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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. UMBERTO MENTI https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Menti Nazione: Italia Luogo di nascita: Vicenza Data di nascita: 06.04.1917 Luogo di morte: Vicenza Data di morte: 01.01.2002 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: El Sior Berto Alla Juventus dal 1935 al 1937 Esordio: 22.09.1935 - Serie A - Juventus-Palermo 3-1 Ultima partita: 16.05.1937 - Serie A - Fiorentina-Juventus 2-2 46 presenze - 6 reti Umberto Menti (Vicenza, 6 aprile 1917 – Vicenza, 1º gennaio 2002) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Umberto Menti Menti nel 1938 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1944 - calciatore 1972 - allenatore Carriera Giovanili 19??19?? Vicenza Squadre di club 1932-1935 Vicenza 32 (5) 1935-1937 Juventus 46 (6) 1937-1938 Vicenza 30 (11) 1938-1941 Milano 28 (5) 1941-1943 Napoli 19 (2) 1944 Padova 3 (1) 1945-1946 Trento 20 (3)? 1946-1948 Belluno 9+ (0+) Carriera da allenatore 1946-1948 Belluno 1950-1971 Lanerossi Vicenza Vice 1967 Lanerossi Vicenza 1968 Lanerossi Vicenza 1971-1972 Lanerossi Vicenza Caratteristiche tecniche Giocatore Era un'ala sinistra. Carriera Giocatore Fratello maggiore del più celebre Romeo, esordì nel L.R. Vicenza il 14 maggio 1933, a 16 anni, in Prima Divisione, diventando così il più giovane giocatore fino ad allora della squadra biancorossa, record poi battuto proprio dal fratello minore Romeo e che ancora resiste. Dopo una decina di partite in Serie B, in seguito alla promozione in Serie A divenne titolare dal campionato 1934-1935, passando nel 1935 alla Juventus reduce da cinque scudetti consecutivi; a Torino ebbe l'onere di raccogliere la pesante eredità di Raimundo Orsi. Dopo due stagioni in bianconero, tornò per un anno al Vicenza in Serie C, sfiorando la promozione fra i cadetti che furono secondi per cinque punti. In quella stagione giocò con il fratello Romeo: i fratelli Menti formarono così la coppia d'ali del Vicenza, forse la più forte coppia mai schierata in oltre 100 anni di storia. Segnarono 21 reti Romeo, capocannoniere della squadra, e 11 Umberto. Fra il 1938 e il 1941 giocò con la maglia del Milan al fianco di Giuseppe Meazza ormai nella sua fase calante. Chiuse la sua carriera giocando con il Napoli e il Padova. Allenatore Dopo il ritiro dall'attività agonistica fu per decenni figura di spicco nel calcio vicentino, ricoprendo numerosi incarichi tecnici, fra cui quello di secondo allenatore dal 1950 al 1971, guidando la squadra nel 1971-72 alla salvezza e tornando poi al ruolo di secondo allenatore e preparatore atletico. Fra i suoi successi si ricordano i due Tornei di Viareggio del 1954 e del 1955 con la Primavera del Vicenza. Molto amato in tutto l'ambiente biancorosso, "el sior Berto", come veniva chiamato a Vicenza, morì nel 2002 pochi giorni dopo il centenario della squadra.
  2. ALDO GIUSEPPE BOREL https://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Giuseppe_Borel Nazione: Italia Luogo di nascita: Nizza (Francia) Data di nascita: 30.05.1912 Luogo di morte: Barcellona (Spagna) Data di morte: 28.02.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1935 al 1938 Esordio: 29.09.1935 - Serie A - Torino-Juventus 2-2 Ultima partita: 08.05.1938 - Coppa Italia - Juventus-Torino 2-1 42 presenze - 9 reti 1 coppa Italia Aldo Giuseppe Borel (Nizza, 30 maggio 1912 – Barcellona, 28 febbraio 1979) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Era figlio di Ernesto e fratello maggiore di Felice Placido, anche loro calciatori; per distinguerlo da questo ultimo, negli almanacchi calcistici viene segnalato come Borel I. Aldo Giuseppe Borel Borel I (secondo da sinistra) in azione alla Juventus, accanto al fratello Felice Placido, nel 1937. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1941 - giocatore 1959 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Torino Squadre di club 1929-1931 Torino 2 (1) 1931-1932 Casale 32 (16) 1932-1933 Fiorentina 16 (9) 1933-1935 Palermo 34 (12) 1935-1938 Juventus 42 (9) 1938-1939 Novara 12 (1) 1939-1940 Savona 15 (9) 1940-1941 Omegna ? (?) Carriera da allenatore 1957-1959 Fossanese Caratteristiche tecniche Era un poderoso attaccante dotato di un potente tiro. Carriera Cresciuto nel Torino, ha esordito in Serie A con la maglia granata il 29 maggio 1930 nella vittoriosa trasferta (2-0) sul campo della Pro Vercelli. Ha giocato in massima serie anche con le maglie di Casale (disputando un ottimo torneo con 16 gol all'attivo), Fiorentina, Palermo, Juventus (dove giocò al fianco del più noto fratello minore Felice Placido) e Novara. Dopo il ritiro Ritiratosi, aprì un grande negozio di giocattoli a Torino, in piazza Castello, vicino al bar dell'amico e collega Gianpiero Combi. Emigrò poi in Spagna, dove morì alla fine di febbraio del 1979. Palmarès Giocatore Coppa Italia: 1 - Juventus: 1937-1938 Campionato italiano Serie C: 1 - Savona: 1939-1940 (girone D)
  3. ENRICO CRAVERI Ho conosciuto Enrico Craveri nel 1904 ad Ivrea – scrive Antonio Scamoni, su “Hurrà Juventus” del febbraio 1972 – dove Egli fondò con Carlo Realis, con i fratelli De la Pierre, con Salvator Gotta, con me e con altri giovani il «Football Club Ivrea», emanazione provinciale della «Juventus»» cui egli già da allora era spiritualmente legato e della quale volle si adottassero i colori bianco e nero.Nella «Juventus» effettivamente si iscrisse nel 1905, allorché, frequentando l’Università, faceva la spola fra Torino ed Ivrea, finché nel 1908 per ragioni professionali si stabilì definitivamente in Torino. Il tempo libero, già da allora, lo dedicava tutto alla «Juventus» nella quale ricopriva cariche sociali.Ricordo che in quell’epoca egli organizzò una gara fra la squadra dei F.C. Ivrea e la «Juventus» stessa allora Campione d’Italia, gara che si svolse ad Agliè alla presenza di poca gente ma del ben noto poeta, nostro amico Guido Gozzano che si rammaricava di non poter essere con noi nella squadra: naturalmente fummo battuti.Trasferitomi a mia volta, alla fine del 1908 a Torino; da lui presentato entrai nel club dei bianconeri e seguii l’attività sociale dell’amico carissimo fino alla sua dipartita.Nel 1912 egli andò a Milano per frequentare lo studio di un eminente giurista e fu appunto da quell’epoca il battagliero rappresentante della «Juventus» nelle Assemblee Federali che si tennero in quella città ed altrove distinguendosi sempre in modo particolare per la sua facondia e per l’autorevolezza dei suoi proficui interventi nelle spesso accalorate discussioni.Tornato qualche anno dopo a Torino riprese intensamente l’attività nella «Juventus» ricoprendo ininterrottamente (salvo il periodo della guerra 1915-18 alla quale partecipò quale combattente) nella Direzione del club la carica di Vice Presidente fino alla fine del 1955. Fu così a fianco di molti Presidenti fra i quali ricordo il dott. Hess, il prof. Corrado, l’on. Olivetti, il dott. Edoardo Agnelli, il conte Emilio De la Forest, il comm. Dusio ed il dott. Gianni Agnelli.In tutto questo periodo di tempo ebbe a colleghi, tra gli altri, quali Vice Presidenti il Barone Giovanni Mazzonis, il geom. Domenico Monateri ed il dott. Cravetto e, mentre questi si occupavano maggiormente della squadra, egli dedicava il suo tempo alla rappresentanza della società ed in particolare era suo maggiore assillo quello di dare al club quel tono di signorilità e correttezza che valsero, col valore della squadra a procurare alla «Juventus» simpatie in tutta Italia, come lo dimostrano oggi i circa settecento circoli juventini sparsi in ogni regione con notevole preponderanza in Lombardia.Il periodo d’oro della «Juventus», il famoso quinquennio dei cinque campionati consecutivi, vede pertanto il suo nome strettamente legato a quelli di Edoardo Agnelli, di Giovanni Mazzonis e di Domenico Monateri. Più probante ancora è la opera spesa nei momenti difficili ed indubbiamente uno dei suoi più alti meriti fu quello di essere riuscito, dopo l’immatura dipartita di Edoardo Agnelli, a mantenere, con Mazzonis, saldamente in piedi la società alla quale era venuta improvvisamente a mancare la forza morale ed economica del suo benemerito Presidente.Ed ugual merito egli si è acquistato più tardi quando col compianto Prof. Vittorio Ferrero, col dottor Cravetto ed il comm. Remo Giordanettì riuscì a superare la crisi del 1952-1953 in cui venne a trovarsi il Club fino all’ascesa, quale Presidente, del dottor Umberto Agnelli.Gli amici Pozzo e Corradini, pur loro già scomparsi lasciando un gran vuoto nella stampa sportiva, nei profili di cui trattarono la «Stampa» e «Tuttosport» dell’11 e 12 novembre, hanno mirabilmente sintetizzato la figura di Enrico Craveri.Disse Pozzo: «L’avv. Craveri è uno degli uomini che creò la “Juventus” e ne fece l’ente che esso è. Buon parlatore, dotato di rara facondia, egli era presente in tutte le manifestazioni oratorie, in tutte le tenzoni polemiche in cui si trattava di difendere il nome della sua società… e per anni ed anni, nelle assemblee federali la sua voce acuta, squillante, impetuosa e decisa, pungente, prese di punta i problemi più importanti del momento. Era la negazione del diplomatico, era l’espressione diretta di principi, di idee, di convinzioni».Disse Corradini: «Anticonformista per eccellenza, indipendente di pensiero e di azione, signore nel gesto e nella parola, Enrico Craveri fu, col Barone Mazzonis, una tipica espressione della quadratura e della mentalità juventina. Uomo integerrimo, sportivo di suprema lealtà ed equanimità, inflessibile con i suoi stessi colleghi di direzione, diede alla “Juventus” quell’impronta di serietà, di correttezza e di signorilità che ancor oggi la caratterizzano. Gli anziani lo ricordano con schietta simpatia e lo rimpiangono come dirigente di elevatezza sportiva difficilmente eguagliabile».La «Juventus» era per lui assai più che un passatempo, era in gran parte la sua vita. Ebbe a sostenere per essa anche un duello e pure in tale occasione rifulse la sua fierezza, il suo carattere intrepido, pungente, veramente singolare.Ne ricordo l’episodio. I motivi che l’avevano portato a battersi erano piuttosto seri: si trattava di parole che potevano ledere la correttezza della persona. I duellanti erano già in guardia con le sciabole pronte all’attacco, il direttore dello scontro stava per dare l’avvio, quando il suo antagonista con mossa fulminea, precedendo per un istante «l’a voi» egli menò un fendente alla testa. Craveri preso alla sprovvista riuscì tuttavia a parare, ma la lama dell’avversario lo ferì all’avambraccio recidendogli i muscoli ed il nervo radiale. Mi raccontò il chirurgo Vittorio Ferrero, che assisteva all’incontro, che mentre stava medicando la grave ferita, Craveri, incurante del dolore, con fare sprezzante disse forte all’altro duellante: «Da lei non mi aspettavo altro».E l’impronta di serietà, di correttezza e di signorilità ricordata così bene da Corradini, ha luminosa conferma in quest’altro episodio che anche oggi, più che mai, ha valore di monito.Negli ultimi venti minuti di gioco in una partita già vinta dalla «Juventus» che virtualmente significava la vincita dello scudetto, un bravissimo giocatore bianconero si dilettava a beffeggiare, con finte e contro finte un avversario già evidentemente disfatto dalla chiara sconfitta schernendolo anche, come sembrava evidente da sorriso canzonatorio e parole di dileggio che si udivano: poco cavalleresco comportamento verso avversari già avviliti per la grave sconfitta subita.Ebbene, al termine della gara, Craveri, recatosi negli spogliatoi, si compiacque con tutti per la brillante vittoria conseguita e particolarmente con quel giocatore che era stato uno degli elementi più efficaci, al quale però aggiunse con molta serietà, cambiando di tono: «però sia la prima e l’ultima volta che lei si permette di sbeffeggiare gli avversari, si ricordi che ciò non è sportivo». Il fare era così secco che il giocatore ritenne doveroso di scusarsi dicendo: «Sì, avvocato: è giusto quello che lei dice, però nel match di andata loro hanno preso in giro noi che avevamo perso». Al che il Craveri rispose: «Altri faccio ciò che più gli aggrada, noi, no, non è del nostro stile».Non era ambizioso e ciò sembrava strano dato il suo carattere fiero, tendente sempre a voler primeggiare: rifiutò infatti costantemente alte cariche federali che più volte gli erano insistentemente offerte.Nella sua professione di avvocato fu veramente distintissimo, apprezzato sia nel foro e sia nel campo industriale cui dedicò pure parte della sua attività, ma, forse, la sua aspirazione nella vita sarebbe stata ben altra, Anima di squisito artista, sensibilissimo al bello, era un fanatico dell’arte e profondissimo esperto, specie in materia di antiquariato per cui, con senso quasi religioso, aveva raccolto nella sua casa pregevolissimi pezzi.Vi era in lui spesso, e dal suo dire ben traspariva, come un desiderio di evadere dal consuetudinario mondo degli affari per vivere di ciò che era la sua passione, l’arte. Forse per questo, in uno degli ultimi colloqui che ebbi con lui durante sua malattia, mi disse convintissimo, presente un suo caro nipote: «Io sono un mancato!». Noi sorridemmo increduli ed egli, di fronte alle nostre rimostranze, stava per partire in quarta per dimostrarci la veridicità della assurda sua affermazione, quando opportunamente entrò altra persona nella stanza ed il discorso cadde evitandogli una fatica nella dissertazione che certamente ne avrebbe fatto. Così era Craveri!Credo in definitiva di poter affermare che, oltre agli affetti familiari le sue vere passioni siano state l’arte e la «Juventus» e certo quest’ultima, dal suo senso del bello e dalla sua correttezza trasse in gran parte la ragione della signorilità che le è giustamente attribuita.L’ultima volta che l’andai a trovare, pochi giorni prima della fine, egli era sotto una atroce crisi del male; tuttavia, dal suo letto di dolore, udita la mia voce dalla camera adiacente, volle vedermi e, il viso contratto dallo spasimo ebbe la forza di sorridermi e di dirmi, stringendomi la mano: «Grazie, caro Tonino, salutami il Presidente e tutti gli amici juventini». Mi ritirai ed ebbi la dolorosa impressione che quello fosse un congedo definitivo e lo fu veramente, caro mio fraterno amico, cavaliere senza macchia e senza paura. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/02/enrico-craveri.html
  4. ENRICO CRAVERI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Craveri Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 29.05.1886 Luogo di morte: Torino Data di morte: 09.11.1960 Ruolo: Presidente Presidente della Juventus dal 1935 al 1936 e dal 1954 al 1955 70 partite - 28 vittorie - 22 pareggi - 20 sconfitte Enrico Craveri (Torino, 29 maggio 1886 – Torino, 9 novembre 1960) è stato un dirigente sportivo italiano, che ricoprì la carica di presidente della Juventus in due occasioni, condividendo sempre tale posizione insieme ad altri dirigenti. Biografia Enrico Craveri è stato finora l'unico presidente della Juventus a ricoprire la carica per due periodi. Nel 1935 succedette a Edoardo Agnelli, massimo dirigente del club torinese per 12 anni, per la carica di presidente durante la guerra d'Etiopia, con un ex giocatore e vicepresidente del club, Giovanni Mazzonis. Il suo primo mandato finì nel 1936. Venti anni dopo, nel 1954, divenne presidente ad interim della Juventus, e succedette nella massima carica dirigenziale a Gianni Agnelli. Durante l'anno trascorso a capo della Juventus nel suo secondo mandato, condivise la carica con Luigi Cravetto e Marcello Giustiniani.
  5. PIETRO RAVA https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Rava Nazione: Italia Luogo di nascita: Cassine (Alessandria) Data di nascita: 21.01.1916 Luogo di morte: Torino Data di morte: 05.11.2006 Ruolo: Difensore Altezza: 175 cm Peso: 77 kg Nazionale Italiano Soprannome: Pierone Alla Juventus dal 1935 al 1946 e dal 1947 al 1950 Esordio: 03.11.1935 - Serie A - Fiorentina-Juventus 1-1 Ultima partita: 19.03.1950 - Serie A - Juventus-Torino 4-3 330 presenze - 15 reti 1 scudetto 2 coppe Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Pietro Rava (Cassine, 21 gennaio 1916 – Torino, 5 novembre 2006) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo terzino sinistro metodista. Cresciuto nel settore giovanile della Juventus, debuttò con la prima squadra bianconera nel 1935, militando nel club per quindici stagioni fino a diventarne capitano e ottenendo uno scudetto (1949-1950) e due Coppe Italia (1937-1938 e 1941-1942). All'esperienza juventina inframezzò un passaggio all'Alessandria nella stagione 1946-1947, per poi concludere la propria attività agonistica col Novara nel 1952. Con la nazionale italiana vinse il torneo olimpico di Berlino 1936 e il titolo mondiale di Francia 1938, divenendo con Sergio Bertoni, Alfredo Foni e Ugo Locatelli uno degli unici quattro calciatori italiani ad aver conquistato entrambi gli allori. Definito dall'allora commissario tecnico della squadra azzurra, Vittorio Pozzo, «il più potente terzino del mondo», è ricordato per aver formato col già citato Foni una delle più celebri coppie difensive espresse dalla Juventus e, più in generale, dal calcio italiano nella sua storia. Pietro Rava Rava alla Juventus nella stagione 1935-1936 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 77 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1952 - giocatore 1964 - allenatore Carriera Giovanili 1929-1935 Juventus Squadre di club 1935-1946 Juventus 230 (12) 1946-1947 Alessandria 38 (5) 1947-1950 Juventus 100 (3) 1950-1952 Novara 25 (1) Nazionale 1935-1946 Italia 30 (0) Carriera da allenatore 1951-1952 Novara Giovanili 1952 Padova 1953 Carrarese P. Binelli 1953-1954 Padova 1954-1955 Cuneo 1955-1956 Simmenthal-Monza 1956-1957 Sampdoria 1957 Palermo 1958-1959 Simmenthal-Monza 1961-1963 Alessandria 1963-1964 Biellese Palmarès Olimpiadi Oro Berlino 1936 Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Biografia Nacque a Cassine da una famiglia trasferitasi temporaneamente nel paese dell'Alessandrino per gli impegni lavorativi del padre, un funzionario delle ferrovie originario di Magliano Alfieri. Cresciuto a Torino, nel quartiere Crocetta, si diplomò geometra all'Istituto Germano Sommeiller e, dimostrato un precoce talento per il calcio, entrò adolescente nelle giovanili della Juventus. La sua carriera decollò rapidamente: come studente appartenente ai Gruppi Universitari Fascisti (iscritto alla Facoltà di Economia, non sostenne alcun esame) fu convocato ai Giochi Olimpici del 1936, in cui l'Italia vinse la medaglia d'oro. Militò per quasi tutta la sua carriera nella Juventus, fatta eccezione per due brevi parentesi nell'Alessandria e nel Novara; con la nazionale vinse la Coppa del Mondo nel 1938. Dei torinesi, coi quali vinse uno scudetto e due Coppe Italia, è ricordato tra i calciatori più rappresentativi, malgrado una «convivenza calcistica tra società e giocatore non sempre agevole»: Gianni Agnelli parlò di lui come di «un simbolo della Juventus e uno degli uomini che ha fatto la storia bianconera», e nel 2010 fu tra i cinquanta giocatori scelti dai tifosi per essere inseriti nel Cammino delle stelle presente all'interno dello Juventus Stadium. Durante la Seconda guerra mondiale partecipò volontariamente alla Campagna di Russia come ufficiale. Ricordò nel 2003, in un'intervista alla Repubblica: «avevo perso degli amici in combattimento, pensai che dovevo fare qualcosa anch'io. Ma dopo sei mesi in Ucraina approfittai di una licenza per tornare in Italia. Dalla guerra uscii rovinato». Dopo il conflitto giocò ancora per diversi anni; chiusa la carriera nel 1952, allenò varie formazioni gestendo contemporaneamente a Torino un negozio di articoli sportivi con l'amico ed ex compagno di squadra Carlo Parola. «Timido e riservato», si ritirò infine a vita privata, «con il rammarico di essere stato talvolta dimenticato», «trovando nella pesca il suo grande passatempo»; negli anni 1960 divenne titolare di una scuola guida a Rivoli. Nel 2003 fu insignito del titolo di Commendatore all'Ordine al merito della Repubblica italiana. Colpito nel 1998 da un infarto, ebbe il fisico debilitato negli ultimi anni della sua vita dalla malattia di Alzheimer; morì all'Ospedale Martini di Torino nel 2006, a novant'anni, non essendosi ripreso da un intervento al femore che si era reso necessario dopo una caduta. Lasciò la moglie Gianna e una figlia, Carla. All'epoca della scomparsa era l'ultimo calciatore in vita tra coloro che avevano vinto il Mondiale nel 1938; nel 2015 gli furono intitolati i giardini pubblici di via Piobesi, a Torino. Rava è stato sepolto nel Cimitero Parco di Torino. Caratteristiche tecniche Giocatore Un colpo di testa di Rava Descritto da Carlo Felice Chiesa «fisicamente prestante, forte di testa, capace di colpire con entrambi i piedi, abile nell'anticipo» era un terzino «asciutto nel gesto, spiccio nelle entrate, agile nelle incursioni offensive ma sempre con la sbrigatività dell'interdittore di vocazione». Ettore Berra ha paragonato nel 1938, sul Calcio Illustrato, lo «slancio» di Rava a quello di Umberto Caligaris: le sue entrate erano spettacolari («affronta l'avversario impetuosamente con quella sua irrompente foga così bella e suggestiva»), il tiro potente («la gamba si distende nel rinvio per raggiungere la massima potenza di tiro») e frequentemente si concedeva incursioni offensive «passando in tromba i mediani e giungendo fino al settore avanzato». Lo stesso Berra ha evidenziato le differenze col compagno di reparto Foni, il cui stile di gioco era «più compassato, più controllato»: a suo giudizio, «le doti dei due giuocatori si completavano a vicenda». Un'altra descrizione è fornita dal giornalista Alberto Fasano: «colpiva benissimo la palla ed entrava in mischia come doveva fare un terzino avanzato, con energia molto vicina alla truculenza. Saltava molto bene di testa e non aveva paura di nulla e di nessuno. La sua compostezza stilistica era addirittura superiore a quella di Caligaris e di Allemandi, suoi predecessori in azzurro». Giulio Nascimbeni ricordava le sue violente rovesciate, paragonate dai cronisti dell'epoca a «grandi cucchiaiate nell'aria». Di se stesso disse: «ero un giocatore potente, mancino, in campo non mi sono mai tirato indietro». L'aneddotica lo ricorda anche come protagonista di alcuni episodi di rissa, come quelli avvenuti in un derby del 1946 e in una gara del 1947 contro l'Inter, in cui colpì con un pugno indirizzato a Benito Lorenzi (reo di aver rivolto uno sputo a Boniperti) un incolpevole Quaresima. Allenatore Ha scritto di Rava La Stampa nel 1958: «allenatore coscienzioso e scrupolosissimo [...] non cerca innovazioni avventate per sbalordire. Ha insegnato ai calciatori che gli sono stati affidati uno dei concetti-base che egli stesso ha ricevuto da grandi allenatori del passato, al tempo dei suoi campionati in maglia juventina: quello della costante preoccupazione difensiva». Il Monza da lui guidato nella stagione 1955-1956 si distinse per «il suo contropiede» considerato «un numero di attrazione per praticità, rapidità, modernità». Carriera Giocatore Club 1935-1946: la prima esperienza alla Juventus Rava (al centro) nello spogliatorio bianconero tra gli anni 1930 e 1940 Fasano ricordò il giovane Rava muovere i primi passi sul campo del Dopolavoro Ferroviario di corso Parigi, a Torino; per il talento che dimostrava, nelle gare tra i ragazzi della Crocetta «la squadra che non lo aveva tra le proprie fila aveva diritto a schierare un giocatore in più». Segnalato all'allenatore delle giovanili della Juventus Armano, fu tesserato e affidato alla Virtus, una società affiliata. Dapprima ala sinistra e poi mediano, una volta rientrato alla Juventus l'allenatore bianconero Virginio Rosetta ne intuì il potenziale come terzino sinistro; in tale ruolò esordì in Serie A il 3 novembre 1935, in Fiorentina-Juventus 1-1. Nella Juventus del post-Quinquennio, impoverita dalla scomparsa di Edoardo Agnelli e da varie cessioni, la difesa che Rava andò a formare col più esperto Foni rappresentò un significativo punto di forza: la stagione 1937-1938 si chiuse con la vittoria della Coppa Italia. La coppia di terzini fu convocata anche in azzurro, e conobbe la propria consacrazione con la vittoria nel campionato del Mondo del 1938. Dopo il Mondiale, essendosi visto rifiutare un aumento di stipendio dalla dirigenza della Juventus, Rava attuò uno sciopero; nel corso del campionato 1938-1939 fornì intenzionalmente prestazioni non sufficienti e, quando gli fu richiesto dal vice presidente bianconero Giovanni Mazzonis maggior impegno nell'intervallo di una gara contro il Modena, il terzino rispose «Giochi lei». Rava finì così per diverse settimane ai margini della squadra che, privata della sua «difesa d'acciaio», non andò oltre un ottavo posto finale. È ricordato come il primo calciatore ad aver scioperato per ragioni d'ingaggio. Ricordò in merito all'episodio: «volevo essere considerato fra i titolari, cioè professionista, da anni mi dedicavo al calcio con tutto me stesso; avevo cominciato da piccolino, proprio con la Juventus, mio solo amore, perché quei dirigenti non potevano accontentarmi? Così, a Modena, decisi di fare sciopero e incrociai le braccia; non mi vergogno di averlo fatto. Erano tempi difficili e, per noi calciatori, poteva esserci la gloria, non la ricchezza». Rava (in piedi, secondo da sinistra) nella Juventus dell'annata 1940-1941 La situazione si risolse attraverso la mediazione della Federazione, che prese atto della marcia indietro di Rava («ha implicitamente riconfermata la propria devozione e il proprio attaccamento alla società») e riconobbe alla Juventus le ragioni di carattere economico. Il terzino fu reintegrato tra i titolari e segnò il suo primo gol in carriera nella stagione 1939-1940, su rigore, il 31 dicembre 1939 al Venezia; contribuì poi alla vittoria di una seconda Coppa Italia nel 1941-1942. La partenza da volontario per l'Unione Sovietica limitò in parte la sua partecipazione ai campionati disputati in tempo di guerra. 1946-1952: Alessandria, ritorno in bianconero e Novara Quando nel 1946 la Juventus manifestò l'intenzione di sostituirlo col più giovane Oscar Vicich, Rava scelse di abbandonare la Juventus per quella che definì «una specie di ripicca». Riportò all'epoca La Stampa: «i rapporti tra il calciatore "nazionale" e la sua società d'origine si erano tanto tesi in questi ultimi tempi che il trasferimento era proprio inevitabile»: passò dunque per quattro milioni di lire all'Alessandria, neopromossa in A. Scelto come capitano, si ritagliò un ruolo di primo piano: ha scritto Pozzo che «la compagine» faceva «perno su un solo grande nome, quello di Rava». La squadra ottenne la salvezza e il terzino la convocazione in nazionale, destando peraltro l'attenzione di varie squadre metropolitane: «vivamente desideroso di ritornare alla sua società d'origine», si riunì alla Juventus nell'estate 1947. All'Alessandria andarono circa 14 milioni di lire. Rava all'Alessandria nella stagione 1946-1947, assieme al capitano bianconero Carlo Parola. La seconda esperienza di Rava in bianconero ebbe il suo apice nel «magnifico campionato» disputato nel 1948-1949 e si fece poi più travagliata nella stagione successiva a causa del cattivo rapporto con l'allenatore Jesse Carver: nel 1949 il difensore fu privato della fascia di capitano e nel 1950 fu inserito in lista di trasferimento con un anno di anticipo sulla scadenza del contratto. L'unico scudetto della sua carriera fu vinto, per queste ragioni, da comprimario; in questo periodo di conflitto con la società tenne a dichiarare: «Qualsiasi cosa accada mi sentirò sempre juventino. Ho i colori bianconeri nel sangue». Avendo giocato oltre 300 gare ufficiali con la Juventus, risulta 29º nella classifica dei calciatori più presenti in maglia bianconera. Richiesto dal Milan, fu dirottato al Novara per non rinforzare il diretto concorrente dei bianconeri. Gli azzurri lo schierarono anche al centro della mediana; giunto a Novara fuori forma, si allenò e giocò con regolarità nella stagione 1950-1951 («Rava è una colonna della difesa. Fa piazza pulita in area con i suoi rimandi di settanta metri e la precisione con cui colpisce il pallone indica il giocatore in perfetta efficienza»), per poi passare alla guida delle formazioni giovanili. Nazionale A meno di un anno dall'esordio in A, il diciannovenne Rava fu convocato per le Olimpiadi di Berlino del 1936; espulso dall'arbitro Carl Weingärtner nel corso della prima partita contro gli Stati Uniti («è il primo giocatore, nella storia della Nazionale italiana, a lasciare il campo anzitempo per decisione dell'arbitro»), non fu squalificato e restò titolare fino alla vittoriosa finale contro l'Austria. La coppia con Foni, definita dalle cronache «la migliore del torneo» per aver contribuito «pienamente alla conquista del titolo olimpico», finì nei mesi successivi per sostituire stabilmente tra i titolari quella formata da Allemandi e Monzeglio. Convocato per i Mondiali del 1938, Rava definì le quattro partite disputate «memorabili». Dichiarò nel 1999, in un'intervista alla giornalaccio rosa dello Sport: «la partita che non dimentico è Italia-Brasile, il 16 giugno 1938. Era un giovedì, e si giocava alle tre di pomeriggio allo Stadio Municipale di Marsiglia, in Francia. Semifinale della Coppa del Mondo, ma sapevamo che la vera finale era quella partita lì. [...Pozzo] a noi giocatori dava del lei: "Lei, Piero, difenda su Lopes". [...] Nel secondo tempo segnò Colaussi, poi Meazza su rigore, e il Brasile fece gol a pochi minuti dalla fine. Ma il bello è che fu più festa sugli spalti che non in campo». Parlò poi della finale contro l'Ungheria del 19 giugno come di «un 4-2 indimenticabile». Rava fu tra i protagonisti della vittoria: cronisti inglesi scrissero che «lo sbarramento dei terzini italiani era solido come la rocca d'Inghilterra» e il cronista francese Jean Eskenazi lo inserì nella formazione ideale del torneo. Ricordò alla Repubblica: «Mussolini ci regalò una pergamena e ottomila lire, mi comprai una Topolino». Nel 1940 «l'Italia entrò in guerra, avevo 24 anni, avevo vinto già tutto, ma la mia carriera fu troncata, persi sei anni». Alla ripresa dell'attività internazionale disputò un'unica partita da titolare in azzurro, il 1º dicembre 1946, a Milano (Italia-Austria 3-2); è l'ultimo calciatore dell'Alessandria ad aver indossato la maglia della nazionale maggiore nel periodo della militanza in grigio; particolarmente discussa fu, nel maggio 1948, la sua esclusione dai titolari a favore del giovane Alberto Eliani in occasione di un'amichevole persa per 0-4 contro l'Inghilterra, a Torino. Di trenta gare disputate in nazionale, ne perse solamente una. In due occasioni vestì la fascia di capitano. Allenatore Dopo una breve esperienza nelle giovanili del Novara, Rava debuttò alla guida di una prima squadra col Padova, in Serie B, nella stagione 1952-1953. Esonerato a metà campionato per i risultati negativi ottenuti fino a quel momento, venne immediatamente ingaggiato dalla Carrarese, in IV Serie, e ottenne con la squadra gialloazzurra la promozione in Serie C; questo successo ridestò le attenzioni del Padova, che gli affidò nuovamente la panchina all'inizio del campionato 1953-1954 per poi allontanarlo in modo definitivo nel marzo 1954, con la squadra a rischio-retrocessione; gli subentrò Nereo Rocco. Nella stagione 1954-1955 ripartì dalla IV Serie, chiamato a campionato in corso dal Cuneo per sostituire Ugo Amoretti; pur in un campionato al di sotto delle aspettative della dirigenza biancorossa, l'esperienza fu considerata positiva e gli valse un nuovo interessamento di una formazione cadetta, il Simmenthal Monza. La squadra brianzola si mise in luce come la rivelazione della stagione 1955-1956 e s'inserì nella lotta per la promozione in A con una squadra dall'età media relativamente bassa e con un'efficace tattica di contropiede. Nel 1956-1957 Rava fu ingaggiato dalla Sampdoria, nel massimo campionato. L'esperienza fu ricordata dallo stesso allenatore come «l'anno più bello»: «i giocatori mi volevano bene, ma ebbi problemi con il presidente. Era innamorato di Firmani, un indolente che non si allenava [...]. Io preferivo Tortul, e dovetti andare via». Rifiutando di «subire imposizioni in merito alle formazioni», fu esonerato a poche giornate dalla fine, con la squadra blucerchiata sesta in classifica, e rimpiazzato da Amoretti. Dopo due brevi esperienze in B col Palermo e Monza, tra il 1959 e il 1961 condusse al Centro Tecnico di Coverciano come istruttore i corsi riservati ai tecnici professionisti, lavorando anche col commissario tecnico Giovanni Ferrari alla guida della nazionale maggiore. Ritornò a guidare una prima squadra nel 1961, quando fu ingaggiato dall'Alessandria in B; dopo un primo campionato positivo, nel secondo fu sostituito ai due terzi di torneo da Angelo Franzosi. Al termine di un'effimera esperienza al timone della Biellese, in C si allontanò dal mondo del calcio. Memoria La città di Torino gli ha intitolato in data 18 giugno 2015 un'area verde con giochi in zona Lingotto. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1949-1950 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Oro olimpico: 1 - Berlino 1936 Individuale All-Star Team del mondiale: 1 - Francia 1938 Onorificenze Medaglia d'oro al valore atletico «1º classificato nella Coppa del Mondo» — Roma, 1938. Medaglia al valore sportivo del Littorio — 1938. Commendatore Ordine al Merito della Repubblica italiana — 12 marzo 2003. D'iniziativa del Presidente della repubblica.
  6. ALBERTO TIBERTI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Tiberti Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 10.08.1911 Luogo di morte: Alessandria Data di morte: 07.04.1977 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1934 al 1935 Esordio: 07.04.1935 - Serie A - Juventus-Livorno 2-1 Ultima partita: 14.04.1935 - Serie A - Triestina-Juventus 2-1 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Alberto Tiberti (Genova, 10 agosto 1911 – Alessandria, 7 aprile 1977) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Alberto Tiberti Tiberti (in piedi, primo da destra) al Perugia nella stagione 1931-1932 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1939 Carriera Squadre di club 19??-1931 Pontedecimo ? (?) 1931-1934 Perugia 31 (4) 1934-1935 Juventus 2 (0) 1935-1936 Brescia 5 (0) 1936-1937 Monza 15 (4) 1937-1938 Acqui ? (?) 1938-1939 Asti ? (?) Carriera Ala, fino al 1931 giocò nel Pontedecimo. Giocò 31 partite di Serie B con il Perugia, realizzando 4 reti. Disputò successivamente 7 partite in Serie A, in un'epoca in cui non erano ammesse sostituzioni: 2 con la Juventus (il debutto vittorioso del 7 aprile 1935 contro il Livorno per 2-1, e la sconfitta del successivo 14 aprile in trasferta contro la Triestina per 2-1) e 5 con il Brescia, con cui il 5 gennaio 1936 sfidò la sua ex squadra nella sconfitta casalinga per 1-0. Concluse la carriera con Monza, Acqui e Asti. Palmarès Prima Divisione: 1 - Perugia: 1931-1932 (girone E) Campionato italiano di Serie B: 1 - Perugia: 1933-1934 (girone B) Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935
  7. ARMANDO DIENA È deceduto qualche giorno fa in una clinica di Genova – si legge su “Stampa Sera” del 23 luglio 1985 – dove era stato ricoverato in condizioni disperate a causa di un tumore maligno al fegato, l’ex giocatore della Juventus degli anni Trenta, Armando Diena. Aveva settantuno anni. Era entrato giovanissimo nelle formazioni giovanili bianconere, insieme al fratello Ferruccio. Giocavano per pura passione, desiderosi solo di fare un po’ di sport e sicuri, con la classe che avevano, di poter essere utili alla squadra. Armando giocava all’ala destra, era velocissimo e, riuscendo sovente a liberarsi con uno scatto del suo marcatore, poteva presentarsi al tiro in porta o, meglio, depositare preziosi palloni sul piede infallibile di Farfallino Borel. Armando Diena fece parte della squadra che nella stagione 1934-35 vinse il quinto scudetto consecutivo della serie d’oro della Juventus. Diede anche il suo prezioso contributo in Coppa Italia e, specialmente, in Coppa Europa, in quella dell’edizione 1935. Quando si parlava di calcio, amava sempre ricordare un suo goal strepitoso segnato all’Ungheria a Budapest, nell’incontro dei quarti di finale di quel faticosissimo torneo. Da parecchi anni Armando Diena si era stabilito a Finale Ligure, in compagnia dell’amico Felice Borel. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2017/01/armando-diena.html
  8. ARMANDO DIENA https://it.wikipedia.org/wiki/Armando_Diena Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 08.04.1914 Luogo di morte: Genova Data di morte: 18.07.1985 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1933 e dal 1934 al 1936 Esordio: 18.11.1934 - Serie A - Juventus-Inter 1-0 Ultima partita: 24.05.1936 - Coppa Italia - Juventus-Fiorentina 1-3 19 presenze - 4 reti 1 scudetto Armando Diena (Torino, 8 aprile 1914 – Genova, luglio 1985) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Era noto come Diena II per distinguerlo dal fratello maggiore Ferruccio o Diena I. È morto nel 1985 all'età di 71 anni a seguito di un tumore al fegato. Armando Diena Diena II (in piedi, quinto da destra) nella Juventus della stagione 1934-1935 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1937 Carriera Giovanili 19??-1929 Juventus Squadre di club 1929-1933 Juventus 1 (0) 1933-1934 Novara 3 (0) 1934-1936 Juventus 18 (4) 1936-1937 Ambrosiana-Inter 0 (0) Carriera Maggiormente dotato tecnicamente del fratello, era un'ala destra cresciuta calcisticamente nel vivaio della Juventus, club con cui esordì in Serie A a 16 anni (il 6 luglio 1930, in occasione del successo interno sulla Lazio. Dopo un anno in prestito al Novara in Serie B, nel 1934 ritorna alla casa madre bianconera, contribuendo con 18 presenze e 4 reti (nel successo interno sulla Pro Vercelli del 26 maggio 1935) alla vittoria del campionato 1934-1935, il settimo (quinto consecutivo) dei bianconeri. Nel 1936 passò all'Ambrosiana-Inter, senza mai scendere in campo in incontri di campionato, venendo svincolato la stagione seguente. In carriera ha totalizzato complessivamente 18 presenze e quattro reti in Serie A e 3 presenze in Serie B. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935
  9. LINO CASON https://it.wikipedia.org/wiki/Lino_Cason Nazione: Italia Luogo di nascita: Maserada sul Piave (Treviso) Data di nascita: 27.10.1914 Luogo di morte: Mazzé (Torino) Data di morte: 15.07.1989 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1934 al 1937 Esordio: 07.10.1934 - Serie A - Juventus-Napoli 2-1 Ultima partita: 28.03.1937 - Serie A - Juventus-Bologna 0-0 34 presenze - 7 reti 1 scudetto Lino Cason (Maserada sul Piave, 27 ottobre 1914 – Mazzè, 15 luglio 1989) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Lino Cason Cason (in piedi, quarto da sinistra) nella Juventus della stagione 1934-1935 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1934-1937 Juventus 34 (7) 1937-1939 Bari 26 (6) 1939-1941 Vigevano 27+ (4+) 1941-1942 Baratta Battipaglia ? (?) 1942-1943 Salernitana 9 (1) Carriera Giocò in Serie A con Juventus e Bari; militò anche nel Vigevano, nel Baratta di Battipaglia e nella Salernitana. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935 Campionato italiano Serie C: 1 - Salernitana: 1942-1943 (girone L)
  10. PIETRO SERANTONI Nasce a Venezia il 12 dicembre 1906. Nel 1927, a poco più di vent’anni Toni è militare, a Milano, gioca nella Minerva in seconda divisione in attesa di lasciare la divisa e tornare in Laguna. Lo nota Árpád Weisz, allenatore dell’Ambrosiana-Inter: per 300 lire al mese diventa nerazzurro. Nel 1929-30 è promosso titolare, debutta a Livorno e Weisz gli assegna il compito più difficile, fermare il motorino del Livorno, Magnozzi. Ci riesce e l’Inter vince 2-1. Non salta una partita, conquista il primo scudetto a girone unico, un ottimo avvio di carriera. Trova un amico, Meazza, un ragazzino esile e sperduto in mezzo ai marcantoni delle difese. E allora guai a toccarlo, Toni con lealtà ma gelidamente, è pronto a spietate vendette. Con il Pepp fa coppia fissa, dentro e fuori dal campo e l’amicizia continua anche quando il calcio diventa solo un ricordo. Esordisce in Nazionale, giocando a Bruxelles contro il Belgio: 3-2 con due goal di Meazza. La Juventus lo acquista sborsando la cifra di 65.000 lire, un anno in bianconero (siamo nel ‘34-35), partecipa all’eliminatoria mondiale con la Grecia a Milano e il 14 novembre del 1934 è uno dei Leoni di Highbury. In ritiro piove, Pozzo dice niente allenamento e tutti tornano in camera oppure giocano a carte. Toni, invece, si mette a correre nell’albergo, sale e scende ininterrottamente le scale. Pozzo lo ferma: «Sei matto?». E lui di rimando: «Io devo allenarmi. Se fuori non posso, lo faccio qui!». Conquista il pubblico londinese per le sue doti di combattente e gladiatore, a fine partita scende negli spogliatoi, per congratularsi con lui, nientepopodimeno che Guglielmo Marconi. Uno scudetto bianconero con 15 presenze e l’infortunio: menisco. L’operazione, a quei tempi, era piena di incognite, quasi una certa condanna: niente più calcio: «E qui – raccontava – nella sfortuna sono stato fortunato. Con un’altra società avrei dovuto smettere di giocare, la Juventus era diversa. Mi fece curare, guarire, ma poi mi cedette alla Roma. Forse non credeva nel miracolo». Nel ‘36 debutta in giallorosso a Vienna (sconfitta per 3-1), gioca nella squadra dell’Europa Centrale (3-1 all’Europa Occidentale) ed esplode ai Campionati Mondiali in Francia. Viene giudicato uno dei laterali di maggior valore in campo mondiale. Pozzo lo descrive in questo modo: «Serantoni non è un tecnico di qualità eccezionali. È un combattente di levatura eccelsa, nelle situazioni difficili è l’uomo che trascina alla lotta l’intera squadra». Portabandiera della Roma, gioca l’ultimo campionato nel ‘39-40, pensa al ritiro ma gioca ancora nel Suzzara dal ‘40 al ‘43 in serie C (41 presenze e 3 reti) e nel ’43-44 nel campionato Alta Italia (2 presenze, facendo anche l’allenatore). Nel dopoguerra disputa una partita in B nel Padova nella stagione 46-47, anche in quel caso era giocatore-allenatore: «Ma il calcio – diceva – non è più per me, troppi furbi». Lo delude soprattutto la Roma, che cerca di salvare dalla B sostituendo Masetti e che, invece, poco dopo lo licenzia. Morirà il 6 ottobre del ‘64, ucciso da un tumore al cervello. La volontà ferrea che lo aveva portato dai vicoli di Venezia al titolo di Campione del Mondo si è dovuta arrendere, per la prima volta, di fronte a un ostacolo troppo forte. VITTORIO POZZO, DA “LA STAMPA” DEL 7 OTTOBRE 1964 La quinta penna mozza di quella serie di uomini di tempra e di carattere, che vinsero due Campionati del Mondo e una Olimpiade. Lo avevano preceduto nella tomba Caligaris, Ferraris, Combi, Guaita. Lo chiamavamo familiarmente Toni. Era il più piccolo, ma il più allegro, il più scherzoso di tutti. Lo avevo scartato dal primo Campionato del Mondo da noi vinto, su preciso invito del medico, nel 1934; e lo avevo riammesso all’edizione seguente della grande competizione mondiale quattro anni dopo, su nuovo referto dei dottori che me lo davano come in ottime condizioni fisiche. Non era un tecnico di qualità eccezionali: era un combattente di levatura eccelsa. Nelle situazioni difficili era l’uomo che trascinava alla lotta l’intera squadra. A Londra, sul campo dell’Arsenal, il giorno in cui il famoso Drake ruppe un piede al nostro Luisito Monti, Toni fece una partita che non è esagerato definire come eroica. Lo stesso preciso grave infortunio che aveva stroncato Luisito, doveva colpire lui, due anni dopo, a Berlino: la frattura dell’alluce del piede destro. La frattura, che passa per una delle più dolorose che possano essere inferte al corpo umano, non lo fermò. Volle che io rimanessi sulla linea del campo, e gli scandissi i minuti che mancavano alla fine dell’incontro. Dopo, negli spogliatoi, il dottore che lo visitò (che era stato capitano medico) ebbe a dirmi: «Sono stato in guerra e ne ho viste di tutti i colori. Ora, se io non fossi stato accanto a lei, non avrei mai creduto che un uomo potesse superare con tanto stoicismo una simile lesione». Immerso nel bagno, Toni, stringendo i denti mi chiese in dialetto veneto: «Cossa che dis quel Tuder?» Tradussi. E lui rispose: «Già, ed io dovevo scappare dal campo dopo quello che lei ci aveva detto prima della partita!». Guarì perfettamente, e fece il Campionato del Mondo, in terra di Francia, nel 1938, tutto in crescendo di energia e di linearità. Era veneto, anzi veneziano. Aveva giocato nell’Ambrosiana, nella Juventus e infine nella Roma. Poi, nella Capitale, si era dedicato al commercio, aveva aperto un’autorimessa, ed economicamente si trovava in floride condizioni. Attratto dal richiamo del giuoco, aveva voluto poi provare in qualità di dirigente tecnico, prima a Padova e poi a Roma, ma aveva compreso subito che i tempi erano cambiati! Improvvisamente, si era ammalato, lui immagine della salute. Si era fatto trasportare in una clinica di Padova, la città dove era di casa. Saputo delle condizioni in cui versava, gli avevo telegrafato ordinandogli, in tono scherzoso, di vincere anche questa battaglia. Non sapevo che il professor Frugoni lo aveva dato per spacciato e aveva dichiarato che l’uomo sopravviveva soltanto per la sua incredibile resistenza al male. Si era poi fatto trasportare a Roma. Lo avevo visitato, a casa sua, l’ultima volta che ero stato nella Capitale. Aveva subito la trapanazione del cranio, era tutto fasciato. Mi guardò serio serio, e prendendomi la mano, mormorò «Uno per uno». Uno per uno: doveva essere il quinto di quella serie di gladiatori. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/pietro-serantoni.html
  11. PIETRO SERANTONI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Serantoni Nazione: Italia Luogo di nascita: Venezia Data di nascita: 12.12.1906 Luogo di morte: Roma Data di morte: 06.10.1964 Ruolo: Centrocampista Altezza: 163 cm Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Toni Alla Juventus dal 1934 al 1936 Esordio: 01.07.1934 - Coppa Europa Centrale - Ujpest Dozsa-Juventus 1-3 Ultima partita: 24.05.1936 - Coppa Italia - Juventus-Fiorentina 1-3 41 presenze - 7 reti 1 scudetto Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Pietro Serantoni (Venezia, 12 dicembre 1906 – Roma, 6 ottobre 1964) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Campione del Mondo con la nazionale italiana nel 1938, è morto all'età di 57 anni per un tumore al cervello. Pietro Serantoni Serantoni in nazionale negli anni 1930. Nazionalità Italia Altezza 163 cm Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1942 - giocatore 1953 - allenatore Carriera Squadre di club 19??-1928 Venezia ? (?) 1928-1934 Ambrosiana-Inter 164 (58) 1934-1936 Juventus 41 (7) 1936-1940 Roma 73 (7) 1941-1942 Suzzara ? (?) Nazionale 1933-1939 Italia 17 (0) Carriera da allenatore 1940-1943 Suzzara 1946-1949 Padova 1950 Padova 1950-1951 Roma 1952-1953 Romulea Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Giocatore Fu uno dei migliori centrocampisti del periodo che precedette il secondo conflitto mondiale. Motorino pressoché inesauribile, iniziò come interno, per poi spostarsi sulla mediana. Pur non essendo dotato di tecnica sopraffina, era capace di interrompere e rilanciare l'azione, coprendo le spalle all'attacco. Era in possesso di un tiro molto potente. La sua dote principale era però la totale dedizione che metteva al servizio della squadra in ogni partita. Allenatore Allenatore di carattere, cercava di trasmettere ai calciatori quella grinta che ne aveva fatto un calciatore di successo. Guidava le squadre che allenava con tanto impeto che, durante la stagione 1948-1949, ha dovuto ricorrere a cure ospedaliere per un malore dovuto al troppo stress. Carriera Giocatore Club Serantoni (al centro) nell'Ambrosiana- Inter della stagione 1933-1934 Cresciuto nel Venezia, nel 1927 è militare a Milano e gioca nel Minerva in seconda divisione. Viene acquistato dall'Unione Sportiva Milanese ma quando questa società fa la fusione con l'Internazionale e nasce l'Ambrosiana gioca con questa squadra con cui vinse il primo campionato di Serie A nella stagione 1929-1930, la prima della nuova era del girone unico; in quell'annata fu uno dei trascinatori della squadra nerazzurra, andando a segno ben 16 volte. Rimase a Milano fino al 1934, per poi passare ai rivali della Juventus con cui vinse il suo secondo scudetto personale (e l'ultimo del Quinquennio d'oro bianconero) nella stagione 1934-1935, rimanendo a Torino anche l'anno seguente. Nel 1936 si trasferì alla Roma con la quale giocò fino al 1940, dopodiché concluse la carriera in Serie C al Suzzara, squadra nella quale ricoprì il doppio ruolo di giocatore e allenatore fino al 1942. Nazionale Il 12 febbraio 1933 esordì con la maglia della nazionale in Belgio-Italia (2-3), e disputò alcune altre partite senza tuttavia prendere parte al campionato del mondo 1934 su invito del medico, come testimoniato da Vittorio Pozzo nel suo ricordo sulle pagine de La Stampa. In quell'anno giocò però la celebre partita contro l'Inghilterra passata alla storia come la "battaglia di Highbury". Fu invece chiamato da Pozzo per il campionato del mondo 1938 nei quali fu titolare fisso, vincendo la Coppa Jules Rimet. Concluse la sua esperienza in azzurro nel 1939 con 17 partite. Allenatore Intraprese in seguito la carriera di allenatore, avendo modo di guidare il Suzzara, il Padova, con cui conquistò una promozione in massima serie nella Serie B 1947-1948 a gironi interregionali, la Roma e, nel campionato di IV Serie 1952-1953, la Romulea. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Ambrosiana: 1929-1930 - Juventus: 1934-1935 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Allenatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Padova: 1947-1948 (girone B)
  12. LUCIANO RAMELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Ramella Nazione: Italia Luogo di nascita: Pollone (Biella) Data di nascita: 10.04.1914 Luogo di morte: Pollone (Biella) Data di morte: 06.03.1990 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano B Soprannome: - Alla Juventus dal 1934 al 1936 Esordio: 23.12.1934 - Serie A - Juventus-Alessandria 4-1 Ultima partita: 10.02.1935 - Serie A - Juventus-Brescia 0-0 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Luciano Ramella (Pollone, 10 aprile 1914 – 6 marzo 1990) è stato un dirigente sportivo, allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Luciano Ramella Ramella alla Lazio nel 1939 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1948 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1934 Juventus Squadre di club 1934-1936 Juventus 2 (0) 1936-1938 Pro Vercelli 57 (4) 1938-1944 Lazio 139 (5) 1944-1946 Como 42 (0) 1946-1948 Lazio 1 (0) Nazionale 19?? Italia B 1 (0) Carriera da allenatore 1950 Lazio Interim Carriera Giocatore Dopo la trafila con le giovanili della Juventus, fa il suo esordio in Serie A il 23 dicembre 1934 nell'incontro Juventus-Alessandria (4-1). Dopo due anni con la prima squadra bianconera, con due sole presenze totali compresa quella di esordio, passa in Serie B alla Pro Vercelli dove per due campionati è titolare. Ramella (in piedi, terzo da sinistra) nella Lazio del 1939-1940 Nella stagione 1938-1939 si trasferisce alla Lazio dove rimane (a parte due stagioni nel Como, nelle cui file vince il Torneo Lombardo) sino al termine del campionato 1947-1948. Il suo curriculum con la maglia biancoceleste è di 154 presenze complessive (132 in campionato, 14 in Coppa Italia e 8 nel campionato romano di guerra) e di 5 reti (2, 0, 3). Fu l'ultimo centromediano della Lazio dell'anteguerra (nel secondo dopoguerra collezionerà solo una presenza). Per cinque campionati di Serie A fu titolare della maglia n. 5 dei capitolini. Il 15 gennaio 1939 fu uno degli undici protagonisti che riuscirono nell'impresa di espugnare per la prima volta nella storia il campo di Testaccio nel derby Roma-Lazio (0-2). Dirigente e allenatore Una volta lasciato il calcio giocato, rimane comunque tra i ranghi biancocelesti in veste di dirigente fino al 1951, ricoprendo per un brevissimo periodo anche il ruolo di allenatore ad interim l'annata precedente quando, per impegni del tecnico biancoceleste Mario Sperone con la Federazione italiana, guida nelle tournée estive in Spagna e Portogallo la formazione laziale, vincitrice del Trofeo Teresa Herrera, battendo 3-1 i padroni di casa dell'Atlético Madrid di Helenio Herrera, e partecipante poi alla Coppa Latina. Curiosità Concluso il "rapporto" col calcio giocato, si trasferì in Brasile per impiantare una piantagione di caffè insieme al suo grande amico, nonché ex compagno laziale, l'argentino Salvador Gualtieri. Ramella e Gualtieri collaborarono con la FIGC per l'organizzazione della partita Brasile-Italia. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935 Competizioni regionali Campionato romano di guerra: 1 - Lazio: 1943-1944
  13. GASTONE PRENDATO https://it.wikipedia.org/wiki/Gastone_Prendato Nazione: Italia Luogo di nascita: Padova Data di nascita: 04.03.1910 Luogo di morte: Padova Data di morte: 27.10.1980 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1935 al 1936 Esordio: 16.07.1935 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 2-0 Ultima partita: 19.04.1936 - Serie A - Milan-Juventus 2-1 14 presenze - 1 reti Gastone Prendato (Padova, 4 marzo 1910 – Padova, 27 ottobre 1980) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Gastone Prendato Prendato (accosciato, terzo da sinistra) nella Fiorentina della stagione 1931-1932 Nazionalità Italia Italia (dal 1946) Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1946 - giocatore 1966 - allenatore Carriera Squadre di club 1926-1928 Petrarca ? (?) 1928-1931 Padova 96 (46) 1931-1935 Fiorentina 81 (20) 1935-1936 Juventus 14 (1) 1936-1937 Roma 10 (2) 1937-1938 Padova 20 (5) 1938-1941 San Donà 64 (14) 1941-1943 Trento ? (?) 1945-1946 Ravenna 1 (0) Nazionale 1933 Italia B 1 (0) Carriera da allenatore 1938-1941 San Donà 19??-19?? Adriese 1945-1946 Ravenna 1951-1952 Padova 1954 Fanfulla 1955-1957 Trapani 1958-1960 Cosenza 1961-1962 Trapani 1964-1966 San Donà Carriera Giocatore Club Cresciuto nel Petrarca Padova, si trasferisce poi al Padova nella stagione 1928-1929. Nel campionato seguente il Padova partecipa al primo torneo di serie A a girone unico e Prendato esordisce così in serie A il 6 ottobre 1929 in Padova-Modena 1-3. Prendato gioca nella squadra biancoscudata sino alla stagione 1930-1931, annata nella quale vince la classifica dei marcatori in Serie B con 25 reti. Nella stagione 1931-1932 passa alla Fiorentina dove debutta il 20 settembre 1931 in Milan-Fiorentina 1-1. Rimarrà con i viola per ben 4 stagioni totalizzando 81 presenze e 20 gol e assaporando anche la maglia della Nazionale, seppur sia stata solo quella B. Prendato (in piedi, al centro) nella Juventus del 1935-1936 Nella stagione 1935-1936 passa alla Juventus dove gioca 11 partite di campionato senza mai segnare e disputando anche 3 partite di Coppa Europa Centrale segnando una rete. Fu poi la volta dell'esperienza alla Roma dove totalizza 10 presenze segnando 2 gol. In quell'annata i giallorossi raggiunsero anche la finale di Coppa Italia, dove vennero sconfitti sul neutro di Firenze dal Genoa. Nel 1937-1938 torna a giocare nel Padova allora in Serie B. Nella stagione 1938-39 scende in Prima Divisione nel San Donà. Con i biancocelesti gioca tre stagioni rivestendo il doppio ruolo di allenatore e giocatore. Nella stagione 1938-1939 riesce a portare la squadra sandonatese ad una storica promozione in serie C. Categoria che il San Donà mantiene brillantemente nel 1939-1940, mentre nella terza stagione in biancoceleste di Prendato il San Donà è costretto al ritiro dal campionato di serie C a causa dei tanti giocatori partiti per il fronte. A cavallo della guerra gioca nel Trento e nel Ravenna, per poi scegliere definitivamente nel dopoguerra la carriera di allenatore. Nazionale Ha giocato una partita con la Nazionale B. A Novara il 2 aprile 1933 l'Italia B sconfisse per 5-0 la Svizzera B. Allenatore Già nel 1938-39 pur giocando rivestì anche il ruolo di allenatore nel Sandonà. Nel dopoguerra allenò l'Adriese, prima di avere l'occasione di allenare in Serie A il Padova nella stagione 1951-1952, esperienza che durò per sole due partite dato che al suo posto fu poi chiamato Pietro Pasinati. Allenò il Fanfulla all'inizio del campionato di Serie C 1954-1955, venendo sostituito all'ottava giornata dall'allenatore in seconda Mario Acerbi. Nel 1955 divenne l'allenatore del Trapani subentrando a Giliberti. Dal 1958 al 1960 allenò per due stagioni il Cosenza. Quindi nella stagione 1961-1962 tornò ad allenare il Trapani subentrando a Ottorino Dugini. Nel 1964-1965 allenò nuovamente il Sandonà nel campionato di Serie D, mentre nella stagione seguente allenò ancora i biancocelesti subentrando a campionato in corso. Palmarès Giocatore Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1930-1931 (25 gol)
  14. ALFREDO FONI Foni approdò alla Juve – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – giusto in tempo per essere tra i protagonisti di uno scudetto: l’ultimo del mitico quinquennio e il primo, anzi l’unico, nella sua carriera di campione, olimpionico e mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma destino volle che in quella prima stagione in bianconero giocasse molto più lui di quei due fenomeni ormai al tramonto: così fece coppia ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di una ideale staffetta.Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dioscuri delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.La storia juventina di Foni è legata a quello che viene definito, tout court, un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità da bricolage calcistico: le sue 229 partite ininterrotte sono una vera sfida, vinta, agli incidenti di gioco, ai malanni, alle insidie degli scadimenti di forma, alla severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.Cominciò, la lunga sequenza, in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora per sette campionati neppure un’assenza: cambiavano i nomi al suo fianco – Amoretti, Bodoira, Perucchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori – ma lui c’era sempre. Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juve, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».La duecentoventinovesima fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte l’attacco del «grande Torino» lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. Foni, quel giorno, vide segnare il suo dirimpettaio torinista, il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto ai cacciatori di queste curiosità: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto. Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea del Don.Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, una dozzina di partite, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.Foni era nato a Udine – 20 gennaio 1911 – e nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia (e qualche vecchio almanacco del calcio lo segnala rispettosamente con il titolo accademico: Foni Dott. Alfredo, una vera finezza). Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per cinquantamila lire, si dice, e uno stipendio che anticipava una famosa canzonetta, mille lire al mese. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma la sua impresa più notevole fu un gran gol al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Poi chiese di essere ceduto perché voleva laurearsi a Padova. Qui in una squadra che schierava anche Annibale Frossi, con tanto di occhiali, cominciò a cambiar ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo troviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juve: era il giorno del congedo di un trio famoso, Combi, Rosetta, Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto con un sonoro cinque a uno.Nella Juventus Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, Pala, il centrattacco fu definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei «back». E probabilmente anche la scarsa propensione a goleare. Sentite cosa si leggeva di lui sul «Calcio illustrato» ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni». Quattro anni di serie A e non più di dodici gol: una volta alla Juve non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto.Era nato per il gioco di difesa, aveva un grande senso della posizione, era un temporeggiatore come «Viri» Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza» ricorda Rava «lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza». L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: ammiratissima, spesso, la potenza dei rimandi, uno dei gesti atletici di gran spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai mondiali contro la Francia fu lui – con Rava e Andreolo – a salvare la partita grazie alla «qualità e calma gelida del suo gioco». E contro il Brasile, si legge, «spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava». Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra» Detto da loro era il massimo.A modo suo Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del ‘35 le uniche vittorie vennero in coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» scrisse felice dopo il trionfo di Berlino dove era il capitano della squadra) al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria. La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un quattro a zero venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali; Quel giorno firmò il primo gol in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni. Si chiamava Aldo Ballarin.Appena conclusa la carriera di calciatore, Foni passò a quella di allenatore. Cominciò col Venezia, serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del «primo non prenderle» secondo lo spirito che lo aveva animato quando giocava. In due riprese – dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958 – fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in Tv i gol del nostro campionato.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MARZO 1985Mi trovavo, un giorno di tanti anni fa, nella Divisione di Cardiochirurgia del professor Ake Senning, al Kantonosspital di Zurigo. Il giorno dopo avrei dovuto assistere a un impianto di cuore artificiale su un cane lupo; la protesi sperimentale era stata ideata dall’ing. Roberto Bosio, uno scienziato torinese, e l’operazione sarebbe stata realizzata dal prof. Turina, un chirurgo jugoslavo che lavorava nella équipe di Senning.Un dottore che mi conosceva e che sapeva anche delle mie antiche e indiscutibili simpatie sportive per la squadra della Juventus, venne a un certo momento a dirmi che era stato ricoverato d’urgenza un ex calciatore della squadra bianconera, un certo Alfredo Foni. Ebbi un sobbalzo. Non solo conoscevo molto bene l’uomo ricoverato, ma a lui ero legato da vincoli di fraterna amicizia.Ebbi rapidamente informazioni sulla natura del male. Si trattava di un aneurisma dell’aorta, cioè una pericolosa dilatazione della grossa arteria dovuta, a quanto sembrava, ad arteriosclerosi in un soggetto dalla pressione alta. L’evoluzione clinica, in questi casi, è dominata dalla possibilità che l’aneurisma si rompa, eventualità che comporta una mortalità dell’80 per cento. Mi resi perfettamente conto che Alfredo era in pericolo di vita, ma sapevo che nelle mani di Senning un paziente aveva molte probabilità di essere salvato. Così infatti avvenne. Alfredo Foni si salvò. E del grave pericolo da lui corso e superato parlammo più volte insieme, seduti nelle comode poltrone del giardino della sua magnifica villa di Breganzona, sulla collina che domina Lugano. E, chiacchierando con l’amico, avevo rivissuto1’epopea di una invidiabile carriera calcistica. Rievoco per i lettori.Friulano puro sangue, Alfredo Foni, detto «Nifo» dagli amici, aveva tirato i primi Calci nelle file dell’Udinese, ma si era poi formato calcisticamente nelle file del Padova, un complesso allora forte e coraggioso nel quale militavano il portiere-kamikaze Latella, l’ala Prendato e il centrattacco Vecchina. Foni rimase in forza al Padova sino all’età di 19 anni, poi venne acquistato dalla Lazio, dove gli furono compagni e amici il portiere Ezio Sclavi, già riserva di Combi nella Juve e nella nazionale, e il «bellissimo›› Piero Pastore, che con la maglia della Juventus aveva vinto lo scudetto al termine della stagione 1925-26.Quando Foni era alla Lazio non giocava terzino, almeno in un primo tempo, ma mezz’ala, formando un pericoloso tandem con Cevenini V, il più giovane dei cinque famosissimi fratelli calciatori. Era tarchiato, molto veloce, tecnicamente inappuntabile, con una assoluta e intelligente visione di gioco.L’ing. Bene Gola, dirigente accompagnatore della squadra bianconera, aveva avuto ottime referenze sul giocatore proprio da Vecchina, già in precedenza acquistato dal Padova, e dallo stesso Pastore: «È un ragazzo di sicuro valore – avevano detto i due – e farà molta strada. Ne consigliamo l’acquisto: non ve ne pentirete!›› E Alfredo Foni approdò alla Juventus.Quando arrivò, lo ricordiamo per i più giovani dei lettori di «Hurrà», in bianconero giocavano due strepitosi campioni, Rosetta e Caligaris. Se uno dei due risultava indisponibile, ecco in campo il modesto (come carattere), ma bravissimo (come giocatore) Mario Ferrero, bianconero dal 1927, difensore di sicuro talento. Ma occorreva un altro difensore: questa la ragione per cui venne acquistato Foni. Il quale, oltre ad essere un ottimo giocatore, era anche un ragazzo molto serio e studioso. A Roma, quando era alla Lazio, si era diplomato in Ragioneria. A Torino si iscrisse all’Università, nella Facoltà di Scienze economiche e commerciali: concluse positivamente il corso, con la sua brava laurea.Con la maglia della Juve, Alfredo Foni esordi il 30 settembre 1934, giocando a Brescia. La Juve vinse per 2 a 0, reti di «Farfallino» Borel e Serantoni. Per sette domeniche Foni giocò terzino destro, avendo come compagno Caligaris; poi si spostò a sinistra, per far posto a Rosetta. In quel campionato, con prestazioni tutte ad alto livello, Foni disputò 27 partite su 30, portandosi poi a quota 30 su 30 nella stagione successiva, quella che vide anche l’esordio di Piero Rava, il terzino che doveva ricomporre una delle coppie di terzini più perfetta della storia juventina.Racconta Alfredo: «Con Pierone Rava ci intendemmo subito a meraviglia. Era un ragazzo sincero e appassionato. Intuimmo di poter continuare, senza interruzioni, l’epopea dei nostri grandi predecessori. Io stavo a destra, lui a sinistra, entrambi potenti e veloci, colpitori precisi con i due piedi. Vittorio Pozzo si ricordò ben presto di noi, allora studenti, in occasione delle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Disputammo quattro partite, quattro autentiche battaglie; in due occasioni, contro la Norvegia e con l’Austria, ci furono i tempi supplementari: anche questo servì a collaudare le nostre doti atletiche. Lo dimostra anche il fatto che nella Juventus giocammo insieme tutte e trenta le partite della stagione 1936-37, tutte e 30 della stagione 1937-38. Io, poi, continuai la serie sino al 1942, senza mai lamentare un’assenza, nemmeno quando, una domenica a Bergamo, riportai la frattura del setto nasale...».Io ricordo molto bene quell’episodio, perché insieme al massaggiatore Guido Angeli accompagnai l’amico Alfredo alla Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università, diretta dal prof. Fausto Brunetti, padovano. Il clinico ridusse la frattura a Foni. Rammento che Guido Angeli, percorrendo tutto curvo i corridoi della clinica, mi disse: «Vuoi scommettere che quello là domenica sarà in campo a Roma contro la Lazio?...» E Foni, ormai lanciato verso il record delle presenze consecutive, andò infatti regolarmente in campo, con una mascherina sul naso, tenuta ferma da grossi cerotti.Proprio contro la Lazio, il 21 febbraio 1943 Alfredo Foni giocò la sua ultima partita con la maglia della Juventus. Aveva 32 anni e aveva conquistato due Coppe Italia, era stato campione olimpionico nel 1936 e campione del Mondo nel 1938. Finita la carriera di calciatore, Foni iniziò la carriera di allenatore; ed anche qui ebbe le sue grosse soddisfazioni, conquistando, alla guida dell’Internazionale due scudetti nelle stagioni 1952-53 e 1953-54. L’undici nerazzurro guidato da Foni era una squadra razionale sino a sembrare sparagnina: i suoi solisti Wilkes, Lorenzi, Skoglund e Nyers folleggiavano in attacco, ben sicuri alle spalle in virtù di una difesa molto bloccata. Quasi sempre l’Inter subiva per lunghi tratti l’iniziativa avversaria e reggeva bravamente la botta; poi, d’improvviso, partiva il potente lancio di Blason, a 70 metri di distanza. Davanti c’era poca gente, gli spazi erano vasti. In quelli giostravano i solisti nerazzurri che facevano gaudiosi sfracelli.Più tardi Foni cercò di applicare tali schemi alla nazionale, ma ebbe poca fortuna. Godeva di grossa considerazione, tanto è vero che la Federazione elvetica gli affidò la nazionale di quel Paese.Ora Foni ci ha lasciati. Il vecchio male, l’aneurisma dell’aorta, cui il prof. Senning aveva posto rimedio, si è rifatto vivo. E questa volta non c’è stato scampo.Caro Alfredo: hai lasciato un grande vuoto. Io e i tuoi amici della Juventus non ti dimenticheremo mai. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/alfredo-foni.html
  15. ALFREDO FONI https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Foni Nazione: Italia Luogo di nascita: Udine Data di nascita: 20.01.1911 Luogo di morte: Breganzona (Svizzera) Data di morte: 28.01.1985 Ruolo: Difensore Altezza: 172 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1934 al 1947 Esordio: 30.09.1934 - Serie A - Brescia-Juventus 0-2 Ultima partita: 16.03.1947 - Serie A - Juventus-Torino 0-1 304 presenze - 8 reti 1 scudetto 2 coppe Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Alfredo Foni (Udine, 20 gennaio 1911 – Breganzona, 28 gennaio 1985) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo terzino destro metodista. Legò la sua attività calcistica principalmente alla Juventus, ottenendo i suoi principali successi durante i suoi quattordici anni di militanza nel club torinese a cavallo degli anni 1930 e 1940. Vincitore del campionato di Serie A 1934-35 e di due Coppe Italia (1937-1938 e 1941-1942), Foni formò con il terzino Pietro Rava, tutti e due compagni di squadra nella Juventus e nella nazionale, una delle migliori linee difensive di tutti i tempi espresse dal calcio italiano, rivelatasi decisiva anche nei trionfi azzurri ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 e al campionato del mondo di Francia 1938; Foni rimane uno degli unici quattro calciatori italiani — assieme al succitato Rava, Sergio Bertoni e Ugo Locatelli — ad aver vinto entrambe le competizioni. Iniziò la sua carriera di allenatore in Serie A, una volta conclusa la sua attività agonistica, nel 1951 guidando la Sampdoria, ottenendo i suoi maggiori successi all'Inter, squadra con cui vinse due campionati nazionali consecutivi (1952-1953 e 1953-1954). Dopo aver allenato la nazionale A nel 1957, con la quale mancherà la qualificazione al mondiale in Svezia del 1958, il suo maggior risultato fu la vittoria della Coppa delle Fiere quattro anni più tardi con la Roma, chiudendo la sua carriera professionista nel 1977 dopo aver allenato il Lugano. Alfredo Foni Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1949 - giocatore 1977 - allenatore Carriera Squadre di club 1927-1929 Udinese 3+ (0) 1929-1931 Lazio 38 (3) 1931-1934 Padova 96 (19) 1934-1947 Juventus 304 (8) 1948-1949 Chiasso 3 (0) Nazionale 1936-1942 Italia 23 (0) Carriera da allenatore 1947-1948 Venezia 1949-1950 Casale 1950-1951 Pavia 1951-1952 Sampdoria 1952-1955 Inter 1954-1958 Italia 1958-1959 Bologna D.T. 1959-1961 Roma 1961-1962 Udinese 1963 Roma 1964-1967 Svizzera 1968-1969 Inter 1970-1971 Bellinzona 1972-1973 Mantova 1973-1974 Lugano 1976-1977 Lugano Palmarès Olimpiadi Oro Berlino 1936 Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Carriera Giocatore Club Esordì sedicenne nelle file dell'Udinese, nell'allora Prima Divisione. Nel 1929 passò alla Lazio, in coincidenza con la riforma del girone unico, facendo il suo debutto in Serie A il 2 febbraio 1930 nella sfida fra i biancocelesti e la Pro Vercelli. Dopo due stagioni a Roma passò quindi al Padova per una parentesi triennale. Foni (in piedi, al centro) nella Juventus del 1940-1941 Chiamato a Torino a sostituire Virginio Rosetta, divenne una bandiera della Juventus con cui giocò ininterrottamente dal 1934 al 1947. In maglia bianconera collezionò 266 presenze in campionato — senza peraltro mai saltare una partita per sette tornei, dal 1934-1935 al 1941-1942 —, per un totale di 370 gare in massima serie. Nelle tredici stagioni alla Juve, oltre a formare una celebre coppia di terzini con Pietro Rava, vinse lo scudetto del 1935, l'ultimo del cosiddetto Quinquennio d'oro, e due Coppe Italia, nel 1938 e nel 1942. Lasciato il club piemontese, nel 1948-1949 militò infine e brevemente con gli svizzeri del Chiasso, assommando 3 presenze nel campionato elvetico. Nazionale Esordì in nazionale il 3 agosto 1936, ai Giochi Olimpici di Berlino 1936, dove conquistò la medaglia d'oro, tuttora l'unica degli azzurri nel torneo a cinque cerchi. Sostituì definitivamente il terzino destro titolare Eraldo Monzeglio proprio al campionato del mondo 1938 in Francia, riformando anche in maglia azzurra la coppia con Rava e arrivando a conquistare il titolo iridato, il secondo per gli italiani. Chiuse la carriera internazionale nel 1942, con 23 presenze in totale. Allenatore Conclusa la carriera agonistica, nel secondo dopoguerra Foni intraprese quella di allenatore. Debuttò con il Venezia nella stagione 1947-1948, in Serie B, venendo esonerato durante il campionato e sostituito con Bepi Girani. Seguirono poi le esperienze con Casale e Pavia, in Serie C, prima di cimentarsi per la prima volta con la massima categoria grazie alla Sampdoria, nel torneo 1951-1952. Foni (in piedi, primo da sinistra) allenatore dell'Inter scudettata della stagione 1952-1953 Nella stagione 1952-1953 approdò all'Inter, vincendo subito il campionato italiano e bissando lo scudetto un anno dopo, al termine di un lungo testa a testa con la Juventus. Dopo i trionfi nerazzurri fu chiamato a guidare l'Italia: fece parte della commissione tecnica nel quadriennio 1954-1958, divenendo commissario tecnico nel 1957, ma fu protagonista in negativo non riuscendo a far qualificare gli azzurri al campionato del mondo 1958 — primo caso della storia (dopo la volontaria mancata partecipazione del 1930, e prima della seconda débâcle sul campo del 2018) —, causa la sconfitta contro la modesta Irlanda del Nord passata alla storia come il disastro di Belfast. Tornato ad allenare squadre di club, a cavallo degli anni 1950 e 1960 si sedette sulle panchine di Bologna, Udinese e, in due periodi distinti, Roma, con cui vinse nel 1961 la Coppa delle Fiere battendo in finale gli inglesi del Birmingham City. Fu in seguito selezionatore di un'altra nazionale, quella della Svizzera, guidata nel triennio 1964-1967 prima di un fugace ritorno all'Inter, nel campionato 1968-1969. Chiuse infine la carriera da tecnico negli anni 1970, dopo le ultime esperienze con Bellinzona, Mantova e Lugano. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 Nazionale Oro olimpico: 1 - Berlino 1936 Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Individuale All-Star Team dei Mondiali: 1 - Francia 1938 Allenatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Inter: 1952-1953, 1953-1954 Competizioni internazionali Coppa delle Fiere: 1 - Roma: 1960-1961
  16. EUGENIO STACCIONE https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Staccione Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 14.04.1909 Luogo di morte: Torino Data di morte: 05.05.1967 Ruolo: Portiere Altezza: 175 cm Peso: - Soprannome: Andrea Alla Juventus dal 1934 al 1937 Esordio: 08.09.1935 - Amichevole - Inter-Juventus 0-0 Ultima partita: 15.09.1935 - Amichevole - Genoa-Juventus 1-2 0 presenze - 0 reti subite 1 scudetto Eugenio Staccione (Torino, 14 aprile 1909 – Torino, 5 maggio 1967) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Negli almanacchi sportivi viene anche riportato come Staccione II, per distinguerlo dal fratello Vittorio Staccione (I) anche lui calciatore nel Torino, oppure erroneamente solo come Staccione Andrea, dal suo soprannome. Eugenio Staccione Nazionalità Italia Altezza 175 cm Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1940 Carriera Giovanili 1922-1925 Torino Squadre di club 1926-1927 Torino 2 (-9) 1927-1929 → Casale 37 (-?) 1929-1931 Torino 12 (-16) 1931-1934 Messina 64 (-?) 1934-1937 Juventus 0 (0) 1937-1940 Aosta 32 (-?) Carriera Venne scoperto nel 1921 da Enrico Bachmann, capitano del Torino antecedente la prima guerra mondiale, nelle formazioni giovanili della periferia torinese. Fu quindi inserito nel 1922 nelle giovanili granata come portiere, assieme al fratello maggiore Vittorio. Esordì nel massimo campionato italiano di calcio a Genova, diciassettenne, difendendo la porta del Torino contro la Sampierdarenese, il 20 marzo 1927, in concomitanza dell'ultima partita in granata del fratello Vittorio. Con 2 presenze partecipò alla vittoria del primo titolo nazionale del Torino, nella stagione 1926-1927 (poi revocato). Staccione (in piedi, quarto da destra) nella Juventus del 1935- 1936 L'anno dopo, durante il servizio militare nel Genio Ferrovieri, fu ceduto in prestito al Casale dove rimase per due stagioni dal 1927 al 1929, con 37 presenze da titolare, e contribuendo alla permanenza dei nerostellati nella neonata Serie A. Rientrato nei ranghi della squadra granata, tornò a essere il secondo portiere alle spalle di Vincenzo Bosia, collezionando 12 presenze nelle due stagioni successive, 1929-1930 e 1930-1931. L'acquisto da parte del Torino di Giuseppe Maina diminuì le sue possibilità di giocare, sicché Staccione venne ceduto al Messina, nel campionato di Prima Divisione, dove con la squadra siciliana conquistò immediatamente la promozione in Serie B. Rimase con i giallorossi per tre stagioni, collezionando 64 presenze dal 1931 al 1934. Tornato a Torino, stavolta sponda Juventus, giocò come vice di Cesare Valinasso per tre stagioni, dal 1934-1935 al 1936-1937: come portiere di riserva non riuscì mai a scendere in campo, ma conquistò nel 1935 il suo secondo titolo italiano, l'ultimo del Quinquennio d'oro bianconero. Nelle successive tre stagioni, dal 1937-1938 al 1939-1940, terminò la sua carriera calcistica in Serie C con l'Aosta, con 32 presenze. Dopo il ritiro Rimasto nell'ambiente calcistico torinese, pur lavorando come operaio alla FIAT Grandi Motori Navali di Torino, allenò la squadra del "Parco Sparta" di Torino per alcuni anni, e immediatamente dopo la tragedia di Superga del 4 maggio 1949 venne chiamato da Mario Sperone, come rappresentante della società, per ricevere i giocatori del River Plate in arrivo dall'Argentina per la partita amichevole contro il Torino Simbolo. Contribuì, negli anni successivi, alla ricostruzione dei quadri dirigenziali del Torino. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 (revocato) - Torino: 1926-1927 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935
  17. ATTILIO BULGHERI https://it.wikipedia.org/wiki/Attilio_Bulgheri Nazione: Italia Luogo di nascita: Piombino (Livorno) Data di nascita: 09.03.1913 Luogo di morte: Livorno Data di morte: 23.12.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1934 al 1935 e 1941-1942 Esordio: 29.03.1942 - Serie A - Juventus-Triestina 1-0 1 presenza - 0 reti subite 1 scudetto 1 coppa Italia Attilio Bulgheri (Piombino, 9 marzo 1913 – Livorno, 23 dicembre 1995) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Attilio Bulgheri Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1946 Carriera Squadre di club 1933-1934 Grosseto 25 (-?) 1934-1935 Juventus 0 (0) 1935-1939 Livorno 73 (-?) 1939-1941 Alessandria 19 (-?) 1941-1942 Juventus 1 (0) 1945-1946 Venturina ? (-?) Carriera Giocò in Serie A nel Livorno e, nel 1941-1942, nella Juventus (con una sola presenza in Juventus-Triestina 1-0 del 29 marzo 1942). Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Livorno: 1936-1937 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1934-1935 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942
  18. MARCELLO MIHALICH https://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Mihalich Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 12.03.1907 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.10.1996 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Marzelin Alla Juventus dal 1933 al 1934 Esordio: 01.11.1933 - Serie A - Napoli-Juventus 2-0 Ultima partita: 11.03.1934 - Serie A - Juventus-Napoli 2-0 6 presenze - 0 reti 1 scudetto Marcello Mihalich (Fiume, 12 marzo 1907 – Torino, 27 ottobre 1996) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mezzala sinistra. Ritenuto tra i migliori giocatori del vivaio fiumano, diversamente da molti altri, anche una volta giunto in Italia, non vide il suo cognome "italianizzato" (secondo l'uso dell'epoca). La h finale ha sempre fatto parte del cognome. La grafia Mihalic è quella della lingua croata e viene spesso utilizzata erroneamente, anche da fonti autorevoli. Era inoltre noto a Fiume con il soprannome di Marzelin cioè Marcellino (in dialetto Marcello diventa Marzel) che in un articolo della Voce del Popolo è diventato Manzelin, probabilmente per un errore di trascrizione. Marcello Mihalich Nazionalità Italia Altezza 176 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1938 - giocatore 1940 - allenatore Carriera Giovanili 1920-1923 Tarsia Squadre di club 1923-1926 Olympia Fiume 35 (13) 1926-1929 Fiumana 61 (28) 1929-1932 Napoli 94 (31) 1932-1933 Ambrosiana-Inter 11 (7) 1933-1934 Juventus 6 (0) 1934-1935 Pistoiese 28 (11) 1935-1937 Catania 32 (10) 1937-1938 Fiumana 19 (4) Nazionale 1929 Italia 1 (2) 1930-1931 Italia B 2 (0) Carriera da allenatore 1938-1940 Fiumana Caratteristiche tecniche Emergeva per la sua grande qualità nei dribbling e nelle finte: era inoltre dotato di una buona velocità e di precisione nei tiri. Carriera Club Primi anni Iniziò la sua carriera calcistica nell'immediato dopoguerra a Fiume, nelle file del Tarsia, dove si mise in mostra per le sue qualità: passò dopo qualche anno all'Olympia, in cui esordì in prima squadra nel 1924, nella seconda divisione. Nel 1926 l'Olympia si fuse con il Club Sportivo Gloria dando vita all'Unione Sportiva Fiumana, disputando due campionati di Prima Divisione e in Divisione Nazionale nel 1928-1929, dove fece registrare dodici reti in 27 gare e mostrando un'ottima intesa con il compagno Rodolfo Volk. Per i due nell'estate 1929 si scatenò una vera e propria asta, in particolare tra Roma e Napoli, diatriba che durò diversi mesi. Alla fine dovette intervenire la Federazione, che decretò il passaggio di Volk ai capitolini e di Mihalich ai campani: il costo di quest'ultimo fu di 120.000 lire dell'epoca. Al Napoli La sua stagione d'esordio fu positiva: il Napoli arrivò quinto e lui segnò 10 reti, di cui due nella prima gara della stagione, il 6 ottobre 1929, nella sconfitta in trasferta contro la Juventus per 3-2. Nella stessa partita fu però espulso dall'arbitro Caironi di Padova per un fallo su Munerati: come scrisse Vittorio Pozzo su La Stampa nel resoconto della partita, dopo anni di prestazioni non brillanti la reputazione delle squadre campane dopo quella partita era migliorata. Il contributo di Mihalich fu importante soprattutto per l'aiuto dato ai compagni di squadra Vojak (terzo miglior cannoniere stagionale) e Sallustro, che segnarono rispettivamente 20 e 13 reti. Nel campionato seguente Vojak si confermò terzo miglior goleador della stagione, ancora con 20 reti, contro le 11 reti di Sallustro mentre il fiumano confermò il suo talento di assist man e di realizzatore, siglando 12 gol, tra cui la rete della bandiera nella sconfitta in trasferta a Milano dell'undicesima giornata, giocata il 7 dicembre 1930, contro l'Ambrosiana per 2-1. Gli ultimi anni e il ritiro Infortunatosi al ginocchio sinistro, lasciò Napoli nel 1931, dopo aver siglato 36 reti in 94 gare di campionato. Passò quindi all'Ambrosiana-Inter dove però rimase solo una stagione, siglando comunque sette gol in 11 partite, e successivamente alla Juventus, con cui vinse lo scudetto 1933-1934 anche se vi giocò solo sei gare senza alcun gol. Dopo solo un anno, consapevole di non poter più restare ad alti livelli, lasciò la compagine bianconera per passare alla Pistoiese in Serie B, dove segnò undici reti in 28 presenze; successivamente passò al Catania, dove rimase per tre stagioni disputando due campionati cadetti e uno di Serie C. Nel 1937 tornò nella sua città natale, dove disputò la sua ultima stagione da calciatore segnando quattro gol in diciotto gare: nel giugno 1938 lasciò quindi il mondo del calcio giocato. Dopo il ritiro e la morte Mihalich ebbe anche una breve esperienza come allenatore della Fiumana, dal 1938 al 1940, poco prima della scoppio della seconda guerra mondiale, dopo la quale lasciò il mondo del calcio. Con il passaggio di Fiume alla Jugoslavia si rifugiò a Trieste, dove fu poi raggiunto dalla famiglia e dove visse fino al 1984, anno in cui raggiunse uno dei figli a Torino. Nel capoluogo piemontese morì nel 1996, a 89 anni. Nazionale Il 1º dicembre 1929 fu il primo giocatore del Napoli (insieme ad Attila Sallustro) e della Venezia Giulia a giocare in Nazionale, vestendo la maglia azzurra nell'amichevole contro il Portogallo a Milano, gara in cui mise a segno una doppietta. Una frattura ad un braccio rimediata in allenamento poco dopo l'esordio ne rallentò però la carriera in azzurro: il commissario tecnico Pozzo gli preferì, dopo allora, Giovanni Ferrari, malgrado stravedesse per lui. Mihalich disputò inoltre due partite della Nazionale B, entrambe finite con una vittoria degli Azzurri per 3-0: la partita del 2 marzo 1930 disputata a Napoli contro la Grecia, ed una gara in trasferta in Lussemburgo (dove l'attacco era composto da giocatori fiumani: Volk-Mihalich-Vojak I) giocata il 12 aprile 1931 contro la Nazionale locale. Giocò inoltre una gara della Nazionale del Centrosud, nel 1932 a Napoli, nella vittoria contro l'Austria B per 3-1, gara in cui segnò una rete. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1933-1934
  19. TEOBALDO DEPETRINI Una volta nelle squadre di calcio il lavoro non si distribuiva – racconta Vladimiro Caminiti – non lavoravano tutti. Di undici c’era il portiere comandato di parare anche spezzandosi le nocche delle dita; e c’era il centravanti assegnato alle illusioni del gol, a ingrandirsi con quelle, ad appartarsi con quelle.I terzini facevano i terzini e basta, i mediani si occupavano di marcare e basta, le mezzeali concertavano l’azione del gol uno generalmente con più foga dell’altro che non si affrettava. Una volta, le squadre di calcio avevano i padroni del vapore che erano gli oriundi, e poi furono i nordici, pelandroni con lentiggini e alterigia. Una volta, nelle squadre di calcio dovevano correre in pochi, perché mediocri, perché comandati di correre e basta. Dovevano rompersi le ossa, potevano lamentarsi solo a letto, erano pagati poco e peggio. Rava si ribellò in nome di tutti quelli che non erano attaccanti e famosi.«Mi sono sempre chiamato Baldo, precisi per favore – mi disse Depetrini, una mattina, a casa mia, era in pastrano nordamericano dal nome del famoso generale, vendeva scatolette, era un muro cadente, non aveva più niente del suo passato di calciatore e i suoi occhi verdi erano gonfi di tutto ma non di speranza.«Questa di Teobaldo è inventata, mi sono sempre chiamato Baldo. E non staccato, De e poi Petrini, unito, sono stato sempre unito io, ho sempre corso per quattro, dovevo aiutarmi da solo. La Juventus mi aveva preso dalla Pro Vercelli, ero cresciuto nella stessa squadra dove si erano formati Piola e Ferraris II, cioè la Veloce. Cominciai a giocare proprio piccolo, a dodici anni ero qualcuno. I miei lavoravano sul riso, anche mio nonno. Vercelli vive comunque sul riso, lei lo sa?!››Infatti lo sapevo. Il riso, le discussioni, le contrattazioni, le cancellate alte a proteggere la gente del riso, con le rughe del lavoro duro, la speranza, il guadagno duro, stampate in viso. Vercellesi, col rispetto del centesimo o della lira. Non sprecano, non sprecheranno mai. Risparmiano. Si accontentano di poco. Sono umili e sgobboni. Come Depetrini nel calcio.«Avevo giocato in serie A con la Pro Vercelli i campionati dal ‘11 al ‘33. Mi facevano marcare Orsi ed io gli rendeva la vita difficile. Non mi incantava quello, non mi ha mai incantato. Non abboccavo alle sue finte. Lui si innervosiva. Bertolini era anziano e mi hanno chiamato a Torino. Nel ‘33-‘34 ho cominciato a giocare per la Juve. Ho giocato diverse volte. Poi ho letto che sono state dieci le partite che ho giocato quel primo anno. Ho esordito come ala destra a Casale. Si vince tre a zero e mi danno a bere un bicchiere di champagne. Ala destra. Ho fatto un gol. Ho sostituito Sernagiotto».Rivangando il passato, si rallegra, diventa eloquente.«Una vita ho giocato poi con la Juve, sedici anni consecutivi, dal 1933 al 1950, ne ho passate di tutte, ci sono stati i momenti bui, io ho rischiato pure di retrocedere con la Juve, dovettimo andare con Rosetta allenatore in ritiro a Torre Pellice. Però non ho guadagnato molto, era diverso ai miei tempi... E con la guerra di mezzo...».Il calcio dava a pochi, togliendolo anche a quelli come Depetrini. Orsi lo pagava anche Mussolini, Depetrini no.ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1982Il nome di «Baldin» (così lo chiamano affettuosamente gli amici, i vecchi compagni di squadra) compare per la prima volta il 21 gennaio del 1934, in occasione di una partita del girone di ritorno del campionato 1933-34. La Juve, naturalmente, era campione d’Italia e immagino con quanto orgoglio il piccolo vercellese indossò la sua maglia bianconera con lo scudetto tricolore sul petto. La Juve era chiamata ad affrontare l’Alessandria allo Stadio Comunale; i «grigi» a quei tempi conoscevano ancora i fasti della serie A e ricordo che in quella stagione, oltre alla formazione «mandrogna», anche la Pro Vercelli e il Casale militavano nella massima divisione.Ecco, abbiamo citato il nome della Pro Vercelli. E non l’ho fatto a caso, perché per comprendere alla perfezione lo stile e la personalità del nostro amico Depetrini, non si può fare a meno di parlare della famosa «scuola» vercellese. Si può dire che la grande squadra di Milano-Ara-Leone rappresentò una sorta di ateneo calcistico e che quasi tutti i giocatori che poi ebbero a indossare la bianca casacca attinsero a piene mani dallo stile e dal temperamento di quei formidabili giocatori: citiamo Rosetta, Ardissone, Piola, Ferraris II°, Baiardi e, naturalmente, Baldo Depetrini.Lo stile calcistico della vecchia «Pro» era caratteristico: sbrigativo, veloce, pieno d’estro e di iniziative. Si basava moltissimo sul fiato e sulla solidità degli atleti. Uno dei più noti rappresentanti di quella scuola, Guido Ara, ebbe a riassumere la sua «estetica» nel motto: il calcio non a sport da signorine! Piaceva motto, a quell’epoca, l’indimenticabile Ettore Berra: osservò che tali caratteristiche si dovevano probabilmente spiegare con l’origine della società, che «veniva dalla ginnastica», aveva dunque imparato a giocare quasi da sola, senza un vero e proprio tecnico della palla. Sarebbe però erroneo e ingiusto identificare la tendenza sostanziale della scuola vercellese con un elogio della violenza come tale. Per quanto i giocatori in casacca bianca si meritassero le prime definizioni iperboliche del linguaggio sportivo per il fatto che si avventavano contro l’avversario con leonina irruenza e con l’«accompagnamento di secchi scatti della voce», nel gioco vercellese c’era più razionalità di quanto si potesse immaginare. In tempi in cui si giocava in undici, ma l’individualità regnava sempre sovrana, la Pro Vercelli seppe dimostrare che si poteva vincere e divertire anche con il gioco di squadra, e fornì anche uno dei primi esempi di razionale allenamento atletico e tecnico.Baldo Depetrini apparteneva indubbiamente a quella scuola. Se lo si dovesse paragonare a uno dei grandi vercellesi del passato, lo accosterei a Leone, che, come lui, giocava nel ruolo di mediano laterale. Leone era un uomo rude, leale ma rude. Le finte e i ricami di Ara non lo interessavano; per lui il gioco era lotta, fatica, sacrificio. Affrontava l’avversario con l’impeto dello schermidore che non conosce che la botta dritta; scavalcato, ritornava sui suoi passi, risoluto, caparbio, mai vinto.Sono proprio le doti che, poco tempo fa, decantava Ugo Locatelli parlando dell’amico Depetrini con il quale ha giocato in maglia bianconera per dieci campionati consecutivi. Diceva Locatelli: «Avete mai visto Depetrini cadere in terra? Quasi mai! Il giocatore che cade rimane estromesso dall’azione; tagliato fuori dal gioco. Questo a Depetrini non succedeva mai: era sempre in piedi, magari superato, ma ugualmente in grado di recuperare, di essere d’aiuto ai compagni, con quella sua chiarissima visione di gioco, con quell’intuito che lo portava ad anticipare le mosse dell’avversario, con quella sua potenza e rudezza che, in fase difensiva, lo rendevano praticamente insuperabile!»Ci pare che il giudizio di Locatelli, grande calciatore e acutissimo osservatore, sia fondamentale per presentare ai lettori il piccolo grande Depetrini.I tecnici della Juventus lo avevano visto giocare nelle file della Pro Vercelli e ne erano rimasti entusiasti. Conferme non necessarie erano poi venute nelle partite di campionato delle stagioni 1931-32 e 1932-33, quattro gare in cui il mediano della Pro Vercelli aveva avuto il non facile compito di controllare un uomo della classe di Raimundo Orsi; quattro partite tutte concluse con il successo della Juventus, ma nelle quali il «grande» Orsi non riuscì mai a segnare un gol, se non su calcio di rigore nella gara del 19 marzo 1933.L’acquisto di Depetrini, marcatore inesorabile, venne deciso all’unanimità.Come abbiamo già detto, l’esordio in prima squadra della Juve avvenne a Torino in un incontro con l’Alessandria; in quella occasione alla formazione bianconera mancava un’ala destra, e venne scelto Depetrini il quale, non solo se la cavò con grande onore, ma riuscì addirittura a mettere a segno la terza rete bianconera. Ancora come ala destra «Baldin» giocò le successive partite contro il Casale e la Roma; poi, essendo venuto a mancare Orsi, ecco che venne deciso di schierare il vercellese come ala sinistra: altre tre partite, contro Torino, Palermo e Triestina. Ancora ala destra contro il Genoa a Marassi e poi, finalmente, le ultime tre partite di campionato nel suo ruolo di mediano destro, contro Milan (4-0), Pro Vercelli (2-0) e Lazio (2-0). Ho citato i risultati delle tre gare per metter in rilievo il fatto del nessun gol incassato, segno di un perfetto equilibrio nella difesa della squadra.Nella stagione successiva (1934-35) le presenze di Depetrini furono 14; nel 1935-36 ne contiamo 24 su 30 gare; e così via di seguito, con un crescendo di rendimento eccezionale, con una continuità di presenze che collocano il nome di Depetrini al 6° posto assoluto nella graduatoria della Juventus: 336 partite di campionato con la maglia bianconera e 9 reti segnate.Un atleta di tanta classe e rendimento non poteva certo sfuggire all’occhio attento di Vittorio Pozzo che, nel quadro di un rinnovamento della squadra nazionale che aveva vinto i «mondiali» del 1934 a Roma, convocò ben presto il mediano juventino, destinato a dividersi con Serantoni la responsabilità di sostituire il classico Pizziolo della Fiorentina.Baldo Depetrini fece dunque il suo esordio in azzurro a Roma il 17 maggio del ‘36, in un incontro piuttosto difficile, contro un avversario tradizionalmente ostico, l’Austria, dove giocavano campioni di fama internazionale, come il portiere Platzer, il terzino Schmaus, il mediano Urbanek e gli attaccanti Sindelar e Jerusalem. L’incontro si chiuse in pareggio, 2-2, dopo che gli austriaci avevano chiuso in vantaggio per 1 a 0 il primo tempo. Naturalmente Depetrini venne confermato per la successiva partita con l’Ungheria, a Budapest, del 31 maggio. Altri campioni in Campo, da Polgar a Dudas, da Turay a Sarosi, da Toldi a Tiktos, quest’ultimo avversario diretto del piccolo vercellese. L’Italia disputò una bella partita, grande fu Depetrini e meritatissimo il successo per 2 a 1 sulla formazione magiara.Per un certo periodo Depetrini, sempre in gran forma e in perfette condizioni fisiche, venne messo da parte; ma nel maggio del 1939, in occasione della grande sfida di San Siro tra il calcio italiano e i «maestri» inglesi, ecco che Depetrini venne richiamato in servizio, previo spostamento di Serantoni nel ruolo di interno destro. Risultato: 2 a 2, con il famoso gol di Piola con la «manina». E «Baldin»? Un autentico leone, come dimostrò ancora di esser anche nelle partite della tournee balcanica, contro Jugoslavia, Ungheria e Romania, tre terribili battaglie. Anche a Helsinki una splendida partita e una convincente vittoria. In totale: 12 partite in azzurro e una sola sconfitta quella di Zurigo nel novembre del ‘39 contro una sorprendente formazione elvetica.Sia nelle file della Juventus (e prima ancora nella Pro Vercelli), sia in quelle della nazionale, Baldo Depetrini confermò, al di là delle riconosciute doti tecniche, di essere plasmato con l’acciaio; la sua solidità atletica, infatti, è stata la nota spiccante della taglia di giocatore chiave per la squadra nella quale militava, qualsiasi squadra ne avesse bisogno per coordinare i congegni, irrobustire il telaio, possedere una lancia e uno scudo da utilizzare via via, a seconda delle esigenze e degli sviluppi della partita.A Depetrini hanno sempre guardato i tecnici che avevano bisogno di un giocatore a un tempo provetto, esperto e gagliardo, che deve dare ordine ed equilibrio al gioco.È stato sempre difficile misurare e precisare la somma di benessere tecnico che un solo giocatore può apportare al complesso d’una squadra, ma sarebbe davvero difficile negare quanto sia stato utile, dal 1933 al 1949, un giocatore del calibro di Depetrini. Nitidissimo a stato sempre il senso architettonico del gioco e della partita giocata da «Baldin». Nel corso delle battaglie più accese, si è avuta la sensazione che il mediano vercellese recasse stampate sulle membrane del cervello le linee geometriche che la palla componeva e scomponeva nell’aria e sul terreno. Depetrini non è mai stato un solista, ma un lavoratore-tecnico per conto della collettività.Il meglio del giocatore si è sempre rispecchiato nel meticoloso lavoro di tamponamento e di sostegno, con una cifra elevatissima di rendimento. Disciplinato (non solo in senso tattico), attaccatissimo ai colori sociali, pronto a qualsiasi sacrificio, con un fisico che per vent’anni ha resistito a ogni sforzo. Un esempio stupendo da indicare ai giovani di oggi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/baldo-depetrini.html
  20. TEOBALDO DEPETRINI https://it.wikipedia.org/wiki/Teobaldo_Depetrini Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 12.03.1913 Luogo di morte: Torino Data di morte: 08.01.1996 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Baldo - Baldino Alla Juventus dal 1933 al 1949 Esordio: 21.01.1934 - Serie A - Juventus-Alessandria 3-1 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 388 presenze - 10 reti 2 scudetti 2 coppe Italia Allenatore della Juventus 1956-1957 e 1958-1959 34 panchine - 18 vittorie - 9 pareggi - 7 sconfitte Teobaldo Depetrini (Vercelli, 12 marzo 1913 – Torino, 8 gennaio 1996) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo mediano. Teobaldo Depetrini Depetrini alla Juventus nella stagione 1940-1941 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1951 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Giovanili 192?-1930 Pro Vercelli Squadre di club 1930-1933 Pro Vercelli 66 (1) 1933-1949 Juventus 388 (10) 1949-1951 Torino 30 (0) Nazionale 1936-1946 Italia 12 (0) Carriera da allenatore 1951-1952 Siena 1952-1954 Pro Vercelli 1954-1957 Cenisia 1957 Juventus 1958-1959 Juventus 1959-1960 Biellese 1960 Sarom Ravenna 1961-1962 Pro Vercelli 1965-1969 Ciriè Carriera Giocatore Cresciuto calcisticamente nella Pro Vercelli, esordì in Serie A con i bianchi il 31 maggio 1931, giocando per tre stagioni insieme a Silvio Piola e compagni. Nel frattempo la Juventus aveva messo gli occhi su di lui, facendolo arrivare a Torino nel 1933, nel pieno dell'epoca del Quinquennio d'oro. Depetrini (primo da sinistra) con alcuni compagni in bianconero all'inizio degli anni 1940 Nelle stagioni successive diventerà un punto fondamentale della linea mediana bianconera, collezionando 388 presenze di cui 359 in campionato (304 in Serie A, 23 nel campionato di guerra e 32 nella transitoria Divisione Nazionale del secondo dopoguerra), 23 in Coppa Italia e 6 in Coppa dell'Europa Centrale, conquistando due scudetti e due coppe nazionali. Anche l'esperienza azzurra è tutta legata al periodo nella Juventus: Depetrini debuttò nell'Italia di Vittorio Pozzo nel 1936, chiudendo con la nazionale nel 1946 con un attivo di 12 presenze. All'età di trentasei anni lasciò la maglia bianconera per andare a vestire quella granata dei concittadini del Torino, nell'immediato dopo-Superga, con cui militò per due stagioni prima di chiudere la carriera agonistica nel 1951. Allenatore Alla Juventus ritornerà da tecnico, sedendo in panchina dapprima nelle ultime gare della tribolata stagione 1956-1957, subentrando all'esonerato Sandro Puppo, e poi come sostituto di Ljubiša Broćić per la gran parte dell'annata 1958-1959. Fu allenatore anche del Siena, del Cenisia, della Biellese, della Sarom Ravenna, della Pro Vercelli e del Ciriè, attività parallela al lavoro di rappresentante di caffè e altri prodotti alimentari. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942
  21. CESARE VALINASSO Nasce a Torino, il 27 novembre 1909. Ultimo di tre figli (il padre era sarto) mosse i primi passi nell'Oratorio Michele Rua di Torino. Nel 1928 entrò nelle giovanili della Reggina, disputando sei partite nel corso della stagione 1928-29. In seguito, a causa del servizio di leva, passò alla Novellara e alla Biellese. In quel periodo esordì anche in Nazionale giovanile, in occasione di un incontro vinto per 8-1 contro la Francia.Passato alla Juventus, ebbe in sorte di sostituire Combi in cinque giornate del campionato 1933-34 (conquistando così il suo primo titolo di Campione d'Italia), ma fu riconfermato a pieni voti nella stagione successiva, quando il grande Gianpiero, dopo la superba conclusione dei Mondiali di Roma, decise di rinunciare all'attività agonistica. Valinasso, uomo tranquillo e sicuro, atleta tecnicamente dotato, disputò tutte le trentaquattro partite del torneo 1934-35, cucendo sulla maglia il secondo scudetto della sua carriera.Valinasso, alla sua prima stagione da portiere titolare, ebbe modo di stabilire un record di imbattibilità che sarebbe rimasto imbattuto per quarant’anni. La striscia positiva iniziò il 20 gennaio 1935 (Juventus-Milan, conclusasi con il punteggio di 1-0) e si interruppe in occasione del derby contro il Torino (vinto dalla Juventus per 3-1), in cui subì un goal a un quarto d'ora dalla fine, fermando l'imbattibilità a 681 minuti.Nell'estate dello stesso anno fu ceduto alla Roma, dove fece da riserva a Masetti. Terminò la carriera con una stagione da titolare al Venezia. Sposato e con quattro figli, morì nel 1990, a causa di un male incurabile, all'Ospedale Martini di Torino.RENATO TAVELLA, DA “IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Valinasso, un altro buono in quanto a riservatezza. Eppure l’erede di Combi, alto e slanciato, di nome Cesare oltretutto, avrebbe buone credenziali per essere, se non proprio spavaldo come un condottiero o un imperatore, almeno presupponente al livello di un giovanotto a cui il successo arride. Invece no. Forse non gli pare ancora vero di essere transitato, in un baleno, dalla squadra “liberi” del rione Barca di Torino alla Biellese, alla Rappresentativa Piemontese, alla Juventus. Di essere Campione d’Italia per la seconda volta. Presente, eppure sperduto, con quel po’ di giusta timidezza, nel vociare della festa. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/cesare-valinasso.html
  22. CESARE VALINASSO https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Valinasso Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.11.1909 Luogo di morte: Torino Data di morte: 04.04.1990 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: Colla Alla Juventus dal 1933 al 1936 Esordio: 18.02.1934 - Serie A - Torino-Juventus 1-2 Ultima partita: 10.05.1936 - Serie A - Alessandria-Juventus 3-2 73 presenze - 72 reti subite 2 scudetti Cesare Valinasso (Torino, 27 novembre 1909 – Torino, 4 aprile 1990) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Cesare Valinasso Valinasso (in piedi, sesto da destra) alla Juventus nella stagione 1934-1935 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1942 Carriera Squadre di club 1928-1929 Reggina 6 (-13) 1930-1931 A.C. Novellara ? (-?) 1931-1933 Biellese 49 (-?) 1933-1936 Juventus 73 (-72) 1936-1938 Roma 13 (-?) 1938-1940 Venezia 26 (-?) 1940-1941 Santhià ? (-?) 1941-1942 Biellese 9 (-?) Carriera Ultimo di tre figli, il padre era sarto, mosse i primi passi nell'Oratorio Michele Rua di Torino. Nel 1928 entrò nelle giovanili della Reggina, disputando sei partite nel corso della stagione 1928-1929. Successivamente, a causa del servizio di leva, passò all'A.C. Novellara e alla Biellese. In quel periodo esordì anche in Nazionale giovanile, in occasione di un incontro vinto per 8-1 contro la Francia. Ceduto alla Juventus nel 1933, fu uno dei protagonisti del cosiddetto quinquennio d'oro divenendo inizialmente riserva di Combi, di cui prese il posto di titolare nel 1934. Dopo due stagioni in bianconero, Valinasso fu ceduto alla Roma dove fu la riserva di Masetti. Successivamente vestì la maglia da titolare al Venezia per una stagione, e militò nuovamente nella Biellese fino al 1942. Sposato e con quattro figli, morì nel 1990 a causa di un male incurabile all'Ospedale Martini di Torino. Durante la stagione 1934-1935, Valinasso, alla sua prima stagione da portiere titolare, ebbe modo di stabilire un record di imbattibilità che sarebbe rimasto imbattuto per 40 anni. La striscia positiva iniziò il 20 gennaio 1935 (Juventus-Milan, conclusasi con il punteggio di 1-0) e si interruppe in occasione del derby contro il Torino (vinto dalla Juventus per 3-1), in cui subì un gol a un quarto d'ora dalla fine fermando l'imbattibilità a 681 minuti. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1933-1934, 1934-1935
  23. FELICE PLACIDO BOREL È stato sicuramente uno dei più grandi attaccanti del calcio nazionale, probabilmente il più forte centravanti della Juventus di tutti i tempi. Felice, figlio di Ernesto Borel, un pioniere del calcio juventino, pertanto figlio d’arte, esordì, appena sedicenne, con la maglia granata del Torino, nella formazione dei Balon-boys. I molti osservatori della società granata, sparpagliati per i campi della periferia e negli oratori dei salesiani, avevano sentito certamente parlare di questo autentico talento calcistico. Ma fu un austriaco, Karl Sturmer, responsabile tecnico del Torino nella stagione 1929-30, a completare la formazione calcistica di Felice Borel.Sturmer è stato il più abile preparatore e insegnante per i giovani calciatori che mai ci sia stato in Italia. Chi ha frequentato i corsi di Sturmer, poteva vantare un corredo tecnico personale di primissimo ordine. Se poi, come nel caso di Borel, il tecnico austriaco aveva la possibilità di lavorare su una base di eccellenza, ecco che saltava fuori il fuoriclasse.La Juventus, abituata da sempre a scegliere gli acquisti non tra gli elementi promettenti, ma nelle esigue file dei campioni già conosciuti come tali, si mosse. Arrivando quasi di sorpresa sulle gradinate dello stadio Filadelfia, il barone Giovanni Mazzonis poté rendersi personalmente conto di quanto fosse abile nel gioco di attacco quel ragazzino, che altri non era se non il figlio di quell’altro Borel, Ernesto per l’appunto, che con lo stesso Mazzonis aveva giocato nella Juventus nei campionati dal 1906 al 1910.Giovanni Mazzonis convinse Borel a trasferirsi nelle file della Juventus. Felice non assomigliava per niente a suo padre calciatore; quest’ultimo era tozzo e possente, Felice era alto, snello, d’aspetto gentile, sicuramente il più riuscito, calcisticamente parlando, della famiglia. Anche l’altro fratello, Aldo, dopo una fugace apparizione nelle file del Torino (giocò anche una partita in prima quadra nel maggio del 1930 contro la Pro Vercelli), aveva militato a lungo nelle file del Casale, della Fiorentina e del Palermo, con una breve presenza anche nelle file nella stessa Juventus. Era un buon calciatore, ma sicuramente non della levatura del fratello Felice.«Mio nonno – racconta Betty, l’unica figlia di Farfallino – era nato nei pressi di Porta Palazzo e aveva sposato Gabriella de Matteis, erede della più rinomata fabbrica di pizzi della città. Di carattere assai simile a quello di mio padre, Ernesto aveva tantissime qualità, ma un pessimo senso degli affari: nel 1931 aprì, in piazza Castello, a due passi dal bar di Combi, un negozio di articoli sportivi e un’agenzia di viaggi che ebbero vita breve. Mio zio Aldo, invece, nato nel 1912, era l’esatto contrario di mio padre, sempre allegro e ridanciano; seppur particolarmente serio, posato e austero, andava molto d’accordo con papà, anche se nella piena maturità le loro strade si divisero del tutto. Infatti, a metà degli anni Sessanta, Aldo si trasferì in Spagna, da dove tornò soltanto qualche mese prima di morire».Fu soprannominato Farfallino e i motivi di questo nomignolo rimangono per certi aspetti misteriosi; forse per ricordare il suo inimitabile modo di correre danzato. Aveva una classe che nessuna scuola calcistica, nemmeno quell’eccelsa di Sturmer, poteva prestare ad alcuno. La velocità, lo scatto con il quale riusciva a umiliare gli specialisti dell’atletica, l’intelligenza, il dribbling, il tiro: Felice aveva proprio tutto.«Il viso di un ragazzo spensierato – così il giornalista Bruno Roghi terminava il suo entusiastico pistolotto sul nuovo astro nascente del calcio italiano – ride volentieri con i luminosi occhi neri. Viso da fanciullone, taglia di atleta. Di alta statura, ben modellato, asciutto, senza essere fragile, Borel ha la classica macchina del centravanti. La sua falcata è ampia, balzante, equilibratissima nel ritmo. Quel Borel ci è proprio sembrato in possessori felicissimo talento calcistico. Egli ha la calma di un veterano del gioco, il tocco di un artista, il senso dell’azione collettiva, lo scatto che brucia il terreno, il tiro a rete che difficilmente sbaglia il bersaglio».Questo spiega perché, appena diciassettenne, poteva già insidiare il posto a un grande centrattacco com’era a quell’epoca, Vecchina, il padovano che, nei due campionati vinti dai bianconeri nel 1931 e nel 1932, aveva realizzato trentadue goal. Nane era anche stato in Nazionale, il che testimonia del suo valore, ma aveva un ginocchio in disordine e l’allenatore Carlo Carcano sapeva molto bene che, senza nulla togliere a Vecchina, l’inserimento di Borel in prima quadra avrebbe significato un passo decisivo verso la perfezione che raggiunse quella mitica squadra.Raccontava: «L’inizio del campionato 1932-33 non fu troppo fortunato per la Juventus. Nella gara inaugurale di quella stagione, disputata in settembre, si dovette andare a giocare allo stadio Moccagatta di Alessandria. Carcano mandò in campo la nostra migliore formazione, quella con Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien I, Monti. Bertolini, Sernagiotto, Cesarini, Vecchina, Ferrari. Orsi. A quei tempi i grigi possedevano una squadra di notevoli possibilità, ma nessuno poteva prevedere, come, in effetti, avvenne, che l’Alessandria battesse la Juventus. Due goal li segnò l’ala destra Cattaneo e uno Scagliotti; per noi andarono in goal Vecchina e Orsi dal dischetto del rigore. Il 25 settembre, seconda gara di campionato, giocammo sul nostro campo di Corso Marsiglia e battemmo il Padova per 3-1. Cesarini segnò due reti, l’altra la mise a segno Ferrari; ma Renato si fece male e nella successiva trasferta di Napoli, Carcano mi mandò in campo nel ruolo di mezzala. Non credo di aver giocato una splendida partita, ma fui sicuramente sufficiente. D’altra parte, con la tattica del Metodo, non potevo improvvisarmi nel ruolo d’interno. La Juventus fu battuta da una rete segnata nella ripresa da Attila Sallustro, centrattacco del Napoli; l’undici partenopeo, a quell’epoca, contava su ottimi giocatori, come il portiere Cavanna, i terzini Vincenzi e Innocenti, il mediano Colombari, la mezzala Mihalic e l’ala sinistra Ferraris II. A Torino contro la Roma tornò in squadra Cesarini che segnò anche l’unico goal della partita. E nemmeno la domenica successiva, a Vercelli, dove non giocò Vecchina, l’allenatore mi ripropose in formazione: fece giocare Imberti. Poi tornò ancora una volta Vecchina, il cui ginocchio faceva le bizze. E finalmente a Torino, contro il Bari, entrai stabilmente in squadra, nel mio ruolo di centrattacco. Particolare curioso: vincemmo per 4-0, ma non misi a segno neppure un goal. A scagliare il primo pallone in rete riuscii il 20 novembre, alla nona giornata di campionato, nel corso della partita contro la Lazio. Vincemmo per 4-0. Realizzai le prime due reti, facendo molto arrabbiare l’amico Sclavi, passato dalla Juventus a guardia della porta della squadra romana. Gli altri due goal li segnarono Munerati e Cesarini. Con la formazione al gran completo (quella con Munerati all’ala destra al posto di Sernagiotto) affrontammo poi il Torino nel derby: ed anche in quell’occasione il mio unico goal fu decisivo. Una soddisfazione senza pari, che rinsaldò in modo definitivo il mio morale. La domenica successiva, con Sernagiotto al posto di Munerati, liquidammo la Triestina con un punteggio tennistico: 6-1. Tre miei goal, uno di Sernagiotto, uno di Ferrari e uno di Orsi. Va ricordato un particolare importante: la facilità con la quale gente come Orsi, Ferrari, Monti, Bertolini, Cesarini e Munerati creavano un alto numero di occasioni da rete. Dopo l’exploit con la Triestina, segnai mediamente un goal a partita, nel senso che, se stavo una domenica a digiuno, in quella successiva mettevo dentro un paio di palloni. Nella partita contro il Palermo, sapendo che poi a Genova sarebbero andati in campo molti rincalzi, segnai addirittura tre reti. Terminai con ventinove reti realizzate in ventotto partite. E mi ripetei nella stagione successiva, andando in goal ben trentadue volte in trentaquattro partite giocate. Nell’ultimo dei cinque campionati consecutivi vinti dalla Juventus, segnai solo tredici goal, riuscendo tuttavia a raggiungere la ragguardevole cifra di settantaquattro reti in novantuno partite disputate nei primi tre campionati con la maglia della Juventus».Nel campionato 1935-36 Felice Borel giocò solamente otto incontri a causa dei postumi delle ripetute operazioni al ginocchio. «Ho giocato tutta la vita con una gamba sola», amava ricordare a chi gli domandava il motivo del suo spostamento a mezzala a soli ventisei anni. La stagione successiva, tuttavia, egli tornò a pieno servizio, disputando, in qualità di interno a fianco di Guglielmo Gabetto, ventisei partite e realizzando ben diciassette goal, uno in meno dell’amico centrattacco.«Papà – continua la figlia Betty – era davvero una persona fuori dal comune; assommava in sé le migliori qualità del genitore, del compagno di giochi, dell’amico e del confidente. Io e lui ci siamo sempre capiti al volo, soltanto con uno sguardo. Seppur fosse per certi versi intransigente, mi ha sempre coccolato e viziato con il suo modo di fare garbato e aperto. Era amato proprio da tutti, in quanto uomo puro e generoso, che dava senza mai chiedere nulla in cambio».Nel 1941 Borel, insieme a Gabetto e al portiere Bodoira, passò al Torino con la cui maglia disputò, naturalmente alla grande, un solo campionato. Poi, il ritorno alla Juventus con il doppio incarico di giocatore e allenatore sino a quando, nel 1946, appese le scarpe al chiodo a soli trentuno anni. Trascorsa qualche stagione, l’ex Farfallino tornò al calcio con grande entusiasmo.«Dopo la tragedia di Superga, papà (che, nel frattempo, insieme al talent-scout Voglino aveva scoperto un certo Boniperti) si mise ad allenare prima il Torino, quindi il Napoli e infine il Catania. Poi, volendosi avvicinare a casa, decise di voltare pagina cimentandosi nell’attività di assicuratore a Pinerolo sino a che, nel 1961, Umberto Agnelli lo nominò general manager dei bianconeri. Più avanti, quando stabilì che la sua vita si sarebbe divisa tra la casa torinese di via Bertola e Finale Ligure, divenne il responsabile di tutti gli osservatori della società».In totale Borel ha disputato con la maglia della Juventus 286 incontri di campionato, mettendo a segno 160 goal; nel 1993, dopo aver convissuto per qualche anno con un male che raramente perdona, Farfallino se ne è volato via, sbattendo appena le ali. Era cresciuto nella Juventus, una vera scuola di vita oltre che di calcio; quel calcio di cui non si stancava mai di parlare, raccontando, a chiunque gli desse la possibilità, alcuni dei tanti episodi gloriosi di cui, mezzo secolo prima, era stato un indiscusso protagonista.VLADIMIRO CAMINITI, “I PIÙ GRANDI”«Io fui chiamato per sostituire Vecchina, ma anche quei due grossi centravanti di Rosa e Imberti. Nel 1932 si inaugurò il campo di La Spezia. Mancando Cesarini convocato in Nazionale e altri bianconeri pure convocati in azzurro, andammo con una formazione mista, il primo tempo giocai mezzodestro e perdevamo 1-0. Nell’intervallo, Carcano insultò tutti, dicendo che dovevamo vergognarci. Anche Mazzonis era furente e non ci guardò nemmeno. Così nel secondo tempo ci impegnammo, segnammo quattro reti. Carcano mi disse che io ero soltanto centravanti. Così il mercoledì successivo andammo a giocare in amichevole a Cannes, dove aveva giocato anche mio padre, vincemmo 7-0 e fui schierato centravanti».Tuo papà ha giocato nella Juventus dei pionieri. «Era un tipo tranquillo, ma si divertiva a correre. Era tre volte più scattante di me».Tu sei nato nei Balon-boys intestati a Baloncieri. «Nel 1928 nascevano i Balon-boys; siccome la Juventus non aveva squadre ragazzi, per partecipare al campionato ragazzi ho firmato il cartellino dell’ULIC e contemporaneamente il cartellino verde della Juventus».Tutto e il contrario di tutto, continuando a vivere sotto i suoi cieli belli e melodiosi, è Felice Placido Borel, che la falcata agilissima, l’eleganza dello stile fecero soprannominare Farfallino. Arrivò con lui nella Juventus il centravanti radioso. Raggiava la luce di una bellissima gioventù, era un pizzico snob e palesemente invaghito prima di se stesso, poi del mondo intero; e il suo carattere diffidente di ogni volgarità lo segnala come il vero maestro di Giampiero Boniperti nel gesto e nell’educazione. E bisogna rivolgersi a lui perché si accendano tutti i lampadari, e si legga chiaramente anche nei dettagli l’inimitabile storia bianconera.«Mazzonis è stato il primo dirigente di calcio veramente proiettato sul futuro del calcio. È andato lui a cercare Orsi, Monti e Cesarini. Soltanto Novo, parlo prima che arrivasse Boniperti, era stato grande come lui. Era democratico per eccellenza, ma di un’autorità dittatoriale. Era come doveva essere, perché la squadra la mandava avanti lui, mica Edoardo che gli lasciava carta bianca su tutto. Si comportò benissimo con Cesarini che era un pazzoide, aveva firmato per tre anni e, nel 1931, voleva ricattare la Juventus. Lui non fece una piega, il barone che poi non era barone. Cesarini voleva essere pagato come Orsi che prendeva 100.000 lire, invece continuò a corrispondergli 36.000 annue. Maglio, l’altro argentino se n’era tornato in America, ma Mazzonis non si piegò. Cesarini restò quattro mesi fuori squadra; rientrando, perse quei quattro mesi. Monateri, che era un grosso industriale, quello che ha creato la Venchi Unica e lo stadio di Corso Marsiglia, e che adorava Cesarini, dovette arrendersi, non ci furono agevolazioni sentimentali. Mazzonis era uno degli uomini più ricchi di Torino, la sua famiglia veniva per ricchezza dopo quella di Agnelli e Gualino, ma non era nobile, un suo cugino era barone di Pralafera. Vantava anche un contado».La parola di Farfallino è seducente, molti miti e leggende vengono sbriciolati. «Il deficit della Juventus nel 1928 era pagato, un cinquanta per cento da Edoardo Agnelli e l’altro cinquanta per cento da Mazzonis. Nel 1931, il deficit venne diviso in sedici parti che furono divise tre sedicesimi ad Agnelli, tre a Mazzonis, due a Remmert, due al tavolo del poker del Circolo della Juventus di Via Bogino, uno a Monateri, uno a Valerio e Gaspare Bona a testa, uno tra Tapparone, Fubini, Nizza, il Conte Ghigo».La mente di Farfallino è lucida, perlustra e rischiara tutte le zone di ombra. Anche se uno spesso si chiede: ma sarà vero? «La squadra incassava per tutto il campionato tra un milione e 1.100.000 lire».Se deve spiegare la tattica, non si tira indietro: delucida e ribadisce. «Aveva un gioco pratico, il risultato era la base di tutto, lo spettacolo veniva dopo. Facciamo degli esempi. Rosetta non faceva mai un passo più del necessario, Combi si allenava in modo tutto suo, venti minuti di allenamento con quattro palloni scagliatigli addosso che valevano più di dieci ore di lavoro, non voleva che si scherzasse, bisognava tirargli come in partita, era un grande portiere, per qualche numero migliore di Plánička, però meno completo. Cevenini III, che sapeva mettere la palla dove voleva, pur non avendo potenza, tirando a effetto e tagliando il tiro, lo faceva ammattire. Caligaris era l’apposto di Rosetta, entusiasta, correva, sprecava, urlava, giocava, ma non era poi tanto coraggioso. Varglien I era l’atleta perfetto, fisicamente ma non tecnicamente. Monti era un giocatore eccezionale, molto grosso ma molto mobile, però non aveva velocità progressiva. Bertolini era idolatrato dagli inglesi, era il calciatore inglese, forte, deciso, generoso, Orsi è stato il giocatore più grande che abbia conosciuto, alto 1.60 pesava sessanta chili e non riusciva a fermarlo nessuno».Si colgono esagerazioni, affermazioni, peregrinazioni dell’io fantastico, ma in mezzo c’è la realtà di uno squadrone “umano”.Erano già divi alcuni di quei campioni? Borel questo non lo dice. Erano delle teste matte, ma insomma “erano”. «Monti faceva sparire tutto, rubava tutto quello che gli capitava a tiro, quando spariva qualcosa si andava subito da lui. Una volta nel 1934, per una partita a Parigi contro il Red Star Racing, entriamo in quel grande albergo, c’era un bel veliero sulla mensola, il giorno dopo non c’era più. “Fuori la barca – scrisse l’albergatore a Mazzonis – o vi denunzio tutti; oppure ci spedite, per evitare la denuncia, 4.000 franchi”. Monti restituì la barca facendo mille smorfie e il caso fu risolto. E quel pazzoide di Cesarini? Sempre nel 1934, a Vienna, il giorno stesso in cui fu trucidato Dolfuss, Caligaris era spaventatissimo dopo il discorso che ci fece Mazzonis di stare tutti uniti e di non aprire bocca con nessuno, perché Mussolini aveva mandato le truppe al Brennero. Al mattino, la partita con l’Admira si giocava all’una e mezzo, vedemmo un negozio con una vetrina meravigliosa, montata tutta con una sola cravatta. Bene. Cè ha fatto sparire la cravatta. Perdemmo 3-1 quella partita, lo stadio era stipatissimo, mai vista tanta gente in uno stadio».Non sapevi che Mazzonis era soprannominato Stalin? Sei proprio un ignorante. «Tutti tremavano davanti a Stalin, io no, io gli ho detto e ripetuto cento volte che non credevo nella sua parola d’onore. Infatti, mi manipolò il contratto come voleva, volevo essere lasciato libero alla fine di ogni campionato, ma lui niente, come se parlassi a un sordo».Anche tristezze, figure torbide. «Il conte Rolando Ricci, figlio del generale, un pederasta ucciso da un altro pederasta nel 1944, si occupava del vivaio. Scoprii Rava, Gabetto, Genta, Gentili, Bracco, eccetera, trentasei giocatori. Un giorno mi fece la lista».Tutto vero? Ma quali sono per Felice Placido Borel i confini tra verità e falsità? Inquieto crudelissimo Farfallino, i suoi capelli bianchi, e quei suoi occhi nerissimi di cui si innamorò mezza Torino. Un centravanti, “il” centravanti, dalle movenze flessuose, irresistibile nel fango, inferiore, forse, solo a Meazza.«Io ho cominciato a giocare a calcio a sei anni, a sette andavo già alla Juventus in Corso Marsiglia. Mi ricordo la prima partita di Combi nel 1923, allora la Juventus andava in campo senza tuta, con quelle giacchette tutte bianche così chic, bordate nero. Al campo non andavano più di 2.500 persone. Anche mio fratello Aldo giocava bene».Peccato che si invecchia tutti, e tutti attende un eguale destino di oscurità senza fine. Il calcio non avrà più, né potrebbe più nemmeno concepirlo, in tempi di scatenamento, e scotennamento, televisivo, un artista così riuscito, un campione così infantile nutrito di cieli azzurri e di visioni.Borel II è stato un centravanti dal talento alato, le ginocchia un po’ delicate dovevano farlo soffrire ma, tutto considerato, è stato lui a far soffrire i difensori, elusivo nel gioco e infallibilmente felice nel tiro, come scrisse Pozzo: «Il suo pallone secco e preciso era sempre indirizzato fuori dalla portata della parata del portiere».Dinoccolato, agilissimo, flessuoso, con piede trentasei. L’inimitabile Farfallino. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/felice-placido-borel.html
  24. FELICE PLACIDO BOREL https://it.wikipedia.org/wiki/Felice_Borel Nazione: Italia Luogo di nascita: Nizza (Francia) Data di nascita: 05.04.1914 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.02.1993 Ruolo: Attaccante Altezza: 166 cm Peso: 55 kg Nazionale Italiano Soprannome: Farfallino Alla Juventus dal 1932 al 1941 e dal 1942 al 1946 Esordio: 02.10.1932 - Serie A - Napoli-Juventus 1-0 Ultima partita: 16.06.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Bari-Juventus 0-2 308 presenze - 158 reti 3 scudetti 1 coppa Italia Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus dal 1942 al 1946 64 panchine - 37 vittorie Felice Placido Borel (Nizza, 5 aprile 1914 – Torino, 21 febbraio 1993) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934. Felice Borel Borel II alla Juventus negli anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 55 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1949 - giocatore 1967 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Torino Squadre di club 1932-1941 Juventus 205 (119) 1941-1942 Torino 25 (7) 1942-1946 Juventus 75 (24) 1946-1948 Alessandria 1 (0) 1948-1949 Napoli 1 (0) Nazionale 1933-1934 Italia 3 (1) Carriera da allenatore 1942-1946 Juventus 1946-1948 Alessandria 1948-1949 Napoli 1954 Cenisia D.T. 1954-1956 Fossanese 1958-1959 Catania D.T. 1966-1967 Ternana Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Biografia Soprannominato Farfallino, era figlio di Ernesto e fratello minore di Aldo Giuseppe, anche loro calciatori; per distinguerlo da questo ultimo, negli almanacchi calcistici viene segnalato come Borel II. Era figlio di commercianti di Nizza Marittima e aveva frequentato il liceo classico. Caratteristiche tecniche Era un centravanti dallo spiccato senso del gol, distintosi inoltre per le qualità tecniche e l'abilità nello sfuggire alla marcatura dei difensori avversari. La sua carriera fu in gran parte condizionata dagli infortuni, ascrivibili alla fragilità fisica. Carriera Giocatore Club Da sinistra: Borel con l'allenatore Carlo Carcano alla Juventus. Esordì in Serie A con la Juventus appena diciottenne, il 2 ottobre 1932, in occasione di una sconfitta con il Napoli. Dal 1932 al 1935 contribuì alla vittoria di 3 Scudetti consecutivi, laureandosi capocannoniere nelle stagioni 1932-33 (con 29 gol in 28 presenze) e 1933-34: nel primo caso il numero di reti fu superiore agli incontri disputati, stabilendo un record che soltanto Christian Vieri riuscì ad eguagliare settant'anni dopo con 24 centri in 23 apparizioni. Risultò inoltre il calciatore più giovane a vincere la classifica dei marcatori, primato tuttora resistente. Pur vivendo da protagonista il Quinquennio d'oro bianconero, il suo apporto venne limitato dai numerosi infortuni. Dopo una sola stagione al Torino fece rientro alla Vecchia Signora, militandovi sino al 1946. Concluse poi la carriera difendendo i colori dell'Alessandria e del Napoli, in quest'ultimo caso in Serie B, per ritirarsi nel 1949. Nazionale Disputò 3 gare con la nazionale italiana, segnando un gol — peraltro al debutto — contro l'Ungheria. Partecipò al campionato del mondo 1934 come riserva del bolognese Angelo Schiavio, scendendo in campo nella ripetizione dei quarti di finale con la Spagna. Conta inoltre 5 presenze e 3 reti con la nazionale B. Allenatore Come allenatore-giocatore diresse la Juventus, per conto della quale scoprì Giampiero Boniperti, l'Alessandria e il Napoli; allenò poi la Fossanese in IV Serie. Da direttore tecnico affiancò dapprima brevemente Luigi Bertolini alla guida del Cenisia, all'epoca la terza squadra di Torino militante in IV Serie, nel 1954, e poi Carmelo Di Bella sulla panchina del Catania nel campionato cadetto del 1958-1959. Ha inoltre guidato la Ternana, subentrando in corsa a Cesare Nay durante il campionato di Serie C della stagione 1966-1967, e avuto un'esperienza in Canada. Dopo il ritiro Fu anche giornalista aiutando vari colleghi nelle interviste, oltreché osservatore, dirigente e general manager per Umberto Agnelli; spinse inoltre per la creazione di una scuola calcio a Finale Ligure, la città dove visse per lungo tempo e dove fu sepolto, scuola che prese il suo nome. Morì il 21 febbraio 1993, ultimo superstite della nazionale campione del mondo nel 1934; ai suoi funerali, svoltisi prima a Torino e poi a Finale Ligure, assistettero numerose persone, tra cui le squadre di Juventus e Torino nonché la formazione locale finalese. Dall'ottobre 1997 lo stadio comunale di Finale Ligure è intitolato alla sua memoria. Record Calciatore più giovane ad aver vinto la classifica marcatori della Serie A (19 anni, 2 mesi e 10 giorni). Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Juventus: 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1937-1938 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Capocannoniere della Serie A: 2 - 1932-1933 (29 gol), 1933-1934 (31 gol)
  25. MARIO GENTA https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Genta Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 01.03.1912 Luogo di morte: Genova Data di morte: 09.01.1993 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1932 al 1934 Esordio: 18.06.1933 - Serie A - Genoa-Juventus 3-2 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Campione del mondo1938 con la nazionale italiana Mario Genta (Torino, 1º marzo 1912 – Genova, 9 gennaio 1993) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1938. Mario Genta Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano) Termine carriera 1951 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Squadre di club 1932-1934 Juventus 1 (0) 1934-1935 Pavia 17 (0) 1935-1946 Genoa 222 (7) 1946-1950 Prato 108 (2) 1950-1951 Entella 23 (0) Nazionale 1938-1939 Italia 2 (0) Carriera da allenatore 1946-1947 Prato 1950-1951 Entella 1954-1955 Siena 1956-1958 Frosinone 1958-1959 Entella 1961-1963 Parma 1963-1964 Modena 196?? Sestri Levante 1965-1967 Massese 1967-1969 Entella 1969-1970 Carrarese 1970-1971 Torres 1971-1973 Grosseto 1973-1974 Entella Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Carriera Club Iniziò la carriera agonistica nella Juventus, sodalizio con cui, grazie ad un'unica presenza il 18 giugno 1933, nella sconfitta esterna per 3-2 contro il Genova 1893, si aggiudicò lo scudetto nella stagione 1932-1933. Successivamente passò al Pavia e nel 1935 al Genova 1893. Con i rossoblù esordì il 22 settembre 1935 nella sconfitta esterna per 4-1 contro il Bologna. Nella sua militanza con i liguri vinse la Coppa Italia 1936-1937. Genta era nella rosa della squadra rossoblù che partecipò alla Coppa Città di Genova, che nei primi mesi del 1945 sostituì il normale campionato a causa degli eventi bellici che sconvolgevano l'Europa in quel periodo. La competizione fu vinta dai rossoblù, che sorpassarono all'ultima giornata i rivali del Liguria; a Genta e a ciascun vincitore della competizione furono date in premio 20.000 lire dal futuro presidente rossoblù Antonio Lorenzo. Dopo la seconda guerra mondiale indossò le maglie del Prato, club in cui rivestì nel suo primo anno di militanza anche l'incarico di allenatore e infine dell'Entella, anche qui con il medesimo duplice ruolo. Nazionale Tra i convocati per il Campionato mondiale di calcio 1938, si laureò Campione del mondo pur senza disputare alcuna partita nel torneo. In carriera registrò due presenze complessive in Nazionale, entrambe nel 1939 contro la Germania. Allenatore Dopo il ritiro dall'attività agonistica, è stato in seguito apprezzato allenatore di numerose squadre, tra cui Siena, Parma, Grosseto, Frosinone, Modena, Torres, Sestri Levante ed Entella, quest'ultima in quattro diverse occasioni. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1932-1933 Coppa Italia: 1 - Genova 1893: 1936-1937 Coppa Città di Genova: 1 - Genova 1893: 1945 Serie C: 1 - Prato: 1948-1949 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Allenatore Competizioni nazionali Serie D: 2 - Entella: 1959-1960; Grosseto: 1972-1973
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