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WALTER LANNI Coppa Italia 1976-77: in quegli anni, le fasi finali si disputavano a fine stagione e la Juve, spesso e volentieri, era costretta a rinunciare a quasi tutti i titolari, impegnati con la Nazionale. Così il Trap regala la soddisfazione di giocare in Prima Squadra a tanti giovinotti della Primavera. Tra questi anche Walter Lanni che disputerà una settantina di minuti nel vittorioso match casalingo contro il Vicenza giocato il 29 giugno ‘77. Ricordiamo le formazioni di quella partita terminata 2-1 per i bianconeri, con reti di Della Monica, Cascella e Albanese. Juve: Bobbo; Francisca, Cascella; Berti, Bogani (dal 65’ Beccaris), Gola; Lanni (dal 70’ Noferi), Della Monica, Schincaglia, Gasperini, Saporito. Lanerossi: Galli; Lelj, Prestanti; Donina, Dolci (dal 46’ Demo), Carrera; Cerilli, Salvi, Albanese, Verza (dal 46’ Briaschi), Filippi. Allenatore Gibi Fabbri. ALBERTO REFRIGERI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1978 Si è svolto negli ultimi giorni dello scorso anno, a Sanremo, un torneo internazionale di calcio riservato ai giovanissimi, al quale hanno partecipato squadre di otto nazioni. Per l’Italia, due partecipanti, la «Pre-juniores» e la «Scolastica»; questo torneo era riservato ai giovani nati dopo il 1° agosto 1960. Ben cinque bianconeri sono stati chiamati dal selezionatore Acconcia, e precisamente Storgato, Ricci, Formoso, Giusti (ora in prestito alla Pistoiese) e Lanni. Tutti si sono fatti onore, giungendo alla finalissima; un particolare cenno per Walter Lanni, nato a Roma il 13 agosto 1960, che è risultato il capocannoniere di tutto il Torneo, con la realizzazione di ben 8 reti, quattro delle quali rifilate in una sola partita (terminata per 4 a 0) alla compagine ungherese. Lanni è arrivato alla Juventus proveniente dalla Jacopini Sport di Roma, all’età di 15 anni, entrando subito nella squadra degli allievi; attualmente è «punta» nella compagine della «Primavera». Le sue doti principali sono il tiro in porta, secco e preciso, lo scatto bruciante e un controllo di palla, in velocità e in dribbling, veramente eccezionale. Forse manca ancora di continuità nel gioco, ma senza dubbio è un talento naturale. Sempre riferendoci al Torneo di cui sopra, Lanni ha segnato un magnifico gol alla nazionale svizzera, che ci ha consentito di portare a casa un prezioso pareggio, poi, come già detto, una spettacolosa quaterna, con una rete più bella dell’altra, ai magiari, poi ancora due reti ai Carlin’s Boys, e, nella finalissima, contro l’«Italia B», è stato ancora autore del primo gol, con un bellissimo pallonetto che ha scavalcato il portiere depositandosi nell’angolino in fondo alla rete. Alcune brevi domandine all’eroe del giorno, che gran parte degli sportivi d’altronde avranno avuto modo di ammirare in ripresa diretta da Sanremo alla TV. – A quale giocatore ti ispiri? «Mi è sempre piaciuto Causio, veramente formidabile, è un giocatore che col pallone fa quello che vuole». – I tuoi genitori erano d’accordo sulla tua carriera calcistica? «Pienamente d’accordo, madre e padre». – Quali sono stati i tuoi primissimi allenatori? «Jacobini, l’ex giocatore della Roma, e Italo Rosi». – Ti piace la TV? «Moltissimo; vado matto per lo spettacolo del sabato sera, quello con Mondaini-Vianello; una coppia straordinaria, con un umorismo sottile ma efficacissimo». – E come cinema? «Mi piace tutto». – Parliamo allora di attori preferiti. «Meglio attrici: le due che sono in testa alla mia classifica diciamo che sono Sidney Rome e Gloria Guida». – E diciamo ancora una cosa, Walter: progetti per il prossimo anno? «Dovrebbe interpellare i dirigenti; io mi augurerei di essere prestato a una buona società di serie B o C a farmi le ossa; se, come mi auguro con tutto il cuore, al termine del campionato risultassi meritevole, sarebbe mio grande desiderio tornare poi alla «Casa Madre». Come si vede, il vivaio bianconero è sempre sulla breccia; facciamo voti affinché tra breve si possa parlare di questi ragazzi, come d’altronde di tutti gli altri in forza alla società, come candidati a vestire la gloriosa maglia juventina della prima squadra. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/08/walter-lanni.html
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WALTER LANNI Nazione: Italia Luogo di nascita: Roma Data di nascita: 13.08.1960 Ruolo: Attaccante Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1976 al 1978 Esordio: 29.06.1977 - Coppa Italia - Juventus-Vicenza 2-1 1 presenza - 0 reti
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Massimo Storgato - Calciatore e Allenatore giovanili
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
MASSIMO STORGATO Negli anni Cinquanta il Veneto è ancora una regione d’emigranti e non di piccoli-grandi industriali. Di soldi ce ne sono pochi e le famiglie del padre (dieci fratelli) e della madre (cinque) di Storgato si stabiliscono a Casale Monferrato. Poi, quando arriva il posto alla Fiat, Mariano Storgato va a Torino con la moglie Apollonia e il figlio. Sono gli anni del boom, la Fiat mette il paese su quattro ruote e papà Mariano pone i blocchi di acciaio negli altoforni, dopo averli sollevati con la sua gru: «Tornava a casa che sembrava reduce da una sauna».Massimo va in bici con suo padre per i campi. Poi si fermano e via con i palleggi: «Per non giocare sempre da solo, mio padre mi portò all’oratorio di Don Orione alle Vallette».L’oratorio, anche per Storgato, non è solo un campo da calcio, ma anche un luogo di incontro. Massimo incrocia sua moglie Manuela: «Si facevano gli incontri e, d’estate, si andava in vacanza in montagna, a Salice d’Ulzio». Il primo amore. Anzi i primi amori. Perché la signora Manuela si abitua subito a dividere Massimo col calcio: «Mi sono sposato lo stesso giorno di Prandelli. L’indomani cominciava una tournée negli Stati Uniti. Dovevano venire anche le mogli e invece le lasciarono giù. Mia moglie me lo rinfaccia ancora».Storgato parte centravanti: «Segnavo otto, dieci goal a partita. Andai a fare un provino da Pedrale». Pedrale è una specie di istituzione. Riceve gli aspiranti bianconeri tutti i sabati al Combi: «Io ci andai con la maglia di Rivera. Ero milanista». Pedrale lo esamina e pronuncia il suo verdetto: «Torna il prossimo sabato». «Tornai per un mese e mezzo e alla fine mi presero. I miei genitori fecero tanti sacrifici. Ricordo ancora quando mio padre mi comprò le prime scarpe da calcio Magrini in una bottega di Corso Regina. C’erano ancora i tacchetti che si infilavano nel blocco di legno».È un’Italia che si può permettere qualcosa in più di quella precedente, però, intuisce sempre nel calcio la stessa possibilità di riscatto sociale: «Prendevo il dieci con mia madre e un panino per andare al campo. Stavamo ore e ore davanti ad un muro a fare tecnica con Martello Pedrale». Arrivano le prime soddisfazioni: «Vincemmo un torneo internazionale: Boniperti ci ricevette in sede e ci consegnò una medaglia: eravamo quelli del Mitico 61».Sacrifici, privazioni, soprattutto degli svaghi dei ragazzi («ma non sono mai stato un tipo da discoteca»), il diploma arenato al quarto anno dell’istituto per geometri. Storgato avanza in carriera, arretrando nel ruolo: da attaccante a terzino. Dopo un soggiorno a Bergamo, torna per esordire (con la maglia blu) in Serie A: Ascoli-Juventus 0-0, 19 ottobre 1980. Alla fine colleziona uno scudetto e tante lezioni di calcio: «Trap era pieno di vitalità. Stava tanto tempo con Brady a spiegargli come fare ginnastica e poi, nella partitella, gli si incollava addosso per prepararlo alle marcature».Un anno via, a Cesena, poi il ritorno alla Casa Madre, nella stagione 1982-83, quella della Coppa Italia e della Coppa Campioni perduta ad Atene con l’Amburgo: «Brio aveva la pubalgia ed io ero in pre-allarme. Trap mi fece allenare tutta la settimana per bloccare Hrubesch: avrò fatto diecimila colpi di testa. Poi mise Brio. Perse anche il derby per far giocare Brio. Ma allora un allenatore aveva molte remore a schierare un giovane». Vince anche il Mundialito, grazie anche a un suo goal, contro l’Inter: «Sono approdato in prima squadra proprio nel momento in cui la facevano da padroni diversi Campioni del Mondo, per cui non posso lamentarmi troppo per aver fatto tanta fatica a impormi: l’unico rammarico vero è quello di essere tornato nel periodo sbagliato. Sono, infatti, quasi certo che un paio di anni più tardi avrei avuto migliori possibilità di conquistarmi, in pianta stabile, il ruolo di primo rincalzo della difesa. In ogni caso, pur giocando poco, da quell’esperienza ho imparato davvero tantissimo».Sei anni di prestiti e una fregatura nel 1984: «Avevo fatto un anno straordinario a Verona da centrocampista avanzato. Bagnoli era speciale: non ho mai sentito un giocatore escluso parlare male di lui». Bagnoli lo vuole, ma le società litigano. Si va alle buste: per mille lire Storgato perde il secondo scudetto della sua vita. Comincia a peregrinare: Lazio, Avellino («esperienza traumatizzante: facemmo sei mesi di ritiro»), Cosenza, e in mezzo tanta Udinese. «All’inizio la speranza di rientrare alla Juventus non mi abbandonava mai, poi, a venticinque anni, mi sono messo il cuore in pace. Comunque quando sono stato definitivamente venduto ai friulani ho provato un profondo dispiacere: la favolosa esperienza quasi decennale con la squadra della mia città era purtroppo giunta all’epilogo. E, a quel punto, non mi restava che cercare di sviluppare la carriera nel migliore dei modi, pur lontano da Torino».Il torneo successivo scende di categoria con l’Alessandria, la nona squadra in dodici anni di professionismo: «A parte Torino, sicuramente a Verona e a Udine è dove sono stato meglio: lì si è apprezzati per come si gioca e non per come si cerca di apparire. Ed io, che di natura sono silenzioso e per nulla incline alla ribalta e alle interviste, ho trovato in quelle città davvero l’ambiente ideale».Nel 1992 a trentuno anni compiuti Storgato, anche per riavvicinarsi a casa, decide quasi per gioco di accettare l’offerta della Pro Vercelli, che cercava uomini d’esperienza per tornare tra i professionisti: «Dopo una stagione d’assestamento, nel 1993-94 abbiamo vinto il torneo e così mi sono ritrovato a disputare altre due stagioni in C. Poi, spinto dall’enorme passione per il calcio, ho deciso di continuare per un altro biennio nel campionato di Eccellenza con l’Ivrea prima e con la Sangiustese in seguito e, in entrambe le occasioni, le mie squadre si sono classificate al primo posto».Nel 1998, a trentasette anni e mezzo, la combattuta decisione di smettere: «Che ho preso soltanto perché il mestiere d’allenatore che avevo iniziato nel 1996 mi stava impegnando troppo». In quell’anno, infatti, la dirigenza bianconera, che non si era dimenticata di uno dei suoi figli migliori, gli affida una delle tante compagini del settore giovanile: «Lasciando da parte i luoghi comuni, devo confessare di sentirmi assai fiero di essermi nutrito per anni del vecchio stile Juventus, un mix di umiltà, spirito di sacrificio, dedizione, compostezza e correttezza di comportamento che permea tutto l’ambiente e che ti condiziona positivamente anche nella vita di tutti i giorni. E, giuro, non è poco: ve lo dice uno che, suo malgrado, con quella bellissima maglia ha fatto quasi da comparsa». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/06/massimo-storgato.html -
Massimo Storgato - Calciatore e Allenatore giovanili
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
MASSIMO STORGATO https://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Storgato Nazione: Italia Luogo di nascita: Casale Monferrato (Alessandria) Data di nascita: 03.06.1961 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 78 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1980 al 1981 e dal 1982 al 1983 Esordio: 20.08.1980 - Coppa Italia - Udinese-Juventus 2-2 Ultima partita: 22.06.1983 - Coppa Italia - Juventus-Verona 3-0 17 presenze - 0 reti 1 scudetto 1 coppa Italia Allenatore della Juventus Allievi dal 2002 al 2007 1 Campionato Allievi Massimo Storgato (Casale Monferrato, 3 giugno 1961) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Massimo Storgato Storgato alla Juventus nella stagione 1982-1983 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex difensore) Termine carriera 1998 - giocatore Carriera Giovanili 1978-1979 Juventus Squadre di club 1979-1980 → Atalanta 18 (0) 1980-1981 Juventus 4 (0) 1981-1982 → Cesena 15 (0) 1982-1983 Juventus 13 (0) 1983-1984 Verona 26 (3) 1984-1985 Lazio 25 (0) 1985-1987 Udinese 55 (3) 1987-1988 Avellino 12 (0) 1988-1989 Udinese 43 (1) 1989-1991 Cosenza 42 (1) 1991-1992 Alessandria 18 (0) 1992-1993 Cosenza 0 (0) 1993-1996 Pro Vercelli 90 (8) 1996-1997 Ivrea ? (?) 1997-1998 Sangiustese ? (?) Carriera da allenatore 1996-1997 Ivrea 1997-1998 Sangiustese 1998-1999 Ivrea 1999-2001 Volpiano 2001-2002 Cuneo 2002-2003 Juventus Allievi reg. 2003-2007 Juventus Allievi naz. 2007-2008 Canavese 2009-2010 Pizzighettone 2010 Chieri 2012-2013 Modena Primavera 2013-2014 Padova Primavera Carriera Giocatore Stopper cresciuto nella Juventus con cui colleziona sette presenze, visse le prime esperienze da titolare in Serie B con l'Atalanta (dove giocò 18 partite di campionato e 2 di Coppa Italia come terzino destro, facendo il suo esordio con i nerazzurri nella partita di Coppa Italia del 2 settembre 1979 pareggiata per 0-0 sul campo della Sambenedettese) e in Serie A con Cesena e Verona. Storgato (a destra) all'Udinese nel 1989, in lotta per la palla con il padovano Simonini. Nel 1984 fu ingaggiato dalla Lazio, che però retrocesse al termine del campionato. Storgato vestì successivamente la maglia dell'Udinese per quattro stagioni consecutive (con l'eccezione di alcuni mesi all'Avellino durante il campionato 1987-1988), nel corso delle quali la squadra friulana dapprima retrocesse, e poi riottenne la promozione in Serie A al termine del campionato 1988-1989. Successivamente Storgato giocò per due stagioni nel Cosenza, in Serie B, per poi indossare le maglie di Alessandria e Pro Vercelli, con cui vinse lo Scudetto Dilettanti al termine del campionato 1993-1994, conclusosi con la promozione in Serie C2. Continuò per un altro biennio nel campionato di Eccellenza con l'Ivrea e la Sangiustese, ricoprendo il doppio ruolo di giocatore-allenatore. Allenatore Intraprese la carriera da tecnico tra Eccellenza e Serie D con Ivrea e Sangiustese, in questi due casi come giocatore-allenatore, e dal 1999 siedendo solo in panchina con Volpiano e Cuneo. Proseguì con la formazione Allievi della Juventus con la quale vinse uno scudetto di categoria nel 2006. Ha successivamente allenato la Canavese in Serie C2, e il Pizzighettone e il Chieri in Serie D. Nella stagione 2012-2013 allena la formazione Primavera del Modena. Il 15 luglio 2013 diventa il nuovo allenatore della formazione Primavera del Padova.Nel 2019 diventa capo-scouting del Torino. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1980-1981 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Scudetto Dilettanti: 1 - Pro Vercelli: 1993-1994 Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Ivrea: 1996-1997 (girone A piemontese-valdostano) Allenatore Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Juventus: 2005-2006 Torneo Città di Arco: 1 - Juventus: 2007 Competizioni regionali Eccellenza: 1 - Ivrea: 1996-1997 (girone A piemontese-valdostano) -
CARLO OSTI GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 1981 Che effetto fa giocare, stopper o terzino è lo stesso, nella squadra che più di ogni altra ha esaltato i titolari di queste maglie, elevandoli all’azzurro? Che significa, per il talento giovane, raccogliere alla Juve eredità pesanti, di un Morini o di un Cuccureddu, di uno Spinosi o di un Bercellino? Son domande difficili, che avremmo voluto fare pari pari a Carlo Osti da Vittorio Veneto, e che invece non abbiamo fatto. Per evitare risposte retoriche, per non arrivare alla banalità con un personaggio che di banale non ha proprio nulla. L’intervista a questo ragazzo di talento, che ha già trovato posto e simpatie in maglia bianconera pur dicendo a destra e a manca che non ha nessunissima fretta di «sfondare», passa attraverso interrogativi più modesti, più legati al quotidiano, e forse per questo meno convenzionali. Andiamo qui alla scoperta di uno juventino dai tratti antichi, eppur modernissimo, prototipo in sé di questa nuova maniera di esser calciatori che può piacere o non piacere, che a noi personalmente piace parecchio, e che comunque significa, umanamente, evoluzione della specie, della categoria. Osti, nel linguaggio e nelle abitudini fuori del campo, magari ricorderà pochissimo i colleghi di vent’anni fa, magari avrà poco o nulla da spartire con i rodomonte, epperò finirà, ne siamo quasi certi, per ripercorrerne la strada, per arrivare agli stessi, grandiosi risultati. Tutte le strade portano al successo, e ogni epoca ha la sua strada. – All’Atalanta ti sei affermato come, difensore eclettico e irriducibile; all’Udinese hai confermato quanto di buono avevi lasciato intravedere a Bergamo. In entrambi i casi, hai avuto moltissime opportunità di metterti in evidenza. Alla Juve trovi una situazione obbiettivamente diversa. Ti spaventa l’idea di dover dimostrare il tuo valore in spezzoni di partita, oppure in partite magari isolate? «Non mi crea particolari problemi. Giocare sempre aiuta moltissimo, ma arrivando alla Juve sapevo benissimo che non avrei potuto pretendere la luna. Perciò, sono contento così, e non mi pongo traguardi particolari. Del resto, sono convinto che una squadra come la Juve, prima o poi, ha bisogno di tutti i componenti del suo organico. Per quanto mi riguarda, certe opportunità le ho già avute, senza nemmeno dover aspettare troppo». – Tutti i concorrenti ai posti di marcatore, nella Juve, sono nazionali o quasi. Una bella lotta, no? «Bella e stimolante. Gentile, Cabrini e Cuccureddu sono degli autentici campioni, e anche a vederli dalla panchina ho tutto da guadagnare». – Molti addetti ai lavori, pur apprezzando il tuo rendimento, criticano il tuo modo di giocare, il tuo stile. Dicono che sei un «duro», un cattivo… «Credo che queste persone confondano la cattiveria con l’esuberanza. Il confine tra i due concetti, del resto, non è facilmente individuabile. Si può, si deve, a mio avviso, essere esuberanti, decisi, quando si gioca sull’uomo. Il difensore moderno, secondo me, anche se dispone di doti tecniche rilevanti, deve soprattutto avere grinta e anticipo, deve stare sull’avversario e non mollarlo mai. Quando poi ci sono le finezze, tanto di guadagnato, ma sono un di più». – Il fatto che Azelio Vicini abbia coniato per te un paragone niente meno che con Burgnich ti ha creato dei problemi, o ti ha semplicemente fatto piacere? «Essere avvicinato a quel grande campione che è stato Burgnich, tra l’altro l’idolo della mia infanzia, mi ha fatto estremamente piacere. Anche se credo che il signor Vicini abbia un po’, come dire, anticipato i tempi. Spero che sia stato un buon profeta, ma ritengo, in tutta onestà, di dover ancora dimostrare quanto valgo, e che certi paragoni siano prematuri». – Tu sei un calciatore-studente. I tuoi hobby risentono in modo particolare di questo fatto, o sono gli stessi dei tuoi colleghi bianconeri? «Confesso che non conosco ancora abbastanza a fondo i miei compagni di squadra per sapere quali sono i loro hobby. Posso dirti che i miei sono assolutamente normali. A parte lo studio, leggo abbastanza e vado al cinema. A Udine, certo, la mia vita fuori del campo era molto diversa. Vivevo praticamente a casa, con gli amici, frequentavo il solito bar e via dicendo. A Torino mi sto ambientando, e trovo vantaggi e svantaggi. I secondi, per fortuna, sono pochi. Tra i vantaggi, direi che qui sono in una città che offre, culturalmente, parecchie opportunità, e le sto valutando con attenzione. Tornando alla domanda sugli hobby, mi piace viaggiare e conoscere gente nuova: col lavoro che faccio, mi definisco senz’altro, in tal senso, un privilegiato». – Qual è la tua opinione sugli stranieri? Servono, sono indispensabili, sono superflui? «Servono, in generale. Sono indispensabili, se sono dei campioni. Il nostro Brady lo è senz’altro, e credo quindi che per la Juve l’arrivo dello straniero sia stato un grosso vantaggio. Liam, oltretutto, è un ragazzo d’oro, simpaticissimo. Si è inserito subito tra di noi, non solo tecnicamente, ma anche e soprattutto sul piano umano». – Qual’è stato, sino a oggi, il tuo maggiore rimpianto? «Il non aver potuto partecipare, con la nazionale Olimpica, alla spedizione a Mosca. Un rimpianto, comunque, relativo, perché se anche avessimo conquistato il posto a spese della Jugoslavia, io personalmente, in quanto militare, non avrei potuto andarci, per il noto veto». – Restiamo in argomento nazionale: come Under 21 sei fuori quota, come «moschettiere» hai davanti una nutrita concorrenza... «Proprio così. Ma non me ne faccio un grosso problema. Questo è un anno importante, nel calcio ogni anno, ogni mese, può essere decisivo. Certo che mi farebbe un immenso piacere entrare nel giro della Nazionale maggiore. Però, i Collovati e i Gentile sono fortissimi, e per il momento non credo proprio che ci sia bisogno di me». – Hai scelto Giurisprudenza: motivi familiari, visto che tuo padre è avvocato, o decisione autonoma? «Decisione autonoma, condizionata dalla mia carriera di calciatore e dagli studi che avevo concluso. Ho fatto il liceo classico, e giurisprudenza veniva a pennello anche perché non mi costringeva a frequentare le lezioni. Adesso sono iscritto al quarto anno, e non mi sono trovato male sin qui. Penso che mi laureerò, prima o poi». – Ritieni di restare nell’ambiente del calcio, dopo la fine della carriera, o pensi che sia troppo presto per una decisione del genere? «In proposito, ho le idee abbastanza chiare. No, non resterò nell’ambiente del calcio. Dopo anni passati a giocare, sono convinto che arrivi il momento in cui sei saturo, e cerchi altri ambienti, altri settori dove realizzarti. La laurea dovrebbe aiutarmi proprio in questo senso». – Le norme che regolano il calcio, in Italia, sono sorpassate: lo dicono coloro che sono chiamati ad applicarle, nell’ambito della giustizia sportiva, e quindi è un’opinione più che autorevole. Pensi che una trasformazione possa avvenire in tempi brevi? «Sono convinto di no, anche se determinati principi, come quello della responsabilità oggettiva della società per fatti compiuti dai propri giocatori o tifosi, mi sembrano abbastanza ingiusti. Credo, infatti, che su quei principi, che hanno retto per decenni questo sport, si basino rapporti e situazioni che potranno modificarsi solo lentamente e gradualmente. Sennò, si rischia il caos». – Hai un obiettivo specifico, per questa stagione? «Sì: a parte giocare il più possibile, vorrei che la Juve tornasse a vincere lo scudetto. Non sarà un desiderio granché originale, ma personalmente, ti assicuro, è sentitissimo». La chiacchierata si esaurisce qui, e non certo per mancanza di argomenti. Basterebbe rivedere l’Osti più recente, quello che gioca con grinta leonina contro l’Inter cancellando dal campo Muraro e propiziando il successo che significa tante cose e tante rinnovate ambizioni. Ci sarebbe un altro articolo da fare, solo per parlare di questa prestazione. Rimandiamo alla prossima occasione, convinti che non dovremo aspettare molto. 〰.〰.〰 Carlo vedrà esaudito il sogno di vincere lo scudetto (anzi, saranno ben due !), ma il campo lo vedrà in rare occasioni: in tutto 24 presenze (12 in campionato, 11 in Coppa Italia e una sul palcoscenico europeo). Lascia la Juventus, con destinazione Avellino, nell’ottobre del 1982. Poi, dopo un biennio in Irpinia, ritorna all’Atalanta. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/01/carlo-osti.html
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CARLO OSTI https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Osti Nazione: Italia Luogo di nascita: Vittorio Veneto (Treviso) Data di nascita: 20.01.1958 Ruolo: Difensore Altezza: 181 cm Peso: 78 kg Nazionale italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1980 al 1982 Esordio: 31.08.1980 - Coppa Italia - Brescia-Juventus 0-1 Ultima partita: 05.09.1982 - Coppa Italia - Padova-Juventus 1-1 24 presenze - 0 reti 2 scudetti Carlo Osti (Vittorio Veneto, 20 gennaio 1958) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore, responsabile dell'area tecnica della Sampdoria. Carlo Osti Osti all'Atalanta a metà degli anni 80 Nazionalità Italia Altezza 181 cm Peso 78 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1991 Carriera Giovanili 19??-19?? Conegliano Squadre di club 1973-1976 Conegliano 54 (5) 1976-1978 Udinese 15 (0) 1978-1979 Atalanta 22 (0) 1979-1980 Udinese 24 (0) 1980-1982 Juventus 24 (0) 1982-1984 Avellino 52 (1) 1984-1988 Atalanta 72 (1) 1988-1990 Piacenza 53 (0) 1990-1991 Virescit Bergamo 27 (0) Nazionale 1979-1980 Italia U-21 6 (0) 1979-1980 Italia Olimpica 6 (0) Caratteristiche tecniche Impiegato come terzino o stopper, era un difensore veloce e abile nella marcatura a uomo; si distingueva talvolta per il gioco duro sugli attaccanti. Carriera Giocatore Club Cresciuto nel Conegliano, dopo un'iniziale gavetta in Serie C nell'Udinese si trasferisce in compartecipazione all'Atalanta di Titta Rota, con cui debutta in Serie A nel campionato 1978-1979. A fine stagione la Juventus rileva la quota atalantina del cartellino, lasciando Osti per una stagione all'Udinese, nel frattempo promossa nella massima serie e allenata da Corrado Orrico. Con i friulani disputa una stagione ad alto livello e nel 1980 si trasferisce definitivamente a Torino: impiegato insieme a Massimo Storgato come rincalzo per la difesa, incontra diverse difficoltà di ambientamento, e disputa due campionati come riserva alle spalle di Claudio Gentile, Sergio Brio e Antonello Cuccureddu, per un totale di 12 presenze con le quali si laurea per due volte Campione d'Italia (1980-1981 e 1981-1982). Nell'ottobre 1982 viene ceduto in comproprietà all'Avellino, in cambio dell'opzione per il trasferimento alla Juventus di Stefano Tacconi e Beniamino Vignola. In Irpinia ritrova il posto da titolare, disputando due stagioni culminate con altrettante salvezze nella massima serie. Nel 1984-1985 fa ritorno all'Atalanta, neopromossa in Serie A, rimanendovi per quattro stagioni: titolare nelle prime due, perde progressivamente il posto nelle annate successive, l'ultima delle quali in Serie B. Al termine di questa stagione rimane senza contratto, pur vincolato all'Atalanta, e nell'autunno 1988 si trasferisce al Piacenza, sempre tra i cadetti, come parziale contropartita per il passaggio di Armando Madonna ai nerazzurri; non evita la retrocessione in Serie C1, e viene riconfermato anche per il successivo campionato, con i gradi di capitano. Chiude la carriera in Serie C2, con la Virescit Bergamo. Nazionale Ha fatto parte della Nazionale Under-21, con cui ha partecipato all'Europeo 1980; con gli Azzurrini ha disputato 6 partite. Nello stesso periodo ha fatto parte anche della Nazionale Olimpica, con cui ha totalizzato 6 presenze nelle qualificazioni in vista dei Giochi Olimpici del 1980. Dirigente Tra il 1993 e il 1995 fa ritorno al Piacenza, con l'incarico di responsabile del settore giovanile. Successivamente diventa direttore sportivo della Triestina per una stagione, e quindi dal 1996 al 1999 è alla Ternana, dove acquista tra gli altri Fabrizio Miccoli dal Casarano, e ottiene una doppia promozione dalla Serie C2 alla Serie B. Nel 1999 torna nel Bergamasco, come direttore generale dell'Alzano Virescit neopromosso in Serie B, e vi rimane per due stagioni. Nel 2001 viene assunto dal Treviso, dove rimane fino al 2005 contribuendo alla prima promozione in Serie A dei veneti; viene quindi ingaggiato per un anno dalla Lazio. Dal maggio 2006 ricopre il ruolo di direttore sportivo dell'Atalanta, restando in carica fino alla fine della stagione 2009-2010, terminata con la retrocessione degli orobici. Il 7 giugno 2011 viene assunto dal Lecce, sempre con compiti di direttore sportivo. Nel dicembre 2012 viene chiamato dalla Sampdoria per sostituire il direttore sportivo Pasquale Sensibile, dimessosi dall'incarico. A fine stagione rinnova il contratto fino al 2015. Il 1º dicembre 2014 rinnova il proprio contratto con la Sampdoria fino a giugno 2018. Nel giugno del 2018 Osti rinnova per due anni insieme a Massimo Ienca. Il 1° ottobre 2021 viene sospeso in via cautelare a causa del venire meno dei presupposti per la prosecuzione del rapporto di lavoro. Il 14 gennaio 2022, chiarite e superate le divergenze che avevano caratterizzato il periodo di sospensione, torna a ricoprire la carica di responsabile delle aree tecniche: avrà la supervisione su prima squadra, settore giovanile e squadra femminile e fungerà da uomo di raccordo tra società, squadra e allenatore. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 Serie C: 1 - Udinese: 1977-1978 Coppa Italia Semiprofessionisti: 1 - Udinese: 1977-1978 Competizioni internazionali Coppa Anglo-Italiana: 1 - Udinese: 1978 Coppa Mitropa: 1 - Udinese: 1979-1980
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FERDINANDO TAMAGNONE https://it.wikipedia.org/wiki/Sport-Club_Juventus_1899 Nazione: Italia Luogo di nascita: Riva presso Chieri (Torino) Data di nascita: 05.03.1882 Luogo di morte: Riva presso Chieri (Torino) Data di morte: 09.05.1944 Ruolo: Portiere Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1898 al 1899 Esordio: 30.04.1899 - Amichevole - Torinese F.C.-Juventus 5-0 0 presenze - 0 reti
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ROBERTO TAVOLA Un gol davvero indimenticabile, da favola – scrive Maurizio Tarnavasio su “Juventus Story” del giugno 2000 –; un gesto atletico di rara bellezza che rimarrà per sempre negli annali della storia del calcio, anche se il nome del suo autore forse è già stato frettolosamente dimenticato. Sveliamo subito l’arcano. È il 28 settembre 1983 e la Juve è di scena a Danzica contro i polacchi del Lechia. Sul 2-0 a favore dei bianconeri, Trapattoni manda in campo il cavallo di ritorno Roberto Tavola, per la terza volta a Torino dopo la positiva esperienza con la Lazio. «Dopo dieci minuti provoco un calcio di rigore e me ne dispero; pochi istanti più tardi mi spingo in avanti e, su un cross di un compagno, colpisco al volo di sinistro da fuori area in maniera impeccabile. Ne scaturisce un missile imparabile che lascia di stucco il portiere avversario». Il giorno dopo la rete di Tavola è premiata con l’Eurogol, prestigioso riconoscimento che allora era attribuito alla più spettacolare marcatura realizzata nel mercoledì europeo. «Una soddisfazione enorme e indimenticabile per chi, come il sottoscritto, ha certamente raccolto meno del dovuto». Come dar torto al quarantaduenne centrocampista comasco di scuola atalantina che, nonostante le 12 presenze con la Nazionale Under 21, si è eclissato troppo presto dal calcio che conta lasciando di sé soltanto un tiepido ricordo? «Sono nato come mediano ma, una volta approdato alla Juve, il Trap mi impostò come terzino sinistro in quanto, pur credendo nelle mie qualità, si era accorto che il centrocampo bianconero era prerogativa di troppi campioni; ed io ero un giocatore di quantità che si manteneva sempre su un discreto standard di rendimento, anche se usavo il destro giusto per correre. Pur non essendo grintoso e neppure cattivo, cercavo di non mollare mai l’avversario di turno. Il più grande difetto? Nella vita, come nel calcio, sono sempre stato incapace di mordere: quando, a soli 22 anni, arrivai a Torino con ottime prospettive, non mi resi conto di essere in grado di confrontarmi con i vari Cabrini, Gentile, Tardelli, Cuccureddu, Causio e Bettega. Avrei dovuto essere più sfacciato. Invece mi rassegnai, non so perché, alla parte del rincalzo. Il carattere non è mai stato il mio punto di forza». Nelle prime tre partite del campionato 1979-80 a Tavola fu assegnata addirittura quella maglia numero 10 che in precedenza era stata di Capello e Benetti. E Roberto non sfigurò. Poi, dopo un po’ di panchina. «A un certo punto iniziai senza motivo a farmela sotto; quindi andai militare, e questa concomitanza contribuì a rendermi ancora più insicuro. Quando finalmente ripresi fiducia nei miei mezzi, mi spaccai un menisco: quello che doveva essere per me l’anno della consacrazione si rivelò invece un mezzo fiasco». Dopo una stagione in A con il Cagliari, Tavola è richiamato una seconda volta alla Juve. «Ero in prestito, per cui mi toccava ubbidire. Il fatto è che ogni volta che tornavo, prendevo sempre meno soldi. Per motivi vari, sia nel 1981-82 sia nel 1983-84 ho giocato davvero poco, ma ho imparato moltissimo. Anche se ero sempre di cattivo umore, perché le cose non andavano come volevo io. Però, grazie al cielo, qualche soldo l’ho guadagnato». Anche se, inutile negarlo, le cifre che giravano nel mondo del calcio una quindicina di anni fa non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelle attuali. «Nel corso della carriera mi sono preso qualche piccola soddisfazione; ma il calcio che ora pratico per puro diletto mi appassiona più di un tempo. Di certo però i 13 anni di professionismo non mi hanno reso ricco: allora guadagnavo circa il triplo di un impiegato di buon livello, mentre ora i miei colleghi incassano come ridere cifre anche di 50 volte superiori. Tra l’altro all’epoca, salvo casi rarissimi, andavano di moda i contratti annuali, per cui chi non rendeva come richiesto dalla società fanno successivo era costretto a cambiar aria senza aver possibilità di scelta. Poi devo anche ammettere che mi è sempre piaciuto vivere bene, e non ho mai avuto la mentalità della formica». Dopo aver gestito per otto anni una boutique in pieno centro, Tavola, che si è ormai definitivamente stabilito a Torino («Anche se ogni volta che mi trovo a venti chilometri dalle mie montagne e dal Lago di Como mi viene la pelle d’oca», confessa) continua in qualche modo a interessarsi di abbigliamento. Ma il suo anelito è quello di rientrare nel calcio dalla porta principale. «Ho il patentino da allenatore di terza categoria, e presto dovrei iscrivermi a quello di seconda. Per ora ho guidato al massimo squadre di Promozione, e questa esperienza mi ha arricchito non poco; certo, non è facile insegnare la tecnica ha chi ha più di vent’anni e un difficile rapporto con i fondamentali, però a livello tattico si può lavorare con soddisfazione. Così mi diverto a far finta di essere un trainer vero: le mie squadre si allenano almeno tre volte alla settimana e praticano il 3-4-3 con buoni risultati. Dove vorrei arrivare? Almeno in C2 o nel campionato nazionale Dilettanti, anche se so che non sarà facile. È troppo tempo che sono fuori dal giro; e poi, salvo rare eccezioni, non ho mai coltivato rapporti con gente del mio ambiente». E, infatti, pur frequentando ancora, quando gli è possibile, gli stadi, gioca a calcio con chi gli capita. Meglio se si tratta di amici privi di un passato come il suo. «A differenza di altri non mi sono ancora dato al calcetto, finché il fisico mi sorregge. Poi continuo a essere tifoso della Juve, e la seguo con continuità in Coppa e negli allenamenti: purtroppo la domenica mi è impossibile andare allo stadio, perché sono impegnato con i miei ragazzi. Gli amici? Pochi ma buoni, anche se sono davvero poche le occasioni per incontrare i vari Prandelli, Marocchino e Fanna, mentre è molto più facile coltivare rapporti con illustri sconosciuti che però sanno darmi moltissimo». A trent’anni Roberto Tavola era già un ex. Dopo l’ultima parentesi in bianconero per lui si aprirono prima le porte della Terza Serie (Avellino, Reggina, Spal, Catanzaro, Ischia) e poi l’Interregionale in quel di Asti. Un curioso cammino professionale, il suo. «Scesi in C pur di giocare ma Angelillo, l’allenatore degli irpini, mi spedì sin da subito in panchina. Fu una grossa delusione, dalla quale non mi ripresi più. Il carattere mi aveva fregato ancora una volta. A quel punto mi resi conto che sarebbe stato assai difficile risalire e, dopo qualche stagione al Sud, decisi che pur di tornare a Torino avrei smesso di giocare. E così è stato. Se ho rimpianti? Non troppi. Anzi, mi considero un ragazzo fortunato, in quanto ho esercitato per anni una professione bellissima che mi ha portato a vivere a fianco di allenatori e compagni che mi hanno aiutato a crescere anche dal punto di vista umano. Certo, ero proprio un orso: una volta, quando avevo già più di vent’anni, mi chiesero un autografo. Ed io, nel prendere in mano la penna, iniziai a sudare come un pazzo. Mi sembrava impossibile un tale attestato di stima». Roberto Tavola canta fuori dal coro ancora adesso. Un fatto piuttosto strano nel mondo dei giocatori, quasi sempre totalmente omologati al sistema anche nel dopo calcio. MARIO TENERANI, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL 3-9 FEBBRAIO 2009 Istruzioni per l’uso: prendete una figurina degli anni ’70-80, togliete la polvere con un movimento secco dell’indice e il gioco sarà fatto. Ritroverete un volto, dietro quegli occhi spunterà un’anima. Basta cercarla. Noi l’abbiamo trovata, in una Torino da fiaba, bianca di neve, con un silenzio rassicurante in sottofondo. A passeggio, sotto i fiocchi, con Roberto Tavola nel cuore del Parco del Valentino. «Siete proprio sicuri di voler intervistare me? Allora qualcuno si è ricordato che esisto». Non c’è astio nel tono, la sorpresa è autentica. Un uomo senza rancori, dalla serenità contagiosa, per niente scalfita da una vita di salite durissime da scalare, dopo la lieve gioventù spesa al fianco di Platini, Rossi e Tardelli, in una Juve stellare e trapattoniana. Guadagni evaporati, investimenti sbagliati, ora però di nuovo in linea di galleggiamento, più forte di prima. Le luci si sono spente a 31 anni, a Ischia. Carriera magra, pensando alle premesse: Tavola erede di Benetti e Furino. Solo 91 presenze in A con 8 gol (2 e uno in Coppa delle Coppe con la Juventus), poi frammenti di B e C. Tavola è cresciuto nell’Atalanta ed è arrivato a Torino da Bergamo con Prandelli («Uno dei rari amici che ho ancora in questo ambiente, allenatore straordinario»), Bodini e Marocchino. Parentesi più o meno brevi con Lazio e Cagliari. «Mi è mancato il carattere» continua Tavola. «Non ho capito che la Juve era un lavoro, mentre io stavo in mezzo a quei campioni come in un film». Mediano in campo e nella vita, Lì si che ne ha avuto di temperamento, senza mai smarrire la rotta della dignità. Platini ora organizza i destini dell’Uefa, Tavola l’angolo dei giornali in alcuni supermercati torinesi. Tavola che divora libri e che si commuove a parlare di Platini. Che con pudore ed eccessiva timidezza si chiama fuori dal ricordo di scudetti e coppe («Vincevano loro, io li ammiravo dalla panchina»). E che ammette: «Avrei voluto di più, ma è colpa mia, di questo mio maledetto carattere. Non chiedo mai». A 51 anni, in fin dei conti, non è cambiato molto: una spruzzata di grigio sui capelli, stessa mascella da marines buono. Sogna un figlio da Paola, la donna che gli ha dato equilibrio dopo un matrimonio durato un mese («Ero troppo giovane») e alcune convivenze turbolente. Se potesse riscrivere la sua storia che farebbe? «Mi comporterei diversamente. E nella Juve ci resterei dieci anni invece di giocare solo 19 partite in 3 campionati». – Che le è mancato? «Il carattere. Arrivai da Bergamo nel ‘79, avevo 22 ami. Mi pareva di vivere in un film e tutto era splendido. E per me poi, juventino da sempre, in modo particolare. Ero troppo timido e poco determinato». – Un esempio? «Andavo in sede per il contratto pensando di spaccare il mondo e una volta seduto cominciavo a sudare. Boniperti, che aveva un carisma fuori dal comune, mi chiedeva: “A casa tutto bene? I tuoi come stanno? Hai bisogno di qualcosa?”. E intanto mi faceva filmare senza neppure discutere la cifra. Il mese dopo, con il primo bonifico, capivo quanto avrei percepito. Ma alla Juve funzionava così». – È vero che guadagnavate più con i premi che con l’ingaggio? «È vero, ma non per me. Il premio partita lo riscuotevano solo coloro che entravano in campo, anche per un solo minuto. All’epoca subentravano al massimo in due. Io era un mediano e se usciva Tardelli entrava il mio amico Cesare Prandelli. Eravamo come fratelli. Cesare, talvolta, sapendo che non avrei preso una lira diceva al Trap “Mister, stavolta faccia entrare Roberto”. Comunque non mi lamento: il mio stipendio era ottimo, certo non paragonabile a quelli attuali». – Poi che è successo? «Decisi di smettere presto anche perché ormai più della C non si andava avanti. Stavo con una ragazza che mi convinse ad aprire alcuni negozi di abbigliamento. Un disastro. Fallimento, risparmi prosciugati, una casa in Sardegna venduta. Insomma, mi ritrovai veramente con il sedere per terra e naturalmente la ragazza si dileguò». – Fu aiutato? «Non chiesi niente a nessuno. E pensare che in quel periodo c’era Furino nel settore giovanile della Juve, ma non ho bussato neppure alla sua porta. In molti pensavano che, in fin dei conti, non stessi così male, mentre quelli che sapevano, quasi infierirono. Un’altra lezione di vita... Per fortuna spuntò Gianni, un amico fuori dal calcio». – Che cosa fece? «Eravamo nei primi anni ‘90 e mi disse che a Torino stavano aprendo alcuni supermercati e che cercavano una persona che curasse l’angolo dei giornali e dei libri. Accettai di corsa; amo troppo lavorare». – Uno scatto da mediano. «Stando a casa, mi sentirei umiliato. Ho trascorso 6-7 anni di grandi sacrifici economici, ma adesso sono in pari. Da allora mi sveglio tutti i giorni alle cinque e vado felice a fare il mio mestiere. Verso l’ora di pranzo ho finito. Pronto per ripartire». – Destinazione? «Carmagnola: seguo la Juniores e i bambini della scuola calcio. Allenare è la cosa più bella, la auguro a tutti. Ho avuto un privilegio: sudare al fianco di campioni incredibili. Questo patrimonio me lo ritrovo a distanza di 30 anni e cerco di trasmetterlo ai miei ragazzi. In più studio molto le metodologie di allenamento. Oggi è tutto diverso, è tutto più difficile». – Eppure non è passato un secolo. «Ma se ripenso ai nostri allenamenti... Torello, al Trap piaceva da matti, corsa sulla resistenza, poi partitella infinita. La parte tattica non era il piatto forte: ci basavamo su una grande grinta e le invenzioni degli “artisti”». – Più forti voi o i giocatori attuali? «Questi di oggi. Anche noi avevamo dei “mostri” come Platini, Rossi, Boniek e tanti altri, ma andavamo alla metà dei giri: ora la velocità di esecuzione è raddoppiata. Controllare la palla con questi ritmi è un’impresa. Il calcio del 2000 mi piace molto di più dal punto di vista tattico e anche atletico». – Preparazione decisiva? «La mia generazione è stata sfruttata poco: se avessimo lavorato così anche noi, avremmo potuto avere straordinari margini di miglioramento». – Cosa che le piace meno? «L’elemento economico. Il business è sicuramente determinante, ma visto da fuori ho la sensazione che la parte umana di questo sport si stia perdendo». – Come vivevate nella Juve di quel periodo? «Insieme, in campo e fuori. In via Roma, a Torino, era normale vedere a passeggio Rossi e Platini, magari con qualcuno di noi più giovane. Così come ritrovarsi ogni sera diversa a casa di qualcuno. Scherzavamo e ridevamo sempre. Io abitavo con Prandelli, in via Filadelfia, a cento metri dallo stadio. Un gruppo coeso con un motivatore formidabile come il Trap. E infatti durante la partita... Quei bravi ragazzi si trasformavano in una formazione tosta, dura. Belve affamate di vittorie. Eravamo veramente una squadra “cattiva”. Di rado ho visto giocatori così aggressivi. Un nome per tutti? Tardelli». – Qualche ricordo? «Tantissimi. Platini guardava a sinistra e scaricava il pallone a destra: immenso. Ma anche l’Avvocato Agnelli. Quando arrivava a trovarci, aveva una parola gentile per tutti. Quella società è stata una scuola di vita e anche certe imposizioni avevano una logica. Capelli corti e jeans vietati quando si doveva andare in sede: l’abbigliamento doveva essere consono al blasone della Juve. Le regole sono importanti». – Se chiude gli occhi? «Calcio d’angolo, palla che si impenna al limite dell’area, io che penso e adesso che faccio? Scelgo il sinistro al volo sul palo più lontano. Che gol! Passiamo il turno, andiamo agli ottavi di Coppa delle Coppe (28 settembre l983, Lechia Danzica- Juventus, 2-3, ndr)». – Mettendo insieme tutto, che sentimenti prova nei confronti della Juventus? «Le sono profondamente grato per quello che mi ha dato prima, mentre nutro indifferenza pensando a quello che magari avrebbe potuto darmi dopo». – Con chi è in contatto? «Con pochissimi ex. Tra questi ci sono sicuramente Cabrini, Fanna e Prandelli». – E con Boniperti e il Trap? «Non ho più sentito nessuno dei due, anche se mi farebbe piacere andare da Boniperti. Sarebbe anche giusto. L’ultima volta che ho rivisto tutti è stato in occasione dei festeggiamenti del centenario della Juventus. E mi sono commosso. Mi viene la pelle d’oca ancora al pensiero. Platini e Boniek stavano parlando, mi sono avvicinato e loro mi hanno fatto una grande festa». – Se dovesse dare un consiglio ai calciatori più giovani, alla luce delle esperienze anche negative che ha vissuto, che direbbe loro? «Ragazzi state attenti perché quando si gioca a calcio ad alti livelli sembra di vivere in una favola, ma la realtà quotidiana è molto diversa. E prima o poi ti presenta il conto». – La sua famiglia è rimasta in Lombardia? «Vivono ancora tutti a Pescate, vicino a Lecco». – E per finire, qual è il suo prossimo sogno? «Io e Paola vogliamo assolutamente un figlio. Poi non ci mancherebbe niente. Siamo felici. E a lui un giorno racconterò che suo padre ha giocato con Platini». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/roberto-tavola.html
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ROBERTO TAVOLA https://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Tavola Nazione: Italia Luogo di nascita: Pescate (Lecco) Data di nascita: 07.08.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 175 cm Peso: 72 kg Nazionale italiano Under-21 Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980, dal 1981 al 1982 e dal 1983 al 1984 Esordio: 16.09.1979 - Serie A - Juventus-Bologna 1-1 Ultima partita: 25.03.1984 - Serie A - Juventus-Catania 2-0 31 presenze - 3 reti 2 scudetti 1 coppa delle coppe Roberto Tavola (Lecco, 7 agosto 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o difensore. Roberto Tavola Tavola all'Atalanta nel 1977-1978 Nazionalità Italia Altezza 175 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Centrocampista, difensore Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-19?? Atalanta Squadre di club 1975-1979 Atalanta 113 (6) 1979-1980 Juventus 17 (2) 1980-1981 → Cagliari 18 (1) 1981-1982 Juventus 6 (0) 1982-1983 → Lazio 20 (0) 1983-1984 Juventus 8 (1) 1984 Avellino 0 (0) 1984-1985 Reggina 15 (2) 1985-1986 SPAL 30 (1) 1986-1987 Catanzaro 30 (3) 1987-1988 Ischia Isolaverde 29 (3) 1988-1989 Asti TSC ? (?) 1989-1990 Seo Borgaro Torinese ? (?) Nazionale 1977-1980 Italia U-21 12 (0) 1979 Italia Olimpica 3 (0) Caratteristiche tecniche Mancino naturale, nasce come mediano di quantità per poi venire adattato da Giovanni Trapattoni al ruolo di terzino sinistro. Carriera Giocatore Cresce nell'Atalanta, società con cui esordisce nel campionato di Serie B, conquistando una promozione nel massimo campionato dopo due stagioni. Esordisce in Serie A con gli orobici l'11 settembre 1977, nella partita con il Perugia. Passa poi alla Juventus, con cui disputa un primo campionato senza riuscire tuttavia a conquistare un posto fisso tra i titolari: in totale scende in campo 14 volte, mettendo a segno 2 gol. Viene in seguito mandato in prestito al Cagliari (18 presenze ed 1 gol in Serie A), per poi rientrare a Torino sponda bianconera. Nemmeno stavolta riesce ad imporsi e, nonostante lo scudetto vinto con un ruolo da comprimario (solo 3 partite giocate), viene ancora mandato in prestito, questa volta alla Lazio, con la quale ottiene un secondo posto in B centrando così la promozione in Serie A. L'anno successivo torna alla Juventus, dove conquista un secondo scudetto e la Coppa delle Coppe, nella quale mise a segno anche una rete di pregevole fattura nei sedicesimi di finale contro i polacchi del Lechia Gdańsk, rimanendo però relegato ai margini della rosa (solo 2 partite giocate in campionato, senza nessuna rete). Decide quindi di scendere in Serie C1 alla Reggina, per restare poi nella categoria con SPAL, Catanzaro ed Ischia Isolaverde e chiudere nelle serie dilettantistiche con Asti prima e Seo Borgaro Torinese poi. In carriera ha totalizzato complessivamente 90 presenze e 8 reti in Serie A e 97 presenze e 2 reti in Serie B. Dopo il ritiro Si occupa professionalmente della gestione di edicole in alcuni grandi supermercati torinesi. In ambito sportivo, è da anni impegnato nel ruolo di allenatore dilettantistico. Palmarès Club Competizioni nazionali Campionato italiano: 2 - Juventus: 1981-1982, 1983-1984 Campionato italiano serie B : 1 Lazio 1982-1983 promozione in serie A Campionato italiano Serie C1: 1 - Catanzaro: 1986-1987 (girone B) Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984
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Claudio Cesare Prandelli
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
CLAUDIO CESARE PRANDELLI Cinque o sei anni fa, quando Damiani arrivò alla Juventus – racconta Alberto Refrigeri su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1979 –, andai a prenderlo in macchina all’Hotel Sitea dove era arrivato la sera avanti, per condurlo prima al campo a salutare l’allenatore, poi, insieme al massaggiatore De Maria, alle visite mediche. Appena lo vidi lo salutai con un cordiale «Come va Giuseppe?», dal momento che nell’almanacco e nello stesso cartellino il nome del giocatore era ben preciso. Damiani mi guardò divertito come avessi chiamato un altro: «Guardi che io sono Oscar, non Giuseppe», proseguendo poi con dettagliate spiegazioni sul come si erano svolte le operazioni all’anagrafe. Nell’agosto scorso a Villar Perosa è capitata identica situazione al mio amico Gianni Giacone allorquando, mentre salutava i giocatori, al passaggio di Prandelli gli scappò un «In bocca al lupo, Claudio!». Lo stesso Prandelli non fece una piega, lasciando di stucco e meravigliato il buon Gianni, che non si rendeva conto della poca educazione del soggetto; tutto venne chiarito all’istante da Marocchino, il quale spiegò che se uno voleva salutare Prandelli non doveva chiamarlo Claudio bensì Cesare. Presi nota della situazione, e mi ripromisi, alla prima occasione, di farmi spiegare dal titolare, così come avvenne con Damiani, il perché del doppio nome. L’altro giorno, per le rituali quattro chiacchiere, ne ho parlato con Prandelli, e questa è stata la risposta: «A dire la verità, nei primi anni, quelli della gioventù, non ci capivo molto nemmeno io, dal momento che a scuola ero iscritto come Claudio, ma tutti, in famiglia e nel paese, mi chiamavano Cesare; un giorno chiesi spiegazioni, anche se non è che poi me ne interessasse molto, ma così, diciamo per curiosità; e venni a sapere che al momento della mia nascita, il nonno voleva chiamarmi Cesare perché quello era il suo nome, il papà invece insisteva per Claudio, cosicché in chiesa sono Claudio e in Municipio Cesare. Tutto qui». – Lasciamo la storia dei nomi e passiamo ad alcune domande. Chi ti ha scoperto come giocatore? «È stato Giuliano, un mio amico di Orzinuovi, che mi ha portato a Cremona e praticamente mi ha seguito fino a 18 anni. Poi sono passato sotto le cure di Rota, al quale devo molto perché mi ha preso giovanissimo e mi ha portato alla serie A in prima squadra». – Che impressione ti hanno fatto i tuoi nuovi compagni? «Ottima; più della metà li conoscevo, fra Atalanta e Nazionale giovanile; degli «Argentini» invece ho avuto una piacevole sorpresa, tutti cordiali e amiconi; sono stato accolto sin dal primo giorno, quello tremendo dell’emozione, con grandi pacche amichevoli sulle spalle; un ricevimento davvero principesco». – Tornando ai tuoi vecchi allenatori, mi vuoi dire chi è quello che ricordi con più simpatia? «Direi Nolli della Cremonese, una persona molto importante soprattutto sul piano umano, che ha voluto dire molto nella mia vita privata e calcistica, un vero amico che non è stato mai avaro di buoni consigli e al quale devo molto». – Cosa ti riproponi nella Juventus? «È una domanda impegnativa e non vorrei che la risposta fosse considerata scontata: in maglia bianconera, quella sognata per tutta la vita, per ora mi accontento di giocare il massimo di partite possibili, di amalgamarmi con i compagni; per il futuro vedremo; non mettiamo, come si dice, il carro davanti ai buoi». – Cosa hai provato quando sei passato alla Juve? «Ho vagato per tutta la sera come in trance; ogni tanto trovavo un amico che si complimentava con me, a casa il telefono squillava di continuo; sono andato a letto che era passata la mezzanotte ma mi sarò addormentato alle quattro. Il risveglio è stato una delle cose più belle della mia vita. Sai com’è quando fai un sogno da mille e una notte, ti svegli e ci rimani male perché capisci che era tutta una finzione, tutto inventato, tutto scritto sull’acqua; dopo tre minuti di schiaffeggiamenti vari per rendermi conto che non avevo sognato, ho potuto finalmente rilassarmi, guardarmi allo specchio e dire a me stesso: “Cesare, ce l’hai fatta!” Posso svelarti un segreto? Io adesso sono qui con te che parlo, che spiego tante cose, ma ti giuro che a volte non sono mica ancora sicuro di essere bianconero! Veramente un’esperienza spettacolosa e credo irripetibile!». – Che carattere hai? «Diciamo sul timido; poche parole, calmo, abbastanza sincero». – Cosa vuol dire abbastanza? «Che in questa mondo, anche se, bada bene, io non sono affatto d’accordo, occorre dire soltanto una parte di ciò che si pensa, per non essere fraintesi; quindi, se mi permetti il gioco di parole, io ho la sincerità di ammettere che non sempre sono sincero, specialmente nelle dichiarazioni alla stampa». – Credi in Dio? «Moltissimo, e sono anche praticante, anche se non certamente bigotto. Questa mia fede mi aiuta molto, specialmente a superare periodi difficili; alla sera, prima delle preghiere al buon Dio che mi ha protetto durante la giornata e al quale va sempre il mio ringraziamento (questo, veramente, sincero), rivado a quanto fatto durante il giorno, alle cose belle successe e a quelle meno belle, e ti assicuro che mi addormento sempre sereno, sicuro di un buon sonno ristoratore, nella certezza di non aver inflitto male a nessuno e di aver cercato, nei limiti delle mie possibilità, di avere fatto interamente il mio dovere». – Sei fidanzato? «Sì, con Manuela». – Se fra qualche anno avrai un figlio, lo indirizzerai alla carriera di calciatore? «Impossibile dirlo fin da ora, occorrerà vedere innanzitutto se avrà le doti; poi eventualmente sarà lui a decidere; da parte mia non ci sarebbero impedimenti di sorta». – Cosa pensi di queste contestazioni? «Le capisco fino a un certo punto, cioè fino a quando, e purtroppo succede parecchie volte, si passano i limiti del buon gusto; allora ogni corteo, in partenza giusto per giuste rivendicazioni, diventa un focolaio di violenza». – Sei mai stato espulso? «Lo scorso anno a San Siro; Beccalossi, di cui sono amicissimo e che è venuto spesse volte a casa mia, è entrato piuttosto duro; io ho fatto un gesto come dire: potevi anche farne a meno! L’arbitro, che era un po’ distante, ha creduto che volessi dargli un pugno, e mi ha mandato negli spogliatoi. Dove al termine della partita ci siamo spiegati e lui stesso ha ammesso che non esisteva colpa da parte mia. Ma intanto la domenica successiva dovetti vedere la partita dalla tribuna». – Ritieni giusto per un calciatore sposarsi giovane? «A me personalmente non è che piaccia molto, però le statistiche dicono che questi sono i matrimoni migliori, specie per i calciatori, che trovano nella tranquillità della casa le forze per emergere in campionato, o almeno per aiutarsi moralmente». – A Torino dove vivi? «Insieme a Tavola in un appartamentino vicino allo stadio». – In famiglia quanti siete? «Mia mamma e due sorelle, di 15 e 18 anni». – Se vincessi lo scudetto, cosa faresti? «Non si può dire adesso; anche lo scorso anno a Bergamo, si facevano tanti progetti se ci fossimo salvati, poi siamo finiti in B e tutto è tramontato. Cominciamo a vincerlo, poi vedremo!». – Le limitazioni maggiori per un giocatore quali sono? «Per me non molte; diciamo che se non giocassi al calcio farei un po’ più tardi alla sera con gli amici, tutto qui; però vuoi mettere le soddisfazioni che ti dà il calcio? Ti ripaga di tutti gli eventuali sacrifici!». – Un attore preferito? «Dustin Hoffman». – Un autore preferito? «Sto leggendo Robins, uno scrittore abbastanza moderno». – Un cantautore? «Tutti sono buoni, a patto che abbiano una buona canzone; io do più importanza alla musica che al testo; cerco insomma di seguire più il motivo delle parole». – Un’ultima cosa, Cesare; se un regista ti chiamasse per un film, quale parte ti potrebbe assegnare? Prandelli si accarezza il mento in attesa di darmi una risposta mentre entra nella stanza il suo amicone Tavola, tutto preso dalla sua congiuntivite che lo fa chiudere gli occhi. «Diciamo una parte in un film brillante». «Macché brillante», ribatte Tavola, «con quella faccia lì, se ti metti un paio di baffi, puoi benissimo fare Zorro; uno Zorro bianconero beninteso…». 〰.〰.〰 Dici jolly e pensi al generico, al professionista che è in grado, più o meno, di ricoprire qualsiasi compito. Per Prandelli, tutto ciò è vero, ma c’è dell’altro e non va sottovalutato. Cesare è, nel suo genere, uno specialista: ci vuole, infatti, un temperamento particolare, unito a doti fisiche tutt’altro che comuni, per essere all’altezza del compito abitualmente svolto da Prandelli. Il Trap sa di poter contare sempre su di lui, ma il come e il quando, sono sempre legati, per forza di cose, all’andamento della partita. Calarsi nella realtà di una gara, spesso delicatissima, in frangenti magari burrascosi, è roba da specialisti, senza alcun dubbio. È pedina preziosa sia per la difesa sia per il centrocampo, sa disimpegnarsi sull’uomo e anche nelle vesti di libero ed è inoltre discreto propulsore. In una Juventus di tutti campioni deve, comunque, fare panchina e anche nell’ingrato ruolo di riserva, sa disimpegnarsi con dignità e grande senso di responsabilità, trovandosi al meglio della condizione ogni qualvolta Trapattoni decide di avere bisogno del suo apporto. FERRUCCIO CAVALIERE, “LA STAMPA” DEL 2 AGOSTO 1979 Trapattoni, è logico, ha in mente la formazione, ma si rifiuta di ufficializzarla per non creare le solite beghe da ritiro. Il mese di agosto sarà comunque, per lo schieramento, un periodo sperimentale. Non è da escludere, infatti, che il tecnico attui in seguito delle varianti all’assetto di squadra, se dovessero verificarsi degli scompensi tali da modificare l’impostazione di base. L’undici tipo vede comunque l’innesto di Claudio Prandelli a centrocampo. Trapattoni lo descrive così: «Un ragazzo dal gioco ordinato, un tipo dinamico, non molla mai l’avversario. Certo che giocatori grintosi come Furino non esistono più. È un mediano a sostegno che mi ricorda un po’ il Bedin prima maniera. Sarà utile soprattutto nella zona arretrata». Prandelli potrebbe, in caso di necessità, tornare utile nel ruolo di libero. Risponde con tono riflessivo alle domande. «Non so ancora i compiti – precisa – che l’allenatore intende affidarmi, ma non mi spaventa l’idea di fare il titolare. In fondo ritengo che la squadra non avrà eccessivi problemi nell’esprimersi. La Juventus con tanti Nazionali non è un’incognita, ma una realtà, un complesso di campioni. Il primo Tardelli è stato il mio modello, un atleta eclettico. Virdis? L’ho avuto con me nella Militare. Saprà riprendersi. Non può aver dimenticato da un momento all’altro la professione». Con Bodini, Marocchino e Tavola giunge dalla disperata stagione atalantina. La spiega con la serie di disgrazie che sono piovute sul clan bergamasco, ha frasi di stima per Rota, per i compagni che lo seguono in questa esaltante avventura. «Con Tavola è facile giocare. Si smarca sempre, garantisce un continuo movimento anche quando non è in possesso di palla. Saprà rimpiazzare Benetti, un uomo di valore. Insieme porteremo una ventata di giovinezza al centrocampo, una zona ora forse meno potente, ma in grado di sviluppare maggior velocità». La concorrenza nel ruolo lo stimola, il calcio rappresenta la sua vita. Geometra, fidanzato con una studentessa, Manuela, confessa di avere come evasione dall’ambiente l’interesse della lettura. «Per tutto il resto mi manca, al momento, il tempo. Ho cercato di arrivare in alto nel football a diciotto anni, quando mio padre è mancato. Bravura e fortuna me lo hanno permesso. Adesso intendo giocare, ho bisogno di non cambiare ruolo, di annullare quei momenti di indecisione che ogni tanto mi assalgono sul campo quando devo controllare un avversario abile. Sono insomma soltanto agli inizi della vera carriera. Non è semplice rimanere al vertice per lungo tempo. Qui sto bene, anche se la preparazione è più pesante dì quella che fa svolgere Rota. Con Trapattoni si suda e si soffre, ma gli allenamenti, spiegati nei dettagli, sono istruttivi». Acquistato un paio d’anni fa, Prandelli ha saputo attendere il trasferimento in un grande club, non ha nel frattempo mutato abitudini e comportamento. Adesso corre in bianconero e dice con simpatico sorriso, ma senza scherzare: «Il domani dipende soprattutto da me. Alla Juventus gli esempi non mancano. Guardo Furino in allenamento e mi stupisco perché non molla mai». 〰.〰.〰 Nelle 6 stagioni in bianconero totalizzerà 139 gettoni di presenza e metterà il sigillo a 2 gol in Coppa Italia. La professionalità di Prandelli è premiata dagli scudetti 1981, 1982 e 1984, dalla Coppa Italia 1983, dalla Coppa delle Coppe 1984 e dalla Coppa dei Campioni 1985. Lascia la Juventus, per ritornare all’Atalanta, nell’estate del 1985. DARIO CRESTO-DINA, DA REPUBBLICA.IT DEL 27 FEBBRAIO 2008 Questa è la storia di un uomo e una donna. Come ce ne sono tante. È la storia di un amore. Come a volte esistono. È la storia di un dolore. Come quelle che prima o poi ci sbattono addosso perché non può esserci una vita senza dolore. L’uomo si chiama Cesare Prandelli. Ha cinquant’anni. Alla fine della terza media voleva iscriversi al liceo artistico, si è ritrovato invece geometra perché la mamma gli raccomandava: il diploma, Cesare, il diploma... Voleva diventare architetto perché gli è sempre piaciuto pensare, creare, costruire qualcosa. Anche solo un’idea. Ha fatto invece il calciatore. Ha vinto con la Juventus qualche scudetto e una coppa campioni, si è distrutto le ginocchia e ha smesso presto, senza barare, a trentadue anni. Oggi è l’allenatore della Fiorentina, ma qui se potessero lo farebbero sindaco, presidente di tutti i posti in cui è previsto un presidente e, perché no?, persino papa e santo, naturalmente subito. La donna si chiama Manuela Caffi, è sua moglie. È morta all’ora di pranzo del 26 novembre dell’anno scorso. Aveva quarantacinque anni. Quel giorno era un lunedì, il giorno in cui i calciatori e gli allenatori si riposano. «Fino alle dieci della domenica era lucidissima. Io e i miei figli durante le ultime ore ci siamo messi nel letto con lei. L’abbracciavamo, la accarezzavo, le parlavamo di continuo. I medici della terapia del dolore, che lei chiamava i suoi angeli, ci hanno spiegato che i malati terminali perdono per ultimo il senso dell’udito, ma riconoscono solamente le voci dei familiari, quelle degli estranei si trasformano in un rumore metallico. Porto dentro di me le sue ultime parole. Ma non riesco a dirle, a farle uscire. È troppo dura». Dopo tre mesi è la prima volta che Cesare Prandelli accetta di raccontare la sua Manuela. Nella sala riunioni della sede della Fiorentina. Una t-shirt bianca e un maglione arancione, il fisico da ragazzo, lo sguardo sulla fede che porta al dito, un bicchiere d’acqua sul tavolo che a un tratto si rovescia e lui va nello sgabuzzino, prende uno straccio e asciuga il pavimento mettendosi in ginocchio. Si deve pur ricominciare, da qualche parte, in qualche modo. – Potremmo partire dalla terra, la sua. Da Orzinuovi, provincia di Brescia. «Di lì si parte e lì si torna. Dove sono nato e cresciuto, dove vivo ancora nella casa dei miei. Papà è morto che avevo sedici anni, mamma sta con me. A Orzinuovi sono Cesare e basta. C’è la piazza Vittorio Emanuele, una bella piazza con i portici. Manuela l’ho conosciuta là, al bar, una domenica pomeriggio. Giocavo in B con la Cremonese, tornavo dalla partita, avevo voglia di una cioccolata calda. Lei era con una sua amica, ci siamo soltanto guardati, ci siamo piaciuti subito. Il giorno dopo con una scusa sono andato a prenderla a scuola. Avevo diciott’anni, lei non ancora quindici. Non ci siamo più lasciati». – Quando vi siete sposati? «Nell’82. Ero alla Juve. I miei testimoni sono stati Antonio Cabrini e Domenico Pezzolla, mio compagno a Cremona. Ora fa l’ambulante, vende formaggi». – Mai una crisi, mai un tradimento? «In trent’anni abbiamo litigato una volta sola, colpa di una racchetta da tennis. Se mi chiede se le ho messo le corna le rispondo di no. Se per tradimento invece intende la mancata condivisione di una scelta e di una idea, allora le dico di sì, che a volte credo di averlo fatto. Nell’educazione dei figli, per esempio. Su questo piano sarò sempre in difetto nei confronti di mia moglie». – Padri e figli: che cosa ha imparato dai suoi genitori? «Da mio padre il rispetto per chi lavora, spero di averlo fatto mio. Da mia madre la fisicità dell’amore, il non vergognarsi di volere bene. Dimostrarlo con il cuore, la testa, le mani». – E che cos’è l’amore? «Credo ci siano diversi tipi di amore. Quello per una donna, quello per i figli, quello per gli amici. Ho scoperto che molte persone hanno paura di amare, hanno paura di vivere l’amore. Perché in amore devi dare, devi essere altruista. Forse è più facile non amare. Siamo spesso prigionieri del nostro egoismo». – Che cosa le ha insegnato Manuela? «Tutto. Ho sempre le tasche vuote, non un soldo. Mai usato il bancomat, i soldi me li dava lei. Qualche giorno fa sono stato costretto a farmi prestare cinquanta euro da un collaboratore della società per fare benzina. Non mi sono ancora abituato... Manuela mi ha insegnato a usare le parole. Mi diceva: Cesare, la cosa più importante è sapere che cosa si vuole. Domandarselo e avere il coraggio di darsi le risposte. Quando sono diventato responsabile del settore giovanile dell’Atalanta mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Poi mi offrirono il Lecce. Le dissi: mi piacerebbe provare, ma solo se tu vieni con me. I bambini erano piccoli. Andiamo, mi rispose, ma promettimi che terrai i nostri figli fuori dal mondo del calcio». – A lei che cosa non piace di questo suo mondo? «L’esasperazione, le polemiche, i processi, l’arroganza, la stupidità, l’oblio. Quando giocavo io ci divertivamo di più, tra compagni di squadra ci si frequentava dopo le partite, gli allenamenti. Mischiavamo le nostre solitudini. Oggi i calciatori lo fanno molto di meno. Questo mondo ha dato lavoro a tanti, ma tanti si prendono troppo sul serio. Eppure fai un mestiere che ti piace, ti danno un sacco di soldi, sei un privilegiato. Vivi una vita che non è normale. Se ho una qualità è quella di saper scegliere i miei abiti mentali. Non posso assumere un modo di essere che non è il mio. Non riesco a fingere, a mordermi la lingua, a mettere su il disco dell’ipocrisia». – Parlavate spesso di politica, lei e sua moglie? «Poco. Ho votato la sinistra più di una volta, ho avuto a un certo punto simpatia per il centrodestra. Sono stato un ondivago, come vede. Vorrei una politica liberata dall’ideologia. Non mi chieda di più. Non sono preparato». – Lei è ricco? «Sto bene, molto bene. Ma la ricchezza non mi interessa. Mi preme la tranquillità economica dei miei figli. Nicolò ha ventitré anni, studia da manager dello sport. Carolina ne ha ventuno, fa lettere all’università e adora la danza. Non voglio diventare ricco. Voglio cercare di vincere qualcosa, questo sì». – Mi hanno raccontato che prima di prendere Capello, la Juventus la voleva come allenatore. Di fronte alla scrivania di Moggi lei sparò una richiesta altissima, Moggi si alzò, le strinse la mano e le disse arrivederci. È vero? «Sì. Per la Juve avrei firmato in bianco, ma sapevo che non mi avrebbero preso. Chiesi quella cifra per andare a scoprire le loro carte. Non mi presero, come avevo previsto». – Quando si è ammalata Manuela? «Sette anni fa. Allenavo il Venezia. Un nodulo a un seno. Sembrava routine. Operazione a Brescia. Meno di due anni dopo un problema a un linfonodo. Nuova operazione, parecchie metastasi, chemioterapia. Un disastro». – La Roma per qualche mese, poi le dimissioni. Perché? «Manuela voleva stare a casa. Facemmo un patto, le dissi che se le cure fossero state invasive sarei stato ogni minuto al suo fianco. Era lei la mia priorità. La sua vita era la mia vita. Tornai a Orzinuovi. Molti si sorpresero, per me invece fu una scelta naturale. Il calcio a volte ha paura della normalità». – C’è stato un momento in cui ha creduto che Manuela si sarebbe salvata? «Sì, dopo Parigi e un interminabile calvario di terapie chemioterapiche. I medici ci diedero molte speranze. Lei stava meglio. Venimmo a Firenze. Per quasi tre anni le cose sono andate bene. La scorsa primavera la situazione è improvvisamente precipitata, a maggio il tumore ha colpito il fegato. È stato l’inizio della fine. Da allora la lotta è stata soltanto contro il dolore, un dolore devastante, non più contro la malattia». – A chi altri avete chiesto aiuto in questi anni? «A Dio. Siamo andati a Spello, da frate Elia. Lunghe, dolcissime chiacchierate. Sedute di preghiera. Emozionanti, commoventi. Manuela, io, i due ragazzi. Io ho la fede, l’abitudine alla preghiera. Lei era invece un po’ come San Tommaso, ma l’incontro con frate Elia è stato straordinario. L’ha cambiata. Credo che senza di lui la mia Manu sarebbe morta prima». – Ora lei come sta? «Sto. Quasi tutta la mia famiglia è venuta a Firenze, respiro quando sono con Carolina e Nicolò. Cerchiamo di capire assieme come ricominciare. Mi danno sollievo il campo, i ragazzi, le partite. Da solo mi sento sperduto». – E crede che rimarrà da solo? «Adesso le posso solo rispondere di sì. Non riesco a immaginarmi con un’altra donna accanto. Penso che una persona che abbiamo tanto amato continui a vivere dentro di noi fino a quando moriremo a nostra volta». A Firenze la strada principale che conduce allo stadio si chiama Viale dei Mille. Per un lungo tratto a ogni albero è appeso un cartellone dell’Associazione tumori della Toscana. Raffigura Cesare Prandelli sul prato del campo. È in giacca blu e cardigan viola. Non sorride. Con il braccio destro saluta i tifosi della curva Fiesole. È il suo modo di dire grazie. http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/claudio-cesare-prandelli.html -
Claudio Cesare Prandelli
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
CLAUDIO CESARE PRANDELLI https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Prandelli Nazione: Italia Luogo di nascita: Orzinuovi (Brescia) Data di nascita: 19.08.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 176 cm Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1985 Esordio: 19.09.1979 - Coppa delle coppe - Juventus-Raba Vasas Eto 2-0 Ultima partita: 19.06.1985 - Coppa Italia - Juventus-Milan 0-1 139 presenze - 2 reti 3 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa Claudio Cesare Prandelli (Orzinuovi, 19 agosto 1957) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Ha giocato in tre squadre: Cremonese, Atalanta e Juventus, squadra con cui ha vinto tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe ed una Supercoppa UEFA. Ha poi allenato per 5 stagioni la Fiorentina dalla stagione 2005-2006 al 2010, anno in cui è diventato commissario tecnico della Nazionale italiana, con la quale è stato finalista al Campionato europeo di calcio 2012 e ha raggiunto il terzo posto alla Confederations Cup 2013. Nel 2011 si è classificato secondo come miglior commissario tecnico dell'anno IFFHS dietro Vicente del Bosque. Cesare Prandelli Prandelli sulla panchina dell'Italia al campionato d'Europa 2012 Nazionalità Italia Altezza 176 cm Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1990 - giocatore Carriera Giovanili 19??-1974 Cremonese Squadre di club 1974-1978 Cremonese 88 (4) 1978-1979 Atalanta 27 (1) 1979-1985 Juventus 139 (2) 1985-1990 Atalanta 89 (1) Carriera da allenatore 1990-1992 Atalanta Allievi 1992-1993 Atalanta Primavera 1993-1994 Atalanta 1994-1997 Atalanta Primavera 1997-1998 Lecce 1998-2000 Verona 2000-2001 Venezia 2002-2004 Parma 2004 Roma 2005-2010 Fiorentina 2010-2014 Italia 2014 Galatasaray 2016 Valencia 2017-2018 Al-Nasr 2018-2019 Genoa 2020-2021 Fiorentina Palmarès Europei di calcio Argento Polonia-Ucraina 2012 Confederations Cup Bronzo Brasile 2013 Biografia Nato ad Orzinuovi, in provincia di Brescia, fu registrato all'anagrafe come Claudio Cesare. Alla nascita i genitori si accordarono per il nome Cesare, quello del nonno, ma il padre preferiva Claudio, registrandolo come primo nome, tenendo all'oscuro di ciò la famiglia; lo stesso Prandelli scoprì il fatto solamente a sei anni, all'ingresso a scuola. Tale ambiguità si è poi riflettuta nel prosieguo della sua carriera sportiva: da calciatore era conosciuto principalmente col nome di Claudio, come testimoniano le figurine degli album Calciatori Panini, mentre da allenatore si è diffusa prima la dicitura intera Claudio Cesare e poi quella col solo secondo nome Cesare. Prandelli nel 1984 Nel 1982 sposa Manuela Caffi e dal loro matrimonio nascono Niccolò (1984), preparatore atletico, e Carolina (1987). Il 26 novembre 2007, dopo una lunga malattia, la moglie Manuela muore. Nel 2010 Prandelli ha reso nota la sua relazione con Novella Benini, ex compagna dell'imprenditore Chicco Testa. L'anno seguente è diventato nonno. Nel 2011 interpreta se stesso in un cameo nel cine-panettone Vacanze di Natale a Cortina. Nel 2012 Prandelli si schiera contro l'omofobia e nella prefazione del libro di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano Il campione innamorato. Giochi proibiti dello sport ha scritto: «Nel mondo del calcio e dello sport resiste ancora il tabù nei confronti dell'omosessualità, mentre ognuno deve vivere liberamente sé stesso, i propri desideri e i propri sentimenti». Carriera Giocatore Cresce nella Cremonese, in cui inizia mediano e dal 1974 al 1978 partecipa a tre campionati in Serie C1, uno in Serie B. Passato all'Atalanta, disputa in Serie A coi bergamaschi la stagione 1978-1979, e in 27 partite fa una rete. Prandelli con la maglia della Juventus nella stagione 1979-1980 Dal 1979 al 1985 gioca nella Juventus, con cui vince tre scudetti, una Coppa Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa UEFA, senza giocare con continuità. Nell'estate del 1985 torna all'Atalanta, e chiude al termine della stagione 1989-1990, dopo 16 gare. Allenatore Atalanta L'Atalanta gli offre il primo contratto d'allenatore degli Allievi. Vince lo scudetto di categoria (1991-1992). La stagione successiva passa alla squadra Primavera, vincendo campionato di categoria (0-3, 3-0 in doppia finale con la Lazio) e Torneo di Viareggio (0-0, 2-0 al Milan in finale). In Coppa Italia è sconfitto dall'Udinese (3-2 ai supplementari al Friuli, andata 1-1). Nell'autunno del 1993 ha una breve parentesi sulla panchina della prima squadra bergamasca: dopo l'esonero di Guidolin la squadra è affidata a Prandelli che, essendo senza patentino, è affiancato da Andrea Valdinoci; la squadra a fine campionato è penultima e retrocede. Lecce, Verona e Venezia Prandelli resta nelle giovanili orobiche fino al 1997, quando passa al Lecce. All'esordio è sconfitto 2-0 dalla Juventus, a cui seguono 5 sconfitte consecutive. Si dimette il 2 febbraio 1998, dopo 18 gare (14 sconfitte, 2 vittorie, 2 pari), con la squadra in zona retrocessione. Ottiene i primi risultati di rilievo come allenatore guidando l'Hellas Verona nella stagione 1998-1999, in Serie B, culminata con la vittoria del campionato e conseguente promozione in massima serie. Confermato dalla società scaligera, disputa un'altra stagione positiva chiudendo al 9º posto in Serie A e con la qualificazione all'Intertoto, a cui la società scaligera rinuncia di partecipare. Il 10 giugno 2000 si dimette dall'incarico. Fa ritorno in cadetteria per allenare il Venezia e ottiene la promozione in massima serie al primo tentativo, chiudendo il campionato al 4º posto. L'anno dopo la dirigenza lagunare, insoddisfatta dei risultati raccolti fino a quel momento, esonera Prandelli dopo 5 sconfitte in 5 gare e l'ultimo posto in classifica a zero punti. Preso dallo sconforto, per rilassarsi inizia a giocare a golf. Parma e Roma Nella stagione 2002-2003, guida il Parma al quinto posto in Serie A e qualificazione in Coppa UEFA. L'anno successivo, gli emiliani chiudono nuovamente al quinto posto in classifica, in un anno di problemi societari. Il 29 maggio 2004 è ingaggiato dalla Roma; si dimette il 26 agosto seguente, prima dell'inizio del campionato, a causa della grave malattia che colpisce la moglie Manuela. Fiorentina Prandelli nel 2006 Nella stagione 2005-2006 è scelto come allenatore della Fiorentina dal patron Diego Della Valle, prendendo il posto di Dino Zoff. Alla prima stagione viola centra il quarto posto in classifica e accesso ai preliminari di Champions League; in seguito allo scandalo calciopoli, la sentenza della CAF toglie 30 punti alla squadra escludendola dalle coppe europee e costringendo la Fiorentina a iniziare la stagione 2006-2007 con 19 punti di penalizzazione in classifica, che in seguito l'Arbitrato del CONI ridurrà di 4 punti, portandoli a -15. L'11 dicembre 2006, a seguito della prima stagione positiva coi viola, riceve il premio Panchina d'oro al centro tecnico federale di Coverciano. Nella stagione 2006-2007, a seguito della seconda positiva annata toscana, è insignito della Panchina d'oro; porta infatti la squadra al 6º posto in classifica, centrando la qualificazione in Coppa UEFA dopo un inizio negativo (senza penalizzazione di 15 punti sarebbe arrivato terzo sul campo). Nella stagione 2007-2008 la Fiorentina disputa un ottimo campionato concludendo il girone di andata al 4º posto, che riuscirà a ottenere alla fine del campionato nonostante la concorrenza del Milan. Rilevante fu anche il percorso in Coppa Uefa: i viola, dopo aver superato il Brann, l'Everton e il PSV Eindhoven si arresero soltanto in semifinale; uscendo sconfitti contro i Glasgow Rangers alla lotteria dei calci di rigore. Prandelli saluta il pubblico durante la sfida Parma-Fiorentina del 13 gennaio 2008 Così accede al terzo turno preliminare di Champions League 2008-2009. Qui la Fiorentina venne eliminata nella fase a gironi. Ripescata in Coppa UEFA, la squadra uscì ai sedicesimi contro l'Ajax. In campionato, dopo una brutta partenza nelle prime partite (2 sconfitte nelle prime 4 gare), la Fiorentina si risolleva finendo di nuovo al quarto posto,qualificandosi per la massima competizione calcistica europea grazie agli scontri diretti favorevoli col Genoa (1-0 a Firenze e 3-3 a Marassi), con cui era giunta pari in classifica (68 punti). Nella stagione 2009-2010, dopo aver superato la fase a gironi di Champions League da prima classificata con 15 punti e battendo due volte il Liverpool (2-0, 1-2), la Fiorentina viene eliminata agli ottavi dal Bayern Monaco con strascichi di polemiche arbitrali. La squadra arriva in semifinale di Coppa Italia, eliminata dall'Inter di José Mourinho. Con la vittoria sulla Sampdoria, inoltre, il 23 settembre 2009, Prandelli raggiunge Fulvio Bernardini in testa alla classifica degli allenatori più vincenti della storia viola, a quota 99 successi. Dopo 3 giorni, nel turno che vede la Fiorentina a Livorno (0-1), ottiene la centesima vittoria in 197 partite (record assoluto) alla guida dei gigliati. Il campionato 2009-2010 si conclude con 17 sconfitte per i viola, che chiudono all'11º posto. A fine stagione, Prandelli lascia la Fiorentina e diventa CT dell'Italia. Nazionale italiana Mario Balotelli e Prandelli con l'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Il 30 maggio 2010 la FIGC annuncia l'accordo tra il presidente Giancarlo Abete e Cesare Prandelli, che sarà il CT della Nazionale italiana per quattro anni con ingaggio da 3 milioni l'anno, in sostituzione di Marcello Lippi dopo la conclusione del campionato del mondo 2010. Prandelli è presentato il 1º luglio 2010 in conferenza stampa allo stadio Olimpico di Roma. Recupera subito Antonio Cassano, inserisce nel gruppo Mario Balotelli (entrambi esclusi da Lippi nel Mondiale 2010) e nomina Gianluigi Buffon (in recupero da intervento) nuovo capitano della Nazionale dopo l'abbandono di Fabio Cannavaro. Prandelli stabilisce un "codice etico" in base al quale i calciatori che si rendono protagonisti di azioni aggressive e/o antisportive non saranno convocati in Nazionale. L'esordio coincide con la sconfitta contro la Costa d'Avorio per 1-0. L'Italia disputa le qualificazioni al campionato europeo 2012 e con la vittoria 1-0 sulla Slovenia il 6 settembre 2011 a Firenze si qualifica alla manifestazione continentale con due gare d'anticipo, ottenendo il record di precocità nella qualificazione al campionato europeo, conseguita con 22 punti in otto gare; nella stessa partita è stabilito il record di imbattibilità nelle qualificazioni europee (644 minuti). Prandelli dirige un allenamento nel 2012 A dicembre 2011, in pieno scandalo scommesse, Prandelli invita Simone Farina al raduno della Nazionale, in vista della gara del 29 febbraio 2012 tra Azzurri e Stati Uniti, in segno d'apprezzamento per il calciatore che ha rifiutato 200 000 euro (più del doppio del suo compenso stagionale) per "combinare" la partita di Coppa Italia Gubbio-Cesena, denunciando il fatto e facendo partire l'inchiesta sull'Operazione Last Bet. Prima dell'inizio degli Europei 2012, Prandelli assume suo figlio Niccolò nello staff tecnico della Nazionale, precisando che suo figlio non è stato raccomandato da lui, ma ha ottenuto il posto nello staff della Nazionale grazie alla sua professionalità. Scelti i ventitré giocatori da convocare agli Europei 2012, l'Italia è inserita nel Girone C dove pareggia 1-1 con Spagna, all'epoca detentrice del titolo mondiale e europeo, e Croazia e vince 2-0 con l'Irlanda, risultato che porta l'Italia ai quarti di finale al secondo posto nel girone, dietro la Spagna. Il 24 giugno l'Italia batte l'Inghilterra allenata da Roy Hodgson ai rigori per 4-2 e va in semifinale contro la Germania, battendo anche quest'ultima, il 28 giugno, per 2-1, raggiungendo così la finale con la Spagna. Con la vittoria sui tedeschi, l'Italia di Prandelli si assicura un posto alla Confederations Cup 2013. Il 1º luglio 2012 l'Italia perde 4-0 la finale con la Spagna. Al rientro in Italia, la Nazionale e Prandelli sono stati omaggiati al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a cui Prandelli ha regalato la propria medaglia d'argento. Il 7 settembre 2012, l'Italia esordisce alle qualificazioni per il campionato del mondo 2014 col 2-2 con la Bulgaria. Prandelli (al centro) assiste alla sfida tra Italia e Inghilterra durante i quarti di finale del campionato d'Europa 2012 Il 3 giugno 2013 rilascia la lista convocati alla Confederations Cup 2013, in cui l'Italia è nel Girone A con Brasile, Giappone, Messico. All'esordio col Messico, l'Italia vince 2-1. La nazionale vince col Giappone 4-3 e perde la terza gara del girone coi padroni di casa del Brasile. In semifinale gli Azzurri sono sconfitti ai rigori dalla Spagna e guadagnano il terzo posto nella competizione battendo ai rigori 3-2 l'Uruguay (2-2 ai tempi regolamentari). Per l'Italia il campionato del mondo 2014, che si tiene in Brasile, si apre con la vittoria per 2-1 con l'Inghilterra, in cui l'Italia batte il record di passaggi riusciti in un Mondiale con la percentuale del 93,2% (record che durava dal mondiale d'Inghilterra 1966) e segna la quindicesima marcatura consecutiva ai mondiali, record assoluto della competizione. Il torneo comunque si conclude per la seconda volta consecutiva al primo turno, dopo le sconfitte 1-0 con Costa Rica e Uruguay. Subito dopo l'eliminazione il 24 giugno 2014 Prandelli annuncia in conferenza stampa le proprie dimissioni irrevocabili da ct della Nazionale italiana insieme al presidente della FIGC Giancarlo Abete, sebbene la Federazione non approvi la decisione del tecnico. Viene sostituito da Antonio Conte. Galatasaray L'8 luglio 2014 è ingaggiato dai turchi del Galatasaray per la stagione 2014-2015 per 5 milioni netti a stagione. Debutta il 25 agosto, perdendo la Supercoppa di Turchia col Fenerbahçe ai rigori (ai supplementari 0-0). In Champions League, sotto la guida del tecnico bresciano, il Galatasaray fornisce una delle peggiori prestazioni della sua storia, raccogliendo solo 1 punto in 5 partite disputate. Prandelli nel 2014, alla guida del Galatasaray in una sfida di UEFA Champions League. Il 27 novembre 2014 è esonerato dopo la sconfitta in trasferta con l'Anderlecht nella fase a gironi di Champions League, che elimina i turchi da qualunque competizione europea. La squadra è in quel momento terza in campionato alle spalle di Fenerbahçe e Beşiktaş e ha patito una sconfitta per 3-0 in casa contro il Trabzonspor. Al termine dell’incontro i tifosi inferociti per la sconfitta hanno chiesto a gran voce le dimissioni del tecnico italiano, reputato il principale responsabile dell’attuale situazione del club. In questa breve esperienza turca Prandelli ha collezionato 6 vittorie, 2 pareggi e 8 sconfitte in 16 partite, perdendo il 50% delle gare. L'8 giugno 2015 rescinde il contratto col club turco, con buonuscita di circa 3 milioni di euro per lui e il suo staff composto da Gabriele Pin, Renzo Casellato, Giambattista Venturati, Silvia Berti e Vincenzo Di Palma. Valencia, Al-Nasr e Genoa Dopo 2 anni di inattività, il 28 settembre 2016 firma un contratto biennale con il Valencia, che alla sesta giornata si trova in quattordicesima posizione nella Liga spagnola. Il 30 dicembre seguente si dimette per divergenze di mercato, non ancora terminato. Prandelli aveva debuttato in Liga con una vittoria a Gijon, poi 3 pareggi e 4 sconfitte e l'addio con la conquista di 6 punti su 24, lasciando il Valencia al 17º posto. Il 25 maggio 2017 viene ufficializzato il suo ingaggio sulla panchina dell'Al-Nasr, club degli Emirati Arabi Uniti, per la stagione 2017-2018. Il 19 gennaio 2018, dopo l'eliminazione dalla Coppa del Presidente degli Emirati Arabi Uniti viene esonerato. Chiude la sua avventura dopo aver totalizzato 5 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte con la squadra al terzo posto in campionato. Il 7 dicembre 2018 viene ingaggiato dal Genoa in sostituzione di Ivan Jurić. Nonostante la vittoria di prestigio contro la Juventus per 2-0 alla 28ª giornata (prima sconfitta stagionale per la squadra bianconera), Prandelli non riesce a dare la sterzata sperata alla stagione del Genoa. La salvezza arriva solo all'ultima giornata grazie al pareggio con la Fiorentina e alla contemporanea sconfitta dell'Empoli con l'Inter: a premiare i rossoblù, arrivati a pari punti con gli azzurri toscani, è il miglior rendimento negli scontri diretti. A fine stagione non viene confermato, venendo sostituito da Andreazzoli, e il 20 giugno rescinde il proprio contratto. Ritorno alla Fiorentina Il 9 novembre 2020 fa ritorno, dopo dieci anni, sulla panchina della Fiorentina, al posto dell'esonerato Giuseppe Iachini. Esordisce in viola il 22 novembre perdendo per 0-1 contro il Benevento, mentre la prima vittoria arriva tre giorni più tardi contro l'Udinese al quarto turno di Coppa Italia (la viola verrà eliminata agli ottavi ai supplementari per mano dell'Inter). Dopo altre 2 sconfitte e 3 pareggi (tutti con il risultato di 1-1), la prima vittoria arriva il 22 dicembre con un netto 3-0 in casa della Juventus. In tutto mette insieme 6 vittorie, 6 pareggi e 11 sconfitte in 23 partite. Il 23 marzo 2021, due giorni dopo la sconfitta casalinga per 2-3 contro il Milan e con la squadra al quattordicesimo posto in classifica, rassegna le dimissioni per motivi personali con una lettera pubblicata sui canali social del club viola, nella quale inoltre asserisce di poter chiudere definitivamente la propria carriera da allenatore. Il 13 marzo 2023, a due anni dall'ultima esperienza in panchina, annuncia il proprio ritiro. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Serie C: 1 - Cremonese: 1976-1977 Campionato italiano: 3 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Allenatore Club Competizioni giovanili Campionato Allievi Nazionali: 1 - Atalanta: 1991-1992 Campionato Primavera: 1 - Atalanta: 1992-1993 Torneo di Viareggio: 1 - Atalanta: 1993 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - Verona: 1998-1999 Individuale Panchina d'oro: 2 - 2005-2006, 2006-2007 L'allenatore dei sogni: 1 - 2006 Oscar del calcio AIC: 1 - Migliore allenatore: 2008 Premio Facchetti: 1 - 2009 Premio Nazionale Enzo Bearzot: 1 - 2011 -
GABRIELE PIN L’importanza di avere un nonno. «Il mio diceva: non bisogna lamentarsi del brodo grasso».Gabriele Pin ha presente la scala dei valori fin dalle prime battute dell’esistenza. La sua è la generazione figlia del sacrificio. Famiglia del Veneto operaio: papà Giuseppe alla Snia-Viscosa, mamma Maria in un’industria tessile. «Infanzia serena, anche se non c’era il benessere di adesso. I miei genitori erano usciti con la fame dalla guerra e non volevano che toccasse ai loro figli. Certo, il superfluo non esisteva. Mio papà a 30 anni ha avuto un incidente quando era muratore, è rimasto sotto una casa. In eredità ha avuto un’andatura claudicante. I loro sacrifici li hanno pagati con la salute».Gabriele Pin è un giocatore anomalo. Serio, cortese, nei lunghi viaggi sta immerso in un buon libro. «Purtroppo lo stereotipo del calciatore stolto l’abbiamo creato noi. I ragazzi di adesso mi sembrano diversi. Io alle partite a carte ho sempre preferito la lettura».Linea di partenza: i campetti dell’oratorio della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo a Vittorio Veneto. Seconda tappa: la “Vitt ’66”, squadretta del quartiere. Tutta la trafila. «Anche se ero più piccolo si capiva che avevo qualità, così cominciarono i provini».A volte la strada di un uomo è decisa dal caso, nel calcio spesso è il tifo a fare da spartiacque: Beppe Zanette, professore di italiano e suo allenatore, è un tifoso bianconero sfegatato, con tanto di tessera del club locale. Lo spinge verso la Juventus.A 13 anni Gabriele prende la strada di Villar Perosa, destinazione l’ultimo piano (e mansarda) dell’albergo storico ritiro bianconero. Lassù vivono i 30 ragazzi del settore giovanile. Non è una vita facile, non è una vita allegra, soprattutto è una vita trafficata. Al mattino Villar-Pinerolo-Villar per la scuola («chiusa con rammarico in terza ragioneria»), “pranzo con l’imbuto”, al pomeriggio Villar-Torino-Villar per l’allenamento.Gabriele ha appena perso sua madre Maria e il signor Giuseppe non vorrebbe lasciarlo andare, ma la passione del figlio è a prova del primo terribile anno. «Ho vissuto travolto dalla nostalgia e scosso dal pianto. Mi hanno sostenuto la forza di volontà, i consigli della società e l’amicizia con altri ragazzi della mia età, tra cui Galderisi».Ma i singhiozzi del ragazzo di Vittorio Veneto finiscono quando la vita del calciatore diventa la sua vita.Esordisce infatti in serie A nel 1980, appena diciottenne, all’ultima giornata del campionato 1979-80, contro la Fiorentina. Gioca, per la cronaca, un solo tempo e la Juventus vince bene, un 3-0 indiscutibile.Poi lo mandano a «fare esperienza». «In serie C, allora, non giravano le cifre pazzesche di adesso. Con un posto da titolare portavi a casa uno stipendio che ti permetteva di mantenere una famiglia di quattro persone. Per cui c’era un nonnismo che neanche a militare s’immaginano. Una vera giungla, bersagli preferiti i giovani che arrivavano dalle grandi squadre. Ora lo chiamano mobbing, ma non rende l’idea. Ho vissuto certe storie. A Sanremo un allenatore, Canali, ci faceva fare yoga. A Forlì c’era il mitico presidente “Vulcano” Bianchi: la sede era più grande di quella della Juve. Falliti e retrocessi, ma non prima di soffiare quattro punti al Rimini di Sacchi. Tra andata e ritorno feci tre gol: Arrigo me lo rinfaccia ancora adesso. Un’esperienza formativa: ero considerato un giocatore di qualità ma di poco carattere. Me lo sono fatto».Ritorna alla Juventus nell’estate del 1985, da Parma, sulla scia di Pioli. Nella squadra emiliana, allenata da Gedeone Carmignani, Gabriele svolge mansioni atipiche, che si avvicinano a quelle del play-maker del basket. Un regista, insomma, ma anche un incontrista-lottatore, che si sdoppia a seconda del bisogno e che garantisce alla squadra un contributo sia in fase di costruzione, che in quella di interdizione.Pin ha i piedi buoni e il senso geometrico del gioco, che vede assai bene e con singolare rapidità; ha anche uno spiccato senso della ricerca dell’avversario a cui applicarsi, degli spazi da chiudere. In definitiva, un giocatore capace di adattare i propri estri al servizio del collettivo, ma anche uno con la necessaria personalità per impugnare, quando occorre, la bacchetta del direttore d’orchestra.Con queste credenziali, Gabriele ritorna in bianconero e trova in Trap un immediato motivo di stimolo. «Squadra rinnovata, alcuni vecchi e molte facce nuove. La garanzia era il Trap. Si fermava un’ora in più sul campo con i giovani a insegnare tecnica. Ho un bellissimo ricordo e conservo una convinzione: non è facile vincere, nemmeno se hai grandi campioni in squadra».L’allenatore bianconero capisce le doti del ragazzo e lo getta, sin dalle prime amichevoli, nella lotta. Non c’è partita, più o meno importante, in cui Gabriele non abbia l’opportunità di mettersi in luce e non c’è partita in cui Pin, una volta in campo, non ricambi la fiducia dell’allenatore.In Coppa Italia, nella goleada contro la Casertana, Gabriele riesce a realizzare anche una rete; a Firenze; sempre in Coppa Italia, Pin risulta, a giudizio unanime, il più positivo dei centrocampisti bianconeri e si merita elogi pubblici dell’allenatore. Il Trap smorza gli entusiasmi, usa prudenza e non vuol bruciare le tappe rischiando di bruciare Gabriele. Gioca quando serve, quando la logica della partita lo richiede.E in Coppa dei Campioni, nella partita di ritorno con la Jeunesse, scocca la seconda ora fatidica; Gabriele è in campo dall’inizio, in un ruolo che esalta le sue molte valenze tattiche e la sua prestazione è di quelle che fanno parlare a lungo. I pochi addetti ai lavori che seguono, in esclusiva, la partita nel Comunale deserto, si sbilanciano in giudizi perentori sul ragazzo; in parecchi lo additano addirittura come il migliore in campo.Il goal che Gabriele segna, con stoccata dalla distanza che coglie l’angolo estremo, è un pezzo di bravura tutt’altro che isolato, in una gara che lo conferma giocatore davvero versatile per tutte le incombenze del centrocampo.«Ho azzeccato un gran tiro – commenta a fine gara – è diventato un goal imparabile. È stata per me un’occasione da sfruttare, ho cercato di trovare il ritmo giusto per mettermi in evidenza. Devo dire che tutto è stato reso difficile dal clima irreale in cui si è giocato. Anche se gli avversari erano inconsistenti si è sentita la mancanza di incitamento».Pin disputa 32 partite, compresa la vittoriosa finale di Coppa Intercontinentale; alla fine di quella stagione, è ceduto alla Lazio.Nella capitale disputa sei stagioni ad altissimo livello, prima di ritornare al Parma; rimane in gialloblu quattro campionati, per poi chiudere la carriera al Piacenza.Fare l’allenatore è la logica conseguenza di una vita da centrocampista e da uomo illuminato. «Ricordare la fatica è la chiave giusta: i primi soldi li ho fatti dopo anni, per questo ne conosco il valore». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/04/gabriele-pin.html
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GABRIELE PIN https://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_Pin Nazione: Italia Luogo di nascita: Vittorio Veneto (Treviso) Data di nascita: 21.01.1962 Ruolo: Centrocampista Altezza: 174 cm Peso: 68 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1981 e dal 1985 al 1986 Esordio: 11.05.1980 - Serie A - Juventus-Fiorentina 3-0 Ultima partita: 27.04.1986 - Serie A - Lecce-Juventus 2-3 33 presenze - 3 reti 1 scudetto 1 coppa intercontinentale Gabriele Pin (Vittorio Veneto, 21 gennaio 1962) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista. Gabriele Pin Pin capitano della Lazio nel 1991 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 68 kg Calcio Ruolo Allenatore (ex centrocampista) Termine carriera 1997 - giocatore Carriera Giovanili 1975-1979 Juventus Squadre di club 1979-1981 Juventus 3 (0) 1981-1982 → Sanremese 22 (1) 1982-1983 → Forlì 22 (5) 1983-1985 Parma 67 (7) 1985-1986 Juventus 30 (3) 1986-1992 Lazio 196 (15) 1992-1996 Parma 97 (2) 1996-1997 Piacenza 21 (0) Carriera da allenatore 1999-2001 Parma Primavera 2001-2004 Parma Vice 2004 Roma Vice 2005-2010 Fiorentina Vice 2010-2014 Italia Vice 2014 Galatasaray Vice 2016 Valencia Vice 2017-2018 Al-Nasr Vice 2018-2019 Genoa Vice 2020-2021 Fiorentina Vice 2021-2022 Esteghlal Vice Caratteristiche tecniche Giocatore Centrocampista centrale, nel corso della carriera ha ricoperto indifferentemente i ruoli di mediano e regista arretrato, sistemato davanti alla difesa. Dotato di dinamismo, senso della posizione e delle geometrie del gioco, utilizzava queste doti sia in fase di contenimento che in fase di costruzione. Allenatore Come assistente di Cesare Prandelli si occupa prevalentemente dell'aspetto tattico di difesa e centrocampo. Carriera Giocatore Pin in azione alla Juventus nella stagione 1985-1986 Cresciuto nelle giovanili della Juventus, esordisce in prima squadra nell'ultima giornata del campionato di Serie A 1979-1980, giocando un tempo nella vittoria sulla Fiorentina per 3-0. A partire dal 1981 viene ceduto in Serie C1, per acquisire esperienza: milita per una stagione nella Sanremese e per una nel Forlì (dove gioca insieme al futuro portiere milanista Sebastiano Rossi), prima di passare in comproprietà al Parma. Nella giovane formazione allenata da Marino Perani Pin è titolare a centrocampo, e conquista la promozione in Serie B, categoria nella quale esordisce nella stagione successiva, conclusa con la retrocessione dei ducali. Nel 1985 fa rientro alla Juventus, dove viene impiegato come alternativa a centrocampo disputando anche la partita di Coppa Intercontinentale, e trovando spazio nelle coppe europee, per un totale di 33 presenze (di cui 21 in campionato). A fine stagione si trasferisce alla Lazio, dove rimane per sei stagioni consecutive: contribuisce alla salvezza nel campionato di Serie B 1986-1987 (nel quale i capitolini erano penalizzati di 9 punti), e nella stagione successiva conquista la promozione in Serie A. In maglia laziale colleziona complessivamente 225 presenze tra campionato e coppe, indossando anche la fascia di capitano. Nel 1992, dopo l'acquisto del centrocampista inglese Paul Gascoigne, Pin fa ritorno al Parma, dove gioca quattro stagioni conquistando una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA e una Supercoppa UEFA, nel ruolo di regista arretrato che era stato di Daniele Zoratto. Posto in disparte dopo l'acquisto di Tomas Brolin, riprende il ruolo di regista in seguito a un grave infortunio del giocatore svedese nel campionato 1994-1995. Nel 1996, a 34 anni, si trasferisce al Piacenza, con il quale disputa la sua ultima stagione agonistica contribuendo con 21 presenze alla salvezza nello spareggio contro il Cagliari. Allenatore Terminata la carriera come calciatore ha iniziato ad allenare nelle giovanili del Parma, e in seguito come assistente di Arrigo Sacchi e Renzo Ulivieri. Con l'arrivo di Cesare Prandelli (suo compagno nella Juventus) sulla panchina ducale si lega al tecnico di Orzinuovi con il ruolo di assistente tattico, anche nelle successive esperienze di Roma e Firenze. Dal 2010 svolge tale compito nella Nazionale italiana, e dopo le dimissioni di Prandelli lo affianca anche nelle successive esperienze. Il 7 dicembre 2018, con la nomina di Cesare Prandelli in qualità di allenatore del Genoa, diventa vice allenatore della squadra ligure. Il 9 novembre 2020 ritorna alla Fiorentina con Prandelli. Nel giugno 2021 accetta l'offerta del club Iraniano del Esteghlal, come vice allenatore di Farhad Majidi. Palmarès Giocatore Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Juventus: 1985-1986 Campionato italiano di Serie C1: 1 - Parma: 1983-1984 Competizioni internazionali Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985 Coppa delle Coppe: 1 - Parma: 1992-1993 Supercoppa UEFA: 1 - Parma: 1993 Coppa UEFA: 1 - Parma: 1994-1995
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AMÁRO Acquistato nell’estate del 1962 dall’America di Rio, in Brasile, dove faceva il mediano di appoggio, alla Zito, per intendersi, ma senza avere la classe limpida di quest’ultimo. Nell’America il centrocampo era affidato a due uomini: Amàro di dietro e Juan Carlos davanti. Era una squadra, quella, veramente con i fiocchi. Una squadra che sovente giocava da pari a pari con il Santos. La chiamavano l’America del Miracolo. La coppia Amàro-Juan Carlos era veramente da Nazionale. Ma, singolarmente, i due giocatori valevano ben poco.«Dopo l’allenatore Amaral – scrive “La Stampa” del 27 luglio 1962 – è giunto ieri a Torino anche il secondo brasiliano della Juventus: il calciatore Amàro. Non è un nero, poiché il trainer non ritiene che sia possibile ambientare in Italia i più bravi atleti di colore che militano nelle squadre sudamericane, e non è neppure mulatto come il tanto discusso Amarildo: è bianco e addirittura biondo. È sceso dall’aereo alla Malpensa dopo dodici ore di volo con la figlioletta su un braccio e la graziosa signora al fianco. Ad attenderlo erano il segretario sportivo della Juventus Felice Borel, e Amaral cui era affidato il compito di tradurre nel suo ancora approssimativo italiano le dichiarazioni del nuovo arrivato. Amàro Viana Barbosa ha fatto un riassunto delle vicende che lo hanno portato in Italia. È nato l’11 aprile 1937 a Campos, una cittadina a circa 300 chilometri da Rio de Janeiro: il padre, proprietario di una fazenda, gli ha fatto seguire i corsi di studio nei vari gradi di college, seguendoli fino all’istituto superiore. Nel frattempo si era distinto come calciatore sino a essere ingaggiato, come titolare, dal F.C. America nel 1958. Quando dovette decidere per iscriversi all’Università optò per l’Istituto di Educazione Fisica che ha lasciato ora, al secondo anno di frequenza, per venire in Italia. Nel frattempo, quasi per celebrare la sua prima maglia gialloverde di Nazionale si è sposato con la signora Norma: dal matrimonio è nata Vaneska, che ha ora soltanto due mesi. Amàro ha giocato quattro volte in Nazionale nel 1961. Due incontri con il Cile e due con il Paraguay, nel ruolo di mediano di centrocampo, con il compito di affiancare Didi nella manovra di rilancio di Garrincha, Coutinho, Gérson e Zagallo. Amaral lo ha scoperto per conto della Juventus, prima avendolo come avversario della propria squadra il Botafogo, e poi quale allievo nei ranghi della Nazionale. La giornata di Amàro dopo il veloce viaggio fino a Torino, è stata piuttosto intensa: nel primo pomeriggio un lungo colloquio con Amaral (ripartito per Venezia ove terminerà le vacanze), poi la rituale presentazione in sede ai dirigenti e ai soci del circolo».Amaral è convinto che le sue caratteristiche si sposino perfettamente con Amarildo, stella del Botafogo, al quale la Juventus sta facendo una corte serratissima. Sfumato, però, l’acquisto del Garoto, Amàro viene provato in qualche amichevole e subito rimandato a casa. Si legge su “La Stampa” del 4 ottobre 1962: «Amàro Viana Barbosa lascerà questa sera o al più tardi domani mattina Torino per far ritorno in Sudamerica. La sua breve avventura italiana è terminata, prima ancora di poter entrare nel vivo; il brasiliano ha giocato soltanto qualche partita amichevole, poco più di un allenamento, senza poter dare un’esatta misura delle proprie capacità in gare di campionato. Ritornando in Brasile troverà un posto da titolare nel Corinthians, che a sua volta cede alla Juventus il centravanti Miranda». http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2010/03/amaro.html
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AMÁRO https://it.wikipedia.org/wiki/Amaro_Viana_Barbosa Nazione: Brasile Luogo di nascita: Campos dos Goytacazes Data di nascita: 11.04.1937 Luogo di morte: Campos dos Goytacazes Data di morte: 21.09.2010 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Nazionale Brasiliano Soprannome: - Alla Juventus dal 1961 al 1962 Esordio: 26.08.1962 - Amichevole - Varese-Juventus 0-4 Ultima partita: 12.09.1962 - Amichevole - Juventus-Djurgarden 1-2 0 presenze - 0 reti Amaro Viana Barbosa, detto Amaro (Campos dos Goytacazes, 11 aprile 1937 – 21 settembre 2010), è stato un calciatore brasiliano, di ruolo centrocampista. Amaro Viana Barbosa Nazionalità Brasile Calcio Ruolo Centrocampista Carriera Squadre di club 19?? Bonsucesso ? (?) 1957-1961 America-RJ ? (?) 1961-1962 Juventus 0 (0) 1961-1965 Corinthians 106 (6) 1965-1967 Portuguesa ? (?) 1969 Bonsucesso ? (?) Nazionale 1961 Brasile 4 (0) Carriera Vinse il campionato carioca nel 1960.
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ANGELO AMADORI Nazione: Italia Luogo di nascita: Torino Data di nascita: 15.01.1949 Ruolo: Centrocampista Altezza: - Peso: - Soprannome: - Alla Juventus dal 1968 al 1969 Esordio: 17.10.1968 - Amichevole - Astimacobí-Juventus 0-12 Ultima partita: 05.03.1969 - Amichevole - Juventus-Gais Goteborg 3-0 0 presenze - 0 reti
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DOMENICO MAROCCHINO Nella gara di ritorno con il Widzew Łódź, nella Coppa Campioni 1982-83, in cui sostituì Bettega, fu accolto all’aeroporto di Varsavia da uno stuolo di ragazzine polacche entusiaste che esibivano un’incredibile striscione con la scritta (in italiano) “Marocchino, vieni a ballare con noi in discoteca”, a testimonianza che Domenico ha spesso, inconsciamente, inteso il calcio come un hobby e non come una professione vera e propria. «Ho esordito a pochi passi da Torino, a Tronzano nella squadra locale, poi un provino fortunato alla Juventus ed ecco tutta la trafila, fino ala prima squadra. Sono stato Campione d’Italia Allievi, vice Campione nella Primavera, ho giocato con Rossi, Marangon e Zanoni, poi ho giocato trentacinque partite in C e altrettante in B alla Cremonese e una in A, a Bergamo. Nell’estate del 1979, finalmente nella Juventus. Penso che, per un giocatore, la Juventus rappresenti il culmine delle aspirazioni, nel senso che giocare nell’Inter, nel Milan, nel Torino, è bello, ma la Juventus ha un qualcosa di più, rappresentato da quel certo fascino che le deriva dal fatto che tutta l’Italia guarda a lei. Quindi, una grossa soddisfazione e nello stesso tempo un notevole sacrificio perché sulle spalle si porta un fardello che non tutti sono degni di sostenere». MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” DELL’OTTOBRE 1987 Poteva essere un grande della Juventus. Poteva, voleva e ne aveva i mezzi. Per mille e una ragione è rimasto una promessa, uno in cui molti avevano creduto e nulla più. Domenico Marocchino è stato l’uomo delle occasioni perdute e delle grandi illusioni. Ed è un peccato perché potenzialmente il Meco aveva tutti i mezzi per sfondare. Non seppe, invece, tenere fede alle speranze di quanti, in primis Boniperti e Trapattoni, credevano in lui. I motivi sono molti e sarebbe ingiusto e riduttivo, oggi, esprimere soltanto giudizi negativi. Anzi, la stima e la simpatia che ho per Marocchino mi spinge ad affermare, senza tema d’essere smentito, che il ragazzone di Tronzano poteva essere un titolare inamovibile se soltanto avesse temperato un poco il carattere e le circostanze generali fossero state più favorevoli. Ma a nessuno di noi è data la possibilità di ripetere le prove più importanti della nostra vita: siano esse legate agli affetti, al lavoro o allo sport. E tant’è. Si deve andare avanti facendo tesoro delle esperienze acquisite. Ma chi è stato Marocchino? Il cavallone discontinuo (e certe volte assente) che tante volte ha fatto penare Boniperti, Trapattoni e i tifosi oppure un ottimo calciatore che ha avuto soltanto la sfortuna di non capire che la Juve concede poche prove d’appello e non può permettersi d’attendere oltre il lecito l’esplosione di un giovane calciatore? «Ai ragazzi – mi disse un giorno Trapattoni dopo un allenamento, lontani da orecchie indiscrete – la Juve chiede una crescita graduale e costante. Non pretende e non cerca boom, né vuole meteore. Basta maturare giorno dopo giorno». Per Marocchino non è andata così e, lo ripeto, mi spiace così come dispiacque, ai tempi, a quanti nel calcio vedono un poco più in là del proprio naso e del risultato contingente. Con questo non voglio dire che Marocco non sia personaggio intelligente calcisticamente e umanamente preparato. Anzi. Mi preme, invece testimoniare la storia di un giocatore a cui la sorte ha concesso meno del dovuto. E chi conosce Marocchino, sa che l’uomo è valido, il calciatore è di buon livello e il contenitore è certamente diverso dal contenuto. Una cosa è certa: Beppe Furino è uno che di calcio se ne intende. Il Capataz era certo delle possibilità di Meco, avrebbe scommesso senza paura sulla carriera del buon Domenico e ancora oggi, come chi scrive, ricorda le belle intuizioni dell’allora giovane collega. Nato a Tronzano (Vercelli) il 5 maggio del 1957, Marocchino è cresciuto nelle minori bianconere. Poi la provincia con un’escalation: Casale in serie C, Cremonese in Serie B e Atalanta in Serie A. Dovunque attestazioni di merito e approvazioni del pubblico. Nel 1979 Marocco viene richiamato alla Juve: l’intendimento dei dirigenti è quello di farlo diventare prima o poi il vice Causio e quindi arrivare a rilevare il campione leccese. Con lui (seconda o meglio alternativa paritaria) c’è anche Fanna. Il colpo riesce in parte a tutti e due, anche se a nessuno, Fanna e Marocchino, sarà concessa la possibilità di diventare stabilmente il nuovo Causio. In ogni modo, Marocchino mette in carniere gli scudetti 1981 e 1982 e la Coppa Italia 1983. Un buon palmarès, illustrato nell’arco di un quadriennio da 137 presenze totali (novantanove in campionato, ventidue in Coppa Italia e sedici nelle coppe europee) e da dodici goal (nell’ordine nove, due e uno nelle tre manifestazioni). Dotato di un buon fisico, di un discreto dribbling e di una vivace intelligenza calcistica, Marocco ha sempre peccato nello scatto e nel tiro (arma, questa, spesso validissima ma sempre usata con inspiegabile parsimonia). Tra le soddisfazioni di Marocchino anche un gettone azzurro: contro il Lussemburgo a Napoli. Poco, troppo poco. Ragazzo simpatico e divertente, grande tombeur de femmes, amante dei begli abiti e delle buone automobili, Marocchino è stato il tipo giusto nell’epoca sbagliata anche alla Sampdoria dov’è approdato nel 1983 e poi al Bologna. Proprio in maglia rossoblu doveva esserci il grande rilancio. Invece oggi (ma scrivo con grande anticipo, sul finire dell’estate poiché l’amico Refrigeri è attento e preciso custode dei tempi di realizzazione di “Hurrà”) Domenico è rimasto addirittura senza contratto. La regola crudele dello svincolo e precise scelte tecniche del Bologna hanno fatto vivere al vercellese un’estate certamente non felice. Speriamo che quando queste righe saranno state stampate Marocchino abbia ritrovato una squadra. Ne ha tutte le possibilità e lo merita. E poi, se non accadesse, a Marocco resteranno occasioni extra calcistiche e un bagaglio di ricordi e vittorie targate Juve che nulla potrà cancellare. NICOLA CALZARETTA, “GS” DEL DICEMBRE 2010 A uno come Domenico Marocchino devi voler bene per forza. Impossibile fare diversamente. Divertente, estroverso, sveglio. Un portatore sano di genio, bambino dentro, senza scomodare l’immancabile Peter Pan, con le sindromi a lui associate. Perché il Marocco è una persona sana, anzi sanissima, imprenditore felice, opinionista acuto, con tanto di prole a carico. Non usa il computer, ma solo per pigrizia. Una persona intelligente, che non ha smesso di sorridere alla vita: un modo di essere, uno stile pregiato da quando quattordicenne entrò per la prima volta nel fantastico mondo della Juventus. Ricorda tutto, in special modo la sua prima maglia bianconera: «di lana, a mezze maniche e con il numero otto: bellissima». Il provino andato bene e Italo Allodi, all’epoca General Manager della società bianconera, che gli ordina di passare dalla sede per la firma sul cartellino. È l’inizio di una favola, che ha come protagonista un giocatore vero, un talentuoso del dribbling, un anarchico borghese. Dal cuore grande e dalla simpatia contagiosa che all’inizio degli anni Ottanta ha toccato il cielo con un dito, vincendo due scudetti con la Juventus. Com’è possibile? «Ti stupisci, né? Li ho vinti davvero. Ventiquattro partite e cinque goal nel 1980-81. ventinove gare e un golletto l’anno dopo. Ho segnato meno, solo un goal, ma ho giocato con più continuità. È stato il mio campionato perfetto. Non mi era mai successo prima di avere così tanta consapevolezza nei miei mezzi e la piena fiducia dell’ambiente». A quale dei due scudetti sei più legato? «Non c’è differenza. Quando vinci, e lo fai con la squadra che ami, tutti i successi sono belli. Il cuore ti batte forte, sei felicissimo. Piuttosto ci sono delle sfumature diverse tra l’uno e l’altro». Per esempio? «Il primo scudetto lo abbiamo vinto al Comunale all’ultima giornata contro la Fiorentina. Segnò Cabrini con un sinistro volante, ma il merito fu mio che gli feci un assist perfetto. Fu un’azione caparbia, la palla sembrava persa. La recuperai, la difesi e poi crossai al centro dell’area. Ma la cosa più bella la feci a fine partita». E cioè? «Fatta la doccia, me ne andai da solo nello spogliatoio del mio primo provino e mi fumai una fantastica Marlboro, con la mente leggera nel ricordo di quel giorno di dieci anni prima». Già, le sigarette: quante ne fumavi? «Fumavo! Potevano essere tre al giorno come quindici. Il Trap era una bestia. Zoff una volta mi disse: “Moderati”». Lo hai fatto? «Sì, proprio in quell’anno del primo scudetto. Quando Trapattoni iniziò a farmi giocare da titolare, ebbi l’illuminazione. Andavo a dormire un’oretta nel pomeriggio e iniziai a scalare le sigarette». A proposito: com’è che il Trap ti mise dentro? «Non andavamo bene all’inizio. Brady ancora non si era integrato. La squadra era un po’ leggerina in avanti e Trapattoni pensò a me. Ma non solo per una questione di peso e centimetri. Gli facevo comodo tatticamente». In che senso? «Nel senso che io ero in grado di fare tutti e tre i ruoli dell’attacco. Anche la punta centrale, perché ero capace di difendere il pallone. E poi c’è un’altra cosa: andavo a pressare. Mi venne così, d’istinto, fu una mia iniziativa. Ricordo che il Trap; tempo dopo, disse: “Il pressing lo abbiamo fatto per la prima volta con Marocchino”». E intanto Causio ribolliva in panchina: «Causio era un’istituzione e un professionista esemplare. Con me si comportò molto bene. Certo, l’aver perso il posto lo stizzì parecchio. Ma già l’anno prima avevo fatto diverse partite. Spesso giocavo a sinistra, con lo stesso Causio. Non ti dimenticare che c’era anche Fanna, uno che batteva i corner allo stesso modo, sia di destro che di sinistro, bravissimo ragazzo, oltretutto». Perché, tu invece come eri? «Hai un’altra domanda?» No: «Ero giovane, mica potevo pensare solo al pallone. Cercavo di divertirmi, ma l’ho passata liscia poche volte. Boniperti mi conosceva benissimo, da quando ero un ragazzino. Appena tornai, mi fece pedinare. Lui aveva una cerchia di persone, per lo più militari in pensione, che pagava per controllare i giocatori, soprattutto di notte. Ma questa cosa l’ho scoperta un po’ di tempo dopo». Come? «Una domenica, prima di una partita con il Napoli, chiesi a De Maria (il massaggiatore, ndr) dei laccetti per tener su i calzettoni. Lì vicino c’erano anche Boniperti e Giuliano. De Maria mi dà i laccetti e poi mi dice: “Vai a scaldarti”. E Boniperti: “Ma lui si scalda con le more”. Io spalanco gli occhi e gli dico: “Ma la mia fidanzata è bionda!”. Diavolo di un presidente, mi aveva beccato». Però non mi risulta che tu abbia smesso di uscire di notte: «Una volta mi videro in giro che erano le tre. Io dissi che era colpa del presidente. Era lui che voleva che i giocatori respirassero aria buona. Ed io lo avevo preso alla lettera. E giù multe». Quante ne hai pagate? «Tante, al punto che già nel contratto lo scrivevamo e mettevano la cifra, tanto era un evento sicuro». Quella più salata? «La volta che non mi sono svegliato ed ho dovuto inseguire il pullman della squadra». Racconto dettagliato, please: «Dovevamo andare a Verona a giocare. Appuntamento come al solito al Comunale. Succede che non mi suona la sveglia. Trapattoni non mi vede arrivare, smadonna, si incazza. È tardi, allora dice all’autista di passare da casa mia». Sapevano dove abitavi? «Di preciso, no. Mai dare indizi al nemico. Conoscevano il quartiere. Immagina la scena: il pullman della Juve che ciondola per Torino per recuperare un giocatore. Ma io stavo dormendo, quindi la comitiva prende l’autostrada per Verona». E tu? «Io intanto mi sveglio, mi rendo conto che sono in ritardo e mi fiondo allo stadio. Non trovo nessuno, solo il custode che mi fa: “Devi raggiungere Verona con ogni mezzo”. Prendo l’autostrada e dopo un po’ raggiungo il pullman. La cosa buffa è che i miei compagni che stavano in ultima fila (i vecchi erano doverosamente nei primi posti) mi facevano con le mani il gesto dei numeri». A indicare cosa? «I milioni della multa. Qualcuno faceva otto, altri cinque, altri tre. Alla fine sono stati cinque, senza fattura. Un salasso. Boniperti mi disse soltanto: “Non ti sei fatto la barba”. Mi voleva bene. Solo una volta mi sono arrabbiato un po’ con la società». In quale occasione? «Dopo la finale di Atene». Scusa la parentesi, ma perché la Juve perse quella partita? «Perché giocai soltanto mezzora (ride). Un po’ mi dispiace, perché credevo di partire titolare. A ogni modo i motivi veri sono tre. Primo: ci ha danneggiato il fatto di essere arrivati alla finale imbattuti. Non eravamo abituati alla sconfitta. Secondo: passarono troppi giorni tra l’ultima di campionato e la finale, ci ammosciammo. Terzo: facemmo una partita blanda, mentre quella era una gara da prendere a morsi. Ci voleva uno rabbioso, uno come Furino, che peraltro rimase fuori». Com’erano i tuoi rapporti con lui? (ride) «Lo so cosa dove vuoi andare a parare. Diciamolo: in allenamento non ero il massimo dell’impegno. Lui, invece, non mollava mai. Nelle partitelle, se poteva, mi voleva contro. Che momenti: prima della partita c’era una vera e propria campagna acquisti. La gestivano i vecchi: Bettega, Furino appunto, Zoff. C’era un po’ di nonnismo, ma sano, positivo. Noi giovani venivamo dopo». C’era anche Prandelli tra i più giovani, giusto? «Cesare era con me a Cremona e Bergamo. Ragazzo serio, riflessivo, ma anche un giocherellone. Una sera siamo in ritiro a mangiare. Accanto me e a lui, Roberto Tavola. Si parla di fantasmi. Tavola dopo un po’ preferisce cambiare argomento. Si va a dormire. Io e Roberto siamo in camera assieme. Durante la notte mi sveglia e mi fa: “Domenico, smetti di darmi i pizzicotti al braccio”. Ma io stavo dormendo. Lui non mi crede, allora gli faccio vedere le mie mani. In quell’attimo il suo braccio viene pizzicato un’altra volta. Urla, sbianca, si impaurisce, proprio mentre da sotto il letto compare Prandelli che si era nascosto lì per fargli paura. Grande Cesare, si vedeva che avrebbe fatto l’allenatore. Era attento, assimilava, imparava». E nelle partitelle scommetto che Furino lo voleva con sé: «Sicuramente. Ma sappi che la cosa più bella delle partite, che erano tiratissime, era ciò che succedeva dopo». E cioè? «Le pagelle con i voti di Carlo Osti. Erano temute. Nello spogliatoio c’era una bacheca. Lui con il pennarello scriveva i voti. Era severissimo. Alcuni andavano e li correggevano, altri li cancellavano». Tu che facevi? «Niente, avevo sempre voti alti. Osti era il mio compagno di camera». Vabbeh, torniamo all’arrabbiatura dopo Atene: «Succede che sul volo di ritorno, mi capita una copia di un giornale. In prima pagina c’erano delle foto, tra cui la mia, con una croce sopra. Come dire: questi saranno ceduti. Vado dal dottor Giuliano. “Sono tutte illazioni”, fa lui. Bugia: mi avevano già venduto». Ma c’era ancora la Coppa Italia da giocare: «Che a quel punto era diventata l’unico traguardo rimasto. Mi feci male, un risentimento muscolare. Boniperti mi lasciò andare in vacanza in anticipo. Me ne stavo bello per i fatti miei, quando arrivò una telefonata dalla sede. “Torna che devi giocare la finale”». E tu? «Pensai che fossero tutti impazziti. Ero fermo, malandato, non stavo in piedi e dovevo giocare? Oltretutto, dopo che all’andata il Verona aveva vinto 2-0». Come si è risolta la faccenda? «Boniperti mi disse di non preoccuparmi. “Ti marcherà Marangon, lo conosci. Lui ti viene addosso, tu lo scansi con un braccio e parti”. Feci una scommessa con il presidente. Il doppio del prezzo in caso di vittoria. L’accordo era che avrei giocato il primo tempo. Per cui, nell’intervallo, io mi metto una sigaretta in bocca e inizio a spogliarmi. Arriva Trapattoni e mi tratta malissimo: “Devi tornare in campo”. “Non ci penso nemmeno”, dico io. Mi convinse Cabrini. E vincemmo la Coppa». Ma nel frattempo avevi fatto arrabbiare il Trap: «Sai che novità. Lo facevo arrabbiare dal primo giorno di ritiro all’ultimo. Arrivavo a Villar Perosa per la preparazione in condizioni disperate. Per le vacanze ci lasciava un biglietto con il lavoro da fare. Non ho mai fatto niente. La prima settimana non parlavo con nessuno, soffrivo in silenzio, non avevo la forza di fare nulla». Nemmeno un gavettone? «Per quelli la forza c’era sempre. Peccato che una volta presi proprio la moglie del Trap. Ma il Mister per me aveva un debole. La sera prima della partita saliva in camera, mostrava una pallina da tennis e diceva: “La vedi questa cosa qui? Va presa al volo”. La faceva rimbalzare e la riprendeva subito. E poi, prima di uscire, minaccioso: “E quella cosa là, invece, morde”». Morde davvero? «Ti racconto questa: dopo la fine del campionato 1980-81, c’era ancora la Coppa Italia da giocare. Feci un esperimento: fare l’amore tutti i giorni. All’ultima partita, dopo settanta minuti, stramazzai al suolo dalla fatica». Aveva ragione il Trap, allora: «Trapattoni è un grande, lo dico davvero. Un maestro, soprattutto di tecnica. Era più allenato lui di tanti di noi. Credeva in quel che faceva. La Juve dei miei due scudetti gli somiglia molto. C’è una partita che secondo me è l’emblema della forza e della capacità di non arrendersi di quella squadra: Juventus-Perugia del 1981. A dieci minuti dalla fine stavamo perdendo 1-0. Alla fine si vinse per 2-1, il goal decisivo lo feci io di stinco, all’89’». Ma fu una partita con molte polemiche: Bettega venne anche squalificato per le frasi a Pin. Cosa ricordi? «Bettega era uno che, se lo provocavi, diventava una belva. Non so se ha mai detto a Pin di lasciarlo segnare. So che quella Juve aveva una tale voglia di vincere e tali e tanti campioni che riusciva a superare ogni difficoltà. Anche in questo Trapattoni è stato bravo, soprattutto con i giovani. Ti stava sempre addosso. Anche se a volte sfiorava la paranoia». A cosa ti riferisci? «Prima di ogni partita mi mettevo le scarpette senza i calzettoni. Era un mio rito, un tic, era il mio modo di concentrarmi. Lo facevo tutte le volte. E lui mi urlava di mettermi subito i calzettoni perché temeva potessi giocare senza». È mai successo? «No, però è successo che abbia giocato per un campionato intero con una scarpetta rotta in punta dalla quale usciva il calzettone bianco. Così, ogni tanto, dovevo chinarmi per rimetterlo a posto. Un modo come un altro per tirare il fiato. La verità è che sono un pigro. A Cremona ho dormito per un anno con una cassetta di acqua minerale sotto il letto che si era rotto in due». Mi ricordavo delle scarpe nel frigorifero: «Vero anche quello, ma a scoprirle fu un mio compagno al quale avevo prestato la casa. Disse, questo qua avrà sicuramente qualcosa di fresco da bere. Ci trovò due mocassini». Stranezze in campo ne hai mai combinate? «In ordine sparso: una volta ho calciato fortissimo verso la porta, il pallone è andato fuori, mentre la scarpa ha centrato l’incrocio dei pali; ho fatto un goal di testa in tuffo al Catanzaro (mi marcava Ranieri), io che di testa ho sempre preso pochi palloni; ho fatto diciassette palleggi consecutivi a San Siro contro il Milan e sono finito dentro il film “Eccezziunale veramente”». Hai qualche rimpianto? «Ho fatto quattro anni alla Juve. Con la testa di oggi, ne avrei fatto come minimo il doppio. Mi è mancata la costanza. Quando scali la montagna, devi avere il coraggio di scendere. Ma io ho vissuto il calcio come uno sport, non come un lavoro. E sono un uomo felice». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/05/domenico-marocchino.html
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DOMENICO MAROCCHINO https://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Marocchino Nazione: Italia Luogo di nascita: Vercelli Data di nascita: 05.05.1957 Ruolo: Centrocampista Altezza: 186 cm Peso: 80 kg Nazionale Italiano Soprannome: Marocco Alla Juventus dal 1979 al 1983 Esordio: 19.09.1979 - Coppa delle coppe - Juventus-Raba Vasas Eto 2-0 Ultima partita: 22.06.1983 - Coppa Italia - Juventus-Verona 3-0 137 presenze - 12 reti 2 scudetti 1 coppa Italia Domenico Marocchino (Vercelli, 5 maggio 1957) è un ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista o attaccante. Domenico Marocchino Marocchino alla Juventus nel 1981 Nazionalità Italia Altezza 186 cm Peso 80 kg Calcio Ruolo Centrocampista, attaccante Termine carriera 1º luglio 1992 - giocatore 30 giugno 1999 - allenatore Carriera Giovanili 1974-1976 Juventus Squadre di club 1976-1977 Juniorcasale 35 (2) 1977-1978 Cremonese 34 (2) 1978-1979 Atalanta 18 (1) 1979-1983 Juventus 137 (12) 1983-1984 Sampdoria 14 (1) 1984-1987 Bologna 70 (14) 1987-1988 Casale 13 (1) 1988-1992 Valenzana 64 (3) Nazionale 1981 Italia 1 (0) Carriera da allenatore 1998-1999 La Chivasso Carriera Giocatore Club Marocchino al Bologna nel 1984, tra Frutti e il tecnico Pace. Cresciuto nel vivaio della Juventus, vestì le maglie di Juniorcasale e Cremonese prima di esordire in Serie A con la maglia dell'Atalanta, il 17 dicembre 1978, in occasione della gara contro la Fiorentina terminata 0-0. Nel 1979 fece ritorno alla Juventus, nelle cui file militò per quattro stagioni, vincendo due scudetti e una Coppa Italia. Chiamato inizialmente a succedere all'ala destra a un decano della squadra quale Franco Causio, tuttavia Marocchino non riuscì a raccogliere appieno la pesante eredità. La sua migliore stagione in bianconero rimase quella del 1981-1982: è in tale annata che venne chiamato dall'allora tecnico della nazionale italiana, Enzo Bearzot, in quella che rimarrà l'unica apparizione con la maglia azzurra. Vestì quindi le maglie di Sampdoria e Bologna, prima di chiudere la carriera nei professionisti dopo un fugace ritorno a Casale Monferrato, nel 1988. Continua quindi in Interregionale con la maglia della Valenzana fino al 1992. In carriera ha totalizzato complessivamente 131 presenze e 11 reti in Serie A, e 104 presenze e 6 reti in Serie B. Nazionale Il 5 dicembre 1981, a Napoli, esordì in nazionale per quella che rimase l'unica sua presenza in maglia azzurra, nella gara conclusiva delle qualificazioni UEFA al campionato del mondo 1982, vinta 1-0 contro il Lussemburgo. Dopo il ritiro Nella stagione 1996-1997 ha intrapreso una breve carriera di allenatore, in Serie C2, concludendola due stagioni dopo a Chivasso nel campionato piemontese di Eccellenza. Dopodiché dagli anni 2000 diventa opinionista televisivo su canali sia nazionali sia locali, lavorando dapprima per Sport Mediaset, dov'è nel cast fisso di Guida al campionato, e poi per vari programmi calcistici di Rai Sport; è inoltre opinionista ricorrente, assieme a Francesco Graziani, del programma di Rai Radio 2 Campioni del mondo, condotto da Marco Lollobrigida, oltreché per altre emittenti radiofoniche minori. Palmarès Giocatore Club Campionato italiano: 2 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983
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FABIO MARANGON https://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Marangon Nazione: Italia Luogo di nascita: Quinto di Treviso (Treviso) Data di nascita: 04.01.1962 Ruolo: Difensore Altezza: 170 cm Peso: 65 kg Soprannome: - Alla Juventus dal 1979 al 1980 Esordio: 11.05.1980 - Serie A - Juventus-Fiorentina 3-0 1 presenza - 0 reti Fabio Marangon (Quinto di Treviso, 4 gennaio 1962) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Fabio Marangon Marangon al Verona a metà degli anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 170 cm Peso 65 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1990 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1979-1980 Juventus 1 (0) 1980-1981 Prato 18 (2) 1981-1982 Lanerossi Vicenza 25 (0) 1982-1983 Sanremese 26 (2) 1983-1984 Alessandria 26 (1) 1984-1987 Verona 36 (0) 1987-1988 → Sambenedettese 35 (2) 1988-1989 Verona 22 (0) 1989-1990 Triestina 2 (0) Carriera Fratello minore di Luciano, anche lui calciatore, crebbe nelle giovanili della Juventus, con la cui maglia esordì in Serie A l'11 maggio 1980; successivamente giocò con Prato, Lanerossi Vicenza, Sanremese e Alessandria in Serie C. Tra il 1984 e il 1990, con l'eccezione di un campionato alla Sambenedettese, giocò nel Verona, con cui vinse lo storico scudetto della stagione 1984-1985. Chiuse la sua carriera con la Triestina nel 1990. Palmarès Competizioni nazionali Campionato italiano: 1 - Verona: 1984-1985 Coppa Italia Serie C: 1 - L.R. Vicenza: 1981-1982
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LUCIANO MARANGON Ha lasciato il calcio giocato nel 1987 – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve l’8 febbraio 2020 – a nemmeno trentun anni compiuti. Terminata la carriera agonistica ha lavorato come procuratore ed ha anche scritto un libro sulla sua vita (“Luna Tonda”, realizzato in collaborazione con Argia Di Donato) ma pare aver trovato la sua dimensione professionale solo da quando si è trasferito a Ibiza, dove ha aperto un locale molto frequentato durante la stagione turistica. Quando non è occupato al Soul Beach Café, Luciano Marangon si riposa e si diverte. A Luciano Marangon è sempre piaciuto divertirsi: quando giocava era uno che faceva parlare di se’ sia le riviste di cronaca rosa quanto quelle sportive. Di quei giorni, non rinnega nulla: più che comprensibile. «Mi è sempre piaciuto divertirmi, vivere bene; del resto, non ho mai fatto nulla di male a nessuno, non si può incolpare qualcuno soltanto perché cerca di stare il meglio possibile. L’Italia non mi offriva più quello che cercavo: è un paese splendido, ma la classe dirigente, pian piano, lo sta portando alla rovina. Ho avuto un migliaio di donne, ma non ne ho amate che due: una di queste è la madre di mio figlio Diego. Andavo in vacanza in Costa Azzurra quando i miei colleghi non sapevano nemmeno dove fosse. Fuori dal campo non mi sono mai risparmiato, ma nemmeno in campo: da calciatore, ho sempre dato il massimo, ovunque ho militato. Nel cuore porto soprattutto il Napoli, il Vicenza, con il quale ho ottenuto un sorprendente secondo posto in Serie A e, ovviamente, il Verona; in gialloblu ho vinto da protagonista uno storico scudetto. Ma non posso dimenticare gli anni trascorsi nel settore giovanile della Juventus, nel 1972 ci aggiudicammo il Campionato Primavera. Conservo ricordi carichi d’affetto nei confronti di quei tempi, ma soprattutto devo ringraziare la Signora per avermi formato come uomo: a Torino ti insegnano a vivere, ti fanno crescere sotto tutti i profili. Con la prima squadra bianconera non son riuscito a giocare una sola partita ufficiale; al contrario di mio fratello Fabio, formatosi anch’egli nel vivaio zebrato. Il Trap lo mandò in campo l’11 maggio del 1980 in occasione dell’ultima di campionato contro la Fiorentina. In ogni caso, con la maglia della Juve non avrei mai potuto diventare titolare: ero chiuso da Cabrini. Anche in Nazionale, dove ho disputato unicamente un incontro, avevo la strada sbarrata da Antonio. Ma non ho alcun rimpianto: “Cabro”, nel nostro ruolo, era il migliore al mondo. Davanti a un giocatore simile, potevo solo togliermi il cappello». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2020/10/luciano-marangon.html
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LUCIANO MARANGON https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Marangon Nazione: Italia Luogo di nascita: Quinto di Treviso (Treviso) Data di nascita: 21.10.1956 Ruolo: Difensore Altezza: 174 cm Peso: 72 kg Nazionale Italiano Soprannome: - Alla Juventus dal 1971 al 1972 e dal 1973 al 1975 Esordio: 11.05.1972 - Amichevole - Susa-Juventus 1-2 Ultima partita: 28.12.1974 - Amichevole - Lecco-Juventus 2-2 0 presenze - 0 reti Luciano Marangon (Quinto di Treviso, 21 ottobre 1956) è un ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Luciano Marangon Marangon al Verona nei primi anni 1980 Nazionalità Italia Altezza 174 cm Peso 72 kg Calcio Ruolo Difensore Termine carriera 1987 Carriera Giovanili 19??-19?? Juventus Squadre di club 1974-1975 Juventus 0 (0) 1975-1980 Lanerossi Vicenza 128 (5) 1980-1981 Napoli 26 (0) 1981-1982 Roma 26 (0) 1982-1985 Verona 82 (2) 1985-1987 Inter 22 (0) Nazionale 1982 Italia 1 (0) Carriera Club Un giovane Marangon (a sinistra) nel 1972, nella sfida di Villar Perosa tra prima squadra e giovanili della Juventus, mentre insegue Anastasi. Dopo essere cresciuto nelle giovanili della Juventus passò nel 1975 al Lanerossi Vicenza, giocando da titolare, diciannovenne, il campionato di Serie B conclusosi con una salvezza di misura. L'anno seguente continuò a essere titolare e conquistò la promozione in Serie A nel primo anno di Giovan Battista Fabbri e di Paolo Rossi a Vicenza. Esordì in massima serie il 23 ottobre 1977, due giorni dopo il suo ventunesimo compleanno, ma nella stagione del secondo posto del Lanerossi giocò solo 12 partite, sostituito nel ruolo dal più esperto Vito Callioni. Torna a essere titolare nella stagione seguente, giocando anche in Coppa UEFA. Dopo la retrocessione tra i cadetti dei biancorossi rimase per un anno a Vicenza, per passare poi al Napoli dove ritrovò Mario Guidetti. Con i partenopei conquistò il terzo posto in classifica, bissato l'anno successivo con la maglia della Roma. Marangon al L.R. Vicenza a fine anni 1970, assieme a Paolo Rossi. Passato al Verona quella stessa estate, lasciò gli ex compagni giallorossi che vinsero lo scudetto che mancava al club romanista da oltre quarant'anni. Ritrovato per la terza volta come compagno Guidetti, dopo un quarto e un sesto posto centrò, alla terza stagione con gli scaligeri guidati da Osvaldo Bagnoli, uno storico titolo di campione d'Italia; in quella formazione militò anche suo fratello minore Fabio, di sei anni più giovane. In seguito passò nel 1985 all'Inter , per 3 miliardi di lire, dove non trovò molto spazio. Proprio con i nerazzurri, dopo il campionato 1986-1987 chiuso con appena 3 presenze, lasciò il calcio. Nazionale Alla vigilia del campionato del mondo 1982, è chiamato in Nazionale: esordì in azzurro il 14 aprile 1982 contro la Germania Est, tuttavia rimase quella l'unica sua presenza poiché il commissario tecnico Enzo Bearzot non lo incluse nella lista dei 22 partenti per la Spagna. Dopo il ritiro In seguito si cimentò nelle attività di procuratore di calciatori; inoltre è proprietario di un beach club a Ibiza. Nel 2011 ha pubblicato l'autobiografia Luna tonda. Palmarès Club Competizioni giovanili Campionato Primavera: 1 - Juventus: 1971-1972 Competizioni nazionali Campionato italiano di Serie B: 1 - L.R. Vicenza: 1976-1977 Campionato italiano: 1 - Verona: 1984-1985
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LUCIANO BODINI «Boniperti ci voleva bene come se fossimo suoi figli. Ma aveva anche imposto delle regole e non si doveva sgarrare, il famoso stile Juventus. Ci vestivamo sempre eleganti, con giacca e cravatta, dovevamo salutare tutti e firmare gli autografi. Guai se ci fossimo rifiutati di firmare qualche autografo ai tifosi. Venivano le scolaresche al campo Combi a vedere i nostri allenamenti, un ambiente da sogno nel quale ho vissuto benissimo e senza mai creare polemiche. Era come stare in famiglia». GIANNI GIACONE, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1979 Andiamo alla scoperta, autentica scoperta, di Luciano Bodini, di professione portiere. Raramente siamo partiti alla volta di una intervista cosi sprovveduti, così privi di concetti e preconcetti. Bodini, venticinquenne bresciano, è in effetti da scoprire quasi tutto, è sufficientemente inedito per le grandi e grandissime platee ed è grande e smaliziato quanto basta per reggere paragoni impegnativi e per farsi raccontare al passato senza tema di esaurirsi in poche parole. Naturalmente, la chiacchierata cerca di approfondire un po’ più, di anticipare certo futuro prossimo e persino remoto. Ed è chiacchierata piacevole, svolazzante. Come doveva essere piacevole conversare con portieri grandi e meno grandi del passato. Il ruolo è mito, storia patria, eroismo talvolta, ardimento sempre. Il portiere pionieristico si bardava per la partita come il cavaliere prima di andare alla guerra, e finiva tutto rotto, sfasciato, gloriosamente ma immancabilmente sfasciato. Giocavano in porta tipi strani, magari niente affatto adatti al ruolo di temerario, ma che si stravolgevano nella pugna sino a diventare eroi. Oggi è cambiato tutto, quel calcio è morto per sempre; quegli ardimentosi, oggigiorno si darebbero al motocross. Forse. Ma non divaghiamo troppo. Il portiere Luciano Bodini, bresciano della provincia, anno di nascita il ‘54, mese di febbraio, reclama giuste attenzioni. Si parla a Villar Perosa, la squadra in ritiro, la valle del Chisone triste com’è triste la montagna quando piove e fa freddo. Ci sono brume autunnali più che incipienti. «Ho cominciato in una squadretta d’oratorio, a Brescia, ma a 13 anni ero già all’Atalanta, e a 17 finivo già in panchina con la prima squadra, in seguito ad un incidente che aveva tolto di mezzo per un bel po’ il secondo portiere Rigamonti. Poi, a vent’anni, vado a Cremona e gioco in 😄 108 partite, tante soddisfazioni, ed è già ora di tornare a Bergamo. Gioco solo 8 volte il primo anno, anche a causa di un serio infortunio. Ma mi rifaccio in pieno l’anno scorso, rivalutandomi, anche se la squadra va così e così e retrocediamo. E ora eccomi qua». – Raccontami di questo Pizzaballa eterno. «È un portiere fantastico, un uomo meraviglioso. Mi è stato molto amico, mi ha aiutato tantissimo, anche se, per colpa sua, ho fatto un sacco di panchina. Ma se si ha buona volontà, si impara molto anche stando fuori a guardare. E, modestamente, quanto a volontà, non mi sento secondo a nessuno». – Dalla padella alla brace: dal longevo e inossidabile Pizzaballa a Zoff, che promette gloria sino a cinquant’anni. «Qui, in effetti, è molto più difficile trovare spazio. A Bergamo, anche se c’era Pizzaballa in gran forma, ho trovato spesso posto, mentre qui, con Dino davanti, devo rassegnarmi a fare anticamera fissa, o quasi. Ma vedi, io ho le idee chiare in proposito. Zoff non si discute, ci mancherebbe; ma io osservo e scruto, e mi danno l’anima in allenamento come se stessi giocando la finale di Coppa dei Campioni. Così miglioro, e sono pronto per l’uso…». – Una volta si distingueva tra portieri da piazzamento e portieri spericolati nelle uscite. Adesso esiste il portiere e basta. O no? «Sì, sono distinzioni un po’ superate, anche se effettivamente ci sono dei portieri, che, appena possono, escono dalla porta per restringere lo specchio di tiro, e altri che si muovono soltanto quando è strettamente necessario. Personalmente, mi considero un portiere abbastanza scattante tra i pali, e ho lavorato sodo per migliorarmi tecnicamente nelle uscite, facendo allenamenti specifici. Infine, ho sempre curato molto il salto, l’elevazione, anche in considerazione del fatto che non sono molto alto». – Pensi di assomigliare a qualcuno, o almeno ti piacerebbe? «Sarebbe facile e comodo dirti che vorrei assomigliare a Zoff, ma non è vero: in realtà, non mi sono mai posto il problema di assomigliare a qualcuno. Faccio il mio lavoro, cerco di migliorare più che posso, e poi lascio agli altri giudicare». – Nella tradizione, i portieri sono tutti tipi un po’ speciali, strani o addirittura stravaganti di carattere. Ti consideri tale? «È un luogo comune, questo, ma ammetto che in molti casi c’è del vero, o almeno c’era. Si dice che noi portieri siamo gente un po’ matta, che giochiamo con spirito garibaldino, che ci buttiamo da incoscienti tra i piedi di avversari che magari non fanno neanche in tempo a tirare indietro la gamba. Oggi, è solo più in parte vero. I portieri di una volta erano davvero spericolati, e rischiavano a ogni partita l’osso del collo. Oggi, col calcio moderno, tutti rischiano allo stesso modo, il portiere come il centravanti. È dimostrato dalle statistiche – Al di fuori del calcio e della famiglia, di cui parleremo dopo, che fai? Hai qualche hobby sportivo e non calcistico? «Non è che mi avanzi molto tempo libero: comunque, gioco a tennis quando posso, e ammiro i grandi campioni di questo sport in televisione». – Il tuo idolo. «Borg Assolutamente fantastico». – Ti piacerebbe essere un campione in qualche sport diverso dal calcio? Provi mai invidia, chessò, per il campione di formula uno? «No, non mi è mai capitato. E poi la Formula uno non mi piace, sono un tipo tranquillo, io». – E al di fuori dello sport, c’è posto per qualche hobby? «Sì; mi piace molto dipingere. Faccio quadri, quando mi viene l’ispirazione. A me piacciono abbastanza, agli altri non so anche perché, sinora, li ho fatti vedere solo ad amici, che chiaramente non osavano criticarmeli». – Ascolti qualche volta della musica? Quale? «Ne ascolto spessissimo, e ho gusti intonati con il mio carattere: amo, cioè, la musica distensiva, non chiassosa, melodica. Quella che «andava» anni fa. Ebbene sì, sono pure abbastanza romantico, e per esempio Claudio Villa mi piace moltissimo, anche se so che molti rideranno, e mi diranno che sono un sorpassato. E poi, non mi dispiace nemmeno la musica classica. Non sopporto, invece, la musica da discoteca: è un rumore che non mi va proprio». – Ti sei sposato giovanissimo, e sei pure diventato padre recentemente: naturalmente, sei dell’idea che a un calciatore fa bene sistemarsi presto. «È così, e devo dire che ho avuto ragione. In effetti, in famiglia sto benone, e mi distende meglio che in qualsiasi altro posto. La famiglia ti aiuta a superare tutte le difficoltà piccole e grandi del lavoro di tutti i giorni. Sono diventato più uomo, e molto più in fretta». – Ti senti realizzato, ora che sei arrivato alla Juve, e ritieni di avere ancora molta strada da fare? «Arrivare alla Juve è una cosa che, credo, farebbe piacere a tutti calciatori d’Italia, figurarsi al sottoscritto. Il fatto di esserci come riserva non significa nulla: se ti hanno voluto, è perché servivi, mi sono detto. Tuttavia, penso di avere ancora davanti a me una strada lunga e difficile, e mi preoccupo di percorrerla bene, magari piano piano, ma senza commettere errori». – Quale era il tuo stato d’animo, a Bergamo, quando scendevi campo con l’Atalanta, sapendo che in tribuna c’era qualcuno mandato dalla Juventus apposta per tenerti d’occhio? «È una cosa a cui, sinceramente, non ho mai pensato in quei momenti. Per me, quando scendo in campo, conta la partita, e niente altro». – Non ti spaventa essere capitato a Torino, in una piazza difficilissima per i portieri? «Penso che, quando toccherà a me scendere in campo, quei problemi non mi sfioreranno nemmeno. Del resto, o dimostro di valere, e allora non ci saranno problemi, oppure non ce la faccio, e allora una piazza vale l’altra». – Pensi mai al futuro? Dico futuro vero, il dopo-calcio. «Qualche volta: ma poi mi convinco che per un dieci-quindici anni non dovrebbe esserci problema, e accantono la domanda. Recentemente, in famiglia, qualche progettino è comunque venuto fuori. Diciamo che mi starebbe bene aprire una agenzia di assicurazioni, oppure un negozio di articoli sportivi». – Hai dai rimpianti, ad esempio per aver dovuto interrompere gli studi? «Dopo la terza media ho provato a iscrivermi all’istituto tecnico per ragionieri, ma mi sono presto accorto che non avrei potuto conciliare calcio e studio, e ho dovuto scegliere. Certo che un po’ di rimpianto c’è: vedo di farmelo passare sforzandomi di leggere il più possibile». Ecco Luciano Bodini, bresciano venticinquenne con famiglia, tipo tranquillo, lineare come devono essere i suoi quadri, che non abbiamo visto ma è come se li avessimo sott’occhio. L’epoca dei portieri svolazzanti e sfarfalleggianti è finita, l’unica cosa che lega Bodini al pioniere primo portiere juventino della storia, Durante vale a dire, è l’amore per la pittura. Il resto è diversità. Si può essere assolutamente normali ed essere buoni, ottimi portieri. Magari campioni. Basta non avere fretta. Luciano dimostra, quelle rare volte che è chiamato in causa, di essere un portiere completo, tecnicamente ineccepibile, coraggioso il giusto. «La stagione 1982-83, per me, è finita in modo molto positivo. Ho dimostrato qualcosa, credo. E ho sfruttato l’occasione che mi è stata offerta. Sono diventato titolare in un momento molto delicato, all’indomani di Atene. Sentirmi incoraggiato e sostenuto dai tifosi mi ha dato una grossa spinta a fare bene. Voglio ringraziarli davvero». Ma la società teme che, dopo quattro anni di attesa, sia un po’ arrugginito e, da Avellino, arriva Tacconi e Bodini torna in panchina. La delusione è notevole. «L’arrivo di Tacconi rappresentò, per me, la fine di un sogno a lungo nutrito, quello di poter essere protagonista a tempo pieno con la maglia della Juventus. Ero nel pieno della maturità come calciatore, avevo appena vinto un Coppa Italia e un Mundialito, pensavo che la maglia da titolare fosse mia. Invece, non fu così ed è per questo che l’unica alternativa ipotizzabile era la cessione a un’altra società, nella quale avrei potuto esprimere tutto il mio valore. Una decisione vantaggiosa per Bodini atleta, ma i sentimenti che ho sempre nutrito per la maglia bianconera sono tali da prevalere sulla logica, cosicché ho optato per restare a Torino». «Ho subito visto che ci era rimasto chiaramente male – ammette la moglie Barbara – ma con me non si è mai sfogato, non mi ha mai detto cosa veramente pensava, cosa c’era dentro di lui; ho cercato di stuzzicarlo in tutte le maniere, di sotto, di sopra, niente! Lui aveva deciso di rimanere nella squadra del suo cuore, non tenendo in alcun conto i miei suggerimenti: almeno, gli dicevo, pensaci bene prima di decidere; macché, un macigno impenetrabile!». Trapattoni lo chiama una prima volta per sostituire il titolare che si è fratturato un dito, a metà stagione; la seconda volta, un anno dopo, gli offre addirittura la maglia di Tacconi (il quale accusa un preoccupante calo di condizione). Luciano risponde alla grande, protagonista in campionato (gioca perfino con una frattura al setto nasale), protagonista in Coppa dei Campioni: un suo splendido intervento su Tigana, sul finire di Bordeaux-Juventus, regala ai bianconeri la finalissima con il Liverpool. Peccato che il grande sogno finisca proprio alla vigilia del grande appuntamento: Trapattoni preferisce schierare Tacconi nella tragica partita dello stadio Heysel. Bodini ci resta male, però sa tornare nell’ombra, campione anche di stile. «Ho provato tanta amarezza nel momento in cui ho saputo di non poter disputare la finale. Ho ricevuto una fitta tremenda al cuore, ma col tempo il dolore è scematoe ho ripreso fiducia in me stesso e negli altri». La coppa tanto attesa è un po’ sua, proprio come la Supercoppa vinta da protagonista, in gennaio, nella prima sfida al terribile Liverpool. Resta quella, per il simpatico eterno secondo, la soddisfazione più grande. Insieme con la certezza che, la sua curiosa carriera da dodicesimo, non ha nulla da invidiare a quella di tanti celebrati numeri uno. «Nonostante una partecipazione attiva piuttosto occasionale, credo di avere svolto il mio ruolo nel modo più consono alle esigenze della Juventus e, quando le circostanze me lo hanno permesso, ho dato il meglio di me stesso. Una Coppa Italia, un Mundialito, una Supercoppa Europea e una qualificazione alla finale di Coppa dei Campioni, rappresentano il frutto di un duro lavoro fatto sempre con impegno, malgrado un destino ingrato mi abbia voluto solo comparsa nel circo dorato del pallone». FRANCO MONTORRO, DA “HURRÀ JUVENTUS” DELL’APRILE 2002 A volte pensiamo che sarebbe più giusto se nel calcio ci fossero le sostituzioni “libere”, come in altri sport: giocatori che entrano e rientrano senza limitazioni, secondo la necessità o anche solo del desiderio di cambiare un atleta per fargli ricevere dal pubblico il doveroso applauso. Una regola del genere l’avrebbe meritata Luciano Bodini, portiere bianconero dal 1979 al 1989, sempre partendo dalla panchina e sempre rifiutando altre opportunità per essere titolare altrove pur di rimanere legato a una Juventus nella quale ha vinto molto e giocato poco. Non per colpa sua, perché di colpe non ne ha Luciano Bodini, che anzi va ricordato come atleta e uomo impeccabile, con una grande classe messa sempre a disposizione della squadra. Sempre e comunque; anche partendo spesso dalla panchina, impeccabile “secondo” di Zoff e Tacconi: straordinario nel restare in silenzio a lavorare e ancora di più a farsi trovare sempre pronto a offrire prestazioni di altissima qualità. Una sicurezza per tutti, perché quando capitava che toccasse a lui difendere la porta bianconera, nessuno si accorgeva della differenza, del fatto che non giocasse il titolare. Perché Luciano aveva la classe e il carisma del grande campione. E lo dimostrava sempre, in allenamento, come in panchina, come sul campo. Oggi Luciano è rimasto nel mondo del calcio, come allenatore, anche specifico dei portieri. «Ho il patentino. Ho gestito per anni una mia scuola calcio. Poi ho allenato diversi portieri, fra i quali Roccati, e sono stato anche in Scozia con i Bonetti, al Dundee e là mi sono reso conto di quanto il nostro campionato sia il più impegnativo di tutti. Altrove può esserci più agonismo, ma solo in Italia il livello di classe e di tecnica è così alto. Certo, il ruolo del portiere è molto cambiato nel corso degli anni, oggi deve saper fare anche il libero con queste difese a 3 o a 4 ma che poi prestano regolarmente un uomo a centrocampo durante la manovra di attacco. I portieri oggi devono sapersi muovere molto e bene fuori dai pali, ai miei tempi quasi non ci si spostava dalla riga. I miei tempi, già... Anni bellissimi alla Juventus. Ho giocato poco, ma ho fatto bene e ho vinto molto: quattro scudetti e poi, proprio dal campo, una Coppa Italia, una Supercoppa Europea, un Mundialito. Non ho rammarico per essere stato tanto in panchina con Zoff, grande uomo e grande portiere. Mentre con Tacconi il posto ce lo giocavamo». Il nastro dei ricordi di Bodini continua ad andare. «Ne ho affrontato di attaccanti fuoriclasse, fin dai tempi dell’Atalanta: Pulici, Graziani, Pruzzo, Savoldi e Maradona. Tutti furbi, svelti e forti. E quando giocavo a Bergamo, con l’Atalanta, più di una volta me li trovavo a tu per tu. Giocare nella Juventus, con tanti campioni in difesa, ti facilitava un po’ la vita, ma io comunque mi sono preso belle soddisfazioni personali, credo di aver sempre difeso bene la porta e di aver fatto bella figura in più di un’occasione. Tutti ricordano la semifinale di Coppa dei Campioni a Bordeaux. Certo, giocai molto bene, ma nell’archivio dei ricordi io conservo in prima posizione un 2-0 a Torino contro l’Inter e un 3-0 a Udine: sono state quelle le mie partite più belle». Il presente di Bodini, come detto, è ancora nel calcio, anche se al momento la sua esperienza e le sue qualità tecniche non sono a disposizione di nessuno. Il futuro più remoto, invece, potrebbe essere rappresentato da un passaggio di consegne. «Sono sposato, ho due figlie e un terzo bambino di sei anni. Gioca a calcio ma ancora solo per divertimento, naturalmente. Avrà tempo per decidere che cosa fare da grande». Se deciderà per il ruolo portiere, da grande avrà già un esempio, in casa. E un maestro insuperabile, il padre: che faceva parte, da campione, di un’indimenticabile Juventus. https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/luciano-bodini.html
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LUCIANO BODINI https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Bodini Nazione: Italia Luogo di nascita: Leno (Brescia) Data di nascita: 12.02.1954 Ruolo: Portiere Altezza: 184 cm Peso: 75 kg Soprannome: Il 12º Alla Juventus dal 1979 al 1989 Esordio: 09.02.1983 - Coppa Italia - Juventus-Bari 1-0 Ultima partita: 25.06.1989 - Serie A - Juventus-Verona 3-0 45 presenze - 35 reti subite 4 scudetti 1 coppa Italia 1 coppa dei campioni 1 coppa delle coppe 1 supercoppa Uefa 1 coppa Intercontinentale Luciano Bodini (Leno, 12 febbraio 1954) è un ex calciatore italiano, di ruolo portiere. Storica riserva di Dino Zoff prima e Stefano Tacconi poi, è stato per questo appellato come il «12º per eccellenza» del calcio italiano. Luciano Bodini Bodini alla Juventus nel 1981 Nazionalità Italia Altezza 184 cm Peso 75 kg Calcio Ruolo Portiere Termine carriera 1999 Carriera Giovanili 1973-1974 Atalanta Squadre di club 1974-1977 → Cremonese 108 (-75) 1977-1979 Atalanta 32 (-34) 1979-1989 Juventus 45 (-35) 1989-1990 Verona 6 (-6) 1990-1991 Inter 0 (0) 1996-1999 Versilia 1 (-1) Biografia Appassionato pittore dilettante, vive a Marina di Pietrasanta. Carriera Bodini all'Atalanta sul finire degli anni 1970 Cresciuto assieme al fratello nel settore giovanile dell'Atalanta, dov'è allievo di Carlo Ceresoli, nel 1974 viene mandato in prestito alla Cremonese con cui disputa tre campionati di Serie C, conquistando la promozione nella stagione 1976-1977. Tornato a Bergamo, esordisce in Serie A l'11 settembre 1977 in Atalanta-Perugia (1-1), parando nell'occasione un calcio di rigore a Renato Curi. Nel 1979 passa alla Juventus come secondo portiere, prima dietro a Dino Zoff — «sapevo che sarei stato il 12º, ma anche che Zoff non era più giovanissimo [...] Arrivai alla Juventus quando Zoff aveva 38 anni e io 25: pensai che avrei potuto trovare spazio, considerata la sua età [...] Doveva ritirarsi ed invece è andato avanti fino a 40 anni...», ricorda lo stesso Bodini — e quindi a Stefano Tacconi. Bodini e Stefano Tacconi alla Juventus negli anni 1980 Nell'annata 1982-1983, dopo la fine del campionato e l'avvenuto ritiro di Zoff, disputa da titolare le ultime partite della stagione, contribuendo alla conquista della Coppa Italia e del Mundialito per club. Nell'estate seguente la dirigenza bianconera decide però di acquistare dall'Avellino il promettente Tacconi, sicché Bodini, nonostante un iniziale ballottaggio tra i due per le chiavi della porta juventina, torna a vestire la maglia n. 12 e rifiutando altre destinazioni «perché ero orgoglioso di essere in quel club, in cui rimasi a lungo per Giampiero Boniperti, a cui non potevo dire di no perché mi trattava come un figlio, e per [l'allenatore, ndr] Trapattoni». La sua miglior stagione in bianconero è quella del 1984-1985, quando Giovanni Trapattoni lo preferisce spesso al titolare Tacconi, affidandogli la porta della Juventus anche nella vittoriosa finale di Supercoppa UEFA in cui la squadra torinese sconfigge gli inglesi del Liverpool, nonché nella semifinale di Coppa dei Campioni contro i francesi del Bordeaux; dopo aver condotto la squadra torinese alla finale della principale competizione continentale per club, però, si vede ancora una volta relegato in panchina da Tacconi nella tragica serata dell'Heysel: «Tacconi veniva da un periodo non esaltante, il Trap mi disse che l'avrebbe provato e poi avrebbe deciso. Alla fine giocò lui. Non era in forma ma era Tacconi...» Terminata l'esperienza in Piemonte, nel campionato 1989-1990 disputa 6 partite con la maglia del Verona. Chiude la carriera agonistica nella stagione 1990-1991 all'Inter, accettando il ruolo di terzo portiere dietro al titolare Walter Zenga e alla prima riserva Astutillo Malgioglio «perché sono sempre stato interista»; con i nerazzurri va in panchina alla 6ª, 16ª, 17ª, 18ª e 27ª giornata di campionato, senza collezionare nessuna presenza. In totale ha disputato 64 partite in Serie A, subendo 64 reti. Palmarès Bodini difende la porta della Juventus nella vittoriosa Supercoppa UEFA 1984 contro il Liverpool Competizioni nazionali Campionato italiano Serie C: 1 - Cremonese: 1976-1977 (girone A) Campionato italiano: 4 - Juventus: 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984, 1985-1986 Coppa Italia: 1 - Juventus: 1982-1983 Competizioni internazionali Coppa delle Coppe: 1 - Juventus: 1983-1984 Supercoppa UEFA: 1 - Juventus: 1984 Coppa dei Campioni: 1 - Juventus: 1984-1985 Coppa Intercontinentale: 1 - Juventus: 1985
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Sergio Brio - Calciatore e Vice Allenatore
Socrates ha risposto al topic di Socrates in Tutti Gli Uomini Della Signora
SERGIO BRIO «A me nessuno ha mai regalato nulla. Ho sempre dovuto conquistarmi tutto soffrendo. Quando sono arrivato a Torino, non mi sono mai seduto sugli allori, sono cresciuto alla scuola di Adamo, il quale non smetteva mai di ripetere che la via del successo la si percorre solo con le maniche rimboccate».2 marzo 1983. La Juventus è di scena a Birmingham per l’andata dei quarti di Coppa dei Campioni. Fa freddo, tanto freddo. Durante il riscaldamento, si cerca di far fronte alle intemperie coprendosi il più possibile. A un certo punto, i bianconeri notano un calciatore dell’Aston Villa che scalda i muscoli in canottiera. È Peter White, colui che ha segnato il goal che ha steso il Bayern nella finale della Coppa dei Campioni, il 26 maggio 1982 a Rotterdam.Peter White è uno che non ha paura di nulla, è un armadio. Sfidare il clima in quel modo, è un messaggio chiaro, è un guanto di sfida nei confronti di Sergio Brio, l’uomo che dovrà prendersi cura di lui. I calciatori della Juve fanno notare al gigantesco stopper leccese che il suo avversario è uno tosto, lo canzonano un poco e ne provocano la reazione. Brio rientra negli spogliatoi, e ne esce a torso nudo, completando così la fase di preparazione alla battaglia.White capisce di aver trovato un osso più duro di lui. In campo, se le danno di santa ragione, l’inglese è anestetizzato con le buone e con le cattive dal trampoliere bianconero. La Juve vince per 2-1. A fine partita, senza tanti convenevoli, Sergio avvicina il centravanti: «Ci vediamo a Torino», sono le sue uniche parole.Nasce a Lecce, il 19 agosto 1956, alto 192 centimetri per 84 chili, è un generoso e un umile, per natura e per estrazione sociale. Ama definirsi un prodotto del Sud, per spiegare la sua vocazione al sacrificio, la sua grande dedizione al lavoro: «A 14 anni, ero già molto alto e in famiglia i miei si preoccupavano. Temevano fossi malato. Invece ero sanissimo e proprio i medici mi predissero un futuro nello sport, in qualsiasi tipo di disciplina sportiva».Scelse il calcio e fu la sua fortuna: «La malattia del calcio l’ho avuta fin da bambino, basta chiedere a mamma e a papà quanti vetri ho mandato in frantumi con le mie pallonate».La Juventus lo preleva dal Lecce nell’ottobre 1974 e lo manda a farsi le ossa nella Pistoiese. Appena rientrato a Torino, Brio conquista la maglia da titolare, con la quale debutta il 18 marzo 1979, Juventus-Napoli 1-0. All’esordio gli tocca marcare Beppe Savoldi, che a quei tempi è uno dei più forti attaccanti in circolazione; ma il giovane difensore se la cava egregiamente.Da quel giorno, Brio fornisce alla squadra bianconera un contributo fondamentale nella conquista di 4 scudetti, di 3 Coppa Italia e di tutte le coppe internazionali (Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe, Coppa Uefa), collezionando 379 presenze.Spesso, durante la partita, Brio diventa l’attaccante aggiunto della squadra bianconera: i suoi goal (24 in totale) sbloccano le situazioni più complicate: «Il mio debutto nel Lecce, non è stato come stopper ma come centravanti; fu poi Adamo a collocarmi in posizione difensiva. Ho segnato perfino di piede. Così chi sosteneva che so usare solo la testa ma con la palla a terra ci so fare poco, è stato smentito. Certo riconosco di non essere un piede fino, però mi sono ricordato che, da ragazzino, nelle giovanili del Lecce facevo il centravanti!».Nella sua carriera riceve spesso critiche pesantissime come quelle che lo indicano inadatto a indossare la maglia della Juventus: «Ho sempre avuto fiducia nelle mie forze, nel mio carattere, che non si piega facilmente».Sergio tira diritto per la sua strada e nemmeno tre infortuni gravissimi riescono a fermarlo, anzi ne rafforzano la tempra di combattente. Il primo serio incidente è datato 16 aprile 1980. A Vado Ligure, in amichevole, il gigante bianconero si procura una distorsione al ginocchio sinistro con interessamento dei legamenti. Deve rimanere un anno intero lontano dai campi di calcio.Dopo questa terribile avventura, la serie nera prosegue con una catena di impressionanti incidenti: l’11 novembre 1983, ad Alba, sempre in amichevole, si procura uno stiramento alla coscia sinistra: fuori un mese e mezzo.Il 19 agosto 1984, ancora in amichevole, a Parma, altro duro colpo: tentando un colpo di tacco, si procura una brutta distorsione al ginocchio destro. Fatica molto a guarire, ma dopo due mesi rientra e gioca contro l’Ilves in Coppa dei Campioni e contro il Milan in campionato. Ma il ginocchio non è guarito e il 15 ottobre Brio viene operato di menisco. Un altro mese di attesa, ma non è ancora finita: nel marzo 1985, lo stopper si scontra (a Praga, in Coppa dei Campioni) con il suo compagno Scirea. E rimedia, con una curiosa frattura frontale, tre settimane di sosta.Meriterebbe sicuramente un oscar della sfortuna e del coraggio, poiché torna in campo più forte e più determinato di prima: «Se mi fossi lasciato andare, se non avessi più combattuto, sarei finito in Serie C, a implorare una maglia. Mi ha salvato la grinta. Mi ha salvato anche, lasciatemelo dire, l’aver trovato una società come la Juventus. Boniperti e Trapattoni non mi hanno mai messo premura, mi hanno aiutato a guarire bene ogni volta, mi hanno aspettato. In questo, sono stato davvero fortunato. Ecco perché tutti i miei successi li dedico a chi ha avuto fiducia. Senza un simile appoggio morale, non si sarebbe parlato tanto di me».ANGELO CAROLI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL MAGGIO 1979Sergio Brio sta scoprendo i segreti della Serie A. Dopo aver debuttato felicemente contro il Napoli, ha meritato la conferma da parte di Giovanni Trapattoni che vede in lui il possibile sostituto di Francesco Morini per la prossima stagione. La sua presenza nei ranghi bianconeri si inquadra in un programma a medio termine che contempla un graduale rinnovamento di una rosa che in 8 anni ha vinto molto (5 scudetti e una Coppa Uefa) ma che ha necessità di rivitalizzanti.Sergio Brio è arrivato giovanissimo nella Juventus, dove ha mosso i primi importanti passi calcistici e dove ha trovato una collocazione nella Primavera. Nel 1975 fu dirottato in Serie C, a Pistoia, dove ebbe modo di confermare le buone doti tecniche e i grandi requisiti atletici. Giocò 59 partite in Serie C, conquistò la promozione in Serie B e, fra i cadetti, accumulò la non indifferente cifra di 37 partite. La Juventus lo fece visionare più di una volta. Le relazioni furono confortanti e Brio tornò alla casa madre.Nella lunghissima anticamera alle spalle di Francesco Morini (uno stopper oramai longevo che ha reso nella sua brillante carriera tantissimi servigi alla società di Galleria San Federico), Brio ha imparato molto. E ne è estimatore profondo e sincero: «È stato per me come un fratello, non mi ha mai risparmiato utili consigli. Io ho tifato spesso per lui e quando l’ho sostituito mi sono ritrovato come in una nuvola di sogni».Ma Sergio Brio non è un sognatore; piuttosto un giovane realista con le idee molto pratiche. Non ama svolazzi, non si lascia trascinare dagli entusiasmi ed è refrattario pure alle depressioni. Un modo perfetto di affrontare la vita, in perenne equilibrio psicologico: «Non sono il tipo che si monta la testa o che si illude. So che nel calcio non è particolarmente difficile arrivare a certi traguardi, ma capisco perfettamente che non è facile confermarsi. La Serie A presenta ogni domenica un problema diverso, questione di ambientamento, di assuefazione, di adattamento a diversi tipi di avversario. Ma non mi scoraggio. Anche elementi piccoli e scattanti non mi danno particolari affanni. Io mi preparo sempre con la massima cura e applicazione».Dopo Savoldi, a Brio sono toccati in rapida successione Graziani, Quadri, Paina, Altobelli e Pruzzo. Una serie di prove positive che hanno costretto Trapattoni a confermarlo. Brio è felice ma non si lascia vincere dall’euforia: «Sono contento, questo sì, e spero di continuare, ma non mi fido delle facili illusioni. Non credevo comunque di giungere alla prima squadra dopo sette mesi di anticamera. Il segreto delle mie buone prove è quello di essermi sempre preparato scrupolosamente, in modo che, quando Trapattoni ha avuto bisogno di me, ero pronto. Lavoro e ancora lavoro stanno alla base di questi miei successi parziali. Ma intendiamoci, non ho fatto nulla di eccezionale, sono ancora all’inizio, ai primi passi di una carriera che vorrei tanto continuare nella Juventus, che reputo la migliore d’Italia. Devo ringraziare particolarmente il dottor Giuliano, che nel 1975 mi convinse a trasferirmi a Pistoia. In Toscana ho imparato a vivere, a maturare, a comportarmi da uomo».Molti suoi colleghi sostengono che lei abbia sofferto nella sua giovane carriera e che queste sofferenze lo aiuteranno a sfondare nel calcio nazionale: «È vero, a Lecce avevo un allenatore che si chiamava Adamo. Un tipo deciso; mi diceva che dovevo rimboccarmi le maniche se volevo arrivare. Io ho obbedito e adesso comincio a raccogliere i primi frutti. Mi manca ancora molto per potermi dichiarare soddisfatto: innanzitutto c’è il colpo di testa da perfezionare, lo stacco voglio dire. E il sinistro, che devo imparare a usare meglio. Il signor Trapattoni mi ha già aiutato molto».Oggi è stopper in via transitoria; cioè il titolare è Francesco Morini. Lei ritiene di poterlo sostituire in pianta stabile a cominciare dalla prossima stagione? «Non mi pongo questo problema. È prematuro. Io so che davanti a me c’è un fior di giocatore come Morini. Se Trapattoni decidesse di farlo giocare non sarei certo io a creare problemi. Il posto è suo e a me sta bene fargli da rincalzo».Un po’ di vita privata. Come trascorre le sue giornate? «Nulla di particolare. Vivo vicino allo stadio, mi alleno al Marchi, vado a mangiare da Mauro, frequento qualche amico torinese. Mi sono ambientato abbastanza agevolmente. Quando venni a Torino la prima volta, era l’ottobre del 1974, non mi adattai. Ora vedo attorno a me meno diffidenza e più fiducia. E mi sono integrato. I miei hobby sono pochi e semplici: la pesca innanzitutto, che pratico con la canna nei fiumi e nei laghi. Poi leggo molti giornali sportivi e quotidiani di informazione politica. Amo la musica ma non frequento discoteche perché non so ballare. E vivo tranquillo. Se mi ritengo fortunato? Certo, nella vita ci vuole anche fortuna per potersi realizzare».A quali giocatori si ispira come uomo? «A Morini che mi ha dato tanti consigli, a Scirea, a Zoff, a Bettega e a Causio, i quali mi hanno offerto un particolare appoggio quando ne ho avuto bisogno. Le loro qualità mi hanno molto impressionato».Sergio Brio è uno stopper molto dotato fisicamente. È alto 1,90, cosa che gli consente di brillare nel gioco di testa. Ha un tiro forte date le leve molto lunghe. Deve perfezionarsi, come egli stesso ha ammesso, nel tocco con il piede sinistro. E deve acquisire una maggiore agilità di movimenti. Manca di esperienza. Con il trascorrere degli anni ovvierà anche a questo dettaglio e potrà affrontare tipi di giocatori piccoli e svelti con minore disagio. Una virtù fa spicco nel suo bagaglio umano: l’umiltà. Una dote rara, che gli schiuderà le porte del futuro.VLADIMIRO CAMINITIDal 1978 al 1986, il trampoliere Brio ha disegnato spesso nella Juventus prestazioni da potersi dire portentose, al centro della difesa epica in tante partite all’estero, ignorato per pura miopia da Bearzot che lo riteneva mediocre tecnicamente, alla stregua di Furino.La realtà, invece, era l’opposto, di un gladiatore anche nel breve, leale nella lotta quanto cipiglioso, insuperabile frontalmente e sulle parabole, un cliente ostico per qualunque centravanti, dal cerbiatto al molosso. Morini detto Morgan, lasciandogli il testimone, gli ha via via dato molti utili consigli e Brio ne ha fatto tesoro per sua stessa natura di uomo, congeniale ai silenzi e al pudore, un tipo di leccese più unico che raro, mai barocco né emotivo, di poche e sentite parole, amico degli amici, indifferente con i nemici.E ne ebbe. A cominciare dai critici detrattori, un paio, più accaniti di altri; il suo solo merito, per costoro, era che giocasse nella Juventus. Stopper di tipo inglese, pronto ad avanzare e irrompere per il goal anche decisivo, Brio passa alla storia come uno stopper dal cuore antico, emulo del sentimentale Guido Marchi, come atleta poderoso e persona rispettosa delle regole, calciatore tutto campo e casa, allenamento e pargoli.In conclusione, se la classe è rendimento, ecco un difensore poderoso che a differenza di altri, dall’illustre blasone, a lui preferiti in Nazionale, non ha forse mai sbagliato una partita. Giocando contro tutti, di anticipo e di volo, nei giorni del professionismo miliardario, al servizio dell’ideale.NICOLA CALZARETTA, DAL “GUERIN SPORTIVO” DEL SETTEMBRE 2016Bagno Lucia, a Forte dei Marmi. Mattino presto, il cielo è limpido, in spiaggia poca gente, ma arriverà. Sotto l’ombrellone si staglia la sagoma di Sergio Brio, quasi due metri di stopper vecchia maniera, colonna della difesa della Juventus per tutti gli anni ‘80. Vincendo tutto, in Italia e all’estero, uno dei primi a centrare il Grande Slam planetario.Dodici anni filati di bianconero, i primi periodi sulle montagne russe complici infortuni e pregiudizi malevoli, fino al ritiro nel 1990. Da vincitore. Ora è spalmato sulla sdraio in perfetto relax, dopo le fatiche dell’Europeo che ha commentato in radio per la RAI con la consueta competenza e sobrietà.Ha già tolto i vestiti, pronto per la giornata di sole e mare. Una giornata del tutto speciale, in vista dell’oramai imminente traguardo del sessantesimo compleanno essendo nato lui, a Lecce, il 19 agosto 1956. Certo non si direbbe guardandolo in costume. Tirato e lucido, forse ancora di più e meglio dei tempi lontani del calcio giocato. Non un filo di grasso, tartaruga ancora apprezzabile con carapace a favore di telecamera e solito sorriso sornione con gli incisivi che si nascondono sotto il labbro superiore a favore dei canini, quelli sì bene in vista.Ci avviciniamo, stretta di mano e abbraccio, l’amicizia con Brio è di vecchia data. Cappellino in testa, e una gran voglia di festeggiare con il Guerino le 60 primavere. E noi gli diamo il nostro regalo.Sergio, questa è la maglia della Nazionale A. (sorride) «Il Guerino mi ha sempre stimato. Ricordo le belle pagine di Vladimiro Caminiti, un poeta più che un giornalista. Mi voleva bene, come voleva bene a tutti quelli che manifestavano attaccamento alla maglia. Dunque il vostro pensiero della maglia azzurra mi fa felice, visto che nella mia carriera ho avuto l’onore di indossare solo quella della selezione Olimpica».Sinceramente, ti rode questa cosa? «No, veramente. La mia Nazionale è stata sempre la Juve con cui ho vinto quattro scudetti, tre Coppa Italia e tutte le competizioni internazionali. Cosa posso chiedere di più?».Però, almeno una partita avresti potuto farla. «Non conta. Davvero. E poi non sono l’unico bianconero che non ha avuto feeling con l’azzurro. Pensa a Beppe Furino: indispensabile da noi, credo abbia fatto due o tre partite con l’Italia. E anche Francesco Morini non ha avuto grandi chance. Per non parlare di gente come Beccalossi o Virdis, come me, zero presenze. Non dimentichiamo comunque che all’epoca la Nazionale giocava molto meno».E tu, perché non hai meritato nemmeno una convocazione? «Perché c’erano difensori più bravi di me. Negli anni in cui ho giocato c’era una concorrenza notevole. Oltre ai miei compagni alla Juve, con Gentile talvolta impiegato come stopper, c’erano Bellugi e Mozzini, poi Collovati, quindi Vierchowod. Tutta gente fortissima. Bearzot non mi vedeva. Punto e basta».Ma anche tu facevi poco per attirare l’attenzione. «Non sono mai stato uno di quelli che andava dai giornalisti a fare propaganda per se stesso. Ho sempre anteposto gli interessi della squadra ai miei. Il bene della società a quello del singolo. Una volta mi chiamò Cesare Maldini per una partita con l’Olimpica in vista dei Giochi del 1984. Andammo a Utrecht, in Olanda. Feci bene, tanti complimenti e la fondata speranza che ci sarebbe stato un seguito. Invece, fatta quella gara, non ho avuto più nessun cenno».Fino alla selezione guidata da Zoff e che andò poi a Seul nel 1988. «Dino mi conosceva bene. Ho fatto parte del gruppo fin dalla sua costituzione. Era una vera e propria nazionale maggiore per qualità e personalità. C’erano Tacconi, Virdis, Galla, Carnevale, De Agostini».Ma anche lì hai dovuto ingoiare un bel rospo, perché alle Olimpiadi tu non ci sei andato. «Zoff fu chiamato dalla Juventus. Il suo successore, Francesco Rocca, mi escluse dalla spedizione con motivazioni che non mi convinsero. Allora lo chiamai e la telefonata fu abbastanza infuocata. Comunque acqua passata anche in questo caso. Ripeto: la mia Nazionale è stata la Juventus. È la società a cui devo tutto e alla quale sono legatissimo. Non solo perché ho indossato con soddisfazione la maglia bianconera per 378 volte con tanto di ventiquattro goal in dodici anni, quanto perché ho avuto concrete dimostrazioni che alla Juve conta più l’uomo che l’atleta».Scendiamo nel merito: nomi. «Giampiero Boniperti e Giovanni Trapattoni».I fatti. Partiamo con il presidente. «Quando veniva su a Villar Perosa in una giornata chiudeva gli accordi con tutta la rosa. E di spine ce n’erano. Non io, né i giovani che spesso firmavano in bianco. Uomo di calcio, ci diceva che se non si riusciva a vincere la partita con la tecnica, allora si doveva usare la forza e alla nostra Juve non mancava né l’una nell’altra. Il 16 aprile 1980 in un’amichevole a Vado mi rompo il ginocchio sinistro. Uno scontro con un avversario e mi saltano i legamenti. È una cosa seria, a tal punto che il professor Pizzetti dopo l’operazione va da Boniperti e gli dice: “Trovagli un lavoro a questo ragazzo, perché non tornerà a giocare”. E non a caso iniziò a circolare la voce di richiamare Francesco Morini che si era appena trasferito in Canada. Boniperti viene da me, mi raddoppia il contratto da giocatore e mi mette a disposizione per tutta l’estate il massaggiatore Remino con cui lavoro senza soste per tornare in campo prima possibile. Il gesto del presidente mi dette una tale carica e una tale forza che, al di là delle previsioni del medico, superai qualunque ostacolo. E sono tornato in campo, anche se per il pieno recupero è servito un anno intero. L’unico handicap è che non riesco a piegare completamente il ginocchio, ma di questo non se ne è accorto mai nessuno».Ci sono stati anche altri gesti significativi di Boniperti? «Mi ha sempre difeso da tutto e da tutti. Specie i primi tempi, quando piovevano critiche dappertutto. Era la stagione 1979-80, il mio primo campionato come erede di Morini, una bandiera».Come hai vissuto quel periodo? «Molto male. Tutto quel livore nei miei confronti non me lo meritavo. In più sei giovane, non hai ancora gli anticorpi per assorbire o reagire. Mettici anche la mia permalosità. Sta di fatto che la squadra non andava. Facemmo un girone di andata pessimo. Per cui talvolta si colpiva il singolo, ma in realtà il vero obiettivo era la società».Tu non hai autocritiche da farti? «Se la squadra andava male, ovvio che anch’io avessi delle responsabilità. Non era facile giocare con gli occhi puntati addosso e dove eri messo alla gogna al primo errore. Dopo il 4-0 subito dall’Inter nel novembre 1979 fui massacrato. Marcavo Altobelli che fece tre goal, di cui uno su rigore. Giorni dopo mi difese lo stesso Spillo dichiarando che io non avevo nessuna colpa. Ma oramai l’onda era passata e aveva travolto tutto».Però la tua assenza nella semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe contro l’Arsenal il 23 aprile 1980 non passò inosservata. «È vero. Mi feci male tra l’andata e il ritorno. A Highbury giocai molto bene. Inutile dire che il calcio inglese era quello che meglio si combinava con le mie caratteristiche, compreso l’avanzamento sui corner o sulle punizioni. A Torino purtroppo non c’ero. Loro fecero goal a due minuti dalla fine, un colpo di testa ravvicinato e addio finale».Adesso tocca a Giovanni Trapattoni. «Un altro puntello fondamentale. Lui mi ha voluto. Mi ha lanciato. Mi ha sostenuto e incoraggiato. Mi ha insegnato a diventare un calciatore. Con le parole e con le famose sedute straordinarie post allenamento. Una mezzoretta di muro, palleggi, stacco di testa. Per mesi, molto spesso da solo, altre volte con Antonio Cabrini. Pensa che ho esordito a marzo in campionato contro il Napoli, ma prima di quella partita non avevo mai giocato un minuto neanche in Coppa Italia».Un parto dopo nove mesi di attesa, tutto in regola. Che ricordi conservi di quella tua prima volta? «Ricordo che seppi che avrei giocato un paio di giorni prima e che avrei marcato Beppe Savoldi, il centravanti napoletano. Non molto alto, fortissimo di testa. Ero concentrato al massimo. Il Trap mi aveva caricato a mille. Poi ci furono le parole di Causio, l’altro leccese della squadra. “Oggi tutte le punizioni e i corner li batto per te”, questo mi disse. Alla fine andò bene: 1-0 per noi, goal di Tardelli e Savoldi a bocca asciutta».Che allenatore è stato quel primo Trapattoni? «Un mister sempre presente sul campo. Un maestro capace di insegnare e che si divertiva a farlo. Credo che avrebbe fatto benissimo con i bambini. Un grande conoscitore del calcio. Degli avversari, anche stranieri, sapeva tutto. Ed erano tempi in cui per vedere una squadra dovevi andare sul posto e fidarti ciecamente degli osservatori».Trapattoni difensivista? «Macché! Non scherziamo. Ero uno dei pochi che non avanzava mai, perché erano tutti avanti. Gentile e Cabrini erano ali aggiunte, Scirea un centrocampista in più. Davanti a Zoff rimanevamo io e Furino che copriva le spalle a Gaetano. E basta».Facevate sedute di tattica durante la settimana? «Di solito il venerdì, quando si provavano anche schemi sulle punizioni e calci d’angolo. Comunque noi facevamo la zona mista. L’unico marcatore fisso ero io, ma quando il centravanti andava fuori zona, lo mollavo».Ma in campo non avete mai preso iniziative? «Certo. Chiunque abbia giocato a calcio, sa che tutto può succedere nei novanta minuti. Può capitare la giornata storta di un compagno o la difficoltà momentanea della squadra. Può esserci una lettura più immediata dei giocatori rispetto al mister. In campo si parla, ma è una cosa normale, che non va in contrasto con l’allenatore. Con Scirea, per esempio, in certe situazioni, si faceva il cosiddetto “sandwich”. Juve in fase offensiva, massiccia. L’unico attaccante che rimaneva lo coprivamo così: io mi mettevo davanti e Gaetano subito dietro. Così se la palla era corta o bassa, ci arrivavo io. In caso contrario, c’era lui. All’inizio non ti nascondo la mia titubanza: quando mai si è visto uno stopper stare davanti al centravanti? Ma di Scirea mi potevo fidare. Anche perché sono e saranno sempre i calciatori a far vincere le squadre e gli allenatori. E non viceversa».A proposito di vittorie, tu al primo anno vero alla Juve, fai subito centro e da protagonista. «20 giugno 1979, finale di Coppa Italia contro il Palermo che è in B. Si gioca a Napoli. Io sono in panchina, mi hanno appena tolto il gesso. Mi ero infortunato a una gamba nella semifinale contro il Catanzaro. Al primo minuto il Palermo passa in vantaggio. Al 50’ Trapattoni mi manda in campo. Io obbedisco. Mi urla: vai dentro e spacca tutto. Si fa male Bettega ed esce. Siamo uno in meno, ma io all’84’ segno il goal del pareggio. Supplementari. E quando oramai sembra arrivato il momento dei rigori, ecco la zampata di Causio. 2-1 per noi, i goal dei due leccesi in maglia bianconera».Quando hai avvertito di avere finalmente azzerato i pregiudizi? «Nella stagione 1981-82 conta conquista del ventesimo scudetto da titolare indiscusso. L’infortunio era alle spalle, ero sicuramente più forte, soprattutto a livello mentale. Avevo venticinque anni, l’età in cui si diventa calciatori, come diceva sempre il Trap».C’è un episodio che ti ha dato il segnale dello scollinamento? «Primo novembre 1981, partita in casa contro la Roma. Palla vagante in area di rigore, io faccio per spazzare, ma Zoff mi esce incontro. Rimpallo, arriva Falçao e fa goal a porta vuota. Zoff mi maledice, io mi prendo la colpa, anche in pubblico. Perdiamo. I tifosi all’uscita dello stadio mi fischiano. 4 novembre 1981, ritorno degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni contro l’Anderlecht. Entro in campo e arrivano i fischi. Giochiamo, lottiamo, Bettega si rompe il ginocchio. Io segno il goal dell’1-1 che purtroppo non basta. Ma non mollo e do il massimo. All’uscita dal campo lo stadio mi applaude».Le lezioni del Trap sono servite. Chi è che, come te, è andato oltre i propri limiti con Il lavoro e la determinazione? «Beppe Furino sicuramente. Non mollava mai, era “feroce” in allenamento, così come lo era in campo. Anche Gentile direi e pure Marco Tardelli. C’è invece chi pur avendo qualità tecniche si è perso. Come Roberto Tavola o lo stesso Ian Rush. Peccato pure per Marino Magrin, ma sostituire Platini sarebbe stata dura per tutti».Come dire: arrivare può esser facile, starci a certi livelli è dura. «È una legge non scritta, ma è una verità. Nel mio caso è stato così. La maglia della Juventus pesa e non solo perché era realizzata artigianalmente con lana vera».Per questo ti arrotolavi le maniche anche d’inverno? «Mi sentivo più libero, questo il vero perché del gesto. Poi ci si può leggere qualunque altro significato. Di sicuro c’era che ero pronto alla battaglia. Ogni domenica me la dovevo vedere con il meglio dei centravanti degli anni Ottanta: Pruzzo, Altobelli, Savoldi, Giordano e poi Schachner, Diaz, Careca e Van Basten, il più forte di tutti».Come preparavi la tua singolare sfida? «Vedendo i filmati alla TV, più tardi con le videocassette. Poi c’erano i ricordi delle sfide precedenti e su tutto, i consigli del Trap che in materia di marcatura diretta non aveva rivali».Chi ti ha fatto penare di più? «Ho un brutto ricordo di Hrubesch dell’Amburgo. Ma anch’io facevo paura. C’era un giocatore dell’Inter che si rifiutava di venirmi a marcare quando avanzavo in attacco. E poi ci sono stati i corpo a corpo con Daniel Passarella: sui calci d’angolo facevamo coppia fissa ed era ammesso tutto».E i tuoi duelli con Pruzzo? «Ma lì c’era dentro anche la grande rivalità tra Juve e Roma. Roberto era un brontolone. Non stava mai zitto, anche con i suoi compagni era seccante. Abbiamo sempre fatto scintille. Ero uno duro, tosto, non mollavo mai, questo è vero. Ma in squadra i veri picchiatori erano altri. Uno aveva un bel viso. Un altro la testa argentata. E poi c’eravamo noi. Io comunque sono stato espulso solo una volta, peraltro senza motivo. Giocavamo contro il Napoli, Bagni mi dà una gomitata a tradimento, io lo inseguo, ma non riesco a rendere il colpo. Rosso per tutti e due, l’arbitro è Redini. Eravamo alla fine del primo tempo. Negli spogliatoi mi attaccano tutti, da Boniperti al Trap ed io a dire al mondo che non avevo fatto niente. La sera la moviola svela la verità. Delle due giornate di squalifica, me ne tolsero una».Hai parlato di moviola: ti si vedeva spesso al rallentatore alla “Domenica Sportiva”. «L’ho notato anch’io. Una volta rimasi allibito. Di una partita in cui successe di tutto, con tanto di sospensione della gara non fecero vedere nulla. Il mio presunto fallo all’avversario di turno, sì. Boniperti era furioso per questo trattamento».Tra i tanti episodi c’è anche quello dello scontro in area con Borghi del Catanzaro nell’ultima di campionato 1981-82, partita decisiva per lo scudetto. «Nessun fallo. E nessun rigore. Piuttosto hai detto Borghi ed io ho subito pensato ad altro».Claudio Borghi? Finale dell’Intercontinentale 1985 a Tokyo? «Borghi mi fece dannare veramente. Un ottimo centravanti, grande tecnica e movimenti rapidi. Ma alla fine la coppa la vincemmo noi. Per me è stata la gioia più profonda, la vittoria più gratificante, la soddisfazione sportiva che mi ha ripagato di tutto, infortuni compresi».Andiamo con ordine: da dove nasce quel successo? «Da Atene 1983. Dalla rabbia di quella notte greca. Molti di noi che erano a Tokyo, c’erano anche contro l’Amburgo. Nessuno aveva dimenticato l’enorme delusione provata e l’amarezza per avere fallito l’obiettivo che era alla nostra portata. L’essere favoriti non ci ha aiutato. Ma nessuno può smentire che eravamo i più forti. Sei Campioni del Mondo più Bettega, Platini e Boniek. In più Bonini, Furino e il sottoscritto. In tutto il torneo abbiamo dato spettacolo, non abbiamo mai perso. Siamo andati a Birmingham e abbiamo battuto in casa l’Aston Villa, detentore della coppa. Abbiamo sbagliato solo una partita, quella decisiva. C’era troppa sicurezza, tanto che non siamo stati in grado nemmeno di cogliere alcuni segnali preoccupanti, come la sconfitta per 2-1 nell’amichevole contro il Vicenza giocata nella settimana che ha preceduto Atene: giocammo male, svogliati, con la testa altrove. La lezione l’abbiamo capita tardi, ma ci è servita».Dopo Atene ci sono state altre tappe significative. «Intanto lo scudetto nel 1984 che ci ha consentito di tornare a giocare per la Coppa dei Campioni, visto che in quegli anni alla caccia al trofeo più prestigioso partecipava solo chi vinceva il campionato. Quindi la Coppa delle Coppe a Basilea, sempre nel 1984. Una novità assoluta per la Juve che era alla sua seconda finale europea consecutiva. A dimostrazione della grande forza di quella squadra. Decisiva è stata poi la Supercoppa Europea del gennaio 1985. Vinta su un campo ghiacciato, battendo il Liverpool che l’anno precedente aveva conquistato la Coppa dei Campioni. Io annullai Rush, in quel momento il più forte centravanti a livello internazionale».Tutto bello, tranne l’Heysel. «Una tragedia, una cosa sconvolgente. Giocammo per forza. Boniperti non voleva assolutamente, l’UEFA ci costrinse a farlo. Noi sapevamo poco, ma quel poco bastava. Una volta in campo è stata partita vera».La Coppa del Campioni è il viatico necessario per Tokyo. «La preparazione fu impostata per quel traguardo che cadeva ai primi di dicembre del 1985. La Juve aveva cambiato pelle. Tardelli, Boniek e Rossi ci avevano salutato ed erano stati acquistati molti giovani, tra cui Massimo Mauro e Aldo Serena. In campionato partimmo fortissimo con otto vittorie consecutive prima di partire per il Giappone. Giocavamo conto l’Argentinos Juniors, c’era gente scafata come Olguín, Campione del Mondo nel 1978. C’era Batista, che avrebbe vinto il Mondiale di lì a poco. Poi il talento di Borghi. Il Trap preparò benissimo la partita. Molto pragmatismo, come al solito. “Giocate con semplicità, non strafate”, questo il suo messaggio. E poi seppe dare massima fiducia ai giovani. Accanto a gente come me, Scirea, Cabrini e Platini, c’erano Mauro, Serena, Laudrup, alle prime vere esperienze internazionali di livello. Il mister dette sicurezza a tutti, anche a Pioli, vent’anni, che prese il posto di Scirea, infortunato».E della partita che cosa ti è rimasto? «I continui ribaltamenti di campo, la qualità di molte giocate. Il risultato sempre in bilico. Il mio duello con Borghi. La classe di Platini e la fantasia di Laudrup: il goal del 2-2 ha dell’incredibile. Ancora oggi quando rivedo le immagini temo che il pallone non entri in porta. Le uniche note stonate: le condizioni del terreno e le trombette dei giapponesi».E il goal annullato a Michel? «Un errore madornale dell’arbitro. Fischiò un mio fuorigioco, ma stavo rientrando dopo un calcio d’angolo e non c’entravo nulla con l’azione. Platini mi sta ancora maledicendo».Però senza quell’errore, non ci sarebbero stati i rigori. «Vero. Più si avvicinava la fine e più pensavo al dischetto. Tra i tiratori c’ero anch’io, con il Trap era stato già tutto deciso, compreso l’ordine. Ed io sarei stato il primo. Ero cotto dopo 120 minuti a correre dietro a Borghi. Bevo, poi mi sciacquo il viso per riprendermi un po’. Lo so che devo andare. Dentro di me penso solo: “Mamma mia tocca a me”. Fondamentale è stato incrociare lo sguardo di Trapattoni che mi fa: “Sei forte, tiralo come sai”. A volte bastano poche e semplici parole per cambiarti la vita. Vado, piazzo il pallone. Aspetto un po’, perché l’arbitro fa spostare Tacconi che aspettava il suo turno. E poi, collo piede. Destro a incrociare rasoterra. Il portiere si butta bene, ma non riesce nemmeno a toccare».E meno male che dicevano che tecnicamente eri scarso. «Non avevo i piedi fatati di Causio, ma neanche due ferri da stiro. Ho fatto anche goal di piede, uno bellissimo al Napoli, e lanci di quaranta metri a Boniek che mi ringrazia ancora».La coppa è ad un passo. «Beh sì. Tacconi fa il fenomeno e Platini completa l’opera! Siamo Campioni del Mondo. Sono Campione del Mondo».Da brutto anatroccolo a cigno: Sergio Brio. «Mi va bene tutto. Mi sono impegnato al massimo, ho dato sempre il 110%. Mi sono fatto male un sacco di volte. Naso rotto, fronte fratturata, le ginocchia, qualche stiramento. Non ho mai avuto vita facile. Sono partito dal basso, per raggiungere la vetta del mondo».Che cosa conservi dei tuoi primi anni da calciatore? «Ho ricordi molto nitidi, compresa la preoccupazione dei miei genitori che mi vedevano crescere a vista d’occhio e quasi temevano che fossi malato. Ricordo Lecce, il grande Adamo e la sua intuizione di spostarmi al centro della difesa dopo gli inizi da attaccante. Poi Losi e Chiricallo, il debutto precocissimo in Serie C e l’interessamento della Juventus».Ottobre 1974: sei un giocatore bianconero. «I primi mesi di Torino sono stati duri. Avevo diciotto anni, non mi ero mai mosso da casa. Stavo male. Giocavo con la Primavera, ma durante la settimana ero con la Prima Squadra. Mi misero anche nell’album delle figurine, foto intera, dalla testa ai piedi, ma avevo la maglietta della Primavera, senza stella. Una sofferenza, la palla non la vedevo mai».Meglio farsi un po’ le ossa altrove? «Sì. E Pistoia è stata il massimo. Lì ho conosciuto mia moglie e nei tre anni (due di C, uno di B) in maglia arancione ho fatto il primo salto di qualità. La Juve mi ha sempre seguito. Venivano a turno Parola e Vycpálek. Quando videro che me la cavavo bene anche con gli attaccanti piccoli, dissero a Boniperti di riportarmi a casa».Che cosa desideri per il tuo sessantesimo compleanno? «A parte la salute, vorrei poter progredire e migliorare nelle cose che faccio adesso, dal commentatore in radio al lavoro di agente immobiliare che non ho mai abbandonato. Poi ho in mente altri progetti».Quello di poter dare una mano a ex colleghi in difficoltà? «Quello fa parte delle cose normali. Io ci sono per tutti e se posso, una mano la do sempre».Qual è il ricordo più bello che ti rimane della tua vita da calciatore? «La mia partita di addio a Pistoia. Vennero tutti i miei compagni. Fu una festa, un momento di grande commozione: in quel momento ho avuto la sensazione di aver raccolto tutto quel che di buono avevo seminato».E la cosa più buffa che ti è capitata? «Essere morso da un cane lupo all’Olimpico dopo un Roma-Juve in diretta televisiva. Il nostro medico Dottor La Neve andò subito dal poliziotto consigliando di dare degli antibiotici al cane, perché io non avevo fatto l’anti-rabbia». https://ilpalloneracconta.blogspot.com/2012/08/sergio-brio.html
