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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. CESTMÍR VYCPÁLEK Parco Stromovka è il suo campo preferito, i compagni di quartiere gli avversari più indomiti. Čestmír è un ragazzotto biondo e paffutello che trascorre interminabili ore nel cortile di casa a incantare compagni e avversari; palleggia col piede destro e col mancino fino all’esasperazione. Papà Premsyl, tifoso del grandissimo Slavia Praga lo costringe a seguirlo ogni domenica allo stadio Spartan e Čestmír comincia ad accarezzare sogni di grandezza calcistica.La strada non è facile: papà Premsyl vede in Cesto un futuro campione, mentre mamma Jarmila, invece, pretende la massima dedizione allo studio: «Ti dedicherai al pallone – gli impone – solo dopo aver superato l’Accademia Commerciale». Čestmír supera ogni anno a pieni voti le classi del ginnasio e quelle dell’Accademia Commerciale e, a diciassette anni, si ritrova con il diploma e il lasciapassare dei dirigenti dello Slavia per giocare in prima squadra.Ma, dietro l’angolo, c’è la guerra con i suoi orrori; Cesto è internato nel lager nazista di Dachau: «Nell’ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista, quello di Dachau. Solo chi c’è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. In quel campo, Hitler rinchiudeva i nemici della sua follia: ebrei, antinazisti, cittadini degli stati invasi dalla croce uncinata. Ed io sono cecoslovacco di Praga, dunque un nemico. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze, ripeto, può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla».Čestmír ritorna a fare meraviglie nello Slavia e i tecnici lo vogliono nella rappresentativa boema. Assomiglia molto, come tipo di gioco, al grande Giovanni Ferrari: ha una tecnica di primo ordine, gli occhi sempre sul campo e mai sulla palla, un ottimo controllo della stessa, una notevole visione di gioco e la capacità di valutare tutte le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicina all’area di rigore, può diventare pericolosissimo per il portiere avversario, perché Cesto sa tirare molto bene, con traiettorie precise e potenti. Allo Spartan è ospite la fortissima Jugoslavia; la partita si rivela un’epica battaglia fra autentici giganti. Finisce 1-1 per merito di Čestmír che, di testa, realizza uno splendido goal.La via della Nazionale è spianata; Vycpálek vi resterà per sette anni: «C’era l’entusiasmo e l’ardore dei vent’anni; era il periodo in cui ci si doveva battere per vincere, anche nello sport. E non era facile. La sconfitta più dolorosa la patii a Parigi; perdemmo 3-0 e per giorni, noi della Nazionale non avemmo pace. Fortunatamente, lo Slavia ripagava gli sportivi con partite e vittorie memorabili. Sono stato sei volte campione, dal 1939 al 1945. Allora mi sentivo un leone, ma erano altri tempi; il calcio era solo sport, diletto, passione».L’allora segretario della Juventus, Artino, e un certo signor Foresto, grande esportatore di vini piemontesi a Praga, che gestisce anche un avviatissimo night, mette gli occhi sulla coppia dello Slavia: Vycpálek e Korostelev. L’offerta è allettante; stipendio da sgranare gli occhi, un annetto in Italia in riva al Po, quindi ritorno a Praga. Breve consultazione con la dolce Hana, che intanto Cesto ha condotto all’altare, e partenza per l’Italia.Cesto esordisce in bianconero contro il Milan, il 6 ottobre 1946. Il presidente juventino è Piero Dusio, l’allenatore Cesarini. Nella formazione rossonera militano campioni come Tognon, Gimona, Annovazzi, Puricelli e Carapellese. Il Milan parte all’attacco e passa in vantaggio di due goal, marcatori Annovazzi e Tosolini. Ma, prima del riposo, un perfetto passaggio di Cesto a Candiani consente alla Juventus di accorciare le distanze. All’inizio della ripresa, però, Gimona realizza il terzo goal per il Milan. Juventus decisissima a rimontare con un Vycpálek in grande evidenza, sempre assecondato dal compagno Korostelev, velocissimo sulla fascia sinistra. Alla mezzora Korostelev effettua un cross, Piola opera un perfetto assist di testa per Cesto che mette in rete. Cinque minuti dopo, sullo slancio, Magni sigla il goal del 3-3.Vycpálek ricorda con grande nostalgia quel suo campionato: «Eravamo una grossa squadra, una pattuglia di amici ed anche di grandi calciatori. Il tasso tecnico di tutti era elevato. Prova ne sia che la Juventus tenne testa, per quasi tutto il campionato, a una formazione eccezionale come quella del Grande Torino: i granata vinsero lo scudetto, ma noi finimmo al secondo posto, precedendo uno strepitoso Modena, il Milan e il Bologna».Vycpálek resta bianconero solamente quella stagione, dove totalizzerà ventisette presenze con cinque goal. Il trasferimento a Palermo vede la definitiva consacrazione di Vycpálek come giocatore, e diventa l’idolo della Favorita. In Sicilia nasce anche il figlio, Cestino, che perirà tragicamente nell’incidente aereo di Punta Raisi: «Il presidente Agnelli mi cedette al Palermo per devozione: lui e il principe Lanza, presidente del club rosanero, erano grandi amici ed io ci andai di mezzo. Considerai quel trasferimento l’ennesimo scherzo del destino, non potevo certo immaginare che, a Palermo, cominciava la mia vera carriera di giocatore».Armando Correnti, ex portiere, nonché osservatore della Juventus, lo conosceva bene: «Conobbi Cesto alla Favorita in un pomeriggio di sole; era rimasto in campo, per perfezionare ancora di più la sua tecnica. Io giocavo nel Siracusa, in Serie B, ed ero nel pieno di una più che onesta carriera, ma lui era un’altra cosa: lui era un vero fuoriclasse. Cesto fece grande il Palermo da giocatore, ma gli regalò anche una travolgente promozione da allenatore».Ventiquattro anni nella cornice incantevole della Conca d’Oro, le tiepide, profumate sere trascorse sulla spiaggia di Mondello, il dialetto dolce ed esotico del siculo boemo, sono i ricordi più belli del suo lungo soggiorno siciliano. Nell’estate del 1952 torna al Nord portando Mondello e la Sicilia nel cuore. A Parma, sua città di destinazione, chiude la carriera giocando addirittura più stagioni, più partite e più goal: sei contro cinque, 151 presenze contro 143, ventotto gol contro ventitré. Il Parma di allora era una squadra che faticava a sopravvivere, sia in Serie C sia in B. Cesto contribuì a una storica promozione in B nel 1954 che ancora oggi, a Parma, ricordano come la prima grande impresa del dopoguerra. Quel Parma era guidato da un presidente, Agnetti, detto lacrima facile per i suoi accorati appelli. «Vissi a Parma un periodo bello e sereno. Abitavo in Via Villa, in fondo a Viale Solferino, frequentavo il bar Garden in centro. Quattrini? Pochi. Un giorno, nella mega festa di Villa Bocchialini, il presidente mi regalò un prosciutto. Me lo misi sottobraccio incurante di rovinare la giacca».Vycpálek inizia la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui si fece in seguito raggiungere dalla sua famiglia dopo l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa, durante la Primavera di Praga. Il Palermo ottiene il secondo posto nel campionato di Serie B e viene promosso nella massima serie. La stagione successiva non è molto felice e viene esonerato il 15 maggio 1960, poco ore prima dell’inizio di Inter-Palermo, per decisione del segretario Totò Vilardo. Dopo il Palermo, guida altre squadre minori, tra cui Siracusa, Valdagno e Juve Bagheria. Nell’estate del 1970 si trasferisce a Mazara del Vallo, cittadina siciliana nella quale gioca l’omonima squadra di Serie D. Nel dicembre del 1970, il Mazara è sconfitto in casa dalla Nuova Igea e Cesto viene mandato via quasi a furor di popolo.Da Torino squilla il telefono: la Juve, primo amore, non si può scordare. Cesto ritrova gli amici di un tempo, ricomincia da capo, ma questa volta da allenatore del settore giovanile, per insegnare l’arte della pedata agli allievi che hanno i suoi stessi sogni di un tempo. Nella stagione 1970-71 la Juventus assume come allenatore Armando Picchi: ma l’ex libero dell’Inter, dopo pochi mesi di lavoro, è costretto ad abbandonare a causa di un male incurabile. Boniperti si guarda intorno e non dimentica il vecchio amico con il quale aveva giocato nella stagione 1946-47 e che si stava occupando del settore giovanile bianconero.Cesto prende le redini della prima squadra e ottiene risultati grandiosi. Dopo il quarto posto di quella stagione, il 1971-72 è l’anno di Cesto il boemo. Una stagione che vale una vita, un romanzo a puntate con dentro un po’ di tutto. Con il giovane Bettega nei panni dello stoccatore e il vecchio Salvadore a fare il guardiano del forte, Cesto allestisce una squadra spettacolare quando serve e molto, molto concreta quando conta solo il risultato. Quando poi Bettega si ferma per un serio malanno, l’allenatore boemo convince Haller a fare la seconda punta al fianco di Anastasi e questo è il suo capolavoro tattico.Juventus campione, un punto in più del Torino risorto, del Milan e del Cagliari. L’anno dopo, il bis ancora più eclatante, con Zoff in porta e Altafini uomo della provvidenza. Sensazionale, perché abbinato alla prima, seria cavalcata europea dei bianconeri, che giungono ad un passo dalla Coppa dei Campioni. Vycpálek, primo allenatore dei tempi moderni eppure antico nel suo modo molto romantico di intendere il calcio, dopo aver sfiorato il tris, beffato dalla Lazio di un altro tipo saggio come lui, Maestrelli, cede il posto a Carlo Parola e si rende ancora utile come osservatore.VLADIMIRO CAMINITIIn pochi mesi di Palermo, Čestmír di Praga diventò Cesto, si fece largo da stretto e giocava con paciosa serenità, esprimendo grazia tecnica e rotondità di anca. Prima di lui al Palermo le mezzeali arronzavano, non avevano dimestichezza con la classe, non avevano garbo, non avevano cultura. Facevano tutto presto e male. Cesto sapeva fare bene e con comodo, per il godimento della plebe, tutti dovendosi beare del suo gioco danzato, stile Slavia di Praga. Da Praga, appunto, arrivava, anzi da Torino, dopo un campionato alla Juventus in compagnia dell’ala sinistra di Bratislava Korostelev detto costoletta, uno sempre affamato, anche di goal; da Praga via Dachau, otto mesi di campo di concentramento ansimando in attesa della fine, negli occhi la fame trista di quando si è persa la dignità per le malvagità del prossimo.Appena finita la guerra, la Juventus cercava una mezzala e un’ala, le frontiere erano state aperte all’assemblea straordinaria delle società di Firenze nel maggio quarantasei, così (contrattati dal segretario bianconero Secondo Ardilo) sbarcarono a Torino questi due torni, Vycpálek con le guance essiccate sotto un cappellone, Korostelev meglio in arnese e deciso a fare grandissimi goal pur di mangiare e divertirsi. E cominciarono, infatti, a mangiare; pranzi che cominciavano e non finivano; cambiando ristorante due volte al dì; poi riprendendo a mangiare in pensione; e in campo ringraziando a suon di goal, Vycpálek, quel campionato alla Juve, segnò cinque volte, Korostelev quindici, a ogni goal Čestmír produceva lo scatto più interessante della partita e andava a congratularsi, abbracciando lo spilungone con molta effusione, dandogli appuntamento al ristorante per un’altra colossale sbafata.Dopo pochi mesi di Palermo oltre a diventare Cesto diventò anche uno dei padroni effettivi della città, pesce carne e ogni vettovaglia gli venivano spediti in albergo con reiterati omaggi e benedizioni, consapevole di essere in paradiso si distese sulla sabbia e cominciò a godersi il sole dell’estate di Mondello, preoccupandosi di risparmiare qualche liretta, proprio per fabbricarsi un villino, per quando sarebbe finita la cuccagna. La generosità della gente e del posto aveva tramutato Vycpálek in un palermitano verace. Anche Hana la moglie era felice, una ventata di generosa prolissità avvolgeva la squadra, il presidente, principe Raimondo Lanza di Trabia, scarmigliato con occhi celesti e balletti, sempre in camicia di seta e brache bianche, sempre un po’ tocco di whisky si diceva pronto a comprare tutto per il Palermo, e comprava infatti, semplicemente con una telefonata, l’allenatore era un omone roseo e focoso, bambino e vecchio, veneto di nascita ma internazionale, che parlava di calcio come se lo avesse scoperto lui: Gipo Viani. L’altro fuoriclasse della squadra era un fuoriuscito danese biondissimo e perdi-giorno, che non andava a letto mai prima delle tre, standosi con il principe Lanza.Furono cinque campionati al Palermo dal 1947 al 1952, dopo l’unico alla Juve (1946-47), cogliendo moltissime soddisfazioni in terra, ogni tipo di beatitudine appartenendogli in quanto straniero, in quegli anni l’Italia essendo di tutti meno che degli italiani, i quali assistevano con giubilo al giubilo altrui, lo assecondavano allegramente, mentre il partito che era al potere, guidato da un uomo macerato e triste, Alcide De Gasperi, applaudiva con gratitudine. Infatti senza il grano degli americani non avremmo archiviato la guerra tanto facilmente. Il bandito Giuliano a Montelepre per un pugno di farina sparò sui carabinieri; cominciò la sua guerra di morto di fame alla legge e la stava vincendo, dovettero contrattarlo come si fa con un capo, promettendogli una divisa di generale della Sicilia unita all’America, invece in un agguato ordito da quell’uomo dal cuore di pietra di Scelba lo accopparono come un figlio di cane e lo buttarono in un cortile a Castelvetrano, nudo come Cristo quel povero senza arte né parte, seppellendolo tra i salamelecchi e i discorsi perché avevano liberato il paese da un pericoloso e cinico malfattore.Vycpálek nel 1952 chiuse col Palermo e andò a giocare a Parma, amando molto la musica e in special modo Verdi che è di quelle parti, furono altri sei campionati indimenticabili, con sublimi mangiate, dopo di che Cesto pesava alquanto e decise di cominciare la carriera di allenatore sul posto, avendo sempre avuto il tempo di osservare, in campo, uomini e gioco, aveva le idee chiare, così ritornò al Palermo dei dolci amori proprio come allenatore e la squadra fu promossa in A. L’allenatore Vycpálek appartiene alla categoria dei padri di famiglia con sale in zucca; pure, i turbamenti del factotum rosanero Totò Vilardo mal disposto a sopportarne l’intelligenza tecnica, posero fine all’idillio, Cesto, un po’ avariato, nella crisi dei quarant’anni, cominciò a vagare da Siracusa, dopo una parentesi a Valdagno, ancora a Palermo, Juventina di Palermo, Mazara del Vallo, l’impolverato entroterra di un calcio zeppo di pietre, era un uomo avvilito anche con se stesso, beveva molto. E con un aspetto trasandato da una profonda disperazione, accostò a Zagarella nella primavera del 1970 l’amministratore delegato della Juventus Giampiero Boniperti all’inizio del suo mandato, chiedendogli un posto. Ottenne promessa che fu mantenuta pochi mesi dopo. Vycpálek fu assegnato dalla Juventus alla cura delle promesse bianconere in collegio a Villar Perosa e ritornava a Torino, con la moglie Hana e i figli Cestino e Daniele.1971. La malattia di Picchi ispirò Boniperti di fare uscire dall’ombra il pacioso boemo latte e miele. Era duro anzicchenò per Cesto, alla guida della Juventus, sedersi sulla panchina più illustre d’Italia, con Boniperti alle spalle che tanto si prendeva tutta la gloria facendo tutto lui, con una squadra piena di malandrini, Haller, Causio, Anastasi, Marchetti, ma le esperienze della vita e degli uomini lo avevano cambiato, morì Picchi ma la squadra nomata Juventus aveva l’ideale continuatore, né trascinatore né condottiero, uno stratega sorridente che manovrava le carte in ritiro a Villar Perosa da mafioso siculo, che sapeva usare paroline graziosissime per scuotere o pungolare, grasso roseo ballonzolante davanti alla truppa negli allenamenti condotti con altissimo senso della misura. I ragazzi si divertivano, lo presero in simpatia, Boniperti lo confermò alla guida tecnica della squadra e ne fu compensato: quest’uomo che non rifiutava mai un’intervista e non faceva dramma di niente, era Campione d’Italia con la squadra.Il campionato successivo (1971-72), nonostante la malattia di Bettega nella fase culminante e la morte del suo adorato figliolo Cestino andato a schiantarsi con tutti i passeggeri di un aereo di linea contro un costone della catena di montagne del palermitano. Forse, tanta tragedia aveva la sua parte nell’appiattirsi del suo spirito; la squadra da lui guidata rivinceva ancora (1972-73) sfruttando i goal di Altafini e il dramma del Milan a Verona e nel campionato seguente perdeva un po’ di smalto, Boniperti, contraggenio, per saziare la plebe, lo sostituiva con Parola. Doveva rivelarsi un errore. La squadra rivinceva (1974-75), ma si logorava e smarriva. La modernità di Vycpálek, apparentemente re travicello, è nella sua cultura tecnica e umana, il suo alato ottimismo, la sua dolcezza dialettica, una squadra di professional negli anni Settanta non potendosi guidare soltanto coi giri di campo. A parte che Cesto anche i giri di campo sapeva dosare con acume. Un allenatore vero. FRANCO MONTORRO, “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 2002È tornato a incontrare suo figlio Cestino nel giorno del trentennale della sua scomparsa. E ci ha lasciati più soli proprio nel giorno in cui la Juventus vinceva uno scudetto alla sua maniera: come quel 20 maggio 1973, all’Olimpico, la freccia del sorpasso all’ultima giornata. Due coincidenze che aumentano la commozione per la scomparsa di Čestmír Vycpálek, Cesto per tutti, l’allenatore di due scudetti consecutivi, nel 1972 e nel 1973, ma prima ancora calciatore bianconero per una stagione.Un uomo e un allenatore indimenticabile e al quale la Juventus deve moltissimo. Come ci spiegano, confermano, svelano due grandi personaggi che insieme a lui e grazie a lui hanno scritto pagine indimenticabili della leggenda bianconera. «È stato il mio allenatore per quattro anni, nel corso dei quali abbiamo conquistato due scudetti e raggiunto due finali internazionali – ricorda Roberto Bettega – Vycpálek prese in mano la Juve nel periodo della rivoluzione o per meglio dire in partenza di un progetto di crescita e di costruzione di una squadra che fu poi protagonista di quindici anni strepitosi. Arrivarono tanti giovani: il sottoscritto, Landini, Capello, Danova. E Picchi prima e Vycpálek dopo furono bravissimi a integrarli con gli anziani: Salvadore, Haller, Morini. Eravamo una squadra giovane, intesa come gruppo, ma avevamo messo le radici per una pianta rigogliosa. Io, poi, gli devo molto. Quando nel corso della seconda stagione mi ammalai, lui per primo mi fu vicino in quel momento così delicato facendomi capire che mi avrebbe aspettato, che non mi avrebbe messo né fretta né pressione. Mi fu di grandissimo aiuto. Era un uomo che sapeva trasmettere la sua positività. Ricordo che nell’intervallo della famosa partita dell’Olimpico, ci disse: “Oggi il Milan perde a Verona, la Lazio pareggia a Napoli, noi vinciamo lo scudetto e ci abbracciamo in mezzo al campo”. Lo guardammo con un’aria un po’ strana, e in coro ripetemmo: “Sì, mister, ci abbracciamo in mezzo al campo”, come a dire: per salutarci che il campionato è finito. Ma alla fine ebbe ragione lui. Quelle parole mi sono rimaste impresse, perché erano la dimostrazione di quanto ci credesse. Proprio nel giorno della sua scomparsa, 5 maggio 2002, la Juventus ha vinto uno scudetto che, per com’è stato conquistato, ha moltissime affinità con quello di allora. Ed è stato probabilmente la maniera migliore, da parte nostra, per salutarlo».Capitano di quella Juventus di Vycpálek era Beppe Furino. Anche per lui il nastro dei ricordi parte da quel Roma-Juventus dell’Olimpico. «Eravamo all’intervallo, sotto di un goal e le sue parole ci caricarono. Al goal di Spadoni replicò Altafini, quasi allo scadere Cuccureddu e fu scudetto: come aveva previsto lui, Vycpálek. Io ricordo la sua disponibilità e la sua umiltà, doti che fecero presa su tutta la squadra e che gli permettevano di fronteggiare quasi con filosofia una squadra composta da grandi personalità. Lui seppe creare un’armonia indimenticabile. Io ero legato a lui da grande stima, non solo per le sue doti umane ma anche per le sue conoscenze tecniche. In tutti i sensi, un grande allenatore».Il legame con la Juventus non si era mai allentato nel corso degli anni, visto che dopo l’esperienza diretta in panchina Cesto ha continuato a operare per il club bianconero, a livello dirigenziale come per l’attività di osservatore. Insomma, una juventinità a 360 gradi come il secondo figlio Daniele ha tenuto a sottolineare. Non prima di aver messo in chiaro un ultimo aspetto relativo alla vicenda terrena di suo padre e aver affidato a “Hurrà Juventus” il compito di dissipare alcune voci malevoli. «Ho letto critiche gratuite e assurde alla Juventus per l’assenza di suoi rappresentanti al funerale di mio padre – ha spiegato Daniele Vycpálek – e voglio dire che non ci sono assolutamente colpe, da parte loro. Io stesso, che ero a Torino per preventivare un intervento chirurgico che avrebbe dovuto subire da lì a poco, domenica, ho avuto grosse difficoltà a rientrare a Palermo, dove solo nel pomeriggio di lunedì è stata stabilita la data delle esequie. In queste condizioni, nessuno avrebbe più potuto farcela a raggiungere in tempo la Sicilia. Questo è giusto che si sappia, com’è doveroso che io ringrazi la Juventus tutta per com’è sempre stata vicina a mio padre e per come lo è alla sua famiglia adesso. Il resto, ripeto, sono solo cattiverie. Mio padre era juventino dentro già nel 1946, quando arrivò in Italia e lo è rimasto per sempre. La sua vita si è completata nella Juventus, lui era uno della famiglia Juventus. Ma ha avuto anche la fortuna di essere rispettato, sempre, dai tifosi di qualsiasi altra squadra, che riconoscevano in lui soprattutto un uomo leale, un uomo di sport. Di ricordi su di lui, legati alla Juventus, ne ho parecchi, ovvio. Ma qui e ora mi piacerebbe ricordarlo nel suo impegno di osservatore, forse l’aspetto meno noto della sua attività, eppure una delle più importanti, per tanti anni, per la Juventus. Grazie al suo fiuto, al suo talento, anche in tempi recenti sono arrivati a Torino giocatori importanti. E anche per questo la società gli è sempre stata vicina, gli è sempre stata grata».Juventino a vita, Čestmír Vycpálek ha scelto di lasciare la Juventus in uno dei giorni più belli della storia bianconera. E lo ha fatto in punta di piedi, lievemente, quasi come se fosse turbato all’idea che la notizia della sua scomparsa sarebbe stata data fra una domenica e un lunedì di fine campionato. Ma il destino, nell’ombra che ha rattristato la grande festa bianconera dopo Udine, ci ha concesso un’ultima cortesia, per quello che riguarda una straordinaria impresa della Juventus, tanto simile alla sua di ventinove anni fa, al punto da farcelo ricordare meglio nel giorno dell’addio. Per uno scudetto vinto come lo aveva saputo vincere Vycpálek, di rincorsa e allo sprint, e per ricordare come, prima e dopo quel tricolore, noi tutti dobbiamo ringraziare Cesto e ricordarlo come uno dei più grandi.Addio, Cesto, ovunque tu sia, lassù in cielo. Dove sei arrivato con già un ventiseiesimo scudetto che era anche tuo. E che tutti noi, ricordando la tua figura e la tua opera, ti dedichiamo con affetto e riconoscenza. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/cestmir-vycpalek.html
  2. CESTMÍR VYCPÁLEK https://it.wikipedia.org/wiki/Čestmír_Vycpálek Nazione: Cecoslovacchia Luogo di nascita: Praga Data di nascita: 15.05.1921 Luogo di morte: Palermo Data di morte: 05.05.2002 Ruolo: Centrocampista e allenatore Altezza: - Peso: - Soprannome: Cesto Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 06.10.1946 - Serie A - Milan-Juventus 3-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 27 presenze - 5 reti Allenatore della Juventus dal 1970 al 1974 157 panchine - 79 vittorie 2 scudetti Čestmír Vycpálek (Praga, 15 maggio 1921 – Palermo, 5 maggio 2002) è stato un allenatore di calcio e calciatore cecoslovacco, di ruolo centrocampista. Čestmír Vycpálek Vycpálek alla guida della Juventus negli anni 1970 Nazionalità Cecoslovacchia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1958 - giocatore 1974 - allenatore Carriera Squadre di club 1939-1941 Slavia Praga 11 (7) 1941-1942 Židenice 19 (19) 1942-1943 Slavia Praga 36 (15) 1943-1944 Nitra ? (?) 1944-1946 Slavia Praga ? (14) 1946-1947 Juventus 27 (5) 1947-1952 Palermo 143 (28) 1952-1958 Parma 151 (28) Carriera da allenatore 1956-1958 Parma 1958-1960 Palermo 1960-1961 Siracusa 1962-1964 Marzotto Valdagno 1964-1965 Palermo Giovanili 1965-1967 Juventina Palermo 1969-1970 Mazara 1970-1971 Juventus Giovanili 1971-1974 Juventus Biografia Il padre Přemysl vedeva in lui un grande campione, e da grande tifoso dello Slavia Praga, ogni settimana lo portava allo stadio "Spartan". La madre Jarmila voleva che il giovane concludesse gli studi. Čestmír superò le classi del ginnasio e quelle dell'Accademia Commerciale e a 17 anni ebbe diploma e lasciapassare dei dirigenti dello Slavia Praga per giocare nella prima squadra. Nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, Čestmír fu deportato nel campo di concentramento di Dachau ove passò otto mesi in condizioni estreme. Morì la mattina del 5 maggio 2002, il giorno in cui la Juventus vinceva il 26º scudetto e in cui, trent'anni prima, era perito un suo figlio (nato a Palermo) nell'incidente aereo del volo Alitalia 112. Era lo zio materno di Zdeněk Zeman e veniva soprannominato informalmente Cesto. Si era stabilito a Mondello una volta chiusa la carriera sportiva. È sepolto a Palermo. Nel 2014 il Comune di Palermo ha rinominato "Vycpálek" il piazzale antistante lo stadio Renzo Barbera. Caratteristiche tecniche Giocatore Vycpálek in acrobazia con la maglia del Palermo Giocava come centrocampista, in particolare mezzala destra, e possedeva una buona visione di gioco. Giocatore di classe, aveva un carattere forte, trascinatore, da leader. Assomigliava come tipo di gioco a Giovanni Ferrari: aveva un'ottima tecnica, un eccellente controllo di palla e una buona visione di gioco e la capacità di valutare le situazioni tattiche per comportarsi di conseguenza. Quando si avvicinava all'area di rigore diventava molto pericoloso per gli avversari perché era dotato di un tiro molto potente e preciso. Allenatore Era bravo a valorizzare i giovani. Carriera Giocatore Club Vycpálek (a sinistra) e Silvio Piola alla Juventus nella stagione 1946-1947 Iniziò a giocare con lo Slavia Praga. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel corso della quale fu anche internato a Dachau, nel 1945 impressionò positivamente i tecnici dello Slavia Praga che lo rivollero nella rappresentativa boema. Il segretario generale della Juventus Artino era rimasto a sua volta colpito dalla coppia dello Slavia Praga Vycpálek-Korostelev: il duo accettò l'offerta della squadra torinese, divenendo entrambi i primi calciatori stranieri della squadra bianconera nel secondo dopoguerra. Vycpálek debuttò con i piemontesi il 6 ottobre 1946 nella classica contro il Milan: anche grazie alle sue prestazioni la Juventus rimontò da 3-1 a 3-3, e lo stesso calciatore cecoslovacco segnerà la rete del momentaneo 3-2. Vycpálek giocò a Torino soltanto la stagione 1946-1947, collezionando 27 presenze e 5 reti, dopodiché passò al Palermo, all'epoca in Serie B. Con il club siciliano, dove rimase per cinque stagioni, vide la definitiva consacrazione, centrando la promozione in Serie A già alla prima (1947-1948) e divenendo capitano della squadra: così facendo, diventò il primo straniero ad aver ricoperto questo ruolo in un campionato italiano di massima serie. È stato anche il primo calciatore straniero del Palermo a segnare una tripletta in Serie A, nella partita del 23 ottobre 1948 vinta per 3-0 sulla Roma; tale record sarà poi eguagliato il 14 novembre 2010, in un 3-1 al Catania, dall'argentino Javier Pastore. Vycpálek (in piedi, al centro) capitano del Parma nel campionato 1956-1957 Nella stagione 1952-1953 si trasferì al Parma con cui rimase per sei anni, ottenendo anche in Emilia i gradi di capitano, e ricoprendo inoltre dal 1956 il doppio ruolo di giocatore-allenatore prima di terminare la carriera agonistica nel 1958. Nazionale Giocò una partita non ufficiale con una selezione boema, allo stadio "Spartan", contro la Jugoslavia: Vycpálek realizzò un gol di testa e la partita si concluse sull'1-1. Allenatore Vycpálek iniziò la carriera di allenatore nel 1958 a Palermo, città in cui fece in seguito trasferire la sua famiglia dopo l'occupazione della Cecoslovacchia da parte dell'Armata Rossa durante la primavera di Praga. Al termine della stagione 1958-1959, il secondo posto raggiunto nel campionato cadetto valse la promozione rosanero in Serie A. Venne poi esonerato dalla panchina palermitana il 15 maggio 1960, poche ore prima della trasferta sul campo dell'Inter (3-3), per decisione dell'allora segretario Totò Vilardo. Da sinistra: gli juventini Morini e Salvadore in allenamento al Campo Combi nel 1972 agli ordini del tecnico Vycpálek. Oltre ai rosanero, in questa fase della carriera guidò anche il Siracusa in Serie C, nel campionato 1960-1961, con cui mancò la possibile promozione in Serie B solo nelle ultime giornate, e il Marzotto Valdagno, sempre in terza serie, per il biennio seguente. Dopo un altro periodo in cui ritornò al Palermo, stavolta in qualità di tecnico del settore giovanile, nel 1965 prese le redini della Juventina Palermo, società all'epoca presieduta da Renzo Barbera e militante nel campionato siciliano di Prima Categoria, con cui l'11 giugno 1966 ottenne la promozione in Serie D vincendo lo spareggio intergirone contro la Provinciale di Messina (2-0). Guidò la squadra biancazzurra anche nella stagione successiva, ottenendo una salvezza tranquilla, e in seguito allenò il Mazara nel campionato 1969-1970. Nel dicembre 1970, dopo essere stato esonerato dalla società mazarese, ritornò alla Juventus grazie anche a un incontro a Bagheria col suo vecchio amico e compagno di squadra Giampiero Boniperti, a quei tempi presidente del club bianconero. Divenuto allenatore delle giovanili juventine, l'anno seguente Vycpálek, dopo l'improvvisa morte di Armando Picchi, fu promosso alla guida della prima squadra. Il cecoslovacco rimase tecnico dei torinesi per il successivo triennio, vincendo due scudetti consecutivi nelle stagioni 1971-1972 e 1972-1973, disputando poi nel 1973 le finali di Coppa dei Campioni e Intercontinentale. Nell'annata 1971-1972 ricevette inoltre il trofeo Seminatore d'oro, unico allenatore non italiano, insieme allo svedese Nils Liedholm, a essere stato insignito con tale riconoscimento. Nel 1974 lasciò la panchina bianconera a Carlo Parola, rimanendo negli anni seguenti nell'organigramma della Juventus in qualità di osservatore. Palmarès Giocatore Club Campionato ceco: 3 - Slavia Praga: 1939-1940, 1941-1942, 1942-1943 Campionato italiano di Serie B: 1 - Palermo: 1947-1948 (girone C) Campionato italiano Serie C: 1 - Parma: 1953-1954 Allenatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1971-1972, 1972-1973 Individuale Seminatore d'oro: 1 - 1971-1972
  3. FRANCESCO GROSSO La Juventus – scrive Sergio Barbero su “Hurrà Juventus” dell’aprile 1980 – ha forse il torto – per la critica – d’essere stata la più bella ed elegante regina nella storia del calcio. Ma la sua storia e un insieme di severità e raffinatezza che si beve d’un fiato come un bicchiere di champagne. I racconti passano attraverso vecchie contrade torinesi che hanno visto il nascere di talenti colmi di finezze ma con il grande pregio della praticità. In una di queste contrade, per esempio, nella cara ‘Barriera ‘d Milan’ – mensa popolare della Torino più vera -, è nato Francesco Grosso, attuale allenatore della Primavera bianconera, che in questi giorni festeggia i vent’anni di lavoro nel settore giovanile Dunque una vita, durante la quale ha contribuito con ritmo quasi mitragliante al rigoglioso sviluppo di quella regina di cui dicevamo poc’anzi. I ragazzi usciti dalla sua scuola sono stati, e parecchi lo sono tuttora, un coro gradevolissimo che affolla il massimo palcoscenico del calcio. Con Grosso parliamo di questi suoi «vent’anni» nell’ameno salotto di Galleria San Federico. Mister, dovrebbe raccontarsi... «Alla Juventus arrivai intorno agli Anni ‘40. Allora giocavo nei “biberon” dell’ “Eridano”. Mi portò qui un certo Volpato, che aveva compiti di accompagnatore. Cominciai con i ragazzi, poi con le riserve fino all’esordio in A che avvenne a Firenze nella stagione 1940-41. Una giornataccia... Pensi che a mia madre avevo detto di ascoltare la radio... Perdemmo per 5-0 e quando tornai a casa mi disse: ma hai giocato? Guarda che alla radio il tuo nome proprio non si è sentito!». – Come ricorda il Grosso giocatore? «La mia era la Juventus dei Borel, dei Colaussi e dei Rava. Io giocavo mezz’ala, anche se nei ragazzi facevo il centromediano metodista, in prima squadra il ruolo era di Parola. Anzi, io e Parola esordimmo assieme. In pratica facevo il centrocampista, penso di essere stato tecnicamente valido, forse il mio handicap era il fisico, pesavo 62 kg! Avevo 18 anni... Oggi ci sono ragazzi che a questa età girano attorno ai 75/80 kg... Comunque, tecnicamente me la cavavo bene. Ricordo ancora le parole di Cesarini: mi definì, sotto questo aspetto, uno dei migliori giocatori». – Fra i compagni con i quali ha giocato, chi ricorda con maggiore simpatia? «Soprattutto Rava. Era un piacere giocare assieme a lui: ti dava sicurezza, anche in caso di errori sapevi che dietro avevi una garanzia. Eppoi Parola... Ecco, con Rava e Parola ero molto affiatato». – Una partita indimenticabile? «Più che una partita, direi che la stagione 1946-47 è stata per me veramente indimenticabile. A Vicenza, a Roma e Genova infilai una serie di prestazioni bellissime, ero sempre fra i migliori in campo. Quell’anno ero appena rientrato dal prestito al Casale, dove avevo trascorso tutto il periodo della guerra». – Come è arrivato al settore giovanile della Juventus? «Dopo la Serie A con la Juve, avevo militato ancora nell’Empoli e nello Stabia, in B, che incredibilmente fece fallimento! Passai quindi alla Valenzana con compiti di giocatore-allenatore, poi Rava mi chiamò a Padova: lui era l’allenatore ed io gli facevo da secondo. Fu a quel punto che mi chiamò di nuovo la Juventus: eravamo nella stagione 1959-60, vent’anni giusti giusti...». – Dal dopoguerra a oggi, secondo lei, cosa è cambiato nel calcio? «C’è stata una grossa evoluzione. Gli allenamenti diventano sempre più scientifici, il ritmo è superiore, c’è stato un totale cambiamento di tattiche. Sicuramente in passato abbiamo avuto giocatori validissimi, si vedevano anche più gol, però non saprei dire quanti di quei giocatori potrebbero giocare nel campionato attuale e rendere alla stessa maniera. Adesso si viaggia a una incredibile velocità. Basta dire che ai miei tempi si giocava con spazi di 20/30 metri a disposizione e quando facevi un lancio di 50 trovavi quasi sempre la tua ala libera!». – Molte volte voi che operate nel settore giovanile, avete precisato l’inesattezza del termine «allenatore», definendovi viceversa «istruttori». Ecco, qual è il vero significato in merito oppure quello che in realtà date al vostro lavoro? «Io direi che siamo allenatori, istruttori e educatori, particolarmente in una società come la Juventus dove esiste una certa disciplina. Non è sufficiente saper correggere i ragazzi a parole: bisogna prima di tutto dare esempi pratici. Ecco perché siamo anche educatori. Mentre invece durante gli allenamenti siamo istruttori e quindi allenatori durante la partita della domenica». – Cosa ritiene di aver portato nel calcio giovanile? «Ho avuto occasione di girare l’Europa quando facevo l’osservatore per la prima squadra, per cui ho imparato diverse cose. Inoltre, sono stato accanto a quel grande maestro che era Sturmer. E proprio da Sturmer ho appreso quelle idee sulla tecnica individuale cercando poi di aggiornarle. Le mie esperienze all’estero, tra l’altro, mi hanno permesso la conoscenza di moduli diversi di gioco. Per esempio, la Primavera applica un modulo inglese. Con questo non è che copiamo gli inglesi: semplicemente cerchiamo di imitarne la sostanza». – Ha mai pensato di fare il grande salto? Magari una panchina di B o di C... «No. Le occasioni non mi sono certo mancate, particolarmente in C, però non ho mai pensato di muovermi da Torino. Questo perché sto benissimo dove sono e poi perché devo anche rispettare alcune esigenze familiari». – Come giudica i «suoi» giovani? «Sono tutti elementi validi. Direi che cinque o sei di loro arriveranno sicuramente al professionismo». – Durante questi vent’anni di lavoro, qual è il ragazzo che le ha dato maggiori soddisfazioni? «Più che a me personalmente, ci sono stati giovani che hanno dato grosse soddisfazioni al settore giovanile della Juventus. Il nostro è un lavoro di gruppo: e da questo gruppo sono usciti tutti i migliori del campionato. Mi pare sia sufficiente ricordare i Bettega, i Rossi, gli Zanone, lo stesso Danova del Torino, e via dicendo». – Che cosa le piace e che cosa l’infastidisce della sua professione? «Mi piace tutto! Tant’è che vorrei continuare ancora per altri vent’anni... È la mia vita... ma purtroppo manca poco alla pensione. Mi infastidiscono invece quegli allenatori che criticano i propri giocatori: con certi atteggiamenti i ragazzi vengono spersonalizzati. Io dico che la prima cosa che un allenatore deve fare è insegnare, attraverso l’esempio, l’educazione in campo». – Lei è ottimista sul futuro del calcio italiano? «Nel calcio italiano ho fiducia, però ne avrei ancora di più con gli stranieri. Un aiuto esterno sarebbe un modo valido per riportare il calcio allo spettacolo che oggi vediamo in declino per un tatticismo esasperato». – Chi sarà il giovane degli Anni ‘80? «Io punto su Marocchino». – Quale deve essere la dote fondamentale per un calciatore? «Innanzi tutto una buona base tecnica accompagnata da fisico adeguato. Naturalmente, questo, comprende anche intelligenza e un certo carattere». – Ascolti: la Primavera, quest’anno, è stata messa fuori dalla Coppitalia e dal «Viareggio», mentre in campionato ha vissuto un’altalena di prestazioni a volte fulgide e a volte in affanno, come nell’ultimo derby. Pensa di avere qualcosa da rimproverare ai ragazzi o a se stesso? «Assolutamente no. Quella contro il Torino è stata l’unica sconfitta sulla quale non abbiamo nulla da recriminare. Per il resto teniamo presente che si trattava di una squadra tutta nuova: mi ci sono voluti due mesi e mezzo buoni per inquadrarla, per cercare di sfruttare al meglio le caratteristiche dei singoli. Abbiamo forse patito in continuità, è vero, però mi sembra anche comprensibile. Adesso, comunque, è tutto a posto e gli ultimi risultati ottenuti ne sono la conferma». – Senta Grosso, ma lei allenerebbe il Torino? «Non potrei mai... Ho molti amici al Torino, però io sono nato juventino e tale rimango!». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/11/francesco-grosso.html
  4. FRANCESCO GROSSO https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Grosso Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.11.1921 Luogo di morte: Torino Data di morte: 02.10.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: Cecu Alla Juventus dal 1940 al 1941 e dal 1946 al 1949 Esordio: 04.05.1941 - Serie A - Fiorentina-Juventus 5-0 Ultima partita: 26.12.1948 - Serie A - Juventus-Roma 0-0 24 presenze - 2 reti Francesco Grosso (Torino, 15 novembre 1921 – Torino, 2 ottobre 2006) è stato un calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Grosso Grosso (accosciato, primo da sinistra) alla Juventus nella stagione 1947-1948 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1952 Carriera Squadre di club 1940-1941 Juventus 1 (0) 1941-1944 Casale 63 (4) 1945 Pavia 16 (6) 1945-1946 Como 23 (0) 1946-1949 Juventus 23 (2) 1949-1950 Empoli 38 (10) 1950-1952 Stabia 13 (2) Carriera Ha esordito ventenne in Serie A a Firenze nella pesante sconfitta bianconera del 4 maggio 1941 Fiorentina-Juventus (5-0), poi ha disputato tre stagioni col Casale, il Torneo Lombardo nel 1945 a Pavia, ha poi giocato per il Como, dal 1946 al 1949 ancora con la Juventus, una stagione ad Empoli ed ha chiuso la carriera con lo Stabia, con cui ha vinto un campionato di Serie C. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C: 1 - Stabia: 1950-1951
  5. LINO CAUZZO https://it.wikipedia.org/wiki/Lino_Cauzzo Nazione: Italia Luogo di nascita: Cadoneghe (Padova) Data di nascita: 03.02.1924 Luogo di morte: - Data di morte: - Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 08.06.1947 - Serie A - Sampdoria-Juventus 0-3 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 5 presenze - 0 reti Lino Cauzzo (Cadoneghe, 3 febbraio 1924) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Lino Cauzzo Nazionalità Italia Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 1957 Carriera Giovanili Juventus Squadre di club 1945-1946 → Cuneo ? (?) 1946-1947 Juventus 5 (0) 1947-1952 Venezia 91 (1+) 1952-1954 Lecce 55 (0) 1954-1955 → Brindisi ? (?) 1955-1957 Barletta ? (?) Carriera Ha giocato in Serie A per 2 stagioni con Juventus e Venezia e in B per 5 stagioni con Cuneo e Venezia. Debuttò in Serie A l'8 giugno 1947 in Sampdoria-Juventus (0-3).
  6. LUIGI BOSCO La classe di Parola ma più ancora la guerra – scrive Vladimiro Caminiti – sbaragliarono questo gigante. Centromediano che occupava spazio non soltanto fisicamente prometteva moltissimo in gioventù. I due anni in campo di concentramento a Norimberga ne impedirono la maturazione tecnica. Rientrato in Patria, fu riserva di Parola giocando quattro partite nell’edizione 1946-47 con assi di ogni genere e un gioco improvvisato la domenica. L’allenatore era Cesarini, il divertimento assicurato. Dusio, presidente sportivo, a fine stagione lo cedette al Como. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2016/04/luigi-bosco.html
  7. LUIGI BOSCO https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Bosco Nazione: Italia Luogo di nascita: Montechiaro d'Asti (Asti) Data di nascita: 20.03.1922 Luogo di morte: Torino Data di morte: 13.10.2006 Ruolo: Centrocampista Altezza: 184 cm Peso: 80 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 29.12.1946 - Serie A - Juventus-Brescia 1-0 Ultima partita: 25.05.1947 - Serie A - Juventus-Modena 1-0 4 presenze - 0 reti Luigi Bosco (Montechiaro d'Asti, 20 marzo 1922 – Torino, 13 ottobre 2006) è stato un calciatore italiano, di ruolo difensore. Durante la Seconda guerra mondiale fu internato per due anni nel campo di concentramento di Norimberga. Luigi Bosco Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1956 Carriera Squadre di club 1946-1947 Juventus 4 (0) 1947-1951 Como 104 (1) 1951-1952 → Lucchese 0 (0) Caratteristiche tecniche Era un centromediano. Carriera Giocò tre anni in Serie A con Juventus (in cui fu riserva di Carlo Parola nella stagione 1946-1947) e Como per complessive 47 presenze in massima serie, e due campionati in Serie B con Como, per complessive 61 presenze ed una rete fra i cadetti. Con i lariani ha vinto il campionato di Serie B 1948-1949, con conseguente prima storica promozione in A. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie B: 1 - Como: 1948-1949
  8. OSCAR VICICH https://it.wikipedia.org/wiki/Oscar_Vicich Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 26.06.1922 Luogo di morte: Udine Data di morte: 17.02.1994 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: Oscarre Alla Juventus dal 1946 al 1947 Esordio: 03.11.1946 - Serie A - Juventus-Bari 6-0 Ultima partita: 15.06.1947 - Serie A - Juventus-Vicenza 1-2 23 presenze - 1 rete Oscarre Vicich, detto Oscar (Fiume, 26 giugno 1922 – Udine, 17 febbraio 1994), è stato un calciatore italiano, di ruolo terzino. Oscar Vicich Nazionalità Italia Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1952 Carriera Squadre di club 1942-1943 Magazzini Generali ? (?) 1945-1946 Kvarner ? (?) 1946-1947 Juventus 23 (1) 1947-1949 Sampdoria 26 (0) 1949-1952 Udinese 97 (0) Carriera Nella stagione 1942-1943 disputa il campionato di Serie C nelle file dei Magazzini Generali di Fiume, all'epoca provincia italiana. Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la conseguente occupazione del territorio giuliano dalmata da parte della nuova Jugoslavia socialista di Tito, Vicich milita nel neonato Kvarner, inserito nel campionato jugoslavo. Nel 1946 torna in Italia per militare nella Juventus, con cui disputa da terzino destro titolare (23 presenze e una rete in occasione della vittoria interna sull'Atalanta) la stagione 1946-1947, chiusa dai bianconeri al secondo posto. Nel 1947 passa alla Sampdoria, con cui disputa due stagioni, la prima alternandosi nel ruolo di terzino con Marco Borrini e la seconda come rincalzo (4 sole presenze). Nel 1949 viene ceduto all'Udinese, con cui disputa 40 dei 42 incontri del campionato di Serie B 1949-1950, conclusosi con la promozione in Serie A dei friulani. Resta coi bianconeri per altre tre stagioni in massima serie, anche se nell'ultima di esse non scende mai in campo. In carriera ha totalizzato complessivamente 106 presenze e una rete in Serie A, e 40 presenze in Serie B.
  9. FILIPPO CAVALLI «Gramo destino – racconta Caminiti – dietro i portieroni Sentimenti IV e Viola, aspettare vedere allenarsi vedere aspettare allenarsi. Ci perse i capelli ma non si distrasse mai. Chiamato fu all’altezza e non fece rimpiangere nessuno. Qual maggior elogio…»Nasce a Casale Monferrato, il 29 gennaio 1921. Passa alla storia per essersi cucito lo scudetto sul petto sia con la maglia della Juventus sia con quella del Torino.Proveniente dal Casale, fu acquistato dal Torino dove vince, nella stessa stagione 1942-43, il campionato e la Coppa Italia alternandosi tra i pali con Bodoira. Conclusa l’esperienza granata, gioca per un anno ancora a Casale durante il Campionato Alta Italia del 1944, poi si trasferisce al Como.È ingaggiato dalla Juventus all’inizio del campionato 1946-47, alternandosi con l’ottimo Sentimenti IV a guardia della rete bianconera. L’esile e biondo portiere ha, indubbiamente, spiccate doti tecniche e la Juventus esce quasi sempre vittoriosa dal terreno di gioco quando Filippo si trova tra i pali: una specie di taumaturgo o portafortuna.Serio e modesto, il buon Cavalli fa sempre interamente il proprio dovere e avrà in premio dalla sorte, dopo essere rimasto fedele ai colori bianconeri dal 1946 al 1952, di terminare la carriera conquistando due volte il titolo di Campione d’Italia.Nella stagione 1949-50, gioca una sola partita, nella stagione 1951-52 ne disputa 4. Per Cavalli furono, senz’altro, le più grosse soddisfazioni della sua carriera insieme con quella di rimanere per otto anni consecutivi nella rosa bianconera, con identico stipendio e premi partita dei vari Boniperti, Viola, Parola e compagni. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/filippo-cavalli.html
  10. FILIPPO CAVALLI https://it.wikipedia.org/wiki/Filippo_Cavalli Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 29.01.1921 Luogo di morte: Treviso Data di morte: 29.04.2004 Ruolo: Portiere Altezza: 178 cm Peso: 71 kg Soprannome: Pippo Alla Juventus dal 1946 al 1953 Esordio: 05.01.1947 - Serie A - Juventus-Sampdoria 2-1 Ultima partita: 01.02.1953 - Serie A - Bologna-Juventus 1-0 26 presenze - 30 reti subite 2 scudetti Filippo Cavalli (Casale Monferrato, 29 gennaio 1921 – Treviso, 29 aprile 2004) è stato un calciatore italiano, di ruolo portiere. È uno dei sei calciatori italiani, insieme a Giovanni Ferrari, Sergio Gori, Pierino Fanna, Aldo Serena e Attilio Lombardo, ad aver vinto lo scudetto con tre società differenti; nel suo caso, con Torino, Juventus e Inter. Filippo Cavalli Filippo Cavalli con la maglia del Pavia Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1957 Carriera Squadre di club 1939-1940 Casale 28 (-?) 1940-1943 Torino 21 (-?) 1943-1944 Casale 15 (-?) 1945 Pavia 8 (-5) 1945-1946 Como ? (-?) 1946-1953 Juventus 26 (-30) 1953-1954 Inter 0 (0) 1954-1955 Pavia 26 (-36) 1955-1957 Casale 24 (-?) Carriera Cavalli (in piedi, secondo da sinistra) nel 1947 alla Juventus Storico numero 12, viene ricordato per essersi cucito lo scudetto sul petto sia con la maglia della Juventus sia con i colori granata del Torino. Proveniente dal Casale, venne acquistato nel 1940 dal Torino, dove vinse lo scudetto 1942-43 e la Coppa Italia della stessa stagione, alternandosi tra i pali con Bodoira. Conclusa l'esperienza granata, giocò per un anno ancora a Casale durante il Campionato Alta Italia del 1944, per il Pavia ha disputato il Torneo Lombardo nel 1945, poi si trasferì per un anno al Como e quindi la lunga militanza (7 anni) nella Juventus dove, in qualità di riserva di Viola, si aggiudicò altri due scudetti (1949-1950 e 1951-1952), ritagliandosi comunque 26 presenze. Ha chiuso la carriera prima a Pavia e poi nel suo Casale. Palmarès Campionato italiano: 4 Torino: 1942-1943 Juventus: 1949-1950, 1951-1952 Inter: 1953-1954 Coppa Italia: 1 - Torino: 1942-1943
  11. SILVIO PIOLA Metà ottobre del ‘45, calciare il pallone era uno dei primi segni della vita che ricominciava. Ed ecco un nome mitico per la Vecchia Signora: Silvio Piola, trentaduenne, già oltre la metà della sua lunghissima carriera che doveva riservargli ancora una maglia azzurra, a quasi quarant’anni. Piola era stato nella Pro Vercelli e nella Lazio, i suoi gol in Serie A erano quasi 200. Se per Meazza si parlava di genio del tempo e del tocco, lui sembrava una sorta di cavaliere antico che sfondava con gesti poderosi e veloci. Segnava spesso in acrobazia, di preferenza con il pallone uncinato a mezz’aria e spedito fulmineamente in rete, senza che il portiere avversario potesse accorgersi di niente. Durante la guerra aveva indossato la maglia granata del Torino-Fiat nel campionato di guerra, non ufficiale e, lanciato da Loik e Mazzola, aveva segnato qualcosa come 27 gol in 26 partite. Il suo passaggio alla Juventus nacque da un mancato accordo con la Lazio, che voleva pagarlo a percentuale sugli incassi; rifiutò e preferì lo stipendio sicuro di Madama. Debuttò in maglia bianconera in un derby segnando il gol della vittoria battendo, su rigore, Bacigalupo. Era un buon inizio per la Juventus e per il suo cannoniere annunciato (avrebbe fatto 16 gol) protagonista di un grande campionato, tra compagni come Coscia e Sentimenti III, Magni e Borel II, nonostante prolungate assenze per malanni muscolari che lui attribuiva alla scarsa preparazione del tempo di guerra e alle lunghe soste in piedi nei treni affollati durante le trasferte. Fu una lunghissima stagione che lo portò molto vicino allo scudetto, come non gli era mai successo e come non gli sarebbe più capitato. Perché Piola, campione del Mondo, due volte capocannoniere, recordman assoluto dei gol segnati in Italia, non è mai riuscito a essere, almeno una volta, campione d’Italia. E questa del 1946 rappresentò la grande occasione. C’era, è vero, il Grande Torino a dettar legge, ma il più lungo campionato della nostra storia, prima diviso in due spezzoni, poi con un girone finale, aveva in serbo una sorpresa. Quando si arrivò a metà luglio, a due domeniche dalla fine, la Juventus era due punti davanti al Torino: Piola l’aveva trascinata in una sequenza di 7 vittorie consecutive. C’era però da giocare ancora il derby, alla penultima giornata e fu un derby che oggi si definirebbe drammatico, ma allora un aggettivo simile ricordava tragedie appena finite, un gran duello di centravanti: lo vinse l’ex Gabetto, autore del gol vittoria. Così le due rivali affrontarono alla pari l’ultima fatica, il Torino subissò il Livorno di reti, la Juventus tentò disperatamente di vincere a Napoli, ma riuscì solo a pareggiare proprio con Piola, dopo essere stata addirittura in svantaggio, che poi ne sfiorò altri in mischie rabbiose, il cuore in tumulto e la furia che sembrava quella dei tempi vercellesi. Piola rimase alla Juventus per un altro anno. Fu un buon campionato, che lo vide giocare mezzala e, nonostante il cambio di posizione, segnare altri 10 gol. L’ultimo a Venezia, a raddoppiare il vantaggio ottenuto da un ragazzino biondo che indossava la maglia numero 9 e che avrebbe fatto parlare molto di sé. Quel ragazzino era Giampiero Boniperti. SI RACCONTA SU “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1963 Le mie stagioni nella Juventus furono due e furono le stagioni più romanzesche della mia vita. Indubbiamente ho vissuto parentesi più divertenti di quelle torinesi, a Roma con Zenobi, il presidente buono, sono stato addirittura felice, ma a Torino, nella maglia bianconera, ho vissuto i miei mesi più difficili, ho attraversato le peripezie e le vicissitudini più strane, così che, a ricordarmi di quei giorni, me ne sento quasi orgoglioso, perché erano giorni davvero difficili, erano tempi duri per il nostro Paese. Ricordo quella Juventus come una squadra particolare, allenata da Borel (che poi giocava pure) e con due portieri, il grande amico mio Cochi Sentimenti e il giovane Viola, il quale bussava spesso all’attenzione dei dirigenti con le sue spettacolose parate del mercoledì e si meritava il posto in squadra soppiantando il nazionale Cochi. Ma era una cosa speciale: perché Cochi lasciava la porta e si metteva all’ala destra e, come ala destra, come scriveva quell’indimenticabile giornalista sportivo che si chiamava Casalbore, giocava altrettanto bene. Un’ala dalla velocità impressionante e dal tiro al fulmicotone. Ricordo alcune partite della stagione ‘45-46. Contro l’Inter, in una partita attesissima, il 17 febbraio del ‘46 lottammo novanta minuti. La difesa dell’Inter, con Franzosi, Marchi e Passalacqua, Cominelli, Milani e Barsanti, bloccò inesorabilmente ogni nostra offensiva, nonostante i tentativi delle ali che erano Sentimenti Lucidio e Sentimenti Vittorio e i miei sforzi. Io avevo come mezzeali Borel e Coscia con i quali mi intendevo meravigliosamente. Ma quel pomeriggio non ci fu nulla da fare; Franzosi parava tutto, ricordo che parò una mia capocciata da un metro e una sventola di Sentimenti IV da quaranta metri, per la quale il pubblico aveva già urlato al gol. Ma, ripeto, non furono anni facili, e il mio rendimento non fu soddisfacente. Io non potei rendere nella Juventus come il presidente Dusio sperava, perché ci si allenava poco e andavo soggetto a molti strappi. Io abitavo a Vercelli e, per venire a Torino ad allenarmi, ci mettevo non meno di cinque ore. I servizi ferroviari risentivano della lunghissima e atroce guerra; ricordo che salivo in treno alle undici e arrivavo nel tardo pomeriggio. Nelle stazioni si rimaneva fermi per ore. Arrivavano ordini e contrordini, spesso invece di continuare il percorso, si rifaceva la strada del ritorno. Una volta partii da Vercelli alle undici e tornai a Vercelli all’una. La stagione ‘45-46 finì, per noi, con una beffa e con una scazzottatura gigantesca a Napoli, dove pareggiammo 1-1 e dove perdemmo lo scudetto vinto dal Torino, soprattutto per le scarponerie di Pretto, la mia bestia nera, con il quale pochissime volte nella mia carriera riuscii a giocar bene. Non è che Pretto mi intimorisse, ma entrava duro e cieco, a testa china, e così io a Napoli, bersagliatissimo dalla folla, non fui di grande utilità. Il campionato fu vinto dal Torino con un punto su di noi. Avevamo disputate 26 partite nel girone eliminatorio e poi si sono giocate 14 partite per il girone finale. La guerra era finita da pochi mesi e le trasferte erano travagliate da enormi difficoltà. Le cose si normalizzarono nella stagione seguente, quando la Juventus, meglio organizzata, continuava il dominio del grande Torino. Venti squadre in campionato, grande passione, stadi di nuovo traboccanti di gente. Io speravo di rendere di più, di fare contenti i miei dirigenti. Avemmo belle giornate, ma non fu una stagione bella per me. Ricordo un pomeriggio di sole a Genova, dove vincemmo per 5-1, quel pomeriggio io giocai veramente bene. Ero marcatissimo, ma mi liberavo subito della palla, insomma il nostro attacco fece faville. Però, non ho molti e precisi ricordi di partite, perché non furono due stagioni di gloria calcistica per me. Furono anni difficili, tormentati, si guadagnava poco e giocare era difficile. Però, la Juventus si stava già facendo lo squadrone che sarebbe stato dopo, pronto a raccogliere l’eredità del Torino di Superga. C’era Sentimenti IV, un portiere trascendentale, fortissimo tra i pali come in uscita, capace come ho detto di giocar bene anche all’attacco. E non è vero che Sentimenti IV non ci vedesse, ci vedeva benissimo. A Vienna con la Nazionale c’ero pure io, e si perdette per 5-1, ma non per colpa di Cochi, ma per due ragioni, una tecnica e una climatica. Quella tecnica riguardava anche me (non stavo granché in forma quel giorno) e tutta la squadra assai male assortita; quella climatica il maltempo che trovammo al Prater, con quel vento maledetto che turbinava in campo e che non fece vedere la palla al nostro portierone. Oh potessi giocare oggi nella Juventus, avere vent’anni e stare accanto a Sivori, chissà quanti gol farei! Ma mi posso consolare: in fondo ho fatto parte anch’io della squadra di Rosetta, di Combi, di Monti, di Orsi, di Cevenini, la squadra dei dodici scudetti e di tutti gli italiani. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/silvio-piola.html
  12. SILVIO PIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Silvio_Piola Nazione: Italia Luogo di nascita: Robbio Lomellina (Pavia) Data di nascita: 29.09.1913 Luogo di morte: Gattinara (Vercelli) Data di morte: 04.10.1996 Ruolo: Attaccante Altezza: 178 cm Peso: 75 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1947 Esordio: 14.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Torino 2-1 Ultima partita: 06.07.1947 - Serie A - Juventus-Lazio 3-3 57 presenze - 26 reti Campione del mondo 1938 con la nazionale italiana Silvio Gioacchino Italo Piola (Robbio, 29 settembre 1913 – Gattinara, 4 ottobre 1996) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo attaccante. Annoverato tra i più grandi centravanti della storia del calcio, ha legato la sua carriera principalmente a tre maglie, quelle di Pro Vercelli, Lazio e Novara. Detiene diversi primati nei massimi campionati nazionali: pur avendo saltato una stagione a causa della seconda guerra mondiale, ne è il miglior marcatore con 290 reti (274 in Serie A e 16 in Divisione Nazionale 1945-1946), ed è il miglior cannoniere in categoria di due diverse squadre (Pro Vercelli e Novara); detiene inoltre dal 1933 il record di marcature in una singola gara del massimo campionato italiano (6), eguagliato da Omar Sívori nel 1961. Ottenne inoltre risultati di prestigio con la nazionale italiana, essendo stato tra i protagonisti della vittoria al Mondiale di Francia 1938; è tuttora il terzo miglior marcatore degli azzurri, dopo Gigi Riva e Giuseppe Meazza, con 30 reti. Riva, Meazza e Piola, sono, a tutt'oggi, gli unici calciatori ad aver segnato trenta o più reti nella storia della nazionale italiana. Nel 2011 ottiene un riconoscimento alla memoria nella Hall of Fame del calcio italiano. Silvio Piola Piola alla Pro Vercelli Nazionalità Italia Altezza 178 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1954 - giocatore 1957 - allenatore Carriera Giovanili 1925-1928 Veloces 1925 1928-1929 Pro Vercelli Squadre di club 1930-1934 Pro Vercelli 127 (51) 1934-1943 Lazio 227 (143) 1943-1944 Torino 23 (27) 1945-1947 Juventus 57 (26) 1947-1954 Novara 185 (86) Nazionale 1933-1935 Italia B 6 (11) 1935-1952 Italia 34 (30) Carriera da allenatore 1953-1954 Italia 1954-1956 Cagliari 1957 Cagliari Palmarès Mondiali di calcio Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Oro 1933-35 Biografia Nacque da Giuseppe Piola ed Emilia Cavanna, commercianti di tessuti, in un periodo in cui la famiglia si era trasferita temporaneamente da Vercelli in Lomellina per ragioni di lavoro; la famiglia rientrò a Vercelli nel 1914. All'anagrafe fu iscritto come "Italo Gioacchino Piola", e soltanto in seguito alla chiamata di leva venne aggiunto ufficialmente il nome di "Silvio" con il quale tutti già lo chiamavano. Aveva un fratello maggiore, Serafino (1909-2001), che rinunciò alla carriera sportiva per un difetto della vista che lo obbligava a portare gli occhiali e divenne ragioniere; la madre era sorella del portiere della Pro Vercelli Giuseppe Cavanna, che ebbe un ruolo rilevante nella crescita agonistica del nipote. Anche il cugino Paolino fu calciatore ad alti livelli. Studiò alla scuola elementare Galileo Ferraris e poi all'Istituto Tecnico Cavour; a otto anni divenne mezzala e capitano della squadra di calcio dell'istituto, nella quale giocava col coetaneo Teobaldo Depetrini e con Pietro Ferraris. Emerse molto giovane nella Pro Vercelli e nel 1934 passò alla Lazio, voluto «fortissimamente» dai gerarchi fascisti Marinelli e Vaccaro; vi militò per nove stagioni, e maturò diventando «il bomber capace di conquistare Francia e Mondiale 4 anni dopo». A Roma visse al Flaminio, in viale del Vignola, e poi alla Città Giardino di Monte Sacro. L'11 gennaio 1945 si diffuse nel Sud, lanciata da Eugenio Danese, la notizia della morte del calciatore, vittima di un bombardamento su Milano; per circa quattro mesi si tennero messe in suffragio e si susseguirono conferme e smentite, fino a quando la notizia non fu smentita ufficialmente da Nuovo Sport, il 20 maggio; lo stesso Piola era solito scherzare sull'episodio. Il calciatore era in realtà tornato in Piemonte, dove continuò a giocare in Serie A fino a oltre quarant'anni. Secondo lo storico John Foot «il suo stile di vita tranquillo lo aiutò a restare sul campo più a lungo rispetto a quasi tutti i suoi contemporanei»: Piola «condusse sempre una vita tranquilla, quasi ritirata». Appassionato cinofilo, amante della caccia e della pesca, quando fu tesserato dalla Pro Vercelli ebbe in regalo dal padre un fucile, e coi primi guadagni acquistò un cane di razza pointer inglese cui diede nome Frem. «Rappresentava l'antidivo. Non beveva, non fumava, non andava a donne, non amava comparire nelle pubblicità». Si sposò nel luglio 1948 con Alda Ghiano ed ebbe due figli, Dario (1949-2011), stopper della Pro Vercelli, poi avvocato e politico, e Paola (1952), psicologa. Un pronipote, Alonso (nato nel 1979), di nazionalità brasiliana, ha giocato come centravanti in campionati minori italiani, svizzeri e sudamericani. Dopo il ritiro da calciatore, avvenuto nel 1954, tentò la carriera di allenatore, per poi entrare nei ranghi della FIGC per un decennio e tornare infine a Vercelli. Già Cavaliere, nel 1993 fu nominato Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. Morì in una casa di cura di Gattinara il 4 ottobre 1996 dopo essere stato colpito dalla malattia di Alzheimer; aveva 83 anni. L'Italia giocò col lutto al braccio la gara contro la Moldavia del giorno seguente e nel corso del 1997 gli furono intitolati gli stadi comunali di Novara e di Vercelli. Nel 2013 è stato omaggiato dalla FIGC in occasione del centenario della sua nascita e nel 2015 è stato tra i primi cento atleti selezionati dal CONI per far parte della Walk of Fame dello sport italiano. Nel 2018 gli viene dedicato il brano Il cacciatore di gol, scritto e interpretato dal cantautore Toni Malco. Piola riposa nella cappella di famiglia nel cimitero monumentale di Billiemme, a Vercelli. Caratteristiche tecniche Piola in azione alla Lazio nel 1937 Dotato fisicamente con le lunghe gambe che gli consentivano sia di «divorare, a grandi falcate da due metri l'una, il terreno», sia di «torreggiare», era secondo Carlo F. Chiesa «il classico ariete da area di rigore, ma la completezza tecnica gli consentiva di partecipare alla manovra, la classe gli apriva le porte di ogni tipo di conclusione a rete: formidabile il tiro dalla distanza, spettacolare la rovesciata». Con la maturità «il suo fisico si irrobustì [...] compensando con potenza ciò che perdeva in agilità pura. Fu a quel punto che emerse la qualità dei piedi, capaci di "tagli" raffinati, di dai e vai in corsa con l'esterno, completandone il ritratto di fuoriclasse». Raccontò Piola: «Disponevo di un buon trattamento di palla e un discreto passaggio, non avevo paura, dote importante per quei tempi, ed in più avevo fiuto e furbizia [...]. Sono stato fortunato perché in tanti anni di attività ho patito due soli incidenti: una clavicola fratturata e un colpo al ginocchio». Teneva costantemente la schiena girata al portiere avversario, e questo rivoluzionò il gioco tradizionale della punta: «Così vedevo meglio il gioco ed il suo andamento, e l'avversario non poteva intuire in anticipo le mie mosse». Una puntuale descrizione del calciatore venne data nel 1938 dal giornalista francese Gabriel Hanot: «Piola si fa notare per la sua abilità a trovarsi, al momento buono, nella zona d'azione [...]. Non ha niente del giocatore passivo o neutro: egli non si contenta di smarcarsi; marca lui stesso, in ogni occasione; affronta i terzini; li obbliga a intervenire subito e a liberare in fretta, ed è sempre pronto a sfruttarne gli errori [...]. Quando Piola, tanto nel giuoco a terra come in quello alto, si trova alla stessa distanza dal pallone che l'avversario, state sicuri che, nove volte su dieci, sarà lui che ci arriverà per primo. Piola affetta una noncuranza e un ritardo che la sua statura e la sua taglia giustificherebbero [...]. Ha l'istantaneità del movimento e lo scatto del corpo, della testa, delle gambe comprensibili in un atleta di piccola taglia ma sorprendenti in un atleta di quel peso. Non conosco nel passato che un solo caso analogo a quello di Piola: quello del belga Six, dell'Olympique Lillois, che morì in guerra». Piola in azione con la maglia dell'Italia negli anni 1930 Molti critici si sono espressi in modo estremamente lusinghiero su Piola, sottolineandone la molteplicità di soluzioni sottoporta. Vittorio Pozzo, suo commissario tecnico, scrisse di lui: «non so ancora se il Silvio calcia meglio col destro o col sinistro, tanto è bravo. Di testa è molto forte nella scelta di tempo. Ma non ho visto nessuno come lui in rovesciata, in spaccata». Ha scritto John Foot che era «una macchina da gol, forse l'unico giocatore di quel tipo e qualità che sia mai stato prodotto dal calcio italiano. Mentre Meazza privilegiava le azioni personali e Paolo Rossi traeva il massimo dai cross, Piola segnava in tutte le maniere: da vicino, da lontano, di destro, di sinistro, di testa, in acrobazia»; ancora Hanot: «piede destro, piede sinistro, testa, tutto per lui è buono, come gli sono indifferenti gli angoli di tiro e gli sforzi in equilibrio instabile». Per Bruno Perucca «mostrava tutte le qualità che si attribuiscono, una ciascuno però, ai grandi attaccanti: la potenza a Nordahl, il colpo di testa a Charles, il tiro a Riva, l'astuzia a Boniperti, l'acrobazia a Gabetto». All'inizio della sua carriera alcuni critici (in particolare Ettore Berra) ne caldeggiavano l'arretramento in mediana, ritenendolo più adatto per quel ruolo per via del fisico possente, diverso da quello dell'agile e minuto Borel. Hanot rilevava «una sola incrinatura» nel gioco di Piola: «una certa tendenza alla simulazione». Carriera Giocatore Club La "Veloces" e il debutto con la Pro Vercelli Nel 1925 Piola, come Depetrini e Pietro Ferraris, raccolse l'invito del proprietario di un negozio di articoli sportivi, Bernasconi, intenzionato a fondare una squadra giovanile, la Veloces. Il neonato club ottenne in breve tempo risultati sorprendenti, superando i più quotati allievi della Pro Vercelli e raggiungendo al debutto la finale nazionale "Boys", disputata a Marina di Pisa e persa per 1-3 contro i pari età della Roma, vincendo poi il campionato italiano ragazzi a Genova, contro la Nazionale Liguria. Per il campionato del 1928, la Veloces fu inglobata dal settore giovanile della Pro Vercelli, e Piola vinse il campionato Allievi al fianco di Depetrini, Ferraris, Ermes Borsetti e Luigi Caligaris. I gol di Piola Piola risulta aver segnato: 274 reti nei campionati di Serie A a girone unico (con Pro Vercelli, Lazio, Juventus e Novara. 24 di queste sono state messe a segno su calcio di rigore); 16 reti nel campionato di Divisione Nazionale 1945-1946 (con la Juventus); 16 reti nel campionato di Serie B 1947-1948 (col Novara); 27 reti nel campionato di Divisione Nazionale 1943-1944 (col Torino FIAT); 6 reti in Coppa Italia (con la Lazio); 10 reti in Coppa dell'Europa Centrale 1937 (con la Lazio); 1 rete in Coppa Barbesino (col Presidio Roma); 30 reti in gare ufficiali della nazionale A; 11 reti in nazionale B; 3 reti in una gara del 1933 con la rappresentativa regionale del Piemonte. Ritenuto pronto dal capitano della Pro Vercelli Mario Ardissone e dall'allenatore József Nagy, fu promosso in prima squadra a sedici anni ed esordì in Serie A il 16 febbraio 1930, sul campo del Bologna (2-2), fornendo un assist a Seccatore. Disputò ancora alcune gare nel finale di campionato, per poi giocare in estate sul campo del Red Star di Parigi, squadra a cui segnò in amichevole le prime due reti. L'impressione destata in quella trasferta fu decisiva per la promozione del giovane Piola tra i titolari del campionato 1930-1931; il benestare giunse dal presidente Secondo Ressia che, avendolo visto giocare, aveva dichiarato: «Questo ragazzo diventerà il centravanti che Vercelli non ha mai avuto»; siglò il suo primo gol ufficiale alla Lazio il 2 novembre 1930. Segnò tra l'altro tre reti a suo zio Giuseppe Cavanna in Pro Vercelli-Napoli dell'8 febbraio 1931 e concluse la prima stagione da titolare con tredici centri all'attivo, cifra che consentì a una Pro Vercelli «in enormi difficoltà di bilancio» di chiudere al decimo posto in massima serie. All'inizio della stagione successiva, durante la gara casalinga del 18 ottobre 1931 contro la Pro Patria, un fallo del difensore avversario Agosteo gli costò una «frattura parcellare alla regione tibio-peronale astralgica»; insistette per rientrare in campo appena due settimane dopo, contro la Triestina, malgrado gli fossero stati prescritti quaranta giorni di riposo, e segnò il gol del definitivo 1-1. Il 22 novembre, in Alessandria-Pro Vercelli 4-5, siglò quattro reti, stabilendo il record (per l'epoca) di reti segnate in un'unica gara in campo avverso. Fu in questo frangente che il suo nome guadagnò credito presso la critica; si espresse tra i primi Bruno Roghi: «Un anno fa pochi sapevano che nel mondo dei calciatori ci fosse un Piola: [...ma la Vercelli 1931, erede di una lunga tradizione è] degna dei suoi maggiori, e Piola è il suo ultimo campione. Il suo gioco ha le caratteristiche angolazioni che rivelano la presenza di una classe sicura». Gli fece eco Mario Ferretti su La Stampa: «Questo atleta gagliardo è già maturo pei cimenti maggiori. Od io m'inganno, o costui darà liete sorprese. Il suo tiro è una folgore. Il suo piede è talmente centrato che oltre ai quattro punti segnati, impegnò dieci volte Mosele [il portiere dell'Alessandria]». Piola alla Pro Vercelli In totale, nei campionati 1931-1932 e 1932-1933 segnò 23 reti: il dato non gli consentiva di eguagliare, per il momento, la fama dei quotati Borel II, Meazza e Schiavio; il cronista Ettore Berra gli suggeriva l'impiego come centromediano. Allo stesso tempo ottenne comunque le prime convocazioni in nazionale B e l'interessamento di varie squadre di vertice, prima tra tutte il Napoli. Nell'estate 1933 la Pro Vercelli, portabandiera di un'ormai «anacronistica pretesa dilettantistica» (Chiesa) cedette, per esigenze di bilancio, Mario Zanello e Depetrini, escludendo ogni eventualità di vendere Piola; dichiarò il presidente dei bianchi Ressia: «Mai lo cederemo, neanche per tutto l'oro del mondo. Perché il giorno che saremo costretti a cederlo, quel giorno segnerà il tramonto della Pro Vercelli». Questo portò calciatore e società al conflitto; scrisse all'epoca Roghi: «il brillante giocatore che parecchie delle maggiori società hanno tentato di assicurarsi offrendo grosse cifre e che i dirigenti vercellesi non intendono cedere, non ha partecipato agli allenamenti, né pare voglia schierarsi nelle imminenti gare». Una pesante sconfitta rimediata nella gara d'esordio del campionato 1933-1934 contro il Genova 1893 (0-3) convinse la società a raggiungere un compromesso e Piola tornò in campo una volta garantitogli, per l'anno successivo, il passaggio all'Ambrosiana. Il 29 ottobre segnò sei reti nella vittoria dei bianchi sulla Fiorentina (7-2), record imbattuto in Serie A; il commissario tecnico della nazionale, Vittorio Pozzo, presente tra il pubblico, volle complimentarsi con lui nell'occasione. Piola terminò la stagione con quindici gol all'attivo, e disputò la sua ultima gara in maglia bianca il 29 aprile 1934, a Bologna, sullo stesso campo in cui aveva esordito. Il trasferimento alla Lazio e i titoli di capocannoniere Ormai destinato a lasciare le Bianche Casacche, Piola finì alla Lazio, realtà «patrocinata dal potente generale Vaccaro», la quale, con la reggenza di Eugenio Gualdi, era entrata prepotentemente nel mondo del calcio professionistico. Per scoraggiare le altre pretendenti, Ambrosiana e Torino in primis, il segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli seguì personalmente la trattativa, e ne influenzò l'esito ordinando il trasferimento del giocatore, che stava svolgendo il servizio di leva, da Cuorgnè a Roma, presso il Ministero degli Esteri. Piola, inizialmente restio ad accettare, firmò infine un contratto da 70 000 lire annue (che salì poi, nel 1938, a 38 000 lire al mese); alla Pro Vercelli andarono oltre 200 000 lire. Nelle prime tre amichevoli del settembre 1934, contro SPAL, Wiener e Bocskay, il centrattacco segnò undici reti. Piola (in piedi, al centro) nella Lazio della stagione 1936-1937 Debuttò ufficialmente il 30 settembre, in Lazio-Livorno 6-1, segnando un gol. Nelle prime due stagioni la società non andò oltre un quinto e un settimo posto, risultati sotto le aspettative; sullo stesso Piola, che per un periodo fu spostato mezzala e rimpiazzato da Antonio Bisigato nel ruolo di centravanti, vari critici manifestarono perplessità, malgrado andasse incrementando il numero stagionale di segnature. A permettergli il salto di qualità furono, tra il 1935 e il 1936, gli acquisti degli alessandrini Riccardi e Busani e dei vicentini Camolese e Costa, che andarono a comporre con lui il quintetto offensivo per la stagione 1936-1937; la Lazio s'inserì con decisione nella lotta scudetto, vincendo il platonico titolo d'inverno e chiudendo seconda, alle spalle del Bologna, menomata nel finale da vari infortuni, tra cui quello dello stesso Piola. Il vercellese vinse comunque, per la prima volta, la classifica cannonieri e, in virtù delle buone prestazioni ottenute contemporaneamente in nazionale, si distinse secondo Roghi come «centravanti numero uno della stagione»; contribuì poi (con undici realizzazioni in sei partite) all'avanzamento dei biancocelesti in Coppa dell'Europa Centrale, manifestazione internazionale persa in finale contro il Ferencváros. Piola (in piedi, terzo da destra) con i biancocelesti dell'annata 1940-1941 Nel 1937-1938 la squadra rimase a ridosso delle prime posizioni per alcuni mesi, per poi declinare. Nell'aprile 1938 Piola fu tra le cause dell'allontanamento di Gualdi dalla presidenza della Lazio; multato per essere giunto in ritardo ad alcuni allenamenti, se ne lamentò, alimentando le critiche verso la gestione mosse da alcuni consiglieri e da Marinelli. Gualdi presentò dunque le proprie dimissioni. in seguito a questa defezione, la Lazio perse in competitività e lo stesso Piola, malgrado le ottime prestazioni nel campionato del mondo 1938 e in nazionale, ebbe un brusco calo di rendimento in campionato dovuto anche a un nuovo arretramento a mezzala, non andando oltre diciotto reti complessive tra le stagioni 1938-1939 e 1939-1940; nel campionato 1940-1941 i biancocelesti rischiarono addirittura la retrocessione in Serie B, scampata unicamente per un quoziente reti migliore rispetto a quello del Novara. Piola diede comunque un importante contributo alla salvezza nel derby del 16 marzo 1941, in cui segnò la doppietta che fissò il risultato sul 2-0, nonostante si fosse ferito alla fronte dopo venti minuti di gioco in uno scontro col difensore giallorosso Mario Acerbi. Concluse la propria esperienza alla Lazio vincendo per la seconda volta il titolo di capocannoniere della Serie A nel 1942-1943, stagione in cui divenne, a 29 anni, il giocatore più anziano a segnare almeno 10 gol nelle prime 8 partite del campionato italiano (primato che verrà battuto da Zlatan Ibrahimović solo nel torneo 2020-2021) e in cui mise a segno 21 reti in 22 partite di Serie A. Lasciò il club biancoceleste dopo un totale di 159 gol in tutte le competizioni: un record societario che resisterà per i successivi settantotto anni, prima di essere superato nel 2021 da Ciro Immobile. Tra la primavera e l'estate 1943 disputò inoltre la Coppa Luigi Barbesino con la formazione detta Presidio, che raccoglieva calciatori delle due maggiori squadre capitoline. Il secondo dopoguerra: Torino FIAT e Juventus Piola (accosciato, secondo da destra) nel Torino FIAT del 1944 Con il blocco dei campionati dovuto agli eventi bellici, Piola tornò al Nord; ottenne il permesso di unirsi al Torino FIAT che disputò il campionato d'Alta Italia. Formò un poderoso duo d'attacco con Gabetto, sostenuto dalle mezzali Loik e Mazzola, e mise a segno 27 reti, non sufficienti a vincere il torneo, che andò a sorpresa ai Vigili del Fuoco della Spezia. Desideroso di stabilirsi definitivamente in Piemonte, chiese alla Lazio la cessione. Il 19 settembre 1945 lo acquistò la Juventus per circa due (alcune fonti recenti parlano erroneamente di tre) milioni di lire dell'epoca: un trasferimento record per il calcio italiano, che consisteva nel pagamento di un milione e mezzo in contanti, e una partita amichevole da disputarsi a Roma con incasso, stimato pari a mezzo milione, a favore della società biancoceleste. Piola (a destra) e Čestmír Vycpálek alla Juventus nella stagione 1946-1947 Con i bianconeri disputò la Divisione Nazionale 1945-1946 e il torneo 1946-1947. In entrambi, la squadra bianconera contese senza successo il titolo al Grande Torino, e Piola mancò la sospirata vittoria del campionato nazionale. Il Novara e la fine della carriera Nel 1947 Piola era ritenuto prossimo al declino, mentre era pronto a entrare stabilmente tra i titolari bianconeri il giovane Giampiero Boniperti; fu allora che il trentaquattrenne attaccante fu convinto dal presidente del Novara Delfino Francescoli a trasferirsi in Serie B: «Cavaliere, si prenda una rivincita. Venga con noi a Novara, che tornerà subito in A». La squadra azzurra lo acquistò dunque a rate dalla Juventus. «Avido di gol, inserito in una squadra che si batte con lui a maniche rimboccate», Piola tornò protagonista tra gli azzurri novaresi, con cui ottenne la promozione in Serie A nel 1947-1948 e giocò stabilmente nel massimo campionato per altre sei stagioni. Il club ottenne diverse salvezze mentre Piola, da par suo, in questo periodo «continuò a bombardare i portieri con una continuità impressionante» essendo in grado di arrivare, alle soglie dei quarant'anni, a segnare 37 reti in due tornei. Si ricorda la tripletta del 19 novembre 1950 contro la sua ex Lazio, che all'età di 37 anni e 51 giorni ne fece all'epoca il più vecchio calciatore a realizzare un simile exploit in Serie A: un primato che resisterà per i successivi 71 anni, venendo superato solo nel 2021 dal 39enne Rodrigo Palacio. Piola al Novara nel secondo dopoguerra In questo periodo poté superare Meazza nella classifica assoluta dei marcatori del campionato a girone unico, ottenendo anche una convocazione in nazionale. Segnò l'ultima sua rete il 7 febbraio 1954, in una gara contro il Milan; ricordò Nils Liedholm, allora tra i rossoneri: «Alla sua età possedeva ancora un fisico poderoso e faceva ammattire gli avversari. Rammento bene quella partita: Piola aveva sempre addosso due difensori, eppure riuscì egualmente a segnare con una delle sue famose rovesciate a bicicletta». A 40 anni, 6 mesi e 9 giorni divenne il giocatore più anziano ad aver segnato in Serie A, record che mantenne fino al 2007. Avendo militato per 21 campionati in Serie A, stabilì un altro primato eguagliato nel corso degli anni dai soli Enrico Albertosi, Gianni Rivera e Ciro Ferrara, e superato in seguito solo da Paolo Maldini, Francesco Totti e Gianluigi Buffon. Disputò l'ultima gara il 7 marzo 1954, durante un Novara-Atalanta terminato 0-4 e che suscitò le contestazioni dalla tifoseria azzurra al termine. Il suo rimpianto più grande da calciatore fu «non aver mai fatto parte di un autentico squadrone: avrei tanto desiderato vincere uno scudetto». Nazionale Molto forte fu il legame tra Silvio Piola e la nazionale italiana. Dichiarò, negli anni della maturità: «ci sono al giorno d'oggi coloro che rifiutano l'onore della maglia azzurra. Inaudito! Occorre sentirsi onorati di rappresentare l'Italia nel mondo sportivo. Quanto darei per riavere i miei vent'anni e indossare ancora quella maglia»; ha raccontato Mario Pennacchia che la maglia azzurra rappresentava un traguardo molto ambito per Piola e che, una volta convocato, l'orgoglio fu tale da indurre il calciatore a farsi cucire un caratteristico costume da bagno con lo stesso stemma presente all'epoca sulle divise della nazionale. Il dualismo con Meazza Secondo Gianni Brera non correva buon sangue tra Piola e Meazza, i due grandi centravanti della loro epoca: in Storia critica del calcio italiano il giornalista raccontò di come Meazza avesse considerato il rivale «un usurpatore e un broccaccio, anche quando la stampa di tutto il mondo l'ha proclamato il miglior centravanti dei mondiali 1938». Quando Meazza, allora parte della commissione tecnica dell'Italia, convocò il trentanovenne Piola in nazionale, nel 1952, fu perché, secondo Brera, considerò che il centravanti avesse «finalmente imparato a giocare». John Foot, pur sottolineando le marcate differenze caratteriali tra il mondano Meazza e il riservato Piola, ha definito il libro di Brera poco attendibile a livello storiografico e che esso consista in «un miscuglio di autobiografia, poesia, ritratti a fior di penna, pettegolezzi e pregiudizi». Nino Oppio diede una testimonianza di carattere opposto. Secondo lui, i due calciatori erano «grandi amici [...], pronti a sostenersi in tanti episodi anche fuori dal campo»; Piola era entusiasta di giocare al fianco di Meazza nell'Ambrosiana al momento di abbandonare la Pro Vercelli, e non mancò poi in più occasioni di applaudire i meriti del compagno di squadra. Riferendosi a lui e a Giovanni Ferrari, dichiarò nel 1938 che «giocare e segnare con due mezze ali di questo valore è tanto facile che è un dovere», e in occasione del gol di mano contro l'Inghilterra attribuì «il merito del gol» all'«impareggiabile Peppino». Debuttò precocemente nella squadra B (esordì a Novara il 2 aprile 1933 in Italia B-Svizzera B (5-0), mettendo a segno due reti) ma, data la folta concorrenza nel ruolo di centravanti, non fu convocato in nazionale maggiore per il campionato del mondo 1934, fatto che lo rattristò oltremodo. Le sue perplessità circa il trasferimento alla Lazio furono dovute anche a questo motivo: temeva, col trasferimento a Roma, di alienarsi le attenzioni del commissario unico Vittorio Pozzo, che era solito attingere alle tradizionali squadre del Nord per la sua rappresentativa. Secondo Brera, Pozzo era diffidente sul conto del centravanti e lo considerava «una montatura del tifo romano», malgrado il considerevole score ottenuto tra le riserve azzurre (11 reti in 6 presenze). La prima convocazione in nazionale maggiore giunse il 24 marzo 1935, in previsione di una sfida contro l'Austria, il Wunderteam di Hugo Meisl definito all'epoca «bestia nera» dell'Italia: il titolare Meazza fu bloccato da un risentimento muscolare, e Pozzo fu convinto da Vaccaro a sostituirlo con Piola. Questi, ignaro dell'accaduto, ebbe la notizia dal compagno laziale Blason, che dopo una lunga ricerca lo rintracciò nelle campagne a sud di Roma mentre cacciava coi suoi cani. Raggiunto il ritiro di Rovigo, debuttò il 24 marzo al Prater di Vienna, a ventuno anni, siglando due reti decisive per la prima vittoria italiana in terra austriaca. Per Pozzo questa fu «la partita della sua carriera»: «Poteva crollare e temevo per lui. La cosa avrebbe assunto conseguenze disastrose sul suo morale e su tutto il suo avvenire. Ha trionfato, invece, ed è diventato, acquistando personalità, una delle figure più caratteristiche del nostro gioco». Piola divenne dunque l'erede di Angelo Schiavio nei piani del commissario unico: la rivelazione gli permise di arretrare Meazza, sfruttandone le doti da interno; questa mossa fu decisiva per la vittoria al campionato del mondo 1938. Piola segnò cinque reti nella competizione e divenne noto a livello mondiale. Offrì prestazioni ritenute decisive contro la Norvegia e la Francia e segnò due reti all'Ungheria nella finale. Grazie a questo successo visse un momento di grande popolarità internazionale, come dimostrarono i lusinghieri giudizi della stampa francese (Hanot, Pefferkorn) e il commento del commissario tecnico inglese Tom Whittaker, che lo definì «superiore a Ted Drake» in un periodo in cui gli inglesi erano ritenuti ancora con ampio margine i migliori calciatori del mondo. Fu celebre anche un gol decisivo segnato all'Inghilterra con una mano il 13 maggio 1939, convalidato dall'arbitro tedesco Bauwens: «un gol frutto anche dell'istinto, – raccontò anni dopo – mi ero lanciato per colpire il pallone di testa. Quando ho visto che non ci arrivavo per pochi centimetri ho dato alla sfera un gran pugno». Scrisse il giornalista Michele Ruggiero che «in piena guerra, l'episodio aveva tutti i crismi della notorietà» ed Emilio Violanti raccontò che «Piola ebbe a confessare il misfatto, che doveva rimanere proverbiale negli annali calcistici sotto la curiosa locuzione di "manina alla Piola"». Piola (in piedi, secondo da sinistra) alla sua ultima partita in nazionale, il 18 maggio 1952 contro l'Inghilterra; l'attaccante venne riconvocato in azzurro dopo un lustro – all'età di 38 anni – come omaggio a un atleta che nel campionato appena concluso era stato ancora capace di mettersi in spolvero (18 reti con la maglia del Novara). A partire dal 1940 Pozzo iniziò a schierarlo nel ruolo d'interno destro; il posto di centravanti invece passò all'amico Boniperti. L'ultimo gol di Piola in maglia azzurra risale al 1º dicembre 1946, in Italia-Austria 3-1. Nel maggio 1952 venne convocato in nazionale, a 38 anni e 7 mesi, da Carlo Beretta e Giuseppe Meazza. La convocazione suscitò la perplessità di molti critici, tanto che Piola stesso dichiarò: «una parte della critica si scagliò contro Beretta, tanto da farmi riflettere a lungo davanti allo specchio per vedere se mi fossi davvero ridotto da far pena. Ci battemmo gagliardamente, finì 1-1, ma i grandi elogi non cancellarono la ferita». La partita si giocò il 18 di quel mese, a Firenze, contro l'Inghilterra; alla sua presenza fu reso tributo dai novantamila presenti, che gli tributarono un lungo applauso. Fu la sua trentaquattresima e ultima gara in azzurro nonché la nona da capitano, che costituì un primato di anzianità poi superato da Dino Zoff. Il suo record di reti segnate in nazionale (30) venne superato da Gigi Riva nel 1973, mentre resiste quello della miglior media gol a partita. Allenatore L'esperienza con la nazionale Ha raccontato Chiesa di come Piola abbia stabilito un primato anche da allenatore, venendo chiamato a far parte della Commissione tecnica della nazionale italiana nel 1953, quando era ancora in attività come calciatore. Venne infatti scelto da Lajos Czeizler come aiutante di campo, e in questa veste prese parte al campionato del mondo 1954. Per via dell'impegno col Novara, durante il campionato Piola poté dedicare alla nazionale unicamente «ritagli di tempo». Inoltre, secondo il giornalista Enzo Sasso, l'esperienza del Mondiale fu condizionata dai cattivi rapporti tra Czeizler e Piola, che assolse ai suoi compiti di allenatore senza poter «aprire bocca su problemi tecnici». Alcuni giocatori (Pesaola e Comaschi, per esempio) «si dichiararono entusiasti» del lavoro dell'allenatore, ma questi fu per Sasso un capro espiatorio al termine del breve e deludente mondiale dell'Italia; allontanato, non rispose alle accuse che gli vennero mosse. Gli anni a Cagliari Il giornalista Romolo Barisonzo spiegò che Piola «tentò la carriera di allenatore nel Cagliari, ma non andò bene: non è mai stato un uomo di chiacchiere. Il calcio gli piaceva, ma quello giocato, non quello delle tattiche». Nel corso del campionato di Serie B 1954-1955 venne infatti scelto dall'ambiziosa società sarda, partita con ambizioni di Serie A ma entrata in crisi di risultati, per sostituire Carlo Alberto Quario. Ottenne una salvezza e un quinto posto nel 1955-1956; non confermato per la stagione successiva, fu richiamato nuovamente nel gennaio 1957 per sostituire Carlo Rigotti e lasciò infine la società nel successivo novembre. Nel 1959 gli venne offerto l'incarico di direttore tecnico dal Piacenza, a sostegno dell'allenatore Sergio Rampini, ma la trattativa non si concretizzò per ragioni economiche. Fece poi per oltre un decennio parte della FIGC come osservatore e istruttore dei corsi per allenatori. Record Calciatore italiano ad aver segnato più gol in assoluto in competizioni ufficiali (390). Calciatore con il maggior numero di reti realizzate nel massimo campionato italiano di calcio: 290 Calciatore con il maggior numero di reti realizzate in Serie A: 274 Unico calciatore, insieme a Omar Sívori, ad aver segnato sei gol in una partita di Serie A Più giovane calciatore a realizzare una tripletta in Serie A: 17 anni e 132 giorni, con la Pro Vercelli (8 febbraio 1931 contro il Napoli). Più giovane calciatore a realizzare un poker in Serie A: 18 anni e 54 giorni, con la Pro Vercelli (22 novembre 1931 contro l'Alessandria). Con la Lazio Calciatore con il maggior numero di reti realizzate in Serie A: 143. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano di Serie B: 1 - Novara: 1947-1948 Nazionale Campionato mondiale: 1 - Francia 1938 Coppa Internazionale: 1 - 1933-1935 Individuale Capocannoniere della Serie A: 2 - 1936-1937 (21 gol) - 1942-1943 (21 gol) All-Star Team dei Mondiali: 1 - Francia 1938 Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano - 2011 (riconoscimento alla memoria) Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano - 2015 (riconoscimento alla memoria) Onorificenze Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana Grande ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana
  13. ALCEO LIPIZER https://it.wikipedia.org/wiki/Alceo_Lipizer Nazione: Italia Luogo di nascita: Fiume (ora Croazia) Data di nascita: 08.04.1921 Luogo di morte: Carenno (Lecco) Data di morte: 04.09.1990 Ruolo: Ala Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1947 Esordio: 06.01.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Bologna 1-0 Ultima partita: 29.09.1946 - Serie A - Juventus-Alessandria 3-1 6 presenze - 0 reti Alceo Lipizer (Fiume, 8 aprile 1921 – Carenno, 4 settembre 1990) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Alceo Lipizer Lipizer al Como, 1951 circa Nazionalità Italia Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1954 Carriera Squadre di club 1937-1942 Fiumana 41 (5) 1942-1943 Taranto 17 (11) 1945-1947 Juventus 6 (0) 1947-1952 Como 101 (28) 1952-1954 Reggiana 30 (7) Carriera Lipizer alla Juventus nella stagione 1946-1947 Ha disputato 4 campionati di Serie A a girone unico con le maglie di Juventus e Como, totalizzando complessivamente 50 presenze e 15 reti, delle quali 10 nella sola stagione 1949-1950, contribuendo all'ottimo sesto posto finale dei lariani. Con la Juventus ha inoltre disputato, con 4 presenze all'attivo, il transitorio campionato di Divisione Nazionale 1945-1946. Ha inoltre collezionato 61 presenze e 15 reti in 3 campionati di Serie B nelle file di Fiumana e Como, conquistando, coi lombardi, con 12 reti all'attivo, il successo fra i cadetti nella stagione 1948-1949. Palmarès Campionato italiano Serie C: 1 - Fiumana: 1940-1941 (girone finale B) Campionato italiano di Serie B: 1 - Como: 1948-1949
  14. ARISTIDE COSCIA https://it.wikipedia.org/wiki/Aristide_Coscia Nazione: Italia Luogo di nascita: Alessandria Data di nascita: 15.03.1918 Luogo di morte: Alessandria Data di morte: 28.02.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1946 Esordio: 14.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Torino 2-1 Ultima partita: 28.07.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Napoli-Juventus 1-1 38 presenze - 9 reti Aristide Coscia (Alessandria, 15 marzo 1918 – Alessandria, 28 febbraio 1979) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano. Aristide Coscia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Mezzala, mediano Termine carriera 1954 Carriera Giovanili Alessandria Squadre di club 1936-1938 Alessandria 38 (10) 1938-1943 Roma 139 (24) 1943-1944 Ambrosiana-Inter 19 (1) 1944-1945 Varese ? (?) 1945-1946 Juventus 38 (9) 1946-1948 Alessandria 76 (15) 1948-1954 Sampdoria 149 (12) 1954-1955 Cirio ? (?) Carriera da allenatore 1954-1955 Cirio 1957-1958 Alessandria (giov.) 1959-1960 Alessandria (staff) 1963 Altay 1964-1965 Alessandria (giov.) 1965-1966 Alessandria 1967-1968 Siracusa 1968-19?? Perugia (in 2ª) Biografia Crebbe nel folto vivaio dell'Alessandria come uno dei più «classici e pacati prodotti» della locale scuola calcistica, con doti di regia e spunti offensivi. Era soprannominato "Bolide" per la sua fisicità imponente e "Ridolini" per la somiglianza con l'attore Larry Semon. Era cugino del musicista Gianni Coscia. A vent'anni passò alla Roma, con cui vinse uno scudetto; durante la seconda guerra mondiale fu arruolato tra i Bersaglieri e, con i compagni di squadra Amadei, Pantó, Borsetti, Andreoli, Jacobini e Ippoliti, si fece fotografare indossando il berretto piumato dell'Arma nel giorno della vittoria del campionato. Nel dopoguerra vestì anche le maglie di Juventus e Sampdoria. Nel 1953, durante la militanza alla Sampdoria, fu coinvolto assieme al calciatore Vittorio Mornese in un incidente stradale a Nizza Monferrato, senza riportare gravi conseguenze. L'anno successivo abbandonò l'attività agonistica; avendo disputato 370 partite in Serie A, è attualmente tra i primi cento calciatori più presenti nel massimo campionato. Rimase poi nel mondo del calcio come allenatore e come osservatore. Morì nel 1979, all'età di 60 anni. Caratteristiche tecniche La rosa dell'Alessandria 1937-1938, della quale Coscia era titolare. Mezzala, «maestro nel giocare a testa alta e nel far correre il pallone», fu arretrato in mediana nel 1948 dall'allenatore della Sampdoria Baloncieri. Era un buon rigorista. Al termine del campionato di Serie B 1937-1938 Bruno Slawitz diede una descrizione lusinghiera del giovane Coscia, appena messosi in luce nelle file dell'Alessandria, sulle pagine del Calcio Illustrato, riservandosi qualche dubbio sulla sua personalità: «la mezzala lascia a bocca aperta per la naturalezza e la finezza del palleggio. Ricorda molto il Ferrari e possiede una ragguardevole classe. Ma, ahimè, tra tanta classe occorre un po' di sacro fuoco». Il giornalista Ugo Boccassi ne ricorda la «chiara visione di gioco» e la capacità e l'intuito di «servire il compagno meglio piazzato» nel lanciare azioni d'attacco. Malgrado la fisicità imponente, non difettava di «eleganza di tocco e di movenze», come testimoniava anche Ennio Mantella nel 1942: «torce e storce le gambe; le divincola; le rigira, maestro di finte: ed eccolo in area di rigore a lanciare il centravanti. Guarda di traverso, dopo un'azione, come il cacciatore la preda che fugge; e ricomincia, come danzasse». Amedeo Amadei, che giocò con Coscia nella Roma, disse che era «un po' il Falcão della squadra [che vinse lo scudetto 1942]», e lo paragonò «per l'eleganza» al suo concittadino Gianni Rivera. Carriera Giocatore 1936-1938: gli esordi nell'Alessandria Allievo di Umberto Dadone nelle giovanili dell'Alessandria, Coscia fu promosso in prima squadra dall'allenatore Stürmer e debuttò in Serie A il 4 ottobre 1936, nella gara del Campo Testaccio persa per 0-1 contro i padroni di casa della Roma. Militò nei grigi in due stagioni non particolarmente felici per la compagine, che nel 1936-1937 retrocessero per la prima volta nella loro storia in B e l'anno successivo fallirono il ritorno nella massima categoria agli spareggi. Coscia si fece comunque notare in quel torneo cadetto per l'alta media realizzativa; al termine gli addetti ai lavori lo consideravano «una rivelazione del campionato ultimo [...], da molti competenti [...] designato degno successore dei Baloncieri, dei Ferrari, degli Scagliotti e dei Riccardi». Intenzionata a trattenerlo malgrado le molte offerte presentate da altre squadre, l'Alessandria lo cedette infine alla Roma per 180 000 lire. 1938-1943: la militanza nella Roma La rosa della Roma 1941-1942; Coscia è il secondo da destra, in prima fila. Assieme al compagno di squadra Ceresa, Coscia passò dunque alla Roma, che dopo gli addii alla maglia giallorossa di Fulvio Bernardini e Attilio Ferraris ringiovanì la propria rosa. Coscia fu subito titolare, ed esordì in campionato con la maglia romanista il 18 settembre 1938, in Roma-Milan 1-0, servendo a Alghisi l'assist per la rete decisiva. Coscia fu titolare fisso della Roma per 5 stagioni; nel 1940-1941 contribuì al brillante percorso della squadra in Coppa Italia, poi persa in finale contro il Venezia. Nel 1941-1942 fu poi uno dei protagonisti della vittoria del primo scudetto della storia giallorossa: attorno a lui, incaricato della regia, ruotava il gioco, come testimoniato dal compagno di squadra Krieziu. Col compagno di reparto Renato Cappellini era autore di un gioco solido e concreto, che la stampa contrapponeva a quello più fantasioso della coppia di mezzali laziali formata dagli argentini Pisa e Flamini. La sua maturitazione fu sottolineata dalla stampa: «quando Coscia venne a Roma aveva il brillio dell'entusiasta. Gli si è attuito e, oggi, mira al sodo. Dicono abbia perduto il tiro: ma ha tanta furberia che unisce a tanto magnifico controllo di pallone». È ricordato anche per aver segnato un gol nell'ultima gara disputata dalla Roma sul Campo Testaccio, un'amichevole contro il Livorno del 30 giugno 1940 terminata 2-1 per i giallorossi. Non debuttò mai in Nazionale, in parte per la drastica riduzione dell'attività internazionale che si vericò proprio dopo il 1940 a causa degli eventi bellici, in parte per la contemporanea ascesa della forte coppia di mezzali formata da Ezio Loik e Valentino Mazzola. Il dopoguerra: Juventus, Alessandria e Sampdoria Lasciata Roma al termine del campionato 1942-1943, Coscia tornò al Nord. Disputò il Campionato Alta Italia del 1944 nelle file dell'Ambrosiana-Inter e il Torneo Benefico Lombardo con il Varese, mentre alla ripresa dei campionati ufficiali passò alla Juventus e sfiorò la vittoria del suo secondo scudetto personale: i bianconeri chiusero la Divisione Nazionale 1945-1946 alle spalle del Torino. Al ritorno della Serie A a girone unico militò per due stagioni nell'Alessandria; nella seconda segnò dieci reti (cinque su rigore), non riuscendo però ad evitare la retrocessione dei grigi. Passò dunque alla Sampdoria; arretrato a centrocampo dall'allenatore Baloncieri, formò con Bruno Gramaglia la coppia di mediani titolare nella stagione 1948-1949, ricordata per la vena dell'attacco «atomico» Baldini-Bassetto e per un quinto posto rimasto, per oltre un decennio, il miglior risultato dei blucerchiati in Serie A. Dopo aver disputato diversi campionati in mediana (affiancato da Mannocci, Bergamo, Oppezzo), divenne riserva nel 1953, quando con l'avvento del tecnico Paolo Tabanelli la Sampdoria virò dal sistema al catenaccio. Disputò la sua ultima partita in A il 30 maggio 1954, allo Stadio Luigi Ferraris contro la Lazio (0-0). Allenatore La prima esperienza da tecnico fu con il CRAL Cirio, sodalizio napoletano che concluse al primo posto il proprio girone di IV Serie nel 1954-1955; Coscia, «allenatore e giocatore», venne indicato come «uno degli artefici del successo». Il club, qualificato alla fase finale, mancò l'ammissione agli spareggi per la promozione in Serie C; Coscia, a fine stagione, fu posto in lista di trasferimento. Più avanti fu ad Alessandria, dapprima come allenatore della Juniores e osservatore per la coppia Pedroni-Robotti. Nel 1964-1965 seguì la Juniores, per poi essere promosso alla guida della prima squadra a stagione in corso, dopo l'allontanamento di Henry Augustine, ottenendo la salvezza. Nella stagione successiva rimase alla guida della formazione grigia, in collaborazione dapprima col direttore tecnico Federico Allasio, che venne allontanato già dopo la quinta gara di campionato per divergenze con lo stesso Coscia, e poi con Gino Armano. La coppia fu infine esonerata poi a gennaio per i risultati negativi e sostituita da László Székely, che ottenne la salvezza. Coscia allenò inoltre l'Altay di Smirne ed il Siracusa; nel 1968 fu ingaggiato dal Perugia, in Serie B, come secondo di Guido Mazzetti. Fu poi osservatore per la Juventus e per la Nazionale. Palmarès Campionato italiano: 1 - Roma: 1941-1942 IV Serie: 1 - Cirio: 1954-1955
  15. UGO CONTI Un giorno Scopigno, quand’era allenatore del Cagliari – racconta Gino Bacci su “Hurrà Juventus” del gennaio 1973 – si espresse in termini poco urbani nei confronti di un segnalinee. Tre anni dopo Fabbri, sempre alla guida del Cagliari, protestò per un gol annullato a Riva e lo fece con un colorito dialetto romagnolo. Lo udì il guardalinee e le sue parole finirono sul referto arbitrale. Le squalifiche a lungometraggio di Scopigno e Fabbri hanno fatto di Ugo Conti il più «in prima» fra gli allenatori «in seconda».Il giorno in cui il Cagliari venne a Torino a celebrare il rito di vittoria della Juventus, sulla panchina rossoblu sedeva l’uomo massiccio, dal volto di pugile, alle cui spalle c’è una lunga gloriosa e tormentata carriera di sportivo militante. Un volto che i tifosi bianconeri degli anni quaranta, ricordavano di aver già visto e applaudito. Perché Ugo Conti fu uno «dei loro» nel campionato di guerra 1945-46 concluso al terzo posto. Un`ala mancina aggressiva di quelle che invertono il tradizionale rapporto di forza bruta fra difensore e attaccante, un atleta che era sempre meglio non punzecchiare, rapido nel cercare la porta ma anche ad alzare i pugni. Negli anni di gioventù ebbe per questo motivo una lunga squalifica che sembrò pregiudicargli la carriera.Ugo Conti arrivò alla Juventus dal Genoa di Neri, Bertoni, Trevisan e lspiro, ala dal fiuto del gol, più volte convocato per la Nazionale ma mai utilizzato, presente in classifica cannonieri al quarto posto con 15 reti, insieme a Gabetto e Reguzzoni, dietro a Boffi, Guarnieri e Puricelli.Entrò a sostituire il «jolly» Magni e il piccolo Ventimiglia; fu a sua volta sostituito da Korostelev, arrivato in Italia insieme a Vycpálek. Gioco 15 partite, segnò tre gol, due dei quali al Livorno che doveva poi lanciarlo come allenatore. Esordi nell’ottobre 1945 contro il Modena in una Juventus che allora aveva Sentimenti IV in porta, Foni, Varglien e Rava terzini, una mediana formata da Depetrini, Parola e Locatelli e il quintetto d’attacco composto da Sentimenti III, Borel, Piola, Coscia e lui, Ugo Conti.Nello spogliatoio della Juventus il trainer oggi cinquantasettenne ricorda la sua intensa – ancorché breve – parentesi bianconera. «Mi faceva seguire l’avvocato Agnelli ai tempi in cui a Genova facevo grappoli di gol. Mi pagò una grossa cifra, non ricordo quanto, ma una grossa cifra. Anch’io ebbi l’ingaggio molto alto».Come ti sembrò allora la Juventus e come la ricordi? «Aveva una mentalità diversa, la società era più arcaica di quella di oggi. Mi trovai bene, nonostante la differenza di clima rispetto a Genova. Vivevo con mia moglie alla Taverna Dantesca, vicino alla stazione, dov’è ancora. Mangiavo da Biagini che era il ristorante dei giocatori della Juventus».E la squadra come ti sembrò? «La Juventus ha sempre avuto una grande squadra, prima che arrivassi io, quando c’ero io, e anche quando me ne fui andato. Anche oggi ha una grande squadra. Il giocatore più grande era Parola, di statura mondiale, ma cosa dire di Piola e dei fratelli Sentimenti? E gli altri? Tutti grandissimi giocatori».Trovasti difficoltà di ambientamento tecnico passando dal Genoa alla Juventus? «Mi aiutò parecchio Piola. Diceva che sapevo lanciarlo bene, nel modo giusto. Lui faceva i gol, ne segnò sedici, io lavoravo per lui».Quale partita ritieni di aver giocato meglio nella Juventus? «Il derby che vincemmo contro il «grande Torino» con un gol di Piola su rigore. Loro erano i favoriti, ma noi andammo bene quel giorno e li dominammo. Mi marcava Ballarin che è stato la bestia nera della mia carriera anche ai tempi in cui giocava nella Triestina».Potresti tracciare una classifica dei primi tre terzini d’ala, in base alla tua personale esperienza? «Il più forte era Ballarin del Torino, poi Fiorini del Bologna e Allemandi dell’Inter». E sempre in base alle tue esperienze di cannoniere, potresti tracciare una classifica per i portieri? «Il migliore in senso assoluto era Sentimenti IV della Juventus. Dietro a lui ci metterei Moro, Olivieri, Ceresoli e Perucchetti».Qual è stato il più alto premio partita? «Quello del derby vinto per uno a zero, ma non ricordo la cifra».Chi di voi prendeva gli ingaggi più alti? «Varglien II, Rava e anche Piola».Come si chiuse la tua parentesi juventina? «Con un colloquio fra l’avvocato Agnelli e il presidente della Lucchese, Fontana, a Forte dei Marmi. Fui dato in prestito gratuito alla Lucchese insieme a Viola e Magni. Era una squadra forte, quella rossonera, con Bertuccelli che poi passò alla Juve, con Cuscela, Michelini. Segnai ventinove gol».E ti prendesti subito le tue personali rivincite. «Senza rancore però, perché alla Juventus mi legava anche allora un buon ricordo. Quando giocammo qui a Torino pareggiammo per uno a uno. Segnò prima Sentimenti III ed io replicai. A Lucca feci anche di più: la Juventus segnò due reti nel primo tempo con Boniperti ed io le due del pareggio. In due partite feci contro i bianconeri lo stesso numero di gol che per loro avevo fatto in un intero campionato».C’è un parallelo da fare fra la Juventus degli anni quaranta e quella attuale? «Credo che fosse più forte quella dei miei tempi, o forse è soltanto la nostalgia che mi fa dare un giudizio così perentorio. Però credo che un difensore come Carletto Parola oggi non lo abbia più nessuna squadra italiana. E così un centravanti come Piola. Noi avevamo una mediana che ora non vedo a nessuno: Depetrini, Parola e Locatelli. Prova a pensare che somma di valori tecnici e agonistici ne veniva fuori».E della Juventus di oggi, che cosa senti di poter dire? «Che merita lo scudetto conquistato l’anno scorso e può levarsi tante soddisfazioni anche in Coppa dei Campioni. Il più dotato di tecnica pura è Haller, ma io stravedo per Bettega che mi appare come un giocatore stupendo. Ammiro anche Anastasi, ma in certe partite gli rimprovero troppa attività per raggiungere modesti risultati. Dovrebbe segnare almeno il doppio dei gol che abitualmente realizza. Però marcare un centravanti come Anastasi è difficile, spesso impossibile».A novembre prima di affrontare la Juventus con il Cagliari, quali raccomandazioni hai fatto ai giocatori, al momento di andare in campo? «Le ultime parole, le ultime raccomandazioni sono state queste: e ricordatevi che non possiamo avere possibilità di successo se non annulliamo Capello, Haller e Furino. I ragazzi stavano uscendo nel corridoio ed io dissi un’ultima cosa: e su Bettega, la testa di Niccolai. Non è bastata la testa di Niccolai». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/09/ugo-conti.html
  16. UGO CONTI https://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Conti_(calciatore) Nazione: Italia Luogo di nascita: Pisa Data di nascita: 22.09.1916 Luogo di morte: Livorno Data di morte: 30.08.1983 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1946 Esordio: 28.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Modena 1-0 Ultima partita: 28.07.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Napoli-Juventus 1-1 15 presenze - 3 reti Ugo Conti (Pisa, 22 settembre 1916 – Livorno, 30 agosto 1983) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. È scomparso nel 1983 all'età di 66 anni a seguito di un malore improvviso. Ugo Conti Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista, attaccante) Termine carriera 1953 - giocatore 1981 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1934 Pisa Squadre di club 1934-1936 Pisa 51 (22) 1936-1938 Fiorentina 42 (8) 1938-1939 Livorno 21 (4) 1939-1943 Genova 1893 109 (45) 1943-1945 Legnano 30 (14) 1945-1946 Juventus 15 (3) 1946-1949 Lucchese 91 (58) 1949-1950 Livorno 24 (11) 1950-1951 Pisa 8 (1) 1951 Potenza 4 (1) 1952-1953 Lucchese 6 (1) Carriera da allenatore 1953-1955 Gubbio 1955-1956 Crotone 1957-1958 Livorno 1961-1962 Viareggio 1969-1971[3] Cagliari Vice 1967 → Chicago Mustangs Vice 1973-1975 Gubbio 1977 Livorno 1981 Livorno Carriera Giocatore Ala sinistra, risulta uno dei 100 calciatori più prolifici di tutti i tempi della Serie A, essendo presente in tale classifica con 89 reti realizzate con le maglie di Fiorentina, Livorno, Genova e Lucchese, con cui si è aggiudicato anche il titolo di capocannoniere del girone B della Serie B nella stagione 1946-1947 con 27 reti. Il suo record di realizzazione in massima serie è della stagione 1947-48 con 19 realizzazioni all'attivo. Nel 1943 è passato al Legnano e nel 1944-1945 ha disputato il Torneo Benefico Lombardo nelle file del Legnano, e poi l'anomalo campionato 1945-1946 con la maglia della Juventus. Più volte convocato in Nazionale dall'allora commissario tecnico Vittorio Pozzo, non è tuttavia mai stato schierato in una gara ufficiale. Allenatore Cessata l'attività agonistica, ha intrapreso quella di allenatore, iniziando a Crotone nella 1955-1956. Passa al Livorno nel campionato 1957-1958, e nel campionato di Serie D 1961-1962 guida il Viareggio, venendo sostituito da Vinicio Viani dopo 19 giornate. Successivamente ricopre prevalentemente il ruolo di secondo. In particolare, è stato il vice di Manlio Scopigno al Cagliari, sostituendolo sulla panchina durante la lunga squalifica nella stagione 1969-70 conclusasi con la vittoria dello scudetto da parte della compagine sarda. Nell'estate 1967 è il vice di Scopigno alla guida dei sardi che parteciparono al campionato statunitense, organizzato dalla United Soccer Association, in rappresentanza del Chicago Mustangs: accadde infatti che tale campionato fu disputato da formazioni europee e sudamericane per conto delle franchigie ufficialmente iscritte al campionato, che per ragioni di tempo non avevano potuto allestire le proprie squadre. I rossoblu chiusero al terzo posto nella Western Division, con 3 vittorie, 7 pareggi e 2 sconfitte, non qualificandosi per la finale. Torna al Livorno due volte, l'ultima delle quali nel finale di stagione 1980-1981 quando riesce a evitare miracolosamente la Serie C2 battendo all'ultima giornata in extremis la Nocerina per 1-0. Palmarès Giocatore Campionato italiano di Serie B: 1 - Lucchese: 1946-1947 (girone B)
  17. FRANCESCO TORTAROLO https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Tortarolo Nazione: Italia Luogo di nascita: Ovada (Alessandria) Data di nascita: 28.09.1916 Luogo di morte: Ovada (Alessandria) Data di morte: 14.08.2004 Ruolo: Centrocampista Altezza: 172 cm Peso: 71 kg Soprannome: Francesco Alla Juventus dal 1945 al 1946 Esordio: 14.10.1945 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Torino 2-1 Ultima partita: 28.07.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Napoli-Juventus 1-1 13 presenze - 0 reti Giobatta Franceschino Tortarolo, meglio noto con il nome di Francesco (Ovada, 28 settembre 1916 – Ovada, 14 agosto 2004), è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Francesco Tortarolo Nazionalità Italia Altezza 172 cm Peso 71 kg Calcio Ruolo Mediano Termine carriera 1953 - giocatore 1962 - allenatore Carriera Giovanili 193?-1935 Sampierdarenese Squadre di club 1935-1937 Sampierdarenese 7 (0) 1937-1944 Liguria 165 (0) 1945-1946 Juventus 13 (0) 1946-1948 Alessandria 73 (3) 1948-1951 Genoa 58 (2) 1951-1952 Sestrese 16 (0) 1952-1953 Spezia 15 (0) Carriera da allenatore 1956-1957 Veloce Savona 1957-1958 Rivarolese 1961-1962 Como Carriera Giocatore Cresciuto con la Sampierdarenese (inglobata dal 1937 nel Liguria), giocò in Serie A con la squadra genovese per sette stagioni (6 di Serie A e una di Serie B) prima dell'interruzione bellica. Esordì con la Sampierdarenese nel pareggio casalingo a reti bianche del 20 dicembre 1936 contro la Triestina. Giocò poi con la Juventus il Campionato Alta Italia 1945-1946, per proseguire la carriera dal 1946 al 1948, sempre in massima serie, con l'Alessandria. Con i grigi esordì nella sconfitta casalinga per 3-1 contro il Modena del 22 settembre 1946. Nel 1948 passa al Genoa, con cui esordisce il 24 ottobre dello stesso anno nella vittoria casalinga per 4-1 contro l'Inter. Rimarrà in forza ai rossoblù sino 1951, retrocedendo in cadetteria al termine della stagione 1950-1951. Chiuse la carriera di calciatore in Serie C e in IV Serie, con lo Spezia. In carriera ha totalizzato complessivamente 259 presenze e 5 reti in Serie A e 26 presenze in Serie B. Allenatore Terminata la carriera agonistica divenne preparatore atletico del Como, che allenò anche nel corso della stagione 1961-62, in coppia con il direttore sportivo Giulio Cappelli portando la squadra alla salvezza in Serie B. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie B: 1 - Liguria: 1940-1941
  18. GIOVANNI VIOLA Nasce nel 1926 a San Benigno Canavese, a venti chilometri da Torino; cresciuto nel vivaio bianconero, è mandato in Serie B a Carrara, in seguito a Como, infine in Serie A nella Lucchese, per fare esperienza e maturare. A ventitré anni, ritorna alla Juventus, quella che, nel 1950, avrebbe vinto il primo scudetto dopo il favoloso e oramai remoto quinquennio d’oro. Il giovane Viola è un portiere atipico per quei tempi, che volevano gli estremi difensori come personaggi stravaganti e un poco matti.È serio e gentile, con la faccia chiara, i capelli impomatati e pettinati lisci all’indietro come certi divi del cinema anni Trenta, che non si scomponevano neppure nelle fasi più concitate del gioco. Il suo stile è sobrio, essenziale, l’uomo è mite, capace di esibirsi in parate meravigliose.«Quando ero agli inizi, ebbi la fortuna di fruire dei consigli di Combi. A volte, dopo una partita, mi prendeva da parte e mi diceva: “Senti, hai incantato il pubblico, non me. La prossima volta, quella palla la prendi stando in piedi!” Il giorno del mio debutto in Serie A, nel 1946, arrivai allo stadio e bussai alla porta del nostro spogliatoio. Entrai solamente dopo che Rava e Varglien mi dissero: “Avanti”».«In allenamento – racconta Boniperti – i compagni avevano l’abitudine di sfotterlo e non si accorgevano di demoralizzarlo, perché lui aveva bisogno di essere incitato».Quell’anno disputa un campionato quasi perfetto ad eccezione di una sola domenica disastrosa, come tutta la squadra, quando il Milan vinse a Torino 7-1. Di quella partita ricorda che, per sfuggire ai tifosi inferociti, lasciò lo stadio nascosto nell’auto di Vittorio Pozzo.Gli capita, anche, di essere arrestato e di passare una notte nelle carceri brasiliane con il compagno Muccinelli, durante una famosa tournée a causa di una rissa in campo. All’uscita la polizia aveva preso, come provocatori, proprio i due più tranquilli: «In un torneo dei campioni, svoltosi nell’estate del 1951 in Brasile, sperimentai, con i miei compagni, il clima da corrida che le squadre italiane ed europee avrebbero, poi, provato nella Coppa Intercontinentale. Al termine di una di quelle partite, ci fu un’invasione di campo, con una gigantesca rissa; il sottoscritto, insieme a Muccinelli, passò una nottata al fresco, per aver preso a pugni un poliziotto in borghese. Adesso ci rido sopra, ma non fu certo uno spasso».Fine della stagione 1952, quella del secondo scudetto, partita casalinga contro il Novara. Viola, che non protesta mai e si arrabbia solo quando incassa un goal, ha un battibecco con il tedesco Janda. L’arbitro, il napoletano Marchese, decide che per quei due la partita è finita. Escono a braccetto, Viola a torso nudo, poiché la maglia l’ha lasciata a John Hansen.Viola viene spesso colpevolmente trascurato nelle classifiche dei migliori portieri bianconeri, come se la sua indole schiva ne oscurasse la bravura. Ha giocato nella Juventus per otto anni, disputando 246 partite: meglio di lui, hanno saputo fare solo i grandissimi. Due scudetti li vince sul campo, il terzo fu in pratica a honorem, perché legato a una sola partita, la sua ultima con la maglia bianconera: maggio 1958, la Juventus già campione della stella d’oro ospita l’Alessandria. Viola torna in campo dopo undici mesi; sarà il migliore in campo, salvando la rete in due occasioni, difendendo la misurata vittoria dal ridicolo di una clamorosa sorpresa.«Ai miei tempi era molto più difficile giocare in porta, rispetto ai giorni odierni e bisognava essere atleti completi, per cavarsela senza troppi danni. Gli attaccanti avversari tiravano in porta molto spesso, non c’erano troppi marchingegni tattici. Il centravanti che saltava il suo marcatore, si trovava subito la porta spalancata e allora, dovevi uscire a valanga oppure volare da un palo all’altro. C’era un vantaggio, però: subito un goal per un errore, il portiere poteva riconquistare la fiducia e gli applausi dei tifosi, avendo la possibilità di effettuare dieci parate strepitose».Il nuovo titolare della Juventus è un ex raccattapalle allenato da Combi, Carletto Mattrel. Viola è ceduto al Brescia, in Serie B, dove termina la carriera: «Ho due ricordi estremamente piacevoli. Il primo concerne la Nazionale: nel febbraio del 1956, scesi in campo a Bologna nel vittorioso incontro contro la Francia, in una formazione che, a parte il sottoscritto, Boniperti e Carapellese era composta dai giocatori della grandissima Fiorentina di quegli anni. Ciò sta a dimostrare che, all’epoca, ero davvero considerato il miglior numero uno italiano. Il secondo episodio, invece, riguarda la mia Juve e, più precisamente, la partita casalinga contro il Milan, nel dicembre del 1951, nel corso della quale, sull’1-0 per i rossoneri, prima sventai un rigore di Gren e poi effettuai parate decisive in serie; l’1-1 finale costituì un buon viatico verso la conquista del nono scudetto, che ci vide prevalere proprio sui milanesi. Dimenticavo: quell’incontro si svolse di fronte a 90.000 spettatori, molte migliaia dei quali erano assiepate attorno al rettangolo di gioco e, naturalmente, dietro la mia porta. Ed io, che abituato alla bolgia del Filadelfia, quasi non me ne accorsi; anche perché, il tifo di quegli anni si limitava, per lo più, a qualche sfottò».Viola dimostra, come da lui sottolineato, tutto il suo valore anche con la maglia azzurra, vestendola per undici partite consecutive. Il debutto era stato disastroso. Incassando, senza colpa, i quattro goal che avevano eliminato l’Italia dal Mondiale 1954 in Svizzera. Poi, però, solo grandi prestazioni, contro l’Argentina a Roma, il Brasile a Milano, la Francia a Bologna: «Ancora una volta bravo Viola», «Non ha commesso un solo errore», «Un muro imperforabile», si legge nelle vecchie cronache.«Negli anni Cinquanta le squadre di Serie A, che non avevano nemmeno un medico al seguito ma che potevano contare soltanto sulla collaborazione di un massaggiatore, facevano largo uso di bistecche e di spremute di agrumi; e tutti correvano come dei matti. E, se qualcuno aveva male, c’erano soltanto due possibilità: o veniva il dottor Borsotti a farci un’iniezione di Novocaina prima della partita o si andava in ospedale. Infatti, i preparatori atletici e i fisioterapisti, allora, non erano ancora stati inventati».Ci lascia nel 2008, in un’afosa giornata di luglio; il suo ricordo andrà sempre oltre ogni tabellino e ogni classifica.VLADIMIRO CAMINITIPiù solido che arioso ma vigoroso e prestante, non fa rimpiangere, per grinta e rendimento, Sentimenti IV. In realtà, l'Avvocato ha creato una Juventus che può esimersi dal considerare l'estremo difensore, abbandonato al suo destino da difensori che hanno tutto per spalleggiare l'azione degli avanti e che precludono letteralmente la strada ai più micidiali avversari. Mi racconterà Parola che Manente si cavava lo sfizio, in certe partite dai punteggi rotondi a favore, di invitare all'uscita Viola e di fargli autogol con un pallonetto dissacratore.Giorni di un calcio certamente diverso, anche per quel che si riferisca ai portieri, non solo alle goleade. L'Italia, all'inizio degli anni ‘50, era ancora (e più che mai) terra di portieri: Ghezzi, Bertocchi, Costagliola, Bugatti, Bepi Moro, Pin, Buffon, Sentimenti IV, Tessari citando alla rinfusa, e il campionato già infoltito e arricchito delle prodezze di fenomenali pelandroni foresti, non tutti stinchi di santo, se è vero che Nacka Skoglund scendeva in campo con la sua immancabile bottiglietta di whisky che andava a deporre accanto alla bandierina del corner e che Sørensen riusciva a svegliarsi dalle sue magnifiche sbornie soltanto il venerdì, ancora in tempo per giocare alla domenica partite indimenticabili.Portieri, quindi, per tutti i gusti. Nel caso di Giovanni Viola, un angelo canavesano che la milizia nella Carrarese, nel Como e soprattutto nella Lucchese aveva eccezionalmente temprato, e che la Juventus avrebbe potuto offrire alla Nazionale, maturato nel gesto tecnico, portiere di stile sobrio, se vogliamo di classe artigianale ma dal sempre elevato rendimento, poderoso nelle uscite alte in mischia, piazzamento anguillesco e presa a tenaglia, grinta a non finire e un esuberante cuore a vivere la partita in tutte le vene, e a sentirsene protagonista nel bene e nel male, ingenuo campione di un'epoca che è ormai inesorabilmente sfiorita, di quei calciatori e campioni artigiani e un poco artisti che ci hanno fatto sognare e trepidare. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/giovanni-viola.html
  19. GIOVANNI VIOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Viola Nazione: Italia Luogo di nascita: San Benigno Canavese (Torino) Data di nascita: 20.06.1926 Luogo di morte: Torino Data di morte: 07.07.2008 Ruolo: Portiere Altezza: 179 cm Peso: 81 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1945 al 1946 e dal 1949 al 1958 Esordio: 10.02.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Juventus-Atalanta 2-0 Ultima partita: 18.05.1958 - Serie A - Juventus-Alessandria 2-1 244 presenze - 283 reti subite 3 scudetti Allenatore delle giovanili della Juventus dal 196? Giovanni Viola (San Benigno Canavese, 20 giugno 1926 – Torino, 7 luglio 2008) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo portiere. Giovanni Viola Viola alla Juventus nei primi anni 50 del XX secolo Nazionalità Italia Altezza 179 cm Peso 81 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex portiere) Termine carriera 1959 - giocatore 1971 - allenatore Carriera Giovanili 19??-1945 Juventus Cisitalia Squadre di club 1945-1946 Juventus 2 (0) 1946-1947 → Carrarese P. Binelli 33 (-?) 1947-1948 → Como[1] 33 (-?) 1948-1949 → Lucchese 33 (-41) 1949-1958 Juventus 242 (-283) 1958-1959 Brescia 27 (-28) Nazionale 1949-1950 Italia B 4 (-?) 1954-1956 Italia 11 (-15) Carriera da allenatore 1965-1966 Pinerolo 196? Juventus Giovanili 1968-1969 Aosta 1969-1970 Barletta 1970-1971 Vigevano Carriera Giocatore Club Ha conquistato tre scudetti con la maglia bianconera della Juventus (anche se nella stagione 1957-1958 è stato la riserva di Carlo Mattrel ed è sceso in campo in una sola occasione). Con 244 partite disputate in campionato, è attualmente il quinto portiere più presente della storia juventina, dopo Gianpiero Combi, Dino Zoff, Stefano Tacconi e Gianluigi Buffon. All'inizio della carriera ha disputato, in prestito dalla Juventus, anche un campionato di Serie A con la Lucchese, con la quale ha ottenuto un notevole ottavo posto in campionato. Ha chiuso la carriera agonistica nel 1958-1959 col Brescia in Serie B. Nazionale Viola (accosciato, primo da destra) in nazionale nel 1956 Ha totalizzato 11 presenze in nazionale maggiore tra il 1954 e il 1956, contendendosi a metà del decennio il ruolo di numero uno azzurro col fiorentino Leonardo Costagliola e con l'interista Giorgio Ghezzi. È stato tra i convocati per la fase finale del campionato del mondo 1954 in Svizzera, scendendo in campo in occasione dello spareggio di Basilea contro la Svizzera, perso per 4-1. In nazionale prenderà parte ancora alla fase iniziale della Coppa Internazionale 1955-1960 e alla tournée in Sudamerica dell'estate 1956, in quest'ultimo caso difendendo la porta italiana contro Argentina e Brasile, quindi uscirà definitivamente dal giro azzurro. Allenatore Chiusa l'attività agonistica, è tornato alla Juventus con il ruolo di allenatore nel settore giovanile. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 3 - Juventus: 1949-1950, 1951-1952, 1957-1958 Allenatore Competizioni regionali Promozione: 1 - Aosta: 1968-1969
  20. ALFREDO SPADAVECCHIA https://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Spadavecchia Nazione: Italia Luogo di nascita: Foggia Data di nascita: 03.08.1919 Luogo di morte: Albenga (Savona) Data di morte: 24.03.1984 Ruolo: Ala Altezza: 171 cm Peso: 69 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1944 al 1946 Esordio: 16.01.1944 - Campionato di guerra - Alessandria-Juventus 2-2 Ultima partita: 05.05.1946 - Campionato Divisione Nazionale - Inter-Juventus 1-0 38 presenze - 18 reti Alfredo Spadavecchia (Foggia, 3 agosto 1919 – Albenga, 24 marzo 1984) è stato un calciatore italiano, di ruolo ala. Alfredo Spadavecchia Spadavecchia (in piedi, secondo da destra) nella Juventus Cisitalia del 1944 Nazionalità Italia Altezza 171 cm Peso 69 kg Calcio Ruolo Ala Termine carriera 1954 Carriera Giovanili 193?-1937 DLF Rimini Squadre di club 1938-1939 Libertas Rimini 0 (0) 1939-1940 Juventus 0 (0) 1940-1942 Saviglianese ? (?) 1942-1943 Biellese 27 (15) 1944-1946 Juventus 38 (18) 1946-1948 Bari 60 (6) 1948-1951 Novara 44 (6) 1951-1952 Aosta ? (?) 1952 Carrarese P. Binelli 1 (0) 1952-1953 Saint-Étienne 4 (0) 1953-1954 Carrarese P. Binelli Carriera In gioventù militò nel Dopolavoro Ferroviario di Rimini; giocò poi in Serie A con Juventus, Bari e Novara, e in Division 1 con il Saint-Étienne. Palmarès Campionato italiano Serie C: 1 - Biellese: 1942-1943 (girone E)
  21. OSTILIO CAPACCIOLI https://it.wikipedia.org/wiki/Ostilio_Capaccioli Nazione: Italia Luogo di nascita: Roccastrada (Grosseto) Data di nascita: 11.10.1917 Luogo di morte: Roccastrada (Grosseto) Data di morte: 16.05.1982 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 16.01.1944 - Campionato di guerra - Alessandria-Juventus 2-2 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 24 presenze - 2 reti Ostilio Capaccioli (Roccastrada, 11 ottobre 1917 – Roccastrada, 16 maggio 1982) è stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo centrocampista. Alcune fonti danno come data di nascita il 18 ottobre, altre come luogo di nascita Grosseto. Ostilio Capaccioli Capaccioli (accosciato, primo da sinistra) nella Juventus Cisitalia del 1944 Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1951 - giocatore 1953 - allenatore Carriera Squadre di club 1934-1936 Bolzano ? (?) 1936-1943 Livorno 112 (5) 1944 Juventus Cisitalia 24 (2) 1945-1949 Livorno 117 (3) 1949-1951 Piombino 61 (1) Carriera da allenatore 1951-1953 Colligiana Carriera Con la maglia del Livorno ha disputato 229 partite segnando 9 gol, di cui 8 nei campionati di Serie A; con la maglia dei toscani ha debuttato il 17 ottobre 1937 in Bari-Livorno 1-1. Ha inoltre disputato 24 partite segnando 2 reti nel campionato del 1944 con l'allora Juventus Cisitalia. Viene ricordato dal club toscano come uno dei suoi più grandi campioni, con cui nella stagione 1942-1943, sotto la guida dell'allenatore Ivo Fiorentini, mancò per un solo punto la conquista dello scudetto a favore del Grande Torino, che era stato battuto per 2-1 sul proprio campo e che aveva ottenuto il virtuale titolo di campione di inverno in coabitazione con i labronici. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Livorno: 1936-1937 Campionato italiano Serie C: 1 - Piombino: 1950-1951 (girone C) Competizioni regionali Prima Divisione: 1 - Bolzano: 1935-1936
  22. LUIGI BRUNELLA https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Brunella Nazione: Italia Luogo di nascita: Garlasco (Pavia) Data di nascita: 14.04.1914 Luogo di morte: Roma Data di morte: 23.05.1993 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 76 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1943 al 1944 Esordio: 16.01.1944 - Campionato di guerra - Alessandria-Juventus 2-2 Ultima partita: 25.06.1944 - Campionato di guerra - Juventus-Varese 6-1 24 presenze - 0 reti Luigi Brunella (Garlasco, 14 aprile 1914 – Roma, 23 maggio 1993) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Luigi Brunella Brunella (in piedi, terzo da sinistra) nella Juventus Cisitalia del 1944 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 76 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1948 - giocatore 1950 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? GC Vigevanesi Squadre di club 1932-1935 GC Vigevanesi 66 (0) 1935-1939 Torino 86 (0) 1939-1943 Roma 92 (0) 1944 Juventus Cisitalia 24 (0) 1944-1945 Vigevano ? (?) 1945-1948 Roma 66 (1) Nazionale 1938 Italia B 1 (0) Carriera da allenatore 1948-1949 Roma 1951-1952 Chinotto Neri 1950 Roma Caratteristiche tecniche Era un terzino destro piuttosto dotato tecnicamente, con uno stile di gioco ordinato e intelligenza tattica. Carriera Giocatore Club Cresce nelle giovanili della Giovani Calciatori Vigevanesi, e con la compagine della Lomellina disputa tre campionati di Serie B dal 1932 al 1935 prima di trasferirsi al Torino. In granata Brunella disputa quattro stagioni, di cui le due centrali da titolare fisso (scendendo in campo in entrambi i casi in tutti i 30 incontri di campionato in programma), conquistando la Coppa Italia nella stagione 1935-1936. Nel 1939, dopo un campionato chiuso al secondo posto finale, passa alla Roma, venendo preferito, nel primo campionato, l'altro neo-acquisto Mario Acerbi, e scende in campo in 5 occasioni. L'anno successivo, con lo spostamento di Acerbi sulla fascia sinistra, trova il posto da titolare che conserva (con 30 presenze su 30 incontri) nell'annata 1941-1942, nella quale i giallorossi conquistano il loro primo scudetto. Resta nella capitale anche nella stagione successiva, e, dopo l'interruzione bellica (durante la quale disputa il Campionato Alta Italia 1944 con l'allora Juventus Cisitalia), vi torna per disputare l'anomalo Campionato 1945-1946 e le due stagioni successive. In particolare, nella stagione 1947-1948, pur avendo ormai perduto il posto da titolare (12 presenze complessive in campionato), risulta decisivo per la salvezza dei giallorossi, sia realizzando la rete della vittoria sulla Salernitana nella penultima giornata di campionato (unica sua rete in Serie A in carriera), sia assumendo il doppio ruolo di allenatore-giocatore dopo l'esonero di Imre Senkey. Da calciatore ha collezionato complessivamente 223 presenze ed una rete in Serie A e 66 presenze in Serie B. Nazionale Durante la militanza nel Torino disputa un incontro con la Nazionale B contro una selezione della Francia del Sud-Est. Allenatore Cessata l'attività agonistica, nella stagione 1948-1949 resta sulla panchina dei giallorossi, indeboliti da una grossa crisi finanziaria che rende necessaria la cessione del bomber Amedeo Amadei all'Inter, e li conduce al quattordicesimo posto finale. All'inizio della stagione 1949-1950 lascia il posto a Fulvio Bernardini e va ad allenare la squadra ragazzi, per poi riassumere la guida della Roma nel maggio successivo, a tre giornate dal termine. Sotto la sua guida i giallorossi ottengono la matematica salvezza grazie alla vittoria interna sul Novara. Inizialmente la società lo conferma anche per la stagione 1950-1951, poi cambia idea ed ingaggia Adolfo Baloncieri. Brunella resta come allenatore in seconda; dopo l'esonero di Baloncieri e la sostituzione con Pietro Serantoni, abbandona la società giallorossa nel gennaio 1951. Stabilitosi definitivamente a Roma, nel 1951 apre un bar in Viale Eritrea. Lascia il mondo del calcio dopo alcune brevi esperienze nelle serie minori (Chinotto Neri, Romulea). Palmarès Giocatore Club Coppa Italia: 1 - Torino: 1935-1936 Campionato italiano: 1 - Roma: 1941-1942
  23. MARIO VENTIMIGLIA https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Ventimiglia Nazione: Italia Luogo di nascita: Sanremo (Imperia) Data di nascita: 07.03.1921 Luogo di morte: Sanremo (Imperia) Data di morte: 06.06.2005 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1942 al 1943 Esordio: 27.09.1942 - Coppa Italia - Juventus-Lazio 2-3 Ultima partita: 07.03.1943 - Serie A - Juventus-Bari 5-0 14 presenze - 5 reti Mario Ventimiglia (Sanremo, 7 marzo 1921 – Sanremo, 6 giugno 2005) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante. Mario Ventimiglia Nazionalità Italia Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante) Termine carriera 1956 - giocatore 1970 - allenatore Carriera Squadre di club 1938-1942 Sanremese 32+ (4+) 1942-1943 Juventus 14 (5) 1943-1944 Liguria 15 (10) 1945-1946 Sampierdarenese 15 (1) 1948-1949 Sanremese ? (?) 1949-1952 Savona 61+ (26+) 1952-1956 Sanremese 41 (6) 1956-1957 Savona 7 (2) Carriera da allenatore 1954-1957 Sanremese 1957-1960 Albenga 1960-1963 Sanremese 1963 Sanremese 1963-1965 Imperia 1965-1968 Sanremese 1969-1970 Sanremese Carriera Giocò a lungo per la Sanremese; il picco della sua carriera furono le due stagioni in massima serie con le maglie di Juventus Cisitalia e Sampierdarenese (con cui disputa l'anomalo campionato 1945-1946). Inizia ad allenare conciliando l'impegno sul campo come giocatore. L'esperienza in panchina è strettamente legata al club ligure, che guidò saltuariamente per 15 anni.
  24. GIUSEPPE MEAZZA Cannoniere di purissima razza, molto dotato tecnicamente, è uno dei giocatori più completi della ricca storia del nostro calcio. Soprannominato Balilla, è l’inventore del famoso goal a invito: tarda il tiro, lascia la prima mossa al portiere e lo infila freddamente sull’uscita. Meazza, è tre volte capocannoniere del campionato (nel 1930 con trentuno goal, nel 1936 con venticinque e nel 1938 con venti) e al termine dell’attività i suoi bersagli sono 267 che lo collocano sui gradini più alti dei cannonieri della Serie A. Proprio a Meazza è legato il periodo più aureo della storia della Nazionale della quale è a lungo l’autentico fiore all’occhiello. Dal 1930 al 1939 in azzurro gioca cinquantatré partite e realizza trentatré reti che fino all’avvento di Gigi Riva ne fanno il bomber assoluto. Con la Nazionale si assicura la Coppa Internazionale nel 1930, il titolo mondiale nel 1934, nuovamente la Coppa Internazionale nel 1935 e ancora il Mondiale francese del 1938. Nel 1940, dopo quasi un anno di lontananza dai campi di gioco per un intervento chirurgico (causato da un’insufficiente circolazione sanguigna verso gli arti inferiori), approda al Milan dal quale si separa dopo un paio di stagioni per accasarsi alla Juventus. Il Pepp di Porta Romana (lì era nato, nel cuore della Milano popolare) aveva oramai trentadue anni, anche se lo chiamavano ancora Balilla. Erano molto lontani i tempi di una canzoncina molto in voga: «La donzelletta vien dalla campagna, leggendo la giornalaccio rosa dello Sport e come ogni ragazza, lei va pazza per Meazza, che fa reti a tempo di fox-trot». La sua lunga storia, che faceva parte del costume italiano anni Trenta, aveva subito brusche svolte: prima il piede gelato, poi l’incredibile passaggio sulla sponda rossonera, al Milan, anzi al Milano come si diceva allora, dove aveva disputato un campionato e mezzo. Firmò il contratto per la Juventus sdraiandosi, per scrivere meglio, sull’erba del Comunale torinese dopo aver interrotto l’allenamento, già in maglia bianconera. Il suo debutto (18 ottobre 1942) avvenne in un derby. Il Torino era all’alba della sua memorabile stagione e schierava già il mitico attacco, da Menti a Ferraris. Si era alla terza giornata, nelle prime due la Juventus aveva solo pareggiato. Meazza scese in campo con il numero otto, aveva intorno vecchi compagni del Mondiale vinto a Parigi (Foni e Locatelli), Carletto Parola, un centravanti albanese (Lushta), il più giovane dei Varglien, l’altra mezzala era Sentimenti III, fratello del portiere Cochi. Non fu un esordio molto felice. Meazza era poco allenato, sembrava addirittura ingrassato, lento nei movimenti. Così quando entrò in area a tu per tu con il portiere Cavalli, mentre la folla si aspettava uno dei suoi celebri goal a invito, non ebbe la necessaria rapidità di movimenti e finì per perdere ingloriosamente il pallone. La partita fu poi vinta dal Torino 5-2. Le cose andarono meglio in seguito, Meazza si spostò al centro dell’attacco e regalò alla Juventus dieci goal: ne segnò due anche alla sua Ambrosiana e quello che fece all’Arena fu quasi uno sberleffo alla nostalgia. Disputò ventisette partite su ventotto: l’addio fu un disastro collettivo, la Juventus, terza in classifica, fu travolta a Torino dal Vicenza che doveva salvarsi. Un incredibile 6-2 al quale non badò nessuno: era l’ultima domenica di calcio e la guerra stava per cancellare il campionato, insieme a tante altre cose della vita di tutti i giorni. ALBERTO FASANO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1979 Peppino Meazza aveva il genio del calcio, aveva il calcio nel sangue. Se ne accorsero immediatamente coloro che, dal 1924 al 1926, lo videro giocare sui campetti della periferia milanese, a Porta Romana e Porta Vittoria: nessuno gli aveva insegnato nulla, ma il suo controllo di palla con entrambi i piedi era facile, morbido, naturale, assoluto. Non era nemmeno molto alto, ma aveva una scelta di tempo eccezionale, con stacchi portentosi: cosicché a quei tempi, quando giocava da terzino, era difficile sorprenderlo sui palloni alti. Alcuni osservatori del Milan, pur estasiati dalla tecnica personale del ragazzino, non lo presero in considerazione a causa della gracilità del suo fisico. Maggiore fiducia ebbero quelli dell’Ambrosiana-Inter, allenata a quei tempi dall’ungherese Árpád Weisz il quale, profeta del calcio danubiano tanto in voga a quell’epoca, non perdeva occasione per vedere giocare lo smilzo Peppino nelle squadre minori neroazzurre. La partita che in certo senso consacrò Meazza come campione autentico e genuino fu quella giocata nell’aprile del 1927 a Como; c’era in palio la Coppa Volta e avversaria dei neroazzurri era l’Unione Sportiva Milanese. Il diciassettenne Meazza giocò come centrattacco e firmò entrambe le reti del successo dell’Inter. Da quel giorno il Peppino prese il volo verso la gloria, verso il mito. Nessuno gli tolse più il posto al centro dell’attacco dell’Ambrosiana; anzi costruirono e fecero giocare la squadra proprio in funzione del suo campione, per esaltarne le doti e caratteristiche tecniche. La compagine neroazzurra giocava compatta a ridosso del portiere Degani e tutti, dai terzini ai mediani, cercavano il rilancio lungo e immediato sul quale si scatenava il guizzante Meazza. Un rapido controllo della sfera, una finta di corpo, un dribbling e poi l’affondo sicuro verso la porta, con serpentina stretta e infine un arresto improvviso per invitare il portiere avversario a venirli incontro. Alla mossa del portiere, Meazza rispondeva con un tiro non forte, estremamente preciso, di piatto, e deponeva il cuoio in uno degli angoli bassi della porta. Questi erano i goal alla Meazza. Ma sapeva segnare anche di testa; ed erano goal di squisita fattura, per l’eleganza dell’esecuzione dopo lo stacco portentoso. Non c’era molta potenza nella sua incornata, ma uno stile inconfondibile, con leggera deviazione del pallone con le parti laterali della fronte, mentre il corpo manteneva la massima coordinazione. Malgrado le doti che lo avevano segnalato nella misura più lusinghiera all’attenzione dei tecnici e, ovviamente, a quella di Vittorio Pozzo, commissario tecnico degli azzurri, ci fu qualcuno che, almeno all’inizio, esternò qualche dubbio su Meazza, ponendo l’accento sulle sue non formidabili qualità fisiche. Ricordo a questo proposito una lettera anonima che un gruppo di sportivi spedì a Pozzo, alla vigilia di una trasferta della Nazionale a Budapest per affrontare quella squadra magiara che, a quei tempi, dettava legge, insieme all’Austria, in tutta l’Europa. Questo il tenore della missiva: «Caro Pozzo, siete un pazzo se volete portare Meazza in Ungheria: è un soldo di cacio e gli ungheresi se lo mangeranno in un boccone, lasciatelo crescere!». Naturalmente Pozzo non tenne in alcun conto il desiderio di quei tifosi: portò il Peppino a Budapest e lo fece giocare sull’infame terreno del Ferencváros, reso sdrucciolevole dalla pioggia. In quell’occasione la squadra italiana colse la sua più consistente affermazione in trasferta sulla rappresentativa d’Ungheria; e in quell’indimenticabile 5-0 Meazza fece la parte del leone, scaraventando tre imprevedibili palloni alle spalle del portiere magiaro. Ho ricordato quest’episodio della carriera azzurra di Meazza, ma vorrei rievocarne almeno altri due. Il primo porta la data del 14 novembre 1934 e si riferisce alla sconfitta subita a Highbury dalla squadra italiana opposta all’irresistibile Nazionale di Inghilterra di allora. Si tratta dell’incontro nel quale Monti riportò alle prime battute la frattura dell’alluce del piede destro e nel quale la nostra difesa, malgrado Ceresoli avesse parato un rigore, incassò tre goal nel primo quarto d’ora di gioco. Alla fine del primo tempo l’Inghilterra vinceva dunque per 3-0; ma nella ripresa, sotto la regia di Meazza salito in cattedra al cospetto di un pubblico inglese incredulo prima e poi ammutolito, la squadra azzurra recuperò quasi tutto lo svantaggio. Il Peppino segnò due goal, uno più bello dell’altro, e mise sui piedi di Guaita la palla del pareggio; purtroppo Guaita fallì l’occasione. Dopo Budapest e Londra, ecco Parigi. Siamo nel 1938 e la Nazionale Italiana, partecipante ai Campionati del Mondo, dopo aver superato la Norvegia e la Francia, gioca a Marsiglia contro il Brasile. È abbastanza noto che i dirigenti brasiliani avevano rifiutato di cedere all’Italia l’unico aereo in partenza per Parigi, anche nel caso (non realizzabile, secondo i Carioca) che gli azzurri fossero usciti vincitori dal confronto diretto. Pozzo riferì ai calciatori italiani il particolare del colloquio avuto con i brasiliani e ricordò l’assurda intransigenza per la faccenda dell’aereo. Meazza promise a Pozzo che avrebbe fatto vedere ai Carioca che cosa potevano fare gli italiani sul campo di gioco. In quella circostanza il Pepp giocò forse la sua migliore partita in azzurro, mettendo praticamente in crisi la difesa avversaria con i suoi perfetti lanci a Biavati, Colaussi e Piola. Presa nella ragnatela di due registi azzurri, Ferrari e Meazza, la squadra brasiliana si innervosì e l’arbitro fu costretto a concedere un calcio di rigore agli azzurri per un fallo di Domingo su Piola. Il risultato era sull’1-1. Realizzare il rigore voleva dire ipotecare la vittoria e spalancare alla squadra la porta della finalissima con l’Ungheria. Al momento di sistemare il pallone sul dischetto del rigore, a Meazza si ruppe l’elastico dei calzoncini. Che fare? Cambiarli e rischiare di perdere la concentrazione o battere ugualmente il penalty, sia pure in condizione di emergenza? Meazza optò per la seconda soluzione: piegò i calzoncini sul lato sinistro e li afferrò saldamente con la mano, si avvicinò con calma assoluta al pallone e lo spedì con un tocco da artista nell’angolo opposto a quello in cui, sbilanciato dalla finta, si era gettato il portiere. Molti altri episodi potrei citare, ma il discorso si farebbe troppo lungo e, d’altra parte, nulla servirebbe ad aumentare la fama di quello che va considerato il più classico e popolare calciatore italiano di tutti i tempi. Come ho detto all’inizio, Meazza, neroazzurro innamorato dell’Inter, giocò anche per il Milan e per la Juventus, dopo aver superato una crisi dovuta a una malattia che gli impediva una regolare circolazione sanguigna al piede sinistro. Nel dopoguerra, quando il presidente interista Masseroni lo chiamò per dare una mano alla vecchia squadra caduta in zona retrocessione, Meazza accorse immediatamente, rispolverò l’antico repertorio e con i suoi goal (al Bari e alla Triestina) salvò l’Inter. Ho cercato di rievocare la leggendaria figura di calciatore e vorrei ancora ricordare l’uomo. Peppino, oltre ad essere stato un giocatore di classe superiore, era anche un gran bel ragazzo: si può dire che se fu ammirato dagli sportivi, fu anche idolatrato dalle donne; dal 1930 al 1940, per dieci anni buoni, fu la passione delle ragazze milanesi e non solo di quelle. Era snello, con occhi azzurri, lo sguardo un po’ languido, i capelli lisci e impomatati alla Rodolfo Valentino; quando metteva piede in una sala da ballo veniva letteralmente assediato dalle donne. E lui non si tirò mai indietro; la sua classe, il suo rendimento in campo non risentirono mai in alcun modo delle scappatelle sentimentali. VLADIMIRO CAMINITI Musica maestro, ed era musica. Voglio dire il calcio del fabuloso Balilla detto dagli amici, un esercito di amici, un mare di amici e di ammiratori, Pepp, vincitore della classifica marcatori nel campionato a girone unico (il primo) 1929-30, con trentuno goal, nella sua Ambrosiana tricolore, e in onore del quale i milanesi alla vecchia Arena intonavano una canzone apprezzatissima dall’interessato, cui le ragazze piacevano: “Una ragazza per Meazza”. Giorni di onirica semplicità, se vogliamo, quelli di Meazza. Due scudetti, due Campionati del Mondo, un asso assoluto e conclusivo, anche da mezzala, un asso unico, forse il più magno centrattacco dell’intera storia della pedata italica. La Juventus lo ebbe nei giorni dolorosi e affranti della guerra, oramai si cibava del suo mito, senza per questo rinunziare a prodezze tipiche del suo impareggiabile repertorio di finisseur e goleador. Il goal alla Meazza, con l’invito al portiere, scartato per depositare la palla a destinazione, mentre la folla plaudiva estasiata. Il fascismo volle farne l’araldo di tutta la sua politica, gli fu appioppato quel Balilla guerresco. In realtà, Pepp amava poco allenarsi, si allenava beatamente tra le donne, era un ragazzo semplice e modesto, che in campo si sublimava delle sue doti naturali di attaccante universale. Io lo rivedo a Rapallo, nel 1978, ridotto a un seggiolone, abbandonato da tutti nel delirio della città dei cementi. Non riuscì a spiccicare parola. Mi toccò raccontare l’amaro crepuscolo di un fuoriclasse dimenticato. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2013/08/giuseppe-meazza.html
  25. GIUSEPPE MEAZZA https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Meazza Nazione: Italia Luogo di nascita: Milano Data di nascita: 23.08.1910 Luogo di morte: Lissone (Monza) Data di morte: 21.08.1979 Ruolo: Attaccante Altezza: 170 cm Peso: 73 kg Nazionale Italiano Soprannome: Il Balilla - Peppín Alla Juventus dal 1942 al 1943 Esordio: 18.10.1942 - Serie A - Juventus-Torino 2-5 Ultima partita: 25.04.1943 - Serie A - Juventus-Vicenza 2-6 27 presenze - 10 reti Campione del mondo 1934 e 1938 con la nazionale italiana «Averlo in squadra significava partire dall'1-0.» (Vittorio Pozzo, in Campioni del mondo. Quarant'anni di storia del calcio italiano, Roma, CEN, 1968) Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn (Milano, 23 agosto 1910 – Lissone, 21 agosto 1979), è stato un calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo italiano, di ruolo attaccante o centrocampista. Considerato da alcuni esperti il più grande giocatore italiano di tutti i tempi nonché tra i migliori in assoluto, ha legato la sua carriera all'Inter, dove ha giocato per un totale di 14 stagioni, divenendone il miglior marcatore di tutti i tempi e conquistando in nerazzurro 3 titoli di campione d'Italia e una Coppa Italia, oltre a laurearsi per 3 volte capocannoniere sia del campionato italiano sia della Coppa dell'Europa Centrale. Con la nazionale italiana fu campione del mondo nel 1934 e nel 1938, rimanendo tuttora il secondo miglior marcatore della rappresentativa azzurra, dietro al solo Gigi Riva. Ritiratosi dal calcio giocato, divenne giornalista e allenatore. Dopo la sua morte, il 2 marzo 1980 gli venne intitolato lo Stadio San Siro di Milano. Giuseppe Meazza Peppìn Meazza all'Ambrosiana nel 1935 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 73 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex attaccante, centrocampista) Termine carriera 1º luglio 1947 - giocatore 1957 - allenatore Carriera Squadre di club 1927-1940 Ambrosiana-Inter 349 (242) 1940-1942 Milano 37 (9) 1942-1943 Juventus 27 (10) 1943-1944 Varese 20 (7) 1944-1946 Atalanta 14 (2) 1946-1947 Inter 17 (2) Nazionale 1930-1939 Italia 53 (33) Carriera da allenatore 1945-1946 Atalanta 1946-1948 Inter 1949 Beşiktaş 1949-1951 Pro Patria 1952-1953 Italia Preparatore 1955-1957 Inter 1957 Inter Giovanili Palmarès Mondiali di calcio Oro Italia 1934 Oro Francia 1938 Coppa Internazionale Oro 1927-30 Argento 1931-32 Oro 1933-35 Biografia Fu uno dei primi calciatori a godere di grande popolarità anche al di fuori del terreno di gioco. Morì all'età di 68 anni a Lissone, in seguito a un tumore del pancreas (organo che gli era già stato parzialmente asportato chirurgicamente), aggravato da problemi cardiocircolatori. La notizia fu diramata per sua volontà a funerali avvenuti, e ciò causò non pochi fraintendimenti su luogo e data di morte. Meazza venne inizialmente tumulato al Cimitero Monumentale di Milano; nell'autunno 2004 la salma venne traslata nella cripta del Famedio del medesimo cimitero. Caratteristiche tecniche «Grandi giocatori esistevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario.» (Gianni Brera, Peppìn Meazza era il fòlber, in il Giornale Nuovo, 24 agosto 1979) Eccellente tiratore, rapido nei movimenti e avvezzo a giocate acrobatiche, era dotato di notevoli qualità tecniche, che sfociavano in una spiccata propensione a eludere il diretto avversario con delle finte: a detta di Giovanni Arpino, i virtuosismi di Meazza mettevano in tale difficoltà i difensori che questi ultimi, ritenendo di avere poche chance di fermarlo, tendevano a contrastarlo senza convinzione. Sicuro dei propri mezzi, era solito iniziare il match in sordina, per poi alzare all'improvviso i ritmi di gioco. Andava frequentemente in gol saltando il portiere, una rete denominata «alla Meazza» o «a invito»; era inoltre piuttosto abile nel gioco aereo, a dispetto di una statura relativamente ridotta. Non di rado si incaricava della battuta dei calci di rigore — riuscendo spesso a spiazzare l'estremo difensore avversario —, e delle punizioni, sia per concludere a rete che per servire i compagni di squadra. Nel corso della sua carriera ha ricoperto i ruoli di centravanti e mezzala. Carriera Giocatore Club Inizi Nato nel popolare quartiere di Porta Vittoria, iniziò a giocare a sei anni sui campi di Greco Milanese e Porta Romana in un gruppo di bambini che lui definì i Maestri Campionesi inseguendo una palla fatta di stracci. Ottenuto finalmente il consenso della mamma (il padre era morto nel 1917 nella Grande Guerra), all'età di dodici anni inizia a giocare sui campi regolari con i ragazzi uliciani del Gloria F.C., dove un ammiratore gli regala quelle scarpette che tanto desiderava (e lui non poteva comprare) e che il "Brigatti" vendeva in Corso Venezia all'equivalente di circa tre stipendi. L'affermazione nell'Ambrosiana-Inter Un diciassettenne Meazza in azione con la maglia dell'Inter Scartato dal Milan a causa del fisico mingherlino, a quattordici anni compiuti entrò a far parte dell'Inter disputando il campionato ragazzi. Fu Fulvio Bernardini a scoprirlo e a insistere presso l'allenatore nerazzurro, Árpád Weisz, affinché lo inserisse in prima squadra: Bernardini — il quale sarebbe diventato in seguito un importante allenatore e avrebbe scoperto numerosi altri giocatori, tra cui un altro che diventerà poi egli stesso centravanti dell'Inter, Alessandro Altobelli — si fermava sempre più spesso, al termine degli allenamenti, a osservare estasiato, tra i ragazzi delle giovanili, quel ragazzino che con il pallone tra i piedi faceva meraviglie. Bernardini, si narra, fu tanto insistente e convincente che alla fine Weisz volle visionarlo personalmente. Weisz si rese conto che Bernardini non aveva esagerato: a sedici anni il ragazzo fu aggregato in prima squadra, e un anno dopo Meazza esordiva nell'Inter, nella Coppa Volta. Fu in quell'occasione che gli fu dato il soprannome di "Balilla". Quando l'allenatore Weisz lesse nello spogliatoio la formazione, annunciando la presenza in squadra di Meazza fin dal primo minuto, un anziano giocatore dell'Inter, Leopoldo Conti, esclamò sarcastico: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!»; l'Opera Nazionale Balilla, che raccoglieva tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni, era stata costituita nel 1926 e così allo scherzoso "Poldo" venne naturale apostrofare in quel modo il giovane esordiente. Ma si sarebbe ricreduto presto: Meazza, in quella partita giocata contro la US Milanese, segnò tre gol, assicurando all'Inter la vittoria e facendo capire a tutti che era nata una stella. "Peppìn", come veniva chiamato in dialetto meneghino, seguitò a giocare nel ruolo di centravanti nell'Ambrosiana — com'era stata ribattezzata l'Inter in epoca fascista dopo la forzata fusione con la Milanese. Iniziò subito a farsi notare a suon di gol e per la sua classe sopraffina, tanto che, non ancora ventenne, guidò la sua squadra alla conquista del neonato campionato di Serie A nel 1929-1930 conquistando il titolo di capocannoniere con ben 31 reti. Nel 1935-1936 si laureò nuovamente capocannoniere, con 25 reti, impresa che ripeté anche nel 1937-1938 guidando per la seconda volta l'Ambrosiana-Inter alla conquista dello scudetto. Milano, Juventus e gli ultimi anni Articolo de Il Calcio Illustrato del gennaio 1940, che racconta la degenza casalinga di Meazza a seguito del cosiddetto "piede gelato". L'annata 1938-1939 segnò l'inizio del declino di Meazza, a causa di un infortunio — il famoso "piede gelato", un'occlusione dei vasi sanguigni al piede sinistro — che lo tenne poi lontano dai terreni di gioco per oltre un anno. Nell'autunno 1940 tornò al calcio giocato, stavolta con la maglia del Milano — nome allora adottato dalla squadra rossonera per questioni politiche —, ma non si trattava più del campione di un tempo, minato dall'infortunio occorsogli. Dopo due stagioni in rossonero passò quindi per un'annata alla Juventus con cui tornò un'ultima volta su buoni livelli realizzativi, chiudendo il campionato 1942-1943 in doppia cifra (10 reti in 27 partite) e formando, assieme a Riza Lushta e Sentimenti III, il più prolifico reparto d'attacco del torneo. Seguì poi il cosiddetto campionato di guerra 1943-1944 disputato tra le file del Varese (7 gol in 20 partite) e una breve permanenza all'Atalanta nel 1945-1946, anno in cui ricoprì per un breve periodo anche il ruolo di allenatore, prima di un'ultima stagione giocata con la maglia della sua carriera, quella dell'Inter. Nazionale Meazza agli esordi con la nazionale, nei primi anni 1930. Esordì in nazionale non ancora ventenne il 9 febbraio 1930 a Roma in Italia-Svizzera terminata 4-2 con le sue due reti. Tre mesi più tardi, l'11 maggio dello stesso anno, alla sua quarta presenza in maglia azzurra, Meazza appose la sua prima firma in campo internazionale, in una delle giornate più gloriose del calcio italiano. Tre prodezze del Balilla spianarono la strada alla nazionale guidata da Vittorio Pozzo verso il primo grande trionfo della sua giovane storia: l’Italia superò l'Ungheria a Budapest con un netto 5-0, in quella che, di fatto, era la finale della prima Coppa Internazionale. Era quella anche la prima vittoria italiana in casa dei maestri danubiani, trasferta che, fino ad allora, aveva restituito memorabili rovesci, e il nome del diciannovenne fuoriclasse di Porta Vittoria irruppe nel novero delle grandi stelle del calcio continentale. L'eco dell'impresa, in Italia, fu enorme. La partita, seguita alla radio da un pubblico incredulo, rappresentò momento di svolta per il calcio, non più vassallo delle scuole mitteleuropee, e, dopo quella partita, Meazza sarà l'eroe di tutti gli sportivi italiani. La sua carriera in azzurro fu di assoluto rilievo: guidò l'Italia alla conquista del suo primo campionato del mondo, nell'edizione casalinga del 1934, realizzando 4 reti, di cui 2 nel preliminare contro la Grecia, una agli Stati Uniti negli ottavi di finale e quella fondamentale nella ripetizione contro la Spagna dei quarti di finale; quest'ultima partita venne rigiocata poiché il giorno prima si era conclusa in parità dopo i tempi supplementari (allora non erano previsti i tiri di rigore Meazza si dice fu "sbloccato" dopo che il tecnico spagnolo non schierò misteriosamente il suo spauracchio, il celebre portiere Ricardo Zamora, considerato all'epoca tra i migliori al mondo nel suo ruolo. Nel corso della competizione Meazza ricoprì, come sempre più spesso gli accadeva, il ruolo di interno in luogo di quello di centravanti di inizio carriera. La prima partita con la nazionale campione del mondo fu la celebre battaglia di Highbury, così denominata perché si disputò nello stadio londinese di Highbury, in casa dei presunti "Maestri" dell'Inghilterra (che non disputavano la coppa del mondo perché si arrogavano il titolo di "inventori del calcio"). La partita cominciò molto male per l'Italia, che subì nei primi 12 minuti 3 reti e perse per infortunio il centromediano Luis Monti, ma nella ripresa fu proprio Meazza a risollevare le sorti italiane con una doppietta. Tuttavia, la sconfitta per 3-2 in inferiorità numerica contro gli inglesi, in una partita molto dura e maschia come non mai, è tuttora ricordata non certo come un'onta. Il 9 dicembre 1934, in una partita contro l'Ungheria, segnò il gol numero 25 (in 29 partite) con la maglia azzurra, affiancando Adolfo Baloncieri in vetta alla classifica marcatori della nazionale. Nella partita seguente contro la Francia, del 17 febbraio 1935, fece altri 2 gol che gli consentirono di balzare al comando della classifica in solitario. Nel 1938, agendo in posizione di centrocampista, fu il capitano degli azzurri alla Coppa Rimet disputatasi in Francia: il secondo, prestigioso successo che portò l'Italia ai vertici del calcio mondiale e che permette di ricordare quella squadra come una delle più forti di tutti i tempi. Il 16 giugno, a Marsiglia, nella semifinale del torneo iridato, mise a segno al Brasile il gol numero 33, una rete decisiva, l'ultima della sua carriera in nazionale (passata alla storia poiché a causa della rottura dell'elastico dei pantaloncini tirò un calcio di rigore tenendoli con una mano); in seguito giocherà altre 7 partite in maglia azzurra senza andare in gol. Il suo record sottorete sarà raggiunto dal solo Gigi Riva il 9 giugno 1973, sempre contro i brasiliani in un'amichevole, e quindi superato il 29 settembre dello stesso anno contro la Svezia. Da bomber azzurro, Meazza vanta la seconda permanenza più lunga al primo posto: 38 anni, 3 mesi e 23 giorni. Allenatore Meazza (estrema destra) in veste di preparatore della nazionale nel 1952. Dopo le esperienze da giocatore-allenatore maturate a Bergamo e Milano nell'immediato secondo dopoguerra, da tecnico guidò la Pro Patria, ancora l'Inter in varie circostanze, mentre nel biennio 1952-1953 fece parte della commissione tecnica della nazionale affiancando, in qualità di preparatore atletico, l'allenatore Piercarlo Beretta; fu anche il primo italiano a guidare una squadra straniera, il Beşiktaş, rimanendo in Turchia per cinque mesi a partire dal gennaio 1949. In seguito divenne responsabile del settore giovanile dell'Inter. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 3 - Ambrosiana-Inter: 1929-1930; 1937-1938; 1939-1940 Coppa Italia: 1 - Ambrosiana-Inter: 1938-1939 Nazionale Campionato mondiale: 2 - Italia 1934; Francia 1938 Coppa Internazionale: 2 - 1927-1930; 1933-1935 Individuale Capocannoniere della Serie A: 3 - 1929-1930 (31 gol); 1935-1936 (25 gol); 1937-1938 (20 gol) Capocannoniere della Coppa Italia: 1 - 1937-1938 (8 gol) Capocannoniere della Coppa dell'Europa Centrale: 3 - 1930 (7 gol); 1933 (5 gol); 1936 (10 gol) Inserito nella Hall of fame del calcio italiano - 2011 (riconoscimento alla memoria) Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano - 2015 Inserito nella Hall of Fame dell'Inter nella categoria Attaccanti - 2019
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