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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. ALBERTO MERCIAI Nato a Livorno, disputa in bianconero solamente la stagione 1929-30, totalizzando sei presenze. Fa il suo esordio contro la Pro Vercelli il 3 novembre 1929 in una roboante vittoria per 6-1. «Spostato Munerati alla mezz’ala sinistra – scrive “La Stampa” inserito Varglien alla mezz’ala destra, e immesso nella linea Merciai, la prima linea prese un’andatura sciolta che la portò subito a farla da padrone sul campo. V’erano in questa linea la classe di Orsi, le buone doti di Merciai, l’impeto di Varglien e le eccezionali condizioni di forma di Munerati che influivano sul tono del giuoco: ma vi era principalmente il giuoco basso che faceva sentire il suo effetto».Gioca la sua ultima partita contro il Milan, il 4 maggio 1930, terminata 1-1: «Al secondo della ripresa – si legge sempre sulla testata torinese – la Juventus ebbe a portata di mano il secondo successo: un lungo rimando lanciò Merciai il quale traversò regolarmente; Orsi in piena corsa, alzò incredibilmente il pallone da un paio di metri In questa occasione fallita, la Juventus perse la vittoria». Così lo descrive Caminiti: «L’ala destra Alberto Merciai, di cui si ricordano le robustissime volate con cross altrettanto robusti e la giocondità del carattere, ma soprattutto che in campo si faceva precedere dal suo... naso». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/07/alberto-merciai.html
  2. ALBERTO MERCIAI https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Merciai Nazione: Italia Luogo di nascita: Livorno Data di nascita: 09.06.1900 Luogo di morte: Campiglia Marittima (Livorno) Data di morte: 28.02.1971 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1930 Esordio: 03.11.1929 - Serie A - Juventus-Pro Vercelli 6-1 Ultima partita: 04.05.1930- Serie A - Milan-Juventus 1-1 6 presenze - 0 reti Alberto Merciai (Livorno, 9 giugno 1900 – Campiglia Marittima, 28 febbraio 1971) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Alberto Merciai Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Carriera Squadre di club 192?-1929 Pisa 114 (39) 1929-1930 Juventus 6 (0) 1930-1931 Fiorentina 1 (0) Carriera Pisa Una formazione del Pisa vicecampione d'Italia. Da sx: l'allenatore Ging, Giuntoli, Corsetti, Sbrana, Colombari, Bartoletti, Viale, Tornabuoni, Gianni, Merciai, Pera. Inizia la carriera nel Pisa, club con cui raggiunge la finale scudetto della Prima Categoria 1920-1921, persa per 2-1 il 24 luglio 1921 a Torino contro la Pro Vercelli; in quell'anno segnò 3 reti in 7 partite. Nella stagione seguente segnò fra l'altro due reti, una all'andata e una al ritorno, contro l'Inter. Nel 1929 lascia la compagine toscana, con cui totalizzò in totale 114 presenze e 39 reti, per trasferirsi alla Juventus. Juventus Fece il suo esordio con la Juventus contro la Pro Vercelli il 3 novembre 1929 in una vittoria per 6-1, mentre la sua ultima partita fu contro il Milan il 4 maggio 1930 in un pareggio per 1-1. Nella sua unica stagione bianconera totalizzò 6 presenze senza segnare. La squadra bianco nera chiude al terzo posto in Serie A con 45 punti. Fiorentina Nel 1930 passa alla Fiorentina, che militava nella Serie B 1930-1931. Con i viola gioca un solo incontro il 23 marzo 1931 nel successo per 1-0 contro il Palermo, che comunque gli varrà la vittoria della serie cadetta. Con la Fiorentina conquistò la vetta della classifica con 46 punti, giunse a pari merito con il Bari, proprio la squadra che tre anni prima aveva strappato il titolo cadetti ai gigliati. Con la squadra viola si guadagnò così la Serie A. Palmarès Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1930-1931
  3. GIUSEPPE GOBETTI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Gobetti Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 06.05.1909 Luogo di morte: Avigliana (Torino) Data di morte: 13.03.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1931 Esordio: 06.07.1930 - Serie A - Juventus-Lazio 3-1 1 presenza - 1 rete Giuseppe Gobetti (Torino, 6 maggio 1909 – Avigliana, 13 marzo 1956) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giuseppe Gobetti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1938 Carriera Squadre di club 1929-1931 Juventus 1 (1) 1931-1932 Juventus Trapani ? (?) 1932-1934 Cagliari 45 (2) 1937-1938 SNIA Viscosa Torino ? (?) 1939-1940 Tigullia ? (?) Biografia Nel 1940-1941 ha partecipato alle operazioni di guerra sul fronte albano-greco-jugoslavo, con i gradi di sergente maggiore nella funzione di addetto alle ambulanze di soccorso. Nel 1946, nel periodo del dopoguerra, ha lavorato nella Lancia Automobili di Torino come meccanico collaudatore. Ha fatto parte del reparto corse nella scuderia Lancia, nel periodo 1951-1954, partecipando alle seguenti gare automobilistiche di categorie gran turismo, sport e formula 1, in qualità di collaudatore e copilota: - Mille Miglia (1951-1952); - Giro delle Dolomiti, con funzione di copilota personale del corridore Felice Bonetto (1953); - Carrera Panamericana, con funzione di copilota personale del corridore Felice Bonetto (1953); - VII Stella Alpina, con funzione di copilota personale del corridore Salvatore Ammendola (1953); - XX Mille Miglia, con funzione di copilota personale del corridore Piero Taruffi (1953); Il 13 marzo del 1956, Giuseppe Gobetti muore in servizio nello scontro con un'autobotte ad Avigliana durante il collaudo di una Lancia Aurelia B20. Carriera Conta una presenza e una rete in Serie A nella Juventus, (partita Juventus-Lazio, il 19 giugno del 1930, con risultato 3-1) e 45 in Serie B con il Cagliari. Palmarès Club Competizioni regionali Seconda Divisione: 1 - Trapani: 1931-1932
  4. RENATO CESARINI Un giorno Edoardo Agnelli lo trova in un ristorante in orario di allenamento. Gli fa mandare una bottiglia di champagne dal cameriere per ricordargli chi è che comanda. Cesarini gliene fa arrivare cinque, con tanto di biglietto. «Domani vinciamo e segno». Andrà così.Il più matto, il più estroso giocatore che abbia vestito la maglia della Juventus, era venuto dall’Argentina senza incontrare quelle difficoltà che avevano ostacolato l’ingaggio del suo amicone Raimundo Orsi, perché era meno oriundo di lui: infatti, poteva essere considerato quasi italiano, essendo nativo di Senigallia. Soltanto dopo la sua nascita, i genitori avevano deciso di lasciare le Marche per trasferirsi in Sud America.L’estroverso Renato pareva costruito apposta, quasi fatto su misura per la disperazione del severissimo barone Mazzonis, che pure aveva caldeggiato la sua venuta in Italia, ma che era solito vigilare sulla buona condotta dei giocatori come un gendarme. Veniva diligentemente aiutato in quest’opera di vigilanza dall’allenatore Carcano, ancora più direttamente interessato di lui, com’era anche logico.Gli aneddoti sulle mattane di Cesarini si sprecano, nemmeno il tempo li ha cancellati o scoloriti. Perché il Cè (così lo chiamavano nella squadra in cui il solo Combi non tollerò deformazioni al proprio nome), adorava i locali notturni, l’eleganza, le carte da gioco, le donne di classe, lo champagne. Era assolutamente disinvolto con lo smoking come in tenuta di gioco. Pagava sovente per tutti, elargendo denaro in allegria e pagando senza scomporsi tutte le multe che Mazzonis e Carcano gli facevano piovere addosso. Era talmente simpatico che in più di un’occasione qualche dirigente (come l’avvocato Tapparone, suo grande ammiratore), finiva per pagare la multa.Alla Juventus la disciplina veniva osservata e fatta osservare secondo una prassi ben precisa. In generale Carlo Carcano non interveniva mai di persona, limitandosi, in caso di necessità, ad attizzare lo sdegno dei dirigenti o addirittura della presidenza, fornendo gli estremi dei misfatti compiuti e accertati. Queste notizie o queste prove, Carcano se le procurava attraverso una fitta rete di informatori reclutati tra i ragazzini che prezzolava alla somma di un paio di lire per prestazione. I piccoli stavano appostati per ore in vicinanza delle abitazioni dei calciatori, attentissimi a riferire ogni entrata o uscita fuori ordinanza. Era una bella lotta, perché Cesarini aveva saputo la faccenda dei ragazzini e riusciva sovente a neutralizzarne l’opera, offrendo più soldi di quanto non facesse Carcano!Una volta informato il barone Mazzonis delle marachelle del Cè, l’allenatore se ne lavava le mani ed entrava in funzione il vicepresidente con un primo avvertimento amichevole verso chi aveva mancato. Se tale avvertimento cadeva nel vuoto, Mazzonis spediva l’avviso ufficiale, gelidamente formulato sotto l’invito a presentarsi in sede in tal giorno, di solito alle ore diciotto, per comunicazioni «che La riguardano». Proprio con la elle maiuscola.Le multe per le infrazioni più gravi erano di mille lire. Cesarini le pagava senza battere ciglio, ma qualche volta riusciva a scendere a patti: «Se gioco da campione e segno almeno un goal nella prossima partita (e in genere sceglieva una gara difficile), la multa viene cancellata!» E quasi sempre Cesarini riusciva ad ottenere la cancellazione della punizione.Sul terreno di gioco, Cesarini sapeva essere protagonista. Innanzitutto non aveva paura di nessun avversario, perché era dotato di un fisico eccezionale: lo dimostrava anche in allenamento, durante la partita di metà settimana, dopo aver magari trascorso un paio di notti in bagordi. E poi Renato era in possesso di una tecnica personale e di un’intelligenza di gioco raramente riscontrabili. Aveva intuizioni tattiche tanto improvvise quanto felici; era, insomma, un campione completo. Era solito dire ai ragazzini: «Tu, ragasso, la pelota te la devi portare anche nel letto!».Esordisce in maglia azzurra nel 1931, ma la indossa solo undici volte, troppo ribelle per Pozzo, che gli preferisce gente più solida. Però arriva quel minuto lì, straordinario e unico. È inverno, a Torino, stadio Filadelfia, c’è pioggia e fango, è il 13 dicembre 1931, l’Italia gioca contro l’Ungheria. Gli azzurri chiudono il primo tempo in vantaggio, 1-0, goal di Libonatti. Avar fa l’uno pari, Orsi riporta l’Italia in vantaggio ma Avar segna di nuovo: 2-2 al novantesimo. Tutto o niente da rifare.Cesarini la racconterà così: «Mancavano pochi secondi alla fine, dirigeva lo svizzero signor Mercet. A un certo punto ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura. Non potendo avanzare passai alla mia ala, Costantino. Allora ebbi come un’ispirazione, mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e fintai, evitando Kocsis. Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Accennai un passaggio all’ala dove stava arrivando Orsi, Ujvari si sbilanciò sulla sua destra, allora io tirai assai forte, sulla sinistra, il portiere si tuffò, toccò la palla, ma non riuscì a trattenerla. Vincemmo per 3-2. E non si fece nemmeno in tempo a rimettere il pallone al centro».Renato a venticinque anni entra nella storia, ma non se ne accorge subito. Dovrà passare una settimana. Eugenio Danese è il primo giornalista a parlare di Zona Cesarini, quando il 20 dicembre l’Ambrosiana batte 2-1 la Roma con un goal di Visentin all’ottantanovesimo. In Zona Cesarini, appunto. Così si dice da allora, così indica lo Zingarelli. Sono tanti i giocatori famosi, ma Renato Cesarini detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto a Buenos Aires nel 1969 è l’unico calciatore diventato un modo di dire.PIERA CALLEGARI, DAL SUO LIBRO “LA JUVENTUS”Cesarini escogitava a getto continuo iniziative che parevano fatte apposta per togliere il sonno a Mazzonis. Giunse persino ad aprire un locale da ballo molto lussuoso in Piazza Castello, sopra il famoso Bar Combi, che apparteneva alla famiglia del portiere bianconero. Due orchestre vi si alternavano per buona parte della notte, offrendo al pubblico infinite serie di tanghi, la danza che a quei tempi furoreggiava. Facendosi interprete di tanto fervore per il ballo argentino, Cesarini vestiva gli orchestrali da gauchos.Naturalmente, dato che spesso viveva la notte sino in fondo, poteva succedere che il Cè in mattina fosse in ritardo agli allenamenti e lo vedessero arrivare quando già i compagni sgambavano in campo. Accadeva di scorgerlo che si buttava giù dal taxi con il cappotto di cammello a coprire il pigiama. Era generosissimo. Dava cinque lire di elemosina quando la gente elargiva venti o cinquanta centesimi, e nessuno che gli aveva chiesto denaro a prestito se ne andava a mani vuote. Poiché era felice di vivere, gli piaceva avere intorno gente felice, che è il segno della generosità più genuina.Un temperamento del genere, tanto estroverso, lo spingeva spesso a creare imbarazzi a se stesso e ai compagni di squadra e nelle occasioni più disparate. Una volta, capitati in visita a una piscina, dichiarò che si sarebbe buttato dal trampolino più alto, con vestito e cappotto, pur non sapendo nuotare. Non gli badarono, perché questo pareva troppo anche per uno come lui, che invece si buttò per davvero e dovettero intervenire in tre per tirarlo ai bordi della vasca mentre stava affogando!UN ANEDDOTO RACCONTATO DAL SUO COMPAGNO BERTOLINIIn Nazionale giocai con Renato Cesarini, il più imprevedibile degli uomini che ho conosciuto. Rammento un fatto, tutto particolare, che serve forse a illustrare il carattere di quel grande giocatore. Si doveva affrontare la Spagna a Bilbao, durante una tournée nella penisola iberica. Furoreggiava a quel tempo, nelle file spagnole, una mezzala di nome Cirri. Era una specie di Del Sol e Suárez messi insieme.Vittorio Pozzo, che era solito rifuggire dai ripieghi tattici e dagli accorgimenti difensivi, meditò la maniera di annullare la mente della squadra spagnola piazzandogli alle costole Cesarini con il compito di non perderlo mai di vista, di marcarlo a distanza ravvicinata. «Dove lui va, tu devi andare», disse il commissario tecnico a Renato.Cesarini rispettò le direttive, cancellando dalla gara il pur valido Cirri. Ma lo fece in un modo così deprimente per lo spagnolo che Cirri che, a un quarto d’ora dal termine, con i nervi a pezzi, lasciò volontariamente il terreno di gioco. E Cesarini gli andò appresso, fra lo stupore di tutti, seguendolo negli spogliatoi.Pozzo, annichilito, a fine gara tentò di rimproverare Cesarini con una certa durezza, ma ne venne disarmato da quel matto di Renato che replicò con angelico candore: «Quando una sentinella ha una consegna, deve rispettarla fino in fondo».ANGELO CAROLIUna figura uscita da una pagina de “Le Mille e una notte”. Aveva uno sguardo mobilissimo, non stava mai fermo e parlava, parlava, parlava. Era capace di un’ironia pungente, che non offendeva. Andava d’accordo con tutti. Con Sivori era legato da un vincolo fraterno. A volte se ne andavano a spasso per il prato a raccogliere il quadrifoglio. Era stato Sandro Zambelli, durante l’aureo quinquennio, a insegnare a Cesarini l’arte di quella ricerca botanica.Da giocatore il Cè era un funambolo capace di follie calcistiche e di atti generosi oltre l’immaginazione. Era un acrobata che sapeva colpire il pallone con la testa, lassù, ad un passo dal cielo. Come tecnico aveva intuizioni istintive e poco razionali. Preferiva lasciarsi accarezzare dal genio del solista pio che inseguire la logica di una strategia da applicare al collettivo. Con Parola costituì una coppia ben assortita. La prudenza subalpina si apparentava bene all’estro sudamericano. Renato aveva dolcezza pedagogica soprattutto nel curare i particolari. A me insegnò molte cose, come nessuno aveva fatto in precedenza. Gli volevamo tutti bene.«Dalle del tu alla palla – mi diceva – non maltrattarla, non vedi che è come una bambola meravigliosa?». E correva per il campo di Cuneo, con i gesti leggeri e coordinati di una ballerina, eseguiva i passi doppi con la posizione esatta del bacino: «È tutto questione di equilibrio», aggiungeva.Aveva cinquantaquattro anni e seguiva gli allenamenti scalzo e a torso nudo e con un paio di mutande bianche qualche numero più grandi della sua taglia. Era impossibile non volergli bene, e impossibile non volergliene ancora. Raccontava che un giorno, al termine di una partita movimentata della Nazionale all’estero, si vide circondato da un gruppo scalmanato di contestatori e da pochi tutori dell’ordine per difenderlo; strappo una sciabola, fodera compreso, a un poliziotto e comincio a rotearla nell’aria per farsi largo fra i tifosi e mettersi al sicuro. Un po’ di verità, tanta fantasia; ma noi, ad ascoltarlo, stavamo tutti assorti.Forse eravamo ingenui. Anche il calcio di quei tempi era ingenuo.Un giorno mi raccontò che negli anni 1930-35 si sedeva spesso in un caffè di Piazza San Carlo insieme con Orsi, altro artista ineguagliabile della colonia argentina, e scommettevano grosse somme sul colore del cavallo che sarebbe passato per primo davanti a loro. Bianco o nero? Questo il dilemma! Una volta bisticciarono perché il puledro era pezzato e non furono capaci di mettersi d’accordo. Romanticismi perduti e assurdi.ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1967La prima volta che alla Juventus fu pronunciato il nome di Renato Cesarini fu un pomeriggio del novembre 1929. Il barone Mazzonis convocò nel suo ufficio l’ing. Gola e gli disse: «Domani mattina deve andare a Genova: arriverà dall’Argentina un giocatore che, con ogni probabilità, verrà tesserato per i nostri colori. La prima cosa che deve chiedere al giocatore è se egli è in possesso del Modulo-47, una specie di attestato relativo al servizio militare che comprova, a tutti gli effetti, che egli è di nazionalità italiana. Appena il nostro uomo sarà sbarcato, mi telefoni qualcosa in merito a questo Modulo-47. Siamo intesi?».Il giorno seguente, puntualmente, Renato Cesarini, vestito in modo piuttosto buffo (giacca e pantaloni molto stretti, camicia rosa carico, cravatta in technicolor e un piccolo cappello in testa) sbarcava a Genova. Aveva il Modulo-47 ed era italiano senza riserve, essendo nato a Senigallia. Il suo ambientamento in seno ai nuovi compagni di squadra fu immediato e totale: prima delle innegabili, ma non ancora conosciute, doti del giocatore, vennero alla ribalta le qualità dell’uomo: schietto, gioviale, arguto, generoso oltre ogni immaginazione. In pochi giorni divenne l’amico di tutti e il beniamino dell’allenatore juventino, lo scozzese mister Aitken, l’uomo che per primo aveva portato in Italia gli elementi tecnici del Sistema e che tentava di insegnarlo ai bianconeri.Nel giro di un paio di settimane la Juventus divenne per Cesarini una delle ragioni di vita e in breve lasso di tempo fu atleticamente pronto per esordire in maglia bianconera e disputò la prima partita a Napoli, giocando nel ruolo di interno sinistro, al posto di Cevenini, accanto al suo inseparabile amico Raimundo Orsi. Non fu un esordio proprio esaltante, ma in qualche azione offensiva si vide che il giocatore era qualcuno e ci sapeva fare. Molto meglio andò l’incontro successivo, giocato a Torino contro il Livorno. L’indimenticabile Renato Casalbore, pur così misurato nei suoi giudizi, dedicò tutta la prima parte del suo resoconto a descrivere le grandi qualità tecniche e atletiche del nuovo giocatore juventino.Il 19 marzo 1930 la Juventus doveva recuperare un incontro con l’Ambrosiana; la gara era stata rinviata qualche settimana prima a causa dell’impraticabilità del campo, in seguito ad una copiosa nevicata. La società milanese, a norma di regolamento, chiese e ottenne dalla Federazione che Cesarini non potesse essere utilizzato, poiché la domenica in cui la partita fu rinviata il giocatore non era stato ancora ufficialmente tesserato. E al buon Renato non rimase altra scelta che starsene in tribuna. La Juve perse per 2-1 la gara e da quel giorno Cesarini giurò che l’Ambrosiana non sarebbe più riuscita a battere la Juventus.Qualche stagione più tardi, successe che la squadra milanese si trovasse di un paio di punti in classifica davanti agli eterni rivali bianconeri. Cesarini e Orsi scommisero con gli altri compagni juventini che nel giro di tre settimane la Juventus avrebbe sopravanzato l’Ambrosiana e che, in quell’occasione, i due inseparabili amici si sarebbero fatti rapare a zero i capelli. Dopo tre settimane, un martedì verso mezzogiorno, Cesarini e Orsi si presentarono da un parrucchiere di Piazza Carlo Felice per mantenere fede all’impegno preso. Toccò a Renato sedere per primo sulla poltrona del barbiere, mentre Orsi attendeva il proprio turno. Quando Cesarini, rapato di tutto punto, si levò in piedi, Orsi rifiutò decisamente il taglio delle chiome, lasciando a Renato il buffo privilegio di una testa del tutto simile a una palla da biliardo.Si era d’estate e il termometro compiva frenetiche danze sui trentacinque gradi all’ombra. Il povero Cesarini, con il cranio lucido e non più riparato dalla folta zazzera bionda, avvertiva più degli altri l’offensiva della canicola: sta di fatto che durante la successiva gara di campionato, disputata sul campo del Brescia, rimase vittima di un leggero collasso dovuto a un classico colpo di calore.Nella vita privata l’estroso giocatore non era sempre un modello di ordine e di serietà. Era un giocatore di carte fenomenale e un appassionato ballerino: due attività che lo portavano spesso a passare le notti senza il necessario riposo. Andava a letto all’alba e poi non riusciva quasi mai a svegliarsi in tempo per presentarsi puntuale all’allenamento. Più di una volta arrivò al campo a bordo di un taxi: sotto all’impermeabile non aveva che il pigiama. Si era alzato da letto cinque minuti prima, e non aveva avuto tempo di vestirsi. Ma quando iniziava l’allenamento, si impegnava al massimo, senza mai dimostrare stanchezza di sorta.Nel 1935 volle partecipare, sebbene infermo, a una partita dei quarti di finale della Coppa Europa; si doveva andare a Budapest per affrontare l’Hungaria e al venerdì il medico praticò a Cesarini un’iniezione che lo fece dormire per due giorni; durante i quali, quasi, non toccò cibo. Si svegliò la domenica mattina verso le undici; mangiò un boccone e nel pomeriggio fu l’artefice della vittoria della Juventus sulla fortissima formazione magiara.Cesarini in vena era uno spettacolo a sé stante. Tra l’uomo e la palla si intesseva un dialogo polemico, dove l’uomo cercava di imporre alla palla la sua ragione: e il più delle volte vi riusciva, a mezzo di una serie entusiasmante di finte e serpentine. La sua azione sul verde rettangolo di gioco rifletteva quasi sempre gli aspetti del carattere: arguto, vivace, bizzarro, polemico, con certe esuberanze talora deplorevoli ma che, comunque, non appartenevano mai alla categoria delle cattiverie vere e proprie, bensì a quella delle impertinenze.La partita, per Cesarini, era una specie di film parlato; la battuta era per lui il naturale segno d’interpunzione e di coordinamento di una vita sportiva colorata e fantasiosa. Per la felicità di una battuta, Renato sarebbe stato capace di umiliare in un passaggio di palla l’azione che poteva portarlo direttamente e personalmente alla marcatura del goal. I suoi motti venivano citati, raccolti e diffusi come gli epigrammi di Shaw. Se non fosse stato un grande campione, sarebbe sceso all’ambiguo diminutivo di una macchietta.In una squadra che allineava un’ineguagliabile serie di campioni, Cesarini poteva essere citato come l’elemento più spiccato della compagine: intelligente ed estroso, creatore e divulgatore, irsuto e spigoloso, il motto e la sentenza erano sempre pronti sulle labbra, giudice caustico di tutto e di tutti, un compagno prezioso ma difficile per il suo comportamento insofferente alla disciplina. Durante la sua carriera di calciatore bianconero il biondo Renato fu protagonista di mille episodi, artefice di tante vittorie.Cesarini, al termine del famoso quinquennio, se ne tornò in Argentina con Orsi; ma undici anni dopo, nostalgico e innamorato della Juve, Renato tornò nelle vesti di allenatore. Non aveva gli uomini adatti per ricucire sulle maglie bianconere quello scudetto che egli aveva conquistato per cinque stagioni consecutive. Ma non era uomo da arrendersi facilmente quando si prefiggeva un traguardo di prestigio. E dopo un periodo di assenza, riprese il timone della squadra bianconera all’inizio del campionato 1959-60. Quella volta il presidente Umberto Agnelli gli mise a disposizione una formidabile raccolta di assi e i risultati non mancarono: undicesimo scudetto e Coppa Italia (terzo successo in questa competizione).Ora, ci dicono, ha abbandonato il mondo del calcio. Renato ha sessantuno anni, ma noi saremmo pronti a scommettere che un giorno potrebbe annunciare il suo arrivo a Torino: per ritrovarsi tra i vecchi amici, per parlare un po’ di football e per dirci che laggiù, a Buenos Aires, c’è un ragazzino che: «la pelota se la porta anche a letto e che si tratta di un campionino da acquistare a occhi chiusi».VLADIMIRO CAMINITIParlava con una voce arrochita e addolcita dalle stravaganze. Era tutto meno quello che avrebbe voluto essere. Aveva un cuore grande come una chiesa ma era crudele come un serpente. Sapeva piangere e ridere. Era angelo e diavolo, un clown del pallone, un ciuffo di capelli e un collo, occhi smagati sul precipizio. Era matto davvero e pure savio specialmente bevuto. La sua casa era di tutti e strimpellava dolcemente alla chitarra. Inventò un sacco di cose già inventate, meno una proprio tutta sua: il goal all’ultimissimo. Giocava quando ne aveva voglia e quando non ne poteva più dormiva. Perché dormire se c’è tanto da prendere? E prendeva prendeva. La primavera del 1969 gli fu fatale…Cesarini aveva abitato a lungo nella Juventus, ci era stato benissimo, ma la giovinezza passa. Era tornato l’ultima volta come allenatore dieci anni prima di morire. Lo ricordo al Campo Combi, imbottito di whisky ben assaporato e di rughe, la sua voce arrochita e addolcita dettava sentenze. Capì tutto di calcio capendo soprattutto di uomini. E la sua Juve dava spettacolo, come espressione del gioco del calcio. Ebbe un grande allievo: Ornar Sivori.Orsi aveva detto a Mazzonis: «Tiengo amigo muy bravo, mio amigo Cè…». Era l’estate 1930. Finalmente Orsi poteva giocare in bianconero. Era attesissimo quel rametto nasuto. Era giusto e doveroso accontentarlo. Così a Genova, dove era sbarcato Orsi, scese l’amico. Si fece largo con tre ragazze, con pacchi e roba strana tra le braccia, compresa una chitarra. La Juventus gli offriva quarantamila lire d’ingaggio e quattromila lire al mese. Era la ricchezza in terra. Combi, Rosetta, Caligaris, Barale, Varglien I, Rier, Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi. 28 settembre 1930, si comincia bene: 4-1 alla Pro Patria. E si continua meglio. C’è qualche burrasca. A Roma, in primavera, i prodi beccano 5-0. Lo stadio di Testaccio è una pernacchia unica. Bernardini se la prende comoda e palleggia sontuoso nello strazio degli ospiti arrivati dalla freddissima scomoda Torino. Non gli piacerà mai a Fuffo, Torino. Lui così smagato e pure educato alle licenze, questa città troppo fredda, sottile, troppo interiore.«Sivori ha avuto più stile di Cesarini, come giocoliere gli è stato superiore ma Cesarini era duro, formidabile nel gioco di testa, se c’era da picchiare era sempre il primo… Poi difendeva tutti i compagni… Era peggio di una carica di dinamite…». Vittorio Pozzo concepiva la vita come un marciare verso le immacolate vette, naturalmente alpine, del coraggio e dell’onestà. I suoi campioni arrossivano per una scappatella. Perfino Cesarini limitava i suoi estri per essere degno della Nazionale. Dovette aspettare prima di essere convocato. Sallustro, Baloncieri, Magnozzi, perfino Mihalic lo chiudevano.«Porci fascisti era il ritornello quando si giocava all’estero. Praga ad esempio per la Coppa Europa. Che spavento – ricorda Bertolini – hanno ammazzato Cesarini gridarono d’improvviso. Eravamo riusciti, difendendoci a pedate e pugni dalla folla, a rientrare nello spogliatoio. E Cesarini? Mancava solo lui. Avevamo perso 2-1, non vincevamo mica tanto all’estero. Lo Slavia ce le aveva suonate. Il campo era senza steccato, ci sputavano addosso da un metro. Il massaggiatore dello Slavia ebbe a ridire con Rosetta, gli scagliò qualcosa addosso. Come un lampo intervenne Cesarini e con un cazzotto regolò il massaggiatore. Fu una bolgia, pugilato generale. La folla è straripata in campo, ho preso un pugno e uno ne ho dato. Poi la Polizia a cavallo con le sciabolate che fendevano l’aria. Un ufficiale afferrò Cesarini per il collo, Cesarini mollò un cazzotto anche a lui spaccandogli un sopracciglio. Lo volevano sbranare in dieci, in cento. Lui indietreggiò, strappò la bandierina del corner e roteandola ottenne un varco cercando di filarsela nello spogliatoio. Ma non era riuscito a entrarci come noi. Che ne è stato di Cè, pensavamo. Ci spogliavamo mestamente. E d’improvviso il boato, è lui, Cè, che sta arrivando roteandola bandierina del corner, quando entra spingendosi la porta con le spalle, ci viene voglia di ammazzarlo noi questo rompiscatole, ma non ne abbiamo il tempo, la porta si riapre con violenza ed entra un manipolo di poliziotti infuriatissimi preceduti da quello col sopracciglio spaccato da Cè. Che si può fare? Minimo il nostro amico deve chiedere scusa in ginocchio. Cè si rifiuta, dice che se non se ne va gli spacca l’altro occhio. Ma era una cosa seria e lo convincemmo a chiedere scusa quel matto!».«Lo conobbi a un allenamento degli azzurri – rievoca Ferrari – e lo notai, perché faceva un salto mortale dietro l’altro. Era coraggiosissimo. Capace di buttarsi in piscina dal trampolino più alto senza saper nuotare… ».O i clown, che personaggi meravigliosi. Cesarini il clown. Parlò al cuore di tutti. In campo giocava da clown, faceva ridere e piangere. Chaplin ha fatto ridere e piangere nel cinema come lui nel calcio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/renato-cesarini.html
  5. RENATO CESARINI https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Cesarini Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Senigallia (Ancona) Data di nascita: 11.04.1906 Luogo di morte: Buenos Aires Data di morte: 24.03.1969 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Italiano Soprannome: Cé - Tano Alla Juventus dal 1929 al 1935 Esordio: 23.02.1930 - Serie A - Napoli-Juventus 2-2 Ultima partita: 28.07.1935 - Coppa Europa Centrale - Sparta Praga-Juventus 3-1 147 presenze - 53 reti 5 scudetti Allenatore della Juventus dal 1946 al 1948 e Direttore tecnico 1959-1960 1 scudetto 2 coppe Italia Renato Cesarini (Senigallia, 11 aprile 1906 – Buenos Aires, 24 marzo 1969) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano con cittadinanza argentina, di ruolo centrocampista o attaccante. Renato Cesarini Cesarini nel 1936 al Chacarita Juniors Nazionalità Italia Argentina Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1937 - giocatore 1968 - allenatore Carriera Giovanili 1921 Borgata Palermo 192? Alvear Squadre di club 1924-1928 Chacarita Juniors 82 (50) 1926 Ferro Carril Oeste[2] 1 (0) 1928 Alvear ? (?) 1929 Ferrocarril Midland ? (?) 1929 Chacarita Juniors 11 (7) 1929-1935 Juventus 147 (53) 1935-1936 Chacarita Juniors 8 (3) 1936-1937 River Plate 23 (7) Nazionale 1926 Argentina 2 (1) 1931-1934 Italia 11 (3) Carriera da allenatore 1939-1944 River Plate 1946-1948 Juventus 1949 Banfield 1950 Boca Juniors 1950-1958 River Plate Giovanili 1958-1959 Pordenone 1959-1960 Juventus D.T. 1961 Napoli D.T. 1962-1964 Pumas UNAM D.T. 1967-1968 Argentina Biografia Nato nella frazione senigalliese di Castellaro, dopo pochi mesi di vita emigra con la famiglia a Buenos Aires, città dove arriva nel 1908 e dove, più che al calcio, il giovane Cesarini pensava al divertimento e allo svago. È morto in Argentina nel 1969, all'età di sessantadue anni, a seguito di un'embolia dopo aver subito un'operazione chirurgica al cervello. Alla sua memoria è dedicato dal 2016 un omonimo premio riservato al calciatore autore del gol più tardivo nel precedente campionato di Serie A. Carriera Giocatore Cesarini alla Juventus nei primi anni 1930 Dopo alcune esperienze con squadre argentine, nel 1929 venne acquistato dalla Juventus con cui esordì in Serie A, il 23 marzo 1930, sul campo del Napoli (2-2): nel corso della stagione 1929-1930 scese in campo 16 volte, segnando 10 reti. Nella stagione 1930-1931 vinse il suo primo scudetto, contribuendo con 9 reti alla causa della Signora. Con i bianconeri vinse altri quattro scudetti (1931-1932, 1932-1933, 1933-1934 e 1934-1935) giocando sempre da titolare (fermandosi solo per un periodo alla fine del 1932, per un infortunio), e divenendo uno dei pilastri della cosiddetta Juve del Quinquennio che egemonizzò il calcio italiano nella prima metà degli anni 1930. In questo periodo disputò alcune partite con la nazionale italiana. Il 13 dicembre 1931 segnò una rete all'ultimo minuto di gioco dell'incontro di Coppa Internazionale Italia-Ungheria: già in campionato aveva realizzato un gol allo scadere, sicché i cronisti iniziarono a parlare di zona Cesarini per indicare le marcature arrivate nei minuti finali di una gara, se non oltre; la locuzione entrò da allora nell'immaginario collettivo italiano per gli anni a venire, a indicare in generale un avvenimento accaduto, o a cui si è posto rimedio, a pochi secondi dallo scadere del tempo massimo. «Cesarini, quello della zona Cesarini, proprio lui: quando dai il tuo nome a un pezzetto di Tempo — il quale è solo di Dio, dice la Bibbia — qualcosa nella vita lo hai fatto.» (Alessandro Baricco, 2015) Nell'estate 1935 tornò a giocare in Argentina, prima con il Chacarita Juniors e successivamente con il River Plate; con Peucelle, Bernabè Ferreyra, Moreno e Pedernera costituì un temibile gruppo offensivo. La sua permanenza in Sudamerica gli tolse la possibilità di essere convocato nella nazionale italiana, dove al momento del suo addìo al calcio giocato poteva vantare 11 presenze e 3 reti. Allenatore Nel 1939 si ritirò dal calcio giocato e diventò allenatore in Argentina, guadagnandosi immediata stima allenando la cosiddetta Máquina del River Plate. Tornato in Italia, divenne una prima volta allenatore della Juventus, che guidò dal 1946 al 1948, e che portò più volte al secondo posto in campionato negli anni del Grande Torino. In seguito, nella stagione 1956-1957 guidò le giovanili del River Plate dove fu pigmalione di Omar Sívori, attaccante argentino che volle con sé per il ritorno alla Juventus, nel 1959, stavolta come direttore tecnico a fianco del trainer Carlo Parola. Nella sua seconda e ultima esperienza in bianconero, conclusasi sul finire del 1960, l'italo-argentino conseguì nell'annata 1959-1960 il double composto da scudetto e Coppa Italia, il primo nella storia del club piemontese. Dal 1962 al 1964 è il direttore tecnico dei messicani del Pumas UNAM, ove si avvalse della collaborazione di Ángel Papadópulos. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Individuale Capocannoniere della Coppa dell'Europa Centrale: 1 - 1932 (5 gol) Introdotto al Salón de la Fama del Fútbol - 2013 Allenatore Club Campionato argentino: 2 - River Plate: 1941, 1942 Campionato italiano: 1 - Juventus: 1959-1960 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1958-1959, 1959-1960
  6. GIOVANNI VARGLIEN Anni Trenta: c’era una volta la Juventus e l’altra Italia, una 520 Torpedo può essere acquistata con 10.000 lire, le prime immagini sonore arrivano nei cinematografi, una copia di un quotidiano costa venticinque centesimi, un pasto al ristorante cinque lire. Mumo Orsi sale sul tram in corsa, ha un morbido Borsalino in testa, le scarpe lucide di vernice, il cappotto di panno blu. L’Italia freme per Mussolini e il ciclismo. Peppin Meazza sta riempiendo stadi, cuori e reti, l’Ambrosiana deve accettare il comando della Signora di Edoardo Agnelli e del barone Mazzonis.L’avventura comincia il 28 settembre dal 1930 alle quindici e trenta campo di Via Marsiglia, Juventus-Pro Patria con la prima partita di campionato.«Noi non andavamo in ritiro, sapevamo controllarci. Anche alla domenica ognuno di noi poteva pranzare a casa e raggiungere lo stadio. Eravamo organizzati, la Juventus era l’unico club che disponeva di un magazziniere con tre valigie piene di indumenti e di scarpe da gioco, nessuno di noi doveva fare il facchino nelle trasferte. Vincemmo otto partite consecutive senza accorgercene, i giornali di Torino scrivevano che stavamo confermando le attese, quelli di Milano ci snobbavano. Io ero giovane, presi il posto di Barale sul finire di stagione, per non mollarlo più. Quella Juventus era una famiglia, un gruppo compatto. Se non c’è spirito di corpo uno squadrone si trasforma presto in una squadretta. Eravamo amici, ci vedevamo spesso fuori dal campo».Giovanni Nini Varglien nasce a Fiume, il 16 maggio 1911. Giocatore dal fisico imponente, raggiunge i 183 centimetri (un vero colosso, per la sua epoca) e sa disimpegnarsi ottimamente sia in difesa che a centrocampo. Cresce nella squadra della sua città natale, la Fiumana, con la quale esordisce, il 6 gennaio 1929 contro il Napoli, nella Divisione Nazionale, nonostante non fosse ancora diciottenne. Nell’estate dello stesso anno passa alla Juventus.«Mumo Orsi è stato il più grande, poteva fare tutto e tutto faceva, come Platini. Combi fu un portento, Rosetta era fortissimo ma pelandrone, Caligaris lanciò la moda della fascia alla testa, per ripararsi dalle cuciture del pallone. Lo imitò immediatamente Bertolini. Barale era, come Rier, un modesto giocatore, Mosca ed io to¬gliemmo loro il posto in fretta. Cesarini incantava in una partita e faceva dannare in un’altra, non era tipo da campionato ma da gara. Vecchina era già anziano, Gioanin Ferrari era il maestro d’orchestra, bravo in difesa e a centrocampo, ma non segnava molti goal, Mumo lo ricordo in una partita a Brescia, quaranta gradi all’ombra, un milite svenne per la canicola, noi eravamo cotti. Mumo sembrava una rondine, volava nell’aria. Io? Bravo, più di mio fratello. Ho fatto di tutto, terzino, mediano, mezzo destro e interno sinistro. Edoardo Agnelli era il presidente e il barone Mazzonis l’uomo che decideva ogni affare. C’era una commissione tecnica che faceva la cernita dei migliori giocatori del campionato, poi i dirigenti e l’allenatore sceglievano i nomi. La spesa veniva ripartita in sedicesimi tra gli Agnelli, le famiglie Mazzonis, Levi, Tapparone e altri ancora. Costruirono una Juventus fortissima in difesa, che è stata poi la caratteristica di sempre, l’ambiente societario garantiva a noi tutti sicurezza anche finanziaria. Per lo scudetto prendemmo un premio di 5.000 lire, ne furono esentati Combi, Rosetta e Caligaris che avevano firmato un contratto particolare, 60.000 lire a testa all’anno, compresi gli eventuali premi».Rimane a Torino anche durante la seconda Guerra Mondiale, giocando il campionato bellico del 1944; lascia la Juventus nel 1947, dopo aver vestito per ben 389 partite la maglia bianconera e realizzati quarantatré reti. Nel suo palmares, figurano anche i cinque scudetti consecutivi e le due Coppa Italia del 1938 e del 1942.«È importante quello che succede nello spogliatoio, undici assi che non si parlano o che litigano formano una squadretta. In questo sì, la Juventus è sempre forte, è il suo stile».VLADIMIRO CAMINITIEnergico, spigoloso, sfrontato nel tackle, fortissimo di testa, belluino nella pugna audace e non sempre verace, amò riamato una graziosa atleta senza responsabilizzarsi. Dissipò, preferì vivere solitario spremendo inutili piaceri. Giocatore forte e duttile, anticipò i tempi di terzino mediano mezzala in egual modo formidabile.FRANCO BADOLATO, “LA STAMPA” DEL 17 OTTOBRE 1990Solo Boniperti ha indossato la maglia della Juventus per più partite di Varglien II, scomparso l’altra sera a Trieste. Già questo dato spiega che cosa ha rappresentato nella storia di questo glorioso club quel Nini che vinse con la divisa bianconera gli scudetti del quinquennio.Era giunto a Torino appena diciottenne dalla Fiumana, squadra della città dov’era nato il 16 maggio 1911. Avrebbe lasciato la Juventus solo nel 1947, a trentasei anni compiuti, per un’ultima stagione a Palermo prima di intraprendere l’attività di allenatore con Sestrese, Atalanta, Novara e Vicenza. È proprio Varglien II, che pure non fu mai titolare inamovibile, chiuso prima dal fratello Mario Varglien I, poi da Depetrini e Rava, il giocatore che ha idealmente collegato la Juventus di Combi Rosetta Caligaris a quella di Boniperti Hansen Præst, la Juve irresistibile degli anni Trenta a quella che avrebbe dominato agli inizi degli anni Cinquanta. Perciò dal ceppo bianconero, dai tifosi di un tempo era ricordato con molto affetto.Scapolo, aveva vissuto gli anni della vecchiaia dividendosi tra l’alloggio della centrale Via Po a Torino e un appartamento a Sanremo. All’inizio di giugno era stato colto da un ictus che l’aveva lasciato semiparalizzato. Dal Mauriziano di Torino era stato trasportato a Trieste nell’ospedale, dove lavora come medico il figlio della sorella. Il peggio sembrava passato, così ricordano gli ex compagni Rava e Depetrini che erano andati a trovarlo un paio di volte. L’altra sera l’arresto cardiaco.Strano destino quello di Varglien II, chiuso nella Juve da Depetrini, in Nazionale da Rava, i suoi più cari amici. «Quando venni a Torino, nel 1933 – ricorda Depetrini, settantasette anni – in mediana giocava ancora titolare il fratello, con Monti e Bertolini. Ma anche quando Varglien I smise, per Nini non cambiò molto. Oramai era diventato buono per tutte le occasioni. Un grande giocatore, s’intende, che in campo non tirava mai indietro le gambe. L’ho visto prendere il posto ora di Caligaris e Rosetta, ora di Cesarini e Giovanni Ferrari. Sì, si può dire che è stato un Furino di quegli anni, l’amico Bosco rammenta che una volta giocò perfino all’ala».Piero Rava è del 1916. Nel 1929, quando Varglien II cominciava la sua lunga stagione in bianconero, lui entrava a far parte delle squadre giovanili bianconere. Divennero amici. «Tra Giovanni e il fratello Mario c’erano forti differenze – sostiene Rava – anche strutturali. Nini era più eclettico mentre Mario ha sempre ricoperto il ruolo di mediano destro. Invece Giovanni cominciò da mezzala per trasformarsi in mediano e finire da terzino».Anche Ugo Locatelli, stessa classe di Rava, ha giocato con Varglien II: «Lui mediano sinistro ed io terzino sinistro. Molto forte fisicamente e tecnicamente discreto – spiega Locatelli – era anche veloce e abile nel gioco di testa. Un galantuomo. Sfortunato anche, chiuso in Nazionale da Rava. Innamorato della Juve, giocava sempre per vincere, non si fermava mai, correndo grossi rischi perché dai contrasti usciva sempre più malconcio dell’avversario. Ma con la forza della volontà si rialzava e vinceva, per la Juve, la sua unica squadra…». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/giovanni-varglien-ii.html
  7. GIOVANNI VARGLIEN https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Varglien Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 16.05.1911 Luogo di morte: Trieste Data di morte: 16.10.1990 Ruolo: Centrocampo Altezza: 183 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Niní Alla Juventus dal 1929 al 1947 Esordio: 29.05.1930 - Serie A - Juventus-Triestina 0-1 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 411 presenze - 43 reti 5 scudetti 2 coppe Italia Giovanni Varglien – detto Nini o Varglien II – (Fiume, 16 maggio 1911 – Trieste, 16 ottobre 1990) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Giovanni Varglien Varglien II alla Juventus nel 1937 Nazionalità Italia Altezza 183 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1948 - giocatore 1966 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? Fiumana Squadre di club 1928-1929 Fiumana 10 (0) 1929-1947 Juventus 411 (43) 1932-1933 Juventus B ? (?) 1947-1948 Palermo 31 (2) Nazionale 1936-1939 Italia 3 (0) Carriera da allenatore 1948-1949 Palermo 1949-1951 Atalanta 1951-1953 Novara 1953 Palermo 1955-1956 Vefaspor 1956 Turchia 1956-1958 Lanerossi Vicenza 1958-1959 Salernitana 1959-1960 Pordenone 1960-1961 Salernitana 1961-1962 Casale 1962-1963 Biellese 1963-1964 Pordenone 1964-1966 Jesi Carriera Giocatore Ha giocato in vari ruoli, soprattutto però come mediano, vestendo la maglia della Juventus insieme al fratello maggiore Mario dal 1929 al 1947. Giocatore dal fisico imponente, raggiungeva i 183 centimetri (molto alto per la sua epoca) e sapeva giostrarsi sia in difesa sia a centrocampo. Mosse i primi passi nella squadra della sua città, la Fiumana, che giocava al tempo nei campionati nazionali italiani. In Divisione Nazionale esordì il 6 gennaio 1929 contro il Napoli, non ancora diciottenne, collezionando 10 presenze a fine campionato. Varglien II (secondo da sinistra) con alcuni compagni bianconeri durante i primi anni 1940 Passato alla Juventus, giocò la sua prima partita in Serie A nel primo campionato italiano a girone unico, quello della stagione 1929-1930, affermandosi poi negli anni a venire come titolare nella squadra bianconera capace di vincere cinque scudetti consecutivi nella prima metà degli anni 1930. Giocò la prima delle sue tre partite in nazionale il 15 novembre 1936 contro la Germania; non riuscì tuttavia ad affermarsi in maglia azzurra a differenza di quella bianconera, con cui vinse inoltre due Coppa Italia, le prime nella storia del club, nel 1938 e nel 1942. Rimase a Torino anche durante la seconda guerra mondiale, giocando nel campionato bellico del 1944 e vestendo per ulteriori due stagioni la casacca bianconera alla ripresa dei normali campionati. Lasciò la Juventus nel 1947 dopo 381 gare e 35 reti di campionato. Come presenze in campionato fra i giocatori bianconeri è secondo solo a Giampiero Boniperti nella speciale classifica; ad esse si aggiungono 19 partite in Coppa Italia e 12 nella Coppa dell'Europa Centrale, per un totale di 412 incontri ufficiali. Giocò la sua ultima stagione nel Palermo, in Serie B, contribuendo alla sua promozione e chiudendo la carriera da giocatore nel 1948. Allenatore Ritiratosi, iniziò subito ad allenare il Palermo neopromosso in Serie A, riuscendo a raggiungere l'undicesimo posto. Passato all'Atalanta, dopo l'ottavo posto del 1950, fu esonerato alla diciassettesima giornata del campionato 1950-1951. Raggiunse ancora un ottavo posto con il Novara e allenò poi ancora a Palermo, senza tuttavia molta fortuna. Dopo un anno di pausa si trasferì in Turchia, dove allenò nella stagione 1955-1956 la squadra del Vefaspor, passando l'anno successivo alla guida della nazionale turca; tornò in Italia in primavera per subentrare alla guida del Lanerossi Vicenza, che portò alla salvezza, salvo poi essere esonerato l'anno successivo. Fu questa la sua ultima esperienza in massima divisione. Guidò in seguito squadre di Serie C come Salernitana, Pordenone, Casale e Biellese. Smise di allenare nel 1965, dopo aver vinto il campionato di Serie D con lo Jesi. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Coppa Italia: 2 - Juventus: 1937-1938, 1941-1942 Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Allenatore Competizioni nazionali Campionato italiano Serie D: 1 - Jesi: 1964-1965 (girone C)
  8. FERRUCCIO DIENA https://it.wikipedia.org/wiki/Ferruccio_Diena Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 26.08.1912 Luogo di morte: Torino Data di morte: 16.01.1996 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1929 al 1930 Esordio: 06.07.1930 - Serie A - Juventus-Lazio 3-1 1 presenza - 0 reti Ferruccio Diena (Torino, 26 agosto 1912 – 16 gennaio 1996) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano. Era noto come Diena I per distinguerlo dal fratello minore Armando o Diena II. Ferruccio Diena Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1929-1930 Juventus 1 (0) Carriera Meno dotato tecnicamente del fratello, rivestiva il ruolo di mezzala. Fu un giocatore della Juventus per una sola stagione nel primo campionato a girone unico italiano, in cui giocò una sola volta. L'unica partita tra i bianconeri fu contro la Lazio in una vittoria per 3-1, il 6 luglio 1930. Di professione perito agrario, venne espulso dal Partito Nazionale Fascista il 2 dicembre 1938 in quanto di famiglia ebraica .
  9. RENATO SANERO https://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Sanero Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 24.10.1907 Luogo di morte: Padova Data di morte: 17.05.1987 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1930 Esordio: 20.01.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Lazio-Juventus 1-2 Ultima partita: 20.04.1930 - Serie A - Modena-Juventus 2-1 19 presenze - 11 reti Renato Sanero (Torino, 24 ottobre 1907 – Padova, 17 maggio 1987) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo ala. Renato Sanero Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex ala) Termine carriera 1939 - giocatore Carriera Giovanili 192?-1926 Juventus Squadre di club 1926-1927 Juventus 0 (0) 1927-1928 → Lazio 13 (4) 1928-1930 Juventus 19 (11) 1930-1935 Atalanta 129 (42) 1935-1939 Padova 56 (28) Carriera da allenatore 19?? Adriese Carriera Crebbe nella Juventus, da cui venne girato in prestito alla Lazio. Dopo la stagione con i biancocelesti torna a Torino, segnando 11 gol in 14 partite nella prima stagione, mentre la stagione successiva si ritrova ai margini della rosa, disputando soltanto quattro partite, senza reti. Passa quindi all'Atalanta, militandovi per cinque stagioni (tutte in Serie B) realizzando 42 reti, bottino che tutt'oggi lo colloca tra i migliori marcatori della storia atalantina. Si trasferisce quindi al Padova, con cui termina la carriera dopo quattro campionati – due di Serie C ed altrettanti di Serie B. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C: 1 - Padova: 1936-1937
  10. RAIMUNDO ORSI Alle Olimpiadi di Amsterdam, 1928, l’Argentina era arrivata seconda dietro l’Uruguay. La Stella di Amsterdam era stata l’ala sinistra della Nazionale del Plata: tutti dicevano che quell’Orsi era un uomo prodigioso e la Juventus decise di assicurarselo. I giornali di allora non pubblicavano fotografie; non esisteva la televisione, perciò vi era grande attesa (non soltanto a Torino) di vedere in carne e ossa quel fenomeno. Lo si immaginava un tipo grande e grosso, pieno di muscoli, con una grinta feroce; invece, quando arrivò con il piroscafo a Genova, si vide che era tutto il contrario, con grande sbalordimento degli juventini, che si credettero presi in giro. Raimundo, Mumo come fu subito chiamato, era piccolino, magro e stretto di spalle, con una vita da sartina, un naso a becco che non finiva più, i capelli lucidi di brillantina con la riga da una parte e due occhi da furetto. Per di più portava un soprabito troppo corto e strettissimo, che, aveva rubato a un fratello minore. Poi si seppe anche che suonava il violino, che faceva le ore piccole a eseguire tanghi lacrimosi, che sentiva tanta nostalgia per la patria lontana e si concluse che sarebbe stata una grande delusione. In più c’era un fatto decisivo; gli stranieri, anche se di origine italiana, cioè Oriundi, non potevano essere ammessi al campionato. Si trovò, comunque, una formula accomodante: Orsi non avrebbe giocato per un anno. Una specie di purgatorio. Ma la Juventus lo pagava ugualmente: 100.000 lire di ingaggio. 8.000 al mese (lo stipendio di un ammiraglio) più un’auto Fiat-509, di quelle con la ruota di ricambio appesa dietro, sul portabagagli. Questo avveniva durante l’ultimo campionato a doppio girone, cioè nel 1928-29, vinto dal Bologna. Orsi lo si vedeva solo in allenamento e dopo la partita di campionato della domenica. La gente si fermava per vederlo, piena di curiosità e di scetticismo. E così Orsi cominciò a sbalordire. Qualche corsetta per il campo, poi si esercitava a tirare in porta dall’angolino del corner. Almeno otto volte su dieci il pallone si alzava con molle parabola, veleggiava, rientrava, si ficcava in rete sotto la traversa. Nessuno aveva mai visto una cosa simile. Terminato l’anno di quarantena, Mumo poté debuttare in bianconero e fu subito convocato in Nazionale. Giocò 194 partite in prima squadra, fu settantadue volte in Nazionale (tra Argentina e Italia), e Campione del Mondo nel 1934. Nella Juventus segnò ottantotto reti, in tutti i modi: di destro, di sinistro, con il ginocchio, di testa (poco, per non sciuparsi la pettinatura), dopo una galoppata da solo o in mischia furibonda; segnò anche con il sedere, voltando la schiena alla porta, su passaggio a mezz’altezza di Giovanni Ferrari, con il quale si intendeva alla perfezione. Segnò anche su rigore, perché l’incaricato del tiro dagli undici metri, nella Juventus, era proprio lui, contrariamente all’abitudine vigente in quell’epoca, in cui il rigore veniva tirato dai terzini, che erano per tradizione tipi spazza tutto, dalla cannonata micidiale. Il grande Bertolini, altro juventino pluri scudettato e Campione del Mondo, che ebbe la fortuna di essere il mediano dietro a Mumo, disse un giorno: «Orsi è assolutamente imprendibile. Quando era in vena e aveva voglia (non sempre) faceva cose strabilianti. Mai visto un giocatore come lui». Rincara la dose Baldo Depetrini: «Credo che Mumo sia stato l’ala sinistra più forte di tutti i tempi, senza limiti di età. Aveva scatto, velocità, un perfetto controllo della palla e disponeva di un dribbling e di un repertorio di finte di corpo che, da allora, non ho mai più riscontrato in un attaccante». Fermava il pallone di botto, lo lasciava lì in mezzo, davanti all’avversario, immobile. Lo stadio piombava in un silenzio esterrefatto, astrale. Orsi muoveva appena l’anca, il terzino abboccava, finiva a terra, Mumo era già lontano, naso al vento. Che cosa gli mancava, per essere perfetto? Forse un poco di grinta, fuggiva dalle entrate decise, probabilmente perché non aveva la potenza di un Caligaris o la stazza di un Monti. Ma sarebbe sciocco pretendere da Paganini che suoni anche la grancassa. Se ne andò dalla Juventus nella primavera del 1935, ai primi sentori della guerra in Etiopia. Inutilmente Bertolini gli disse: «Guarda che sei un fesso. Cosa torni in Argentina, mentre qui c’è gente che ti sgancia i biglietti da mille come fossero noccioline!» Scrive un giornale, nel maggio del 1935: «Orsi è partito domenica per Buenos Aires e probabilmente non tornerà più. Se ne sarebbe andato quasi certamente a fine stagione, ma la malattia di sua madre lo ha indotto a partire prima, con il consenso dei dirigenti juventini, che lo hanno festeggiato offrendogli anche un vistoso ricordo. Orsi ha così chiuso la sua carriera, eccezionalmente gloriosa, perché oltre all’avere conquistato cinque volte il titolo di campione italiano ha anche vinto il Campionato del Mondo e la prima Coppa Internazionale». Ci lascia nel 1986; con lui scompare uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, ma anche un grande personaggio, per quanto di affettuosa simpatia ha espresso durante la sua vita. VIRGINIO ROSETTA Mumo era un personaggio divertente, pronto a fare scherzi e ad accettarli, molto superstizioso e un vero maniaco della scommessa; scommetteva sulle vittorie della Juventus, concedendo vantaggi esagerati, scommetteva che personalmente avrebbe segnato un goal, scommetteva al ping-pong, al tennis giocato con il palmo della mano, al biliardo e, se eravamo al bar Combi, scommetteva sulla prima macchina che si fosse presentata con il numero di targa che finisse con cifra pari o dispari. Una volta, in vettura ristorante, naturalmente si stava mangiando, Orsi era seduto al mio fianco e di fronte a lui sedeva un nostro amico tifoso che, abitualmente, ci seguiva nelle trasferte: Durando. Cosa propose Orsi a questo signore? «Tutte le volte che il suo accendisigaro si accenderà, io pagherò a lei 5 lire (somma allora favolosa) che lei invece pagherà a me in caso contrario». Quel signore aveva una macchinetta quasi nuova di zecca e non voleva accettare la scommessa, perché troppo sicuro di vincere; ma Mumo insistette e il gioco incominciò. Al primo colpo si accese e Orsi pagò le sue brave cinque lirette; al secondo, al terzo e al quarto colpo non si accese. «Sei troppo nervoso ragazzo», gli disse Orsi. Anche il quinto colpo fallì fra l’ilarità generale, perché oramai tutti erano attorno al nostro tavolo a godere lo spettacolo. Il gioco continuò ancora, ma raramente quel signore riusciva ad accendere la sua macchinetta e cominciava ad accalorarsi. Ma finalmente si mise a ridere di cuore; aveva capito lo scherzo. Mumo gli soffiava sulla macchinetta tutte le volte che aveva deciso di vincere ma, naturalmente, non tirava troppo la corda e gli permetteva di vincere qualche volta. Con il ricavato della vincita Orsi offrì i liquorini a nome di quel signore. UMBERTO MAGGIOLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1965 Chi lo ha conosciuto può fondatamente asserire che Raimundo Bibiano Orsi, o più brevemente «Mumo», era quel che si dice un bel tipo: franco, gioviale, simpatico. Destava cordialità a prima vista, con quella sua aria di longilineo che lo faceva sembrare un po’ gracile, ma non lo era. In effetti, era di costituzione abbastanza robusta e ben muscolata che lo faceva resistente alle cariche, anche le più energiche, che però cercava costantemente di evitare. E sapeva evitarle con abilità quasi diabolica. Quando giunse fra noi, preceduto dalla recente e clamorosa fama sportiva derivante dalle sue gesta calcistiche di «nazionale» argentino e di ammiratissimo calciatore olimpico, la sua maniera di vestire fin troppo ricercata fece sorridere un po’ tutti. Non che fosse ridicolo, tutt’altro, poiché vestiva impeccabilmente alla moda argentina di quel tempo: quella dei giovani instancabili danzatori di tango del famosissimo «Caminito» bonearense. Moda scesa direttamente nell’America del Sud dagli Stati Uniti, dove aveva imperversato nel periodo dei cosiddetti «roaring ninentieth», cioè dei ruggenti anni ‘90; moda che, come ci aveva raccontato il nonno, da noi non aveva attecchito granché, ma sulle rive del Plata evidentemente sì, tanto che ancora la seguivano. Era la moda dei «guies», ossia dei bulletti di Manhattan. Giacca attillata, con la vita lunga, e pantaloni un poco inverosimili: fatti a tubo e molto stretti: tanto che, si pensava, non potessero infilarsi come tutti i calzoni di questo mondo, ma che si fosse costretti a saltarvi dentro al mattino, subito levati di letto. Era una moda forse bellissima, solo che era quella di... trent’anni prima, e «Mumo» le era ancora fedele. Solo dopo un po’ di tempo che era a Torino si aggiornò; ma rimase sempre un «figurino». Aveva la parola facile e si esprimeva con discreta chiarezza nella sua madrelingua italiana, inframmezzandola a volte con qualche tipico sprazzo di spagnolo; era propenso agli scherzi, anche se in talune circostanze magari inclini a una certa pesantezza. Abilissimo in qualsiasi gioco di destrezza, sia a sfondo atletico che con le carte; nel tennis da tavolo era imbattibile, ed anche in quello vero, sul «court», se la cavava niente male. Una sua caratteristica piuttosto curiosa fu la seguente: ala sinistra tra le più famose era un «destro» naturale e il suo «vero piede» era appunto il diritto: così nel foot-ball come in qualsiasi altro esercizio. Però sapeva usare il piede sinistro del tutto come l’altro, così come si addice a un vero calciatore degno di tal nome. Non è davvero azzardato affermare che, nel periodo del suo più elevato splendore Raimundo Bibiano Orsi, nato a Buenos Aires nel settembre del 1901 da genitori figli di emigrati italiani, è stato la più grande ala sinistra del vecchio e nuovo mondo. In Argentina aveva avuto un predecessore che era stato l’estremo sinistro di maggiore classe e abilità negli anni nei quali in Argentina si delineava il trapasso fra il regime dilettantistico e quello professionale, ossia, all’incirca, nell’epoca del primo conflitto mondiale. Gli studiosi della storia calcistica ben lo ricordano: era Candido Garcia, calciatore che con il piede sinistro sapeva trattare la palla come nessuno in quel tempo. Tanto che i tifosi gli coniarono un soprannome esplicativo. Fu, infatti, «el poeta de la zurda», e tale ultima parola, nel gergo calcistico del paese, è appunto il piede – «la pierna» – sinistro. Si affermava in quel tempo in tutta l’America del Sud che Candido Garcia con quel suo piede mancino avrebbe potuto suonarci la chitarra, e magari l’arpa. Nella lingua spagnola esiste un verbo neutro caratteristico: «zurdear», che Garcia sapeva coniugare a meraviglia, così come Dominguin, Ordofiez, «El Cordobés» sanno «torear». «Mumo» sapeva «zurdear» come Candido Garcia che lo precedette, ed anche come Loustau, altra ala sinistra famosa, del River Plate, che laggiù prese presto il suo posto in Nazionale e nel cuore di tifosi. «Mumo» Orsi non sapeva soltanto «zurdear» ma sapeva anche adoperare il piede destro con eguale maestria e osservandolo giocare non si notava alcuna differenza tra l’uso dell’uno e dell’altro piede, caratteristica che denota l’autentico fuoriclasse del calcio. Si era formato nelle file dell’Independiente, la grande società sorta a Buenos Aires nel «barrio», ossia del porto, popolato da gran numero di immigrati italiani. Aveva seguito tutta la trafila del periodo formativo, dai «biberon» e poi, via via, promosso alla «quarta Especial», cioè corrispondente ai nostri juniores, sino alla chiamata in prima squadra. Era già stato varie volte Campione d’Argentina e aveva poi conquistato il ruolo fisso di ala sinistra della rappresentativa nazionale «bianca e azzurra» disputandovi decine e decine di partite internazionali, vincendo anche la «Coppa Roca», torneo importantissimo fra le Nazionali dei paesi dell’America del Sud; sino alle Olimpiadi del 1928 ad Amsterdam, nel corso delle quali tecnici, giornalisti e avversari lo avevano proclamato migliore elemento della competizione. Venne così alla Juventus come «stella di Amsterdam», e vi giunse, logicamente, non più giovanissimo, di primo pelo. Nato, come già scritto, nel 1901, la società lo acquistò nel 1929, e la nostra Federazione lo classificò quale «oriundo». Dapprincipio disputò in maglia bianconera soltanto le partite amichevoli, destando subito entusiasmo per la sua bravura. In campionato giocò la prima gara nel torneo 1929-30, contro il Napoli che, alla fine del primo tempo, vinceva per 2 a 1 ma terminò sconfitto per 3 a 2. La Juventus per averlo gli aveva offerto ottime condizioni, con uno stipendio – che egli volle corrisposto in «pesos» – che si aggirava, allora, sulle seimila lire mensili. Pozzo, che lo conosceva bene, non esitò neppure un istante a chiamarlo nelle file «azzurre». Come figlio di italiani nato all’estero beneficiava del diritto di mantenere la doppia nazionalità argentina e italiana, secondo la convenzione redatta tra i due governi nel 1886, e il relativo possesso dei due passaporti: così anche sul piano sportivo internazionale la sua posizione risultava pienamente regolare. Debuttò in «nazionale» il 1° dicembre 1929 a San Siro, giocando contro il Portogallo, che fu battuto per 6 a 1, primo tempo 3 a 1. Segnò per prima la squadra italiana con Marcello Mihalich, pareggiarono i portoghesi con Soares, ma avanti che i primi 45 minuti terminassero «Mumo» si era presentato con due sue irresistibili segnature che portarono la nostra squadra in netto vantaggio, che venne rafforzato nella ripresa con altre reti di Adolfo Baloncieri, poi Attila Sallustro e ancora Mihalich. Come «azzurro» fu anche Campione del Mondo nel 1934, dimostrandosi la migliore ala sinistra di tutte le formazioni concorrenti, così come «Luisito» Monti ne fu il più prestigioso centromediano. E parteciparono alla vittoriosa competizione altri bianconeri: così come «Viri» Rosetta, Felice Placido Borel, Luigi Bertolini, «Giôanin» Ferrari. Nella finale di Roma, contro la Cecoslovacchia, diretta dall’arbitro svedese Eklind, dopo il primo tempo concluso sullo 0 a 0, fu proprio lui, «Mumo» Orsi a pareggiare le sorti realizzando la segnatura dell’1 a 1, mentre fu poi Angelino Schiavio che segnò la rete della nostra vittoria. L’ultima apparizione con la maglia della «nazionale» Orsi la fece a Vienna il 24 marzo del 1935 quando l’Italia, dopo tanti anni, superò l’Austria in casa sua, con due magnifiche reti dell’esordiente Silvio Piola. Quale calciatore Raimundo Bibiano Orsi era tecnicamente completo. Palleggiatore sopraffino, come detto, sia di destro che di sinistro, in quanto possedeva, come si dice nello speciale gergo del foot-ball, completamente i «due piedi»; il suo «dribbling» era largo o stretto, a seconda delle circostanze, ma preferiva superare gli avversari che gli contrastavano il passo con perfette finte eseguite con il tronco, andandosene poi sia sulla destra che sulla sinistra, come credeva meglio riuscire. Le sue doti più efficaci apparivano la velocità e il tiro che, specie in corsa, riusciva quasi sempre micidiale. Collaborava sempre con i compagni di linea ma, quando gli sembrava opportuno, era capacissimo di andarsene per suo conto e risolvere le situazioni da solo, anche se la spalla con la quale meglio se la intendeva fosse un elemento della classe e versatilità di «Giôanin» Ferrari, sia nella Juventus che, sovente, anche in «nazionale». Se come calciatore Orsi appariva inimitabile, come uomo era di buon carattere, affabile, generoso, attaccato alla famiglia che aveva recato con sé dall’Argentina. A Torino gli erano nati due figlioli, il primo dei quali, Huguito, tentò seguirlo nella carriera di calciatore, riuscendo a diventare, in Buenos Aires, nel Racing, soltanto un’ala destra appena discreta: ciò che conferma come la classe calcistica non risulti quasi mai ereditaria; almeno in linea diretta. Aveva un’innocente mania e un solido «hobby». La mania era quella di non farsi mai la barba prima di una partita: teneva un rasoio nel magazzino dello spogliatoio e si radeva dopo l’incontro. L’«hobby» era quello del violino. Lo suonava con molta abilità nei momenti di «relax». Il suo cavallo di battaglia era suonare il celeberrimo tango, «La Cumparsita». Chi scrive ricorda che nei primi tempi dopo il suo arrivo a Torino «Mumo» lo invitò a casa sua appunto per offrire un’audizione quale violinista. Conosceva e suonava bene lo strumento ma, francamente, era preferibile quale ala sinistra. A un certo momento, anzi, di tale audizione, «Mumo» mise, il disco de «La Cumparsita» sul grammofono e seguitò ad accompagnare l’orchestra che lo aveva registrato, che era quella di Edoardo Bianco. E l’effetto appariva decisamente migliore. Dopo il quinto campionato vinto con la sua «Giuventus» – come lui la chiamava – «Mumo» cominciò a essere preoccupato e a manifestare intenzioni di tornarsene a Buenos Aires. Erano i tempi in cui si preparava la guerra di Abissinia e lui ne temeva le conseguenze, senza nasconderlo agli amici. Era quasi ossessionato dall’idea di essere richiamato alle armi, anche se nei suoi documenti era ben scritto che aveva prestato servizio militare vagamente approssimativo presso un ufficio dell’Arsenale di Buenos Aires. E nel 1935 se ne ripartì. «Mumo» era specialista nel battere i calci d’angolo che spesso riusciva a mandare direttamente in rete con traiettorie curve studiatissime. Era impeccabile anche nei calci di rigore. Nell’ultima seduta di allenamento cui partecipò allo Stadio Comunale, scommise, come sovente faceva, con il compianto Gianpiero Combi, che gli avrebbe segnato dieci «rigori» facendogli passare la palla a mezz’altezza sull’angolo destro. Ne realizzò sette, due Combi li deviò e uno colpì il montante finendo fuori. Ripartì in piroscafo, com’era arrivato. E la sua partenza dispiacque a tutti. Sicuramente molto anche a lui. Ma Raimundo Bibiano Orsi era ormai diventato juventino nell’animo. Lo può dimostrare il toccante episodio che siamo in grado di riferire. In un caffè una sera del febbraio 1948 a Santiago del Cile, il signor Tommaso Piovano, un giovane industriale di Chieri, appassionato juventino, che da circa un anno si trovava nel Cile per affari presso un fratello, venne avvicinato da un signore di mezza età, un po’ grassottello. Il signor Piovano aveva all’occhiello il distintivo bianconero della società e fu appunto tale vista che indusse quel signore dai capelli brizzolati per il momento sconosciuto a trasalire e subito avvicinarsi. Si trattava niente altri che di «Mumo» Orsi che si era commosso alla vista di quel distintivo che gli riaccendeva tanti cari ricordi. Piovano lì per lì non aveva riconosciuto l’ex-campione, per il quale aveva in altri tempi tifato in abbondanza. E per qualche tempo Orsi ebbe a parlare della sua «Giuventus» e dei vecchi tempi trascorsi a Torino. Dopo aver tentato la carriera di allenatore in Argentina e poi anche nel Messico e nel Cile, a Viña del Mar, l’ex «stella di Amsterdam» si era ricordato di saper trattare discretamente il violino e aveva tentato di cavarsela mettendo su un quartetto con il quale girava per i diversi paesi dell’America Latina. Ma il calciatore era stato ben più famoso e brillante di quanto ormai non fosse l’allenatore e il violinista direttore di quartetto. MARIO PENNACCHIA, DAL SUO LIBRO “GLI AGNELLI E LA JUVENTUS” Orsi riceve la palla, indugia in palleggio e Mandi gli si pianta a mezzo metro. Prima finta di Orsi, Mandi risponde. Seconda finta dì Orsi, Mandi è ancora là davanti a lui. Il pallone è sempre incollato a terra, ma appena Mandi abbassa gli occhi per accertarsene, il pallone è sparito, volato via con Orsi. Mandi ringhioso raggiunge Orsi o forse è Mumo che rallenta, fatto sta che i due proseguono la forsennata corsa affiancati. Improvvisamente l’attaccante lascia inchiodato dietro di sé il pallone pur continuando l’indiavolato gomito a gomito con l’avversario, che ovviamente non si è accorto di nulla. Orsi si gira, vede che l’attento Cevenini ha seguito il suo numero e sta piombando indisturbato sulla palla e allora si ferma di scatto, attira l’attenzione dell’avversario e con un gesto plateale lo beffa. Ondate di risa amiche scuotevano gli stadi, poi scaturiva il grido ritmato e sillabato “OR-Sl, OR-SI”, il primo di questo tipo che si sia udito su un campo di calcio. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/12/raimundo-orsi.html
  11. RAIMUNDO ORSI https://it.wikipedia.org/wiki/Raimundo_Orsi Nazione: Argentina Italia Luogo di nascita: Avellaneda Data di nascita: 02.12.1901 Luogo di morte: Santiago (Cile) Data di morte: 06.04.1986 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 68 kg Nazionale Italiano Soprannome: Mumo Alla Juventus dal 1928 al 1935 Esordio: 06.10.1929 - Serie A - Juventus-Napoli 3-2 Ultima partita: 31.03.1935 - Serie A - Inter-Juventus 0-0 194 presenze - 88 reti 4 scudetti Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Raimundo Bibiani Orsi detto "Mumo" (Avellaneda, 2 dicembre 1901 – Santiago del Cile, 6 aprile 1986) è stato un calciatore argentino naturalizzato italiano, di ruolo attaccante. Campione mondiale con l'Italia nel 1934. In Italia fu conosciuto anche come Raimondo Orsi. Raimundo Orsi "Mumo" Orsi alla Juventus nei primi anni 1930 Nazionalità Argentina Italia Altezza 170 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1939 Carriera Squadre di club 1919-1928 Independiente 249 (110) 1928-1935 Juventus 194 (88) 1935 Independiente 32 (9) 1936 Boca Juniors 11 (0) 1937 Platense 27 (10) 1937 Almagro 23 (13) 1938 Peñarol ? (?) 1939 Flamengo 11 (2) Nazionale 1924-1928 Argentina 12 (3) 1929-1935 Italia 35 (13) 1936 Argentina 1 (0) Palmarès Argentina Giochi olimpici Argento Amsterdam 1928 Campeonato Sudamericano de Football Oro Perù 1927 Italia Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Coppa Internazionale Oro 1927-1930 Oro 1933-1935 Caratteristiche tecniche Ala sinistra dotata di grande velocità, pativa una scarsa forza fisica, mancanza cui sopperiva con un'affinata tecnica e una spiccata capacità nel dribbling, spesso preceduto da finte di corpo. Fu una delle prime ali, in Argentina, a non limitarsi esclusivamente a effettuare dei cross per il centravanti, ma a cercare anche la conclusione, accentrandosi con movimenti in diagonale; nel far ciò era agevolato dalla sua velocità e dalla precisione del suo tiro, effettuato in prevalenza con il piede sinistro. Spettacolari anche i suoi gol direttamente da calcio d'angolo. Carriera Fece il suo esordio nel campionato argentino il 30 novembre 1919, contro l'Estudiantes (BA), vestendo la maglia dell'Independiente, squadra nella quale militò sino al 1928. Venne convocato per la prima volta nella nazionale argentina nel 1924, ma solo nel 1927 ne divenne un titolare stabile; con l'Albiceleste vinse in quell'anno il Campeonato Sudamericano in Perù e disputò in seguito il torneo olimpico di Amsterdam 1928, arrivando a giocare la finale contro l'Uruguay, poi vincitore. Da destra: Orsi e Mario Magnozzi indossano la maglia dell'Italia. Fu probabilmente grazie alla vetrina olimpica che la famiglia Agnelli se ne invaghì e fece di tutto per portarlo alla Juventus. La trattativa fece scalpore: ci si trovò di fronte a un chiassoso episodio di calciomercato, a causa della complessa contrattazione con il suo club di provenienza e in ragione dello stipendio offerto al giocatore, decisamente elevato per gli standard dell'epoca (100 000 lire più altre 8 000 al mese, una Fiat 509 con tanto di autista personale, e una villa in collina). Inoltre il regolamento, in quell'anno, vietava il tesseramento di giocatori stranieri od oriundi, sicché Orsi poté scendere in campo solo all'inizio della stagione 1929-30. In Italia Orsi confermò la sua fama internazionale, diventando una delle colonne della plurivittoriosa Juventus degli anni 1930: coi Bianconeri collezionerà 194 presenze, realizzando ben 88 gol. In linea con la politica spesso seguita dal regime fascista in quegli anni, Orsi fu ben presto naturalizzato e poté quindi giocare nella nazionale italiana: esordì con una doppietta contro il Portogallo il 6 dicembre 1929 a Milano. Con la nazionale azzurra Orsi si laureò campione del mondo nel 1934, nell'edizione della Coppa Rimet disputatasi in Italia, torneo nel quale siglò 3 reti; questo successo inframezzò le vittorie del 1930 e del 1935 nella Coppa Internazionale. Frattanto con la sua squadra di club, Orsi vinse quattro scudetti consecutivi tra il 1930-31 e il 1933-34; non poté formalmente fregiarsi del quinto e ultimo titolo del cosiddetto Quinquennio d'oro juventino, poiché nell'aprile 1935 dovette improvvisamente lasciare Torino a stagione in corso per fare ritorno in patria, al capezzale della madre gravemente malata. Quello che pareva un addìo solo temporaneo al calcio italiano, alla fine si trasformerà in definitivo, sicché la sua attività agonistica proseguì in Sudamerica: giocò infatti ancora una stagione nella sua vecchia squadra, l'Independiente, per poi passare ai rivali del Boca Juniors, ancora nel Platense e infine nell'Almagro. Trasferitosi in Uruguay, nel 1938 contribuì alla vittoria del Peñarol nel campionato di quell'anno, prima di concludere la sua carriera in Brasile dove, con il Flamengo, vinse il campionato carioca del 1939. Curiosamente, nel 1936 Orsi aveva nuovamente vestito la maglia della nazionale argentina, disputando la sua tredicesima e ultima partita contro gli storici rivali uruguaiani. Tra i giocatori oriundi, Orsi è stato a lungo quello che più volte ha vestito la maglia azzurra, superato solo settant'anni più tardi da Mauro Germán Camoranesi. Con l'Italia mise a referto ben 35 presenze e 13 reti, la più importante delle quali nella finale di Coppa Rimet contro la Cecoslovacchia, il 10 giugno 1934 a Roma: con quella rete gli azzurri pareggiarono il vantaggio di Antonín Puč a 9 minuti dalla fine, e approdarono ai tempi supplementari dove Angelo Schiavio sancì la vittoria italiana. Palmarès Club Primera División (AAm): 2 - Independiente: 1922, 1926 Copa de Competencia Asociación Amateurs: 3 - Independiente: 1924, 1925, 1926 Campionato italiano: 4 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934 Campionato uruguaiano: 1 - Penarol: 1938 Campionato Carioca: 1 - Flamengo: 1939 Nazionale Campeonato Sudamericano de Football: 1 - Argentina: Perù 1927 Argento olimpico: 1 - Argentina: Amsterdam 1928 Coppa Internazionale: 2 - Italia: 1927-1930, 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Italia: Italia 1934 Individuale Capocannoniere della Coppa dell'Europa Centrale: 1 - 1933 (5 gol) All-Star Team dei Mondiali: 1 - Italia 1934
  12. LINO MOSCA CIRVELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Lino_Mosca Nazione: Italia Luogo di nascita: Campiglia Cervo (Biella) Data di nascita: 27.08.1907 Luogo di morte: Cossato (Biella) Data di morte: 15.02.1992 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1931 Esordio: 05.05.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Brescia-Juventus 1-1 Ultima partita: 28.06.1931 - Serie A - Livorno-Juventus 1-1 34 presenze - 0 reti 1 scudetto Lino Baldassarre Giovanni Battista Mosca Cirvella (Campiglia Cervo, 27 agosto 1907 – 15 febbraio 1992) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Lino Mosca Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1935 Carriera Squadre di club 1924-1928 Biellese 64 (5) 1928-1931 Juventus 34 (0) 1931-1934 Cremonese 55 (0) 1934-1935 Cusiana ? (?) Carriera Nella stagione 1930-1931 vinse uno scudetto con la Juventus. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
  13. GIOVANNI GREPPI https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Greppi_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Pezzana (Vercelli) Data di nascita: 06.08.1910 Luogo di morte: Torino Data di morte: 26.11.1980 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1930 Esordio: 27.01.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Cremonese 3-0 Ultima partita: 15.06.1930 - Serie A - Juventus-Padova 3-1 5 presenze - 0 reti Giovanni Greppi (Pezzana, 6 agosto 1910 – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Giovanni Greppi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista centrale Termine carriera 1942 Carriera Squadre di club 1928-1930 Juventus 5 (0) 1930-1931 Casale 1 (0) 1931-1932 Syracusae ? (?) 1932-1933 Acireale ? (?) 1933-1936 Biellese 84 (0) 1936-1940 Varese 108 (0) 1940-1942 Ivrea ? (?) Carriera Giocò in Serie A con la Juventus e il Casale; militò poi con Siracusa, Acireale, Biellese, Varese ed Ivrea (fino al 1942). Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Varese: 1939-1940 (girone C)
  14. EDMONDO DELLA VALLE SALVATORE LO PRESTI, DAL SUO LIBRO “TANGO BIANCONERO” Nato ad Arce in provincia di Frosinone, ed emigrato giovanissimo in Argentina con la famiglia, era rientrato in Italia e aveva probabilmente trovato lavoro presso le Officine Viani e Silvestri di Milano (o Brescia) che avevano anche un Gruppo Sportivo con una squadra di calcio (denominata G.S.O.M.) dove verosimilmente iniziò anche a giocare. Passato al Foggia, vi rimane per tre stagioni, dal 1925 al 1928. Dopo aver contribuito alla promozione in prima divisione della squadra pugliese ed essersi assestato nel ruolo di mediano, dopo gli inizi da attaccante esterno, passò alla Juventus. In bianconero Della Valle esordì alla 2ª giornata del campionato 1928/29 contro la Fiorentina nel corso di una partita vinta largamente (11-0 il 7 ottobre 1928) dalla Juventus. Nel corso della stagione venne utilizzato nove volte e mise a segno un gol. Rimase in bianconero anche nella stagione successiva (1929/30, la prima della Serie A a girone unico) giocando sei volte e segnando un altro gol (con cui firmò il temporaneo pareggio in occasione della vittoria in rimonta per 2-1 contro l’Ambrosiana). Ma non ci sarà più posto per lui nella stagione successiva quando Carlo Carcano allestirà la squadra che vincerà i cinque scudetti consecutivi. Dalla Juventus Della Valle passò al Bari, in Serie B, contribuendo con 24 presenze alla promozione in Serie A dei pugliesi. Dalla Puglia in Liguria, ove lo tesserò l’Andrea Doria, con cui disputò un campionato di 1ª divisione prima di passare il confine e sistemarsi in Costa Azzurra, all’OGC Nice, dove in due stagioni nel massimo campionato francese, collezionò 15 presenze. Tornò in Italia per disputare un ultimo torneo professionistico nella Sanremese da centromediano metodista – dove venne apprezzato per le sue notevoli doti caratteriali – prima di chiudere definitivamente a livello dilettantistico con la Coriglianese. A Sanremo si sposò prima di trasferirsi a Torino dove mori il 30 settembre 1976. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/edmondo-della-valle.html
  15. EDMONDO DELLA VALLE https://it.wikipedia.org/wiki/Edmondo_Della_Valle Nazione: Italia Luogo di nascita: Arce (Frosinone) Data di nascita: 16.11.1904 Luogo di morte: Torino Data di morte: 30.09.1976 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1930 Esordio: 07.10.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Fiorentina 11-0 Ultima partita: 20.04.1930 - Serie A - Modena-Juventus 2-1 15 presenze - 2 reti Edmondo Della Valle (Arce, 16 novembre 1904 – 1976) è stato un calciatore italiano, di ruolo mezzala. Edmondo Della Valle Della Valle alla Juventus Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala Carriera Squadre di club 19??-1928 Foggia ? (?) 1928-1930 Juventus 15 (2) 1930-1931 Bari 23 (0) 1931-1932 Andrea Doria ? (?) 1932-1934 Nizza 15 (0) 193?-1935 Sanremese ? (?) Biografia Nato nel frusinate ma emigrato bambino con la famiglia in Argentina, tornò in seguito nella nazione d'origine per proseguire la sua carriera calcistica. Carriera Militò inizialmente nel Foggia, da cui venne acquisito dalla Juventus nel 1928. Della Valle, primo oriundo nella storia del club piemontese, fece il suo esordio con la maglia bianconera contro la Reggiana il 30 settembre 1928, in un pareggio per 2-2, mentre la sua ultima partita fu contro il Modena il 20 aprile 1930, in una sconfitta per 2-1. Nelle sue due stagioni a Torino collezionò 15 presenze e 2 reti, venendo impiegato principalmente quale riserva di Federico Munerati. Nel 1930 venne ceduto al Bari, con cui ottenne la promozione in Serie A al termine della sua unica stagione in biancorosso; successivamente militò nella Sanremese, fino al 1935.
  16. CARLO CROTTI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Crotti Nazione: Italia Luogo di nascita: Costa Vescovato (Alessandria) Data di nascita: 09.09.1900 Luogo di morte: Tortona (Alessandria) Data di morte: 25.07.1963 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1928 al 1931 Esordio: 30.09.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Reggiana-Juventus 2-2 Ultima partita: 01.02.1931 - Serie A - Juventus-Livorno 4-1 36 presenze - 3 reti 1 scudetto Carlo Crotti (Costa Vescovato, 9 settembre 1900 – Tortona, 1963) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Carlo Crotti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1936 Carriera Squadre di club 1919-1922 Novara ? (?) 1922-1925 Derthona 47+ (19+) 1925-1928 Novara 41+ (23) 1928-1931 Juventus 33 (3) 1931-1934 Derthona 18+ (2+) Carriera da allenatore 1932-1933 Parma 1935-1938 Derthona 1948 Derthona Carriera Nella stagione 1930-1931 vinse uno scudetto con la Juventus. Fu a lungo giocatore del Derthona, squadra con la quale visse alcune esperienze da allenatore. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
  17. UMBERTO CALIGARIS «Caligaris rifiuta gli schemi – ha scritto Gianni Giacone – non perché sia un anarchico, ma semplicemente perché non li concepisce: il calcio, per lui, è un gioco tanto entusiasmante quanto semplice, che si gioca con la palla. Chi ha la palla, alla lunga, vince. Compito fondamentale suo è di sradicare più palloni possibili dai piedi degli avversari. Insomma, lottare, correre e poi ancora lottare». Era nato e cresciuto a Casale Monferrato, proprio in un’epoca nella quale la squadra nerostellata ospitava nelle sue file giocatori di sicura classe e di grande temperamento. Caratterizzò un lungo periodo della storia calcistica italiana ed espresse elementi di indubbio valore, molti nomi, fra cui spiccano quelli di Eraldo Monzeglio e di Berto Caligaris. Poderoso atleta, si era segnalato sin dalle sue prime apparizioni nelle formazioni giovanili; entrava sul pallone con l’impeto delle valanghe che scendono a valle. Aggressivo e istintivo, perfetto colpitore, tagliava l’aria a fette con le sue acrobatiche sforbiciate, di cui gli si assegna la paternità. Giocava con eccezionale grinta, senza smettere un attimo di incitare i compagni, secondo quel vigoroso temperamento di trascinatore di cui la natura lo aveva dotato. Portava i capelli lisci abbastanza lunghi tenendoli a posto con un candido fazzoletto: nelle mischie quella fascia bianca, che gli cingeva la testa, lo rendeva subito riconoscibile quando si scrollava con foga dai viluppi di uomini. Era un’autentica forza della natura, una massa di muscoli messi al servizio di una tecnica squisita. Nella stagione 1923–24 Caligaris, del quale i dirigenti juventini avevano già sentito parlare, comparve per la prima volta come avversario della Juventus e di quei due personaggi, Combi e Rosetta, di cui sarebbe poi divenuto inseparabile amico. Entrambe le partite di quel campionato si conclusero con il successo della Juventus sul Casale, con il punteggio di 3–2 e c’è da segnalare un curioso particolare: un goal realizzato da Viri Rosetta che in quella formazione (10 febbraio 1924, campo di Corso Marsiglia) figurava come attaccante. Con una finta diabolica, Viri riuscì a sbilanciare Caliga che gli si era fatto incontro come una furia e a battere, con un abile tocco, il portiere casalese De Giovanni. Per altre quattro stagioni Caligaris continuò a essere il perno della difesa nerostellata, anche se in maglia azzurra, sino dal giugno 1925 a Valencia, il terzino casalese aveva felicemente completato il trio di difesa insieme a Combi e a Rosetta. Anche alle Olimpiadi di Amsterdam la coppia Rosetta–Caligaris, allineata davanti a Combi, si era confermata come la più forte del mondo. Alla Juventus convennero che sarebbe stato assolutamente necessario assicurarsi il fortissimo terzino del Casale, per cominciare dalla difesa, la costruzione di quella che sarebbe stata la squadra monstre degli anni ‘30. Edoardo Agnelli e Giovanni Mazzonis non esitarono: alla Juventus le decisioni erano prese senza tentennamenti e Caligaris fu convinto a trasferirsi a Torino. Così Caliga diventò bianconero a tutti gli effetti, giocando 26 gare su 30 nel suo primo campionato. L’arrivo del casalese aveva conferito saldezza e omogeneità al trio di estrema difesa, proprio perché le qualità di Rosetta integravano e completavano quelle di Caligaris. Viri e Berto: due prodotti tipici del calcio provinciale e pure tanto diversi, come temperamento, come carattere, come gioco. Rosetta è apparso di colpo come giocatore completo, affinò in seguito il suo gioco con l’esperienza, ma non ne mutò più la base. Elemento calcolatore, freddo, positivo il vercellese; entusiasta, tutto fuoco, irrompente, il casalese. Il primo studiava l’avversario, il secondo lo investiva. Questo diverso comportamento in campo traduceva il diverso carattere dei due uomini: di poche parole, riflessivo, osservatore Rosetta, espansivo, tutta cordialità, esuberante Caligaris. Caligaris, però, era forse più avanti nei tempi, perché sarebbe stato sicuramente un perfetto terzino “sistemista”. A quell’epoca non esisteva il centromediano arretrato e i terzini tenevano a zona la parte centrale del campo, scaglionati in profondità. Berto giocava terzino avanzato o di rottura, un compito a volte ingrato, di scarse soddisfazioni, che solo un generoso e un altruista come lui poteva accettare. Caliga esordì in Nazionale a 21 anni, il 15 gennaio 1922, al Velodromo Sempione di Milano, affrontando la temibilissima formazione dell’Austria. La squadra azzurra aveva uno schieramento un po’ avventuroso all’attacco, ma la difesa, con Caligaris in coppia con De Vecchi e la mediana imperniata sui tre assi del Genoa, Barbieri, Burlando e Leale, dava il massimo affidamento. Infatti, Caligaris giocò una buona partita, rimanendo nella famiglia azzurra per ben dodici anni, totalizzando la bellezza di 59 presenze e risultando, per molto tempo, il primatista delle presenze azzurre. Verso il termine della carriera, avrebbe sicuramente potuto indossare per la sessantesima volta la maglia della nazionale ma Vittorio Pozzo, che pur lo aveva in particolare predilezione, non riuscì ad accontentarlo, affidandogli il simbolico ruolo di alfiere della squadra nazionale in occasione del Campionato del Mondo del 1934. «Caligaris pianse quando gli dovetti negare la soddisfazione di giocare la sua sessantesima partita in maglia azzurra, cifra tonda; pianse e nascose il suo dolore incoraggiando, con ogni sua forza, i compagni», raccontava Vittorio Pozzo. Caligaris chiuse la sua carriera nella Juventus con la vittoriosa partita, in casa contro la Pro Vercelli: 3–0. Era il 26 maggio 1935. Dopo la lunga e onoratissima carriera, Berto appese gli scarpini al classico chiodo e passò all’insegnamento, prestando servizio in diverse società, compresa, naturalmente, la Juventus. Mentre era a Brescia, fu colpito da una grave forma di setticemia, dalla quale riuscì a guarire, grazie alla sua fibra eccezionale e a parecchie trasfusioni. L’apparato cardiocircolatorio ne risentì sensibilmente e i medici gli proibirono qualsiasi sforzo, consigliandogli anche di evitare emozioni. Un giorno del 1940 lui e i suoi vecchi compagni si ritrovarono per un allenamento in vista di un torneo fra vecchie glorie. C’erano Combi e Rosetta: si trattava di ricostruire il trio protagonista di tante battaglie internazionali e Caliga non volle mancare. Rosetta gli disse di rinunciare, perché non era il caso di sottoporsi a pericolosi sforzi ma Berto non volle sentire ragioni. A un tratto, mentre rincorreva un pallone, Caligaris si sentì male e fu adagiato accanto al palo della porta. I compagni lo sollevarono e lo trasportarono al vicino Ospedale Militare, dove l’ufficiale medico di servizio, mentre si apprestava a praticargli un’iniezione tonificatrice, dovette dolorosamente annunciare ai pochi presenti che nessuna cura avrebbe più giovato a quel generoso cuore, che aveva oramai cessato di pulsare. Così Umberto Caligaris chiuse la sua non lunga ma intensa giornata. E fu posto nella bara con la maglia della Juventus e, accanto, quella della Nazionale azzurra. Visse al completo l’epopea del favoloso quinquennio anni ‘30 e senza mai realizzare un goal mandò in archivio un bottino di 197 presenze: 178 di campionato e 19 nell’ambito della Coppa dell’Europa Centrale. Insieme al compagno di reparto Rosetta vinse 5 scudetti consecutivi e quando gli domandavano quale fosse il loro segreto, lui rispondeva sorridendo: «Semplice: mai distrarsi, non dare all’avversario nemmeno il tempo di tirare il fiato!» «Quando il pallone era abbastanza alto da essere colpito di testa e non abbastanza basso – racconta a “Tuttosport” nel 1958 Viri Rosetta – quando insomma gli arrivava all’altezza dello stomaco, il povero Caliga si elevava in salto, tendendo in alto la gamba che non avrebbe calciato; un attimo prima che gli arrivasse la palla, mandava bruscamente in basso questa gamba favorendo così il movimento e la forza di lancio dell’altra gamba che avrebbe calciato. Aveva la giusta avvertenza, il povero Berto, di tenere un po’ piegata al ginocchio la gamba che avrebbe rimandato, per effettuare un lungo lancio, non un tiro alle stelle. Gli bastava poi il rinculo prodotto dall’urto con la palla per permettergli di ricadere nell’eretta posizione normale sulle gambe, facilitato dal movimento delle braccia che aveva tenuto aperte, per l’equilibrio del corpo prima, e perché gli servissero poi da contrappeso nella fase di atterraggio. Era, beninteso, un rimando di liberazione, questa sforbiciata e non un preciso passaggio». VLADIMIRO CAMINITI Combi; Rosetta e Caligaris; Barale, Varglien II e Bigatto; Munerati, Ferrero, Vojak, Testa e Cevenini III. È il campionato 1928–29 quello che avvicina la Juventus ai giorni della gloria. E Berto Caligaris arriva dalle campagne casalesi, figlio d’arte, poiché il padre era stato un grande giocatore di pallone elastico. Ha esordito come portiere all’oratorio Sacro Cuore al Valentino, poi è stato spostato all’attacco e in difesa. Prima di diplomarsi ragioniere, aveva fatto parecchie apparizioni in pista di atletica, eccellendo nella corsa veloce e nel salto in alto. Nel Casale si dimostra subito terzino da combattimento. Il modulo tattico in voga era il Metodo, senza marcature fisse, le partite erano spesso cruente con feriti e contusi gravi al suolo, i campi erano spesso affondanti e melmosi. Berto a tredici anni, appoggiato alla rete di recinzione, piccolo, con il ciuffo sulla fronte e gli scuri cupi occhi, guardava questa squadra e sognava. Sognava quello che presto sarebbe stato realtà, di vivere di calcio, per il calcio. Perfino morire per il calcio. Non si dà mai per vinto, dove c’è da conquistare il più difficile dei palloni c’è lui, il fazzoletto bianco sulla fronte. Rosetta arriva perfino ad arrabbiarsi, gli suggerisce i piazzamenti, ma invano. Il più spiazzato dei difensori è lui, ma riesce sempre ad arrivare sul pallone. La corsa lo assorbe, il pallone lo seduce. È un grande lottatore appartenente all’epopea di uno sport che andrà a rappresentare presto tattica e strategia, ma nel Casale ed anche nella Juventus, Caligaris sarà Caligaris, terzino che irriderà ad Aitken che pretendeva giocasse anche senza palla, come Rosetta. In Nazionale è uno dei più longevi, vi esordisce il 15 gennaio 1922, al velodromo Sempione di Milano (3–3 con l’Austria), con i Morando, De Vecchi, Barbieri, Burlando, Leale, Migliavacca, Cevenini III, Moscardini, Santamaria, Forlivesi, non c’è neanche uno juventino in questa formazione. Figura in azzurro anche la Valenzana, con il portiere Morando. L’11 febbraio 1934, al Benito Mussolini di Torino, Caligaris gioca per l’ultima volta in azzurro. È il Campionato del Mondo organizzato in Italia, che vinceremo. Dopo il trionfo con la Cecoslovacchia a Roma, quello sbandieratore inebriato, in testa agli azzurri, è lui. Vivere per il calcio, perfino morire di calcio. Alle 15 e 30 del 19 ottobre 1940, gioca una partita tra vecchie glorie, subito dopo una colossale mangiata. Scattando alla sua maniera, gli cede il cuore. Rosetta è il primo a soccorrerlo. Nella grande ombra nera, Berto già si rattrappisce sull’erba di Piazza d’Armi, con la sua bella maglia bianconera intrisa di sudore. VITTORIO POZZO “LA STAMPA” DEL 20 OTTOBRE 1940 Amava la squadra nazionale di un amore sviscerato: la maglia azzurra era l’ambizione della sua vita. Non ne faceva mistero. I compagni lo conoscevano così bene che una volta, si era nel 1930, a Francoforte sul Meno, pregarono il Commissario Tecnico di fingere di lasciarlo fuori squadra, nel corso del rapporto del giorno precedente la gara. A sentire enunciare un altro nome invece del suo, Caliga non fece sforzo alcuno per nascondere il suo dolore: impallidì e si appoggiò al tavolo come se tutto gli crollasse attorno. Ci volle la fragorosa risata dei colleghi per farlo ritornare in sé. «Sì, scherzate, farabutti – fu la sua risposta – ma se domani ci sarà da lasciar la pelle sul campo, perché l’Italia vinca, vedrete chi vi saprà dare l’esempio». Ha avuto un dolore, come giuocatore di squadra nazionale. Glie lo ho dato io. Quello di non aver potuto arrotondare a 60 il numero delle sue maglie azzurre. Avrebbe dato non so cosa per allinearsi ancora una volta coi compagni, magari coi “cadetti”. Gli avevo detto che ero disposto ad assecondarlo in tutto, ma che la squadra nazionale non era, secondo me, un campo in cui si potessero fare dei favori. Mi serbò il broncio per un anno e più. Ma, anche non arrotondato, anche così come è, il suo primato rimane intatto, e ci vorranno degli anni prima che sia raggiunto e superato. Un gladiatore fu Caligaris. L’energia e la volontà personificata. Il combattente nato. L’ambizione stessa che aveva di emergere, lo portava ad affrontare qualsiasi sacrificio, a fermamente volere, a correre qualunque rischio. Sul campo era un trascinatore, colla parola e coll’esempio. I suoi lineamenti duri, angolosi, volitivi (il fronte sempre bendato da un fazzoletto) trovavano diretta corrispondenza nei suoi atteggiamenti sul campo. Ambidestro, possedeva un rimando di una potenza spettacolosa. La specialità sua era il rinvio a forbiciata, per cui rimaneva un istante in aria come se stesse per spiccare il volo. Veloce, sicuro di sé, deciso, non c’era avversario, per duro che fosse, che gli incutesse timore. Formò, con Rosetta, nella Juventus, una coppia che fu una delle più complete e delle più classiche del calcio italiano. Formò con Combi e con Rosetta, un’estrema difesa che, come intesa, come fermezza, come capacità intrinseca di giuoco rappresenta il più saldo blocco che sia mai stato prodotto da quella officina che è il campionato. È morto sul campo, al suo vecchio posto di combattimento, come se di colpo avesse voluto tornare indietro di dieci anni. È morto giocando in una formazione che proprio allineava: Combi, Rosetta, Caligaris, e che proprio vestiva la maglia bianconera, ha piegato il ginocchio dopo uno di quegli scatti pieni di generosità che lo portavano, ai suoi tempi, ad abbandonare, temporaneamente, la posizione di terzino per sostenere l’attacco e proiettare in avanti tutta la squadra. Nella disadorna camera dell’Ospedale Militare, in cui lo abbiamo lasciato, Berto ha chiuso gli occhi colla maglia della Juventus indosso, in tenuta completa da giuocatore. Addio, caro Caliga, compagno di tante lotte in difesa del nome d’Italia, atleta dal cuore grande e dai mezzi eccezionali. Domani, più di un ciglio si inumidirà alla notizia di questa tua improvvisa dipartita. Nessuno di coloro che hanno diviso con te le fatiche dello sport o che alle tue prodezze hanno assistito, ti dimenticherà, ne puoi star certo. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/07/umberto-caligaris.html
  18. UMBERTO CALIGARIS https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Caligaris Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 26.07.1901 Luogo di morte: Torino Data di morte: 19.10.1940 Ruolo: Difensore Altezza: 171 cm Peso: 70 kg Nazionale Italiano Soprannome: Berto - Caliga Alla Juventus dal 1928 al 1935 Esordio: 30.09.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Reggiana-Juventus 2-2 Ultima partita: 26.05.1935 - Serie A - Juventus-Pro Vercelli 3-0 198 presenze - 0 reti 5 scudetti Campione del mondo 1934 con la nazionale italiana Allenatore della Juventus 1939-1940 Umberto Caligaris (Casale Monferrato, 26 luglio 1901 – Torino, 19 ottobre 1940) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo difensore, campione del mondo con la nazionale italiana nel 1934. Legò la sua attività calcistica principalmente a due squadre: Casale e Juventus, ottenendo con quest'ultima i suoi principali successi durante i suoi 8 anni di militanza a cavallo degli anni 20 e 30 del XX secolo. Vincitore di cinque campionati di Serie A, Caligaris formò – assieme al portiere Gianpiero Combi e al terzino Virginio Rosetta, tutti e tre compagni di squadra nella Juventus e nazionale – quella che è ritenuta dalla stampa specializzata come la miglior linea difensiva di tutti i tempi espressa nel calcio italiano nonché una delle migliori nella storia della disciplina. È stato a lungo il giocatore con più presenze nella storia della nazionale italiana: il suo record di 59 incontri, stabilito nel corso degli anni 1930, verrà battuto da Giacinto Facchetti nel 1971. Umberto Caligaris Caligaris alla Juventus Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 70 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1937 - giocatore 1940 - allenatore Carriera Giovanili 1913-19?? San Valentino 19??-1919 Sparta F.C. Squadre di club 1919-1928 Casale 182 (18) 1928-1935 Juventus 198 (0) 1935-1937 Brescia 40 (0) Nazionale 1922-1934 Italia 59 (0) Carriera da allenatore 1935-1937 Brescia 1937-1938 Lucchese 1938-1939 Modena 1939-1940 Juventus Palmarès Olimpiadi Bronzo Amsterdam 1928 Coppa Internazionale Oro 1927-1930 Oro 1933-1935 Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Carriera Giocatore «I soldi non valgono l'amore per una maglia e io ne ho due, una bianconera e una azzurra.» (Risposta di Caligaris ai dirigenti del Valencia che volevano ingaggiarlo) Club Esordì a 12 anni nelle squadre libere della natìa Casale Monferrato, iniziando nell'oratorio del Valentino e poi nello Sparta F.C. Nel 1918 è campione casalese nei 100 metri piani e nel salto in lungo. Nel 1919 si diplomò ragioniere. Nel 1919, ad Alessandria, con lo Sparta F.C. vinse il torneo "Brezzi" e fu subito preso dal Casale. Crebbe calcisticamente tra le file dei nerostellati, con i quali esordì diciottenne nella Prima Categoria (la massima serie dell'epoca, prima dell'istituzione della Prima Divisione e successivamente della Serie A) il 12 ottobre 1919, nella vittoriosa partita interna contro il Valenzana (3-1). Un giovane Caligaris al Casale Nel 1921 divenne il capitano del Casale. Con la maglia nerostellata disputò vari campionati ottenendo due qualificazioni alle semifinali interregionali del Nord, senza mai tuttavia riuscire ad andare oltre. Nel 1928 passò ai corregionali della Juventus, dove tornò a formare la celeberrima coppia di terzini con Rosetta, che già da qualche anno si formava in nazionale. I due, con Gianpiero Combi tra i pali e con il quale formarono una difesa eccezionale, divennero uno dei terzetti più famosi della storia del calcio italiano, che contribuì ai 5 scudetti consecutivi vinti dal club bianconero tra il 1930 e il 1935, il cosiddetto Quinquennio d'oro. Il 28 ottobre 1930, con un telegramma inviatogli dalla Federcalcio, fu nominato Cavaliere della Corona d'Italia. Nel 1935 lasciò i bianconeri, sostituito dal giovane emergente Alfredo Foni, passando al Brescia nel doppio ruolo di allenatore e giocatore, prima di ritirarsi dal calcio giocato nel 1937. Nazionale Fu convocato appena ventenne in nazionale, con cui esordì il 15 gennaio 1922 contro l'Austria nell'incontro finito 3-3, al fianco di Renzo De Vecchi. Chiuso nel suo ruolo di terzino sinistro dal succitato giocatore genoano, nei suoi primi anni in azzurro si alternò spesso nel ruolo di terzino destro con Virginio Rosetta. Prese parte alla spedizione olimpica azzurra ai Giochi di Parigi 1924 e Amsterdam 1928, vincendo in quest'ultima partecipazione la medaglia di bronzo. Caligaris in maglia azzurra Dopo la vittoria in Coppa Internazionale nel 1930, venne convocato da Vittorio Pozzo per il campionato del mondo 1934 durante il quale però non disputò alcuna partita; infatti la sua ultima gara in azzurro, come la prima, fu contro la nazionale austriaca l'11 febbraio 1934. Fu questo un dispiacere per Caligaris, il quale voleva raggiungere la cifra delle 60 presenze in azzurro disputando una gara nei campionati mondiali. Tuttavia con 59 presenze (di cui 16 da capitano) fu a lungo il detentore del record di gare nella nazionale italiana, quando superò le 47 presenze di Adolfo Baloncieri: il primato rimase suo fino al 1971, quando venne a sua volta superato da Giacinto Facchetti. Inoltre è stato il primo giocatore italiano a sbagliare un rigore in nazionale. Allenatore La sua prima stagione in panchina a Brescia non fu delle migliori, in quanto la squadra retrocesse in Serie B; l'anno successivo invece concluse il campionato cadetto all'ottavo posto. Durante la stagione 1936-1937 a Brescia, inoltre, fu colpito da una grave setticemia e salvato a stento. Ripresosi, andò ad allenare la Lucchese. Allenò successivamente il Modena, prima di tornare alla Juventus nei campionati del 1939-1940 e del 1940-1941, quest'ultimo solamente iniziato prima dell'improvvisa e prematura scomparsa. Il 19 ottobre 1940 Caligaris riscese in campo in una gara tra vecchie glorie bianconere, insieme ai suoi vecchi compagni di reparto Gianpiero Combi e Virginio Rosetta, ma dopo pochi minuti di gioco fu costretto a lasciare il campo: portato in ospedale, fu stroncato da un aneurisma. Il commissario tecnico della nazionale, Vittorio Pozzo, gli dedicò sulla Stampa un articolo commemorativo dal titolo Un gladiatore. Al suo posto, subentrò sulla panchina della Juventus Federico Munerati. Iniziative commemorative Caligaris ha ricevuto sepoltura nel cimitero di Casale Monferrato; tempo dopo, al suo fianco venne sepolto un altro campione della disciplina, Eraldo Monzeglio. Nel 1973, su iniziativa della Juventus, gli venne dedicato uno dei campi di allenamento del club bianconero, siti di fronte allo stadio Comunale di Torino. Anni dopo la sua città natìa, Casale, gli dedicò un torneo giovanile, mentre la Juventus, sua ex squadra, nel 2011 gli ha dedicato una delle 50 stelle commemorative presenti nella Walk of Fame bianconera allo Juventus Stadium. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 5 - Juventus: 1930-1931, 1931-1932, 1932-1933, 1933-1934, 1934-1935 Nazionale Bronzo olimpico: 1 - Amsterdam 1928 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930, 1933-1935 Campionato mondiale: 1 - Italia 1934 Onorificenze Cavaliere della Corona d'Italia — Firenze, 1930
  19. OLIVIERO VOJAK https://it.wikipedia.org/wiki/Oliviero_Vojak Nazione: Italia Luogo di nascita: Pola (Croazia) Data di nascita: 24.03.1911 Luogo di morte: Torino Data di morte: 21.12.1932 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: Oli - Vogliani Alla Juventus dal 1927 al 1931 Esordio: 15.01.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Bologna-Juventus 2-0 Ultima partita: 16.11.1930 - Serie A - Juventus-Legnano 1-0 9 presenze - 1 rete 1 scudetto Oliviero Vojak (Pola, 24 marzo 1911 – Torino, 21 dicembre 1932) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Per via delle leggi fasciste il suo nome fu cambiato in Vogliani, ma in alcuni casi veniva scritto anche Vojach. Oliviero Vojak Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1932 Carriera Squadre di club 1925-1926 U.S. Primavera ? (?) 1926-1927 Pro Gorizia ? (?) 1927-1931 Juventus 9 (1) 1931-1932 Napoli 15 (5) Biografia Rivelatosi calcisticamente a Pola, è tra i più giovani debuttanti della Juventus, avendo esordito a 16 anni, 10 mesi e 23 giorni. Per distinguerlo dal fratello maggiore Antonio che era conosciuto come Vojak I, Oliviero era chiamato Vojak II. Cresciuto a Stoia, morì ventunenne per una polmonite. Il suo feretro fu portato a spalla dai giocatori della Juventus. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1930-1931
  20. PAOLO VIGNA https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Vigna Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 09.12.1902 Luogo di morte: Torino Data di morte: 20.11.1987 Ruolo:Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 11.12.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Dominante 3-1 1 presenza - 0 reti Paolo Vigna (Torino, 9 dicembre 1902 – 20 novembre 1987) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Paolo Vigna Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1938 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1927-1928 Juventus 1 (0) 1928-1929 Biellese 23 (8) 1929-1930 Pro Patria 22 (5) 1930-1931 Vomero ? (?) 1931-1933 Siracusa 48 (12) 1933-1935 Biellese 11 (2) 193?-1937 Ciriè ? (?) 1937-1938 Cinzano ? (?) Carriera Cresciuto nella Juventus, con la quale esordisce in un incontro di Divisione Nazionale 1927-1928 contro La Dominante. La stagione successiva è alla Biellese e alla prima stagione di Serie A veste invece la maglia della Pro Patria, con 22 presenze e 5 reti. Chiude l'attività con esperienze prima al Vomero, e poi al Siracusa, alla Biellese, al Ciriè e al Cinzano.
  21. GIUSTINIANO MARUCCO https://it.wikipedia.org/wiki/Giustiniano_Marucco Nazione: Italia Luogo di nascita: Maggiora (Novara) Data di nascita: 22.08.1899 Luogo di morte: Aielli (L'Aquila) Data di morte: 24.10.1942 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Nazionale italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1928 Esordio: 25.09.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Casale 1-2 Ultima partita: 15.07.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Bologna-Juventus 0-2 19 presenze - 1 rete Giustiniano Marucco (Maggiora, 22 agosto 1899 – Aielli, 24 ottobre 1942) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Giustiniano Marucco Nazionalità Italia Calcio Ruolo Attaccante Termine carriera 1929 Carriera Squadre di club 1920-1926 Novara 58+ (16+) 1927-1928 Juventus 19 (1) 1928-1929 Novara 28 (6) Nazionale 1920 Italia 2 (0) Carriera Ala sinistra, giocò negli anni '20 nelle file di Novara e Juventus. Prese parte con la Nazionale italiana ai Giochi olimpici del 1920 ad Anversa, nel corso delle quali disputò le sue 2 uniche partite in maglia azzurra, terminate entrambe con la sconfitta. Giocò nelle file dell'Internazionale di Milano nell'amichevole vinta contro la Lazio (4-2) del 18 maggio 1927. Dopo il ritiro lavorò presso la Molino Felice Saini di Crenna e fu direttore della SAINA (Società Anonima Industrie Nazionali Aiellesi) di Aielli, nella Marsica. Morte Morì a 43 anni a causa di un incidente stradale, in Abruzzo.
  22. GIUSEPPE GALLUZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Galluzzi Nazione: Italia Luogo di nascita: Firenze Data di nascita: 10.11.1903 Luogo di morte: Firenze Data di morte: 06.12.1973 Ruolo: Centrocampo Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 02.10.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Novara-Juventus 2-2 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato Divisione Nazionale - Cremonese-Juventus 0-0 30 presenze - 10 reti Giuseppe Galluzzi (Firenze, 10 novembre 1903 – Firenze, 6 dicembre 1973) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Giuseppe Galluzzi Galluzzi (in piedi, quinto da sinistra) alla Juventus nella stagione 1928-1929 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex interno) Termine carriera 1936 - calciatore 1954 - allenatore Carriera Squadre di club 1920-1921 Prato 4 (0) 1921-1925 CS Firenze ? (?) 1925-1926 Libertas Firenze ? (?) 1926-1927 Alba Audace 16 (3) 1927-1929 Juventus 30 (10) 1929-1933 Fiorentina 97 (20) 1933-1935 Lucchese 36 (12) 1935-1936 Pisa 2 (1) Carriera da allenatore 1936-1938 Pontedera 1939-1945 Fiorentina 1946-1947 Sampdoria 1947-1949 Legnano 1949-1950 Livorno 1950-1951 Sampdoria 1951-1952 Bologna 1952-1953 Brescia 1953-1954 Legnano Palmarès Giochi del Mediterraneo Oro Napoli 1963 Carriera Giocatore È stato una figura prominente nella scena calcistica fiorentina degli anni venti e trenta, prima con il Club Sportivo Firenze e dopo la fusione con la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas del 1926, con la Fiorentina, con cui ha disputato due campionati in Serie B, e, dopo la promozione nella stagione sportiva 1930-1931, due in Serie A. La sua carriera agonistica si è svolta quasi totalmente in Toscana con l'eccezione di due anni alla Juventus, dal 1927 al 1929, nelle due stagioni che hanno preceduto l'introduzione del girone unico. In carriera ha totalizzato complessivamente 38 presenze e 10 reti nella serie A a girone unico, tutte con la maglia della Fiorentina, e 67 presenze e 13 reti con le maglie di Fiorentina, Lucchese e Pisa. Allenatore Dopo la fine della carriera di calciatore ha intrapreso quella di allenatore divenendo responsabile di alcuni club di buon livello come Fiorentina, con la quale vinse la Coppa Italia nell'annata 1939-1940, Sampdoria, della quale fu il primo allenatore nella stagione 1946-47, e Bologna. In seguito, dopo aver guidato in massima serie anche il Legnano diventò selezionatore delle nazionali giovanili. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Fiorentina: 1930-1931 Allenatore Competizioni nazionali Coppa Italia: 1 - Fiorentina: 1939-1940 Competizioni regionali Campionato toscano di guerra: 1 - Fiorentina: 1944-1945
  23. MARIO FINAZZI https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Finazzi Nazione: Italia Luogo di nascita: - Data di nascita: - Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1927 al 1929 Esordio: 05.07.1928 - Campionato Divisione Nazionale - Genoa-Juventus 3-0 Ultima partita: 29.06.1929 - Campionato Divisione Nazionale - CremoneseJuventus 0-0 6 presenze - 0 reti Mario Finazzi (... – ...) è stato un calciatore italiano, di ruolo mediano e ala. Mario Finazzi Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 1927-1929 Juventus 6 (0) Carriera Fece il suo esordio con la Juventus contro il Genoa il 5 luglio 1928 in una sconfitta per 3-0, mentre la sua ultima partita fu contro la Cremonese il 29 giugno 1929 in un pareggio per 0-0. In due stagioni bianconere collezionò 6 presenze senza segnare.
  24. LUIGI CEVENINI «La Juventus ingaggia Zizì – scrive Caminiti – il terzo di questi fratellastri sempre affamati e sempre affumati (il fumatore più incallito è lui, va anche in campo con la sigaretta infilata dappertutto) per sentirsi più forte, le ambizioni con l’avvento della famiglia Agnelli sono naturalmente cresciute. Zizì arriva con Barisone, Galluzzi e Mario Varglien; si va a tentoni, il falso conte (Mazzonis non ha le velleità di mostrarsi di sangue blu) cerca di affidare a Carlo Carcano alessandrino giocatori validi.E Zizì Cevenini gode fama di essere un autentico virtuoso, un fenomeno del dribbling e del goal di possesso come non se ne sono mai veduti; e, in effetti, questo trentaquattrenne dal naso grifagno, dal taglio del labbro vizioso, mezzo storto mezzo gobbo, che calza scarpe di cuoio di sua (e dei fratelli) fabbricazione, merita tutta la sua fama.Per anni nell’Inter ha dribblato intere squadre, segnando e facendo segnare fantastici goal. È il simbolo di come l’italiano medio considera il calciatore di classe, un dribblomane, un solista senza padroni, un cane sciolto a caccia di emozioni speciali, che sgrida alla voce i compagni, che si sente il più bravo da dieci a zero e lo vomita in faccia a tutti. In allenamento, la sua abilità nel calciare da fermo era così assoluta da mettere spesso in crisi il grande Combi.Alla partita, cominciava a dribblare, con fanatico impegno e guai a non passargli il pallone. Grifagno come il suo naso, e a ogni impresa pedatoria aduso, pur di arrivare al goal da solo, senza dovere chiedere l’aiuto di nessuno. E che non si osassero di non passargli il pallone; tanto la gente, in quei declinanti anni Venti, si divertiva al calcio ancora da noi football, soltanto vedendolo giocare».RENATO TAVELLA, DAL SUO LIBRO “ IL ROMANZO DELLA GRANDE JUVENTUS”Già carico di gloria e di non pochi colpi d’ala, dall’alto dei suoi trentaquattro anni fin da subito si era messo a pontificare. Ma se Combi, con il suo aristocratico distacco, lo invitava alla moderazione e la otteneva; se Rosetta e Caligaris, con altrettanto esempio di signorilità seppur diversa all’apparenza, inchiodavano sul controllo la sua vena polemica; Munerati, con schiettezza per niente diplomatica, al contrario lo mandava con buon abitudine a quel paese, con relativo seguito. D’altronde lui, Ricciolo, pur conoscendo l’arte dei colpi raffinati non meno di altri, si sobbarcava bene sfiancanti galoppate per recuperare qualsiasi palla vagante. E perché ‘sto Cevenini poco si degnava in simili lavori per la squadra: che credeva mai di essere? No, Munerati e Cevenini proprio si potevano vedere come la polvere negli occhi. Troppo diversi di carattere, seppure entrambi fossero fra i campioni più conclamati. «Sono tre gli uomini che, ricevuto il pallone, sappiano giocarlo – ci informa il pioniere Annibale Ajmone nel dicembre 1924 su “Hurrà” – dribbling, finta, passaggio e shoot, con gli occhi bendati e, ciò malgrado, con stupefacente sicurezza e precisione: Cevenini, Baloncieri e Munerati».PIERA CALLEGARI, DAL SUO LIBRO “LA JUVENTUS”Zizì Cevenini era il più famoso di cinque fratelli che avevano giocato tutti con la maglia dell’Internazionale. Un anno addirittura contemporaneamente e quella dovette essere una delle poche circostanze in cui i neroazzurri poterono definirsi, con giusta ragione, una grande famiglia. Poi, il primo e il terzo dei Cevenini si erano elevati ai fasti della Nazionale e della fama, specie Zizì, che la brillantezza del gioco e l’estrema stramberia del carattere contribuivano a distinguere. Era, infatti, Zizì per il chiacchierio pungente e mai rallentato con cui aveva afflitto il suo prossimo fin dall’infanzia, protagonista immancabile di beffe e di dispute per mezzo delle quali riusciva a collocarsi al centro dell’attenzione. Era anche l’uomo che una volta, nell’Internazionale, sparì per un mese senza avvertire nessuno e, quando tornò, riprese il suo posto dichiarando di essere stato in Inghilterra. Vi si era recato, così disse, per perfezionare a quell’alta scuola il proprio gioco. Fosse o non fosse vero, bisognava accettarlo così o rinunciare a lui. E la seconda soluzione costava più della prima.DAL LIBRO “JUVENTUS FIDANZATA D’ITALIA”Cevenini III era quel finissimo, diabolico, strambo giocatore che era sempre stato. Non aveva più, ovviamente, quelle facoltà che lo avevano reso famoso nell’Internazionale, ma era pur sempre il “vecchio” inimitabile Zizì. E a questo punto è inevitabile parlare di lui, anche se gli aneddoti fioriti sulla sua persona appartenevano al tempo passato. Cevenini era stato un giocatore troppo illustre e troppo conosciuto perché, anche sul declinare di una brillantissima, eccezionale carriera, non si parlasse di lui come di un mito. Terzo di una schiera di cinque fratelli calciatori che per una stagione avevano giocato tutti insiemi nell’Inter, fu tra loro il più celebre, il più classico, il più famoso, il più ecclettico, il più eccentrico, il più bizzarro, il più strambo, il più rude, il più tranquillo, il più focoso. Tutto fu: e spesso, da un momento all’altro, il contrario di se stesso.Ma perché fu chiamato Zizì? Perché chiacchierava sempre, trovava da ridire su tutto e su tutti, non era mai contento, criticava questo e quello, era sempre con la lingua in moto, pronto ad appuntare lo strale della critica, della maldicenza, della superiorità, in ogni momento e in ogni luogo. E quando non parlava male di qualcuno, parlava di altre cose che magari non interessavano nessuno, erano barzellette, raccontini, parolacce, era un mulinello di parole. In casa, sul campo, al bigliardo, alle bocce, tra i ragazzini del rione cui si piccava di insegnare tecnica calcistica. “Ziz... zi... zi... ziizi”, pareva una mosca, una zanzara, una cicala, con quel suo parlare dialettale. E così nacque Zizì, e con lui la sua leggenda.Si possono raccontare a decine gli episodi che riguardano il “terzo” dei Cevenini. Come dirli tutti? Del resto sono noti a coloro che conoscono un po’ di anedottica sportiva. Una volta, durante un allenamento, alcuni giocatori, compagni di squadra, provano a tirare in porta: sbagliano, suggestionati dalla presenza del Ceva. Arriva il divo, facendo finta di nulla, si avvicina alla palla, ferma sul disco del rigore, e spara. Il portiere è immobile, come paralizzato. E la sfera va fuori. Cevenini, faccia di bronzo, per nulla scosso, dice: «Ecco come fate voi. Adesso vi faccio vedere come si calcia un penalty». E, dopo una finta da campione mette in rete.Un’altra volta sparì improvvisamente da Milano: nessuno poté sapere, lì per lì, dove si fosse cacciato. Dopo un mese tornò, calmo, sereno: era stato tutto quel periodo in Inghilterra «per imparare a giocare», come disse poi. Volle riprendere subito il posto in squadra, senza dare ulteriori giustificazioni. Fu accontentato, ovviamente, dato che la società aveva bisogno dì lui. Successe, durante una partita, che un compagno di squadra fece un grave errore. Cevenini dapprima si mise a imprecare, a stramaledire, a malmenare il collega. Infine si mise a sedere, in mezzo al campo, sulla palla. Ci volle del bello e del buono, anche da parte dell’arbitro, per convincerlo a rialzarsi. Divenne celebre una sua polemica con Combi, “l’uomo di gomma” specializzato nel parare i rigori, per un tiro dagli undici metri che Cevenini era riuscito a mettere in fondo alla rete. Zizì non la finiva più di gettare sberleffi verso il tranquillo e signorile portiere juventino. Era successo che prima di battere il famoso penalty Cevenini si era avvicinato all’ottimo Giampiero e gli aveva sussurrato: «Bada che calcerò da quella parte», e sparò davvero nell’angolo indicato, dove Combi, gettatosi con prontezza, non era riuscito neppure a sfiorare il bolide tirato con astuzia e con potenza da Zizì.Questo era il Cevenini dei bei tempi: ma di lui, quando già rivestiva la maglia della Juventus, si conosce un altro episodio. Ha per protagonista anche Serantoni. Si giocava a Milano: Sera era ancora neroazzurro. Il Ceva, ansioso di far bella figura contro i suoi vecchi amici e i suoi vecchi ammiratori del “pulvinare” e dei popolari, cominciò a sparare verso Degani qualcuno dei suoi micidiali palloni. Serantoni, arguto e pacifico (mica tanto, però) spirito veneto, si avvicinò al “terzo”, e gli disse: «Neh, Zizì, si te tiri an coro cussì, mi te masso...». Cevenini sorrise, e continuò a tirare. Il caso volle però che i primi palloni dopo l’intemerata di Serantoni andassero a finire lontano dai pali. E Sera avvicinò ancora a Cevenini per dirgli «Va avanti cussì, Zizi, e mi no te masso più». Nella Juventus, comunque, aveva trovato una seconda giovinezza, e giocò altre tre partite in Nazionale: l’ultima il 28 aprile 1929, a trentacinque anni, contro la Germania a Torino. Ora è morto anche lui, il 23 luglio 1968 nella sua casa di campagna presso Como. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/03/luigi-cevenini.html
  25. LUIGI CEVENINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cevenini Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 13.03.1895 Luogo di morte: Masano di Villa Guardia (Como) Data di morte: 23.07.1968 Ruolo: Centrocampista Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Nazionale Italiano Soprannome: Zizí Alla Juventus dal 1927 al 1930 Esordio: 25.09.1927 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Casale 1-2 Ultima partita: 29.06.1930 - Serie A - Inter-Juventus 2-0 67 presenze - 21 reti Luigi Cevenini (Milano, 13 marzo 1895 – Masano di Villa Guardia, 23 luglio 1968) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo interno sinistro. È noto anche come Cevenini III, in quanto terzo di cinque fratelli (gli altri furono Aldo, Mario, Cesare e Carlo) che costituirono una delle maggiori dinastie calcistiche italiane. Detto Zizì per la lingua arguta e pettegola, fu probabilmente il più famoso e dotato dei cinque fratelli, arrivando anche a giocare 29 partite in nazionale con 11 reti. Fu il primo calciatore della storia del massimo campionato italiano di calcio a vestire le maglie di Milan, Inter e Juventus. Luigi Cevenini Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex interno) Termine carriera 1939 Carriera Squadre di club 1911-1912 Milan 1 (1) 1912-1915 Inter 55 (63) 1915-1919 Milan 0 (0) 1919-1921 Inter 40 (54) 1921-1922 Novese 19 (6) 1922-1927 Inter 95 (41) 1927-1930 Juventus 67 (21) 1930-1932 Messina 49 (28) 1932-1933 Peloro 17 (4) 1933-1934 Novara 5 (0) 1934-1935 Comense 15 (5) 1935-1936 Varese[3] 8 (1) 1939 Arezzo 4 (0) Nazionale 1915-1929 Italia 29 (11) Carriera da allenatore 1930-1933 Messina 1934-1935 Comense 1935-1936 Varese 1939 Arezzo 1942-1943 Civitanovese Carriera Club Milan, Inter e Novese Esordì in Serie A nel Milan il 28 aprile 1912 nella gara contro il Genoa, vinta grazie a un suo gol, ma per gran parte della sua carriera fu legato all'Inter, con cui fra il 1912 e il 1927 disputò complessivamente 190 partite in campionato, segnando 158 reti in 10 stagioni: rimane tuttora il quinto miglior capocannoniere dei nerazzurri. Cevenini III (in piedi, primo da destra) insieme ai suoi quattro fratelli all'Inter nella stagione 1920-1921 La Prima guerra mondiale, che lo vide tornare provvisoriamente in rossonero e giocare 7 gare segnando 6 gol in Coppa Federale 1915-1916, Coppa Regionale Lombarda e Coppa Mauro, gli rubò gli anni in cui un calciatore solitamente si afferma, ma Zizì riuscì comunque a imporsi nel panorama calcistico italiano. Campione d'Italia nel 1920, lui al primo campionato dopo il conflitto, rimase in nerazzurro fino al 1927, senza più riuscire a ripetere in campionato l'exploit del 1920. In questo lasso di tempo, i fratelli Cevenini stabilirono un record tuttora in essere, alquanto straordinario: il 26 dicembre 1920, infatti, tutti e cinque i fratelli, (Aldo, Mario, Luigi, Cesare e Carlo), vennero schierati nel derby cittadino contro l'U.S. Milanese, terminato 2-1 per l'Inter grazie ai gol di Luigi e Carlo. Nella sola stagione 1921-1922 giocò nella Novese nel campionato FIGC, mentre l'Inter partecipava a quello della "ribelle" CCI (arrivando ultimo nel proprio girone senza Zizì). La Novese, con l'apporto del grande campione e trovatasi senza le rivali più titolate, arrivò a vincere lo scudetto nell'anno dello scisma. In quell'anno giocò ancora con il fratello maggiore Aldo e con il secondo della dinastia, Mario. Tornato a Milano, con la maglia dell'Inter segnò 17 reti nei derby, superato poi negli anni solo da Meazza con 20 reti, mentre il fratello Mario, che a lungo giocò al Milan, si fermò a 16. Nessuno fu poi capace di superare questo terzetto. Juventus e ultimi anni Approdato alla Juventus nel 1927, vi rimase per tre stagioni. Cevenini III (in piedi, primo da destra) alla Juventus nella stagione 1928-1929 Passato al Messina nel 1930, ricoprì il ruolo di allenatore-giocatore nel campionato di Prima Divisione, l'allora terza serie. L'anno successivo, nonostante i 37 anni d'età, guidò la squadra alla conquista della Serie B dopo gli spareggi per la promozione. Nella stagione 1934-1935 allenò la Comense in Serie B, giocando anche 15 partite e segnando 5 reti. Nella fase conclusiva della stagione 1938-1939 guidò l'Arezzo, con cui, a 44 anni di età, giocò anche 4 gare; allenò poi la Civitanovese. Nazionale Già prima della Grande Guerra aveva esordito con la maglia azzurra nella partita del 31 gennaio 1915 vinta per 3-1 contro la Svizzera, con un suo gol su rigore per il 2-1 e nella ripresa il terzo gol del fratello maggiore Aldo (che giocava in Nazionale fin dalla sua prima partita nel 1910). Nel 1929 diede l'addio alla Nazionale, di cui ebbe per 7 volte la fascia di capitano. Giocò anche 2 partite, con una rete, nella Nazionale B nelle prime due partite della sua storia, nel 1927, segnando 3 reti contro le nazionali maggiori di Lussemburgo e di Irlanda. Come riportato da Antonio Ghirelli nella sua Storia del calcio in Italia, Cevenini fu il primo giocatore nella storia della Nazionale a rendersi protagonista di un episodio singolare: nell'immediato dopoguerra, alla vigilia di un derby, egli scomparve misteriosamente da Milano. Si venne a sapere una quindicina di giorni dopo che s'era recato in Inghilterra per confrontarsi con i professionisti inglesi. Il provino ebbe esito positivo ma, quando una squadra britannica si fece avanti per ingaggiarlo, Cevenini sparì da Londra così come da Milano. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Inter: 1919-1920 - Novese: 1921-1922
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