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PIETRO MAGNI https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Magni_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Bobbiate (Varese) Data di nascita: 20.03.1919 Luogo di morte: Bobbiate (Varese) Data di morte: 24.07.1992 Ruolo: Jolly Altezza: - Peso: - Soprannome: Piero Alla Juventus dal 1942 al 1948 Esordio: 19.09.1942 - Coppa Italia - Mater Roma-Juventus 1-6 Ultima partita: 04.07.1948 - Serie A - Juventus-Pro Patria 0-4 108 presenze - 27 reti - 1 rete subita Pietro Magni (Bobbiate, 20 marzo 1919 – Bobbiate, 24 luglio 1992) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. È ricordato come un «super jolly» in quanto rimane tuttora l'unico giocatore al mondo ad avere ricoperto ogni ruolo del calcio, avendo indossato almeno una volta — in un'epoca ancora priva della numerazione fissa — tutti gli undici numeri di maglia della squadra nel corso di partite ufficiali. Pietro Magni Magni allenatore del Bari nel 1963 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex jolly) Termine carriera 1955 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Squadre di club 1936-1940 Varese 53+ (9+) 1940-1942 Liguria 45 (14) 1942-1948 Juventus 108 (27; -1) 1948-1949 Lucchese 35 (1) 1949-1951 Genoa 38 (1) 1951-1953 Lecce 14 (1) 1953 Pavia ? (?) 1953-1954 Cesena 16 (1) 1954-1955 Varese ? (?) Carriera da allenatore 1952-1953 Lecce 1953 Martina 1953-1954 Cesena 1958-1962 Pro Patria 1962-1963 Bari 1965-1966 Varese 1966-1967 Pavia 1968-1969 Salernitana Caratteristiche tecniche Giocatore La sua polivalenza tattica, emersa al meglio durante la militanza nella Juventus, gli permise di esibirsi in primis da ala sinistra a mezzala destra, da mediano a terzino destro, e in misura minore negli altri ruoli compreso quello di portiere: in quest'ultimo caso scendendo in campo da titolare con la maglia numero uno, stante l'indisponibilità di Sentimenti IV e Perucchetti, nella sfida del 13 dicembre 1942 sul terreno della Triestina (1-1). Negli anni a Torino mancò d'indossare la sola maglia numero cinque, infine vestita il 26 febbraio 1950 difendendo i colori del Genoa, in occasione di una trasferta, ironia della sorte, contro la sua ex Juventus. Magni (in piedi, secondo da destra) alla Juventus nella stagione 1942-1943 Dopo tre stagioni in Serie C con il Varese approdò nel 1940 al Liguria, in Serie B, conquistando subito la promozione nel massimo campionato. Fece il suo esordio in Serie A il 25 ottobre 1941 in Torino-Liguria (3-2). La stagione seguente si trasferì proprio a Torino, sponda Juventus, dove spenderà la parte più significativa della carriera: vestì la maglia bianconera dal 1942 al 1948 (con l'intervallo della seconda guerra mondiale), per un totale di 108 partite, segnando anche 27 reti. Nel 1948 lasciò la Juventus ma continuò a giocare in massima serie con Lucchese e Genoa. Nello stesso anno comparve, insieme ad altri calciatori, nel film 11 uomini e un pallone, diretto da Giorgio Simonelli, nella parte di se stesso. Dal 1951 al 1953 fu al Lecce, in Serie C, dove ricoprì il ruolo di giocatore-allenatore, prima di venire esonerato e passare al Martina come allenatore. Nel 1953 andò al Cesena, anche qui nella duplice veste di allenatore e giocatore. Dalla Romagna ritornò nel 1954 al Varese nella sola veste di calciatore, ove chiuse la carriera agonistica. Nel 1958 si sedette sulla panchina della Pro Patria, in Serie C, e nel campionato successivo riportò i tigrotti nella serie cadetta con una squadra formata quasi interamente da giocatori bustocchi o dei dintorni; rimasto a Busto Arsizio, nella stagione 1961-1962 sfiorò il clamoroso ritorno in Serie A, sempre con lo stesso gruppo di giocatori delle annate precedenti. Negli anni successivi continuò ad allenare diverse squadre: tra le altre, Bari, Salernitana e ancora Varese. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Varese: 1939-1940 (girone C) Campionato italiano di Serie B: 1 - Liguria: 1940-1941 Competizioni regionali Promozione: 1 - Varese: 1954-1955 (girone D) Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Pro Patria: 1959-1960 (girone A) Campionato italiano Serie D: 1 - Pavia: 1966-1967 (girone D)
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PIETRO SFORZIN https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Sforzin Nazione: Italia Luogo di nascita: Ceggia (Venezia) Data di nascita: 12.06.1919 Luogo di morte: Padova Data di morte: 18.02.1986 Ruolo: Difensore Altezza: 180 cm Peso: 68 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1942 al 1943 Esordio: 19.09.1942 - Coppa Italia- Mater Roma-Juventus 1-6 Ultima partita: 25.04.1943 - Serie A - Juventus-Vicenza 2-6 7 presenze - 0 reti Pietro Sforzin (Ceggia, 12 giugno 1919 – Padova, 18 febbraio 1986) è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Pietro Sforzin Nazionalità Italia Altezza 180 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1953 Carriera Squadre di club 1938-1939 Libertas Ceggia ? (?) 1939-1942 Padova 89 (1) 1942-1943 Juventus 7 (0) 1944-1951 Padova 201 (2) 1951-1953 Verona 34 (3) Carriera Pietro Sforzin (a destra) con Adone Stellin (a sinistra) e Enzo Romano (al centro). Sempre al centro un giovane Benito Sarti. Cresciuto nel Dopolavoro Ceggia, nel 1939 approda al Padova. Con i biancoscudati debutta in Sanremese-Padova (3-1) dell'ottobre 1939 in Serie B. Nel 1942 gioca per una stagione con la Juventus Cisitalia dove disputa 5 partite in campionato e 2 in Coppa Italia. Nel 1944 torna al Padova, dove gioca l'ultima partita proprio contro la Juventus (0-1) il 10 giugno 1951, per poi approdare nello stesso anno al Verona dove chiude la carriera nel 1953. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Padova: 1947-1948
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GINO MANNI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Manni Nazione: Italia Luogo di nascita: Colle Val d'Elsa (Siena) Data di nascita: 11.10.1916 Luogo di morte: Colle Val d'Elsa (Siena) Data di morte: 06.10.1992 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Chinino Alla Juventus nel 1942 Esordio: 21.10.1942 - Amichevole - Juventus-Settimo Torinese 8-0 0 presenze - 0 reti Gino Manni (Colle Val d'Elsa, 11 ottobre 1916 – Colle Val d'Elsa, 6 ottobre 1992) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Gino Manni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1949 - giocatore 1977 - allenatore Carriera Giovanili Colligiana Squadre di club 1932-1934 Colligiana ? (?) 1934-1939 Siena 101 (2) 1939-1942 Modena 80 (1) 1942 Juventus 0 (0) 1942-1943 Napoli 6 (0) 1944 Carpi 7 (0) 1945-1946 Siena 15 (0) 1946-1949 Cosenza 102 (2) 1949-1950 Colligiana ? (?) Carriera da allenatore 1949-1951 Colligiana 1957-1961 Colligiana 1967-1968 Colligiana 1973 Colligiana ? Castellina ? Certaldo ? Poggibonsi ?-197? Pontedera 1977 Colligiana Carriera Modena, stagione 1940/41: Manni è il secondo da destra dopo Sentimenti IV La Colligiana del record: Gino Manni è il secondo da sinistra in piedi È cresciuto nel settore giovanile della Colligiana ed è stata la massima espressione calcistica di Colle Val d'Elsa, la sua città natale che, dopo la sua scomparsa, gli ha intitolato il nuovo Stadio Comunale. Dalla Colligiana, nel 1933, passa al Siena in serie B; questa la formazione rimasta nei cuori bianconeri: Erbinovi, Manni, Passalacqua, Biasotto, Pellagatta, Macchi, Renoldi, Lenzi, Bandini, Solbiati, Gambini. Nel 1939 passa al Modena (città dove viene trasferito per il servizio militare) ed esordisce in Serie A. L'esordio in A il 17 settembre 1939 in occasione di Modena-Lazio terminata 1 a 1. Nel campionato 1939/40, vinto dall'Ambrosiana-Inter, il Modena retrocede ma veste la maglia color “canarino” altri due anni, ottenendo subito una nuova promozione dalla B alla A, prima di passare alla Juventus allenata da Felice Placido Borel II, con la quale giocherà solamente amichevoli alla fine del 1942. Con lo scoppio della guerra il “militare” Manni viene però trasferito al sud e precisamente a Napoli. Qui gioca nella squadra partenopea che partecipa al campionato di serie B, in coppia con Pretto. Con l'avanzata delle truppe alleate vengono organizzati nuovi campionati: il campionato di serie A Alta Italia e un Campionato Centro-Sud A e B; le prime quattro classificate di ogni girone partecipano poi al Girone Finale della Divisione Nazionale 1945/46 che viene vinto dal Torino. Vi partecipa anche il Napoli (unica squadra di B entrata in finale), che risulterà al quinto posto della graduatoria finale. Manni, che nel frattempo è tornato al Siena, partecipa al campionato nel girone Centro-Sud con la maglia del Siena che si classificherà penultimo nel girone. Nella stagione successiva Manni passa al Cosenza che disputa il campionato di Serie B e qui rimane per alcune stagioni prima di concludere la propria carriera. Con la stagione 1949/50 inizia quindi la carriera di allenatore con la sua prima squadra, la Colligiana, che allenerà a più riprese, portandola anche a vincere il campionato di prima divisione dilettanti, il titolo di campione toscano ed a battere il record europeo di vittorie consecutive, ben diciassette, tutto nella stagione 1957/58. Ha allenato anche altre squadre toscane di dilettanti, tra cui Castellina, Certaldo, Poggibonsi e Pontedera, conquistando diverse promozioni. Con il 1977 ha definitivamente cessato la sua carriera di allenatore, sempre ispirata alla cura ed alla crescita dei settori giovanili. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Prima Divisione: 1 - Siena: 1934-1935 Serie C: 1 - Siena: 1937-1938 Allenatore Competizioni regionali Prima Divisione: 1 - Colligiana: 1957-1958 Prima Categoria: 1 - Colligiana: 1972-1973
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Lucidio Sentimenti (IV) - Giocatore E Allenatore Giovanili
Socrates ha risposto al topic di bidescu in Tutti Gli Uomini Della Signora
LUCIDIO SENTIMENTI Detto Cochi, nasce nell’estate del 1920 a Bomporto, in provincia di Modena, in una famiglia che eguagliava i fasti calcistici di un’altra mitica dinastia, quella dei Cevenini. Tutto cominciò, si dice, con una lettera: «Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a quindici lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere». Lucidio è tifoso della Juventus e grande ammiratore di Combi; vanta qualità atletiche per riuscire bene in qualsiasi ruolo, un bel tiro, anche se la statura non è eccezionale, ma, a quei tempi, nessuno ci faceva troppo caso. Così si trova nel Modena, in Serie B, a solo sedici anni, senza un ruolo ben definito, a volte portiere altre attaccante. Sbalordisce tutti: in due stagioni segna ventidue goal, risultando uno dei migliori cannonieri della squadra.La Juventus è alla ricerca di un portiere affidabile; nell’ultimo campionato, quello del 1941, si sono alternati in cinque, un vero record: Goffi e Peruchetti, Ceresoli e Micheloni e, per una sola domenica, un certo Bulgheri, mai più visto né sentito. Cochi aveva già disputato circa cinquanta partite in Serie A quando debuttò nella Juventus, a Venezia: i terzini sono Foni e Varglien II, gioca anche suo fratello, Vittorio, ovvero Sentimenti III, arrivato alla Juventus un anno prima. Dopo aver subito cinque goal in un derby, è messo da parte ma qualche domenica dopo è ripresentato in mezzo ai pali che non lascia più per altre quattro stagioni.Conquista anche la maglia azzurra e, nel maggio 1947, contro l’Ungheria è l’unico giocatore “straniero” in una formazione composta da dieci giocatori del Grande Torino. Gianni Brera lo descrive freddissimo determinista, dotato di un’astuzia luciferina.Il suo gesto atletico più famoso è rimasto l’uscita, a piedi uniti, un intervento che sembra disperato e invece è calcolato al millesimo e, secondo alcuni, al limite del lecito. Molto abile anche sulle palle alte: stupisce vederlo arrivare lassù, con tanta sicurezza, a bloccare o spingere lontano il pallone con pugni decisi, nonostante la bassa statura. Tra i pali è agile e dotato di presa ferrea, non ha bisogno di volare, ha un grande senso della posizione e un notevole colpo d’occhio. Qualche volta se ne fida troppo e prende goal balordi su tiri da lontano.Cochi Sentimenti difende la rete juventina durante quei campionati resi proibitivi dal dominio del Grande Torino. Nel 1949, a ventinove anni, è ceduto alla Lazio, dove ritrova una seconda giovinezza. Riconquista anche il posto in Nazionale e ha l’onore di disputare la sua ultima partita nel 1953, contro la Grande Ungheria. Si mette perfino a parare rigori, cosa che prima non gli riusciva mai, come se una legge non scritta lo volesse punire per la sicurezza che aveva nel tirarli. Diventa uno specialista, quasi al pari del mitico Bepi Moro e, nel febbraio 1954 proprio su un rigore ottiene una piccola rivincita nei confronti della Juventus: a Torino, infatti, para un tiro di Boniperti dal dischetto, facendo finire la partita 0-0. La Juventus perde proprio per un punto quel campionato, a favore dell’Inter.Gioca fino a trentanove anni, chiudendo la carriera con il Vicenza, senza vincere mai niente: nonostante avesse già appeso gli scarpini al chiodo, torna in campo per difendere la rete del Torino che, in piena zona retrocessione, si trova di colpo senza portieri.Un giorno gli chiesero quale fosse stato il goal che gli avesse provocato più dolore: disse che molti anni prima, quando era ancora al Modena in Serie A, gli era capitato di tirare un rigore contro suo fratello più grande, Arnaldo Sentimenti II, portiere del Napoli, realizzandolo. Ecco, quello era stato il goal che gli aveva fatto più dispiacere.«Ecco un bel ricordo. 1946, a Torino: Juventus-Bologna. Ha vinto la Juventus per 1-0. A un certo momento Gritti, del Bologna, in posizione di ala sinistra, mi fa un tiro violentissimo, io sono piazzato sul palo giusto ma Parola interviene e mi fa la carambola con la coscia, poveraccio lui ha fatto il possibile per salvarmi. Così io mi trovo improvvisamente sul palo sbagliato, un po’ fuori porta, con la palla che mi va dentro nel sette più lontano, alle spalle. Balzo indietro stringendo i denti e chiudendo gli occhi, mi distendo quanto sono lungo, do la manata e, quando credo di esser fregato, incontro qualcosa. Dico: sarà un giocatore. Cado a terra, sento un urlo, apro gli occhi e vedo il pallone che è andato in corner: io l’avevo portato via dal sette, l’urlo l’avevano fatto per questo. Hanno fatto anche una bella fotografia, che conservo. Eh sì; mi sentivo forte, mi sentivo come un leone, ero padrone dei miei pali e della mia area, avevo un rinvio lungo e preciso e non avevo paura di uscire. Mi buttavo giù con i piedi, mai di faccia o di braccia, perché con i piedi si arriva prima e difatti precedevo un sacco di attaccanti proprio per questo. E non ho mai avuto incidenti anche per questo».Il portiere che tirava i rigori: era il primo, forse, e tutti si meravigliavano. In seguito avrebbe avuto ottimi imitatori, ma nessuno è riuscito a giocare in modo non saltuario e in una vera partita di campionato, con la maglia di attaccante.VLADIMIRO CAMINITINei giorni dopo la guerra, che sono di atavica fame, portieri di ogni formato si esibiscono in Italia. Nella Juventus si alternano, ancora per poco, Micheloni e il vecchio Perucchetti, mezzo clown e mezzo artista, che ha trentaquattro anni, ma già si affaccia il giovane Lucidio Sentimenti, quarto di una famiglia modenese di Bomporto dedita a sane bevute e a interminabili partite di calcio, destinato a giocare in porta, perché il meno appariscente fisicamente dei fratelli, e anzi, a dire il vero, di figura un tantino tozza. Il fatto è che a Cochi, questo è il soprannome con cui lo indicano e strapazzano specialmente i fratelli Arnaldo e Vittorio (Primo è ancora piccolino), va di contraggenio a fare il portiere e, quando può, viene fuori e molla le sue sacramentali legnate di destro con le quali segna al fratello maggiore Arnaldo goal irresistibili.Rimane che il ruolo di portiere a poco a poco entra nello spirito del giovanotto, che ha uno sviluppo orizzontale pari alle manone e sfoggia nel colpo di reni la sua qualità migliore. Il nano, in campo, diventa un gigante, anche in questo caso, come dire che nelle parate alte Sentimenti IV è formidabile come nelle parate a terra, e va a giocare un campionato entusiasmante nel Modena, quando la Juventus lo ingaggia, lasciandolo ancora un anno nella città emiliana, perché completi il servizio militare.Sono i giorni ruggenti del Torino, quando Sentimenti IV si trasferisce definitivamente nella Juventus. Il derby è il derby, le parate di Cochi impediscono in più di una circostanza al Grande Toro punteggi straripanti. Nasce il mito di questo portiere tarchiato e flessuoso, brevilineo dal portentoso colpo d’occhio, quasi imbattibile nell’area piccola, che domina con pugni che sono autentiche mazzate, specialista nelle uscite contro l’attaccante solo, che risolve con una tecnica personale (le gambe avanti e il busto all’indietro) micidiale all’impatto per giocatori come Fabbri, e cui solo gli estrosi Lorenzi e Gabetto trovano, ma non sempre, contromisure.Si parlerà solo negli anni Ottanta di portieri con la somma di qualità che Sentimenti IV mostra già negli anni Quaranta, il primo portiere calciatore d’Italia e d’Europa; perfetto rigorista, egli indossa la divisa addirittura con grazia, ma forse una natura troppo sempliciotta lo porta a vivere con eccessiva emotività le partite in Nazionale. Il giorno dell’esordio, nebbia e vento gelido al vecchio Prater, becca cinque goal, e Carosio urla al microfono che Sentimenti IV non ci vede. Una fandonia, ma l’Italia è terra di pregiudizi. L’Avvocato, che di calcio se ne intende, intervistato nel 1988, dirà che Sentimenti IV è stato il portiere più grande che egli abbia visto giocare nella sua Juventus. Potentissima macchina atletica, Cochi si allenava come gli ostacolisti, per esercitare i suoi magici lombi, e Bacigalupo aveva nel portafogli, restituite dalla lurida fiammata che distrusse il Grande Torino, la sua fotografia. Nella tradizione del ruolo, in Italia almeno nessun portiere è mai stato altresì calciatore come Cochi Sentimenti, dalle rimesse in gioco che erano un vero lancio per il centrattacco e diedero l’avvio a tanti goal di Boniperti ventenne. I suoi fondamentali tecnici (presa, piazzamento, colpo di reni, uscita alta) sono forse tuttora irripetibili.MAURIZIO TERNAVASO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’AGOSTO 1988Era dal 1975 che non lo incontravo. Esattamente da quel giorno di giugno in cui terminò la mia carriera di pulcino bianconero della squadra riserve, con grande rimpianto di diverse zolle d’erba del Combi alle quali talvolta non pareva vero di potersi staccare dal loro habitat naturale per volteggiare in aria colpite da qualche calcio maldestro del sottoscritto.In quel triste giorno terminarono di colpo i miei rapporti bisettimanali con il mio allenatore Lucidio Sentimenti, meglio noto come Sentimenti IV; e a ulteriore dimostrazione della labile impronta che lasciai quale giovane calciatore sta il fatto che, ripresentatomi a lui per l’intervista, sono stato riconosciuto con fatica. E mentre io da allora sono sicuramente cambiato (qualche pelo di barba e mezzo metro in più), il personaggio è rimasto quasi del tutto immutato nel fisico e nell’aspetto, dal momento che lo ricordavo completamente canuto fin dai tempi in cui lo vidi corricchiare in tuta nel glorioso campo Combi.Signor Sentimenti, sono quasi sicuro che ancor oggi le capita spesso di infilarsi una tenuta sportiva per insegnare qualche prezioso rudimento ai giovani calciatori: è proprio così? «Certo, ci mancherebbe altro! Attualmente curo i ragazzini della Sisport, l’organizzazione sportiva gestita dalla Fiat, ma soltanto fino a un paio di anni fa lavoravo per la Juventus, fino a quando non è purtroppo giunta l’età della pensione».Quali sono state le tappe della sua attività di allenatore? «La tappa è stata unica, ma molto felice: una volta conseguito, infatti, il patentino di allenatore di prima categoria, entrai nel settore giovanile della Juventus, dove lavorai quasi trent’anni, con lunghe parentesi come allenatore dei portieri della prima squadra e come allenatore in seconda quando titolari della panchina erano Rabitti prima e Vycpálek poi. E giuro di non aver mai provato alcun rimpianto per non aver arricchito la mia esperienza altrove».Come si è svolta invece la sua carriera agonistica? «Iniziai nella stagione 1937-38 in Serie A con il Modena, la squadra della mia città natale, e dopo altre due stagioni con la stessa maglia approdai nel 1940 alla Juventus ove ho disputato nove campionati; dal 1949 al 1954 giocai nella Lazio, poi fu la volta di Vicenza, dove nel 1957 terminai l’attività. In totale 443 presenze nella massima serie e sessantotto gettoni in Serie B; al mio attivo anche nove maglie azzurre, con la partecipazione ai Campionati Mondiali nel 1950 in Brasile».Il fatto che lei sia conosciuto come Sentimenti IV implica ovviamente che non sia stato l’unico della sua dinastia a calcare i palcoscenici calcistici: mi racconterebbe la storia agonistica della sua famiglia? «I miei genitori misero al mondo nove figli, di cui cinque maschi. Il primo, Ennio, arrivò a giocare in Serie C; il secondo era Arnaldo, classe 1914, il quale disputò come portiere ben sedici campionati di A con il Napoli; fu quindi la volta di Ciccio che giocò fino al 1949 come mezzala nella Juventus; l’ultimo fu Sentimenti V, il fratello più giovane che militò nel Modena, nel Bari, Lazio, Udinese e Parma».Come spiega il fatto che cinque fratelli su cinque abbiano giocato a calcio a certi livelli? E i rispettivi figli hanno continuato a seguire le orme dei padri? «La risposta alla prima domanda non è per nulla agevole, e posso soltanto dire che siamo stati aiutati da una grande, enorme passione per il gioco del calcio; per quanto riguarda invece il suo secondo quesito, le sembrerà incredibile, ma soltanto mio figlio ha giocato qualche anno, arrivando al massimo alla Serie C, mentre tutti gli altri miei nipoti non si sono praticamente neppure cimentati in questo meraviglioso sport».Se non sbaglio lei fu il primo portiere rigorista e si rivelò un cecchino infallibile: qual è il motivo per cui questa tendenza da lei lanciata non è stata proseguita con una certa continuità? Io credo che il numero uno di una squadra sia colui il quale meglio conosce la tecnica del rigorista, e perciò potrebbe sfruttare al meglio la sua esperienza, diciamo così passiva per proporsi come soggetto attivo del calcio di rigore: «Quanto lei dice è vero: io, infatti, oltre a segnare in campionato quattro massime punizioni, ne parai parecchie senza mai muovermi prima del tiro. E se al giorno d’oggi è così raro vedere un portiere calciare un rigore, ritengo che ciò sia dovuto al fatto che non tutti i numeri uno hanno i piedi buoni e sono avvezzi ad affrontare un momento così delicato qual è in fondo quello in cui ci si appresta a calciare dagli undici metri; per di più vi è il timore diffuso di affrontare con la porta sguarnita il contropiede degli avversari nel caso in cui il tentativo si rivelasse maldestro».Tutti sanno che ai suoi tempi il modulo di gioco non prevedeva l’esistenza del libero: ciò rendeva più difficile o quanto meno delicato il ruolo del portiere rispetto a quanto accade invece ora? «Indubbiamente allora toccava a me fungere da libero, dal momento che almeno dieci volte a incontro dovevo uscire di piede dai pali, e talvolta mi spingevo persino fuori area per bloccare le punte avversarie che si erano liberate del loro marcatore; da tutto ciò ne derivava che quando la mia squadra attaccava, la posizione del portiere era quella di attesa al limite dell’area, sempre pronto a intervenire. In definitiva il ruolo era forse più impegnativo, soprattutto perché in un modo o nell’altro si toccavano molti più palloni».Adesso sia così gentile da raccontarmi qualche episodio che abbia fatto cronaca quando lei era protagonista in campo e che io, per motivi di età, non posso conoscere: «Gliene racconterò un paio, in quanto mi sembrano entrambi meritevoli di essere rivisitati. Il primo: primissimi anni cinquanta, incontro Lazio-Milan, terminato 1-1. Passò in vantaggio il Milan grazie a un autogoal di mio fratello nonché compagno di squadra Sentimenti III, quindi su rigore pareggiò Sentimenti V (anch’egli giocava al mio fianco) e a pochi minuti dalla fine il sottoscritto parò un rigore dei rossoneri: e il giorno dopo quasi tutti i giornali portavano un titolo del tipo “Lazio-Milan: tutto fatto in famiglia”. Il secondo: lei forse non sa che io vanto un record piuttosto curioso, essendo l’unico portiere d’Italia che abbia giocato in due incontri di campionato fuori dalla porta, e più precisamente come ala destra: e nel primo (stagione 1947-48: Juventus-Atalanta 2-0) segnai addirittura una rete!»E che sensazioni provava quando negli incontri immediatamente successivi era costretto a tornare tra i pali? Delusione, rammarico oppure gioia? «Senza dubbio mi divertivo di più in porta, sicché ero ben contento di riprendere il mio posto di origine; e ciò nonostante alcuni tecnici mi vedessero meglio nel ruolo di attaccante». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/06/lucidio-sentimenti.html -
Lucidio Sentimenti (IV) - Giocatore E Allenatore Giovanili
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LUCIDIO SENTIMENTI https://it.wikipedia.org/wiki/Lucidio_Sentimenti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bomporto (Modena) Data di nascita: 01.07.1920 Luogo di morte: Torino Data di morte: 28.11.2014 Ruolo: Portiere Altezza: 170 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Cochi Alla Juventus dal 1942 al 1949 Esordio: 19.09.1942 - Coppa Italia - Mater Roma-Juventus 1-6 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 188 presenze - 5 reti - 210 reti subite Lucidio Sentimenti (Bomporto, 1º luglio 1920 – Torino, 28 novembre 2014) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Detto Cochi, era il quarto di cinque fratelli calciatori: Ennio (I), Arnaldo (II), Vittorio (III) e Primo (V), pertanto era noto anche come Sentimenti IV. La leggenda narra che tutto iniziò con una lettera che recitava «Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a 15 lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere». Gianni Brera lo descrive «freddissimo determinista, dotato di una astuzia luciferina». L'8 settembre 2011 è il più anziano calciatore vivente a cui la Juventus abbia assegnato una stella celebrativa nella Walk of Fame dello Juventus Stadium; il suo ingresso in campo, a novantuno anni compiuti, è salutato da un'ovazione dei 41 000 spettatori presenti. Lucidio Sentimenti Sentimenti IV nel 1946 alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1960 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Squadre di club 1938-1942 Modena 86 (-?; 1) 1942-1949 Juventus 188 (5; -210) 1949-1954 Lazio 170 (-?; 3) 1954-1957 Lanerossi Vicenza 82 (-?) 1957-1959 Cenisia 61 (-?) 1959 Talmone Torino 3 (-5) 1959-1960 Cenisia 13 (-?) Nazionale 1945-1953 Italia 9 (-21) Carriera da allenatore 1960-1961 Cenisia Giovanili 19?? Juventus Giovanili 1970-1971 Juventus Vice Biografia La famiglia Sentimenti La famiglia Sentimenti comprendeva diversi giocatori di calcio: Arturo Sentimenti Augusta Sentimenti Ennio Sentimenti Arnaldo Sentimenti (24 maggio 1914 - 12 giugno 1997) Vittorio Sentimenti (18 agosto 1918 - 27 settembre 2004) Lucidio Sentimenti (1º luglio 1920 - 28 novembre 2014) Primo Sentimenti (28 dicembre 1926 - 13 ottobre 2016) Lino Sentimenti (25 giugno 1929 - 9 luglio 2020) Suo fratello Arnaldo, conosciuto come para-rigori, nella stagione 1941-42 collezionò ben 9 rigori parati consecutivi. Per ironia della sorte, fu proprio Lucidio a interrompere quella serie, realizzando dal dischetto in un Napoli-Modena 2-1. Nella cultura di massa Sentimenti IV venne anche citato nel film comico La famiglia Passaguai, nell'immedesimazione che ne fece Carlo Delle Piane giocando a calcio in spiaggia insieme ad Aldo Fabrizi nel ruolo del padre. L'album La estinzione naturale di tutte le cose, della rock band italiana Valentina Dorme contiene la canzone "Lucidio Sentimenti IV" dedicata al calciatore. Caratteristiche tecniche Sentimenti IV alla Juventus negli anni 1940, in uscita in presa alta. Non alto, ma molto forte fisicamente, era un elemento eclettico: nel periodo bianconero, a causa di una frattura alle dita, venne utilizzato anche come ala destra nel campionato di guerra 1943-1944 (realizzó anche una doppietta al Casale e un gol sia all'Asti che al Varese). Portiere non appariscente, tra i pali era dotato di agilità e capacità di leggere le intenzioni degli avversari; in uscita si buttava con coraggio sugli attaccanti con il corpo indietro e le gambe protese avanti: le "uscite di piede" per cui passò alla storia del calcio. Abile nel gioco con i piedi, talvolta si incaricava della battuta dei rigori: con la Juventus ne realizzò uno per il pareggio contro l'Atalanta, sbagliandone qualche domenica dopo un altro contro il Milan (2-2 il risultato finale), poi tre nel periodo laziale. Ne calciò perfino uno, quando vestiva la maglia del Modena, contro il fratello Arnaldo portiere del Napoli nella sfida in casa dei partenopei del 17 maggio 1942. Aveva l'abitudine, mentre non era impegnato, di stare in movimento tra i pali "per tenere i muscoli caldi". Per eccesso di sicurezza spesso subiva gol da fuori area, tanto che i tifosi laziali lo accusarono di essere miope e convinsero la società a fargli sostenere una visita oculistica. Carriera Giocatore Club Inizia la carriera nelle file del Modena, con cui conquista da titolare la promozione in Serie A al termine della stagione 1940-1941. Nella stagione successiva è inizialmente riserva di Bruno Monti, ma nella seconda parte della stagione si impone come titolare, esordendo in massima serie il 1º febbraio 1942 in occasione del pareggio interno contro la Roma, e disputando complessivamente 16 incontri, non riuscendo tuttavia a evitare l'ultimo posto finale. Nell'estate del 1942 viene acquistato dalla Juventus, dove già militava il fratello Vittorio. In bianconero rimarrà fino al 1949, disputando 4 campionati di Serie A a girone unico, più l'anomalo campionato 1945-1946 disputato a due gironi. Ha la particolarità di avere disputato due incontri del campionato misto 1945-46 come giocatore di movimento, in particolare nel ruolo di ala, segnando una rete. Cochi Sentimenti fra i due fratelli, Vittorio e Primo, ai tempi della loro militanza nella Lazio. Per età e successi ottenuti viene considerato in fase discendente al momento di trasferirsi alla Lazio nel 1949. Nella capitale (affiancato anche dai fratelli Vittorio e Primo) disputa invece cinque campionati da titolare e finisce per rivelarsi un leader. Con l'aquila sul petto disputa 170 partite mettendo a segno 3 gol su rigore. Lascia la Lazio nel 1954 per andare al L.R. Vicenza, un trasferimento accettato di malavoglia dalla dirigenza biancoceleste che libera il portiere soltanto nell'ultimo giorno utile per la cessione. In maglia biancorossa milita tra il 1954 e il 1957 collezionando 82 presenze, aggiudicandosi il campionato di Serie B 1954-1955. Passa i suoi ultimi anni da calciatore a Torino. Nel 1957 è portiere del Cenisia (la terza squadra del capoluogo piemontese), in IV Serie, mentre nel 1959 viene acquistato dal Talmone Torino nella seconda parte di campionato, tornando a giocare in Serie A per 3 partite e subendo 5 reti. La stagione seguente torna al Cenisia, dove termina la sua carriera. In carriera ha totalizzato complessivamente 366 presenze e 3 reti (tutte su calcio di rigore) nella Serie A a girone unico e 67 presenze in Serie B. Nazionale Nella sua carriera colleziona anche 9 presenze con la Nazionale Italiana, tra cui quella dell'11 maggio 1947 (Italia-Ungheria 3-2), durante la gestione di Vittorio Pozzo, in cui risulta l'unico azzurro non militante nel Grande Torino. Con Ferruccio Novo, invece, parteciperà ai Mondiali del 1950, scendendo in campo in occasione della sconfitta con la Svezia, mentre contro il Paraguay è sostituito da Giuseppe Moro. Allenatore Allena le giovanili del Cenisia nel 1961, dove nelle finali Allievi la sua squadra batte la Juventus 4-1, dopo aver eliminato il Torino per 3-1. Successivamente allena anche le giovanili della Juventus. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - L.R. Vicenza: 1954-1955 -
Ercole Rabitti - Calciatore E Allenatore
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ERCOLE RABITTI All’alba degli anni settanta – racconta Vladimiro Caminiti – è riuscito ad arrivare alla prima squadra un maestro di calcio come monsù Rabitti. Fu un momento di fortuna, magari, oltre che specialissimo nella storia della Juventus, alla caduta del presidente oratore Catella all’inizio del regno del geometra Boniperti come dirigente unico responsabile, ecco l’allenatore delle squadre minori, il piccolo sanguigno, dalle orecchiette caprine, dagli occhi azzurri smerigliati, Ercole Rabitti riceve la squadra all’uscita dalla scena dell’hidalgo appassionato Luis Carniglia e la guida per mesi con mano tecnica audace e sicura, con idee modernissime e preparazione atletica di squillante novità, meritandosi la considerazione pur di professional navigati come Helmut Haller. Gran momento oltre che per monsù, per il suo allievo prediletto Furino. Finalmente appagati e compensati, anche economicamente, i sacrifici di un maestro vero di calcio, nell’avviare, nell’educare, nel migliorare il calciatore in erba formandolo nel carattere oltre che nel fisico. Furino ha preso da lui, ha imparato i segreti del suo calcio. La parentesi di Rabitti allenatore della Juventus si esaurì con uno stratagemma della società. Improvvisamente, Rabitti accusò dolorini intercostali e l’opinione anche dei sanitari fu che un periodo di riposo gli facesse assai bene. Tanto più che su suggerimento di Italo Allodi, arrivava come allenatore per la stagione ‘70-71 Armando Picchi. Ma si intuiva già che la parentesi bianconera Boniperti-Allodi non era destinata a vita lunga. Allodi, personaggio alquanto spettacolare e di eccentrica vivacità mentale, non riusciva a legare con Boniperti soprattutto sul piano delle valutazioni tecniche. Rabitti giocatore aveva cominciato da ala destra e centravanti, diventando poi una mezzala. Aveva buone doti tecniche ma scarsa autonomia. Iniziò a giocare nell’Entella società giovanile torinese. Lavorava alla Fiat come disegnatore reparto autovetture e autocarri di Mirafiori sezione impiegati e ricorda quegli anni come una corsa sola a prendere tram sbocconcellando panini e saltando pasti. La passione era tanta e riuscì a colpire Berto Caligaris, il quale lo accompagnò dal gran dirigente Mazzonis cui disse testualmente: «“Questo ragazzino per me ha le doti a fior di pelle. Prendiamolo, non si può sbagliare”. E Mazzonis disse: “Cosa fa?” “Lavora alla Fiat” rispose Caligaris. E a me, Mazzonis chiese: “Quanto guadagni alla Fiat?” “450 lire al mese” ho risposto. “Alla Juve te ne daremo 600” rispose lui. “Non sono riuscito a dire di sì tanto ero contento...”». Di sé come allenatore della Juventus in quella esperienza cruciale del torneo 69-70 parla con rancore e quasi rabbia. Rancore e rabbia anche nei propri confronti, la considera la grande occasione non sfruttata della vita professionale. «Diciassette risultati utili consecutivi, con otto vittorie di seguito. Purtroppo bo preso in mano la squadra in un momento di trasformazione della società. Mi si dice che bo mancato di capacità psicologica. Certo oggi non ripeterei certi atteggiamenti». In realtà, Rabitti non riuscì a intendersi con Boniperti e non riuscì ad apprezzare Allodi. Fierissimo della sua parte tecnica di duca e stratega smarrì la calma operativa e non gli bastò avere lavorato sovranamente bene sul piano tecnico e della preparazione tecnica e atletica. Dovette dire addio alla sua Juventus e accasarsi al Torino come allenatore delle squadre minori. Il fatto di avere sempre lavorato con i ragazzi, modellandoli, plasmandoli, creandoli dal niente, lo fece apprezzare soltanto in campo e nei rapporti con i giocatori. Non compatendo i divi professional e pretendendo dai dorati pelandroni lo stesso impegno dei suoi ragazzi ebbe più di qualche pericoloso battibecco sedato a fatica dal presidente. Prigioniero del suo concetto di allenatore unico responsabile della parte tecnica non ammetteva né interessamenti di Boniperti alla stretta vicenda tecnica, né ingerenze di estranei. Una strana lacuna psicologica gli impediva serenità nei rapporti con gran parte della stampa e la radiotelevisione; né poteva pretendere di isolare la squadra attorno a se stesso monsù del calcio giocato con tecnica e sentimento. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE 1969 Ercole Rabitti è un juventino purosangue: nato a Torino il 24 agosto 1921, è entrato fin da ragazzo, quindici anni, a far parte della famiglia bianconera; dopo avere fatto la trafila nelle squadre giovanili, debuttò in prima squadra nel ruolo di centravanti, nel campionato 1940-41: avversaria la Sampdoria, che allora si chiamava Sampierdarenese: risultato 3 a 0, con un gol del «nostro». Dopo aver giocato sei partite come titolare, fu poi dato in prestito al Casale, quindi al Cuneo in serie B, allo Spezia, al Viareggio sempre nella serie cadetta. Nel 1948 fu ceduto al Como, dove, vincendo il campionato inferiore, tornò in serie A: tre anni nella squadra lariana e poi altrettanti al Fanfulla: ancora due campionati al Cecina e all’Anconitana, ed infine, nel 1959, epilogo della carriera come giocatore nell’Asti. La Juventus, che aveva stipulato con il Pordenone una convenzione per il prelievo di giovani calciatori, lo inviò nella città veneta come istruttore. L’anno dopo Rabitti è a Torino, dove gli viene affidato tutto il settore giovanile della Società, carica che manterrà per sei anni consecutivi, con un intermezzo (fine ‘64) nella prima squadra dopo la partenza di Monzeglio (due partite nella Coppa Città di Torino, con Dukla, Torino e Stella Rossa e una di Coppa Italia). Dopo avere svolto fino a pochi mesi fa il compito di osservatore, ai primi di agosto è di nuovo chiamato a dirigere i giovani bianconeri; e ora lo ritroviamo nuovamente come allenatore in prima. Conosciamo da parecchi anni Rabitti: è un trainer preparato, serio, che sa profondamente di calcio; intransigente nel lavoro e nella disciplina, riesce a spremere il meglio da ogni elemento e ha la grande dote di saper dare la carica, negli allenamenti e prima delle partite. I giocatori, sia i giovanissimi emersi sotto la sua guida (i vari Zigoni, Roveta. Rinero, Furino, Tancredi, Piloni, Pandolfi), sia i cosiddetti «grandi», gli vogliono bene e lo ascoltano perché non si dà arie, lavora con loro e più di loro, li sostiene nei momenti di crisi recuperandoli al meglio, e traendo sempre il massimo da ognuno. Rabitti non crede troppo nella tattica della panchina: «Secondo me non ha un’importanza determinante come qualcuno vorrebbe far credere: la partita si prepara giorno per giorno durante la settimana, e la domenica sul campo vediamo rispecchiate le risultanze di questo lavoro; naturalmente bisogna che il tecnico in panchina sia preparato all’imponderabile, vedi infortunio con relativa entrata del tredicesimo, vedi mossa dell’avversario da combattere, vedi suggerimenti ai ragazzi sull’esatta posizione da assumere o sul marcamento; ma ripeto, sono soltanto sfumature: tutto è già stato studiato e predisposto prima, alla lavagna e sul campo». «D’altra parte», prosegue l’allenatore, «dalla panchina, con tutto il vociare che ti ritrovi intorno, anche se ti metti a gridare è difficile che ti capiscano; e quand’anche, se magari rinfacci a caldo a un giocatore l’errore appena commesso, finisci che lo deprimi ancora di più, per cui in definitiva la cosa è controproducente; diciamo piuttosto che mi torna utile un cosiddetto giocatore “faro”, che ho designato in Del Sol: questo, durante l’incontro, deve ogni tanto guardare verso di me in panchina, e ricevere qualche piccola istruzione, qualche ritocco alle marcature, da comunicare poi ai compagni; i quali naturalmente sono a conoscenza dei compiti di portavoce di questo elemento; mi viene così più facile controllare la situazione in campo, ma sempre, ripeto, per cose marginali». Chiediamo a Rabitti se per lui ha maggior valore la tecnica artistica dell’ingegnere, oppure la volontà dell’operaio. «Prima di tutto il giocatore, ingegnere o operaio che sia, deve essere un atleta, nel pieno senso della parola; voglio dire che al giorno d’oggi anche un “grande” che magari col pallone riesce a fare ciò che vuole, se non è al massimo della forma atletica non tocca palla o quasi. È logico che in una squadra vi sia chi pensa di più e chi meno, chi fa lavorare di più il cervello e chi di più le gambe; l’importante è amalgamare questi due diversi elementi, e cercare di fonderli in un solo, unico blocco; parlo sia della domenica sul campo, che durante la settimana negli allenamenti, come pure nella vita privata: tutti amici insomma, pronti a darsi una mano reciproca a favore della squadra come complesso; quello insomma che avete visto contro l’Inter». È ottimista Rabitti? «Senza rubbio, e a ragion veduta, senza sbruffonerie: ho dei ragazzi che non sono inferiori a nessuno, so di lavorare con un materiale pregiato, che ha solo bisogno di essere mantenuto al massimo livello di condizione per rendere al massimo: i ragazzi sanno che io non chiedo loro cose impossibili, ma solo quello che ritengo possano dare; già dai primi contatti hanno dimostrato di capirmi, e così non ci sono state inutili perdite di tempo; siamo tutti dei professionisti pagati dalla Società, e con alle spalle milioni di tifosi che ci appoggiano e attendono da noi il meglio; abbiamo un solo traguardo e dobbiamo arrivarci insieme: da questa collaborazione reciproca sono certo avremo tutti grosse soddisfazioni». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/04/ercole-rabitti.html -
Ercole Rabitti - Calciatore E Allenatore
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ERCOLE RABITTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Rabitti Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 24.08.1921 Luogo di morte: Ferrara Data di morte: 27.05.2009 Ruolo: Attaccante Altezza: 168 cm Peso: 60 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1943 Esordio: 28.04.1940 - Coppa Italia - Juventus-Brescia 3-0 Ultima partita: 11.10.1942 - Serie A - Venezia-Juventus 1-1 7 presenze - 1 rete 1 coppa Italia Allenatore della Juventus dal 1963 al 1964 e dal 1969 al 1970 31 panchine - 15 vittorie - 9 pareggi - 7 sconfitte Ercole Rabitti (Torino, 24 agosto 1921 – Ferrara, 27 maggio 2009) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo attaccante. Ercole Rabitti Rabitti al Fanfulla negli anni 1950 Nazionalità Italia Altezza 168 cm Peso 60 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1957 - giocatore 1981 - allenatore Carriera Squadre di club 1939-1943 Juventus 7 (1) 1943-1944 Casale 14 (0) 1945-1946 Cuneo 20 (3) 1946-1947 Spezia 33 (9) 1947-1948 Viareggio 33 (9) 1948-1952 Como 116 (36) 1952-1955 Fanfulla 86 (15) 1955-1956 Cecina 28 (8) 1956-1958 Anconitana 54 (12) 1958-1959 Asti 25 (4) Carriera da allenatore 19??-1964 Juventus Giovanili 1964 Juventus 1966-1967 Savona 19??-1969 Juventus Giovanili 1969-1970 Juventus 197?-1980 Torino Giovanili 1980-1981 Torino Carriera Giocatore Come calciatore, Rabitti esordì in Serie A con la Juventus il 26 maggio 1940 nell'incontro di campionato Juventus-Napoli 2-1. Con la maglia bianconera, però, collezionò appena 7 presenze e 1 rete, cosicché proseguì la sua carriera in altre squadre, in particolare con il Como dal 1947 al 1952, con 116 presenze e 35 reti realizzate. Prese così parte alla stagione migliore del club lariano, che nel campionato di Serie A 1949-1950 conquistò il settimo posto. Allenatore Rabitti allenatore del Torino nella stagione 1980-1981, tra i suoi calciatori D'Amico (a sinistra) e van de Korput (a destra). Come allenatore, dopo aver iniziato nel settore giovanile nella Juventus, nella parte finale della stagione 1963-1964 venne promosso sulla panchina della prima squadra bianconera, subentrando a Eraldo Monzeglio il quale contestualmente passò ad affiancarlo come direttore tecnico. Allenò in seguito il Savona nel campionato di Serie B 1966-1967, conclusosi con la retrocessione dei liguri. Tornato nel frattempo a occuparsi del vivaio della Juventus, nell'annata 1969-1970 venne richiamato in prima squadra sostituendo in ottobre Luis Carniglia: rimontando da una pessima situazione di classifica, sfiorò lo scudetto dando filo da torcere al Cagliari poi campione d'Italia. Successivamente passò ai concittadini del Torino dove per vari anni allenò nel settore giovanile; nel febbraio del 1980 subentrò a Luigi Radice alla guida della prima squadra, conducendo i granata al terzo posto finale in campionato e alla finale di Coppa Italia (persa contro la Roma), prima di venire a sua volta sostituito nel marzo del 1981 da Romano Cazzaniga. È morto il 27 maggio 2009 all'età di 87 anni. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1948-1949 IV Serie: 1 - Anconitana: 1956-1957 (girone E) Allenatore Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Torino: 1976-1977 -
LELIO COLANERI Classe 1917, da San Vito Romano. Ala come si era ali nei primi anni Quaranta, veloce e guizzante a cercare di gabbare il terzino di giornata per poi crossare in mezzo alla buona ventura. Colaneri, in una Juve di transizione che non ha più gli estri romantici del quinquennio glorioso, ha però la fortuna di arrivare in un momento buono, l’anno della conquista della seconda Coppa Italia. Gioca un bel po’, ventitré partite e sei reti in tutto, prima di fare le valige e passare alla Salernitana. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/lelio-colaneri.html
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LELIO COLANERI https://it.wikipedia.org/wiki/Lelio_Colaneri Nazione: Italia Luogo di nascita: San Vito Romano (Roma) Data di nascita: 07.04.1917 Luogo di morte: San Vito Romano (Roma) Data di morte: 25.09.1994 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 19.09.1942 - Coppa Italia - Mater Roma-Juventus 1-6 23 presenze - 5 reti 1 coppa Italia Lelio Colaneri (San Vito Romano, 7 aprile 1917 – 25 settembre 1994) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Lelio Colaneri Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1947 Carriera Squadre di club 193?-1937 Roma 0 (0) 1938-1939 Macerata ? (?) 1939-1941 Fanfulla 65 (27) 1941-1942 Juventus 23 (5) 1942-1943 → Biellese 8 (2) 1943-1945 → Ala Italiana 14+ (10+) 1945-1947 Salernitana 22 (6) Carriera In gioventù militò nella Roma; giocò poi in Serie A con la Juventus. Durante la seconda guerra mondiale disputò in prestito i campionati romani nelle file della Tirrenia, poi divenuta Ala Italiana; ceduto definitivamente dalla Juventus, terminò la carriera con la Salernitana, che trascinerà alla promozione in Serie A nella stagione 1946-1947. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Salernitana: 1946-1947
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RAÚL BANFI Arrivato in Italia dal Racing Avellaneda con la fama di sfonda reti, questo uruguagio dal tratto marcato, approdò al Modena nel 1940. La sua prima apparizione con i Canarini fu molto positiva: 9 reti in 16 partite, ma i suoi goal non furono sufficienti a evitare la retrocessione del club emiliano.La Serie B, si rivelò molto più adatta alle caratteristiche di Banfi, trovando avversari meno tecnici e più adatti al suo gioco di potenza. 24 partite e 22 reti; un biglietto da visita che avrebbe inorgoglito chiunque.La Juventus lo acquistò, battendo la concorrenza di numerose squadre, ma, il rendimento del sudamericano, contrastò nettamente con le impressioni ricavate in precedenza. Banfi, in attacco, subì la concorrenza dell’albanese Lushta, che con i suoi 16i goal tenne la Juventus in sella; Raul, invece, fu presente solo 12 volte presente, mettendo a segno 4 reti.3 su 4 nel giro di una settimana. 16 novembre 1941, Torino: la Juventus sconfisse il Milan 3-2, giocando un grandissimo primo tempo, chiuso sul 3-0; primo goal con stoccata dal limite di Banfi. 23 novembre, Bergamo, un altro 3-2 e, stavolta, Banfi realizzò una doppietta. Segnerà ancora alla Fiorentina, il 15 febbraio.Quando il Modena chiese il ritorno in Emilia del giocatore, i dirigenti juventini non si opposero e Banfi ritornò in Serie B, segnando nuovamente tantissimo.Dopo Modena, si trasferì a Mantova e a Prato, chiudendo nel capoluogo toscano la sua avventura italiana. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/raul-banfi.html
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Vittorio Sentimenti (III)
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VITTORIO SENTIMENTI Nato a Bomporto (Modena) il 18 agosto 1918, è il terzo della dinastia di cinque fratelli, tutti dedicatisi al calcio. Cresce nelle file del Modena che, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, militava in Serie A e, per tradizione, era solito schierare giocatori di notevole grinta e di eccellenti qualità atletiche. I fratelli Sentimenti si misero subito in evidenza, essendo giocatori di indubbio talento, specialmente il terzo e il quarto della stirpe, atleti che recitarono poi la parte più importante della loro carriera indossando la maglia della Juventus. Vittorio Sentimenti III, detto Ciccio, si fece notare da alcuni osservatori bianconeri, nel corso del campionato 1938-39; dopo aver pareggiato (1-1) sul proprio campo nel girone di andata, la Juventus venne nettamente sconfitta a Modena nell’incontro di ritorno (2-0 con reti di Bazan e Zironi) e Ciccio fu un autentico protagonista di quell’impresa. Nella stagione 1941-42, a guerra iniziata, Vittorio arrivò alla Juventus e si giovò moltissimo della presenza, al suo fianco, di un fuoriclasse come Felice Borel, che lo maturò completamente dal punto di vista calcistico. Ciccio aveva un gioco semplice, lineare e preciso; in possesso di una notevole tecnica che gli permetteva qualsiasi prodezza con il pallone, sapeva seminare gli avversari con dribbling secchi e improvvisi, che iniziava sempre con un’abilissima finta di reni. Essendo ambidestro, poi, poteva applicare con la massima versatilità alla palla il colpo più opportuno, che aveva sempre la caratteristica della massima imprevedibilità. Aveva la grande capacità di capire immediatamente la via più corta per arrivare al gol: in poche parole, è stato una delle figure più interessanti del calcio italiano degli anni ‘40. Militò nella Juventus degli anni bui a cavallo del secondo conflitto mondiale e nel suo palmarès, compare solamente un Coppa Italia, vinta nel 1942. In totale ha collezionato 218 presenze (210 in campionato e 8 in Coppa Italia) confortate da un bottino di 70 reti (63 e 7 rispettivamente). Nell’estate del 1949 lascia la Zebra per accasarsi alla Lazio e, dalla capitale, rientra a Torino un triennio più tardi per approdare alla maglia granata dalla quale, quasi quarantenne, si separa al termine della stagione 1955-56 per ritornare a vestire la maglia del Modena. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1964 Eravamo cinque fratelli, io ero il terzo, Sentimenti Vittorio. Cioè Sentimenti terzo. Famiglia emiliana, di Bomporto, che sta vicino a Modena. Logico che, dovendo io come gli altri fare il calciatore, incominciassi a imparar l’arte nel cortile di casa mia e poi nelle squadre di casa mia. Così crebbi nella scuola del Modena, una scuola che ricordo con piacere, come sempre si ricordano con piacere tutte le scuole giovanili. Quando si invecchia ci si pensa, a quelle scuole, e verrebbe voglia di tornare indietro, se non altro per ritornare giovani. Ero allievo nelle file minori gialloblù e avevo il temperamento dell’attaccante, ma non ero un «fisso», girovagavo per tutti i ruoli, come credo capiti a ogni ragazzo in cerca di una maturità agonistica, tecnica. I fatti dimostrano (e questi fatti sono ricordi) che io mi elevavo sui miei compagni. Avevo soltanto sedici anni, la prima squadra del Modena era in Serie B, il girone di ritorno era appena incominciato. Correva la stagione 1935-36. A un certo momento i dirigenti dissero: «E se provassimo quel Sentimenti in prima squadra?». Decisero di buttarmi dentro per vedere come me la cavavo. Il coraggio non mi mancava e la possibilità di fare un passo avanti nella mia carriera mi interessava, e parecchio. In sostanza, come ala destra, giocai tutte le ultime dodici o tredici partite di quel campionato e mi guadagnai i gradi di titolare per l’anno dopo. Che fu un anno (il ‘36-‘37) pieno di gloria. Difatti il Modena fu promosso dalla Serie B alla Serie A. Io ero titolare in prima squadra, ma continuavo a girovagare un po’ per tutti i ruoli dell’attacco. Giocai ala destra, ala sinistra, centravanti, mezzala. Ero una specie di jolly. Non avevo pace, come non aveva pace il mio Modena che, fino al 1941, seguitò a retrocedere in B e a essere promosso in A. Un’ossessionante altalena che dava le vertigini ma che entusiasmava, in un certo senso. Quando nel ‘41-‘42 il Modena passò per l’ennesima volta dalla B alla A, mi acquistò la Juventus. Fu alla Juventus che io maturai definitivamente, che io divenni un giocatore di calcio affermato e tutto intero. Per questo, soprattutto, io ricordo i miei trascorsi bianconeri: perché, appunto, alla Juventus, io mi sono laureato calciatore, se così posso dire. E sono traguardi che non si possono scordare. Rammento che l’anno in cui io mi trasferii a Torino, vennero alla Juventus, dall’Ambrosiana Inter, Olmi e Locatelli e fu pure acquistato un sudamericano: Banfi. Comunque il periodo più gradito scattò con l’ingaggio di mio fratello Lucidio, Sentimenti IV, che dopo essere stato militare, passò alla Juventus nel ‘42-‘43. Lui portiere, io attaccante. Assieme, com’eravamo una volta in famiglia, a Bomporto, per otto anni! Ricordo, in quel periodo, memorabili scontri con il Torino, che era fortissimo, ricordo la Coppa Italia che vinse la Juventus, ricordo i nomi dei miei compagni più illustri, già anziani, o giovani matricole della maglia bianconera: Piola, Meazza, Rava, Foni, Dalmonte, Parola, Locatelli, Depetrini, i due Varglien, Lushta, Colaussi, Muccinelli e poi un ragazzotto biondo di Barengo: Giampiero Boniperti… Ma un nome ricordo particolarmente, il nome di quello che a mio parere è stato uno dei più forti attaccanti d’Italia del periodo d’oro: Felicino Borel. Io ero ben visto da tutti, ero abbastanza quotato, giocavo ala destra, mezzala destra, mezzala sinistra: Sentimenti III copriva tutti i buchi che si aprivano all’attacco. E volentieri. Ma con Borel vicino, io mi sentivo un altro. Lui sapeva segnare e sapeva far segnare, la palla la colpiva come pochi, la passava come pochi. Rinverdì gli entusiasmi Giampiero Boniperti al quale ho l’orgoglio di poter dire d’aver fatto vincere due o tre classifiche dei cannonieri. Ma ormai la mia avventura juventina stava per concludersi. Nel 1949 me ne andai con Lucidio alla Lazio e alla Lazio restai tre anni. Poi io passai al Torino, dal ‘52 al ‘55-‘56. Infine, nel ‘56-‘57 giocai l’ultimo mio campionato nel Modena. Partito dal Modena tanti anni prima, morivo a Modena come calciatore. Sono stato il calciatore boomerang, io dico! Oggi alleno i giovani del Torino, questo è il mio mestiere, ma il lavoro non mi fa dimenticare il vertice della mia parabola di calciatore boomerang. Il vertice lo toccai alla Juventus. Le partite con Felicino Borel sono tutte nella mia memoria. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/vittorio-sentimenti.html -
Vittorio Sentimenti (III)
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VITTORIO SENTIMENTI https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Sentimenti Nazione: Italia Luogo di nascita: Bomporto (Modena) Data di nascita: 18.08.1918 Luogo di morte: Torino Data di morte: 27.09.2004 Ruolo: Centrocampista Altezza: 166 cm Peso: 70 kg Soprannome: Ciccio - Il Bersagliere Alla Juventus dal 1941 al 1949 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 218 presenze - 69 reti 1 coppa Italia Vittorio Sentimenti (Bomporto, 18 agosto 1918 – Torino, 27 settembre 2004) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista. È il terzo di cinque fratelli: Ennio (I), Arnaldo (II), Lucidio (IV) e Primo (V), pertanto è noto anche come Sentimenti III. Il suo soprannome da calciatore era Ciccio o anche il Bersagliere. Vittorio Sentimenti Sentimenti III alla Juventus negli anni 1940 Nazionalità Italia Altezza 166 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1959 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 1933-1936 Modena Squadre di club 1933-1941 Modena 124 (59) 1941-1949 Juventus 218 (69) 1949-1952 Lazio 76 (9) 1952-1956 Torino 88 (8) 1956-1957 Modena 11 (0) 1958-1959 Aosta 5 (0) Carriera da allenatore 1958-1962 Aosta Biografia La famiglia Sentimenti La famiglia Sentimenti comprendeva diversi giocatori di calcio: Arturo Sentimenti Augusta Sentimenti Arturo Sentimenti Augusta Fregni ? Sentimenti ? Ennio Sentimenti Arnaldo Sentimenti (24 maggio 1914 - 12 giugno 1997) Vittorio Sentimenti (18 agosto 1918 - 27 settembre 2004) Lucidio Sentimenti (1º luglio 1920 - 28 novembre 2014) Primo Sentimenti (28 dicembre 1926 - 13 ottobre 2016) Lino Sentimenti (25 giugno 1929 - 9 luglio 2020) Carriera Inizia la carriera con le giovanili del Modena nei primi anni '30, venendo saltuariamente convocato in alcune partite della prima squadra in Serie B tra il 1933 e il 1936. Passa definitivamente in prima squadra dal campionato di Serie B 1936-1937 rimanendo nelle file canarine per cinque stagioni, tre in Serie B e due in Serie A, vincendo la classifica cannonieri di Serie B (24 reti, a pari merito col bresciano Renato Gei) nella stagione 1940-1941, prima di trasferirsi alla Juventus nella stagione 1941-1942. In bianconero rimane fino al termine del campionato 1948-1949 e poi viene ceduto alla Lazio dove rimane per tre stagioni (76 presenze e 9 reti) affiancato dai fratelli Lucidio e Primo. Nel 1952-1953 passa al Torino per quattro anni, per poi tornare ancora a Modena nell'estate del 1956. Chiude la carriera nell'Aosta, nel campionato dilettanti, in veste di allenatore-giocatore nel 1959. In carriera ha totalizzato complessivamente 421 presenze e 94 reti in massima serie e 88 presenze (più uno spareggio) e 44 reti in Serie B. Palmarès Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Modena: 1937-1938 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Individuale Capocannoniere della Serie B: 1 - 1940-1941 (24 gol, insieme a Renato Gei) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1942-1943 (5 gol) -
MICHELE SANTACROCE https://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Santacroce Nazione: Italia Luogo di nascita: Bari Data di nascita: 01.02.1921 Luogo di morte: Collegno (Torino) Data di morte: 15.06.1978 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 23.01.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Genoa 3-1 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 11 presenze - 6 reti Michele Santacroce (Bari, 1º febbraio 1921 – Collegno, 15 giugno 1978) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Michele Santacroce Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1941-1942 Sanremese ? (?) 1942-1943 Vicenza 2 (0) 1943-1944 Juventus 11 (6) 1945-1946 Cuneo ? (?) 1946-1947 Varese 19 (0) 1947-1949 Reggina 48 (10) 1951-1952 Paolana ? (?) Carriera Iniziò la carriera agonistica nella Sanremese, club con cui ottiene l'ottavo posto del Girone D della Serie C 1941-1942. Nel 1942 passa al Vicenza, club con cui ottiene dodicesimo posto della Serie A 1942-1943. Nel 1944 è all'allora Juventus Cisitalia, club con cui raggiunge le semifinali interregionali del campionato d'Alta Italia; fece il suo esordio in bianconero contro il Genova il 23 gennaio 1944, in una vittoria per 3-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Varese il 25 giugno seguente, in una vittoria per 6-1. Nella sua unica stagione a Torino collezionò 11 presenze e 6 reti. Lasciata la Juventus passa al Cuneo, club con cui retrocede al termine della Serie B-C Alta Italia 1945-1946. La stagione seguente la disputa nel Varese, ottenendo il quindicesimo posto del girone A che garantì ai lombardi la permanenza in cadetteria. Nel 1947 la Juventus lo cede alla Reggina, club di terza serie in cui rimane fino al 1949 disputando 48 partite con 10 reti. Nella stagione 1951-1952 è tra le file della Paolana, club con cui raggiunge l'undicesimo posto del Girone M.
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RENATO OLMI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Olmi Nazione: Italia Luogo di nascita: Trezzo sull'Adda (Milano) Data di nascita: 12.07.1914 Luogo di morte: Crema (Cremona) Data di morte: 15.05.1985 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 12.04.1942 - Coppa Italia - Juventus-Modena 4-1 22 presenze - 1 rete 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Renato Olmi (Trezzo sull'Adda, 12 luglio 1914 – Crema, 15 maggio 1985) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Fu Campione del Mondo nel 1938 con la Nazionale Italiana. Renato Olmi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1947 Carriera Squadre di club 1931-1933 Crema ? (?) 1933-1936 Cremonese 70 (12) 1936-1937 Brescia 26 (14) 1937-1941 Ambrosiana-Inter 107 (1) 1941-1942 Juventus 22 (1) 1942-1943 Ambrosiana-Inter 10 (0) 1943-1944 Cremonese 12 (0) 1945-1947 Crema 30 (0) Nazionale 1940 Italia 3 (0) Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Giocava come centromediano. Carriera Viene abbandonato dalla madre al brefotrofio di Milano ed è affidato a una coppia cremasca. Cominciò la sua carriera a 15 anni in una squadra uliciana di Crema prima di approdare al Crema e dopo due stagioni disputate nella Cremonese, passò prima al Brescia, poi all'Ambrosiana Inter con la quale vinse due scudetti. Totalizzò tre partite in nazionale partecipando come riserva ai Campionati del Mondo del 1938, in Francia. Nel 1941 passò alla Juventus disputando 22 partite e segnando un gol, rifece poi la sua carriera a ritroso tornando per un anno all'Ambrosiana Inter, per due anni alla Cremonese e terminando la sua carriera al Crema 1908 nel 1949 dopo aver disputato due campionati in Serie B e uno in Serie C. Si sposa con Giovanna Crivelli, cremasca e studentessa alla Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica ed hanno tre figlie. Si afferma come imprenditore. Nel 2015 l’A.C. Crema gli dedica la maglia numero 5 e gli intitola la Curva Nord dello stadio Voltini. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Cremonese: 1935-1936 Campionato italiano: 2 - Ambrosiana: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Ambrosiana: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938
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UGO LOCATELLI «Sono stato, in certo senso, un ragazzo precoce, calcisticamente parlando – raccontò di se stesso – perché, dopo aver militato nelle squadre giovanili del Brescia, all’età di sedici anni ero già titolare della squadra azzurra che a quell’epoca disputava il campionato di Serie B. Ero agile, scattante, dotato di un tiro non fortissimo, ma molto preciso. Giocavo centrattacco e, per qualche stagione, nessuno pensò mai a cambiarmi ruolo.Il Brescia era stato promosso in Serie A nella stagione 1933-34 e fu proprio in quell’anno che feci conoscenza con i grandi campioni della Juventus dell’epoca d’oro. Non avevo giocato la gara del girone di andata a Torino a fine novembre, gara conclusasi con una secca sconfitta per 5-1 delle Rondinelle; ma nell’incontro del girone di ritorno, disputato il 15 aprile sul vecchio campo di Brescia, andai in campo anch’io, nel ruolo di centrattacco. Me la vidi con il mastodontico Monti, giocatore di incredibile potenza e grande classe. Il Brescia, nelle cui file giocavano ottimi atleti, come il portiere Peruchetti e i due fratelli Frisoni, uno mediano, l’altro attaccante, disputò una gagliarda partita, ma non riuscì a spuntarla».Nella stagione seguente Ugo Locatelli fu ceduto in prestito all’Atalanta, in Serie B, per poi tornare a Brescia, dove si era trasferito, trovando, nel doppio ruolo di giocatore-allenatore, l’indimenticabile Umberto Caligaris. Fu proprio Caliga a cambiare il ruolo al giocatore, spostandolo da centravanti a mediano. «Un’esperienza positiva, perché mi consentiva di partecipare in modo più completo alla partita giocando in difesa, a centrocampo e sfruttando occasionalmente le mie doti di uomo di attacco. Nel gennaio 1936 tornai a incontrare la Juventus a Brescia, e ancora una volta gli azzurri vennero sconfitti, per 1-0. Realizzò Gabetto, uno dei pochi giovani in quella squadra di autentici vecchioni. C’erano ancora Rosetta, Monti, Varglien II, Borel, mentre Foni e Depetrini erano al massimo dello splendore tecnico».Ugo esordì nella Nazionale Olimpica in occasione del vincente torneo calcistico delle Olimpiadi di Berlino, il 3 agosto 1936: aveva appena vent’anni, come il suo grande amico Piero Rava. Quattro partite drammatiche e molto combattute, con Stati Uniti, Giappone, Norvegia e Austria prima di cogliere il grande trionfo all’Olimpia Stadion di Berlino. L’esordio in Nazionale A, avvenne il 5 dicembre 1937 a Parigi, contro la Francia, che presentò tra i due pali un insuperabile Di Lorto: ragione per cui l’incontro si chiuse con il risultato di 0-0.Poi nel 1938 la grande e gloriosa avventura dei mondiali in terra di Francia, durante i quali, Locatelli fu protagonista: «Ricordo più volentieri la vittoria olimpica, piuttosto che quella mondiale. A mio parere, infatti, vincere un’Olimpiade, primeggiare davanti ad autorità e pubblico non solo amante del calcio, ma dello sport in genere, essere premiati sotto quel fuoco di Olimpia, ti dà una sensazione particolare. Per avvalorare ancora di più la mia tesi, che può essere personale, sta il fatto che, quando siamo tornati in Italia, appena messo piede dentro il confine, abbiamo trovato migliaia di persone ad attenderci e acclamarci, anziché i quattro gatti del Mondiale. E voglio ancora precisare una cosa; la vittoria alle Olimpiadi mi ha assicurato una specie di tessera con ingresso a vita in ogni tribuna d’onore italiana, per tutti gli sport. Una tessera su cui sta scritto Campione Olimpico e non Campione del Mondo di calcio».Nel 1941, Ugo fu acquistato dalla Juventus. Con lui arrivò anche Olmi. Se la Juventus avesse potuto disporre di forti attaccanti, gli scudetti sarebbero piovuti in grande quantità; la società bianconera, infatti, poteva vantare un assetto difensivo e di centrocampo di grande qualità: tra i pali c’era l’intramontabile Peruchetti (rilevato, poi, dal grande Cochi Sentimenti IV) e come terzini due Campioni del Mondo, Foni e Rava. La mediana era formata da Depetrini (che Locatelli considera tra i migliori mai visti in Italia), Parola e Locatelli. Sei giocatori, sei autentici campioni.Ugo indossò la maglia bianconera sino al 1949, dopo aver disputato 181 partite e realizzato otto goal. Si ritirò dall’attività agonistica per qualche eccessiva preoccupazione, suggerita da un elettrocardiogramma non proprio pulito; la Juventus, però, non volle privarsi di un uomo tanto prezioso, di un tecnico così raffinato e lo confermò come capo del settore tecnico giovanile. Tanto prezioso era stato l’apporto di Ugo come giocatore, ugualmente fu il contributo da tecnico e osservatore.Ugo Locatelli disputò, in totale, ben 360 partite di campionato di Serie A, alle quali vanno aggiunte le quaranta di Serie B, senza dimenticare le ventidue presenze in Nazionale e i due prestigiosi trofei: Olimpionico a Berlino, Campione del Mondo a Parigi.“HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 1964Come juventino, sono un uomo da spiegare, me ne accorgo. Se uno sa dove sono nato e dove ho giocato per tanti anni, nei miei anni internazionali, conclude novanta su cento che io, almeno nel cuore, debbo sentirmi interista. E invece, vedete, sono profondamente juventino. Ora vi racconto.Sono un gardesano, di Toscolano Maderno, lombardissimo. Ed ho incominciato a giocare, seriamente, in Lombardia; direte che era ovvio e forse è così. Ho incominciato nel Brescia, a sedici anni, nel 1932. Il Brescia faceva la B, io ci giocavo come centravanti. Non era quello il mio ruolo definitivo, ma a quindici anni un calciatore non è ancora formato, praticamente è giusto che vada a spasso per i ruoli in cerca del suo ruolo.Maturavo si capisce, e maturava con me anche tutto il Brescia, tanto è vero che nel 1935 siamo stati promossi in Serie A. È stato quello il mio ultimo campionato per quella squadra, il mio primo campionato di mediano. Mediano dal 1935 in poi, sino alla fine. Mi aveva adocchiato l’Inter e all’Inter sono stato trasferito nel 1936. Cinque stagioni in neroazzurro, titolare del ruolo di mediano destro. Insomma ero un mediano destro che, guardate il caso, nelle occasioni più importanti giocava mediano sinistro. Le occasioni più importanti erano le partite in Nazionale. Una media di cinque all’anno. Infatti, sono stato azzurro venticinque volte, nei miei cinque anni di permanenza all’Inter.Un’Olimpiade, un Mondiale, sempre titolare, sempre mediano sinistro, io che all’Inter giocavo mediano destro. C’è una ragione precisa. In Nazionale, a destra giocavano sempre, in quegli anni, Depetrini e Serantoni. Punto e basta. A me, in fondo, la cosa non interessava. Oggi ci sono dei calciatori, giovani o anziani che siano, i quali fanno tragedie se un allenatore li impiega in un ruolo che a loro non va. Sono tutte storie che bisognerebbe non ascoltare. Uno deve abituarsi a giocare dappertutto, e con il sorriso sulle labbra.Figuratevi io, in quell’epoca là, negli anni d’oro, se a queste cose ci badavo! I miei amici e compagni di squadra erano Monzeglio, Foni, Rava, Andreolo, Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Depetrini, Serantoni, faccio soltanto qualche nome. Con questi compagni si vinceva sempre, era una cosa meravigliosa! Ed io mi sentivo profondamente interista e profondamente nazionale. Per forza, come facevo, altrimenti? Eppure non mi sentivo ancora un giocatore maturo, completo. Eppure ero già in Nazionale. Pensavo: quando diventerò ancora più forte, chissà cosa faccio, in Nazionale!Mi sbagliavo, nettamente, ma ero in buona fede. Dopo la venticinquesima partita in azzurro e i due scudetti vinti all’Inter, mi ha acquistato la Juventus, esattamente nella stagione 1941-42. E sono rimasto alla Juventus, in attività normale, sino al 1948-49. È un bel po’ e il fatto è che, proprio in quest’ultimo periodo, sono riuscito a completarmi, sul piano atletico e su quello dell’esperienza. Ma di Nazionale non se n’è più parlato. Ora giocavo titolare mediano sinistro nella Juventus, magari sarei potuto essere il titolare mediano destro della Nazionale, per capovolgere quella vecchia storia, che vi ho raccontato, che mi riguardava quand’ero all’Inter. Ma nulla, invece, soltanto Juventus. E c’è una ragione. Io ho giocato per la Juventus negli anni in cui è esploso il Grande Torino. Il Torino andava praticamente in blocco in Nazionale, si può dire che il Torino era diventato la Nazionale. Ed io giocavo nella Juventus, ho giocato anche con Borel.Senza Nazionale, allora, ma con tanta Juventus che mi riempiva prima il cervello e poi le vene e che pian piano cacciava fuori dalle mie vene lombardo-interiste i ricordi lombardo-interisti. E qui sono diventato juventino sempre di più. Tanto è vero che, quando a trentaquattro anni, nel 1949, ho smesso di giocare, sono rimasto con entusiasmo alle dipendenze della Juventus. Dal 1952, per dieci anni, ho avuto l’incarico di istruttore del settore squadre minori e mi son venuti fuori, per esempio, Mattrel, Vavassori, Emoli (che per metà, debbo riconoscerlo, è anche di Bertolini), Stacchini, Leoncini, Robotti. Sono stati anche questi anni di soddisfazioni. Ho mollato quest’attività nel 1962 pur restando a disposizione della società come osservatore e come responsabile delle sezioni minori. Ora io faccio queste cose e tutte le altre che la società mi comanda di fare.Se dunque ricapitolo i miei trascorsi, superficialmente potrei dividermi fra Inter e Juventus. Ma sono alla Juve oramai da ventidue anni, che sono quasi una vita. I cinque dell’Inter non li ho più addosso, non c’è nulla da fare. Mi sento un gardesano tutto juventino. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/ugo-locatelli.html
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UGO LOCATELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Locatelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Toscolano Maderno (Brescia) Data di nascita: 05.02.1916 Luogo di morte: Torino Data di morte: 28.05.1993 Ruolo: Centrocampista Altezza: 171 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Dottore Alla Juventus dal 1941 al 1943 e dal 1944 al 1949 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 05.06.1949 - Serie A - Padova-Juventus 3-0 181 presenze - 8 reti 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Ugo Locatelli (Toscolano Maderno, 5 febbraio 1916 – Torino, 28 maggio 1993) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante, fu Campione del Mondo con la Nazionale Italiana nel 1938 e Campione Olimpico nel 1936. Ugo Locatelli Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Attaccante, centrocampista Termine carriera 1949 Carriera Squadre di club 1932-1936 Brescia 24 (8) 1934-1935 → Atalanta 15 (5) 1935-1936 Brescia 29 (2) 1936-1941 Ambrosiana-Inter 146 (1) 1941-1943 Juventus 60 (3) 1943-1944 Brescia 7 (0) 1944-1949 Juventus 121 (5) Nazionale 1936-1940 Italia 22 (0) Palmarès Olimpiadi Oro Berlino 1936 Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Caratteristiche tecniche Era agile, rapido e possedeva un tiro preciso ma non potente. Iniziò la sua carriera giocando come centravanti, per poi essere spostato a mediano da Umberto Caligaris durante la stagione 1935-1936. Giocò anche come mezzala durante la permanenza all'Atalanta. Carriera Club Locatelli cominciò la sua carriera tra le file del Brescia, dove militò dal 1933 al 1936 : con la maglia delle Rondinelle debuttò in Serie A il 10 settembre 1933, in una gara contro la Roma. Locatelli (accosciato, secondo da sinistra) nella Juventus della stagione 1942-1943 La militanza nel club bresciano fu inframezzata nel 1934 da un prestito all'Atalanta. Esordì con il club orobico il 27 gennaio 1935 contro la Comense (1-0), giocando come centravanti e segnando al 40º minuto di gioco il gol decisivo. Avrebbe segnato altri quattro gol in nerazzurro: contro SPAL, L.R. Vicenza, Venezia e L'Aquila. Nel 1936 viene acquistato dall'Ambrosiana-Inter, con cui vincerà due scudetti (1938 e 1940) e una Coppa Italia (1939 ) fino al 1941 giocò 168 incontri in nerazzurro, di cui 146 in Serie A. Fece il suo esordio il 21 giugno 1936 in una partita contro una squadra di Brno, valida per le competizioni europee dell'epoca; segnò il suo unico gol il 1º ottobre 1939, in un incontro vinto 4-0 sul Napoli. Dopo l'esperienza a Milano si trasferì alla Juventus rimanendovi fino al 1949 (escludendo una breve parentesi nel 1943 al Brescia nel campionato Alta Italia), anno del suo ritiro. Per otto anni scese in campo in 181 occasioni, segnando 8 reti e vincendo la Coppa Italia nel 1942. In seguito divenne prima capo del settore giovanile e poi osservatore della Juventus. Nazionale Ha giocato 22 incontri con la maglia della Nazionale italiana. Nel 1936 fu convocato da Vittorio Pozzo per i Giochi Olimpici di Berlino: il regolamento limitava la partecipazione ad atleti non professionisti, ma l'Italia conquistò la medaglia d'oro. Fu poi convocato per i Mondiali 1938, a cui gli Azzurri partecipavano da Campioni del Mondo in carica. L'Italia vinse la competizione, e Locatelli scese in campo nella finale vinta 4-2 contro l'Ungheria. È uno dei quattro calciatori che hanno vinto sia i Mondiali sia le Olimpiadi: gli altri tre sono Pietro Rava, Sergio Bertoni e Alfredo Foni. Palmarès Club Campionato italiano: 2 - Ambrosiana: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Ambrosiana: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942 Nazionale Oro olimpico: 1 - Italia: Berlino 1936 Campionato mondiale: 1 - Italia: Francia 1938
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GIUSEPPE PERUCHETTI Nasce a Gardone Val Trompia, il 30 ottobre 1907. Cresciuto nella “Giuseppe Bernardelli” di Gardone Val Trompia, dove gioca per sei stagioni, parte per il servizio militare a Bressanone nel Secondo Reggimento Artiglieria da Montagna. Tornato a casa è tesserato dalla Boifava di Brescia, società da dove erano usciti i fratelli Evaristo e Berardo Frisoni, Pasolini, Gadaldi, Giuliani e Maffioli.Dopo poco tempo la Boifava viene sciolta e Beppe gioca le ultime partite del campionato 1927-28 nella squadra uliciana del Villa Cogozzo. Nell’estate del 1928 passa giovanissimo al Brescia, formandosi alla scuola di Giuseppe Trivellini, ex portiere della Nazionale.Molto bravo tra i pali, la sua specialità è la deviazione in angolo di pugno. Nelle “Rondinelle” esordisce il 18 novembre 1928, settima giornata di andata del girone B del campionato di Divisione Nazionale: Brescia-Biellese 1-0. Rimane a Brescia sette stagioni e si mette a tal punto in evidenza da meritare la convocazione in Nazionale. L’esordio in maglia azzurra avviene il 17 maggio 1936 (Italia-Austria 2-2). Dieci giorni dopo, la sua prestazione a Budapest lo consacra definitivamente come uno dei migliori portieri italiani.Nell’estate del 1936 si trasferisce all’Ambrosiana-Inter, chiamato a sostituire Carlo Ceresoli. In maglia neroazzurra rimane cinque stagioni, compresa una da allenatore, vincendo due scudetti e una Coppa Italia. Nella stagione 1940-41, insieme a Italo Zamberletti, diventa allenatore dell’Inter, avallando tra l’altro la cessione di Meazza al Milan. La squadra neroazzurra arriva seconda dietro al Bologna. L’anno seguente, caso unico nel calcio italiano, rimette i guantoni e difende la porta della Juventus, con cui conclude la sua carriera, vincendo la Coppa Italia nel 1942.Si spegne a Gardone Val Trompia, il 21 maggio 1995.CORRADO OLOCCO, DA “QUANDO LA JUVE SI ALLENAVA AL COPPINO (1942-43... STORIE DI CALCIO E AMICIZIA TRA LA JUVE SFOLLATA AD ALBA E GLI ALBESI)”Andò peggio, invece, a Perucchetti, la cui vicenda partigiana è racchiusa in alcuni documenti custoditi dalla famiglia e in una scheda, conservata nell’archivio dell’Istituto storico della Resistenza di Torino. La scheda lo indica come residente ad Alba, in via Pertinace, nato a Gardone Val Trompia, di professione calciatore, nome di battaglia Beppe (uno pseudonimo molto meno altisonante del Pantera Nera che gli affibbiarono i giornalisti milanesi negli anni gloriosi dell’Inter), partigiano nella seconda Divisione Langhe dal 10 ottobre 1944.Dai certificati di detenzione conservati dai famigliari, è possibile ricostruire con una certa precisione anche luoghi e tempi di prigionia di Perucchetti. Il calciatore fu arrestato assieme ad altre quattro persone dagli Arditi il 28 novembre del 1944 con l’accusa di “Falso in atto pubblico e favoreggiamento delle bande ribelli”. Dal 29 novembre 1944 al 2 gennaio 1945 Perucchetti fu rinchiuso nel carcere di Alba. Poi, fu trasferito alle “Nuove” di Torino, dalle quali uscirà il 26 aprile.In un primo tempo, la sentenza emessa dal Tribunale speciale fu di condanna a morte, trasformata poi in pena detentiva (pare anche grazie all’interessamento della Juventus che mise a disposizione i propri avvocati). Furono mesi di carcere molto duro, che lasciarono il segno sul fisico dell’ex portiere. Dalla prigionia alle “Nuove” la famiglia di Perucchetti conserva un biglietto inviato il 17 marzo dal cappellano del carcere, padre Ruggero Cipolla, alla fidanzata del calciatore, nel quale si legge: «Ogni giorno vedo Beppe e sovente mi parla di lei. Oggi mi pregò di inviarle un saluto, il che faccio ben volentieri per assicurarle che sta bene e che presto spera di poterla rivedere».Altre informazioni sull’attività partigiana di Perucchetti emergono dal certificato rilasciato dal comando militare regionale del CLN a fine guerra, nel quale si legge che l’ex calciatore ha fatto parte della seconda Divisione Langhe in qualità di partigiano e informatore. Qualunque sia stato il ruolo di Perucchetti durante la Resistenza, i famigliari custodiscono ancora il “Certificato al patriota” rilasciato alla fine del conflitto, firmato dal comandante supremo alleato delle forze del mediterraneo centrale Harold Alexander e controfirmato da Piero Balbo Poli, uno dei grandi protagonisti delle Resistenza nelle Langhe.Esattamente a due mesi dalla fine della guerra, il 25 giugno del 1945, Perucchetti sposò nella chiesa di San Damiano, nella centralissima via Maestra, Gloria Bruno, la ragazza che aveva conosciuto al campo da tennis nel periodo dello sfollamento. Tra i biglietti d’auguri, oltre a quello dell’US Albese, ce ne sono due piuttosto interessanti. Uno è firmato da alcuni amici di Perucchetti, tra cui Beppe Fenoglio e Pinot Gallizio (personaggi che, a partire del decennio successivo e fino ai giorni nostri, lasceranno un segno importante nella cultura albese), il fotografo Aldo Agnelli (autore delle più note immagini di Beppe Fenoglio) e Nino Falciola, il figlio del Carlin Cignetti (nelle Langhe, i soprannomi passavano spesso di padre in figlio; così si spiega la firma “Nino Falciola” e non Nino Cignetti).Un altro biglietto d’auguri per le nozze di Perucchetti è invece siglato, su carta intestata del Comando della XXI Brigata Matteotti, dal comandante partigiano Paolo Farinetti, altra figura importante della storia albese del Novecento, scomparso all’inizio del 2009. Sarà lui, ventidue anni dopo, il 28 luglio del 1967 a controfirmare come consigliere comunale anziano, la delibera di acquisto da parte del Comune della casa dei coniugi Perucchetti all’angolo tra via Pierino Belli e via Pertinace. Sindaco di Alba nel 1967 era l’avvocato Paganelli, quello che da ragazzino venticinque anni prima andava a vedere gli allenamenti dei bianconeri al Coppino e in bici quelli del Toro a Cinzano. «Negli anni Sessanta il piano regolatore prevedeva l’ampliamento della vicina via Pierino Belli e la casa era destinata a essere abbattuta. Poi, le esigenze cambiarono e la casa rimase al suo posto», ricorda Paganelli.Oggi, in un piccolo centro di provincia, il matrimonio tra un calciatore di serie A e una ragazza dell’alta società cittadina farebbe gola agli esperti di gossip o di cronaca rosa. E, sia pure con la classica moderazione piemontese, nel loro piccolo, anche le nozze di Perucchetti fecero notizia, tanto da finire sulle pagine di giornalaccio rosa d’Alba, che scrisse: «Lunedì 25, nella parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, in una suggestiva coreografia di fiori, luci e canti, il noto calciatore, tanto popolare nella nostra città signor Giuseppe Perucchetti si univa in matrimonio con la signorina Gloria Bruno, figlia dell’avvocato Bruno. Assisteva al matrimonio il parroco Can. Chiesa, che successivamente celebrava la Messa nuziale». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/01/giuseppe-perucchetti.html
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GIUSEPPE PERUCHETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Peruchetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Gardone Val Trompia (Brescia) Data di nascita: 30.10.1907 Luogo di morte: Gardone Val Trompia (Brescia) Data di morte: 21.05.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Pantera Nera Alla Juventus dal 1941 al 1944 Esordio: 12.10.1941 - Coppa Italia - Juventus-Pro Patria 5-0 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 39 presenze - 60 reti subite 1 coppa Italia Giuseppe Peruchetti (Gardone Val Trompia, 30 ottobre 1907 – Gardone Val Trompia, 21 maggio 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giuseppe Peruchetti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Carriera Giovanili 1921-1926 G.Bernardelli Squadre di club 1926-1927 Boifava ? (-?) 1927-1928 Villa Cogozzo ? (-?) 1928-1936 Brescia 196 (-267) 1936-1940 Ambrosiana-Inter 115 (-99) 1941-1944 Juventus 39 (-60) Nazionale 1936 Italia 2 (-3) Carriera da allenatore 1940-1941 Ambrosiana-Inter 1948-1949 Reggina 1949-1950 Reggina 19?? Beretta Gardone Biografia Durante la guerra fece parte delle milizie partigiane nella "Seconda Divisione Langhe", ove fu compagno di lotta di Beppe Fenoglio, venne arrestato e condannato a morte, che evitò grazie anche agli avvocati della Juventus, subì una lunga prigionia nel carcere di Alba. Il 25 giugno 1945 si sposò con Gloria Bruno. Morì tragicamente nel maggio del 1995, cadendo dalla finestra di casa. Carriera Cresciuto nella "Giuseppe Bernardelli" di Gardone Val Trompia, dove giocò per 6 stagioni, partì per il servizio militare prestato a Bressanone nel 2º Reggimento Artiglieria da Montagna. Tornato a casa fu tesserato dalla "Boifava" di Brescia, società da dove erano usciti i fratelli Evaristo e Berardo Frisoni, Angelo Pasolini, Andrea Gadaldi, Luigi Giuseppe Giuliani e Mario Maffioli. Ma in breve tempo la Boifava fu sciolta. Gioca le ultime partite del campionato 1927-28 nella squadra uliciana del Villa Cogozzo quando passa giovanissimo al Brescia, formandosi alla scuola di Giuseppe Trivellini, ex portiere della nazionale. Peruchetti (in piedi, primo da destra) alla Juventus nella stagione 1942-1943 Molto bravo tra i pali, la sua specialità è la deviazione in angolo, di pugno. Nelle Rondinelle esordisce il 18 novembre 1928, 7ª giornata di andata del girone B del campionato di Divisione Nazionale: Brescia-Biellese 1-0. A Brescia Peruchetti rimane sette stagioni e si mette a tal punto in evidenza da meritare la convocazione in Nazionale. L'esordio in maglia azzurra avviene il 17 maggio 1936 (Italia - Austria 2-2). Dieci giorni dopo, la sua prestazione a Budapest lo consacra definitivamente come uno dei migliori portieri italiani. Nell'estate del 1936 si trasferisce all'Ambrosiana-Inter, chiamato a sostituire Carlo Ceresoli. In maglia neroazzurra rimane cinque stagioni, compresa una da allenatore. Con l'Ambrosiana-Inter, vinse da protagonista due scudetti e una Coppa Italia stregando tifosi e giornalisti milanesi, che gli appiccicarono addosso il soprannome di Pantera Nera, per via delle sue parate acrobatiche e del colore della divisa che era solito indossare. Nella stagione 1940-1941, insieme a Italo Zamberletti, diventa allenatore dell'Inter, avallando tra l'altro la cessione di Meazza al Milan. La squadra nerazzura arriva seconda dietro al Bologna. L'anno seguente, caso unico nel calcio italiano, rimette i guantoni e difende la porta della Juventus, con cui concluse la sua carriera, vincendo la Coppa Italia nel 1942. Ha detenuto per settantanove anni il record di imbattibilità come portiere del Brescia (750 minuti). Rimase imbattuto tra il 20 novembre 1932, quando subì due reti dal Novara, al 19 febbraio 1933 (quando subì una rete nella vittoria per 3-1 contro la Comense). Tale record fu scalzato nel 2012 da Michele Arcari. Lasciato il calcio giocato fu tra i campionati di Serie C 1948-1959 e Serie C 1949-1950 allenatore della Reggina. Tornato Gardone Val Trompia fu allenatore e osservatore del Beretta Gardone. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Inter: 1937-1938, 1939-1940 Coppa Italia: 2 - Inter: 1938-1939 - Juventus: 1941-1942
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EGIDIO MICHELONI https://it.wikipedia.org/wiki/Egidio_Micheloni Nazione: Italia Luogo di nascita: San Martino Buon Albergo (Verona) Data di nascita: 27.09.1913 Luogo di morte: San Martino Buon Albergo (Verona) Data di morte: 12.08.1992 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 22.02.1942 - Serie A - Genoa-Juventus 1-4 Ultima partita: 07.06.1942 - Serie A - Napoli-Juventus 4-1 11 presenze - 13 reti subite 1 coppa Italia Egidio Micheloni (San Martino Buon Albergo, 27 settembre 1913 – 12 agosto 1992) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. Egidio Micheloni Nazionalità Italia Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1943 Carriera Squadre di club 1934-1939 Verona 77 (-81) 1939-1941 Milano 23 (-30) 1941-1942 Juventus 11 (-13) 1942-1943 Verona 24 (-18) Carriera Durante la sua permanenza al Milan, all'epoca denominato "Milano", si alternò tra i pali con il compagno di squadra Mario Zorzan. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942
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CARLO CERESOLI Solamente due presenze nella stagione 1941-42 per Carlo Ceresoli, ottimo portiere diventato famoso per essere stato uno degli undici “Leoni di Highbury”. ROMANO DA PRATO, “IL CALCIO E IL CICLISMO ILLUSTRATO” DEL 16 AGOSTO 1964 La lancetta dei secondi non aveva compiuto ancora il suo primo giro, che l’arbitro svedese Olsson decretò il calcio di rigore a favore degli albionici, per un fallo di Allemandi su Drake. Incaricato del tiro, l’ala sinistra Brooke, un mancino dalla «sventola» veramente irresistibile. A guardia della rete italiana, cera Carlo Ceresoli, l’indomita portiere dell’«Ambrosiana-Inter». Brooke prese una breve e rincorsa, effettuò un tiro a mezza altezza che «Carlo» deviò, con la punta delle dita in calcio d’angolo, salvando così la rete italiana da una immediata capitolazione. Ci riferiamo al mirabile ed indimenticabile incontro di «Highbury» del 14 novembre 1934. Al termine del confronto, perso dai nostri per 3 a 2, a causa di un infortunio toccato a «Luisito» Monti, al 2’ minuto di gioco, colpito, proditoriamente, da un calcione affibbiatogli da Drake, divenuto poi manager del «Chelsea», Guglielmo Marconi, il celebre scienziato si complimentò nonostante l’insuccesso, con Ceresoli che, con Peppino Meazza, era stato il prim’attore, il protagonista di quella incandescente partita. All’indomani, i giornali londinesi elogiarono moltissimo, la bella prova dell’estremo difensore «azzurro». Il famoso tecnico Ivan Sharpe ala sinistra dell’Inghilterra alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, in seguito presidente dei giornalisti sportivi del Regno Unito, disse di lui: «L’Italia ha giocato una partita gagliarda: Ceresoli si è dimostrato un autentico “eroe”». L’incontro di Londra è il pezzo più pregiato nel mosaico calcistico di Ceresoli. Ricostruiremo, ora, brevemente, il suo «itinerario», andremo alla ricerca degli aneddoti, degli episodi più esaltanti, delle perle più preziose che si aggiunsero alla brillante collana dell’ex «n. 1» della nazionale italiana. Bergamo, la civettuola città lombarda, gli diede i natali il 1° giugno 1910. Come tutti i ragazzi, all’inizio della loro carriera, Ceresoli tirò i primi calci su alcuni campetti periferici. Il suo sogno era quello di militare nella locale squadra dell’Atalanta. Ed infatti, a diciotto anni Ceresoli esordì nelle file degli orobici il I novembre 1928, disputando una grande partita contro la Triestina, sconfitta per 4 a 2. L’avvenimento sportivo coincise con l’inaugurazione dello stadio. Le sue prodigiose prestazioni costituirono il trampolino di lancio per il passaggio ad un’altra forte squadra, una compagine che si aggiudicherà il primo campionato a girone unico: l’Ambrosiana-Inter di Meazza. Ma, nell’«undici» meneghino, Ceresoli dovette, inizialmente, fare anticamera a Degani e a Smerzi. Ma il suo valore venne alla luce, dopo due stagioni. L’allenatore ungherese Weisz, vistolo più volte all’opera lo mise direttamente in prima squadra. Fu un trionfo. «Carletto» conquistò subito la difficile ed esigente platea milanese, con slancio, con ardore, con combattività. La sua rete parve stregata, gli attaccanti di maggior grido, come Piola, stentarono a superare Ceresoli, ardimentoso nelle uscite, spericolato negli interventi volanti. Pozzo si accorse di lui, ed in occasione dei campionati mondiali romani del 1934, gli affidò la guardia della rete, nell’incontro eliminatorio contro la Grecia, a Milano, il 25 marzo 1934. Gli «azzurri» vinsero per 4 a 0 e Ceresoli giocò da par suo. Fu, questo, il primo degli otto incontri che il «bergamasco» disputò in nazionale (aveva giocato la prima partita tra i cadetti, il 3 dicembre del 1933, contro la Svizzera a Lugano, incontro terminato con lo straripante successo dei nostri per 7 a 0). Nel 1935, Ceresoli lasciò l’Inter, per militare nei ranghi del Bologna, dove formò dapprima con Fiorini e Gasperi, poi con Pagotto e Ricci un trio difensivo d’eccezione, laureandosi tre volte campione d’Italia, in maglia rossoblù. Passò quindi al Genova dove restò per due annate. Indi, un salto tra le file degli «Zebroni» juventini. Poi, la lunga esperienza di allenatore nel dopoguerra, Dal 1946 al 1950 al «Palazzolo»; successivamente, all’Atalanta, alla Salernitana, nuovamente al «Palazzolo» con il definitivo ritorno al suo «Primo amore» (l’Atalanta) come istruttore ai giovani e come «vice». Ceresoli ha lasciato un’impronta ben tangibile nel turbinoso mondo del football italiano. Lo rammenteremo sempre come un portiere completo, un difensore che dava tutto se stesso per il buon esito della contesa, ma soprattutto, lo ricorderemo, come «l’eroe di Londra». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/06/carlo-ceresoli.html
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CARLO CERESOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ceresoli Nazione: Italia Luogo di nascita: Bergamo Data di nascita: 14.06.1910 Luogo di morte: Bergamo Data di morte: 22.04.1995 Ruolo: Portiere Altezza: 178 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: Carletto Alla Juventus dal 1941 al 1942 Esordio: 15.03.1942 - Serie A - Juventus-Atalanta 1-1 Ultima partita: 22.03.1942 - Serie A - Venezia-Juventus 2-0 2 presenze - 3 reti subite 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Carlo Ceresoli (Bergamo, 14 giugno 1910 – Bergamo, 22 aprile 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere, Campione del Mondo con la Nazionale Italiana nel 1938. Carlo Ceresoli Ceresoli nel 1937 Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1942 - giocatore 1969 - allenatore Carriera Giovanili 1923-1927 Ardens Squadre di club 1927-1928 Alzano ? (-?) 1928-1932 Atalanta 102 (-?) 1932-1936 Ambrosiana-Inter 119 (-122) 1936-1939 Bologna 72 (-71) 1939-1941 Genova 1893 23 (-33) 1941-1942 Juventus 2 (-3) Nazionale 1934-1938 Italia 8 (-10) Carriera da allenatore 1949-1951 Marzoli Palazzolo 1951-1952 Atalanta 1952-1953 Salernitana 1963-1964 Atalanta 1968-1969 Atalanta Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 1 I due numeri indicano le presenze e le reti segnate Carriera Giocatore Club Cresciuto nell'Ardens di Bergamo, arrivò all'Atalanta nel 1928 con cui esordì in Divisione Nazionale il 13 gennaio 1929 a 18 anni in una stagione culminata con la retrocessione della squadra (i bergamaschi sarebbero poi arrivati quarti in Serie B alla sua ultima stagione), passò all'Inter, con cui nelle stagioni 1932-1933 (in cui la squadra fu finalista di Coppa dell'Europa Centrale con l'Austria Vienna), 1933-34 e 1934-35 giunse secondo in Serie A. Fu quindi ceduto al Bologna (con cui vinse anche il Torneo dell'Esposizione di Parigi e di cui, dopo l'introduzione della numerazione sulle maglie nel campionato 1938-1939, divenne il primo "numero 1") con cui si laureò due volte campione d'Italia, nel 1936-1937 e nel 1938-1939 (in cui però nel 1938 si procurò un'incrinatura ossea al braccio), per trasferirsi poi al Genova 1893, che nella stagione 1939-1940 giunse quinta; terminò la sua carriera ad alto livello nella Juventus, con cui vinse la Coppa Italia. Nazionale Giocò in Nazionale ai tempi del commissario tecnico Pozzo, debuttando il 25 marzo 1934 a Milano nella partita di qualificazione per il campionato mondiale contro la Grecia. Designato come portiere titolare per i mondiali del 1934 che si sarebbero disputati in Italia, s'infortunò al braccio durante la preparazione colpito da un tiro di Pietro Arcari, che lo costrinse a saltare il mondiale. Riprese il suo posto tra i pali il 14 novembre 1934 in Inghilterra-Italia 3-2 — che passò alla storia del calcio come la Battaglia di Highbury — gara in cui parò un rigore a Eric Brook: Brook, specialista nei calci di rigore, fece partire dal dischetto un tiro angolato e potente che il portiere italiano riuscì a deviare in angolo. Questa è considerata una delle parate più famose della storia del calcio. Successivamente vinse la Coppa del Mondo del 1938, da riserva di Aldo Olivieri. In totale ha disputato 8 partite subendo 10 reti. Allenatore La sua prima panchina importante fu quella dell'Atalanta; l'inizio del campionato non fu comunque dei più felici; arrivò quindi a far pressioni sulla società perché fornissero rinforzi per l'attacco dell'Atalanta, che portarono la dirigenza ad acquistare il capitano della nazionale svedese Hasse Jeppson: la squadra passò dal terzultimo posto al dodicesimo al termine del campionato e il giocatore fu ceduto per l'allora notevole somma di 105 milioni al Napoli; l'anno successivo passò alla Salernitana che giunse 11ª in Serie B ma in seguito ritornò ad allenare la società bergamasca, 11ª in Serie A nel campionato 1963-1964 con lui alla guida. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Bologna: 1936-1937, 1938-1939 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Competizioni internazionali Torneo Internazionale dell'Expo Universale di Parigi 1937: 1 - Bologna: 1937 Nazionale Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Francia 1938
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LUIGI COLAUSSI Il Paolo Rossi del Mondiale ‘38 – scrive Bruno Perucca su “La Stampa” del 27 dicembre 1991 – ha chiuso il suo rapporto con la vita e con il calcio, dopo mesi di battaglia contro un male che non l’ha perdonato. Gino Colaussi è morto nella sua Trieste, nell’ospedale di Opicina. Domattina i pochi amici del suo tempo, gli sportivi e la città, lo accompagneranno al cimitero. Vittorio Pozzo lo aveva inserito nel gruppo azzurro subito dopo il primo campionato del mondo vinto (1934). L’esordio in nazionale del «Cola» avvenne il 27 ottobre 1935 a Praga, con la sconfitta per 1-2 di fronte alla Cecoslovacchia nella partita dell’omaggio italiano ai rivali battuti nella finale di Roma ‘34. C’era ancora Planicka nella porta ceka. Gino Colaussi provò invano ad abbattere quel mito con i suoi tiri. Ci riuscì Pitto ma invano. Due reti di Horak celebrarono la platonica rivincita cecoslovacca. Da quella gara, Colaussi è rimasto nel Club Italia. Pozzo aveva bisogno di un’ala sinistra vera, scattante, decisa. E il commissario tecnico portò in Francia, ai mondiali ‘38, il giocatore al quale teneva moltissimo malgrado non stesse bene. I postumi di una frattura, si è scritto. Ma in una intervista d’epoca a Giuseppe Meazza si legge: «Gino era nei guai per un dolore inguinale». Lo si ricorda adesso come il Paolo Rossi del ‘38, perché i suoi gol furono determinanti come quelli di Pablito nell’82 in Spagna. Tenuto a riposo precauzionale da Pozzo nella prima partita con la Norvegia a Marsiglia (infatti la squadra soffrì molto per vincere 2-1), Colaussi partecipò concretamente alle vittorie successive contro Francia e Brasile, con una doppietta alla finale con l’Ungheria. Tre partite, quattro reti del Gino. Sempre suo l’1 a 0. Se i gol contano sempre, quei tre sono stati le chiavi del mondiale vinto. È stata l’estate d’oro del calciatore rivelatosi a Trieste ma nato il 4 marzo 1914 a Gradisca d’Isonzo, a 40 chilometri dalla città che lo accolse fra i giovani rossoalabardati, dopo i primi calci ufficiali nell’Itala. Le formazioni giovanili, quindi la prima squadra. Lo volevano già la Spal ed il Messina, quando la Triestina (agosto 1930) mise gli occhi sul ragazzo che segnava grappoli di reti. Il presidente Celso Carretti lo portò all’allenatore magiaro Stefano Toth dicendogli: «Su questo Colaussi ci credo, lo guardi giocare». Il provino avvenne il 14 settembre 1930 in una amichevole Triestina-Fascio Grion. Affare fatto. Per ingaggio due camicie a righe, che il Gino ha sempre negato di aver ricevuto in regalo: «Le pagai con i rimborsi del viaggio». Dieci anni a Trieste, quindi nell’estate ‘40 il passaggio alla Juventus, il Genoa aveva offerto 900 mila lire alla Triestina, ma il carisma e l’abilità dei dirigenti bianconeri prevalsero e la Juve se lo aggiudicò per la metà: 450 mila lire. Era comunque la cifra record dell’epoca. Due stagioni a Torino, due anni senza squilli. Juventus quinta nel torneo ‘40-41, per Colaussi 24 presenze e 5 reti, una delle quali sul campo della Triestina con pareggio di Grezar destinato a venire sull’altra sponda torinese per morire a Superga. E alla Juve, nel ‘68, arrivò anche per una fugace apparizione il nipote Giordano, rivelatosi anch’egli nella Triestina e passato attraverso Lanerossi e Brescia. Colausig il cognome di Giordano, quello vero della famiglia. Era stato cambiato d’ufficio in Colaussi ai tempi in cui il regime vietava i nomi stranieri. Nel campionato successivo i bianconeri ottennero il sesto posto. Per il Gino 16 presenze e due gol. Ma vinse la Coppa Italia, prima della cessione al Vicenza. Arrivava la guerra a spaccare l’Italia e anche il football. Dopo, per Colaussi, Padova e Triestina. Un ritorno a casa intervallato da viaggi per la successiva carriera di allenatore, soprattutto dei giovani. Nella ricerca di lavoro in un mestiere che gli piaceva solo a livello di istruttore, anche otto mesi ad insegnare calcio in Libia. Con lui Biavati, l’attaccante del doppio passo. A pagarli fu un giovane amministratore, un certo Gheddafi. Che li fece penare non poco, prima di saldargli gli stipendi dovuti. Il bilancio della sua vita di calciatore è 339 presenze e 63 gol in serie A, di 26 e 15 in azzurro. Intelligenza, fantasia, ragionamento, scatto, tiro e disciplina. Queste le qualità che Vittorio Pozzo riconosceva pubblicamente a Colaussi. E fu il ct a chiedergli, rivolgendosi anche alla fidanzata, di rinviare le nozze per allenarsi al mondiale del ‘38. Gino non ci credeva, non si sentiva fisicamente in grado di rispondere alla chiamata. «Mi bastano pochi tuoi minuti per partita» gli disse il commissario tecnico. Ne giocò 270, per le quattro reti più importanti della sua vita. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/01/luigi-colaussi.html
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LUIGI COLAUSSI https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Colaussi Nazione: Italia Luogo di nascita: Gradisca d'Isonzo (Gorizia) Data di nascita: 04.03.1914 Luogo di morte: Trieste Data di morte: 24.12.1991 Ruolo: Attaccante Altezza: 163 cm Peso: 66 kg Nazionale Italiano Soprannome: Gino Alla Juventus dal 1940 al 1942 Esordio: 27.10.1940 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 26.04.1942 - Serie A - Torino-Juventus 2-1 43 presenze - 7 reti 1 coppa Italia Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Gino Colaussi, all'anagrafe Luigi Colàusig (Gradisca d'Isonzo, 4 marzo 1914 – Trieste, 24 dicembre 1991), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, campione del Mondo con l'Italia ai Mondiali del 1938. Gino Colaussi Colaussi al termine della finale del campionato del mondo 1938 Nazionalità Italia Altezza 163 cm Peso 66 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1952 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Giovanili ????-1930 Itala Gradisca Squadre di club 1930-1940 Triestina 248 (42) 1940-1942 Juventus 43 (7) 1942-1945 Vicenza 47 (23) 1945-1946 Triestina 26 (3) 1946-1948 Padova 45 (12) 1948-1949 Thiene ? (?) 1949-1950 Ternana 14 (2) 1950-1951 Tharros ? (?) 1951-1952 Olbia 7 (1) Nazionale 1935-1940 Italia 26 (15) 1938 Italia B 1 (1) Carriera da allenatore 1948-1949 Thiene 1949-1950 Ternana 1950-1951 Tharros 1951-1953 Olbia 1956-1967 Campobasso 1959-1961 Alcamo 1963 Triestina 19?? Vittoria 19?? Canicattì 1967-1968 Alcamo 1969-1970 Latina Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Biografia Fratello minore di Giordano, era pertanto conosciuto anche come Colaussi II. Il cognome paterno Colàusig verrà italianizzato in Colaussi durante l'epoca fascista. Anche il nipote Giordano Colausig avrebbe intrapreso la carriera calcistica. Di umili origini (era figlio di agricoltori), prima di praticare il calcio a livello professionistico lavorava come ciabattino, guadagnando due lire per ogni paio di scarpe. Terminata la carriera calcistica, aprì un bar a Bassano del Grappa ma ebbe notevoli difficoltà economiche che lo portarono anche a impegnare la medaglia d'oro vinta nel Mondiale 1938, e nel 1986 lo Stato italiano gli concesse un vitalizio. È morto il 24 dicembre 1991 all'ospedale Santorio di Trieste. Dopo la sua scomparsa gli sono stati dedicati lo stadio Comunale di Gradisca d'Isonzo e una tribuna dello Stadio Nereo Rocco. Caratteristiche tecniche Ala sinistra, era veloce, scattante e dotato di un buon tiro; nonostante la struttura fisica modesta, sapeva farsi valere nei contrasti. Queste qualità, unitamente alla sua freddezza sottoporta, lo rendevano un buon realizzatore e compensavano il divario di classe con altri interpreti del ruolo come Raimundo Orsi. La sua specialità erano i cross e i traversoni. Pur essendo prevalentemente mancino, sapeva disimpegnarsi bene anche con il piede destro. Secondo alcuni giornalisti fu l'inventore del cosiddetto doppio passo, storicamente attribuito al bolognese Amedeo Biavati. Carriera Giocatore Club Crebbe calcisticamente nell'Itala di Gradisca passando giovanissimo alla Triestina su indicazione personale del presidente Celso Cerretti all'allenatore István Tóth; con la maglia degli alabardati esordì in Serie A il 28 settembre 1930 a sedici anni contro il Bologna, segnando il suo primo gol in massima serie il 2 novembre 1930, nella vittoria interna contro l'Ambrosiana per 5-0. Rimase in forza alla Triestina per dieci stagioni consecutive, rivelandosi come una delle migliori ali del campionato. Colaussi (accosciato, primo da sinistra) nella Juventus del 1940-1941 Nel 1940, dopo un corteggiamento durato diversi anni, passò alla Juventus per la somma di 450.000 lire nonostante il Genova 1893 avesse offerto il doppio alla Triestina. L'inizio della sua militanza in bianconero fu condizionato dal servizio militare svolto in Istria, che ne ritardò la preparazione e l'inserimento in squadra, e anche le successive prestazioni furono inferiori alle attese, al punto da essere definito da un giornalista dell'epoca un limone spremuto. Pur poco impiegato nella seconda stagione, contribuì alla conquista della Coppa Italia 1941-1942. Nel campionato 1942-1943 fu ceduto al L.R. Vicenza, accentuando il declino del proprio rendimento. Rimane ai berici anche durante il campionato di guerra; al termine del conflitto, rimise la casacca rossoalabardata per un'ultima annata, nel campionato di Divisione Nazionale 1945-1946. Con la Triestina disputò in totale undici stagioni, per un totale di 275 partite con 47 reti, che lo collocano al secondo posto nella classifica assoluta delle presenze di squadra, dietro a Piero Pasinati. Nel 1946 scese per la prima volta in Serie B, ingaggiato dal Padova con cui disputò il suo ultimo biennio professionistico contribuendo alla promozione in Serie A nel 1948. Nelle stagioni successive ricoprì più volte il ruolo di allenatore-giocatore nelle serie inferiori: fu al Thiene nella stagione 1948-1949, alla Ternana nella stagione 1949-1950, scendendo sporadicamente in campo per far fronte alla difficile situazione in cui versava il club rossoverde. Nel biennio successivo fu ancora allenatore-giocatore, nelle file della Tharros di Oristano e poi con l'Olbia, con cui disputò la sua ultima stagione. Nazionale Esordì in azzurro sotto la gestione di Vittorio Pozzo il 27 ottobre 1935, contro la Cecoslovacchia. Divenne titolare nel ruolo di ala sinistra sostituendo Raimundo Orsi, tornato in Argentina, ed era considerato insostituibile da Pozzo, che lo convocò per il Mondiale del 1938 nonostante precarie condizioni fisiche, chiedendogli anche di rinviare il proprio matrimonio. Lasciato a riposo nella partita inaugurale contro la Norvegia, andò a segno contro Francia e Brasile e si ripeté nella finalissima contro l'Ungheria vinta per 4-2, realizzando una doppietta che portò il suo ruolino personale a 4 reti in 3 partite nella competizione. Dopo la partita offrì una cena a base di caviale e champagne a tutti i compagni e membri dello staff tecnico. Sul finire degli anni Trenta cedette progressivamente il posto da titolare ad Pietro Ferraris e Carlo Reguzzoni. In totale ha disputato 26 partite in Nazionale, realizzando 15 reti. Conta anche una presenza e una rete nella Nazionale B, il 15 maggio 1938, nel 4-0 inflitto al Lussemburgo. Allenatore Appese le scarpe al chiodo, Colaussi tentò la carriera di allenatore, sempre prediligendo il lavoro con i giovani e l'attività di istruttore. Dopo le esperienze come allenatore-giocatore, rimase all'Olbia conducendolo alla promozione in IV Serie nel campionato 1952-1953, nel quale fece esordire in prima squadra diversi giovani tra cui Gustavo Giagnoni. Nel 1959 passò sulla panchina dell'Alcamo, militante nel campionato di Prima Categoria siciliana. Ottenne la promozione in Serie D al termine del campionato 1960-1961, tuttavia fu esonerato durante il campionato successivo, concluso con la retrocessione. Ciononostante, ricevette il Seminatore d'oro per i dilettanti nel 1962. Nel 1963 tornò brevemente a Trieste come allenatore, subentrando a Enrico Radio nel campionato 1962-1963 e proseguì nelle serie inferiori con Campobasso, Vittoria, Canicattì, di nuovo Alcamo e infine Latina, in Serie C, subentrando a Domenico Biti senza poter evitare la retrocessione. Dopo questa esperienza si trasferì per alcuni mesi in Libia, insieme ad Amedeo Biavati, alla guida di una rappresentativa dilettantistica nel paese nordafricano su incarico della Federcalcio; fece rientro in Italia nel 1971, a causa delle difficili condizioni di vita degli italiani dopo la rivoluzione di Muʿammar Gheddafi. Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Serie B: 1 - Padova: 1947-1948 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Coppa Internazionale 1933-1935 Individuale XI All star team dei mondiali: 1 - Francia 1938 Allenatore Promozione: 1 - Olbia: 1952-1953 Prima Categoria: 1 - Alcamo: 1960-1961
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CESARE GOFFI https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Goffi Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 05.05.1920 Luogo di morte: Torino Data di morte: 20.02.1995 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1940 al 1942 Esordio: 27.10.1940 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 11.01.1942 - Serie A - Juventus-Livorno 2-3 9 presenze - 20 reti subite 1 coppa Italia Cesare Goffi (Torino, 5 maggio 1920 – 20 febbraio 1995) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Cesare Goffi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1950 - calciatore Carriera Squadre di club 1937-1939 Casale 21 (-?) 1939-1940 Cosenza ? (-?) 1940-1942 Juventus 9 (-20) 1942-1943 Padova 15 (-?) 1943-1944 Biellese 8 (-?) 1944-1945 Istituto Sociale Torino ? (-?) 1945-1946 Cuneo 9 (-?) 1946-1950 Catania 75 (-79) 1951-1954 Marsala 63 (-?) 1954-1956 Ivrea 7 (-?) Carriera da allenatore 1946-1947 Catania Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Juventus: 1941-1942 Campionato italiano Serie C: 1 - Catania: 1948-1949 (girone D)
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FRANCO MORZONE https://it.wikipedia.org/wiki/Juventus_1939-1940 Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 07.09.1918 Luogo di morte: Rivarolo Canavese (Torino) Data di morte: 30.04.1998 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1939 al 1940 Esordio: 17.09.1939 - Serie A - Inter-Juventus 4-0 1 presenza - 0 reti
