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Elezioni Politiche 2018: rivotare perchè no?
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Pippo è passato al livello successivo, si batte per i trans. -
Elezioni Politiche 2018: rivotare perchè no?
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sondaggio del 12 febbraio -
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si, un po' di rogne... -
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hater #staibonino i radicali duri e puri non appoggiano +europa, fanno campagna per l'astensione -
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no, e nemmeno al distributore a fare il pieno -
[ Serie A TIM "8° G. Rit." ] S.S. Lazio - Juventus F.C. 0-0
Pressing ha risposto al topic di Morpheus © in Stagione 2017/2018
Buffon Licht Benatia Chiellini Sandro Costa Khedira Pjanic Matuidi Dybala Mandzukic- 460 risposte
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negli ultimi sondaggi nei collegi in bilico centro-dx leggermente avanti -
Elezioni Politiche 2018: rivotare perchè no?
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Emiliano: «Tra Pd e M5S un'intesa che s'ha da fare» «Chi prende meno seggi tra Pd e M5S s'impegna a sostenere il governo dell'altro» di GIUSEPPE DE TOMASO Presidente Michele Emiliano, il segretario pd Matteo Renzi ha detto che resterà in sella anche in caso di sconfitta. Lei che pensa? Innanzitutto bisognerebbe capire il significato di una ipotetica sconfitta, con questa legge elettorale cervellotica. Esercizio che oggi nessuno è in grado di svolgere. Mettiamola così. Per il Pd perdere le elezioni potrebbe significare la vittoria del centrodestra o dei grillini, anche senza una maggioranza assoluta da parte di uno di questi due competitori? È ovvio che la posizione del segretario di un partito perdente risulterebbe più complicata in casi come questi. Ma se nessuno dovesse vincere e se il Pd dovesse ottenere un risultato inferiore a quello del 2013 (segreteria Bersani), qualcosa potrebbe accadere, anche se bisogna considerare che nella legislatura appena conclusa si è verificata una scissione in casa nostra: quella di Leu. Ma escluderei l’idea che il segretario si possa dimettere sulla base di un esito elettorale. Renzi resta al suo posto, dunque. Un cambiamento ci potrebbe essere solo in presenza di un assetto di governo in cui il Pd e il suo segretario non avessero un ruolo particolare, rilevante. In tal caso lui stesso, il segretario, potrebbe dar vita a una scossa. Ma se il Pd non dovesse superare il 20 per cento? Ripeto: non avranno peso i risultati elettorali, ma le soluzioni di governo. Se il Pd avrà un ruolo chiave, Renzi non solo non andrà a casa, ma sarà lui a dare le carte. Lei ha detto che se il M5S avrà la maggioranza relativa, dovrà avere l’incarico di formare il governo governo e il Pd dovrà appoggiare il tentativo. Sostengo da anni che Pd e 5stelle sono fatti, in larga parte, della stessa materia. Ma i programmi economici di piddini e grillini sono piuttosto diversi. Non mi pare. Ho letto i programmi, non mi pare che siano troppo distanti. Un ex assessore grillino romano ha detto che Grillo ci porterebbe alla situazione del Venezuela. Lo escludo totalmente. Il M5S è affollato di persone moderate, di professionisti capaci, non di gente anti-sistema in cerca di scudi assistenzialistici o di nostalgie totalitaristiche. Il M5S concepisce, secondo alcuni critici, il sistema finanziario come una mega Cassa Depositi e Prestiti. In verità loro vogliono riformare la Cdp, che non va usata come un salvadanaio per fini privati. Retropensiero utilizzato finora, purtroppo, pure per l’Ilva. Ciò detto, se è necessario, o si salva dichiaratamente il sistema bancario con i soldi pubblici o lo si fa con criteri opachi. Il che sarebbe inammissibile. Per restare nel caso Ilva: Banca Intesa ha sostenuto uno sforzo enorme per salvare il siderurgico tarantino. Ora bisogna trovare il denaro da restituire a Banca Intesa. Ci si sta impegnando perché sia l’acquirente dell’Ilva a saldare il debito con le banche. Quindi via libera a un governo a guida Di Maio se il M5S dovesse ottenere la maggioranza relativa? Il M5S è un partito del sistema politico italiano. Di Maio si esprime in modo garbato, veste bene con giacca e cravatta. È possibile che il M5S sia il partito più votato. Di conseguenza, dovremmo appoggiare il suo tentativo. In una cornice di reciprocità, però. Può pure accadere, infatti, che sia il Pd il primo partito in Parlamento, in tal caso dovrebbero essere loro, i pentastellati, a sostenere il nostro sforzo per formare il governo. Pd e M5S hanno molti punti di contatto, fondati su una concezione non privatistica, non padronale, della politica. La destra, invece, ha una concezione opposta. Ecco perché vedo il Pd alleato con il M5S. La destra, poi, è sprovvista di leadership autorevole. Mattarella dovrebbe dare l’incarico al leader del partito più forte o al leader della coalizione più robusta? Le coalizioni, con questa legge elettorale, sono una finzione. Tanto è vero che Forza Italia si presenta con la scritta Berlusconi presidente, la Lega con Salvini presidente e Fdi con Meloni presidente. Si sono alleati solo per tentare di vincere nei collegi. Qualche collegio in più l’avremmo potuto ipotecare anche noi se fosse andata in porto, come proponevo, l’alleanza elettorale con Leu. Il Capo dello Stato, secondo prassi costituzionale, dovrebbe affidare l’incarico alla personalità che ha più probabilità di dar vita all’esecutivo. Non è solo questione di numeri elettorali. Contano anche i gruppi parlamentari. Il Ms5 dovrebbe appoggiare il Pd se il Pd avesse un numero più alto di senatori e deputati. Potremmo così dar vita a una rivoluzione, a un rinnovamento radicale del Paese. I partiti della Seconda Repubblica hanno gestito il potere senza cambiare e migliorare l’Italia. Se fosse stato Gentiloni la bandiera del Pd in questa campagna elettorale, le prospettive dei dem sarebbero state migliori? Facciamo fantapolitica. Se Renzi avesse detto: «Io sono qui per servire il partito. Lo porto alle elezioni. Poi rimetterò il mandato a chiederò al partito di decidere che fare. Nel frattempo dico che il nostro candidato è Gentiloni». Ecco. Se Renzi avesse fatto questo discorso, avremmo ottenuto non meno di 4-5 punti percentuali in più. Lei quindi, in caso di sconfitta del Pd, non si proporrà per la leadership del partito. Le primarie del Pd si sono svolte poco tempo addietro. Ogni valutazione sul «dopo» è affidata al segretario. Quello che io temo è il rischio dell’irrilevanza del Pd nella formazione del prossimo governo. Questa sì che sarebbe una battuta d’arresto gravissima. E quando qualcuno fallisce in un compito deve sottoporsi alla verifica della propria leadership. Come è avvenuto dopo il flop referendario. Infatti. Grazie alla verifica delle primarie, Renzi ha ripreso il timone del partito. Ci può essere un governo di grande coalizione Pd-Forza Italia-Leu? È probabile che nessuna forza in campo, partito o coalizione, raggiunga la maggioranza assoluta dei seggi. Ma mi sembra impossibile un governo come quello da Lei ipotizzato. Il governo Letta era qualcosa di simile. È passata molta acqua sotto i ponti. Sarebbe un’operazione, quella dell’intesa con Forza Italia, che distruggerebbe il Pd. La mia idea l’ho descritta testè: intesa programmatica Pd-M5S, chi arriva secondo appoggia il governo presieduto dall’altro. Nel frattempo si potrebbe approvare una nuova legge elettorale per ritornare al voto. Il criterio per la scelta dei presidenti di Camera e Senato potrebbe essere adottato per la futura formula di governo? I presidenti delle Camere credo che rispecchieranno la struttura dell’alleanza di governo. Difficile fare previsioni. Questa legge elettorale sta uccidendo la politica. Gli elettori non sanno su cosa votare. Per la prima volta, dopo decenni, non viene indicato né un premier né un programma di governo. Secondo lei in Puglia come va finire, per il Pd e tutti gli altri? Il Pd, l’ultima volta, ha ottenuto il 18% dei voti. Il 18% domenica sarebbe un ottimo risultato. Anche perché dovremmo tener conto dei contraccolp, politici e numerici, prodotti dalla scissione di Leu. La battaglia nei collegi uninominali come andrà? La vedo al limite dell’impossibile per noi. Il vantaggio del M5S appare netto. Potrebbe accadere che in qualche singolo collegio grazie alla qualità dei candidati la vittoria possa andare al centrosinistra o al centrodestra. Il M5S nei collegi è favorito dal fatto di essere un partito secco, monolite. Viceversa centrosinistra e centrodestra sono coalizioni: se il loro candidato non piace, il voto si frantuma. La legge elettorale si è rivelata una beffa per noi, è la più sfavorevole possibile. Che pensa del caso del preside brindisino Salvatore Giuliano, che ha collaborato all’Istruzione con i ministri del centrosinistra sulla «buona scuola» e ora sembra il ministro ombra del M5S? Il preside Giuliano è bravissimo. È un mio amico personale. Ha lavorato con me, in campagna elettorale, nelle sagre del programma. Credo che abbia votato per me. Ora lui e, come pare, altri elettori del Pd si sono spostati sui Cinque Stelle. Un distacco fisiologico, alla luce di certi errori commessi. Non è singolare che Giuliano si schieri con chi contesta la riforma scolastica del centrosinistra? Non è singolare. Giuliano è una persona libera e innovativa. Lei farebbe il ministro dell’Interno o della Giustizia, con Giuliano all’Istruzione, in un governo Di Maio? Non posso far parte di un governo del M5S. Innanzitutto, perché sono il presidente della Regione Puglia, e poi non farei parte di un governo a guida grillina. La mia proposta, ripeto, è un’altra. L’ho già illustrata. Io sono fuori gara. -
Elezioni Politiche 2018: rivotare perchè no?
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In Campania e Sicilia centro-destra favorito sui 5S. L'unico viincitore certo è Berlusconi. -
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il pocket money e la razione di cibo giornaliera dei migranti -
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il 15 bello -
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parliamo dei favoriti piuttosto... Berlusconi riceve Tajani. Ma Salvini insiste: "Io pronto a fare il premier" Pranzo a Palazzo Grazioli tra il Cavaliere e il presidente dell'Europarlamento ora candidato premier di Forza Italia. Ma il leader leghista insiste: "Il premier lo deciderà chi è a casa: chi vuole Tajani voti Forza Italia. E io manterrò gli impegni". Perplessità anche da Meloni: "Tajani brava persona, ma a Palazzo Chigi vorrei uno che in Europa sappia battere i pugni" -
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Renzi fece le scarpe a Letta. -
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la farfalla ce l'hai in testa, quella di MEB ovviamente -
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LA MAESTRA DI TORINO VERRÀ LICENZIATA PRIMA DEI “MACELLAI” DEL G8 Finalmente la stampa e i politici italiani hanno trovato il nemico comune contro cui scagliarsi, tutti per uno e uno per tutti. Non ha le sembianze di un terrorista che tenta di commettere una strage, né quella di un amministratore accusato di corruzione (così tanti, questi ultimi, da diventare nessuno). Non è chi giura sul Vangelo contro l’ipotetica islamizzazione del suolo italico, né chi promette (o minaccia) di abolire i pochi diritti civili approvati durante l’ultima legislazione. Non è chi si candidapur essendo ineleggibile. Il nemico comune, il mostro da combattere, il male dell’Italia claudicante in mezzo ai tumulti è una maestra precaria di Torino. Lunedì 26 febbraio, durante la puntata di Matrix su Canale 5, è andato in onda un servizio sugli scontri tra la polizia e i manifestanti antifascisti, circa cinquecento, che hanno tentato di raggiungere l’Nh Hotel tra corso Bolzano e corso Vinzaglio, dove stava parlando il leader di CasaPound Simone Di Stefano. Che le immagini trasmesse da Matrix mostrino un’incompatibilità della maestra con il suo ruolo di educatrice credo che sia innegabile, per il solo fatto che anche quello dell’insegnante di Torino è un ruolo pubblico, e per quanto la libertà d’espressione debba sempre essere garantita, se ti fai riprendere dalle telecamere mentre auguri la morte di un altro impiegato pubblico, devi anche accollartene le conseguenze professionali e giuridiche. A chiedere l’immediato intervento contro il mostro sono stati soprattutto i sindacati di polizia: Serve «una ferma e corale condanna morale e anche concreta,” ha affermato Felice Romano, segretario del Siulp (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia), che ha pure ringraziato Renzi per aver “tempestivamente censurato questo tipo di condotta esprimendo solidarietà nei confronti dei poliziotti ed auspicando l’immediato sospensione dell’insegnante”. Il segretario generale del Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) Gianni Tonelli si è subito associato al collega: “Abbiamo assistito alla sospensione di un poliziotto per molto meno. Adesso ci chiediamo: cosa ne sarà di questa insegnante? Cosa avrà mai potuto insegnare ai suoi alunni? È possibile che un’istituzione come la scuola, deputata alla formazione e all’inclusione nella società, si avvalga di insegnanti che incitano all’odio e non rispettano le istituzioni? Da cittadino, ancora prima che poliziotto, mi aspetto che questa persona sia immediatamente sospesa dall’insegnamento”. Questi commenti assumono un tono del tutto diverso – quasi divertente – se si considera che, solo qualche giorno prima della deflagrazione del caso della malefica maestra, la Polizia di Stato era balzata agli onori della cronaca per un tweet sarcastico. Vittime della frecciata contro gli osservatori di Amnesty International Italia, presenti alla manifestazione antifascista organizzata sabato a Roma dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) per monitorare il comportamento delle forze di polizia ed eventuali usi sproporzionati della violenza. Perché, nonostante il nostro sia un Paese la cui memoria è sempre troppo corta, il tema delle violenze e delle torture perpetrate dalle forze dell’ordine è ancora un problema, e anche grosso, che l’approvazione della legge contro il reato di tortura – dopo un iter lungo appena trent’anni– non ha risolto, anzi. Mentre l’Italia intera è indignata e spaventata dalle urla – probabilmente inopportune – di una maestra durante una manifestazione antifascista, non ha destato la stessa preoccupazione il fatto che a fine dicembre 2017, Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per aver partecipato alla creazione di false prove finalizzate ad accusare ingiustamente chi venne pestato senza pietà alla Diaz da agenti rimasti impuniti, è oggi il numero 2 – Vice direttore tecnico operativo – della Direzione Investigativa Antimafia, ai vertici delle forze investigative italiane. E la nomina è stata decisa dal ministro dell’Interno Marco Minniti. Così come quella di Pietro Troiani, il vicequestore di Genova passato alla storia come “l’uomo delle false molotov”. Un altro dei condannati eccellenti per la “macelleria messicana” del G8, cui è stato affidato uno degli incarichi più prestigiosi della polizia italiana: Troiani il 21 dicembre è stato nominato dirigente del Coa, il Centro operativo autostrade di Roma e del Lazio, il più grande d’Italia. Come per Caldarozzi, tecnicamente non si è trattato di una promozione. Inoltre Calderozzi, insieme ad altri protagonisti dello scempio della Diaz, è stato spesso in cattedra alla Scuola Superiore di Polizia. Franco Gratteri, che all’epoca del G8 era un grado superiore a Caldarozzi, oltre a tenere anche lui cattedra alla Scuola di Polizia, negli anni ha stipulato accordi con le università. Anche Gratteri è stato condannato in via definitiva per la “macelleria” di Genova. È già passata anche l’indignazione per i cinque minuti di applausi e standing ovation tributati dal Congresso nazionale del Sap ai tre agenti condannati in via definitiva per la morte del 18enne Federico Aldrovandi, durante un controllo il 25 settembre del 2005 a Ferrara – Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani. In quel caso il segretario nazionale Gianni Tonelli – che ora chiede preoccupato cosa ne sarà della mostruosa insegnante di Torino – aveva lanciato la campagna#vialamenzogna, una risposta alla manifestazione nazionale #vialadivisa con la quale pochi giorni prima la famiglia di Federico chiedeva la destituzione dei colpevoli della sua morte. In quell’occasione proprio Tonelli parlò di “accanimento contro gli operatori delle forze di Polizia”, di “una pelosa macchina del fango che mistifica la realtà dei fatti trasformando, spesso, i violenti in eroi e i poliziotti in delinquenti.” D’altronde il caso della morte di Aldrovandi è evidentemente un nervo scoperto, tanto che a dicembre, il giudice sportivo Pasquale Marino ha multato alcune squadre di calcio perché i loro tifosi avrebbero esposto “uno striscione di contenuto provocatorio nei confronti delle forze dell’ordine.” Gli striscioni erano delle fotografie di Federico Aldrovandi. E per quanto riguarda Stefano Cucchi, sembra si sia persa memoria del fatto che ancora non è stato condannato nessuno, a quasi nove anni di distanza dalla sua morte. Insomma, la maestra di Torino non aveva un incarico di ruolo e probabilmente non l’avrà mai. Anche se, personalmente, non dispererei. Dato l’andazzo di questo Paese, fra qualche anno potrebbe ricevere una promozione. -
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Tajani è ottimo per le larghe intese. Comunque Salvini e la Meloni per qualche ministero, e carta bianca al nord, accetteranno pure Tajani. -
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Chiamali fessi, i leghisti, vanno avanti da 20 anni con questa barzelletta, allaggente piace. -
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Il voto tattico per fermare l'estrema destra "Terroni per Salvini" vuole richiamare l'attenzione dei cittadini e informare su quali sono i collegi, al sud ma anche nel resto d'Italia, in cui poche centinaia di voti possono togliere a Salvini e alla coalizione costruita attorno a Lega Nord e Fratelli d'Italia i numeri necessari per andare al governo. http://www.terroni-per-salvini.it/ -
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I camerati abusivi di CasaPound: parenti e amici vivono gratis nel centro di Roma Il Grand Hotel dei neofascisti: Iannone ha messo lì la moglie. Di Stefano il fratello. Emergenza abitativa risolta. Sì, ma per i propri cari http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/02/27/news/i-camerati-abusivi-di-casapound-parenti-e-amici-vivono-gratis-nel-centro-di-roma-1.318675?ref=HEF_RULLO -
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Macerata, “migranti come autovelox”: le frasi choc del poliziotto candidato con la Lega I migranti vittime dell’attentato fascista di Macerata sono come gli autovelox fatti saltare in aria nella provincia di Imola. E’ questa la tesi choc di Gianni Tonelli, poliziotto e segretario generale del sindacato Sap, ora candidato in Parlamento con la Lega di Matteo Salvini, che, in una trasmissione radiofonica, ha definito questo accostamento “un’analogia che non è assolutamente forzata“. Secondo il segretario del Sap, già salito agli onori delle cronache per gli applausi agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, “questi segnali di insofferenza, inaccettabili e intollerabili, è chiaro che nascono da un contesto. Se noi mettiamo un autovelox a ogni angolo di strada semplicemente per rimpinguare le casse, è chiaro che gli anelli più deboli della società poi partono per la tangente e prendono atteggiamenti che non hanno titolo e dignità di essere”. Il paragone tra migranti e autovelox ha scatenato immediate proteste. Il Movimento 5 Stelle parla apertamente di “farneticazioni: in un paese normale una persona come lui, che non è nuova nemmeno a pericolose esternazioni sulla morte di Federico Aldrovandi, non sarebbe nemmeno preso in considerazione e invece oggi ce lo ritroviamo candidato della Lega Nord. Una circostanza che si commenta da sola”. Secondo il Pd, invece, è “la Lega che cavalca le paure e si caratterizza per una deriva di estrema destra ormai incontrollabile si sta assumendo una grave responsabilità”. -
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Chi è Gianni Tonelli, il capolista della Lega che insulta i parenti di Cucchi e Aldrovandi La Lega di Matteo Salvini ha deciso di candidare come capolista del collegio plurinominale di Bologna Gianni Tonelli, il segretario del Sindacato autonomo della polizia assurto agli onori delle cronache per le sue molteplici raggelanti dichiarazioni sui casi Cucchi, Aldrovandi e sull’inutilità dell’introduzione del reato di tortura. di Charlotte Matteini La Lega di Matteo Salvini ha deciso di candidare come capolista nel collegio di Bologna il segretario del Sap, Gianni Tonelli, assurto agli onori delle cronache a causa di alcune sue posizioni piuttosto estremiste espresse in relazione ai casi Cucchi, Aldrovandi e al massacro del G8 di Genova. Tonelli è il segretario di uno dei maggior sindacati di polizia, che conta circa 20mila iscritti su un totale di 100.000 poliziotti italiani. Nel corso degli anni a più riprese si è scagliato contro Ilaria Cucchi e Patrizia Aldrovandi, rispettivamente sorella di Stefano Cucchi e madre di Federico Aldrovandi, due ragazzi picchiati a morte in circostanze mai totalmente chiarite mentre erano in custodia ai tutori dell'ordine. Da sempre sostenuto da Matteo Salvini della Lega, che a più riprese ha difeso le posizioni estremiste di Tonelli anche in merito all'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento italiano, il segretario del Sap – dopo mesi di indiscrezioni – alla fine si è effettivamente ritrovato candidato come capolista del Carroccio nella città di Bologna. Nel corso degli anni, Gianni Tonelli si è distinto in negativo per la sua difesa a oltranza dei poliziotti coinvolti nel caso Aldrovandi e degli agenti coinvolti nella prima inchiesta relativa alla morte di Cucchi (agenti che sono stati definitivamente assolti, a processo ora sono imputati i carabinieri che nell'ottobre 2009 fermarono Stefano Cucchi e lo trassero in arresto). "Non ho cercato io questa candidatura, mi è stata offerta da Matteo Salvini. La cosa che mi ha fatto piacere non è tanto la gratificazione a livello personale quando l'onore che il segretario della Lega ha voluto fare a tutta la comunità delle divise, dimostrando che la vicinanza espressa in questi anni non era solo una cosa formale per andare a caccia di voti. È un segnale che credo i miei colleghi debbano apprezzare perché ci consentirà di tutelare a un livello superiore gli interessi della categoria. Se entrerò alla Camera porterò lì dentro la voce degli agenti e contrasterò il partito dell'antipolizia che tanti danni ha fatto a questo Paese", ha dichiarato Tonelli ad Affari Italiani. Tonelli sul caso Cucchi Tra le affermazioni più controverse e contestate dall'opinione pubblica figura in particolare la dichiarazione espressa da Gianni Tonelli in occasione dell'assoluzione degli agenti imputati per la morte di Stefano Cucchi: "Tutti assolti, come è giusto che sia. Esprimo piena soddisfazione per l'assoluzione in appello di tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi. In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie". Nel corso degli anni anche Salvini ha espresso solidarietà alle forze dell'ordine coinvolte nel caso Cucchi. Nonostante non abbia mai preso una posizione tranchant, come invece capitato altre volte, dalle dichiarazioni susseguitesi nel corso degli anni sembra comunque emergere una diffidenza del leader del Carroccio in merito al procedimento giudiziario contro gli imputati per la morte di Stefano Cucchi: "Mi sembra difficile pensare che in questo, come in altri casi, ci siano stati poliziotti e carabinieri che abbiano pestato Cucchi per il gusto di pestare. Se così fosse, chi l’ha fatto, dovrebbe pagare. Ma bisogna aspettare la sentenza, anche se della giustizia italiana onestamente non ho molta fiducia. Comunque, onore ai carabinieri e alla polizia". Tonelli e Salvini sul caso Aldrovandi Anche sul caso Aldrovandi, Gianni Tonelli è intervenuto svariate volte affermando posizioni piuttosto controverse e irrispettose. Esattamente come per il caso Cucchi, anche nel caso Aldrovandi Tonelli sostanzialmente accusò, nemmeno troppo velatamente, il ragazzo morto mentre era in custodia degli agenti e difese a spada tratta, applaudendoli al congresso del Sap, Paolo Forlani, Luca Pollastri e Enzo Pontani, tre dei quattro agenti condannati in via definitiva per la morte del 18enne di Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre del 2005. "È un delitto solidarizzare con colleghi che consideriamo innocenti? Ero al congresso e ho applaudito convintamente i miei colleghi condannati ingiustamente", specificò Tonelli spiegando il motivo del suo gesto. "Ai colleghi coinvolti è andata una parte degli applausi, non certamente perché sono eroi, ma perché sono poliziotti che, in servizio, hanno patito e patiscono infinite tribolazioni dopo una sentenza per reato colposo sulla quale nutriamo, legittimamente, alcune riserve", scrisse Tonelli in una lettera indirizzata all'allora presidente Giorgio Napolitano, nell'ambito della quale chiese al capo dello Stato "di considerare la fatica delle forze dell'ordine e la richiesta di rivedere il processo nei confronti dei quattro agenti responsabili della morte di Federico Aldrovandi". "La condanna è ingiusta, si tratta di un errore giudiziario. Di fronte al dolore della madre non abbiamo nulla da eccepire ma non possiamo confondere verità con pietismo. Tutti i giorni muoiono giovani sulle strade, ma non diamo la colpa alle strade. C'è più di un ragionevole sospetto, le cause della morte di Aldrovandi sono altre. Non è il fermo di polizia la causa", dichiarò ancora sostenendo l'inadeguatezza della sentenza definitiva per la morte di Federico Aldrovandi. Tonelli e Salvini sul reato di tortura Anche per quanto riguarda il reato di tortura, Tonelli e Salvini sono piuttosto d'accordo ed entrambi considerano l'introduzione della norma – a lungo richiesta dall'Onu in seguito alla ratifica della convenzione sulla tortura da parte dell'Italia a inizio anni '80 e in mancanza della quale lo Stato Italiano è stato condannato dalla corte europea per i diritti umani – una vera e propria legge contro la polizia, nonché un regalo ai delinquenti. La revisione del reato di tortura, nonché l'inasprimento delle sanzioni per violenza contro un pubblico ufficiale, figura nel programma condiviso della coalizione di centrodestra e probabilmente il punto è stato inserito proprio per accontentare il leader della Lega che da anni contesta la legge. "Carabinieri e polizia devono poter agire liberamente. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo devo prendere. Se cade mentre è fermato e si sbuccia un ginocchio, c***i suoi", dichiarò Salvini commentando l'approvazione del reato di tortura licenziato alla Camera. "Il reato di tortura è l'ennesimo regalo ai ladri e l'ennesimo attacco alle guardie. La Lega è l'unica contraria. Con questo reato basterà che qualunque delinquente appena arrestato denunci il poliziotto o il carabiniere anche per una violenza psicologica, e il poliziotto o il carabiniere passano i guai", commentò ulteriormente il leader del Carroccio. Mentre in parlamento era in discussione la legge per l'introduzione del reato di tortura, Matteo Salvini era in piazza a partecipare alla protesta contro la norma organizzata proprio dal sindacato di Gianni Tonelli: "In Italia esistono già sanzioni contro chi ha comportamenti di tortura che possono portare a quasi due vite di galera. Ora il parlamento deve approvare una norma, ma non ci si può lasciare andare a un manifesto ideologico contro le forze dell’ordine”, affermò Tonelli, sostenendo però una posizione fondata su presupposti falsi. La Corte europea dei Diritti dell’Uomo, intervenuta su ricorso del 62enne Arnaldo Cestaro, presente nella scuola Diaz al momento dell’irruzione della polizia e vittima di percosse che gli procurarono fratture multiple, sancì tra le irregolarità che portarono alla condanna dello Stato italiano “in parte dalla difficoltà oggettiva della procura a procedere a identificazioni certe, ma al tempo stesso dalla mancanza di cooperazione da parte della polizia”, ma soprattutto la mancanza di strumenti legali in grado di “punire adeguatamente i responsabili di atti di tortura o di altri maltrattamenti”. I reati ascritti alla macelleria della Diaz caddero in prescrizione e secondo la Corte "questo risultato non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri”. "Siamo stati trattati peggio dei pedofili o dei mafiosi, per i quali l'istigazione alla commissione di reati odiosi, compresi quelli di violenza o di omicidio, non è punibile, mentre lo è per i poliziotti che, a buon fine, invitano un collega a fare una minaccia fasulla a un delinquente, magari per sapere dove hanno nascosto una bambina sequestrata. Questo è contrario a uno dei principi fondamentali del nostro diritto penale. L'obiettivo della legge è difendere non la brava gente, ma fornire strumenti ai delinquenti. Le vera vittima di questa legge sono le persone perbene", proseguì Tonelli, rimarcando: "Acute sofferenze psicologiche. Cosa significa sofferenza psicologica verificabile? Da che cosa, da una ricetta medica per farmaci ansiolitici o da una perizia a pagamento? Ogni delinquente può lamentare sintomatologie avendole apprese da Internet”, specificò Tonelli, evidenziando una mancata conoscenza delle modalità di rilevamento di post-traumatico, trattati alla stregua di malattie immaginarie e non diagnosticabili. continua su: https://www.fanpage.it/chi-e-gianni-tonelli-il-capolista-della-lega-che-insulta-i-parenti-di-cucchi-e-aldrovandi/ http://www.fanpage.it/ -
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Elezioni, i candidati ai raggi X: il centrodestra fa il pieno di condannati e indagati Se i nomi proposti dai 5 Stelle hanno in media il titolo di studio più alto, la coalizione tra Forza Italia e Lega Nord è prima per coinvolti in procedimenti penali http://espresso.repubblica.it/palazzo/2018/02/28/news/elezioni-i-candidati-ai-raggi-x-il-centrodestra-fa-il-pieno-di-condannati-e-indagati-1.318718?ref=HEF_RULLO -
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Qualche stoccata... Berlusconi ha fatto la campagna elettorale contro i 5s. -
Elezioni Politiche 2018: rivotare perchè no?
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Migranti, l’accordo Italia-Libia finisce davanti alla Corte costituzionale Era il 2 febbraio 2017 quando – alla vigilia di un importante vertice europeo a Malta in cui si sarebbe discusso anche di emergenza immigrazione – il Primo ministro Paolo Gentiloni siglava a Roma l’accordo col presidente del Governo di unità nazionale libico Fayez al-Serraj: un memorandum in cui l’Italia si impegnava nei confronti della Libia a fornire strumentazioni e sostegno militare, strategico e tecnologico, oltre a fondi per lo sviluppo, per bloccare le partenze dei migranti in fuga. Un accordo con un Paese, è bene ricordarlo, che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e nelle cui carceri i migranti sono quotidianamente oggetto di violenze e soprusi. Un impegno preso, inoltre, senza che fosse stato consultato il Parlamento. Per questo un gruppo di politici, supportati da un team di giuristi della Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), ha deciso a distanza di un anno di usare gli strumenti della legge per fare annullare quel patto. «Non sottoponendo la legge di ratifica dell’accordo alla Camera e al Senato, il governo ha violato le prerogative parlamentari, tutelate dall’articolo 80 della Costituzione, che prevede che per i trattati internazionali che hanno contenuto politico e prevedono oneri finanziari sia obbligatorio il passaggio parlamentare». Con queste parole Andrea Maestri, avvocato e deputato di Sinistra italiana-Possibile, annuncia a Left la presentazione alla Corte costituzionale del ricorso per sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. A presentarlo, insieme a Maestri, i candidati con Liberi e uguali alle prossime elezioni Giuseppe Civati, Giulio Marcon e Beatrice Brignone. Secondo i ricorrenti, il governo avrebbe impedito il legittimo esercizio del potere costituzionalmente garantito dalla Costituzione al Parlamento stesso. «La lesione delle nostre prerogative – spiega Maestri – è facile da individuare, perché io in particolare nei confronti dei ministri Minniti e Alfano ho presentato diverse interrogazioni su questo tema, me ne sono occupato tantissimo, però di fatto non vi è stata possibilità di discutere uno degli atti più importanti di politica migratoria e politica estera di questo governo come appunto l’accordo con la Libia, perciò il vulnus rispetto alla Costituzione è evidentissimo. Direi che si tratta di una questione grave dal punto di vista politico, ma anche costituzionale e oserei dire democratico». Una questione grave, insomma, che non è capitata per caso. «È evidente che c’è un filo rosso sangue che tiene legate le iniziative del governo italiano, sia in Libia che in Niger (il riferimento è alla missione italiana approvata a dicembre, ndr) che è la volontà di gestire i flussi migratori esternalizzando i confini, delegando il lavoro sporco ad esempio alle milizie libiche e alle tribù tripolitane e del sud del Paese che lo scorso aprile hanno stretto un patto con Minniti, quel “patto di sangue” così definito all’epoca dai capi tribù, come raccontato dal ministro stesso». A votare la missione militare italiana in Libia di agosto, di supporto alla guardia costiera del Paese nordafricano, furono però anche esponenti di Mdp, ora all’interno di Leu, la stessa lista di Maestri: «La posizione di Liberi e uguali su politica estera, politiche della migrazione, diritti umani – ribadisce il deputato – è assolutamente univoca, al di là delle scelte che magari Mdp ha fatto in passato. Credo che oggi nessuno fra i colleghi di Mdp avrebbe difficoltà a condividere pienamente la linea che abbiamo tracciato attraverso questa azione di denuncia».
