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ANTONIO VOJAK Le mezze ali del secondo scudetto (1925-26) – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del luglio 1965 – furono Vojak e Hirzer. Vojak era un fiumano di eccellenti doti atletiche, magro e ossuto, ma resistentissimo alle fatiche di un torneo, generoso oltre ogni limite, sufficientemente tecnico per imporre i diritti di una certa classe, forte stoccatore a rete, anche se non eccessivamente preciso. Non mi pare che il virtuosismo fosse la qualità peculiare di Vojak, ma possedeva un enorme senso tattico, e ciò si spiega con il fatto che il senso tattico è qualcosa di meditato, derivante dall’applicazione dell’intelligenza sportiva ai fini dell’impostazione e dello sviluppo della carriera. Vojak ha giocato in bianconero dal 1924 al 1929, disputando 78 partite e realizzando 24 reti. DAVIDE ROTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DELL’8-21 AGOSTO 2006 Maradona sarà anche meglio di Pelé, ma a Napoli c’è stato qualcuno che era meglio di Maradona. Nessuna bestemmia, parlano le cifre: l’ex Pibe de oro sarà anche riuscito a portare due scudetti e una Coppa Uefa sotto il Vesuvio, ma c’è un primato che non è riuscito a battere, quello dei gol in campionato con la maglia azzurra. Il record appartiene all’istriano Antonio Vojak, bomber di poche parole, carattere senza compromessi e tanti, tantissimi gol, 102 in 6 stagioni, una in meno del grande Diego, che si è fermato a quota 81. Destro l’istriano, mancino l’argentino, entrambi mezzali con caratteristiche spiccatamente offensive, Maradona vince il confronto diretto grazie alle coppe, che Vojak praticamente non giocò (2 gettoni e un acuto in Mitropa nel 1934). Antonio “Toncy” Vojak, terzo di cinque fratelli (quattro maschi e una femmina) nasce a Pola, rione San Policarpo, il 19 novembre 1904: a due passi da casa sua c’è il Dopolavoro Aziendale Primavera, dove va a tirare i primi calci: tiro in corsa, velocità, potenza, agilità, abbinate a un fisico notevole (1.75 per 72 kg) sono le doti che lo mettono in luce. Nei campetti polverosi di provincia segna gol a raffica. Per una strana somiglianza lo chiamano “Janda” come l’attaccante ceco e... cieco (da un occhio), gioca qualche gara in porta e se lo accaparra il Grion, la squadra principale della città, intitolata a un sottotenente dei bersaglieri caduto al fronte ad Asiago. A 20 anni, arriva la cartolina di leva, Vojak finisce a Roma e trova un ingaggio nella Lazio, dove spopola Fulvio Bernardini: fa gol al debutto nella massima serie a gironi (8 febbraio 1925, Lazio-Audace 4-2) e chiude con 7 reti in 10 gare. La carriera è avviata e dopo pochi mesi Vojak accetta l’offerta della Juventus. A Torino, oltre a formare (con Munerati, Pastore, Hirzer e Torriani) una delle più formidabili linee d’attacco della storia bianconera, vince subito lo scudetto e conosce Rita, che sposerà prima di trasferirsi a Napoli. Utile per la squadra, ma anche terribilmente prolifico, Vojak finisce nel mirino di Vittorio Pozzo, che però riesce a ritagliargli solo uno spazio nella Nazionale B. Chiuso dallo stratosferico trio del Torino (Baloncieri-Libonatti-Rossetti) raccoglie 6 presenze (con 3 centri) nella cosiddetta squadra dei “Cadetti” ma tra lui e il Ct regnerà sempre un reciproco rapporto di stima, anche quando Vojak verrà convocato d’urgenza come riserva del grande Renato Cesarini e resterà a bordocampo, anche quando verrà chiamato nei 29 probabili azzurri per il Mondiale 1934 e verrà rispedito a casa. Due anni prima però Pozzo aveva voluto premiarlo facendolo esordire (al posto di Sansone, ko alla vigilia) nella Nazionale A, che a Napoli aveva superato la Svizzera per 3-0. Nel frattempo, i giornali hanno iniziato a chiamarlo Vogliani, ma lui non si allineerà mai al regime fascista, rifiutando di recarsi all’anagrafe per “italianizzare” il cognome. A livello di club, la carriera di Vojak sembra già in declino a 25 anni: un ginocchio fa le bizze e la Juventus lo cede all’ambizioso Napoli, dove il presidente Ascarelli sborsa mezzo milione di lire (cifra stratosferica all’epoca) per fare arrivare il portiere Cavanna, il terzino Vincenzi e il centravanti Mihalic. Vojak è la ciliegina sulla torta voluta dal tecnico inglese William (Willy) Garbutt che sogna di portare il Ciuccio ai fasti del Genoa con cui ha vinto 3 scudetti. A metà stagione 1929-30 (primo campionato a girone unico), pochi mesi dopo l’inaugurazione dello stadio a lui intitolato, Ascarelli muore e con lui se ne vanno i sogni di gloria. Il 1932 di Vojak è segnato dalla grave perdita del fratello Oliviero (Vojak II): giovane ala destra di belle speranze, la Juventus lo aveva mandato a Napoli per maturare accanto ad Antonio. Invece si ammala, torna a Torino e muore per un’appendicite a soli 21 anni. Il Napoli di Garbutt conquista due onorevoli terzi posti e Vojak, rinfrancato dall’aver ritrovato il mare, vive i più begli anni della carriera. Quattro volte su sei oltre le 20 segnature, una buona media dal dischetto (19 centri su 25) con partite vinte praticamente da solo, a volte con in testa una retina per fermare la benda, frutto di un colpo proibito di un difensore, come ricorderanno due suoi grandi amici, entrambi portieri, Cavanna e Sentimenti II. A Napoli nascono i tre figli di Vojak, Gianni, Marina e Loredana. Quest’ultima sposa Luigi Ossola, giocatore del Varese, fratello del cestista Aldo e fratellastro di Franco, caduto a Superga col Grande Torino. Nel 1935-36 il Nostro riparte dal Genoa ma stavolta i problemi fisici lo condizionano sul serio: fa in tempo a regalare ai rossoblù una doppietta nel 2-0 al Brescia, quindi passa alla Lucchese, dove però si fa male e riesce a giocare solo una gara. Chiude nell’Empoli, due stagioni come allenatore-giocatore e viene richiamato a Napoli per guidare gli azzurri, tuttavia, da tecnico non avrà troppa fortuna. La sua migliore stagione sarà col Napoli 1940-41, ottavo posto e salvezza insperata. Arriva la guerra, la famiglia Vojak viene sfollata a Cava de’ Tirreni, lui allena l’Internaples, lavora per due anni presso il comando alleato, poi la scelta di andare via: Juve Stabia, Barcellona di Pozzo di Gotto, Avellino, Carrarese e anche un incarico stagionale a Cipro, dove lo manda la Figc per sostituire Italo Zamberletti sulla panchina dell’EPA Larnaca. Nel 1948 è a Varese, dove si dedicherà con passione a squadre minori (Luino, Solbiatese, Gallaratese) e ai giovani, dividendo il suo tempo tra il campo e le officine dell’Aermacchi, successivamente acquistata dall’americana Harley Davidson, quella delle moto. La morte lo coglie nel 1975; due anni prima aveva avuto un malore dovuto a un’embolia. Mentre i figli negli ultimi due difficili anni della sua vita lo assistono con amore, dice: «Se sapevo che sarebbe finita così, non avrei mai fatto il calciatore». Toncy Vojak, orgoglio di Pola e bomber del Vesuvio, è tramandato ai posteri dall’autore dialettale Stefano Attilio Stell nella poesia Schütplatz: «Chi no ricorda i Castro e i Colussi, i Bonivento, i Curto, i Ostroman, i muli Vojak, i Tercovich e i Lussi. Su questo sasso, a Schütplatz, son sentado e con malinconia guardo el mar, ma tutti questi che go nominado no podarò mai più dismentigar». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/02/antonio-vojak.html
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ANTONIO VOJAK https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Vojak Nazione: Italia Luogo di nascita: Pola (Croazia) Data di nascita: 19.11.1904 Luogo di morte: Varese Data di morte: 09.05.1975 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Anton - Tonci Alla Juventus dal 1925 al 1929 Esordio: 18.10.1925 - Prima Divisione - Sampierdarenese-Juventus 2-1 Ultima partita: 23.06.1929 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Slavia Praga 1-0 105 presenze - 47 reti 1 scudetto Antonio Vojak (Pola, 19 novembre 1904 – Varese, 9 maggio 1975) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. A causa delle leggi antislave imposte dal regime fascista fu costretto a cambiare legalmente il suo cognome in Vogliani, registrando il nuovo nome di famiglia presso lo Stato Civile di Torino; in alcuni casi veniva scritto anche Vojach. Per distinguerlo dal fratello minore Oliviero, con cui giocò per poco tempo, era conosciuto come Vojak I. Ha collezionato 208 presenze e 106 gol in Serie A. Antonio Vojak Vojak alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1940 - giocatore 1956 - allenatore Carriera Squadre di club 1921-1924 Grion Pola 1+ (?) 1924-1925 Lazio 10 (7) 1925-1929 Juventus 102 (46) 1929-1935 Napoli 190 (102) 1935-1936 Genova 1893 17 (4) 1936-1937 Lucchese 1 (0) 1937-1939 Italo Gambacciani 37 (11) 1939-1940 Stabia ? (?) Nazionale 1932 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1937-1939 Italo Gambacciani 1939-1940 Stabia 1940-1943 Napoli 1946-1947 Avellino 1948-1949 Stabia 1950-1951 Varese 1951-1952 Feltrese 1955-1956 Carrarese Carriera Giocatore Club Antonio Vojak, detto "Tonči", noto anche come Anton, nacque a Pola, ai tempi appartenente all'Impero austro-ungarico, in una famiglia di etnia croata. Iniziò la carriera calcistica dopo il passaggio della sua città natale all'Italia, tra le file della squadra della sua città natale, il Grion Pola. Con gli istriani rivestì anche il ruolo di portiere il 1º aprile 1923, nella sconfitta casalinga per 0-1 contro il Dolo. Vojak in azione al Napoli, con in testa l'inseparabile basco. Nella stagione 1924-25 vestì la maglia della Lazio, ma il legame con la squadra biancoceleste durò solo quell'anno. Il suo talento fu però notato dalla Juventus, che lo ingaggia dalla stagione successiva. Vojak rimase in bianconero per 4 stagioni disputando 105 partite (102 in campionato, 1 in Coppa Italia e 2 in Coppa Europa) segnando 47 reti (46 in campionato e 1 in Coppa Italia) e vincendo lo scudetto del 1925-26. Nel primo campionato di Serie A lascia Torino per aprire un nuovo ciclo della carriera arrivando a Napoli chiamato dal celebre mister William Garbutt. Con i partenopei rimane fino al 1935, portando il Napoli nelle zone alte della classifica e diventando anche uno dei primi grandi idoli del pubblico partenopeo. Con 102 gol realizzati nell'arco di sei stagioni diventa il massimo cannoniere della storia del Napoli in Serie A (record poi infranto da Dries Mertens il 21 novembre 2021), nonché per 78 anni detentore del record di reti realizzate in un singolo torneo (22, nel campionato 1932-1933), superato da Edinson Cavani nella stagione 2010-2011. Nella stagione 1935-36 sceglie di passare nelle file del neopromosso Genova 1893 (che è subito risalito in A dopo la prima retrocessione della sua storia) ma la sua carriera è in fase calante, coi rossoblù rimane solo quell'anno giocando 17 partite e segnando 4 reti. La stagione successiva passa in un'altra neopromossa, la Lucchese, ma gioca solo una partita di campionato. Nel 1940 chiude con il calcio giocato dopo due stagioni in Serie C, nelle file dell'Italo Gambacciani Empoli (dove assume anche il ruolo di allenatore) e una allo Stabia. Nazionale Vojak viene convocato una sola volta nella Nazionale di calcio italiana maggiore, giocando come centrocampista il 14 febbraio 1932 a Napoli nella partita Italia-Svizzera, vinta 3-0 dagli azzurri. Gioca anche in Nazionale B, nella prima partita della rappresentativa, terminata con la vittoria ad Esch-sur-Alzette del 17 aprile 1927 degli azzurri sulla Nazionale del Lussemburgo per 5-1; in totale con questa nazionale disputò sei partite, due come giocatore della Juventus e quattro come giocatore del Napoli, segnando tre reti. Allenatore Terminata la carriera da calciatore, Vojak intraprende quella di allenatore (ad Empoli fa contemporaneamente le due cose). È ricordato per aver seduto sulla panchina del Napoli dal 1940 al 1943, quando, in piena stagione 1942-1943, fu sostituito dall'ex compagno di squadra nel Napoli Paulo Innocenti. Le altre "panchine" della sua vita sono con l'Internaples, Juve Stabia, Barcellona Pozzo di Gotto, Avellino, Carrarese, EPA Larnaca (Cipro), Luino, Solbiatese, Gallaratese e Feltrese. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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GIUSEPPE TORRIANI “IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 27 GENNAIO 1942Mercoledì scorso è deceduto a Milano, dove era nato il 10 dicembre 1904, l’ex-giocatore Giuseppe Torriani, il popolare «Torrianella». Minato da un male insidioso, non si era totalmente appartato dal nostro sport che non gli fu avaro di soddisfazioni, pur limitando ultimamente la sua attività a fare l’allenatore presso squadre di Divisioni inferiori.Rivelatosi nelle file dell’A. C. Minerva, una delle vecchie società calcistiche milanesi, era poi passato al Legnano quando i «lilla» di Colombo, Gerola e C. disputavano il massimo campionato, e col compagno, di squadra Allemandi venne assunto nel 1923-24 dalla Juventus di Torino nella quale, coprendo il ruolo di ala sinistra, costituì con Hirzer – la non dimenticata «gazzella» ungherese – forse la più affiatata e pericolosa coppia d’attacco di quei tempi.Coi bianco-neri juventini conquistò il titolo di campione d’Italia nella stagione calcistica 1925-26, – e fu il secondo dei sette «scudetti» della Juventus – dopo tre memorabili finali col Bologna (2-2 a Bologna, 0-0 a Torino e 2-1 sul campo neutro dell’Arena di Milano).Lasciò poi la squadra che gli aveva dato la maggior celebrità per passare nel 1927-28 nelle file del Milano, di cui difese i colori, giocando anche da mediano, per diversi anni (le ultime prestazioni di Torriani in rosso-nero risalgono al torneo di Serie A del 1934-35, con 7 partite), dimostrandosi interamente degno della popolarità acquisita nelle file juventine.Giocatore estroso e non privo anche di una certa tecnica, il Torriani era un elemento che faceva della correttezza e della disciplina il suo programma. Di statura lievemente inferiore alla normale per chi pratica il giuoco del calcio, superava questa sua deficienza naturale con una volontà a tutta prova, valendosi della sua notevole velocità per spuntarla nei duelli che in partita doveva ingaggiare col più diretto avversario.Questa estate avevamo avuto occasione di vederlo, in una località della Valassina. Sorridente come sempre, e pieno di vitalità e di energia, non pensavamo che il male covasse dentro di lui.Povero «Torrianella»! I tifosi milanesi, e specialmente quelli rosso-neri, non ti dimenticheranno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/giuseppe-torriani.html
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GIUSEPPE TORRIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Torriani Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 10.12.1904 Luogo di morte: Milano Data di morte: 21.01.1942 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Torrianella Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 55 presenze - 4 reti 1 scudetto Giuseppe Torriani (Milano, 10 dicembre 1904 – Milano, 21 gennaio 1942) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giuseppe Torriani Torriani alla Juventus negli anni venti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1935 Carriera Giovanili Minerva Squadre di club 1922-1925 Legnano 66 (7) 1925-1927 Juventus 55 (4) 1927-1935 Milan 202 (33) Caratteristiche tecniche Torriani al Milan Soprannominato Torrianella, era un'ala di piccola statura, veloce e grintosa, resistente alla fatica e abile nell'assist, pronta però a ricoprire anche il ruolo di mediano, che svolse stabilmente negli ultimi anni di carriera. Vita e carriera Cresciuto nel Minerva F.C. di Milano, militò in massima serie con il Legnano fino alla stagione 1924-1925. Passato alla Juventus, vi giocò per due anni aggiudicandosi lo scudetto 1925-1926; infine disputò altri otto campionati di massima divisione con il Milan. Conclusa la carriera all'età di 30 anni, iniziò ad allenare nei campionati minori. Venne presto colpito da una grave malattia, che dissimulava con ottimismo. Venne notato trascorrere le vacanze estive del 1941 in Valsassina, con l'abituale buonumore. Deceduto all'età di 37 anni, è stato sepolto al Cimitero Maggiore di Milano; i suoi resti sono in seguito stati tumulati in una celletta. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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FERENC HIRZER È bravo e intelligente – scrive Renato Tavella sul libro “Il romanzo della grande Juventus” –, il suo gioco taglia come rasoiate il campo e va a incidere, con particolare precisione, nelle difese avversarie. I tifosi si rallegrano. La sua capigliatura rosseggiante volteggia sul prato, la testa alta del campione di razza, il tiro saettante e improvviso, il goal come naturale conseguenza. La Gazzella han preso a chiamarlo, per come si muove sulla corsa lineare e potente, volando a pelo d’erba. L’ungherese, non solo si distingueva per le doti di scattista, ma riusciva a fermare l’attenzione dei tifosi anche al termine di ogni sgroppata quando, con noncuranza, estraeva dal pantaloncino un piccolo pettine e, guadagnato un angolo del campo, riordinava la chioma ondeggiante. Manco fosse un attore, come il compagno di squadra Pastore. DAVIDE ROTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 25-31 LUGLIO 2006 «Meraviglioso forward dallo scatto velocissimo, dal tiro perfetto e improvviso, segna con facilità e ottimo stile». Così la giornalaccio rosa del Popolo di Torino descrive Ferenc Hirzer, al suo arrivo a Torino nell’estate 1925. Il nuovo enfant prodige della Juventus ha solo 22 anni, eppure è già conosciuto alle platee internazionali, per essere stato in tournée con il Törekvés, squadra di un quartiere di Budapest formata quasi esclusivamente da ebrei e per aver giocato in Boemia (Maccabi Brno) e Germania (Union Altona 03 di Amburgo). Ed ebreo è anche Hirzer, il cui vero cognome è Hires. Fisico esile, padronanza assoluta della sfera e straordinaria agilità: queste le principali caratteristiche che gli hanno permesso di debuttare 21enne nella nazionale magiara, con la quale ha preso parte ai Giochi Olimpici di Parigi 1924. Dopo il 5-0 alla Polonia, nel quale Hirzer ha segnato una doppietta in 7’, l’Ungheria è però uscita clamorosamente per mano del rapido Egitto (0-3). A volerlo a Torino è il suo connazionale Jenö Karoly, uno dei primi veri trainers voluti dal senatore Agnelli, che da un paio d’anni è proprietario del club bianconero, dopo un periodo nella dirigenza dell’Unione Sportiva Torinese. Karoly arriva da Savona e porta con sé l’esperto centromediano József Violak (che i giornali italiani hanno italianizzato in Viola): il secondo straniero permesso dal regolamento deve essere un attaccante agile e veloce, in grado di sfruttare al meglio le nuove regole. Il 12 giugno l925, l’International Board ha infatti stabilito che è sufficiente un difensore a tenere in gioco l’attaccante avversario e non due come capitava fino alla fine della stagione 1924-25. Hirzer, insomma, è l’uomo giusto al momento opportuno: Karoly e Viola fanno da intermediari, ma a Torino c’è chi lo conosce bene: è l’allenatore-giornalista Vittorio Pozzo, che ne ha annotato il nome nel taccuino già il 4 marzo 1923, quando Hirzer, pur non segnando, aveva brillato a “Marassi”, nello 0-0 imposto agli azzurri dai magiari. L’inizio è scoppiettante: la Juventus, trascinata dalle scorribande in fascia destra di Munerati e dalla prorompenza fisica del centrattacco Pastore, dispone di un potenziale offensivo fenomenale. Hirzer si mette in evidenza come giocatore tecnico e prolifico, rifinisce e segna a raffica, l’aggettivo più utilizzato è “prodigioso”. Fuori del campo è un professionista esemplare, orgoglioso dei suoi riccioli biondi, sempre ben pettinato, mai una piega nel vestito buono. Il Guerino gioca a paragonare i “divi” del calcio a quelli del cinema muto e Hirzer, nelle caricature di Carlin, viene accostato a Mae Murray (vero nome Marie Adrienne Koenig), attrice e ballerina americana di origini austriache e protagonista de La vedova allegra (1925). Come Mae Murray, Hirzer danza e ammalia, e soprattutto segna: al debutto ufficiale, Juventus-Parma 6-0 (4 ottobre 1925) si presenta con una tripletta, poi un gol a Padova, due al Milan e all’Alessandria: a fine andata della prima fase, è già a quota 14 centri in 11 gare; la Juventus vola in vetta al girone B. La cavalcata prosegue nel ritorno: i bianconeri tengono a distanza squadroni del calibro di Genoa, Pro Vercelli e Milan; anche il Padova, squadra-rivelazione degli ultimi anni, si arrende alla Signora che chiude al primo posto con 8 punti sulla Cremonese (seconda) e con 68 reti all’attivo, 29 firmate dallo strepitoso Hirzer. Sulle colonne de Il Calcio di Genova, Vittorio Pozzo, offre una spiegazione tattica al numero dilagante di goals segnati: «La nuova regola dell’offside è la glorificazione, la valorizzazione della teoria secondo cui la miglior difesa è un buon attacco». E aggiunge che le difese italiane faticano a prendere le giuste contromisure. 24 gennaio 1926, Reggiana-Juventus 0-5, «Hirzer ha l’eleganza e il senso di tempo di un danzatore: eppure la sua azione è di una potenza irresistibile», così la giornalaccio rosa del Popolo del giorno dopo. 20 giugno 1926, Juventus-Mantova 8-1, cinque gol di Hirzer; scrive la giornalaccio rosa del Popolo: «Tutte le astuzie e le finezze del più consumato giocatore di football furono da lui riassunte e superate». Il finale di stagione è un crescendo rossiniano: la Juventus, trascinata dai gol del fuoriclasse magiaro, supera il Bologna dopo tre combattutissime finali di Lega Nord, poi liquida con un perentorio 7-1 e 5-0 i romani dell’Alba e vince, dopo 21 anni d’astinenza, il suo secondo scudetto. Hirzer chiude la stagione con 35 reti in 26 gare. Dopo l’ultima partita (giocata a Roma il 22 agosto 1926) Hirzer torna in Ungheria per le vacanze e proprio mentre si trova a Budapest viene a sapere che nel suo Paese è stato introdotto il professionismo. Lo cercano MTK e Ferencváros e il Guerino, a firme del direttore Corradini (sotto lo pseudonimo di Gavroche, “monello” in francese), lancia l’allarme: «Veisz, liquidato dall’Inter, spacciandosi per emissario delle grandi società ungheresi, seduce Hirzer, il quale chiede i suoi 20 giorni di congedo, disdice la camera “perché non gli piace più”, insacca nelle valigie le cose sue, da uomo ordinato sistema ogni insolvenza e se ne va. La “Gazzella” non ha più alcuna volontà di abbandonare l’avito loco dove si trova benissimo... Sollecitato dai dirigenti della Juventus, si giustifica affermando che non riesce a ottenere il passaporto. Sembra invece che il passaporto sia stato sostituito da banconote ungheresi di non indifferente peso». Insomma, antesignano di Diego Armando Maradona, non vuole più rientrare in Italia. A risolvere la situazione ci pensa Viola con un viaggio-lampo a Budapest. Tuttavia, la stagione 1926-27 non sarà all’altezza della precedente: l’effetto sorpresa finisce, i difensori avversari lo francobollano a dovere e Hirzer chiude con 15 gol, seppure in sole 17 presenze. La Juventus si qualifica per i playoff finali, perde 4 gare e guarda caso in 3 di queste il nome di Hirzer sul tabellino non c’è. Ma il 10 luglio 1927, giorno del commiato, ha in serbo un regalo speciale per il pubblico juventino. Il Milan viene sommerso sotto un pesante 8-2 e il gioiello bianconero batte per 3 volte il portiere Rossoni: a bordo del campo di via Marsiglia, sceso dalla Fiat 509 Torpedo, tenuto per mano dal nonno, c’è un bambino che fa “oooh”. Ha 6 anni e si chiama Gianni Agnelli e da quel giorno rimarrà folgorato dalla Juve, dal bianconero, ma soprattutto da Hirzer, il prodigioso. La “Gazzella” giocherà ancora fino al 1932 nell’Hungaria/MTK, tenterà un’altra avventura all’estero con Young Fellows Zurigo per poi finire la carriera in Francia nei cadetti del Saint-Servan/Saint-Malo, ma l’amore per l’Italia lo riporterà nel nostro Paese a guerra finita. Sarà allenatore di Sestrese, Lecce, Spal, Marsala, Castelfidardo, Benevento, Palmese e Aosta. Morirà a Trento, assistito dalla moglie Maria, nell’apri1e 1957. VLADIMIRO CAMINITI, DA “I PIÙ GRANDI” Dopo l’assassinio del socialista Matteotti, voluto a quanto sembra ormai chiaro, dal duce, l’Italia cambia, prende l’assetto che durerà fino al più tragico conflitto della sua storia, nell’estate del 1925, la Juventus di Edoardo Agnelli ingaggia il celebre attaccante magiaro Ferenc Hirzer, ebreo. Alto, biondissimo, con due occhi azzurri spremuti da una sempiterna inquietudine, Hirzer si inquadra nella «prima» Juventus, una squadra bella e romantica, con le sequenze dei suoi scatti e tiri folgoranti. La Juventus lo aveva acquistato, dopo averlo molto fatto seguire nel Makkabi Brno e nel Torekves, nonché nella sua Nazionale. La milizia volontaria fascista, costituita espressamente per difendere la vita di Mussolini, è già nata quando la Juventus vince il suo secondo scudetto. È l’estate del 1926, la Juventus ha il primato della fantasia rispetto a un pur fortissimo Bologna, la squadra che il futuro Avvocato comincia ad ammirare, schiera in porta Combi, ha Bigatto come half cipiglioso, irriducibile come fumatore e come lottatore tutto intabarrato come suole andare in campo, ha in Allemandi un terzino poderoso e in Rosetta il giocatore più strategico, in grado di fare la mezzala quasi bene come il difensore. E al di là del contributo che fino alla tripla finale col Bologna, segnata dall’improvvisa morte per infarto del bravo allenatore magiaro Reno Karoly – ex grande center half ungherese, un innamorato della Italia e dell’opera lirica (soprattutto di Verdi) –, danno i Ferrero, Meneghetti, Torriani, l’altro ungherese Viola e Munerati e Hirzer sono stati determinanti per la conquista dello scudetto. Hirzer «la gazzella» è decisivo nella finale dedicata a Karoly, l’irriducibile Bologna è castigato dai guizzi e dalle fantasie del superbo Ferenc. La divisa bianconera, in quei giorni, pretendeva la maglia bianconera infilata sotto la bianca mutanda; Hirzer non rinunziava per civetteria a una cinta per tenere su i calzoncini. Il cervello tattico della squadra era Viola, che fece anche buone prove da opinionista calcistico, ma il suo leader effettivo, il suo giocatore che andava a fare la differenza, segnando e facendo segnare, era Hirzer. Una media gol impressionante, 42 partite e ben 50 gol, bionda «gazzella» del gol, col quale praticamente comincia a sbizzarrirsi la fantasia dei cronisti applicata al calcio. Non sarebbe arrivato a godersi la vecchiaia, povero grande Ferenc: dal 1937, vagabondo nell’Europa minacciata dal mostro germanico, e prematuramente strappato alla vita da un atroce destino. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/ferenc-hirzer.html#more
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FERENC HIRZER https://it.wikipedia.org/wiki/Ferenc_Hirzer Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 21.11.1902 Luogo di morte: Trento Data di morte: 28.04.1957 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Ungherese Soprannome: Gazzella Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 43 presenze - 50 reti 1 scudetto Ferenc Hirzer, noto anche come Ferenc Híres (Budapest, 21 novembre 1902 – Trento, 28 aprile 1957), è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese, di ruolo attaccante. Ferenc Hirzer Hirzer alla Juventus nella stagione 1925-1926 Nazionalità Ungheria Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1935 - giocatore Carriera Squadre di club 1919-1923 Törekvés 16+(16+) 1923-1924 Maccabi Brno ? (?) 1924-1925 Altona 93 ? (?) 1925-1927 Juventus 43 (50) 1927-1932 Hungária MTK 107 (58) 1932-1933 YF Juventus ? (?) 1933-1935 Saint-Servan 24+ (3+) Nazionale 1922-1932 Ungheria 33 (14) Carriera da allenatore 1935-1936 Mantova 1936-1938 Salernitana 1938-1939 Anconitana-Bianchi 1939 Liguria 1940 Vigevano 1940 Salernitana 1941-1942 Battipagliese 1941-1943 Perugia 1945-1946 Lecce 1946-1947 Sestrese 1949-1950 Benevento 1951-1952 Palmese 1954-1955 Aosta 1956-1957 Trento Carriera Hirzer a Perugia nei primi anni trenta Ferenc Hirzer venne notato dai dirigenti della Juventus nel 1923, durante una amichevole tra i bianconeri e gli ungheresi del Törekvés. Dopo una grande prestazione, i dirigenti bianconeri decisero di tenere sott'occhio questo attaccante molto veloce (non a caso fu soprannominato successivamente "La gazzella bianconera"). Hirzer, dopo aver partecipato con la Nazionale di calcio ungherese ai Giochi olimpici di Parigi del 1924, fu ingaggiato prima dai cecoslovacchi del Maccabi Brno e poi dai tedeschi dell'Union 03 Altona. Nel 1925 passò alla Juventus, allenata dal connazionale Jenő Károly. Debuttò in maglia bianconera contro il Parma, segnando tre gol e portando la sua squadra alla vittoria per 6-0. In due campionati segnò 50 reti in 43 presenze; tuttavia le restrittive norme dell'epoca sul tesseramento degli stranieri lo fecero lasciare l'Italia e accasarsi al MTK, della sua nativa Budapest. Nella nazionale ungherese fu anche il capitano, segnando complessivamente 14 reti in 33 presenze. Ritornato in Italia ed intrapresa la carriera da allenatore, Hirzer guidò Mantova, Salernitana, Baratta Battipaglia, Anconitana-Bianchi, Liguria (in Serie A), Vigevano, Perugia, Lecce, Sestrese, Benevento, Palmese, Aosta e Trento. Palmarès Calciatore Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926 Campionato ungherese: 1 - MTK Budapest: 1928-1929 Allenatore Serie C: 1 - Salernitana: 1937-1938 Individuale Capocannoniere di Prima Divisione: 1 - Juventus: 1925-1926 (35 gol)
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DOMENICO GARIGLIO https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Gariglio Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 09.05.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 22.08.1957 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1926 Esordio: 27.06.1926 - Prima Divisione - Reggiana-Juventus 2-0 1 presenza - 0 reti 1 scudetto Domenico Gariglio (Torino, 9 maggio 1903 – Torino, 22 agosto 1957) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Domenico Gariglio Gariglio alla Juventus nella stagione 1925-1926 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1922-1923 Settimese ? (?) 1923-1924 Reggiana 10 (2) 1925-1926 Juventus 1 (0) 1926-1930 Napoli 62 (4) 1930-1931 Vomero ? (?) 1931-1932 Sampierdarenese 5 (1) 1932-1933 Val Pellice ? (?) Carriera Dopo aver militato nella Settimese fino al 1923 e con la Reggiana nell'anno successivo, nel campionato 1925-1926 disputò una gara con la maglia della Juventus. Successivamente passò al Napoli, dove giocò il primo campionato nazionale del club appena costituito, debuttandovi a Genova il 17 ottobre 1926 nella sconfitta contro il Genoa per 4-1. Con i partenopei disputò altri tre campionati, due di Divisione Nazionale ed uno di Serie A a girone unico (il primo della storia), totalizzando complessivamente 62 presenze oltre alla gara di spareggio contro la Lazio nel campionato di Divisione Nazionale 1928-1929, giocata a Milano il 23 giugno 1929 e poi considerata nulla. Lasciato il Napoli nel 1930, successivamente militò nel Littorio Vomero, nella Sampierdarenese e nella Val Pellice. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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CAMILLO FENILI https://it.wikipedia.org/wiki/Camillo_Fenili Nazione: Italia Luogo di nascita: Bergamo Data di nascita: 11.11.1904 Luogo di morte: Seriate (Bergamo) Data di morte: 17.03.1973 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1927 e 1931-1932 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 06.01.1927 - Coppa Italia - Cento-Juventus 0-15 3 presenze - 0 reti 2 scudetti Camillo Fenili (Bergamo, 11 novembre 1904 – Seriate, 17 marzo 1973) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Camillo Fenili Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1935 Carriera Giovanili 1918-1919 Virescit Squadre di club 1919-1925 Atalanta 25 (4) 1925-1927 Juventus 3 (0) 1927-1928 Lazio 13 (1) 1928-1931 Napoli 51 (5) 1931-1932 Juventus 0 (0) 1932-1934 Cosenza 33 (5) 1934-1935 Atalanta 5 (0) Caratteristiche tecniche Era un'ala, utilizzata su entrambe le fasce. Aveva nel passaggio preciso e nella velocità nel saltare l'avversario le sue doti migliori. Carriera Primi anni A 16 anni non ancora compiuti debutta il 24 ottobre 1920 in prima squadra con l'Atalanta, da cui passa alla Juventus; con i bianconeri debutta in Serie A e vince uno scudetto nel 1925-1926, mentre nella successiva stagione non riesce a trovare spazio. Passa quindi alla Lazio e poi al Napoli. Napoli Ingaggiato per far parte della rosa dell'ultimo campionato di Divisione Nazionale, con l'obiettivo di qualificarsi per il successivo primo campionato di Serie A, con i suoi compagni di squadra riesce a raggiungere il traguardo, giocando come titolare 28 partite (durante la quale segnerà 4 reti) sulle 30 della stagione regolare, più lo spareggio di Milano del 23 giugno 1929. L'anno seguente è confermato in squadra per la rosa di quel campionato 1929-1930, nel primo campionato di Serie A della storia, terminato dalla squadra al quinto posto, miglior piazzamento sino ad allora; gioca la prima partita dei partenopei nel nuovo campionato, la sconfitta di Torino dell'ottobre 1929, una partita in cui, come scrisse Vittorio Pozzo nel suo resoconto su "La Stampa", tutta la squadra partenopea, dopo quella partita, non poteva più essere sottovalutata. A fine stagione le sue presenze sono 23, con una rete segnata, suo ultimo anno da titolare in Campania; l'anno successivo giocherà infatti solo nella vittoria casalinga contro il Livorno del 26 ottobre 1930, gara in cui gli azzurri s'imposero sui toscani per 2-0. Ultimi anni Torna nella stagione 1931-1932 alla Juventus, che alla fine del campionato sarà per la quarta volta nella sua storia Campione d'Italia e semifinalista di Coppa dell'Europa Centrale, senza che lui abbia giocato in campionato. Durante questa stagione effettua inoltre il servizio militare a Torino. Passa quindi al Cosenza, dove raggiunge gli compagni di squadra al Napoli Di Martino e Biagio z*****a. Conclude la carriera con un'ultima stagione all'Atalanta, prima di partire militare per la Guerra d'Etiopia. Palmarès Club Competizioni nazionali Seconda Divisione: 1 - Atalanta: 1922-1923 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1925-1926, 1931-1932
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Tommaso Caudera - Calciatore E Dirigente
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
TOMMASO CAUDERA https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Caudera Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 27.07.1907 Luogo di morte: Torino Data di morte: 26.09.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1932 e 1933-1934 Esordio: 27.06.1926 - Prima Divisione - Reggiana-Juventus 2-0 Ultima partita: 24.11.1929 - Serie A - Torino-Juventus 0-0 8 presenze - 1 rete 3 scudetti Tommaso Caudera, all'anagrafe Tomaso Schina Caudera (Torino, 27 luglio 1907 – Torino, 26 settembre 1968), è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Tommaso Caudera Tommaso Caudera con la maglia della Juventus. Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista interno Termine carriera 1940 Carriera Squadre di club 1925-1932 Juventus 8 (1) 1932-1933 Casale 4 (1) 1933-1934 Juventus 0 (0) 1934-1939 Biellese 122 (33) 1939-1940 Asti ? (?) Carriera Caudera giocò la sua prima partita con la Juventus il 27 giugno 1926, persa 0-2 contro la Reggiana. In bianconero totalizzò 9 presenze, segnando 3 reti. Nella stagione 1932-1933 giocò per il Casale, con il quale fece registrare 4 presenze e una rete. La stagione seguente tornò alla Juventus, ma non scese mai in campo. La stagione 1934-1935 vide il suo passaggio al Biellese, società nella quale avrebbe militato fino alla stagione 1938-1939, segnando, in campionato, 33 reti in 122 presenze. Caudera concluse la sua carriera all'Asti nella stagione 1939-1940. In carriera ha totalizzato complessivamente 6 presenze e 2 reti nella Serie A a girone unico. Dopo il ritiro fu dirigente accompagnatore delle squadre minori della Juventus. Morì il 26 settembre 1968 all'età di 61 anni per le conseguenze di un incidente stradale avvenuto quindici giorni prima. Palmarès Campionato italiano: 3 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932 -
LUIGI ALLEMANDI «Era una forza scatenata della natura. – scrive Sergio Di Battista su “La Storia della Juventus” – Portava la zazzera ricciuta e aveva del diavolo. I suoi spunti veloci impressionavano come i suoi balzi acrobatici, Entrava primo sull’avversarlo lanciato al gol ed erano veri sfracelli. Se poi gli toccavano il Pepp Meazza nell’area opposta, partiva lui digrignando a render noto che un altro colpo sarebbe stato restituito con ingenti interessi». Così Gianni Brera racconta Luigi Allemandi, detto Gigi, classe 1903, nato a pochi chilometri da Cuneo, campione del mondo, compagno di Eraldo Monzeglio in una di quelle celebri coppie di terzini immortalate nel gran libro delle leggende. Prima c’erano Rosetta e Caligaris, poi sarebbero venuti Foni e Rava. E ancora Burgnich-Facchetti, Gentile-Cabrini...Come Burgnich, anche Allemandi fu di passaggio alla Juventus prima di approdare ai fasti di un mondiale sotto altri colori societari, curiosamente sempre gli stessi, quelli dell’Inter.In maglia bianconera Allemandi visse due stagioni, il tempo di vincere uno scudetto e di diventare un caso nazionale, legato allo scandalo più famoso dei nostri campionati, quello che gli albi d’oro ricordano con un sibillino: Torino sette titoli più uno revocato.Erano i tempi di «profumi e balocchi». Nel Genoa giocata un altro terzino, Renzo De Vecchi, dal soprannome vagamente ambizioso: «il figlio di Dio».Lo scudetto, nella Juve, Allemandi lo vinse subito. Aveva poco più di vent’anni ed era già un veterano. In serie A – la serie A di allora, nella quale giocavano anche l’Esperia e la Rivarolese – aveva debuttato con i colori del Legnano: in occasione di una memorabile vittoria sulla Juventus aveva anche segnato un gol, su rigore, a Combi, suo futuro compagno. Uno dei rari gol di una lunga carriera sotto molte bandiere. Partì titolare, prima a fianco di Gianfardoni (lo avrebbe ritrovato nell’Ambrosiana), poi del grande Rosetta, infine di Ferrero.Che lo facessero giocare a destra o a sinistra, per lui era indifferente, sapeva battersi con la stessa classe. Scatto straordinario, lunghe respinte che spesso si trasformavano in rilanci per l’attacco, soprattutto tanta grinta.Il pasticciaccio arrivò l’anno successivo, nell’estate del 1927, con la Juve impegnata a difendere il suo scudetto nel girone finale del torneo, tra rivali di gran nome, il Bologna e il Genoa, l’Inter, il Milan e il Torino.Accadde proprio in occasione del derby. Allemandi ne avrà parlato mille volte prima di morire, sulla soglia dei settantacinque, a Pietra Ligure, dove si era messo a fare il rappresentante di commercio: «Abitavo in una pensione della piazzetta Madonna degli Angeli. Studiavo legge, mio padre era notaio. La Juve mi dava 400 lire al mese, mi bastavano...».Quelli del Torino gliene offrirono cinquantamila per favorire la loro vittoria. Avrebbe potuto comprarsi cinque «Balilla» appena uscite dalla Fiat.«Già nella partita di andata, che avevamo vinto uno a zero – raccontava – c’era stato del losco. Il geometra Monateri, dirigente bianconero, ci aveva avvertito: sapeva che qualcuno aveva tentato di comprare dei giocatori della Juve. State in gamba, disse, se vi pesco siete finiti».Venticinquemila, si dice, le prese subito. O meglio le prese uno studente del politecnico, amico e coinquilino, che agiva da intermediario. Il resto sarebbe venuto dopo la partita. Allemandi, invece, giocò troppo bene per meritarsi tutto il premio della corruzione. E benché avesse vinto (due a uno, primo tempo in svantaggio, pareggio su rigore per un fallo che non fu di Allemandi) il Torino si rifiutò di saldare il conto a quel reprobo che, in realtà, era stato uno dei migliori in campo.La vicenda, a questo punto, cominciò a diventare un «giallo» vero e proprio con gli investigatori della Federcalcio che frugavano nei cestini della pensione di piazza Madonna degli Angeli. Qui, si diceva, in un’atmosfera da amore e ginnastica, presenti lo studente e un giornalista romano, era maturato lo scellerato patto. Qualcuno aveva orecchiato al muro e saltarono persino fuori i frammenti di una lettera nella quale il giocatore reclamava il suo credito. Non mancarono contorni grotteschi: la storia fu addebitata all’eccesso di zelo di alcuni dirigenti del Torino, che avevano saputo di una innocente – quella sì – scommessa tra i presidenti delle due società, Edoardo Agnelli e il conte Marone, in palio nientemeno che una cena, ospite il principe di Piemonte.Al Torino fu tolto lo scudetto, Allemandi venne squalificato a vita. Quando arrivò la sentenza, dopo un’istruttoria durata quattro mesi, il giocatore aveva già lasciato la Juventus. Era stato ceduto all’Ambrosiana-Inter.Rimase lontano dai campi solo un anno. Venne la grazia (per lui, ma non per il Torino), chiesta dalla madre con una lettera toccante e favorita dall’euforia per i successi della Nazionale all’Olimpiade di Amsterdam. Gli ambienti del palazzo continuarono a sostenere che le prove dell’inchiesta erano state schiaccianti.Negli anni, lui, il vecchio terzino che aveva spaventato due generazioni di attaccanti, avrebbe continuato a ripetere, scuro in volto, con quel suo eterno cruccio in fondo al cuore: «Cose vecchie, cose vecchie. C’è stato del marcio, è vero, ma il responsabile non sono io. Sono stati altri. Ho cercato invano chi avrebbe potuto scagionarmi: è morto».VLADIMIRO CAMINITIStoria di un campione che non fu mai capito, si potrebbe intitolare il suo personaggio. «Faceva paura, era un pazzo favoloso», dice di lui Farfallino Borel con nostalgia. E aggiunge: «Era anche un grosso personaggio». In realtà, fu un grandissimo terzino.Forte come una compagnia di fanti animati dal così detto ideale, spazzò intrepidamente e fu il migliore in campo nel derby Torino-Juventus 2-1 del 5 giugno 1927 al campo di Corso Marsiglia che doveva calamitargli addosso la prima inchiesta federale del romanzo del calcio, difendendosi con il comportamento in campo ma non bastando davanti all’evidenza di accordi presi nella stessa pensione dove alloggiava con emissari del Torino che forse temevano la caparbietà di questo campione coraggioso sul serio, che non si aiutava gridando come faceva Berto Caligaris, ma a tutto campo spezzava e spazzava, con pedate possenti che rompevano peroni, in tempi in cui i giocatori andavano in campo con parastinchi tripli e si menava gloriosamente e poi si scherzava sui menati e chi si tirava indietro era un vile e questo fu il calcio radioso della Madama anni Trenta, stile ma anche animalità, virulenza, il presunto barone Mazzonis non perdonando una licenza poetica e zittendo col suo prestigio, che gli derivava dal fatto di poter disporre della piena fiducia di Edoardo Agnelli, anche i Combi e Rosetta.Vestì ventisei maglie azzurre, ventiquattro da moschettiere, esordendo a Padova contro la Jugoslavia in coppia con Bellini, Schiavio centravanti, lo sterminato dribblatore Cevenini III detto Zizì mezzala sinistra, contendendo la maglia al più appariscente Berto Caligaris, che lo aveva sostituito alla Juve dopo il fattaccio, fu protagonista dei memorabili match della primavera 1932 a Parigi e Budapest contro Francia e Ungheria, rilevato poi dal bolognese Gasperi e dall’irriducibile Caligaris, tornava in Nazionale contro la Grecia nell’aprile del 1934 in tempo per essere preso in considerazione, come terzino dell’Ambrosiana, per la prima conquista storica del nostro calcio: il campionato del mondo organizzato dal PNM con tutti i fori cadenti dell’antica romanità convocati sul posto e comandati di fare da cornice. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/11/luigi-allemandi.html
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LUIGI ALLEMANDI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Allemandi Nazione: Italia Luogo di nascita: San Damiano Macra (Cuneo) Data di nascita: 08.11.1903 Luogo di morte: Pietra Ligure (Savona) Data di morte: 25.09.1978 Ruolo: Difensore Altezza: 182 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 27 presenze - 0 reti 1 scudetto Campione del mondo 1934 con l'Italia Luigi Allemandi (San Damiano Macra, 8 novembre 1903 – Pietra Ligure, 25 settembre 1978) è stato un dirigente sportivo, allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Si laureò campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1934. Luigi Allemandi Nazionalità Italia Altezza 182 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1939 - giocatore Carriera Squadre di club 1919-1921 Legnanesi ? (?) 1921-1925 Legnano 85 (22) 1925-1927 Juventus 27 (0) 1927-1928 Inter 10 (0) 1928-1935 Ambrosiana-Inter 183 (0) 1935-1937 Roma 50 (1) 1937-1938 Venezia 23 (0) 1938-1939 Lazio 2 (0) Nazionale 1925-1936 Italia 24 (0) 1933-1934 Italia B 2 (0) Carriera da allenatore 1939 Lazio 1955 Alessandria D.T. Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Carriera Giocatore Club Allemandi in azione nel 1933 all'Ambrosiana-Inter Nato in provincia di Cuneo, si trasferì in giovane età a Legnano con la famiglia. Cominciò la carriera calcistica nei Giovani Calciatori Legnanesi: con il club lombardo partecipò al campionato di Promozione 1919-1920 e a quello di Prima Categoria 1920-1921 (eliminatorie Lombardia). Poi passò al Legnano, allora club di Prima Divisione, disputando il campionato C.C.I. del 1921-22. Con la squadra lombarda, che arrivò in più occasioni a sfiorare le finali della Lega Nord, riuscì a mettersi in luce a tal punto da essere acquistato dalla Juventus nel 1925. In maglia bianconera, eccellendo in coppia difensiva con Virginio Rosetta e assieme al portiere Gianpiero Combi, stabilì nella vittoriosa stagione 1925-26 il record d'imbattibilità del calcio italiano (934'), poi superato novant'anni più tardi da un'altra retroguardia juventina, quella Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini (974'), e fu convocato per la prima volta in nazionale. Durante il girone finale del campionato successivo venne coinvolto in un episodio di corruzione ai danni della propria squadra in un derby contro i rivali del Torino, per cui fu inizialmente squalificato a vita salvo poi essere amnistiato già nel 1928, pur avendo professato sempre la propria estraneità ai fatti. Precedentemente allo scandalo in cui venne implicato, fu ingaggiato dall'Ambrosiana, la squadra per cui faceva il tifo, e poi richiamato in nazionale a sostituire Umberto Caligaris. Con la maglia della nazionale arrivò così alla conquista della Coppa del Mondo. In maglia nerazzurra vinse lo scudetto del 1929-30 e fu ceduto alla Roma nel 1935. Giocò due anni in giallorosso e anche in nazionale, nella quale raggiunse le 24 presenze, alcune delle quali anche da capitano, venendo poi sostituito dal giovane juventino emergente Pietro Rava. Nel 1937 passò per un anno al Venezia in Serie B per concludere la carriera da calciatore in massima serie, in qualità di rincalzo, nella Lazio, disputandovi due soli incontri. Nazionale Debuttò in Nazionale A il 4 novembre 1925, nella gara amichevole contro la Jugoslavia. Il 3 marzo 1929 scese in campo contro la Cecoslovacchia in una gara valida per la Coppa Internazionale, contribuendo in tal modo alla vittoria italiana del trofeo. Allemandi in Nazionale Titolare con i gradi di capitano contro la Grecia nella gara valida per le qualificazioni al campionato mondiale di calcio 1934, fu convocato per partecipare alla manifestazione. Giocò titolare tutte e cinque gli incontri giocati dall'Italia, inclusa la finale contro la Cecoslovacchia che diede agli azzurri il primo titolo mondiale. Dall'ottobre del 1935 divenne capitano della nazionale, contribuendo alla vittoria della Coppa Internazionale 1933-1935. L'ultimo incontro in maglia azzurra fu l'amichevole contro la Cecoslovacchia disputata a Genova il 13 dicembre 1936: totalizzò così 24 gare in nazionale (9 delle quali con i gradi di capitano), senza mettere a segno reti. Giocò inoltre due partite con la Nazionale B, debuttandovi il 3 dicembre 1933. Allenatore e dirigente Nella stagione 1938-39, dopo le due presenze da calciatore, intraprese, in coppia con il direttore tecnico argentino Alfredo Di Franco, l'esperienza di allenatore dei biancocelesti guidando la Lazio per 12 incontri, di cui 11 in campionato e uno in Coppa Italia. Fu direttore tecnico dell'Alessandria nella stagione 1955-56, in occasione della partita Livorno-Alessandria (2-1). Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1925-1926 - Ambrosiana-Inter: 1929-1930 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930, 1933-1935
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MARIO MENEGHETTI «Anziano gladiatore di razza giunto da Novara – scrive Renato Tavella – con nel bagagliaio la fama di gran colpitore di testa. Giunto alla corte di Karoly apprende alcuni segreti “per andare su di testa” con migliore profitto e sembra non darsi pace per non averci pensato prima».Non era molto alto, ma nel gioco di testa risultava quasi imbattibile. Aveva una tecnica sobria ma redditizia; era una macchina sempre in moto e giocava in maniera estremamente corretta. Lo si distingueva immediatamente sul campo, per via di un grande fazzoletto bianco annodato dietro la nuca.Nel biennio trascorso in bianconero, durante il quale conquista lo scudetto del 1926, mette insieme 44 partite e realizza un goal. Nell’estate del 1927, rientra al Novara.“IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 3 MARZO 1942Martedì scorso 24 febbraio, in un tragico incidente, – investito da un treno diretto mentre stava attraversando i binari della stazione di Novara di cui era capo-gestore, – decedeva l’ex-giocatore Mario Meneghetti, che era e rimane la figura più rappresentativa del calcio novarese.La giovane generazione sportiva non l’ha conosciuto. Fazzoletto attorno alla fronte e chioma al vento, il Meneghetti aveva un giuoco tipicamente italiano, come si usava dire allora, di foga e di slancio inesauribili, ma eccelleva anche in tecnica e specialmente nel giuoco di testa, a quel tempo (sì parla di oltre vent’anni fa) non troppo praticato da noi. Di temperamento espansivo e vivace, trasportava queste sue qualità anche nelle partite, che disputava con una vitalità entusiasmante: per questo era uno di quei giocatori che sapevano accattivarsi la simpatia della folla.Si mise nettamente in luce nel Novara, che lo aveva tra i suoi difensori fin dal 1912-13, e della cui squadra fu poi per diversi anni l’abile centro-mediano e l’esemplare condottiero, richiamando su di sé l’attenzione dei tecnici federali. Dopo essere stato prescelto nel 1919 per alcuni incontri fra squadre rappresentative, venne incluso d’autorità nella squadra nazionale, nella quale esordì il 13 maggio 1920, a Genova, nella partita con l’Olanda (1-1).Disputò poi altri tre incontri in maglia azzurra alle Olimpiadi di Anversa di quell’anno: con l’Egitto (2-1) e con la Francia (1-3) rispettivamente negli ottavi e nei quarti di finale, e poi con la Spagna (0-2) nelle semifinali del Torneo di consolazione, E qui finiscono le prestazioni azzurre di Meneghetti, perché intanto andava imponendosi il giovane astro Burlando.In seguito, per quanto non fosse più tanto giovane essendo ormai prossimo al traguardo della trentina, la Juventus lo prelevò dalle file novaresi, e anche nella nuova squadra – con la quale vinse il campionato italiano della stagione 1925-26, in cui però il centromediano titolare era Viola, ed egli giocò anche da laterale – Meneghetti profuse i tesori della sua energia, lasciando di sé un grato ricordo quando la legge del tempo lo costrinse a cambiar sede.Ma non si estraniò completamente dallo sport attivo, poiché ritornò al « suo » Novara in veste di giocatore-allenatore, per poi continuare esclusivamente nella carriera di allenatore nel Seregno, nella Pro Patria e, nell’ultimo biennio, nel Dop. Falck, ovunque facendosi apprezzare per la sua opera e per i suoi consigli.Ufficiale di fanteria nella grande guerra 1915-18, il Meneghetti ebbe la sventura di cadere prigioniero degli austriaci il 14 gennaio 1916 a Oslavia. Ma la sua tempra irrequieta e avventurosa non poteva sopportare la vita del « vigilato », ed eccolo escogitare un piano di fuga dal campo dì concentramento di Mathausen, piano pienamente riuscito dopo non pochi tentativi e non poche peripezie, e che il Meneghetti ebbe a rievocare sulle colonne del nostro giornale.Ci voleva proprio un crudele colpo del destino per spezzarne la fibra di indomito lottatore! Aveva 49 anni, essendo nato a Novara il 4 febbraio 1893. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/mario-meneghetti.html
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MARIO MENEGHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Meneghetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 04.02.1893 Luogo di morte: Novara Data di morte: 24.02.1942 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Meniga Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 43 presenze - 1 rete 1 scudetto Mario Meneghetti (Novara, 4 febbraio 1893 – Novara, 24 febbraio 1942) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Mario Meneghetti Meneghetti alla Juventus a metà anni venti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1933 - giocatore 1942 - allenatore Carriera Squadre di club 1911-1912 Novara B ? (?) 1912-1925 Novara 65+ (20+) 1925-1927 Juventus 43 (1) 1927-1930 Novara 61 (4) 1930-1932 Seregno ? (?) 1932-1933 Novara 1 (0) Nazionale 1920 Italia 4 (0) Carriera da allenatore 1932-1933 Novara 1935-1938 Seregno 1938-1939 Pro Patria 1939-1940 Seregno 1940-1942 Falck Caratteristiche tecniche Centromediano, pur non essendo molto alto risultava eccellente nel gioco di testa. Non era dotato di una tecnica eccezionale, ma aveva una notevole resistenza atletica ed era un giocatore molto corretto. Sua caratteristica peculiare, che lo rendeva immediatamente riconoscibile sui campi di gioco, era di giocare con un fazzoletto bianco annodato dietro alla fronte. Carriera Giocatore Club Meneghetti, iniziò la sua carriera nel mondo del calcio militando con la storica Voluntas Novara, successivamente fu una delle più grandi bandiere della storia del Novara, club di cui segnò la prima rete assoluta in una sconfitta contro il Torino. A metà degli anni Venti passò alla Juventus dove vinse uno scudetto nel 1926, poi l'anno successivo tornò a Novara per chiudere la carriera con la maglia del club della sua città natale dopo una parentesi al Seregno. Nazionale Meneghetti debuttò in Nazionale il 13 maggio 1920 in un'amichevole contro i Paesi Bassi in preparazione alle Olimpiadi di Anversa. Nel corso del torneo olimpico fu titolare e disputò 3 delle 4 partite dell'Italia, l'ultima delle quali fu la sconfitta contro la Spagna che estromise l'Italia dalla corsa alle medaglie. Allenatore Negli anni Trenta allenò il Novara in Serie B e la Pro Patria in Serie C. Morte Lavorando come capogestore presso lo scalo merci della Stazione di Novara, morì investito da un treno nel 1942.
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MARIO PANIATI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Paniati Nazione: Italia Luogo di nascita: Pecetto Torinese (Torino) Data di nascita: 28.12.1907 Luogo di morte: Torino Data di morte: 05.06.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 15.11.1925 - Prima Divisione - Pro Vercelli-Juventus 0-1 Ultima partita: 27.02.1927 - Coppa Italia - Parma-Juventus 0-2 6 presenze - 0 reti 1 scudetto Mario Paniati (Pecetto Torinese, 28 dicembre 1907 – Torino, 5 giugno 1932) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Mario Paniati Paniati (in piedi, terzo da sinistra) nella Fiorentina della stagione 1928-1929 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1932 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1925-1927 Juventus 6 (0) 1927-1929 Fiorentina 21 (0) 1929-1930 Pavia 17 (7) 1930-1931 Atalanta 7 (3) 1931-1932 Catanzarese ? (?) Carriera Vincitore di uno scudetto con la maglia della Juventus, muore a soli 24 anni a causa di una fulminea malattia. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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ORESTE BARALE Oreste Barale – scrive Vladimiro Caminiti – indica il passaggio dalla Juventus sperimentale a quella della gloria piena, solare; il vercellese di Pezzana gioca sette campionati, totalizza 115 presenze, riesce due volte ad infilare la porta avversaria, il suo nome è legato anche al primo dei cinque scudetti anni '30, oltre che a quello del valoroso sventurato Karoly. I faticatori appartengono alla storia vera del calcio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/10/oreste-barale.html
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ORESTE BARALE https://it.wikipedia.org/wiki/Oreste_Barale Nazione: Italia Luogo di nascita: Pezzana (Vercelli) Data di nascita: 04.10.1904 Luogo di morte: Asti Data di morte: 17.02.1983 Ruolo: Centrocampista Altezza: 173 cm Peso: 70 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1931 Esordio: 17.10.1926 - Campionato Divisione Nazionale - Modena-Juventus 1-1 Ultima partita: 24.05.1931 - Serie A - Bologna-Juventus 4-0 113 presenze - 2 reti 2 scudetti Oreste Barale (Pezzana, 4 ottobre 1904 – febbraio 1983) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Oreste Barale Barale II alla Juventus nel 1930 Nazionalità Italia Altezza 173 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1942 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1924 Alessandria Squadre di club 1924-1925 Alessandria 0 (0) 1925-1931 Juventus 113 (2) 1931-1937 Alessandria 151 (2) 1937-1940 Vigevano 32 (1) 1940-1942 Cantù ? (?) 1942-1943 Lecco ? (?) Carriera da allenatore 1940-1942 Cantù 1942-1947 Lecco 1947-1948 Mortara 1948-1949 Monza 1949-1951 Mortara 1951 Pavia 1953-1954 Abbiategrasso 1954-1955 Cantù 1955-1957 Verbania Sportiva 1957-1958 Piacenza 1960 Chiasso 1961-1962 Pro Sesto Carriera Giocatore Mediano votato alla rottura della manovra avversaria, fu ingaggiato dalla Juventus nel 1925: in bianconero vinse due scudetti nel 1925-26 e nel 1930-31, dimostrandosi elemento importante per gli equilibri della squadra allenata da Károly e successivamente da Carcano. Nel 1931, chiuso dall'esplosione di Luigi Bertolini, passa all'Alessandria, sempre in Serie A. Con i grigi raggiunge la finale di Coppa Italia nel 1936, diventando un beniamino dei tifosi per l'onestà e la dedizione mostrata sul campo. Dopo la retrocessione avvenuta al termine della stagione 1936-1937 lascia la squadra alessandrina per passare al Vigevano, con cui disputa tre stagioni da riserva nella serie cadetta, e al Cantù. Chiude la carriera nel Lecco, nel campionato di Serie C 1942-1943. Allenatore Inizia come allenatore-giocatore a Cantù nella stagione 1940-1941 per due annate, e poi al Lecco in quella successiva. Nell'immediato dopoguerra allena nuovamente il Lecco, il Mortara e il Monza: con i brianzoli termina a centroclassifica, pur disponendo di una squadra che segna una media di quasi 2 reti a partita. Nell'aprile 1951 viene chiamato alla guida del Pavia, nel campionato di Serie C, sostituendo Alfredo Foni passato sulla panchina della Sampdoria. Conclude il campionato al terzo posto in girone A, dietro Monza e Sanremese, ma nella stagione successiva, dopo una pesante sconfitta sul campo di Vigevano, viene esonerato in favore di Giovanni Brezzi. A partire dal 1953 sceglie di allenare solamente formazioni di IV Serie o dilettantistiche, per poter conciliare l'attività con la professione di impiegato di banca. Nel campionato 1953-1954 è all'Abbiategrasso, e l'anno successivo torna per una stagione sulla panchina del Cantù. In seguito allena il Verbania e il Piacenza, in IV Serie, prima di vivere un'esperienza all'estero, sulla panchina del Chiasso nella stagione 1960-1961 in Lega Nazionale B. Rientrato in Italia, allena la Pro Sesto nel campionato di Serie D 1961-1962. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931 Campionato italiano Serie C: 1 - Lecco: 1942-1943 (girone C) Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Lecco: 1942-1943 (girone C)
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MARIO FERRERO FELICE BOREL, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1964 A quella che è la commemorazione doverosa e ufficiale di Mario Ferrero su queste colonne, desidero aggiungere una breve, accorata rievocazione personale di quello che fu un mio caro e valente compagno di squadra. Il ricordo di Lui si mescola per me in un fiume straripante di bellissimi ricordi che risalgono al periodo più indimenticabile della mia carriera di calciatore: risalgono a un’epoca in cui ottimi campioni giocavano un bellissimo calcio e facevano grande la Juventus. La simpatica figura di Ferrero io la rivedo oggi nella commozione del rimpianto come quella di un atleta forte e leale, di un giocatore intelligente e di alto, sicuro rendimento. Ma soprattutto lo ripenso e lo ripenserò sempre con affettuosa stima per il suo temperamento serio e modesto, virtù di fondo che accaparra sempre, ai «veramente migliori», una corrente spontanea e indelebile di simpatia e di ammirazione. Egli è stato il meraviglioso «rincalzo di campioni che più di Lui restano famosi nella storia del calcio nazionale e addirittura mondiale: per chi però, come me, L’ha conosciuto e apprezzato da vicino, Egli, non meno di quelli, resta impresso nella memoria come una figura di atleta e di uomo degna di stima profonda, convinta e sempre viva. Riassumere in breve l’attività agonistica di Mario Ferrero, il forte atleta degli anni 1924-1934, non è un’impresa facile. Del resto forse meglio così, che Ferrero giocatore sobrio, di poche parole, non avrebbe mai voluto che si spendessero per lui inutili frasi retoriche. Vera tempra di torinese, nato nel 1903, si era dedicato da giovanissimo al calcio, proprio nell’immediato primo dopoguerra, ed era riuscito in poco tempo ad affermarsi come un giocatore di valore nelle file del Pastore, la squadra torinese ormai scomparsa, che al primo campionato, dopo l’interruzione, del 1919-20, vinto dall’Internazionale, partecipò al campionato di Serie A. Allo scioglimento di questa società, Ferrero passò alla Juventus, all’inizio della stagione 1922-23. Attaccante di buon rendimento giocò alla Juventus per un buon periodo come centroattacco e interno sinistro. Lo troviamo così per la prima volta campione d’Italia con la Juventus nel 1926-27, la squadra di Combi; Rosetta, Allemandi; Barale, Meneghetti, Viola; Munerati, Vojak, Hirzer e Torriani. Giocatore d’ordine, dal rendimento costante doveva però affermarsi come terzino ambidestro. Venne così a costituire, per sei anni, la riserva fissa di Rosetta e Caligaris, una riserva che quando fu chiamata all’opera mai fece rimpiangere i pur grandi titolari. Eccelleva nel gioco di testa, avendo una formidabile elevazione, e tecnicamente godeva dei benefici di essere stato in gioventù un attaccante: mai nessuna entrata spericolata, il suo gioco apparve sempre misurato e redditizio anche se poco appariscente e spettacolare. In quattro campionati, nel periodo del «quinquennio», dal 1930 al 1934, Mario Ferrero, disputò 35 gare in prima squadra, conquistando quattro scudetti (oltre a quello del 1926-27). Ricordiamo le presenze di Ferrero nella Juventus campione per anno: 1930-31: 6 presenze al posto di Rosetta; 1931-32: 21 presenze di cui 20 in sostituzione di Caligaris e 1 di Rosetta; 1932-33: 5 presenze per 2 assenze di Caligaris e 3 di Rosetta e ancora 3 presenze nel 1933-34. Come si vede Mario Ferrero fu la «riserva di lusso» per la coppia nazionale Rosetta-Caligaris. Se avesse voluto cambiare società avrebbe potuto affermarsi in qualsiasi complesso nazionale. Solo al termine della carriera, cioè nell’anno 1934-35, si decise a trasferirsi alla Sampierdarenese. Da tutti i juventini Mario Ferrero sarà ricordato con affetto come atleta taciturno e sobrio. Un professionista serio che ha percorso i tempi. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/pietro-mario-ferrero.html
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MARIO FERRERO https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Ferrero_(calciatore_1903) Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 12.03.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 26.04.1964 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1934 Esordio: 30.11.1924 - Prima Divisione - Derthona-Juventus 0-2 Ultima partita: 15.04.1934 - Serie A - Brescia-Juventus 1-2 109 presenze - 9 reti 5 scudetti Mario Ferrero, o Pietro Ferrero secondo le altre fonti (Torino, 12 marzo 1903 – Torino, 26 aprile 1964), è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Mario Ferrero Ferrero alla Juventus nella stagione 1931-1932 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Terzino Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1921-1922 Pastore ? (?) 1925-1934 Juventus 109 (9) 1934-1935 Sampierdarenese 14 (0) Carriera Esordì nei primi anni 1920 con i torinesi del Pastore, passando poi nel 1924 ai più noti concittadini della Juventus dove rimase per il successivo decennio; riserva di Virginio Rosetta e Umberto Caligaris, in un'epoca in cui non erano ancora consentite sostituzioni, si ritagliò comunque un suo spazio in bianconero contribuendo da comprimario alla conquista di ben cinque scudetti — tra cui i primi quattro del Quinquennio d'oro. Si accasò infine per un'ultima stagione ai genovesi della Sampierdarenese, dove chiuse la carriera nel 1935. Palmarès Campionato italiano: 5 - Juventus: 1925-1926, 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934
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EZIO SCLAVI DANTE PEPI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1972 Un portiere che gioca stopper. Amici lettori, non spaventatevi di questo titolo piuttosto anacronistico poiché sono pochi coloro che ancora ricordano il povero Ezio Sclavi, ex portiere laziale degli anni trenta e per una stagione, quella del 1925-26 alla Juventus quale riserva di Gian Piero Combi. Sclavi era dotato di una classe eccezionale per cui era considerato un portiere formidabile, specialmente nelle palle alte, e spesso, anche in quelle a terra, era da considerarsi imbattibile. Però nonostante che fornisse in continuazione prove su prove degne dei migliori guardiani dell’epoca, alla nazionale ci arrivò solamente tre volte e sempre in sostituzione di Combi che allora nel suo ruolo non aveva rivali. Ma procediamo con ordine. Dunque, come abbiamo accennato sopra, nella stagione 1925-26 avvenne un fatto assai strano che mise a rumore l’ambiente calcistico nazionale. Eravamo nel periodo pieno della campagna acquisti e vendite, e come di consueto, come del resto avviene oggi ai nostri tempi, successe che senza fare tanto chiasso, e strombazzamenti, l’allora presidente della Juventus avv. Edoardo Agnelli, dalla Lazio si accaparrò il portiere Sclavi e la mezz’ala Vojak Antonio. L’acquisto di questi due grossi giocatori fece clamore anche perché prima non se ne era sentito parlare per niente. La bomba esplose quando era già stato fatto tutto. Ecco come realmente si svolsero i fatti. Le grandi società del nord avuto sentore che in seno alla Lazio le cose non andavano propriamente bene, si misero subito sul «chi-va-là» spiando da lontano la crisi della società romana. Soltanto al termine di questa si venne a sapere che la Juventus era stata la più svelta ad assicurarsi i due giocatori laziali. Però durante le trattative le cose non filarono abbastanza lisce come può sembrare a prima vista, anche per il fatto che non tutti i dirigenti romani erano d’accordo sulla cessione, e all’inizio chiesero tempo per decidere, mentre l’alternativa raggiunse toni molto drammatici, e infine Bitetti, il Presidente della Lazio, e la sua corrente furono costretti a capitolare. E così nonostante che i due migliori pezzi della squadra azzurra fossero stati dispostissimi a restare a Roma anche per poco, non ci fu possibilità alcuna di trovare un accordo fra le due parti. Più volte Sclavi che si era talmente innamorato della sua società da non volerla assolutamente abbandonare, spesso andava ripetendo ai suoi dirigenti: «Datemi solo da mangiare e resto con voi». Ma non ci fu niente da fare e fu così che due giocatori del calibro di Sclavi e Vojak passarono a rinforzare i ranghi bianconeri. Ma il bello, fatto sensazionale nella storia del calcio italiano, fu che due elementi di classe come i due laziali appunto per le beghe scoppiate in consiglio, furono lasciati liberi gratuitamente. Vojak parti da Roma senza rimpianti, ma Sclavi se ne andò in lacrime. Troppo forte era stato il distacco da casa, ormai la Lazio e Roma, erano diventate la sua seconda patria. Specialmente gli inizi per il nostro portiere non furono confortanti, la nostalgia di Roma e dei suoi colli fioriti gli rodeva il cuore, le nebbie e le nevicate del Piemonte non gli andavano a genio. Fu col passare del tempo che le cose andarono sensibilmente migliorando, e piano piano riuscì ad acclimatarsi nel nuovo ambiente, ed anche le nebbie e le nevicate non gli facevano più paura nonostante che in cuor suo continuasse a sognare Roma. Anche la forma subì un tangibile miglioramento tanto da competere da pari a pari col titolare Combi senza però mai riuscire a scalzarlo, anche solo una volta, dal suo posto di titolare. Poiché Combi, oltre alla sua altissima classe, era una vera istituzione per i bianconeri, perciò a meno di un caso di forza maggiore il posto in prima squadra era suo. Infatti di Sclavi si racconta che un giorno a un giornalista che lo interrogò sulle qualità e le possibilità del grande portiere juventino, Sclavi dichiarò apertamente: portare via il posto a quello, indicando Combi che stava allenandosi in disparte, è una cosa tremenda e inverosimile. Però Sclavi non era un tipo che si abbatteva tanto facilmente. Perseverava sempre negli allenamenti non dandosi mai per vinto, e oltretutto bisogna sapere che egli era un ecclettico, cioè non era solamente un ottimo portiere, ma anche un ottimo attaccante e un ottimo mediano. Un fenomeno si dirà. Quasi. Di sicuro però che giocatori come Sclavi, difficile trovarne un altro anche al giorno d’oggi, era un vero calciatore di classe. Comunque attese sempre con pazienza, anche questa era una dote che faceva parte del suo bagaglio tecnico e di classe, e l’occasione di dimostrare quello che valeva si presentò anche a lui, e fu verso la fine del campionato 1925-26. A quei tempi il campionato di Serie A si articolava in due leghe; Nord e Sud. Quello del Nord era costituito da due gironi, A e B. La Juventus venne assegnata nel girone B. Alla penultima giornata del girone di ritorno viaggiava in testa con punti 35 contro i 28 del Genoa. Doveva recarsi a Reggio Emilia, era una gara come suol dirsi di ordinaria amministrazione, come infatti risultò sul campo poiché la Juventus aveva trascurato assai l’esito di questa partita, e ben quattro uomini vennero sostituiti. Fu appunto in questa gara che Sclavi venne incluso in formazione nel ruolo di centro mediano in sostituzione del titolare Viola, altro grande giocatore bianconero, con risultati più che eccellenti da fare invidia a molti altri. Incredibile a dirsi, ma stando alle cronache di allora, Sclavi se la cavò così bene che nessuno si accorse che questo poderoso centro mediano non era altro che il portiere di riserva a Combi. E non c’è che dire, egli era in buona compagnia, basta scorrere la formazione di quella famosa partita: Combi; Rosetta, Gianfardoni; Barale, Sclavi, Rasetto; Gariglio, Vojak, Pastore, Caudera, Torriani. Vinse la Reggiana per due reti a zero, ma la grande impresa del nostro Sclavi restò sempre fulgida e lampante. Un altro fatto simile gli successe quando ritornò in seno alla Lazio. Questa volta a Napoli ma nel ruolo di interno sinistro. Vinse la Lazio per due a uno e una rete per i laziali la segnò proprio lui mediante un tiro dal limite dell’area di rigore. Con la sconfitta di Reggio Emilia la Juventus non compromise affatto la sua posizione di leader, si rifece subito la domenica dopo andando a vincere a Genova contro lo squadrone rossoblu per tre a uno. Dopo di che ebbero inizio le finali contro il Bologna, vincitore del Girone A, e la conseguente vittoria assoluta per il titolo italiano, il secondo per la luminosa storia della Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/ezio-sclavi.html
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EZIO SCLAVI https://it.wikipedia.org/wiki/Ezio_Sclavi Nazione: Italia Luogo di nascita: Montú Beccaria (Pavia) Data di nascita: 23.03.1903 Luogo di morte: Taggia (Imperia) Data di morte: 31.08.1968 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1925 al 1926 e dal 1930 al 1932 Esordio: 27.06.1926 - Prima Divisione - Reggiana-Juventus 2-0 Ultima partita: 02.09.1931 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-2 4 presenze - 5 reti subite 1 scudetto Ezio Sclavi (Montù Beccaria, 23 marzo 1903 – Taggia, 31 agosto 1968) è stato un calciatore, allenatore di calcio e pittore italiano. Ezio Sclavi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere, centrocampista) Termine carriera 1935 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Squadre di club 1922-1923 Stradellina ? (-?) 1923-1925 Lazio 32 (-?) 1925-1926 Juventus 4 (-5) 1926-1934 Lazio 220 (-?) 1934-1935 Messina 18 (-?) Nazionale 1932 Italia 2 (-2) Carriera da allenatore 1935 Messina 1947 Viterbo 1947-1948 Viterbo Giovanili Carriera Club Originario di Stradella, esordì come portiere nella locale squadra di calcio, prima di essere chiamato a Roma per svolgere il servizio militare: durante un torneo estivo fu notato da osservatori della Lazio, che lo tesserarono e, nel settembre del 1923, lo fecero esordire in prima squadra senza che in precedenza avesse mai giocato una vera partita. Ezio Sclavi. Nel 1925 lasciò per un breve periodo la squadra biancoceleste, divisa in una fazione fautrice del professionismo, guidata da Olindo Bitetti, e in una che aspirava a salvaguardare lo spirito dilettantistico, facente capo dagli eredi del grande presidente laziale Ballerini, per accasarsi alla Juventus, squadra in cui trovò poco spazio per la leadership di Gianpiero Combi, tanto da dover essere schierato nella linea mediana durante la gara giocata a Reggio Emilia il 27 giugno 1926. Malgrado la squadra neo-campione d'Italia gli proponesse il rinnovo del contratto ed un posto come centromediano fece dunque ritorno alla Lazio, dove diventò presto uno dei giocatori biancocelesti più amati, per l'abnegazione e l'attaccamento alla maglia; su di lui sono ricordati diversi episodi. In una gara disputata ad Alessandria, il 10 maggio 1931, nel corso di un'azione Sclavi si scontrò con un avversario e svenne; rientrato in campo fasciato per una ferita all'orecchio, ricevette un calcio sul volto e, ricondotto fuori dal terreno di gioco, rientrò con la testa fasciata, non volendo lasciare con un uomo in meno la sua squadra. La Lazio vinse la gara e i soci gli regalano una medaglia d'oro per il suo coraggio. Personaggio d'altri tempi, una volta ricevette una sfida a duello da un giornalista, Eugenio Danese, per un insulto; i due diventarono poi amici. Durante il campionato 1933-34 fu operato per due volte al menisco e fu sostituito da Giacomo Blason, che mantenne la maglia da titolare anche dopo la riabilitazione di Sclavi; la Lazio lo svincolò e, dopo un breve periodo in Serie B al Messina, scelse di partire volontario per la Guerra d'Etiopia, dove allenò varie squadre etiopiche, vincendo anche 3 campionati consecutivi come allenatore-giocatore (in campo come centravanti). Nazionale Il 13 dicembre 1931 esordì in Nazionale in una gara di Coppa Internazionale disputata a Torino contro l'Ungheria. Dopo il ritiro Reduce dalla Guerra d'Etiopia, durante la quale fu fatto prigioniero e detenuto in un campo di prigionia vicino al lago Tanganica, ritornò in Italia dopo tredici anni di assenza e si stabilì in Liguria, dove riscosse un discreto successo come pittore e dove rimase fino alla morte, che lo colpì nel 1968, a 65 anni. A lui è dedicato lo stadio comunale di Arma di Taggia, e una targa commemorativa a fianco della Chiesa parrocchiale di San Siro a Canneto Pavese inaugurata nel luglio 2017. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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József Viola - Calciatore e Allenatore
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JÓZSEF VIOLA Jeno Karoly, l’allenatore della prima Juventus di Edoardo Agnelli, era stato allenatore del Savona. Con lui, che già insegnava calcio, c’era un giocatore magiaro, József Viola, difensore centrale, che seguì poi il tecnico nel suo viaggio a Torino. Chi lo ha visto giocare, sostiene che, dopo Monti e Parola, Viola può essere considerato il più forte centromediano nella storia bianconera, in tempi nei quali i giocatori di questo ruolo non avevano ancora l’aiuto del libero. Le scarne cronache di allora lo descrivono come un giocatore eclettico, tecnicamente molto dotato, ma amante del gioco rude, maschio.Fisicamente molto forte pur se di taglia media e dal torace molto sviluppato, non era molto veloce nello scatto breve, ma aveva una grande resistenza alla fatica, ottimo nel gioco di testa per la perfetta scelta di tempo nello stacco, il che gli consentiva di sopperire alla statura non certo eccezionale.Non era scorretto, ma conosceva tutte le astuzie e le malizie per provocare gli avversari e costringerli al fallo. Caratterialmente era molto difficile, sia in campo sia fuori, ma ciò permise a Viola di essere un leader della squadra. Non tollerava, da parte dei giornalisti, nessuna critica che riguardasse la sua vita privata: «Accetto solo giudizi che riguardano cosa faccio o non faccio in campo e non permetto a nessuno che mi consideri un indisciplinato». E con queste parole apostrofò un giornalista nel corridoio degli spogliatoi, aggiungendo con tono minaccioso: «Venga fuori che discutiamo da uomini!»Viola, dopo un inizio da laterale prese al centro della difesa il posto del forte Monticane, morto per un aneurisma. In questo ruolo, l’ungherese, riuscì a dimostrare tutto il suo valore, tanto che l’allenatore Karoly utilizzò il giovane Rosetta come centravanti, lasciandogli seguire gli istinti di inizio di carriera. Il magiaro fu uno dei protagonisti della stagione 1925-26, quella del secondo scudetto juventino. I giornali dell’epoca lo ricordano come un vero gladiatore e, nella finalissima, tre giorni dopo la morte di Karoly, era stato il migliore in campo, giocando anche, se non soprattutto, per il suo allenatore appena scomparso, per il connazionale e amico che, volendolo con sé, gli aveva aperto la strada verso il calcio italiano, verso la Juventus.La stagione 1926-27 lo vede sdoppiarsi fra la panchina e il campo (solo dieci presenze). L’anno dopo, considerato il veto della federazione all’impiego di giocatori stranieri, interrompe la sua attività, pur continuando a battersi per ottenere la cittadinanza italiana e diventa l’allenatore dell’Ambrosiana.Diventato italiano, ritorna alla Juventus come giocatore, agli ordini di George Aitken. Dal 1930-31 è all’Atalanta come giocatore-allenatore; si fermerà a Bergamo per altre due stagioni in veste di allenatore. Dalla panchina guiderà in seguito Milan, Vicenza, Lazio, Spezia e Milan, Livorno, Spal, Bologna e Como. Desta molta curiosità il fatto che, nella stagione 1938-39, fu contemporaneamente direttore tecnico dello Spezia e allenatore del Milan. Altri tempi.VLADIMIRO CAMINITI1924: vive la Juve dentro oasi di ricercatezza, nel paese si spandono le scelleratezze dei fascisti, il lusso ignora la miseria, D’Annunzio sfolgora di finte grandezze, l’eloquenza maschera la verità. Zambelli, l’orecchiuto labbruto popputo gerente di “Hurrà”, rivista mensile del FBC Juventus, formato quaderno con l’epigrafe del presidente Corrado Corradino sul frontespizio: la vittoria è del forte che ha fede, fa un bel colpo nel numero di ottobre, ottiene le confidenze dell’ispido biondastro Giuseppe Viola, centr’half della squadra. Il valentissimo half si negava con rossori e scrollate di capo. Zambelli strapregò Karoly l’allenatore e arrivò alla redazione della rivista, in Via Carlo Alberto 45, una lettera. C’era scritto: «Ho appena ventotto anni e già tre figli. Quanti avrò ancora! Non saprai! Tanto la futura half linea è fatta e i miei violini cominciano già a conoscere i secreti del bel gioco di calcio, curando mie gambe dopo ogni partita. Io invece iniziavo carriera calcistica a dodici anni e fra poco giocavo nella squadra boys del Torekves da centro forward, centro half e half laterale. Ma mie preferenze erano per centro half, malgrado che in quel posto sembrava impossibile realizzare il più bel sogno di mia gioventù: entrare nella squadra Nazionale, perché era eternamente occupato dal più grande pioniere del football ungherese (Karoly, l’allenatore di Viola). Ma con tempo e pazienza tutto deve andare e anche io sono riuscito a difendere i colori nazionali e giocavo otto volte quando, per i motivi ben conosciuti, emigravo prima in Germania e poi Italia che fu diventata mia seconda patria… Firenze… Spezia… quante rose… quante spine… Poi quest’anno avevo piacere prendere parte alla gloriosa tournée juventina in Germania e se penso mi sento diventare Napoleone ed esclamo: Dresda! Lipsia! Hannover! Brema! Di nuovo e di nuovo ritorno ricordarmi alle partite in quella città durante che ho imparato amare i miei carissimi nuovi compagni. E per me sarà il più grande soddisfacimento se potrò rilevare in loro li stessi sentimenti e goderli in molti anni».La prosa col suo misterioso affiato esotico restituisce un’anima di campione del calcio alquanto candida. Ma per capirne di più bisogna tradurre la prosa della rivista sportiva “Kampf di Dresda”, che dedicava al bianconero in occasione della tournée juventina del maggio 1924 un articolo dal titolo: “Viola, half fenomeno”. Vi si leggeva tra l’altro: «Nella squadra della Juventus, accanto a dieci italiani, giuoca un ungherese: Viola, l’half di classe, che conoscevamo già di fama. Quando venne organizzato il famoso incontro Germania-Ungheria, il suo nome fu tra i più in vista. In che posizione giuocò oggi Viola contro il Brandemburg? Ovunque, da half, da forward, da bach! Stava in difesa quando la squadra cedeva, teneva l’ala destra con la stessa sicurezza della sinistra; toglieva la palla all’ala avversaria, la portava al centro, la passava di precisione all’ala sinistra, poi si fermava a osservare il risultato dell’azione che aveva creato. Tornato al proprio posto, quando Hausmann e Findeisen avanzavano, era di nuovo tra loro a intercettarne i passaggi, quasi il suo piede avesse un influsso magnetico sul pallone. È cresciuto alla scuola magiara che apprese dagli inglesi l’arte dei passaggi bassi, ma addotta anche il giuoco alto quando lo ritenga il più conveniente. Non si vedono in lui raffinatezze di giuoco: non lavora che alla più spedita realizzazione del goal. Al sistema inglese della fitta rete di passaggi preferisce l’azione che punta decisa alla porta avversaria. I suoi pregi sono i colpi precisi e lunghi che sfiorano l’avversario e si arrestano ai piedi del compagno forward, nell’area di rigore. Viola è battagliero; se ha la palla e non la può passare lavora di dribbling anche contro due tre avversari e la palla pare legata al suo piede. Magnifico nei salti, e così possente nei passaggi di testa che si direbbe calci… con la testa… Dopo cinque minuti che giuocava ognuno ne aveva apprezzato la classe… Al fischio finale dell’arbitro era fresco come all’inizio…».Quanto sono effimere certe elucubrazioni tecnico-tattiche d’oggidì sul calciatore, italiane e italianissime. Viola, emaciato campione di altre stagioni, giocava come i veri assi degli anni futuri. Giocava a tutto campo, giocava per la squadra, serviva il collettivo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/david-andrew-platt-raggiunse-la.html -
József Viola - Calciatore e Allenatore
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JÓZSEF VIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/József_Viola Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Komárom (Ungheria) Data di nascita: 10.06.1896 Luogo di morte: Bologna Data di morte: 18.08.1949 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Ungherese Soprannome: Beppe - Giuseppe Viola Alla Juventus dal 1924 al 1928 e 1929-1930 Esordio: 12.10.1924 - Prima Divisione - Juventus-Spal 2-1 Ultima partita: 27.04.1930 - Serie A - Juventus-Torino 2-0 78 presenze - 4 reti 1 scudetto Allenatore della Juventus dal 1926 al 1928 József Violak, noto anche col nome italianizzato Giuseppe Viola (Komárom, 10 giugno 1896 – Bologna, 18 agosto 1949), è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese, di ruolo centrocampista. Il suo cognome venne italianizzato per volere delle gerarchie fasciste alla concessione della residenza e del passaporto italiano. József Viola Viola alla Juventus negli anni 1920 Nazionalità Ungheria Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1932 - giocatore 1947 - allenatore Carriera Squadre di club 1919-1920 Törekvés ? (?) 1921-1922 Berliner SV 1892 ? (?) 1922-1924 Spezia 44 (3) 1924-1928 Juventus 57 (4) 1928-1929 Ambrosiana 0 (0) 1929-1930 Juventus 21 (0) 1930-1932 Atalanta 18 (0) Nazionale 1920 Ungheria 1 (0) Carriera da allenatore 1922-1924 Spezia 1926-1928 Juventus 1928-1929 Ambrosiana 1930-1933 Atalanta 1933-1934 Milan 1934-1936 Vicenza 1936-1939 Lazio 1939 Spezia 1939-1940 Milano DT 1940-1942 Livorno 1945-1946 Genoa 1946 SPAL 1946-1947 Bologna 1947 Como Carriera Giocatore Per tre anni fu il centromediano della Juventus, dal 1924 al 1927, vincendo lo scudetto del 1926 in cui la squadra bianconera vinse le finali di Lega Nord alla terza gara (spareggio) contro il Bologna e prevalse per un totale di 12-1 su due gare contro l'Alba. Viola all'Atalanta nei primi anni 1930 Compagno di squadra di un giovane Giuseppe Meazza all'Ambrosiana nel 1928-29, disputò nuovamente alla Juventus il primo campionato di Serie A prima di terminare la carriera da giocatore dall'Atalanta. Allenatore Tecnico di lungo corso, cominciò a svolgere il compito con il ruolo di allenatore-giocatore con Spezia, Juventus, Ambrosiana ed Atalanta. Continuò in Serie A con il Milan — divenendo così il primo a guidare tutte le tre grandi del calcio italiano —, sfiorò poi lo scudetto con la Lazio nella stagione 1936-37, e infine dal 1940 al 1942 sedette sulla panchina del Livorno. Al termine della seconda guerra mondiale, nel 1945 venne ingaggiato dal Genoa, incarico da cui venne sollevato l'11 marzo 1946, trovando nello stesso mese un nuovo incarico alla SPAL. In seguito fu allenatore del Bologna, del Vicenza e Como in Serie B. Palmarès Giocatore/allenatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926 -
UGO RASETTO https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Rasetto Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 26.05.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.05.1987 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1924 al 1926 Esordio: 12.07.1925 - Prima Divisione - Juventus-Derthona 2-1 Ultima partita: 27.06.1926 - Prima Divisione - Reggiana-Juventus 2-0 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Ugo Rasetto, conosciuto anche come Ugo Rasetti (Torino, 26 maggio 1903 – ...), è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Ugo Rasetto Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 1922-1924 Settimese ? (?) 1924-1926 Juventus 2 (0) 1927-1929 Alessandria 16 (0) 1929-1930 La Dominante 5 (0) 1930-1931 Liguria 0 (0) 1931-1932 Sampierdarenese ? (?) Carriera Tra il 1922 e il 1924 ha militato nella Settimese, nel campionato di Terza Divisione. Nell'autunno 1924, messo in lista di trasferimento, si trasferì alla Juventus, con cui debuttò nel campionato di Prima Divisione: fece il suo esordio contro il Derthona il 12 luglio 1925, nella vittoria dei bianconeri per 2-1. La sua seconda ed ultima partita fu nella stagione successiva contro la Reggiana, il 27 giugno 1926. Nella stagione 1927-1928 fu acquistato dall'Alessandria, tornando a giocare nella massima divisione. Rimase in forza ai grigi piemontesi per due annate, collezionando complessivamente 16 presenze in campionato. Nel 1929, posto in lista di trasferimento, passò alla Dominante, nel campionato di Serie B, e ne seguì le vicende per le due annate successive, nelle quali la società cambiò nome dapprima in Liguria e quindi in Sampierdarenese. Con quest'ultima ottenne la promozione in Serie B, al termine del campionato di Prima Divisione 1931-1932. Palmarès Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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PIERO PASTORE Tra i molti giocatori che attraverso i tempi hanno indossato la gloriosa maglia bianconera della Juventus – scrive Dante Pepi su “Hurrà Juventus” del luglio 1973 – è doveroso ricordare in particolar modo anche Pietro Pastore, centravanti di fama nazionale, pura razza patavina, e al tempo stesso Play-boy del mondo cinematografico italiano dei tempi passati.Appunto per chi non lo sapesse Pastore, oltre al calcio, coltivava l’hobby di fare del cinema essendo in possesso di tutte quelle doti caratteristiche necessarie per arrivare molto in alto. Per cui se egli si fosse dedicato effettivamente per intero alla macchina da presa e ai teatri di posa della vecchia Cines, o di altre case cinematografiche, sarebbe riuscito sicuramente.Fu in occasione di un concorso indetto da una nota Casa cinematografica che Pastore vinse alla grande, però più in virtù della sua prorompente avvertenza fisica che altro, imponendosi subito come l’uomo del giorno con davanti a sé un luminoso avvenire. Infatti, agli inizi emerse come una promessa di «divo» della celluloide.Come primo film interpretò «La leggenda di Wally» di Orlando Vassallo avendo come partner una famosa stella dell’epoca, Linda Pini. In seguito, nel 1931, nel suo secondo film interpretò la parte principale in «Acciaio», un film ambientato a Terni, diretto dal regista tedesco Walter Ruttman.Questo film fu quello di maggiore successo interpretato da Pastore, il quale in seguito prese parte anche a molte altre pellicole sempre come protagonista, quali «Porto» di Amleto Palermi, «Aldebaran» di Alessandro Blasetti, e infine uno anche a carattere sportivo, cioè: «Io, suo padre» accanto a Clara Calamai, Erminio Spalla, Enzo Fiermonte ecc.Questo in sintesi il curriculum di Pastore come attore. Resta ora da vedere lo sportivo, cioè il calciatore.Pietro Pastore era nato a Padova il 28 gennaio 1903. Iniziò a calciare palle e palloni, o presunti tali, quando era ancora giovanissimo. Entrò nelle file del Padova A.C. unitamente ai già quotati campioni che rispondevano ai nomi di Lodolo, Barzan, Danieli, Fajenz, Fagioli, Girani, i fratelli Busini, Vecchina, i fratelli Monti ecc. mettendosi subito in evidenza per le sue doti di emerito cannoniere. Tutte le posizioni per il biondo Pietro erano buone per tirare, e le reti fiaccavano sempre più copiose.La Juventus che nel campionato 1922-23 aveva segnato solamente 31 reti, contro le 61 del Genoa vincitrice del proprio girone, era alla ricerca di un uomo-gol, o punta come si chiamerebbe oggi, non si lasciò sfuggire l’occasione per accaparrarsi il bel Pietro.A Torino si acclimatò subito, l’ambiente gli si confaceva perfettamente, la squadra girava a meraviglia, e il nostro uomo segnala gol a valanghe. Arrivò fino alla Nazionale B. Infine nel 1928 in occasione delle Olimpiadi di Anversa, l’allora C.T. azzurro Cav. Augusto Rangone, convocò anche Pastore per la trasferta in Olanda, dove però non giocò nessuna partita in squadra.Di questo però il nostro buon Pietro non ebbe mai a dolersene, per lui era già assai essere stato preso in considerazione per la gita nella terra dei mulini a vento e dei tulipani, per il resto era deciso anche ad attendere.I giocatori italiani erano alloggiati all’Hotel Schiller. Le belle ragazze piacevano ai nostri giocatori e gli azzurri erano di Moda. Naturalmente in cotanta compagnia il super divo era Pietro Pastore, il quale fra l’altro aveva trovato modo di dare all’abito e al berretto un tono chic differente dagli altri.Guardava le donne con uno sguardo fascinoso, fatale, assassino: testa bassa e occhi voltati all’insù. I compagni lo chiamavano Cicca.Cicca, dunque, faceva l’occhiolino a due belle tipe olandesi, auto a disposizione, eleganza abbagliante. In seguito poi si seppe che erano madre e figlia.Cicca non sapeva a quale avrebbe concesso i suoi favori. Egli divideva la camera con Magnozzi, e infatti complice il motorino livornese, i compagni congiurarono contro di lui.Rossetti prese una bella rosa e andò a metterla sotto il guanciale del divo.Dal buco della serratura, dove fra i giocatori italiani si era formata una vera coda di curiosi, si vide Pastore prendere la rosa, baciarla, rimetterla sotto il guanciale, addormentarsi così. E così di seguito per alcune sere. Pastore andava ripetendo agli amici che una delle due, o madre o figlia, gli voleva bene, oppure addirittura tutte e due.Forse. Chissà?I compagni facevano finta di non crederci ed egli li conduceva a vedere.L’ultima sera, prima della partenza, Cicca non parlò di rose, non disse nulla. Al posto della rosa porporina ci aveva trovato un topo morto con la coda lunga così…Nella stagione 1927-28 Pietro venne poi ceduto con molti rimpianti dalla Juventus al Milan, dove rimase per due campionati, per poi nel 1929-30 passare alla Lazio, alla ricerca di un ottimo centravanti.In un primo tempo sembrava che il nostro Pietro, il più affascinante dei calciatori che calcavano i nostri campi erbosi, avesse dato l’addio alle scene. Qualcuno anzi aveva già dato l’addio al bizzarro atleta dal piede lesto e dal cervello fino! Sembrava proprio che Pastore si fosse votato anima e corpo al cinema. Dal trono di cuoio, al trono di celluloide (e ritorno).La Lazio aveva bisogno di un attaccante che avesse classe ed esperienza per dare tono, e un’impronta particolare alla sua prima linea alquanto anemica in fatto di gol, e infatti Pastore mediante le sue doti di sfondatore ci riuscì in pieno segnando fior di reti.Nella stagione 1931-32 ritornò nuovamente al Milan. E infine nel 1935 quando l’Italia dichiarò guerra all’Etiopia per la conquista dell’Impero, in seguito alla romanzesca fuga di Stagnaro, Scopelli e Guaita da Roma, i dirigenti giallorossi corsero ai ripari ingaggiando il nostro Pastore rimasto temporaneamente libero da impegni con società, e così dopo avere disputato un campionato in Serie B con il Perugia, il bel Pietro ritornò nella capitale ma questa volta però, sotto i colori della squadra di Bernardini.Infine ormai giunto all’età matura, pareva deciso a diventare una volta per sempre «l’uomo dello schermo», ma dopo alcuni provini e qualche parte di non eccessiva importanza sostenuta in qualche film, Pastore abbandonò definitivamente anche questa strada per dedicarsi interamente alla sua vita privata, lasciando dietro di sé un’impronta indelebile e come calciatore e come attore proveniente dallo sport che ancora oggi a distanza di molti anni nessuno è riuscito a imporsi.VLADIMIRO CAMINITICombi, Rosetta, Allemandi, Grabbi, Viola, Bigatto, Munerati, Vojak, Pastore, Hirzer e Munerati. È la Juventus che vince il secondo scudetto, e vi gioca un centrattacco innamorato delle stelle. Delle stelle da intendere come dive e miss, passa le ore parlando di Greta Garbo, cucendosi addosso, mentre segna gol che quasi spaccano la rete, nuove parti da primo attore. Si vede attore, si sogna attore. Fa rima con Pastore.È un padovano che la Juventus ha prelevato dalla società calcistica di quella città, non possiede una tecnica vistosa, ma fa gol con benedette ciabattate. I giorni si sono messi a correre, in Italia, dietro una nuova realtà.La Juventus squadra di calcio ha archiviato le matronesse, e prefigura quello che sarà tra breve: una macchina da gol. Nel 1923, quando arriva Pietro Pastore, ha già il portiere di tutti i voli in Combi, ingaggia Viri Rosetta e in quattro anni, le quattro stagioni che sono anche di questo padovano, si fa squadrone. L’avvento del presidente Edoardo Agnelli è fondamentale. La parte di Mazzonis dirigente factotum è decisiva per trasferire la realtà dalla teoria alla pratica.Mazzonis è il primo dirigente tecnico della storia. La Juventus, che ingaggia Jeno Karoly, vuole realizzarsi in campo all’altezza del magistero danubiano. Ungheresi sono due suoi pilastri: Viola e Hirzer; italianissimo è però l’impianto col portiere Combi, veloce come un lampo nella parata in mischia e formidabile anche stilisticamente nella respinta a pugno (nonostante la statura normale rendesse spesso pericolosa per i compagni la sua uscita sempre baldanzosa), con l’eclettico strategico Rosetta, con il fortissimo difensore Allemandi, con il fumaiolo vivente ma anche gran cursore e faticatore Bigatto. In questa compagnia, Pastore innesta il suo scatto e la sua stoccata fegatosa. In 22 partite, nella stagione del secondo scudetto, va a segno 27e gol. Ha un coraggio malandrino nell’avventarsi su tutte le traiettorie, appena possibile tira in porta da qualunque posizione. Lui ci prova, la fortuna e l’estro lo assistono spesso e volentieri.I programmi della Juventus, sempre più ambiziosi, lo escludono in vista del campionato 1927-28. Finisce alla Lazio, con sua soddisfazione, e vi giocherà per tre stagioni, inseguendo il suo sogno dorato. Resterà un sogno. Poche particine e niente di meglio, non diventerà mai l’attore che avrebbe voluto, non incontrerà mai Greta Garbo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/piero-pastore.html
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PIERO PASTORE https://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Pastore Nazione: Italia Luogo di nascita: Padova Data di nascita: 03.04.1903 Luogo di morte: Roma Data di morte: 08.01.1968 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano B Soprannome: Cicca Alla Juventus dal 1923 al 1927 Esordio: 14.10.1923 - Prima Divisione - Livorno-Juventus 3-2 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato di Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 66 presenze - 55 reti 1 scudetto Pietro Mario Pastore, detto Piero (Padova, 3 aprile 1903 – Roma, 8 gennaio 1968) è stato un calciatore, allenatore di calcio e attore cinematografico italiano. Piero Pastore Piero Pastore alla Juventus negli anni venti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1936 - giocatore 19?? - allenatore Carriera Squadre di club 1920-1923 Padova 20 (4) 1923-1927 Juventus 66 (55) 1927-1929 Milan 59 (39) 1929-1931 Lazio 57 (23) 1931-1932 Milan 30 (13) 1932-1934 Lazio 18 (9) 1934-1935 Perugia 3 (2) 1935-1936 Roma 4 (1) Nazionale 1927 Italia B 2 (2) 1928 Italia 0 (0) Carriera da allenatore 1941-1943 VV.FF. Roma 1949 Tivoli Palmarès Olimpiadi Bronzo Amsterdam 1928 Carriera Giocatore Pastore segna in scivolata il gol dell'1-0 nella finale Lega Nord Juventus-Bologna della Prima Divisione 1925-1926 Debuttò nel calcio a 15 anni con la maglia della squadra della sua città natale, il Padova. Nel 1923 passò alla Juventus e fino al 1927 vi ha collezionato 66 presenze in prima squadra, segnando 55 reti. In seguito vestì le maglie del Milan, della Lazio, del Perugia e della Roma dove chiuse la carriera nel 1936. Nel 1927 il calciatore dovette affrontare, insieme al compagno di squadra Federico Munerati, un'accusa di combine in merito al caso Allemandi, da cui entrambi ne uscirono con un semplice richiamo ufficiale da parte del presidente federale Leandro Arpinati. Convocato in Nazionale, vinse nel 1928 la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam. Giocò anche in Nazionale B, nella prima partita della rappresentativa, terminata con la vittoria ad Esch-sur-Alzette del 17 aprile 1927 degli azzurri sulla Nazionale del Lussemburgo per 5-1. Finita la carriera di calciatore intraprese una breve avventura come allenatore della squadra dei Vigili del Fuoco di Roma e successivamente del Tivoli. Nel 1928, dal 5 agosto al 5 settembre, aggregato al Brescia, disputò con la maglia delle rondinelle una tournée in terra americana. Salpati dal porto di Genova il 23 luglio 1928 sul transatlantico Duilio raggiunsero New York dopo 10 giorni di navigazione e in 30 giorni disputarono 9 partite; Piero Pastore scese in campo 5 volte realizzando altrettante reti. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Amsterdam 1928 Attore Mentre è ancora giocatore, ha l'occasione di debuttare nel cinema al termine dell'epoca muta, dove partecipa a due film nel biennio 1929-30: Ragazze non scherzate e La leggenda di Wally. Nel periodo sonoro partecipa a un'ottantina di pellicole, ricoprendo una volta sola il ruolo del protagonista: nel film Acciaio, del 1933, diretto da Walter Ruttmann e sceneggiato, tra gli altri, da Mario Soldati. In seguito ricoprirà spesso piccoli ruoli anche in due celebri pellicole, Vacanze romane (1953) e Barabba (1961), parteciperà ad alcuni film con Totò (Arrangiatevi e Signori si nasce) e chiuderà la sua seconda carriera alla metà degli anni sessanta con due film di fantascienza diretti da Antonio Margheriti. Nel 1964 dato il suo passato di calciatore viene chiamato da Lucio Fulci per un ruolo di calciatore amatoriale sebbene già sessantenne nel film I maniaci.
