai io, Era una Juventus scapigliata e allegra, come quella di oggi, immagino. Tutti giocavano in qualsiasi ruolo. A Torino contro l’Atalanta, nel giugno del ‘51, la Juve schierò una prima linea inedita, composta in prevalenza da mediani e terzini. C’erano Muccinelli, Parola, Boniperti, Bizzotto e Bertuccelli. Ebbene: segnarono tutti e cinque un gol ciascuno, il sesto lo mise a segno il mediano Mari…». L’aereo di Karl Hansen, diretto a Londra, sta per decollare. «Ricordi – mi dice congedandosi – che cosa facevo in gioventù? Ho giocato due campionati in una sola stagione e questo per tre anni consecutivi. Al sabato ero di scena in Inghilterra, la sera prendevo l’aereo e la domenica andavo in campo a Copenaghen. Altri tempi, d’accordo, ma il mio fisico ha sempre risposto bene. Salutami tutti gli amici, specialmente il presidente Boniperti e l’allenatore Parola. Mandatemi il giornale dove sarà stampata la notizia del prossimo scudetto!…». VLADIMIRO CAMINITI La prima volta che Boniperti mi parlò di Karl Hansen, ne fissò le capacità, lui che in poche parole sa sintetizzare un mondo (Boniperti è un immenso cranio calcistico) con queste parole: «Karl avrebbe potuto giocare tre partite in un giorno». Non so se risulta a verità, ma temo di sì. Indubbiamente, Karl Aage Hansen come giocatore era uno stakanovista. È stato uno dei centrocampisti più grandiosi e creativi della storia. Il lettore non pensi che noi esageriamo. Non si esagera mai quando si parla di questi strabilianti pedatori arrivati da lontano, da terre per lo più fredde, nelle nostre calde e amene contrade. Poderoso centrocampista anche incontrista, cursore che non si dava requie, noi ci eravamo imbattuti in lui, parlo di noi italiani, il 5 agosto 1948, all’Olimpiade inglese, nella sfida di Highbury: Danimarca cinque, Italia tre. Formazioni. Danimarca: Nielsen; Jensen e V.Overgaard; Pilmark, Ørnvold e Jensen; Pløger, K.A.Hansen, Præst, John Hansen e Seebach. Italia: Casari; Giovannini e Stellin; Maestrelli, Neri e Mari; Cavigioli, Turconi, Pernigo, Cassani e Caprile. Quattro gol di John Hansen e una grandissima regia di Karl Hansen spiegano dinanzi alla storia quella solennissima batosta della nostra Nazionale olimpica. E, da lì in poi, danesi a gogò, occupano, presidiano, rappresentano, l’Atalanta e la Juventus se ne arricchiscono. Karl Hansen, partito, anzi ripartito, Rinaldo Martino per l’Argentina, passa alla Juventus. L’Atalanta di Daniele Turani non aveva frapposto indugi, riuscendo a portarlo a Bergamo nell’estate del 1949 che in mezzo ad un mare di tristezze, vivevamo l’angoscia della fine del Grande Torino, annunciava nuovi prodigi. Karl Hansen fu grandioso. L’avvocato Gianni, amatore di calcio dal fiuto inimitabile, aveva visto bene. In assemblea degli azionisti, aveva annunciato che avrebbe sostituito l’ineffabile e infelice Rinaldo Martino con il più grande interno d’Europa! E aveva mantenuto la promessa! Quando mai l’Avvocato, diciamolo pure, ha sbagliato una desinenza calcistica? Karl Hansen, che aveva fatto salto con l’asta in gioventù, che correva senza palla andando a occupare le posizioni strategiche del gioco, e che arrivava sempre primo sui palloni da far convergere verso la testa prensile e pure magica di John Hansen, il Gazzellone, aveva altruismo innato, era mezzala, ma di più, uomo squadra, come da noi pochi se ne sono visti, anche se il suo apporto alla Juventus in tre anni sarebbe stato tormentato: 86 partite e 37 gol, per via di dolori intermezzi fisici. La Juventus lo avrebbe poi ceduto alla Sampdoria e da Genova andava a giocare a Catania all’altezza di un magistero per quella società, davvero indimenticabile e impareggiabile. Karl Hansen, dice bene Boniperti, avrebbe potuto giocare tre partite in un giorno. I suoi polpacci si industriavano a lavorare il campo su e giù, ininterrottamente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2019/07/karl-aage-hansen.html
  23. KARL AAGE HANSEN https://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Aage_Hansen Nazione: Danimarca Luogo di nascita: Mesinge Data di nascita: 04.07.1921 Luogo di morte: Gentofte Data di morte: 23.11.1990 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Danese Soprannome: - Alla Juventus dal 1950 al 1953 Esordio: 10.09.1950 - Serie A - Pro Patria-Juventus 0-7 Ultima partita: 31.05.1953 - Serie A - Juventus-Napoli 1-1 87 presenze - 38 reti 1 scudetto Karl Aage Hansen (Mesinge, 4 luglio 1921 – Gentofte, 23 novembre 1990) è stato un calciatore danese, di ruolo centrocampista. Karl Aage Hansen Karl Aage Hansen e Karl Aage Præst con la maglia della Juventus nel 1951 Nazionalità Danimarca Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1957 Carriera Squadre di club 1941-1948 AB ? (?) 1948-1949 Huddersfield Town 15 (3) 1949-1950 Atalanta 37 (18) 1950-1953 Juventus 87 (38) 1953-1954 Sampdoria 29 (3) 1954-1957 Catania 79 (7) Nazionale 1943-1948 Danimarca 22 (17) Palmarès Olimpiadi Bronzo Londra 1948 Caratteristiche tecniche Era un centrocampista che veniva utilizzato come regista (ruolo ricoperto anche nella propria Nazionale). Carriera Acquistato dall'Atalanta nell'estate 1949, siglò 18 reti nel suo primo campionato. Passato alla Juventus, nel primo campionato con i bianconeri segnò 23 gol, mentre nel secondo vinse lo scudetto. Dopo una breve parentesi nella Sampdoria, concluse la propria carriera nel Catania, disputando con la maglia rossazzurra un campionato di Serie A (1954-1955) e due in Serie B. In carriera ha totalizzato 182 presenze e 60 reti in Serie A e 48 presenze e 5 reti in Serie B. Palmarès Club Campionato danese: 3 - AB: 1942-1943, 1944-1945, 1946-1947 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1951-1952 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Londra 1948
  24. ENRICO BONIFORTI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Boniforti Nazione: Italia Luogo di nascita: Saronno (Varese) Data di nascita: 07.12.1917 Luogo di morte: Saronno (Varese) Data di morte: 18.10.1991 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1950 al 1952 Esordio: 12.11.1950 - Serie A - Juventus-Torino 4-1 Ultima partita: 16.09.1951 - Serie A - Legnano-Juventus 0-3 12 presenze - 1 rete 1 scudetto Enrico Boniforti (Saronno, 7 dicembre 1917 – Saronno, 18 ottobre 1991) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Enrico Boniforti Boniforti alla Juventus nel 1951 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1954 Carriera Giovanili 193?-1935 Saronno 1935-1937 La Folgore Squadre di club 1937-1939 Varese 54 (7) 1939-1943 Milano 96 (3) 1943-1944 → Varese 15 (4) 1945-1947 Cremonese 55 (3) 1947-1950 Palermo 68 (9) 1950-1952 Juventus 12 (1) 1952-1954 Lucchese 53 (10) Carriera da allenatore 1961-1962 Rescaldinese 1962 Saronno Biografia È il fratello di minore di Arturo Boniforti, mediano, campione d'Italia 1940-1941 con il Bologna. Caratteristiche tecniche Giocatore Ottimo rigorista, calciava i tiri dagli undici metri di potenza piuttosto che cercando di piazzare il pallone; giocava come terzino. Carriera Giocatore Dopo gli esordi nel Saronno e nella Folgore di Cesano Maderno, milita nel Varese e nell'estate 1939 viene ingaggiato dal Milan con cui esordisce in Serie A il 22 ottobre 1939 in Novara-Milan (1-0). A Milano disputa da titolare quattro stagioni non particolarmente felici per i rossoneri (miglior risultato il terzo posto finale nell'annata 1940-1941. Dopo l'interruzione bellica viene messo in lista di trasferimento dal Milan. Si riaffaccia gradualmente al calcio di alto livello, ripartendo dalla serie B, prima con la Cremonese e successivamente con il Palermo, con cui alla prima stagione centra la vittoria nel girone C della 1947-1948, con conseguente promozione dei rosanero in massima serie. Resta in Sicilia per altre due stagioni: il 6 gennaio 1949, fu protagonista nella gara in casa contro il Grande Torino, una delle ultime da essa affrontata, conclusasi 2-2 grazie a due sue punizioni: con la squadra siciliana in svantaggio sino ad allora per 2-0, una sua punizione per fallo di Castigliano fu sospinta in rete di petto da Aurelio Pavesi De Marco al 72', mentre al 79' un'altra sua punizione, stavolta per fallo di Rigamonti, diede ad Andrea Milani la possibilità di segnare di testa di mischia il gol del definitivo pareggio. Nel 1950 si trasferisce alla Juventus fresca vincitrice dello scudetto. A Torino viene tuttavia relegato al ruolo di riserva disputando 12 incontri in due stagioni, di cui solo due nella seconda, nella quale i bianconeri si aggiudicano per la nona volta il titolo di Campione d'Italia. Nel periodo juventino Boniforti realizza una sola rete in campionato, ma molto importante in quanto messa a segno nel derby del 12 novembre 1950, che vede il successo bianconero per 4 a 1. Nel 1952 viene ceduto alla Lucchese con cui disputa due campionati (uno di Serie B e uno di Serie C, entrambi chiusi con la retrocessione, prima di abbandonare il calcio ad alto livello. In carriera ha totalizzato complessivamente 147 presenze e 7 reti in Serie A e 82 presenze e 16 reti in Serie B. Allenatore Ha guidato insieme ad Alberto Macchi la Rescaldinese nel campionato di Serie D 1961-1962, e nella stagione 1962-1963 ha allenato il Saronno in Serie C. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Campionato italiano: 1 - Juventus: 1951-1952
  25. PASQUALE VIVOLO Il campionato, alla fine degli anni ‘40, assomiglia parecchio a una grande Legione Straniera e anche i campioni nostrani più genuini, faticano ad affermarsi: uno di questi è Pasquale Vivolo da Brusciano, provincia di Napoli. La Cremonese ha fiducia in questo ragazzo di tecnicamente molto dotato, poco più che ventenne, e nel 1948 gli dà spazio. Alla Juventus lo tengono subito d’occhio e, nell’estate del 1949, il ragazzo sbarca a Torino con prospettive, a dire il vero, non esaltanti: davanti a lui ci sono autentici campioni come Præst, Hansen, Boniperti e Muccinelli, e non è facile farsi largo.Ma Vivolo ha un carattere d’oro e un talento purissimo: si fa voler bene e sa tenersi pronto ogni volta che il mister lo chiama. Così, da attaccante esterno o più spesso da centravanti puro, colleziona 10 presenze e 1 rete nell’anno del debutto, che è anche quello del ritorno dello scudetto, dopo la bellezza di quindici anni.Vivolo non è un primattore, ma si capisce che ha la stoffa e viene confermato. E le presenze salgono a 16 nel 1950-51, con 2 goal all’attivo.Ma è il campionato 1951-52 quello della piena affermazione del ragazzo napoletano. Complici alcuni infortuni dei titolari, Pasquale gioca 19 partite e segna ben 12 reti, con una media pazzesca, ben oltre mezzo goal a gara. Un contributo, stavolta, davvero decisivo alla conquista del nono scudetto, il secondo per Vivolo.Che si conferma un grande bomber di razza anche l’anno successivo, secondo cannoniere della squadra con ben 16 reti in 22 partite. Nell’estate del 1953 passa alla Lazio e continua a segnare a ritmi impressionanti, meritandosi anche qualche gettone con la Nazionale.Lusinghiero il suo bilancio juventino: in 4 stagioni, 2 scudetti, 67 partite e 31 reti.BRUNO ROGHI, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS”Ci sono molti modi per presentarsi alla ribalta azzurra nel giorno dell’esordio. Vanno dalla timidezza all’arroganza, dalla sicumera a timor panico, dal desiderio di passare inosservati, alla volontà di fare subito colpo. Naturalmente dipende dai caratteri. Soprattutto dipende dal giuoco di quei complessi psicologici che vanno sotto il nome astratto e generico di emotività.Ci sono pezzi di giovanotti che fischietterebbero un’arietta popolare davanti alle corna di un toro inferocito e tremano come budini davanti alle maniche della maglia azzurra. Altri sono leoni in partita di campionato e agnelli in partita internazionale. Il «disastro Faroppa» – un portiere dei tempi andati che, immesso in squadra azzurra, si smarrì al punto di trasformare la sua rete in un colabrodo – è una locuzione che ha resistito all’usura degli anni e tuttora designa i giocatori che perdono la testa quando sono chiamati a difendere i colori nazionali.Il nostro Vivolo non è di questa parrocchia. Lo si è visto a Stoccolma (26 ottobre 1952, Svezia-Italia 1-1, n.d.r.). Ha trovato la chiave del gioco internazionale con la stessa naturalezza di chi trova in tasca la chiave di casa. Non ha aspettato due minuti per orientarsi. Proprio al secondo minuto di gioco ha allungato a Boniperti una palla che aveva incollata sulla tomaia l’etichetta della destinazione a rete, come una valigia in viaggio aereo: e se il goal che ne è uscito è nato vivo, ma non vitale (annullamento per fuorigioco di «Boni»), la colpa di ciò non va tanto attribuita a un’azione imperfetta di Vivolo-centravanti, quanto a un precipitoso anticipo di Boniperti-ala nella sua corsa al passaggio di palla.Comunque il biondo aveva contratto un debito d’onore (i debiti di giuoco sono, per definizione, debiti d’onore) col bruno suo compagno di squadra, Non aspettò per pagarlo più di sei minuti. Fu quando lo stesso «Boni», all’ottavo minuto della partita di Stoccolma, restituì a Vivolo il passaggio che aveva ricevuto sei minuti prima e che gli era servito per marcare una rete assai bella, e purtroppo platonica per il noto annullamento.Qui Vivolo venne a trovarsi nella situazione a un tempo lusinghevole e scabrosa della matricola che riceve da un laureando un segno di considerazione e di simpatia. Può nascondere un tranello, in ogni caso è una prova che va affrontata e superata, pena una canzonatura o un castigo.Vivolo non batté ciglio, accettò la palla-sfida di capitan Boniperti e senza tanti preamboli la schiaffò in rete.Di quella la prima e l’ultima rete marcata dalla squadra italiana nella partita-pareggio di Stoccolma: e ne fu autore, come vedemmo, la matricola Vivolo.Non c’è male come preludio di carriera internazionale.A ventiquattro anni d’età un calciatore ha poca storia dietro le spalle, É un galletto di primo canto, che a seconda delle abitudini e delle circostanze, può finire arrostito allo spiedo o sceicco del pollaio. È molto probabile che il ventiquattrenne Vivaio abbia questo secondo destino. Ha in sé tre documenti di garanzia: l’atto di nascita, la palestra, l’addestramento, il certificato di residenza sportiva: Napoli, Cremona, Torino.È nato scugnizzo, nel significato monellesco e fantasioso che ha la parola. E chi ha sangue napoletano nelle vene ha nel cervello un rametto fiorito di petulante e furbesca estrosità. Ricordarsi di Attila Sallustro.Ha giocato per la Cremonese: è una società che non ha resistito alla morsa del calcio-spettacolo (con tutte le sue conseguenze economiche), ma che non ha perduto il suo timbro tradizionale di formatrice di squadre coraggiose e pugnaci. Ricordarsi dei fratelli Ravani.È entrato nella Juventus: e questa non è tanto una società, o una squadra, quanto una scuola. Per scuola non deve intendersi semplicemente arte di giuoco, ma guida del costume, modo di vita onorevole e signorile, sede di club e non soltanto rettangolo verde.Una società, quale la Juventus, che ha frequentemente intercambiato il giocatore e il dirigente, ha nell’uso, e quasi direi nell’istinto, la capacità di armonizzare nell’animo dei propri atleti l’abito del professionista e lo spirito del socio.Lo compensa (anzi, lo ricompensa), senza limitare la propria prestazione a un arido e mercantile pagamento. Ricordarsi di Combi.Ardente alla napoletana, battagliero alla cremonese, stilista alla juventina, Vivolo possiede quanto è necessario per imprimere l’accento della personalità nel gioco di una prima linea azzurra che da tempo andava trasvolando da un esperimento all’altro senza trovare una soluzione soddisfacente e duratura.L’ascesa di un calciatore e la titolarità di un ruolo – specialmente del ruolo scorbutico di centravanti sistemista – sono fatti che dipendono in proporzioni mal definibili dalle qualità dell’atleta e dalla fortuna che lo assiste. Ma la fortuna non dovrebbe mancare a un giocatore, quale il Vivolo, che è entrato in scena con la baldanza giovanile e la disinvoltura spiritosa di una recluta a cui bastano poche lezioni del sergente istruttore per imparare a memoria il suo mestiere.Quel suo tocco di palla, per esempio vale un ritratto. È un tocco fervido e secco a un tempo, un atto di padronanza, un annuncio di azione virtualmente impostata, una partenza felice. Questo è stile della più bell’acqua. Ma non sempre lo stile, anche se raffinato, conduce lontano: si guasta e si deforma nei giocatori che per fragilità di costituzione fisica, o per temperamento, hanno il disgusto degli ostacoli rappresentati dagli avversari poco cavallereschi o molto spregiudicati Allora girano largo nei canti, come faceva il Cellini, che aveva ben ragione di temere i cattivi incontri, o mettendo addirittura il sedere per terra al primo urto.Questo complesso di inferiorità non appartiene a Vivolo. È un ragazzo dì fegato e la lotta gli piace. I mediocentri sistemisti che spesso non esitano ad applicare la cura del manico dell’ombrello alle caviglie dei centravanti impertinenti, hanno poco da scherzare quando l’impertinenza viene da Vivolo. Se può, egli fugge affidandosi all’alterna risorsa della serpentina diretta o del passaggio incrociato col mediano o con l’attaccante smarcato. Ma se non può perché l’avversario gli è addosso, egli accetta l’azione d’uno con un vigore muscolare che il puntiglio tempra. Per quanto l’avversario difensore abbia il vantaggio dell’addestramento alla marcatura, e spesso della mole gladiatoria (i mediocentri pesano solitamente qualche chilo di più degli attaccanti. e lo sfruttano senza farsi pregare), non sempre Vivolo ha la peggio.È un giocatore che «ha il becco», come si dice nel gergo dei giocatori combattivi e impavidi. È della razza degli Schiavio, per citare un atleta della vecchia guardia in disarmo: un atleta che, per grana di giuoco, lucidità di dribbling serrato, vigore di temperamento e animoso senso della rete, trova in Vivolo un successore ideale lungo la traiettoria dei punti di analogia.Per il resto Vivolo è, a mio parere, la trovata più sicura che il calcio nazionale abbia escogitato nel periodo del dopo-guerra e nel campo degli esordienti in maglia azzurra. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/pasquale-vivolo.html
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