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Socrates

Tifoso Juventus
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  1. LIONELLO QUAGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 25.06.1895 Luogo di morte: Novara Data di morte: 17.10.1962 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1915 al 1916 Esordio: 30.01.1916 - Amichevole - Milan-Juventus 4-3 0 presenze - 0 reti
  2. ALBERTO QUAGLIA Nazione: Italia Luogo di nascita: Novara Data di nascita: 26.03.1973 Ruolo: Difensore Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1991 al 1992 Esordio: 28.07.1991 - Amichevole - Vipiteno-Juventus 0-8 Ultima partita: 12.03.1992 - Amichevole - Giaveno-Juventus 0-10 0 presenze - 0 reti
  3. RONNIE O'BRIEN «Quella alla Juve è stata un’esperienza straordinaria, ero entusiasta già da quando mi alzavo al mattino: non vedevo l’ora di allenarmi». È un centrocampista nato a Bray – si legge su Uomonelpallone.com del 9 settembre 2015 – in Irlanda, e che si è messo in mostra più con la propria Nazionale giovanile che con il suo club: così mentre nel 1998 è stato (insieme a future stelle del calcio mondiale come Damien Duff e Robbie Keane) uno degli elementi cardine dell’Irlanda Under 16 Campione d’Europa di categoria, al Middlesbrough dove è cresciuto è stato completamente ignorato dal manager Bryan Robson, che non solo non lo ha mai fatto esordire in prima squadra, ma ha lasciato anche che il suo contratto finisse senza rinnovarlo. Estate del 1999: O’Brien, vent’anni e ancora nessuna esperienza nel calcio che conta, firma per la Juventus. La cosa fa notizia, ovviamente, e sono in molti a domandarsi perché una delle squadre più forti e rinomate al mondo si sia gettata su uno scarto del Middlesbrough. La risposta si conoscerà solo diversi anni dopo: l’agente che la Juventus aveva ai tempi in Inghilterra, Steve Kutner, è anche l’agente del funambolico Paul Merson, campione e icona dell’Arsenal che al “Boro” sta spendendo gli ultimi anni di carriera. È proprio lui a fare il nome di Ronnie, che viene visionato dalla Juventus in videocassetta e quindi preso sulla fiducia: i bianconeri sono allettati dalla giovane età del ragazzo e dal fatto che sia a costo zero, ma la mossa lascia comunque tutti sorpresi. Il primo è proprio Bryan Robson, che dopo tanti anni di calcio non ci sta a passare per quello che non è stato capace di vedere un talento, pur avendolo avuto sotto gli occhi ogni giorno per anni: «Ronnie non è abbastanza bravo», dice. Sarà buon profeta.Intanto O’Brien raggiunge la Juventus in ritiro a Chatillon: il ragazzo, che ancora deve giocare con i “grandi” e che appena quattro anni prima rimetteva a posto gli scaffali in un supermercato irlandese, si ritrova in camera con Antonio Conte e si allena con giocatori del calibro di Zinedine Zidane, Edgar Davids, Alessandro Del Piero e Filippo Inzaghi. Fa anche in tempo a partecipare alla foto di rito della rosa per la stagione, apparendo tra Zidane e Ferrara, e poi ecco addirittura l’esordio con la prestigiosa casacca bianconera, terzo irlandese di sempre dopo il pioniere Matts Kunding e il leggendario Liam Brady. Il 4 agosto la Juventus affronta i russi del Rostsel’maš (oggi Rostov) nella gara di ritorno valida per l’accesso alla finale dell’Intertoto: O’Brien entra al posto di Mirković al 77° minuto, un istante dopo che Del Piero ha portato la gara sul 5-1 (preceduto da una tripletta di uno scatenato Inzaghi) e dopo che la gara di andata aveva visto i bianconeri imporsi per 4-0 in Russia.Si gioca al Dino Manuzzi di Cesena, e quei quindici minuti scarsi resteranno gli unici che il buon Ronnie giocherà con la Juventus. Ben presto, infatti, si scoprirà che Robson ci aveva visto giusto: il ragazzo non è davvero niente di speciale, un onesto mestierante che farebbe fatica anche nella seconda serie inglese, figuriamoci alla Juventus, in un calcio italiano che è stato spietato anche con giocatori di ben altro calibro. I tre anni di contratto il ragazzo irlandese li passa in prestito tra la Svizzera (Lugano) e la Scozia (Dundee United) con puntate anche nelle serie minori italiane con Crotone e Lecco, senza mai lasciare il segno sia per tutta una serie di infortuni che evidenziano un fisico non adatto ai livelli del calcio professionistico sia una qualità tecnica certo non eccellente. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2011/06/ronnie-obrien.html
  4. RONNIE O'BRIEN https://it.wikipedia.org/wiki/Ronnie_O'Brien Nazione: Irlanda Luogo di nascita: Bray Data di nascita: 05.01.1979 Ruolo: Centrocampista Altezza: 178 cm Peso: - Soprannome: Alla Juventus nel 1999 Esordio: 04.08.1999 - Torneo Intertoto - Juventus-Rostselmash 5-1 1 presenza - 0 reti 1 trofeo intertoto Ronnie Sean O'Brien (Bray, 5 gennaio 1979) è un ex calciatore irlandese, di ruolo centrocampista. Ronnie O'Brien Nazionalità Irlanda Altezza 178 cm Calcio Ruolo Centrocampista Termine carriera 2009 Carriera Squadre di club 1997-1999 Middlesbrough 0 (0) 1999 Juventus 1 (0) 1999-2000 → Lugano 8 (0) 2000 → Crotone 4 (0) 2000-2001 → Lecco 8 (0) 2001-2002 → Dundee Utd 6 (0) 2002-2006 FC Dallas 101 (12) 2007 Toronto FC 13 (0) 2008-2009 S.J. Earthquakes 28 (4) Carriera Inizia a giocare nella rappresentativa scolastica, con qualche presenza in club come il Wolfe Tone, il Wayside Celtic, il St. Joseph's Boys e il Bray Wanderers. È nella squadra della sua scuola che si fa notare dal Middlesbrough, che lo integra in rosa nella stagione 1997-1998, stagione che segna il debutto nel calcio professionistico, anche se conta già qualche presenza in Nazionale irlandese Under-16 con cui vince il Campionato europeo di categoria (sconfiggendo in finale gli azzurrini di Rocca) nel 1998. Nel primo anno che passa al Boro, con la squadra appena retrocessa in Serie B, non gioca nemmeno una partita. La stagione successiva il Boro è in Premier League ed ancora si trova ancora a fare la spola tra panchina e tribuna e le uniche partite le gioca nell'Under-21 irlandese. Nell'estate del 1999 si trasferisce alla Juventus, esordendo nell'Intertoto 1999, la sua unica partita in bianconero, Juventus-Rostselmash Rostov; l'allora allenatore Carlo Ancelotti decide di mandarlo in campo sul 5-1 (dopo il 4-0 dell'andata). A settembre viene mandato in prestito nel Lugano, massima serie svizzera, dove gioca 8 volte, e a gennaio finisce al Crotone, in Serie C, dove gioca 4 partite. Nel 2000 torna alla Juventus venendo dato ancora in prestito, stavolta in Serie C1 al Lecco, dove scende in campo 8 volte. Nel gennaio 2002 va in Scozia, al Dundee Utd, dove gioca 6 partite. In estate la Juventus lo cede al Dallas, nel campionato statunitense. Negli USA segna il suo primo gol dopo un quarto d'ora dall'esordio, consentendo al Dallas di battere il San José per 2-1. Nel 2004 gioca 29 partite, con 2 gol. Nel 2007 passa al Toronto FC, squadra del Canada facente parte della Major League Soccer statunitense. Nella squadra canadese gioca 13 partite. Nel 2008 passa ai San Jose Earthquakes, l'anno seguente appende gli scarpini al chiodo. Palmarès Club Competizioni nazionali Serie C1: 1 - Crotone: 1999-2000 Competizioni internazionali Coppa Intertoto UEFA: 1 - Juventus: 1999 Individuale MLS Best XI: - 2004, 2005
  5. WILLIAM BRADY Ventiquattro anni, due Coppe d’Inghilterra alle spalle – scrive Giancarlo Galavotti sul “Guerin Sportivo” del 13 agosto 1980 –, tanto cervello e tanta classe: questo è Liam Brady che, nei ritagli di tempo, si è improvvisato scrittore con un libro che – sono parole sue – non è e non vuole essere un’autobiografia ma la storia di un irlandese che si considera molto fortunato e che ha trovato nel calcio la sua realizzazione. «So far so good» s’intitola il volume di Brady: «tanto lontano, tanto bello» -si potrebbe dire in italiano. Ma cos’è tanto lontano e tanto bello? Forse la sua giovinezza, forse la sua verde Irlanda, forse i suoi sogni, molti dei quali già realizzati. Il libro di Brady è una specie di lunga cavalcata all’interno della vita del giocatore e delle sue varie sfaccettature. Ma è soprattutto una proposta panoramica del gioco che – dice il neo juventino – «è un qualcosa che coinvolge e ti coinvolge a ogni livello. Ma è anche un qualcosa che ti insegna a vivere anche perché, quando giochi, tutti quelli che ti vedono hanno il diritto di criticarti in pubblico. E questo è il modo migliore perché uno cresca in fretta». E Brady, a crescere in fretta, c’è riuscito pienamente: dopo le esperienze iniziali a Dublino sono venute quelle di Highbury con la maglia dell’Arsenal, una delle squadre più amate di tutta l’Inghilterra, e ora quelle della Juve dove il suo arrivo ha avuto il potere di galvanizzare un ambiente. E adesso leggiamo la sua storia. Pare che la prima volta che a Liam Brady passò per la testa di diventare calciatore professionista, fu quando aveva sette anni. Era il 1964, e i suoi fratelli maggiori, Ray e Pat, giocavano già al football. Entrambi avevano debuttato nell’Home Farm, vivaio di talenti d’esportazione della lega irlandese, e si sarebbero infine ritrovati nei Queen’s Park Rangers di Londra, dopo essere passati per il Millwall. Ray, terzino, era senz’altro il migliore, tanto da venir convocato fin dal 1963, a far parte della nazionale dell’Eire. Arrivò così il giorno che papà Edward, che faceva il portuale nella capitale irlandese, portò il più piccolo dei sette figli, Liam, (oltre a Ray e Pat c’erano Breda, Frank ed Eamon, mentre un’altra femmina era morta in tenera età) allo stadio, dove Pat e i compagni nelle maglie verdi dell’Eire giocavano contro l’Austria. In quell’atmosfera magica di canti, di grida, di folla, di inni nazionali e di bandiere, Liam Brady, ragazzetto mingherlino e già non molto alto, anche per la sua età, sogno di emulare, un giorno, il fratello più grande. Ma c’erano altre cose, in casa Brady che parlavano di football: non mancava occasione che mister Edward non tirasse fuori le storie di suo zio Frank, che negli Anni Venti aveva giocato nel Belfast Celtic, un club che ora non c’è più, ed era stato chiamato due volte in nazionale, per un match di andata e di ritorno contro l’Italia, Il 21 marzo 1926 la partita fu giocata a Torino, e gli azzurri vinsero per 3-0. A Dublino, il 23 aprile dell’anno seguente, l’Italia segnò ancora tre reti, e la squadra di casa due. Poi c’era la passione della gente per il football, tante squadre a Dublino e tanti campionati giovanili per avviare fin da piccoli i possibili campioni del mondo a conoscere tutti i segreti del gioco. E a nove anni Brady entrò nella prima squadra, il St. Kevin’s Boys Club. Un paio di anni dopo, quando dalle elementari passò alle scuole superiori, nel collegio cattolico di St. Aidan, fu costretto però a dividere e raddoppiare il suo impegno con il pallone: a scuola, come in tutte le scuole della Repubblica, di Irlanda, si giocava il football gaelico, che è una variazione più rude del calcio, sostenuta dallo spirito patriottico e irredentista di una popolazione che cerca il più possibile di distinguersi dall’Inghilterra, e quindi anche nel caso dello sport, appoggia le tradizioni locali piuttosto che quelle importate, o imposte, attraverso il lungo dominio della nazione vicina. Calcio con il St. Kevin’s, gaelic con il collegio: Liam di allenamenti e di padronanza della palla ne aveva come un professionista: però doveva per forza scapparci il conflitto, che esplose quando, a 15 anni, si trovò convocato dalla nazionale studentesca per una partita contro il Galles, e nominato capitano della squadra. Quando andò dal preside, Padre Walsh, per chiedergli il permesso di stare assente per il match, il superiore non mostrò affatto di congratularsi con lui per essere stato chiamato a rappresentare l’Irlanda. Invece gli ricordò che nello stesso giorno c’era un’importante partita di gaelic contro un’altra scuola, e senza mezzi termini gli fece capire che, se avesse rifiutato di difendere l’onore dell’istituto preferendo giocare al calcio, poteva considerarsi espulso. Naturalmente Brady giocò in Galles con l’Irlanda, fu espulso dalla scuola con il pieno appoggio della famiglia, e soprattutto di suo padre, e alcuni giorni dopo la storia finì su un giornale di Dublino, che denunciò l’assurdità del comportamento del preside. Ma non ci fu nulla da fare: Liam non rimise più piede al St. Aidan, se non per gli esami di fine anno, ai quali si era preparato in un altro istituto. Del resto non aveva più bisogna di tornare a scuola, perché subito dopo arrivò la chiamata dell’Arsenal, che lo aveva accettato nel suo vivaio. Era il 1971, e Liam aveva 15 anni. L’Arsenal lo stava tenendo d’occhio da un paio d’anni prima, quando due dei suoi talent scout, Malwyn Roberts e Bill Darby, lo avevano segnalato a Highbury, e nell’estate avevano provveduto a farlo arrivare a Londra, per il primo provino. Il ragazzino si fece prendere, quella volta, dall’emozione, e per una buona mezz’ora non riuscì a combinare nulla, quasi avesse il piede paralizzato. Poi, quando mister Roberts, che lo aveva accompagnato, stava già per sprofondare, cominciò a far capire che anche nel suo caso l’intuizione del talent-scout non era stata fasulla. A quello, nell’estate successiva, era seguito un altro periodo di prova, un’altra estate a Highbury, e finalmente, l’anno dopo, la convocazione definitiva. Non fu facile, per Brady, adattarsi subito a Londra, alla lontananza dalla famiglia, dalla gente cordiale di Dublino, e soprattutto al rigido ambiente del vivaio, dove continuavano ad arrivare ragazzi da tutta la Gran Bretagna, e dall’Irlanda, molti dei quali venivano rispediti a casa, con il sogno di diventare un campione del football infranto per sempre. Durante le vacanze di Natale, alla fine di sei mesi di intenso tirocinio, Brandy di nuovo in famiglia fu sul punto di lasciare tutto: disse ai genitori che non ne voleva più sapere di Londra e del calcio e il giorno fissato si rifiutò di far ritorno in Inghilterra. Arrivando un paio di lettere da Highbury, che chiedevano notizie e lo invitavano a ripresentarsi al più presto agli allenamenti. Bastò questo per far superare la crisi a Brady che, pur con due settimane di ritardo, si presentò finalmente al quartier generale dell’Arsenal, che non doveva più lasciare per quasi dieci anni. Brady era stato preso in forza dal settore giovanile dei «cannonieri» proprio al termine di quella che era stata la stagione più gloriosa nella centenaria storia del club londinese. Nel campionato 1970-71 i rossobianchi avevano conquistato, oltre al primo posto in classifica, anche la Coppa d’Inghilterra, realizzando una doppietta che rappresenta un risultato eccezionale e ambito da tutte le maggiori formazioni del campionato inglese. Si respirava quindi ancora l’atmosfera esaltante delle celebrazioni dei festeggiamenti, e i ragazzini del vivaio tremavano di emozione e di rispetto incrociando negli spogliatoi sul campo e nelle sale di Highbury i campioni che avevano saputo cogliere un tale trionfo. Ma per Brady e compagni tutto doveva scemare molto presto nelle delusioni e nel declino delle stagioni successive. Pochi giorni dopo la fine del campionato, il coach Don Howe aveva deciso di andarsene, per tentare la carriera di manager con il West Bromwich Albion. Fu soprattutto quella la causa delle successive fortune avverse dell’Arsenal, in quanto, privo del validissimo aiutante, il manager Bertie Mee si rivelò subito incapace di mantenere gli standard che avevano consentito alla squadra l’accoppiata campionato- coppa. Tuttavia, per il momento, queste vicende non toccavano direttamente Brady e gli altri della squadra giovanile, che si stavano formando il carattere e le qualità partecipando al campionato della categoria, vestendo però di tutto punto come i grandi della prima divisione, e scendendo in campo contro altre formazioni che porta- vano i nomi di Liverpool, Manchester United, Tottenham. In quel contesto, sotto la guida del responsabile del vivaio, Brady imparo a limitare l’istinto naturale che lo portava a insistere troppo nel possesso della palla, a discapito del gioco di squadra: e allo stesso tempo raffinò la sua tecnica a un livello decisamente superiore alla media, in modo da supplire con l’abilità alle carenze di peso e di statura nei confronti dei compagni. Comunque per questo, continuavano a riempirlo di vitamine e di diete super-nutritive, per rafforzarlo il più possibile e per mettergli di resistere agli scontri e battere i più massicci difensori avversari. Già nella sua prima stagione con l’Arsenal, Brady venne convocato con una certa frequenza nei ranghi delle riserve, vale a dire l’anticamera della prima squadra. Le riserve disputano un campionato appositamente creato per loro, e fanno trovare insieme i giovani che sperano di arrivare finalmente al grande debutto, e i calciatori della prima squadra che vengono declassati fino a che non ritrovano la forma e la capacità di ritornare a far parte della formazione superiore. In tal modo, Brady si trovò a giocare con Alan Ball, uno degli eroi della nazionale della Coppa del Mondo 1966, che nell’Arsenal era il motore, il perno del centrocampo, l’animatore di ogni azione, che dirigeva gridando in continuazione come un sergente maggiore ma comunicando il suo entusiasmo a tutti gli altri. Così il mingherlino dal piede sinistro magico, cha giocava naturalmente sulla fascia esterna a sinistra, collaborando col centrocampo in maglia numero undici, venne definitivamente giudicato maturo per il passaggio nei ranghi dei professionisti: nel febbraio del 1973 fu ingaggiato dall’Arsenal con un contratto della durata di due anni, a 120.000 lire al mese. Per un ragazzo di diciassette anni era quanto di meglio potesse desiderare. Nel ‘73-’74 Bertie Mee si riproponeva di provare a risolvere le sorti della squadra, già lacerata da profondi contrasti tra giocatori e dirigenti, con un coach che riuscisse a riportare l’ordine e i risultati ottenuti nell’armata d’oro da Howe. Così, al posto di Steve Burtenshaw, che nelle due stagioni successive non aveva fatto molto più che litigare con tutti, da Alan Ball a Charlie George, fu assunto Bobby Campbell. L’arrivo di Campbell fu preceduto però di pochi giorni dal passaggio di Frank McLintock, una delle colonne dell’Arsenal campione, al Queen’s Park Rangers. Oltre che a rinnovare i sistemi di training, Mee voleva anche ricostruire radicalmente la squadra. L’impresa però si rivelò ben presto un salto nel vuoto. Nel settembre del 1973 i «cannonieri» vennero subito messi fuori dalla Coppa di Lega perdendo a Highbury dal modesto Tranmere. In tale contesto, il 6 ottobre, arrivò per Brady il grande giorno. Convocato in panchina con le riserve per l’incontro di campionato in casa con il Birmingham City, senza alcuna prospettiva di essere impiegato nel corso della partita, si trovò invece a debuttare a freddo, quando una brutta distorsione al ginocchio mise fuori causa Jeff Blockey. Non ci volle molto, tuttavia, per vedere messo in pratica tutto il talento e il mestiere messi insieme nel solido apprendistato: l’Arsenal vinse uno a zero, con un gol di Ray Kennedy, ma tutti i commenti della stampa furono per lodare la prova di Liam Brady. La gioia fu però di breve durata: la settimana dopo, Mee lo schierò fin dall’inizio contro il Tottenham, che vinse due a zero, e il gioco dell’Arsenal e di Brady furono definiti un incubo. Così fu rimandato a qualche lezione supplementare nelle riserve. Ma ormai si era fatto notare, e nel gennaio del 1974 fu di nuovo chiamato a giocare in campionato. Le sorti dell’Arsenal continuavano ad alternare poche vittorie a molte sconfitte, dimostrando che anche Campbell non aveva niente da spartire con le qualità del sempre più rimpianto Don Howe. Ma il 30 aprile del 1974, durante il match casalingo con i Queen’s Park Rangers, Alan Ball si ruppe una gamba, e Brady andò a occupare per la prima volta quel ruolo di regista che lo avrebbe poi definitivamente consacrato tra i migliori calciatori della scena inglese. In totale giocò quell’anno solo nove partite in prima squadra, e sembrava destinato ad attendere ancora prima di potersi assestare definitivamente tra i titolari, se non che durante la tournée preliminare alla stagione 1974-75 in Olanda, Ball, che aveva cercato di ristabilirsi al più presto, tornò a rompersi la gamba, garantendo automaticamente la permanenza di Brady in prima squadra. Poco dopo il 30 ottobre, Johnny Giles, valido manager-giocatore, coronava il momento fortunato del suo connazionale chiamandolo a rivestire per la prima volta la maglia verde dell’Eire, in un clamoroso match di qualificazione per gli Europei a Dublino contro la Russia battuta per tre a zero. Tornando a Londra, il giorno seguente, Brady dovette però tornare bruscamente alla realtà ben diversa dell’Arsenal ridotto a fanale di coda della prima divisione. E per giunta venne a sapere che Mee aveva deciso l’acquisto di Alex Cropley, un giocatore delle sue stesse caratteristiche. «Stai tranquillo, tu continuerai a essere il titolare» gli disse il manager per rassicurarlo, quindi lo rimandò subito tra le riserve, dove si procurò uno stiramento addominale che lo tenne fuori praticamente fino alla fine del campionato. L’Arsenal riuscì a salvarsi per un pelo, finendo al 19. posto. Il 1975-76 non cominciò per nulla con auspici migliori. Brady fu richiamato tra i titolari, gioco 30 partite e fece anche tre gol, ma la squadra non andò oltre il 15. posto. Fu anche troppo, considerata l’aria da guerra civile che tirava a Highbury: Bertie Mee ormai non si faceva più vedere, e Campbell non faceva altro che aumentare il nervosismo dei giocatori, scontrandosi con Ball a ogni occasione, e provocando infine la sua richiesta di trasferimento. Già se n’era andato Kennedy, acquistato dal Liverpool, e quindi fu la volta di Charlie George, che passò al Derby. Quindi toccò a McNab, trasferito al Wolverhampton. Tuttavia, anche in mezzo a quello sfacelo, qualcosa di buono stava succedendo: certo, l’Arsenal continuava a lottare per la salvezza e farsi buttare fuori dalle Coppe Nazionali fin dalle prime battute, ma il crescente impiego di elementi giovani, come Brady, O’Leary e Stapleton, avrebbe dato i suoi frutti in futuro, quando Mee e Campbell sarebbero già stati lontani. Ai primi di marzo, infatti, il manager annunciò, senza riuscire a trattenere le lacrime di fronte ai giornalisti, che a fine stagione se ne sarebbe andato. Ciò creò subito una spaccatura in seno alla squadra: alcuni volevano Campbell, gli altri (e Brady tra questi) un radicale colpo di timone. Finito il campionato, con l’Arsenal ancora miracolosamente salvo, in 17. posizione in classifica, il consiglio direttivo della società decise di optare per un elemento nuovo, e invece che accettare Campbell affidò il posto a Terry Neill, manager del Tottenham, che si portò dietro anche il coach Will Dixon. Ben presto però Brady e gli altri si sarebbero accorti che anche questo cambiamento non avrebbe mutato granché per quel che concerneva l’ambiente e i risultati. Neill cominciò subito a sbarazzarsi di quelli che erano stati fautori di Campbell: continuò, come avevano fatto i suoi predecessori, a scontrarsi violentemente con Ball, che era considerato il capo, il rappresentante e il portavoce dei giocatori, e comprò dal Newcastle United Malcolm MacDonald, un centravanti di grandi capacità ma estremamente egocentrico, che ben presto impose alla squadra di giocare esclusivamente in sua funzione, causando perciò alti e bassi a seconda delle sue condizioni e del suo rendimento a ogni singolo incontro. Così Brady, e i nuovi come O’Leary, Rix e Young (preso dal Tottenham) debbono ruotare attorno a MacDonald, i cui acuti non sembrano essere così frequenti come le stonature. L’unica carica psicologica arriva a Liam dall’attività con la nazionale irlandese, che sotto Giles attraversa un positivo periodo di revival, anche se alla fine sia la qualificazione agli Europei che ai Mondiali del 1978 verrà mancata. Ma l’aria che si respirava nell’Eire è sempre molto più buona di quella di Highbury. L’inizio del 1977 ve de l’Arsenal precipitare in un baratro di undici partite negative di fila. È poi la volta dell’eliminazione della Coppa d’Inghilterra, buttati fuori dal Middlesbrough. Neill accusa i giocatori di non essere capaci di battere nemmeno undici «bidoni della spazzatura». Brady è alla nausea. La squadra ha un’impennata d’orgoglio nel finale della stagione, riuscendo a terminare a metà classifica. Ma questo non gli impedisce di chiedere il trasferimento. Lo trattiene in seguito la decisione della presidenza, che si è resa conto che non è più possibile continuare in quel modo: o si trova un coach che sappia fare il suo mestiere, come la tradizione dell’Arsenal richiede, o non si vede come la squadra possa uscire dal tunnel. Si fa il nome di Dave Sexton, che però sceglie il Manchester United. Intanto l’Arsenal è in Australia, a disputare un torneo di amichevoli in preparazione del 1977-78. Neill ne combina un’altra delle sue, spedendo a casa in anticipo MacDonald e Hudson, rei di aver bevuto un bicchiere di fronte al presidente. Ma il 9 agosto arriva l’annuncio che riempie Brady e gli altri di un entusiasmo che non credevano di ritrovare più: l’Arsenal ha un nuovo coach, Don Howe. Sì, l’uomo che tutti a Highbury rimpiangevano ha deciso di ritornare all’ovile, e in pochi giorni con le sue qualità umane e di tecnico conquista tutti giocatori. Neill viene ridotto a fare il direttore sportivo, a occuparsi della stampa e delle pubbliche relazioni, ma tutto quello che ha a che fare con il gioco dell’Arsenal non deve più riguardarlo direttamente: ci pensa Howe a decidere la formazione, a studiare ruoli, schemi e tattiche, a gridare gli ordini dalla panchina. Così l’Arsenal ritorna nel giro delle grandi, e si qualifica per la finalissima della Coppa d’Inghilterra di Wembley, contro l’Ipswich. Brady è tra quelli che hanno messo maggiormente a frutto gli insegnamenti di Howe: si fa sempre più spesso notare tra i migliori in campo, si spinge in avanti, come vuole il coach, e comincia a segnare oltre che a far segnare con la sua abilità di playmaker. Purtroppo è l’Ipswich che si aggiudica la Coppa, con una sola ma ugualmente determinante rete. Ma il disappunto per aver mancato il successo proprio all’ultimo viene sfruttato da Howe per dare una carica ancora maggiore all’Arsenal nella stagione che viene. Ancora una volta il coach dà prova delle sue qualità: ancora l’Arsenal arriva alla finalissima di Wembley, e Brady è salutato unanimemente come l’artefice primo dell’appassionante scalata alla Coppa d’Inghilterra. Tanto che l’associazione calciatori professionisti lo elegge «miglior giocatore della stagione» e i giornali cominciano a parlare di lui, con titoli sempre più altisonanti, come del numero due del calcio britannico, secondo solo a Kevin Keegan. A Wembley, Brady fornisce la prova più convincente ed esaltante che l’onore tributatogli dai colleghi è ampiamente meritato: l’Arsenal batte il Manchester United per tre a due, al termine di novanta minuti che sono passati alla storia tra i più emozionanti della prestigiosa competizione. È Brady a suggerire i due gol che portano in vantaggio i «cannonieri» nel primo tempo, ed è ancora lui, a pochi secondi dalla fine, a fare avere una palla stupenda a Sunderland, che annulla così ogni sforzo dello United, che nella ripresa si era portato sul due a due. Oltre duecentomila persone salutano il ritorno dell’Arsenal nel quartiere di Highbury, cantando «di Liam Brady ce n’è uno solo». Ma poco dopo il loro entusiasmo si spegne con la notizia che il loro idolo ha deciso di andarsene quando, a meta del 1980, scadrà il suo contratto. Come Keegan, come Woodcock e Cunningham, anche lui vuole cimentarsi nel Continente, misurando il suo valore e acquistando nuove abilità nel confronto con il calcio di una nazione europea di grandi tradizioni, come la Germania, la Spagna o l’Italia. Nel frattempo continua a dare il meglio di sé, anche se i tifosi sono pronti a beccarlo, adesso, per l’occasionale svista, e i dirigenti di Highbury rimproverano la mancanza di lealtà nei confronti del club. Ancora una volta, ed è storia di quest’anno, l’Arsenal arriva in finale a Wembley, ma il peso di una pressante stagione inglese ed europea, in Coppa delle Coppe, si fa sentire di colpo, e la vittoria è del West Ham. Però il valore di Liam non è sfuggito a Boniperti, che l’ha osservato a Highbury e soprattutto a Torino guidare la sua squadra nell’eliminazione della Juventus dalle semifinali di Coppa delle Coppe. Il piano del presidente bianconero è di assicurarsi l’irlandese a centrocampo e Rossi in attacco: lo scandalo delle scommesse fa sfumare l’abbinamento e Brady per un po’ viene lasciato nel cassetto. Ma dopo aver girato in lungo e in largo per il mondo, rischiando di restare a mani vuote, la Juventus e giunta il mese scorso alla conclusione che nessuno tra gli stranieri disponibili aveva la classe e il potenziale di Liam Brady, soprattutto al prezzo di appena un miliardo e qualche milione di lire. E l’uomo di Dublino arriva trionfalmente alla corte della Vecchia Signora per aiutarla a recuperare il fascino perduto. Nel ‘78-79 William-Liam (all’italiana) Brady ha vissuto il suo periodo migliore vincendo il premio riservato al calciatore dell’anno e la Coppa d’Inghilterra a chiusura di una stagione davvero meravigliosa. Ed è stato soprattutto suo il merito del successo che l’Arsenal ha conseguito a Wembley quando ha battuto il Manchester United per la conquista del più ambito trofeo del calcio inglese: senza i suoi passaggi e la sua visione di gioco, infatti, questo risultato non sarebbe giunto. Ma la stagione ’78-79 è stata, per il fuoriclasse irlandese, la migliore di tutta la sua carriera visto che, con 17 gol, ha realizzato il proprio record quale marcatore. E quando Sir Stanley Matthews, l’indimenticato fuoriclasse del calcio britannico degli Anni Quaranta e Cinquanta, gli ha consegnato il premio riservato al calciatore dell’anno, Brady ha detto: «È il più importante riconoscimento che abbia mai ricevuto». Quando Arsenal e Manchester United si sono trovati di fronte a Wembley per la finale della Coppa, tutti si aspettavano un Brady goleador: al contrario, lui si è proposto a pubblico e tecnici come regista e creatore di occasioni favorevoli per gli altri, e questa è stata la risposta a chi non credeva in lui e a chi ne contestava il diritto alla successione di Keegan come «number one» del calcio inglese dopo la sua partenza per Amburgo. Era da tempo che Brady diceva di voler tentare, una volta scaduto il contratto con l’Arsenal, l’avventura in Europa ma sempre, in un modo o nell’altro, i «gunners» erano riusciti a farlo rientrare anche perché, valutandolo tre milioni di sterline (è vero o no che Francis, due anni or sono, fu valutato un milione?) pensavano di poter respingere gli assalti... europei sulla loro star. E invece... la Juve ce l’ha fatta e ora sulla testa di Dennis Hill-Wood, presidente del club londinese, si sono addensate molte nubi foriere di tempesta. Nei sei anni che Brady ha vestito la maglia dell’Arsenal non si è certamente imposto come goleador: una sola rete (in nove partite) nel ‘73-74; tre l’anno dopo; cinque ognuno nei due campionati successivi, ma le 17 realizzate due anni fa sembrano dare ragione a Don Howe, l’allenatore dell’Arsenal che in questo ragazzo ha sempre creduto ciecamente. Sempre a proposito del Brady-goleador, sentiamo cosa pensa di sé il giocatore: «Far gol è la cosa più bella del mondo anche se devi solo toccare il pallone in fondo alla rete avversaria da due metri. Ancor più bello, però, è segnare da lontano, come faccio io quasi sempre. Ci sono due persone che mi hanno dato coraggio in questa mia veste: Terry Neill e Don Howe, ed io cerco di seguire i loro suggerimenti. So benissimo che la gente mi considera una punta ma io, in questa posizione, ho giocato solo un paio di volte in assenza di Stapleton o McDonald per infortunio». Rigorista emerito, Brady è difficilissimo che sbagli dagli undici metri: «Nell’Arsenal – dice – ho ereditato questo compito da MacDonald quando Supermac sbagliò due rigori consecutivi. Allora gli subentrai io e da quel giorno non ho più ceduto a nessuno quest’incarico». DARWIN PASTORIN, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 13 AGOSTO 1980 Liam Brady e la Juventus si sono amati a prima vista. È stata davvero una «corrispondenza d’amorosi sensi». Cinquemila persone, per la vernice di Madama a Villar Perosa, hanno applaudito a lungo l’irlandese, che ha dato subito buona mostra di sé: sinistro magico, lancio lungo, intesa già magnifica con Roberto Bettega. I venditori di gagliardetti e bandiere bianconere hanno fatto affari d’oro grazie a questo irlandese silenzioso, un po’ timido, che non perde mai l’occasione per applaudire la prodezza di un compagno. Le bancarelle, ai bordi del campo, portavano scritto: «Esaurite le foto di Brady». L’amarezza-Maradona è già stata dimenticata. Un tifoso antico della Juve ha gridato all’avvocato Agnelli, immancabile all’appuntamento della «prima» di Madama: «Grazie per averci acquistato questo gran giocatore». Lo stesso Gianni Agnelli, festeggiato calorosamente dai tifosi, si è espresso in termini lusinghieri nei confronti del centrocampista: «Brady sa giocare al calcio, è un uomo d’ordine che col sinistro fa veramente quello che vuole. Non è molto veloce, ma si fa vedere in ogni zona del campo». La benedizione dell’avvocato vale oro. Brady davanti a un simile attestato (una specie di laurea ad honorem pallonara) si è lasciato scappare un lieve sorriso. Dichiarazioni ditirambiche: l’irlandese veste già stile Juve... Anche Giampiero Boniperti ha visto un Liam Brady in gran forma. Solitamente parco di parole e di giudizi, il presidente si è sbottonato, segno evidente che questo Brady piace davvero (non è quindi, come hanno affermato certi maligni, soltanto una soluzione di ripiego...). Boniperti ha detto: «Brady mi ha molto soddisfatto. D’altronde, non lo scopriamo certo noi ora. In Inghilterra ha giocato più di duecentocinquanta incontri, segnalandosi sempre come un giocatore utile e continuo. Bene, davvero bene questo Brady: i compagni lo cercano e lui ha per tutti palle bellissime, lanci in profondità da primo della classe». Liam Brady si è già inserito perfettamente nel tessuto bianconero. Il suo fair-play, tipicamente anglosassone, ha conquistato i tifosi. Pier Carlo Perruquet, capo carismatico dei supporters bianconeri, ha detto: «Brady, dopo che lo avevamo accolto trionfalmente al suo arrivo, all’aeroporto di Caselle, ci ha telefonato alla sede del “Club Torino” per ringraziarci. È veramente un ragazzo eccezionale. Per noi è già un beniamino. Ancora una volta Boniperti ha visto bene». In campo, Liam ha parole di stima per tutti. Chiama i compagni con nome di battesimo o col nomignolo di battaglia: «Franco», «Cuccu», «Bobby». La sua intesa con Bettega, parole e musica di Giovanni Trapattoni funziona già a meraviglia. «Tra i due, che parlano lo stesso linguaggio calcistico – ha avuto modo di dire il Trap – certe giocate vengono spontanee. Due fuoriclasse sanno trovarsi anche a occhi chiusi. Non servono le tattiche o le alchimie». Liam Brady e la Juventus, insomma, è già un grande amore. E, a detta di molti, non sarà soltanto una parentesi estiva, un approccio destinato a concludersi alle soglie dell’autunno. Brady e la Juve vogliono amarsi follemente per tre lunghe stagioni (il periodo cioè, della durata del contratto dell’irlandese) senza mai ombra di peccato o di tradimento. E poi, si sa, Madama non perdona gli amanti infedeli. È fatta così. Vecchia sì, ma non in menopausa... Al contrario, come tutte le «jeunes filles en fleur» di una volta, Madama è per i lunghi sodalizi anche se sa che in questo modo si rischia di sfilacciare il rapporto. Meglio un rapporto sfilacciato ma vissuto intensamente e a lungo, però, di un colpo di fulmine che si conclude nel breve spazio di pochi mesi: questo può essere accettato da chi non ha la classe di Madama. Lei invece, profumata e vestita con grande chic, si concede sì ma solo a chi la merita e Brady, questo irlandese dagli occhi chiari come l’acqua di un fiume di montagna, indubbiamente la merita. GRAZIA BUSCAGLIA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 27 AGOSTO 1980 Mr. e Mrs. Brady formano una bella coppia: lei, Sarah, una biondina londinese di vent’anni, è un vulcano di idee e di progetti. Lui, il famoso Liam, quando ha al fianco la graziosa mogliettina è totalmente diverso dal «Brady calciatore», persino l’espressione del suo volto, burbera e impenetrabile a ogni «impatto» con i giornalisti, si trasforma in quella tipica dell’omino innamorato di Peynet. Si sono sposati a fine maggio a Londra, secondo il rito protestante, anche se lui è cattolico. «Quel giorno – svela Sarah – Liam era emozionatissimo, neanche avesse dovuto giocare la finale di Coppa del Mando: in più gli dava fastidio la mia calma. Era comico a vedersi». Sarah e Liam si sono conosciuti due anni fa a Dublino. «Era proprio destino che lo incontrassi: fino a cinque anni fa io ero vissuta a Londra, poi mio padre fu trasferito a Dublino per ragioni di lavoro. Liam era in vacanza dai suoi. Era già famoso: in Irlanda, poi, è una sorta di semidio. Una sera, appunto, ero in un pub con degli amici quando lui entrò. Tutti, al suo ingresso, avevano cominciato a bisbigliare: “C’è Brady, c’è Brady”, nemmeno fosse stato la Regina Elisabetta! Io sono molto orgogliosa di essere inglese, figuriamoci se mi sarei mai abbassata a sbavare per un irlandese. Dopo un po’, i miei amici mi fecero notare che questo Brady mi stava puntando. Liam mi venne vicino e mi offrì da bere: gli risposi che non avevo bisogno di niente. Non mi piaceva. Allora, per giunta, io uscivo con un altro ragazzo: non ero neanche tifosa dell’Arsenal, seguivo il Leeds. Cominciammo a parlare e lo trovai simpatico, mi divertivo a chiacchierare con lui. Quando tornò a Londra mi scrisse molte lettere e mi telefonò sovente. Beh, debbo dire che ancora adesso quando siamo lontani Liam vive al telefono. Poi, non si sa bene come e perché, mi innamorai di questo irlandese ed eccomi qua, sposata». ➖ Liam, da quanto dice Sarah dev’essere stato difficile vivere separati, tu a Londra e lei a Dublino... «È stato molto più difficile per me. Sarah è sempre stata indipendente, troppo indipendente. Ci vedevamo una volta al mese, ma lei era talmente occupata che non si accorgeva neanche del tempo che passava. Io contavo non solo i giorni, ma persino le ore e i minuti». ➖ Liam è geloso di te come della sua vita privata? «Sotto questo punto di vista è un vero uomo latino, altro che irlandese! Non vorrebbe mai lasciarmi sola, si preoccupa troppo». «Lei invece – interviene Liam – non si preoccupa per niente. “Stai tranquillo, io so ciò che devo fare”, mi dice, e mi “spedisce”. Anche adesso è tutta presa dall’Italia, da Torino, le novità la eccitano». Sarah sprigiona voglia di vivere da tutti i pori: trovarsi in un Paese sconosciuto, ma tanto decantato dalla Letteratura anglosassone, ha per lei il sapore dell’avventura in cui tutto è da scoprire. Torino la affascina e inoltre, come ogni donna, è attratta anche dalle vetrine dei negozi del centro. Osserva i prezzi, calcola in sterline e poi afferma in tono scherzoso. «Qua ci porto Liam: gli dirò che se non vuole farmi sentire sola, deve comprarmi qualcosa. È un modo come un altro per rifarmi il guardaroba». La neo signora Brady non avverte minimamente la difficoltà di inserirsi in un nuovo Paese di cui non conosce la lingua. «Sto imparando ad attraversare la strada senza finire sotto una macchina, in più so raggiungere il centro usando i mezzi pubblici. Quando poi avrò, la casa da arredare, allora sì che verranno i problemi. Fino a quando vivremo in albergo, starò come una regina». «La casa che avevo visto in un primo momento – dice Brady – aveva una sola stanza da letto, mentre noi ne vogliamo perlomeno due. Altrimenti i parenti e gli amici che verranno dall’Inghilterra dove li metteremo?». ➖ Allora, Sarah, dovrai cambiare anche il tuo modo di cucinare, imparando a preparare le specialità italiane... «Devo proprio imparare a cucinare, perché io sinceramente non so neanche da che parte si cominci. Mi sono sposata a fine maggio, sono stata venti giorni in California, una settimana in Irlanda, dieci giorni in Spagna in viaggio di nozze. Quando siamo tornati a Londra, Liam era talmente preso dal suo trasferimento che mangiava qualsiasi cosa gli mettessi nel piatto. Ora il discorso cambia: dovrò comprarmi libri e libri di cucina, In compenso Liam è un ottimo cuoco, se la cava benissimo con le pentole». ➖ E con le faccende di casa in genere, come te la cavi? «Sono la più piccola di casa: col fatto che mi hanno sempre considerato la “baby” non mi sono mai occupata di nulla. Immaginarsi poi quando ho annunciato che mi sarei sposata! Mio fratello Richard e mia sorella Susy sono ancora “scapoli” mentre io a vent’anni mi sono già fatta “incastrare”. Che pazza, eh?». ➖ I tuoi genitori erano contenti del tuo rapporto con Liam? «I miei non avevano mai avuto una grande considerazione per i calciatori, dicevano che sanno ragionare solo con i piedi. Poi hanno conosciuto Liam e si sono ricreduti. L’importante per loro, poi, era che io fossi felice. Dopo tutto con Liam ci vivo io e non i miei genitori». ➖ Che cosa facevi prima di sposarti? «Lavoravo in un teatro come impiegata, ma non era un lavoro d’ufficio, era più di pubbliche relazioni. Mi divertivo moltissimo». ➖ Ora pensi di dedicarti totalmente ai nuovi compiti di casalinga? «Ma che cosa ho fatto di male per essere relegata fra le pareti domestiche? No, no, vuoi scherzare? Ottima moglie e discreta casalinga, questo sì, ma io voglia lavorare fuori, non voglio mica aspettare il ritorno di Liam a casa! Appena, me la caverò con l’italiano cercherò d’insegnare inglese in qualche scuola privata». ➖ Sarah, che tipo è Liam fuori dal campo? «È molto tranquillo, un casalingo senza particolari interessi. Ama molto ascoltare la musica, specialmente il folk e il rock, gli Eagles, Bob Dylan, i Rolling Stones. Guai a mettergli in disordine i suoi dischi!». ➖ Che cosa ti ha colpito di lui? «La bellezza», interviene Liam scherzando. «Oh no, la bellezza proprio no. La dolcezza». ➖ Com’è Liam prima di una partita? «Molto sereno. Lo è meno dopo una sconfitta». ➖ Che cosa ti ha raccontato di particolare nelle telefonate-fiume che ti ha fatto una volta giunto in Italia? «Appena arrivato a Villar Perosa mi ha telefonato in piena notte: Sarah, è bellissimo – diceva – mi han fatto un’accoglienza indescrivibile. Dovevi vedere i tifosi, mai visto gente così meravigliosa! La seconda sera invece mi ha detto: “Ora sono un vero italiano: conosco già tutte le parolacce”. Bel tipo, no?». ➖ L’hai trovato un po’ cambiato da quando è in Italia? «Sì, l’Italia, ma soprattutto la Juventus, gli hanno restituito una voglia di fare che a Londra aveva perso. È entusiasta, dice che non poteva capitare meglio di così. Prima di arrivare a Torino, poi, a Liam non interessava affatto la moda maschile. Adesso mi ha già detto che vuole comprarsi qualcosa di nuovo, è stufo di essere subito riconosciuto come straniero, e proprio per il modo di vestirsi. In più sta imparando a guidare all’italiana». ...«E sono un asso – dice Liam – a volte qualche mio compagno di squadra mi fa guidare la sua macchina. Sono bravissimo». ➖ Tuo marito ha una certa avversione per la stampa: perché? «No, Liam ha le sue simpatie: anche qua in Italia ha già inquadrato bene i vari giornalisti». ➖ E quando in campo scendono Irlanda e Inghilterra tu, Sarah, per chi fai il tifo? «Per l’Inghilterra, è chiaro. È successo lo scorso febbraio a Wembley: quando Keegan segnò, io saltai in piedi dalla gioia, mentre i vari tifosi irlandesi che sapevano che io ero la fidanzata di Brady mi guardavano disgustati. Ma Liam mi capisce... Non si può rinnegare la propria nazione. E poi ne sa qualcosa: è stato persino espulso dal collegio pur di non perdere un incontro con la rappresentativa irlandese!». ➖ Liam, che importanza ha Sarah nelle tue decisioni? «Lei è tutto per me: qualsiasi cosa io intenda fare, lei ne è al corrente e mi consiglia. Sarah ha una personalità molto più forte della mia, sa sempre come agire, soprattutto non è per nulla emotiva. È una vera sicurezza per me». ➖ Che differenza di gioco hai riscontrato fra il calcio inglese e quello italiano? «In Italia il gioco è lento, si porta molto la palla e si ha paura di scoccare tiri da fuori area. In Inghilterra non ci si risparmia mai, è un continuo arrembaggio». ➖ A quanto pare la Juventus ti ha conquistato... «Sono entusiasta, l’ambiente è favoloso, mi trovo perfettamente a mio agio. I miei compagni di squadra mi hanno aiutato e continuano tuttora a farlo. Mi sembra di stare con loro da sempre». ➖ Che cosa ti ha colpito maggiormente da quando sei in Italia? «Pensavo che gli inglesi fossero pazzi per il football, ma qui invece si vive proprio per il calcio, quotidiani sportivi a non finire, riviste di calcio a fiumi, giornalisti di tutti i generi, è straordinario. Ancora non riesco a leggere il contenuto degli articoli, ma comprendo i titoli: già da un mese non faccio altro che leggere il mio nome scritto a caratteri cubitali e penso ai poveri lettori che tutti i giorni sono costretti a sentire parlare di questo Brady. E poi mi hanno colpito tantissimo i tifosi con il loro calore, il loro entusiasmo». ➖ Dove arriverà questa Juve? «Spero il più lontano possibile: se la Juve andrà forte vorrà dire che anch’io avrò fatto la mia parte». ➖ E tu dove vuoi arrivare? «Mi... basta essere felice: qui a Torino, con Sarah». Brady è un regista giovane, ma calcisticamente maturo; arriva in Italia con etichetta irlandese, ma rivela ben presto insospettate capacità di adattamento che gli consentono di inserirsi senza problemi nella squadra bianconera. Col suo arrivo nella Juventus ricompare il regista, giubilato da Trapattoni dopo la partenza di Capello e interpretato in seguito, seppure in modo anomalo, da Benetti e Furino. Così la Juventus torna a una manovra ordinata, basata sulla ricerca di impostazioni logiche e razionali, anche se il ritmo non eccezionale dell’irlandese riduce in parte le accelerazioni. «Con quel sinistro potrebbe scappare di prigione», aveva scritto un reporter londinese, non privo di humour. Investito nei primi giorni da una curiosità che sfiora aspetti morbosi, Liam si rifugia ben presto in un rapporto formalmente ineccepibile, ma che poco concede all’interlocutore. Soluzione necessaria e appropriata. Ma ancora oggi, a distanza di anni, Brady è ricordato nell’ambiente torinese con ammirazione e simpatia. Anche per la sua vita privata Liam lascia nel ricordo tracce indelebili. Lo prova il fatto che, in perfetto accordo con la moglie Sarah, decide di far nascere a Torino la figlioletta Ella, che viene alla luce a metà gennaio 1983, quando l’irlandese già si trova a Genova, in quanto trasferito nell’estate precedente alla Sampdoria. «Fu una fortuna, per lui, che fosse sistemato in camera, fin dal ritiro di Villar Perosa, col sacrestano delle rincorse, Furia Furino – racconta Caminiti – perché gli vennero insegnati gli stimoli alla lotta, perché riuscì a scaldarsi al fuoco dell’emulazione e cominciò a giocare alla grande, disimpegnando il suo piede mancino da vicino e da lontano, con sicura maestria. Certo, poco appariscente e, a voler essere obiettivi, spesso pigro nel corso della stessa partita: come Furia andava a soffiargli nelle orecchie con la sua voce grattata, Brady riprendeva la sua corserella, svelando doti di centrocampista di impulso ed anche di agonismo sicuramente superiori alla media». Le due stagioni di Brady alla Juventus sono coronate dalla conquista di altrettanti scudetti. Trapattoni dirà che sono gli scudetti che sente di più come suoi, maturati nel rinnovamento di una squadra che comincia a perdere qualche grosso nome del passato (Morini, Benetti e Boninsegna) per dare spazio a giovani che si chiamano Cabrini, Farina, Prandelli, Marocchino e Galderisi, oltre al recupero di Virdis e alla progressiva affermazione di Brio. In quella squadra il sinistro di Brady, proietta di volta in volta i compagni verso il gol, lo stesso irlandese si segnala anche nei panni di goleador: 8 reti il primo anno, 5 il secondo. Stupenda la prima stagione, anche se ci mette un po’ di tempo a prendere le misure; viene fuori il pomeriggio del 23 novembre 1980, mentre un terremoto squassava l’Italia del Sud. La Juventus gioca contro l’Inter campione in carica, con una formazione decimata dalle squalifiche volute da Agnolin, dopo un derby scandaloso. Liam segna un gol e un altro lo fa fare a Scirea. La squadra bianconera vince 2–1 e comincia, seriamente, a inseguire la Roma. La seconda stagione è meno appariscente ma è suggellata, comunque, da un significativo finale. Il 30 aprile 1982, un venerdì, alla vigilia delle ultime tre giornate di campionato, Liam viene informato, all’improvviso, che non sarà riconfermato. «Preso Platini – racconta Giampiero Boniperti, sul suo libro “Una vita a testa alta” –, avevo un grosso problema. E un dispiacere enorme. Dirlo a Brady. Perché di stranieri ne erano consentiti soltanto due e noi avevamo già Boniek, preso in quegli stessi giorni. Brady, Boniek, Platini: uno era di troppo. Avessimo potuto tenerli tutti e tre, con Brady dietro a quei due, saremmo diventati la più grande squadra del mondo. Ho chiamato l’irlandese, dopo un’ora Liam era a casa mia: «Brady, abbiamo preso Platini. Mi rincresce». Pianse e un po’ di magone venne anche a me. A fine stagione venni contattato da Paolo Mantovani, presidente della Sampdoria, per discutere la cessione del centrocampista irlandese. Il reingaggio di Liam l’ho fissato io. E Mantovani fu d’accordo su tutto. Ma di Brady non si può non ricordare l’ultima partita in maglia bianconera, il 16 maggio 1982, a Catanzaro, giorno in cui la Juventus conquista lo scudetto approfittando del concomitante pareggio della Fiorentina a Cagliari. Vince 1-0 la Juventus, con un rigore trasformato dallo stesso irlandese per fallo di mano sulla linea di Celestini, a seguito di un’ubriacante azione impostata da Fanna con deviazione di Rossi verso il gol. L’episodio accade a metà ripresa, con la Juventus accanitamente protesa verso la vittoria. Liam, rigorista designato, si avvia a battere dal dischetto come se non fosse l’ultima partita e l’ultimo rigore nella Juventus, con un grandissimo esempio di professionalità. Il gol sancisce l’apoteosi bianconera ed è la rivincita morale di Brady. «Avevo due scelte, due possibilità: fare il professionista e calciare bene il rigore, oppure fare il bambino stupido e rifiutarmi di calciare o, peggio, sbagliare volutamente il tiro. Ho scelto di fare il professionista, ho tirato ed ho fatto gol». «In quella cruciale domenica di Catanzaro – ricorda ancora Caminiti – toccò proprio a Brady battere il penalty decisivo, contro la squadra di casa, nello stadio infuocato di tifo contro. E segnò, con la gelida tristezza del professionista, confermandosi tra le figure più limpide del poco limpido calcio degli anni recenti». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/william-brady.html
  6. WILLIAM BRADY https://it.wikipedia.org/wiki/Liam_Brady Nazione: Irlanda Luogo di nascita: Dublino Data di nascita: 13.02.1956 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Irlandese Soprannome: Liam - Chippy Alla Juventus dal 1980 al 1982 Esordio: 20.08.1980 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 2-2 Ultima partita: 16.05.1982 - Serie A - Catanzaro-Juventus 0-1 76 presenze - 15 reti 2 scudetti William Brady, detto Liam (Dublino, 13 febbraio 1956), è un dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore irlandese, di ruolo centrocampista. Liam Brady Brady alla Juventus nella stagione 1980-1981 Nazionalità Irlanda Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1989 - giocatore 2010 - allenatore Carriera Giovanili 19??-19?? St. Kevin's Boys 19??-1970 Home Farm 1970-1973 Arsenal Squadre di club 1973-1980 Arsenal 235 (43) 1980-1982 Juventus 76 (15) 1982-1984 Sampdoria 57 (6) 1984-1986 Inter 58 (5) 1986-1987 Ascoli 17 (0) 1987-1989 West Ham Utd 89 (9) Nazionale 1974-1990 Irlanda 72 (9) Carriera da allenatore 1991-1993 Celtic 1993-1995 Brighton 1996-2014 Arsenal Giovanili 2008-2010 Irlanda Assistente Caratteristiche tecniche Giocatore Regista mancino, dotato di ottima visione di gioco, compensava qualche carenza in termini di dinamismo con ordinate geometrie e notevole carica agonistica. Oltre a ciò, era un affidabile rigorista. Carriera Giocatore Club Arsenal Cresciuto calcisticamente dapprima nel St. Kevin's Boys e poi nello Home Farm, venne notato all'età di tredici anni dagli scouts dell'Arsenal, da cui venne acquistato nel giugno del 1971. La dirigenza dei Gunners in quegli anni era orientata a una politica di sviluppo del settore giovanile che le consentisse di coltivare in casa le future stelle della prima squadra. Brady trascorse tre anni nel settore giovanile assieme a un gruppo di giocatori – David O'Leary, Frank Stapleton, Graham Rix, John Matthews e Richie Powling – che venne promosso in toto in prima squadra. Brady (a sinistra) all'Arsenal nel 1980, anticipato dal futuro compagno di squadra Furino durante le semifinali di Coppa delle Coppe. Il giorno del suo diciassettesimo compleanno firmò il contratto da professionista, seguendo così le orme dei fratelli maggiori Pat (che giocava nel Millwall), Ray (che militava nel QPR), Frank Jr. (che giocava nello Shamrock Rovers), nonché dello zio Frank Sr. Il 6 ottobre 1973 fece il suo debutto, subentrando al posto dell'infortunato Jeff Blockley nella gara contro il Birmingham City. Nel resto della stagione l'allenatore Bertie Mee decise di impiegarlo con parsimonia: "Chippy" terminò la sua prima stagione con la maglia dei Gunners con all'attivo 13 presenze. Con la squadra londinese vinse la FA Cup nel 1978-1979, disputando le finali della stessa sia nel 1977-1978, sia nel 1979-1980. Con il club londinese raggiunse inoltre la finale di Coppa delle Coppe nel 1979-1980, perdendola contro gli spagnoli del Valencia. Esperienze italiane e ritorno in Inghilterra Nell'estate del 1980, grazie all'intervento del talent scout Gigi Peronace, diventò il primo giocatore straniero acquistato dalla Juventus dopo la riapertura del calcio italiano agli stranieri. Con la squadra torinese vinse due scudetti consecutivi, nelle stagioni 1980-1981 e 1981-1982; in quest'ultimo campionato si incaricò di tirare il rigore che, all'ultima giornata, diede ai bianconeri la vittoria sul campo del Catanzaro e, di riflesso, il titolo nazionale, pur sapendo di non esser stato confermato in rosa per l'annata successiva. Brady (a destra) alla Sampdoria nel 1982, alle prese con l'ex compagno di squadra Rossi. Chiuso infatti dall'arrivo a Torino di Michel Platini, passò alla Sampdoria. Dopo due buone stagioni a Genova si trasferì all'Inter per 3,5 miliardi di lire, e successivamente all'Ascoli dove partecipò alla vittoria di una Coppa Mitropa nel 1986-1987. Il 1º marzo 1987 ritornò quindi in Inghilterra, dove chiuse la carriera dopo due annate nelle file del West Ham Utd. Nazionale Ha vestito per quindici anni la maglia dell'Irlanda, a cavallo degli anni 1970 e 1980, non riuscendo a prender parte con i Boys in Green, in questo lasso di tempo, ad alcuna fase finale delle manifestazioni europee e mondiali. Allenatore e dirigente Il 19 giugno 1991 diventò l'allenatore del Celtic, carica mantenuta fino al 6 ottobre 1993. Il 1º dicembre dello stesso anno approdò sulla panchina del Brighton, dove rimase fino al 30 giugno 1995. Il 2 luglio 1996 ricoprì la carica di direttore del settore giovanile dell'Arsenal. Il 1º maggio 2008 divenne l'assistente del commissario tecnico della nazionale irlandese, Giovanni Trapattoni, affiancato nel ruolo dall'altro ex juventino e compagno di squadra Marco Tardelli; si dimise il 30 aprile 2010 per non perdere l'incarico all'Arsenal. Nel gennaio 2013 l'Arsenal annunciò che Brady avrebbe lasciato il ruolo di responsabile del settore giovanile del club nel maggio 2014. Palmarès Giocatore Club Competizioni nazionali Coppa d'Inghilterra: 1 - Arsenal: 1978-1979 Campionato italiano: 2 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 Competizioni internazionali Coppa Mitropa: 1 - Ascoli: 1986-1987 Individuale Giocatore dell'anno della PFA: 1 - 1979
  7. WALTER LANNI Coppa Italia 1976-77: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Walter Lanni che disputerà una settantina di minuti nel vittorioso match casalingo contro il Vicenza giocato il 29 giugno ‘77. Ricordiamo le formazioni di quella partita terminata 2-1 per i bianconeri, con reti di Della Monica, Cascella e Albanese. Juve: Bobbo; Francisca, Cascella; Berti, Bogani (dal 65’ Beccaris), Gola; Lanni (dal 70’ Noferi), Della Monica, Schincaglia, Gasperini, Saporito. Lanerossi: Galli; Lelj, Prestanti; Donina, Dolci (dal 46’ Demo), Carrera; Cerilli, Salvi, Albanese, Verza (dal 46’ Briaschi), Filippi. Allenatore Gibi Fabbri. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1978 Si è svolto negli ultimi giorni dello scorso anno, a Sanremo, un torneo internazionale di calcio riservato ai giovanissimi, al quale hanno partecipato squadre di otto nazioni. Per l’Italia, due partecipanti, la «Pre-juniores» e la «Scolastica»; questo torneo era riservato ai giovani nati dopo il 1° agosto 1960. Ben cinque bianconeri sono stati chiamati dal selezionatore Acconcia, e precisamente Storgato, Ricci, Formoso, Giusti (ora in prestito alla Pistoiese) e Lanni. Tutti si sono fatti onore, giungendo alla finalissima; un particolare cenno per Walter Lanni, nato a Roma il 13 agosto 1960, che è risultato il capocannoniere di tutto il Torneo, con la realizzazione di ben 8 reti, quattro delle quali rifilate in una sola partita (terminata per 4 a 0) alla compagine ungherese. Lanni è arrivato alla Juventus proveniente dalla Jacopini Sport di Roma, all’età di 15 anni, entrando subito nella squadra degli allievi; attualmente è «punta» nella compagine della «Primavera». Le sue doti principali sono il tiro in porta, secco e preciso, lo scatto bruciante e un controllo di palla, in velocità e in dribbling, veramente eccezionale. Forse manca ancora di continuità nel gioco, ma senza dubbio è un talento naturale. Sempre riferendoci al Torneo di cui sopra, Lanni ha segnato un magnifico gol alla nazionale svizzera, che ci ha consentito di portare a casa un prezioso pareggio, poi, come già detto, una spettacolosa quaterna, con una rete più bella dell’altra, ai magiari, poi ancora due reti ai Carlin’s Boys, e, nella finalissima, contro l’«Italia B», è stato ancora autore del primo gol, con un bellissimo pallonetto che ha scavalcato il portiere depositandosi nell’angolino in fondo alla rete. Alcune brevi domandine all’eroe del giorno, che gran parte degli sportivi d’altronde avranno avuto modo di ammirare in ripresa diretta da Sanremo alla TV. – A quale giocatore ti ispiri? «Mi è sempre piaciuto Causio, veramente formidabile, è un giocatore che col pallone fa quello che vuole». – I tuoi genitori erano d’accordo sulla tua carriera calcistica? «Pienamente d’accordo, madre e padre». – Quali sono stati i tuoi primissimi allenatori? «Jacobini, l’ex giocatore della Roma, e Italo Rosi». – Ti piace la TV? «Moltissimo; vado matto per lo spettacolo del sabato sera, quello con Mondaini-Vianello; una coppia straordinaria, con un umorismo sottile ma efficacissimo». – E come cinema? «Mi piace tutto». – Parliamo allora di attori preferiti. «Meglio attrici: le due che sono in testa alla mia classifica diciamo che sono Sidney Rome e Gloria Guida». – E diciamo ancora una cosa, Walter: progetti per il prossimo anno? «Dovrebbe interpellare i dirigenti; io mi augurerei di essere prestato a una buona società di serie B o C a farmi le ossa; se, come mi auguro con tutto il cuore, al termine del campionato risultassi meritevole, sarebbe mio grande desiderio tornare poi alla «Casa Madre». Come si vede, il vivaio bianconero è sempre sulla breccia; facciamo voti affinché tra breve si possa parlare di questi ragazzi, come d’altronde di tutti gli altri in forza alla società, come candidati a vestire la gloriosa maglia juventina della prima squadra. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/08/walter-lanni.html
  8. WALTER LANNI Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 13.08.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 0 reti
  9. MASSIMO STORGATO Negli anni Cinquanta il Veneto è ancora una regione d’emigranti e non di piccoli-grandi industriali. Di soldi ce ne sono pochi e le famiglie del padre (dieci fratelli) e della madre (cinque) di Storgato si stabiliscono a Casale Monferrato. Poi, quando arriva il posto alla Fiat, Mariano Storgato va a Torino con la moglie Apollonia e il figlio. Sono gli anni del boom, la Fiat mette il paese su quattro ruote e papà Mariano pone i blocchi di acciaio negli altoforni, dopo averli sollevati con la sua gru: «Tornava a casa che sembrava reduce da una sauna».Massimo va in bici con suo padre per i campi. Poi si fermano e via con i palleggi: «Per non giocare sempre da solo, mio padre mi portò all’oratorio di Don Orione alle Vallette».L’oratorio, anche per Storgato, non è solo un campo da calcio, ma anche un luogo di incontro. Massimo incrocia sua moglie Manuela: «Si facevano gli incontri e, d’estate, si andava in vacanza in montagna, a Salice d’Ulzio». Il primo amore. Anzi i primi amori. Perché la signora Manuela si abitua subito a dividere Massimo col calcio: «Mi sono sposato lo stesso giorno di Prandelli. L’indomani cominciava una tournée negli Stati Uniti. Dovevano venire anche le mogli e invece le lasciarono giù. Mia moglie me lo rinfaccia ancora».Storgato parte centravanti: «Segnavo otto, dieci goal a partita. Andai a fare un provino da Pedrale». Pedrale è una specie di istituzione. Riceve gli aspiranti bianconeri tutti i sabati al Combi: «Io ci andai con la maglia di Rivera. Ero milanista». Pedrale lo esamina e pronuncia il suo verdetto: «Torna il prossimo sabato». «Tornai per un mese e mezzo e alla fine mi presero. I miei genitori fecero tanti sacrifici. Ricordo ancora quando mio padre mi comprò le prime scarpe da calcio Magrini in una bottega di Corso Regina. C’erano ancora i tacchetti che si infilavano nel blocco di legno».È un’Italia che si può permettere qualcosa in più di quella precedente, però, intuisce sempre nel calcio la stessa possibilità di riscatto sociale: «Prendevo il dieci con mia madre e un panino per andare al campo. Stavamo ore e ore davanti ad un muro a fare tecnica con Martello Pedrale». Arrivano le prime soddisfazioni: «Vincemmo un torneo internazionale: Boniperti ci ricevette in sede e ci consegnò una medaglia: eravamo quelli del Mitico 61».Sacrifici, privazioni, soprattutto degli svaghi dei ragazzi («ma non sono mai stato un tipo da discoteca»), il diploma arenato al quarto anno dell’istituto per geometri. Storgato avanza in carriera, arretrando nel ruolo: da attaccante a terzino. Dopo un soggiorno a Bergamo, torna per esordire (con la maglia blu) in Serie A: Ascoli-Juventus 0-0, 19 ottobre 1980. Alla fine colleziona uno scudetto e tante lezioni di calcio: «Trap era pieno di vitalità. Stava tanto tempo con Brady a spiegargli come fare ginnastica e poi, nella partitella, gli si incollava addosso per prepararlo alle marcature».Un anno via, a Cesena, poi il ritorno alla Casa Madre, nella stagione 1982-83, quella della Coppa Italia e della Coppa Campioni perduta ad Atene con l’Amburgo: «Brio aveva la pubalgia ed io ero in pre-allarme. Trap mi fece allenare tutta la settimana per bloccare Hrubesch: avrò fatto diecimila colpi di testa. Poi mise Brio. Perse anche il derby per far giocare Brio. Ma allora un allenatore aveva molte remore a schierare un giovane». Vince anche il Mundialito, grazie anche a un suo goal, contro l’Inter: «Sono approdato in prima squadra proprio nel momento in cui la facevano da padroni diversi Campioni del Mondo, per cui non posso lamentarmi troppo per aver fatto tanta fatica a impormi: l’unico rammarico vero è quello di essere tornato nel periodo sbagliato. Sono, infatti, quasi certo che un paio di anni più tardi avrei avuto migliori possibilità di conquistarmi, in pianta stabile, il ruolo di primo rincalzo della difesa. In ogni caso, pur giocando poco, da quell’esperienza ho imparato davvero tantissimo».Sei anni di prestiti e una fregatura nel 1984: «Avevo fatto un anno straordinario a Verona da centrocampista avanzato. Bagnoli era speciale: non ho mai sentito un giocatore escluso parlare male di lui». Bagnoli lo vuole, ma le società litigano. Si va alle buste: per mille lire Storgato perde il secondo scudetto della sua vita. Comincia a peregrinare: Lazio, Avellino («esperienza traumatizzante: facemmo sei mesi di ritiro»), Cosenza, e in mezzo tanta Udinese. «All’inizio la speranza di rientrare alla Juventus non mi abbandonava mai, poi, a venticinque anni, mi sono messo il cuore in pace. Comunque quando sono stato definitivamente venduto ai friulani ho provato un profondo dispiacere: la favolosa esperienza quasi decennale con la squadra della mia città era purtroppo giunta all’epilogo. E, a quel punto, non mi restava che cercare di sviluppare la carriera nel migliore dei modi, pur lontano da Torino».Il torneo successivo scende di categoria con l’Alessandria, la nona squadra in dodici anni di professionismo: «A parte Torino, sicuramente a Verona e a Udine è dove sono stato meglio: lì si è apprezzati per come si gioca e non per come si cerca di apparire. Ed io, che di natura sono silenzioso e per nulla incline alla ribalta e alle interviste, ho trovato in quelle città davvero l’ambiente ideale».Nel 1992 a trentuno anni compiuti Storgato, anche per riavvicinarsi a casa, decide quasi per gioco di accettare l’offerta della Pro Vercelli, che cercava uomini d’esperienza per tornare tra i professionisti: «Dopo una stagione d’assestamento, nel 1993-94 abbiamo vinto il torneo e così mi sono ritrovato a disputare altre due stagioni in C. Poi, spinto dall’enorme passione per il calcio, ho deciso di continuare per un altro biennio nel campionato di Eccellenza con l’Ivrea prima e con la Sangiustese in seguito e, in entrambe le occasioni, le mie squadre si sono classificate al primo posto».Nel 1998, a trentasette anni e mezzo, la combattuta decisione di smettere: «Che ho preso soltanto perché il mestiere d’allenatore che avevo iniziato nel 1996 mi stava impegnando troppo». In quell’anno, infatti, la dirigenza bianconera, che non si era dimenticata di uno dei suoi figli migliori, gli affida una delle tante compagini del settore giovanile: «Lasciando da parte i luoghi comuni, devo confessare di sentirmi assai fiero di essermi nutrito per anni del vecchio stile Juventus, un mix di umiltà, spirito di sacrificio, dedizione, compostezza e correttezza di comportamento che permea tutto l’ambiente e che ti condiziona positivamente anche nella vita di tutti i giorni. E, giuro, non è poco: ve lo dice uno che, suo malgrado, con quella bellissima maglia ha fatto quasi da comparsa». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/massimo-storgato.html
  10. MASSIMO STORGATO https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Storgato Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 03.06.1961 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 78 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1980 al 1981 e dal 1982 al 1983 Esordio: 20.08.1980 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 2-2 Ultima partita: 22.06.1983 - Coppa Italia - Juventus-Verona 3-0 17 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Allenatore della Juventus Allievi dal 2002 al 2007 1 Campionato Allievi Massimo Storgato (Casale Monferrato, 3 giugno 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Massimo Storgato Storgato alla Juventus nella stagione 1982-1983 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 1978-1979 Juventus Squadre di club 1979-1980 → Atalanta 18 (0) 1980-1981 Juventus 4 (0) 1981-1982 → Cesena 15 (0) 1982-1983 Juventus 13 (0) 1983-1984 Verona 26 (3) 1984-1985 Lazio 25 (0) 1985-1987 Udinese 55 (3) 1987-1988 Avellino 12 (0) 1988-1989 Udinese 43 (1) 1989-1991 Cosenza 42 (1) 1991-1992 Alessandria 18 (0) 1992-1993 Cosenza 0 (0) 1993-1996 Pro Vercelli 90 (8) 1996-1997 Ivrea ? (?) 1997-1998 Sangiustese ? (?) Carriera da allenatore 1996-1997 Ivrea 1997-1998 Sangiustese 1998-1999 Ivrea 1999-2001 Volpiano 2001-2002 Cuneo 2002-2003 Juventus Allievi reg. 2003-2007 Juventus Allievi naz. 2007-2008 Canavese 2009-2010 Pizzighettone 2010 Chieri 2012-2013 Modena Primavera 2013-2014 Padova Primavera Carriera Giocatore Stopper cresciuto nella Juventus con cui colleziona sette presenze, visse le prime esperienze da titolare in Serie B con l'Atalanta (dove giocò 18 partite di campionato e 2 di Coppa Italia come terzino destro, facendo il suo esordio con i nerazzurri nella partita di Coppa Italia del 2 settembre 1979 pareggiata per 0-0 sul campo della Sambenedettese) e in Serie A con Cesena e Verona. Storgato (a destra) all'Udinese nel 1989, in lotta per la palla con il padovano Simonini. Nel 1984 fu ingaggiato dalla Lazio, che però retrocesse al termine del campionato. Storgato vestì successivamente la maglia dell'Udinese per quattro stagioni consecutive (con l'eccezione di alcuni mesi all'Avellino durante il campionato 1987-1988), nel corso delle quali la squadra friulana dapprima retrocesse, e poi riottenne la promozione in Serie A al termine del campionato 1988-1989. Successivamente Storgato giocò per due stagioni nel Cosenza, in Serie B, per poi indossare le maglie di Alessandria e Pro Vercelli, con cui vinse lo Scudetto Dilettanti al termine del campionato 1993-1994, conclusosi con la promozione in Serie C2. Continuò per un altro biennio nel campionato di Eccellenza con l'Ivrea e la Sangiustese, ricoprendo il doppio ruolo di giocatore-allenatore. Allenatore Intraprese la carriera da tecnico tra Eccellenza e Serie D con Ivrea e Sangiustese, in questi due casi come giocatore-allenatore, e dal 1999 siedendo solo in panchina con Volpiano e Cuneo. Proseguì con la formazione Allievi della Juventus con la quale vinse uno scudetto di categoria nel 2006. Ha successivamente allenato la Canavese in Serie C2, e il Pizzighettone e il Chieri in Serie D. Nella stagione 2012-2013 allena la formazione Primavera del Modena. Il 15 luglio 2013 diventa il nuovo allenatore della formazione Primavera del Padova.Nel 2019 diventa capo-scouting del Torino. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1980-1981 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Scudetto Dilettanti: 1 - Pro Vercelli: 1993-1994 Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Ivrea: 1996-1997 (girone A piemontese-valdostano) Allenatore Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Juventus: 2005-2006 Torneo Città di Arco: 1 - Juventus: 2007 Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Ivrea: 1996-1997 (girone A piemontese-valdostano)
  11. CARLO OSTI GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1981 Che effetto fa giocare, stopper o terzino è lo stesso, nella squadra che più di ogni altra ha esaltato i titolari di queste maglie, elevandoli all’azzurro? Che significa, per il talento giovane, raccogliere alla Juve eredità pesanti, di un Morini o di un Cuccureddu, di uno Spinosi o di un Bercellino? Son domande difficili, che avremmo voluto fare pari pari a Carlo Osti da Vittorio Veneto, e che invece non abbiamo fatto. Per evitare risposte retoriche, per non arrivare alla banalità con un personaggio che di banale non ha proprio nulla. L’intervista a questo ragazzo di talento, che ha già trovato posto e simpatie in maglia bianconera pur dicendo a destra e a manca che non ha nessunissima fretta di «sfondare», passa attraverso interrogativi più modesti, più legati al quotidiano, e forse per questo meno convenzionali. Andiamo qui alla scoperta di uno juventino dai tratti antichi, eppur modernissimo, prototipo in sé di questa nuova maniera di esser calciatori che può piacere o non piacere, che a noi personalmente piace parecchio, e che comunque significa, umanamente, evoluzione della specie, della categoria. Osti, nel linguaggio e nelle abitudini fuori del campo, magari ricorderà pochissimo i colleghi di vent’anni fa, magari avrà poco o nulla da spartire con i rodomonte, epperò finirà, ne siamo quasi certi, per ripercorrerne la strada, per arrivare agli stessi, grandiosi risultati. Tutte le strade portano al successo, e ogni epoca ha la sua strada. – All’Atalanta ti sei affermato come, difensore eclettico e irriducibile; all’Udinese hai confermato quanto di buono avevi lasciato intravedere a Bergamo. In entrambi i casi, hai avuto moltissime opportunità di metterti in evidenza. Alla Juve trovi una situazione obbiettivamente diversa. Ti spaventa l’idea di dover dimostrare il tuo valore in spezzoni di partita, oppure in partite magari isolate? «Non mi crea particolari problemi. Giocare sempre aiuta moltissimo, ma arrivando alla Juve sapevo benissimo che non avrei potuto pretendere la luna. Perciò, sono contento così, e non mi pongo traguardi particolari. Del resto, sono convinto che una squadra come la Juve, prima o poi, ha bisogno di tutti i componenti del suo organico. Per quanto mi riguarda, certe opportunità le ho già avute, senza nemmeno dover aspettare troppo». – Tutti i concorrenti ai posti di marcatore, nella Juve, sono nazionali o quasi. Una bella lotta, no? «Bella e stimolante. Gentile, Cabrini e Cuccureddu sono degli autentici campioni, e anche a vederli dalla panchina ho tutto da guadagnare». – Molti addetti ai lavori, pur apprezzando il tuo rendimento, criticano il tuo modo di giocare, il tuo stile. Dicono che sei un «duro», un cattivo… «Credo che queste persone confondano la cattiveria con l’esuberanza. Il confine tra i due concetti, del resto, non è facilmente individuabile. Si può, si deve, a mio avviso, essere esuberanti, decisi, quando si gioca sull’uomo. Il difensore moderno, secondo me, anche se dispone di doti tecniche rilevanti, deve soprattutto avere grinta e anticipo, deve stare sull’avversario e non mollarlo mai. Quando poi ci sono le finezze, tanto di guadagnato, ma sono un di più». – Il fatto che Azelio Vicini abbia coniato per te un paragone niente meno che con Burgnich ti ha creato dei problemi, o ti ha semplicemente fatto piacere? «Essere avvicinato a quel grande campione che è stato Burgnich, tra l’altro l’idolo della mia infanzia, mi ha fatto estremamente piacere. Anche se credo che il signor Vicini abbia un po’, come dire, anticipato i tempi. Spero che sia stato un buon profeta, ma ritengo, in tutta onestà, di dover ancora dimostrare quanto valgo, e che certi paragoni siano prematuri». – Tu sei un calciatore-studente. I tuoi hobby risentono in modo particolare di questo fatto, o sono gli stessi dei tuoi colleghi bianconeri? «Confesso che non conosco ancora abbastanza a fondo i miei compagni di squadra per sapere quali sono i loro hobby. Posso dirti che i miei sono assolutamente normali. A parte lo studio, leggo abbastanza e vado al cinema. A Udine, certo, la mia vita fuori del campo era molto diversa. Vivevo praticamente a casa, con gli amici, frequentavo il solito bar e via dicendo. A Torino mi sto ambientando, e trovo vantaggi e svantaggi. I secondi, per fortuna, sono pochi. Tra i vantaggi, direi che qui sono in una città che offre, culturalmente, parecchie opportunità, e le sto valutando con attenzione. Tornando alla domanda sugli hobby, mi piace viaggiare e conoscere gente nuova: col lavoro che faccio, mi definisco senz’altro, in tal senso, un privilegiato». – Qual è la tua opinione sugli stranieri? Servono, sono indispensabili, sono superflui? «Servono, in generale. Sono indispensabili, se sono dei campioni. Il nostro Brady lo è senz’altro, e credo quindi che per la Juve l’arrivo dello straniero sia stato un grosso vantaggio. Liam, oltretutto, è un ragazzo d’oro, simpaticissimo. Si è inserito subito tra di noi, non solo tecnicamente, ma anche e soprattutto sul piano umano». – Qual’è stato, sino a oggi, il tuo maggiore rimpianto? «Il non aver potuto partecipare, con la nazionale Olimpica, alla spedizione a Mosca. Un rimpianto, comunque, relativo, perché se anche avessimo conquistato il posto a spese della Jugoslavia, io personalmente, in quanto militare, non avrei potuto andarci, per il noto veto». – Restiamo in argomento nazionale: come Under 21 sei fuori quota, come «moschettiere» hai davanti una nutrita concorrenza... «Proprio così. Ma non me ne faccio un grosso problema. Questo è un anno importante, nel calcio ogni anno, ogni mese, può essere decisivo. Certo che mi farebbe un immenso piacere entrare nel giro della Nazionale maggiore. Però, i Collovati e i Gentile sono fortissimi, e per il momento non credo proprio che ci sia bisogno di me». – Hai scelto Giurisprudenza: motivi familiari, visto che tuo padre è avvocato, o decisione autonoma? «Decisione autonoma, condizionata dalla mia carriera di calciatore e dagli studi che avevo concluso. Ho fatto il liceo classico, e giurisprudenza veniva a pennello anche perché non mi costringeva a frequentare le lezioni. Adesso sono iscritto al quarto anno, e non mi sono trovato male sin qui. Penso che mi laureerò, prima o poi». – Ritieni di restare nell’ambiente del calcio, dopo la fine della carriera, o pensi che sia troppo presto per una decisione del genere? «In proposito, ho le idee abbastanza chiare. No, non resterò nell’ambiente del calcio. Dopo anni passati a giocare, sono convinto che arrivi il momento in cui sei saturo, e cerchi altri ambienti, altri settori dove realizzarti. La laurea dovrebbe aiutarmi proprio in questo senso». – Le norme che regolano il calcio, in Italia, sono sorpassate: lo dicono coloro che sono chiamati ad applicarle, nell’ambito della giustizia sportiva, e quindi è un’opinione più che autorevole. Pensi che una trasformazione possa avvenire in tempi brevi? «Sono convinto di no, anche se determinati principi, come quello della responsabilità oggettiva della società per fatti compiuti dai propri giocatori o tifosi, mi sembrano abbastanza ingiusti. Credo, infatti, che su quei principi, che hanno retto per decenni questo sport, si basino rapporti e situazioni che potranno modificarsi solo lentamente e gradualmente. Sennò, si rischia il caos». – Hai un obiettivo specifico, per questa stagione? «Sì: a parte giocare il più possibile, vorrei che la Juve tornasse a vincere lo scudetto. Non sarà un desiderio granché originale, ma personalmente, ti assicuro, è sentitissimo». La chiacchierata si esaurisce qui, e non certo per mancanza di argomenti. Basterebbe rivedere l’Osti più recente, quello che gioca con grinta leonina contro l’Inter cancellando dal campo Muraro e propiziando il successo che significa tante cose e tante rinnovate ambizioni. Ci sarebbe un altro articolo da fare, solo per parlare di questa prestazione. Rimandiamo alla prossima occasione, convinti che non dovremo aspettare molto. 〰.〰.〰 Carlo vedrà esaudito il sogno di vincere lo scudetto (anzi, saranno ben due !), ma il campo lo vedrà in rare occasioni: in tutto 24 presenze (12 in campionato, 11 in Coppa Italia e una sul palcoscenico europeo). Lascia la Juventus, con destinazione Avellino, nell’ottobre del 1982. Poi, dopo un biennio in Irpinia, ritorna all’Atalanta. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/carlo-osti.html
  12. CARLO OSTI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Osti Nazione: Italia Luogo di nascita: Vittorio Veneto (Treviso) Data di nascita: 20.01.1958 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 78 kg Nazionale italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1980 al 1982 Esordio: 31.08.1980 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 0-1 Ultima partita: 05.09.1982 - Coppa Italia - Padova-Juventus 1-1 24 presenze - 0 reti 2 scudetti Carlo Osti (Vittorio Veneto, 20 gennaio 1958) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, responsabile dell'area tecnica della Sampdoria. Carlo Osti Osti all'Atalanta a metà degli anni 80 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1991 Carriera Giovanili 19??-19?? Conegliano Squadre di club 1973-1976 Conegliano 54 (5) 1976-1978 Udinese 15 (0) 1978-1979 Atalanta 22 (0) 1979-1980 Udinese 24 (0) 1980-1982 Juventus 24 (0) 1982-1984 Avellino 52 (1) 1984-1988 Atalanta 72 (1) 1988-1990 Piacenza 53 (0) 1990-1991 Virescit Bergamo 27 (0) Nazionale 1979-1980 Italia U-21 6 (0) 1979-1980 Italia Olimpica 6 (0) Caratteristiche tecniche Impiegato come terzino o stopper, era un difensore veloce e abile nella marcatura a uomo; si distingueva talvolta per il gioco duro sugli attaccanti. Carriera Giocatore Club Cresciuto nel Conegliano, dopo un'iniziale gavetta in Serie C nell'Udinese si trasferisce in compartecipazione all'Atalanta di Titta Rota, con cui debutta in Serie A nel campionato 1978-1979. A fine stagione la Juventus rileva la quota atalantina del cartellino, lasciando Osti per una stagione all'Udinese, nel frattempo promossa nella massima serie e allenata da Corrado Orrico. Con i friulani disputa una stagione ad alto livello e nel 1980 si trasferisce definitivamente a Torino: impiegato insieme a Massimo Storgato come rincalzo per la difesa, incontra diverse difficoltà di ambientamento, e disputa due campionati come riserva alle spalle di Claudio Gentile, Sergio Brio e Antonello Cuccureddu, per un totale di 12 presenze con le quali si laurea per due volte Campione d'Italia (1980-1981 e 1981-1982). Nell'ottobre 1982 viene ceduto in comproprietà all'Avellino, in cambio dell'opzione per il trasferimento alla Juventus di Stefano Tacconi e Beniamino Vignola. In Irpinia ritrova il posto da titolare, disputando due stagioni culminate con altrettante salvezze nella massima serie. Nel 1984-1985 fa ritorno all'Atalanta, neopromossa in Serie A, rimanendovi per quattro stagioni: titolare nelle prime due, perde progressivamente il posto nelle annate successive, l'ultima delle quali in Serie B. Al termine di questa stagione rimane senza contratto, pur vincolato all'Atalanta, e nell'autunno 1988 si trasferisce al Piacenza, sempre tra i cadetti, come parziale contropartita per il passaggio di Armando Madonna ai nerazzurri; non evita la retrocessione in Serie C1, e viene riconfermato anche per il successivo campionato, con i gradi di capitano. Chiude la carriera in Serie C2, con la Virescit Bergamo. Nazionale Ha fatto parte della Nazionale Under-21, con cui ha partecipato all'Europeo 1980; con gli Azzurrini ha disputato 6 partite. Nello stesso periodo ha fatto parte anche della Nazionale Olimpica, con cui ha totalizzato 6 presenze nelle qualificazioni in vista dei Giochi Olimpici del 1980. Dirigente Tra il 1993 e il 1995 fa ritorno al Piacenza, con l'incarico di responsabile del settore giovanile. Successivamente diventa direttore sportivo della Triestina per una stagione, e quindi dal 1996 al 1999 è alla Ternana, dove acquista tra gli altri Fabrizio Miccoli dal Casarano, e ottiene una doppia promozione dalla Serie C2 alla Serie B. Nel 1999 torna nel Bergamasco, come direttore generale dell'Alzano Virescit neopromosso in Serie B, e vi rimane per due stagioni. Nel 2001 viene assunto dal Treviso, dove rimane fino al 2005 contribuendo alla prima promozione in Serie A dei veneti; viene quindi ingaggiato per un anno dalla Lazio. Dal maggio 2006 ricopre il ruolo di direttore sportivo dell'Atalanta, restando in carica fino alla fine della stagione 2009-2010, terminata con la retrocessione degli orobici. Il 7 giugno 2011 viene assunto dal Lecce, sempre con compiti di direttore sportivo. Nel dicembre 2012 viene chiamato dalla Sampdoria per sostituire il direttore sportivo Pasquale Sensibile, dimessosi dall'incarico. A fine stagione rinnova il contratto fino al 2015. Il 1º dicembre 2014 rinnova il proprio contratto con la Sampdoria fino a giugno 2018. Nel giugno del 2018 Osti rinnova per due anni insieme a Massimo Ienca. Il 1° ottobre 2021 viene sospeso in via cautelare a causa del venire meno dei presupposti per la prosecuzione del rapporto di lavoro. Il 14 gennaio 2022, chiarite e superate le divergenze che avevano caratterizzato il periodo di sospensione, torna a ricoprire la carica di responsabile delle aree tecniche: avrà la supervisione su prima squadra, settore giovanile e squadra femminile e fungerà da uomo di raccordo tra società, squadra e allenatore. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 Serie C: 1 - Udinese: 1977-1978 Coppa Italia Semiprofessionisti: 1 - Udinese: 1977-1978 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Udinese: 1978 Coppa Mitropa: 1 - Udinese: 1979-1980
  13. FERDINANDO TAMAGNONE https://it.wikipedia.org/wiki/Sport-Club_Juventus_1899 Nazione: Italia Luogo di nascita: Riva presso Chieri (Torino) Data di nascita: 05.03.1882 Luogo di morte: Riva presso Chieri (Torino) Data di morte: 09.05.1944 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1898 al 1899 Esordio: 30.04.1899 - Amichevole - Torinese F.C.-Juventus 5-0 0 presenze - 0 reti
  14. ROBERTO TAVOLA Un gol davvero indimenticabile, da favola – scrive Maurizio Tarnavasio su “Juventus Story” del giugno 2000 –; un gesto atletico di rara bellezza che rimarrà per sempre negli annali della storia del calcio, anche se il nome del suo autore forse è già stato frettolosamente dimenticato. Sveliamo subito l’arcano. È il 28 settembre 1983 e la Juve è di scena a Danzica contro i polacchi del Lechia. Sul 2-0 a favore dei bianconeri, Trapattoni manda in campo il cavallo di ritorno Roberto Tavola, per la terza volta a Torino dopo la positiva esperienza con la Lazio. «Dopo dieci minuti provoco un calcio di rigore e me ne dispero; pochi istanti più tardi mi spingo in avanti e, su un cross di un compagno, colpisco al volo di sinistro da fuori area in maniera impeccabile. Ne scaturisce un missile imparabile che lascia di stucco il portiere avversario». Il giorno dopo la rete di Tavola è premiata con l’Eurogol, prestigioso riconoscimento che allora era attribuito alla più spettacolare marcatura realizzata nel mercoledì europeo. «Una soddisfazione enorme e indimenticabile per chi, come il sottoscritto, ha certamente raccolto meno del dovuto». Come dar torto al quarantaduenne centrocampista comasco di scuola atalantina che, nonostante le 12 presenze con la Nazionale Under 21, si è eclissato troppo presto dal calcio che conta lasciando di sé soltanto un tiepido ricordo? «Sono nato come mediano ma, una volta approdato alla Juve, il Trap mi impostò come terzino sinistro in quanto, pur credendo nelle mie qualità, si era accorto che il centrocampo bianconero era prerogativa di troppi campioni; ed io ero un giocatore di quantità che si manteneva sempre su un discreto standard di rendimento, anche se usavo il destro giusto per correre. Pur non essendo grintoso e neppure cattivo, cercavo di non mollare mai l’avversario di turno. Il più grande difetto? Nella vita, come nel calcio, sono sempre stato incapace di mordere: quando, a soli 22 anni, arrivai a Torino con ottime prospettive, non mi resi conto di essere in grado di confrontarmi con i vari Cabrini, Gentile, Tardelli, Cuccureddu, Causio e Bettega. Avrei dovuto essere più sfacciato. Invece mi rassegnai, non so perché, alla parte del rincalzo. Il carattere non è mai stato il mio punto di forza». Nelle prime tre partite del campionato 1979-80 a Tavola fu assegnata addirittura quella maglia numero 10 che in precedenza era stata di Capello e Benetti. E Roberto non sfigurò. Poi, dopo un po’ di panchina. «A un certo punto iniziai senza motivo a farmela sotto; quindi andai militare, e questa concomitanza contribuì a rendermi ancora più insicuro. Quando finalmente ripresi fiducia nei miei mezzi, mi spaccai un menisco: quello che doveva essere per me l’anno della consacrazione si rivelò invece un mezzo fiasco». Dopo una stagione in A con il Cagliari, Tavola è richiamato una seconda volta alla Juve. «Ero in prestito, per cui mi toccava ubbidire. Il fatto è che ogni volta che tornavo, prendevo sempre meno soldi. Per motivi vari, sia nel 1981-82 sia nel 1983-84 ho giocato davvero poco, ma ho imparato moltissimo. Anche se ero sempre di cattivo umore, perché le cose non andavano come volevo io. Però, grazie al cielo, qualche soldo l’ho guadagnato». Anche se, inutile negarlo, le cifre che giravano nel mondo del calcio una quindicina di anni fa non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelle attuali. «Nel corso della carriera mi sono preso qualche piccola soddisfazione; ma il calcio che ora pratico per puro diletto mi appassiona più di un tempo. Di certo però i 13 anni di professionismo non mi hanno reso ricco: allora guadagnavo circa il triplo di un impiegato di buon livello, mentre ora i miei colleghi incassano come ridere cifre anche di 50 volte superiori. Tra l’altro all’epoca, salvo casi rarissimi, andavano di moda i contratti annuali, per cui chi non rendeva come richiesto dalla società fanno successivo era costretto a cambiar aria senza aver possibilità di scelta. Poi devo anche ammettere che mi è sempre piaciuto vivere bene, e non ho mai avuto la mentalità della formica». Dopo aver gestito per otto anni una boutique in pieno centro, Tavola, che si è ormai definitivamente stabilito a Torino («Anche se ogni volta che mi trovo a venti chilometri dalle mie montagne e dal Lago di Como mi viene la pelle d’oca», confessa) continua in qualche modo a interessarsi di abbigliamento. Ma il suo anelito è quello di rientrare nel calcio dalla porta principale. «Ho il patentino da allenatore di terza categoria, e presto dovrei iscrivermi a quello di seconda. Per ora ho guidato al massimo squadre di Promozione, e questa esperienza mi ha arricchito non poco; certo, non è facile insegnare la tecnica ha chi ha più di vent’anni e un difficile rapporto con i fondamentali, però a livello tattico si può lavorare con soddisfazione. Così mi diverto a far finta di essere un trainer vero: le mie squadre si allenano almeno tre volte alla settimana e praticano il 3-4-3 con buoni risultati. Dove vorrei arrivare? Almeno in C2 o nel campionato nazionale Dilettanti, anche se so che non sarà facile. È troppo tempo che sono fuori dal giro; e poi, salvo rare eccezioni, non ho mai coltivato rapporti con gente del mio ambiente». E, infatti, pur frequentando ancora, quando gli è possibile, gli stadi, gioca a calcio con chi gli capita. Meglio se si tratta di amici privi di un passato come il suo. «A differenza di altri non mi sono ancora dato al calcetto, finché il fisico mi sorregge. Poi continuo a essere tifoso della Juve, e la seguo con continuità in Coppa e negli allenamenti: purtroppo la domenica mi è impossibile andare allo stadio, perché sono impegnato con i miei ragazzi. Gli amici? Pochi ma buoni, anche se sono davvero poche le occasioni per incontrare i vari Prandelli, Marocchino e Fanna, mentre è molto più facile coltivare rapporti con illustri sconosciuti che però sanno darmi moltissimo». A trent’anni Roberto Tavola era già un ex. Dopo l’ultima parentesi in bianconero per lui si aprirono prima le porte della Terza Serie (Avellino, Reggina, Spal, Catanzaro, Ischia) e poi l’Interregionale in quel di Asti. Un curioso cammino professionale, il suo. «Scesi in C pur di giocare ma Angelillo, l’allenatore degli irpini, mi spedì sin da subito in panchina. Fu una grossa delusione, dalla quale non mi ripresi più. Il carattere mi aveva fregato ancora una volta. A quel punto mi resi conto che sarebbe stato assai difficile risalire e, dopo qualche stagione al Sud, decisi che pur di tornare a Torino avrei smesso di giocare. E così è stato. Se ho rimpianti? Non troppi. Anzi, mi considero un ragazzo fortunato, in quanto ho esercitato per anni una professione bellissima che mi ha portato a vivere a fianco di allenatori e compagni che mi hanno aiutato a crescere anche dal punto di vista umano. Certo, ero proprio un orso: una volta, quando avevo già più di vent’anni, mi chiesero un autografo. Ed io, nel prendere in mano la penna, iniziai a sudare come un pazzo. Mi sembrava impossibile un tale attestato di stima». Roberto Tavola canta fuori dal coro ancora adesso. Un fatto piuttosto strano nel mondo dei giocatori, quasi sempre totalmente omologati al sistema anche nel dopo calcio. MARIO TENERANI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 3-9 FEBBRAIO 2009 Istruzioni per l’uso: prendete una figurina degli anni ’70-80, togliete la polvere con un movimento secco dell’indice e il gioco sarà fatto. Ritroverete un volto, dietro quegli occhi spunterà un’anima. Basta cercarla. Noi l’abbiamo trovata, in una Torino da fiaba, bianca di neve, con un silenzio rassicurante in sottofondo. A passeggio, sotto i fiocchi, con Roberto Tavola nel cuore del Parco del Valentino. «Siete proprio sicuri di voler intervistare me? Allora qualcuno si è ricordato che esisto». Non c’è astio nel tono, la sorpresa è autentica. Un uomo senza rancori, dalla serenità contagiosa, per niente scalfita da una vita di salite durissime da scalare, dopo la lieve gioventù spesa al fianco di Platini, Rossi e Tardelli, in una Juve stellare e trapattoniana. Guadagni evaporati, investimenti sbagliati, ora però di nuovo in linea di galleggiamento, più forte di prima. Le luci si sono spente a 31 anni, a Ischia. Carriera magra, pensando alle premesse: Tavola erede di Benetti e Furino. Solo 91 presenze in A con 8 gol (2 e uno in Coppa delle Coppe con la Juventus), poi frammenti di B e C. Tavola è cresciuto nell’Atalanta ed è arrivato a Torino da Bergamo con Prandelli («Uno dei rari amici che ho ancora in questo ambiente, allenatore straordinario»), Bodini e Marocchino. Parentesi più o meno brevi con Lazio e Cagliari. «Mi è mancato il carattere» continua Tavola. «Non ho capito che la Juve era un lavoro, mentre io stavo in mezzo a quei campioni come in un film». Mediano in campo e nella vita, Lì si che ne ha avuto di temperamento, senza mai smarrire la rotta della dignità. Platini ora organizza i destini dell’Uefa, Tavola l’angolo dei giornali in alcuni supermercati torinesi. Tavola che divora libri e che si commuove a parlare di Platini. Che con pudore ed eccessiva timidezza si chiama fuori dal ricordo di scudetti e coppe («Vincevano loro, io li ammiravo dalla panchina»). E che ammette: «Avrei voluto di più, ma è colpa mia, di questo mio maledetto carattere. Non chiedo mai». A 51 anni, in fin dei conti, non è cambiato molto: una spruzzata di grigio sui capelli, stessa mascella da marines buono. Sogna un figlio da Paola, la donna che gli ha dato equilibrio dopo un matrimonio durato un mese («Ero troppo giovane») e alcune convivenze turbolente. Se potesse riscrivere la sua storia che farebbe? «Mi comporterei diversamente. E nella Juve ci resterei dieci anni invece di giocare solo 19 partite in 3 campionati». – Che le è mancato? «Il carattere. Arrivai da Bergamo nel ‘79, avevo 22 ami. Mi pareva di vivere in un film e tutto era splendido. E per me poi, juventino da sempre, in modo particolare. Ero troppo timido e poco determinato». – Un esempio? «Andavo in sede per il contratto pensando di spaccare il mondo e una volta seduto cominciavo a sudare. Boniperti, che aveva un carisma fuori dal comune, mi chiedeva: “A casa tutto bene? I tuoi come stanno? Hai bisogno di qualcosa?”. E intanto mi faceva filmare senza neppure discutere la cifra. Il mese dopo, con il primo bonifico, capivo quanto avrei percepito. Ma alla Juve funzionava così». – È vero che guadagnavate più con i premi che con l’ingaggio? «È vero, ma non per me. Il premio partita lo riscuotevano solo coloro che entravano in campo, anche per un solo minuto. All’epoca subentravano al massimo in due. Io era un mediano e se usciva Tardelli entrava il mio amico Cesare Prandelli. Eravamo come fratelli. Cesare, talvolta, sapendo che non avrei preso una lira diceva al Trap “Mister, stavolta faccia entrare Roberto”. Comunque non mi lamento: il mio stipendio era ottimo, certo non paragonabile a quelli attuali». – Poi che è successo? «Decisi di smettere presto anche perché ormai più della C non si andava avanti. Stavo con una ragazza che mi convinse ad aprire alcuni negozi di abbigliamento. Un disastro. Fallimento, risparmi prosciugati, una casa in Sardegna venduta. Insomma, mi ritrovai veramente con il sedere per terra e naturalmente la ragazza si dileguò». – Fu aiutato? «Non chiesi niente a nessuno. E pensare che in quel periodo c’era Furino nel settore giovanile della Juve, ma non ho bussato neppure alla sua porta. In molti pensavano che, in fin dei conti, non stessi così male, mentre quelli che sapevano, quasi infierirono. Un’altra lezione di vita... Per fortuna spuntò Gianni, un amico fuori dal calcio». – Che cosa fece? «Eravamo nei primi anni ‘90 e mi disse che a Torino stavano aprendo alcuni supermercati e che cercavano una persona che curasse l’angolo dei giornali e dei libri. Accettai di corsa; amo troppo lavorare». – Uno scatto da mediano. «Stando a casa, mi sentirei umiliato. Ho trascorso 6-7 anni di grandi sacrifici economici, ma adesso sono in pari. Da allora mi sveglio tutti i giorni alle cinque e vado felice a fare il mio mestiere. Verso l’ora di pranzo ho finito. Pronto per ripartire». – Destinazione? «Carmagnola: seguo la Juniores e i bambini della scuola calcio. Allenare è la cosa più bella, la auguro a tutti. Ho avuto un privilegio: sudare al fianco di campioni incredibili. Questo patrimonio me lo ritrovo a distanza di 30 anni e cerco di trasmetterlo ai miei ragazzi. In più studio molto le metodologie di allenamento. Oggi è tutto diverso, è tutto più difficile». – Eppure non è passato un secolo. «Ma se ripenso ai nostri allenamenti... Torello, al Trap piaceva da matti, corsa sulla resistenza, poi partitella infinita. La parte tattica non era il piatto forte: ci basavamo su una grande grinta e le invenzioni degli “artisti”». – Più forti voi o i giocatori attuali? «Questi di oggi. Anche noi avevamo dei “mostri” come Platini, Rossi, Boniek e tanti altri, ma andavamo alla metà dei giri: ora la velocità di esecuzione è raddoppiata. Controllare la palla con questi ritmi è un’impresa. Il calcio del 2000 mi piace molto di più dal punto di vista tattico e anche atletico». – Preparazione decisiva? «La mia generazione è stata sfruttata poco: se avessimo lavorato così anche noi, avremmo potuto avere straordinari margini di miglioramento». – Cosa che le piace meno? «L’elemento economico. Il business è sicuramente determinante, ma visto da fuori ho la sensazione che la parte umana di questo sport si stia perdendo». – Come vivevate nella Juve di quel periodo? «Insieme, in campo e fuori. In via Roma, a Torino, era normale vedere a passeggio Rossi e Platini, magari con qualcuno di noi più giovane. Così come ritrovarsi ogni sera diversa a casa di qualcuno. Scherzavamo e ridevamo sempre. Io abitavo con Prandelli, in via Filadelfia, a cento metri dallo stadio. Un gruppo coeso con un motivatore formidabile come il Trap. E infatti durante la partita... Quei bravi ragazzi si trasformavano in una formazione tosta, dura. Belve affamate di vittorie. Eravamo veramente una squadra “cattiva”. Di rado ho visto giocatori così aggressivi. Un nome per tutti? Tardelli». – Qualche ricordo? «Tantissimi. Platini guardava a sinistra e scaricava il pallone a destra: immenso. Ma anche l’Avvocato Agnelli. Quando arrivava a trovarci, aveva una parola gentile per tutti. Quella società è stata una scuola di vita e anche certe imposizioni avevano una logica. Capelli corti e jeans vietati quando si doveva andare in sede: l’abbigliamento doveva essere consono al blasone della Juve. Le regole sono importanti». – Se chiude gli occhi? «Calcio d’angolo, palla che si impenna al limite dell’area, io che penso e adesso che faccio? Scelgo il sinistro al volo sul palo più lontano. Che gol! Passiamo il turno, andiamo agli ottavi di Coppa delle Coppe (28 settembre l983, Lechia Danzica- Juventus, 2-3, ndr)». – Mettendo insieme tutto, che sentimenti prova nei confronti della Juventus? «Le sono profondamente grato per quello che mi ha dato prima, mentre nutro indifferenza pensando a quello che magari avrebbe potuto darmi dopo». – Con chi è in contatto? «Con pochissimi ex. Tra questi ci sono sicuramente Cabrini, Fanna e Prandelli». – E con Boniperti e il Trap? «Non ho più sentito nessuno dei due, anche se mi farebbe piacere andare da Boniperti. Sarebbe anche giusto. L’ultima volta che ho rivisto tutti è stato in occasione dei festeggiamenti del centenario della Juventus. E mi sono commosso. Mi viene la pelle d’oca ancora al pensiero. Platini e Boniek stavano parlando, mi sono avvicinato e loro mi hanno fatto una grande festa». – Se dovesse dare un consiglio ai calciatori più giovani, alla luce delle esperienze anche negative che ha vissuto, che direbbe loro? «Ragazzi state attenti perché quando si gioca a calcio ad alti livelli sembra di vivere in una favola, ma la realtà quotidiana è molto diversa. E prima o poi ti presenta il conto». – La sua famiglia è rimasta in Lombardia? «Vivono ancora tutti a Pescate, vicino a Lecco». – E per finire, qual è il suo prossimo sogno? «Io e Paola vogliamo assolutamente un figlio. Poi non ci mancherebbe niente. Siamo felici. E a lui un giorno racconterò che suo padre ha giocato con Platini». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/roberto-tavola.html
  15. ROBERTO TAVOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Tavola Nazione: Italia Luogo di nascita: Pescate (Lecco) Data di nascita: 07.08.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 72 kg Nazionale italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980, dal 1981 al 1982 e dal 1983 al 1984 Esordio: 16.09.1979 - Serie A - Juventus-Bologna 1-1 Ultima partita: 25.03.1984 - Serie A - Juventus-Catania 2-0 31 presenze - 3 reti 2 scudetti 1 coppa delle coppe Roberto Tavola (Lecco, 7 agosto 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o difensore. Roberto Tavola Tavola all'Atalanta nel 1977-1978 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Centrocampista, difensore Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-19?? Atalanta Squadre di club 1975-1979 Atalanta 113 (6) 1979-1980 Juventus 17 (2) 1980-1981 → Cagliari 18 (1) 1981-1982 Juventus 6 (0) 1982-1983 → Lazio 20 (0) 1983-1984 Juventus 8 (1) 1984 Avellino 0 (0) 1984-1985 Reggina 15 (2) 1985-1986 SPAL 30 (1) 1986-1987 Catanzaro 30 (3) 1987-1988 Ischia Isolaverde 29 (3) 1988-1989 Asti TSC ? (?) 1989-1990 Seo Borgaro Torinese ? (?) Nazionale 1977-1980 Italia U-21 12 (0) 1979 Italia Olimpica 3 (0) Caratteristiche tecniche Mancino naturale, nasce come mediano di quantità per poi venire adattato da Giovanni Trapattoni al ruolo di terzino sinistro. Carriera Giocatore Cresce nell'Atalanta, società con cui esordisce nel campionato di Serie B, conquistando una promozione nel massimo campionato dopo due stagioni. Esordisce in Serie A con gli orobici l'11 settembre 1977, nella partita con il Perugia. Passa poi alla Juventus, con cui disputa un primo campionato senza riuscire tuttavia a conquistare un posto fisso tra i titolari: in totale scende in campo 14 volte, mettendo a segno 2 gol. Viene in seguito mandato in prestito al Cagliari (18 presenze ed 1 gol in Serie A), per poi rientrare a Torino sponda bianconera. Nemmeno stavolta riesce ad imporsi e, nonostante lo scudetto vinto con un ruolo da comprimario (solo 3 partite giocate), viene ancora mandato in prestito, questa volta alla Lazio, con la quale ottiene un secondo posto in B centrando così la promozione in Serie A. L'anno successivo torna alla Juventus, dove conquista un secondo scudetto e la Coppa delle Coppe, nella quale mise a segno anche una rete di pregevole fattura nei sedicesimi di finale contro i polacchi del Lechia Gdańsk, rimanendo però relegato ai margini della rosa (solo 2 partite giocate in campionato, senza nessuna rete). Decide quindi di scendere in Serie C1 alla Reggina, per restare poi nella categoria con SPAL, Catanzaro ed Ischia Isolaverde e chiudere nelle serie dilettantistiche con Asti prima e Seo Borgaro Torinese poi. In carriera ha totalizzato complessivamente 90 presenze e 8 reti in Serie A e 97 presenze e 2 reti in Serie B. Dopo il ritiro Si occupa professionalmente della gestione di edicole in alcuni grandi supermercati torinesi. In ambito sportivo, è da anni impegnato nel ruolo di allenatore dilettantistico. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1981-1982, 1983-1984 Campionato italiano serie B : 1 Lazio 1982-1983 promozione in serie A Campionato italiano Serie C1: 1 - Catanzaro: 1986-1987 (girone B) Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984
  16. CLAUDIO CESARE PRANDELLI Cinque o sei anni fa, quando Damiani arrivò alla Juventus – racconta Alberto Refrigeri su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1979 –, andai a prenderlo in macchina all’Hotel Sitea dove era arrivato la sera avanti, per condurlo prima al campo a salutare l’allenatore, poi, insieme al massaggiatore De Maria, alle visite mediche. Appena lo vidi lo salutai con un cordiale «Come va Giuseppe?», dal momento che nell’almanacco e nello stesso cartellino il nome del giocatore era ben preciso. Damiani mi guardò divertito come avessi chiamato un altro: «Guardi che io sono Oscar, non Giuseppe», proseguendo poi con dettagliate spiegazioni sul come si erano svolte le operazioni all’anagrafe. Nell’agosto scorso a Villar Perosa è capitata identica situazione al mio amico Gianni Giacone allorquando, mentre salutava i giocatori, al passaggio di Prandelli gli scappò un «In bocca al lupo, Claudio!». Lo stesso Prandelli non fece una piega, lasciando di stucco e meravigliato il buon Gianni, che non si rendeva conto della poca educazione del soggetto; tutto venne chiarito all’istante da Marocchino, il quale spiegò che se uno voleva salutare Prandelli non doveva chiamarlo Claudio bensì Cesare. Presi nota della situazione, e mi ripromisi, alla prima occasione, di farmi spiegare dal titolare, così come avvenne con Damiani, il perché del doppio nome. L’altro giorno, per le rituali quattro chiacchiere, ne ho parlato con Prandelli, e questa è stata la risposta: «A dire la verità, nei primi anni, quelli della gioventù, non ci capivo molto nemmeno io, dal momento che a scuola ero iscritto come Claudio, ma tutti, in famiglia e nel paese, mi chiamavano Cesare; un giorno chiesi spiegazioni, anche se non è che poi me ne interessasse molto, ma così, diciamo per curiosità; e venni a sapere che al momento della mia nascita, il nonno voleva chiamarmi Cesare perché quello era il suo nome, il papà invece insisteva per Claudio, cosicché in chiesa sono Claudio e in Municipio Cesare. Tutto qui». – Lasciamo la storia dei nomi e passiamo ad alcune domande. Chi ti ha scoperto come giocatore? «È stato Giuliano, un mio amico di Orzinuovi, che mi ha portato a Cremona e praticamente mi ha seguito fino a 18 anni. Poi sono passato sotto le cure di Rota, al quale devo molto perché mi ha preso giovanissimo e mi ha portato alla serie A in prima squadra». – Che impressione ti hanno fatto i tuoi nuovi compagni? «Ottima; più della metà li conoscevo, fra Atalanta e Nazionale giovanile; degli «Argentini» invece ho avuto una piacevole sorpresa, tutti cordiali e amiconi; sono stato accolto sin dal primo giorno, quello tremendo dell’emozione, con grandi pacche amichevoli sulle spalle; un ricevimento davvero principesco». – Tornando ai tuoi vecchi allenatori, mi vuoi dire chi è quello che ricordi con più simpatia? «Direi Nolli della Cremonese, una persona molto importante soprattutto sul piano umano, che ha voluto dire molto nella mia vita privata e calcistica, un vero amico che non è stato mai avaro di buoni consigli e al quale devo molto». – Cosa ti riproponi nella Juventus? «È una domanda impegnativa e non vorrei che la risposta fosse considerata scontata: in maglia bianconera, quella sognata per tutta la vita, per ora mi accontento di giocare il massimo di partite possibili, di amalgamarmi con i compagni; per il futuro vedremo; non mettiamo, come si dice, il carro davanti ai buoi». – Cosa hai provato quando sei passato alla Juve? «Ho vagato per tutta la sera come in trance; ogni tanto trovavo un amico che si complimentava con me, a casa il telefono squillava di continuo; sono andato a letto che era passata la mezzanotte ma mi sarò addormentato alle quattro. Il risveglio è stato una delle cose più belle della mia vita. Sai com’è quando fai un sogno da mille e una notte, ti svegli e ci rimani male perché capisci che era tutta una finzione, tutto inventato, tutto scritto sull’acqua; dopo tre minuti di schiaffeggiamenti vari per rendermi conto che non avevo sognato, ho potuto finalmente rilassarmi, guardarmi allo specchio e dire a me stesso: “Cesare, ce l’hai fatta!” Posso svelarti un segreto? Io adesso sono qui con te che parlo, che spiego tante cose, ma ti giuro che a volte non sono mica ancora sicuro di essere bianconero! Veramente un’esperienza spettacolosa e credo irripetibile!». – Che carattere hai? «Diciamo sul timido; poche parole, calmo, abbastanza sincero». – Cosa vuol dire abbastanza? «Che in questa mondo, anche se, bada bene, io non sono affatto d’accordo, occorre dire soltanto una parte di ciò che si pensa, per non essere fraintesi; quindi, se mi permetti il gioco di parole, io ho la sincerità di ammettere che non sempre sono sincero, specialmente nelle dichiarazioni alla stampa». – Credi in Dio? «Moltissimo, e sono anche praticante, anche se non certamente bigotto. Questa mia fede mi aiuta molto, specialmente a superare periodi difficili; alla sera, prima delle preghiere al buon Dio che mi ha protetto durante la giornata e al quale va sempre il mio ringraziamento (questo, veramente, sincero), rivado a quanto fatto durante il giorno, alle cose belle successe e a quelle meno belle, e ti assicuro che mi addormento sempre sereno, sicuro di un buon sonno ristoratore, nella certezza di non aver inflitto male a nessuno e di aver cercato, nei limiti delle mie possibilità, di avere fatto interamente il mio dovere». – Sei fidanzato? «Sì, con Manuela». – Se fra qualche anno avrai un figlio, lo indirizzerai alla carriera di calciatore? «Impossibile dirlo fin da ora, occorrerà vedere innanzitutto se avrà le doti; poi eventualmente sarà lui a decidere; da parte mia non ci sarebbero impedimenti di sorta». – Cosa pensi di queste contestazioni? «Le capisco fino a un certo punto, cioè fino a quando, e purtroppo succede parecchie volte, si passano i limiti del buon gusto; allora ogni corteo, in partenza giusto per giuste rivendicazioni, diventa un focolaio di violenza». – Sei mai stato espulso? «Lo scorso anno a San Siro; Beccalossi, di cui sono amicissimo e che è venuto spesse volte a casa mia, è entrato piuttosto duro; io ho fatto un gesto come dire: potevi anche farne a meno! L’arbitro, che era un po’ distante, ha creduto che volessi dargli un pugno, e mi ha mandato negli spogliatoi. Dove al termine della partita ci siamo spiegati e lui stesso ha ammesso che non esisteva colpa da parte mia. Ma intanto la domenica successiva dovetti vedere la partita dalla tribuna». – Ritieni giusto per un calciatore sposarsi giovane? «A me personalmente non è che piaccia molto, però le statistiche dicono che questi sono i matrimoni migliori, specie per i calciatori, che trovano nella tranquillità della casa le forze per emergere in campionato, o almeno per aiutarsi moralmente». – A Torino dove vivi? «Insieme a Tavola in un appartamentino vicino allo stadio». – In famiglia quanti siete? «Mia mamma e due sorelle, di 15 e 18 anni». – Se vincessi lo scudetto, cosa faresti? «Non si può dire adesso; anche lo scorso anno a Bergamo, si facevano tanti progetti se ci fossimo salvati, poi siamo finiti in B e tutto è tramontato. Cominciamo a vincerlo, poi vedremo!». – Le limitazioni maggiori per un giocatore quali sono? «Per me non molte; diciamo che se non giocassi al calcio farei un po’ più tardi alla sera con gli amici, tutto qui; però vuoi mettere le soddisfazioni che ti dà il calcio? Ti ripaga di tutti gli eventuali sacrifici!». – Un attore preferito? «Dustin Hoffman». – Un autore preferito? «Sto leggendo Robins, uno scrittore abbastanza moderno». – Un cantautore? «Tutti sono buoni, a patto che abbiano una buona canzone; io do più importanza alla musica che al testo; cerco insomma di seguire più il motivo delle parole». – Un’ultima cosa, Cesare; se un regista ti chiamasse per un film, quale parte ti potrebbe assegnare? Prandelli si accarezza il mento in attesa di darmi una risposta mentre entra nella stanza il suo amicone Tavola, tutto preso dalla sua congiuntivite che lo fa chiudere gli occhi. «Diciamo una parte in un film brillante». «Macché brillante», ribatte Tavola, «con quella faccia lì, se ti metti un paio di baffi, puoi benissimo fare Zorro; uno Zorro bianconero beninteso…». 〰.〰.〰 Dici jolly e pensi al generico, al professionista che è in grado, più o meno, di ricoprire qualsiasi compito. Per Prandelli, tutto ciò è vero, ma c’è dell’altro e non va sottovalutato. Cesare è, nel suo genere, uno specialista: ci vuole, infatti, un temperamento particolare, unito a doti fisiche tutt’altro che comuni, per essere all’altezza del compito abitualmente svolto da Prandelli. Il Trap sa di poter contare sempre su di lui, ma il come e il quando, sono sempre legati, per forza di cose, all’andamento della partita. Calarsi nella realtà di una gara, spesso delicatissima, in frangenti magari burrascosi, è roba da specialisti, senza alcun dubbio. È pedina preziosa sia per la difesa sia per il centrocampo, sa disimpegnarsi sull’uomo e anche nelle vesti di libero ed è inoltre discreto propulsore. In una Juventus di tutti campioni deve, comunque, fare panchina e anche nell’ingrato ruolo di riserva, sa disimpegnarsi con dignità e grande senso di responsabilità, trovandosi al meglio della condizione ogni qualvolta Trapattoni decide di avere bisogno del suo apporto. FERRUCCIO CAVALIERE, “LA STAMPA” DEL 2 AGOSTO 1979 Trapattoni, è logico, ha in mente la formazione, ma si rifiuta di ufficializzarla per non creare le solite beghe da ritiro. Il mese di agosto sarà comunque, per lo schieramento, un periodo sperimentale. Non è da escludere, infatti, che il tecnico attui in seguito delle varianti all’assetto di squadra, se dovessero verificarsi degli scompensi tali da modificare l’impostazione di base. L’undici tipo vede comunque l’innesto di Claudio Prandelli a centrocampo. Trapattoni lo descrive così: «Un ragazzo dal gioco ordinato, un tipo dinamico, non molla mai l’avversario. Certo che giocatori grintosi come Furino non esistono più. È un mediano a sostegno che mi ricorda un po’ il Bedin prima maniera. Sarà utile soprattutto nella zona arretrata». Prandelli potrebbe, in caso di necessità, tornare utile nel ruolo di libero. Risponde con tono riflessivo alle domande. «Non so ancora i compiti – precisa – che l’allenatore intende affidarmi, ma non mi spaventa l’idea di fare il titolare. In fondo ritengo che la squadra non avrà eccessivi problemi nell’esprimersi. La Juventus con tanti Nazionali non è un’incognita, ma una realtà, un complesso di campioni. Il primo Tardelli è stato il mio modello, un atleta eclettico. Virdis? L’ho avuto con me nella Militare. Saprà riprendersi. Non può aver dimenticato da un momento all’altro la professione». Con Bodini, Marocchino e Tavola giunge dalla disperata stagione atalantina. La spiega con la serie di disgrazie che sono piovute sul clan bergamasco, ha frasi di stima per Rota, per i compagni che lo seguono in questa esaltante avventura. «Con Tavola è facile giocare. Si smarca sempre, garantisce un continuo movimento anche quando non è in possesso di palla. Saprà rimpiazzare Benetti, un uomo di valore. Insieme porteremo una ventata di giovinezza al centrocampo, una zona ora forse meno potente, ma in grado di sviluppare maggior velocità». La concorrenza nel ruolo lo stimola, il calcio rappresenta la sua vita. Geometra, fidanzato con una studentessa, Manuela, confessa di avere come evasione dall’ambiente l’interesse della lettura. «Per tutto il resto mi manca, al momento, il tempo. Ho cercato di arrivare in alto nel football a diciotto anni, quando mio padre è mancato. Bravura e fortuna me lo hanno permesso. Adesso intendo giocare, ho bisogno di non cambiare ruolo, di annullare quei momenti di indecisione che ogni tanto mi assalgono sul campo quando devo controllare un avversario abile. Sono insomma soltanto agli inizi della vera carriera. Non è semplice rimanere al vertice per lungo tempo. Qui sto bene, anche se la preparazione è più pesante dì quella che fa svolgere Rota. Con Trapattoni si suda e si soffre, ma gli allenamenti, spiegati nei dettagli, sono istruttivi». Acquistato un paio d’anni fa, Prandelli ha saputo attendere il trasferimento in un grande club, non ha nel frattempo mutato abitudini e comportamento. Adesso corre in bianconero e dice con simpatico sorriso, ma senza scherzare: «Il domani dipende soprattutto da me. Alla Juventus gli esempi non mancano. Guardo Furino in allenamento e mi stupisco perché non molla mai». 〰.〰.〰 Nelle 6 stagioni in bianconero totalizzerà 139 gettoni di presenza e metterà il sigillo a 2 gol in Coppa Italia. La professionalità di Prandelli è premiata dagli scudetti 1981, 1982 e 1984, dalla Coppa Italia 1983, dalla Coppa delle Coppe 1984 e dalla Coppa dei Campioni 1985. Lascia la Juventus, per ritornare all’Atalanta, nell’estate del 1985. DARIO CRESTO-DINA, DA REPUBBLICA.IT DEL 27 FEBBRAIO 2008 Questa è la storia di un uomo e una donna. Come ce ne sono tante. È la storia di un amore. Come a volte esistono. È la storia di un dolore. Come quelle che prima o poi ci sbattono addosso perché non può esserci una vita senza dolore. L’uomo si chiama Cesare Prandelli. Ha cinquant’anni. Alla fine della terza media voleva iscriversi al liceo artistico, si è ritrovato invece geometra perché la mamma gli raccomandava: il diploma, Cesare, il diploma... Voleva diventare architetto perché gli è sempre piaciuto pensare, creare, costruire qualcosa. Anche solo un’idea. Ha fatto invece il calciatore. Ha vinto con la Juventus qualche scudetto e una coppa campioni, si è distrutto le ginocchia e ha smesso presto, senza barare, a trentadue anni. Oggi è l’allenatore della Fiorentina, ma qui se potessero lo farebbero sindaco, presidente di tutti i posti in cui è previsto un presidente e, perché no?, persino papa e santo, naturalmente subito. La donna si chiama Manuela Caffi, è sua moglie. È morta all’ora di pranzo del 26 novembre dell’anno scorso. Aveva quarantacinque anni. Quel giorno era un lunedì, il giorno in cui i calciatori e gli allenatori si riposano. «Fino alle dieci della domenica era lucidissima. Io e i miei figli durante le ultime ore ci siamo messi nel letto con lei. L’abbracciavamo, la accarezzavo, le parlavamo di continuo. I medici della terapia del dolore, che lei chiamava i suoi angeli, ci hanno spiegato che i malati terminali perdono per ultimo il senso dell’udito, ma riconoscono solamente le voci dei familiari, quelle degli estranei si trasformano in un rumore metallico. Porto dentro di me le sue ultime parole. Ma non riesco a dirle, a farle uscire. È troppo dura». Dopo tre mesi è la prima volta che Cesare Prandelli accetta di raccontare la sua Manuela. Nella sala riunioni della sede della Fiorentina. Una t-shirt bianca e un maglione arancione, il fisico da ragazzo, lo sguardo sulla fede che porta al dito, un bicchiere d’acqua sul tavolo che a un tratto si rovescia e lui va nello sgabuzzino, prende uno straccio e asciuga il pavimento mettendosi in ginocchio. Si deve pur ricominciare, da qualche parte, in qualche modo. – Potremmo partire dalla terra, la sua. Da Orzinuovi, provincia di Brescia. «Di lì si parte e lì si torna. Dove sono nato e cresciuto, dove vivo ancora nella casa dei miei. Papà è morto che avevo sedici anni, mamma sta con me. A Orzinuovi sono Cesare e basta. C’è la piazza Vittorio Emanuele, una bella piazza con i portici. Manuela l’ho conosciuta là, al bar, una domenica pomeriggio. Giocavo in B con la Cremonese, tornavo dalla partita, avevo voglia di una cioccolata calda. Lei era con una sua amica, ci siamo soltanto guardati, ci siamo piaciuti subito. Il giorno dopo con una scusa sono andato a prenderla a scuola. Avevo diciott’anni, lei non ancora quindici. Non ci siamo più lasciati». – Quando vi siete sposati? «Nell’82. Ero alla Juve. I miei testimoni sono stati Antonio Cabrini e Domenico Pezzolla, mio compagno a Cremona. Ora fa l’ambulante, vende formaggi». – Mai una crisi, mai un tradimento? «In trent’anni abbiamo litigato una volta sola, colpa di una racchetta da tennis. Se mi chiede se le ho messo le corna le rispondo di no. Se per tradimento invece intende la mancata condivisione di una scelta e di una idea, allora le dico di sì, che a volte credo di averlo fatto. Nell’educazione dei figli, per esempio. Su questo piano sarò sempre in difetto nei confronti di mia moglie». – Padri e figli: che cosa ha imparato dai suoi genitori? «Da mio padre il rispetto per chi lavora, spero di averlo fatto mio. Da mia madre la fisicità dell’amore, il non vergognarsi di volere bene. Dimostrarlo con il cuore, la testa, le mani». – E che cos’è l’amore? «Credo ci siano diversi tipi di amore. Quello per una donna, quello per i figli, quello per gli amici. Ho scoperto che molte persone hanno paura di amare, hanno paura di vivere l’amore. Perché in amore devi dare, devi essere altruista. Forse è più facile non amare. Siamo spesso prigionieri del nostro egoismo». – Che cosa le ha insegnato Manuela? «Tutto. Ho sempre le tasche vuote, non un soldo. Mai usato il bancomat, i soldi me li dava lei. Qualche giorno fa sono stato costretto a farmi prestare cinquanta euro da un collaboratore della società per fare benzina. Non mi sono ancora abituato... Manuela mi ha insegnato a usare le parole. Mi diceva: Cesare, la cosa più importante è sapere che cosa si vuole. Domandarselo e avere il coraggio di darsi le risposte. Quando sono diventato responsabile del settore giovanile dell’Atalanta mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Poi mi offrirono il Lecce. Le dissi: mi piacerebbe provare, ma solo se tu vieni con me. I bambini erano piccoli. Andiamo, mi rispose, ma promettimi che terrai i nostri figli fuori dal mondo del calcio». – A lei che cosa non piace di questo suo mondo? «L’esasperazione, le polemiche, i processi, l’arroganza, la stupidità, l’oblio. Quando giocavo io ci divertivamo di più, tra compagni di squadra ci si frequentava dopo le partite, gli allenamenti. Mischiavamo le nostre solitudini. Oggi i calciatori lo fanno molto di meno. Questo mondo ha dato lavoro a tanti, ma tanti si prendono troppo sul serio. Eppure fai un mestiere che ti piace, ti danno un sacco di soldi, sei un privilegiato. Vivi una vita che non è normale. Se ho una qualità è quella di saper scegliere i miei abiti mentali. Non posso assumere un modo di essere che non è il mio. Non riesco a fingere, a mordermi la lingua, a mettere su il disco dell’ipocrisia». – Parlavate spesso di politica, lei e sua moglie? «Poco. Ho votato la sinistra più di una volta, ho avuto a un certo punto simpatia per il centrodestra. Sono stato un ondivago, come vede. Vorrei una politica liberata dall’ideologia. Non mi chieda di più. Non sono preparato». – Lei è ricco? «Sto bene, molto bene. Ma la ricchezza non mi interessa. Mi preme la tranquillità economica dei miei figli. Nicolò ha ventitré anni, studia da manager dello sport. Carolina ne ha ventuno, fa lettere all’università e adora la danza. Non voglio diventare ricco. Voglio cercare di vincere qualcosa, questo sì». – Mi hanno raccontato che prima di prendere Capello, la Juventus la voleva come allenatore. Di fronte alla scrivania di Moggi lei sparò una richiesta altissima, Moggi si alzò, le strinse la mano e le disse arrivederci. È vero? «Sì. Per la Juve avrei firmato in bianco, ma sapevo che non mi avrebbero preso. Chiesi quella cifra per andare a scoprire le loro carte. Non mi presero, come avevo previsto». – Quando si è ammalata Manuela? «Sette anni fa. Allenavo il Venezia. Un nodulo a un seno. Sembrava routine. Operazione a Brescia. Meno di due anni dopo un problema a un linfonodo. Nuova operazione, parecchie metastasi, chemioterapia. Un disastro». – La Roma per qualche mese, poi le dimissioni. Perché? «Manuela voleva stare a casa. Facemmo un patto, le dissi che se le cure fossero state invasive sarei stato ogni minuto al suo fianco. Era lei la mia priorità. La sua vita era la mia vita. Tornai a Orzinuovi. Molti si sorpresero, per me invece fu una scelta naturale. Il calcio a volte ha paura della normalità». – C’è stato un momento in cui ha creduto che Manuela si sarebbe salvata? «Sì, dopo Parigi e un interminabile calvario di terapie chemioterapiche. I medici ci diedero molte speranze. Lei stava meglio. Venimmo a Firenze. Per quasi tre anni le cose sono andate bene. La scorsa primavera la situazione è improvvisamente precipitata, a maggio il tumore ha colpito il fegato. È stato l’inizio della fine. Da allora la lotta è stata soltanto contro il dolore, un dolore devastante, non più contro la malattia». – A chi altri avete chiesto aiuto in questi anni? «A Dio. Siamo andati a Spello, da frate Elia. Lunghe, dolcissime chiacchierate. Sedute di preghiera. Emozionanti, commoventi. Manuela, io, i due ragazzi. Io ho la fede, l’abitudine alla preghiera. Lei era invece un po’ come San Tommaso, ma l’incontro con frate Elia è stato straordinario. L’ha cambiata. Credo che senza di lui la mia Manu sarebbe morta prima». – Ora lei come sta? «Sto. Quasi tutta la mia famiglia è venuta a Firenze, respiro quando sono con Carolina e Nicolò. Cerchiamo di capire assieme come ricominciare. Mi danno sollievo il campo, i ragazzi, le partite. Da solo mi sento sperduto». – E crede che rimarrà da solo? «Adesso le posso solo rispondere di sì. Non riesco a immaginarmi con un’altra donna accanto. Penso che una persona che abbiamo tanto amato continui a vivere dentro di noi fino a quando moriremo a nostra volta». A Firenze la strada principale che conduce allo stadio si chiama Viale dei Mille. Per un lungo tratto a ogni albero è appeso un cartellone dell’Associazione tumori della Toscana. Raffigura Cesare Prandelli sul prato del campo. È in giacca blu e cardigan viola. Non sorride. Con il braccio destro saluta i tifosi della curva Fiesole. È il suo modo di dire grazie. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/claudio-cesare-prandelli.html
  17. CLAUDIO CESARE PRANDELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Prandelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Orzinuovi (Brescia) Data di nascita: 19.08.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1985 Esordio: 19.09.1979 - Coppa delle coppe - Juventus-Raba Vasas Eto 2-0 Ultima partita: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 139 presenze - 2 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa Claudio Cesare Prandelli (Orzinuovi, 19 agosto 1957) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Ha giocato in tre squadre: Cremonese, Atalanta e Juventus, squadra con cui ha vinto tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe ed una Supercoppa UEFA. Ha poi allenato per 5 stagioni la Fiorentina dalla stagione 2005-2006 al 2010, anno in cui è diventato commissario tecnico della Nazionale italiana, con la quale è stato finalista al Campionato europeo di calcio 2012 e ha raggiunto il terzo posto alla Confederations Cup 2013. Nel 2011 si è classificato secondo come miglior commissario tecnico dell'anno IFFHS dietro Vicente del Bosque. Cesare Prandelli Prandelli sulla panchina dell'Italia al campionato d'Europa 2012 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1990 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1974 Cremonese Squadre di club 1974-1978 Cremonese 88 (4) 1978-1979 Atalanta 27 (1) 1979-1985 Juventus 139 (2) 1985-1990 Atalanta 89 (1) Carriera da allenatore 1990-1992 Atalanta Allievi 1992-1993 Atalanta Primavera 1993-1994 Atalanta 1994-1997 Atalanta Primavera 1997-1998 Lecce 1998-2000 Verona 2000-2001 Venezia 2002-2004 Parma 2004 Roma 2005-2010 Fiorentina 2010-2014 Italia 2014 Galatasaray 2016 Valencia 2017-2018 Al-Nasr 2018-2019 Genoa 2020-2021 Fiorentina Palmarès Europei di calcio Argento Polonia-Ucraina 2012 Confederations Cup Bronzo Brasile 2013 Biografia Nato ad Orzinuovi, in provincia di Brescia, fu registrato all'anagrafe come Claudio Cesare. Alla nascita i genitori si accordarono per il nome Cesare, quello del nonno, ma il padre preferiva Claudio, registrandolo come primo nome, tenendo all'oscuro di ciò la famiglia; lo stesso Prandelli scoprì il fatto solamente a sei anni, all'ingresso a scuola. Tale ambiguità si è poi riflettuta nel prosieguo della sua carriera sportiva: da calciatore era conosciuto principalmente col nome di Claudio, come testimoniano le figurine degli album Calciatori Panini, mentre da allenatore si è diffusa prima la dicitura intera Claudio Cesare e poi quella col solo secondo nome Cesare. Prandelli nel 1984 Nel 1982 sposa Manuela Caffi e dal loro matrimonio nascono Niccolò (1984), preparatore atletico, e Carolina (1987). Il 26 novembre 2007, dopo una lunga malattia, la moglie Manuela muore. Nel 2010 Prandelli ha reso nota la sua relazione con Novella Benini, ex compagna dell'imprenditore Chicco Testa. L'anno seguente è diventato nonno. Nel 2011 interpreta se stesso in un cameo nel cine-panettone Vacanze di Natale a Cortina. Nel 2012 Prandelli si schiera contro l'omofobia e nella prefazione del libro di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano Il campione innamorato. Giochi proibiti dello sport ha scritto: «Nel mondo del calcio e dello sport resiste ancora il tabù nei confronti dell'omosessualità, mentre ognuno deve vivere liberamente sé stesso, i propri desideri e i propri sentimenti». Carriera Giocatore Cresce nella Cremonese, in cui inizia mediano e dal 1974 al 1978 partecipa a tre campionati in Serie C1, uno in Serie B. Passato all'Atalanta, disputa in Serie A coi bergamaschi la stagione 1978-1979, e in 27 partite fa una rete. Prandelli con la maglia della Juventus nella stagione 1979-1980 Dal 1979 al 1985 gioca nella Juventus, con cui vince tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa UEFA, senza giocare con continuità. Nell'estate del 1985 torna all'Atalanta, e chiude al termine della stagione 1989-1990, dopo 16 gare. Allenatore Atalanta L'Atalanta gli offre il primo contratto d'allenatore degli Allievi. Vince lo scudetto di categoria (1991-1992). La stagione successiva passa alla squadra Primavera, vincendo campionato di categoria (0-3, 3-0 in doppia finale con la Lazio) e Torneo di Viareggio (0-0, 2-0 al Milan in finale). In Coppa Italia è sconfitto dall'Udinese (3-2 ai supplementari al Friuli, andata 1-1). Nell'autunno del 1993 ha una breve parentesi sulla panchina della prima squadra bergamasca: dopo l'esonero di Guidolin la squadra è affidata a Prandelli che, essendo senza patentino, è affiancato da Andrea Valdinoci; la squadra a fine campionato è penultima e retrocede. Lecce, Verona e Venezia Prandelli resta nelle giovanili orobiche fino al 1997, quando passa al Lecce. All'esordio è sconfitto 2-0 dalla Juventus, a cui seguono 5 sconfitte consecutive. Si dimette il 2 febbraio 1998, dopo 18 gare (14 sconfitte, 2 vittorie, 2 pari), con la squadra in zona retrocessione. Ottiene i primi risultati di rilievo come allenatore guidando l'Hellas Verona nella stagione 1998-1999, in Serie B, culminata con la vittoria del campionato e conseguente promozione in massima serie. Confermato dalla società scaligera, disputa un'altra stagione positiva chiudendo al 9º posto in Serie A e con la qualificazione all'Intertoto, a cui la società scaligera rinuncia di partecipare. Il 10 giugno 2000 si dimette dall'incarico. Fa ritorno in cadetteria per allenare il Venezia e ottiene la promozione in massima serie al primo tentativo, chiudendo il campionato al 4º posto. L'anno dopo la dirigenza lagunare, insoddisfatta dei risultati raccolti fino a quel momento, esonera Prandelli dopo 5 sconfitte in 5 gare e l'ultimo posto in classifica a zero punti. Preso dallo sconforto, per rilassarsi inizia a giocare a golf. Parma e Roma Nella stagione 2002-2003, guida il Parma al quinto posto in Serie A e qualificazione in Coppa UEFA. L'anno successivo, gli emiliani chiudono nuovamente al quinto posto in classifica, in un anno di problemi societari. Il 29 maggio 2004 è ingaggiato dalla Roma; si dimette il 26 agosto seguente, prima dell'inizio del campionato, a causa della grave malattia che colpisce la moglie Manuela. Fiorentina Prandelli nel 2006 Nella stagione 2005-2006 è scelto come allenatore della Fiorentina dal patron Diego Della Valle, prendendo il posto di Dino Zoff. Alla prima stagione viola centra il quarto posto in classifica e accesso ai preliminari di Champions League; in seguito allo scandalo calciopoli, la sentenza della CAF toglie 30 punti alla squadra escludendola dalle coppe europee e costringendo la Fiorentina a iniziare la stagione 2006-2007 con 19 punti di penalizzazione in classifica, che in seguito l'Arbitrato del CONI ridurrà di 4 punti, portandoli a -15. L'11 dicembre 2006, a seguito della prima stagione positiva coi viola, riceve il premio Panchina d'oro al centro tecnico federale di Coverciano. Nella stagione 2006-2007, a seguito della seconda positiva annata toscana, è insignito della Panchina d'oro; porta infatti la squadra al 6º posto in classifica, centrando la qualificazione in Coppa UEFA dopo un inizio negativo (senza penalizzazione di 15 punti sarebbe arrivato terzo sul campo). Nella stagione 2007-2008 la Fiorentina disputa un ottimo campionato concludendo il girone di andata al 4º posto, che riuscirà a ottenere alla fine del campionato nonostante la concorrenza del Milan. Rilevante fu anche il percorso in Coppa Uefa: i viola, dopo aver superato il Brann, l'Everton e il PSV Eindhoven si arresero soltanto in semifinale; uscendo sconfitti contro i Glasgow Rangers alla lotteria dei calci di rigore. Prandelli saluta il pubblico durante la sfida Parma-Fiorentina del 13 gennaio 2008 Così accede al terzo turno preliminare di Champions League 2008-2009. Qui la Fiorentina venne eliminata nella fase a gironi. Ripescata in Coppa UEFA, la squadra uscì ai sedicesimi contro l'Ajax. In campionato, dopo una brutta partenza nelle prime partite (2 sconfitte nelle prime 4 gare), la Fiorentina si risolleva finendo di nuovo al quarto posto,qualificandosi per la massima competizione calcistica europea grazie agli scontri diretti favorevoli col Genoa (1-0 a Firenze e 3-3 a Marassi), con cui era giunta pari in classifica (68 punti). Nella stagione 2009-2010, dopo aver superato la fase a gironi di Champions League da prima classificata con 15 punti e battendo due volte il Liverpool (2-0, 1-2), la Fiorentina viene eliminata agli ottavi dal Bayern Monaco con strascichi di polemiche arbitrali. La squadra arriva in semifinale di Coppa Italia, eliminata dall'Inter di José Mourinho. Con la vittoria sulla Sampdoria, inoltre, il 23 settembre 2009, Prandelli raggiunge Fulvio Bernardini in testa alla classifica degli allenatori più vincenti della storia viola, a quota 99 successi. Dopo 3 giorni, nel turno che vede la Fiorentina a Livorno (0-1), ottiene la centesima vittoria in 197 partite (record assoluto) alla guida dei gigliati. Il campionato 2009-2010 si conclude con 17 sconfitte per i viola, che chiudono all'11º posto. A fine stagione, Prandelli lascia la Fiorentina e diventa CT dell'Italia. Nazionale italiana Mario Balotelli e Prandelli con l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Il 30 maggio 2010 la FIGC annuncia l'accordo tra il presidente Giancarlo Abete e Cesare Prandelli, che sarà il CT della Nazionale italiana per quattro anni con ingaggio da 3 milioni l'anno, in sostituzione di Marcello Lippi dopo la conclusione del campionato del mondo 2010. Prandelli è presentato il 1º luglio 2010 in conferenza stampa allo stadio Olimpico di Roma. Recupera subito Antonio Cassano, inserisce nel gruppo Mario Balotelli (entrambi esclusi da Lippi nel Mondiale 2010) e nomina Gianluigi Buffon (in recupero da intervento) nuovo capitano della Nazionale dopo l'abbandono di Fabio Cannavaro. Prandelli stabilisce un "codice etico" in base al quale i calciatori che si rendono protagonisti di azioni aggressive e/o antisportive non saranno convocati in Nazionale. L'esordio coincide con la sconfitta contro la Costa d'Avorio per 1-0. L'Italia disputa le qualificazioni al campionato europeo 2012 e con la vittoria 1-0 sulla Slovenia il 6 settembre 2011 a Firenze si qualifica alla manifestazione continentale con due gare d'anticipo, ottenendo il record di precocità nella qualificazione al campionato europeo, conseguita con 22 punti in otto gare; nella stessa partita è stabilito il record di imbattibilità nelle qualificazioni europee (644 minuti). Prandelli dirige un allenamento nel 2012 A dicembre 2011, in pieno scandalo scommesse, Prandelli invita Simone Farina al raduno della Nazionale, in vista della gara del 29 febbraio 2012 tra Azzurri e Stati Uniti, in segno d'apprezzamento per il calciatore che ha rifiutato 200 000 euro (più del doppio del suo compenso stagionale) per "combinare" la partita di Coppa Italia Gubbio-Cesena, denunciando il fatto e facendo partire l'inchiesta sull'Operazione Last Bet. Prima dell'inizio degli Europei 2012, Prandelli assume suo figlio Niccolò nello staff tecnico della Nazionale, precisando che suo figlio non è stato raccomandato da lui, ma ha ottenuto il posto nello staff della Nazionale grazie alla sua professionalità. Scelti i ventitré giocatori da convocare agli Europei 2012, l'Italia è inserita nel Girone C dove pareggia 1-1 con Spagna, all'epoca detentrice del titolo mondiale e europeo, e Croazia e vince 2-0 con l'Irlanda, risultato che porta l'Italia ai quarti di finale al secondo posto nel girone, dietro la Spagna. Il 24 giugno l'Italia batte l'Inghilterra allenata da Roy Hodgson ai rigori per 4-2 e va in semifinale contro la Germania, battendo anche quest'ultima, il 28 giugno, per 2-1, raggiungendo così la finale con la Spagna. Con la vittoria sui tedeschi, l'Italia di Prandelli si assicura un posto alla Confederations Cup 2013. Il 1º luglio 2012 l'Italia perde 4-0 la finale con la Spagna. Al rientro in Italia, la Nazionale e Prandelli sono stati omaggiati al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a cui Prandelli ha regalato la propria medaglia d'argento. Il 7 settembre 2012, l'Italia esordisce alle qualificazioni per il campionato del mondo 2014 col 2-2 con la Bulgaria. Prandelli (al centro) assiste alla sfida tra Italia e Inghilterra durante i quarti di finale del campionato d'Europa 2012 Il 3 giugno 2013 rilascia la lista convocati alla Confederations Cup 2013, in cui l'Italia è nel Girone A con Brasile, Giappone, Messico. All'esordio col Messico, l'Italia vince 2-1. La nazionale vince col Giappone 4-3 e perde la terza gara del girone coi padroni di casa del Brasile. In semifinale gli Azzurri sono sconfitti ai rigori dalla Spagna e guadagnano il terzo posto nella competizione battendo ai rigori 3-2 l'Uruguay (2-2 ai tempi regolamentari). Per l'Italia il campionato del mondo 2014, che si tiene in Brasile, si apre con la vittoria per 2-1 con l'Inghilterra, in cui l'Italia batte il record di passaggi riusciti in un Mondiale con la percentuale del 93,2% (record che durava dal mondiale d'Inghilterra 1966) e segna la quindicesima marcatura consecutiva ai mondiali, record assoluto della competizione. Il torneo comunque si conclude per la seconda volta consecutiva al primo turno, dopo le sconfitte 1-0 con Costa Rica e Uruguay. Subito dopo l'eliminazione il 24 giugno 2014 Prandelli annuncia in conferenza stampa le proprie dimissioni irrevocabili da ct della Nazionale italiana insieme al presidente della FIGC Giancarlo Abete, sebbene la Federazione non approvi la decisione del tecnico. Viene sostituito da Antonio Conte. Galatasaray L'8 luglio 2014 è ingaggiato dai turchi del Galatasaray per la stagione 2014-2015 per 5 milioni netti a stagione. Debutta il 25 agosto, perdendo la Supercoppa di Turchia col Fenerbahçe ai rigori (ai supplementari 0-0). In Champions League, sotto la guida del tecnico bresciano, il Galatasaray fornisce una delle peggiori prestazioni della sua storia, raccogliendo solo 1 punto in 5 partite disputate. Prandelli nel 2014, alla guida del Galatasaray in una sfida di UEFA Champions League. Il 27 novembre 2014 è esonerato dopo la sconfitta in trasferta con l'Anderlecht nella fase a gironi di Champions League, che elimina i turchi da qualunque competizione europea. La squadra è in quel momento terza in campionato alle spalle di Fenerbahçe e Beşiktaş e ha patito una sconfitta per 3-0 in casa contro il Trabzonspor. Al termine dell’incontro i tifosi inferociti per la sconfitta hanno chiesto a gran voce le dimissioni del tecnico italiano, reputato il principale responsabile dell’attuale situazione del club. In questa breve esperienza turca Prandelli ha collezionato 6 vittorie, 2 pareggi e 8 sconfitte in 16 partite, perdendo il 50% delle gare. L'8 giugno 2015 rescinde il contratto col club turco, con buonuscita di circa 3 milioni di euro per lui e il suo staff composto da Gabriele Pin, Renzo Casellato, Giambattista Venturati, Silvia Berti e Vincenzo Di Palma. Valencia, Al-Nasr e Genoa Dopo 2 anni di inattività, il 28 settembre 2016 firma un contratto biennale con il Valencia, che alla sesta giornata si trova in quattordicesima posizione nella Liga spagnola. Il 30 dicembre seguente si dimette per divergenze di mercato, non ancora terminato. Prandelli aveva debuttato in Liga con una vittoria a Gijon, poi 3 pareggi e 4 sconfitte e l'addio con la conquista di 6 punti su 24, lasciando il Valencia al 17º posto. Il 25 maggio 2017 viene ufficializzato il suo ingaggio sulla panchina dell'Al-Nasr, club degli Emirati Arabi Uniti, per la stagione 2017-2018. Il 19 gennaio 2018, dopo l'eliminazione dalla Coppa del Presidente degli Emirati Arabi Uniti viene esonerato. Chiude la sua avventura dopo aver totalizzato 5 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte con la squadra al terzo posto in campionato. Il 7 dicembre 2018 viene ingaggiato dal Genoa in sostituzione di Ivan Jurić. Nonostante la vittoria di prestigio contro la Juventus per 2-0 alla 28ª giornata (prima sconfitta stagionale per la squadra bianconera), Prandelli non riesce a dare la sterzata sperata alla stagione del Genoa. La salvezza arriva solo all'ultima giornata grazie al pareggio con la Fiorentina e alla contemporanea sconfitta dell'Empoli con l'Inter: a premiare i rossoblù, arrivati a pari punti con gli azzurri toscani, è il miglior rendimento negli scontri diretti. A fine stagione non viene confermato, venendo sostituito da Andreazzoli, e il 20 giugno rescinde il proprio contratto. Ritorno alla Fiorentina Il 9 novembre 2020 fa ritorno, dopo dieci anni, sulla panchina della Fiorentina, al posto dell'esonerato Giuseppe Iachini. Esordisce in viola il 22 novembre perdendo per 0-1 contro il Benevento, mentre la prima vittoria arriva tre giorni più tardi contro l'Udinese al quarto turno di Coppa Italia (la viola verrà eliminata agli ottavi ai supplementari per mano dell'Inter). Dopo altre 2 sconfitte e 3 pareggi (tutti con il risultato di 1-1), la prima vittoria arriva il 22 dicembre con un netto 3-0 in casa della Juventus. In tutto mette insieme 6 vittorie, 6 pareggi e 11 sconfitte in 23 partite. Il 23 marzo 2021, due giorni dopo la sconfitta casalinga per 2-3 contro il Milan e con la squadra al quattordicesimo posto in classifica, rassegna le dimissioni per motivi personali con una lettera pubblicata sui canali social del club viola, nella quale inoltre asserisce di poter chiudere definitivamente la propria carriera da allenatore. Il 13 marzo 2023, a due anni dall'ultima esperienza in panchina, annuncia il proprio ritiro. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C: 1 - Cremonese: 1976-1977 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Allenatore Club Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Atalanta: 1991-1992 Campionato Primavera: 1 - Atalanta: 1992-1993 Torneo di Viareggio: 1 - Atalanta: 1993 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Verona: 1998-1999 Individuale Panchina d'oro: 2 - 2005-2006, 2006-2007 L'allenatore dei sogni: 1 - 2006 Oscar del calcio AIC: 1 - Migliore allenatore: 2008 Premio Facchetti: 1 - 2009 Premio Nazionale Enzo Bearzot: 1 - 2011
  18. GABRIELE PIN L’importanza di avere un nonno. «Il mio diceva: non bisogna lamentarsi del brodo grasso».Gabriele Pin ha presente la scala dei valori fin dalle prime battute dell’esistenza. La sua è la generazione figlia del sacrificio. Famiglia del Veneto operaio: papà Giuseppe alla Snia-Viscosa, mamma Maria in un’industria tessile. «Infanzia serena, anche se non c’era il benessere di adesso. I miei genitori erano usciti con la fame dalla guerra e non volevano che toccasse ai loro figli. Certo, il superfluo non esisteva. Mio papà a 30 anni ha avuto un incidente quando era muratore, è rimasto sotto una casa. In eredità ha avuto un’andatura claudicante. I loro sacrifici li hanno pagati con la salute».Gabriele Pin è un giocatore anomalo. Serio, cortese, nei lunghi viaggi sta immerso in un buon libro. «Purtroppo lo stereotipo del calciatore stolto l’abbiamo creato noi. I ragazzi di adesso mi sembrano diversi. Io alle partite a carte ho sempre preferito la lettura».Linea di partenza: i campetti dell’oratorio della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo a Vittorio Veneto. Seconda tappa: la “Vitt ’66”, squadretta del quartiere. Tutta la trafila. «Anche se ero più piccolo si capiva che avevo qualità, così cominciarono i provini».A volte la strada di un uomo è decisa dal caso, nel calcio spesso è il tifo a fare da spartiacque: Beppe Zanette, professore di italiano e suo allenatore, è un tifoso bianconero sfegatato, con tanto di tessera del club locale. Lo spinge verso la Juventus.A 13 anni Gabriele prende la strada di Villar Perosa, destinazione l’ultimo piano (e mansarda) dell’albergo storico ritiro bianconero. Lassù vivono i 30 ragazzi del settore giovanile. Non è una vita facile, non è una vita allegra, soprattutto è una vita trafficata. Al mattino Villar-Pinerolo-Villar per la scuola («chiusa con rammarico in terza ragioneria»), “pranzo con l’imbuto”, al pomeriggio Villar-Torino-Villar per l’allenamento.Gabriele ha appena perso sua madre Maria e il signor Giuseppe non vorrebbe lasciarlo andare, ma la passione del figlio è a prova del primo terribile anno. «Ho vissuto travolto dalla nostalgia e scosso dal pianto. Mi hanno sostenuto la forza di volontà, i consigli della società e l’amicizia con altri ragazzi della mia età, tra cui Galderisi».Ma i singhiozzi del ragazzo di Vittorio Veneto finiscono quando la vita del calciatore diventa la sua vita.Esordisce infatti in serie A nel 1980, appena diciottenne, all’ultima giornata del campionato 1979-80, contro la Fiorentina. Gioca, per la cronaca, un solo tempo e la Juventus vince bene, un 3-0 indiscutibile.Poi lo mandano a «fare esperienza». «In serie C, allora, non giravano le cifre pazzesche di adesso. Con un posto da titolare portavi a casa uno stipendio che ti permetteva di mantenere una famiglia di quattro persone. Per cui c’era un nonnismo che neanche a militare s’immaginano. Una vera giungla, bersagli preferiti i giovani che arrivavano dalle grandi squadre. Ora lo chiamano mobbing, ma non rende l’idea. Ho vissuto certe storie. A Sanremo un allenatore, Canali, ci faceva fare yoga. A Forlì c’era il mitico presidente “Vulcano” Bianchi: la sede era più grande di quella della Juve. Falliti e retrocessi, ma non prima di soffiare quattro punti al Rimini di Sacchi. Tra andata e ritorno feci tre gol: Arrigo me lo rinfaccia ancora adesso. Un’esperienza formativa: ero considerato un giocatore di qualità ma di poco carattere. Me lo sono fatto».Ritorna alla Juventus nell’estate del 1985, da Parma, sulla scia di Pioli. Nella squadra emiliana, allenata da Gedeone Carmignani, Gabriele svolge mansioni atipiche, che si avvicinano a quelle del play-maker del basket. Un regista, insomma, ma anche un incontrista-lottatore, che si sdoppia a seconda del bisogno e che garantisce alla squadra un contributo sia in fase di costruzione, che in quella di interdizione.Pin ha i piedi buoni e il senso geometrico del gioco, che vede assai bene e con singolare rapidità; ha anche uno spiccato senso della ricerca dell’avversario a cui applicarsi, degli spazi da chiudere. In definitiva, un giocatore capace di adattare i propri estri al servizio del collettivo, ma anche uno con la necessaria personalità per impugnare, quando occorre, la bacchetta del direttore d’orchestra.Con queste credenziali, Gabriele ritorna in bianconero e trova in Trap un immediato motivo di stimolo. «Squadra rinnovata, alcuni vecchi e molte facce nuove. La garanzia era il Trap. Si fermava un’ora in più sul campo con i giovani a insegnare tecnica. Ho un bellissimo ricordo e conservo una convinzione: non è facile vincere, nemmeno se hai grandi campioni in squadra».L’allenatore bianconero capisce le doti del ragazzo e lo getta, sin dalle prime amichevoli, nella lotta. Non c’è partita, più o meno importante, in cui Gabriele non abbia l’opportunità di mettersi in luce e non c’è partita in cui Pin, una volta in campo, non ricambi la fiducia dell’allenatore.In Coppa Italia, nella goleada contro la Casertana, Gabriele riesce a realizzare anche una rete; a Firenze; sempre in Coppa Italia, Pin risulta, a giudizio unanime, il più positivo dei centrocampisti bianconeri e si merita elogi pubblici dell’allenatore. Il Trap smorza gli entusiasmi, usa prudenza e non vuol bruciare le tappe rischiando di bruciare Gabriele. Gioca quando serve, quando la logica della partita lo richiede.E in Coppa dei Campioni, nella partita di ritorno con la Jeunesse, scocca la seconda ora fatidica; Gabriele è in campo dall’inizio, in un ruolo che esalta le sue molte valenze tattiche e la sua prestazione è di quelle che fanno parlare a lungo. I pochi addetti ai lavori che seguono, in esclusiva, la partita nel Comunale deserto, si sbilanciano in giudizi perentori sul ragazzo; in parecchi lo additano addirittura come il migliore in campo.Il goal che Gabriele segna, con stoccata dalla distanza che coglie l’angolo estremo, è un pezzo di bravura tutt’altro che isolato, in una gara che lo conferma giocatore davvero versatile per tutte le incombenze del centrocampo.«Ho azzeccato un gran tiro – commenta a fine gara – è diventato un goal imparabile. È stata per me un’occasione da sfruttare, ho cercato di trovare il ritmo giusto per mettermi in evidenza. Devo dire che tutto è stato reso difficile dal clima irreale in cui si è giocato. Anche se gli avversari erano inconsistenti si è sentita la mancanza di incitamento».Pin disputa 32 partite, compresa la vittoriosa finale di Coppa Intercontinentale; alla fine di quella stagione, è ceduto alla Lazio.Nella capitale disputa sei stagioni ad altissimo livello, prima di ritornare al Parma; rimane in gialloblu quattro campionati, per poi chiudere la carriera al Piacenza.Fare l’allenatore è la logica conseguenza di una vita da centrocampista e da uomo illuminato. «Ricordare la fatica è la chiave giusta: i primi soldi li ho fatti dopo anni, per questo ne conosco il valore». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/gabriele-pin.html
  19. GABRIELE PIN https://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_Pin Nazione: Italia Luogo di nascita: Vittorio Veneto (Treviso) Data di nascita: 21.01.1962 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 68 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1981 e dal 1985 al 1986 Esordio: 11.05.1980 - Serie A - Juventus-Fiorentina 3-0 Ultima partita: 27.04.1986 - Serie A - Lecce-Juventus 2-3 33 presenze - 3 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Gabriele Pin (Vittorio Veneto, 21 gennaio 1962) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Gabriele Pin Pin capitano della Lazio nel 1991 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili 1975-1979 Juventus Squadre di club 1979-1981 Juventus 3 (0) 1981-1982 → Sanremese 22 (1) 1982-1983 → Forlì 22 (5) 1983-1985 Parma 67 (7) 1985-1986 Juventus 30 (3) 1986-1992 Lazio 196 (15) 1992-1996 Parma 97 (2) 1996-1997 Piacenza 21 (0) Carriera da allenatore 1999-2001 Parma Primavera 2001-2004 Parma Vice 2004 Roma Vice 2005-2010 Fiorentina Vice 2010-2014 Italia Vice 2014 Galatasaray Vice 2016 Valencia Vice 2017-2018 Al-Nasr Vice 2018-2019 Genoa Vice 2020-2021 Fiorentina Vice 2021-2022 Esteghlal Vice Caratteristiche tecniche Giocatore Centrocampista centrale, nel corso della carriera ha ricoperto indifferentemente i ruoli di mediano e regista arretrato, sistemato davanti alla difesa. Dotato di dinamismo, senso della posizione e delle geometrie del gioco, utilizzava queste doti sia in fase di contenimento che in fase di costruzione. Allenatore Come assistente di Cesare Prandelli si occupa prevalentemente dell'aspetto tattico di difesa e centrocampo. Carriera Giocatore Pin in azione alla Juventus nella stagione 1985-1986 Cresciuto nelle giovanili della Juventus, esordisce in prima squadra nell'ultima giornata del campionato di Serie A 1979-1980, giocando un tempo nella vittoria sulla Fiorentina per 3-0. A partire dal 1981 viene ceduto in Serie C1, per acquisire esperienza: milita per una stagione nella Sanremese e per una nel Forlì (dove gioca insieme al futuro portiere milanista Sebastiano Rossi), prima di passare in comproprietà al Parma. Nella giovane formazione allenata da Marino Perani Pin è titolare a centrocampo, e conquista la promozione in Serie B, categoria nella quale esordisce nella stagione successiva, conclusa con la retrocessione dei ducali. Nel 1985 fa rientro alla Juventus, dove viene impiegato come alternativa a centrocampo disputando anche la partita di Coppa Intercontinentale, e trovando spazio nelle coppe europee, per un totale di 33 presenze (di cui 21 in campionato). A fine stagione si trasferisce alla Lazio, dove rimane per sei stagioni consecutive: contribuisce alla salvezza nel campionato di Serie B 1986-1987 (nel quale i capitolini erano penalizzati di 9 punti), e nella stagione successiva conquista la promozione in Serie A. In maglia laziale colleziona complessivamente 225 presenze tra campionato e coppe, indossando anche la fascia di capitano. Nel 1992, dopo l'acquisto del centrocampista inglese Paul Gascoigne, Pin fa ritorno al Parma, dove gioca quattro stagioni conquistando una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA e una Supercoppa UEFA, nel ruolo di regista arretrato che era stato di Daniele Zoratto. Posto in disparte dopo l'acquisto di Tomas Brolin, riprende il ruolo di regista in seguito a un grave infortunio del giocatore svedese nel campionato 1994-1995. Nel 1996, a 34 anni, si trasferisce al Piacenza, con il quale disputa la sua ultima stagione agonistica contribuendo con 21 presenze alla salvezza nello spareggio contro il Cagliari. Allenatore Terminata la carriera come calciatore ha iniziato ad allenare nelle giovanili del Parma, e in seguito come assistente di Arrigo Sacchi e Renzo Ulivieri. Con l'arrivo di Cesare Prandelli (suo compagno nella Juventus) sulla panchina ducale si lega al tecnico di Orzinuovi con il ruolo di assistente tattico, anche nelle successive esperienze di Roma e Firenze. Dal 2010 svolge tale compito nella Nazionale italiana, e dopo le dimissioni di Prandelli lo affianca anche nelle successive esperienze. Il 7 dicembre 2018, con la nomina di Cesare Prandelli in qualità di allenatore del Genoa, diventa vice allenatore della squadra ligure. Il 9 novembre 2020 ritorna alla Fiorentina con Prandelli. Nel giugno 2021 accetta l'offerta del club Iraniano del Esteghlal, come vice allenatore di Farhad Majidi. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Campionato italiano di Serie C1: 1 - Parma: 1983-1984 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa delle Coppe: 1 - Parma: 1992-1993 Supercoppa UEFA: 1 - Parma: 1993 Coppa UEFA: 1 - Parma: 1994-1995
  20. AMÁRO Acquistato nell’estate del 1962 dall’America di Rio, in Brasile, dove faceva il mediano di appoggio, alla Zito, per intendersi, ma senza avere la classe limpida di quest’ultimo. Nell’America il centrocampo era affidato a due uomini: Amàro di dietro e Juan Carlos davanti. Era una squadra, quella, veramente con i fiocchi. Una squadra che sovente giocava da pari a pari con il Santos. La chiamavano l’America del Miracolo. La coppia Amàro-Juan Carlos era veramente da Nazionale. Ma, singolarmente, i due giocatori valevano ben poco.«Dopo l’allenatore Amaral – scrive “La Stampa” del 27 luglio 1962 – è giunto ieri a Torino anche il secondo brasiliano della Juventus: il calciatore Amàro. Non è un nero, poiché il trainer non ritiene che sia possibile ambientare in Italia i più bravi atleti di colore che militano nelle squadre sudamericane, e non è neppure mulatto come il tanto discusso Amarildo: è bianco e addirittura biondo. È sceso dall’aereo alla Malpensa dopo dodici ore di volo con la figlioletta su un braccio e la graziosa signora al fianco. Ad attenderlo erano il segretario sportivo della Juventus Felice Borel, e Amaral cui era affidato il compito di tradurre nel suo ancora approssimativo italiano le dichiarazioni del nuovo arrivato. Amàro Viana Barbosa ha fatto un riassunto delle vicende che lo hanno portato in Italia. È nato l’11 aprile 1937 a Campos, una cittadina a circa 300 chilometri da Rio de Janeiro: il padre, proprietario di una fazenda, gli ha fatto seguire i corsi di studio nei vari gradi di college, seguendoli fino all’istituto superiore. Nel frattempo si era distinto come calciatore sino a essere ingaggiato, come titolare, dal F.C. America nel 1958. Quando dovette decidere per iscriversi all’Università optò per l’Istituto di Educazione Fisica che ha lasciato ora, al secondo anno di frequenza, per venire in Italia. Nel frattempo, quasi per celebrare la sua prima maglia gialloverde di Nazionale si è sposato con la signora Norma: dal matrimonio è nata Vaneska, che ha ora soltanto due mesi. Amàro ha giocato quattro volte in Nazionale nel 1961. Due incontri con il Cile e due con il Paraguay, nel ruolo di mediano di centrocampo, con il compito di affiancare Didi nella manovra di rilancio di Garrincha, Coutinho, Gérson e Zagallo. Amaral lo ha scoperto per conto della Juventus, prima avendolo come avversario della propria squadra il Botafogo, e poi quale allievo nei ranghi della Nazionale. La giornata di Amàro dopo il veloce viaggio fino a Torino, è stata piuttosto intensa: nel primo pomeriggio un lungo colloquio con Amaral (ripartito per Venezia ove terminerà le vacanze), poi la rituale presentazione in sede ai dirigenti e ai soci del circolo».Amaral è convinto che le sue caratteristiche si sposino perfettamente con Amarildo, stella del Botafogo, al quale la Juventus sta facendo una corte serratissima. Sfumato, però, l’acquisto del Garoto, Amàro viene provato in qualche amichevole e subito rimandato a casa. Si legge su “La Stampa” del 4 ottobre 1962: «Amàro Viana Barbosa lascerà questa sera o al più tardi domani mattina Torino per far ritorno in Sudamerica. La sua breve avventura italiana è terminata, prima ancora di poter entrare nel vivo; il brasiliano ha giocato soltanto qualche partita amichevole, poco più di un allenamento, senza poter dare un’esatta misura delle proprie capacità in gare di campionato. Ritornando in Brasile troverà un posto da titolare nel Corinthians, che a sua volta cede alla Juventus il centravanti Miranda». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/amaro.html
  21. AMÁRO https://it.wikipedia.org/wiki/Amaro_Viana_Barbosa Nazione: Brasile Luogo di nascita: Campos dos Goytacazes Data di nascita: 11.04.1937 Luogo di morte: Campos dos Goytacazes Data di morte: 21.09.2010 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Brasiliano Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 26.08.1962 - Amichevole - Varese-Juventus 0-4 Ultima partita: 12.09.1962 - Amichevole - Juventus-Djurgarden 1-2 0 presenze - 0 reti Amaro Viana Barbosa, detto Amaro (Campos dos Goytacazes, 11 aprile 1937 – 21 settembre 2010), è stato un calciatore brasiliano, di ruolo centrocampista. Amaro Viana Barbosa Nazionalità Brasile Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 19?? Bonsucesso ? (?) 1957-1961 America-RJ ? (?) 1961-1962 Juventus 0 (0) 1961-1965 Corinthians 106 (6) 1965-1967 Portuguesa ? (?) 1969 Bonsucesso ? (?) Nazionale 1961 Brasile 4 (0) Carriera Vinse il campionato carioca nel 1960.
  22. ANGELO AMADORI Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.01.1949 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 17.10.1968 - Amichevole - Astimacobí-Juventus 0-12 Ultima partita: 05.03.1969 - Amichevole - Juventus-Gais Goteborg 3-0 0 presenze - 0 reti
  23. DOMENICO MAROCCHINO Nella gara di ritorno con il Widzew Łódź, nella Coppa Campioni 1982-83, in cui sostituì Bettega, fu accolto all’aeroporto di Varsavia da uno stuolo di ragazzine polacche entusiaste che esibivano un’incredibile striscione con la scritta (in italiano) “Marocchino, vieni a ballare con noi in discoteca”, a testimonianza che Domenico ha spesso, inconsciamente, inteso il calcio come un hobby e non come una professione vera e propria. «Ho esordito a pochi passi da Torino, a Tronzano nella squadra locale, poi un provino fortunato alla Juventus ed ecco tutta la trafila, fino ala prima squadra. Sono stato Campione d’Italia Allievi, vice Campione nella Primavera, ho giocato con Rossi, Marangon e Zanoni, poi ho giocato trentacinque partite in C e altrettante in B alla Cremonese e una in A, a Bergamo. Nell’estate del 1979, finalmente nella Juventus. Penso che, per un giocatore, la Juventus rappresenti il culmine delle aspirazioni, nel senso che giocare nell’Inter, nel Milan, nel Torino, è bello, ma la Juventus ha un qualcosa di più, rappresentato da quel certo fascino che le deriva dal fatto che tutta l’Italia guarda a lei. Quindi, una grossa soddisfazione e nello stesso tempo un notevole sacrificio perché sulle spalle si porta un fardello che non tutti sono degni di sostenere». MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1987 Poteva essere un grande della Juventus. Poteva, voleva e ne aveva i mezzi. Per mille e una ragione è rimasto una promessa, uno in cui molti avevano creduto e nulla più. Domenico Marocchino è stato l’uomo delle occasioni perdute e delle grandi illusioni. Ed è un peccato perché potenzialmente il Meco aveva tutti i mezzi per sfondare. Non seppe, invece, tenere fede alle speranze di quanti, in primis Boniperti e Trapattoni, credevano in lui. I motivi sono molti e sarebbe ingiusto e riduttivo, oggi, esprimere soltanto giudizi negativi. Anzi, la stima e la simpatia che ho per Marocchino mi spinge ad affermare, senza tema d’essere smentito, che il ragazzone di Tronzano poteva essere un titolare inamovibile se soltanto avesse temperato un poco il carattere e le circostanze generali fossero state più favorevoli. Ma a nessuno di noi è data la possibilità di ripetere le prove più importanti della nostra vita: siano esse legate agli affetti, al lavoro o allo sport. E tant’è. Si deve andare avanti facendo tesoro delle esperienze acquisite. Ma chi è stato Marocchino? Il cavallone discontinuo (e certe volte assente) che tante volte ha fatto penare Boniperti, Trapattoni e i tifosi oppure un ottimo calciatore che ha avuto soltanto la sfortuna di non capire che la Juve concede poche prove d’appello e non può permettersi d’attendere oltre il lecito l’esplosione di un giovane calciatore? «Ai ragazzi – mi disse un giorno Trapattoni dopo un allenamento, lontani da orecchie indiscrete – la Juve chiede una crescita graduale e costante. Non pretende e non cerca boom, né vuole meteore. Basta maturare giorno dopo giorno». Per Marocchino non è andata così e, lo ripeto, mi spiace così come dispiacque, ai tempi, a quanti nel calcio vedono un poco più in là del proprio naso e del risultato contingente. Con questo non voglio dire che Marocco non sia personaggio intelligente calcisticamente e umanamente preparato. Anzi. Mi preme, invece testimoniare la storia di un giocatore a cui la sorte ha concesso meno del dovuto. E chi conosce Marocchino, sa che l’uomo è valido, il calciatore è di buon livello e il contenitore è certamente diverso dal contenuto. Una cosa è certa: Beppe Furino è uno che di calcio se ne intende. Il Capataz era certo delle possibilità di Meco, avrebbe scommesso senza paura sulla carriera del buon Domenico e ancora oggi, come chi scrive, ricorda le belle intuizioni dell’allora giovane collega. Nato a Tronzano (Vercelli) il 5 maggio del 1957, Marocchino è cresciuto nelle minori bianconere. Poi la provincia con un’escalation: Casale in serie C, Cremonese in Serie B e Atalanta in Serie A. Dovunque attestazioni di merito e approvazioni del pubblico. Nel 1979 Marocco viene richiamato alla Juve: l’intendimento dei dirigenti è quello di farlo diventare prima o poi il vice Causio e quindi arrivare a rilevare il campione leccese. Con lui (seconda o meglio alternativa paritaria) c’è anche Fanna. Il colpo riesce in parte a tutti e due, anche se a nessuno, Fanna e Marocchino, sarà concessa la possibilità di diventare stabilmente il nuovo Causio. In ogni modo, Marocchino mette in carniere gli scudetti 1981 e 1982 e la Coppa Italia 1983. Un buon palmarès, illustrato nell’arco di un quadriennio da 137 presenze totali (novantanove in campionato, ventidue in Coppa Italia e sedici nelle coppe europee) e da dodici goal (nell’ordine nove, due e uno nelle tre manifestazioni). Dotato di un buon fisico, di un discreto dribbling e di una vivace intelligenza calcistica, Marocco ha sempre peccato nello scatto e nel tiro (arma, questa, spesso validissima ma sempre usata con inspiegabile parsimonia). Tra le soddisfazioni di Marocchino anche un gettone azzurro: contro il Lussemburgo a Napoli. Poco, troppo poco. Ragazzo simpatico e divertente, grande tombeur de femmes, amante dei begli abiti e delle buone automobili, Marocchino è stato il tipo giusto nell’epoca sbagliata anche alla Sampdoria dov’è approdato nel 1983 e poi al Bologna. Proprio in maglia rossoblu doveva esserci il grande rilancio. Invece oggi (ma scrivo con grande anticipo, sul finire dell’estate poiché l’amico Refrigeri è attento e preciso custode dei tempi di realizzazione di “Hurrà”) Domenico è rimasto addirittura senza contratto. La regola crudele dello svincolo e precise scelte tecniche del Bologna hanno fatto vivere al vercellese un’estate certamente non felice. Speriamo che quando queste righe saranno state stampate Marocchino abbia ritrovato una squadra. Ne ha tutte le possibilità e lo merita. E poi, se non accadesse, a Marocco resteranno occasioni extra calcistiche e un bagaglio di ricordi e vittorie targate Juve che nulla potrà cancellare. NICOLA CALZARETTA, “GS” DEL DICEMBRE 2010 A uno come Domenico Marocchino devi voler bene per forza. Impossibile fare diversamente. Divertente, estroverso, sveglio. Un portatore sano di genio, bambino dentro, senza scomodare l’immancabile Peter Pan, con le sindromi a lui associate. Perché il Marocco è una persona sana, anzi sanissima, imprenditore felice, opinionista acuto, con tanto di prole a carico. Non usa il computer, ma solo per pigrizia. Una persona intelligente, che non ha smesso di sorridere alla vita: un modo di essere, uno stile pregiato da quando quattordicenne entrò per la prima volta nel fantastico mondo della Juventus. Ricorda tutto, in special modo la sua prima maglia bianconera: «di lana, a mezze maniche e con il numero otto: bellissima». Il provino andato bene e Italo Allodi, all’epoca General Manager della società bianconera, che gli ordina di passare dalla sede per la firma sul cartellino. È l’inizio di una favola, che ha come protagonista un giocatore vero, un talentuoso del dribbling, un anarchico borghese. Dal cuore grande e dalla simpatia contagiosa che all’inizio degli anni Ottanta ha toccato il cielo con un dito, vincendo due scudetti con la Juventus. Com’è possibile? «Ti stupisci, né? Li ho vinti davvero. Ventiquattro partite e cinque goal nel 1980-81. ventinove gare e un golletto l’anno dopo. Ho segnato meno, solo un goal, ma ho giocato con più continuità. È stato il mio campionato perfetto. Non mi era mai successo prima di avere così tanta consapevolezza nei miei mezzi e la piena fiducia dell’ambiente». A quale dei due scudetti sei più legato? «Non c’è differenza. Quando vinci, e lo fai con la squadra che ami, tutti i successi sono belli. Il cuore ti batte forte, sei felicissimo. Piuttosto ci sono delle sfumature diverse tra l’uno e l’altro». Per esempio? «Il primo scudetto lo abbiamo vinto al Comunale all’ultima giornata contro la Fiorentina. Segnò Cabrini con un sinistro volante, ma il merito fu mio che gli feci un assist perfetto. Fu un’azione caparbia, la palla sembrava persa. La recuperai, la difesi e poi crossai al centro dell’area. Ma la cosa più bella la feci a fine partita». E cioè? «Fatta la doccia, me ne andai da solo nello spogliatoio del mio primo provino e mi fumai una fantastica Marlboro, con la mente leggera nel ricordo di quel giorno di dieci anni prima». Già, le sigarette: quante ne fumavi? «Fumavo! Potevano essere tre al giorno come quindici. Il Trap era una bestia. Zoff una volta mi disse: “Moderati”». Lo hai fatto? «Sì, proprio in quell’anno del primo scudetto. Quando Trapattoni iniziò a farmi giocare da titolare, ebbi l’illuminazione. Andavo a dormire un’oretta nel pomeriggio e iniziai a scalare le sigarette». A proposito: com’è che il Trap ti mise dentro? «Non andavamo bene all’inizio. Brady ancora non si era integrato. La squadra era un po’ leggerina in avanti e Trapattoni pensò a me. Ma non solo per una questione di peso e centimetri. Gli facevo comodo tatticamente». In che senso? «Nel senso che io ero in grado di fare tutti e tre i ruoli dell’attacco. Anche la punta centrale, perché ero capace di difendere il pallone. E poi c’è un’altra cosa: andavo a pressare. Mi venne così, d’istinto, fu una mia iniziativa. Ricordo che il Trap; tempo dopo, disse: “Il pressing lo abbiamo fatto per la prima volta con Marocchino”». E intanto Causio ribolliva in panchina: «Causio era un’istituzione e un professionista esemplare. Con me si comportò molto bene. Certo, l’aver perso il posto lo stizzì parecchio. Ma già l’anno prima avevo fatto diverse partite. Spesso giocavo a sinistra, con lo stesso Causio. Non ti dimenticare che c’era anche Fanna, uno che batteva i corner allo stesso modo, sia di destro che di sinistro, bravissimo ragazzo, oltretutto». Perché, tu invece come eri? «Hai un’altra domanda?» No: «Ero giovane, mica potevo pensare solo al pallone. Cercavo di divertirmi, ma l’ho passata liscia poche volte. Boniperti mi conosceva benissimo, da quando ero un ragazzino. Appena tornai, mi fece pedinare. Lui aveva una cerchia di persone, per lo più militari in pensione, che pagava per controllare i giocatori, soprattutto di notte. Ma questa cosa l’ho scoperta un po’ di tempo dopo». Come? «Una domenica, prima di una partita con il Napoli, chiesi a De Maria (il massaggiatore, ndr) dei laccetti per tener su i calzettoni. Lì vicino c’erano anche Boniperti e Giuliano. De Maria mi dà i laccetti e poi mi dice: “Vai a scaldarti”. E Boniperti: “Ma lui si scalda con le more”. Io spalanco gli occhi e gli dico: “Ma la mia fidanzata è bionda!”. Diavolo di un presidente, mi aveva beccato». Però non mi risulta che tu abbia smesso di uscire di notte: «Una volta mi videro in giro che erano le tre. Io dissi che era colpa del presidente. Era lui che voleva che i giocatori respirassero aria buona. Ed io lo avevo preso alla lettera. E giù multe». Quante ne hai pagate? «Tante, al punto che già nel contratto lo scrivevamo e mettevano la cifra, tanto era un evento sicuro». Quella più salata? «La volta che non mi sono svegliato ed ho dovuto inseguire il pullman della squadra». Racconto dettagliato, please: «Dovevamo andare a Verona a giocare. Appuntamento come al solito al Comunale. Succede che non mi suona la sveglia. Trapattoni non mi vede arrivare, smadonna, si incazza. È tardi, allora dice all’autista di passare da casa mia». Sapevano dove abitavi? «Di preciso, no. Mai dare indizi al nemico. Conoscevano il quartiere. Immagina la scena: il pullman della Juve che ciondola per Torino per recuperare un giocatore. Ma io stavo dormendo, quindi la comitiva prende l’autostrada per Verona». E tu? «Io intanto mi sveglio, mi rendo conto che sono in ritardo e mi fiondo allo stadio. Non trovo nessuno, solo il custode che mi fa: “Devi raggiungere Verona con ogni mezzo”. Prendo l’autostrada e dopo un po’ raggiungo il pullman. La cosa buffa è che i miei compagni che stavano in ultima fila (i vecchi erano doverosamente nei primi posti) mi facevano con le mani il gesto dei numeri». A indicare cosa? «I milioni della multa. Qualcuno faceva otto, altri cinque, altri tre. Alla fine sono stati cinque, senza fattura. Un salasso. Boniperti mi disse soltanto: “Non ti sei fatto la barba”. Mi voleva bene. Solo una volta mi sono arrabbiato un po’ con la società». In quale occasione? «Dopo la finale di Atene». Scusa la parentesi, ma perché la Juve perse quella partita? «Perché giocai soltanto mezzora (ride). Un po’ mi dispiace, perché credevo di partire titolare. A ogni modo i motivi veri sono tre. Primo: ci ha danneggiato il fatto di essere arrivati alla finale imbattuti. Non eravamo abituati alla sconfitta. Secondo: passarono troppi giorni tra l’ultima di campionato e la finale, ci ammosciammo. Terzo: facemmo una partita blanda, mentre quella era una gara da prendere a morsi. Ci voleva uno rabbioso, uno come Furino, che peraltro rimase fuori». Com’erano i tuoi rapporti con lui? (ride) «Lo so cosa dove vuoi andare a parare. Diciamolo: in allenamento non ero il massimo dell’impegno. Lui, invece, non mollava mai. Nelle partitelle, se poteva, mi voleva contro. Che momenti: prima della partita c’era una vera e propria campagna acquisti. La gestivano i vecchi: Bettega, Furino appunto, Zoff. C’era un po’ di nonnismo, ma sano, positivo. Noi giovani venivamo dopo». C’era anche Prandelli tra i più giovani, giusto? «Cesare era con me a Cremona e Bergamo. Ragazzo serio, riflessivo, ma anche un giocherellone. Una sera siamo in ritiro a mangiare. Accanto me e a lui, Roberto Tavola. Si parla di fantasmi. Tavola dopo un po’ preferisce cambiare argomento. Si va a dormire. Io e Roberto siamo in camera assieme. Durante la notte mi sveglia e mi fa: “Domenico, smetti di darmi i pizzicotti al braccio”. Ma io stavo dormendo. Lui non mi crede, allora gli faccio vedere le mie mani. In quell’attimo il suo braccio viene pizzicato un’altra volta. Urla, sbianca, si impaurisce, proprio mentre da sotto il letto compare Prandelli che si era nascosto lì per fargli paura. Grande Cesare, si vedeva che avrebbe fatto l’allenatore. Era attento, assimilava, imparava». E nelle partitelle scommetto che Furino lo voleva con sé: «Sicuramente. Ma sappi che la cosa più bella delle partite, che erano tiratissime, era ciò che succedeva dopo». E cioè? «Le pagelle con i voti di Carlo Osti. Erano temute. Nello spogliatoio c’era una bacheca. Lui con il pennarello scriveva i voti. Era severissimo. Alcuni andavano e li correggevano, altri li cancellavano». Tu che facevi? «Niente, avevo sempre voti alti. Osti era il mio compagno di camera». Vabbeh, torniamo all’arrabbiatura dopo Atene: «Succede che sul volo di ritorno, mi capita una copia di un giornale. In prima pagina c’erano delle foto, tra cui la mia, con una croce sopra. Come dire: questi saranno ceduti. Vado dal dottor Giuliano. “Sono tutte illazioni”, fa lui. Bugia: mi avevano già venduto». Ma c’era ancora la Coppa Italia da giocare: «Che a quel punto era diventata l’unico traguardo rimasto. Mi feci male, un risentimento muscolare. Boniperti mi lasciò andare in vacanza in anticipo. Me ne stavo bello per i fatti miei, quando arrivò una telefonata dalla sede. “Torna che devi giocare la finale”». E tu? «Pensai che fossero tutti impazziti. Ero fermo, malandato, non stavo in piedi e dovevo giocare? Oltretutto, dopo che all’andata il Verona aveva vinto 2-0». Come si è risolta la faccenda? «Boniperti mi disse di non preoccuparmi. “Ti marcherà Marangon, lo conosci. Lui ti viene addosso, tu lo scansi con un braccio e parti”. Feci una scommessa con il presidente. Il doppio del prezzo in caso di vittoria. L’accordo era che avrei giocato il primo tempo. Per cui, nell’intervallo, io mi metto una sigaretta in bocca e inizio a spogliarmi. Arriva Trapattoni e mi tratta malissimo: “Devi tornare in campo”. “Non ci penso nemmeno”, dico io. Mi convinse Cabrini. E vincemmo la Coppa». Ma nel frattempo avevi fatto arrabbiare il Trap: «Sai che novità. Lo facevo arrabbiare dal primo giorno di ritiro all’ultimo. Arrivavo a Villar Perosa per la preparazione in condizioni disperate. Per le vacanze ci lasciava un biglietto con il lavoro da fare. Non ho mai fatto niente. La prima settimana non parlavo con nessuno, soffrivo in silenzio, non avevo la forza di fare nulla». Nemmeno un gavettone? «Per quelli la forza c’era sempre. Peccato che una volta presi proprio la moglie del Trap. Ma il Mister per me aveva un debole. La sera prima della partita saliva in camera, mostrava una pallina da tennis e diceva: “La vedi questa cosa qui? Va presa al volo”. La faceva rimbalzare e la riprendeva subito. E poi, prima di uscire, minaccioso: “E quella cosa là, invece, morde”». Morde davvero? «Ti racconto questa: dopo la fine del campionato 1980-81, c’era ancora la Coppa Italia da giocare. Feci un esperimento: fare l’amore tutti i giorni. All’ultima partita, dopo settanta minuti, stramazzai al suolo dalla fatica». Aveva ragione il Trap, allora: «Trapattoni è un grande, lo dico davvero. Un maestro, soprattutto di tecnica. Era più allenato lui di tanti di noi. Credeva in quel che faceva. La Juve dei miei due scudetti gli somiglia molto. C’è una partita che secondo me è l’emblema della forza e della capacità di non arrendersi di quella squadra: Juventus-Perugia del 1981. A dieci minuti dalla fine stavamo perdendo 1-0. Alla fine si vinse per 2-1, il goal decisivo lo feci io di stinco, all’89’». Ma fu una partita con molte polemiche: Bettega venne anche squalificato per le frasi a Pin. Cosa ricordi? «Bettega era uno che, se lo provocavi, diventava una belva. Non so se ha mai detto a Pin di lasciarlo segnare. So che quella Juve aveva una tale voglia di vincere e tali e tanti campioni che riusciva a superare ogni difficoltà. Anche in questo Trapattoni è stato bravo, soprattutto con i giovani. Ti stava sempre addosso. Anche se a volte sfiorava la paranoia». A cosa ti riferisci? «Prima di ogni partita mi mettevo le scarpette senza i calzettoni. Era un mio rito, un tic, era il mio modo di concentrarmi. Lo facevo tutte le volte. E lui mi urlava di mettermi subito i calzettoni perché temeva potessi giocare senza». È mai successo? «No, però è successo che abbia giocato per un campionato intero con una scarpetta rotta in punta dalla quale usciva il calzettone bianco. Così, ogni tanto, dovevo chinarmi per rimetterlo a posto. Un modo come un altro per tirare il fiato. La verità è che sono un pigro. A Cremona ho dormito per un anno con una cassetta di acqua minerale sotto il letto che si era rotto in due». Mi ricordavo delle scarpe nel frigorifero: «Vero anche quello, ma a scoprirle fu un mio compagno al quale avevo prestato la casa. Disse, questo qua avrà sicuramente qualcosa di fresco da bere. Ci trovò due mocassini». Stranezze in campo ne hai mai combinate? «In ordine sparso: una volta ho calciato fortissimo verso la porta, il pallone è andato fuori, mentre la scarpa ha centrato l’incrocio dei pali; ho fatto un goal di testa in tuffo al Catanzaro (mi marcava Ranieri), io che di testa ho sempre preso pochi palloni; ho fatto diciassette palleggi consecutivi a San Siro contro il Milan e sono finito dentro il film “Eccezziunale veramente”». Hai qualche rimpianto? «Ho fatto quattro anni alla Juve. Con la testa di oggi, ne avrei fatto come minimo il doppio. Mi è mancata la costanza. Quando scali la montagna, devi avere il coraggio di scendere. Ma io ho vissuto il calcio come uno sport, non come un lavoro. E sono un uomo felice». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/domenico-marocchino.html
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