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ALFREDO BARISONE Ala di Acqui Terme (Alessandria), classe 1904, si forma nell’Alessandria e quando arriva alla Juve, nel 1927, si punta molto su di lui per dare un seguito ai buoni risultati del biennio precedente. Se la cava, per due stagioni, raggranellando 23 presenze (di cui due in Coppa Europa) e 3 reti. Nell’Atalanta e nella Sampierdarenese prosegue una discreta carriera. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/02/alfredo-barisone.html
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ALFREDO BARISONE https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Barisone Nazione: Italia Luogo di nascita: Acqui Terme (Alessandria) Data di nascita: 06.02.1904 Luogo di morte: Acqui Terme (Alessandria) Data di morte: 28.12.1992 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 02.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 06.07.1929 - Coppa Europa Centrale - Slavia PragaJuventus 3-0 21 presenze - 3 reti Alfredo Barisone (Acqui Terme, 5 febbraio 1904 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Alfredo Barisone Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1938 Carriera Giovanili 19??-1924 Acqui Squadre di club 1924-1927 Acqui 0 (0) 1927-1929 Juventus 21 (3) 1929-1933 Atalanta 80 (15) 1933-1935 Sampierdarenese 30 (6) 1935-1936 Sanremese 11 (1) 1936-1938 Acqui 25 (1) Carriera Ha giocato in massima serie con le maglie di Atalanta, Sampierdarenese e Juventus. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Sampierdarenese: 1933-1934 Serie C: 1 - Sanremese: 1935-1936 Competizioni regionali Terza Divisione: 1 - Acqui: 1926-1927
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GIUSEPPE VOLTA https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Volta Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 11.07.1903 Luogo di morte: Casale Monferrato (Alessandria) Data di morte: 14.07.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 25.09.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Casale 1-2 Ultima partita: 11.03.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 0-1 5 presenze - 0 reti Giuseppe Volta (Casale Monferrato, 11 luglio 1903 – Casale Monferrato, 14 luglio 1979) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giuseppe Volta Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1937 Carriera Giovanili Casale Squadre di club 1922-1927 Casale 43 (0) 1927-1928 Juventus 5 (0) 1928-1931 Atalanta 92 (3) 1931-1934 Casale 69 (1) 1934-1935 Pavia 12 (0) 1935-1937 Asti 37 (0) Carriera Cresce calcisticamente nel Casale, con cui disputa cinque campionati nella massima categoria, passando poi alla Juventus. Con i bianconeri, con i quali colleziona appena 5 presenze nella stagione 1927-28, non riesce a compiere il salto di qualità, venendo ceduto la stagione successiva all'Atalanta, sempre nella massima serie. La prima stagione in neroazzurro si conclude con una retrocessione. Ritorna quindi al Casale, dove disputa altri tre campionati di Serie A, per concludere poi la carriera tra Pavia (Serie B) ed Asti (Serie C).
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William (George) Aitken - Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
WILLIAM AITKEN «Mister» George Aitken era un «gentleman» molto simpatico – racconta da Umberto Maggioli su “Hurrà Juventus” del marzo 1966 – e sapeva a fondo il suo mestiere di tecnico calcistico. Era scozzese, nato ad Edimburgo come quasi tutti gli Aitken di Scozia; aveva giocato con buon successo nei «Rangers», da mezz’ala e mediano laterale. Oltre che buon giocatore e ottimo tecnico di football era anche un quasi campione di «golf»: non bisogna dimenticare, infatti, che quello del golf e del football sono i giochi nazionali scozzesi. Alla Juventus rimase poco: una sola stagione, ma si potrebbe pero ugualmente affermare che una certa impronta della sua opera con i bianconeri rimase anche dopo il suo esonero. Ma bisogna spiegare il perché, prendendola, purtroppo, molto alla larga. Spieghiamo: come tutti sanno nel 1925 era avvenuta nelle regole del football una grande riforma: precisamente quella del «fuori gioco»: l’alto consesso dell’«International Board» aveva in detto anno variato la regola, portandola da tre a due giocatori. Ciò aveva prodotto un mezzo terremoto nei rendimenti delle squadre, anche delle più forti e celebri: l’Arsenal, ad esempio, cominciò ad incassare lunghe serie di goals, tanto da ritrovarsi quasi sull’orlo della retrocessione. Il «general manager» del club, che era quell’autentico «mago» dal nome di Herbert Chapman, diede allora ascolto ai consigli di un suo giocatore, altra eccelsa mente calcistica, Charles Buchan, detto familiarmente «Charlie», mezzo sinistro e centravanti dei «gunners», che soffia alle orecchie del suo direttore tecnico una proposta: quella di assumersi l’incarico dello svolgimento d’una nuova tattica di gioco. Lui avrebbe cominciato a fare la spola sul terreno: avanti e indietro, per sollevare le fatiche e le responsabilità della mediana. Il medio centro, che nell’Arsenal era allora Butler, avrebbe dovuto soltanto incaricarsi della sorveglianza del centravanti avversario. Si cominciò e andò bene. Chapman volle allora che il medesimo gioco del suo «Charlie» lo svolgesse anche l’altro interno, e tutto andò meglio: l’Arsenal non vinse il campionato di Lega, ma ottenne comunque una buona classifica. Da quanto abbiamo sopra detto tutti capiranno che fu allora che nacque quella tattica di gioco che comunemente venne poi definita «sistema». «Mister» Aitken conosceva a fondo tale tattica e la fece svolgere agli elementi della squadra che in quel momento allenava: il Cannes. L’avvocato Edoardo Agnelli, che frequentava assiduamente la Riviera, lo conobbe laggiù e ne apprezzò le chiare doti di tecnico del calcio, tanto che pensò di chiamarlo a Torino e di affidargli la direzione dell’undici. Aitken, bisogna dolorosamente ammetterlo non trovò nell’ambiente della società e della squadra, troppi incoraggiamenti. Aveva la completa stima del Presidente, ma non quella di alcuni altri membri della Direzione: alcuni semplici orecchianti di tecnica, altri troppo arretrati di mentalità calcistica che non li faceva favorevoli alle innovazioni che il nuovo allenatore intendeva applicare. Anche parecchi giocatori non gli furono favorevoli e non lo assecondarono: anzitutto furono i terzini che non intendevano mettersi a giocare in una maniera in cui non avevano mai operato. Pensando alle quasi sostanziali differenze che corrono tra le due tattiche cosiddette del «metodo», sino allora seguite, e quelle del «sistema» che veniva dall’Inghilterra e che «mister» Aitken intendeva applicare nella Juventus si capisce facilmente l’ostracismo che gli uomini dell’estrema difesa bianconera iniziarono contro il nuovo allenatore, aiutati, come accennato, da qualche elemento della Direzione che li spalleggiava. Prima i terzini aspettavano l’avversario, o la palla, dopo l’attento controllo e gli interventi di due mediani laterali quali Varglien I e Bigatto prima e Varglien I e Bertolini poi. Con «mister» Aitken bisognava sudare, correre dietro alle ali avversarie in fuga, ostacolarle, toglier loro, se possibile, il pallone, rinviarlo al reparto avanzato nella migliore maniera possibile. Quasi non ne vollero sapere. Così Aitken, venuto all’inizio della stagione 1929, lavorò a fondo senza ottenere risultati apprezzabili. Quel campionato, che fu il primo torneo nazionale giocato a girone unico vide ottenere dai bianconeri un risultato onorevole: quello del terzo posto, con 45 punti, dietro l’Ambrosiana, con 50 – vincitrice del titolo – e il Genoa, con 48. Così lo scozzese «mister» Aitken dovette far fagotto e tornarsene sulla Costa Azzurra a fare l’istruttore e giocatore di golf, lasciando peraltro a Torino tanti amici che lo avevano capito e stimato. Quale tecnico calcistico lo scozzese era assai profondo, non soltanto nell’insegnare le nuove tattiche di gioco ma anche nella preparazione dei giocatori. Fu lui che importò da noi le modalità del perfetto allenamento all’inglese, che faceva preparare i suoi giocatori con il cosiddetto «giro all’inglese», alternando corsa, marcia e tempi di respirazione, che furono i preliminari del cosiddetto «interval training» tanto usato in Inghilterra e nei paesi più evoluti calcisticamente. Il «mister» era tipo veramente ameno: serio e allegro secondo le circostanze, cordialissimo e umano sempre. Si sforzava di far eseguire i suoi ordini e di attenersi ai suoi insegnamenti; quando incontrava difficoltà sapeva rimproverare, senza mai offendere. Preferiva magari ricorrere a una battuta di spirito per far comprendere ciò che richiedeva dai suoi calciatori. A qualcuno che non si applicava eccessivamente nella preparazione e nel gioco diceva magari scherzosamente: «Miei cari, io giocando come voi saprei essere calciatore fino a sessanta anni!». Quando arrivò a Torino aveva superato la quarantina ma anche sul terreno non restava troppo indietro ai suoi allievi: quale mezzala di spola e come mediano laterale si faceva rispettare da tutto e brillava spesso partecipando agli allenamenti non come istruttore ma come elemento di squadra. Giocò una memorabile partita in una amichevole internazionale contro l’undici argentino dello «Sportivo Barracas» di Buenos Aires che era in «tournèe», e che venne sconfitto sul rettangolo di via Filadelfia dalla Juventus per 6 a 1. Aveva la battuta pronta e cordiale, con tutti. Degli arbitri non parlava mai, per non compromettersi; e così anche delle intemperanze del pubblico sui campi avversari. Una volta tornò dalla Costa Azzurra, dove con la Juventus si era recato per una breve serie di partite amichevoli, mostrando un vistoso cerotto sulla fronte. Gli chiedemmo: «Cosa mai le è accaduto, «mister»? Cosa è che lo ha ferito?» «Pomodori», ci rispose. E alla nostra dichiarazione di meraviglia, aggiunse: «Però erano dentro una scatola!». «Mister» Aitken era fatto così: ottimo tecnico calcistico, uomo cordiale e gioviale. Aveva il carattere degli innovatori: i quali raramente hanno fortuna. Però, a pensarci bene, viene magari il sospetto che nella folgorante serie di vittorie che seguirono la sua partenza la Juventus doveva una certa dose di riconoscenza anche a questo simpaticissimo scozzese che in casa bianconera non era stato subito compreso e seguito… VLADIMIRO CAMINITI L’uomo nel quale l’idealista Edoardo si rispecchiò, reputando di avere risolto tutti i problemi tecnici futuribili della Juve, spiccava gloriosamente nella larga mutanda nera e col bronzeo omero nella dorata spiaggia della Rapallo anteguerra. Quando gli fu presentato, Edoardo lo accolse col suo sorrisino, Aitken espose in inglese, che anche Edoardo parlava correttamente, le sue idee sul calcio. La soddisfazione di essersi conosciuti fu reciproca e lo scozzese allievo di Chapman entrò ufficialmente nella Juventus. Qui la soddisfazione sparì e nei giocatori subentrò l’abitudine di non capire le istruzioni del mister, gli esercizi venivano eseguiti con indolenza, la svogliatezza era generale, il mister si adombrò ed in un italiano che aveva masticato per giorni, gridò: «Muovendomi così io giocare fino a sessant’anni». Andava dopo la quarantina, George Aitken, oscillava sugli ottanta chili con un vigore ed un efficientismo che volle dimostrare pubblicamente, andando in campo e giocando mezzala una partita amichevole contro la squadra argentina del Barracas, vinta dalla Juventus. Segnò un gol e la critica giudicò la sua prova lucida, da distributore veloce ed accorto senza verun atteggiamento egoistico. Ma di lui riuscivano ostiche le esatte ed esemplari idee tecnico-tattiche, che, rappresentando il sistema inglese, stravolgevano le riottose abitudini del nostro calcio professorale più che professionistico. Egli pretendeva che i due gloriosi terzini della Nazionale, l’olimpico maestrino Rosetta e il ruggente imbandierato Caligaris seguissero le proprie ali, incalzandole e dettando l’inizio della manovra. Inoltre disponeva sedute come sarebbero state trent’anni dopo, interval training, corsa, marcia, tempi di recupero, niente affidato al caso. I campioni e gli aspiranti campioni mugugnavano; Mumo Orsi, costretto a presenziare alle partite di campionato, ci faceva sopra qualche sonata di violino; anche perché a lui, nonostante le apparenze di un fisico minuto, il lavoro piaceva e rendeva. E poi George Aitken era un simpaticone, se lo avessero ascoltato la Juve avrebbe risolto prima tantissimi problemi di ordine strategico e chissà quante partite avrebbe vinto per undici a zero come sulla Fiorentina il 7 ottobre 1928 o per undici a zero come sulla Fiumana il 4 novembre di quello stesso venturoso anno. In effetti, mutavano i costumi della società che stipendiava «il signor Orsi» e cominciava l’era del calciatore divo, presuntuoso nume di se stesso, e disposto a meno che a soffrire, allegro, perdigiorno, non era il caso di Rosetta o Caligaris, ma della maggioranza sì, George Aitken era arrivato in anticipo, un figlio settimino nell’evoluzione del calcio destinato ad irrobustire anche il cervello, oltre le gambe. Il terzo dei Cevenini, detto Zizì, con la sua aria di grinzoso vecchino dallo scattino velenoso non obbedì mai e non fece mai un giro di campo. Coi mutandoni fin sotto i ginocchi che nascondevano una precoce pinguedine, rifiutava l’obbedienza e difendeva l’anarchia del giocatore artista. Artista e morto di fame. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/03/george-aitken.html -
William (George) Aitken - Allenatore
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WILLIAM AITKEN https://it.wikipedia.org/wiki/William_Aitken Nazione: Scozia Luogo di nascita: Peterhead Data di nascita: 02.02.1894 Luogo di morte: Gateshead (Inghilterra) Data di morte: 09.08.1973 Ruolo: Attaccante - Allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: Billy Allenatore-Giocatore della Juventus dal 1928 al 1930 67 panchine - 37 vittorie - 16 pareggi - 14 sconfitte William John Aitken, noto anche come George Aitken e Billy Aitken (Peterhead, 2 febbraio 1894 – Gateshead, 9 agosto 1973), è stato un allenatore di calcio scozzese, il cui cognome è riportato da alcune fonti come Ajtken. William John Aitken Nazionalità Scozia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1939 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Squadre di club 19??-1916 Kirkintilloch ? (?) 1916-1918 Queen's Park 62 (14) 1918-1919 Rangers 21 (2) 1919-1920 Port Vale 30 (4) 1920-1924 Newcastle Utd 104 (10) 1924-1926 Preston N.E. 56 (11) 1926 Chorley ? (?) 1926-1927 Norwich City 14 (0) 1927-1928 Bideford Town ? (?) 1928-1930 Juventus 0 (0) 1930-1934 Cannes 6+ (1+) 1934-1936 Stade Reims 10+ (3+) 1936-1939 Antibes 6 (0) Carriera da allenatore 1928-1930 Juventus 1930-1934 Cannes 1934-1936 Stade Reims 1936-1939 Antibes 1947-1948 Union Saint-Gilloise Carriera Giocò in Gran Bretagna per Rangers, Port Vale, Newcastle, Preston North End, Norwich ed altre squadre minori. Come allenatore fu allievo di Herbert Chapman, di cui adottò il medesimo schema di gioco, il Sistema. Venne ingaggiato per volontà di Edoardo Agnelli e fu allenatore-giocatore della Juventus nel periodo dal 1928 al 1930. Fu sia il primo allenatore juventino nella Serie A a girone unico, sia il primo straniero e scozzese nella storia del club. Divenne noto per il suo carattere simpatico e per le tecniche di preparazione fisica all'avanguardia importate dall'Inghilterra. Il suo tentativo di applicare il Sistema anche in Italia trovò diverse opposizioni interne alla società ed alla squadra, e contribuì a minarne i risultati. Come giocatore invece ricoprì i ruoli di mezzala e mediano laterale e scese in campo soltanto in allenamenti ed amichevoli, poiché essendo straniero gli era proibito giocare in partite ufficiali. Portò nel 1929-1930 la Juventus al terzo posto. Fu poi sostituito da Carlo Carcano poiché i suoi faticosi metodi di allenamento gli avevano inimicato parecchi giocatori. Andò allora in Francia ad allenare il Cannes, che lo aveva apprezzato nel corso di una trasferta della Juventus in Costa Azzurra. Continuò ad affiancare l'attività di calciatore a quella di allenatore e fu in campo nella finale di Coppa di Francia vinta dal suo Cannes nel 1932. Fu poi allo Stade Reims ed all'Antibes, con cui il 18 novembre 1938 giocò la sua ultima partita in Division 1 all'età di 44 anni e 290 giorni. In Francia svolse anche l'attività di istruttore di golf, sua altra grande passione. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa d'Inghilterra: 1 - Newcastle - 1923-1924 Coppa di Francia: 1 - Cannes: 1931-1932 -
MARIO VARGLIEN La maglia della mia vita ha avuto due soli colori – raccontava – il bianco e il nero ed era a strisce. Adesso tutti quelli che non mi conoscono penseranno che io sono nato alla Juventus e alla Juventus sono morto, come calciatore, si intende. Allora mi accorgo che devo precisare. Non sono cresciuto alla Juventus, io sono di Fiume. I primi calci, lo sapete, si tirano senza importanza, sin da bambini. Se uno, però, è destinato a fare il calciatore di professione, ecco che prima o poi arrivano i suoi primi, calci ufficiali. Per me questi sono arrivati che avevo sedici o diciassette anni, non lo ricordo con assoluta esattezza, in ogni caso ero un pivello e giocavo per l’Olimpia e Gloria di Fiume e la mia maglia era appunto bianconera, come quella della Juventus. Così ora mi sono in parte già spiegato.A un certo momento, Olimpia e Gloria si fusero nella Fiumana: eravamo in Serie B. Io gironzolavo di ruolo in ruolo. Ora all’attacco come mezzala, ora in difesa come mediano o centromediano. Ero, come tutti i giovani, in cerca di una posizione stabile, nella vita e nel calcio, che per me era la vita, anche se debbo confessare che ero abbastanza versatile come sportivo praticante: nuotavo discretamente, giocavo a basket, facevo ginnastica.Qualcuno mi diceva che io ero un generico dello sport e che perciò ero destinato a non eccellere in un campo specifico. Io sapevo che il calcio l’avevo nel sangue e, siccome ritengo di essere sempre stato un duro, ancor più verso me stesso che verso gli altri, ho puntato i piedi ed ho vinto la mia battaglia, anche se non è stato facile.Avevo superato da poco i diciassette anni, quando giocai (in maglia azzurra) con la rappresentativa della Venezia Giulia contro quella del Veneto, a Udine. Mi misi in luce, tanto è vera che la Pro Patria, che era stata promossa in Serie A, mi acquistò. Ed io, ancora giovanissimo, esordii in Serie A, udite udite, con la Pro Patria a Bologna. Il Bologna era Campione d’Italia! Quel giorno, memorabile anche per i bolognesi, io ero centromediano. Si perdeva, logicamente, si perdeva per 1-0 e fui proprio io che, a sei minuti dalla fine, segnai il goal del pareggio per la Pro. Avevo vent’anni, l’età dei sogni di gloria!A casa mia mi dicevano: gioca pure al football, ma devi anche lavorare. Ed io lavoravo in banca, a Busto. Lavoravo, mi allenavo e la domenica giocavo. Poi, nel 1927-28, venne lo scossone decisivo della mia vita: venne a cercarmi la Juventus. Io ero ai sette cieli, mi sembra che fosse umano, ma la Pro Patria non voleva saperne di mollarmi. Mi chiamarono i dirigenti e mi dissero: «Varglien, resti, le daremo quel che le offre la Juventus».I quattrini non hanno colore, le maglie sì, quella della pur amatissima Pro Patria non valeva quella della Juventus. Mi toccavano tutti sul sentimento, dicevano che sarei dovuto rimanere a Busto, lì mi volevano bene. Ero indeciso e, mentre ero indeciso, mi infortunai. La Juventus, intanto, stava aspettando, Quando arrivammo al dunque, seppi che la Pro Patria non era più disposta a mantenere le sue promesse finanziarie. Feci una sola cosa: le valige e me ne tornai a Fiume, ero un tipo abbastanza deciso. Ma, ricordo, il 31 agosto, mi arrivò un telegramma: finalmente era stato ceduto alla Juventus! La Juventus, ora, mi dava meno quattrini, ma a me la cosa non interessava: il passo era fatto e basta, la mia vita aveva avuto la svolta che tanto avevo desiderato. Avevo, in quei giorni, ventidue anni.Venni a Torino, alla Juventus, e alla Juventus restai quattordici anni, dico quattordici; correva il 1928, l’anno in cui si fondarono le basi definitive della più grande Juventus di tutti i tempi. Io era titolare, mediano destro o sinistro. La Juventus aveva acquistato anche Orsi e Caligaris: i tre nuovi eravamo noi. Combi, Rosetta e Caligaris, Varglien I, Monti e Bertolini. Con Caligaris e Bertolini che giocavano a sinistra ed erano entrambi tutti destri, con Rosetta e Varglien che giocavano a destra e che preferivano calciare con il sinistro! Io, Orsi e Caligaris, i tre novellini, ci facevamo compagnia, avevamo fatto gruppo a sé, ma non tardammo a inserirci nella grande famiglia che, tutta unita, conquistò i cinque scudetti. Anni, quelli, che non scorderò mai, gli anni migliori della mia vita e della mia carriera. Fra l’altro, una volta giocai in Nazionale A, a Roma contro la Francia (e vincemmo 2-1) e undici o dodici volte giocai in Nazionale B.Combi in porta, Rosetta non marca nessuno, io penso all’ala destra, Bertolini all’ala sinistra, Monti marca il centravanti. Se l’avversario che dobbiamo affrontare ha classe, allora la marcatura è seria, altrimenti si gioca come sappiamo noi, ignorando l’avversario. Quando dovevamo giocare contro Sindelar, il compito di marcarlo era mio, perché Monti non lo pigliava mai e si imbufaliva. Anche Braine e Meazza ci facevano soffrire. Le nostre bestie nere erano la Roma e la Lazio. Io davo del “lei” anche a Bigatto. Faotto, terzino del Palermo, voleva acciaccare Orsi. Orsi, muovendo il piedino fantastico che aveva, lo azzoppò. Quando si vinceva lo scudetto c’erano serate d’onore al Carignano. Orsi era il più pagato, prendeva 1.000 pesos, cioè 700 lire al mese più una villa e un’automobile. Quando il pesos andò giù, la Juventus gli corrispose sempre la stessa cifra.Non so che significa classe. Io ho imparato dai campioni dello Spartak che venivano a giocare a Fiume, come Kada, Janda, Kelacef. Mi spaccavo gli occhi per capire come stavano in campo. Ho giocato tante volte centromediano nella conquista dei miei cinque scudetti.Dopo ogni allenamento Rosetta andava ad asciugarsi e si curava le scarpe come cose sacre. Monti era sempre troppo serio e andava d’accordo solo con Bertolini. Combi nelle sue uscite dai pali ci terrorizzava. Una volta il suo pugno riuscì a beccare anche me. Rimasi svenuto cinque minuti. Rosetta si portava nella valigia in trasferta per scaramanzia il vestito nero, quello con il quale si era sposato. Era un grandissimo giocatore, però nella partita facile si sfaticava. Come terzino faceva in un tempo solo quello che gli altri facevano in due o tre tempi. Passava al volo di prima tutti i palloni. Non ne colpì mai uno di testa. Orsi era simpatico, suonava il violino, mi chiamava spesso al telefono e mi diceva: «Ascolta questo tanghito!» Cesarini era una testa pazza, ci faceva ammattire tutti.A fine carriera, oramai nel 1941-42, giocai nella Sanremese, che era una dépendance della Juventus (campionato di guerra) e infine tornai a Trieste, dove disputai le mie ultime partite. Ricordo quella contro una squadra militare tedesca. Io ero il capitano, con me c’era anche Nereo Rocco. Invasione di campo, calci e pugni: non ci tiravamo indietro! Ho appeso le scarpe al chiodo a trentasei anni, nel 1942. Da allora sono diventato più juventino di prima.ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL SETTEMBRE 1978Rievocare su queste pagine l’indimenticabile figura di Mario Varglien potrebbe risultare arduo per chi abbia avuto una conoscenza superficiale dell’uomo e del giocatore. Io, che ragazzino militante nelle squadre minori della Juventus, ho avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo, trovo facile ripresentare ai lettori il personaggio che per quindici anni è stato un po’ il simbolo di fedeltà alla società bianconera. Anche oggi le statistiche ricordano che soltanto due giocatori, Giampiero Boniperti, la bandiera stessa della Juve, e Giovanni Varglien, fratello dello scomparso, hanno giocato un maggior numero di partite con la maglia bianconera. Già questo rilievo giustificherebbe l’importanza che l’amico Mario ebbe nella storia della società. Ma esistono anche fattori di carattere tecnico.Prima dell’avvento di Luisito Monti, il fiumano Mario Varglien fu senz’altro uno dei due grandi centromediani della Juventus: l’altro era stato l’ungherese Viola. Quello del centromediano è uno dei più controversi e impegnativi ruoli affidati a un giocatore di calcio. Naturalmente il nostro discorso è valido se si tiene conto di come si giocava a calcio dalla fine della Prima Guerra Mondiale all’inizio della seconda. Abbiamo detto controverso, perché a quei tempi erano tutt’altro che esaurite o appianate le discussioni circa le sue attribuzioni, oscillanti tra i compiti di rottura e i compiti di lancio; abbiamo detto impegnativo perché si imperniavano in esso l’impostazione, la struttura e il movimento dell’intera squadra.Per quanto, infatti, il mediocentro sistemista non abbia più avuto le consegne particolarissime del mediocentro “metodista” di una volta, è un fatto che dalla sua condotta dipendeva, a gioco virtualmente fermo, la registrazione generale della squadra. Mario Varglien ha giocato con il Metodo, ma sarebbe stato fortissimo anche con il Sistema: possedeva scatto, vigore, elasticità e intuito per svolgere un lavoro tanto oneroso e complesso. Chi ha avuto modo di vederlo giocare, non può aver dimenticato quella figura.Mario era un combattente nato, che eseguiva il suo lavoro senza disperdersi in azioni confuse e avventurose, ma incanalava la sua condotta tra le sponde della sagacia, dell’ordine e del rendimento concreto. Giocava, come avrebbe poi detto molti anni dopo Bruno Roghi, «a pugni chiusi e a occhi aperti». Era di statura superiore alla media. Morfologicamente apparteneva alla categoria dei giocatori raccolti e compatti come mastini di battaglia, sempre sicuri del balzo utile per addentare la preda, nel nostro caso la palla di cuoio. Stava probabilmente nel suo istintivo e felice tempismo, nel balzo il segreto della sua abilità nello svolgere il gioco di testa: è il tempismo che gli consentiva di anticipare avversari più alti, ma più tardi di lui.Con la duttilità che solo i giocatori di classe posseggono, Mario Varglien seppe poi trasformarsi da centromediano in mediano laterale e, dotato com’era di scatto e velocità, anche in ala o addirittura centrattacco. È stato quello che si dice un jolly di gran lusso. È chiaro, tuttavia, che il suo ruolo preferito fu quello di laterale, in coppia con Bertolini e avendo a fianco un colosso come Luisito Monti.Mario aveva nell’istinto la scelta di tempo necessaria per entrare nel midollo dell’attacco in marcia e sapeva realizzare il suggerimento con la prontezza, la sicurezza e soprattutto la chiarezza d’accento che distinguevano i veri mediani “sistemisti”. Il loro paragone con lo stantuffo della locomotiva è pertinente al moto e alla funzione del loro gioco, ora di spinta alla ruota, ora di trazione per assicurare la continuità d’impulso. Gli giovava molto l’attrezzatura atletica per la quale madre natura non aveva adoperato con avarizia la sua creta; la natura aveva messo in piedi un Varglien robusto, solido, resistente. Sono doti non comuni che, coordinate dall’addestramento e riscaldate dal temperamento, plasmano il classico giocatore di battaglia, a buon rendimento quando la partita è piana, a rendimento eccezionale quando la partita è scabrosa.Ciò che massimamente si notava nel suo impianto e nella sua condotta di gioco era la positività del rendimento, sempre ad alto livello per intere stagioni. La sua tecnica (forse, ma non ne siamo certi) non brillava per invenzioni virtuosistiche: Mario stava alla sostanza e non alle apparenze del gioco; perciò cercava sempre di giocare più per la squadra che per se stesso, più per il risultato che per la platea. In questo senso la sua tecnica era stringata e asciutta: un periodo ordinato e organico, senza aggettivi svolazzanti che spesso avvolgono il poco arrosto nel molto fumo del discorso sportivo.È stato un giocatore duro, ma un atleta leale; mai lo abbiamo visto colpire a tradimento un avversario, ma se qualcuno cercava di provocarlo, non poteva certo prevedere i confini della reazione di Varglien. Indimenticabili i suoi duelli con Silano, l’ala sinistra di un Torino battagliero e deciso. Mario opponeva tecnica a tecnica, sia pure premendo il pedale delle risorse atletiche che in lui parevano inesauribili.Da quanto abbiamo sinora scritto di lui e per lui, pensiamo balzi fuori la figura di un giocatore completo e maturo, di un uomo che sapeva conservare anche nei frangenti più burrascosi, la chiarezza di visione e la freddezza di esecuzione che i giocatori di media tacca sono soliti perdere lasciandosi avviluppare dai tentagli velenosi dell’orgasmo.Giocò quindici anni con la maglia della Juventus, conquistò cinque scudetti consecutivi, vinse tre volte il titolo mondiale con la Nazionale goliardica selezionata dal dirigente juventino Benè Gola; disputò numerose partite con la Nazionale B ed ebbe la soddisfazione di indossare anche la maglia azzurra dei moschettieri a Roma contro la Francia. Un grosso personaggio del calcio bianconero e del calcio nazionale.Ora Mario ci ha lasciati per sempre. È andato a raggiungere morti suoi cari amici, compagni di tante battaglie: Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien, Bertolini, Sernagiotto, Cesarini, Vecchina. Lassù c’è mezza Juve degli anni d’oro.RENATO TAVELLAE pensare che il tutto non era nato sotto i migliori auspici. Anzi. Al primo approccio con la beneamata, dopo le due timide parole di convenzione e quattro sani calci, il nostro in premio era finito all’ospedale col naso fracassato. Niente di voluto, ben inteso: un casuale scontro di gioco con uno dei due fratelli Brotto, per la precisione, quello che giocava all’attacco. Insieme si erano lanciati per aria con genuina foga, ben intenzionati a colpire entrambi il pallone che spioveva dal cielo. Ne era venuta fuori una gran capocciata. Risultato: Mario Varglien era rimasto stordito a terra, la faccia insanguinata. Subito a soccorrerlo si era precipitato il professor Ferrero, medico sociale bianconero, mentre Brotto, avvertita la gravità dello scontro, non sapeva più come giustificare l’accaduto con gli altri compagni. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/mario-varglien-i.html
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MARIO VARGLIEN https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Varglien Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (Croazia) Data di nascita: 26.12.1905 Luogo di morte: Roma Data di morte: 11.08.1978 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1942 Esordio: 30.09.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Reggiana-Juventus 2-2 Ultima partita: 07.06.1942 - Serie A - Napoli-Juventus 4-1 357 presenze - 15 reti 5 scudetti 2 coppe Italia Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Mario Varglien, detto Varglien I (Fiume, 26 dicembre 1905 – Roma, 11 agosto 1978), è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo mediano. Il fratello minore, Giovanni, fu calciatore anch'egli: era noto come "Varglien II". Divenne Campione del Mondo nel 1934 con la Nazionale Italiana. Mario Varglien Varglien I alla Juventus negli anni 1930 Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex mediano) Termine carriera 1944 – giocatore 1954 – allenatore Carriera Giovanili 191?-1920 Olympia Fiume Squadre di club 1920-1926 Olympia Fiume ? (?) 1926-1927 Fiumana 18 (3) 1927-1928 Pro Patria 20 (2) 1928-1942 Juventus 357 (15) 1942-1943 Sanremese 21 (0) 1943-1944 Triestina 11 (0) Nazionale 1935 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1942-1943 Sanremese 1946 Padova 1946-1947 Triestina 1948-1951 Como 1951-1952 Pro Patria 1952-1954 Roma Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Carriera Club Fu un atleta che si distinse anche in diverse gare Fidal, nelle specialità dei 100, 200, 400 metri e del salto triplo. Nel calcio esordì con la formazione dell'Olympia di Fiume; vi giocò per 4 stagioni fino alla fusione della squadra con il Gloria, che portò alla nascita dell'Unione Sportiva Fiumana. Giocò nella neonata squadra quarnerina nella stagione 1926-27; non avendo ruolo fisso, venne impiegato come centromediano o come mezzala d'attacco. Esordì in Divisione Nazionale nel 1927-28, acquistato dalla Pro Patria. Nel 1928 passò alla Juventus. Militò per 14 stagioni nella squadra torinese, vincendo cinque campionati italiani (quelli del cosiddetto Quinquennio d'oro) e due Coppe Italia. Con la casacca bianconera realizzò complessivamente 15 reti in 357 partite. Nel campionato di Serie C 1942-1943 fu giocatore ed allenatore della Sanremese. Nazionale Fu uno dei ventidue giocatori convocati da Vittorio Pozzo per giocare il campionato del mondo 1934. Quell'edizione, disputata in Italia, venne poi vinta proprio dagli azzurri. Nella sua carriera, comunque, Varglien giocò solo un match in nazionale, un'amichevole contro la Francia il 17 febbraio 1935 vinta 2-1. Record Con la Juventus Primatista di presenze in Coppa dell'Europa Centrale (32). Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1948-1949
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PIETRO POCCARDI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Poccardi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 04.02.1908 Luogo di morte: Torino Data di morte: 18.01.1951 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 02.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Novara-Juventus 2-2 1 presenza - 1 rete Pietro Poccardi (Torino, 4 febbraio 1908 – Torino, 18 gennaio 1951) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Pietro Poccardi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1927-1928 Juventus 1 (1) 1930-1931 Derthona 25 (1) 1934-1935 Pro Patria 25 (2) 1935-1936 Pistoiese ? (?) 1938-1939 Casale 9 (0) Carriera Ha giocato con la Juventus nella stagione 1927-1928 e a Tortona con il Derthona nel 1930-1931 in Serie B e nell'annata seguente. In seguito ha difeso i colori di Pro Patria, Pistoiese e Casale.
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GIUSEPPE MORTAROTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Mortarotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Valduggia (Vercelli) Data di nascita: 03.10.1903 Luogo di morte: Torino Data di morte: 19.07.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1930 Esordio: 18.03.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Alessandria-Juventus 2-0 Ultima partita: 04.05.1930 - Serie A - Milan-Juventus 1-1 6 presenze - 0 reti Giuseppe Mortarotti (Torino, 3 ottobre 1903 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Giuseppe Mortarotti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1934 Carriera Squadre di club 1922-1923 Pastore 1 (0) 1923-1925 La Chivasso ? (?) 1925-1927 Chieri ? (?) 1927-1930 Juventus 6 (0) 1930-1931 Atalanta 6 (0) 1931-1932 Aquila Montevarchi 0 (0) 1932-1934 Cosenza 28 (3) Carriera Cresciuto in società piemontesi militanti in categorie inferiori quali F.C. Pastore, nella stagione 1924-1925 passa in forza all'U.R.S. La Chivasso, disputando per due stagioni il campionato di Terza Divisione, classificandosi al 3º posto nella sua prima stagione ed al 4º posto nella stagione successiva, nelle stagioni 1925-1926 e 1926-1927 difende i colori del Chieri, passa alla Juventus nella stagione 1927-1928, con cui debutta nel massimo campionato italiano. Dopo tre stagioni, in cui scende in campo complessivamente 6 volte, viene acquistato dall'Atalanta, con cui disputa un'annata in Serie B, concludendo poi la carriera in Prima Divisione, prima al Montevarchi e poi al Cosenza.
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GUGLIELMO BORGO Detto Borgo I° per distinguersi dal fratello Ezio, era un giocatore di un certo valore più atletico che tecnico, non guardava in faccia nessuno per cui finiva sempre per imporre la propria volontà sull’avversario. Con un pizzico in più di classe avrebbe raggiunto mete più ambite. Nato a Genova il 14 giugno 1906, milita nei ranghi juventini dal 1927 al 1929. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/ezio-borgo.html
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GUGLIELMO BORGO https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Borgo Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 14.06.1906 Luogo di morte: Borghetto Santo Spirito (Savona) Data di morte: 15.06.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 13.05.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Bologna 1-1 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Cremonese-Juventus 0-0 12 presenze - 0 reti Guglielmo Borgo (Genova, 14 giugno 1906 – Borghetto Santo Spirito, 15 giugno 1979) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Guglielmo Borgo Borgo I (in piedi, terzo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1928-1929 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista centrale Termine carriera 1938 - giocatore 1948 - allenatore Carriera Squadre di club 1926-1927 Cremonese 10 (0) 1927-1929 Juventus 12 (0) 1929-1931 Milan 37 (1) 1931-1934 Messina 60 (9) 1934-1936 Nissena ? (?) 1936-1938 Salernitana 42 (2) Carriera da allenatore 1942-1943 Foligno 1946-1947 Arsenale Taranto 1947-1948 Brindisi Carriera Giocò in Serie A con il Milan ed in Divisione Nazionale con Cremonese e Juventus. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Salernitana: 1937-1938 (girone E)
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ENRICO PATTI https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Patti Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 12.10.1896 Luogo di morte: Novara Data di morte: 16.10.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 16.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Bologna 1-0 Ultima partita: 05.02.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Pro Patria-Juventus 2-0 13 presenze - 0 reti Enrico Patti (Novara, 12 ottobre 1896 – Novara, 16 ottobre 1973) è stato un allenatore di calcio, dirigente sportivo e calciatore italiano, di ruolo difensore. Enrico Patti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Carriera Squadre di club 1913-1927 Novara 123 (5) 1927-1928 Juventus 13 (0) Carriera da allenatore 1929-1931 Novara Carriera Con il Novara disputa complessivamente 123 partite segnando 5 reti dal 1913 al 1926; in particolare a partire dalla stagione 1922-1923 totalizza 84 gare e segna 2 reti nel corso di quattro campionati di Prima Divisione. Dopo aver lasciato il Novara, passa alla Juventus con cui gioca per un anno scendendo in campo per 13 volte. Nel frattempo inizia la sua carriera da dirigente sportivo fondando la Società Sportiva Sparta Novara, della quale rimarrà presidente per 47 anni consecutivi, fino al giorno della sua scomparsa. Da allenatore, siede sulla panchina del Novara per due anni in Serie B dal 1929 al 1931. Nel 1951 viene chiamato a far parte della Commissione Tecnica Nazionale in rappresentanza dei settori giovanili e dilettanti, e con altri membri di quella commissione varava il progetto del Centro Tecnico Sportivo Federale di Coverciano. Essendo "uomo di sport" nel 1963 accetta la presidenza della Pro Novara, carica che manterrà fino al 1969. Precedentemente fu anche vicepresidente del Velo Club Novara e iniziatore del Panathlon Club di Novara. Il comune di Novara gli ha intitolato una via situata fra lo stadio Silvio Piola e quello di baseball. Il 5 giugno 2004 il vecchio Stadio comunale di Novara in via Alcarotti è stato intitolato al nome di Enrico Patti "maestro di sport e di vita".
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GIUSEPPE GOLA Nel 1927 arriva dalla provincia, esattamente da Chiari sua città natale, il ruvido terzino Giuseppe Ciccio Gola, che gioca sette partite di fila, le ultime della stagione, al fianco di Rosetta, dimostrando grinta e buona affidabilità. La sua sfortuna è legata all’acquisto di Caligaris, che nella stagione successiva gli toglie il posto e lo costringe a un lungo ancorché fruttuoso peregrinare per gli stadi della penisola. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/05/giuseppe-gola.html
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GOLA Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1947 al 1948 Esordio: 04.04.1948 - Amichevole - Avigliana-Juventus 1-4 0 presenze - 0 reti
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ANGELO BEDINI https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Bedini Nazione: Italia Luogo di nascita: Pisa Data di nascita: 05.01.1905 Luogo di morte: Rosignano Marittimo (Livorno) Data di morte: 10.01.1984 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 11.12.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Dominante 3-1 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Cremonese-Juventus 0-0 4 presenze - 1 rete subita Angelo Bedini (Pisa, 5 gennaio 1905 – Rosignano Marittimo, 15 gennaio 1984) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Angelo Bedini Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Carriera Squadre di club 1922-1927 Pisa 85 (-85) 1927-1929 Juventus 4 (-1) 1930-1934 Cagliari 64 (-?) 1934-1935 Pisa 5 (-?) Carriera Debuttò in massima serie con il Pisa, con cui giocò per cinque stagioni per complessive 90 presenze. In seguito passò alla Juventus, dove esordì contro la Dominante in una vittoria per 3-1 l'11 dicembre 1927, mentre la sua ultima partita con i bianconeri fu contro la Cremonese il 29 giugno 1929 in un pareggio a reti inviolate. Militò poi nel Cagliari.
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EZIO BORGO Detto Borgo II° per distinguersi dal fratello Guglielmo, pur ricalcando in pieno tutti i suoi pregi e i difetti era costretto a fare la spola fra la mezz’ala e il mediano a seconda delle esigenze di formazione alle quali il proprio allenatore andava incontro di volta in volta. Nato a Genova il 20 novembre 1907, mette insieme una ventina di presenze in bianconero, dal 1927 al 1930. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/11/ezio-borgo.html
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EZIO BORGO https://it.wikipedia.org/wiki/Ezio_Borgo Nazione: Italia Luogo di nascita: Genova Data di nascita: 20.09.1907 Luogo di morte: Avigliana (Torino) Data di morte: 03.07.1970 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1930 Esordio: 06.01.1927 - Coppa Italia - Cento-Juventus 0-15 Ultima partita: 29.06.1930 - Serie A - Inter-Juventus 2-0 20 presenze - 0 reti Ezio Borgo (Genova, 20 novembre 1907 – Avigliana, 3 luglio 1970) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Ezio Borgo Borgo II (in piedi, quarto da sinistra) alla Juventus nella stagione 1928-1929 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1942 Carriera Squadre di club 1927-1930 Juventus 20 (0) 1930-1931 Casale 11 (2) 1931-1933 Messina 28 (0) 1933-1934 Intra ? (?) 1934-1935 Aosta ? (?) 1935-1937 Grosseto 43 (30) 19??-1942 Ivrea ? (?) Carriera Giocò con Juventus, Casale, Messina, Intra, Aosta, Grosseto ed Ivrea. Palmarès Club Competizioni regionali Seconda Divisione: 1 - Aosta: 1934-1935 (girone piemontese)
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IGNAZIO TESTA https://it.wikipedia.org/wiki/Ignazio_Testa Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 18.09.1906 Luogo di morte: Torino Data di morte: 04.03.1992 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1926 al 1927 e 1928-1929 Esordio: 21.11.1926 - Campionato di Divisione Nazionale - Napoli-Juventus 0-3 Ultima partita: 09.12.1928 - Campionato di Divisione Nazionale - Juventus-Brescia 0-1 12 presenze - 3 reti Ignazio Testa (fl. XX secolo) è stato un calciatore italiano, di ruolo mezzala. Ignazio Testa Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Carriera Squadre di club 1926-1927 Juventus 4 (0) 1927-1928 Novara 18 (4) 1928-1929 Juventus 8 (3) 1930-1931 Richard Ginori ? (?) 1931-1932 Saluzzo ? (?) Carriera Fece il suo esordio nel campionato di Divisione Nazionale 1926-1927 con la Juventus il 21 novembre 1926 in una vittoria per 3-0 contro il Napoli; lasciò la Juventus al termine della stagione per passare al Novara, con cui giocò 18 gare in massima serie nel campionato 1927-1928. Tornato alla Juventus, segnò la sua prima e unica tripletta il 7 ottobre 1928 contro la Fiorentina, mentre la sua ultima rete fu contro la Fiumana il 4 novembre 1928. La sua ultima partita bianconera fu il 9 dicembre 1928 contro il Brescia; nelle sue due stagioni juventine collezionò 13 presenze e 4 reti. A fine stagione lascia definitivamente i bianconeri, e prosegue l'attività in società minori piemontesi (Richard Ginori di Mondovì, nel campionato di Seconda Divisione 1930-1931, e Saluzzo, anch'essa in Seconda Divisione)
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FRANCESCO IMBERTI https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Imberti_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Barge (Cuneo) Data di nascita: 17.03.1912 Luogo di morte: Cavour (Torino) Data di morte: 03.10.2008 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1932 al 1933 Esordio: 16.10.1932 - Serie A - Pro Vercelli-Juventus 0-2 Ultima partita: 18.06.1933 - Serie A - Genoa-Juventus 3-2 2 presenze - 0 reti 1 scudetto Francesco Imberti (Barge, 17 marzo 1912 – Cavour, 3 ottobre 2008) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Francesco Imberti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1941 Carriera Giovanili Torino Squadre di club 1929-1931 Torino 23 (8) 1931-1932 Val Pellice ? (?) 1932-1933 Juventus 2 (0) 1933-1934 Torino 0 (0) 1934-1935 Lucchese 20 (7) 1935-1936 Biellese 19 (9) 1936-1940 Sanremese 75 (31) 1940-1941 Savona 6 (4) Carriera Cresciuto nelle giovanili del Torino, si affaccia in prima squadra a partire dalla stagione 1929-1930, realizzando in due stagioni 8 reti (fra cui una doppietta nel 1929-1930 contro l'Ambrosiana, futura campione d'Italia) ma senza riuscire ad imporsi come titolare, chiuso da Julio Libonatti, Gino Rossetti e Onesto Silano. Nel 1932 passa quindi alla Juventus, con cui si aggiudica lo scudetto, scendendo in campo in 2 occasioni. Prosegue quindi la carriera nelle serie minori militando in Serie B con Lucchese, Sanremese (dove si distingue per i quattro gol segnati in trasferta ad Alessandria 21 aprile 1940 contro la squadra di casa in una vittoria dei liguri per 5-1) e Savona. In carriera ha collezionato complessivamente 25 presenze e 8 reti in Serie A nonché 121 presenze e 42 reti in Serie B. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Sanremese: 1936-1937 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1932-1933
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ANTONIO VOJAK Le mezze ali del secondo scudetto (1925-26) – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del luglio 1965 – furono Vojak e Hirzer. Vojak era un fiumano di eccellenti doti atletiche, magro e ossuto, ma resistentissimo alle fatiche di un torneo, generoso oltre ogni limite, sufficientemente tecnico per imporre i diritti di una certa classe, forte stoccatore a rete, anche se non eccessivamente preciso. Non mi pare che il virtuosismo fosse la qualità peculiare di Vojak, ma possedeva un enorme senso tattico, e ciò si spiega con il fatto che il senso tattico è qualcosa di meditato, derivante dall’applicazione dell’intelligenza sportiva ai fini dell’impostazione e dello sviluppo della carriera. Vojak ha giocato in bianconero dal 1924 al 1929, disputando 78 partite e realizzando 24 reti. DAVIDE ROTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DELL’8-21 AGOSTO 2006 Maradona sarà anche meglio di Pelé, ma a Napoli c’è stato qualcuno che era meglio di Maradona. Nessuna bestemmia, parlano le cifre: l’ex Pibe de oro sarà anche riuscito a portare due scudetti e una Coppa Uefa sotto il Vesuvio, ma c’è un primato che non è riuscito a battere, quello dei gol in campionato con la maglia azzurra. Il record appartiene all’istriano Antonio Vojak, bomber di poche parole, carattere senza compromessi e tanti, tantissimi gol, 102 in 6 stagioni, una in meno del grande Diego, che si è fermato a quota 81. Destro l’istriano, mancino l’argentino, entrambi mezzali con caratteristiche spiccatamente offensive, Maradona vince il confronto diretto grazie alle coppe, che Vojak praticamente non giocò (2 gettoni e un acuto in Mitropa nel 1934). Antonio “Toncy” Vojak, terzo di cinque fratelli (quattro maschi e una femmina) nasce a Pola, rione San Policarpo, il 19 novembre 1904: a due passi da casa sua c’è il Dopolavoro Aziendale Primavera, dove va a tirare i primi calci: tiro in corsa, velocità, potenza, agilità, abbinate a un fisico notevole (1.75 per 72 kg) sono le doti che lo mettono in luce. Nei campetti polverosi di provincia segna gol a raffica. Per una strana somiglianza lo chiamano “Janda” come l’attaccante ceco e... cieco (da un occhio), gioca qualche gara in porta e se lo accaparra il Grion, la squadra principale della città, intitolata a un sottotenente dei bersaglieri caduto al fronte ad Asiago. A 20 anni, arriva la cartolina di leva, Vojak finisce a Roma e trova un ingaggio nella Lazio, dove spopola Fulvio Bernardini: fa gol al debutto nella massima serie a gironi (8 febbraio 1925, Lazio-Audace 4-2) e chiude con 7 reti in 10 gare. La carriera è avviata e dopo pochi mesi Vojak accetta l’offerta della Juventus. A Torino, oltre a formare (con Munerati, Pastore, Hirzer e Torriani) una delle più formidabili linee d’attacco della storia bianconera, vince subito lo scudetto e conosce Rita, che sposerà prima di trasferirsi a Napoli. Utile per la squadra, ma anche terribilmente prolifico, Vojak finisce nel mirino di Vittorio Pozzo, che però riesce a ritagliargli solo uno spazio nella Nazionale B. Chiuso dallo stratosferico trio del Torino (Baloncieri-Libonatti-Rossetti) raccoglie 6 presenze (con 3 centri) nella cosiddetta squadra dei “Cadetti” ma tra lui e il Ct regnerà sempre un reciproco rapporto di stima, anche quando Vojak verrà convocato d’urgenza come riserva del grande Renato Cesarini e resterà a bordocampo, anche quando verrà chiamato nei 29 probabili azzurri per il Mondiale 1934 e verrà rispedito a casa. Due anni prima però Pozzo aveva voluto premiarlo facendolo esordire (al posto di Sansone, ko alla vigilia) nella Nazionale A, che a Napoli aveva superato la Svizzera per 3-0. Nel frattempo, i giornali hanno iniziato a chiamarlo Vogliani, ma lui non si allineerà mai al regime fascista, rifiutando di recarsi all’anagrafe per “italianizzare” il cognome. A livello di club, la carriera di Vojak sembra già in declino a 25 anni: un ginocchio fa le bizze e la Juventus lo cede all’ambizioso Napoli, dove il presidente Ascarelli sborsa mezzo milione di lire (cifra stratosferica all’epoca) per fare arrivare il portiere Cavanna, il terzino Vincenzi e il centravanti Mihalic. Vojak è la ciliegina sulla torta voluta dal tecnico inglese William (Willy) Garbutt che sogna di portare il Ciuccio ai fasti del Genoa con cui ha vinto 3 scudetti. A metà stagione 1929-30 (primo campionato a girone unico), pochi mesi dopo l’inaugurazione dello stadio a lui intitolato, Ascarelli muore e con lui se ne vanno i sogni di gloria. Il 1932 di Vojak è segnato dalla grave perdita del fratello Oliviero (Vojak II): giovane ala destra di belle speranze, la Juventus lo aveva mandato a Napoli per maturare accanto ad Antonio. Invece si ammala, torna a Torino e muore per un’appendicite a soli 21 anni. Il Napoli di Garbutt conquista due onorevoli terzi posti e Vojak, rinfrancato dall’aver ritrovato il mare, vive i più begli anni della carriera. Quattro volte su sei oltre le 20 segnature, una buona media dal dischetto (19 centri su 25) con partite vinte praticamente da solo, a volte con in testa una retina per fermare la benda, frutto di un colpo proibito di un difensore, come ricorderanno due suoi grandi amici, entrambi portieri, Cavanna e Sentimenti II. A Napoli nascono i tre figli di Vojak, Gianni, Marina e Loredana. Quest’ultima sposa Luigi Ossola, giocatore del Varese, fratello del cestista Aldo e fratellastro di Franco, caduto a Superga col Grande Torino. Nel 1935-36 il Nostro riparte dal Genoa ma stavolta i problemi fisici lo condizionano sul serio: fa in tempo a regalare ai rossoblù una doppietta nel 2-0 al Brescia, quindi passa alla Lucchese, dove però si fa male e riesce a giocare solo una gara. Chiude nell’Empoli, due stagioni come allenatore-giocatore e viene richiamato a Napoli per guidare gli azzurri, tuttavia, da tecnico non avrà troppa fortuna. La sua migliore stagione sarà col Napoli 1940-41, ottavo posto e salvezza insperata. Arriva la guerra, la famiglia Vojak viene sfollata a Cava de’ Tirreni, lui allena l’Internaples, lavora per due anni presso il comando alleato, poi la scelta di andare via: Juve Stabia, Barcellona di Pozzo di Gotto, Avellino, Carrarese e anche un incarico stagionale a Cipro, dove lo manda la Figc per sostituire Italo Zamberletti sulla panchina dell’EPA Larnaca. Nel 1948 è a Varese, dove si dedicherà con passione a squadre minori (Luino, Solbiatese, Gallaratese) e ai giovani, dividendo il suo tempo tra il campo e le officine dell’Aermacchi, successivamente acquistata dall’americana Harley Davidson, quella delle moto. La morte lo coglie nel 1975; due anni prima aveva avuto un malore dovuto a un’embolia. Mentre i figli negli ultimi due difficili anni della sua vita lo assistono con amore, dice: «Se sapevo che sarebbe finita così, non avrei mai fatto il calciatore». Toncy Vojak, orgoglio di Pola e bomber del Vesuvio, è tramandato ai posteri dall’autore dialettale Stefano Attilio Stell nella poesia Schütplatz: «Chi no ricorda i Castro e i Colussi, i Bonivento, i Curto, i Ostroman, i muli Vojak, i Tercovich e i Lussi. Su questo sasso, a Schütplatz, son sentado e con malinconia guardo el mar, ma tutti questi che go nominado no podarò mai più dismentigar». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/02/antonio-vojak.html
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ANTONIO VOJAK https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Vojak Nazione: Italia Luogo di nascita: Pola (Croazia) Data di nascita: 19.11.1904 Luogo di morte: Varese Data di morte: 09.05.1975 Ruolo: Attaccante Altezza: 175 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Anton - Tonci Alla Juventus dal 1925 al 1929 Esordio: 18.10.1925 - Prima Divisione - Sampierdarenese-Juventus 2-1 Ultima partita: 23.06.1929 - Coppa Europa Centrale - Juventus-Slavia Praga 1-0 105 presenze - 47 reti 1 scudetto Antonio Vojak (Pola, 19 novembre 1904 – Varese, 9 maggio 1975) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. A causa delle leggi antislave imposte dal regime fascista fu costretto a cambiare legalmente il suo cognome in Vogliani, registrando il nuovo nome di famiglia presso lo Stato Civile di Torino; in alcuni casi veniva scritto anche Vojach. Per distinguerlo dal fratello minore Oliviero, con cui giocò per poco tempo, era conosciuto come Vojak I. Ha collezionato 208 presenze e 106 gol in Serie A. Antonio Vojak Vojak alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1940 - giocatore 1956 - allenatore Carriera Squadre di club 1921-1924 Grion Pola 1+ (?) 1924-1925 Lazio 10 (7) 1925-1929 Juventus 102 (46) 1929-1935 Napoli 190 (102) 1935-1936 Genova 1893 17 (4) 1936-1937 Lucchese 1 (0) 1937-1939 Italo Gambacciani 37 (11) 1939-1940 Stabia ? (?) Nazionale 1932 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1937-1939 Italo Gambacciani 1939-1940 Stabia 1940-1943 Napoli 1946-1947 Avellino 1948-1949 Stabia 1950-1951 Varese 1951-1952 Feltrese 1955-1956 Carrarese Carriera Giocatore Club Antonio Vojak, detto "Tonči", noto anche come Anton, nacque a Pola, ai tempi appartenente all'Impero austro-ungarico, in una famiglia di etnia croata. Iniziò la carriera calcistica dopo il passaggio della sua città natale all'Italia, tra le file della squadra della sua città natale, il Grion Pola. Con gli istriani rivestì anche il ruolo di portiere il 1º aprile 1923, nella sconfitta casalinga per 0-1 contro il Dolo. Vojak in azione al Napoli, con in testa l'inseparabile basco. Nella stagione 1924-25 vestì la maglia della Lazio, ma il legame con la squadra biancoceleste durò solo quell'anno. Il suo talento fu però notato dalla Juventus, che lo ingaggia dalla stagione successiva. Vojak rimase in bianconero per 4 stagioni disputando 105 partite (102 in campionato, 1 in Coppa Italia e 2 in Coppa Europa) segnando 47 reti (46 in campionato e 1 in Coppa Italia) e vincendo lo scudetto del 1925-26. Nel primo campionato di Serie A lascia Torino per aprire un nuovo ciclo della carriera arrivando a Napoli chiamato dal celebre mister William Garbutt. Con i partenopei rimane fino al 1935, portando il Napoli nelle zone alte della classifica e diventando anche uno dei primi grandi idoli del pubblico partenopeo. Con 102 gol realizzati nell'arco di sei stagioni diventa il massimo cannoniere della storia del Napoli in Serie A (record poi infranto da Dries Mertens il 21 novembre 2021), nonché per 78 anni detentore del record di reti realizzate in un singolo torneo (22, nel campionato 1932-1933), superato da Edinson Cavani nella stagione 2010-2011. Nella stagione 1935-36 sceglie di passare nelle file del neopromosso Genova 1893 (che è subito risalito in A dopo la prima retrocessione della sua storia) ma la sua carriera è in fase calante, coi rossoblù rimane solo quell'anno giocando 17 partite e segnando 4 reti. La stagione successiva passa in un'altra neopromossa, la Lucchese, ma gioca solo una partita di campionato. Nel 1940 chiude con il calcio giocato dopo due stagioni in Serie C, nelle file dell'Italo Gambacciani Empoli (dove assume anche il ruolo di allenatore) e una allo Stabia. Nazionale Vojak viene convocato una sola volta nella Nazionale di calcio italiana maggiore, giocando come centrocampista il 14 febbraio 1932 a Napoli nella partita Italia-Svizzera, vinta 3-0 dagli azzurri. Gioca anche in Nazionale B, nella prima partita della rappresentativa, terminata con la vittoria ad Esch-sur-Alzette del 17 aprile 1927 degli azzurri sulla Nazionale del Lussemburgo per 5-1; in totale con questa nazionale disputò sei partite, due come giocatore della Juventus e quattro come giocatore del Napoli, segnando tre reti. Allenatore Terminata la carriera da calciatore, Vojak intraprende quella di allenatore (ad Empoli fa contemporaneamente le due cose). È ricordato per aver seduto sulla panchina del Napoli dal 1940 al 1943, quando, in piena stagione 1942-1943, fu sostituito dall'ex compagno di squadra nel Napoli Paulo Innocenti. Le altre "panchine" della sua vita sono con l'Internaples, Juve Stabia, Barcellona Pozzo di Gotto, Avellino, Carrarese, EPA Larnaca (Cipro), Luino, Solbiatese, Gallaratese e Feltrese. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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GIUSEPPE TORRIANI “IL CALCIO ILLUSTRATO” DEL 27 GENNAIO 1942Mercoledì scorso è deceduto a Milano, dove era nato il 10 dicembre 1904, l’ex-giocatore Giuseppe Torriani, il popolare «Torrianella». Minato da un male insidioso, non si era totalmente appartato dal nostro sport che non gli fu avaro di soddisfazioni, pur limitando ultimamente la sua attività a fare l’allenatore presso squadre di Divisioni inferiori.Rivelatosi nelle file dell’A. C. Minerva, una delle vecchie società calcistiche milanesi, era poi passato al Legnano quando i «lilla» di Colombo, Gerola e C. disputavano il massimo campionato, e col compagno, di squadra Allemandi venne assunto nel 1923-24 dalla Juventus di Torino nella quale, coprendo il ruolo di ala sinistra, costituì con Hirzer – la non dimenticata «gazzella» ungherese – forse la più affiatata e pericolosa coppia d’attacco di quei tempi.Coi bianco-neri juventini conquistò il titolo di campione d’Italia nella stagione calcistica 1925-26, – e fu il secondo dei sette «scudetti» della Juventus – dopo tre memorabili finali col Bologna (2-2 a Bologna, 0-0 a Torino e 2-1 sul campo neutro dell’Arena di Milano).Lasciò poi la squadra che gli aveva dato la maggior celebrità per passare nel 1927-28 nelle file del Milano, di cui difese i colori, giocando anche da mediano, per diversi anni (le ultime prestazioni di Torriani in rosso-nero risalgono al torneo di Serie A del 1934-35, con 7 partite), dimostrandosi interamente degno della popolarità acquisita nelle file juventine.Giocatore estroso e non privo anche di una certa tecnica, il Torriani era un elemento che faceva della correttezza e della disciplina il suo programma. Di statura lievemente inferiore alla normale per chi pratica il giuoco del calcio, superava questa sua deficienza naturale con una volontà a tutta prova, valendosi della sua notevole velocità per spuntarla nei duelli che in partita doveva ingaggiare col più diretto avversario.Questa estate avevamo avuto occasione di vederlo, in una località della Valassina. Sorridente come sempre, e pieno di vitalità e di energia, non pensavamo che il male covasse dentro di lui.Povero «Torrianella»! I tifosi milanesi, e specialmente quelli rosso-neri, non ti dimenticheranno. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/giuseppe-torriani.html
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GIUSEPPE TORRIANI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Torriani Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 10.12.1904 Luogo di morte: Milano Data di morte: 21.01.1942 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Torrianella Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 55 presenze - 4 reti 1 scudetto Giuseppe Torriani (Milano, 10 dicembre 1904 – Milano, 21 gennaio 1942) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giuseppe Torriani Torriani alla Juventus negli anni venti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1935 Carriera Giovanili Minerva Squadre di club 1922-1925 Legnano 66 (7) 1925-1927 Juventus 55 (4) 1927-1935 Milan 202 (33) Caratteristiche tecniche Torriani al Milan Soprannominato Torrianella, era un'ala di piccola statura, veloce e grintosa, resistente alla fatica e abile nell'assist, pronta però a ricoprire anche il ruolo di mediano, che svolse stabilmente negli ultimi anni di carriera. Vita e carriera Cresciuto nel Minerva F.C. di Milano, militò in massima serie con il Legnano fino alla stagione 1924-1925. Passato alla Juventus, vi giocò per due anni aggiudicandosi lo scudetto 1925-1926; infine disputò altri otto campionati di massima divisione con il Milan. Conclusa la carriera all'età di 30 anni, iniziò ad allenare nei campionati minori. Venne presto colpito da una grave malattia, che dissimulava con ottimismo. Venne notato trascorrere le vacanze estive del 1941 in Valsassina, con l'abituale buonumore. Deceduto all'età di 37 anni, è stato sepolto al Cimitero Maggiore di Milano; i suoi resti sono in seguito stati tumulati in una celletta. Palmarès Club Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926
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FERENC HIRZER È bravo e intelligente – scrive Renato Tavella sul libro “Il romanzo della grande Juventus” –, il suo gioco taglia come rasoiate il campo e va a incidere, con particolare precisione, nelle difese avversarie. I tifosi si rallegrano. La sua capigliatura rosseggiante volteggia sul prato, la testa alta del campione di razza, il tiro saettante e improvviso, il goal come naturale conseguenza. La Gazzella han preso a chiamarlo, per come si muove sulla corsa lineare e potente, volando a pelo d’erba. L’ungherese, non solo si distingueva per le doti di scattista, ma riusciva a fermare l’attenzione dei tifosi anche al termine di ogni sgroppata quando, con noncuranza, estraeva dal pantaloncino un piccolo pettine e, guadagnato un angolo del campo, riordinava la chioma ondeggiante. Manco fosse un attore, come il compagno di squadra Pastore. DAVIDE ROTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 25-31 LUGLIO 2006 «Meraviglioso forward dallo scatto velocissimo, dal tiro perfetto e improvviso, segna con facilità e ottimo stile». Così la giornalaccio rosa del Popolo di Torino descrive Ferenc Hirzer, al suo arrivo a Torino nell’estate 1925. Il nuovo enfant prodige della Juventus ha solo 22 anni, eppure è già conosciuto alle platee internazionali, per essere stato in tournée con il Törekvés, squadra di un quartiere di Budapest formata quasi esclusivamente da ebrei e per aver giocato in Boemia (Maccabi Brno) e Germania (Union Altona 03 di Amburgo). Ed ebreo è anche Hirzer, il cui vero cognome è Hires. Fisico esile, padronanza assoluta della sfera e straordinaria agilità: queste le principali caratteristiche che gli hanno permesso di debuttare 21enne nella nazionale magiara, con la quale ha preso parte ai Giochi Olimpici di Parigi 1924. Dopo il 5-0 alla Polonia, nel quale Hirzer ha segnato una doppietta in 7’, l’Ungheria è però uscita clamorosamente per mano del rapido Egitto (0-3). A volerlo a Torino è il suo connazionale Jenö Karoly, uno dei primi veri trainers voluti dal senatore Agnelli, che da un paio d’anni è proprietario del club bianconero, dopo un periodo nella dirigenza dell’Unione Sportiva Torinese. Karoly arriva da Savona e porta con sé l’esperto centromediano József Violak (che i giornali italiani hanno italianizzato in Viola): il secondo straniero permesso dal regolamento deve essere un attaccante agile e veloce, in grado di sfruttare al meglio le nuove regole. Il 12 giugno l925, l’International Board ha infatti stabilito che è sufficiente un difensore a tenere in gioco l’attaccante avversario e non due come capitava fino alla fine della stagione 1924-25. Hirzer, insomma, è l’uomo giusto al momento opportuno: Karoly e Viola fanno da intermediari, ma a Torino c’è chi lo conosce bene: è l’allenatore-giornalista Vittorio Pozzo, che ne ha annotato il nome nel taccuino già il 4 marzo 1923, quando Hirzer, pur non segnando, aveva brillato a “Marassi”, nello 0-0 imposto agli azzurri dai magiari. L’inizio è scoppiettante: la Juventus, trascinata dalle scorribande in fascia destra di Munerati e dalla prorompenza fisica del centrattacco Pastore, dispone di un potenziale offensivo fenomenale. Hirzer si mette in evidenza come giocatore tecnico e prolifico, rifinisce e segna a raffica, l’aggettivo più utilizzato è “prodigioso”. Fuori del campo è un professionista esemplare, orgoglioso dei suoi riccioli biondi, sempre ben pettinato, mai una piega nel vestito buono. Il Guerino gioca a paragonare i “divi” del calcio a quelli del cinema muto e Hirzer, nelle caricature di Carlin, viene accostato a Mae Murray (vero nome Marie Adrienne Koenig), attrice e ballerina americana di origini austriache e protagonista de La vedova allegra (1925). Come Mae Murray, Hirzer danza e ammalia, e soprattutto segna: al debutto ufficiale, Juventus-Parma 6-0 (4 ottobre 1925) si presenta con una tripletta, poi un gol a Padova, due al Milan e all’Alessandria: a fine andata della prima fase, è già a quota 14 centri in 11 gare; la Juventus vola in vetta al girone B. La cavalcata prosegue nel ritorno: i bianconeri tengono a distanza squadroni del calibro di Genoa, Pro Vercelli e Milan; anche il Padova, squadra-rivelazione degli ultimi anni, si arrende alla Signora che chiude al primo posto con 8 punti sulla Cremonese (seconda) e con 68 reti all’attivo, 29 firmate dallo strepitoso Hirzer. Sulle colonne de Il Calcio di Genova, Vittorio Pozzo, offre una spiegazione tattica al numero dilagante di goals segnati: «La nuova regola dell’offside è la glorificazione, la valorizzazione della teoria secondo cui la miglior difesa è un buon attacco». E aggiunge che le difese italiane faticano a prendere le giuste contromisure. 24 gennaio 1926, Reggiana-Juventus 0-5, «Hirzer ha l’eleganza e il senso di tempo di un danzatore: eppure la sua azione è di una potenza irresistibile», così la giornalaccio rosa del Popolo del giorno dopo. 20 giugno 1926, Juventus-Mantova 8-1, cinque gol di Hirzer; scrive la giornalaccio rosa del Popolo: «Tutte le astuzie e le finezze del più consumato giocatore di football furono da lui riassunte e superate». Il finale di stagione è un crescendo rossiniano: la Juventus, trascinata dai gol del fuoriclasse magiaro, supera il Bologna dopo tre combattutissime finali di Lega Nord, poi liquida con un perentorio 7-1 e 5-0 i romani dell’Alba e vince, dopo 21 anni d’astinenza, il suo secondo scudetto. Hirzer chiude la stagione con 35 reti in 26 gare. Dopo l’ultima partita (giocata a Roma il 22 agosto 1926) Hirzer torna in Ungheria per le vacanze e proprio mentre si trova a Budapest viene a sapere che nel suo Paese è stato introdotto il professionismo. Lo cercano MTK e Ferencváros e il Guerino, a firme del direttore Corradini (sotto lo pseudonimo di Gavroche, “monello” in francese), lancia l’allarme: «Veisz, liquidato dall’Inter, spacciandosi per emissario delle grandi società ungheresi, seduce Hirzer, il quale chiede i suoi 20 giorni di congedo, disdice la camera “perché non gli piace più”, insacca nelle valigie le cose sue, da uomo ordinato sistema ogni insolvenza e se ne va. La “Gazzella” non ha più alcuna volontà di abbandonare l’avito loco dove si trova benissimo... Sollecitato dai dirigenti della Juventus, si giustifica affermando che non riesce a ottenere il passaporto. Sembra invece che il passaporto sia stato sostituito da banconote ungheresi di non indifferente peso». Insomma, antesignano di Diego Armando Maradona, non vuole più rientrare in Italia. A risolvere la situazione ci pensa Viola con un viaggio-lampo a Budapest. Tuttavia, la stagione 1926-27 non sarà all’altezza della precedente: l’effetto sorpresa finisce, i difensori avversari lo francobollano a dovere e Hirzer chiude con 15 gol, seppure in sole 17 presenze. La Juventus si qualifica per i playoff finali, perde 4 gare e guarda caso in 3 di queste il nome di Hirzer sul tabellino non c’è. Ma il 10 luglio 1927, giorno del commiato, ha in serbo un regalo speciale per il pubblico juventino. Il Milan viene sommerso sotto un pesante 8-2 e il gioiello bianconero batte per 3 volte il portiere Rossoni: a bordo del campo di via Marsiglia, sceso dalla Fiat 509 Torpedo, tenuto per mano dal nonno, c’è un bambino che fa “oooh”. Ha 6 anni e si chiama Gianni Agnelli e da quel giorno rimarrà folgorato dalla Juve, dal bianconero, ma soprattutto da Hirzer, il prodigioso. La “Gazzella” giocherà ancora fino al 1932 nell’Hungaria/MTK, tenterà un’altra avventura all’estero con Young Fellows Zurigo per poi finire la carriera in Francia nei cadetti del Saint-Servan/Saint-Malo, ma l’amore per l’Italia lo riporterà nel nostro Paese a guerra finita. Sarà allenatore di Sestrese, Lecce, Spal, Marsala, Castelfidardo, Benevento, Palmese e Aosta. Morirà a Trento, assistito dalla moglie Maria, nell’apri1e 1957. VLADIMIRO CAMINITI, DA “I PIÙ GRANDI” Dopo l’assassinio del socialista Matteotti, voluto a quanto sembra ormai chiaro, dal duce, l’Italia cambia, prende l’assetto che durerà fino al più tragico conflitto della sua storia, nell’estate del 1925, la Juventus di Edoardo Agnelli ingaggia il celebre attaccante magiaro Ferenc Hirzer, ebreo. Alto, biondissimo, con due occhi azzurri spremuti da una sempiterna inquietudine, Hirzer si inquadra nella «prima» Juventus, una squadra bella e romantica, con le sequenze dei suoi scatti e tiri folgoranti. La Juventus lo aveva acquistato, dopo averlo molto fatto seguire nel Makkabi Brno e nel Torekves, nonché nella sua Nazionale. La milizia volontaria fascista, costituita espressamente per difendere la vita di Mussolini, è già nata quando la Juventus vince il suo secondo scudetto. È l’estate del 1926, la Juventus ha il primato della fantasia rispetto a un pur fortissimo Bologna, la squadra che il futuro Avvocato comincia ad ammirare, schiera in porta Combi, ha Bigatto come half cipiglioso, irriducibile come fumatore e come lottatore tutto intabarrato come suole andare in campo, ha in Allemandi un terzino poderoso e in Rosetta il giocatore più strategico, in grado di fare la mezzala quasi bene come il difensore. E al di là del contributo che fino alla tripla finale col Bologna, segnata dall’improvvisa morte per infarto del bravo allenatore magiaro Reno Karoly – ex grande center half ungherese, un innamorato della Italia e dell’opera lirica (soprattutto di Verdi) –, danno i Ferrero, Meneghetti, Torriani, l’altro ungherese Viola e Munerati e Hirzer sono stati determinanti per la conquista dello scudetto. Hirzer «la gazzella» è decisivo nella finale dedicata a Karoly, l’irriducibile Bologna è castigato dai guizzi e dalle fantasie del superbo Ferenc. La divisa bianconera, in quei giorni, pretendeva la maglia bianconera infilata sotto la bianca mutanda; Hirzer non rinunziava per civetteria a una cinta per tenere su i calzoncini. Il cervello tattico della squadra era Viola, che fece anche buone prove da opinionista calcistico, ma il suo leader effettivo, il suo giocatore che andava a fare la differenza, segnando e facendo segnare, era Hirzer. Una media gol impressionante, 42 partite e ben 50 gol, bionda «gazzella» del gol, col quale praticamente comincia a sbizzarrirsi la fantasia dei cronisti applicata al calcio. Non sarebbe arrivato a godersi la vecchiaia, povero grande Ferenc: dal 1937, vagabondo nell’Europa minacciata dal mostro germanico, e prematuramente strappato alla vita da un atroce destino. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/ferenc-hirzer.html#more
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FERENC HIRZER https://it.wikipedia.org/wiki/Ferenc_Hirzer Nazione: Ungheria Luogo di nascita: Budapest Data di nascita: 21.11.1902 Luogo di morte: Trento Data di morte: 28.04.1957 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale Ungherese Soprannome: Gazzella Alla Juventus dal 1925 al 1927 Esordio: 04.10.1925 - Prima Divisione - Juventus-Parma 6-0 Ultima partita: 10.07.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Milan 8-2 43 presenze - 50 reti 1 scudetto Ferenc Hirzer, noto anche come Ferenc Híres (Budapest, 21 novembre 1902 – Trento, 28 aprile 1957), è stato un calciatore e allenatore di calcio ungherese, di ruolo attaccante. Ferenc Hirzer Hirzer alla Juventus nella stagione 1925-1926 Nazionalità Ungheria Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1935 - giocatore Carriera Squadre di club 1919-1923 Törekvés 16+(16+) 1923-1924 Maccabi Brno ? (?) 1924-1925 Altona 93 ? (?) 1925-1927 Juventus 43 (50) 1927-1932 Hungária MTK 107 (58) 1932-1933 YF Juventus ? (?) 1933-1935 Saint-Servan 24+ (3+) Nazionale 1922-1932 Ungheria 33 (14) Carriera da allenatore 1935-1936 Mantova 1936-1938 Salernitana 1938-1939 Anconitana-Bianchi 1939 Liguria 1940 Vigevano 1940 Salernitana 1941-1942 Battipagliese 1941-1943 Perugia 1945-1946 Lecce 1946-1947 Sestrese 1949-1950 Benevento 1951-1952 Palmese 1954-1955 Aosta 1956-1957 Trento Carriera Hirzer a Perugia nei primi anni trenta Ferenc Hirzer venne notato dai dirigenti della Juventus nel 1923, durante una amichevole tra i bianconeri e gli ungheresi del Törekvés. Dopo una grande prestazione, i dirigenti bianconeri decisero di tenere sott'occhio questo attaccante molto veloce (non a caso fu soprannominato successivamente "La gazzella bianconera"). Hirzer, dopo aver partecipato con la Nazionale di calcio ungherese ai Giochi olimpici di Parigi del 1924, fu ingaggiato prima dai cecoslovacchi del Maccabi Brno e poi dai tedeschi dell'Union 03 Altona. Nel 1925 passò alla Juventus, allenata dal connazionale Jenő Károly. Debuttò in maglia bianconera contro il Parma, segnando tre gol e portando la sua squadra alla vittoria per 6-0. In due campionati segnò 50 reti in 43 presenze; tuttavia le restrittive norme dell'epoca sul tesseramento degli stranieri lo fecero lasciare l'Italia e accasarsi al MTK, della sua nativa Budapest. Nella nazionale ungherese fu anche il capitano, segnando complessivamente 14 reti in 33 presenze. Ritornato in Italia ed intrapresa la carriera da allenatore, Hirzer guidò Mantova, Salernitana, Baratta Battipaglia, Anconitana-Bianchi, Liguria (in Serie A), Vigevano, Perugia, Lecce, Sestrese, Benevento, Palmese, Aosta e Trento. Palmarès Calciatore Campionato italiano: 1 - Juventus: 1925-1926 Campionato ungherese: 1 - MTK Budapest: 1928-1929 Allenatore Serie C: 1 - Salernitana: 1937-1938 Individuale Capocannoniere di Prima Divisione: 1 - Juventus: 1925-1926 (35 gol)
