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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. CARLO LENCI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Lenci Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 15.07.1928 Luogo di morte: Firenze Data di morte: 12.06.2000 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 25.01.1948 - Serie A - Juventus-Bari 6-0 Ultima partita: 25.04.1948 - Serie A - Livorno-Juventus 0-0 4 presenze - 1 rete Carlo Lenci (Viareggio, 15 luglio 1928 – Firenze, 12 giugno 2000) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Lenci Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1958 Carriera Squadre di club 1946-1947 Forte dei Marmi ? (?) 1947-1948 Juventus 4 (1) 1948-1949 Legnano 28 (8) 1949-1950 Lucchese 19 (5) 1950-1951 Cremonese 34 (9) 1951-1952 Pisa 36 (2) 1952-1953 Monza 20 (4) 1953-1954 → Empoli 12 (2) 1954-1956 Lecce 28 (4) 1956-1958 Arezzo 39 (24) Carriera Ha giocato in Serie A con Juventus e Lucchese (in una stagione peraltro penalizzata da un suo incidente a Viareggio, descritto dai giornalisti come «uno scontro automotociclistico») e in B con Legnano, Pisa, Cremonese e Monza. Debuttò in A il 25 gennaio 1948 in Juventus-Bari 6-0.
  2. MIHÁLY KINCSES Nato a Budapest, l’8 aprile del 1918, inizia la sua carriera giovanissimo, nelle file del Kipest, la mitica formazione di Budapest che tenne a battesimo i primi vagiti pallonari di uno dei più prestigiosi giocatori di ogni epoca: Ferenc Puskás. Proprio Kincses è la punta di diamante dell’attacco del Kipest, quando il giovane Öcsi sta muovendo i primi passi e al suo fianco, il futuro Colonnello della Honved (che non è altro che la prosecuzione del Kipest) maturerà rapidamente.Raggiunge l’Italia nel primo dopoguerra, nella file dell’Atalanta; i bergamaschi lo fanno arrivare insieme a tale Olajkar; quest’ultimo deluse e se ne andò dopo pochi mesi. Dopo solamente una stagione in neroazzurro, approda alla Juventus e in bianconero disputa la stagione 1946-47, scendendo in campo ventiquattro volte e realizzando cinque goal.Il campionato che gioca con la maglia bianconera, lo vede ergersi a unico straniero della squadra; il boemo Arpas, secondo giocatore proveniente dall’estero, disputa poche partite, prima di sparire a metà stagione. Si adatta a giocare sia sulla fascia destra sia da interno sinistro; la sua versatilità lo rende necessario alla manovra, pur se mai indispensabile.Dotato di buona tecnica di base, Mihály non è, comunque, lo straniero che i tifosi juventini sognano. Lascia Torino nell’estate del 1948, per accasarsi al Bari, società dalla quale si separa l’anno successivo per indossare la maglia rossonera della Lucchese e quella della Salernitana, fino all’estate del 1954, quando si conclude la sua avventura italiana.Kincses, prima di arrivare in Italia, indossa per ben diciotto volte, la gloriosa maglia della Nazionale magiara. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/mihaly-kincses.html
  3. MIHÁLY KINCSES https://it.wikipedia.org/wiki/Mihály_Kincses Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 08.04.1918 Luogo di morte: Budapest Data di morte: 05.10.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: 172 cm Peso: 72 kg Nazionale Ungherese Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 04.07.1948 - Serie A - Juventus-Pro Patria 0-4 24 presenze - 5 reti Mihály Kincses (Budapest, 8 aprile 1918 – 5 ottobre 1979) è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese. Mihály Kincses Kincses (accosciato, secondo da sinistra) alla juventus nella stagione 1947-1948 Nazionalità Ungheria Altezza 172 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Attaccante, jolly Termine carriera 1955 - giocatore 197? - allenatore Carriera Giovanili 1930-1934 Kőbányai EAC Squadre di club 1934-1937 Drasche ? (?) 1937-1938 Kispesti Textilgyár ? (?) 1938-1941 Kispest ? (?) 1941-1945 Gamma Budapest ? (?) 1946-1947 Atalanta 21 (9) 1947-1948 Juventus 24 (5) 1948-1949 Bari 32 (5) 1949-1952 Lucchese 61 (25) 1952-1954 Salernitana 32 (8) 1954-1955 Cavese ? (?) Nazionale 1939-1943 Ungheria 17 (2) Carriera da allenatore 1954-1955 Cavese 1956-1957 FEDIT 1957-1958 Torres ?-1969 Atalanta Giovanili 1970-1972 SPAL Giovanili 19?? Baracca Lugo Caratteristiche tecniche Dotato di una buona tecnica, Kincses era un attaccante. Con la maglia della Juventus si è dovuto adattare a giocare a centrocampo, sia sulla fascia destra sia come interno sinistro. La sua polivalenza tattica lo rendeva necessario alla manovra ma non indispensabile. Carriera Giocatore Club Attaccante di scuola ungherese, viene portato in Italia dall'Atalanta dove arriva assieme al compagno Sándor Olajkár. Con i bergamaschi disputa un'ottima stagione in Serie A siglando 9 gol e numerosi assist. Olajkar se ne andrà dopo alcuni mesi perché aveva deluso le aspettative. Viene quindi acquistato dalla Juventus nella stagione 1946-1947, con la quale conquista giocando 24 partite e realizzando 5 marcature. Nella formazione torinese risulta essere l'unico straniero. Nel 1948 passa quindi al Bari e poi alla Lucchese, sempre nel massimo campionato italiano. Con i toscani il primo anno, realizza ben 19 reti, arenandosi tuttavia i due seguenti, nei quali segna soltanto sei gol. Dopo l'esperienza di due anni con la Salernitana, in Serie B, ritorna in patria. Nazionale Ha indossato in 17 occasioni la maglia della Nazionale ungherese con la quale realizzò 2 reti. Allenatore Nel 1954-1955 allena la Cavese Calcio e nel 1956-1957 la Federconsorzi di Roma, in IV Serie. Continuerà la carriera di allenatore, vincendo un Torneo di Viareggio con l'Atalanta, allenerà il settore giovanile bergamasco, scovando talenti come Domenghini, Vavassori, Magistrelli, Doldi e Moro. In seguito allena anche le giovanili della Spal, ai tempi del turbolento presidente Paolo Mazza, e il Baracca Lugo in Serie D. Grande maestro dei più giovani, e sempre stato un instancabile punto di riferimento per le società che prediligevano i talenti fatti in casa.
  4. FRANCESCO CERGOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Cergoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Divaccia (Slovenia) Data di nascita: 22.10.1921 Luogo di morte: Pieris (Gorizia) Data di morte: 30.01.2000 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1949 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 55 presenze - 10 reti Francesco Cergoli (Divaccia, 22 ottobre 1921 – Pieris, 30 gennaio 2000) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Francesco Cergoli Francesco Cergoli con la maglia dell'Atalanta Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1959 - giocatore 1975 - allenatore Carriera Giovanili 193?-1938 CRDA Monfalcone Squadre di club 1938-1940 CRDA Monfalcone 20 (12) 1940-1946 Triestina 99 (33) 1946-1947 Atalanta 35 (9) 1947-1949 Juventus 55 (10) 1949-1954 Atalanta 131 (9) 1954-1956 Lecco 57 (8) 1956-1957 Molfetta 19 (7) 1957-1959 CRDA Monfalcone 32 (0) Carriera da allenatore 1956-1957 Molfetta 1965-1966 CRDA Monfalcone 1967-1971 SPAL Giovanili 1973-1974 Triestina 1974-1975 Morrone Cosenza Carriera Cergoli (in piedi, primo da sinistra) nel 1947 alla Juventus Cresce tra le file del Monfalcone, con cui debutta in Serie C a 17 anni. Passa quindi alla Triestina con cui debutta in Serie A, dove resta dal 1940 al 1946, diventandone un punto fermo. I buoni risultati lo portano prima all'Atalanta e, dopo un solo anno, alla Juventus, con cui milita per due stagioni. Ritorna quindi a Bergamo, dove viene utilizzato come esterno di attacco, contribuendo all'esplosione di Karl Hansen e Sørensen. In maglia nerazzurra disputa cinque stagioni, in cui scende in campo 165 volte nel massimo campionato, che lo collocano tuttora tra i più presenti in serie A nella storia dell'Atalanta. Terminerà poi la carriera tra Lecco, Molfetta e di nuovo Monfalcone.
  5. STEFANO ANGELERI Pesando poco e pensando molto – racconta Vladimiro Caminiti – usciva spesso dalla partita. Era cresciuto nell’Acqui, passando alla Vogherese nel 1945 e alla Juventus nel 1947, per giocarvi, con alterna fortuna, due campionati. Giocatore più fine che focoso cercava le soluzioni eleganti risultando qualche volta sopra la riga.Nella Juve ancora abitata da fenomenali pelandroni John Hansen, Giovanni Pløger, Piero Rava, Sentimenti IV, Carlo Parola, presidente Gianni Agnelli, allenatore il curioso scozzese William Chalmers, non si smarrì nemmeno come ala destra. Dava del lei ai fuoriclasse, ai quali cercò neppure di rubare qualche finezza. La Juve viveva nell’ombra del Grande Torino che vinceva tutto ed egli ammirava moltissimo Valentino Mazzola. Essendo di poche parole e fidandosi del prossimo, arrivò tardi a qualche appuntamento e non seppe propagandare abbastanza le proprie giocate in punta di piedi. Le guance pallide e un’abboffata di capelli neri era un sensitivo e amava la solitudine. A Bergamo, con la maglia nerazzurra dell’Atalanta, rifiorì, giostrando con acre continuità. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/stefano-angeleri.html
  6. STEFANO ANGELERI https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Angeleri Nazione: Italia Luogo di nascita: Castellazzo Bormida (Alessandria) Data di nascita: 26.08.1926 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 31.01.2012 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 66 kg Soprannome: Gabbiano Alla Juventus dal 1947 al 1949 Esordio: 12.10.1947 - Serie A - Inter-Juventus 4-2 Ultima partita: 29.05.1949 - Serie A - Juventus-Novara 4-1 47 presenze - 2 reti Stefano Angeleri (Castellazzo Bormida, 26 agosto 1926 – Bergamo, 31 gennaio 2012) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. L'8 maggio 2012, alcuni mesi dopo la sua morte, lo stadio comunale di Castellazzo Bormida (suo paese natale) è stato intitolato a suo nome. Stefano Angeleri Angeleri con la maglia dell'Atalanta. Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1960 - giocatore 1986 - allenatore Carriera Giovanili 1939-1940 Oratorio Ovada 1940-1943 Acqui Squadre di club 1943-1944 V.I.S.A. Voghera ? (?) 1945-1947 Vogherese 53 (1) 1947-1949 Juventus 47 (2) 1949-1960 Atalanta 317 (2) Carriera da allenatore 1960-1961 San Pellegrino 1961-1965 Atalanta Giovanili 1965-1967 Atalanta 1967-1968 Atalanta Giovanili 1968-1969 Atalanta 1969-1972 Parma 1973 Modena 1973-1976 Seregno 1976-1978 Cremonese 1978-1979 Seregno 1979-1980 Casale 1980-1981 Pergocrema 1982 Sant'Angelo 1982-1983 Piacenza 1983-1985 Seregno 1985-1986 Lecco Caratteristiche tecniche Giocatore Angeleri era un centrocampista, impiegato prevalentemente come mediano in marcatura sulle mezzeali avversarie; talvolta è stato schierato anche come ala destra. Di corporatura esile, era soprannominato Gabbiano per il modo di correre a braccia larghe. Carriera Giocatore Stefano Angeleri Comincia la carriera di calciatore nelle serie minori dei campionati dilettantistici piemontesi, con Ovada e Acqui, prima di trasferirsi nella Vogherese con cui disputa i tornei di guerra e il campionato di Serie B-C Alta Italia 1945-1946. Nell'estate del 1947 approda in massima serie con la maglia della Juventus, presidente Gianni Agnelli: esordisce il 12 ottobre 1947, nella sconfitta per 4-2 sul campo dell'Inter. Nella formazione bianconera gioca per due stagioni, collezionando 47 presenze in Serie A. La Juventus in quel periodo viveva nell'ombra del Grande Torino di Ferruccio Novo e Valentino Mazzola che vinceva tutto. Nell'estate del 1949 viene trasferito all'Atalanta, nell'affare che porta Giacomo Mari a Torino; la destinazione inizialmente non è gradita, tanto che si pensava che questa fosse una sistemazione provvisoria. Al contrario, a Bergamo, con la maglia neroazzurra dell’Atalanta, rifiorì, rimanendo nelle formazione nerazzurra per undici stagioni consecutive, diventandone il capitano, e fino alla stagione 2010-2011 è stato il giocatore con il maggior numero di presenze con l'Atalanta, superato poi da Gianpaolo Bellini. Vanta comunque il record di presenze in serie A con 281 partite di campionato disputate. Con la maglia nerazzurra ha vinto il campionato di Serie B 1958-1959; l'anno successivo, all'età di 34 anni, è costretto al ritiro a causa di problemi cardiaci. In carriera ha totalizzato complessivamente 328 presenze e 4 reti in Serie A e 67 presenze in Serie B. Allenatore Al termine della sua carriera agonistica si dedica al ruolo di allenatore, dapprima nel San Pellegrino e poi nelle giovanili dell'Atalanta per quattro stagioni. Nel campionato 1965-1966 viene promosso in prima squadra, in sostituzione dell'esonerato Hector Puricelli, ottenendo la salvezza a fine stagione; viene poi riconfermato fino al termine della stagione 1966-1967, quando viene sostituito da Paolo Tabanelli. Viene tuttavia richiamato a tre giornate dal termine del campionato, ottenendo una nuova salvezza, prima di essere definitivamente esonerato alla ventesima giornata del campionato 1968-1969, quando viene sostituito da Silvano Moro. Lasciata Bergamo, passa sulla panchina del Parma in Serie D, subentrando al dimissionario Giancarlo Vitali, e con i ducali ottiene la promozione in Serie C, grazie a 15 vittorie su 18 partite disputate. Rimane sulla panchina gialloblu fino alla stagione 1971-1972, quando viene esonerato mentre la squadra è in lotta per la promozione. Dopo una breve esperienza sulla panchina del Modena (subentrato a Leonardo Costagliola, viene a sua volta sostituito da Armando Cavazzuti), guida per tre stagioni il Seregno e poi passa alla Cremonese, con cui ottiene la promozione in Serie B nel campionato 1976-1977. Riconfermato tra i cadetti, viene esonerato nel corso del girone di ritorno a causa della precaria posizione in classifica, che porterà poi alla retrocessione. Nelle annate successive torna al Seregno, con cui sfiora la promozione in Serie C1, e poi allena il Casale, sostituendo in autunno l'esonerato Sandro Salvadore: con la formazione nerostellata ottiene la salvezza con alcune giornate di anticipo, tuttavia non viene riconfermato. Dopo una stagione al Pergocrema, nel corso del campionato di Serie C1 1981-1982 viene chiamato alla guida del Sant'Angelo, senza evitarne la retrocessione in Serie C2. L'anno successivo subentra a Pier Luigi Meciani sulla panchina del Piacenza; dopo un buon avvio, la formazione emiliana entra in crisi di risultati, e Angeleri viene esonerato a sei giornate dal termine. Conclude la propria carriera di allenatore sostituendo Agostino Alzani alla guida del Lecco, nel Campionato Interregionale 1985-1986. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Atalanta: 1958-1959 Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cremonese: 1976-1977 Campionato italiano Serie D: 1 - Parma: 1969-1970
  7. PIERO GIBELLINO https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Gibellino Nazione: Italia Luogo di nascita: Gattinara (Vercelli) Data di nascita: 29.03.1926 Luogo di morte: Gattinara (Vercelli) Data di morte: 05.07.2003 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Pier Vittorio Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 06.05.1948 - Serie A - Juventus-Milan 2-1 14 presenze - 0 reti Piero Gibellino (Gattinara, 29 marzo 1926 – Gattinara, 5 luglio 2003) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Piero Gibellino Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club ????-1947 Gattinara ? (?) 1947-1948 Juventus 14 (0) Origini Nato nel 1926, in una famiglia di umili origini, crebbe a Gattinara, in provincia di Vercelli. Carriera Proveniente dal Gattinara, fece il suo esordio in bianconero contro l'Alessandria il 14 settembre 1947 in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Milan il 6 maggio 1948 in una vittoria per 2-1. Nella sua unica stagione bianconera collezionò 14 presenze senza reti all'attivo. Fine carriera La stagione calcistica si concluse precocemente in seguito ad un infortunio ad un ginocchio, che lo costrinse al ritiro.
  8. ANTONIO DALMONTE https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Dalmonte Nazione: Italia Luogo di nascita: Castrocaro Terme (Forlí-Cesena) Data di nascita: 03.04.1919 Luogo di morte: Castrocaro Terme (Forlí-Cesena) Data di morte: 05.09.2015 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 19.10.1947 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 Ultima partita: 04.07.1948 - Serie A - Juventus-Pro Patria 0-4 16 presenze - 0 reti Antonio Dalmonte (Castrocaro Terme, 3 aprile 1919 – Castrocaro Terme, 5 settembre 2015) è stato un calciatore italiano. Antonio Dalmonte Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1940-1941 Forlimpopoli 25 (0) 1941-1942 Ambrosiana-Inter 0 (0) 1942-1943 Ravenna 13 (0) 1945-1946 Forti e Liberi 18 (0) 1946-1947 Cesena 39 (0) 1947-1948 Juventus 16 (0) 1948-1952 Atalanta 116 (0) 1952-1953 Reggiana 21 (0) 1953-1954 Aosta 21 (1) 1954-1956 Vogherese 23 (0) Carriera Scala le categorie con squadre romagnole, fino al debutto in Serie A avvenuto con la maglia della Juventus. Dopo una stagione in bianconero passa all'Atalanta, società con cui disputa quattro campionati consecutivi, tutti in Serie A. Conclude la carriera in IV Serie tra Aosta e Vogherese. In carriera ha totalizzato complessivamente 132 presenze in Serie A e 39 in Serie B (col Cesena nella stagione 1946-1947). Palmarès Club Competizioni nazionali IV Serie: 1 - Aosta: 1953-1954
  9. ARALDO CAPRILI https://it.wikipedia.org/wiki/Araldo_Caprili Nazione: Italia Luogo di nascita: Viareggio (Lucca) Data di nascita: 10.09.1920 Luogo di morte: Viareggio (Lucca) Data di morte: 09.01.1982 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1949 Esordio: 14.09.1947 - Serie A - Alessandria-Juventus 1-3 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 22 presenze - 1 rete Araldo Caprili (Viareggio, 10 settembre 1920 – Viareggio, 9 gennaio 1982) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Araldo Caprili Caprili (accosciato, secondo da destra) alla Juventus nella stagione 1947-1948 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1954 Carriera Squadre di club 1939-1940 Pontedera ? (?) 1946-1947 Viareggio 41 (2) 1947-1949 Juventus 22 (1) 1949-1952 Lucchese 72 (0) 1952-1954 Spezia 49 (0) Caratteristiche tecniche Era un difensore rapido e forte fisicamente; era anche ambidestro. Carriera Giocò in Serie A con Juventus e Lucchese.
  10. GIANNI AGNELLI «La Juve è per me l’amore di una vita intera, motivo di gioia e orgoglio, ma anche di delusione e frustrazione, comunque emozioni forti, come può dare una vera e infinita storia d’amore. La Juventus è la compagna della mia vita, soprattutto un’emozione. Accade quando vedo entrare quelle maglie in campo. Mi emoziono persino quando leggo sul giornale la lettera J in qualche titolo. Subito penso alla Juve». GIANNI ARMAND-PILON, DA “LA STAMPA” DEL 24 GENNAIO 2003 Giovanni Agnelli è morto, a 81 anni, nella sua villa sulla collina di Torino. Si è spento in una mattina gelida di fine gennaio, poche ore dopo avere ricevuto l’estrema unzione dal cardinale Severino Poletto. Il presidente onorario della Fiat, nipote del fondatore dell’azienda che ha fatto dell’Italia un Paese industriale, aveva accanto la moglie Marella, la figlia Margherita e il nipote John Elkann. La notizia si è diffusa in città pochi minuti prima che iniziasse la riunione dell’accomandita di famiglia. Il primo ad arrivare è stato il presidente della Fiat, Paolo Fresco, seguito da Egon Von Furstenberg, Pio Teodorani Fabbri, Maria Sole Agnelli, John Elkann, Andrea Agnelli e Tiziana Nasi. Susanna Agnelli, visibilmente affranta, non ha rilasciato dichiarazioni. «Vi ringrazio», ha invece detto ai cronisti coprendosi il volto con una borsetta. Margherita Agnelli, figlia del senatore a vita, arrivando per ultima e lasciando per prima l’assemblea. Otto mesi fa – maggio 2002 – era stato lo stesso Agnelli ad annunciare che andava negli Stati Uniti a curare un male alla prostata che lo tormentava da tempo. Una scelta, quella di rendere pubblica la malattia, che andava contro i suoi desideri e il suo stesso stile. Ma una scelta necessaria, quasi obbligata, «per mettere a tacere voci e speculazioni di borsa sulla Fiat» come aveva spiegato in un’intervista. «Non posso accettare che un mio problema personale si ripercuota sugli azionisti, sull’azienda e su tutto ciò che si muove attorno a noi». L’azienda era tutta la sua vita, difenderla dagli attacchi il suo primo pensiero. E quindi; «Ho deciso di agire con la massima trasparenza». Era partito per un primo ciclo di cure a New York a ridosso dell’assemblea Fiat, e Dio solo sa quanto gli era costato dover rinunciare a quell’appuntamento. Per la prima volta dopo 60 anni, i lavori dell’assemblea convocata per il 14 maggio 2002 si sono aperti senza l’Avvocato fisicamente presente, a illustrare le cifre dell’azienda. Agnelli aveva seguito lo stesso il susseguirsi degli interventi, collegato a Torino dalla sua abitazione affacciata su Park Avenue. Via telefono, gli era arrivata l’eco metallica del lungo applauso che si era levato dopo le parole del presidente Paolo Fresco, che in apertura gli augurava di guarire presto, e in fretta di tornare a Torino, per riprendere in mano la guida dell’azienda di famiglia. Era rientrato un mese dopo – 4 giugno – in anticipo sulle previsioni. La notizia della fine del ciclo di terapia era stata data da un portavoce del Gruppo a Stupinigi, dove quel giorno si presentavano due nuovi modelli di casa Lancia, la Phedra e la Thesis. E la conferma di quanto il mercato guardasse con attenzione alle condizioni di salute del presidente onorario Fiat era arrivato praticamente in tempo reale dalla borsa di Milano, dove il titolo Fiat aveva subito recuperato un punto. Dopo l’estate trascorsa tra Villa Frescot e la residenza di Villar Perosa, il 20 settembre Giovanni Agnelli era intervenuto all’inaugurazione della Pinacoteca che porta il suo nome e quella della moglie Marella, all’interno dello «scrigno» progettato dall’architetto Renzo Piano sul tetto della vecchia fabbrica Fiat, al Lingotto. Qui, tra i capolavori del Canaletto e di Picasso (un dono lasciato alla città perché «mi sentivo in colpa, voglio proprio usare questa parola, verso Torino, verso la mia città, che mi ha dato tanto»), l’incontro con il presidente della Repubblica Ciampi, la moglie Franca, il presidente del Senato Pera, il ministro per i Beni culturali Urbani e l’amico Kissinger. Venti minuti passati a parlare di economia, pittura e calcio, nessun giornalista ammesso, nessuna telecamera, solo un fotografo per la foto ufficiale pubblicata il giorno dopo su tutti i giornali. L’ultima immagine di Giovanni Agnelli mostra un uomo tirato ma non sofferente, elegante in abito grigio, camicia bianca e cravatta scura, su uno sfondo di piante sempreverdi. Sembrava che la malattia fosse, se non vinta, almeno sotto controllo. E invece, due mesi dopo – siamo allo scorso novembre – ecco la notizia di un secondo viaggio a New York per un nuovo ciclo di cure. Poi il ritorno a casa, al lavoro per l’azienda di famiglia nonostante un’autonomia sempre più ridotta. Ieri, la resa davanti al male. Alle 20, la famiglia ha chiamato il cardinale Poletto pregandolo di salire a dare l’estrema unzione all’Avvocato. Ieri mattina alle 8,30 la notizia, diffusa con un comunicato dalla famiglia: «Giovanni Agnelli è spirato, nella sua casa torinese. La camera ardente sarà allestita al Lingotto e i funerali si svolgeranno a Villar Perosa in forma strettamente privata». IGOR MAN, DA “LA STAMPA” DEL 25 GENNAIO 2003 E così sia, Giovanni (Gianni) Agnelli, detto l’Avvocato. Sopravvive allo strazio fisico il sorriso antico del vecchio marinaio, la curva amara delle labbra s’è fatta paziente, distesa. Dio con una mano dà, con l’altra leva: e accade che la morte asciughi la sofferenza, prima che possa umiliare troppo l’uomo. Dice il Salmo: «Tenero e pietoso è il Signore / lento all’ira e grande nella benignità (...). Come il padre è tenero coi suoi figli / così il Signore è tenero verso coloro che credono in Lui». Questo che cito, il Salmo 103-3, era molto caro a Edoardo Agnelli, il figlio-bambino dell’Avvocato e di Donna Marella, la Principessa Caracciolo, moglie infinitamente paziente di Gianni Agnelli, madre dolorosa. A chi scrive riesce difficile, in questo momento, mettere ordine nel tumulto dei sentimenti. Era, fu, un Potente ma non dimenticò mai i doveri del gentiluomo. Consapevole d’essere uno degli «Imperatori del Mondo Industriale», non trascurò la lezione di suo Nonno-Fiat: «Gianni, l’educazione è tutto. Non dimenticare mai le buone maniere». La sua gentilezza era, dunque, una divisa che indossava notte e giorno?, gli chiesi una volta. Rispose che se l’era domandato spesso anche lui concludendo che, buone maniere o no, il segreto stava nel sapersi dominare, nel temperare l’arroganza. «So d’esserlo, arrogante, e me ne dolgo sicché capita che magari invece d’un cicchetto sembra ch’io elogi chi ha fatto una cappellata. E in questo caso chi è intelligente capisce e incassa mentre il cretino (l’Avvocato arrotava tremendamente la R quando diceva cre-ti-no) se ne va tutto contento, tranne a realizzare dopo il disastro». Pensa di avere molti nemici?, gli domandai una delle ultime volte che l’ho visto al Lingotto, diciamo prima della Malattia. «Certamente», rispose, subito aggiungendo con un sorriso divertito: «Ma qualche amico ce l’ho e me lo tengo caro». Henry Kissinger è stato un amico, forse il primo amico dell’Avvocato e certamente lo era quell’ignoto marinaio al centro d’un accadimento che racconterò perché dà la misura di chi fosse, e come fosse, il Personaggio. L’Avvocato era un uomo impaziente, facile ad annoiarsi. Aveva un solo aggettivo, lui che parlava veloce e incisivo, elegante. «Divertente». Tutto quello che andava bene: una partita di calcio, un articolo, un libro, un’operazione finanziaria – se meritava, appunto, il suo interessamento, era «divertente». Ma quest’unico aggettivo – «divertente» – non è che ricorresse sempre nel suo discorso. Era molto esigente, l’Avvocato e questo si può capire, e spesso divertente quando non affascinante (allorché parlava della sua esperienza di soldato nell’ultima guerra) ma non avrei mai immaginato che potesse risultare «noioso». Sua figlia Margherita, sì la pittrice che riesce a «dipingere in russo» Il Piccolo Principe, mi disse un giorno che «Papà come genitore è piuttosto noioso, sicché quando siamo insieme, a famiglie riunite, cerchiamo di portare il discorso sul giornale, su di lei, sulle sue avventure che tanto interessano papà». E cosa dice di me? «Divertente», rispose con un sorriso terribilmente simile a quello di suo padre. «Papà dice che lei è divertente». Coi figli, dunque, era «noioso». E tuttavia li amava. Oh come li amava: di Margherita ammirava non tanto il «talento d’artista» («dovrebbe solo organizzare meglio il suo lavoro, forse», diceva) quanto il carattere, la fantasia. «È come una matrioska all’incontrarlo», mi disse di lei quando fece una mostra – presentata da monsignor Ravasi a Milano. Sarebbe a dare? «Alla fine, leva leva, rimane la bambola più grande. Appunto, una matrioska in ordine inverso». Stimava dunque sua figlia Margherita, l’Avvocato. Ma con Edoardo, con suo figlio Edoardo quali erano, furono, i rapporti? «Nec tecum nec sine te vivere possum»: potrebbe essere questa la risposta giusta a un interrogativo crudele. Li univa, padre e figlio, una affettuosa incompatibilità di carattere, se così può dirsi. L’Avvocato mi chiese un giorno, or è tant’anni, di ricevere suo figlio: «Ha molti interessi, forse troppo, lo attira l’Oriente in senso lato, quelle religioni ama studiarle ma temo faccia un po’ di confusione, le dispiace incontrarlo?». Venne a casa mia, ci vedemmo ancora una volta in via XXIV Maggio, e di nuovo in occasione d’una diretta televisiva su Khomeini eccetera. Ricordo in particolare un incontro a Roma, nel vasto living di casa Agnelli, dominato dal nudo castamente sensuale di Modigliani. L’allora giovanissimo Edoardo era con il suo amico Almagià. Non aveva letto il Corano se non a spizzichi e bocconi sicché gli consigliai una bella edizione francese e, ovviamente, l’opera del Busani. Edoardo aveva una intelligenza rapace ma spesso dava l’impressione di straniarsi dalla realtà per costruire mentalmente una sorta di «utopia personale rivoluzionaria», come ebbe a dire un amico comune, Enrico Becchi, il giovine ma già grande costruttore torinese morto pilotando un vecchio Catalina trasformato in aereo-anfibio. Al funerale di Enrico, Edoardo era accanto a sua madre Marella. All’uscita, qualcuno mi strinse il braccio. Era Edoardo: «Lo sapeva che Enrico le voleva molto bene? Anch’io gliene volevo», disse asciugandosi gli occhi, «e ho pregato per lui, insieme con mia mamma. Mi scusi ma debbo correre da lei, da mia madre, è proprio addolorata». Dal modo con cui Edoardo disse: «debbo correre da lei», sentii che portava a sua madre un amore sconfinato, di quelli che si provano pei genitori soltanto quando si è bambini. Col padre era più difficile. «Non vanno d’accordo», dicevano. Banalmente, poiché non «andar d’accordo» è un conto, amarsi un altro. E i due, Gianni e Edoardo, si amavano. Si scontravano in un clima affatto piemontese ma guai a chi incautamente criticava il padre cercando di arruffianarsi il figlio: questi lo zittiva con furore. Di Edoardo con l’Avvocato abbiamo parlato una volta sola: io ho «spiegato» al padre quanto suo figlio, a conti fatti, gli somigliasse: era, forse, Edoardo, l’altra metà di Gianni Agnelli, quello che diceva cose che il Monarca-Fiat non poteva né doveva dire – così com’è nel destino dei leaders. E qui debbo dire che l’Avvocato ha cominciato a morire (giorno dopo giorno, lentissimamente ma inesorabilmente) il mattino in cui Edoardo tirò lo zip, ghigliottinando la sua giovine vita agra. Educato a dominare ogni pena, sia fisica che spirituale, l’Avvocato riuscì a non far pesare il suo stravolgimento interiore a chi gli stava intorno per lavoro, per usuale frequentazione. Pochi giorni erano passati dalla tragedia quando, insieme a Donna Marella, non volle mancare al premio Pannunzio, assegnato fra l’altro a un giornalista ch’egli apprezzava e non poco: Paolo Mieli. Lui, l’Avvocato, sembrava esser diventato di giada, lei. Donna Marella, era già quella «addolorata» che oggi somma il distacco dal suo compagno che lei sola sa «chi» veramente fosse, alla mutilazione subita con la morte di Edoardo. Ora, Donna Marella, stringe le mani ai visitatori, amici e conoscenti, e sul suo viso tatuato dalla pena il ricordo sovrappone i lineamenti modiglianeschi d’una fanciulla gaia, ricca di interessi artistici. Lei, giovanissima principessa Caracciolo, il cui padre, presidente dell’Aci, accompagnavo spesso dall’ufficio di via Marsala (vi andavo a prendere l’aperitivo sotto l’occhio attento di Enzo de Bernart) alla Lungarina dove, appunto, abitavano i Caracciolo. Come sorrideva bene Donna Marella, allora. Un giorno la marchesa Sant’Angelo mi disse che li aveva fatti incontrare: l’Avvocato e la Principessa «due giovani da romanzo», disse: «Sarà il matrimonio del secolo». Non so se lo sia stato, ed ha poca importanza oramai: so che niente e nessuno è riuscito a togliere la regalità a Donna Marella. Così come so che a soffrire terribilmente sarà Susanna Agnelli, la sorella. Un giorno ch’eravamo nel living a prendere l’aperitivo, ed era appena passato come un cordiale uragano Mario d’Urso, vidi d’un tratto l’Avvocato tendere l’orecchio e, poi, con un sorriso estatico sussurrare: «È lei». Lei era Suni, la sorella cara, la confidente, la Persona con cui aveva vissuto momenti terribili, dolorosi, sempre temperati dall’ironia, dal bon mot. Si abbracciarono come se si vedessero dopo tanto tempo, Suni e l’Avvocato si volevano bene sul serio, basta del resto leggere quel libro per molti versi straordinario ch’è Vestivamo alla marinara. Si volevano bene assolutamente, e tuttavia quando sua sorella fu Ministro degli Esteri (atipico ministro ma audace e capace) Gianni spesso polemizzò con lei. Quante se ne sono dette sui rapporti fra Gianni e Umberto, fra l’Avvocato e il Dottore. Io non oso dar giudizi non fosse altro perché non ero un «intimo di Casa Agnelli», ci mancherebbe. Ma in questo momento difficile – sul piano dei sentimenti, sul piano della realtà industriale – posso dar testimonianza del rapporto forte tra i due fratelli. Una volta che avevo un appuntamento con il Dottore, vidi, prima d’incontrarlo in Corso Matteotti, l’Avvocato: al Lingotto. Accompagnandomi all’ascensore (camminava spedito allora, ancorché caracollando) disse, come se parlasse a se stesso: «Non è facile, me ne rendo conto, essere mio fratello. Col mio caratteraccio non capisco, a volte, come faccia a sopportarmi, Umberto. Noi gli dobbiamo molto come... ditta, come famiglia. La morte giovane di Giovannino non ha piegato la sua determinazione. Il suo genio finanziario è un grosso valore aggiunto», concluse. Naturalmente mi guardai bene dal riferire questo rapido discorso a Umberto Agnelli, ma ora è diverso; ora l’Avvocato non c’è più e ogni remora cade di fronte alla verità. E la verità parla di un uomo genialmente contraddittorio, che di certo intuì il precipitare del Destino ma volle esorcizzare l’intuizione con l’indifferenza, con la preghiera (clandestina). Proprio l’ultima volta che l’ho visto, non so come il discorso cadde su Cesare Romiti. «Cosa vuole che le dica – disse l’Avvocato –, più passa il tempo, più mi convinco che a quell’uomo in definitiva io voglio bene. Ha fatto tanto per noi, per Fiat, per il lavoro. Quando lo vede, glielo dica». Non gliel’ho mai detto ma adesso tutto va detto: è il modo migliore, penso, per chi lo amò, di onorare il Principe. Che aveva una etica dell’amicizia tutta particolare. Avevamo stabilito che non mi chiamasse, se non in casi urgenti, prima delle 8 del mattino né io avrei potuto telefonargli dopo le 10 della sera. Ma un mattino (ero a Sabaudia) mi telefonò alle 5 allarmando mia moglie (con la quale poi si scusò con molto spirito), facendomi prendere un mezzo accidente: «Dovremo spostare di un po’ l’appuntamento. Dovevamo vederci alle 9 in via XXFV Maggio, le dispiace rinviare diciamo alle undici?». Roger, ricevuto – risposi, come sempre. Alle undici ero dunque a casa sua, parlammo nel piccolo salotto zeppo di giornali stranieri e italiani, sorseggiando io la solita acqua minerale, l’Avvocato l’abituale tè lunghissimo, bollente. Indossava un paio di jeans molto vissuti e una camicia di lino vecchia di taglio eppur sontuosa. Al momento del congedo mi disse tra l’irritato e il sorpreso: «Non vuol sapere perché ho spostato l’appuntamento?». Avvocato, se non me lo dice lei, per me va bene lo stesso: immagino siano fatti suoi, risposi. «Vede – disse – è morto un mio vecchio amico marinaio; un caro amico. È morto in Corsica, sono andato a salutarlo». Un vecchio marinaio?, dissi: come quello della famosa ballata di Coleridge? (SamuelTaylor Coleridge: poeta, filosofo, 1772-1834). E qui l’Avvocato, con mia sorpresa, prese a recitare i versi della Ballata del Vecchio Marinaio. In inglese, in quell’inglese senza accento che tanto affascinava i suoi amici anglosassoni, Kissinger per primo. «Higher and higher every day / Till over the mast at noon (...) At length did cross an Albatros: / torough the fog it came; / as if it had been a Christian soul / we hailed il in God’s name». (Ogni giorno più in alto, sempre più in alto, al di sopra dell’albero maestro, a mezzodì – In fine dalla nebbia sbucò un albatros – e noi lo salutammo, anima cristiana, nel nome del Signore). Uno scrive l’Avvocato, e tutti capiscono. Non c’è bisogno di specificare che il dottor Agnelli Giovanni, presidente onorario della Fiat, sia «lui», l’Avvocato: lo sanno anche nel Burundi. Enzo Biagi, tanti anni fa, dedicandogli un libro intero, lo ha chiamato Il Signor Fiat. E son tanti gli scritti, perlopiù di autori stranieri, a lui dedicati: nel senso che ambiscono a raccontare il Personaggio e la Fabbrica. La Fiat, giustappunto, intimamente legati – uomo e azienda, a filo doppio alla Storia, non soltanto italiana. Nella buona e nella cattiva sorte. Si sa che l’Avvocato, pur essendo uno degli uomini più ricchi del mondo, non ha mai toccato il denaro. Una mattina, tanti e tanti anni fa, Agnelli decise di andare a Villa Giulia perché alla Galleria di Arte Moderna Palma Bucarelli esponeva anche il famoso Modigliani contestato nella sua autenticità da Virgilio Guzzi, critico rigoroso. L’Avvocato coinvolse Alberto Ronchey, ch’egli da sempre giudica un grande giornalista swiftiano, che a sua volta reclutò il sottoscritto. Varcato l’ingresso della Galleria, un’impiegata chiese all’Avvocato se volesse il catalogo. «Certo che sì, grazie», disse lui. Sono 15 mila lire, aggiunse quella e l’Avvocato sfiorando il suo doppiopetto galles: «Non ho con me denaro – disse –, Ronchey le dispiace fare per me?». Borbottando: si figuri, Alberto sganciò. Un po’ tutti conoscono la sua competente passione in fatto di antiquariato, ebbene, sempre un bel po’ di anni fa, a Hong Kong, andò a trovare uno dei più rinomati antiquari (un cinese) della terra. Acquistò in cambio di un bel mucchietto di dollari un cavallino di legno di buona dinastia, ma quando venne il momento di firmare l’assegno, chiese uno sconto. Il cinese e l’accompagnatore (l’allora console generale Bolla) trasecolarono: «Io, lei lo sa, non pratico mai sconti», obiettò il cinese. «Allora non se ne fa nulla», scandì l’Avvocato, irritatissimo. Finì che ebbe lo sconto: cinquecento dollari, un’inezia, ma era tutta una questione di principio del signor Agnelli, non dell’Avvocato, uno degli «imperatori del mondo», quella di farsi fare lo sconto, da buon piemontese. Lo so, codesta è aneddotica: per certi versi «illuminante»; ma sempre aneddotica. Io che ho avuto la fortuna di frequentarlo dal 1963 e che sono pressoché suo coetaneo, ho avuto modo di ascoltarlo quando si abbandonava ai ricordi. Perché raccontando di questo o di quello, egli finiva col raccontarsi, non accorgendosi – seppure vigile e controllatissimo –, di squarciare un po’ l’aura di mistero che l’avvolgeva. Mistero intimo, non biografico, sia chiaro, custodito da un sorriso da antico marinaio: un sorriso appena accennato che sfuma malinconico in una piega quasi dolorosa delle labbra, agli angoli della bocca. Sappiamo del suo coraggioso comportamento in combattimento, è noto il suo «no» all’imboscamento sia pure stragiustificato durante la guerra; sua sorella Suni in quel libro unico che è Vestivamo alla marinara, ci ha fatto toccare con mano la sua eccezionale capacità di dominare il dolore più atroce, ironizzandoci sopra, addirittura. Ebbene, la sua cognizione del dolore (non solo fisico) faceva sì ch’egli partecipasse della sofferenza altrui recandosi a visitare un suo vecchio marinaio in difficoltà, ovvero un operaio ferito o semplicemente un amico: che può essere Rockefeller ovvero un suo anonimo dipendente. Aveva il culto dell’amicizia, l’Avvocato, sicché l’addolorava il «tradimento». E questo può valere per un calciatore come per una sua eccezionalmente, signorilmente brava assistente personale. Un piemontese come lui, quella versione postmoderna di Principe Rinascimentale ch’egli fu, aveva dell’amicizia un culto curiosamente siciliano. (Per un siciliano spesso l’amico è più del fratello. Col fratello puoi vivere alla peggio insieme, con l’amico ti coniughi). Mi piaceva ascoltarlo, tanto che infinite volte ci siamo ripromessi di mettere sul tavolo un registratore ad andar sul filo della memoria. Era importante per me sentirlo parlare di New York («colei che non si deve amare», come diceva Ugo Stille), la New York del Cinquanta, del Sessanta in particolare. Scoprii che avevamo incontrato le stesse persone, poiché un giornalista è come la salamandra, va dappertutto: da casa Vanderbilt allo studio di Pollock, dall’Algonquin al Village. Però lui li ha conosciuti dentro, il reporter li ha solo sfiorati, i big. Ma qualche amico comune c’è stato, ad esempio Raimondo Lanza che aveva acquistato un centravanti per il Palermo solo perché lo incantava l’eleganza del suo dribbling stretto. E ciò spiega il rapporto di simpatia amicale che legava l’Avvocato al grande Platini. A proposito; lui che era sempre piuttosto aggiornato in fatto di letteratura straniera, e di saggistica economico-finanziaria, non nascondeva, al pari del Vecchio Cronista, di leggere il Guerin Sportivo. Mi piaceva ascoltarlo anche perché imparavo. Per esempio che il cinismo ch’egli ostentava truccandolo da battuta, non aboliva il sentimento profondo dell’etica cristiana. Mi raccontò, un giorno, che capì definitivamente quanto sporca sia la guerra vedendo, sul fronte russo, soldati tedeschi con lo zaino pieno di munizioni andare su di una passerella per rifornire un reparto isolato, cadendo come le mosche sotto il fuoco sovietico. Espresse il suo sgomento e si sentì rispondere dall’ufficiale tedesco di collegamento: «Ma no, quelli sono prigionieri russi ai quali abbiamo messo la divisa tedesca». Era stato ufficiale in Africa e in Russia e, pur avendo sofferto, aveva molti bei ricordi della vita militare. Tra gli altri, come amava ripetere, uno, tra il malinconico e il gentile, degli ufficiali rumeni di cavalleria che, a Bucarest, portavano un ramo di jasmin sul kepi. ROBERTO BECCANTINI, DA “LA STAMPA” DEL 25 GENNAIO 2003 Fu Edoardo, il padre, a presentargli la Juventus, un pomeriggio del settembre 1925. Aveva poco più di quattro anni. Ne sarebbe nato un romanzo, un’emozione lunga una vita, la sua vita, con digressioni forti e non meno suggestive: la Ferrari, la vela, lo sci. «Vinca la Juve o vinca il migliore? Sono fortunato, spesso le due cose coincidono». Penso che sia questa – soprattutto questa – la frase che più di ogni altra riassume lo spirito di Giovanni Agnelli. La volontà di eccellere, il piacere di riuscirci spesso, il privilegio di partire da una posizione di forza: ereditata e continuamente allenata, sì, ma non urlata. Lo sport gli deve una passione ruspante, una curiosità quasi mai banale, uno stile che esula dal patrimonio e dal potere. Se bastava il nome degli Agnelli ad aprire le porte, l’Avvocato, di sicuro, non si è mai dimenticato le chiavi: e non ha mai sbattuto l’uscio. Non esiste al mondo una società caratterizzata da una famiglia come la Juventus. Il fratello Umberto ha sempre incarnato la figura del «primo ministro», l’Avvocato ha raccolto via via su di sé le funzioni e le aspettative del «sovrano»: operativo, quando toccava a lui dirigere; distaccato ma vigile, quando era stabilito che toccasse ad altri. Fosse stato un giocatore, penso che avrebbe scelto il «dieci», il numero più fantasioso ed esteticamente più sgargiante, la maglia di Omar Sivori e Michel Platini, i suoi pupilli. Il calcio che «giocava», al telefono o dalla tribuna, era il calcio che aveva respirato in gioventù, molto dribbling e poco lavagna: lampo, non tuono. Era curioso, sapeva ascoltare. Detestava gli specialisti, «così noiosi...», aveva un gusto innato per l’ironia, che spalmava sui taccuini di noi cronisti, golosi e ossequiosi. L’ha detto l’Avvocato: titolo a nove colonne, e la soddisfazione di aver superato un esame. Prima dell’elicottero di Berlusconi, c’è stato il suo. Quello che, a Villar Perosa, ciondolava sul campo e sanciva (allora) il battesimo della stagione, i titolari della Juve contro i giovani della Primavera. Era diventato un rito, una cerimonia: la sfilata della squadra a casa Agnelli, la processione dei tifosi, gli autografi, la partita e poi l’intervista. Questa non meno attesa, e ambita, di quella. E poi le telefonate. Rigorosamente non dopo le sette di mattina. Un giorno di Juve calante mi disse: «Veda. Bei tempi, quando buttavo giù dal letto Boniperti all’alba. Il guaio è che adesso devo svegliarlo alle quattro del pomeriggio». Si divertiva. Dello sport, detestava soltanto l’aspetto politico, le beghe di palazzo, le volgarità cortigiane. Di politica ne aveva fin sopra ai capelli, il pallone era il suo giardino; la Juve, la sua compagna di vita. Le ha amate tutte, anche le più scalcinate, anche quella che definì «socialdemocratica», la Juve di Heriberto Herrera, un coro senza tenori. Ce n’è stata una, nel 1983, che portò addirittura alla Casa Bianca, e George Bush il vecchio, all’epoca vice di Ronald Reagan, si abbandonò in suo onore a un improbabile palleggio. L’ha offerta in visione agli amici, guardare ma non toccare: a Henry Kissinger parlò di Zbigniew Boniek come del «bello di notte». Ci volevano le serate di coppa, per vellicarne il cuore e i garretti. L’orologio sopra il polsino e la cravatta sopra il pullover furono colti per la prima volta allo stadio. Non che ci tenesse, ma tutto, dell’Avvocato, faceva notizia. Le sue frecciate, per esempio, e le sue battute. Roberto Baggio è passato da «Raffaello» a «coniglio bagnato». Alessandro «Pinturicchio» Del Piero potrà sempre raccontare di essere stato insignito di un gerundio: «Aspettando Godot». Zidane, «più divertente che utile». Zidane gli era stato consigliato da Platini. Platini, in compenso, era arrivato nel 1982, suggerito personalmente da Agnelli. Michel: glamour francese in salsa italiana. Gli piacevano così. O viziosi come Sivori o eleganti come Platini. I mediani li tollerava al massimo nella Confindustria, non nella sua squadra. Lo snobismo dell’Avvocato ha sempre nascosto competenza e umiltà: la competenza maturata affacciandosi negli spogliatoi, l’umiltà di stare a sentire anche l’ultimo degli scribi. Durante gli Europei del 1996, si avventurò fino a Wembley per Inghilterra-Spagna. Mi telefonò, mi partecipò le sue sensazioni, si divertiva, contento, parafrasando Andy Warhol, di essersi ritagliato «un’ora e mezzo di non popolarità». Le polemiche non competono ai monarchi, competono ai suoi dignitari. L’Avvocato le ha sempre sorvolate. La Juve è diventata, nel tempo, la società più amata e più odiata, lo stile Juve si è diffuso attorno alla sua persona e alla sua personalità, rispetto, distacco e un amore spruzzato di aristocratico understatement. Lo ricordo choccato all’Heysel, a mattanza appena consumata, abbattuto ad Atene, la sera in cui l’Amburgo sfilò alla Juve una Coppa che sembrava già vinta: e sferzante, sempre, più con i suoi che con gli avversari. E non erano i bersagli ad arrabbiarsi: erano gli esclusi. Trovava «emozionante» il modo in cui difendeva Julio Cesar, e, quando irruppe Silvio Berlusconi, era convinto che lui e Sacchi avrebbero rovinato il Milan. Si sbagliava, si scusò. Berlusconi «ha trasformato il calcio da sport di città a spettacolo televisivo. Il suo Milan lo paragonerei agli Harlem Globetrotters». La Juve di Boniperti gli corse dietro, ma aveva ali di cera e si sciolse come Icaro al sole. «Se solo avessi potuto – confessò Agnelli a Candido Cannavo – avrei preso quel Milan e lo avrei trasferito, in blocco, a Torino». Salvo aggiungere, per tirare su il morale di Boniperti: «Loro, però, hanno vinto due campionati di serie B e tu non ci sei ancora riuscito». Non gli piaceva perdere, ma sapeva perdere. Uno dei pochi. Era fiero della sua torinesità, cui la Juve assicurava una finestra sul mondo. Detestava il Delle Alpi, il meno inglese degli stadi italiani. Da quando nella conduzione diretta della società era subentrato il fratello, si era riappropriato del rango e dei panni di primo tifoso, navigatore e non più pilota, attento alle curve della suscettibilità. Il calcio e lo sport in genere si erano messi ad andare a velocità folli, soltanto la Juve riusciva a garantirgli un aggancio con il passato: non in quanto tale, ma come periodo più adatto ai suoi ritmi, la mitica Juve del Quinquennio, la Juve di John Hansen e Praest, quella di Boniperti-Charles-Sivori. Dal 24 luglio 1923 fa parte integrante della famiglia. Agnelli ne è stato presidente dal 22 luglio 1947 al 18 settembre 1954. Altri tempi. E che dirigenti, i dirigenti di allora. Fra i suoi amici c’era il principe Raimondo Lanza di Trabìa, presidente del Palermo. Trattava gli affari dalla vasca da bagno. Aveva seguito in vestaglia e pantofole il suo amico e allora ministro degli Esteri Galeazzo Ciano in missione ufficiale a Budapest. Con un tipo così, non ci si poteva proprio annoiare. Si sentivano spesso, lui e l’Avvocato. La Ferrari è venuta dopo. Molto dopo. La Fiat vi si avvicinò sulle ceneri, calde e tempestose, di un mancato accordo con la Ford. Il matrimonio risale al 18 giugno 1969. La Juve aveva già vinto tredici scudetti. Nel trattare con Enzo Ferrari, Agnelli rimase colpito da quel senso di solitudine che era così palpabile e grandioso da incutere soggezione: o comunque, da costituire una barriera. Entrambi uomini di fabbrica, ma l’uno, la sua, l’aveva costruita dal nulla; l’altro, viceversa, l’aveva ereditata dal nonno: non che l’Ingegnere lo facesse pesare, però l’Avvocato ne avvertiva il misterioso fluido allusivo. Se la Juventus era un affetto, la Rossa è stata un effetto. «Un impegno nazionale. Perché la Ferrari è una realtà molto importante nel mondo. Io l’ho vista sempre sotto questo profilo». Ventun anni senza titolo, senza niente. «Ma adesso che è maggiorenne, vedrete...». Anche qui, fra i motori, molto telefono ed esposizioni mirate. Patti chiari, però: «Confesso che conquistare uno scudetto è tuttora la cosa che mi emoziona maggiormente». A differenza di Platini, Michael Schumacher non è stato pagato un tozzo di pane. Il caviale costa. Per Agnelli, vincere era molto, non tutto. E così quando il tedesco, a Jerez, cercò di buttar fuori Villeneuve nell’ultimo, decisivo, Gran Premio del 1997, operazione fra l’altro fallita, prese il telefono e chiamò Montezemolo: Luca, bisogna assumersi le responsabilità di questo episodio tremendo, sportivamente è una tragedia, per Schumacher, per la Ferrari... Ecco: è stata proprio questa coscienza del limite, questo «dovere» di fair play riparatorio, ad averne nobilitato la diversità. Più dell’intuizione di affidare il rilancio della Juve sessantottina a Boniperti. Più della scelta di inviare Montezemolo a Maranello per la ricostruzione. Più delle regate al timone del suo «Stealth». Anche i tifosi più faziosi percepivano in lui, non solo o non tanto il potere del casato che di solito trasmette arroganza e alimenta invidie, ma l’arte di sdrammatizzare e di capire le ragioni dell’avversario. Non credo che recitasse una parte per equilibrare gli eccessi dei «sudditi»: era così di educazione, attratto da quel modello anglosassone che, nei cimenti agonistici, ha sempre privilegiato il rispetto delle regole alla giungla degli istinti. Nel 1948, gli avevano segnalato un massiccio attaccante svedese, Gunnar Nordahl. Mancava solo la firma. Nello stesso tempo, però, John Hansen aveva consigliato un danese, Johannes Ploeger, in procinto di arruolarsi al Milan. Con una manovra spericolata, i dirigenti juventini lo indussero a cambiare idea. E così Ploeger, salito sul treno «milanista», scese alla Stazione Centrale di Milano «juventino». Per il Milan, una beffa atroce. Atroce come l’imbarazzo di Agnelli, quando lo venne a sapere. La Juve si tenne Ploeger e, a titolo di risarcimento, girò al Milan Nordahl. Che, al contrario del danese, avrebbe messo a fuoco e fiamme il nostro campionato. Per quanti sforzi faccia, non riesco a collocare un episodio del genere nello sgangherato pollaio del calcio attuale. Italiano, certo, ma non così miope da negare alla Juve e alla Ferrari il fior fiore dell’ingegno internazionale. Se ai suoi livelli era facile permettersi di tutto, non altrettanto semplice era lasciare tracce di una superiorità capace di farsi accettare anche dai più accaniti rivali. L’ultimo gesto che ha compiuto per la sua Torino è stato l’Olimpiade invernale del 2006, ufficialmente assegnata a Seul nel giugno del 1999. L’olimpismo attraversava un periodo di gravi turbolenze, squassato com’era da gravi e molteplici scandali. Il presidente del Cio, Juan Antonio Samaranch, lo pregò di garantire, con il suo nome e il suo prestigio, il passaggio dalla decadenza alla rinascita. Entrò, con Kissinger, Boutros Ghali e altri personaggi di primissimo piano, in un comitato di riforma olimpica. C’erano Torino e i Giochi di mezzo, «ma avrei accettato l’invito anche se Torino non si fosse candidata», disse. Un atto d’amore: verso lo sport e la sua città. Impossibile stabilire un ordine: l’uno ha sempre affiancato l’altra. Con la Fiat, sullo sfondo, a fungere da pendolo. Nella scia della Juve e della Ferrari, c’è posto per la Coppa America di vela, «una summa di tutto quello che lo sport può offrire», e per nostalgici frammenti delle Olimpiadi di Cortina, di Roma, di Monaco, quella finita nel sangue. E fra gli atleti che, allontanandosi dai sentieri del calcio, ha più ammirato figurano Ondina Valla, Luigi Beccali, Livio Berruti, Pietro Mennea, Giusi Leone, Sara Simeoni. Su tutti, Jesse Owens e Wilma Rudolph, la gazzella che si mangiò l’Olimpico. Gli sarebbe piaciuto guidare come Tazio Nuvolari. I grandi rimpianti sono stati Alfredo Di Stefano e Diego Maradona: «Con uno di quei due, avremmo potuto giocare senza allenatore». Il destino, prima dolce e poi terribile, l’ha costretto a vivere a passo di carica. Se ne va con la Juve campione d’Italia, Schumacher e la Ferrari in cima al mondo. Da quel pomeriggio di 77 anni fa, quando, bambino, il padre lo accompagnò al campo di corso Marsiglia, scrivere Juventus e dire Agnelli è diventata la stessa cosa. Al timone resta Umberto. L’Avvocato è salito dalla tribuna un po’ più su, immagino la sorpresa di Enzo Ferrari. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2021/08/gianni-agnelli.html
  11. GIAMPIERO BONIPERTI «Ho avuto tante offerte. Inter, Milan, Roma, il Grande Torino. Era stato Valentino Mazzola a fare il mio nome a Ferruccio Novo. Il presidente mi ricevette nel suo ufficio: “Commendatore” – gli dissi – sono della Juve, non posso”».Racconta del suo trasferimento in bianconero: “Le trattative furono brevi; io avevo firmato il cartellino per il Momo ma, sentimentalmente, il mio cuore era per la squadra del mio paese, il Barengo, e desideravo che, nel passaggio alla Juventus, anche quella società avesse qualche guadagno.Andò a finire così: prezzo di acquisto 60.000 lire; 30.000 furono per il Momo e 30.000 per il Barengo, in scarpe, maglie e reti, di cui avevano bisogno. Io, mi accontentai dell’onore.Furono gli amici a leggermi la Juve del quinquennio come se fosse un romanzo d’avventure. Il fenomeno di casa, però, era Gino, mio fratello. Solo che fumava come un turco. Sarebbe diventato un fuoriclasse. Ha fatto il radiologo. Me l’ha portato via un tumore.Feci il provino in Piazza d’Armi, dove si allenavano i ragazzi. Borel venne a vedermi. Poi, entrò in campo. Mi lanciava la palla. Di destro: pim, di sinistro: pim. Chiamò il dottor Egidio Perone, medico di Barengo e tifosissimo della Juventus, e gli disse: “Portamelo ancora domenica, così lo faccio giocare nelle riserve prima della partita con il Livorno”.La domenica, era il 22 maggio 1946, tornammo a Torino. Sulla Topolino del dottor Perrone. L’appuntamento era allo Sporting, il tennis club, dove i giocatori mangiavano, prima di andare, a piedi, al Comunale.Vidi per la prima volta Sentimenti IV e Rava, Parola e Piola, Varglien II e Locatelli, Coscia e Depetrini, insomma conobbi la mia Juve.Poi andammo al campo: l’avversario era il Fossano e mi marcava un giocatore vero, anche se un po’ in là con gli anni. Era stato lo stopper del Torino. Vincemmo 7-0 ed io segnai 7 goal. Carlin, storico giornalista di “Tuttosport”, scrisse: “È nato un settimino”.La Juve, con Volpato che era il responsabile del settore giovanile, mi fece firmare il cartellino nel sottopassaggio che portava agli spogliatoi».Soprannominato dai suoi avversari Marisa, a causa dei suoi boccoli biondi, Boniperti è un centravanti mobilissimo, astuto, dalla tecnica sopraffina e dall’innato senso del goal,Boniperti (che nella seconda parte della carriera, ridimensionato il raggio d’azione, fornirà sempre maggior apporto al centrocampo), nel 1947-48, a meno di vent’anni, con 27 reti, si aggiudica la classifica dei marcatori con due goal di vantaggio su Valentino Mazzola, capitano del mitico Grande Torino.Da calciatore lega il suo nome agli scudetti 1950 (non nascondendo mai la preferenza per questa squadra, da lui ritenuta la più bella) 1952, 1958, 1960 e 1961 e alla Coppa Italia nel 1959 e nel 1960.È diventata leggenda la storia dei premi che Gianni Agnelli gli dava per ogni rete segnata; gli veniva regalata una mucca, che lui andava a prendere direttamente nei poderi della famiglia Agnelli. Il fattore, a un certo punto, si lamentò, dicendo che Giampiero gli portava via le mucche più belle e, per giunta, gravide.Al termine del campionato 1960-61, disputa la sua ultima partita: è il 10 giugno 1961, ed è un’occasione piuttosto triste per la storia del calcio.Gli avversari sono, infatti, i ragazzini dell’Inter, fra i quali Sandro Mazzola, figlio dello scomparso rivale granata Valentino, polemicamente mandati in campo dalla società nerazzurra ed è forse proprio questo il motivo che induce Boniperti a chiudere con il calcio: «Sono per i tagli netti. Mi tolsi le scarpe e le diedi al magazziniere. Mai più messe. Odio le pantomime fra vecchie glorie».Charles disse: «La perdita di Boniperti, dal punto di vista tecnico, aveva nuociuto in modo basilare alla squadra, essendo venuto a mancare il cervello, il pilastro del centrocampo, l’uomo che dirige e coordina il lavoro dei compagni, l’uomo indispensabile per una squadra che voglia giocare un calcio moderno a livello nazionale e internazionale».Boniperti, con la maglia azzurra, partecipa alle spedizioni mondiali del 1950 in Brasile e del 1954 in Svizzera, colleziona 38 presenze e 8 goal. Un gettone e due reti con la rappresentativa B.Il 21 ottobre 1953, l’olandese Lotsy lo seleziona per la gara in programma a Wembley fra l’Inghilterra e il Resto d’Europa, organizzata per festeggiare il novantesimo anniversario della Football Association.Boniperti, l’unico italiano in campo, al fianco dei vari Nordahl, Vukas, Kubala e Zebec, è autore di una prestazione da favola che corona con 2 splendidi goal: finisce 4-4, ma il venticinquenne biondo di Barengo è unanimemente riconosciuto come il migliore in campo.Uno dei tanti aneddoti: «Ludovico Tubaro. Veniva dal Toro, giocava nel Legnano. Un tronco di stopper. Una domenica, mi entra a catapulta sulla caviglia e rischia di spezzarmela. Esco, mi medicano, rientro. Lo aspetto. Palla sopra la testa e gran botta, gran goal. Lo cerco e gli faccio il gesto dell’ombrello: “Tubaro, tiè”. Mi ha inseguito fin sotto la doccia. Un giorno, che ero ancora europarlamentare, squilla il telefonino. Era lui. Quasi mezzo secolo dopo. Quel pomeriggio, l’avrei ammazzato. Quel giorno, l’avrei abbracciato».Dopo un decennio trascorso nei quadri dirigenziali, Boniperti il 13 luglio 1971, assume la presidenza della Juventus e la squadra, dopo anni non troppo brillanti torna a volare.Sotto la sua regia, infatti, la squadra bianconera tiranneggia l’Italia, l’Europa e il Mondo: arrivano scudetti e soprattutto quelle Coppe Europee che in casa Juventus avevano sempre fatto soffrire.Quando la Juventus di Parola perse lo scudetto con il Torino, nel campionato 1975-76 Boniperti si presentò a Villar Perosa, per discutere dei contratti con i giocatori.Nella propria borsa, oltre ai contratti, aveva anche un ritaglio di giornale, con la formazione scesa in campo a Perugia nell’ultima giornata di quel campionato.16 maggio 1976, la Juventus perde per 1-0 e il Torino, pareggiando in casa contro il Cesena, può festeggiare il tricolore.Ai giocatori che, a mano a mano, entravano nella sua stanza, Boniperti diceva: «Tu c’eri a Perugia...».Nessuno ebbe certo il coraggio di rilanciare sul reingaggio. Lui faceva l’interesse della società, ovviamente, ma stimolava i giocatori nell’orgoglio e nel portafoglio.Rimane in carica fino all’avvento della Triade composta da Moggi, Girando e Bettega; più di trent’anni dietro una scrivania e tante, tantissime vittorie.DAL SUO LIBRO “UNA VITA A TESTA ALTA”Sono arrivati insieme Omar Sivori e John Charles. Anno di grazia 1957: con loro è cambiata la vita, della Juventus e mia. Tre scudetti in quattro anni non hanno bisogno di spiegazioni.Cattivi rapporti con Omar? Bisogna capire una cosa. Sivori era argentino. Non era né brasiliano, né John Charles. Il brasiliano, se può, ti dribbla e passa la palla, in silenzio. L’argentino ti dribbla dandoti un pugno in faccia e poi ti manda a fare in c**o con un «Hijo de puta».Charles è un fuori quota. John era un gigante di 1,90, campione dei pesi massimi, che saltava con le braccia lungo i fianchi per non far male. Uno dei più grandi signori del calcio.Gran colpitore di testa, come John Hansen. Ma Hansen, dopo un po’ che era in Italia, aveva capito tutto e i gomiti li allargava. Charles no.Io mi arrabbiavo. Nell’intervallo delle partite spesso non cambiavo i calzoncini e non bevevo il the per stare a parlare con lui: «John alza ‘sti gomiti. Non vedi che ti picchiano? Se tu allarghi i gomiti noi segniamo sempre».Ma lui non l’aveva nel sangue, faceva dei gran sì con la testa e poi continuava a giocare come al solito.Sivori era tutto il contrario. Strafottente. Ti tirava i capelli, ti metteva le dita negli occhi. Ci ha creato un bel po’ di problemi con gli avversari.Quando siamo andati a Vienna, nel ritorno del primo turno di Coppa Campioni, ci hanno ammazzato: 7 goal e un sacco di botte. Ce l’avevano giurata, dopo l’andata a Torino in cui Sivori aveva segnato una tripletta provocandoli in continuazione.Ma che grande giocatore, Omar. Ti divertiva, in campo e fuori, era una fortuna averlo come compagno.Era stato portato da Levi, un vecchio dirigente della Juventus che viveva in Argentina. Sivori non si teneva dentro niente, non te le mandava a dire. Ed era molto coccolato: dai giornalisti e dalla famiglia Agnelli.Dicevano che non andassimo d’accordo ed è vero solo in parte. Eravamo molto diversi, questo sì, mi disturbavano certi suoi atteggiamenti provocatori e glielo dicevo.Non ci siamo taciuti nulla, ma insulti mai, litigate mai. Anzi, ci siamo divertiti insieme. Ancora oggi quando Omar viene in Italia vederci è di rigore. Sempre.Boniperti, Sivori e Charles: che tempi. John era la nostra guardia del corpo. Ricordo quando Gigi Peronace mi ha portato Charles a casa. Vedo ‘sto uomo per la prima volta, un monumento.L’ho fatto alzare in piedi: «Gigi, con lui vinciamo tutto». d è stato così.John era un giocatore straordinario e andava d’accordo con tutti, era impossibile non volergli bene. Lui e Omar sono arrivati nel 1957. Con loro due davanti, dopo otto anni da centravanti, io sono arretrato stabilmente e felicemente a mezz’ala.Mezz’ala di regia, un ruolo che mi sono inventato. Sivori faceva la mezz’ala di punta, Charles era un magnifico centravanti ed io le mie battaglie in area di rigore le avevo già fatte.Allora non c’era la TV. Tutti guardavano la palla e in area, lontano dal pallone, volavano colpi spesso proibiti. Quante botte ho preso là in mezzo.Soprattutto agli inizi della carriera era molto faticoso giocare l’intera partita.La Juventus di fine anni ‘40 era una squadra stagionata: Depetrini, Locatelli, Magni, Sentimenti III, Rava, il più giovane ero io.Loro, i veterani, quando avevano la palla la lanciavano subito dentro a me, io certe volte facevo tre o quattro scatti uno dietro l’altro ed ero perso per il resto della gara.Basta, non toccavo più palla, perché se non rompi il fiato sei imballato per tutta la partita. Ma vaglielo a spiegare.Se non correvo mi sgridavano: «Dì cit, scatta», urlavano e dovevi filare, in bocca a certi difensori che erano più che mastini. Castigliano, Tognon, Rigamonti.Vedersela con quelli della Triestina era come entrare a mani nude nella fossa dei leoni: Striuli, 90 chili di cemento distribuiti su un metro e spiccioli di altezza, Blason, Sessa, gente simpaticissima e amabile fino all’ingresso in campo, ma superata la linea pur di evitare un goal avrebbero menato anche madri e sorelle.Ti mollavano certe zuccate sulla nuca da stordimento. Sessa aveva un bel testone e tutte le volte che saltava in contrasto con Præst, il povero Carl aveva la peggio.Cadeva come una mela e si lamentava: «Boni, non ce la faccio più».Aveva ragione, contro i difensori della Triestina finivi le partite completamente rintronato.In quello stadio ho segnato un goal senza volerlo e poi le ho quasi prese. È andata così: Muccinelli ha crossato, ho visto arrivare i mastini e, per ripararmi, ho buttato le gambe in avanti tenendo alte le piante dei piedi. Il pallone ci ha picchiato sopra, del tutto casualmente, ed è finito in porta.Me ne hanno dette di tutte i colori; sono dovuto scappare da Parola, il mio angelo custode.A guidare quella formidabile squadra di lottatori era Trevisan, mezz’ala di grande personalità e burbero abbastanza da mettermi soggezione.Mi prendeva il naso fra le dita e urlava: «Puparìn, (bambino) cosa fai nella nostra area di rigore? Vai nella tua, fila!».Adesso mi scappa da ridere, ma allora non era piacevole. Ero un ragazzino, correvo da Parola e lui mi rispediva in area con un affettuoso: «Va là, falabràc (lazzarone)».Altra impresa non da poco era affrontare in trasferta il Padova di Rocco. Pin, Scagnellato, Blason, Azzini, Rosa picchiavano come fabbri. Il Paròn li chiamava i miei manzi.Una volta, ancora su cross dal fondo, mi sono visto venire incontro, oltre che la palla, anche Scagnellato. Per la paura mi sono bloccato e Azzini, che non poteva immaginare che io non ci fossi, in rovesciata ha steso il compagno al posto mio. Sono filato via inseguito dai loro “Mona”.Quello che mi ha picchiato di più è stato Parola, maestro e capobranco ma avversario duro quando gli giocavo contro nelle riserve della Juventus.Nella prima foto ufficiale con la maglia bianconera, ho un occhio nero per una gomitata di Nuccio in allenamento: modo sbrigativo per spiegarmi che il tunnel che gli avevo fatto non gli era piaciuto.Parola mi voleva bene ed io lo adoravo. Era grandissimo, non a caso con la sua rovesciata è stato per anni sulla copertina delle figurine Panini.Se penso cosa guadagnano adesso i giocatori con il diritto d’immagine e cosa non ha mai preso Parola per tutto il tempo in cui ha pubblicizzato l’album con quel gesto tecnico straordinario, divento matto.Ma una soddisfazione e un bel ricordo ce li ho: perché io, quando non ero già più presidente della Juventus, ai dirigenti della Panini tutte queste cose le ho dette: «Quanto vi ha fatto guadagnare Parola senza avere una lira in cambio?».E loro hanno capito. Alla famiglia Parola hanno versato 100 milioni, come segno di riconoscenza. E Nuccio, che è stato malato a lungo, ne aveva bisogno.Nella storia della Juventus, Parola occupa un posto importante: giocatore eccezionale, con Valentino Mazzola è in cima alla mia classifica ogni tempo, ha vinto 3 scudetti anche da allenatore.Quando è morto, ho preso la cravatta della mia divisa bianconera e gliel’ho annodata al collo. L’ho fatto io, anche se nella Juventus non avevo più un ruolo operativo.Ma il vecchio Parola alla Juventus ha portato eleganza, signorilità e gloria: non poteva andarsene nudo. La cravatta della mia divisa a Parola quando morì: lui era il simbolo dell’eleganza e della gloria Juventus.VLADIMIRO CAMINITIEra un giorno del 1946. Giampiero non ha ancora diciotto anni. Una gomitata in allenamento di Parola gli fa da viatico. Gli lascia il segno su un sopracciglio.Giampiero non si smonta, ci vuol altro. A Borel, allenatore a intermittenza della Juventus, il ragazzo piace.È buttato nella mischia in un match del campionato 1946-47, in casa contro il Milan. La Juventus perde 2-1, e illustri tecnici non apprezzano il biondino di Barengo.Intanto gli si dà credito e il ragazzo sparisce per un po’ dalla prima squadra di una formazione abbastanza avventurosa (Sentimenti IV; Foni e Varglien II; Depetrini, Parola e Locatelli, Magni, Piola, Astorri, Candiani e Lipizer) soprattutto in attacco.Viene riproposto quando è già estate, quel campionato a 20 non finiva mai, gioca altre 5 volte, l’esperienza gli è servita, si svela il suo stile originale, nasce la sua intesa con Muccinelli a Livorno, il 29 giugno 1947, è un pareggio, 2-2, Muccinelli e Boniperti danno spettacolo.Presidente della Juventus è Dusio. La famiglia Agnelli è per il momento in disparte. Ma nessun momento dura a lungo. Gianni sta crescendo, è un rampollo pieno di voglie anche calcistiche, è un intenditore finissimo.I fondamentali di Giampiero sono puri. Forse perché fin dagli anni della crescita ha corso e battagliato con la palla anche nei cortili, ad esempio in quello del collegio De Filippi di Arona, dove ha frequentato come allievo interno le medie.Non è che Giampiero Boniperti ami parlare dell’infanzia o della sua adolescenza, non ama per l’esattezza parlare il nostro laconico biondino, si applica subito nei fatti, si suda in campo ben presto la pagnotta di calciatore vincente, quando la Juventus lo acquista, Boniperti è già adulto come calciatore.Anche questo colpisce del ragazzo diciottenne, la sua serietà sorridente ma riservata, pudica, nei mesi trascorsi a meditare il futuro, dopo lo sfortunato esordio casalingo con il Milan, egli rinforza il carattere allenandosi duro.Gli dà una mano, un giovanotto boemo, che una fame impietosa ha trascinato lontano dalla sua bella cupa magica città di Praga, Vycpálek; è un amico vero, per il giovane Giampi.Sono i giorni tempestosi della gloria del Torino, una squadra che Ferruccio Novo, con furbizia e buon senso, ha formato proprio negli anni durissimi della guerra; e che ora vince tutto, tranne soffrire nel derby, quando la Juventus gli rende la vita difficile.La prima Juventus di Boniperti è una squadra valorosa, ancorché incompleta; ha tempo per completarsi e parteciperà il destino.Un destino atroce che attende l’aereo del Torino di ritorno da una spedizione di pace.Da quasi due anni rispetto a quell’ingiusta data del 4 maggio 1949, la famiglia Agnelli è rientrata alla base; l’assemblea dei soci ha ratificato il ritorno del figlio di Edoardo Agnelli, Gianni, nella famiglia, per la storia il 22 luglio 1947.E l’occhio di Gianni Agnelli ha subito notato il calciatore nuovo, senza ghiribizzi o stranezze, gli consentirà di arricchirsi da campione costruendogli attorno, anche e specialmente per onorare la città e il ricordo dello squadrone scomparso nel sangue, un capolavoro di squadra.Boniperti se l’è meritato nel più lungo campionato della storia, 1947-48, a 21 squadre, ogni domenica una riposa, si attacca a settembre e si finisce a luglio, una maratona massacrante, qui si forma un campione, qui mette le ossa, comincia la favola di Boniperti, 40 partite e 27 goal, capocannoniere davanti al suo stesso idolo, l’imperversante formidabile mastino, pure lui biondo, capitan Valentino Mazzola.Un giorno ammetterà di non amare troppo allenarsi, tanto che lui e i compagni si stancheranno presto non dico del bizzoso Chalmers incompetente ma del pur bizzoso ma talentuoso, stratega e stregone, Jesse Carver, che li ha capeggiati a vincere lo scudetto più meraviglioso, nel campionato 1949-50.Molti hanno scritto che è la più bella Juventus mai esistita (Viola; Bertuccelli e Manente; Mari, Parola e Piccinini; Muccinelli, Martino, Boniperti, John Hansen e Præst). Forse è un’esagerazione.Certo, prudenza e audacia, fantasia e concretezza, sono nel suo bagaglio, come in quello di Giampiero, che segna goal divini, con il suo piede 38, che è flessuoso e acrobatico, che è l’erede in tutto del suo maestro Farfallino Borel. Boniperti detto Boni.Gli avversari, ad esempio quel matto totale di Lorenzi, gli appioppano nomignoli irrispettosi, come Marisa. In realtà, non si era mai visto un calciatore così riservato e così rispettoso fuori campo, quanto in campo è abile opportunista e sagace tattico.I giorni passeranno, in Nazionale proverà ogni emozione, letizia e tristezza, anche forti amarezze.Ne sarà capitano, la Juventus gli verrà cambiata dieci volte attorno, minaccerà di sfaldarsi non appena Gianni Agnelli dovrà lasciarne la presidenza, si vedrà crescere attorno, Giampiero Boniperti, molti satelliti anche insidiosi.Come calciatore, lo distingue la sua preveggenza. C’è la storia vera delle vacche gravide. L’avvocato Gianni, giovane e generoso non si immaginava scommettendo con Boniperti, che il biondino si sarebbe scelte quelle gravide.Boniperti, figlio di un podestà, nasce con l’istinto dell’agricoltura, con il senso del risparmio nel sangue.Nella difficile Juventus di Omar Sivori e John Charles, Boniperti la farà da regista con inimitabile puntiglio nei servizi e nel piazzamento.Scriveranno che in campo dirigeva anche gli arbitri. Aveva un enorme carisma, questo sì, rappresentava in toto la Juventus, come essa era stata negli anni antichi e come continuava a essere anche con il suo esempio.Si può affermare che Boniperti capitano suggellasse passato e futuro; è nato con lui il calciatore come professionista, la stessa attività di calciatore assume contorni più precisi, una sua distinzione.Il calciatore forte e malizioso nella lotta, che non tira mai indietro il piede, e disponibile per utili consigli comportamentali, fuori, con i compagni, molti dei quali sperperano i dorati guadagni.Giampiero Combi si era ritirato dopo aver conquistato il titolo di Campione del Mondo. Boniperti decide di saltare il fosso l’indomani dello scudetto 1960-61.Lascia campo libero all’idolo nuovo Omar Enrique Sivori. Esce senza dichiarazioni roboanti, com’è nel suo stile di uomo, di fare precedere a poche meditate parole, tanti fatti succosi.Sarebbe sparito dai giornali per un pezzo, prima di ricomparire, convocato dall’Avvocato al capezzale della Juventus. Per farla rinascere, per rinascere insieme, rivivendo anche da presidente la sua favola di invincibile.Del più scudettato presidente d’Italia, il campione redivivo anche dietro una scrivania.ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 2011Sono passati più di sessant’anni da quando ebbi la fortuna e l’onore di conoscere Giampiero Boniperti.Proprio in ricordo di questi periodi trascorsi, prima come amico-tifoso, e poi come suo addetto stampa, dal 1971 in poi, voglio raccontare alcuni episodi, poco conosciuti, avvenuti durante la lunga “convivenza” con il mio presidente.Lo chiamerò sempre il mio presidente, perché il nostro è stato un rapporto prima di amicizia e stima, e poi di completa fiducia professionale.Ho conosciuto Boniperti nel lontano 1948, sul treno che portava i giocatori e qualche tifoso, che oggi sarebbe definito VIP, a Bergamo per l’incontro con l’Atalanta.Ricordavo che era appena iniziato il campionato, ma per individuare la data esatta ho dovuto fare ricorso all’Almanacco bianconero, che ha così sentenziato: 17 ottobre 1948, Atalanta 2 - Juventus 4, con 3 goal di Boniperti e uno di Muccinelli.Questa era la formazione bianconera: Sentimenti IV, Angeleri, Caprili, Depetrini, Rava, Locatelli, Muccinelli, Cergoli, Boniperti, Sentimenti III, Caprile. Allenatore l’inglese Jesse Carver.In quei primi anni del dopoguerra, la Juventus, per determinate trasferte, si serviva, o dei tradizionali pullman o dell’aereo, ma anche della Littorina, che all’epoca poteva quasi essere definita un charter sui binari.Un vagone riservato alla squadra, ai dirigenti e a una quarantina di tifosi privilegiati, fra cui il sottoscritto e mio padre, grande tifoso bianconero (che mi sia permesso ricordare nacque il 1° settembre 1897, accadde a due mesi prima della grande Juve).Proprio in quel viaggio scoprii che Boniperti abitava a Torino in Via Morghen, a pochi passi dalla mia abitazione: eravamo entrambi giovani e nacque naturalmente un rapporto che dura tuttora e che mi ha visto seguirlo prima come tifoso, poi come giornalista di “Tuttosport”; infine come suo collaboratore, in qualità di addetto stampa e direttore di “Hurrà Juventus”.In quei tempi i miei incontri con Giampiero erano praticamente quotidiani: ci trovavamo molto spesso ad acquistare il giornale da Giovanni, il più vecchio edicolante in Torino ancora in attività.Sin da allora, ho sempre considerato Boniperti un personaggio concreto, duro, vincente. Leale ma spietato con chi non risponde con le stesse armi. Ricordo che ripeteva spesso una frase: «Io perdono, ma non dimentico».E i giornalisti lo sapevano bene: una delle caratteristiche di Boniperti, è quella di aver avuto con la stampa rapporti cordiali ma difficili. Come scrisse un grande giornalista, di fronte alle domande di solito sceglieva di trincerarsi dietro un amabile sorriso e un cordiale buffetto sulla guancia.Ma torniamo a parlare della nostra giovinezza, ai beati vent’anni, quando eravamo entrambi iscritti alla Facoltà di Economia e Commercio, in Piazza Arbarello a Torino.Lui diede il primo esame in Economia Montana e Forestale, materia nella quale (provenendo da una famiglia di agrimensori), era particolarmente versato. Rimediò, probabilmente con la complicità di un professore juventino, un accettabile 27.Poi non continuò gli studi, considerato che il tempo per allenamenti, partite, trasferte, non era compatibile con un’accurata preparazione universitaria. Anch’io, pur senza la scusa degli allenamenti, rimediai qualche stiracchiato 18 e poi abbassai la guardia.Ciascuno di noi ha una squadra preferita nel cuore, una squadra che, come si dice, non si cambia per tutta la vita. La moglie si può cambiare, la maglia no.Sarebbe interessante conoscere davvero di quale squadra fossero tifosi i calciatori. Si sa che Baggio era interista e che Del Piero è sempre stato juventino, per esempio.Poco tempo fa, in una conversazione telefonica con una TV locale, il vecchio allenatore Gustavo Giagnoni, che per qualche anno guidò il Toro, fece intendere di aver avuto in gioventù simpatie bianconere.Giampiero Boniperti, invece, non ha mai nascosto la propria fede bianconera. Anzi, proprio per la sua passione ha rinunciato a rilevanti guadagni presso società che da calciatore lo avrebbero pagato a peso d’oro.Un tifo per i colori bianconeri, il suo, sempre discreto e sempre rispettoso verso l’altra squadra cittadina. Rispetto sì, ma fino ad un certo punto; come quella volta, si era agli inizi degli anni ‘90, quando accompagnai da lui un bravissimo telecronista, oggi a SKY, che voleva conoscere il presidente.Boniperti lo ricevette con la massima cordialità, ma lo inquadrò subito: «Vedo che lei ha il distintivo granata! Grande squadra il suo Torino, dove avevo tanti amici, però si ricordi che io vi ho fatto ben 13 goal in campionato e uno in Coppa Italia!».Il mio presidente ha sempre dato grandissima importanza al fatto che i calciatori si sposassero in giovane età. Negli anni della sua presidenza cercava di favorire e, se possibile, accelerare i matrimoni dei suoi giocatori.Mi diceva: «Devo molto a Rosy. Un’unione riuscita come la mia credo sia l’ideale per un giocatore che deve concepire lo sport come regolarità di vita».A Finale Ligure, dove Boniperti conobbe la ragazza che sarebbe diventata sua moglie, successe un fatto più che curioso, e che pochissimi conoscono.La località savonese era il nostro incontro vacanziero, stessa spiaggia stesso mare. Boniperti andava ai Bagni Lido di proprietà di un ex calciatore degli anni ‘30, signor Diena, io ai bagni Elios, confinanti.Erano gli anni del Boniperti nel pieno fulgore, capitano della Juventus e già in Nazionale, idolo delle ragazzine e ricercatissimo per gli autografi da parte di tutti i bagnanti di ogni fede calcistica.Vi lascio quindi immaginare cosa successe in spiaggia verso le sette di sera. Se ne erano andati quasi tutti e si stava svolgendo una partita di calcetto: tutto nella norma, quando un urlo selvaggio spezzò quell’atmosfera godereccia: «Mi son rotto il polso!».Era Boniperti che, tentando un dribbling, aveva appoggiato male la mano sulla sabbia e urlava dal dolore.Tutti attorno al campione che si lamentava, e immediatamente scattò la ricerca di un medico, che fortunatamente era presente fra i bagnanti e lo trasportò in ospedale.Appena entrato al Pronto Soccorso, il medico si rivolse all’infermiera di turno affinché gli venisse fatta al più presto una radiografia: «Capisce sorella, si tratta di Boniperti!».E la suora, con due occhi raggelanti replicò: «Boniperti chi?».Era il 3 giugno 1972, il giorno dopo la conquista del suo primo scudetto da presidente. Siamo all’albergo Principi di Piemonte, lo stesso che oggi ospita la squadra prima delle partite interne.Tavolata con 500 invitati per dirigenti, giocatori e tifosi VIP. Al centro Boniperti con a fianco Gianni Agnelli, a destra, e Umberto Agnelli, a sinistra.Il presidente, ovviamente acclamatissimo, inizia il suo discorso con una battuta che dice molto del suo rapporto con i due fratelli: «Come potevo non vincere questo scudetto con due mezze ali così?».Ovviamente gli applausi furono scroscianti, per lo scudetto e per la battuta.Tante volte, dagli spalti dello stadio, osservo gli spettatori che seguono la partita. Molti tranquillamente seduti, alcuni invece con occhi sbarrati, altri super concentrati con una forza interiore che cercano di trasferire ai giocatori in campo, che in quel momento sono i loro idoli.A tal proposito mi raccontava Boniperti che una volta si trovava a Roma per una riunione del Coni e alloggiava in un grande albergo del centro. Una mattina il direttore gli si avvicinò: «Presidente, posso chiederle una cortesia? Abbiamo nostro ospite un importantissimo industriale, tifoso della Juve e di lei in particolare, che vorrebbe conoscerla personalmente».La risposta fu positiva e Boniperti mi confessò che vedere quel signore di età avanzata e molto potente («Per essere ricevuto da lui bisognava passare almeno da dieci segretarie», mi disse) quasi con le lacrime agli occhi per il solo fatto di averlo incontrato lo aveva fatto sentire in imbarazzo: «Dentro di me (mi disse) ho pensato che avrebbe chiamato l’autista, mi avrebbe fatto caricare in macchina e mi avrebbe messo in mostra nel suo giardino».Per terminare questo viaggio attraverso la mia vita con Boniperti, voglio ricordare un momento difficile per tutti noi tifosi.Per un certo periodo (tra la seconda metà degli anni ‘80 e i primi anni ‘90) la Juve restò per troppo tempo senza vittorie e Boniperti, giocando d’anticipo, diede le dimissioni. Era il 5 febbraio 1990.Poi, circa un anno e mezzo dopo (siamo nel giugno del 1991) successe un fatto strano, di cui poi avrei capito meglio il significato. Non sentivo il presidente da tempo (era quasi sempre a Roma, al CONI) quando una sera, verso le 22 e 30 suonò il telefono di casa: «Ciao, sono Boniperti, arrivo adesso con il volo da Ciampino, sono in macchina e sto andando a casa. Tu come vai?».Abbastanza bene, dico io.«La signora?».Anche lei benino, rispondo.«Cosa stai facendo?».Guardo un film in TV.«Ciao, ti saluto e ti bacio in fronte».Conoscevo il presidente da molto tempo ormai e sapevo che era tipo di poche parole, ma che mi telefonasse a casa la sera tardi solo per salutarmi non era mai successo.La cosa non convinceva né me, né mia moglie. Comunque entrambi gradimmo il saluto. E tutto finì lì.Un paio di giorni dopo aprii i giornali: titoli a nove colonne: «L’avvocato Agnelli richiama Boniperti alla guida della Juventus come amministratore delegato, con mandato triennale».A quel punto mi fu spontaneo pensare che quella telefonata fosse un modo, indiretto, se non subliminale, per anticiparmi quella notizia che non poteva ancora rendere nota.In realtà non gli ho mai chiesto se fosse davvero così, perché voglio illudermi che il sottoscritto fosse fra i pochi degni di ricevere, anche se in codice, un importante segreto. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/giampiero-boniperti.html
  12. ERMES MUCCINELLI «Ai miei tempi – diceva – sia la Juventus che il campionato erano un’altra cosa. Si dava più spettacolo, il pubblico si divertiva veramente e il gioco era meno sacrificato sull’altare delle tattiche. La nostra prima linea composta dal sottoscritto, Boniperti, Martino, John Hansen e Præst giunse a segnare cento reti in un campionato».Di lui disse una volta Boniperti: «Quando giocavamo in casa, la sua domenica sera era già stabilita: cascasse il mondo, andava al night di Via Saluzzo dove, lui che era un tappo, ballava esclusivamente con ragazze altissime. C’era da divertirsi soltanto a guardarlo. Il conto lo faceva mandare sempre allo stesso indirizzo: “Giovanni Agnelli, Corso Matteotti”. Il segretario dell’Avvocato quando si trovava tra le mani quelle note spesa chiedeva preoccupato: “Cosa dobbiamo fare?” “Ah, è quel puttaniere di Muccinelli!” commentava l’Avvocato. E saldava».GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE-DICEMBRE 1994Con Ermes Muccinelli è scomparso lo scorso 3 novembre uno dei campioni simbolo di una Juve tra le più belle e più grandi di sempre, quella capace di riconquistare il vertice del nostro calcio dopo anni difficili e vincere gli scudetti del 1950 e del 1952, con il fragore del tuono e la dolcezza di un assolo di violino. Piccolo, grande Muccinelli: tutto nervi e poesia al servizio di uno scatto proditorio e di un dribbling fiabesco.Il suo curriculum parla di 241 presenze e 69 goal fatti, ma le statistiche non dicono quanti questo romagnolo, con tutti gli slanci, i pregi e i difetti della sua gente, ne abbia fatti fare a Boniperti, John Hansen e Præst, suoi degni compagni di una stagione felice e pure spensierata. Muccinelli era poesia, profilino di un calcio ancora romantico ancorché quasi professionale, l’ala destra tascabile per antonomasia: mai si era visto uno come lui, capace di gabbare stuoli di terzini con tinta e scatto, contro scatto e contro finta, fino a creare sconquassi nelle difese più abbottonate.Debutta diciannovenne, nel 1946-47, e subito i tifosi lo notano, lo adottano. È un beniamino prima ancora di rivelarsi un campione. A vent’anni è già titolare fisso. A 23 la Nazionale gli fa spazio e l’esordio è fragoroso. A Bologna, il 5 marzo del 1950, contro il Belgio, segna due goal. Sì, è arrivato all’apice. Il 1950 è il suo anno magico. Conquista anche il suo primo scudetto, incorniciato da 34 partite e 13 goal. E chi lo ferma più?In realtà. Muccinelli si concede qualche pausa, si gode la fama meritata e talvolta è come se non ci fosse. Il romagnolo, tanto simpatico alle fanciulle quanto inviso ai difensori grandi e grossi, che se lo vedono scappare da ogni parte, non è sempre al massimo. Ma chi lo è in quella Juve di rodomonte capace di segnare cataste di reti anche solo trotterellando?Fa in tempo a vincere un secondo scudetto, nel 1952, con 17 reti in 30 partite, e partecipare nel 1954 al suo secondo Mondiale, in Svizzera: ha dato il meglio di sé, quando nell’estate del 1955 lascia la Juve per chiudere la carriera nella Lazio.Una generazione di tifosi juventini lo ricorda con immenso affetto e con la riconoscenza che si deve a chi, con il suo infinito campionario di mosse e mossette, ha regalato momenti di spettacolo spensierato in un’epoca di calcio danzato.SERGIO DI BATTISTA, DA “LA STORIA DELLA JUVENTUS” DI PERUCCA, ROMEO E COLOMBEROIl piccolo Ermes Muccinelli («mi manca un millimetro a 1 e 65» precisava lui; a quei tempi bastava molto meno per essere abili al servizio di leva) veniva da Lugo di Romagna (patria di Baracca, uno, annotavano gli spiritosi, che di ali se ne intendeva), aveva giocato nella Biellese ed era arrivato alla Juventus lo stesso anno di Boniperti, acquistato per due milioni dal presidente Dusio, ala destra anche lui intorno agli anni ‘20.Quel peperino ricordava un altro irresistibile piccoletto di una formidabile Juve, Pietro Sernagiotto (1 metro e 55) e dopo averlo visto all’opera, lo aveva definito senza sforzi di fantasia «un piccolo grande giocatore».Per Muccinelli la conquista della maglia di titolare non era stata facile. Se ne raccontano di buffe a questo proposito: il custode che lo blocca all’ingresso del campo perché «hai sbagliato giorno, i ragazzini si allenano domani» a uno stravagante allenatore, lo scozzese Chalmers, che lo fa stare dietro la porta, durante gli allenamenti, a riprendere i palloni, proprio come un raccattapalle.Nella Juventus, prima di diventare il popolare «Mucci», aveva trovato un amico, Boniperti, debuttante anche lui. Tra i due si era stabilita un’intesa perfetta che il biondo centravanti ha descritto così: «Muccinelli era l’unico di cui sentivo il fluido, da qualunque parte del campo fosse. Prima ancora di scorgerlo, sapevo in partenza dove trovarlo; posso dire che fra di noi non sbagliammo mai un passaggio».Giunto ai fasti della prima squadra, trovò critici entusiasti: «Una saetta negli ultimi 10 metri. Un giocatore di astuzia e di talento. I suoi spunti rimangono nella retina come saggi di bravura». E Gianni Brera: «Fu una delle più classiche ali mai prodotte in Italia. Era l’omino-dovunque della maggior Juventus da me vista. Evoluiva per il campo, nel settore destro, dietro al suo istinto di incontrista sul tempo: balzava fulmineo sulle palle portate dagli avversari, smistava a un compagno o addirittura faceva dietro-front per iniziare l’attacco. In fase difensiva permetteva alla Juventus di fare un catenaccio irreprensibile: arretrava lui sull’interno, Mari si spostava per il primo tackle sul centravanti...».Per altri (Roghi poeticamente diceva che «Muccinelli in campo è un gol che fluttua nell’aria») era l’ultimo grande interprete del ruolo di ala destra secondo gli antichi canoni di purezza offensiva. Di fatto era un’ala completa che non si limitava all’appoggio: sapeva dribblare in maniera irresistibile, sfuggendo (non sempre) con la sua eccezionale vitalità alle durezze dei difensori e anche battendo a rete come dimostrano le copiose segnature.Tra i suoi gol è famosa la doppietta del debutto in Nazionale, nella primavera di quel magico 1950. A Bologna, contro il Belgio, Muccinelli era entrato con la tuta delle riserve, si era seduto ai bordi (la panchina non esisteva) tra la folla che straripava in campo, dopo neppure mezz’ora eccolo prendere il posto del suo amico Boniperti, infortunato. Mancavano pochi minuti al riposo, l’Italia stava perdendo per 1 a 0, quando «Mucci» si trovò in mezzo a due marcantoni in maglia rossa nel cuore dell’area, allungò fulmineo la gamba su una palla che sembrava persa, la vide infilarsi in rete prima di cadere lungo disteso sulla schiena. Nella ripresa, il gol della vittoria, bellissimo: un fulmineo scatto, i famosi «ultimi 10 metri», un passaggio di Cappello che sembrava già preda del portiere, il tiro violento, dal basso in alto, il pallone a squassare la rete, sotto la traversa.VLADIMIRO CAMINITIQuesto Pollicino che dopo ogni partita è in fuga, perfino più velocemente che durante la partita, si chiama Muccinelli e rappresenta il trionfo dell’intelligenza sulla forza bruta. È un romagnolo simpatico che, fin dal primissimo match, ha legato con Boniperti, tecnicamente e oniricamente, nella realtà e nel sogno. Ha grandi occhi neri e piccoli piedi voraci di pallone. Chi è per l’abito che fa il monaco, lo scarti, non gli dia la maglia di titolare.Ad esempio, l’inglese Chalmers, tipo bizzarro assai, trovatore più che allenatore, con le sue trovate diverte pure il controllore dei treni che lo scopre all’opera con delle molliche di pane con le quali allena il tozzo Sentimenti IV sulle poltrone del treno in viaggio. Non parlategli di Muccinelli. Come ala destra gli preferisce perfino Angeleri. Muccinelli non se la prende. Attende la prima occasione per andare in fuga, dribblando terzini che sono il doppio di lui, aspettandoli, per dribblarli di nuovo, prima di eseguire il cross in modo che raggiunga il suo amicone Boniperti perché schiaffi il pallone in rete.Mucci è un altruista nato. Il calcio lo diverte e lo appassiona, perfino le tattiche annesse e connesse, ma molto di più il dopo calcio. Allora può indossare il tight, e accompagnarsi a Boniperti, andando insieme al night o al tabarin. Chi ha tempo non aspetti tempo. Fugge così velocemente la giovinezza.Forte di tecnica, e spiritoso di carattere, Muccinelli esalta naturalmente il gioco della squadra nel campionato di tutte le rivincite, quando la Juventus si scuote d’indosso le fuliggini della nostalgia e rimescola il mondo con i suoi goal solari. Sembra finita quando il Milan viene a Torino e le infligge 7 bastonate, ma si rifà la domenica successiva andando a vincere a Trieste, e non è successo niente, possiede in se stessa, in ogni suo giocatore, che è un capolavoro di tecnica e di spirito, le risorse per cancellare ogni delusione.Così come questo piccolo romagnolo è l’araldo del calcio che fa giocare, di conquista degli spazi fisici ma anche di quelli morali e psicologici, con l’allegria dei suoi comportamenti, mai obbedienti a fini prosaici; è il calcio della libertà da ogni alchimia tattica; il calcio di chi è ricco di tutto, e getta nella lotta il suo entusiasmo; il calcio del piccolo Muccinelli, il cui dribbling semina il panico nelle difese, il cui cross è atteso da Boniperti perennemente in agguato per trasferirlo in goal meravigliosi, i gol della giovinezza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/ermes-muccinelli.html
  13. ERMES MUCCINELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ermes_Muccinelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Lugo di Romagna (Ravenna) Data di nascita: 28.07.1927 Luogo di morte: Savona Data di morte: 04.11.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: 163 cm Peso: 60 kg Nazionale Italiano Soprannome: Mucci - Freccia d'oro - Attaccante tascabile Alla Juventus dal 1946 al 1955 e 1958-1959 Esordio: 24.11.1946 - Serie A - Juventus-Triestina 4-0 Ultima partita: 26.04.1959 - Serie A - Sampdoria-Juventus 3-2 244 presenze - 69 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Ermes Muccinelli (Lugo, 28 luglio 1927 – Savona, 4 novembre 1994) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era soprannominato Freccia d'oro. Ermes Muccinelli Nazionalità Italia Altezza 163 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1961 - giocatore Carriera Squadre di club 1945-1946 Biellese ? (?) 1946-1955 Juventus 226 (69) 1955-1958 Lazio 93 (20) 1958-1959 Juventus 18 (0) 1960-1961 Como 3 (0) Nazionale 1950-1957 Italia 15 (4) Carriera da allenatore 1974-1975 Spotornese Biografia Dopo il ritiro si stabilì nella Riviera di Ponente, a Torre del Mare. Scomparve nel 1994, all'età di sessantasette anni, a seguito di un problema di natura cardiovascolare. A lui è stato dedicato lo stadio della città natale, Lugo. Carriera Club Muccinelli (a sinistra) e Giampiero Boniperti negli anni alla Juventus Iniziò a giocare al calcio nel campetto di un Istituto per Orfani a Fabriago di Lugo, dove lui si trovava assieme a un fratello più piccolo. Nei primi anni 1940 un gruppo di ragazzini di Lugo si recarono per una partitella di calcio presso quell'Istituto, perdendo 8-0 con 6 gol di Ermes, il quale si era mostrato veloce e geniale nel gioco; partecipò all'incontro anche Sergio Geminiani (a sua volta futuro calciatore) che lo segnalò al presidente del Baracca Lugo il quale lo tolse, assieme al fratello, dalla fame dell'orfanotrofio. Geminiani raccontò che, con altri due ragazzini di Lugo, portavano in bicicletta panini imbottiti ai fratelli Muccinelli avendo visto le loro ristrettezze; cose di cui Ermes ha sempre ringraziato. Muccinelli (accosciato, al centro) alla Lazio nella stagione 1956-1957 Da Lugo di Romagna, nell'immediato secondo dopoguerra Ermes transitò brevemente nelle file della Biellese, per approdare nel 1946 alla Juventus dove esordì in Serie A il 24 novembre di quell'anno, nella gara interna contro la Triestina vinta dai bianconeri per 4-0. A Torino, nei primi anni 1950 Muccinelli andò a formare un affiatato trio d'attacco assieme a Giampiero Boniperti e al danese John Hansen, che valse alla Juventus gli scudetti delle stagioni 1949-1950 e 1951-1952; nell'ultima, in particolare, il giocatore firmò il record personale di marcature con 17 gol. Con la Juventus disputò 226 gare fino al 1955, anno in cui si trasferì per un triennio alla Lazio prima di un fugace ritorno in bianconero nella stagione 1958-1959; in questo periodo mise in bacheca le prime due edizioni della restaurata Coppa Italia, quelle del 1958 e del 1958-1959, vinte rispettivamente in maglia biancoceleste e bianconera. Nell'annata 1960-1961 venne infine ingaggiato dal Como, in Serie B, dove fece 3 apparizioni prima di concludere la carriera agonistica. Nazionale Muccinelli (accosciato, secondo da sinistra) in azzurro nel 1956 Nel 1950 esordì in nazionale, nell'amichevole vinta per 3-1 il 5 marzo a Bologna contro il Belgio, segnando una doppietta: la rete del pareggio e del vantaggio azzurro. Fu poi tra i convocati per il campionato del mondo 1950 in Brasile e per il campionato del mondo 1954 in Svizzera. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952 Coppa Italia: 2 - Lazio: 1958 - Juventus 1958-1959
  14. JÚLIUS KOROSTELEV Nasce a Pure St.Martin, in Cecoslovacchia, il 19 giugno 1923. Arriva alla Juventus nell’estate del 1946, in compagnia del connazionale Vycpálek, proveniente dall’A.K. Bratislava. Ala di buon talento e in possesso di un tiro tanto forte quanto potente, Korostelev riesce sempre a capire come deve comportarsi, a seconda dello spazio di manovra nell’azione da svolgere.Quando non trova avversari davanti a sé, la sua direzione di corsa è diritta e veloce, quando è circondato da avversari, si esibisce in arresti, guizzi e serpentine. Al momento del tiro, poi, mostra un’efficacia piuttosto rara per quel ruolo.Alto, magro, veloce, furbo e tenace, sa non solo concludere, ma anche sfruttare i lanci dei compagni, con tiri al volo o micidiali colpi di testa.Debutta in Serie A il 6 ottobre 1946 in Milan-Juventus 3-3: rimane a Torino per una stagione, in cui totalizza 30 presenze e 15 goal, diventando il secondo miglior cannoniere della squadra, contribuendo al secondo posto in classifica finale dei bianconeri.A fine stagione, tuttavia, non viene riconfermato, e insieme al compagno di attacco Mario Astorri passa all’Atalanta.Ritorna alla Juve nelle vesti di allenatore nel luglio 1961, al posto di Carlo Parola, affiancato da Gunnar Gren come direttore tecnico. Siede sulla panchina bianconera nelle prime due partite del campionato e il 7 settembre, a causa dell’improvviso ritorno in patria di Gren per motivi familiari, diventa il “secondo” del rientrante Parola.«Non si tratta di uno di quei cambi della guardia diventati normali nel mondo del calcio – precisa Umberto Agnelli – siamo molto spiacenti della partenza di Gren e non pensiamo per ora di affidare a un’altra persona il ruolo di direttore tecnico; se troveremo l’uomo adatto potremo farlo in futuro, come non è neppure da escludere una ripresa di contatto con lo stesso Gren. Ora ci serve un elemento juventino, un amico pieno di entusiasmo, e abbiamo deciso di affiancare a Korostelev Carlo Parola. Con Parola abbiamo avuto di recente un momento di incomprensione, oramai superato; Parola si è ricreduto e ora è pronto a dare alla squadra il contributo del suo impegno».Alla fine del campionato si trasferisce al Pisa, concludendo la sua breve avventura bianconera.“IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 2 OTTOBRE 1946Korostelev è alto m. 1,83 e copre la distanza di ottocento metri nel notevole tempo di due minuti. È uno slovacco, del distretto di Svaltjmartina, ed aveva sempre giocato nella squadra del suo paese, che disputava una specie di campionato locale. Tre anni fa venne chiamato in servizio militare ed incluso, quale ala sinistra, nella squadra del suo reggimento. Ebbe tosi occasione di disputare qualche partita di un torneo tra soldati. Ad assistere ad una partita un giorno capitò l’allenatore del Bratislava, che non se lo lasciò scappare.Questa, in rapida sintesi, la carriera di Korostelev. Il quale, attraverso l’interprete ha aggiunto che giocarci nel Bratislava era assai piacevole, in quanto la squadra è forte, ed attualmente si trova in seconda posizione nel campionato, alle spalle del Kladno, diabolica squadra di minatori che, per adeguarsi alla situazione progressista-lavoratrice, sta giocando con irresistibilità.– E poi si gioca bene ala sinistra di fianco ad un autentico campione quale è Harpas. Harpas mi lanciava molto bene a rete, e difatti ero secondo nella classifica dei cannonieri, ad un solo gol di distacco dal famosissimo Hayek, centravanti dello Sparta.– Hayek è il successore di Braine?– Precisamente. Braine è tornato in Belgio e gli spartiani hanno trovato allora Hayek il quale è un centravanti che gioca con un sistema totalmente differente da quello di Braine. Braine giocava arretrato e funzionava più da centro-sostegno dell’attacco, che da centravanti di punta. Hayek invece è uno scattatore notevole e la sua presenza è sempre minacciosa nell’area avversaria.– Ed il Bratislava quale sistema usa?– Il sistema inglese, con il centrosostegno tra i terzini, ed i laterali alle spalle delle mezzeali. È l’unica squadra in Cecoslovacchia che giochi con il “sistema”. L’ha adottato dopo aver visto giocare il Derby County, allorché questa squadra britannica fece un “giro” in Cecoslovacchia. Fu un giro di buoni successi e soltanto il Bratislava riuscì a battere gli inglesi.– Allora si troverà bene nella Juventus, la quale gioca pure con il “sistema”.– Credo che mi troverò bene senz’altro. Sono in forma ed ho molta voglia di giocare. Pensi che per venire in Italia ho rifiutato le offerte dello Sparta che mi voleva con sé nella prossima tournée in Inghilterra! https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/07/jlius-korostelev.html
  15. JÚLIUS KOROSTELEV https://it.wikipedia.org/wiki/Július_Korostelev Nazione: Cecoslovacchia Luogo di nascita: Martin Data di nascita: 19.06.1923 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.10.2006 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Cecoslovacco Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 06.10.1946 - Serie A - Milan-Juventus 3-3 Ultima partita: 22.06.1947 - Serie A - Venezia-Juventus 0-2 30 presenze - 15 reti Allenatore della Juventus dal 1961 al 1962 2 panchine - 0 vittorie Július Korostelev (Martin, 19 giugno 1923 – Torino, 18 ottobre 2006) è stato un allenatore di calcio e calciatore cecoslovacco, di ruolo attaccante. Július Korostelev Korostelev al Parma negli anni cinquanta Nazionalità Cecoslovacchia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1957 - giocatore 1979 - allenatore Carriera Giovanili 1937-1941 T. S. Martin Squadre di club 1941-1945 T. S. Martin 14+ (21+) 1945-1946 Bratislava 22 (23) 1946-1947 Juventus 30 (15) 1947-1949 Atalanta 36 (9) 1949-1950 Reggina 34 (17) 1950 Palermo 0 (0) 1950-1951 Reggina 18 (5) 1951-1956 Parma 114 (49) 1956-1957 Ozo Mantova 1 (0) Nazionale 1946 Cecoslovacchia 1 (0) Carriera da allenatore 1957-1958 Perugia 1958-1959 Salsomaggiore 1959-1961 Piacenza 1961-1962 Juventus 1962 Pisa 1965-1966 Aosta 1969-1970 Balangero 1971-1973 Susa 1971-1974 ACF Juventus Femminile 1979 Mathi Caratteristiche tecniche Giocatore Korostelev era un'ala sinistra, fantasiosa e dotata di buona tecnica individuale. Era in possesso di un tiro potente e preciso, che lo rendeva efficace anche in fase realizzativa, ed era considerato un abile rigorista. Carriera Giocatore Club Inizia la sua carriera nel Turčiansky Svätý Martin, entrando a far parte delle giovanili all'età di 14 anni; con la formazione della città natale prende parte a tre edizioni del campionato slovacco negli anni della seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto si trasferisce allo Slovan Bratislava, con cui realizza 16 reti in 18 partite nella Státní liga 1945-1946; l'anno successivo inizia il campionato con 7 reti in 4 partite, finché nel settembre del 1946 viene ingaggiato dal club italiano della Juventus, insieme al connazionale Čestmír Vycpálek. Korostelev alla Juventus nella stagione 1946-1947 Debutta in Serie A il 6 ottobre 1946 in Milan-Juventus (3-3): rimane a Torino per una stagione, in cui totalizza 30 presenze e 15 gol, diventando il secondo miglior cannoniere della squadra e decimo assoluto, e contribuisce al secondo posto in classifica finale dei bianconeri. A fine stagione, tuttavia, non viene riconfermato, e insieme al compagno d'attacco Mario Astorri passa all'Atalanta. Nella formazione orobica non ripete le prestazioni dell'anno precedente, a causa di problemi fisici e caratteriali: pur debuttando con un gol nella vittoria per 3-1 sul Bari del 14 settembre 1947, il suo bottino stagionale è di 5 reti in 18 presenze, e l'Atalanta si classifica al quinto posto in classifica, miglior risultato della propria storia. L'anno successivo, tuttavia, i nerazzurri retrocedono, e anche in questo caso Korostelev non ritrova la vena realizzativa, con 4 reti in 18 partite. Nel 1949, dopo tre stagioni nella massima serie, accetta di scendere in Serie C, ingaggiato dalla Reggina. Con i calabresi realizza 17 reti nel campionato 1949-1950, concluso al terzo posto dietro Messina e Cosenza: queste prestazioni gli valgono l'ingaggio del Palermo, di nuovo in Serie A, su suggerimento dell'amico Vycpálek. Incluso nella rosa che inizia il campionato, non scende mai in campo a seguito dell'acquisto del turco Şükrü Gülesin che gli preclude il posto da giocatore straniero, sicché in ottobre fa ritorno a Reggio Calabria, di nuovo in Serie C; con gli amaranto disputa 18 partite con 5 reti. Nel 1951, messo in lista di trasferimento torna al Nord trasferendosi al Parma, sempre in Serie 😄 in Emilia ritrova il connazionale Vycpálek e diventa uno dei giocatori più amati dalla tifoseria gialloblù. Nella prima stagione contribuisce con 11 reti all'ammissione alla Serie C a girone unico, nella quale si mantiene su alte medie realizzative totalizzando 30 reti in due stagioni; nel campionato 1953-1954 contribuisce con 15 reti alla promozione dei ducali in Serie B, realizzando tra le altre la rete decisiva per la matematica promozione, nella vittoria sul Lecco. Riconfermato anche tra i cadetti, è ancora titolare per una stagione, mentre nel campionato 1955-1956 le sue presenze sono limitate a 7, con una rete realizzata contro il Monza. Chiude la sua carriera di calciatore nell'Ozo Mantova, in IV Serie, nel quale disputa un'unica partita infortunandosi di nuovo in modo serio. Nazionale Con la Cecoslovacchia vanta una presenza in Nazionale, collezionata il 14 settembre 1946 contro la Svizzera (3-2). Allenatore Esordisce come tecnico nelle serie minori sulle panchine di Perugia e Salsomaggiore, alternando l'attività di allenatore a quella di osservatore per conto del Palermo. Nell'estate del 1959 viene nominato allenatore del Piacenza, militante in Serie C. Nella stagione 1959-1960 conduce gli emiliani a un piazzamento di centroclassifica, mentre nella stagione successiva viene esonerato a causa dei negativi risultati ottenuti. Nel frattempo completa il corso per allenatori a Coverciano, segnalandosi tra i migliori, e nel luglio del 1961 viene chiamato alla Juventus al posto di Carlo Parola, affiancato al direttore tecnico Gunnar Gren. Siede sulla panchina bianconera nelle prime due partite del campionato 1961-1962, il 27 agosto nel pareggio casalingo per 1-1 contro il Mantova, e il 3 settembre nella sconfitta per 2-1 sul campo del Padova, mentre dal 7 settembre 1961 passa al ruolo di allenatore in seconda dei bianconeri, dopo il ritorno in patria di Gren per motivi familiari e la sua sostituzione con il rientrante Parola. L'anno successivo torna ad allenare in Serie C, sulla panchina del Pisa, ma viene esonerato a favore di Mario Nicolini (a sua volta sostituito da Guglielmo Trevisan). In seguito guida l'Aosta e i dilettanti piemontesi del Balangero e del Susa. Tra il 1971 e il 1974 allena anche l'ACF Juventus di calcio femminile, con cui approda alle finali scudetto nel 1972; prosegue l'attività tra i dilettanti piemontesi sulla panchina del Mathi, in Prima Categoria. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano Serie C: 1 - Parma: 1953-1954
  16. ENRICO CANDIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Candiani Nazione: Italia Luogo di nascita: Busto Arsizio (Varese) Data di nascita: 29.09.1918 Luogo di morte: Busto Arsizio (Varese) Data di morte: 27.02.2008 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 22.09.1946 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 35 presenze - 15 reti Enrico Aldo Candiani (Busto Arsizio, 29 settembre 1918 – Busto Arsizio, 27 febbraio 2008) è stato un calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo attaccante. Enrico Candiani Candiani alla Juventus nella stagione 1946-1947 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1952 Carriera Giovanili 1933-1937 Pro Patria 19??-19?? Ambrosiana-Inter Squadre di club 1938-1945 Ambrosiana-Inter 134 (47) 1945-1946 Inter 38 (17) 1946-1947 Juventus 35 (15) 1947-1949 Pro Patria 56 (18) 1949-1950 Milan 22 (8) 1950-1951 Livorno 8 (2) 1951-1952 Foggia 27 (7) Biografia È scomparso all'età di 89 anni dopo una lunga malattia. Caratteristiche tecniche Giocava come mezzala sinistra o ala sinistra. Essendo mancino, utilizzava raramente il piede destro. Carriera A 15 anni nella giovanili della Pro Patria, passa l'anno successivo fra i giovani dell'Ambrosiana Inter. Fa le prime comparse in prima squadra nella stagione 1938-1939, prima nel ruolo di mezzala e quindi progressivamente spostato all'ala sinistra dall'allenatore nerazzurro Tony Cargnelli. Dopo una stagione con 17 presenze in campionato e la vittoria in Coppa Italia, s'impone definitivamente come titolare l'anno successivo, contribuendo con 8 reti alla conquista dello scudetto 1939-1940. Resta in nerazzurro anche nelle tre stagioni successive, con un secondo e un quarto posto in campionato intervallati da un piazzamento al dodicesimo posto nel 1941-1942. Dopo l'interruzione ufficiale dei campionati nel 1943, Candiani disputa con l'Ambrosiana anche il Campionato Alta Italia 1944, e dopo la guerra rimane fra i nerazzurri (con la compagine ridenominata Inter) per disputare il campionato 1945-1946. In quella stagione Candiani realizza 11 reti nel Campionato Alta Italia e 6 nel girone finale, fra cui un poker contro il Grande Torino in un incontro disputato il 14 luglio 1946, unico calciatore ad essere riuscito a fare 4 reti in una partita contro i granata. Poi Candiani si trasferisce alla Juventus, dove resta una stagione nella quale realizza 15 reti contribuendo al secondo posto finale, quindi torna alla squadra della sua città, la Pro Patria, neopromossa in Serie A, che porta nella stagione 1947-1948, all'ottavo posto finale, miglior risultato della storia per i biancoblù. Dopo due stagioni a Busto Arsizio, nell'estate 1949 passa al Milan, dove, pur non essendo utilizzato in continuità, realizza 8 reti giocando al fianco di Gunnar Nordahl. In quella stagione, conclusasi al secondo posto, Candiani realizza due reti nei primi 6 minuti del 6-5 nel Derby di Milano perso e l'ultima rete nell'1-7 a Torino contro la Juventus, segnando la rete che chiude il tabellino. A fine stagione passa al Livorno in Serie B e l'anno successivo in Serie C al Foggia, dove ritrova il suo vecchio allenatore dei tempi dell'Ambrosiana Tony Cargnelli e dove chiude la carriera agonistica. Totalizza complessivamente 231 presenze e 80 reti in Serie A nei campionati a Girone Unico (più 54 presenze e 26 reti nei campionati 1944 e 1945-1946), figurando fra i 100 marcatori più prolifici della storia del campionato. Dopo il ritiro Per un decennio, dalla stagione 1959-1960 fino alla stagione 1969-1970, sarà presidente della Pro Patria. Palmarès Coppa Italia: 1 - Ambrosiana-Inter: 1938-1939 Campionato italiano: 1 - Ambrosiana-Inter: 1939-1940
  17. MARIO ASTORRI Negli anni dei Sentimenti, si fa valere anche un piacentino acquistato per avere una valida alternativa al giovanissimo Boniperti appena sbarcato dal Momo: si chiama Mario Astorri, è del 1920 e nella Spal, dove è cresciuto, ha segnato cataste di goal in tutti i modi possibili. Nel 1946-47 è molto più di un ripiego, anzi si rivela fior di cannoniere, in assoluto uno dei più prolifici della storia bianconera nel rapporto tra reti segnate e partite giocate: 17 goal fatti in 23 partite non sono bruscolini e si tratta in molti casi di reti pesantissime. Ma Boniperti cresce più in fretta del previsto e Astorri deve trovare fortuna altrove, all’Atalanta prima e al Napoli poi. Con qualche rimpianto. «Alquanto irsuto, di bruno pelo – racconta Caminiti – con bell’opportunismo, fu più redditizio del Piola juventino. Ma apparve Boniperti con la sua classe bionda e fu venduto all’Atalanta. Per il dispiacere di Zambelli che entrava nello spogliatoio e si deliziava a vederlo». ALBERTO FACCHINETTI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL MAGGIO 2020 La carriera di calciatore si è appena conclusa, quella di allenatore sembra non decollare. Nel 1957 l’ex centravanti della Juventus Mario Astorri decide di spostarsi in Danimarca a gestire il business delle “cartoline che cantano”. Presto l’appeal di questo particolare prodotto (un disco con le sembianze di una cartolina postale) va in crisi. Nel frattempo Mario a Copenaghen ha trovato l’amore e ‘divorziato dalla moglie in Italia. Deve reinventarsi una nuova vita, perché in tasca non gli è rimasto un soldo. Inizia ad allenare piccoli club danesi delle categorie inferiori, riuscendo a migliorare tutte le squadre che gli danno in mano. Sa caricare i suoi ragazzi, dando loro coraggio ed entusiasmo. Blinda la difesa e lascia spazio ai giocatori con più talento in attacco. Nel 1964 si trova sulla panchina di AB, una squadra che milita nella seconda divisione danese. La porta nella massima serie e nel 1967 vince il campionato nazionale. E la prima volta in assoluto che un italiano festeggia da allenatore uno scudetto all’estero. Tanti anni dopo vincere i campionati diventerà una consuetudine per i vari Trapattoni e Ancelotti, che oggi detengono il record (assieme a Tomislav Ivic, Ernst Happel, José Mourinho ed Eric Gerets) di quattro titoli nazionali in quattro diversi paesi. L’ultimo allenatore italiano in ordine di tempo a conquistare un campionato nazionale all’estero è stato Fabio Cannavaro, che lo scorso dicembre con Guangzhou è arrivato primo nella Super League cinese per club. Ma è stato Mario Astorri cinquantatré anni fa l’uomo che ha dato il via a questa lunga tradizione di allenatori italiani vincenti fuori casa. Quando Mario arriva in Danimarca, trova un calcio che è ancora nel pieno della sua fase dilettantistica. Ai calciatori che firmano un contratto all’estero da professionisti è impedito di giocare in Nazionale. Soltanto nel maggio del 1971 gli “stranieri” iniziano a essere convocati nella selezione nazionale. Il primo torneo Pro in Danimarca è quello del 1978, in ritardo di anni rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale. Classe 1920, Astorri è stato un ottimo calciatore che ha toccato l’apice della sua carriera nell’immeditato dopoguerra. Nato in provincia di Piacenza, si è trasferito da bambino a Mestre con la famiglia. Qui ha esordito in prima squadra, segnando subito un gol e facendo intravedere la sua classe e il suo carattere. Poi un campionato nel Venezia in tempo di guerra e quindi a Schio, dove viene adocchiato dal presidente della Spal Paolo Mazza, uno dei migliori talent scout della storia del calcio italiano. Da Ferrara arriva nel 1946 alla Juventus. Esordisce con una doppietta e chiude il torneo con 17 gol in 23 partite, massimo realizzatore della squadra. Gioca da centravanti, in una formazione che ha in campo gente come Piola, Boniperti ed Ermes Muccinelli. È una bella Juve quella allenata da Renato Cesarini, arriva seconda dietro solo al Grande Torino. Ma è lo stesso Cé a cambiargli il ruolo. Non più al centro dell’attacco, ma laterale. Astorri pensa, per via di tutti i gol che ha realizzato, di essersi meritato la posizione centrale e preferisce così proseguire la carriera altrove. Continua a segnare prima con l’Atalanta e poi con il Napoli. Stefan Astorri è uno dei due figli maschi avuti da Mario con la bella sposa danese. Oggi fa il medico in un ambulatorio nei pressi di Copenaghen, la sua città. Da lì è felice di parlare del padre, morto nella capitale danese nel 1989. «Non ho mai sentito uscire dalla bocca di mio papà – racconta – giudizi negativi su nessun allenatore. Neanche su Cesarini. La Juventus ha sempre avuto un posto speciale nel suo cuore». Con i bianconeri i rapporti sono sempre rimasti ottimi. Karl Age Praest, due scudetti con la Juve negli anni 50, è stato un suo grandissimo amico. «Una volta alla settimana giocavano a tennis insieme ed era uno spasso vederli. Ridevano in continuazione». Ottimi amici gli erano rimasti anche a Mestre. Uno di questi si chiamava Attilio Pittarello, campione italiano dei 110 ostacoli nel 1942. Si erano conosciuti negli anni della Mestrina. I due di frequente si scrivevano cartoline oppure si telefonavano per ricordare i vecchi tempi in Veneto. «Mio padre – dice Stefan Astorri – si sentiva italiano al 110 percento e gli sarebbe tanto piaciuto ritornare a vivere nella nazione in cui era nato. Aveva avuto delle proposte dal Como e anche per allenare le giovanili della Juve, ma mia madre non voleva lasciare la Danimarca. Dell’Italia diceva sempre che era il Paese più bello al mondo, ma impossibile da capire. Leggendo i giornali italiani, intuisco che probabilmente è così anche ora». Dopo essere stato in odore di nazionale, il “Mago italiano” negli anni 70 si siede sulla panchina del KB, allora un club molto prestigioso. Qui vince un altro scudetto, il secondo della sua carriera. Allena Finn Laudrup in prima squadra, mentre il figlio Michael gioca nelle giovanili. Il padre è un buon giocatore, ma è il ragazzino a essere un fenomeno. Chiama allora il suo amico Boniperti per consigliargli il giocatorino, che nel frattempo ha esordito in prima squadra ed è passato al Brondby. Boniperti manda a visionarlo Cestmir Vycpalek, lo zio materno di Zeman, che nel 1946-47 giocava nella loro stessa Juventus. Al cecoslovacco basta poco per riconoscerne la classe innata e dà il suo assenso. Nel 1983 le negoziazioni e la firma del contratto avvengono proprio nel salotto di casa Astorri. Presenti il diciannovenne calciatore, il padre Finn, il manager del Brondby Per Bjerregard e la coppia Boniperti-Vycpalek. A sbirciare dalla cucina i due figli di Astorri. Sempre alla Juve segnala Preben Elkjaer Larsen, centravanti della Nazionale danese che gioca in Belgio e non si è ancora fatto conoscere al grande pubblico all’Europeo 1984 in Francia. La dirigenza fa altre scelte, Elkjaer va a Verona dove vince uno storico scudetto e per due anni si piazza sul podio del Pallone d’Oro. Stefan Astorri oggi nel suo ambulatorio conserva appese al muro delle foto del papà. Catturano l’attenzione dei pazienti seduti di fronte a lui. «Mi capita spesso di parlare con loro di calcio. Per un po’ si dimenticano pure dei loro problemi. Ne ho uno in cura, italiano ovviamente, che ricorda di avere visto mio papà dal vivo giocare nel Napoli». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/mario-astorri.html
  18. MARIO ASTORRI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Astorri Nazione: Italia Luogo di nascita: Cadeo (Piacenza) Data di nascita: 07.08.1920 Luogo di morte: Copenhagen (Danimarca) Data di morte: 03.12.1989 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 73 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 22.09.1946 - Serie A - Atalanta-Juventus 1-3 Ultima partita: 22.06.1947 - Serie A - Venezia-Juventus 0-2 23 presenze - 17 reti Mario Astorri (Cadeo, 7 agosto 1920 – Copenaghen, 3 dicembre 1989) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Mario Astorri Astorri all'Atalanta a fine anni 1940. Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1957 Carriera Squadre di club 1939-1941 Mestre 26 (15) 1941-1942 Schio 26 (10) 1942-1943 Ferrara 21 (20) 1943-1944 Venezia 12 (10) 1945-1946 SPAL 19 (11) 1946-1947 Juventus 23 (17) 1947-1949 Atalanta 53 (13) 1949-1953 Napoli 88 (30) 1953-1954 Monza 19 (7) 1955-1957 Cenisia 38 (13) Carriera da allenatore 1957-1958 Meda 1958-1959 Falck & Arcore 1962 Horsholm 1965-1966 Køge BK 1967 AB 1968 Danimarca 1969 Hvidovre 1970 Holbæk 1974 KB 1978 Hellerup Carriera Giocatore Primi anni Astorri (accosciato, terzo da sinistra) alla SPAL nella stagione 1945-1946 Piacentino di nascita, Astorri cresce calcisticamente a Mestre, dove la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro. Esordisce nella Mestrina in Serie C, debuttando nel 1939 nella vittoria per 2-1 contro il Lanerossi Vicenza e segnando un gol. Disputa da titolare la stagione successiva fino a quando chiede di essere ceduto dopo essere stato fischiato dai tifosi per una prestazione deludente. Passa allora allo Schio, sempre in Serie C e quindi all'A.C. Ferrara, squadra che aveva da qualche anno sostituito la gloriosa SPAL, segnando 20 reti nel 1943 e vincendo la classifica dei marcatori di quel torneo di serie C. È al Venezia nel Campionato di guerra del 1944: nelle fasi iniziali del torneo mette a segno ben nove reti in una sola partita, contro il Rovigo, e gioca anche le due partite del girone finale per l'assegnazione dell'effimero scudetto di quell'anno. Rientra a Ferrara nel 1945 e nella squadra estense, che nel frattempo ha ripreso la tradizionale denominazione di SPAL, realizza 11 reti nel campionato di Serie B-C Alta Italia 1945-1946. Juventus Nel 1946 è alla Juventus, ceduto da Paolo Mazza, che lo aveva acquistato dallo Schio per poche migliaia di lire, per 2 milioni. Astorri alla Juventus nella stagione 1946-1947 Con i bianconeri gioca da centravanti, relegando Silvio Piola al ruolo di mezzala, e segna 17 reti: sesto miglior cannoniere della stagione, è protagonista delle prime due giornate del campionato in cui la sua squadra vince entrambe le volte per 3-1 con una sua doppietta, il 22 settembre 1946 nel successo esterno contro l'Atalanta e il 29 settembre 1946 nella vittoria casalinga contro l'Alessandria. Mette anche a segno una quaterna alla 17sima giornata, il 19 gennaio 1947 nella vittoria casalinga contro il Venezia per 7-3. Atalanta Nel 1947 lascia la Juventus, in contrasto con l'allenatore Renato Cesarini che lo vuole spostare nel ruolo di ala. Passa quindi all'Atalanta con cui inizia il campionato segnando alla prima giornata (il 14 settembre 1947) nella vittoria casalinga contro il Bari per 3-1: il primo gol, all'undicesimo, era stato segnato da Július Korostelev, appena ceduto anch'egli ai bergamaschi. A fine stagione si contano 9 reti, frutto tra l'altro di due doppiette, nella vittoria casalinga contro il Livorno per 3-1 (19sima giornata, disputata il 25 gennaio 1948) e nella vittoria casalinga contro la Lazio per 5-0 (32sima giornata, disputata il 2 maggio 1948). L'anno successivo segna solo 4 reti, tra cui una doppietta nella vittoria casalinga contro il Novara per 3-1, alla ventesima giornata, disputata il 9 gennaio 1949. Napoli e ultimi anni Nel 1949 viene ceduto al Napoli, allora in serie B, e contribuisce alla vittoria del campionato e quindi alla promozione segnando 8 reti. Nel campionato successivo (1950-1951) i gol sono 8, tra cui uno nella sconfitta in trasferta contro la Juventus per 3-2 (nona giornata, disputata il 5 novembre 1950), che contribuiscono a dare agli azzurri il sesto posto nella classifica finale della serie A. Va meglio la stagione successiva, sesto posto finale per la squadra e dodicesimo posto nella classifica cannonieri con 13 reti per lui, frutto anche di una doppietta nella vittoria in trasferta contro il Como per 4-2 (14sima giornata, disputata il 23 dicembre 1951), di un altro gol alla Juventus nella sconfitta in trasferta per 2-1 (nella gara del 30 dicembre 1951, 15sima giornata di campionato), di un'altra doppietta nella vittoria casalinga contro il Torino per 4-0 (28sima giornata, disputata il 6 aprile 1952) e di una terza doppietta nella vittoria casalinga contro il Como per 7-1, alla 33sima giornata, disputata l'11 maggio 1952, in cui segna i due gol nei primi tre minuti di gioco. L'anno successivo perde il posto da titolare, in seguito all'acquisto di Hasse Jeppson, e in tutta la stagione segna solo un gol, tra l'altro inutile, nella sconfitta per 3-2 contro il Novara. Chiude con il calcio professionistico giocando nel Monza in Serie B, dove segna 7 gol in 19 partite, e quindi milita per due stagioni nella formazione piemontese del Cenisia, terminando la carriera all'età di 37 anni. Allenatore Terminata la carriera di calciatore intraprende immediatamente quella di allenatore. Dopo aver guidato Meda e Falck Arcore, nel 1959 si trasferisce in Danimarca, su consiglio del suo ex allenatore Eraldo Monzeglio. Qui pubblica su un quotidiano di Copenaghen un annuncio con cui si offre come allenatore, ed esordisce su una panchina danese nel 1962 con l'Hørsholm, con cui ottiene la promozione in terza divisione. Nel 1965 passa sulla panchina del Køge BK, con cui ottiene la promozione nella massima serie, e vi rimane anche nel successivo campionato. Nel 1967 allena l'Akademisk Boldklub, con cui vince il campionato. Nel 1968 guida brevemente la nazionale danese, prima di tornare ad allenare i club. Siede sulla panchina dell'Hvidovre IF, con cui, pur disponendo di una formazione rimaneggiata, ottiene il quarto posto nel campionato 1969, e in seguito passa all'Holbæk B&I (in seconda divisione) e al Kjøbenhavns Boldklub, con il quale vince il campionato danese 1974. L'ultimo club che allena in Danimarca è l'Hellerup IK, al quale arriva nel 1978, quando la squadra militava nella seconda divisione danese, sostituendo Tom Søndergaard. Dopo il ritiro Rimasto in Danimarca, collabora con una ditta danese di prodotti sportivi occupandosi della distribuzione italiana. All'inizio degli anni 1980, inoltre, segnala al suo ex compagno di squadra Giampiero Boniperti il giovane talento danese Michael Laudrup. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Napoli: 1949-1950 Allenatore Competizioni nazionali Campionato danese: 2 - AB: 1967 - KB: 1974
  19. CESTMÍR VYCPÁLEK Parco Stromovka è il suo campo preferito, i compagni di quartiere gli avversari più indomiti. Čestmír è un ragazzotto biondo e paffutello che trascorre interminabili ore nel cortile di casa a incantare compagni e avversari; palleggia col piede destro e col mancino fino all’esasperazione. Papà Premsyl, tifoso del grandissimo Slavia Praga lo costringe a seguirlo ogni domenica allo stadio Spartan e Čestmír comincia ad accarezzare sogni di grandezza calcistica.La strada non è facile: papà Premsyl vede in Cesto un futuro campione, mentre mamma Jarmila, invece, pretende la massima dedizione allo studio: «Ti dedicherai al pallone – gli impone – solo dopo aver superato l’Accademia Commerciale». Čestmír supera ogni anno a pieni voti le classi del ginnasio e quelle dell’Accademia Commerciale e, a diciassette anni, si ritrova con il diploma e il lasciapassare dei dirigenti dello Slavia per giocare in prima squadra.Ma, dietro l’angolo, c’è la guerra con i suoi orrori; Cesto è internato nel lager nazista di Dachau: «Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista, quello di Dachau. Solo chi c’è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. In quel campo, Hitler rinchiudeva i nemici della sua follia: ebrei, antinazisti, cittadini degli stati invasi dalla croce uncinata. Ed io sono cecoslovacco di Praga, dunque un nemico. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze, ripeto, può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla».Čestmír ritorna a fare meraviglie nello Slavia e i tecnici lo vogliono nella rappresentativa boema. Assomiglia molto, come tipo di gioco, al grande Giovanni Ferrari: ha una tecnica di primo ordine, gli occhi sempre sul campo e mai sulla palla, un ottimo controllo della stessa, una notevole visione di gioco e la capacità di valutare tutte le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicina all’area di rigore, può diventare pericolosissimo per il portiere avversario, perché Cesto sa tirare molto bene, con traiettorie precise e potenti. Allo Spartan è ospite la fortissima Jugoslavia; la partita si rivela un’epica battaglia fra autentici giganti. Finisce 1-1 per merito di Čestmír che, di testa, realizza uno splendido goal.La via della Nazionale è spianata; Vycpálek vi resterà per sette anni: «C’era l’entusiasmo e l’ardore dei vent’anni; era il periodo in cui ci si doveva battere per vincere, anche nello sport. E non era facile. La sconfitta più dolorosa la patii a Parigi; perdemmo 3-0 e per giorni, noi della Nazionale non avemmo pace. Fortunatamente, lo Slavia ripagava gli sportivi con partite e vittorie memorabili. Sono stato sei volte campione, dal 1939 al 1945. Allora mi sentivo un leone, ma erano altri tempi; il calcio era solo sport, diletto, passione».L’allora segretario della Juventus, Artino, e un certo signor Foresto, grande esportatore di vini piemontesi a Praga, che gestisce anche un avviatissimo night, mette gli occhi sulla coppia dello Slavia: Vycpálek e Korostelev. L’offerta è allettante; stipendio da sgranare gli occhi, un annetto in Italia in riva al Po, quindi ritorno a Praga. Breve consultazione con la dolce Hana, che intanto Cesto ha condotto all’altare, e partenza per l’Italia.Cesto esordisce in bianconero contro il Milan, il 6 ottobre 1946. Il presidente juventino è Piero Dusio, l’allenatore Cesarini. Nella formazione rossonera militano campioni come Tognon, Gimona, Annovazzi, Puricelli e Carapellese. Il Milan parte all’attacco e passa in vantaggio di due goal, marcatori Annovazzi e Tosolini. Ma, prima del riposo, un perfetto passaggio di Cesto a Candiani consente alla Juventus di accorciare le distanze. All’inizio della ripresa, però, Gimona realizza il terzo goal per il Milan. Juventus decisissima a rimontare con un Vycpálek in grande evidenza, sempre assecondato dal compagno Korostelev, velocissimo sulla fascia sinistra. Alla mezzora Korostelev effettua un cross, Piola opera un perfetto assist di testa per Cesto che mette in rete. Cinque minuti dopo, sullo slancio, Magni sigla il goal del 3-3.Vycpálek ricorda con grande nostalgia quel suo campionato: «Eravamo una grossa squadra, una pattuglia di amici ed anche di grandi calciatori. Il tasso tecnico di tutti era elevato. Prova ne sia che la Juventus tenne testa, per quasi tutto il campionato, a una formazione eccezionale come quella del Grande Torino: i granata vinsero lo scudetto, ma noi finimmo al secondo posto, precedendo uno strepitoso Modena, il Milan e il Bologna».Vycpálek resta bianconero solamente quella stagione, dove totalizzerà ventisette presenze con cinque goal. Il trasferimento a Palermo vede la definitiva consacrazione di Vycpálek come giocatore, e diventa l’idolo della Favorita. In Sicilia nasce anche il figlio, Cestino, che perirà tragicamente nell’incidente aereo di Punta Raisi: «Il presidente Agnelli mi cedette al Palermo per devozione: lui e il principe Lanza, presidente del club rosanero, erano grandi amici ed io ci andai di mezzo. Considerai quel trasferimento l’ennesimo scherzo del destino, non potevo certo immaginare che, a Palermo, cominciava la mia vera carriera di giocatore».Armando Correnti, ex portiere, nonché osservatore della Juventus, lo conosceva bene: «Conobbi Cesto alla Favorita in un pomeriggio di sole; era rimasto in campo, per perfezionare ancora di più la sua tecnica. Io giocavo nel Siracusa, in Serie B, ed ero nel pieno di una più che onesta carriera, ma lui era un’altra cosa: lui era un vero fuoriclasse. Cesto fece grande il Palermo da giocatore, ma gli regalò anche una travolgente promozione da allenatore».Ventiquattro anni nella cornice incantevole della Conca d’Oro, le tiepide, profumate sere trascorse sulla spiaggia di Mondello, il dialetto dolce ed esotico del siculo boemo, sono i ricordi più belli del suo lungo soggiorno siciliano. Nell’estate del 1952 torna al Nord portando Mondello e la Sicilia nel cuore. A Parma, sua città di destinazione, chiude la carriera giocando addirittura più stagioni, più partite e più goal: sei contro cinque, 151 presenze contro 143, ventotto gol contro ventitré. Il Parma di allora era una squadra che faticava a sopravvivere, sia in Serie C sia in B. Cesto contribuì a una storica promozione in B nel 1954 che ancora oggi, a Parma, ricordano come la prima grande impresa del dopoguerra. Quel Parma era guidato da un presidente, Agnetti, detto lacrima facile per i suoi accorati appelli. «Vissi a Parma un periodo bello e sereno. Abitavo in Via Villa, in fondo a Viale Solferino, frequentavo il bar Garden in centro. Quattrini? Pochi. Un giorno, nella mega festa di Villa Bocchialini, il presidente mi regalò un prosciutto. Me lo misi sottobraccio incurante di rovinare la giacca».Vycpálek inizia la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui si fece in seguito raggiungere dalla sua famiglia dopo l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa, durante la Primavera di Praga. Il Palermo ottiene il secondo posto nel campionato di Serie B e viene promosso nella massima serie. La stagione successiva non è molto felice e viene esonerato il 15 maggio 1960, poco ore prima dell’inizio di Inter-Palermo, per decisione del segretario Totò Vilardo. Dopo il Palermo, guida altre squadre minori, tra cui Siracusa, Valdagno e Juve Bagheria. Nell’estate del 1970 si trasferisce a Mazara del Vallo, cittadina siciliana nella quale gioca l’omonima squadra di Serie D. Nel dicembre del 1970, il Mazara è sconfitto in casa dalla Nuova Igea e Cesto viene mandato via quasi a furor di popolo.Da Torino squilla il telefono: la Juve, primo amore, non si può scordare. Cesto ritrova gli amici di un tempo, ricomincia da capo, ma questa volta da allenatore del settore giovanile, per insegnare l’arte della pedata agli allievi che hanno i suoi stessi sogni di un tempo. Nella stagione 1970-71 la Juventus assume come allenatore Armando Picchi: ma l’ex libero dell’Inter, dopo pochi mesi di lavoro, è costretto ad abbandonare a causa di un male incurabile. Boniperti si guarda intorno e non dimentica il vecchio amico con il quale aveva giocato nella stagione 1946-47 e che si stava occupando del settore giovanile bianconero.Cesto prende le redini della prima squadra e ottiene risultati grandiosi. Dopo il quarto posto di quella stagione, il 1971-72 è l’anno di Cesto il boemo. Una stagione che vale una vita, un romanzo a puntate con dentro un po’ di tutto. Con il giovane Bettega nei panni dello stoccatore e il vecchio Salvadore a fare il guardiano del forte, Cesto allestisce una squadra spettacolare quando serve e molto, molto concreta quando conta solo il risultato. Quando poi Bettega si ferma per un serio malanno, l’allenatore boemo convince Haller a fare la seconda punta al fianco di Anastasi e questo è il suo capolavoro tattico.Juventus campione, un punto in più del Torino risorto, del Milan e del Cagliari. L’anno dopo, il bis ancora più eclatante, con Zoff in porta e Altafini uomo della provvidenza. Sensazionale, perché abbinato alla prima, seria cavalcata europea dei bianconeri, che giungono ad un passo dalla Coppa dei Campioni. Vycpálek, primo allenatore dei tempi moderni eppure antico nel suo modo molto romantico di intendere il calcio, dopo aver sfiorato il tris, beffato dalla Lazio di un altro tipo saggio come lui, Maestrelli, cede il posto a Carlo Parola e si rende ancora utile come osservatore.VLADIMIRO CAMINITIIn pochi mesi di Palermo, Čestmír di Praga diventò Cesto, si fece largo da stretto e giocava con paciosa serenità, esprimendo grazia tecnica e rotondità di anca. Prima di lui al Palermo le mezzeali arronzavano, non avevano dimestichezza con la classe, non avevano garbo, non avevano cultura. Facevano tutto presto e male. Cesto sapeva fare bene e con comodo, per il godimento della plebe, tutti dovendosi beare del suo gioco danzato, stile Slavia di Praga. Da Praga, appunto, arrivava, anzi da Torino, dopo un campionato alla Juventus in compagnia dell’ala sinistra di Bratislava Korostelev detto costoletta, uno sempre affamato, anche di goal; da Praga via Dachau, otto mesi di campo di concentramento ansimando in attesa della fine, negli occhi la fame trista di quando si è persa la dignità per le malvagità del prossimo.Appena finita la guerra, la Juventus cercava una mezzala e un’ala, le frontiere erano state aperte all’assemblea straordinaria delle società di Firenze nel maggio quarantasei, così (contrattati dal segretario bianconero Secondo Ardilo) sbarcarono a Torino questi due torni, Vycpálek con le guance essiccate sotto un cappellone, Korostelev meglio in arnese e deciso a fare grandissimi goal pur di mangiare e divertirsi. E cominciarono, infatti, a mangiare; pranzi che cominciavano e non finivano; cambiando ristorante due volte al dì; poi riprendendo a mangiare in pensione; e in campo ringraziando a suon di goal, Vycpálek, quel campionato alla Juve, segnò cinque volte, Korostelev quindici, a ogni goal Čestmír produceva lo scatto più interessante della partita e andava a congratularsi, abbracciando lo spilungone con molta effusione, dandogli appuntamento al ristorante per un’altra colossale sbafata.Dopo pochi mesi di Palermo oltre a diventare Cesto diventò anche uno dei padroni effettivi della città, pesce carne e ogni vettovaglia gli venivano spediti in albergo con reiterati omaggi e benedizioni, consapevole di essere in paradiso si distese sulla sabbia e cominciò a godersi il sole dell’estate di Mondello, preoccupandosi di risparmiare qualche liretta, proprio per fabbricarsi un villino, per quando sarebbe finita la cuccagna. La generosità della gente e del posto aveva tramutato Vycpálek in un palermitano verace. Anche Hana la moglie era felice, una ventata di generosa prolissità avvolgeva la squadra, il presidente, principe Raimondo Lanza di Trabia, scarmigliato con occhi celesti e balletti, sempre in camicia di seta e brache bianche, sempre un po’ tocco di whisky si diceva pronto a comprare tutto per il Palermo, e comprava infatti, semplicemente con una telefonata, l’allenatore era un omone roseo e focoso, bambino e vecchio, veneto di nascita ma internazionale, che parlava di calcio come se lo avesse scoperto lui: Gipo Viani. L’altro fuoriclasse della squadra era un fuoriuscito danese biondissimo e perdi-giorno, che non andava a letto mai prima delle tre, standosi con il principe Lanza.Furono cinque campionati al Palermo dal 1947 al 1952, dopo l’unico alla Juve (1946-47), cogliendo moltissime soddisfazioni in terra, ogni tipo di beatitudine appartenendogli in quanto straniero, in quegli anni l’Italia essendo di tutti meno che degli italiani, i quali assistevano con giubilo al giubilo altrui, lo assecondavano allegramente, mentre il partito che era al potere, guidato da un uomo macerato e triste, Alcide De Gasperi, applaudiva con gratitudine. Infatti senza il grano degli americani non avremmo archiviato la guerra tanto facilmente. Il bandito Giuliano a Montelepre per un pugno di farina sparò sui carabinieri; cominciò la sua guerra di morto di fame alla legge e la stava vincendo, dovettero contrattarlo come si fa con un capo, promettendogli una divisa di generale della Sicilia unita all’America, invece in un agguato ordito da quell’uomo dal cuore di pietra di Scelba lo accopparono come un figlio di cane e lo buttarono in un cortile a Castelvetrano, nudo come Cristo quel povero senza arte né parte, seppellendolo tra i salamelecchi e i discorsi perché avevano liberato il paese da un pericoloso e cinico malfattore.Vycpálek nel 1952 chiuse col Palermo e andò a giocare a Parma, amando molto la musica e in special modo Verdi che è di quelle parti, furono altri sei campionati indimenticabili, con sublimi mangiate, dopo di che Cesto pesava alquanto e decise di cominciare la carriera di allenatore sul posto, avendo sempre avuto il tempo di osservare, in campo, uomini e gioco, aveva le idee chiare, così ritornò al Palermo dei dolci amori proprio come allenatore e la squadra fu promossa in A. L’allenatore Vycpálek appartiene alla categoria dei padri di famiglia con sale in zucca; pure, i turbamenti del factotum rosanero Totò Vilardo mal disposto a sopportarne l’intelligenza tecnica, posero fine all’idillio, Cesto, un po’ avariato, nella crisi dei quarant’anni, cominciò a vagare da Siracusa, dopo una parentesi a Valdagno, ancora a Palermo, Juventina di Palermo, Mazara del Vallo, l’impolverato entroterra di un calcio zeppo di pietre, era un uomo avvilito anche con se stesso, beveva molto. E con un aspetto trasandato da una profonda disperazione, accostò a Zagarella nella primavera del 1970 l’amministratore delegato della Juventus Giampiero Boniperti all’inizio del suo mandato, chiedendogli un posto. Ottenne promessa che fu mantenuta pochi mesi dopo. Vycpálek fu assegnato dalla Juventus alla cura delle promesse bianconere in collegio a Villar Perosa e ritornava a Torino, con la moglie Hana e i figli Cestino e Daniele.1971. La malattia di Picchi ispirò Boniperti di fare uscire dall’ombra il pacioso boemo latte e miele. Era duro anzicchenò per Cesto, alla guida della Juventus, sedersi sulla panchina più illustre d’Italia, con Boniperti alle spalle che tanto si prendeva tutta la gloria facendo tutto lui, con una squadra piena di malandrini, Haller, Causio, Anastasi, Marchetti, ma le esperienze della vita e degli uomini lo avevano cambiato, morì Picchi ma la squadra nomata Juventus aveva l’ideale continuatore, né trascinatore né condottiero, uno stratega sorridente che manovrava le carte in ritiro a Villar Perosa da mafioso siculo, che sapeva usare paroline graziosissime per scuotere o pungolare, grasso roseo ballonzolante davanti alla truppa negli allenamenti condotti con altissimo senso della misura. I ragazzi si divertivano, lo presero in simpatia, Boniperti lo confermò alla guida tecnica della squadra e ne fu compensato: quest’uomo che non rifiutava mai un’intervista e non faceva dramma di niente, era Campione d’Italia con la squadra.Il campionato successivo (1971-72), nonostante la malattia di Bettega nella fase culminante e la morte del suo adorato figliolo Cestino andato a schiantarsi con tutti i passeggeri di un aereo di linea contro un costone della catena di montagne del palermitano. Forse, tanta tragedia aveva la sua parte nell’appiattirsi del suo spirito; la squadra da lui guidata rivinceva ancora (1972-73) sfruttando i goal di Altafini e il dramma del Milan a Verona e nel campionato seguente perdeva un po’ di smalto, Boniperti, contraggenio, per saziare la plebe, lo sostituiva con Parola. Doveva rivelarsi un errore. La squadra rivinceva (1974-75), ma si logorava e smarriva. La modernità di Vycpálek, apparentemente re travicello, è nella sua cultura tecnica e umana, il suo alato ottimismo, la sua dolcezza dialettica, una squadra di professional negli anni Settanta non potendosi guidare soltanto coi giri di campo. A parte che Cesto anche i giri di campo sapeva dosare con acume. Un allenatore vero. FRANCO MONTORRO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2002È tornato a incontrare suo figlio Cestino nel giorno del trentennale della sua scomparsa. E ci ha lasciati più soli proprio nel giorno in cui la Juventus vinceva uno scudetto alla sua maniera: come quel 20 maggio 1973, all’Olimpico, la freccia del sorpasso all’ultima giornata. Due coincidenze che aumentano la commozione per la scomparsa di Čestmír Vycpálek, Cesto per tutti, l’allenatore di due scudetti consecutivi, nel 1972 e nel 1973, ma prima ancora calciatore bianconero per una stagione.Un uomo e un allenatore indimenticabile e al quale la Juventus deve moltissimo. Come ci spiegano, confermano, svelano due grandi personaggi che insieme a lui e grazie a lui hanno scritto pagine indimenticabili della leggenda bianconera. «È stato il mio allenatore per quattro anni, nel corso dei quali abbiamo conquistato due scudetti e raggiunto due finali internazionali – ricorda Roberto Bettega – Vycpálek prese in mano la Juve nel periodo della rivoluzione o per meglio dire in partenza di un progetto di crescita e di costruzione di una squadra che fu poi protagonista di quindici anni strepitosi. Arrivarono tanti giovani: il sottoscritto, Landini, Capello, Danova. E Picchi prima e Vycpálek dopo furono bravissimi a integrarli con gli anziani: Salvadore, Haller, Morini. Eravamo una squadra giovane, intesa come gruppo, ma avevamo messo le radici per una pianta rigogliosa. Io, poi, gli devo molto. Quando nel corso della seconda stagione mi ammalai, lui per primo mi fu vicino in quel momento così delicato facendomi capire che mi avrebbe aspettato, che non mi avrebbe messo né fretta né pressione. Mi fu di grandissimo aiuto. Era un uomo che sapeva trasmettere la sua positività. Ricordo che nell’intervallo della famosa partita dell’Olimpico, ci disse: “Oggi il Milan perde a Verona, la Lazio pareggia a Napoli, noi vinciamo lo scudetto e ci abbracciamo in mezzo al campo”. Lo guardammo con un’aria un po’ strana, e in coro ripetemmo: “Sì, mister, ci abbracciamo in mezzo al campo”, come a dire: per salutarci che il campionato è finito. Ma alla fine ebbe ragione lui. Quelle parole mi sono rimaste impresse, perché erano la dimostrazione di quanto ci credesse. Proprio nel giorno della sua scomparsa, 5 maggio 2002, la Juventus ha vinto uno scudetto che, per com’è stato conquistato, ha moltissime affinità con quello di allora. Ed è stato probabilmente la maniera migliore, da parte nostra, per salutarlo».Capitano di quella Juventus di Vycpálek era Beppe Furino. Anche per lui il nastro dei ricordi parte da quel Roma-Juventus dell’Olimpico. «Eravamo all’intervallo, sotto di un goal e le sue parole ci caricarono. Al goal di Spadoni replicò Altafini, quasi allo scadere Cuccureddu e fu scudetto: come aveva previsto lui, Vycpálek. Io ricordo la sua disponibilità e la sua umiltà, doti che fecero presa su tutta la squadra e che gli permettevano di fronteggiare quasi con filosofia una squadra composta da grandi personalità. Lui seppe creare un’armonia indimenticabile. Io ero legato a lui da grande stima, non solo per le sue doti umane ma anche per le sue conoscenze tecniche. In tutti i sensi, un grande allenatore».Il legame con la Juventus non si era mai allentato nel corso degli anni, visto che dopo l’esperienza diretta in panchina Cesto ha continuato a operare per il club bianconero, a livello dirigenziale come per l’attività di osservatore. Insomma, una juventinità a 360 gradi come il secondo figlio Daniele ha tenuto a sottolineare. Non prima di aver messo in chiaro un ultimo aspetto relativo alla vicenda terrena di suo padre e aver affidato a “Hurrà Juventus” il compito di dissipare alcune voci malevoli. «Ho letto critiche gratuite e assurde alla Juventus per l’assenza di suoi rappresentanti al funerale di mio padre – ha spiegato Daniele Vycpálek – e voglio dire che non ci sono assolutamente colpe, da parte loro. Io stesso, che ero a Torino per preventivare un intervento chirurgico che avrebbe dovuto subire da lì a poco, domenica, ho avuto grosse difficoltà a rientrare a Palermo, dove solo nel pomeriggio di lunedì è stata stabilita la data delle esequie. In queste condizioni, nessuno avrebbe più potuto farcela a raggiungere in tempo la Sicilia. Questo è giusto che si sappia, com’è doveroso che io ringrazi la Juventus tutta per com’è sempre stata vicina a mio padre e per come lo è alla sua famiglia adesso. Il resto, ripeto, sono solo cattiverie. Mio padre era juventino dentro già nel 1946, quando arrivò in Italia e lo è rimasto per sempre. La sua vita si è completata nella Juventus, lui era uno della famiglia Juventus. Ma ha avuto anche la fortuna di essere rispettato, sempre, dai tifosi di qualsiasi altra squadra, che riconoscevano in lui soprattutto un uomo leale, un uomo di sport. Di ricordi su di lui, legati alla Juventus, ne ho parecchi, ovvio. Ma qui e ora mi piacerebbe ricordarlo nel suo impegno di osservatore, forse l’aspetto meno noto della sua attività, eppure una delle più importanti, per tanti anni, per la Juventus. Grazie al suo fiuto, al suo talento, anche in tempi recenti sono arrivati a Torino giocatori importanti. E anche per questo la società gli è sempre stata vicina, gli è sempre stata grata».Juventino a vita, Čestmír Vycpálek ha scelto di lasciare la Juventus in uno dei giorni più belli della storia bianconera. E lo ha fatto in punta di piedi, lievemente, quasi come se fosse turbato all’idea che la notizia della sua scomparsa sarebbe stata data fra una domenica e un lunedì di fine campionato. Ma il destino, nell’ombra che ha rattristato la grande festa bianconera dopo Udine, ci ha concesso un’ultima cortesia, per quello che riguarda una straordinaria impresa della Juventus, tanto simile alla sua di ventinove anni fa, al punto da farcelo ricordare meglio nel giorno dell’addio. Per uno scudetto vinto come lo aveva saputo vincere Vycpálek, di rincorsa e allo sprint, e per ricordare come, prima e dopo quel tricolore, noi tutti dobbiamo ringraziare Cesto e ricordarlo come uno dei più grandi.Addio, Cesto, ovunque tu sia, lassù in cielo. Dove sei arrivato con già un ventiseiesimo scudetto che era anche tuo. E che tutti noi, ricordando la tua figura e la tua opera, ti dedichiamo con affetto e riconoscenza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/cestmir-vycpalek.html
  20. CESTMÍR VYCPÁLEK https://it.wikipedia.org/wiki/Čestmír_Vycpálek Nazione: Cecoslovacchia Luogo di nascita: Praga Data di nascita: 15.05.1921 Luogo di morte: Palermo Data di morte: 05.05.2002 Ruolo: Centrocampista e allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: Cesto Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 06.10.1946 - Serie A - Milan-Juventus 3-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 27 presenze - 5 reti Allenatore della Juventus dal 1970 al 1974 157 panchine - 79 vittorie 2 scudetti Čestmír Vycpálek (Praga, 15 maggio 1921 – Palermo, 5 maggio 2002) è stato un allenatore di calcio e calciatore cecoslovacco, di ruolo centrocampista. Čestmír Vycpálek Vycpálek alla guida della Juventus negli anni 1970 Nazionalità Cecoslovacchia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1958 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Squadre di club 1939-1941 Slavia Praga 11 (7) 1941-1942 Židenice 19 (19) 1942-1943 Slavia Praga 36 (15) 1943-1944 Nitra ? (?) 1944-1946 Slavia Praga ? (14) 1946-1947 Juventus 27 (5) 1947-1952 Palermo 143 (28) 1952-1958 Parma 151 (28) Carriera da allenatore 1956-1958 Parma 1958-1960 Palermo 1960-1961 Siracusa 1962-1964 Marzotto Valdagno 1964-1965 Palermo Giovanili 1965-1967 Juventina Palermo 1969-1970 Mazara 1970-1971 Juventus Giovanili 1971-1974 Juventus Biografia Il padre Přemysl vedeva in lui un grande campione, e da grande tifoso dello Slavia Praga, ogni settimana lo portava allo stadio "Spartan". La madre Jarmila voleva che il giovane concludesse gli studi. Čestmír superò le classi del ginnasio e quelle dell'Accademia Commerciale e a 17 anni ebbe diploma e lasciapassare dei dirigenti dello Slavia Praga per giocare nella prima squadra. Nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, Čestmír fu deportato nel campo di concentramento di Dachau ove passò otto mesi in condizioni estreme. Morì la mattina del 5 maggio 2002, il giorno in cui la Juventus vinceva il 26º scudetto e in cui, trent'anni prima, era perito un suo figlio (nato a Palermo) nell'incidente aereo del volo Alitalia 112. Era lo zio materno di Zdeněk Zeman e veniva soprannominato informalmente Cesto. Si era stabilito a Mondello una volta chiusa la carriera sportiva. È sepolto a Palermo. Nel 2014 il Comune di Palermo ha rinominato "Vycpálek" il piazzale antistante lo stadio Renzo Barbera. Caratteristiche tecniche Giocatore Vycpálek in acrobazia con la maglia del Palermo Giocava come centrocampista, in particolare mezzala destra, e possedeva una buona visione di gioco. Giocatore di classe, aveva un carattere forte, trascinatore, da leader. Assomigliava come tipo di gioco a Giovanni Ferrari: aveva un'ottima tecnica, un eccellente controllo di palla e una buona visione di gioco e la capacità di valutare le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicinava all'area di rigore diventava molto pericoloso per gli avversari perché era dotato di un tiro molto potente e preciso. Allenatore Era bravo a valorizzare i giovani. Carriera Giocatore Club Vycpálek (a sinistra) e Silvio Piola alla Juventus nella stagione 1946-1947 Iniziò a giocare con lo Slavia Praga. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel corso della quale fu anche internato a Dachau, nel 1945 impressionò positivamente i tecnici dello Slavia Praga che lo rivollero nella rappresentativa boema. Il segretario generale della Juventus Artino era rimasto a sua volta colpito dalla coppia dello Slavia Praga Vycpálek-Korostelev: il duo accettò l'offerta della squadra torinese, divenendo entrambi i primi calciatori stranieri della squadra bianconera nel secondo dopoguerra. Vycpálek debuttò con i piemontesi il 6 ottobre 1946 nella classica contro il Milan: anche grazie alle sue prestazioni la Juventus rimontò da 3-1 a 3-3, e lo stesso calciatore cecoslovacco segnerà la rete del momentaneo 3-2. Vycpálek giocò a Torino soltanto la stagione 1946-1947, collezionando 27 presenze e 5 reti, dopodiché passò al Palermo, all'epoca in Serie B. Con il club siciliano, dove rimase per cinque stagioni, vide la definitiva consacrazione, centrando la promozione in Serie A già alla prima (1947-1948) e divenendo capitano della squadra: così facendo, diventò il primo straniero ad aver ricoperto questo ruolo in un campionato italiano di massima serie. È stato anche il primo calciatore straniero del Palermo a segnare una tripletta in Serie A, nella partita del 23 ottobre 1948 vinta per 3-0 sulla Roma; tale record sarà poi eguagliato il 14 novembre 2010, in un 3-1 al Catania, dall'argentino Javier Pastore. Vycpálek (in piedi, al centro) capitano del Parma nel campionato 1956-1957 Nella stagione 1952-1953 si trasferì al Parma con cui rimase per sei anni, ottenendo anche in Emilia i gradi di capitano, e ricoprendo inoltre dal 1956 il doppio ruolo di giocatore-allenatore prima di terminare la carriera agonistica nel 1958. Nazionale Giocò una partita non ufficiale con una selezione boema, allo stadio "Spartan", contro la Jugoslavia: Vycpálek realizzò un gol di testa e la partita si concluse sull'1-1. Allenatore Vycpálek iniziò la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui fece in seguito trasferire la sua famiglia dopo l'occupazione della Cecoslovacchia da parte dell'Armata Rossa durante la primavera di Praga. Al termine della stagione 1958-1959, il secondo posto raggiunto nel campionato cadetto valse la promozione rosanero in Serie A. Venne poi esonerato dalla panchina palermitana il 15 maggio 1960, poche ore prima della trasferta sul campo dell'Inter (3-3), per decisione dell'allora segretario Totò Vilardo. Da sinistra: gli juventini Morini e Salvadore in allenamento al Campo Combi nel 1972 agli ordini del tecnico Vycpálek. Oltre ai rosanero, in questa fase della carriera guidò anche il Siracusa in Serie C, nel campionato 1960-1961, con cui mancò la possibile promozione in Serie B solo nelle ultime giornate, e il Marzotto Valdagno, sempre in terza serie, per il biennio seguente. Dopo un altro periodo in cui ritornò al Palermo, stavolta in qualità di tecnico del settore giovanile, nel 1965 prese le redini della Juventina Palermo, società all'epoca presieduta da Renzo Barbera e militante nel campionato siciliano di Prima Categoria, con cui l'11 giugno 1966 ottenne la promozione in Serie D vincendo lo spareggio intergirone contro la Provinciale di Messina (2-0). Guidò la squadra biancazzurra anche nella stagione successiva, ottenendo una salvezza tranquilla, e in seguito allenò il Mazara nel campionato 1969-1970. Nel dicembre 1970, dopo essere stato esonerato dalla società mazarese, ritornò alla Juventus grazie anche a un incontro a Bagheria col suo vecchio amico e compagno di squadra Giampiero Boniperti, a quei tempi presidente del club bianconero. Divenuto allenatore delle giovanili juventine, l'anno seguente Vycpálek, dopo l'improvvisa morte di Armando Picchi, fu promosso alla guida della prima squadra. Il cecoslovacco rimase tecnico dei torinesi per il successivo triennio, vincendo due scudetti consecutivi nelle stagioni 1971-1972 e 1972-1973, disputando poi nel 1973 le finali di Coppa dei Campioni e Intercontinentale. Nell'annata 1971-1972 ricevette inoltre il trofeo Seminatore d'oro, unico allenatore non italiano, insieme allo svedese Nils Liedholm, a essere stato insignito con tale riconoscimento. Nel 1974 lasciò la panchina bianconera a Carlo Parola, rimanendo negli anni seguenti nell'organigramma della Juventus in qualità di osservatore. Palmarès Giocatore Club Campionato ceco: 3 - Slavia Praga: 1939-1940, 1941-1942, 1942-1943 Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Campionato italiano Serie C: 1 - Parma: 1953-1954 Allenatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973 Individuale Seminatore d'oro: 1 - 1971-1972
  21. FRANCESCO GROSSO La Juventus – scrive Sergio Barbero su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1980 – ha forse il torto – per la critica – d’essere stata la più bella ed elegante regina nella storia del calcio. Ma la sua storia e un insieme di severità e raffinatezza che si beve d’un fiato come un bicchiere di champagne. I racconti passano attraverso vecchie contrade torinesi che hanno visto il nascere di talenti colmi di finezze ma con il grande pregio della praticità. In una di queste contrade, per esempio, nella cara ‘Barriera ‘d Milan’ – mensa popolare della Torino più vera -, è nato Francesco Grosso, attuale allenatore della Primavera bianconera, che in questi giorni festeggia i vent’anni di lavoro nel settore giovanile Dunque una vita, durante la quale ha contribuito con ritmo quasi mitragliante al rigoglioso sviluppo di quella regina di cui dicevamo poc’anzi. I ragazzi usciti dalla sua scuola sono stati, e parecchi lo sono tuttora, un coro gradevolissimo che affolla il massimo palcoscenico del calcio. Con Grosso parliamo di questi suoi «vent’anni» nell’ameno salotto di Galleria San Federico. Mister, dovrebbe raccontarsi... «Alla Juventus arrivai intorno agli Anni ‘40. Allora giocavo nei “biberon” dell’ “Eridano”. Mi portò qui un certo Volpato, che aveva compiti di accompagnatore. Cominciai con i ragazzi, poi con le riserve fino all’esordio in A che avvenne a Firenze nella stagione 1940-41. Una giornataccia... Pensi che a mia madre avevo detto di ascoltare la radio... Perdemmo per 5-0 e quando tornai a casa mi disse: ma hai giocato? Guarda che alla radio il tuo nome proprio non si è sentito!». – Come ricorda il Grosso giocatore? «La mia era la Juventus dei Borel, dei Colaussi e dei Rava. Io giocavo mezz’ala, anche se nei ragazzi facevo il centromediano metodista, in prima squadra il ruolo era di Parola. Anzi, io e Parola esordimmo assieme. In pratica facevo il centrocampista, penso di essere stato tecnicamente valido, forse il mio handicap era il fisico, pesavo 62 kg! Avevo 18 anni... Oggi ci sono ragazzi che a questa età girano attorno ai 75/80 kg... Comunque, tecnicamente me la cavavo bene. Ricordo ancora le parole di Cesarini: mi definì, sotto questo aspetto, uno dei migliori giocatori». – Fra i compagni con i quali ha giocato, chi ricorda con maggiore simpatia? «Soprattutto Rava. Era un piacere giocare assieme a lui: ti dava sicurezza, anche in caso di errori sapevi che dietro avevi una garanzia. Eppoi Parola... Ecco, con Rava e Parola ero molto affiatato». – Una partita indimenticabile? «Più che una partita, direi che la stagione 1946-47 è stata per me veramente indimenticabile. A Vicenza, a Roma e Genova infilai una serie di prestazioni bellissime, ero sempre fra i migliori in campo. Quell’anno ero appena rientrato dal prestito al Casale, dove avevo trascorso tutto il periodo della guerra». – Come è arrivato al settore giovanile della Juventus? «Dopo la Serie A con la Juve, avevo militato ancora nell’Empoli e nello Stabia, in B, che incredibilmente fece fallimento! Passai quindi alla Valenzana con compiti di giocatore-allenatore, poi Rava mi chiamò a Padova: lui era l’allenatore ed io gli facevo da secondo. Fu a quel punto che mi chiamò di nuovo la Juventus: eravamo nella stagione 1959-60, vent’anni giusti giusti...». – Dal dopoguerra a oggi, secondo lei, cosa è cambiato nel calcio? «C’è stata una grossa evoluzione. Gli allenamenti diventano sempre più scientifici, il ritmo è superiore, c’è stato un totale cambiamento di tattiche. Sicuramente in passato abbiamo avuto giocatori validissimi, si vedevano anche più gol, però non saprei dire quanti di quei giocatori potrebbero giocare nel campionato attuale e rendere alla stessa maniera. Adesso si viaggia a una incredibile velocità. Basta dire che ai miei tempi si giocava con spazi di 20/30 metri a disposizione e quando facevi un lancio di 50 trovavi quasi sempre la tua ala libera!». – Molte volte voi che operate nel settore giovanile, avete precisato l’inesattezza del termine «allenatore», definendovi viceversa «istruttori». Ecco, qual è il vero significato in merito oppure quello che in realtà date al vostro lavoro? «Io direi che siamo allenatori, istruttori e educatori, particolarmente in una società come la Juventus dove esiste una certa disciplina. Non è sufficiente saper correggere i ragazzi a parole: bisogna prima di tutto dare esempi pratici. Ecco perché siamo anche educatori. Mentre invece durante gli allenamenti siamo istruttori e quindi allenatori durante la partita della domenica». – Cosa ritiene di aver portato nel calcio giovanile? «Ho avuto occasione di girare l’Europa quando facevo l’osservatore per la prima squadra, per cui ho imparato diverse cose. Inoltre, sono stato accanto a quel grande maestro che era Sturmer. E proprio da Sturmer ho appreso quelle idee sulla tecnica individuale cercando poi di aggiornarle. Le mie esperienze all’estero, tra l’altro, mi hanno permesso la conoscenza di moduli diversi di gioco. Per esempio, la Primavera applica un modulo inglese. Con questo non è che copiamo gli inglesi: semplicemente cerchiamo di imitarne la sostanza». – Ha mai pensato di fare il grande salto? Magari una panchina di B o di C... «No. Le occasioni non mi sono certo mancate, particolarmente in C, però non ho mai pensato di muovermi da Torino. Questo perché sto benissimo dove sono e poi perché devo anche rispettare alcune esigenze familiari». – Come giudica i «suoi» giovani? «Sono tutti elementi validi. Direi che cinque o sei di loro arriveranno sicuramente al professionismo». – Durante questi vent’anni di lavoro, qual è il ragazzo che le ha dato maggiori soddisfazioni? «Più che a me personalmente, ci sono stati giovani che hanno dato grosse soddisfazioni al settore giovanile della Juventus. Il nostro è un lavoro di gruppo: e da questo gruppo sono usciti tutti i migliori del campionato. Mi pare sia sufficiente ricordare i Bettega, i Rossi, gli Zanone, lo stesso Danova del Torino, e via dicendo». – Che cosa le piace e che cosa l’infastidisce della sua professione? «Mi piace tutto! Tant’è che vorrei continuare ancora per altri vent’anni... È la mia vita... ma purtroppo manca poco alla pensione. Mi infastidiscono invece quegli allenatori che criticano i propri giocatori: con certi atteggiamenti i ragazzi vengono spersonalizzati. Io dico che la prima cosa che un allenatore deve fare è insegnare, attraverso l’esempio, l’educazione in campo». – Lei è ottimista sul futuro del calcio italiano? «Nel calcio italiano ho fiducia, però ne avrei ancora di più con gli stranieri. Un aiuto esterno sarebbe un modo valido per riportare il calcio allo spettacolo che oggi vediamo in declino per un tatticismo esasperato». – Chi sarà il giovane degli Anni ‘80? «Io punto su Marocchino». – Quale deve essere la dote fondamentale per un calciatore? «Innanzi tutto una buona base tecnica accompagnata da fisico adeguato. Naturalmente, questo, comprende anche intelligenza e un certo carattere». – Ascolti: la Primavera, quest’anno, è stata messa fuori dalla Coppitalia e dal «Viareggio», mentre in campionato ha vissuto un’altalena di prestazioni a volte fulgide e a volte in affanno, come nell’ultimo derby. Pensa di avere qualcosa da rimproverare ai ragazzi o a se stesso? «Assolutamente no. Quella contro il Torino è stata l’unica sconfitta sulla quale non abbiamo nulla da recriminare. Per il resto teniamo presente che si trattava di una squadra tutta nuova: mi ci sono voluti due mesi e mezzo buoni per inquadrarla, per cercare di sfruttare al meglio le caratteristiche dei singoli. Abbiamo forse patito in continuità, è vero, però mi sembra anche comprensibile. Adesso, comunque, è tutto a posto e gli ultimi risultati ottenuti ne sono la conferma». – Senta Grosso, ma lei allenerebbe il Torino? «Non potrei mai... Ho molti amici al Torino, però io sono nato juventino e tale rimango!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/francesco-grosso.html
  22. FRANCESCO GROSSO https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Grosso Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.11.1921 Luogo di morte: Torino Data di morte: 02.10.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Cecu Alla Juventus dal 1940 al 1941 e dal 1946 al 1949 Esordio: 04.05.1941 - Serie A - Fiorentina-Juventus 5-0 Ultima partita: 26.12.1948 - Serie A - Juventus-Roma 0-0 24 presenze - 2 reti Francesco Grosso (Torino, 15 novembre 1921 – Torino, 2 ottobre 2006) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Grosso Grosso (accosciato, primo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1947-1948 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1952 Carriera Squadre di club 1940-1941 Juventus 1 (0) 1941-1944 Casale 63 (4) 1945 Pavia 16 (6) 1945-1946 Como 23 (0) 1946-1949 Juventus 23 (2) 1949-1950 Empoli 38 (10) 1950-1952 Stabia 13 (2) Carriera Ha esordito ventenne in Serie A a Firenze nella pesante sconfitta bianconera del 4 maggio 1941 Fiorentina-Juventus (5-0), poi ha disputato tre stagioni col Casale, il Torneo Lombardo nel 1945 a Pavia, ha poi giocato per il Como, dal 1946 al 1949 ancora con la Juventus, una stagione ad Empoli ed ha chiuso la carriera con lo Stabia, con cui ha vinto un campionato di Serie C. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Stabia: 1950-1951
  23. LINO CAUZZO https://it.wikipedia.org/wiki/Lino_Cauzzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Cadoneghe (Padova) Data di nascita: 03.02.1924 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 08.06.1947 - Serie A - Sampdoria-Juventus 0-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 5 presenze - 0 reti Lino Cauzzo (Cadoneghe, 3 febbraio 1924) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Lino Cauzzo Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1957 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1945-1946 → Cuneo ? (?) 1946-1947 Juventus 5 (0) 1947-1952 Venezia 91 (1+) 1952-1954 Lecce 55 (0) 1954-1955 → Brindisi ? (?) 1955-1957 Barletta ? (?) Carriera Ha giocato in Serie A per 2 stagioni con Juventus e Venezia e in B per 5 stagioni con Cuneo e Venezia. Debuttò in Serie A l'8 giugno 1947 in Sampdoria-Juventus (0-3).
  24. LUIGI BOSCO La classe di Parola ma più ancora la guerra – scrive Vladimiro Caminiti – sbaragliarono questo gigante. Centromediano che occupava spazio non soltanto fisicamente prometteva moltissimo in gioventù. I due anni in campo di concentramento a Norimberga ne impedirono la maturazione tecnica. Rientrato in Patria, fu riserva di Parola giocando quattro partite nell’edizione 1946-47 con assi di ogni genere e un gioco improvvisato la domenica. L’allenatore era Cesarini, il divertimento assicurato. Dusio, presidente sportivo, a fine stagione lo cedette al Como. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/luigi-bosco.html
  25. LUIGI BOSCO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Bosco Nazione: Italia Luogo di nascita: Montechiaro d'Asti (Asti) Data di nascita: 20.03.1922 Luogo di morte: Torino Data di morte: 13.10.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: 184 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 29.12.1946 - Serie A - Juventus-Brescia 1-0 Ultima partita: 25.05.1947 - Serie A - Juventus-Modena 1-0 4 presenze - 0 reti Luigi Bosco (Montechiaro d'Asti, 20 marzo 1922 – Torino, 13 ottobre 2006) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Durante la Seconda guerra mondiale fu internato per due anni nel campo di concentramento di Norimberga. Luigi Bosco Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1946-1947 Juventus 4 (0) 1947-1951 Como 104 (1) 1951-1952 → Lucchese 0 (0) Caratteristiche tecniche Era un centromediano. Carriera Giocò tre anni in Serie A con Juventus (in cui fu riserva di Carlo Parola nella stagione 1946-1947) e Como per complessive 47 presenze in massima serie, e due campionati in Serie B con Como, per complessive 61 presenze ed una rete fra i cadetti. Con i lariani ha vinto il campionato di Serie B 1948-1949, con conseguente prima storica promozione in A. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Como: 1948-1949
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